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  • 04/25/17--05:20: COSA (Toscana)


  • Cosa era una città, fondata nel 273 a.c. come colonia di diritto latino dai Romani, dopo la sconfitta dell'esercito alleato delle città etrusche Volsinii e Vulci, avvenuta nel 280 a.c. Per l'occasione Vulci dovette cedere buona parte del suo territorio, compresa la fascia costiera. La nuova colonia di Cosa si trovò pertanto a dover controllare un’area di circa 550 kmq. La data della sua fondazione è stata confermata dalle epigrafi degli scavi.

    Il centro urbano presentò, fin dalla sua costituzione, un impianto costituito da una fitta griglia di strade che s’incrociavano ad angolo retto determinando sia lunghi isolati rettangolari per le case dei coloni sia aree più ampie destinate a ospitare edifici pubblici.

    Ciò somigliava molto all'impianto romano di cardo massimo e decumano massimo, per cui il passaggio all'ordinamento romano non fu tanto difficile.

    La città era posta in posizione strategica, potendo controllare sia il traffico terrestre che marino, in un'epoca in cui Roma stava per entrare in guerra con Cartagine.

    Cosa sorgeva sul roccioso promontorio dell'attuale Ansedonia, nel comune di Orbetello, da cui si dominava la costa tirrenica verso il Lazio, poco distante dalla via Aurelia. Il colle, nella sua parte più alta, era formato da due cime, una orientale, l'altra meridionale, separate da un'ampia sella, molto simile al colle del Campidoglio di Roma. Il nome della colonia sembra derivi da quello di una vicina città etrusca, Cusi o Cosia, che doveva sorgere vicino alla spiaggia che oggi si chiama Lido del Venerabile presso la laguna di Orbetello.

    Agli anni tra la fondazione e la fine del sec. risalgono la cinta muraria, gli edifici pubblici più antichi e i primi impianti portuali del vicino Portus Cosanus.




    L'ACROPOLI

    Sull’altura maggiore prospiciente il mare sorgeva l’acropoli (o arx), centro religioso con il Capitolium, il tempio dedicato alla triade Giove-Giunone-Minerva. Più in basso, nella sella, sta la piazza del foro, con il comitium, la curia, un tempio dedicato alla Concordia e la basilica civile.

    racchiusa da una cinta muraria e collegata al foro tramite la via Sacra.
    L’arx rappresenta il principale centro di culto fin dalla fondazione dell’insediamento di Cosa. L’edificio principale attualmente visibile è il Capitolium, costruito tra il 170 e il 150 a.c. nell’area in cui sorgeva un tempio più antico, dedicato a Giove.
    Il Capitolium, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva), è di tipo etrusco-italico, con tre celle destinate a ospitare le statue delle tre divinità. Edificato su alto podio, presenta un frontone sorretto da quattro colonne.
    All’interno dell’arx sono inoltre i resti del Tempio D, risalente agli inizi del II secolo a.c. Il tempio, a cella unica preceduta da quattro colonne, era dedicato a una divinità femminile che è stata identificata con Mater Matuta, antica dea romana protettrice delle nascite.

    VILLA ROMANA SUL FORO


    LE ABITAZIONI

    Le case dei coloni, disposte longitudinalmente nei lunghi isolati rettangolari, erano uguali tra loro. Ogni casa, di forma rettangolare, era divisa in due parti: abitazione e orto, e poteva disporre di una cisterna sotterranea.

    La classe dirigente abitava invece in case più ampie e lussuose, disposte lungo le strade principali della città, insomma le domus.

    Tra due alture della città venne innalzato il Foro, destinato all'attività politico-amministrativa. Sul promontorio più alto stava l'Acropoli destinato invece al culto degli Dei. Le possenti mura poligonali che cingono l'abitato, di sicuro non sono nè romane nè etrusche, ma pelasgiche, di epoca molto arcaica. Stupisce che ancora oggi si parli di mura poligonali come fossero romane, quando in molte località italiche e ultraitaliche si siano retrodatate fino al 800-900 a.c. e financo al 1500 a.c. in talune località.

    Essenziale per la città fu la costruzione di cisterne per la raccolta delle acque piovane, iniziativa invece tutta romana, stante le difficoltà di approvvigionamento idrico date dal sito.



    LE MURA
    LE MURA 

    Le mura di Cosa hanno tutta l'aria di essere preromane, essendo mura poligonali, altrimenti dette pelasgiche.

    Chi pensa possano essere romane ha idee poco chiare sulla mentalità romana, precisa, razionale e organizzata.

    I romani squadravano tutto e pure quando indulgettero in nicchie e cupole lo fecero in modo matematico e simmetrico.

    I romani non avrebbero mai scavato un monumento sottoterra, come facevano gli etruschi, nè mai avrebbero issato mura fatte di poligoni irregolari, come fecero i pelasgi.

    I romani costruirono con blocchi di tufo in opus quadratum e poi in mattoni ben squadrati. La stessa razionalità che adoperavano nell'esercito riguardava l'arte delle costruzioni.



    IL PORTO

    Ai piedi del promontorio in cui sorgeva la colonia fu costruito il porto della città: Portus Cosanus.
    Alle spalle di questo si estendeva era un’ampia laguna costiera di cui oggi si conserva solo un residuo: il Lago di Burano. Tutta l’area circostante il porto fu attrezzata con imponenti infrastrutture, adibite al ricovero delle navi, alla loro manutenzione e costruzione.

    Questo porto rappresenta un mirabile esempio delle capacità ingegneristiche romane.finalizzate sia alla creazione sotto il promontorio di un ricovero sicuro per le imbarcazioni, realizzato con moli e frangiflutti in blocchi di calcare, sia per evitare l’insabbiamento del porto stesso e della laguna retrostante.

    Infatti nei primi decenni II sec. a.c. fu sfruttata la forza delle correnti d’un emissario della laguna e d’una grande fenditura naturale della roccia, oggi denominata “Spacco della Regina”, che metteva in collegamento il mare con la retrostante laguna. Questi canali venivano aperti o chiusi, a seconda delle stagioni, dei venti e delle correnti, mediante paratie di legno che scorrevano in apposite scanalature, in modo che la corrente forzata spazzasse i detriti accumulati nel bacino del porto.

    TAGLIATA ROMANA

    Agli inizi del I sec. a.c. però lo” Spacco della Regina”, forse reso inagibile da una frana, fu sostituito da un’opera artificiale, oggi denominata “La Tagliata”: un'opera stupenda e incredibile, un canale interamente scavato nella roccia, il quale s’ estendeva per un percorso di circa 80 m dal mare alla laguna.

    Per molto tempo si denominò erroneamente la Tagliata Etrusca, ma si tratta di una magnifica opera di ingegneria idraulica romana, realizzata per ottimizzare il flusso ed il riflusso delle acque dal porto, in modo da evitarne l'insabbiamento. Una scalinata permette di salire sul fianco del promontorio rivolto al mare, ed osservare gli incassi delle paratie con cui si apriva e chiudeva il canale. Ancora oggi, in condizioni di mare agitato, si può osservare chiaramente la dinamica del movimento delle acque nella Tagliata.

    Contemporaneamente, nella laguna, fu costruita una peschiera di forma rettangolare e divisa in due scomparti. Isolata dalla laguna nella parte nordorientale mediante una diga, dipendeva, per la circolazione delle acque e per il controllo della sua salinità, dalla Tagliata e da una sorgente d’acqua situata ai piedi del promontorio. La sorgente approvvigionava anche l’area del porto mediante l’acquedotto.

    Quando anche questo canale si ostruì, ne venne realizzato un altro nel fianco della collina, la Tagliata, ancor oggi visibile. Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.c. è testimoniato che, nel centro urbano, alcune case precedenti vengono unite e ristrutturate al fine di costituire un'unica grande abitazione.

    CISTERNA

    Dalla fine del II sec. a.c. inizia per la città un periodo di declino, a causa dell'appoggio di cosa alla fazione mariana nella guerra civile. Nel 90 a.c., in forza della lex Julia, i suoi cittadini divennero cittadini romani a tutti gli effetti. Intorno al 70 a.c. Cosa viene saccheggiata e abbandonata per circa un cinquantennio. Le origini del ripopolamento di età augustea non sono ancora chiare. tuttavia una città che aveva sostenuto Mario era in un certo senso devota a Cesare e pertanto ad Augusto, e Ottaviano badava molto a queste sfumature.

    Le monete della Casa di Diana mostrano una discontinuità dell’abitato tra il 70 e il 27 a.c., mentre l’insieme delle decorazioni suggeriscono una datazione tra il 20 e il 10 a.c., che può essere considerata come un terminus post quem per l’intero insediamento. È possibile ipotizzare uno stanziamento di veterani, sebbene manchino prove evidenti. Il ripopolamento della colonia dovrebbe aver comportato la creazione di infrastrutture e servizi, di un mercato e di un centro politico per gli abitanti delle campagne.

    Le trincee di scavo a campioni indicano che la nuova città era meno estesa della precedente, con la sola rioccupazione del foro e di nove insulae dell’area centrale. Le nuove case erano però più grandi e più lussuose: la Casa di Diana fu ricostruita con una loggia in una parte del vecchio giardino e riutilizzò le rovine della casa adiacente per un orto.

    A questo periodo ne segue un altro di ulteriore abbandono nell'80, determinato essenzialmente dalla trasformazione economica del territorio circostante, dove si creano grandi latifondi autosufficienti, in luogo della coltivazione diffusa, affidata ai coloni latini e residenti in città.

    VIA AURELIA

    All'inizio del III secolo la città di Cosa sembra vivere una ripresa con la sua istituzione a centro amministrativo (Res Publica Cosanorum), nota solo da una serie di iscrizioni, ma che per il resto, a giudicare dai resti archeologici, appare un episodio non significativo e comunque senza seguito.

    In quest'epoca furono ricostruite due insulae e nuove abitazioni dietro il Foro, furono restaurati i portici a sudovest e la Curia.

    Dietro l'odeum restaurato e la Curia furono costruiti tre nuovi edifici pubblici e rifatti alcuni atria pubblici nella metà del secolo, tutti pavimentati in legno su terra battuta. Nell'entrata nordovest fu eretta una costruzione interpretata da Brown come una stalla, ma Fentress ha ipotizzato fosse più plausibile la teoria di un granaio, visto che anche gli altri edifici pubblici abbandonati furono trasformati in granai.

    PIANTA DEL COMPLESSO

    I TEMPLI

     Ci sono anche due edifici sacri: un mithraeum nella cella est della Curia, datato da alcune monete del 241, e il santuario di Liber Pater, datato da un'iscrizione databile alla fine del secolo. Il tempio chiude l'esedra dell'entrata sudest al Foro, il pavimento in signinum e la colonna all'entrata furono rasi al suolo dall'edificio costruito sopra a questo nel IV secolo, datato da monete coniate tra il 317 e il 425-455.

     Il nome derivò, secondo alcuni, da quello più antico di Cusi o Cusia, relativo a un piccolo centro etrusco disposto sul luogo dell’attuale Orbetello.

    La colonia di Cosa, secondo l'uso romano, influì beneficamente sull’intero territorio, con infrastrutture quali ponti, strade, porti e la centuriazione, insomma un vero piano regolatore.

    CAPITOLIUM

    La centuriazione serviva anche per determinare gli appezzamenti di terreno coltivabile da distribuire ai coloni: a ciascuno di essi fu attribuito un podere di circa 8 o 16 iugeri (1 o 2 ettari). Bisogna comunque considerare anche la possibilità che i coloni fossero divisi in due o tre classi e che avessero quindi diritto ad assegnazioni diverse di terra. Per risolvere le difficoltà di drenaggio della pianura costiera fu creata una rete di canali perpendicolari, aventi l’inclinazione del tratto terminale del fiume Albegna.

    L’attuale presenza di viottoli e canali di scolo, soprattutto nella valle di Capalbio, muniti della medesima inclinazione, mostra l’efficienza e la validità del controllo del regime idrografico, che fu in questa zona sempre problematico.

     Nel I sec. a.c. la colonia si alleò, come la maggior parte dell’Etruria, con Mario contro Silla, ma alle sconfitte mariane seguirono le ritorsioni sillane. A Cosa non è documentata nessuna distruzione attribuibile a questo periodo, quali quelle riscontrabili in altri centri (Talamone, Vetulonia, Populonia, Volterra, Fiesole), ma tesoretti di monete rinvenuti nel territorio della colonia* (Capalbio, Montieri) fanno dedurre uno stato di emergenza latente.

    Nel 90 a.c., con la Lex Iulia, Cosa diventò municipium e i suoi abitanti ottennero la cittadinanza romana. Intorno al 71 a.c. la città fu saccheggiata e incendiata in circostanze fino a oggi rimaste ignote e restò pressoché abbandonata fino all’età augustea (20 a.c.), quando fu ricostruita, ma parzialmente e limitatamente alle aree d’ interesse pubblico (foro e acropoli), riducendosi comunque a centro di culto. Tra il I sec a.c. e il I sec d.c.scomparvero le piccole proprietà dei coloni a favore di grandi aziende agricole, le villae, che, sfruttando con schiavi e con il sussidio di liberi ampie porzioni di terreno, si sovrapposero ai campi centuriati della colonia, riutilizzandone gli antichi drenaggi.

    RESTI DEL TEMPIO SULL'ARCE

    Così la campagna visse, grazie alle villae, un periodo florido, mentre la città ebbe un lento declino da cui non si risolleverà. All’inizio del II sec. d.c. si verificò un progressivo spostamento dell’abitato della collina alla valle sottostante di Succosa (da Subcosa), nei pressi del porto: un’iscrizione del 236 d.c. segnala, infatti, la fatiscenza degli edifici del foro dovuta all’abbandono della città.

    Il centro amministrativo, istituito nel III secolo d.c. grazie al diretto intervento statale e definito nelle iscrizioni superstiti Res Publica Cosanorum, ebbe poco successo visto che alla fine del secolo il centro era nuovamente abbandonato: restavano in vita, nell’area del foro, solo una casa e un tempio dedicato a Bacco, forse come santuario rurale.

    Agli inizi del VI sec. gli antichi edifici romani vennero ulteriormente danneggiati: l’acropoli venne ristrutturata per accogliere una guarnigione militare fortificata, mentre nell’area del foro sorse un coacervo di casupole con una chiesa cristiana sorta sulle rovine dell’antica basilica civile romana.

    In questo periodo Cosa potrebbe essere quindi stata una fortezza bizantina, posta a contrastare l’avanzata dei Longobardi. Risale forse a questo tempo il cambiamento del nome in Ansedonia.

    Nella Città di Cosa furono erette 3 porte di ingresso e uscita, 18 torri, un tempio dedicato a Giove, un foro, varie cisterne di acqua e diverse abitazioni civili. Ancora oggi la maggior parte di questi monumenti sono ancora visibili. 

    I reperti antichi sono custoditi presso il museo della Città di Cosa situato a l'ingresso delle mura, dove si conservano le decorazioni fittili dei templi sull’Arce, oltre agli oggetti di ceramiche, vetri, metallo e avorio di uso domestico.

    Appena fuori città si estende la necropoli di Cosa immersa in un uliveto secolare affacciato sulla laguna di Orbetello e sull’Isola del Giglio. 

    CASA DELLO SCHELETRO


    CASA DELLO SCHELETRO

    La Casa dello scheletro, la villa romana così chiamata per il ritrovamento di uno scheletro nella cisterna dell’abitazione, venne edificata nel I sec. a.c., unendo i giardini di cinque domus di epoca precedente. 

    L’ingresso (fauces), aperto sulla via principale, immetteva in un atrio, munito di impluvium, il bacino rettangolare entro cui si raccoglieva l’acqua piovana, che veniva poi convogliata in una cisterna.

    Attorno all'impluvium si disponevano vari ambienti di servizio: una piccola cucina (culina) dotata di un focolare per la preparazione dei cibi, i cubicula (camere da letto del personale di servizio), il tablinum (ambiente aperto destinato a ricevere gli ospiti) e una scala di accesso al piano superiore che ospitava gli ambienti padronali. con i loro cubicula, balneum e lo studio.

    Dal portico, posto a piano terra, si accedeva al triclinio (sala del banchetto) e all’hortus, un ampio giardino sul quale si apriva un altro ambiente con funzione di sala da pranzo estiva. Il pregio dell’abitazione è sottolineato dalla presenza di pavimentazione a mosaico con motivi geometrici e dalle pitture parietali. 

    VILLA SETTEFINESTRE

    VILLA SETTEFINESTRE

    Inoltre nelle vicinanze si trova Villa Settefinestre, una villa del XV secolo, ricostruzione di una precedente Villa romana del I secolo a.c.

    Era una villa di tarda epoca romana, gestita da schiavi e di proprietà di una famiglia senatoriale dei Volusii, costruita nel I sec. a.c. e poi ampliata nel I sec. d.c. con un grande criptoportico. Quando Cosa in seguito alle guerre civili finì con lo spopolarsi, il luogo servì poi alla costruzione di un gruppo di ville la cui gestione era affidata al lavoro degli schiavi a differenza dei grandi latifondi del sud Italia, gestiti invece dai loro padroni.

    Fra la strada che conduce alla villa e quella che costeggia i piedi della collina è stato rinvenuto quello che si definisce un Leporarium, cioè un muro alto tre m che circonda un'area di circa un ettaro, cioè un parco venatorio che, oltre a rifornire la mensa del dominus, era una riserva di caccia per il dominus e i suoi ospiti.
    Vicino alla villa si aprivano giardini, orti e frutteti, arnie per le api e voliere per gli uccelli. La villa era fronteggiata da un giardino turrito, con l'aspetto di una cinta di mura cittadine. Il lato sud-est è costituito di stanzette per le abitazioni degli schiavi. Alcune strutture della villa di Settefinestre (cantina, criptoportico) sono tipiche dei grandi edifici pubblici e privati diffusi nel Lazio e in Campania nel I sec. 

    La fattoria annessa alla villa produceva vino e gli scavi del 1976 - 1981, sotto la direzione di Andrea Carandini, fornirono notevoli reperti relativi ad una moltitudine di attrezzi agricoli dell'epoca, evidenziando come, con le sue forme ed edifici annessi, rispondesse esattamente ai modelli degli agronomi romani. Tanto è vero che gli scavi archeologici di Settefinestre sono stati presi come termine di paragone per una nuova fase dello studio dell'archeologia, volta allo studio dei metodi di lavoro in agricoltura nell'antico agro romano.

    Questi risultati sono stati poi presentati in una pubblicazione. Villa Settefinestre è stata restaurata negli anni settanta e trasformata in una residenza di vacanza con le rovine romane aperte al pubblico.
    Accanto alla villa di Settefinestre, esistono delle rovine confrontabili con ville contemporanee di Colonne ed altre province romane.



    VILLA MARITTIMA DELLA TAGLIATA

    Ai piedi del promontorio di Cosa, in prossimità dell’antico porto della città romana, emergono i resti di una grande villa marittima, risalente alla fine del I secolo d.c. 
    Le ville marittime si distinguono dalle ville costiere per differenze strutturali(perché provviste di costruzioni che avanzano nel mare) e per finalità(perché erano indirizzate all’allevamento di pesci nelle peschiere).
    Le indagini archeologiche, svolte in occasione di interventi di emergenza, hanno messo in luce un settore residenziale, decorato da pavimenti a mosaico e pitture parietali, e ambienti riferibili ad un impianto termale.

    Non è stata individuata alcuna struttura riferibile ad attività produttive, ma è probabile che la villa della Tagliata, come le altre ville marittime, disponesse di propri vivai per l’allevamento di crostacei e molluschi.

    Il complesso, di notevole estensione, è oggi scarsamente leggibile ed è stato parzialmente inglobato nella costruzione della torre detta Puccini.



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  • 04/26/17--05:34: CULTO DI VITULA
  • EUROPA SUL TORO
    Vitula era una antica Dea Sabina che nella fusione tra sabini e romani divenne poi anche Dea romana. Il termine "Vitula" significava giovenca, pertanto trattavasi dell'antica Dea Vacca che fu adorata in tutta l'Europa. 

    Infatti secondo il mito greco  Zeus si innamorò di Europa, figlia del re di Tiro, antica città fenicia, vedendola insieme ad altre fanciulle raccogliere dei fiori presso la spiaggia.

    Zeus prese allora le sembianze di un toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa vi salì e questi la portò attraverso il mare fino all'isola di Creta. Zeus rivelò qui la sua vera identità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette.

    Zeus si trasformò allora in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde. Europa divenne la prima regina di Creta. Ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto, Sarpedonte, che vennero  adottati da suo marito Asterione re di Creta.

    Dopo la morte di Asterione, Minosse diventa re di Creta. In onore del padre e della madre di quest'ultimo, i Greci diedero il nome "Europa" al continente che si trova a nord di Creta.

    Vitula, nel linguaggio latino, designa una giovenca, infatti il nome Europa sembrerebbe significare "che ha occhi grandi", qualifica che ben si addice a una giovenca.

    La Dea Vacca era, non solo in Europa ma un po' in tutto il mondo civile, l'appellativo della Dea Natura, ovvero la Tellus, il pianeta che nutriva tutti gli animali e tutte le piante. 

    Era la creatura divina donatrice di latte che, come la mucca allatta il vitello, fa crescere le creature senzienti.

    Pertanto Vitula, la Vacca sacra, era anticamente una Grande Madre, e dai lei derivarono i termini di Vitulari, che erano i riti religiosi a lei dedicati, e pure la Vitulatio, cioè la festa a lei dedicata. 

    Macrobio riferisce, da quel che gli narrarono gli anziani, che Vitula è una divinità che presiede alla gioia, e che ispira i poeti come farebbe una Musa. 

    Così Nevio, Ennio e Plauto, vennero definiti vitulari, con una certa connotazione sacra.

    In Umbria, dove questa Dea era venerata, c'era l'usanza di festeggiare la Vitulatio rincorrendo all'inizio della festa una mandria di vitelli che simboleggiavano un esercito ostile, poi ne sacrificavano uno sia come auspicio di vittorie future che come festa di vittorie passate. 

    Ora sembra un'incongruenza scambiare i figli della Dea giovenca per dei nemici, ma la spiegazione sta nell'evolvere dei miti nelle varie epoche coi movimenti migratori delle diverse popolazioni. All'inizio infatti il vitello era il figlio annuale della Dea, cioè la vegetazione annuale che nasceva in primavera e moriva in autunno.

    Così un vitello veniva sacrificato alla Madre Giovenca che lo riprendeva dentro di sè, infatti la carcassa del vitello sacrificato, della cui carne si cibava ritualmente la popolazione, veniva sepolta nella fossa del tempio. Il che si è visto fare per altri animali che simboleggiavano i figli della Madre Terra, come i cani o i maialini (vedi la Basilica Neopitagorica e altro) .

    Con le battaglie fra le tribù nomadi che dovevano ogni volta spostarsi e contendere il suolo ad altre tribù, i combattimenti divennero così importanti che la Dea assunse un valore maggiore come colei che difende i suoi figli tribali dalle tribù nemiche. 
    VICTORIA

    Così la Dea cavalcò il toro, che rappresentò la parte potente e guerriera di tutte le popolazioni più antiche. La Grande Madre ebbe ovunque come connotazione regale il toro. La testa dell'animale con le sue lunghe corna si riscontra in tutte le civiltà più antiche e finì per diventare l'attributo dei re che si ritennero figli della Dea Giovenca. 

    Il toro regna in tutte le prime civiltà, da quella delle Porte di Ferro, il sito archeologico di 7000 a.c. situato nella Serbia orientale, a quella della civiltà di Creta nel Mediterraneo, ma pure in tutta l'Asia e il nord Africa. 

    Essendo la Dea della difesa tribale, quando molte civiltà divennero stanziali ella si trasformò in Dea della Guerra, sia per la difesa che per l'offesa, ossia per la conquista di ulteriori territori.

    Così Vitula divenne in epoca romana una divinità della Vittoria, identificandosi in parte con la Dea Victoria, che altri non era che l'antica Nike greca. 

    Sembra che la parola sia stata poi corrotta in Vitellia o Vitelia, derivando, si dice, dal nome della gens Vitellia.

    Svetonio racconta che un certo Quinto Elogio dedicò al senatore Quinto Vitellio (Questore) uno scritto in cui si narravano le origini della sua famiglia, che secondo lui risalivano a Fauno, (secondo l'Eneide, padre di Latino), e a una certa Vitellia, che però non era una Dea.

    La famiglia Vitellia, secondo la storia, sarebbe giunta a Roma dalla Sabinia, e, a causa della sua nobiltà, fu inclusa tra i patrizi. Infatti esisteva una via Vitellia, una strada che dal Gianicolo portava al mare e una colonia Vitellia nel territorio degli Equi.

    Fauno e Vitellia erano però divinità Sabine trapiantate a Roma, e visto che non si parla di Vitellii consoli, la strada doveva realmente essere dedicara a una Dea, come del resto il Gianicolo era dedicato a Giano.

    La più antica celebrazione della Vitulatio è da ricercare nella festa della Poplifugia o Caprotine Nones, come a tramutare una sconfitta in una vittoria, visto che in seguito i romani ebbero ragione dei Fidenati, dei Ficulei e pure dei Galli. Insomma Roma era l'eterna vincitrice, Aeterna Victris, o Aeterna Vitula.


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  • 04/27/17--05:49: FONTE E TEMPIO DI MERCURIO
  • TEMPIO DI MERCURIO DAVANTI AL SETTIZONIO


    La cosiddetta Fonte di Mercurio sorgeva a Roma accanto alla attuale Chiesa di San Gregorio.


    LA FONTE DI MERCURIO

    La fonte fu famosa per l'eccellenza delle sue acque, ed è molto vicina alla fonte di S. Gregorio Magno, chiamata "mirabilis, immo saluberrimus fons", meravigliosa e anche saluberrima fonte.

    Sembra, che nell'area, presso Porta Capena, fosse stato eretto un Tempio a Mercurio, accanto al quale si trovava una fonte dove i mercanti andavano a purificarsi alle idi di maggio, per ottenere la buona fortuna nei prossimi commerci.

    Le idi erano il giorno che divide il mese in due parti quasi uguali, cadendo il 15 in marzo, maggio, luglio e ottobre, il 13 negli altri mesi, ed erano giorni festivi consacrati a Giove. Tuttavia il 15 maggio, vale a dire nelle Idi di maggio, si festeggiava a Roma il Templum Mercurii in Aventino.

    CASINO CINQUECENTESCO
    Infatti il 15 maggio 495 a .c. venne consacrato al Dio Mercurius un tempio sul colle Aventinus, e  Ovidio riferisce:

     "Vicino alla porta Capena c'è un'acqua di Mercurio, miracolosa, se conviene credere a chi la provò; là si reca con la tunica fissata dal cinto il mercante e mondato, con un'anfora purificata, attinge acqua da portar via. Con questa inumidisce un ramo d'alloro e col ramo inumidito asperge le mercanzie che muteranno padrone."

    Ma nello stesso giorno si festeggiavano i Mercuralia, una festa in onore di Mercurio e Maia, Dies Mercuriae et Maiae. Mercurio era messaggero degli Dei,

    Dio del commercio e quindi dei mercanti, dell'astuzia e degli affari, Dio dei viandanti, Dio tutelare delle strade, ma pure degli avvocati e dei ladri, e guida delle anime nell'Ade. Maia, sua madre, era la Natura e la madre per antonomasia.

    "Porta Capena", dalla quale originariamente aveva inizio la via Appia, deriva il suo nome dalla corruzione dell'antico bosco sacro della "Fons Camenorum" ("Fonte delle Camene"), situato subito fuori della porta, alle pendici del Celio ed alla quale, secondo la tradizione, attingevano le Vestali per i loro riti sacri.

    A poca distanza dai ruderi delle mura, all'angolo con la via di S.Gregorio, è situato un antico casino del Cinquecento,  il Casino La Vignola Boccapaduli.

    Costruito nel 1538 per Prospero Boccapaduli, conservatore in Campidoglio, originariamente era situato sull'altro lato della piazza.

    IL CASINO CINQUECENTESCO OGGI
    Venne però smontato e qui ricostruito nel 1911 per la realizzazione del "Parco di Porta Capena" o "Passeggiata Archeologica", ad opera dell'allora ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, il quale volle valorizzare i grandi monumenti dell'antichità romana.

    Il Casino fu ricostruito dall'architetto Pietro Guidi che ne ricostruì alcune parti mancanti disponendolo su una nuova scalinata di 10 gradini rispetto ai due originari. 

    L'edificio si apre al pianterreno con un portico in travertino, costituito da tre archi sulla fronte e due sui fianchi, sopra il quale corre un fregio dorico, mentre il piano nobile presenta finestre architravate.

    Osservando il casino La Vignola nell'immagine di cui sopra, si osserva sul lato corto la presenza di una finestrella, posta al piano terra e inquadrata in listoni di travertino, sopra cui è posta un'epigrafe, anch'essa in travertino. Su di essa vi è inciso: "Fons Mercurii/ antica sorgente/ di Mercurio" perchè quello era il punto esatto da cui sgorgava la fonte sicuramente con una splendida mostra in marmo, data la sua importanza per gli affaristi e i commercianti. 

    Purtroppo la fonte è stata distrutta, ovvero le sue parti in marmo spogliate se non calcinate dalla follia iconoclasta alla caduta dell'impero. 

    "Uno dei principali edifizi che stavano a Porta Capena, doveva essere quello consacrato a Mercurio, che si trova registrato in questa regione, da Rufo e Vittore, e che stava probabilmente vicino alla celebre fonte dell'acqua di Mercurio di cui Ovidio, tra gli scrittori antichi, ci mostra la sua vicinanza alla nominata porta con i seguenti versi:

    - Est aqua Mercurii portae vicina Capenae;
    Si iuvat expertis credere, numen habet. -

    Il chiarissimo Avvocato Fea, commissario delle antichità romane, ha riconosciuto in questi ultimi anni, fra i resti di un antico fabbricato, esistente nella vigna dei PP. Camaldolesi di san Gregorio, la sorgente di questa acqua, e da questo ritrovato si dedusse che il Tempio doveva stare ivi vicino.

    Infatti in tale località furono scoperti dal Piranesi, gli avanzi di una doppia arcuazione, che si sono creduti avere appartenuto alla nominata Porta Capena, a cui l'acqua di Mercurio gli stava vicino....

    Gli avanzi dunque che si ritrovano dove fu scoperta la sorgente della nominata acqua di Mercurio, avranno appartenuto o alla fonte stessa, o ad un qualche recinto del tempio. 

    Tra i frammenti quindi della pianta capitolina, uno ne esiste, distinto quivi col numero LXIV, nel quale vi è scolpita una specie di ara rotonda unitamente a poche lettere che si interpretano per avere denotata l'Area di Mercurio, e siccome si trova registrato in questa regione da Rufo tale Area con un'ara, così è da credere che formava questa probabilmente una piazza avanti il tempio, nel cui di mezzo vi stava la descritta ara."

    (Roma Antica - dell'Architello Luigi Canina 1831)



    IL TEMPIO DI MERCURIO

    Tito Livio afferma che a Roma nell’anno 495 a.c., sotto ai consoli romani Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense (mitico fondatore della gens Claudia), alle Idi di maggio fu dedicato a Mercurio un tempio, anche se l'onore della dedica non venne attribuito ad uno dei due consoli ma a Marco Letorio, un centurione primipilo.

    MERCURIO
    Poi l’autore informa sul contesto socio-politico in cui ciò era avvenuto, con la minaccia della guerra da parte di Veio e le lotte tra patrizi e plebei, sottolineando anche il contrasto esistente tra i due consoli, anche in merito alla dedica del tempio.

    Il Senato demandò perciò al popolo la decisione, stabilendo inoltre che il dedicante prescelto sarebbe stato a capo dell’annona, avrebbe istituito il collegio dei mercanti e celebrato il rito al cospetto del pontefice: 

    "Senatus a se rem ad populum reiecit: utri eorum dedicatio iussu populi data esset, eum praeesse annonae, mercatorum collegium istituire, sollemnia pro pontifice iussit suscipere". 

    Il popolo, che all'epoca contava moltissimo, non consente la dedica a nessuno dei due consoli, ma la regala al centurione Marco Letorio.

    «I consoli (Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense) si contendevano l'onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione, sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. 
    Il popolo assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni -, quanto di un'offesa alle persone dei consoli»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    Si comincia a comprendere intanto l'importanza del ruolo di Mercurio nella gestione dei traffici commerciali, soprattutto per l’approvvigionamento pubblico del grano. Ovidio (Fasti) aggiunge che il tempio si trovava di fronte al circo, sull’Aventino, come confermano fonti tarde, come Apuleio. 

    MERCURIO
    Era quindi tra i più antichi edifici di culto eretti nella città ed in una zona vicina al Tevere, via dei traffici fluviali e alle aree commerciali, come il Foro Boario. Le Idi di maggio divennero quindi non solo la festa di Mercurio ma la festa di tutti mercanti, dai negozi, alle botteghe, agli empori e alle bancarelle.

    Come informa Apuleio, il tempio si trovava dietro metas Murtias, cioè presso il lato curvo del Circo Massimo, presso l’aqua Mercurii situata vicino a Porta Capena e quindi con i grandi assi viari. 

    Porta Capena era punto di passaggio obbligato per tutte le merci che entravano a Roma provenienti dal Lazio meridionale e dalla Campania e, come ricorda Ovidio, l’acqua sacra permetteva la purificazione dei mercanti e delle merci che entravano in città. 

    Qui si purificavano non solo le merci ma pure gli inganni, che fanno parte dello spirito commerciale, visto che il Dio era anche protettore dei ladri. 

    Ovidio riporta poi le notizie sui riti presso la sorgente dove si recavano i mercanti, “cinti di tunica” e quindi in veste ufficiale, recando con sé urne per raccogliere l’acqua con cui poi avrebbero purificato, irrorandole con un ramo d’alloro, le cose che “avranno un nuovo padrone”; il rito prevedeva anche la purificazione dei mercatores, mediante lo spargimento dell’acqua sacra sul capo.




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  • 05/01/17--06:15: I MAGGIO - LE MAIAE

  • Maggio era il mese dedicato a Maia e la sua festa, ricadente il I maggio, si chiamava - MAIAE -
    Le si attribuisce la radice Ma come Madre ma pure come Maius quindi maggiore ed abbondante, e l'abbondanza significava messi copiose e animali ben nutriti che assicuravano la sopravvivenza.

    Ogni I maggio, il Dio Vulcano, cioè i suoi sacerdoti, le offriva in sacrificio una scrofa gravida, in modo che anche la terra fosse gravida di frutti. Il che fa pensare a una Dea Madre che governa i vulcani, pertanto Dea del fuoco.

    MADONNA DELL'AVELLA
    (Con figlio e conchiglia di Venere)
    Infatti il nome maiale deriva da lei, dal latino "sus maialis". Le sue origini sono greche, dalla Dea Maia che significa “nutrice”. In effetti la Terra nutre tutte le sue creature.

    A Roma questa ninfa fu identificata con una Dea italica preesistente, Maiesta (da cui la parola maestà) o Maia. Pertanto era invocata, in particolare nel mese a lei dedicato, e soprattutto all'inizio del mese, cioè il I maggio anche come garante dei contratti agricoli o del bestiame.

    Se le fu dedicato un mese. quello di maggio, si può capire quanto fosse importante questa divinità in epoca arcaica.

    Così importante che la Chiesa si dovette dar da fare per cancellarne il ricordo, dedicandolo a un'altra Vergine, a Maria.

    Infatti anche Maia era vergine, ma con tutto ciò faceva sesso e pure figli, infatti Mercurio fu partorito da lei.

    Come attributi la Dea aveva il maggiociondolo, la torcia infuocata, la cornucopia, i vulcani.



    NOMI DI MAIA
    • Mara
    • Maiesta
    • Mammona (divenuta un diavolo nel cattolicesimo).
    • Mamma Mammosa - la natura visibile
    • MEGGIOCIONDOLO
    • Mamma Mammona - la natura invisibile, ovvero l'energia divina che la governa.
    A Firenze, in via Strozzi, si è trovata un'epigrafe frammentaria dedicata al Dio Mercurio e alla madre Maia, probabilmente vi era un tempio a loro dedicato.

    Non è un caso che Mercurio sia anche uno psicopompo, cioè un traghettatore di anime nell'aldilà. Il figlio assolveva un compito che apparteneva alla madre. In qualità di Dea Madre, Maia infatti era Dea triplice, governando nel cielo (come luna), sulla terra (tramite la produzione delle piante e dei campi coltivati) e negli Inferi (come Dea dei morti).



    DA MAIA A MADONNA 

    "Il maggio delle rose e della Madonna ha origine medievali, quando, nel tentativo di cristianizzare le feste pagane in onore della natura e della dea Maia si pensò che alla - Madonna, la creatura più Alta, si potevano unire insieme i temi della natura e della Santa Vergine. Secondo lo storico medievale Cardini la pratica delle prime devozioni risale “al secolo XVI quando si cominciò a reagire allo spirito rinascimentale giudicato troppo paganeggiante: sicchè il mese di maggio assunse anche carattere riparatore.”

    Il che conferma che nelle campagne fino al XVI sec. si adorassero ancora gli antichi Dei coi vecchi rituali, non per nulla la Chiesa pose sul rogo circa un milione di streghe. perchè il paganesimo era reputato stregoneria o diavoleria. A Roma il mese di maggio era dedicato alla Dea Maia e sempre a lei erano dedicate anche le rose. Maggio pertanto viene da Maia, antica Dea italica preromana e poi romana.



    LA MAIELLA

    LA DEA SUL MONTE DELLA MAIELLA
    Il monte abruzzese della Maiella prende il suo nome dalla Dea e vi fiorì la leggenda delle gigantesche “maiellane”, le mitiche donne guerriere adornate di orecchini a grandi cerchi e vistose collane, che, in tempi assai remoti, lottavano, indomite, per difendere la loro indipendenza.

    La leggenda si rifà ad epoche antichissime in cui le donne lottavano e combattevano, se necessario, come gli uomini. Basta ricordare le amazzoni che dominarono l'europa orientale e parte dell'Asia.

    Non a caso, si una cresta della Maiella, sorse l'Abbazia di Santa Maria dell’Avella, edificata prima del X° secolo, dove sicuramente un tempo era dedicato alla Dea.

    Inoltre il I maggio si festeggia in Abruzzo la “Madonna della Mazza” e i pretoresi ascendono in pellegrinaggio la Maiella, per prelevare la statua dal tempio e trasferirla nella parrocchia di Pretoro, dove resta per solenni onoranze sino alla fine di Giugno.

    Ciò fa pensare a un'antica festa di Maia, il cui santuario doveva elevarsi sul monte, dove si svolgevano processioni e rituali, soprattutto durante le Maiaie.

    Tra l'altro sempre in Abruzzo c'è la leggenda della ninfa Maia, figlia di Atlante che fuggì sul monte per salvare il figlio ferito che tuttavia morì e lì fu sepolto con infinito cordoglio della madre. E' evidente la riedizione del mito del figlio-vegetazione che muore ogni anno per risorgere l'anno successivo. Mito ripreso poi dalla Chiesa cattolica col Cristo morto in croce.

    BONA DEA

    LA FESTA DI MAIA - LE MAIAE

    "Kalendae Maiae sunt antiquae hemisphaerii septentrionalis feriae vernae die 1 Maii habitae, usitate feriae publicae, et in multis culturis translaticiae veris feriae. Cum Internationali Operariorum Die congruit. In multis linguis tantum Dies Maii appellari potest; Anglice (lingua anglicana) autem in Havaiis (lingua Hawaiana)".

    Si trattava soprattutto di una festa dei campi, in cui si festeggiavano i germogli del prossimo raccolto e il vino dell'anno passato. Alla Dea si scarificavano in tempi più remoti le primizie, in seguito il rito divenne cruento e si sacrificò la femmina gravida del maiale, simbolo della primavera e di tutto ciò che fiorisce e produce. per le donne divenne un augurio di fertilità.

    Il sacrificio della scrofa era una particolarità dei sacrifici dedicati alla Madre Terra, per cui necessariamente la Dea Maia era una Madre Terra e una Grande Madre, molto potente e molto seguita in tempi arcaici. Dopo aver sacrificato l'animale, questo veniva cotto e mangiato, rito importantissimo delle campagne, dove il maiale salato e aromatizzato poteva costituire un alimento pronto per tutto l'anno.

    In questa occasione si donavano parti dei maiali sacrificati a coloro che avevano avuto diverse traversie o un raccolto più sfortunato, il che rafforzava non poco i legami dei paesi nelle campagne.
    Naturalmente il rito era molto più seguito nelle campagne che nelle città, tuttavia era anche uso che i nobili romani che possedessero ville rustiche fuori dell'Urbe, si recassero appunto nelle ville sia per controllare gli schiavi che vi lavoravano sia per festeggiare degnamente le Maiae.

    Essendo un rito antico si protraeva fino a notte inoltrata favorendo gli accoppiamenti amorosi e non. Le donne, come le tavole imbandite, erano ornate dai tralci del maggiociondolo. Il fatto che la Dea aveva come attributo la torcia faceva si che il rito si protraesse fino a notte, grazie ai fuochi che si accendevano per l'occasione nelle campagne.

    Qui le donne sposate che volevano avere figli si preparavano una specie di giaciglio fatto con rami di ontano e inghirlandate col maggiociondolo facevano sesso coi propri mariti dopo aver recitato le opportune preghiere. Tuttavia la festa aveva un carattere molto licenzioso e magari anche gli sposati amavano cambiare partner e concedersi qualche scappatella con la benedizione della Dea.

    La festa veniva preparata molti giorni prima, con canti, danze, banchetti e musica, dove gli schiavi ma pure i poeti locali venivano invitati ad esprimersi per onorare la Dea che presenziava alle feste sotto forma di statua, a volte lignea, in quanto divinità molto antica.



    LE MAIAE OGGI

    Di questa tradizione diversi costumi festivi sono sopravvissuti anche oggi. In Italia infatti è detta spesso Calendimaggio (Calende di maggio che cadevano o si facevano cadere il primo di maggio) o cantar maggio, una festa stagionale che festeggia l'arrivo della primavera.

