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  • 02/12/15--05:55: I GIOIELLI ROMANI
  • PREGEVOLE COLLANA ROMANA


    LE TECNICHE DI LAVORAZIONE


    Fusione in terra

    La fusione più arcaica per realizzare gioielli è quella della colata in terra, dove il metallo fuso viene colato in uno stampo composto da una terra speciale, detta terra da fonderia, che alla fine del processo verrà rotta per poterne estrarre il pezzo.

    La terra da fonderia era un impasto naturale di sabbia silicea, argilla e acqua. Le terre però una volta usate, perdono le loro qualità alla cottura, per cui si possono riutilizzare solamente dopo un certo trattamento. 

    A cottura ultimata il pezzo deve essere ripulito dalle incrostazioni e dai residui della fusione. E' un processo elaborato a causa della perdita della forma di base che va ricostruita ogni volta in quanto viene spaccata per l'estrazione. E' un processo poco costoso ma può essere usato solo per spessori notevoli, non sempre compatibili con il valore dei metalli preziosi.
    Per creare gioielli più sofisticati gli oggetti ottenuti dalla fusione venivano lavorati a bulino e o a cesello.


    Fusione a cera persa

    ORECCHINI CON PERLE
    Il metodo consiste nel creare a mano e in cera il modello a tutto tondo da riprodurre, a cui vengono aggiunti i canali di entrata/uscita (sempre in cera) e quindi si realizza lo stampo in gesso. Questo viene poi scaldato nel forno, in modo che la cera esca dai canali, e allora si cola  al suo posto, all'interno dello stampo, il metallo fuso. 

    Poi il gesso viene rotto e si ottiene l'oggetto dal quale vanno tolti i canali di entrata/uscita. Il gioiello viene rifinito mediante lucidatura o altre lavorazioni.

    Il pregio di questo processo è l'altissima finitura superficiale del pezzo finale, che è la più alta tra tutti i processi di fonderia, ma anche elaborata per la perdita della forma di base che va ricostruita ogni volta in quanto viene spaccata per l'estrazione. 

    Permette di usare strati molto sottili di metallo prezioso, alleggerendo il gioiello sia come peso che come costo, lasciando invece il costo del contenuto artistico.

    I bronzi di Riace sono un gigantesco esempio di fusione a cera persa.


    Fusione in forma permanente

    Si effettua con una matrice formata da due parti, in bronzo o in terracotta. Prima che avvenga la colata si posizionano le anime, che possono essere in terra o metalliche. Le superfici della cavità sono rivestite di un materiale refrattario in modo tale da aumentare la loro durata. E' l'unico modo in cui non si perde la matrice.


    Cesello e sbalzo 

    La lavorazione del cesello e sbalzo delle lastre di oro e di argento è uno dei metodi più raffinati e difficili dell'oreficeria.  Per riprodurre un disegno in rilievo su lastra si deve operare dal rovescio. Si riporta il disegno sulla lastra di dimensione superiore a quella dell' oggetto finito, per poterne rettificarne il contorno, la si fissa su un supporto di legno coperto di pece quindi con un punzone e un piccolo martello si abbozza il disegno.

    Dopo un certo numero di colpì occorre procedere alla ricottura del metallo, per riportarlo alla malleabilità originaria, altrimenti diventa duro e tende a spaccarsi.

    Con lo sbalzo si procede a rifinire i contorni del disegno, quindi si volta la lastra e si ricomincia dal verso diritto, ossia dall'esterno poi se necessario si ripassa ai rovescio, e cosi via. Per questo lavoro si usano punzoni di varie forme mentre il martello da cesellatore ha una caratteristica forma a fungo con testa larga circolare e con la penna sferica o semisferica. 

    La cesellatura viene invece effettuato sempre dal diritto, per rettificare i contorni di motivi già abbozzati, spesso ottenuti per fusione. Anche qui vengono usati punzoni e martello la differenza più grande ed evidente tra sbalzo e cesello è quindi che nello sbalzo la maggior parte del lavoro viene eseguita dal rovescio, mentre il cesello vero proprio viene eseguito dal diritto. 

    Il cesellatore batte con la mazzetta piccoli colpi continui sulla testa del cesello che tiene con la sinistra, stretto fra il pollice e l'indice, mentre il medio e l'anulare lo dirigono spostandolo
    leggermente dopo ogni colpo.

    I romani erano grandi esperti in tutti questi tipi di fusione che si usano a tutt'oggi.





    I MODELLI


    I gioielli delle bambine


    Per prima cosa le bambine romane indossavano la bulla aurea, un ciondolo d'oro che serviva da amuleto portafortuna.

    BULLA
    In realtà la bulla aurea era un gioiello di origine sabina voluto dalle sabine quando accettarono di sposare i romani dopo essere state rapite.

    La bulla veniva indossata da maschietti e femminucce, e in origine almeno, non era un porta fortuna ma il segno della sacralità dei bambini, chi osava far loro del male sarebbe stato punito con la morte.

    Naturalmente la bulla non poteva essere indossata dai piccoli schiavi ma solo dalle persone libere.

    La bulla era in genere di solo "oro matto" (oro a 22 carati), talvolta aveva attaccato un ciondolo con una pietra dura o una pasta vitrea.


    Mummia di Grottarossa

    Nel 1964 si scoprì al Km.11 della Via Cassia la mummia di una bambina romana di otto anni della metà del II secolo d.c.. Questa fu ritrovata appunto a Grottarossa, a nord di Roma, all'11 Km della via Cassia, all'interno di un sarcofago assieme al suo corredo funerario.

    Il corpo della bambina era avvolto in una pregiata tunica di seta cinese con una collana in oro e zaffiri, una collana intatta e lunga 36,5 cm. a filo d’oro lavorato a cordoncino con un pendaglio di tredici zaffiri sfaccettati.

    Inoltre aveva due orecchini di filo d'oro e un anello con castone aureo sul quale era incisa una Vittoria alata. Un filo avvolgeva parte dell'anello per ridurne il diametro. Accanto al corpo fu trovata anche una bambola in avorio con braccia e gambe articolate. Completavano il corredo funerario alcuni vasetti, piccoli amuleti ed un minuto busto femminile, tutto in ambra rossa.


    Crepereia Tryphaena

    Bellissima la bambola d'avorio di Crepereia Tryphaena, una fanciulla romana morta nella seconda metà del II secolo d.c. 

    La bambola venne sepolta accanto alla bambina e dotata di un cofanetto di legno e avorio, dove erano conservati gioielli d'oro in miniatura, come miniaturizzato era anche il suo completo da toilette: due pettinini in avorio e due minuscoli specchi d'argento. 

    Al dito della bambola era conservato un anello d'oro con la piccolissima chiave che apriva il cofanetto.

    La bambola era alta circa 20 cm con articolazioni snodate alla spalla, all'anca e persino al gomito ed al ginocchio, snodi che neppure oggi si usano nemmeno per le bambole più costose..

    Le mani hanno le unghie, i piedi sono perfettamente delineati ed il volto, decisamente bello, è sovrastato da capelli disposti in un'acconciatura di sei trecce raccolte sul capo a corona, la pettinatura tradizionale delle spose romane.


    I gioielli dei poveri e dei ricchi

    Gli orecchini, inaures, erano il primo degli ornamenti femminili, che possono essere indossati fin dall'infanzia. Li portavano tutte le bambine, povere o ricche che fossero.
    Portavano così anche il cerchio da porre al braccio, la buccola, in oro o argento o rame o bronzo, semplice o con una pietra preziosa o in pasta vitrea, con attaccati gingilli o conchiglie o bacche..

    Ma ogni bambina portava al dito mignolo un anello d’oro, e alle orecchie altri due cerchi d'oro. Per quanto poveri un filo sottile di oro potevano indossarlo soprattutto trasmetterlo da madre a figlia.


    I gioielli delle donne

    I gioielli delle adulte somigliavano molto ai modelli etruschi del III° e II° sec. a.c., abilissimi orafi che prediligevano  il gioiello flessibile e snodato in più maglie ritorte in se stesse e tra loro. Il cerchio rigido ritorto fu invece di uso quasi solo maschile, adoperato per onorificenze militari. Ve ne erano di argento e di oro e i soldati non se ne separavano perchè dimostrava il loro valore guerriero e patriottico guadagnandosi così il rispetto della gente. Forse il gioiello più in voga, sia etrusco che greco e pure romano, nonchè egizio, fu un serpente d'oro sull'avambraccio o come anello, antico simbolo portafortuna della Dea Terra.



    GIOIELLI ETRUSCHI

    Tra i primi ornamenti, nella stessa Etruria, ci furono le fibule, fibbie che fungevano da spille, soprattutto in bronzo e in argento, con decorazioni varie, ma anche in ambra o in oro.

    ANELLO ETRUSCO
    Quasi contemporaneamente si diffusero fermacapelli per donna e altri monili, tra cui le collane, con lamine di argento ed oro. 

    C'erano poi i girocolli, con inserti di pasta vitrea, ambra e perle. Il medaglione divenne elemento di copertura, di altri prodotti meno preziosi e fu lavorato a lamina o a filamenti spiroidali.

    Verso l'VIII e ill VII sec. a.c. comparve la granulazione, minuscoli granuli d’oro utilizzati nella decorazione dei gioielli. L’oro veniva separato in sottilissime parti, unite a carbone in polvere, compresso e scaldato fino alla fusione che ne provocava la particolare forma di sferette minuscole. 

    Dopo il raffreddamento, l’oro si sottoponeva al lavaggio. Per montare le sferette si usava una colla, e quindi venivano fissate in modo permanente col calore.

    Tra i gioielli si diffuse la rappresentazione di animali, veri o fantastici, e arabeschi vegetali. Le collane, costituite da un intreccio a catena, venivano abbellite con pendagli decorati all'uso orientale

    Si idearono pendenti formati da uno scarabeo girevole, e comparvero le pietre dure. I bracciali, formati dapprima da un elemento circolare rigido, divennero a fascia o a serpentina. Gli orecchini erano composti da una lamina decorata a filigrana, unita al lobo dell’orecchio tramite un piccolo filo.

    Dalla metà del VI secolo a.c. si eseguirono gli anelli con un castone a sbalzo, tramite incisione, o con gemme intagliate. Al termine dal VI secolo a.c. subentrò una granulazione sottilissima, con effetto a pulviscolo, unita a paste vitree e pietre dure, con effetto molto decorativo.

    I monili che si utilizzarono, furono diademi trattati a sbalzo, pendenti per le orecchie a ferro di cavallo, o a scudo ellittico. In epoca ellenistica, si diffusero anche modelli caratterizzati da pendenti eseguiti in materiali diversi, dall’oro, all’ambra, con rappresentazioni di uccelli e di altri animali.



    GIOIELLI GRECI

    La produzione di gioielli in oro e argento, destinata alla classe dirigente, inizia nell’Occidente greco sin dagli inizi della colonizzazione, alla fine dell’VIII sec. a.c., con fibule e collana di pendagli discoidali in lamina d’oro da Cuma, pendenti di argento ispirati a modelli orientali, con scarabei egizi di faïence incastonati.

    ANELLO MAGNA GRECIA
    Poi un pettorale di oro e argento decorato a sbalzo con palmette e fiori di loto, degli inizi del VI sec. a.c.. A Taranto serie di statuette coperte da preziosi diademi di argento.

    Nel corso del VI e del V sec. a.c., le oreficerie magno-greche si diffusero anche al disopra della penisola, come emerge dai rinvenimenti nelle necropoli. Dal IV sec. a.c. si segnalano le produzioni delle botteghe orafe di Cuma e Taranto.

    Sono state rinvenute anche imitazioni in terracotta colorata di questi monili, destinate ai ceti meno abbienti, che imitavano le classi più ricche. Taranto emerge in età ellenistica per la grande produzione di gioielli e l’uso quasi esclusivo dell’oro, proveniente dall’Oriente ellenistico. Non va dimenticata l'ambra, proveniente dall’area balcanica attraverso le vie commerciali dell’Adriatico.

    Tra le splendide oreficerie tarantine decorate con varie tecniche (incisione, godronatura, filigrana, sbalzo), si ricordano gli orecchini a navicella e quelli configurati a protome di leone, diffuse dal tardo IV sec. a.c. anche per le terminazioni di collane e bracciali; anelli a spirale, con ovali a raffigurazioni incise o con pietre incastonate; diademi, come quello del III sec. a.c. rinvenuto a Canosa nella Tomba degli Ori, con serti floreali impreziositi da smalti e pietre dure.

    Gli ori di Taranto sono attestati sino agli inizi del II sec. a.c., quando la conquista romana fece entrare in concorrenza i propri orefici con le botteghe locali.

    COLLANA ROMANA (modello loop in loop)

    GIOIELLI ROMANI

    I romani per l'oreficeria presero a modello tanto l'oreficeria etrusca che quella greca, e perfino un tocco di oriente persiano. Indubbiamente però i primi orefici che servirono Roma furono etruschi. Ma l'oreficeria romana ebbe anche anelli a losanga incisa, di derivazione greca; o lo scarabeo girevole. I gioielli realizzati in oro e gemme si moltiplicarono verso la fine dell'età repubblicana e soprattutto a partire dall'età augustea (27 a.c.-14 d.c.), con l'apertura dei mercati orientali da cui provenivano le pietre preziose.

    Soprattutto si diffusero le perle, pescate nell'Oceano Indiano e nel Mar Rosso, usate non solo nei gioielli, ma anche per ornare i vestiti e pure i calzari. Plinio e Tacito si dolsero non poco di tanto sperpero di denaro a causa della vanità femminile, ma non pensarono all'artigianato e al commercio che ne fiorirono sfamando la popolazione.

    La matrona si vestiva e ingioiellava grazie alle schiave ornatrices, pratiche di abbigliamento e abbinamenti per far risaltare la sua bellezza. Esse si preoccupavano di creare con armonia tra le vesti, le calzature e i gioielli.  Le vesti delle donne romane furono tra le più belle, perchè non complicate ma fluttuanti, leggere e femminili, senza costrizioni ma in pieno rispetto del corpo, e di colori pastellati e vivaci, come non se ne avranno in seguito. Anche i gioielli furono inimitabili, con quel caratteristico aspetto dorato scuro dell'oro a 22 carati come usava all'epoca, più attente al gusto che non al peso dell'oggetto.

    Plinio descrive Lollia Paolina con un tocco di riprovazione, perchè "... ricoperta di smeraldi e perle ... con gioielli risplendenti sulla testa, nei capelli, sul collo, alle orecchie e alle dita... " (Plinio, Storia Naturale).
    Provenienti soprattutto da miniere egiziane, gli smeraldi erano molto desiderati "... per molte cause, ma certamente perché di nessun colore l'aspetto è più gradevole .... i soli che fra le gemme soddisfano lo sguardo senza saziarlo" (Plinio, Storia Naturale).


    Petronio, con un pizzico di humor "... Fortunata si tolse le armille dalle sue braccia grassissime per mostrarle all'ammirazione di Scintilla. Alla fine si tolse anche i cerchi dalle caviglie e la reticella d'oro dai capelli ..." (Satyricon, LXVII).

    Appezzatissimi gli smeraldi, provenienti per lo più da miniere egiziane, i granati e i diaspri.
    L'oro viene usato molto più dell'argento e di materiali poveri come il bronzo. Fanno eccezione delle collane e degli spilloni per i capelli, spesso di bronzo o materiali poveri.

    La maggior parte dei resti rinvenuti sono quelli delle città sepolte vesuviane che documentano quanta ricchezza di oreficeria si possedesse in una città di provincia da parte dei soli ceti medi, senza tener conto degli aristocratici. I gioielli erano diffusissimi tra le romane.


    Acconciature

    Per fermare l'acconciatura c'erano aghi crinali e reticelle: queste ultime (reticula o retiola aurea), in sottili fili d'oro talvolta arricchiti da gemme, costose ed estremamente delicate. Nel ritratto della c.d. Saffo (ritratto femminile di Pompei) si nota la capigliatura racchiusa in una reticella d'oro.

    SAFFO
    Per i capelli si usava l'Ago Crinale, uno spillone che fissava la pettinatura sulla nuca, composto da un ago sormontato da una pallina o da decorazioni varie: una ghianda, una pigna, un bocciolo, una testa d'animale, un busto femminile, un erote o una Venere.

    Poteva essere in osso, avorio, d'argento e d’oro.
    Nella pallina o decorazione, se cava, potevano essere conservati anche veleni.

    In Grecia furono proibiti perchè le donne li usavano contro gli uomini quando si sentivano aggredite. A Roma non furono mai proibiti, ma nessuna donna avrebbe osato tanto.

    In area vesuviana, una delle aree che ha conservato, a causa dell'eruzione vulcanica, la maggior parte dei monili antichi, ha presentato diversi modelli di aghi crinali.

    Però, diversamente da altri ornamenti (anelli, orecchini e bracciali) gli aghi crinali più numerosi sono fatti di materiali meno preziosi, come l'osso o l'argento, raramente è stato rinvenuto l'oro.

    Tra questi ultimi, sono di grande eleganza quelli con presa a forma di vaso (un cratere), decorato da una gemma.

    E' da ricordare l'elegante esemplare in vetro, proveniente dalla villa di Crassio Terzio ad Oplontis, unico del suo genere, Viene da pensare che gli aghi fossero di materiali meno preziosi in quanto facili da perdere con una riavviata di capelli.

    L'acconciatura del capo prevedeva anche un diadema e in area vesuviana se ne è rinvenuto un esemplare in lamina d'oro traforata in cui sono incastonate grandi perle barocche, evidentemente di una donna d'alto rango.


    Orecchini

    Molto più diffusi gli orecchini (inaures). Spesso gli autori antichi li descrivono come uno dei monili più amati dalle donne che facevano a gara per possederne di sempre più preziosi, attirando le critiche ed i rimproveri dei moralisti:

    ORECCHINI
    "... non appesantite le orecchie con gemme costose... spesso ci mettete in fuga con il lusso attraverso il quale cercate di attirarci" (Ovidio, L'arte di amare).

    Ma Ovidio cercava di farsi benvolere da Augusto e spesso ne interpretava l'austerità ben incarnata dalla schiva moglie Livia. Gli orecchini erano i gioielli più usati; le donne ne portavano anche più di uno per orecchio. Largamente usati i "crotalia", pendenti doppi con una perla alle estremità, che producevano un piacevole tintinnio.

    Giovenale, con l'acidità solita verso il mondo femminile: " La donna crede di potersi permette tutto ... quando appende grandi perle alle orecchie, allungandole per il troppo peso". (Satire, VI, 457 - 459).

    Il pendente poteva essere costituito da un'unica perla, magari di grandi dimensioni, o da due o tre perle o anche da più coppie di perle:

    "... non ci si limita ad accostare una sola grande perla ad ogni orecchio ... le orecchie sono ormai abituate a sostenere grandi pesi: si uniscono e si sovrappongono coppie a coppie di perle (Seneca. Benefici, VII, 9, 4).

    ORECCHINI
    Egli si riferiva probabilmente al tipo crotalia, per il tintinnio che le perle producevano urtandosi fra loro.

    I modelli con più di due perle erano naturalmente per i più ricchi, soprattutto gli orecchini "a grappolo" o "a canestro", in filo o in lamina d'oro, di forma emisferica, nel quale sono fittamente inserite perline o altre gemme.

    In alcuni il canestro è costituito da castoni saldati fra loro (da Oplontis) oppure il canestro era formato da una elegante reticella aurea, senza gemme (da Ercolano).

    Tra i modelli di orecchini il tipo più diffuso nel ceto medio è quello a forma di spicchio di sfera, costituito da una lamina d'oro sagomata alla quale viene saldato un gancio a doppia curva per appenderlo all'orecchio.

    Esso è ritenuto invenzione degli orefici campani ed è caratterizzato dall'ampia superficie liscia, uno dei motivi preferiti dall'oreficeria romana. Ve ne sono però alcuni decorati con puntinatura a sbalzo, economica imitazione della granulazione.

    Alquanto diffuso, fino al III secolo d.c. è anche l'orecchino di derivazione ellenistica costituito da un semplice anello in filo d'oro, a volte decorato con piccole gemme, dal quale pende un filo in oro terminante con una perlina o una pietra.

    COLLANA


    Le Collane

    Nell'area vesuviana le collane, comuni quasi quanto gli orecchini, difficilmente erano in oro o argento. spesso invece in materiale alternativo come la pasta di vetro o perle, corallo, ambra ecc..

    Il modello più usato, di lunghezza varia, ha una serie di grani sferoidali di colore turchese, solcati da costolature longitudinali.

    COLLANA IN PASTA VITREA
    Un altro modello presenta grani lisci in cristallo di rocca, o barilotti di vari colori, o vetri sfaccettati.

    Spesso i grani sono mescolati, con diverse forme e colori. Le altre collane documentate sono in oro, talvolta arricchito da gemme, ma le più frequenti sono quelle meno costose: un semplice girocollo in oro, provvisto di un pendente.

    Il pendente è quasi sempre una lunula (un piccolo crescente lunare) amuleto che, secondo Plauto (Epidicus), si usava regalare alle bimbe alla loro nascita,  indossato prevalentemente dalle ragazze e dalle donne non sposate.

    A volte la collana aveva diversi pendenti, o alternavano sferette d'oro a sfere di pasta vitrea, oppure dischetti in oro con pasta vitrea o perle.

    Le maglie delle catenine invece erano generalmente costituite da piccole lamine che rendevano piatta la collana, oppure erano in filo tagliati a forma di 8, ripiegati e inseriti gli uni negli altri.

    Questo tipo di maglia, chiamato loop in loop, assumeva una sezione quadrangolare.

    Negli esemplari più elaborati le catene in filo potevano essere a maglie multiple, così da formare cordoncini di vario spessore.

    Andava di moda la catena formata da maglie a ∞ non ripiegate, in filo molto grosso. Ma pure le collane con grani, in lamina d'oro, a sfere o ovoidali.

    Le chiusure sono spesso dei semplici ganci, a volte con borchie applicate per impreziosirli.

    Il giro collo a volte aveva pietre preziose, unite in vario modo, che gli davano un tocco di colore.

    Si trattava spesso, come è documentato anche nella regione vesuviana, di smeraldi tagliati, talvolta alternati a perline. Oppure con coralli, perle barocche o ametiste.

    Ci si chiede che valore avessero gli smeraldi per i romani, dato che sono state rinvenute collane di smeraldi con alcune delle pietre sostituite in pasta vitrea. Evidentemente delle pietre si erano spaccate, oppure non si avevano sufficienti smeraldi per la collana. Oggi non si completerebbe mai una collana autentica di pietre preziose con pietre false, invece i romani lo facevano.

    Strano, perchè i romani avevano molto chiaro il concetto dell'originale e del falso, ma è come se non venisse applicato sulle pietre.

    Un modello di notevole effetto e di grande pregio è quello costituito da più catene di maglia in filo accostate, così da costituire un nastro sul quale sono fissate le pietre preziose. Sono noti solo pochissimi esemplari, due dei quali dall'area vesuviana.

    Si ricordano la collana con grandi perle barocche alternate a smeraldi a forma di prisma, otto esemplari di collane di grande lunghezza, con maglie in lamina o in filo, nonchè collane costituite da una fila di foglie in lamina, come lo splendido esemplare rinvenuto nella Villa di Diomede a Pompei.

    Di grande valore e bellezza è la collana recentemente trovata negli scavi in località Moregine, a Pompei, il cui lunghissimo laccio (cm. 242) è costituito da una maglia multipla del tipo loop in loop.

    Potevano infatti venire avvolte in più giri attorno al collo e poggiate sulle spalle oppure poggiate sulle spalle e incrociate sul petto e sul dorso, con le borchie nei punti di incrocio, come è documentato da alcune pitture. Insomma le lunghe collane degli anni venti furono copiate dalle collane romane. Praticamente queste catene d'oro servivano a modellare la veste, incorniciandone i seni e/o il punto vita. Talvolta erano così lunghe da ricadere sui fianchi.

    Forse, a questo tipo di ornamento si riferisce il passo di Plinio che deplora l'eccesso di lusso delle catenae d'oro che corrono lungo i fianchi (Plinio, Storia Naturale, XXXIII,12, 40).

    BRACCIALE A FOGGIA DI SERPENTE

    Bracciali

    I bracciali (armille), erano abbastanza diffusi, sia alle braccia che ai polsi ed anche alle caviglie (periscelides). Sono quasi sempre in oro, pochi quelli in argento e ancor meno quelli in bronzo. Negli esemplari in oro, spesso la verga non è piena ma costituita da una lamina.

    BRACCIALI BIZANTINI
    Le donne portavano sovente gioielli a lastra, come si vede in molti films riferiti all'epoca, che si aprivano a pressione, attorno al braccio ma soprattutto all'avambraccio.

    Le cavigliere possedevano spesso dei pendenti leggeri che risuonavano al passo delle leggiadre fanciulle romane, infatti erano molto frequenti in argento, che lasciava un suono più tintinnante. Insomma tra orecchini e periscelides quando una fanciulla romana passava si notava per il gradevole tintinnio alle orecchie e ai piedi.

    Il modello prevalente a Pompei ed Ercolano, è quello a serpente, generalmente con il corpo del rettile avvolto in una o più spire, o a due teste affrontate, o con pietre incastonate sul capo o negli occhi.

    Le armille seguivano una moda: quelle con verga a nastro avvolta in spire e teste di serpe divergenti alle due estremità del bracciale, (come quella trovata nella casa del Fauno a Pompei), sono del I sec. a.c.; quelle sempre con verga a nastro ma con una sola testa, di età augustea; quelle con verga tonda, del I sec. d.c. inoltrato.

    Il serpente, nell'antichità e in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo, ebbe un significato sacro e apotropaico.

    Solo nella religione cristiana prese un significato malefico.

    Il serpente era il simbolo della Dea Tellus, di ogni Dea della Natura, pertanto simbolo di fecondità e prosperità.

    Le realizzazioni sono superbe, nel corpo assottigliato verso la coda, nelle scaglie ben delineate, nella testa ben scolpita e negli occhi costituiti da perline di pasta vitrea.

    Frequenti sono anche le armille con semplice verga tonda e cava, spesso riempita di resina o altro materiale per ottenere una maggiore solidità, solo con un castone liscio, appena accennato; altre possono recare una o più pietre di smeraldo.

    Un altro modello tipico di questo periodo è il bracciale costituito da una serie di calotte ovoidali o coppie di calotte semisferiche agganciate fra loro.

    Questo bracciale, che ricorda quello degli orecchini a spicchio di sfera e delle armille a verga tonda, è del gusto tipico dell'oreficeria romana fra il I sec. a.c. e il I d.c., un gusto sobrio ed elegante che preferisce le superfici lisce al quelle granulate granulazioni e filigranate del mondo etrusco ed ellenistico. Modelli più rari sono le armille con verga a nastro e castone decorato a sbalzo o quelle a maglie rigide.



    Gli Anelli

    L'ornamento più diffuso tra la popolazione è l'anello, presente ovunque anche in chi non poteva permettersi gioielli.

    ANELLO MEDAGLIA PIETRE
    Questi venivano indossati in più di un esemplare per ciascuna mano. Era un costume seguito anche dagli uomini, come ricordano con ironia alcuni caustici epigrammi di Marziale: "...

    Charinus porta sei anelli ad ogni dito" (XI, 59) ; ":.. chi sarà quel ricciutello ..: che porta ad ogni dito un anellino..." (V, 61); però deve riconoscere che il suo amante fa altrettanto, e pure con ostentazioni preziose "Il mio Stella ... porta sardonici, smeraldi, diamanti e diaspri ad ogni dito" (V,11).

    L'anello aveva anche la funzione di sigillo e per questo si rinvengono molti anelli con castone o con gemma incisa.

    L'incisione delle gemme diventa così un'arte vera e propria e il loro uso riguarda sia donne che uomini, soprattutto in oro, pochi in argento o ferro e ancor meno in bronzo.

    Sulla pietra o sul diaspro si incidono divinità, simboli romani, teste di imperatori, animali e così via, ma sull'anello d'oro si pongono pure monete o piccole medaglie

    Tra i vari modelli documentati prevalgono nettamente gli anelli con il castone decorato da una gemma, spesso incisa; la verga è liscia e per lo più cava, era realizzata con una lamina riempita con resina o altra sostanza che le conferiva maggiore solidità.

    Le gemme più usate erano smeraldi, prasii, granati, ametiste, niccoli, quarzi, ma soprattutto corniole, queste ultime quasi sempre incise. La corniola e il niccolo avevano un costo minore e pertanto erano sovente montati in ferro. Per giunta non restavano attaccate alla cera se usati come sigillo (Plinio, Storia Naturale, XXXVII, 30 - 31).

    Un altro modello di anello a larga diffusione è quello con verga liscia che si allarga verso un castone, tipo definito liscio o inciso.
    Molto usato naturalmente l'anello a corpo di serpente: a due teste affrontate, con una patera o una perla nella bocca o avvolto in diverse spire.

    Rari invece gli anelli a cerchio, con verga a sezione circolare liscia o più raramente godronata. Ancora più rari quelli in cui la verga si sdoppia formando due anelli con castoni lisci combacianti.


    Le Fibule

    Le fibule furono le spille tra le più antiche usate dai romani per fermare le vesti sulle spalle ed alla vita. Si ritiene che lo spillone fosse ancora più antico, ma in ogni caso l'uso fu concomitante.

    Erano pertanto delle fibbie, che connettevano un tessuto ad un altro, o un nastro a un vestito, un nastro a una borsetta (le romane ne facevano uso), o una fascia a un cappello, o diversi nastri tra loro, o una lunga collana che veniva fissata. mediante una fibula. a una spalla o sui fianchi ecc. .

    La fibula è una "spilla di sicurezza" (tipo "spilla da balia") derivante da uno spillone, ottenuto in fusione quindi di un certo spessore, dalla ripetuta piegatura ornato in vari modi con ingrossamenti vari o applicazioni laminari.

    Le fibule più antiche furono in bronzo e più tardi di ferro, lunghe dai 2 ai 50 cm, ma ne sono state trovate anche d'argento o d'oro e, in età imperiale, anche decorate con gemme.

    Il loro utilizzo cessò verso il VI secolo, sostituito per lo più dalle spille vere e proprie. .



    CONCLUSIONE

    Le romane in età imperiale indossarono di tutto: anelli a tutte le dita delle mani e pure dei piedi, fibbie, aghi crinali, retine d'oro, diademi e pietre preziose per i capelli, o nastri ornati di gemme da inserire nelle chiome, bracciali su bracci e avambracci, frange d'oro alle sciarpe, fili d'oro ricamati sui tessuti, cammei, pietre preziose, niccoli intagliati, ambre, coralli, perle, argenti, collane, cavigliere.

    Fu l'esplosione dell'arte orafa e del buon gusto, purtroppo mai ripetuto dalle generazioni posteriori, dove la donna fu castigata e soffocata nel corpo pure se con vesti preziose, e senza quella fantasia colorata e delicata che portò l'arte di adornarsi con i preziosi, coi nastri e con le piume con uno stile così fresco e leggero, aereo e svolazzante come quello delle donne romane.












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    TEMPIO DEL SOLE

    TEMPIO DEL SOLE

    Non era l'unico tempio in cui il Dio Sole veniva omaggiato, ormai non più Dio agreste ma Sol Invictus, quindi adattissimo come Dio della guerra e delle vittorie romane, un Dio che assicurava la vittoria sui nemici di Roma, assimilato non solo all'Elios greco ma al Mitra asiatico.

    Ormai il suo accresciuto culto richiedeva un Tempio bello e maestoso tutto suo e Roma non era avara nei culti agli Dei seppure stranieri. Purchè non intaccassero le istituzioni e non stravolgessero le menti  ogni divinità era accolta, principio di alta civiltà che per tanti e tanti secoli venne negato dopo la caduta dell'Impero romano.

    ACQUAFORTE 1611
    Nel 272 l'imperatore Aureliano sconfisse la potente Zenobia, Regina di Palmira, grazie all'aiuto insperato della città stato di Emesa che rovesciò le sorti della battaglia. L'imperatore disse allora di aver avuto la visione del Dio Sole di Emesa, che interveniva a favore dei romani.

    A posteriori sono in parecchi ad aver visto Dei o apparizioni in battaglia, naturalmente a loro favore, ma solo dopo che la battaglia era stata vinta. prima non  si azzardava nessuno.

    Anche Costantino vide la croce in cielo e udì la raccomandazione di combattere in nome di quel segno, ma ne parlò dopo e non prima.

    Comunque grato al Dio, oppure per farsi pubblicità, nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del Dio Sol Invictus e ufficializzò il culto solare di Emesa.

    Poi edificò un tempio sulle pendici del Quirinale e creò un nuovo corpo di sacerdoti (pontifices solis invicti).

    Istituì inoltre dei giochi annuali con corse nel circo, e pure giochi quadriennali (agon Solis) da tenersi al termine dei Saturnalia, sempre per quella felice coniugazione tra festa e divertimento che era usuale al tempo degli antichi romani.

    Dalle fonti sappiamo che il tempio si trovava nella regio VII "Via Lata", nel Campus Agrippae,e che fu ornato con il bottino di guerra preso a Palmira, un bottino di statue, ori, argenti, bronzi e alabastri.

    Sappiamo anche che l'edificio era circondato da portici, e qui venivano custoditi i "vina fiscalia", ossia il vino destinato alle distribuzioni gratuite alla plebe per le feste pubbliche.

    Alcuni scrissero che si dava vino a buon prezzo alla plebe ma il vino non veniva venduto bensì regalato perchè altrimenti la plebe non avrebbe libato agli Dei, per cui la donazione rientrava nel culto.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DEL SOLE CON GIARDINO


    IL SITO

    L'ubicazione del tempio coincide con l'attuale piazza di San Silvestro, presso la chiesa di San Silvestro in Capite. In effetti qui le rovine erano ancora visibili nel XVI secolo, nel senso che erano ancora in piedi tanto che vennero riprese  con disegno dall'architetto Andrea Palladio.

    La Piazza di S. Silvestro sorge in effetti sull'area dove un tempo svettava il "Tempio del Sole", costruito da Aureliano nel 273 d.c. dopo la conquista di Palmira. 

    Era formato da due grandi cortili porticati, collegati tra loro da una sala quadrangolare: il primo cortile aveva le pareti ornate da due ordini di nicchie inquadrate da semicolonne, mentre il secondo, di m 130 x 90, aveva al centro un tempio rotondo con un giro di 16 colonne.

    Il primo cortile rettangolare di m 55 x 75 presentava i lati brevi costituiti da due emicicli e le pareti ornate da due ordini di colonne che inquadrano delle nicchie.

    Gli ingressi ad arco erano inquadrati da colonne giganti per l'intera altezza. 

    Un piccolo ambiente quadrato di m 15 m 15 separava il primo cortile dal secondo notevolmente più ampio (130 m x 90 m), posto sullo stesso asse.

    Quest'ultimo presentava tre nicchie rettangolari aperte sui lati lunghi (le due laterali, più ampie, con ingresso a due colonne e dotate di una piccola abside) e altre tre nicchie sul lato breve di fondo.

    La nicchia centrale semicircolare e quelle laterali anch'esse rettangolari, erano tutte e tre ancora con ingresso a due colonne. 

    Al centro del secondo portico Palladio disegnò un tempio circolare, privo tuttavia di misure a differenza delle altre strutture e secondo alcuni una pura invenzione dell'architetto sul modello del tempio di Ercole a Tivoli.

    Siamo invece propensi a credere che il palladio abbia visto i segni del tempio circolare abbattuto e abbia cercato di ricostruirlo nonostante i pochi indizi a sua disposizione. Difficile pensare che il Palladioo avesse tradito la sua solita accuratezza, ma piuttosto che avesse omesso le misure solo perchè non ne aveva piena certezza.



    ARCO DI PORTOGALLO

    L'Arco di Portogallo, fonte di numerose controversie tra gli studiosi, doveva invece costituire uno degli ingressi al complesso. 

    Oggi la maggior parte degli studiosi attribuisce l'arco all'età di Aureliano, e doveva appunto costituire uno degli accessi monumentali al suo tempio del Sole. 

    Due rilievi che da esso provengono, con l'Apoteosi di Sabina, la moglie di Adriano e un Discorso di Adriano sono opera di riciclo dell'età dei primi Antonini (metà del II secolo).

    Da queste bellissime opere si può desumere la splendida fattura non solo dell'arco, ma del tempio, purtroppo demoliti entrambi dalla feroce iconoclastia cristiana.

    Il pregevolissimo arco era costruito in blocchi di peperino e travertino, con l'attico in laterizio. 

    Le colonne, con capitelli compositi che inquadravano il fornice unico furono in parte eliminate, insieme alla trabeazione, tra il 1550 e il 1565.
    Alcuni pannelli con rilievi datati all'epoca di Adriano o Antonino Pio, provenienti dall'arco demolito, si possono ancora ammirare nei Musei Capitolini.

    Non così l'arco di Portogallo che venne fatto abbattere nel 1662 da Papa Alessandro VII, grande Inquisitore nonchè grande amante del barocco e del Bernini. 

    Peccato che per instaurare il barocco fece demolire tante pregevolissime opere romane ancora in piedi all'epoca sua.
    Qui a fianco si può ammirarne la pregevole esecuzione sempre ripresa dal Palladio come ispirazione dei suoi tanti lavori.
    Approfondimenti: ARCO DI PORTOGALLO



    I RESTI OGGI

    RESTI DELLE COLONNE DEL TEMPIO NEL CORTILE DELLA
    CHIESA DI SAN SILVESTRO
    La chiesa di S.Silvestro in Capite originariamente fu dedicata ai santi Stefano e Silvestro ma in seguito rimase soltanto il secondo con l'aggiunto appellativo "in Capite" perché vi si conserva la testa di S.Giovanni Battista custodita in una teca del '300 nella Cappella dell'Addolorata.

    Molti furono gli interventi di restauro della chiesa fino alla grande ricostruzione del 1594 ad opera di Francesco da Volterra e di Carlo Maderno per dare il giusto rilievo alla testa di S.Giovanni Battista. 

    Ovviamente l'intervento cancellò ogni presenza del tempio anche se se ne servì spogliandolo di marmi, travertini e colonne.

