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  • 08/23/17--05:51: CITAZIONI LATINE
  • CICERONE

    AMMONIO
    Amicus Plato, sed magis amica veritasmi è amico Platone, ma mi è più amica la verità!

    ANASSAGORA
    - La discesa all'Ade è la stessa da qualsiasi luogo.

    APELLE (ritrattista di Alessandro Magno)
    - Nulla dies sine linea - nessun giorno senza una linea

    APPIO CLAUDIO CIECO
    Quisque faber fortunae suae - Ognuno è artefice del proprio destino

    APULEIO
    Ars aemula naturae . l'arte emula la natura
    - Niveo denticulo atrum venenum ispirat - inietta con candido dente nero veleno

    ARABA FENICE
    - Post fata resurgam - dopo i fati (la morte) risorgerò..

    ARCHIMEDE
    - Ubi consistam - dove io mi appoggi.

    ARISTOTELE
    - In medio stat virtus - la virtù sta nel mezzo.

    AUGUSTO
    - Festina lente - affrettati lentamente.
    - Vare, legiones redde - Varo, rendimi le legioni. (Svetonio, Vita di Augusto)

    BOEZIO
    - Homo est minor mundus - l’uomo è un mondo in miniatura
    - Si tacuisset, philosophus mansisses - se avessi taciuto, avresti continuato ad essere un filosofo

    CALPURNIO
    - Femina mobilior ventis - la donna è più mutevole dei venti

    CATONE
    - Aspera perpessu fiunt iucunda relatu - Le situazioni gravose da sopportare divengono piacevoli da raccontare
    - Carthago delenda est - Cartagine deve essere distrutta
    - Demissos animo et tacitos vitare memento - ricorda di temere coloro che fingono umiltà e che parlano poco (Distici)
    - Exigua his tribuenda fides, qui multa loquunturbisogna prestare poca fede a quelli che parlano molto
    - Homines nihil agendo discunt male agere - l’uomo, non facendo niente, impara a fare il male. 
    Laudato ingentia rura, exiguum colito - loda i campi grandi, ma coltivane uno piccolo
    Rem tene, verba sequentur - padroneggia l'argomento, le parole verranno
    Rumores fuge, ne incipias novus auctor haberi: nam nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum - fuggi le chiacchiere, per non essere reputato un loro fomentatore: a nessuno nuoce aver taciuto, nuoce aver parlato 

    CATULLO
    - Excrucior: odio et amo. Forse mi chiedi perchè. Non lo so. Ma sento, tormentato, che è così (Carmina)
    - Carpe diem - vivi alla giornata
    Difficile est longum subito deponere amorem - E' difficile guarire di colpo d'un amore durato a lungo
    - Ipsa olera olla legitla pignatta sceglie da sé le sue verdure
    -Ista cum lingua, si usus veniat tibi, possis culos et crepidas lingere carpatinas - con questa lingua potresti, all'occorrenza, leccare culi e sandalacci di cuoio

    CECILIO STAZIO
    Homo homini deus est, si suum officium sciat - l'uomo è per l'uomo un dio, se sa qual è il suo dovere. 

    CELSO
    - Impossibilium nulla obligatio estnon v'è nessun obbligo nei confronti delle cose impossibili
    - Ius est ars boni et aequi - il diritto è l’arte di ciò che è giusto ed equo.

    CESARE
    - Alea iacta - il dado è tratto (Giulio Cesare nell’attraversare il Rubicone)
    - Rerum omnium magister usus - l’esperienza è maestra di ogni cosa (De bello civili)
    - Quoque tu Brute, filii mii - anche tu Bruto, figlio mio 
    - Veni vidi vici - sono venuto, ho vsto, ho vinto

    CESTIO PIO
    - Nascimur uno modo, multis morimur - nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti

    CICERONE
    - Ab amicis honesta petamus - bisogna rivolgere agli amici solo richieste oneste
    -  Alterius non sit qui suus esse potest - non appartenga a un altro chi può appartenere a se stesso
    - Aequa lege necessitas sortitur omnies - L'equa legge della neccessità riguarda tutti
    - Amicorum causa honesta faciamus, ne exspectemus quidem, dum rogemur - compiere per gli amici solo azioni oneste senza aspettare di esserne richiesti
    - Cibi condimentum esse famem - la fame è il condimento del cibo
    - Consuetudinis nagna vis est - la forza dell’abitudine è grande.
    - Cui bono, cui prodest? - a chi giova? (Pro Milone)
    - Cui placet obliviscitue, cui dolet memint - ci si dimentica delle cose piacevoli, ci si ricorda delle sofferenze (Pro Murena)
    - Deligere oportet quem velis diligere - bisogna scegliere chi si vuole amare
    - Deos placatos pietas efficiet et sanctitas - devozione e santita della vita propizieranno gli Dei
    Dicendo homines ut dicant efficere solere - di solito, parlando, si spinge a parlare
    - Dum spiro, spero - finchè respiro ho speranza.
    - Aegroto, dum anima est, spes est - per il malato,finchè c'è vita c'è speranza.
    - Epistula non erubescit - la lettera non arrossisce
    - Iudicia Dei sunt ita recondita ut quis illa scrutari nullatenus possit - gli scopi del Dio sono così astrusi che nessuno puo' scrutarli
    -Historia magistra vitae - la storia è maestra di vita
    - In rebus gerendis tarditas et procrastinatio odiosa est - nel fare le cose l'indugio e il rinvio sono spiacevoli
    - Ita amare oportere, ut si aliquando esset osurusbisogna volere bene come se un giorno si dovesse arrivare a odiare
    - Lex est recta ratio imperandi atque prohibendila legge è il giusto criterio di comandare e di proibire
    - Nemo est tam senex, qui se annum non putet posse vivere - nessuno è tanto vecchio, che non pensi di poter vivere ancora per un anno
    - Mea mihi coscientia pluris est quam omnium sermo - la mia coscienza vale più di ogni discorso
    - Mihi Scipio vivit, semperque vivet - per me Scipione vive e per sempre vivrà.
    - Mihi pinnas inciderant - mi avevano tarpato le ali -
    - Nervos belli pecuniam - il denaro è alla radice della guerra
    - Nomina sunt odiosa - è odioso fare nomi.
    - Nihil inimico quam sibe ipse - niente è più nemico di se stessi. 
    - Non aqua non igni locis pluribus utimur quam amicitia - L'acqua e il fuoco non ci sono utili in più circostanze che l'amicizia
    - Nullus dolor est, quem non longinquitas temporis minuat ac molliat - non vi è nessun dolore che un lungo lasso di tempo non diminuisca o ammansisca
    - O tempora, o mores - che tempi, che costumi.
    - Omen accipio - accetto l’auspicio
    - Omnium rerum principia parva sunt - ogni cosa ha un piccolo inizio (De finibus)
    - Omnia mea mecum porto - porto con me tutte le mie cose (Paradossi)
    - Omnia praeclara rara - tutte le cose eccelse sono rare (De amicitia)
    - Quousque tandem Catilina abuteris patientia nostra? - fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra tolleranza? (I orazione catilinaria)
    - Otium cum dignitate - Nell'ozio ci deve essere dignità
    - Pacta sunt dervanda - i patti devono essere osservati (Filippiche)
    - Plurimum in amicitia amicorum bene suadentium valeat auctoritas - valga soprattutto nell'amicizia l'autorità degli amici che danno buoni consigli
    - Posteriores enim cogitationes... sapientiores solent esse - i pensieri che vengono in un secondo momento di solito sono più saggi
    - Pro aris et focis: in difesa degli altari e dei focolari, quali religione e patria (De natura deorum)
    - Pater patriae - padre della patria (Pro Sestio)
    - Quid dulcius quam habere, quicum omnia audeas sic loqui ut tecum? - Cosa c'è di più dolce che avere qualcuno con cui parlare così come con se stessi?(De Amicitia)
    - Salus populi suprema lex esto - il benessere del popolo sia la suprema legge ( De legibus)
    - Summus ius, summa inuria - estrema giustizia, estrema ingiustizia.(De officiis)
    - Vivere est cogitare - vivere equivale a pensare.
    - Liberae sunt nostrae cogitationes - i nostri ragionamenti sono liberi (Pro Milone)
    - Homines ad duas res, ut ait Aristoteles, ad intelligendum et ad agendum, esse natum - l’uomo è nato per due cose, come dice Aristotele, per capire e per fare (De finibus)
    - Honor est praemium virtutis - l’onore è il premio della virtù (Bruto)
    Nati sumus ad congregationem hominus et ad societatem comunitatem que generis humani - siamo nati con l'istinto dell'unione, dell'associazione e delle comunanza propri al genere umano.
    - Nihil est incertius volgo - nulla è più incerto della folla (Cicerone, Pro Murena)
    - Nihil inimicius quam sibi ipse - nessuno è più ostile a sè di sè medesimo (Ad Atticum)
    - Nihil tam munitum quod non expugnariI pecunia possit - nulla è così forte da non poter essere vinto con il denaro (In Verrem)
    - Semper idem - sempre la stessa cosa (Cicerone)
    - Senectus, quam ut adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptila vecchiaia, che tutti si augurano di raggiungere, ma poi criticano dopo averla raggiunta
    - Si omnia fugiendae turpitudinis adipiscendaeque honestatis causa faciemus, etiam fulmina fortunae contemnamus licebit - Se faremo ogni cosa per fuggire il disonore e raggiungere la buona reputazione, ci sarà possibile trascurare anche i colpi della sorte
    - Silent enim leges inter arma - le leggi sono silenziose in tempo di guerra (Pro Milone)
    - Ut sementem feceris ita metes - mieterai secondo ciò che avrai seminato
    Verae amicitiae sempiternae - Le vere amicizie sono eterne
    - Videant consules (ne quid res publica detrimenti capiat) - provvedano i consoli (affinchè la repubblica non riceva alcun danno). (Catilinam).
    - Virtute duce, comite fortuna - Con la virtù come guida e la fortuna come compagna.

    CLAUDIANO
    - Emitur sola virtute potestas - solo la virtu' puo' comprare il potere

     CURZIO RUFO
    - Canis timidus vehementius latrat quam mordet - il cane timido latra più violentemente di quanto morda.

    ENNIO
    - Amicus certus in re incerta cernitur - un amico fidato si palesa nell’incertezza.

    EPITTETO
    - Sustine et abstine: sopporta ed astienti - Massima dello stoicismo.

    ERCOLE
    - Non plus ultra - fu scritto da Ercole sul promontorio di Gibilterra perchè nessun navigatore lo oltrepassasse.

    ERODOTO
    - Relata refero - riferisco cose riferite.

    EUTROPIO
    Amor et deliciae humani generis - amore e delizia del genere umano

    ESOPO
    - Unus sed leo - uno, ma leone.

    FEDRO
    - Derideri merito potest qui sine virtute vanas excercet minasviene giustamente deriso chi, senza forza, fa vane minacce

    - Invenit forte calvus in trivio pectinemper caso un calvo trovò un pettine in un incrocio
    - Nondum matura es - Non è matura
    - Numquam est fidelis cum potente societasnon è mai sicura l'amicizia con un potente
    - Successus improborum plures allicit - il successo dei malvagi alletta molti
    - Ubi leonis pellis deficit, vulpina induenda estquando manca la pelle del leone, bisogna indossare quella della volpe
    Vulgare amici nomen, sed rara est fides - frequente il nome di amico, ma la fedeltà è rara
    - Vulpes et uva - la volpe e l'uva

    FIDIA
    - Sutor, me ultra crepidam - ciabattino, non (andare) oltre il sandalo.  Fidia, pittore e scultore greco, chiese la consulenza di un ciabattino (sutor) per rappresentare bene i lacci (crepidae) dei calzari. Il ciabattino però estese le valutazioni al dipinto nel suo complesso. Fidia lo invitò a limitarsi ai lacci.

    FURIO CAMILLO
    - Hic manebimus optime - qui resteremo benissimo.
    Non auro sed ferro recuperanda est Patria - Non con l'oro ma con il ferro si salva la Patria

    GELLIO
    - Mulier malum necessarium - la moglie è un male necessario. 
    - Veritas filia temporis - La verità è figlia del tempo 

    GIOVENALE
    - La vendetta è il piacere abietto di una mente abietta.
    Castigat ridendo mores - Fustiga i costumi ridendo
    Crescit amor nummi quantum ipsa pecunia crevit - l'amore per il denaro cresce quanto più cresce il denaro
    Dat veniam corvis, vexat censura columbas - il giudizio è indulgente coi corvi e si accanisce con le colombe
    - Defendit numero - la difesa sta nel numero
    - Felix ille tamen corvo quoque rarior albo - un uomo felice è più raro di un corvo bianco
    - Frontis nulla fidesnessuna fiducia nell'aspetto esteriore
    - Inde irae et lacrimae - di poi le ire e le lacrime (Satire)
    - Mens sana in corpore sano - mente sana in corpo sano (Satire)
    Maxima debetur puero reverentia - al bambino si deve il massimo rispetto 
    - Nil habet infelix paupertas durius in se quam quod ridiculos homines facit - l'infelice povertà ha di più amaro che rende ridicoli gli uomini
    - Omnia Romae cum pretio - a Roma tutto ha un prezzo
    - Panem e circenses - pani e giochi del circo. (Satire)
    Probitas laudatur et alget - l'onestà è lodata e muore di freddo
    - Quantum quisque sua nummorum servat in arca, tantum habet et fidei - ciascuno ha tanta reputazione quanto denaro ha in cassaforte 
    - Quid Roma faciam? Mentiri nescio - che cosa farò a Roma? io non so mentire (Satire)
    - Quis custodiet ipsos custodes? - chi sorveglierà i sorveglianti? (Satire)
    - Rara avis - uccello raro (Satire)
    - Vitam inpendere vero - Dedicare la vita alla verità

    GIUSTINIANO
    - Mors omnia solvit - la morte scioglie tutto.
    - Nomina sunt consequentia rerum - i nomi sono corrispondenti alle cose.

    IPPOCRATE

    IPPOCRATE
    - Contraria contrariis curantur: gli opposti si curano con (rimedi) opposti.
    - Primum, non nuocere (Precetto fondamentale della scienza medica evidenziato da Ippocrate)
    - Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile - la vita è breve, l'arte è lunga, l'occasione fuggevole, l'esperimento pericoloso, il giudizio difficile

    LABERIO
    - Necesse est multos timeat quem multi timent - deve temere molti chi molti temono

    LIVIO
    - Fama nihil est celerius - niente e' piu' rapido della fama
    Fortuna audacia iuvant . La fortuna aiuta gli audaci. 
    Ostendite modo bellum, pacem habebitis - fate una sola dimostrazione di guerra e otterrete la pace
    - Periculum in mora - Vi è pericolo nel ritardo
    Potius sero quam nunquam - meglio tardi che mai (Ab urbe condita).
    Vae victis: guai ai vinti - frase attribuita a Brenno, re dei Galli (Ab Urbe Condita).
    Vincere scis, Hannibal, victoria uti nescis - sai come vincere, Annibale, ma non sai come prendere vantaggio dalla vittoria.

    LUCANO
    - Gli dei nascondono agli uomini la dolcezza della morte, affinché essi possano sopportare la vita
    - Humanum paucis vivit genus - il mondo è destinato a preda di pochi
    Stat magni nominis umbra - resta l'ombra d'una grande fama 

    LUCILIO
    - Non omnia possumusNon possiamo fare tutto

    LUCIO ACCIO
    - Odino, ut temant- odino purchè temano


    LUCREZIO
    - Augescunt aliae gentes, aliae monuuntur; inique brevi spatio  mutantur specia animatum et quasi cursores vitae tradunt - alcune persone crescono, altre diminuiscono; ed in un piccolo spazio generazioni di creature viventi cambiano e, quali corridori, passano nella fiaccola della vita (De rerum natura)
    - De mihilo mihil - il nulla dal nulla (De rerum natura)
    Accidere ex una scintilla incendia passim - da una sola scintilla può scoppiare un incendio

    MACROBIO
    - Leges bonae ex malis moribus procreantur - le buone leggi nascono dai cattivi costumi (Saturnalia)
    Plebeia ingenia magis exemplis quam ratione capiuntur - le menti volgari sono più impressionate dagli esempi che dalle ragioni.

    MANILIO
    - Labor est etiam ipsa voluptas - anche lo stesso piacere e' fatica
    - Per varios usus artem experientia fecit - l'esperienza generoò le arti mediante varie prove

    MARZIALE
    - Perché affliggi il tuo servo in croce, o Pontico, dopo che gli hai tagliato la lingua? Non sai che il popolo ora dice quello che il tuo servo tace?
    - Non est, crede mihi sapientis dicere “vivrò”. sera nimis vita est crastina: vive hodie -  credimi, dire “vivrò” non è da saggio. La vita di domani è troppo lontana: vivi oggi (Epigrammata)
    - Nec tecum possum vivere nec sine te - non posso vivere con te né senza di te.
    - Non est vivere, sed valere vita est - la vita non è vivere ma stare bene

    MENANDRO
    - Risus abundat in ore stultorum - il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi

    OMERO
    - Vox populi, vox Dei: voce del popolo, voce di Dio (tradotto da Omero, Odissea).

    ORAZIO

    ORAZIO
    - Aequam memento servare mentem - ricordati di mantenere la mente serena (nelle avversità)
    - Aurea mediocritas - aurea mediocrità (Odi)
    - Bella detesta matribus - Le guerre sono il terrore delle madri
    - Carpe diem, quam minimum credula postero - cogli il quotidiano, e nel domani credi il meno possibile
    - Dulce est desipere in loco -è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi
    - Dulce et decorum est propatria mori - è dolce e glorioso morire per la patria (Odi).
    - De mortuis nihil nisi bene - nulla, riguardo ai morti, all’infuori del bene
    - Est modus in rebus - c’è una giusta misura nelle cose.
    - Genus irritabile vatum - la razza suscettibile dei poeti (Epistole)
    - Graecia capta ferum victorem cepit - la Grecia conquistata ha conquistato il rozzo vincitore
    - In medias res - nel mezzo della narrazione 
    - Introrsus turpis, specious pelle decora - brutto dentro, di bella pelle fuori (Epistole)
    Ira furor brevis est - l'ira è un furore di breve durata
    - Labor limae - l'elaborata opera della lima- Mors ultima linea rerum est: la morte è il limite di ogni cosa (Epistole)
    - Mihi forsan, tibi quod negarit, porriget hora - il tempo forse concederà a me, ciò che ha negato a te
    Mors et fugacem persequitur virum - la morte raggiunge anche l’uomo che fugge
    - Miscere sacra profanismischiare cose sacre e profane
    - Nam tua res agitur, paries cum proximus ardet - è in ballo anche la casa tua, se brucia la casa del vicino.
    - Naturam expellas furca, tamen usque recurret - puoi cacciare l’indole naturale con un forcone: ma tornerà sempre di nuovo.
    - Nec semper feriet quodcumque minabitur arcus - l'arco non riuscirà sempre a colpire ciò che minaccerà 
    - Nil sine magno vita labore dedit mortalibus - niente senza gran fatica la vita concede ai mortali 
    Non omnis moriar - non morirò del tutto (Odi).
    - Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus - ora bisogna bere, ora si deve battere per terra con il piede (Odi, in onore della morte di Cleopatra, nemica di Roma).
    - Nuda veritas - nuda verità.
    - O imitatores, servum pecus! - o imitatori, gregge di servi!
    - Odi profanum vulgus et arceo - odio il volgo profano e lo respingo (Odi)
    - Omnem crede diem tibi diluxisse supremum: grata superveniet quae non sperabitur hora - Pensa che ogni giorno che sorge per te sia l'ultimo, gradita giungerà l'ora che non ti aspetti
    - Permitte divis cetera - lascia il resto agli Dei 
    - Plenius aequo laudat venalis qui vult extrudere merces - più del giusto loda le merci il mercante che se ne vuole sbarazzare 
    - Pulvis et umbra sumus - siamo polvere e ombra (Odi)
    - Ridentem dicere verum, quid vetat? - chi proibisce di dire la verità in modo scherzoso? (Satire)
    Sapere aude - abbi il coraggio di essere saggio
    - Semel emissum volat irrevocabile verbum - una volta proferita, la parola è irrevocabile (Epistole)
    - Ut pictura poesis - la poesia è come un quadro

    - Vitiis nemo sine nascitur - nessuno nasce senza difetti (Satire)
    Vulgus veritatis pessimum interpres - il volgo è il peggior interprete della verità 


    OVIDIO
    - Abeunt studia in mores - il perseguimento diventa abitudine
    - Conscia mens recti famae mendacia risitla coscienza retta si ride delle bugie della fama (Fasti)
    - Donec eris sospes, multos numerabis amicos: tempora si fuerint nubila, solus eris - finché sarai fortunato, conterai molti amici: se ci saranno nubi, sarai solo
    - Dum loquor, hora fugit - mentre parlo, l'ora fugge
    - Est quaedam flere voluptas - c’è una sorta di piacere nel pianto (Tristia)
    Gutta cavat lapidem - La goccia scava la pietra.
    - Iurgia precipue vino stimulata caveto - soprattutto evita discussioni causate dal vino
    Iuvat meminisse beati temporis - fa bene ricordarsi dei tempi beati
    - Labitur occulte fallitque volubilis aetas -  Scorre nascostamente e sparisce il fuggevole tempo
    - Lis est cum forma magna pudicitiaec’è contrasto tra il pudore e una grande bellezza
    - Medio tutissimus ibis - nel mezzo sarai al sicuro (Metamorfosi)
    Militat omnis amans - ogni amante è un combattente
    - Nemo ante mortem beato - nessuno può essere veramente felice prima della morte (Metamorfosi)
    - Nil adsuetudine maius - niente è più forte dell'abitudine 
    Nullas opes humanas armis Romanis resistere posse - Nessuna opera umana può resistere alle armi dei Romani
    - Omnia mutantur, nihil interit - tutto cambia, nulla muore (Metamorfosi)
    - Pascitur in vivis livor, post fata quiescit - l’invidia si alimenta fra i vivi, e si quieta dopo la morte 
    - Res est solliciti plena timoris amor - l'amore è una cosa piena di ansioso timore
    - Tempora labuntur, tacitisque senescimus annis; et fugiunt, freno non remorante, dies - il tempo passa, invecchiamo senza accorgercene; e i giorni fuggono, senza che nulla li arresti
    - Tempus edax rerum - il tempo consuma tutte le cose (Metamorfosi)
    - Utere temporibus - sfrutta il momento felice
    - Video meliora proboque, deteriora sequor - Vedo le cose migliori e le apprezzo, ma seguo le cose deteriori

    PACUVIO
    - Patria est ubicumque est bene - la patria è dovunque si stia bene

    PETRONIO ARBITRO
    In molle carne vermes nascuntur - nella carne tenera nascono i vermi
    - Necesse habent cun insanientibus furere - tra i pazzi si deve necessariamente impazzire
    - Serva me, servabo te - salvami, io ti salverò
    - Si nos coleos haberemus - se noi avessimo i coglioni 
    - Sol omnibus lucetil sole splende per tutti

    PITAGORA
    - Ipse dixit - l'ha detto lui stesso

    POMPEO
    -  Navigare necesse est (vivere non necesse) - è necessario navigare (vivere non è necessario). Detto da Pompeo ai marinai che, spaventati da una tempesta, esitavano a salpare (Plutarco)

    PLAUTO
    - Amor amara dat - l'amore dà amarezze
    - Contumeliam si dices, audies - se profferisci insulti, sarai insultato (Pseudolo) 
    Homo homini lupus - l’uomo è un lupo per l’uomo
    - Humanum amare est, humanum autem ignoscere est - è umano amare, ma è anche umano dimenticare (Mercator)
    - Ita di(vi)s est placitum, voluptatem ut maeror comes consequatoragli dei è piaciuto far sì che il dolore fosse compagno del piacere
    - Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia - non con l’età ma con l’ingegno si raggiunge la sapienza
    - Nomen omen - il nome (è) un auspicio
    Non homo trioboli - Non (sono) un uomo da tre oboli
    Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia - non con l’età ma con l’ingegno si raggiunge la sapienza
    - Sapiens fingit fortunam sibiil saggio si plasma la fortuna da solo
    - Surrupuit currenti cursori solum - è capace di rubare la suola delle scarpe ad un corridore in piena corsa  
    - Tetigisti acu- hai toccato con l'ago (colto nel segno)

    PLINIO IL GIOVANE
    - Nullum esse librum tam malum ut non aliqua parte prodesset - nessun libro è così cattivo da non poter essere utile in qualche parte. (Epistole)

    PLINIO IL VECCHIO
    PLINIO IL VECCHIO
    -Crescit audacia experimento - sperimentando si aumenta l'audacia
    - Cum grano salis - con un grano di sale (discernimento, avvedutezza)
    - Est procax natura multorum in alienis miseriis - ci sono troppi che sono solo pronti a prendere vantaggio dalle sfortune degli altri
    - In nuce - in una noce (su un esemplare dell’Iliade così piccolo da contenersi in una noce).
    - Malum quidem nullum esse sine aliquo bono - non c’è nessun male senza qualcosa di buono (Storia naturale)
    - Nulla dies sine linea - non far passare un giorno senza scrivere una riga
    - Nemo mortalium omnibus horis sapitnessun mortale è saggio a tutte le ore
    - Ne supra crepidam sutor iudicaretche il calzolaio non giudichi su qualcosa al di sopra della calzatura.
    - Usus efficacissimus rerum omnium magister - l'abitudine è il miglior maestro in tutte le cose

    PLUTARCO
    - Audacter calumniare, semper aliquid haeret - calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato

    POMPONIO
    - Interest nostra potius non solvere, quam solutem repetere - è preferibile non pagare, che ripetere quanto già pagato.

    PROPERZIO
    - In magnis et voluisse sat est - nelle grandi cose anche l'aver voluto è sufficiente
    - Oculi sunt in amore duces - in amore siamo guidati dagli occhi.

    PUBLILIO SIRO
    - Ogni cosa vale il prezzo che l'acquirente è disposto a pagare per averla
    Absentem edit cum ebrio qui litigat - discutere con un ubriaco equivale a discutere con chi non e' li.
    Amare iuveni fructus est, crimen seni - amare è un frutto per il giovane, un delitto per il vecchio
    - Amoris vulnus idem sanat qui facit - la ferita d'amore la sana chi la provoca
    - Beneficium dignis ubi des, omnes obliges - dove conferisci un beneficio su coloro che lo meritano, conferisci un favore a tutti
    - Brevis ipsa vita est sed malis fit longior - la nostra vita è breve ma è resa più lunga dalle disgrazie
    - Cave ne quidquam incipias, quod post poeniteat - stai attento a non inizizare qualcosa di cui potresti pentirti
    - Discipulus est prioris posterior dies -  il giorno che segue impara dal precedente
    - Desunt inopiae multa, avaritiae omnia - la povertà è nel bisogno di molte cose, l'avarizia di tutte
    Etiam capillus unus habet umbram suam - Anche un solo capello fa la sua ombra
    Fortuna vitrea est; tum cum splendet, frangitur -La fortuna è di vetro: più splende più è fragile.
    - Ibi semper est victoria, ubi concordia est - vi è sempre vittoria dove vi è concordia
    - Iudex damnatur ubi nocens absolviturquando il colpevole è assolto, è condannato il giudice
    - Multos timere debet, quem multi timent - coloro che sono temuti da molti, devono aver paura di molti (Sentenze)
    - Stultum est timere quod vitare non potes - è stupido temere ciò che non puoi evitare.

    QUINTILIANO
    - Caligat in solenon ci vede in pieno sole
    - Docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem - i dotti comprendono la ragion dell'arte, i non dotti ne comprendono solo il diletto
    - Non ut edam vivo, sed ut vivam edo - non vivo per mangiare, mangio per vivere.
    - Orationis summa virtus est perspicuitas -  la più grande virtù del discorso è la chiarezza.

    SALLUSTIO
    - Canina facundia exercebatur - praticava una eloquenza mordace

    SCIPIONE L'AFRICANO
    Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam muniendamal nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura

    SENECA

    SENECA
    - Alium silere quod voles, primus sile - ciò che vuoi che un altro taccia, tacilo tu per primo
    - Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt - abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro.
    - Ars longa, vita brevis - l’arte è lunga, la vita breve.
    Ab honesto virum bonum nihil deterret - niente trattiene un uomo buono da ciò che l'onore gli chiede
    - Cui prodest scelus, is fecit - colui al quale il delitto giova, quello ne è autore
    - Desines timere si desines sperare - smetterai di temere quando avrai smesso di sperare
    - Det ille veniam facile, cui venia est opus - colui che ha bisogno di perdono, dovrebbe prontamente concederlo 
    Ducunt volentem fata, nolentem trahunt - il fato guida chi vuole lasciarsi guidare e trascina chi non vuole.
    - Dum inter homnes sumus, colamus humanitatem - finchè siamo tra gli esseri umani, lasciateci essere umani (De ira)
    - Eodem animo beneficium debetur, quo datur - un beneficio e' stimato secondo la mente di chi lo da
    - Exigua pars est vitÊ quam nos vivimus - la parte di vita che viviamo veramente è breve 
    -Fortuna fortes metuit et ignavos premit - la fortuna teme i forti e schiaccia i paurosi
    - Frangar, non flectar - sarò spezzato, non sarò piegato.
    - Honesta quedam scelera successus facit - il successo rende alcuni crimini onorabili
    Impares nascimur, pares morimur - nasciamo diversi, moriamo uguali
    - Imperare sibi maximum imperium est - Comandare a se stessi è la forma più grande di comando
    - Iniqua numquam regna perpetuo manent - i reami iniqui non rimangono per sempre (Medea)
    - Licentia poetica - licenza poetica.
    - Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla -  il percorso dell'inegnamento è lungo, ma breve e pratico tramite gli esempi (Epistole morali)
    - Manus manum lavat - una mano lava l’altra
    - Marcet sine adversario virtusil valore senza avversario ristagna
    - Nemo potest personam diu ferre - nessuno può portare a lungo una maschera
    - Nin mortem timemus, sed cogitationem mortis - non temiamo la morte, ma il pensiero della morte (Epistole morali)
    - Nin vitae sed scholae discimus - non impariamo per la vita, ma per la scuola (Lettere)
    - Nullum magnum ingenium mixtura demientiae fuit - non c'è mai grande ingegno senza una vena di pazzia
    - Nulli necesse est felicitatem cursu sequi - nessuno è obbligato a correre sulla via del successo -
    - Nullius boni sine socio iucunda possessio est - non c'è nulla di buono se non si può condividere con un amico
    - Nullius boni sine socio iucunda possessio est - nessuna cosa è bella da possedere se non si hanno amici con cui condividerla
    - Noli rogare, quom impetrare nolueris - non domandare quando non vorresti ottenere.
    - Non qui parum habet, sed qui plus cupit, pauper est - non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più (Epistole morali)
    - Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus - il tempo non ci manca, eppure ne sprechiamo molto.
    - Numquam magnum ingenium sine mixtura dementiae fuit - non c’è mai stato un grande ingegno senza un grano di follia (De tranquillitate animis)
    - Omnia mea mecum porto - tutto quello che è mio lo porto con me
    - Otium sine litteris mors est et homini vivi sepoltura - l’ozio senza lettura è come morire ed essere sepolti vivi (Epistole morali)
    - Per aspera ad astra - alle stelle attraverso le asperità
    - Qui timide rogat, docet negare - chi domanda timorosamente, insegna a rifiutare
    - Qui auget scientiam, auget et dolorem- chi aumenta il sapere, aumenta il dolore
    - Semel in anno licet insanire - Una volta all'anno è lecito fare follie
    - Si vis amari, ama - se vuoi essere amato, ama (Epistole morali)

    SIBILLA CUMANA
    - Ibis redibis non morieris in bello: andrai, tornerai, non morirai in guerra ovvero andrai, non tornerai, morirai in guerra. Il verdetto della Sibilla Cumana a Giulio Cesare.

    SIRACIDE
    Qui invenit amicum invenit thesaurum - chi trova un amico trova un tesoro
    SIRO
    - Aut amat aut odi mulier, nihil est tertium - La donna o ama o odia, non c'è una terza via

    STAZIO
    - Sonus geminas mihi circumit auris - un rumore mi circonda entrambe le orecchie

    SVETONIO
    - Acta est fabula, plaudite! - la recita è finita, applaudite
    - Ad calendas graecas - mai (le calende greche mai esistite, a differenza delle romane)
    - Boni pastoris esse tondere pecus, non deglubereè proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle
    - Vulpem pilum mutare, non mores - la volpe cambia il pelo, non le abitudini (vita di Vespasiano)

    TACITO
    Corruptissima re publica plurimae leges - moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto.
    Arbiter elegantiae - giudice di raffinatezza ed eleganza.
    - Corruptissima re publica plurimae leges - più corrotto è lo stato, più numerose sono le leggi (Annali)
    - Desertum fecerunt et pacem appellaverunt - fecero un deserto e la chiamarono pace
    - Dum Romae loquitur, Saguntum expugnatur - mentre a Roma si discute (se inviare rinforzi in Spagna per contrastare Annibale o quante legioni inviare), Sagunto viene espugnata. (Annales)
    Honesta mors turpi vita potior - una morte onorevole è migliore di una vita vergognosa.
    - Omne ignotum pro magnifico est - ogni sconosciuto ottiene grande stima (Agricola)
    - Pessimum inimicorum genus, laudantes - il peggior tipo di nemici è quello che tesse le lodi (Agricola)
    - Sine ira et studio - senza ostilità e partigianeria. (come Tacito negli Annali)
    - Tardiora sunt rimedia quam malasono più lenti i rimedi dei mali
    - Vetera extollis recentium incuriosi - magnifichiamo le cose antiche e ci curiamo poco delle presenti
      
    TEODORETO
    - Pecca di semplicismo chi considera felici gli uomini ricchi e potenti. Sono piuttosto infelicissimi e sciagurati, perché posseggono i beni del mondo e li adoperano per il vizio e l'iniquità.