    ONTANO
    La funzione magico-propiziatoria di questo rito è spesso svolta durante una questua durante la quale, in cambio di doni (tradizionalmente uova, vino, cibo o dolci), i maggianti (o maggerini) cantano strofe benauguranti agli abitanti delle case che visitano.

    Evidentemente questo è il residuo dei doni ai più poveri ma pure per gli schiavi che in cambio dei doni offrivano vari piccoli spettacoli, di canti danze e musica, partecipando anch'essi alla festa in qualche modo.

    La parte centrale dei rituali è oggi l'esecuzione di canti di questua e spesso i canti di Pasqua/calendimaggio si ritrovano nel nord Italia come ad esempio la collina piemontese, il cui modello "questua delle uova" corrisponde esattamente a quello che nell'Oltrepò pavese viene chiamato "la galina grisa".

    ANTICA DEA ITALICA
    C'è poi il canto del Carlin di maggio (storpiatura delle calende), del filone "magico lirico profano" che dai laghi Cusio, Verbano e Ceresio si estende lungo tutto l'Appennino settentrionale fino ad incontrare gli altri tipi di maggi (drammatico, lirico sacro) della montagna tosco-emiliana per riprendere poi la sua presenza nell'Appennino centrale.

    Spesso un ramo molto grosso della pianta di ontano viene trasportato dai "Maggerini" (i cantori del
    maggio) e su di esso vengano appesi i doni dati nelle case, dando luogo così all'albero della Cuccagna.

    Questo albero folcloristico nasce da radici molto antiche, perchè era il risveglio dell'Albero della Vita, il cosiddetto albero cosmico che risvegliandosi dopo il buio invernale donava i suoi frutti agli uomini ed agli animali, consentendo il perpetuarsi della vita.

    Simbolo della rinascita primaverile sono gli alberi dell'ontano, e del maggiociondolo, che accompagnano i maggerini e i fiori (viole e rose), citati nelle strofe dei canti, e con i quali i partecipanti si ornano. In particolare la pianta dell'ontano, che cresce lungo i corsi d'acqua, è considerata il simbolo della vita ed è per questo che è spesso presente nel rituale.

    Si tratta di una celebrazione che risale a popoli dell'antichità molto integrati con i ritmi della natura, come si è appurato tra i popoli celti, etruschi, bruzi, sanniti e liguri. Ma sicuramente investiva un po' tutto il suolo italico, romano e preromano.



    LA FESTA DEI LAVORATORI

    Oggi la festa del I maggio ricorda le rivolte degli Usa per accorciare le ore lavorative degli operai affogate nel sangue. Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la celebrazione fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, divenendo per la prima volta giorno festivo con la denominazione "Natale di Roma – Festa del lavoro". Fu poi riportata al I maggio dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945, mantenendo però il giorno festivo.

    Il I maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse divenire una festa cattolica anzichè laica come era nata. Dal 1990 i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, in collaborazione con il comune di Roma, organizzarono un grande concerto per celebrare il I maggio in piazza San Giovanni, dal pomeriggio a notte, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti, trasmesso in diretta televisiva dalla Rai. Oggi però la manifestazione è in evidente decadenza.


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  • 05/02/17--05:18: PUBLIO PAPINIO STAZIO
  • ACHILLEIDE

    Nome: Publius Papinius Statius
    Nascita: Napoli, 40
    Morte: 96
    Professione: poeta


    Publius Papinius Statius, ovvero Publio Papinio Stazio (Napoli, 40 – 96) è stato un poeta romano di una certa fama.

    Figlio di un maestro di retorica, l'arte del bel linguaggio, quindi di padre molto colto, Stazio fu un poeta "professionista", che fece della poesia il suo lavoro e la sua vita.
    Ancor giovanissimo compose versi e vinse un premio ai ludi Augustali di Napoli.

    PUBLIO PAPINIO STAZIO
    Si trasferì poi a Roma con il padre, che vi aveva trasferito la sua scuola, per cercare fortuna durante l'impero di Domiziano.
    Qui si dedicò interamente alla poesia e Roma era il crogiolo dei poeti e degli scrittori, in quanto i romani prediligevano allietarsi con la poesia e gli scritti, particolarmente la gente d'alto lignaggio, e soprattutto durante i banchetti.

    Nessun patrizio di discreta fortuna avrebbe rinunciato ad invitare ad un banchetto un poeta per allietare i suoi ospiti. Da un lato il padrone di casa, se la poesia era buona e quindi gradita, faceva un'ottima figura che gli dava lustro, dall'altro il poeta si faceva conoscere, procurandosi magari altri inviti che l'avrebbero reso più famoso, allo scopo soprattutto di vendere le sue poesie. 

    Se un poeta diventava famoso il suo nome compariva nelle biblioteche, ma soprattutto nelle bacheche delle botteghe di libri. Papinio era gradevole nell'aspetto e nei modi per cui in poco tempo si rese famoso
     e si guadagnò, nelle recitazioni pubbliche e nelle gare poetiche, il favore del pubblico e dei grandi signori, che divennero suoi protettori.

    Infatti quando la fama superava certi limiti subentrava il talent scout dell'epoca, il mecenate che provvedeva a mantenere e a lanciare ancor più il giovine di talento.
    Le sue condizioni economiche erano peraltro modeste se, come riporta Giovenale, lo costrinsero a vendere a un attore una fabula satirica. Vero è però che sembra subì dei rovesci finanziari per motivi sconosciuti.

    Stazio fu poeta d'ingegno duttile e versatile, ed iniziò componendo libretti per mimi e, oltre a lavorare al suo primo poema epico, la Tebaide. Compose poi alcune Silvae, componimenti lirici di scritti ad hoc in varie circostanze, spesso su ordinazione oppure spontanei e facilmente il suo stile scorrevole elegante incontrava il gusto del pubblico. Ottenne riconoscimenti e successo, recitando pubblicamente i versi della Tebaide.

    Tuttavia, dopo alcuni rovesci finanziarie, nonostante le preghiere insistenti della moglie Claudia, una musicista, decise di abbandonare la città per far ritorno in Campania. Vi condusse lo stesso genere di esistenza di poeta mondano al servizio dei nobili romani, che in quella regione approdavano in massa per i loro soggiorni primaverili ed estivi.  Stazio si può definire un letterato professionista, che visse della propria attività.

    Morì a Napoli nel 96.


    Somnus

    Crimine quo merui, iuvenis placidissime divum,
    quove errore miser, donis ut solus egerem,
    somne, tuis? Tacet omne pecus volucresque feraeque
    et simulant fessos curvata cacumina somnos,
    nec trucibus fluviis idem sonus? Occidit horror
    aequoris, et terris maria adclinata quiescunt.
    Septima iam rediens Phoebe mihi respicit aegras
    stare genas. Totidem Oetaeae Paphiaeque recursant
    lampades et totiens nostros Tithonia questus
    praeterit et gelido spargit miserata flagello.
    Unde ego sufficiam? Non si mihi lumina mille,
    quae sacer alterna tantum statione tenebat
    Argus et haud umquam vigilabat corpore toto.
    At nunc heu! si aliquis longa sub nocte puellae
    brachia nexa tenens ultro te, Somne, repellit,
    inde veni! Nec te totas infundere pennas
    luminibus compello meis - hoc turba precatur
    laetior; extremo me tange cacumine virgae,
    sufficit, aut leviter suspenso poplite transi.

    Per quale delitto, o giovane dio, il più tranquillo di tutti, 
    o per quale errore ho mai meritato, io misero, 
    di essere privo, io solo, o sonno, dei tuoi doni? 
    Tutto il bestiame è in silenzio e gli uccelli e le fiere, 
    e le punte degli alberi, curvate, simulano un quieto sonno, 
    e ai fiumi vorticosi manca il suono consueto. 
    E' venuto meno l'orrore dell'oceano, 
    e i mari riposano adagiato sulla terraferma. 
    Ormai per la settima volta Febe tornando 
    vede la rigidità delle mie guance sofferenti. 
    Altrettante volte le stelle di Eta e di Pafo ritornano 
    e altrettante volte la sposa di Titono passa accanto 
    ai nostri lamenti e presa da compassione 
    dissemina rugiada con una gelida sferza. 
    Da dove troverò la forza? 
    Neppure se avessi i mille occhi, 
    che il sacro Argo teneva aperti alternativamente 
    senza mai stare sveglio in alcun momento con tutto il corpo! 
    Ed ora, ahimè, se qualcuno durante la lunga notte 
    tenendo le braccia intrecciate di una ragazza, 
    o Sonno, spontaneamente ti rifiuta, passa da lui a me! 
    Non ti spingo a distendere completamente le tue ali sui miei occhi - 
    di questo gente più fortunata ti prega; 
    toccami con la punta estrema della tua verga, 
    mi basta, o passami accanto leggermente volando sopra di me.

    TEBAIDE


    LE OPERE 


    TEBAIDE

    L'opera è in 12 libri e narra la lotta fra i due fratelli Eteocle e Polinice per la successione in Tebe al trono di Edipo. 

    Secondo il mito Edipo non abbandonò la città dopo essersi accecato, ma si chiuse nel suo palazzo lasciando amministrare Il regno a Creonte, fratello di Giocasta.
    I suoi figli, Eteocle e Polinice, pensavano solo al trono senza nessun rispetto nè per Edipo nè per il re. Allora li maledisse e pregò gli Dei affinché si uccidessero a vicenda.

    Eteocle e Polinice, cresciuti, essendo gemelli regnarono a turno a turno, un anno alla volta. Ma quando Polinice doveva salire al trono, Eteocle lo fece esiliare, escludendolo dal trono. Polinice tentò di riconquistare il trono di Tebe, ma durante i combattimenti i due fratelli si uccisero a vicenda, compiendo la maledizione di Edipo. 

    Al corpo di Eteocle furono tributati gli onori di difensore della città, mentre quello di Polinice fu lasciato a marcire insepolto, per ordine del re Creonte, (da cui l'Antigone di Sofocle, sorella dei gemelli)

    L'opera riporta al Pharsalia, spesso chiamata Farsaglia in italiano (conosciuta anche come De bello civile), il poema epico del poeta Lucano. Il poema tratta della guerra civile tra Giulio Cesare e le forze del Senato comandate da Pompeo Magno. e in particolare della decisiva Battaglia di Farsalo (48 a.c.) ma c'è pure un'enorme sviolinata a Cesare..

    Nell'epilogo Stazio dichiara di essersi rifatto come modello all'Eneide, ma in realtà i modelli furono diversi..
    Si rifa un po' alla tragedia greca di Eschilo, ad alcuni poemi di cicli epici, all'Omero mediato da Virgilio, ad Euripide, Apollonio Rodio, e Callimaco. Per lo stile narrativo e la metrica si rifà un po' ad Ovidio, mentre nella sua immagine del mondo segue Seneca, con lo stesso gusto dell'orrido e tendenza al patetico, all'epoca un po' di moda. Nella sua visione la storia risulta dominata dalla "necessitas"più forte degli eventi, degli uomini e delle divinità .


    ACHILLEIDE

    L'Achilleide (Achilleïs) è un poema epico incompiuto, abbozzato verso l'anno 96, poco prima che morisse improvvisamente e pubblicato poi nel 92.

    L'opera, di cui rimane l'intero primo libro e l'inizio del secondo, tratta delle vicende dell'eroe greco Achille dalla sua adolescenza ed educazione fino alla sua fine nella guerra di Troia. 

    Si sofferma sulla sua educazione prima e sugli eventi della sua vita poi. Vi si narra dunque la giovinezza di Achille, la sua educazione con il centauro Chirone, il vano tentativo di sottrarsi alla guerra di Troia, il suo matrimonio con Deidamia. 

    La narrazione giunge fino alla partenza dell'eroe per Troia. Sicuramente sarebbe andato oltre ma sopravvenne la morte dell'autore..

    I versi rimasti hanno un tono romanzesco più che eroico, lo stile è scorrevole e vivace, ma pure più disteso della barocca e tortuosa Tebaide, tuttavia con una notevole componente moralista.


    SILVAE

    Le Silvae sono una raccolta di poesie in esametri, endecasillabi e metrica lirica. Trattasi di 32 componimenti divisi in cinque libri, con una prefazione in prosa per ogni libro. I soggetti della poesia sono vari, e forniscono agli studiosi una ricchezza di informazioni sulla Roma domizianea e sulla vita di Stazio stesso.

    Poichè Silva era un termine usato dai poeti per indicare l'abbozzo di una poesia scritta velocemente in un momento di grande ispirazione, e poi adattata ad una metrica poetica si pensa che le Silvae siano state rielaborate partendo da brani di poesia scritti nel giro di pochi giorni.

    Composte tra l'89 ed il 96. I primi tre libri sembrano essere stati pubblicati assieme dopo il 93 (un anno dopo la pubblicazione della Tebaide), ed il quarto libro fu probabilmente pubblicato nel 95. Si pensa che il libro 5 sia uscito postumo nel 96 circa. Alcuni studiosi pensano possa derivare dal perduto Silvae di Lucano.

    Andavano molto all'epoca sia la poesia che la prosa panegirica. Stazio sembra essersi ispirato nella poesia a Catullo e molte delle sue poesie ne utilizzano la sua metrica preferita, gli endecasillabi, ed anche i temi trattati sono simili a quelli di Catullo, anche se con meno licenze. Attinse anche da Orazio, soprattutto nelle composizioni liriche e nell'epistolario. 

    Ovidio si intravede come stile nella storia di Pan e molti degli exempla di Stazio nelle poesie derivano dall'Eneide. Dal lato greco, sappiamo dall'ode al proprio padre che Stazio apprezzava i canonici nove poeti lirici inseriti nel Canone alessandrino, con Callimaco e con le Pleiadi, i sette tragici alessandrini alla corte di Tolomeo II. Ma forse fu Pindaro che più influenzò Stazio; la sua poesia panegirica, i suoi esempi mitologici e
    le sue invocazioni.

    Le Silvae rappresentano l'unico esempio di poesia lirica del I sec. dell'età imperiale. Sono per lo più componimenti d'occasione per nascite, matrimoni, anniversari, e manifestazioni diverse. Sono anche frequenti le descrizioni di ville, giardini, oggetti d'arte, domus ecc., prezioso documento della vita romana.

    Libro I
    Dedicato a L. Arruntius Stella, un suo seguace poeta. Vi descrive il suo veloce stile di composizione, spera che la sua poesia sia abbastanza divertente e e fa un quadro sintetico delle poesie e del contesto in cui furono scritte.

    Libro II
    Dedica il libro ad Atedius Melior, e riassume i poemi contenuti focalizzandosi sulla perdita, sulla descrizione degli oggetti, e concludendo con un genetliaco.

    Libro III
    Dedicato al Pollius Felix. Stazio racconta la confidenza che ha ora con il proprio Silvae e l'aiuto fornitogli da Pollius nella composizione. Le poesie parlano di consolazione, descrizione, e terminano con un'esortazione alla moglie di Stazio ad andare con lui a Napoli.

    Libro IV
    Questo libro è dedicato nella prefazione a M. Vitorius Marcellus. Le metriche dei poemi del quarto libro variano molto rispetto a quelle dei primi tre. Stazio include una risposta alle critiche ricevute per i precedenti libri, dicendo che il quarto contiene più poesie degli altri, cosicché non pensino che le critiche lo abbiano convinto a non pubblicare più.

    Libro V
    Questo libro finale delle Silvae è dedicato a Flavius Abascantus, il quale viene lodato per il suo amore nei confronti della moglie Priscilla.

    Lo stile di Stazio è fortemente elaborato, come spesso avvenne nel centro culturale greco di Napoli di cui probabilmente risentì parecchio. Gli esempi mitologici, le parole roboanti, e l'elaborata descrizione si moltiplicavano nelle lodi alle vite dei suoi protettori ed ai loro beni. Non manca una certa composizione retorica, quali epithalamium (sonetto per celebrare ed esaltare un matrimonio di amici o protettori, o anche su commissione), propempticon (un sonetto augurale per una buona giornata di qualcuno in genere in occasioni particolari, come un cambiamento o un viaggio), e genethliacon (sonetto augurale per il compleanno di qualcuno).

    Egli fece anche parlare degli oratori mitologici per adulare in modo degno i suoi protettori e, qualcuno ha insinuato, per assolversi dalla responsabilità delle lodi esagerate. Non condividiamo la seconda, far parlare un personaggio mitologico, seppure la scena sia d'invenzione, da più prestigio al celebrato che se parlasse solamente Stazio.

    Molti studiosi hanno fatto notare la tensione tra il metodo frettoloso di composizione di Stazio e lo stile lucido dei suoi pezzi, ed hanno sottolineato l'utilizzo fatto dal poeta dell'arrangiamento dei libri e della scelta della metrica in modo da trasmettere sottili significati.
    Stazio descrive il suo metodo di scrittura nella prefazione del I libro, dicendo "mihi subito calore et quadam festinandi voluptate fluxerant cum singulti de sino meo prodiderint" ( fluiscono dalla mia penna nel caldo del momento, una sorta di piacevole fretta, emergendo dal mio seno uno per uno). Specifica che

    nessuna poesia richiese più di due giorni per essere scritta. Quasi tutte le poesie sono dedicate ad un protettore e sono accompagnate da titoli considerati un'aggiunta successiva dell'autore.


    DOMIZIANO
    DE BELLO GERMANICO

    Un poema sulle campagne germaniche di Domiziano, andato però perduto


    AGAVE 


    Mitica figlia di Cadmo la quale, morta la sorella Semele, insinuò che quella avesse falsamente vantato i suoi amori con Zeus.

    Ma Dioniso, figlio di Semele, si vendicò facendo sì che Agave nell’esaltazione bacchica dilaniasse il figlio Penteo.

    Il mito di Agave fu trattato da tragici greci e latini (Eschilo, Euripide, Pacuvio, Accio).

    Sembra che Stazio ne avesse tratto una satira mimata in cui rappresentasse l'imperatrice Domiziana col suo amante Paride, un attore.

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    PORTA SAN PAOLO OGGI

    Porta San Paolo fa parte del complesso delle mura Aureliane realizzate dall’imperatore Aureliano nel 275 d.c., collocata nella parte meridionale delle mura difensive.
    L'andamento era:
    - Porta Aurelia (Porta Sancti Petri)
    - Porta Flaminia,
    - Porta Pinciana, 
    - Porta Salaria, 
    - Porta Nomentana, 
    - Porta Tiburtina, 
    - Porta Prenestina, 
    - Porta Asinaria, 
    - Porta Metronia, 
    - Porta Latina, 
    - Porta Appia (San Sebastiano), 
    - Porta Ardeatina, 
    - Porta Ostiense (Porta San Paolo), 
    - Porta Portuense, 
    - Porta Aurelia (Porta San Pancrazio)
    - Porta Settimiana.

    La struttura di Porta San Paolo, in travertino, è fiancheggiata da due torri a base semicircolare (a ferro di cavallo). Si chiamava Ostiense già nel IV sec. (Amm. Marc. XVII 4, 12) mentre al tempo di Procopio il suo nome era già mutato in Porta S. Paolo. Le torri vennero rifatte quadrate prima da Niccolò V (1451) ed in seguito da Alessandro VII (1662).

    Nella fase originaria era costituita da due archi gemelli con due torri semicircolari. Restauri e ristrutturazioni furono eseguiti sotto gli imperatori Massenzio (306-312) ed Onorio (401-403) modificandone l’aspetto che attualmente esibisce un arco d’ingresso e una controporta a due archi. La porta subì anche rimaneggiamenti più tardi. Durante la guerra Greco-Gotica, nel 544 d.c. da qui entrarono a Roma i Goti di Totila. La porta oggi appare isolata ma era originariamente collegata al tratto delle Mura Aureliane che scende dalla collina di San Saba fino alla piramide di Caio Cestio.

    "Avendo l' Imperadore Aureliano dilatate le mura della Città per includervi il monte Testaccio, e la sua pianura, all'antica porta Trigemina sostituì la presente, che per essere situata sulla via d'Ostia, chiamavasi Ostiense, e poscia prese la sua denominazione dalla Basilica di s. Paolo, a cui essa conduce.
    Questa porta che fu poi riedificata da Belisario, à la sua soglia a livello del piano moderno, ch'è palmi 26 più alto del piano antico. Accanto a questa porta se ne vede un'altra chiusa, come si osserva in diverse altre porte antiche di Roma.
    Queste porte servivano per dar campo ai Romani di uscire con doppia forza contro i nemici, qualora questi superata la prima porta si fossero accinti a combattere la seconda; e mi sembra irragionevole il sentimento di coloro, che asseriscono esser fatte queste porte per comodo del numeroso Popolo, affinchè da una sortisse, e dall'altra entrasse;giacché in tal caso avrebbero dovuto essere tanto doppie nell'esterno, che nell'interno.
    Dall'essere gemine ottennero il nome di Giani, perché con doppio aspetto si rappresentava questa Divinità. A sinistra nell'entrare in Città si vede aderente alle mura la Piramide di Caio Cestio."

    La Porta San Paolo è una delle porte meridionali delle Mura aureliane a Roma, ed è tra le più imponenti e meglio conservate tra le porte originali dell'intera cerchia muraria. Una sua caratteristica è pure la presenza della piramide che vi sembra associata. Questa invece fu costruita nel 13 a.c. da un romano come camera sepolcrale, secondo una certa moda dell'epoca che si rifaceva allo stile egizio pubblicizzato da Cleopatra. Però la porta venne edificata trecento anni più tardi.

     Ad oriente e ad occidente della Piramide Cestia furono costruite due porte che conducevano alla via Ostiense, e ad una sua biforcazione tracciata nell'immediato esterno delle mura. La duplicazione dell'asse stradale e quindi degli ingressi urbani era necessaria dato l'intensità dei traffici tra Roma e il porto di Ostia.

    STAMPA DEL XVIII SECOLO

    Porta Radusculana

    La piramide divideva l'ingresso orientale, che dava origine al vicus portae Radusculanee fino alla sommità dell'Aventino, da quello occidentale che dava il passo alla vera via Ostiense verso i granai della "Marmorata" lungo le sponde del Tevere. Quest'ultima fu edificata come una piccola porta ma venne chiusa presto sia per la crescita d'importanza del porto di Fiumicino, sia perché i granai del Tevere erano meglio collegati tramite la via Portuense.

    Fu demolita solo nel 1888, e ne resta soltanto una descrizione del Lanciani: "essa misura m 3,60 di luce, ed ha le spalle murate con massi di travertino grossi m 0,67. I battenti della porta sono formati da cornici intagliate, poste verticalmente, la soglia monolita di travertino è lunga oltre a m 4 e si trova nell'istesso piano della piramide."

    Il nome originale della porta superstite era Porta Ostiensis, perché da lì iniziava, e tuttora inizia, la via Ostiense, la strada che collega Roma ad Ostia e quindi al suo antico porto.

    Con la perdita d'importanza del porto di Ostia anche il ruolo preminente della porta venne meno finché, per quella volontà della Chiesa di invadere ogni campo cancellando l'epoca romana, rea di essere stata pagana, fu ribattezzata  Porta San Paolo, perchè era un nome cristiano e perché la Basilica di San Paolo fuori le mura doveva avere la massima visibilità.


    Massenzio

    La Porta è molto simile a Porta S. Sebastiano; Inizialmente aveva due aperture; Massenzio fece edificare un muro dietro il cancello con altre due aperture e fece rafforzare le torri. Non essendo più i romani gli antichi guerrieri di un tempo ed essendo la difesa affidata  ai mercenari, venne ritenuto inutile mantenere i due fornici, perchè difficili da difendere.

    Praticamente sul lato interno della struttura Massenzio, all'inizio del IV secolo, ne edificò un'altra con funzione di controporta, che è l'unica controporta delle mura aureliane interamente conservata, sempre a due fornici in travertino, collegata alla precedente da due muri chiusi a tenaglia a formare una sorta di piccola fortificazione, chiamata "Castelletto". all'interno del quale doveva trovar posto sia la guarnigione militare che la stazione dei gabellieri per la riscossione del pedaggio sulle merci in entrata e in uscita.

    FOTO DEGLI INIZI DEL 1900

    Onorio

    Pertanto, tra il 401 e il 403, l'imperatore Onorio ristrutturò buona parte delle mura e ridusse i fornici d'ingresso ad uno solo, demolendo la parte centrale e ricostruendola con una sola arcata, di un metro più alto della precedente, quindi la Porta venne detta Trigemina, perché nel complesso aveva tre uscite.

    Inoltre fornì la facciata di un attico con una fila di finestre ad arco per dar luce alla camera di manovra, per la saracinesca ed il cammino di ronda merlato. Inoltre rinforzò le due torri rialzandole e munendole di merli e finestre. La lapide commemorativa dei lavori di Onorio fu presente fino al 1430, anche se alcuni studiosi ritengono l'intervento sia posteriore di almeno un secolo.Nel VI sec. il generale bizantino Belisario fece alzare le torri all'altezza attuale.


    La posterula 

    La via si immetteva nella posterula posta ad ovest della Piramide Cestia e, traversando gli attuali parco Cestio ed il Cimitero Protestante, proseguiva in direzione dell' Emporium con un percorso che è ricalcato dall'attuale via Marmorata.

    Fu Massenzio (306-312 d.c.) a far chiudere la posterula, come indica il bollo di un laterizio incluso nel muro, convogliando alla "porta Ostiensis", tramite un tratto di via, tutto il traffico proveniente dall'Emporium e diretto ad Ostia.

    La posterula fu poi demolita nel 1888, e nel punto ove si apriva vi sono murate quattro lapidi, ma moderne. Verso il 1920 fu anche demolito lo spigolo orientale delle Mura Aureliane contiguo alla Piramide e venne aperto il varco che collega via Marmorata alla via Ostiense per motivi di viabilità.

    DUE PORTE DELLA TRIGEMINA

    I barbari

    Nonostante le migliorie delle fortificazioni, nel 551 i Goti corruppero la guarnigione Isaurico che stava a guardia di questa porta e conquistarono Roma. Gli Isauriani, provenienti dalla regione di Konya di oggi, venivano considerati come soldati valorosi e di fiducia dagli imperatori bizantini per i quali formavano la guardia personale.

    Nel 549 gli Ostrogoti di Totila da questa porta entrarono nella città grazie al tradimento della guarnigione, che la asciò aperta.

    Fin dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l'istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito.

    All'interno del "Castelletto" edificato da Massenzio - la controporta che sembra una piccola fortificazione - è attualmente ospitato il Museo della Via Ostiense, con ricostruzioni dei porti di Ostia e dei monumenti ritrovati lungo la "via Ostiensis".

    La base delle torri, per poter offrire una valida resistenza ad eventuali attacchi da parte di macchine da guerra, doveva essere in muratura piena e non poteva quindi ospitare vasti ambienti. Di certo gli interventi hanno comunque reso l'intera struttura asimmetrica, irregolare e architettonicamente squilibrata, con il fornice esterno non in linea con quelli interni e le torri poco più alte della facciata.

     All'altezza della controporta, sul lato orientale, in corrispondenza dell'attuale via R. Persichetti doveva trovarsi una posterula, di cui però non rimane nulla perché quel punto venne devastato nel 1943 in occasione di un bombardamento aereo.

    Particolare interessante perchè inusuale, la chiusura era verso la città anziché, come normalmente accadeva, verso l'interno della struttura. Nel caso del "Castelletto" della Porta San Paolo i battenti erano posizionati in modo da poter offrire un doppio ostacolo solo per eventuali aggressori esterni.

    Sulla torre orientale è presente un'iscrizione a memoria dei lavori che Benedetto XIV effettuò dal 1749 per il restauro di tutta la cinta muraria da qui fino a Porta Flaminia, ma intorno al 1920 la porta fu isolata dalle mura Aureliane per agevolare il traffico dell'area adiacente sul lato orientale ed in seguito, a causa di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, andò distrutto anche il tratto di mura occidentale, che la collegavano alla piramide Cestia.

    MURA DI PORTA SAN PAOLO

    IL MUSEO

    Dentro Porta S. Paolo alloggia il Museo della via Ostiense, realizzato nel 1954 per illustrare il territorio compreso tra Roma ed Ostia che in età romana era collegato dall'importante via Ostiense. Vi si conservano i materiali rinvenuti nel percorso, tra cui tre arcosoli dipinti di una tomba del III sec.d.c. presso la Basilica di S. Paolo e numerosi calchi di iscrizioni e cippi funerari.


    Al primo livello dei due torrioni sono esposti due plastici dell’antica città di Ostia e del complesso dei porti imperiali di Claudio e Traiano. Porta S.Paolo corrisponde all'antica "porta Ostiensis" delle Mura Aureliane, per la quale transitava il traffico del "vicus portae Raudusculanae", uscente dalla "porta Raudusculana" delle Mura Serviane, situata dove si apriva l'antica posterula di piazza Albania. La Porta Randusculana, posta oltre la "porta Ostiensis", introduceva appunto nella "via Ostiensis".



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    RICOSTRUZIONE DELLA TRIDENTUM ROMANA
    Nel territorio trentino, intorno al 500 a.c. si stanzia il popolo dei Reti, che secondo Tito Livio, ma pure secondo Plinio il Vecchio, sono di origine etrusca e che già occupavano vaste zone dell'area alpina centrale e orientale. Strabone così ne descrive il territorio:

    « I Reti toccano per poca parte col loro territorio il lago (di Costanza), mentre la maggior parte ricade sotto gli Elvezi, i Vindelici e il gruppo dei Boi. Tutti, fino ai Pannoni, ma in special modo Elvezi e Vindelici, abitano gli altipiani. I Reti ed i Norici si estendono dai passi delle Alpi fino verso l'Italia, confinando i primi con gl'Insubri, i secondi con i Carni e le terre d'Aquileia.»

    I Reti costruirono una rete di villaggi dedicandosi alla caccia e all'agricoltura. Furono infatti grandi produttori di vino, celebre a Roma già in età repubblicana, essendo poi estremamente capaci nell'irrigazione, produssero ortaggi e cereali, con allevamento di ovini, caprini, bovini e cavalli.

    Sembra che poi nel III sec. a.c. il territorio subì un'invasione gallica che sostituì gli etruschi nei traffici con i Reti, ma che in qualche modo si fuse con il popolo retico e che portò alla fondazione della futura Tridentum (Trento). Successivamente, nel I sec. a.c. Roma, sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.c. sottomise i popoli retici, e successivamente li inserì nella provincia di Rezia.

    In età romana il territorio del Trentino fece parte della provincia italica con la Regio X Venetia et Histria confinante a Nord con la Retia, anch'essa provincia romana. Alla regione fu aggiunto l'aggettivo venetia, per via dei veneti, la popolazione che viveva nella zona antecedentemente ai romani, mentre Histria deriva dalla tribù illirica degli histri.

    Nel I secolo a.c. i romani fondarono la città di Tridentum, ovvero sostituirono il villaggio retico con un accampamento militare romano (castrum), che poi si ingrndì e divenne una città, che venne battezzata Tridentum ("città dei tre denti"), forse perché nei pressi della città sorgono proprio tre colli vagamente assomiglianti a tre denti (il Doss Trento, il Doss Sant'Agata e il Dosso di San Rocco).

    Tra il 50 e il 40 a.c.la città divenne municipium e pertanto ristrutturata secondo i canoni urbanistici romani, con un cardo e un decumano da cui si dipartivano le altre vie secondarie, un foro, un anfiteatro, delle terme, e un'imponente cinta di mura.

    I confini del municipium andavano dall'attuale Trentino occidentale e meridionale (esclusa la bassa Valsugana) sino all'attuale Alto Adige (Bolzano, bassa Val Venosta, bassa Val d'Isarco).

    In età imperiale Claudio (41-54 d.c.) fece completare le due grandi arterie: la via Claudia Augusta Padana, che da Ostiglia (presso Mantova) raggiungeva il passo Resia (tra attuali Tirolo e Alto Adige), e la via Claudia Augusta Altinate che, partendo dall'allora importante porto di Altino, (presso Venezia) si ricongiungeva a Tridentum con la Padana attraverso la Valsugana (una valle del Trentino sud-orientale). 

    In periodo augusteo, con l'Impero impegnato in una serie di operazioni militari nell'arco alpino, il ruolo strategico della città crebbe all'interno della Regio X Venetia et Histria. Lo stesso imperatore Claudio definì Tridentum "splendidum municipium".

    RESTI ROMANI AD ALTINO

    DESCRIZIONE

    Tridentum ebbe, come tutte le città romane, una pianta quadrangolare, delimitata da un lato dal fiume Adige, dagli altri tre lati da mura e fossati, con torri quadrangolari e porte per l'accesso di cui la principale, Porta Veronensis, era gemina, con due torri circolari ai lati.

    BASE DI CANDELABRO ROMANO
    Le vie cittadine si svilupparono in maniera ordinata, parallele al cardo e al decumano secondo i principi urbanistici romani. Pertanto possedeva tutte le infrastrutture tipiche di un centro romano:
    - un foro (sotto l'attuale Chiesa di Santa Maria Maggiore),
    - un anfiteatro (sorgeva dove si trova ora Piazzetta Anfiteatro),
    - delle terme,
    - un porto fluviale,
    - un acquedotto proveniente dalle colline orientali per l'approvvigionamento idrico,
    - un sistema idrico e fognario cittadino
    - abitazioni con insule e domus
    - un cimitero all'esterno delle mura,
    - ville all'esterno della cinta muraria.

    Tridentum era inoltre un importante snodo viario:
    - la Via Claudia Augusta (principale via militare verso il nord che congiungeva l'Adriatico con Augusta attraverso la Val Venosta e il Passo Resia),
    - le sue diramazioni della Claudia Augusta Padana e della via Claudia Augusta Altinate, che collegava la città con il Veneto passando per la Valsugana.

    Alla decadenza dell'Impero, Tridentum rimase anche nel IV e nel V sec. come centro economico, commerciale e militare della regione della Val d'Adige. Oggi è possibile visitare numerosi siti archeologici come:
    - la basilica paleocristiana di San Vigilio sotto alla cattedrale,
    - quello sotto piazza Cesare Battisti (Piazza Italia),
    - quello in piazza Pasi,
    - quello in Piazza Santa Maria Maggiore
    - quello nel museo diocesano (con la porta Veronensis)

    Recenti scavi stanno portando alla luce quello che deve essere stato il foro della città sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore.



    GLI SCAVI

    "ArcheoLogos"è un invito a conoscere e a scoprire la storia più antica e meno nota del Trentino, quella degli archeologi della Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento.


    Sono più di 10.000 gli oggetti di interesse archeologico conservati presso il Castello del Buonconsiglio dei quali oltre seicento, esposti in forma permanente, offrono la più ricca visione di insieme sull’antico popolamento del Trentino fra preistoria, epoca romana ed alto medioevo.


    La ricca sezione archeologica annovera anche una collezione egizia, raccolti da collezionisti fra Ottocento e inizi del Novecento. Al Conte Benedetto Giovanelli (1775-1846) podestà di Trento, si deve il primo nucleo collezionistico del Museo che comprende la “situla di Cembra”.

    L’integrazione delle popolazioni alpine nel mondo romano è testimoniata da una celebre iscrizione su lastra in bronzo trovata a Cles in Valle di Non: un editto emanato nel 46 d.c. dall’imperatore Claudio che stabilisce un “condono” per gli abitanti di alcune vallate alpine – tra cui gli Anauni, della Val di Non – che si comportavano da cittadini romani senza averne il diritto. Con la concessione della cittadinanza romana queste popolazioni vengono annesse allo “splendido municipio di Trento”.

    VIA CLAUDIA AUGUSTA

    TRIDENTUM LA CITTÀ SOTTERRANEA
    Nel sottosuolo del centro storico di Trento vive l'antica Tridentum,  inglobata nella Trento medievale e moderna. Oggi, in seguito a ricerche e scavi archeologici, è stato possibile riportare alla luce e rendere visitabili alcune aree dell'antico centro abitato. 
    È nato così il progetto " Tridentum . La città sotterranea”, una rete di siti che offre ai visitatori un avvincente percorso alla scoperta dell'antica realtà urbana e della vita quotidiana della Trento romana. Sono attualmente visitabili il S.A.S.S. (Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas), l'area archeologica di Palazzo Lodron, la Porta Veronensis e la Basilica Paleocristiana del Duomo.



    S.A.S.S. SPAZIO ARCHEOLOGICO SOTTERRANEO DEL SAS

    Il sito simbolo della Tridentum romana è il S.A.S.S. - Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, situato nel cuore del centro storico cittadino, nel sottosuolo di piazza Cesare Battisti.

    Il S.A.S.S. custodisce oltre duemila anni di storia e 1.700 mq di città romana in un allestimento affascinante e suggestivo, esito degli scavi archeologici effettuati in occasione del restauro e dell'ampliamento del Teatro Sociale. L'ampia area è costituita da spazi ed edifici pubblici e privati: un lungo tratto del muro di cinta orientale, resti di una torre, parte di una strada lastricata in pietra rossa locale, fiancheggiata da marciapiedi e dotata di rete fognaria. Sono visibili anche alcune parti di abitazioni che si affacciavano sulla strada con ambienti domestici, mosaici, impianti di riscaldamento a pavimento, cortili, un pozzo perfettamente conservato e la bottega di un vetraio.
    Trento, spazio archeologico sotterraneo del sas
    ArcheoLogos, un invito a visitare le aree archeologiche di TrentoTridentum, la città sotterranea.



    IL TRIDENTE

    Il Doss Trento è una piccola collina che sorge sulla riva idrografica destra del fiume Adige nei pressi di Trento, ed è uno sperone che nel suo punto più elevato raggiunge i 309 m s.l.m., elevandosi di oltre 100 m sul piano del fondovalle, ricoperto da ben 8 ettari di foresta.
    Assieme al Dosso di San Rocco e al Dosso Sant'Agata formano i "tre denti" dell'antica Tridentum romana. Il Doss di San Rocco raggiunge i 460 m circa ed Il Doss S. Agata si trova ad est di Trento, tra Povo e Oltrecastello.

    EPIGRAFE TRIDENTUM

    Le origini di S. Apollinare

    S. Apollinare con l’antico borgo di Piedicastello sorge ai piedi di un monticciolo dalla forma rotondeggiante, oggi chiamato Doss Trento (Colle o Dosso di Trento) ma denominato in epoca romana Verruca. Tracce di antiche culture umane rintracciabili sia sulla sommità che ai suoi piedi attestano che il luogo fu abitato fin dall’epoca preistorica.
    La conquista romana favorì il confluire della popolazione e il conseguente insediamento urbano sulla riva sinistra dell'Adige, là dove il fiume, con una larga ansa (oggi scomparsa per interventi di rettifica dell’alveo), limitava e proteggeva una piana, attraversata dalla Via Claudia Augusta Padana.

    E’ nel periodo delle invasioni barbariche che il Verruca e l’abitato circostante riappaiono nella storia della città: sottomessa dai Goti di Teodorico (che regnava da Ravenna), ma anche minacciata da sempre possibili invasioni provenienti da Nord, non è strano che in quei frangenti la popolazione cittadina potesse cercare saltuariamente rifugio nei pressi del Verruca o sulla sua sommità fortificata (castrum, da cui più tardi castello). 

    Il che è storicamente attestato da una famosa lettera di Cassiodoro (uomo politico e letterato, al servizio di Teodorico) inviata alla cittadinanza a nome del re: 
    “…Abbiamo dato disposizione a Leodefrido, il nostro funzionario locale, affinchè sotto il suo controllo costruiate delle abitazioni nella fortezza Verruca, la quale trae appropriatamente il nome dalla sua posizione. … E' un bastione che non richiede difesa e non teme assedio, dove né chi attacca può osare nè chi vi è rinchiuso deve temere alcunchè. Lo lambisce l'Adige, nobile tra i fiumi, con la piacevole purezza dei suoi flutti, che gli offre sicurezza e decoro. Si tratta di una fortezza quasi unica al mondo, che tiene le chiavi della provincia, e che a ragione è considerata importantissima, giacchè è evidentemente posta a contrastare le genti barbare. Chi non desidererebbe abitare questo invidiabile bastione, che offre una sicurezza straordinaria, e che perfino ai forestieri piace visitare?” (Cassiodoro. Variae III, 48.1-4).

    Reale o meno che fosse l’esigenza di cercare rifugio, è in quest’epoca che sulla sommità del Verruca viene edificata una chiesa di discrete proporzioni, non sappiamo se a titolo di “santuario” o per quale altra ragione. I resti di tale costruzione (una delle più rappresentative per quanto concerne la forma delle chiese paleocristiane dell’area alpina), furono posti in luce nel secolo passato e attestano la sua esistenza già a metà del VI° secolo, grazie a un' iscrizione in mosaico che nomina il vescovo del tempo, Eugipio, e informa contemporaneamente sulla dedicazione di una parte annessa ai santi martiri siriani Cosma e Damiano (titolo, questo, che la cultura dell’impero bizantino contribuì a diffondere soprattutto nell’Italia meridionale).

    Più o meno nella stessa epoca, tra il Verruca e il fiume, fu innalzata un’alta recinzione in pietra, una specie di un antemurale, che permetteva alla popolazione stanziata al suo interno di soggiornare con una certa sicurezza e comodità, sia per lo spazio, sia per la vicinanza della campagna coltivabile e la presenza di acqua potabile.

    Quel muro di protezione, impropriamente detto “muro romano”, fu realizzato con materiale di reimpiego sottratto ad altri edifici o costruzioni più antiche e comprendeva lapidi con iscrizioni, pietre decorate a rilievo (non poche delle quali certamente di epoca romana). Resti di tale opera sono emersi ormai in svariate occasioni (sia nella zona di via Doss Trento in prossimità della chiesa, sia sotto l’attuale livello dell’attiguo campo sportivo, come pure nelle fondamenta della parte absidale della chiesa stessa). A ridosso di tale muro, nella sua parte interna, vide la luce quel primitivo luogo di culto che è all’origine dell’attuale chiesa di S.Apollinare.
    (http://www.santapollinare.tn.it/le-origini.html)

    RESTI A PIE DI CASTELLO

    Le lapidi romane a Sant’Apollinare

    Il testo è la trascrizione della relazione tenuta nel 1996 da Gianni Ciurletti, dell’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Trento, organizzata dal precedente Comitato di Piedicastello. 

