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  • 01/18/16--07:41: CAMPUS MARTIUS
  • L'EFFIGE CHE DELINEA L'ODIERNO CAMPUS MARTIUS A ROMA

    Il Campo Marzio o "Campo di Marte", era una zona pubblica di Roma antica di circa 2 km2 (490 ettari) in misura, accessibile dall'esterno tramite la via Flaminia.

    Prima della fondazione di Roma, Campo Marzio era una bassa pianura delimitata a ovest da un'ansa del Tevere nei pressi dell'Isola Tiberina, a est con il Quirinale, e il sud-est con il Campidoglio.


    LANCIANI:

    "Nell'anno 1592 cavandosi le fondamenta del palazzo di Ottavio Crescenzi (Serlupi) in via del Seminario, fu trovato il cippo decempedale AGRIPPAE CIL. VI, 874, relativo alla limitazione di una frazione dell'antico Campus Martiiis, opera che doveva mantenersi immune da fabbricati".

    CANPUS MARTIUS PRIMA DELLA NASCITA DI ROMA..
    ..UN ENORME PALUDE
    Come narra Tito Livio, il Campo Marzio era in origine un campo in cui era eretta un'altare dedicato a Marte, appartenente a Lucio Tarquinio il Superbo, l'ultimo re di Roma che lo adibì a campo militare e a campi coltivati. Cacciato il re, il campo, già consacrato a Marte, venne trebbiato e il grano gettato nel Tevere, dove si disse formò un'isola nel centro del fiume.

    La zona rimase comunque fuori delle Mura Serviane, e fu utilizzata come pascolo di cavalli e pecore, ma soprattutto per addestramento militare sia dell'esercito che dei privati.
    ​​Evidentemente essendo stato dedicato a Marte, il dio romano della guerra, era stato da sempre adibito almeno in parte alle manovre militari.

    Proprio per questo venne usato pure per la celebrazione dei trionfi, nonchè per gli ambasciatori stranieri che non potevano entrare in città, e per i templi dedicati ai culti stranieri.

    QUALCHE SECOLO DOPO..
    Nel 221 a.c., venne costruito il Circo Flaminio sul lato meridionale del Campo Marzio, nei pressi del Tevere, una grande pista per le corse dei carri voluta da Gaio Flaminio Nepote, che fece costruire anche la via Flaminia.

    Sotto Silla, vennero venduti o donati lotti edificabili ai romani influenti, con insulae e domus. In seguito divenne il luogo per comizi centuriati, incontri civici con armi, e per la milizia della città.

    Pompeo vi costruì il primo teatro in pietra a Roma nel 55 ac., il primo monumento della zona. Quando la Curia Hostilia bruciò nel 52 ac, il teatro venne usato anche per le sedute del Senato, nonchè per le elezioni civiche.

    Giulio Cesare progettò di stabilirvi i Septa (spazi utilizzati per le elezioni), progetto poi completato da Augusto.

    LA MERIDIANA DI AUGUSTO
    Nel 33 ac, Ottaviano vi fece costruire il Porticus Octaviae, edificato col bottino di guerra della Dalmazia.

    Sotto Augusto la zona divenne ufficialmente parte dell'Urbe, che venne suddivisa in 14 regioni, e Campo Marzio venne divisa parte nella VII di via Lata a est e parte nella IX accanto al Circo Flaminio e vicino al fiume.

    In Campus Martius venne anche costruita l'Ara Pacis (Altare della Pace), dal Senato per celebrare l'istituzione della pace romana ad opera di Augusto.

    Marco Vipsanio Agrippa possedeva in Campo Marzio un terreno paludoso che fece trasformare nelle Terme di Agrippa, con fontane, statue, parchi e templi, le laconicum Sudatorium e fece edificare la Porticus Argonautarum (il Portico degli Argonauti) e il Pantheon, che fu poi ricostruito da Adriano come si vede ancora oggi.

    Nel 19 a.c. fece pure completare l'acquedotto dell'Aqua Virgo per fornire acqua a queste strutture.

    MAPPA ZOMMABILE
    Nella zona nord non popolata, venne invece fatto erigere il grande Mausoleo di Augusto. Ma altri monumenti vi vennero eretti, come il Teatro di Marcello, il tempio di Iside, le terme e il ponte di Nerone.

    Dopo il grande incendio del 64, Domiziano ricostruì i monumenti bruciati più uno Stadium (odierna Piazza Navona) e un Odeion (una piccola sala per riunioni).

    A poco a poco, il Campus si riempì di templi ed edifici pubblici, circhi, teatri, portici, bagni, monumenti, colonne e obelischi. Anche se l'area era originariamente dedicata a Marte, non vi si edificò alcun monumento a lui dedicato.

    Quando vennero costruite le Mura Aureliane intorno al 270 anche il Campo Marzio fu incluso nelle mura.



    IL TEATRO MARCELLO

    Situato in Campo Marzio, tra il Tevere e il Campidoglio, fu voluto da Giulio Cesare accanto al teatro di Pompeo. Ha annessa una vasta area e non ha esitato a demolire gli edifici esistenti, tra cui due templi.

    TEATRO MARCELLO
    Produzioni teatrali sono stati offerti al pubblico durante le campagne elettorali, e la costruzione di un teatro si è rivelato un ottimo strumento di propaganda.

    Quando Cesare morì, il suo successore Augusto ha continuato il progetto, ampliandolo, e inaugurandolo
    il 13 ac, dedicandolo al nipote Marcello, suo successore designato, morto prematuramente.

    IL CAMPUS CON I SUOI EDIFICI ROMANI (zommabile)
    Secondo le fonti del tempo, il teatro potrebbe contenere 15.000-20.000 spettatori, con 41 arcate per ciascuno dei tre ordini: dorico per i primi due e ionico per l'ultimo. La parte superiore era decorata con enormi maschere teatrali in marmo. L'edificio fu dotato di rampe e gallerie con gli spettatori potessero entrare e uscire rapidamente.



    LARGO ARGENTINA

    Prese nome dall'ambasciatore di Argentoratum (Strasbourg). Qui venero eretti vari Templi anche di divinità origine orientale.



    TEATRO BALBO
    TEATRO BALBO

    fu il primo anfiteatro permanente costruito in quest'area; parzialmente visibile nel museo della Crypta Balbi tra Largo Argentina e Piazza Venezia. 



    MERIDIANA D'AUGUSTO

    Nello stesso periodo Augusto fece costruire a Campo Marzio una grande meridiana, usando come gnomone un obelisco, con numeri in bronzo lunghi 3 m, situato accanto all'Ara Pacis. 


    ARA PACIS

    Venne costruita per il compleanno di Augusto, per ringraziarlo della pace e stabilità ottenute mediante la sua guida.


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  • 01/21/16--06:36: CORINTO (Grecia)
  • TEMPIO DI OTTAVIA
     "Uno de’ più magnifici fra i cittadini romani fu Giulio Cesare, quanto avido della pompa, altrettanto amante delle arti. Ei fece grandi collezioni di gemme incise, di figure in avorio e in bronzo, e di quadri d’antichi pittori, e impiegò al tempo stesso gli artisti allora viventi per formare i gran monumenti che eresse nel secondo suo consolato. 
    Edificar fece in Roma il magnifico suo foro, e sontuosissime fabbriche elevò a proprie spese per l’Italia tutta, nelle Gallie, nelle Spagne, e nella Grecia medesima. Fra le colonie destinate a ripopolare le abbandonate città, e a rifar le distrutte, una mandonne a far risorgere Corinto dalle sue ruine, nella qual occasione molti antichi monumenti furono disepolti. Forse a quell’epoca riferirsi deve una grande e bella statua di Nettuno disotterrata nella città medesima alcuni anni addietro, appiè della quale evvi un delfino con quella iscrizione sul capo:
     
    Π. ΛΙΚΙΝΙΟС
    ΠΡΕΙСΚΟС
    ΙΕΡΕΥС...

    da cui rilevasi essere stata eretta quella statua da P. Licinio Prisco sacerdote: e si vede che la forma delle lettere è di que’ tempi. Talvolta il nome della persona, che ha fatta ergere la statua, trovasi unito a quello dell’artista"
    (Johann Joachim Winckelmann)

    Secondo il mito Corinto fu fondata da Sisifo figlio di Eolo, però tradizionalmente, fu fondata dai Dori.e si erge è a 10 km sud-ovest dall'Istmo di Corinto, che univa la Grecia centrale al Peloponneso, e a 3 km dal suo porto principale, il Lecheo, a nord ovest. che dava sul golfo di Corinto. La città disponeva anche del piccolo porto di Cencreo, ad est, sul golfo Saronico. Su entrambi i golfi i corinzi fondarono così empori commerciali e porti.

    Alla sommità della città c'era l' Acrocorinto, cioè l’acropoli, una collina di roccia a 573 m slm che si innalzava a 8 km a sud del golfo di Corinto, costituendo una posizione strategica per i collegamenti commerciali terrestri e marittimi. Sull'acropoli si ergeva un muro di tipo ciclopico, forse miceneo.

    La zona immediatamente a sud del golfo di Corinto era una ricca pianura agricola che forniva l'occorrente per il cibo.   In zona altri resti micenei, ma non si è ancora certi fosse un centro abitato. I reperti archeologici indicano una occupazione del sito a partire, almeno, dal II millennio a.c.

    STRADA DEL LICHEO, RESTI DEI NEGOZI
    La città arcaica, a parte la comune acropoli, era composta da varie comunità isolate e distanziate fra loro. Quella successiva, in epoca classica, si sviluppò a nord dell’Acrocorinto, a circa 5 km a sud della costa su un altopiano calcareo a 80 m slm.

    Corinto era la città del tempio di Venere:
    " nel quale erano piu di mille meretrici apparecchiate a' servigi de' forestieri onde ne venne questo proverbio Greco: '[korinthiázein]', cioè fare all'usanza di Corinto, che voleva dire star ne' piaceri amorosi: et un'altro che diceva, 'Non esser lecito a ciascuno andar a Corinto'. Questa città scrive Thucidide, ch'era il mercato di tutta la Grecia: et Filippo Macedone diceva, ch'ella, Calcide in Negroponte, et Demetriade in Thessaglia, perche cosi bene eran fortificate; erano i ceppi et le catene della Grecia. 

    Di qui venne quel rame tanto celebrato da gli antichi, detto Corinthio,et la Colonna Corinthia. Presso questa è il monte Acrocorinto sopra l'Isthmo, o stretto, ch'è bagnato da amendue i golfi: et molti dicono che sopra questo era posta la Città, et altri dicono la rocca di detta città, la qual si chiamava Acrocorinto. 

    Era anchora nella parte piu stretta dell'Isthmo la terra Cencrea co'l porto del medesimo nome: et presso Corinto fu la città Efira. Evvi il fiume Asopo, che scendendo dal monte Cronio; passa per mezo la provincia di Corinto, et va nel golfo di Patràs. "

    FONTE PEIRENE

    LA STORIA

    I reperti archeologici testimoniano una occupazione del sito a partire, almeno, dal II millennio a.c.


    VIII a.c.

    La storia della città per alcuni inizia nell’VIII sec. a.c., quando vigeva la monarchia, a cui successero
    - I BACCHIADI

    Famiglia aristocratica di origine eraclide che, dopo la caduta della monarchia primitiva fra il sec. VIII e il VII a.c. (per 90 anni, secondo Diodoro; per 200 anni secondo Strabone)  governò Corinto. Tra di essi veniva eletto il supremo magistrato della città.
    La vera espansione commerciale della città, con l'esportazione della ceramica, comincia verso la metà del sec. VII, quando i Bacchiadi cominciano a declinare e si verifica l'avvento dei Cipselidi. Durante il loro governo, nella II metà del sec. VIII a.c. vennero fondate Siracusa e Corcira l'attuale Corfù.
    Della loro caduta, nel 650 a.c,. e dell'avvento di Cipselo ci narra Erodoto. I vasi nello stile proto-corinzio, a partire dal 725 a.c., sono stati ritrovati in quasi tutte le sue colonie.


    VII a.c.
    I Cispelidi

     Ressero Corinto dal 620 al 550 a.c., Corinto, si appropriarono  delle importanti miniere argentifere dell'Illiria meridionale. Dotata di una flotta numerosa, Cointo ebbe rapporti con l'Egitto, la Lidia e le città greche dell'Asia Minore. A Periandro succedette Psammetico, che finì assassinao attraverso una rivolta popolare che pose fine alla tirannia.

    Nel VII sec. venne eretto un gigantesco tempio dorico, il Tempio di Apollo, con il tetto coperto da tegole in terracotta. Il tempio dominò poi la città di Corinto dalla collinetta omonima, insieme all’abitato e alle fontane di Glauco e Pirene. Nello stesso secolo venne fondata la colonia di Potidea verso il 600 ac. su Pallene, la penisoletta più occidentale della Calcidica, in Tracia, per facilitare il commercio con il Regno di Macedonia.
    La pittura vascolare a figure nere a partire dal 625-600 a.c. si diffuse nell’Italia peninsulare e nell’area egeo - anatolica. 


    VI a.c. 
    I giochi istmici

    In questo secolo nascono i giochi istmici che furono riorganizzati nel 582 a.c., con cadenza biennale, nel secondo e nel quarto anno di ogni Olimpiade, in primavera, ad aprile-maggio, e sotto il controllo della città di Corinto, in particolare dei Cipselidi. I Giochi duravano parecchi giorni e si svolgevano vicino al tempio di Poseidone, in un bosco di pini a sud-est dell’Istmo. 
    Corinto era una grande potenza marittima, anche per la riscossione dei dazi doganali fra il Peloponneso e il centro della Grecia. Poteva inoltre inviare navi a ovest attraverso il golfo omonimo e ad est attraverso quello di Saronico. I suoi cittadini, impegnati come erano nei commerci, si mantennero sempre lontani dalle guerre, e anche questo agevolò lo svolgimento dei Giochi, che ebbero un carattere popolare.
    Patrono dei Giochi era Poseidone, fratello di Zeus, che regnava sul mare. Il suo culto era legato all’origine dei Giochi stessi, perché secondo il mito, i primi concorrenti all’Istmo erano stati gli Dei Elio e Poseidone, che avevano gareggiato per il possesso del luogo. Essi avevano scelto come arbitro un uomo, Briareo, figlio dello stesso Poseidone, che avrebbe assegnato l’Istmo al padre e l’Acrocorinto a Elio, che poi lo avrebbe successivamente ceduto ad Afrodite.

    La maggior parte delle informazioni sui giochi vengono dai resti degli edifici e degli oggetti trovati dove si svolgevano i giochi. La ricchezza e la varietà delle offerte votive rinvenute tra le rovine del tempio di Poseidone, permettono di valutare l’apogeo di questo culto nel VI secolo. Tra gli oggetti ritrovati ci sono haltéres (pesi da palestra), uno di piombo e uno di pietra, punte di giavellotto e strigili. Sono state rinvenute anche numerose conchiglie di mezza grandezza, che dovevano avere una simbologia particolare nei riti in onore di Poseidone.

    BEMA - TRIBUNA DELLE ARRINGHE

    V a.c.

    Dal V secolo a.c. la città fu circondata da un muro di fortificazione che incudeva gran parte dell'area urbana ed agricola e numerosi santuari. Dopo le Guerre Persiane, l'aumentato potere di Atene indebolì i contatti esteri e politici di Corinto che, a causa di ciò, si alleò nel 431-404 a.c. con Sparta nella guerra del Peloponneso.


    IV a.c.

    Dal IV secolo a.c. incluse nella cinta anche il porto del Lecheo. La valle del Lechaion e le zone vicine si riempirono di santuari, edifici e monumenti, nonché una serie di una strade che la univano ad altri centri abitati.

    Ma nel 395-386 a.c., Corinto si alleò con Atene nella guerra contro Sparta.
    La sconfitta delle forze greche a Cheronea (338 z.c.) diede modo a Filippo II di lasciare una guarnigione macedone presso Corinto.


    III a.c. 

    Durante il IV e il III secolo a.c. una guarnigione macedone occupò l’Acrocorinto sotto il controllo di Tolomeo I, Demetrio Poliorcete e Antigonos.
    Venne espugnata da Arato nel 243 a.c., quando la città aderì alla Confederazione achea. Sotto il dominio macedone Corinto rifiorì, ma nel 224 a.c. si rivoltò aderendo alla rinnovata Lega Achea di cui divenne la guida.


    II a.c.

    Nel II sec. a.c. Corinto subì l’occupazione romana. Il console Romano Lucio Mummio (che riceverà il cognomen Acaicuse un trionfo), con 23.000 fanti e 3.500 cavalieri, avanzò nel Peloponneso insieme agli alleati di Creta e Pergamo, contro la Lega Achea, guidata dal generale acheo Dieo che si accampò a Corinto con 14.000 fanti e 600 cavalieri. Gli Achei eseguirono un attacco notturno all'accampamento dei romani, infliggendo loro pesanti perdite.

    Il giorno dopo gli Achei attaccarono nuovamente battaglia, ma la loro cavalleria, in pesante inferiorità numerica, si diede alla fuga di fronte a quella Romana. La fanteria Achea invece si difese molto bene finché un'unità di 1.000 soldati Romani caricò il fianco acheo, rompendone lo schieramento.

    Alcuni Achei trovarono rifugio a Corinto, ma non fu organizzata alcuna difesa poiché Dieo fuggì in Arcadia. Corinto, nel 146 a.c., fu totalmente distrutta dall'esercito romano e tutti i tesori e le opere d'arte furono depredate.

    Secondo la tradizione Lucio Mummio  uccise tutti gli uomini e vendette come schiave le donne. L'annientamento di Corinto segnò una svolta nella politica Romana, perchè quella guerra contro la città greca fu la prima combattuta da Roma non per difendersi da un pericolo, ma per attaccare.
    L'ammirazione per le opere di Corinto fu enorme a Roma, ma non per Mummio, cui stupì molto l'alta offerta di Attalo II di Pergamo per un'opera di Aristeides messa all'asta dopo il saccheggio di Corinto (un Dioniso degli inizi del IV sec. a.c.), da ritirarla dalla vendita sospettando virtù nascoste nel dipinto. Al posto dei 600.000 denari offerti, fece collocare, più che altro per superstizione, il dipinto nel tempio di Cerere a Roma, che ebbe la prima opera d'arte di pittura straniera in un luogo pubblico.

    La città  rimase abbandonata finché nel 44 a.c. Giulio Cesare la ricostruì e la fece capitale della provincia di Acaia, quindi vi stabilì una colonia di veterani, la Colonia Laus Iulia Corinthiensis. 

    TEMPIO DI OTTAVIA

    I a.c.

    Nel 27 a.c. Corinto divenne la capitale della provincia romana di Achaia. Sotto il dominio romano si eseguirono grandi opere di ricostruzione: il foro, l'anfiteatro, le terme, il ginnasio, l'arco trionfale, i grandi bagni pubblici, oltre a botteghe e lussuosissime abitazioni. Fu istituito un nuovo piano urbanistico e una nuova organizzazione rurale.


    I d.c.

    Nel I sec. d.c. l’imperatore Vespasiano rinnovò e ristrutturò la colonia con il nome di Colonia Iulia Augusta Flavia Corinthiensis. Corinto fu abitata ininterrottamente attraverso il tardo periodo romano e bizantino. 


    III d.c.

    - Nel 395 d.c. Corinto subì il saccheggio dei Barbari e il disastroso terremoto del 521 d.c. che fece rovinare molti monumenti. Ma il colpo di grazia le fu imposto dal sacco dei Crociati nel XII secolo. 



    L'ISTMO (O IL CANALE) DI CORINTO

    Secondo le antiche fonti, risulta che lpidea di aprire l'Istmo venne al Tiranno di Corinto Periandros, uno dei sette Saggi dell'Antichità, nel 602 a.c., ma abbandonò il progetto, per non provocare la collera degli Dei. Infatti chiesto un responso alla Pitia, questa rispose « Non costruire e non scavare l'Istmo. Giove pose le isole dove le voleva ".

    Probabilmente il responso fu indotto dai sacerdoti dei diversi templi, da cui le Pitie dipendevano, che temevano con l'apertura dell'Istmo di perdere i ricchi doni dei commercianti che non avrebbero piu' avuto alcuna ragione di rimanere a Corinto. Ma soprattutto Periandros voleva mantenere la posizione privilegiata di controllo del transito commerciale del Mediterraneo.
    Tuttavia le difficoltà dei trasporti mercantili via terra spinsero poi il Tiranno di Corinto Periandros a costruire il famoso diolko, una pista lastricata, ricoperta di legno sulla quale le navi scivolavano a quell'epoca, unte di grasso e attraversavano l'Istmo da una costa all'altra.

    Si diceva che le navi "Iper-Istmisonto", venivano tirate da un mare all'altro via terra mentre le merci venivano trasportate da animali da soma. Per questo passaggio le navi pagavano un pedaggio molto alto che dava alti proventi a Corinto. 

    Tre secoli dopo Periandros, nel 307 a.c., Dimitrios Poliorkitis tentò di realizzare lo stesso progetto di aperture dell'Istmo, ma abbandonò l'idea quando gli ingegneri egiziani interpellati  gli dissero che la differenza tra il livello del Mare di Corinto e quello del Saronicos era tale da farsi che, con l'apertura dell'Istmo, le acque del mare di Corinto avrebbero invaso il Saronicos, Egina, le isole vicine e le coste. 
    Durante l'epoca Romana, dove l'ingegneria regnava sovrana, ossia 2,5 secoli dopo, Giulio Cesare nel 44 a.c. e Calligula nel 37 a.c. progettano l'apertura dell'Istmo ma abbandonano il progetto per ragioni politiche e militari.
    Ritentò Nerone, nel 66 d.c mettendo all'opera i suoi ingegneri. I lavori iniziarono nel 67 d.c da ambedue i lati del Istmo (Corintiacos -con Saronicos),  migliaia di operai. L''imperatore dette il primo colpo nella terra dell'Istmo con un'accetta d'oro. Gli scavi erano arrivati a 3.300 m, ma furono fermati quando Nerone dovette tornare a Roma per l'insurrezione del Generale Galva.
    Morto Nerone, subito dopo il suo ritorno, il progetto venne abbandonato. Si disse all'epoca che scavando l'Istmo sia emerso del sangue, e si insinuò fosse quello della madre che Nerone aveva assassinato
    Quando, anni più tardi, tentarono i Veneti a tagliare l'Istmo, apparve lo stesso fenomeno, dovuto evidentemente agli strati di roccia argillosa risaliti dalle acque sotterranee che donavano loro il pigmento rosso.

    Ad aprire il canale ci provò anche Erode Attico, ma, come i Bizantini più tardi, si fermarono subito. Dopo vari secoli, ci provarono i Veneti, cominciando però gli scavi dalla parte del mare di Corinto, ma anche loro dovettero rinunciarvi.
    Dei tentativi neroniani e dell'accortezza e praparazione degli ingegneri romani si è avuto prova durante l'apertura definitiva del canale, quando vennero trovati trovati 26 pozzi sperimentali di 10 m ciascuno per capire di quale roccia si trattasse e di quanta densità avesse nei vari punti, e diverse trincee dell'epoca per arginare l'acqua in caso debordasse improvvisamente. 



    L'ANTICA CITTA'

    I primi scavi furono effettuati nel 1886, poi nel 1892 - 1895 dai Greci. Dal 1896 al 1906, e pure alcuni odierni, gli scavi sono tutti di Scuola americana. 
    Ed ecco un elenco di ciò che fu e di ciò che ancora oggi è possibile vedere. Oltre al tempio arcaico di Apollo (metà del VI secolo a.c.) e all'agorà, la maggior parte delle testimonianze archeologiche risalgono al periodo romano e comprendono:
    - Agorà
    - templi, tra cui il tempio di Apollo,
    - le terme, 
    - il ginnasio, 
    - un arco trionfale, 
    - botteghe e case. 
    - Fonte Pirene, 
    - Odeon, 
    - Teatro, 
    - Anfiteatro.
    Tre sono le zone in cui si divide la città antica: 
    - l'Acrocorinto; 
    - la città vera e propria ai suoi piedi; 
    - il porto del Lecheo.
    MURA DI CORINTO

    LE MURA

    La fortificazione originale fu modificata parecchie volte in seguito alle varie invasioni. Oggi presenta un insieme di poderosi bastioni romani, bizantini, franchi, veneziani e turchi che racchiudono resti di cappelle bizantine e di case e moschee turche.  Delle mura è rimasto solo qualche tratto a conci regolari a cui, come riferisce Strabone, si univano delle lunghe mura che raggiungevano quelle della città bassa, formanti insieme un circuito di 81 stadi. 
    Notevoli tratti della cinta urbana sono stati riconosciuti e, lungo questi, la porta verso il Lecheo e quella verso l'Istmo. Le mura, munite di torri, seguono le creste delle colline ed i burroni, che ne facilitavano la difesa.



    L'ACROCORINTO

    All'interno della fortificazione di Corinto si ergevano edifici religiosi, civici, commerciali e nazionali così come un gran numero di mercati, fabbriche e taverne si accalcavano attorno al centrale Tempio di Apollo. La maggior parte dei resti oggi visibili risalgono al periodo di ricostruzione romana.

    Sull'Acrocorinto è rimasto molto poco di ellenico sotto le sovrapposte mura turche e veneziane. Il maggior numero di notizie ci viene dalla tradizione letteraria: esso costituiva sia l'acropoli della città che il santuario per cui la città era famosa. 
    Del tempio di Afrodite, situato sulla più alta delle due sommità di Acrocorinto, magnificato nell'antichità e nominato anche per i riti di prostituzione sacra, rimane un misero resto sulla cima del monte.



    L'AGORA' GRECA

    Nella zona della città antica, i resti più cospicui si trovano attorno all'agorà ed al tempio di Apollo. realizzato in stile dorico nel VI sec. a.c. A sud del tempio si apre un'immensa agorá, delimitata lungo il lato meridionale dalle fondamenta di una stoá, il portico colonnato costruito per accogliere le personalità politiche convocate nel 337 a.c. da Filippo II perché firmassero un trattato di alleanza con la Macedonia.
    VASO CORINZIO
    Il lato meridionale della piazza è occupato da un grande portico, forse la più grande costruzione civile dell'antica Grecia, del IV sec. a.c., con 71 colonne doriche sulla fronte e 34 colonne ioniche al centro. Sima con gocciolatoi a testa leonina ed antefisse erano fittili. Nella parte posteriore una serie di 33 botteghe, ciascuna munita di un pozzo e con un retrobottega, fanno pensare che in epoca greca la parte meridionale dell'agorà avesse soprattutto carattere economico.
    Prima del IV sec. a.c., case minori ed edifici diversi occupavano gran parte dell'area nella zona sud-occidentale, mentre un cimitero arcaico è stato rivelato dagli scavi nella sua parte centrale. Nello stesso secolo la costruzione del portico meridionale raddoppiò quasi l'area dell'agorà.
    Davanti alla basilica Iulia, ad un livello inferiore a quello d'epoca romana, si sono trovati gli impianti di epoca greca di una linea di partenza per gare podistiche nell'agorà. 
    La parte alta dell'agorà, sul lato nord-orientale, è chiuso dalla cosiddetta "costruzione di sud est", che presenta anteriormente un portico ionico e posteriormente un ambiente diviso in tre navate. La sua costruzione si deve molto probabilmente, poco prima della metà del I sec. a.c., a Gneo Babbio Filino, mentre fu ricostruita dopo circa cinquanta anni da un suo figlio o nipote. Si pensa contenesse il Tabularium della colonia romana. 



    L'AGORA' ROMANA
     
    Alla città greca si è sovrapposta, dopo la conquista e la distruzione, quella romana, di cui abbiamo due descrizioni utili per il riconoscimento degli edifici scavati, quella di Pausania e quella di Strabone. L'agorà raggiunse la sua più estesa grandezza in epoca romana. In mezzo alla fila centrale di botteghe del foro c'è una bema, un podio marmoreo da cui i funzionari romani si rivolgevano al popolo.  
    Il portico in epoca romana, pur mantenendo la fisionomia esterna, fu riassettato internamente per dar luogo ad ambienti pubblici atti ad accogliere: 
    - la sede degli agonothètaidei giochi istmici, 
    - la curia, di forma ellittica, 
    - e la sede dei duoviri. 
    A sud del portico, ma con ingresso dal portico, si trova la basilica meridionale, con lo stesso impianto di quella Iuliae che deve essere della stessa età, ma con rimaneggiamenti della prima parte del II sec. d.c.
    VASO CORINZIO
    Tra la parte alta e la parte bassa dell'agorà il transito era assicurato da una serie di scalinate. Tra esse vi era una lunga fila di botteghe, con ingresso dalla parte bassa della piazza. Quasi al centro della fila di botteghe rimangono notevoli avanzi di un podio, riconoscibile per i rostramenzionati in una iscrizione romana del II sec. d.c.; e per il bèma sul quale comparve l'apostolo Paolo per difendere se stesso e la religione cristiana davanti al governatore romano Gallione.

    Sul podio venne costruita in epoca posteriore una basilichetta a tre navate. All'estrema parte orientale della fila di botteghe dell'epoca romana vi era, invece, un monumento circolare greco posto su un alto podio rettangolare. Al centro della parte bassa della piazza vi è una serie di basi di monumenti, e i resti di un altare. 

    All'estremità est dell'agorá vi sono i resti della Basilica Iulia, di forma rettangolare, costruita sopra un criptoportico ad un livello più alto di quello della piazza antistante. Ad essa portava una scalinata monumentale. La basilica, che aveva un colonnato interno di ordine ionico, ha fornito agli archeologi gran quantità di sculture.

    Invece a nord della piazza si vede la fontana inferiore di Pirene, perchè quella superiore si trovava ad Acrocorinto. Secondo il mito, la mortale Pirene pianse talmente la morte del figlio Cencriade ucciso da Artemide, da indurre gli Dei a trasformarla in sorgente. Le cisterne sono nascoste in un apposito edificio con sei arcate sulla facciata anteriore.

    A ovest della fontana alcuni gradini portano alla strada di Lechéon, che un tempo era la via principale per il porto di Lechéon.

    Sul lato orientale della strada si trova il Peribolo di Apollo, un cortile delimitato da colonne ioniche in parte restaurate. Nei pressi c'è una latrina pubblica, di cui si sono conservati alcuni elementi.

    A sud del museo sorge il Tempio E, chiamato anche Tempio di Ottavia (la sorella di Augusto a cui, secondo Pausania, il tempio era dedicato), e del quale restano ancora parecchie colonne.

    Il lato occidentale della piazza era chiuso da una serie di botteghe precedute da un colonnato, con al centro la grande scalinata che portava dal piano dell'agorà al tempio. Le botteghe furono costruite all'inizio del I sec. d.c., e restaurate nel IV.

    Davanti ad esse vi erano sei tempietti di epoca romana, ricordati anche da Pausania: di Venere come Dea della fortuna, il Pantheon, di Ercole, di Nettuno, di Apollo Clario e di Mercurio. Ad est del tempio di Apollo, su alto podio, c'era il monumento circolare con otto colonne corinzie del duoviro Gneo Babbio Filino, benemerito della città.

    Sulla pendice settentrionale dell'Acrocorinto lungo la via  verso l'acropoli, è stato scoperto un santuario di Demetra e Kore in cattivo stato di conservazione.I templi, e quindi il loro culto,  vanno dal VI sec. a.c. fino al IV d.c.
    Nel santuario vi sono alcuni ambienti per banchetto; evidentemente il famoso "Pasto Sacro", o Agape, il banchetto  rituale del culto. L'area scavata è stata molto ricca di materiali votivi, specialmente figurine e piatti per offerte votive oltre a una statuaria fittile di dimensioni inferiori al naturale.


    LA CITTA'

    La zona archeologica si trova nel centro del villaggio moderno; grazie alle sue dimensioni compatte (nonostante i lavori di scavo siano tuttora in corso) e ai cartelli con eccellenti spiegazioni in inglese e da utili diagrammi.
    La Strada
    È stata scoperta, ancora in buono stato di conservazione, l'ultima parte della strada antica, che conduceva dal porto del Lecheo, sul golfo di Corinto, al centro della città. La strada, menzionata da Pausania, è molto larga e fiancheggiata da marciapiedi, ma doveva essere percorsa a piedi, perché è interrotta da vari gruppi di gradini. 
    La strada è fiancheggiata a destra e a sinistra da un portico continuo, che sul lato occidentale accoglieva diverse botteghe. 
    La Basilica 
    Ad ovest della via si apriva una grande basilica in pietra calcare del I sec. a. c., in seguito ampliata e ricostruita in marmo. 
    Le Terme
    Sulla strada che conduce al Lecheo, sul lato orientale, a circa 250 m a nord dell'agorà, sono i resti delle grandi  terme romane, scavate solo in parte. La pianta le denota come terme del III sec. d.c. L'ingresso, ma non è il principale, è dalla via del Lecheo attraverso un colonnato, che si apre in una corte pavimentata a tegoloni. 
    Sul lato orientale c'era un altro edificio con una facciata in marmo a due piani, e dietro questa una serie di caldariae di tepidaria. Costruite intorno all'ambiente centrale cruciforme con una vasca circolare al centro, queste terme sono della prima metà del II sec. d.c. 
    Più a sud, sempre sul lato orientale della via del Lecheo, c'è un edificio termale più piccolo, forse del I sec. d.c., che potrebbero essere le terme di Eurykles, ricordate da Pausania.


    Il mercato greco 

    Sotto alla basilica romana rimangono notevoli resti di un mercato greco a forma basilicale della fine del V sec. a.c. Poi  la grande piazza rettangolare porticata del peribolo di Apollo, dove Pausania ricorda di aver visto una statua di Apollo ed una pittura di Ulisse ed i Proci. 
    Sotto il lato occidentale del porticato ionico, sono conservati i resti di un precedente tempietto greco del IV sec. a.c., sostituito al principio del III da una specie di baldacchino retto da quattro colonne. 


    Fonte Peirene

    Al termine meridionale della via del Lecheo è posta la fontana Peirene, la cui prima installazione risale al VI sec. a.c. L'acqua sgorgava da sei profonde nicchie scavate nella roccia. Successivamente fu aggiunto davanti un ornamento architettonico in marmo di stile ionico. Erode Attico vi costruì davanti un ninfeo triabsidato con un grande bacino centrale rettangolare. Altre modificazioni avvennero in età bizantina. 


    I Propilei

    Al termine della via del Lecheo si trovano i propilei, costruiti in calcare nel I sec. d.c. come un grande arco trionfale a tre fornici, varie volte ricostruiti, che immettono nell'agorà. Anteriormente essi erano formati da un un colonnato marmoreo di 5 colonne.


    La Facciata dei Prigionieri

    La "facciata dei prigionieri" era una specie di entrata monumentale molto decorata, tutta in marmo pario, che portava dall'agorà alla basilica che si trovava alle sue spalle.
    La "facciata" aveva un doppio ordine di colonne, di cui almeno quattro - si pensa dell'ordine superiore - erano sostituite da colossali figure di barbari prigionieri poste su basi decorate a bassorilievi con scene simboliche di vittoria.
    Alle spalle di queste figure, pilastri con capitelli corinzî, come quelli dell'ordine inferiore, ma un terzo più piccoli, reggevano l'architrave.


    Le Botteghe e la Fonte

    Ad occidente di questa facciata monumentale vi sono i resti delle botteghe di nord ovest, con un colonnato antistante, del I sec. d.c., esattamente davanti ad un portico del I sec. d.c., ricostruito successivamente anche dopo la conquista romana. A un livello inferiore a quello d'epoca romana, si è conservata una fonte sacra nascosta da un basso muro a triglifi, servito anche di base a monumenti votivi.
    Lo stesso muro a triglifi occulta l'ingresso di un piccolo corridoio sotterraneo, con probabile funzione oracolare, che porta verso un piccolo tempietto absidato, i cui resti si trovano sotto i muri delle botteghe di nord ovest. Tutto questo complesso religioso ha un'origine molto arcaica, con varie trasformazioni fino all'interramento in epoca romana.

    TEMPIO DI APOLLO
    Tempio di Apollo 

    Su un rialzo di terreno a nord del portico di nord ovest rimangono ancora in piedi sette delle 38 colonne doriche del tempio di Apollo, della metà del VI sec. a.c., che sostituì un precedente minore tempio del VII sec., con alcuni resti.


    Tempio di Hera Akraria

    Poco a sudovest del tempio di Apollo, al di là della strada che portava a Sicione, si trova un santuario romano formato da un portico quadrilatero con un tempio al centro. Dovrebbe essere il santuario di Hera Akraia, visto che era addossata alla fonte Glauke.
    La fonte, ricordata anche da Pausania, ha una pianta molto simile a quella della Peirene e rimase in uso, quasi inalterata, anche in epoca romana. A sud ovest della Glauke si trova il tempio E, della prima epoca imperiale romana, riconoscibile per quello che Pausania chiama il tempio di Ottavia.


    Teatro e Odeion

    A nord est della Glauke si trovano il teatro e l'odeion. Collocati sul lato opposto rispetto all'ingresso dell'area archeologica si trovano il teatro del V secolo a.c. che accoglieva fino a 15.000 spettatori e rimaneggiato più volte, e l'odeon (teatro coperto) romano risalente al I secolo d.c. Entrambi sono ben visibili dalla strada.

    Al teatro del V sec. a.c., di cui rimangono pochi resti della scena,  si sovrappose un teatro circolare nel IV sec., in parte visibile sotto il posteriore teatro romano, che lo ha coperto nel I sec. d.c., con una nuova gradinata. 
     Essi vennero entrambi ricostruiti in marmo da Erode Attico, e successivamente, nel 225, divennero l'arena per i giochi gladiatori.


    Fontana della Lerna

    Al limite estremo settentrionale del ripiano su cui è costruita la città si trova la fontana della Lerna, circondata da un portico e da sedili, così come è descritta da Pausania.
    Vicino alla Lerna vi è il santuario di Asklepios, che risale al VI sec. a.c., che accoglie un tempietto dorico del IV sec.


    Ginnasio

    Immediatamente a sud della fontana della Lerna e dell'Asklepieion si trovano i resti molto mal conservati di un ginnasio romano che sembra esser stato distrutto e abbandonato alla fine del IV sec. d.c.


    Anfiteatro

    Ad est della città sono i resti, non ancora scavati, dell'anfiteatro romano, del III sec. d.c.


    Gli edifici privati 

    Lo scavo di una parte del quartiere dei vasai, ha reso case e botteghe dal VI al IV sec. a.c.; e una fabbrica di tegole e ceramiche architettoniche attiva nel VI e nel V sec. a.c.
    Una villa romana presenta vari mosaici policromi, tra cui uno raffigurante un pastore che suona il flauto stando sdraiato sotto un albero, considerato una traduzione in mosaico di una famosa pittura di Pausias di Sicione.

    Tra i resti cristiani il principale è una basilica del IV o V sec. lungo la strada per il porto di Kenchreai sul golfo Saronico, il secondo porto di Corinto. È a tre navate, con l'aggiunta di una cella tricora.


    Il Museo 

    Situato accanto agli scavi dell'agorà, il museo del sito è formato da tre sale principali. Nelle prime due è esposta una ricca collezione di statue, mosaici, figurine, rilievi e fregi greci e romani, mentre nella terza, la più recente, sono raccolti i reperti rinvenuti nel corso degli scavi effettuati nel vicino Santuario di Asclepio, risalente al V secolo a.c.

    TESTA DI DEA
    Tra i pezzi più interessanti si notano alcune lapidi funerarie e oggetti votivi del IV secolo a.c. legati al tema della fertilità.

    Raccoglie vasi, resti neolitici e dell'Antico Elladico (all'incirca tra il 4000 ed il 2000 a.c.). Poi la ceramica della II metà dell'XI sec. a.c.
    Quindi una ceramica prettamente corinzia, riconoscibile per il colore chiaro dell'argilla.
     Poi vasi del periodo pre-geometrico, geometrico e tardo-geometrico, e a seguire i primi esempi di ceramica protocorinzia, nella seconda metà dell'VIII sec.

    Da quest'epoca in poi gli esempi nel museo sono sempre più abbondanti fino all'età bizantina. Accanto ai vasi le figurine fittili,  in gran numero reperite nel quartiere dei vasai, le arule fittili dipinte e i molti frammenti di decorazione templare fittile, per cui Corinto era famosa. 
    Particolari i resti di una decorazione frontonale circa del 500 a.c. con un'amazzonomachia.
    Tra le sculture vi sono esempi pre-ellenici, tra cui, forse dell'Antico Miceneo, un frammento di rilievo con una testa maschile.

    Inoltre copie di esemplari del periodo classico:

    - una replica della testa di Apollino di Cleveland e delle Terme,
    - l'Efebodi Stephanos;
    - una figura femminile, probabile Kore, di cui un'altra copia è nel Museo Nuovo dei Conservatori;
    - una figura femminile in peplo dorico allacciato soltanto alla spalla destra;
    - una statua di Artemide;
    - una copia della Piccola Ercolanese;
    - un Apollo citaredoda un originale di Skopas;
    - una statua forse di Enyo;
    - una testa di Dioniso con la mano sul capo nell'atteggiamento dell'Apollo Liceo,
    - un gruppo di statue iconiche romane trovate nella basilica Iulia, tra cui Augusto e vari membri della sua famiglia;
    - vari altri ritratti, tra cui uno di Erode Attico,
    - esempi di statuaria e di ritrattistica del periodo tardo-romano e bizantino.
     - i resti scultorei della "facciata dei barbari":
    - una figura completa di barbaro col copricapo frigio e la parte superiore di una figura dello stesso tipo,
    - due teste femminili appartenenti a figure analoghe
    - due basi di statue con bassorilievi,
    - un frammento di cassettonato con busti di Helios e Selene.
    - alcuni sarcofagi romani (uno con la rappresentazione dei Sette a Tebe)
    - alcuni frammenti di stele funerarie del V sec. a.c., ed altri minori rilievi di vario genere,
    - vari bronzetti dall'epoca greca arcaica a quella romana
    - avori, tra i quali una sfinge arcaica.