    Solo il cortile conserva resti di frammenti architettonici romani e colonne spezzate,  appartenenti all'antico "Tempio del Sole".  

    A fianco della chiesa vi era il monastero di proprietà dei monaci greci, poi benedettini e, dal 1277, delle suore Clarisse. 

    Il monastero fu proprietario della Colonna di Marco Aurelio, come recita la lunga epigrafe del 1119 situata nel portico della chiesa, ma non comprendiamo cosa ne facessero a meno che non avessero in animo di farlo a pezzi e venderlo all'estero come ahimè avvenne per moltissime opere romane rinvenute all'epoca.

    Dopo il 1870, il monastero venne espropriato dai re di Savoia per le nuove costruzioni per Roma capitale e divenne così il palazzo delle Poste e Telegrafi.

    Alcuni frammenti del tempio rimangono conservati nella chiesa di S. Silvestro e sotto la piazza, che tuttavia, nonostante il recente lavoro di ristrutturazione non ha prodotto alcun reperto, difficile da credere in pieno centro di Roma. 



    RODOLFO LANCIANI (1552)

    Il Pighio, Berlin, e. 175' riferisce quattro iscrizioni di marmi grezzi lette su blocchi "ex portu cardinalis Salviati advecti ".

    NIKE E DIOSCURI DEL TEMPIO DEL SOLE
    Gli scavi più vasti eseguiti per conto dei costruttori della villa furono quelli del tempio del Sole, gli avanzi del quale erano stati offerti in dono da Ascauio Colonna a Giulio III, perchè li manomettesse e spiantasse a suo talento. 

    I blocchi di marmo forniti dagli scavatori di antichità erano segati sul posto con un congegno meccanico messo in moto da un cavallo.

    Il Ligorio, Torin. 8, assicura che molti di questi marmi erano stati scavati al Borghetto di Teverina, nell'agro di Otricoli. 

    Dai ricordi che precedono si conosce come sieno stati messi a contributo per la fabbrica della vigna, e spogliati dei materiali più preziosi:

    - il cortile delle Logge,

    - la vigna degli Altoviti nei prati di Castello,

    - il cosiddetto stadio palatino di messer Alessandro Ronconi,

    - un sito a me ignoto di Gaspare Omodei, il quale s'era arricchito sotto Paolo III con l'appalto della gabella della Farina, e aveva esercitato l'ufficio di primo conservatore nel 1549:

    - i sepolcri di via Flaminia a Tor di Quinto;

    NIKE
    - le terme delle acque Albule;

    - gli Orti Aciliani sul Pincio,

    - le rovine di Porto e di Otricoli,

    - e sopra tutto quelle del tempio del Sole sul Quirinale.

    (viene da chiedersi come possa venir voglia di demolire ballezze come queste fotografate alla mia destra, la Nike o Vittoria alata, per la dolcezza, la maestria e la delicatezza della composizione.

    Eppure tutta Roma fu demolita colpevole di avere tanta bellezza pagana che doveva essere assolutamente dimenticata).

    A questi ultimi scavi accennano forse Ligorio e Bartolomeo Ammanati.

    Sopraintese alle opere di architettura il Vignola. assistito da Michelangelo e da Giorgio Vasari.

    E tutti tre ebbero la pazienza messa a dura prova dal papa.

    Il quale, come scrive il Vasari stesso nella vita di Girolamo da Carpi

    "al principio s' intendea  pochissimo del disegno, e non voleva la sera quello che gli era piaciuto la mattina.

    Mestava anche in corte, con molto disturbo degli artisti Pier Giovanni Aleotti, vescovo di Forlì, che Michelangelo chiama con aria di sprezzo il Tantecose, il quale, come maestro di camera del papa, voleva che tutto muovesse da lui, provvedendo egli a medaglie, a gioie, a camei, a figurine di bronzo, a pitture, a disegni".



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  • 06/01/15--06:19: GRUMENTUM NOVA (Basilicata)


  • Grumentum fu un'antica città preromana e romana della Lucania. Attualmente ne restano gli scavi del parco archeologico, situato ai piedi del colle che ospita il paese di Grumento Nova (PZ), molto vicine al lago di Pietra del Pertusillo, in località "Spineta".



    LA FONDAZIONE

    Il sito, poche centinaia di metri a sud di Grumentum, parte da un deposito votivo preromano, databile alla prima metà del III sec. a.c., giusto dell'epoca della fondazione della città, con una continuità d'insediamento fino all'alto medioevo. 

    Da notare le numerose statue della Dea Madre reperite nel deposito votivo che dovevano ornare  l'importante santuario intorno a cui si è sviluppato il primo centro cittadino lucano del IV sec. a.c.

    La Dea era sicuramente preposta alle acque sorgive e alla salute per cui era colma di ex-voto e ringraziamenti per le guarigioni miracolose effettuate.

    Viceversa la fondazione della città vera e propria risale al III sec. a.c. ad opera dei Romani, iniziando da una serie di avamposti fortificati in posizione strategica realizzati durante le guerre sannitiche, contemporanee a Venusia (291 a.c.) e a Paestum (273 a.c.).

    Da Grumentum passava la via Herculea, tra Venusia e Heraclea, mentre un'altra strada conduceva alla via Popilia lungo il versante tirrenico, che continuava verso Nerulum dove s'incontrava con la Capua-Reggio, per cui la città era un nodo di comunicazione strategicamente importante, sia per i commerci che per eventuali nemici invasori.

    Nerone proveniva da Venusia, appunto della zona in questione..



    LA II GUERRA SANNITICA

    Durante la II guerra punica, vi si svolsero due importanti battaglie tra Romani e Cartaginesi (215 e 207 a.c.).  

    Tito Livio narra del primo scontro tra il generale cartaginese Annone il Vecchio e l'esercito romano condotto da Tiberio Sempronio Longo.

    Nel secondo scontro poi, sempre secondo Tito Livio, pare che Annibale si fosse accampato a ridosso delle mura della città e fosse quindi stato sconfitto e costretto alla fuga dai Romani, provenienti da Venosa e guidati dal generale Gaio Claudio Nerone.



    LA GUERRA SOCIALE

    Durante la guerra sociale la città di Grumentum si schierò con i Romani ma venne per questo distrutta e saccheggiata dagli Italici, attraversando un periodo di crisi e di spopolamento cittadino. 

    Memori però dell'antica fedeltà, a partire dalla II metà del I sec. a.c. la città venne ricostruita, sia da Cesare che da Augusto che vi fecero edificare una serie di monumenti pubblici di grande bellezza.

    A quest'epoca, o al successivo periodo giulio-claudio, risale probabilmente l'attribuzione dello statuto di colonia, che venne in ogni caso concessa con grande contributo all'economia locale.

    Per ordine di Diocleziano si sistemarono le strade verso il Tirreno e lo Ionio, e che gli anni successivi si procedette all'abbellimento delle terme

    Nel 312 d.c. il giovane Cristiano San Laverio venne decapitato fuori le mura di Grumentum alla confluenza dei fiumi Agri e Sciaura, sotto il prefetto Agrippa. 



    DESCRIZIONE


    L'impianto urbanistico della città, risalente alla fondazione del III sec. a.c. è di forma oblunga, dovendo ottemperare alle condizioni orografiche della collina, e si articola su tre vie principali e parallele, intersecate ad angolo retto da vie secondarie, secondo il sistema viario ortogonale romano.

    La città era circondata da mura con sei porte, su un perimetro di circa 3 km e occupava una area di circa 25 ettari, di cui purtroppo solo un decimo è stato riportato in luce. Il che la dice lunga sulla cultura di chi governa.


    I resti più rilevanti sono attualmente suddivisi in tre zone monumentali:

    IL TEATRO


    IL TEATRO

    Locato presso l'ingresso del parco archeologico, costruito in età giulio-claudia e restaurato in età severiana, posto a cavallo di due isolati.
    Come tutti i teatri romani è costituito da tre parti: la cavea, l'orchestra e la scena. La cavea, autoportante, ampia 46 m, e saldata alla scena con corridoi (parodoi) coperti, si sviluppava interamente in elevato e quindi poggiava su sostruzioni in muratura con contrafforti.

    Attualmente si è conservata per un'altezza di 9 m mentre quella originaria doveva essere di circa 18 m. Il prospetto esterno aveva una doppia fila di arcate, che sostenevano il piano inclinato con i sedili, posti in gradinate, in pietra, oggi quasi completamente scomparsi.

    TEATRO
    Ai sedili si accedeva mediante gradinate situate all'interno dell'ambulacro coperto che correva immediatamente alle spalle del porticato esterno.
    Due corridoi semianulari sovrapposti, con volte a crociera, consentivano l'accesso degli spettatori alla cavea, suddivisa dal basso verso l'alto in tre ordini di posti (infima, media e summa cavea), riservati a cittadini di rango progressivamente decrescente.

    Quattro scalinate salivano dall'orchestra e ripartivano la cavea in cinque cunei. Le gradinate risalgono all'impianto originario e sono sostenute da una massiccia struttura in cementizio.
    Altri cinque corridoi coperti, due parodoi e tre vomitoria, disposti a ventaglio trasversalmente alla cavea, consentivano l'accesso all'orchestra, oppure alle file inferiori delle gradinate, separate da una transenna in pietra e riservate all'ordo decurionum, o comunque alle personalità più importanti.

    L'orchestra probabilmente era utilizzata in parte dagli attori, ma poteva anche costituire un'appendice della cavea: al suo interno dovevano essere collocati i sedili riservati ai personaggi più eminenti della città (proedria), separati dalle retrostanti gradinate per mezzo di un muretto (balteus).

    Di fronte all'orchestra, e sopraelevato di circa un metro e mezzo rispetto al piano di questa si trovava il palcoscenico, un tavolato ligneo sostenuto da travi.

    Il muro di fondo fungeva da scenario monumentale della recitazione.

    L'edificio scenico presenta tre porte (porta regia al centro e portae hospitales ai lati), che, oltre a costituire il fondo del palcoscenico (pulpitum), servivano a mettere in comunicazione quest'ultimo con la scena e con l'area aperta a nord; pertanto da queste uscivano gli attori.
    La scaenae frons era articolata in tre grandi esedre, al centro delle quali si aprivano le tre porte.

    Il prospetto della scena si innalzava su due piani, ed era coperto, insieme al palcoscenico, da un tetto spiovente verso l'esterno. Il progetto originario prevedeva sul retro della scena un piazzale porticato (porticus post scaenam).



    Il TEMPIO A

    TEMPIO A
    Sull'area porticata dietro la scena del teatro, probabilmente utilizzata anche con funzioni di palestra, si affaccia il retro del Tempio A  in pietra calcarea grigia, il cui ingresso principale era posto sul lato del decumano massimo.

    Trattavasi di un tempietto di tipo italico, perché sopraelevato su un alto podio: è probabile che fosse adibito al culto di Arpocrate, divinità egizia, perché nei suoi pressi è stato rinvenuto un torso in marmo rappresentante un fanciullo, identificato forse con la divinità egizia.

    Ciò attesterebbe la presenza del culto egizio a Grumentum.



    IL TEMPIO B

    Non distante dalla domus dei mosaici si trova il Tempio B, dal culto non identificato.



    LA DOMUS DEI MOSAICI 

    Proseguendo lungo il decumano massimo, si raggiunge l'ingresso della domus dei mosaici, uno dei complessi più belli dell'intera città, residenza di un personaggio evidentemente ricco e importante, e detta "Casa dei mosaici" per la presenza di pavimenti a mosaico del IV secolo in alcuni ambienti. La domus risale al II sec. d.c., rialzata a sua volta su edifici repubblicani, mentre tra il III e il IV sec. d.c. furono effettuati molti lavori di restauro e abbellimento, mosaici compresi.

    La domus, a pianta rettangolare ha un riquadro di 30 m x 60, quindi di ben 1800 mq, orientata nord ovest – sud est, perpendicolarmente ai decumani della città, e si affaccia sul decumano centrale attraverso l'ingresso principale, con altri accessi lungo i lati nord e sud dell'abitazione. 

    La domus presenta lo schema usuale ad atrio e peristilio, mentre sul lato della strada sono presenti dei negozi (tabernae) facenti parte dell'unica proprietà.

    A sud della domus l'ingresso (fauces) introduce nell'atrio con vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvium), e al giardino porticato (peristilio). 

    Da questo si accede a tre soggiorni (triclinia), con pareti e soffitto intonacati e dipinti, e pavimenti in mosaici in bianco e nero e policromi, con motivi geometrici e vegetali. 

    Nell'atrio c'è una nicchia absidata con pareti in marmo e pavimento a mosaico policromo, sicuramente per una statua connessa al culto dei Lari. Intorno all'atrio si aprono vari ambienti, come le alae, delle camere da letto (cubicula), una piccola sala (oecus) e una latrina.

    A nord est dell'atrio altri tre ambienti di rappresentanza sono pavimentati il primo a mosaico bianco con riquadro centrale a marmi intarsiati (opus sectile), il secondo a mosaico nero, il terzo a mosaico bianco con riquadro centrale occupato da una vasca-fontana.

    Il nord della casa presenta ambienti di piccole dimensioni: camere da letto (cubicula) nell'area nord orientale, vani di servizio nell'area nord occidentale (cucine, bagni, magazzini e locali per la servitù). Alla zona di servizio della casa si accedeva dal retro, attraverso una strada carrabile.

    IL FORO


    IL FORO

    Il foro, di forma rettangolare, era chiuso da portici da tutti e quattro i lati, con resti di due templi sui lati sud e nord, identificati forse con il capitolium (principale tempio cittadino) e con un Cesareum (tempio dedicato al culto imperiale). La pavimentazione del foro fu rifatta nel II sec. d.c., in lastroni di marmo di cui restano delle tracce nell'angolo meridionale. Anche del decumano massimo, lungo il quale si affacciano numerosi monumenti, si conservano intatti larghi tratti.

    Sui lati brevi del foro si affacciano, l'uno di fronte all'altro, il Tempio C (sul lato sud occidentale), probabilmente dedicato al culto imperiale, e il Tempio D, o Capitolium (sul lato nord orientale). La piazza, del foro, è porticata su tutti e quattro i lati, e, sul lato settentrionale, in posizione esterna rispetto al portico, a fianco al Capitolium, si posiziona un altro tempio, di forma circolare, ancora in corso di scavo. 

    APOLLO MAGNA GRECIA
    Il lato lungo sud orientale risulta completamente chiuso dal portico, e all'esterno sono in corso di scavo ambienti probabilmente pertinenti ad abitazioni.

    Presso il lato orientale del Tempio Cesareum, e da livelli certamente precedenti, provengono le attestazioni più antiche: frammenti di ceramica a vernice nera e una testina femminile in terracotta un’intrusione dovuta allo scavo di fosse e buche di palo che hanno intaccato i livelli più profondi; questi ed altri sporadici rinvenimenti farebbero ipotizzare una frequentazione dell’area intorno alla fine del IV e il III secolo a.c.

    I reperti ceramici degli strati più antichi sono indubbiamente di età tardo-repubblicana.

    Tra essi emergono frammenti di ceramica a vernice nera e a pasta grigia con pareti sottili, pezzi di anfore, ceramica comune e ceramica comune da cucina; poca invece la Terra Sigillata italica.

    La prima pavimentazione è composta da un battuto in malta abbastanza compatto di colore bianco-giallastro con inclusi litici e carboniosi di dimensioni subcentimetriche. 

    Il piano, spesso mediamente 5 cm, inclinato di circa 30 gradi in direzione SW-NE è coperto da uno strato limo-sabbioso grigiastro fortemente antropizzato caratterizzato alla base da un acciottolato. 



    LA BASILICA 
    GRANDI MADRI

    Sul lato lungo nord occidentale si innalzava la basilica, importante edificio civile con funzioni di mercato e di esercizio della giustizia, di cui si intravedono pochi resti.



    LA CURIA

    I probabili resti di un edificio rettangolare absidato sul lato di fondo dovrebbero corrispondere a una curia.



    LE TERME

    Tra le meglio conservate al mondo,  del tipo "a schiera", orientate rispetto alla rete stradale urbana, con ben 15 ambienti.

    L'intero complesso risale al 57-51 a.c. anche se si supponeva progettato alla fine del I sec. a.c., poichè la fase edilizia che vediamo si data al II sec. d.c.
    In realtà i bolli l'hanno dimostrato antecedente ma ricostruito o restaurato in tale epoca. Fu comunque  in uso almeno fino al III sec. d.c.

    L'ingresso principale si affacciava sul decumano inferiore, e, attraverso un corridoio si accedeva alle latrine e al frigidarium, con uno splendido mosaico a motivi ittici, di Scilla e dei Giganti: il mosaico è a tessere bianche, nere, grigie, blu scuro, turchese e verde.

    Qui sotto: sempre nel Parco Archeologico di Grumentum: interno del calidarium delle terme imperiali
    Il vano, absidato, presenta ancora le suspensurae, al di sopra delle quali doveva essere impostato il pavimento riscaldato.

    La cornice esterna è grigia, con bordo a motivi floreali (foglie d'acanto trilobate e viticci a volute) e quattro figure maschili agli angoli, che rappresentano Giganti dalle estremità serpentiformi, in ginocchio, con le braccia in alto che reggono l'emblema, nel quale sono raffigurati numerosi pesci.  Al centro si trova Scilla, di prospetto, con il busto nudo, cinto con una corona di pinne, sotto le quali sono raffigurate tre protomi canine; le sue braccia sono alzate, e una mano stringe un ramo. I riflessi dell'acqua sono realizzati con linee ondulate. La datazione del mosaico oscilla tra il II e il III sec. d.c.

    Dal frigidarium si accedeva verso est a una grossa aula mosaicata, verso sud a un vano absidato con funzione di piscina, e verso nord a un'altra piscina di dimensioni inferiori della prima e all'apodyterium (lo spogliatoio), che portava al primo tepidarium, con un praefurnium molto ampio, e con tracce di ipocausti ai lati.

    Il pavimento della grande aula è decorato a mosaico geometrico, conservatosi per oltre la metà del vano, con volute, palmette, rombi e ottagoni, datati tra il II e il IV sec. d.c.
    Dal primo tepidarium si raggiungeva un secondo tepidarium, ben conservato, con le suspensurae ancora in loco, così come gli ipocausti, tubi e piastrelle in marmo e i resti di un mosaico con motivi geometrici, databili all'inizio del III sec. d.c.
    In fondo era posto il calidarium absidato. Nella parte meridionale del complesso  tre vani di servizio per il riscaldamento del complesso. L'approvvigionamento delle acque proveniva dalla rete idrica urbana servita dall'acquedotto. La fase principale della struttura si data tra il periodo augusteo e quello severiano.

    All'interno della piscina absidata retrostante il frigidarium un eccezionale ritrovamento: diversi frammenti di statue di dimensioni leggermente inferiori a quelle umane, in antico collocate nelle nicchie all'interno dello stesso vano. Le statue rappresentano due ninfe, Afrodite con un delfino e Dioniso, sono tutte acefale e senza braccia, realizzate in pregiato marmo pario; sembra che si tratti di modelli ellenistici, e che le statue debbano essere ascritte alla scuola di Efeso (una celebre scuola di scultori che aveva sede nella città anatolica) del II sec. a.c., con datazione tra il II sec. a.c. e il III sec. d.c.

    La statua di Afrodite è in marmo rosa, e non fa parte del gruppo originario: sembra una copia romana di un originale ellenistico, databile tra II e III sec. d.c. Sembrerebbe che le statue fossero state distrutte in loco in epoca tardo antica, a causa della furia iconoclasta del cristianesimo, e che poi fossero state abbandonate nel riempimento della piscina.


    ANFITEATRO


    L'ANFITEATRO

    i resti dell'anfiteatro costruito sulle pendici della collina nel I secolo a.c. e modificato in epoca imperiale, scoperti tra gli anni '70 e '80, ma noto da sempre agli eruditi locali.

    L'anfiteatro, come usava, è ubicato in posizione periferica rispetto all'abitato, lungo il limite nord-orientale del perimetro urbano, per  il notevole afflusso di pubblico che doveva accorrere durante le giornate di giochi, dagli abitati di tutta la valle. Per costruirlo, venne sfruttato il dislivello tra la terrazza centrale e quella orientale della collina su cui sorse Grumentum, addossando alla pendice naturale la parte ovest dell'edificio.

    La restante parte fu invece realizzata su sostruzioni artificiali in opera cementizia.
    Fu rivestito ad opus incertum, attingendo al materiale lapideo naturalmente disponibile nella zona; la comparsa in alcuni punti di opus reticulatum  è dovuta a rimaneggiamenti successivi.
    L'anfiteatro grumentino è di tipologia ibrida: a struttura piena sul lato ovest, e a struttura cava nelle parti restanti. Almeno inizialmente, le gradinate della parte alta dovettero essere in legno, mentre furono  in pietra gli ordini inferiori di gradini, quanto meno sul lato ovest, dove ne è tuttora visibile l'appoggio in opera cementizia.



    L'arena è stata ricavata tagliando e spianando la pendice, e non presenta ambienti sotterranei; il corridoio che la circonda si interrompeva solo in corrispondenza degli ingressi principali, sicuramente sbarrato da cancelli, in quanto utilizzato per fare entrare gli animali, attraverso le sei aperture chiuse da griglie metalliche di cui si conservano in parte le soglie.

    I quattro accessi principali erano disposti alle estremità degli assi dell'edificio, con i due monumentali sull'asse maggiore; numerosi altri si distribuivano lungo il perimetro esterno, immettendo gli spettatori sia direttamente sulle gradinate (lato ovest), sia in un ambulacro da cui partivano le scale per accedere ai posti dei settori medi e inferiori (lato est). Qui tre scalinate esterne a rampe convergenti consentivano di raggiungere i gradini più alti, e fungevano al tempo stesso da contrafforti della struttura.
    Si data la costruzione dell'anfiteatro  alla II metà del I secolo a.c.; una seconda fase, con parziali rifacimenti, risale invece al I secolo d.c., con un ulteriore intervento età severiana.


    Fuori dalle mura si sono rinvenute:

    - diverse tombe monumentali, 
    - una basilica paleocristiana



    L'ACQUEDOTTO

    L'acquedotto entrava in città dal lato meridionale del pianoro, e convogliava le acque captate circa 5 km più a sud (alle pendici del colle su cui sorge Moliterno), trasportate su strutture in alzato lungo la campagna grumentina in un castellum aquae di cui restano pochi ruderi.

    Molti dei reperti e delle testimonianze qui trovate sono custodite nel Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri (sorto nel territorio di Grumento Nova nei pressi dell'area archeologica), così come numerosi reperti ritrovati nelle zone circostanti e nei comuni limitrofi come il famoso ritrovamento del Sarcofago di S. Laverio Martire, oggi custodito nel museo archeologico del paese.

    (Qui a lato: statua di ninfa - Museo Archeologico Nazionale dell'Alta Val d'Agri rinvenuta all'interno della piscina absidata retrostante il frigidarium delle Terme imperiali. La statua, in pregiato marmo pario, è acefala e senza braccia; la datazione, ancora incerte, e potrebbe oscillare tra il II sec. a.c. e il III sec. d.c.)



    LA STORIA DEGLI SCAVI

    Nel 1951 Pellegrino Claudio Sestieri aveva dato finalmente inizio ad una campagna di scavi, nel momento in cui la competenza archeologica della Lucania era passata alla Soprintendenza di Palermo.

    Sestieri era animato dalla speranza di ritrovare altri reperti notevoli, come si poteva supporre dai precedenti ritrovamenti, tra cui, una statua di pontifex maximus acefala, e un’iscrizione trovata vicino all’anfiteatro presso una casa di campagna.

    Nel 1951 Sestieri scelse di scavare il teatro, ma, dopo averne messo in luce una metà, per mancanza di fondi, dovette interrompere lo scavo. Egli ne aveva portato alla luce una parte, quella della scena e metà della cavea, di cui si conservavano in situ solo gli ultimi gradini, eliminando l’enorme massa di pietre che la ricopriva.

    In quegli anni era stato anche costruito un piccolo antiquarium con gli oggetti d’arte che erano stati trovati durante lo scavo: tra questi, due belle lapidi in marmo, una dedicata a L. Mulvio Ofillio Restituto, l’altra a Caius Alidio Choroibo.
    .
    Alla metà del Novecento, su un quotidiano locale era apparso un articolo in cui Niccolò Ramagli lamentava lo stato in cui erano caduti i monumenti dell’antica città di Grumentum:
    gli avanzi dell’Acquedotto, dell’Anfiteatro, del Teatro, delle Terme, della Basilica, dei Portici, benché da oltre un ventennio ne fosse ufficialmente dichiarato l’importante interesse archeologico, sono 
    di anno in anno in progressivo disfacimento”.

    Una svolta si ebbe nel 1961, allorché il Ministero della Pubblica Istruzione dichiarò d’importante interesse archeologico la zona del teatro, delle terme e dell’anfiteatro.

    Nel suo libro Il cuore del sud, del 1962, Ramagli parlava dell’acquedotto che si diramava per gli usi civici (terme e fontane pubbliche); sosteneva che la città di Moliterno “ebbe dunque il privilegio di dar da bere all’antica città romana di Grumento, con due sorgenti del suo territorio: quella del Castagneto e l’Acqua del Papa.”

    Descrisse così l’acquedotto che portava l’acqua alla città dalla località Castagneto, nel comune di Moliterno, e riportando come l’acquedotto dalle robuste arcate avesse un doppio ordine di condotti sovrapposti, i cui resti visibili, detti Pilieri, erano descritti come dei pilastri osservabili lungo una valletta, che, come ci informa l’autore, erano già visibili al tempo del Lombardi.

    Il Ramagli descriveva anche il teatro e le tracce visibili dell’anfiteatro, ma l’interesse alla metà del novecento era rivolto alla “mole”, cioè al Capitolium, ancora descritto come un fortilizio. A ridosso dell’area il Ramagli annotava la presenza dei resti di una basilica, con abside semicircolare nel lato occidentale e muri reticolati, l’identificazione dell’edificio era stata confermata grazie al ritrovamento di basi di colonne. È possibile che si tratti del piccolo palmento absidato posto a ridosso della basilica, ma non è escluso neppure che si trattasse del vicino edificio rotondo.

    In seguito, l’autore aveva passato in rassegna i resti delle terme, dove era stata posta un’epigrafe dai duumviri Quintus Pettius e Caius Maecius. Infine Ramagli descriveva le tracce visibili dell’anfiteatro, da dove provenivano una lapide onoraria dedicata a Tiberio, che giaceva “tra gli avanzi di colonne e di trabeazioni al posto degli antichi portici”.

    Nella zona delle terme, nell’area compresa tra queste e il teatro, a causa di uno sterro fatto per un impianto di un vigneto nel 1949 fu ritrovata una grande quantità di tegole e ossame umano, che il Ramagli riteneva probabile indice di un sepolcreto.

    Nel 1964 fu istituita la Soprintendenza alle Antichità della Basilicata; l’indagine fu portata avanti dal primo Soprintendente alle antichità della Basilicata, Dinu Adamesteanu, il quale tra il 1964 e il 1968 curò anche il restauro del teatro e pubblicò i risultati degli scavi.

    A partire dal 1969 hanno avuto inizio le campagne di scavo sistematiche dell’area di Grumentum, che sono proseguite con cadenza quasi annuale, interessando soprattutto la zona del teatro, dell’anfiteatro e del Foro, tuttora in corso.



    IL PARCO ARCHEOLOGICO

    La visita al parco archeologico di Grumentum, all'interno del Parco Nazionale dell'Appennino lucano, è una delle tappe più importanti della Basilicata. Il sito rappresenta uno dei pochi casi in Italia, insieme a Pompei, Ercolano, Ostia e poco altro, in cui si possono ammirare i resti di un patrimonio storico archeologico straordinario, percependo la forma di una tipica città romana abbandonata e mai più reinsediata: con un colpo d'occhio è possibile comprendere l'intera estensione dell'area urbana, lo schema urbanistico e la differenziazione tra spazi pubblici e spazi privati. Inoltre si conservano in eccellenti condizioni i principali edifici pubblici tipici di una città romana.

    Il centro si posiziona su un terrazzo fluviale allungato, rialzato e difeso sui quattro lati da scarpate incise dall'Agri, dallo Sciaura e da corsi d'acqua minori, e si affaccia sullo specchio d'acqua del lago del Pertusillo, in una cornice paesaggistica mozzafiato.


    http://profs.lettere.univr.it/progettogrumentum/sez/progetto.html

    "Dal territorio provengono anche parecchie tracce di insediamenti più antichi non urbani, e in particolare di età ellenistica (Montemurro). Fra queste tracce si segnala una stipe votiva pertinente ad un santuario che sorgeva poco fuori le porte di Grumentum.

    Il sito di Grumentum permette quindi di studiare lo sviluppo di una città romana dal suo inizio, in epoca medio-repubblicana, all’alto Medio Evo, senza dover fare i conti con successive fasi di urbanizzazione.

    Dal 2005 al 2009 sono state condotte quattro campagne di scavo. Accanto ad esse si è svolta una serie di indagini volte all'esplorazione del sottosuolo attraverso strumenti quali il magnetometro, il geo-radar e il resistivimetro.

    Finora sul piano storico e archeologico si è giunti a risultati non trascurabili. 

    In particolare Attilio Mastrocinque ha stabilito, grazie ai dati di scavo e allo studio della tradizione antica, che la colonia romana di Grumentum è stata fondata in base alle leggi di Giulio Cesare varate nel 59 a.c. e che l'impianto urbano della città è sorto a partire da questa data.

    Nella campagna del 2006 si è cominciato a mettere in luce un tempio rotondo, adiacente al Foro e al Capitolium. 

    Il settore è stato diretto dal dr. Massimo Saracino. L'area è stata frequentata anche in età medievale e moderna, come dimostrano ceramiche, monete e i resti di un focolare.

    Saggi condotti dal dr. Carmelo Malacrino sul lato NO del Cesareo hanno permesso di individuare un battuto molto compatto, che costituiva forse la più antica pavimentazione del Foro, databile in età tardo-ellenistica, poco prima della deduzione della colonia romana o durante la sua prima fase.


    Gli scavi del 2007 nell’ambiente adiacente al Cesareo, sul lato Sud, proseguiti poi nei due anni seguenti, hanno ricostruito una sequenza di vita inquadrabile tra il IV secolo a.c. e il V secolo d.c. e finora hanno permesso di individuare questa sequenza di pavimenti: uno di età augustea, che conserva testimonianze della fase dei lavori per la costruzione del tempio; uno tiberiano, in fase con l’inaugurazione del tempio; uno databile poco dopo la metà del I secolo d.c., all’incirca in età flavia, contenente moltissimi reperti; uno databile verosimilmente all’età traianea e infine uno di età tetrarchica.

    Sul lato orientale del Cesareo è stata rinvenuta la parte bassa di una scala e sono emerse numerose scorie di bronzo e un ugello, chiari indicatori di attività di lavorazione del metallo.


    Notevole è stata la quantità di reperti provenienti dai vari strati, in particolare molte monete (circa 40) che coprono un arco cronologico dalla fine del I a.c. a tutto il IV d.c., frammenti di lucerne per lo più attribuibili alla prima metà del I d.c. e di terra sigillata africana. Il settore è stato diretto dalla dr. Federica Candelato.


    Pare dunque che in epoca augustea si sia iniziato a lavorare alla monumentalizzazione del tempio in questione, che è il più antico della piazza forense. Il suo completamento risale all’incirca all’epoca tiberiana. 

    Ad una data non molto lontana spetta anche la creazione del porticato con colonne sul lato Sud-Ovest della piazza e, qualche tempo dopo, la realizzazione del tempio D, il Capitolio.

    A ridosso del Cesareo, sul lato Sud, sotto due blocchi lapidei probabilmente provenienti dal basolato del Foro, è stata trovata una deposizione di due adulti e di un bambino in associazione con una moneta di un figlio di Costantino. Questo permette di datare già alla prima metà del IV secolo la fine della vita politica del Foro cittadino e la sconsacrazione del Cesareo.

    Altrettanto importanti sono state le indagini nei bacini stratigrafici individuati sotto il Capitolio ad opera di Ugo Fusco. Sono state individuate le strutture rasate per far posto al nuovo tempio – il Capitolio – intorno alla metà del I sec. d.c. 

    Dietro il lato posteriore del podio è emersa anche la parte finale di un edificio quadrangolare desinente in forma quasi circolare, con alcuni blocchi di pietra posti lungo il margine esterno circolare. 

    L’anno successivo si è potuto appurare che si trattava di una fontana. Verosimilmente quando questa fu rasa al suolo, ne fu costruita un’altra, sul lato Nord del Cesareo, di cui si vedono ancora i resti. 

    Si è potuto appurare che in età traianea le scale laterali del Capitolio sono state demolite e sostituite da scale frontali.

    Negli ambienti ricavati entro le sostruzioni anteriori del Capitolio, è emersa una grande e profonda fornace per la calce.

    Inoltre gli scavi seguiti da Ugo Fusco hanno messo in luce una complessa sequenza di battuti che hanno preceduto la pavimentazione lapidea del Foro, databile in età tiberiana o, al più tardi, claudia.

    Gli scavi del 2008 hanno indagato buona parte del podio del tempio rotondo. 

     La stratigrafia documentata nel 2007 in tre saggi è stata di fatto confermata dalle nuove indagini, a cura di Massimo Saracino, dalle quali risulta che un piano in battuto grossolano ha preceduto la costruzione del tempio. 

    Al di sopra è stata impostata una seconda pavimentazione (completamente asportata nelle fasi tardo-antiche in gran parte dell’area circostante l’edificio).

    Si è individuato anche il rifacimento della scalinata d’accesso in epoca imprecisata. Esso ha permesso il rialzamento della parte inferiore della gradinata stessa, probabilmente in fase con un piano di calpestio della tarda antichità.

    Il tempio era un monoptero con colonne in laterizio rivestite di stucco. 

    Data la sua posizione centrale nel pianoro, il prof. Mastrocinque ha ipotizzato che esso rappresentasse il mundus della città, cioè un tempio di una divinità infera.

    Si sono eseguiti, a cura di Ugo Fusco, saggi di scavo a ridosso delle parti superstiti della pavimentazione del Foro, al fine di intercettare le stratigrafie relative alle sue fasi di vita. 

    La prima sistemazione della piazza è costituita da un battuto in ciottoli, frammenti ceramici e terra, databile nell’ambito della prima metà del I secolo a.c. 

    Nell’ambito della seconda metà del I secolo a.c. questo battuto è stato sostituito da una pavimentazione in malta, la quale precedette la creazione dello stilobate del portico, che la taglia.

    Successivamente, in età augustea, viene realizzata la porticus e una nuova pavimentazione della piazza, costituita da un battuto in malta. 

    Prima della realizzazione del lastricato si registra un’attività di spoliazione, attestata da una serie di fosse irregolari, disposte secondo un asse Est-Ovest. 

    L’attuale lastricato, costituito da blocchi in pietre calcaree, presenta un terminus post quem per la sua costruzione all’età augustea. 

    Probabilmente in questa fase viene realizzata anche una struttura, interpretabile come cisterna, o vasca ipogea, in relazione al sistema di smaltimento delle acque.

    (questa è la statua di Livia Drusilla che si data tra l'età tiberiana e l'età claudia, quindi nel II quarto del I sec. d.c.,  rinvenuta nel foro presso il tempio C.)

    LIVIA DRUSILLA
    La campagna del 2009 ha permesso di portare in luce due basamenti posti davanti al Capitolio, nell’angolo SE, probabilmente destinati a sorreggere statue onorifiche. 

    L’ambiente a ridosso del Cesareo, sul lato Sud, ha restituito una ricca messe di materiali. È possibile che un evento sismico, o altro fenomeno circoscritto nel tempo, abbia fatto crollare a pezzi l’intonaco affrescato, che è stato rinvenuto prevalentemente con la superficie rivolta verso il basso. 

    Nel medesimo strato sono rimaste moltissime parti di animali macellate, pronte per la cottura, oltre che altri resti di pasto. 

    Si tratta di ossa di bovino, pecora, maiale, gallo e altri uccelli, coniglio e lepre, chiocciole, molluschi marini, pesci ed altri animali ancora. Non è chiara la natura dell’evento legato a questa grande quantità di ossa. 

    È possibile che si tratti di resti di una festa di carattere religioso, visto che provengono dai pressi di un tempio. Sono state trovate molte coppe, bicchieri, anfore vinarie, vasi e piatti, che completano il panorama.

    A Sud-Est del Foro si è aperto un nuovo settore, affidato al dott. Vincenzo Scalfari, che ha messo in luce un muro parallelo al limite di fondo del Foro, databile ad età tiberiana, tracce di un probabile portico, parallelo al muro e posto subito a Sud-Est. 

    È stata inoltre eseguita una sezione perpendicolare al muro di fondo, per studiare una sequenza stratigrafica completa, in funzione di future indagini.In conclusione, dalle indagini fino ad ora eseguite dalla missione condotta da A. Mastrocinque risulta che il Foro fu dotato di pavimentazione all’incirca in età cesariana. 

     In età augustea si iniziò la monumentalizzazione dell’area, con l’inizio dei lavori al tempio C, il Cesareo, e con la realizzazione di un primo porticato con colonne. 

    Il maggiore sforzo nella monumentalizzazione dell’area fu dovuto ad un progetto realizzato in età tiberiana e poi completato con il Capitolio in età claudia (al massimo neroniana). 

    Sotto Traiano si ebbe un’altra fase di rinnovamento, con la nuova pavimentazione del decumano, che attraversa anche il Foro. Il II e il III secolo non registrano alcun fervore di attività e non hanno fornito molti materiali, mentre una ripresa, anche se in tono minore e senza pretese artistiche, si ebbe tra l’epoca dei Tetrarchi e quella di Costantino. 

    Nel IV secolo si devono essere verificati il crollo dei templi e il deterioramento del selciato della piazza. Seguirono le spoliazioni, soprattutto nel V secolo, e il crollo del portico segnò una battuta d’arresto nella vita pubblica del Foro. 