    Prime testimonianze di Roma nella nostra regione sono databili alla fine del III sec. a.c.. Tra queste un tesoretto o deposito votivo proveniente dal Dos Trento e risalente circa al 210 a.c.

    Questo non significa che ci fosse già un insediamento romano sul colle, si trattava semplicemente di monete che provenivano dai contatti fra i reti e i romani, derivate o da prestazioni militari di genti locali che aiutavano i romani nelle guerre contro i galli, o come donativo, oppure come merce di scambio, non si trattava comunque di valore monetario vero e proprio. Le monete romane erano talmente rare in quel primo periodo, che non circolavano come mezzo di pagamento, ma erano usate come oggetto di prestigio.

    In età romana il Trentino, insieme all’Istria, ambedue territori di confine, costituiva la X Regio.
    Centro principale del territorio trentino era la romana Tridentum. Una tradizione vuole che quest’ultima nasca a Piedicastello e sul Dos Trento. 
    Alla luce delle testimonianze archeologiche, invece, tutto indica che la città romana sia stata fondata a sud dell’ansa che allora formava l’Adige, tagliando la valle di traverso. Il sito della città fu sempre il medesimo, fino alla città odierna, che si trova 4 m sopra il livello di quella antica.

    Per quanto riguarda la data di fondazione di Tridentum, le ipotesi sono diverse e si riconducono alla lapide di Marco Apuleio, la cui iscrizione dice: 
    IMP. CAESAR. DIVI. F / AVGVSTVS. COS. XI. TRIB / POTESTATE DEDIT / M. APPVLEIVS. SEX. F. LEG. / IVSSV EIVS. FAC. CVRAVIT.

    La celebre lapide è murata sul lato sud dell’abside della chiesa di S. Apollinare, verso il lungadige a cui ha dato il nome.


    Fino a poco tempo fa si affermava che le lapidi provenienti dal paramento murario di Sant’Apollinare venivano da Dos Trento, a suffragare l’ipotesi delle fortificazioni di un castellum. Secondo quest’interpretazione Marco Apuleio, legato imperiale, ossia inviato militare di Augusto, aveva fatto erigere le mura di una fortificazione sul Dos Trento. La lapide indica una data inoppugnabile: la tribunicia potestas di Augusto, cioè il 23 a.c.. Un’altra ipotesi è che la targa sia stata posta sulle mura di Tridentum, che sarebbe stata quindi fondata nel 23 a.c.

    Un dubbio sulla fondazione di Trento tuttavia sussiste e sembra che la città sia stata fondata da Giulio Cesare, vent’anni prima quindi del 23 a.c. anche se l’impostazione urbanistica della Tridentum romana messa in luce dagli scavi risale all’epoca di Augusto. La data 23 a.c. dimostra comunque che la città esisteva già, anche se la provenienza dell’iscrizione posta su Sant’Apollinare è ignota e non si sa quindi a quale costruzione monumentale faccia riferimento. È possibile che non si trattasse di mura, perché queste solitamente erano erette non dallo stato, tanto meno dagli imperatori, ma erano finanziate dai maggiorenti della città. Sia le mura che le porte venivano curate ad opera delle autorità locali. 

    Trento, denominata nei documenti “splendidum municipium” è stata sufficientemente indagata dagli scavi archeologici per affermare che era una città piuttosto piccola, ma che si era estesa oltre la cinta murata che passava per piazza Cesare Battisti, piazza Duomo e via Rosmini. Tracce di insediamenti sono stati rinvenuti anche a nord dell’ansa dell’Adige, come alla Centa, zona un tempo paludosa, in piazza Dante e, recentemente, anche sotto la chiesa di San Lorenzo, dove sono stati rinvenuti elementi sparsi, anche se modesti, come strutture murarie e ceramiche tardo romane.

    Che ruolo hanno avuto Piedicastello e il Dos Trento in età romana? Rasmo, con il suo bellissimo libro S. Apollinare e le origini romane di Trento, ha dimostrato che la tradizione secondo la quale le lapidi conservate nei muri di Sant’Apollinare provengono dal Dos Trento è sbagliata: Lo ha dimostrato facendo notare come alcune grandi lettere, probabilmente appartenenti a una scritta monumentale, abbiano dei riscontri nei frammenti ritrovati a S. Maria maggiore.

    E' molto probabile che i frammenti di iscrizioni della chiesa di S. Apollinare non provengano dal Dos Trento, ma che siano stati portati fuori nel momento in cui la città romana era ormai in decadenza.



    C’era bisogno di un muro di difesa per il Dos Trento, in età gotica o teodoriciana, allora si portò fuori dalla città il materiale edilizio necessario derivandolo non solo dalle case, ma anche dai monumenti, ormai quasi in rovina. E’ pur vero che dal dosso provengono materiali che stanno a indicare che lassù, se non ci fu la città vera e propria, ci fu comunque qualcos’altro.

    Una lapide dedicata a Diana, conservata al Buonconsiglio, una a Mercurio, una a Saturno provengono dal Dos Trento e furono ritrovate durante gli scavi effettuati nell’Ottocento, così come tamburi di colonna e un paio di capitelli e ancora una serie di bronzetti raffiguranti Mercurio e Minerva, ornamento quest’ultimo di una corazza. 

    Altri oggetti ritrovati sono un peso da bilancia in forma di maialino, un pezzo eccezionale, quasi certamente fabbricato a Pompei o in uno dei centri manifatturieri della Campania, un pezzo di cui esistono al mondo pochissimi esemplari, anch’esso conservato al Buonconsiglio. 


    Immagine correlataSulla statuetta in questione è inciso il numero XXX, che indica il peso di trenta libbre, ossia nove chili e otto etti. Il bronzetto serviva proprio come peso di bilancia e oggi pesa quattro chili in meno a causa della fuoriuscita del piombo di zavorra. Il manico è a forma di doppio pollice..

    Questi ritrovamenti indicano che sarebbe opportuno fare una serie ulteriore di indagini per poter capire che cosa è rimasto sul Dos Trento e appurare quello che Rasmo negava, il fatto che fosse un’acropoli trentina, una zona sacra. Può essere quindi che anche sul Dos Trento ci fossero edifici a carattere sacro o cultuale, come starebbero a dimostrare bronzetti ed epigrafi votive.

    Rasmo faceva anche una considerazione interessante: come si presenta oggi, la chiesa di Sant’Apollinare è frutto di un rifacimento molto sostanzioso, se non totale, all’inizio del XIV secolo, occasione in cui la vecchia chiesa viene abbattuta. Questo significa che se il materiale romano fosse stato impiegato nella costruzione della prima chiesa non sarebbe stato impiegato nella seconda.

    Rasmo suppone dunque che quando fu costruita la prima chiesa, nel XII secolo, quel materiale non era a disposizione ed è probabile facesse parte di qualche struttura muraria in loco dalla quale non era possibile estrarlo. Ciò fu possibile solo nella seconda ricostruzione, quando fu riutilizzata parte del muro teodoriciano.

    Lo studioso faceva riferimento a questo muro, ancora oggi visibile in casa ex Zadra, dove Ranzi lo aveva già individuato nella II metà dell’Ottocento, ipotizzandolo come un grande perimetro che racchiudeva il Dos Trento formando una poderosa cinta muraria.   

    È da questa muraglia che i ricostruttori della chiesa di Sant’Apollinare nel XIV secolo si rifornirono di materiale e utilizzarono i reperti romani inseriti nel muro per ornare la chiesa stessa. 

    Se il muro tardo romano fosse stato utilizzato come riserva di materiale edile anche per la chiesa più antica, noi troveremmo delle lapidi romane anche nel campanile, che è ancora quello della chiesa duecentesca. Elementi lapidei romani sono presenti invece solo nelle murature della chiesa attuale, che risale al Trecento, nonché nella canonica (ex casa abbaziale) anch’essa trecentesca.

    Alcuni pezzi di reimpiego di età romana sono anche molto antichi, probabilmente del I sec. a.c. e provengono da costruzioni monumentali, come templi e non certamente da case private: cornici modanate, un rilievo raffigurante un cervo, cornici a rosette, elementi di trabeazione, elementi di una tomba a dado (un bucranio, triglifi, metope, rosette…) tutti visibili nelle lesene del lato nord della chiesa. Quindi, verso l’abside, un grifone, una lapide dedicata a Faustina, moglie o figlia dell’imperatore Antonino Pio, della metà del II secolo dopo Cristo.

    Si tratta di lapidi dedicatorie, ciò significa che normalmente sopra la scritta, posta su uno zoccolo, c’era un’immagine. Anche questo fa pensare – sottolinea Rasmo – che tutti questi elementi dovevano essere nel foro di Tridentum (zona dell’attuale Santa Maria Maggiore), dove si trovava anche l’edificio monumentale con la scritta a caratteri cubitali, in parte murata a Sant’Apollinare, in parte al Buonconsiglio.

    Nella chiesa di Sant’Apollinare c’è anche la lastra di Marco Apuleio. Non ha molto spessore e quindi doveva essere solo appoggiata e non costituiva un monumento a se stante. Da ricordare infine le lapidi murate sulla parete sud, quella di Cassidia e un’altra dedicata all’imperatore Gallieno, lo stesso che fece ampliare le mura di Verona. La chiesa di Sant’Apollinare è quindi un vero e proprio museo, che innesca un discorso di tutela e di valorizzazione di questo materiale, esposto per secoli alle intemperie e ora ai danni dell’inquinamento. 

    Sarebbe opportuno portare al coperto questi preziosi reperti e di sostituirli con copie, soprattutto gli elementi che si trovano a lato del campo sportivo. Un primo intervento di tutela sarebbe quello di trasformare il campo in area verde e magari mettere in luce le fondazioni del muro tardo romano proveniente da casa ex Zadra.

    (A cura di William Belli)



    ANFITEATRO ROMANO A TRENTO

    Non poteva certamente capitarci occasione migliore, nel corso delle ricerche sull'anfiteatro romano esistente a Trento, che quella di ritrovare, ancora intatta e perfettamente conservata, una colonna, o meglio un pilastro che, con tutta probabilità, era parte integrante della porta che dava accesso all'anfiteatro.

    Questo importante reperto si può rilevare a circa 4 m dal livello stradale, nelle cantine della casa - torre Negri di San Pietro, nell' omonima via, nei pressi di quella nuova struttura ricavata dalla demolizione del rione medioevale del Sas per la costruzione di una nuova piazza che porta oggi il nome di Cesare Battisti.

    Bruno Bortolameotti indicava in una dettagliata pianta dell'antica Tridentum romana una porta, chiamata appunto porta dell' Anfiteatro, situata nel punto preciso dove oggi si trova la colonna nella casa torre Negri di San Pietro. Queste erano infatti le sette porte della città romana: « Porta Augusto, porta dell' Anfiteatro, porta Aquileia, una porta secondaria a sud, porta Brixia e porta di Augusta». Su indicazione del dottor Rodolfo de Negri di San Pietro, che aveva individuato il punto esatto dove sorgeva la colonna, queste sono le fotografie di uno dei due pilastri che, probabilmente, era parte integrante della porta, e la porta dell' Anfiteatro.

    Il pilastro nelle cantine della casa - torre Negri di San Pietro, poggia su uno zoccolo in parte interrato allo stesso livello del pavimento della cantina. La parte che possiamo scorgere dovrebbe corrispondere alla cornice di coronamento, mentre la parte ancora interrata potrebbe essere riferita a una superficie e a un rilievo di notevoli dimensioni.

    Nel disegno del Ranzi potremmo ritrovare così un facile riferimento con la porta dell' Anfiteatro che era, certamente, di proporzioni e strutture molto più ampie e imponenti. La cornice d'imposta del pilastro, rilevato nel corso di questo studio, presenta una modanatura terminale architettonica e decorativa, composta da due curve distinte che sono raccordate a concavità contraria.

    La stessa cornice risulta poco sporgente rispetto ad altri elementi architettonici della stessa epoca, mettendo così in luce un capitello che è stato molto probabilmente danneggiato in seguito a interventi e ristrutturazioni nelle epoche successive.

    Oltre al capitello della colonna si possono individuare quattro distinti rocchi relativi alle pietre che formano il fusto della colonna stessa e che costituiscono la parte superiore della porta e la cornice d'imposta di un arco, costruito con conci di pietra. Parallelo al pilastro da noi messo in luce in questa occasione, doveva esistere un secondo pilastro che, nel corso di lavori di ricostruzione del nuovo stabile, è stato incorporato in un manufatto compatto e resistente, valido a sostenere la nuova moderna costruzione nella galleria dei Legionari. (http://buonconsiglio.tripod.com/SPietro/anfiteatro.html)


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    E' una villa d'otium romana che prende il nome da una cappella dedicata a San Marco, costruita nel XVII sec. nella zona della villa, ormai totalmente coperta. Questa meraviglia si estendeva per circa 11.000 mq, di cui solo 6.000 riportati alla luce, la più grande villa d'otium dell'antica Campania.

    La struttura fu esplorata per la prima volta dai Borboni tra il 1749 e il 1782 e, dal benemerito preside e grande studioso Libero D'Orsi, tra il 1950 e il 1962. Era ancora in ottimo stato di conservazione grazie ai cinque m di cenere e lapilli dell'eruzione che la sommersero totalmente.

    La Villa venne edificata in età augustea, poi ampliata con l'aggiunta di ambienti panoramici, il grande giardino e la piscina nell'età claudia.

    Si pensa che l'edificio potesse appartenere a un certo Narcissus, un liberto evidentemente arricchito, cosa non inusuale presso i romani, sulla base di alcuni bolli ritrovati su delle tegole. 

    Oppure potrebbe appartenere alla famiglia dei Vettii, i quali avevano dei sepolcri poco distanti dalla costruzione. I Vettii, erano oltre che a Pompei, anche a Grumentum, antico pagus. Nelle antiche carte Viggiano è Viziano: quindi il nome deriverebbe da Vettius o Vectius e la famiglia Vezziana fiorì nella città di Grumento. Nei suoi marmi si legge: Vettia Cn. L. Philelma … Cn. Vettius.



    DESCRIZIONE

    L'ingresso della villa è posto a circa cinque metri di profondità: passaggio che collegava l'ingresso all'atrio aveva delle panche come sala d'attesa per essere ricevuti dal proprietario. L'atrio era affrescato con una zoccolatura in nero e zona mediana in rosso con raffigurazioni di centauri e pelli di pantere. 

    Al centro dell'atrio vi era un impluvium, e lungo le pareti laterali si aprivano tre cubicula, con una piccola scala che conduceva al piano superiore, crollato a seguito dell'eruzione.Sulla parete est si trovava il larario, con affreschi che simulavano marmi preziosi, molto in voga in età Flavia per risparmiare l'alto costo dei marmi. Restano inoltre i basamenti per una cassaforte andata perduta.

    La cucina, posta alle spalle dell'atrio, era vasta e rettangolare, con un grosso bancone in muratura su quattro archi, un piano cottura in frammenti laterizi e una grande vasca. La pavimentazione era in cocciopesto e le pareti, rivestite di intonaco grezzo, conservano dei graffiti lasciati dagli schiavi: una nave a remi, dei conti della spesa, due gladiatori e un poema di dodici righe.

    Erano collegati alla cucina un magazzino e altri ambienti un tempo diaetae, infatti sontuosamente decorate, che in l'età flavia, per la costruzione del peristilio, furono ridotte e utilizzate come depositi o cubicula.

    Questi ambienti presentano un pavimento musivo in tassellato bianco e nero e alle pareti una zoccolo nero con la parte superiore in giallo ocra, in terzo stile pompeiano. Sulla destra dell'atrio c'è tablinio, decorato in IV stile (famoso per l'inserimento di architetture fantastiche e per la grande scenicità), con zoccolo rosso a ghirlande e animali, mentre la pavimentazione è in tassellato bianco delimitato da due fasce in nero.


    ATRIO
    Dal tablinio parte un breve corridoio, pavimentato in cocciopesto, che porta a un cortile porticato dove si apre l'ingresso dalla strada alla villa, cioè le fauces. La porta d'accesso al cortile era in legno, ovviamente bruciata dall'eruzione, ed è stata sostituita col suo calco in gesso.

    Dalla Villa sono emerse una statua in bronzo di Mercurio, un corvo a grandezza naturale che doveva guarnire una fontana,come indica la scia di calcare lasciata dall'acqua sulla statuetta, e un bellissimo candelabro di bronzeo.

    Negli scavi del 2008 sono stati rinvenuti alcuni ambienti sconosciuti alle mappe borboniche, cioè una scala, un sentiero pedonale, un giardino con al centro un grosso olmo, due latrine, un ambiente con letto, lavabo e piano di cottura, e un altro con una piccola cassetta contenente una moneta, una spatola e un bottone d'osso.

    STANZA 29
    Le terme della villa, decorate elegantemente con grossi rami pendenti. hanno pianta triangolare e hanno un piccolo viridario (giardinetto protetto da un muro dove si aprono sei grandi finestre.

    Il viridiarum era un giardino ornamentale collocato in uno spazio del peristilio, composto di aiuole delimitate da canalette o da steccati di canne o assicelle e poteva essere monumentalizzato mediante arredo da giardino: statue, fontane, a volte un bacino centrale, triclini coperti di pergole, etc.

    Il viridiarum era uno spazio particolarmente confortevole e centrale della vita domestica, specialmente nella stagione calda. Di solito questo giardinetto non superava i 100 mq; ospitava almeno un paio di alberi e/o cespugli, soprattutto di erbe profumate. Poteva ospitare il sacello dei Lari. 

    PERISTILIO COLONNATO
    Si accede alle terme tramite un atrio, decorato con eroti lottatori e pugili, comprendenti il tepidarium, il frigidarium, la palestra e il calidarium, quest'ultimo munito di piscina di m 7x5 e profonda un m e mezzo, che si raggiunge attraverso dei scalini in pietra.

    Asportando parte del fondo della piscina (il che fa arguire la competenza negli scavi), è emersa una grande fornace in mattoni alimentata a legna, raggiungibile da un un corridoio sotterraneo, che scaldava una grande caldaia in bronzo, i cui vapori passavano nelle intercapedini delle pareti tramite tubi di terracotta, scaldando tutta la stanza pavimentata in marmo.

    CALIDARIUM
    Dalle terme diverse scalinate conducono in basso a ridosso della costa, dove si godeva di una bellissima vista panoramica.

    La caldaia, un enorme contenitore di bronzo decorato, venne asportata nel 1798 dallo studioso Lord Hamilton per essere trasportata al museo di Londra, insieme a molti reperti pompeiani comprati dal conte di Pianura Grassi che poco italianamente glieli vendette, durante il viaggio la nave su cui fu caricata, la Colossus, naufragò.
    Il grande peristilio è circondato da un lungo porticato con al centro una piscina lunga ben 36 m e larga sette, con un ninfeo all'estremità, in parte ancora da esplorare, decorato con affreschi raffiguranti Nettuno, Venere e diversi atleti, asportati dai Borbone e conservati al Museo archeologico nazionale di Napoli e al Museo Condè di Chantilly, in Francia, per il solito grande amore per i soldi e uno scarso amore del suolo italiano.

    Nel giardino del peristilio c'erano dei platani che avevano dai settantacinque ai centocinque anni. Infatti gli archeologi analizzando gli strati vulcanici hanno scoperto impronte di radici e, come avvenuto per i calchi degli umani, vi è stato versato cemento liquido ottenendo il calco delle radici.



    Analizzatane la forma si è scoperto la specie e l'età degli alberi al momento dell'eruzione che sommerse la villa.

    Sul giardino si aprono diverse diaetae affrescate ognuna in modo diverso.
    La prima dieta è decorata in IV stile con le raffigurazioni di:

    - 1) Perseo con ali ai piedi che mostra la testa di Medusa,
    - 2) un'offerente,(di sesso femminile)
    - 3) una musa di spalle con la lira,
    - 4) Ifigenia,
    - 5) una figura nuda
    - 6) una donna che scopre una pisside (scatola cilindrica con coperchio),
    - 7) sul soffitto c'è una Nike con in mano la palma della vittoria.
    - 8) Nella seconda dieta è raffigurata Europa rapita dal toro,
    - 9) Nella terza dieta restano frammenti di un giovane disteso su un triclinio con accanto un'etera.
    Altre stanze di rappresentanza, in parte crollate, si aprono sul ciglio della collina, in posizione panoramica, con un rivestimento di marmo nella parte inferiore e un affresco in quella superiore.

    Le pareti del peristilio sono affrescate, come era frequente all'epoca, con zoccolatura nera e riquadri in rosso e ocra, mentre la pavimentazione è a mosaico bianco, elegantemente bordato nei pressi delle colonne a disegni geometrici in bianco e nero.

    MELPOMENE (10)
    Sul lato meridionale Villa San Marco possiede un secondo peristilio di straordinaria grandezza, di circa ben 145 m, con portici sorretti da colonne tortili, crollate in seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980 (vedi sotto).


    Il soffitto del portico è affrescato con diversi dipinti raffiguranti:
    - 10) Melpomene, 
    - 11) l'Apoteosi di Atena, 
    - 12) Ermes psicopompo,
    - 13) la Quadriga del sole con Fetonte 
    - 14) il Planisfero delle stagioni, rinvenuto nel 1952 e raffigurante un globo con all'interno due sfere intersecanti 
    - 15) due figure femminili che rappresentano la Primavera e l'Autunno con intorno degli amorini; molto probabilmente poi l'opera era completata dalle figure dell'Inverno e dell'Estate ma la mancanza dei frammenti rende l'interpretazione difficoltosa.




    Nel triclinio c'era: 
    - 16) l'affresco del ninfeo
    - 17) l'affresco di Ippolito
    - 18) Nel peristilio era collocata anche una meridiana,  ritrovata però in un magazzino, in quanto la villa, al momento dell'eruzione, era in ristrutturazione, ed è stata successivamente riposta nella sua posizione originaria.


    PERSEO CHE MOSTRA MEDUSA
    (1) Perseo che mostra Medusa 

    Di squisita fattura e quasi un po' sorniona. Infatti Perseo ha una strana espressione pacifica e piuttosto benevola, mentre Medusa sembra la testa di una bambina un po' preoccupata della sua sorte.

    Niente di cui stupirsi, perchè gli artisti migliori in epoca romana si arrogavano il diritto di dare ai miti interpretazioni molto personali. Soprattutto si divertivano a creare espressioni eloquenti sull'animo deiprotagonisti o sull'animo dello spettatore. Ma anche i proprietari potevano preferire espressioni serene in personaggi un po' tormentati.



    (2) Affresco di Offerente

    L'immagine dell'affresco mostra una donna con i capelli raccolti, con una veste lunga violacea e un mantello azzurro. La veste le lascia un seno scoperto, indossa una cintura dorata e reca nella mano sinistra una patera con offerte alla divinità, probabilmente frutta, e con la destra reca una brocca che probabilmente contiene del vino.

    Deve trattarsi della copia di un dipinto molto più antico. Lo testimoniano diverse cose: il fatto che non abbia il capo coperto, il fatto che abbia il seno scoperto assolutamente scandaloso per i romani, e il fatto che rechi sul braccio sinistro alzato il carico più pesante.

    Nessuno oggi caricherebbe sul braccio sinistro un peso, per quanto leggero, retto però dal braccio piegato, mentre caricherebbe un maggior peso sul braccio destro. La brocca seppure piena, a braccio disteso, risulterebbe più leggera di un peso a braccio piegato.
    In epoche più arcaiche gli umani avevano braccio, mano e gamba sinistra dominanti, conseguenza dell'incrocio col cervello in cui l'emisfero destro era ancora prevalente.

    ERMES PSICOPOMPO (12)

    (12) Ermes Psicopompo

    L'affresco, di età flavia, era collocato nella zona centrale dell'ultimo scomparto del soffitto del secondo peristilio della Villa, rinvenuto sotto forma di frammenti nel 1952, a seguito degli scavi archeologici voluti da Libero d'Orsi. Dopo essere stato ricomposto, fu conservato nell'Antiquarium stabiano.

    L'affresco ha una composizione piramidale, priva di scenografia ambientale, imperniata sulla figura principale, quella di Ermes (Mercurio), posta al centro della scena e seduto su di una seggiola, e rappresentato con le caratteristiche di psicopompo, con petaso (cappello da viaggio a falde lunghe) e caduceo ( bastone alato con due serpenti attorcigliati), mentre nella mano destra regge un oinochoe (praticamente una brocca), che poggia sul ginocchio.

    Lo pscicopompo è una sorta di demone che fa da intermediario e traghettatore tra il mondo sensibile ed il mondo sovrasensibile, soprattutto accompagna nell'Ade le anime dei morti. Il Dio è avvolto da un mantello, che sembrerebbe rosso, gonfiato dal vento. Ai suoi lati, ma più in basso, sono presenti due figure femminili, poggiate al sedile, con capelli raccolti, mantelli mossi dal vento e sguardo, come quello del Dio, rivolto verso destra: la donna alla sinistra reca in mano una lira, forse una Musa.


    - Terremoto dell'Irpinia -

    " La ricostruzione dell'Irpinia fu uno dei peggiori esempi di speculazione politica. Dalle inchieste della magistratura emersero dirottamenti politici di fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 339 paesi che diventarono 687.

    Alle aree colpite, vennero destinati ben 5.640 miliardi, ma la ricostruzione fu per decenni incompleta. A Torre Annunziata attualmente esistono due quartieri distrutti dal terremoto del 1980, che malgrado le ingenti somme di denaro, 11,5 milioni di euro, non sono a oggi mai stati completati.
    La ricostruzione venne incentrata sul rilancio industriale su un paese totalmente agricolo, con imprese che fallirono subito dopo aver intascato i contributi. 


    In sette anni, ventisei banche aprirono gli sportelli nella zona terremotata. Secondo la Corte dei Conti, i costi per le infrastrutture crebbero fino a « 27 volte rispetto a quelli previsti nelle convenzioni originarie ».

    La prima stima dei danni del terremoto, fatta nel 1981 dall'ufficio dello Stato, era di 8.000 miliardi di lire (circa 4000 euro), ma arrivò a 60.000 miliardi di lire nel 2000, e 32 miliardi di euro nel 2008. Attualizzandola al 2010, la stima, dai 4000 euro iniziali, supererebbe i 66 miliardi di euro. "

    Ora si spiega perchè ci si mette tanto a ripristinare le zone archeologiche terremotate.


    (11) Apoteosi di Atena 

    L'affresco, di m 114x100, fu dipinto all'inizio dell'epoca flavia, (69 - 96 d.c.), sul soffitto del secondo peristilio della Villa, rinvenuto in frammenti a seguito dello scavo del 1952 da parte di Libero D'Orsi, quindi ricomposto e restaurato ed infine conservato all'interno dell'Antiquarium stabiano

    L'APOTEOSI DI ATENA (11)
    L'affresco presenta un fondo verde con al centro una figura femminile con il capo cinto da una corona d'alloro che reca nella mano destra un ramo con aculei, mentre nella sinistra regge con un'asta uno scudo.

    Dietro di lei si erge Minerva, che con la mano destra si calza l'elmo con penne sulla testa, mentre tiene la mano sinistra sul petto.

    I capelli che escono dall'elmo sono di colore giallo-oro, mentre il volto è girato verso destra, abbassato, con espressione malinconica.

    Sul lato sinistro c'è la parte di un'altra figura non identificata.

    A nostro avviso l'affresco allude all'anno dei quattro imperatori, cioè al 69, anno in cui regnarono quattro imperatori: Galba, successo a Nerone suicida, in carica dal giugno 68, Otone, Vitellio e Vespasiano, che regnò per dieci anni.

    Probabilmente l'affresco riproduce la tristezza dell'epoca data dal susseguirsi delle guerre civili, cioè romani contro romani.

    La figura cinta d'alloro è la Nike che in genere porta l'alloro al vincitore ma è ella stessa laureata.

    Sin dall'antica Grecia Nike è strettamente associata ad Atena, la Dea della guerra, a volte sulla mano stessa della Dea, pronta a spiccare il volo per laureare il generale dell'esercito vincitore, chiunque esso sia.

    Stavolta però non consegna al vincitore la corona d'alloro ma un ramo irto di aculei, perchè il vincitore sarà a sua volta vinto e subirà gravi pene, come accadde ai tre imperatori fino all'arrivo di Vespasiano, valente generale ed uomo saggio ed equilibrato.

    Il fatto che tenga lo scudo con un'asta significa che non desidera imbracciarlo a difesa di alcuno, come aspettasse tempi migliori per schierarsi con un imperatore che finalmente rappresenti degnamente Roma.

    (17) Affresco di Ippolito

    L'affresco risale alle seconda metà del I secolo a.c., in piena età neroniana ed era posto su una parete del triclinio, la stessa stanza dove si trova l'affresco che dà il nome alla villa. Fu rinvenuto durante gli scavi archeologici effettuati a partire dal 1950 da Libero D'Orsi, sotto forma di frammenti e quindi pazientemente e magistralmente ricomposto e conservato nell'Antiquarium stabiano.


    Il mito

    AFFRESCO DI IPPOLITO (17)
    Lo tramanda Euripide nell'opera: Ippolito. Questi disprezzò le attenzioni di Afrodite optando per Artemide (Diana)e, per vendetta, e Afrodite (venere), per vendetta fece sì che la sua matrigna, Fedra, si innamorasse di lui, sapendo che Ippolito l'avrebbe respinta.

    Fedra si vendica di Ippolito suicidandosi e, nella sua lettera di addio, rivela a Teseo, suo marito e padre di Ippolito, che suo figlio l'aveva violentata. Ippolito, vincolato da un giuramento a non menzionare l'amore di Fedra per lui, tace, e Teseo lo maledice.

    Poseidone è costretto a esaudire la maledizione, per cui Ippolito venne abbattuto da un toro mandato dal mare che mandò nel panico i cavalli della sua biga e distrusse il veicolo.

    Ippolito perdona il padre prima di morire e Artemide rivela la verità a Teseo prima di giurare di uccidere uno degli amanti di Afrodite (Adone) per vendetta.

    In una versione più tarda, Ippolito, su richiesta di Artemide, viene riportato in vita da Asclepio, Dio della medicina, che si era innamorato di lui.

    Dopo la resurrezione, Ippolito viene trasportato da Diana sui monti Albani e gli dà il nome di Virbio ("nato due volte").

    Il giovane istituisce nel Lazio il culto della Dea, sposa la giovane ateniese Aricia e fonda una città cui dà il nome di lei diventandone re. 

    Genera poi con Aricia un figlio, anch'esso chiamato Virbio, che gli succede nel regno.



    L'Affresco

    Il protagonista dell'affresco fu in un primo momento identificato come Teseo, l'uccisore del Minotauro, e solo in seguito riconosciuto come Ippolito.

    Il personaggio è raffigurato in procinto di partire per una battuta di caccia, vestito con una clamide di color porpora, lo sguardo rivolto verso destra e con il viso, quasi stupito, i cui tratti somatici risultano essere molto marcati: bocca carnosa, naso grande e folta capigliatura, che si discosta dal classico III stile.

    Tutta la scena che contorna Ippolito è andata perduta, anche se nel lato destro si intravede l'uscita di un palazzo e in quello sinistro la nutrice con Fedra, la matrigna che accusò ingiustamente il figliastro di averle fatto violenza.

    IL PLANISFERO DELLE STAGIONI (14)

    (14) Il Planisfero delle stagioni

    L'affresco, realizzato durante l'età flavia, quindi nel I sec. d.c., era dipinto sotto al soffitto del portico che circondava il secondo peristilio di Villa San Marco. Esso fu rinvenuto sotto forma di frammenti nel 1952, a seguito degli scavi archeologici promossi dallo studioso Libero D'Orsi e quindi restaurato e conservato nell'Antiquarium stabiano.

    L'affresco raffigura un globo su di un fondo scuro ed al suo interno sono effigiate due sfere che si intersecano negli assi. Le sfere sono mosse da due figure femminili, la Primavera e l'Autunno, aiutate da alcuni eroti.

    La mancanza di buona metà della raffigurazione ne ha reso difficile l'interpretazione: tuttavia quella maggiormente sostenuta è che si tratti della sfera armillare, un modello della sfera celeste inventato dallo studioso greco Eratostene nel 255 a.c..
    È formata da anelli detti armille, generalmente di metallo, ciascuna delle quali rappresenta uno dei circoli della sfera celeste. 
    Le armille fisse rappresentano il meridiano e l'orizzonte, mentre quelle mobili, che seguono la rotazione diurna, indicano: 
    - l'equatore, 
    - l'eclittica 
    - il coluro solstiziale, che è il meridiano della volta celeste passante per i poli celesti e i punti solstiziali, cioè il primo punto del Cancro (punto del solstizio d'estate) e il primo punto del Capricorno (punto del solstizio d'inverno).

    Nell'affresco le sfere rappresentano l'equatore ed un meridiano, spostati dalla personificazione delle stagioni; tutta l'opera è circondata da una cornice rossa con decorazione gialle.




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    Conosciamo abbastanza dettagliatamente la dieta dei legionari romani attraverso le molteplici note contenute nella Historia Augusta, ma pure da Cassio Dione, da Plinio il Vecchio e da Tacito.

    Occorre anzitutto sfatare una poco documentata diceria secondo cui i soldati romani mangiassero poco e male. Il legionario doveva marciare in continuazione, doveva portare carichi enormi e spesso affrontare battaglie o climi freddi e umidi. 

    Senza una adeguata alimentazione non avrebbero mai potuto sopportare queste immense fatiche che solo i soldati romani sopportavano per adeguarsi a una tecnica e una disciplina precisa fino alla pignoleria.

    La salvezza dei soldati era affidata alla bravura del generale e all'efficacia della loro organizzazione che richiedeva un grande sforzo fisico, impensabile senza una robustissima alimentazione.

    Inoltre il cibo veniva stabilito nel contratto di arruolamento, che naturalmente era diverso in una situazione di "battaglia", o in quella di "svernamento" negli accampamenti, oppure in quella "stanziale" nei castra, oppure quella al Castra Pretorio a Roma. 

    E' chiaro che l'alimentazione da marcia o da battaglia poteva essere meno ricca di varietà ma non di quantità, per la difficoltà degli approvvigionamenti nelle terre vicine. A parte che un esercito mal nutrito si sarebbe ribellato al suo generale, che non era in grado di badare alle sue necessità basilari.

    Nei castra invece passavano o si stanziavano accanto molti venditori locali con ogni sorta di merce, soprattutto cibi. Ancor più ricca era naturalmente la situazione nei castri romani dell'Urbe.

    I pasti del legionario erano generalmente 3: 
    - colazione: pane (o gallette di farro), miele, formaggio, avanzi della cena, talvolta frutta, acqua e aceto o vino; 
    - pranzo: pesce, verdura, lardo, gallette e legumi;
    - cena: pane, focacce, carne (inizialmente poca poi dall'incontro con popoli del nord ne aumentò il consumo),  Il pasto principale era alla sera prima del tramonto, ed era il pasto più abbondante ed energetico.

    Come si vede il pane era l'alimento base, anche come gallette. Naturalmente oltre i confini la dieta dei legionari variava a seconda di quello che i luoghi offrivano. Ad esempio, l 'esame delle latrine di un antico campo militare romano, in Scozia, ha permesso di scoprire che la dieta dei soldati che andavano in guerra era essenzialmente a base di uova e focaccia.



    TRASPORTO

    Gli approvvigionamenti erano normalmente effettuati per mari e per fiumi da apposite navi attrezzate per i combattimenti per eventuali scontri con nemici o pirati.

    Il più delle volte erano però accompagnate da navi da guerra. 

    Se invece si trattava di brevi distanze si effettuavano via terra, sorvegliato da militari al seguito. Infatti il trasporto su acqua era molto più veloce ed economico rispetto a quello di terra. 

    Quello terrestre avveniva lungo il cursus publicus (servizio di trasporto imperiale) su carri (angariae), che avevano una portata media di 650 kg, trainati da due paia di buoi ciascuno.

    Di solito i soldati acquistavano cibi vari dai contadini dei dintorni e soprattutto dai rivenditori che erano soliti seguire gli eserciti durante le campagne e che diventarono una struttura stabile attorno agli accampamenti, una volta divenuti permanenti.

    Il legionario trasportava comunque nel suo zaino le provviste basilari per sopravvivere autonomamente due o tre giorni, compresa l'acqua in genere mista ad aceto oppure vino.



    FRUMENTATIO

    Il farro

    Nelle fonti a proposito dell'approvvigionamento dei soldati, si parla di "Frumentatio" per le scorte di cereali e "Commeatus" (da: comedere, mangiare) per tutte le altre vettovaglie. Le basi della loro alimentazione erano i cereali e i legumi. Il cereale più usato in era monarchica e repubblicana fu il farro, ancora  nel “De bello gallico”, Giulio Cesare afferma che i soldati romani erano mangiatori di farro, ma pure orzo e avena, sostituiti più tardi col frumento perchè più nutriente. 

    Prima che si scoprisse il frumento, il cibo base nell'alimentazione era appunto il farro, originario della Palestina. La sua coltivazione nel suolo italico iniziò nell'VIII sec. a.c., prima ad opera degli Etruschi e poi dei Romani. Era facile da coltivare anche in terreni poveri e in climi freddi, ma la sua raccolta era difficile perché i chicchi maturando cadevano a terra.

    Si dice che l'Impero romano fu fatto più con il farro che con il ferro. In effetti fu il sostentamento base delle legioni romane. Ai legionari ne veniva distribuiva mensilmente una certa quantità, il cui valore veniva detratto dalla paga. I soldati partivano per la guerra con un sacchetto di questo cereale nella bisaccia, masticandone spesso i chicchi durante la marcia. 


    Il Puls di farro

    Al momento di allestire la cena da campo, li macinavano grossolanamente per bollirli in acqua e latte. Vi si potevano mescolare frattaglie di maiale, vino, pepe e sale. Era il «puls» dei legionari. Naturalmente il latte non era facile da reperire se non acquistandolo e in certi casi razziandolo in territorio nemico. Per questo spesso si sostituiva i latte con alcuni pezzi di formaggio poco stagionato.


    Il Libum di farro

    Il «libum» era la focaccia di farro. Si mescolava la farina di farro, con ricotta di pecora, miele, sale, foglie d'alloro e olio e se ne faceva una sorta di pizza cotta al forno. Anche qui non era facile reperire la ricotta durante le marce, per cui di nuovo si poteva ricorrere a un formaggio più stagionato che si manteneva a lungo.

    Il farro, come gli altri cereali, era fornito ai milites "in grani", perchè più facile e igienico da trasportare. Pesava poco e si manteneva a lungo.

    I grani venivano macinati con una piccola macina di pietra trasportata da un carro, in modo che sui carri, tra le vettovaglie, vi giacesse sempre una parte di farina già pronta. 

    Ciò affinchè i militi appena terminato di montare l'accampamento, o dopo una battaglia, potessero mangiare immediatamente (la farina cuoce molto prima dei grani) e subito dopo riposare, pronti a qualsiasi imprevisto.

    Il tempo per i legionari in missione era basilare, una mezz'ora di sonno in più poteva mutare l'esito della battaglia, esattamente come la rapidità degli interventi.

    L'idea, avuta da alcuni studiosi, che i legionari si facessero macinare ognuno il suo sacchetto di grani alla macina del carro o dell'accampamento è assurda, Immaginiamo la fila per far macinare il proprio cibo, una legione ci avrebbe messo almeno una giornata, e d'altronde non è neppure pensabile che i legionari scaricassero il proprio sacchetto nella mola per macinarlo insieme e poi spartirlo di nuovo. 
    Ci sarebbe stata anche qui una fila assurda, anche se si sarebbe guadagnato tempo nella macinazione comune poi il tempo sarebbe passato per rifare la razione di ciascuno.

    La ragione per cui ogni legionario portava con sè il sacchetto dei cereali riguardava l'eventualità della perdita dei carri, della necessità di una fuga, o di dover correre in qualche rifugio, senza restare privi totalmente di cibo. Il legionario portava con sè i chicchi e non la farina perchè questa avrebbe reso più fragile il suo trasporto. Un sacchetto di farina poteva bucarsi, mentre i chicchi potevano anche essere chiusi in un qualsiasi fazzoletto di stoffa. 

    Per la cottura era poi sufficiente tritarli grossolanamente con delle pietre o addirittura cuocerli interi se c'era più tempo a disposizione. Si portavano i chicchi e non il pane perchè i chicchi pesavano meno del pane e del buccellatum contenendo meno acqua, e per la stessa ragione si conservavano più del pane.





    IL GRANO

    Pian piano con l'impero si sostituì il grano al farro, perchè di più facile coltivazione, con resa maggiore e più nutriente. Il legionario riceveva in genere 35 kg di grano, che trasformato in pane dava una razione giornaliera di 1 Kg e 170 grammi. Questo solo per il frumento, poi c'era tutto il resto reperibili a seconda dell'esercito stanziale o di passaggio.

    I quantitativi di generi alimentari richiesti da una legione alto-imperiale di 5.500 uomini richiedeva un minimo di 12,5 tonnellate di cereali al giorno.


    Il Buccellatum

    Un altro cibo già cotto faceva parte del corredo legionario e della frumentatio,

    Era il bucellatum, un equivalente della galletta moderna.

    In genere era un impasto di farina di grano duro, acqua e sale, talvolta impastata con acqua e olio d'olivo, talvolta addirittura con lo strutto.

    Nei due ultimi casi c'era il vantaggio di avere a disposizione gallette meno dure e più nutrienti, come svantaggio il fatto che si mantenessero meno a lungo.

    Questo cibo veniva cotto al campo e portato appresso durante le marce, o talvolta cotto negli accampamenti provvisori, cioè giornalieri per rinnovare le provviste.

    Si allestiva un forno con le pietre scaldate al fuoco o direttamente sulla brace.

    Questo aveva l'enorme vantaggio di poter essere consumato durante le marce, quando non c'era il tempo di sostare in quanto c'era un'emergenza.

    A volte si doveva correre in soccorso di altri soldati in pericolo, o andare a salvare alleati attaccati dai nemici, oppure fuggire da un nemico soverchiante o dopo la perdita di una battaglia (più raro).