    TERENZIANO
    - Habent sua fata libelli - i libri hanno il loro destino, la loro fortuna.

    TERENZIO
    - Amantium irae amoris integratio est - i litigi tra innamorati sono complemento dell'amore
    - Aliis si licet, tibi non licet - anche se è consentito ad altri, non è lecito per te.
    - Communia esse amicorum inter se omnia - Gli amici hanno tutto in comune
    - Dictum, factum - detto, fatto.
    - Fallacia alia aliam trudit - un inganno tira l'altro -
    Homo sum: humani nihil a me alienum puto - sono un uomo: nulla, che sia umano, mi è estraneo.
    - Ius summum sepe summa malitia est - estrema legge e' spesso estremo errore
    - Iustitia virtutum regina - la giustizia è la regina delle virtù
    - Lupus in fabula - ecco il lupo della favola.
    Nihil est dictu facilius - Niente è più facile che parlare
    - Nullum est iam dictum quod non dictum sit prius - non si dice nulla che non sia già stato detto prima (Eunuco)
    - Ne quid numis - nulla in eccesso (Andria)
    - Quod capita tot sententiae - quante le teste tante le opinioni
    - Pro captu lectoris habent sua fata libelli- secondo l'intelligenza del lettore i libri hanno il loro destino
    - Senectus ipsa est morbus - la vecchiaia stessa è già una malattia (Formione)
    - Verbum de verbo - parola per parola

    TERTULLIANO
    - Credo quia absurdum - credo poichè è impossibile (De carne Christi)
    - Respice post te, mortalem te esse memento - guardati intorno, ti ricordo che sei mortale.

    TIBULLO
    - Audendam est, fortes adiuvat ipsa Venus - bisogna osare, la stessa venere aiuta i forti che osano-  La fortuna è messa in moto dal veloce giro di una ruota instabile
    Nec saevo sis casta metu, sed mente fideli - non essere casta per timore della pena, ma per lealtà d'animo

    ULPIANO
    - Nemo plus iuris in alium transferre potest quam opse habet - nessuno può trasferire ad altri più di ciò che possiede.

    VALERIO MASSIMO
    - Lex est araneae telala legge è come la tela di un ragno
    - Lex est araneae tela, quia, si in eam inciderit quid debile, retinetur; grave autem pertransit tela rescissala legge è come una ragnatela: se vi cade qualcosa di leggero essa lo trattiene, mentre ciò che è pesante la rompe e scappa via

    VARRONE
    - Ars humana aedificavit urbes - l'arte umana ha edificato le città
    - Non omnes qui habent citharam sunt citaruedi - non tutti quelli che hanno una cetra sono citaredi

    VEGEZIO
    - Si vis pacem para bellum - se vuoi la pace, prepara la guerra.

    VESPASIANO
    - Pecunia non olet - il denaro non odora

    VIRGILIO

    VIRGILIO
    - Audaces fortuna adiuvat - la fortuna aiuta gli audaci (Eneide)
    - Auri sacra fames - esecrabile brama del'oro
    - Ab uno disce omnes - da uno conoscili tutti.(Eneide- Accipe nunc Danaum insidias et crimine, ab uno disce omnes.),
    - Agnosco veteris vestigia flammae - riconosco i segni dell'antica fiamma (Eneide, parla Didone),
    - Amor vincit omnia et nos cedamus amori - l’amore supera ogni cosa e quindi cediamo all’amore
    - Desine fata deum flecti sperare precandosmetti di sperare che i decreti degli dei possano esser piegati con le preghiere
    - Fama crescit eundo - la fama cresce cammin facendo (Eneide)
    - Fama volat - la fama vola (Eneide)
    - Fama, malum qua non aliud velocius ullum - la fama, male di cui nessun altro è più veloce
    - Felix qui potuit rerum cognoscere causas - beato chi poté conoscere la causa delle cose
    - Fugit inreparabile tempus - fugge irreparabilmente il tempo
    - Horresco referens - inorridisco raccontando (Eneide)
    Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis! - crudele amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare! 
    - Inter pocula - tra i bicchieri, col calice in mano: detto di allegro convivio (Georgiche)
    - Iuventas vitam iuvat excoulisse per artes - mettete alla prova la vita tramite l’arte (Eneide).
    - Omnia fert aetas: il tempo porta via tutte le cose - Meminisse iuvabit: gioverà ricordarsene (Eneide)
    - Omnia vincit amor - tutto vince l'amore
    - Numero Deus impare gaudet - Dio apprezza i numeri dispari.
    Parce sepulto - risparmia chi è sepolto.
    - Parcere subiectis et debellare superbos - Essere clementi verso i sottomessi e distruggere i superbi.
    - Rari nantes (in gurgite vasto) - rari nuotatori (nel vasto gorgo) - (I compagni di Enea, travolti dalla tempesta, Eneide).
    - Labor improbus omnia vincit -il lavoro assiduo prevale su ogni cosa (Georgiche) 
    - I nipoti raccoglieranno i tuoi frutti.
    - Si parva licet componere magnis - se è lecito confondere le cose piccole con le grandi (Georgiche)
    - Non omnia possumus omne - non tutti possiamo fare tutto
    - Nimium ne crede colori - non fidarti troppo del colore
    - Possunt, quia posse videtur - possono, poiché sentono di potere (Eneide)
    - Sic itur ad astra - così avrai fama (Eneide)
    - Satis esse potuisse videri - è sufficiente sembrar di avere il potere (Virgilio)
    - Saturnia Tellus - terra di Saturno (definizione dell’Italia, Georgiche)
    - Stat sua cuique dies - gnuno ha il suo giorno
    - Timeo Danaos et dona ferentes - temo i Greci (o Dànai, da Dànao re d’Argo) anche se portano doni (Laocoonte ai troiani, per cavallo di legno lasciato dai greci quale dono a Minerva - Eneide)
    - Trahit sua quemque voluptas - ognuno è attratto da ciò che gli piace
    - Vivit sub pectore vulnus - la ferita sanguina nell'intimo del cuore (Eneide)


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  • 08/24/17--06:43: AQUA DRUSIA
  • ARCO DI DRUSO
    "Drusia inventa perductaque est a Druso".

    Menzionata solo da Polemius Silvius, un funzionario presso il palatium imperiale del V sec.. Il Polemius riferisce di un canale sotterraneo originale che passava proprio sotto la Porta Maggiore. Questo canale venne rinvenuto nel XV sec. e purtroppo di seguito venne distrutto colmandolo di demolizioni edili e altro, facendone invece una specie di discarica; l'intradosso (cioè la parte inferiore dell'acquedotto), era a 46.15 m slm, (BC 1912, 228-232; NS 1913, 7, 441). 

    Esso era situato a meno di due miglia dalla città, e una parte di esso è stato trasformato nello Specus Ottaviano della Anio Vetus che passava, si pensa, sopra l'Arcus Drusi, e che raggiungeva il distretto della Via Nova vicino agli Horti Asiniani (Frontino, I.21) . 

    Gli Horti Asiniani, a detta di Frontino, si trovavano alla fine dello specus Octavianus (Frontino de aq. 21), il ramo dell'Anio Vetus costruito da Augusto.
    Poiché questospecusè stata tracciato solo per la porta Latina, e la regione della Via Nova di Frontino,che ha scrittoai tempi di Traiano, non si può fare riferimento alla via Nova costruita daCaracalladavanti alle sue terme, così l'esatta posizione dei giardini è incerta come quella dellavia Nova (cfr RE VII 833,.. VIII 2483, lA 265, DS III 279;. HJ 189). Né il monumentoad AsiniusPollonio puòessere identificato con questi giardini

    Il canale si crede sia stato identificato in vari punti; ma il sito della Via Nova è ancora abbastanza incerto. Lanciani ritiene che attraversasse la via Appia dal reale (non il cosiddetto) Arco di Druso, vicino al vicus Drusianus. Secondo Mommsen potrebbe essere identificato con l'Aqua Damnata, un condotto di acque minerali che Galeno sostiene abbia proprietà terapeutiche. (RE IV.2059). 

    L'Aqua Damnata può a sua volta essere identificata con l'Acqua DOTRACIANA (Pol Silv ); da non confondere però con l'Aqua Crabra (Frontino) che fra l'altro non portava a Roma.

    La Notitia XIV Regionum Urbis Romae menziona l'Aqua Damnata come uno dei 19 acquedotti di Roma. Peraltro sconosciuta è suggerita da Jordan come menzionata erroneamente da Polemius Silvius al posto dell'Acqua Dotraciana, secondo altri è identificata con l'acqua Drusia o con l'acqua Crabra.

    Sul suo trattato hippogratico, ormai perduto nel testo greco, tradotto in arabo ma perduto pure in questo testo, però tradotto e conservato solo in un medievale testo ebraico, il medico Gallieno afferma che nel suolo italico vicino Roma, esiste un'acqua detta "damnata" che il popolo afferma sia curativa per il colon e lo stomaco. 

    Però se bevuta in continuazione procura molti danni al fisico, il che spiegherebbe l'origine del nome.
    Trattasi sicuramente di una delle tante acque ferrose del nord Lazio che contengono una piccola percentuale di zolfo, che in piccole dosi disinfettano stomaco e intestino ma in dosi alte attaccano le pareti dello stomaco procurando la gastrite e altro.


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  • 08/25/17--05:59: COMPITALIA A ROMA
  • ESEMPI DI COMPITUM (AQUINCUM - UNGHERIA)

    I COMPITI A ROMA

    I "compita" (al singolare "compitum") erano i crocicchi, gli incroci stradali, luoghi in cui fin dai primi secoli della vita di Roma venivano consacrati spesso degli altari dedicati ai Lares Compitales, protettori di chi percorreva le strade.
    Edicole e altari, che nelle strade rurali segnalavano e proteggevano i confini fra i campi, all'interno della città segnavano a volte il confine fra i diversi quartieri, ed erano il fulcro di cerimonie officiate dai magistri vici, magistrati preposti al decoro ed al controllo urbano.

    I Lares Compitales all'interno dell'Urbe, erano divinità protettrici delle strade ed edifici limitrofi all'incrocio stradale su cui era stato elevato un Compito (Compitum), cioè una edicola a foggia di tempietto. Pertanto il compito era l'edicola cittadina, da cui la chiesa cattolica ha ereditato le edicole delle madonnine, solo che l'edicola romana era più grande e spesso fornita di due colonne.

    A parte le iscrizioni e gli altari, i resti di quattro possibili compiti sono stati finora identificati a Roma, ma le fonti ne citano almeno XXII per non parlare dei CCLXV (265) citati da Plinio il Vecchio, che nel 70 a.c. ne dà il numero esatto a Roma. D'altronde la base capitolina cita 66 Vici (strade), cui se ne aggiungono 32 sotto Augusto, e nel Topographicum Urbis Romae se ne citano 130 ma sicuramente tra strade vicoli le vie di comunicazione a Roma erano molti di più, e molte di più dovevano essere le loro intersezioni.



    I COMPITALIA

    In onore di queste divinità erano stati istituiti i Compitalia (Ludi Compitalicii o Ludi Compitali), una festività preromana e romana che prevedeva anche dei ludi, celebrata una volta all'anno in onore dei Lares Compitales.

    Dionigi di Alicarnasso (60 - 7 a.c.) riferisce che veniva celebrato pochi giorni dopo i Saturnali e Cicerone (106 - 43) ci dice che cadeva sulle calende di gennaio, ma in una delle sue lettere a Tito Pomponio Attico (110 - 32 a.c.) precisa che la festa cadeva quattro giorni prima delle Nonae di gennaio (2 gennaio).

    Macrobio (390 - 430) e pure Aulo Gellio (125 - 180) ci tramandano la formula con cui la festa veniva annunciata: “Die noni popolo romano quiritibus compitalia erunt".

    I ludi compitalia, gare di lotta, corse e recitazione, vennero aboliti e così la festa nel 64 a.c., durante il periodo delle guerre civili. Ripristinati alcuni anni dopo, furono di nuovo soppressi da Giulio Cesare.ma Augusto ripristinò molte feste e culti già aboliti, tanto più che insieme ai lares compitales aveva fatto immettere delle edicole l'immagine del Geniu augustalis, il genio di Augusto che proteggeva il popolo romano. Poichè appariva a tutti i crocicchi era una pubblicità di tutto rispetto e Ottaviano non se la fece sfuggire:
    « [Augusto] ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate. »
    (Svetonio, Augustus, 31.)

    Quindi non solo li ripristinò ma li destinò alle infiorate e pertanto festeggiati in primavera-estate, con processioni, riti e sacrifici. Edicole e altari, che nelle strade rurali segnalavano e proteggevano i confini fra i campi, all'interno della città segnavano a volte il confine fra i diversi quartieri, ed erano il fulcro di cerimonie officiate dai magistri vici, o vicomagistri, magistrati preposti al decoro ed al controllo urbano, addetti ai ludi compitalia dove si portavano in processione le statuette dei Lari e si compivano sacrifici e libagioni da parte dei vicomagistri.

    COMPITUM

    COMPITUM CLIVUS SUBURANUS

    - Lungo il tracciato di via di S. Martino ai Monti, che ripercorre l'antico clivus suburanus nell'ultimo tratto del pendio che risale verso la Porta Esquilina, nel 1888 i lavori all'interno della cantina di una palazzina hanno riportato alla luce il I compitum, dove sono state riconosciute due fasi di edificazione, il compitum più antico non si è riusciti a datarlo, mentre il secondo si sa con certezza che appartenne al periodo augusteo.

    Il clivus Suburanus era una continuazione della valle della Subura, che saliva tra il colle Oppio e il Cispio fino alla porta Esquilina nelle Mura serviane. I resti della pavimentazione mostrano come seguisse il tracciato delle moderne via di Santa Lucia in Selci, via di San Martino e via di San Vito.

    Della struttura più antica sono stati trovati solo pochi resti, consistenti in una struttura quadrata di blocchi di travertino di grandi dimensioni, forse un altare.

    COMPITUM (POMPEI)
    Dalla seconda fase si è invece riconosciuto un alto podio di grandi blocchi di tufo, fiancheggiati da lastre di marmo, accessibili a mezzo di due scalette laterali in marmo.

    Dietro il podio si elevava una grande base, anche essa fiancheggiata da lastre di marmo, con in cima un cippo o una base di marmo, con un'iscrizione datata al 10 a.c., che registra l'erezione di una statua di "Mercurius ex stipe quam populus" che "Romanus K. Ianuariis apsenti ei (cioè Augusto) contulit".

    L'ara marmorea, che doveva fungere da base per una statua oggi perduta, era infatti dedicata a Mercurio, divinità protettrice dei commerci, ed eretta per volontà dello stesso imperatore Augusto: così recita l'intera iscrizione incisa sulla base:

    "IMP CAES DIVI F AUGUST PONTIF MAXIMUS COS XI TRIBVNICIA POTEST XIIII EX STIPE QUAM POPULUS ROMANUS K IANUARIIS APSENTI EI CONTULIT IULLO ANTONIO AFRICANO FABIO COS MERCUSRIO SACRUM"

    "L'imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, Pontefice Massimo, Console per l'XI volta, investito del potere tribunizio per la XIV volta dedicò questo monumento con il denaro che il popolo romano donò il primo gennaio, mentre lui era assente, durante il consolato di Iullo Antonio e Fabio Africano. Consacrato a Mercurio".

    I blocchi di basalto appartenenti a strade o piazza sono stati trovati su tre lati di questa struttura, ma non si menziona quello che si trovava sul quarto lato.  Del resto la chiesa di S. Martino ai Monti è ricca di marmi antichi, e possiede ben quattordici colonne antiche di recupero.

    Svetonio informa che Augusto ha distribuì un gran numero di statue da porre nei vici, pagate con i doni di Capodanno che aveva ricevuto in regalo dai suoi amici e dalle persone in genere. La statua di Mercurius era una di queste. La destinazione evidente di queste statue era quella dei compitalia, che erano legati ai vici di Roma. Per questo vennero dette "statue vicarie", da vici.

    POMPEI

    COMPITUM ACILIUM

    - Durante la costruzione di Via dei Fori Imperiali è stato trovato il Compitum Acilium, ma evidentemente fu dimenticato visto che:

    "E' degli ultimi mesi del 2003 la scoperta di un basamento, strettamente connesso alla fontana medesima (Meta Sudans) ed interpretato come compitum. Le indagini si sono concluse nel dicembre 2003 riportando completamente alla luce questo complesso monumentale, carico di valenze simboliche e topografiche. Questa scoperta ha reso più evidenti il significato e la forma della fontana flavia: è chiaro che essa ripropone un preciso ricordo, che ne è anche modello ispiratore, anche se in scala decisamente molto più grande."

    La sua parte inferiore era costituita da un podio (2.80 x 2.38x1.40), fiancheggiato da lastre di travertino, accessibile da quattro gradini in marmo. Di fronte a questi passaggi e lungo uno dei lati si trovano blocchi di basalto appartenenti a strade o piazza.
    Sulla parte posteriore del podio era una cella, più larga che profonda (2,38 x 1,56). Di fronte due colonne sostenevano un tetto. Il santuario venne abbandonato quando fu costruita la Domus Aurea.

    Su un frammento di un marmo architrave è stata trovata un'iscrizione da 5 a.c., dove si citano i magistri Vici Compiti Acili, menzionati anche in un'iscrizione su un frammento di un altare marmoreo datato 3/4 d.c..

    Il Compitum Acilii era secondo alcuni era locato nell'intersezione del Vicus Cuprius e un'altra strada che correva a nord-est, su e attraverso la Carinae. Questo compito è menzionato due volte. Vicino al Toro del Tigillum (Hemerol Arv. Ad Kal. Oct. = CIL VI.32482) e un negozio acquistato dallo Stato per Archagathus, il primo medico greco venuto a Roma nel 229 a.c. (Gas NH XXIX.12, cfr Mommsen, Münzwesen 632).

    LARES (FORSE PRAESTITES)

    COMPITUM VESTAE

    - Un terzo compito potrebbe essere una struttura posta contro la parete esterna dell'atrio Vestae, a ovest dell'ingresso. La sovrastruttura poggia su due colonne che si alzano da un podio. Questo edificio può essere stato costruito nel II sec. d.c. e ricostruito nel III, come indicato da timbri in mattoni e la decorazione architettonica. A questa struttura entrambi Lanciani e Coarelli vorrebbero relazionare un'iscrizione trovata nel Forum che registra la ricostruzione della regionis VIII Vico Vestae del 223 d.c. Coarelli lo considera il sacello dei Lares Praestites.

    A Roma e nell'impero vi erano diversi culti dei Lares, sicuramente preromani e molto arcaici. Vi erano i Lares viales, protettori delle strade, e Lares permarini, cui era affidata la custodia sulle vie del mare; e in tutela dei campi di battaglia erano posti i Lares militares.

    Come poi ogni fondo privato aveva il suo Lare, così ebbe i suoi Lari anche il territorio dello stato: essi si trovano invocati, nell'antico carme arvale (v. arvali), insieme a Marte, da cui s'implorava la prosperità delle campagne. 
    A questi Lari dello stato, designati col nome di Lares Praestites, fu consacrato, in summa Sacra Via, un tempio (aedes Larum), che fu poi restaurato da Augusto e il cui giorno anniversario si celebrava, da Augusto in poi, il 27 giugno. L'aedes Larum poteva essere comunque uno spazio con un compitum che accoglieva le statue dei Lares Praestites.



    COMPITUM IUGARIUS

    Infine, viene riportata la scoperta di un compitum sull'incrocio tra Vicus Iugarius e una
    via secondaria. Non è stato pubblicato su di esso ancora nulla di sostanziale. Di esso possediamo solo un'immagine che mostra una stanza chiusa, che ricorda il Compitum Acilium.



    COMPITUM ALIARIUM

    Il Compitum Aliarium secondo le iscrizioni venne posto all'incrocio di due o più strade di una località sconosciuta, che è menzionata però in 4 iscrizioni (CIL VI.4476, 9971, 33157; BC 1913, 81). Qualcuno vi riconosce un'allusione all'aglio, alium, ma non ve ne è alcuna certezza.



    COMPITUM CONCORDIA

    Un'edicola con la statua bronzea della Concordia eretta dall'edile Gneo Flavio nel 304 a.c. nella Graecostasi, in area volcanale, presso il tempio della Concordia. venne distrutto quando detto tempio venne ampliato. 

    Gneo divulgò il testo delle formule procedurali, lo Ius Flavianum, sino ad allora privilegio dei patrizi, che costituì il primo nucleo del Diritto romano. Successivamente pubblicò il calendario dei fasti, ovvero dei giorni in cui era consentito stare in giudizio, ad evitare che il popolo fosse costretto ad interpellare i sacerdoti per conoscerli.

    Fece edificare il compito auspicando la Concordia coi patrizi adirati con lui da queste pubblicazioni. Il senato però non gli votò l'edificazione per cui Gneo si servì dell'ammontare delle multe per usura pagate dai nobili romani per sovvenzionare l'edicola.



    COMPITUM FABRICIUM

    Compitum Fabricium: evidentemente all'incrocio tra il vicus Fabricius (CIL VI.975) ed altre strade, dove esisteva anche un lago. Si trovava presso le Curiae Novae (Fest. 174, il nuovo santuario delle curie menzionato da Festo, visto che le vecchie Curie erano diventate troppo piccole per l'uso), posto probabilmente sulle pendici occidentali del Celio.

    Si dice si chiamasse così (Placidus 45, Deuerl.) per il fatto che venne donata una casa a Fabrizio in cambio della liberazione di certi prigionieri romani. Il Fabricius in questione si riferisce probabilmente all'ambasciatore di Pirro nel 278 a.c.. (cf. Cic. Brut. 55). 

    Il vicus Fabricii è conosciuto solo attraverso la Base Capitolina, anche nota come Base dei Vicomagistri, è il basamento marmoreo di una statua dedicata all'imperatore Adriano dai vicomagistri nel 136 d.c. di fondamentale importanza per la ricostruzione della topografia dell'antica Roma, in quanto su di esso è riportato l'elenco dei vicomagistri dedicanti, suddivisi ciascuno per il vicus di competenza.Rinvenuta sul Campidoglio nel XV secolo, è conservata presso i Musei capitolini. La base capitolina, era posta nell'ultima strada della Regio I (RE VI.1930; HJ 201).


    COMPITUM PASTOR                                             

    Nel compito era rappresentata la statua di un mandriano o di un pastore che evidentemente rappresentava una divinità.

    HERMES CRIOFORO
    Sappiamo che diverse divinità pagane vennero rappresentate con un ariete od altro animale sulle spalle. L'immagine a lato ad esempio è Hermes criforo (Mercurio portatore di ariete).

    D'altronde Hermes, come Apollo, sono due divinità delle greggi già dal VI sec. a.c., raffigurati già coll'animale sulle spalle. Secondo il mito Apollo allevava un armento di buoi, detti "i buoi del Sole", che del resto Hermes rubò e i compagni di Ulisse pure.

    E' lecito pertanto pensare che il pastore fosse un Dio della pastorizia, come del resto era Fauno. Ma anche Mitra compare con l'ariete sulle spalle, che appunto non è un agnello come appare invece nell'iconografia cristiana, ma è un vero e proprio ariete  che comunque anche in età romana alludeva come segno zodiacale all'avvento della primavera e all'inizio dell'anno (nelle epoche più antiche).



    COMPITUM S. OMOBONO

    Negli scavi dell'area di S. Omobono è emersa l'esistenza di un culto con un'ara, ma senza edificio templare. Si pensa trattarsi di un'edicola sacra, cioè di un compitum che del resto è citato da Plinio.



    COMPITUM MONS OPPIUS

    Il compito è citato in modo molto generale e se conosce solo la vaga ubicazione. Alcuni sostengono trattarsi dello stesso compito Aliarum, ma la cosa è dibattuta.


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  • 08/26/17--06:55: PORTA STERCORARIA
  • VESTALI
    Sul Clivo Capitolino si aprivano probabilmente due porte: la porta Pandana (detta anche Saturnia) che doveva originariamente rimanere aperta per permettere il passaggio a Tito Tazio e ai Sabini, e la porta Stercoraria, dove venivano portati i resti delle cerimonie delle Vestali destinati ad essere gettati nel Tevere.

    La seconda porta è ricordata presso il Clivo Capitolino: si chiamava Stercoraria perché attraverso di essa passavano le Vestali per andare a gettare nel Tevere i purgamina (rifiuti) di Vesta e si apriva su un angiportus. L'angiporto (dal latino angipòrtus, composto di angus, "angusto" dal greco àngcho, "stringo", e dal latino portus, "passaggio") è un particolare vicolo, in genere a forma di galleria, attraversando due o più fabbricati in muratura vicini per mettere in comunicazione due strade.

    Secondo alcuni studiosi questo passaggio sembrerebbe attingere al ricordo di un antico limite tra l'esterno e l'interno dell'abitato. Ma la cosa è molto vaga e poco o nulla provata.

    PERCORSO DEL CLIVUS CAPITULINUS SU CUI SI ERGEVA
    LA PORTA STERCORARIA (immagine ingrandibile)
    Dunque la Porta stercoraria che accedeva da e al colle capitolino si apriva il 15 giugno per farne uscire l'immondizia del tempio di Vesta da scaricare nel Tevere.

    Questo è quel che viene riportato e naturalmente non è così, perchè sia il tempio di Vesta e meglio ancora la casa delle vestali erano fornite di acqua e fognature, come del resto tutto il foro di Roma.

    Resta il fatto che i rifiuti dal tempio di Vesta venivano rimossi e gettati nel Tevere (Pest 344;.. Cfr ii 258; Varrone ......VI 32; ov veloce VI 713: veloce ap OLIO IP 319, e NS 1921, 98). Probabilmente la porta era circa a metà strada su per il pendio, ma non v'è alcun indizio per la sua esatta posizione (Jord I. 2. 64;... Gilbert II 316; Richter 117).

    E' evidente che si trattava di un rito, del resto c'erano a Roma le feste Vestalia, dal 9 al 15 giugno in onore di Vesta, Dea del focolare. Il periodo dei Vestalia inizia con l'apertura del Penus Vestae (Vesta aperitur). Il penus Vestae era collocato nella cavità trapezoidale che si apriva nel podio, ed alla quale si accedeva soltanto dalla cella, il sito era proibito alla vista di tutti tranne che alle Vestali, dove erano conservati i "pignora civitatis", ovvero gli oggetti sacri ai destini di Roma e "pegno" delle sue fortune, che Enea, secondo la leggenda, avrebbe trasportato da Troia.

    Finchè i Pignora Civitas restavano a Roma la città non poteva cadere, e, per ironia del destino, così fu. I Pignora Civitatis furono custoditi nel Tempio di Vesta dalle sue sacerdotesse, le vestali, le uniche che avessero il diritto di vedere e custodire gli oggetti sacri, diritto non accordato nemmeno al Pontifex Maximus.

    VESTALI
    I pegni erano:
    1) Il Palladio
    2) I Lari e i Penati di Enea
    3) La Dea Nera
    4) Le reliquie di Tanaquil
    5) La corona di Alessandro Magno

    Nei giorni delle vestalia era consentito alle matrone, e solo a loro, entrare a piedi nudi nella parte esterna del Penus Vestae, luogo proibito nel resto dell'anno a tutti ed in particolare agli uomini (con la sola eccezione del Pontifex Maximus).

    L'ultimo giorno (Vesta cluditur) era definito con la sigla Q St D F, che sta per : Quando Stercus Delatum Fas, cioè “quando l'immondizia del tempio è stata portata via, il giorno è fas”: in coincidenza con le Eidus, l'Aedes Vestae veniva solennemente ripulita e le impurità portate, a quanto riferisce Festo, in un vicolo che si trovava circa a metà del Clivus Capitolinus, chiuso dalla Porta Stercoraria, per poi essere forse gettate nel Tevere.

    Il termine stercus, in realtà ad altro non può riferirsi che ad “escrementi di animale”, per cui questo uso non sarebbe che “un resto fossilizzato del tempo, anteriore all'esistenza della città, in cui una società pastorale doveva ripulire dallo stercus la sede del suo fuoco sacro”.

    Qualcuno ha ipotizzato che nell'ultimo giorno di festa si organizzasse una lunga processione di greggi e armenti, che terminava con la pulizia del tempio e della strada rituale percorsa. Per altri la cerimonia indica la purificazione del tempio, ma si riferisce anche alla concimazione dei campi. Invece secondo Ovidio lo sterco viene gettato nel Tevere. In ogni caso la purificazione del tempio segna il compimento dell'opera produttiva della terra e la preparazione di una stagione nuova.

    Tutte queste interpretazioni non sembrano soddisfacenti, sia perchè lo sterco è una chiara allusione all'escremento animale (per quello umano in genere si indicano le feci), ma nel tempio di Vesta non c'erano animali, nè le si sacrificavano animali, ma solo primizie e focacce.

    HESTIA
    In tempi remoti le sacerdotesse erano addette ai misteri dei cicli della vita, e la fossa scavata nel recinto sacro riceveva le ceneri delle offerte di primizie, erbe odorose, vino ed altro. ma era cura delle sacerdotesse raccogliere dello sterco animale (di erbivori) e mescolarlo fino ad ottenerne un concime che veniva dissotterrato l'anno seguente per concimare l'orto delle stesse sacerdotesse. Era un'abitudine molto in voga in tutti i riti arcaici dedicati alla Madre Terra, e sembra evidente che Vesta (già Estia) fosse in tempi molto lontani una Grande Madre.

    Così si riproduceva il mistero della vita e della morte, dove anche l'escremento o le ceneri alimentavano la nuova vita. Era l'antica idea della reincarnazione che però non piacque ai romani che rispettarono solo parte del rito, introducendo l'obbligo di distruggere ciò che le sacerdotesse avessero accumulato in quell'anno, e il modo migliore a disposizione era di disperderlo nel fiume, come cosa indesiderata da conservare.

    Per questo non solo impartirono alle sacerdotesse l'ordine di gettare lo sterco e le ceneri nel fiume ma istituirono pure una porta apposita che fosse usata solo per quello scopo, una specie di rituale di allontanamento dal significato originario del rito. Così si verificava un fenomeno di "annullamento" sia dei residui sia della strada compiuta per liberarsene. Spesso i riti si modificano nel tempo simboleggiando l'esatto opposto di ciò che doveva significare. Pertanto la Porta Stercoraria e ra sicuramente interdetta ai civili che del resto se ne tenevano volentieri lontani.




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  • 08/28/17--07:06: VIA POSTUMIA
  • VIA POSTUMIA VISIBILE SOTTO L'ARCO DEI GAVI (Verona)
    La Via Postumia è una via consolare romana fatta costruire, o almeno terminata, come riportano Strabone e Tacito, nel 148 a.c. dal console romano Postumio Albino nei territori della Gallia Cisalpina, l'odierna Pianura Padana, per scopi prevalentemente militari.

    Le dimensioni delle strade consolari variavano a seconda dell’importanza: gli assi viari principali erano molto ampi, il cardine massimo poteva arrivare a misurare anche 14 metri e il decumano massimo circa 10 metri; l’ampiezza dei cardini e dei decumani minori era compresa tra 9 e 5 metri.

    La via Postimia congiungeva le città di Genova, Tortona, Piacenza, Cremona, Verona, Vicenza, Oderzo, per arrivare fino ad Aquileia. Soprattutto però congiungeva per via di terra i due principali porti romani del nord Italia: Aquileia, grande centro nevralgico dell'Impero Romano, sede di un grosso porto fluviale accessibile dal Mare Adriatico, e Genova.

    VIA POSTUMIA
    Per trovare i due successivi porti più importanti si doveva scendere a Roma dal lato tirrenico e a Ravenna dal lato adriatico. A Verona è stato trovato un cippo molto rovinato, oggi conservato nel museo Maffeiano, che segna chiaramente 
    « S(purius) Postumius S(puri) f(ilius) S(puri) n(epos) Albinus co(n)s(ul) CX(X)II Genua Cr(e)mo(nam) XXVII». 
    Da esso, il nome del costruttore ed i due capisaldi Genova e Cremona; la distanza di CXXII milia passuum (192 miglia).

    Recenti studi però hanno dimostrato che lo scopo della strada non era tanto quello di congiungere Genova con Aquileia, le due città situate agli estremi opposti della Cisalpina e senza rapporti diretti tra loro, quanto come via di comunicazione militare per collegare le colonie latine della Cisalpina, cioè Piacenza, creata contro le tribù liguri, Cremona, per contrastare gli Insubri, e Aquileia, pensata come sentinella all’estremità orientale della valle Padana. In pratica la via Postumia poteva anche venire considerata come una specie di fronte di difesa.

    IL TRACCIATO


    IL PERCORSO

     La strada, lasciata Genova, percorreva la Val Polcevera fino a Pontedecimo (Pons ad decimum lapidem), quindi valicava l'Appennino nei pressi dell'odierno Passo della Bocchetta. Bisogna ricordare che la strada proseguiva, anche seguendo il tracciato di precedenti percorsi liguri, per i crinali anziché per i fondovalli.

    Pertanto dalla Bocchetta (o Pian di Reste) procedeva per il Monte Poggio, passando per l'odierno Fraconalto (inizialmente Fiaccone, sorto nel Medioevo, probabilmente attorno ai secoli IX-X), scendeva per il valico presso l'attuale Passo della Castagnola, frazione di Fraconalto, risaliva per il Monte Porale, e quindi scendeva verso la pianura passando per la fiorente Libarna. A Libarna il cardine massimo coincideva con un tratto della via Postumia. La meta finale di questo primo settore dell'Oltregiogo era Dertona.

