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  • 09/21/17--06:12: SEPOLCRO DI PRISCILLA

  • Per decenni nascosto alla vista di quanti percorrevano l' Appia Antica, il Sepolcro di Priscilla venne restaurato circa venti anni fa per essere ben visibile nell' area delle catacombe di San Callisto. Visibile relativamente, perchè è celato alla vista dei passanti dai tetti dei casali di cui uno medievale, conosciuto come “Osteria dell’Acquataccio”, e uno più moderno nasconde l’antico ingresso al sepolcro. 

    Il mausoleo si trova lungo la via Appia Antica, a meno di un km dalla Porta di S. Sebastiano, su cui s'incontrano anche la chiesetta del "Quo Vadis?", le catacombe di Pretestato, di S. Sebastiano e, più oltre, la tomba di Cecilia Metella.

    Quest'area archeologica, tra le vie Appia Antica, Ardeatina e il Vicolo delle Sette Chiese che si estende per circa 30 ettari di terreno, detta "Complesso Callistiano", è composto da una quindicina di catacombe, gallerie e numerosissime tombe, forse addirittura mezzo milione, il tutto di proprietà della Chiesa che consente di visitare le catacombe di S.Callisto dietro pagamento nonostante sia un'area sacra per il cristianesimo e soprattutto che la sua manutenzione avvenga a spese dello stato.

    Collocato presso il bivio tra la via Appia antica e la via Ardeatina, un sepolcro a tumulo su basamento quadrangolare, comunemente identificato, sulla base di rinvenimenti epigrafici, con quello che Tito Flavio Abascanto, liberto di Domiziano che nelle vicinanze del fiume Almone possedeva dei terreni ed un edificio termale, che fece erigere, su terreno di proprietà, per la moglie Priscilla prematuramente scomparsa.



    DESCRIZIONE

    L’esterno si presenta come un grande dado sormontato da un corpo cilindrico, in origine ricoperto da blocchi di travertino, e da una torre mozza fatta costruire dalla famiglia Caetani nel XIII secolo o secondo altri dai conti Tuscolo nel XII sec. Comunque il sepolcro, con o senza torre, appartenne ai conti di Tuscolo, dai quali passò in seguito ai nobili Caetani.

    Il nucleo del basamento del monumento, rivestito in opera quadrata di travertino, di oltre 20 metri di lato, è ancora in buona parte conservato. Ancora oggi, infatti, si conserva una parte del nucleo dell’antico podio originale in opera cementizia.

    Al di sopra di questo si elevano due tamburi cilindrici in opera reticolata di tufo: in quello superiore si aprivano 13 nicchie, nelle quali erano collocate statue di Priscilla ritratta nelle sembianze di dee ed eroine della mitologia greco-romana.

    Al centro del cilindro superiore sorge, come detto, su di un irregolare basamento quadrato, una torre medievale, comunemente nota come “Torre Petro”, alta circa 6 m e costruita con vario materiale di spoglio, per trasformare il sepolcro in fortificazione, fin dall’XI secolo. 

    Un tempo il basamento quadrangolare era rivestito da blocchi in travertino, e su di esso si elevavano due tamburi cilindrici sovrapposti, costruiti in opera reticolata, quello superiore dotato di 13 nicchie destinate ad ospitare statue della defunta.



    L'INTERNO

    L’interno del sepolcro è stato fatto oggetto di vari interventi edilizi:fino a pochi decenni or sono i locali venivano usati per la stagionatura dei formaggi e le strutture lignee funzionali a tale uso, si addossano ancora oggi alle strutture murarie.

    Attraverso i sotterranei del casale che nasconde l’accesso originario del sepolcro, si raggiunge il corridoio antico, coperto da una volta a botte che immette nella cella funeraria, attualmente debolmente illuminata dall'apertura esistente sulla sommità della torre medievale.

    All'interno, invece, si trova la camera funeraria, eseguita con le pareti in opera quadrata di travertino, con il soffitto a cupola, che ospita quattro nicchie per i sarcofagi. 

    Al di sopra di questa stanza c’è un’altra camera con dieci nicchie che ospitavano altrettante statue raffiguranti la defunta come una divinità o un’eroina della mitologia. Priscilla, come ricorda il poeta Stazio, fu imbalsamata e non cremata secondo l’uso funerario dell’epoca. Ciò è testimoniato da un’accurata descrizione del coevo poeta Stazio la cui moglie era amica di Priscilla.

    Si accede alla parte centrale del monumento funerario tramite una passerella di metallo da cui è possibile riconoscere le nicchie che contenevano in origine le 13 statue in bronzo dedicate a Priscilla, nelle quali erano collocate statue di Priscilla ritratta nelle sembianze di Dee ed eroine della mitologia greco-romana.

    Durante i lavori di restauro si è provveduto a riaprire il passaggio verso l' interno del sepolcro a cui in passato si accedeva, fino alla cella funeraria, attraverso i sotterranei del un casale moderno adiacente al monumento. 

    Proprio attraverso il casale, fino a pochi decenni fa, i contadini entravano nella cella, dove una volta giaceva il corpo imbalsamato di Priscilla, per stagionare i formaggi e le tavole di legno adibite allo scopo sono ancora addossate alle pareti.
    Oltre a mettere in luce il livello del pavimento antico, gli interventi di ripristino e manutenzione effettuati, sono stati finalizzati a contenere il degrado delle strutture e ad eliminare la risalita capillare dell' umidità nelle strutture murarie attraverso l’asportazione degli accumuli di terreno.

    È stato anche bonificato il condotto di fognatura che scaricava proprio nella cripta i liquami provenienti dal casale vicino, adibito fino a qualche tempo fa ad ambulatorio.

    STAMPA DEL MAUSOLEO XVIII SEC. (Piranesi)

    I FUNERALI

    Priscilla, come ricorda il poeta Stazio, fu imbalsamata e non cremata secondo l’uso funerario dell’epoca, ecco il motivo per cui la cella, anch’essa coperta da una volta a botte, era rivestita, come testimoniano alcuni resti delle murature, in opera quadrata di travertino, e su tre dei quattro lati si aprono nicchie per la deposizione di sarcofagi.


    I funerali sono descritti con toni delicati e dolci dal poeta Stazio: 

    «…ammassati in una interminabile fila passano tutti i balsami che la primavera d’Arabia e di Cilicia produce, i profumi della Sabea, le messi dell’India destinate ad essere bruciate, l’incenso delle divinità, le essenze di Palestina e di Israele, lo zafferano di Corico ed i germogli di mirra.
    Essa giace su un letto funebre costruito dai Seri ed è ricoperta da una coltre di stoffe di Tiro
    …». 

    « Le sue spoglie imbalsamate e avvolte in vesti di porpora furono deposte in un sarcofago di marmo e perché la sua immagine superasse le generazioni, ripose le sue sembianze nei corpi bronzei di dee ed eroine della mitologia greco-romana, (Cerere, Arianna, Maia, Venere), collocate all’interno del sepolcro». 

    RICOSTRUZIONE DEL SEPOLCRO

    Epigrafe di Aphrodisius

    Questa lastra marmorea, dalle misure di cm 36,3 x cm 36,2 e per uno spessore di cm 2,8, fu rinvenuta presso il II miglio della via Appia fuori porta Capena, nella vigna di Carlo Simone Neroni in prossimità del c. d. Sepolcro degli Scipioni, in realtà sepolcro di Priscilla.

    Attualmente è conservata nel lapidario civico di Ferrara dove giunse nel 1779 a seguito della donazione del Cardinale Gian Maria Riminaldi. Su di essa si legge:

    Dis M(anibus) Sacr(um)                 Sacro agli Dei Mani. 
    Aphrodisio                                      Aphrodisio
    vernae suo dulc(issimo),                 verna suo dolcissimo
    fec(it) T(itus) Flavius                      fece Tito Flavio
    Epaphroditus                                   Epafrodito
    aedituus                                           custode
    Abascanti et Priscil                         del sepolcro
    laes patronor(um)                            dei patroni Abascanto e Priscilla,
    et sibi suis b(onis) b(ene)                a sé stesso ed al proprio bene.

    L’iscrizione ricorda Afrodisio, che ricevette sepoltura dal suo patrono Tito Flavio Epafrodito, di cui era "verna", cioè schiavo di giovane età, nato in casa. A Roma piccoli proprietari terrieri, modesti contadini, artigiani e braccianti, avendo scarsi mezzi, assumevano la posizione di clientes di persone influenti.

    In cambio del sostegno economico e giudiziario del patronus, i clientes svolgevano un vario numero di lavori e funzioni per conto dei patroni, non escluso il dargli il proprio voto nelle elezioni delle cariche pubbliche.

    S’apprende dall’iscrizione che il dedicante svolgeva mansione di aedituus cioè di custode del sepolcro per conto dei suoi patroni Tito Flavio Abascanto e della moglie Priscilla. Abascanto era il potente liberto di Domiziano, segretario "ab epistulis", addetto alla corrispondenza privata dell’Augusto patrono nella cancelleria imperiale.

    Il mausoleo, posto in prossimità del bivio con l’Ardeatina e a poca distanza dal fiume Almone, venne identificato non solo grazie ai versi di Stazio, in cui il poeta ci informa che Priscilla fu imbalsamata e deposta in un sarcofago anziché essere cremata secondo il rito funerario dell’epoca (Silvae, V, 1), ma anche in base al ritrovamento di varie iscrizioni, tutte relative a liberti di Abascanto, tra cui quello di Aphrodisius.

    La tutela del monumento funebre fu quindi affidata al liberto Epafrodito, il quale probabilmente dimorava vicino al sepolcro assieme ai propri liberti e schiavi, considerato che la lastra da lui dedicata al verna Afrodisio fu rinvenuta vicino alla tomba di Priscilla.

    L’iscrizione è databile alla II metà del I d.c., in epoca domizianea, periodo al quale risale la costruzione del sepolcro, per l’onomastica di Epafrodito e per i caratteri grafici.



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     LE MUSE DI FILISCO - RODI

    23 settembre - Templum Apollinis in Campo Martio 

    -  Dedicatio del tempio di Apollo in Campo Marzio dedicato nel 431 a.c. dal console Cneus Iulius, votato nel 433 a.c. a seguito di una epidemia a Roma. Era anche chiamato Apollo Medicus.



    APOLLO

    Euripide inneggia a Febo, epiteto di Apollo, per aver ucciso il serpente della Grande Madre. Lo screziato drago, dalle squame corrusche, immane mostro della terra, custodiva l’oracolo:
    "Eri ancora un bambino, giocavi ancora in grembo alla madre, Febo, ma uccidesti il drago, e l’oracolo fu tuo: dal tripode d’oro, sul trono che non mente, adesso pronunzi presagi per i mortali: dentro il sacrario, sei vicino alla fonte Castalia, possiedi il centro del mondo."

    Divinità di importazione greca ed etrusca, a cui nel 431 a.c. venne intitolato il primo tempio romano, chiamato Apollinar, in occasione di una pestilenza che afflisse la città.

    - Venne poi restaurato restaurato nel 353 a.c. dai Consoli Gaio Sulpicio Petico IV e Marco Valerio Publicola II (entrambi patrizi, in violazione delle leggi licinie-sestie. Nonostante le proteste dei plebei e dei tribuni della plebe, i due consoli riuscirono a far sì che anche per l'anno successivo la carica fosse appannaggio di due patrizi).

    - L'Apollinar venne ancora restaurato nel 179 a.c., ad opera del censore Marco Emilio Lepido (.. - 152 a.c.), contemporaneamente ad un vicino teatro. Plinio riferisce che il tempio fosse adornato dalle splendide statue di Apollo, di Latona e di Artemide insieme alle nove Muse, attribuite a Filisco di Rodi (II metà II sec. a.c.). L'iconografia delle Muse venne talmente apprezzata da essere riprodotta in numerose repliche che adornavano le case romane; le opere derivate dal gruppo di Filisco si caratterizzano per il panneggio del mantello trasparente che sottolinea le forme della veste sottostante, secondo il verismo virtuosistico tipicamente rodio.


    Ludi Apollinares

    Durante la II guerra punica vennero istituiti i Ludi Apollinares, giochi in onore di Apollo, che iniziavano dopo la festa della dedicatio del tempio. Da Giulio Cesare venne dedicato anche alla Dea Diana, sorella di Apollo, in seguito alla distruzione del suo vicino tempio nei lavori per l'edificazione del teatro di Marcello.



    Augusto

    Il culto apollinare venne incentivato poi dall'imperatore Augusto, che se ne attribuì la discendenza da parte di madre, per cui Apollo divenne uno degli Dei romani più influenti.

    Il tempio vanne ricostruito da Gaio Sosio (66 a.c. - ...), già seguace di Cesare, poco dopo un suo trionfo nel 34 a.c. ma i lavori si interruppero per il conflitto tra Ottaviano e Antonio, dove Sosio, passato dalla parte di Antonio, attaccò violentemente Augusto in senato. Dopo la battaglia di Azio, Sosio, ormai sconfitto, fuggì ma venne scoperto in un nascondiglio e portato davanti a Ottaviano che, per intercessione di Lucio Arrunzio, console del 22 a.c., lo perdonò.

    Però Ottaviano impose a Sosio di completare e di dedicare il tempio a nome di Augusto finanziandone il completamento, obbligandolo inoltre ad ingrandirlo e abbellirlo in modo grandioso e dispendioso.

    Il tempio prese il nome di Apollo Sosiano, appunto da Sosio, che inoltre a sue spese  istituì giochi quinquennali in onore del Dio. Il tempio venne poi detto di Apollo Palatino in quanto eretto sull'omonimo colle dove fu conservata la raccolta di oracoli detta Libri Sibillini. In onore del Dio, e per compiacere l'imperatore, il poeta romano Orazio compose il celebre Carmen Saeculare.


    Dedicatio Apollinaris

    La festa della Dedicatio dell'Apollinar cadde nel 23 settembre, data in cui l'edificio venne ultimato ad opera di Sosio, ma per conto dell'imperatore Augusto. Tale festeggiamento non venne a caso perchè nello stesso giorno si festeggiava il Natalis Augusti, anche perchè, come già detto, Augusto si riteneva, o voleva si ritenesse, che fosse discendente del Dio Apollo che avrebbe ingravidato sua madre Azia.

    La festa pertanto prevedeva il sacrificio al tempio con relativi rituali, la cerimonia per l'imperatore con le preghiere di rito, il banchetto sacro, la processione, l'inizio dei Ludi Apollinaris presieduti dallo stesso Augusto, nonchè danze e musiche per la città in festa. Il tempio era colmo di ghirlande e di doni da parte dei romani.

    In città venivano stesi i labari con le immagini del Dio o dei suoi attributi, ovunque c'erano festoni, ghirlande, bancarelle di cibo e di statuette o medaglioni del Dio e dell'Imperatore, nonchè i soliti souvenir per gli immancabili stranieri di transito, attratti dalla fama della città eterna, la più grande e la più bella del mondo.


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    L’uso di festeggiare nelle famiglie il natale "dies natalis" del padre o degli altri membri è documentato dal III sec. a.c., ma è molto più antico. A Roma si festeggiava il dies natalis di alcuni templi, il natalis Urbis coincidente con le Palilie e, sotto l’impero, quello degli imperatori divinizzati. Quello di Augusto si festeggiò in vita e in morte.

    « Dal tempo remoto in cui un fulmine era caduto su una parte delle mura di Velitrae, era stato profetizzato che un giorno un cittadino di quella città si sarebbe impadronito del potere; per questo gli abitanti di Velitrae, fiduciosi nella promessa, e allora e in seguito combatterono spesso contro il popolo Romano, fin quasi alla loro rovina. Ben più tardi apparve evidente che il prodigio aveva voluto fare riferimento alla potenza di Augusto. »
    (Gaio Svetonio Tranquillo, Vita divi Augusti, v.II.)

    "Quando Caio Laetorius, un giovane di famiglia patrizia, nel difendersi dinanzi ai senatori per avere una pena più lieve, sul suo presunto adulterio, oltre alla sua gioventù e le qualità che possedeva, si dichiarò il guardiano del terreno che il Divino Augusto aveva per prima toccato nella sua venuta nel mondo, e pregò di poter trovare grazia, per amore di quella divinità, che era in un modo particolare la sua, e il Senato lo graziò approvando una legge per la consacrazione di quella parte della sua casa in cui era nato Augusto."

    Ottaviano nel 18 a.c. fu proclamato Augusto, quindi venerabile e sacro, dal Senato, per cui dichiarò tutto il mese di agosto Feriae Augusti, le vacanze di Augusto, visto che questo includeva molte feste religiose.. Il termine Augusto derivava dalla denominazione della Grande Madre siriana Atargatis, detta "l'Augusta", cioè la più grande, la più sacra, la Dea con la corona turrita che si ergeva in piedi poggiando su due leoni.

    Pertanto Augusto celebrava in vita:
    - il suo dies natali
    - la sua acclamazione a imperator
    - tutto il mese di augustus (agosto)
    - il giorno della dedica del suo tempio di Augusto e Roma


    VASO PORTLAND

    VASO PORTLAND

    Il vaso risalirebbe al periodo augusteo (31 a.c. - 14 d.c.) o comunque del I sec. a.c. in base allo stile delle rappresentazioni, più vicine al II stile pompeiano. Analogie con la Gemma augustea fanno pensare a una datazione al periodo augusteo precedente la morte di Augusto (30 - 10 a.c.). Le dimensioni sono 24 x 7,7 cm (altezza x diametro).

    Le figure sono composte di un vetro di colore blu cobalto che, rappresenterebbe le mistiche nozze di Peleo e Teti, ma E. Simon e altri sostengono raffiguri l'unione tra Azia maggiore e Apollo (l'attribuzione al Dio del concepimento di Ottaviano rientrava nella propaganda di Giulio Cesare) rappresentando il primo incontro tra i due.

    D'altronde la diffusione di questa storiella a Roma ci fu, non sappiamo se voluta o meno da Augusto, ma di certo non la ostacolò. Non è un caso che Gaio Sosio dedicasse ad Augusto un tempio guarda caso proprio di Apollo eretto nel circo Flaminio.

    Questo lato del vaso rappresenterebbe dunque la nascita di Ottaviano e l'età d'oro da lui inaugurata, mostrando l'unione di Azia e Apollo con Ottaviano a sinistra e Nettuno, nume tutelare della vittoria di Azio. Apollo era il Dio prediletto di Ottaviano, che d'altronde era bello come un Apollo. Il serpente nel grembo di Azia sottolinea il suo aspetto di Madre Terra.



    L'ADORAZIONE DELL'IMPERATORE

    Quando Ottaviano venne proclamato Augusto, dopo che aveva rifiutato il titolo di "Romolo" nel 27 a.c. diverse città orientali volevano dedicargli un culto (Augusta era un titolo di origine orientale dedicato alla Grande Madre, ma il culto dell'imperatore vivente non era gradito a Roma, per cui Augusto prescrisse che il suo culto doveva essere associato a quello della Dea Roma e poteva essere praticato solo da abitanti dell'oriente. Nonostante ciò spesso il suo culto venne distinto da quello di Roma.

    Anzitutto vi era il culto del Genio dell'Imperatore: che coinvolgeva il sovrano vivente, senza per questo contravvenire ai principi della religione romana, che al contrario di quanto avveniva in Oriente, non concepiva il concetto di uomo-dio. Concepiva invece l'esistenza di Geni, personali e impersonali. Il Genio personale era preso un po' dal Daimon greco e dalla Lasa etrusca, da questo la religione cattolica trarrà l'angelo custode, alato come una Lasa ma asessuato.

    Nell'Urbe l'inizio del culto dell'imperatore si ebbe appunto con l'introduzione del genius Augusti, il suo nume tutelare. Alla sua morte, però, anche Augusto venne proclamato divus con un atto pubblico del Senato romano (la deificatio), ereggendogli pertanto dei templi, coi propri collegi sacerdotali, e dedicate festività in corrispondenza del dies natalis.

    Diventare divo non voleva dire diventare Dio, ma partecipare in un mondo di mezzo dove gli eroi e gli ottimi imperatori venivano deificati con un complessa cerimonia Che pur non essendo Dei diventavano immortali.

    I successivi imperatori ebbero quindi da una parte il culto del genio dell'imperatore vivente, atto dovuto da tutti i cittadini dell'Impero, dall'altro il culto personale dei sovrani riconosciuti come "divini" dopo la morte. Fu proprio l'opposizione al culto imperiale dei Cristiani una delle cause delle persecuzioni cui andò incontro, sin dal I secolo la nuova religione, perchè altrimenti avrebbero potuto adorare tutti gli Dei che volevano.

    Nonostante l'affermarsi della religione cristiana le pratiche della divinizzazione imperiale rimasero ancora a lungo in uso, tanto da essere ancora applicate anche nel caso dello stesso Costantino I, che però veniva elevato dal nuovo culto cristiano al rango di Isapostolo, cioè di "eguale agli apostoli", onde perpetuare la funzione religiosa dell'imperatore.

    Augusto, che fu uno degli imperatori più amati, e pure rimpianti dal popolo romano che non lo dimenticò nemmeno dopo secoli, venne pertanto festeggiato nel giorno della nascita, nel giorno in cui aveva preso l'imperator, e il giorno della divinizzazione. In più si celebrava nei templi di Augusto il giorno in cui l'edificio era stato dedicato dai sacerdoti con rito sacro.

    Il Dies Natalis dell'imperatore Augusto divenne pertanto giorno molto fausto, ed essendo molto vicino se non lo stesso al giorno del Dies Natalis di Romolo, le due festività finirono per unirsi. La festa consisteva di varie fasi. Di solito si andava nel tempio dedicato ad Augusto e i sacerdoti, per ordine e pagamento del senato vi portavano un elogio dell'imperatore iscritto in una tavola che poteva essere in avorio, in argento o addirittura in oro.

    Seguivano poi i regali dei senatori o dei personaggi influenti che donavano una statua dell'imperatore e targhe da porre in ornamento dell'Urbe. Quindi seguivano processioni per chiedere agli Dei lunga vita per l'imperatore, quindi seguivano giochi pubblici, e poi pubblici banchetti, in genere accanto ai templi, dove venivano offerte focacce e vino.

    Si proseguiva finchè non si dovevano accendere le torce, dopo di che si tornava a casa. Durante la festa naturalmente non mancavano le bancarelle coi souvenir dell'imperatore su medaglie, su avorio o su lastre di bronzo, era anche questo un modo per farsi pubblicità. Naturalmente per l'occasione si stampavano monete con l'effigie di Augusto, immagine che tutti quindi potevano toccare con mano.


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  • 09/25/17--05:29: TOMBA DEGLI SCIPIONI
  • IL SARCOFAGO 
    L’area archeologica del monumento  è situata in fondo a Villa degli Scipioni, il tratto urbano della via Appia Antica, in cui parecchi anni fa aveva l'unico ingresso. Oggi invece ha l'ingresso dei visitatori da via di San Sebastiano. La tomba è stata costruita a poca distanza dall’Appia antica, strada inaugurata nel 312 a.c. per agevolare l’espansione e il commercio di Roma nell’Italia meridionale.

    La Regina Viarum fu infatti voluta dal censore Appio Claudio Cieco, convinto sostenitore della politica imperialistica romana, oltre a essere stato il primo importante uomo politico a dimostrare una netta inclinazione per il mondo greco. La famiglia degli Scipioni, una delle più aperte alla cultura ellenizzante, non poteva costruire il suo monumento funerario presso una strada consolare più gradita,, simbolo di comunicazione verso il mondo della Magna Grecia.

    Forse non è un caso che gli Scipioni, una delle famiglie più innovatrici ed aperte alla cultura ellenizzante, decisero di edificare il prezioso sepolcro sull'Appia Antica, la nuova strada consolare, simbolo di quell'idea politica di espansione verso la Magna Grecia e il Mediterraneo orientale.

    A Roma il periodo delle guerre macedoni vide l'ascesa e la caduta della famiglia degli Scipioni, illustre soprattutto nel III e nel II sec. a.c.. Alla fine della Repubblica la gloriosa famiglia si spense totalmente. Molti membri di questa famiglia vennero nominati consoli o ebbero altri uffici importanti: due di loro vennero soprannominati l'Africano e l'Asiatico per le loro vittorie in Africa e in Asia. Gli Scipioni appartenevano al ramo della gente Cornelia che appare per la prima volta nel sec. IV a.c.

    ACCESSO ALLA TOMBA
    Molti personaggi di questa famiglia furono grandi generali e notevoli uomini politici; ma anche le donne si distinsero e passarono alla storia, prima fra tutte Cornelia, la notissima madre dei Gracchi, figlia del più celebre degli Scipioni, Scipione l’Africano. Furono avversati ed invidiati tenacemente dai conservatori per la loro apertura mentale verso l'ellenismo e le donne che godevano nelle loro case di una notevole libertà.

    Il sepolcro degli Scipioni, situato all'interno delle mura aureliane, poco prima della Porta San Sebastiano, e fuori Porta Capena, appartenne a questa valorosa famiglia che diede i natali a Scipione l'Africano, vincitore di Annibale, e Scipione l’Emiliano, distruttore di Cartagine, nonchè ad altri valenti generali della stessa familia.

    Scipione è ricordato da vari autori antichi tra cui Cicerone, Livio, Plinio, Svetonio, appartenne alla valorosa famiglia che diede i natali a Scipione l'Africano e fu ricavato in un banco naturale di cappellaccio.

    Il sepolcro, fu costruito nei primi decenni del III sec. a.c., (sembra nel 280 a.c.) ricavato in un banco naturale di cappellaccio, dal capostipite Lucio Cornelio Scipione Barbato, (337 a.c. – 270 a.c), .console nel 298 a.c., del quale si conserva un sarcofago in peperino in posizione dominante di fronte all’ingresso.

    Fu questo il primo sarcofago a trovar collocazione nel sepolcro.
    Trattasi tuttavia di una copia, perchè l'originale è conservato nei Musei Capitolini. 



    GLI SCAVI

    Tutta l'area archeologica intorno era caratterizzata da vigne ed orti sin dal XVII sec., Nonostante se ne conoscesse l'ubicazione approssimativa grazie alle fonti, la prima notizia del ritrovamento si ha notizia della prima scoperta del sepolcro avvenuta nel 1614, all'epoca in cui venne spogliato violentemente a cominciare dall’iscrizione principale del sarcofago di Barbato. L'iscrizione del sarcofago di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Barbato.
    Venne inglobato in parte in una abitazione del III secolo.  

    Il monumento venne poi scavato verso nel 1780, quando i fratelli Sassi, proprietari della vigna nelle cui profondità era celato l'ipogeo, allargando il sotterraneo della loro cantina s'imbatterono di nuovo nel sepolcro. Ma già prima (come per quasi tutti gli antichi luoghi di sepoltura) era stato manomesso e saccheggiato.



    DESCRIZIONE

    Il sepolcro ha pianta quadrata, con un ingresso monumentale, oggi quasi del tutto scomparso; e presenta quattro gallerie sui lati e due perpendicolari al centro; lungo le pareti interne trovavano posto ben 32 sarcofagi (i Cornelii dei rami patrizi della gens costumavano farsi inumare, non cremare), quasi tutti con epitaffi che vennero per lo più resecati e trasportati poi ai Musei Vaticani.

    Dei trentadue sarcofagi che dovevano occupare il sepolcro restano i frammenti di sedici di cui sette con relativa iscrizione.

    Il monumento è diviso in due corpi distinti: uno scavato in un banco di tufo a pianta  quadrata, e una galleria di epoca posteriore, costruita in mattoni, con ingresso indipendente.

    La regolarità dell'impianto fa ritenere che lo scavo sia avvenuto appositamente per la tomba, e non ricavato da un'antica cava di tufo.

    Il corpo centrale è diviso da quattro grandi pilastri lasciati dallo scavo per la solidità all'ipogeo; con quattro gallerie lungo i lati e due centrali che si incrociano perpendicolarmente.

    I sarcofagi sono disposti lungo le pareti o entro nicchie. Ogni sarcofago presenta un’iscrizione relativa al personaggio e alle sue imprese.

    La facciata monumentale, sistemata da Scipione l’Emiliano nel II sec. a.c., era costituita da un alto podio su cui si aprivano tre ingressi simmetrici con tre nicchie che dovevano ospitare statue raffiguranti il poeta Ennio, Scipione l’Africano e Scipione l’Asiatico. Si sa anche che custodiva i resti di un estraneo alla famiglia: il poeta Quinto Ennio (239 a.c. – 169 a.c.), di cui Cicerone ci dice esistesse anche una statua di marmo.

    Il sepolcro venne usato dai Corneli Scipioni dall’inizio del IV sec. alla fine del I secolo a.c., quando la stirpe si estinse. Su alcuni sarcofagi ivi contenuti sono stati rinvenuti i cosiddetti Scipionum elogia. Al suo interno vennero rinvenuti gli epitaffi di:

    - Lucio Cornelio Scipione Barbato, che fu console nel 298,
    - di suo figlio Lucio Cornelio Scipione che fu console nel 259,
    - di Lucio Cornelio Scipione nipote dell’Afriacano Maggiore,
    - di un Gneo Cornelio Scipione che morì poco dopo aver rivestito la pretura nel 139.


    STRUTTURA MEDIEVALE COSTRUITA SULLA TOMBA
    Invece il sepolcro non accolse nessuno degli Scipioni più famosi: Scipione l'Africano, ovvero Publius Cornelius Scipio (236 a.c. –183 a.c.), Scipione l'Asiatico, ovvero Lucius Cornelius Scipio (238 a.c. – 184 a.c.), nè Scipione l'Ispanico fu sepolto qui, ma secondo Livio e Seneca furono inumati nella loro villa di Liternum.

    Le successive deposizioni occuparono tutto il resto del sepolcro: nelle pareti delle gallerie erano ricavate le nicchie destinate a contenere i sarcofagi, alcuni costruiti sul posto con lastre di tufo, altri scavati in blocchi squadrati.

    Intorno al 150 a.c., forse ad opera di Scipione Emiliano, venne scavata una nuova galleria sul lato verso l’Appia, con un ingresso indipendente. Probabilmente in quest’epoca venne ricostruita e rimodellata la facciata, la cui parte superiore era un prospetto architettonico scandito da semicolonne, tra cui, come ci informa Livio, erano collocate tre statue, per tradizione identificate con Publio e Lucio Scipione (l’Africano e l’Asiatico) e con il poeta Ennio, che aveva celebrato le glorie della famiglia divenendone pressoché un familiare. L'attribuzione all'epoca dell'Emiliano confermerebbe questa struttura come uno dei primissimi esempi di edificio in stile ellenistico a Roma.

    L'abitazione presenta alte pareti in laterizio, fino almeno a tre piani, lacerti di decorazioni pittoriche e di pavimenti in tessere di mosaico, fornita di una chiostrina interna per isolare la struttura dalla roccia retrostante ma anche per dare luce ed aria agli ambienti posteriori.

    Si pensa fosse una struttura riguardante un collegio funerario, anche per la presenza di altre sepolture, quali ad esempio una piccola catacomba, non ascrivibile ad alcun culto, nè pagano nè cristiano, un’altra struttura in laterizi delineati a marcapiani con sepolture su più livelli e un colombario immediatamente al di sotto della sala principale.


    LA TOMBA
    Della facciata, rivolta a nord-est ci resta solo una piccola parte sulla destra, con scarsi resti di pitture. Era composta da un alto podio con cornici a cuscino, in cui si aprivano tre archi in conci di tufo dell'Aniene: uno conduceva all'ingresso dell'ipogeo (centrale), uno alla nuova stanza (destra), mentre il terzo (sinistra) era cieco probabilmente per scavare un'ulteriore camera ove occorresse. 

    Il basamento era interamente ricoperto di affreschi, di cui rimangono solo piccole parti nelle quali sono stati individuati tre strati: i due più antichi (dalla metà del II secolo a.c.) presentano figure di soldati, probabilmente scene di glorie familiari, mentre l'ultimo, più recente, ha una semplice decorazione in rosso a onde stilizzate (I sec. d.c.).

    Le ultime due sepolture sono degli inizi del I secolo d.c., quando, dopo molto tempo, i Corneli Lentuli, ramo collaterale della famiglia degli Scipioni che nel frattempo si era estinta, decisero di riutilizzare il prezioso e prestigioso sepolcro.

    IL COLOMBARIO
    Nell’area archeologica, oltre al sepolcro degli Scipioni, sono presenti strutture che vanno fino al Medioevo, come ad esempio la presenza di una “calcara” cioè di un vano tondeggiante scavato nel tufo e, purtroppo, pure negli ambienti del sepolcro, destinato alla produzione della calce mediante calcinazione di marmi e travertini di spoglio, cioè architravi, decori, statue, vasi ecc. per quella protervia volontà cristiana di annullare tanta arte, tanta storia e tanta bellezza considerata perlopiù "demoniaca". Possiamo immaginare quanti marmi che ornavano la tomba siano stati calcinati per farne calce.

    Al termine dei lavori di consolidamento e recupero, che hanno prevalentemente interessato il banco tufaceo nel quale l’edificio sepolcrale è scavato e le strutture metalliche di sostegno realizzate nel secolo scorso, il complesso archeologico, chiuso ai visitatori dal 1992, è stato riaperto al pubblico alla fine del 2011, ma solo su prenotazione.


    Il colombario il colombario, di forma rettangolare,  si raggiunge scendendo per una scaletta metallica. E' realizzato in parte in opus reticolatum in opera reticolata, sostenuto da due pilastri circolari: sia le pareti sia i pilastri sono completamente rivestiti di nicchie per i vasetti delle ceneri dei defunti. 

    Al di sotto di ogni nicchia piccoli cartigli dipinti a colori vivaci sull’intonaco, giallo, rosso, azzurro, stranamente senza alcun nome inciso o dipinto sopra, quasi non fossero mai stati utilizzati: singolare inoltre come i pilastri presentino alternativamente nicchie con una sola olla e nicchie con due olle.

    Ma la vera e propria scoperta risale al 1780, quando i due fratelli sacerdoti Sassi, proprietari della vigna soprastante, allargando la cantina della loro casa trovarono un ingresso al sepolcro. In quegli anni tutto quello che era iscritto o figurato fu portato nei Musei Vaticani, ma nonostante la spoliazione il sepolcro divenne una meta abituale per molti studiosi e visitatori di Roma antica.

    “ Suonò per la città una voce mirabile che si fossero allora scoperte le tombe degli Scipioni… Un villereccio abituro sorge sulle tombe scipioniche, alle quali conduce uno speco sotterraneo simile a covile di fiere. Per quella scoscesa alquanto ed angusta via giunsi agli avelli della stirpe valorosa… Vidi confuse con le zolle e con le pietre biancheggiare le ossa illustri al lume della face ” (Alessandro Verri)


    Danneggiato da scavi condotti coi metodi distruttivi di quei tempi, in cui lo scopo principale era spesso solo quello di trovare tesori, il sepolcro fu restaurato integralmente tra il 1926 e il 1929 a cura della X Ripartizione del Comune di Roma. In quell'occasione l’area, già acquisita dal Comune di Roma, fu oggetto di un’ampia campagna di scavi, restauri e sistemazioni per aprire l’area al pubblico, compresa la realizzazione del Parco degli Scipioni nell’area retrostante, verso la via Latina.

    Inoltre vennero anche eseguite le copie delle iscrizioni che ne ornavano i numerosi sarcofagi e che nel corso del tempo erano state portate ai Musei Vaticani e vennero collocate sui resti di alcuni dei sarcofagi che, invece, erano rimasti in loco.

    Qui a lato la pianta del sepolcro degli Scipioni:

    - 1 è il vecchio ingresso,
    - 2 la calcara medievale,
    - 3 l'ingresso principale,
    - 4 l'ingresso laterale alla nuova ala;
    - le lettere da A a I sono i sarcofagi con iscrizioni.

    L'unico sarcofago rimasto intatto è quello del fondatore del sepolcro, Lucio Cornelio Scipione Barbato, il cui sarcofago, occupava il posto d'onore ed è ora ai Musei Vaticani unitamente agli originali delle iscrizioni.

    Grazie a numerose citazioni antiche, e soprattutto a testimonianze di Cicerone, sappiamo che fu in uso fino all'inizio del I secolo a.c. e il corpo principale fu completato entro la prima metà del II sec. a.c.

    Nel sito sono stati reperiti una testa di peperino che potrebbe rappresentare Lucio Scipione figliuolo di Gneo, ma secondo altri il poeta Ennio, e un ritratto incognito.


    RICOSTRUZIONE DELL'ALZATO DELLA TOMBA

    LUCIO CORNELIO SCIPIONE BARBATO

    Fu eletto console per l'anno successivo nel 299 a.c. con Gneo Fulvio Massimo Centumalo come collega. I membri della gens Cornelia, di cui gli Scipioni costituivano soltanto uno dei molteplici rami, avevano ricoperto importanti incarichi pubblici sin dagli inizi del V secolo a.c.

    La sua censura del 280 a.c. fu la prima di cui si abbaia testimonianza da contemporanei, malgrado tale magistratura fosse già da molto tempo in vigore. A Lucio Cornelio toccò in sorte la campagna contro i Sanniti, a Gneo Fulvio toccò quella contro gli Etruschi. Ebbe due figli: Lucio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione Asina.

    I RESTI

    ELENCO  DELLE ISCRIZIONI


    LUCIO SCIPIONE
    - Un Iscrizione di Lucio Scipione figlio del Barbato che scoperta nel passato secolo si custodisce nella Biblioteca Barberina Iscrizione della parte posteriore dello Stesso monumento scoperta nell'ultimo scavo e soltanto rubricata CCC.


    SCIPIONE
    SCIPIONE ISPANO
    - Iscrizione di Scipione lspano nelle lastre numerate trovate nel sito.


    LUCIO SCIPIONE
    - Lapide sepolcrale del Giovine Lucio Scipione figlio di Gneo e nipote di Cneo.


    LUCIO SCIPIONE
    - Epitaffio di Lucio Scipione figlio del vincitore di Antinto.


    SCIPIONE ASIAGETO
    - Frammento dell iscrizione del Giovinetto Scipione Asiageno Comato.


    PUBLIO CORNELIO SCIPIONE
    - Epitailio di Publio Cornelio Scipione flamine Diale (il cui sepolcro dette occasione a questa pregevole scoperta) 


    SCIPIONE ?
    - Frammento d Epitaffio di Personaggio incerto della famiglia degli Scipioni.


    AULA CORNELIA
    - Iscrizione del Sepolcro di Aula Cornelia che facea prospetto sopra il sarcofago di Scipione Barbato.


    CORNELIA GETULICA 

    - Tavoletta di marmo bianco coll'epigrafe sepolcrale di Cornelia Getulica


    MARCO IUNIO SILANO

    - Iscrizione in marmo bianco di Marco Giunio Silano

    Sono state rinvenute nello scavo altre iscrizioni che non hanno però una sicura relazione con gli Scipioni: sette epigrafi sepolcrali nelle quali s incontra il nome di Cornelio e che potrebbero appartenere a clienti e liberti di quella illustre famiglia.