    Panis militaris

    I Romani conobbero il pane dopo il 168 a.c., anno in cui impararono le tecniche della panificazione da alcuni schiavi macedoni. Plinio scrive che i latini erano soliti consumare focacce non lievitate e polta, una densa zuppa preparata con grani di cereali schiacciati e bolliti nell'acqua.

    PANIS MILITARIS
    Come spiega il nome, il "panis militaris" era in grande uso tra i legionari. Questo tipo di pane pesava un terzo più del grano e veniva cotto sulle pietre del focolare. Era all'epoca una specie di pizza piuttosto schiacciata, fatta con farina, acqua olio, sale, pepe e foglie di alloro.

    Questo pane che non era nè galletta nè pagnotta, aveva il pregio di essere un po' più morbido della galletta e a volte vi si univano degli scarti del maiale che lo rendevano molto saporito.

    Veniva in genere cotto lì per lì sulle pietre bollenti e la brace al centro, in un fuoco da campo.

    PANIS QUADRATUS
    La sua particolarità è che veniva farcito con foglie d'alloro spezzettato fine, e cotto su un vero e proprio letto di foglie d'alloro. Altre foglie intere venivano sparse sul pane fino a coprirlo, dandogli un intenso profumo di alloro.

    Nel III sec. d.c., ne esistevano due tipi: quello mundus (o panis candidus), cioè pane bianco, che veniva fatto nelle città e distribuito alle truppe quando si trovavano nelle caserme e quello castrensis, usato negli accampamenti, durante le campagne militari, che aveva la caratteristica di conservarsi per lunghi periodi.

    Trattavasi del pane "quadratus": una pagnotta divisa in otto spicchi da quattro tagli. Era un poco più alto di quello usato nei secoli precedenti. Si presume che agli ufficiali si distribuisse "panis militaris candidus".



    Il Puls di grano

    Era costituito da una specie di semolino non troppo liquido, fatto di grano o legumi, cui si accompagnavano in genere delle focacce fatte di grano e olio, talvolta con olive e pure formaggio affumicato. Le focacce venivano cotte sulla brace e, se di solo grano, venivano talvolta cosparse di miele. Il vantaggio del puls era soprattutto d'inverno perchè il prodotto semiliquido serviva a scaldare i legionari.

    Poiché il pane era molto duro, veniva mangiato intinto nel vino, nell'olio, nelle minestre o con le salse. Ai soldati romani venivano distribuiti 1 kg e 300 g di pane al giorno con dei fichi secchi e 262 litri di vino all'anno; a tale nutrimento si aggiungevano cipolle, rape ed altre radici, leguminose e verdure fresche a seconda della stagione. 

    Per la preparazione si facevano tostare i chicchi di frumento, che poi si macinavano a mezzo di macine a braccia o, in mancanza di queste, tra due pietre. Con l'aggiunta di una piccola quantità di acqua e di sale si formava una farinata (puls), che veniva cotta in acqua bollente o su una pietra arroventata.





    I LEGUMI

    I legumi conosciuti dai romani erano fave, lupini, lenticchie, ceci, piselli. Molto usati soprattutto le fave e i ceci. che si aggiungevano alla zuppa di grano alla quale si aggiungevano saltuariamente le carni, soprattutto suine, per lo più essiccate se consumate durante le campagne oppure sotto forma di lardo.

    Le fave e i ceci si portavano essiccati sui carri militari, il che permetteva una lunga conservazione ed anche un alto valore nutritivo.

    Contrariamente a ciò che si crede i romani conoscevano i fagioli fin dall'antichità, perchè a suo tempo gli etruschi l'avevano importato dall'Egitto e diffuso nel Mediterraneo.

    Questo fagiolo, phaseulum, era diffuso in tutto il mediterraneo, era di un'unica qualità e non poteva mancare nella dieta del legionario, sia per l'alto valore nutritivo, che per la facile trasportabilità una volta essiccato, che per il suo basso costo all'epoca.

    I legumi erano talvolta spezzettati finemente in modo che potessero avere quasi lo stesso tempo di cottura del cereale, nel senso che venivano posti in acqua calda nella cassuola per aggiungervi, dopo un po' che bolliva, i semi spezzati del grano. Con un filo d'olio alla fine si creava una gradevole zuppa calda.

    I lupini erano usati per le zuppe, ma soprattutto come li conosciamo oggi, già lavorati e da mangiare anche camminando, quindi ottimi durante le marce per nutrirsi senza sostare e riacquisire un po' di forze. D'altronde anche i civili li usavano nello stesso modo.



    LE CARNI

    Anche quando i castra non erano ancora permanenti, ricevevano altri tipi di provviste, come la carne, l'olio ed il sale. Polibio per esempio narra che durante le guerre Puniche nell'accampamento romano c'era uno spiazzo dove veniva macellato il bestiame catturato.

    La carne era prevalentemente di maiale, non solo perché l'allevamento dei suini era molto diffuso, specie in Italia, ma anche perché diversi autori menzionano il lardo come una delle componenti dell'alimentazione militare. 

    Spesso le carni venivano conservate a fette sottili sotto sale, specie quando Tiberio fece costruire le salinae, per cui il sale divenne molto accessibile nel prezzo.

    La carne di maiale era quella che meglio si prestava alla conservazione. Se ne ottenevano degli insaccati molto somiglianti ai salumi, con sale, pepe e aglio, oppure venivano appese al sole a coppia su una corda.

    Il soldato dei castra poteva abbondare in carni salate e condimenti particolari. Gli scavi archeologici confermano che i militari romani che soggiornavano a lungo presso i forti consumavano grandi quantità di carne, non solo di maiale ma ovine e caprine.



    IL PESCE

    Era conservato sotto sale, oppure appeso al sole. Anche questo era condito con sale, e pure pepe ed aglio. Veniva usato nelle zuppe oppure insieme al pane. Anticamente era considerato un cibo poco nutriente e di scarso pregio, ma in epoca imperiale si diffuse molto grazie anche ai molteplici allevamenti in vasche, soprattutto nelle coste italiche meridionali.

    Questi allevamenti, iniziati per uso personale, si allargarono poi alla vendita e all'esportazione, diffondendo varie qualità ed enormi quantità di pesce, ormai considerato cibo pregiato.



    I FORMAGGI

    Di solito venivano usati affumicati. Ciò ne consentiva una rapida stagionatura e una certa conservazione nel tempo. Plinio il Vecchio elogia il formaggio di pecora di Ceva (CN), che considera il migliore dell’Italia settentrionale e il formaggio lunensis, cioè di Luni, però in latte vaccino, anch'esso stagionato in grosse forme.

    C'era poi il Caciofiore, una sorta di antenato del pecorino romano realizzato con caglio vegetale. Ma i formaggi più a buon mercato erano quelli affumicati. Particolare quello pressato a mano di Columella, formaggio di pecora a latte crudo, che cotto, salato e affumicato era pronto dopo soli 15 giorni. Sia per il prezzo che per la velocità della preparazione e la lunga conservazione, questo formaggio era molto usato per i vettovagliamenti militari, consumato col pane o con focacce.



    LE UOVA

    Si conservavano dentro la farina, oppure nella sabbia. Sui carri, dentro i sacchi di farina, si ponevano delle uova che così protette non rischiavano di rompersi e si conservavano a lungo. Ma visto il numero dei legionari la scorta era sempre piuttosto ridotta, in genere le uova si acquistavano sul posto se il clima sereno lo permetteva.

    I romani, e di conseguenza i legionari, consumavano le uova in modi svariati: sode, strapazzate, alla coque, al piatto o in frittata. Ed erano molto apprezzate in ogni modo, un po' come oggi.



    IL SALE

    Il sale era importantissimo per i legionari per la conservare determinati alimenti, ma veniva anche usato per dare più sapore al cibo, o per dare più sapore al vino o per impedire che l'olio diventasse denso col freddo. 

    1 soldati lo mangiavano anche da solo con il pane. Può meravigliare che i soldati amassero salare il vino perchè in genere i romani lo dolcificavano, ma il vino salato non solo era saporito ma impediva di perdere troppo sudore durante le marce evitando una eccessiva disidratazione, specie nei periodi caldi.




    LE SALSE

    Ai soldati venivano sovente concesse delle salse. Migliorare il sapore del cibo significava migliorare il morale dei soldati, e i romani lo sapevano bene. Ecco le salse più usate:


    Il garum

    Il garum una salsa di pesce ottenuta della macerazione del pesce e/o delle sue interiora. La salsa che si ottiene ha un odore pungente e un sapore molto forte in grado di coprire qualsiasi sapore.


    Il Liquamen

    Una versione di garum maggiormente liquida, ma altrettanto forte di sapore è il liquamen che in una sue versione è giunto fino a noi ed è ancora diffuso nelle province campane. E' la cosiddetta "colatura di alici" ancora rintracciabile ad Amalfi. Provato sugli spaghetti dà un ottimo piatto
    Sull'etichetta c'era scritto "Estratto della spremitura delle alici salate."



    L'AGLIO

    I soldati romani mangiavano molto aglio (ma secondo altre fonti anche cipolla) prima dei combattimenti credendolo capace di trasmettere vigore ma pure di evitare malattie. Sembra usassero anche il sedano crudo, prima delle battaglie, o durante la marce chilometriche per dare resistenza e vigore. Comunque sono stati citati contratti di arruolamento che garantivano ai soldati forti quantità di aglio da mescolare al cibo


    LE BEVANDE

    Anticamente si concedeva al soldato solo acqua mescolata all'aceto, per il suo potere disinfettante e rinfrescante, questa veniva chiamata "posca", che in età imperiale prese il nome di "acetum": nello stesso periodo tuttavia fu permesso l'uso del vino. (Polibio, Storie VI). I romani raramente bevevano birra, se non in territorio straniero. Era considerata una bevanda povera, molto meno gradevole del vino.

    Il vino era raramente limpido e veniva di solito filtrato con un passino (colum), si beveva quasi sempre allungato con acqua calda o fredda (in inverno a volte anche con neve) in modo da ridurne la gradazione alcolica che all'epoca era piuttosto alta, di solito da 15/16 a 5/6 gradi.


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  • 05/09/17--06:05: CULTO DI ERECURA

  • DEA AERICURA SCOPERTA NEL CANNSTATT


    LE ORIGINI DEL NOME

    Le origini del suo nome non sono chiare. Venne connessa con i latino aes, aeris 'rame, bronzo, moneta, ricchezza', era detta 'La Signora' e in greco corrispondeva alla Dea Hera. Molte forme latinizzate di nomi di Dee si rifanno ad essa:

    - Aeraecura a Perugia (Italia);
    - Aerecura a Mainz (Francia), Xanten (germania), Aquileia (Italia) e Roşia Montană (Romania);
    - Aericura a Sulzbach, Malsch (Germania),
    - Eracura a Mautern, Austria,
    - Ercura a Fliehburg (Germania),
    - Erecura a Cannstatt, Tongeren (Belgio) e Belley in Aube (Francia);
    - Heracura a Stockstadt am Rhein (Germania),
    - Herecura at Cannstatt (Germania), Freinsheim e Rottenburg am Neckar (Germania), dove è stata anche trovata la forma Herequra.

    L'alternanza tra la H iniziale e la A iniziale può essere dovuta a forma simile alle lettere usate nelle iscrizioni epigrafiche dell'impero romano, in particolare dal momento che i membri meno alfabetizzati della comunità dell'Impero, a volte fraintesero il valore fonemico di una data lettera. A nome del modulo * / airekura / * / (h) eːrekura o / sembra essere alla base delle alternanze Aeraecura ~ ~ Aerecura Aericura ~ ~ Eracura Ercura ~ ~ aera cura Heracura ~ ~ Herecura Herequra.



    LE ORIGINI DEL CULTO


    Lo studioso Xavier Delamarre ritiene che Erecura sia di origine Celtica e si propone di scomposizione come * ERI-Cura, 'Vento del West'.

    Lo studioso Garrett Olmsted è interessato alla scomposizione, e asserisce che il primo elemento del suo nome "eri" potrebbe essere un prefisso intensivo ' di andare al di là ', mentre il secondo elemento "cura" potrebbe venire dal termine "kueru", nel significato di "macinare, mulino, farina". Secondo lui, Ericura significherebbe 'Prima del pane', quindi una Dea della panificazione, una specie di Dea Furrina.

    Tuttavia, il fatto che il suo culto sia concentrato in Germania meridionale e nel Nord-Ovest dei Balcani tenderebbe a dimostrare che la Dea sia di origine germanica. Ella è infatti citata nelle iscrizioni provenienti da:

    - Mainz, Sulzbach, Stockstadt, Monterberg, Xanten, Iversheim, Cannstatt, Mautern, (Germania),
    - Beetgum e Holledorn (Paesi Bassi),
    - Langres (Haute-Marne), Belley (Ain), (Francia)
    - Roma, Aquileia e Perugia (Italia),
    - Verespatak (Romania)
    - Announa (Tibili) in Numidia (oggi Algeria), che era una provincia romana.

    Erecura o Aerecura (nominata anche come Herecura o Eracura) è sicuramente una Dea venerata in tempi molto antichi, spesso creduta di origine celtica, per lo più rappresentata con gli attributi di Proserpina e associata con il sottosuolo del Dio romano Dis Pater, come trovato menzionato su un altare da Sulzbach.

    Appare con Dis Pater in una statua trovata a Oberseebach, in Svizzera, e pure in diversi testi magici reperiti in Austria, poi compare una volta in compagnia di Cerberus e una volta con Ogmios (od Ogma). Un'ulteriore iscrizione a lei dedicata è stata trovata nei pressi di Stoccarda, in Germania.

    Oltre che con i suoi simboli ctonii, Erecura è spesso raffigurata con attributi di fertilità come cestini ricolmi, la cornucopia e la mela. Viene di solito raffigurata in postura seduta, come una Mater Matuta, indossa una veste che la copre fino ai piedi e tiene vassoi e cesti di frutta. Sovente porta dei calzari., che certamente sono un'aggiunta successiva del culto.

    Nelle raffigurazioni di Cannstatt e Sulzbach, Miranda Verde chiama Aericura una "gallica Ecuba", Ora Ecuba era la moglie di priamo nell'Iliade, ma in un mito precedente fu senz'altro una Dea tanto che venne ritenuta figlia del fiume Sangario e della ninfa Evagora. Il fatto che diede alla luce 50 figli (altri miti danno versioni diverse) corrobora il suo ruolo di Dea Madre Terra.

    Anche Noémie Beck la caratterizza come una "Dea Terra" condividendone entrambi gli aspetti dell'Ade e di fertilità con il Dis Pater. Del resto ogni Dea Tellus aveva tre aspetti, in qualità di coeli che dà la vita, che nutre, e che dà la morte. Quest'ultimo aspetto riguarda pertanto l'aspetto infero, mentre gli altri due sono collegati alla fertilità del suolo e degli animali.

    Rappresentazioni di Aera Cura si trovano pure nella zona danubiana della Germania meridionale e la Slovenia, ma si sono reperite anche in Italia, Gran Bretagna e Francia. Le sue iscrizioni sono concentrate a Stoccarda e lungo il Reno. Diversi monumenti in onore di Aera Cura sono stati rinvenuti nei cimiteri o in altri contesti funerari, per il suo aspetto ctonio.


    LE MATRES
    Jona Lendering nota la somiglianza tra la sua iconografia e quella di Nehalennia, venerata nella Germania Inferiore, mentre Beck non vede alcuna differenza significativa tra i suoi attributi e quelli delle Matres e Matronae, che in effetti richiama molto.

    Geograficamente, le aree in cui sono state adorati Aera Cura e Dis Pater, sembrano essere in distribuzione complementare con quelle in cui è attestato il culto di Sucellos e Nantosuelta, ed Emile Beck suggerisce che questi culti erano funzionalmente simili, anche se iconograficamente distinti.

    Una divinità maschile chiamato Arecurius o Aericurus prende il nome su un altare in pietra nel Northumberland, in Inghilterra, anche se Beck avverte che "questa iscrizione è abbastanza incerta, e potrebbe essere una lettura errata del nome Mercurio".ipotesi sicuramente da condividere.

    Anche se la Dea può essere di origine celtica, il che non è ancora provato, la questione aperta è se il nome è di origine celtica o addirittura indo-europea. Jona Lendering considera il suo culto invece di origine illirica, con diffusione da Aquileia per poi raggiungere le regioni di confine del Danubio e del Reno attraverso le truppe romane schierate lì. Lo studioso Patrice Beck ritiene invece che il nome sia di origine germanica


    DIS PATER

    Comunque il Dis Pater, che nella foto sopra compare come Dio degli animali, un po' la controparte della Ptonia Theron, La Signora delle Belve, ha oltre agli animali l'attributo del serpente che lo riconduce direttamente alle Dee.Terra, tutte fornite da sempre di questo attributo.

    Gli studiosi a volte riferiscono di un Dio Arecurius, onorato in una iscrizione da Corbridge (Northumbria, GB): ovvero Deo Arecurio. Si deve tuttavia tener presente che questa iscrizione è abbastanza incerta, e potrebbe essere facilmente una lettura errata della Mercurio.

    Due delle iscrizioni di Cannstatt riportano una rappresentazione della Dea. Il primo la ritrae con una veste drappeggiata, seduta e in possesso di un cesto di frutta. L'iscrizione, incisa ai suoi piedi, si legge:

    - [Lei] ecur (a) e SIG (num) Val (erius) [...] VSLM  -

    L'altro rilievo è mutilato e ne rimane solo la parte inferiore, per quel vezzo distruttivo del monoteismo di devastare ogni opera d'arte riferentesi al politeismo. L'iscrizione è incisa sotto una Dea seduta, che indossa vestito e scarpe e tiene un cesto di frutta in ginocchio:
    - Herecur (a) e Cottus G [...] i (filius) ex voto suscepto posuit v (otum) s (olvit) l (Ibens) l (aetus) m (erito) -

    Aericura non mostra tutti insieme tutti gli attributi distintivi che le sono propri. E 'raffigurata solo con gli attributi di fertilità e non si fa distinguere nella iconografia della Matres e Matronae. Molti altri rilievi dello stesso tipo, che rappresentano una Dea seduta simile con le scarpe e un cesto di frutta, sono stati scoperti in zona. Questo tipo potrebbe essere una figurazione di Aericura, ma potrebbe ugualmente essere una rappresentazione di una qualsiasi Dea Madre.

    Su un altare mutilato da Sulzbach, vicino Carlsruhe (Germania), scoperta nel 1813 in una grotta, Aericura è rappresentata seduta accanto al Dio Dis Pater, come indica l'iscrizione incisa sulla zoccolo:

    - I (n) h (onorem) d (omus ) d (ivinae) d (EAE) s (anctae) Aericur (AE) et Diti Pat (ri) Veter (ius) Paternus et Adie (CTIA) Pater (nA) -
    Le loro teste sono ormai scomparse. Il Dio indossa una tunica e detiene un oggetto nelle sue mani, forse un libro aperto, mentre la Dea ha una lunga veste e un vassoio di frutta in grembo. Come mostra il nome, il Dis Pater era in origine un Dio della fertilità e dell'agricoltura. In seguito è stato riferito al regno dei morti ed è diventato il Dio romano degli inferi.

    Egli è identico al Dio romano Pluto e corrisponde alla Hades greca. Emile Linckenheld e Vredeman De Vries dimostrano che la distribuzione del culto di Aericura e Dis Pater è complementare alla distribuzione del culto della Dea Nantosuelta insieme al Dio Sucellos. Praticamente le coppie di divinità si equivalgono.

    SUCELLOS
    Emile Lickenheld sostiene che le due coppie divine debbano essere emanazioni l'un l'altro, perché possiedono la stessa funzione agraria, ctonia e funeraria. Per quanto lo riguarda, Ericura e Nantosuelta hanno lo stesso carattere divino, come Sucellos e Dis Pater sono praticamente la stessa figura.

    Quando Cesare nel De Bello Gallico scrisse del Dis Pater gallico, doveva riferirsi al « Dio col mazzuolo», che i Galli chiamano Sucellos, « il buon battitore» o « colui che ben colpisce».

    Il culto di Sucellos ha il centro in Gallia Narbonense, nella valle del Rodanoe della Sauconna, dove è venerato dalle tribù dei Vocontii, degli Allobroges e dei Sequani. 

    Da qui il suo culto si spinse verso nord; Sucellos è ben conosciuto e venerato nella Gallia Belgica e nella Germania Superior. Tracce di un suo culto si trovano persino nella lontana Britannia.

    Auguste Allmer e Vredeman De Vries rifiutano questa visione e sostengono in modo convincente che Dis Pater non può essere considerato come l'equivalente di Sucellos, dal momento che non porta gli stessi attributi, cioè il martello e la olla.

    Inoltre, Nantosuelta ha un'iconografia specifica che la distingue nettamente da Aericura. Tuttavia, probabilmente condividono funzioni simili di prosperità e di benevolenza.
    Da ciò ne consegue che la fede in una Dea che incarna la terra è di tradizione antichissima. Secondo i luoghi e tradizioni, ha preso vari nomi che si riferiscono alla terra, alla pianura o ad un campo. 
    Sul continente, vi è evidenza di:
    -  Dee Litavi ( 'Terra'), 
    - le Matres Mageiae ( 'le Dee madri del campo?'), 
    - Il Magiseniae ( 'i campi antichi') 
    - Nantosuelta ( 'Winding Brook' o 'Meadows '?)
    - In Irlanda di Ériu (' Terra '), Tailtiu (' Terra 'o' normale ') e Macha (' Field '). 

    La personificazione della terra è, inoltre, ben illustrato nella letteratura medievale irlandese, che a volte mostra come il corpo di una Dea dà forma al paesaggio. Inoltre, alcune leggende sottolineano chiaramente le funzioni agrarie  delle Dee ancorate alla terra, gli esempi più rilevanti che sono  quelli della Dea Mórrígain che ara il suo pezzo di terra o di Tailtiu che muore di stanchezza dopo aver eliminato le foreste e scavata la piana di Brega.

    Gli attributi agrari nell'iconografia di Aericura ne 
    illustrano chiaramente il ruolo di Dea-Terra. La sua associazione con Dis Pater la conferma, tanto che questo Dio è stato originariamente venerato come un fornitore di ricchezza. Come Dis Pater era anche il signore del regno dei morti, Aericura potrebbe essere stata collegata alla morte e dotata di un aspetto funerario. 

    Questi diversi elementi sono  da confrontare con la Dea romana dei morti Ecate, che in origine era una Dea erogatrice della fertilità del suolo, della fortuna e della vittoria. Hanno anche il suo parallelo con la Dea Persefone greca, l'equivalente della Dea romana Proserpina, che in primo luogo ha presieduto le colture e la germinazione delle piante, prima di sposare Plutone e regnare sul mondo dei morti 

    Questi esempi mostrano che le Dee ctonie erano strettamente legati a morte. Ciò può essere spiegato dal ciclo eterno della natura che consiste di nascita, morte e rinnovo. Infine, la dimensione funeraria di Aericura potrebbe essere evidenziato dal fatto che i suoi rilievi e le sue iscrizioni sono state scoperte nei cimiteri, come ad esempio in Cannstatt, o associata con pietre funerarie, per esempio a Rottenburg.


    IL COMPENDIO

    DEA CELTICA
    Erecura fu Dea adoratissima di tutta la zona est dell'impero romano, fino al confine retico, nonchè delle zone del nord europa, sempre incluse nell'impero romano. 

    Come sempre molti legionari adottarono queste divinità, a volte assimilandole a quelle romane, infatti Erecura venne spesso assimilata a Ecate.

    Ma spesso la Dea veniva anche adottata com'era, e così accettata in quanto aveva bene o male protetto il paese che ne ospitava il culto.

    Stranamente il fatto che la zona fosse stata occupata dai romani non veniva vista dai legionari come una sconfitta per il nemico, ma come una benevola opportunità che gli Dei concedevano a quella terra, di essere governata e civilizzata dai romani. 

    In effetti la dominazione romana era in genere un salto di qualità per la prosperità, i commerci e l'arte del popolo occupato, anche se toglieva potere ai capi e ai dirigenti sottoponendoli alla legge romana.

    Per quanto il codice civile e penale romano poco s'intrometteva nelle consuetudini locali, di certo non consentiva ai capi tribù di uccidere chi volesse sfidarli, nè ai padri di famiglia di uccidere a piacimento mogli e figli. Di certo i romani portarono civiltà e cultura tra i barbari.


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    SANTUARIO DELLE XIII ARE
    Lavinio sorge sul sito dell'antica Lanuvium, come ci testimoniano le descrizioni di Strabone e Appiano. Essa giace su una delle prime colline del gruppo dei Colli Albani dalla parte che fronteggia il mare, il che la rese molto importante come luogo di villeggiatura dei romani, tanto più che la cittadina dista solo 2 km. dalla Via Appia, sulla quale aveva perfino una stazione detta Sub-lanuvio. Il che significa che i romani potevano recarsi direttamente a Lanuvio mediante mezzi pubblici, cioè un postale, il che la dice lunga sull'importanza della cittadina.

    Città natale degli imperatori Antonino Pio e Commodo, dopo la crisi dell’età barbarica, la cittadina rinacque nel secolo XII con il nome di Civita o Civita Lavinia, che conservò fino al 1914, quando venne cambiato in quello attuale di Lanuvio



    LE ORIGINI

    L'antica Lavinio sarebbe il luogo dove Enea avrebbe fondato la sua prima città in Italia, insieme ai suoi profughi da Troia. La teoria avrebbe una sua consistenza grazie al ritrovamento di frammenti di intonaco rinvenuti nel 1969 a Taormina e appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion, dove si parla di Fabio Pittore, primo annalista romano, primo narratore dell'arrivo in Italia, in seguito alla guerra di Troia, di un certo Lanoios, fondatore nel Lazio di una cittadina, che avrebbe preso da lui il nome. Da Lanois a Lanuvio il passo è breve.

    Le antiche fonti riferiscono effettivamente la fondazione di Lanuvio a pochi anni dalla guerra di Troia (1180-1170 a.c.),  fondazione avvenuta d'estate, esattamente due anni dopo la distruzione di Troia.  Il nome della città però secondo la tradizione deriverebbe da Lavinia, figlia di Latino re dei Latini e di Amata, che divenne sposa di Enea. Il luogo della fondazione fu quello dove si svolse una contesa tra tre animali: un lupo, un'aquila e una volpe, oppure un picchio, interpretata da Enea come auspicio divino della futura grandezza di Lavinio, e le cui immagini vennero riprodotte nel forum cittadino.

    Il lupo e l'aquila erano simboli di Roma, il picchio di Marte e la volpe doveva corrispondere a qualche divinità locale. Un'altra versione invece, che si rifà al filone greco-argivo è narrata da Appiano, e sostiene che la fondazione di Lanuvio fu dovuta a Diomede figlio di Tideo, signore di Argo.

    Secondo il racconto di Livio, Lavinio era una città ricca e fiorente, tanto da avere popolazione in eccesso. Per questo motivo Ascanio, 30 anni dopo la sua fondazione, abbandonò Lavinio per fondare la nuova città di Alba Longa. In questi trent'anni, nessuno tra i vicini osò attaccare Lavinio.

    A Lavinio nel 745 a.c. fu ucciso Tito Tazio, re di Roma insieme a Romolo. Questo accade perché i parenti di Tito avevano maltrattato degli ambasciatori di Lavinio a Roma e Tazio non aveva posto rimedio a questa grave provocazione. Giunto a Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza.

    Lucio Tarquinio Collatino, primo console della Repubblica romana con Lucio Giunio Bruto, si ritirò a Lavinio, con tutte le sue proprietà, dopo che fu convinto a ritirarsi dalla suprema magistratura, perché inviso al popolo per essere parente di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma.

    Tra i reperti esposti nel museo locale si segnalano uno splendido affresco di età augustea che raffigura delle tematiche dionisiache, alcuni frammenti marmorei pertinenti al gruppo di Licinio Murena (I sec. a.c.), un parapetto marmoreo raffigurante un grifone alato di età antonina proveniente dal teatro, ed una serie di lastre architettoniche e votivi di età arcaica ed ellenistica che provengono dall'area del Santuario di Giunone Sospita. 

    ACHELAO IN MEZZO A DUE DIVINITA' AGRESTI

    LA STORIA

    Abbiamo notizie di Lanuvio verso la fine del VI secolo a.c., come partecipe dei trenta populi della lega latina, che si riunivano nel lucus di Diana Nemorense.

    Le origini della cittadina furono senz'altro greche tanto più che c'era il culto non solo delle divinità greche ma pure del fiume Achelao, strettamente collegato a Ercole.


    ACHELAO


    Figlio del titano Oceano e della titanide Teti, si presentava spesso in forma di toro. Nelle fatiche di Eracle: egli desiderava Deianira, però chiesta in moglie proprio da Eracle; durante la lotta fra i due, Acheloo si trasformò prima in toro, poi in un drago iridescente ed infine in un uomo dalla testa di bue, a cui Eracle  strappò un corno.  Acheloo vinto gli concesse Deianira, ma gli richiese il corno, dandogli in cambio un corno della capra Amaltea, cioè la cornucopia.


    LE BATTAGLIE 


    - Lavinia, ovvero Civita Lavinia, insorse, insieme ad altre città latine, contro Roma, nella battaglia presso Aricia (507 - 506 a.c.) tra etruschi e latini, in quella del lago Regillo (499 - 496 a.c.).

    TETI II SEC. D.C.
    - Nel 489 a.c. Lavinio fu presa dall'esercito dei Volsci, condotto da Gneo Marcio Coriolano (anche se secondo Plutarco, la città subì sì l'assedio dei Volsci, ma non fu presa, perché costoro decisero di attaccare Roma).
    « . Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città. »
    (Livio, II, 39.)

    - Nel 390 a.c. Marco Furio Camillo, nel celebre discorso con cui convinse i romani a non abbandonare Roma, appena saccheggiata dai Galli di Brenno, ricorda i riti sacri che per tradizione, i romani ancora compivano sul monte Albano e a Lavinio.

    - Insorse poi nel 383 a.c., e nel 341 a.c., accumulando diverse sconfitte. Nell'ultima disastrosa battaglia del 338 a.c., perse, insieme alle altre cittadine del Latium vetus, l'indipendenza, tuttavia nel 332 a.c. ottenne da Roma la "Civitas cum suffragio" (municipio con diritto di voto). Il municipio fu governato da un dictator, da due aediles, da un quaestor, da un praetor e da un senatus, esattamente come accadeva a Roma.
    Così, al termine della guerra latina, Lavinio rinnovò un foedus di tipo sacro con Roma, e la città divenne municipio.

    - In cambio Roma chiese metà dei proventi del santuario di Giunone Sospita. Ciò fa comprendere la grandezza e l'importanza di questo santuario, nonchè la sua grande ricchezza. Lanuvio prosperò dal 332 a.c. fino allo scoppio della prima guerra civile (87-86 a.c.), ma parteggiando per Silla, venne ridotta da Mario a colonia militare.

    - Quando però il partito mariano venne sconfitto Lanuvio si risollevò e molti personaggi importanti della politica romana, vi elessero dimora: Marco Emilio Lepido, Marco Giunio Bruto, Augusto e Marco Aurelio.
    Di Lavinio, in età imperiale, rimase ancora attiva e frequentata solo l'area sacra.

    - Con l'editto di Teodosio del 391, che stabiliva il Cristianesimo come unica religione dell'impero romano, iniziò la decadenza e l'abbandono della città, obbligando l'editto alla chiusura di tutti i templi pagani tra cui anche quello di Giunone Sospita, funzionante fin dal VI sec. a.c., centro vitale della cittadina per ben dieci secoli.


    MONUMENTI

    PORTALE DEL TEMPIO DI GIUNONE
    Numerosi sono gli avanzi di antichi monumenti che si trovano sparsi nella città e nel territorio: oltre il tempio suddetto di Giunone, che pare debba identificarsi con i notevoli avanzi esistenti nella proprietà Sforza.

    Vanno ricordati un altro tempio arcaico con le pareti a blocchi ben squadrati di tufo, subito fuori della città, a fianco della via di Astura, detto Tempio delle XIII Are.

    Inoltre notevoli resti delle mura cittadine, di un vasto teatro, di terme, presso il cimitero, e di numerose ville e di ponte Loreto. . 



    TEMPIO GIUNONE SOSPITA

    Il tempio di Giunone Sospita Regina, che sorgeva sull'acropoli, custodiva infatti grandi tesori, tra cui l'ex-voto di 40 libbre d'oro offerto dai Romani durante la seconda guerra punica. Il santuario risalente alla metà del I sec. a.c. fu probabilmente edificato da L. Licinius Murena, personaggio di origine lanuvina che nel 62 a.c. rivestì il consolato.

    GIUNONE SOSPITA (Lanuvio)
    Il santuario era famosissimo non solo nel Lazio, ma nell'intera area mediterranea. Esso fu testimone di grandissimi prodigi (miracoli, tra cui la statua di Giunone che trasuda sangue ecc.), narrati da Livio, Cicerone, Giulio Ossequiente ed altri autori classici.

    Nella sua edificazione si distinguono tre fasi edilizie. Nella I fase il tempio era tetrastilo. Nella II fase, del periodo Medio-Repubblicano (IV-III a.c.) con la sconfitta della lega latina (quindi di Lanuvio) del 338 a.c., ebbe inizio la cogestione romana del culto. La datazione della terza fase ancora è incerta: si ritiene che essa vada fatto risalire alla metà del I sec. a.c.. e messa in relazione alla famiglia Murena di Lanuvio.

     Un particolare: la testa di Murena in marmo pentelico, eseguita a Civita Lavinia, venne conservata fino al 1914 presso il  Museo Civico Lanuvino, poi dispersa nella distruzione del Museo per i bombardamenti anglo-americani del 1944. Nel 1998 una porzione della testa è stata rinvenuta all’interno di una tamponatura di un arco ottocentesco utilizzata, insieme ad altri oggetti scultorei, come materiale di riempimento. Ecco come l'Italia distrugge i suoi beni.



    GIUNONE CAPROTINA

    Nei Musei Capitolini di Roma, tra le varie opere scultoree romane trovate a Lanuvio, è conservata una statua di Giunone Sospita (la salvatrice), detta pure Giunone caprotina per la pelle di capra che l'ammanta. Filippo Titi nel volume del 1763 Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma così la descrive:

    «Vi sono ancora due nicchie laterali, in una delle quelli sta collocata la celebre statua di Giunone Sospita, che si venerava nell’antico temple di Lanuvio, ora Civita Lavinia, essendovi nella base l’antica iscrizione IVNO LANVVINA. Ha questa la testa ornata di una pelle caprina, e i calcei lunati, essendo appunto, come viene da Cicerone descritta: “Cum pelle caprina, cum hasta, cum scutulo, cum calceolis repandis, raccontando Livio: Lanuvio simulacrum Junonis Sospita lacrymasse.”».

    Una statua di Giunone con gli stivaletti con la punta all’insù (calceolis repandis), secondo l'uso etrusco,  e coperta di una pelle di capra, fa pensare a un'antichissima Dea italica: una Grande Madre. La capra o caprone era un potente simbolo di lussuria che contrasterebbe con la continenza e fedeltà di Giunone, se però non tenessimo conto che le divinità italiche vennero quasi sempre assimilate a quelle romane, a loro volta assimilate alle greche o alle etrusche.

    Nel libro VIII della Storia di Roma di Tito Livio, quando i Lanuvini furono sconfitti presso Astura insieme ad altre città latine che si erano sollevate contro Roma nel 341 a.c., il senato romano decise tuttavia di accogliere la città di Lanuvium nella civitas romana, lasciandole i culti religiosi di appartenenza. Si richiese tuttavia che il tempio e il bosco sacro a Giunone Sospita divenissero patrimonio comune anche ai romani.

    Stando ad una testimonianza che si ricava dal quarto libro delle Elegie di Properzio e dal trattato geografico di Eliano Perì Zoon ogni anno sul far della primavera alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce ad un serpente sacro a Giunone Sospita che si trovava nel santuario: se l’animale accettava l’offerta veniva ritenuto presagio di buoni raccolti, se la rifiutava, veniva ritenuto presagio di carestia, e la fanciulla veniva offerta in sacrificio.

    TEMPIO DI IUNO SOSPITA

    DESCRIZIONE

    Il terrazzamento del Santuario di Giunone Sospita è composto da un grandioso portico che seguiva le linee naturali del colle, una porzione di muro a nicchie in opera reticolata con porta che dava accesso a una serie di cunicoli (metà I sec. a.c.), una struttura in opus quadratum, forse il pilone di un arco monumentale (II sec. a.c.), una struttura in opus incertum (fine II- inizi I sec. a.c.), un Ninfeo in opus reticulatum e con rivestimento in pietra pomice con annessa cisterna (metà I sec. a.c.).

    ANTEFISSA DEL TEMPIO ARCAICO
    Il portico partiva dal pilone in opera quadrata con direzione ovest e, dopo una piccola deviazione verso sud, seguiva per 120 mt. il lato della collina arrestandosi di fronte al muro a nicchie.
    Il portico in opus reticulatum è costituito da una serie di semicolonne doriche che presentano, alla stessa altezza, dei ricorsi in mattoni.

    Era originariamente a due piani come dimostrato dagli scavi condotti sul finire dell’800, per il rinvenimento della parte superiore delle volte crollate con tracce di mosaico. Probabilmente anche il secondo piano del portico aveva semicolonne di ordine dorico.
     
    In fondo al portico c’è una porticina da dove si diparte una serie di cunicoli che alcuni identificano con la grotta in cui era custodito il serpente sacro a Giunone Sospita.

    Infatti sappiamo sia da Properzio  che da Eliano sappiamo che, nel Santuario, ogni anno all’approssimarsi della primavera, si svolgeva una cerimonia: alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce a un grosso serpente che si trovava all’interno di un antro; se l’animale accettava il cibo offertogli dalla fanciulla (indizio della verginità di quest’ultima), si prospettavano raccolti fecondi; in caso contrario, la fanciulla(rivelatasi impura) veniva sacrificata per scongiurare la carestia.

    Nella parte opposta, rispetto al Portico, si trovano i resti di una struttura in opera quadrata di peperino, secondo alcuni pertinente probabilmente a un arco di ingresso che immetteva nell’Acropoli, ma poteva anche immettere agli altari collocati esternamente al Tempio.

     Accanto al santuario si rinvennero i resti di un gruppo marmoreo di statue equestri con lorica, oggi conservate al British Museum di Londra e al museo di Leeds, ad eccezione di un torso e di una testa con altri frammenti che si trovano invece al Museo Civico Lanuvino.

    SCUDO DI LANUVIO
    Tali sculture sono state interpretate da Filippo Coarelli come una trasposizione marmorea di un gruppo bronzeo  realizzato dallo scultore greco Lisippo, rappresentante Alessandro e i cavalieri caduti nella battaglia del Granico (334 a.c.)
    .
    Dopo la battaglia del Granico vinta ada Alessandro Magno e per suo incarico, Lisippo eresse le statue equestri dei venticinque ilarchi macedoni caduti nella battaglia (Arriano - Anabasi).

    Quinto Cecilio Metello nel 146 a.c. portò a Roma questo famosissimo gruppo (Velleio Patercolo) celebrando il trionfo che gli conferì il titolo di Macedonico.

    Per commemorare l'avvenimento fece costruire nella zona del Circo Flaminio un tempio dedicato a Giove Statore che sorgeva accanto al tempio di Giunone Regina; i due templi vennero circondati dal Porticus Metelli, (ricostruito da Ottaviano come Portico di Ottavia) ornato con le statue bronzee dei generali di Alessandro Magno (turma Alexandri), opera dello scultore Lisippo, portate a Roma dopo le guerre in Grecia.

    L’opera si trovava, fino alla metà del II sec. a.c., nel Santuario di Dion in Macedonia, da dove Cecilio  Metello la trasferì a Roma, dopo la conquista  della Macedonia.

    Secondo lo studioso, la copia in marmo e la ricostruzione di tutto il santuario siano da attribuire a quel L. Licinius Murena console nel 62 a.c. e vittorioso, insieme a Lucullo, in Oriente contro Mitridate, in prossimità del Granico.

    L’opera dovrebbe quindi raffigurare Licinio Murena o Lucullo in qualità di “novelli” Alessandro Magno  e, al posto dei generali macedoni, gli ufficiali romani, per essere letta, quindi, come una imitatio Alexandri.

    ELMO DI LANUVIO
    Le strutture del II sec. a.c.
    Attorno al 90 a.c. venne edificata, ad Ovest del Tempio, una struttura in opus incertum collocata alle spalle delle sei arcate del portico tardo-repubblicano ricostruite agli inizi del ‘900.

    Le strutture del I sec a.c.
    Le strutture murarie situate nel Parco della Rimembranza, pertinenti a tre fasi edilizie di epoca romana, risalgono alla metà del I sec. a.c.
    La I fase è costituita da un muro di contenimento in opera quasi reticolata di cui rimangono poche tracce, coperto un altro muro in opera quasi reticolare (II fase) e con speroni di rinforzo, con la stessa funzione di contenimento.
    La terza fase è costituita da un allungamento degli speroni del muro di contenimento. II fase con muri in opera reticolata e  copertura a volta del soffitto. Si viene così a formare una serie di ambienti simili, probabilmente adibiti alla vendita degli ex voto.



    TEMPIO DI MINERVA

    Ormai si è certi dell’esistenza di un tempio dedicato a Minerva a poca distanza dal museo di Pratica di Mare Lanuvio). Molti reperti lo testimoniano, ma in particolare, la copia di un originale in legno, alta circa un metro, (96 cm equivalenti a tre piedi romani, altezza standard per le sculture più arcaiche).

    COPIA DEL PALLADIO
    La figura è priva di braccia ma s'indovina che sostenessero lancia e scudo, mentre la veste è ornata di serpenti, che non è il richiamo ai Lari, ma è il simbolo della Grande Madre, cioè della Madre Terra.
     Enea, fuggendo da Troia in fiamme, si porta dietro il Palladio, perchè nessuna terra è legittima senza la Madre Terra.