    VIA POSTUMIA (CON ACQUEDOTTO)
    Proseguendo nel suo cammino, la via Postumia congiungeva Dertona con Placentia (Piacenza), inserendosi nel sistema viario costituito dalla via Emilia che proveniva da Rimini (Ariminum) già dal 187 a.c. da dove si collegava a Roma attraverso la via Flaminia dal 220 a.c.

    Il tratto Placentia-Dertona della via Postumia divenne in seguito parte della via Julia Augusta, costruita nel 13 a.c. per volere dell'imperatore Augusto al fine di completare il collegamento stradale tra Roma e la costa meridionale della Gallia: raggiungeva Arles passando per il trofeo di Augusto alla Turbie.

     La via Postumia da Placentia proseguiva fino a Cremona dove attraversava il fiume Po e da qui, proseguendo verso est, raggiungeva Bedriacum, l'odierna Calvatone, città sorta alla confluenza tra il fiume Oglio e il Chiese.

    Da Bedriacum si diramava un tratto che raggiungeva Mantua (Mantova), mentre il percorso principale proseguiva per Verona, dove attraversava il fiume Adige.

    Per questo motivo, la via Postumia assumeva grande importanza in quanto rappresentava l'unico percorso interamente terrestre che consentiva di arrivare da Roma all'est e al Trentino, in quanto il suo ponte a Verona era all'epoca l'unico sull'Adige. Da Verona, prima di raggiungere Aquileia sul mare Adriatico, portando a termine il collegamento con il mare Tirreno da cui partiva, la via Postumia passava per Vicenza, Oderzo e Iulia Concordia, l'odierna Concordia Sagittaria.

     Con l'apertura della nuova via Julia Augusta tra Tortona e Vada Sabatia (Vado Ligure), che tagliava fuori Genova, il primo tratto della strada perse progressivamente importanza e con essa le zone della valle del Lemme. Al contrario acquistarono importanza le zone intorno ad Acqui Terme.

     La via Postumia, con qualche modifica, rimase attiva almeno fino all'VIII secolo sotto il controllo dei monaci della potente Abbazia di San Colombano di Bobbio, per poi cadere lentamente in disuso fino ad essere dimenticata.



    GLI EVENTI CHE VI SI RIFERISCONO

    - fine VI sec. a.c. - attestati scambi commerciali verso l’area padana di manufatti etruschi, fenici, cartaginesi, greco-tirrenici, con la pianura padana, soprattutto con Valpolcevera (futura Postumia).
    - fine III sec., e II secolo a.c. - il suo uso dalla fine della I guerra punica per l’espansionismo romano nella Liguria di allora:
    - 238 a.c. : T. Sempronio Gracco contro gli Insubri e altre tribù dell’interno
    - 236 a.c.- L. Cornelio Lentulo celebrò il primo trionfo ‘de Liguribus’.
    - 233 a.c. - Q. Fabio Massimo sottomise la Liguria orientale.
    - 222 a.c. - inizia la II guerra punica. Boi ed Insubri si alleano con Annibale ed assaltano Piacenza e Cremona. 
    - 218 a.c. - C. Cornelio Scipione sbarcò a Genova proveniente dalla Gallia, per raggiungere la valle padana dove era Annibale. 
    - 205 a.c. - Genova viene assalita da Magone.
    LA VIA POSTUMIA A VERONA.
    SULLO SFONDO LA PORTA ROMANA
    - 197 a.c. - Q. Minucio Rufo partendo da Genova occupa militarmente la direttrice occidentale verso la pianura padana, assoggettando 15 tribù liguri dell’Appennino garantendo sia una difesa tra i tre capisaldi strategici militari (Genova e Piacenza-Cremona), sia la nascita della via Emilia (187 a.c.).
    - 181 a.c. - vittoria sugli Ingauni
    - 180 a.c. - deportazione degli Apuani
    - 179 a.c. - sottomissione dei Liguri Statielli
    - 166 a.c. - vittoria sui Liguri Eleates
    - 154 a.c. - Q. Opimio partì da Piacenza verso Genova, per sedare la rivolta della tribù degli Oxibii e dei Deciati.
    - 148 a.c. - Per consolidare questo lento processo di romanizzazione, nasce la via Postumia.
    - 117 a.c. - Tavola bronzea di Polcevera. Viene reperita una sentenza che sanciva i rapporti giuridici tra Genova e una comunità ad essa soggetta, definendo i confini dei terreni contesi e le modalità di utilizzo degli stessi da parte dei due contendenti. Viene citata tra i confini la via Postuma.
    - 109 a.c. - il censore Emilio Scauro fa costruire una strada che aggiri l'Appennino fino a Vada Sabatia (Vado Ligure) passando per Derthona (Tortona). Tale via prese il nome di via Emilia Scauri.
    - 100 a.c. - Strabone definisce Genova ‘emporio’ per i Liguri dell’entroterra.
    - 13 a.c. - inaugurazione della via Iulia Augusta.
    - 312 d.c. - Milano diventa capitale dell’Impero; la Postumia viene riattivata per i rifornimenti (grano, olio) che dal porto erano destinati a Milano dalla quale dipendevano Genova e le province sicule ed africane. 
    - 408 d.c - lo storico Zosimo racconta di emissari eunuchi inviati da Roma, che accompagnavano la moglie ripudiata alla propria madre a Ravenna: preferirono far vela a Genova e percorrere la Postumia.
    - 535-554 d.c. - la via venne usata dai Bizantini nelle battaglie contro gli Ostrogoti
    - 539 d.c. - il re d’Austrasia Teodeberto (figlio di Teodorico) dal Gottardo scese a combattere sia Goti che Bizantini: li sconfisse e li inseguì sulla Postumia passando per Genova



    I RESTI DELLA VIA OGGI

    Attualmente alcuni tratti sono percorribili:
    •  - come strada provinciale (da Vicenza in direzione Treviso) con il nome di Strada provinciale 102 Postumia romana. 
    •  -  nel tratto tra Vicenza ed Oderzo era quasi perfettamente rettilinea, salvo una curva in prossimità dell'attraversamento del fiume Brenta. Il suo tracciato originario è facilmente visibile e ricostruibile utilizzando mappe o foto satellitari, e collegando con una linea retta i frequenti tratti ancora attivi. 
    •  - esiste un tratto percorribile denominato "Via Postumia" anche in provincia di Cremona fino al capoluogo di provincia stesso: vi entra ad Est (vicino al casello autostradale) e a Sud/Ovest (Via del Sale). Il fiume Po non veniva attraversato dove scorre adesso, perché le mappe medievali testimoniano di un suo corso più vicino alle mura della città. 
    •  - il tracciato rettilineo di continuazione è facilmente individuabile anche a Castelvetro Piacentino. 
    •  - esiste un tratto in provincia di Parma, 
    •  - tra San Secondo Parmense e Roccabianca. 
    •  -  un tratto rettilineo di oltre 50 km, virtualmente ininterrotto, tra il Veronese ed il Mantovano, tutt'oggi quasi del tutto percorribile in auto, parte dalla Chiesa di Santa Anastasia per lambire l'antico Foro Romano della città di Verona (l'attuale Piazza delle Erbe), Corso Portoni Borsari (fin qui la via corrispondeva al Decumano Massimo della città), Corso Cavour, quartiere Stadio, Via Mantovana per abbandonare la città in direzione Villafranca di Verona, Quaderni di Villafranca; in provincia di Mantova con il guado del fiume Mincio, Goito, Gazoldo degli Ippoliti per arrivare al fiume Oglio.
    RICOSTRUZIONE DELLA PORTA ROMANA DI VIA POSTUMIA
    Ed ecco l’antica porta romana dove confluivano la Via Postumia (attuale via G. Taverna), la circonvallazione esterna alle mura meridionali (odierne via Garibaldi e via Sant’Antonino), e infine una terza strada diretta in Val Trebbia (attuale via Castello). Il percorso ha inizio proprio nella piazza, dalla quale si entra nel perimetro murario fiancheggiando la Torre degli Scotti (sec. XI - XII), innalzata nei pressi della più antica porta romana.


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  • 08/31/17--06:13: CULTO DELLA NINFA EGERIA
  • EGERIA DETTA LE LEGGI A NUMA POMPILIO

    NUMA POMPILIO

    Narra la leggenda che Numa Pompilio sia stato partorito nel tempio di Cerere, il che faceva presupporre una nascita molto particolare. Ma nel tempio di Cerere si partoriva? Non penso, allora fu un caso, per cui la madre di Numa al termine della gravidanza girava con beata incoscienza finchè le colsero le doglie non la colsero proprio dentro il tempio. Ma a posteriori si sa che tutti i grandi uomini ebbero eventi particolari alla loro nascita.

    Comunque gli instaurò per ispirazione della Ninfa Egeria il culto di Tacita, Dea del silenzio, equiparata ad Iside, colei che richiede il silenzio nei Sacri Misteri. Una Dea che non era stata azzittita in quanto femmina, come qualcuno ha arditamente interpretato, ma che raccomandava ai seguaci di non svelare i suoi Sacri Misteri.

    IGEA - EGERIA
    (Copia Romana di statua Greca)
    Inoltre Tacita era collegata alla fava e al culto dei morti, il che ne sottolinea l'aspetto misterico. In quanto alla ninfa Egeria qualcuno suppone fosse una moglie sacerdotessa di Numa, in carne ed ossa.

    Vi era un bosco irrigato nel mezzo da una fonte d'acqua perenne che sgorgava da un'ombrosa grotta. Numa spesso vi si recava senza testimoni per incontrarsi con la Dea, consacrò quel bosco alle Camene a sud est del Celio poiché ivi esse si ritrovavano con Egeria sua sposa". (Tito Livio – Storia di Roma – Newton Compton 1997)

    Numa Pompilio pertanto cominciò a stabilire nuove leggi. Si dice, o almeno lui sostenne, che sua ispiratrice fosse la divina ninfa Egeria.

    Questo ha sollevato molti dubbi, dicono che Numa era un furbo che rifilava leggi, dichiarandole divine,  per salvarsi dall’ostilità dei patrizi, e che la ninfa non c'entrava per nulla. Ma andiamo a vedere.

    Gli incontri tra il re e la ninfa avvenivano nel bosco sacro delle Camene, nel lato sud est del Celio.
    Le Camene erano divinità o ninfe legate alle acque, sorgenti o fiumi che fossero. Erano quattro: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. Avevano virtù profetiche e ispiratrici. Nel carattere dunque ci siamo.

    Ma Numa è Sabino e proviene da una società matriarcale che ha Dee e geni femminili. Altrimenti perché i romani avrebbero dovuto rapire le sabine anziché chiederle in moglie?

    I romani erano pastori e guerrieri, senza stanzialità, vagavano nel Lazio e la fondazione di Roma era recente. Le Sabine non erano disposte a seguire le leggi maschiliste dei romani che avevano una trinità maschile: Giove, Marte e Quirino.

    Numa porta il culto da privato a pubblico, il famoso tempio di Giano le cui porte sono chiuse in tempo di pace viene costruito durante il suo regno. Al nuovo ordine sacerdotale dei Flamini è affidato il culto di Giove, Marte e Quirino mentre al nuovo ordine delle Vestali è assegnato il compito di vegliare il fuoco sacro di Vesta.

    Rimasto vedovo Numa Pompilio prese a condurre una vita ritirata e tranquilla, ma nella sua vita comparve la ninfa Egeria, sulla cui esistenza, probabilmente qualcuno aveva espresso le sue riserve.
    Lo storico Dionigi riporta:
    "Egli invitò alcune persone nella sua modesta casa per un pranzo fin troppo frugale, ma li invitò a tornare per cena. L'abbondanza di cibi, frutta, bevande ed ogni altro ben di Dio e la ricchezza degli arredi era tale da far gridare al miracolo... e al miracolo gridarono,infatti, i suoi ospiti e nessuno dubitò più dell'esistenza della misteriosa, divina creatura capace di compierlo."

    Viene da pensare: ma non era il re? Come mai c'era penuria di cibo in casa sua? Ed era così straordinario che offrisse poi una cena come si doveva? A meno che non fosse patologicamente avaro, l'aneddoto ha poco senso.

    SANTUARIO DI EGERIA

    EGERIA

    I resti del santuario mostrano una grande stanza rettangolare, con una nicchia centrale e sei laterali, risalente al II sec. d.c. decorato di marmi verdi. All'esterno l'acqua scorreva in una grande piscina rettangolare, circondata da un portico oggi interrato. Era il 'Lacus Salutaris' anticamente citato a sinistra della via Appia Antica. Superato il quadriportico l'acqua formava un altro grande bacino ottagonale ed infine si gettava nel fiume.

    Un santuario di tutto rispetto dunque, dedicato alla Dea della Salute, con una sorgente miracolosa dove come a Lourdes si bagnavano i fedeli. Purtroppo questo particolarissimo bene archeologico non viene dissotterrato nè restaurato, come tanti beni antichi è abbandonato all'incuria.

    Egeria, chiamata anche Camena perché cantava vaticinando, era  una Ninfa di Sorgente che da lei prendeva il nome e Valle delle Camene era chiamata la valle in cui scorreva il fiume sacro, l'Almone. 

    La Ninfa viveva in una grotta segreta e nascosta in un boschetto ai piedi del Celio e i suoi convegni notturni con Numa Pompilio avvenivano proprio alla sorgente di quel fiume. Oggi si pensa che Egeria fosse un'amante segreta del Re di cui egli fosse veramente preso, e Dionigi racconta:

    "... fu indotto dall'onore, di cui fu ritenuto degno, di sposare una Dea. Costei si concesse a lui e l'amò e Numa, uomo felice, vivendo con lei comunicava con gli Dei."

    La leggenda narra che alla morte di Numa, Egeria si disperò così tanto da indurre la Dea Diana a trasformarla in una fonte, nel bosco di Aricia, sui Monti Albani, dove la ninfa si rifugiava per piangere il suo dolore. Viene da pensare come potesse la bella e sempre giovane ninfa amare così tanto un re che morì a 81 anni, e che quindi potesse esserle non padre ma nonno.

    SANTUARIO DI EGERIA
    Un altro  mistero fu che il corpo del re non fu bruciato su una pira, secondo l'uso romano, ma fu sepolto in una tomba sul Gianicolo; in un secondo sarcofago vennero depositati 12 libri, scritti di suo pugno, con cui dava istruzioni ai futuri Pontefici. 

    Quando, però, nel 181 a.c. nel corso di lavori pubblici affiorò la tomba, il sarcofago che doveva contenerne i resti fu trovato vuoto e i libri contenuti nell'altro sarcofago furono portati in Senato per essere esaminati; il loro contenuto, però, fu ritenuto così pericoloso, da indurre i Senatori a bruciarli.
    C'è da supporre che il re, di origine sabina, avesse seguito l'uso sabino e non quello romano. 

    La Sabina aveva ancora molte tradizioni matriarcali, per cui i morti venivano riposti nel grembo della Madre Terra, cioè l'inumazione. In quanto ai libri pericolosi viene da pensare che fossero davvero ispirati da culti sabini e che magari Egeria fosse una sacerdotessa sabina che avesse dettato al re una raccolta di riti e di leggi di tipo matriarcale. E' logico allora che quegli scritti non siano piaciuti ai romani che si affrettarono a bruciarli.



    Nel Parco Regionale dell'Appia Antica, a Roma, e nella valle della Caffarella, si entra nel Ninfeo di Egeria, una sorta di nicchia, un tempo rivestita di marmo bianco e dalla grande volta ricoperta di mosaici. Dalla Fonte Egeria parte il "sentiero delle acque", che passa tra i resti del Bosco Sacro e del Ninfeo per raggiungere le sorgenti, le Marrane e il Laghetto del Pioppeto.

    La Valle della Caffarella era un luogo sacro che aveva un fiume sacro (l'Aimone), e pure un boschetto sacro, un poggio di fronte alla chiesa di S.Urbano, ricoperto di lecci: di cui oggi rimangono solo tre alberi. In realtà il Ninfeo di Egeria venne costruito nel II sec. d.c.. per volere di Erode Attico.

    Era costituito da una stanza rettangolare realizzata in Opus Mixtum e rivestita di marmi preziosi: il verde Antico e il Serpentino. La statua nella nicchia centrale rappresentava il Dio Almone coricato e qui sgorgava acqua proveniente da una sorgente situata presso l’Appia Pignatelli.

    Il ninfeo faceva parte della villa di Erode Attico precettore dell’imperatore Marco Aurelio. Erode ebbe in dote questo fondo sposando Annia Regilla della famiglia degli Annii, moglie che sembra avesse poi assassinato.

    Il pavimento e le pareti del ninfeo erano interamente ricoperte di marmi verdi provenienti dalla Grecia e da mosaici vitrei di vari colori, ed i portici erano adornati da statue dedicate alle divinità del fiume. Nella nicchia principale si conserva oggi la statua priva della testa di una figura maschile in posizione distesa appoggiata su di un gomito.

    Tra le varie nicchie e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici, mentre l'ambiente centrale era coperto da una volta a botte, sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il capelvenere. Dalla nicchia di fondo, dove vi è la statua coricata, e dove tutt'oggi è visibile il segno lasciato da un'altra statua oggi scomparsa, certamente una statua di Egeria,
    sgorgava l'acqua della fontana

    Essa è captata da una sorgente acidula sotto Via Appia Pignatelli e condotta fin qui da un acquedotto sotterraneo. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue.

    Inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo con la volta coperta di capelvenere  che lasciava gocciolare l'acqua condensata, per dare l'idea di grotta naturale.

    EGERIA

    IGEA

    Igea o Igeia non era una ninfa ma una Dea, raffigurata come una giovane donna nell’atto di dissetare in una coppa un serpente.

    IGEA
    Oppure era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera ad un serpente che vi si abbevera innalzandosi da un’ara posta davanti alla Dea.

    Ora sappiamo che il serpente è da sempre il simbolo della Madre Terra, da cui le sacerdotesse e le donne traevano da sempre le erba atte a guarire le malattie, con i decotti, i cataplasmi, gli infusi e le applicazioni varie.

    Dal che si evince che Egeria e Igeia fossero un po' la stessa cosa, tanto più che le Dee guaritrici stavano sempre accanto ad una fonte d'acqua salubre.

    E non avviene oggi la stessa cosa, ad esempio a Lourdes? Anche perchè prima di venire scoperta dalla contadinella Bernadette, era in tempi antichissimi un antica fonte sacra con relativo santuario.

    Si sa che molte ninfe erano Dee più antiche declassate ed Egeria, in qualità di divinità preromana, poteva esserlo benissimo.

    Oltre al serpente la Dea tiene l'"Acqua di vita", come Iside, e come tutte le Dee femminili che si prendevano cura dell'anima e del corpo dei malati.

    Per quella unione tra corpo e spirito per cui Ippocrate fece fare il fatale giuramento che ancora oggi pronunciano i medici, pur interessandosi molto ai corpi e niente alle anime.


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  • 09/02/17--06:39: APOLLONIO DA TIANA

  • Nome: Apollonius
    Nasita: 4 d.c. Tiana (Cappadocia)
    Morte: -
    Personaggio: Sapiente, filosofo, divino, pitagorico e taumaturgo


    Filostrato Flavio, nato intorno il 170 d.c., ci racconta la vita di Apollonio nato nel 4 d.c, poco dopo la morte di Gesù, che in effetti fu da molti considerato una sorta di Cristo pagano per i miracoli compiuti e lo stesso carisma di predicatore incurante del potere e dei potenti.

    Non dimentichiamo che i Vangeli sono: 
    - di Matteo (70 - 90 d.c.)  - di Marco (65 - 70 d.c.) - di Luca (70 - 90 d.c.)  - di Giovanni (100 d.c.). 

    Tutti posteriori al Cristo e ad Apollonio. Ma vi furono pure i Vangeli Apocrifi riconosciuti effettivi dalla Chiesa ma non adatti alla divulgazione, con contenuti anche esoterici (?), tra cui:

    I Vangeli apocrifi dell'infanzia: - Giacomo (150 d.c.) - Tommaso (150 d.c.)  -  Matteo (700-800 dc)
    I Vangeli apocrifi della passione e della resurrezione: - Nicodemo (150 d.c.)  -  Pietro (150 d.c.)

    Apollonio, oltre che sapiente divino e taumaturgo, era devoto e seguace di Pitagora, pertanto:

    " rifiutava vestimenti tratti da animali morti, e che per mantenersi puro si asteneva da ogni cibo che avesse avuto vita, e dai sacrifici: non bruttava di sangue gli altari, ma le sue offerte erano focacce di miele e grani di incenso e canto di inni, poiché sapeva che gli dei prediligono questi doni più che le ecatombe e il coltello disposto nel canestro.". 

    Nonostante questo l'imperatore Domiziano, temendo la sua predicazione contro la tirannia, lo accusò di aver fatto a pezzi un fanciullo "bello come gli Arcadi", per propiziarsi gli Dei. Nello stesso processo, ingiusto come quello di Socrate, fu accusato di cospirazione contro l'imperatore a favore di Galba e di praticare la magia. 

    Al termine della sua autodifesa, Apollonio, scomparve improvvisamente agli occhi di tutti "in modo soprannaturale e inspiegabile ", dal tribunale di Roma per comparire dopo poche ore, aldilà delle leggi spazio-temporali, a Dicearchia (Pozzuoli) dove si trovava Damis di Ninive, il discepolo preferito. 

    Si narra che fece molti miracoli: 
    - liberò Efeso dalla peste, 
    - guarì un fanciullo morso da un cane idrofobo, 
    - fece risorgere dalla morte una fanciulla romana.

    APOLLONIO
    La vita di Apollonio da Tiana fu scritta da Filostrato, agli inizi del III° secolo d.c., su suggerimento di Giulia Domna, moglie dell’Imperatore romano Lucio Settimio Severo. Egli si servì " Degli avanzi" scritto da Damis in cui venivano raccolti, quali  preziosi doni divini, dei detti di Apollonio, nello stesso modo in cui gli evangelisti si servono dei detti di Gesù.

    L’Imperatrice coltivava interessi che andavano dalla magia all’astrologia, dalla filosofia all’esoterismo ed amava circondarsi di sapienti provenienti dall’oriente. Non poteva pertanto restare indifferente ad Apollonio, Sapiente, Taumaturgo e Mago.

    L'opera ebbe grande successo, perchè secondo Dione Cassio, non solo Caracalla lo divinizzò, ma Settimio Severo fece porre la sua statuetta nel suo larario insieme a Abramo, Orfeo e Cristo, e Aureliano che aveva deciso di distruggere la città di Tana, la risparmiò per il profondo rispetto al divino Apollonio:
    Narra il cosiddetto Vopisco nella Vita Aureliani compresa nell’Historia Augusta che, accingendosi Aureliano a distruggere, nel corso di una delle sue campagne, la città di Tiana, l’«antico filosofo e davvero amico degli dei» Apollonio sia apparso all’imperatore e, « parlandogli in latino visto che Aureliano era originario della Pannonia», gli abbia detto:
    « Aureliane, si vis vincere, nihil est quod de civium meorum nece cogites. Aureliane, si vis imperare, a cruore innocentium abstine. Aureliane, clementer te age, si vis vivere » 
    (Vita Aureliani)
     « Aureliano, se vuoi vincere non devi assolutamente massacrare i miei concittadini. Aureliano, se vuoi serbare il comando astieniti dal sangue degli innocenti. Aureliano, agisci con la massima clemenza, se vuoi vivere » 
    Si nota subito la forma della comunicazione tripartita che è oracolare.



    LA GIOVINEZZA

    Nacque a Tiana, in Cappadocia, allora provincia dell'Impero Romano, all'inizio del I sec. d.c., anche se alcune fonti ne anticipano o posticipano la nascita di parecchi decenni, da una famiglia nobile e ricca che si diceva discendere dai fondatori della città.

    APOLLONIO
    Apollonio sin dai primi anni della sua giovinezza studiò la filosofia Platonica presso i sacerdoti del Tempio di Esculapio. Ciò che forgiò il suo carattere fu però la Teosofia di Pitagora tanto da essere considerato il Messia del Pitagorismo.

    Divenne ben presto vegetariano ed escluse il vino dai suoi alimenti, asserendo, che il cibo più puro è quello prodotto dalla terra e che la carne disturba il corpo e logora l’Anima.

    Già a 16 anni, perfettamente consapevole dei pericoli del potere, seppe respingere le insistenze del governatore della Cilicia, che tentava di coinvolgerlo in una cospirazione politica.

    Apollonio avrebbe condotto una vita ascetica secondo la dottrina pitagorica, osservando un periodo di silenzio di cinque anni, praticando il celibato, e vestendo abiti di lino. 

    Si asteneva dalla carne e si nutriva spesso di piante spontanee. Uno dei suoi detti preferiti era: “Prima parla con gli Dei e poi parla degli Dei”.



    IL VIAGGIO

    Apollonio prima di partire rinunciò a tutti i suoi averi distribuendoli ai parentiViaggiò scalzo e vestì con lunghe tonache di lino bianco, sia al caldo che al freddo. 
    Durante il suo viaggio apprese i segreti dei Magi di Babilonia ed i misteri degli Egizi. Dimorò alcuni anni in Egitto dove constatò la somiglianza tra l’espressione di vita dei Gimnosofisti del posto con gli Asceti Indiani; entrambi abbandonavano tutto rinunciando al mondo.
    APOLLONIO
    Si recò in India dove conobbe e frequentò i Brahamani e gli Asceti, soggiornando presso i monasteri Buddhisti. Per un certo periodo visse nel cuore di Shambala, là dove hanno dimora tutti i Grandi Maestri ed Iniziati del Mondo di tutte le epoche, quando non sono in giro per il pianeta a porgere ed insegnare il loro messaggio di sapienza Divina.

    Nei suoi lunghi viaggi oltre ad aver conosciuto la saggezza degli Indiani, conosceva tutte le lingue degli uomini, comprendeva anche il linguaggio degli animali, e si considerava il più ricco di tutti in quanto non aveva desideri.

    Visitò poi altre regioni dell’Asia Minore, entrando in contatto con sapienti ed iniziati del luogo, per poi recarsi in Grecia e trascorrere degli anni, tra Atene e Creta, insegnando la propria saggezza a molti discepoli che lo seguivano ovunque.

    Sia Apollonio che Damis raggiunsero l'India dopo aver oltrepassato una impervia montagna, oltre la quale si troverebbe la dionisiaca Nisa: “non siamo lontani dal Dio, hai sentito dalla guida che è vicino il monte Nisa sul quale si dice che Dioniso compia molti portenti” dice Apollonio al suo discepolo, come se Dioniso e il suo culto siano tappa obbligata al suo traguardo.

    Racconta Filostrato che a Delfo c'era un disco d’argento proveniente dall'India, su cui era scritto “Dioniso figlio di Zeus e Semele dall’India per Apollo delfico”. Ciò fa supporre che esistessero dei legami religiosi e spirituali, tra il mondo Greco Ellenistico e quello Indiano, soprattutto in ambito orfico-pitagorico. Perchè Delfo è sacra sia ad Apollo che a Dioniso e Delfo può essere considerata la culla del Pitagorismo. 

    Raggiunta Nisa infatti, i viaggiatori trovano un tempio dedicato a Dioniso, circondato da alberi di alloro, pianta sacra ad Apollo, su cui però si arrampicavano tralci di vite. Inoltre gli abitanti del luogo avevano consacrato falci, torchi e ogni altro attrezzo per produrre il vino. Infatti, prima di giungere a Nisa, Apollonio e Damis avevano rifiutato di compiere una libagione col vino estratto dalle palme. Essi aspettavano il vino sacro dell'India.

    Ciò che stupisce Filostrato e che stupì Apollonio, fu che il re del luogo si esprimeva perfettamente in lingua Greca. Ma più stupefacente è la descrizione della mensa del re, una tavola rotonda a forma di altare, attorno alla quale siedono trenta nobili personaggi.

    Apollonio visse attorno alla metà del I sec d.c, e Filostrato è dell’epoca dei Severi, quindi della prima metà del III, secoli e secoli prima che si creasse la saga di re Artù e della sua Tavola Rotonda. Il re indiano e la sua dimora sembrano essere la premessa ad una iniziazione misteriosa, che avrà seguito dopo i tre giorni di Apollonio presso il re. 

    Solo per tre giorni infatti uno straniero può soggiornare presso il monarca che vive ai confini del mondo e al quale viene conferita la corona da un misterioso gruppo di Sapienti che sembrano provenire da una diversa dimensione. 

    Essi leggono nella mente delle persone, come fossero immagini proiettate in uno specchio, e si servono di folgori, con cui colpiscono gli ospiti indesiderati. Infatti colui che è stato incaricato di condurre Apollonio verso il luogo dei sapienti ne è terrorizzato.

    Sono simboliche le impronte biforcute e i volti di satiri, che Apollonio vede impresse sulla roccia della collina per il tentativo di Dioniso di impadronirsene. L'attacco si interruppe provocando invece una trasmutazione. Infatti il Ditirambo dionisiaco si tramutò nel Peana apollineo. 

    APOLLO DI PRASSITELE
    Come se coloro che tentano di passare dall’immanenza del divino alla sua trascendenza, da Dioniso ad Apollo, subiscano una profonda trasformazione.

    Ma i saggi per nascondere alla folla il loro pensiero, parlano per enigmi, e danno al fenomeno della trasformazione in fuoco, il nome di Apollo per la sua unicità, ma quando il mutamento del dio trapassa in aria, acqua e terra parlano di smembramento e fanno il nome di Dioniso
    ( Plutarco - Adelphi).

    A questo punto compaiono oggetti straordinari: un pozzo da cui promana una luce intensamente azzurrina che nell’ora del mezzogiorno “spacca in due il giorno”, va in alto e si trasforma in un arcobaleno ardente. L'altro oggetto è un cratere di fuoco, entro il quale brucia una fiamma color del piombo, che non sprigiona fumo né odore. 

    Il punto in cui si trovano, è considerato un luogo di purificazione, per cui l’uno è detto “pozzo della prova” l’altro “fuoco del perdono” Ricordano tanto l'espressione alchemica di: "Un fuoco che lava e un'acqua che brucia".

    Ci sono poi due giare nere, da cui i Sapienti estraggono il vento o la pioggia, sicuramente simboli delle forti emozioni umane. E infine ci sono i sette Saggi che secondo quel che Damis racconta e che Apollonio ha lasciato scritto : “Essi abitano sulla terra e non vi abitano, e stanno al chiuso senza mura, e non possiedono nulla se non gli averi di tutti gli uomini

    Ricordiamo che il simbolo posto tra le sopracciglia del giovane araldo, che si fa incontro ad Apollonio appena arrivato, è la luna, simbolo universale dell'anima.
     “Natura mista e figura di demone è essenzialmente la Luna, la cui rivoluzione concorda con questo genere demonico, in quanto essa si mostra ora calante, ora crescente, ora cangiante e si fa chiamare perciò con vari nomi, ora astro della terra, ora terra olimpia, ora possesso di Hecate, la Dea sotterranea e a un tempo celeste” (Plutarco  - De Defectu Oraculorum ).

    Alla Luna, secondo Plutarco, si accorda alla natura quasi divina di certi esseri, che come demoni vanno considerati e venerati. Questi mettono in relazione il mondo degli uomini con quello degli Dei: 
    E’ nostra fede che il mondo sia percorso da demoni, alcuni dei quali volti a sorvegliare i sacrifici agli Dei e i riti misterici” e Plutarco spiega che vi sono delle Anime purificate che appartengono alla condizione di demoni e pertanto divine.

    I Saggi sono sette, il numero perfetto, infatti sette sono i giorni della settimana, che indicano il quarto di luna, sette sono i colori dell'arcobaleno ma perfino in Biancaneve, favola antica dai risvolti esoterici, la principessa vive aldilà di sette monti, di sette mari e di sette cascate, e pure i nani sono sette.

    I perfetti sapienti hanno un potere sulla terra che dona loro ciò di cui hanno bisogno senza dover cercare, e mentre pregano, si staccano dal suolo in stato di levitazione. Essi hanno già operato la trasmutazione dal dionisiaco all’apollineo, realizzando il ritorno all’età felice, quando la Terra era Madre e non Matrigna e dava agli uomini tutto quel che serviva. 

    Come per le Baccanti, spiega Filostrato, che ottengono dal suolo ciò che desiderano per cui “possiedono tutto pur non possedendo nulla”. In effetti i Savi sono tra gli uomini, pur non essendoci, “stanno al chiuso senza mura” perchè vivono entro una sorta di bolla invisibile, simile all’aria che li protegge da vento e pioggia, cioè dai turbamenti emotivi.

    Si parla inoltre di un fuoco strano che essi traggono dal Sole, che pur essendo materiale non viene conservato nei focolari ma, permane sospeso nell’aria, simile a un raggio di luce quando si rifrange sull’acqua. Il che rimanda all'alchemico "Fuoco segreto dei Saggi".

    I loro poteri scaturiscono dal possesso di due oggetti dalle proprietà straordinarie: un bastone e un anello, che alludono chiaramente alla magia cerimoniale antica che si eseguiva principalmente con l'anello e il bastone, o bacchetta, di nocciolo.

    Dal dialogo di Apollonio con Iarca, il capo dei Sapienti, si comprende la ricerca Apollonio: la conoscenza, il riscatto dall’ignoranza, colpa e limite degli esseri umani.

    DIONISO
    Questa si ottiene attraverso la Memoria di se stessi, come Iarca svela ad Apollonio. “noi conosciamo tutto appunto perchè prima di ogni altra cosa conosciamo noi stessi, infatti nessuno di noi potrebbe accedere a questa sapienza senza prima conoscere se stesso”. Non a caso sul tempio della Dea Terra, come narra Plutarco, era scritto: "Conosci te stesso".