    IL TESTO DELLE ISCRIZIONI

    1) - Iscrizione di Scipione Barbato: (in latino antico, versi saturni)

    Sulla faccia anteriore del sarcofago, sotto il grande fregio dorico composto di triglifi e metope con rosoni a rilievo, vennero poi elencate e incise le cariche politiche e militari di Scipione Barbato.
    Sopravvenendo la moda degli epitaffi in forma di elogia in versi, venne cancellata con lo scalpello la semplice elencazione di cariche e si incise di seguito un nuovo testo in versi saturnii, separati l’uno dall’altro mediante una lineetta.

    Per questo il testo appare, sia per la forma delle lettere che per la lingua, più recente dell’epitaffio del figlio di Barbato (notare che è la pietra che parla), un elogio funebre realizzato all’inizio del II secolo a.c., forse voluto da Scipione l’Africano.

    (CIL I² 6, 7 = ILS 1) L’epitaffio del console del 298, Lucio Cornelio Scipione Barbato, che si legge sull’unico sarcofago rimasto intero, nella prima parte dichiarava il nome del defunto, con una breve iscrizione non incisa, ma dipinta in vernice rossa sul coperchio del sarcofago:

    [L. Corneli]o(s) Cn. f. Scipio.

    Cornelius Lucius Scipio Barbatus - 
    Gnaivod patre prognatus, fortis vir sapiensque - 
    quoius forma virtutei parisuma fuit, - 
    consol, censor, aidilis quei fuit apud vos. - 
    Taurasia, Cisauna Samnio cepit, - 
    subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit. -

    “Lucio Cornelio Scipione Barbato,
    nato dal padre Gneo, uomo forte e saggio
    la cui bellezza fu del tutto pari alla virtù,
    che presso di voi fu console, censore, edile.
    Prese nel Sannio Taurasia e Cisauna,
    assoggettò tutta la Lucana e se ne fece consegnare ostaggi”.

    Scipione Barbato fu console nel 298 e censore nel 290. Che egli abbia rivestito l’edilità dopo la censura sembra poco probabile, anche se all’epoca non c'era ancora la lex Villia, pertanto deve essere stato edile non dopo il 302. Ma queste "res gestae" di Scipione Barbato vengono da Livio (unica fonte che ne parla) narrate in modo diverso.

    Per l’anno 298, Livio riporta che dei due consoli quello che operò nel Sannio fu Gneo Fulvio Massimo Centumalo, che ottenne anche un trionfo sui sanniti, mentre Scipione Barbato operò in Etruria, dove riportò un’incerta vittoria.

    Veramente nell’anno 298 tutti e due i consoli operarono nel Sannio. Fulvio batté i Sanniti vicino a Boviano e conquistò Aufidena, dopo di che condusse il suo esercito contro gli Etruschi, che furono vinti da lui e non da Scipione (come si legge in Livio), altrimenti nell’epitaffio la notizia di questa vittoria non sarebbe stata omessa.

    Scipione invece, dopo aver anch’egli battuto i Sanniti e conquistato le città di Taurasia e di Cisauna, passò nel territorio dei Lucani, che pur essendo alleati di Roma aiutarono i Sanniti. La sua azione, come mostra la presa di ostaggi, voleva solo richiamare i Lucani al rispetto dei patti, ma non a sottomettere la Lucania.


    2) - Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione:

    Antico quanto l'altro il sarcofago con l’iscrizione dipinta sul coperchio che ricorda Lucio Cornelio Scipione console del 259 a.c. e figlio del Barbato, e quella incisa in versi sempre saturni sulla cassa, un elogio funebre forse più antico rispetto a quella del padre: si data infatti al 230 a.c. Questa fu rinvenuta già nel 1614, staccata e venduta ad un cavapietre, fu acquistata dal principe Barberini che la murò all’interno della sua biblioteca, fino a che non fu portata in Vaticano.

    « HONC·OINO·PLURIME CONSENTIONT 
    R[OMANE] DUONORO·OPTUMO FUISE·VIRO
    LUCIOM·SCIPIONE. FILIOS·BARBATI
    CONSOL·CENSOR·AIDILIS HIC·FUET·A[PUD VOS] 
    HEC·CEPIT·CORSICA ALERIAQUE·URBE 
    DEDET TEMPESTATEBUS AIDE·MERETO [D.] »

    « A Roma moltissimi riconoscono 
    che lui solo è stato tra i buoni cittadini il migliore, 
    Lucio Scipione. Figlio di Barbato, 
    fu console, censore ed edile presso di voi. 
    Prese la Corsica e la città di Aleria, 
    consacrò alle Tempeste un tempio, a buon diritto. »


    3) - Iscrizione di Publio Cornelio Scipione, Flamine Diale:


    Publio Cornelio Scipione, figlio di Publio, Flamine Diale, 
    Tu che hai portato l’apex, insegna del flamine Diale, 
    la morte fece sì che le tue cose fossero tutte brevi: 
    l’onore, la fama, il valore, la gloria e l’ingegno. 
    Se avessi potuto goderne per una lunga vita, 
    facilmente con le tue imprese avresti superato la gloria dei tuoi antenati. 
    Perciò la terra riceve volentieri nel suo grembo te, 
    o Publio Cornelio Scipione, nato da Publio "

    Mentre la prima sepoltura del fondatore del sepolcro era posta ad ovest, le successive sepolture iniziarono ad occupare il lato est ; a sinistra della stessa galleria centrale venne posto il sarcofago del figlio di Barbato, console nel 259, Publio Cornelio Scipione, uno dei due figli dell'Africano.

    Sappiamo anche che Publio Cornelio Scipione Nasica nell’anno 204, quando era giovane e non ancora aveva rivestito la questura, fu giudicato dal senato “in tota civitate bonorum optimum esse”(LIV. XXIX 14, 8) e pertanto incaricato di recarsi ad Ostia a ricevere la Magna Mater il cui culto veniva introdotto in Roma.

    Nel cenno sulle res gestae si ricordano le imprese di guerra compiute nell’anno del consolato contro i Corsi, fra cui la conquista della città di Aleria. Non si fa invece parola né del successivo attacco contro i Sardi e dell’assadio di Olbia (forse perché non condotti a termine), né del trionfo “sui Cartaginesi e sulla Sardegna e Corsica” che, come risulta dai Fasti trionfali, Scipione ottenne e celebrò.

    "A Roma moltissimi riconoscono che lui solo è stato tra i buoni cittadini il migliore, 
    Lucio Scipione. Figlio di Barbato, fu console, censore ed edile presso di voi. 
    Prese la Corsica e la città di Aleria, consacrò alle Tempeste un tempio, a buon diritto."

    Il tempio alle Tempestates, che evidentemente Scipione fece innalzare attingendo dal bottino di guerra, è ricordato anche nei Fasti di Ovidio, e quanto alla sua dedicazione si ricordi che le tempeste, specie per l’inesperienza dei duci, furono il peggiore nemico delle navi da guerra romane in questi primi anni di attività.


    4) - Iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell'Asiatico:

    (CIL I² 12 = ILS 5) Più recente l’epitaffio di Lucio Cornelio Scipione il cui padre fu console nel 190 e fratello dell’Africano Maggiore:

    -  L. Corneli(us) L. f. P. n. Scipio, 
    quaist(or), tr(ibunus) mil(itum), 
    annos gnatus XXXIII mortuos. 
    Pater regem Antioco(m) subegit. 

    “Lucio Cornelio, figlio di Lucio, nipote di Publio, Scipione,
    questore, tribuno militare, morto in età di 33 anni.
    Suo padre soggiogò il re Antioco”.

    Il cursus honorum di Lucio Scipione, prematuramente scomparso, non oltrepassò la questura, pertanto si limita a ricordare il servizio prestato nella legione, col grado di tribuno militare, e poi la questura, che Lucio rivestì nel l67 quando, come riferisce Livio (XLV 44, 7 e 17), egli ebbe l’incarico di accompagnatore del re di Bitinia, Prusia, venuto a Roma col figlio Nicomede a far visita di omaggio al senato.

    Non avendo res gestae, si ricorda la più gloriosa impresa del padre: la sconfitta di Antioco III re di Siria, per cui ricevette il titolo di Asiatico. Essendo stato Lucio Scipione, eletto questore all’età di 27 anni come stabiliva la lex Villia, la sua nascita ricadrebbe nel 194 e quindi la morte nel 161.


    5) - Iscrizione di Lucio Scipione figlio di Gneo nipote di Gneo

    L’elogio di Lucio Cornelio Scipione, probabilmente figlio di Gneo Cornelio Scipione Ispallo e di Paulla Cornelia, la cui tomba (indicata in pianta con la lettera D) si trova nel corridoio centrale dell’ipogeo (galleria 7-8) che porta alla sepoltura di Scipione Barbato.

    Il sarcofago è monolitico e in pietra gabina, ed è collocato proprio di fronte a quello di Barbato, capostipite della famiglia romana. La tipologia consente di datarlo tra il 180 e il 170 a.c. come vedremo in seguito. Gli scavi hanno riportato alla luce la pietra con l’iscrizione elogiativa del defunto, probabilmente incisa sulla cassa del sarcofago, di cui rimangano solo i resti.

    L’epitaffio in versi saturni è il seguente:

    " L. Cornelius Cn. f. Cn. n. Scipio. Magna sapientia
    multasque virtutes aetate quom parva
    posidet hoc saxsum. Quoiei vita defecit, non
    honos honore, is hic situs, quei nunquam
    victus est virtutei. Annos gnatus (viginti) is
    l[oc]eis m[an]datus. Ne quairatis honore
    quei minus sit mand[atus]. "

    “Lucio Cornelio Scipione, figlio di Gneo, nipote di Gneo. 
    Questa pietra racchiude una grande sapienza 
    e molte virtù, insieme ad una giovane età. 
    A costui venne meno la vita, non l’onore. 
    Qui è sepolto uno che mai fu vinto in valore. 
    All’età di venti anni fu seppellito in questa tomba. 
    Non cercate quali cariche rivestì: non ne ebbe.”

    Il testo in analogia con gli altri elogi scipionici mette in luce le virtutes del defunto, evidenziando un’abitudine tipica della nobilitas romana: esaltare i valori socio-politici dei viri boni.

    Trattasi di una grafia tarda che conserva però delle forme antiche: magna sapientia priva della  "m" dell’accusativo, quom che sta per cum, la costruzione della frase "quoiei vita defecit non honos honore" appare arcaica, la forma corretta sarebbe "cuius vita, non honos, defecit honorem" .

    Tutto ciò fa collocare l’elogio poco dopo il 170 a.c., tanto più che il sarcofago, posto nel corridoio centrale vicino ai due più antichi del sepolcro è monolitico come usava in epoca più antica.
    I nomi del padre e del nonno permettono di identificarlo con figlio dell’Ispallo (console nel 176 a.c.) e fratello di Gneo Cornelio Scipione Ispano (pretore nel 139 a.c.).

    È stato anche supposto che potesse trattarsi di un figlio di quest’ultimo, ma questo appare altamente improbabile per diversi motivi. L’iscrizione in versi saturni è più antica di quella dell’Ispano che è invece in distici elegiaci e quindi successiva. Inoltre il sarcofago di quest’ultimo si trova nella galleria della tomba aperta in seguito; mentre il giovane Scipione fu sepolto nell’ipogeo più antico e probabilmente vicino alla madre Paulla Cornelia.

    PIANTA DI GISMONDI CON INGRESSO E TOMBE
    Lucio Cornelio Scipione è morto negli stessi anni del padre (intorno al 176 a.c.) se non prima. Il padre Scipione Ispallo fu pretore nel 179 e console nel 176 a.c., la Lex Villia prevedeva almeno 42 anni per il consolato. Il nonno, Gneo Cornelio Scipione Calvo, era morto in Spagna, dove è vissuto dal 216 al 212 a.c. Ispallo sarà nato quindi non dopo il 216 a.c. come del resto ipotizza lo Filippo Coarelli.

    L’elogio ha lo scopo di celebrare il figlio dell’Ispallo, grande sapientia e molte virtutes gli vengono attribuite nonostante la giovane età. 
    La breve vita non gli ha concesso di raggiungere le magistrature, ma non per questo gli è mancato l’honos, infatti mai è stato vinto nella virtus. 

    La virtus romana è vista come sapienza, accortezza e continenza, agendo con giustizia e moderazione per il bene, nell'ordine, della patria, dei parenti e di se stesso.


    6) - Iscrizione di Paulla Cornelia:

    Paulla Cornelia fu deposta in un sarcofago inserito alle spalle di quello del Barbato, in una nicchia ricavata in un secondo momento, verso la metà del II secolo a.c.,




    7) - Iscrizione di Publio Cornelio Scipione Ispallo:




    8 ) - Iscrizione di Gneo Cornelio Scipione Ispano:

    (CIL I² 15 = ILS 6) Ancora più recente è l’epitaffio di Cneo Cornelio Scipione Hispano che fu pretore nel 139 a.c. dove invece è il defunto che parla:

    "Cn. Cornelius Cn. f. Scipio Hispanus 
    pr., aid. cur., q., tr. mil. II, 
    Xvir sl. iudik., Xvir sacr(is) fac(iundis). 
    Virtutes generis mieis moribus accumulavi, 
    progeniem genui, facta patris petiei. 
    Maiorum optenui laudem 
    ut sibei me esse creatum laetentur; 
    stirpem nobilitavit honor. "

    “Gn. Cornelio, figlio di Gneo, Scipione Hispano,
    pretore, edile curule, questore, tribuno militare due volte,
    decemviro stlitibus iudicandis, decemviro sacris faciundis.
    Coi miei costumi accrebbi le virtù della stirpe,
    generai una prole, ebbi di mira le gesta di mio padre.
    Seppi conservare alto l’onore dei miei maggiori,
    sì che essi s’allietino di avermi dato i natali.
    Il cursum honorum dette ancor più lustro alla mia stirpe”.

    Gneo Cornelio era figlio del Gneo Cornelio console dell’anno 176 a.c., e la prima parte dell’epitaffio riporta  le numerose cariche del cursus honorum. A parte la dignità sacerdotale di decemviro sacris faciundis, Gn. Cornelio ricoprì il vigintivirato; quindi prestò servizio militare rivestendo per due volte il grado di tribuno militare.

    L’ascesa delle magistrature lo portò alla questura, poi all’edilità curule e alla pretura nel 139, quando dispose che venissero allontanati da Roma e dall’Italia gli indovini Caldei  ritenuti imbroglioni. Probabilmente non raggiunse il consolato perchè morì poco dopo la pretura; infatti nell’elogium finale, in distici elegiaci, non si ricordano imprese militari. 



    ENNIO, L'AUTORE DEGLI ELOGI

    Si è pensato che Ennio possa essere l’autore di alcuni elogi scipionici tra cui quello di Lucio, figlio dell’Ispallo. Conosciamo i frammenti di alcuni epigrammi in distici elegiaci: due dedicati a Scipione Africano e due allo stesso Ennio. 

    ENNIO
    Cicerone ritiene che sia stato Ennio l’autore dell’iscrizione presente sulla tomba stessa dell’Africano e riporta l’incipit: “Hic est ille situs” (“qui è sepolto”). Seneca ci rende noto il seguito dell’epigramma, traendolo dal De re publica di Cicerone: “cui nemo civis neque hostis quivit pro factis reddere opis pretium” (“colui al quale nessun concittadino o nessun straniero poté mai degnamente ricambiare i suoi servigi”). 

    Poi Seneca aggiunge altri due versi di Ennio: “ Si fas endo plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet” (Se a un mortale è concesso di salire alle regioni dei celesti, per me solo è spalancata l’immensa porta del cielo).

    Ancora Cicerone riporta altri due versi: “ A sole ex oriente supra Maeotis paludes nemo est qui factis aequiperare queat” (Sin da dove sorge il sole sopra le paludi della Meotide non vi è alcuno che possa eguagliare le sue imprese).

    Notiamo che la lunghezza di sei versi corrisponde a quella degli altri elogi attribuiti a Ennio. Inoltre il quarto verso dell’iscrizione di Lucio Cornelio (“is hic situs quei numquam victus est virtutei”) è simile a quello di Ennio (“Hic est ille situs, cui nemo civis neque hostis”). Per ultimo, l’iscrizione del figlio dell’Ispallo è stata realizzata intorno al 170 a.c., quindi contemporanea a Ennio..

    Siamo poi al corrente della grande amicizia che correva tra Ennio e il circolo degli Scipioni. In questo caso con Publio Cornelio Nasica, cufino di Publio Cornelio Scipione Africano, di cui conosciamo un divertente aneddoto:

    " Publio Cornelio Nasica desiderava vedere il poeta Ennio. Perciò andò da lui ma trovò la porta chiusa. Allora chiamava l’amico a gran voce però non rispondeva nessuno. Alla fine una ragazza si mostrò alla finestra, dicendo che Ennio non era a casa. Nasica capì subito che la donna aveva parlato per ordine del padrone. Tuttavia fingendo di credere, se ne andò.

    Dopo pochi giorni Ennio andò da Nasica e, fermandosi davanti alla porta, chiamava l’amico. Nasica rispose: ‘Non sono a casa’. Ed a lui Ennio: ‘Apri la porta, riconosco la tua voce’. Allora Nasica: ‘Amico, sei uno sfacciato: io ho prestato fede alla parole della tua domestica; tu rifiuti di credermi’ "


    Dalla tomba degli Scipioni provengono anche due teste in tufo dell'Aniene delle quali una scoperta nel settecento ed oggi ai Musei Vaticani, e una scoperta nel 1934 e subito trafugata. Il ritratto detto di Ennio non trova tutti d'accordo. Ritenendolo un ritratto da porre su un sarcofago, secondo un’usanza tipica etrusca, e data una certa somiglianza, si pensa fosse invece di un membro della famiglia, probabilmente Publio Cornelio Scipione Nasica Corculum, console nel 162 e nel 155 a.c.

    Tanto più che, stando alle fonti, la statua di Ennio doveva essere in marmo, non in tufo. Qualcuno però asserisce che anche Ennio doveva essere sepolto lì, probabilmente su un sarcofago poi fatto a pezzi o trafugato. Quella testa un po' reclinata poteva essere parte del suo corpo adagiato sul sarcofago all'uso etrusco.

    Noi siamo poco propensi all'uso etrusco, dato che Ennio era del meridione, ma ci sono due cose che ci fanno optare per il suo ritratto: quel volto gli somiglia, e per tradizione si sa che pur volendo essere sepolto nel suo paese d'origine, gli Scipioni gli dettero l'onore di essere tumulato nella loro tomba, Ma l'onore fu reciproco. Ennio morì a Roma nel 169 a.c. e per i suoi meriti di grande poeta e scrittore, oltre che per l'amicizia personale, fu sepolto nella tomba degli Scipioni.



    I SARCOFAGI

    I sarcofagi erano circa trenta, collocati lungo le pareti, grosso modo il numero di Scipioni vissuti tra l'inizio del III e la metà del II secolo a.c.

    Ce ne sono due tipi: 
    - monolitici, cioè scavati in un unico blocco di tufo, che sono i più antichi, 
    - costruiti, cioè composti da lastre di pietra unite tra loro. 

    Quello di Barbato era in fondo al corridoio centrale, in asse con l'ingresso principale. Gli altri sarcofagi dovettero essere aggiunti via via in seguito, talvolta addossati, talvolta in nicchie scavate nelle pareti. 

    Nella seconda camera le tombe sono più grandi e arrivano a sembra piccole tombe "a camera".I sarcofagi più importanti sono quello di Scipione Barbato, ai Musei Vaticani, e quello del cosiddetto Ennio, di vaste dimensioni.

    SARCOFAGO DI BARBATO

    SARCOFAGO DI SCIPIONE BARBATO (A)

    Il sarcofago, originariamente nella tomba degli Scipioni, lungo 242 cm, era in peperino, con un'elaborata decorazione di ispirazione architettonica. Databile al 280 a.c., venne edificato a forma di altare, con la cassa un po' rastremata, presenta modanature in basso e, nella parte superiore, con un fregio dorico con dentelli, triglifi e metope decorate da rosette una diversa dall'altra. 

    Il coperchio termina con due pulvini laterali (elementi architettonici a tronco di piramide rovesciata, posto tra il capitello e l'imposta dell'arco) che assomigliano di lato alle volute dell'ordine ionico. Inoltre sul fianco superiore si trova scolpito un oggetto cilindrico, terminante alle due estremità con foglie di acanto.

    Il gusto di mescolare gli stili (dorico, ionico e corinzio) deriva da modelli della Magna Grecia o della Sicilia, in piena sintonia dell'apertura all'ellenismo nel circolo degli Scipioni. Gusto che verrà ripreso ampiamente a Roma, vedi il Colosseo.

    La grande raffinatezza artistica del pezzo, con il gusto di mescolare gli stili (dorico, ionico e corinzio) deriva da modelli della Magna Grecia o della Sicilia ed è una straordinaria testimonianza della precoce apertura all'ellenismo nel circolo degli Scipioni.

    È dibattuta la cronologia delle tre iscrizioni:
    - quella sulla cassa, 
    - "l'elogium" ancora leggibile sulla cassa 
    - il patronimico dipinto sul coperchio. 

    Secondo il Wölfflin, si dovrebbe riconoscere una triplice successione: l'iscrizione dipinta sarebbe quella originaria, databile al 270 a.c., a cui si sarebbe aggiunta quella dei soli dati onomastici e le cariche, incisa sulla cassa intorno al 200 a.c., cancellata poi per far posto all'elogio, intorno al 190 a.c.. Secondo Coarelli invece, la più antica iscrizione (270 a.c. ca.) sarebbe quella erasa, trascritta sul coperchio intorno al 190 a.c. per far posto all'elogio, probabilmente per commissione  da Scipione l'Africano.

    È probabile che nel corso di una delle trascrizioni si sia incorsi nell'errore di attribuire a Scipione il trionfo sui Lucani, mentre Livio parla dell'assegnazione allo stesso dell'incarico provinciale in Etruria. Cosa che ci appare più probabile.

    Sul coperchio è presente un'iscrizione col patronimico del defunto (dipinta), accanto a una più lunga e più tarda (scolpita), in versi saturni. 

    Per aggiungere quest'ultima venne cancellata una riga e mezzo più antica e questo intervento potrebbe risalire all'epoca di Scipione l'Africano, all'inizio del II secolo a.c. 

    Si tratta di un estratto della laudatio funebris:

    ([L(UCIOS) CORNELI]O(S) CN(EI) F(ILIOS) SCIPIO

    « Lucio Cornelio Scipione Barbato, figlio di Gneo, uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile presso di voi. Prese Taurasia Cisauna nel Sannio, assoggettò tutta la Lucania e ne portò via ostaggi »


    SARCOFAGO DI LUCIO CORNELIO SCIPIONE (B)

    Il sarcofago del figlio di Barbato, Lucio Cornelio Scipione, console nel 259 a.c., si trova nel corridoio centrale a sinistra della tomba paterna ed è la seconda in ordine di antichità. Il sarcofago è originale, mentre l'iscrizione è in copia. Anche in questo caso le epitaffi sono doppie: una dipinta sul coperchio che riporta il nome e le cariche principali del defunto; una scolpita sulla cassa, come nel caso di Scipione Barbato, che riporta, in versi saturni, una parte dell'orazione funebre.

    Questa seconda iscrizione risale probabilmente a subito dopo la morte di Lucio, che sembra avvenne nel 230 a.c. e pertanto più antica della seconda iscrizione del Barbato. L'iscrizione riporta come il console conquistò la Corsica e la città di Aleria e come fondò un tempio alle Tempeste.




    SARCOFAGO DI LUCIO CORNELIO SCIPIONE (D)

    I resti del sarcofago di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell'Asiatico, composto da lastre di tufo, si trova a sinistra dell'ingresso principale. L'iscrizione ricorda il defunto, che fu questore nel 167 a.c. e tribuno militare; ricorda anche come suo padre vinse il re Antioco.
    SARCOFAGO DELL'ASIAGENO  (E)

    I resti di un sarcofago in lastre di tufo, incassato in una rientranza della parete a sinistra del sarcofago di Scipione Barbato, è , come testimonia l'iscrizione, di Cornelio Scipione Asiageno Comato, figlio del precedente Lucio. Come ricorda l'iscrizione, morì a soli 16 anni, probabilmente attorno al 150 a.c. Il soprannome di Asiageno conferma la genealogia di discendenza dall'Asiatico.

    La posizione del sepolcro, in una cavità scavata piuttosto in profondità a partire da un piccolo spazio residuo, dimostra come verso la metà del II secolo il luogo di sepoltura fosse già quasi al completo, rendendo necessari i primi ampliamenti.



    SARCOFAGO DI PAULLA CORNELIA (F)

     Fu la moglie di Gneo Cornelio Scipione Ispallo, console nel 176 a.c., figlio di Gneo Cornelio Scipione Calvo e fratello di Publio Cornelio Scipione Nasica. Il sarcofago, piuttosto semplice fu eseguito in travertino e tufo dell'Aniene. L'iscrizione riporta solo il nome della defunta e del suo sposo senza commenti. 

    I resti del suo sepolcro si trovano dietro al sarcofago di Scipione Barbato, collocato allargandone la nicchia. Con tutto ciò il sarcofago di Paulla è sicuramente più recente di quello del Barbato, essendo la cornice superiore di questo sepolcro, dove si trova l'iscrizione, poggiante sul sarcofago di Barbato: la facciata posteriore del sarcofago di Barbato chiudeva direttamente anche questo sepolcro, nella parte inferiore. Ciò dimostra che alla metà del II secolo a.c. il sepolcreto fosse ormai quasi al completo.


    SARCOFAGO DI LUCIO CORNELIO SCIPIONE
    (G)

    Il successivo sarcofago, per antichità, è quello del primo dei figli dell'Ispallo, Lucio Cornelio Scipione, situato davanti al sarcofago del Flamina Diale. È composto in pietra gabina.


    SARCOFAGO DI GNEO CORNELIO SCIPIONE ISPANO (H)

    Gneo Cornelio Scipione Ispano era il secondo figlio dell'Ispallo e quindi di Paulla Cornelia.

    VIA DI S. SEBASTIANO PER LA TOMBA DEGLI SCIPIONI
    Il suo sarcofago, posto nell'ala nuova, è in tufo dell'Aniene. L'iscrizione (in copia) è l'unica pervenutaci completa e riporta le cariche del defunto (pretore, edile curule, questore e tribuno militare per due volte, decemviro per i giudizi sulle controversie e decemviro per l'effettuazione delle cose sacre); inoltre vi viene celebrata la stirpe degli Scipioni. 

    L'iscrizione è in distici elegiaci, un metro introdotto a Roma dalla Grecia nel II sec. a.c. dal poeta Ennio. L'Ispano morì verso il 139 a.c. e l'ampliamento del sepolcro è quindi databile tra il 150 e il 135 a.c., quando venne probabilmente rifatta anche la facciata monumentale creando un arco monumentale anche per l'accesso a questa seconda ala.


    SARCOFAGO NON IDENTIFICATO (I)

    L'ultima iscrizione ritrovata si trova nell'ala "nuova" ed è incompleta; vi si legge quasi solo il nome Scipionem. Il sarcofago è in tufo dell'Aniene.


    TOMBE A INCINERAZIONE

    Alcune tombe a incinerazione vennero aggiunte in epoca più tarda, in epoca imperiale, e riguardano la gens dei Corneli Lentuli, che probabilmente aveva ereditato il sepolcro dopo l'estinzione degli Scipioni all'inizio dell'impero. Data l'antichità delle sepolture repubblicane, farsi seppellire accanto ai più celebri Scipioni dovette costituire un onore un lusso e una gloria, discendendo da si grande grande famiglia.



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  • 09/26/17--05:44: GAIO LUCILIO
  • GAIO LUCILIO




























    Nome: Gaius Lucilius
    Nascita: Sessa Aurunca, (148 - 168 A.C.) circa
    Morte: Napoli, 102 A.C.
    Professione: Poeta


    Già il dissi, è ver, che di Lucilio i versi
    Han duro trotto. E qual di lui si trova
    Sì sciocco partigian che nol confessi?
    Ma ne’ miei fogli il lodai pur che avesse


    Con molto sale la città strebbiata.
    Nè con questo a lui posso ogni altro pregio
    Di poeta accordar, se no, dovrei
    Tra’ poemi perfetti anco ammirare
    Di Laberio le farse.


    (Orazio - Satire)

    Le notizie sicure sulla vita di Caio Lucilio sono soltanto tre:

    - il luogo della sua nascita, Suessa Aurunca;
    - la sua partecipazione alla guerra di Numanzia
    - e la data della sua morte. 



    NASCITA A SUESSA AURUNCA

    Sull'infanzia di Lucilio, Giovenale scrive che al poeta satirico piaceva scorrazzare nel campo  “ sul quale agitò i suoi cavalli il grande figlio di Aurunca”. L’allusione a Lucilio  è evidente, poiché di poeta satirico, prima di Giovenale, ci sono solo  Lucilio, Orazio  Persio e. Ausonio. E solo Lucilio è di Aurunca. Inoltre lo definisce " rudis " parola usata da Orazio per definire lo stile di Lucilio.



    PARTECIPAZIONE A NUMANZIA  

    Nell’anno 133 a.c., in Celtiberia, a Numanzia, vi fu l'assedio e l’espugnazione della città da parte dell’esercito romano sotto la guida di Scipione Emiliano.

    Velleio Patercolo scrive: “fu famoso anche il nome di Lucilio, che aveva militato come cavaliere sotto il comando di Publio Africano nella guerra numantina”. Non sappiamo quando e come sia cominciata l’amicizia fra Lucilio e Scipione Emiliano, ma già durante la guerra numantina i due avevano un rapporto di amicizia. Un rapporto un po' squilibrato nella posizione sociale, perchè di certo Emiliano era più famoso e più ricco dell'amico.

    Sotto le mura di Numanzia nel 133 a.c. l’Emiliano ebbe compagni gli storici Polibio e Sempronio Asellione, Caio Gracco e importanti personaggi destinati a diventare dei protagonisti politici di Roma, come Caio Mario e Caio Cecilio Metello Caprarico.

    La devozione di Lucilio per Scipione Emiliano emerge dal libro XXXI  dove descrive a larghe tinte tutte le virtù e il valore dell'amico . A Numanzia era ancora una volta al seguito del suo protettore, pronto a documentarne un altro successo come già aveva fatto nel 146 a.c., per la distruzione di Cartagine.

    La guerra numantina ispirò anche lo storico latino Sempronio Asellione, in qualità di tribunus militum nell’esercito dell’Emiliano, che scrisse più tardi una monografia storica ( Res gestae o Historiae) sugli accadimenti dal 134 al 90 a.c., dei quali era stato testimone diretto. Meno vicino a Scipione doveva essere invece Caio Gracco, presente a Numanzia nell’anno in cui il fratello Tiberio varava la riforma agraria.

    A Numanzia invece si trovava, a capo di truppe ausiliarie di cavalleria e fanteria, il principe numida Giugurta, caro a Scipione Emiliano che ne tessé le lodi per il comportamento valoroso in una lettera allo zio Micipsa, re di Numidia . Già all'epoca, Lucilio sta dalla parte dell'aristocratico Scipione, contro i Gracchi plebei.

    Forse proprio nella guerra celtiberica del 133 a.c. iniziò a costituirsi il gruppo di intellettuali favorevoli al potere senatorio capeggiato da Scipione, avverso alla politica graccana di redistribuzione dell’ager publicus al popolo.



    LA DATA DI NASCITA 

    L’anno di nascita di Gaio Lucilio è controversa. Secondo S. Gerolamo, morì nel 102 a.c. all’età di 46 anni. Sarebbe nato quindi nel 148 a.c., ma Velleio Patercolo sostiene che Lucilio partecipò, in qualità di eques, alla guerra di Numanzia (133 a.c.) ma avrebbe avuto solo 14-15 anni. Probabilmente l'errore di San Girolamo è stato di aver scambiato Spurio Postumio Albino Magno e Lucio Calpurnio Pisone, consoli dell'anno 148 a.c., con quelli del 180 a.c., Aulo Postumio Albino Lusco e Gneo Calpurnio Pisone.

    Lo Pseudo-Acrone parla di scherzi infantili tra Lucilio e Scipione Emiliano, nato nel 185 a.c.: impossibile fra persone con una differenza di età di quarant’anni. Se invece, come supponiamo, Lucilio è nato nel 180 a.c. la differenza di 5 anni non avrebbe avuto grande peso.

    Inoltre a proposito della satira sul matrimonio del libro XXVI, difficilmente un Lucilio cinquantenne si sarebbe sentito minacciato dalla proposta di legge di Quinto Cecilio Metello Macedonico, che prevedeva il matrimonio obbligatorio per i celibi; mentre come 32nne avrebbe potuto preoccuparsi.



    L'ORDINE EQUESTRE

    Lucilio apparteneva certamente all’ordine equestre, tanto è vero che  si  rifiuta di ricoprire un remunerativo ufficio di gabelliere, per non perdere la sua personalità, che considera il bene superiore:  "Divenire un pubblicano d’Asia, un appaltatore di imposte, in luogo di Lucilio, io non voglio e non cambio questo unico bene per tutto l’oro del mondo"

    Velleio informa della sua partecipazione di Lucilio come eques alla guerra di Numanzia: non come soldato di cavalleria, che sarebbe stato troppo vecchio, ma come appartenente al seguito di Scipione, allo stesso modo in cui si trovavano al campo anche Polibio e Panezio, il primo più vecchio di Scipione e di Lucilio (era, infatti, nato verso il 200 a.c.), il secondo loro coetaneo.



    LE PROPRIETÀ TERRIERE E LE CASE 

    La famiglia di Lucilio, oltre ad essere di elevata condizione sociale, era anche agiata.  Se, appartenendo ad una famiglia senatoria ed essendo cittadino romano, Lucilio nacque a Suessa Aurunca, vuol dire che in questo territorio aveva villa e poderi. Il che spiega anche i rapporti con Scipione Emiliano, il quale aveva dei possedimenti anche nelle immediate vicinanze di Suessa Aurunca, probabilmente rapporti di buon vicinato tra le famiglie.

    Da un aneddoto narrato da Cicerone nel De oratione sappiamo che Scipione Emiliano aveva l’abitudine di trascorrere la villeggiatura a Gaeta, spesso in compagnia di Lelio.  nel Bruzio, in Apulia e forse in Sardegna. Era uno dei pochi cavalieri che, dopo la guerra annibalica, aveva proprietà fondiarie nell’Italia meridionale. A Roma aveva una casa principesca, edificata a spese pubbliche per il figlio di Antioco, re di Siria, che aveva dimorato a Roma per 14 anni come ostaggio. 


    IN GRECIA 

    Sembra certo che Lucilio sia stato in Grecia e vi abbia abitato per un certo tempo per perfezionare gli studi filosofici come usava all'epoca.  Stabilì infatti buoni rapporti con il filosofo accademico Clitomaco, che gli dedicò un suo libro in cui si trattava la dottrina della conoscenza e in particolare il problema della realtà delle sensazioni.
    Nel libro terzo delle Satire Lucilio descrive un viaggio da lui fatto in Sicilia, mentre due frammenti del libro sesto richiamano un viaggio compiuto in Sardegna. 


    IN SICILIA 

    Il libro III delle Satire di Lucilio ci è conservato in una cinquantina di frammenti di uno o due versi ciascuno: è la relazione, in forma di lettera, di un viaggio da Roma a Capua, poi fino allo stretto di Sicilia. Lucilio aveva fatto prima da solo il viaggio di cui narrava le tappe ad un amico, che non era potuto andare con lui; un altro che doveva fare l’amico.

    Lo scritto si chiama Iter Siculum. Lo stesso tema verrà poi ripercorso da Orazio nel suo Iter Brundisinum (in cui è narrato un viaggio da Roma a Brindisi) Tra i due viaggi era stata edificata la via Popillia, perciò Lucilio aveva viaggiato prima della costruzione della via Popillia, nel 132 a.c.

    Sui motivi del viaggio in Sicilia Lucilio stesso informa che il suo bovaro era moribondo. Doveva quindi supervisionare e riorganizzare i suoi possedimenti, e forse doveva allontanarsi da Roma 
    da nemici quali Quinto Cecilio Metello Macedonico, Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Marco Papirio Carbone, Tito Albucio e Quinto Muzio Scevola l’Augure, soprattutto dopo la morte di Caio Gracco. 


    IN SARDEGNA 


    Lucilio nel libro VI delle Satire parla del suo viaggio compiuto dalla Sicilia alla Sardegna
    Con il governo di Marco Cecilio Metello si consentì l'ingresso alle popolazioni italiche nell’isola, senza assegnazione di terre pubbliche, favorendo l’impianto e lo sviluppo del latifondo senatorio, gestito localmente da coloni di condizione libertina.
    Il viaggio potrebbe essere collegato appunto a Cecilio Metello,  il cui fratello militò nell’esercito di Scipione, tale Caio Cecilio Metello Caprarico. Insieme i due fratelli celebrarono a Roma il trionfo nel 111 a.c., l’uno sui Sardi, l’altro sui Traci. ma non sappiamo se Metello lo avesse invitato.



    IL “CIRCOLO” SCIPIONICO

    Virtù, Albino, è poter assegnare il giusto prezzo
    alle cose fra cui ci troviamo e fra cui viviamo,
    virtù è sapere che cosa valga ciascuna cosa per l’uomo,
    virtù sapere che cosa per l’uomo è retto, utile, onesto,
    e poi quali cose son buone, quali cattive, che cos’è inutile, turpe, disonesto;
    virtù è saper mettere un termine, un limite al guadagno,
    virtù poter assegnare il suo vero valore alla ricchezza,
    virtù dare agli onori quel che veramente gli si deve:
    esser nemico e avversario degli uomini e dei costumi cattivi,
    difensore invece degli uomini e dei costumi buoni,
    questi stimare, a questi voler bene, a questi vivere amico;
    mettere inoltre al primo posto il bene della patria,
    poi quello dei genitori, al terzo e ultimo il nostro.

    (LUCILIO)


    A Roma Lucilio visse accanto ai suoi amici, tra i quali Scipione Emiliano ebbe un ruolo centrale, radunando attorno a sè. persone di grande cultura dell’aristocrazia romana: Caio Lelio, oratore e appassionato di filosofia, l’annalista Caio Fannio, genero di Lelio, lo storico e giurista Rutilio Rufo, al poeta Terenzio e ad alcuni importanti esponenti della cultura greca a Roma, come lo storico Polibio e il filosofo Panezio. Venne poi definito il“circolo degli Scipioni”,

    Questi abbracciarono la cultura letteraria e filosofica dei Greci volti all’edificazione di valori spirituali, come l’humanitas, o all’elaborazione di progetti politici. La sua produzione letteraria ne risentì non poco. Lucilio non intervenne mai nella vita politica, fu il primo letterato che, pur potendo vantare ricchezza, prestigio, amicizia, elevata estrazione sociale, preferì invece una vita  indipendente.