    Dopo la fondazione della città di Albalonga le immagini dei Penati insieme al Palladio vennero portate nella nuova città; dato che queste venivano sempre ritrovate misteriosamente a Lavinium, il sacerdote Egeste, seguito da seicento padri di famiglia, andò da Alba a Lanuvio per assicurare il culto della Dea nel luogo in cui ella stessa voleva restare, cioè a Lanuvio.

    Nel VI sec. d.c.. invece Procopio narra che il Palladio l'aveva portato via Diomede e non Enea, e se lo teneva a casa sua nel Gargano; però si era ammalato e un oracolo gli dice che guarirà solo se restituisce il Palladio ad Enea.

    Così restituisce la statua che i romani custodiranno gelosamente finchè non venne bruciata dall'ultima sacerdotessa per non farla cadere in mani cristiane che l'avrebbero deturpata, mutilata e irrisa.
    RESTI DEL TEMPIO DI ERCOLE CANINA (Lanuvio)

    TEMPIO DI ERCOLE

    Del tempio d'Ercole, collocato sul primo terrazzamento dell’antica Lanuvium, rimane allo stato attuale soltanto la sostruzione, di mt. 33 di lunghezza x 9,35 di altezza. La precisione e la tecnica dei blocchi che la compongono sono testimonianza inequivocabile dell’importanza del complesso religioso che come importanza era secondo soltanto al Santuario di Giunone Sospita.

    I dati attuali non ci permettono di stabilire l’esatta localizzazione del tempio vero e proprio e per la sua ubicazione approssimativa dobbiamo utilizzare alcuni elementi preziosi dati dai ritrovamenti archeologici della zona.

    MENADI E SILENO
    Dal 1903 al 1907, durante dei lavori di sbancamento, all’interno della proprietà Seratrice, venne asportata la parte superiore di una cisterna in disuso e piena di macerie.

    La cisterna, a 25 mt. dai resti del tempio restituì frammenti architettonici, capitelli, la vera di un pozzo in marmo, cippi sacri, dediche votive in relazione ad Ercole, che permisero l’attribuzione del Tempio.

    Ma il ritrovamento più importante fu un altorilievo in frammenti che venne ricostituito e collocato nel 1968 al Museo Civico di Albano. Esso è m 0,66 di larghezza x mt. 0,54 di altezza ed è datato al 330 a.c..

    Il tiaso bacchico è frequente sui templi etruschi e latini già dall'età tardo-arcaica, ma si pone solo sulle antefisse. Oppure allude all'impresa per cui Ercole avrebbe salvato Ino-Leucotea, perseguitata dalle menadi aizzate da Giunone.

    Nel rilievo lanuvino, quindi, vi sarebbe rappresentato lo scontro tra Ino-Leucotea e le menadi selvagge avvenuto nel foro Boario, dove Ercole era venerato come garante dell'incolumità dello straniero.

    Pertanto l'altorilievo di Lanuvio, datato a poco dopo l'annessione di Lanuvium alla civitas romana (338 a.c.), è da mettere in relazione al tempio d'Ercole, eroe romano, dopo l'annessione di Lanuvio a Roma, per bilanciare un po' il culto di Giunone Sospita, prettamente, lanuvino.

    I Santuari d’Ercole avevano anche un forte carattere emporico; Eracle era considerato Dio dei mercanti, e di solito i suoi templi venivano edificati lungo vie transitate da mercanti, così come accade a Lanuvio dove l’impianto religioso è collocato lungo la via Astura che metteva in contatto, soprattutto per i commerci, Antium e Satricum alla latina Lanuvium.

    PONTE LORETO

    GLI SCAVI

    Molto si dedicò afli scavi di Lanuvio Ligorio (1513 – 1583), architetto, pittore e antiquario italiano. Oltre che come "insigne studioso", è noto però anche come "abile falsario" di iscrizioni latine

    Nella parte centrale della città si è individuata la piazza del foro, già intuita dal Lanciani. Sul lato ovest si trova un tempio in opera incerta, a tre celle, o ad ali, e podio con cornici di peperino rivestite di intonaco e stucco; scarsissime le tracce dell'alzato.

    I dati di scavo non consentono ancora di precisare la data di costruzione; è ascrivibile forse a età augustea la realizzazione di due avancorpi ai lati della scalinata, mentre a un edificio di culto precedente potrebbero essere pertinenti le strutture in opera quadrata inglobate nelle fondazioni in cementizio.

    Lungo il lato sud della piazza sono emersi degli ambienti aperti su un portico, di cui un vano, identificabile con l'Augusteo, ha restituito statue frammentarie di marmo maschili, una femminile e le teste di Augusto, Tiberio e Claudio.

    Reperite anche  le lastre Campana, decorative del portico, di diversi tipi (nìkai tauroctone, ciclo dionisiaco, motivi vegetali), il tutto in frammenti facenti parte di strati di riempimento.

    Alle spalle delle strutture di età imperiale, vi sono due complessi di età arcaica, di cui uno pubblico, dotato di portico, costruito nel VI sec. e ampliato nel V, fu distrutto intorno alla fine del IV o inizi del III sec. a.c. e non più ricostruito.

    MINERVA TRITONIA
    Le strutture, dal VI al III sec. a.c., sono realizzate con zoccolo di blocchi o scheggioni di tufo giallo o cappellaccio, alzato a intelaiatura lignea e tamponature di bozze di cappellaccio o tufo.

    Negli zoccoli e negli alzati si faceva largo impiego di tegole, un impasto di terracotta, utilizzate anche per i pavimenti; questi, nel IV sec. a.c., con schegge di tufo giallo accostate e livellate.

    Vicino al Foro si estendeva un vasto complesso termale di età imperiale su due piani, che dopo l'abbandono, prima dei crolli delle coperture e delle volte, ha subito una totale opera di spoglio.

    Fuori del perimetro urbano, due fornaci e un portico, di epoca incerta, a nord del complesso delle Tredici Are.

    A sud-ovest delle Tredici Are invece una grande villa con impianto termale, di età imperiale.

     Il tempio orientale dedicato a Minerva, scavato nel 1977, ha portato alla luce il deposito votivo che testimonia, con le sue due fasi, continuità di culto dall'Orientalizzante Recente ai primi decenni del III sec. a.c., quando il santuario venne distrutto.

    Nella fase più antica del deposito, fine VII-prima metà VI sec. a.c., abbondante ceramica d'imitazione corinzia. L'imponente scarico di materiale votivo, ceramiche e terrecotte, seconda fase del deposito, copre l'arco cronologico compreso tra la seconda metà del VI sec. e i primi decenni del III a.c. con numerose statuette di bambini in fasce, statuine di madri allattanti, ex voto anatomici quali uteri e mammelle, mentre è irrilevante la presenza di arti.

    Le oltre cento statue di offerenti di ambo i sessi, ma in prevalenza femminili, molte a grandezza naturale che offrono melegrane, conigli, colombe, danno l'idea della fama miracolistica della Dea.

    TESTA DI DONNA O DEA V SEC. A.C.
    Particolare interessante, tra le offerte votive c'erano i giocattoli (trottole, astragali, palle), evidentemente secondo l'usanza romana per cui le fanciulle prima delle nozze offrivano i loro giocattoli di ragazzine al tempio della Dea, a indicare la fase di passaggio tra ragazza e adulta in vista delle nozze.

    L'abbandono dei giochi spensierati per diventare moglie, madre e domina della casa di cui si assumevano tutte le responsabilità.

    Moltissima anche la ceramica votiva, soprattutto in vernice nera sovradipinta, ma pure ceramica attica attica a figure nere e rosse, oltre che ceramica d'impasto (olle, coperchi, bacili), pochi i bronzetti di fabbricazione laziale (kouroi e korai) e di tipo umbro-sabellico.

     Tra le statue della Dea notevole quella alta quasi due metri tutta armata, affiancata da un Tritone che sorregge lo scudo, che ricorda il mito beotico della nascita di Atena presso il fiume Tritone, non lontano da Alalcomene in Beozia, sede di un antichissimo e famoso santuario della Dea..

    Per altri studiosi la statua sarebbe l’Athena Iliàs ricordata da Strabone, e il santuario quello di Atena ricordato da Licofrone; i due passi potrebbero tuttavia alludere piuttosto al Palladio, conservato nel Tempio dei Penati a Lanuvio.

    Notevole anche il Cristo docente rinvenuto a Lanuvio, eseguito su marmo greco, che mostra un giovane fanciullo seduto su su una sedia curule che tiene in mano un rotolo, simbolo all'epoca di cultura e soprattutto di saggezza flisolofica.

    CRISTO DOCENTE - STATUA GRECA - IV SEC. D.C.
    La statua è datata al IV sec. d.c. ma noi abbiamo forti dubbi sulla datazione e sulla attribuzione. Il giovane ha i capelli lunghi e inanellati alla foggia greca, e porta traccia di colorazione, soprattutto nei capelli decisamente biondi. assolutamente lontana dalle immagini romane e lanuvine, se non di ispirazione greca (se non una copia) e riservata alle divinità.

    I capelli assolutamente biondi erano per i greci appannaggio degli Dei, forse perchè sembravano più luminosi oltre che inusuali rispetto ai greci e pure rispetto ai romani.

    Prova ne sia che le romane si tingevano spesso i capelli con polvere dorata per avere sembianze più avvenenti.

    Ci colpisce inoltre la mutilazione della statua, vandalismo riservato solo alle divinità pagane e non certo al giovane Gesù che avrebbe dovuto essere ospitato in una chiesa cristiana.

    Sicuramente la statua è relativa a una divinità greca antecedente, prima mutilata e poi, con ripensamento, spacciata per cristiana. Accadde spesso che certe statue greche o romane venissero identificate come figure di culto del cristianesimo.

    Da segnalare ancora una rappresentazione a grandezza quasi naturale della Dea armata di spada con a fianco un'oca sorreggente lo scudo. L'esistenza, agli inizi del V sec. a.c., dell'edificio di culto è al momento provata solo da antefisse a testa di Sileno e di Iuno Sospita.


    Consente, infine, di localizzare la necropoli di età arcaica la scoperta (1993), fuori della porta sud-est, all'incrocio della via per Ardea con quella mare-Colli Albani, di una tomba a tumulo, con  quattro sarcofagi, di cui due violati.

    Il più antico, di cappellaccio, a cassa con zampe leonine e coperchio a doppio spiovente, conteneva i resti di un incinerato.

    Il corredo è databile nella prima metà del VI sec. a.c., e si compone di un'anfora tirrenica con amazzonomachia di Eracle, un'anfora di bucchero, una placca di bronzo con pantere monocefale.

    Le altre tombe sono della prima metà del V sec. a.c. (attica a figure rosse), all'ultimo quarto del V sec. a.c. (attica a figure rosse) e alla seconda metà del IV sec. a.c.

    L'abbandono dei santuari extra-urbani, la disattivazione di alcuni impianti produttivi, la rarefazione dei materiali di superficie indicano che già nella prima metà del III sec. a.c. inizia la decadenza che riduce e spopola progressivamente il centro urbano, ridotto in età imperiale alla sola area centrale e a impianti isolati nella zona urbana e nel suburbio.

    Sotto il Regno d’Italia, oltre alla restituzione al paese nel 1914 del suo antico nome di Lanuvio, si ebbero scavi archeologici che scopersero un tempio del VI secolo a.c., poi reinterrato, presso i blocchi del tempio di Giunone Sospita che ancora si possono visitare nell’orto dell’Istituto Salesiano.

    Gran parte dei reperti archeologici tuttavia si trovano oggi sparsi in vari musei: il Museo di Valle Giulia a Roma, il Museo Capitolino, il British Museum di Londra e il Museo di Leeds.


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  • 05/10/17--08:40: AULO PLAUZIO


  • Nome: Aulus Plautius
    Nascita: ?
    Morte: ?
    Professione: Generale Romano


    LE ORIGINI

    Aulus Plautius fu un politico e generale romano durante la metà del I sec. dc. e condusse la conquista romana della Britannia nel 43, di cui fu il primo governatore, dal 43 al 47.

    Plauzio era di ricca e patrizia famiglia romana, la Gens Plautia era infatti tra le prime quaranta gens di Roma, e Caius Plautius Proculus fu il primo di questa gens a raggiungere il consolato nel 358 a.c.
    Tra l'altro Aulus era un lontano parente della prima moglie di Claudio, Plauzia Urgulanilla, e fu suo fratello minore Quinto Plauzio, eletto console nel 36.

    Sua sorella sposò Publio Petronio: loro figlio (forse adottivo), che fu poi console e governatore di Britannia.

    Plauzio probabilmente fu lo zio il cui "onorato servizio" aveva salvato Plauzio Laterano dalla pena di morte nel 48, dopo la sua relazione con Messalina. Ma il Laterano fu infine giustiziato, nel 65 per la sua parte nella congiura contro Nerone, quando suo zio era probabilmente morto e non poteva più aiutarlo

    Si sa poco sugli inizi della carriera di Aulo. Da un'iscrizione si viene a sapere che ebbe a che fare, per conto dello stato, nella soppressione di una rivolta di schiavi nell'Apulia, forse nel 24, insieme a Marco Elio Celere.
    Fu console suffetto nella seconda metà del 29 e fu governatore, forse della provincia della Pannonia nei primi anni del regno di Claudio. Un'altra inscrizione lo mostra supervisore della costruzione di una strada tra Trieste e Fiume.

    LE CONQUISTE DI AULUS PLUTIUS SGOMINANDO 8 POPOLAZIONI AUTOCTONE


    CONQUISTATORE DELLA BRITANNIA

    Claudio gli affidò il compito di condurre l'invasione della Britannia nel 43, in supporto di Verica, re degli Atrebati e alleato di Roma, che era stato deposto dai Catuvellauni. Aulo ebbe così il comando di ben quattro legioni: la IX Hispana, la II Augusta, la XIV Gemina e la XX Valeria Victrix, oltre a circa 20.000 ausiliari, compresi Traci e Batavi. Questo dimostra quanto rispetto e gloria si fosse già conquistato come generale per ottenere il comando generale di 4 regioni e in territorio così impervio e lontano.

    La II Augusta era sotto il comando del futuro imperatore Tito Flavio Vespasiano. Gli altri comandanti erano: il fratello di Vespasiano, Tito Flavio Sabino, e Gneo Osidio Geta (di cui parla Cassio Dione). Gneo Senzio Saturnino, che è menzionato da Eutropio, potrebbe, in realtà, avere soltanto accompagnato in seguito Claudio.

    Sulle coste settentrionali della Gallia Plauzio fece fronte ad un ammutinamento delle sue truppe, riluttanti ad attraversare l'Oceano e andare a combattere oltre al mondo conosciuto. Vennero persuasi dal liberto di Claudio e segretario Narcisso  che li guidò. Al che vedendo che li comandava uno schiavo gridarono "Saturnalia!" (la festa in cui i padroni servivano e i servi comandavano). 

    I GENERALI CHE CONQUISTARONO L'INGHILTERRA
    Rientrato l'allarme, i romani approdarono a Richborough, nel Kent. I britanni, guidati da Togodumno e Carataco dei Catuvellauni, erano riluttanti ad affrontare in campo aperto i romani, preferendo la guerriglia.

    Tuttavia, Plauzio sconfisse prima Carataco e poi Togodumno sui fiumi Medway e Tamigi. Togodumno morì poco dopo, mentre Carataco, che era sopravvissuto, continuò ad essere una spina nel fianco per gli invasori finchè nel 51, sconfitto da Publio Ostorio Scapula, si rifugiò presso i briganti, ma venne fatto prigioniero dalla loro regina, Cartimandua, alleata di Roma.

    Dopo aver raggiunto il Tamigi, Plauzio si fermò e mandò all'imperatore Claudio il messaggio di essere giunto con gli elefanti e l'artiglieria pesante marciando sulla capitale Catuvellaunian, e poi su Camulodunum (Colchester).

    Il territorio conquistato divenne provincia romana, e vennero fatte alleanze fatte con le nazioni fuori del controllo diretto romano. Plauzio divenne governatore della nuova provincia, fino al 47, quando è stato sostituito da Publio Ostorius scapola.

    Al suo ritorno a Roma a Plauzio venne concessa una Ovazione, durante il quale l'imperatore stesso camminò al suo fianco verso il Campidoglio.



    POMPONIA GRECINA

    Valendosi della sua patria potestà nel 57 Aulo Plauzio sottopose la moglie Pomponia Grecina a giudizio di fronte a tutto il parentado perché accusata di essere seguace, non di un «culto estraneo» come venne riportato, ma di «superstitionis externae rea» e la superstizione esterna in genere era la magia.

    Molti scritti romani ne parlano, da Orazio che ci racconta un intero rituale della strega Canidia, alle opere di Plinio il Vecchio che ci documenta un ampio repertorio su rituali magici, dall’Asino d’oro di Apuleio a molte opere di Luciano, ci svelano la diffusa credenza nella magia del mondo romano, credenza che andava dall'assicurarsi un amore o i soldi alla stregoneria che poteva nuocere e uccidere.

    LO SBARCO DELLE LEGIONI ROMANE
    Talvolta venne usata questa accusa per mandare a morte dei romani dei quali si volevano espropriare dei beni, tanto era forte questa accusa che prevedeva addirittura la morte.

    I Romani, nonostante così pragmatici e concreti, indulgevano volentieri al magico, all'occulto, il mistero ed erano pure abbastanza superstiziosi. Nel calendario romano c'erano i giorni favorevoli (dies fasti) e quelli sfavorevoli (dies nefasti) per compiere atti pubblici, amministrare la giustizia, concludere affari, seminare, partire per un viaggio ecc.

    Tuttavia la magia, che Plinio definisce "scienza temibile e perversa", per quanto notevolmente praticata, era condannata dalla legge romana. Fin dalle Dodici Tavole (451-450 a.c.) si prevedevano sanzioni per chi recitava incantesimi per procurare male a qualcuno (malum carmen incantassit). Non era proibito ottenere un filtro d'amore, ma era proibita la cosiddetta magia nera.

    La "Lex Cornelia de sicariis et veneficiis", opera del dittatore Silla (81 a.c.), prevedeva addirittura la pena di morte per gli omicidi e per chi praticava riti malefici (mala sacrificia).

    Infatti Catullo, innamorato di Clodia, in uno dei più celebri inni all’amore dell’antichità, conclude con una formula di scongiuro, nella speranza che nessun invidioso voglia lanciare il malocchio su di loro per invidia alla loro felicità.

    Ora verso i Cristiani la politica religiosa di Claudio si mostrò aperta, e la Lettera ai Romani 16,11 attesta la diffusione della nuova religione all'interno della casa di Narciso, che era uno dei più importanti liberti imperiali, che poteva dunque esprimere liberamente la sua fede.

    I ciristiani dunque erano fuori da queste accuse, in quanto aborrivano la magia e per quanto poco simpatici come tutti i fanatici, non vennero tuttavia mai incriminati fin quando Nerone, come riporta anche Tacito, accusò i cristiani di avere appiccato il Grande incendio di Roma che distrusse gran parte della città di Roma. Ma l'incendio è del 64 d.c., mentre il processo familiare fu del 57 d.c., cioè 7 anni prima.

    MAUSOLEO DI POMPONIO GRECINO
    Ora il fatto che Aulus volle in realtà stornare qualsiasi sospetto dalla moglie non poteva riguardare nè il cristianesimo perchè non era stato ancora proibito, nè il culto di Iside che ebbe alternante fortuna, ma che in quel periodo era ancora in auge.

    Poteva invece più facilmente trattarsi di qualche accusa di magia (probabilmente di magia tessalica-greca, una delle più usate) da cui il marito teneva a sviare i sospetti pena la morte della moglie, e c'era quindi una seria ragione perchè lo facesse.

    Infatti Pomponia Grecina, dopo l'esecuzione della sua amata cugina Julia Drusi Caesaris, nel 43, da parte di Claudio e Messalina, rimase apertamente in lutto per ben 40 anni in aperto ed impunito conflitto, sfidando l'imperatore.

    Guarda caso nel 55, solo due anni prima, si era tolto la vita Tito Statilio Tauro, console nel 44 d.c. di cui Tacito negli Annales scrisse che per colpa di Agrippina minore, moglie dell'Imperatore Claudio e madre di Nerone, che voleva entrare in possesso degli Horti Tauriani, venne accusato di praticare magia per cui si suicidò, prima della sentenza del senato.
    La stessa cosa accadde ad Apuleio che subì il processo di stregoneria da cui fu assolto grazie alla sua personale e validissima difesa.

    E c'è un altro aneddoto che mostra quanto fosse severa la legge contro la magia:
    "il pretore Marcus Plautius Silvanus, nel 24 d.c., venne trascinato davanti all'imperatore dal suocero Lucio Apronio con l'accusa di aver gettato la moglie Apronia dalla finestra. Plauzio volle far credere che era addormentato in un sonno profondo e che la moglie si era suicidata. Ma Tiberio si recò immediatamente a casa di Plauzio ed esaminò la camera da letto, in cui apparivano tracce di resistenza e di violenza. Urgulania allora, nonna di Silvano, mandò al nipote un pugnale, gesto che si pensò suggerito dall'imperatore, per l'amicizia dell'Augusta verso Urgulania.
    L'imputato, dopo vani tentativi di colpirsi con l'arma, si fece tagliare le vene. In seguito venne accertata l'innocenza di Numantina, sua prima moglie, accusata di avere sconvolto la mente del marito con incantesimi e filtri magici.
    "

    Numantina aveva pagato con la vita l'accusa di aver fatto magia contro il marito.

    MONETA INTITOLATA AD AULUS PLAUTIUS

    E' ancora Tacito (Annales 1, XIII, 32) a descrivere l'evento di Pomponia: 
    «Pomponia Grecina, nobile matrona romana, andata sposa a Plauzio, al suo ritorno dal governatorato della Britannia con gli onori del trionfo, poiché era stata accusata di superstizione straniera («superstitionis externae rea»), fu sottoposta al giudizio del marito. E questi, secondo l’antico costume («prisco instituto»), istruì il processo sulla vita e sull’onore della moglie alla presenza di tutti i congiunti, e la proclamò innocente («propinquis coram de capite famaque coniugis cognovit et insontem nuntiavit»). Questa Pomponia ebbe poi lunga vita in continua tristezza («continua tristitia fuit»). Infatti dopo l’uccisione di Giulia, figlia di Druso, voluta con inganno da Messalina («dolo Messalinae interfectam»), per quarant’anni vestì a lutto, e sempre triste in cuore; per lei tutto ciò passò impunemente durante il regno di Claudio («imperitante Claudio»), poi le fu motivo di gloria («mox ad gloriam vertit»)».

    Tutti i fantasiosi scritti dei posteri sulla sua cristianità furono pertanto mera invenzione, e la Chiesa ci sguazzò parecchio.

    Aulo Plauzio e Pomponia Grecina divennero, ad esempio, due personaggi del romanzo ottocentesco Quo vadis? di Henryk Sienkiewicz, un racconto colmo di errori storici e inneggiante con pessima aulicità e moralismo alla religione cristiana.

    Giovanni Pascoli vinse la medaglia d'oro al Certamen Hoeufftianum nel 1910, con un orribile poema che fece di Pomponia Grecina l'esempio della virtù femminile cristiana. Nel suo "Pomponia Graecina" il marito l'avrebbe posta di fronte all'alternativa di sacrificare agli dei, o separarsi dal figlio.

    ''Decisamente evitava spettacoli, gare, pubbliche cerimonie; non mai atterrirono il suo cuore con i loro ruggiti i leoni, quando mangiavano nel circo, non mai si dilettò a guardar le braccia flessuose d’un mimo danzante, né l’azzurro auriga alle briglie legato strettamente, mai ritta su un carro sferzò i cavalli con cuore esultante, mai un gladiatore morituro vide Grecina in un palco dorato tendere il pollice verso.''

    Naturalmente finisce in tragedia e naturalmente la chiesa ne fu contentissima, ma sarebbe bello che ogni tanto si restituisse alla storia un po' di verità.


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  • 05/11/17--05:49: LAODICEA AL LICO - (Turchia)


  • Fu  un'antica città dell'Asia Minore, situata nella valle del fiume Lico (Lykos), un affluente del Meandro. I suoi resti si trovano a circa 6 km a nord-est della città di Denizli in Turchia, presso gli attuali villaggi di Eskihisar, Goncali e Bozburun.

    Il territorio fu abitato fin dall'epoca calcolitica (VI millennio a.c.). 
    Già Diospolis ("città di Zeus") e poi città di Rhoas, nell 253 a.c. il re seleucide Antioco II le dette il nome della amata moglie Laodice. 

    Lo sviluppo della città fu favorito dalla fertilità della valle del Lico e dalla posizione all'incrocio delle strade tra l'Anatolia centrale e meridionale con la costa occidentale, secondo i percorsi commerciali instaurati fin da epoca preistorica. 

    La città fu coinvolta nelle lotte tra Seleuco III e Attalo I: dopo l'assassinio di Seleuco, il suo generale Acaio, che inizialmente aveva supportato il suo successore Antioco III, vi si proclamò re nel 222 o 221 a.c. 

    Venne poi sconfitto e ucciso da Antioco nel 213 a.c. e rimase ai Seleucidi fino al 188 a.c., quando passò al regno di Pergamo.

    Come il resto del territorio pergameno, fu lasciata in eredità ai Romani nel 133 a.c., entrando a far parte della nuova provincia di Asia. Le iscrizioni funerarie, a partire dal III secolo a.c. citano i monumenti della città ellenistica, come un mercato, uno strategeion, un ginnasio e un teatro. 

    In età romana si sviluppò come centro per la produzione e il commercio della lana e l'industria tessile. 
    Dopo il terremoto del 60, che devastò le città della valle del Lico, i cittadini furono in grado di ricostruire la città senza aiuti imperiali, che furono invece necessari per Hierapolis. 

    Secondo altre fonti più attendibili venne ricostriota da Augusto col nome di Cesarea.

    Il retore Marco Antonio Polemone (88-144), che visse tra Smirne e Laodicea, ebbe sotto Traiano il privilegio di viaggiare gratuitamente per tutto l'impero.
    Fu visitata da Adriano nel 129, da Caracalla nel 215 e da Valente nel 370. 
    I vari tipi di tessuti e vesti che vi erano prodotti sono citati nell'Editto dei prezzi dioclezianeo.
    In epoca tardo-imperiale fu metropoli della provincia di Phrygia Pacatiana. 

    La città era stata sede di una numerosa comunità ebraica e fu oggetto della predicazione di san Paolo e destinataria di una sua lettera. 

    Fu precocemente sede vescovile, una delle sette chiese dell'Asia e vi si tenne un concilio intorno al 350. 

    Nel 395 fu circondata da mura, che restrinsero l'area occupata dalla città ellenistica e romana. Nel 494 fu distrutta da un devastante terremoto e non venne più del tutto ricostruita.




    I RESTI

     La via principale corre in senso nord-ovest - sud-est, tra la "porta di Efeso", e la "porta siriana" , suddivisa in due tratti paralleli collegati da due strade ortogonali. 

    Il tratto meridionale ("via siriana") è dotato di un ampio condotto fognario sotterraneo. 
    Il tratto settentrionale prende il nome di "via di Efeso". 

    Entrambi i tratti sono fiancheggiati da portici con colonnati dorici, sopraelevati con due gradini, all'interno dei quali si aprono file di botteghe. 

    La "porta di Efeso", era a tre arcate e con torri rettangolari sporgenti alle estremità.

    Venne costruita insieme alla "porta siriana" nell'84-85 dal proconsole Sesto Giulio Frontino e furono dedicate a Domiziano, come l'analoga "porta di Frontino a Hierapolis. 

    Si tratta probabilmente di un unico intervento urbanistico, insieme alla sistemazione della "via siriana", che venne realizzato dopo le distruzioni del terremoto del 60. 

    A queste due porte si aggiungevano una porta di Afrodisia a sud-ovest e una "porta di Hierapolis" a nord-est. 



    IL TEMPIO

    A Sul lato nord della "via siriana", presso la "porta siriana" si trovano i resti di un recinto sacro (temenos) con porticati su tre lati di ordine corinzio e un piccolo tempio prostilo sul lato di fondo settentrionale ("tempio A"). 

    Il tempio è stato identificato con il Sebasteion (tempio di culto imperiale) ricordato dalle fonti durante il regno di Commodo e di Caracalla, tra la fine del II e gli inizi del III secolo. 



    LA BASILICA CRISTIANA

    Sul lato sud della via si trova l'agorà romana, sulla quale si affacciava, un impianto termale suddiviso in cinque ambienti. 

    Nel V-VI secolo parte di esso, con l'aggiunta di altri ambienti e di un'abside, venne trasformato in una chiesa ("basilica delle terme"), decorata con elementi di reimpiego e coperta da una massiccia volta. 

    RESTI DELLA BASILICA
    L'agorà romana fu trasformata con l'aggiunta di un porticato sui lati e davanti alla facciata della nuova basilica, pavimentato in opus sectile con marmi colorati. 

    Un ninfeo (fontana monumentale) si trova all'intersezione tra la "via siriana" e una delle vie che la intersecavano in direzione sud-ovest. 

    Collocata all'angolo dell'isolato, consiste in una piscina quadrata, fiancheggiata, sui lati nord ed ovest, da due altre vasche semicircolari. 

    Venne costruita probabilmente in occasione della visita dell'imperatore Caracalla. Nel V secolo fu trasformata in battistero. 

    La città ebbe due teatri, entrambi appoggiati sul pendio naturale della collina e successivamente inglobati nel percorso delle mura bizantine. 
    Il "teatro occidentale", forse il più antico, ha un diametro di 85 m e poteva ospitare circa 15.000 spettatori. 

    Il "teatro settentrionale" aveva un diametro di 110 m e poteva ospitare circa 20.000 spettatori; conserva parte della scena, di epoca romana, con ampio nicchione centrale e in origine decorata da un colonnato su tre ordini. 

    TRIPLINIO
    Nella parte meridionale della città si trova uno stadio, appoggiato al naturale pendio della collina e disposto in direzione est-ovest (280 m x 70 m). Sul suo lato orientale si conserva un accesso con un'iscrizione di dedica al proconsole Marco Ulpio Traiano, padre dell'omonimo imperatore Traiano, che fu governatore della provincia d'Asia nel 79. 

    Presso lo stadio si trovava una piazza, identificata come l'agorà cittadina, sul cui lato settentrionale si affaccia un bouleuterion (un piccolo edificio con cavea semicircolare destinato alle riunioni del consiglio cittadino), di ordine composito e un edificio a pianta circolare di cui si è ipotizzata l'identificazione con un pritaneion. 

    Sull'opposto lato meridionale la piazza termina in un complesso termale ("terme meridionali") che occupa uno spazio di 132 m per 75 m, con ambienti coperti a volta e rivestiti in origine di marmo. 

    La pianta si articola in una stretta aula di ingresso centrale sulla quale si allineano ambienti disposti simmetricamente sui due lati. 
    Secondo un'iscrizione l'edificio venne dedicato all'imperatore Adriano e all'imperatrice Sabina, in occasione della visita imperiale a Laodicea nel 129. 

    Un altro edificio termale ("terme occidentali") si trova sul lato sud della "via di Efeso", con ambienti coperti a volta e rivestiti da lastre di marmo in origine, databile probabilmente al II secolo. 

    IL TEATRO


    GLI SCAVI

    Le rovine della città furono viste da viaggiatori occidentali nel corso del XVII e XVIII secolo, che ne pubblicarono stampe e vedute. Una prima mappa dei resti della città fu disegnata da G. Weber, che si occupò delle strutture di approvvigionamento idrico della città.

    Nel 1961-1963 l'Università canadese del Quebec condusse scavi nel ninfeo di Caracalla e nel 1992 il museo di Denizli sulla via colonnata. 

    Negli anni 1994-2000 Gustavo Traversari dell'Università di Venezia condusse una serie di ricognizioni sul sito, i cui risultati furono pubblicati in una serie di volumi.



    DENİZLİ - Anatolia News Agency:

    Gli archeologi che lavorano a Laodicea, che è sede di una delle chiese più antiche del mondo, sperano di trasformare l'antica città nella provincia di Denizli Egeo in un parco archeologico con rovine dissotterrare simili a Efeso.

    "Speriamo di rendere la città antica un centro per i turisti", ha detto il professor Celal Şimşek, che ha guidato il progetto dal 2003. "Un altro obiettivo che dobbiamo prendere in considerazione è quello di creare un parco archeologico a Denizli."
    Laodicea è un centro importante per il cristianesimo e comprende la settima chiesa più antica del mondo.
    Fine ultimo del team è quello di finire il tutto lo scavo entro il 2015 e rendere la città antica um altro Efeso. "Crediamo che attirerà 2 milioni di visitatori l'anno."
    Gli ultimi nove anni di scavo hanno rivelato 3.050 manufatti antichi in città. Tra i reperti più importanti sono i capi delle sculture di Augusto, Dioniso e Afrodite e una scultura di Zeus. L'antica città ha anche svelato una scultura di Hera e di imperatori.

    Quest'anno, la prima fase degli scavi voluti quattro mesi, seguiti da una seconda fase che ha preso sei mesi. "Continueremo gli scavi per 12 mesi. Il restauro e lavori di scavo sono fatti insieme a Laodicea ", ha detto Şimşek. "Questo sistema rende lo scavo più attivo. Ci sono squadre di restauro esclusivi che si prendono cura dei resti che vengono rinvenuti. I lavori di scavo ci aiuta a scoprire i legami tra oggi e per i tempi antichi ".

    Şimşek detto scavi hanno rivelato un gallo, simbolo di Denizli, e resti di melograni e melanzane.
    Una delle principali priorità dello scavo è quello di scoprire i segni di laboratori tessili, laboratori tintura e pezzi di tessuti, ha detto Şimşek. "Tutti questi resti possono anche condurci al patrimonio culturale di Denizli, che è ancora molto presente oggi. Denizli è il centro del tessile".
    Molto di ciò che è già stato scavato è stato sottoposto a restauro. Sono state restaurate le porte e le visite guidate da Bisanzio orientale e fontane. Una grande casa di 2.000 metri quadrati e una strada a est dello scavo è stato anche restaurato.
    Gli scavi hanno anche rivelato templi, un agorà greca, e pezzi di un antico bagno avere. I reperti sono in linea per il restauro come pure.




    PIANI DI CITTA' ANTICHE

    Şimşek ha detto che il piano della città di Laodicea potrebbe aver ispirato gli architetti di oggi e gli urbanisti. "L'architettura di edifici sociali, religiosi ed altri nella città antica era tutto parte di un sistema specifico."

    Gli archeologi hanno scoperto che la via principale di Laodicea comprendeva negozi, appena fuori città, hanno trovato grandi necropoli con tombe sparse.

    "Tutti questi ritrovamenti mostrano che la città è stata fatta con un grande piano e la sua infrastruttura è stata molto buona", ha detto Şimşek.

     Şimşek anche detto che lo scavo del Laodicea potrebbe contribuire a gettare luce su patrimonio mondiale. "Il nostro obiettivo è di lasciare questo posto per la prossima generazione."


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  • 05/15/17--05:43: LA BASILICA ROMANA


  • La basilica è una parola di origine greca per definire un edificio rettangolare con una navata centrale fiancheggiata da 2 o  4 navate minori, più basse, divise da colonne o pilastri, che si apriva sul foro della città ed era centro di riunioni, di affari, o tribunale di giustizia. Spesso una tribuna per i giudici (tribunal) sorgeva nel fondo della navata centrale, talvolta fornita di abside o esedra. Un vestibolo (chalcidicum) poteva precedere l'ingresso, genericamente situato sul lato breve opposto al tribunal.

    In latino si dice basilica, dal greco basilikè, e significa reggia. L'origine della basilica romana è stata da alcuni fatta risalire agli stoas greci ( colonnati coperti ) pertinenti alle sale pubbliche ellenistiche. La stessa parola è greca e significa " regale ", ma la forma fu ereditata dai romani, dove divenne il principale centro di attività, soprattutto commerciali e bancarie, nonchè tribunizie e oratorie.

    Le caratteristiche architettoniche della basilica romana erano date da un gran numero di colonne che sorreggevano un tetto a capriate, e una pianta con una navata centrale, fiancheggiata su ogni lato da un corridoio stretto, a volte doppio. La sostituzione di diversi muri con le colonne fece di questi ambienti degli open spaces, in alcuni casi aperti anche all'esterno, come un padiglione riccamente coperto ma senza pareti.

    Essa aveva una navata centrale rialzata.che permetteva tante finestre in alto senza che chi era fuori potesse vedere ciò che accadeva dentro. Ciò risultava molto pratico quando si tenevano assemblee non pubbliche, ad esempio le riunioni del senato. Così nessuno poteva vedere ma soprattutto non poteva ascoltare.

    Da Costantino in poi però, quando la Chiesa acquisì le ricchezze per costruire sale di culto grandi e ornate, il termine basilica fu applicato alle chiese, per le quali l'architettura basilica era più adatta rispetto al tempio romano, che non teneva la congregazione sotto il tetto, e che invece si svolgeva intorno all'altare sacrificale di fronte al tempio, in area libera.

    Volendo controllare i propri adepti, questo poteva più facilmente accadere in luogo chiuso dove erano contenuti i fedeli, tanto è vero che nei secoli successive Roma venne sommersa di chiese, anche più di una in una stessa piazza, in quanto nessun fedele avrebbe potuto nè osato sottrarsi al dovere domenicale della s. Messa.

    Dal IV secolo il nome venne dato ai luoghi di culto cristiano di particolare importanza, consacrati in riti cerimoniali officiati direttamente dal Papa. Poi man mano la chiesa acquistò più potere, più cariche, più gerarchia, più ricchezze e il Papa officiò sempre meno.

    BASILICA COSTANTINIANA

    LA I BASILICA

    Livio (XXVI, 27, 3) attesta che nel 210 a.c. non esisteva ancora alcuna basilica in Roma. La prima fu costruita nel 184 a.c. da Catone il Censore e fu detta Porcia; seguirono la Fulvia et Aemilia nel 170 a.c., poi detta solo Aemilia perché restaurata dagli Aemili.

    Sul lato Nord del Foro, dove tuttora esiste attraverso varie ricostruzioni; la Sempronia (170 a. c.) sul lato Sud, distrutta per far posto alla Iulia dedicata da Cesare, compiuta da Augusto, più volte ricostruita, con 5 navate divise da pilastri e facciata ad arcate; nell'angolo di Nord Ovest la Opimia (121 a.c.); si ignora l'ubicazione invece della Iulia Aquiliana elevata al tempo di Cesare, e della Antoniarum duarum dedicata alle due figlie di Ottavia e di Antonio.

    Nel periodo imperiale splendide furono la Ulpia nel foro di Traiano (152 d.c.) e quella di Massenzio e Costantino sulla Via Sacra.
    Altre erano in vari quartieri di Roma: quelle di Marciana e di Matidia, la basilica Neptuni e la Alexandrina di Severo Alessandro. Altre basiliche prendevano nome dalle merci che vi si vendevano: argentaria, vestilia, vascolaria, floscellaria.

    Le basiliche dell'antica Roma si possono dividere in pubbliche e private.

    BASILICA ULPIA


    LE BASILICHE PUBBLICHE

    erano basiliche civili che sorsero per lo più nelle piazze forensi.


    Basilica Argentaria 

    - Menzionata in fonti tarde, è stata identificata con il portico a due navate su pilastri, situato sul lato sinistro del tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare e pertinente al rifacimento traianeo del complesso. Era il quartier generale per la vendita di oggetti di bronzo, menzionato solo in Regio VIII, tra il tempio della Concordia e la caserma della Quinta Coorte dei Vigili. E 'stato probabilmente tra il Foro di Traiano e il versante est del colle Capitolino, sul Clivo Argentario. In Reg. app. il Vascellaria basilica è menzionato, ma non l'Argentaria, e questo, unitamente al fatto che artefici in bronzo sono stati chiamati argentarii vascularii sulle iscrizioni, rendono possibile che lo stesso edificio viene chiamato sotto le due nomi.


    Basilica Emilia

    - Sorse con il nome di Basilica Aemilia o Basilica Paulli sul lato nordorientale della piazza del Foro Romano, in sostituzione della basilica Fulvia o Fulvia-Aemilia, dietro le tabernae novae argentariae tra il 55 e il 34 a.c. ed ebbe vari restauri fino al V secolo.


    Basilica Fulvia

    - Conosciuta anche come Fulvia-Aemilia, fu costruita sul lato nordorientale della piazza del Foro Romano, alle spalle delle tabernae novae argentariae, dai censori dell'anno 179 a.c., in sostituzione probabilmente di una precedente basilica citata da Plauto e fu rimpiazzata alla metà del I secolo a.c. dalla Basilica Emilia.


    Basilica Giulia 

    Con il nome di basilica Iulia sorse sul lato sud-occidentale della piazza del Foro Romano a partire dal 55 a.c., al posto della basilica Sempronia e delle antistanti tabernae veteres. Chiamata pure Basilica Gai et Luci, venne inaugurata nel 46 a.c., ma danneggiata da un incendio nel 12 venne restaurata e dedicata ai nipoti di Augusto, Caio e Lucio Cesari nel 12 (basilica Gai et Luci). Distrutta nuovamente dall'incendio del 283 venne restaurata sotto Diocleziano.


    Basilica di Massenzio 

    - Nota anche come Basilica Constantini o Basilica Nova, fu iniziata da Massenzio intorno al 305 sulle pendici della Velia verso il Foro Romano e completata sotto Costantino. Probabilmente nel IV secolo ebbe aggiunti un ingresso porticato verso la via Sacra e un'abside nel nicchione centrale della parete opposta.


    Basilica Opimia


    - Fondata nel 121 a.c. all'angolo nord della piazza del Foro Romano dal console Lucio Opimio insieme al rifacimento del contiguo tempio della Concordia. Probabilmente scomparve in occasione della ricostruzione tiberiana del tempio, a nord di esso, tra questo e il Tullianum (Varro, LL V.156), venne probabilmente distrutto quando Tiberio ricostruì il tempio, perchè da allora non fu più menzionato. Il celeberrimum monumentum Opimi di Cicerone (. Pro ​​Sest 140) si riferisce probabilmente ad entrambi tempio e la basilica; celeberrimum (molto frequentato, non 'magnifico') è in contrasto con la sua tomba solitaria sulla riva a Durazzo.