    Le recenti indagini di Enrico Cirelli e Fabio Saggioro sui materiali medievali hanno permesso di delineare una nuova ricostruzione della vita della città, che sembra protrarsi fino all’VIII secolo con una buona attività di importazione di materiali."


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  • 06/08/15--06:30: SCALAE CACI
  • APOLLO CITAREDO TROVATO PRESSO LA SCALA CACI


    CACI (scalae)

    Delle scale Caci restano solo scarsi resti, posti nel sito delle Capanne del Palatino su uno strato repubblicano vicino ai resti del teatro di Cassio Longino del 154 a.c.

    Veramente la storia narra che Cassio Longino, Pretore nel 174, Console nel 171, e Censore nel 154 ac., iniziò la costruzione di un teatro, che fu però impedita dal senato, ovvero da quel Nasica che si oppose sia alla distruzione di Cartagine che alla costruzione del teatro, perchè luogo poco adatto ai rudi romani che dovevano occuparsi solo di guerra e non di spettacolo o di letteratura.

    Fatto sta che il teatro, ormai ultimato venne fatto distruggere, e comunque ne rimasero i resti, giusto presso il luogo ove c'era la reggia di Romolo.



    E ora il nome: Caco era un'antica divinità del fuoco originaria del Lazio, che, visti i molti vulcani della zona, emetteva fuoco dalle fauci.

    Il suo aspetto era scimmiesco, dato che il suo corpo era coperto di un manto peloso, e secondo la descrizione tramandataci da Properzio, il demone possedeva tre teste, il che ci rimanda alla Dea Madre triforme, ad Ecate col suo Cerbero.

    Il mito narra che Caco viveva in un anfratto dell'Aventino ed era un ladro di bestiame, tanto è vero che rubò parte della mandria dei buoi che Ercole aveva rubato al mostro Gerione, ma siccome secondo Ercole l'unico autorizzato a rubare era lui si adirò molto e si mise alla ricerca dei buoi.

    Non fu facile perché Caco aveva portato le bestie nella sua grotta trascinandole per la coda, in modo che le orme rovesciate indicassero la direzione opposta.

    In gamba questo Ercole, di certo non brillava per acume, ma per fortuna una mucca rispose al richiamo di Ercole, permettendogli di scoprire la grotta. Naturalmente vinse Ercole e Caco morì, il che fa pensare alla solita invasione Argea che cambiò culti e usanze.

    RESTI DELLA SCALA
    Stranamente però le famose scale erano intitolate a Caco e non ad Ercole, il che rimanda a una riabilitazione degli antichi Dei una volta cacciati gli Arghei.

    Dunque le scale di Caco mettevano in comunicazione la vallata del Circus maximus col Palatinus, e propriamente la parte meridionale detta Cermalus, nel cui fianco erano tagliate.

    Fomavano uno dei tre accessi all'antica città del Palatino, e finivano con una porta, di cui non ci è dato il nome.

    Cosi le chiama Solino, che fa cominciare le mura della Roma quadrata:
    "quae est in area Apollinis, e finire ad superclivum scalarum Caci, ubi tugurium fuit Faustuli."

    E furono senza dubbio le stesse che ricorda Plutarco, ove accenna al luogo della "casa Romuli".

    Avanzi della scala Caci se ne vedono tuttora, ma nella parte più arcaica, accanto alle palafitte, sia pure di epoca posteriore, come si osserva dalla foto sopra.


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  • 06/15/15--06:19: TABULA TRAIANA


  • La Tabula Traiana è un'iscrizione latina dedicata all'imperatore Traiano, incisa su una parete rocciosa, appositamente intagliata, a strapiombo sulle Porte di Ferro.

    Oggi essa si trova inserita, insieme ad altre vestigia d'epoca, ad una strada romana e ai resti del Ponte di Traiano, nel parco nazionale di Đerdap, nei pressi di Kladovo, in Serbia.




    IL PONTE

    Il ponte di Traiano era della tipologia più diffusa diffusa, a travi di legno su piloni in muratura di pietra, ed era posto a est delle Porte di Ferro, presso le attuali città di Dobreta (Romania) e Kladovo (Serbia). Venne fatto edificare dall'imperatore Traiano per creare una via di rifornimento alle legioni romane che combattevano nella campagna dacica.

    Così lo descrisse Cassio Dione Cocceiano:
    « ...ci sono altre opere per le quali [Traiano] si distinse, ma questa le sorpassò tutte. Il ponte poggia su 20 pilastri in pietra quadrangolare di 150 piedi di altezza escluse le fondamente e di 60 di larghezza. Questi [piloni] sono distanti 170 piedi l'uno dall'altro e sono collegati da archi. »
    (Cassio Dione, Storia romana, LXVIII, 13.1-2.)

    La struttura era lunga 1135 m, in un punto in cui il Danubio è largo 800 m: l'altezza sul pelo dell'acqua raggiungeva i 19 m; la larghezza del passaggio era di 15 m. Con la sua posa in opera veniva di fatto cancellato il confine naturale che il corso del fiume stabiliva tra la Mesia e la Dacia.
    A ciascuna delle estremità, intorno ai due ingressi, era posto un castrum, di modo che il passaggio sul ponte potesse avvenire solo passando per il castro.

    Il suo ingegnere, Apollodoro di Damasco, usò probabilmente archi in legno poggiati su venti piloni in muratura di mattoni, malta e pozzolana alti circa 45 m e distanziati tra loro di 38 metri. Nel piccolo museo archeologico di Turnu Severin è presente un bellissimo modello scala 1:100 del ponte (in un locale lungo più di dodici m).

    IMMAGINE D'EPOCA


    LA TABULA

    La Tabula fu realizzata al tempo delle campagne militari che condussero Traiano alla conquista della Dacia, lungo una precedente strada romana che dal 33-34 lambiva il Danubio lungo le gole di Kazan.


    In quel punti Traiano gettò il famoso ponte, progettato da Apollodoro di Damasco, che permetteva di raggiungere l'altra sponda del Danubio.

    La vicenda è illustrata nei bassorilievi posti nella parte bassa della Colonna di Traiano.
    Come ci informa un altro documento epigrafico dalla Moesia Superior, Traiano realizzò anche un canale artificiale per deviarne parzialmente le acque in modo da consentire la navigazione in un punto molto pericoloso a causa delle cateratte del fiume.

    Però la costruzione di una diga, realizzata negli anni dal 1963 al 1972, avrebbe minacciato di sommergere per sempre le vestigia romane, già sfiorate dalle acque del Danubio.

    I resti ancora visibili risalgono, come si è detto, alla spedizione condotta da Traiano contro i Daci, a nord del Danubio, nei primi anni del II sec.. L'imperatore fece edificare una strada militare proveniente da Belgrado che passava sul fianco dei monti costeggiando la riva destra delle Porte di Ferro per raggiungere la zona più pianeggiante. Del ponte di Traiano sono rimasti solo alcuni piloni, in parte sommersi, dei quali sono visibili solo quelli più vicini alla riva.

    Negli anni '60 l'iscrizione e un tratto della strada romana divennero oggetto di un progetto di salvataggio per cui l'intero blocco di roccia fu sollevato di circa 50 m per salvarlo dall'innalzamento delle acque dovuto alla realizzazione della diga di Đerdap.

    Si decise allora di spostare la tavola e le rocce che la contornavano e di rimontarle 50 m più in alto, donandole visibilità anche dopo il riempimento dell'invaso.

    Oggi l'insieme delle vestigia è incluso nell'area del parco nazionale di Đerdap, tutelate al pari della fauna e della flora locali, in un ambiente che unisce l'interesse storico a quello naturalistico.




    L'EPIGRAFE

    L'epigrafe è incisa su una piano verticale intagliato nella stessa roccia, su una lunghezza di 3,20 m e un'altezza di 1,80 m, ornata con due delfini alati, rose a sei petali e un'aquila dalle ali spiegate.

    La tavola è protetta da una sorta di tettoia in forma di frontone recante l'iscrizione moderna in rilievo
    « TABULA TRAIANA ».

    Il testo dell'iscrizione, in parte corrotto dal tempo, si sviluppa su sei righe:

     « IMP(erator) CAESAR DIVI NERVAE F NERVA TRAIANVS AUG(ustus) GERM(anicus) PONTIF(ex) MAXIMVS TRIB(unicia) POT(estate) IIII PATER PATRIAE CO(n)S(ul) III MONTIBVS EXCISI[s] ANCO[ni]BVS SVBLAT[i]S VIA[m r]E[fecit] »

    « L'imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto, figlio del divo Nerva, vincitore dei Germani, Pontefice Massimo, quattro volte investito della potestà tribunizia, Padre della Patria, Console per la terza volta, scavando montagne e sollevando travi di legno questa strada ricostruì» (CIL III, 8267 ILS 5863)

    Quella a cui si riferisce l'epigrafe è la «spettacolare strada», lambita dal corso del Danubio nelle gole di Kazan, che fu aperta nel 33-34 dai genieri romani intagliando le rocce a picco delle gole danubiane delle Porte di Ferro.

    Della strada, inghiottita dal Danubio dopo la costruzione della diga nel 1973, nulla è più visibile, ad eccezione di qualche tratto, ed è un peccato, perchè seppur spostata si sarebbe potuta ricostruire in altra zona.

    RAPPRESENTAZIONE DEL PONTE TRAIANO (Colonna Traiana)
    Viceversa la Tabula Traiana, originariamente posta lungo il percorso della strada, è stata salvata sollevandola al di sopra del livello attuale insieme alle rocce in cui era ricavata e ad alcuni metri della strada su cui essa sorgeva.

    I ricordi di un passato glorioso in cui un impero aveva insegnato il diritto, l'arte e la cultura al mondo forse avrebbero dovuto trovare più spazio, purtroppo, come abbiamo visto in ognidove, gli affari precedono la cultura.


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  • 06/22/15--05:52: TEMPIO GIOVE STATORE
  • TEMPIO DI GIOVE STATORE AL FORO ( a destra )

    Due templi in Roma vennero dedicati a Giove Statore: Il primo, dell'VIII sec. a.c. e ricostruito nel III sec. a.c.,  nell'area del Foro Romano. Il secondo, del II sec. a.c. sorgeva nell'area del Campo Marzio e fu più tardi inserito nel portico di Ottavia.  Il tempio di Giove Statore (Stator significa "colui che ferma"), fu posto in relazione alla leggenda secondo cui Giove, invocato da Romolo nel corso della battaglia del lago Curzio, fermò i Romani che stavano fuggendo di fronte ai Sabini. Il tempio venne fondato, secondo la tradizione, da Romolo dopo la battaglia nell'area del foro contro i Sabini attorno al 750 a.c., dopo il famoso ratto delle sabine. Per altri il significato di Stator non è di cui che ferma ma di colui che sta in quanto è stabile, per cui dona ai militi la forza di reggere gli attacchi.



    IL PRIMO TEMPIO nel Foro

    I resti di una grande costruzione, realizzata con massi di peperino e opera a sacco, sono visibili sul lato meridionale dell’arco di Tito, identificati con quelli del tempio di Giove Statore, votato e dedicato da Romolo, fuori dell’area della Roma Quadrata, per ringraziare Giove, intervenuto a ristabilire l’ordine nelle file dei soldati romani, dopo un grave attacco da parte dei Sabini.

    Poiché il sito della Porta è sconosciuto, l'ubicazione del tempio non si può determinare con certezza. Le fonti scritte forniscono alcuni indizi, come la posizione vicina o appena fuori la Porta, verso la fine della Via Sacra o sul Palatino. La teoria più accreditata è che il tempio fosse situato appena oltre l'arco di Tito, sul pendio del colle Palatino. Nel 1827 infatti è stata demolita una torre medievale costruita nell'aria del foro, Torre Cartularia, lasciando visibili le fondamenta di un antico edificio, le quali vengono comunemente identificate come i resti del tempio di Giove Statore.

    L'archeologo italiano Filippo Coarelli posiziona invece il tempio tra il tempio di Antonino e Faustina e la basilica di Massenzio, dove sorge il tempio del Divo Romolo. Il suo ragionamento si basa sul corso che seguiva la Via Sacra prima della costruzione del Tempio della Pace su quelli che vengono ora ritenuti i confini amministrativi della città. La posizione vicino all'arco di Tito sembrerebbe non adattarsi, tenendo in considerazione questi confini e i monumenti elencati dagli scrittori antichi, mentre è dato per certo che il tempio sorse sulla Via Sacra, così come il tempio del Divo Romolo.


     La I costruzione
    I RESTI
    Durante la battaglia  svolta nel foro contro i Sabini attorno al 750 a.c., cioè dopo il ratto delle sabine, i romani vennero costretti a ritirarsi verso il Campidoglio risalendo la Via Sacra. Giunti all'altezza di Porta Mugonia Romolo pregò Giove, facendo voto di costruire un tempio nel caso in cui fosse riuscito a fermare l'avanzata sabina. I Romani riuscirono a resistere e a difendere la città sconfiggendo i Sabini. Così Romolo adempì il voto erigemdo quel luogo Romolo fondò il tempio, probabilmente vicino o appena fuori da Porta Mugonia. Il santuario dell'epoca era in genere un altare circondato da un basso muro o da uno steccato.


    La II costruzione
    Nel 294 a.c. Marco Attilio Regolo fece un voto in una situazione simile, quando i romani stavano perdendo contro i Sanniti. Miracolosamente riuscirono ad accerchiarli e a sconfiggere i nemici. Il tempio venne ricostruito probabilmente in stile ionico al posto dell'antico santuario.

    Il tempio venne scelto come luogo in cui riunirsi per ascoltare la celebre orazione di Marco Tullio Cicerone contro Catilina l'8 novembre del 63 a.c.


    La III costruzione
    L'edificio andò a fuoco durante il Grande incendio di Roma durante il regno di Nerone nel luglio del 64 d.c. Sicuramente deve essere stato ricostruito.




    IL SECONDO TEMPIO nel Porticus Octaviae

     Il tempio di Giove Statore, insieme al tempio di Giunone Regina, era racchiuso dalla Porticus Metelli, più tardi ricostruito da Augusto con il nome di Portico di Ottavia e rimaneggiato sotto Settimio Severo.
    L'attributo Stator si ricollega alla costruzione dell'altro tempio, il primo, situato nel Foro Romano. L'edificio venne commissionato da Quinto Cecilio Metello Macedonico dopo il trionfo conseguito nel 146 a.c. Nei secoli venne denominato Aedes Iovis Metellina e Aedes Metelli, dal cognome del suo committente e del portico in cui era racchiuso.

    TEMPIO DI GIUNONE (sinistra), TEMPIO DI GIOVE STATORE (destra) 
    La costruzione sorgeva nelle vicinanze del circo Flaminio, dove ora sorge la chiesa di Santa Maria in Campitelli. Il tempio di Giunone Regina era invece situato ad ovest, al lato opposto di via della Tribuna di Campitelli. Velleio Patercolo non specifica se il tempo di Giunone sia stato eretto da Metello. Si sa peraltro che il tempio di Giove Statore fu il primo edificio templare costruito completamente in costosissimo marmo. Si pensa che il tempio di Giunone abbia subito la stessa sorte. Davanti al tempio Metello fece porre le statue equestri realizzate da Lisippo raffiguranti i generali di Alessandro Magno, e al suo interno fece porre famose opere d'arte. Purtroppo tutto ciò è andato barbaramente distrutto.

    Da Vitruvio si apprende che il tempio venne progettato dall'architetto di origine greca Ermodoro di Salamina, che era  circondato da dodici colonne sul lato lungo, sei sul lato corto e senza colonne sul lato posteriore, e lo spazio tra una colonna e l'altra era uguale a quello che le distanziava dalla cella.

    Poiché non vi erano iscrizioni sui templi e c'erano invece le immagini in rilievo di una lucertola e di un rospo, nacque la leggenda che gli architetti fossero gli spartani Sauro e Batracco.

    Sempre secondo la leggenda, le decorazioni nel tempio di Giove appartenevano al tempio di Giunone e viceversa, per cui le statue votive delle due divinità erano state collocate nelle celle sbagliate da parte degli operai del cantiere. Le decorazioni e le statue sarebbero un doppio errore difficile da spiegare, viene invece da pensare che essendo il tempio di Giunone parecchio più grande di quello di Giove, si sia pensato ad un errore. In realtà le divinità femminili hanno a volte avuto il culto maggiore, come la Diana di Efeso in Grecia o la Madonna nella religione cattolica.
    Sembra che il capitello ionico conservato ora nella basilica di San Lorenzo fuori le mura non sia connesso con questo tempio come un tempo si supponeva.



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  • 07/06/15--05:51: GAIO CILNIO MECENATE


  • Nome: Gaius Cilnius Maecenas
    Nascita: 15 aprile 68 a.c.m Arezzo
    Morte: 8 d.c.
    Professione: Generale e protettore degli artisti


    LE ORIGINI

    Gaius Cilnius Maecenas (Arezzo, 15 aprile 68 – 8 ac.), nato dall'antica e principesca famiglia etrusca dei Cilnii, sembra della tribù Pomptina, tanto che Tacito (Annales, VI, 11) lo chiama “Cilnio Mecenate”, ed è possibile che “Cilnio” fosse il nome della madre, visto che in Etruria era consuetudine conservare il nome materno oltre al paterno, e che Mecenate fosse il cognome. 
    Un Gaio Mecenate è menzionato da Cicerone (Pro Cluentio, 56) come membro influente dell'ordine equestre nel 91 ac. che potrebbe essere stato o suo nonno o suo padre. Da quanto ci narra Orazio (Odi, III, 8, 5) e dai testi letterari dello stesso Mecenate si deduce che egli aveva ricevuto i più alti gradi d'istruzione del tempo. Non dimentichiamo che già il livello di istruzione degli etruschi era stato ammirato e invidiato dai romani almeno fino a quando non conobbero meglio la cultura ellenica. Infatti i nobili romani all'inizio chiamarono gli Etruschi a fare da istruttori ai propri figli, come con la conquista della Grecia chiamarono poi i greci per lo stesso compito. Il popolo etrusco era estremamente raffinato nei manufatti, nell'arte e nella cultura, tanto è vero di una persona elegante si diceva che vestiva o si pettinava all'etrusca. 

    Sembra che l'alto lignaggio, le immense ricchezze e infine anche il grande ascendente che ebbe Mecenate su Augusto destassero grandi invidie nei suoi concittadini, in quelli aretini dove la sua famiglia già esercitava una grande influenza sin dal IV sec. a.c. (Livio, X, 3), ma soprattutto nei patrizi romani.

    Quando il lungimirante Cesare inviò Ottaviano e Agrippa a studiare ad Apollonia con le legioni macedoni, estese l'invito anche al figlio di un suo amico, Gaio Cilnio Mecenate, affinchè studiasse insieme a loro, e si legasse in amicizia, cosa che poi avvenne, con Ottaviano e Agrippa. Quindi l'amicizia tra Ottaviano e Mecenate risaliva all'adolescenza.



    L'EQUITES  ROMANO

    Militare, nella prima parte della sua vita, e politi­co, Mecenate fu testimone della trasformazione definitiva di Roma e del passaggio dalla Repubblica all’Impero. Eletto "vicario" da Ottaviano per la grande fiducia che riponeva in lui, seppe accontentarsi del titolo di "eques", cioè dell'ordine equestre, classe sociale definita da Orazio "la più eletta del popolo per squisitezza di gusto" (Sat. 1,10,76).

    MECENATE
    Come amico e consigliere agì sempre in qualità di delegato di Augusto quando era all'estero. E' da Properzio, ma pure da Orazio, che lo seguì perfino in guerra, che conosciamo il valore militare del generale Mecenate che partecipò con successo alle campagne di Modena, Filippi e Perugia. Ma nei tempi di pace organizzò uno
    splendido salotto letterario cui parteciparono scrittori e poeti.

    Nel "viaggio verso Brindisi" (Orazio, Satire, I, 5), svoltosi nel 37 a.c., Orazio, che accompagnava Gaio Clinio, narra che Mecenate e Marco Cocceio Nerva, bisnonno del futuro imperatore Nerva, avessero un'importante missione, dalla quale scaturì il Trattato di Taranto, un trattato di riconciliazione tra i due grandi nemici. Durante la guerra con Sesto Pompeo, nel 36, egli tornò a Roma, e gli fu concesso il supremo controllo amministrativo in Italia. Fu poi vice reggente di Ottaviano durante la battaglia di Azio, quando, con grande fermezza, soffocò in gran segreto la congiura di Marco Emilio Lepido il Giovane, e durante le successive assenze di Ottaviano nelle province. Purtuttavia da alcuni passi nelle Odi di Orazio (II, 17, A) si può dedurre che Mecenate non avesse la robustezza fisica tipica della maggior parte dei romani. Secondo Dione Cassio, Mecenate è stato anche l'inventore di un sistema stenografico, ma a noi risulta che prima di Mecenate l'avesse inventato Giulio Cesare.



    IL MECENATISMO

    Mecenate svolse un ruolo molto importante nella propaganda politica di Augusto, comprendendo pure quale impatto avessero l'arte e la poesia sull'opinione pubblica. Dotato di grande intelligenza, grande cultura e straordinari gusti e sensibilità, Mecenate dette un grande impulso alle arti proteggendo, incoraggiando, ospitando e sovvenzionando molti artisti dell'epoca, che grazie a lui trovarono il modo di essere pubblicati, di mostrare le proprie opere e di avere un successo. Non a caso molte opere di Orazio, Virgilio e Properzio sono dedicate a lui. Egli stesso fu collezionista d'arte, anzi fu addirittura un antiquario delle opere greche, con particolare attenzione alle statue del IV sec. ac. che furono effettivamente mai superate nè dai greci dopo nè dai romani.

    Tanta fu la sua generosità a l'amore per le arti che il nome di Mecenate è divenuto in tutto il mondo sinonimo di protettore degli artisti. Il circolo intellettuale che Mecenate fondò e finanziò fu il più importante dell'impero e dette ovunque un grande impulso all'arte in ogni sua manifestazione e nel 39 ac., si arricchì di poeti come Orazio, Lucio Vario Rufo e Virgilio.  I poeti contraccambiavano celebrando nei loro versi lo stesso Mecenate, Augusto e il suo programma politico. In particolare Virgilio con l'Eneide procurò una genealogia mitica sia Roma che ad Augusto che stava preparando la propria deificazione; inoltre con le Georgiche sostenne un'intelligente idea augustea propagandando la rinascita dell'agricoltura in Italia.
    HYGERIA

    Eppure, il tratto più notevole dei letterati riuniti attorno a Mecenate è che si mantennero gran parte della loro indipendenza e che nessuno di loro fece direttamente l'epopea di Augusto. 
    Virgilio scrisse le Georgiche in suo onore e fu lui che, impressionato dalla poesia di Orazio, lo presentò a Mecenate. Infatti Orazio iniziò la prima delle sue Odi (Odi, I,1) grazie alla direzione del suo nuovo protettore. Mecenate gli diede pieno appoggio finanziario per toglierlo dall'incubo della povertà. Furono anche suoi protetti sia Properzio sia i poeti minori Cornelio Gallo, Aristio Fusco, Plozio Tucca, Valgio Rufo, Domizio Marso, Quintilio Varo, Caio Melisso ed Emilio Macro. Per la sua munificenza, che rese il suo nome noto a tutti, ebbe la gratitudine degli scrittori, attestata anche dai ringraziamenti di scrittori di età successiva, come Marziale e Giovenale.

    Mecenate vide nella genialità dei poeti del tempo non solo un ornamento letterario, ma un modo di promuovere e onorare il nuovo ordine politico, un ordine in cui credeva, così come ci credeva Augusto che effettivamente creò nell'impero la famosa Età dell'Oro favoleggiata dagli antichi greci, e la Pax augusta fu il clima giusto per quel risollevamento di benessere e di arte.

    Ritiratosi dalla vita politica, Mecenate visse delle ricchezze familiari che gli provenivano da molti beni, ma soprattutto dalle fabbriche di vasi, la pregiatissima ceramica aretina, lucida e di un bel color arancio-miele, che fiorì in Arezzo dal 30 ac. in poi. Nella vita privata si dedicò solo ai piaceri dello spirito speculando, scrivendo, conversando e banchettando con gli amici alla maniera etrusca, cioè in modo sontuoso e raffinatissimo. Seppe, con oculatezza rara, non solo scoprire grandi talenti, ma pure scegliersi validissimi amici: Virgilio, Properzio, Gallo, Orazio e Marziale. Con intuito e riservatezza tipicamente etruschi, tra questi ne preferì due che furono i più grandi: Virgilio e Orazio.

    Virgilio, privato dei campi in riva al Mincio dalle riforme di Augusto per dare le terre ai veterani, e con la speranza che gli sarebbero restituiti, giunse a Roma dove Asinio Pollione, governatore delle terre sul Mincio e letterato a sua volta, lo presentò a Mecenate. Virgilio, già autore delle Bucoliche dove si esaltava la vita pastorale, piacque a Mecenate che intercedette presso Augusto. Ma il centurione Arrio, divenuto nel frattempo proprietario del fondo, minacciò di uccidere Virgilio pur di non restituire la terra. Mecenate allora fece donare a Virgilio un podere in Campania, che al poeta piacque più della sua stessa terra, per il clima e per la amata solitudine. E fu qui che nacquero le Georgiche inneggianti alla bellezza dei campi.



    I SENTIMENTI TRA MECENATE E ORAZIO

    VILLA DI MECENATE A TIVOLI
    Quando nel 38 ac. Orazio venne presentato a Mecenate da Virgilio e Vario, passarono pochi mesi perchè Mecenate lo ammettesse nel suo circolo letterario. Orazio, libero momentaneamente da preoccupazioni economiche, si dedicò interamente alla letteratura, non si sposò mai e non ebbe figli. Però lo spauracchio della miseria era sempre presente, dipendendo dalla generosità del suo protettore, così Mecenate gli donò nel 33 ac. un bel podere in Sabina che gli garantisse un'esistenza dignitosa.  Orazio gradì molto ritirandosi nella quiete nei suoi ozi meditativi spesso raggiunto dallo stesso Mecenate. Tra la pace della campagna, le visite romane a Mecenate e quelle di Mecenate in Sabina, Orazio terminò la composizione delle "Satire" e le "Odi". Morì nel novembre dell'8 ac. solo poche settimane dopo il suo amico Mecenate e, come aveva disposto nel testamento, fu sepolto vicino a lui sul colle Esquilino. E' evidente che tra i due vi fosse molto più di un'amicizia.


    A MECENATE (Orazio)

    ODE XII (appreso dall'amico della sua prossimità alla morte)

    Perchè speme fedel co' tuoi lamenti
    Il sen mi strazj con crudel ferita?
    Dispiace a me, spiace agli Dei possenti,
    Che tu debba primiero uscir di vita.
    Che se ti rapirà più presto il Fato
    Che far mai debbo, o amico? inoperoso,
    Debole resterò, disanimato,
    Nè giorno alcuno avrò lieto, e giojoso.
    Delusa non sarà mia fedeltate,
    Insieme varcherem la Stigia nera,
    Nè mi spaventeran le Furie odiate,
    Nè il centimano Gìa, nè la Chimera.
    Così volle il Destino, e il sommo Giove:
    O la Libra mi guardi, o lo Scorpione,
    Che nel dì del natale i mali piove,
    O il freddo Capricorno, o l'Orione.
    Ad ambedue convien l'amica stella:
    Te liberò dal raggio empio, e feroce
    Del Dio la protezion fulgida, e bella,
    E il fato ritardò presto, e veloce.
    Quando in teatro alzò la folta gente
    Un lieto evviva: e me opprimea cadendo
    Un arbore, ma fu Fauno presente,
    Ed amico rattenne il colpo orrendo.
    Ora in tempio novello ornato d'oro,
    Su d'ara sacra, e con devota mano
    Vittima rendi ai Numi un giovin toro;
    Io svenerò un agnel mite, ed umano.


    EROS
    A MECENATE (Orazio)

    ODE XV (subito dopo la morte di Mecenate, prevedendo la propria, dove si trasformerà in cigno staccandosi per sempre dalla terra))

    Con le penne inusitate
    Sopra il suol m'innalzerò,
    E biforme ardito vate
    Le cittadi io lascierò.
    E per sempre il rio livore
    Da me vinto ora sarà,
    E il funesto aspro dolore
    Da me ognor lontano andrà.
    Non io figlio di mendico
    Genitor potrò perir,
    Nè di te diletto amico
    All'Averno dovrò gir.
    Già di scabra mi rivesto,
    Aspra pelle, e in bianco augel
    Son cangiato, agile, e presto
    Già m'innalzo inverso il ciel.
    Più di Dedalo veloce
    Verso il Bosforo n'andrò,
    E sciogliendo la mia voce
    L'aspre Sirti io mirerò.
    Mi vedranno il Daco altero,
    E l'Asiatica nazion,
    Sarò noto al dotto Ibero,
    Ed al Gallo, ed al Gelon.
    Cessa omai da' tuoi lamenti,
    Dolce amico, e dal dolor,
    Che de' funebri concenti
    Più non curo il mesto onor.



    IL CARATTERE

    Di Mecenate si è scritto di tutto, che fosse interessato all'amicizia di Ottaviano perchè ne riceveva benefici e privilegi, che amasse gli artisti per tendenze omosessuali,  che perseguisse l'arte per ingigantire la potenza di Roma, o che spingesse gli artisti ad adulare Ottaviano per accrescerne il potere presso il popolo. Nessuno però mise in dubbio le sue capacità amministrative e diplomatiche. Egli condivise con Augusto il sogno di dare un nuovo ordinamento dell'impero, di conciliare le parti, di salvarlo dai pericoli. Soprattutto gli storici ritengono che grazie alla sua influenza che la politica di Ottaviano divenne più umana dopo la sua prima alleanza con Antonio e Lepido. La migliore sintesi del suo personaggio come uomo e come statista, viene da Marco Velleio Patercolo (II. 88), che lo descrive come ‘'insonne nella vigilanza e nelle emergenze, lungimirante nell'agire, ma nei momenti di ritiro dagli affari più lussuoso ed effeminato di una donna."

    Per contro gli si riconosce una sensibilità rara nei maschi ma non per questo da giudicarsi  meno mascolina, e pure un disinteresse per i privilegi e la ricchezza, primo perchè era già ricco, secondo perchè non accettò da Augusto alcun titolo se non quello di equites, ed essendo il suo migliore amico in assoluto non gli sarebbe stato difficile ottenerne di più e di più elevati.

    Fu in effetti un influente consigliere, alleato ed amico dell'imperatore Augusto, il quale, forse non dotato dell'acutissima intelligenza e lungimiranza di Cesare, era bravissimo tuttavia nella scelta degli uomini, e pure delle donne. Ebbe infatti valentissimi generali, nonchè validissimi consiglieri ed amici fidati, e perfino una moglie che sempre amò e rispettò, e da lei amato rispettato e forse adorato, una moglie che non solo fu sua consigliera e amministratrice (per volontà di Augusto ovviamente) ma fu pure dignitosissima e provvida per il popolo, cui dette sempre un ottimo esempio, esente da ogni ostentazione di vesti o gioielli, sempre modesta ma dignitosa, sempre compresa nel suo ruolo di Augusta di cui sentiva l'onre oltre che l'onore.

    Questa storiella di Dione Cassio, per altro da altri autori contemporanei ritenuta attendibile, per quanto ingenua mostra quanto la gente attribuisse a Mecenate una benefica influenza su Augusto:
    "Maecenas eques Romanus fuit Augusti amicus cuius animum ardentem ac mobilem saepe ad bonum opportune et callide flexit. Interdum principem etiam a malis consiliis devocavit. Olim Augustus cum in tribunali ut iudex sederet multos homines capitis damnavit. Maecenas re cognita ad tribunal accurrit et ad imperatorem appropinquare temptavit sed frustra cum permagnus populi concursus esset. Itaque imperavit ut tabella sibi ferretur ubi haec verba calamo exaravit:"Surge tandem carnifex!" tabellam obsignavit et effecit ut Augusto traderetur. Augustus cum tabellam legit statim ius dicere cessavit ac neminem capitis amplius damnavit."


    MARZIA
    "Mecenate, cavaliere romano, fu amico di Augusto, il cui animo ardente e nobile spesso volse opportunamente e astutamente verso il bene. Talvolta richiamò l'imperatore anche dai cattivi consigli. Una volta Augusto mentre sedeva in tribunale come giudice, condannò a morte molti uomini. Mecenate, saputolo, corse verso il tribunale e tentò di avvicinarsi all'imperatore ma inutilmente, poichè fu attaccato dal popolo. Infatti ordinò che gli si prendesse una lettera dove scrisse con lo stilo queste parole: " Vieni fuori, carnefice!", sigillò la lettera e fece si che fosse consegnata ad Augusto. Augusto, quando lesse la lettera, subito cessò di amministrare la giustizia e non condannò a morte più nessuno."

    Grazie alla viva personalità di Mecenate i suoi amici poeti subirono la sua influenza tanto che non era importante che adulassero Augusto, ma doveva trasparire dai loro versi l'atmosfera sicura e tranquilla, nel contempo esaltante e briosa per la restaurazione augustea della vita e dei sentimenti sani con cui i poeti cantavano l'amore, la vita semplice della campagna e gli antichi costumi, la voglia di pace, il rispetto agli Dei e la bellezza degli antichi miti. E tutto ciò avvenne, sia che amassero sia che non amassero Augusto.

    Mecenate scrisse anche opere letterarie, sia in prosa che in versi, di cui ci sono rimasti venti frammenti, interessanti ma non bellissimi. I soggetti sono vari (Prometeo, dialoghi stile Simposio - un ricevimento al quale erano presenti Virgilio, Orazio e Messalla Corvino), De culto suo (una specie di biografia) ed il poema In Octaviam ("Contro Ottavia") del quale non è chiaro il contenuto, ma che era stato ridicolizzato da Augusto, Quintiliano e Seneca per lo stile, l'uso di parole rare e per le goffe trasposizioni. Comunque Seneca lo aveva in antipatia, a suo dire come poeta sarebbe stato un grande ingegno se solo si fosse posto sulla retta via, mentre viveva nei vitia corrotto com'era dalla luxuria. Ma dice di più, perchè lo accusa di essere un "edonista marcio"

    La preferenza di Mecenate per il proprio sesso era notoria al suo tempo e nella sua cerchia, ma oggi passa sotto silenzio. Il suo amore più documentato è quello per un giovane pantomimo, il liberto Batillo.
    Ne parla Lucio Cornuto (Commentario alle Satirae di Persio V, 123), Tacito (Annali, I 54) e Dione Cassio (Storia romana, LV 17), mentre Orazio (Epodon liber, XIV, 10-15) paragona il suo amore eterosessuale per Frine e quello di Anacreonte per un altro Batillo, quale omaggio letterario all'amore di Mecenate. In epoca rinascimentale circolava una leggenda secondo cui egli avrebbe regalato a Virgilio uno schiavo, Alessi, di cui il poeta era disperatamente innamorato.
    L'amore per Alessi sarebbe stato poi cantato da Virgilio nella celeberrima II Egloga, quella più esplicitamente omosessuale (in realtà le fonti riportano che chi donò lo schiavo fu Asinio Pollione, e non Mecenate). Ma gli amori omosessuali per gli efebi non scandalizzavano affatto i romani, piuttosto scandalizzavano gli amori gay tra adulti. E questa deve essere la ragione che scandalizzò Seneca ed altri, come del resto scandalizzò Catullo, che amava gli efebi oltre a Lesbia, la bisessualità di Cesare perchè non andava con ragazzini ma con adulti.



    LA MORTE

    Sul raffreddamento dei rapporti con Augusto gli autori non sono concordi, taluni pensano all'ira di Augudto per uno pseudo tradimento di Mecenate che avrebbe avvertito Murena, fratello di sua moglie Terenzia e cospiratore contro Augusto, dell'imminente pericolo di essere scoperto dall'imperatore. Per altri sarebbe stato Mecenate ad allontanarsi da Augusto per l'improvviso invaghimento dell'imperatore verso sua moglie Terenzia. Tutte queste congetture non hanno alcun fondamento storico mentre è molto più sostenibile l'allontanamento a causa della malattia di Mecenate che lo fece pian piano ritirare dal mondo.

    MECENATE
    Tra Orazio e Mecenate si stabilì una stretta amicizia che proseguì fino alla morte avvenuta per entrambi nello stesso anno: l' 8 d.c.. Mecenate aveva donato al fedele amico una villa in Sabina. Qui Orazio si ritirava nei suoi ozi meditativi spesso raggiunto dallo stesso Mecenate che non disdegnava sedere alla parca mensa dell'amico a mangiare olive e bere il vino modesto che la terra sabina (parte alla provincia di Rieti e in parte del territorio di Roma) offriva. Nel descrivere la villa di Mecenate, Orazio ammirava le ghirlande composte di fronde verdi, miste a frutta e fiori, che pendevano dalle pareti dei triclinii, perchè in fondo il più grande amore del poeta fu la natura. Orazio visse con tale strazio la morte del suo amico che, come aveva promesso, non gli sopravvisse oltre una settimana.

    A Bagnoro in provincia di Arezzo, c'è un’azienda agricola sistemata sui resti di un casale trecentesco che a sua volta fu costruito sulla dimora dei Cilnii, blasonata famiglia Etrusca che diede i natali a Gaio figlio di Mecenate. "Il fascino che esercitò sui letterati del suo circolo era cordiale e sincero, vi erano ammessi uomini di valore che trattò sempre da eguali".



    AUDITORIUM DI MECENATE

    « Nel mese di marzo dell'anno corrente (1874), fu scoperta, entro la villa già Caetani (...), la sommità di un muro di forma curvilinea con residui d'intonaco vagamente dipinto»
    (Rodolfo Lanciani, Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 2, p. 137)

    L'edificio  faceva parte degli Horti Maecenatis, la splendida villa che Mecenate possedeva sul Colle Esquilino e Oppio e venne scoperto (con poco garbo) nel 1874, in seguito all'edificazione del nuovo quartiere voluto da re Vittorio Emanuele per la nascita del regno d'Italia. Ne conosciamo l'identità attraverso Orazio, suo buon amico e compagno di vita cui Mecenate donò una villa non per evergetismo
    come si è insinuato ma perchè tra i due c'era semplicemente un amore.