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  • 01/25/16--06:20: LEGIO I FLAVIA CONSTANTIA

  • SOLIDO IN ORO DI COSTANZO II

    La Legio I Flavia Constantia fu una delle legioni del tardo impero romano. Secondo alcuni fu una legione di Costanzo II. (337-361), secondo altri era una vessillazione della Legio I Flavia Constantia Gallicana.

    Costanzo II. nominato cesare assieme ai fratelli dal padre, alla morte di Costantino I assunse il potere nella parte orientale dell'impero, lasciando gli altri fratelli l'Impero Romano d'Occidente.

    La legione è menzionata nel testo tardo-antico conosciuto come "Notitia Dignitatum", cioè "Notizia di tutte le dignità ed amministrazioni sia civili sia militari", un documento redatto da un anonimo e attribuito dagli studiosi ad un periodo compreso tra la fine del IV sec. e l'inizio del regno dell'Imperatore romano d'Occidente Valentiniano III (425-455). 

    ll documento è considerato piuttosto attendibile e in esso la Legio I Flavia Constantia è citata come una delle unità appartenenti all'esercito in campo di stanza a oriente. L'unità, sempre secondo la Notitia, sarebbe stata di stanza a Constantia (Coutances - Francia) agli ordini di un prefetto dipendente dal Dux tractus Armoricani et Neruicani.

    Il nome d'altronde suggerisce che sia stata arruolata da Costanzo Cloro (293-306), che governava appunto sulla regione gallica. Sembra tuttavia che la legione sia stato fondata proprio quando un imperatore Flavio chiamato Costanzo prese potere nella metà orientale dell'impero, il che ci dice che fosse stata creata dallo stesso imperatore Flavio Costanzo II.

    Vexillationes: la Legio I Flavia e la Legio I Parthica erano entrambe a Sinjar (nord Iraq) di stanza in Mesopotamia. Quando Shapur II, il re dell'impero sassanide, conquistò la città, tutti i militari romani sopravvissuti vennero deportati come prigionieri in Persia.
    SCUDO DELLA
    LEGIONE

    La I Flavia Constantia continuò comunque ad esistere e divenne il Magister Militum dell'esercito Orientale, al V sec., come comitatenses nella parte orientale dell'Impero Romano.

    Il nome comitatenses deriva da sacer Comitatus, "Il Sacro Seguito" dell'imperatore, che lo accompagnava anche sul campo di battaglia.

    Qui a fianco è riprodotta la pittura riportata sullo Scudo dei legionari della Prima Flavia Constantia nei primi anni del V sec. d.c., secondo quanto è riportato dalla "Notitia Dignitatum".

    Questa legione non va confusa con la Legio I Flavia Gallicana Constantia, che servì nell'Armorica in Occidente, nè con la II Flavia Constantia, creata da Diocleziano, probabilmente nel 296 o 297, e che più tardi, in seguito alla riforma costantiniana dell'esercito romano divenne una legio comitatensis.


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  • 02/01/16--05:43: ALATRI (Lazio)
  • PORTA MAGGIORE

     Le mura di Alatri “Si veggono essere nella costruzione simili a quelle di Ferentino, ma più grandiose e più pulite. Era di già prevenuta, che le mura di Arpino fossero inferiori a queste di cui io ho parlato. Sebbene la Città di Atina abbia molto figurato nei tempi andati, per cui Virgilio la disse potente, pur non vi abbiamo ora che poche fabbriche romane. Nella totalità questa cittadella (Alatri) è più grandiosa e meglio conservata, forse perché di ottima specie la pietra calcare del monte, colla quale fu costruita
    (M.Candidi Dionigi).



     IL MITO 

    Secondo i miti il Dio Saturno, detronizzato da Giove e cacciato dall'Olimpo nel Lazio e precisamente ad Ausonia, da cui avrebbe fondato Alatri, (Aletrium) ed altre città, dette città saturnie: Alatri, Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, tutte fornite di mura megalitiche, dando origine all'età dell'oro.
    Secondo altri i fondatori di Alatri sarebbero gli antichi ciclopi, vista la possanza delle mura, ma per molti archeologi sarebbero opera dei pelasgi.

    Comunque fu uno dei centri principali del popolo italico degli Ernici, ed è nota oggi per la potente cinta megalitica di mura, assolutamente inespugnabile e molto bel conservata.

    Nel 380 e nel 362 a.c.gli Ernici entrano in conflitto con Roma. Si data in questo periodo il piccolo tempio di Alatri, di tipo etrusco-italico, i cui resti sono conservati nel Museo di Villa Giulia a Roma, che ne ospita anche una ricostruzione a grandezza naturale.

    Nella successiva rivolta del 306 a.c. Alatri, rimasta fedele a Roma, ottiene di restare indipendente e conosce un periodo di benessere, che culmina con la II metà del II sec. a.c. quando il censore Lucio Betilieno Varo la abbellì di numerosi monumenti.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI ALATRI (Museo Villa Giulia)
    Betileno è nominato in un'epigrafe rinvenuta ad Alatri nel luogo un tempo occupato dal Foro, databile tra la fine del II sec. e gli inizi del I sec. a.c. dove si illustrano le grandi opere pubbliche ed architettoniche fatte realizzare dal censore. Essendo Betilieno ricco per censo fu dal Senato eletto due volte Censore.

    Durante un lungo periodo di pace dopo la I guerra punica, fece costruire molte opere pubbliche, così potenti e tecnicamente perfette da destare l'ammirazione dell'ingegneria moderna.

    Fece edificare molte vie, e inoltre:

    - il portico che conduce all'Acropoli,
    - una piscina,
    - un serbatoio per la raccolta dell'acqua,
    - sedili pubblici, il macello,
    - ma soprattutto l'acquedotto che portava l'acqua dalle sorgenti nelle vicinanze dell'attuale Guarcino che è il più antico acquedotto ad alta pressione che la storia romana conosca. 

    Nel 90 a.c. Alatri ottiene la piena cittadinanza romana.

    Dopo la caduta di Roma la città subisce le invasioni barbariche e la sanguinosa guerra tra Odoacre e Teodorico. Da qui la sua decadenza.

    Oggi la cinta muraria esterna nella zona compresa tra Porta Portadini e Porta San Nicola, oltrepassata la cosiddetta Portella, sta in una zona alquanto impervia in quanto non ci sono strade ed il terreno sottostante si presenta con una accentuata pendenza. Ci sarebbe bisogno di una buona azione di bonifica.



    LE ORIGINI DELL'ACROPOLI

    Le opinioni sono diverse:

    - L’archeologo francese Louis-Charles-François Petit-Radel (1756-1836) pose la datazione della fondazione di Alatri prima della Seconda Colonia Pelasgica, risalente al 1539 a.c.,

    - nella I metà del '900, l'archeologo italiano Giuseppe Lugli attribuì ai Romani tutte le architetture megalitiche della penisola e, basandosi su Tito Livio, ne stabilì la datazione. Però il procedimento si verificò inefficace perchè nelle fortificazioni ad altitudini elevate e nel meridione, i Romani non avevano mai fondato colonie. In più le datazioni di Livio non sono oggi reputate molto attendibili.

    STATUA ROMANA DI ALATRI
    - altri pensano siano di origine ernica e di ristrutturazione romana,

    - altri le riportano al VI sec. a.c.,

    - altri ancora all'VIII sec. a.c.

    - l'archeologo Filippo Coarelli ha proposto una datazione al IV-III secolo a.c.. Secondo lui tali mura risalirebbero agli inizi del I sec. a.c., presumibilmente nel contesto delle lotte tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla, dopo la costituzione del municipio. La datazione è derivata da scavi condotti dallo studioso nell'originario terrapieno dietro la porta San Benedetto, e da un'iscrizione in cui si commemora la costruzione delle mura curata dal quattuorviro Publio Betilieno Hapalo, magistrato municipale (il municipio fu istituito a seguito della guerra sociale).

    - lo studioso Giulio Magli, professore ordinario di architettura civile del Politecnico di Milano, non solo asserisce che "i Romani non lasciarono mai alcuna testimonianza scritta o figurata di aver costruito in opera poligonale", ma sostiene "che le mura poligonali non facessero parte della loro forma mentis" e pertanto le mura devono essere preromane

    - dal canto nostro noi condividiamo ampiamente il parere di Giulio Magli, soprattutto perchè i razionalissimi romani non avrebbero mai fatto una faticaccia immane come quella potendo fare un lavoro organizzato e altrettanto resistente con una precisa catena di montaggio, con operai specializzati, con meno tempo e più precisione. I Romani squadravano le pietre perfino nel periodo regio, anche fossero di grandi dimensioni.

    Passando il tempo anche le grosse pietre di tufo squadrato diminuirono di dimensioni, rendendo più agevole il lavoro, finchè non dettero il via al laterizio che esemplificò il lavoro molto di più. I romani non scavavano, non edificavano coi massi e non si lasciavano dirigere nell'architettuta dalle maestranze greche, anche perchè sul campo si consideravano insuperabili (e con ragione), come a giustamente rilevato il Magli, era contrario alla loro "forma mentis".

    In Italia esistono molti esempi di mura poligonali:
    - nel Lazio (Alatri, Arpino, Atina, Ferentino, San Felice Circeo, Segni, Norma, Cori, Pescorocchiano, Amyclae, Vicovaro, Sezze);
    - in Abruzzo (Alba Fucens);
    - in Molise (Pietrabbondante);
    - in Campania (Piedimonte Matese);
    - in Toscana (Cosa, Roselle, Volterra);
    - in Umbria (le mura di Amelia, nel ternano e le mura presenti nei siti di Torre Maggiore e Sant'Erasmo sopra le montagne che circondanoTerni; le mura ciclopiche di Spoleto; le mura di Perugia, benché poligonali, dette mura etrusche in quanto la loro datazione è successiva all'epoca "ciclopica".
    - in Basilicata (Muro Lucano);
    - in Puglia (Manduria, Altamura, Azezio presso Rutigliano).

    Sicuramente non sono opera dei romani, ma senza dubbio, là dove occorreva i romani le avranno apprezzate e restaurate.

    EPIGRAFE ROMANA DI ALATRI


    L'ACROPOLI

    « Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conservata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli ma soltanto anni, provai un'ammirazione per la forza umana assai maggiore di quella che mi aveva ispirata la vista del Colosseo… una razza che poté costruire tali mura, doveva già possedere un'importante cultura e leggi ordinate»

    (Ferdinand Gregorovius)


    Le Mura ciclopiche o poligonali si trovano un po' ovunque nell'antichità, con una metodologia di costruzione che prevede l'uso di massi di peso fino a tre tonnellate cementate a secco ovvero senza malte e sono classificate, a secondo del grado di lavorazione, in tre modi:
    1. - per sovrapposizione dei massi non lavorati con gli interstizi riempiti con pietre di piccole dimensioni 
    2. - per sovrapposizione dei massi appena lavorati e spianati sui lati in contatto orizzontale fra le pietre in modo da non richiedere nessun riempimento 
    3. - per sovrapposizione dei massi lavorati e sono spianati non solo i lati di contatto orizzontale fra le pietre, ma anche la faccia frontale.
    4. - esiste un quarto modo di costruzione dei i muri a secco, quello usato dagli antichi Romani prima e dai loro successori poi, ovvero con i massi squadrati a forma quadrangolari con i lati spianati e dal peso relativamente contenuto. Quest'ultimo modo, estremamente veloce e resistente (le mura romane sono resistite fino ad oggi a parte la demolizione sistematica che ne è stata fatta innanzi tutto a Roma in epoca papale e anche oltre).
    L'Acropoli di Alatri, collocata nel centro storico di Alatri, posta in cima a un colle, ha una cinta di mura ciclopiche, costituite da diversi strati di megaliti irregolari, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza di calce o cementi. Sono quindi costruzioni del III tipo.

    Su di una roccia affiorante, nella parte più alta dell'Acropoli, è stato rinvenuto nel 2008, un graffito rappresentante un templum in triplice cinta, perfettamente orientato astronomicamente.

    Naturalmente il tempio in questione venne distrutto in qualità di tempio pagano e sopra vi venne edificata la cattedrale di san Paolo. Il perimetro delle mura è di 2 km, tutta in opera poligonale, che delimita un'area trapezoidale di 19.000 mq.

    Le mura sono più alte nel Pizzale, infatti l'angolo sud-orientale: rastremato verso l'alto, è costituito da quindici giganteschi blocchi sovrapposti e la pietra angolare di base presenta un bassorilievo che rappresenterebbe un sole raggiato.

    Concentrica all'Acropoli, c'è poi una seconda e più ampia cinta di mura, che costituisce lo sviluppo della città in epoca tardo romana.

    E' lunga oltre due km e quasi integralmente conservata, attorno al centro storico, seguendo attentamente e ottemperando a tutte le asperità e irregolarità del terreno.

    I cittadini di Alatri, in occasione della visita di papa Gregorio XVI (1765 – 1846) lavorarono per dieci giorni consecutivi per ripulire le mura e costruire un accesso alla parte superiore della città antica, realizzando così la strada che ne percorre il perimetro, che in onore del papa fu chiamata via Gregoriana.

    Le mura ciclopiche suscitarono grande ammirazione nello scrittore e studioso tedesco di archeologia Ferdinand Gregorovius, che qui ha lasciato una sua epigrafe proprio sulle mura..

    PORTA SAN BENEDETTO

    LE PORTE

    L'acropoli, oltre alla rampa d'accesso, presenta due porte: la Porta Maggiore, di tipo sceo come quella di Troia, e la Porta Minore o dei Falli. La Porta Maggiore è posizionata nel tratto sudorientale dell'Acropoli, all'opposto della porta dei falli posizionata verso nord-ovest.
    Lungo la cerchia esterna delle mura esterne invece, in corrispondenza dei tracciati viari più antichi ed importanti della città, si aprono cinque porte di accesso, in origine tutte concluse da architravi monolitici. L'unica porta preservatasi nella struttura architravata è porta San Benedetto.
    Le due porte d'ingrasso dell'Acropoli hanno un rapporto altezza/base coincidente, con buona approssimazione, alla sezione aurea.


    PORTA MAGGIORE

    A lato della porta si trova una cisterna, scoperta durante recenti lavori che hanno interessato via Gregoriana, che si ritiene sia la stessa nominata nell'epigrafe del censore Lucio Betilieno Varo,  magistrato e censore romano vissuto intorno alla seconda metà del II sec. a.c., di probabili origini sabine.

    FALLO DELLE MURA POLIGONALI DI CESI
    È nominato in un'epigrafe rinvenuta ad Alatri nel luogo un tempo occupato dal Foro e conservata nel Museo Civico cittadino, databile tra la II metà del II sec. e gli inizi del I secolo a.c. per le opere da lui fatte realizzare nel II sec. a.c.

    La Porta Maggiore, sita sul lato meridionale delle mura, è alta 4,5 m e larga 2,68 e presenta un architrave monolitico di sorprendenti dimensioni (4,0x5,13x1,3 m, del peso di 27 tonnellate), secondo in Europa soltanto alla Porta dei Leoni di Micene. 

    La porta fu costruita insieme alle mura come accesso alla città, ed era chiusa da un cancello o da travi, come testimoniano i fori ancora presenti nell'architrave, e immette in una galleria a dolmen (cioè una galleria arcaica sorretta da elementi verticale portanti, o piedritti, che sorreggono uno o più lastroni orizzontali) lunga quasi 11 m. La scalinata che conduce alla porta è parte dei rifacimenti ottocenteschi.

    Nei pressi della Porta sono tre nicchie, la cui funzione sarebbe stata quella di contenere le statue degli Dei protettori della città.



    PORTA MINORE

    La Porta Minore o Porta dei Falli, collocata sul lato settentrionale è molto più piccola (m 2,12 x 1,16) ed immette in un angusto corridoio ascendente, perfettamente conservato, coperto con monoliti in progressivo aggetto: un sistema di copertura che trova riscontro solo nell'interno delle piramidi egizie.

    Il nome di Porta dei Falli è legato alle incisioni che sovrastano la porta stessa: tre falli, ormai deteriorati dal tempo, che stanno a simboleggiare la fertilità. Nell'antichità, infatti, si ritiene che tale passaggio sia servito per i riti pagani, e il simbolo, comune ai tempi degli antichi romani, era di buon augurio per chiunque percorresse la scalinata della porta senza mai fermarsi. In alto a sinistra è possibile notare alcune iscrizioni in lingua osca.

    Nel centro dell’acropoli esisteva l’omphalos, ossia l’ombelico del territorio circostante, racchiuso dalla catena dei Monti Lepini. Oggi questo punto è situato presso la cortina Nord della cattedrale.  La grande porta esistente nelle mura orientali dell’acropoli, orientata verso l’Est equinoziale, desta meraviglia per la sua possenza.

    La più piccola porta esistente nelle mura occidentali dell’acropoli desta stupore per la simbologia che è rappresentata nell’architrave. A sinistra, in alto, si nota una scritta fatta con caratteri arcaici, che appare levigata apposta, per non farla più leggere. A destra, in alto, un grande masso, giudicabile dall’esterno del peso di almeno due tonnellate, ha la forma sacra del pentagono. 

    Nell’architrave sono ancora visibili tre bassorilievi, assai deteriorati, che a prima vista potrebbero sembrare dei segni ad occhiali. Poiché la porta è nota come Porta dei Falli, è stata fatta una ricerca ed è emerso che i tre simboli deteriorati erano fino a qualche decennio fa dei simboli fallici, molto ben leggibili.

    Va detto che questa trilogia fallica era stata ritenuta di scandalo per le giovani allieve dell’istituto magistrale, le cui finestre erano prospicienti la porta delle mura, per cui un arciprete del luogo fece pressione sul sindaco per distruggere la suddetta simbologia, considerata oscena. E’ stato quindi compiuto un vero sacrilegio archeologico e di antropologia culturale in base al concetto di oscenità
    .

    PORTA SAN NICOLA

    PORTICO DI BETILIENO

    Lungo il pendio che corre al di sotto del lato settentrionale dell'Acropoli vi sono i resti di un portico che venne fatto realizzare dal censore Lucio Betilieno Varo nella II metà del II secolo a.c. per collegare l'acropoli al foro cittadino (dove attualmente è Piazza Santa Maria Maggiore).

    Betilieno è citato in in un'epigrafe rinvenuta ad Alatri presso il luogo del Foro cittadino, databile tra la II metà del II sec. e gli inizi del I sec. a.c. 

    Vi si elogiano e citano le grandi opere pubbliche ed architettoniche fatte realizzare dal censore Lucio Betilieno Varo, un mecenate di Alatri. 

    Essendo ricco per censo e per proprietà, venne eletto dal Senato due volte Censore, cioè preposto alla cura delle costruzioni cittadine. 

    Nei dieci anni di censorato, durante un lungo periodo di pace dopo la I guerra punica, arricchì la città di importanti opere pubbliche, così tecnicamente perfette da destare l'ammirazione dell'ingegneria moderna

    Del portico, originariamente costituita da una lunga struttura colonnata, resta solo nell'ultimo tratto che corre lungo il muro settentrionale dell'area sacra, parte dello stilobate (il piano su cui poggia il colonnato) con il sistema di canalizzazione delle acque piovane, e le basi di alcune colonne. 

    Il percorso termina in corrispondenza della rampa che tuttora costituisce il più agevole accesso all'acropoli.



    PORTA SAN PIETRO

    A Porta S.Pietro vicino ai resti dell'acquedotto (uno dei più antichi ad alta pressione) e al fontanile di Betilieno Varo, potrete vedere quel che resta di un bassorilievo che doveva rappresentare la Dea Bellona - divinità della guerra - alla quale era dedicato un tempio.

    Di questo sono ancora visibili i resti del basamento con mura megalitiche all'interno del Convento dei Cappuccini ubicato sulla collina prospicente l'Acropoli.

    Due grandi emicicli con funzione difensiva derivata dai modelli greci, facenti parte delle mura romane sono visibili nei pressi del giardino comunale, in via Piscina.

    La città fu residenza estiva dell’imperatore Marco Aurelio, di Commodo, di Lucio Settimio e di Caracalla.



    SOTTERRANEI E CISTERNA ROMANA

    I sotterranei di Anagni, nei quali è custodita un'antica cisterna romana, sotterranei purtroppo chiusi al pubblico. Teniamo conto che Alatri è romana e che sotto le costruzioni giace il Foro romano e molto altro, che nessuno si è mai preoccupato di recuperare.

    « Lucio Betilieno Varo, figlio di Lucio, fece fare le opere che qui di seguito sono descritte su deliberazione del senato: tutti i vicoli entro la città, il portico attraverso il quale si va sulla rocca, il campo dove giocano, l'orologio, il mercato, la basilica da intonacare, i sedili, la piscina per i bagni, la cisterna presso la porta che manda l'acqua in città, fino ad un dislivello di 340 piedi, e fece le arcate, fece tubature massicce; per queste cose fecero censore per la seconda volta, il senato volle che il figlio avesse l'esonero dal servizio militare e il popolo donò la statua al "Censorino"»

    Questo accadeva quando i poltici romani amavano la propria terra e la propria gente, il fenomeno era detto "Evergetismo" cioè vi regalo le opere pubbliche, con i miei soldi, voi non spenderete nulla, eleggetemi. Oggi si dice invece: Vi creerò delle opere pubbliche, con i vostri soldi, eleggetemi, per poi non farle affatto, o peggio.

    Grandi sforzi fece la chiesa cattolica per cancellare le tracce dei riti pagani, tanto che sulla sommità dell'acropoli, sul podio di un antico ierone (altare ernico) fu eretta la Basilica di San Paolo e sui resti di un tempio dedicato a Saturno venne edificato l'attiguo Vescovado, risalenti al periodo altomedioevale. 

    Gli esponenti della nuova religione si dovettero accorgere che non bastava demolire un tempio pagano perchè ne cessasse il culto, in quanto la gente andava a pregare sulla zona demolita. Pertanto non restava che edificarvi su i nuovi idoli.




    TERME DI ALATRI


    Durante i lavori di ripavimentazione di Alatri gli operai hanno scoperto un impianto termale di epoca romana. Tale scoperta ha cambiato l’iter dei lavori, infatti la Sovrintendenza è intervenuta di recente attraverso al dottoressa Sandra Gatti, con l’archeologo Pietrafesa per un sopralluogo, cogliendo tutte le notizie possibili sul sito..
    E’ emerso che la struttura termale era probabilmente pubblica e davvero risalente al primo o al secondo sec. a.c.., inoltre gli intonaci e i mosaici bisognosi di restauri conservativi importanti, sono stati nel frattempo ricoperti da “geotessuto” e sabbia per proteggerli, in attesa di un intervento decisivo.



    PONTE ROMANO DI ALATRI

    La grave situazione in cui versa il Ponte di epoca romana. Maurizio Maggi che dal primo momento si è interessato alla vicenda, ha affermato “sono fiducioso ma allo stesso tempo rammaricato, perché se l’interessamento ci fosse stato qualche anno fa, magari oggi potevamo festeggiare per la salvezza del “Ponte” (opera storica e di grande interesse), adesso ci troviamo in una situazione molto difficile e comunque non risolvibile a breve termine, nelle settimane successive al nostro insediamento ci siamo subito attivati, facendo dei sopralluoghi e contattando l’Ente competente, dapprima per le vie brevi e successivamente per iscritto, nei mesi scorsi l’Ardis ha effettuato due sopralluoghi con due conclusioni, una è quella di interessare la competente soprintendenza e l’altra è che hanno inserito il tratto del fiume dove si trova il ponte nella manutenzione pluriennale. 


    Ringrazio comunque tutte quelle persone che si sono interessate ed hanno portato alla ribalta delle cronache questa storica opera, da molti ancora non conosciuta. Mario Belli titolare dell’assessorato allo sviluppo economico è convinto che, se si riuscirà a salvare il “Ponte” tutti ne trarranno giovamento. Lo sviluppo economico di una città passa anche per la valorizzazione dei beni artistico-architettonici e storici”.

    Traduzione: non si sa se salveranno il ponte. Ora noi sappiamo che tutto è salvabile purchè ci si spenda sopra. E se non si spende su un ponte romano su cosa si spende di più prezioso? Vorremmo tanto saperlo.


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  • 02/08/16--06:06: LA VESTALE COSSINIA



  • Tito Livio narra che le Vestali furono tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio: subito dopo i Flamini, e prima dei Salii e dei Pontefici. Il loro compito era di mantenere sempre acceso il fuoco sacro alla Dea Vesta e di preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato come la mola salsa.

    Svetonio narra che l'imperatore Augusto: « Aumentò il numero, il prestigio, ma anche i privilegi dei sacerdoti, in particolare delle Vestali. Quando era necessario scegliere una vestale in sostituzione di una morta, vedendo che molti non volevano dare le loro figlie in sorte, giurò che se le sue nipoti avessero avuto l'età adatta, egli stesso le avrebbe offerte.» (Svetonio, Augustus)

    Viene da chiedersi come mai le famiglie rifiutassero il sacerdozio alle figlie. Le vestali venivano sorteggiate in un gruppo di 20 bambine fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie. Il servizio durava 30 anni: nel primo decennio erano novizie, nel secondo erano addette al culto e gli ultimi dieci istruivano le novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi.

    FOTO DEL RITROVAMENTO
    Si dice che potessero uscire uscire liberamente e che godessero di privilegi che le rendevano del tutto uniche tra le donne romane, nonché di diritti e onori civili: mantenute a spese dello Stato, affrancate dalla patria potestà al momento di entrare nel Collegio, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento, potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio. Potevano chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente e venivano sepolte entro il pomerio.

    Sul fatto della libertà di uscire la cosa non è semplice, turni a parte le vestali non potevano uscire da sole, potevano comparire in pubblico solo nei tragitti eseguiti per fare i riti nei vari templi, per andare ai pubblici spettacoli (anche gladiatorii) e per recarsi da qualche alta personalità, a corte, con il pontefice massimo o l'imperatore, che poi erano la stessa persona. D'altronde dove potevano andare in giro? Di certo non con un maschio e neppure per fare spese (se non di cibo) perchè vestivano unicamente da vestali, in divisa religiosa.

    Le uniche colpe di cui potessero macchiarsi erano lo spegnimento del fuoco sacro e le relazioni sessuali, perchè dovevano restare vergini per tutto il servizio sacro. In questi casi la vestale veniva frustata, vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa al Campus Sceleratus. Là veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata. Insomma una morte orribile.

    Dionigi di Alicarnasso narra della vestale Orbilia che nel 472 a.c., quando a Roma si cercavano i motivi della peste, fu trovata colpevole di aver mancato al voto di castità, e mandata a morte.

    Livio narra di una vestale, Minucia, condannata ad esser sepolta viva per un abbigliamento non adeguato alla posizione occupata (337 a.c.).

    Fatto invece positivo lo scagionamento miracoloso (attribuito a Vesta stessa) di una vestale, Tuccia, nel 230 a.c., accusata di non aver conservato la sua verginità.

    Insomma fare la Vestale significava segregazione e servizio, abnegazione e sacrificio.

    Era come essere carcerati per trenta anni e occorreva una natura molto caritatevole per accettare di buon grado la detenzione.

    Dopo trenta anni di servizio, quindi tra i 36 e i 40 anni le vestali potevano sposarsi, un'età un po' tarda per i romani, un'età in cui probabilmente le donne nemmeno erano più in grado di partorire, ciò che era considerato lo scopo principale del matrimonio.

    Oppure avevano un'altra scelta, potevano rimanere in servizio, cioè segregate a vita.

    Cossinia fu una di queste ultime. Discendente di una nobile famiglia tiburtina, fu destinata al sacerdozio di Vesta presso il tempio della Dea a Tivoli, ma terminato il servizio trentennale non tornò a casa, evidentemente non ci si trovava molto bene, ma invece si trovava bene tra le vestali, e forse aveva una sincera vocazione religiosa, tanto che continuò il sacerdozio fino alla fine dei suoi giorni.

    Quando morì, a circa 75 anni, la popolazione la onorò grandemente per la sua devozione ed abnegazione, tanto è vero che il suo corpo fu portato a braccia nella sua ultima dimora come segno di grande stima e onore. Pertanto doveva essere rimasta sacerdotessa di sua scelta e di buon grado, visto che i romani la onorarono tanto.

    Il ritrovamento del cippo funerario avvenuto nel 1929, lungo la riva destra del fiume Aniene, tra la stazione ferroviaria e la Villa Gregoriana, fece molto scalpore perchè per la prima volta, e unica a tutt’oggi, era stata scoperta la tomba di una sacerdotessa di Vesta. Durante gli scavi, oltre all’elegante ara issata su cinque gradini di travertino, fu scoperto un altro complesso di altri tre gradini sempre in travertino sotto cui si reperirono inumati i resti di una donna dentro un sarcofago marmoreo.

    Accanto al capo della defunta si rinvenne una bella bambola, oggi conservata al Museo Nazionale Romano, che seguiva i dettami della moda del suo tempo, a cavallo tra il II e il III sec., perciò acconciata come la moglie di Settimio Severo, Giulia Domna, (moglie di Settimio Severo – 193-211 d.c.), periodo al quale quindi il monumento si dovette datare, anche in base alla sepoltura a inumazione e non più a incinerazione.

    Aveva infatti la scriminatura centrale che divide la capigliatura in due bande ondulate e inoltre la bambola aveva con sè un prezioso corredo di minuscoli gioielli, da riporre in un delizioso cofanetto di pasta vitrea rosa con cerniere di rame: un girocollo d'oro, foggiato come una catena a doppie maglie, e un certo numero di braccialetti d'oro, tortili per i polsi e fili d'oro per le caviglie.

    Il corpo, snello e adolescenziale, aveva le giunture snodabili: spalle, gomiti, anche e ginocchia potevano essere articolati in modo naturale per farle assumere le più diverse posizioni. La bambola è conservata presso il Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo.

    Sulla parte anteriore dell’ara, in un’elegante corona di quercia con nastro, si legge:

    V V COSSINIAE L F
    L.Cossinius Electus

    e cioè:
    alla Vergine Vestale Cossinia figlia di Lucio Lucio Cossinio Eletto (dedicante, forse un parente)

    Sul retro due frasi:

    Undecies senis quod Vestae paruit annis
    hic sita virgo, manu popoli delata, quiescit
    L(ocus) D(atus) S(enatus) C(onsulto)

    (Obbedi a Vesta 11 volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio
    qui riposa la Vergine, trasportata a braccia dal popolo
    il terreno per la sepoltura è stato donato per decisione unanime dal Senato)

    Si credette che i resti fossero della Vestale Cossinia; ma lascia perplessi la presenza della bambola. Si sa che le fanciulle romane potevano giocare con le bambole fino al matrimonio, per poi offrire giusto prima delle nozze i loro giocattoli alle divinità in un tempio. Si pensò pure che la bambola fosse un simbolo di verginità, così da rendere pietosa e umana la figura della sacerdotessa Cossinia che aveva sacrificato tutta la sua esistenza dedicandola interamente alla divinità Vesta.

    Ma nulla avvalorava l'ipotesi data pure l’incongruenza tra la datazione dall’acconciatura della bambola (III sec. d.c.) e quella relativa all’iscrizione rinvenuta sull’Ara che risalirebbe al I sec. d.c..

    Si tratta quindi di due tombe, distinte, che probabilmente erano parte di un più vasto sepolcreto.

    Forse la Vestale era stata cremata o forse il suo corpo era stato inumato in una posizione diversa, rispetto all’Ara, sotto cui scavando nulla si è trovato. Oppure il sarcofago adiacente era stato violato e distrutto in qualità di sacerdozio pagano dai cristiani.

    Ora a Tivoli, lungo l’antica Via Valeria, il monumento funebre di Cossinia, un’ara con pulvini che si erge su cinque alti gradoni, mostra frontalmente la dedica alla vestale figlia di Lucio Cossinio, inserita in una ghirlanda di foglie di quercia e ghiande, con la sacra infula (cioè la benda sacra che indossavano le vestali); al di sotto è il nome del dedicante L.Cossinius Electus.

    Il monumento doveva essere certamente completato da una statua di Cossinia, ma neppure questa è stata ritrovata, e non fa meraviglia, scoprendo come le statue delle altre vestali siano state mutilate e fatte a pezzi dall'iconoclastia cristiana. 

    Come si apprende dall’epigrafe, Cossinia originaria di Tivoli, aveva servito la Dea Vesta per ben sessantasei anni, un servizio di eccezionale durata.

    Il monumento, soggetto ad interrarsi per le continue frane della scarpata sovrastante, è stato decorosamente risistemato nel 1967, a cura dell'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo, che ha realizzato, nell'area circostante, un giardino ed una comoda scalinata d'accesso.

    Ma le cose sono cambiate, da allora non è seguito alcun altro intervento e sono passati oltre quarant'anni, quarant'anni di incuria.

    Ora c'è impervio l'accesso al monumento e un penoso stato di abbandono in cui versa questa ara. Una cosa vergognosa. 



    “Strappiamo al degrado la Tomba della Vestale Cossinia”, l’iniziativa di Legambiente nell’ambito della campagna nazionale “Salvalarte”

    18 novembre, 2010 Articolo di La Voce

    TIVOLI -

    Salvare dal degrado la Tomba della Vestale Cossinia. E’ la missione del circolo Legambiente di Tivoli nell'ambito della campagna nazionale Salvalarte dedicata alla tutela delle opere d'arte e dei monumenti.

    Versa ancora - denuncia il presidente degli ambientalisti, Gianni Innocenti - in condizioni insultanti per un sito archeologico di così grande importanza. Rifiuti, sterpaglie, rami divelti, indumenti abbandonati, escrementi animali ed umani, siringhe, accolgono quei turisti che scesi dal treno muniti di guida turistica o degli itinerari scaricati gratuitamente dal meritorio sito Tibur Superbum credono di trovare un monumento accessibile, protetto e ben conservato”.

    E continua: “L'impressione del turista deve essere di un tale disgusto che le fontane di Villa d'Este non riescono a cancellare l'immagine iniziale di una città sciatta e noncurante dei suoi patrimoni”. 

    Domenica 21 novembre, dalle ore 8.30, i volontari di quattro associazioni tiburtine (associazione Subacquei volontari tiburtini, Federazione Volontari del Radio Soccorso, volontari Tibur associati e Circolo Legambiente di Tivoli), muniti di attrezzi propri, effettueranno nuovamente la pulizia del vialetto di accesso e dell'area circostante l'antico sepolcro.

    Collaborazione è stata assicurata dall'Asa che assicurerà un sopralluogo preventivo per asportare le siringhe abbandonate nella zona, metterà a disposizione alcune ramazze e assicurerà il recupero dei sacchi di rifiuti riempiti che i volontari depositeranno in un punto prestabilito.

    Lo scopo principale dell'operazione - spiega Innocenti - è quello di portare nuovamente a conoscenza della cittadinanza e degli ambienti culturali nazionali lo stato del sepolcro. 

    Le amministrazioni comunali succedutesi, le Soprintendenze competenti, nonostante siano trascorsi due anni dalla precedente denuncia pubblica, non hanno trovato il modo di rendere un aspetto degno al monumento che mostra ancora le offensive scritte di vernice rossa, ed alla sua area di rispetto”.

    Poi le informazioni di servizio: “Le associazioni che parteciperanno alla manifestazione, invitano i cittadini a collaborare e ad essere presenti, muniti di guanti, scarpe pesanti ed attrezzi, sul luogo dell'appuntamento a viale Mazzini. L'invito è esteso anche agli amministratori della città che recentemente hanno comunicato un interesse destinato alla riqualificazione del sito”.
    (18 novembre 2010 -www.lavocedelnordestromano.it) Red

    Dopodichè altri 4 anni di incuria:



    Tomba della Vestale Cossinia: ricoperta da erbacce, scritte e siringhe
    Martedì, 08 Luglio 2014 13:26

    Siringhe, sterpaglie e scritte alla tomba della Vestale Cossinia.

    Il degrado dell'antico ceppo commemorativo che si trova lungo l'antica via Valeria è descritto nell'interrogazione presentata dal consigliere regionale Fabio De Lillo  per denunciare lo stato d'abbandono in cui versa l'opera.

    "Cossinia era originaria di Tivoli, fu sepolta in quel luogo per volontà del Senato -
    la dichiarazione dei De Lillo che interpella l'amministrazione regionale

    -, il monumento rappresenta un’opera sacra di rara bellezza, di grande rilevanza storica nonché un’opera strategica per il rilancio turistico di Tivoli". 

    Ma oggi la situazione denunciata parla di

    "stato di degrado in cui versa la tomba e l’area circostante, scritte ed incisioni che hanno rovinato il monumento e condizioni igienico-sanitarie precarie con l’area circondata da sterpaglie, siringhe e rifiuti di ogni genere".

    A tal proposito l'appello agli assessori regionali di Ambiente e Cultura per sapere:

    "se erano a conoscenza dello stato di degrado e abbandono di tale sito archeologico e quali azioni intendono portare avanti per risolvere da un lato l’emergenza igienico-sanitaria e dall’altro la tutela e la promozione di uno dei siti archeologici più importanti del nostro territorio".

    (fonte: tiburno.tv)



    COMMENTO

    E' mai possibile che il paese che ha dato il maggiore contributo al mondo di civiltà e di arte sia oggi il paese che meno si interessa di ambedue? Come è possibile che si trascuri così ignobilmente il più grande patrimonio artistico esistente sulla terra?


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  • 02/15/16--05:59: CAVALLERIA CATAFRATTA
  • CATAFRATTO ROMANO TARDO IMPERIALE


    Il termine "catafratto", "cataphractus" in latino, significa "protetto profondamente", pertanto, in termini moderni, "corazzato".

    - I primi riferimenti a cavalieri catafratti, “corazzati”, li troviamo in Senofonte, nell'Anabasi, come l'unità che accompagnava il re persiano Ciro, e riferisce che pure gli stati greci, adottarono in seguito questo tipo di cavalleria pesante.

    - Successivamente durante la campagna di Alessandro Magno contro l'Impero Persiano furono impiegati i catafratti, come cavalieri a Guardia del Re dei Re, o di alcuni Satrapi. Erano pertanto una guardia di elite.

    - L'esercito partico, anch'esso persiano, era formato da cavalieri leggeri con ottimo uso dell' arco e da cavalieri catafratti, con cavalli completamente protetti, armati di una lancia pesante. Essi funzionavano in cooperazione: quando i catafratti si schieravano per la carica, i legionari, per non essere travolti, dovevano schierarsi a battaglia. Allora intervenivano gli arcieri a cavallo, che li tempestavano di frecce fino a quando non rompevano la formazione per caricare i nemici, rischiando di essere travolti dai catafratti.

    L'esercito parto poteva seguire da lontano l'esercito romano, privandolo delle capacità esplorative e di foraggiamento, ed obbligandolo a schierarsi per combattere quando voleva lui, per cui i generali romani preferivano marciare contro la Parthia in territorio montagnoso, inadatto alla cavalleria.
    Ma i Romani introdussero una buona cavalleria leggera le sorti mutarono. Quando i legionari si schieravano, la loro cavalleria leggera, armata e protetta meglio di quella Partica, disperdeva gli arcieri a cavallo nemici.

    A questo punto, da soli, i catafratti non potevano nulla, poiché caricare contro una salda formazione legionaria era un suicidio.

    - Ma la cavalleria catafratta fu usata anzitutto durante l'ultimo grande dall'impero sasanide, l'ultimo iraniano prima della conquista musulmana, un'antica e gloriosa civiltà persiana che influenzò anche l'impero romano.



    L'INTELLIGENZA ROMANA

    La grande civiltà romana, ineguagliata nella storia per la civiltà delle leggi e dei costumi, ebbe il grande merito di non sentirsi eletta o superiore come razza o come fede, nè temeva di essere contaminata dai costumi o le credenze di altri popoli, per cui attingeva liberamente dagli altrui costumi, armi, armature, culti, espedienti di guerra, o di architettura o di religione, senza alcuna preclusione mentale.

    CATAFRATTO ROMANO
    Questa civiltà ineguagliata attinse indifferentemente da occidente e da oriente, tesa solo a procurarsi il meglio per il bene del popolo e dell'impero romano. Pertanto venuti i romani a contatto con l'impero sasanide ne vennero colpiti da una triste esperienza di combattimento.

    Infatti il re sasanide Shapur sconfisse col suo esercito nel 252 d.c. i Romani a Barbalissos. I sasanidi espugnarono e saccheggiarono Antiochia, poi sconfissero i romani e li assediarono a Edessa dove fecero prigioniero l'imperatore Valeriano che rimase loro prigioniero a vita. La sconfitta era qualcosa che i romani non digerivano, avevano bisogno di frenare qualsiasi desiderio di riscossa dei paesi occupati.

    Tanta possanza guerriera stimolò i romani a copiarne alcuni espedienti e tra questi la Cavalleria Catafratta. Il catafratto era dunque un cavaliere, armato di lancia, interamente coperto da un'armatura di lamine di ferro che lo copriva in battaglia, con un cavallo coperto nello stesso modo in lamine di ferro.

    Questa pesante protezione fu adottata da persiani, parti, armeni, greci e romani, protraendosi fino nel medioevo. I catafratti divennero preponderanti nell'esito di una battaglia, e soprattutto nelle loro cariche. Venivano utilizzati come un ariete corazzato che travolgeva qualsiasi armata.

    - Il primo manuale che parla dei kataphraktoi sono i Praecepta militaria di Niceforo Foca, secondo cui dovevano essere schierati in un gruppo di 384 o 504 uomini in 12 file, in una formazione a cuneo ottimizzata per spezzare il centro dello schieramento nemico.