    Basilica Porcia

    - Edificata nel 184 a.c. da Catone il censore durante la sua censura, è stata identificata con i resti visti sull'angolo nord del Foro Romano, tra la Curia e l' Atrium Libertatis sede dei censori.
    I resti presentano un rifacimento in epoca sillana. La Basilica divenne centro di intensa attività economica, e richiamava nella forma architettonica il 'salone egiziano'. Fu la prima basilica di Roma, che si ergeva un po' a est della Curia, in Lautumiis, sul terreno acquistato da Catone e occupato da negozi e due domus, quelle di Maenius e Titius. Venne data alle fiame nel 52 a.c. con la curia di Sulla al funerale di Clodius, e probabilmente totalmente distrutta, visto che non se ne fece mai più menzione.


    Basilica Sempronia

    - Sorse sul lato nord-orientale della piazza del Foro Romano, ad opera del censore Tiberio Sempronio Gracco, nel 170 a.c. Era locata dietro le Tabernae Veteres vicino alla statua di Vertumnus, su un sito che era stato occupato da Scipio Africanus (Liv. XLIV.16). Era il punto in cui il vicus Tuscus entrava nel Foro. Probabilmente venne distrutta quando fu costruita la basilica Iulia.


    Basilica Ulpia 

    - La basilica chiudeva sul lato nord-occidentale la piazza del Foro di Traiano.

    BASILICA IULIA


    BASILICHE PRIVATE


    Basilica di Giunio Basso (basilica Iunii Bassi)

    - Edificata dal console del 331, Giunio Annio Basso, è situata sull'Esquilino a est di S. Maria Maggiore e consiste in una sala riccamente decorata in opus sectile. Fu trasformata in chiesa di S. Andrea all'epoca di papa Simplicio (468-483) che la dedicò a Goth Valila (or Flavius Theodobius) come chiesa di S. Andrea e Barbara Patricia (LP XLVIII.1).
    L'iscrizione, in mosaico fu copiata nel XVI sec. (Iunius Bassus, v.c. consul ordinarius propria impensa a solo fecit et dedicavit feliciter, CIL VI.1737) nell'abside di un salone riccamente decorato della basilica.


    Basilica Hilariana

    - Si tratta di una piccola basilica eretta sul Celio e posta sotto il moderno Ospedale militare. Fu costruita alla metà del II secolo, per volere di del margaritarius (commerciante di perle) Manio Publicio Ilario e destinata al collegio dei dendrofori, un collegio religioso collegato al culto della Magna Mater e di Attis,di cui Ilario era quinquennalis perpetuus. Il complesso, rimaneggiato nel III secolo, fu abbandonato nel VI, forse in seguito al terremoto del 618. Era parzialmente interrata: dodici gradini profilati in marmo portavano ad un vestibolo con mosaici in bianco e nero, raffiguranti un occhio colpito da una lancia e un anello di uccelli e animali intorno; una soglia raffigurante l'impronta di due piedi, uno entrante l'altro uscente, portava ad una stanza con un bacino e la base di una statua dedicata ad Ilario.


    Basilica neo-pitagorica 

    - presso Porta Maggiore  VEDI


    Basilica Sicinini

    vedi Sicininum.

    BASILICA EMILIA


    BASILICHE NOTE SOLO DALLE FONTI


    Basilica Alexandrina

    - Una costruzione di 100 piedi X 1000, che Alexandro Severus fece erigere tra il Campo Marzio e la Saepta Agrippiana (Hist. Aug. Alex. Sev. 26). Fu iniziata ma mai terminata.


    Basilica Antonarum Duarum 

    - Ricordata in un'iscrizione sepolcrale, si trattava probabilmente di un edificio dedicato da Antonia maggiore e Antonia minore, le due figlie di Ottavia, sorella di Augusto, e di Marco Antonio. Se ne è proposta una possibile collocazione nel Foro di Augusto.


    Basilica Calabra

    O Curia Calabra, una sala delle assemblee del colle capitolino dove, prima della pubblicazione del calendario, alle calende di ogni mese il pontefice minore annunciava quando cadessero le None (Varro, LL VI.27; Serv.Aen. VIII.654; Macrob. Sat. I.15.10).

    Calabra deriva da calare (Varro, LL V.13), sia perchè i pontifex chiamavano l'insieme del popolo "comitia calata", e perchè chiamavano calabra il giorno delle None. Come Curia era regolarmente usata in tempi precedenti per riunire i rappresentanti della curia, o del senato, e sembra probabile che originariamente questa curia fosse in relazione sia col senato che con i comitia Calata così come lo fu la curia Hostilia (Mommsen, Staatsrecht III.868, 914, 927).
    Festo dice che nella curia Calabra tantum ratio sacrorum gerebatur, e Macrobio che il pontifex minor sacrificava qui a Giunone alle calende di ogni mese. Era vicino alla casa di Romolo, e compare in Lydus (Mens. III.10).


    Basilica Claudii

    - Menzionata solo in Pol. Silv. (545), dove però è stata confusa con l'aqua Claudii (Jord. II.217).


    Basilica Floscellaria

    - una basilica riservata all'uso dei venditori di fiori, menzionata solo in Reg. app. e in Pol. Silv.(545), ma senza l'indicazione della sua locazione.


    Basilica Hostilia

    - vedi Basilica Vestilia.


    Basilica Iulia Aquiliana 

    - Ricordata da Vitruvio come un edificio lungo e stretto, con vestiboli (chalcidica) sui due lati corti, di ignota collocazione (forse il nome della fase cesariana della Basilica Giulia), mentre il chalcidico o portici venne aggiunto alle estremità. Molti pensano sia stata costruita in onore di Giulio Cesare da C. Aquilius Gallus, l'amico di Cicerone.


    Basilica Marciana e Basilica Matidiae 

    - Probabilmente da identificare con i portici che fiancheggiavano il tempio dedicato a Matidia nel Campo Marzio.


    Basilica di Nettuno 


    -  Resti della basilica di Nettuno a via della Palombella Da identificare con l'aula in laterizio i cui resti si conservano alle spalle del Pantheon adrianeo e ad esso contemporaneo. L'aula, collegata alle terme di
    Agrippa, aveva copertura con volte a crociera le pareti articolate da colonne con un fregio a delfini e riccamente rivestite di marmi. Doveva essere utilizzata per la trattazione di affari.
    La costruzione restaurata da Adriano (Hist. Aug. 19), è menzionata in Cur. in Region IX e in Pol. Silv. (545). L basilica fu costruita da Agrippa nel 25 a.c.. (Cass. Dio LIII.27), fu travolta da un incendio sotto il regno di Tito (ib. LXVI.24) ed era locata tra il Pantheon e l'Hadrianeum. Ma alcuni la identificano col Porticus Argonautarum, anche se probabilmente erano due strutture separate.


    Basilica Vascellaria

    - In Reg. app. il Vascellaria basilica è menzionato, ma non l'Argentaria, e questo, unitamente al fatto che artefici in bronzo sono stati chiamati argentarii vascularii sulle iscrizioni, rendono possibile che lo stesso edificio viene chiamato sotto le due nomi.


    Basilica Vestilia 

    - Menzionata solo in Appendice al Catalogo Regionario dove si legge vestiaria ma vi sono molte altre varianti.
    La Hostilia di Pol. Silv. (545) sarebbe una corruzione del nome di Vestilia, la struttura usata per commerciare stoffe e sete. (Jord. II.220).


    Basilica Sicinini

    Il Sicinino designava sul colle Esquilino un sito ora occupato da S. Maria Maggiore. Poteva essere il none di una via, piazza, o edificio, non sappiamo da che derivasse nè che significato avesse. Forse è connesso con Cicinensis. Sicininum è citato in un'iscrizione trovata nel foro nel 1899, che contiene la copia di un editto emesso da Tarracius Bassus, praefectus urbi, poco dopo il 368 d.c., due volte nel LP (D. I.171, vit. Silvest. 3: in Sicinini regione, cf. p188, n11; I.233, vit. Xysti 3: domum Claudi in Sicininum), e in altri scritti ecclesiastici del periodo.
    La basilica Sicinini (Amm. Marcell. XXVII.3.13: constatque in basilica Sicinini ubi ritus christiani est conventiculum uno die reperta CXXXVII cadavera peremptorum), era come la basilica Liberiana, la nuova basilica voluta da Papa Liberio (352‑366), e non una parte del Sicininum da lui adattata. La Basilica Sicinini ricorre anche nel Codex Vaticanus 496, dove sono riportati i documenti descritti da Ammiano.

    BASILICA DI MASSENZIO


    BASILICHE FUORI ROMA

    Fuori di Roma ogni municipio aveva generalmente la propria basilica già al tempo di Augusto;

    - quella di Pompei è anteriore alla guerra sociale,
    - quella di Alatri al 90 a.c.
    - Vitruvio disegnò quella di Fano; 
    - augustea è quella di Ercolano;
    - quella di Ostia a tre navate con portico ad arcate marmoree sul foro è del II sec. d.c.;
    - severiana e di grandiose proporzioni, con ricca decorazione, è quella di Leptis Magna,
    - altre si conservano nei centri africani, come per esempio a Theveste, nelle Gallie, in Spagna, in Asia Minore ad Efeso, a Smirne.


    Basilica di Vitruvio a Fano

    Vitruvio dedica un intero passo del V libro del trattato De Architectura alla Basilica da lui edificata nella Colonia Julia Fanestris. La fama derivante dalla pubblicazione del trattato gli fece assegnare importanti incarichi e commissioni tra cui quello di costruire a Fano la Basilica. Il Pellati ritiene che il 19 a.c. possa essere, con molta probabilità, la data di costruzione della Basilica. 

    BASILICA DI FANO
    In quell'anno la Colonia Jiulia era interessata al rinnovamento edilizio ed urbanistico che si completò con la costruzione della cinta muraria. Vitruvio nel progettare la Basilica si era ispirato alla tipologia detta "orientale" (cioè con la fronte sul lato più lungo del rettangolo), differente da quelle di tipo "greco" (cioè con la fronte sul lato breve ed il tribunal in asse sul fondo) da lui stesso illustrate nel suo trattato.

    La Basilica di Fano era costituita da una grande sala o navata centrale rettangolare delimitata nei quattro lati da 18 possenti colonne. In ogni lato la navata era circondata da un portico con sovrastante galleria il cui tetto era più basso rispetto all'altezza della navata stessa.
    L'ingresso era al centro di uno dei lati più lunghi, quello rivolto verso il Foro, dirimpetto all'ingresso si apriva il pronao in cui era sistemato il tribunale. I capitelli erano corinzi. Il fusto delle colonne doveva essere di laterizi a blocchetti regolari nella parte esterna, mentre la parte interna era riempito con pietra e calce.

    Lo spazio libero fra le colonne della grande navata centrale misurava 120 piedi di lunghezza e 60 di larghezza.Le colonne avevano un diametro di piedi 5 ed erano alte 50 compreso il capitello.

    Il portico, misurato dalle colonne alla parete interna del muro perimetrale, era largo 20 piedi. L'area complessiva interna era di mq. 1.638.42.La larghezza dell'emiciclo del tribunale era di piedi 46 e la sua profondità di piedi 15.

    Chi entrava nella Basilica aveva di fronte all'interno l'Aedes Augusti, chi usciva aveva di fronte, all'esterno, il tempio di Giove. Quindi le due aedes si trovavano sullo stesso asse richiamando sia la venerazione per Iuppiter conservator che si affermò per la prima volta sotto Augusto sia che l'imperatore era detto come Giove "custos imperi romani, totiusque orbis terrarum" prottettore dell'impero romano e di tutta la terra.

    Attualmente è stato individuato un sito archeologico posto sotto la chiesa di S.Agostino dove da sempre si è ritenuto fosse il sito della Basilica progettata da Vitruvio.
    Anche i palazzi imperiali ebbero basiliche private come quelle grandiose del palazzo dei Flavi sul Palatino con tribunal nell'abside, quella della Villa Adriana con tribunal entro l'esedra, ambedue con colonnati più avvicinati alle pareti in funzione ornamentale e riccamente decorati di marmi. 

    Anche i più ragguardevoli cittadini potevano avere basiliche nel loro palazzo, come dice Vitruvio stesso (VI, 5, 2).


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    La Porta Mugonia era una delle tre o quattro porte, per altri anche di più, che si aprivano nella cinta muraria della Roma quadrata fondata da Romolo, la cinta originaria di mura romane. Veniva chiamata anche "Vetus Porta Palatii" o "Porta Mugionis", o Porta Mugionia (Festo), o Porta Mucionis. Per Plinio ad esempio, (Nat. Hist., III.V.9) "Urbem tres portas habentem Romulus reliquit, aut ut plurima tradentibus credamus quatuor" le porte erano tre.



    LA PORTA DELLA ROMA QUADRATA

    Prima ancora dei romani si usava scavare una fossa per fondare una città e diverse fosse, anche di notevoli dimensioni, sono state trovate sul Palatino a Roma. dove per giunta venne scoperta una cinta di mura, dell'VIII sec. a.c. proprio sotto il Palatino. Andrea Carandini, l’archeologo che ha scoperto le suddette mura, pensa trattarsi delle mura della fondazione di Roma visto che:
    1. le mura risalgono al sec VIII a.c.;
    2. il tracciato è interrotto da una porta situata proprio nel luogo dove la tradizione colloca la porta Mugonia; ecc.

    La Porta Mugonia doveva sorgere sul lato settentrionale del Palatino, lungo il percorso del successivo Clivus Palatinus, la strada che, dalla via Sacra, nei pressi dell'Arco di Tito, sale verso il Palatino, dove scompare, sebbene sia probabile che raggiungesse la domus Augustana. Ne restano diversi tratti pavimentati. Probabilmente la Porta si erge in prossimità dell'incrocio con la Via Nova e dell'Arco di Tito, nel punto in cui Velia e Palatino si incontravano.

    Pertanto la Porta doveva collocarsi nei pressi del tempio di Giove Statore. «Stator» in latino significa «colui che ferma» e infatti Giove Statore era ritenuto il Dio che aveva arrestato la ritirata dei Romani nella guerra contro i Sabini, impedendo al nemico di oltrepassare le fortificazioni palatine passando dalla porta Mugonia.

    Nella battaglia nell’area del Foro contro i Sabini, i Romani, costretti a ritirarsi verso il Campidoglio risalendo la Via Sacra, giunsero all’altezza di Porta Mugonia, e qui Romolo invocò l’aiuto di Giove, facendo voto di costruire un tempio se avessero bloccato l'avanzata sabina che stava per penetrare nel Palatium (reggia) dalla porta Mugonia. Così i romani sconfissero i sabini e Romolo fondò il tempio in quel luogo.

    E probabilmente il santuario, più che un vero e proprio tempio, doveva essere una specie di altare, edificato in uno spazio che diveniva sacro, circondato da un basso muro o da uno steccato, insomma un Aedes, come usava in epoca arcaica.

    Il Tempio di Giove Statore, posto all’esterno del cosiddetto «muro di Romolo», quindi del pomerio, era anche connesso al culto «terminale», cioè connesso al «terminus», al confine del Palatino e alle sue difese. Pertanto era connesso anche con l'antico Dio, prima italico e poi romano, Termine.

    Successivamente, in età tardo-antica, nel IV secolo d.c., fu innalzato un nuovo tempio di Giove Statore lungo la Via Sacra, oggi detto «di Romolo», quello visibile a tutti presso la Basilica di Massenzio. Non ne sono rimaste tracce fino ad oggi.

    ROVINE DELLA PORTA MUGONIA - STAMPA DEL 1872

    IL NOME DELLA PORTA

    Secondo Terenzio Varrone, il nome della porta deriva dal muggito delle vacche, mentre secondo Festo deriva da un certo Mugio che era incaricato della sua difesa. L'ipotesi di Varrone è confermata da Dionisio, che ne ricorda il nome nella forma Μυκωνιδες πυλαι, dal verbo μυκαω = muggire.

    Tuttavia la gens Mucia, o Mutia, di cui fece parte il famoso Muzio scevola, colui che si bruciò una mano per aver fallito l'attentato al re Porsenna che aveva invaso Roma, si sa che nelle epoche più antiche era una gens patrizia, Viene indicata nella prima parte della repubblica romana, Vedi Muzio Scevola, ma nulla toglie che potesse esistere anche in epoca monarchica.



    LE RICERCHE ARCHEOLOGICHE

    Nel luogo dove doveva sorgere questa porta sono stati trovati, dagli archeologi, attestazioni di deposizioni conseguenti a sacrifici animale, in un caso, e umano nell'altro. I ricercatori sono riusciti anche a ricostruire l'architettura della porta, che doveva essere costituita da un'intelaiatura lignea con due travi verticali e stipiti collegati tra loro da due travi orizzontali che costituivano la soglia e l'architrave.

    Diciamo che la ricostruzione non era difficile, la porta all'epoca si faceva con travi di legno e l'arco i romani ancora non lo conoscevano, perchè saranno gli Etruschi, ovvero le maestranze etrusche, detti i Pontefici, cioè i "facitori di ponti" ad insegnare la costruzione dell'arco ai romani.


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  • 05/17/17--05:47: CULTO DI FALACER

  • Falacer era un Dio arcaico romano di cui già ai tempi di Varrone se ne ignoravano le qualità. Di lui si sa che era molto seguito in epoca repubblicana. Al suo culto comunque era preposto un flamine minore, il Flamine Falacer, unico caso in cui l'aggettivo che lo qualifica è identico al nome del Dio e non derivato da esso; inoltre era il penultimo flamine in ordine di importanza.

    Si suppone pure potesse trattarsi di un eroe divinizzato rappresentante la forza ed il coraggio dei romani. Varrone lo cita due volte chiamandolo sempre con l'appellativo di Pater, il che però lo classifica come un re degli Dei.
     
    Tuttavia a Roma non esisteva alcuna festività legata al Dio, come fece notare il filologo tedesco Kurt Latte che del resto lo ritenne alle divinità Pomona e Flora, Dee della natura ma soprattutto antiche Dee Madri, per le quali ipotizzò l'esistenza di una festività mobile nella Roma arcaica.

    Le feste mobili erano tali per seguire gli eventi delle stagioni, poichè la festa seguiva l'aratura, il raccolto ecc, che venivano eseguiti secondo gli eventi atmosferici.

    Se questo dio era legato a queste Dee altro non poteva essere che il figlio della Grande Madre che nasce, cresce, muore, resuscita e sposa la Dea, cioè il figlio vegetazione che nasce e muore ogni anno.

    Secondo il filologo e storico Georges Dumézil, le divinità a cui erano preposti i flamini minori (e quindi anche Falacer) appartengono alla cosiddetta "terza funzione", cioè all'ambito produttivo della comunità umana, e nella Roma arcaica tale ambito era essenzialmente agro-pastorale, il che confermerebbe quanto abbiamo esposto sopra.

    Curiosamente in un'iscrizione proveniente da Thamugadi ( Timgad) viene citato un certo Octavius Falacer flamen perpetuus, dove però il nome del Dio è in questo caso un cognomen.


    Le ipotesi di Carandini (DA WIKIPEDIA)

    "Negli ultimi anni l'archeologo Andrea Carandini ha avanzato l'ipotesi che Falacer sia la divinità patrona del Cermalus (un'altura del Palatino), insieme alla Dea Pales. 


    I FLAMINI
    La coppia divina sarebbe apparsa nel patrimonio mitico locale al tempo della formazione dei primi insediamenti protourbani, all'incirca nella prima età del ferro, intorno al 900 a.c.. 

    Esso corrisponderebbe al momento in cui Numitore, re dei Latini, genera Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo. 

    Secondo Carandini, Falacer sarebbe stato semplicemente il corrispettivo maschile della Dea Pales, entrambi in origine patroni della palizzata che avrebbe circondato l'insediamento (pagus) sul Cermalus, per difendere il bestiame e gli abitanti dalle minacce esterne, (cioè le incursioni di lupi e di nemici), rappresentati dal Dio Fauno nel complesso mitico della Roma arcaica".

    Questa spiegazione non ci convince appieno visto che il Dio Fauno era il partner della Dea Fauna, e che potesse rappresentare gli Dei delle difese e palizzate resta oscuro, essendo Fauno un figlio della Ptonia Theron, la Signora delle Belve. Men che meno poteva rappresentare i nemici di Roma.

    "Il nome di Falacer sarebbe accostabile alla falisca, un tipo di asta bellica, analogamente ad altri casi (Quirinus alla curis e Pilumnus al pilum), e che forse era un suo attributo. Una divinità analoga doveva esistere presso i Sabini, come si desume dal toponimo Falacrinae (presso Cittareale), formatosi dal nome della divinità protettrice in modo simile a Quirinalis. 

    L'appellativo di pater è comune ad altre divinità patrone di insediamenti specifici, come Quirinus, Semo, Indiges, Reatinus, Soranus, Pyrgensis, Curtis, Erinis (CIL, 9.3808), Turpenus (CIL, 14.2902). 


    Il dio avrebbe poi perso d'importanza fino a scomparire di fatto, a causa della crescente influenza di Quirino, che culminò nell'assimilazione di Romolo. Carandini suppone che il santuario di Falacer e la residenza del suo flamine dovessero trovarsi sul Cermalus, in corrispondenza della Curia VII, in cima alle Scalae Caci."

    A noi sembra molto probabile la derivazione dal termine latino fala (ma anche phala, phalae), nome dato alla torre di legno adoperata negli antichi assedi, sia una delle sette colonne che, piantate sulla "spina" del circo, servivano a contare il numero dei giri dei corridori. 

    Da non escludere una derivazione greca tanto è vero che Phalaecus (Faleco), fu un famoso poeta greco che creò l'endecasillabo falecio. 

    FLAMEN
    Secondo altri il nome Falacer, Falacris (Falacre), è italico (il che non esclude una fonte greca) e fu appunto un mitico eroe, uno dei 15 flamini (secondo Varrone, "flamen Falacer a divo patre Falacre").

    Ora che la Fala fosse la torre di difesa ben si ricollega all'idea di Carandini di un Dio preposto alle palizzate e alle difese del pagus, un po' come anticamente esisteva il Dio Termine, colui che presiedeva i confini, definendoli e difendendoli. 

    Termine era figlio della Dia Diana cioè della Grande Madre che lui delimitava.

    La Dea Madre, come Madre Natura, era in effetti atemporale e astorica, eterna nel tempo e nel luogo, mentre il figlio vegetazione, scandendo i ritmi dell'anno le restituiva il tempo e i luoghi delle colture e della proprietà, importantissime non solo tra i contadini ma soprattutto nel pagus che poteva venire attaccato dai nemici umani.

    Resta quindi probabile il Dio Falacer con il carattere di delimitatore di tempo e spazio, nonchè difensore dei luoghi dove viveva la stessa tribù o almeno la stessa Gens. 

    Ne consegue che resta molto probabile la caratteristica di Falacer come Dio dei confini e delle palizzate e delle torri a difesa dei campi e del pagus.

    La sua festa doveva pertanto essere legata a quella della Dea italica che in quel luogo era Grande Madre, per cui Flora, o Pomona, o Opi, o Adrar ecc. ecc.


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  • 05/18/17--06:05: FIRMUM - FERMO (Marche)


  • Sono state rinvenute a Fermo tombe appartenenti a necropoli Picene e Villanoviane risalenti al IX sec. a.c., il che dà la misura dell'antichità dell'insediamento.

    Nel IX secolo ac. infatti gruppi di Sabini, dal Lazio migrarono verso l'area centro-meridionale. La leggenda narra che durante la migrazione fossero guidati da un Picchio, da cui deriverebbe il nome "Piceni" (o Picenti).

    Più recente e maggiormente credibile l'ipotesi che il nome Piceni derivi da picea (ambra), che era abbondante in questa zona (ritrovata in tutte le tombe picene), oppure da picem (pece) ampiamente utilizzata dai piceni per la costruzione ed impermeabilizzazione delle loro tombe (e quindi presumibilmente anche le abitazioni).

    Altri studiosi invece desumono che dall'uso della pece e/o dell'ambra, i Romani dovevano aver attribuito a questi Sabini il soprannome di Piceni, o Picenti (Picentes). Alcuni di loro si stabilirono sul colle chiamato Sàbulo (in latino sabulus = sabbia, essendo di formazione sabbiosa, tufacea) dando origine a Fermo.

    La scelta del sito per Firmum fu strategica: in posizione dominante e vicinissima al mare, proseguiva la logica delle colonie già dedotte in precedenza, cioè Ariminium (Rimini) e Hatria (Atri, in Abruzzo), e, in più, esattamente a metà strada fra le due città rimaste ancora indipendenti di Asculum e Ancona.



    ORIGINE PICENA DI FERMO
    (Fonte: http://www.luoghifermani.it/?p=3328)

    E’ facile stabilire la data precisa della fondazione di Fermo. Recentissimi scavi effettuati nel 1984 e nel 2000 in contrada Mossa, tra viale Trento e via Ottorino Respighi, hanno portato alla luce nuove tombe picene ricche di suppellettili (fibule, rasoi lunati, armille, pendagli, ambra, asce in ferro ecc.).

    In precedenza nel 1956, nella zona dell’ospedale Civile, erano venute alla luce tombe di tipo villanoviano, alcune ad incinerazione, altre ad inumazione indicative di una vasta necropoli. Altri rinvenimenti affiorarono nel 1908; tra essi un elmo conico di tipo italico, ora al Museo di Ancona è un elmo crestato di tipo etrusco. 

    RESTI DELLE MURA DI FERMO
    Dalle suppellettili ritrovati si evince che nove o otto secoli prima di Cristo vi era Fermo un insediamento umano costituito dai Piceni i quali come ci narrano i classici latini e greci erano venuti dalla Sabina per voto della primavera sacra (voto vere sacro) e si erano insediati a sud e al Nord del Tronto, fondando Fermo, Potenza, Teramo, Giulianova, ecc. Essi erano guidati dal Picchio, uccello “totem” (pico ave duce) che diede il nome alla regione (unde nomen genti). 

    Il voto della primavera sacra, consisteva nell’offrire a agli dei tutto ciò che sarebbe nato nel periodo tra il 1° marzo e il 30 aprile. Ad essi venivano offerti caprini, ovini, bovini, suini; i bambini nati in quel periodo, non venivano immolati, ma, raggiunta l’età adulta, erano spinti fuori dal territorio di origine e dovevano cercarsi nuove sedi. Alcuni di tali Sabini, ribattezzati Piceni, venendo dal reatino e costeggiando il Tronto, si spinsero al Nord e si stanziarono sul colle Sabulo, che sarà, poi, denominato Girfalco. Gli diedero origine ad un insediamento, documentato come visto dagli scali del 1985, 1984, 1908 ed anteriori.

    L’esistenza di Fermo nell’antichità è comprovata da:

    1) - alcune monete (aes grave) con l’iscrizione FIR (MUM), molto diverse dalle monete romane
    2) - un passo di Velleio Patercolo, di cui si è fatto cenno, che parla di occupazione di Fermo all’inizio della prima guerra punica. Non si poteva certo occupare una città, se non esisteva.
    3) - Le mura preromane, costituite da possenti blocchi, visibili in alcune parti della città. Notevoli quelli nei pressi dell’abside della chiesa di San Gregorio e quelli sottostanti il palazzo del Comune in via Vittorio Veneto; dalle mura risalgono al IX secolo a.c. Il nome Fermo, come già accennato, ricorre spesso negli autori greci e latini: è il Firmun Picenum, per distinguerlo da Firmum Picenum e Firma Augusta nella Spagna.



    PERIODO ROMANO

    A mano a mano, l’insediamento nel Piceno si andava sviluppando. Lo documentano la cerchia di mura preromane, costruita prima del 264 a.c., la cerchia romana e, successivamente, la cerchia augustea, quando la città si sviluppò notevolmente per l’arrivo dei veterani di Augusto in tal modo Fermo, "castrum vocabulo et natura firmum", come dice Liutprando, costituiva un caposaldo inespugnabile. 

    Nel 280 a.c. vennero a svernare a Fermo le truppe romane battute da Pirro sul Siri e l’anno dopo da qui ripartono per combattere nuovamente contro lo stesso re. Nel 264 i romani che, quattro anni prima, avevano sottomesso i Piceni, deducono a Fermo una colonia con diritto di battere moneta. È la prima colonia romana, quella di cui parla Velleio Patercolo. 

    Fermo partecipa alla I e II guerra punica, con l’invio di armi ed armati. Nella prima, manda marinai a Caio Duilio e ad Attilio Regolo; nella seconda, mentre le altre colonie latine si ribellano e tra le 18 che rimangono fedeli a Roma e combattono contro Annibale. E’ il 207 a.c. a tali fatti si riferisce il motto dello stemma della città "Firmun firma fides Romanorun colonia" (Fermo dalla ferma fede, colonia dei Romani). 

    SANTUARIO DI MONTERINALDO
    Nel 190 a.c., nella guerra contro Antioco terzo, re di Siria, alcuni fermani compirono prodigi di valore, per cui i Romani vinsero alle Termopili. Un’altra corte romana si coprì di gloria a Pidna, nel 170 a.c. nella guerra contro Perseo, re di Macedonia. 

    Non a tutti è noto che nella guerra sociale (91 a.c.) la prima scintilla, anche se indiretta, partì da Fermo. Infatti il proconsole romano Caio Servilio, che risiedeva a Fermo, si reca in compagnia del suo legato Fonteio ad Ascoli, perché aveva sentore di ribellione e per avere notizie di un ostaggio. La popolazione era riunita a teatro per una cerimonia. Al vedere i magistrati romani fu tutt’uno nello scagliarsi contro di loro e di ucciderli. È lo scoppio della guerra sociale. 

    Il Senato manda allora un esercito al comando di Pompeo Strabone, in esso militano anche il figlio di costui, il futuro Pompeo Magno, ed il giovane Cicerone. Strabone è sconfitto e si ritira a Fermo che viene subito assediata da Afranio e Ventidio. 

    Roma spedisce un altro esercito che, giunto a Fermo prende alle spalle gli assediati. Questi presi tra due fuochi, in conseguenza di una sortita di Strabone, aiutato dai frombolieri Fermani, si danno alla fuga, inseguiti, si ritirano verso Ascoli che viene anch’essa assediata e poi espugnata. 

    Nell’assedio c’è Catilina oltre Cicerone e Pompeo Magno. È il 25 dicembre dell’anno 89 a.c. I fermani ottengono la piena cittadinanza romana. Cicerone li chiama fratelli e grande è l’amicizia con la famiglia di Pompeo. 

    Gneo Pompeo Magno che abbiamo visto insieme a Cicerone combattere nei pressi di Fermo, qui possedeva terre e ville come ci attesta Cicerone (Filippica XXIII); esiste ancor oggi la strada “pompeiana” e sembra che la casa di Pompeo fosse entro la città, dove è ora la chiesa di San Domenico. 

    Quando Pompeo combattè contro Carbone e contro il pretore Censorino a Senigallia, nell’anno 85 a.c. i Fermani fecero parte della sua legione. 

    Nell’anno 83 a.c., Silla, vittorioso sul re del Ponto, riunisce a Fermo le truppe per fronteggiare ben quattro eserciti speditigli contro dal partito di Mario. Due di essi venuti attraverso la Salaria, sono subito sconfitti; gli altri due, accampati nei pressi di Urbino, vengono sbaragliati.

    Nel 49 a.c. dopo il passaggio del Rubricone e, dopo aver conquistato Pesaroro, Fano, Ancona, Osimo, Cesare nella sua marcia nel Piceno, prende Fermo; si reca poi a Castrun Truentinum, quindi si dirige in Ascoli per fare rifornimento. Nel De bello civili (lib.I cap.XV) dice testualmente: “dopo aver preso Fermo di averne cacciato Lentulo, prosegue per Ascoli dove si ferma un giorno per rifornirsi di grano”. 

    Nella guerra contro Marco Antonio nel 45 a.c., i Fermani si distinsero inviando soldati e denaro, alché furono lodati da Cicerone, in pubblica seduta del Senato: “sono da lodare i Fermani che sono stati i primi ad disporre aiuti in denaro”. 

    Nel 82 d.c. Fermo è in lite con Falerone per territori di confine. L’imperatore Domiziano decide a favore di Falerone e ciò è attestato da un decreto, inciso sul bronzo, e ritrovato nel 1593 nei pressi del teatro romano di Falerone .

    Plinio il giovane fu il difensore di Fermo nella causa intentata da Falerone e ciò su invito del giureconsulto fermano Sabino. Plinio sebbene oberato da impegni accettò di essere difensore di Fermo, che viene da lui chiamata città ornatissima e splendida (splendens). 

    Dopo Augusto ha luogo, nel 40 a.c. la costruzione delle Cisterne romane, cisterne che servivano per deposito e di depurazione di acque destinate alla città ed al Navale Fermano. 

    A questo periodo della storia romana si riferisce la Tavola Peutingeriana conservata a Vienna e che riporta le grandi vie dell’Impero Romano e le città più importanti. Fermo vi figura col toponimo: Firmum Picenum. -



    VELLEIO PATERCOLO

    Lo storico latino Velleio Patercolo  scrive dell'occupazione di Fermo da parte dei Romani all'inizio della prima guerra punica (264 a.c.), pertanto Fermo già esisteva per suo conto. I Romani la denominarono Firmum Picenum che divenne una colonia importante, ma bisogna attendere il 90 a.c. perchè la città venga eletta al rango di Municipium, ottenendo così i fermani piena cittadinanza romana. (Ep 8; Lib. IV ad Att.).

    Secondo uno studioso americano (Frank, Baltimora, 1933) nelle colonie dedote in questo periodo c'erano circa 4000 coloni; unitamente alla restante popolazione indigena, per la Fermo del primo periodo latino si può ipotizzare una popolazione all'incirca di diecimila abitanti.

    Si trattava di una colonia molto importante, come dimostra il diritto di battere moneta, accordatole nella prima fase della sua esistenza.

    Lo status di municipium dura solo cinquant'anni: nel 43 a.c. inizia la Roma imperiale con il primo imperatore Ottaviano Augusto e due anni dopo, nel 41 a.c.. inizia per Firmum la terza fase istituzionale della sua storia romana: resta insignita del titolo di colonia (ornatissima e, secondo qualche attestazione epigrafica anche Iulia) ma sui suoi territori, confiscati, Antonio deduce una colonia triunvirale di veterani di guerra; successivamente sembra esserci stata anche una deduzione di una colonia augustea, più probabilmente però nella confinante Falerio (Piane di Falerone) che non proprio a Fermo.

    A seguito della deduzione antonina, nell'età del principato Firmum Picenum raggiunge una notevole consistenza demografica: è certamente in questo periodo tra le città più popolose del centro Italia. Lo si deduce, ad. es., dal numero di tredici pretoriani provenienti da Fermo (un terzo di tutto il Piceno), quando le altre città ne presentano uno o due (solo Falerio, confinante con Fermo ne presenta tre, probabilmente a seguito della deduzione augustea). Anche per quanto riguarda i legionari, sono di Firmum l'unico piceno attestato sotto Augusto e Caligola, e i tre sotto Vespasiano e Traiano.

    Nei successivi due secoli dell'impero, più che di Firmum si parla di Castellum Firmanorum (Castello dei Fermani), cioè il Porto di Fermo (presso l'odierna Santa Maria a Mare, alla foce dell'Ete, subito a sud dell'attuale Porto San Giorgio, da non confondere con la rocca medievale oggi visibile): lo sviluppo dei traffici commerciali e dei trasporti, favorito dalla tranquillità politica-sociale e dalla prosperità economica, avevano incentivato la crescita delle città poste lungo il litorale e lungo le vie pianeggianti costiere, più comode delle pur numerose vie interne. 

    Così era di certo più importante la via litoranea che collegava la Flaminia, all'altezza di Ancona, alla Salaria all'altezza di Truentum (dove oggi sorge Porto d'Ascoli) passando per Potentia, Cluentum (Civitanova Marche) e Castellum Firmanorum, che non la via che collegava Firmum alla Flaminia passando nell'entroterra per Urbs Salvia (Urbisaglia), Septempeda (San Severino Marche) fino a Nuceria (Nocera Umbra).

    Allo stesso modo si ritiene che le mercantili Castellum Firmanorum e Truentum (dotate di piccoli porti-canale alle foci dei fiumi Lete e Truentus) siano probabilmente più popolate (o meglio "frequentate", considerando anche la resienza avventizia) delle istituzionali, e comunque più importanti, Firmum e Asculum.

    Se le ripetute deduzioni di colonie comportarono successivi interventi sulla struttura urbana della città, ampliandola sempre di più (nuove cerchie di mura), i primi due secoli di "pace operosa" dell'età imperiale sono segnati a Fermo dalle imponenti realizzazioni urbanistiche che hanno lasciato intatto il loro segno fino ad oggi (cisterne romane, rete idraulica, teatro) o dagli interventi di decoro urbano, voluti spesso direttamente dall'imperatore, attestati da documentazioni epigrafiche.

    Dopo trecento anni di prosperità economica e sociale, dalla metà del terzo secolo d. C. inizia la decadenza dell'impero e di tutte le città italiane, Firmum compresa.



    I RESTI

    In epoca augustea vennero realizzate le Cisterne - o Piscine - Romane, per raccogliere e conservare l'acqua piovana e sorgiva destinata a rifornire la città e il navale che Fermo possedeva sul mare Adriatico (il porto era distante 7 km, alla foce del fiume Ete).

    Le cisterne sono costituite da trenta vaste sale sotterranee che occupano una superficie di oltre 2000 mq e 10.854 mc sotto il centro storico di Fermo, ancora oggi ben conservate e impermeabilizzate (tant'è che hanno funzionato anche recentemente come serbatoi).

    TEATRO ROMANO
    Di epoca augustea anche un teatro all'aperto (37 m di diametro, oltre 2000 spettatori) i cui resti oggi sono visibili sul versante nord sotto la Cattedrale e due cerchie di mura, una dell'epoca della prima colonia latina e un'altra dell'epoca augustea, ancor oggi in parte visibili e - forse - un grandioso anfiteatro della cui esistenza, però, non si è ancora avuta prova certa (secondo le due ipotesi prevalenti avrebbe potuto essere localizzato sopra le cisterne romane oppure nella parte nord dell'odierna di piazza del popolo); avrebbe contenuto circa 7000 spettatori.

    A Fermo risiedette a lungo la famiglia dei Pompei che qui possedevano terre e ville; tuttora una via nel centro storico e un palazzo sono intitolati a Pompeo Strabone, (console romano, comandante della Legio Firmana, padre del triunviro Gneo Pompeo Magno), in quanto nel 1739 proprio nel sottosuolo di quel palazzo furono rinvenute lastre di verde antico appartenenti ad un insigne edificio romano ritenuto l'abitazione di Pompeo; la principale via che all'epoca collegava Fermo al porto era - ed è tuttora - chiamata via Pompeiana.

     Sulla scelta del nome Fermo (Firmum Picenum) si fanno solo ipotesi: la radice indoeuropea "Fir" significa "vetta, cima"; il nome sarebbe stato poi ripreso dai romani in Firmum per per sottolineare la salda posizione in cima al colle, oppure la fedeltà della nuova colonia: nello stemma della città (e del Comune tutt'oggi) c'è la dicitura FIRMUM FIRMA FIDES ROMANORUM COLONIA, cioè "Fermo colonia dei Romani dalla ferma fede".

    Di non secondaria importanza anche la parte marittima dell'abitato, alla foce del fiume Ete, dove sorgeva il porto-canale. Probabilmente per la notevole diffusione di piante di palma lungo la costa, i latini chiamavano la zona "ager palmensis", terminologia conservata nel nome delle due odierne frazioni di Fermo site nelle vicinanze: Torre di Palme e Marina Palmense.  A questo insediamento, di funzione prevalentemente mercantile, appartengono alcuni ritrovamenti durante i lavori di costruzione dell'autostrada nel tratto tra S. Maria a Mare e Marina Palmense.



    L'ACROPOLI

    In cima al colle era l'acropoli, con tempio, edifici civili e fortificazioni. Le numerose vicende che hanno interessato la sommità della collina dopo il periodo romano (numerose ricostruzioni del Duomo, dei palazzi medievali dei Priori e dell'Episcopio, l'edificazione della rocca medievale e la sua totale distruzione due secoli dopo) hanno reso quasi illeggibile il quadro diacronico delle presenze antiche, romane e preromane, che sono in ogni caso testimoniate da numerosi rinvenimenti:

     - due fosse a sud del Duomo;
     - tombe del periodo italico (villanoviane) contenenti tanto di corredo funebre, individuate durante gli scavi nel sottosuolo del Duomo negli anni Quaranta e nel piazzale dei giardini durante i lavori di realizzazione dell'impianto di irrigazione negli anni Novanta;
     - 17 vasi in terracotta scoperti nell'area della collina posta sopra la chiesa di San Rocco contenenti monete e altro;
     - strutture romane messe in luce durante gli scavi della basilica paleocristiana, tradizionalmente attribuite ad un tempio, poste sotto al pavimento del Duomo;
     - frammenti di statue colossali, rinvenuti sotto al Duomo;
     - una cisterna rettangolare sotto ai giardini a sud del Duomo;
     - un cunicolo accessibile da un pozzo aperto alla testa della navata destra della chiesa paleocristiana e preesistente a questa.



    IL FORO

    Nel 1877, nel corso di lavori nei sotterranei di una casa privata (Giannini) posta dove oggi si trova il palazzo della ex Banca Nazionale dell'Agricoltura (tra Largo Matteotti e via Paccaroni, poco più in basso di Piazza del Popolo), sono stati rinvenuti resti di un edificio e di un lastricato,di un pozzo profondo oltre 10 m che immetteva in un cunicolo praticabile, e di statue, pertinenti al foro.

    Le lastre erano di finissimo marmo bianco, come quelle di un pavimento, legate fra loro da cemento. In precedenza, nei sotterranei di un edificio adiacente, era stata rinvenuta una statua marmorea colossale di una persona togata, databile in età claudia, acquistata dal Municipio, ora conservata nel Museo Archeologico di Fermo.