    Si narra che Lucilio venisse accusato di aver fatto pascolare il suo bestiame sul terreno demaniale, in violazione della legge Thoria. In Senato, si discuteva sull’ager publicus e sulla lex Thoria, perchè il suo bestiame pascolava sull’ager publicus.
    Allora (Appio il vecchio) disse: - Quel bestiame non è di Lucilio, voi sbagliate! Penso che sia allo stato brado, dato che pascola dove vuole!-”. Lucilio, infatti, era un ricco proprietario terriero e la sua origine italica doveva certo schierarlo accanto a quei socii italici che si sentivano vittime della legge agraria di Tiberio Gracco, in quanto venivano privati dell’ager publicus, di cui si erano tacitamente impossessati.



    LA VITA PRIVATA

    Lucilio visse scapolo, infatti è avversario del matrimonio: " Gli uomini spontaneamente si procurano questo malanno " Per questo motivo non vide di buon occhio la legge sul matrimonio obbligatorio dei celibi, proposta dal censore Quinto Cecilio Metello Macedonico nel 131 a.c. per porre riparo al progressivo diminuire delle nascite. Della vita privata del poeta non sappiamo nient’altro, ad eccezione della sua partecipazione ad una cena a casa del banditore Quinto Granio.

    Ne accenna Cicerone, parlando di Lucio Licinio Crasso, una cena offerta da Granio a Lucilio e all’oratore, tenutasi durante il tribunato di quest’ultimo (107 a.C.): “se nel corso di quella magistratura non fosse stato a cena dal banditore Granio, e se Lucilio non ci avesse raccontato due volte questo episodio, noi ignoreremmo che fu tribuno della plebe”.



    LA MORTE 

    Ma pur Lucilio di saper gran prova
    Diè mischiando a’ latini i greci accenti.
    Gente balorda, a cui difficil sembra
    E degno di stupor ciò che far seppe
    Pitoleon da Rodi ― Eppur tessuto
    Di due lingue un parlar divien più grato,
    Qual commisto il falerno al vin di Chio.

    (Orazio - Satire)

    Sul periodo più tardo della vita di Lucilio non sappiamo nulla. Secondo S. Gerolamo, negli ultimi tempi della sua vita si recò a Napoli, non sappiamo se per abitarvi stabilmente o di passaggio, e là morì nel 102 a.c. Gli studiosi concordano su questa data, sulla base della testimonianza di S. Gerolamo, che scrive: “Caio Lucilio, autore di satire, muore a Napoli e viene sepolto con un funerale pubblico all’età di 46 anni”. Sulla data si concorda, sull'età vi è certamente un errore.

    Poichè aveva osteggiato Tiberio Gracco che era poi stato assassinato, si pensò che la moglie Sempronia, sorella appunto di Tiberio e Gaio Gracco, lo avesse avvelenato: ma non vi furono mai prove.



    LE PUBBLICAZIONI

    Lucilio diffuse dapprima le sue satire separatamente tra cerchie più o meno vaste di lettori e che quindi le pubblicò in più ampi corpora. L'esistenza di un corpus di ventuno libri risulta da Varrone, che ci conserva il verso posto da Lucilio in testa ad esso.

    I libri I-XXI, tutti in esametri, furono scritti dopo la morte di Scipione Emiliano. . Per la datazione del libro primo, il poeta pone sulla bocca di Nettuno nel concilio degli dei con cui si apre il libro . Dice Nettuno: “… neppure se l’orco restituisse Carneade in persona”  
    È chiaro che il libro è stato scritto dopo la morte di Carneade, avvenuta nel 129 a.c . 

    Il libro XXII pare fosse composto in distici, e, a giudicare da quello conservato intero, doveva riferirsi alla familia del poeta e contenere epigrammi. Nei libri erano poesie di vario genere, e la loro raccolta non fu curata da Lucilio, ma avvenne dopo la morte di lui, venendo essi a costituire come un’appendice ai due corpora pubblicati dal poeta.

    Non sappiamo quale fosse il vero titolo dell'opera né se i singoli libri avessero speciali titoli. Non è affatto sicuro che il titolo Satire risalga a Lucilio, nè se abbia intitolato Satire (Saturae) le poesie oppure Satura la raccolta. 

    L'opera di Lucilio ebbe presto numerosi editori e commentatori. Subito dopo la morte del poeta, due suoi amici, Secondo Svetonio, avrebbero conservato il testo dell'opera luciliana:
    Un grammatico contemporaneo di Svetonio, riferisce che Valerio Catone preparò un’edizione riveduta e corretta, a proposito della quale entrò in disaccordo con il suo vecchio maestro:
     “Lucilio, quanto tu sia pieno di difetti, lo proverò fino in fondo con la testimonianza di Catone, proprio il tuo difensore, che si appresta a emendare i versi mal fatti ed è in questo più garbato in quanto persona più a modo e di gusto più fine di quell’altro, che da ragazzo fu molto pregato a suon di staffile e di funi bagnate, perché ci fosse qualcuno che portasse aiuto agli antichi poeti contro la nostra schizzinosità, lui, il più dotto dei grammatici cavalieri.”. 

    Nel II secolo d.c. l’opera godeva il favore del pubblico ma nel III secolo d.c. l’edizione integrale delle Satire è definitivamente scomparsa. Circa sessanta autori hanno trasmesso i 1378 passi delle Satire a noi giunti. L’opera ci è giunta parzialmente, per tradizione indiretta, grazie alle citazioni che parecchi scrittori, grammatici o lessicografi hanno inserito nei loro lavori.



    LA VISIONE DEL FEMMINILE 

    Nel II secolo a.c., le donne acquisivano sempre una maggiore libertà. ma in Lucilio c'è una continua accusa della donna moderna, che vuole discostarsi dalla moglie-schiava antica.
    Ad esempio  descrive una donna sposata che si fa bella per piacere ad altri uomini:
    "Quando è con te, si accontenta di qualunque cosa; se la devono visitare altri uomini, tira fuori anello, mantello, nastri Si tratta di una donna frivola che si accontenta di non importa quale indumento, quando è con suo marito; ma se aspetta una visita fa di tutto per apparire e per piacere. "

    Un altro frammento rimanda ai nuovi diritti successori acquisiti dalle matronae: "Un tale lasciò in eredità alla moglie tutti gli oggetti di toeletta e le provviste di viveri. " Lucilio si riferisce ad un testamento fatto a favore di una vedova dal marito defunto, distinguendo il mundus, oggetto di toeletta, dal penus, provviste di viveri. E' una povera eredità, eppure anche qui c'è l'ostilità di Lucilio a questi pochi diritti rispetto alla totale sudditanza di prima.

    Alle donne, scandalo, era pure consentito bere, Così Lucilio riporta una donna ubriaca, sorpresa di apprendere che sua sorella, dedita come le matrone di un tempo ai lavori femminili (lanificam), non si è ubriacata.

    È chiaro che Lucilio non ama le donne, le reputa false, traditrici e spendaccione. Il loro ruolo naturale dovrebbe essere la schiavitù, i nuovi diritti che stanno assumendo non gli garbano, e contrappone il nuovo ruolo della donna romana alla donna domiseda e lanifica dei tempi in cui erano ancora vivi i valori del mos maiorum. Questa antitesi  percorre l’intera opera.

    Così, elenca ironicamente le mille ragioni che una donna inventa per giustificare la propria assenza da casa: dall’orefice, dalla madre, da una parente, da un’amica, o per fare dei sacrifici con le compagne in qualche tempio affollato
    Poi critica la matrona romana dimentica dei suoi doveri, all’opposto della mulier domiseda che era per tradizione lanifica. Ogni lavoro va in rovina; la muffa e le tarme distruggono tutto. 
    Critica una donna sposata che non si occupa direttamente della casa, ma si serve di schiavi specialisti che facciano tutto e per giunta non si occupa nemmeno dell’educazione dei figli, demandandola alle nutrici:…"sperando che fino alla stessa età possa portare avanti le sue occupazioni e dare il cibo sminuzzato dalla bocca "
    Allude alle nutrici che sminuzzavano il cibo prima di introdurlo nella bocca dei bambini piccoli. La nutrice si augura  che il bimbo rimanga piccolo il più a lungo possibile per continuare ad imboccarlo, mantenendo così quella attività che le consente di sopravvivere. E' evidente che Lucilio cerchi scuse per giustificare l'avversione all'emancipazione femminile dalla donna prigioniera in casa.

    In opposizione alla nobile e ricca signora benchiomata, con gli anelli alle dita e la spilla per i capelli, Lucilio rievoca la donna attiva e lanifica dei tempi antichi. che badava al forno, alla porta posteriore, alla latrina e alla cucina. A questa occorre un vaglio, uno staccio, una lucerna, un filo per la spola, per la trama  il vaglio e lo staccio. La lucerna, la lampada ad olio, è anch’essa tipica incombenza della donna, che deve occuparsi dell’illuminazione della casa.


    CRITICA ALLA  RELIGIONE TRADIZIONALE

    "Gli uomini pensano che molti prodigi riportati nei versi di Omero sono delle invenzioni favolose, e in primo luogo Polifemo, il Ciclope lungo 200 piedi, e poi il suo bastone più lungo del grandissimo albero maestro di una qualche nave da carico"
    Come i bambini piccoli costoro prendono per verità sogni inventati, e credono che ci sia un’anima in statue di bronzo. Il poeta deride coloro che non sanno riconoscere come falsi certi aspetti della religione tradizionale e denigra Numa Pompilio, forse per i suoi provvedimenti agrari, che prevedevano la distribuzione dei territori conquistati da Romolo fra i cittadini nullatenenti. Simile al problema delle nuove terre di ager publicus confiscate in seguito alle guerre in Sicilia, Sardegna, Corsica, Gallia Cisalpina.
    L'episodio della divisione numana prefigurerebbe la divisione dell’ager publicus prevista dalla riforma agraria preparata a lungo da Appio Claudio Pulcro e poi attuata dal genero Tiberio Gracco durante il tribunato nel 133 a.c., in opposizione all’ambiente di Scipione Emiliano e di Lucilio. 


    CRITICA AL LUSSO ORIENTALEGGIANTE 

    Lucilio critica parecchio il lusso orientaleggiante, responsabile della degenerazione della moralità romana. Facendo parodia, condanna i raffinati costumi presi dal mondo greco e rimpiange gli austeri mores antiqui, portatori dei valori dello Stato romano. Però Lucilio è ricco e non sembra vivesse in un tugurio.


    a) L’amore per il lusso e la ricchezza 

    Lucilio critica i legionari romani che combatterono in Oriente nei primi del II secolo a.c., ritenuti dell’introduzione dei beni di lusso nell’Urbe.  E' l’esordio del "concilium deorum", riunito per decidere la sorte di Lucio Cornelio Lentulo Lupo, princeps senatus tra il 131/130 e il 126 a.c., ex giudice corrotto e dissoluto. 
    Giove, passando in rassegna le colpe dei Romani che non hanno più l’antica virtù, si lamenta perché anche i soldati pensano ora esclusivamente al guadagno ed hanno perso ogni senso di gloria. I milites, perduto l'amor di patria, mirano soltanto alla mercede e al bottino. 


    b) Lusso nelle abitazioni private

    Condanna il lusso delle abitazioni private e dell’arredo nominando tre oggetti tipici di una casa romana: clinopodes (piedi del letto), lychni (lampade), e un tipo di brocche da acqua, le arutaenae. 
    I clinopodes non sono dei semplici piedi del letto, ma piedi artisticamente lavorati  dei triclinia, quei letti con sfingi d’oro ai piedi. i lychni non sono  semplici lampade, ma preziose lampade simposia e le arutaenae sono preziose brocche d’argento, utilizzate nei banchetti.

    Poi Lucilio, attraverso Giove, rimprovera l’eccessiva raffinatezza di alcuni Romani, che non si accontentano più di semplici tappeti con il pelo da una parte sola: tappeti con peli da ambedue le parti. che si stendono anche sui letti tricliniari. 

    Nel II secolo a.c. i Romani non conoscevano ancora le grandi terme pubbliche dell'età imperiale, però c'erano i bagni in alcune abitazioni private: le latrina, . Ecco la stanza da bagno della villa di Scipione Africano descritta da Seneca: 
    "C'è chi non apprezza le rustiche abitudini di Scipione: la stanza da bagno non riceveva luce da ampie vetrate, ed egli né si arrostiva al sole, né faceva la digestione nel bagno... Si lavava con acqua non filtrata, ma spesso torbida e, se c'era stato un temporale, anche con acqua fangosa”. Un ambiente squallido e freddo, destinato all’uso pratico e non al piacere: questo va bene a Lucilio.  


    c) L’abbigliamento femminile e gli oggetti di ornamento 

    Lucilio fa pochi ma significativi cenni sul ricercato abbigliamento e i preziosi oggetti di ornamento che, dopo i contatti con il mondo orientale, erano divenuti di moda tra le matrone romane. Condanna le toghe preteste, bordate di porpora, e le leggere tuniche tessute in Lidia che le nobildonne romane preferiscono alle vesti indigene.

    Le romane indossano ormai tuniche dorate con le maniche, fazzoletti, pettorali, mitre e  non sanno più lavorare in mezzo alle loro serve come facevano un tempo. Condanna pure gli oggetti di ornamento provenienti da Siracusa, le suole, che si legavano per mezzo di cinghie infilate tra le dita del piede, e la borsa di pelle finissima.


    d) Gli eccessi della tavola 

    Numerose leggi suntuarie proposte ed approvate ad opera dei catoniani  miravano ad evitare che si spendessero patrimoni per soddisfare i bassi piaceri del palato. Lucilio auspica che in primo luogo si eliminino tutti i conviti e i banchetti di amici 
    Lucilio sostiene che non bisogna proporre delle leggi suntuarie per limitare il lusso smodato di alcuni Romani, ma si deve iniziare col sopprimere i banchetti pubblici in cui i nobili dilapidano il loro patrimonio. 

    Scevola è stoico, vive nella frugalità estrema, rifiuta tutti gli abbellimenti superflui nel discorso; Crasso al contrario ama la vita agiata, ammira la Grecia, e aveva offerto un banchetto: organizzando tutto secondo i principi che Cicerone gli attribuisce nel De oratore “Ciò di cui abbiamo bisogno sono invece un apparato splendido e contenuti elaborati, raccolti da ogni parte e riuniti insieme e ammassati… come, quando sono stato edile, mi sono dato da fare io, poiché ritenevo di non poter soddisfare un pubblico come il nostro con cose di tutti i giorni e familiari”. Scevola non è entusiasta: manda al diavolo suo genero e la cena.



    e) Il nuovo lusso romano e la sana semplicità del passato

    Un tempo, lamenta Lucilio, bastavano tre letti bassi tirati con le corde, senza spalliera o poggia-testa il letto è logoro, tenuto insieme da funi e vi si ammassano sopra più di tre persone.

    Vi si poggiano dei rozzi e piccoli cuscini, uno per due coperte: vi sono dunque due convitati per cuscino, vale a dire sei persone sullo stesso letto da tavola.

    Le coperte non sono di tessuto lussuoso, ma di pezze rammendate, fatte di stracci cuciti insieme.

    E poi una piccola tavola con i piedi tarlati, sporca di vino, e un unico schiavo utilizzato per tutte le mansioni.

    Le tavole dei ricchi hanno un solo piede, spesso a forma di leopardo o di leone; la tavola a tre piedi era quella usata dalla povera gente:

    Come sarà stato il letto di Lucilio?



    LA CRITICA AI COSTUMI ORIENTALI


     a) Il vizio del bere

    Il poeta condanna l’osteria come luogo di dissolutezza, dove si perdono la buona reputazione, l’onore e la moralità .“Perché quel grande, se, come voi senatori sapete, si distinse fuori di casa, fu parimenti ammirevole nella vita familiare, e le gesta gloriose non gli meritarono maggiori elogi che i nobili principi che presiedevano alla sua vita privata. Ora, dove un tal uomo abitava, le stanze da letto sono diventate postriboli; bettole, le sale da pranzo!”.


     b) Le prostitute di lusso

    Lucilio critica pure la pratica delle prostitute di lusso, con allusioni ai trucchi delle cortigiane e delle mezzane. Vi è menzionata una famosa etera greca: Frine fu una delle più celebri cortigiane di Atene
    Poi, Lucilio mette in scena una mezzana: conosce bene il suo mestiere; vanta la giovinezza e la  bellezza come le qualità essenziali di una donna. Come se fossero le mezzane e non gli uomini a consentire la prostituzione femminile.


    c) L’effeminatezza

    Lucilio disapprova, infine, certi comportamenti di alcuni nobili romani considerati sintomo di effeminatezza, soprattutto la danza: "Follemente tu sei giunto a danzare fra i cinedi" Il verso è pronunciato da un dio – forse Nettuno – che durante il concilium deorum canzona Apollo, divinità anti-romana di gusto orientale.  Il danzare era, agli occhi dei Romani, un atto infamante.
    Ma anche l’abitudine di depilarsi è segno di effeminatezza "Mi rado, mi taglio i peli, mi striglio, mi passo la pietra pomice, mi faccio bello, mi depilo… mi dipingo" L’autore biasima l’eccessiva cura del corpo come forma di dissolutezza.


    d) I giochi gladiatori

    Non sono orientali ma Lucilio li odiava ugualmente. Ritornò e partì per evitare Roma durante i giochi gladiatori  Da questa lettura risulta l’avversione di Lucilio per i giochi gladiatori, un atteggiamento che lo accomuna a Cicerone “Il I giugno ero in partenza per Anzio e lasciavo proprio volentieri lo spettacolo dei gladiatori offerto da Marco Metello, quando mi si fece incontro il tuo schiavo”.


    e) La pederastia

    Invece non odiava la pederastia, qui non vede la corruzione dei costumi, eppure è una pratica importata dal mondo orientale. Lucilio critica ciò che non gli conviene o non gli piace. La pederastia gli piace. In un frammento si legge:  "E quando un uomo tanto bello, un fanciullino degno di te.." 
    "Uno capace di amarti, si mostri ammiratore della tua età e della tua bellezza, prometta di esserti amico " Nel libro VII narra dei suoi amori con i fanciulli. Genzio, uno dei fanciulli che desidera: "Ora, o pretore, Genzio è tuo; sarà mio quando sarà partito in quest’anno" Cioè: ora il fanciullo è tuo; ma sarà mio quando, nel corrente anno,  lascerai il tuo governo della provincia e verrà da me.


    CRITICA DELL’ELLENOMANIA

    Lucilio attribuisce ad Apollo l'ellenizzazione più estrema. viene chiamato bello come i giovinastri corrotti. Il Pantheon menziona negli Annales: Iuno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars, Mercurius, Iovis, Neptunus, Volcanus, Apollo. Vi erano sei dei e sei dee. Ma in Lucilio si trovano invece sette dei, il primo è  Giove, poi Nettuno, poi Libero,  Saturno, infine la triade di Marte, Giano  e Quirino. Tutti rigorosamente maschi, poi dicono che Lucilio non odia le donne..

    Gli dei sono solitamente invocati con la parola pater, invece le Vestali chiamano Apollo Medice, Apollo Paean ,“Apollo medico, Apollo Peana”. Apollo, è il dio dei danzatori, dei suonatori di flauto.
    Di conseguenza, è tenuto in disparte nel Pantheon romano, mentre sono onorati Giano o Quirino-Romolo. In altri frammenti il poeta disprezza questo dio vanesio. 

    Tuttavia Lucilio nei confronti del filoellenismo moderato degli Scipioni, così si esprime " Ma non conosco la vergogna di essere vinto in guerra da un barbaro come Viriato ed Annibale "

    Nel ricordare che il popolo romano ha ignorato il disonore  di una sconfitta in guerra, il poeta usa per la prima volta il termine barbarus per indicare lo “straniero”. Annibale, l’abile stratega cartaginese formato alla regola della guerra, e Viriato, il pastore lusitano che praticava la guerriglia, sono due barbari. L’uso di questa parola prova che all’epoca di Lucilio i Romani s’includono nel mondo culturale dei Greci. Il poeta pur criticando l’eccessiva ellenomania di alcuni suoi nobili concittadini, dimostra di accogliere alcuni risultati della cultura filoellenica della cerchia scipionica. 


    Tito Albucio 

    Tito Albucio, muovendo a Muzio Scevola accuse di ghiottoneria e di pederastia, attribuisce all’avversario i propri vizi, in rappresentante di quei Romani che, per snobismo, assumevano atteggiamenti ellenizzanti. 
    "In greco dunque ti saluto, come volevi tu, quando ero pretore ad Atene e tu mi venivi incontro: “Chàire, Tito”, ti dico. E i littori, tutti i soldati e i presenti: “Chàire, Tito”.  Da allora Albucio mi è nemico in pubblico ed in privato. "
    I versi rivelano la ragione dell’odio di Albucio nei confronti di Scevolae. Scevola dice che Albucio rinnega la sua origine italica e preferisce essere chiamato greco. 
    Lucilio dice qualcosa di simile:: 
     “E ancora, Tito Albucio fu dotto di lettere greche, o piuttosto, quasi un vero greco… Visse ad Atene nella giovinezza, e ne riuscì un epicureo fatto e finito”; 
     "Albucio non vuole più essere considerato un Romano".  Attraverso la sua ammirazione per la Grecia, Albucio si esclude volontariamente dalla civiltà romana. 


    I GRANDI LEGIONARI 


    Ponzio

    Lucilio descrive dunque dei legionari che hanno raggiunto i posti più prestigiosi; menziona anche dei portainsegne (signiferumque):  veri  sacerdoti incaricati di compiere gli uffici relativi ai signa. Questa parola racchiude le idee di gloria, di conquista e di religione. Il centurione Ponzio era molto famoso: Catone dichiara: “Neppure voi avete le forze del centurione Tito Ponzio; e forse per questo egli è più valente?”.

    Macrobio scrive: “ Scipione si trovava nella sua tenuta di Lavernio insieme con Ponzio: gli fu portato per caso uno storione, che si pesca molto di rado, ma, come si sa, è un pesce fra i più rinomati. Scipione invitò a pranzo uno o due di coloro che erano venuti a salutarlo, e sembrava volerne invitare ancora di più; ma Ponzio gli sussurrò in un orecchio: Scipione, bada a quel che fai: lo storione è per pochi ”. 


    Tritano

    La scena si svolge intorno al 130 a.c. Lucilio sceglie i suoi eroi fra il seguito di Scipione. Tritano potrebbe essere il gladiatore di cui parla Plinio il Vecchio:“Trattando gli esempi di forza eccezionale, Varrone riferisce che Tritano, un gladiatore famoso al tempo in cui si usava l'armatura dei Sanniti, di corpo magro ma straordinariamente robusto, e suo figlio, soldato di Pompeo Magno…”. Non riuscendo ad abituarsi alla vita civile, il centurione si sarebbe arruolato in una scuola di gladiatori " 


    Scevola

    Scevola fu eletto pretore nel 120 a.c. Secondo Cicerone, attraversò Atene, preceduto dai suoi littori e seguito dalla sua turma. A un certo punto compare Albucio, che dopo essere stato condannato per concussione in seguito al suo governo in Sardegna nel 133 a.c., si trovava in esilio ad Atene, dove si atteggiava a perfetto epicureo. Scevola deride la sua grecomania salutandolo in greco.  

    Il saluto normale sarebbe stato Salve, Albuci, o magari Salve, T. Albuci. I Greci, invece, designavano i Romani col solo praenomen. Dunque il saluto di Scevola, ripetuto in coro dal suo seguito, è parodia dell’uso greco. La convenzione greca, accettabile nella conversazione privata, era inadatta in circostanze ufficiali. I Romani colti mostravano spesso la loro abilità nel greco quando parlavano o scrivevano in privato ai loro pari. Un contesto ufficiale rendeva questa libertà inaccettabile e offensiva. Il saluto greco di Scevola offendeva Albucio.



    LA FIGURA DI SCIPIONE EMILIANO 


    a) Il ruolo di dedicatario 

    Scipione Emiliano è il dedicatario dell’opera luciliana:  "La mia riconoscenza va agli uni e all’altro, a loro e nello stesso tempo a terivolgendosi a Scipione Emiliano e alla sua cerchia di amici. E sono i membri del “circolo” scipionico che  invitano il poeta a presentare la sua produzione poetica all’Emiliano:  "Mi conducono da te, mi esortano a mostrarti questi scritti" e a Scipione che lo approva "Non bisogna avere tanta fiducia nell’ingegno di alcuno quanto nel tuo, amico, che sei arbitro finissimo della poesia "

    Lucilio declina la proposta di celebrare con un poema epico le imprese militari di Scipione Emiliano, cantando la vittoria su Numanzia del 133 a.c., a cui fu presente lo stesso Lucilio.  "Intraprendi quest’opera, che possa apportarti gloria e vantaggi, celebra le gesta di Cornelio!
    Invece Marco Popilio Lenate, console nel 139 a.c., fu sconfessato dal Senato per la sconfitta riportata a Numanzia nel 138 a.c. A Lucilio viene  chiesto di denunciare l’insuccesso di Popilio celebrando invece il trionfo di Emiliano. Lucilio replica la sua inadeguatezza: "Perché no? Anche tu mi avresti chiamato ignorante e incompetente." Però sembra che il rifiuto di Lucilio sia una recusatio.


    b) L’attività politica  

    Nel libro XXX si parla dell’attività politica dell’Emiliano a favore di quei socii italici a cui la legge agraria di Tiberio Gracco aveva tolto i terreni dell’ager publicus. Lucilio, proprietario terriero di origine italica, condivise la causa dei latifondisti italici per la quale Scipione Emiliano si era battuto.

    Lucilio riporta un'affermazione di Scipione durante il tribunato di C. Papirio Carbone: "In maniera insensata esso stesso uccide l’essere che lo ha nutrito ", si allude a un matricida. Mentre la folla rumoreggiava per la sua affermazione “sembra che Tiberio Gracco sia stato ucciso a buon diritto” Emiliano pronunciò le famose parole  “tacciano coloro per i quali l’Italia è soltanto una matrigna, non una madre”.

    Per Emiliano la fazione graccana si comportava come un matricida, che uccide l’essere che lo ha nutrito, l’Italia. E la folla rispose affibbiandogli il soprannome infamante dell’ultimo dei Tarquini, Superbus: " E quanti vi erano, in verità, per disprezzarti come superbo"
    Mentre i moderati auspicavano che Scipione, in qualità di dictator, ponesse mano ad una riforma costituzionale, i Graccani lo accusavano di aspirare alla tirannide.  Lucilio sostiene che il popolo Romano viene messo fuori legge perché gli alleati italici vengono espulsi dalla città con una legge che sembrerà iniqua a Cicerone ancora molti anni dopo.


    d) Le cause della morte 

    Ci rimane un breve accenno alla morte di Scipione " Inaspettatamente se ne è andato: un’angina lo ha portato via in un’ora sola " Il verso parla di un uomo morto improvvisamente, quando nessuno poteva aspettarsi una tal cosa e in un tempo brevissimo: Scipione Emiliano. Le cause della morte dell’eminente personaggio politico sono avvolte nel mistero. Le fonti antiche parlano di assassinio o di suicidio. Lucilio indica un’angina pectoris, distaccandosi dalla strategia politica del gruppo scipionico di lasciare il dubbio per coprire forse una verità che era meglio non divulgare .

    TRIONFO DI LUCIO EMILIO PAOLO

    A FAVORE DELLA CERCHIA SCIPIONICA 

    Alcuni passi sopravvissuti dimostrano la devozione di Lucilio a personaggi legati da rapporti di parentela o di amicizia a Scipione Emiliano. 


    a) Lucio Emilio Paolo 

    Lucilio deve aver inserito nel libro V un excursus sulla guerra ligure del 180 a.c., con l’intento di celebrare la brillante vittoria sugli Ingauni riportata da Lucio Emilio Paolo, padre naturale di Scipione Emiliano .

    In un frammento compaiono Geminus e Paulus, delle gentes Servilia e Aemilia: "un orcio vicino a Gemino, un cratere vicino a Paolo ". Sono Marco Servilio Gemino, figlio del console del 202 a.c., e Lucio Emilio Paolo, console nel 182 a.c. La presenza di un mixtarius vicino a Emilio Paolo indica che è il rex convivii e quindi ha un grado più alto rispetto a Servilio Gemino, che dispone invece di un orcio per l’acqua.


    b) Quinto Fabio Massimo Emiliano o Quinto Fabio Massimo Allobrogico

    Viene menzionato un certo Maximus Quintus, forse Quinto Fabio Massimo Emiliano o suo figlio Quinto Fabio Massimo Allobrogico:  "Come se una antica progenie da cui è uscito Quinto Massimo, da cui è uscito questo varicoso, con le gambe a x" Uno stretto parente dell’Emiliano è lodato ed opposto ad un personaggio discendente da un’altra nobile famiglia romana,“con le gambe a x”. L’illustre personaggio che Lucilio cita come contraltare degli Scipioni è  Caio Servilio Vatia, genero di Quinto Cecilio Metello Mecedonico, avversario politico dell’Africano Minore.


    c) Scipione Africano

    Da alcuni frammenti appartenenti al libro IXXX si desume che Lucilio aveva ricostruito la guerra annibalica, con lo scopo di elogiare il generale che ne fu protagonista,  Scipione Africano, avo adottivo di Scipione Emiliano. Il poeta  rievoca episodi della prima fase della II guerra punica, in cui Annibale trionfò sui Romani. Egli paragona l’azione del generale cartaginese ad un capolavoro "avendo visto nella mia vita un capolavoro militare, di gran lunga superiore a tutti gli altri "
    Forse la battaglia di Canne : "Dopo aver annientato completamente l’esercito romano, Annibale si era impadronito di una parte dell’Apulia e del Bruzzio."È questo periodo, precedente la battaglia del Metauro, che è ricordato  : "Allora egli aveva ciò e quasi tutta l’Apulia" .  "Cacciato via e buttato giù con la forza da tutta l’Italia" allude al declino di Annibale, culminante nella battaglia di Zama:
     "Così, dico, quella vecchia volpe, quel vecchio lupo di Annibale, fu ricevuto…" Il frammento sottolinea che il valente generale cartaginese, che ha riportato brillanti vittorie sui Romani in territorio italico, è stato annientato da un condottiero più abile di lui, Scipione Africano


    d) Caio Sempronio Tuditano

    Vi si leggono le lodi di un personaggio politico legato a Scipione Emiliano, "Non appena ti vidi intraprendere le battaglie di Celio" il tribuno Celio fu celebrato negli Annali di Ennio per il comportamento eroico tenuto nella guerra istrica del 179 a.c. Attraverso il ricordo del valore di Celio, Lucilio celebrerebbe un’impresa analoga. Una guerra istrica combattuta dai Romani nel 129 a.c.: condotta e vinta dal console Caio Sempronio Tuditano contro gli Illiri
    "Quante pene e quante fatiche tu abbia sopportato e in quale modo…" Caio Sempronio Tuditano, fervente antigraccano e anti lex Sempronia, nel 129 a.c., e col pretesto di combattere contro gli illiri, abbandonò Roma, lasciando in sospeso la procedura di recupero delle terre dell’ager publi,
    Lucilio celebra  il vincitore degli Illiri perchè era seguace della politica di Scipione Lucilio, e fa ricorso alla recusatio. dichiarandosi disponibile a cantarne le lodi: …"se, in qualche luogo, la fama, giunta alle mie orecchie, avesse annunciato la tua gloriosa battaglia " . 


    CONTRO GLI AVVERSARI DI SCIPIONE EMILIANO 

    Orazio afferma che le Satire luciliane presentano  quell’attacco ad personam come nei commediografi attici antichi, Aristofane Cratino ed Eupoli. Alcuni frammenti  mostrano come i bersagli preferiti degli attacchi di Lucilio siano gli avversari politici di Scipione Emiliano, e che Lucilio diventa più aggressivo quando essi sono morti.


    a) Lucio Cornelio Lentulo Lupo 

    La morte di Lupus nel concilio degli Dei apriva le Satire. Si tratta di Lucio Cornelio Lentulo Lupo, uomo politico inviso agli Scipioni, console nel 156 a.c. Di lui si sa che dopo il consolato,  fu condannato per la legge Cecilia nel 154 a.c., rogata dal tribuno Q. Cecilio Metello Macedonico. Nel 131 a.c. i censori che scelsero il nuovo princeps senatus, Q. Pompeo e Q. Cecilio Metello Macedonico, erano entrambi plebei: dovettero pertanto rivolgersi a un patrizio già  censore, ovvero L. Cornelio Lentulo Lupo, nominandolo princeps senatus. Dopo la sua morte, Lucilio scaglia contro di lui la satira del libro I: immaginava che si riunisca in cielo il concilio degli Dei, i quali, volendo punire Roma per la corruzione dilagante, decidono non di distruggerla, ma di far morire il massimo responsabile della sua degradazione, cioè Lupo.. 

    Giove chiede al consesso come si possano salvare il popolo e la città dalla rovina o almeno salvaguardare le sue mura fino alla fine del lustro. La massima responsabilità della corruzione a Roma viene attribuita ai senatori, e soprattutto a Lentulo Lupo. Gli Dei chiedono:  "Che aspetto, che volto ha quest’uomo?"Il volto è come l’aspetto: morte, malattia, veleno".
    Valutate le colpe del princeps senatus, il consesso divino decide di eliminarlo mediante… indigestione. "Ti uccidono, o Lupo, le sardelle e le salse di pesce siluro"

    Sicuramente Lupo morì di un male allo stomaco, attribuito volgarmente ad indigestione, perché altrimenti la satira mancherebbe di effetto. Lupus, infatti, è anche il nome del pesce pregiato "lupo di mare": dicendo che le vili saperdae uccidono il prelibato lupo di mare, il poeta lascia intendere che la morte di Lupo, uomo politico eminente, è causata da qualcosa di poco conto. Il secondo elemento sono gli iura siluri, che indicano rispettivamente la “salsa” e il “diritto”: la morte di Lupo viene causata dalle salse di pesce siluro, ma è anche voluta dalla giustizia. 



     c) Quinto Cecilio Metello Macedonico 

    Uno dei nemici più illustri di Emiliano: Q. Cecilio Metello Macedonico, console nel 143 a.c. e censore nel 131 a.c.. Orazio dice che Lucilio “colpisce Metello e Lupo con versi infamanti” ma solo per la legislazione matrimoniale da lui emanata. Lucilio ridicolizza il celebre discorso sulla necessità del matrimonio pronunciato da Metello nel 131 a.c.. Un frammento "de prole augenda" ci è tramandato da Gellio:  “Se si potesse, o Quiriti, fare a meno della moglie, saremmo tutti esenti da questa seccatura; ma dato che la natura ha disposto che non sia possibile vivere né con loro tranquillamente né senza di loro in alcun modo, così bisogna provvedere piuttosto alla perpetua salute che a un effimero piacere”. 
    Somiglia molto al passo di Lucilio "Gli uomini spontaneamente si procurano questo malanno e questa disgrazia: prendono moglie, procreano figli, con i quali procurarsi questi fastidi"


    d) Lucio Aurelio Cotta 

    Dei pochi frammenti che rimangono del libro XI, uno è rivolto contro Lucio Aurelio Cotta, un altro nemico di Scipione Emiliano. "Il vecchio Lucio Cotta, il padre di questo grassone, fu un grande imbroglione in materia di denari, e non fu facile a rendere a nessuno
    Il poeta qualifica Lucio Aurelio Cotta, console nel 144 a.c., padre di un omonimo uomo politico ben noto ai contemporanei per la sua rozzezza, avaro e corrotto “un grande imbroglione in materia di denari”, in quanto prendeva i quattrini e non li voleva mai restituire. 

    Nel 138 a.c. Cotta era stato accusato da Scipione Emiliano de repetundis e difeso da Metello Macedonico: trascinatosi per alcuni anni, il processo si era concluso con l’assoluzione dell’imputato, perché i giudici si erano lasciati corrompere. 


     e) Tito Claudio Asello

    Tito Claudio Asello è definito improbus per aver rinfacciato a Scipione Emiliano una nefasta e sfortunata cerimonia di purificazione al termine dell’anno di censura: L’Africano Minore è presentato come un eroe che succede a una lunga serie di eroi: . Parallelamente Tito Claudio Asello è presentato come disonesto e privo di moralità: “Niente di strano, dato che è stato colui che ti ha tolto dagli aerarii a celebrare il sacrificio e a immolare il toro!”. . Asello era stato privato della cittadinanza da Scipione quando questi era censore (142 a.c.), ma il provvedimento gli era stato annullato dal collega Mummio. Ad Asello che gli rimprovera un lustrum malum infelixque, l’Emiliano risponde che la colpa è stata del collega che invece di mantenere il provvedimento contro Asello l'aveva annullato, mettendo nei guai la città. Il frammento allude al processo che Asello,  riabilitato da Mummio e divenuto tribuno della plebe, aveva intentato a Scipione. 


    f) Tiberio Gracco 

    Nel libro XXVII ci sono riferimenti a Tiberio Gracco, che insieme a suo fratello Caio fu avverso a Scipione Emiliano. 


    I GRACCHI
    Lucilio attacca il Senato, rimproverandogli i suoi delitti: 

    " che il vostro ordine metta dunque ormai in luce i delitti che ha commesso

    Sembra si tratti di un personaggio che non è un senatore, ma che si rivolge ad un senatore o a dei senatori.

    Sembra si riferisca all’attività legislativa di Tiberio Gracco, progettata per minare il potere del Senato. 
     "Senza onori alla sua morte, senza pianto dell’erede, senza funerale

    Il poeta sottolinea la ferocia della fazione degli ottimati nell’uccisione dei Graccani e di Tiberio Gracco stesso, la cui salma fu gettata nel Tevere dall’edile, sebbene il fratello l’avesse richiesta per gli onori funebri. L’ipotesi che Lucilio metta in evidenza la spietatezza del comportamento del Senato nei confronti di Tiberio Gracco non per criticarla, ma, in linea con gli Scipioni, per approvarla, è però più credibile.


    g) Lucio Opimio 

    Le invettive di Lucilio colpirono anche personaggi appartenenti alla generazione successiva a Scipione Emiliano. come nell’attacco a Lucio Opimio: "Quel famigerato Quinto Opimio, padre di questo soprannominato Giugurtino, fu un uomo bello e malfamato; entrambe le cose al tempo della sua gioventù; in seguito si comportò meglio Lucio Opimio, figlio del console del 151 a.c."
    Il termine Iugurtinus allude all’ambasceria del 116 a.c. da lui presieduta e inviata in Numidia per dirimere il contrasto tra Aderbale e Giugurta. Accusato di essersi lasciato corrompere da quest’ultimo, fu condannato dalla commissione Mamilia nel 109 a.c. e morì in esilio a Durazzo. 
    Inoltre gli condanna la brutale distruzione della cittadina italica di Fregelle del 125 a.c.


     h) Caio Cassio 

    Evidentemente un nemico dei seguaci di Scipione Emiliano: "Caio Cassio, che noi conosciamo, è un uomo avido di lavoro che noi chiamiamo Grossa Testa, speculatore e ladro; è lui che Quinto Tullio, il delatore, fa erede e tutti gli altri vengono diseredati"
    L’obiettivo di Lucilio era di fornire un pessimo ritratto di Cassio, il che spinge a pensare che si trattava di un personaggio inviso ai membri del gruppo politico scipionico. 