    Occorre pertanto riandare con la “Memoria” non solamente a tutta la propria vita ma anche alle altre “vite passate”. E questo è il Pitagorismo pieno ma Apollineo, cioè cosciente. Apollo Dio del sole si è unito a Dioniso Dio della ombrosità lunare.

    C'è poi il banchetto che Iarca offre al re di una città vicina, che arriva con la sua corte con gran fracasso, in contrasto col “Silenzio” del luogo abitato dai Saggi. L’abbigliamento del re è ricco e tempestato di pietre preziose, mentre i Saggi vestono con una semplice tunica. Sono la ricchezza materiale e quella spirituale in eterna antitesi.

    E' simbolica la presenza di 4 tripodi colmi di vino ed acqua, due con acqua fredda e calda, quella fredda per la fredda morte, l’altra per la nascita, calda come il liquido amniotico.

    Gli altri due tripodi, colmi di vino che dovrà essere stemperato con i due tipi di acqua, alludono all'accesso al divino che permea la possibilità di ognuno nella nascita o nella morte. Per quel che riguarda i quattro coppieri di bronzo, quasi dei robot, sono l'ananke, il destino indifferente alla sorte degli uomini, se non sono essi stessi disposti a forgiarlo trasmutandosi.

    All'istante degli addii, Iarca offre al re e a tutti gli altri una misteriosa coppa, chiamata la coppa di Tantalo, il cui contenuto non si esaurisce mai. Tantalo sarebbe il benefattore dell’umanità, colui che con il proprio sacrificio tenta di affrancare gli uomini dalla morte. 

    Secondo Iarca, Tantalo ruba agli Dei per donare agli uomini ciò che rende immortali, per cui è condannato a restare nel Tartaro, legato a un albero fruttifero e immerso in uno specchio d’acqua. E' condannato in eterno a soffrire la fame e la sete, perchè l’acqua e i frutti si allontanano da lui ogni volta che tenta di prenderli.

    Tantalo è la volontà umana che anela al raggiungimento dell’immortalità divina, ma è proprio questo rifiuto della morte a impedire la conoscenza. E' la mente ad anelare l'immortalità, perchè l'anima non anela a qualcosa, essa già è di per sè se la mente non la tiene prigioniera.

    MIRACOLO DI APOLLONIO

    RITORNO A ROMA

    La sua vita di pellegrino lo portò in Spagna, in Africa ed in Sicilia prima di ritornare nuovamente ad Atene, all’età di 68 anni. Terminati i suoi viaggi, compiuta la sua trasformazione e giunto più tardi a Roma, Apollonio conobbe la tirannide di Nerone, persecutore di tutti i filosofi dall'Urbe.

    Ciononostante, egli continuò a fare discorsi e proseliti, non facendosi mai condizionare, perché « nulla tra le cose umane può atterrire il sapiente». 
    Una sua battuta su Nerone, dipinto come un buffone, gli procurò in tribunale l’accusa di empietà. 
    Ma al momento della lettura del capo di imputazione, il foglio si divenne bianco per miracolo.
    Venne così assolto con formula piena con lo sbigottimento dell'accusatore che gli disse: 
    « Vattene dove vuoi, sei troppo forte per essere sotto il mio potere».

    Apollonio non era un rivoluzionario nè un anarchico, come Cristo non voleva rovesciare il potere di Cesare, anzi sperava che il ruolo dell'imperatore durasse: 
    « poiché non voglio che l’umano gregge perisca per mancanza di un pastore giusto e saggio ».

    L’imperatore Vespasiano si accorse del suo valore e fece uso dei suoi saggi consigli:
    « Poiché si dice che tu più di chiunque altro conosca il volere degli Dei ». 
    Anzi Apollonio invitava Vespasiano a « garantire le proprietà dei ricchi, usare con moderazione il potere assoluto, onorare gli Dei ed esercitare l’autorità sui figli » 

    Ma quando si accorse che l’imperatore adottò alcune misure crudeli e illiberali, ruppe ogni legame con lui. Eufrate, un suo discepolo invidioso, lo denunciò poi (novello Giuda) all'imperatore Domiziano, accusandolo di praticare la magia e di organizzare un'insurrezione. 

    Avendo fama di filosofo e mago, venne portato da Domiziano in tribunale, ma Apollonio gli disse durante il processo:
    « Non mi ucciderai, perché io non sono mortale », 
    poi scomparve misteriosamente dinanzi agli occhi di tutti, ricomparendo poco dopo a Dicearchia (attuale Pozzuoli), dove fu salvo.



    LA BIOGRAFIA

    Apollonio divenne noto soprattutto dalla biografia compilata dallo scrittore Flavio Filostrato, che su richiesta dell'imperatrice Giulia Domna, partendo da una collezione di scritti del discepolo Damis, uno scriba assiro che avrebbe seguito Apollonio nei suoi viaggi, tra cui quello in India, divulgò la sua particolarissima biografia. 

    PITAGORA IL VEGANO
    Domna, figlia del gran sacerdote ad Emesa della divinità solare siriaca El-Gabal (Sol Invictus), sposò Settimio Severo, proconsole della Gallia Lugdunensis e poi imperatore, a cui dette due figli maschi, Caracalla e Geta.

    Dotata di un notevole carisma di matrice orientale e costantemente presente col marito sui campi di battaglia. Giulia Domna ottenne il titolo di Augusta e di Mater Castrorum,

    Si dedicò ampiamente a studi filosofici e religiosi valendosi di un circolo di intellettuali, tra cui il filosofo Flavio Filostrato a cui commissionò la biografia di Apollo di Tiana.  

    Questa venne tratta dal diario di un certo Damis in cui si documentavano quotidianamente dichiarazioni ed atti del suo maestro in una raccolta di 97 codici.

    Queste cronache delle esperienze di vita di Apollonio, vennero pertanto utilizzate da Flavio Filostrato per scriverne la celebre biografia che intitolò "La vita di Apollonio di Tiana".

    Lucio Flavio Filostrato (172 – 247) fu uno scrittore greco detto anche Filostrato d'Atene o Filostrato II, che poi si stabilì a Roma, dove acquistò fama come retore (l'arte del bell'eloquio) entrando nel circolo letterario e filosofico dell'imperatrice Giulia Domna, divenendone l'esponente più illustre.



    APOLLONIO - GESU'

    La Vita di Apollonio di Tiana, in 8 libri, è una biografia piuttosto romanzata in cui sono narrati soprattutto i viaggi di Apollonio nel mondo greco-romano fino in India. L'opera non voleva essere una specie di vangelo per le società pagane, né contrapporre Apollonio a Gesù. Il neopitagorismo mistico, ascetico e taumaturgico era un ideale realizzabile e realizzato, nel quadro di una biografia miracolosa che pretendeva di essere storica e veniva considerata tale, come d'altronde lo pretesero i Vangeli di Gesù.

    Era inevitabile che il paganesimo scegliesse questo libro per opporlo ai Vangeli. Questo fu fatto alla fine del sec. III da Ierocle Sossiano, governatore di Bitinia. Palmira e Fenicia sotto Diocleziano, nel suo Λόγος ϕιλαλήϑης, confutato da Eusebio e Lattanzio, con un successo scandaloso (per i cristiani) che si è prolungato fino ad oggi.

    I cristiani consideravano Apollonio un ciarlatano o un malvagio praticante di arti magiche, mentre molti pagani lo vedevano come una figura soprannaturale da contrapporre a Gesù. L'intento di Flavio Filostrato, coerentemente alle intenzioni di Giulia Domna (che morì prima di poter leggere l'opera finita), fu quello di rivalutare il saggio di Tiana difendendolo dalle accuse. La biografia, oltre agli scritti di Damis, usa opere e lettere dello stesso Apollonio e varie altre testimonianze.

    Morì sotto l'imperatore Nerva ed ascese al cielo come il Cristo. C’è però chi dice che non sia morto affatto ma, che sia solamente scomparso, dopo essersi inoltrato nel tempio di Atena.



    I POSTERI

    Alcuni miracoli simili a quelli di Gesù, altri elementi biografici, tra cui il fatto di aver studiato a Tarso, hanno fatto ritenere ad alcuni studiosi antichi e recenti che Apollonio fosse in realtà Paolo di Tarso, e che Damis fosse l'apostolo Tommaso, soprattutto per gli scritti apocrifi a lui attribuiti. Ma la cosa è ancora molto controversa.

    Secoli dopo, alcuni alchimisti avrebbero fatto riferimento alla sua figura, tra cui Geber, il cui "Libro delle pietre"è un'analisi di opere alchemiche attribuite ad Apollonio (da lui chiamato "Balinas"), e Artefio, autore del De Vita Propaganda, che affermava di essere Apollonio stesso. 
    Così Apollonio viene  ritenuto l'ultimo grande iniziato pagano e a lui è attribuito il ritrovamento della tavola di smeraldo (Tavola Smeragdina o Tavola Smeraldina).

    Il poeta greco Costantino Kavafis gli dedicò una bella poesia intitolata "Se pure è morto":

    « Forse non è venuto il tempo
    d’una sua nuova comparsa 
    nel mondo, o forse, ignoto, 
    in una strana metamorfosi,
    fra noi s’aggira.
    Un giorno apparirà com’era, 
    in atto di insegnare il vero».


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  • 09/03/17--06:34: SACRARIO DEGLI ARGEI

  • ESEDRA DELLE TERME DI TRAIANO EX SACRARIO DEGLI ARGEI

    IL SACRARIO 

     Nel 1987 a Roma, in un'area sul Colle Oppio, tra viale del Monte Oppio e via delle Terme di Traiano, si effettuarono importantissime scoperte archeologiche, purtroppo ancor oggi ignorate dal pubblico. Nel corso di quello scavo, infatti, a parte i resti di una fullonica (lavanderia) di età medio-imperiale, si rinvennero:

    - A) una grande struttura circolare, in uso dal tardo periodo repubblicano fino ad età tardo-antica (o alto-medioevale), rappresentata in un frammento della Forma Urbis;
    - B) Il deposito votivo interno alla struttura circolare
    - C) un'area sacra, di età tardo-repubblicana, con più fasi di vita, ma definitivamente abbandonata nel II sec. d.c.
    - D) un altare
    - E) Un altro deposito votivo presso l'altare.



     LA STRUTTURA CIRCOLARE 

    -  A) Nell'area di cui sopra, già appartenente ai giardini Brancaccio, sovrapposto alla recinzione circolare del diametro di m 16, c'era una fila di blocchi di tufo litoide giallo, alti 55 - 58 cm, con successivi rifacimenti in travertino e tufo grigio, e in opus spicatum.

    La grande rotonda, nella parte finora scavata, appare fortemente danneggiata dalle numerose spoliazioni del passato, con l’asportazione di gran parte dei blocchi del muro perimetrale, nonché la distruzione, quasi completa, dei piani pavimentali interni. Insomma una recinzione importante e soprattutto molto arcaica, di molto antecedente alle terme traianee, che di certo doveva contenere qualcosa di molto importante e sacro.

     L’edificio presenta almeno due fasi, la prima delle quali va dal III e il I secolo a.c., ma per altri che va dal IV al VI sec. a.c., il che ci trova concordi. La costruzione in blocchi di cappellaccio e in opera quadrata di tufo granulare, in epoca di molto posteriore, in seguito ad un innalzamento del terreno, venne sostituita da una struttura in blocchi di travertino e di tufo litoide, databile alla metà del I sec. d.c.

     La Forma Urbis indica in zona grandi residenze signorili, riconoscibili dai vasti cortili colonnati, ma pure più modesti caseggiati, preceduti da tabernae e portici prospicienti le strade, che documentano l’eterogeneità di questo quartiere, posto tra il fronte nord delle Terme di Traiano e il limite meridionale della Porticus Liviae. In uno dei frammenti è raffigurato anche un imponente edificio circolare, riportato appunto alla luce nel corso dei recenti scavi. La grande struttura circolare doveva essere molto importante se venne mantenuta per secoli, forse legata a un'antichissima tradizione.



    IL DEPOSITO VOTIVO 

    - B)  Di fine VII-VI sec. a.c., contenente sette rocchetti da telaio.



     AREA SACRA 

    ROCCHETTI DA TELAIO
    - C) Era costituita da un altare e un deposito votivo a 1,5 m dal recinto, a est della grande struttura circolare, tra questa e una strada che correva sull’asse dell’ingresso secondario dei giardini Brancaccio, è stata rinvenuta una piccola area sacra, costituita da un altare in tufo litoide, già danneggiato e semidistrutto in epoca antica, al quale era stato sovrapposto un pavimento di lastre dello stesso materiale.

    L’altare, praticamente un cippo, era racchiuso in un recinto formato da grandi blocchi di tufo che formavano una struttura di forma rettangolare della quale è attualmente difficile ricostruire la pianta e le dimensioni. Dallo scavo, risultò che la struttura circolare, coeva dell'area sacra, fosse stata in rapporto con l'area sacra, tanto più che il deposito votivo era stato trovato all'interno della zona dove sarebbe stata costruita la struttura circolare (il deposito del IV-III sec. a.c. fu rinvenuto, invece, poco al di fuori).



    DEPOSITO VOTIVO 

    - D) Accanto all'altare vi era un deposito votivo. A sud ovest dell'edificio è stato reperito un un pavimento di tufo con un deposito votivo del IV sec. a.c., contenente una statuina bronzea di Kouros, tre tazze di bucchero in miniatura, tre focacce in miniatura e vari frammenti di bucchero.

    Seguì poi un ulteriore rialzamento del suolo con nuova pavimentazione e creazione di un recinto in opera quadrata. Il tutto tra il III ed il II sec. a.c.



     L'USO DELL'EDIFICIO

    STATUINA BRONZEA
    DI KOUROS
    I 27 "sacrari degli Argei", elencati da Varrone in modo incompleto, corrispondono ad un'antichissima divisione del territorio cittadino, precedente a quella delle 4 "regioni serviane" (da Servio Tullio) del VI sec. a.c. e si collegano con il Septimontium e con le curie.

    « Dove adesso si trova Roma c'era un tempo il Septimontium così chiamato per il numero di montes che in seguito la città incluse all'interno delle sue mura.» (Varrone, De lingua latina)

    Le fonti antiche ci informano che sul colle Oppio vi erano quattro sacelli, uno dei quali (il quarto) situato in una zona denominata «in figlinis», cioè in un sito caratterizzato dalle botteghe dei vasai. Consistenti rinvenimenti di materiale ceramico di scarto avvenuti nella vicina via Merulana. Relativi senz’altro a fornaci attive nelle vicinanze, consentono di identificare il sacrario di viale del Monte Oppio con quello indicato dalle fonti. Sembra dunque che questo sacello sia uno dei quattro sacrari degli Argei che le fonti menzionano giusto sul Colle Oppio.

    Erano luoghi di culto antichissimi che prendevano il nome dai fantocci di paglia (argei) che venivano gettati nel Tevere dalle vestali, nel corso di una cerimonia annuale, al cospetto del Pontefice Massimo.



    LE INTERPRETAZIONI DEL RITO

    - E' assolutamente da escludere l’ipotesi di una piscina menzionata dalle fonti storiche in rapporto ai vicini horti di Mecenate, la grande villa che si estendeva in questa parte del quartiere. Non lo giustificano nè le dimensioni, nè il contesto limitrofo nè l'epoca arcaica della costruzione.

    -  Un’altra ipotesi collega il sacello e l’edificio circolare, interpretato come un grande sepolcro oggetto di un culto eroico (heroon), in cui sarebbe stata locata la tomba del re Servio Tullio, la cui memoria si sarebbe mantenuta ancora viva agli inizi del III secolo d.c., epoca della sua raffigurazione nella Forma Urbis.
     Che la memoria del VI re di Roma fosse ancora viva non è da escludere, ma che il popolo conservasse per lui questa grande venerazione non sembra probabile, dato che Servio Tullio, o Mastarna che dir si voglia, era un etrusco come i due Tarquini che l'hanno preceduto e seguito, e i Romani non avevano una grande opinione dei monarchi etruschi.
     A parte il culto di Romolo, antichissimo re divinizzato, i Romani non amavano la monarchia, al punto che se qualcuno facesse una qualche manovra per diventarlo veniva immediatamente punito con la morte e cancellato con la damnatio memoria.

    -  Un’altra ipotesi istituisce uno stretto collegamento tra il sacello e l’edificio circolare, interpretato come un grande sepolcro oggetto di un culto eroico (heroon), in cui sarebbe da riconoscere la tomba del re Servio Tullio, la cui venerata memoria protrattasi attraverso i secoli e testimoniata dai progressivi rifacimenti del complesso, si sarebbe mantenuta ancora viva agli inizi del III secolo d.c., epoca della sua raffigurazione nella Forma Urbis.

    POSIZIONE DELLA STRUTTURA
    - Però Ovidio (Fasti) nelle diverse interpretazioni dei suoi tempi.narra del responso di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrire a tale Dio tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes. Questo rituale sarebbe stato pertanto il retaggio di remoti sacrifici umani che avevano come vittime prigionieri greci, considerati dai romani, in nome della loro leggendaria discendenza dai troiani, i nemici per antonomasia.
    Però è poco credibile, perchè se così fosse stato, i Romani, che ritenevano i sacrifici umani usanze barbare, non avrebbero di certo mantenuto il culto, ma piuttosto avrebbero cercato di occultarne l'esistenza.

    -  Altra interpretazione è quella che Ercole giunto coi suoi compagni nel Lazio ospite del re Evandro, sconfisse ed uccise il gigante Caco dedito alla rapina ed al saccheggio di quei luoghi. Rimasti i compagni di Ercole a vivere nel Lazio, quando questi giunsero a vecchiaia chiesero ai loro discendenti che i propri corpi dopo la morte fossero gettati nel Tevere per essere trasportati dalle sue onde nel mare e da qui giungere in Grecia ad Argo, loro città natale. Ma i loro discendenti non ritennero naturale la cosa per cui seppellirono in terra laziale i propri cari e gettarono nel Tevere in loro vece dei fantocci di giunchi affinchè raggiungessero via mare la patria greca.

    - In un'altra interpretazione, i fantocci portati in processione, e poi o annegati, o almeno aspersi d'acqua, o uccisi, rappresentano lo spirito morto o morente della vegetazione dell'anno passato, che viene o ucciso per far posto al successore o ravvivato con l'acqua. Perciò questi fantocci sono in genere rappresentati come dei vecchi, e il nome di Argei si collegherebbe con la radice arg "bianco", e si riferiva quindi a questo rito il detto sexagenarios de ponte, cioè: si gettino i vecchi dal ponte. La processione del marzo avrebbe invece rappresentato l'entrata dello spirito della vegetazione al principio dell'anno. Questa sembrerebbe convincente, ma perchè 27 fantocci? E perchè 27 santuari? Ne sarebbe bastato uno, o massimo due, sia dei santuari che dei fantocci, uno per l'anno vecchio col fantoccio che veniva gettato a fiume e uno per l'anno nuovo col fantoccio preparato e benedetto per l'anno nuovo.

     Nessuna di queste leggende convince, non convince Dionigi quando racconta che i Romani gettavano gli uomini dal ponte come poi si fece coi fantocci. Per giunta Festo, nel Sexagenarius, nega il sacrificio umano dei sessuagenari, la vecchiaia all'epoca era sinonimo di saggezza, tanto più che il Senato si chiamò tale proprio perchè costituito da Seniores, cioè da anziani. Erano i padri che semmai ammazzavano i figli esponendoli, cioè abbandonandoli al freddo, alla fame e alla sete, perchè la legge lo consentiva, ma non era consentito il patricidio peraltro condannato a pene severissime e letali.



    MA CHI ERANO GLI ARGEI?

    Gli Argei sono figure legate storia delle origini di Roma, che secondo Varrone erano i principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole e si erano stabiliti nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio.

    ERCOLE
    "Gli Argivi da quando abitano nella loro città sono in guerra con i confinanti, come gli Spartani, ma con la differenza che questi combattono contro avversari più deboli, quelli con avversari più potenti, e questo, come è noto, è il peggiore dei mali" Robert Graves li vede come un gruppo di mercanti che viaggiano tra le varie coste per scambiare i prodotti, e questo confermerebbe la loro natura avventurosa e combattente. All'epoca i mercanti erano avventurieri che dovevano combattere con pirati e

    Viene da pensare che se si chiamavano Argei venivano da Argo o almeno dalla regione greca dell'Argolide. Oppure che provenissero dalla nave Argo e fossero parte degli Argonauti partiti con Giasone per la conquista del Vello d'Oro. Il che spiegherebbe il ruolo di condottiero di Eracle che prosegue il suo viaggio lasciando lì parte dei suoi compagni di viaggio. E' possibile che i 27 o 30 Argei passassero per favolosi eroi semidei, e che in seguito avessero governato con poca giustizia fino a inimicarsi i romani.

    Da un ruolo di eroi divinizzati con tanto di sacrari sarebbero passati a un ruolo di tiranni invasori, per cui la gente si sarebbe ribellata e l'avrebbe gettati nel fiume. Forse la paura della ritorsione divina avrebbe spinto i romani a creare un rito di scongiuro. Ciò sarebbe confermato dal fatto che la cerimonia fosse effettivamente di scongiuro, nata dalla colpa di Romolo che doveva tacitare il fratello assassinato.

    Agli Atgei erano collegate due feste religiose: il 16 e 17 marzo, quando una processione percorreva i 27 sacraria (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). La seconda festa, detta dei Lemuria, del 14 maggio era ugualmente una processione, che si concludeva però, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere da parte delle Vestali, di fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli stessi Argei. A queste cerimonie partecipava anche la Flaminica Dialis in abbigliamento di lutto. Il che conferma il rito mortuario.

    Le Lemuria o Lemuralia erano delle feste dell'antica Roma, che venivano celebrate il 9, l'11 e il 15 maggio, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri. La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. I Lemuri in effetti

    Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Invece per gli Argei non si buttavano le fave ma i fantocci, e non in terra ma nel fiume.

    La versione più concreta è che gli Argei, che in epoca antichissima conquistarono Roma, ovvero gli abitanti della futura Roma, furono cacciati dagli stessi Romani e i loro capi gettati nel Tevere, usanza riservata ai tiranni dell'Urbe, tanto è vero che i Romani in epoca monarchica, non potendo gettare a Tevere Taquinio, ci gettarono dei covoni di grano dei suoi campi. I romani erano tosti, facili alla ribellione, facili ad aggregarsi e organizzarsi tra loro per cacciare qualsiasi tiranno. Prova ne sia che gli Argei se ne andarono e non tornarono più.

    Ancora un elemento di prova: I Lemuri (in latino "lemures", cioè "spiriti della notte) erano gli spiriti dei morti diventati vampiri, ossia anime che non riescono a trovare riposo a causa della loro morte violenta. Secondo il mito tornavano sulla terra a tormentare i vivi, perseguitando le persone fino a portarle alla pazzia.
    Il che dimostra che gli Argea, prima venerati, erano poi deceduti per morte violenta, in quanto i romani li avevano legati come salami e gettati nel Tevere. Da qui le Lemuria per impedire che potessero tornare dai vivi e vendicarsi.


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  • 09/04/17--05:28: FREGELLAE (Lazio)


  • L'antica città di Fregellae, le cui vestigia sono visibili su un altopiano posto nel territorio del comune di Arce e, in parte, in quello limitrofo di Ceprano, fu molto probabilmente fondata dagli Osci, e venne poi occupata e popolata dai Volsci. 

    La vicina Fabrateria Vetus (oggi Ceccano, fondata anch'essa dai Volsci) chiamò in aiuto Roma contro le minacce dell'espansione sannitica finché nel 328 a.c. i romani vi stanziarono una colonia di diritto latino nei pressi del Liri, fondando così la Fregellae romana. 

    Però lo stanziamento violava un accordo con i Sanniti per cui il territorio ad est del fiume sarebbe rimasto libero dalla colonizzazione romana. 
    Pertanto i Sanniti occuparono la città nel 320 a.c., combattendo fino a quando la colonia latina fu ricostituita.

    Venne infatti rifondata nel 313 a.c., riconquistandola rabbiosamente ai sanniti, dopo l'umiliante sconfitta subita dai romani nelle Forche Caudine (316 a.c.).

    Col passare degli anni divenne la città più importante e popolosa del Lazio meridionale (Latium adiectum). Non a caso l'episodio dei duecento nobili ostaggi cartaginesi i quali, all'indomani della battaglia di Zama (202 a.c.), chiesero e ottennero dal senato romano di abitare a Fregellae. 

    La città godeva anche del fatto di essere efficacemente collegata con Roma dalla via Latina. Questa collegava in un primo momento Roma con il santuario di Iuppiter Latiaris sui Colli Albani e in occasione della rifondazione della colonia fu prolungata sino a Capua.

    AREA ARCHEOLOGICA DI FREGELLAE IN MASSIMA PARTE COPERTA
    Fregellae rappresentò uno dei più importanti centri del mondo romano in epoca repubblicana, costituendo una delle principali colonie latine. Era un centro molto fiorente del Lazio meridionale, circondata da fertili valli e con risorse idriche abbondanti. 

    L'importanza di Fregellae e la sua posizione di preminenza sulle altre colonie latine sono dimostrate da numerosi episodi citati dagli storici antichi:

    - il ruolo di portavoce delle colonie presso il Senato di Roma 
    - uno squadrone scelto di cavalleria (turma fregellana), formato da quaranta aristocratici fregellani con funzione di guardia del corpo dei consoli, distintosi per valore in almeno due importanti episodi bellici.
    - fu oggetto di grande immigrazione, date le sue grandi potenzialità di lavoro; nel solo anno 177 a.c. ben quattromila famiglie di Sanniti e di Peligni si trasferirono a Fregellae.

    Fregellae fu fedele a Roma fronteggiando l'avanzata di Annibale nel 212 a.c., per fermare il quale distrusse il ponte sul Liri. Nel 125 a.c.a seguito delle proposte politiche di Marco Fulvio Flacco (alleato dei gracchi ... - 121 a.c.) che voleva estendere i diritti politici romani a tutti gli italici la città fu a capo di una rivolta presto sedata. 

    ARCE - PARCO ARCHEOLOGICO DI FREGELLAE

    LA DEVOTIO

    Però la rappresaglia fu feroce: la città fu distrutta e i cittadini più importanti vennero deportati a Roma dove furono anche processati per tradimento e messi a morte.

    TELAMONE
    In quanto alla città essa venne consacrata alla "Devotio". Questo tipo di rito, detto Devotio Hostium, aveva luogo dopo la conquista di una città nemica. solitamente dopo che la divinità tutelare ne era stata evocata. 

    Stando a Macrobio (Saturnali, 3, 9, 9-13) venne praticata nei confronti di città importanti quali Veio, Cartagine e Corinto e naturalmente anche della povera Fragellae. 

    Il rito prevede il sacrificio della città che non dovrà sopravvivere, per cui si demolivano gli edifici, si tagliavano le condutture dell'acqua e sulla cui terra coltivabile verrà gettato il sale simbolo di desertificazione. 

    Il sacrificio della città nemica riguardava anche i vincitori perchè non avrebbero più potuto trarre reddito, commercio e soprattutto soldati dal territorio vinto. Era una vittoria senza arricchimento, se non per il bottino che se ne poteva trarre prima della distruzione.

    Nel rito si invocavano paura e terrore contro la città, i campi limitrofi, l'esercito e i civili nemici, peraltro invece si invocava la salvezza per il generale e l'esercito romani. 

    L'officiante è sempre il magistrato con imperium. Quanto agli Dei, preponderante era la presenza di divinità ctonie quali Dite, Veiove, i Mani e la Terra. La devotio, personale o su altri, era sempre sotto l'autorità degli Dei Mani.



    FABRATERIA

    ANFITEATRO DI FABRATERIA
    Quelli invece che erano rimasti fedeli al senato romano furono inviati come coloni a Fabrateria Nova sull'altra sponda del Liri, nei pressi della confluenza del fiume con il Sacco dove oggi è situata Isoletta frazione di Arce, circondata dal lago di San Giovanni Incarico. 

    Una bella e ridente zona, affinchè tutti sapessero che Roma sapeva punire ferocemente chi la tradiva ma ringraziare generosamente chi la sosteneva.

    Fregellae antica è un esempio quasi unico di città così antiche poichè, dopo la sua distruzione nel 125 a.c., nulla fu costruito nel sito della città, fatto che ha permesso la conservazione di strutture appartenenti ad un’epoca così poco conosciuta, ma databile.

    La stazione di posta (Mansio)

    Il nome di Fregellae sopravvisse nella stazione di posta Fregellanum, lungo la via Latina. Strabone racconta che al tempo di Augusto-Tiberio era poco più di un villaggio, dove gli abitanti facevano mercato e alcune cerimonie sacre..

    DOMUS FREGELLAE

    IL PARCO ARCHEOLOGICO

    Il Parco Archeologico di Fregellae copre un’area di circa 28.500 mq, di cui 3.178 coperti. Realizzato per conto della XV Comunità Montana “Valle del Liri”, è stato inaugurato nel 1995 ed è tuttora in ampliamento.

    E' stata finora però reso visitabile solo una piccola parte di quanto scavato dagli archeologi, presentando una porzione significativa della colonia: quella di un quartiere abitativo aristocratico, uno dei più ricchi ed importanti di questa città.

    Il reticolo viario della zona centrale della città ha rivelato un asse stradale principale nord-sud, da identificarsi con un tratto urbano della via Latina, sul quale s'innestano altre tre vie parallele tra loro, con un interasse di 67 m, pari a 230 piedi romani.

    Le vie delimitano isolati e diverse domus, le residenze aristocratiche della città. Queste erano costruite con le facciate rivolte in direzione opposta l'una all'altra, quindi in contatto per i rispettivi giardini.
    Al disotto del ramo urbano della via Latina è stato rinvenuto un monumentale acquedotto formato da grandi lastre di calcare sul fondo, da pareti in blocchi di tufo e da una copertura con altre lastre di calcare disposte "alla cappuccina". 

    All'incrocio tra la via Latina e il primo asse trasversale è posto il Foro, una grande piazza di m 144 x 55. Qui si sono scoperti due file di pozzetti doppi allineati lungo i lati corti del Foro, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie provvisorie (saepta) all'interno delle quali sfilavano ordinatamente gli elettori fregellani in occasione dei comitia indetti per l'elezione dei magistrati locali. 

    Le dieci corsie ricostruibili a Fregellae lasciano intendere che le unità elettorali dovessero essere in numero di cinque, poiché ognuna di esse era divisa nelle ulteriori due categorie di iuniores e seniores. Tale sistema, basato sull'utilizzazione dei saepta, sembra caratteristico degli anni centrali della vita della colonia, poiché alcuni pozzetti mostrano segni di abbandono databili ad anni precedenti alla distruzione della città.
    CARIATIDE

    LE DOMUS

    Lungo questa via si aprono quattro padiglioni che coprono le strutture visitabili: le domus e l’impianto termale della città. Le domus, visitabili lungo il lato Sud della strada, corrispondono al tipo della “casa ad atrio”, mentre, sul lato opposto, il padiglione più grande copre le strutture del grande edificio termale, che si estendeva quasi per l’intera lunghezza dell’isolato antico. 

    Con la copertura delle case visibili si è voluto, fra l’altro, suggerire l’idea dello sviluppo dei volumi originali, non più conservati. Le domus scavate all’interno dell’area del Parco, ma ora ricoperte, sono ricordate attraverso le siepi del giardino che ne disegnano la pianta. Tuttavia la fruibilità dei quattro padiglioni è agevolata da pannelli, materiali didattici e supporti informatici.




    LE TERME

    Nella stessa area il Parco comprende anche un edificio di grandi dimensioni, a poca distanza dal Foro, posto lungo il primo asse viario identificabile come Terme pubbliche, fra le più antiche del mondo romano. Tale quartiere si apre sul decumano massimo, asse viario di primaria importanza, che conduceva al Foro, poco distante dall’area compresa nel Parco.

    L'edificio termale si estendeva tra due assi paralleli, su tre terrazze poste su livelli differenti e tutto il complesso appare diviso in due settori simmetrici, probabilmente uno femminile e l'altro maschile.
     
    Al centro è riconoscibile un forno che assicurava il riscaldamento dell'acqua e dell'aria ai due settori. Infatti, una sopraelevazione del pavimento, ottenuta mediante un sistema di pilastrini in laterizio (suspensurae), assicurava al disotto del pavimento di alcuni locali lo spazio necessario al passaggio dell'aria calda.

    Dietro le pareti, una serie di tubuli cilindrici in terracotta permetteva all'aria, proveniente dai pavimenti, di riscaldare anche queste zone.

    Lo spazio aperto posto tra le terme e la seconda terrazza è da identificarsi con una palestra, mentre la terza terrazza, in una prima fase collegata con le terme, fu destinata ad un uso diverso negli anni finali della vita della città. 

    Di grande interesse risulta il sistema di copertura a volta di uno degli ambienti termali. Fu realizzato con costolature curve in terracotta, sulle quali si posizionavano le tegole. Le basi di appoggio delle costolature erano probabilmente sostenute da più telamoni in terracotta, molti dei quali sono conservati nel Museo Archeologico di Ceprano. 

    La datazione delle terme, da porre nei primi anni del II sec. a.c., fa di esse il più antico complesso del genere, romano, sinora scavato. Tuttavia una precedente fase dello stesso edificio, ancora in fase di studio, ma che ha già rivelato notevoli motivi di interesse, è attestata ad un livello più basso, quindi più antico.


    IL TEMPIO DI ESCULAPIO

    Il tempio meglio studiato di Fregellae è quello dedicato al Dio della medicina, Esculapio, situato fuori città e costruito su un sito occupato precedentemente dal santuario dedicato al culto medico della Salus, di tradizione locale, risalente agli anni di fondazione della colonia.