    INTERNO DELL'AUDITORIUM
    E’ un'aula rettangolare, seminterrata ed absidata (24,10 x 10,60 m), costruita verso il 30 a.c. su un tratto delle Mura Serviane ed inserita in un terrapieno. L'aula ha un'esedra a gradini, con un raggio di 5 m circa, e si riteneva si trattasse di un odeon (piccolo teatro coperto) all’interno degli Horti (giardini) di Mecenate, da cui il nome Auditorium.

    Sembra si tratti invece di una Cenatio estiva, un ninfeo-triclinio parzialmente interrato, quindi più fresco, usato per banchetti allietati da musiche e giochi d’acqua. Il rivolo scorreva infatti sui gradini dell’abside e in un basso canale centrale, come appare anche in una pittura della sala, risalente agli inizi del I sec. d.c. Le pareti sono decorate da motivi di candelabri e pavoni ai lati, su fondo rosso; mentre le nicchie della sala e dell’abside hanno giardini con piante, fiori, uccelli, come finestre aperte su spazi verdi. Sopra le nicchie della sala rettangolare corre inoltre un fregio dipinto in nero con soggetti dionisiaci. L’edificio doveva avere la copertura a volta. Le soglie delle nicchie e la gradinata dell'esedra erano ricoperte da lastre di marmo. Sulla parete esterna dell’emiciclo era dipinto inoltre un epigramma di Callimaco allusivo agli effetti del vino durante il simposio.

    Sappiamo che la villa, con il suo ninfeo, fu costruita  sopra una necropoli, livellandone l'antico percorso dalle mura serviane (oggi visibile in via Leopardi) cui l'edificio si poggiò distruggendone anche un breve tratto. Nell'interro della zona Mecenate lasciò, per quell'amore del bello e dell'antico, alcune pregevoli stele funerarie attiche. Si tramanda che Mecenate sia stato il primo a costruire a Roma una piscina termale fornita di acqua calda, evidentemente da localizzare negli Horti.
    Questi confinavano con gli Horti Lamiani, per cui è difficile darne una collocazione precisa, ma poichè molti puticuli (fosse comuni)  sono stati rinvenuti presso l'angolo nord-occidentale di piazza Vittorio Emanuele II, quindi fuori della Porta Esquilina e dell’agger, e a nord della via Tiburtina vetus, gli Horti dovevano trovarsi a nord della porta e della strada, su entrambi i versanti delle mura serviane.

    La sala ha sei nicchie per lato, più altre cinque sull'abside, al di sopra dell'alta gradinata di sette gradini circolari, già coperti di marmo cipollino, come una piccola cavea teatrale a cui si accedeva e si accede con una gradinata in discesa. Dal più alto gradino della cavea uscivano i rivoli d'acqua portati da tubi poi chiusi, che riversavano acqua nella sala, come appunto in un ninfeo, forse inondando la base di piccole statue e di vasi marmorei.

    L'ambiente era collegato a stanze e corridoi, sui quali il ninfeo emergeva in parte. L'opus reticolatum  piuttosto minuto conferma il periodo tra fine Repubblica e inizio dell'Impero, come il mosaico pavimentale a tessere bianche finissime dipinte a fasce rosse con encausto. Sopra di esso venne successivamente steso un pavimento di marmo, e sembra ancora successivo il muro di mattoni appoggiato alla parte bassa della cavea.

    ESTERNO
    Le pitture, tutte del III stile e oggi frammentarie per la pessima conservazione archeologica, sono deducibili solo dai disegni ricostruttivi pubblicati dopo lo scavo, senza alcuna documentazione fotografica. Ogni nicchia presentava un albero al centro, posto oltre una balaustra marmorea con una rientranza centrale dove si trova una fontana o un vaso. Gli alberi di contorno, mossi dal vento, sono popolati da un misto di uccelli in volo e posati mentre sulle parti superiori delle nicchie vennero rappresentate piogge di fiori.

    Le nicchie si configurarono quindi come elementi indipendenti rispetto all'architettura della stanza, quali "bow window", cioè finestre ad arco e arcuate in avanti, ornate da vetri istoriati o almeno colorati che si affacciavano sul giardino dove si disponevano in corrispondenza, piante con statue o altri elementi decorativi.

    Dopo la morte di Mecenate la villa fu annessa alle proprietà imperiali e poi concessa da Augusto a Tiberio dopo il rientro dal suo esilio di Rodi. A lui si devono le pitture di III stile del giardino nel ninfeo, che richiamano molto gli affreschi del ninfeo di Livia di fine I secolo a.c..Nerone poi li annesse al Palatino attraverso la Domus Transitoria e si dice che dall’alto di una torre  interna osservò  l’incendio di Roma del 64.

    Nel II sec. gli Horti Maecenatis passarono a Marco Cornelio Frontone, maestro di retorica e precettore di Marco Aurelio e Lucio Vero. Una fistula aquaria con il nome di Frontone fu trovata presso l'Auditorium di Mecenate, dove la via Merulana moderna taglia il percorso delle Mura serviane.

    È improbabile che la cosiddetta Casa Tonda, sepolcro tardo repubblicano sull'antica via Labicana (oggi via Principe Eugenio) e ritenuta tradizionalmente la tomba di Mecenate, potesse rientrare nei confini di questi horti. Il monumento, di cui rimangono solo le fondamenta (non visibili) sull'angolo orientale di piazza Vittorio Emanuele II, fu barbaramente abbattuto nel 1886, fra molte polemiche, in occasione dei lavori di sistemazione della piazza.

    Le numerose opere d'arte ritrovate principalmente nelle aree delle scomparse villa Caserta e villa Palombara sul finire del XIX sec. nella edificazione del nuovo quartiere Esquilino, rivelarono il gusto collezionistico di Mecenate ed il lusso raffinato negli arredi. Molte di esse erano ridotte in frammenti riutilizzati all'interno di muri tardo-antichi, secondo una consuetudine ben attestata a Roma soprattutto sull'Esquilino.

    Fra queste opere  la fontana a corno potorio (rhytón) firmata dall’artista greco Pontios, un raffinato rilievo con soggetto dionisiaco derivato da modelli ellenistici del II secolo ac., la cosiddetta statua di Seneca morente, un rilievo con Menadi danzanti ispirato a modelli greci della fine del V sec. a.c., la testa di Amazzone copia di un originale datato V sec. ac., la statua di Marsia in marmo pavonazzetto e una statua di cane in marmo verde (serpentino moschinato), un gruppo di Muse, il gruppo dell’Auriga dell'Esquilino della prima età imperiale secondo lo stile del V sec. a.c., le stele funerarie di provenienza attica e da pregevoli copie di opere greche, quali la statua di Demetra o quella dell’Ercole combattente, da un originale della fine del IV secolo ac.
    Altre strutture attribuibili al settore residenziale della villa furono rinvenute  nell'isolato XXIX del nuovo quartiere Esquilino, adiacente all'Auditorium, all'interno del quale le scoperte di ambienti e di opere si susseguirono dal 1876 al 1880.

    ESTERNO
    I giornali di scavo segnalano la presenza di più livelli di edifici. Quelli situati più in alto, in laterizio, erano forse pertinenti ad un impianto termale del III sec. Negli strati più profondi, invece, si trovavano strutture in opera reticolata, dell'epoca di Mecenate.
    Oltre a queste opere Lanciani segnalò "diversi torsi di fauni e Veneri, un vaso da fiori lavorato nella forma di un puteale e ornato da tralci di edera e fiori; un altare rotto (...), la parte inferiore di un gruppo di un eroe e di una donna panneggiata; sette erme di Bacco indiano, di filosofi, di atleti...". Insieme alle sculture c'erano anche numerosi mosaici, tra cui quelli in opus vermiculatum montati su tegole, da utilizzare come emblemata centrali di preziosi pavimenti.

    Un altro  nucleo con strutture in reticolato sia muri in laterizio, fu rinvenuto nel 1914 all'incrocio tra via Merulana e via Mecenate,  per la ricostruzione del Teatro Politeama Brancaccio. Le notizie sono estremamente scarse, ma rimane una pianta dei ritrovamenti che illustra una situazione archeologica coerente e probabilmente attribuibile, almeno in parte, all'impianto originale di un settore degli horti.

    Il ricco apparato decorativo degli horti si rinvenne ridotto in numerosi pezzi riutilizzati come materiale da costruzione all'interno di muri tardo antichi, secondo una consuetudine attestata soprattutto sull'Esquilino. Questo è uno dei motivi per cui ancora oggi non si è in grado di ricostruire per intero il programma scultoreo degli horti e l'originaria collocazione delle statue e degli elementi ornamentali che ne facevano parte. Appare altresì evidente lo straordinario valore artistico e culturale delle opere, che denuncia gli interessi del padrone di casa. Nel repertorio spiccano alcune bellissime creazioni d'ispirazione greca: una fontana a forma di corno potorio (rhytón) firmata dall’artista greco Pontios, rinvenuta il 15 maggio 1875 in corrispondenza dell'angolo sud-occidentale di piazza Vittorio Emanuele II, un raffinatissimo rilievo con soggetto dionisiaco e ancora un gruppo di Muse di forte ispirazione greca.

    La parte orientale del colle Esquilino, oggi caratterizzata dai palazzi del grande quartiere costruito appunto dopo il 1870, è stata per secoli il giardino di Roma: fin dalla fine del XVI secolo, infatti, gli aristocratici vi avevano costruito residenze favolose immerse nel verde. Il Giardino Caetani sorgeva proprio sugli antichi Horti Maecenatis.
    Di tutta la villa resta solo il cosiddetto auditorium, in seguito alla orribile speculazione edilizia di fine 800 che abbattè molti ma molti tesori romani sepolti fino allora sotto il quartiere esquilino.



    GLI ORTI DI MECENATE
    Famiano Nardini - regio V esquilina

    - Una perchè gli Orti di Mecenate da Orazio nell' ottava satira del primo libro si accennano fatti nel Campo Esquilino, il qual'è creduto presso 1'argine di Servio dietro a quelle Terme. Ma 1' error si prende da un argine all'altro. Presso quel di Tarquinio, non presso quel di Servio era il Campo Esquilino. L'altra fu, che Acrone dice nella Satira medesima;
    "Antea sejnilchra erant in loco, in quo sunt horti Mcecenatis, ubi sunt modo Therme"; ma è forse incredibile, che sul vasto sito dell'Esquilie fossero Terme, sicché per salvar un dello fors' anch' erroneo d'un Grammatico, abbia a trasportarsi il Campo Esquilino al Quirinale, o al Viminale? Anzi dove quegli Orti principiavano, cioè a S. Martino de' Monti, erano pur le Terme Trajane, delle quali avere inteso Acrone. Più ragionevolmente il Donali crede:

    "Fuetunt in Esquiliis, latissimoque ambi tu a l'emplo circiter Sancii Martini in Montibus Orienteni versus ultra S. Antonii cedem processare." Nò altrove meglio , che presso Torre San Martino potè la torre vagheggiare le più frequentate parti di Roma, ed io anche alquanto più ristretti li stimerei; poiché la via Tiburtina anticamente praticatissima, che dentro Roma dalla moderna Suburra, e da Santa Lucia in Selce per 1' arco di Santo Vito alla porla di S, Lorenzo si scorge che tendeva, non potè esser chiusa al tempo d' Augusto, né pur di Nerone: Onde tra quella via, e i già detti trofei ( fossero pur di Mario, o d'altri sì dilatavano quegli Orti, che poterono poi da S. Martino de' Monti dilungarsi fino alle mura di Roma, se però vi giunsero, come io non credo.
    Dione scrive nel libro 55. Mecenate essere stato l'inventore de' Natatorj d'acquecalde, ì quali dal Donati, si credono fatti in questi Orti . Domus p. Vi abitò appresso Virgilio, come nella vita del Virgilium, medesimo narra Elio Donato; "Habuit donium lioince in Esquiliis, Juxta hortos Mcecenatis" -


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  • 07/13/15--06:11: L'ARMILUSTRUM



  • L' Armilustrium era un festività dell'antica Roma in onore di Marte, Dio della guerra, che veniva celebrata il 19 ottobre di ogni anno. Marte era un Dio molto venerato dai romani perchè considerato  il padre di Romolo e Remo e un pò di tutti i soldati.

    In questo giorno le armi dei soldati venivano recate per sottoporle a una purificazione rituale onde poi essere riposte per l'inverno, visto che di solito di inverno non si combatteva. La cerimonia della lustratio delle armi e armature si svolgeva sul colle Aventino, dove la tradizione dice sia stato sepolto il re Tito Tazio, coreggente con Romolo.

    Oggi vi sorge piazza dei Cavalieri di Malta, ornata da Giovanni Battista Piranesi con rilievi che richiamano appunto il tema dell' Armilustrium. I cittadini-soldati svolgevano poi il rituale di ripresa delle armi in primavera, ma l'oggetto principale della festività erano le trombe, di qui anche il nome Tubilustrium da tubae, suonate magistralmente dai sacerdoti.


    La cerimonia iniziava uscendo dal palazzo dell'Armilustrium, un edificio a tre piani, ornato da otto semicolonne per piano, e due piccole cupole sulla sommità.

    L'edificio aveva sette aperture di cui sei ad arco ed una centrale rettangolare per ogni piano.
    Esso era destinato soprattutto alla conservazione delle armi e armature militari, sia perchè erano patrimonio dello stato, sia perchè si evitava così che nell'Urbe i militari girassero amati, sia perchè le armi e armature prima di essere risposte venivano lustrate e oliate per la migliore conservazione, sia perchè a questo scopo si compiva un'importante cerimonia religiosa, detta appunto l'Armilustrium.

    L'edificio aveva inoltre dinanzi a sè un vasto spazio aperto nella pare nord ovest dell'Aventino, probabilmente a sud della chiesa di Santa Sabina, dove si celebrava appunto la festa. Sia Plutarco che Varrone dichiarano che la erimonia si svolgeva "ad Circus Maximus".

    RICOSTRUZIONE DELL'ARMILUSTRUM AL CENTRO DELL'IMMAGINE
    Nel piazzale dell'edificio si svolgeva la danza dei sacerdoti Salii, qui avveniva il sacrificio all'invocazione: "Mars nos protegat" e poi si snodava la processione nel vicus Armilustri (CIL VI.802, 975, 31069; Bull. d. Inst. 1870, 88) che evidentemente passava qui, seguendo la linea della moderna Via di S. Sabina.

    Nell'edificio si conservavano inoltre la statua di Marte, gli strumenti del culto per i sacerdoti salii, preposti appunto alla cerimonia, cioè le armi per uccidere le vittime, nonchè le vesti dei sacerdoti, i contenitori, il necessario per il fuoco, i bracieri e i simboli della cerimonia.

    Ma più importante ancora vi si conservavano le armi nelle sale apposite, vigilate e mantenute sempre dai sacerdoti addetti. (Varro, LL V.153; VI.22; Liv. XXVII.37.4; Fest. 19; Not. Reg. XIII; CIL I2 p333; HJ 161‑2; Merlin, 313‑315).

    Questa festa infatti prevedeva l'uccisione di diversi animali che venivano poi cucinati all'interno dell'armilustrium per essere poi portati di nuovo all'esterno per essere consumati in un pubblico banchetto cui partecipava tutto il popolo.

    Si diceva dei militari che "sanguinem gustare antea frequenter solebant" cioè che avessero procurato sangue ai nemici prima per gustare il sapore del sangue (dei sacrifici) dopo.

    Questo banchetto si svolgeva nel vasto piazzale ponendo tavole sugli appositi cavalletti dove venivano poggiati i grandi piatti da portata da cui tutti potevano attingere, naturalmente accompagnato da vino abbondante.

    La cerimonia si protraeva fino al tramonto tra l'andirivieni della gente e quello degli schiavi per portare dentro e fuori i piatti, per pulire le mense e per cucinare.

    Al banchetto partecipavano i sacerdoti e i notabili di Roma, vista l'importanza della festa e soprattutto dell'esercito romano, senza il quale Roma non poteva mantenere e accrescere il suo potere come aveva sempre fatto.

    PIAZZA DEI CAVALIERI DI MALTA


    PIAZZA DEI CAVALIERI DI MALTA

    La piazza si colloca tra via di Santa Sabina e via di Porta Lavernale, a Roma, nel rione  Ripa. Il nome della Porta Lavernale già si ricollega a un monumento di Roma antica, cioè la porta che si traversava per far uscire i morti destinati all'Ustrinum per l'incinerazione, poichè tutta la zona è ricca sotto al suolo di memorie romane. 

    Per questo sia la piazza che la villa stessa e la chiesa palatina, o Chiesa di Santa Maria del Priorato, furono progettate nel 1765 da Giovan Battista Piranesi, che utilizzò pertanto motivi di trofei militari romani misti agli stemmi dell'Ordine.

    Sita sulla sommità del colle Aventino, trae il proprio nome dal fatto di costituire l'accesso alla sede del Sovrano Militare Ordine di Malta, cioè alla Villa del Priorato di Malta. Si sa però che qui si collocava in epoca antica l'Armilustrium.


    Si dice che Giovan Battista Piranesi, architetto, incisore e pittore, ebbe la commissione dal nipote di papa Clemente XIII, Giovanni Battista Rezzonico, patrizio veneto, futuro cardinale nonché priore dei Cavalieri di Malta nel 1765, di adattare tutta la zona a luogo di culto, riflessione e preghiera. L'artista, segreto ammiratore dell'Ordine dei Cavalieri Templari, edificò splendidamente tutto il colle, inserendovi tutta una serie di simboli, riferimenti, architetture, cifre e motti che lo farebbero riconoscere, nei secoli, da chi possiede la giusta chiave di interpretazione; in pratica, il colle sarebbe tutto un simbolo della nave templare.

    Niente di più falso: L'ordine dei Cavalieri di Malta appartiene al Vaticano e nulla c'entrano i Templari, anzi la zona è extraterritoriale, cioè territorio italiano donato al Vaticano e pertanto ora straniero. Le dimensioni e l'impostazione della piazza alludono invece all'armilustrium, la festa che si teneva in onore di Marte in ottobre, per purificare l'esercito romano prima di acquartierarlo per l'inverno, quando i soldati, dopo la rivista al Circo Massimo, salivano in processione l'Aventino per sacrificare al Dio della guerra.


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    Nome: Lucius Iunius Moderatus Columella
    Nascita: Gades, 4 d.c.
    Morte: 70 d.c.
    Mestiere: Scrittore


    Lucio Giunio Moderato Columella

    "Et ut agricolationem Romana tandem ciuitate donemus (nam adhuc istis auctoribus Graecae gentis fuit) iam nunc M. Catonem Censorium illum memoremus, qui eam latine loqui primus instituit, post hunc duos Sasernas, patrem et filium, qui eam diligentius erudiuerunt, ac deinde Scrofam Tremelium, qui etiam eloquentem reddidit, et M. Terentium, qui expoliuit, mox Vergilium, qui carminum quoque potentem fecit, nec postremo quasi paedagogi eius meminisse dedignemur Iuli Hygini, uerum tamen ut Carthaginiensem Magonem rusticationis parentem maxime ueneremur; nam huius octo et uiginti memorabilia illa uolumina ex senatus consulto in Latinum sermonem conuersa sunt. Non minorem tamen laudem meruerunt nostrorum temporum uiri Cornelius Celsus et Iulius Atticus, quippe Cornelius totum corpus disciplinae quinque libris conplexus est, hic de una specie culturae pertinentis ad uitis singularem librum edidit. cuius uelut discipulus duo uolumina similium praeceptorum de uineis Iulius Graecinus conposita facetius et eruditius posteritati tradenda curauit."
    (Columella, Rei rusticae libri 1.1.12-14)

    Columella nacque a Gades in Spagna, probabilmente da genitori romani, nel 4 dc, e morì nel 70, affermandosi come un conoscitore, divulgatore e scrittore romano di agricoltura.
    Iniziò il suo cursus honorum abbracciando la carriera nell'esercito che perseguì fino a raggiungere il grado di tribuno in Siria nel 34 d.c., dopodichè iniziò l'attività di fattore.
    Il suo trattato De re rustica, ci è pervenuto integro, suddiviso in dodici libri, in cui il decimo è in esametri ben scritti ed eleganti. Costituisce l'opera più importante sotto il profilo agronomico dell'intera antichità, dove non si parla solo di agricoltura ma più in generale delle varie scienze agrarie, e rappresenta la maggiore fonte di conoscenza sull'agricoltura romana, insieme ai lavori di Catone il Vecchio e Varrone, che cita entrambi occasionalmente. Il libro X, in onore di Virgilio, è in esametri.
    L'opera di Columella per quasi due millenni, è stata pertanto il punto di riferimento di chi voleva applicarsi razionalmente alle attività agricole, per l’ampia gamma di tecniche “avanzate” da applicare a numerose colture specializzate.

    Le sue opere erano andate perdute ma grazie a Poggio Bracciolini il quale esplorò monasteri in Francia, Svizzera e Germania, furono riportati in Italia diversi suoi documenti. Anche un piccolo libro sugli alberi (De arboribus) è stato tramandato interamente.

    "Solo l'arte dell'agricoltura, che senza dubbio è vicinissima alla sapienza e, per così dire, sua consanguinea, non ha né discepoli né maestri". (da De re rustica)

    Columella si è avvalso di molte fonti andate distrutte, e delle quali è perciò un importante testimone:

    • Cornelio Celso, autore di una vasta opera enciclopedica, chiamata De artibus e composta da sei libri, l'ultimo dei quali dedicato alla medicina, 
    • lo scrittore punico Magone il Cartaginese (Magus Carthaginensis di cui parliamo più sotto) 
    • e Tremellio Scrofa, scrittore latino del I sec. a.c. di agricoltura; ricordato come un'autorità in questo campo da Varrone (con cui fu nel 59 a.c. vigintivir ad agros dividendos Campanos) e da Columella. La sua opera, che non ci è giunta, fu una delle fonti della Naturalis Historia di Plinio, e molte fonti greche tra le altre.

    Grazie a questa formazione scientifica, un certo suo istinto di naturalista, e l’esperienza sul campo di agronomo e di imprenditore agricolo, compose il primo vero trattato di scienza della coltivazione. Suo zio Marco Columella, "un uomo astuto ed uno splendido fattore" (VII 2.30.), aveva già condotto esperimenti vari a livello zoologico, tra cui anche incroci di specie, ed insegnò molte cose del campo al nipote, infondendogli poi la passione per l'agricoltura. Columella, che possedeva alcune fattorie in Italia, si riferì soprattutto ad alcune sue proprietà preferite: ad Ardea, Carseoli ed Alba Longa, riportando soprattutto della propria esperienza pratica in agricoltura.

    Mentre le piccole fattorie coltivate direttamente dai cittadini romani militanti nell'esercito fallivano per l'assenza dei coltivatori ed erano costretti a vendere i loro appezzamenti, sorsero in loro vece le grandi imprese aziendali appartenenti a patrizi o dei cavalieri, condotte con manodopera di servi e di schiavi, specializzate in produzioni da esportazione per le grandi città dell'Impero, come Roma, Atene, Alessandria.

    Il V libro dell'opera viene dedicato anche alla coltivazione dell'olivo, con un valente trattato di olivicoltura e di tecnica olearia, basato su cognizioni botaniche e precetti tecnologici destinati a restare fino al XVIII sec. il punto di riferimento di questa attività dei paesi mediterranei dell'Europa meridionale, insieme a quella della vinicoltura.



    ALTRI SCRITTORI SULL'AGRICOLTURA

    Altri scrittori romani di agricoltura in periodo imperiale, sono
    -  Rutilio Tauro Emiliano Palladio, Vegezio e Virgilio; 
    nel periodo repubblicano oltre ai già citati
    - Catone il Vecchio e Varrone, abbiamo Igino e Vitruvio, anche se dedicano meno importanza all'argomento.

    (Catone nel suo libro: “De Agricoltura” scrive: "Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio impasta bene...". Si prendeva della ricotta di pecora fresca, e vi si aggiungeva farina, uovo, sale e pepe. Si impastava facendone delle palline che si ponevano su foglie d’alloro da passare in forno affinché non fossero ben dorate).- Un editto di Diocleziano che informa sui prezzi del materiale agricolo nel tardo impero.
    - Una collezione bizantina di venti libri, Geoponica, include molto materiale del periodo romano e di quello greco.

    Dopo l'invenzione della stampa Columella fu uno degli autori maggiormente presenti anche con ricchissime edizioni. A differenza degli altri autori latini che si sono occupati di agricoltura, ricordati quasi esclusivamente per la loro importanza letteraria, Columella occupa un posto importante proprio nella Storia delle Scienze agrarie, (tanto che nell'opera dell'agronomo Antonio Saltini a Columella sono dedicate 71 pagine), per l'approccio contemporaneamente scientifico e di consigli pratici dato alla materia. Per questo all'epoca dell'invenzione della stampa il trattato di Columella fu uno di quelli che ebbe più edizioni.



    MAGUS CARTHAGINENSIS

    "Mago Carthaginiensis opus de re rustica  lingua Punica viginti octo libris conscripsit. Huius operis nunc deperditi fragmenta nonnulla exstant Graece vel Latine translata, quorum primum libris Columellae Rei rusticae sic legitur:
    qui agrum paravit, domum vendat, ne malit urbanum quam rusticum larem colere; cui magis cordi fuerit urbanum domicilium, rustico praedio non erit opus."
    (Columella, Rei rusticae libri, 1.1.18)

    "Carthagine deleta anno 146 a.c., bibliothecae huius urbis datae sunt principibus Numidiae. Libri autem Magonis Romam allati Decimo Silano viri nobili committuntur a Senatu Romano. Silanus opus Magonis Latine, Cassius Dionysius Uticensis fere eodem tempore Graece traduxerunt. Operis Dionysii libris xx deducti epitome libris vi saeculo primo ac. conscripta est a Diophanis Nicaeensis".


    Index fragmentorum et citationum
    • "Qui agrum paravit, domum vendat". Columellae Rei rusticae libri 1.1.18 (vide supra);
    •  Agro empto domum vendendam inclementer atque non ex utilitate publici status Mago censuit, hoc exordio praecepta pandere ingressus, ut tamen appareat adsiduitatem desideratam ab eo (Plinii  Naturalis historia 18.35).
    • Vineae aquilone versae maxime praeferunt. Columellae Rei rusticae libri 3.12.5.
    • Plantatio vinearum. Columellae Rei rusticae libri 3.15.3-5 et 5.5.4, cf. Vergilii  Georgica 2.348-353; 
    • Mago ante annum iubet, ut solem pluviasque conbibant, aut, si id condicio largita non sit, ignes in mediis fieri ante menses duos, nec nisi post imbres in his seri, altitudinem eorum in argilloso aut duro solo trium cubitorum esse in quamque partem, in pronis palmo amplius, iubetque caminata fossura ore conpressiore esse, in nigra vero terra duo cubita et palmum quadratis angulis eadem mensura (Plinii Naturalis Historia 17.80).
    • Mago in colle et siccis et argilla inter autumnum et brumam [olivam] seri iussit, in crasso aut umido aut subriguo solo a messe ad brumam. quod praecepisse eum Africae intellegitur (PliniiNaturalis Historia 17.128).
    • Pampinatio vinearum. Columellae Rei rusticae libri 4.10.1.
    • Plantatio olivarum. Columellae De Arboribus 4.10.1; 
    • Ideo LXXV pedes Mago intervallo dedit undique aut in macro solo ac duro atque ventoso, cum minimum, XLV (Plinii Naturalis Historia 17.93)
    • Plantatio arbustorum.Inter ea, quae semine seruntur, Mago in nucibus operosus est. amygdalam in argilla molli meridiem spectante seri iubet; gaudere et dura calidaque terra, in pingui aut umida mori aut sterilescere; serendas quam maxime falcatas et e novella fimoque diluto maceratas per triduum aut pridie, quam serantur, aqua mulsa; mucrone defigi, aciem lateris in aquilonem spectare; ternas simul serendas, triangula ratione palmo inter se distantes; denis diebus adaquari, donec grandescant. Iuglandes nuces porrectae seruntur commissuris iacentibus, pineae nucleis septenis fere in ollas perforatas additis aut ut laurus, quae bacis seritur. Citrea grano et propagine, sorba semine et a radice planta et avolsione proveniunt, sed illa in calidis, sorba in frigidis et umidis (Plinii Naturalis Historia 17.63-64).
    • Mago idem amygdalas ab occasu arcturi ad brumam seri iubet, pira non eodem tempore omnia, quoniam neque floreant eodem, oblonga aut rotunda ab occasu vergiliarum ad brumam, reliqua genera media hieme ab occasu sagittae, subsolanum aut septentrionis spectantia, laurum ab occasu aquilae ad occasum sagittae (Plinii Naturalis Historia 17.131).
    • De paludibus. Plinii Naturalis Historia 21.110-112.
    • Praeparatio frugum. Plinii Naturalis Historia 18.97-98.
    • De bubulcorum selectione. Columellae Rei rusticae libri 6.1.3.
    • De boum sanitate. Varronis  De re rustica 2.5.18: De sanitate sunt complura, quae exscripta de Magonis libris armentarium meum crebro ut aliquid legat curo. Numerus de tauris et vaccis sic habendus, ut in sexaginta unus sit anniculus, alter bimus.
    • De parturitu mulorum in Africa. Varro, De Re Rustica 2.1.27;
    • Columellae Rei rusticae libri 6.37.3.Cui ego ut succinerem, subicio Magonem et Dionysium scribere, mula et equa cum conceperint, duodecimo mense parere. Varro, De Re Rustica 2.1.27.
    • De animalibus in villa pascendis. Varronis De Re Rustica 3.2.13: Duo enim genera cum sint pastionum, unum agreste, in quo pecuariae sunt, alterum villaticum, in quo sunt gallinae ac columbae et apes et cetera, quae in villa solent pasci, de quibus et Poenus Mago et Cassius Dionysius et alii quaedam separatim ac dispersim in libris reliquerunt, quae Seius legisse videtur et ideo ex iis pastionibus ex una villa maioris fructus capere, quam alii faciunt ex toto fundo.
    • Apias e cadavero bubulco extrahere. Columellae Rei rusticae libri 9.14.6.
    • De apiis. Columellae Rei rusticae libri 9.15.3.
    • Malorum punicorum conditura. Columellae Rei rusticae libri 12.46.5.
    • Passi confectus. Columellae Rei rusticae libri 12.39.1.

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  • 07/27/15--05:34: CAIO MARZIO CORIOLANO


  • Nome: Gaius Marcius Coriolanus
    Nascita: 527 a.c.
    Morte: 488 a.c. Antium

    Caio Marzio Coriolano generalmente conosciuto come Coriolano, membro dell'antica Gens Marcia, antichissima gens di origine sabina che vantava di discendere dal re Anco Marzio, o Marcio, che fu uomo politico e valoroso generale al tempo delle guerre contro i Volsci, antico popolo italico di origini osco-umbra.

    Secondo Tito Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attributo il cognome di Coriolano a seguito della vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore del giovane patrizio; secondo altri storici il cognome indica che la sua famiglia fosse invece originaria di questa città.

    « Quintus Marcius, dux Romanus, qui Coriolos ceperat, 
    Volscorum civitatem, ad ipsos Volscos contendit iratus 
    et auxilia contra Romanos accepit. Romanos saepe vicit, 
    usque ad quintum miliarium urbis accessit, 
    oppugnaturus etiam patriam suam, 
    legatis qui pacem petebant, repudiatis, 
    nisi ad eum mater Veturia 
    et uxor Volumnia ex urbe venissent, 
    quarum fletu et deprecatione superatus removit exercitum. 
    Atque hic secundus post Tarquinium fuit, 
    qui dux contra patriam suam esset. »

    « Quinto Marcio, comandante romano, che aveva conquistato Corioli, 
    città dei Volsci, accecato dall'ira si recò presso i Volsci 
    e ottenne aiuti contro i Romani. 
    Sconfisse spesso i Romani, arrivando fino a cinque miglia da Roma, 
    pronto a combattere anche contro la sua patria, 
    respinti i legati inviati per chiedere la pace, 
    vinto solamente dal pianto e dalle suppliche 
    della madre Veturia e della moglie Volumnia, 
    andate da lui da Roma, ritirò l'esercito. 
    E questo fu il secondo capo, dopo Tarquinio, 
    ad essersi opposto alla propria patria.»
    (Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I,15)



    LA PLEBE IN RIVOLTA

    Nel 494 a.c., consoli Postumio Cominio Aurunco e Spurio Cassio Vecellino, a Roma, per quella che sarebbe stata ricordata come la I Secessione, la plebe aveva incrociato le braccia e si era ritirata sul Monte Sacro. Lo sciopero della plebe per il prezzo troppo caro del grano portò alla mancata coltura dei campi, con conseguente rincaro del grano e la necessità di importarlo. Sotto il consolato di Marco Minucio Augurino e Aulo Sempronio Atratino, nel 491 a.c., Coriolano s'oppose fortemente alla riduzione del prezzo del grano alla plebe, la quale lo prese in forte odio.

    La situazione era poi resa oltremodo complicata dalla necessità di definire un nuovo trattato (Foedus) con i Latini, compito che fu affidato al console Spurio Cassio, trattato che da lui prese di nome (Foedus Cassianum), e dai preparativi bellici intrapresi dai Volsci, contro cui si decise di intraprendere l'ennesima azione militare, affidandola al console Postumio Cominio.

    Postumio Comino iniziò la campagna militare guidando l'esercito romano contro i Volsci di Anzio, città che venne espugnata. Successivamente l'esercito romano marciò contro le città volsce di Longula, Polusca e Corioli, tutte e tre conquistate dai romani, quest'ultima con l'apporto decisivo di Gneo Marcio, tanto che Tito Livio annota:
    « ....L'impresa di Marcio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 33)



    IL TRIBUNATO

    Ma la plebe non apprezzò le vittorie, e la contesa non riguardava tanto il prezzo del grano, ma il conflitto tra plebei e patrizi, poichè quest'ultimi non si erano ancora rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di contrastarne l'azione.
    In questo contesto fazioso, Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava l'abolizione del tribunato ai plebei, per cui era il più odiato dei patrizi. Durante una di queste infuocate assemblee mancò poco che Coriolano fosse mandato a morte, gettato dalla rupe Tarpea.

    CORIOLANO ESILIATO
    « ...A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella voragine. »
    (Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, XVIII, 4)

    Alla fine Coriolano fu davvero citato in giudizio dai tribuni della plebe, e a questo punto le versioni di Livio e Plutarco divergono. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita.
    Invece per Plutarco Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i soldati, invece di consegnarlo all'Erario. Anche per Plutarco, la condanna fu quella dell'esilio a vita.



    LA VENDETTA DI CORIOLANO

    Gneo Marcio scelse di recarsi in esilio nella città di Anzio, ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. I due, animati da forti sentimenti di rivincita nei confronti di Roma, iniziarono a tramare affinché tra i Volsci, più volte battuti in scontri campali dall'esercito romano, si sviluppassero nuovamente motivi di risentimento contro i romani, tali da far nascere in questi il desiderio di entrare in guerra contro il potente vicino.

    « ... Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi, sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare la città prima del tramonto. ... »
    (Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, XXVI, 1)

    Alla fine i Volsci decisero per una nuova guerra contro Roma, ed affidarono a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell'esercito. Quindi i due comandanti si risolsero a dividersi le forze, rivolgendosi Attio ai territori dei Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, e Coriolano a saccheggiare la campagna romana, evitando però di attaccare le proprietà dei Patrizi, così da fomentare la discordia tra Plebei e Patrizi. L'espediente ebbe successo, tanto da permettere ai due eserciti Volsci, di tornare nel proprio territorio, carichi di bottino e senza aver subito alcun attacco dai romani.

    Successivamente, mentre Attio proteggeva con il proprio esercito la città, Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu presa, mentre Roma non reagiva per il montare della discordia tra i due ordini.


    Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito, e si permise agli alleati Latini di prepararne uno per proprio conto, in quanto Roma non era in grado di difenderli dalle incursioni dei Volsci. Ai Volsci, che si preparavano alla guerra, si aggiunse poi la rivolta degli Equi. Coriolano, al comando del proprio esercito quindi prese Tolerium, Bola, Labicum, Bovillae, senza che i romani portassero aiuto a queste città.

    CORIOLANO
    Nel 489 a.c. Lavinium fu presa dall'esercito dei Volsci, condotto da Gneo Marcio Coriolano.
    « ... Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra  Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 39])
    Nello stesso anno Corbione fu una delle città attaccate dai Volsci condotti da Gneo Marcio Coriolano; saputo dei precedenti attacchi alle città di Tolerium, Bola e Lavinium, conclusisi con la presa della città, e la messa in schiavitù degli uomini, gli abitanti di Corbione si arresero a Coriolano senza combattere.

    (Corbione tornò a Roma quando, nel 458 a.c. gli Equi furono sconfitti dalle legioni romane comandate da Lucio Quinzio Cincinnato nella battaglia del Monte Algido. Le condizioni di pace del dittatore Cincinnato, prevedevano la consegna dei comandanti  in catene a Roma, la liberazione dei combattenti nemici con passaggio sotto il giogo e la consegna dell'"oppidum Corbione.)

    Quindi Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura della città in località Cluvilie, nel 488 a.c. dove fu raggiunto da un'ambascieria composta da cinque ambasciatori. Marco Minucio Augurino, uno dei cinque ex-consoli inviati dal Senato al campo dei Volsci perorò con un lungo discorso la causa di Roma senza farlo desistere dall'intento; anzi i Volsci, sempre guidati dal condottiero romano, presero Longula, Satricum, Polusca, le città degli Albieti, Mugillae, e vennero a patti con i Coriolani.

    « .... Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 39)

    Qui, alle porte dell'Urbe al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell'Ager Romanus Antiquus (nei pressi dell'attuale Via del Quadraro), mentre i consoli del 488 a.c., Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzavano le difese della città, venne fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia,, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di distruggere Roma.
    « ....Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse:
    «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 40)



    LA MORTE

    Tito Livio riporta come non ci fosse concordanza sulla morte di Coriolano; secondo parte della tradizione, fu ucciso dai Volsci, che lo considerarono un traditore, per aver sciolto l'esercito sotto le mura di Roma, secondo Fabio morì di vecchiaia in esilio.