    - Lo storico e generale romano Ammiano Marcellino, che combattè sotto l'imperatore Costanzo II in Gallia e in Persia,descrive così la cavalleria catafratta degli avversari:
    « Tutti i loro cavalieri sono ricoperti di metallo e ogni parte del loro corpo è rivestita di spesse placche, perfettamente aderenti alle loro membra. I loro volti metallici erano così perfettamente modellati sulle loro teste che le frecce che cercavano di colpirli, poiché i loro corpi erano interamente ricoperti di metallo, riuscivano a penetrare solo nelle strette fessure che utilizzavano per vedere o in quelle del naso da dove essi riuscivano a respirare un poco d'aria. »
    (Ammiano Marcellino, Storie)

    CATAFRATTO SASANIDE


    LA LORICA ROMANA

    Il nome Lorica indicava un'armatura che copriva petto, pancia, fianchi e schiena fino alla cintura, come una corazza. Erano eseguite sempre in acciaio.

    Si componeva del corsaletto, o corazza che poteva essere:

    - di cuoio
    - di metallo, a sua volta: liscia o a lamine, o ad anelli, od a scaglia
    - sempre con una camicia di lino interna.
    - i vari pezzi erano assicurati alla persona con fermagli o fibbie su ciascuna spalla.

    C'erano dunque vari tipi di lorica:


    1) LORICA SQUAMATA

    - fatta a lamelle poste l'una accanto all'altra; di origine orientale, probabilmente introdotta nell'esercito romano da ausiliari delle provincie orientali e usata dal I sec. d.c..

    Era la versione romana della armatura a scaglie, composta da scaglie/squame di metallo di foggia e dimensioni variabili disposte a più strati sovrapposti su di un supporto (cuoio o stoffa) al quale erano agganciate ma non interamente fissate.

    Le scaglie erano piastrine metalliche rettangolari con i bordi arrotondati, di ferro o di bronzo, lunghe dai due ai tre cm e forate ai bordi. Venivano stagnate a coppie e poi agganciate a un pezzo di filo di bronzo.

    Ogni fila veniva quindi cucita su un tessuto, utilizzando gli stessi fori. Variando la lunghezza delle file di scaglie si poteva ottenere qualsiasi misura:inoltre era facile sostituire i pezzi danneggiati.

    Copriva fino alle cosce ma lasciava libere le braccia, non essendo di enorme peso venne usata anche come cavalleria leggera anche se corazzata.


    2) LORICA HAMATA:


    - è la cotta di maglia di derivazione celtica usata dai legionari.

    Oggi è stata rivalutata la tesi sostenuta dallo storico Marco Terenzio Varrone nel De Lingua Latina :

    "Lorica, quod e loris de corio crudo pectoralia faciebant; postea subcidit gallica e ferro sub id vocabulum, ex anulis ferrea tunica"

    che designava appunto i Celti come inventori della lavorazione "a maglia" del filo di ferro onde ricavarne un apparato difensivo per il tronco, dalle spalle alla coscia, ad un tempo solido ed elastico per proteggere il corpo del guerriero contro i colpi di spada, lancia e giavellotto.

    Tra i cavalieri, al posto del rinforzo spallare classico, si diffuse l'uso di una mantellina che proteggeva la parte superiore del corpo, compresa la parte alta delle braccia, mentre per agevolare la posizione in sella veniva praticato un piccolo taglio laterale.
    Usata largamente per i catafratti, rivestendo della stessa armatura anche i cavalli.


      3) LORICA SEGMENTATA

      Vi erano poi i clibanarii, cioè clibani o clivani. con delle spigolature sulle fasce di ferro (le uniche ad oggi ritrovate di epoca romana a presentare spigolature pericolose per il corpo umano). Si pensa corrispondessero appunto alla lorica segmentata.

      La corazza a segmenti ferrei di Corbridge, rinvenuto a sud del Vallo di Adriano (120 d.c. circa) è composto da una serie di lamine di acciaio unite tra loro, all'interno, da strisce di cuoio a formare dei segmenti, da qui il nome segmentata.

      Questo tipo di corazza risultava più leggera della Lorica hamata, ma meno confortevole rispetto a questa pur mantenendo liberi i movimenti di torso e braccia. Era una sostanziosa protezione che però appesantiva molto il combattente. I legionari loricati della colonna Traiana si dubita portassero corazze di metallo, sarebbe stato estremamente faticoso con indosso una corazza del genere per cui si crede che le armature effigiate fossero in cuoio.

      Si presuppone pertanto che la lorica segmentata fosse esclusiva della cavalleria, per cui il loricato si muoveva solo sulla sua cavalcatura da cui agiva usando la lancia, e mai a piedi dove sarebbe stato molto imbarazzato dal peso dell'armatura.

      In sintesi la lorica segmentata si suppone usata solo a cavallo e mai a piedi, anche se nelle raffigurazioni compare nella fanteria. Essa era corredata con un elmo altrettanto pesante ed era esclusiva della cavalleria.


      4) LORICA MANICA

      E' un'armatura di origine gladiatoria, si trattava di una manica d'acciaio che arrivava fino al gomito, per allungarsi poi nel periodo post-augusteo fino all'ascella proteggendo l'intero arto, dalla spalla fino alla mano.

      Durante le guerre daciche le truppe romane indossarono la manica insieme alla lorica segmentata, provvista di maniche corte, per proteggersi dalla temibile falce dacica, la lunga spada ricurva che poteva aggirare o trapassare gli scudi romani.

      Il suo uso, unitamente agli schinieri di metallo, è evidente nei numerosi bassorilievi che descrivono la campagna in Dacia, tanto nel Tropaeum Traiani ad Adamclisi (in Romania) quanto nella Colonna Traiana a Roma.

      Si pensa che le costose loricae manicae, così come la lorica segmentata, venissero date in dotazione solamente ai legionari in possesso della cittadinanza romana e non anche agli auxilia.

      Pensiamo però che la ragione non risiedesse nel costo ma nell'uso delle forze auliliari che dovevano essere molto mobili e pertanto leggere.

      Sembra venissero usate nei catafratti, con i cavalli completamente ricoperti in lorica hamata, fino al garrese.

      Reperti rinvenuti a Carlisle ed in Romania hanno confermato che la manica fosse impiegata presso l'esercito romano durante il I sec., a prescindere dalle guerre di Dacia. Una scultura ad Alba Iulia, in Romania, ne conferma l'uso da parte dell'esercito romano nel II – III sec. d.c.
      Naturalmente non rientra nei catafratti la lorica musculata, usata solo dagli alti ufficiali o come armatura da cerimonia.

      CAVALLERIA CATRAFATTA DI ISPIRAZIONE SARMATA

      CAVALIERI SARMATI

      I Sarmati, popolazione di origine Iranica, portarono questo modello di cavalleria nell'area Est e Centro Europea; e, come i loro predecessori Sciti, e a differenza dei catafratti ellenistici o parti, essi usavano non solo il kontos, ma anche l'arco, erano cioè armati in maniera duale.

      Delle unità di cavalleria pesante di cavalieri Sarmati entrarono a far parte dell'esercito romano sin dal II sec., soprattuto per l'Imperatore Marco Aurelio (121-180) che formò un'unità di 5000 cavalieri sarmati, per la guarnigione di Bremetenacum Veteranorum, (Ribchester e Lancashire), destinati a presidiare il territorio della Britannia.

      Si crede che la leggenda di Re Artù venne ispirata proprio dalle unità di cavalleria sarmata, protette da armature a scaglie e dotate di "staffe", innovazione assoluta per la cavalleria romana.

      Indubbiamente i catafratti romani impararono parecchio sulle loro tecniche di combattimento.

      ALTRO ESEMPIO DI CATAFRATTO ROMANO


      IL CATAFRATTO ROMANO

      Il catafratto comparve nell'esercito romano solo tra il II ed il III sec., derivato anzitutto dagli antichi nomadi delle steppe la cui cavalleria pesante, riservata alla nobiltà, era stata ereditata dai popoli del Medio Oriente. Similmente ai catafratti Seleucidi e Parti quelli Romani erano completamente protetti, erano dotati di kontos e non usavano l'arco.

      I catafractarii romani furono in uso fino al V sec., ma a loro si affiancò, durante il III sec. o gli inizi del IV, un altro tipo di soldato a cavallo, il Clibanarius, di origine Persiano sassanide, principalmente armato con un arco, che soppiantò in larga parte la precedente cavalleria catafratta partica.

      Anche i Romani formarono unità di Clibanarii, anche se presso di essi non doveva esserci molta differenza, alla fin fine, tra Clibanarii e Catafractarii.

      RIFACIMENTO DI UN KLIBANION
      I primi quattro ranghi dei catafratti erano composti da mazzieri, mentre nei ranghi successivi vi erano, nelle file esterne, soldati armati di una corta lancia (kontaria) o della mazza.

      All'interno della formazione stavano i giavellottisti e gli arcieri, questi ultimi protetti solo dal corsetto e dall'elmetto.

      L'armamento di un catafratto romano poteva avere:

      - un'armatura di piastre,
      - un'armatura di maglia,
      - un'armatura lamellare
      - ma sempre con scudo,
      - a sua volta il cavallo aveva un rivestimento pesante.

      Secondo i Praecepta i soli occhi dovevano rimanere scoperti, e così il corpo era protetto da una corazza lamellare chiamata klibanion, con protezioni in maglia per la parte inferiore del corpo mentre gli schinieri proteggevano braccia e gambe; il tutto era ricoperto da uno spesso indumento in cotone (epilorikion)..

      L'elmetto era completato da numerosi strati di maglia che coprivano faccia e nuca.

      Il cavallo era anch'esso protetto integralmente, fatta eccezione per occhi, narici e la parte inferiore delle zampe, da una spessa bardatura in tessuto o da un'armatura in pelle di toro lavorata. Infine erano dotati di uno scudo circolare di circa 80 cm di diametro.

      Le formazioni dei catafratti erano sempre molto serrate e procedevano nella cosiddetta punta di lancia, o kontos, insomma dei lanceri. Cavaliere e cavallo indossavano la lorica squamata, formata da "scaglie" di metallo; o la lorica hamata, fatta da anelli del diametro di 3-9 mm.

      ORIGINALE LORICA SQUAMATA ROMANA CON ELMO
      La cavalleria:pesante, come gli equites cataphractarii o equites clibanarii erano dotati di una lunga e pesante lancia, chiamata contus, usata a due mani mani, poiché a volte raggiungeva i 3,65 metri di lunghezza.

      Il Kontos, Contus in latino, era un termine greco che indicava un tipo di lancia da cavalleria in uso presso i nomadi Sarmati, poi i catafratti dell'Impero romano e dell'Impero persiano, e poi ancora dell'Impero bizantino.
      La cavalleria catafratta era una cavalleria ausiliaria formata da provinciali e alleati, i cosiddetti peregrini della riforma augustea, che divenne corpo permanente nell'esercito romano. Erano formate da unità altamente specializzate, arruolate in aree territoriali di antiche tradizioni.

      I catafratti venivano usati dopo un certo periodo di combattimento, quando gli uomini erano stanchi e faticavano a mantenere gli assetti di combattimento. I catafratti gli davano l'ultimo colpo. Lanciavano infatti i loro cavalli al massimo del galoppo, investendo i nemici con il loro slancio e il loro peso.

      Infatti il peso delle armature dell'uomo e del cavallo rendevano ancor più inarrestabile la corsa che non si sarebbe potuta arrestare nemmeno volendo. Di solito la carica della cavalleria si faceva a combattimento inoltrato affinchè gli uomini stanchi e poco lucidi non tentassero di colpire i cavalli ai garresi, un colpo temutissimo ma che doveva essere vibrato con grande destrezza e lucidità, cosa molto poco probabile con gli uomini stanchi dal lungo combattimento.

      I catafratti diventavano una specie di mandria impazzita che col suo peso schiacciava tutto ciò che incontrava e a nulla servivano gli scudi che cadevano a terra come il cavaliere che lo imbracciava.
      L'unica salvezza per i fanti era la fuga.

      Era una carica molto difficile perchè doveva avvenire con un certo ordine, infatti le file secondarie
      dovevano porre attenzione a non investire i cavalieri che l'avevano preceduti e dovevano essere pronti a saltare dai cavalli e cavalieri caduti, rischiando altrimenti, non solo di calpestare cavaliere e cavallo caduto, ma di inciamparvi e cadervi sopra a propria volta, divenendo inoltre ostacolo per i cavalieri successivi.

      L'abilità richiesta era enorme, tanto che all'inizio solo gli ausiliari orientali erano chiamati a questo compito, abituati come erano a guidare i cavalli con la sola voce e a colpire dal cavallo in corsa, nonchè a fare notevoli evoluzioni sul cavallo stesso.

      Una delle abilità richieste era anche quella di riuscire a saltare dal cavallo colpito da arma nemica prima che crollasse al suolo sopra al suo cavaliere. Saltare di lato con una pesante armatura sulle spalle non era un'impresa facile, ma i catafratti sapevano farlo.

      Inutile dire che in seguito anche i cavalieri romani appresero l'arte della cavalleria pesante catafratta, e non furono da meno dei loro predecessori orientali. La precisione e la durezza dell'addestramento romano potevano copiare qualsiasi abilità o disciplina.

      Mentre si ricordano poche unità di Cataphractarii nell'esercito del Principato (da Augusto fino a Diocleziano, (27 a.c. - 285 d.c.).), furono invece molto più numerose quelle nel tardo Impero romano, soprattutto in Oriente. Se ne registrano ben 19 unità secondo la Notitia Dignitatum, una delle quali era una schola, reggimento di guardie a cavallo imperiale. Tutte queste unità, tranne due, appartennero al Comitatus, con una minoranza tra i Comitatensi palatini, mentre ci fu solo un'unità militare di arcieri catafratti.

      CATAFRATTO VII - VIII SEC.

       CATAPHRACTARII NEL TARDO IMPERO ROMANO
      Forze militari Stanziamento Nome dell'unità N.  unità N.  effettivi
      Bisanzio Schola scutariorum clibanariorum 1 500
      COMITATUS PRAESENTALIS I Nicea Comites clibanarii
      Equites cataphractarii Biturigenses
      Equites I clibanarii Parthi
      3 1,500
      COMITATUS PRAESENTALIS II Adrianopoli Equites Persae clibanarii
      Equites cataphractarii
      Equites cataphractarii Ambianenses
      Equites II clibanarii Parthi
      4 2,000
      COMITATUS ORIENTIS Antiochia Comites cataphractarii Bucellarii iuniores
      Equites promoti clibanarii
      Equites IV clibanarii Parthi
      Cuneus equitum II clibanariorum Palmirenorum
      4 1,750
      COMITATUS THRACIAE Marcianopoli Equites cataphractarii Albigenses 1 500
      LIMES THEBAIDOS Thebes Ala I Iovia cataphractaria 1 250
      LIMES SCYTHAE Cuneus equitum cataphractariorum 1 250
      TOTALE ORIENTE 15 6,750
      COMITATUS PRAESENTALIS Milano Comites Alani
      Equites sagitarii clibanarii
      2 1,000
      COMITATUS AFRICAE Cartagine Equites clibanarii 1 500
      COMITATUS BRITANNIARUM Londra Equites cataphractarii iuniores 1 500
      TOTALE OCCIDENTE 4 2,000


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    • 02/22/16--06:04: VILLA COSIDDETTA DI PLINIO



    • La villa romana, rinvenuta nel 1713 nella odierna tenuta di Castel Fusano, all'epoca proprietà dei marchesi Sacchetti, venne identificata con quella posseduta e descritta da Plinio il Giovane (61-114 d.c.) nella lettera indirizzata all’amico Gallo..
      Gli scavi vennero fatti eseguire dallo stesso Sacchetti,.nell'area acquisita poi dalla famiglia Chigi e poi dal Comune di Roma nel 1933 e trasformata in parco pubblico per legge regionale del 1980. Così la Pineta venne aperta al pubblico  per visite naturalistiche e passeggiate, disponendo anche, nelle vicinanze, di un gran numero di stabilimenti balneari

      Oggi la tenuta, di circa 1000 ettari collega la foce del Tevere alla tenuta presidenziale di Castel Porziano e costituisce, il verde e soprattutto la pineta più estesa tra la città di Roma ed il litorale laziale, pineta fatta piantare dello stesso Sacchetti che però snaturò tutta la zona che era a lecci e macchia mediterranea.
      Essa è un prezioso polmone per la inquinatissima Roma ed è ostello di una meraviglioso habitat in parte originario e in parte variato dalla sostituzione della macchia mediterranea con la pineta, per cui resta difficile immaginare la visuale di un tempo dalla villa, anche se sappiamo che i romani avevano la passione per i giardini e per i boschi nei cosiddetti horti.

      Alla Villa di Plinio, detta pure Villa di Palombara, si accede da un viale che parte dalla Litoranea Ostia-Anzio. La Pineta, che confina con la Tenuta Presidenziale di Castelporziano, si estende vastissima su un terreno in gran parte sabbioso.

      PIANTA DELLA VILLA

      DESCRIZIONE

      Dai resti archeologici si ha la visione di una villa soprattutto di tipo marittimo, con grossi edifici distanti tra loro, di certo il terreno non mancava, dotata al centro di un grande peristilio di età giulio- claudia a pianta quadrangolare, con un muro di cinta che dai resti sembra ininterrotto tranne nel lato che da al mare dove sicuramente si apriva l’ingresso principale.

      Sono state infatti riconosciute tre fasi principali della sua edificazione: la prima, in blocchetti di tufo, di epoca giulio-claudia, la seconda in cui la villa venne ingrandita in mattoni tra la fine del I e gli inizi del II sec. d.c., e la terza compresa tra l’età di Adriano (117-138) e di Antonino Pio (138-161), nel II sec. d.c..

      Il muro di cinta è della villa visibile in una vasta radura a fianco ai resti della basilica paleocristiana, alla quale si accede allontanandosi dalla Via Severiana lungo il sentiero all'altezza del paletto numero 16. Purtroppo della struttura originaria, oggetto di scavi clandestini e spoliazioni fin dal 1700, è rimasto ben poco.

      Da ricordare che la villa, che oggi dista circa 600 metri dal mare, all’epoca affacciava direttamente sulla spiaggia con una vista fantastica tra mare e boschi. Al centro della tenuta si estendeva un grande peristilio, costituito da due giri di colonne, che delimitava un grande giardino con al centro una vasca solo in parte restaurata, e con diversi ambienti disposti lungo i bracci del quadriportico. A quest'ultimo si accede attraverso un arco in mattoni tutt'ora sopravvissuto.
      Il quartiere residenziale è posto ad est su un’ampia piattaforma elevata di circa due m rispetto al peristilio, vi si riconoscono resti di muri in opera reticolata e frammenti di pavimenti musivi in bianco e nero. 
      A sud del quadriportico si estende un impianto termale, con un bel mosaico a tessere bianche e nere in cui compare Nettuno con tridente su un carro trainato da due ippocampi, tra pesci, crostacei e cavalli marini, datato al 139 d.c.. Ancora più a sud una vasca circolare e ad est del quadriportico, su un suolo più alto, i resti di un'alta torre.
      Un altro mosaico, a tessere bianche su sfondo nero, è situato subito dopo l'arco di laterizio posto all'ingresso alla villa.

      La Sovraintendenza Comunale negli anni’90 ha condotto degli scavi nella zona sud-orientale del quadriportico; le ricerche sono state recentemente riprese, per definire la planimetria della villa, conoscere le sue fasi costruttive, da quelle iniziali già confermate, a quelle più tarde fino alla costruzione di una basilichetta paleocristiana a 7/8 m a nord-est del muro di cinta della villa e per una più sicura attribuzione di tutto il complesso



      LA VILLA DI PLINIO CHE FORSE NON VEDRETE MAI

      Arrivarci è quasi impossibile. Via Cristoforo Colombo fino al piazzale omonimo affacciato sul mare. Poi la via Litoranea. La zona è inequivocabilmente quella lì. Dentro la pineta di Castel Fusano. Bisogna camminare a piedi, dopo aver parcheggiato la macchina. Invece se si è scelta la ferrovia Roma-Lido bisogna farlo per un tratto anche maggiore.

      Indicazioni non ce ne sono. Neppure sulla via Litoranea. Se non si è in possesso di uno smartphone o qualcosa di simile che permetta di andare in rete, individuare via dei Transatlantici, l’accesso giusto per entrare nella pineta, è un’avventura. E poi una volta “dentro”, tra pini domestici e lecci, corbezzoli e mirti, lentischi e ginepri, si prende la strada a destra o quella a sinistra? Un solo cartello. Con la pianta del Parco Urbano Pineta di Castel Fusano.



      Ma senza una freccia o un puntino che indichi dove ci si trovi e dunque permetta di capire come raggiungere i diversi siti. Alla fine tra una domanda ad un gruppo di ciclisti ed un’altra a solitari fondisti in allenamento, si arriva. La villa cosiddetta di Plinio è lì, aldilà della recinzione, che c’è ma non in maniera uniforme sui lati dell’area archeologica.

      Diversi i varchi attraverso i quali, seguendo il camminamento in breccia, si raggiunge il sito. Nonostante nel sito online della Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali si chiarisca che “attualmente il monumento non è accessibile al pubblico per restauro”, mentre altrove, compreso sul sito di Roma Capitale, si affermi che la visita è possibile “su appuntamento”. 

      Dentro l’area due pannelli esplicativi, vicini, appena al di fuori della staccionata in legno che perimetra le strutture superstiti, forniscono informazioni compresa la spiegazione di come all’attribuzione a Plinio il Giovane sia da preferire quella ad Ortensio Ortalo, l’oratore rivale di Cicerone. 

      Della villa di tipo marittimo a nuclei distinti, con muro di cinta pressoché continuo, rimane il grande peristilio a pianta quadrangolare nel quale spicca un arco laterizio, ricostruito per intero.
      Le colonne laterizie rimangono per breve altezza. In stato di conservazione quanto mai precaria. 
      Le malte quasi ovunque hanno perso consistenza, cosicché la stabilità delle strutture non è delle migliori. Gli ambienti che si aprono sui lati appaiono anche in sofferenza maggiore. Soprattutto a causa della vegetazione infestante che crea evidenti “disagi” anche nei resti del quartiere residenziale, con muri in opera reticolata e frammenti di pavimenti musivi in bianco e nero. 

      Si vede anche un impianto termale, con il mosaico in bianco e nero raffigurante Nettuno. Ovunque crolli di diversi entità. Una diffusa impressione di abbandono, nonostante anche alcuni, limitati, interventi di restauro. 

      In compenso ci sono anche altri pannelli esplicativi, intorno alle strutture. Insomma il sito può contare su un adeguato apparato informativo “esterno”, anche se è del tutto assente una musealizzazione. Circostanza che non può che rendere difficoltosa la visita, ed è un peccato, perché la cd. Villa di Plinio è davvero uno di quei luoghi nei quali archeologia e ambiente naturale dialogano, facendosi paesaggio.

      La storia dell’abbandono di quest’area archeologica, tutt’altro che recente. Finalmente nel 2007 lo stanziamento di 500 mila euro da parte dell’assessorato alle politiche culturali del Quarto Dipartimento del Comune. Risorse impiegate per il completamento degli scavi e la messa in sicurezza del sito anche attraverso la creazione di percorsi culturali guidati.

      Lavori quasi inutili, dal momento che già nell’agosto 2009 il Giornale.it (“La villa di Plinio il Giovane abbandonata a sé stessa”) denunciava la mancanza di “un’appropriata segnalazione stradale, corredata da una nota esplicativa davanti all’ingresso”, segnalando come “la rete metallica che la circonda è da tempo forata e non adempie più al compito di tenere lontani malintenzionati e vandali come quei motociclisti che vi hanno effettuato gare di motocross danneggiando alcuni mosaici”.



      L'IDENTIFICAZIONE

      Sin dal primo scavo, effettuato nel 1713 dal marchese Sacchetti, la Villa è stata identificata con quella che Plinio il Giovane, descrive all’amico Gallo in una nota epistola. Ancora nel 1903 Rodolfo Lanciani, che aveva libero accesso alla tenuta di Castel Porziano divenuta ormai reale, disegna una pianta del litorale Laurentino con otto ville, attribuendo alla prima la tradizionale identificazione con quella di Plinio. 

      Purtroppo questa villa, come del resto tutte quelle scoperte lungo la via Severiana, è giunta spogliata del corredo artistico che l’arricchiva, a causa degli scavi effettuati dal papato nel Settecento, finalizzati al solo recupero di marmi architettonici, delle statue e dei pavimenti musivi onde arricchire le collezioni pontificie e, particolarmente, il Museo Clementino.



      Nella preoccupazione di appropriarsi di quanti più possibili valori non ci si curò di prendere nota della topografia e della forma dei resti archeologici, e tanto meno della loro conservazione, così le parti che non vennero reinterrate finirono per essere distrutte dalle intemperie e dalla vegetazione

      Invece studi accurati sull’epistola a Gallo, il confronto tra il testo e il rilievo dei resti archeologici, uniti a più precisi calcoli delle miglia da Roma e degli itinerari della via Ostiense e della Laurentina, hanno portato a credere che la villa di Plinio non sia di Plinio ma piuttosto sia la cosiddetta Villa Magna, situata più a sud all’interno della tenuta di Castel Porziano.

      Sembra invece ormai certo che la villa di Palombara altro non sia, secondo la tesi avanzata e ben correlata di Antonio M. Colini, che la villa dell’oratore romano Ortensio (114-50 a.c.), che influenzò ma fu anche avversario nel foro di Cicerone.

      Sembra che questi, che aveva anche comandato come pretore la flotta romana nelle guerre macedoniche, fu il primo di tanti che scelse la fascia marittima a sud di Ostia per costruirsi una villa.

      La villa di Plinio sarebbe invece situata a circa 1 Km. di distanza, all'interno della tenuta presidenziale, non troppo distante dalla cosiddetta Villa Magna, in località Grotte di Piastre. All'epoca la villa era bagnata dal Tevere che, tra Ponte Galera ed Acilia, usciva dalla zona più alta della campagna romana, nutrito da diversi torrenti, inoltrandosi poi in vaste zone paludose. 

      A sud della foce del Tevere si estendeva una larga fascia di terreno sabbioso su cui si edificò la via Severiana che toccava Ostia, Lavinio, Anzio e Terracina. Questa via di comunicazione ampliata da Settimio Severo esisteva però in carreggiata più modesta anche all'epoca della villa in questione. La vegetazione spontanea era caratterizzata da querce, lecci, lentischi, olivastri, corbezzoli, fillirrea e arbusti.

      I Romani amavano questa zona amena e piena di miti, dove era sbarcato Enea progenitore dei romani. Qui iniziava la storia che portò alla nascita di Roma e ville sorsero in questa area marittima, percorsa dalla via severiana, vicina ai Porti di Roma e non troppo distanti da essa. 




      LA c.d. VILLA DI PLINIO OGGI

      Oggi la villa si trova collocata in una radura in mezzo a un bosco e dista quasi mezzo chilometro dal Mar Tirreno, mare che nell’antichità doveva essere molto più vicino, se non al bordo dell'antica tenuta. Gli scavi archeologici del 1713 a opera Marchese Sacchetti, in occasione dell’impianto della grande pineta, recò molti danni all'edificio con varie spoliazioni nelle epoche immediatamente successive. Il complesso è ancora in corso di esplorazione e scavo sistematico, ma date le suddette spoliazioni non ci si aspetta molto da scoprire.

      Nei pressi della Villa si trovano i resti in basolato di un tratto della via severiana, via costiera che conduceva dalla città di Porto fino a Terracina, che l’imperatore Settimio Severo aveva creato ristrutturando e collegando vari tratti stradali preesistenti.




      LETTERA DI PLINIO IL GIOVANE A GALLO

      "Caro Gallo,

      ti meravigli perché io tanto mi diletti della mia Laurentina o, se preferisci, Laurento; avran termine le tue meraviglie quando avrai conosciuto l’amenità della villa, la comodità del luogo, l’ampiezza della spiaggia.

      Dista 17000 passi dalla città, sì che, compiuto quanto ti tocca di fare, dopo aver sfruttato interamente la giornata, puoi ritirarti qui per la notte. Vi si accede non da una sola via; poiché puoi servirti sia della Laurentina come della Ostiense, ma la Laurentina devi lasciarla al XIV miglio, l’Ostiense all’XI. 

      Dall’una e dall’altra parte, si incontra una strada in certi punti arenosa, un po’ molesta e lunga per le pariglie, corta e buona per chi vada a cavallo. Vario qua e là il paesaggio; giacché a tratti il cammino è stretto a cagione dei boschi che ti vengono incontro, a tratti si attarda e si allarga in vastissime praterie; molte greggi ovine, molte mandrie di cavalli e armenti bovini, che cacciati dai monti dall’inverno si ingrassano in quei pascoli al tepore della primavera.

      La villa, sufficiente alle necessità, non richiede una costosa manutenzione. Sul davanti vi è un atrio semplice, ma non senza eleganza, segue un portico che in forma di una D racchiude una corte, piccola ma graziosa. L’insieme offre un eccellente ricovero per il cattivo tempo, giacché è protetto dalle vetrate e soprattutto dalle grondaie dei tetti. 

      Nel suo mezzo un gaio cavedio, poi una stanza da pranzo abbastanza bella aperta sulla spiaggia, sì che quando il vento dell’Africa rigonfia il mare, essa viene dolcemente spruzzata dalle ultime onde già infrante. Tutt’intorno la sala ha delle porte, o delle finestre non meno grandi delle porte, e così lungo i lati e di fronte essa sembra affacciarsi su tre mari, mentre a tergo guarda il cavedio, il portico, la corte, di nuovo il portico, poi l’atrio, i boschi e più in lontananza i monti.

      A sinistra della sala, un po’ arretrata, vi è un’ampia camera da letto, poi una più piccola, ove una finestra lascia entrare il sole nascente, un’altra trattiene quello che tramonta; anche da quest’ultima si gode la vista del mare sottostante, ma un po’ più da lontano e con minor rischio. 

       La camera da letto da una parte e la sala da pranzo dall’altra si incontrano formando un angolo, ove si concentrano e si rafforzano i raggi incontaminati del sole. È questo il quartiere d’inverno ed è anche il luogo di riunione delle mie genti: qui ogni vento tace, a eccezione di quelli che recano le nuvole e tolgono il sereno, ma non il godimento di quel luogo. 

      A quest’angolo si congiunge una camera da letto di forma ellittica, che segue dalle varie finestre il corso del sole. In una delle due pareti è inserito un armadio, in guisa di biblioteca, che raccoglie dei libri destinati non già alla lettura, ma alla consultazione. 

      Pure a un lato è un’altra camera da letto separata da un corridoio sopraelevato e attraversata da tubi che in giusta misura distribuiscono il calore e assicurano ai diversi ambienti il predisposto calore. Il resto di questo lato della casa è destinato all’uso degli schiavi e dei liberti e per la maggior parte così ben sistemato da poter ricevere anche degli ospiti.

      Dall’altro lato vi è una piccola camera da letto elegantissima; poi una grande camera o piccolo tinello, che riluce per il molto sole e per il molto mare; dietro questo locale una camera da letto con anticamera, adatta all’estate per la sua altezza, all’inverno perché ben protetta, riparata com’è da tutti i venti. Una comune parete congiunge a questa un’altra camera con la sua anticamera.

      Segue la sala dei bagni freddi, grande e spaziosa, dalle cui opposte pareti come sbalzate sporgono due vasche, fin troppo capaci, se pensi alla vicinanza del mare. Vi è contiguo il locale per ungersi, l’ipocausto, il propnigeo del bagno, poi due camerette più eleganti che sontuose; annessa è una magnifica piscina riscaldata, dalla quale chi nuota può vedere il mare; non lungi lo sferisterio che nelle giornate più calde è esposto al sole solo nel tardo pomeriggio. 

      Qui presso si eleva una torre, che ha nella parte inferiore due stanze, altrettante di sopra e inoltre una sala per cenare che domina il vastissimo mare, l’amplissimo litorale e delle amenissime ville. V’è anche un’altra torre, nella quale è situata una camera da letto, ove si scorge il nascere e il tramontare del sole; dietro è un vasto magazzino e una dispensa; sotto si trova una sala da pranzo, in cui non arriva del mare agitato che il fremito e il sussurro delle onde, e pur questo già languido e smorzato; si affaccia sul giardino e sul viale che lo racchiude.

      Il viale è cinto da piante di bosso e, dove manca il bosso, di rosmarino (giacché il bosso là dove i fabbricati lo proteggono verdeggia rigoglioso; a cielo scoperto e in piano gli spruzzi del mare, ancorché lontani, lo inaridiscono); lungo la parte interna del viale corre un pergolato ancor giovane e ombroso, il cui terreno è molle e cedevole anche a piede nudo. 

      Il giardino è ricoperto da molti gelsi e fichi, ai quali questo terreno è particolarmente favorevole, mentre non vale nulla per le altre specie. Una sala da pranzo appartata dalla spiaggia gode della vista sul giardino non inferiore a quella della marina; a tergo sono sistemate due camere dalle cui finestre si domina il vestibolo della villa e un altro pingue giardino. I

      n questa parte si sviluppa una galleria che sembra quasi un monumento pubblico. Sui due lati finestre, parecchie verso il mare, alcune verso il giardino: di queste ce n’è una per ogni due sull’altro lato. Esse, quando il tempo è sereno e calmo, possono essere aperte tutte senza inconvenienti,; quando qui o là è turbato per i venti, si aprono solo dalla parte dove questi non soffiano. Davanti alla galleria è una terrazza profumata dalle viole. 

      La galleria aumenta il calore dei raggi del sole che la investono, riflettendoli, e come essa trattiene il sole, così si oppone e tiene lontano il vento del nord; quanto è calda sul davanti altrettanto è fresca sul retro. Si oppone pure allo scirocco, e in tal modo arresta e doma i venti più opposti, gli uni da un lato gli altri dall’altro. 

      Se tale è il conforto della galleria d’inverno, lo è ancor di più d’estate. Infatti prima di mezzodì la terrazza, nel pomeriggio il tratto più vicino del giardino e del viale sono resi freschi dall’ombra della galleria, giacché, secondo che il giorno cresca o cali, essa pure si stende or più corta or più lunga. La galleria stessa non è mai così priva di sole, come quando più cocente esso cade a piombo sopra il suo tetto. E poi dalle finestre aperte lascia entrare e circolare il ponentino, e pertanto l’ambiente non è mai molesto per aria pesante e stagnante.

      In fondo alla terrazza, e quindi alla galleria e al giardino, vi è un padiglione, la mia passione, sì proprio la mia passione. L’ ho posto là io. Vi si trova una stanza per prendere il sole, che si affaccia da una parte sulla terrazza, dall’altra sul mare, da ambedue ricevendo il sole; e una camera da letto che per una porta si affaccia alla galleria e per una finestra al mare. 

      Dirimpetto, in mezzo a una parete, si interna graziosamente una alcova che, aprendo e chiudendo dei vetri e dei tendaggi, ora può venire riunita alla camera, ora separata. Vi trovan posto un letto e due seggiole; ai piedi ha il mare, a tergo le ville, dietro il capo i boschi; questi diversi aspetti del paesaggio ti appaiono distinti e riuniti a un tempo da altrettante finestre. 

      A lato vi è una camera adatta per la notte e il sonno: qui non arriva né la voce degli schiavi, né il mormorio del mare, non il fremito delle tempeste, non il chiarore dei fulmini e quasi non ti accorgi che sia giorno se le finestre non sono aperte. La cagione di un così alto e profondo isolamento è un locale di passaggio posta fra la parete della camera e il giardino che li separa, e smorza in quell’interposto vuoto ogni rumore. 

      Adiacente alla camera è un piccolo ipocausto, che da una stretta bocca diffonde o trattiene, a piacimento, il calore che vien dal basso. Poi un’anticamera e una camera da letto si avanzano verso il sole, che, ricevuto al suo nascere, vi permane nel pomeriggio, sia pur di scorcio. 

      Quando mi ritiro in questo padiglione, mi sembra d’ esser lungi perfino dalla mia villa e godo una gran beatitudine, soprattutto durante i Saturnali, quando il restante fabbricato risuona della follia e dei clamori di quei giorni di festa; poiché io non disturbo l’allegria della mia gente, né essi i miei studi.

      A questi comodi, a queste delizie fa difetto l’acqua corrente, ma vi sono dei pozzi, direi piuttosto delle sorgenti, poiché l’acqua è a fior di terra. E da ogni verso è meravigliosa la natura di quella spiaggia; ovunque tu scavi il terreno, l’acqua ti viene incontro ben fornita, e anche pura e per nulla inquinata dalla così grande vicinanza del mare. 

      I vicini boschi ti danno legna in abbondanza; in quanto alle altre necessità la città di Ostia vi provvede. A uno poi che non abbia tante pretese basta anche la borgata, che da una sola villa mi è disgiunta. Vi sono ivi tre bagni a pagamento, il che è un gran comodo, quando non ti convenga o per un improvviso arrivo o per una breve sosta, scaldare il bagno di casa.

      La spiaggia è ornata con una piacevolissima varietà di fabbricati di ville, or contigue or distanziate, che offrono l’aspetto di una serie di borgate, sia che tu te la goda dal mare o dal litorale stesso; questo è talvolta morbido dopo un lungo periodo di calma, ma più sovente si indurisce per il frequente cozzar delle onde. 

      Il mare, in verità, non abbonda di pesci pregiati, fornisce però delle sogliole e dei gamberi eccellenti. Quanto alla mia villa essa offre anche tutti i prodotti della terra, il latte innanzi tutto; giacché qui si raccolgono le greggi che scendono dai pascoli, alla ricerca d’acqua e d’ombra.

      Non ti par dunque che io abbia delle buone ragioni per essermi stabilito, per dimorare, per preferire questo ritiro? e tu sei troppo incallito cittadino se non te ne invaghisci. Voglia il cielo che te ne invaghisca! così ai tanti e tanto grandi pregi della mia villetta, si aggiunga il massimo pregio della tua compagnia. Addio."





      ROMA - ARCHEOLOGIA E AMBIENTE - VILLA DI PALOMBARA

      INFORMAZIONI

      Le visite didattiche gratuite sono destinate alle scuole di Roma e provincia, fino ad esaurimento dell’offerta gratuita. (SI E' ESAURITA PRIMA DI NASCERE)
      Le visite didattiche a pagamento hanno un costo di € 70,00 (70 EURO OGNI CLASSE? NEMMENO PER IL LOUVRE SI PAGA TANTO!)


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    • 03/03/16--06:00: ROME 312


    • COME UN VECCHIO GASOMETRO PUO' DIVENTARE TURISMO

      Per l’architetto Renato Cagnetta, che ha portato avanti uno studio sul gasometro di Firenze, « abbatterli significherebbe cancellare una testimonianza emblematica della nostra storia. Il riutilizzo dei gasometri è possibile e auspicabile. I modi sono diversi, ma la scommessa è sempre quella di trasformare un'enorme macchina in un edificio vivibile».

      L'intervento di riqualificazione più importante è avvenuto a Vienna negli anni Novanta. I quattro gasometri di fine Ottocento che costituivano l’officina del gas più grande d’Europa sono stati riconvertiti con successo in residenze e servizi da altrettanti architetti di fama internazionale.

      In Germania il gasometro di Dresda è diventato un albergo, mentre quello di Lipsia è stato riutilizzato come spazio espositivo. Una pratica seguita anche in Italia dove il gasometro dell’Ostiense a Roma, che tanto aveva colpito Pier Paolo Pasolini, viene ora utilizzato per installazioni artistiche.

      Anche a Milano e Firenze sono in progetto opere di riconversione, mentre a Venezia il comune ha vincolato l’area di San Francesco della Vigna. Ad Atene è nata quest’anno Technopolis, un’area per eventi artistici e culturali che comprende anche il “Museo del gas industriale”.

      Così come si può goderedellaarcheologia industriale, si può anche sfruttare il sito per proporre l'antico con sistemi tecnologici modernissimi. Dresdahaun gasometro cheè stato trasformato inqualcosa dimagico. 
      La dittadiAsisi architettoe artista, utilizzandodocumenti storici, piani, mappe, documenti e ricostruzioni ha operato il miracolo che permette di avere una panoramica di Roma antica, la più bella città del mondo, come fosse vista da un'alta torre.
      Viene da chiedersi, perchè non l'abbiamo fatta noi? Si, noi italiani che abbiamo oltre al gasometro una città meravigliosa e antichissima tutta da fotografare ed elaborare. Noi che abbiamo tanti tesori da mostrare e tanti disoccupati da occupare.





      IL GASOMETRO DI DRESDA 

      Si accede da una scala di metallo 'antincendio' gigante che conduce ai vari livelli, dove la visualizzazione avviene da piattaforme che danno una visuale d'intorno a 360 gradi, così che salendo la scena assume una nuova prospettiva, come l'illuminazione, che passa dal sorgere del sole al giorno, sera e il tramonto, o di notte. 

      Nella Roma imperiale i lavoratori passano affaccendati, sono schiavi, negozianti, operai, messaggeri, o passeggiano tra le botteghe, i templi e le terme. Sono prostitute e matrone, sacerdoti e faccendieri, militari, giardinieri, medici e spexiali, e soprattutto stranieri di ogni parte del mondo.




      Insomma all'estero si valorizza qualsiasi reperto antico, si restaura, si conserva, se ne ricostruisce l'abiente originario. A Roma i monumenti romani crollano, il personale di manutenzione manca e mancano perfino i controllori e i bigliettai.

      Non succede, come alcuni dicono, perchè abbiamo troppa roba antica, succede perchè gli interessi di chi dovrebbe occuparsene sono altrove. Non esistono nemmeno le sponsorizzazioni, in Italia ci si occupa di "altro". Invece la rappresentazione l'hanno creata a Dresda, in Germania e si chiama Rome 312.




      ROME 312

      Si chiama così perchè ci si trova nella Roma del 312d.c., quando l'imperatore Costantino, che ha sconfittoil suo rivaleMassenzio,entra col suo glorioso seguito nellamegalopolibrulicantecome unicosovrano dell'impero.  