    EX VOTO DEL TEMPIO DI ESCULAPIO
    Il santuario di Esculapio, nelle forme monumentali note dagli scavi archeologici, fu realizzato probabilmente subito dopo il 190 a.c., edificato su un complesso a terrazze come spesso usava nei grandi templi arcaici, come il tempio della Fortuna Primigenia a Preneste.

    Il tempio era circondato da un porticato a tre bracci di stile dorico, al cui centro si ergeva il tempio su un podio in opera cementizia, con le pareti in legno e fango, e completamente ricoperto di terrecotte architettoniche (alla stregua dei templi etruschi).

    La centralità del tempio rispetto al santuario, la sua elevazione su un podio e la visione frontale che in questo modo veniva enfatizzata, denotano la persistenza di modelli architettonici di tradizione locale. 

    Sul lato destro della scalinata che conduceva al pronao era interrato il thesaurus, cioè un contenitore lapideo destinato alla raccolta delle offerte in denaro, chiuso superiormente da una copertura emisferica attraverso cui si introducevano le monete. 

    Si pensa che davanti al santuario sia stata ricavata una cavea teatrale, sull'esempio dei coevi santuari laziali di Giunone a Gabii e di Ercole Vincitore a Tivoli. ma un po' di tutti gli antichi templi laziali.


    LA LOCAZIONE

    EX VOTO DEL TEMPIO DI ESCULAPIO
    L'ubicazione di Fregellae se la sono contesa Pontecorvo, Ceprano ed Arce. Gli storici più antichi (Volterrano e Sigonio) indicarono Pontecorvo (che da prima del 1400 pone nel proprio stemma cittadino l'acronimo S.P.Q.F., ossia Senatus Popolusque Fregellanus) quale città nata dalle rovine dell'antica Fregellae, opinione tratta dagli scritti degli storici coevi Livio e Strabone.

    Lo storico Antonius Lebrisensis, nel suo Dizionario del 1492 definisce "Fregellae vetus Italiae urbs olim florentissima. Vulgo Ponte Corvo". Anche le bolle papali e i documenti ufficiali dello Stato Pontificio indicano costantemente Pontecorvo quale antica Fregellae, nata dalle sue rovine.

    Dopo gli scavi archeologici del 1978, che hanno portato alla luce alcuni reperti di epoca romana tra il comune di Arce e il comune di Ceprano per un'area di qualche centinaia di mq, si è pensato non si trattasse di Fregellae, che era estesa per 90 ettari. 

    Si trattava magari dell'antico Diversorium Fregellanum descritto dal Cluverio, un tempo nei pressi di Ceprano, un modesto vico dei fregellani scampati alla definitiva distruzione di Fregellae per mano di Roma, mentre altra parte si rifugiò a Fabrateria Nova.

    EX VOTO
    In due epistole, una al fratello Quinto, l'altra all'amico Tito Pomponio Attico, Cicerone parla del territorio "Arcanum" e di una Villa Arcana presso Fregellae, descritta e magnificata. I reperti più significativi degli scavi sono esposti nel "Museo Archeologico di Fregellae", Recentemente a Ceprano è stato allestito un museo tematico con la raccolta dei rinvenimenti più recenti, in particolare con pregevoli mosaici.

    Gli scavi del 1978, con la direzione scientifica del prof. Filippo Coarelli-Università di Perugia in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Lazio, hanno permesso di individuare i nuclei principali della città antica, portando alla luce reperti di età repubblicana difficili da reperire:

    - il Foro, con il complesso Curia-Comizio;
    - un quartiere di case aristocratiche, che include anche le Terme pubbliche della colonia;
    - il santuario di Esculapio, Dio della medicina,
    - un altro tempio fuori dalle mura della città, dedicato ad una divinità femminile.

    Il quartiere aristocratico e le Terme sono visitabili grazie al "Parco Archeologico di Fregellae", presso Isoletta d'Arce e nel vicino centro di Ceprano, che si sviluppò contemporaneamente alla colonia latina di Fregellae (328-125 a.c.), poiché vi sorgeva un abitato (Fregellanum) nel punto in cui la via Latina, proveniente da Roma, attraversava il fiume Liri tramite un ponte.

    DECORAZIONI TEATRALI

    Le abitazioni visitabili dimostrano diversi esempi di “case ad atrio”, caratterizzate cioè da un grande spazio centrale (atrium), intorno al quale si sviluppano vari ambienti, e dotato di un’apertura nel tetto (compluvium) cui corrisponde al suolo una vasca di raccolta dell’acqua piovana (impluvium).

    Di notevole interesse sono i pavimenti: i più attestati sono quelli in cocciopesto (frammenti di terracotta, compattati con leganti), spesso decorati con tessere di calcare, a formare motivi geometrici. Altri pavimenti tipici a Fregellae sono quelli realizzati con piccole mattonelle in terracotta, di diverse forme. Lo scavo delle domus ha restituito notevoli materiali, esposti al Museo Archeologico di Fregellae, testimoniando anche la partecipazione dei fregellani alla guerra combattuta da Roma in Oriente contro Antioco III di Siria, tra il 191 e 189 a.c.

    I materiali riportati alla luce sono esposti nelle sale dell'Antiquarium di Ceprano (ospitato nel Palazzo Comunale), dove si può rivivere la storia di questa antica città, e si possono ammirare talamoni, terrecotte ex voto, frammenti architettonici del santuario di Esculapio, pavimenti a mosaico, che costituiscono solo una parte dell'eccezionale quantità di materiale rinvenuto e in corso di restauro


    I PADIGLIONE - Domus 17/19 
    Prima tappa, dove i pannelli sono dedicati all’introduzione e presentazione generale del quadro storico-geografico della colonia, e del suo impianto urbanistico. L’interno mostra due abitazioni contigue appartenenti alla tipologia più semplice delle case fregellane, con ambienti disposti sul fronte e sul retro della struttura, intorno al grande atrio centrale, dove è perfettamente conservato un raffinato esempio di impluvium (domus 17). 
    Sul fondo è riproposta l’illustrazione di alcune fra le principali tecniche costruttive usate a Fregellae, con modello al vero di un muro di terra cruda (pisè) e pavimento in cocciopesto. Oltre la fine della domus, la copertura si prolunga con uno spazio dedicato alla sosta e ad eventuali proiezioni.

    II PADIGLIONE - Domus 11
    TELAMONE
    La seconda tappa coincide col padiglione della domus 11, dove si presentano i caratteri stilistici e la decorazione architettonica delle case fregellane. 

    In particolare si approfondisce la conoscenza dello spazio più significativo di queste domus: l’atrio con il suo sistema di copertura, il compluvium, che è qui ricostruito nelle linee essenziali, in terracotta e legno. Gli elementi in terracotta sono realizzati su calchi degli originali, rinvenuti durante lo scavo.


    III PADIGLIONE - Domus 7 
    Nel terzo padiglione si affronta il tema delle fasi edilizie: questa domus è la più grande e la più complessa fra quelle conosciute a Fregellae, e presenta due principali fasi, corrispondenti a due case sovrapposte. 

    La pannellistica e la sistemazione museale privilegiano qui la messa in evidenza della sequenza cronologica e delle principali fasi portate alla luce durante lo scavo, con il quale si è “sacrificata” parte della seconda fase per mostrare la prima casa: quest’ultima è visibile anche da una pedana in rete metallica, che ripropone la forma e la quota di quanto asportato della casa superiore.

    REPERTI

    LE TERME
    L’ultimo padiglione presenta un grande edificio pubblico: le terme cittadine. Si tratta di un ritrovamento di estremo interesse essendo sicuramente uno dei più antichi complessi termali rinvenuti in Italia, con ipocausto. 
    L’edificio presenta anch’esso due grandi fasi edilizie. Tuttavia la musealizzazione interessa, al momento, la parte frontale dell’edificio, dove è conservata la fase più antica. I lavori del Parco, tuttora in corso, prevedono comunque la presentazione dell’intero edificio, con la sistemazione della restante parte, dove è stata scavata invece la fase più recente: questa occupava probabilmente l’intera lunghezza dell’isolato antico, ed era divisa in un settore maschile ed uno femminile. 
    Fra i materiali provenienti dallo scavo sono da segnalare i telamoni (figure maschili in terracotta), che decoravano alcuni ambienti delle terme, esposti al Museo Archeologico di Fregellae.



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  • 09/05/17--06:15: LEGIO II ADIUTRIX


  • In questo bassorilievo dell'epoca di Marco Aurelio (posto poi sull'arco di Costantino), lo scudo rappresentato appartiene sicuramente ad una delle due legioni (la I o la II) Adiutrix di classiarii.

    Per Classiarii o classici (lat. Classis = flotta) si intende l'insieme dei militari e del personale che erano addetti o alla manovra della nave o alla sua costruzione e manutenzione, nell'ambito della marina militare romana. Talvolta gli addetti alle manovre sapevano anche costruire o almeno attendere alla manutenzione della nave.

    La Legio II Adiutrix Pia Fidelis (sostenitrice, fedele e leale), fu una legione romana creata dall'imperatore Vespasiano (9 - 79), nel 70 d.c., da reparti di marinai romani di stanza a Ravenna (Classis Ravennatis), da quello stesso formidabile imperatore che disse, cercando di alzarsi in punto di morte:
    « Imperatorem stantem mori oportet» cioè: « È opportuno che un imperatore muoia in piedi. »

    Ce ne informa lo storico Tacito (55 - 117) nelle sue Historiae, ma ne esistono documenti numerosissimi che testimoniano la presenza della legione fino agli inizi del IV sec. I simboli della legione erano il Capricorno e il Pegaso.

    DEDICA DELLA LEGIO AD ANTONINO PIO
    Altro importante documento è questa dedica, il cui testo marmoreo venne rinvenuto presso Vynen, a nord di Xanten, conservato nel Museo Rheinisches Landesmuseum di Bonn, che illustra la soppressione della Rivolta Bataviana del 70 d.c.
    IMPeratoris VESPASIANI
    AVGvsti Filio TRibvnicia POTestate IMPeratore
    IIII COnSvle II DESIGnato
    III CENSoribvs DESIGnatis
    Avlo MARIO CELSO
    LEGato AVGvsti PRo PRaetore
    SEXto CAELIO TVSCO
    LEGato AVGvsti
    LEGio VI
    VICTRIX
    ... al figlio dell'imperatore Vespasiano
    Augustus, con podestà tribunicia 
    per la IV volta, due volte console, 
    designato per la III volta, designato censore,
    Ad Aulo Mario Celso,
    governatore con rango di propretore,
    e a Sesto Celio Tusco,
    comandante, 

    la VI legione Victrix...

    Ora la VI legio Vitrix era stanziata insieme alla II Auditrix, alla XIV Gemina, e alla XXI Rapax. Dopo il suicidio dell'imperatore Nerone nel 69, il comandante dell'esercito della Germania Inferiore, Aulo Vitellio, marciò su Roma. Ma come Vitellio divenne imperatore, le legioni occidentali si ribellarono nominando imperatore il loro generale Vespasiano, il quale a sua volta conquistò Roma 

    ANTONINO PIO
    Si ribellarono però i Bataviani del confine reniano e Vespasiano, nel 70, inviò un esercito comandato da Quinto Petillio Ceriale, Dopo una battaglia di due giorni, la legione II Adiutrix, la VI Victrix, la XIV Gemina, e la XXI Rapax vinsero la battaglia. 

    I legionari della VI VITRIX dedicarono a loro spese la vittoria all'imperatore, a suo figlio Tito, al governatore, Aulo Mario Celso, e al loro comandante Sesto Celio Tusco. 

    I soldati della II Adiutrix erano combattenti piuttosto particolari, perchè erano marinai dalla marina di Ravenna, che si schierò con Vespasiano durante la guerra contro Vitellio e questo le guadagnò, da parte dell'imperatore, il nome di Pia Fidelis ( "leale e fedele").

    Nell'estate del 70, troviamo la legione combattere sotto Quinto Petilio Ceriale, inviato a reprimere la rivolta Batava. Insieme a VI Victrix, XIV Gemina, e XXI Rapax, sconfissero il capo dei ribelli Giulio Civile nei pressi di Xanten. 

    Durante l'inverno, la II legione soggiornò a Batava, nella capitale Nijmegen. L'anno dopo venne sostituita dalla X Gemina.

    Con il generale Ceriale, la II Adiutrix andò in Gran Bretagna, dove soppresse la rivolta dei Briganti in Venutius. Le iscrizioni dimostrano che la legione era di stanza a Deva (Chester) e Lindum (Lincoln), ma non sappiamo quale città servisse come prima e seconda base dell'unità, anche se si presume che la sua base più antica fosse Lincoln.

    TOMBA DI UN SOLDATO DELA II AUDITRIX
    Quando Agricola divenne governatore della Britannia (77-83), sembra che la II venne spostata a Chester, alla foce del fiume Dee al confine settentrionale del Galles. Le legioni combatterono contro le tribù degli Ordovici e occuparono l'isola di Mona (Anglesey). 

    Durante gli ultimi anni, Agricola tentò di sottomettere la Scozia tenendo la II Adiutrix come riserva strategica in Galles e in Inghilterra.

    Dopo Agricola, la legione sostò brevemente a Inchtuthil, ma nell'87 venne trasferita nel basso Danubio, dove partecipò alle guerre contro i Daci per l'imperatore Domiziano. 

    La sua base potrebbe essere stato in Acumincum nei pressi della confluenza del Tibisco col Danubio (40 km a nord di Belgrado). Una posizione alternativa della sua base è a Sirmio (Sremska Mitrovica).

    I Daci invasero l'impero romano nell'86 e sconfissero le legioni che avrebbero dovuto difendere la provincia di Mesia. 

    Per tutta risposta due anni più tardi, nell'88, un grande esercito romano invase la Dacia e il generale romano Tettio sconfisse il re Decebalo a Tapae; 

    La II Adiutrix fu tra le legioni coinvolte, ma purtroppo, la rivolta del governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino, nell' 89, impedì il successo finale.

    Uno degli ufficiali in quei giorni era Publio Elio Adriano, il futuro imperatore Adriano. Fu tribuno militare per l'anno 94/95. 

    Nell'estate del 106 la legione prese parte all'assedio della capitale Dacia Sarmisegetusa, in Romania.
    Durante il suo soggiorno con la legione, incontrò il centurione Quinto Marcio Turbo, che più tardi sarà governatore della Pannonia (117-118) e poi prefetto del pretorio di Adriano.

    Durante le guerre daciche di Traiano (101-106), la II Adiutrix e la IIII Flavia Felix ebbero base a Singidunum (Belgrado), ma quando la guerra finì, l'Adiutrix venne trasferita ad Aquincum (Budapest). 

    DIANA VETERANORUM INSCRIPTION (rinvenuta a Logaricio)
    La nuova base legionaria era stata costruita sul sito di un vecchio fortino di cavalleria e qui rimase per secoli. E' dimostrato che molti soldati vennero reclutati localmente. Pure restando locate ad Aquincum la II legione partecipò in tutta o in parte alle seguenti campagne:
    - Campagna di Lucio Vero contro l'impero dei Parti (162-166) -
    - Campagna di Marco Aurelio contro i Marcomanni e i Quadi (171-173) -
    - Campagna di Marco Aurelio contro i Quadi ( (179-180), comandata da Marco Valerio Maximiano in Laugaricio.

    VICTORIAE
    AVGVSTORV(m)
    EXERCITUS QVI LAV
    GARICIONE SEDIT MIL(ites)L(egionis) II DCCCLV
    (Marcus Valerius) MAXIMIANUS LEG(atus) LEG(ionis) II AD(iutricis) CVR(avit) F(aciendum)

    "Alla vittoria degli imperatori, dedicata da 855 soldati della II Legione dell'esercito stazionato in Laugaricio. Sotto la supervisione di Marco Valerio Maximiano, legato della legione II Adiutrix"

    - Campagna di Caracalla contro gli Alemanni (213) -
    - Campagna di Gordiano contro l'impero Sassanide (238)
    - Nel 193, la II Adiutrix supportò Settimio Severo durante la sua conquista della porpora imperiale.
    MONETA DEDICATA ALLA II AUDITRIX


    ISCRIZIONI EPIGRAFICHE RINVENUTE

    - Gaio Valerio Crispo veterano ex legione II Adiutrice Pia Fideli.
    - Chester (Deva), U.K. RIB 478.

    - Lucius Terentius Claudia tribu Fuscus Apro miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis.
    - Chester, U.K. RIB 477.

    - Lucius Valerius Luci filius Claudia tribu Seneca Savaria / miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis. - Chester, U.K. RIB 480.

    - Gaius Calventius Gai filius Claudia tribu Celer Apro miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis
    Vibi Clementis (...).
    - Chester, U.K. RIB 475.

    - Gaius Iuventius Gai filius Claudia tribu Capito Apro miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis
    Iuli Clementis annorum XL stipendiorum XVII.
    - Chester, U.K. RIB 476.

    - Quintus Valerius Quinti filius Claudia tribu Fronto Celea miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis annorum L stipendiorum XXṾ (...).
    - Chester, U.K. RIB 479.

    - Voltimesis P̣udens Gai filius Sergia tribu Augusta eques legionis II Adiutricis Piae Fidelis annorum XXXII stipendiorum XIII hic situs est.
    - Chester, U.K. RIB 482.

    - Gaius Murrius Gai filius Arniensis Foro Iuli Modestus miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis
    Iuli Secundi annorum XXV stipendiorum hic situs est.
    - Bath, U.K. (Aquae Sulis). RIB 157 = CIL VII 48.

    - Titus Valerius Titi filius Claudia tribu Pudens Savaria miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis Dossenni Proculi annorum XXX aera VI heres de suo posuit hic situs est.
    - Lincoln (Lindum), U.K. RIB 258 = CIL VII 185.

    - legionis II Adiutricis Piae Fidelis
    Ponti Proculi Lucius Licinius Luci filius Galeria tribu Saliga Lugdunonnorum XX stipendiorum II.
    - Lincoln (Lindum), U.K. RIB 253 = CIL VII 186.

    - Quintus Cumelius Quinti filius Fabia Celer Bracarensis veteranus legionis II Adiutricis hic situs annorum LXXV (...).
    - Astorga (Asturica), Spain. CIL II 2639.

    - Fortunae Balneari sacrum Valerius Bucco miles legionis II Adiutricis Piae Fidelis decuria Aemili (...).
    - Segovia, Spain. CIL II 2763.

    - VICTORIAE AVGVSTORV(m) EXERCITUS QVI LAV GARICIONE SEDIT MIL(ites) L(egionis) II DCCCLV (Marcus Valerius) MAXIMIANUS LEG(atus) LEG (ionis) II AD(iutricis) CVR(avit) F(aciendum). 
    - Laugaricio (Trenčín), Slovakia.


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  • 09/06/17--06:19: BATTAGLIA DI MAGNESIA
  • BATTAGLIA DI MAGNESIA 190 A.C.

    Magnesia era una città posta a nord est. di Smirne, vicino al corso del fiume Gedis, sulle falde del monte Sipilo (Manisa Daǧ). Era la città più orientale dell'Eolia alla cui fondazione avevano avuto parte le Amazzoni; fece parte del regno di Lidia e poi soggiacque ai Persiani.

    Detta anche battaglia del fiume Frigio, che diede ai Romani il dominio sull'Asia Minore, la battaglia di magnesia si combatté nella pianura Ircania o pianura di Ciro, nella pianura a nord di Magnesia ad Sipylum attualmente Manisa

    La principale fonte d'informazione storica al riguardo è Tito Livio, il cui proposito era però di glorificare le virtù romane e che ha lasciato dati distorti sui numeri dei soldati e dei caduti in battaglia, recentemente riconsiderati e rivisti da vari studiosi, o almeno così si dice, perchè gli autori moderni non sono d'accordo. 

    La questione è di 10000 romani in più o in meno per l'esercito di Antioco, comunque Livio traduce in gran parte da Polibio. 

    LE BATTAGLIE CONTRO ANTIOCO (zommabile)
    Importante anche la relazione di Appiano che dipende in parte da Polibio e da altri. 

    Insomma si tratta più di Polibio che di Livio, che non è mai stato giudicato autore parziale, che è coevo ai fatti  (206 - 124 a.c.) e che soprattutto è greco e tenne sempre alla sua patria, tanto da tornarci e morire là, dopo essere vissuto a Roma.

    Le fonti romane del tempo riportano che, al termine della battaglia, le perdite seleucidi ammontarono a circa 53000 uomini, mentre quelle romane furono di soli 300 soldati. 

    Per quanto la battaglia di Magnesia sia stata una delle più importanti vittorie della storia romana, la stima dei caduti sembra un po' esagerata a fini propagandistici. 

    Tuttavia i grandi generali romani hanno sempre limitato le perdite romane a poche centinaia di uomini rispetto alle migliaia di nemici. Le ragioni comunque risiedevano non tanto nel valore perchè anche i nemici erano determinati e coraggiosi, quanto nel poderoso addestramento dei militi romani, nella organizzazione precisa e ordinata fino all'ossessione e nella enorme bravura dei generali romani, grandi strateghi e con tattiche sempre innovative.

    Generali: Publio Cornelio Scipione l’Africano (formalmente il fratello Lucio) contro Antioco III il Grande di Siria.  Il senato sceglie si come generale il console Lucio Cornelio Scipione, ma si aggiunse spontaneamente il fratello Publio Cornelio Scipione, e sarà quest'ultimo l'autore della vittoria.



    L'ANTEFATTO


    Antioco III voleva profittare di Roma provatissima dalle guerre puniche, per riprendersi quello che il padre si era fatto togliere nei suoi tre anni di regno, oltre a liberare i greci prigionieri di Roma dopo le guerre macedoniche. Così dichiara guerra a Roma.

    ANTIOCO IL GRANDE
    Il giovane Scipione ha vinto a Zama Cartagine, ma si è anche lasciato sfuggire Annibale che è andato a rifugiarsi dal Re seleucida Antioco che lo accoglie benevolmente.

    Così Antioco e Annibale con 10.500 occupano l'isola di Calcide d’Eubea. I romani, allo stremo, si rivolgono al re macedone, cedendogli alcune città, a suo tempo da loro occupate, in cambio di una collaborazione.

    Il primo generale è Manio Acilio Glabrione, che si era opposto in senato alla richiesta del console Gneo Cornelio Lentulo, che chiedeva per sé la provincia d'Africa, assegnata invece a Publio Cornelio Scipione.

     Manio in un mese arriva con 20.000 fanti, 2.000 cavalieri e 15 elefanti, vince Antioco alle Termopili e riconquista tutte le fortezze perdute.
    Antioco, ancora a corto di rinforzi, aveva infatti indietreggiato fino alle Termopili, per impedire ai romani l’accesso alla Grecia centrale e fu qui che Manio lo sconfisse. Poi arriva il secondo generale, Catone, con soli duemila uomini, ma anche lui è uno di quei generali abituati a vincere un nemico molto più numeroso. La tradizione è salva, Catone con un numero molto inferiore di uomini sconfigge Antioco e lo mette in fuga.

    Poi Livio Salinatore, altro generale romano, insieme alle flotte di Pergamo e Rodi, che sarà console nel 188, sconfigge Antioco anche sul mare. ovvero sconfigge il suo l'ammiraglio Polissenida in una battaglia navale presso Corico.

    Ora il senato di Roma si è tirato su di morale e vuole togliersi d'attorno Antioco una volta per sempre. Il popolo, che all'epoca ha molta voce in capitolo, vuole Scipione, che propone di portare la guerra in Asia come aveva fatto in Africa. I consoli per il 190 sono Caio Lelio e Lucio Scipione, rispettivamente migliore amico e fratello di Scipione. La nomina a generale è sicura.

    ANNIBALE
    È il gennaio del 191, a soli tre mesi dalla dichiarazione di guerra, Roma si è di nuovo agguerrita e mobilitata, e ora avanza contro Antioco. Questi intanto sbarca in Tessaglia e raccoglie nel suo esercito i guerrieri etoli.

    Nel 190 a.c., i Romani traversano per la prima volta nella storia l'Ellesponto e non ci sono nemici che possano arrestarli, capaci di vincere ormai per terra e per mare. A fine aprile, un nuovo esercito romano di 13.000 fanti e 500 cavalieri si congiunge a quello di Glabrione e sconfigge subito gli Etoli poi volge ai Dardanelli.

    Incalzato dai Romani, Antioco raccoglie le sue forze a Tiatira, arretra per una quarantina di km, sempre coi romani alle calcagna che vogliono dargli battaglia. L'inverno è vicino e i romani dovrebbero mettere su dei nuovi fortini, gli accampamenti invernali, con sortite continue per procurarsi viveri e merci.

    Preferiscono risolvere la cosa immediatamente, per cui inseguono Antioco ovunque lui voglia, anche in un campo che lo avvantaggi, i generali confidano sulla loro abilità tattica anche in terreno sfavorevole.

    Il re siriano varca il fiume Frigio, e si accampa finalmente fra questo e l'Ermo, è il luogo adatto alle manovre della sua cavalleria e dei suoi carri da guerra. E' guerra.

    Le forze romane erano decisamente inferiori a quelle dei seleucidi. Ed ecco i due schieramenti:

    Esercito romano:

    - le legioni al centro (4 legioni da 5.400 uomini l’una)
    - cavalleria all'ala sinistra, protetta dal fiume Ermo
    -  le truppe leggere (3000 uomini),  fra pergameni e achei, condotte dall'alleato asiatico, il re Eumene II di Pergamo, sulla destra.
    - I Triari formavano la retroguardia e tra questi e i principi vi erano sedici elefanti.
    - 2000 volontari della Tracia e della Macedonia furono lasciati a custodire l'accampamento.
    - 3.000 cavalieri romani; 500 guerrieri tralli e cretesi di riserva;  a presidio dell’accampamento
    - 16 elefanti sahariani, piccoli e ben addomesticati.


    Esercito siriano

    -16.000 falangiti;
    - 19.700 fanti di varie etnie, tra arcieri, frombolieri e lanciatori di giavellotto,;
    - 12.500 cavalieri, di cui 6.000 catafratti il resto cavalleria leggera;
    - 1.000 guardie del corpo a cavallo per il re e la corte appiedata, gli ‘Scudi d’Argento’;
    - 1.200 arcieri a cavallo del Caspio e 2.500 a piedi;
    - 3.000 fanti tralli e cretesi
    -;54 elefanti asiatici, enormi e indisciplinati, cavalcati da quattro guerrieri più un conducente ciascuno;
    - bighe e quadrighe falcate
    - 20000 arcieri arabi a dorso di dromedario, con sottili spade lunghe un metro e ottanta.

    - Esercito siriano, più di 70.000 uomini (secondo alcuni moderni sono 60000). 
    - Esercito romano, circa la metà (poco meno). 
    Vince l'esercito romano.


    Passati i Dardanelli, i romani si congiungono nella Misia con il re alleato e amico Eumene II di Pergamo, e giunti al fiume Frigio si accampano sulla sua riva destra.

    PUBLIO CORNELIO SCIPIONE
    Poi, visto che Antioco non voleva dare battaglia, si trasferiscono sulla sinistra avvicinandosi al campo di Antioco, procedendo lungo la sponda del fiume.

    Annibale intanto, pure in superiorità numerica, nell’agosto del 190, viene sconfitto dai Rodii, che gli affondano 42 delle sue 89 navi. Nel frattempo, gli Scipioni avanzano via terra.

    Dopo un mese di temporeggiamenti, Antioco è senza alleati, intimoriti dall'avanzata romana. Allora offre la pace a condizioni disastrose. Ha in ostaggio un figlio di Scipione, ma questi rifiuta ugualmente la resa.

    Gli dice che, se Antioco vuole restituirglielo, avrà la sua gratitudine solo in privato. Le cose sono due, o Scipione è ultra certo che Antioco non torcerà un capello al figlio, o del figlio se ne infischia totalmente, Pensiamo un po' e un po'.

    Comunque Antioco rimanda il figlio a Scipione, forse sperando a una clemenza nell'eventualità della sconfitta.  Antioco gira parecchio prima di scegliere il campo adatto, e i legionari comprendono che ha paura, così cresce invece la loro voglia di battersi. Inoltre
    « Quando Publio Scipione era in Lidia, osservò che l'esercito di Antioco era demoralizzato dalla pioggia, che cadeva giorno e notte senza interruzione, che sia i soldati sia i cavalli erano esausti, che anche gli archi erano stati resi inutili dagli effetti dell'umidità sulle loro corde, invitò il fratello ad iniziare la battaglia il giorno successivo, anche se era consacrata a feste religiose. L'adozione di questo piano portò infatti alla vittoria.» (Frontino, Stratagemata, IV, 7.30.)



    SCHIERAMENTI IN CAMPO


    Schieramento seleucida

    - 16.000 falangiti divisi in 32 file, in modo da ottenere uno schieramento stretto e profondo, con grande capacità di penetrazione. La falange è divisa in dieci sezioni, separate da due elefanti ciascuna.
    - Le ali sono speculari: dal centro verso l’esterno, armi e corazze pesanti per arrivare ai frombolieri sulla destra, protetta dal fiume Frigio, e a generici fanti leggeri sulla sinistra.
    - I catafratti sono coperti da bighe, quadrighe e dromedari arabi.

    Antioco intendeva sfondare la legione romana con la cavalleria pesante, per poi distruggere le truppe in rotta mentre la falange avanzava. I carri da guerra avrebbero annientato la cavalleria romana. Il re seleucide guidò personalmente la carica sul lato destro e inizialmente riuscì nel suo intento di decimare i legionari nemici.
     

    Schieramento romano:

    -:due legioni romane al centro,
    - due italiche ai fianchi,
    - alleati e cavalleria alle ali; quella sinistra, che si ritrova di fianco al fiume e davanti al re, consta di sole 120 cavalieri.


    Scipione

    Generale ed uomo di stato, protagonista di un'epoca cruciale della storia di Roma. Dopo i successi conseguiti in Spagna, dove conquistò Cartagena (209) e sconfisse Asdrubale (208), portò la guerra contro i Cartaginesi in Africa, dove con la vittoria di Zama (202) pose fine alla seconda guerra punica. Ostacolato nella successiva attività politica dal partito dei conservatori, si pose a capo insieme al fratello Lucio della spedizione contro Antioco III.



    LA BATTAGLIA

    1) Le bighe e le quadrighe di Antioco partono per scompaginare gli ausiliari pergameni, ma il re Eumene, alleato dei romani e al comando della cavalleria, li evita facendo avanzare i suoi arcieri cretesi e frombolieri in ordine sparso.

    2) Ora che i catafratti sono scoperti, la fanteria leggera romana si fa da parte per lasciare che li colpisca la cavalleria formata da (arcieri e frombolieri) che colpiscono i cavalli nemici, diffondendo il panico pure fra i dromedari, Era in effetti più facile e devastante colpire un cavallo che non un cavaliere, perchè il catafratto aveva un'armatura pesante che lo riparava, perchè l'animale non ha armatura, è più grande dell'uomo, e perchè si imbizzarrisce e fugge creando un caos nella truppa.
    3) I cavalli che trascinavano ì carri falcati fuggono travolgendo sia le truppe ausiliarie al loro seguito, sia la cavalleria seleucide disposta sull'ala sinistra dell'esercito.
    4) - La falange, stretta al centro dello schieramento selucide, su una profondità di 32 linee, si ritrova ora con il fianco sinistro scoperto, e arretra verso il proprio accampamento, incalzata da una pioggia di frecce e giavellotti scagliati dai legionari, vanificando l'uso delle sarisse dei falangiti (sorta di pila lunghissimi)
    5) - La situazione è ancora pesante e Scipione ha un'idea (spesso l'Africano ha conseguito vittorie mediante le sue brillanti invenzioni), Ordina ai suoi di suonare tutto il suonabile e di fare il massimo rumore con spade e scudi. Il frastuono di tube, trombe, ferraglie e urla prodotto dai romani atterrisce gli elefanti da guerra posti al centro, che si imbizzarrirono e scompaginarono i ranghi dei combattenti, la temibile falange si sfascia.
    6) - Molti opliti della falange fuggono incappando nelle zampe degli elefanti, oppure vengono centrati dai legionari che gli scagliano da lontano i loro giavellotti. I legionari sono addestratissimi ed hanno mira e lancio straordinari. Ogni giavellotto è un nemico ucciso.
    8) - Intanto la riserva centrale siriana viene sorpresa alle spalle da  Enobarbo,
    9) - Antioco però, a capo della cavalleria sulla propria ala destra, aveva nel sfondato il fianco sinistro dello schieramento romano, mettendo in fuga le truppe nemiche in direzione del loro centro e verso l'accampamento.
    10) - Inizia l'inseguimento di Antioco sui romani verso il campo avversario, ma il campo era ben difeso da Marco Emilio, valoroso guerriero, che raggiunge i fuggitivi romani e ordina ai suoi di ferire sia i nemici che i fuggiaschi. Questi ultimi per non essere uccisi dai commilitoni tornano a combattere i siriani
    11) - Intanto sul campo di battaglia la cavalleria seleucide aveva subito tali perdite da non poter completare la mossa a tenaglia in congiunzione con la cavalleria di Antioco sull'ala destra, dando tempo ai legionari di riorganizzarsi e tornare in formazione.
    12) - Poi, la cavalleria Romana, rimasta integra per via della messa fuori gioco dei carri, attacca i catafratti scompaginati, facendone strage.
    13) - Alla fine duecento cavalieri romani dell’ala destra riescono a farsi strada fino a Emilio. Alla loro vista Antioco fugge verso il proprio accampamento. Muoiono tutti e 16000 i falangiti, restano solo 400 nemici da far prigionieri.
    Secondo la maggio parte delle fonti i Siriaci caddero o rimasero prigionieri 20.000, per quanto la tradizione, dimenticando i dispersi, dia un numero più che doppio; i Romani non registrarono che 350 morti, compresi i Pergameni. Comunque n’ecatombe, ma Annibale è fuggito.