    Dopo aver condotto vittoriosamente i Volsci contro tutte le città di volta in volta attaccate, Coriolano decise dunque di concludere la campagna contro Roma, convinto da una delegazione di matrone romane, tra le quali era presente anche la madre.

    Ma Attio, facendo leva sul risentimento dei Volsci, che si erano sentiti traditi dalla decisione di Coriolano, nella loro speranza di sconfiggere Roma, ordì una congiura che portò alla morte di Coriolano.

    Infatti Plutarco e Dionigi di Alicarnasso raccontano come Coriolano fu ucciso da una congiura, capitanata da Attio Tullio, mentre si stava difendendo in un pubblico processo ad Anzio, dove era stato messo sotto accusa dai Volsci, per essersi ritirato, senza aver combattuto, da Roma.

    Avuto notizia della morte, i romani piansero Coriolano, e si misero a lutto.




    Critica storica

    Secondo parte della moderna storiografia Coriolano rappresenta un personaggio leggendario, creato per giustificare le sconfitte dei Romani nelle guerre contro i Volsci nella prima epoca repubblicana, guerre che arrivarono a minacciare l'esistenza stessa di Roma. I romani trovarono giustificazione delle loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia tra i Fasti consulares aumenta il dubbio che
    si sia trattato di un personaggio storico.


    Controcritica storica

    Non avendo prove possiamo solo usare il buon senso per comprendere la veridicità o meno del personaggio storico. Dobbiamo quindi riflettere che se si può dubitare dell'esistenza del personaggio, non si può credere sia servito a coprire l'onta delle sconfitte perchè essere un traditore della patria era il crimine peggiore che un romano potesse compiere, un crimine assolutamente imperdonabile.

    Tale crimine avrebbe inoltre gettato un velo di ignominia non solo sulla gens coriolana ma pure sulla gens marzia. Questa ignominia sicuramente pesò sui Coriolani che certamente l'avrebbero smentita se non vera. La dimostrata grande bravura del generale era però poca cosa di fronte a un nemico della patria. Meraviglia non poco il dolore dei romani alla sua morte, sia perchè la plebe di certo non lo amava, e il popolo era costituito soprattutto di plebe, sia perchè i romani non perdonavano facilmente i traditori della patria, sia perchè non vedevano di buon occhio nemmeno chi era stato sconfitto dai barbari, figuriamoci i traditori.
    Nell'episodio delle Forche Gaudine dove vennero umiliati i soldati romani dai sanniti, le romane indossarono il lutto e i loro uomini si chiusero in casa dalla vergogna. Che alla sua morte i romani si mettessero a lutto sembra effettivamente poco credibile.



    WILLIAM SHAKESPEARE

    « Chi è già deciso a morire di propria mano non teme di morire per mano altrui. »
    (William Shakespeare - Coriolano)

    Coriolano è una tragedia in 5 atti del 1608 del drammaturgo William Shakespeare, ispirata alla vita del condottiero romano  Caio Marzio Coriolano, tratta dalle Vite parallele di Plutarco e dall'Ab Urbe condita di Tito Livio.

    Roma, poco dopo la cacciata dei re Tarquini, è in sommossa dato che le scorte di grano sono state negate al popolo. I rivoltosi sono particolarmente adirati con Caio Marzio, un valoroso generale che incolpano della sparizione delle scorte alimentari. Incontrano dapprima un patrizio di nome Menenio Agrippa, quindi Caio Marzio stesso. Menenio tenta di placare i rivoltosi, mentre Coriolano si mostra sprezzante e dice che i plebei non meritano il grano perché non hanno servito l'esercito.

    Due tribuni della plebe, Bruto e Sicinio, denunciano personalmente Caio Marzio che lascia Roma quando giunge la notizia che l'esercito dei Volsci è pronto a dare battaglia. Il capo dell'esercito dei Volsci, Tullo Aufidio, si è varie volte scontrato con Caio Marzio e lo considera un nemico giurato.

    L'esercito romano è guidato da Cominio, mentre Caio Marzio è il suo secondo. Mentre Cominio conduce i suoi soldati contro l'esercito di Aufidio, Caio Marzio guida una sortita contro la città volscia di Corioli. L'assedio di Corioli è inizialmente infruttuoso, ma Marzio riesce poi ad aprire con la forza le porte della città e a conquistarla per Roma. Anche se esausto per la battaglia, Marzio raggiunge velocemente Cominio e si batte contro le rimanenti forze dei Volsci. Lui e Aufidio si sfidano ad un duello che termina solo quando i soldati di Aufidio lo trascinano via dalla battaglia.

    In segno di riconoscimento per il suo incredibile valore Comino concede a Marzio il soprannome onorifico di "Coriolano". Quando tornano a Roma Volumnia, la madre di Coriolano, incoraggia il figlio a candidarsi alla carica di console. Coriolano esita ma alla fine cede ai desideri della madre. Grazie al sostegno del Senato vince senza difficoltà e sulle prime sembra avere la meglio anche sugli oppositori della fazione popolare.

    Tuttavia Bruto e Sicinio tramano per distruggerlo e aizzano un'altra rivolta contro la sua elezione a console. Di fronte di tutto ciò Coriolano si infuria e critica duramente il concetto di governo del popolo. Paragona il permettere ai plebei di esercitare il potere sui patrizi al concedere "ai corvi di prendere a beccate le aquile". Per queste parole i due tribuni lo condannano come traditore e ordinano che sia mandato in esilio.

    Dopo essere stato esiliato da Roma Coriolano si reca da Aufidio nella capitale dei Volsci e gli propone di guidare il suo esercito alla vittoria contro Roma. Aufidio e i nobili volsci abbracciano Coriolano e gli concedono di condurre un nuovo assalto contro la città.

    Roma, in preda al panico, cerca disperatamente di convincere Coriolano di abbandonare i suoi propositi di vendetta, ma né Cominio né Menenio riescono nell'intento. A questo punto viene mandata ad incontrare il figlio Volumnia, insieme alla moglie e al figlio di Coriolano: la donna riesce a dissuadere il figlio dal distruggere Roma.

    Invece di muovere battaglia conclude un trattato di pace tra i Volsci e i Romani. Quando però Coriolano torna nella capitale dei Volsci, dei congiurati guidati da Aufidio lo uccidono per il suo tradimento.


    VOLUMNIA
    Restassimo mute e senza parola, queste vesti e questi corpi direbbero quale vita abbiamo fatto dopo il tuo esilio.
    Pensaci, siamo venute qui le più sventurate delle donne.
    Perché la tua vista, che dovrebbe riempirci gli occhi di gioia, e far danzare i cuori di felicità, li forza a piangere e tremare di paura e dolore, mostrando alla madre, alla moglie, al figlio, il figlio e il marito e il padre che strappa i visceri alla propria terra. E a noi povere la tua inimicizia è più mortale.
    Tu c'impedisci di pregare gli dei, conforto di tutti, e non nostro. Perché come possiamo, ahimè, come possiamo pregare per la patria, com'è nostro dovere, e simultaneamente per la tua vittoria com'è nostro dovere? Ahinoi, o dobbiamo perdere la patria, nostra cara nutrice, o te, nostro conforto nella patria.
    Andiamo incontro a una sciagura certa, anche se potessimo decidere chi vince. O tu dovrai essere spinto in catene per le nostre vie come un traditore, o pesterai trionfante le rovine della patria e avrai la palma per aver versato da prode il sangue di moglie e figlio.
    Quanto a me, figlio mio, io non intendo vedere come la fortuna farà finire questa guerra. Se non potrò convincerti a fare nobile grazia alle due parti piuttosto che spegnerne una, non appena muovi all'assalto del tuo paese non potrai - credimi, non lo potrai - che pestare coi piedi il ventre di tua madre che ti portò al mondo.



    VIRGILIA
    Sì, e il mio ventre, che ti partorì questo ragazzo, per far vivere il tuo nome nel tempo.


    IL RAGAZZO
    Me non mi pesta certo! lo me ne scappo, fìnché son grande, ma poi mi batto.


    CORIOLANO
    Per non intenerirsi come le donne non bisogna vedere volti di bimbi o donne. Sono stato seduto troppo.Si alza.


    VOLUMNIA
    No, non andartene così.
    Se la nostra richiesta mirasse a salvare i Romani, e quindi a distruggere i Volsci che tu servi, potresti respingerci come veleni del tuo onore. No, la nostra richiesta è di riconciliarli.
    Che i Volsci possano dire, "abbiamo mostrato clemenza", i Romani, "l'abbiamo ricevuta", e ciascuno ti acclami, da ogni parte, e gridi, "benedetto per aver fatto questa pace"! Tu sai, mio grande figlio, che l'esito della guerra è incerto. Ma questo è certo: se conquisti Roma, il beneficio che ne raccogli è un nome inseguito da una muta di maledizioni ogni volta che lo si dica, e di esso e cronache scaveranno: "Quest'uomo ebbe nobiltà, ma la sua ultima impresa la spazzò via tutta, egli distrusse la patria, e il suo nome resta esecrabile per le età future". Parlami, figlio.
    Toccare hai voluto la quintessenza dell'onore, imitare gli dei graziosi, che col tuono làcerano le guance ampie dell'aria, ma caricano il lampo d'una potenza che schianti solo una quercia. Perché non parli? Credi sia degno d'un animo nobile ricordare le offese per sempre? Figlia, parlagli tu. Del tuo pianto non si cura. Parlagli tu, ragazzo.
    Forse un bambino lo commuoverà più dei nostri ragionamenti. Non c'è uomo al mondo più obbligato a sua madre, eppure mi lascia qui cianciare come una alla gogna. Nella tua vita non hai mostrato mai gentilezza a tua madre, a lei che, povera chioccia, non volle una seconda covata, e che starnazzava se andavi alla guerra, e se ne tornavi salvo, pieno d'onori. Di' che la mia richiesta è ingiusta e cacciami via. Ma se non lo è, non sei onesto, e gli dei ti faranno pagare l'obbedienza dovuta a una madre e che neghi.
    Mi volta le spalle. A terra, donne! Svergognamolo con le ginocchia.
    Al suo soprannome Coriolano s'addice più la superbia che la pietà per le nostre preghiere. Giù! Sia finita.

    Le tre donne e il ragazzo s'inginocchiano.

    È l'ultima preghiera. Ora torneremo a Roma per morire tra i nostri. No, guardaci!
    Questo ragazzo che non sa dire ciò che vuole ma s'inginocchia e tende le mani come noi perora la nostra richiesta con più forza che tu non abbia nel rifiutarla. Andiamo.

    Si alzano.

    Costui ha per madre una volsca, sua moglie è a Corioli, e il figlio gli somiglia per caso. Di' almeno, andate via. Starò zitta finché la città sarà in fiamme, e poi dirò poche parole.


    CORIOLANO (La prende per mano, in silenzio)
    O madre, madre! Che cosa hai fatto? Guarda, i cieli si aprono, gli dei guardano quaggiù, e ridono di questa scena innaturale. O madre, madre! Ah! Hai vinto una felice vittoria per Roma.
    Ma per tuo figlio - credilo, ah credilo - su lui hai prevalso con suo rischio gravissimo, se non mortale. Ma che venga.
    Aufidio, non posso più fare una guerra leale, ma forgerò una pace conveniente. Dimmi, buon Aufidio, fossi stato al mio posto, avresti meno ascoltato una madre? O avresti concesso di meno, Aufidio?



    AUFIDIO
    Il fatto mi ha commosso.


    CORIOLANO
    L'avrei giurato!
    E sai, non è facile far sudare pietà ai miei occhi. Ma amico mio, consigliami, quale pace vuoi fare. Per me, non vado a Roma, tomo con te, e ti prego, sostienimi in questo. O madre! Moglie!



    AUFIDIO (a parte)
    Sono contento che tu abbia azzuffato dentro di te pietà e onore. Su questo ricostruirò la mia fortuna.


    CORIOLANO (alle donne)
    Ma sì, subito.
    Intanto beviamo assieme. Riporterete qualcosa di più certo delle parole, che noi firmeremo, e con uguali condizioni. Su, entrate. Voi, signore, meritate un tempio.
    Tutte le spade d'Italia, tutti i suoi eserciti assieme non potevano fare questa pace.



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  • 08/03/15--06:50: AULO CORNELIO COSSO

  • Console: 428 - 413 a.c.

    AULUS CORNELIUS COSSUS, fu uno dei più grandi eroi romani, colui che nella battaglia di Fidene uccise il re di Veio, Tolumnio, e per questo fu insignito delle spoglie opime, la più alta onorificenza romana, che era rilasciata solo ai comandanti che uccidevano in battaglia il comandante nemico.

    In tutta la storia di Roma solo tre persone ebbero le spoglie opime: Romolo, Cornelio Cosso e Marco Claudio Marcello, che uccise in battaglia un re dei Galli.

    La spolia opima si riferiva all'armatura, alle armi e agli altri effetti che un generale romano aveva tratto come trofeo dal corpo del comandante nemico ucciso in singolar tenzone, e che dovevano essere offerte nel tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio.

    Benché i Romani riconoscessero e mettessero in mostra altre specie di trofei, come le insegne ed i rostri delle navi nemiche, le spolia opima erano considerate le più onorevoli da vincere e quelle che davano maggior fama a chi le conquistava.
    Così sia Cosso che Marcello sfilarono su una quadriga, trasportando personalmente i trofei.




    LA BATTAGLIA DI FIDENE

    Lo scontro avvenne davanti alle mura di Fidene, dove il dittatore Mamerco Emilio Mamercino comandava il fronte destro dello schieramento, Lucio Quinzio il centro e Tito Quinzio sulla sinistra, mentre Marco Fabio teneva il campo romano.

    I romani riuscirono a provocare battaglia, nonostante i veienti non apparissero ancora propensi allo scontro che si presentò abbastanza incerto, soprattutto grazie alla maestria del re etrusco Tolumnio, che muovendosi a cavallo, era sempre presente dove le sue truppe stavano per cedere, riuscendo a riequilibrarne le sorti.

    SPOLIA OPIMA DI ROMOLO
    Aulo Cornelio Cosso ammirò molto il capo nemico e contemporaneamente comprese la sua importanza in battaglia:
    « la sua straordinaria bellezza era pari al coraggio e alla forza. Orgoglioso del nome della sua stirpe, che aveva ereditato già insigne, fece in modo che diventasse per i suoi discendenti ancora più nobile e glorioso. »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 2, 19.)

    Aulo decise pertanto di attaccare frontalmente il re etrusco, si fece largo tra gli uomini, con grande abilità e coraggio lo disarcinò e lo uccise, gettando nel panico le linee nemiche, che si diedero alla fuga, inseguite e colpite dai legionari romani.
    Per questo incredibile successo il dittatore ottenne il trionfo:

    « Siccome l'impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del Senato e per volontà del popolo, il dittatore rientrò a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più grande fu Cosso che avanzava con le spoglie opime del re ucciso. In onore di Cosso, i soldati cantavano rozzi inni, paragonandolo a Romolo. 
    Con una solenne dedica rituale, egli appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle di Romolo, le prime, e fino a quel momento le uniche, a essere chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli dal carro del dittatore, così che quasi da solo raccolse il frutto della solennità di quel giorno. 
    Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d'oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. 
    Ma, a parte il fatto che tradizionalmente sono considerate opime solo le spoglie prese da un comandante a un altro comandante e che il solo comandante che noi riconosciamo è quello sotto i cui auspici si fa una guerra, la stessa iscrizione posta sulle spoglie confuta gli altri e me, dimostrando che Cosso era console quando le prese. 
    Avendo io sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, raccontare di aver letto lui personalmente quest'iscrizione su un corsaletto di lino quando entrò nel santuario di Giove Feretrio, che lui aveva fatto riparare dai danni del tempo, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio. 
    Ma è giusto che ciascuno abbia un'opinione personale in merito alla questione se vi sia o meno un errore, dato che sia gli annali antichi sia i libri lintei dei magistrati, depositati nel tempio di Moneta, che Licinio Macro cita continuamente come fonte), riportano solo nove anni dopo il consolato di Aulo Cornelio Cosso, insieme a Tito Quinzio Peno. 
    Ma un altro valido motivo per non spostare una battaglia così famosa in quell'anno è che all'epoca del consolato di Aulo Cornelio per circa un triennio non ci furono guerre a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali, quasi in segno di lutto, riportano solo i nomi dei consoli. Due anni dopo il suo consolato, Cosso compare come tribuno militare con poteri consolari e nello stesso anno anche come magister equitum. 
    E mentre ricopriva tale carica combatté un'altra celebre battaglia equestre. In merito è possibile fare molte ipotesi, che per me sono però tutte inutili, dato che il protagonista del combattimento si sottoscrisse Aulo Cornelio Cosso console, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo, testimoni che l'autore di un falso non può certo prendere alla leggera.»
    (Livio, Ab Urbe Condita, IV 20)

    MURA DI VEIO


    IL I CONSOLATO

    Aulo Cornelio Cosso divenne console nel 428 a.c. insieme a Tito Quinzio Peno Cincinnato, al suo II consolato. In quell'anno Roma fu colpita da carestia e pestilenza, che favorì la diffusione di riti superstiziosi in città. I riti superstiziosi per i romani erano soprattutto quelli rivolti alle divinità infere, che a Roma venivano invocate con cerimonie pubbliche e pure private ma secondo canoni precisi e solo un paio di volte l'anno. Era importante lasciare un netto confine tra l'aldiqua e l'aldilà al punto che l'ara dei Mani, Dei degli inferi in Campo Marzio, finita la cerimonia, veniva sotterrata, cioè coperta di terra.

    « Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli Dei. Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri.»

    (Tito Livo, Ab Urbe condita, IV, 2, 30)

    Per giunta iniziarono di nuovo le razzie e le incursioni  dei Veienti, che, a soli 20 km da Roma contendevano i territori limitrofi necessari alla loro espansione, territori però già acquisiti dai romani.



    TRIBUNATO CONSOLARE

    Nel 426 a.c. appena ripresisi dalla peste e dalla carestia, i romani decisero di sistemare Veio una volta per tutte, e allo scopo vennero nominati tribuni consolari con Tito Quinzio Peno Cincinnato, Marco Postumio Albino Regillense e Gaio Furio Pacilo Fuso, con il compito di muovere guerra a Veio e distruggerla una volta per tutte.

    Dopo la chiamata alle armi e la costituzione degli eserciti i tribuni consolari marcarono verso il territorio etrusco, mentre ad Aulo Cornelio Cosso venne affidato il compito di difendere Roma da eventuali attacchi. Lo scontro fu una catastrofe, soprattutto per l'incapacità dei tre tribuni di coordinare le proprie azioni.



    DITTATURA


    A Roma la notizia della sconfitta terrorizzò i romani che temettero ancora una volta un attacco all'urbe, così il senato nominò un dittatore, ricorrendo perla terza volta a Mamerco Emilio Mamercino, che nominò Aulo Magister equitum, una carica speciale che solo il dittatore poteva concedere o togliere e che corrispondeva in pratica al luogotenente del dittatore.

    Lo schieramento nemico decise stavolta di schierarsi davanti alle mura di Fidene, protetta dagli arcieri fidenati che stavano sulle mura pronti a colpire i romani. Questi però con la consueta testuggine raggiunsero le mura e ingaggiarono battaglia.

    "I Romani poichè i Fidetati ruppero i patti e uccisero gli ambasciatori nella nefasta battaglia, decisero di punire i perfidi alleati. Subito nominarono dittatore M. Emilio, che preparò l'esercito, si diresse ai confini dei fidenati e iniziò il combattimento contro i nemici. Già le legioni dei romani, combattendo acremente, misero in fuga le truppe dei nemici, quando all'improvviso dalla città di Fidene irruppe la moltitudine dei cittafini che portavano nelle mani fiaccole ardenti, che fecero impeto contro i soldati romani. Il genere inusuale del combattimento terrorizzò i (parumper) i romani ma il dittatore, vedendo la trepidazione dei suoi, accorse in aiuto ai soldati affaticati e esclamò a gran voce: "O Romani perchè temete il fuoco degli inermi nemici? strappate le fiaccole ai fidenati e, memori della virtù romana, convertite le fiamme verso la città dei fidenati e incendiate fidene!". I soldati, rafforzati dalla parole del dittatore, rinnovarono la battaglia e combattendo più forte strapparono dalle mani dei cittadini le fiaccole e incendiarono la città".

    Le perdite furono ingenti da ambedue le parti, ma i romani vinsero, e dopo aver messo in fuga i Veienti, riuscirono ad entrare a Fidene, che fu razziata. Per questa vittoria Mamerco ottenne il trionfo.

    « In città il massacro non fu certo minore che in battaglia; infine i nemici, gettate le armi, si consegnano al dittatore, chiedendo soltanto di aver salva la vita. Città e accampamento vengono messi a sacco. Il giorno dopo, tra cavalieri e centurioni venne sorteggiato un prigioniero a testa. Due ne toccarono a quanti avevano dato prova di grandissimo valore. Il resto dei nemici venne venduto all'asta e il dittatore ricondusse in trionfo a Roma l'esercito vincitore e coperto di prede.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 3, 34)



    IL II CONSOLATO

    Aulo Cornelio Cosso divenne console per la seconda volta nel 413 a.c. insieme a Lucio Furio Medullino.
    I due consoli guidarono le indagini per l'ammutinamento dell'anno precedente, che aveva portato alla morte per lapidazione del tribuno consolare Marco Postumio Regillense, che aveva non solo rifiutato di dividere il bottino coi soldati ma che aveva anche tentato di punire per le loro rimostranze.

    L'ammutinamento dei soldati era il reato più grave, punibile con una morte feroce, cioè bastonati a morte dai loro compagni, tuttavia i due consoli ridussero al minimo il giudizio di colpevolezza, limitandolo solo a pochi soldati, che furono indotti al suicidio.


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  • 02/23/15--06:10: SEPOLCRO C. PUBLICIO BIBULO


  • VASI:
    Macel de' Corvi
    "Quì sebbene non vi sia, che una piccolissima piazza, con tutto ciò evvi un abbondante mercato di tutte le sorte di viveri. E' notabile il sepolcro di Cajo Publicio, che si vede nell'angolo della salita, che dicesi di Marforio, con una antica iscrizione, che resta quasi perduta".

    Data: MDCCCIV (edited 2 Ottobre 2003) Autore: ANGELO DALMAZZONI (edited Valentina Onofri).
    XI giornata



    IL MONUMENTO SEPOLCRALE DI C. POBLICIO

    - A macel de' corvi nel principio della salita di Marforio a mano sinistra vi è il monumento sepolcrale di C. Poblicio Bibulo. Non è meraviglia di vedere le rovine dell'anfiteatro, del Pantheon, dei mausolei di Augusto, e di Adriano, de' bagni, ec.; giacchè queste immense fabbriche non potevano essere affatto distrutte dal tempo, nè dalla più gran barbarie; ma è cosa singolare di veder quasi interamente conservata una piccola fabbrica come è questa tanto più antica delle sopra accennate, e, per così dire, in mezzo alla città. Quest'onesto, e degnissimo cittadino era stato Edile nel principio del V secolo, e la sua probità e virtù fu tale, che, avendo egli guadagnato la stima, e l'amore del Senato egualmente, e del popolo, per comun loro decreto fu onorato di questo monumento sepolcrale per sè, e per la sua posterità.
    Questo monumento era di ordine dorico con festoni di fiori, e teste di bovi nel fregio. L'iscrizione è come siegue: "C. Poblicio L. F. Bibulo AEdili Pl. honoris, virtutisque causa Senatus consulto, populique jussu locus monumenti, quo ipse, posterique ejus inferentur publice datus est." -


    STAMPA DEL PIRAANESI DELL'ISCRIZIONE



    La gens Publicia

    MONUMENTO FUNERARIO
    A COLONIA
    Appare nella monetazione di Ercole nella prima parte della repubblica con il conio monetale della gens Publicia, quando questa gens, seppur plebea, guadagnò prestigio e pure ricchezze nel periodo tra la I e la II Guerra Punica. In Ursini - familia romana in publicia - si narra che il primo Publicius noto fu CaiusPublicius, tribuno della plebe nel 545 a.u.c. cui honoris virtutisque causa fu concessa per sè e per i suoi posteri la sepoltura in Roma, vale a dire che gli fu concessa la piena cittadinanza romana, come testimonia un'epigrafe:

    SEXTVS
    PVBLICI
    VS
    SEX. F. MAE
    SCRIBA PUBLICIA
    SEX .L. CALLIP
    LIS

    Un altro Publiio ha un bellissimo e ben conservato monumento funerario a Colonia, un altro Caio Poblicio, (sappiamo che Publicius e Poblicius riguardavano la stessa gens) veterano della V legione, del 40 dc.

    C'è poi memoria di un Publicio Hilario cui si deve un'importante edificio pubblico, detto la Basilica Hilariana. La costruzione, nell'area sacra di S. Omobono a Roma, risalente all’età antonina, era luogo di culto di Cibele e Attis e sede della congregazione religiosa dei dendrofori, addetta al culto. Fu dedicata dal ricco mercante di perle Poblicio Hilario, finanziatore dell’edificio, come testimoniano una base onoraria a lui dedicata e una testa, probabilmente un suo ritratto, ritrovati all’interno della basilica.



     Caius Publicius Bibulus

    Il Sepolcro di Gaio Publicio Bibulo è un monumento funerario in  travertino e tufo, un tempo posto lungo l'antica via Lata con la facciata principale a sud-ovest, poco al di fuori della Porta Fontinalis che si apriva sulle mura Serviane.

    ISCRIZIONE DEL SEPOLCRO

    Via Lata

    "Tra i sepolcri aveva evidentemente principio la via Lata, della quale prendeva il nome la regione, e questa, tenendo la stessa direzione della moderna via del Corso, dava la comunicazione per questa parte della città al Campo Marzio. Lungo questa via si pongono comunemente dai topografi i tre archi registrati da Rufo in questa regione l'uno detto di Gordiano, l'altro Nuovo, ed il terzo di L. Vero e Marco Imperatori. Ed in fatti attestano molti scrittori che diversi resti di archi si viddero nei secoli a noi più prossimi lungo la via del Corso"".

    Oggi si trova a pochi metri dal lato sinistro del Vittoriano, miracolosamente risparmiato dalla demolizione durante la costruzione dell'edificio.

    Il monumento, che risale all'inizio del I secolo ac., e di cui solo una parte della facciata sopravvive, si trovava a un livello stradale molto più basso dell'attuale, per cui il suo basamento è completamente interrato. Trattasi di un monumento funerario quadrato su un alto basamento, sul quale si trova una cella rettangolare della quale resta solo una facciata. 
    Al centro si trova la porta fra quattro lesene tuscaniche, tra le quali si trovano due riquadri. Il fregio superiore si è conservato solo in un tratto, ma comunque si rivela come un unico blocco di architrave decorato con ghirlande, bucrani e rosette. In cima al basamento si vede un'iscrizione che si ripeteva anche sui lati: 

    C(aio) Poplicio Bibulo ead(ili) pl(ebis) honoris
    virtutisque caussa Senatus
    consulto populique iussu locus
    monumento quo ipse postereique
    eius inferrentur publice datus est 

    Cioè: "A Caio Publicio Bibulo, edile della plebe, in riconoscimento del suo valore e dei suoi meriti, per decisione del Senato e del popolo è stato concesso a spese pubbliche un terreno per il sepolcro, perché egli e i suoi discendenti vi siano deposti".
    Si tratta quindi di un sepolcro pubblico, caso rarissimo a Roma, concesso per i meriti a un personaggio del quale non si sono tramandate le imprese, tanto più che il titolo di edile è il minore spettante ai pubblici uffici, quindi i meriti devono essere stati notevoli e strettamente personali.  Qualcuno ha pensato e dedotto che anche l'essere stato seppellito nel pomerio fosse un privilegio accordato al personaggio, ma secondo altri studiosi però, poichè gli antichi romani non potevano essere sepolti all'interno delle mura e la tomba di Caio Publicio Bibulo sembra violare la regola, significa che il monumento è stato eretto in una zona ai piedi del Campidoglio che non era stata incluso nel pomerio, il confine sacro della città di Roma.

    FOTOGRAFIA DEL 1880 DEL SEPOLCRO
    Il fatto che, sempre nell'XI giornata, si nota che 
    "A poca distanza del descritto sepolcro si trovano resti di altro sepolcro i quali si giudicano avere appartenuto a quello della famiglia Claudia, che per quanto indica Svetonio si stabilisce a piedi del Campidoglio" suffraga quest'ultima ipotesi, perchè il divieto di seppellire entro le mura era davvero inderogabile, come lo fu anche in seguito, tanto è vero che ingrandito il pomerio, le tombe si allontanarono sempre più dalla città, fino a doversi dislocare oltre le mura aureliane, lungo le vie consolari.

    Durante il Medioevo il fronte del monumento venne a costituire la facciata di una casa, come testimoniano i disegni del XV secolo, che venne demolita però nei lavori per il Vittoriano.


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  • 02/26/15--05:57: MACCHINE DA GUERRA


  • Le macchine da guerra usate dai Romani furono in parte tradizionali ma in gran parte con grandi invenzioni e innovazioni che si protarranno nell'uso fino al Medioevo e al Rinascimento. Gli ingegneri militari romani furono capaci come pochi e i legionari furono esecutori ineguagliabili. 

    Soprattutto le armi da assedio (apparata oppugnandarum urbium) rappresentarono la grande forza di conquista dell'esercito romano. Con le macchine i romani abbatterono o superarono le mura delle città assediate, insieme a congegni di artiglieria, in parte copiate dai Greci della vicina Magna Grecia.
    I romani copiarono il meglio di tutto riuscendo anche a migliorarlo, e inventarono di tutto.

    « I Romani, allestiti questi mezzi, pensavano di dare l'assalto alle torri, ma Archimede, avendo preparato macchine per lanciare dardi a ogni distanza, mirando agli assalitori con le baliste e con catapulte che colpivano più lontano e sicuro, ferì molti soldati e diffuse grave scompiglio e disordine in tutto l'esercito; quando poi le macchine lanciavano troppo lontano, ricorreva ad altre meno potenti che colpissero alla distanza richiesta. Quando i Romani furono entro il tiro dei dardi, Archimede architettò un'altra macchina contro i soldati imbarcati sulle navi: dalla parte interna del muro fece aprire frequenti feritoie dell'altezza di un uomo, larghe circa un palmo dalla parte esterna: presso di queste fece disporre arcieri e scorpioncini e colpendoli attraverso le feritoie metteva fuori combattimento i soldati imbarcati. Quando essi tentavano di sollevare le sambuche, ricorreva a macchine che aveva fatto preparare lungo il muro e che, di solito invisibili, al momento del bisogno si legavano minacciose al di sopra del muro e sporgevano per gran tratto con le corna fuori dai merli: queste potevano sollevare pietre del peso di dieci talenti e anche blocchi di piombo. Quando le sambuche si avvicinavano, facevano girare con una corda nella direzione richiesta l'estremità della macchina e mediante una molla scagliavano una pietra: ne seguiva che non soltanto la sambuca veniva infranta ma pure la nave che la trasportava e i marinai correvano estremo pericolo.»
    (Polibio - Le Storie)

     Usarono le scale d'assedio, l'ariete, la falce murale, la rampa d'assedio, la torre mobile, la balista, la catapulta, la carrobalista, la chierobalista, lo scorpio, la manubalista, l'onagro, il corvo.



     SCALE D'ASSEDIO

    La scala d'assedio fu il primo strumento d'assedio utilizzato fin dalla notte dei tempi. Esse servivano per scalare facilmente le mura nemiche, usate anche da egiziani e assiri, poi dagli elleni e infine dai romani. Naturalmente erano proporzionate all'altezza del muro.

    Polibio ne narra l'uso durante la II Guerra Punica:
    « Per quanto riguarda la corretta misura delle scale, il metodo di calcolo è il seguente: se da un complice viene fornita l'altezza delle mura, risulta evidente quale dovrà essere la corretta misura delle scale; se infatti l'altezza del muro è ad esempio 10, le scale dovranno avere una lunghezza di 12 abbondante. Per ottenere poi la giusta inclinazione della scala, per coloro che vi salgono, questa dovrà avere la base ad una distanza dalle mura pari alla metà della loro lunghezza, perché una maggiore distanza dal muro ne compromette la resistenza quando la scala è affollata dai soldati che vi si arrampicano, mentre una maggior vicinanza alla perpendicolare, la rende insicura per chi vi sale. Quando non sia possibile misurare un muro o avvicinarsi per farlo, occorre come riferimento considerare da una certa distanza l'altezza di un qualsiasi oggetto che si innalza perpendicolarmente su una superficie piana ed il metodo per calcolarla è facie per coloro che conoscono bene la matematica. Qui è ancora una volta evidente che coloro si occupano dei piani militari e degli assedi alle città, dove mirano al successo, devono aver studiato geometria... per quanto serve ad avere un'idea dei principi della proporzione e della teoria delle figure simili. »
    (Polibio, Storie)

    Secondo Apollodoro di Damasco, le scale invece dovevano oltrepassare il bordo del muro di tre piedi, cioè di circa un m, e doveva essere di frassino, faggio, olmo o altro, purché leggero, ma resistente. Potevano essere componibili con ogni sezione non più lunga di 12 piedi, si che i montanti della seconda scala andavano inseriti in quelli della prima, quelli della terza tra quelli della seconda e così di seguito. Le estremità inferiori andavano poi fissate ad una trave circolare lunga 15 piedi, fissata al suolo davanti alle mura e si doveva sollevare la scala a gran velocità con corde e funi, arte in cui i legionari erano versatissimi. Nessuno poteva uguagliare le manovre dei legionari sia in precisione che in velocità.

    SONO ANCORA VISIBILI I RESTI DELL'ENORME RAMPA D'ASSEDIO CHE COSTRUIRONO
    I ROMANI NELLA CONQUISTA DI MASADA

    RAMPA D'ASSEDIO

    La rampa d'assedio fu utilizzata dai legionari romani durante numerosi assedi di città poste in luoghi particolarmente elevati (come Masada e nella Battaglia di Avarico). Era una struttura costituita da tronchi di legno, pietre e terra messe insieme dai legionari, con la quale si raggiungeva l'altezza delle mura. Su questa rampa potevano essere poi poste torri e macchine d'assedio per la conquista della città nemica.

    E' menzionata durante l'assedio di Atene dell'87-86 a.c. quando Lucio Cornelio Silla demolì il grande muro che conduceva da Atene al Pireo, utilizzandone le pietre, il legname e la terra, per la costruzione di una serie di rampe.
    «....Quando le rampe cominciarono a crescere, Archelao, generale di Mitridate, eresse delle torri a quelle contrapposte, e pose la maggior quantità possibile di artiglieria su di loro. .... E mentre Silla stava creando la sua rampa d'assedio alla giusta altezza presso il Pireo, cominciò a piazzarvi sopra tutta una serie di macchine d'assedio. Ma Archelao cominciò a demolire la rampa portando via la terra, i Romani per lungo tempo non avevano sospettato nulla. Improvvisamente la rampa crollò. Intuito rapidamente lo stato delle cose, i Romani ritirarono le loro macchine e riempirono di terra la rampa e, seguendo l'esempio del nemico, iniziarono loro stessi a scavare sotto le mura avversarie. Gli uomini, scavando sotto terra, si incontrarono tra gli opposti schieramenti e combatterono con spade e lance, sebbene al buio. E mentre ciò accadeva, Silla cominciò a martellare le mura nemiche anche con quegli arieti che erano stati posti in cima alle rampe, salvo che una di queste cadde a terra. Poi si affrettò a bruciare la torre vicina e riversò un gran numero di dardi di fuoco contro di essa, ordinò poi ai suoi soldati più coraggiosi, di salire sulle scale d'assedio. Entrambe le parti combatterono con coraggio, ma la torre fu bruciata.»
    (Appiano, Guerre mitridatiche)

    Giulio Cesare, durante la conquista della Gallia, nel 52 a.c., giunto presso la città di Avarico, pose il campo base di fronte alla città dove i fiumi e la palude consentivano solo uno stretto passaggio, e cominciò a costruire un ampio terrapieno di fronte alle mura (Murus gallicus) nemiche, insieme alle vineae e due torri d'assedio:

    « Al grandissimo valore dei soldati romani venivano opposti espedienti di ogni genere da parte dei Galli Essi, infatti, con delle corde deviavano le falci murali e dopo averle assicurate le tiravano dentro toglievano la terra sotto il terrapieno con gallerie, con grande abilità poiché nel loro paese esistevano grandi miniere di ferro avevano inoltre costruito delle torri in legno a diversi piani lungo tutte le mura e le avevano coperte di pelli e con frequenti sortite di giorno e di notte davano fuoco al terrapieno o assalivano i legionari impegnati a costruire le loro torri le sopraelevavano per eguagliare le torri dei Romani, tanto quanto il terrapieno era innalzato giornalmente con legni induriti dal fuoco, con pece bollente o sassi pesantissimi ritardavano lo scavo delle gallerie e impedivano di avvicinarle alle mura.»
    (Cesare, De bello Gallico)

    I legionari, nonostante il pungente freddo e le forti piogge, riuscirono a costruire nei primi 25 giorni di assedio, un terrapieno largo quasi 100 m e alto quasi 24 m, di fronte alle due porte della cittadella. Cesare, era riuscito ingegnosamente a raggiungere il livello dei contrafforti, tanto da renderli inutili per la difesa degli assediati.


    SAMBUCA

    La sambuca fu inventata da Eraclide di Taranto attorno al III secolo a.c., ed era una specie di scala mobile a forma di ponte volante che serviva per scalare le mura. Essa consisteva in una torre d'assedio trasportata tra due navi affiancate. Condotta dalle navi sotto le mura delle città nemiche, i legionari poggiavano la torre alle mura per poi scavalcarle con un ponte levatoio manovrato da corde. Venne chiamata sambuca in quanto una volta innalzata assomigliava allo strumento musicale chiamato appunto sambuca.