      Secondo la leggenda, o forse secondo Costantino, questi alla vigilia della battaglia, ebbela visionedella croceche gli avrebbe raccomandato di combattere con l'insegna della croce. Evidentemente nella SS. Trinità c'era qualche dissidio perchè il Figlio predica di trattare tutti come fratelli, mentre il Padre, o chi per lui l'invita a fare la guerra proprio con quel doloroso strumento di pace..



      Dallapiattaformail visitatoreal centrodel monumentalepanorama, spinge lo sguardo per 360°, partendo -dalCampidoglioper posarsi sutempli,palazzi,termae, basiliche, insulae, porticati e giardini fino aiColli Albaniall'orizzonte. .

      L'esperienza panoramicosi completacon la musicadi accompagnamentodal filmcompositoreEricBabake gli effetti sonoriche riflettonol'epocael'impostazionedella scena.



      E' dal 2006 che si trasmette la panoramica di Roma antica. Rispetto alla ROM 312 è stata completamente ristrutturata la parte anteriore, così come anche il cielo, in modo tale che l’immagine evidenziasse meglio l’importanza degli eventi.

      Quante volte avete sognato di poter essere uno spirito che torna invisibile a visitare i luoghi antichi e principalmente Roma? Ora si può fare.

      "Nel Panorama", spiega il suo autore, "ogni singolo spettatore è regista". Ognuno decide liberamente con quale ritmo ed intensità vuole concentrarsi sui molti dettagli e collegamenti presenti nell'enorme immagine circolare, ed immergersi in questo luogo d’arte. Infatti lo spettatore gira nella piattaforma oltre a girare lo sguardo, soffermandosi su ciò che più lo aggrada, o ignorando ciò che gli sembra meno interessante.

      Lui è il protagonista, lui è il turista.

      IL GASOMETRO DI ROMA

      IL GASOMETRO DI ROMA

      Dall'articolo: Gazometro: il moderno Colosseo da valorizzare

      "Questo cilindro di acciaio che guarda dall'alto dei suoi 92 metri il biondo Tevere e quello che una volta era il quartiere industriale di Roma, Ostiense appunto, ha veramente bisogno di un aiuto. Abbandonato lì, tra le sterpaglie, la polvere, i capannoni isolati, insieme ad altri due fratelli, il Gazometro sembra proprio chiedere un pò di considerazione.

      Non che sia una grande opera d'arte, ma al passarci davanti ogni volta mi restituisce una sensazione di benessere e serenità. Anche il regista turco Ferzan Ozpetek, molto legato al quartiere Ostiense dove ha girato "Le Fate Ignoranti", ha confessato: "Mi basta una passeggiata al Gazometro, meraviglioso Colosseo industriale, per smaltire un’arrabbiatura". 

      Il gazometro di Roma è ormai una struttura inutilizzata. In realtà sono tre i gazometri, i due più piccoli sono stati costruiti nel 1910, il terzo e il più grande tra questi, invece, risale al 1937. Fino agli anni '60 queste strutture sono state adoperate per accumulare il cosiddetto "gas di città", ovvero una miscela di gas. Con la diffusione del gas metano però l'utilizzo del "gas di città"è via via scomparso e così anche i gasometri hanno perso il loro ruolo.

      Oggi l'area intorno al Gazometro pullula di cantieri e iniziative più o meno lodevoli per una sua riqualificazione. Il solito problema è che questi lavori vanno a rilento, sembrano infiniti e a volte impossibili. L'unica volta che Roma ha potuto ammirare il Gazometro in una veste più consona a una città moderna è stata durante la Notte Bianca del 2006, quando è stato trasformato nel Luxometro. La struttura infatti è diventata una grande opera luminosa in grado di emettere luce con oltre 10 chilometri di fibra luminosa, composta da oltre 1 milione di lampadine led e disposta lungo tutto lo sviluppo del suo corpo metallico
      ”.

      Bella roba, ma Roma antica è un'altra cosa.












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    • 03/07/16--06:03: MARZO (Feste Romane)


    • MARZO

      Marzo era il primo mese dell'anno nel calendario di dieci mesi stabilito da Romolo. Secondo la tradizione Romolo era figlio di Marte e di Rea Silvia. Ponendo marzo come primo mese, il fondatore di Roma intendeva onorare il padre.

      Marzo era dunque dedicato a Marte, Dio dell'agricoltura e della guerra. In quel periodo riprendevano i lavori nei campi e si preparavano le armi per la guerra.


      1 marzo - Kalendis Martiis MATRONALIA -
      La festa veniva celebrata in onore della Dea Iuno, Giunone. Nello stesso giorno del 375 a.c. venne dedicato il tempio sull'Esquilino di Iuno Lucina, Giunone che presiede ai parti. Giunone era la madre di Marte. 
      "Portate fiori alla dea; questa dea ama le piante in fiore; 
      fate corone di fiori da mettere intorno alla testa. 
      Dite: 'O Lucina, tu ci hai dato la luce'. 
      Dite 'Tu sii propizia al desiderio delle partorienti'. 
      "Ferte deae flores; gaudet florentibus herbis
      haec dea; de tenero cingite flores caput.
      Dicite: "Tu nobis lucem, Lucina dedisti";
      Dicite: "Tu uoto partorientibus ades"
      .
      (Ovidius, Fasti, I, 253-256)
      Durante la festa le donne offrivano banchetti e doni ai loro schiavi, attuando un rovesciamento delle parti simile a quello dei Saturnali decembrini. Le matronae erano le donne sposate. La festa delle matrone ricordava il ratto delle Sabine. In particolare si riferiva alla pace che proprio le donne, incitate da Ersilia, moglie di Romolo figlio di Marte, avevano invocato dai mariti e dai padri che stavano per affrontarsi in battaglia.

      2 marzo - ante diem sextum Nonas Martias

      3 marzo - ante diem quintum Nonas Martias

      4 marzo - ante diem quartum Nonas Martias

      5 marzo -  ante diem tertium Nonas Martias - NAVIGIUM ISIDIS -
      La festa veniva celebrata in onore di Isis, Dea egiziana della vita e della resurrezione. Si celebrava il ritorno della primavera e la ripresa della navigazione. Era la festa della "Barca di Iside".

      DANZE SACRE
      6 marzo - pridie Nonas Martias

      7 marzo - Nonis Martiis

      8 marzo - ante diem octavum Idus Martias

      9 marzo - ante diem septimum Idus Martias - SALIORUM PROCESSIO -
      I festa dei Salii, un collegio sacerdotale consacrato al culto di Mars, facevano processioni, canti, danze e suoni guerreschi. I Salii intervenivano anche nelle altre festività del Dio Marte. Il termine Salii deriva da salire (saltare, balzare, danzare). Erano divisi in due gruppi di dodici. I Palatini, con sede sul Palatino, e i Collini o Agonensi, con sede sul Quirinale.
      Con la cerimonia si apriva ufficialmente il periodo della guerra, che sarebbe stato chiuso con analoghe cerimonie in ottobre (October equus, Armilustrium e Ancilia condere).
      L'origine degli scudi sacri risale ai tempi di Numa Pompilio. Il re aveva chiesto a Giove un segno della sua protezione su Roma. Uno scudo di forma particolare, senza angoli, discese dal cielo. Egeria, la moglie di Numa Pompilio, consigliò di riprodurre lo scudo per evitare che fosse rubato l'originale. Un fabbro di origine osca, Mamurio Veturio, venne incaricato di fare le copie. Gli scudi furono custoditi nel Sacrarium Martis della Regia.

      10 marzo - ante diem sextum Idus Martias

      11 marzo - ante diem quintum Idus Martias

      12 marzo - ante diem quartium Idus Martias

      13 marzo - ante diem tertium Idus Martias

      14 marzo
      - pridie Idus Martias - EQUIRRIA -
      Era una festa in onore di Marte che aveva luogo il 27 febbraio e il 14 marzo. Rappresentavano il giorno dell'uscita dell'esercito romano, l'inizio della stagione delle campagne militari annuali. Esse terminavano sei mesi più tardi, nel giorno dell'October equus (15 ottobre).
      Consacrazione a Marte della cavalleria.
      Si svolgeva una solenne processione in cui i Salii portavano i loro scudi bilobati, ossia ovali con al centro un incavo semicircolare su ciascun lato. Sugli scudi, chiamati ancilia i Salii battevano ritmicamente con le hastae. In punti prestabiliti si fermavano ed eseguivano una danza con un ritmo di tre tempi (tripudium). Durante il percorso intonavano il Carmen saliare.
      I due giorni sacri avevano un duplice significato religioso e militare e avevano lo scopo di sostenere l'esercito e rafforzare il senso della patria. I sacerdoti tenevano riti di purificazione dell'esercito e si tenevano corse di cavalli nel Trigarium in Campo Marzio.

      15 marzo - Idibus Martiis - ANNA PERENNA -
      Festa celebrata nelle Idi, giorno in cui anticamente si faceva cadere la luna piena, in onore di Anna Perenna, antica divinità romana. Il culto si svolgeva sulla via Flaminia in un bosco poco lontano da Roma. Una scampagnata con canti e giochi. Secondo Macrobius era la Dea dell'anno nuovo, che fino al 153 a.c. iniziava in marzo.
      "Annare perennareque commode": vivere piacevolmente tutto l'anno.



      15 marzo - Idibus Martiis - ATTIS -
      Festa celebrata il 15 marzo in onore di Attis, antica divinità frigia della vegetazione connessa con Cybele, la Grande Madre Cibele. Cominciava la preparazione al ciclo della morte e resurrezione di Attis. Dopo sette giorni di digiuno e astinenza iniziavano le Hilaria.

      15 marzo - Idibus Martiis - MATRONALIA -
      feste celebrate per le Calende di marzo dalle signore romane.

      16 marzo - ante diem septimum decimum Kalendas Apriles

      17 marzo - ante diem sextum decimum Kalendas Apriles - LIBERALIA -
      detta anche Agonia o Agonium Martiale. Festa celebrata in onore di Liber, Dio italico della natura e della famiglia. Liber aveva un tempio sull'Aventino, insieme a Libera e a Ceres. Il tempio era stato costruito dal dittatore Postumius nel 495 a.c. Il 17 marzo i giovani, al compimento del sedicesimo anno di età, assumevano la toga virile, ossia divenivano adulti.

      17 marzo - ante diem sextum decimum Kalendas Apriles - AGONALIA -
      Inizio dei ludi in onore di Marte.

      18 marzo - ante diem quintum decimum Kalendas Apriles

      19 marzo - ante diem quartum decimum Kalendas Apriles - QUINQUATRUS MAIORES -
      Feste celebrate dal 19 marzo, giorno natale della Dea Minerva, al 23 marzo. Danza dei Salii nel Comizio. Purificazione delle armi.

      19 marzo -  ante diem quartum decimum Kalendas Apriles - ARMILISTRIUM -
      festeggiato pure il 19 ottobre in onore del Dio Mars, ossia Marte. Durante la festa avveniva la consacrazione e la purificazione delle armi. In primavera si preparava la guerra e in autunno si riponevano le armi.

      20 marzo - ante diem tertium decimum Kalendas Apriles - PELUSIA -
      Festa celebrata in onore della dea egiziana Isis. Pelusium era una città alla foce orientale del Nilo.

      20 marzo - ante diem tertium decimum Kalendas Apriles - QUINQUATRUS MAIORES -
      II giorno di festa dei Quinquatrus.

      21 marzo - ante diem duodecimum Kalendas Apriles - QUINQUATRUS MAIORES -
      III giorno di festa dei Quinquatrus.

      EQUIRRIA
      22 marzo - ante diem undecimum Kalendas Apriles - HILARIA -
      I festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione.

      22 marzo - ante diem undecimum Kalendas Apriles - QUINQUATRUS MAIORES -
      IV giorno di festa dei Quinquatrus.

      22 marzo - ante diem undecimum Kalendas Apriles - ARBOR INTRAT -
      I dendrophori portavano un pino, simbolo di Attis, al tempio. Il culto della Dea Cybele era stato importato dalla Frigia nel 204 a.c. su ispirazione dei Libri Sibyllini a sostegno della guerra contro Cartagine. Fu l'imperatore Claudio a riconoscere ufficialmente il culto, posto sotto il controllo dei quindecemviri.

      23 marzo - ante diem decimum Kalendas Apriles - HILARIA -
      II festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione.

      23 marzo - ante diem decimum Kalendas Apriles - QUINQUATRUS MAIORES -
      V giorno di festa dei Quinquatrus.

      23 marzo e il 23 maggio - ante diem decimum Kalendas Apriles - TUBILUSTRIUM -
      Festa della purificazione delle trombe, tubi, usate nelle cerimonie sacre dai trombettieri, tubicines sacrorum.

      23 marzo - ante diem decimum Kalendas Apriles - SALIORUM PROCESSIO -
      II festa dei Salii, un collegio sacerdotale consacrato al culto di Mars, facevano processioni, canti, danze e suoni guerreschi. I Salii erano costituiti da due gruppi di 12 persone. I Salii intervenivano anche nelle altre festività del Dio Marte.

      24 marzo - ante diem nonum Kalendas Apriles - HILARIA -
      III festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione.



      24 marzo - ante diem nonum Kalendas Apriles - DIES SANGUINIS -
      era il giorno della discesa nella tomba del pino che rappresentava Attis, delle autoflagellazioni e delle automutilazioni.

      24 marzo - ante diem nonum Kalendas Apriles - Q.R.C.F.(Quando Rex Comitiavit Fas) -
      Festa celebrata anche il 24 maggio. Il Rex sacrificulus, a cui di solito era proibito entrare nei comitia, vi celebrava dei riti e poi si allontanava. Viene anche interpretato come Quando Rex Comitio Fugit. Q.R.C.F. viene anche messo in relazione con il Regifugium celebrato il 24 febbraio.

      25 marzo - ante diem octavum Kalendas Apriles - HILARIA -
      IV festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione. Il 25 era il giorno della resurrezione, della gioia, Hilaria, e della ierogamia tra Attis e Cybele.

      26 marzo - ante diem septimum Kalendas Apriles - HILARIA -
      V festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione.  Celebrazione di Requietio.

      27 marzo - ante diem sextum Kalendas Apriles HILARIA - VI festa di Hilaria, ciclo di morte e resurrezione, si svolgeva in primavera, in occasione dell'equinozio, dal 22 al 27 marzo ed era dedicata ad Attis e Cybele, la Magna Mater, entrambe divinità frigie della vegetazione.

      27 marzo - ante diem sextum Kalendas Apriles - LAVATIO -
      con una solenne processione la statua di Cybele, che risiedeva nel tempio sul Palatino, era portata fino all'Almone, piccolo fiume sulla via Appia, dove veniva purificata nell'acqua.

      28 marzo - ante diem quintum Kalendas Apriles

      29 marzo - ante diem quartum Kalendas Apriles

      30 marzo - ante diem tertium Kalendas Apriles - SALUS PUBLICA, CONCORDIA ET PAX -
      Festa celebrata in onore di Salus Publica Populi Romani, Concordia et Pax, divinità personificazioni della salvezza dello Stato romano, della concordia dei cittadini e della pace. L'imperatore Augustus nel 10 a.c. fece erigere un altare sul quale si svolgeva ogni anno una celebrazione.

      31 marzo - pridie Kalendas Apriles - TEMPUM LUNAE in Aventino -
      Festa celebrata in onore della Dea Luna. Il culto venne introdotto al tempo del re Titus Tatius. Il tempio sul colle Aventinus venne consacrato al tempo del re Servius Tullius e fu bruciato ai tempi dell'imperatore Nerone.


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    • 03/15/16--06:09: LE IDI DI MARZO


    • LE LEGGI AGRARIE

      Cassia. -
      Spurio Cassio, console o tribuno, nel 486 a.c., presentò una legge per dividere il territorio conquistato agli Ernici, per una metà tra i Latini alleati di Roma, e per l'altra metà ai plebei. Il Senato rifiutò le concessioni ai Latini, ma accordò di dividere fra i plebei una metà del territorio Ernico. Non appena Cassio fu uscito di carica (269 a.c.), i patrizi lo misero a morte, dopo averlo fatto condannare per l'accusa di aver preso l'iniziativa di una legge agraria per diventare re con l'aiuto della plebe.

      Sicinia. -
      Presentata nel 487 a.c. da T. Sicinio, tribuno della plebe, proponeva che il territorio di Veio servisse a fondare una nuova città, identica a Roma, dove dovessero emigrare metà dei patrizi e metà dei plebei. Fu respinta dai comizi per un voto solo.

      Licinia Sextia. -
      Redatta nel 377 a.c. dai tribuni della plebe C. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano; che per otto anni non riuscirono a presentarla ai comizi per il veto di altri colleghi. Nel 368 a.c. M. Furio Camillo riuscì ad impedire la votazione, ma dovette lasciare la carica. Il nuovo dittatore, M. Manlio Capitolino, tentò di conciliare patrizi e plebei e si dimise; finalmente nel 367 a.c. la legge venne approvata avendo il Senato bisogno dei plebei nell'imminenza di un'invasione dei Galli.

      Sempronia I. -
      Proposta da Tiberio Sempronio Gracco, eletto tribuno nel 133 a.c. con cui chiedeva la divisione in lotti con distribuzione ai cittadini poveri, di tutti i terreni già a libera disposizione dello stato, e di tutti gli altri terreni dei quali lo stato sarebbe rientrato in possesso per il ritiro stabilito dalla legge;
      La legge fu approvata ma Tiberio fu assassinato, con trecento suoi partigiani, in un tumulto provocato dagli oligarchi. Dopo la morte del tribuno, le rivendicazioni vennero sospese.

      Sempronia II. -
      Caio Gracco, fratello di Tiberio, tribuno nel 123 a.c., presentò una nuova legge Sempronia agraria, molto simile alla legge di Tiberio; Caio fu ucciso in circostanze analoghe a quelle del fratello.
       Nel 120 a.c., un'altra legge, della quale ignoriamo il proponente, tolse il divieto di alienare i terreni assegnati.

      Thoria -
      Tra il 118 e il 111 a.c. una nuova legge abolì le assegnazioni e sancì la rinunzia definitiva alle rivendicazioni volute dalla legge Sempronia.

      Thoria -
      Tra il 111 e il 108 a.c. un'altra legge sanciva che:
      "Sono rimessi in possesso coloro i quali furono espulsi ingiustamente con la forza da terreni che essi occupavano a buon diritto".

      Appuleia. -
      Nel 100 a.c., L. Appuleio Saturnino propose che venissero distribuite ai soldati della guerra cimbrica, romani e italici, le terre che nella Gallia transpadana erano state annesse al demanio pubblico, e altre pure demaniali, in Sicilia, in Macedonia. La legge fu approvata  nonostante l'opposizione vivissima del Senato. Qualche mese dopo, Saturnino fu trucidato col collega Glaucia, e la legge fu abrogata prima che ne fosse stata iniziata l'applicazione.

      Titia.
      - Proposta nel 99 a.c. da Sesto Tizio, tribuno della plebe, allo scopo di distribuire terre al popolo. Fu presentata ai comizi e approvata.

      Livia II. -
      Fu presentata nel 91 a.c. dal tribuno della plebe M. Livio Druso. per la fondazione di colonie da crearsi in Italia e in Sicilia:
      a) coi terreni pubblici occupati sine iusta causa da cittadini romani e italici;
      b) coi terreni pubblici affittati dai censori, fra i quali il famoso ager campanus (territorio di Capua).
      La legge fu votata nei comizi, ma annullata dal Senato per difetto di forma. Druso tentò di applicarla lo stesso, fece nominare la commissione decemvirale, ma poco dopo venne ucciso da ignoti.

      Corneliae. -
      Emanate negli anni 82-81 a.c. da L. Cornelio Silla, che aveva eseguito immense confische di terre nella guerra sociale e nella guerra civile. Parte le fece vendere per un prezzo irrisorio ai suoi partigiani, o le lasciò addirittura occupare da persone a lui gradite senza alcun corrispettivo a vantaggio dello stato. Altri terreni assegnò invece ai suoi veterani, circa 120.000, in parcelle inalienabili.

      Servilia. - Proposta nel 64 a.c. dal tribuno P. Servilio Rullo, ispirato da Cesare. La legge riconosceva valide tutte le vendite effettuate dallo stato, quindi anche le Sillane, e lo stato avrebbe provveduto all'acquisto di terre da assegnarsi a cittadini poveri. Rullo, prevedendo la sconfitta, ritirò la sua proposta prima che fosse messa in votazione.

      Iulia. - Fu presentata nel 59 a.c. da Caio Giulio Cesare, conferma le vendite e le occupazioni Sillane; delibera assegnazioni inalienabili per venti anni a favore di cittadini poveri con almeno tre figlioli, e da effettuarsi con tutte le terre italiche ancora in possesso del demanio e che erano principalmente costituite dall'ager campanus e dal campus stellatis (tra il Volturno e il Savone). Ove queste non fossero bastate, la commissione esecutrice della legge era autorizzata a fare acquisti di terreni dai privati a un prezzo conforme alla stima dell'ultimo censo, e a spese pubbliche, cioè con le nuove rendite acquistate dallo stato, grazie alle conquiste asiatiche di Pompeo. La legge fu approvata non ostante l'ostilità del Senato. Nel solo ager campanus vennero fatte 20.000 assegnazioni in lotti di 10 iugeri; nel campus stellatis i lotti furono invece di 12 iugeri, per la minor fertilità del terreno.

      Su dodici leggi agrarie di cui solo nove a favore del popolo, cinque promotori di quei nove vennero uccisi.
      Cesare  andò avanti comunque e in questo rischiò la sua vita, ottenne le leggi a favore dei poveri ma cercò pure di riconciliarsi con gli optimates. Egli sapeva che l'aristocrazia si ricostituisce sempre e comunque.

      È contro questo compromesso che si mosse la minoranza fanatica dei congiurati. Narra Plutarco che, durante il suo primo consolato (59 a.c), Cesare, di fronte all'ostilità preconcetta del Sena­to verso le sue leggi agrarie, aveva gridato in faccia al Senato
      "che lui controvoglia si faceva trascina­re dalla parte del popolo, e ne assecondava le spin­te: per colpa della tracotanza e della durezza oppressiva del Senato".
      Ciononostante fu giudicato dalla parte degli optimates e con mire di regalità.



      LE MIRE DI REGALITA'

      Cesare fa scrivere nei Fasti che il console Antonio, per volontà del popolo (populi iussu) gli aveva offerto il regno, ma che egli non aveva voluto servirsene (uti noluisse). Secondo Dione, Antonio offrì il diadema a Cesare, ma questi lo rifiutò e fece iscrivere tale rifiuto nei Fasti.

      Cesare compare in pubblico ai Lupercalia per la prima volta dopo che il senato gli ha conferito particolari onori, e cioè: veste purpurea, calzari d' oro e seggio coperto d'oro e d'avorio, ma soprattutto il titolo di Dittatore Perpetuo. E perchè allora i cesaricidi non hanno ucciso i senatori anzichè Cesare?

      Secondo Appiano Cesare non sollecita i favori del popolo ma si limita ad accettarli, proibendo invece ai suoi amici di parlare della possibilità di farlo re. La sua esasperata reazione contro i tribuni Cesezio e Marullo, al ritorno dalla celebrazione delle Feriae Latinae sui Monti Albani, che insistono perchè accetti la monarchia, denota la sua irritazione, di cui poi si pente, dovuta al timore di suscitare opposizioni dal popolo, che ha sempre odiato la monarchia.




      LA MORTE 

      "Andiamo là, dove i prodigi del cielo e l'ira dei miei nemici mi chiamano: il dado è tratto" (Cesare)

      La morte, anzi l'assassinio di Caio Giulio Cesare fu un evento che scosse il mondo per secoli, e probabilmente cambiò la storia del mondo. Una catastrofe che sbigottì il mondo:
      "Cum caput obscura nitidum ferrugine texit
      Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem
      ".

      Cesare soleva dire che "la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario interessava soprattutto la Repubblica, perchè, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di molto più gravi delle precedenti".
      Certamente, Cesare era ben consapevole dei frequenti attentati nella politica romana e non sbagliò affatto, tenendo conto della guerra civile che dovette sostenere Roma e il nipote ed erede di Cesare: Caio Giulio Cesare Ottaviano.

      Eppure Cesare, pur sapendo dei rischi nonostante la sua lungimirante clementia, prese una iniziativa assurda: congedò la scorta degli hispanici che abi­tualmente lo proteggevano. Un'inconscio desiderio di morte? Dopo pochi giorni fu ucciso, a tradimento, in Senato. Ventitré pugna­late di cui una sola mortale.

      Cesare non volle creare nuove strutture del pote­re, era troppo intelligente per volerlo. Ideò invece un compromes­so. Riutilizzò, dilatandone la durata nel tempo fino a farla illi­mitata, la dittatura: una magi­stratura «a tempo» prevista dal­l'ordinamento costituzionale ro­mano. Lo aveva già fatto Silla, ma con quanto sangue e quanta crudeltà. Eppure Silla non venne ucciso.

      Cesare assunse le legioni a lui fedelissime, per la sua grande capacità di generale e per la sua magnaminità verso i soldati, soprattutto nella guerra civile, nella quale la legali­tà la calpestarono tutti, cesariani, catoniani e pompeiani. Una volta ottenuta la vittoria nello scontro armato delle fazioni, cer­cò l'accordo con la maggior par­te possibile della vecchia aristo­crazia, ma allargò anche enorme­mente il Senato, portandolo a 900 membri. Doveva far mangiare le belve perchè non gli si rivoltassero contro.


      I presagi

      Si racconta che la morte di Cesare fosse preceduta da molti presagi: fuochi celesti, uccelli nel foro, e grida notturne. Pochi giorni prima, Cesare, mentre compiva un sacrificio, non riuscì a trovare il cuore della vittima, un presagio di malaugurio.

      CALPURNIA AVVERTE CESARE
      DEL PRESAGIO
      Sulla tomba del fondatore di Capua, Capi, fu trovata la scritta:"Quando verranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo verrà assassinato per mano dei suoi consanguinei, e subito sarà vendicato con grandi stragi e lutti per l'Italia."
      Il giorno prima, Calpurnia, la moglie di Cesare, sognò che la casa le crollava addosso, e teneva tra le braccia il marito morto. Cesare sognò di librarsi nell'etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove.

      Il giorno delle Idi di marzo, il 15, Calpurnia pregò il marito di restare in casa, ma Cesare, che la sera prima aveva detto, a casa di Lepido, che avrebbe preferito una morte improvvisa alla lenta vecchiaia, sebbene stesse poco bene, fu convinto da Bruto a recarsi in senato, riferendo che tutti i senatori si erano riuniti per nominarlo re.

      Cesare uscendo incontrò un indovino, Artemidoro di Cnido, che gli consegnò un libello in cui lo ammoniva del pericolo, ma Cesare non riuscì a leggerlo per la folla che lo attorniava.
      Forse l'indovino aveva captato voci sulla congiura, dato che spesso i Romani si rivolgevano agli indovini per affrontare un'impresa. Spesso fattucchiere e indovini e maghetti sanno delle persone più di tanti altri.

      Lungo la strada verso il Senato, rac­conta Plutarco, un insegnante di greco di nome Artemidoro, amico di amici di Marco Giunio Bru­to, gli mise tra mano un libello in cui gli denunciava la congiu­ra, di cui qualcosa era trapelato. Ma Cesare non potè leggerlo. Intanto i congiurati erano già in Senato. Un tale si avvicinò a Casca e gli sibi­lò: "Tu ci nascondi il segreto, Casca, ma Bruto mi ha rivelato tutto", lasciandolo di sasso.

      Giunto alla Curia di Pompeo, fu avvicinato dall'aruspice Spurinna, che lo aveva avvisato di guardarsi dalle Idi di marzo. Cesare gli disse che le Idi erano arrivate e nulla era successo ma Spurinna rispose che non erano ancora finite. E torna in mente lo scetticismo di Cesare di fronte agli indovini, che stavolta però non lo aiutò.

      Popilio Lenate si avvicinò a Bruto e a Cassio e disse a brucia­pelo: "Prego perché possiate compiere l'impresa che avete in mente. Vi esorto a far presto. La cosa ormai è risaputa".
      In senato prese posto sullo scranno, attorniato dai congiurati che finsero di chiedere favori.
      Mentre Bruto intratteneva Antonio fuori dalla Curia, al segnale Longo sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale.
      Allora entrambi, narra Plutarco, cominciarono a urlare, Cesare in latino: "Scelle­rato Casca, che fai?". E lui, in greco, volgendosi al fratello: "Fratello, aiutami!".

      Cesare si difese co­me una belva ferita, finché Bruto, che forse era figlio suo e di Servilia, sua amante, lo colpì all'in­guine. e qui Cesare pronunciò le sue ultime parole: - Anche tu Bruto, figlio mio! -
      Allora si coprì per morire composto, ben sapendo, come lo sapeva anche Socrate morente, che la morte è brutta da vedersi. Sembra ricevette 23 pugnalate. Strano tanto odio per un uomo che fu amato dal mondo intero, da allora ad oggi.

      Era il 15 marzo del 44 a.c. Quasi nessuno degli assassini, nota Svetonio, gli sopravvisse più di tre anni e nessu­no morì nel suo letto. La Curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo proclamate «giorno del parricidio». Né fu più lecito convocare il Senato in quel gior­no.

      Anni dopo Augusto preferi­va andare in Senato con la coraz­za sotto la toga, visto che nell'oli­garchia romana poteva sempre allignare il tipo umano del «libe­ratore». E non solo, perchè nel suo stesso palazzo alloggiò ben 800 pretoriani, i soldati a guardia del princeps, tante volte scoppiasse una rivolta popolare per la stanchezza di avere come capo un uomo giusto e illuminato. Non dimentichiamo che il crudele Silla non subì mai attentati.

      Uccidendolo, i congiurati eliminarono il più lucido e lungimirante esponente del loro ceto. A Roma essi persero il potere in pochi giorni, rifugiandosi perciò a organizzare la guerra civile in provincia facendo leva sulle loro clientele provinciali, con le lusinghe o con la violenza. E così risospinsero la repubblica per anni nella guerra civile. Si proclamarono «libe­ratori» e tali sono rimasti nell'immaginario di mol­ti, grazie essenzialmente alla complice ignoranza dei posteri.

      Cesare cadde, per ironia della sorte, sotto la statua di Pompeo, l'uomo che più di ogni altro gli era stato nemico, ma anche uno degli uomini che aveva stimato di più.

      DISCORSO DI MARCO ANTONIO

      DISCORSO DI MARCO ANTONIO
      dal GIULIO CESARE di SHAKESPEARE

      - Ascoltatemi amici, romani, concittadini…
      - Io vengo a seppellire Cesare non a lodarlo. Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.
      - Il bene sovente, rimane sepolto con le sue ossa… e sia così di Cesare.
      - Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Grave colpa se ciò fosse vero e Cesare con grave pena l’avrebbe scontata.
      - Ora io con il consenso di Bruto e degli altri poichè Bruto è uomo d’onore e anche gli altri. Tutti, tutti uomini d’onore…
      - Io vengo a parlarvi di Cesare morto.
      - Era mio amico. Fedele giusto con me… anche se Bruto afferma che era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.
      - Si è’ vero. Sul pianto dei miseri Cesare lacrimava.
      - Un ambizioso dovrebbe avere scorza piu’ dura di questa.
      - E tuttavia sostiene Bruto che egli era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.
      - Si è anche vero che tutti voi mi avete visto alle feste dei Lupercali tre volte offrire a Cesare la corona di Re e Cesare tre volte rifiutarla. Era ambizione la sua?
      - E tuttavia è Bruto ad affermare che egli era ambizioso e Bruto, voi lo sapete, è uomo d’onore.

      - Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a riferivi quello che io so.
      - Tutti voi amaste Cesare un tempo, non senza causa. Quale causa vi vieta oggi di piangerlo. Perché o senno fuggi dagli uomini per rifugiarti tra le belve brute.
      - Perdonatemi amici il mio cuore giace con Cesare in questa bara. Devo aspettare che esso torni a me.
      - Soltanto fino a ieri la parola di Cesare scuoteva il mondo e ora giace qui in questa bara e non c’è un solo uomo che sia così miserabile da dovergli il rispetto signori.
      - Signori se io venissi qui per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all’ira alla sedizione farei torto a Bruto, torto a Cassio, uomini d’onore, come sapete.
      - No, no. Non farò loro un tal torto. Ohh… preferirei farlo a me stesso, a questo morto, a voi, piuttosto che a uomini d’onore quali essi sono.
      - E tuttavia io ho con me trovata nei suoi scaffali una pergamena con il sigillo di Cesare, il suo testamento.
      - E bene se il popolo conoscesse questo testamento che io non posso farvi leggere perdonatemi, il popolo si getterebbe sulle ferite di Cesare per baciarle, per intingere i drappi nel suo sacro sangue, no…
      - No amici no, voi non siete pietra nè legno ma uomini.
      - Meglio per voi ignorare, ignorare… che Cesare vi aveva fatto suoi eredi.
      - Perché che cosa accadrebbe se voi lo sapeste. Dovrei… dovrei dunque tradire gli uomini d’onore che hanno pugnalato Cesare?
      - E allora qui tutti intorno a questo morto e se avete lacrime preparatevi a versarle.
      - Tutti voi conoscete questo mantello. Io ricordo la prima sera che Cesare lo indossò. Era una sera d’estate, nella sua tenda, dopo la vittoria sui Nervii.
      - Ebbene qui, ecco..Qui si è aperta la strada il pugnale di Cassio.
      - Qui la rabbia di Casca. Qui pugnalò Bruto, il beneamato.
      - E quando Bruto estrasse il suo coltello maledetto il sangue di Cesare lo inseguì vedete, si affacciò fin sull’uscio come per sincerarsi che proprio lui, Bruto avesse così brutalmente bussato alla sua porta.
      Bruto, l’angelo di Cesare. Fu allora che il potente cuore si spezzò e con il volto coperto dal mantello, il grande Cesare cadde. Quale caduta concittadini, tutti… io, voi, tutti cademmo in quel momento mentre sangue e tradimento fiorivano su di noi.
      - Che …ah… Adesso piangete? Senza aver visto le ferite del suo mantello?
      - Guardate qui, Cesare stesso lacerato dai traditori…
      - No… no, amici no, dolci amici… Buoni amici… Nooo… non fate che sia io a sollevarvi in questa tempesta di ribellione.
      - Uomini d’onore sono coloro che hanno lacerato Cesare e io non sono l’oratore che è Bruto ma un uomo che amava il suo amico, e che vi parla semplice e schietto di ciò che voi stessi vedete e che di per sè stesso parla.
      -  Le ferite, le ferite… Del dolce Cesare… Povere bocche mute…
      - Perché se io fossi Bruto e Bruto Antonio, qui ora ci sarebbe un Antonio che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle ferita di Cesare donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di Roma a sollevarsi, a rivoltarsi.


      IL TESTAMENTO

      Come erede principale a cui spettavano i tre quarti delle sue ricchezze, Cesare lasciò il giovane pronipote diciottenne Ottavio, che informato dell'uccisione del prozio, tornò a Roma per reclamare l'erdità. Coeredi minori furono Lucio Pinario e Quinto Pedio, ma solo Ottavio, si fregiò, in quanto figlio adottivo, del nome del prozio, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Cesare lasciò inoltre agli abitanti di Roma trecento sesterzi ciascuno e i suoi giardini sulle rive del Tevere.

      « Allorchè fu aperto il testamento di Cesare e si scoprì che aveva lasciato a ciascun cittadino romano un dono considerevole in danaro, e la folla vide il suo corpo, che fu portato attraverso il Foro romano, tutto rovinato dai colpi di spada, non seppe più mantenere l'ordine e le disciplina. Il popolo raccolse dalla piazza alcuni banchi, transenne e tavoli, li accatastarono attorno alla salma, poi vi appiccarono il fuoco e la bruciarono con grande rapidità. Presero quindi dal rogo alcuni tizzoni ardenti e corsero verso le case degli assassini di Cesare con lo scopo di bruciarle. »
      (Plutarco, Vite parallele, Cesare, 68.)

      MONETA COMMEMORATIVA DELLE IDI DI MARZO

      ESEQUIE DI CESARE

      "Tuas aras tuaque sancta templa, dive Iuli, alacri corde, colo; propitio et faventi numine cives protege."
      "O divo Giulio, io venero con cuore lieto le tue are e i tuoi santi templi; con una propizia e favorevole potenza divina proteggi i cittadini."

      Il 20 marzo il corpo di Cesare fu cremato nel foro: i suoi assassini avevano pensato di gettarlo nel Tevere, ma non trovarono complici tra i Senatori che spaventati dall'accaduto erano scappati via.
      Marco Antonio, il nuovo capo cesariano. fece costruire la pira nel campo Marzio, vicino alla tomba delle figlia di Cesare, Giulia, e fece collocare nel foro, vicino ai Rostri, un'edicola dove fece esporre la toga insanguinata di Cesare.

      Una folla sfilò a Campo Marzio per portare doni e celebrare ludi in memoria del defunto. Antonio, lesse poi, come laudatio funebris, il decreto con cui il senato aveva conferito a Cesare tutti gli onori umani e divini, tradendolo poi nella congiura.
      Fece trasportare il corpo del defunto per il foro, portato a braccio dai magistrati su un lenzuolo, in modo che fossero visibili le pugnalate.

      Alcuni iniziarono a chiedere che il corpo fosse cremato nella curia di Pompeo o nella cella di Giove Capitolino, altri diedero fuoco in segno di onore al cataletto, e le fiamme furono subito alimentate dalla folla, che iniziò a gettarvi fascine, oggetti di legno e una pioggia di doni anche preziosi.



      LE CENERI DI CESARE

      Il globo in bronzo dorato dell’obelisco vaticano, oggi nei Musei capitolini, per molto tempo si è creduto, per tradizione ma anche grazie a fonti del XII-XIII secolo, che al suo interno fossero custodite le ceneri del divo Giulio. Il globo era posto sulla sommità dell’obelisco portato da Caligola a Roma nel 37 e posto in cima alla spina del circo di Nerone. Secondo la tradizione dopo la morte di Cesare nel 44 le sue ceneri vennero collocate in un globo di bronzo sopra l'obelisco, con un'iscrizione alla base appunto su Cesare che fu rimossa e perduta.

      Nei Mirabilia Urbis Romae, equivalente delle nostre moderne guide di viaggio per i pellegrini del XII sec., è citata la sepoltura delle ceneri di Cesare nella sfera dorata, che all'epoca richiamava non pochi visitatori, nonostante la diffida della chiesa nei confronti di questa ammirazione e curiosità pagana.

      Finchè, urtato da tanta devozione per un pagano, nel 1586 Sisto V incaricò Domenico Fontana di spostare l'obelisco a piazza S. Pietro (presso cui stava del resto il circo di Nerone), e la sfera, smontata per l'occasione, si dichiarò contenere soltanto ruggine e ferro. Però il bronzo non produce ruggine nè tantomeno ferro, che fossero ceneri? Il fatto che il Papa la facesse togliere e sostituire con una croce ed uno stemma bronzeo della famiglia Chigi, entro cui avrebbe posto una reliquia della croce, suggerisce che la sfera bronzea contenesse ben altra reliquia di cui si dovevano togliere le tracce, quella di Cesare.

      (Plutarco, Cesare, 69,4) «Tra i prodigi mandati dagli Dei si annovera una grande cometa che apparve per sette notti consecutive dopo l’eccidio di Cesare, ben visibile in cielo, e che quindi scomparve. I raggi stessi del sole si oscurarono: per tutto quell’anno il suo disco si alzò pallido e smorto al mattino, ed emanò un calore fioco e tenue. L’aria, essendo debole il tepore che di solito la rarefà, si mantenne caliginosa e pesante; i frutti maturarono a mezzo e rimasero imperfetti, avvizzendo tristemente per il freddo dell’atmosfera»



      L'EPILOGO

      Nel 42, quando gli eserciti di Marco Antonio e Ottaviano stavano per attaccare quelli di Bruto e Cassio a Filippi, la figura di un uomo enorme e spaventoso apparve nella tenda di Bruto. Riconosciuta la figura di Cesare, chiese all'ombra chi fosse.
      Essa rispose: "Il tuo cattivo demone, Bruto. Mi rivedrai a Filippi", e Bruto coraggiosamente rispose: "Ti vedrò".
      Pochi giorni dopo, a Filippi, a sconfitta certa, Cassio si suicidò con il pugnale con cui aveva trafitto Cesare, e poco dopo lo seguì Bruto. Così, a due anni dall'assassinio di Cesare, tutti i congiurati persero la vita. Cesare era stato vendicato.



      I PROGETTI MAI REALIZZATI CAUSA LA MORTE

      « [...] [a Cesare] fecero concepire progetti di imprese ancora maggiori, suscitando in lui un desiderio di gloria, come se quella di cui godeva si fosse già esaurita [...] Preparava [...] una spedizione militare contro i Parti, e sottomessi costoro pensava di attraversare l'Ircania costeggiando il mar Caspio ed il Caucaso, di aggirare il Ponto, invadere la Scizia, percorrere le regioni vicine alla Germania e la Germania stessa, e sarebbe rientrato in Italia passando per la Gallia, chiudendo così in un cerchio i suoi domini, di cui l'Oceano avrebbe costituito tutto intorno il suo confine»
      (Plutarco, Vite parallele - Cesare, 58)

      « Cesare concepì l'idea di una lunga campagna contro i Geti [si intendono i Daci di Burebista] ed i Parti. I Geti sono una nazione che ama la guerra ed una nazione vicina, che doveva essere attaccata per prima, I Parti dovevano essere puniti per la perfidia usata contro Crasso.»
      (Appiano di Alessandria, Guerra civile, 2.110.)