    APPROVAZIONE DELLA POLITICA DI SCIPIONE

    SCIPIONE EMILIANO
    Lucilio approva la politica di Scipione Emiliano (prima e dopo la sua morte).  Ne esalta indirettamente il valore militare attraverso degli excursus sulla guerra di Numanzia. Sostiene la causa dei latifondisti italici di cui l’Africano Minore si era fatto portavoce. Elogia i suoi parenti ed amici: Lucio Emilio Paolo, Quinto Fabio Massimo Emiliano, Scipione Africano e Caio Sempronio Tuditano.

    Attacca invece personaggi politici come Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Quinto Muzio Scevola l’Augure, Quinto Cecilio Metello Macedonico, Lucio Aurelio Cotta, Tito Claudio Asello, Tiberio Gracco e Lucio Opimio, avversi agli orientamenti politici di Scipione e dei suoi seguaci, per cui Lucilio si inserisce nei poeti arcaici che avevano dedicato ai potenti, cui erano debitori di aiuti e protezioni, poemetti e tragedie praetextae.

    Ma Lucilio è ricco e di buona famiglia, e non ha ambizioni politiche, per cui non agisce per tornaconto, ma perchè ha bisogno di un idolo da ammirare e adorare, e dei cattivi da combattere. Ma in parte ebbe anche bisogno dell'appoggio di Scipione sul piano letterario,


    CRITICA AL "SEQUI NATURAM DUCEM" 

    Lucilio scherniva una cena rustica durante la quale si consumavano dei prodotti di origine vegetale,secondo la dottrina del sequi naturam ducem, che biasimava qualsiasi forma di eccesso: " Poi cicoria calpestata dalle zampe di cavallo " " la cipolla che fa piangere ""Come quando l’ortolano mette in vendita per primo dei fichi novelli e in principio né dà pochi a caro prezzo "" una polenta cotta col grasso "

    Attraverso la descrizione di una frugale cena rustica, l’autore non allude all’eccessiva moderazione imposta dalle leggi suntuarie e neppure alla moderazione nel cibo propria del mos maiorum, ma all’invito ad adeguarsi alle semplici esigenze naturali predicato, in forme diverse, dai Cinici, dagli Epicurei e dagli Stoici. Insomma a Lucilio non va bene il cibo sontuoso, ma neppure quello semplice che rispetta gli animali e la natura, perchè ha un aspetto troppo romantico. Sembra che all'autore il buon senso non lasci posto a nessun entusiasmo, con la scusa che sia eccessivo e irrazionale. Insomma ce l'aveva un po' con tutti.



    CRITICA ALL’ACCADEMIA PLATONICA 

    Una delle più importanti scuole filosofiche elleniche era l’Accademia platonica, che nel II sec. a.c. con Carneade di Cirene (214-129 a.c.) proseguì l’indirizzo scettico, di cui era stato iniziatore  Arcesilao di Pitane, caposcuola fino al 241 a.c.  Gellio cita il poeta Levio: .. potrebbero essere ricondotti anche i frr.  in cui Lucilio menziona dei cibi contadini: magri colombi e formaggio che ha odore di aglio.

    Lucilio dovette avere rapporti personali con l’Accademia, dal momento che Clitomaco, il più famoso tra i successori di Carneade, gli dedicò un proprio scritto. Lucilio però canzona gli esercizi di definizioni che Socrate introduce come esempi degli esercizi degli allievi dell’Accademia:  " Sa che esiste un sapere creativo, conosce che cosa siano una tunica e una toga "
    Il poeta deride un filosofo che è imbattibile su tutti i principi dell'accademia: il suo sapere gli permette in particolare di conoscere che cosa siano un indumento di sopra (toga) e un indumento di sotto (tunica).
    Nel libro XXVIII, Lucilio parla di un banchetto caricaturale di pseudo-sapienti, e descrive un filosofo austero e misterioso: “ Per il resto Senocrate aveva sempre un aspetto grave e scontroso e per questo Platone gli diceva a mo’ di ritornello: Senocrate, sacrifica alle Cariti”.
    Durante il concilio degli Dei rappresentato da Lucilio “Nettuno trattando una questione difficilissima, mostrò che non si poteva venirne a capo… neppure se l’orco restituisse Carneade in persona"



    CRITICA ALL’EPICUREISMO

    La filosofia greca di Epicuro,  non ebbe grande diffusione a Roma fino all’età di Lucrezio e di Cicerone. Quasi nulla sappiamo dei primi epicurei romani che insegnarono nei primi del II secolo a.c. Sia Caio Amafinio, che Tito Albucio, furono contrastati dal ceto senatorio, che già aveva espulso dei filosofi epicurei  Alcio e Filisco nel 173 a..c. Così Epicuro e la sua dottrina possono essere impunemente bersagliati da Lucilio, chew ridicolizza la dottrina cosmologica degli eidola e degli atomoi: "Vorrei vincere le immagini e gli atomi di Epicuro".

    Lucilio presenta al pubblico romano gli eidola e gli atomoi sotto il nome di Epicuro, nonostante che la teoria degli atomi spettasse a Democrito. Egli presenta due termini tecnici: eidola e atomusche Lucrezio e Cicerone sostituiranno con imago e simulacrum. Lucilio vuole confutare la teoria di Epicuro, che aveva trattato dell’atomo nell’Epistula ad Herodotum unitamente agli eidola. Sembra anche condannare l’ideale epicureo dell’atarassia: "Che egli piuttosto conduca una vita tranquilla dopo aver raggiunto la quiete!"

    Lucilio doveva leggere: esistono immagini che hanno la forma simile  a quella degli oggetti solidi, ma per sottigliezza sono differenti da quelle che appaiono… queste immagini noi chiamiamo "eidola"… Nessun fenomeno testimonia contro il fatto che gli  "eidola" abbiano sottigliezze oltre ogni immaginazione... Dalla superficie dei corpi parte una continua emanazione di "eidola"… La percezione, che cogliamo con la mente   o con i sensi, deducendola dalla forma  o dagli accidenti, è la forma stessa dell’oggetto solido”.

    Il poeta attacca pure l’ideale epicureo dell’atarassia. All’isolamento  egli preferisce una condanna. Alla atarassia, alla meditazione, antepone, dunque, l’azione; alla vita quieta la vita civilis .



    DIFFUSIONE DEL PENSIERO FILOSOFICO A ROMA 

    La filosofia greca non costituisce per Lucilio solo oggetto di parodia, ma anche di riflessione e conoscenza.


    CRITICA AI PRESOCRATICI 

    Lucilio conosce il concetto fondamentale del pensiero filosofico greco: l’interazione tra corpo e anima, sulla quale concordano omnes physici, tutti i pensatori che si sono occupati del mondo fenomenico, per fondarne la sua essenza come i presocratici e cioè Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito ed Empedocle.

     “il corpo è affetto da molte sofferenze, l’anima soffre insieme col corpo e ne è sconvolta“ Vi è quindi il predominio della corporeità, per cui l’immortalità dell’anima non è ammissibile poiché  soggetta al dolore, alla malattia e alla morte. Lucilio considera  l'animus “la sede dei pensieri e dei sentimenti” quindi anche essa può ammalarsi allo stesso modo del corpo “a ciò si aggiunge che, come il corpo stesso contrae terribili morbi e fiero dolore, così vediamo l’animo soffrire crudeli affanni, cordoglio e timore; perciò deve essere anch’esso partecipe della morte… l’animo, dunque, sia che si ammali, sia che un farmaco lo muti, come ho spiegato, rivela di essere mortale”.


    CRITICA A SOCRATE 

    Nel libro XXIX Lucilio allude diverse volte a Socrate, nella sua funzione di maestro:

    SOCRATE
    "E amava tutti, poiché, come non fa differenza e non lascia traccia una linea bianca "

    i versi sono ispirati ad un passo del Carmide platonico, in cui è presente l’immagine della cordicella bianca che non fa alcun segno distintivo su una pietra bianca.

    - "Così Socrate si comportava nell’amore per i giovinetti di aspetto poco migliore: non distingueva affatto chi amasse"

    - "L’amore di Socrate per i giovinetti si applica indistintamente a tutti coloro che sono belli."

    - "Che cosa? Le teorie che egli stesso impartiva ai buoni?"
    - " attraverso la quale mi trasmette tutto ciò che esiste fra il genere umano che crea un’unione reciproca " 

    Dunque Lucilio critica Socrate perchè amando tutti non distingue nessuno.


    IL CINISMO

    Alla figura di Socrate è legata la corrente filosofica del cinismo, del cui influsso Lucilio sembra aver risentito. Gli antichi avevano notato punti di contatto fra Lucilio e Bione di Boristene, l’inventore della diatriba, ospite alla corte di Antigono Gonata, lasciando la sua dottrina nella biblioteca della reggia macedone. Alcuni temi che ritornano con frequenza nelle Satire sono tipici del repertorio diatribico: la deplorazione del lusso e dell’ingordigia; la satira dell’avarizia, dell’ambizione e della corruzione; il rifiuto del criterio volgare di valutare le persone in base a ciò che posseggono; l’ostilità verso il matrimonio… 
    L’autore stabilisce un paragone tra la vera sententia, che risiede nel cor, sede del senno e dell’intelligenza, e la sanità del corpo .Il cuoco non si cura che la coda sia bella, purché la bestia sia grassa; così gli amici cercano l’anima, i parassiti il patrimonio e le ricchezze.

    "Dunque tu pensi che ad una donna dalle belle chiome e dalle belle caviglie non fosse lecito toccarsi la pancia e l’inguine con le mammelle? che non avesse le gambe lunghe o storte Alcmena, moglie di Anfitrione, ed altre, Elena stessa insomma – non voglio dire: vedi tu stesso, scegli il bisillabo che preferisci – figlia di nobile padre che non avesse un qualche tratto insigne, una verruca, un neo, l’apertura della bocca o un dente che sporgesse un tantino in fuori?" 
    Non si tratta qui dell’abbassamento delle eroine al livello delle donne comuni, qui, con la scusa di dare più importanza al cuore che non al corpo delle persone, Lucilio In questo non esprime spiritualità ma ridicolizza le figure delle eroine epiche semplicemente perchè odia le donne.

    Lucilio richiama spesso, in alcuni casi facendole proprie, dottrine comuni al cinismo, all’epicureismo e allo stoicismo. in sintonia con la teoria secondo cui la Fortuna non dona ma presta solamente i suoi beni:
    Egli disprezza tutto il resto e ritiene che tutte le cose si possano usare per breve tempo e che nessuno possieda qualcosa di suo 

    "Poiché so che nella vita nulla è stato dato ai mortali in assoluta proprietà" Il saggio disprezza tutti i beni ad eccezione della virtù, perché non si possiede nel senso proprio del termine ciò che è suscettibile a cambiare col tempo . Durante la breve durata della sua vita all’uomo non è concesso che l’uso delle cose che crede di possedere . 

    Quando il senato chiede a Scipione Emiliano chi sarebbe bene mandare in Spagna se Servio Galba o Lucio Cotta dichiara "Neutrum, mihi mitti placet, quia: alter nihil habet, alteri nihil satis est " Uno non ha nulla e l'altro non è mai sazio, pertanto entrambi possono essere rapaci nell'amministrazione del territorio.

    L’idea che ci sono malattie dello spirito corrispondenti a quelle del corpo era degli Stoici e Licilio sembra approvare, insieme al tema stoico della stultitia, la stoltezza di colui che si lascia travolgere dalle passioni:  Il desiderio si sradica dall’uomo… … ma mai la passione dallo stolto

    Alla passione si può comunque tentare di porre rimedio, ma i rimedi sono inefficaci se non derivano dall’uomo stesso: con una conversione alla saggezza che l’ammalato giunge a riconquistare da sé la salute fisica e morale. Tutte le terapie imposte dall’esterno sono destinate al fallimento: non saprebbero estirpare la passione senza distruggere l’uomo. Beato l'uomo che con grande coraggio si è liberato dalla schiavitù della passione, perchè si è liberato dalla schiavitù. 

     “La terapia che si deve usare per chi si trova in tale condizione consiste nel dimostrargli quanto l’oggetto del suo desiderio sia insignificante, spregevole, del tutto privo di valore, quanto facilmente si possa ricavare anche da un’altra parte o in un altro modo o possa essere del tutto trascurato. Talvolta si presenta anche la necessità di indirizzarlo ad altri interessi, pensieri, preoccupazioni, impegni… C’è poi ancora da dimostrare quello che si dice di ogni passione, e cioè che non ne esista nessuna che non dipenda dall’opinione, o che non sia accolta sulla base di un giudizio soggettivo, o che non sia volontaria”. 

    Due passi, tratti rispettivamente dai libri nono e ventottesimo, che sembrano decisamente stoiche. Lucilio invita il destinatario della raccolta ad acquisire una scienza che si può apprendere attraverso lo studio, che realizza la sintonia tra la ragione (ratio) e la realtà sensibile (res).


    La ridicolizzazione del saggio stoico 

    Contrastante con una eventuale adesione di Lucilio allo stoicismo paneziano però è la parodia del saggio stoico che: 
    "È un sarto eccellente; cuce benissimo i rattoppi  "
    Nel primo verso, richiamandosi al paradosso stoico che il saggio sa fare tutto alla perfezione, il poeta afferma, canzonando, che questo è  anche un sarto, uno specialista del rattoppo (cento è un vestito fatto di diverse pezze cucite insieme)«… Ma se colui che è saggio è ricco ed è buon calzolaio ed è il solo a essere bello e ad essere re, perché allora desideri quello che hai già? 
    "Tu non conosci  quel che dice il padre Crisippo: non si è mai fatto sandali né ciabatte, eppure il saggio è calzolaio”. Schernendo l’atteggiamento del saggio stoico che si vanta di sapere fare tutto, anche le cose più ridicole. 



    L’INTERESSE DI LUCILIO PER GRAMMATICA E RETORICA 

    La Stoa – come si è detto in precedenza – aveva stimolato nei Romani un vivo interesse per la grammatica e la retorica. Lucilio mostra di avere una vasta preparazione, come attestano numerosi frammenti sia di carattere grammaticale che di di argomento retorico.


     a) Questioni grammaticali

    Il libro nono delle Satire era dedicato in gran parte a questioni grammaticali e critiche e conteneva, tra l’altro, una trattazione sistematica delle lettere dell’alfabeto. I frammenti superstiti, però, non chiariscono le motivazioni che indussero Lucilio a occuparsi di grammatica: in essi, infatti, non compare alcuna dichiarazione esplicita al riguardo. Forse era sollecitato dal dibattito culturale del tempo, stimolato dal mediostoicismo di Panezio. Infatti Lucilio riprenda dottrine grammaticali greche ispirate alla filosofia stoica. 

    Lucilio presenta la distinzione, con relative definizioni ed esemplificazioni, fra poema e poesis, distinzione attestata, con notevoli variazioni e diverse sfumature, in numerosi testi antichi da Neottolemo a Posidonio a Filodemo giù giù fino a Nonio e ad Isidoro. Per il poeta, poema è un’opera breve; poesis è una composizione lunga , che può raggruppare un gran numero di poemata, in contrasto con le posizioni di Accio, che, cercando le differenze tra i generi letterari, dava un’impostazione qualitativa.


     b) La retorica isocratica

    Lo scarso interesse del poeta per la retorica derivava forse dalle forti resistenze, che erano culminate nel bando da Roma dei retori greci (161 a.c.). Aveva una forte preparazione in ambito retorico, anche per l’influenza di Panezio, le cui lezioni si erano concretate nello stile attico di Scipione Emiliano e di Lelio. 

    Lucilio critica le eccessive ricercatezze della retorica di ispirazione isocratea  che risentono infatti delle teorie stoiche. Nella satira della causa giudiziaria di Albucio vs Scevola, ironizza sulla straordinaria abilità oratoria di Crasso: " Quanto graziosamente sono messe insieme le tue parole, come tutte le tessere incastrate con arte in un pavimento o in un medaglione a mosaico! Scevola per tutta risposta paragona l’esagerata ricercatezza dello stile del suo accusatore all’arte del mosaico.

    L’altro frammento, del libro V, canzona le regole complicate ed astruse insegnate nelle scuole di retorica di indirizzo asiano: " Come io stia, te lo farò sapere, anche se tu non me lo chiedi. Dal momento che sono rimasto in quel numero, a cui non appartiene la maggior parte degli uomini… così che tu voglia che sia morto colui che non hai voluto andare a trovare, anche se avresti dovuto farlo. " " Queste parole “non hai voluto” e “avresti dovuto”, se ti piacciono poco, perché sono prive di arte ed imitano Isocrate e sono sciocche e allo stesso tempo del tutto puerili, non perdo il mio tempo, se tu qui…" Lucilio scrive ad un amico per dargli sue notizie e per rimproverarlo perché ha trascurato di restituire la visita al poeta durante una malattia abbastanza grave, che ha fatto temere per la sua vita. 
    " La maggior parte degli uomini costituisce il mondo dei morti; i vivi non sono che una minoranza. "
    Lucilio ingigantisce il malanno e per angosciare il suo amico con una certa comicità:
    - bisogna informarsi sulla salute degli amici;
    - ora tu non hai voluto farlo;
    - dunque tu hai voluto la mia morte:
    - Lucilio sarebbe molto felice di annoiare il suo interlocutore con una figura di stile puerile, dal momento che nei casi gravi si mostra così poco devoto.

    Il lavoro tecnico per Lucilio, e come dargli torto, non basta per creare l'opera d'arte: è necessario ancora che questo lavoro sia conforme alla verità (in cui intende la verità del sentire, il cor). Per la prima volta nella letteratura latina, Lucilio introduce l'idea che il contenuto e la forma sono ambedue necessitanti e legate.
    il discorso scorra come racchiuso in un cerchio, fino a quando si ferma, una volta che i singoli pensieri abbiano raggiunto completo sviluppo”;  L’oratore ateniese è, insomma, il modello stesso del retore. È a questo titolo che egli è il simbolo di tutti i difetti che Lucilio condanna.




    LUCILIO E LA FILOSOFIA GRECA - L’ “ECLETTISMO”

    Non è possibile definire la posizione di Lucilio in ambito filosofico perchè non si schiera in un campo, ma accoglie spunti e suggerimenti da varie parti, pronto sempre a respingere e a criticare ciò che non approva, da qualunque parte provenga. Dal momento che non appare legato ad alcuna scuola filosofica, Lucilio è un “eclettico”.
    Lucilio ha un certo interesse per la filosofia di cui possiede una discreta cultura, da degno membro del circolo scipionico, aperto agli influssi del pensiero greco e, in particolare, allo stoicismo. Tuttavia rifiuta le teorie astratte di nessuna utilità per la vita pratica e ridicolizza certi aspetti della filosofia greca che ad un Romano, piuttosto razionale, sembravano stravaganti e assurdi.
    Si legge nei sui frammenti
    " Allora dove sono gli autori greci? Dove sono ora i trattati di Socrate? Qualunque sia l’argomento che andate cercando, siamo rovinati "
    Di fronte alle passioni o agli eventi molto negativi crolla ogni principio filosofico, che non può infatti risolvere la vita nè i problemi degli uomini come pretenderebbe.


    CRITICA AL TEATRO TRAGICO ROMANO

    La critica di Lucilio non è rivolta al genere tragico, ma ai tragediografi contemporanei, che, imitando Euripide, si sono allontanati dai canoni della grande tragedia. Aristofane aveva criticato in Euripide sia il gusto del patetico sia la decisione di rendere protagonisti dei suoi drammi eroi cenciosi come Telefo e Antiope

    Lucilio riscontra i medesimi difetti negli autori tragici romani, che hanno portato sulla scena personaggi sporchi e miserabili. " ora l’umile origine rappresenta per costoro una cosa straordinaria e stupefacente dove la regina opera come una schiava ".

    Lucilio considera la degenerazione del teatro come un aspetto della crisi morale che Roma aveva subito a causa delle vicende della guerra di Spagna.


    Un'altra categoria di critiche riguarda l’imitazione di certi procedimenti sofistici di Euripide
    " Se debba impiccarsi o gettarsi su di una spada, per non bere l’aria "È questo un esempio lampante di ragionamento sofistico, semicomico alla maniera di Euripide: l’eroe tragico, infatti, sul punto di uccidersi, si perde in una deliberatio in piena regola per decidere se debba impiccarsi o gettarsi sulla spada.




    LUCILIO INVENTORE DELLA SATIRA

    La satira di Lucilio è più antica che si ricordi per un genere letterario romano. Soltanto nella generazione precedente, la letteratura aveva fatto ufficialmente il suo ingresso a Roma, con la traduzione e il riadattamento di un’opera greca, l’Odissea di Omero. Nella letteratura latina ci si rifece pertanto ai modelli greci. Ma la satira era tutta romana.

    ORAZIO
    Secondo gli storici letterari moderni, la prima fase del suo sviluppo sarebbe legata al nome di Ennio.

    Stando, invece, alla ricostruzione degli eruditi romani, la satira sarebbe stata completamente inventata da Lucilio.

    Nel libro trentesimo  Lucilio definisce il proprio ruolo sociale di maestro e guida, " Come te che… ciò che noi stimiamo essere un’immagine della vita " .

    L’epica e i generi teatrali avevano il loro ambito di destinazione già iscritto nello statuto originario ed erano rivolti a un’intera comunità. ma il poeta non scrive né per i troppo dotti, che ne sanno più di lui stesso, né per gli ignoranti, che non avrebbero capito nulla.

    Lucilio dichiara di voler trovare rispondenza nell’animo di chi sa apprezzare i sermones per quel che di nuovo hanno portato nel panorama della letteratura latina. Egli rileva che un suo avversario. identificato con Accio, si rammarica del suo insuccesso presso il pubblico, mentre nello stesso tempo sottolinea il favore incontrato dalle Satire. Lucilio però, come dichiara, non desidera essere letto da persone né troppo ignoranti né troppo colte.

    Ricerca un pubblico “medio”, capace di apprezzare una letteratura aderente alla realtà, un pubblico che non è anestetizzato dai sofismi filosofici, nè troppo incolto e schematizzato che non possa aprire la mente alle innovazioni. Insomma un pubblici che non solo ascolta ma sente.


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  • 09/29/17--05:26: CULTO DI MURCIA
  • CIRCO MASSIMO

    IL TEMPIO

    Il Santuario della divinità arcaica Murcia (sacello:. Varrone, Ling 5.154) si attesta all'interno della traccia del Circo Massimo vicino al primo palo di svolta (la meta sud est) sul lato Aventino (Terz, De SPECT 5, 8.. ; sub monte Aventino: Festus 135).

    Varrone riferisce che il piccolo santuario era un tempo circondato da un boschetto, ma questo era stato ridotto a un solo albero di mirto, ultimo vestigium dell'età augustea (Varrone, loc. Cit.). Nella tarda antichità la valle veniva chiamata Valle Murcia in onore della Dea, ma forse solo dopo che il suo santuario venne ampliato notevolmente (Humphrey 96-97; Coarelli; s.v. Vallis: Circo Massimo), vale a dire quando venne edificato in pietra il Circo Massimo..

    Non si sa nulla dell'architettura augustea del santuario, e anche la sua posizione può essere solo approssimativa, però Plinio parla di una Murciae Metae, a Roma, dove era consacrato un altare alla Dea Murcia. E Festo ci informa che c'era un tempio a Roma, il Tempio Murco,  dedicato alla Dea Murcia. Secondo lo studioso Felice Ramorino (1852 – 1929) la Dea Murcia aveva un tempio ai piedi dell'Aventino presso il Circo Massimo, secondo alcune fonti voluto da Anco Marzio.

    Il tempietto della Dea Murcia ancora è nominato da Tertulliano, il quale la crede la stessa Dea Venere. "Murtia quoque idolum fuit. Murtiam enim Deam amoris volunt cui in illa partem aedem vovere". E Festo nel libro XIX: "in Sellae, Sellae curulis loco, in circo datus est Valerio Dictatori posterisque eius honoris causa, ut proxime sacellum Murtiae spectarent, loca Magistratus."


    L'AVENTINO (stampa del XVIII sec.

    L'AVENTINO

    Sull'etimologia non ci sono molte notizie, in tempi antichissimi il colle Aventino, come informa Varrone, si chiamava Murcus, e Livio dice che il re Anco Marzio, avendo vinto molti latini, ne accolse alcune migliaia, ai quali vennero assegnate stanze presso il tempio di Murcia (ad Murciae datae sedes).

    Fu la sede dei plebei, contrapposta al Palatino sede dei patrizi. Con la Lex Icilia de Aventino pubblicando, del 456 a..c. l'area del colle fu distribuita tra i plebei per costruirvi case,a causa dell'occupazione di suolo pubblico da parte dei patrizi, che aveva scatenato le proteste di questi. Il colle divenne pertanto un quartiere popolare e mercantile
    Secondo alcuni l'Aventino era detto Mons Murcus (che avrebbe dovuto significare Monte taglisto), ma anche Mons Murtus, dal nome della Dea Murtia.



    LA DEA

    Varrone parla di Venere Murcia, come Dea dell'amore, detta pure Venus Mirtea, che aveva cioè come attributo il mirto. La Dea Murcia però era anche la Dea che "ammolce", che carezza l'uomo e ne asseconda le voglie.

    Più tardi fu assimilata a Mortea, o Murtea. cioè la Dea del Mirto, secondo alcuni simbolo di casto amore, in realtà il mirto era la pianta che si offriva ai morti, non a caso Mortea. Amore e morte sono state accoppiate da sempre, perchè il massimo dell'amore è la morte dell'io.

    Ora molti associano Murcia all'aggettivo Murcidus, pigro e inattivo, e pertanto alla depressione, per cui Venere Murcia sarebbe collegata a colei che deprime gli animi, ma se così fosse non le avrebbero posto un tempio nel Circo Massimo, dove i cuori si elettrizzavano.

    Ma come mai gli autori sono così discordi sulle qualità della Dea? Perchè Murtia fu identificata, oltre che con Venere, colla Bona Dea, che era Dea dei campi e delle messi.
    Murtia, o Murcia o Mursia hanno la stessa matrice "mu" che sappiamo connessa con madre e morte.
    Trattavasi di una Dea italica antichissima e triplice, con un lato donativo e uno distruttivo: amore e morte. Non è dunque strano che fosse Dea dell'amore e dell'abbandono, ma pure della tristezza e della depressione per la vecchiaia e la morte.

    Inoltre, pur essendo la Dea indifferentemente chiamata Mursia, o Murcia, o Murtia, alcuni l'hanno chiamata anche Martia, ma si ritiene un errore di trascrizione. Si ritiene ma non ne sono certi.

    Vien da pensare ai Marsi, abitatori della Marsica, in Abruzzo, di cui Appiano di Alessandria diceva:
    « Nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse » (Non si può vincere né senza i Marsi né contro di essi) Si dice si chiamassero Marsi in quanto adoratori di Marte, Dio della guerra, che in lingua sabellica si pronunciava "Mars" o "Mors".

    Ma c'è di più, un importante collegamento tra tutti questi nomi, perchè risale al 150 a.c. il primo documento scritto in cui si parla di Venere dei Marsi, un paese d'Abruzzo tutt'ora esistente. Il documento recita: “Ebbe culto (la Dea) specialmente nell’attuale villaggio che da lei ha il nome Venere e verso l’anno 150 a.c. i Marsi costruirono un tempio sotto il titolo di Venere Mirtea. 

    Il tempio fu eretto per celebrare la pace tra i Marsi, gli altri popoli italici e i Romani determinando il nome del paese. Capitelli e basamenti di stile Corinzio sono ancora oggi conservati nelle Chiese di Venere. Dunque Venere Mirtea è la Venere dei Marzi, non sarebbe strano che diventasse la Dea Marsia, e da qui magari Mursia o Murtia..


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  • 09/30/17--07:22: ARCHI ROMANI
  • ARCO DI AUGUSTO (Susa)
    L'arco, detto in latino Arcus, o fornix, o ianus, in architettura è un elemento strutturale a forma curva che si appoggia su due piedritti ed è sospeso quasi sempre su uno spazio vuoto. L'arco è costituito normalmente da conci, cioè da pietre tagliate, o da laterizio (cioè mattoni), i cui giunti sono disposti in maniera radiale verso un centro virtuale, per cui i conci si rastremano attraverso una forma trapezoidale e vengono detti cunei.

    Se i conci dell'arco sono invece rettangolari (il caso dei mattoni) hanno bisogno di essere uniti da malta che riempia gli interstizi in forma cuneale. L'antico arco a conci tuttavia non aveva bisogno di malta, stando perfettamente in piedi anche a secco, grazie alle spinte di contrasto che si annullano tra concio e concio. 

    Si dice che l'arco sia stato inventato dai Romani per rimpiazzare una ordinaria colonna o piedistallo come una base per statue o insegne onorarie. Nel tempo l'arco stesso divenne talvolta più importante di ciò che supportava. 

    Per gli archi romani si possono consultare il Graef in Baumeister's Denkmäler, 1864 ‑ 1889; Frothingham nel 1904, Rev. Arch. nel 1905; Curtis in Pas II.26‑83;(in cui si dimostra che i greci derivarono la doppia colonna come base per sculture dalla singola colonna, mentre i romani aggiunsero l'arco, la cui forma più semplice fu quella dell'arco di Susa.).

    L'arco è un ampio monumento, ma anche un elemento strutturale dell'architettura, di cui i romani fecero ampio uso nell'edificazione, con forma curva e base quadrata o rettangolare, in genere proteso fra altre strutture, in genere sui piedritti (elementi architettonici verticali portanti, che sostengono cioè il peso di altri elementi) ed è traversato da una o due o tre vie di passaggio, dette fornici (aperture arcuate caratteristiche degli archi trionfali romani,). A volte l'arco romano era percorso oltre che dalla via trasversale anche da una via longitudinale, come ad esempio l'arco di Giano.

    Per costruire un arco si ricorreva tradizionalmente a una particolare impalcatura lignea, chiamata centina. Essa doveva sostenere l'arco fino a che, completato, poteva reggersi da solo. Tuttavia i romani realizzavano anche centine di terra, soprattutto quando si costruivano le sostruzioni di edifici complessi che si ripetevano più volte. 
    Venivano formati grandi cumuli di terra che, in superficie, venivano regolarizzati con assi di legno o con della paglia, sulla cui superficie concava venivano allettati i conci della volta fino al completamento del sesto, e, in seguito, si rimuoveva la terra da sotto la volta.

    Il cuneo fondamentale che chiude l'arco e mette in atto le spinte di contrasto è quello centrale: la chiave d'arco, ovvero la chiave di volta.

    ARCO DI ADRIANO A JERASH (Giordania)

    LA CHIAVE DI VOLTA

    La chiave di volta è una pietra lavorata a rastremo per adempiere a funzioni strutturali, posta al vertice di un arco o di una volta; a chiudere la serie degli altri elementi costruttivi disposti uno a fianco dell'altro. La sua funzione, oltre che ornamentale, è di scaricare il peso retto dall'arco sui pilastri laterali.

    Nell'architettura romana la chiave di volta presenta spesso in facciata, in particolare sugli archi trionfali, una decorazione, più sporgente rispetto a quella del resto dei blocchi che compongono l'arco (in genere sagomati come architrave curvilineo, o archivolto). Si tratta di una grande mensola con profilo ad S e disposta verticalmente, sulla cui faccia sono presenti spesso immagini di divinità.

    CHIAVE DI VOLTA
    Gli Etruschi furono gli inventori della chiave di volta e fu infatti il primo popolo del Mar Mediterraneo che usò l'arco nelle costruzioni (anche se in Mesopotamia era già conosciuto). L'arte di costruire gli archi permise agli etruschi di edificare ponti, un'arte importantissima e complessa che richiedeva architetti qualificati per la loro realizzazione. 

    Infatti questi architetti, che probabilmente costituivano una corporazione si dissero "Pontefici" in latino Pontifex, cioè "facitore di ponti", e il coordinatore dei vari architetti veniva chiamato Pontifex Maximus, termine con cui oggi viene chiamato il capo della Chiesa Cattolica, cioè il Pontefice Massimo.

    I romani, abilissimi nel copiare le altrui tecniche in qualsiasi campo, appresero immediatamente quest'arte, che permise loro di edificare ponti, acquedotti, archi trionfali e strutture più complesse come il Colosseo.



    ARCO A TUTTO SESTO

    L'arco a tutto sesto (sesto è l'antico nome del compasso) è un tipo di arco contraddistinto da una volta a semicerchio. I romani utilizzarono l’arco principalmente in questa forma semicircolare, cioè nella la modalità più semplice ed economica per realizzarlo; rispetto alle culture che precedentemente lo utilizzarono, ne fecero anche l’elemento base per realizzare le strutture portanti degli edifici di grandi dimensioni; l’esempio più famoso è rappresentato dal Colosseo.

    Non è difficile capire perchè un arco a tutto sesto sia più facile da disegnare, e poi realizzare di un arco più acuto o di un arco ribassato.  L'arco a tutto sesto corrisponde a un semicerchio. Il cerchio fu il primo disegnato dell'uomo, il più semplice. Era sufficiente un paletto (detto gnomone) conficcato al suolo, a cui si legava una liana o una corda e si faceva girare l'estremo del legaccio, tenuto da qualcuno intorno allo gnomone; esso avrebbe disegnato un cerchio completo. Se poi si tagliava a metà il cerchio il sesto era disegnato.

    ARCO DEI GAVI (Verona)

    GLI EDIFICI

    Probabilmente tra i primi grandi edifici realizzati in opera quadrata di travertino o tufo o peperino e struttura portante in archi, sono il teatro di Pompeo in Campo Marzio, voluto da Pompeo Magno ed inaugurato nel 55 a.c., l’anfiteatro di Statilio Tauro in Campo Marzio aperto nel 29 a.c., il teatro di Marcello che ancora oggi possiamo vedere sul lungotevere e che risale al 17 a.c..

    L'arco venne utilizzato dagli architetti romani per segnare lo stile degli edifici, inventando il motivo dell'arco inserito all'interno del sistema pilastro-trabeazione. Per tutto il periodo classico, l'arco non ha mai "poggiato" su di una colonna, perché era considerata una violazione dell'estetica dell'arco stesso e uno svilimento del ruolo della colonna, che doveva terminare sempre con la trabeazione.

    L'uso maggiore degli archi in successione continua ci fu nella costruzione degli acquedotti. Comunque i romani con gli archi fecero di tutto: porte, portici, archi di trionfo, le volte, teatri, anfiteatri, circhi,  terme, e così via. Si risparmiava, materiale, peso sulla struttura e tempo di edificazione, guadagnando soprattutto in estetica.

    ARCO DI COSTANTINO

    GLI ARCHI TRIONFALI 

    Gli archi di trionfo dell’antica Roma furono opere maestose e preziose, realizzate per eternare un personaggio o di un evento legati alla gloria di Roma. Ben presto divennero una creazione architettonica autonoma ed originale dell’arte romana. Con l'arco di festeggiava un generale vittorioso, in età repubblicana, o un imperatore trionfatore anche se le battaglie vinte erano dei suoi generali, in epoca imperiale.

    A volte venivano eretti archi temporanei, costruiti per essere utilizzati durante celebrazioni di un trionfo, che poteva protrarsi anche per più di un giorno, e poi venivano smontati. Ovviamente dovevano essere in legno a cui si applicavano iscrizioni con lettere di bronzo, e sicuramente con dipinti  di nike ed altro. 

    In genere solo gli archi eretti a Roma vengono definiti "trionfali" in quanto solo a Roma venivano celebrati i trionfi e onorato l'ingresso del vincitore. Del resto si può ben immaginare, dato il numero degli abitanti, l'impatto visivo del corteo e della folla stipata che acclamava per l'intero percorso. Scendevano ad assistere al trionfo centinaia di migliaia di cittadini che facevano da spettatori a una scena variegatissima e piena di sorprese, e questo poteva accadere solo a Roma.

    Era uso porre un'iscrizione nella parte superiore dell'arco, che narrasse la motivazione del trionfo del personaggio, e sui lati a faccia veniva eseguita una decorazione scultorea, collegata alle glorie del personaggio in causa. Spesso erano arricchiti dalla presenza di statue, che andavano a sormontare la struttura. Gli imperatori spesso facevano eseguire una quadriga guidata da loro stessi e/o da una Nike in bronzo dorato che splendeva ai raggi del sole dall'attico dell'arco.

    ARCO ONORARIO A CARNUNTUM

    ARCHI ONORARI

    Gli archi eretti fuori Roma sono generalmente definiti "onorari" e avevano la funzione di celebrare nuove opere pubbliche, per la gloria e la pubblicità dell'imperatore che veniva celebrato in quell'arco. Era un'opera che sarebbe rimasta nei secoli, visto che i romani costruivano per l'eternità. Non potevano prevedere il crollo della loro civiltà e soprattutto della loro religione, che causò la devastazione di un'era gloriosa e carica di un'arte che avrà un pallido riscontro solo nel Rinascimento. 

    In tutto il mondo da Roma in poi i diversi popoli riprodurranno nelle proprie città degli archi di trionfo sul modello romano, per celebrare vittorie o comunque grandi risultati ottenuti in quella nazione. Tutto ciò che non si è riuscito a distruggere di romano ha insegnato l'arte al mondo intero.



    ELENCO DEGLI ARCHI TRIONFALI

    - 196 a.c. - Lucio Stertinio
    due archi nel Foro Boario, davanti ai templi della Fortuna e della Mater Matuta e uno al Circo Massimo, decorandoli con statue dorate.

    - 190 a.c. - Arco di P. Cornelio Scipione Africano 
     sulla via del Campidoglio, decorato con sette statue dorate e due statue equestri, e con due bacini in marmo.

    - 121 a.c. - Fornix Fabianus
    edificato da Q. Fabio Massimo sulla via Sacra, che esisteva ai tempi di Cicerone.

    - Arco di Comegliano 
    l'arco romano tutto ricoperto di marmo fu, come narra il Martinelli, fatto gettare a terra dal cardinale Anton Maria Salviati, nel 1595, che lo richiese in dono dal Papa Clemente VIII, che gliel'accordò, per adornare con quelle pietre il suo palazzo.

    Di nessuno di questi archi restano tracce.

    - 61 a.c. - Arco di Pompeo
    per il trionfo  su Mitridate, alle spalle della scena del teatro di Pompeo. Sembra riconoscibile sulla Forma Urbis Severiana.

    - Arco di Ottavio
    (Plinio) Augusto intitolò un arco al proprio padre naturale, Ottavio, sul Palatino, con le statue di Apollo e Diana. Forse un ingresso all'area del tempio di Apollo Palatino.
    Arco partico di Augusto

    - 19 a.c. - Arco di Augusto 
    venne eretto in luogo imprecisato dopo la riconsegna delle insegne dell'esercito romano sconfitto a Carre nel 53 a.c. dai Parti (arco partico).

    - 29 a.c. - Arco Aziaco
    Dopo la battaglia di Azio (31 a.c.) e la conquista dell'Egitto (30 a.c.), un arco venne eretto nel Foro Romano in occasione del trionfo di Ottaviano.

    - Arco di Druso
    18 a.c. - Un arco fu costruito per Druso minore (figlio di Tiberio) nel Foro di Augusto, insieme ad un arco in onore di Germanico.
    9 a.c. - un arco eretto in onore di Druso maggiore (fratello di Tiberio e padre di Claudio) sulla via Appia alla sua morte. La denominazione viene erroneamente attribuita al fornice dell'Aqua Antoniniana che scavalca la via poco all'interno della porta delle mura aureliane.
    - Un arco a Druso minore fu eretto dopo la sua morte nel 23 (forse nel 30), ma non sappiamo dove.