    Annibale

    Annibale fugge coi suoi uomini rimasti e va alla corte di re Prusia di Bitinia, che gli concesse asilo purchè combattesse per lui gli Attalidi del regno di Pergamo, cosa che fece. Prusia però rimase neutrale durante la guerra tra Antioco III e la Repubblica romana. Secondo Polibio, invece, Prusia si schierò nel bel mezzo della guerra contro la lega etolica (190 a.c.) a favore di Roma. Quest'ultima versione sembra più plausibile, perchè Roma inviò Falminino come ambasciatore presso Prusia I re di Bitinia nel 183 a.c., per ottenere la consegna di Annibale, che per non essere consegnato si avvelenò, dopo sei anni di esilio da Cartagine.


    La pace di Apamea

    Antioco, quando si rese conto che il suo piano era fallito e non poteva più vincere, si ritirò riparando a Sardi e poi ad Apamea da dove nel 188 a.c. firmò la pace con i Romani. Pur avendo ancora un esercito numeroso, aveva perduto la fiducia dei militari e dei sudditi, per limitare i danni dovette così rinunciare alla Grecia che passò quindi al dominio romano. Roma lascia agli alleati gran parte dei nuovi territori: una Provincia così lontana non è gestibile, però si prende il regno di Pergamo a danno della Siria.

    La mitica falange aveva perso con gli altrettanto mitici legionari romani. L’esercito romano impiegherà sei mesi a rientrare in Italia, a causa di ulteriori attacchi da parte dei barbari, Antioco morirà nel 187, un anno dopo la pace di Apamea, ammazzato mentre saccheggia un tempio.

    Il comando romano era stato tenuto nominalmente da L. Cornelio Scipione poi detto Asiatico, il console del 190, ma nella battaglia sembra fu il fratello Publio a cui si deve il piano stesso della spedizione in Asia, a guidare le armate. Lucio Cornelio si era ammalato ed era rimasto addietro in Elea. Secondo altri però, il comando effettivo dei Romani fu tenuto dal legato Cn. Domizio Enobarbo, il console del 192, ma si sa che Cornelio Scipione fu tanto valido generale quanto invidiato e odiato dai suoi rivali romani.


    Publio Cornelio Scipione

    Rientrato a Roma, Scipione fu accusato dal suo avversario politico Marco Porcio Catone di avere accettato denaro da Antioco e subì un processo. Venne assolto dalle accuse, ma ne rimase così disgustato che si ritirò dalla vita pubblica sia civile che militare, anzi lasciò Roma e mai più vi tornò, ritirandosi nella propria villa di Literno, in Campania, dove morì poco più che cinquantenne. Tanto può l'invidia.


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  • 09/07/17--06:35: CLAUDIO RUTILIO NAMAZIANO


  • Nome: Claudius Rutilius Namatianus;
    Nascita: Tolosa 414-415
    Morte: -
    Professione: Poeta e Politico


    "… velocem potius reditum mirabere, lector, 
     tam cito Romuleis posse carere bonis. 
     Quid longum toto Romam venerantibus aevo! 
     Nil umquam longum est, quod sine fine placet". 

    "…anzi, lettore, ti stupirai del veloce ritorno, 
    che tanto rapidamente io possa privarmi dei beni di Roma.  
    Cosa è lungo per chi onora Roma per tutta la vita ? 
    Non dura mai troppo a lungo ciò che senza fine piace.  
    Oh quanto e quante volte posso ritenere felici 
    Quelli che per loro fortuna sono nati in questa terra feconda, 
    e che, generosa stirpe dei grandi Romani, 
    portano al più alto grado l’onore della nascita per la gloria della città.  
    I semi di virtù caduti e trasmessi dal cielo 
    non avrebbero potuto stabilirsi più degnamente in un altro luogo. 
    Felici anche quelli che, dono quasi uguale al primo 
    avuto in sorte, ottennero di abitare nel Lazio! 

    La Curia venerabile si apre al merito dello straniero 
    e non ritiene estranei quelli che sono degni di essere suoi. 
    Godono del potere di quest’ordine e dei colleghi 
    e così partecipano del Genio che venerano, 
    come attraverso i poli eterei del mondo 
    crediamo ci sia la forza unificatrice del sommo dio. 
    Ma la mia sorte è strappata via dalla terra amata 
    e richiamano i campi della Gallia chi lì è nato. 
    Certo, troppo sono distrutti dalle lunghe guerre, 
    ma, quanto meno belli, tanto più destano compianto. 

    È una piccola colpa trascurare i propri conterranei, se sono in salvo: 
    le sventure di tutti richiedono l’aiuto di ognuno. 
    Presenti, dobbiamo lacrime ai tetti aviti, 
    giova il lavoro suscitato spesso dal dolore; 
    né è più oltre concesso ignorare le lunghe rovine, 
    che il ritardo di un soccorso sospeso ha moltiplicato. 
    E’ ormai tempo, dopo i furiosi incendi, nei fondi straziati 
    di costruire almeno capanne di pastori. 
    Che se le stesse fonti, anzi, potessero emettere voce, 
    se i nostri alberi potessero parlare,   
    potrebbero spingere con giusti lamenti me che mi attardo, 
    e mettere vele al mio desiderio". 



    LE ORIGINI

    Nato forse a Tolosa, esponente dell'aristocrazia latifondista della Gallia, Damaziano fu praefectus urbi di Roma, carica prestigiosissima, nel 414, sotto Onorio.
    Dopo aver trascorso l’infanzia in patria, seguì il padre in Italia, che aveva ottenuto la carica di governatore della Tuscia (l’odierna Toscana) e dell’Umbria, ma ben presto si trasferì a Roma per completare i suoi studi.

    Nonostante fosse pagano, percorse una brillante carriera di funzionario statale alla corte cristiana di Onorio, il primo imperatore romano del solo Impero d’Occidente dalla morte del padre Teodosio I; raggiunse la carica di Magister Officiorum, nel 412 d.c. e quella di Praefectus Urbis nel 413-414.

    L'altissima carica di Praefectus Urbis ne faceva un alto funzionario della burocrazia dell’Impero romano tardo-antico, in possesso di vasti poteri; poteva essere ricoperta solamente dai membri della classe senatoria ed era destinata ad amministrare e tutelare la città di Roma. Fu istituita da Augusto su suggerimento di Mecenate e colui che la ricopriva aveva tutti i poteri per garantire la pace e l’ordine, avendo la sovrintendenza di molte istituzione pubbliche con facoltà straordinaria di inviare a Roma i milites stationarii.

    A Roma Rutilio frequentò gli ambienti dell’alta aristocrazia senatoriale con cui condivideva gli ideali patriottici e il sentimento religioso pagano. Soprattutto frequentò i circoli senatoriali dei Simmachi e dei Nicomachi, seguaci del paganesimo.

    Infatti Virio Nicomaco Flaviano (334 – 394) fu un grammatico, storico e politico romano che collaborò con l'usurpatore Eugenio nell'ultimo tentativo di restaurare l'antica religione romana.
    Quinto Aurelio Simmaco (340 -403), dell'aristocrazia senatoria pagana, ricoprì cariche di rilievo sotto diversi imperatori. Di lui si sono conservate: otto orazioni, e cinquanta lettere ufficiali inviate durante la sua prefettura , tra cui la famosa relazione III, in cui Simmaco si oppone alla rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato che lo vide opposto ad Ambrogio da Milano.

    Tra il 416 e il 418 tornò nella Gallia natia per provvedere ai possedimenti della famiglia. Suo padre, Lachanius, era stato proconsole in Toscana, e i Pisani gli avevano dedicato una statua in riconoscimento dei suoi buoni servigi.  Queste informazioni provengono dal libro stesso di Rutilio.
    L'anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall'invasione dei Vandali.

    Si imbarcò a Portus, porto di Fiumicino, raggiungendo la sua terra tramite piccole imbarcazioni. L'opera è ricca di osservazioni topografiche e citazioni di classici latini e greci e sorge soprattutto dal grande disastro dall’agosto del 410 d.c.,quando i Goti di Alarico espugnarono e saccheggiarono Roma.

    Rutilio viaggiò per fare ritorno ai suoi possedimenti in Provenza onde provvedere alle devastazioni provocate dal passaggio dei Goti.
    Il viaggio, condotto per mare e con numerose soste sulla terra ferma, dato che le strade consolari erano impraticabili e insicure dopo l'invasione dei Goti. venne da lui descritto nel "De Reditu suo" (Il suo ritorno), un componimento in distici elegiaci, cioè un verso in esametro e uno in pentametro, giuntoci incompleto.

    Infatti l'opera termina al LXVIII verso del II libro con l'arrivo di Claudio a Luni; ma recentemente è stato ritrovato un nuovo breve frammento che descrive la continuazione del viaggio fino ad Albenga. L'opera è un interessante documento di osservazioni topografiche nonchè ricca di citazioni di classici latini e greci.





    LA RISCOPERTA

    Il poemetto fu scoperto nel XV secolo, con grande dolore per  quando il clima di decadenza e di squallore sia artistica che culturale in cui versava l'ex impero per colpa sia dei Barbari che del trionfante Cristianesimo.

    "Si sceglie il mare, perché le vie di terra, fradice in piano per i fiumi, sui monti sono
    aspre di rocce: dopo che i campi di Tuscia, dopo che la via Aurelia, sofferte a
    ferro e fuoco le orde dei Goti, non domano più le selve con locande, né i fiumi
    con ponti, è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto….
    …Salpiamo all’alba, in una luce ancora irrisolta, quando il colore, da poco
    tornato sui campi,li lascia scorgere.
    Tenendoci stretti alla costa avanziamo con piccole barche cui spesso la terra
    a rifugio apra insenature.
    D’estate escano in mare aperto le vele dei grossi carichi, d’autunno è più
    cauto disporre di un’agile fuga"

    Le notizie di stragi e invasioni avvenute in Gallia, nella zona dove aveva terre di proprietà, lo portarono a ritornarvi per sovrintendere l’opera di ricostruzione e dare una mano a riparare i danni.
    Le invasioni dei Goti erano iniziate nel 410 con il saccheggio di Roma, poi salirono in Provenza e arrivarono fino nella penisola Iberica nel 415 d.c.
    Nel novembre dell’anno 415 (alcune fonti parlano del 417) Rutilio partì da Ostia con una piccola flotta, organizzando una sorta di trasloco, costeggiando durante tutto il tragitto la coste dell’Italia e facendo frequenti scali nel Lazio, in Toscana e in Liguria, costretto a soste forzate dal maltempo.

    Rutilio era pagano come una parte considerevole della società romana, sgomento dei disastri dell'impero, che attribuisce soprattutto alla nuova religione, con grande rimpianto delle vittorie e della religione degli Scipioni e dei Cesari. Egli adora la meravigliosa Roma pagana e odia il cristianesimo, erano le credenze ad influenzare le sue fortune politiche, per cui doveva coprire la sua avversione per la religione dominante.

    Rutilio vede cadere intorno a sè le splendide dimore degli Dei, i monumenti di marmo, i templi e le basiliche, demoliti dall'intransigenza cristiana in contrapposizione alla civiltà e alla tolleranza romana che rispettava tutti credo del mondo, purchè venissero rispettati i diritti civili, che non voleva entrare nelle anime nè obbligarle a un credo che non piaceva.


    Ancora una volta occorre sottolineare che la conversione al cristianesimo, nei primi tempi spontanea, fu poi obbligata dagli imperatori sotto pene severissime, morte compresa.
    "Una volta vedevamo i corpi trasformarsi, ma ora le anime" grida esterrefatto. (Tunc mutabantur corpora, nunc animi!). A causa per la sua avversione al cristianesimo questo libro venne ignorato e tradotto unicamente in francese.

    Namaziano fu l'ultimo autore del mondo letterario latino e pagano, prima che l'ombra nera del medioevo calasse sui fasti del passato impero.



    DE REDITO SUO

    Roma, ti dico addio,
    Unica che abbia mai chiamato madre. 
    Terra di gladiatori, sfarzo ed amor. 
    I Penati prima della partenza bacio e 
    Lacrime verso, allontanandomi dalla casa. 
    Immenso il dolore di tornare in Gallia, che 
    O, tu sai, Rutilio, non sarà mai Roma.


    La maggioranza dei manoscritti di Rutilio esistenti deriva dall'antico manoscritto trovato nel monastero di Bobbio (Abbazia di S. Colombano), che durante l'Alto Medioevo Bobbio fu un importante centro culturale per la sua biblioteca o scriptorium, collegata con i vari monasteri sparsi in Italia e all'estero.
    Il manoscritto venne poi del tutto ignorato fino a che il colto e intelligente generale Eugenio di Savoia ne entrò in possesso nel 1706.

    Nel 1973 Mirella Ferrari trovò un frammento del poema nel manoscritto Torino F.iv.25, probabilmente parte di quello di Bobbio, che preserva 39 versi finali del secondo libro, il quale ha costretto i filologi a una rivalutazione non solo del testo ma della sua trasmissione.

    Le principali edizioni da allora sono state quelle di : Barth (1623), P Bunyan (1731),Wernsdorf (1778), Zumpt (1840), Lucian Müller (1870), Vessereau (1904), ,Keene (1906). 

    L'ultima e più completa edizione di Namaziano è di E. Doblhofer (Heidelberg, i, 1972; ii, 1977). Harold Isbell include una traduzione nella sua antologia, "L'Ultimo Poeta della Roma Imperiale" . Nel 2007, a dimostrare un sempre maggiore interesse per l'opera, è uscita un'edizione a cura di Wolff per  "Le Belle Lettere" che sostituisce quella classica di Vasserau.

    Famoso è il celebre saluto a Roma (traduzione di Giosuè Carducci)


    « Del tuo mondo, bellissima
    regina, o Roma, ascolta;
    ascolta, nell’empireo ciel accolta
    madre, non pur degli uomini
    ma dei celesti. Noi siam 
    presso al cielo per i templi tuoi.
    Ora te, quindi cantisi
    sempre, finché si viva;
    dimenticarti e vivere
    chi mai potrebbe, o diva?
    prima del sole negli uomini
    vanisca ogni memoria,
    che il ricordo, nel cuor, della tua gloria.
    Già, come il sol risplendere
    per tutto, ognor, tu sai.
    Dovunque il vasto Oceano
    ondeggia, ivi tu vai.
    Febo che tutto domina
    si volge a te: da sponde
    romane muove, e nel tuo mar s’asconde.
    Co’ suoi deserti Libia
    non t’arrestò la corsa;
    non ti respinse il gelido
    vallo che cinge l’Orsa;
    quanto paese agli uomini
    vital, Natura diede,
    tanta è la terra che pugnar ti vede.
    Desti una patria ai popoli
    dispersi in cento luoghi:
    furon ventura ai barbari
    le tue vittorie e i gioghi;
    ché del tuo diritto ai sudditi
    mentre il consorzio appresti,
    di tutto il mondo una città facesti.»

    (Claudio Rutilio Namaziano, DE REDITU SUO, libro primo)



    LE TAPPE


    Lo spettacolo della rovina di Roma è durissimo per l'autore che si aggrappa al mito dell'eterno imperium di Roma, la caput mundi che non può morire..
    Riagganciarsi alla tradizione è come prolungare la vita di quella gloriosa Romanitas che il poeta vorrebbe assolutamente far vivere ancora.

     IL VIAGGIO DI RUTILIO
    - I giorno - La prima tappa del viaggio è a Civitavecchia.
    - II giorno - Di lì dopo breve sosta si imbarca di nuovo fino a Porto Ercole.
    - III giorno -  Dopo aver veleggiato sotto costa nei pressi dell’Argentario e dell’isola del Giglio si ferma presso la foce dell’Ombrone.
    - IV giorno - Una volta doppiata l’isola d’Elba, si ferma a Falesia.
    - V giorno -  Si dirige verso Populonia, di cui descrive lo stato rovinoso. 
    - VI giorno - Dopo 6 giorni di navigazione intravede i monti della Corsica, l’isola di Capraia e, quindi, sosta a Vada di Volterra.
    - Ripartito raggiunge l’isola di Gorgona, quindi Triturrita dove sosta per incontrare un amico.
    - Visita Pisa da dove, poi, ritorna a Triturrita e, per ingannare l’attesa legata al cattivo tempo partecipa a una caccia al cinghiale.
    - Nel secondo libro si riprende il viaggio e la vista dell'Appennino lo porta a riflettere sulle difese naturali che non hanno impedito l’invasione gotica, a seguito del tradimento di Stilicone.

    Interruzione brusca del racconto all’altezza di Luni.


    "Baci e baci lasciamo sulle porte della città che dobbiamo abbandonare,
    e i piedi controvoglia varcano le sacre soglie.
    Con le lacrime imploriamo perdono, offriamo in sacrificio una lode
    per quanto il pianto permetta alle parole di scorrere.
    “Ascoltami, regina bellissima del mondo che è tuo,
    Roma, accolta nelle volte stellate del cielo;
    ascoltami, madre degli uomini, madre degli dei:
    grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo. 

    Te cantiamo e sempre, finché lo consentano i Fati, te canteremo:
    nessuno può vivere e dimenticarsi di te.


     Potrà piuttosto un empio oblio sprofondare il sole 
    prima che dal nostro cuore si spenga la lode per te. 
    Tu infatti largisci doni pari ai raggi del sole 
    dovunque fluttui l’ Oceano che ci circonda.
     Per te si volge lo stesso Febo che tutto in sé racchiude 
    e dalle tue terre sorti, nelle tue terre nasconde i suoi cavalli. 
    Te non fermò la Libia con le sue sabbie infuocate, 
    non respinse l’Orsa armata del suo gelo: 
    quanto la natura vivente si è estesa verso i poli, 
    tanto la terra si è aperta al tuo valore. 

    Hai fatto di diverse genti una sola unica patria; 
    giovò ai popoli senza legge cadere sotto il tuo dominio. 
    e offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto 
    un’ unica città hai fatto di ciò che prima era il mondo.
     Riconosciamo tuoi capostipiti Venere e Marte, 
    la madre degli Eneadi, il padre dei Romulei. 
    mitiga la forza delle armi la clemenza vincitrice, 
    entrambi i nomi esprimono la tua essenza. 
    Di qui la tua buona gioia del combattere e del perdonare: 
    vince chi ha temuto, ama chi ha vinto. 

    Si venerano colei che inventò l’olio, colui che scoprì il vino 
    e il giovane che per primo solcò la terra con l’aratro; 
    Ottenne la medicina altari per l’arte di Peone, 
    anche Alcide divenne un dio per il suo valore. 
    E tu che hai abbracciato il mondo con i tuoi trionfi che portano leggi, 
    fai vivere tutto sotto un patto comune. 
    Te, o dea, te celebra ogni angolo di terra romano, 
    e sottomette il libero collo a un pacifico giogo 
    Gli astri, che mantengono tutti le loro orbite eterne, 
    mai hanno visto un impero più bello. 

    Forse toccò alle armi assire mettere insieme qualcosa di simile, 
    quando i Medi domarono i popoli vicini? 
    I grandi re dei Parti e i tiranni macedoni, 
    per alterne vicende, imposero gli uni agli altri le proprie leggi. 
    E tu al tuo nascere non avevi più cuori e più braccia, 
    ma più saggezza e più senno: 
    con giuste cause di guerre e una pace non superba 
    la tua nobile gloria è giunta alla massima potenza. 

    Che tu regni conta di meno del fatto che meriti di regnare: 
    superi con le tue imprese i grandi fati. 
    Enumerare gli eccelsi monumenti con i loro molti trofei, 
    è impresa di chi volesse contar le stelle, 
    e gli sfolgoranti templi confondono gli occhi smarriti: 
    potrei credere che così sono le dimore degli dei stessi."


    DA GRECORIO SORGONA'

    De Reditu – L’impossibile ritorno di Claudio Rutilio Namaziano


    Questa opera di Claudio Bondì, passata pressoché sotto silenzio e realizzata con estrema economia di mezzi, ha il merito di mostrare come ancora si possano produrre lavori di qualità dal carattere storico senza ricorrere allo stile celebrativo così largamente in uso nella produzione cinematografica hollywoodiana e, più in generale, in tutte quelle forme di cinema che è soggetto ai condizionamenti delle lobby di potere. 

    Il film si basa liberamente sulla principale opera poetica di uno degli ultimi scrittori pagani, il De reditu suo di Claudio Rutilio Namaziano, e ne segue il viaggio, pensato per terminare nella originaria terra di Gallia, lungo le campagne di un impero ormai andato in rovina e che Namaziano vorrebbe recuperare al suo ruolo storico attraverso un ultimo, disperato, tentativo di ribellione contro l’imperatore cristiano Onorio.

    Il film mette al centro della sua riflessione il rapporto tra il mondo declinante della cultura pagana e la nuova religione, il cristianesimo, che dentro quel declino si inseriva da protagonista probabilmente agevolandone il crollo di fronte all’irrompere delle forze barbariche.

    Il cammino di Namaziano lungo le coste dell’Italia centro-settentrionale ha alcuni tratti del viaggio di formazione, ma la formazione cui il nostro si avventura non ne cambia di una virgola le convinzioni profonde e il rimpianto di una era imperiale e gerarchica di cui sopravvivono i busti schiacciati a terra dall’iconoclastia della rivoluzione cristiana. 

    Semmai la formazione e la verità cui il protagonista si approssima, ma troppo lentamente per poterla cogliere in pieno, è quella della illusorietà del proprio disegno politico, ma non del suo valore, tradito passo dopo passo da quegli stessi “eguali” – parenti o patrizi che siano – che hanno preferito l’assicurazione della propria esistenza, e il calcolo del rischio, al sogno di gloria di un eroismo romantico. 

    Né, quindi, la figura dell’ex prefetto romano, ricercato dall’imperatore che ne reclama la testa, né, ancor meno, quella dell’elite patrizia subiscono delle forzose trasfigurazioni per renderli più graditi agli occhi di un presente purtroppo abituato alle schematizzazioni e alle contrapposizioni binarie, ma con estrema semplicità gli slanci eroici dell’individuo vengono tenuti insieme alle sue debolezze e alla miseria morale del contesto di appartenenza in cui agisce.


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  • 09/12/17--05:08: PIETRAVAIRANO (Campania)
  • RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI PIETRAVAIRANO

    IL CASTRUM

    Pietravairano viene menzionato in un documento del 1070, conservato nell'archivio dei Benedettini di Montecassino, come Castrum Petrae, cioè una fortezza che prenderebbe il nome da una certa famiglia De Petra, oppure semplicemente alludere al fatto che la fortezza è costituita in pietra.

    Pietra è un termine di derivazione greca, niente di strano visto che anche la Campania è stata occupata dai greci, oltre che dai sanniti e dai romani. In quanto a Vairano sembrerebbe un aggettivo del nome Varius, come il nome del capitano che guidò l'infelice armata romana nel massacro di Teutoburgo.

    Di qui il grido disperato di Augusto: " Varo, Varo, rendimi le mie legioni!"

    Insomma tutto fa pensare ad un antico castrum romano che sicuramente poi si trasformò in un centro abitato con un importante santuario dedicato non sappiamo a quale divinità, visto che all'epoca fu distrutto, spoliato e disperso.


    Il complesso, ubicato a Pietravairano sul monte San Nicola a 326 metri di altezza, immediatamente a monte della frazione Sant’ Eremo, è stato individuato nel 2001 da Nicolino Lombardi nel territorio di Pietravairano. Recenti studi condotti dall’Università di Lecce hanno dimostrato che si tratta di un teatro di epoca romana, e questo è certo, ma sicuramente in precedenza era sannita, perchè i romani, al contrario dei sanniti, difficilmente univano teatro e tempio. 

    Così come gli etruschi univano teatro e necropoli (vedi Sutri).
    Questo perchè il teatro, come per gli antichi greci, era considerato nel Sannio un'altra locazione del sacro mentre per i romani il teatro era divertimento e connesso più a Venere Porno che a Venere Urania.

    RICOSTRUZIONE VIRTUALE DELL'INTERO COMPLESSO


    TEATRO TEMPIO SANNITA

    Anche se il castrum fu romano il santuario pensiamo fosse sannita. Ce lo fa pensare il teatro tempio di Pietrabbondante, edificato anch'esso sulla sommità di un monte, il monte Saraceno, del 95 a.c.

    L'edificio, comprensorio di teatro, tempio e due porticati, era destinato sia al culto che alle attività istituzionale, perché nel tempio si svolgevano le cerimonie e i riti religiosi e nel teatro si riuniva il senato per deliberare.

    E' un procedimento prettamente sannita anche se pure i romani adottarono a volte dei templi per le assemblee senatorie, ma furono eccezioni.

    L'intero santuario era orientato ad est/sud-est, in modo da poter osservare dal suo fronte la nascita del sole ogni giorno dell'anno. Una prassi che rientrava nei principi della disciplina augurale.
    Naturalmente al dominio sannita subentrò il dominio romano che però in genere (tranne in caso di "devotio") no distruggeva ma anzi restaurava e abbelliva. lo stesso sarà accaduto per il tempio-teatro di Pietravairano.



    IL RITROVAMENTO

    Nel febbraio del 2000, Nicolino Lombardi, dirigente scolastico, studioso di storia locale e appassionato di ultraleggeri. Volteggiando nei cieli di Pietravairano, un borgo di appena 3 mila anime in provincia di Caserta, punta verso il monte Urlano per osservare l’andamento di una cinta muraria megalitica che costeggia il versante sud della montagna, ma ecco che in località San Nicola osserva i ruderi di quello che presto si sarebbe rivelato uno spettacolare teatro-tempio di epoca romana tardo-repubblicana (II-I sec. a.c.).

    fu come vedere il tempio col colonnato ancora in piedi e il teatro con le gradinate colme di spettatori”. Il tempo di scattare numerose foto a varie altezze ed eccolo già a casa a confrontarle con altre prese in precedenza. Non c’erano più dubbi: a Pietravairano due preziose testimonianze della civiltà mediterranea riemergevano d’improvviso, “ probabilmente ideate insieme e fuse in un’unica struttura, razionale e carica di senso religioso e perfettamente inserita nel contesto della natura circostante.”

    Siamo nel nord casertano, nell’area storico-geografica del Sannio abitata dall’omonimo popolo italico che a partire dal IV sec. a.c. entrò in contatto con Roma, la cui supremazia si affermò definitivamente in zona tra il 343 e il 290 a.c. con la vittoria nelle tre Guerre Sannitiche cui seguì un inesorabile processo di romanizzazione.

    Presso Pietravairano e la piccola frazione di Sant’Eremo, inizia un tragitto panoramico che consente di raggiungere a piedi, in circa 15 minuti di strada sterrata, il teatro-tempio romano situato a 410 metri di altezza, in un’area già interessata dalla presenza di una cinta muraria megalitica di età preromana. cosa ci facciano a quell’altezza un tempio e un teatro, qui da millenni simbolo perduto, e finalmente ritrovato.

    SONO IN CORSO LAVORI ARCHEOLOGICI DI RECUPERO
    I due elementi del complesso, il tempio e il teatro, il cui impianto secondo gli archeologi è un progetto unitario, sono posti su due terrazze a diverse altezze: su quella inferiore il teatro del quale si conserva la cavea semicircolare, atta a contenere diverse centinaia di persone, ricavata lungo il pendio naturale della collina sul modello dei teatri greci, e la scaena, sul margine meridionale della terrazza con quattro contrafforti semicircolari.

    Sulla terrazza superiore, resti visibili e rilievi planimetrici hanno mostrato invece la presenza di un tempio a pianta rettangolare, di stile tuscanico, con un pronao a quattro colonne (tetrastilo) che introduce a tre ambienti (cellae) riservate alle statue della divinità. Sui lati, in corrispondenza delle colonne frontali, vi erano due vasche di raccolta dell’acqua piovana, di cui resta solo quella orientale. 

    Più in alto riemersi i resti di una torretta di avvistamento a pianta circolare sopra a un basamento quadrangolare, coeva al complesso tempio-teatro. Il ritrovamento di alcune sepolture, ricavate in alcuni spazi del complesso, ha permesso di datare l’abbandono della sua originaria funzione già al II sec. d.c.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO


    LE CAMPAGNE DI SCAVO

    Sono ben otto le campagne di scavo che dal 2002 ad oggi hanno interessato il teatro-tempio di Pietravairano: le prime quattro effettuate in regime di convenzione tra l’Università del Salento e la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, sotto la direzione del prof. Gianluca Tagliamonte e del dott. Francesco Sirano.

    Le altre campagne di scavo sono state condotte sempre dall’Università del Salento, con la direzione di Tagliamonte, il coordinamento di Luciano Rendina e l’assistenza di due giovani ricercatori tarantini (Dario Panariti e Luigi Cinque), autori anche delle interessantissime elaborazioni-video.

    RICOSTRUZIONE DEI DOCCIONI DEL TEMPIO
    Gli scavi oltre a permettere di delineare i principali elementi strutturali del complesso hanno restituito tutta una serie di reperti come:
    - frammenti di tegole (alcuni con bollo in lingua latina) 
    - coppi della copertura fittile del tempio 
    - elementi in laterizio costitutivi delle colonne della facciata, 
    - rari frammenti di mattone, 
    - frammenti ceramici da cucina e coppe a vernice nera, parti di lucerne 
    una consistente quantità di frammenti architettonici relativi alla decorazione del tempio, come: 
    - sime (cornice che delimita gli spioventi del timpano) fittili decorate con palmette a rilievo,
    - gocciolatoi a forma di teste di leone finemente delineate, 
    - blocchetti di tufo grigio 
    - frammenti di intonaco di colore bianco e rosso. 

    Molta parte dei reperti sono stati ritrovati nella zona centrale del teatro per via del crollo del muro di sostruzione meridionale della terrazza su cui sorgeva il tempio. Nella cavea del teatro diversi sono poi i resti del sottile strato di malta che originariamente rivestiva le gradinate, molte delle quali sono ancora in buono stato di conservazione.

    GOCCIOLATOIO A PROTOME LEONINA DEL TEMPIO RITROVATI IN LOCO

    PIU' INTERESSE ALL'ESTERO CHE IN ITALIA

    Nel nostro paese i media parlano di politica e cronaca nera, praticamente mai di arte, men che meno di beni archeologici.

    Grande è l’interesse che il rinvenimento e gli esiti degli scavi hanno suscitato nella comunità scientifica internazionale, oggetto fra l’altro di conferenze tenutesi ad Amsterdam, Lisbona e Parigi negli scorsi anni. Diversi studiosi stranieri hanno raggiunto Pietravairano e il Monte S. Nicola per rendersi personalmente conto dell’effettivo valore del sito, come ad es. nel 2015 il prof. Tesse D. Stek dell’Università di Leiden in Olanda, Jeremia Pelgrom direttore del Reale Istituto Olandese di Roma e il professor Edward Bispham dell’Università di Oxford, tutti e tre noti studiosi dell’antico Sannio e del processo di romanizzazione nell’Italia centro-meridionale.

    Antonio Salerno, funzionario della Soprintendenza: ”si tratta di un restauro funzionale e non soltanto conservativo, nel senso che il luogo sarà riportato al suo antico utilizzo nell’area del teatro, con l’allestimento di veri e propri spettacoli. La salita fino alla cima al monte sarà invece presto agevolata dalla installazione di una apposita cabina su rotaia, opzione alternativa alla suggestiva passeggiata che consente di godere delle bellezza paesaggistiche del luogo.”



    IL CURIOSO INTERVENTO DELLA CHIESA

    Saputa la notizia i vescovi si sono fiondati a celebrare la messa sul sito archeologico (tra l'altro con 4 gatti di fedeli), che c'entrava? La maggior parte delle chiese cattoliche sono chiuse, semmai potrebbero dire messa là, ma il paganesimo è un grande stimolo per il clero cattolico. Il monte sicuramente era intestato alla divinità del santuario di Pietravairano ed è stato sostituito col nome di un santo, ma essendo tutto coperto di terra non hanno saputo del santuario, altrimenti ci avrebbero edificato una chiesa da aprire una volta l'anno con una processione e una messa.

    In altri tempi ci avrebbero edificato su una chiesa, non potendo farlo vi celebrano messa. Che il paganesimo crei ancora disagio?


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  • 09/13/17--05:12: VIA FLAMINIA MILITARE

  • Tito Livio narra che nel 187 a.c. il console Caio Flaminio, dopo aver sconfitto i Liguri che vivevano sull’Appennino tosco-emiliano, fece costruire dalle sue legioni una strada da Bologna ad Arezzo.

    Strada quasi inutilizzata già in epoca imperiale, e poi coperta dall'oblio e dal tempo. Invece proprio tra le faggete del crinale appenninico i due archeologi nell'anima, hanno riportato alla luce un basolato di due millenni fa, denominandola Flaminia Militare e per ricordare il console che la fece edificare, sia per lo scopo per l'appunto militare.

    Cesare Agostini e Franco Santi, due montanari di Castel dell’Alpi sono divenuti archeologi sia per passione, sia per aver scoperto, contro alcuni accademici  bolognesi, il tracciato della strada romana che, attraverso Fiesole, collegava Bologna ad Arezzo.

    Che su quei monti esistesse anticamente una strada romana lo narravano i vecchi contadini e qualche giovane che s'inoltrava su per il monte, ma nessuno aveva mai preso sul serio la cosa. Nessuno tranne due amici che nell’estate del 1979, un avvocato e uno scalpellino, annunciarono d’aver scoperto sul monte Bastione una autentica strada romana.

    Tito Livio nella sua storia di Roma al capitolo XXXIX parla della costruzione della strada al termine delle operazioni militari per debellare le popolazioni liguri che ancora occupavano l'appennino, ma non ne descrive il percorso.