      Ad Apollonia andavano concentrandosi ben 16 legioni e 10.000 cavalieri e la campagna militare doveva iniziare in primavera del 44 a.c., tre giorni dopo le famose idi di marzo. Ma Cesare fu ucciso e questo progetto gigantesco poté essere ripreso pochi anni più tardi, senza successo, da Marco Antonio, e in parte completato da Traiano, a cui si dovrà la conquista della Dacia e le campagne contro i Parti in Mesopotamia.


      Gli scritti:

      " Egli lasciò, relativamente alle sue gesta, i commentari della guerra contro i Galli e della guerra civile contro Pompeo. Infatti non è certo che sia l'autore anche di quelli alessandrini, dell'Africa e della Spagna. Alcuni, infatti, credono che sia Oppio, altri Irzio che inoltre aggiunse un ultimissimo libro non finito al (commentario) della guerra gallica.
      Cicerone nel "Bruto", relativamente ai commentari di Cesare dice così: " Scrisse i commentari che sono nudi, dritti e onorevoli, senza alcun abbellimento oratorio"
      Dei commentari di Irzio, invece dice: "Piacciono a giudizio di tutti, tuttavia la mia ammirazione è maggiore di quella degli altri: io infatti vidi Cesare quando scriveva quelli velocemente e senza difficoltà."
      Lasciò due libri del "De analogia" ed altrettanti dell "Anticatone" ed inoltre un poema intitolato "Iter". I primi di questi quattro libri li scrisse durante la traversata delle Alpi, quando tornò dalle sue truppe provenendo dalla Gallia citeriore, gli altri li compose al tempo della battaglia di Munda, il più recente mentre viaggiava per 24 giorni da Roma alla Spagna. Di lui rimangono anche le epistole ai parenti, lettere che convertì per primo in forma di memoriale. Rimangono quelle a Cicerone, e ai familiari nelle quali scrisse cose arci note."


      Il nome

      Il nome "Cesare" rimane in molte lingue ancora oggi come sinonimo di comandante, o capo. Il tedesco Kaiser, il russo Zar ed il persiano Scià hanno la stessa radice del nome di Cesare, poichè la pronuncia latina del nome era Cáesar.

      Cesare rimarrà il più grande imperatore e condottiero romano, una delle figure più geniali dell'antichità, e pure di grande fascino. Fece molte e grandi riforme in un solo anno di regno, non possiamo immaginare come avrebbe trasformato Roma e le sue leggi se non fosse stato stroncato dall'invidia degli uomini.
      Ancor oggi, sulla sua ara nel Foro di Cesare, dopo duemila anni di storia, si depongono continuamente mazzi di fiori.


      Si dice 

      Si dice che Cesare fu tanto ricordato perchè la sua storia tragico-romantica colpì l'animo degli storici e degli scrittori tanto da influenzare potentemente l'anima dei popoli che in ogni angolo della terra lo ricordano e ammirano. Perchè, forse Ottaviano Augusto che non fu mai assassinato fu forse dimenticato? E Lui per quanto imperatore illuminato non fu mai un generale così coraggioso e bravo stratega come Cesare, ne ebbe la sua poliedrica e vastissima intelligenza. Pure Ottaviano fu un imperatore mirabile e anche il suo nome fu perpetuato.

      Gaio Giulio Cesare, considerato il primo Imperatore dell’Urbe, non lo fu mai in realtà. In un suo epigramma a Terenzio, Cesare scrisse infatti di sè: "Non sovrano ma Cesare." Sappiamo però che aveva molta considerazione di sè, e poca dei senatori e dei potenti, per cui quel Cesare contava per lui più di qualsiasi titolo onorifico. Spregiava inoltre la superstizione e gli indovini, come chiunque sia abituato a contare solo sulle sue forze, come accadrà nelle famose Idi di Marzo.



      L'ISCRIZIONE A CALPURNIA, MOGLIE DI CESARE

      LANCIANI

      1300. BASILICA SALVATORIS IN LATERANO
      Fra i materiali antichi messi in opera nel pavimento del pulpito della Benedizione da Bonifacio VIII donde « excommunicavit Columnenses velut hostes ecclesiae... » iscrizione di Calpurnia Anthis, liberta di Calpurnia, moglie di Cesare ditattore, CIL. 14211, 
      Del medesimo papa scrive Cola di Rienzo nella lettera all'arciv. di Praga del 15 agosto 1350 (ap. Papencordt Cola di Rienzo, Amburgo 1841, p. LVI) « tabula(m) magna(m) erea(m) — la lei regia CIL. 930 — Bonifacius papa VIII in odium imperii occultavit, et de ea quoddam altare construxit a tergo litteris occultatis » 

      "in odium imperii occultavit", la chiesa ha sempre odiato l'impero romano reo di aver sostenuto il culto agli Dei romani, sempre temendo che i culti pagani potessero essere ripristinati soppiantando il nuovo culto cristiano, questo per tutti i secoli a venire, si che il popolo finì per ignorare l'esistenza dell'impero romano, di cui si hanno notizie solo nel Rinascimento. 
      E in particolare la chiesa ebbe in odio proprio Giulio Cesare, che la gente onorava come fosse un eroe o un semidio, e le cui ossa vennero conservate nella Chiesa dei SS. Apostoli, o almeno così si credette. 

      Tanto era vivo il culto di Cesare nei secoli che si credettero le sue ceneri conservate nell'obelisco egizio oggi in piazza San Pietro, proveniente dal vicino circo di Nerone-Caligola in Vaticano.
      Trasportato dall'Egitto come elemento decorativo della spina per il circo, l'obelisco era stato realizzato per Nencoreo, faraone della XII dinastia (1991-1786 a.c.) e collocato ad Heliopolis, città dalla quale Giulio Cesare lo fece trasferire ad Alessandria, capitale ellenistica dell'Egitto dei Tolomei, per adornare la città di Cleopatra.
      L'obelisco fu lasciato al suo posto, col suo globo bronzeo dorato e l'iscrizione, poi perduta, che rimandava a Cesare. Viene da pensare che se c'era l'iscrizione c'erano davvero le ceneri di Cesare.
      Nel corso del Medioevo il monumento venne chiamato l'aguglia e si tramandò che il grande globo posto sulla sommità dell'obelisco fosse l'urna cineraria di Gaio Giulio Cesare, del resto venne indicato come tomba di Cesare nei Mirabilia Urbis Romae, ancora visitata dalla popolazione romana e straniera fino alla fine del XVI secolo.

      Ma tutto ciò irritò molto papa Sisto V Peretti, che, infastidito dalla considerazione quasi religiosa per il globo dorato, decise di togliere l'antica sfera facendo riferire che era stata aperta e trovata vuota. Al suo posto sull'obelisco fu issata una croce bronzea contenente una reliquia della “vera Croce”, che invece era una reliquia vera: un pezzo di legno conservatosi per 1500 anni.

      Alla faccia che i pali delle crocefissioni venissero ogni volta bruciate sul posto, essendo molto meno costoso e molto più pratico tagliate due pali che trasportare e poi mantenere un magazzino pieno di pali di legno che per giunta poteva facilmente andare a fuoco.



      COME SAREBBE CAMBIATO IL MONDO SE CESARE NON FOSSE STATO  ASSASSINATO?

      Di certo Cesare avrebbe conquistato l'impero dei Parti, L'Impero partico (247 a.c. – 224 d.c.), era una delle maggiori potenze politiche e culturali iraniche nell'antica Persia, retto dalla dinastia arsacide, fondata dal primo re dei Parti, Arsace I, il quale, alla testa di una tribù nomade scitico-iranica dei Parni, fondò l'Impero nel III secolo a.c..  Al suo apogeo, nel I sec. a.c., l'Impero dei Parti si estendeva dalle rive dell'Eufrate (Turchia sudorientale) a ovest all'Iran orientale ad est. L'Impero, attraversato dal percorso commerciale della Via della seta che separava l'Impero romano nel bacino del Mediterraneo e l'Impero Han della Cina, divenne sede di traffici commerciali.

      Probabilmente il mondo islamico non sarebbe diventato così fondamentalista, così arretrato e così ostile alle donne e  alla cultura. Sarebbe insomma diventato civile. Probabilmente i romani avrebbero potuto spingersi fino alla Cina che a sua volta, come i paesi musulmani,  avrebbe potuto giovarsi delle leggi romane, acquisendo un diritto e le scuole che avrebbero aperto gli occhi al popolo.

      "sottomessi costoro (i Parti) pensava di attraversare l'Ircania costeggiando il mar Caspio ed il Caucaso, di aggirare il Ponto, invadere la Scizia, percorrere le regioni vicine alla Germania e la Germania stessa"

      E come sarebbe oggi la Germania se Cesare all'epoca l'avesse conquistata? Di certo non sarebbe rimasta appartata per i secoli, chiusa nel suo mondo feroce e tribale, dove contavano solo i guerrieri mentre donne e bambini potevano essere uccisi impunemente. Avrebbero imparato il latino, avrebbero acquisite le leggi romane e i costumi romani, ma soprattutto le scuole romane.

      Non avremmo avuto un Medioevo così oscuro e barbaro, perchè i barbari sarebbero diventati latini, e forse non avrebbero avuto un Hitler con relativo genocidio ebraico. In più non ci sarebbe stata una Germania ancor oggi bramosa di supremazia e potere che avrebbe tentato, riuscendoci, di sottomettere economicamente  l'intera Europa, per giunta riuscendoci, Insomma non avremmo avuto una Merkel germano imperialista e chissà che oggi la lingua più diffusa nel mondo non sarebbe stato il latino.

      E ciononostante:
      « E' opera di Cesare se, dalla passata grandezza dell'Ellade e dell'Italia un ponte conduce all'edificio più magnifico della moderna storia del mondo, se l'Europa occidentale è romanza, se l'Europa germanica è classica... l'edificio di Cesare è durato oltre le migliaia d'anni che hanno cambiato religione e Stato al genere umano e che hanno mutato perfino il centro di gravità della Civiltà e continua ad esistere per quella che noi chiamiamo eternità.»
      (Theodor Mommsen, La storia di Roma, V, 7.)



      IL FATTO STORICO - OTTOBRE 31, 2012

      L’archeologo spagnolo Antonio Monterroso sostiene di aver trovato il punto esatto dove venne accoltellato Giulio Cesare il 14 marzo del 44 a.c. Nell’ingresso della Curia di Pompeo, che le fonti indicano come il luogo dell’assassinio (oggi sito in Largo Argentina), c’è un muro di cemento in cui sarebbe stato collocato lo scranno di Cesare.

      Tuttavia, per l’archeologo Andrea Carandini, i segreti della Curia di Pompeo sono nascosti oltre quel muro cementizio: «Conosco bene quella tamponatura sovrastata da un pino, ma non riguarda l’ingresso della Curia bensì il retro. La Curia si apriva infatti dalla parte opposta».

      «Se dalla strada dove è la stazione del tram ci si affaccia sui ruderi, si osserva, subito al di sotto e dietro al tempio rotondo, un muro che ingloba una nicchia, dalla quale spunta un pino. È la nicchia del salone (440 mq) in cui era alloggiata la statua di Pompeo, ai piedi della quale cadde Cesare. Muro e nicchia sono il retro della Curia di Pompeo, che per il resto si estende sotto la strada».

      Lo studioso, che ha ricostruito nel dettaglio la posizione della Curia di Pompeo (il risultato è visibile nel nuovo Atlante di Roma Antica da lui curato per Electa) propone di scavare «tutta l’area della curia di Pompeo. L’area sacra ha bisogno di valorizzazione, e al momento non accade».

      E ci sarebbe anche una grande opportunità per farlo: «Lo spostamento del capolinea del tram numero 8 sarebbe l’ occasione– prosegue Carandini – per mettere in luce la Curia (resterebbero da scavare 1.740 metri quadrati). Così si potrebbe accedere, dietro ai templi, al salone dello straordinario evento. Un Paese civile si precipiterebbe…».

      «Nella “Vita di Cesare” di Plutarco leggiamo: “Cesare si accasciò contro il piedistallo su cui era la statua di Pompeo. Fu inondato di sangue, sicché parve che Pompeo stesso guidasse la punizione del rivale disteso ai suoi piedi”. Secondo lo storico, Cesare cadde sul pulpito al di sotto la statua, che aveva ai lati – sopra bassi gradini? – i seggi dei senatori…».


      BEN DETTO CARANDINI, UN PAESE CIVILE SI PRECIPITEREBBE....

      "Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore"
      (Theodor Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V .. XI)


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    • 03/17/16--07:15: IL COSMATESCO

    • SANTA MARIA IN COSMEDIN

      LA SPOLIAZIONE DEI MARMI ROMANI 

      I più vecchi raccoglitori di epigrafi danno curiosi particolari sull'uso e sull'abuso dei marmi antichi nelle fabbriche delle chiese. Di certo era più economico usare i marmi antichi piuttosto che acquistarli, tanto più che i marmi colorati per la maggior parte venivano importati da oltre-mare. Ben lo seppero papi e cardinali, eredi delle grandi famiglie patrizie romane, che ne ornarono palazzi ed edifici sacri.

      Il più delle volte furono usati nelle chiese poichè queste sorsero per la maggior parte sui templi pagani distrutti dal troppo zelo cristiano dopo la caduta dell'impero romano. Pertanto spezzare i marmi e ricostituirli a mosaico venne facile, il che però non significa che non fossero costruiti da veri e propri artisti, i Magistri Romani, e che il loro effetto non fosse e non sia tutt'oggi una splendida decorazione.

      La maggior fonte delle frantumazioni si ebbe nell'opus sectile romano, cioè nelle figure a intarsio di vari marmi.



      I MARMI PER I NUOVI ORNAMENTI DELLE CHIESE

       "Tutti i marmi erano di buona preda, ma tre classi furono prese specialmente di mira per le chiese. La prima è quella dei cippi, il cui ricettacolo quadrato o rotondo si prestava a contenere l'acqua santa, e talvolta anche come fonte battesimale, oppure come vere da pozzo. La seconda le conche delle terme e delle fontane, nonchè i calici marmorei, posti in parte nelle chiese e in parte nei palazzi romani. La terza delle lastre inscritte per uso dei pavimenti, poi anche travi e architravi scolpiti con fregi o scritture, spesso scalpellati per cancellare gli ornamenti o girati per non mostrare l'epigrafe."

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Quando era troppo costoso radere al suolo si innestavano chiese cristiane sui templi antichi, anche per evitare, come accadeva, che la gente andasse a pregare sui templi distrutti, e/o si sostituiva il nome della divinità con uno affine di un santo esistito o meno.

      I pavimenti cosmateschi furono eseguiti nelle chiese che sorgevano su templi pagani. Infatti i marmi serpentino e porfido rosso erano cave già esaurite al tempo dei romani. Così per avere un'idea di come fossero i pavimenti degli edifici pubblici romani basta guardare il pavimento del Pantheon, rimasto intatto perchè il tempio venne trasformato in chiesa cristiana.

      Bolla Sistina contro i devastatori delle chiese, semidirute o no. "Ad nostrum pervenit auditum quod nonnulli iniquitatis filii de patriarcalibus et aliis ecclesiis et basilicis porphyreticos marmoreos et alios lapides abstulerunt hactenus, et in dies auferre, eosque ad diversa loca per se vel alios asportare praesumunt " . È loro comunicata la scomunica maggiore. 11 documento "Statuta Almae Urbis " si riferisce però solo ai furti dei marmi nelle chiese, ma tace del tutto i furti di preziosi marmi e decorazioni e statue dei monumenti classici.



      I COSMATI

      I Cosmati furono famiglie di marmorari romani che operarono in varie botteghe, di cui si ricordano sette membri, appartenuti a quattro diverse generazioni vissute tra il XII e il XIII secolo, e che acquisirono fama soprattutto per i particolari mosaici e decorazioni realizzate prevalentemente nelle chiese.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Il nome "Cosmati"è una generalizzazione dovuta alle epigrafi dei marmorari romani sulle loro opere, spesso come Cosmas o Cosmatus, di cui si riuscì in seguito a determinare che si trattava di due artisti appartenenti a due famiglie diverse:

      Cosma di Jacopo di Lorenzo che compare per la prima volta nel 1210 nell'iscrizione del portico della cattedrale di Civita Castellana (attestato fino al 1231) e Cosma di Pietro Mellini, La prima citazione di un « Gusmato marmorario filio domini Petri Mellini» è del 1264 (Giovannoni); si tratta di un documento dell’Archivio dei Ss. Andrea e Gregorio al clivo di Scauro sul Celio a Roma, in cui Mellini compare come beneficiario di enfiteusi. (1264-1279).

      La famiglia di marmorari romani più importante, che ebbe il privilegio di ricevere le più grandi committenze da parte del papato, fu quella di Tebaldo Marmorario (1100-1150), e soprattutto il figlio Lorenzo di Tebaldo e i successori Iacopo di Lorenzo, Cosma e i figli di quest'ultimo Luca e Iacopo. A rigore, quindi, si dovrebbe parlare di opere cosmatesche solo relativamente a quelle realizzate da questa famiglia.


      Del capostipite Tebaldo Marmorario, vissuto tra l'XI e il XII secolo, si sa poco, mentre è più attestato il figlio Lorenzo. Segue il figlio Iacopo e il figlio di quest'ultimo o Cosma I; quest'ultimo, con i suoi due figli Luca e Iacopo II, furono gli ultimi della bottega "di Lorenzo". I maggiori lavori cosmateschi conosciuti a Roma e nel Lazio, di cui molti firmati dagli stessi artisti, sono riferiti a Lorenzo, Iacopo, Cosma e i figli Luca e Iacopo II.



      STILE COSMATESCO

      La fama di queste famiglie e la loro maestria nel campo dei mosaici hanno creato uno "stile cosmatesco" che riguardò tanto loro quanto i loro imitatori. Il cosmatesco andò di moda, i papi autorizzarono i prelievi degli antichi pavimenti e le botteghe si moltiplicarono, sopratutto a Roma, dove non c'era piazza dove non sorgesse una chiesa, talvolta due nella stessa piazza.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Quasi tutti i pavimenti musivi delle basiliche e chiese di Roma dovrebbero essere stati realizzati nel periodo compreso tra il papato di Pasquale II (1099-1118) e Onorio III, fino a circa il 1250, dalla bottega marmoraria di Tebaldo, Lorenzo, Iacopo e Cosma, i quali lasciarono scritte a grandi lettere le loro firme.

      Luca, figlio di Cosma I, è menzionato nel 1255 tra i membri della schola addestratorum mappulariorum et cubiculariorum, che era una carica insignita dal papa alla famiglia di questi marmorari, quindi certamente ereditata dai suoi avi, che dimostrava quanto essi godessero di una elevata condizione sociale grazie ad un rapporto diretto e di grande prestigio con la curia pontificia.

      Il loro modello ornamentale, con il quale decorarono chiostri, pavimenti, altari, preziosi leggii e pulpiti, nonchè colonne tortili e fonti battesimali, si basava sulla lavorazione di tasselli di pietre dure, di marmo, di pasta vitrea e di oro, collocati in modo da formare temi geometrici. Per ottenere ciò si ispirarono in parte dall'arte bizantina e in parte dal gusto classico.




      I PRECOSMATESCHI

      MAGISTER PAULUS

      Associati ai “Cosmati”, troviamo anche la bottega di magister Paulus, con i figli Giovanni, Pietro, Angelo e Sasso, con i più noti figli di Angelo: Nicola e Iacopo, attivi fino agli ultimi decenni del XII secolo. Dovette essere forse discepolo di un certo Christianus Magister che aveva realizzato qualche lavoro verso la metà del X secolo.
      Del nome e dellparte di Paulus me abbiamo notizia soprattutto da una scritta che lo cita su uno dei plutei che oggi si vedono nella cattedrale di Sant’Ambrogio a Ferentino, nella Ciociaria.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Con questo artista di cui così poco sappiamo, inizia la storia dell’arte precosmatesca, sotto il pontificato di papa Pasquale II, il “papa precosmatesco", per i numerosi lavori che egli commissionò agli artisti romani e forse, in particolare a questo Paulus ed alla sua bottega marmoraria.

      Sono attribuiti a magister Paulus i pavimenti della chiesa di San Clemente, dei Santi Quattro Coronati (1084), la cattedra di S. Lorenzo in Lucina, il pavimento della Basilica di S. Pietro in Vaticano (circa 1120) e, una mia scoperta l'attribuzione del pavimento della chiesa del monastero di S Pietro a Villa Magna, nel territorio di Anagni. Sempre solo in base ad accostamenti stilistici e formali nei disegni geometrici e nelle tessere marmoree utilizzate, vengono ancora a lui attribuiti i pavimenti delle chiese di S. Maria in Cosmedin San Benedetto in Piscinula, S. Antimo a Nazzano Romano Santi Cosma e Damiano, S. Croce in Gerusalemme e SantAgnese in Agone.

      La sua bottega fu proseguita dai suoi figli Giovanni, Angelo, Sasso e Pietro che hanno continuato a tenere in vita la bottega paterna, a migliorarla e a renderla ancora più famosa. Questi quattro artisti dominarono tutto il periodo che va dal 1120 circa al 1200. Lavorarono a volte insieme e a volte separatamente. Così, Giovanni, Angelo e Sasso realizzarono un famoso ciborio, purtroppo andato perso, nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, mentre tutti e quattro insieme costruirono il meraviglioso pulpito e altri arredi nella chiesa di S. Lorenzo fuori le mura, sui quali ci hanno lasciato la data del 1148; curarono, inoltre, gli arredi scomparsi delle chiese dei Santi Cosma e Damiano e di San Marco.


      FAMIGLIA RAINERIUS

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Contemporanei a Magister Paulus la famiglia dei Ranuccio o Rainerius, composta da Nicola, Pietro, Giovanni, Guittone e Giovanni figlio di Guittone eseguivano la stessa arte in alcune città nel Lazio settentrionale. Conosciamo il nome di Rainerius perchè si trova inciso in una porzione del pavimento
      cosmatesco dell'abbazia di Farfa in Sabina e ancora in un frammento di finestra del monastero di S. Silvestro in Capite, stavolta unito ai nomi dei suoi figli Nicola e Pietro.

      Questi, a loro volta, lasciarono la propria firma sulla facciata della chiesa di S. Maria in Castello a Tarquinia nel 1143. Nicola ebbe due figli, Giovanni e Guittone, con i quali realizzò il ciborio dell'abbazia di S. Andrea in Flumine a Ponzano Romano e nel 1170 lo ritroviamo ancora con uno dei figli a costruire l'altare maggiore
      del duomo di Sutri, in provincia di Roma. Giovanni e Guittone invece, ritornarono a Santa Maria in Castello a Tarquinia nel 1168, cioè 25 anni dopo che vi era stato il padre, e vi realizzarono il ciborio. Continuando la tradizione, il figlio di Guittone, Giovanni, fu ivi chiamato nel 1209 a costruire l'ambone per il completamento dell'arredo presbiteriale. Questo Giovanni di Guittone, è lo stesso artista che costruì, nello stesso stile romano, l'ambone nella chiesa di S. Pietro ad Alba Fucens.


      DRUDUS DE TRIVIO

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      A Ferentino, in provincia di Frosinone, all'interno del Duomo, ornò e firmò un ciborio che è considerato il migliore del Lazio. Operò anche (1146 circa) a Santa Francesca Romana, al lavabo di Civita Lavinia, architrave del ciborio di marmo dell'altare maggiore, pavimento (tutto scomparso).


      MAGISTER IACOPUS

      Insieme a Magister Paulus, decorò la schola cantarum e alti particolari del Duomo di Ferentino, in provincia di Frosinone.


      PASQUALE 

      frate domenicano marmoraro romano. Operò a Roma (S. Maria in Cosmedin, candelabro
      per il cero pasquale), Viterbo Anagni


      MAGISTER CASSETTA 

      Del XIII sec. Operò as Anagni, Palestrina, Trevi nel Lazio, castello
      Guarcino Frosinone, Silvamolle



      I COSMATESCHI

      - Lorenzo di Tebaldo (riscontrato dal 1162-al 1190)
      - Jacopo di Lorenzo (dal 1185 al 1210)
      - Cosma di Iacopo (dal 1210 al 1231)
      - Luca di Cosma (1234-1255)
      - Jacopo di Cosma (1231)

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Dell'altra famiglia, originata da Cosma di Pietro Mellini, si ricordano i figli di Cosma:

      - Deodato di Cosma (1290-1332)
      - Giovanni di Cosma (1293 e 1299).

      La più importante famiglia di marmorari romani, quindi, fu quella formata da Lorenzo, dal figlio Jacopo e dal nipote Cosma con i figli Luca e iacopo II, esempi di lavori cosmateschi a Roma si possono vedere anche nelle chiese di:

      - Basilica di Santa Maria Maggiore, Santa Maria in Cosmedin
      - Basilica di San Clemente
      - Chiesa di San Benedetto in Piscinula
      - Basilica di San Crisogono
      - Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
      - Basilica dei Santi Quattro Coronati
      - Basilica di Santa Maria in Aracoeli

      Poi a Tivoli, in:

      - Santa Maria Maggiore
      - San Pietro alla Carità,
      - e nel Duomo di Civita Castellana

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Lo stile cosmatesco, a regola, viene riferito non solo alle tipiche ornamentazioni realizzate dagli artisti marmorari romani,
      - della famiglia dei Cosmati (di cui già scrivemmo),
      - di quella dei Vassalletto,
      - dei Mellini,
      - di magister Paulus
      - di Rainerius per quanto concerne i lavori decorativi degli arredi liturgici e dei pavimenti

      - nelle tecniche dell'opus tessellatum in tessere di paste vitree nel primo caso e in tessere lapidee nel secondo caso
      - ma anche allo stile della cosiddetta microarchitettura, all'interno della quale rientrano quei lavori di grande importanza come i chiostri cosmateschi, di cui esempi eccellenti sono quelli del: 
      - Monastero di Santa Scolastica a Subiaco,
      - San Paolo fuori le Mura, a Roma
      - San Giovanni in Laterano a Roma
      - Basilica dei Santi Quattro Coronati a Roma.


      I VASSALLETTO

      I Vassalletto se la batterono con i Cosmati sia per la fama che per le commesse di decorazione architettonica, corredando chiese e basiliche di porticati esterni e chiostri della suppellettile liturgica: cibori, altari, candelabri, recinti, pulpiti e cattedre. nonchè di preziosi pavimenti intarsiati.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      - Il loro capostipite fu Basiletto che firmò il leone della Basilica dei Santi XII Apostoli.
      - Pietro Vassalletto, probabilmente suo figlio, scolpì in collaborazione con Niccolò d'Angelo il Candelabro Pasquale di San Paolo fuori le mura, l'unica sua opera interamente scolpita. Per la stessa basilica costruì anche il chiostro, meno celebrato di quello in San Giovanni in Laterano, ma considerato capolavoro suo e dell'arte cosmatesca, cui attese dal 1220 al 1230, e la parte antica col nartece di San Lorenzo fuori le mura. Gli è attribuita anche la schola cantorum della chiesa di San Saba.
      - Vassalletto II, figlio di pietro, che ultimò il chiostro di San Paolo fuori le mura tra il 1232 e il 1236  e a cui
       è attribuita anche la bellissima cattedra del Duomo di Anagni, nonchè il candelabro tortile, la cattedrale episcopale e il ciborio.
      - Nicola Vassalletto, quarto membro della dinastia, attivo fra il 1215 e il 1262, che lavorò con Pietro de Maria per l'Abbazia di Sassovivo intorno al 1233.


       I MELLINI

      - Pietro Mellini, documentato dal 1264 al 1292, fu il capostipite di una delle botteghe di marmorari romani, oltre cinquanta magistri appartenenti soprattutto a sette ceppi familiari, riuniti convenzionalmente con la dicitura di Cosmati, che si avvicendarono nei secoli XII e XIII nell’esecuzione di ornamenti complessi in marmi antichi e paste vitree. con giochi geometrici di varie forme e colori.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Il Mellini pose il suo nome in un'epigrafe («Magister Cosmatus fecit hoc opus») del corridoio che immette nella cappella del Sancta Sanctorum, ricostruita tra il 1277 e il 1280 per volontà di Niccolò III allo scopo di custodire le reliquie che appartenevano al Tesoro pontificio. Nonostante la numerosa mano d'opera la direzione dei lavori era del magister Mellini.

      Le pareti interne della cappella del Sancta Sanctorum, a una sola campata con una piccola abside rettangolare, sono suddivise in tre registri.
      Il primo di essi, quello inferiore, è rivestito interamente per l’altezza di m 4 con spolia, ovvero lastre di marmi antichi, fissate con grappe di ferro.
      Il secondo registro è marcato nelle quattro pareti da una cornice marmorea con fregi e foglie d’acanto sotto abachi decorati a ovoli, motivo che richiama quello esterno della cappella.

      Su tale cornice marmorea poggia un finto ambulacro di otto colonnine tortili di marmo per parete con scanalature dorate, che sorreggono archi trilobi modanati, sovrastati da un’altra elegante cornice di marmo scolpita con ovoli.

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      Le colonnine tortili sono di due tipi: uno a doppia spirale morbida, l’altro più simile al tipo tortile classico, e si bilanciano ritmicamente nello spazio della campata principale. I triangoli tra gli archi trilobi sono decorati con dischetti incassati. I capitelli minori della galleria sono ridotti e semplificati rispetto ai capitelli maggiori delle due colonne di porfido, che sorreggono l’architrave davanti al vano d’altare, e delle quattro incassate agli angoli, che sono fatte di blocchi lapidei di circa cm 45 di altezza.

      Di squisito gusto gotico è anche la volta a crociera, marcata da costoloni a sezione acuta con una chiave di volta a foglie scolpite. Notevole inoltre il sontuoso pavimento a dischi intrecciati che dirige i passi del celebrante verso l’altare.

      Alla bottega dei Mellini, furono commissionati incarichi importanti.
      I suoi quattro figli;
      - Iacopo, Pietro, Deodato e Giovanni, e il pure nipote Lucantonio, figlio di Giovanni, operarono molto tra il Duecento e l’inizio del Trecento, facendosi notare per l'alta qualità dei materiali impiegati, sia per essersi saputi adattare alla nuova edilizia gotica nordica

      RICOSTRUZIONE GRAFICA (Arch. Carlo Alberto Torlai)
      - Deodato eseguì i cibori di S. Maria in Cosmedin e della cappella di S. Maria Maddalena in S. Giovanni in Laterano, quest’ultimo smembrato in vari pezzi addossati alle pareti interne del chiostro. Egli è ricordato inoltre nella chiesa di S. Pietro a Tivoli e, con il fratello Iacopo, nella realizzazione del pavimento di S. Giacomo alla Lungara. Il suo nome ricorreva in un’epigrafe, oggi scomparsa, della cappella Capizucchi a S. Maria in Campitelli.
      - Giovanni ebbe ancora maggior successo, meno adattato allo stile dell'epoca e più personalizzato. Eseguì pregevoli monumenti funerari, come quello di Stefano de’ Surdi a S. Balbina (circa 1295), e quello di Guglielmo Durando in S. Maria sopra Minerva (circa 1296), poi quello di Gonsalvo García Gudiel in S. Maria Maggiore (circa 1299), l’altare maggiore della basilica lateranense in collaborazione con il figlio Lucantonio, poi ci sono le tombe di Matteo d’Acquasparta in S. Maria in Aracoeli  e del cardinale P.V. Duraguerra (Pietro Valeriani) in S. Giovanni in Laterano.probabilmente opere della sua bottega.

      Questa grande fase di produzione artistica durò per circa un trentennio, fino alla metà del XIII secolo, sotto il papato di Onorio III Savelli, Gregorio IX e Innocenzo IV, poi pian piano decadde, anche per la difficoltà a reperire sempre nuovi pavimenti della Roma antica, ormai tutti smontati e tagliati a piccole tessere.

      L'uso improprio del termine "coamatesco" ricorre spesso per pavimenti o decorazioni "cosmatesche" per le quali i verì Cosmati romani nulla hanno a che fare, con caratteri diversi, soprattutto negli sviluppi delle derivazioni arabo-islamiche, di artisti meridionali soprattutto siculo-campani.


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    • 03/21/16--06:52: STABULA FACTIONUM


    • Palazzo Farnese, edificato dal 1514 al 1589 con la supervisione prima di Antonio da Sangallo il Giovane, quindi di Michelangelo, del Vignola ed infine di Giacomo Della Porta, venne, nel 1911, acquistato dal governo francese, per quella corrotta abitudine tutta italiana di svendere il nostro territorio agli stranieri, successivamente e fortunatamente però, nel 1936, venne ricomprato dall’Italia. 

      Da allora e per una durata di 99 anni, l’edificio è affittato alla Francia, per la simbolica cifra di un euro, in cambio della manutenzione. Il palazzo è stato degnamente mantenuto e restaurato dallo Stato francese, come ad esempio la pulitura della facciata principale che ha rivelato lo splendore dei colori originali nel 1999. In seguito, vennero pure restaurate la facciata verso il Tevere, il cortile e il salone dell’Ercole.

      Ma palazzo Farnese nasconde altri tesori per i quali già si era scavato verso la fine del '900, scavi ripresi nel XXI sec. e che hanno portato alla luce un gruppo di costruzioni in laterizio con pavimenti in mosaico, relative a varie fasi tra l'età augustea e quella severiana. Sembra che questi edifici vadano collegati alla stabula Factionum, le sedi cioè delle fazioni circensi, situate nella zona del Campo Marzio compresa tra piazza Farnese e palazzo della Cancelleria.

      Sul lato sinistro, guardando l’edificio dalla Piazza, in un ambiente di circa 7 x 8 m si può ammirare un bellissimo mosaico a tessere bianche e nere, del periodo domizianeo (81-96), rappresentanti dei "Desultores", acrobati nudi su cavalli.




      LE CORSE DEI CARRI

      La corsa dei carri era una delle competizioni più popolari sia in Grecia che a Roma. Le gare erano pericolose sia per gli aurighi che per i cavalli, che potevano infortunarsi o morire. Le corse dei carri prevedevano varie squadre, organizzate da gruppi di finanziatori e sostenitori, che talvolta lottavano tra loro per assicurarsi gli aurighi migliori. Gli spettatori erano molto coinvolti e si dividevano tra queste squadre, con un tifo fanatico e irruento. I contrasti vennero anche strumentalizzati politicamente, si che gli imperatori romani posero le squadre sotto il proprio controllo nominando diversi pubblici ufficiali che le controllassero. L'importanza delle corse declinò con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, e le gare nell'Impero bizantino sopravvissero solo per un breve periodo.
      Il primo riferimento scritto su una corsa di carri è l'episodio descritto da Omero nel libro XXIII per i funerali di Patroclo. Alla gara parteciparono Diomede, Eumelo, Antiloco, Menelao e Merione. La corsa, che consisteva nell'andare fino al ceppo di un albero, girarvi attorno e ritornare, fu vinta da Diomede che ricevette in premio una schiava ed un calderone di bronzo.

      Secondo la tradizione romana Romolo si servì di una corsa di carri per distrarre i Sabini e catturare le loro donne. Probabilmente i Romani ereditarono le corse dei carri dagli Etruschi, che a loro volta l'avevano ereditata dai Greci.

      La più grande struttura che ospitò le corse dei carri fu il Circo Massimo, situato nella valle tra il Palatino e l'Aventino, che poteva ospitare fino a 250.000 spettatori. La costruzione del 50 a.c. fu voluta da Giulio Cesare, con una lunghezza di circa 600 m e un'ampiezza di 225. Una delle estremità della pista, dove si schieravano i carri alla partenza, era più larga dell'altra. Per organizzare le partenze i Romani si servivano di una serie di barriere chiamate carceres, posizionate a scalare, mentre al centro della pista c'era una barriera mediana di separazione, la spina.

      Le carceres erano sistemate in uno dei vertici del percorso e i carri si disponevano dietro a queste barriere fissate con un sistema a scatto. Quando tutti i carri erano pronti, l'imperatore (o l'organizzatore delle corse se non si svolgevano a Roma) lasciava cadere un panno noto come "mappa" dando il via alla corsa. Le barriere allora si aprivano tutte insieme consentendo una partenza alla pari per tutti i partecipanti.

      Iniziata la corsa, i carri potevano spostarsi liberamente per la pista per tentare di provocare un incidente ai propri avversari spingendoli contro le spinae. Sulle spinae si trovavano le "uova", grossi segnali che venivano fatti cadere in una canaletta di acqua che scorreva al centro della spina per indicare il numero di giri che mancavano al termine. La spina venne poi decorata con statue, obelischi, pigne ecc, e ai suoi due capi si trovavano le due curve del percorso (le metae) dove spesso avvenivano gli incidenti.

      Gli aurighi potevano diventare famosi in tutto l'Impero semplicemente sopravvivendo alle competizioni, dato che l'aspettativa di vita di un pilota di carri non era molto elevata. Anche i cavalli potevano diventare molto famosi e i Romani tenevano tutti i pedigree dei cavalli più noti.



      LE FAZIONI

      Narra Tertulliano (De spectaculis 9.5), che originariamente c'erano due fazioni, i Bianchi e i Rossi, consacrate all'inverno ed all'estate, e aggiunge che all'inizio del III sec. divennero quattro.
      I Rossi erano devoti a Marte, i Bianchi a Zefiro, i Verdi alla Madre Terra o alla primavera e gli Azzurri al cielo e al mare o all'autunno.

      Nerone ebbe poi una grande passione per le corse, fece egli stesso da auriga e vinse la corsa dei carri dei Giochi Olimpici, che si continuavano a disputare anche in epoca romana.

      Durante il suo regno le quattro principali fazioni erano ancora quattro: Rossi, Azzurri, Verdi e Bianchi, probabilmente gruppi di amici e patrocinatori dei diversi allevamenti di cavalli da corsa, che crebbero al punto di sottrarsi al controllo imperiale. Ogni squadra schierava fino a tre carri per ogni gara. I componenti della stessa squadra si aiutavano tra loro contro le squadre avversarie.

      Domiziano creò due nuove fazioni, i Porpora e gli Oro, che però scomparvero poco dopo di lui. All'inizio del IV sec. queste due vennero infatti cambiate in la veneta e la prasina. La Notizia dà il loro numero come VIII, e il Curiosum come VI, che è il numero corretto.



      GLI STABULA

      Gli stabula factiones erano le stalle delle diverse fazioni, ma non bisogna farsi ingannare dal termine perchè non si trattava di semplici stalle ma di edifici veri e propri. Infatti qui alloggiava il personale addetto ai cavalli e agli alloggi degli aurighi durante le gare. Altresì comprendevano i magazzini con la biada, la paglia, le gualdrappe, le spugne, gli asciugamani e quant'altro potesse servire al benessere degli animali. Non mancavano naturalmente la fonte per abbeverare e per lavare i cavalli.

      Nè tantomeno si pensi che fossero edifici rustici e di poco ornamento, perchè nei loro resti sono stati rinvenuti marmi, capitelli, colonnati, statue e fregi di marmo di grande bellezza. Tanta era l'importanza delle gare e tanto si spendeva per rendere ogni contorno bello e sontuoso. Perfino la vasca per abbeverare vantava maschere e ornamenti in marmo colorato.



      FACTIO VENETA

      Sembra appunto che facesse parte delle stabula factionum, le stalle di una delle quattro fazioni circensi presenti in città, in questo caso la quarta, denominata factio Veneta. Al di sotto di questo ambiente, grazie ad un’apertura sul pavimento, è visibile un cisterna per la conserva di acqua. La cisterna è collegata tramite un condotto lungo 6 m ad una seconda cisterna; ambedue risultano costantemente allagate.

      Le strutture visibili nei sotterranei del palazzo del Museo Barracco a Roma, a circa 4 m dal piano stradale attuale, furono rinvenute nel 1899 in occasione dei restauri dell'edificio. I resti, la maggior parte dei quali sono databili al IV sec., rivelano fasi costruttive diverse per edifici diversi.

      Si conserva parte di un portico colonnato, realizzato con materiale di reimpiego (da notare tre capitelli tuscanici rovesciati usati come basi). I lacerti di pavimentazione conservati sono testimoni delle diverse fasi edilizie: un primo tratto, più antico, in lastre rettangolari marmoree, era precedente al portico.

      Le pareti erano decorate con affreschi, a soggetto acquatico e terrestre, distaccati negli anni Settanta e attualmente conservati nel Museo.

      Le ipotesi più accreditate riconducono tali strutture sotterranee ad un edificio pubblico del Campo Marzio (gli stabula quattuor factionum ad uso delle quattro fazioni equestri che gareggiavano a Roma), mentre in una fase successiva quest'area divenne privata e fu trasformata in una domus signorile.

      Stabula IIII Factionum era chiamato lo stabile delle 4 compagnie, o fazioni, che possedevano e addestravano cavalli di razza nel circo (Tac. Hist. II.94: ipse sola perdendi cura stabula aurigis extruere), distinte nei loro colori, albata, russea, prasina, veneta,

      Questi stabula stavano nella parte sud del Campo Marzio, vicino al circo Flaminio nella Regione IX. Stavano probabilmente vicino l'uno all'altro ma comunque separati tra loro, e taluni sono spesso menzionati nella letteratura e nelle iscrizioni.



      FACTIO PRAESINA

      La factio prasina è però l'unica di cui abbiamo approssimativamente la localizzazione. Questa divenne la principale compagnia nel I sec. e fu la favorita degli imperatori, particolarmente di Caligola, che mangiava e dormiva spesso in questo stabile, e vi costruì una magnifica stalla di marmo e avorio per il suo stallone preferito Incitatus (Suet. Cal. 55; Cass. Dio LIX.14).

      L’area di Campo Marzio tra il Tevere e gli edifici domiziani erano in gran parte di proprietà di Pompeo e poi di Antonio e Agrippa. Qui, nella zona compresa tra l’Euripus, che procedeva parallelo all’attuale Corso Vittorio, e il fiume con gli edifici sottostanti a Palazzo Farnese si locano le “stabula factionum”, le stalle di almeno una delle quattro fazioni circensi presenti in città.