    - 2 d.c. - Arco di Lentulo e Crispino
     - Probabilmente la ricostruzione monumentale della porta Trigemina delle mura serviane compiuta dai cons. suff. P. Cornelio Lentulo Scipione e T. Quinzio Crispino Valeriano. L'arco che sorgeva presso la chiesa di Santa Maria in Cosmedin fu distrutto nel XV sec..

    - 10 d.c. - Arco di Dolabella e Silano
    dai consoli P. Cornelio Dolabella il Giovane e G. Giunio Silano sul Celio, probabilmente una ricostruzione della Porta Celimontana delle mura serviane, sotto la quale passava il clivus Scauri, in blocchi di travertino. L'arco fu quindi inglobato nell'Aqua Claudia.

    - 19 - Arco di Germanico
    un arco nel Circo Flaminio, probabilmente tra il Teatro di Marcello e il Portico di Ottavia, dove nella Forma Urbis Severiana compare la pianta di un arco. 

    - Arco di Tiberio
    Tacito narra di un arco presso il tempio di Saturno nel Foro Romano in onore di Tiberio per il recupero delle insegne perdute dalle legioni di Varo nella battaglia della Foresta di Teutoburgo. 

    - 51 - Arco di Claudio
    L'arcata dell'acquedotto dell'aqua Virgo che scavalcava la via Lata, oggi via del Corso, era stata monumentalizzata in arco trionfale per celebrare la conquista della Britannia del 43 ad opera di Claudio.

    - 62 - Arco di Nerone
    L'arco in onore di Nerone fu decretato dal Senato per la vittoria contro i Parti, collocato sulla via di accesso al Campidoglio, ma venne distrutto probabilmente poco dopo, o per la damnatio memoriae o nell'incendio del 69.

    - Arco di Tito
    Oltre al più noto arco di Tito tuttora in piedi, esisteva un altro arco dedicato a questo imperatore presso il Circo Massimo, rinvenuti nel maggio 2015.

    - Arco di Domiziano
    Domiziano costruì numerosi archi, distrutti in seguito alla damnatio memoriae dopo la sua morte.
    Uno sul clivus Palatinus, Un altro arco di discussa collocazione fu costruito nel 92 dall'imperatore per il rifacimento del tempio della Fortuna Redux, secondo alcuni in relazione alla porta Triumphalis da cui entravano i cortei dei trionfatori.

    - 117 - Arco di Traiano
    Un altro arco di Traiano eretto dopo la sua morte è ricordato da fonti tarde sulla via Appia, un altro arco nel Foro di Traiano è ricordato come decretato dal Senato nel 117, ma forse non venne mai effettivamente eretto. Forse un passaggio arcuato nel muro di recinzione meridionale della piazza, in seguito monumentalizzato, che sembra raffigurato sulle monete.

    - 169 - Arco di Lucio Vero
    Un arco dedicato al collega di Marco Aurelio nell'impero, dopo la sua morte nel 169 doveva sorgere sulla via Appia in ricordo delle vittoriose campagne militari contro i Parti 162-166.

    - 176 - Arco di Marco Aurelio
    Al termine di una lunga e dura fase di guerre lungo i confini settentrionali dell'Impero romano, a Marco Aurelio venne tributato un trionfo e la costruzione di un arco trionfale.

    - Arco di Gordiano
    citato solo da eruditi del XV e XVI sec. (v. Pomponio Leto e Andrea Fulvio), furono attribuiti grandi frammenti architettonici di rilievi e di un'iscrizione monumentale rinvenuti a via Gaeta.

    - Arco di Gallieno
    La monumentalizzazione della porta Esquilina delle mura serviane, in origine a tre fornici (i laterali furono distrutti verso la fine del XV secolo) con dedica a Gallieno.

    - Arco di Portogallo
    Conosciuto anche come arcus de Trofoli o de Tripolis e arcus triumphalis, e a volte attribuito a Marco Aurelio. Scavalcava la via Lata, odierna via del Corso, presso l'incrocio con via della Vite. Fu demolito nel 1662. 

    - Arcus Novus
    L'arco, dedicato a Diocleziano per i decennalia (dieci anni di regno) del 293, o per il trionfo celebrato a Roma insieme a Massimiano nel 303, sorgeva sulla via Lata, odierna via del Corso, presso la chiesa di Santa Maria in via Lata e venne distrutto nel 1491 per ordine di papa Innocenzo VIII.

    - Arco di Costantino
    dedicato dal senato per commemorare la vittoria di Costantino I contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre del 312) e inaugurato ufficialmente il 25 luglio del 315 (nei decennalia dell'imperatore, cioè l'anniversario dei dieci anni di potere) o nel 325 (vicennalia). La collocazione, tra il Palatino e il Celio, era sull'antico percorso dei trionfi.

    - 379 / 383 - Arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio
    presso Ponte Sant'Angelo, eretto probabilmente a conclusione della Porticus Maxima, i portici di via Trionfale. Sorgeva sulla via di pellegrinaggio verso la Basilica di San Pietro, inglobato nel campanile della chiesa dei Santi Celso e Giuliano, crollò all'epoca di papa Urbano V (1362-1370). I resti rimasti vennero fatti scomparire.

    - 402 -  Arco di Arcadio, Onorio e Teodosio
    venne eretto dal Senato in onore dei tre imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio II in seguito ad una vittoria del generale Stilicone contro i Goti. Era collocato nel Campo Marzio all'inizio della via Trionfale, nei pressi dello scomparso ponte Neroniano. La struttura in laterizio, priva dell'originaria decorazione era ancora conservata agli inizi del XV sec.


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  • 10/02/17--05:45: GRECOSTASI

  • I RESTI DELLA GRECOSTASI O DEL TEMPIO DI GIOVE STATORE?

    I romani erano un popolo di razionali e precisi, e anche se non lo erano in tanti, apprezzavano comunque quelli che lo erano e sapevano essere efficienti e organizzativi. Si sa che divennero forti e ottimi combattenti proprio per la grande capacità organizzativa e lungimirante. Insomma era un popolo molto avanti rispetto a qualsiasi altro, erano maestri di civiltà.

    Pertanto anche gli ambasciatori stranieri a Roma aveva un compito preciso nella loro organizzazione. Dunque gli ambasciatori non venivano accolti come eminenti stranieri in visita e con tutti gli onori, ma venivano posti in una bellissima sala, che col tempo si arricchì di ornamenti e di statue, in attesa di fare le loro richieste e proposte e successivamente in attesa di conoscere la risposta a queste richieste o proposte.

    Quindi il luogo doveva essere magnifico per far comprendere la grandezza di Roma, contemporaneamente loro dovevano stare ai tempi e alla volontà dei senatori che discutevano su di loro in senato, cioè in separata sede, si che dei messaggeri portavano domande e risposte da ambedue le parti, ma in modo che gli ambasciatori non partecipassero alla discussione vera e propria. I romani erano precisi, gli ambasciatori dovevano fare anticamera perchè i romani erano superiori. Poi li ospitavano ai banchetti, alle terme e così via, un altro modo per stupirli sulla ricchezza e raffinatezza di Roma, ma sempre discosti da coloro che contavano, cioè il Senatus, il potere di Roma.

    LA STAMPA RITRAE LA VECCHIA CHIESA DI SANTA MARIA LIBERATRICE VICINO AL COLONNATO
    La Grecostasi, detta anche Grecostadio, era appunto la sala che serviva da ricevimento per gli ambasciatori stranieri, stava accanto al comizio, era molto decorata, specie in era imperiale, ma fu devastata dal fuoco insieme al comizio, come narra Plinio il Giovane. Il comizio era luogo aperto e porticato dove si emettevano le sentenze di giustizia, ma la Grecostasi invece era luogo chiuso e coperto dal tetto. Comunque già Plinio il Vecchio nel suo XXXIII Libro ne parla come un edificio già distrutto da tempo.

    Plinio narra anche che prima dell'introduzione del più antico orologio solare, nel 263 a.c., durante la I guerra punica, le ore principali venivano annunciate da un araldo sui gradini della Curia Hostilia, annunciando il passaggio del sole tra i Rostra e la Grecostasi per il mezzogiorno e il passaggio tra la Colonna Menia e il carcere per il tramonto. Ciò ha permesso di collocare i Rostra repubblicani e il carcere Mamertino, la Curia a nord del Comizio, mentre Rostra e Grecostasi erano a sud.

    Essendo andato distrutto il comizio in un incendio, Antonino Pio lo fece riedificare in una nuova struttura. (Capitolino in Antonino Pio:  opera eius haec extantes, Grecostadium post incendium restitutum) che accoglieva Grecostasi e Comizi, però più come ornamento del Foro che come edificio di utilità. L'edificio fu chiamato dalle fonti indifferentemente Comizio o Grecostasi, ma più spesso Grecostasi.




    ANNALES DI ROMA

    "Si ha dallo stesso Capitolino, che l'imperatore Antonino Pio lasciò fabbriche sontuose, tanto in Roma che fuori, altre erette da fondamenti, altre restaurate e tra questi ricorda la Grecostasi. l'Anfiteatro Flavio, il sepolcro di Adriano, il tempio di Agrippa e il Ponte Sublicio."


    Secondo Varrone la Gracostasi era un edificio posto a destra della Curia, ove si trattenevano gli ambasciatori stranieri prima di essere tradotti in Sento, ossia nella Curia stessa. Fu poi appellato:" a parte ut multa " giacchè gli ambasciatori che per primi vi si intrattennero erano greci.

    I RESTI CONTEMPORANEI
    Infatti la parola Grecostasi deriva da "Graecos", greci, e "statos", stazione, e coincide col Graecostadium, nome dato da taluni scrittori alla stessa fabbrica. Avendosi da Plinio che Gneo Flavio eresse presso la Grecostasi, che era allora sopra il Comizio, un tempietto della Concordia nel consolato di Sempronio e di Sulpicio, e a da Tito Livio, come abbiamo esposto nell'anno di Roma 451 sotto lo stesso consolato, specificandosi che il tempietto fu eretto nell'area di Vulcano, si viene a conoscere che già in quell'anno la Grecostasi esisteva, non che più precisamente il luogo dove esisteva.

    Ma Plinio esprimendosi - facit aediculam aeream in Gracostasi quae tunc supra comitium erat - fa ritenere che ai tempi suoi si trovasse eretta in altro sito; traslocazione che deve essere avvenuta dopo l'incendio di Nerone, essendo certo che Plinio morì circa quindici anni dopo.

    Dal testo di Varrone, che chiama la Grecostasi - locus substructus - e dalla lettera di Cicerone scritta al fratello nel dicembre dell'anno di Roma 696, ove egli racconta che i mercenari di Clodio, stando sui gradini e nella Grecostasi, gridarono contro Q. Sestilio, finchè pervenissero a far sciogliere il senato, apparisce che la Grecostasi era in origine e fino a quel tempo un luogo aperto, sostrutto e forse isolato.

    Sapendosi poi che sotto Augusto fu riedificata la Curia, è molto probabile che al luogo ove si trattenevano gli ambasciatori delle nazioni, onde essere in quella introdotti, si desse la forma di una sala corrispondente alla magneficenza di Roma.

    Perita dunque nell'incendio neroniano, Nybby tiene per probabile essere stata riedificata da Domiziano, sopra un piano anche più magnifico di quello d'Augusto. Il grande incendio si cui abbiamo parlato l'anno precedente, deve essere stato la causa della riedificazione di Antonino.
    Riconosce il Nybby gli avanzi della Grecostasi nelle tre bellissime colonne che esistono ancora vicino la chiesa di Santa Maria Liberatrice, con il loro intavolamento di ordine corinzio.


    E ne dà la ragione: perchè questo edifizio sarebbe stato apposto a destra della Curia, come descrive Varrone, e il meridiano di Roma sarebbe con aggiustatezza passato tra la tribuna de' Rostri e la Grecostasi, come dichiara Plinio nel libro VII; perchè la proporzione di quelle colonne, lo stile dei capitelli, e soprattutto quello dell'intavolamento, presentano tal perfezione che l'occhio ne rimane incantato, e ne' particolari dell'esecuzione degli ornati si ravvisa lo stile del primo periodo del II sec. dell'era volgare, che fu il più bello e il più perfetto dell'architettura romana.

    Perchè infine le colonne superstiti conservano tracce evidenti d'essere andate soggette ad un incendio, a quello probabilmente ricordato dall'Eccardo, sotto l'anno 283, nell'Impero di Carino e di Numeriano, con asserire che fra gli edifici percossi vi era il Graecostadium,il quale però non soffrì tanto da meritare di essere rifabbricato, infatti non viene citato nei restauri che a cagione di quell'incendio fece eseguire Diocleziano.

    Aggiunge il chiarissimo archeologo che per gli scavi del 1829 e seguenti, nonchè altri posteriori, è stato definitivamente riconosciuto far parte le tre colonne di un edificio quadrilungo, che aveva la faccia rivolta verso la Via Sacra e il dorso alla Curia, ma che si estendeva per quasi tutto lo spazio intermedio tra l'una e l'altra.

    LE TRE COLONNE RITENUTE DI GIOVE STATORE
    Che l'edificio sorgeva sopra una costruzione di circa 25 piedi dal piano antico del foro, che il nucleo di questa sostruzione, rimasto ancora, sebbene smantellato, era costrutto di massi parallelopipedi ben tagliati di tufa lionato e di peperino, che l'esterno era fasciato di marmo del quale rivestimento rimane ancora la parte aderente al suolo antico, e che da questa si conosce, che corrispondente alle tre colonne superstiti veniva il basamento interrotto da una specie di pilastrini alternativamente maggiori e minori.

    Vedendosi poi tra questi pilastrini le tracce d'incassi o riquadri, ritiene per probabile, che contenessero le tavole de' Fasti consolari e trionfali, che nel 1547 furono in parte rinvenuti nel fare uno scavo presso questo edificio, i quali tutti furono collocati nel Palazzo de' Conservatori di Roma in campidoglio per cui son detti Capitolini, e disposti, come oggidì si vedono, nella stanza detta De Fasti.

    La gran sostruzione suddivisata che rammentar parrebbe il Locus Substructus di Varrone, verso la Via Sacra aveva la scala a tre brancate, una di fronte e due ne' lati, le quali, circa la metà dell'altezza verticale, univansi con quella di mazzo, che andava a raggiungere il piano antico dell'edificio, determinato dalle basi, delle colonne superstiti.

    Della gran scalinata non rimane che il masso che la sosteneva, onde può da esso conoscersi la disposizione primitiva. Dall'intercolumnio delle tre colonne e da masso della scala, è chiaro che l'edifizio aveva otto colonne in doppia fila, e tredici di fianco ad una sola linea, e che al fianco meridionale appartenevano quelle che si vedono ancora,

    Ora da quanto abbiamo detto di questo edifizio apparisce chiaro l'equivoco incontrato ne' tempi remoti, quando alle tre colonne superstiti si attribuì un avanzo del Tempio di Giove Statore, e nei prossimi di quello di Castore e Polluce. "

    (ANNALI DI ROMA - di Luigi Pompili Olivieri - 1843 Roma)

    FOTO DEL XIX SECOLO CHE RITRAE LE TRE COLONNE DEL PRESUNTO GRECOSTASI ACCANTO
    ALLA CHIESA DI SANTA MARIA LIBERATRICE, DISTRUTTA NEL 1900 PER LASCIARE IL POSTO
    ALLA PRECEDENTE STRUTTURA OGGI CONOSCIUTA COME SANTA MARIA ANTIQUA

    GRECOSTASI VOLGARMENTE DETTA TEMPIO DI GIOVE STATORE

    "Questo superbo avanzo dell'architettura antica non può aver appartenuto nè al tempio di Giove Statore, nè a quello di Castore e Polluce, perchè il primo secondo gli antichi scrittori era più verso il Velabro e il Palatino: il secondo avea la faccia rivolta al Campidoglio ed era a sinis e non come questo a destra della Curia sotto il Palatino. I passi degli antichi scrittori e la pianta di questa fabbrica coerente al frammento della pianta Capitolina in cui si legge GRECOST non lasciano dubbio, per riconoscere nelle tre colonne un avanzo della Grecostasi edificio eretto pel ricevimento degli ambasciadori stranieri fin dal tempo di Pirro i cui ambasciadori essendo stati i primi ad esservi ricevuti ed essendo greci il nome gli fecero dare di GroeCostasis cioè la stazione de Greci.

    Questa fabbrica essendo perita fin dal tempo di Plinio il vecchio Antonino Pio sontuosamente riedificata ed occupò con essa non solo il sito della Grecostasi primitiva ma ancora quello del Comizio.

    Era il Comizio annesso alla Curia a man destra di chi guardava il Campidoglio e serviva ai Comizi Curiati che si tenevano per la promulgazione de senatusmnsulti e per la elezione di alcuni sacerdoti e particolarmente del Flamine e del Curione Massimo ivi pure qualche volta si amministrava e si eseguiva la giustizia.

    I celebri Fastt Capitolini de quali si parlò di sopra furono trovati in questo luogo nel secolo XVIJ e pure altri frammenti se ne sono rinvenuti negli ultimi scavi.  La facciata della Grecostasi siccome ricavasi dalle ultime scoperte era rivolta all'imbocco della via Sacra nel Foro cioè verso il tempio di Antonino e Faustina.

    La gradinata cominciava con tre rami che in seguito si riunivano in una scala più larga, otto colonne decoravano la fronte e tredici o quindici i lati dove si univa colla Curia, non è certo se avese colonne.
    Tutto l'edificio si ergeva sopra un altissima sostruzione rivestita di marmo con risalti da alcuni stoltamente creduti gli scamilli impari di Vitruvio. Di questo edificio rimangono solo tre colonne col loro cornicione che formavano parte del suo lato esteriore.

    Queste sono di ordine corintio di marmo scanalatc della proporzione più giusta e dello stile più sublime cosicchè servono come quelle del Panteon di modello dell ordine corintio e sono gli avanzi migliori di quell'ordine. Il loro diametro è di palmi 6 e la loro altezza è di 65 palmi compresa la base ed il capitello l'intavolamcnto che reggono quantunque grande e maestoso è di un lavoro delicato e finito.

    Ora dalla pianta di questa fabbrica si rileva che l'opinione di coloro che ne fanno il tempio di Castore e Polluce o di Giove Statore è falsa imperciocchè il tempio di Castore e Polluce secondo Svetonio servi di vestibolo alla casa di Caligola ma queste tre colonne sono in una situazione incompatîbile a servire di vestibolo al Palatino verso il Campidoglio esso ora a sinistra della Curia, secondo Cicerone per chi guardava il Campidoglio e queste rovine sono esattamente alla destra.

     Più improbabile ancora è il sentimento di quelli che ne fanno il Tempio di Giove Statore poichè quel tempio era sulla falda del Palatino verso il Velabro ed il Foro Boario come si rileva da Livio e da Tacîto e perciò non poteva essere nel Foro. Inoltre il tempio di Giove Statore è posto dai reionarj nella X Regione ed il Foro Romano al quale questo edificio appartiene era nella VIII."

    (ITINERARIO ISTRUTTIVO DI ROMA E DELLE SUE VICINANZE di
    Mariano Vasi, riveduto da A. Nybby 1792-1839)



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  • 10/03/17--06:07: OLIMPIA (Grecia)


  • Preziosa è l’acqua,
    piú di ogni bene, l’oro

    risplende come fiamma:
    tu, mio cuore, se brami
    celebrare gli agoni,
    non cercare nel cielo
    senza confini un astro
    piú brillante del sole,
    non cercare un agone
    piú solenne di Olimpia.
    Da questo luogo
    lo spirito dei vati
    scioglie possente un inno
    che ripetono in coro
    tutte le umane labbra…


    (Pindaro)



    L'ALTIS

    KOUROI
    Olimpia comprendeva un recinto sacro, l'Altis, della lunghezza di 200 m e della larghezza di 177 m, situato in posizione sopraelevata con i più importanti monumenti di culto e gli edifici adibiti all'amministrazione delle Olimpiadi.

    Sul lato sinistro dell'Altis, ad est, erano situati lo stadio e l'ippodromo, mentre sul lato destro, cioè ad ovest, vi erano la palestra e il ginnasio dove gli atleti dovevano allenarsi almeno un mese prima delle gare.

    C'era poi il tempio di Zeus con la gigantesca  crisoelefantina eseguita da Fidia nel 430 a.c. e annoverata fra le sette meraviglie del mondo. Seguiva l'Heraion dedicato ad Era,  al cui interno venivano custodite le corone di alloro dei vincitori dei giochi.

    Una delle vie principali di Olimpia era fiancheggiata da dodici thesauroi, i templi votivi al cui interno venivano custoditi i tesori delle città che partecipavano ai giochi; vi era inoltre un edificio circolare, il Philippeion, fatto erigere da Filippo II re di Macedonia.



    LA CITTA' DEI GIOCHI

    Olimpia era la sede dell'amministrazione e dello svolgimento dei "giochi olimpici", ma anche importantissimo luogo di culto, come testimoniano i resti di antichi templi, teatri, monumenti e statue, venuti alla luce dopo gli scavi effettuati dove sorgeva la città.

    Qui si udiva una voce che sovrastava qualsiasi altra gridando:
    «Ekecheiría!». Così l’araldo annunciava la tregua generale delle guerre in corso, e la preparazione
    agli agones hieròi, i giochi sacri che si sarebbero tenuti a Olimpia di qui a dieci mesi. 

    Un comitato di dieci giudici che organizzeranno e dirigeranno i  giochi si recavano in ogni parte dell’Ellade e nelle colonie mediterranee di Olimpia, per avvertire delle prossime Olimpiadi.



    I GIOCHI OLIMPICI

    Per tradizione i primi giochi olimpici avvennero nel 776 a.c., calcolata però dagli stessi greci in base all'elenco dei vincitori, tenendo conto però che iniziarono a scrivere solo dall'VIII secolo a.c, , per cui i vincitori precedenti potrebbero essere stati dimenticati. Si pensa possano essere stati istituiti anche nel X sec. a.c.

    IL CORRIDORE
    In tempi storici, il controllo dei giochi fu conteso tra la città di Elis e la città di Pisa e sulla loro fondazione ci furono pareri discordi. Il fondatore sarebbe stato Eracle, che avrebbe edificato il santuario olimpico col bosco di olivi selvatici da cui si traevano le corone dei vincitori, però a fianco del sepolcro di Pelope (Pindaro, Olimpiche).

    Per altri invece fu Pelope, figlio di Tantalo, che per provare l'onniscienza degli Dei offrì loro le carni del giovane figlio Pelope. Accorti dell'orribile inganno, gli Dei allontanarono i piatti, eccetto Demetra che, sconvolta dalla perdita di Kore, non vi badò e divorò una spalla. Dopo aver punito Tantalo gli dei resuscitarono Pelope, fornendogli una spalla d'avorio, creata da Efesto.

    Sembra che fu suo amante il Dio Poseidone grazie a cui Pelope aveva una squadra dei migliori cavalli e aveva acquistato grande abilità come pilota.

    Centinaia di oggetti votivi, tra cui un gran numero di piccole figure in bronzo di uomini e cavalli, sono stati recuperati dal sito.

    I giochi sono stati tenuti ogni quattro anni, a partire dalla II o III luna piena dopo il solstizio d'estate, tra la fine di luglio o agosto. In origine duravano solo un giorno con una gara podistica denominata stadion, ma del 472 a.c. le gare vennero ampliata e la festa venne estesa a 5 giorni.

    Dalla VII Olimpiade (748 a.c.) in poi il premio del vincitore fu un Kotinos, una ghirlanda di olivo selvatico da un albero sacro che cresceva sul sito. I giochi durarono ininterrottamente per quasi 1200 anni fino a quando furono aboliti, in quanto legati al paganesimo, dall'imperatore Teodosio nel 393 a-c.

    TRAIANO
    I giudici delle gare, gli Hellanodikai, venivano scelti a sorte tra tutti i cittadini di Elis, indossavano vesti di porpora e vivevano in un edificio detto il Hellanodikeon, per i dieci mesi precedenti i giochi.
    Durante questo periodo venivano istruiti dai nomophylakes ("guardiani dei giochi") sui loro doveri e le norme che avrebbero dovuto far rispettare.

    All'avvicinarsi dei giochi veniva dichiarata una tregua sacra per qualsiasi ostilità o guerra, e gli atleti insieme alle personalità e ai pellegrini si avviavano sul sito provenienti da tutto il mondo greco. Chiunque poteva competere fino a quando i loro genitori erano liberi e di sangue ellenico.

    Durante il primo giorno, gli atleti seguivano una serie di rituali e cerimonie, tra cui il giuramento olimpico. A vincitori venivano dati premi e un banchetto nell'edificio Pritaneo.

    La prima gara in assoluto fu lo stadion, corsa su una lunghezza di 192 m, cioè uno stadio.

    Poi si aggiunsero il diaulos, corsa di andata e ritorno, l’hoplites dromos, corsa indossando le armi, e il doliacos, corsa su lunga distanza.

    Si gareggiava anche nella lotta: la pale era simile alla lotta greco-romana, nel pancrazio quasi nulla era proibito, il pugilato era sanguinoso ma molto apprezzato. La prima corsa delle bighe ha avuto luogo nel 680 a.c.

    Il vincitore di ogni competizione olimpica è stato premiato in tutto il mondo greco, si pensi che nell'euforia venne abbattuto un breve tratto della cinta muraria per dimostrare che la difesa della città non dipendeva tanto dalle mura quanto dalla qualità superiore dei suoi giovani. 

    Il vincitore veniva portato in un carro trionfale a quattro cavalli verso l'altare del Dio della città in cui gli veniva conferita la sua corona d'olivo.  Per il resto della sua vita avrebbe potuto gustare i pasti gratuiti presso il Pritaneo nella sua città natale, avrebbe avuto posti riservati a teatro, giochi e feste, nonché varie esenzioni fiscali.

    Spesso gli si dedicava una statua in un tempio per onorare lui e gli Dei che gli avevano dato la vittoria. Queste statue votive sono noti come kouroi, molto comuni in età arcaica, fino alle invasioni persiane del V sec- a.c.



    1) PROPYLON

    Nel Pelopion nel santuario di Zeus ad Olimpia fu costruito un propileo (Propylon) semplice in calcare conchiglifero, una pietra locale, composto da due muri longitudinali e uno trasversale.

    Propileo significa "posto davanti alla porta" (o davanti al cancello).

    Su entrambi i lati era distilo in antis (con due colonne fra le ante), sicuramente di ordine dorico. Questa prima fase si data al VI a.c.



    2) PRYTANEION

    Era l’edificio pubblico dei Pritani, dove in origine era ospitato il primo magistrato e dove era custodito il focolare sacro della città, e potevano essere accolti ospiti di particolare riguardo o cittadini benemeriti.

    Ad Atene per esempio il pritaneo era l’edificio che rappresentava il focolare e il cuore della città, dove si trovava il fuoco sacro che non si spegneva mai. Qui si riunivano i pritani, cinquanta membri della Bulè momentaneamente investiti per sorteggio del titolo.

    Esso era consacrato ad Estia, Dea del focolare, della casa e della famiglia, il pritaneo era il cuore simbolico e politico della pólis: in esso sedevano i magistrati, si accoglievano gli ambasciatori e si celebravano le cerimonie pubbliche, si prendeva il fuoco per fondare le colonie (e il loro pritaneo), si tenevano i sacrifici solenni e le offerte agli dei. Qui si tenevano pure i banchetti per festeggiare i vincitori delle olimpiadi.

    In Atene, il pritaneo coincideva con la Thòlos, un edificio di forma circolare dell’agorà. I pritani, eletti dalle tribù di Atene per assicurare la presidenza della Bulè (assemblea ristretta), sedevano e lavoravano nella Thòlos. Nello stesso edificio essi facevano anche i loro pasti, ai quali erano ammessi coloro che, per i loro servigi, avevano meritato di essere mantenuti dallo Stato. Chi veniva onorato della mensa comune era anche detto "parassito", con il significato di “mangio insieme, sono commensale”. Plutarco riferisce di cittadini illustri mantenuti a spese dello stato nel Pritaneo.

    Ad Olimpia però non c'era la Tholos ma un edificio quadrato con ingresso dal portico a quattro colonne di stile dorico. Seguiva il vestibolo, la camera centrale, che conteneva probabilmente un altare di Hestia. Esso aveva una camera principale a nord  e camere minori sui lati occidentale e orientale. A nord della sala grande c'era un'altra area rettangolare con un colonnato interno e sale nell'estremità occidentale. L'edificio possedeva anche campi all'intorno.

    Gli Elei, gli antichi funzionari dei giochi, risiedevano qui e l'edificio veniva utilizzato anche per le celebrazioni delle vittorie olimpiche. Esso sorgeva su edifici precedenti, sicuramente dello stesso uso. Le fondazioni includono un Altare romboidale in arenaria scolpito con immagini di greggi, dove venne poi eretto l'Altare di Hestia.



    3) PHILIPPEIUM
    PHILIPPEIUM
    Il Philippeion (di Filippo) era un tempio di forma circolare che si trovava all’interno del recinto sacro, a ovest del tempio di Hera, ed era stato dedicato a Zeus da Filippo II di Macedonia, dopo la sua vittoria nella battaglia di Cheronea nel 338 a.c..

    Il santuario conteneva una statua crisoelefantina raffigurante la famiglia di Filippo II di Macedonia, e cioè: Filippo II, Alessandro Magno, Olimpiade sua moglie e regina, Aminta III di Macedonia e Euridice I di Macedonia, sua moglie e regina.

    Fu realizzato dallo scultore ateniese Leocare (l'autore dell'Apollo del belvedere) nel IV sec. a.c. e nonostante oggi il monumento non sia integro, si è potuto stabilire che esso era composto da un colonnato esterno formato da diciotto colonne in ordine ionico. All'interno presentava nove colonne di ordine corinzio, mentre aveva un diametro complessivo di 15 m. Il monumento fu completato dopo la morte di Filippo nel 336 a.c..
    HERAION

    4) HERAION

    L’Heràion ( di Hera) di Olimpia è un tempio greco edificato verso il 600 a.c., uno dei più antichi templi dorici, uno dei primi col portico colonnato e pure con resti ancora decifrabili.
    Venne innalzato nella parte nord del recinto dell’area sacra della città e fu dedicato ad Era, una delle Dee più importanti, secondo alcuni in origine era dedicato a Zeus o ad entrambi. Comunque Hera on alcuni miti antichi era madre di Zeus poi diventata moglie ed anzi Dea del matrimonio.

    Gli atleti durante i giochi olimpici pregavano lei nel Tempio per ottenere la vittoria. Infatti aveva anche la funzione di conservare le corone d’alloro che avrebbero coronato i vincitori dell’Olimpiade.

    Fu probabilmente distrutto da un terremoto nel IV secolo a.c. e ricostruito. Nel 1877 vi venne rinvenuto l’Hermes con Dioniso, capolavoro di Prassitele, oggi nel locale Museo archeologico. 

    Il tempio, posto su un unico gradone, aveva 6 colonne doriche sul fronte e 16 sul fianco e misurava 18,76 m in facciata e 50,00 m per ciascun lato, alte ciascuna m 5,20 metri.

    Pausania, che visitò il tempio nel 176 a.c., nella sua Periegesi della Grecia narra di una colonna in legno di quercia, superstite di quelle originarie sostituite da quelle di marmo, grazie alle donazioni al santuario, quindi con grande varietà di stili, diametri e materiali, tutt’oggi rilevabile. 

    Il pavimento era in grossolano cocciopesto, mentre le tegole del tetto, di cui restano frammenti, erano in terracotta come le antefisse e l’acroterio policromo. Le colonne superstiti sono state rialzate durante la riscoperta e gli scavi archeologici tedeschi. Nei pressi del tempio è stata ritrovata una testa di Era, forse del colossale simulacro della Dea trovato nella cella accanto ad una statua di Zeus, insieme a un frammento di acroterio a disco probabilmente del frontone, ma nessuna delle sculture ricordate da autori, come il frontone con l’altorilievo di una sfinge.

    Ai tempi di Pausania, il tempio era già usato come museo, contenente molte statue di aristocratiche donne di Elis, ma anche della famiglia imperiale di Roma. C'era ad esempio la statua di Poppea, la seconda moglie di Nerone.



    5) IL PELOPION

    Fu un antico santuario e pure oracolo di Zeus, posto sul lato occidentale del Peloponneso, nella parte meridionale dell'Elide, tra il tempio di Hera e il Tempio di Zeus. Grazie ai giochi olimpici cui partecipavano tutti i greci, il santuario assurse ad una grande importanza. La località era denominata dai greci "Altis"

    PELOPIUM
    Il Pelopion nasceva come monumento funerario della mitica figura di Pelope, l’eroe venerato dal popolo Eleate, che successivamente dette il suo nome a tutta la penisola. Sotto il Pelopion infatti si trova il recinto di un tumulo preistorico che è la struttura più antica all’interno dell’Altis e che risalirebbe al 2500 a.c.

    Nel VI secolo a.c., il Pelopion era ridotto a 2 m di altezza. Nel V sec. a.c. fu circondato da un recinto irregolare con ingresso a sud-ovest. Alla fine del V sec. a.c. all’entrata si pose un portico dorico in pietra a due fornici. All’interno del recinto vi erano alberi, soprattutto pioppi, e alcune statue.

    Secondo Pausania, una volta all’anno i magistrati vi sacrificavano un montone nero in onore di Pelope e a chi aveva mangiato le carni dell’animale sacrificato, non era permesso entrare nel tempio di Zeus perché considerato impuro. Fa pensare al "capro espiatorio", ovvero l'animale cui si addossavano le colpe della città.

    IL NINFEO

    6) NINFEO DI ANNIA REGILLA AD OLIMPIA

    Detta pure Fontana di Erode Attico dell' anno 153. Fra i tesori del tempio di Hera c'era pure il ninfeo monumentale, il Nymphaion, commissionato da Erode Attico per risolvere il problema dell'approvvigionamento idrico di Altis.

    La fontana era la mostra di un acquedotto romano di almeno 3 Km e contava tre vasche dove riversavano acqua un grande numero di cannelle. 

    La prima vasca era semicircolare e al suo centro, sulla balaustra del lato diritto, mostrava n toro di marmo recante una scritta di Regilla, moglie di Erode Attico. 

    Vi si annuncia che Annia Regilla aveva donato alla popolazione la fontana di Zeus nella sua veste di sacerdotessa. 

    Resta da capire cosa avesse a che fare il sacerdozio di Annia con il culto di Zeus, strettamente riservato agli uomini.

    ANNIA REGILLA
    A meno che nel tempio di Zeus non vi fosse anche la statua di Hera, che spiegherebbe il sacerdozio femminile.

    L'esedra semicircolare aveva una ventina di nicchie che accoglievano le statue di Erode Attico, dei membri della sua famiglia e dei suoi protettori imperiali.

    Era dotata di una dozzina di cannelle che riversavano acqua nella vasca inferiore.

    Questa era era rettangolare e con un maggior numero di cannelle. Ai suoi lati si ergevano due tempietti rotondi colonnati, ciascuno con una fontanina.

    Avevano un numero ancora maggiore di cannelle, quelle a cui attingeva acqua la popolazione, riversavano l'acqua limpida un una vasca ancora inferiore, lunga e stretta come un ruscelletto dove potevano abbeverarsi anche gli animali.

    Erode Attico dette grande risalto alla figura della moglie, cui consentì ampie dediche e lui stesso le dedicò da morta diversi bei monumenti.

    Fu però accusato di averla assassinata e si sospetta che tanto affetto servisse per stornare i sospetti



    7) METROON

    METROON
    Tempio della Madre degli Dei (Rea, poi Cibele) e di Eileithyia (protettrice dei parti). Dorico periptero esastilo con undici colonne sui lati lunghi.

    Le colonne, di 4,63 metri di altezza e 0,85 metri di diametro alla base, erano di pietra calcarea coperta di intonaco bianco.

    Il tempio era diviso in tre sezioni: pronao, cella e opistodomo (spazio postodietro la cella). Sia il pronao che l’opistodomo erano in antis (le pareti laterali della cella si prolungano in avanti fino alla linea delle colonne delimitando il pronao).

    L'esistenza di un colonnato all’interno della cella è incerto. In epoca romana il tempio fu dedicato al culto degli imperatori, infatti tra le rovine sono state rinvenute le statue di Claudio e di Tito.

    RICOSTRUZIONE DI ZANES

    8) ZANES

    Il termine Zanes è il plurale di Zeus, ed erano così chiamate le statuette di bronzo collocate su sedici basi di pietra che sono giunte fino ai giorni nostri.

    I RESTI DI ZANES
    Esse furono ideate come 'espiazione' per quegli atleti che avevano agito scorrettamente, Si giungeva a frustarli in pubblico e a condannarli al pagamento di forti multe, con cui venivano poi fornite le statue di Zeus. 

    Vi si incidevano infatti iscrizioni con il nome dell'atleta e la regola infranta per cui il soggetto era stato punito. Tutto ciò veniva fatto affinchè Zeus, seccato delle violazioni, non se la prendesse con tutti i cittadini. Questo accadeva perchè i giochi erano sacri e pertanto violarne le regole era come violare un tempio o offendere una divinità.

    La collocazione degli Zanes lungo l'unica via che conduceva allo stadio era un monito per tutti gli atleti, affinchè gareggiassero onestamente. Pertanto i vincitori venivano chiamati olimpionici, cioè usciti da Olimpia e con tutti gli onori.

    CRYPT

    9) CRYPT

    In realtà era un criptoportico ad arco che introduceva allo stadio, seguiva la via degli Zanes, ma mentre questi erano all'aperto il portico era coperto. Forse prima l'ammonizione e poi la protezione del Dio degli Dei..



    10) STADIO

    Lo stadio di Olimpia, ad est del recinto sacro Altis, era il luogo dove si svolgevano gli antichi giochi olimpici e la Heraia, giochi delle donne in onore di Hera.

    Prima del VI sec. a,c, questi giochi si svolgevano in una zona pianeggiante ad est del grande altare di Zeus.

    STADIO
    Le donne gareggiavano come gli uomini, andavano ad allenarsi nelle palestre a loro riservate dove si dedicavano all'atletica a corpo nudo, come gli uomini.

    Si sono ritrovate stele funerarie che rendevano onore alle donne che si erano distinte nell'atletica, in una il marito elogiava la moglie che aveva vinto su tutti i corridori di bighe, e non una ma molte volte, per gare di diversi anni.

    Un primo stadio (stadio I) era stato costruito nella metà del VI sec. a.c. livellando la zona a sud della collina Kronios all’interno dell’Altis. Alla fine del VI sec. a.c., un nuovo stadio (stadio II) fu creato ad est dell'altro.

    Lo stadio fu ancora rielaborato, nel cosiddetto stadio III, nel V sec., con la costruzione del grande tempio di Zeus. Da allora i Giochi attirarono gran numero di turisti e atleti, fu spostato  di 82 m ad est e 7 m a nord, e venne circondato da argini per gli spettatori.