     Nel 1915, durante i lavori di sistemazione dello stesso stabile, nel frattempo acquistato dal Consorzio Agrario Provinciale di Fermo (che ne è stato proprietario fino agli anni Cinquanta, quando lo ha ceduto alla Bna per trasferirsi nella nuova sede fuori Porta San Francesco), venne in luce una statua iconica marmorea, di età giulio claudia, ora conservata ad Ancona nel Museo Nazionale delle Marche (dopo una lunga vertenza che coinvolse Comune, Consorzio Agrario, Ministero e anche i cittadini); successivamente vennero alla luce anche grossi blocchi e un podio che sosteneva una serie di statue onorarie.

    Sia gli ispettori locali che gli esperti del Ministero dei Beni Culturali, convennero che per le loro caratteristiche le strutture e i reperti erano da riferire al foro o ad un edificio pubblico eretto in vicinanza di questo. A conferma di ciò c'è la quota dei rinvenimenti: il lastricato era posto a quota 279 (a cui arrivavano gli scavi per le fondazioni del Consorzio Agrario); la quota esterna della cisterna romana più grande, posta sotto al foro, che costituiva un sostegno di parte dell'area forense, è di 279 metri sul livello del mare.

    Le statue appartenevano ad un ciclo onorario giulio - claudio raffigurante membri della famiglia imperiale, collocate in un edificio pubblico o religioso ubicato su un lato o in prossimità del foro.



    IL TEATRO

    Come a Roma, anche a Fermo i ludi scaenici venivano organizzati periodicamente e con cadenza regolare per rendere omaggio ad alcune divinità, ma erano piuttosto diffusi anche i ludi triumphales e iludi funebres. 

    I primi per celebrare un successo militare, i secondi per commemorare una personalità illustre della società che era venuta a mancare.

    IL TEATRO NEL 1600
    A Fermo purtroppo rimane soltanto qualche resto del teatro romano che molto probabilmente riusciva a ospitare circa duemila spettatori. Difatti è possibile osservare la curva semicircolare di una parte del perimetro esterno in laterizio collocato in prossimità del colle, un altro muro che originariamente doveva sostenere l’ultima precinzione della gradinata, tubi in terracotta inseriti nelle mura per ovviare il problema delle infiltrazioni d’acqua, due pilastri che quasi certamente sorreggevano il portale d’ingresso che immetteva nell’orchestra e due vomitori che introducevano alle gradinate ed erano così chiamati perché a fine spettacolo sembravano sospingere fuori gli spettatori.

    Durante le varie campagne di scavo che hanno interessato l’area del teatro romano, sono stati rinvenuti due lucerne fittili, i resti di alcune statue, diverse monete coniate fra l’impero di Nerone e quello di Alessandro Severo e svariati aghi crinali d’osso e avorio che le ornatrices usavano per appuntare i capelli delle matrone, raccolti in elaborate acconciature.
    Il teatro fu costruito all'interno della città, addossato al pendio settentrionale della collina, tra le quote 309 (affioramento più elevato oggi visibile) e 287 s.l.m. (muro dietro alla scena), oggi incorporato nei sotterranei della sede centrale della Cassa di Risparmio di Fermo.

    Fino al Cinque - Seicento il teatro era ancora "leggibile", come dimostrano alcune vedute della città. Nel 1739, nei lavori di ampliamento dell'ospedale di S. Maria Novella della Carità (nucleo originario dietro all'odierno Monte di Pietà), furono rinvenute antiche lastre di marmo di colore verde nonché resti di un edificio importante.

    Attorno al 1780, durante i lavori per l'ampliamento dell'ex ospedale, per ospitarvi il Conservatorio delle Projette (poi degli Esposti: edificio che oggi ospita il Collegio Artigianelli), vennero alla luce resti di edificio che portavano segnato il nome dell'Imperatore Antonino Pio nonché moltissimi pezzi di marmo, iscrizioni epigrafiche e statue.

    TEATRO DI FALERIO PICENO
    I lavori però portarono alla distruzione di buona parte delle restanti strutture del teatro, soprattutto quelle concernenti l'area della scena; le altre furono inglobate. Nel 1853, nel corso di scavi effettuati per restauri alla chiesa del Carmine vennero alla luce un muro romano, elementi architettonici, lucerne, monete.

    Nel 1934, durante i lavori effettuati nei sotterranei della sede centrale della Cassa di Risparmio di Fermo (ex Palazzo Matteucci) furono messi in luce un muro romano con nicchie. Oggi restano visibili le strutture che appartengono alla cavea, al corridoio anulare e all'area dietro alla scena (queste ultime incorporate nei palazzi anzidetti o sottoterra), mentre le strutture della scena vera e propria sono andate distrutte nei lavori del 1780.

    La struttura oggi più evidente è il corridoio anulare esterno del teatro (foto qui a lato), costituito da due muri che corrono paralleli a circa 3,5 metri di distanza l'uno dall'altro, seguendo l'area perimetrale del teatro dal Duomo a Via Ognissanti; in mezzo ai due muri passa una strada, oggi anche carrabile, detta del Teatro Antico. Il muro concentrico più interno costituisce oggi il muro perimetrale esterno del cortile del Collegio Artigianelli. Parte di un terzo muro, anch'esso concentrico ai precedenti, è visibile nella parte orientale del cortile del Collegio Artigianelli, purtroppo incorporato nel muro perimetrale di locali di servizio al Collegio, di recente costruzione.

    L'estremità della parete ovest, coperta con volta a botte, è oggi conservata all'interno della casa Vitali - Rosati (già Matteucci) nella quale venne incorporata nel 1949. Appartenente invece all'estremità ovest è un corridoio angolare, coperto con volta a botte, conservato in un vano del Collegio, che aveva la funzione di accesso.

     Altri resti sono conservati nel terrapieno sotto a Via Don Ernesto Ricci. Nel corso dei già citati lavori del Settecento e Ottocento vennero alla luce una statua di un Genio, una statua femminile priva di testa e braccia che forse personificava la Tragedia o la Commedia, una testa in travertino e un gorgoneion in marmo.

    ANTICHE COLONNE DEL TEATRO
    Appartengono al teatro i due capitelli e le due colonne, in calcare e scaglia rosa dell'Appennino, oggi conservati, dal 1884, nel cortile del Palazzo Vitali Rosati in Corso Cefalonia. Trattasi di capitelli e colonne che risultano canonici nelle forme e nelle proporzioni, databili al III sec. d.c. sulla base del confronto con capitelli Severiani.

    I resti rinvenuti nel 1739 nei lavori di scavo nelle fondamenta dell'Ospedale secondo la volontà del Borgia dovevano essere conservati a Fermo, invece essi furono furtivamente venduti al mecenate Marefoschi, amico del Vanvitelli, che li reimpiegò nella ricca decorazione policroma all'interno della chiesa della Misericordia a Macerata.

    Nella ricostruzione assonometrica a lato (tratta da "Firmum Picenum") il teatro visto da nord: in marrone le sopravvivenze odierne, molte delle quali incorporate nelle superfetazioni Medievali, Sei - Ottocentesche e, purtroppo, anche del Novecento. Il teatro è databile al primo secolo dell'Impero (I sec. a.c.), quindi coevo della cisterna più grande e di poco precedente alla ristrutturazione urbanistica augustea dovuta alla deduzione della colonia di veterani.

    L'edificio subì più interventi di restauro e di arricchimento come dimostrano laterizi bollati Antonino Pio e una iscrizione relativa a Marco Aurelio, quindi appartenenti al II sec., d.c., mentre i due capitelli oggi conservati nel cortile del Palazzo Vitali Rosati appartengono al III sec. d.c. Le monete rinvenute nei lavori Sette-Ottocenteschi sono databili da Augusto (I sec. a.c.) a Gordiano Pio (III sec. d.c.).

    Rinvenute anche tessere bronzee, aghi crinali in osso e avorio, lastre marmoree, elementi della decorazione architettonica, anfore incomplete. Le Cisterne Il sistema di drenaggio del sottosuolo urbano e la rete di approvvigionamento e distribuzione idrica sono in parte noti grazie alla sopravvivenza di alcune componenti isolate. Essi formano un complesso di notevole rilevanza monumentale e urbanistica, unico al mondo, consistente in pozzi, condotti sotterranei, fontane e soprattutto tre cisterne che sono il monumento più noto e menzionato di Fermo.

    CISTERNA PRINCIPALE


    CISTERNA PRINCIPALE

     La più grande e famosa delle tre cisterne è conosciuta anche come "Piscine epuratorie (o limarie)"; è ubicata sotto parte di via Paccarone, Vicolo Chiuso I, Via degli Aceti e di Largo Maranesi e sotto gli edifici adiacenti, fra cui il Convento di San Domenico e fu costruita con ampi tagli e riempimenti del versante orientale della collina tra le quote 273 (pavimento) e 279 (volta esterna) metri s.l.m..

     È una grande vasca di tenuta a pianta rettangolare, delle dimensioni di 65 x 29 metri (planimetria nell'immagine a lato). Il muro perimetrale è in opus caementicium dello spessore da 1,5 a 1,65 metri con paramenti in laterizio; all'interno: rivestimento impermeabilizzante in opus signinum (così denominato forse perché prodotto a Segni, città del Lazio).

    L'opus caementicium è costituito da ciottoli fluviali di piccole e medie dimensioni, frammenti di calcare e malta in abbondanza.

     L'interno è diviso da muri ortogonali in opus testaceum (di mattoni) e impermeabilizzati con rivestimento in opus signinum che formano 30 camere intercomunicanti a pianta rettangolare disposte su tre file.

    Le camere comunicano attraverso aperture di varie dimensioni sormontate dai tipici archi a tutto sesto romani, realizzati utilizzando mattoni in laterizio uniti da abbondanti strati di malta spessi fino a quasi 3 cm. Il pavimento è in leggera pendenza verso N-NE in modo da assicurare il deflusso delle acque verso le aperture degli emissari e quindi ai canali di distribuzione. Le camere sono coperte da volte a botte di opus caementicium gettato su armature di legno la cui impronta è ancora visibile. I blocchi di caementa sono costituiti da materiale tufaceo, più leggero.

    Lo spessore della gettata arriva fino a 57 cm. Al centro di alcune volte si aprono pozzetti, molti dei quali realizzati in età post romana per accedere alla cisterne dalle nuove abitazioni sovrastanti che le utilizzavano come cantine. Un pozzetto porta direttamente all'aperto, in Largo Maranesi (davanti a San Domenico).

    La cisterna poggia su una robusta e spessa platea in opera cementizia formata da conglomerato di malta e caementa di piccole dimensioni con superficie abbastanza levigata; in alcune camere il pavimento è stato ricoperto con mattoni durante i lavori di restauro e ripristino del complesso occorsi tra la fine dell'Ottocento e il Novecento.

     La cisterna era alimentata con acqua captata all'interno della sovrastante collina dai numerosi pozzi e canali sotterranei: essi, a diverse quote, captavano abbondante acqua potabile e la convogliavano verso la nostra vasca di tenuta attraverso un grosso condotto che terminava all'interno della cisterna con tanti piccoli tubuli.

    L'esame delle malte, dei laterizi e della tecnica edilizia porta a concludere che questa cisterna è contemporanea all'altra, posta tra Via Mazzini e Viale Vittorio Veneto (sotto al Comune) e a gran parte della rete di cunicoli e canali sotterranei, quindi fa parte di un vasto, organico e contemporaneo intervento di sistemazione dell'approvvigionamento idrico e di altri aspetti dell'urbanistica cittadina.

    Un impegno pubblico così notevole è ricollegabile solo ai grossi lavori di ristrutturazione urbanistica della città che seguirono, in età augustea, la deduzione dei veterani ad opera di Ottaviano, quindi la realizzazione delle cisterne è databile verso la fine del I sec. a.c.; datazione che non contrasta nemmeno con la tipologia dei laterizi: nell'area picena l'uso del mattone cotto fu più precoce che in altre parti dell'impero.

    Da un bollo IMP. ANTO. AUG. (diffuso anche a Ravenna, Rimini, Bologna, Ferrara, Trieste e in Istria), presente all'interno della cisterna si può dedurre che essa - a causa dell'usura derivante dalla sua stessa funzione - ebbe bisogno di essere sottoposta a primi lavori di restauri già in un periodo databile tra Antonino Pio e i Severi (150 - 300 d.c.).

    Come già accennato, nel contesto urbanistico di Firmum, la principale cisterna non ebbe solo la funzione di vasca di tenuta per l'acqua, ma anche funzione di contenimento e sostruzione per parte dello spazio forense.

    Verso la fine dell'Ottocento la cisterna fu svuotata dai notevoli detriti accumulatisi nel corso dei secoli, fu restaurata, con l'eliminazione dei numerosi strappi (realizzati, nelle volte e nei muri perimetrali, dai proprietari delle abitazioni sovrastanti per utilizzare le sale della cisterna come cantine) ed è stata in parte riutilizzata come vasca di tenuta dell'acquedotto fermano fino al 1980 quando sono stati completati gli ultimi lavori di restauro che rendono la cisterna oggi interamente visitabile e ammirabile nel suo splendore.

    Oggi vi si accede da un ingresso moderno aperto in Via degli Aceti (foto a lato), l'unico praticabile dopo la chiusura di quelli antichi da Vicolo Chiuso 1, da Largo Maranesi (ex Convento di San Domenico) e di quelli medievali aperti da alcuni edifici privati sovrastanti.



    CISTERNA SECONDARIA

    La seconda cisterna è stata costruita sul versante sud della collina, fra le quote 290 e 295, all'interno di un terrazzamento contenuto a sud da un muro in opus quadratum oggi prospicente su Viale Vittorio Veneto. Sopra di essa nel XIV sec. è stato costruito il convento dei Frati Apostoliti, edificio che oggi ospita gli uffici comunali di Via Mazzini.

    L'accesso alla cisterna (oggi utilizzata come Museo Archeologico) è da Largo Calzecchi Onesti. L'interno è a pianta rettangolare (28 x 12,6, planimetria nell'immagine a lato); la muratura perimetrale può essere oggi osservata, nella facciavista e in sezione, in corrispondenza della parete est, che oggi prospetta su Largo Calzecchi Onesti (capolinea degli autobus, immagine sopra) e nella quale sono state aperte in epoca succesiva a quella romana due porte e due finestre.

    Trattasi di opera cementizia con ciottoli fluviali di medie e grandi dimensioni e piccoli e medi frammenti di pietra misti a malta abbondante.

     L'interno è suddiviso in sei settori rettangolari coperti con volte a botte (altezza circa 4,75 m) da pareti ortogonali nelle quali si aprono passaggi con archi a tutto sesto e rivestito da laterizi tranne le volte che sono in opera cementizia a vista, gettata in armature lignee di cui sono visibili le impronte.

    Secondo il De Minicis (1841) l'interno era impermeabilizzato da un rivestimento di uno spesso strato di opus signinum che però deve essere stato asportato nel corso di lavori abusivi compiuti dopo l'ultimo dopoguerra. La cisterna poggia su una platea in opera cementizia; il pavimento è in conglomerato di malta con pietre di piccole dimensioni.

    L'acqua era immessa nelle camere da numerose bocchette; non ci sono più tracce di emissari, ma l'acqua poteva essere attinta anche dai numerosi pozzetti aperti sulle volte. L'ingresso antico era posto sul lato ovest, nella parte superiore della parete verso la volta, poi coperto in epoca medievale.

    Oggi vi si accede dal lato est (prospicente su Largo T. C. Onesti) attraverso una apertura realizzata in epoca tardo medievale, assieme alle due vicine finestre e ad un nuovo passaggio che la metteva in comunicazione col palazzo sovrastante: in epoca post-romana la cisterna è stata utilizzata per diversi scopi, il più importante, dal Cinquecento all'Ottocento, quello di carcere, quando il palazzo sovrastante era la sede del Governatore o della Prefettura.

    Le caratteristiche strutturali e la tecnica edilizia del complesso sono analoghe a quella della cisterna principale e inducono a datarla nella prima età imperiale (I sec. a.c. - d.c.) se non addirittura ad un'epoca precedente, tardo repubblicana; in questa seconda ipotesi la costruzione di questa cisterna avrebbe preceduto l'altra e non sarebbe legata ai lavori di ampliamento urbanistico conseguenti alla deduzione della colonia di veterani effettuata in periodo augusteo.

    Dopo svariati usi e numerose modifiche subite nel corso dei secoli (non da ultimo quella di essere diventata, dal XIV sec., le fondamenta del convento degli Apostoliti che gli è stato costruito sopra: odierno palazzo del Comune nella sola ala prospiciente su Viale Vittorio Veneto), la cisterna è destinata dal 1957 a raccogliere la raccolta archeologica del Comune, già collocata nella Biblioteca e nel Palazzo dei Priori; ristrutturata negli anni Sessanta e Settanta, oggi ospita l'Antiquarium, Museo Archeologico di Fermo.



    TERZA CISTERNA

    Nel 1927, durante i lavori per la costruzione di un serbatoio eseguiti sul Girfalco, venne alla luce una piccola cisterna rivestita di un laterizio che aveva caratteristiche affini a quelle della cisterna più importante.

    Essa è costituita da quattro ambienti non comunicanti tra loro e coperti con volte a botte; la larghezza totale della struttura (6,8 x 4,6) è compatibile con le dimensioni tipiche di cisterne romane, non invece l'altezza, che è solo un metro e mezzo (planimetria e sezione a lato).

    È ubicata a 14 metri di distanza dall'estremità sud-est della Chiesa Cattedrale alla profondità di 2 metri dall'attuale piano di calpestio dei giardini, in corrispondenza del punto ove essi presentano una sopraelevazione, volutamente non carrabile, utilizzata per bambinopoli.

    A differenza delle altre due, dopo i rilievi del 1927 essa è stata di nuovo interrata e oggi non è visibile.


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  • 05/22/17--05:19: MAUSOLEI VATICANI


  • La BASILICA DI S. PIETRO custodisce un segreto inaspettato, sotto di essa infatti si trova la Necropoli Vaticana, una città dei morti, in pratica un cimitero romano dove si ritiene ci sia pure la tomba di San Pietro.

    Questi corridoi sono in realtà antiche strade, dove i parenti venivano ad onorare i loro defunti, o a seppellirli, o a fare cerimonie sacre in loro onore.



    LA STORIA

    Durante l'anno 64 dc, quando Nerone era imperatore di Roma si verificò un grande incendio che distrusse una vasta area della città.

    Molti incolparono del fuoco Nerone, che in seguito costruì la sua Domus Aurea sopra la zona distrutta, per cui a sua volta Nerone dette la colpa ai cristiani.

    Gli Apostoli Pietro e Paolo, che erano a Roma, vennero così giustiziati nel circo originariamente costruito da Caligola sul Colle Vaticano.
    L'obelisco portato dall'Egitto che vediamo oggi al centro di Piazza San Pietro era all'epoca usato come mèta al centro del circo e venne qui trasferito nel 1586.

    Una lettera inviata nel 120 dc da un certo sacerdote di nome Gaio è la testimonianza scritta che indica che i resti di Pietro erano effettivamente nella Necropoli accanto al circo.
    Nel 319 dc. l'imperatore Costantino I eresse la I Basilica di San Pietro sulla parte superiore del luogo di sepoltura originario di San Pietro.

    Nel XVI sec. la Basilica di San Pietro Vecchio venne smantellata per far posto alla costruzione della chiesa attuale.

    Nel 1939 Papa Pio XI finanziò gli scavi archeologici, si disse perché voleva essere sepolto il più vicino possibile a Pietro Apostolo. Ma in realtà non ci si fece deporre.

    La Necropoli Vaticana è molto simile ad altre necropoli a Roma come quelli di Ostia Antica e Isola Sacra, anche se più piccola.
    In questo diagramma si può vedere la pianta della Basilica attuale, il piano della vecchia basilica, circo di Nerone, e ad essa adiacente alla Necropoli, proprio sotto il centro della basilica attuale.

    Il circo correva accanto a una strada chiamata Via Cornelia. La Necropoli Vaticana era dall'altra parte della strada.

    Quando Costantino ha iniziato a costruire Vecchia San Pietro, stabilì che quello era il luogo sacro della tomba dell'Apostolo e decise di costruire l'altare maggiore su di essa, riempiendo il resto della Necropoli di detriti.

    La Vecchia San Pietro aveva un cortile di fronte ad essa, e anche se era enorme, come si può vedere nel diagramma, era più piccolo di Basilica di San Pietro attuale.

    Ecco un piano più dettagliato della Necropoli in relazione alle basiliche:

    il piano Necropoli Vaticana in rosso,
    le grotte vaticane (tombe dei Papi) in verde,
    il piano della Basilica di San Pietro in viola
    il Vecchio San Pietro in blu.

    Secondo il corso della Open University sull'antica funeraria familiare i monumenti tombali erano molto importanti per gli antichi romani, soprattutto era un modo per preservare il nome della famiglia costruendo una tomba familiare.
    Sebbene la maggior parte romani non potevano permettersene uno, molti li costruirono per la loro famiglia nucleare di marito, moglie e figli.

    MODESTE MARCATURE DI TOMBE
    TERME DIOCLEZIANE
    I Romani più poveri sarebbero sepolti in fosse comuni o piccole tombe individuati a terra con modeste marcatori o anfore.

    Le dimensioni, la portata della decorazione e l'inserimento di elementi architettonici aveva un rapporto diretto con lo status sociale della famiglia.

    Durante il I sec. dc i defunti venivano cremati e i resti messi in contenitori o urne che venivano collocati in piccole nicchie (colombario) all'interno della tomba di famiglia. Non usava la cremazione.





    I MAUSOLEI

    A Sud della Basilica di San Pietro, in terra c'è un indicatore che designa il luogo in cui l'obelisco sorgeva nel circo di Nerone, l'obelisco che oggi si trova al centro di Piazza San Pietro.

    Qui, secondo la tradizione, San Pietro fu crocifisso a testa in giù, e sepolto in una tomba di pietra nella necropoli a nord lungo la via Cornelia. 

    A destra della Sagrestia sotto un altro arco è l'ingresso ai Mausolei sotterranei dove si dice fu sepolto San Pietro.

    Con la costruzione della basilica costantiniana sparì il ricordo del cimitero sottostante.

    Si dice però che sia la costantiniana e la basilica attuale siano state costruite in modo che l'altare papale, si trovi sopra la tomba dell'apostolo, anche se non è chiaro come lo sapessero visto che era quasi scomparso il ricordo sia del cimitero sia la collocazione della tomba, che non si sapeva comunque dove fosse.

    Si deve in gran parte a Papa Pio XII che la necropoli sia stata scavata durante 1940-1957. 

    La zona che conteneva il corpo di Pietro è chiamata Campo P e si trova nella parte occidentale, insieme a molti altri monumenti funerari del I e II sec. d.c..



    MAUSOLEO A
    Da qui parte la visita. Il Mausoleo di Caius Polilius Heracla contiene una tavola in cui è menzionata l'esistenza di un'arena nei pressi (il Circo di Nerone). La tomba è della metà del II sec. d.c.. Le parole qui iscritte: in Vatic(ano) ad circum significano accanto al circo nel vaticano.

    Infatti Heracla commissionò ai suoi eredi di costruirgli un sepolcro nella collina vaticana accanto al circo, vicino al monumento funerario di Ulpius Narcissus.


    Dal momento che il mausoleo in cui gli eredi collocarono i resti del loro benefattore è certamente quella che gli scavi hanno scoperto, possiamo dedurre con certezza che l'arena, o circo, era nelle immediate vicinanze.
    EPIGRAFE traduzione da: P. Zander. La Necropoli Vaticana, in "Roma Sacra", 25, Roma 2003

    "Nelle mani degli Dei.
    Caius Popilius Heracla saluta i suoi eredi.

    A voi, miei eredi, chiedo, ordino e do mandato, in nome della vostra fede, di erigere per me un monumento sul Vaticano, nei pressi del circo, vicino al monumento a Ulpio Narciso, per un valore di sei mila sesterzi.

    Per la costruzione del sepolcro, a Novia Trophime sarà dato tremila sesterzi e tremila sesterzi andrà al suo co-erede.
    E voglio che i miei resti da collocare lì e quelli di mia moglie, Fadia Maxima, senza che a lei debba succedere nulla di male."

    Lascio i diritti relativi a questo sepolcro ai miei liberti e di coloro che, per volontà, sarà stato liberato, o meglio, di quelli che ho liberato.
    E ancora, lascio questi diritti a Novia Trophime, ai suoi liberti e liberte e ai discendenti di quanto sopra menzionato e stabilisco che lei ha il diritto di andare, entrare e visitare il sepolcro di svolgere i riti funebri.

    MAUSOLEO B

    L'interno è mostrato come si presentava dopo le modifiche effettuate nel III secolo.
    Il particolare della facciata (la parte inferiore, del II secolo, la parte superiore, costantiniana) non è visibile.
    Le scale sono datate probabilmente dallo smantellamento della tomba da operai di Costantino.

    Esso fu dedicato a Fannia Redempta, la moglie di Aurelius Hermes, un liberto della famiglia di Augusto che definisce sua moglie come “incomparabile”.

    Le pareti hanno nicchie dove le ceneri sono contenute in urne, che indicano la cremazione pagana.

    La pittura sulla volta è un Carro del Sole accompagnato dalle figure delle stagioni.

    Il resto della tomba è decorato con pitture di fiori ed animali.
    Trattavasi di una sposa a tredici anni,  che aveva 46 anni cinque mesi e sette giorni di vita quando è morta, dopo 33 anni di matrimonio di successo (coniunx incomparabilis).

    Il suo epitaffio è tagliato in lettere irregolari su un lastra di marmo lasciate nel lato del suo sarcofago di terracotta, che poggia su un vano chiuso costruito contro il muro est della camera interna di questo mausoleo bipartito.

    La Tomba B è suddivisa in due parti, indicati come B e B1, la parte d'ingresso e la parte principale, elementi tipici di una casa dei vivi che si trovano anche nella "casa dei morti".

    Sulle pareti della prima sala sono file di nicchie utilizzate per mantenere i cineraria, urne o vasi per contenere le ceneri dopo la cremazione, che sono indicativi di una sepoltura pagana.

    Nella seconda sala, oltre ad altre cineraria, ci sono alcune sepolture in arcosoli.

    Le pareti sono tutte affrescate con fiori e animali. La volta presenta un affresco con l'allegoria del "Carro del Sole", circondato da figure modellate delle stagioni.

    Questa antichissima tomba mostra alcune divergenze, la volta è ancora originale, ma il muro sono stati modificati, prima di accogliere nuove sepolture e poi di nuovo al momento dei lavori della basilica costantiniana.


    MAUSOLEO C

    Questa è la tomba di L.Tullius Zethus. La L che precedeva il nome implicava che fosse un liberto o che lo fosse stato suo padre.

    Il titolare della tomba doveva avere molta cura di sè, e in più doveva disporre di discrete possibilità economiche, perchè la sua tomba è una delle più ornate con pareti affrescate e pavimenti in mosaico.

    Due urne di marmo vennero aggiunte in un periodo più tardo. La tomba ha nicchie per le urne e due arcosolia, rientranze nel muro fatte ad arco.

    L'entrata della tomba ha un portale con un architrave modanato e aldisopra c'è una nicchia rettangolare con bordi lavorati finemente, al cui interno è scolpita la dicitura della tomba.

    ENTRATA MAUSOLEO C
    Ai lati dell'epigrafe due nicchie che dovevano contenere le immagini di due divinità.
    L'interno è costituito da una stanza unica con due arcosolii piuttosto bassi posti al pavimento, aldisopra delle quali la parete arretra lasciando un bordo tutto intorno.

    Sopra questo piccolo piano si aprono degli alti nicchioni dove dovevano alloggiarsi delle statue. 

    Nella parete di fondo due tronchetti di lesene appena sporgenti fino al primo piano.
    Poi una serie di nicchie piccole e rettangolari che dovevano contenere le urne con le ceneri.
    Tra di esse si apre un altro nicchione ad arcosolio, anch'esso probabilmente per una statua.

    Il pavimento, che presenta un notevole cedimento al centro, è ornato da un bellissimo mosaico a tessere minute in bianco e nero.
    Esso è circondato sul bordo da una specie di frangia, mentre al suo interno eleganti volute, tipo grottesche, incorniciano quattro uccelli e un rettangolo centrale.

    Questo rettangolo è stato spogliato dell'immagine che vi era raffigurata, forse dagli stessi prelati per ornare i loro palazzi.
    Sopra i nicchioni si apre un nuovo piano con nicchie rettangolari tipo catacomba, create successivamente per inserirvi defunti inumati.

    Infatti qui vennero rinvenuti due sarcofagi di marmo, probabilmente asportati per arricchire il museo capitolino.
    La tomba ha un soffitto a botte in larga parte troncato per la cosiddetta fabbrica di San Pietro.
    Nei resti della volta ai lati si nota che tutta la volta doveva essere affrescata, come lo erano d'altronde i nicchioni e in parte le pareti.

    All'ingresso dovevano essere alloggiate le due colonne di marmo bianco che si trovano in parte spaccate al suolo.
    La pluralità delle statue che dovevano alloggiarvi, ma soprattutto l'uso delle urne suggeriscono che la tomba appartenesse a una familia pagana.
    La maggior parte delle tombe di questa area sono in effetti pagane, anche se non mancano le tombe cristiane.

    Recentemente Werner Eck ha rinnovato l’attenzione per un gruppo di iscrizioni rinvenute nella necropoli in Vaticano.

    Si tratta, di un lato, di una dedica incisa su un sepolcro di famiglia (mausoleo C), dalla quale si desume che esso era stato destinato da Lucius Tullius Zethus alla sua sepoltura ed a quella dei suoi congiunti: la bene merens moglie Tullia Athenais, i due figli, i nipoti ed i liberti:

    D ( is )M ( anibus )
    L ( ucius )Tullius Zethus fecit
    sibi et Tulliae Athenaidi coniugi bene /merenti et Tulliae Secundae et
    Tullio Athenaeo filis et libe
    ris eorum libertis liberta /busque, quos hi, qui supra scripti /sunt, manumisissent.
    In front ( e )ped ( es )XII in agr ( o) ped ( es )XVII.

    Dall’altro lato, si tratta di due iscrizioni con testi originalmente corrispondenti e incisi su due
    arae poste, nel medesimo mausoleo, in posizione simmetrica. L’altare collocato sul lato sinistro riporta l’iscrizione che segue:
    D ( is )M ( anibus ) /L ( ucius )Tullius Athenaeus /alius hic situs est.

    Si tratta della tomba del figlio di Zethus, Lucius Tullius Athenaeus. Sull’ara destra, invece, secondo la lezione e la punteggiatura di Eck, si trova il testo:
    D ( is )M ( anibus )
    Tullia Secunda
    alia hic sita
    est. Passulenae Secu /ndinae mater
    cessit .

    Le ultime quattro parole sono frutto di un’aggiunta successiva. Secondo una convincente ipotesi di Eck, in origine, dunque, la tomba sarebbe stata destinata alla figlia di Zethus, Tullia Secunda, per la quale - sebbene fosse ancora in vita - sarebbe stata preparata un’iscrizione funeraria, probabilmente in occasione della morte del fratello Athenaeus.

    Mai, tuttavia, a Secunda si diede sepoltura in quel luogo.

    Eck è dell’avviso che la madre di Secunda Athenais (=mater ), essendo “senza alcun dubbio capace di disporre giuridicamente di tutta la struttura funeraria C”, avrebbe ceduto la tomba ad una certa Passulena Secundina. Athenais, dunque, sarebbe stata a conoscenza del fatto che sua figlia non era stata sepolta nel monumento funebre di Zethus. al momento della cessione, Secunda, ormai defunta, giaceva accanto a suo marito in una struttura funeraria poco distante del mausoleo C. 

    Nel mausoleo F si trova l‘iscrizione:
    M ( arco)Caetennio/Antigono/et Tulliae /Secundae /coniugi eius.

    Ecco le relazioni di parentela secondo Eck:?
    L. Tullius Zethus ∞ Tullia Athenais (=mater ) Passulena Secundina
    L. Tullius Athenaeus
    Tullia Secunda ∞ M. Caetennius Antigonus 
    “Chi sia stata Passulena Secundina, non è ulteriormente detto”. “Stranamente” verrebbe da aggiungere. Lo stesso Eck, del resto, riconosce che un altro fenomeno assume la forma di una “contraddizione almeno apparente”. La madre di Secunda, Athenais, è qualificata, nella dedica di Zethus, come
    coniunx bene merens. Ciò “propriamente”  significherebbe che Athenais avrebbe già dovuto essere morta al momento dell’incisione del testo e dunque - con una certa probabilità - al tempo della creazione della tomba. 
    In tal caso, Athenais come avrebbe potuto cedere la tomba di sua figlia alla misteriosa Passulena Secundina?
    Per risolvere la contraddizione si deve innanzitutto verificare se l’interpretazione di Eck consideri tutte le informazioni disponibili. Tale ipotesi sembra non potersi accogliere in base alla semplice consultazione delle riproduzioni fotografiche pubblicate dallo stesso autore.
    Per tale ragione, e con ogni cautela, proponiamo un modello differente. Non è privo di rilevanza il dato che l‘iscrizione incisa sulla tomba di Passulena Secundina contiene un‘aggiunta non menzionata da Eck.

    Il “punto” nel centro della prima linea corrisponde in dimensione e forma perfettamente alla linea orizzontale della nostra E. per esempio l’iscrizione parla più soltanto di filia dal momento che è stata aggiunta una E. Come tratto orizzontale della lettera E si è usato l’originario segno di separazione, un cuneo allungato che ricorre talvolta nella stessa iscrizione. adesso si legge:

    D ( is ) ·M ( anibus )·
    Tullia ·Secunda
    alia[[·]]`e´ hic sita
    est /Passulenae ·Secu
    ndinae ·mater ·
    ·cessit

    La consapevole inserzione deve verosimilmente avere un senso. È plausibile ritenere che si è voluto espressamente modificare la struttura grammaticale del testo - con scarso entusiasmo e con il minimo dispendio. Del testo così emendato, dunque, può essere data la traduzione che segue:
    “Tullia Secunda : alla figlia - è sepolta qua - Passulena Secundina lei, la madre, ha ceduto ( scil.la tomba).”
    Tullia Secunda rimane nel caso nominativo e assume il carattere di un casus pendens.
    Filia`e´ diviene attributo del successivo dativo Passulenae Secundinae. 
    Un lettore benevolo può ritenere che hic sita est  sia un’interiezione. Più elegante sotto l’aspetto linguistico, ma non sotto quello ottico, sarebbe stata la modifica in una proposizione relativa: `
    quae´ hic sita est
    .L’alternativa alla correzione del testo già esistente sarebbe stata la creazione di un’iscrizione interamente nuova con un testo ipotizzabile tra uno dei seguenti:

    - Tullia Secunda cessit Passulenae Secundinae aliae suae
    - Passulenae Secundinae aliae Tullia Secunda mater cessit
    - Passulena Secundina hic sita est cui locum cessit Tullia Secunda aliae bene merenti

    Secunda  e Secundina sono madre e figlia, e l’onomastica non fa che confermare l’ipotesi fondata sull’inserimento della E aggiunta in combinazione con la parola Tullia Secunda, madre di Passulena Secundina, potesse identificarsi con la Tullia Secunda, moglie di M. Caetennius Antigonus, sepolta nel mausoleo F, dovrebbe allora desumersi che sarebbe stata sposata più di una volta.
    Secundina, quindi, sarebbe nata da un primo matrimonio di Secunda con un Passulenus. 
    Pertanto non è stata Athenais ad aver ceduto la tomba di sua figlia ad una terza persona, nè sembra
    presumibile che ella sia stata capace di farlo.


    MAUSOLEO D

    Non sappiamo a chi appartenesse non avendo trovato epigrafi all'esterno o all'interno di essa.Si chiama Mausoleo di opus reticulatum, dal nome del modello in cui sono stati collocati i mattoni. 
    Il nome di questa tomba deriva infatti dalla struttura delle sue pareti, fatta di piccoli blocchi di pomice, in un modello composto a piccoli rombi verticali-

    .La camera funeraria ha una volta a botte in parte spianata dal soffitto collocato per porre le basi della fabbrica di San Pietro.

    Sulla parete di fondo vi è un arcosolio probabilmente contenete una divinità o un busto del defunto.
    Sopra detto arcosolio una placca di pietra a forma geometrica di un triangolo unito a un rettangolo su cui era incisa un'immagine ormai rovinata, forse appositamente trattandosi di tomba pagana.
    Sulle pareti ci sono molte nicchie contenenti urne per le ceneri dei defunti.

    Un muro costruito in epoca costantiniana chiuse l'ingresso della tomba per ragioni a noi ignote.
    Un grande tubo terracotta è stato collocato nel muro costantiniano, sia per facilitare il flusso di acqua, oppure come un probabile scarico.
    Un'anfora qui rinvenuta è stata posta in un angolo. Sicuramente la tomba disponeva di diversi vasi o ornamenti ormai scomparsi. Al disotto è visibile il muro riaperto così come doveva apparire percorrendo la via del cimitero. Una via non dissimili da quelle della città all'epoca, con finestrelle, portoni, sporgenze decorate, tubi per grondaie e poco spazio tra un edificio e l'altro, visto che il suolo era comunque costoso. La cortina appare in mattoni, probabilmente ristrutturata.

    Non dimentichiamo che il cimitero, detto dai greci NECROPOLIS e dai romani NOVO DIE (nuovo giorno), era oggetto di culto da parte dei romane esattamente come oggi, con offerte di fiori e piante, preghiere e libagioni.


    MAUSOLEO E

    Tomba di T. Aelius Tyrannus (Tomba E)

    Il titulus di questa tomba non è più a posto, anche se l'elegante cornice terracotta multicolore rimane intatta.
    Infatti il nome della tomba è derivato da una iscrizione su una pietra che si trova all'interno della arcosolio sulla parete di sinistra.


    Il proprietario è (T.) Aelius Tyrannus, un liberto che era riuscito ad assumere cariche pubbliche nell'amministrazione della provincia romana della regione della Gallia Belgica.

    Gli elementi più importanti di questa tomba sono due contenitori di alabastro, una con Medusa scolpita e le pitture in stucco sulle pareti.
    Infatti i due vasi che fungevano da urne cinerarie sono di alabastro.

    I vasi erano posti all'interno di due nicchie ugualmente decorate a sfondo rosso.

    Tra le figure in stucco e le immagini che decorano le pareti, il dovrebbe prendere atto di due pavoni accanto a un cesto di fiori, uccelli in volo e funeraria genii.

    Ci sono parecchi arcosoli e nicchie per urne cinerarie nelle pareti, segno che la tomba è stata usata a lungo.

    Si possono notare anche i resti di un mosaico pavimentale non a tessere ma a piccoli pezzi di marmo bianco e nero.

    Da notare la scala con la quale la processione scendeva dal cenacolo, usato per il rito della "Refrigerio ", alla camera sepolcrale interna per il rito libagione sulle tombe dei defunti.

    Il "Refrigerio" era un rito in cui la famiglia accompagnava il defunto alla tomba in una sorta di festa, ripetendo il rito in altre ricorrenze. 

    La famiglia scenderebbe alla camera sepolcrale interna per versare libagioni (offerte di cibo e vino) attraverso i fori sul pavimento, per nutrire il defunto.

    Questa spiegazione però ha poco a che fare col mondo romano, le offerte di cibo riguardano semmai il mondo etrusco o le religioni orientali. 

    I romani non pensavano affatto che i loro defunti avessero bisogno di essere nutriti, ritenendo che vi fosse si una vita dopo la morte, ma una vita di corpi eterei, senza bisogni fisici, eterni e senza dolore.

    Si sa che molto contava l'essere ricordati dai parenti e ricevere le offerte e i riti, ma per cosa non è chiaro.

    Questa vita dopo la morte non prevedeva premi nè castighi, se non forse un trattamento privilegiato per gli eroi. 
    Ma non è chiaro in cosa consistesse.


    MAUSOLEUM F

    La I Tomba dei Caetennii
    Questa tomba fu la prima ad essere stata scoperta, ed avvenne nel 1939.

    Il tetto è andato, ma la sua facciata, che si trova ad una altezza di 4,50 metri, sovrasta quelle di tutte le altre tombe nella scavo e oltrepassa il livello del pavimento della nuova chiesa inferiore. 

    Trattasi della tomba delle familiae dei Tulli e dei Caetenni come si legge su l'altare che si trova al centro del mausoleo:

    M ( arco) Caetennio
    Antigonoet Tulliae
    Secundae
    coniugi eius.

    La parte superiore della facciata venne alla luce quando, nel 1939, furono iniziati i lavori per abbassare il pavimento delle Grotte Vaticane.

    ATTRAVERSO I FORI INFILAVANO CIBO E BEVANDE
    I nomi dei membri della famiglia sono contenute in numerose epigrafi, soprattutto sull'altare al centro della tomba. 

    Si tratta di uno dei più grandi e più ornato dei mausolei.
    E' con evidenza una tomba pagana con tuttavia qualche simbologia cristiana. 

    La donna di cui l'altare è l'Emilia Gorgonia, e suo marito menziona la sua bellezza e bontà.

    Sulla facciata, a sinistra dell'ingresso, vi è un pannello in terracotta raffigurante una pernice, sul lato destro ci sono decorazioni architettoniche.

    I fori per le libagioni sono visibili sul lato destro del pavimento. 

    I Romani tenevano banchetti funebri in cui il vino e il cibo venivano versati all'interno di questi fori, affinché i defunti venissero nutriti.

    L'interno è ricco di figure in stucco e le immagini di fiori e frutta, sulla parete ovest c'è una scena rurale piuttosto bella. 

    Ci sono inoltre arcosoli e cineraria.

    In questa tomba tipicamente pagana vi è una sepoltura che rivela qualche simbolismo cristiano, come la donna che attinge l'acqua da un pozzo, due colombe con un ramoscello d'ulivo, e le parole "Dormit in pace" - "riposa in pace".

    Il defunto è una giovane donna cristiana, Emilia Gorgonia, nel epitaffio marito ricorda la sua bellezza e bontà.

    In un'altra tomba di pietra si è rinvenuta una lapide in cui una moglie elogia il marito, il direttore di una compagnia di attori, possessore di un notevole talento musicale.