      La presenza di questo nome nella chiesa di S. Lorenzo in Prasino e la scoperta delle iscrizioni (CIL VI.10044, 10054, 10058, 10061, 10067) provano che questo stabile fu l'immediato confinante della Cancelleria (HJ 595). I resti di una corte affrescata trovata sotto il Palazzo Regis, a est della Cancelleria, potrebbe appartenere a questo edificio, e anche un tubo di piombo inciso, che non è stato, però, trovato in sito. (CIL XV.7254).

      - Stabula Factionis Prasinae -  Alias
      - Tempio di Marte Stabula Quatuor Factionum
      -  Quatuor Factionum Stabula numero IIII factionum -
      - VIII Location Roma,
      - Regio IX, Stabula Factionis Prasinae Subdivision vicino Palazzo della Cancelleria

      Tipo di costruzioni: baracche da campo
      Dettagli:  corte affrescata, colonne di marmo ornate in avorio -
      La descrizione risale al Vacca 1594.
      Per gli scavi fa fede cf. Lanciani 1902-1912, vol. III, p. 122, and D'Onofrio 1959, p. 14 (bibl.).
      Lanciani (BC 1899, 113) crede che il bronzo di Ercole nella Rotonda del Vaticano e l'Ercole e Telefo del Museo Chiaramonti originariamente stessero qui (HF 108, 293), negli Stabula Factionum, ma non il torso del Belvedere.


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    • 03/28/16--06:30: CALABRIA
    • I BRONZI DI RIACE

      Il popolo dei Bruzi, antichi abitatori della Calabria, simile ai confinanti Lucani, si dichiarò indipendente nel IV sec. a.c., costituendosi in stato confederato. La capitale dei federati era Consentia, (Cosenza) che fiorisce al massimo del suo splendore sotto Augusto, mentre altre città erano Pandosia Bruzia, che Tito Livio afferma si trovasse nei pressi di Cosenza. e ne cita la spontanea sottomissione ai romani insieme a Cosentia nel 204-203 a.c. 

      La città scomparve senza tracce, alcuni riferimenti la collocano fra i comuni di Castrolibero, Marano Principato e Marano Marchesato, ma recenti scoperte archeologiche la situano presso Acri, Aufugum (Montalto Uffugo), Argentanum (San Marco Argentano), Bergae, Besidiae (Bisignano), Lymphaeum (Luzzi).

      L'entroterra della Calabria ( "Bruttium"), fu abitato principalmente dai Bruzi (di temperamento bellicoso, chiamati Brutti o Bretti, strettamente imparentati coi Lucani) oltre che da genti di origine iberica.

      Sbarcati i Greci sulle coste calabresi, strapparono le terre ai Lucani (costretti a rifugiarsi nell'entroterra e nella parte settentrionale della Calabria), e si mescolarono con i popoli autoctoni, dando vita ad una cultura greco-italica, estremamente florida nei secoli successivi.

      I Greci fondarono fiorenti colonie, la Magna Grecia (Grande Grecia), così importanti da superare la madrepatria. Tra l'VIII ed il IV sec. a.c. infatti fiorivano su tutta la costa numerose ed importanti città come:

      Kroton 
      - (Crotone), abitata dai Bruttii
      - fondata nel 718 a.c.

      Metaurose
      - (Gioia Tauro), nei cui cantieri navali si approntano le navi che serviranno nelle guerre puniche ai Romani. Questi, nel 201 a.c., si insediano sul territorio e, oltre a mutare il nome in Metauria, provvedono nel 130 a.c. a far passare da qui la via Popilia (pressoché l'attuale tracciato dell'autostrada A3) ed a realizzare nuovi impianti urbani con sistema ortogonale.

      Col passare dei secoli, però, la città diviene una semplice stazione navale identificata col nome del vicino fiume Metauros (Petrace) e così viene ricordata durante il regno di Tiberio (14-37 d.c.).

      Medma
      Colonia fondata da Locri nel VI secolo a.c.

      Terina
      - (Lamezia Terme) fondata nel VI secolo a.c. dai Crotoniati.

      Scolacium
      Venne rifondata come onore dall'imperatore Nerva (96-98 d.c.) assumendo il titolo di Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium.

      Rhegion 
      - (Reggio Calabria), nei cui cantieri navali si approntarono le navi che serviranno nelle guerre puniche ai Romani.
      - Predominò tra le città della Magnagrecia
      - divenne padrona dello Stretto di Messina e della Calabria meridionale, di Locri Epizefiri nella parte centrale della regione, e di Crotone in quella settentrionale, tra alleanze e conflitti interni alla regione stessa.

      Dopo la conquista romana, nel III sec. a.c., la regione si chiamò "Brutium" ma, a parte alcune città alleate tra loro e non sottomesse a Roma, gran parte della regione diminuì la sua prosperità. Le città della Magnagrecia persero man mano l'autonomia o favore di un'alleanza o di una colonizzazione romana.

      Colonie a diritto Latino furono Copia nel 194 a.c. e Vibo Valentia dedotta nel 192 a.c.. Quest'ultima fu particolarmente importante I e nel II sec a.c. e nel sec. successivo, anche per aver ospitato l'esercito e la flotta prima di Cesare e poi di Ottaviano, d'altronde i Cesari si rammentavano di chi si schierava dalla loro parte e sapevano degnamente ricompensare i loro fedeli, per cui le città beneficate da Cesare si schierarono con Ottaviano.

      Successivamente con la pressione delle popolazioni italiche dei Bruzi e dei Lucani (che conquistarono anche la gran parte poleis greche), e con l'avvento di Roma, la Magna Grecia iniziò il suo declino. I Lucani (Italici indoeuropei, appartenenti al gruppo osco-umbro), abitavano nella regione che da essi prese il nome di "Lucania", a nord della Calabria.



      Cosentia
      - Il centro dei Lucani fu Consentia, l'attuale Cosenza, la quale venne eletta dalle tribù dei Bruzi e pertanto detta "città dei Bruzi", dopo essersi coalizzate in una lega, "capitale" della regione.
      - Sorta nel IV sec. a.c., sempre abitata dai Bruttii.
      - Fu occupata dai Romani assieme al resto della Magna Grecia nel 265 a.c., ma durante la II guerra punica si ribellò a Roma per allearsi con Annibale, per poi ritornare sotto il controllo della repubblica romana dopo la sconfitta..

      Casignana
      - con villa romana a splendidi mosaici.

      Copia
      - Colonia a diritto Latino nel 194 a.c.

      Falcomatà 
      - resti delle mura greche sulla collina del Trabocchetto, 
      - resti delle mura greche sulla collina degli angeli
      - scavi archeologici dell'Agorà e del Foro romano con stratificazioni fino al XIX sec. in piazza Italia 
      - scavi archeologici di necropoli ellenistica nel quartiere di San Giorgio Extra
      - rudere dell'Odéon di Reggio (o forse un Ekklesiasterion) in via del Torrione
      - tomba ellenistica in via Demetrio Tripepi
      - terme romane sul lungomare Falcomatà 
      - resti di un Athenaion in un bar del lungomare Falcomatà

      Locri Epizefiri
      - (Reggio Calabria - Magna Grecia), posta a sud di Locri
      - colonia del VII sec. a.c.
      - abitata dai Bruttii  con:
      - resti di un tempio ionico in contrada Marasà,
      - resti dell'abitato in centocamere,
      - resti del tempio di Zeus,
      - resti del teatro greco

      Kaulon 
      - (o Kaulonia, nei pressi di Monasterace marina, prov. di Reggio Calabria). fu una colonia della Magna Grecia, i cui resti sorgono nei pressi di Punta Stilo. 
      - L'area della poleis viene chiamata dagli archeologi Kauloniatide.

      Medma
      - antica città magno-greca del sud Italia, sulla costa occidentale della penisola bruzia (Calabria)

      Metauros 
      - Gioia Tauro - Reggio Calabria - Magna Grecia

      Rosarno
      -antica colonia greca, fondata dai locresi alla fine del VI secolo a.c

      Thurii 
      - (Cosenza - Magna Grecia)
      - Parco archeologico di Sibari e Thurii

      Sybaris
      - (Cassano all'Ionio - Cosenza - Magna Grecia) 
      - fondata nel 720 a.c.
      - abitata dai Bruttii
      - Parco archeologico di Sibari e Thurii

      Hipponion  
      - (Vibo Valentia - Magna Grecia) greca e romana.
      i resti della polis di Hipponion:
      - vicino al cimitero, una porzione della poderosa cinta muraria greca (VI-III a.c) con torri, la cui estensione era di oltre 7 km;
      - complesso termale
      - domus con ambienti mosaicati ancora non del tutto scavati sono presenti in via S.Aloe;
      - nel Parco delle Rimembranze è in vista lo stilobate di un tempio dorico del VI sec. a.c.;
      - altre aree sacre greche sono state rintracciate in località Scrimbia, Contura del castello e Cofino.

      Ricadi 
      - (fraz. Torre Santa Maria, in  Provincia di Vibo Valentia - Magna Grecia) Fu greca e romana con:
      - resti di un insediamento greco del territorio di Hipponion.
      - Negli anni '70-'80 si sono scavate delle abitazioni di quel periodo e anche una villa romana con deposito di anfore.

      Tropea 
      - (Prov. Vibo Valentia - Magna Grecia)
      - Nella piazza antistante la cattedrale sono riemerse delle tombe di V-VI sec.d.c. molte con epigrafi.
      - Al di sotto i resti di un muro forse di difesa del V-IV sec.a.c. relativo ad un insediamento del territorio di Hipponion.

      Di resti archeologici importanti in Calabria ce ne sono parecchi. Partendo da Sud incontriamo: 
      Bova Marina, Locri, Monasterace, il parco di Scolacium, tutta la zona di Crotone comprensiva di Capo Colonna, Cirò Marina, Sibari che per estensione è anche il parco più grande. 
      Sul versante tirrenico invece troviamo: Scalea con il suo piccolo museo, Santa Maria del Cedro e l’antica città di Laos, il museo civico di Lamezia Terme, Vibo Valentia e infine Palmi con il sito di Taureana.


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    • 04/04/16--05:52: APRILE (Feste Romane)


    • I aprileCONCORDIA - calende
      Veniva invocata come protettrice della concordia familiare.

      I aprile - VENUS VERTICORDIA -
      Festa celebrata il primo aprile in onore della Dea Venus Verticordia, Venere che cambia i cuori.
      La festa si svolgeva nel Templum Veneris Ericinae (Tempio di Venere Ericina) presso Portam Collinam (Porta Collina).

      1 aprile - FORTUNA VIRILIS
      Festa celebrata in onore della Dea Fortuna Virile.

      4 aprile - MAGNA MATER (Cybele) -
      Dal 4 aprile iniziavano le feste dedicate alla Dea Cybele, Magna Mater. Avevano termine il 10 aprile.

      4 aprileLUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater. La statua della dea era stata portata a Roma, concessa dal re Attalo di Pergamo, da Pessinunte, in Frigia, nel 204 a.c. durante la II guerra punica per impetrare la protezione della Dea contro Annibale. L'inizio dei Ludi coincideva con la data di arrivo a Roma della statua. I Ludi erano organizzati dagli aediles curules ossia da magistrati patrizi. Dal 194 a.c. vennero fatte anche rappresentazioni sceniche.

      5 aprile - MAGNA MATER (Cybele) -
      None di aprile. Dal 4 aprile iniziavano le feste dedicate alla Dea Cybele, Magna Mater. Avevano termine il 10 aprile. 

      5 aprileTEMPLUM FORTUNAE PUBLICAE CITERIOR IN COLLE -
      Festa celebrata in onore di Fortuna Publica Citerior in Colle, ossia sul Quirinalis. Si ricordava la dedicatio del tempio.

      MAGNA MATER
      6 aprile -  LUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater.

      7 aprileLUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater.

      8 aprileLUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater.

      9 aprileLUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater.

      10 AprileLUDI MEGALENSIS -
      Si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cibele, la Magna Mater. Festa dedicata al tempio di Cibele nel 191 a.c. proprio nel 10 aprile.

      11 Aprile - TEMPLUM CYBELIS -
      si celebrava la dedicatio del tempio della Magna Mater Cibele sul colle Palatinus.

      12 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. L'organizzazione spettava agli aediles plebeii, ossia da magistrati plebei. L'ultimo giorno si svolgevano anche i ludi circenses. La festa venne stabilita nel 202 a.c.

      13 aprile - LUDI CERIALES -
      Idi di aprile. I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. L'organizzazione spettava agli aediles plebeii, ossia da magistrati plebei. L'ultimo giorno si svolgevano anche i ludi circenses.

      13 aprile - JUPITER VICTOR -
      anniversario dedica del tempio a Giove Vincitore

      14 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi.

      15 aprile - FORCIDIA -
      Festa celebrata in onore della antica dea romana Tellus, ossia Terra. Aveva un tempio sull'Esquilino, eretto nel 268 a.c. Fordicidia deriva da forda ecaedo, significa “sacrificio di una vacca gravida".

      15 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi.



      16 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. 

      17 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. 

      18 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. 

      19 aprile - LUDI CERIALES -
      I Ludi Ceriales erano celebrati dal 12 al 19 aprile in onore di Ceres, (Cerere) la Dea italica delle messi. In questo giorno si svolgevano anche i ludi circenses.

      19 aprile - TEMPLUM CERERIS, LIBERI et LIBERARE -
      Festa celebrata in onore di Ceres, Liber e Libera. Si ricordava la costruzione e la dedicatio del tempio sul colle Aventinus voluta dal dittatore Postumiustra il 495 e il 493 a.c.

      19 aprile - AEDES MINERVAE IN AVENTINO -
      La festa della Dea era ricordata al 19 aprile ed un'altra al 19 giugno. Forse una ricordava la dedicatio della Aedes Minervae in Aventino ed un'altra ristrutturazione del tempio dopo una distruzione. Il 19 giugno si celebrava anche la festa del Templum Minervae in Palatino.



      21 aprile - NATALIS ROMAE -
      Festa celebrata a ricordo del giorno della fondazione di Roma da parte di Romolo e Remo nel 753 a.c.

      21 aprile - PARILIA vel PALILIA
      Originariamente una festa campestre in cui le pecore venivano ritualmente purificate contro le malattie. Veniva celebrata in onore di Pales, Dea della pastorizia. Si richiedeva alla Dea la protezione del bestiame e si bruciava del fieno.
      Più tardi divenne anche una commemorazione del natale della città di Roma, poi le due feste di distinsero. Ogni area di Roma aveva le sue feste, tra cui falò e una grande festa all'aperto. Nel II sec. d.c, grande era la popolarità di giochi che si tenevano in questo giorno. Una particolarità di questi Ludi era la caccia di caprioli e lepri nel Circus.

      22 aprile - 10 delle calende di Maggio

      23 aprile - VINALIA PRIORA - detta anche Vinalia Urbana
      Festa del vino celebrata il 23 aprile in onore di Iuppiter, ossia Giove e Venere. Le botti venivano aperte e una primizia del vino veniva offerta a Iuppiter. Si festeggiava il raccolto d'uva dell'anno precedente.  Il vino nuovo veniva benedetto dal sacerdote di Giove e versato in un fosso al di fuori del tempio di Venere sul tempio Capitolino. Le ragazze e le prostitute offrivano mirto, menta e giunchi nascoste tra i rami di rosa al tempio di Venere. Chiedevano alla Dea bellezza, popolarità, fascino e arguzia.

      23 aprile - VENUS ERICINA,
      Venere del Mons Eryx in Sicilia. Il tempio, sito nei pressi della Porta Collina, era stato offerto dal consul L. Porcius Licinius nel 184 a.c. durante la guerra con i Liguri ed era stato dedicato dallo stesso Licinius nella sua qualità di duumvir nel 181 a.c.

      25 aprile - SERAPIA - Festa in onore di Serapis.
      Era una divinità greco-egiziana Serapis, assimilata a Ra-Helios nel culto egiziano e a Iuppiter nel culto romano. L'imperatore Caracalla aveva costruito un tempio dedicato a Serapis nella Regio VI, probabilmente dalle parti di piazza Colonna.



      25 aprile - ROBIGALIA -
      Festa celebrata in un boschetto sacro al quinto miglio della via Claudia, in onore del Dio Robigus, che proteggeva le messi dalla malattia della ruggine. La festa era stata istituita dal re Numa Pompilio. Nell'occasione veniva sacrificato un cane, il sangue e le interiora di un cucciolo non svezzato, per proteggere campi di grano dalla malattia ed evitare il fallimento del raccolto. Si svolsero anche le gare a due e a quattro cavalli che tiravano un carro. Un sacerdote recitò una preghiera citata da Ovidio. I giovani maschi lavoratori vivevano questa giornata come un'occasione speciale.

      28 aprile - Flora -Festa celebrata in onore della dea Flora, antica dea italica della primavera e dei fiori. Con la festa avevano inizio i Floralia.

      28 aprile - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della dea Flora, Dea della vegetazione in fiore. Festa già esistente il 27 aprile  che diventa il 28 aprile nel calendario giuliano. Risaliva al 173 a.c., e questi giochi erano noti per essere licenziosi. Presumibilmente i raccolti avrebbero dovuto essere seminati appena prima di questa festa.

      29 aprile - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della dea Flora, Dea della vegetazione in fiore. C'era anche una specie di strip-tease ad opera di prostitute. Una volta Catone il Giovane lasciò il teatro piuttosto che vedere questa scena.

      30 aprile - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della dea Flora, Dea della vegetazione in fiore.  Festa importante per i viticoltori.

      31 aprile - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della dea Flora, Dea della vegetazione in fiore. Passò poi al 3 maggio in era imperiale. Di solito solo l'ultimo giorno, quindi il 31 aprile, avvenivano le corse dei carri.


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    • 04/07/16--06:36: MAUSOLEO DEI PLAUZI

    • MAUSOLEO DEI PLAUZI ED IL PONTE LUCANO

      GENS PLAUTIA 

      Marco Plautio Silvano appartenne alla gens Plautia, una tra le prime quaranta gens di Roma. Una gens molto importante visto che Caius Plautius Proculus fu il primo di questa gens a raggiungere il consolato nel 358 a.c., ma dopo di lui ci furono ben otto consoli di questa gens.

      Sembra fosse una gens plebea, il che mal si accorda con le prime cariche consolari e col fatto che fosse di così antica origine, ma sembra fossero di origine etrusca, il cui nome originario fosse quello dei Plotii.

      COME APPARIVA ANTICAMENTE


      MARCO PLAUZIO SILVANO

      Marco Plauzio Silvano, ovvero Marcus Plautius Silvanus, console e generale romano, nacque a Roma nel 35 a.c.e morì a Roma, in un anno imprecisato dopo il 9, quando si hanno le sue ultime notizie

      Di lui sappiamo che era figlio di una certa Urgulania, che godeva dell'amicizia di Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto, e sposò una certa Lartia, con la quale ebbe due figli: Marco Plauzio Silvano (pretore nel 24, morto suicida per aver gettato quello stesso anno la moglie dalla finestra) e Plauzia Urgulanilla, moglie per un certo periodo di tempo dell'imperatore Claudio, con il quale fece due figli.

      Marco Plauzio Silvano fu il primo membro della gens plautia con questo cognomen che raggiunse il consolato nel 2 d.c., insieme allo stesso imperatore, Augusto. Governò, quindi, come proconsole, l'Asia nel 4 d.c..

      Divenuto governatore di Galazia e Panfilia (in Anatolia, Turchia) nel 5-6, domò prima una rivolta di Isauri, poi, il 7, guidò i rinforzi (le legioni IIII Scythica e V Macedonica) contro i ribelli Pannoni. Riuscì ad unirsi alle forze del legato di Mesia (Thracia Macedoniaque), Aulo Cecina Severo, ma attaccati a sorpresa dai ribelli mentre erano in marcia lungo il fiume Sava, ad ovest di Sirmio, rischiarono la distruzione delle truppe, ma con notevole perizia e senso di orientamento riuscirono a fuggire e a raggiungere il quartier generale di Tiberio, a Siscia, con un esercito di ben dieci legioni.

      I due anni di battaglie che seguirono portarono alla completa sottomissione dell'intero Illirico, con le nuove province di Pannonia e Dalmazia. Per questi successi si meritò gli Ornamenta triumphalia, cioè il Trionfo, il massimo onore che nell'antica Roma veniva tributato con una cerimonia solenne al generale che avesse conseguito un'importante vittoria.

      IL MAUSOLEO OGGI

      IL MAUSOLEO

      Si trova nella piana di Tivoli presso il fiume Aniene, a circa un Km dalla famosa Villa di Adriano, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, poco a valle gli studiosi sono concordi nel localizzare l’antico porto fluviale da dove venivano imbarcati i materiale da costruzione destinati a Roma: il lapis tiburtinus (travertino) e legnami dai boschi dell’alta valle dell’Aniene. 

      Il sepolcro dei Plauzi, della metà del I sec. d.c.; è un mausoleo a forma cilindrica con base quadrangolare attualmente interrata, sormontata da una rotonda circolare a due ordini,  alta circa 35 metri e rivestita di travertino. Sul corpo circolare infatti venne aggiunto un avancorpo rettangolare, incorniciato da mezze colonne ioniche, che potesse ospitare una serie iscrizioni sul suo proprietario e le sue benemerenze.

      All'epoca infatti andavano per la maggiore i mausolei, compreso quello di Augusto, a vaga immagine del sepolcro di Mausolo. Augusto fece riportare sul suo mausoleo le sue gesta e così Pauzio fece riportare le sue. Una buona parte del cilindro è però rifacimento medievale, come pure la parte superiore, coronata da beccatelli. Nel prospetto residuo del recinto antistante sono scolpite le iscrizioni funerarie di Marco Plauzio Silvano e del figlio di lui Tiberio Plauzio Silvano Eliano: sono elencate le cariche da loro ricoperte.


      Il sepolcro, che nella forma ricorda quello più famoso di Cecilia Metella sulla via Appia, è con esso il più conservato dei mausolei di epoca tardo repubblicana. Esso si eleva sulla sinistra del fiume Aniene, situato su un territorio che apparteneva appunto alla gens Plautia.

      All’interno si trova un ambiente a croce collegato da un corridoio circolare.
      L’imponente costruzione è attribuita a Marco Plautio Silvano, che fu console con Augusto nel 2 d.c., e ricevette dal Senato gli ornamenti trionfali per la sua condotta nell’Illirico; attribuzione che trova conferma nell’iscrizione inserita nel corpo cilindrico, al di sopra della cornice mediana.
      Durante il periodo medioevale fu trasformato in torre di difesa per la sua posizione strategica. Nel 1465  fu restaurato ad opera di papa Paolo II che ordinò l’aggiunta della merlatura guelfa tutt’ora ben visibile insieme al suo stemma.

      La struttura è circolare, esteriormente ricoperta da blocchi di travertino; all'interno c'è un corridoio ad anello che gira intorno ad un ambiente a croce. Il nome di Marcus Plautius Silvanus è menzionato nella cornice mediana della parte cilindrica e fu il primo defunto a trovarvi posto.  


      Nel XV sec. il mausoleo fu trasformato in torre di guardia a protezione del ponte lucano. Nel monumento vennero tumulati anche il figlio di Marco Plautio Silvano, e cioè Publio Plautio Pulcro, e Plauzio Silvano Eliano (ovvero Plautius Silvanus Aelianus). Costui fu Console suffetto nel 45 d.c,, proconsole d'Asia e legato in Mesia, praefectus urbi nel 73, e ricevette da Vespasiano per le sue battaglie gli ornamenti trionfali, e fu console per la seconda volta nel 74.

      Ad indicare le passate gesta, forse a imitazione delle Res Gestae del mausoleo di Augusto, sulla base del monumento vi sono delle esaurienti iscrizioni in pietra, con un vero e proprio indice, che è diviso in tre parti.

      La prima enumera i nomi e le note di consanguineità, con a fianco le dignità e le cariche di Plauzio Silvano Eliano, tra cui quelle di:
      - pontefice
      - Sodale Augustano,
      - ascritto al Vingivirato (Vingiviratus Ianua erat ad honores),
      - Questore di Tiberio Cesare,
      - Legato della V Legione in Germania,
      - Praetor Urbanus
      - Legatus et Comites Claudii Caesaris in Britannia
      . Due volte Console,
      - Proconsole in Asia,
      - Legatus in Spagna,
      - Legatus Propraetor Moesias,
      . Onorato con gli Ornamenta Triumphalis.
      La seconda narra le sue gesta mentre era Legato Propretor nella Mesia.
      La terza ricorda le ricompense che ottenne e l'elogio fattogli nel senato dall'Imperatore Vespasiano.



      IL PONTE LUCANO

      Il ponte romano, che corona il complesso lucano di Tivoli, è posto sull’antico tracciato della via Tiburtina, è costituito da 5 arcate, tre delle quali ormai interrate a causa dei materiali trasportati dal fiume che da anni non vengono rimossi. La sua costruzione è stata attribuita a Marco Plautio Lucano, parente di Marco Plautio Silvano, diumviro con Tiberio Claudio Nerone -14-37 d.c.

      Poco a valle è stato localizzato il porto dove veniva imbarcato l’antico lapis tiburtinus (travertino) destinato alla costruzione dei grandi monumenti Romani; dal Ponte Lucano infatti l’Aniene diveniva navigabile.
      Nel 1936, per venire incontro alle esigenze di viabilità fu cambiato il percorso della via Tiburtina creando, poco distante, il ponte attuale, ma il Ponte Lucano rimase in uso, per il traffico locale, fino ai primi anni Ottanta.





      L'INCURIA E LA COLPA

      Degrado e cemento, così scompare il Mausoleo dei Plauzi a Tivoli
      La torre circolare del I secolo d.C., piena di crepe e coperta di vegetazione, viene periodicamente allagata dalle pompe idrovore che evitano l’esondazione dell’Aniene. E insieme a Ponte Lucano è intrappolata da un muro di contenimento del fiume

      di Veronica Altimari

      Il muro di cemento che circonda il Mausoleo dei Plauzi a Tivoli

      ROMA -È uno dei tesori archeologici di Tivoli. Eppure, ormai da decenni, si assiste inermi ad un silenzio assordante intorno a quest’area. Il Mausoleo dei Plauzi, insieme a Ponte Lucano, rappresentano la cartolina d’accesso alla «Superba», a pochi chilometri da Roma. Così Tivoli - città d’arte a tutti gli effetti, grazie alla presenza delle due storiche residenze censite dall’Unesco, Villa Adriana e Villa D’Este - presenta alle migliaia di turisti che la visitano ogni anno uno scenario davvero desolante: la tomba dei Plauzi è piena di crepe e ricoperta da vegetazione selvaggia, il casale seicentesco che sorge di fronte è ormai parzialmente crollato, ci sono abitazioni abusive, rifiuti, erbacce. E come se non bastasse, un alto muro di cemento lo circonda, nascondendo alla vista quello che era destinato a diventare un importante parco archeologico tiburtino.


      Area a rischio esondazione

      L'ISCRIZIONE SUL MAUSOLEO
      I problemi principali nella zona del Mausoleo - una torre circolare citata già da Strabone, la cui costruzione si deve al diumviro M.Plauzio Lucano che nella prima metà del I secolo d.C. ne curò la realizzazione insieme al futuro imperatore Tiberio Claudio Nerone - sono legati alla ormai ineludibile messa in sicurezza della zona, rispetto al rischio di esondazioni del fiume Aniene. Nell’ultimo trentennio, sono sorti proprio nell’area archeologica due quartieri importanti, cresciuti quasi dal nulla: in particolare, quello di Villa Adriana, che ha una rete fognaria ancora oggi insufficiente rispetto alle utenze. Sugli argini, non si contano più le attività produttive, soprattutto di lavorazione del travertino romano. Una condizione di inurbamento e industrializzazione che ha fortemente limitato il letto del fiume, rinchiuso in un percorso sempre più stretto e quindi maggiormente a rischio di straripamenti. 


      La legge Sarno e la sicurezza
      E per assurdo, uno dei pericoli viene proprio dagli interventi di protezione e prevenzione realizzati in passato: «Già negli anni Ottanta era stato messo a punto un progetto di messa in sicurezza che faceva riferimento alla nuova “legge Sarno” – spiega l’ingegner Francesco Mele, un tempo tecnico dell’Ardis (Agenzia regionale per la difesa del suolo), oggi alla Protezione civile -. Questo ci ha obbligato a calcolare il fattore di rischio con un fenomeno di ritorno di 200 anni: un evento quindi straordinario, ma possibile, che aveva dunque condotto alla realizzazione di nuovi argini in cemento».


      Il protocollo d’intesa del 2005

      Il grande muro arriva attualmente fino alla via Maremmana e costeggia, appunto, anche il Mausoleo dei Plauzi e il ponte dove nel VI secolo passò Totila, re dei Goti, durante la guerra contro l’esercito bizantino guidato da Narsete. 
      «È stata un’esplicita richiesta delle sovrintendenze ai Beni archeologici – continua Mele - perché la torre non poteva in alcun modo essere separata dal ponte romano». I reperti archeologici di cui parla il tecnico sono contenuti, in parte, anche nell’accordo che i diversi enti competenti (tra i quali lo stesso Comune di Tivoli) avevano siglato nell’ormai lontano 2005. Un documento che faceva riferimento alla messa in sicurezza della zona, ma anche alla riqualificazione totale del parco archeologico.


      I primi interventi costati 4 milioni
      I lavori, condotti dall’Ardis con un investimento di circa 4 milioni di euro, avevano tuttavia provveduto solo alla prima necessità: «Per noi ovviamente il primo obbiettivo era quello della salvaguardia delle vite umane – conclude Mele - come però spesso accade, dove ci sono fondi limitati e diversi enti chiamati a spartirseli, per il progetto di recupero del Mausoleo, bisognerà ancora aspettare». 
      Quanto tempo non si sa. Mele ricorda che il protocollo è ancora aperto, ma per questa seconda fase di intervento, il vincolo attuale sembra sia proprio la mancanza di fondi.


      La battaglia di cittadini e associazioni


      Malgrado il muro però, ad ogni pioggia di una certa entità, la zona si allaga. Per provare a tamponare il problema, sono state disposte addirittura delle pompe idrovore con lo scopo di pompare l’acqua dalla via Maremmana all’interno della zona del fiume. Quindi del Mausoleo. Una soluzione temporanea che è diventata, purtroppo, definitiva.
       «Questo è l’ultimo schiaffo a Ponte Lucano – dice con rabbia Luciano Meloni, presidente del comitato Salviamo Ponte Lucano -. La soluzione del muro è stata la più veloce, e facile, applicata dall’Ardis, che ha poi successivamente provveduto solo al suo abbassamento, senza però risolvere a monte il problema». Infatti, fino a quando non sarà totalmente risolto il pericolo idrogeologico, la riqualificazione dei beni archeologici dovrà aspettare.


      L’interrogazione a la Pisana

      «Abbiamo presentato una denuncia, che però è stata archiviata con motivazioni discutibili – dice Carlo Boldrighini, presidente di Italia Nostra - ed il fatto che l’opera non sia stata ancora collaudata e una di queste». «Impossibile quindi ripristinare il sito archeologico – continua - fino a quando questo non avviene». 
      Il capogruppo di Forza Italia in Regione, insieme ad Alessandro Pertini, fondatore dell’associazione “L’aquila e le torri”, hanno quindi presentato di recente un’interrogazione in Regione Lazio, indirizzata direttamente al presidente Nicola Zingaretti, per far luce su «l’incredibile immobilismo e indifferenza delle istituzioni intorno a questa situazione.


      Quale alternativa al muro


      «Stiamo ancora aspettando una risposta - dice Petrini -  ma ci stiamo attivando affinché si muova anche il Parlamento su questa vicenda, attraverso una interrogazione al Senato che stiamo predisponendo insieme a Maurizio Gasparri». 
      «I nostri uffici tecnici ci stanno lavorando – fanno sapere invece dalla Pisana - riferiremo in consiglio il prima possibile». 
      Quanto alle possibili alternative al muro di contenimento, attualmente, sembra non esserne stata individuata alcuna. Lo spiega in maniera chiara Mele: 
      «Questa scelta è l’unica possibile se pensiamo ad una ottimizzazione dei fattori tecnico-economici». 
      «La natura del fiume – interviene Luciano Meloni - richiede ampi spazi in cui poter esondare nei periodi di piena, e nel percorso che fa l’Aniene ci sarebbero. Ma a questo hanno preferito non pensare». 
      Nel frattempo, continuano le proteste, guidate anche da esponenti della politica locale di Tivoli, sotto lo slogan «abbattiamo il muro della vergogna». Ma la questione, appare assai più complicata.


      COMMENTO

      Ma con 4 milioni di euro hanno fatto solo un muro di cemento? No, hanno anche strappato un po' di erbacce. Ecco, ora è tutto chiaro.

      LE ESONDAZIONI CHE LOGORANO IL MONUMENTO ED IL FAMOSO MURO DI CEMENTO

      Il mausoleo dei Plautii è una discarica a cielo aperto
      Il tesoro romano di Tivoli violato
      di Sergio Rizzo

      «Idea! Mettiamoci un paio di oblò...». L’idea venne a qualcuno alla Regione Lazio, con l’illusione di placare le proteste contro il muro della vergogna. Succedeva dieci anni fa, quando la barriera di cemento armato che avrebbe dovuto salvare dai frequenti allagamenti un’area a ridosso del fiume Aniene era stata appena tirata su. Gli oblò avrebbero dovuto permettere ai turisti di dare una sbirciatina (sigh!) al di là del muro, dove lo spettacolare mausoleo dei Plautii, che con la celebre tomba di Cecilia Metella sull’Appia Antica è uno dei rarissimi esempi di sepolcri monumentali delle famiglie nobiliari romane dell’età tardo repubblicana, stava precipitando nel degrado. Gli oblò ebbero il buon gusto di risparmiarceli. Il muro, invece, è ancora lì. E gli allagamenti puntualissimi.

      La storia di questa follia può essere presa a esempio degli sprechi insensati che produce l’ottusità di certe burocrazie, ma anche di quello che succede al nostro e prezioso patrimonio quando ci sono in ballo interessi economici privati. Il mausoleo dei Plautii era il primo monumento che veniva incontro ai viaggiatori del Grand Tour, di cui Tivoli era tappa fondamentale. Per arrivare a Villa Adriana, maestosa residenza dell’imperatore Adriano, Wolfgang Goethe e Giovan Battista Piranesi ci passavano davanti appena dopo aver attraversato il ponte Lucano, costruito fra il crepuscolo della repubblica e l’alba dell’impero romano. 

      Su quel ponte che si poteva ancora attraversare in auto trent’anni fa e oggi ha tre delle cinque arcate sepolte dai materiali trasportati dal fiume, come i detriti scaricati dalle industrie di travertino e mai rimossi, si incontrarono papa Adriano IV e Federico I Barbarossa: incontro che sancì una cosetta da nulla come la nascita del Sacro romano impero. 
      Tanto basterebbe perché quel ponte e tutto quello che c’è intorno, compreso lo straordinario mausoleo dei Plautii con iscrizioni ancora quasi perfette nelle quali si citano l’impresa militare della conquista della Britannia, fosse considerato un’attrazione formidabile custodita con la massima cura. E anche una fonte di reddito e lavoro non indifferente. Accadrebbe in qualunque altro Paese civile al quale fosse capitato di avere un’eredità tanto preziosa. Ma non in Italia. Non a Tivoli, che pure fu il cuore dell’impero romano nei suoi anni più smaglianti.

      Ponte e mausoleo sono inaccessibili, chiusi da quel muro che taglia in due l’antica via Tiburtina e da una barriera di lamiera arrugginita. Intorno, ovunque immondizia che nessuno raccoglie: bottiglie di plastica, lattine, stracci, siringhe, cartacce, liquami. Da un lato, i ruderi di una vecchia osteria seicentesca diroccata che non crollano del tutto soltanto perché indecorosamente puntellati. Alle sue spalle, una orrenda superfetazione abusiva abusivamente occupata da alcuni rom.

      E poi il mausoleo: il basamento sepolto da una colata (abusiva) di cemento mentre la parte che ne è stata risparmiata viene divorata dalla vegetazione. Non che prima della costruzione di quel muro la cura di quel sito, che oggi è per l’organizzazione americana World Monument Fund fra i cento monumenti del pianeta da salvare, fosse molto migliore. 

      STAMPA DEL XVIII SECOLO
      La dimostrazione è che quella straordinaria area archeologica è da decenni stritolata fra capannoni industriali e brutture edilizie di vario genere. Ma il muro è stato un autentico colpo di grazia. I lavori vengono completati dall’Ardis, l’Agenzia per la difesa del suolo della Regione Lazio, nell’estate del 2004, con la giustificazione che la barriera dovrebbe difendere la zona dalle esondazioni dell’Aniene. Sindaco di Tivoli è l’attuale capogruppo del Partito democratico al consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. Ministro dei Beni culturali è Giuliano Urbani di Forza Italia, che evidentemente non può opporsi. 

      La Regione costruisce il muro riempiendo anche l’area di cemento senza il benestare della Soprintendenza, e una successiva denuncia al tribunale di Italia Nostra e del WWF viene archiviata con la motivazione pilatesca che le opere «costituiscono esercizio di discrezionalità amministrativa». Peccato che non sia mai stato fatto uno studio sulle cause delle esondazioni. 

      E peccato che quella «discrezionalità amministrativa» che tanto diligentemente ha sottolineato il magistrato nella sua sentenza non abbia neppure risolto il problema. Perché manca un collettore fognario, e continua ad allagarsi tutto all’interno e all’esterno del muro. Incuranti del ridicolo, alla Regione hanno allora pensato di risolvere la faccenda installando delle pompe idrovore che aspirano l’acqua dalla strada e la sputano verso il ponte e il mausoleo. Il tutto senza che quell’opera, a dieci anni di distanza, sia stata ancora collaudata. 

      Chi mai potrebbe collaudare un tale abominio? Più che logica, quindi, la decisione del nuovo arrabbiatissimo sindaco di Tivoli, Giuseppe Proietti, finalmente determinato a prendere di petto la questione, che nel luglio scorso ha chiesto alla Regione di revocare la vecchia pratica di eliminazione del vincolo di esondazione: con la motivazione che quella roba non serve a niente.

      I quattro milioni e mezzo di euro spesi non sono nemmeno serviti a evitare che il Comune sia sommerso da cause di risarcimento per i danni provocati dagli allagamenti. Con esborsi milionari anno dopo anno. Mentre il protocollo d’intesa per il recupero dell’area, firmato addirittura nel 2005 sull’onda delle proteste dei cittadini e delle associazioni ambientali, è ancora lettera morta. E qui, riavvolgendo il nastro, vengono tanti pensieri. Pure che lo scempio non sia solo frutto di umana stupidità e incoscienza. 

      Il problema di quel tratto dell’Aniene è noto da decenni: ha a che fare con il restringimento artificiale del fiume causato dai detriti. Per risolverlo non serve un muro, ma una seria opera di bonifica e il rispetto del divieto (esistente per legge) di scaricare materiali nell’alveo. Lo capirebbe anche un bambino. Perché allora si è scelto di alzare una barriera di cemento armato di quattro metri, spendendo inutilmente tutti quei soldi? 

      C’è chi ha tirato in ballo la legge in materia di difesa idraulica emanata dopo il disastro della frana di Sarno, nel 1998. E c’è chi, come Italia Nostra e WWF che l’hanno scritto nell’esposto rigettato dal tribunale di Tivoli, ha avanzato il sospetto che l’obiettivo non era tanto quello di evitare le esondazioni quanto quello di far venir meno il vincolo alla zona antistante Villa Adriana. Per dare via libera a una lottizzazione. Pura fantasia, dicono... Anche se qualche volta la realtà supera la fantasia.
      22 febbraio 2015.


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    • 04/11/16--05:46: VIA NOVA
    • L'ANTICA VIA NOVA
      La Via Nova venne così chiamata per distinguerla dalla Via Sacra, la seconda delle due strade di Roma che prima dell'età imperiale erano già conosciute come "viae" (vie), e considerate molto antiche (Varrone: quod vocabulum ei pervetustum ut novae viae quae via iam diu vetus). 

      Le uniche due strade urbane ad essere denominate viae erano infatti la via Sacra e la via Nova, entrambe nel Foro Romano. La Nova era così chiamata in contrapposizione con la più antica Sacra via. Quasi parallela a quest’ultima, in età repubblicana la via Nova seguiva l’andamento delle pendici del colle Palatino. In età imperiale attraversava con andamento rettilineo la pendice nord occidentale del Palatino, correndo a monte del complesso della Casa delle Vestali.

      L’attuale pavimentazione stradale è riferita alla sistemazione urbanistica successiva all’incendio del 64 d.c., che incluse la ristrutturazione della domus Tiberiana sul Palatino, inglobando la Via Nova. Le alte arcate a più piani che prospettano sul Foro romano sono i resti dell’intervento dell’imperatore Adriano, che fece avanzare fino alla via Nova il fronte della Domus Tiberiana. Lungo la via si aprivano le botteghe databili tra l’età flavia e l’età severiana.

      VIA NOVA NEL FORO

      La via iniziava a nord-est del Palatino, vicino al tempio di Jupiter Stator, dove si diramava dalla Via Sacra, seguendo le pendici settentrionali della collina nel suo lato nord-ovest. Livio: nella parte superiore della Via si aprivano le finestre dell'abitazione di Tarquinio Prisco presso il tempio di Iovis Statoris, tra l'aedes Vestae e il lucus Vestae (Cicerone - De divinis :un luco Vestae qui a Palatii radice in novam viam devexus est). 

      Alle origini venne chiamata Summa Nova Via (Solin: Tarquinius Priscus ad Mugoniam portam supra summam novam viamhabitavit), e sull'angolo nord-ovest della collina, sopra al Tempio di Vesta, la Infima Nova Via  (Gellio: araque Aio Loquentistatuta est quae est infima nova via; Livio:in nova via ubi nunc sacellum est supra aedem Vestae; Varrone: unde escendebant, ad infimam novam viam locus sacellum Velabrum). 