    Dopo la costruzione della Echo-corridoio verso la metà del IV sec. a.c., lo stadio fu isolato dall’Altis, il che dimostra che i Giochi avevano perso il loro carattere religioso diventando un evento sportivo e sociale, sempre appassionante ma molto meno importante.
    STOA' ECHO

    11) STOA' ECHO

    La stoà di Eco (Pausania la chiama anche stoa poikile) era al confine orientale dell’Altis. Prende il nome dall’eco che in essa risuonava per ben 7 volte. La stoà era lunga 98 m, profonda 12,5 e aveva 44 colonne doriche.

    La Stoa fu costruita intorno al 350 a.c. e venne completata in età augustea. Dentro c’erano dipinti di grandi pittori di quell’epoca. Al centro del portico c’era il monumento di Tolomeo e Arsinoe. Davanti al portico delle statue di Zeus.

    EDIFICIO TOLOMEO E ARSINOE


    12) EDIFICIO DI TOLOMEO E ARSINOE


    Sembra si tratti di un antico edificio derivato dagli antichissimi Dei di Samotracia, Dei dei Sacri Misteri penetrati anche ad Olimpia. Comunque non si capisce l'accostamento perchè Tolomeo II Filadelfo è stato un sovrano egizio, secondo re della dinastia tolemaica ellenistica dal 285 a.c..

    Sposò in prime nozze Arsinoe I, figlia di Lisimaco, e nel 276 a.c. circa si unì alla sorella Arsinoe II, inaugurando la tradizione delle nozze tra fratello e sorella, tipica della Dinastia tolemaica.

    13) HESTIA STOA'

    HESTIA STOA'
    Nel corso degli scavi a sud est dell'Altis vennero scoperti dagli archeologi i fossati di difesa menzionati da Senofonte nella descrizione della battaglia dell'Altis (Hell., VII, 4, 28-32). Su questo è stato possibile individuare il santuario di Hestia. 

    Trattasi del padiglione a sud del Portico di Echo, fino ad ora denominato «edificio sud-orientale». Non si sa se l'edificio posto dietro il padiglione sia da identificarsi con il Pritaneo di età classica.



    14) EDIFICI ELLENISTICI

    EDIFICI  ELLENISTICI
    Nel corso del VI secolo, oltre alla costruzione dello stadio, assistiamo al nascere di una serie impressionante di edifici sacri, i “thesauròi” dedicati dalle diverse “poleis” del mondo greco.

    Sorgono così le magnifiche copie dei più splendidi templi del mondo antico ellenistico.

    Questi sorgevano su una terrazza e, tra gli altri, spiccavano quelli delle ricche colonie del mondo greco d’Occidente (Gela, Metaponto, Sibari, Selinunte, Megera Iblea, Siracusa).



    15) TEMPIO DI ZEUS

    Il tempio di Zeus ad Olimpia, nell’Elide, venne costruito in stile dorico tra il 470 e il 456 a.c.. dall’architetto Libone, della vicina città di Elide, che per la costruzione scelse un calcare di conchiglie fossili.

    TEMPIO DI ZEUS
    Il santuario di Zeus ad Olimpia era il più famoso santuario del mondo antico, alla confluenza dei fiumi Cadeo e Alfeo. 

    Il tempio, con 64,2 m di lunghezza, 24,6 m di larghezza e 20 m di altezza, fu eretto secondo Pausania con il ricavato del bottino ottenuto dalla vittoria su Pisa, in Elide all'incirca nel 470 a.c..

    Il tempio, periptero esastilo, con 13 colonne sui lati lunghi, presenta un rialzato a gradoni di 3 m dal piano di cui l’ultimo gradino, il più alto, misura 0,56 m. Presenta inoltre una rampa di accesso sulla fronte. L’interno ha due colonne in antis sul pronao e sul colonnato e il vano della cella è tripartito da due file di colonne doriche. 

    Le correzioni ottiche sono presenti nelle colonne dei lati lunghi e sulle colonne d’angolo, inclinate di circa 60  mm,  

    Fu costruito con calcare di conchiglie fossili locale, ricoperto e lisciato con stucco colorato. La copertura del tetto e la decorazione scultorea, giunta in gran parte fino a noi, erano invece in marmo.

    All’interno una scala immetteva ad una galleria rialzata dalla quale era possibile ammirare la statua crisoelefantina di Zeus, opera di Fidia posta nella cella, tra i due colonnati, posteriore alla costruzione dell’edificio.

    Dello splendido complesso scultoreo restano quasi tutte le statue frontonalim cioè 42, le metope dei due vestiboli, 12 su ciascun fregio, e dei doccioni a testa di leone, alcuni originali e altri sostituzioni scolpite in epoca successiva.

    Le 12 metope che si trovano nel museo archeologico di Olimpia,narrano le fatiche di Eracle.

    La scena sul frontone orientale raffigura i preparativi per la gara di corsa su carri tra Pelope e Enomao (re di Pisa), le cui statue affiancano quella centrale di Zeus. 

    Il tema è legato alle origini mitiche del santuario e il momento raffigurato è quello del giuramento prima della gara: i due protagonisti. 

    MODELLO DEL SANTUARIO DI OLIMPIA IN EPOCA ROMANA
    Enomao con la sposa al fianco e Pelope con al fianco Ippodamia, la figlia di Enomao, sono figure isolate, intente e raccolte in una "quieta tensione" che ferma il tempo e scandisce la massima importanza dell'evento.

    Sul frontone occidentale, restaurato già in epoca antica, Lapiti e Centauri (a destra) combattono alle nozze di Piritoo, presiedute dalla figura centrale di Apollo.

    Ai suoi lati, Piritoo e Teseo guidano due gruppi di lapiti; verso gli estremi del frontone anziane donne sdraiate si nascondono per sottrarsi alla lotta.

    Molto vivace animato e turbolento è invece il frontone orientale che riporta la scultura della Centauromachia, tema comune nella Grecia del V sec. a.c., favorisce l’animazione e il ritmo turbinoso del racconto, ma non si discosta dalla corsa dei carri nell’intento etico e celebrativo.

    Questa alternanza tra stasi e azione, ritmo e pensiero sembra essere cifra distintiva dell’intero complesso, presente sia nelle metope, sia nei frontoni.



    LEONIDAION

    Leonida, architetto greco attivo nella seconda metà del IV sec. Realizzò nel santuario di Zeus a Olimpia il Leonidaion, edificio di forma quadrangolare con un cortile all'interno e un ingresso imponente circondato esternamente da un portico colonnato, che serviva ad ospitare i pellegrini di rango.



    16) ALTARE DI ZEUS

    Gli archeologi hanno scoperto che il culto di Zeus ad Olimpia aveva origini molto piú antiche dello stesso santuario di Zeus. Le prime costruzioni erano state in legno e in mattoni di fango cotti al sole sostituite poi da piú imponenti opere in pietra.

    Anche il grande altare che sorgeva aldifuori del tempio era di fango cotto al sole dove avvenivano i sacrifici rituali a Zeus e agli Dei di olimpia,

    GLI ACHEI


    17) GLI EXVOTO DEGLI ACHAEANS

    Numerosi sono i bronzetti del periodo geometrico offerti alle divinità come ex-voto, in particolare dal Santuario di Olimpia. Rappresentano soprattutto animali, in particolare cavalli, ma anche tori, arieti, uccelli e figurine umane. Lo stile presenta le stesse forme geometriche e proporzioni appartenenti alla ceramica coeva.

    EXVOTO ACHEO
    Le forme sono invece più grafiche che plastiche: arti lunghissimi e busti molto sottili con proporzioni molto allungate. Alla fine dell'VIII secolo il busto comincia ad avere una maggiore consistenza corporea ed inizia la graduale conquista dei valori plastici e dei volumiche avrà pieno sviluppo con il periodo arcaico.

    Tra le offerte votive ritrovate nei santuari si evidenziano i tripodi monumentali. Sono formati da una struttura a tre gambe, due manici e un grande bacile rotondo per contenere le braci. 

    I tripodi ritrovati nei santuari più importanti sono in bronzo o in rame, con grande bacile liscio, anse e struttura finemente decorati. I più grandi e raffinati provengono da Olimpia.

    Nelle versioni in bronzo esistono tipi diversi di lebeti tripodati o forniti di basi, differenziati per stile e tecniche di lavorazione. 

    Il santuario di Olimpia è uno dei siti che offre la documentazione più ricca: vi sono stati ritrovati oltre duecento tripodi con esemplari molto grandi, alti oltre un metro e mezzo. 

    Si tratta di oggetti realizzati soprattutto in bronzo, ma anche in rame, che presentano lavorazioni di eccezionale qualità. Nell'Altis sono stati inoltre ritrovati centinaia di lebeti e tripodi in miniatura, preziosi "modellini" a testimonianza di esemplari perduti.

    E' il caso del grande Tripode di Olimpia, alto oltre in metro e mezzo, che per le forme essenziali, proporzionate ed eleganti sembra un oggetto di design. Si tratta di una copia eseguita dagli studiosi dell'Istituto Archeologioco Germanico negli anni 1971-72 riferita all'originale del IX sec. a.c.
    Il bacile rotondo è sostenuto da una struttura composta da tre gambe di forma squadrata e si completa con due grandi anse ad anello, sormontate da due cavallini.

    Le superfici delle gambe e delle anse sono interamente lavorate a sbalzo e incisione, con motivi a spirale e zig-zag, in contrasto con la superficie liscia e lucida del bacile.



    18) GLI EXVOTO DEI MIKITHOS

    Dopo la morte di Anaxilaos intorno all'anno 476 a.c.. Mikythos, figlio di Choiros, da nove anni era governatore di Reggio in rappresentanza dei figli minori di Anaxilaos.
    EXVOTO  MIKITHOS

    Avendo subito i tarantini enormi perdite nelle loro lotte contro le tribù degli Japigi, consegnò i suoi poteri al suo governatorato, probabilmente su insistenza di Gerone di Siracusa, ai figli di Anaxilaos e andò a Tegea in Arcadia. 

    Per salvare il figlio gravemente malato, a causa di un voto donò numerosi ex-voto in Olympia, dove Igea era particolarmente venerata come Dea della salute.

    Questo tripode di bronzo è tra gli ex voto rinvenuti negli scavi di Olimpia, dedicato appunto alla Dea Igea.



    19) NIKE DI PAIONOS

    Questa è la ricostruzione della Nike di Paionos e quella che segue è l'originale.

    RICOSTRUZIONE
    Nel 1875, dagli scavi di Olimpia emerse una Nike che discende in volo dall'alto.

    L'iscrizione narra che i Messeni ed i Naupatti dedicarono a Zeus Olỳmpos la decima del bottino tolto ai nemici, che 

    Paionos è l'autore della statua e che "egli riportò la vittoria per l'esecuzione degli acroterî del tempio".

    Infatti Pausania nel descrivere gli acroterî del tempio di Zeus cita dei tripodi ai lati e una Nike al centro, tutti dorati.


    La ricostruzione della statua ad opera dello scultore R. Grüttner è considerata da tutti piuttosto esatta, ed ha permesso di capire la posa della Nike.

    La Dea va guardata dal basso, come faceva l'osservatore antico.

    Dalla ricostruzione risulta che la Dea reggeva con ambo le mani un manto rigonfio e che le grandi ali erano attaccate in alto sulle spalle.

    I RESTI
    Nonostante la devastazione operata sulla testa i contorni del mento indicano che la testa era china e girata verso destra.

    Questa concezione del motivo del volo è preparata dalla figura della Nike che si libra in volo dalla mano della statua di Zeus di Fidia ad Olimpia.

    Sembra che questa figura volante sia la prima che si muova direttamente verso lo spettatore. Ma la Nike di Paionos è rappresentata mentre vola a quanto si deduce dal manto gonfio d'aria.

    A questo tipo di rappresentazione fanno da modello alcune figure in corsa del frontone del Partenone.
    Un'invenzione propria di Paianos sembra essere il contrasto fra le vesti che in parte aderiscono al corpo, in parte fluttuano liberamente.

    Le prime sottili come un velo, le seconde con profondi solchi pieni d'ombra. Il rapporto con i modelli e le opere affini porta a datare la statua della Nike attorno al 420 a.c.



    20) GYMNASION

    Il ginnasio, risalente al II sec. a.c., era contiguo alla palestra, insieme ad altri edifici nell’Altis, e portava al bosco sacro a Zeus nei pressi di Olimpia.

    GYMNASION
    Il suo edificio era rettangolare chiuso con ampio cortile al centro e portici sui quattro lati.

    Era per eccellenza il centro di cultura fisica ed intellettuale, un edificio pubblico destinato ai giochi ed agli esercizi sportivi per la formazione dei ragazzi e degli efebi, che vi si esercitavano completamente nudi (“ginnasio” dal greco gymnòs, “nudo”).

    Come narra Vitruvio nel “De architectura”, il ginnasio era un impianto tipicamente greco, con una sala sostenuta da colonne, e un cortile al centro destinato all’allenamento degli atleti.

    Qui si svolgevano la corsa, con  piste sia coperte che scoperte, con aree destinate alla lotta, al pugilato, al gioco con la palla ed al pancrazio. Vi si trovavano pure i bagni e gli spogliatoi, nonchè ambienti di intrattenimento, come le sale e le esedre, destinate anche al pubblico.

    PALESTRA


    21) PALESTRA

    La palestra, ovvero il “luogo per fare la lotta”, serviva appunto all’addestramento degli atleti ed agli eventi più violenti, fra i quali la lotta e il pugilato.

    L’edificio era dotato di cortile a peristilio e su uno o su più lati c’erano degli spazi chiusi che servivano come vestiboli, oltre ad aule fornite di panche per il riposo. Inoltre c’erano bagni e negozi che vendevano oli e sabbia, per l’igiene e la cura del corpo di un atleta.

    La palestra ad Olimpia sorgeva ad ovest dell’Altis in un’area che da subito venne destinata agli atleti del pugilato, della lotta e del salto. 

    Era uno spazio a pianta quadrata, con un cortile a peristilio, lungo i cui lati si aprivano locali coperti con funzioni di: spogliatoi, bagni, stanze fornite di banchi, dove gli allenatori impartivano le istruzioni, e soprattutto il Konistérion, luogo in cui gli atleti si cospargevano il corpo di sabbia o di cenere, l’Elaiothésion, dove invece si ungevano di olio, e infine un’esedra dove i filosofi dissertavano con i loro discepoli. 

    Dopo intensi esercizi fisici nella palestra, i giovani facevano un lavaggio rituale purificatorio con acqua calda, e, raggiunta una piena distensione dopo la fatica fisica, passavano nell’esedra per l’educazione dello spirito.



    22) THEOCOLEON

    THEOCOLEON
    Era un edificio con le camere che si affacciavano su una corte con giardino. era posto a est del Santuario di Zeus (Altis), a sud della Palaestra, e ad est dell' Heroon. 

    Risale all'incirca al 360 a.c., con una corte quadrata di 6,7 m, mentre le camere, nel numero di 8, erano di circa 5 m di profondità, tutte intorno alla corte.

    Nel 300 a.c. vennero aggiunte altre camere nella parte est, intorno a un peristilio con giardino. I romani la ampliarono e decorarono ulteriormente. 
    Si pensa fosse adibito a convento per i sacerdoti.



    23) HEROON

    L'Heroon, o santuario dell'eroe, è la tomba più antica che si ricorda ad Olimpia è la tomba di Pelope, un tumulo ricoperto di alberi, e si dice che venne fa lì l'usanza di innalzarne nei principali campi di battaglia in ricordo dei caduti. 

    Ma anche quando il tumulo venne sostituito col tempio , questo molto spesso era circolare, a tholos, e in esso s'apriva la fossa in cui venivano gettate le offerte.
    Diversi esempi di heroon sono conservati a Olimpia, dei quali il più antico risale al sec. VI a.c., formato di due camere rettangolari, precedute da un vestibolo: delle camere, una conteneva l'altare mentre l'altra racchiudeva un ambiente circolare con la fossa.

    La sala circolare conteneva un altare di terra e pietre rivestita in stucco. La stanza circolare aveva uno spessore di mezzo metro. Il muro quadrato che circondava la tholos avrebbe sostenuto un tetto piramidale.



    31) BOLEUTERION

    L'edificio per il senato di Olimpia, organizzatore dei giochi olimpici, ovvero il Boleuterion, venne edificato nel VI sec. a.c., come un ambiente rettangolare allungato, diviso in due navate da una fila di sette colonne, i cui sedili di legno si disponevano lungo le pareti, e da un secondo ambiente ad abside ad una estremità, diviso in due da un muro. 

    Nel V sec. vi fu aggiunto un secondo edificio identico al primo e nel cortile tra i due venne eretta una statua di Zeus Horkeios, presso cui giuravano gli atleti e i giudici di gara. Nel IV sec. ai due edifici con l'area scoperta venne eretta un'unica facciata con un portico di 27 colonne ioniche.



    32) STOA' DEL SUD

    O portico meridionale, si trova a sud, davanti al Bouleuterion. La lunghezza del portico raggiungeva 79,35 m. con una profondità di 12,85 m. Un atrio, sporgente dalla facciata sud, movimentava le lunghe facciate colonnate.
    L’edificio serviva ad accogliere processioni, ambasciate e personaggi eminenti, dato che la strada sacra dell’Elide terminava proprio davanti a questo edificio.
    Il portico aveva all'esterno la forma di un peristilio dorico, mentre all’interno si innalzavano 17 colonne corinzie. La datazione dell’edificio viene fissata alla metà del IV secolo.
    Nel III sec. il portico costituì il bastione meridionale della fortificazione eretta contro gli Eruli.

    RICOSTRUZIONE DELL'ALTIS

    33) VILLA DI NERONE

    Al tempo di Nerone venne costruito un nuovo peribolo, furono rese monumentali le porte del Santuario, costruite le Terme. Lo stesso Nerone si fece costruì una villa.

    Con gli editti di Teodosio I nel 393 d.c. e di Teodosio II nel 426, furono distrutti tutti i monumenti dell’Altis.


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  • 10/04/17--05:50: CRUSTUMINI (Nemici di Roma)


  • Cinque grandi città, mano alle incudini, fan nuove armi: la potente Atina, Tivoli stupenda, Crustumerio ed Ardea e la turrita Antenne”.
    (Virgilio - Eneide, VII, 629-631)

    I Crustumini (per contrazione di Crustumerini), erano un popolo dell'Italia preromana che occupavano un territorio del Latium Vetus delimitato ad ovest dal fiume Tevere, al di là del quale si trovavano i Veienti.

    CRUSTUMERIUM NEL LATIUM VETUS
    Erano considerati di stirpe latina anche se Plutarco li ritiene di origine sabina. La loro capitale era Crustumerium (o Crustumeria), posta a nord di Fidenae e ad ovest della città sabina Corniculum, presso le sorgenti del fiume Allia, sulla collina della Marcigliana Vecchia, che domina la via Salaria presso Settebagni.

    Il nome Marcigliana deriva dal Fundus Marcellianus, appartenuto alla famiglia romana dei Marcelli, ramo della gens Claudia.

    Crustumerium,  è inclusa da Plinio il Vecchio nella sua lista di città scomparse. Infatti i Crustumini vennero assorbiti dai Romani, dopo la vittoria che Romolo, il primo re di Roma, ottenne nel 752-751 a.c. in seguito al "ratto delle Sabine". Crustumeria venne occupata e nei territori adiacenti vennero inviati coloni romani che andarono a popolare soprattutto la città di Crustumerium, ambita per i suoi terreni fertili. Tuttavia molti crustumini, soprattutto genitori e parenti delle donne rapite, si stabilirono a Roma.

    La distruzione della città, come narra Tito Livio avvenne verso la metà del V sec. a.c., con il trasferimento della popolazione a Roma e la creazione della nuova tribù Crustumina.

    La successiva perdita di importanza della città, determinata dalla politica territoriale di Roma, è attestata in occasione della battaglia dell’Allia (390 a.c.), in cui i Galli sconfissero l’esercito romano, dato che nelle cronache si nominano solo i montes Crustumini senza cenno alla città.

    Già dall’età repubblicana il territorio crustumino, compreso lo spazio che aveva accolto la città, si era del resto trasformata in un’area agricola gestita da fattorie che prosperavano sotto l’amministrazione dei Municipi di Nomentum e di Fidenae.


    Tito Livio - XI 


    RITROVAMENTI SUL SITO DI CRUSTUMERIA
    "Intanto che i Romani intendeano a quest affare quelli d Antenna colto il bello che non v'avea difensori corsono sopra la terra di Roma. Ma Romolo subitamente venne loro incontro con la romana legione e sconfissegli e sbarattatili al primo assembro e romore prese la loro città per forza. Ed al tornare ch'egli faceva lieto di doppia vittoria, Ersilia sua moglie per preghi delle rapite il pregò eh'egli perdonasse ai loro padri e eh'ei gli ricevesse dentro la cittade imperò che cosi vi potrebbe crescere la cittade per accordo e per pace Romolo il concedette assai leggermente.
    Poi andò incontro ai Crustumini i quali gli moveano guerra. Ma egli furo sì paurosi e spaventati della sconfitta degli altri che assai più leggermente venne a capo Romolo della guerra che non avea fatto delle altre. E mandò gente ad abitare all'una città e all'altra. E assai trovò di quelli che volentieri andarono ad abitare a Crustumeria per la terra che era buona e diviziosa e molti de Crustumini principalmente i parenti e li padri delle rapite se n'andaro ad abitare a Roma. "



    LA STORIA

    La città, latina, come riportano le fonti, fu fondata tra il X e il IX secolo a.c. e fin dall'inizio la sua 
    storia si collega alle vicende della nascita e dello sviluppo di Roma e raggiunge l'apice della sua fioritura nei secoli VII e VI a.c.

    TOMBA
    - Tito Livio chiama la città Crustumeria e Crustumerium, la menziona nel Ratto delle Sabine  perchè anche delle donne crustumine vennero rapite e la riferisce occupata da Romolo.

    - Virgilio la chiama Crustumeri, e la nomina nell'Eneide tra le cinque città impegnate nella fabbricazione delle armi che le popolazioni dell'Italia centrale dovevano usare per combattere Enea

    - Silio Italico la chiama Crustumium.

    - Per Dionigi di Alicarnasso la città fu fondata prima di Roma, dalla popolazione latina di Alba Longa, fu conquistata da Romolo e invasa dai coloni romani molto più di Antemnae e Caenina per la grande fertilità della terra, che si chiamò "Ager Crustuminus" anche dopo la scomparsa della città..

    Successivamente la città che si era rivoltata a Roma, iscrivendosi alla Lega Latina, nelle scontro contro Roma, durante il regno di Tarquinio Prisco. Crustumerium fu una delle molte città conquistate dal re, ma la città fu risparmiata, perché alla vista dell'esercito romano, aprì le porte senza combattere.

    - Nel 499 a.c, consoli Gaio Veturio Gemino Cicurino e Tito Ebuzio Helva, fu conquista dai romani.

    - Nel 494 a.c. la guarnigione romana di stanza in città, segnalò al Senato movimenti di Sabini, che sembravano preludere ad un attacco a Roma.

    - Nel 468 a.c. le campagne intorno a Crustumium furono gravemente saccheggiate dai Sabini che, con le loro razzie, arrivarono fin sotto Porta Collina, prima di essere respinti dai romani, guidati da Quinto Servilio Prisco.
    A questi venne affidata la campagna contro i Sabini che avevano duramente saccheggiato i territori di Crustumerium, già romani, arrivando fin sotto porta Collina, mentre al collega fu affidata la campagna contro i Volsci ed Equi, alleatisi contro Roma.
    In risposta all'attacco dei Sabini, Quinto Servilio rispose con una spedizione che devastò il territorio sabino, e riportò un bottino ancora maggiore di quello fatto dai Sabini.

    - Il centro decadde gradualmente e probabilmente non esisteva più già poco dopo la conquista romana di Veio, risalente ai primi anni del IV sec. a.c.

    NECROPOLI CRUSTUMENTUM

    Il sito archeologico

    Crustumeria era una città affacciata sul Tevere tra Eretum e Fidenae.

    Grazie a queste precise testimonianze, cui deve aggiungersi l'indicazione dell'esatta distanza da Roma lungo la via Salaria, si è potuto  identificare il sito storico, segnato da una vasta area di materiali archeologici di superficie.

    L'abitato antico, per un'area di non meno di 60 ettari. è stato infatti individuato su basi archeologiche intorno al 1970.
    I primi saggi furono effettuati dalla Soprintendenza di Roma nel 1982, mentre la necropoli è stata esplorata a partire dal 1987.

    Essa è locata in località Marcigliana, a nord di Roma, nei pressi di Settebagni che, nata come zona agricola ma oggi urbanizzata, si sviluppa su una collina dove, nel 2002, sono stati effettuati rilevanti ritrovamenti archeologici (tombe ed altro) tuttora in corso di osservazione.

    Dopo il casello dell'autostrada Firenze-Roma, al termine del lungo rettilineo finale, le colline di Crustumerium accompagnano per alcuni km il percorso di chi raggiunge la capitale.  Crustumerium, infatti, è l'unico centro dell’antica civiltà laziale non compromesso dalla moderna urbanizzazione e in tutta l’area il paesaggio è straordinariamente conservato.


    Il Castello del Duca

    Il Castello del Duca venne costruito nel medioevo sulle rovine di una villa romana. Fin dall’XI sec. fu proprietà dell’Abbazia di Farfa, con il nome di Marcilianus, o “Casale della Marciliana (o Marcigliana)”, nome derivato da “fundus Marcellianus”, o “praedium Marcellianum”, perché appartenente ai Marcelli, discendenti dei Claudii, ai quali il Senato e Popolo Romano aveva dato queste terre. 

    Dal XII sec. il Castello del Duca divenne proprietà della chiesa di Santa Maria in via Lata, per passare poi a famiglie nobilifino ai Grazioli dalla II metà del 1800.

    Attualmente l'area della città antica è conosciuta, solo nelle grandi linee, grazie a ricognizioni di superficie e a sporadici scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma (dal 1982).

    Sono state scoperte circa duecento sepolture con il recupero di notevoli corredi tombali composti da ceramiche e bronzi.

    Circa 120 pezzi sono stati recuperati nella sola tomba 9, scavata nel 1987 in loc. Monte Del Bufalo..

    Gli scavatori clandestini negli scorsi decenni sono riusciti a depredare migliaia di sepolture grazie all'incuria e la negligenza dello stato che tutela pochissimo il nostro patrimonio archeologico (numerosi oggetti di notevole valore sono comparsi recentemente nei mercati antiquari esteri), causando ingenti danni al patrimonio scientifico e compromettendo in parte la ricerca futura.

    Tutta l’area dell’abitato, delle necropoli circostanti e parte del territorio dell’antico centro per un’estensione di circa 440 ettari, è tutelata ai sensi delle leggi 1089/39 e 1497/39 (anche se i tombaroli vi scorrazzano ancora visto la totale mancanza di controlli.
    Dal 1989 l’area di Crustumerium è interamente sottoposta a vincolo archeologico e dal 1997, con la costituzione della Riserva Naturale della Marcigliana, anche a vincolo paesaggistico e ambientale.

    Un settore di 58 ettari comprendente parte delle aree funerarie di Monte Del Bufalo e Cisterna Grande è stato acquistato dalla Pubblica Amministrazione nel 1998. All’interno dell’area archeologica, gli scavi condotti negli ultimi anni dalla Soprintendenza Archeologica di Roma in collaborazione con l’Università di Groningen, hanno permesso di riportare alla luce una importante necropoli che si compone di alcune migliaia di tombe databili dal IX al VI sec. a.c.



    LE TOMBE VISITABILI
    - Tomba 9 (VIII-VII a.c.) - con pozzo verticale e due loculi (forse per marito e moglie). Il corredo maschile era costituito da tazzine-attingitoio con un vaso per liquidi, quello femminile da un tripode e sostegni in metallo.
    - Tomba 25 (VII-VI a.c.) - a camera, con il soffitto crollato ed erosa, con loculi e sepolture anche sul pavimento; di sicuro erano sepolti 4 individui di sesso indeterminabile per il cattivo stato di conservazione, anche il corredo ritrovato era scarso. Un’urna in pietra a forma di tempio o di casa, contenente le ceneri di un individuo è stata ritrovata all’interno. Le tombe dalla 25 alla 29, essendo tutte vicine, sono relative alla sepoltura di una famiglia, sono state utilizzate in un arco di tempo di 150 anni (6 generazioni dal tardo VIII alla metà del VI),

    - Tomba 26 (VIII-VII a.c.) - a fossa, all’interno era deposta una giovane donna in una cassa, ornata da monili, spille in bronzo e da una collana di perle di vetro; il corredo era dietro la testa. Fu intaccata dalla tomba 27.

    - Tomba 27 (VIII-VII a.c.) - a fossa, vi era sepolto un uomo con una lancia. Con la rottura della parete in comune con la tomba 26 i corredi delle due si sono confusi.

    - Tomba 28 (inizio VII a.c.) - a fossa, attribuita ad una donna per i tipi di oggetti rinvenuti, come una spilla in bronzo e un grosso vaso, a forma di tazza, con manico alto, utilizzato dalle donne per miscelare il vino con l’acqua. Questa tomba è la più antica, seguono la 27 e la 28 (a pozzo verticale) e infine la 25 e la 29 (a camera).

    - Tomba 29 (VII-VI a.c.) - a camera, molto erosa, con soffitto crollato, ospitava un nucleo familiare ristretto, costituito da genitori e figli. I resti sono pertinenti a un uomo con armi (il padre) e ad altri due individui (una donna e un bambino). La tomba subì uno spostamento in fase di scavo, una volta intaccata la tomba 28.
    - Tomba 36 (VII a.c.) - a fossa, relativa alla sepoltura di un guerriero, con una spada di ferro con fodero rinforzato con filo di bronzo, una spada e il resto del corredo dietro la testa.

    - Tomba 41 ( II metà VIII a.c.) - fu scavata dai clandestini, sono stati ritrovati pochi resti di corredo e una spada che permette di identificare il sesso del defunto.

    - Tomba 51 (fine VIII a.c.) - a fossa , appartenente ad un individuo maschio sepolto in una cassa di legno o in un tronco. Il corredo era composto da numerosi vasi (posti dietro la testa) e da una lancia.

    - Tomba 50 (VII a.c.) - con due loculi laterali, dove erano sepolte due donne. Nel loculo di destra è stata ritrovata un’olla con 34 tazzine-attingitoio e in quello di sinistra, pertinente a una donna più giovane, solo recipienti per miscelare il vino; nel corredo c’erano anche una fusaiola, una spilla in bronzo e dei contenitori per unguenti.

    VASI RINVENUTI
    - Tomba 97 (VII a.c.) - a fossa con nicchia laterale per il corredo: si tratta di un tipo isolato per Crustumerium, ma noto nel Latium Vetus. Ha subito ingenti danni a causa delle arature.

    - Tomba 109 (fine VII-VI a.c.) - a camera, con due loculi, quello di fronte con un individuo privo di corredo, quello di lato con tre individui, due adulti e un bambino, con affianco una pisside corinzia.

    - Tomba 110 (fine VII-VI a.c.) - a camera; il suo ritrovamento è stato casuale, dovuto al crollo della parete del dromos della tomba 109 (attigua a questa); a un solo loculo, con probabilmente un solo individuo. Il corredo era costituito da due olpai e da un kantharos di bucchero.


    RESTI DI ABITATO

    VI secolo a.c. Si tratta di una struttura di almeno quattro muri paralleli orientata NE/SO, identificabile probabilmente con un sistema di terrazzamento con funzione difensiva. E’ stata costruita a secco e l’intercapedine tra i muri era vuota all'origine, poi riempitasi con il crollo e con la terra dovuta all'abbandono.

    TRINCEA VIARIA

    Forse già esistente nell’VIII sec. a.c., era la via principale del territorio di Crustumerium, saliva in città da sud est con una lunghezza di oltre 200 m., dopo un tratto piano, discendeva verso la vallata del Tevere. Il livello attuale del fondo si è rialzato con il tempo.

    Tra le strade che collegavano Crustumerium con i centri latini confinanti, è il tracciato che raggiungeva Roma tramite il guado dell’Aniene, poi sostituito dal Ponte Nomentano, prossimo al Monte Sacro. Probabilmente costituiva un'alternativa alla Salaria che costeggiava Fidene, quando Roma intratteneva rapporti pacifici con Crustumerium, mentre era in lotta con Fidenae. 
    Le fonti riferiscon infatti che all’epoca di Romolo, i Fidenati, lungo il Tevere, intercettarono e distrussero delle imbarcazioni con cui i Crustumini avevano inviato provviste alimentari a Roma in occasione di una carestia.


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  • 10/06/17--05:13: 6 OTTOBRE - DIES ATER
  • DEMETRA E ADE

    6 OTTOBRE - DIES ATER, MANIBUS SACER

    Trattasi di un antico nome romano per un giorno di calendario in cui ci si deve aspettare una catastrofe o il ripetersi di un disastro storico memorabile che si è già verificato. E' un giorno triste, sacro ai Mani. Il giorno successivo alle Calende, alle None e alle Idi era considerato giorno sfortunato (dies ater, cioè nero, che era il colore con cui si rappresentavano i giorni in fausti). Maledetti erano anche i dies religiosi o vitiosi, giorni ritenuti superstiziosi in ricordo di gravi calamità, e il 6 ottobre era uno di questi, purtuttavia veniva festeggiato con cerimonie sacre.

    Nei Fasti romani, si denominavano atri i "postriduani", i "pomeriggi" (da postridie "il giorno seguente") dei giorni iniziali mensili dei calendari, nons e identitari, tanto che ogni mese aveva un totale di tre atri, cioè il secondo, il sesto o l' ottavo e il quattordicesimo o sedicesimo giorno del mese.

    Secondo Verrio Flacco, citato da Aulus Gellius (Noctes Atticae 5,17,17,1f.), la denominazione venne dalla sconfitta dei Romani contro i Galli nella battaglia di Allia (387 o 390 a.c.): però la battaglia di Allia, e su questo gli altri studiosi sono concordi, avvenne il 18  luglio e non il 6 ottobre.

    "Perché questa sconfitta avvenne nella notte dell' Iden e perché si ricordava da questa occasione che Roma era già stata più spesso tenuta nella speranza del favore dell' Iden (titario), questo è in linea con l'osservazione preliminare di Gellius secondo cui quest' ultimo è stato descritto e trattato come "dictos habitosque atros", cioè come "giornate nere".

    In relazione a questo termine tecnico, ma senza vincolo di giorni di calendario speciali, questo termine si è trasformato in un termine generale per "giorno infelice". MUNDUS CERERIS: era la fossa posta nel santuario di Cerere, consacrata agli Dei Mani. Restava chiusa tutto l’anno ad eccezione di tre giorni (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre, quando si apriva la porta di accesso sotterraneo ai tristi Dei inferi: Mundus Patet).

    LA PORTA DEGLI INFERI
    Plutarco utilizza il termine Telete per tale rito, termine greco riservato ai sacri misteri, e in effetti Demetra che a Roma si chiamava Cerere e sua figlia Proserpina (Persefone) avevano a che fare col mondo dei morti, dove regnavano Ade e Proserpina,cioè Plutone e Persefone. L'apertura del Mundus era un momento dovuto ma pericoloso, perché, secondo Macrobio, il Mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

    Però il Mundus a Ottobre veniva aperto il 5 e poi richiuso nello stesso giorno, tuttavia le cerimonie della festività proseguivano il giorno 6, come festa del Dies Ater. Dunque se il 5 era festa dei morti il 6 era festa delle divinità dell'oltretomba: Ade, Cerere e Proserpina in cui Ade spesso identificato con Dioniso nella festa romana diventava l'italico Bacco. Pertanto la festa era "atra" ma pure spumeggiante di vini e pure di tavole imbandite. Era il collegamento della vita con la morte, era il cogli l'attimo, il "carpe diem", il vivi che la vita è breve.

    Pertanto nel giorno "atro" si festeggiava la gioia dell'essere vivi. una gioia che si adattava benissimo ai legionari, che sembra avessero molto a cuore questa giornata e tutti i dies atri, essendo essi stessi spesso nella condizione di sopravvissuti alle battaglie e alle guerre. Era pertanto particolarmente sentita dai veterani, scampati a tante battaglie. Compiuti pertanto i sacrifici agli Dei Ctonii, in genere una scrofa, se ne dividevano le carni, si cuocevano le focacce e si libava tanto agli Dei Ctonii quanto agli Dei Mani, in genere antenati protettori dei pronipoti vivi.


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    STATUA DELLA GENS VOLUMNIA

    Nome: Lucius Volumnius Flamma Violens
    Nascita: -
    Morte: 273 a.C.
    Gens: Volumnia
    Coniuge: Virginia
    Professione: Politico e Militare Romano
    Consolato: 307 a.C. 296 a.C.


    Fu figlio di Gaio Volumnio e membro della Gens Volumnia, un'antica famiglia patrizia romana di origine etrusca, ed esattamente del ramo Fiamma che però divenne plebeo, soprannominato Violens.

    Venne eletto Console nel 307 a.c., con il collega Appio Claudio Cieco, grande nemico dei plebei. Mentre il console Appio rimaneva a Roma, e a Quinto Fabio Massimo Rulliano, console dell'anno precedente, era stato prolungato l'incarico nel Sannio, Lucio Volumnio guidò la guerra contro i Salentini (abitanti del Salento, la parte meridionale della odierna Puglia, tra il mar Ionio a ovest e il mar Adriatico a est) facendo vincere ai romani parecchi scontri e conquistando numerose città nemiche.

    Fu eletto una seconda volta nel 296 a.c., sempre con Appio Claudio Cieco come collega. Nello stesso anno si sposò con Virginia. In quell'anno il senato assegnò a Volumnio la campagna nel Sannio, mentre ad Appio quella in Etruria, dove i popoli Etruschi si erano nuovamente sollevati in seguito all'arrivo di un grosso esercito Sannita, eterno nemico di Roma che da sempre sobillava i popoli vicini alla rivolta.

    Dopo aver fronteggiato gli eserciti nemici in piccole scaramucce senza un esito vero, Volumnio, già recato nel Sannio dove lasciato ai due consoli dell'anno precedente il potere proconsolare, con l'incarico di tenere il Sannio, col suo esercito soccorse l'esercito in Etruria guidato da Appio. 

    Nonostante l'inimicizia tra i due consoli, l'esercito romano riunito ebbe la meglio su quello etrusco-sannita in uno scontro in campo aperto, nei pressi di Caiazia.
    Dopodichè Volumnio, nel 295 a.c., con poteri proconsolari, sconfisse i Sanniti nei pressi di Triferno. 

    Poi, insieme all'altro proconsole Appio Claudio, affrontò il resto dell'esercito sannita, scampato alla battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, durante la III guerra sannitica, che oppose l'esercito romano con gli alleati piceni, a un'alleanza composta da Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri.

    « Guida le schiere contro i Galli e lava col sangue dei nemici il sangue nostro. »
    (Accio, Eneadi framm. 3)

    Morì nel 273 a.c. si suppone non in battaglia visto che doveva avere non meno di 74 anni.