    Nella navata sud, una bassa struttura scatolare racchiude la porzione superstite più alta di questa facciata, e se il visitatore è fortunato e le luci si accendono sotto, può accovacciandosi, scorgere attraverso la grata sul lato della scatola di protezione, e vedere qualcosa della costruzione che per primo ha dato via al segreto della necropoli vaticana.

    A destra disegno assonometrico, con la volta e l'ordine
    interno restaurato, per mostrare lo schema architettonico 
    originale.
    Le aggiunte edificate più tardi sono state omesse. 

    A sinistra fregio del mausoleo in terracotta su mattoni, sulle finestre della facciata del mausoleo.
    Nel mausoleo F si trova l‘iscrizione:
    M ( arco)Caetennio/Antigono/et Tulliae /Secundae /coniugi eius.



    MAUSOLEO G

    La tomba del Maestro prende il nome dal dipinto nella parete di fondo raffigura un vecchio con una pergamena, di fronte a un uomo più giovane.

    Anche se le prime persone che hanno visto la tomba hanno interpretato la pittura come un insegnamento e il suo studente, oggi si pensa più a un amministratore e un servo, ma viene da pensare che davvero la figura con lo stilo sia il proprietario che insegna a qualcuno, forse il figlio, o un liberto.
    Non è logico che avesse voluto immortalare nella sua tomba il suo amministratore o il suo servo.

    Il soffitto raffigura splendidi dipinti di uccelli, cervi, ghirlande, nastri, trofei e figure geometriche, insomma una sorta di grottesche con due figure sulla cuspide sulla parete di fondo, appunto di un insegnante e un allievo.



    MAUSOLEO H O TOMBA DEI VALERII -  VEDI

    MAUSOLEO I

    Detto anche Tomba del carro, dalla quadriga raffiguarata nel mosaico del pavimento dove si rappresenta il rapimento di Persephone ad opera di Plutone su un carro guidato da Mercurio.

    RICOSTRUZIONE DEGLI INTERNI CON I COLORI ORIGINALI
    Situato tra i due pilastri orientali della cupola parallelo all'altare di San Pietro, nella navata centrale delle Grotte Vaticane, questo edificio è stato invaso dalle fondamenta sia della vecchia che della nuova basilica. 

    Fu uno degli ultimi mausolei della necropoli ad essere esplorato e solo nel 1946 è stato possibile aprire il passaggio verso l'angolo sud-orientale, che ora consente l'accesso al sepolcro. 

    Un muro di blocchi di tufo misto a mattoni mattoni ha sostituito la facciata originale, costruita nel IV sec. 

    Inoltre ha utilizzato gli stipiti del portale in travertino su cui le misure legali del palazzo furono scolpite in caratteri indicizzati: dodici metri di larghezza e quindici di profondità, mentre la parete laterale è più lunga di tre piedi.

    Il pavimento è interamente coperto da un mosaico  a tessere bianche e nere che presenta un bordo sottile nero aldilà del quale si dispiegano una serie di animali, tigri e gazzelle, uccelli, vasi di fiori, piante e mazzi floreali. 

    Aldiqua del bordo invece si notano solo cesti di vimini da cui escono esili piante fiorite.

    COME APPARE OGGI
    Al centro Mercurio guida a piedi una quadriga di cui tiene le briglie, evidentemente per il suo carattere psicopompo. 

    Infatti come guidò Proserpina e Ade a ridiscendere nel Tartaro, così guida le anime accompagnandole nell'aldilà, seguendo un mito forse non preso a caso, visto che Proserpina tornerà periodicamente sulla terra a godere del sole e della primavera.

    Gli affreschi alle pareti sono, secondo l'uso romano, decorate in giallo, arancione e rosso.

    Gli affreschi sono incorniciati da righe geometriche di colore più scuro contengono scene campagnole un pavone (sacro a Giunone), una colomba (sacra a Venere), un'anatra, più altri uccelli e motivi floreali.

    La sala presenta diverse nicchie rettangolari atte a contenere le varie urne delle ceneri dei defunti.
    Tra le nicchie si aprono dei nicchioni ad arcosolio che dovevano originariamente contenere le statue dei congiunti e inoltre le statue delle divinità a cui si rivolgevano le funzioni sacre e rituali dei defunti. 

    Le tessere sono piuttosto minute e il lavoro è pregevole.
    Qui in dettaglio si può osservare il bel pavimento musivo.

    Sopra i nicchioni delle piccole trabeazioni sottolineavano la bellezza di alcuni piccoli affreschi sobri ed eleganti.
    Tra questi un bel pavone che si muove tra piante fiorite e tiene nel becco esso stesso un fiore.



    MAUSOLEO L

    Tomba dei Caetenni (il secondo dei Caetenni)  Tomba L.

    Anche se questa tomba è in gran parte occupata da un muro di fondazione, il "Titulus" può ancora essere visto, e da essa apprendiamo il nome del proprietario.

    Il susseguente uso della tomba fu proibito con la formula HMHNS (Hoc Monumentuum Heredem Non Sequetur*), in cui è incluso anche il titulus "titulus", che significa "Questo monumento non passò agli eredi".



    MAUSOLEO M

    La tomba del Julii o del "Cristo Sole", o di Cristo il Sole o il Mausoleo Cristiano. Questa tomba è stata costruita dai genitori di Giulio Tarpeianus, che apparteneva alla gloriosa gens Iulia, ormai dispersa in tanti rami minori.

    Anche se la forma e alcuni elementi della tomba sono pagani, i mosaici sono cristiani, visto che raffigurano una scena di Giona mangiato dalla balena e la scena di un pescatore che fanno parte dei miti cristiani.

    La tomba del "Cristo Sole", che è Cristo, il Sole, venne scoperto nel 1574, durante alcuni scavi sotto la Basilica.
    Secondo Tiberio Alfarano, che meticolosamente copiò l'epitaffio, che da allora andò perduto, la tomba venne costruita dai genitori del defunto, Giulio Tarpeianus.

    L'origine pagana della tomba è evidente a causa della presenza di un cinerarium con dentro le varie urne per le ceneri, anche se i tre affreschi sul soffitto e sulle pareti, che sono state decorate con mosaici policromi, sono senza dubbio di ispirazione cristiana.

    Cristo è raffigurato sulla volta in un carro trainato da cavalli bianchi, con la medesima iconografia di Helios, o Sol, o Mitra, tre divinità che spesso si frapposero tra loro identificandosi tutti e tre con il Dio Sole.

    il pescatore
    IL PESCATORE
    Il Buon Pastore è stato originariamente raffigurato su una delle pareti, anche se l'immagine nasce come mitraica e in seguito viene assorbita dal cristianesimo. 
    D'altronde anche Elios- Mitra è il Dio pagano del Sole invitto, o Sol Invictus.
    In un'altra parete appare la sagoma di un pescatore  che con una lenza cattura dei grossi pesci, e in una scena dell' altra parete compare il personaggio biblico Giona che sta su una barchetta inseme a qualcun altro che non si riesce a capire chi è, e una balena che sta per ingoiarlo.
    Forse il mito di Giona ingoiato dalla balena è l'allegoria della morte che inghiotte il cristiano per essere restituito poi alla resurrezione dei morti.
    GIONA CON LA BALENA
    Sia volta e delle pareti vennero poi decorate con viti che sono caratteristiche tanto delle pitture dionisiache che di quelle orfiche. 
    Non per nulla spesso nelle catacombe il Cristo appare a volte come Dioniso.e a volte come Orfeo.
    Viene da chiedersi se questa tomba non sia stata in realtà una tomba pagana e quindi con affreschi e allegorie pagane, in seguito arricchita con scene a contenuti cristiani. 

    Ci si chiede inoltre cosa c'entri il pescatore o Giona con la balena in un paesaggio pieno di foglie di vite.

    Si ha la sensazione di avere a che fare concerti tipi di pitture pagane su cui siano stati inseriti un po' a caso dei miti cristiani,

    Le pareti attorno sono istoriate da motivi geometrici nella parte di sotto  e figure con le viti nella fascia superiore.


    MAUSOLEUM N


    La tomba di Aebutius conosciuto anche col nome di “Clodius Romanus“.
    Sua madre, Volusia Megiste, lo chiamava "Il più gentile dei figli", scritto sull'epitaffio dell'urna.

    Aebutius morì precocemente all'età di 21 anni. 

    La sua urna offre alcuni particolari pieni di significato.

    Questo contenitore offre alcune indicazioni di particolare importanza, la Coppa del sacrificio, la lampada accesa in forma di cigno, e due fiale per i profumi.

    Nello stesso cinerarium, trovato tra i resti umani, si è rinvenuta una moneta d'argento da inizio del II secolo dc, probabilmente dal tempo tra imperatori Traiano e Adriano. 

    La presenza di una tale moneta tra i resti di una tomba, ovviamente riutilizzati, testimonia l'esistenza di tombe in Vaticano già prima del tempo di Traiano (98-117 dc).

    Conferma anche che il colle Vaticano era un sito utilizzato per le sepolture.

    Al suo interno un'erma dedicata agli Dei Mani.

    Vi sono finemente riprodotti un portatorcia e una lucerna, simbolo di luce e di vita quando ogni luce della vita si spegne lasciando posto a un buio interiore che deve essere illuminato.

    L'erma ha 4 palmette. La tomba è estremamente rovinata.



    MAUSOLEO O

    Davanti alla tomba del Matucci c'è un piccolo recinto aperto con muri di opus reticulatum.

    A ovest della tomba è una scalinata esterna che ha portato al "Campo P".

    L'interno ha cineraria che presenta diverse nicchie è stato riutilizzato.

    Le pareti semplici e austeramente decorati esprimono degli spazi gialli in una pianura, alternati a righe viola e ramoscelli delicati con piccole foglie.




    MAUSOLEO P

    La zona conosciuta come Campo P è stata la parte più venerata del cimitero, infatti, diverse tombe circondarono la cosiddetta tomba di San Pietro. O almeno facevano parte dello stesso gruppo di tombe.

    Un semplice tomba, scavata nel terreno e situata al centro, si dice sia stata la tomba dell'Apostolo San Pietro, martirizzato durante la persecuzione di Nerone, 64-67 dc.

    Questo sito fu oggetto di venerazione dalla Chiesa del I secolo. Lo proverebbe la scoperta di pareti e materiali architettonici che circondavano e soverchiavano questo sacro luogo di sepoltura.

    Questa piccola zona che, in relazione alla basilica moderna, si trova direttamente sotto la Confessione, fu chiamato "Campo P" dagli archeologi.


     E 'di forma rettangolare (circa sette metri da nord a sud, a circa quattro da est a ovest), e si trova in un luogo dove il terreno sale abbastanza rapidamente da sud a nord, cioè verso i Palazzi Apostolici, e più gradualmente da est a ovest, cioè verso i Giardini Vaticani.

    Campo P è delimitato a ovest da un muro chiamato "Rosso" per il colore rosso del gesso (ora in gran parte caduto) che è stato utilizzato per coprire, a sud da una tomba che gli archeologi chiamano S, a est, ma solo nella metà meridionale della parte est, da un'altra tomba detta O (questa tomba era di proprietà della Matuccii ed è talvolta chiamato con il loro nome).

    Il confine settentrionale del lato orientale e tutto il confine settentrionale del lato orientale e tutto il confine settentrionale non ci sono più, ma ci sono buone ragioni per ritenere che una volta c'erano le strutture e che siano state per lo più distrutte.
    La più antica delle tombe circostanti Campo P è certamente Tomb O, che, come si può notare formano la lapide di marmo sopra l'ingresso, apparteneva alla famiglia Matuccii.

    Questa tomba, in cui è stato praticato il rito della cremazione, può essere datato circa 130, ed è certamente oltre il 123, dal momento che un mattone è stato trovato in una delle sue pareti con un sigillo risalente quell'anno.

    Campo P era pieno di tombe di sepoltura.
    Alcuni di questi sono stati portati alla luce nel corso degli scavi 1939-1949, altri in numero molto maggiore, dagli scavi successivi degli anni 1955-1957.
    Queste tombe sono generalmente abbastanza modesti, situato nella nuda terra, con poca o nessuna protezione.

    Alcuni di loro sono sicuramente più vecchio del Muro Rosso, vale a dire, come ho spiegato, prima di circa 160 dc.

    Una di queste è la tomba indicata dagli escavatori con la lettera gamma greco: la tomba di un bambino che si estende in parte sotto il Muro Rosso, il che dimostra che deve essere più vecchio del muro.
    Un indizio prezioso per stabilire la sua data viene da pressato in una delle tegole di copertura esso un sigillo.
    Il sigillo è datato dagli studiosi agli inizi del II secolo (circa 115-123), 4 ed è molto probabile che la tomba non è molto oltre tale data.

    La Tomba gamma è interessante anche perché una delle sue pareti contiene un tubo di terracotta con cui libagioni sono stati versati dalla parte esterna in onore del defunto.

    Questo è essenzialmente un rito pagano, ma è stato adottato per un po 'da parte di alcuni cristiani.
    Altre tombe in Campo P possono essere datati prima del muro rosso.
    Essi sono di solito designati con le lettere greche eta e theta.
    Il primo è certamente più antica del Muro Rosso in quanto le due colonnine di Memorial di San Pietro sono posti su di esso, e questo monumento, come spiegherò tra poco, è contemporaneo con il muro rosso.

    La seconda di queste tombe (theta) è in fase di Tomb eta e così, necessariamente, prima. Inoltre, Tomba theta ha, in una delle sue piastrelle, un sigillo che può essere datata nel tempo dell'imperatore Vespasiano (69-79).

    Questo sigillo è stato già discusso nel capitolo sul Vaticano nell'antichità, e il fatto che questa tomba appartiene al I secolo è indiscutibile.

    Inoltre, l'esistenza di tombe del I secolo a questa parte della necropoli vaticana è confermata, come ho detto, sei da altri documenti, in particolare da una lampada che può essere datata con certezza nel primo secolo, ha trovato con altro materiale funebre rispetto allo stesso periodo, nelle immediate vicinanze della tomba theta.
    Tutte queste tombe di Campo P sono, per noi, anonimi, dato che nessuno di loro ha conservato un'epigrafe in cui è indicato il nome del defunto.

    Ma è molto probabile che in tempi antichi i nomi (almeno alcuni di loro) sono stati scolpiti sulle lapidi in aumento dalla terra e che questi sono stati successivamente perse durante le varie vicissitudini della regione.

    Da: 'Il Santuario di San Pietro e gli scavi Vaticani di Toynbee e Perkins
    "L'edicola si affacciava su, e fu intimamente connessa con, uno spazio aperto o cortile, 'P' (di cui nella relazione come 'Campo P'), la maggior parte dei quali è alla base del cinquecentesco aperto Confessione 

    ... I limiti di P sono stati in parte determinata da strutture preesistenti, a sud con la parete nord della tomba, e ad est, per un certo periodo, dalla parete esterna della scalinata che fiancheggia Tomba O. 

    La parete nord sembra sono stati distrutti in un abbastanza presto nel Medioevo, probabilmente in relazione alla costruzione della Confessione coperto, ma la sua posizione può essere determinata dalle tracce superstiti del ritorno del gesso di fronte al punto in cui è battuta contro la faccia del Muro Rosso, presso l'angolo nord della Tomba D. 

    La parte settentrionale della parete est non è stato rintracciato, ma è un'ipotesi ragionevole che essa è stata condotta verso nord dall'angolo nord-ovest di O, delimitando un'area approssimativamente rettangolare , poco più di 7 metri da nord a sud da quasi 4 metri da est a ovest. 

    L'ingresso a questa zona, che è stato aperto al cielo e non sembra a prima di aver avuto alcun formale pavimentazione, deve essere stato sia da nord, o meglio più probabilmente, in vista della menzogna della terra, da est , dietro e sopra tomba O; come la ripida pendenza stato può essere desunta dal fatto che il pavimento di P e del Aedicula, che è a livello quasi esattamente con quella della pavimentazione a mosaico di Q, era oltre 3 metri sopra quella di O .



    MAUSOLEO Q

    Area Q era un recinto all'aperto con un pavimento a mosaico, a ovest del muro rosso, riservato alla inumazione dei defunti.
    In Q, un piccolo drenaggio è stato scoperto. 

    Dopo aver raccolto l'acqua piovana passò sotto i gradini e il pavimento del clivus. 
    Alcuni segni stampati di 146-161 dc, realizzati nelle piastrelle che hanno sigillato la canalizzazione, hanno permesso di stabilire un arco cronologico di base per la costruzione della recinzione Q, il muro rosso e il trofeo di Gaio.

    Tombe R e Q, e il Clivo e la sua parete orientale (il Muro Rosso), formano un gruppo strettamente correlata di strutture, di cui tutti, tranne il primo nome in (R) sono certamente di uno costruire e costituire una singola unità cronologica. 

    Lo scarico, il cui scopo era quello di drenare la zona aperta Q, è stato in parte costruito su piastrelle, e non meno di cinque di queste piastrelle reca il timbro identico, databile tra gli anni 147-161. 

    Dal momento che vi è poca probabilità di cinque tessere identiche sono stati riutilizzati da qualche struttura in precedenza, possiamo essere ragionevolmente certi che questo gruppo di tombe è stato costruito molto poco, se non del tutto, dopo la morte di Antonino Pio nel 161. 

    Questa datazione ha implicazioni molto importanti per la storia del santuario di San Pietro.


    MAUSOLEO R

    Una gran parte di tombe R ed R1 è occupato dal muro di fondazione del baldacchino del Bernini e da sarcofagi posto lì durante il periodo di costruzione costantiniana. 

    Un sarcofago paleocristiano affiancato con le figure di Pietro e di Paolo può essere visto lì.

    Dall'ingresso del Clivo si può vedere una scalinata che conduce a nord verso la zona D, dove c'è, installato nel Clivo, uno scarico che funge da canale per l'acqua piovana. 

    E 'importante dal punto di vista cronologico, le piastrelle che ricoprono recano il timbro delle fabbriche di M. Aurelio Cesare e Faustina Augusta. 

    Questi francobolli, quindi, aiutare a risolvere l'età dello scarico e il famoso "muro rosso", costruito nello stesso periodo come il "Clivus", poco dopo la metà del secondo secolo.

    Dal Clivus una serie di passaggi procedono da sud a nord, raggiungendo una superficie di tombe designati come "Area Q". 

    In questa zona ci sono ancora tombe di sepoltura, i resti di un pavimento a mosaico di grandi pezzi di marmo bianco e nero, e alcuni sarcofagi.


    MAUSOLEO S

    Questa tomba è stata largamente occupata dalle fondamenta del Baldacchino Bernini (il canopo aldisopra).

    Il Mausoleo S è molto importante perchè so trova a sud del Campo Pand dove c'è un "Clivus" che corre da sud a nord verso la parete rossa sul lato nord-est.
    Le fondamenta della colonna sud-est del baldacchino bronzeo del Bernini sono stati collocati all'interno di Tomb "S". 

    Parte della facciata con la soglia, e una piccola sezione occidentale degli interni possono essere visti, tra cui un arcosolio e alcuni cineraria. Questa piccola tomba, tuttavia, è molto importante per aiutare a distinguere il famoso "Campo P", luogo della sepoltura di San Pietro.

    Tomb "S" i confini dei campi P a sud; Tomba "O" delimita ad est. 
    Al di là nell'angolo sud-ovest della Tomba "S"è un piccolo passaggio, o "iter", procedendo da sud a nord, ma viene inserito per mezzo di una porta.
    Questo passaggio, noto anche come il "Clivus", è delimitata a destra (est) per la parete occidentale della Tomba "S" e il "Muro Rosso", a sinistra, è delimitata dalla parete frontale di tombe R e R1.

    Il "Muro Rosso"è anche un muro di contenimento, costruito per sostenere il terreno del campo P in modo che non sarebbe affondata o scivolare con lo scavo che è stato necessario per costruire il Clivo conducono a tombe R e R1, e l'Area Q per il nord.


    MAUSOLEO T

    La Tomba T contiene l'evidenza di alcuni cineraria, così come di alcune sepolture.
    In genere nella religione pagana c'era l'incinerazione mentre in quella cristiana vigeva l'inumazione, per cui si può supporre che si siano sovrapposti culti mortuari cristiani, anche se a volte anche i pagani si inumavano.

    L'ingresso della tomba è stato ridotto a causa di un guasto al architrave.

    È possibile, tuttavia, di intravedere alcune delle nicchie con il loro caratteristico sfondo rosso e vari arcosoli.

    La tomba è piuttosto bella, con un pavimento a lastroni di pietra e nicchie finemente decorate con immagini di uccelli e fiori.

    Le nicchie sono separate da piccole colonne in stucco su un fondo dipinto a colori vivaci, dal giallo al rosso. 

    Ci sono inoltre alcuni dettagli pittoreschi, come un delfino che riceve una ferita da un tridente e un vaso tra due colombe.

    In un cinerarium c'è scritto:
    "Trebellenae Flaccilae Valeria Taecina Matri dulcissimae fecit".

    E' stata rinvenuta una piccola moneta di bronzo di epoca costantiniana presso con la scritta "Soli invicto Comiti", ma può essere facilmente risalire all'età di Massenzio.


    MAUSOLEO U

    L'ingresso della tomba è stato ridotto a causa di un guasto al architrave.

    È possibile, tuttavia, di intravedere alcune delle nicchie con il loro caratteristico sfondo rosso e diversi arcosoli.

    Un vero peccato, perchè si può vedere solo un piccolo dettaglio di un dipinto con un dadoforo, ovvero di un genio alato che corre su un cavallo con una fiaccola accesa.

    Il tutto su un fondo rosso lacca, mentre intorno si rilevano nicchie e arcosolii.


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  • 05/23/17--05:56: CULTO DI ANGIZIA


  • Silius  Punicae (libro VIII, 495-501)
    "Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe,
    così dicono, e maneggiava da padrona i veleni 
    e traeva giù la luna dal cielo;
    con le grida i fiumi tratteneva e,
    chiamandole, spogliava i monti delle selve".

    Angizia era una divinità italica adorata dai Marsi, dai Peligni e da altri popoli osco-umbri, associata soprattutto al culto dei serpenti. Questo attributo la rivela senza dubbi alla Dea Madre, o alla Dea Terra, o alla Dea Natura che dir si voglia, perchè in qualsiasi parte del mondo il serpente è stato il simbolo della Dea Madre.

    La Dea Angizia ebbe grande culto in vaste zone dell'Italia Centro Meridionale e la tradizione di cerimonie che si svolgono a metà primavera in diverse contrade rimandano un rito propiziatorio della fertilità.

    ANGIZIA DEA LIBANESE DI
    SERPENTI A BAALBECK
    Le antiche sacerdotesse sapevano ricavare medicine sia dalle erbe che dal veleno dei serpenti, pertanto la Dea fu pure Dea Medica. 
    Da non sottovalutare che la Dea, come praticamente tutte le antiche Dee era maga, pertanto incline non solo alle guarigioni ma anche ai miracoli.

    Chiamata in latino Angitia o Angita, da anguis, serpente, Angitia fra i Marsi, Anagtia presso i Sanniti, in Aesernia le veniva riservato l'appellativo di diiviia; Anaceta o Anceta nella peligna Corfinio.

    Ella aveva culto fra le donne ed era invocata con l'attributo di Keria, dal sumero kur (terra), accadico kerû (terra coltivata, orto) e il latino Cerere il cui culto in Roma era abbinato a quello della Terra.

    Talvolta venne associata alla divinità iranica Anahita o Anchita, compagna di Mitra, nome sumero del sole, e alla Dea assira Ištar, anch'essa dea della fecondità.

    Dai Romani veniva talvolta associata alla Bona Dea.

    I tradizionali pellegrinaggi di devoti che dai paesi della conca del Fucino si recano, la prima domenica di maggio, al santuario della Madonna della Libera a Pratola Peligna, poco distante da Corfinio; a Cocullo, il primo giovedì dello stesso mese.

    La singolare cerimonia che si svolge a Luco dei Marsi il giorno di Pentecoste che prevede, indizio rivelatore, l'imprescindibile presenza degli zampognari con sosta presso i ruderi del tempio di Angizia; le ricorrenze religiose, con pratiche all'aperto, in altri luoghi vicini, richiamano il culto della divinità italica della fecondità.



    GLI SCAVI NELLA MARSICA


    Rinvenute nel santuario della Dea Angizia a Luco dei Marsi, durante la campagna di scavo del 2004, le tre statue sono state denominate le “dee del bosco di Angizia”.

    STATUA ACEFALA IN TERRACOTTA
    Nei luoghi sacri in cui i Marsi invocavano gli dei, tratta da AA.VV., Meraviglie sconosciute d'Abruzzo, vol. VI, Carsa edizioni, Pescara 2006, p.55.

    Realizzata in terracotta, rappresenta la Dea seduta sul trono, sicuramente opera di un artigiano greco, dato lo splendore dell'esecuzione.

    Scoperte nell’estate del 2003 a Luco dei Marsi, insieme ad alcuni oggetti offerti alle divinità, le statue che raffigurano la  Dea Angizia diventano protagoniste della mostra allestita dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo presso la sezione archeologica del Castello Piccolomini di Celano (Aq).

    Dopo gli allestimenti espositivi ai Musei Capitolini e al Colosseo a Roma, i reperti rientrano per un omaggio d’obbligo all’Abruzzo, che conserva e restituisce ancora moltissime testimonianze di un passato articolato e aperto all’esterno.

    La statua in terracotta che ritrae la divinità seduta in trono rappresenta un caso singolare nel panorama archeologico abruzzese: un’opera eccezionalmente raffinata, datata tra III e II sec. a.c. Purtroppo anche essa oggetto di persecuzione e vandalismo.



    FESTA DEI SERPARI

    A sottolineare che Angizia fosse una Dea Grande Madre è il simbolo del serpente rimasto nel folclore popolare. Tutte le grandi Madri della terra avevano come simbolo sacro il serpente, e a Cocullo, una cittadina abruzzese a 870 m sul livello del mare, sulle montagne della Marsica e del monte Pelino, si svolge tutt'oggi un'antica cerimonia "La Festa dei Serpari".

    La popolazione del paese, circa 300 abitanti, in questo giorno va a caccia di serpenti in onore del loro santo Domenico di Foligno. protettore di coloro che vengono morsi dai serpenti, nella festa che si celebra ogni primo mercoledì di Maggio.


    Il rituale preromano si rifà infatti alla Dea Angizia (Angitia)venerata dagli antichi abitanti del Fucino, i Marsi e i Peligni. Nell'area dei Marsi infatti emergono i resti del santuario dedicato alla Dea del fuoco e dei serpenti


    I serpenti vengono catturati (con poca pietà e poco rispetto) all'inizio dell'estate, vengono posti in cesti di vimini e poi allevati fino al giorno della festa.

    I pellegrini vengono per la festa di San Domenico da Molise, Lazio e Campania, e durante la processione che segue, accompagnata da inni e canti, la statua del santo, i serpenti vengono liberati e posti sulla statua, ben attenti che essi non coprano il volto del santo. 

    Se malgrado le accortezze il viso di san Domenico viene coperto dai serpenti, questo sarà un segno infausto, un cattivo "omen". 

    Se poi durante il trasporto uno o più serpenti cadono a terra la tradizione fa anche di questo un cattivo auspicio, perchè si avrà un raccolto povero. 

    Se invece i serpenti restano sul capo del santo il raccolto sarà prosperoso.

    Poi i fedeli tornano in chiesa con tutta la processione e sfilando lentamente dietro l'altare, ognuno dei fedeli raccoglie una manciata di terra (che si presume benedetta) per portarla nella propria casa, perchè sembra che quel terriccio salverà gli abitanti della casa dal morso dei serpenti per tutto l'anno.

    In quanto ai poveri serpenti, fino a pochi anni fa c'era la crudele usanza di ucciderli nella piazza davanti la chiesa, ora invece vengono riportati nelle campagne da cui furono sottratti. A volte purtroppo li vendono ad alcuni turisti. 

    A noi sembra crudele anche questa temporanea sottrazione, così come il venderli ai turisti, pensando al terrore degli animali chiusi e stipati per giorni e giorni e poi maneggiati come non fossero creature senzienti.Il rispetto di Madre Natura ovvero della Dea Angizia dovrebbe suggerire anche il rispetto degli animali.



    LUCUS ANGITIAE

    Conosciuto più semplicemente come Angizia dal nome della Dea sorella della maga Circe, è un sito archeologico presso la sponda meridionale della Conca del Fucino, vicino a Luco dei Marsi in provincia dell'Aquila.

    Sembra che gli abitanti (o almeno le sacerdotesse) sapessero preparare antidoti contro i veleni di serpenti.

    In età preromana il sito era occupato, come l'intero Fucino, dal popolo italico dei Marsi, per i quali costituiva un bosco sacro dedicato alla Dea. Secondo alcuni autori vi si praticava la ierodulia, cioè la prostituzione sacra nel santuario.


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  • 05/25/17--05:42: CARTOGRAFIA ROMANA


  • All'inizio dei tempi le carte topografiche venivano redatte a mano, sulla pietra, sul legno, poi su pelli di animali o su papiri, e successivamente vennero dipinte.



    CARTOGRAFIA GRECA

    La più antica geografia di cui abbiamo nozione è quella omerica, con la terra dalla forma di un disco circolare piatto, circondato dall'acqua di un unico fiume, e come tale rimase nella mente del mondo greco, anche dopo che molti filosofi e scienziati, ma pure i Pitagorici e l'autorevole Aristotele avevano affermato la sfericità della Terra. 

    Invece sotto la superficie si locava l'Ade, il regno dei morti, e più sotto, il Tartaro, regno dell'eterna oscurità. 
    All'esterno del fiume Oceano si elevava la volta cristallina celeste, non aerea ma solida.

    Il greco Eratostene (276 - 195 a.c.), ritenuto il "padre della geografia scientifica", suggeri ai cartografi di tracciare un certo numero di linee parallele a una di riferimento, ma non distanziate regolarmente.

    RICOSTRUZIONE DELLA CARTA DI ERATOSTENE

    Era suo compito stilare mappe in quanto nominato direttore della  ricca Biblioteca di Alessandria, che probabilmente era dotata di poche carte geografiche ma di molte mappe catastali.

    Strabone, geologo e storico greco, Agatemero, geografo greco di età imperiale romana e Temistio, filosofo greco e alto funzionario dell'impero romano, affermano che Anassimandro di Mileto, filosofo discepolo di Talete, nonchè cartografo, avrebbe per primo redatto una carta della Terra, intorno al 541 a.c., che è però è andata dispersa. Anassimandro credeva che la Terra avesse forma di un cilindro sospeso nello spazio, che la parte abitata della Terra fosse circolare e situata sulla superficie superiore del cilindro 

    A Roma Strabone di Amasia, sul Mar Nero, nato nel 64 a.c. Compì i suoi studi a Nysa, in Caria, poi a Roma. Intorno al 25 a.c. si trasferì ad Alessandria. Narrò dei suoi molti viaggi ma si suppone che abbia attinto soprattutto alla Biblioteca di Alessandria, anche se il suo viaggio di risalita del Nilo fino alle frontiere con l'Etiopia sembra piuttosto veritiero. Le sue opere geografiche non devono aver avuto seguito a Roma, perchè l'accuratissimo Plinio non ne parla.

    TABULA PEUTINGERIANA

    CARTOGRAFIA ROMANA

    Nel 174 a.c. una mappa della Sicilia era stata fatta per il tempio di Matuta. Varrone ( I sec. a.c.) scrive dell'esistenza di una mappa del suolo italico. Quando una colonia veniva fondata, o un territorio veniva suddiviso, venivano redatti dei piani in duplice copia, una in bronzo o in marmo, da essere esposta pubblicamente, oltre ad una in lino arrotolata su un fusto di legno, per gli archivi di stato.

    C'era già dunque in territorio italico una capacità di stilare mappe, ma anche una necessità di farlo con lo sviluppo straordinario di Roma.
    Senza dubbio la civilizzazione romana doveva possedere una buona cartografi per il gran numero di strade da manutenere, le numerose guarnigioni disperse ai quattro angoli dell’impero, gli specialisti misuratori (agrimensores), tutti fattori che indicano una predisposizione e una necessità a coltivare la costruzione di mappe.


    Vipsanio Agrippa

    Sappiamo di mappe, costruite privatamente, sul mondo allora conosciuto, fatta costruire dal generale Marco Vipsanio Agrippa (63 - 12 a.c.), su basi molto serie, visto che si basò su misurazioni stradali eseguite dai militari rilevate su tutto l’impero per ordine dell’imperatore Augusto (27 a.c. - 14 d.c.).

    D'altronde all'epoca i rilievi erano a carattere militare e non astronomico. La mappa di Agrippa fu completata nell’anno 20 e dopo la morte di lui, fu esposta al Campo Marzio. Sebbene delle copie siano state portate ad altre località importanti dell’impero, non una singola copia è sopravvissuta.

    Taluni credono che la mappa di Agrippa, sia stata elaborata, nella “Tabula Peutingeriana”, così chiamata dal collezionista Konrad Peutinger (1508 - 1547), uno dei primi a pubblicare epigrafi romane, una mappa romana delle strade militari occidentali. Questa venne scoperta da un suo amico, l'umanista Conrad Celtis, che gliela donò per la sua raccolta.

    Le ultime ricerche però negherebbero trattarsi della mappa di Agrippa perché non ha caratteristiche militari, bensì civili, come luoghi di culto, centri commerciali, terme e locande. Sembra inoltre sia stata copiata nell’anno 250 da un originale più esteso del I sec. d.c..

    Nel 350 venne migliorata la rappresentazione della costa e vennero aggiunte delle isole. Nei secoli V e VI vi venne aggiunto l’oceano.



    Pomponio Mela

    Pomponio Mela, scrittore latino del secolo I d.c., di origine spagnola, è considerato il primo cartografo romano. Compose intorno al 44 d.c. la più antica geografia latina a noi giunta (De chorographia, in 3 libri), descrizione del mondo allora conosciuto.

    La maggior parte delle informazioni geografiche a lui attribuite si rifanno a quelle risalenti ai greci Eratostene e Strabone. La sua conoscenza di alcuni aspetti del Nord Europa è però migliore di quella degli scrittori greci (ad esempio è il primo a citare le "Isole Orcadi").

    MAPPA DI POMPONIO MELA (Ingrandibile)
    Potrebbe darsi che la sua condizione di cittadino romano lo abbia favorito nel poter disporre di informazioni geografiche sulle regioni nordiche che stavano per essere conquistate.

    Diversi dei suoi numerosi scritti sono pervenuti a noi.

    Una è la più antica opera geografica della letteratura latina, a cui sono riferiti vari titoli: la Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra).

    L'opera principale è però la De chorographia, che significa "descrizione di zone", ed è una descrizione, in tre libri, dei paesi del Mediterraneo, del Nord Europa, e anche di Asia e Africa, regione per regione.

    Non si ha alcuna prova che l'opera fosse dotata di carte geografiche. Mela scrisse agli inizi dell'invasione romana dell'Inghilterra, e quindi le sue cognizioni sulle isole inglesi sono del tutto imprecise.

    Si hanno molti riferimenti che ci dicono dell’esistenza di mappe nell’antica Roma. Diverse mappe schematiche ci sono state trasmesse, attraverso il Medioevo, mappe che illustravano testi classici latini come le storie di Sallustio, le satire di Giovenale, i Pharsalia di Lucano, i commentari di Macrobio al Sogno di Scipione di Cicerone.


    Forma Urbis Severiana

    I romani furono maestri nella topografia, sia per evidenziare i rilievi, sia nel disegno del territorio, come nel creare nuove città a pianta ortogonale e frazionando il territorio agricolo in quadrati o rettangoli (centuriazione).

    FORMA URBIS (Teatro di Pompeo)
    Lo strumento con cui operavano i mensores (misuratori) romani è la groma, detti anche per questo gromatici. La groma consisteva i un'asta verticale che si conficcava nel terreno con sopra un braccio di sostegno per due aste tra loro ortogonali.

    L'estremità delle aste hanno dei fori a distanza uguale sui quali vengono appesi dei fili a piombo, due a due tra loro ortogonali che servivano per traguardare i capisaldi.

    Sembra che lo strumento sia stato inventato in Mesopotamia e da qui importato dai Greci nel IV sec. a.c. Da essi passò agli Etruschi e poi ai Romani che ne fecero un uso più esteso e intelligente..

    I gromatici svilupparono precise mappe catastali, di cui molte su papiro che non ci sono pervenute per la loro fragilità.

    Il genere però una copia era incisa su lastre di marmo ed esposta nel foro cittadino. Di queste ci sono rimasti alcuni frammenti, in particolare della Forma Urbis Severiana e del "catasto di Orange", l'antica Arausio.

    La Forma Urbis Romae è una pianta della città di Roma antica incisa su lastre di marmo, risalente all'epoca di Settimio Severo. Realizzata tra il 203 e il 211, era collocata in una delle aule del Tempio della Pace. Misurava in origine circa 13 m in altezza per 18 di larghezza.

    Ma tutto quello che oggi possediamo di cartografia romana è poca cosa: la Tabula Peutingeriana di cui si è detto, alcune mappe nel Notitia dignitatum Imperii romani, la rappresentazione di un frammento di Mar Nero sullo scudo di un soldato romano, schizzi di mappe e istruzioni per rilevatori compilati da Gromaticus Hyginus.



    Teodosio Macrobio

    Macrobio (390 - 430), fu importante filosofo e astronomo che sostenne la teoria geocentrica della terra. 

    La teoria piaceva molto alla chiesa cattolica e inoltre, come un autore cristiano, ebbe anche per questo una buona reputazione. 

    Ciò gli permise di essere studiato dai molti studiosi e filosofi come Pietro Abelardo, e le sue opere, anzichè andare distrutte come molte altre, furono copiate dagli amanuensi dei monasteri. 

    Tuttavia considerò la Terra come una sfera (globus terrae) di dimensioni insignificanti rispetto al resto dell'universo. 
    Stilò diverse mappe del globo terracquee.

    Gli studiosi furono dibattuti tra l'identificarlo con il Macrobio che fu Proconsole d'Africa nel 410 o col Teodosio Prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico nel 430, identificazione che oggi va per la maggiore tra gli studiosi. 

    Comunque oggi si è certi che Macrobio nacque nell'Africa romana e che non e che non fosse cristiano come creduto nel Medioevo, ma pagano.

    Sostenendo che la terra non fosse piatta, come evinciamo da alcuni manoscritti, risalenti al Medioevo, contenenti opere di Macrobio.

    Qui sono tracciati infatti diversi globi derivanti da questo autore: in uno di questi compare anche una possibile suddivisione delle zone climatiche terrestri.

    Individuò pure cinque zone climatiche della Terra.
    Il giallo indica laddove il clima è freddo; il blu indica il clima temperato; il rosso la zona climatica più calda.



    CARTE ITINERANTI


    I romani stilarono un altro tipo di mappe, di utilità soprattutto militare ma anche commerciale, e cioè le carte itinerarie, cioè quelle carte in cui non si badava alla precisione delle forme, ma solo le vie e le distanze, e venivano disegnate come se il territorio fosse schiacciato raso terra.


    Orbis pictus

    La prima carta itineraria conosciuta è l'Orbis pictus, la carta del mondo di forma circolare fatta realizzare da Marco Vipsanio Agrippa (64 - 12 a.c.). Si pensa servisse ad illustrare il cursus publicus, la rete viaria pubblica su cui si svolgeva il traffico commerciale e militare dell'impero, con stazioni di posta e servizi a distanze regolari, come ordinato da Augusto:

    « Affinché si potesse facilmente e più rapidamente annunciargli e portare a sua conoscenza ciò che succedeva in ciascuna provincia, fece piazzare, di distanza in distanza, sulle strade strategiche, dapprima dei giovani a piccoli intervalli, poi delle vetture. Il secondo procedimento gli parve più pratico, perché lo stesso portatore del dispaccio faceva tutto il tragitto e si poteva, inoltre, interrogarlo in caso di bisogno.» (Svetonio - Augusto)

    Dopo la morte dell'imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto la Porticus Vipsaniæ, non lontano dall'Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Purtroppo venne distrutta e non giunse fino a noi.


    Tabula Peutingeriana

    L'unica carta itineraria giunta a noi è la Tabula Peutingeriana. Si tratta di una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostrava le vie militari dell'Impero, conservata presso la Hofbibliothek di Vienna.

    La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. La Tabula mostra tutto l'Impero romano, il Vicino Oriente e l'India, con il Gange e lo Sri Lanka (Insula Taprobane). Vi è menzionata anche la Cina. 

    La carta specifica 200.000 km di strade, con le relative distanze in miglia, ma anche la posizione di mari, fiumi, foreste, catene montuose. Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura.

    La datazione della Tabula non è chiara, in quanto mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata nel 328, ma non riporta la Via Emilia Scauri, costruita nel 109 a.c.. ed invece indica la città di Pompei, che non fu mai più ricostruita, dopo l'eruzione del Vesuvio nel 79.


    Bizantini

    Il primo cartografo cristiano fu il bizantino Cosma Indicopleuste, il quale intorno alla metà del VI sec. scrisse la riccamente miniata Topographia Christiana, un'opera parzialmente basata sui suoi viaggi come mercante nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano, dove pare abbia visitato il Regno di Axum, nell'Africa centro-orientale, l'India e Taprobana, cioè lo Sri Lanka. 

    Cosma fu un mercante siriaco navigatore dell'area indiana. ma mai oltre l'Etiopia, che nell'antichità spesso confusa con l'India. Era cristiano di dottrina duofisita nestoriana. Scrisse un trattato eretico di cosmologia, la Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste, di cui si conoscono tre manoscritti greci, ne ha il più antico nella Biblioteca Vaticana, e misura 33x41 cm, col testo in due colonne.
     
    L'aspetto più originale della Topographia è la concezione della Terra come un rettangolo piatto sopra la quale il cielo ha la forma di un "baule" con il coperchio arrotondato, una visione che Cosma trasse da una libera interpretazione delle Scritture. Cosma contestava, infatti, l'idea dei geografi pagani che la terra fosse sferica, sostenendo invece, che essa fosse stata modellata sul tabernacolo, il luogo di preghiera descritto da Dio a Mosé durante l'Esodo.


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