    Le ipotesi più accreditate furono che: la Flaminia Militare avrebbe avuto come tracciato il crinale tra i torrenti Savena e Setta verso il passo della Futa; invece la Flaminia minor, basata su di una serie di toponimi, doveva correre più a est, sui crinali del torrente Idice e Sillaro  verso il passo del Giogo di Scarperia, accanto del resto a numerosi ritrovamenti archeologici di insediamenti etruschi e romani verso Mugello e Casentino.

    La via Flaminia Militare sarebbe stata costruita dal console Caio Flaminio, figlio del console Gaio Flaminio Nepote, che fu sconfitto da Annibale ed ucciso nella battaglia del Trasimeno. Nel 187 a.c. Caio, per il suo valore militare, ma pure per aver avuto tanto glorioso padre, fu eletto console e fece edificare, tra Bononia (Bologna) ed Arretium (Arezzo), una strada la cui esistenza ci è testimoniata solo da Tito Livio.

    Caio Flaminio ha inseguito, lungo le valli appenniniche che scendono verso l’Arno, e ha sconfitto prima i Friniati e poi gli Apuani, che avevano devastato l’agro vicino a Pisa e a Bologna. Il suo collega Marco Emilio, risale col suo esercito la valle del Serchio saccheggiando la terra degli Apuani e costringendoli a ritirarsi nei monti più alti fino a Suismontium, poi li vince in battaglia in campo aperto.

    Proseguita la campagna contro altri gruppi di Friniati, il console li costringe in pianura e, giunto a Bologna, dà inizio alla costruzione della via Aemilia. Dunque Emilio inizia la via Emilia, ma non basta per velocizzare gli spostamenti militari. Così, quando il compito di Caio Flaminio sembra finito arriva un messaggero dal Senato. Caio non può ancora tornare a casa. Deve anche lui edificare una strada per i futuri spostamenti legionari.

    Tito Livio. “Dopo aver sconfitto i liguri, al povero Caio il Senato romano affibbiò il compito di tracciare una via militare per i collegamenti rapidi con la pianura padana. Per lui la via del ritorno fu tremendamente faticosa!

    Si sa che i legionari romani sapevano fare di tutto, dalle strade agli acquedotti, ai ponti. Però si trattava di un lavoro ad alta quota, con l'esercito stanco, probabilmente col freddo, col terreno sassoso e col bosco impenetrabile. Livio non può fare a meno di compatire il generale, che tuttavia obbedì ed eseguì.

    Il nome Flaminia minore o secunda o altera o Flaminia militare, le è stato conferito dagli studiosi per distinguerla dalla via Flaminia ordinaria, fatta edificare nel 220 a.c. dal padre di Gaio Flaminio, che collegava Roma a Rimini. 

    Inoltre il tratto che va dal passo della Futa al paese di Madonna dei Fornelli è conosciuto come l'antica strada romana della Futa o "strada della Faggeta".
    La costruzione della strada è contemporanea, come già detto, a quella della via Emilia voluta da Marco Emilio Lepido; per creare una rete stradale  per collegasse rapidamente Ariminum (Rimini) e Arretium (Arezzo), per evitare il pericolo dei Celti ribelli e delle tribù liguri.

    Contrariamente alla via Emilia, la strada perdette il suo traffico sia per l'occupazione abitativa romana nei territori emiliani sia per l'affermarsi di Florentia su Arretium nel versante toscano.

     La strada non compare nella Tavola Peutingeriana, per cui già nel I sec. a.c. doveva avere un uso solo locale.

    Nel 1977 Franco Santi e Cesare Agostini, due appassionati di archeologia originari di Castel Dell'Alpi, si erano posti alla ricerca della strada basandosi sulla conoscenza dei luoghi e sulle testimonianze dei vecchi.

    Nell'agosto del 1979, dopo due anni di intense ricerche, riportarono alla luce il primo tratto di basolato  nascosto sotto uno strato di circa 60 cm di terriccio e foglie accumulato nei secoli.

    Il ritrovamento, avvenuto alle pendici del Monte Bastione, alcuni km a nord del passo della Futa, alimentò studi e scoperte archeologiche.

    Il rinvenimento era eccezionale anche perchè i romani utilizzavano il basolato solo per le strade urbane, le vie extraurbane, a parte le vie sacre e poche altre, erano costruite solitamente con il "glareum", la ghiaia.


    L'ipotesi di Santi e Agostini è che occorreva una pavimentazione solida che non s'impantanasse d'inverno. Nei vari scavi intercorsi dopo la scoperta, sono stati trovati altri tratti di basolato, alcuni perfettamente conservati e per parecchi km, soprattutto sopra i 1000 m.

    Proprio questa elevata altitudine può aver provocato l'abbandono del tracciato, per la presenza di neve e ghiaccio che ne rendeva difficoltosa la transitabilità. Il nome di Flaminia Militare, attribuito alla strada da Santi e Agostini, non solo la distingue dalla via Flaminia, ma indica anche il frequente uso per il transito delle legioni tra Fiesole e Bologna.

    Dal punto di vista archeologico la strada non ha avuto dapprima conferme da parte degli archeologi professionisti che però non hanno saputo dare altre spiegazioni a questi ritrovamenti.

    Diversi studi sulla viabilità antica in questo settore appenninico indicano la presenza di almeno tre direttrici romane di scavalcamento, dove la "Flaminia militare" corrisponderebbe alla via  "Claudia" che collegava Bologna con Firenze. Però non si è saputo dare ai rinvenimenti una spiegazione alternativa

    Infine gli studiosi, dopo avere preso visione personalmente dei basolati riportati alla luce per molti km, a Nord e a Sud del passo della Futa, convengono che si tratti della strada costruita dal Console Caio Flaminio nel 187 a.c. da Bologna ad Arezzo. Ormai è ufficiale: è la strada dei legionari romani, la Flaminia Militare.


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  • 09/14/17--05:26: GAIO GIULIO IGINO


  • Nome: Gaius Iulius Iginus
    Nascita: Spagna 64 a.c.
    Morte: 17 d.c.
    Professione: Scrittore

    "Homines antea ab immortalibus ignem petebant neque in perpetuum servare sciebant; quod postea Prometheus in ferula detulit in terras, hominibusque monstravit quomodo cinere obrutum servarent. Ob hanc rem Mercurius Iovis iussu deligavit eum in monte Caucaso ad saxum clavis ferreis et aquilam apposuit, quae cor eius exesset; quantum die ederat, tantum nocte crescebat. Hanc aquilam post xxx annos Hercules interfecit eumque liberavit". (da Fabulae, CXLII)

    "In un primo tempo gli uomini chiedevano il fuoco agli dei immortali, ma non sapevano conservarlo per sempre; poi Prometeo lo portò sulla Terra in una canna e insegnò agli uomini come conservarlo nascosto sotto la cenere. Per questa colpa Mercurio, per ordine di Giove, lo attaccò con chiodi di ferro a una rupe sul monte Caucao e gli pose accanto un'aquila, che gli rodesse il fegato quanto l'aquila ne mangiava di giorno, tanto ne ricresceva durante la notte. Dopo trentamila anni Ercole uccise quest'aquila".



    LE ORIGINI

    Gaio Giulio Igino, ovvero Gaius Iulius Iginus nacque in Spagna nel 64 a.c. ma visse ad Alessandria, da cui fu portato a Roma come schiavo da Cesare, in seguito alla caduta della città.

    FABULAE
    Come provano il nomen ed il praenomen, divenne liberto di Augusto ma fu pure un pupillo del famoso Cornelius Alexander Polyhistor, detto anche Alessandro di Mileto, uno studioso greco reso schiavo dai Romani durante la guerra mitridatica e portato a Roma in qualità di insegnante.

    Dopo il suo rilascio, Cornelius continuò a vivere in Italia come cittadino romano, scrivendo con tanta intensità da guadagnarsi il cognome di Polyhistor. 

    Gaio Giulio imparò molto da lui, soprattutto a scrivere e narrare, e Caesare Augusto apprezzò tanto i suoi scritti da nominarlo, come narra Svetonio in De Grammaticis, 20, soprintendente della Libreria Palatina, la biblioteca del tempio di Apollo, posta sul colle Palatino.

    Era un uomo eclettico e colto in vari campi e fu molto amico di Ovidio, il celebre poeta romano. Fu amico anche dello storico Clodio, che lo sostenne anche economicamente, quando in seguito al deteriorarsi dei rapporti con Augusto le sue condizioni economiche subirono un tracollo.
    Morì nel 17 d.c. circa a Roma, ancora piuttosto giovane.



    LO STILE

    Igino usò un linguaggio semplice ed essenziale, tutto sommato piacevole, anche se talvolta era ripetitivo, molto efficace per una lettura scolastica, forse meno adatto a un pubblico più raffinato.



    LE OPERE

    Scrisse molte opere di filologia, di geografia, di storia, di agricoltura e di critica, che poco sfuggendo all'epurazione cristiana, si ridussero praticamente a pochi frammenti e alcuni titoli di libri, praticamente nulla. 

    Tra i più importanti commenti vi sono quello al Propempticon Pollionis di Elvio Cinna e all'Eneide (in 5 libri).

    FABULAE
    Da alcuni è considerato l’autore delle Fabulae, attribuito da altri all’omonimo Igino Astronomo, di età antonina. 

    Le Fabulae appartengono alla mitografia in prosa, onde costruire un vero e proprio manuale di mitologia, un repertorio a uso soprattutto di studenti. 

    Questo si addice parecchio a Gaio Igino che fu tutore prima di alunni e poi di molti attraverso i suoi libri.

    Le fonti di Igino sono per lo più greche (Omero, Esiodo, Apollonio Rodio), anche se molto spesso, rielaborando trame tragiche, permette di ricostruire i soggetti di drammi perduti della tragedia greca e romana, pur con notevoli errori di traduzione o interpretazione dell'originale.

    Elenco delle opere 

    Storiche: 
    - De vita rebusque illustrium virorum; 
    - De familiis Troianis (un'opera celebrativa di Enea) commissionata da Augusto; 
    - Exempla;
    Antiquarie: 
    - De origine urbium Italicarum o Urbes italicae o De situ urbium italicarum, dove prendeva in considerazione i miti e le leggende legate alle fondazioni delle città italiche.
    - De Dis Penatibus; 
    - De proprietatibus deorum; 
    - Fabulae: una raccolta di miti e leggende.

    Agresti: 
    - De agri coltura; 
    - De apibus, un trattato fantastico sulla vita delle api, ripreso in seguito da Colummella, 
    - De re rustica un trattato sulla vita agreste

    Letterarie: 
    - Commentarii in Vergilium; 
    - Commentarii in Propempticon Pollionis.

    - Fabulae: una raccolta di miti e leggende.

    - Astronomia: altrimenti nota come Astronomia poetica, sono quattro libri che raccolgono i miti legati agli astri, mantenendo tuttavia un connotato scientifico.




    DALLE FABULAE

    - Pandora, la prima donna

    Prometeo, figlio di Giapeto, per primo plasmò gli uomini dal fango. In seguito Vulcano, per ordine di Giove, dal fango plasmò l’immagine di una donna cui Minerva donò l’anima e gli altri dei diedero ciascuno un dono; perciò la chiamarono Pandora. Ella fu data in sposa ad Epimeteo, fratello di Prometeo; da loro nacque Pirra che si dice sia stata la prima donna mortale ad essere creata.

    - Deucalione e Pirra: il mito del diluvio

    Quando avvenne il cataclisma che noi chiamiamo diluvio, tutto il genere umano però, tranne Deucalione e Pirra che si rifugiarono sul monte Etna, che si dice sia il più alto in Sicilia. Questi, poichè non potevano vivere a causa della solitudine, chiesero a Giove di concedere loro altri uomini o di colpirli con una analoga sciagura.


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  • 09/15/17--05:48: CULTO DI GIUNONE CAPROTINA
  • UNI


    UNI - GIUNONE ETRUSCA

    Come si osserva in quest'antefissa di un tempio etrusco dedicato a Uni, la Giunone etrusca, la Dea ha orecchie e corna di capra.

    Il tempio in questione si trovava ad Antenne, dove la Dea aveva un culto particolare.

    Nel culto etrusco Uni formava la triade divina con Tinia (Giove) e Menrva (Minerva): ma fu pure antica Dea Laziale che formò, sempre con Giove e Minerva, la famosa Triade Capitolina.

    Ella appare come divinità poliade (protettrice di città, polis).

    Fu divinità aerea (o celeste, del cielo) e come tale fu Dea Luna, Dea dei cicli e pertanto del calendario, imprescindibile per l'agricoltura.
    Lei dettava i tempi della semina e del raccolto.

    Ma era pure la Dea delle donne, della fecondità e delle madri. Ella era la Dea Capra, l'animale del cui latte e formaggi si cibarono i popoli del neolitico.

    Ma soprattutto lei fu la Dea del sesso e della riproduzione. Ella personificava la natura, la Dea Natura, Colei che si accoppia con tutti, la Grande Prostituta, come veniva chiamata Iside nei tempi più antichi, quando aveva le orecchie d'asina o di mucca.

    Lei era la Natura prolifica, la Vergine senza marito, Colei che nessuno poteva comandare, ma poi venne assimilata alla greca Era, venne istituito il matrimonio e anche Giunone dovette sposarsi, naturalmente col re degli Dei, visto che di per sè ella era Juno Regina.

    A SINISTRA TESTA DELLA DEA ROMA, A DESTRA GIUNONE CAPROTINA
    SU UN COCCHIO TRINATO DA DUE CAPRONI


    GIUNONE - IUNO ROMANA

    La Dea appare, come nella statua di Lanuvio, con indosso una pelle di capra a mo' di corazza detta "Amiculum Iunonis", con la testa dello stesso animale che le sovrasta il capo a mo' di elmo, indossa i "calcei repandi" (scarpe con la punta rialzata all'orientale), imbraccia uno scudo ad otto simile a quello portato dai salii e impugna la lancia, mentre un serpente dalle fauci spalancate le fuoriesce da sotto la veste.

    Si dice che l'aspetto della capra celasse un lato ctonio della Dea, che peraltro era invocata dal rex e dal pontifex al principio di ogni mese con il nome di Iuno Covella, e dalle donne partorienti con quello di Iuno Lucina, che porta alla luce il nascituro. Ma Lucina era senz'altro il lato diurno della Dea.

    Ogni manifestazione della vita sessuale della donna era sotto la tutela di Giunone e le feste in onore della dea: le None Caprotine e le Matronalia erano riservate alle donne. Nelle Caprotine (7 luglio) si festeggiava Giunone come Dea del sesso e della fecondità. I Matronalia (1° marzo), che si collegavano alla castità muliebre, terminavano con gli Iunonalia.

    Giunone o Iuno o Juno, era collegata a diversi termini. come Ianua, la Porta, e Iunior, la giovane, in contrapposizione alla Senior, la vecchia. Nella Ianua c'era l'antica Dea del principio e della fine, nascita e morte, tanto è vero che nell'astrologia il segno del Cancro era considerato presso gli antichi "La Porta degli Uomini", mentre il segno del Capricorno era considerato "La Porta degli Dei"
    Ora mentre il cancro è collegato alla luna il capricorno è collegato alla capra, l'animale collegato all'aspetto ctonio della Dea. 



    NONAE CAPRUTINAE 

    - I Caprotinia, festa tutta femminile, erano festeggiati il 7 luglio  Roma e in tutto il Lazio, in onore delle schiave; durante le celebrazioni esse correvano colpendosi con pugni e verghe, e solo alle donne era concesso prendere parte ai sacrifici. La festa era anche detta: ancillarum feriae, e le schiave si colpivano a vicenda con un ramo di caprifico, si lanciavano sassi e beffavano i passanti.

    GIUNONE CAPROTINA
    Sembra che la fertilità delle donne dovesse comportare una certa violenza. Nel Lupercale gli uomini, abbigliati con pelli di capra, percuotevano le donne per farle diventare fertili, nei Caprotinia le schiave si auto percuotevano con pugni e verghe. 

    - Per i Lupercali narra infatti Ovidio che al tempo di Romolo vi sarebbe stato un problema di sterilità nelle donne. Uomini e donne si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, per invocare la Dea. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone, ma un augure etrusco interpretò l'oracolo sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

    - Secondo Plutarco le origini delle feste Caprotinia e delle Poplifugia sarebbero legate alla scomparsa di Romolo. Quando il I re di Roma scomparve, mentre c'era un'assemblea alle Palus Caprae ("palude della capra"), giunse un'improvvisa tempesta accompagnata da terribili tuoni ed altri fenomeni aerei. La gente fuggì, ma alla fine del temporale il re Romolo non fu più trovato e si sparse la voce che fosse stato assunto in cielo.

    La Palus Caprae era una depressione che stava sulla parte meridionale del Campo Marzio, dove evidentemente pascolavano un tempo le capre. Non c'entra nulla con la scomparsa di Romolo e non giustifica il nome della festa.

    - Il Poplifugium si dice commemorasse la fuga dei Romani quando Fidenati e Ficulei li assalirono poco dopo la conquista di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.c.  Questa festa è stata sempre commentata con molta indecisione, ma davvero i romani festeggiavano una loro fuga? I romani festeggiavano le vittorie non le fughe, e Giunone Caprotina non c'entra affatto.

    Due giorni dopo si tenevano invece le None caprotinae, che commemoravano la vittoria dei Romani sui Senoni di Brenno, una festa dedicata a Giunone Caprotina. Ma non si spiega perchè fosse dedicata proprio a lei.

    Un'altra tradizione narra si dell'assedio gallico di Roma del 390 a.c., ma una giovane prigioniera romana di nome Tutela (o Filoti) che accese, come convenuto, una torcia sopra un fico selvatico (caprificus) dando il segnale ai Romani di precipitarsi sull'accampamento nemico. L'attacco ebbe successo e consentì ad una grande vittoria. Per questo, durante le feste, delle capre venivano sacrificate sotto dei fichi.

    Tutela, spiega la storiella romana, avendo i popoli confinanti imposto con le armi ai Romani la consegna di matrone e fanciulle, suggerì di consegnare lei stessa e altre schiave vestite da libere e poi, nel campo nemico, salita nel cuore della notte su un caprifico, diede ai Romani il segnale convenuto perchè piombassero sui nemici dormienti dopo l'orgia. Ma quale orgia? Evidentemente quelle delle donne romane che giacquero con i nemici di Roma che bevvero, copularono e crollarono addormentati.

    Uno dei riti della festa di Giunone a Falerii era la caccia alla capra, compiuta da ragazzi; A Roma le donne sacrificavano e banchettavano nel Campo Marzio sotto un caprifico, il cui latte era usato per il sacrificio. Questo costume delle beffe ai passanti la ricollegano a riti magici per aumentare la fecondità delle donne. Il fatto che venga ucciso un animale in quanto sacro un animale sacro invece di essere adorato ha creato molti dubbi, tanto più tutta questa preoccupazione di essere o meno fertili le romane non le avevano.

    Il mito è si legato alla fertilità ma soprattutto alla sessualità e alla lussuria, e la capra Amaltea era un'antichissima divinità Madre Natura dal cui corno scaturì la vita dell'universo. Giunone Caprotina ha una lancia e uno scudo che la rivelano Dea della guerra, ma pure una pelle di capra che la denota Dea della lussuria, cioè del sesso e della procreazione di Madre Natura. E' Dea della vita e della Morte, sotto questo ultimo aspetto è Dea infera che governa il mondo dei morti. Morte e vita erano nei Sacri Misteri considerati le due facce di una stessa medaglia.


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    TESTA FEMMINILE IN TERRACOTTA
    Gli Antemnati erano un popolo preromano stanziato nei pressi di Roma, secondo alcuni di origine sabina. Dionigi di Alicarnasso racconta invece che fu fondata dagli Aborigeni in conseguenza del rito della primavera sacra. Per Silio Italico, la città fu ancora più più antica di quella dei Crustumini. Virgilio informa che Antemnae fu una delle cinque città che prese le armi contro i troiani.

    I Romani, guidati da Romolo assaltarono ed occuparono la città, dopo che gli Antemnati, a seguito dell'episodio del ratto delle Sabine, stavano razziando il territorio di Roma, approfittando dell'assenza dei romani, impegnati nello scontro contro i Ceninensi.  Dopo la vittoria che Romolo, il primo re di Roma, ottenne nel 752-751 a.c. portò Romolo a celebrare una seconda ovatio. Ancora i Fasti trionfali ricordano l'anno 752/751 a.c.:

    « Romolo, figlio di Marte, re, trionfò per la seconda volta sugli abitanti di Antemnae "(Antemnates).
    Dopo il vittorioso scontro Romolo vi inviò dei coloni romani.
     


    ANTEMNAE

    La loro capitale era il villaggio di Antemnae (dal latino ante amnem="davanti ai fiumi"), posizionata alla confluenza del fiume Tevere e Aniene, nei pressi dell'odierno monte Antenne.
    Dionigi (V, 21, 3) la enumera tra le città che appoggiarono i Tarquini nei loro tentativi di riprendere il trono e in particolare aderirono all'azione di Porsenna contro Roma. 

    FORTE ANTENNE
    Dopo questi fatti, per più di quattro secoli, mancano notizie sulla città, menzionata quindi solo in occasione delle guerre sillane, quando nell'82 a.c. in essa trova rifugio l'esercito sannita, sconfitto a Porta Collina (Plut., Sull., XXX).

    Verso la fine della repubblica Strabone la ricorda tra le antiche città del Lazio che ai suoi tempi erano ridotte a semplici villaggi o tenute agricole.

    In età augustea Dionigi la ricorda ancora abitata (I, 16) e Strabone (V, 3, 2) la enumera tra le città un tempo municipi, al suo tempo ridotte a villaggio o proprietà privata. Venne inclusa da Plinio il Vecchio nella sua lista di città scomparse. 

    Monte Antenne è un colle di 60 m di altezza che sorge nell'area nord del centro di Roma sul lato sinistro del Tevere, e ne costituisce uno dei più importanti massicci rocciosi. Il rilevo è interamente compreso nel quartiere Flaminio.

    Virgilio fa di Antemnae una delle cinque città che prese le armi contro i troiani. Antemnae, come narra Plutarco, è un'antica città del Latium vetus, situata alla confluenza tra i fiumi Tevere ed Aniene, distante attorno ai 30 stadi da Roma. Viene identificata con il Monte Antenne, successivamente all'interno di Villa Ada nel comune di Roma. 



    IL LATIUM

    Si divideva in Laiutm Vetus e Latium Novus.
    Il Latium Vetus era la parte centrale dell'odierno Lazio, limitato dalla costa tirrenica e esteso sulle propaggini degli Appennini verso l'interno, fino al Sannio, posta a sud del fiume Tevere (che lo divideva dai territori etruschi dell'Etruria meridionale, attuale Lazio settentrionale) e a nord del monte Circeo, che lo divideva dal "Latium adiectum", con il quale costituiva il Latium.

    Il Lazio aggiunto, o Latium Novum, era un'area di espansione coloniale latina.

    Confinava a sud il fiume Liri (o, secondo Plinio il Vecchio, anche il centro di Sinuessa, a mezza strada tra i fiumi Liri e Volturno), a nord dal Circeo e infine ad est dalla costa settentrionale del lago Fucino.

    Secondo Plinio il Vecchio Antemnae fu sottomessa da Romolo dopo la sconfitta del suo re Tito Tazio, per cui venne così associata al regno romano.

    Naturalmente l'acquisizione romana la fece prosperare da allora in poi,  fino alla fine del IV sec. a.c...

    Il sito della città è stato identificato nell'Ottocento con l'altura situata in corrispondenza della confluenza del fiume Aniene nel Tevere, oggi all'interno della città di Roma: La città divenuta avamposto romano fu fortificata con le mura. In età tardo-arcaica e repubblicana vi fu eretto un tempio dedicato a Giunone famoso per le grazie che accordava e per i miracoli. Tuttavia a partire dal III sec. a.c. la città iniziò a decadere, finchè, verso il I secolo a.c., la città venne sostituita da una ricca ed estesa villa romana.



    IL SITO

    Il sito archeologico, che si trova oggi all'interno di Villa Ada, nel punto in cui l'Aniene confluisce nel Tevere, è stato in gran parte distrutto a seguito della costruzione del forte Antenne, e la sua prima identificazione si deve ad Antonio Nibby.

    L'edificazione del forte venne fatta eseguire dopo la presa di Porta Pia, dal 1882 al 1891, su una superficie di 2,5 ha, sul Monte Antenne, distruggendo totalmente tutti i resti romani della città di Antemnae.
    Fino agli anni '40 fu utilizzato come deposito del Reggimento Radiotelegrafisti, quindi venne dismesso. Una parte del forte è stata presa in consegna dal Comune di Roma il quale l'ha solo parzialmente utilizzata. La parte restante è occupata da unità militari.

    Le mura della città, realizzate in cappellaccio a mezzo di opus quadratum, sono state datate fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.c.. Dell'abitato si conoscono diverse fondazioni in tufo e delle coperture in tegola. Sarebbero noti anche degli impianti idraulici, anche se le cisterne sono state distrutte durante i lavori ottocenteschi.

    Vi permangono i resti di un tempio del VII sec. a.c. con molti reperti votivi, che indicano fosse dedicao a  Giunone Sospita. Tra l'altro vi è stata rinvenuta un'antefissa con la bellissima riproduzione di Giunone con un elmo realizzato con elementi bovini, ed oggi esposto al Museo nazionale romano, datata all'inizio del V sec. a.c..



    TITO LIVIO (Ab Urbe Condita)

    "Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose (battaglia contro i Cerninensi), gli Antemnati, cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli sparpagliati nei campi. 

    Fu così che bastò il primo urto accompagnato dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città; mentre Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna). "

    TEMPIO DI FLORA - VILLA ADA

    VILLA ADA

    In questo paeco romano vi sono numerosi  resti di un insediamento urbano databile all'VIII secolo a.c., conosciuto con il nome di Antemnae, da ante amnes, ossia "davanti ai fiumi" (in lingua latina), per indicare il punto in cui l'Aniene si unisce al Tevere.

    Dionisio, Livio e Plutarco la ricordano in lotta contro Roma per vendicare il ratto delle Sabine. Tra le donne rapite, infatti, sarebbero state numerose quelle provenienti da questo centro. Si pensa inoltre che gli antennati fossero di origine sabina, perciò doppiamente coinvolti.

    Antemnae era molto prossima all'antica via Salaria, la più antica via consolare, fondamentale tra l'altro per il commercio del sale, prosperò proprio per questo commercio che i primi Romani dovevano importare dal mare Adriatico. Lungo questa strada vi sono molti resti di sepolture e di necropoli, come le splendide e antichissime catacombe di Priscilla, il cui tracciato si estende per la maggior parte sotto il territorio della villa Ada.

    Il luogo apparteneva infatti alla famiglia degli Acilii (se ne conserva ancora il toponimo di piazza Acilia nella villa), che aveva qui un ipogeo gentilizio; e tra i quali fu famoso il console Acilio Glabrione – sospettato dall'imperatore Domiziano e obbligato a combattere con le fiere nel circo, poi esiliato e messo a morte nel 95, o perché accusato di complotto contro l'imperatore (secondo Giovenale e Svetonio) o perché, secondo Cassio Dione, cristiano.


    GLI SCAVI

    I nuovi scavi hanno evidenziato vari addossamenti: prima costituite da due muri paralleli, con un riempimento databile al VI sec. a.c..

    IUNO
    L'abitato occupa un'area di circa 13 ha; e le più antiche attestazioni risalgono alla metà dell'VIII sec. a.c.,  per accrescersi dal VII. Delle prime fasi di vita sono stati scoperti fondi di capanne e, del periodo tardo-orientalizzante, una tomba infantile.

    In piena età arcaica e di epoca alto-medio repubblicana sono i resti di abitazioni in muratura, con cisterne, pozzi, vasche per attività produttive, e fogne, che denotano l'alto grado di civiltà del centro.

    Comunque fin dall'età «romulea», il centro funzionò da forte e da vedetta sul confine territoriale stabilito dall'Amene, e pure importante era il tempio di Giunone Sospita eretto nel punto più alto dell'abitato.

    Vi è emerso infatti materiale votivo almeno dalla metà del VII sec. a.c., con una bellissima antefissa con testa di Iuno Lanuvina (Museo Nazionale Romano, inv. 4461).

    Una fase di epoca medio-repubblicana è comunque evidenziata da una testa giovanile in terracotta e da un frammento di Minerva seduta (Museo Villa Giulia, inv. 9681, 26716) che potrebbero fare parte di un frontone; due antefisse a testa di Menade (Museo Nazionale Romano, inv, 4457; la seconda nota da un disegno) potrebbero far scendere alla seconda metà del III se non alla prima metà del II sec. a.c..

    Posteriormente al III sec. a.c. la documentazione archeologica è scarsa, per riprendere dopo la metà del I sec. a.c., con l'impianto di una vasta villa, costituita da una parte residenziale con camere, corridoi,  criptoportico, terrazzamenti, gruppi edilizi distaccati r vaste cisterne. Eì pertinente alla villa un nucleo di lastre in terracotta della II metà del I sec. a.c. (Museo Nazionale Romano, inv. 4449, 4460).

    Non ancora scavata è la necropoli arcaica di Αntenne, localizzabile nel parco di Villa Ada a Roma a sud dell'abitato. Tracce di una strada con poderose sostruzioni in opera quadrata di cappellaccio sono state riconosciute attraverso Villa Ada, a sud ovest di Αntenne: la via può essere identificata con la Salaria vetus, della quale era già noto il primo tratto, fuori Porta Pinciana, presso Villa Borghese a Roma.



    OGGI

    La tutela e la responsabilità di tutta l’area della Villa sono attualmente in concessione al Comune di Roma, che ha destinato solamente una piccola parte alla dignità di Parco. In virtù della sua collocazione urbanistica, il Parco ha un’importanza paragonabile a quella di Villa Ada ed è parte di un progetto congiunto tra Comune e Soprintendenza ai Beni culturali volto alla sua rivalutazione, con il fine di renderlo pubblicamente e facilmente accessibile. Non solo ciò non è accaduto ma si è badato solo a ricavare reddito dalla proprietà in questione.

    Si è pensato di trasformare il forte un hotel di lusso o di installarvi la sede dell’Università Luiss.
    In realtà, l’edificio del Forte era stato inizialmente destinato ad ospitare l’Ostello della gioventù, previsione non portata mai a termine quando nel 1993 si pensò di trasformarlo in sede espositiva. Successivamente, si erano ventilate anche ipotesi riguardanti un riutilizzo di tipo militare, tra cui la sede del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) dei Carabinieri e la caserma del Reggimento Corazzieri.

    In ogni caso ci sono alcune questioni delicate da risolvere. Infatti, nel Forte abitano ormai da diversi anni alcune famiglie e non sono del tutto chiare le modalità del passaggio di proprietà dal Demanio Militare al Comune, che secondo quanto riportano le cronache sarebbe dovuto avvenire nel 1958. Insomma, tanto per cambiare non si è fatto assolutamente nulla lasciando cadere per decenni la villa nel degrado. Però attualmente il nuovo comune sta bonificando la villa e rivalutando il luogo con spettacoli e concerti.

    La collina mostra ripide scarpate naturali tutt'intorno, alte sii 40 m, legata all'entroterra solo attraverso un istmo che, per difesa, fu tagliato e fortificato. Le prime scarpate sono circondate da poderose mura in blocchi d'opera quadrata di cappellaccio, alzate in struttura pseudoisodoma, che all'epoca della costruzione del forte furono trovate conservate fino a 7 m di altezza.

    I nuovi scavi hanno evidenziato vari addossamenti: prima costituite da due muri paralleli, con un riempimento databile al VI sec. a.c.. L'abitato occupa un'area di circa 13 ha; e le più antiche attestazioni risalgono alla metà dell'VIII sec. a.c.,  per accrescersi dal VII. Delle prime fasi di vita sono stati scoperti fondi di capanne e, del periodo tardo-orientalizzante, una tomba infantile.

    In piena età arcaica e di epoca alto-medio repubblicana sono i resti di abitazioni in muratura, con cisterne, pozzi, vasche per attività produttive, e fogne, che denotano l'alto grado di civiltà del centro.
     Comunque fin dall'età «romulea», il centro funzionò da forte e da vedetta sul confine territoriale stabilito dall'Amene, e pure importante era il tempio di Giunone Sospita eretto nel punto più alto dell'abitato. Vi è emerso infatti materiale votivo almeno dalla metà del VII sec. a.c., con una bellissima antefissa con testa di Iuno Lanuvina (Museo Nazionale Romano, inv. 4461).

    ANTEFISSE DEL TEMPIO
    Una fase di epoca medio-repubblicana è comunque evidenziata da una testa giovanile in terracotta e da un frammento di Minerva seduta (Museo Villa Giulia, inv. 9681, 26716) che potrebbero fare parte di un frontone; due antefisse a testa di Menade (Museo Nazionale Romano, inv, 4457; la seconda nota da un disegno) potrebbero far scendere alla seconda metà del III se non alla prima metà del II sec. a.c..

    Posteriormente al III sec. a.c. la documentazione archeologica è scarsa, per riprendere dopo la metà del I sec. a.c., con l'impianto di una vasta villa, costituita da una parte residenziale con camere, corridoi,  criptoportico, terrazzamenti, gruppi edilizi distaccati r vaste cisterne. Eì pertinente alla villa un nucleo di lastre in terracotta della II metà del I sec. a.c. (Museo Nazionale Romano, inv. 4449, 4460).