    IL CARATTERE E LE IMPRESE

    Dalle narrazioni di Tito Livio, in accordo con altre antiche fonti, emerge che Lucio Volumnio fosse uomo di grande diplomazia e di grande interesse per Roma e il benessere dei romani, che spesso antepose ai propri interessi. Ciò emerge soprattutto nei dissidi con Appio Claudio, patrizio arrogante e litigioso. grande nemico della plebe e avido di apparire più che di vincere i nemici, sempre timoroso di essere offuscato dall'altrui gloria.  

    Nonostante ciò Lucio, accorso al suo probabile richiamo, per quanto schernito da Appio sul suo valore di generale, non solo non raccolse l'offesa ma si mostrò, alle suppliche dei soldati, ben disposto ancora ad aiutare lasciando le scelte degli avversari proprio ad Appio. 

    Non solo Lucio non perse una battaglia, ma amato grandemente dai legionari per il grande rispetto e generosità che egli aveva con essi, mise sempre da parte i personalismi e per Roma andò sempre, spesso senza incarico specifico, là dove occorreva il suo aiuto, pur avendo già combattuto a lungo. Pertanto i legionari che lo seguivano, pur essendo stanchi della battaglia, non si tirarono mai indietro alle sue richieste di riprendere i combattimenti, sia per la generosità del comandante che consegnava loro l'intero bottino, sia per la grande stima e affetto che provavano verso di lui.

    Va rimarcato inoltre un altro aspetto del suo carattere, perchè a volte i grandi uomini non sono altrettanto in famiglia. Egli sposò la patrizia Verginia che per amor suo perse il patriziato, ma lo amò tanto da difenderlo sempre dalle invidie anche delle altre donne, mostrando tra l'altro un carattere si forte da fondare nella sua stessa casa un tempio alla Venere Pudica, che trovò ampio seguito nelle altre donne.



    TITO LIVIO (Ab Urbe Condita)

    Concluse le elezioni, ai consoli uscenti venne data disposizione di proseguire la guerra nel Sannio, con la concessione di sei mesi di proroga al loro incarico. E così anche l'anno successivo, durante il consolato di Lucio Volumnio e Appio Claudio, Publio Decio, lasciato dal collega nel Sannio in qualità di console, continuò come proconsole a saccheggiare senza tregua le campagne, fino a quando riuscì finalmente a espellere l'esercito sannita, che non aveva mai avuto il coraggio di affidarsi allo scontro aperto.
    I Sanniti respinti si diressero in Etruria: pensando con quell'esercito tanto massiccio, mescolando preghiere e minacce, di poter meglio raggiungere lo scopo più volte vanamente inseguito per vie diplomatiche, chiesero che venisse convocata un'assemblea dei capi Etruschi.

    Una volta riuniti, ricordarono agli Etruschi per quanti anni avessero combattuto contro i Romani in difesa della loro libertà: avevano tentato ogni via, pur di riuscire a sostenere soltanto con le proprie forze una guerra tanto onerosa, arrivando perfino a chiedere il sostegno (a dire il vero ben poco efficace) dei popoli circostanti.
    Avevano chiesto al popolo romano di ottenere la pace, quando non erano più in grado di sostenere la guerra; avevano ricominciato a combattere, perché una pace da servi era ben più pesante di una guerra da liberi; la sola speranza residua era riposta negli Etruschi.

    Sapevano che era la gente più ricca d'Italia quanto ad armi, uomini e denaro, e che come vicini avevano i Galli, un popolo nato tra il ferro e le armi, già disposto alla guerra per la sua stessa natura, e in particolare nei confronti dei Romani, che essi ricordavano, certo senza vana millanteria, di aver sottomesso e obbligato a un riscatto a peso d'oro. 

    Se solo negli Etruschi albergava ancora lo spirito che in passato aveva animato Porsenna e i suoi antenati, non mancava nulla perché essi, cacciati i Romani da tutta la terra al di qua del Tevere, li costringessero a lottare per la propria salvezza, invece che per un insopportabile dominio sull'Italia.
    L'esercito sannita era lì, pronto per loro, con armi e denaro per pagare i soldati, disposto a seguirli su due piedi, anche se avessero voluto portarlo ad assediare addirittura Roma. Mentre i Sanniti andavano agitando e macchinando questi propositi, la guerra portata dai Romani stava devastando il loro paese. 

    Infatti Publio Decio, quando venne a sapere tramite gli informatori che l'esercito sannita si era messo in marcia, convocò il consiglio di guerra e disse:
    "Perché restiamo a vagare per le campagne, portando la guerra da un villaggio all'altro? Perché non attacchiamo le mura delle città? Il Sannio ormai non è più presidiato da nessun esercito: ritirandosi dalle loro terre, si sono inflitti da soli l'esilio."

    Poiché tutti approvavano la sua proposta, guidò l'esercito all'assalto di Murganzia, una città ben fortificata; e l'entusiasmo dei soldati fu tanto, sia per l'attaccamento alla persona del comandante, sia per la speranza di poter raccogliere un bottino più cospicuo di quello ricavato dalle incursioni nelle campagne, che la città venne espugnata in un solo giorno. I soldati sanniti sopraffatti e catturati furono 2100, e si aggiunse altro bottino in grande quantità.
    Per evitare che l'eccessivo peso della preda rallentasse la marcia dell'esercito, Decio convocò i soldati e parlò:
    "Volete accontentarvi di quest'unica vittoria e di quest'unico bottino? Volete coltivare sogni all'altezza dei vostri meriti? Tutte le città del Sannio e le fortune rimaste nelle città sono vostre, perché finalmente avete cacciato via dal Sannio le loro legioni sconfitte in così numerose battaglie. Vendete questi beni e attirate i mercanti a seguire la marcia dell'esercito agitando ai loro occhi la prospettiva di lauti guadagni: io vi procurerò sempre nuovo bottino da vendere. Partiamo per Romulea, dove vi aspettano non maggiore fatica e maggiore guadagno."

    Venduto il bottino, furono i soldati stessi a sollecitare il comandante, e si partì alla volta di Romulea. Anche lì, senza dover ricorrere ad assedi e macchine da lancio, appena le truppe si avvicinarono alla città, non ci fu forza che riuscisse a contenerne l'urto: accostarono subito le scale alle mura nei punti che si trovavano più vicino a ogni soldato, e ne raggiunsero in un attimo la sommità.
    La città fu presa e saccheggiata; gli uomini uccisi furono circa 2300, i prigionieri 6000; i soldati romani si impadronirono di un cospicuo bottino, che misero in vendita, come già quello precedente; di lì vennero portati a Ferentino, sempre sostenuti dall'entusiasmo, non ostante non fosse stato loro concesso alcun riposo.
    In quella città le difficoltà e i rischi furono maggiori: le mura erano difese con estremo accanimento, e la posizione era protetta da fortificazioni e dalla conformazione stessa del luogo; ma gli uomini, abituati a far bottino, riuscirono a superare ogni ostacolo. Circa 3000 nemici vennero uccisi attorno alle mura, mentre la preda venne lasciata ai soldati.

    Secondo alcuni annalisti, il merito maggiore della cattura di queste città fu di Massimo: riferiscono che Murganzia sarebbe stata espugnata da Decio, Ferentino e Romulea invece da Fabio. C'è poi chi attribuisce quest'impresa ai nuovi consoli; altri ancora non a entrambi, ma al solo Lucio Volumnio, cui sarebbe stato affidato il comando della spedizione nel Sannio.

    Mentre nel Sannio venivano compiute queste imprese (non importa sotto il comando e gli auspici di chi), in Etruria molti popoli stavano preparando una grossa guerra contro i Romani; la mente dell'operazione era il sannita Gellio Egnazio. Quasi tutti gli Etruschi avevano deciso di prendere parte a quel conflitto, che aveva contagiato le popolazioni della vicina Umbria, e anche truppe ausiliarie formate da Galli attirati dai soldi; tutta questa gente si stava radunando presso l'accampamento dei Sanniti.

    Quando la notizia dell'improvvisa sollevazione arrivò a Roma, dato che il console Lucio Volumnio era già partito alla volta del Sannio con la II e la III legione e con 15000 alleati, si decise che Appio Claudio partisse quanto prima per l'Etruria. Lo seguivano due legioni, la I e la IV, e 12000 alleati; l'accampamento venne posto non lontano dal nemico. 

    L'arrivo del console servì più perché giunse opportunamente a trattenere con la sola paura del nome di Roma alcune popolazioni dell'Etruria che avevano già intenzione di entrare in guerra, che perché sotto il suo comando fosse stata realizzata qualche abile o riuscita operazione; molti scontri si svolsero in punti e momenti sfavorevoli, e i nemici, fiduciosi com'erano nelle proprie forze, diventavano giorno dopo giorno sempre più temibili; ormai si era già quasi arrivati al punto che i soldati romani non avevano fiducia nel comandante, né il comandante nei soldati.
    In tre diversi annalisti ho trovato che Appio avrebbe inviato al collega un messaggio col quale lo richiamava dal Sannio; tuttavia non mi sento di accettare come vera la notizia, perché i due consoli romani, che ricoprivano quella stessa carica già per la seconda volta, si trovarono in disaccordo sullo svolgimento dei fatti: Appio negava di aver mandato il messaggio, mentre Volumnio sosteneva di esser stato convocato da una lettera di Appio. 

    Volumnio aveva già espugnato nel Sannio tre piazzeforti, uccidendovi circa 3000 nemici e facendone prigionieri 1500; in Lucania c'era poi stata un'insurrezione organizzata da plebei e indigenti: a sedarla, con grande soddisfazione degli ottimati, era stato Quinto Fabio, spedito in quella zona come proconsole, con il vecchio esercito.
    Volumnio lasciò al collega l'incarico di mettere a ferro e fuoco il territorio nemico, e partì coi suoi uomini per l'Etruria, per raggiungervi il collega. Il suo arrivo venne salutato con entusiasmo da tutti; ma Appio che, immagino, in base alla sua coscienza avrebbe dovuto o sentirsi a buon diritto in collera (nel caso non avesse scritto nulla), oppure dimostrarsi ingiusto e ingrato (qualora stesse cercando di nascondere la cosa pur avendo chiesto soccorso), gli andò incontro senza ricambiare il saluto e disse: 
    " Come va, Lucio Volumnio? E la situazione nel Sannio? Cosa ti ha spinto ad abbandonare il fronte di guerra che ti è stato assegnato?"

    Volumnio replicò che le cose nel Sannio procedevano bene, e aggiunse di essersi presentato perché convocato da un suo messaggio; se però si trattava di un falso allarme, e non c'era bisogno di lui in Etruria, allora sarebbe immediatamente ripartito. 
    "Vai pure, allora," replicò Appio " nessuno ti trattiene: non ha senso che tu, che sei a malapena in grado di fronteggiare la tua campagna, ti debba vantare di esser venuto a portare aiuto agli altri."

    Augurandosi che Ercole potesse fare andare tutto per il meglio, Volumnio disse che preferiva aver perduto tempo invano, piuttosto che fosse successo qualcosa per cui in Etruria un solo esercito consolare non fosse sufficiente. Mentre erano già sul punto di congedarsi, i due consoli vennero circondati dai luogotenenti e dai tribuni dell'esercito di Appio.

    Alcuni di essi imploravano il loro comandante di non respingere l'aiuto offerto spontaneamente dal collega (aiuto che sarebbe stato necessario richiedere); la maggior parte, attorniando Volumnio in atto di partire, lo supplicava di non tradire il paese per un'insulsa rivalità col collega: se solo ci fosse stato qualche disastro, la responsabilità sarebbe stata addossata più su chi aveva abbandonato l'altro che su chi era stato abbandonato; la situazione era tale, che ormai tutto il merito di un successo o il disonore di un insuccesso sarebbero toccati a Lucio Volumnio; nessuno si sarebbe preoccupato di sapere quali fossero state le parole di Appio, ma solo quale sorte fosse toccata all'esercito;
    Appio lo aveva congedato, ma a trattenerlo erano la repubblica e l'esercito: bastava solo mettesse alla prova la volontà dei soldati. Con queste parole di monito e queste suppliche essi riuscirono a trascinare nell'assemblea i due consoli riluttanti. Lì vennero pronunciati dei discorsi più argomentati, ma identici nella sostanza a quelli già pronunciati nella discussione ristretta; e poiché Volumnio, il quale aveva maggiori ragioni, quanto a doti oratorie non sembrava meno dotato del brillante collega, Appio disse ironicamente che i soldati gli dovevano gratitudine, se ora avevano un console eloquente, da muto e senza lingua ch'era prima: nel corso del precedente consolato, non era mai riuscito ad aprire bocca, mentre adesso teneva discorsi che conquistavano il favore delle masse;
    Volumnio allora ribatté: 
    "Come preferirei che tu avessi imparato da me ad agire con decisione, piuttosto che io da te a esprimermi in maniera raffinata!"
    Poi propose di stabilire in questo modo chi dei due fosse non tanto il miglior oratore (non di questo aveva bisogno lo Stato), quanto il miglior generale: poiché le zone di operazione erano l'Etruria e il Sannio, Appio scegliesse pure quella che preferiva.

    Lui, Volumnio, con il suo esercito avrebbe condotto la campagna indifferentemente sia in Etruria che nel Sannio. Allora i soldati cominciarono a gridare che la guerra contro gli Etruschi doveva essere condotta collegialmente da entrambi. E Volumnio, vedendo che tutti erano di questo avviso, disse: 
    "Poiché ho sbagliato nell'interpretare le intenzioni del collega, non lascerò che restino dubbi circa le vostre: fatemi capire col vostro grido se preferite che io resti oppure che me ne vada."
    L'urlo che allora si levò fu così potente, che i nemici uscirono dalle tende. Presero le armi andandosi a schierare in campo. Anche Volumnio fece dare il segnale di battaglia e ordinò di uscire dall'accampamento; pare che Appio abbia avuto un attimo di esitazione, constatando che la vittoria sarebbe stata merito del collega, che egli intervenisse nel combattimento o no; poi, temendo che le sue legioni seguissero Volumnio, diede anch'egli il segnale di battaglia ai suoi che lo stavano chiedendo con impazienza.

    I due eserciti non avevano potuto schierarsi in maniera ordinata; infatti da una parte il comandante dei Sanniti si era allontanato con alcune coorti per andare alla ricerca di rifornimenti e i soldati si gettavano nella mischia seguendo più l'istinto che gli ordini e la guida di un comandante; dall'altra, gli eserciti romani non erano stati portati in linea di combattimento nello stesso istante e non c'era stato nemmeno il tempo sufficiente perché le forze venissero schierate.
    Volumnio si scontrò col nemico prima dell'arrivo di Appio, e così nel fronte di combattimento non ci fu continuità; e poi, come se il destino avesse voluto invertire i nemici di sempre, gli Etruschi andarono a fronteggiare Volumnio, mentre i Sanniti, dopo un attimo di esitazione per l'assenza del loro comandante, si presentarono nella zona di Appio. 

    ETRUSCHI
    Pare che nel pieno dello scontro Appio levò le mani al cielo tra le prime file (in modo che tutti lo vedessero), pronunciando questa preghiera:
    "O Bellona, se oggi ci garantisci la vittoria, prometto di dedicarti un tempio".
    Dopo aver rivolto questa preghiera, quasi lo sospingesse la Dea, eguagliò il collega in atti di valore, e i suoi uomini furono pari al generale; comandanti fecero il loro dovere, mentre i soldati si impegnarono al massimo perché la vittoria non avesse inizio dall'altra parte dell'esercito. Così travolsero e misero in fuga i nemici, che non potevano reggere l'urto di forze superiori a quelle con cui di solito combattevano in passato.

    Incalzandoli quando cominciavano a cedere e poi inseguendoli mentre fuggivano disordinatamente, li ricacciarono verso l'accampamento; lì l'arrivo di Gellio e delle coorti sannite fece sì che la battaglia si riaccendesse per un po' di tempo. Ma anche queste nuove forze vennero in breve sopraffatte, e i vincitori si lanciarono all'assalto dell'accampamento; mentre Volumnio in persona spingeva le sue truppe contro la porta, e Appio infiammava gli animi dei suoi soldati continuando ad acclamare Bellona vincitrice, fecero breccia attraverso il terrapieno e il fossato.
    L'accampamento fu preso e saccheggiato; il bottino prelevato fu cospicuo e venne lasciato ai soldati. Furono uccisi 7800 nemici, fatti prigionieri 2120. Mentre entrambi i consoli e tutte le forze romane erano impegnati sul fronte della guerra etrusca, i Sanniti, allestito un nuovo esercito, cominciarono a mettere a ferro e fuoco i territori soggetti al dominio romano: scesi in Campania e nell'agro Falerno attraverso il territorio dei Vescini, colsero un ingente bottino.
    Mentre Volumnio stava rientrando nel Sannio a marce forzate, per Fabio e Decio si stava già infatti avvicinando il termine della proroga dell'incarico, le notizie relative all'esercito sannita e alle devastazioni nel territorio campano lo fecero deviare per andare a proteggere gli alleati. Non appena giunse nella zona di Cale, vide coi propri occhi i segni dei recenti disastri, e venne informato dai Caleni che il nemico stava trascinando un carico tale di bottino da riuscire a stento a mantenere l'ordine di marcia; per questo i comandanti sanniti affermavano senza remore che si doveva rientrare quanto prima nel Sannio per scaricarvi il bottino, e non rischiare lo scontro con un esercito tanto appesantito.
    Anche se queste informazioni erano verisimili, il console volle saperne di più e mandò in giro dei cavalieri col compito di intercettare i predatori sparsi per le campagne; dopo averli interrogati, venne a sapere che il nemico era accampato nei pressi del fiume Volturno e che aveva intenzione di partire di lì a mezzanotte, con direzione il Sannio.
    Verificate le informazioni, si mise in marcia andandosi a fermare a una distanza dai nemici tale che, per la prossimità, non potessero rendersi conto del suo arrivo e li si potesse sorprendere mentre uscivano dall'accampamento.
    Poco prima dell'alba si avvicinò all'accampamento e inviò degli uomini che parlavano la lingua osca a esplorare i movimenti del nemico. Ed essendosi mescolati agli avversari, cosa che non fu difficile nella confusione della notte, essi vennero a sapere che gli sparuti reparti armati erano già usciti, e che adesso stavano uscendo quelli incaricati di vigilare sul bottino, ovvero una schiera statica, in cui ciascuno pensava soltanto alle proprie cose, senza che ci fossero una volontà comune e un comando ben definito.

    Sembrò quello il momento più indicato per l'attacco; poiché era infatti già quasi chiaro, il console fece dare il segnale e si riversò sulla formazione nemica. Appesantiti dal bottino, i Sanniti, pochi dei quali erano armati, cercarono in parte di accelerare il passo spingendo avanti il carico del bottino, e in parte invece si fermarono, non sapendo se fosse più sicuro procedere o rientrare al campo; mentre esitavano, furono sopraffatti; i Romani avevano già superato la trincea, gettando lo scompiglio e mietendo vittime nell'accampamento.

    A sconvolgere la colonna dei Sanniti era stata, oltre al repentino attacco nemico, anche l'improvvisa sollevazione dei prigionieri, che essendosi in parte già liberati toglievano i lacci ai compagni, mentre in parte afferravano le armi legate ai basti e, mescolandosi alla colonna, contribuivano a rendere la situazione più caotica della battaglia stessa.
    Poi però realizzarono un'impresa eccezionale: assalito il comandante Staio Minacio che si aggirava tra i suoi cercando di incitarli, dispersero i cavalieri del suo seguito, lo circondarono, e fattolo prigioniero in sella al suo cavallo lo trascinarono di fronte al console romano. La prima linea sannita tornò indietro richiamata da quel frastuono, e la battaglia che sembrava già decisa riprese, anche se i nemici non riuscirono a reggere a lungo.
    Vennero uccisi circa in 6000, mentre 2500 furono fatti prigionieri (tra di loro anche quattro tribuni militari), trenta insegne conquistate, e, motivo di gioia ancor più grande per i vincitori, furono liberati 7400 prigionieri e riconquistato il grosso bottino strappato agli alleati; i legittimi proprietari vennero convocati con un editto a riconoscere le proprie cose e a riprenderle entro un termine preciso.
    Gli oggetti che nessuno si presentò a reclamare furono lasciati ai soldati, che vennero obbligati a vendere la preda, per evitare che si concentrassero su qualcosa di diverso delle armi. La spedizione nell'agro campano aveva suscitato grande trepidazione a Roma; inoltre, proprio in quei giorni, dall'Etruria era arrivata la notizia che dopo la partenza dell'esercito di Volumnio gli Etruschi erano corsi alle armi, e che Gellio Egnazio, comandante dei Sanniti, cercava non solo di spingere gli Umbri alla ribellione ma anche di allettare i Galli con la promessa di una grossa ricompensa.
    Preoccupato da queste notizie il senato ordinò la sospensione delle pubbliche attività e bandì la leva generale degli uomini di ogni classe sociale. Ad essere arruolati non furono solo gli uomini liberi e i più giovani, ma vennero formate anche coorti di veterani, e i liberti furono inquadrati in centurie; inoltre fu predisposto anche un piano di difesa per Roma, e a capo della città venne posto il pretore Publio Sempronio.
    Ma a liberare il senato di parte delle sue preoccupazioni giunse una lettera con la quale il console Lucio Volumnio riferiva che i predoni della Campania erano stati fatti a pezzi e dispersi. Pertanto i senatori, a nome del console, decretarono pubblici ringraziamenti agli Dei per l'esito favorevole dell'impresa, e revocarono la sospensione dei pubblici affari, durata diciotto giorni; e venne celebrato il rito della supplica.
    Si iniziò poi a discutere circa il modo di proteggere la regione devastata dai Sanniti, e venne deciso di fondare due colonie nei territori di Vescia e di Falerno, una presso la foce del Liri (alla quale andò il nome di Minturno), l'altra sulle alture di Vescia, vicino al territorio di Falerno, dove si dice si trovasse la città greca di Sinope, chiamata poi dai coloni romani Sinuessa.
    I tribuni ricevettero l'incarico di presentare all'approvazione del popolo un decreto in base al quale il pretore Publio Sempronio avrebbe nominato tre magistrati col compito di presiedere alla fondazione di quelle colonie; tuttavia non era facile trovare la gente da iscrivere: dominava l'impressione di essere spediti non in una colonia agricola, ma come a un avamposto permanente in una zona minacciata dai nemici.
    A distogliere il senato da questi problemi furono la guerra in Etruria, che stava diventando sempre più preoccupante, e i frequenti messaggi di Appio che consigliava con insistenza di non trascurare i moti di quella regione: quattro popoli, Etruschi, Sanniti, Umbri e Galli, stavano unendo le proprie forze, e avevano già posto due accampamenti distinti, perché un unico campo non era in grado di contenere tutta quella massa di armati.
    Per questo motivo, e anche per presiedere le elezioni (la data era già alle porte), venne richiamato a Roma il console Lucio Volumnio; questi, prima di chiamare le centurie al voto, dopo aver convocato l'assemblea generale, pronunciò un lungo discorso sulla gravità della guerra in Etruria; disse che fino a quel momento, fino a quando cioè aveva gestito insieme al collega la campagna in Etruria, la guerra era stata così dura, che per sostenerla non erano stati sufficienti un unico comandante e un unico esercito; in seguito, stando a quanto si diceva, si erano aggiunti gli Umbri e i Galli con un grosso esercito; tenessero bene a mente, quindi, che quel giorno venivano scelti i consoli destinati a fronteggiare quei quattro popoli.
    Personalmente, se non fosse stato convinto che il voto del popolo stava per designare al consolato l'uomo che in quel momento era giudicato senza alcun dubbio il miglior generale a disposizione, lo avrebbe nominato immediatamente dittatore. Nessuno dubitava che Fabio sarebbe stato eletto all'unanimità per la quinta volta: e infatti le centurie prerogative e quelle chiamate al voto per prime lo avevano nominato console insieme a Lucio Volumnio.
    E Fabio pronunciò un discorso simile a quello di due anni prima; poi, visto che nulla poteva contro il volere unanime del popolo, chiese infine che gli fosse assegnato come collega Publio Decio: sarebbe stato un sostegno per la sua vecchiaia. Nella censura e in due consolati condotti insieme aveva avuto modo di sperimentare come nulla fosse più utile agli interessi dello Stato che l'armonia tra i colleghi.
    Il suo temperamento di vecchio avrebbe fatto fatica ad abituarsi a un nuovo compagno di comando; con una persona già nota sarebbe stato invece più facile concordare le strategie di guerra. Il console si dichiarò d'accordo con le parole di Fabio, elogiando Publio Decio per i suoi effettivi meriti, insistendo sui vantaggi che derivano dall'armonia tra i consoli nella gestione delle campagne militari e sui danni che nascono dal loro disaccordo, e ancora ricordando come poco tempo prima si fosse giunti a un passo dal disastro proprio per la divergenza di vedute tra lui e il collega; Decio e Fabio avevano invece un solo cuore e una sola mente, e poi erano uomini nati per la vita militare, grandi nell'azione e poco portati agli scontri a base di lingua e parole.
    Queste sì erano personalità tagliate per la carica di console: i furbi e gli scaltri, gli esperti di diritto e di eloquenza, come Appio Claudio, bisognava tenerli per il governo della città e per la vita pubblica, per l'elezione dei pretori deputati all'amministrazione della giustizia. L'intera giornata trascorse in questi discorsi. Il giorno successivo le elezioni di consoli e pretori si tennero secondo le disposizioni del console.pur essendo tutti assenti, vennero eletti consoli Quinto Fabio e Publio Decio, pretore Appio Claudio; in base a un decreto del senato e a una deliberazione della plebe, a Lucio Volumnio venne prorogato il comando delle truppe per un anno.
    Nel corso dell'anno si verificarono molti prodigi; per evitarne le possibili conseguenze, il senato decretò due giorni di suppliche: vennero offerti a spese dell'erario vino e incenso, mentre uomini e donne andarono in massa a supplicare gli Dei. Quella supplica rimase nelle cronache per una lite scoppiata tra le matrone all'interno del santuario della Pudicizia patrizia, situato nel foro Boario in prossimità del tempio rotondo di Ercole. Le matrone avevano escluso dalla partecipazione ai riti sacri Virginia, figlia di Aulo, una patrizia moglie di un plebeo, il console Lucio Volumnio, perché, celebrato il matrimonio, non faceva più parte del patriziato.
    Ne nacque un breve screzio che, per colpa dell'irascibilità tipica delle donne, si trasformò in una violenta lite: Virginia a buon diritto si vantava di essere entrata da patrizia e casta nel santuario della Pudicizia patrizia, in quanto sposata a un solo uomo in casa del quale era stata condotta ancor vergine, e di non aver alcun motivo di vergognarsi del marito, né della sua carriera e né dei suoi successi in campo militare.
    A queste parole piene di orgoglio fece seguire un gesto bizzarro.nel suo palazzo di via Lunga, dove abitava, fece ricavare uno spazio sufficiente alla costruzione di un tempietto, vi collocò un altare e, convocate le matrone plebee, lamentandosi dell'affronto subito dalle matrone patrizie, disse:
    "Consacro quest'altare alla Pudicizia plebea e vi esorto affinché alla competizione di valori che in questa città tiene impegnati gli uomini corrisponda, tra le donne, un confronto in materia di pudicizia, e vi invito a impegnarvi a fondo perché questo altare venga onorato in maniera più conforme alla religione e da donne più caste, se è mai possibile, di quello patrizio."
    L'altare venne in seguito venerato più o meno con lo stesso rituale di quello più antico, e non aveva diritto di compiervi sacrifici nessuna matrona che non fosse di specchiata castità e avesse contratto più di un matrimonio; col tempo il culto fu allargato anche alle donne che avevano perduto la castità, e non soltanto alle matrone, ma anche alle donne di ogni classe, fino a quando non cadde in disuso.



    LA BATTAGLIA DI SENTINO

    Anche per chi non si discosta dalla realtà dei fatti, la gloria di quella giornata in cui ebbe luogo lo scontro di Sentino è grandissima; ma alcuni autori, a forza di esagerazioni, hanno superato i limiti del credibile, arrivando a scrivere che tra le file nemiche vi erano 330000 fanti, 46000 cavalieri e 1000 carri (ivi inclusi Umbri ed Etruschi, che a loro detta avrebbero preso parte anch'essi alla battaglia); per poi aumentare pure le forze romane, ai consoli associano come comandante il proconsole Lucio Volumnio, unendo alle legioni consolari l'esercito di quest'ultimo.
    Nella maggior parte degli annali, però, la vittoria viene attribuita soltanto ai due consoli: nel frattempo Volumnio era occupato nella spedizione nel Sannio e, dopo aver costretto l'esercito sannita a riparare sul monte Tiferno, lo travolgeva costringendolo alla fuga, senza lasciarsi mettere in soggezione dalla natura impervia del terreno. Quinto Fabio, lasciato a Decio il compito di presidiare l'Etruria col proprio esercito, riportò a Roma le sue legioni e ottenne il trionfo su Galli, Etruschi e Sanniti. I soldati lo seguivano nella sfilata. Nei rozzi canti militari la valorosa morte di Decio venne celebrata non meno della vittoria di Fabio, e tra le lodi rivolte al figlio venne richiamata la memoria del padre, il cui sacrificio e i cui successi in campo pubblico erano stati adesso eguagliati.

    Dal bottino raccolto in guerra ogni soldato ricevette ottantadue assi di rame, un mantello e una tunica, che in quel tempo erano riconoscimenti militari non certo disprezzabili. Pur avendo conseguito questi successi, né in Etruria né nel Sannio c'era ancora la pace: infatti, dopo il ritiro dell'esercito voluto dal console, i Perugini avevano riaperto le ostilità e i Sanniti erano scesi a compiere saccheggi in parte nel territorio di Vescia e di Formia, e in parte nella zona di Isernia e nella valle del Volturno. A fronteggiarli venne inviato il pretore Appio Claudio con l'esercito di Decio.

    Fabio, ritornato in Etruria per il riaccendersi delle ostilità, uccise 4500 Perugini e ne catturò circa 1740, che vennero riscattati al prezzo di 310 assi a testa: il resto del bottino raccolto venne lasciato ai soldati. Le truppe sannite, delle quali una parte aveva alle calcagna il pretore Appio Claudio mentre l'altra Lucio Volumnio, raggiunsero l'agro Stellate; lì si accamparono nei pressi di Caiazia le forze sannite riunite, mentre Appio e Volumnio allestirono un unico accampamento. Si combatté con estremo accanimento, perché i Romani erano spinti dal risentimento per un popolo che si era già tante volte ribellato, mentre i Sanniti si battevano ormai per salvare le poche speranze residue.

    Vennero uccisi 16300 Sanniti, e 2700 fatti prigionieri; tra i Romani i caduti furono 2700. Se quell'anno fu fortunato per i successi in campo militare, a funestarlo e a turbarne la serenità furono una pestilenza e una serie di prodigi; arrivò infatti la notizia che in molti luoghi era piovuta terra e che numerosi soldati dell'esercito di Appio Claudio erano stati colpiti da fulmini: per queste ragioni vennero consultati i libri sibillini.....


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  • 10/08/17--05:55: AEDES OPIS ET SATURNIS
  • VICUS IUGARIUS
    "Aedes Opis, et Saturni" nel Vico Giugario o Jiugario; ovvero, Aedes Saturni nel Foro Romano, la quale servì ancora al Publico Erario. Il Vico Jugario corrisponde, insieme alla via della Consolazione, all'antico "vicus Jugarius" dove c'era un altare di "Iuno Iuga", ossia "Giunone" che univa in matrimonio ("iungere") oppure dalle botteghe di costruttori di gioghi ("iuga") per i buoi in relazione al vicino Foro Boario.

    « Si dice che Opi sia moglie di Saturno
    Tramite lei si esplica la terra,
    poiché la terra distribuisce tutti i beni al genere umano. »

    (Sesto Pompeo Festo, 203:19)


    Ad Opi furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l'altro nel Foro, e in suo onore si celebravano le feste degli Opiconsivia il 25 agosto e degli Opalia il 19 dicembre.
    Alla sua protezione era affidato il grano mietuto e riposto nei granai. È raffigurata con una cornucopia, con del grano o con uno scettro.

    Il tempio di Saturno nel Foro Romano venne consacrato sotto il consolato di Aulo Sempronio Atratino e Marco Minucio Augurino nel 497 a.c.,ed è il più antico luogo sacro di Roma dopo il Tempio di Vesta e quello di Giove. 

    I due templi, di Opi e di Saturno sul Campidoglio, erano piuttosto vicini e condividevano l'aedes, detta appunto "Aedes Opis et Saturnis", con un'ara sacra su cui si svolgevano sacrifici annuali e misteriosi.



    CATENE O BENDE

    Secondo il mito romano, quando Saturno fu spodestato dal figlio Giove, fu esiliato in Ausonia, cioè nel suolo italico e, accolto dal Dio Giano, avrebbe fondato le mitiche città saturnie. Insegnò l'agricoltura alle genti del luogo portando pace e giustizia. Per i suoi molti meriti avrebbe ricevuto una parte del regno di Giano, cui conferì anche il dono della preveggenza.

    Saturno resterà l'unico a regnare dopo la morte e la divinizzazione di Giano, ed ebbe la sua dimora in Campidoglio e c'era un tempio in cui la sua statua era avvolta in catene perché i Romani non volevano che lasciasse mai Roma, oppure perché si ricordava così il periodo in cui Zeus lo aveva imprigionato.

    Sede del tesoro di stato, il tempio conteneva una statua di Saturno che le fonti antiche riferiscono fosse velata e con in mano una falce, inoltre era cava e interamente riempita di olio. Se era cava è ovvio fosse in argilla, quindi probabilmente etrusca. Aveva inoltre le gambe legate con bende di lana, sciolte solo in occasione dei Saturnali. Saturno era detto Saturnus pater in Lucilio (framm. 21 Marx) e in talune iscrizioni; nel carme dei Sali è scritto: "qui deus in Saliaribus Saturnus nominatur", (Fest., p. 432)

    Durante i Saturnalia, le festività che si tenevano dal 17 al 23 dicembre, le bende venivano tolte, si teneva un banchetto pubblico, il gioco d'azzardo era ammesso;  l'ordine sociale basato su padroni e schiavi veniva sovvertito e i padroni  servivano i loro schiavi a tavola, e la festa terminava al grido di "Ego Saturnalia" (Io Saturnalia).

    Durante i sette giorni dei festeggiamenti più famosi di Roma, si compiva un rito su un antichissimo altare, posto sempre nell'Aedes Opis et Saturnis, da collegare, secondo la tradizione, alla mitica fondazione della città sul Campidoglio da parte di Saturno. 

    Il culto prettamente urbano di Saturno si unì a quello di Crono, si che per sfuggire al figlio Giove si rifugiò nel Lazio risalendo il Tevere fino al Gianicolo. Qui avrebbe incontrato Giano, da cui fu bene accolto, per stabilirsi sulla sinistra del fiume, alle radici del Campidoglio (Saturnia) dove poi sorse il suo tempio. Qui il Dio insegnò agli uomini l'agricoltura togliendoli alla pastorizia vagante (Varr., De re rust., III, 1, 1,5)

    Qui si legò alla Dea Opi con cui condivise un aedes sacro: l'AEDES OPIS ET SATURNIS

    SATURNALIA

    LE BENDE

    Le bende poste sulle gambe è il divieto di andare liberamente, il cammino ostacolato. Tolte le bende ci si poteva scatenare sovvertendo ogni regola, un po' come se si libera la mente e si lascia posto all'istinto. Dunque i Saturnalia servivano a scatenarsi, cioè togliersi le catene. Non a caso si riferisce che La sua statua avesse anche delle catene.



    IL VELO

    Si narra che la statua di Saturno oltre ad avere le bende sulle gambe fosse totalmente coperta da un velo. Era l'indicazione misterica da scoprire, come a dire che occorreva interpretare la statua del Dio, non tutto di quel Dio era stato svelato, e solo gli arditi potevano sollevare quel velo.



    L'OLIO

    L'olio era ovviamente quello delle lampade, da cui si attingeva durante le feste per proseguire in notturno, quando il sole non forniva più luce. Le feste notturne terminavano quando fosse terminato l'olio per le lampade, almeno in epoca più arcaica, perchè in seguito le feste furono stabilite nella data e nella durata.



    EGO SATURNALIA

    Come dire: "IO SONO I SATURNALI". cioè lo scatenamento degli istinti, i Saturnalia, sono parte di me, è il Saturno liberato da bende e catene. E' evidente che anticamente i Saturnalia avessero un culto misterico che gli iniziati dovevano interpretare. Per gli altri uomini era invece soltanto una festa.

    ARA SATURNI

    IL FALCETTO

    Saturno era dotato di un falcetto che mieteva grano... e vite umane. Era il Dio della Morte, ma questo era il significato del lato misterico-iniziatico, ignorato dai più. Togliere le bende, cioè la mente, faceva scoprire la bellezza dell'istinto e la temutissima morte. 

    L'accettazione della morte da parte di un romano era basilare, perchè egli era anzitutto un combattente. Chi non temeva la morte non era solo un buon legionario ma era un eroe, e come tale salutato e rispettato da tutti.



    POI C'ERA OPI

    Opi era la natura, provvida di frutti che sostentava tutte le creature, che le faceva nascere, crescere e morire. Lei era eterna perchè si riciclava continuamente, nella vita e nella morte. Questi erano i significati reconditi dei Sacri Misteri di Saturno e di Opi, dell'uomo e della natura. Dell'uomo che nasce, cresce e muore in essa, e che in essa rinasce, nell'eterno ciclo della vita,
    Questa era la misterica sacralità dell'"Aedes Opis, et Saturni", per chi era in grado di intenderla.



    ARA DI SATURNO

    Situata a fianco del pilone meridionale dell'Arco di Settimio Severo, si può notare a fianco dell'Umbilicus Urbis una tettoia moderna che copre un'area per il culto intagliata in parte nella roccia viva e completata con blocchi di tufo romano. Questo luogo è stato identificato con l'Ara di Saturno, databile intorno al VI secolo a.c., costruzione che ha anticipato lo stesso tempio dedicato alla divinità.



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  • 10/09/17--05:27: SESSA AURUNCA (Campania)


  • Il nome Sessa deriva da "Colonia Julia Felix Classica Suessa" o semplicemente "Suessa", città appartenente alla Pentapoli Aurunca, una federazione di città fondate dall'antico popolo degli Aurunci, anche detti Ausoni (per altri sono due popoli diversi).

    Le città erano:

    -  Ausona . detta pure Aurunca, antica città degli Osci Ausoni (o Aurunci), probabilmente ubicata presso odierna Ausonia. Alleata dei Capuani, venne distrutta dai Romani durante la II guerra sannitica, nel 314 a.c., e i suoi abitanti passati per le armi.

    - Vescia - o Veseris, collocata sulla sponda sinistra del fiume Garigliano, nell'attuale comune di Cellole e Sessa Aurunca, dove sono stati trovati dei resti di mura risalenti all'epoca pre-romana.