    I Romani iniziarono ad usarla dopo le guerre pirriche del 280-275 a.c. Sappiamo pure che venne usata dai Romani negli anni 214-212 a.c., dal console Marco Claudio Marcello durante l'assedio di Siracusa difesa dal grande Archimede. Si racconta che i Romani diedero l'assalto alle mura siracusane con tutti i mezzi a loro disposizione, tra cui torri d'assedio, arieti, vineae e pure le sambuche:
     « ...quando i Romani tentavano di sollevare le sambuche, Archimede ricorreva a macchine che aveva fatto preparare lungo il muro e che, di solito invisibili, al momento del bisogno si levavano minacciose al di sopra del muro e sporgevano per gran tratto con le corna fuori dai merli. Queste potevano sollevare pietre del peso di dieci talenti e anche blocchi di piombo. Quando le sambuche si avvicinavano, facevano girare con una corda nella direzione richiesta l'estremità della macchina e mediante una molla scagliavano una pietra. Ne seguiva che non soltanto la sambuca veniva colpita ma pure la nave che la trasportava e i marinai correvano estremo pericolo. »
    (Polibio, Le Storie) e ancora:

    « Dopo aver posto una scala, larga quattro piedi, da risultare alta come le mura, e collocata ad una giusta distanza da queste, ne avevano chiuso i fianchi a sua protezione; l'avevano posta in modo orizzontale sulle fiancate adiacenti tra loro delle navi affiancate, molto sporgenti rispetto ai rostri. Alla sommità degli alberi erano poste delle carrucole con funi, per cui quando era necessario, legavano le funi all'estremità superiore della scala, e poi le tiravano con le carrucole, le tiravano  da poppa. Altri uomini, stando a prua, cercavano di assicurare la macchina così innalzata, puntellandola alla sua base. Servendosi quindi delle file dei remi, poste sulle due fiancate esterne, avvicinavano le navi a terra e provavano ad appoggiare la scala al muro. In cima alla scala, era posto un tavolato protetto su tre lati da graticci, dove salivano quattro uomini, i quali davano battaglia con il nemico posto sulle mura, pronto ad impedire che la sambuca venisse appoggiata al muro. Una volta riusciti ad appoggiare la scala, si trovavano spora il livello delle mura, toglievano i graticci laterali e scendevano dal tavolato sui fianchi, su mura e torri. Gli altri seguivano, salendo attraverso la sambuca»


    ARIETE

    Secondo Vitruvio, l’ariete d’assedio fu inventato dai Cartaginesi, venne però adottato durante l’assedio romano di Cadice, alleata dei cartaginesi, nel 205 a.c.. Il cartaginese Ceras fu il primo a costruire una piattaforma in legno, montata su ruote con sopra una struttura di legno ricoperta di pelli per proteggere gli uomini addetti alla manovra. Dato che questa macchina era molto pesante e lenta nei movimenti fu chiamata testuggine arietaria.

    Fu adottata dai Romani per abbattere porte e mura delle città talvolta dotandolo di un grosso sperone, come un rostro. Comunque l'esercito romano lo aveva già usato per certo nel 250 a.c., durante l'assedio di Lilibeo, durante la I Guerra Punica: « ...presso questa città da entrambe le parti e avendo bloccato le zone tra gli accampamenti con un fossato, una palizzata e un muro, cominciarono a spingere le opere per l'assedio contro la torre situata più vicino al mare, verso il mare libico. » (Polibio, Storie)

    I romani, grandi osservatori, avevano però già appreso queste tecniche d'assedio durante le guerre pirriche del 280-275 a.c., insieme alle torri d'assedio e le vinea. L'ariete era una grossa trave, ricavata dal fusto di un albero, con una estremità rivestita da una calotta di metallo che in genere aveva la forma una testa di ariete, da cui prese il nome. Con questo macchinario si potevano sfondare le porte di accesso delle fortezze, e pure le mura se poco spesse.
    « esso consiste in una trave di enorme grandezza, simile ad un albero di una nave, dove sulla punta era posto un grande rinforzo di ferro a forma di testa d'ariete, da cui prende il nome. Attraverso un sistema di funi, è sospeso nel punto centrale ad un'altra trave, come l'asta di una bilancia, quindi sorretta alle due estremità da tiranti la sostengono. Essa viene tirata indietro da un grande numero di addetti, che poi la spingono avanti tutt'insieme, andando a sbattere contro le mura con la punta di ferro. E non esiste torre o cinta muraria così spessa che, se anche riesce a sopportare i primi colpi, possa resistere sotto i continui colpi. »
    (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica)

    L'ariete veniva appeso ad un castelletto (muscolo o testuggine), e tirando delle funi, agganciate nella parte posteriore, esso veniva tirato indietro al massimo, rilasciando poi le funi di colpo così che colpisse il bersaglio con grande forza. Questa manovra veniva ripetuta continuamente contro fino a distruggere l'obiettivo. Gli arieti più leggeri erano imbracciati a mano dai soldati, o montati su carri a quattro ruote lanciati contro le strutture degli assediati, altre volte ancora erano montati in altre macchine come torri mobili.

    Procopio di Cesarea durante le guerre gotiche degli anni 535-553 ai tempi di Giustiniano narra di un gigantesco ariete azionato alle corde da 50 uomini, Vitruvio di uno uno azionato da 100 uomini. ma non è il massimo, perchè durante la III Guerra Punica, i Romani misero in azione un ariete manovrato da 6000 uomini, al comando di un ufficiale, che agiva con massima precisione come fosse manovrato da un uomo solo.

    Ma la cosa più interessante è che gli arieti i romani non se li portavano appresso, per la loro proverbiale celerità nelle guerre, viaggiavano più leggeri possibile, pertanto tutti i macchinari da guerra venivano costruiti sul posto dai legionari stessi, straordinari ideatori ed esecutori di strade, ponti, acquedotti, accampamenti e macchine da guerra, utilizzando i materiali più vicini alla città assediata.



    FALCE MURALE

     La falce murale (Falx muralis), o Gancio d'Assedio, era una macchina appunto d'assedio, consistente in una lunga pertica o asta, a cui era fissato un grosso uncino di ferro tagliente, talvolta anche due. Il veloce movimento rotatorio, sia longitudinale che trasversale, prodotto manovrando delle corde, permetteva di togliere la calce tra i mattoni o tra i massi delle mura, o di far crollare le travi di legno delle palizzate degli accampamenti.

    Si sa che venne usata durante gli assedi di Avarico, nel 52 a.c. tra l'esercito romano di Giulio Cesare e l'esercito gallico dei Biturigi:
    « Al grandissimo valore dei soldati romani venivano opposti espedienti di ogni genere da parte dei Galli Essi, infatti, con delle corde deviavano le falci murali e dopo averle assicurate le tiravano dentro, toglievano la terra sotto il terrapieno con gallerie, con grande abilità poiché nel loro paese esistevano grandi miniere di ferro, avevano inoltre costruito delle torri in legno a diversi piani lungo tutte le mura e le avevano coperte di pelli e con frequenti sortite di giorno e di notte davano fuoco al terrapieno o assalivano i legionari impegnati a costruire le loro torri le sopraelevavano per eguagliare le torri dei Romani, tanto quanto il terrapieno era innalzato giornalmente con legni induriti dal fuoco, con pece bollente o sassi pesantissimi ritardavano lo scavo delle gallerie e impedivano di avvicinarle alle mura. »
    (Cesare, Commentarii de bello Gallico)

    Venne usata pure nell'assedio di Alesia, sempre del 52 a.c,, tra i romani di Giulio Cesare e i galli di Vercingetorige ma pure nel 54 a.c., quando un legato di Cesare, Quinto Tullio Cicerone, dovette difendersi a Namur, dall'assedio di Ambiorige, re della Gallia belgica. L'assedio fu tolto alla notizia dell'arrivo di Cesare; e gli Eburoni, in un assalto al campo romano, furono completamente sconfitti. Anche Polibio, nelle Storie, ne descrive l'uso nell'assedio romano ad Ambracia:

    « Gli etoliani assediati dal console Marco Fulvio offrivano una certa resistenza e mentre gli arieti battevano vigorosamente sulle mura, ed i lunghi pali con i loro ganci di ferro strappavano le mura, tentarono di inventare macchine in grado di sconfiggerli, facendo cadere pesanti pietre e pezzi di quercia grazie a leve addosso agli arieti; ed attaccando ganci in ferro sugli arpioni trascinandoli all'interno delle mura, in modo che i pali a cui erano attaccati si rompessero sulle merlature, conquistando quindi questi ganci»
    (Polibio, Storie)



    MUSCOLO 

    Il muscolo (musculus) era una struttura realizzata interamente in legno. di forma quadrata o circolare a seconda dei bisogni, con una tettoia a doppio spiovente e a multistrato per prevenirne la distruzione ad opera di pesanti proiettili o del fuoco. Era infatti composta di mattoni e sassi cementati con della malta, coperti di cuoio ripiegato e poi ancora da materassi di lana, in pratica una capanna spostata con un sistema di rulli. Veniva utilizzato dai legionari per avvicinarsi alle mura di un fortino o di una città evitando così armi da tiro o da getto degli assediati. Infatti il muscolo fungeva da riparo mentre i soldati romani intaccavano le fondazioni delle mura o colmavano il fossato per permettere l'uso della rampa d'assedio.

    Plinio il Vecchio racconta che il nome del musculus deriverebbe da un animaletto marino uso accompagnarsi alle balene: il "topo marino", quel che oggi chiamiamo il Pesce pilota. Giulio Cesare nel suo De bello civili ne parla con precisione:

     « Cominciarono a costruire un muscolo lungo sessanta piedi, fatto di travi dello spessore di due piedi, del quale muscolo questa era la forma. Si posano al suolo due travi della stessa lunghezza e distanti fra loro quattro piedi e vi si inseriscono perpendicolarmente colonnette alte cinque piedi. Si uniscono l'una all'altra tali colonnette per mezzo di cavalletti leggermente inclinati in modo da poter collocare su di essi le travi destinate a formare il tetto del muscolo. Le travi disposte sopra questi cavalletti hanno lo spessore di due piedi e sono tenute in sede mediante lamine e chiodi. Ai bordi del teoo del muscolo e alle estremità delle travi si piantano regoli di forma quadrata larghi quattro dita per impedire lo slittamento dei mattoni che dovranno essere sistemati sopra il muscolo stesso. Munita così di un tetto a doppio spiovente e costruita metodicamente appena le travi sono collocate sui cavalletti, la struttura viene coperta di mattoni e di malta per difenderla dal fuoco lanciato dalle mura. Quindi si stendono pelli di cuoio sui mattoni per impedire che l'acqua eventualmente immessa attraverso condotte disgreghi i mattoni. Coprono poi le pelli di materassi in modo che non siano danneggiate a loro volta dal fuoco e dalle pietre. ricorrendo a quel congegno che si utilizza per le navi, cioè rulli sottoposti al muscolo, lo accostano alla torre dei nemici in modo da farlo combaciare con le mura. »
    (Cesare, De bello civili)

    Il musculus fu solo una delle tante macchine da assedio realizzate dall'esercito di Cesare durante l'Assedio di Marsiglia del 49 a.c., voluta dallo stesso Cesare che nel campo delle innovazioni era un maestro. In realtà i romani conoscevano delle armi da assedio elleniche fin dal III secolo a.c., quando le Guerre Puniche resero necessari i mezzi ossidiali (di assedio). Fu infatti nel 250 a.c., durante l'assedio di Lilibeo, che i romani fecero ampio uso delle armi da assedio. Purtroppo Polibio, che ne narrò la storia, non si soffermò sui macchinari usati dagli assedianti.

    Da un punto di vista funzionale, il musculus era simile alla vinea ma più elaborato e resistente, che veniva spostato verso la struttura fortificata nemica grazie ad un sistema di rulli, come fosse una nave. Poteva essere anche utilizzato prima di una torre d'assedio, quando doveva essere colmato un fossato o costruita una rampa d'assedio. Doveva pertanto poter resistere sotto i colpi degli assediati, come grossi macigni o liquidi bollenti come la pece incendiata. Sappiamo da Cesare che durante l'assedio di Marsiglia ne furono impiegati alcuni, le cui dimensioni erano di circa 60 piedi di lunghezza (18 m).



    PLUTEO 

     l pluteo era un piccolo riparo mobile, dotato di tre ruote, che poteva avere forma ad angolo retto o ricurva. Era normalmente in legno, ricoperto da pelli per limitare il rischio di incendiarsi. Le tre ruote davano agli assedianti una grande manovrabilità sotto le mura avversarie. Ce ne scrive Cesare nell'assedio di Marsiglia del 49 a.c. durante la guerra civile.

    Il pluteo aiutava ad avvicinare macchine d'assedio più grandi per abbattere o assalire le mura nemiche, oppure veniva usato come riparo fisso come accadde durante la conquista della Gallia del 51 a.c., quando Cesare puntò verso la regione che era appartenuta ad Ambiorige, per razziarla, o ancora a protezione del porto di Brindisi nel tentativo di bloccarvi Gneo Pompeo Magno:

    « Cesare, temendo che Pompeo non giudicasse opportuno lasciare l'Italia, decise di bloccare il porto di Brindisi. dove l'imboccatura del porto era più stretta fece gettare su entrambe le rive un terrapieno piazzava poi sul prolungamento della diga coppie di zattere di trenta piedi per lato sul davanti ed ai due lati le proteggeva con graticci e plutei, mentre con quattro zattere faceva innalzare due torri a due piani, per difendersi meglio dall'assalto delle navi e degli incendi. »
    (Cesare, De bello civili)

    e poi:
    « Al grandissimo valore dei soldati romani venivano opposti espedienti di ogni genere da parte dei Galli Essi, infatti, con delle corde deviavano le falci murali e dopo averle assicurate le tiravano dentro toglievano la terra sotto il terrapieno con gallerie, con grande abilità poiché nel loro paese esistevano grandi miniere di ferro avevano inoltre costruito delle torri in legno a diversi piani lungo tutte le mura e le avevano coperte di pelli e con frequenti sortite di giorno e di notte davano fuoco al terrapieno o assalivano i legionari impegnati a costruire le loro torri le sopraelevavano per eguagliare le torri dei Romani, tanto quanto il terrapieno era innalzato giornalmente con legni induriti dal fuoco, con pece bollente o sassi pesantissimi ritardavano lo scavo delle gallerie e impedivano di avvicinarle alle mura.»
    (Cesare, De bello Gallico)

    Un altro esempio di rampa d'assedio è quella descritta a Masada dove Flavio Giuseppe narra che per raggiungere la fortezza, ne fu costruita una gigantesca, alta 200 cubiti tra terra e pietre, oltre a 50 cubiti di una piattaforma in legno (per un totale di oltre 110 m), e larga 50, a sua volta sormontata da un'imponente torre d'assedio.



    TORRE MOBILE

    Un’alta struttura di legno a più piani, montata su ruote, con scale interne che portavano ai vari livelli. Potevano essere rivestite in ferro o in materiale ignifugo. Affinchè fossero stabili al massimo, avevano base quadrata e si restringevano in altezza, in modo che l'area della piattaforma superiore era pari ad 1/5 della base. La torre veniva accostata alle mura della città assediata per innalzare i soldati a livello delle mura, pertanto doveva essere superiore all'altezza delle mura della città assediata.

    Ne consegue per i costruttori delle torri, conoscere l'altezza delle fortificazioni avversarie. In cima vi era invece un "ponte levatoio" che permetteva l'accesso sulle mura Esse erano trainate da buoi e con alcune pareti rivestite con pelli per proteggersi dai dardi nemici, ed erano anche una copertura per le truppe che la spingevano e per quelle che la seguivano dietro. Dalla sua sommità si lanciavano frecce, dardi incendiari e pietre sui difensori per cercare di allontanarli dalle mura. Calando, quindi, un ponte sui parapetti antistanti, gli assedianti tentavano di entrare nella città fortificata.

    Le torri più grandi avevano nella parte inferiore un ariete per aprire un varco nelle mura, impegnando così i soldati nemici sia nella parte inferiore che nella parte superiore delle mura. Si hanno diverse notizie del loro uso:
    - Venne usata a Selinunte dai Cartaginesi per l'assedio della città 409 a.c..
    - Esse potevano raggiungere altezze considerevoli, il greco Diade, architetto di Alessandro Magno, nel 330 a.c., ne realizzò di diverse misure fino ad un'altezza massima di 120 cubiti (53 metri).
    - I romani le usarono nell'assedio di Numanzia nel 133 a.c.
    - Ancora i romani le usarono nell'assedio di Avarico del 52 a.c.
    - e nell'assedio di Gerusalemme nel 70.
    - Ancora i romani le usarono a Masada nel 74 costruendone una di 60 cubiti (26 m) munita anche di catapulte, baliste ed un grande ariete.



    CORVO
    CORVO

    Macchina bellica d’assedio in uso presso Greci e Romani. Era costituita da una struttura in legno su ruote per essere trasportata. ne emergeva una trave, che poteva muoversi in senso verticale o ruotare in orizzontale.

     Ad una estremità della trave era collocato un grosso uncino, come il becco di un corvo, con cui si potevano abbattere mura, palizzate o afferrare e tirare a sé carri o macchine nemiche.



    CORVO FALCIATORE

    Un tipo particolare di corvo era quello detto falciatore, che agendo con un movimento orizzontale, falciava i nemici, che si trovavano a difendere una muraglia.



    CORVO D'ABBORDAGGIO

    Si chiamava ancora corvo (corvus), un congegno di abbordaggio navale utilizzato dai Romani nelle battaglie navali della I Guerra Punica contro Cartagine.

     Nelle Storie, Polibio lo descrive come una passerella mobile larga 1,2 m e lunga 10,9 m, con un piccolo parapetto sui due lati.

    Il ponte era dotato di uncini alle estremità che agganciavano la nave nemica, consentendo alla fanteria di combattere come sulla terraferma.

    La nuova arma fu ideata per compensare la mancanza di esperienza in battaglie fra navi e consentì una tecnica di combattimento che permetteva di sfruttare la conoscenza delle tattiche di combattimento terrestri in cui Roma era maestra.

    L'arma fu provata per la prima volta nella battaglia di Milazzo, la prima vittoria navale romana; e continuò ad essere provata negli anni successivi, specialmente nella dura battaglia di Capo Ecnomo, combattuta nel 256 a.c. fra Roma e Cartagine.
    "Le due squadre dei consoli, infine si lanciarono al soccorso di quelli che erano in pericolo e che riuscivano a resistere solo per il timore che i punici avevano dei "corvi""

    In seguito, con la crescita dell'esperienza romana nella guerra navale, il corvo fu abbandonato a causa del suo impatto sulla navigabilità dei vascelli da guerra.



    OSSERVATORIO

    Quasi sempre usati durante i numerosi assedi sostenuti dagli eserciti romani nei secoli, e si trattava in sostanza di un posto di osservazione molto elevato, costruito con il medesimo principio delle scale moderne, ovvero in più tronconi tra loro congiungibili, in modo da allungarsi a piacimento. Tale strumento permetteva di valutare i movimenti della città assediata, lo spessore delle mura, l'entità delle truppe assediate, ecc. I particolari costruttivi sono elencati da Apollodoro di Damasco nella sua opera sulle macchine da guerra.



    TESTUGGINE 

    La testuggine ( testudo) era una macchina che permetteva agli assedianti di avvicinarsi alle mura nemiche per demolirle, protetti da questa struttura mobile.

    Era di solito montata su ruote, oltre ad essere costruita con robuste travi in legno inclinate e protette da un tavolato con uno strato di argilla, per evitare che massi, tronchi, pece infuocata o olio bollente, lanciati dagli assediati, potessero danneggiare la struttura e i soldati. L'estremità inferiore della struttura, opposta alle mura, era dotata di punte cje la ancoravano al terreno.



    EMBOLON

    Era un tipo di testudo a rostro, a forma di prua di nave, che serviva in caso di assedi di città o fortezze che si trovavano su pendii particolarmente ripidi a garantire una migliore protezione agli assedianti. Erano strutture più resistenti in caso di lancio sopra le stesse di massi, pietre e così via. Di questo tipo di arma se ne fece largo uso durante la conquista della Dacia, come ben testimoniato sulla Colonna Traiana durante i vari assedi alle cittadelle daciche ed alla loro capitale Sarmizegetusa Regia.



    TESTUDO ARIETATA

    L'evoluzione della testuggine fu la testudo arietata, unendo appunto testuggine e ariete. L'ariete in questi caso era mosso su rulli o ruote, e la percussione contro le mura nemiche era azionata tirando avanti e indietro, le funi ancorate alla parte posteriore.

    I soldati che l'azionavano erano protetti da una tettoia coperta di pelli resistenti al fuoco. In questo modo la parte anteriore a forma di ariete veniva sospinto contro le mura, per creare una breccia, mentre coloro che l'azionavano, erano al riparo da dardi e pietre nemiche.



    TOLLENO

    Il tolleno, in italiano tollenone, era formato da due travi di cui una posta verticale e l'altra orizzontale appoggiata alla prima attraverso un montante girevole, al cui capo era ancorato un grosso cesto dove erano posti alcuni armati.

    Questi venivano sollevati, facendo forza a mezzo di funi attraverso altri armati lasciati a terra, in modo da tirare verso il basso la parte posteriore della macchina d'assedio in questione, oltre a fare in modo di ruotare in direzione ed altezza la cesta posta al capo opposto. Sembra fu citato per la prima volta da Enea Tattico nella sua Poliorketika nel IV sec. a.c.



    VINEA

    L'uso di questo macchinario d'assedio da parte dei romani risale al 502 a.c., agli inizi della Repubblica, in occasione dell'assedio di Suessa Pometia, un'antica città del Lazio. Vegezio, la descrive come una tettoia mobile alta circa 7 piedi, larga 8 piedi e lunga 16 (2,1 × 2,4 × 4,8 m), riparata sui lati da vimini intrecciati.

    Unendone diverse tra loro, si poteva formare un corridoio coperto sia ai lati che sopra per proteggere i soldati assedianti sotto le mura nemiche. Poichè però gli assedianti vi gettavano torce o addirittura pece greca, sovente venivano coperte con pelli o lana o frasche verdi o coperte bagnate. Alla base poi avevano dei pali appuntiti per poterli fissare al terreno quando i soldati che li trasportavano avevano bisogno di riposarsi.

    Tito Livio narra che durante l'assedio di Sagunto del 219 a.c., Annibale le utilizzò per proteggere i suoi soldati dai lanci degli assediati ed avvicinare un ariete alle mura. Giulio Cesare le descrive diffusamente durante l'assedio di Avarico, del 52 a.c., quando dopo 27 giorni, profittò di una fitta pioggia, che avrebbe pertanto vanificato ogni tentativo di incendio, per avvicinare una delle torri d'assedio alle mura della città, nascondendo i soldati all'interno delle vineae, per irrompere poi sugli spalti della città gallica degli Biturigi.
    Ma anche Sallustio racconta dell'uso delle "vigne" nelle guerre giugurtine, durante i vari assedi operati dai romani.  



    LE MACCHINE DA ARTIGLIERIA 

    Sappiamo che le macchine di artiglieria (tormenta) servivano al lancio di proiettili anche incendiari (dardi, frecce, giavellotti, pietre e massi), atti a perforare le difese nemiche, agevolandone l'assalto, o nel caso degli assediati, la difesa. Esse vennero usate:

    - da Marco Furio Camillo, in vista della guerra da condurre contro i Volsci di Anzio;
    - nella I Guerra Punica, contro le città cartaginesi in lunghi assedi di loro potenti città, difese da imponenti mura e dotate di artiglieria - da Cesare durante la conquista della Gallia tra il 58 ed il 52 a.c.;
    - da Germanico nella campagna del 16 d.c. contro i Germani;
    - e a Corbulone in quella del 62 contro i Parti,

    Queste macchine erano di tipo nevrobalistico o a torsione, poiché utilizzavano come propulsore il rapido svolgimento di una matassa, di solito una corda di fibre, nervi, tendini o criniere di cavalli.
    Addetti alle macchine da lancio erano poi i ballistarii, i quali, grazie ad un'elevata specializzazione, appartenevano a quel gruppo di legionari privilegiati, chiamati immunes. Erano alle dipendenze di un Magister ballistarius (almeno dal II sec. d.c.), coadiuvato da un optio ballistariorum (attendente al servizio del comandante) e ad un certo numero di doctores ballistariorum (sotto-ufficiali di complemento). Ogni legione, infine, poteva disporre fino a circa 60 tra catapulte e baliste.



    BALISTA O BALLISTA

    Dal latino ballista, dal greco ballistēs, da ballo "lanciare", macchina d'assedio inventata dai Greci e perfezionata dai Romani. Fu impiegata, soprattutto negli assedi, per lanciare giavellotti, pietre, frecce o dardi infuocati, palle di piombo, usufruendo dello scatto di un arco di grandi dimensioni.

    Le prime baliste furono di legno, tenuto da lastre e chiodi di ferro, con un cursore in alto, in cui venivano caricati i bulloni o le pietre. La struttura della balista era mobile, entro certi limiti, sia nel piano orizzontale che in quello verticale, in modo tale che il lancio del proiettile poteva essere orientato. L’arco della balista era costituito da due aste di legno, fissate a un telaio posto su un cavalletto.

    Le due aste tenevano due fasci di fibre intrecciate, fatte di tendini di animale, che fungevano da propulsore, essendo tese al massimo. I perni di bronzo o ferro, che assicuravano la torsione delle corde, erano regolati da perni e fori periferici, che potevano essere regolati a seconda delle condizioni meteorologiche. Una robusta corda, agganciata alle due aste, veniva tesa e fissata all’ estremità di un carrello mobile, trattenuta da un grilletto. Il giavellotto, o altro, era collocato in una scanalatura del carrello, cosi che, sganciando di colpo dal perno la corda tesa dalle due aste, veniva spinto violentemente in avanti.

    La sua portata massima era di oltre 460 m, ma il raggio di precisione molto meno: un giavellotto o dardo fino a m. 350; una pietra di 800 g. fino a m. 180. La leggerezza dei colpi della Ballista non ha avuto il successo delle pietre gettate dagli onagri più tardi, trabucchi, o mangani, pesanti fino a 200-300 libre (90-135 kg).

    Fu utilizzata da Giulio Cesare durante la conquista della Gallia e per sottomettere la Gran Bretagna: Durante l'assedio di Alesia in Gallia, nel 52 a.c., Cesare l'aveva quasi completamente circondato la città assediata da 14 miglia (21 km) di trincea riempita di acqua deviata dal fiume locale, poi un'altra trincea, poi una palizzata di legno e torri, poi l'esercito romano accampato, poi un'altra serie di palizzate e trincee per proteggerle da eventuali forze galliche in soccorso. All'esterno aveva fatto collocare tante piccole baliste manovrate da cecchini sulle torri, oltre ad altre truppe armate con archi o fionde. Dopo Giulio Cesare, la balista diventò permanente nell'esercito romano, costantemente migliorata dagli ingegneri militari.

    Si sostituirono le parti in legno col metallo, creando una macchina più piccola e leggera, capace di una potenza maggiore, dal momento che il metallo non si deforma come il legno, e richiede meno manutenzione, anche se vulnerabile alla pioggia. Ammiano Marcellino (IV sec.) ricorda che si trattava di macchine da lancio atte al lancio dei giavellotti. I dardi potevano risultare di piccole dimensioni (20–22 cm) fino a raggiungere quasi i due metri, come degli autentici giavellotti. La loro gittata era stimata in 350 m circa.

    La balista, pur avendo principi analoghi anche in termini di costruzione a quelli delle catapulte, fu progettata per il lancio di pietre o massi pesanti (fino a oltre 45 kg), non invece per tiri di precisione. Flavio Giuseppe narra dell'assedio di Gerusalemme in cui un proiettile in pietra del peso di un talento (33 kg) fu lanciato ad oltre due stadi di distanza (377 m).

    Sempre Flavio Giuseppe, nel raccontare durante Nell'assedio di Iotapata ricorda episodi terribili:
     « tra gli uomini che si trovavano sulle mura attorno a Giuseppe un colpo staccò la testa facendola cadere lontano tre stadi. All'alba di quel giorno una donna incinta, appena uscita di casa, fu colpita al ventre e il suo piccolo venne scaraventato a distanza di mezzo stadio, tanto era la potenza della balista. Tutto il settore delle mura, dinanzi al quale si combatteva, era intrinso di sangue, e lo si poteva scavalcare attraverso una scalata sui cadaveri.»
     (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica)



    CATAPULTA

    Il nome è la forma latinizzata del greco antico katapeltes, da kata ( contro) e Pelta (scudo): il pelta è il piccolo scudo di legno e cuoio dei peltasti, della fanteria greca.. Sembra sia stata inventata nel 399 a.c. a Siracusa sotto il tiranno Dionisio I. Ma in realtà i Romani chiamarono con questo nome la macchina atta in genere a lanciare soprattutto rocce e pietre. Fu un'arma complessa, in legno, con qualche parte costruita o rivestita in metallo, con corde o tendini di animali come tensori. Infatti all'inizio funzionarono a tensione, in seguito a torsione, che davano una spinta molto maggiore.

    Mentre la Ballista serviva a lanciare frecce e giavellotti, lunghi da 4 a 6 m., la catapulta, macchina d’ assedio, era usata per scagliare grossi sassi (anche di un quintale), proiettili o sostanze infiammabili, con molta violenza. Era costituita da un braccio di legno che terminava con un secchio contenente il proiettile. L’altra estremità era inserita in corde ritorte che fornivano al braccio la propulsione. Le catapulte venivano solitamente assemblate o costruite totalmente sul luogo dell’ assedio, impiegando il legno della zona. Il che fa comprendere la capacità ingegneristica ed esecutiva dei soldati romani.

    Originariamente infatti la catapulta scagliava dardi capaci di trapassare le corazze meno robuste. I Romani utilizzarono la catapulta (il lithobolos greco), la macchina per lanciare pietre, anche in modelli più piccoli, come l'Onagro. Il Palintonon era una macchina di 3 tonnellate, caricato a sassi di 13 kg, (usato pure nell'assedio di Gerusalemme), ma poteva essere caricata solamente a dardi o sassi, mentre il cucchiaio dell'Onagro permetteva l'utilizzo di munizioni incendiare deflagranti, oltre ad essere di più facile costruzione. Inoltre l'onagro consentiva un tiro a parabola particolarmente efficace per scavalcare le mura delle città.


    Catapulta tensionale 
    Le prime catapulte furono tensionali, derivanti dal gastraphetes (una balestra rudimentale): una parte sotto tensione propelle il braccio che scaglia il proiettile, simile ad una balestra gigante.


    Catapulta torsionale 
    La balista fu la prima catapulta torsionale, che sfruttava l'elasticità di torsione prodotta da fasci di fibre elastiche. A questo fine erano usati tendini, crini e anche capelli. Anche gli onagri, costruiti dai Romani, sfruttavano lo stesso principio. Queste armi avevano un braccio che terminava con una fionda contenente il proiettile. L'altra estremità del braccio era inserita in corde o fibre che venivano torte (nevrobalistica), fornendo al braccio la forza propulsiva. Il sistema torsionale è assai più efficace del sistema tensionale, ma più complesso.



    CHIEROBALISTA 

    Verso il 100 d.c. venne progettata la Cheirobalista, uno scorpione di dimensioni minori ma quasi interamente in metallo, matasse incluse, rivestite da due cilindri di bronzo. Il metallo permetteva di ridurre le dimensioni senza penalizzare le prestazioni dell'arma. Di quest'arma vennero costruite anche versioni trasportabili a mano delle dimensioni di una balestra: le manuballiste.

    Una ricostruzione sperimentale effettuata in un documentario della BBC, la TV inglese , dimostrò che i Romani potevano sparare anche undici proiettili al minuto, quasi quattro volte la velocità di una Ballista ordinaria. Una carica con espulsione a ripetizione che reinserisce a usa volta la carica. Il tipo di materiale permetteva infatti di ridurre le dimensioni senza penalizzare le prestazioni dell'arma, dotata di una precisione micidiale. Di quest'arma vennero costruite anche versioni trasportabili a mano delle dimensioni di una balestra (solo il meccanismo era differente) battezzate manuballiste. 



    MANUBALLISTA 

    La Manuballista (per alcuni autori la stessa chierobalista, per latri diversa), ma detta pure arcoballista, era una versione portatile della tradizionale Ballista.

     Si narra che attorno all'anno 100, il famoso architetto delle campagne daciche di Traiano (e poi di Adriano), Apollodoro di Damasco, progettò un nuovo tipo di scorpione, riducendo alcune parti in legno, pesanti ed ingombranti, con strutture in ferro con potenza di lancio superiore.

    Realizzata quasi interamente in legno e molto più piccola, aveva poco metallo, anche col vantaggio di essere meno costoso. Non era la Gastraphetes antica, ma l'arma romana, con le stesse limitazioni però della Gastraphetes. Secondo altri invece fu progettata da Erone di Alessandria intorno al 100 sempre con dardi più piccoli e di metallo.



    CARROBALISTA

    La carrobalista era una macchina da lancio posta su un apposito carro a due ruote, trainato da cavalli, impiegata sia negli assedi che nelle battaglie campali in quanto facilmente spostabile durante la battaglia.

    L'uso della macchina era basato sull'elasticità dei materiali e la tensione delle corde, esattamente come l'arco, la balista, lo scorpione, la catapulta e l'onagro. Si sa che venne introdotta nel I sec. a.c., ed appare come un'evoluzione della balista, che poteva essere montata su un traino e spostata tramite muli.

    La carrobalista sfruttava la potenza di ampie molle di bronzo per sparare lunghe frecce oppure "ghiande" di piombo (proiettili cosiddetti per la forma a ghianda). Era manovrata complessivamente da 11 uomini ed era costituita da quattro parti principali: il calcio dove si trovava il congegno di scatto, il telaio dove erano le corde e i bracci di metallo, un sostegno e il carro. Una vite di puntamento consentiva di alzare o abbassare la traiettoria dei dardi.

    Venne largamente utilizzata dall'imperatore Traiano, prima contro i Daci di Decebalo, come si vede nella Colonna Traiana, e poi in Mesopotamia contro i Parti. Le carribaliste furono usate dalle centurie, con 1 carrobalista con undici serventi, ed alla legione con 10 onagri e 55 carribaliste.



    SCORPIONE 

    Lo Scorpione (scorpio) fu più di un arma da cecchino che una macchina d'assedio, essendo gestito da due soli uomini, anche se fu usato pure negli assedi. Arma di notevole precisione e potenza, era particolarmente temuta dai nemici dell'Impero Romano.

    Fu l'antesignana della balestra, probabilmente ispirata dal Gastraphetes greco, una piccola ballista portatile alimentata a dardi. Fu inventata nel 50 a.c. con dardi lunghi 70 cm. con un lancio di precisione a 100 metri, ma poteva arrivare, con tiro meno preciso, fino a 400. Oppure si usavano dardi di 130 cm. con una gettata fino a 650 metri, ma con tiro meno preciso.

    Quest'arma, descritta in dettaglio da Vitruvio (20 a.c.), grande ingegnere militare romano, come arma destinata al lancio di dardi e giavellotti, venne usata parecchio nelle campagne in Gallia e Germania e durante l'età repubblicana e imperiale, ogni centuria aveva scorpioni e baliste. Vegezio li definisce "balestre a mano". Gli scorpioni venivano collocati in batterie su alture dominanti distruggendo parecchi nemici.

    Ne fece grande uso Giulio Cesare in Gallia e durante l'assedio di Avarico, descrivendone la terrificante precisione. La loro maneggevolezza permise di impiegarle anche sui carri, prendendo così il nome di carrobalista. Sulla Colonna Traiana se ne contano diverse. Sembra cominciarono ad essere impiegati nell'esercito romano nella prima metà del I sec. a.c., ovvero dal tardo periodo repubblicano. Infatti durante la Repubblica e l'Impero dei primi secoli, ogni legione aveva 60 Scorpio, che potevano sparare fino a 240 frecce al minuto, o uno scorpio per centuria.

    Lo Scorpione ha principalmente due funzioni in una legione: nel tiro teso, in cui poteva abbattere un uomo a 100 m, perforandone anche lo scudo, o nel tiro parabolico, con distanze fino a 400 m. Le gomene erano generalmente costituite da crini di cavallo o da capelli, specialmente di donne. In seguito gli ingegneri militari romani proposero di adoperare delle molle di bronzo composte da molte lamine.



    ONAGRO 

    Deriva il suo nome dall'azione ripetuta e veloce della macchina, come i calci di un onagro, l'asino selvatico. Una macchina bellica da assedio, impiegata per lanciare grossi sassi o proiettili di piombo a distanza.

    Era simile alla catapulta, ma con traiettoria di lancio molto più curva, che poteva superare ostacoli alti e colpire i nemici dietro recinti o mura. Era inoltre impiegata per l’ indebolimento delle fortificazioni o contro truppe d’attacco o artiglieria nemica. Era un telaio orizzontale con due travi di quercia, alla cui estremità anteriore veniva fissato un telaio verticale di legno massiccio, e al centro un palo terminante in un secchiello appeso a funi in cui si poneva il proietto.

     A volte il telaio era fornito di ruote, nella cui parte centrale era disposto orizzontalmente l'organo di propulsione formato da un unico e grosso fascio di materiale elastico (corda di canapa o lunghi capelli umani intrecciati o tendini animali formanti una grossa corda). Il palo, orizzontale prima del lancio, liberato dal gancio che lo tratteneva e tirato da corde, scattava in verticale urtando una barra si che il proietto si scagliava per contraccolpo, saliva per 40 m. e cadeva a parabola ad una distanza di 30 m.

    Il peso del proiettile, secondo Vitruvio, poteva arrivare fino a 60-80 Kg. Secondo Vegezio ogni legione recava con sé 10 onagri trainati da cavalli o buoi e sostiene che non era possibile trovare arma più potente di questa. Era, inoltre, in grado di abbattere oltre a cavalli e armati, anche le macchine avversarie. Ma le macchine più grandi spesso venivano costruite sul posto oppure portate in pezzi e montate poi sul campo di battaglia L'onagro poteva essere di piccole dimensioni - per navi e spalti di fortificazioni - oppure molto grande, purché le proporzioni della macchina venissero riprodotte esattamente. Il fascio di corde poteva avere un diametro dai 10 cm. ai 30 circa e pertanto poteva lanciare, a seconda di questo fattore e quindi della grandezza dell'onagro, pietre sferiche del peso fra i 4 e gli oltre 50 kg a distanze variabili fra i 600 e i 200 m.