      Lungo questa linea, sul lato nord della collina, venne scavata la Via Nova dell'impero. Il suo pavimento giace a 23.40 m slm all'altezza dell' atrium Vestae e a 32.30 m alla sua congiunzione col clivus Palatinus. Il suo primitivo pavimento è stato trovato almeno in un punto sotto la via successiva.

      E 'possibile che la strada originaria fosse un po' più a nord della successiva, e che i posteriori allargamenti dell'Atrium Vestae e la costruzione di enormi sottostrutture del palazzo imperiale che ora si estendono sulla strada abbiano cambiato un po' la sua prima immagine.

      VIA NOVA IN CAMPAGNA
      All'angolo nord-occidentale del Palatino la linea retta della Via Nova è bloccata completamente dalla grande sala appartenente al complesso di edifici tra Bibliotheca Augusti e la Fonte di Giuturna, ma è collegata con il clivo della Vittoria sopra e sotto il forum da una scalinata e un vicolo inclinato. E 'evidente, quindi, che la costruzione del tempio di Augusto e le strutture adiacenti cambiarono totalmente le condizioni così che il percorso originale della strada al di là di questo punto si può solo ipotizzare.  

      Dunque Varrone scrive che: "in Velabro qua in NOVAM viam exitur"; e "alteram Romanulam ab Roma dictam quae habet Gradus a Nova via annuncio Volupiae sacello", E che al tempo di Ovidio la Via era connessa con il Foro (Ovidio - Fasti VI: qua nova Romano nunc via iuncta est foro).

      Non vi sono dubbi pertanto che la strada originaria passasse per il Velabro, vicino alla Porta Romanula o Porta romana, secondo Varrone una delle tre porte del Palatino, di solito posta vicino alla chiesa di S. Teodoro, anche se la relazione tra la Via Nova e ilclivus Victoriae lascia qualche dubbio. 

      Viceversa la connessione che fa Ovidio con il Foro potrebbe essere convincente. La strada originale avrebbe potuto seguire seguire la linea del pomerio palatino, come riferisce Tacito negli Annali a nord e a ovest della collina, ma anche questo solleva dei dubbi.

      Successivamente la Via Nova venne costruita parallela alla Via Appia, per creare un collegamento diretto tra la città e le Terme di Caracalla. La Via Nova era una strada molto più ampia e spaziosa. La via visibile ancora oggi con un antico basolato è quella modificata (specie nel secondo tratto) dopo l'incendio del 64 d.c. quando il percorso fu reso più rettilineo levando diverse curve.



      Nuovo percorso dalla Via Nova al Foro Romano

      Dal 27 gennaio, all'interno del Foro Romano,  è aperto al pubblico il nuovo percorso dalla Via Nova attraverso la Casa delle Vestali fino alla Via Sacra.
      Data e ora: 
      Giovedì, 27 Gennaio, 2011 - 09:00
       

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    • 04/18/16--05:52: LA SCUOLA ROMANA


    • LE SCUOLE DELL'ANTICA ROMA FURONO UN MIRACOLO DI CULTURA E DI CIVILTA'

       - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che i romani avevano una percentuale di alfabetizzazione uguale a quella di oggi in Italia.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che a Roma c'erano scuole sia pubbliche e totalmente gratuite, che private, e a prezzi in genere molto moderati.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che le scuole pubbliche c'erano perfino dentro il palazzo reale, Caligola stesso lo fece restaurare, ed erano ad uso degli schiavi.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che a Roma, oltre alle scuole ordinarie, inferiori, superiori e e di II grado, tipo università, c'erano le scuole di: medicina, chirurgia, odontoiatria, odontotecnica e spagirica.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che i Romani conoscevano e curavano moltissime malattie, e sapevano operare perfino al cervello, e il dentista sapeva fare i ponti d'oro e d'argento e le dentiere.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che una volta caduto l'impero romano siamo caduti nella barbarie, cancellando lo studio dei classici, della medicina, della pittura, della scultura, della storia, della filosofia, delle scienze in genere perchè le scuole erano state chiuse dalla nuova intransigenza cristiana.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che ci volle l'illuminismo per ridare vita allo studio e alla conoscenza, 700 anni più tardi.

      - Alcuni le hanno criticate,
      dimenticando che nelle arti liberali il Rinascimento si ebbe solo grazie al disseppellimento delle statue, dei decori dell'antica Roma, capolavori che l'ignoranza e la violenza cristiana aveva fatto a pezzi con un lavoro meticoloso e onerosissimo seppellendo sotto terra secoli e secoli di civiltà e di cultura.


      ORBILIUS:

      « Ci sono quelli che distinguono letterato da istruito, come i Greci il grammatico dal grammatista, e l'uno lo definiscono assolutamente colto, l'altro mediocremente. Orbilio ne conferma l'opinione anche con esempi: e infatti afferma che i nostri avi, quando vendevano all'asta gli schiavi di qualcuno erano senz'altro soliti scrivere sul cartello non già letterato ma istruito, quasi per dire che lo schiavo non era un perfetto conoscitore della letteratura ma soltanto uno che sapeva leggere e scrivere.»



      ETA' REPUBBLICANA


      L'insegnamento dei padri

      La scuola a Roma, ai tempi della repubblica, non aveva scuole, e l'unico insegnamento era quello fornito dai padri ai propri figli, e consisteva nel leggere, scrivere e contare.

      Ce lo riferisce Catone il Censore (234 –149 a.c.), sostenitore degli antichi e severi costumi, quando i padri di una volta, come lui stesso aveva fatto, insegnavano ai propri figli a leggere e scrivere, a nuotare e combattere.

      I più acculturati gli insegnavano anche le principali leggi dello stato. Ma insieme alle nozioni erano forniti i valori del buon romano: la patria, la famiglia, il rispetto dei più anziani e dei più alti in grado.



      IL VECCHIO E IL NUOVO

      Ma molti generali e ufficiali romani avevano combattuto in terre straniere venendo a conoscenza di varie lingue e culture. Pertanto acquisirono quella particolare cultura che hanno coloro che avendo viaggiato e conosciuto nuove arti, nuove leggi e nuovi costumi.

      Questa nuova apertura mentale fece apprezzare gli uomini più colti e soprattutto gli schiavi che potevano istruire poco pesando sul bilancio familiare.

      Essendo gli etruschi di grande cultura i ricchi romani si rivolsero anzitutto a loro per far istruire i loro figli. Avere un pedagogo etrusco era da ricchi. Successivamente i figli vennero affidati agli schiavi greci che vennero preferiti agli etruschi per la grande conoscenza che avevano rispetto alle arti più diverse.

      Però non tutti erano d'accordo sul tipo di educazione da fornire ai figli. Mentre uno Scipione, mente intelligente e versatile e grande condottiero, rivolgeva la sua attenzione ai poemi e alla poesia, un Catone inneggiava alla severità degli antichi costumi, alla sobrietà e all'eroismo. La storia però ci ha dimostrato che l'essere colti non ha mai allontanato i romani dalla fedeltà alla patria e al valore di combattenti.

      Giulio Cesare era un letterato, amava i poeti e la filosofia, e parlava il greco fluentemente quanto il latino. Mecenate, che tanto posto riservò alla letteratura e alla poesia, fu un grande generale.





      IL PEDAGOGO

      L'insegnante era detto il pedagogo, e in genere si trattava di uno schiavo istruito che accompagnava il bambino durante tutta la giornata insegnandogli non solo nozioni ma anche cultura generale, comportamenti e virtù.


      ORAZIO:

      « Comunque non depreco e non voglio distrutti
      i poemi di Livio che, ricordo, a me da ragazzo
      Orbilio dettava a suon di botte, ma mi meraviglio
      che siano creduti puri, leggiadri, praticamente perfetti
      »

      Il popolo che si era insediato millenni prima su un colle alla sinistra del Tevere fondando il villaggio fortificato di Roma, riuscì ad imporre il suo dominio su tutto il bacino del Mediterraneo. Essi parlavano latino, la lingua del Lazio, per cui ogni pedagogo parlava e insegnava in latino. Si impose invece quasi affatto in Grecia, che aveva già una sua cultura molto evoluta. Così più che i Greci a studiare il latino, furono i latini (i romani) a studiare il greco.

      Come scrisse Orazio: "Graecia capta ferum victorem cepit" ( la Grecia, conquistata [dai Romani], conquistò il selvaggio vincitore.)




      ETA' IMPERIALE


      L'insegnamento delle madri

      Negli ultimi anni della Repubblica e durante l' Impero i bambini ricevevano la prima educazione dalle madri e non più dai padri, la ragione è da ricercarsi in varie cause. La prima era che l'uomo romano se voleva fare una qualsiasi carriera e sopratutto se voleva essere considerato e rispettato doveva andare a prestare servizio nell'esercito. Qui poteva fare carriera se aveva buone attitudini militari e fare soldi dividendo i bottini o ottenendo se non il governo di una provincia, un posto di rilievo nelle zone conquistate.

      La seconda stava nel fatto che, essendo già le donne scolarizzate e se di famiglia ricca anche istruite sui classici, erano in grado di insegnare parecchie cose ai propri figli. La terza era che già dalla fine della repubblica i costumi e la considerazione delle donne nel mondo romano erano molto cambiati. Il ruolo della donna era più rispettato e anche se non poteva adire alle cariche pubbliche influiva notevolmente sulla politica dell'epoca.

      Tuttavia non tutte le donne erano come la madre dei Gracchi, e passare tutto il tempo a badare ai figli non era più l'ambizione delle donne romane. Se ne scandalizza e se ne duole molto Cicerone che lamenta l'assenteismo delle donne che affidano i propri figli al pedagogo, in genere pagato profumatamente se la famiglia era agiata, oppure, se le finanze erano più limitate, si inviavano i figli alle scuole private.

      Plinio il Giovane addirittura considerò funesto per i sani costumi che le madri rinunciassero a educare personalmente i figli proprio quando avevano più bisogno di una guida. In realtà Plinio, e lo confessa apertamente, teme che le donne romane oziando si dessero per noia alla dissolutezza. Insicurezza personale insomma.

      Di conseguenza frequentemente a Roma e ovunque nell'impero romano si vedevano botteghe con una cattedra e le sedie dove un insegnante, per lo più greco, impartiva ai fanciulli l'insegnamento delle scuole inferiori o superiori. Tale uso dilagò letteralmente nel II sec., praticamente con Augusto. Gli imperatori successivi, come Adriano, favorirono la diffusione dell'insegnamento elementare fin nelle lontane regioni dell'impero convincendo i maestri ad esercitare il loro insegnamento esentandoli dal pagamento delle tasse.

      Insomma un insegnante, pagato privatamente, faceva lezioni come nelle scuole moderne a un gruppo di ragazzi che seguivano, annotavano e studiavano la lezione. Non sembra di stare in un'epoca moderna?




      LA SCUOLA PRIVATA


      I luoghi e gli strumenti

      L'insegnamento privato veniva praticato in piccole stanze (tabernae), praticamente piccoli negozi con porta sulla strada, di certo le aule dovevano essere piccole perchè affittare una taberna a Roma costava tre volte quello che si pagava nel resto del suolo italico. E non è che oggi in Italia, e non solo, possiamo disporre di maggiore spazio per i bambini, se nelle aule odierne ne sono contemplati per legge anche 40 in un'aula. Quando il tempo poi lo consentiva, si insegnava all'aperto.

      L' arredamento scolastico consisteva di sgabelli su cui sedevano gli scolari intorno al maestro il quale era seduto su di una sedia con spalliera (cathedra) o senza (sella). Non c'erano tavolini ma gli alunni tenevano sulle ginocchia gli strumenti per scrivere.

      Si scriveva su papiro, o su pergamena, ma erano abbastanza costosi, per cui in genere gli scolari usavano delle tavolette incerate su cui passavano uno stilo, cioè un bastoncino appuntito per incidere le lettere, poi la pagina veniva rispianata e si tornava a scriverci sopra.

      In quanto al papiro, avendo la superficie rugosa si poteva scrivere da un solo lato ma i romani resero la superficie perfettamente liscia rendendola scrivibile da ambedue le parti.

      Per scritte che dovessero durare nel tempo si usavano tavole imbiancate col gesso (tabulae dealbatae), oppure pietra o marmo scolpiti.

      ROLLO ROMANO IN PAPIRO
      I libri erano costituiti in pagine incollate di seguito formando una striscia che veniva avvolta in un rotolo (scapus), arrotolato a due bastoncini (umbilicus) sia in cima che alla fine per evitare che la parte finale si sporcasse strascicando sul terreno; sull'orlo superiore del rotolo veniva applicato un cartellino con scritto il titolo del libro.

      Giulio Cesare, nella sua compilazione del De bello gallico, onde non aggiungere peso ai carri, tolse i bastoncini inventando invece i fogli di pergamena piegati a quaterne (quaterniones). Aveva inventato il libro con la copertina ( codice membranei).

      Il papiro e la pergamena restarono però marginali in quanto costosi, mentre andarono per la maggiore cocci, pelli e tavolette tutti cosparsi di cera. L'inchiostro (atramentum) si otteneva mischiando: fuliggine di resina o di pece, feccia di vino e nero di seppia. L'inchiostro veniva tenuto da contenitori (atramentarium) di bronzo, d'argento o di vetro. Per scrivere si utilizzavano cannucce appuntite (calamus) oppure penne d' uccello (penna).

      Le tavolette avevano bordi rialzati per contenere la cera che vi veniva spalmata su entrambe le parti e poi legata con altre tavolette con una cordicella passante nei fori laterali, in modo da avere l' aspetto di un libro; l'insieme di più tavolette veniva chiamato caudex o codex. All'estremità opposta dello stilu c'era una spatolina per cancellare lo scritto.


      Litterator

      COPIA ODIERNA DI UNA TAVOLETTA CERATA
      Il pedagogo personale del bambino aristocratico o comunque di famiglia ricca, si diceva Litterator in quanto insegnava a leggere e scrivere. Si passava poi ad una fase di perfezionamento di ciò che si era imparato. Imparare a memoria le lettere e poi imparare le sillabe era uno studio piuttosto faticoso. Qualcuno ha trovato di che criticare questo sistema di studio, dimenticando che è rimasto in uso, in Italia e non solo, fino alla seconda metà del XX sec.

      Basta aver presente i vecchi quaderni dove si imparava a fare le aste, per scrivere in modo corretto e diritto dentro i quadretti, e poi le pagine ripetute fino allo sfinimento di sillabe e parole.


      Librarius

      Per questa fase subentrava il Librarius che perfezionava il ragazzo nella lettura e nella scrittura. Di questo livello è la lettura di qualche classico molto semplice, insomma il saper leggere fluentemente e scrivere in forma accettabile.


      Calculator


      Il Calculator insegnava a compitare e a fare le varie operazioni aritmetiche.

      Per eseguire calcoli elementari gli alunni facevano i conti con le dita, invece per calcolare le decine, le centinaia e le migliaia imparavano a spostare i sassolini (calculi) degli abachi. Insomma avevano un pallottoliere come si usava nel XX sec.


      Notarius

      Vi era poi il Notarius che insegnava a stenografare. Infatti nell'antica Roma si usava la stenografia, in parte si nota sulle epigrafi, come i nomi puntati abbreviati ecc.

      Ma le abbreviazioni aumentavano quando si doveva scrivere sotto dettatura, come faceva ad esempio Giulio Cesare quando scrisse il de Bello Gallico tra una pausa e l'altra delle operazioni belliche.


      Grammaticus

      AUTENTICA TAVOLETTA CERATA ROMANA
      A 12 anni i maschi passavano al secondo livello di istruzione con il grammatico, (grammaticus) un insegnante che arrivava dalla Grecia, dall'Asia minore o dall'Egitto, ed insegnava lingua e letteratura greca e latina, storia, geografia, fisica e astronomia.

      Le femmine invece non vi erano ammesse, perchè dovevano dedicarsi ai lavori domestici: filare la lana, tesserla, cucire abiti e coperte, cucinare e spazzare. Se di un ceto grado la matrona si limitava alle stoffe e alla cucina, al resto provvedevano le schiave. Tuttavia nelle famiglie molto agiate si usava mettere un insegnante anche alle femmine, per cui spesso le patrizie romane erano colte e raffinate, con grande rabbia di Giovenale che odiava le donne acculturate.


      Rhetor

      La materia principale e la più acculturata era la retorica, che serviva per esprimersi con convincimento e con un linguaggio colto, e per questa serviva un professore di eloquenza (rethor) il quale insegnava la difficile arte del parlare allenando gli allievi ad effettuare monologhi ( suasoriae) oppure dibattiti (controversiae) in cui due scolari sostenevano due tesi opposte.

      I giovani delle famiglie ricche erano invece seguiti da maestri privati. A 17 anni iniziava il terzo livello di istruzione, destinato a chi doveva intraprendere la carriera politica o giuridica. Quest'altra fase durava 2 anni e le lezioni erano tenute da retori. Gli studenti che volevano continuare gli studi dovevano recarsi ad Atene, Pergamo, Rodi o Alessandria per incontrare maestri di filosofia, geografia, astronomia e fisica.



      LA SCUOLA PUBBLICA

      Fu iniziata grosso modo nel II sec. a.c.. Bisogna pensare per un attimo a come fosse la organizzatissima città di allora, per alcuni versi organizzata molto meglio di oggi. E dobbiamo soprattutto capire che l'alfabetizzazione nell'età imperiale era simile a quella di oggi in Italia, fatto straordinario, soprattutto se pensiamo che Roma, con circa 1 milione di abitanti, aveva una popolazione costituita solo per il 25% di cittadini romani, il resto erano stranieri, ma tenuti ad integrarsi se volevano sopravvivere.

      AUTENTICO ABACUS ROMANO
      Roma antica era l'America dell'epoca, era il paese delle opportunità, chi aveva ingegno e operosità in qualche modo trovava di che vivere. C'erano molti schiavi, quindi stranieri ma anche moltissimi liberti, talmente tanti che augusto fece emanare una legge per cui non era lecito liberare uno schiavo prima che fossero passati 5 anni dall'inizio della sua schiavitù. I cosiddetti liberti, ovvero gli schiavi liberati, erano diventati piccoli imprenditori e non di rado riuscivano ad accumulare discrete ricchezze.

      Desiderando i padroni demandare il più possibile agli schiavi, era necessario che questi sapessero
      almeno parlare bene il latino e saper far di conto. per cui la scuola pubblica fu istituita per le famiglie povere, per gli schiavi ma soprattutto per gli immigrati, perchè la romanizzazione era alla base del programma imperiale, e ciò permise di diffondere la legge e la civiltà nel mondo.


      Ludi Magister

      A 6, o al massimo a 7 anni i bambini iniziavano la scuola del "Ludi Magister", la scuola pubblica elementare. La scuola iniziava alla fine del mese di marzo e durava 8 mesi. Ogni giorno gli alunni dovevano seguire 6 ore di lezione, con una breve pausa per il pranzo che di solito si portava da casa.

      Qui gli alunni imparavano a leggere, a scrivere e a fare i calcoli, utilizzando il trittico, ossia tavolette di legno cosparse di cera che venivano unite tra loro con anelli di vimini, in pratica un vero e proprio libro. Gli alunni indisciplinati venivano puniti con la verga o la frusta di cuoio. Ciò non deve scandalizzare più di tanto perchè in Italia, e non solo, si è usato impunemente fino alla prima metà del '900.

      Nei Ludi Magister c'erano:


      Magister, in pratica il maestro elementare.


      Grammaticus, il commentatore di testi greco-latini ma non solo. Nelle arti liberali rientravano come insegnamento la mitologia, la poesia, la musica, i cori, la geografia e l'astronomia, e a tutto ciò provvedeva il grammatico.

      Mentre il Ludus Letterarius del magister delle elementari disponeva di un unico libero, una specie di abecedario, il Grammaticus disponeva di una doppia biblioteca e impartiva lezioni sia in greco che in latino. Questo fatto sottolinea la straordinaria cura e l'avanzatissima civiltà romana, che molto seppe imparare da chiunque e in fatto di letteratura molto seppe imparare dai greci. Anzi i grammatici romani insegnarono la letteratura latina basandosi sempre sulla letteratura greca.

      Se per un attimo pensiamo al costo dei libri all'epoca, in cui i testi venivano copiati a mano, possiamo comprendere quanto fosse tenuta in conto l'istruzione, visto che una scuola superiore potesse usufruire di ben due biblioteche.


      Rhetor, o maestro di eloquenza, con cattedre di retorica e filosofia.
      I primi professori di grammatica e di retorica provennero dall'Egitto e dall'Asia, insegnando sia in greco che in latino. Il più famoso dei maestri fu Quintiliano.

      Le classi erano composte da ragazzi e ragazze, chiunque poteva iscriversi, senza distinzione di età e di sesso e le lezioni iniziavano all'alba e senza interruzioni continuavano sino a mezzogiorno.

      Le scuole chiudevano solo nei giorni di mercato, durante le feste per Minerva e per le vacanze estive. La disciplina era molto dura come nelle scuole private.

      QUINTILIANO « Il dolore e la paura fanno fare ai fanciulli cose che non si possono onestamente riferire e che ben presto li coprono di vergogna. Accade di peggio se si è trascurato di indagare sui costumi dei sorveglianti e dei maestri. Non oso dire le infamie cui uomini abominevoli si lasciano andare in base al loro diritto di punizione corporale... »

      Tutto ciò inorridisce certi detrattori dell'impero romano, quasi sempre italiani, perchè vedono nell'impero lo strapotere dei potenti. In realtà nel mondo antico Roma è stata il faro della civiltà. Nelle altre parti c'erano le tribù o i re che avevano a capriccio potere di vita e di morte sui sudditi, e dei padri che avevano potere di vita e di morte su mogli e figli.

      Ma soprattutto:
      A scuola si picchiavano bambini e ragazzi tanto quanto a casa venivano picchiati. E questo accadeva in ogni parte del mondo. A Roma anzi i bambini indossavano la toga praetexta e la bulla, segni di inviolabilità, sia perchè fin da allora si conoscevano certe tendenze pedofile, sia perchè ciò poneva un limite a quanto si poteva spingere un insegnante o un genitore nel picchiare un bambino, perchè se gli provocava lesioni poteva finire in tribunale.

      Il grammatico usava spiegare in greco gli autori latini però, verso la fine del I sec. a.c. un liberto attico, Quinto Cecilio Epirota, decise di parlare latino e ammettere all'onore delle sue lezioni non solo gli autori latini antichi, ma pure autori latini viventi o scomparsi da poco.

      Nell'insegnamento si dava grande importanza all'esposizione per cui i grammatici imponevano gli esercizi ad alta voce e le recitazioni a memoria. Per un romano saper parlare era basilare, sia che facesse l'avvocato, o facesse l'ambasciatore, o avesse una carica militare in cui doveva arringare i soldati. Perfino in una cena tra amici il triclinio diventava molto più lieto se si invitava qualcuno che sapesse recitare gli autori, o meglio ancora se fossero gli autori a citare se stessi. I romani erano un popolo molto colto.



      Sui testi classici si eseguivano:

      - l'emendatio ovvero la critica orale su cui gli studenti potessero riflettere.

      - l'enarratio o commentario, che serviva a far elaborare le menti affinchè diventassero più acute e abituate ad avere idee proprie.

      - l'explanatio ovvero la spiegazione frase per frase o verso per verso, definendo tutte le figure retoriche e ricavando il significato di ogni parola.

      Il retore insegnava a parlare eloquentemente, chi sapesse parlare aveva un pubblico ai suoi piedi. Giulio Cesare colpì anzitutto per la sua grande eloquenza quando fece l'elogio funebre di sua zia Giulia e di Corneli, sorella e moglie di suo zio Mario. Altrettanto piacque ai romani l'eloquenza di Ottaviano quando a soli dodici anni dovette fare l'elogio funebre per la morte di sua nonna. Saper parlare era un magnifico biglietto da visita in ogni campo.

      Quando si giudicava che l'allievo fosse al massimo delle sue potenzialità dimostrava le sue qualità oratorie nelle causae dove esaminava particolari casi di coscienza (suasoriae) o nelle arringhe (controversiae).



      LIMITI ROMANI ALLA FILOSOFIA

      Tuttavia Roma fu sempre sospettosa nei confronti della filosofia, e il senato cacciò dall'Urbe l'accademico Carneade, lo stoico Diogene e il peripatetico Critolao. La concretezza e l'organizzazione dello stato romano non consentiva voli pindarici filosofici. La filosofia era fatta per pensare e non per prendere decisioni. I romani deprecavano ogni eccesso, non amavano la religione isiaca perchè i suoi seguaci erano troppo fanatici, e per la stessa ragione proibirono ai romani di diventare sacerdoti di Cibele che si flagellavano fino ad evirarsi perchè non era dignitoso per un romano.

      La cultura era molto stimata e incentivata. Roma era piena di scuole pubbliche, di biblioteche e di teatri, perfino nel palazzo dell'imperatore c'era la scuola per gli schiavi, ma la filosofia troppo spinta portava a perdere il filo del ragionamento e della intraprendenza.




      LA FINE DEL LATINO

      La diffusione delle opere letterarie elleniche creò il problema del conoscere la lingua, in quanto gli studenti dovevano iniziare con testi in lingua latina; ciò dette l' impulso a iniziare le prime traduzioni di opere letterarie dal greco al latino, con varie traduzioni in lingua latina. Giunsero così opere importanti come l' Odissea tradotta da Andronico.

      Anche se ovviamente c'era una differenza tra il latino letterario e quello parlato dal popolo, la differenza non era così forte da impedire di capirsi l'un l'altro. Queste differenze però divennero un baratro con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.c.), non tanto per le frammentazioni degli stati, ma perchè la Chiesa ordinò la chiusura di tutte le scuole pubbliche. Restarono aperte solo quelle della Chiesa che però venne riservata ai preti.

      Fu Dante Alighieri, che scrisse opere sia in volgare sia in latino a seconda del pubblico a cui intendeva rivolgersi, a decretare, senza forse volerlo, la fine del latino. Per ingraziarsi il Papa che l'aveva fatto esiliare scrisse un poema sulle punizioni dei malvagi e i premi dei buoni secondo il giudizio di Dio. Le punizioni erano talmente sadiche, brutali e malvagie che riempirono di paura le anime dei semplici, cioè del popolo per cui il potere della Chiesa se ne avvantaggiò. Non tolse l'esilio a Dante ma caldeggiò fortemente l'uso del dialetto toscano affinchè tutti potessero leggere il poema dantesco e terrorizzarsi.

      COSI' FINI' LA LINGUA UNIVERSALE DI TUTTO IL MONDO CIVILE ANTICO, LA PIU' RICCA, SINTETICA, EFFICACE, MELODIOSA E BELLA LINGUA DEL MONDO.


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      La storia della fondazione di Roma ci è giunta attraverso le opere di Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Virgilio e Ovidio, quasi tutti di età augustea, mentre era in auge l'esaltazione dell'Urbe che aveva conquistato buona parte del mondo conosciuto.



      LA LEGGENDA

      Nell'Eneide di Virgilio, Enea, figlio di Venere, fugge da Troia, vinta dagli Achei, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio.

      ENEA FERITO ED ASCANIO
      Dopo mille peregrinazioni Enea raggiunge le coste del Latium vetus (antico Lazio), nel territorio di Laurento. Qui, viene accolto da Latino, re degli Aborigeni, e dalla figlia Lavinia, di cui s'innamora corrisposto.

      Però Turno, re dei Rutuli, a cui la giovane era stata promessa, prepara la guerra. I Rutuli vengono sconfitti e Latino, re alleato di Enea, viene ucciso. Una volta sposato a Lavinia, Enea fonda una città, Lavinio, in onore della moglie.

      Passano trent'anni e il figlio di Enea, Ascanio, fonda una nuova città, Alba Longa, sulla quale, come narra Tito Livio, regnarono i suoi discendenti  (dal XII all'VIII sec. a.c.). In seguito,  il figlio e legittimo erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato dal fratello Amulio, che costringe sua nipote Rea Silvia,  a diventare vestale e fare voto di castità per non generare un pretendente al trono.

      Però a Marte piace Rea e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Re Amulio, saputo della nascita, ordina di annegare i gemelli, ma il servo incaricato li abbandona sulla riva del Tevere. Rea Silvia non viene sepolta viva perchè di stirpe reale, ma verrà confinata in una torre.



      ROMOLO E REMO

      La cesta dei gemelli si arena presso la palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, alle pendici del Palatino, nel Germalus, sotto un fico, il fico ruminale o romulare, nei pressi di una grotta del Lupercale. I due vengono allattati da una lupa che aveva perso i cuccioli, e assistiti da un picchio che li protegge, entrambi animali sacri ad Ares.

      FAUSTOLO ED ACCA LARENTIA
      Poi il pastore Faustolo trova i gemelli e con la moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
      Una volta cresciuti, Romolo e Remo tornano ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore. Poi vanno a fondare una nuova città, nel luogo dove erano cresciuti.
      Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole chiamare Remora e fondarla sull'Aventino.

      Interrogano allora gli auruspici: il primo presagio, di sei avvoltoi, toccò a Remo, il secondo, di dodici avvoltoi toccò a Romolo. Litigarono per stabilire se contava la priorità dell'avvistamento o il numero degli avvoltoi. Nella mischia Remo resta ucciso e regna Romolo.

      La città quadrata viene fondata sul Palatino, nella sesta Olimpiade, 22 anni dopo che fu celebrata la prima, e Romolo diventa il primo Re di Roma. Questa la tradizione, che presenta diverse varianti, ma che nel complesso segue questo schema.



      LA FONDAZIONE

      Prima ancora dei romani si usava scavare una fossa per fondare una città e diverse fosse, anche di notevoli dimensioni, sono state trovate sul Palatino a Roma. dove per giunta venne scoperta una cinta di mura, dell'VIII sec. a.c. proprio sotto il Palatino.

      Andrea Carandini, l’archeologo che ha scoperto le suddette mura, pensa trattarsi delle mura della fondazione di Roma visto che:

      LA DEA ROMA
      1. le mura risalgono al sec VIII a.c.;
      2. il tracciato è interrotto da una porta situata proprio nel luogo dove la tradizione colloca la porta Mugonia;
      3. il tracciato ai piedi del Palatino segue il percorso originario delle mura indicato da Tacito e da Ovidio;
      4. le mura non hanno carattere di difesa, perchè sono in basso, ai piedi del colle, mentre avrebbero dovuto metterle in alto come rinforzo delle pareti scoscese;
      5. se non sono difensive, sono sacre, cioè delimitano uno spazio consacrato;
      6. sono stati trovati corpi umani sepolti entro le mura. O sono di tombe di un cimitero che le mura hanno attraversato, oppure sono sacrifici umani alla fondazione, come fa pensare la posizione della donna rannicchiata su se stessa che potrebbe essere stata sepolta viva. In questo caso le mura sono sacre;
      7. all’interno delle mura sono state inglobate pietre terminali, probabili segnali del tracciato del solco su cui sarebbero dovute sorgere le mura.

      Ma come andarono le cose?

      Le tradizioni sono concordi sulla consultazione degli auspici per decidere chi dei due fratelli avesse il favore di Giove, o Romolo, che voleva fondare una città sul Palatino e chiamarla Roma, o Remo, che voleva fondare una città sull’Aventino e chiamarla Remoria.

      La prima parte della cerimonia di fondazione è connessa al cielo e quindi a Giove, re degli Dei;
      la seconda parte è lo scavo della fossa, e il deposito in essa di alcuni oggetti simbolici :
      - primizie,
      - messi,
      - pugni di terra di altra provenienza,
      - il lituus del re-augure, o altra insegna di comando


      Segue poi la costruzione di un altare sulla fossa colmata, e l’accensione di un focolare.

      Praticamente si sanciva il possesso del luogo dove si sarebbe fondata la città, luogo gradito agli Dei e perciò da loro protetto.

      La fossa è il Mundus, consacrata ai Manibus, Dei dell'oltretomba.

      Ad essi si consegnano i beni del passato e del presente che diverranno i beni futuri stabilendo l'eterno divenire dell'Urbs.

      - Le primizie sono le messi che verranno.
      - le messi sono le primizie che furono,
      - la terra di altra provenienza è il passato di Albalonga, e magari anche di Troia,
      - il lituus è l'insegna del comando consegnata ai morti e ai posteri, attraverso la monarchia che si tramanda da padri a figli..

      LUPERCALE
      La fossa viene colmata poi con il Lapis Manalis, la via attraverso cui una volta l'anno i morti tornano ai vivi per donare responsi e indicazioni. E' il legame oscuro e inscindibile tra vivi e morti, tra uomini e antenati. E' il mondo del divenire.
      Scrive Servio (Aen. 3, 134): alcuni pensano che le are siano proprie degli Dei superi, i focolari degli Dei intermedi e marini, il mundus sia proprio degli dei inferi). Quindi cielo, terra e inferi, i tre volti della Dea primigenia.

      Plutarco narra che Romolo convocò a Roma degli auruspici etruschi per apprendere come procedere alla fondazione della città nel rispetto delle norme divine e dei libri sacri. Così scavò una fossa circolare e vi gettò dentro le primizie di ogni cosa, e seguaci di Romolo vi gettarono un pugno della loro terra di origine.

      Plutarco asserisce che la fossa chiamata Mundus fu il centro del solco circolare tracciato intorno ad essa con un aratro, trainato da un bue e da una vacca che vi erano stati aggiogati; questo solco rappresentava il perimetro delle mura della città.

      Man mano che l’aratro procedeva, i compagni di Romolo lo seguivano, raccogliendo le zolle smosse e gettandole all’interno del tracciato.

      Quando si arrivò al punto in cui ci avrebbe dovuto esserci la porta, lasciarono uno spazio non inciso dal solco: per questo le mura sono sacre ma le porte no.

      Dunque il mundus, sul Palatino, precisamente l’area davanti al tempio di Apollo, fu il luogo in cui Romolo fondò la Roma quadrata delle origini.

      La definizione di Roma quadrata per Festo deriva dalla forma del Palatino, che è un blocco roccioso di forma quadrata, mentre Varrone dice che Roma venne detta quadrata perché posta ad aequilibrium, o in piano, o in forma regolare di quadrato oppure di rettangolo. Viene comunque da pensare al quadrato come grande stabilità, avendo quattro lati e quattro angoli uguali.




      NATALE DI ROMA

      Il Natale di Roma, detto anche Dies Romana, o Romaia, rievoca la fondazione di Roma, secondo la narrazione di Varrone, eseguita da Romolo il 21 aprile del 753 a.c., come desunto dai calcoli astrologici del suo amico Lucio Taruzio. Da questa data in poi derivava la cronologia romana, definita infatti con la locuzione latina Ab Urbe condita, ovvero "dalla fondazione della Città", che contava gli anni a partire da qui.

      La fondazione di Roma fu sicuramente sempre celebrata ma non nella stessa data, perchè le fonti erano un po' discordanti, andando grosso modo dal 9 al 27 aprile.

      MONETA CHE CELEBRA L'EVENTO
      A partire dall'imperatore Claudio prevalse il calcolo di  Varrone e l'imperatore fece celebrare l'anniversario di Roma nel 47, ottocento anni dopo la data della fondazione. Da allora venne celebrata sempre in quella data. ma non se ne hanno notizie particolari, se non che nel 147-148 Antonino Pio fece una celebrazione estremamente fastosa. Nel 248 la celebrazione fu particolare perchè Filippo l'Arabo celebrò il primo millennio di Roma, assieme ai Ludi Saeculares (celebrati ogni cento anni), in quanto Roma compiva dieci secoli.

      Sono pervenute monete che celebrano l'evento. Su una moneta dell'usurpatore Pacazio, appare esplicitamente la data del "1001", come inizio di una nuova era, di un "Saeculum Novum".



      LA FESTA

      Solitamente il Natale di Roma era concomitante alla Parillia, festa dedicata a Pales, antica Dea del bestiame. Si eseguiva la purificazione dei campi, degli uomini e degli animali, che venivano fatti passare su fuochi di legna, paglia e cenere dei feti sacrificati.

      Nell'Urbe invece si festeggiava la commemorazione della fondazione di Roma, però diversi templi venivano purificati e nelle vie apparivano le fiaccole. Era festa civile e non sacra, pertanto senza sacerdoti e sacrifici animali, ma il cibo non mancava.

      Come in una fiera sorgevano mille bancarelle non solo di cibo ma di manufatti in legno e in metallo, di pentole e piatti, di brocche, di bicchieri, di vestiti, di calzari, di stoffe, di scialli e di gioielli. La festa veniva organizzata dai consoli tramite gli edili in epoca repubblicana e dagli imperatori, sempre mediante gli edili, in epoca imperiale.

      Per i politici e soprattutto per gli imperatori era un'occasione per mettersi in mostra e fare propaganda, ma affinchè il popolo accorresse necessitavano alcune componenti indispensabili:

      1) - La distribuzione di grano ai non abbienti. Nella tarda repubblica, come narra Tito Livio, il senato romano designava un edile con funzione di praefectus annonae, che curava le distribuzioni di grano alla popolazione. Senza distribuzione, tumulti e niente festa. Se il grano doveva venir distribuito in seguito se ne anticipava la consegna. Più la gente era sazia meno protestava.

      2) - La distribuzione eccezionale e copiosissima di vino, che placava i tumulti ed euforizzava la gente. Il senato e l'imperatore temevano il popolo. I romani antichi erano molto diversi da oggi, se gli girava scendevano in piazza ed era difficile far tornare l'ordine. C'erano pertanto i banchi dello stato che poneva le botti sui tavoli e ne distribuiva ai cittadini che per l'occasione si portavano i bicchieri di metallo da casa o li compravano sui banchi.

      3) - La presenza di generali vincitori che rassicurava il popolo sulla inviolabilità di Roma. In genere aprivano la processione con al seguito i dignitari di una legione che si era distinta particolarmente in una delle ultime battaglie. Seguivano discorsi sulle battaglie vinte e i popoli conquistati, e sul ruolo di Roma Caput Mundi.
      I romani partecipavano alla gloria dei generali e avevano i loro eroi preferiti sui quali potevano discutere animatamente.Già la loro vista provocava acclamazioni, grida e lancio di fiori e corone. La folla plaudiva adorante ai generali vittoriosi e ognuno tifava per il suo preferito. Ma anche la vista dei legionari decorati suscitava entusiasmo e finita la processione ognuno faceva a gara per offrirgli da bere.

      4) - La processione degli attori che personificavano i protagonisti, cioè Romolo, Remo, Tito Tazio, Rea, Marte, Amulio, Numitore, Acca Larentia, Faustolo e la Dea Roma. Ogni attore aveva i suoi attributi e il corteo giungeva in una vasta piazza dove rievocava le parti salienti della fondazione, dando il meglio della propria recitazione. Così anche i bambini imparavano la loro storia, ma soprattutto l'imparavano gli extracomunitari, Roma ne era piena, che si ritenevano fortunati di poter essere approdati in un paese tanto ricco e civile, e soprattutto con tante possibilità di lavoro.

      5) - Musici e ballerini che accompagnavano il corteo con suoni e danze. Iniziavano la mattina e non si fermavano quasi mai, accompagnando anche la recita degli attori. Naturalmente si davano il cambio ma spesso andavano avanti fino a stremarsi.

      6) - Bancarelle di pani. olive e formaggi, i cibi meno costosi cui più o meno tutti potevano attingere. Chi se lo poteva permettere andava a mangiare alle terme dove c'erano termopoli più rifiniti. Ma molte bancarelle avevano anche carne secca, pesce secco, garum e dolci in quantità, nonchè vini particolari e più costosi.


      7) -  Decorazione del percorso con ghirlande, coccarde, bracieri fumanti, torce, nastri e serti di fiori. Roma per i suoi natali non badava a spese e tutti gli edifici pubblici, dalle basiliche ai templi, ai mercati e alle caserme, tutto era adornato con li vessilli della lupa e dell'aquila. Alle finestre si esponevano i labari e le corone.

      8) - Entrata gratuita alle terme dopo la processione. Le terme erano in genere a prezzo quasi nullo, ma per le grandi occasioni l'ingresso era gratuito. Dopo aver girato tra cari e carretti i romani andavano alle terme, anch'esse guarnire a festa con stoffe di seta e frange e tappeti.

      9) - Entrata gratuita anche al circo, la più ambita, dopo essersi riposati e rinfrescati alle terme, magari con massaggi e trattamenti vari, i romani andavano al Circo Massimo, dove si svolgevano brevi scene teatrali e comiche, e si esibivano acrobati, cui facevano seguito i ludi più ambiti: le corse dei carri.

      10) - Prima della gara comunque l'evento più ambito era l'entrata trionfale dell'imperatore nel circo con allocuzione alla folla. Accanto a lui la moglie, i figli, o i parenti e i dignitari, scortati da uno stuolo di pretoriani. Anche se la festa era civile non mancavano alcuni insigni pontefici per dare lustro alla festa. Del resto l'imperatore stesso era pontefice massimo. Il discorso era vivace ed esaltante, perchè ricordava al popolo di essere unico, solo e migliore, molto diverso dai barbari incivili e arretrati.

      Si chiudeva infine la festa con la gente che invadeva le piazze piene di gente esaltata, stanca o ubriaca ma contenta, che si attardava fino a notte.

      Poi venne il cristianesimo e i costumi, la grandezza di Roma, e le memorie, caddero, dimenticate nei secoli.
      Ancora oggi il mondo stupefacente degli antichi romani è più seguito e studiato, e apprezzato dai popoli stranieri che dal popolo italiano.


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    • 05/02/16--06:04: LE DUE SUPERPOTENZE


    • Si intende per Via della Seta l’insieme dei percorsi carovanieri e rotte commerciali, di terra e di mare, che congiungeva l’Asia orientale, e in particolare la Cina, al Vicino Oriente e al bacino del Mediterraneo.