    Non ancora scavata è la necropoli arcaica di Αntenne, localizzabile nel parco di Villa Ada a Roma a sud dell'abitato. Tracce di una strada con poderose sostruzioni in opera quadrata di cappellaccio sono state riconosciute attraverso Villa Ada, a sud ovest di Αntenne: la via può essere identificata con la Salaria vetus, della quale era già noto il primo tratto, fuori Porta Pinciana, presso Villa Borghese a Roma.



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  • 09/18/17--06:02: LORIUM ( Lazio )
  • MOSAICO DELLE MEDUSE - VILLA OLIVELLA
    Lorium era un un centro abitativo posto nei pressi della via Aurelia, vicino all'odierna Castel di Guido (XII municipio di Roma Capitale). La località era citata nella Tabula Peutingeriana come prima stazione di posta sulla via, al XII miglio di Roma. e pure citato da Eutropio, nel suo "Breviario ab Urbe condita", nella Regio romana VII Etruria. 

    Il cursus publicus, l'organizzazione dei viaggi, funzionava grazie a una serie di alloggi di tappa (mansiones) e delle poste di scambio intermedie (mutationes) lungo le strade consolari. La mansio era un edificio dove ci si poteva rifocillare e passare la notte; nella mutatio (letteralmente: scambio) era possibile lasciare le proprie cavalcature e  prenderne di fresche.

    Larium era un antico villaggio dell'Etruria, ampiamente popolato già nei primi anni del II secolo a.c., tracce di un borgo di epoca romana che prosperò soprattutto nella seconda metà del I secolo a.c., Resti di costruzioni ai lati della strada e di tombe e iscrizioni furono rimessi in luce in scavi condotti nel 1823-1824. Due o tre miglia più avanti vi era la stazione di posta di Bebiana, le cui iscrizioni dimostrano che vi stazionavano diversi commercianti distaccati dal centro di Centumcellae, (Centocelle).

    A Lorium veniva a cavallo il futuro imperatore Marco Aurelio, che oggi è in bella mostra sulla piazza del Campidoglio, a trovare la sua futura sposa Faustina, la giovane figlia dell´Imperatore Antonino Pio che di questi luoghi ne aveva fatto la sua residenza.


    Infatti una nota curiosa che emerge dagli antichi scritti (Frontone) è che Marco Aurelio si lamentava per la sconnessione dei basoli della via Aurelia i quali facevano “inciampare e scivolare il suo cavallo”.

    Lorium fu poi ceduta alla chiesa che che la devastò fino farla scomparire, dopo averne asportati diversi pezzi di riutilizzo, secondo il costume dell'epoca rivolto a cancellare tutti i possibili resti di una civiltà che adorava Dei pagani. 

    La zona venne così accorpata all'antica diocesi di Santa Rufina, unificata sotto papa Callisto II con la diocesi di Porto nell'attuale sede suburbicaria di Porto-Santa Rufina.

    A Lorium si trovava una villa dove era stato educato l'imperatore Antonino Pio, che ne fece una reggia e che vi morì nel 161 d.c. e nelle quale risiedettero anche Adriano e Marco Aurelio, che ne fece uno dei suoi soggiorni preferiti.



    In zona c'è ancora molto da scavare, non a caso hanno dato alla località il nome di "piccola Pompei", vi sono ben oltre 300 tombe che si trovano nell’area compresa tra il Castello, la scuola di via Sodini e la vecchia via Aurelia che dovranno essere portate alla luce prima che lo facciano i tombaroli.
    "Scoperto due anni fa il complesso nell'antica città di Lorium e presentato a Roma il 12/03 presso il Palazzo Massimo, dalla Soprintendenza Archeologica e dalla Guardia di Finanza.
    Seguendo le tracce di alcuni "tombaroli"è stato possibile rinvenire, nella tenuta agricola di Castel di Guido sulla via Aurelia, l'impianto termale di una villa romana di dimensioni notevoli, datata II-III secolo d.C. Le scoperte portano alla luce almeno 6 ambienti, tra cui il calidarium ed il frigidarium con pianta quadrata, ed un mosaico di grandi dimensioni sul pavimento.

    Ed ancora una volta nell'antica città di Lorium si scava: dopo Villa di Monte delle Colonnacce e Villa di Monte Aurelio, ora a riemergere è Villa Olivella, scoperta due anni fa dalla Soprintendenza Archeologica di Roma in collaborazione con il Comando Provinciale della Guardia di Finanza. Nel 2005 il Colonnello Giuseppe Zafarana ed i suoi uomini, sono giunti ai ritrovamenti seguendo le tracce di alcuni tombaroli che, in precedenza, avevano posto alcuni sostegni nel terreno e trafugato degli oggetti di valore. Successivamente, in seguito a perquisizioni domiciliari, è stata ritrovata una moneta del valore di 10.000 euro in una abitazione privata. Solamente nel marzo 2007 è stato possibile dare la notizia al pubblico dei ritrovamenti. Come ha dichiarato il Soprintendente archeologo di Roma, Angelo Bottini "si è atteso a dare la notizia per consentire la messa in sicurezza della Villa".

    Il sito archeologico è di proprietà della Regione Lazio e viene gestito dal Comune di Roma. 

    Presto, inoltre, dovrebbe diventare del patrimonio capitolino. 

    La Soprintendenza ha stanziato 30.000 euro per consentire, durante la prossima estate, il proseguimento degli scavi, questa volta in collaborazione con i Professori e gli studenti dell' Università degli Studi di Roma "La Sapienza". 

    "Dopo aver visto il grande mosaico, l'abbiamo ricoperto. Abbiamo pensato che strappandolo avremmo rovinato il monumento. 

    La nostra speranza è restaurare la Villa ed aprire al pubblico", ha affermato Daniela Rossi. 

    Oltre alle due Ville delle Colonnacce e dell'Olivella, il territorio custodisce almeno altri 300 monumenti, risalenti al paleolitico fino all'epoca repubblicana.

    Della "piccola Pompei", così è stata ribattezzata la città di Lorium, abbiamo fonti molto antiche sia letterarie e cartografiche, che ci hanno messo a conoscenza dell'esistenza delle Ville e del Borgo. Conoscenza confermata poi dai ritrovamenti."

    ATTORI TRAGICI - VILLA OLIVELLA

    VILLA DI OLIVELLA

    Le ripetute segnalazioni, anche da parte della Guardia di Finanza, di scavi clandestini e le numerose segnalazioni di presenze archeologiche hanno spinto finalmente la Soprintendenza ad uno scavo in località Olivella. L’area è oggetto da alcuni anni (campagne 2007-2010) di un vasto progetto condotto in collaborazione tra la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (responsabile Dott.ssa Rossi), l’Università di Roma La Sapienza (Cattedra di Topografia Antica, Scuola di Specializzazione in Archeologia Prof. Sommella), l’Università di Foggia (Cattedra di Topografia Antica, Prof.ssa M.L. Marchi).

    medaglie ed una statua di Cibele assisa sopra un leone”. Nel 1815 vennero trovati, nei pressi del Castello, due frammenti d’iscrizione, in uno dei quali si leggeva:” FAUSTIN. AUGUSTUS “.

    Numerosi e preziosi furono i ritrovamenti segnalati da scavi (tra cui statue, capitelli, iscrizioni) nel 1649, tra cui "

    Durante gli scavi del 1824 il Nibby narra che: “Si trovarono varie statue tra cui una Giunone Velata, una Livia in forma di Pietà ed una Domizia in abito di Diana, conservate al Museo Clementino in Vaticano”, che consentono di confermare l’ipotesi che nell’area compresa tra Castel di Guido e la Tenuta della Bottaccia fosse localizzato un praetorium e il palazzo imperiale.

    Nel 1976 la Soprintendenza Archeologica di Roma recuperò preziosi mosaici e pregevoli pitture che sono ora esposti al pubblico nella sede del museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

    La villa, a tre livelli, sta oggi rivelando le sue mura esterne costituite da imponenti sostruzioni in opus reticolatum in calcare bianco, che sporgono degradando con terrazze monumentali. Un ninfeo si presentava con numerose  nicchie e fontane.

    VILLA DELL'OLIVELLA

    Descrizione: 

    La parte residenziale ha un atrio in cui si conserva l’altare dei Lari, le divinità protettrici della casa. Al centro vi è una vasca (compluvio) in marmo in cui si raccoglie l’acqua piovana che cade dal foro rettangolare sul tetto (impluvio).

    Le sue sale da pranzo, sicuramente triclinari, erano ampie e dotate di preziosi pavimenti musivi e di stupendi affreschi sulle pareti. Vi erano poi dei cubicoli, le stanze da letto dei romani, piccoli e quasi privi di finestre. Diversi corridoi consentivano il transito della servitù alle spalle delle grandi sale da pranzo senza disturbare i commensali o il riposo dei proprietari.

    Vi era poi il Peristilio o giardino porticato che illuminava e rinfrescava la casa, di solito con giardino centrale ed una fontana. Dodici colonne sostenevano il tetto del porticato, che spioveva verso la zona centrale.



    LE TERME

    Sono anche emersi una serie di ambienti appartenenti ad un edificio termale, con calidaria, tepidaria, praefurnia, e frigidarium, tutti con con pavimenti a mosaico. Testimoniano la ricchezza della villa l'abbondante quantità e qualità di marmi e le paste vitree che che dovevano essere pertinenti a pavimenti in opus sectile.

    RINVENIMENTI A LORIUM
    Essendo però l'impianto termale posto a fondovalle può darsi fosse un corpo di fabbrica separato connesso ad una vicina fonte o corso d’acqua. La parte residenziale della villa comunque era posta ad ovest, sempre nella valle, dove sono emersi materiali ceramici.

    I diversi bolli laterizi rinvenuti datano il complesso al II-III d.c., tanto più che compaiono nel complesso i nomi di Stertinia Bassula figlia di Stertinius Noricus, consul suffectus nel 113 d.c. e proprietaria di praedia suburbani, mentre in due bolli è menzionato un personaggio legato all’imperatore Antonino Pio, Marcus Pontius Sabinus, dominus figlinarum, consul suffectus nel 153 e poi amministratore nella Misia superiore nel 159-160, infine un bollo di Faustina, moglie di Antonino Pio.

    Per l'epoca dei personaggi citati, i rivestimenti parietali in paste vitree relative  che ricordano la villa di Lucio Vero all’Acqua Traversa, viene da ricollegare il complesso con il palazzo imperiale degli Antonini nel comprensorio di Lorium. La scoperta che tutti ora si attendono è quella del ritrovamento della Villa Imperiale di Antonino Pio.


    V. Liguori, "Torna alla luce Villa Olivella nella zona di Castel di Guido sul sito UniversyTV.it.

    Sulle vicine colline esistono numerose tracce di ville romane suburbane residenziali. Nella zona denominata “Colle Cioccari- Quarto della Vipera”, gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma scavano la villa dell'Olivella nel 2006, condotti dopo iniziali scavi clandestini nel 2005, hanno riportato in luce un impianto termale con pavimenti a mosaico, facente parte di una grande villa residenziale del II-III sec. d.c..
    La Villa Olivella era la prima stazione sull’antica via Aurelia al XII miglio da Roma, ”Casale della Bottaccia”.


    Frignani Rinaldo (13 marzo 2007) - Corriere della Sera

    "A scoprirlo, come spesso accade, sono stati i «tombaroli». 


    DISEGNO DELLA STATUA DI
    GIUNONE DI LORIUM
    I loro metal detector, usati per ricerca di monili e monete antiche, hanno individuato l' estate scorsa in una tenuta agricola comunale a Castel di Guido, sulla via Aurelia, l' impianto termale di una villa romana di grandi dimensioni risalente al II-III secolo d.C., dalla tarda età repubblicana alla prima età imperiale, composta da sei ambienti dei quali due già interamente scavati, il «calidarium» e il «frigidarium» a pianta quadrata e pavimento realizzato con uno splendido mosaico. 

    Una scoperta sensazionale, in località Olivella, in una zona dove, secondo la cartografia antica e la Tabula Peutingeriana, sarebbe sorto il borgo di Lorium, la «piccola Pompei», prima stazione di posta al XII miglio dell' Aurelia ed esclusivo luogo di villeggiatura dove venne educato da bambino l' imperatore Antonino Pio, che morì sempre lì nell' anno 161, apprezzata anche da Adriano e Marco Aurelio. 

    Nella zona di Castel di Guido e della via Aurelia, c'è un' area verde che, secondo gli studiosi a tutt'oggi nasconderebbe molti tesori nella vegetazione che sono spesso preda di ladri di reperti. Il complesso dell' Olivella, che sorgerebbe a una quarantina di m dall' impianto termale e a sei m sotto terra, costituirebbe il terzo polo insieme con altre due ville scoperte negli anni scorsi, al monte delle Colonnacce e al monte Aurelio. 

    La soprintendenza archeologica ha stanziato 30 mila euro per consentire nei prossimi mesi, forse a luglio, di proseguire gli scavi per portare alla luce la terza villa in collaborazione con gli studenti di Topografia antica dell' Università «La Sapienza». «La zona ha una valore ambientale indiscutibile - ha concluso Bottini - speriamo di poter trovare in tempi brevi anche la villa imperiale di Antonino Pio".

    VILLA DELLE COLONNACCE

    VILLA DELLE COLONNACCE

    Sulle colline che attorniano Loricum vi sono numerose tracce di ville romane suburbane residenziali. Gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma presso la villa dell'Olivella nel 2006, condotti dopo iniziali scavi clandestini di tombaroli scoperti dalla Guardia di Finanza nel 2005, hanno riportato in luce un impianto termale con pavimenti a mosaico, già depredati negli anni '70,, pertinente ad una grande villa residenziale del II-III sec. d.c.  La villa era probabilmente di proprietà della gens dei Coeli, una famiglia legata alla corte imperiale.

    VILLA ROMANA DELLE COLONNACCE

    Da: Le bellezze di Roma antica: la Villa Romana delle Colonnacce a Castel di Guido

    "I Volontari del Gruppo Archeologico Romano hanno ripreso a pieno ritmo gli scavi nella Villa Romana delle Colonnacce a Castel di Guido. La Villa Romana è del II-III secolo d.c., sita su di un pianoro all’interno dell’Azienda agricola comunale. La Villa ha strutture di epoca repubblicana, con una zona produttiva e una zona residenziale di epoca imperiale.

    STRADA DI LORIUM
    La parte produttiva comprende l’aia o cortile coperto: il grande ambiente conserva le basi di tre sostegni per il tetto, mentre è stato asportato il pavimento, al centro si trova un pozzo circolare. Vi è una cisterna per la conservazione dell’acqua meteorica, all’interno della cisterna si trovano le basi dei pilastri che sorreggevano il soffitto a volta. A giudicare dallo spessore dei muri e dei contrafforti si può desumere che avesse un altezza di circa 5 m.

    Nell’ambiente di lavoro si trovano un pozzo e la relativa condotta sotterranea. Torcular: sono due ambienti che ospitavano un impianto per la lavorazione del vino e dell’olio. 

    Vi era un torchio collegato alle vasche di raccolta, mentre in un ambiente più basso vi era l’alloggiamento dei contrappesi del torchio medesimo ed una cucina con contenitori in terracotta di grandi dimensioni (dolii)."


    IL MITREO

    Vicino al Casale della Bottaccia sono state tro­vate tracce di un mitreo, che con­si­stono in ambienti con sedili sca­vati nel tufo e bas­so­ri­lievi con rap­pre­sen­ta­zione di un ser­pente ed un volto abra­sato della divi­nità Mitra.
    Nell’ottocento fu rin­ve­nuto un gruppo mar­mo­reo raf­fi­gu­rante Mitra tau­roc­tono con­ser­vato attual­mente nella Gal­le­ria Doria Pamphili.

    Rinvenuta anche una strada romana con basolato in pietra locale, con le banchine dei marciapiedi.


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  • 09/19/17--05:52: LUCIO MARCIO SETTIMO


  • Nome: Lucius Marcius Septimus
    Nascita: intorno al 235 a.c.
    Morte: -
    Professione: Militare (Eroe)

    Lucio Marcio Settimo, ovvero Lucius Marcius Septimus, fu un ottimo ed eroico militare romano.
    Egli riuscì a mettere insperatamente in salvo le rimanenti forze romane, sconfitte nelle battaglie del Baetis superiore dove erano periti i due generali, Publio Cornelio Scipione e Gneo Scipione Calvo.



    LE ORIGINI

    Come ci narra Appiano, Lucio Marcio apparteneva alla gens Marcia, una gens romana di antichissima origine sabina, tra le cento gentes originarie ricordate da Tito Livio, e quindi patrizia. Il suo nome derivava dalla divinità sabina Mavors o Mamers, poi latinizzato in quello del Dio romano Marte (in latino Mars). Di Lucio tuttavia non si conosce nè la data nè i luoghi di nascita e di morte, si sa però che era un cavaliere. Dunque di buona estrazione ma probabilmente di un ramo plebeo.

    Fu un personaggio molto particolare, tanto che Tito Livio ne ricorda delle frasi dense di significato, come: Se nel breve momento utile a cogliere un'occasione, la cui opportunità passa e poi vola via, si esita, inutilmente si va poi alla ricerca della circostanza perduta. "
    (Lucio Marcio Settimo - citato in Tito Livio, XXV)

    Lucio era infatti un militare che sapeva osare: audere semper, perchè le occasioni potevano non ripetersi. E dimostrò fortemente di saper cogliere  le occasioni più infauste per trasformarle a vantaggio di Roma.

    Nelle situazioni ardue e con pochissima speranza fortissimi e certissimi appaiono i consigli."
    (Lucio Marcio Settimo - citato in Tito Livio XXV)

    Qui i consigli sono intesi come soluzioni della situazione impervia, come dire che nelle situazioni disperate emerge da qualche parte un'idea che può attuandosi, capovolgere la situazione.




    BATTAGLIA DEL BAETIS SUPERIORE

    « Secondo alcuni, Gneo Scipione restò ucciso sull'altura al primo assalto, secondo altri riparò con pochi in una torre vicina all'accampamento; questa fu circondata con fuochi e così fu presa dopo che ne furono arse le porte contro le quali nessun assalto era valso. E tutti quelli che vi erano furono uccisi col comandante. Così nell'ottavo anno della sua permanenza in Spagna, ventinove giorni dopo il fratello, Gneo Scipione morì »

    I due Scipioni, comandanti dell'esercito romano erano stati uccisi, nelle guerra spagnola, come molti dei legionari romani, a causa del tradimento dei Celtiberi assoldati dai romani, che avevano cambiato bandiera e si erano venduti ai cartaginesi. Essendo una grossa fetta dell'esercito assoldato dagli Scipioni, non c'era niente da fare, era la fine.

    « Quando parevano perduti gli eserciti e perdute le Spagne, un uomo solo risollevò la disperata situazione. Era nell'esercito Lucio Marcio figlio di Settimo, cavaliere romano, giovane animoso e di spirito e di ingegno assai maggiori della condizione in cui era nato. »

    (Livio, XXV, 37.1-2.)

    Lucio Marcio aveva un grande ascendente sui soldati, grazie all'esperienza raccolta sotto Gneo Scipione, ma pure grazie al suo valore e soprattutto al suo ingegno e alla sua capacità persuasiva, nonostante la giovane età. Così parlò ai soldati ormai disperati e li incitò a seguirlo in fretta, che li avrebbe portati alla salvezza. 

    Presi dalla sua sicurezza e la sua calma, i militari romani allo sbando che si erano rifugiati dove potevano, vennero a lui, che li portò nascostamente fuori dell'area per ricongiungersi al presidio di Tiberio Fonteio, dove Scipione aveva fatto attendere un piccolo gruppo di militari.

    Lucio Marcio parlò anche a loro per far comprendere la gravità della situazione ma pure la possibilità di salvezza che offriva. Se quegli uomini fossero rimasti là, presto i cartaginesi sarebbero arrivati per annientarli.

    Così si offrì di guidarli verso gli accampamenti romani posti oltre l'Ebro, insieme agli uomini che già lo seguivano.  Anche qui i legionari gli credettero facendosi guidare da lui, e ivi giunti si unirono agli altri legionari e fortificarono gli accampamenti che dovevano trovarsi  a sud di Tarraco. Poi, sempre agli ordini di Lucio trasferirono qui tutti i rifornimenti che erano riusciti a salvare. 

    Le truppe romane, rinfrancate dalla guida sicura di Lucio, visto come era riuscito a guidarli in salvo fino a lì, nonostante i cartaginesi cercassero i fuggiaschi, radunatisi nei comitiis militaribus, lo elessero comandante supremo all'unanimità.

    Intanto i cartaginesi, guidati da Asdrubale Giscone (... – 202 a.c), erano sulle loro tracce per finire gli ultimi scampati al massacro. Non trovandoli nè al primi nè al secondo accampamento, traversarono l'Ebro per piombare su di loro.

    I Romani, che avevano riassettato e fortificato a tempo record l'accampamento, lo scorsero attraverso le vedette sempre all'erta, e Lucio Marcio li pose accanto alle porte che presto fece spalancare per una sortita contro il nemico.

    I cartaginesi, che si aspettavano un gruppo misero e disorganizzato, mentre prima correvano all'impazzata per finire i superstiti, si arrestarono vedendo i romani che uscivano dalle porte in numero nutrito, in assetto da combattimento ed equipaggiati di tutto punto per attaccarli.

    I romani volevano vendicare gli Scipioni, i loro generali uccisi e pure i loro compagni ed emisero forti grida battendo le spade sugli scudi, come Lucio aveva suggerito di fare. Nel vederli avanzare così agguerriti i cartaginesi si spaventarono e si dettero alla fuga. I romani li inseguirono colpendone più che potevano, ma Lucio Marcio seguiva il suo piano e dette loro l'ordine di fare dietrofront e tornare al campo

    « E orrenda sarebbe stata la strage dei fuggenti oppure sarebbe diventato temerario e pericoloso l'impeto degli inseguitori se Marcio non avesse dato ben presto l'ordine di ritirata [...] Così li fece rientrare nel campo ch'erano ancora tutti avidi di strage e di sangue. »
    (Livio, XXV, 37.14.)

    Lucio Marcio, fece rientrare tutti nel campo ma sguinzagliò i suoi esploratori perchè studiassero la situazione nell'accampamento nemico. Comprese che presto i tre generali si sarebbero riuniti con i loro eserciti e li avrebbero attaccati sovrastandoli e distruggendoli.

    Come riferirono gli esploratori, il campo non era ben guardato, perchè i Cartaginesi non ritenevano di correre rischi e pure perchè non possedevano l'accuratezza dell'organizzazione romana, Così Lucio concepì di assalire gli accampamenti del solo Asdrubale, prima che arrivassero gli altri eserciti.

    Così deciso, Lucio raccolse i suoi e gli fece una lunga "adlocutio", insomma li arringò. Ricordò il tradimento dei Celtiberi, il dolore della morte dei capi e dei compagni, il dovere di salvare la patria e il piacere di tornare a Roma carichi di gloria e di bottino. Quindi avvisò i legionari che li avrebbe condotti in un assalto notturno al campo di Asdrubale. Potevano accadere due cose, disse loro Lucio, o i cartaginesi fuggivano o ci sarebbe stata una battaglia lunga e dura da vincere. Era l'unica salvezza, e gli uomini ne convennero e lo seguirono.



    Divise gli uomini lasciando solo una piccola guarnigione al suo campo, e nascose una coorte di fanti e la cavalleria nel bosco di una vallata che si trovava fra il campo di Asdrubale e quello di altre forze cartaginesi, 6 miglia più lontano (9 km). Il resto delle truppe romane fu condotto, con una marcia silenziosa, verso il campo nemico più vicino. Qui le sentinelle erano poche per cui riuscirono ad eluderle irrompendo nell'accampamento nemico.

    « Squillarono allora le trombe, si levò il grido di guerra. Alcuni Romani fecero strage dei nemici semi-addormentati, altri appiccarono il fuoco a delle baracche coperte di paglia secca, altri occupano le porte per impedire fughe. (I cartaginesi) Cadono inermi tra le schiere degli armati. Chi si precipita alle porte, chi, visti preclusi i passaggi, salta al di là del vallo. Così chi riesce a fuggire, corre subito verso l'altro accampamento; e tutti sono accerchiati e uccisi dalla coorte e dalla cavalleria balzata fuori dal nascondiglio. »

    Uccisi i combattenti e presi prigionieri gli arresi, i romani corsero all'altro campo, dove molti dei Cartaginesi erano usciti per cercare foraggio, legna e cibo. Così eliminati i soldati che erano fuori dal campo, i Romani irruppero all'interno senza che i cartaginesi quasi se ne accorgessero. Colti quasi nel sonno i nemici poterono combattere poco e male.

    Cercarono di organizzare una resistenza improvvisata, ma alla vista degli scudi insanguinati dei Romani, i Cartaginesi compresero che questi avevano già combattuto la battaglia e avevano vinto l'altro accampamento. Si spaventarono molto ma compresero che se non si difendevano era la fine.

    Si batterono per tutta la notte e per il giorno che seguì. Tutti i cartaginesi sopravvissuti furono cacciati fuori dal campo. Gli accampamenti nemici vennero occupati, saccheggiati e i loro occupanti cartaginesi scacciati o uccisi. Marcio in una notte e un giorno fu padrone di entrambi gli accampamenti. Non solo aveva salvato i romani ma gli aveva donato la vittoria.

    Ora gli Scipioni e i compagni legionari erano stati vendicati, l'onore era salvo e il bottino era ricco. I legionari onorarono con grandi acclamazioni il loro comandante e lo nominarono Dux. Gli altri due generali cartaginesi non si mossero dalle loro postazioni temendo di fare la stessa fine di Asdrubale, insomma era tregua.

    Tito Livio riporta l'annalista Claudio Quadrigario, che tradusse dal greco Acilio, secondo cui furono uccisi circa 7.000 nemici, ne furono catturati 1.830 e fu conquistato un enorme bottino. Fra gli oggetti predati vi era anche lo scudo d'argento del peso di 137 libbre (quasi 45 Kg) con l'effigie di Asdrubale Barca. Questo trofeo, denominato scudo Marzio, rimase sul Campidoglio fino all'incendio del tempio.

    Secondo invece lo storico Valerio Anziate già con il solo campo di Magone vennero uccisi 7.000 nemici, e con una seconda battaglia fu preso il campo di Asdrubale con 10.000 nemici uccisi e 4.330 prigionieri. Riferisce infine che, secondo Lucio Calpurnio Pisone Frugi (Historia augusta), furono uccisi in un agguato 5.000 nemici, mentre Magone inseguiva i Romani in ritirata. Dopo questo successo, messo però in dubbio da De Sanctis, che però mise in dubbio anche la sortita di Tuditano dopo la battaglia di Canne, la situazione in Spagna si placò e si ebbe una lunga tregua.

    All'inizio del 211 a.c., quando il senato romano ricevette da Lucio Marcio una missiva sugli eventi della guerra, furono tutti molto colpiti dalle sue miracolose vittorie sui cartaginesi, vittorie ormai insperate dopo la morte tragica dei due Scipioni e la disfatta dell'esercito che avevano messo in cordoglio tutta Roma. Nella lettera però c'era un particolare inquietante: notarono che egli si firmava «Lucio Marcio propretore al senato», titolo che non gli era stato conferito né per decreto del popolo, né dall'autorità del senato.

    Ora il propretore, durante la Repubblica, era un pretore che, esercitata per un anno questa carica, era destinato al comando di un esercito o di una provincia. Ma nulla fa pensare che egli fosse stato pretore a Roma, il dux era sia il supremo magistrato civile sia il comandante in capo delle legioni nelle province. Sicuramente il titolo di Dux, conferitogli dal suo esercito, lo voleva comandante in capo dei legionari romani in Spagna. Pertanto Lucio era stato nominato dai suoi uomini loro generale supremo e a lui avrebbero obbedito e non ad altri.

    Poteva essere un pericoloso precedente che i comandanti potessero essere eletti dagli eserciti e che si indicessero comizi negli accampamenti militari, senza il supporto di leggi e magistrati. Allora il senato deliberò che le richieste spagnole sui rifornimenti di grano e vestiario fossero accolte e che, d'accordo con i tribuni della plebe, fosse chiesto al popolo quale nuovo comandante si dovesse inviare in Spagna a guida delle armate romane, in sostituzione dei due Scipioni appena scomparsi.
    E il popolo acclamò Lucio Marcio Settimo.


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    TRIONFO DI ROMOLO

    20 SETTEMBRE - FESTA DEL NATALE DI ROMOLO

    Natalis Romuli - 20 settembre
    Natalis Augusti - 23 settembre, nascita di Augusto.

    Natalis Romuli: Romulus, filius Martis, una cum fratre gemino Remo expositus est. Infantes a lupa alebantur, a pastore Faustuli inventi sunt.

    Il componimento più esaustivo sulla nascita dei gemelli e sulla fondazione di Roma lo abbiamo nella "Vita di Romolo" di Plutarco, composta con ogni probabilità dopo il 96 d.c. e collocata, insieme alla biografia di Teseo, al settimo posto delle Vite parallele.

    ROMOLO
    L'autore ricompone l’infanzia dei gemelli fatidici basandosi informazioni offerte da Diocle Pepareto (III sec. a.c.) e Fabio Pittore (Quinctus Fabius Pictor 260 – 190 a.c.):

    « Ma il primo a diffondere fra i Greci la versione più attendibile sulle origini di Roma, la più degna di fede e la più documentata, fu Diocle di Pepareto, con il quale concordò su moltissimi particolari Fabio Pittore. » (Plutarco, Vite Parallele : Romolo).
    Narra Plutarco che i due gemelli « si distinguevano sia per la prestanza fisica sia per l’avvenenza; crescendo poi divennero entrambi impetuosi e valorosi e dotati di uno spirito e di un’audacia che non veniva meno neppure di fronte a terribili calamità. Romolo sembrava possedere maggiore capacità di giudizio e un’innata perspicacia politica, mostrando nei rapporti con i confinanti per i diritti di pascolo e di caccia una naturale predisposizione al comando piuttosto che alla sottomissione » (Rom. VI 3).

    Sembrerebbe che per primo Romolo abbia istituito il culto del fuoco, creando vergini sacre chiamate Vestali. Si diceva poi che fosse esperto di arte divinatoria e che portasse il cosiddetto lituo, un bastone ricurvo con cui venivano descritti i quadrati celesti. Poi però il potere, come spesso accade, gli dette alla testa dimenticando la modestia e il buon senso (veramente aveva assassinato il fratello per cui anche prima di etica non doveva essere un granchè):
    « Inorgoglitosi per i successi conseguiti, con grande arroganza abbandonò la precedente tendenza democratica, per uniformarsi a un modello monarchico opprimente e intollerabile, innanzitutto per l’atteggiamento che aveva assunto. Infatti indossava un mantello purpureo e una toga bordata di porpora e concedeva udienza stando seduto su un trono ricurvo. Era sempre attorniato da alcuni giovani chiamati Celeri per la prontezza che mostravano nel compiacerlo» (Rom. XXVI 2).

    Sulla misteriosa morte di Romolo Plutarco è piuttosto conciso:
    « Scomparve alle none del mese ora chiamato luglio e allora Quintile. Sulla sua morte non si può dire nulla di sicuro, né sapere niente che appaia attendibile, tranne appunto la data» (Rom. XXVII 4).

    ROMOLO TRACCIA IL SOLCO DI ROMA
    Con tutto ciò Romolo che a nostro avviso deve essere stata una figura reale, perchè solo le persone reali possono essere criticate e pure duramente, le leggende di solito hanno tutti i meriti, dalla bellezza, alla saggezza e al coraggio. Romolo fu molto determinato e coraggioso, ottimo condottiero e lungimirante per la patria, ma pure violento, guerrafondaio e misogino.

    Per i romani fu quindi una realtà e un mito insieme, Roma e Romolo erano indissolubili. Pertanto si festeggiava non solo la fondazione di Roma nel 21 aprile, ma pure la nascita di Romolo, che cadeva il 20 Settembre. Plutarco racconta che un certo Lucio Taruzio (Lucius Taruntius Firmanus 86 a.c. - ...), matematico, astrologo ed amico di Marco Terenzio Varrone, avesse calcolato il giorno della nascita dei due gemelli Romolo e Remo che avrebbero fondato Roma all'età di 18 anni.

    Dopo aver esaminato le circostanze della vita e della morte del fondatore di Roma, calcolò che Romolo (e naturalmente anche Remo) fosse nato il 23 settembre, nel secondo anno della seconda Olimpiade, cioè il 771 a.c. 

    La coincidenza di questa data con un'eclissi di sole, riferita da Plutarco, è ripresa e discussa da Giuseppe Giusto Scaligero senza rivelarne la fonte. 

    La datazione che fu piuttosto derisa dal suo contemporaneo Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.c.) e in seguito da Gaio Giulio Solino (Gaius Iulius Solinus; 210 circa – dopo il 258). 

    Secondo altri Romolo nacque il 21 settembre, e secondo altri ancora il 23 settembre.

    Tuttavia i romani festeggiavano il natale di Romolo il 20 settembre. Per capirne le ragioni occorre ricordare che Augusto era nato il 23 settembre, per cui associare il suo genetliaco a quello di Romolo - Dio Quirino piacque molto al suo forte spirito propagandistico. Per cui durante il suo regno le due date si sovrapposero festeggiando sia Ottaviano che il Dio Quirino. 

    In seguito, ai futuri imperatori non garbava la festa di Augusto-Quirino per cui si dissociarono le due date e la festa fu celebrata si, ma solo in onore di Romolo-Quirino. Rimase inoltre una festa un po' secondaria, perchè la festa principale del Dio era quella del 17 febbraio.

    Nella festa si sacrificavano pecore o capre perchè anticamente i romani erano pastori di ovini e si bruciava del mirto, che era sacro a Quirino. Seguivano varie benedizioni sulla semina da parte dei sacerdoti seguiti da processioni e banchetti.


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