    IL CANNONE A VAPORE

    Fonte e immagine: Roman History Made Easy Durante l’assedio di Massilia (19 aprile – 6 settembre 49 a.c.) Giulio Cesare menziona un’arma che poteva provenire dall’arsenale di Archimede. Nel 49 a.c., Massilia – l’odierna Marsiglia – era la più grande città Greca indipendente.

    Circa 400 mila Greci e Galli vivevano all’interno delle mura della più grande città a ovest di Roma, e nonostante quasi cento anni di conquiste sia in Gallia sia in Grecia, vari generali romani – tra cui Giulio Cesare – avevano lasciato questo posto tranquillo.

    Massilia non era una città militare, ma un centro economico attraverso il quale passarono per 400 anni gran parte di esportazioni e importazioni della Gallia. Questo traffico di merci arricchì la città, che poteva quindi permettersi i migliori sistemi di difesa acquisendoli dai Greci stessi; queste armi non vennero testate contro gli eserciti romani fino a quando Giulio Cesare attraversò il Rubicone. Mentre la guerra civile si espandeva, Massilia si schierò con i pompeiani, diventando una spina nel fianco delle linee di rifornimento di Cesare tra il Nord Italia e la Spagna.

    Per scavalcare le massicce mura di Massilia, Cesare riferisce che il suo legato Gaio Trebonio dovette costruire strutture alte 80 piedi (circa 25 m), e fu durante questa costruzione che le legioni vennero attaccate dalle ballistae, che scagliavano pali di legno lunghi 12 piedi (3-4 m) muniti di punte; questi enormi proiettili erano in grado di penetrare quattro strati delle protezioni che i Romani usavano per lavorare. Una normale ballista avrebbe potuto teoricamente sparare un dardo di quel tipo, anche se secondo la tradizione questo non successe mai; il cannone a vapore di Archimede poteva sparare non solo palle di cannone, ma anche lunghi pezzi di legno.

    Il funzionamento di un cannone a vapore è abbastanza semplice: si tratta di un barile di bronzo o rame – molto simile a qualsiasi cannone a polvere da sparo – con l’estremità chiusa posta su un fuoco. Una pietra sferica o un proiettile di metallo viene quindi fatto entrare dalla bocca del cannone, ed è tenuto fermo da un pezzo di legno che a sua volta è tenuto in posizione da un altro listello di legno trasversale (cfr figura). Ora il cannone è caricato. Per sparare, viene aperta una valvola che sparge acqua su una barra incandescente posta sul fuoco; l’acqua si trasforma in vapore e, raggiunta una certa pressione, il listello trasversale si spezza, rilasciando il palo di legno e il proiettile. Essendo più leggero, il primo potrebbe finire più lontano del secondo, e quindi poteva essere a sua volta trasformato in un’arma con una punta di ferro.

    Non si può stabilire se fosse questo che le truppe di Trebonio si trovarono a fronteggiare; d’altra parte un’eventualità del genere non può nemmeno essere esclusa del tutto: il cannone a vapore, che non aveva parti mobili, dotato di una grandissima forza, e limitato solamente dalle scorte di acqua e proiettili a disposizione dell’esercito, potrebbe essere stata la ragione per cui Massilia riuscì a rimanere indipendente per molto tempo.












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    PUTEAL ALBANI CON FIGURE ELEUSINE

    Numerosi puteali scolpiti, di provenienza varia, si trovano in musei e collezioni pubbliche e private. Ma la forma cilindrica e cava non è sempre sufficiente a definire la natura di quegli oggetti come "vere da pozzo".

    Sembra che nella religione romana fosse frequente il caso di inibire l'uso di certe aree di terreno considerate sacre per qualche motivo speciale, specialmente quei luoghi dove si era abbattuta la folgore, e come il punto considerato sacro venisse perciò isolato e protetto mediante un recinto, vero e proprio puteale (oidental o puteal).
    • Notissimo nel Foro repubblicano di Roma il puteal Libonis o puteal Scribonianum, eretto dal magistrato Scribonio Libone per ordine del Senato, e riprodotto su un denaro argenteo del 54 a.c. Rimane controverso il punto dove sorgeva.                                           
    Il Puteal Scribonianum o Puteal Libonis era una struttura del Foro romano, un classico recinto in pietra, in genere tondo ma talvolta quadrato, che si metteva sopra al pozzo aperto per impedire che la gente ci cadesse dentro.

    Esso fu dedicato o restaurato da un membro della familia Libo. Probabilmente fu il Lucius Scribonius Libo, forse pretore nel 204 e comunque tribuno della plebe nel 149 ac..

    Il Tribunale dei pretori era stato convocato nelle vicinanze, essendo stato rimosso dal Comizio nel II sec. a.c. diventando così un luogo dove si riunivano i litiganti, gli usurai e gli uomini d'affarii.

    Qui infatti Scribonius, membro di una famiglia senatoriale. accusò Servius Sulpicius Galba di oltraggi contro i Lusitani. Egli fu inoltre lo Scribonius che consacrò il Puteal Scribonianum spesso menzionato dalle antiche fonti, che fu posto nel Foro presso l' Arcus Fabianus. Esso fu chiamato Puteal perchè era aperto in cima come un pozzo. Anni più tardi fu riparato e dedicato da un altro Libo, pretore nell' 80 a.c.

    Secondo le antiche fonti i Puteal Scriboniano era un bidentale, cioè un punto che era stato colpito da un fulmine. Prese il nome dal cordolo in pietra o bassa recinzione che lo recingeva, simile a quella che si pone attorno a un pozzo, e si trovava tra il Tempio di Castore e Polluce e il Tempio di Vesta, nei pressi del Porticus Julia e dell' Arcus Fabiorum. Non ci sono resti di questo puteale, o almeno, non sono stati scoperti. Un tempo si pensava che un cerchio irregolare di blocchi di travertino nei pressi del tempio di Castore facesse parte del puteale, ma questa idea è stata abbandonata nei primi anni del XX sec.

    Una moneta emessa nel 62 ac. da Lucio Scribonio Libo, console nel 34 ac., descrive questo puteale, che egli aveva fatto restaurare. Assomiglia un cippo (monumento sepolcrale) o un altare, con corone di alloro, due arpe e un paio di pinze o tenaglie sotto le corone. Le pinze possono essere quelli di Vulcano, colui che forgiava il fulmine, l'arpa sembrerebbe l'emblema di Apollo, ma non sappiamo a che titolo.
      PUTEAL DI MONCLOA
      • Anche l'ubicazione del leggendario Lacus Curtius del Foro era indicata in età storica per mezzo di un puteal. Secondo Tito Livio, il sabino Mevio Curzio (Mettius Curtius), dopo aver ucciso in duello il romano Osto Ostilio, e inseguito da Romolo desideroso di vendetta, trovò scampo nella palude (lacus Curtius) ove in seguito sarebbe sorto il Foro Romano. 

      Per Plutarco siccome era straripato il fiume si era formata una melma densa, Curzio non se ne accorse e perse il proprio cavallo inghiottito dalla melma, e per poco anche la vita.

      Per Terenzio Varrone, invece si tratterebbe di un luogo dichiarato sacro, secondo l'usanza romana, perché colpito da un fulmine, e la cui consacrazione avvenne nel 445 a.c. sotto il consolato di Gaio Curzio Filone.

      A memoria del fatto resta un bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca, rappresentante il cavaliere Marco Curzio mentre si getta nella voragine.

      Secondo una terza versione di Tito Livio, il luogo ricorderebbe una profonda voragine apertasi al centro del Foro. Secondo gli auguri, la voragine si sarebbe colmata soltanto gettandovi la cosa più preziosa del popolo romano. Allora il giovane cavaliere Marco Curzio, ritenendo che la cosa più preziosa del popolo romano fosse il coraggio dei suoi soldati, armatosi di tutto punto montò a cavallo e si consacrò agli dei Mani gettandosi nella spaventosa voragine, "e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive"          
        • Infine davanti all'edicola di Giuturna, presso il tempio dei Dioscuri, si conserva un puteale vero e proprio, marmoreo, con dedica scolpita sul giro e ripetuta sul piano dell'orlo.                                                                                                                                                
        Quando un puteal si trovava in un santuario, era anch'esso sacro; un esempio è quello coll'iscrizione dedicatoria davanti all'edicola di Giuturna sul Foro Romano.                                    
        Puteal o corpi formalmente corrispondenti a bocche di pozzo furono adibiti al coronamento di pozzi sacri d'indole speciale od alla recinzione di luoghi sacri, sia per tenere il luogo aperto al cielo o per impedire che venisse calpestato, sia per immetterci sacrifici ed offerte.
          Non si può perciò sempre definire con assoluta sicurezza la natura e la destinazione, sacra o profana, di parecchi puteali antichi scolpiti: la cui importanza intrinseca, del resto, risiede nella loro decorazione sculturale.
          • È famoso il puteale di Madrid (Collezione Medinaceli), con la scena, a bassorilievo, della nascita di Atena, ispirata dal frontone orientale del Partenone.
          • Un altro puteale pure artisticamente importante è quello di Marbury Hall (Inghilterra), istoriato col mito di Elena e Paride.
          • Altri interessanti puteali scolpiti si trovano nella Collezione Albani (Roma): uno con figure di divinità eleusine, copia di un originale greco del IV sec. a.c. 
          • e un altro della collezione Albani con scena di pigiatura dell'uva.
          • Una scena affine si osserva su un puteale del museo di Napoli.
          • Due puteali del Museo Vaticano sono decorati con scene ispirate dal mondo infero.
          Con particolare frequenza s'incontrano scolpite, intorno ai puteali classici, teorie e processioni di divinità olimpiche:
          • come si vede intorno a un puteale del Museo Capitolino,
          • in uno del museo di Napoli (di provenienza Farnese) 
          • e in un terzo in Inghilterra, proveniente da Corinto: tutti di arte neoattica.
          Bibl.: J. A. Hild, in Daremberg e Saglio, Dictionnaire s. v. Puteal; R. Cagnat e V. Chapot, Manuel d'archéol. romaine, II, Parigi 1920; L. Paschetto, Ostia, colonia romana, Roma 1912; A. Mau, Pompeji, Lipsia 1913; A. Maiuri, Pozzi e condutture d'acqua nell'antica città di Pompei, in Notizie scavi, 1929, p. 414; 1931; D. Vaglieri, ibid., 1912; per i putealia del Foro v. H. Thédenant, Le Forum Romain, Parigi 1908, passim; L. Du Jardin, I pozzi della valle del Foro Romano, in Rend. Pont. Acc. di Arch., VII (1932); per i puteali scolpiti: S. Reinach, Répert. de Reliefs, II e III.


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        • 03/09/15--06:56: IL RISCALDAMENTO DEI ROMANI

        • TERME DI BATH

          Gli antichi romani non usavano il camino come si usò in seguito, e il riscaldamento nelle case era affidato ai bracieri o all'ipocausto.
          Ovvero il camino fu usato in tempi remoti, ma si poneva al centro della stanza unica, servendo da riscaldamento e da cucina, e per i fumi si praticava un foro nel tetto.



          BRACIERI

          Il braciere è lo strumento di riscaldamento più antico che l'uomo conosca e nacque quando l'essere umano iniziò a cuocere il cibo, nel braciere più elementare, quello di argilla, o in quello più elaborato di bronzo.

          Il braciere nacque come pentola in cui cuocere il cibo.

          Essa veniva posta direttamente sopra la legna ardente, ma affinchè non soffocasse la fiamma, vi vennero posti sotto tre piedi, più o meno alti a seconda dell'uso e dei bisogni.

          Ovviamente i primi furono d'argilla, il materiale più povero, perchè in fondo è una terra, invece il metallo va reperito nelle miniere e poi posto spesso in lega con altri minerali, posto nella forma, poi battuto, forgiato, decorato ecc.

          Naturalmente l'uomo si accorse che la legna continuava a cuocere il cibo anche quando era diventata brace, anzi scaldava meglio perchè aveva un calore meno forte ma più uniforme.

          Così ci si accorse che la brace, o meglio ancora il carbone acceso (tipo lignite, torba ecc.) scaldavano ancora di più e soprattutto duravano più a lungo.

          Pertanto le pentole per cuocere vennero usate anche per scaldare l'ambiente, fino all'epoca dei romani e oltre,

          Nelle case romane della prima età imperiale, il focolare non si usava più, se non in cucina con un piano alto ad uso esclusivo della cottura dei cibi, Pertanto il riscaldamento della casa proveniva esclusivamente dai bracieri.
          I bracieri romani erano di forma, circolare o rettangolare, appoggiati sul pavimento o sostenuti da alti tripodi, portatili o fissi, oppure montati su ruote, e furono eseguiti in materiali diversi:

          POMPEI I SEC. D.C.
          - in argilla,
          - in bronzo,
          - in peltro (ebbene si, i romani conoscevano il peltro),
          - in piombo,
          . in rame,
          - in argento,
          - in argento dorato,
          - in elettro (lega di oro e argento)
          - e addirittura in oro,

          Secondo alcuni, comunque fossero, comportavano il pericolo dello sprigionarsi del monossido di carbonio, come avviene con una stufa o un camino senza canna fumaria o con una inadeguata..

          Non dimentichiamo che le case romane, sia ricche che povere, avevano molte comunicazioni con l'aria aperta. Ai giorni nostri mal sopporteremmo tante correnti nella stagione fredda.

          Le domus erano aperte su un giardino interno, e le porte che separavano le stanze da questo avevano la parte superiore come traforata, cioè con listelli di legno che formavano un disegno non pieno, come un'inferriata.

          Alcune stanze, soprattutto il salone, o i saloni erano addirittura aperti sul giardino da cui li separavano solo delle colonne o delle lesene di pietra.

          Nelle case povere, cioè nelle insule, le finestre erano piccole come tutte quelle romane, ma non possedevano vetri.

          E' vero che usavano pelli di animali o stoffe pesanti per isolare un po' il freddo, ma è anche vero che facevano molto poco.

          Tutti sappiamo quanto possa incidere il cosiddetto spiffero della finestra che non chiude bene, figuriamoci una finestra aperta.

          Naturalmente bisogna tener conto che all'epoca dei romani il corpo umano reggeva molto meglio di oggi alle basse temperature.

          Già nei primi del '900 le persone si scaldavano con un semplice camino, perchè la legge è che il corpo umano si abitua, e più viene scaldato meno sopporta il freddo.

          Pertanto i romani non correvano il rischio del monossido di carbonio, mentre correvano molto di più, con i bracieri di ustionarsi o di dare fuoco alla casa.



          IPOCAUSTO

          Tra il III e il II sec. a.c. nacquero a Roma i bagni, detti, come afferma Varrone, balneum per il bagno privato e balnea per i bagni pubblici.


          Prima del I sec. a.c, i bagni locali erano riscaldati da grandi bracieri con numerosi inconvenienti, sia per poter mantenere una temperatura costante, sia per i fumi di combustione. Questi inconvenienti vennero superati con il sistema hypocaustum, un sistema di riscaldamento indiretto ottenuto tramite canalizzazione dell'aria calda in spazi d'aria nel pavimento o nelle pareti. Il tutto si dipartiva da una o più stufe a legna la cui aria calda veniva inviata sotto al pavimento del locale da riscaldare.

          In Grecia Eraclito invitò degli stranieri di riguardo nella sua cucina dove c'era la stufa per cuocere, quindi un luogo dove scaldarsi invitandoli a non formalizzarsi, perchè anche lì "c'erano gli Dei". Ma si era nel VI o V sec. a.c. ed è ovvio che ci si scaldasse con la brace con cui si aveva cucinato.

          I greci usarono prima dei romani i "laconici", luoghi dove si sudava a causa delle stufe per poi lavarsi nell'acqua fredda, insomma una sauna. Ma le "suspensurae" sono romane.

          Sembra che il sistema di riscaldamento a ipocausto continuo sia nato in Campania, lungo
          la costa dei Campi Flegrei, presso il Vesuvio. La gente di quei luoghi conosceva da lunghissimo tempo la cura dei vapori bollenti delle sorgenti termali, che uscivano a 60 gradi e venivano convogliati in piccole stanze, dove si entrava e si sudava molto, per eliminare gli “umori delle
          malattie”.

          Gli impianti di riscaldamento romani erano costituiti dall’ipocausti, uno o più stufe, accudite incessantemente dagli schiavi, alimentate da legna, carbone vegetale o fascine. Un canale conduceva il calore insieme alla fuliggine e al fumo all'ipocausto adiacente, formato da tanti pilastrini di mattoni, detti suspensurae, attraverso cui circolava il calore.

          Le suspensure, formate da mattoni quadrati sovrapposti, costituivano delle pilae alte di solito circa 50 cm. Vitruvio nel I sec. a.c. le descrisse associate agli ipocausti dei calidari termali ("suspensura caldariorum")

          Caio Sergio Orata (Lucrino, 140 a.c – 90 a.c. ) viene ritenuto l'inventore dei "pensiles balneae", cioè il riscaldamento a ipocausto nelle terme. Poiché però l'ipocausto era già usato in Grecia, si ritiene che l'invenzione di Orata fosse il bagno a vapore, insomma la sauna.

          Non si devono però confondere le thermae con i balnea, in quanto questi ultimi sono più piccoli, con meno stanze e privi di annessi per le attività sportive e sociali, insomma meno lussuose ma forse per questo più diffuse nella sfera privata.

          Plinio il Vecchio contrappone le terme ai 170 balnea esistenti a suo tempo nell’urbe, distinzione che resterà fino al IV secolo d.c., quando nei Cataloghi Regionari verranno censiti 11 thermae e 856 balnea per la sola Roma. Plinio il Giovane poi aggiunge che i balnea erano numerosi anche nelle piccole città di provincia.

          Ma nulla era paragonabile alle terme gratuite ai tempi di Augusto. Seppur di bassissimo costo, erano di un lusso inaudito per i servizi, le comodità e gli ornamenti ricchissimi. Plinio riferisce che a Roma, nelle terme delle donne, i mobili erano d'argento.

          Quel che era eccezionale era che ci si poteva andare tutto l'anno, perchè le terme erano sempre scaldate, anche in estate per i calidarii, ma soprattutto d'inverno dove tutte le stanze emanavano un delizioso tepore grazie ai pavimenti e alle pareti riscaldate, con le sospensure sotto il suolo e i tubi a parete.

          Le sospensurae potevano essere quadrate, in genere di cm 20x20, o rotonde, con 20 cm di diametro. e talvolta di dischi ottagonali.

          Vitruvio, nel De Architectura, raccomandava, onde facilitare il drenaggio dell'acqua di condensazione e la circolazione del calore verso l'alto, di inclinare il sottosuolo dell'ipocausto verso la fonte di calore.

          Per il materiale refrattario del pavimento superiore, consigliò di utilizzare una malta fatta di una miscela di argilla e crini di cavallo, con sopra uno strato di argilla e uno spesso strato di cemento miscelato con mattoni sbriciolati ("cocciopesto"). Lastre di marmo e pezzi di mosaico si adagiavano poi sulla lastra, costituendo la pavimentazione finale.

          Si otteneva così un piano ipocausto con uno spessore di 30-40 cm che garantiva il mantenimento della temperatura per parecchio tempo, anche dopo che il forno era stato 'spento', e che era impermeabile ai gas tossici della combustione.


          Le suspensurae non ricoprivano mai l'intera superficie degli ipocausti per cui per scaldare il pavimento di una stanza occorrevano più ipocausti. Pertanto questo sistema poteva essere utilizzato per riscaldare un vano unico e isolato come si vede nelle stanza da bagno delle ville pompeiane o nel calidarium delle terme.

          Il sistema era così efficiente che negli ambienti più caldi delle terme, calidarium, la temperatura poteva arrivare anche a 50/60 gradi, tanto che per camminare in tali ambienti era necessario indossare degli zoccoli di legno,

          I romani proprio perchè si scaldavano potevano lavarsi spesso, in epoca imperiale si lavavano in media una volta al giorno. Sembra che addirittura l'imperatore Gordiano facesse cinque bagni al giorno. Commodo figlio di Marco Aurelio, addirittura sette o otto, perchè dopo ogni pasto prendeva un bagno. Nerone poi aveva abitudine di fare il bagno durante le portate del pasto principale, per favorire la digestione, in modo da rinnovare l'appetito per altre portate.

          Insomma il riscaldamento cambiò le abitudini di vita dei romani rendendoli più puliti, ma anche più sportivi e più socievoli, le terme erano come una spiaggia di lusso, una palestra, un intrattenimento di spettacoli vari e un salotto dove incontrare la gente.


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        • 03/16/15--07:01: IL PONTE DI CESARE


        • "XVII. Cesare, per le ragioni che ho ricordato, aveva stabilito di attraversare il Reno; ma giudicava che l'attraversamento con navi, oltre a non essere abbastanza sicuro, non si addiceva al suo decoro personale né a quello del popolo romano. 

          Pertanto, nonostante le grandi difficoltà della costruzione di un ponte, considerata la larghezza, l'impetuosità e la profondità del fiume, tuttavia riteneva di dover affrontare questa sfida, anche a costo di rinunciare a trasferire l'esercito.

          Concepì dunque il ponte in questo modo. Piedritti in legno dello spessore di un piede e mezzo, un poco appuntiti all'estremità inferiore e di altezza adeguata alla profondità del fiume, furono collegati a coppie tenendoli distanziati di due piedi. Questi, calati nel fiume con appositi attrezzi, furono messi in posizione e infissi con battipali, non verticalmente come le comuni palificate, ma inclinati secondo corrente; di fronte ad essi, quaranta piedi a valle, furono disposte coppie di piedritti analoghe, ma inclinate contro corrente.



          Tra le opposte coppie di piedritti, in sommità, furono posti in opera trasversi dello spessore di due piedi, pari al distanziamento dei piedritti, e collegati a entrambe le estremità mediante coppie di caviglie; con questi trasversi che le distanziavano e le collegavano contemporaneamente, le strutture acquistavano una rigidezza e quanto più aumentava la spinta della corrente tanto più i dispositivi di collegamento si serravano.

          Queste strutture furono poi collegate con travi longitudinali, sulle quali fu steso un impalcato di tavolame e graticci; inoltre altri pali obliqui furono infissi dal lato di valle, i quali, con la loro funzione di puntello intelaiato con le altre strutture, contribuivano a sostenere la spinta della corrente; altri pali ancora furono infissi poco a monte del ponte, a difesa da eventuali tronchi d'albero o altri natanti gettati dai nemici, per attutirne l'impatto ed evitare danni al ponte.
          XVIII. Nel giro di dieci giorni dall'inizio dell'approvvigionamento dei materiali da costruzione l'esercito potè passare sul ponte."


          da Caio Giulio Cesare - De bello gallico - libro IV

          Il ponte sul Reno di Cesare fu un ponte militare in legno, costruito e progettato da Cesare stesso nel corso delle due campagne dallo stesso condotte contro i Germani, nell'ambito della conquista della Gallia.

          Il primo fu costruito nel 55 a.c., ed in base ai ritrovamenti archeologici, in una località da identificare con Neuwied, a 15 km a valle di Coblenza ed a sud di Bonn.
          Il secondo fu costruito due anni più tardi nel 53 a.c., poco più a monte (2 km circa), in una località compresa tra Urmitz e Weissenturm ancora una volta di fronte alla sponda germanica abitata dagli Ubi.

          Cesare, una volta, tornato in Gallia (nel 55 a.c.), fece abbattere l'intero ponte. Due anni più tardi (nel 53 a.c.), non solo evitò di distruggerlo completamente, ma pose sul territorio gallico a presidio dello stesso un forte ed una torre alta quattro piani, al fine di dissuadere nuove incursioni in territorio gallico da parte dei popoli Germani di oltre Reno.



          IL METODO

          La cosa più complessa era l'impianto dei pali nel fondo del fiume, dovevano conficcarsi nel suolo, dovevano essere così pesanti da infiggervisi da soli e dovevano affondare nel greto del fiume, così profondamente da resistere alla corrente. Di solito si realizzavano sul posto dei grandi cassoni, usando dei riempimenti di pietre o di calcestruzzo.

          Vitruvio descrive bene la cosa, cioè come piantare i palo nel mare per delle costruzioni, nel mare o nel fiume, a parte la corrente, la cosa è identica e nel De Architectura V.XII Vitruvio spiega come realizzare delle fondamenta immerse nell’acqua del mare:

          "Si costruisce una cassaforma che funzioni da diga con pile di assi di quercia tenute insieme da catene e assi trasversali che vengono saldamente ancorate al fondo; quindi si pulisce e si livella il fondale che rimane internamente alla cassaforma e si riempie lo spazio interno fin sopra il livello dell’acqua con la malta, realizzata con due parti di pozzolana ed una parte di calce mescolate con acqua, e con pietrame.

          Se non si può reperire la pozzolana allora occorrerà realizzare una cassaforma a doppia parete avendo cura di collegare saldamente le due pareti; l’intercapedine interna viene quindi riempita di alghe ed argilla ben pressate; quindi si àncora la cassaforma al fondo e la si vuota dell’acqua utilizzando pompe a vite o ruote ad acqua; si procede quindi utilizzando la normale sabbia in luogo della pozzolana.
          Se tuttavia la violenza delle onde o della corrente impediscono di realizzare la diga allora si costruiscono all'estremità della terra ferma delle solide fondamenta realizzando una banchina a strapiombo sull'acqua; la banchina viene quindi circondata con degli argini di legno che rimangano sopra il livello dell'acqua e che avanzino frontalmente nell'acqua; lo spazio racchiuso dagli argini viene quindi riempito di sabbia fin sopra il livello delle acque; sopra la base di sabbia viene quindi realizzato un pilone in calcestruzzo largo quanto più possibile e che dovrà restare ad asciugare per due mesi; passato tale tempo vengono rimosse le pareti e l'acqua dilavando la sabbia che sostiene il masso lo farà quindi adagiare sul fondo; eseguendo ripetutamente tale procedura si potrà ottenere un avanzamento della costruzione nel mare."
          Dunque Cesare usò i cassoni per reggere i piedidritti del ponte? No, perchè non aveva pietre a disposizione, intorno a lui c'era solo la foresta.




          I PIEDRITTI

          I piedritti dei ponti sono le pile, le spalle e le pile-spalle, tutte parti di sostegno che trasmettono alle fondazioni le spinte e i carichi generati dalla struttura: per evitare danni i piedritti sono spesso difesi da rostri: avambecchi o retrobecchi.

          SEZIONE
          Però i pedritti che dovevano costruire il ponte non erano in pietra, ma in legno, grossi pali squadrati che dovevano sostenete il camminamento e i parapetti del ponte. Dunque Cesare pose i piediritti di legno sul Reno? Si e no, perchè Cesare da genio qual'era, si inventò una cosa nuova, anzichè i piedritti usò i piedi inclinati, una cosa mai vista prima:

          " non verticalmente come le comuni palificate, ma inclinati secondo corrente; di fronte ad essi,  furono disposte coppie di piedritti analoghe, ma inclinate contro corrente."

          I piedritti, che in realtà furono obliqui per dare al ponte una maggiore stabilità, come noi umani distanzieremmo i piedi per piantarci meglio al suolo, vennero pertanto infissi nel greto del fiume senza cassoni che facessero da fondazioni. I pali o piedritti dovevano però essere inflitti profondamente per non essere divelti dalla corrente. Ma come fare per incassarli nel greto?




          IL BATTIPALO

          Un battipalo è una macchina per infiggere nel terreno dei pali, un corpo pesante e rigido che viene fatto battere ripetutamente in cima al palo posto verticalmente sul terreno, sfruttando la forza di gravità.

          Cesare fece costruire un battipalo, una tecnica però già in uso presso i romani, Una specie di argano che lasciava cadere il peso in pietra o in calcestruzzo che col suo peso e la sua velocità vibrava colpi sui pali come un maglio, tanti colpi quanti erano necessari per conficcare i pali alla giusta profondità.

          IL BATTIPALO
          Ma come funzionava in mezzo al fiume? Veniva costruito a riva, poi gli si agganciavano due corde che venivano portate lungo il fiume fino all'altra riva. Poi gli venivano fissate altre due corde e così via, affinchè attraverso il tiro di corde il battipalo potesse farlo spostare lungo il fiume per battere ogni palo necessario. Ma i pali non erano diritti, per cui fu necessario porre nello strumento del battipalo una guida, sempre di legno, fissata in modo che la pietra scivolasse su di essa con la stessa inclinazione dei pali, per colpirli verticalmente nonostante fossero inclinati.

          Come era fatta la macchina? Non esistono descrizioni sulla sua forma, quel che è certo è che si trattasse di un attrezzo per conficcare pali in terreni paludosi o bagnati. L'immagine qui sotto è però di un battipalo ricostruito dai tedeschi in memoria del ponte di Cesare sul Reno. Poi i tedeschi festeggiano la sconfitta di Pietroburgo, ma ricostruiscono tutto il ricostruibile dei romani.

          La costruzione del ponte doveva essere iniziata formando  specie di cavalletti alti e stretti con delle travi appuntite all’estremità inferiore e lunghe a seconda della profondità del fiume, congiunte a coppie a 60 cm l’una dall’altra. Poi si calavano nel fiume tramite macchinari e si conficcavano nel fondale con i battipali.
          I cavalletti non vennero conficcati diritti, ma inclinati nel senso della corrente. A 12 m da essi si disponeva un’altra fila di cavalletti, ma in senso contrario, e sopra di essi si incastrarono delle travi lunghe 60 cm, come la distanza tra un palo e l’altro di ogni cavalletto, che rendevano le due strutture simili a scale a pioli. 
          Inoltre le estremità dei pali da 60 cm avevano dei ramponi che impediscono ai cavalletti di avvicinarsi. Praticamente più violenta era la corrente e più solida diventava la struttura. Infine, sulle traverse si ponevano le travi ricoperte di tavole e graticci, che costituivano il passaggio del ponte.
          Il ponte è ulteriormente puntellato a valle da contrafforti in senso obliquo, e difeso a monte da altre travi che faranno da “colino” contro tronchi e navi di nemici che volessero distruggere il ponte. Questi risultò lungo 500 m e largo 4, e fu allestito in soli dieci giorni. Avrà vita breve, nemmeno tre settimane, ma incanterà e stupirà il mondo.


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        • 03/23/15--07:26: CAMPUS BARBARICUS
        • RICOSTRUZIONE

          Si trova presso Roma, lungo la via del Campo Barbarico che raggiunge Tor Fiscale, una torre medievale che sorge nell'intersezione tra l'acquedotto di Claudio e l'acquedotto Marcia-Tepula-Iulia.

          I due acquedotti si intersecano una seconda volta 300 m più a monte, creando così uno spazio più trapezoidale che triangolare di 22.433 mq facile da fortificare.

          Questa possibilità fu notata per la prima volta nel 537 d.c., mentre i Goti stringevano Roma con uno degli assedi più drammatici subiti dalla città, la quale a sua volta era difesa dalle truppe bizantine del generale Belisario, chiuso dentro le Mura Aureliane.

          Furono i Goti di Vitige a realizzare la fortificazione, murando le arcate degli acquedotti e realizzando così l’accampamento, e la zona ancora oggi porta questo nome.
          Tutto il campo era attraversato da nord a sud dalla Via Latina. Nell’angolo nord, successivamente fu realizzata la Tor Fiscale proprio sopra all’incrocio degli acquedotti e della stessa via Latina.

          Infatti re Vitige, calcolando fosse impossibile assediare Roma date le sue colossali dimensioni, aveva creato degli accampamenti per controllare gli accessi in città, e siccome la via Latina era uno degli accessi più importanti, in questo spazio costruì il suo principale campo trincerato, dal quale poteva controllare anche la via Appia Antica.



          (Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, Libro II cap. III)

           "Esistono ancora due acquedotti tra la via Latina e la via Appia, molto alti e per la maggior parte su archi. Alla distanza di 50 stadi da Roma questi due acquedotti si incrociano, poi corrono per un breve tratto in senso contrario, così che quello che prima era sulla destra passa alla sinistra, poi si riuniscono ancora e riprendono il precedente percorso, rimanendo però separati. Così avviene che lo spazio tra loro, così chiuso dagli stessi acquedotti, diventa una fortezza. 

          I barbari, murando con pietre e terra la parte inferiore degli archi, diedero al luogo la forma di castello, ponendovi così un accampamento di non meno di 7000 uomini perché impedissero che ai nemici venissero portate in città vettovaglie. Allora i Romani persero ogni speranza e non avevano che prospettive sinistre."

          Adiacente agli acquedotti romani, come ricorda Procopio, passava la via Latina che, prima dell’Appia antica, collegava Roma con la Campania felix. 

          Trattavasi pertanto di un punto di grande transito di merci e comunicazione circondato da grandi ville rustiche.

          I Goti per giunta troncarono i canali dell'acqua, assetando così la città per mettere in difficoltà Belisario; per i Romani il disastro prodotto dalla guerra gotica fu tale che la popolazione si trasferì in massa nelle campagne, lasciando all'interno delle Mura meno di 50.000 persone.

          La decadenza della città provocò non solo l'abbandono delle abitazioni ma anche della manutenzione degli acquedotti.

          Unica eccezione i casi in cui essi servivano importanti luoghi di culto cristiano; l'acquedotto di Claudio, che serviva il complesso del Laterano, fu infatti più volte restaurato, e, pur con portata ridotta, rimase funzionante fino all'anno Mille. Di Roma si cancellava il ricordo, sostituito dalle rovine e dalle costruzioni delle nuove basiliche cristiane che dilagavano sempre più su piazze e vie.

          Per riconoscere oggi il perimetro fortificato, occorre osservare che uno dei due acquedotti, il Marcio, è stato distrutto per far posto all'acquedotto Felice, mentre l'acquedotto di Claudio è stato quasi completamente smantellato per cavarne materiale da costruzione.

          Se quindi è ormai difficile rendersi conto dell'importanza strategica del luogo a partire dai ruderi rimasti, restano però sia il nome di Campo Barbarico, che da allora accompagna questa località, sia soprattutto la presenza imponente della torre medievale.




          MAUSOLEO DEL CAMPO BARBARICO

          All’incrocio tra via del Campo Barbarico e via Monte d’Onorio è visibile un sepolcro in laterizio su due piani, del tipo “a tempietto”, risalente al II sec. d.c.. 

          MAUSOLEO
          La facciata è completamente rifatta, mentre gli altri lati sono originali. 

          Al piano superiore, dove si svolgevano le cerimonie funebri, si conservano nicchie con incorniciature architettoniche in laterizio e un’abside con avanzi di stucco. 

          Come altri analoghi monumenti funerari del suburbio, anche questa tomba, demolita la volta tra il piano terra e il primo piano, venne utilizzata in epoca moderna come fienile.

          Dopo gli eventi summenzionati nella zona cade l’oblio, scompare il tempio della Fortuna Muliebre che qui era locato, crollano gli acquedotti, fino a quando sono realizzati l’acquedotto Felice ed il casale di Roma Vecchia, prelevando i materiali dall’unica cava disponibile, “gli acquedotti crollati” e in particolar modo il Claudio, poi ancora silenzio.

          Resti della villa romana di Via Lemonia, una villa in parte rustica e in parte residenziale. Insomma la casa della villeggiatura, appena fuori Roma, nel silenzio dell'agro romano, con terme e marmi vari.

          VILLA ROMANA


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        • 03/30/15--06:10: LA TOPIA DEI ROMANI
        • GIARDINO DI LIVIA


          Utopia fu un nome coniato da Thomas More nel 1516, con le voci greche ū ‘non’ e tópos ‘luogo’; quindi “luogo che non esiste”. E' come l'isola che non c'è. Qualcosa di inattuabile che può essere solo sognato.

          La Topia invece è il luogo che esiste ma bisogna darsi da fare per realizzarlo. Esso può essere non sognato ma ideato.
          La Topìa è quel desiderio di un'atmosfera e di un luogo che esprima quella parte viva, frizzante, armoniosa e perfino estatica di noi, che di solito si perde nei meandri del quotidiano coi suoi affanni, nei doveri e nelle necessità della vita.

          I Romani questa Topia la sentivano e cercavano di riprodurla,  a Roma, nei luoghi di villeggiatura, nelle ville extraurbane, negli affreschi, nelle statue, nei mosaici, e pure nell'architettura. Sembra difficile rappresentare la Topìa nell'architettura, eppure i romani lo fecero, come lo fecero, molto più tardi il Piranesi che vi attinse a piene mani, e pure Escher.

          La Topìa è libertà dagli schemi, dove può collocarsi anche l'assurdo, ma un assurdo vivibile, che ha il suo lato estetico e ludico, come il pavimento che sembra a cubi in rilievo.

          Questo è un pavimento di Pompei, e a fianco un pavimento di Esher:




          Ecco qui sotto un esempio di pittura che illustra bene il prototipo degli edifici descritto da Vitruvio. Può essere Ercolano, o Pompei, o  qualsiasi altro luogo: è un edificio tipo ma può benissimo essere un decoro di teatro come suggerisce il sipario alla sommità dell'immagine.

          Un edificio con portale elaborato, arricchito di colonne marmoree e sormontato da un prezioso architrave elaborato, da cui pendono oscillum e serti di alloro. Sopra l'architrave statue di bronzo e sotto pannelli, nuove colonne, altre porte con altri architravi con dipinti e stucchi.



          TOPIA E UTOPIA

          PITTURA POMPEIANA
          Questa è la "topia" romana, che è il contrario dell'utopia, il termine che verrà coniato molto più tardi.

          Infatti mentre la "topia"è il "luogo", l'"utopia"è il "non luogo".

          Nelle Bucoliche virgiliane vi era la Topìa che  tornerà nella poesia dell'Arcadia rinascimentale.

          Il tema della Topia, il mondo dove è bello vivere perchè è naturale e senza odio, dove non ci sono ricchi e poveri, dove la guerra è sconosciuta, dove si lavora giocando e si crea l'arte per divertirsi è insito nella parte migliore dell'umanità.

          Un mondo dove regna l'armonia è un mondo dove la ragione si unisce ai sentimenti partorendo la fantasia che crea.