      Si dice che le relazioni fra l’ Impero Romano e Cina iniziarono indirettamente nel II secolo a.c. con l’apertura della famosa via della seta, ma cosa ci sarà di vero? La Cina dell'epoca romana viene situata al di là dell'Aurea Chersonesus (Penisola d'oro) e si riferisce alla penisola indocinese ed è descritta come adiacente al Magnus sinus (Mare grande) che corrisponde all'area allora conosciuta del Mar Cinese Occidentale. Il commercio attraverso l'Oceano Indiano fu molto intenso a partire dal II secolo e sono stati identificati numerosi porti commerciali romani, attraverso i quali deve essere passata effettivamente la relazione diplomatica tra i due imperi.



      ALESSANDRO MAGNO 

      Ma la via della seta non sarebbe iniziata senza l’espansione dell’impero di Alessandro Magno verso l’Asia Centrale fino alla Valle di Fergana ai confini dell’attuale regione cinese dello Xinjiang. Il principe macedone nel 329 a.c. fondò la colonia di Alexandria Eskate, nel Tagikistan.

      I primi a creare una rete di strade tra Europa e Asia sono stati i persiani, ma l’espansione maggiore è stata quella di Alessandro Magno, che è riuscito a raggiungere la Valle della Fergana, nell’odierno Uzbekistan, rendendo l’impero greco il più grande al mondo. Essendo quindi spianata la strada dal Mediterraneo fino ai confini uzbeki, con l’apertura successiva del Corridoio del Gansu si sono incontrate le due tracce dando vita di fatto alla Via della Seta.

      L’espansione greca continuò verso oriente, estendendo il proprio controllo fino alla Sogdiana, dove vi sono indicazioni che possano aver inviato spedizioni fino nel Turkestan cinese creando così i primi contatti fra Cina e mondo occidentale, intorno al 200 a.c.

      La Via della Seta dei grandi commerci fu iniziata però nel 114 a.c. nel periodo della dinastia Han (206 a.c. – 220 d.c.), e sopravvisse fino almeno al XV secolo, circa 150 dopo Marco Polo, quando si aprirono le vie marittime. Essa collegava la Cina ai territori dell'impero romano. 6000/7000 chilometri, a seconda delle varianti. Un percorso che conduceva dalla capitale cinese Xi'an sino alle coste del Mediterraneo.

      VASTITA' DEI DUE IMPERI

      I SERI

      Lo storico e poeta romano Floro ( 70/75 - 145 ), amico di Svetonio e di Adriano, descrive la visita di numerosi emissari, tra cui i Seri all'imperatore romano Augusto. I Seri erano una popolazione della Asia centrale e della Cina occidentale, famosa per la produzione della seta. Da "Seri" deriva infatti l'aggettivo "serico" relativo alla seta.

      Ma Plinio il Vecchio li descrive come: - «… Il padre di Rachias si era recato laggiù e al suo arrivo i Seri si erano mossi ad incontrarlo. Erano individui di alta statura, biondi di capelli e con gli occhi azzurri, dotati di voce rauca e di una lingua poco adatta al commercio.»

      Evidentemente nell'Impero Romano, con il nome Seri non si conobbero i Cinesi ma gli indoeuropei che ancora sopravvivevano nelle città-stato carovaniere delle oasi del deserto di Taklimakan lungo la Via della Seta.

      Lo storico greco Strabone scrive che "i greci estesero il loro impero lontano fino ai Seri e ai Frini (Strabone, Geografia); primi sono gli uomini conosciuti come i Seri, famosi per il filato ottenuto dalle foreste; dopo averle macerate in acqua estraggono la parte bianca dalle foglie... Molta gente è impiegata e molto lontana è la regione da cui proviene per permettere alle matrone di indossare in pubblico vesti trasparenti".

      Scrive Plinio:
      "I Seri sono famosi per la sostanza lanosa che si ottiene dalle loro foreste. Dopo un'immersione nell'acqua essi pettinano via la peluria bianca dalle foglie"... (Plinio il Vecchio, Storia Naturale)

      E Virgilio: "di come i Seri cardano con il pettine/ i sottili fili di seta dalle foglie" (Virgilio,Georgiche)

      Del resto la via della seta marittima partendo dalla Cina settentrionale raggiungeva quella meridionale, Filippine, Borneo Siam, Malacca, Sri Lanka, India, che conoscevano l'impero romano e lo guardavano con ammirazione, il grande conquistatore delle nazioni. Per cui anche Sciti e Sarmati mandarono inviati a stringere amicizia con Roma.

      LE ROTTE COMMERCIALI TRA ROMA E L'ORIENTE (ingrandibile)
      "Anche i Seri giunsero, e gli indiani che abitavano sotto il sole verticale, portando come doni pietre preziose e perle ed elefanti, e parlarono del lungo viaggio che avevano intrapreso, e che dissero che gli aveva richiesto quattro anni. In realtà bastava guardarne la carnagione per capire che facevano parte di un modo diverso dal nostro" ("Cathay and the way thither", Henry Yule)

      Nel 97 il generale cinese mandò un inviato a Gan Ying. Seguirono numerose Relazioni diplomatiche ambasciate romane in Cina a partire dal 166, ufficialmente registrate nelle cronache cinesi.



      L’AMBASCIATA DI ZHANG QIAN

      Le relazioni diplomatiche tra mondo romano e cinese iniziarono in modo indiretto con l'apertura della Via della seta nel II secolo a.c. La Cina e l'Impero Romano si avvicinarono progressivamente prima con l'ambasciata di Zhang Quian nel 130 a.c. e le spedizioni militari della Cina verso l'Asia Centrale fino al tentativo del generale Ban Chao di inviare una delegazione a Roma attorno all'anno 100. Antichi storici cinesi registrarono alcune ambasciate romane in Cina; tra cui quella dell'imperatore Marco Aurelio dell'anno 166.


      - 130 a.c -

      Intorno al 130 a.c. a seguito dei rapporti dell’ambasciatore Zhang Qian, avvennero le ambasciate della dinastia Han verso l’Asia Centrale, l’imperatore cinese Wudi voleva relazioni commerciali con le sofisticate civiltà urbane della Battriana e della Partia, e in conseguenza di ciò ogni dieci anni circa, i cinesi inviarono numerose ambascerie che arrivarono fino ai territori siriani del regno Seleucide.

      - 53 a.c. -

      All'inizio dell'estate del 53 a.c., 700 anni dopo la fondazione di Roma, sospinto dall'invidia per i trionfi militari di Cesare e Pompeo, Marco Licinio Crasso partì alla volta della Persia al comando di sette legioni, per sfidare l'esercito dei Parti a tornare a Roma carico di bottino e onori. Ma Crasso pagò quell'imprudenza con la vita, e con la sconfitta della battaglia di Carre.

      Secondo lo storico Homer Dubs, quei mercenari dei soldati romani superstiti della battaglia di Carre, si sarebbero stanziati in Cina. Da Plinio il Vecchio sappiamo che nella sconfitta romana, 10.000 romani furono catturati dai Parti e trasportati nella Margiana, un territorio nell'attuale Turkmenistan.

      Qui i legionari, una volta sotto l'impero cinese, avrebbero fondato il villaggio di Li-jien, nell'attuale Yongchang, nel nord-ovest della Cina; questa teoria è suggerita da vari indizi, tra cui lo stesso nome del villaggio (uno dei diversi modi del cinese antico per indicare Roma) ed i caratteri etnico-antropologici degli abitanti dell'area su cui sorse il villaggio, diversi da quelli cinesi.

      Secondo altri invece sarebbe stato Cesare, di ritorno dall'Anatolia, a portare a Roma alcune bandiere, catturate al nemico, di uno sfavillante e sottile tessuto che tutti avrebbero voluto possedere. Sembra che lo stesso Cesare avesse indossato una clamide di seta, evidentemente fatta con le bandiere, ma il fatto fu molto criticato..

      Nemmeno mezzo secolo dopo, la "serica" - così detta perché fabbricata dal lontano popolo dei Seri, come a Roma venivano chiamati i cinesi - era il più ambito paludamento della nobiltà romana, che ne faceva sfoggio senza ritegno, con grande scandalo dei ben pensanti.

      Comunque separate da altri due grandi imperi - dei Parti in Persia e dei Kushana nei territori degli attuali Afghanistan e Pakistan - in quel periodo Roma e la Cina non vennero in contatto diretto, sebbene entrambe tentassero di inviare ambasciatori dall'altra parte del mondo. Fu così che, per secoli, i Romani non seppero nulla circa l'origine della seta e della lavorazione necessaria per tesserla.

      - 36 a.c. - 

      Forse superstiti romani della campagna condotta da Marco Antonio contro i Parti nel 36 a.c., utilizzati come soldati lungo le frontiere orientali del loro impero; da qui, forse a seguito di una fuga o di un'ulteriore cattura in battaglia, sarebbero stati arruolati dagli Unni come mercenari.

      - 35 c. a.c. - 

      Intorno alla metà del I sec. a.c. gli Unni furono coinvolti in una guerra civile: due fratelli, Hu-han-hsieh appoggiato dalla Cina, e Chih-chih, si disputavano il titolo di Re degli Unni. Sconfitto dal generale cinese Cheng Tang, Chih Chih fu catturato e messo a morte nel 35 a.c., ma la notizia interessante, tramandataci dalle cronache cinesi, è che la sua guardia del corpo era composta da uomini di un'altra etnia, capaci di usare una complessa tattica di difesa definita come "a scaglie di pesce", tipo la testudo romana.



      IL SEGRETO DELLA SETA

      La Via della seta, venne così a formarsi nel I secolo d.c., in seguito ai numerosi tentativi cinesi di consolidare una comunicazione verso il mondo occidentale e l’India, sia attraverso contatti diretti nell’area del Tarim, sia attraverso relazioni diplomatiche con le regioni del Dayuan, i Parti e, più a ovest, i Battriani. Si sviluppò così un intenso commercio con l’impero romano, dato la grande passione dei romani per la seta cinese che dal I secolo arrivava a Roma attraverso i Parti.

      Dunque i Parti importavano la seta dalla Cina, e neanche loro sapevano come venisse prodotta, e così l'India che importava la seta dalla Cina e la esportava in occidente, ma nessuno sapeva. Come era possibile? Essendo un prodotto costoso doveva esserci un forte interesse a poterla riprodurre. C'è però una specie di leggenda o storia sulla produzione del prezioso tessuto.

      La scoperta dell'utilità del baco da seta sembra si debba a un'antica imperatrice di nome Xi Ling-Shi, moglie dell'imperatore Giallo, nel XXVIII sec. a.c. L'imperatrice stava passeggiando quando sfiorò un bruco con un dito e questi tirò fuori un filo di seta. Man mano che il filo usciva, l'imperatrice lo avvolgeva al dito, finchè comparve un piccolo bozzolo, e comprese il legame tra baco e seta. Insegnò quanto aveva scoperto al popolo, e la notizia si diffuse.

      Come fece a far tacere tutto il popolo? Per quanto fosse interesse dei cinesi non è possibile che nessuno fosse tentato dal divulgare un segreto che sarebbe stato pagato a peso d'oro. In epoca antichissima le imperatrici avevano un potere uguale se non superiore ai loro consorti, perchè mentre il re badava all'amministrazione e all'esercito, le regine badavano alla religione e ai costumi. Per questo esse svolgevano un compito un po' magico e un po' misterioso. L'imperatrice che scopri la produzione della seta intuì che occorreva ammantare la scoperta di un divieto divulgativo supremo.

      Un segreto religioso che portava alla dannazione chi lo violava. Sicuramente tutto il processo ebbe un valore religioso e simbolico, e solo una certa casta di persone venne messa al corrente del segreto e addetta all'allevamento del baco. Certamente il popolo ignorava il procedimento altrimenti l'avrebbe riprodotto e facilmente divulgato fuori dei confini di stato

      Così nessuno poteva commettere il sacrilegio permettendosi di coltivarlo per suo conto. L'allevamento era sotto custodia e supervisione imperiale. Solo così si poteva mantenere il segreto.

      Sta di fatto che la seta non era portata a Roma direttamente dai cinesi ma vi arrivava per mezzo dei Sogdiani e dei Parti, e poi dei commercianti di Palmira e Petra, trasportata via mare dai marinai di Antiochia, Tiro e Sidone.



      SPEDIZIONE DI BAN CHAO

      - 97 d.c. -

      Spedizione di Ban Chao Nel 97, il generale cinese Ban Chao attraversò le montagne del Tian Shan e del Pamir con un esercito di 70.000 uomini in una campagna contro gli Xiongnu (gli Unni) spingendosi a ovest fino al Mar Caspio, raggiungendo il territorio della Partia.

      Durante questa spedizione mandò un inviato di nome Gan Ying a "Da Qin" (Roma). Gan Ying lasciò una dettagliata descrizione delle terre occidentali anche se arrivò solo fino al Mar Nero prima di fare ritorno in patria.

      Gan Ying riportò notizie dell'Impero romano prese da altre fonti. Egli situava Roma nell'ovest del mare: - Il suo territorio copre diverse migliaia di "li" (un li equivale a circa 1/2 km), è composto da circa 400 città fortificate. Ha assoggettato molte decine di piccoli stati. Le mura delle città sono di pietra. Hanno istituito una rete di stazioni di posta... Ci sono pini e cipressi -

      Hou Hanshu descrive anche il sistema democratico, l'aspetto fisico e le ricchezze di Roma:

      IMPERO HAN
      "Per quanto riguarda il re, non è una figura permanente ma viene scelto fra gli uomini più degni... La gente è alta e di fattezze regolari: assomigliano ai cinesi ed è per questo che questa terra è chiamata - Da Qin - (la Grande). Il suolo fornisce grandi quantità d'oro, argento e rari gioielli, compreso un gioiello che splende di notte...
      Hanno tessuti con inserti in oro per formare arazzi e damaschi multicolori e fabbricano vestiti dipinti d'oro e un vestito-lavato-nel-fuoco Hou Hanshu, citato in Leslie and Gardiner. Infine Gan Ying determina correttamente Roma come il polo principale, posto al terminale occidentale della "Via della seta". È da questa terra che arrivano tutti i vari e meravigliosi oggetti degli stati stranieri."

      L'esercito cinese stipulò un'alleanza con i Parti e costruì alcuni avamposti militari a una distanza di alcuni giorni di marcia dalla capitale della Partia Ctesifonte riuscendo a controllare la regione per parecchi anni".

      Viene da notare che se i Romani assomigliano ai cinesi anche i Seri possono essere cinesi, o forse si andava un po' a simpatie, se un popolo era potente qualcosa di cinese doveva averlo.

      Comunque mezzo secolo dopo, la "serica" - da Seri, come a Roma venivano chiamati i cinesi, era molto ricercata dalla nobiltà romana, ma, separate dai Parti in Persia e dai Kushana (attuali Afghanistan e Pakistan), Roma e Cina non vennero in contatto diretto, sebbene entrambe inviassero ambasciatori cercandosi a vicenda. Così per secoli, i Romani non seppero nulla circa l'origine della seta e del modo di produrla.

      Infatti, nella "Storia naturale", Plinio il Vecchio dice che i Seri fossero "famosi per la lana delle loro foreste" e che "Staccano una peluria bianca dalle foglie e la innaffiano; le donne quindi eseguono il doppio lavoro di dipanarla e di tesserla".

      Dei bachi non si sapeva nulla. La Cina custodiva il segreto, e l'esportazione dei bachi era proibita pena la morte. Solo intorno al 420 d.c, quando la Cina si divise nei tre imperi Wei, Wu e Shu, la figlia di un imperatore, andata in sposa a un principe di Khotan, nel Tarim, per compiacere il marito, riuscì a contrabbandare le uova dei bachi da seta e i semi di gelso, nascondendoli nell'ornamento della sua acconciatura.
      Così il bacino del Tarim scoprì l'allevamento dei bachi e all'epoca, le città del bacino del Tarim, (attuale Xinjiang), erano tappe obbligate per chi, provenendo da Xi’an , percorreva il Gansu per traversare l'Asia centrale.

      - 116 d.c. - 

      Nel 116 d.c., l’Imperatore romano Traiano entrò in Ctesifonte (campagne partiche di Traiano), dopo averla assediata ma non si verificò mai un contatto diretto fra le due civiltà.

      La città era posta a una trentina di km dall'attuale Bagdad, capitale dell'Iraq, collocata su una delle direttrici dell'antica Via della Seta.

      - 130 d.c. -

      La Cina in passato era solo l’area nord-orientale di ciò che è oggi. La difficoltà di espansione era dovuta a sud-est dall'altopiano tibetano, e a nord-est dall’arido deserto del Gobi. Muoversi verso est era impossibile finchè, intorno al 130 d.c., durante la dinastia Han, non venne aperto un passaggio nel Corridoio del Gansu, una stretta via tra le montagne e il deserto che collegava la Cina all’Asia centrale. Xi’An, situata alla fine orientale del Corridoio, era la città di partenza per tutti i viaggi verso l’impero cinese.

      - 150 d.c. - 

      La Cina è riportata nella "Geografia" di Tolomeo che è datata 150 d.c., per cui doveva essere ben conosciuta dai romani dell'epoca. Il suo nome e la sua posizione vi sono descritti accuratamente.


      - 165 d.c. - 

      La città di Ctesifonte fu ripresa da Lucio Vero nel 165 (campagne partiche di Lucio Vero).


      - 166 d.c. - 

      I Romani viaggiarono fino all'Estremo Oriente con navi romane, indiane o cinesi. Una "Via della seta marittima" fu aperta, attorno al I sec., fra la regione controllata dai cinesi dello Jaozhi (con centro nell'attuale Vietnam vicino ad Hanoi). Questa "Via" raggiunse le coste dell'India e dello Sri Lanka fino ai porti controllati dai romani dell'Egitto e le piste dei Nabatei sulla costa nordoccidentale del Mar Rosso.

      La prima ambasciata romana in Cina fu registrata nel 166, sessant'anni dopo le spedizioni del generale Ban Chao, e risulta registrata negli annuali cinesi. L'ambasciata giunse all'imperatore cinese Huan da parte di "Antun" Antonino Pio, "re di Da Quin" (Roma), probabilmente Marco Aurelio, tuttavia oggi si tende a identificare Antun in un mercante privato di nome Marco Aurelio Antonino, probabilmente originario di Palmira. La missione arrivò da sud, probabilmente seguendo la via marina, ed entrò in Cina alla frontiera del Jinan Tonkino.

      Portava in dono corni di rinoceronte, avorio, carapaci di tartarughe, probabilmente acquistati nel sud dell'Asia. Nello stesso periodo, e forse proprio per mezzo di questa ambasceria, i Cinesi ottennero un trattato di astronomia dall'Impero romano.

      LA VIA DELLA SETA
      - 198 d.c. - 

      Nel 198 Ctesifonte fu nuovamente conquistata e distrutta da Settimio Severo, che assunse il titolo di Partico Massimo.

      - 227- 239 ? - 

      Le relazioni tra Impero romano e Cina, si protrassero nel tempo, ma abbiamo notizie di altre ambasciate solo all’inizio del III secolo d.c., per dei regali inviati dall’Imperatore romano (non sappiamo chi) all’imperatore cinese Cao Rui, del Regno di Wei, che regnò dal 227 al 239 nel nord della Cina. I doni consistevano in articoli di vetro in varie colorazioni. Evidentemente il vetro era ancora sconosciuto ai cinesi.

      - 244 d.c. - 

      Gordiano III tentò di catturarla durante la campagna militare contro l'Impero sasanide, ma fallì.


      - 283 d.c. - 

      L'imperatore Marco Aurelio Caro la conquistò nel 283, ma morì subito dopo,


      - 284 d.c. -

      Un'altra ambasciata da Roma è dell'anno 284, descritta come portatrice di "tributi" all'Impero cinese. Questa missione deve essere stata inviata un anno prima dall'imperatore Marco Aurelio Caro (282 - 283), il cui breve regno fu occupato dalla guerra con la Persia.


      LEGIONARI IN CINA

      A Roma non si sapeva quale fosse l'origine della seta nè da dove provenisse, ma attraverso queste spedizioni diplomatico-commercial-militari dei cinesi verso l'Asia Centrale e la Partia, nel I sec. a.c. sorse la Via della seta. E fu durante una di queste campagne che nel 36 a.c., alla battaglia di Sogdiana tra Han e Hsiung Nu, avvenne forse il primo incontro tra truppe cinesi e romane, forse sbandate dopo la sconfitta subita da Crasso a Carre (53 a.c.) in Mesopotamia e catturate o assoldate come mercenarie prima dai Parti e poi dagli Hsiung Nu.

      Pare che queste truppe mercenarie adottassero la tecnica romana della testuggine, ma gli storici dubitano. Pare incredibile che si tratti di soldati "romani" fatti prigionieri dai Parti nel 36 a.c. durante la rovinosa campagna di Antonio contro di essi condotta passando per l'Armenia invece che per la Mesopotamia. Sembra strano che dopo 17 anni da Carre questi mercenari romani ancora combattessero, perchè dovevano essere un po' invecchiati.

      E' anche vero però che i legionari accumulavano, a seconda delle epoche, dai 16 ai venti anni di servizio. Ed è anche vero che i veterani in pensione chiesero a Cesare di poter tornare a combattere per lui, e Cesare accettò e insieme vinsero nella fatale battaglia di Farsalo. Il grande condottiero non li considerò troppo vecchi per la battaglia eppure erano veterani in congedo per esaurimento degli anni di servizio.

      Il senato romano emanò invano diversi editti per proibire la seta, per ragioni di moralità ma soprattutto per il debito estero che creava. Vi è chi sostiene che i romani sarebbero entrati in nebuloso contatto con i cinesi già nel I secolo d.c. attraverso i Parti, e che Augusto ne avrebbe addirittura ricevuto una delegazione, ma gli annali di quell'impero registrano che la prima ambasceria sarebbe arrivata là soltanto nel 166 via mare.


      BISANZIO

      Ai tempi di Giustiniano i Bizantini presero contatti commerciali con le nazioni dell'Estremo Oriente, tra cui la Cina, che importava dai Bizantini vasellame e stoffe prodotte in Siria ed esportava la seta.

      Però durante i frequenti conflitti con i persiani Sasanidi i traffici con Cina e India non erano possibili, per cui Giustiniano cercò di aprirsi un passaggio per la Cina attraverso la Crimea, e il successore di Giustiniano, Giustino II, cercò di commerciare con la Cina passando per il mar Rosso e per l'oceano Indiano, però una via asiatica era impervia e pericolosa.

      Il problema fu risolto da due monaci provenienti dalla Cina o da qualche regione circostante che si recarono a Costantinopoli nel 552 e svelarono all'imperatore il segreto della produzione della seta. Essi vennero allora incaricati di procurarsi clandestinamente in Cina uova di bachi da seta in modo da portarle a Costantinopoli e permettere ai Bizantini di prodursi la seta. I principali centri di produzione della seta nell'Impero divennero dopo alcuni anni Costantinopoli, Antiochia, Tiro, Beirut e Tebe.


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    • 05/09/16--06:02: MAGGIO


    • "Il maggio delle rose e della Madonna ha origine medievali, quando, nel tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia si pensò che alla - Madonna, la creatura più Alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine - Secondo lo storico medievale Cardini la pratica delle prime devozioni risale “al secolo XVI quando si cominciò a reagire allo spirito rinascimentale giudicato troppo paganeggiante: sicchè il mese di maggio assunse anche carattere riparatore.”

      Il che conferma che nelle campagne fino al XVI sec. si adorassero ancora gli antichi Dei coi vecchi rituali, non per nulla la Chiesa pose sul rogo circa un milione di streghe. perchè il paganesimo era reputato stregoneria o diavoleria.

      Secondo la Chiesa cattolica è il "mese della madonna". Ma perchè si chiama così? Madonna è un termine medievale che significa "La mia donna". Ora a Parigi c'è una chiesa intitolata alla Madonna che si chiama "Notre Dame" che significa "Nostra Signora".

      Se in Francia l'avessero intitolata "Madonna", si sarebbe chiamata "Notre Femme". Ovunque la Madonna viene chiamata Nostra Signora, perfino presso gli Etruschi la Dea Turan signficava "La Signora". Da noi invece è una donna. A Roma il mese di maggio era dedicato alla Dea Maia e sempre a lei erano dedicate anche le rose. Maggio pertanto viene da Maia, antica Dea italica preromana e poi romana.

      Effettivamente nel mese di Maggio molte feste sono state dedicate alla Madonna, cosa volevano far dimenticare? Il mese mariano si dovrebbe chiamare mese maiano.

      5 maggio: Nostra Signora dell'Europa (Our Lady of Europe, solo perchè straniera, in Italia non è Signora)
      8 maggio: Madonna del Rosario di Pompei
      8 maggio: Beata Vergine Maria dello Sterpeto
      13 maggio: Beata Vergine di Fatima
      24 maggio: Maria Ausiliatrice
      26 maggio: Santa Maria del Fonte di Caravaggio (BG)
      31 maggio: Visitazione della Beata Vegine Maria 

      MAIA (o BONA DEA)

      LE FESTE ROMANE

      Maggio era il mese dedicato a Maia
       
      (I maggio) - Festa di Maia - MAIAE -


      Maia era un’antica Dea del fuoco e del calore sessuale, e la sua festa si celebrava il primo Maggio, le si attribuisce la radice Ma come Madre. radice che appartiene anche al nome di Maria. Da questo culto discende oggi il culto mariano sovrapposto dalla Chiesa cattolica.

      Ogni 1º maggio, il Dio Vulcano, cioè i suoi sacerdoti, le offriva in sacrificio una scrofa gravida, in modo che  anche la terra fosse gravida di frutti.

      Il che fa pensare alla Dea Maia (antica Tellus) che governa i vulcani, pertanto Dea del fuoco. A lei infatti si sacrificava la scrofa gravida.

      Il che fa pensare a una Dea Madre che governa i vulcani, pertanto Dea del fuoco. In realtà il mito di Maia riferiva che ogni anno, al I maggio, da qui il Calendimaggio, il Dio Vulcano le facesse omaggio di una scrofa gravida, senza acuna allusione a sacrifici animali. 

      Il nome maggio deriva da lei e la sua festività era il primo giorno del mese, anche il nome "maiale" deriva da lei, dal latino "sus maialis". Le sue origini sono greche, da Maia che significa “nutrice”
      La scrofa, visto la sua abbondante capacità di generare molti figli insieme (fino a 12 gemelli) era un buon augurio di fertilità per la terra, gli animali, i raccolti e i frutti abbondanti.

      Tuttavia Maia era sposa del Dio Conso, poi amante di Vulcano e quindi amante di Mercurio. Una specie di Venere insomma.


      IL MESE DEDICATO A MAIA


      MAIA GRECA

      Maia, figlia di Atlante, fu amata da Zeus e partorì Hermes (Mercurio), e lei passò in secondo piano. Sicuramente agli inizi era il figlio che muore, resuscita e s’accoppia con la Dea Madre.

      Maia lasciò il trono Olimpico ai maschi come fece Estia, a significare la variazione del culto da femminile a maschile. Con le invasioni elleniche molti Dei cambiarono, prima da Dei Titanici a Dei Olimpici, poi dalle Grandi Madri a Dee minori dell'Olimpo.

      Tutte le Grandi Madri erano Vergini, da Maia a Estia, a Diana a Minerva ecc. il che non significava che non facessero sesso ma che non fossero soggette ad uomo, tanto è vero che i latini definivano la vergine in senso fisico la "Virgo Intacta".

      Peraltro "Vergine" era la Virgo, quella che oggi si dice Virago, da cui il termine Vir (maschio, uomo). Le grandi Madri si accoppiavano liberamente con chi volevano e facevano figli, al contrario della Madonna che non s 'accoppia mai.


      MAIA ROMANA

      A Roma questa Dea-ninfa fu identificata con una Dea italica preesistente, Maiesta (da cui la parola maestà) o Maia; era madre e moglie di Vulcano, esprimendo così la forza del fuoco distruttivo. Però aveva, come Dea della natura, un aspetto anche benevolo, come fertilità e nutrimento dei campi, e come colei che annunciava la primavera. I vulcani infatti rendono fertili le terre alle loro pendici e oltre, particolarmente per le viti e gli olivi.

      FLORA
      Sembra venisse invocata anche come garante dei contratti agricoli o del bestiame. Se le fu dedicato un mese. quello di maggio, si può capire quanto fosse importante questa divinità in epoca arcaica.

      Proprio in qualità di Dea del Risveglio della Natura le era dedicato e consacrato il mese, anche perchè anticamente l'anno nuovo iniziava in primavera, con il risveglio della vegetazione e il risveglio dell'ardore sessuale negli animali che iniziavano i loro accoppiamenti.

      Secondo il mito greco Maia era una Dea molto schiva, per cui, quando venne invitata a sedersi al banchetto degli Dei, rinunciò al suo posto lasciandolo ad Hermes (Mercurio).

      Ovvio che sull'Olimpo non mancavano le sedie, e ricordando che anticamente la Dea fu la compagna prima di Vulcano e poi di Mercurio, esattamente come Venere, non per nulla era Dea del calore sessuale, viene da pensare che venne da un lato accentuato il culto di Mercurio, e dall'altro sostituita col culto di Venere.

      Però, come la Dea Vesta, anch'essa preromana, non venne mai dimenticata e sempre onorata, soprattutto nelle campagne.

      Maio è il nome dell'albero Maggio-ciondolo che fiorisce in Maggio, e prende il nome da Maia, come Dea portatrice di doni, riecheggiato poi "nell'albero della cuccagna".

       Era considerata connessa a Fauna, la compagna di Fauno, ma pure a Flora e alla Bona Dea, Dee anch'esse della primavera. Macrobio riferisce che la compagna di Vulcano sarebbe Maia, giustificando questa affermazione con il fatto che il flamine di Vulcano sacrificava a questa Dea alle calende di maggio, mentre secondo Pisone la compagna del Dio sarebbe Maiesta, che è però la stessa Dea.

      Anche secondo Gellio Maia era associata a Vulcano, citando i libri di preghiere in uso ai suoi tempi.
       In un altro mito però ella fu non la madre ma la sposa di Mercurio, e come tale era munita del caduceo.

      In effetti i serpenti in tutta l'antichità sono stati gli attributi della Grande Madre, il fatto che il caduceo con i due serpenti accoppiati fosse pertinente ad Hermes, o Mercurio, fa venire u qualche sospetto di traslazione.


      NOMI DI MAIA
      • Mara
      • Maiesta
      • Mammona (divenuta un diavolo nel cattolicesimo).
      • Mamma Mammosa - la natura visibile
      • Mamma Mammona, la natura invisibile, ovvero l'energia divina che la governa.

      IL MESE DEDICATO ALLA MADONNA   

       Matteo 1,18-25

      18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.  
      19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.  
      20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". (Ma di Gesù è detto che apparteneva alla stirpe di Davide, allora Giuseppe è il padre vero, non quello adottivo)
      21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
      22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
      23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi(Perchè allora al figlio i genitori non hanno dato nome Emmanuel invece di Gesù?)
      24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa,  la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.


      CRISTIANI E PAGANI

      Non si creda che con la morte del Cristo il mondo divenne cristiano, perchè nel IV secolo Teodosio dovette mettere la condanna a morte per chi non si convertiva e fece abbattere i templi già chiusi perchè i fedeli pagani pregavano davanti ai templi interdetti.

      MAIA O FREYA
      335 - L'imperatore Costantino saccheggia molti templi Pagani in Asia Minore e in Palestina e ordina l'esecuzione per crocifissione dei "praticanti di magia e gli indovini". (Infatti i preti come indovini non indovinavano, per cui proibirono la divinazione)

      341 - L'imperatore Flavio Giulio Costanzo perseguita "tutti gli indovini e gli Hellenici. Molti Gentili (Pagani) sono o imprigionati o giustiziati.

      353 - Costanzo, con editto, ordina la pena di morte per tutti i tipi di adorazione attraverso i sacrifici e gli "idoli".

      354 - Un nuovo editto ordina la chiusura di tutti i templi Pagani. Molte delle loro aree vengono profanate e trasformate in bordelli oppure in case da gioco. Vengono giustiziati i sacerdoti pagani.

      354 - Un nuovo editto di Costanzo ordina la distruzione dei Templi Pagani e l'uccisione di tutti gli adoratori di idoli. Primi roghi di biblioteche in varie città dell'impero. Le prime fabbriche di cemento vengono organizzate vicino ai Templi Pagani chiusi. La maggior parte delle sacre architetture dei Gentili vengono ridotte a calcinacci.

      MAIA O ROSMERTA
      359 - In Skytopolis, Siria, la chiesa cristiana organizza il primo campo di tortura e di sterminio per i Gentili arrestati in tutto l'impero.

      IV secolo - Viene introdotto il Natale di Gesù che prima era di Mitra o del Sol Invictus.

      431 - Dogma proclamato dal concilio di Efeso: Maria è Madre di Dio, Theotokos, perché è madre di Gesù. (Invece della Mater Deorum si ha la Mater Dei).  

      553 - Verginità perpetua di Maria, dogma stabilito dalla Chiesa nel II Concilio di Costantinopoli, secondo il quale Maria è rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita di Gesù. (spiegazione della Chiesa: Gesù, a nove mesi compiuti, si sarebbe trasformato nella pancia della madre, dove aveva carne e ossa, in un punto di luce, avrebbe traversato l'imeneo e sarebbe disceso a terra ridiventando un corpo)

      649 - La verginità della Madonna divenne dogma di fede solo con la decisione del Concilio Lateranense tenuto dal vescovo romano Martino I.

      XVI secolo - iniziano i roghi e le torture per i residui del paganesimo, che si protrasse segretamente nelle campagne fino a questo secolo.

      1870 - Infallibilità papale - Concilio Vaticano I. Il papa decretò che lui se dichiarava un dogma non poteva sbagliare. (Se lo dice lui...)

      Perché, però, proprio questo mese, se altri contengono feste liturgiche più importanti dedicate a Maria?

      Il beato cardinale John Henry Newman offre varie ragioni di questo nel suo libro postumo Meditazioni e Devozioni.

      La prima ragione è perché è il tempo in cui la terra esplode in tenero fogliame e verdi pascoli, dopo le dure gelate e le nevi invernali e l'atmosfera rigida, il vento violento e le piogge primaverili”, scriveva da un Paese dell'emisfero nord.
      “Perché i virgulti sbocciano sugli alberi e i fiori nei giardini. Perché le giornate si allungano, il sole sorge presto e tramonta tardi”.

      “Perché una gioia simile e un tripudio esteriore della natura è il miglior accompagnamento della nostra devozione a Colei che è la Rosa Mistica e Casa di Dio”.

      “Maggio è il mese, se non della consumazione, almeno della promessa. Non è questo il senso in cui ricordiamo più propriamente la Santissima Vergine Maria, alla quale dedichiamo questo mese?”,

      Alcuni autori come Vittorio Messori vedono in questa manifestazione di religiosità popolare un'altra cristianizzazione di una celebrazione pagana: la dedicazione del mese di maggio alle dee della fecondità: in Grecia Artemisia, a Roma Flora. Maggio, del resto, deve il suo nome alla Dea della primavera Maia.



      MAGGIO

      - I maggio - Festa di Maia -
      I flamini del Dio Vulcano le offrivano in sacrificio una scrofa gravida, in modo che  anche la terra fosse gravida di frutti.

      - 1 maggio - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Le Floralia erano feste licenziose in onore della Dea Flora (30 aprile – 4 maggio), antica divinità italica della vegetazione, della primavera e della gioventù. Si tennero dal 241 a.c. con giochi al circo Massimo.
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della Dea Flora, Dea della vegetazione in fiore. Il 4 maggio si chiudeva la festa.

      - I maggio - CERALIA -
      Feste annuali in onore di Cerere.  Durante queste feste si faceva una processione e si sacrificavano animali per propiziarsi un abbondante raccolto. 

      - 1 maggio - TEMPLUM BONAE DEAE IN AVENTINO
      Anniversario della dedicatio del tempio di Bona Dea sul colle Aventinus.

      - 2 maggio - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      Le Floralia erano feste licenziose in onore della Dea Flora (30 aprile – 4 maggio), antica divinità italica della vegetazione, della primavera e della gioventù. Si tennero dal 241 a.c. con giochi al circo Massimo.
      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della dea Flora, Dea della vegetazione in fiore. Il 4 maggio si chiudeva la festa.
      - 3 maggio - LUDI FLORALES vel FLORALIA -
      - Templum Florae in Quirinale - si festeggiava la dedica alla Dea del tempio sul Quirinale.

      Ludi celebrati dal 28 aprile al 3 maggio in onore della Dea Flora, antica Dea italica della primavera e dei fiori. Veniva ricordata la dedicatio del tempio sul colle Quirinalis nel 238 a.c.

      - 4 maggio - FLORALIA -
      Ultimo giorno dedicato alla Dea Flora con la processione delle prostitute.

      - 9 maggio - Lemuria vel Lemuralia -
      La festa dei Lemuria veniva celebrata in onore degli spiriti dei defunti. Veniva celebrata in silenzio e di notte. Le porte dei templi restavano chiuse. I matrimoni erano sconsigliati sia durante i Lemuria che per tutto il mese di maggio.

      - 11 maggio - Lemuria -
      La festa dei Lemuria veniva celebrata in onore degli spiriti dei defunti. Veniva celebrata in silenzio e di notte. Le porte dei templi restavano chiuse. I matrimoni erano sconsigliati sia durante i Lemuria che per tutto il mese di maggio.

      - 12 maggio -Templum Martis Ultoris in Capitolio -
      Festa celebrata il 12 maggio. Anniversario della dedicatio del tempio di Mars Ultor sul colle Capitolium.

      - 12 maggio - Ludi Martiales Circenses -
      Ludi celebrati in onore del dio Marte con corse di cavalli e di bighe .

      - 13 maggio - Lemuria -
      La festa dei Lemuria veniva celebrata in onore degli spiriti dei defunti. Veniva celebrata in silenzio e di notte. Le porte dei templi restavano chiuse. I matrimoni erano sconsigliati sia durante i Lemuria che per tutto il mese di maggio.

      - 14 maggio - Argei -
      Festa celebrata il 14 di maggio. Gli Argei, ovvero 24 fantocci di legno, venivano gettati nel Tevere dal Pons Sublicius..

      - 15 Maggio - Templum Mercurii in Aventino -
      Il 15 maggio 495 a .c. venne consacrato al Dio Mercurius un tempio sul colle Aventinus.

      Calende di Maggio - Festa di Maia - 
       il flamine di Vulcano sacrificava a questa Dea ogni anno alle calende di maggio, il fatto che se ne occupasse il flamine di Vulcano ribadisce che anticamente i due Dei costituissero una coppia.

      - 15 maggio - Mercuralia -
      Festa celebrata in onore del Dio Mercurius, messaggero degli Dei, datore di prosperità e ricchezza, Dio del commercio, dell'astuzia e degli affari, ma pure dei ladri, Dio tutelare delle strade, nonchè guida pietosa delle anime nell'Averno.

      - 17 maggio - Ambavaralia -
      Festa  in onore della Dea Dia, antica divinità romana protettrice della fecondità della terra, venerata dal collegio degli Arvales. Le cerimonie venivano svolte dai sacerdoti nel tempio della Dea posto al quinto miglio della Via Campana.
      Veniva celebrata dai Fratres Arvales, collegio sacro di 12 membri. Arva significa campi e il prefisso amb significa intorno, il che significa: ambulare intorno ai campi. Probabilmente in tempi antichissimi addetti a stabilire i confini dei campi. Successivamente divennero processioni che si svolgevano intorno ai campi per propiziare il raccolto. A seconda degli anni le cerimonie potevano svolgersi il 27, il 29 e il 30 maggio, oppure il 17, il 19 e il 20 maggio.

      - 21 maggio - Agonalia Iani -
      in onore soprattutto del Dio Ianus, Giano. Agonalia, o Agonia, era una festa celebrata più volte l'anno, in onore di varie divinità, come Giano e Agonius, che i romani usavano per invocare su di loro di intraprendere qualsiasi attività di importanza. La parola deriva da Agonia, "vittima", o da Agonium, "festa". Sappiamo dai calendari antichi che veniva celebrata nei tre giorni: 9 gennaio, 21 maggio e 11 dicembre.

      - 21 maggio - Agonalia Vediovis vel Veiovis -
      Festa celebrata il 21 maggio in onore di Vediovis, antica divinità romana, dio della vendetta, identificato con Giove infernale e con Apollo.

      - 23 maggio .- Tubilustrium -
      Festa della purificazione delle trombe, tubi, usate nelle cerimonie sacre dai trombettieri, tubicines sacrorum. Veniva celebrata il 23 marzo e il 23 maggio.

      - 24 maggio - Q.R.C.F. (Quando Rex Comitiavit Fas) 
      Il Rex sacrificulus, a cui di solito era proibito entrare nei comitia, vi celebrava dei riti e poi si allontanava. Viene anche interpretato come Quando Rex Comitio Fugit. Q.R.C.F. viene anche messo in relazione con il Regifugium celebrato il 24 febbraio

      - 25 Maggio -Templum Fortunae Publicae in Colle Quirinali -
      Festa celebrata in onore della Dea Fortuna Publica Populi Romani. Si ricordava la dedicatio del tempio sul Quirinalis effettuata da Q. Marcius Ralla nel 194 a.c. Il tempio era stato offerto da P. Sempronius Sophus nel 204 a.c. all'inizio della battaglia di Crotone contro il generale cartaginese Annibale.

      - 27, 29, 30 maggio - Ambavaralia -
      Festa celebrata dai Fratres Arvales, collegio sacro di 12 membri. Arva significa campi e il prefisso amb significa intorno, il che significa: ambulare intorno ai campi. Probabilmente in tempi antichissimi addetti a stabilire i confini dei campi. Successivamente divennero processioni che si svolgevano intorno ai campi per propiziare il raccolto. A seconda degli anni le cerimonie potevano svolgersi il 27, il 29 e il 30 maggio, oppure il 17, il 19 e il 20 maggio.


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