          Diverso dall'utopia che è un sogno di felicità raggiungibile attraverso un ordine e un'organizzazione perfetta. Ma l'ordine e la precisione assolute non cercano tanto la felicità quanto la cessazione dell'angoscia e quel che accade nelle persone accade nei popoli.

          Vi sono periodi in cui un popolo esprime leggerezza e creatività, per poi volgersi a un clima di pesantezza e di moralismi, per poi volgersi alla ragione che rifiuta i moralismi, fino a scadere poi nella cessazione dei sentimenti. Per poi magari abbandonarsi al romanticismo, magari privo di razionalità, per poi magari tornare alla fusione di razionalità e sentimenti con la ricerca della Topìa.

          GIARDINO DI LIVIA
          Dunque l'utopia è il luogo ideale, che può essere una città, un paesaggio, una casa, che però è solo ideale perchè per varie ragioni non è realizzabile, al contrario la topìa è un luogo non posseduto ma realizzabile, o con qualche possibilità, sia pure remota, di realizzazione.

          La Campania Felix fu il luogo per eccellenza delle Topie, per lo sfondo magnifico e fantastico che poteva offrire alle splendide ville, così Ercolano, Pompei, Boscoreale e Oplontis per non parlare di Ischia e Capri, furono il centro delle realizzazioni delle topie.

          Tuttavia anche nell'Urbe, per chi ne aveva le possibilità, si poteva realizzare una topia, come ad esempio gli Horti, a cominciare da quelli di Mecenate, a quelli Liciniani, che vennero non a caso definite da Lucrezio: "Le tranquille dimore degli Dei".

          "Tutta la pittura pompeiana ed ercolanese preservata è a carattere ornamentale,
          - commenta Eugenio La Rocca - destinata a decorare ambienti: di case e di edifici pubblici e privati. 
          Essa è opera di abili, talora abilissimi, artigiani, ma non v’è nulla in essa pari ai cicli di affreschi dei grandi maestri del tardo Medioevo e del Rinascimento, e tanto meno pari alla moderna pittura di “cavalletto”. 
          Il problema consiste quindi nel chiedersi se, sulla base di quanto si è conservato, sia possibile capire qualcosa della grande tradizione pittorica del mondo classico.

          GENIETTI ROMANI
          La pittura pompeiana ed ercolanese è la pittura romana. Non fu certamente Pompei a ispirare Roma, bensì la imitò e copiò. A cominciare dai giardini di sogno, i giardini sono già una "topia", tanto è vero che Livia, la moglie di Augusto, pure essendo la sua casa immersa in un giardino, se ne fece dipingere uno nella sua camera da letto.

          Oppure basta guardare i giardini dipinti nell'area vesuviana, dove di certo i giardini non mancavano, ma erano dei "topia" che distendeva e rallegrava l'animo guardare. Il cielo era sempre azzurro, gli uccelli svolazzavano o passeggiavano nel verde, i fiori mostravano le corolle spalancate e gli alberi erano carichi di frutti maturi. 

          A guardarli si comprende da dove siano nati i famosi giardini inglesi, in parte coltivati e in parte selvatici, ovvero coltivati fingendo una natura selvaggia e incontaminata, piena e rigogliosa ma con sapienti spazi e toni, che solo la mano umana sa procurare per creare il "luogo", il posto dei sogni, il giardino segreto, la "topia", quel luogo ideale dove aleggia invisibile il Genius Loci.

          Ma anche un mondo dove esistono allegri genietti che svolgono il lavoro degli uomini è topia.

          Un po' come nella favola del buon ciabattino che la mattina dopo trovava il lavoro magicamente svolto da non si sa chi. Ovvero da un genietto generoso che voleva aiutare il povero ciabattino.

          I genietti romani sono la Topia della favola, e le favole si scrivono per i bambini e per gli adulti, perchè un mondo di favola piace più o meno a tutti, perchè ai doveri si sostituisce la fantasia.

          I genietti si occupano delle attività più svariate: 

          - raccolgono l'uva, 
          - fanno il vino, 
          - lo versano nelle anfore, 
          - elaborano gioielli, 
          - diventano fabbri e forgiatori,
          - o suonatori di lira
          - o suonano il flauto,
          - o suonano i cimbali,
          - o la tromba
          - o mescolano le erbe per le medicine,
          - o cuociono il pane
          - o semplicemente giocano cavalcando capre, 
          - o delfini 
          - o granchi, 
          - oppure giocano a mosca cieca
          - talvolta ammaestrano animali
          - o li tengono in braccio, come oche o pesci,
          - o vanno in barca
          - o dipingono
          - o scolpiscono
          - o si occupano di cosmetica per signore
          - o raccolgono fiori nei vasi per distillarne profumi
          - o girano col cane al guinzaglio
          - o con altri animali selvatici cui mettono le redini
          - o fanno da corteo a Venere
          - o si fanno coccolare da una menade
          - a volte più che amorini sono pigmei e allora cavalcano ma pure cacciano animali feroci
          - o sono armati di spade, di lance e di frecce.

          Ma pure le case, anzi le domus sono Topia, sono le case da sogno che pochi potevano possedere ma che molti potevano dipingere nelle proprie case.

          Sono case amalgamate nella natura, mare o campagna che fosse, angoli di paradiso isolate dalla folla, con viste mozzafiato su panorami da favola, spesso ritoccati con grotte, sentieri, terrazzi e portici che sottolineassero la scenografia del luogo.

          - Case sulla riva del mare,
          - o immerse nel verde,
          - con torri colorate,
          - isolette con ponticelli,
          - ombrosi porticati,
          - terrazzi e verande,
          - vialetti ornati di statue
          - stupende esedre,
          - con vasti giardini,
          - statue e fontane. 

          Oppure domus elaborate da preziosi arabeschi, decori in pietra, stucchi e statue in bronzo, un gioco sottile di architettura con colonnine, balconi, torrette, archi e porticati, con scale che salgono e scendono fra porte e terrazzi intraviste da trafori e ringhiere.

          Sono ornate da creature fantastiche:

          - grifoni o draghi,
          - o da cavallini scalpitanti,
          - o da cervi,
          - o da teste leonine,
          - o da pinnacoli
          - o da antefisse con volti mostruosi, tra l'umano e il bestiale, una specie di horror apotropaico
          - oppure da mascheroni
          - oppure l'architettura fantastica inventa torrette svettanti,
          - terrazzi ringhierati con ferro o pietra che sporgono sul paesaggio sottostante,
          - o enormi loggiati sulla sommità delle ville per una passeggiata che faccia godere del fresco e del panorama
          - o colonnine svettanti con la statuina dorata della Vittoria
          - o artistici vasi di pietra con cespugli profumati

          La preziosa decorazione prevede colonne dorate e scanalate, capitelli ionici e corinzi, tempietti tondi con statue al centro, cesti di frutta, tavolinetti che ostentano dolciumi, cancelletti di ferro, mascheroni, con tende, festoni e rami fronzuti.

          Come mai ci sono momenti nell'arte in cui un popolo fa emergere la topia?

          Perchè ha bisogno di sognare per sfuggire alla pesantezza del quotidiano?

          In genere è il contrario, si sogna quando non abbiamo molte preoccupazioni, e gli artisti sognano e dipingono perchè lavorano e guadagnano e attraverso la pittura manifestano nell'ottimismo la bellezza della natura e delle opere dell'uomo, che stavolta non scavalca la natura ma vi si immerge e la riproduce nei colori, nelle volute e nella fantasia.

          Pompei era una città ricca dove nessuno moriva di fame, non potendo prevedere la sua tragicissima fine era colma di speranza e di creatività.

          Ovunque aleggiava la topia a cui le splendide ville si avvicinavano sempre più, e dove non si poteva si usava l'affresco per fare quel piacere degli occhi.

          Per Pompei ed Ercolano fu una catastrofe, per noi moderni l'opportunità unica di conoscere le bellezze di una civiltà che peraltro fu spazzata via dalla nuova religione imperante.

          Qualcuno mormora che non fu una cosa voluta ma fu colpa del tempo che usurò i beni storici.

          Per la stessa ragione noi avremmo allora dovuto perdere tutti i palazzi, le statue e gli affreschi del Rinascimento, mentre conserviamo ancora i dipinti del medioevo che sono pochi perchè dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente e quindi dall'inizio del Medioevo nel 476 vi fu una caduta a picco dell'arte.

          Ma nessuno li distrusse.

          Quel che è peggio che a parte il liberty, che era appunto lo stile della libertà, quindi la Topìa, nel moderno essa è sparita, e lo stile è teso al non figurativo (che non tocca emozioni), al lineare e spesso pure all'incolore.
          Ma si può capire, in un mondo dove il futuro è così incerto c'è poco posto per la Topìa.


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          ANSA

          Una scoperta casuale che potrebbe cambiare la storia dell'archeologia: una struttura muraria, di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri che farebbe pensare ad un anfiteatro romano destinato forse allo svolgimento di giochi tra gladiatori. È quanto rinvenuto nelle scorse settimane a Volterra (Pisa), sarebbe il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano degli ultimi 100 anni.




          FIRENZE

          Un anfiteatro romano è stato scoperto a Volterra vicino alla porta etrusca Diana. Il ritrovamento, definito dagli studiosi di straordinario valore, è avvenuta a fine luglio durante la bonifica di un piccolo fosso. L’anfiteatro, presumibilmente del I secolo dopo Cristo, dovrebbe avere dimensioni rilevanti e la forma ellittica, secondo i primi calcoli, dovrebbe misurare 80 metri per 60. Gli archeologi della sovrintendenza della Toscana hanno già dissotterrato le prime strutture e si continua a scavare.

          L’anfiteatro dista poche centinaia di metri dal teatro romano scavato negli anni Cinquanta e, secondo gli esperti, potrebbe riscrivere la storia della Volterra romana. «Che fino ad oggi - ha spiegato durante una conferenza stampa che si è svolta nella sede della giunta regionale a Firenze - si pensava che la cittadina toscana fosse una delle città più importanti dell'età etrusca ma fosse un centro minore per l'epoca romana. L'anfiteatro, invece, dimostra che all'epoca di Augusto, dunque nel 1 secolo dopo Cristo, Volterra è stata un'importante città romana».

          Le mura sono state scoperte per caso durante i lavori di bonifica di un torrente. I lavori erano sotto la tutela della sovrintendenza che ha dunque li ha seguiti fino al ritrovamento della prima struttura muraria avvenuta l'8 luglio. Secondo gli esperti, il «circo volterrano», nel quale si facevano giochi con tanto di gladiatori, è stato scavato nella terra e potrebbe riservare interessanti sorprese. Nell'area vicina sono stati rinvenute rovine di ville romane che, insieme all'anfiteatro e al Teatro scavato negli anni Cinquanta, ridisegnano la storia romana della città.



          LA REPUBBLICA - FIRENZE

          Una struttura muraria,di forma ellittica, della lunghezza di 80 metri: un anfiteatro romano. È la scoperta fatta recentemente a Volterra (Pisa) che, se confermata, si spiega, potrebbe diventare il più importante ritrovamento di un anfiteatro romano negli ultimi 100 anni. "La scoperta dovrà ora essere approfondita, e andranno finanziati i lavori di scavo", è stato l'annuncio del presidente della Regione Enrico Rossi. 

          Le mura sono state scoperte durante dei lavori del consorzio di bonifica, nei pressi di Porta Diana, ad ovest del cimitero comunale di Volterra, e a su della necropoli etrusca del Portone. "Si era persa memoria di questo anfiteatro, per cui la sensazionale scoperta potrebbe cambiare il volto dell'archeologia volterrana", spiega la funzionaria della soprintendenza Elena Sorge. La comunità romana individuata nella zona farebbe pensare anche alla presenza dei resti di alcune ville risalenti alla stessa epoca. 




          Volterra, trovato l'anfiteatro dei gladiatori

          Dalla terra affiora una struttura muraria di forma ellittica lunga 80 metri: a Firenze la presentazione di questa eccezionale scoperta che la Regione non esista a definire "la più importante del secolo in Italia"di Andreas Quirici

          Secondo quanto spiegato, l'anfiteatro è stato ritrovato l'8 luglio scorso vicino a Porta Diana a Volterra, a ovest del cimitero e a sud della necropoli etrusca nella cosiddetta zona del Portone. Prima sono emerse strutture murarie lunghe circa 20 metri. Poi, dopo l'intervento degli esperti della Soprintendenza, sono spuntati pochi filari dalla forma curvilinea, molto simile a quella del teatro romano di Vallebona, sempre a Volterra. Successivamente gli scavi hanno permesso di ritrovare anche due saggi di altri 20 metri per un totale di 42 metri. "Questi ritrovamenti - è stato spiegato durante la conferenza stampa - fanno pensare a un edificio pubblico romano di straordinaria rilevanza, probabilmente a carattere ludico, quasi certamente un anfiteatro destinato a giochi gladiatori".

          Gli scavi, per il momento, non consentono di delinearne la struttura completa, ma tutto lascia pensare che l'asse maggiore dell'anfiteatro sia di 80 metri. Altro punto interrogativo riguarda a quanti metri sotto terra si trova il ritrovamento.

          La scoperta dell'anfiteatro può essere ritenuta tra le più importanti dell'ultimo secolo in Italia "semplicemente perché è da 150 anni che non veniva ritrovato un anfiteatro di questo genere nel nostro Paese", come spiegato dalla funzionaria della Soprintendenza ai beni archeologici della Toscana, Elena Sorge.

          Ora si apre la parte più delicata, quella della comprensione delle reali dimensioni dell'anfiteatro, anche per quantificare il denaro da investire necessario per la salvaguardia e la valorizzazione dello scavo. In questo caso il presidente Rossi ha spiegato di aver informato della scoperta il ministro alle attività e ai beni culturali, Dario Franceschini, il quale ha detto che presto verrà a visitare il ritrovamento di persona. "Facciamo appello al Governo - hanno detto Rossi e il sindaco di Volterra, Marco Buselli - affinché trovi le risorse per portare alla luce l'anfiteatro romano".




          ARTE E CULTURA

          La scoperta trova un appiglio storico in alcune fonti erudite, in particolare Raffaello Maffei, fine del Quattrocento, e Lodovico Falconcini, un secolo più tardi, che menzionano espressamente l’esistenza a Volterra di un anfiteatro. Inoltre alla fine dell’Ottocento durante gli scavi di realizzazione del cimitero comunale, le carte parlano di un ritardo nei lavori a causa del rinvenimento di lavori in pietra interrati a undici metri: una spia dell’antico anfiteatro, che potrebbe essere rimasto nascosto a grande profondità.


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        • 08/31/15--06:26: GAIO VALERIO CATULLO


        • Nome: Gaius Valerius Catullus
          Nascita: 84 a.c. Verona
          Morte: 54 a.c. Roma
          Professione: poeta

          Nacque nell’84 a.c. a Verona da una famiglia benestante (possedeva una villa a Sirmione e aveva ospitato Cesare in viaggio per la Gallia), anche se spesso lamentò miseria.


          Carmen I

          A chi dono il mio libretto nuovo elegante
          appena levigato dalla dura pietra pomice?
          A te, Cornelio: e infatti tu eri solito
          pensare che le mie sciocchezze valessero qualcosa
          già allora, quando hai avuto il coraggio, unico fra gli Italici,
          di esporre tutta la storia in tre libri
          eruditi, per Giove, e laboriosi.
          Per questa ragione prendi questo libretto, qualunque cosa
          e quale il suo valore; perchè nella vergine madre
          possa rimanere più di un solo secolo.


          Catullo si recò a Roma non ancora ventenne. Nella capitale frequentò gli ambienti più mondani e più in vista nell’ambito politico e culturale, perfezionò la propria istruzione per prepararsi, come tutti i figli della nobiltà locale, ad un avvenire di prestigio. Particolarmente proficua fu la frequentazione del cenacolo dei poetae novi, una cerchia di intellettuali che viveva tra la poesia e i liberi amori, che aveva una mentalità anticonformista e che lavorava allo svecchiamento della poesia romana, ancora legata alle idealità civili dell’epica arcaica. 


          Carmen II

          Passero, passero dell'amor mio:
          ti tiene in seno, gioca con te,
          porge le dita al tuo assalto,
          provoca le tue beccate rabbiose.
          Come si diverta l'anima mia
          in questo gioco, trovando conforto
          al suo dolore, non so; ma come lei,
          quando si placa l'affanno d'amore,
          anch'io vorrei giocare con te
          e strapparmi dal cuore la malinconia.

          Egli adertisce alla poesia neoterica, un movimento letterario dell'età di Cesare. I suoi poeti erano chiamati neoteroi (o poetae novi), cosìddetti da Cicerone in modo ironico, disapprovando il distacco dalla tradizione della poesia romana arcaica.


          Carmen III

          Pianga Venere, piangano Amore
          e tutti gli uomini gentili:
          è morto il passero del mio amore,
          morto il passero che il mio amore
          amava più degli occhi suoi.
          Dolcissimo, la riconosceva
          come una bambina la madre,
          non si staccava dal suo grembo,
          le saltellava intorno
          e soltanto per lei cinguettava.
          Ora se ne va per quella strada oscura
          da cui, giurano, non torna nessuno.
          Siate maledette, maledette tenebre
          dell'Orco che ogni cosa bella divorate:
          una delizia di passero m'avete strappato.
          Maledette, passerotto infelice:
          ora per te gli occhi, perle del mio amore,
          si arrossano un poco, gonfi di pianto.


          L’adesione all'ambiente romano è in effetti difficile, Catullo rifiuta ogni impegno personale in ambito politico. Lo stesso viaggio in Bitinia, intrapreso nel 57 a.c., al seguito del governatore Gaio Memmio, fu vissuto con insofferenza: forse il poeta era troppo tormentato dalla sua storia d’amore. L’evento di gran lunga più significativo della vita e della poesia di Catullo fu, infatti, l’incontro con una donna che nel suo canzoniere porta lo pseudonimo di Lesbia.


          Carmen V

          Viviamo mia Lesbia ed amiamoci
          E consideriamo un soldo bucato
          I mormorii dei vecchi troppo severi.
          I giorni possono morire e ritornare
          Ma, quando per noi questa breve luce
          Muore dovremo dormire una notte eterna..
          Dammi mille baci e ancora cento
          E poi altre mille e ancora cento
          Sempre, sempre mille e ancora cento.
          E quando alla fine saranno migliaia, li mescoleremo
          Tutti, per dimenticare
          E perchè nessuno ci possa invidiare sapendo
          Che esiste un così grande numero di baci.


          L'amore di Catullo è Clodia (come ci informa Apuleio), sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro, moglie di Quinto Metello Celere, che rimase vedova nel 59 a.c. Una donna che fu libera e di costumi emancipati, pienamente a suo agio nella vita galante della capitale, sempre al centro di nuove relazioni.

          Non si sa quando la conobbe Catullo; ne divenne l’amante mentre il marito era ancora in vita, la loro relazione ebbe un seguito turbolento, all’insegna di un precario equilibrio dell’odi et amo del carme 85.


          Carmen VI

          Flavio, se l'amor tuo non fosse privo
          di grazia e di finezza lo vorresti dire
          a Catullo, non sapresti tacere.
          Ma certo tu ami qualche puttana
          malandata: per questo ti vergogni.
          Che tu non giaccia in solitudine la notte,
          anche se tace, lo rivela la tua camera
          fragrante di ghirlande e di profumi assiri,
          il cuscino gualcito da ogni parte,
          lo scricchiolare agitato del letto
          che trema tutto e non trova pace.
          Inutile tacere: non ti serve.
          Non mostreresti fianchi cos’ smunti
          se non facessi un monte di sciocchezze.
          E allora quello che hai, bello o brutto,
          dimmelo. Voglio con un gioco di parole
          portare te e il tuo amore alle stelle.


          Catullo, per la morte del fratello avvenuta nel 59, prova un cocente dolore, e dovette interrompere il soggiorno romano per fare ritorno a Verona per le esequie del fratello.


          Carmen VII

          Mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
          tu possa giungere a saziarmi:
          quanti sono i granelli di sabbia
          che a Cirene assediano i filari di silfio
          tra l'oracolo arroventato di Giove
          e l'urna sacra dell'antico Batto,
          o quante, nel silenzio della notte, le stelle
          che vegliano i nostri amori furtivi.
          Se tu mi baci con così tanti baci
          che i curiosi non possano contarli
          o le malelingue gettarvi una malia,
          allora si placherá il delirio di Catullo.


          Lesbia non sopporta l'allontanamento di Catullo, sia pure per una ragione così dolorosa e lo rimpiazza con un nuovo amante. O forse era già stanca di lui e approfitta dell'assenza per lasciarlo. Fattosta che Catullo ne è distrutto.


          Carmen VIII

          LESBIA
          Misero Catullo, smetti di vaneggiare
          E stima perduto ciò che è perduto.
          Ci furono giorni felici un tempo
          Quando correvi dove voleva il tuo amore
          amato come nessuna sarà amata;
          allora nascevano molti giochi d'amore
          che tu volevi e che lei non negava.
          Ci furono per te giorni felici un tempo.
          Ora lei non vuole più; anche tu, impotente,
          non volere, non inseguire lei che fugge,
          non vivere miseramente, ma resisti
          con tutta la tua volontà, non cedere.
          Addio amore - Catullo non cede più,
          non ti cerherà, non ti vorrà per forza;
          ma tu soffrirai perchè non sarai più desiderata.
          Scellerata, guai a te; cosa ti può dare la vita?
          Chi ti vorrà? Per chi ti fai bella?
          Chi amerai? Di chi sarai detta essere?
          Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
          Ma tu, Catullo, ostinato, non cedere.


          Qui inizia il calvario del poeta, che implora, si chiude, maledice e spera, con l'animo sempre più disperato. Catullo morì nel 58 a.c., probabilmente a causa di una malattia che lo consumava nel corpo e nello spirito.


          Carmen XI

          Furio, Aurelio, che miei compagni
          sino all'estremo dell'India verreste
          alle cui rive lontane batte sonoro
          il mare d'Oriente,
          tra gli Arabi indolenti, gli Ircani,
          gli Sciti, i Parti armati di frecce
          o sino alle acque che il Nilo trascolora
          con le sue sette foci;
          e oltre i monti aspri delle Alpi
          per visitare i luoghi dove vinse Cesare,
          il Reno di Gallia, i Britanni
          orribili e sperduti;
          voi che con me, qualunque sia il volere
          degli dei, sopportereste ogni mia pena,
          ripetete all'amore mio queste poche
          parole amare.
          Se ne viva felice con i suoi amanti
          e in un solo abbraccio, svuotandoli
          d'ogni vigore, ne possieda quanti vuole
          senza amarne nessuno,
          ma non mi chieda l'amore di un tempo:
          per colpa sua è caduto come il fiore
          al margine di un prato se lo tocca
          il vomere passando.


          Carmen XV

          A te come me stesso affido il mio amore,
          Aurelio. Un piccolo favore che ti chiedo:
          se mai qualcuno amasti in cuore tuo
          che tu desiderassi casto e puro,
          conservami pulito questo mio ragazzo.
          Non dico dalla gente, che non ho pensiero
          di chi corre su e giù per la via
          tutto occupato nelle sue faccende;
          ma di te ho timore e del tuo cazzo
          nemico d'ogni ragazzo, buono o cattivo
          che sia. Quando comanda ficcalo dove
          e come vuoi, se è ritto e sguainato.
          Ti proibisco lui solo, non credo molto.
          Ma se la tua pazzia, una passione insana
          ti spingesse, scellerato, tanto nel crimine
          da insidiare la stessa mia persona,
          povero te, la sorte che ti viene:
          divaricate le gambe, per quella porta
          radici e pesci ti ficcherò dentro.


          Carmen XVI

          In bocca e in culo ve lo ficcherò,
          Furio ed Aurelio, checche bocchinare
          che per due pùsiole libertine
          quasi un degenerato mi considerate.
          Che debba esser pudico il pùta è giusto,
          ma perchè lo dovrebbero i suoi versi?
          Hanno una loro grazia ed eleganza
          solo se son lascivi, spudorati
          e riescono a svegliare un poco di prurito,
          non dico nei fanciulli, ma in qualche caprone
          con le reni inchiodate dall'artrite.
          E voi, perchè leggete nei miei versi baci
          su baci, mi ritenete un effeminato?
          In bocca e in culo ve lo ficcherò.


          Carmen XXI

          Padre di tutti gli affamati che conosci
          e di quelli che furono, sono e saranno
          negli anni da venire, tu Aurelio,
          desideri inculare l'amor mio
          e non ne fai mistero: appiccicato a lui,
          giochi, ti strofini, le provi tutte.
          Non servirá: mentre mi tendi queste insidie
          io prima te lo ficcher˜ in bocca.
          E pace se tu lo facessi a pancia piena,
          ma non posso tollerare, accidenti a me,
          che il mio ragazzo impari a patir fame e sete.
          Piantala dunque, giusto finchÈ sei in tempo,
          che tu non debba farlo a cazzo in bocca.

          CATULLO TRA I POETI

          Carmen XXIII

          Furio mio, tu non hai schiavi, non hai denari,
          non hai cimici o ragni, nè di che scaldarti,
          ma hai un padre e una matrigna che coi denti
          potrebbero macinare anche le pietre,
          e con questo tuo genitore e la sua donna,
          rinsecchita come un legno, tu vivi bene.
          Non fa meraviglia: scoppiate di salute,
          digerite d'incanto, non temete nulla,
          nè gli incendi nè il crollo della casa
          nè la malvagitá, l'insidia del veleno
          o il pericolo di qualche altro incidente.
          E in più, grazie al sole al freddo e alla fame,
          avete il corpo più secco di un corno
          o di quanto più arido vi sia.
          Perchè mai non dovresti essere felice?
          Non sudi, non hai una goccia in più di saliva,
          nè un poco di catarro o di moccolo al naso.
          E a questo candore aggiungine un altro:
          poichè non cachi dieci volte all'anno
          il tuo culo è più lindo di un cristallo
          e ciò che fai è più duro di fave e ghiaia,
          tanto che se lo stropicciassi fra le mani
          non ti potresti sporcare nemmeno un dito.
          Tutte queste comoditá non disprezzarle,
          Furio mio, non considerarle una sciocchezza
          mendicando di continuo quei centomila
          sesterzi: smettila, sei ricco quanto basta.


          Carmen XXXII

          Ti prego, mia dolce Ipsililla,
          amore mio, cocchina mia,
          invitami da te nel pomeriggio.
          Ma se decidi cos’, per favore,
          non farmi trovare la porta giá sprangata
          e cerca di non uscire, se puoi,
          restatene in casa e preparami
          nove scopate senza mai fermarci.
          Se ne hai voglia, per˜, fallo subito:
          sto qui disteso sazio dopo pranzo
          e pancia all'aria sfondo tunica e mantello.



          Carmen XXXVI

          Annali di Volusio, cartacce di merda,
          sciogliete la promessa della donna mia,
          che a Venere e a Cupido ha fatto voto,
          se da lei fossi tornato accettando
          una tregua al mio violento sarcasmo,
          di sacrificare alle fiamme di Vulcano
          i versi migliori di un pessimo pùta
          perchè bruciassero su maledetta legna.
          Quella dolce canaglia sapeva benissimo
          di fare voti come fossero uno scherzo.
          E allora tu, figlia del mare azzurro,
          tu che abiti sui monti sacri di Cipro,
          nelle baie del Gargano, in Ancona,
          nei canneti di Cnido, ad Amatunta e Golgi,
          a Durazzo, emporio di tutto l'Adriatico,
          se questo voto ha una sua grazia spiritosa,
          accettalo e ritienilo pagato.
          Ma ora tocca a voi: andatevene al rogo,
          con tutta la vostra rozza stupiditá,
          Annali di Volusio, cartacce di merda.



          Carmen XXXVII

          Puttanieri di quell'ignobile taverna
          nove colonne oltre il tempio dei Dioscuri,
          credete d'avere l'uccello solo voi,
          di poter fottere le donne solo voi,
          considerandoci tutti cornuti?
          O forse perchè sedete cento o duecento
          in fila come tanti idioti, non credete
          che potrei incularvi tutti e duecento?
          Credetelo, credetelo: su ogni muro
          qui fuori scriverò che avete il culo rotto.
          Fuggitami dalle braccia, la donna mia,
          amata come amata non sará nessuna,
          anche lei, che mi costrinse a tante battaglie,
          siede tra voi. E come se ne foste degni
          la chiavate tutti e non siete, maledetti,
          che mezze canaglie, puttanieri da strada:
          tu più di tutti, tu Egnazio, capellone
          modello, nato fra i conigli della Spagna,
          che ti fai bello di una barba incolta
          e di denti sciacquati con la tua urina.



          Carmen XXXVIII

          Sta male, Cornificio, il tuo Catullo,
          sta male, mio dio, e soffre
          ogni giorno, ogni ora di più.
          E tu nemmeno una parola,
          quella che costa meno, la più facile.
          Ti odio. Questo il tuo amore?
          Una parola, una parola qualunque
          più triste del pianto di Simonide.



          Carmen XL

          Quale strana pazzia ti getta, Rávido,
          come uno sciocco in bocca alla mia collera?
          Quale dio invocato malamente
          ti spinge a questa stupida contesa?
          per correre sulle labbra di tutti?
          Che vuoi? esser famoso ad ogni costo?
          Lo sarai, ma per la follia d'amare
          chi amo, tu lo sarai con infamia.



          Carmen IIL

          Se i tuoi occhi di miele, Giovenzio,
          mi fosse lecito baciare,
          migliaia di volte io li bacerei
          e non potrei esserne mai sazio,
          anche se più fitta di spighe mature
          fosse la messe dei miei baci.



          CATULLO
          Carmen LI

          Mi sembra che sia simile ad un Dio
          O se è lecito, più di un Dio
          Colui che, sedendoti accanto
          Ti osserva e ti ascolta ridere
          Dolcemente; e ciò a me misero
          Strappa ogni sensazione: infatti
          Quando ti guardo, Lesbia,
          non mi rimane neanche un po'
          di voce, ma la lingua si intorpidisce,
          un fuoco sottile mi cola nelle ossa
          le orecchie mi ronzano
          e i due occhi si coprono di notte.



          Carmen LIII

          Vuoi ridere? poco fa, accusandolo
          in tribunale, il mio Calvo inchioda
          Vatinio ai suoi delitti: entusiasta
          uno del pubblico si sbraccia e grida:
          'Gran dio, che oratore quel cazzetto!



          Carmen LIV

          Il miserabile cazzo di Ottone,
          le gambe sporche e rozze d'Erio, il peto
          sinistramente lieve di Libone,
          a te e a Sufficio, quel vecchio rifatto,
          almeno questo dovrebbe spiacere.
          E torna pure ad incazzarti Cesare
          generalissimo, contro i miei versi
          innocenti.



          Carmen LVI

          Scherzo così divertente, Catone,
          è giusto che tu lo sappia e ne rida.
          Ridine per l'amore che mi porti:
          credi, è uno scherzo troppo divertente.
          Sorpreso un ragazzino che si fotte
          una fanciulla, io, Venere mia,
          col cazzo ritto, un fulmine, l'inculo.


          Carmen LVII

          Una bella coppia di canaglie fottute
          quel finocchio di Mamurra e tu, Cesare.
          Non è strano: macchiati delle stesse infamie,
          a Formia o qui a Roma, se le portano
          impresse e niente potrá cancellarle:
          due gemelli infarciti di letteratura
          sui vizi comuni allo stesso letto,
          l'uno più avido dell'altro nel corrompere,
          rivali e soci delle ragazzine.
          Una bella coppia di canaglie fottute.


          Carmen LVIII

          Celio, la mia Lesbia, quella Lesbia,
          quella sola Lesbia che amavo
          più di ogni cosa e di me stesso,
          ora all'angolo dei vicoli spreme
          questa gioventù dorata di Remo.



          Carmen LX

          Una leonessa sui monti di Libia o Scilla
          che dentro ringhia sordamente, chi,
          chi t'ha generato con l'animo così inumano
          e duro da disprezzare il grido che t'implora
          nella sventura estrema, cuore, cuore selvaggio?

          VILLA DI CATULLO A SIRMIONE

          Carmen LXV

          L'angoscia sfibrante di un dolore senza tregua
          mi distoglie, Ortalo, da ogni volontá di vivere
          e nell'incertezza di questa sofferenza non penso più
          di trovare nelle parole il conforto della poesia:
          l'onda che nasce dal gorgo di Lete ora, ora
          bagna il piede pallido ora di mio fratello:
          strappato ai miei occhi, la terra di Troia
          ora lo dissolve sotto il peso della sua collina.
          Ti parlerò e non ti sentirò parlare,
          mai, mai più ti rivedrò, fratello mio:
          amato più della mia vita, sempre ti amerò,
          sempre mi terrò in cuore il pianto per la tua morte,
          come l'usignolo tra le ombre più folte dei rami
          piange nel suo canto la sorte straziante di Iti.
          Ma anche in così grande tristezza, Ortalo,
          eccoti questi versi tradotti da Callimaco,
          perchè tu non creda che, disperse nel vento,
          le tue parole mi siano sfuggite dalla mente,
          come scivola dal grembo di una ragazzina
          il pomo che in segreto le donò l'innamorato,
          quando, scordatasi d'averlo fra le pieghe della veste,
          sussulta trasognata all'arrivo della madre
          e le sguscia via: cade in terra il pomo rotolando
          e il suo viso afflitto avvampa di vergogna.


          Carmen LXIX

          Non ti stupire se nessuna donna, Rufo,
          vuol concederti il suo tenero corpo,
          nemmeno se la tenti col dono prezioso
          di una veste o la malia di un gioiello.
          Hai una triste fama: sotto le tue ascelle
          pare che viva un orrido caprone.
          Questo il timore. Certo: è una mala bestia
          e le belle donne con lei non dormono.
          Allontana l'incubo di questo fetore
          o non stupirti se quelle ti fuggono.


          Carmen LXX

          La mia donna dice che non vorrebbe unirsi a nessuno
          se non a me, nemmeno se Giove in persona lo chiedesse.
          Lo dice: ma ciò che la donna dice al bramoso amante
          scrivilo nel vento e nell'acqua che scorre.


          Carmen LXXIV

          Gellio udiva sempre lo zio riprendere
          chi parlasse o godesse d'amore.
          Per evitarlo gli chiavò la moglie
          rendendolo immagine stessa del silenzio.
          Era il suo scopo: ora potrebbe anche
          ficcarglielo in bocca, lo zio non fiaterebbe.


          Carmen LXXX

          Come mai, Gellio queste tue labbrucce di rosa
          si fan più bianche della neve d'inverno,
          quando il mattino esci di casa o quando verso sera
          nei giorni d'estate ti scuoti dal tuo dolce riposo?
          Non capisco. O forse è vero, come si mormora,
          che sei ginocchioni un divoratore di cazzi?
          Certo è così: lo gridano le reni rotte di Vittorio,
          poveretto, e le tue labbra macchiate dello sperma succhiato.



          Carmen LXXXV

          Odio e amo. Mi chiedi come possa fare
          Non lo so, ma sento che accade e soffro.



          Carmen LXXXIII

          Col marito Lesbia mi travolge d'ingiurie
          e quello sciocco ne trae una gioia profonda.
          Stronzo, non capisci? tacesse, m'avrebbe dimenticato,
          sarebbe guarita, invece sbraita e m'insulta:
          non solo ricorda, ma cosa ben più grave
          è furente. Brucia d'amore, per questo parla.



          RICOSTRUZIONE DELLE GROTTE DI CATULLO
          Carme LXXXVII

          Mia Lesbia sei stata amata
          da me in modo così totale
          che in modo uguale amata
          non c'è donna e non ci sarà.

          Non si vedrà mai più
          in amorosi legami
          tanto rigore di fedeltà
          quanto si vide in me
          nell'amore che ti portai.



          Carmen LXXXXII

          Lesbia sparla sempre di me, senza respiro
          di me: morissi se Lesbia non mi ama.
          Lo so, son come lei: la copro ogni giorno
          d'insulti, ma morissi se io non l'amo.



          Carmen LXXXXIII

          Non me ne importa niente di piacerti, Cesare,
          nè di sapere se sei bianco o nero.



          Carmen VC

          Dopo nove inverni e nove estati di lavoro
          finalmente la Zmyrna del mio Cinna è pubblicata,
          mentre Ortensio mezzo milione di versi scrive all'anno...
          La Zmyrna arriverá sino alle acque profonde
          del Sátraco e ancora in secoli lontani sará letta.
          Gli Annali di Volusio invece moriranno a Padova
          o forniranno cartaccia per avvolgere gli sgombri.
          Mi rimanga dunque in cuore il suo piccolo gioiello
          e i profani si godano pure l'enfasi di Ant’maco.



          Carmen IC

          Mentre tu giocavi, dolcissimo Giovenzio,
          io t'ho rubato un bacio più dolce del miele.
          Ma l'ho pagato caro: crocifisso
          per più di un'ora sono rimasto, ricordo,
          a scusarmi con te senza che le mie lacrime
          potessero spegnere la tua collera.
          Subito ti sei asciugato le labbra umide
          d'ogni goccia con tutte e due le mani,
          perchÈ non restasse traccia della mia bocca
          quasi fosse la sborrata d'una puttana.
          E m'hai fatto subire tutte le torture
          d'amore, ogni supplizio possibile:
          cos’ quel bacio che m'era sembrato tanto
          dolce, si è rivelato più amaro del fiele.
          Se questa è la pena a cui condanni un amore
          infelice, mai più ti ruber˜ un bacio.


          Carmen CV

          Fa di tutto quello stronzo per montare sul Pimpleo,
          ma a colpi di forca giù lo precipitano le Muse.


          Carmen CVII

          Se contro ogni speranza ottieni
          ci˜ che desideravi in cuore,
          una gioia insolita ti prende.
          E questa è la mia gioia,
          più preziosa dell'oro:
          a me tu ritorni, a me, Lesbia,
          a un desiderio ormai senza speranza,
          al mio desiderio ritorni,
          a me, a me tu ti ridai.
          O giorno luminoso!
          Chi vivrá più felice?
          chi potrá mai pensare vita
          più, più desiderabile di questa?


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