    - Minturnae - le cui splendide vestigia sorgono lungo il percorso della via Appia, presso il fiume Garigliano, fu un centro degli Ausoni, poi occupato dagli Aurunci.

    - Sinuessa - antica città sommersa dal mare, che pian piano sta riaffiorando: anfore, aggregati di monoliti, ancore, opere antropiche, resti di antichi pavimenti stradali: l’antica colonia romana di Sinuessa, II sec. a.c. che dal 2012 viene esplorato e classificato dal Laboratorio di Chimica Ambientale del Centro di Ricerca ENEA di Portici (Napoli). Ad una profondita’ di circa 8-10 m sono stati rinvenuti 24 massi cubici impiegati nella costruzione di banchine a protezione dei porti, a 3 m di profondita’, resti di un antico pavimento stradale, con blocchi in pietra da 50 cm a 1 m.,  a 9 m un’ancora di piombo romana. A 11 m un’anfora integra.

    Successivamente i Romani assoggettarono o distrussero, durante la Guerra Latina, le città della federazione.

    Durante la II guerra sannitica, i Romani, distrussero completamente le cinque città della Pentapoli per la loro mancata collaborazione, ma successivamente, fondarono le colonie di Sessa Aurunca e Minturnae, città che ne conservavano il nome e più o meno la posizione.

    Si presume che il nome possa derivare dalla felice posizione sessio, cioè sedile, dolce collina dal clima mite del territorio denominato dai Romani Campania felix. Corrispondente poi alla Terra di Lavoro divenne una regione storico-geografica dell'Italia del sud, la ex-romana Campania Felix, oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise

    Sessa Aurunca dislocata fra una a collinare e la fertilissima "Piana del Garigliano", fu famosa per la produzione di olio e vini in epoca romana (numerose sono sul territorio le tracce di grossi insediamenti produttivi di età imperiale).

    L'ACQUEDOTTO

    IL FALERNO

    Da queste terre, fino alle pendici del Massico proviene quel famoso vino di Falerno, che si affermò fin dalla tarda età repubblicana, tanto decantato da essere ritenuto un dono del Dio Dioniso alle ospitali genti del luogo:

    Marziale - Falernum CXI 
    "De sinuessanis venerunt Massica prelis: condita quo quaeris consule? Nullus erat."
    "Questo vino massico è venuto dai torchi di Sinuessa. Mi chiedi sotto quale console fu imbottigliato? Non c'erano ancora i consoli."

    Plinio: 
    «...i vini d'oltremare mantennero il proprio prestigio e questo fino al tempo dei nostri nonni, persino quando il Falerno era già stato scoperto...»
    .
    Anche maggiore longevità mostra il Falerno, poi, rispetto al Cecubo se ai tempi di Plinio, che muore nell'eruzione del Vesuvio del 79 d.c., quest'ultimo è ormai scomparso al contrario del Falerno che si continua a produrre anche se Plinio critica che il vino sia «in mano a gente che bada più alla quantità che alla qualità».

    Gran parte degli scrittori latini hanno tessuto l'elogio di questo vino: Cicerone, Macrobio, Varrone, Diodoro Siculo, Virgilio, Orazio, Dionigi d’Alicarnasso, Tito Livio, Vitruvio, Tibullo, Ovidio, Plinio il Vecchio, Marziale, Silio Italico, Stazio, ecc., ma soprattutto Catullo in epoca repubblicana a celebrarne le lodi. Della qualità e della fama da esso raggiunta ne è prova anche il costo elevatissimo: pregnante è la scritta ritrovata a Pompei ove:
     «Edone fa sapere: qui si beve per 1 asse; se ne paghi 2, berrai un vino migliore; con 4, avrai vino Falerno» (CIL IV 1679).

    Ben noto a Plinio per le sue doti terapeutiche, ad Orazio, Marziale, Petronio ed altri per il suo gusto asciutto e forte, il Falerno è ancora oggi oggetto di una qualificata richiesta anche dall'estero.



    IL CECUBO

    STRADA ROMANA DI SESSA AURUNCA
    O Abbuoto, ha origini sono antichissime, tanto che Orazio  lo cita per invitare gli amici a festeggiare, danzare e a bere in occasione della morte di Cleopatra. Quando la regina egiziana tramava contro l'Impero, non si poteva portare fuori dalle cantine degli antenati questo pregiato vino: ma ora che Cleopatra è morta, ci si può deliziare con questo vino che con l'invecchiamento diviene più forte e dolce. Orazio specifica che questo vino delizioso era prodotto nella zona del Caleno.

    Il cecubo era originario dell'ager Caecubus, territorio che da Formia si estendeva fino a Fondi e Terracina. Plinio elogia quello prodotto ad Amyclae, sul Monte Pianara presso Sperlonga, poiché qui le viti crescevano in un terreno palustre e venivano sposate ai pioppi. 



    L'ANTICA AURUNCA

    Sessa Aurunca è collocata al confine Nord-Ovest della Campania e della Provincia di Caserta, ed è separata dal Lazio, Provincia di Latina, dal fiume Garigliano. Come dimostrano le tracce di insediamenti preistorici e le necropoli dell'VIII sec. a.c., essa è antichissima e popolata dagli Aurunci, un antico popolo osco qui insediato da circa un millennio a.c..


    GAIO LUCILIO

    Tra i personaggi illustri di Sessa è da citare Gaio Lucilio, nato a Sessa intorno al 148 a. c.,l’inventore della satira. Appartenente al "circolo degli Scipioni", partecipò attivamente alla vita culturale dell'età degli Scipioni e dei Gracchi. Scrisse trenta libri di satire, di cui ci restano frammenti per 1.300 versi, portando alla maturazione e alla fama questo componimento poetico.

    Da giovane militò nella guerra Numantina (134-133), e visse agiatamente a Roma, tranne che per un breve periodo durante il quale fu colpito da una legge che prescriveva l'allontanamento dei non cittadini romani (126-124). Amico intimo di Scipione Emiliano e di Lelio, dell'annalista Aulo Postumio Albino, del grammatico Elio Stilone, partecipò alla cultura scipionica e alle idee graccane. Morì forse forse il 114.

    La satira era un genere già coltivato a Roma da Ennio e Pacuvio, con spunto dalla vita reale, per considerazioni sui vizi umani, per un fine didascalico e uno polemico divertente. La satira luciliana, fu una delle creazioni più vive e tipiche della letteratura latina, con composizione in esametri.  L. attaccò tutti gli uomini più in vista del suo tempo:
    - dai democratici Gaio Cassio e Marco Papirio Carbone,
    - agli aristocratici della fazione antiscipionica, come Quinto Opimio, Lucio Aurelio Cotta, Scevola l'Augure, Quinto Metello Macedonico, Lucio Cornelio Lentulo Lupo.

    Unì alla polemica politico-moralistica quella filosofica e quella letteraria, con ricchezza d'interessi e di cultura. Ma il suo forte moralismo non fu senza grettezza, e la sua satira mancò di quella ricchezza etica che pure rappresentava l'ideale dell'aristocrazia grecizzante tra la quale egli visse.

    Le satire di Lucilio ebbero larga fama nella latinità, come dimostrano non solo la successiva storia della satira (Orazio e i satirici dell'età imperiale, Persio e Giovenale, ne dipenderanno o comunque ne saranno influenzati), ma anche le varie menzioni e lodi che si ritrovano in Velleio Patercolo, in Plinio il Vecchio, in Quintiliano.

    RESTI DEL TEATRO

    I RESTI ARCHEOLOGICI

    Numerosi sono i resti archeologici databili all’età antica giunti sino ad oggi: il teatro, il criptoportico, il ponte romano, l'acquedotto, le mura.

    - Nel 337 a.c. la postazione fu abbandonata, sotto la pressione dei Sidicini, in favore della zona dell'attuale centro storico di Sessa. 

    - Nel 337 a.c. i Sidicini, alleati degli Ausoni di Cales (odierna Teano), dichiararono guerra agli Aurunci che, sconfitti, furono espulsi da Sessa Aurunca. Però i Romani difesero gli Aurunci, sconfiggendo i Sidicini e gli Ausoni. 

    - Fu un centro importante degli Aurunci, ma nel IV secolo a.c. fu conquistato dai Romani che sconfissero nel 313 a.c. la Pentapoli Aurunca, insediandovi una colonia di diritto latino, Suessa.

    - Alla distruzione dei centri aurunci, seguì la deduzione della colonia latina di Suessa Aurunca, nel 313 a.c. (Liv. 9, 28, 7), affiancata, nel 296/5 a.c., dalle colonie romane di Minturnae, alla foce del Liri, e Sinuessa, ai limiti del territorio vescino, nella zona di confine con l’ager Falernus.

    - Le due colonie di diritto romano dovevano assolvere alla funzione di praesidia militari, tanto che, come racconta Livio, fu difficile trovare chi fosse disposto a iscriversi nelle liste di reclutamento, essendo chiaro che i coloni erano mandati a montare quasi perennemente la guardia, in una regione esposta al pericolo continuo di attacchi nemici (Liv. 10, 21, 7-10: 296 a.c.; Vell. 1, 14, 6: 295 a.c.).
    - I cittadini di entrambe furono ascritti alla tribù Teretina, creata nel 299 a.C. (Liv. 10, 9, 14. Sulla creazione della tribù e sulla sua originaria collocazione nella fascia costiera compresa tra il Liri e il Volturno.

    CRIPTOPORTICO
    - Nel 297 a.c. il territorio era già sotto la dominazione romana, come alleati o sottomessi, dal momento che in quell'anno ci fu un attacco contro i Sanniti da parte delle forze romane partendo dal loro territorio.

    - A Suessa fu concesso di battere moneta a partire dal 270 a.c. 

    - Durante la II guerra punica (219-202 a.c.), si rifiutò di fornire armi, soldati e denari a Roma che si vendicò distruggendole la città. Successivamente però la ricostruì.

    - La notevole incidenza dell’economia schiavistica, a partire dalla II metà del II sec. a.c., è attestata dalle fonti letterarie ed epigrafiche, che riportano la notizia della crocifissione di 2000 schiavi a Sinuessa, in seguito alla rivolta servile, scoppiata sulla scia della ribellione degli schiavi in Sicilia nel 133 a.c. (Oros. 5, 9).
    Riguardo alla documentazione epigrafica, un dato eloquente è fornito dagli elenchi di magistri di collegia locali, incisi su 29 cippi, riutilizzati nel podio del tempio A, cui si aggiungono altri due frammenti di provenienza diversa, ma riconducibili allo stesso nucleo documentario (CIL I², 2678-2708). Dei circa 330 personaggi menzionati, l’80% risulta costituito da schiavi e il resto da liberti.

    - Nel 180 a.c. la città è ricordata da Catone il Censore come centro commerciale e luogo opportuno per l’acquisto di macchine agricole, sporte e cesti.

    - Nell'età imperiale Suessa conosce la sua massima espansione urbana: il centro abitato si estendeva su un'area quasi doppia rispetto a quella attuale e contava numerosi e importanti monumenti.

    - Nel 90 a.c., grazie alla Lex Julia municipalis, Sessa, col suo centro militare, commerciale e agricolo diviene Municipium con diritto alla cittadinanza romana ed entrò a far parte della tribù Aemilia. Durante la guerra civile si schierò al fianco di Silla prima e più tardi di Pompeo. Nel periodo immediatamente successivo ricevette diverse opere di abbellimento ed anche un ampliamento delle mura, in opera reticolata.

    - Poco prima dell’ascesa al potere di Augusto, intorno agli anni 30 – 28 a.c., ricevette una nuova colonia che prese il titolo di Colonia Julia felix classica. A questo periodo risale, probabilmente, l’ultima edificazione della cinta muraria i cui resti sono ancora oggi visibili in varie zone dell’abitato. 

    - In età imperiale la cittadina sessana viveva certamente un periodo estremamente florido, tanto da essere definita da Cicerone: “lautissimum oppidum”, città ricchissima.  Inoltre la posizione vantaggiosa tra la Via Appia e la Via Latina ne fa un centro di produzione agricola, i cui prodotti venivano trasportati verso Roma o verso Capua. Notevole il potenziamento della viabilità esterna anche per la realizzazione del Ponte degli Aurunci che collegava la città con il mare e con le vie consolari Appia e Latina.
    - Al declinare dell'Impero romano, Sessa lentamente decadde.

    MATIDIA MINORE

    LE MATRES MATUTAE

    Vero e proprio simbolo della feracità del territorio sono le Matres Matutae, antiche statue in tufo, realizzate, in un periodo compreso tra il VI al I sec. a.c., dalle popolazioni Osche. I manufatti, di diverse dimensioni, rappresentano, tutte, eccetto una, donne con uno o più neonati tra le braccia.

    L'eccezione è, invece, la rappresentazione di Mater Matuta, divinità italica dell'aurora e delle nascite, che tiene una melograno (simbolo di fecondità) nella mano destra, e una colomba (simbolo di pace) nella mano sinistra. Le Matres Matutae, rappresentavano al provvida natura fertile e generosa, che accorda abbondanti i frutti del lavoro della terra.

    Presso la foce del Garigliano, c'era il santuario della Dea Marica, che secondo le fonti  prevedeva un lucus, una palude e dell’acqua, sia del fiume che del mare. Marica era una Dea matronale, preposta alla riproduzione e alla fertilità, con connotazioni ctonie. 

    Essa venne collegata a Diana, Hekate Trivia e Circe. Tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.c., il nome di Trivia, che compare inciso su una ciotola di impasto rinvenuta nell’area del santuario. La Dea triplice era sempre la ricca natura della zona, che forniva, oltre ai frutti reperiti dall'uomo, un lato selvaggio ma sempre produttivo, legato alle acque e ai boschi.



    TERRA DI LAVORO

    Liburia e Terra di Lavoro

    La Terra di Lavoro è la romana Campania Felix, oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise
    In origine, prima di chiamarsi Terra di Lavoro, la regione si denominava Liburia, probabilmente dal nome di un'antica popolazione, quella dei Leborini (o Liburi). Secondo un'altra versione, invece, l'origine del nome Liburia è da individuarsi nel nome gentilizio Libor, probabilmente divenuto Labor per un errore di trascrizione o per una distorsione fonetica.

    Il toponimo Leboriae (o, nella variante più accreditata, Leboria) compare per la prima volta nel I sec. d.c. con Plinio il Vecchio (nell'opera Naturalis Historia - 23 - 79 d.c.), che menziona la Liburia come il territorio che i Greci denominavano Campi Flegrei. Quindi Liburia, Leboria, Leboriae o, secondo un'ulteriore variante, Liguriae andava ad indicare una specifica area della Campania Felix.

    Dopo Plinio il Vecchio, però, il toponimo sembra cadere in disuso, poiché scompare dai documenti
    Lo storico romano Flavio Biondo indica nella volontà delle popolazioni locali di non essere più identificati con l'antica Capua, nemica di Roma, la reintroduzione del termine Leborini (nome di una precedente popolazione campana). 

    Da ciò il territorio sarebbe stato detto Leborio o terra di Lebore, mutato in Labore. Nell'XI sec., al toponimo Liburia, si sostituisce quello di Terra Laboris, andando ad identificarsi con la Campania e divenendone la denominazione ufficiale nella suddivisione amministrativa normanna. In maniera emblematica le carte geografiche, dal 1500 al 1700 circa, riportano l'indicazione Terra Laboris olim Campania felix.

    Scipione Mazzella, nella sua descrizione del Regno di Napoli, fa cenno al toponimo Campi Leborini (o Leborini Campi) che egli identifica come il territorio appresso Capua. I toponimi Leboria e Campi Leborini sono strettamente connessi, derivando l'uno dall'altro. Si desume che le basi tematiche dei due vocaboli (Leboria ha come tema Lebor) sono differenti e lascia presupporre un'origine prelatina del termine Leboria. Il passaggio da Leboria-Liburia a Laboris, e quindi Terra Laboris, deriva solo da un'assonanza.



    LA CINTA MURARIA

    Sessa fu fortificata con mura ciclopiche che circondano una superficie di circa 1 ettaro, evidentemente l'originario nucleo di Suessa, città preromana, che aderiva a una federazione di città aurunche, nota come Pentapoli Aurunca.

    La superficie tuttavia appare troppo esigua per un centro abitato e si ipotizza che le mura proteggessero solo un forte militare a difesa degli abitanti.

    Ne restano tracce: lunga due Km e mezzo con cinque-sei porte, fu realizzata in opus quadratum.

    Come ogni importante città imperiale, Suessa vantava un grande teatro, un grande criptoportico, terme, un anfiteatro, templi (tra questi è da ricordare il tempio dedicato alla divinità tutelare cittadina, Ercole) e il ponte Ronaco, sito a poca distanza dalla cittadina, tra i meglio conservati della Campania settentrionale.

    IL TEATRO

    IL TEATRO

    Il Teatro romano di Sessa Aurunca, portato alla luce e restaurato soprattutto tra il 1999 ed il 2003, è uno degli edifici pubblici di età romana più imponenti scoperti sinora in Campania. Edificato sotto l’impero di Augusto, nel I sec. d.c., fu ristrutturato ed ampliato nel II secolo d.c., sotto Antonino Pio.  

    Venne edificato sul versante occidentale di una collina che guarda verso il mare, con il golfo di Gaeta all'orizzonte, è stato totalmente restaurato ed è ancora molto ben conservato.

    Costruito nel II secolo a.c., fu poi fatto ampliare e migliorare da Matidia minore, cognata dell'imperatore Adriano, quattro secoli dopo. 

    Matidia si tenne lontana dalla vita politica e non si sposò mai, pur essendo una donna molto bella. Ebbe vaste proprietà nella zona di Minturno e di Sessa Aurunca, che sorgeva lungo il percorso della via Appia, presso il fiume Garigliano, e dove le furono dedicate delle statue onorarie. . 

    A Sessa città operò la ricostruzione del teatro, La scena dava una stupenda suggestione, con tre ordini sovrapposti, per un’altezza di circa 25 metri, con 28 colonne per ogni ordine, intervallate da 30, 40 statue di divinità o personaggi della famiglia imperiale. Matidia nel quale si fece raffigurate al centro della scena in veste di Aura, circondata dagli altri membri della famiglia imperiale.

    MATIDIA MINORE
    Il teatro conserva murature fino a m 20,00 di altezza, con una cavea di m 110 di diametro, scavata nella collina e superiormente impostata su gallerie, con tre ordini di gradinate in calcare per cui potevano ospitare da 7000 a 10000 spettatori. 

    Imponenti sono anche i resti della struttura che sosteneva il velarium, usato per proteggere gli spettatori dal sole o dalla pioggia leggera, e del grande edificio scenico, lungo m 40,00 ed alto in origine m 24,00, dotato di tre ordini sovrapposti di 84 colonne.

    La scena era un vero capolavoro dove gli artisti e gli scalpellini romani usarono molte qualità di marmi per realizzare le decorazioni architettoniche, costituite da fregi, architravi e capitelli. 

    Le colonne furono realizzate con cinque diverse qualità di marmi colorati, provenienti dalle isole greche, dalla Numidia e dall’Egitto, mentre gli architravi ed i capitelli vennero scolpiti in marmo bianco proveniente da Carrara e da Atene. 

    Alle spalle della scena sorgeva la porticus pone scaenam, per la sosta degli spettatori negli intervalli degli spettacoli. Ai lati di essa sorgevano due aule a pianta basilicale di cui quella a Sud affrescata e dotata di ninfeo, quella a Nord con crpyta e collegata alla viabilità extraurbana, presso la cui entrata è un sacello con l’affresco del Genius loci. Addossata ad essa fu costruita nel III secolo d.c. una latrina con pavimento tessellato e pareti a rivestimenti marmorei.

    Un numero incredibile di reperti come iscrizioni dedicatorie e commemorative, e moltissimi frammenti delle sculture che decoravano il teatro, pertinenti alla galleria in cui erano celebrati i membri della casa imperiale, quali ad esempio gli imperatori Traiano ed Adriano, e le rispettive mogli Plotina e Sabina; le statue colossali di Livia e Agrippina maggiore. Dal sacello in summa cavea provengono inoltre le sculture di Matidia maggiore, Sabina, Plotina e di Matidia minore.

    AFFRESCO DEL GENIO DEL TEATRO
    Alle spalle della edificio scenico si sviluppava la porticus pone scaenam, per la sosta degli spettatori negli intervalli degli spettacoli. Ai lati di essa sorgevano due aule a pianta basilicale di cui quella a Sud affrescata e dotata di ninfeo, quella a Nord con crpyta e collegata alla viabilità extraurbana, presso la cui entrata è un sacello con l’affresco del Genius loci. Addossata ad essa fu costruita nel III sec. d.c. una latrina con pavimento tessellato e pareti a rivestimenti marmorei.

    In seguito il teatro fu abbandonato e progressivamente sepolto sotto il terreno, fino agli anni '20 del XX secolo, quando i lavori cominciarono sotto la guida dell'archeologo Amedeo Maiuri; interrotti per la II guerra mondiale, questi furono poi veramente ripresi solo nel 1999, per poi essere finiti nel 2003.  È il secondo teatro romano più grande della Campania dopo quello di Napoli.

    Si dice sia stato completamente restaurato, ma il fatto che sia chiuso al pubblico; e che per entrare serva un'autorizzazione del comune, qualche dubbio lo fa venire: un teatro romano lo si adopera, per spettacoli ed eventi, porta turisti e benessere. E allora? Ecco qua come al solito in Italia:



    UN MONUMENTO IN ABBANDONO

    Scritto da: Generazione Aurunca, settembre 10, 2015

    E’ un reportage molto interessante, quello effettuato dal Il Mattino ieri sul nostro Teatro Romano. Finalmente si sono chiarite le responsabilità sulla chiusura, per i mancati spettacoli e per le difficoltà ad usufruirne per tanti visitatori che sono tornati da Sessa Aurunca senza poterlo visitare e costretti a guardarlo dall’alto.

    Secondo il Soprintendente sono cinque anni che l’Amministrazione Comunale Tommasino e Calenzo in testa non hanno inviato la documentazione necessaria per poter permettere la gestione comunale nonostante gli inviti e la disponibilità dell’Ente.

    Nella propaganda di questi anni, invece, qualcun altro aveva insinuato che fosse colpa della Soprintendenza, ma alla fine i nodi vengono al pettine. Unica certezza: cinque anni persi di turismo per Sessa Aurunca. E chi paga?




    IL CRIPTOPORTICO

    A poca distanza dal teatro sulla terrazza ad Ovest della città antica, presso il Foro, sorge il criptoportico, edificio adibito ad uso pubblico che si affacciava su un’area scoperta pavimentata in opus spicatum, dove si pensa sorgesse un sacello. 

    Per le sue caratteristiche costruttive sembra risalire ad età sillana o tardo sillana. e si articola in tre bracci, divisi in due navate separati da file di pilastri e coperte da volte a botte, illuminate da finestre strombate. Le pareti conservano il rivestimento in stucco bianco con membrature architettoniche a rilievo, attribuibile ai primi decenni del I sec. d.c., che riportano interessanti grafiti con nomi di poeti e versi virgiliani. 

    Ciò ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi che l'edificio fosse usato pure come scuola pubblica. Oppure si riportavano semplicemente i versi di poeti che rimanevano impressi, con autori contemporanei e passati.


    Per gli autori dell’Historia Augusta, Vibia Sabina, la moglie di Adriano, era tacciata dal marito di essere donna «morosa et aspera»: capricciosa e intrattabile. Purtuttavia se la portava sempre appresso nei suoi viaggi. unitamente a sua sorella.

    Sembra invece che Adriano andasse più d'accordo con, Matidia Minore, appunto la sorella minore di Vibia, che nella raffigurazione della coppia imperiale appare sempre e talvolta perfino al centro tra i due augusti. 

    Nel Teatro Romano di Sessa Aurunca, uno degli edifici pubblici per spettacoli di epoca imperiale più grandiosi della Campania antica è stata rinvenuta una bellissima Matidia, raffigurata come una munifica divinità salvatrice (Aura), con vesti gonfiate dal vento e atteggiamento imperiale.

    Di grande qualità nei materiali e raffinata nell’esecuzione, la scultura è tra le poche al mondo in marmo bianco e nero.

    L'ERARIO

    L'ERARIO

    Il termine Erario viene dal latino ærarium, a sua volta da aes "bronzo", a indicare la riserva statale o comunale delle monete che all'inizio erano solo di bronzo.

    Il primo che ce ne parla è Tito Livio, al tempo dell'età regia di Roma, sotto il re Servio Tullio. Il tesoro veniva custodito nel tempio di Saturno nel Foro dell'Urbe. Il controllo della cassa era affidato a diversi magistrati.

    Durante la Repubblica romana nell'erario confluirono tutte le rendite dello Stato. Con l'instaurazione del Principato di Augusto, l'ærarium diventò il tesoro amministrato dal Senato. I tributi venivano raccolti nelle province senatorie dai quaestores.

    Però anche le città avevano un erario per far fronte alle spese comunali, esattamente come oggi. Suessaurunca aveva pertanto un Erarium e un Tabularium.



    IL TABULARIO

    Roma conservava gli atti pubblici (tabulae publicae) in luoghi diversi della città, ma dal sec. V si destinò un edificio ad archivio di stato, il tabularium, ove deporre i testi delle leggi, i senatus consulta, i plebisciti, che fu nelle dipendenze del tempio di Saturno, all'estremità del Foro, verso il Campidoglio, ove si conservava il tesoro dello stato. 

    L'istituzione di questo primo nucleo degli archivi pubblici di Roma si attribuisce a Valerio Publicola, console nell'anno 509 a.c. 

    Col passare del tempo vennero ad aggiungersi altri documenti, quali i processi verbali del senato, le liste censorie, i rapporti dei governatori delle provincie senatorie, ecc. 

    Il tabularium senatus divenne, presso il tempio di Saturno, una sezione dell'aerarium,

    Ed è alla ricchissima Matidia Minore si deve anche la realizzazione di un complesso monumentale, ubicato nell’area nord-orientale del foro romano di Sessaurunca, che comprendeva l'Erario e il Tabulario.

    Ora esso è inglobato all’interno di Palazzo Tiberio, ad angolo con l’antico cardo maximus, l’odierno Corso Lucilio, intitolato al famoso poeta satirico che qui nacque nel 90 a.c.
    A protezione sia dell’erario che del tabulario vi era un piccolo vano adibito a postazione di guardia in cui alloggiavano gli addetti alla sorveglianza. 

    Dalla loro stanza era possibile scendere mediante una gradinata direttamente al tabulario, un’ampia sala a pianta rettangolare illuminata da due lucernari, per poi accedere da lì all’interno dell’erario. 

    In realtà l’ingresso del caveau era protetto ulteriormente da una grata o una saracinesca metallica in scorrimento verticale come testimoniato dagli incavi di alloggiamento perfettamente visibili ai lati dell’apertura.

    L’aerarium vero e proprio presenta una suggestiva pianta trilobata costituita da tre bracci chiusi da absidi con semicupole e illuminato da tre lucernari, uno per braccio.

    Il complesso verrà definitivamente abbandonato in epoca tardoantica, tra il IV e il V sec. d.c. e verrà riutilizzato come fondamenta in strutture di epoca medievale.

    LA VILLA DI MATIDIA

    LA VILLA DI MATIDIA

    Nei pressi del teatro nell’area dell’attuale Porta Cappuccini, è stata di recente scoperta ed esplorata una vasta villa residenziale extraurbana, probabilmente appartenuta a Matidia, dotata di pars rustica con torcularium per la produzione vinaria, e pars urbana, con gli ambienti residenziali.

    Sembra logico che appartenesse alla cognata dell'imperatore, dopo aver ricostruito praticamente tutto il teatro a sue spese era logico che si riservasse una villa con vista sul teatro, ed è logico pure che ne adibisse una parte alla produzione agricola, visto che di certo Matidia, sempre al seguito di Vibia e di Adriano, a Sessaurunca ci stesse poco.

    Costruita in opus incertum nel II sec. a.c., venne ristrutturata in opus reticulatum tra I sec. a.c. ed il I d.c. Venne ancora rimaneggiata nel II sec. d.c. prima dell’abbandono.


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  • 10/11/17--07:19: AQUA VIRGO
  • MOSTRA VIRGO

    Sull'Acqua Vergine c'è una leggenda per cui Agrippa aveva dedicato l'acquedotto a una fanciulla, virgo, perchè una fanciulla (virgo) avrebbe indicato le sorgenti ai soldati assetati durante una campagna militare e e l'accaduto venne immortalato da un dipinto in una cappella vicino le sorgenti (Frontino I.10).

    Agrippa oltre ad essere ingegnere era un generale dell'esercito, ma la cosa è dubbia perchè le acque sorgive, situate all'VIII miglio della via Collatina, sono particolarmente pure e prive di calcare.

    Però si dice che invece l'acqua Vergine fosse così chiamata proprio per la leggerezza delle sue acque, leggerezza in parte oggi perduta a causa degli inquinamenti.

    Alcuni dicono che fu proprio Agrippa che scoprì presso la località di Salone a circa 26 Km dalla città e a pochi chilometri dal corso del Fiume Aniene, una sorgente di acqua purissima, mentre rientrava a Roma dopo la vittoriosa battaglia di Azio contro Antonio e Cleopatra.
    Comunque l'acquedotto fu completato il 9 giugno del 19 a.c.. (Ovid, Fast. I.464; ex Pont. I.8.38; Frontinus, de aquis I.4, 10, 18, 22; II.70, 84; Seneca, Ep. 83.5; Mart. V.20.9; Plin. NH XXXI.42; XXXVI.121, che lo attribuì erroneamente al 33 a.c.., e in associazione col rivus Herculaneus with it; vedi Aqua Marcia; Stat. Silv. I.5.26; Cass. Dio LIV.11). da Agrippa  per alimentare le Terme pubbliche a Campo Marzio da lui costruite.

    Le sorgenti erano situate all'VIII miglio della via Collatina,  esattamente due miglia a sinistra dell'VIII miglio della via Prenestina, in agro Lucullano (PBS I.139, 143), e prodotte 2504 quinariae o 103.916 metri cubi in 24 ore.

    Era il più basso di tutti gli acquedotti, tranne l'Appia e la Alsietina.

    Aveva un percorso di circa 20 km., correva quasi interamente sotterranea, da un condotto che è ancora in uso, fino a raggiungere gli Horti Lucullani sul Pincio, su cui aveva la piscina limaria, aggiunta però dopo il tempo di Frontino (I.22).

    Il percorso sotterraneo era lungo 12.865 passi, e 540 passi furono innalzati su sostruzioni.

    I cippi, eretti da Tiberio (36-37 dc) e Claudio (44-45 dc) sono stati ritrovati fino a questo punto, infatti due sono stati reperiti a Villa Medici.

    MOSTRA ACQUA VERGINE
    Da questo punto l'acquedotto, che correva verso sud lungo il fianco della collina, e nei pressi di Via Capo le Case, voltò a sud-ovest e corse su archi per 700 passi.

    All'altezza degli Horti Luculliani, tra la chiesa di Trinità dei Monti e villa Medici, il condotto, fin qui sotterraneo, passava quindi ad est del Campus Agrippae e poi voltava verso ovest (Vicus Capralicus). dove continuava su arcate, alcune ancora visibili in via del Nazareno.

    Traversava quindi la zona della Fontana di Trevi e via del Corso, percorrendo una strada che si diramava da via Lata (via del Corso) con un'arcata poi trasformata in Arco di Claudio, dove si ricorda il suo restauro da Claudio nel 46 dopo i danni causati dall' Amphitheatrum Caligulae.

    Dopo aver superato la facciata nord del Saepta (l'Arcus ... finiva in Campo Martio di fronte al Saeptorum, Frontino I.22), continuava per piazza di S.Ignazio (sotto la cui facciata sono stati ritrovati gli archi) e a via del Seminario trovava il suo castello terminale.

    Da qui arrivava dinanzi ai Saepta, vicino al Pantheon e con un percorso sotterraneo, giungeva ad alimentare le Terme di Agrippa.

    Come la Marcia, la sua portata è stata in gran parte deviata per usi privati ​​al tempo di Nerone (Plin. NH XXXI.41).

    Un restauro da Costantino è registrato in un'iscrizione trovata in via Nazionale, ovviamente non vicino alla posizione originale (CIL VI.31564).

    Nel 537, durante un assedio, vi fu un tentativo dei Goti l'assedio di utilizzare il suo canale sotterraneo come un passaggio per la città, dopo aver tagliato l'acqua sia da esso che da altri acquedotti, come ci narra Procopio (BG II.8.1-11).

    Da un itinerario romano dell'VIII sec. si nota la fontana terminale dell'Acqua Vergine, segno che l'acquedotto non serviva più le terme di Agrippa.

    La fontana, composta di tre piccole vasche addossate ad un edificio che era il castello terminale, è quella che diverrà la splendida Fontana di Trevi.

    L'acquedotto è tuttora funzionante e il suo speco è anche navigabile in barca, ma viene progressivamente intubato in strutture di cemento e la sua acqua è stata inquinata dall'incontrollata urbanizzazione.

    Purtroppo ormai l'acqua vergine, che era la migliore di Roma, ha subito un tale inquinamento che ora viene utilizzata solo per alimentare alcune delle più celebri fontane romane quali la Fontana di Trevi, la Barcaccia e la Fontana dei Fiumi. Aveva una portata di 1.202 litri al secondo.

    La forma Virginis come nome dell'acquedotto Vergine è spesso citata in documenti dell'VIII-X  sec. (cfr. Eins 2.5;. 4.4;. Lun LI455-456, 467). L'acquedotto venne riparato da Adriano I (LPD I.505). Anche un autore del 955,  parla della Arcus Claudii come Arcora (Kehr I.63, 6; ASRSP 1889, 268).

    Nel 1453 Niccolò V lo restaurò, e portò l'acqua fino alla fontana di Trevi, dove il suo termine attuale è nella bella fontana di Niccolò Salvi (1744). Venne poi riparato da Sisto IV, ma nel 1570 è stato completamente ricostruito da Pio V. I suoi successori, e specialmente Gregorio XIII, costruì molte fontane rifornite dalla Vergine. Il basso livello di resa rese però impossibile rifornire i quartieri alti di Roma.


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  • 10/12/17--05:41: CONIMBRIGA (Portogallo)

  • CASA DOS REPUXOS

    Conìmbriga è un sito archeologico del Portogallo di una ex città Romana della Lusitania, era la più grande città romana del Portogallo, posta a circa 16 Km (10 miglia) a sud di Coimbra, sulla antica strada militare romana che collegava Lisbona a Braga..

    È anche il sito archeologico romano meglio conservato di tutta la penisola iberica ed è classificato come Monumento Nazionale.

    COME APPARIVA ANTICAMENTE

    LA STORIA

    Come molti siti archeologici, Conimbriga è stata costruita in varie fasi per cui mostra diversi strati. Questo è il sito romano più grande e più ampiamente scavato in Portogallo, ed era collocato sulla strada romana tra Lisbona (Olissippo) e Braga (Bracara Augusta).

    VIA DI CONIMBRIGA
    I più antichi risalgono alla prima età del ferro nel IX secolo a.c. Seguì poi un insediamento celtico, finchè nel II sec. d.c., venne occupata dai romani. Ciò le portò grandi commerci e ricchezze finchè non cadde preda delle invasioni barbariche a seguito delle quali gli abitanti di Conimbriga abbandonarono la città rifugiandosi nella vicina Coimbra nel 468. 

    La storia della città nasce quando, dopo aver cacciato i Cartaginesi dalla Spagna nella II Guerra Punica del 206 a.c, Roma fondò la nuova provincia cominciando a occupare passo passo tutta la penisola, un lavoro che occupò quasi tutto il II sec. a.c. La conquista romana definitiva avvenne nel 139 a.c., nella campagna condotta da Decimo Giunio Bruto Callaico (Decimus Junius Callaicus) che fu console della repubblica romana net 138 a.c..

    Bruto condusse le legioni romane nella sua campagna di sottomissione e pacificazione della Lusitania e del sud della Gallaecia (Galizia) dopo l'assassinio di Viriato, (Viriathus 180 – 139 a.c.) celebre condottiero lusitano che combatté i conquistatori con la guerriglia.

    Egli si battè per l'indipendenza della penisola iberica dalla Repubblica romana dal 147 a.c. fino alla sua morte, ed è uno degli eroi nazionali del Portogallo, l'antico territorio lusitano.


    Appiano narra che Giunio Bruto fu posto al comando della provincia della Spagna Ulteriore per gli attacchi delle bande di guerriglieri che emulavano Viriato. Non potendo sostenere la guerriglia Bruto attaccò le città, per dare un esempio ai ribelli e per dare un bottino ai soldati.

    Avanzando verso nord distrusse gli insediamenti che incontrava e devastò le campagne.  Bruto attaccò i Bracari (una tribù della Gallaecia meridionale) perché saccheggiarono i bagagli del suo esercito. Alcuni della tribù fuggirono sulle montagne con la merce rubata, ma quando si arresero, Bruto riprese la sua roba con un sovraccarico come multa, prelevando merci e schiavi.

    C'erano donne che combattevano insieme agli uomini, ma per non cadere schiave si uccisero quando vennero catturate. Alcune città che si arresero si ribellarono di nuovo e vennero riprese.

    Appiano narra che Bruto ordinò agli abitanti Talabriga ribelle di dargli i disertori, i prigionieri, le armi e gli ostaggi e di lasciare la città. Quando si rifiutarono li fece circondare dai soldati per spaventarli. Poi si appropriò dei cavalli, degli approvvigionamenti e dei soldi pubblici, ma poi lasciò la città indenne. Pacificò così la Lusitania e la Gallaecia meridionale.

    LE TERME
    Il sistema di occupazione romano prevedeva delle tasse da pagare a Roma e un esercito alleato, ma in cambio la città veniva ricostruita sontuosamente e arricchita di strade, di nuove colture nelle camoagne e di scambi commerciali, per cui la terra occupata si arricchiva e si istruiva.

    LE TERME, CASA DEL CANTABER
    Sotto Cesare Augusto, la città ebbe infatti un notevole sviluppo con la costruzione delle Terme e del Foro. Divenne poi municipium in età flavia, periodo in cui subì notevoli trasformazioni urbanistiche. Rimangono resti di alcuni edifici termali più antichi rispetto a quelli soprastanti di età flavio-traianea e resti di un acquedotto di epoca augustea. In età flavia venne ampliato anche il foro e ingrandito lo spazio monumentale attorno al tempio ‘del culto imperiale’.

    Nel decennio di 79-80 d.c. ci fu infatti la sostituzione del Forum e Terme con altri edifici di identico uso ma molto più sontuosi. Notevolissimi i mosaici di numerose ville romane, alcuni di loro perfettamente conservati come nel caso della Casa dos Repuxos o della Casa delle Fontane.



    Péristyle de la maison de la Svastika (signe porte-bonheur pour les Romains), Conimbriga - Portugal
    PERISTILIO DELLA CASA DELLA SVASTICA
    Le prime invasioni barbariche, manifestatesi per la prima volta nel 260, provocarono la costruzione delle mura di difesa. Questa venne terminata alla fine del IV sec., di oltre 1.500 m, per sostituire o rinforzare le mura già edificate in parte sotto Augusto. I risultati rivelano la fretta dell'opera per l'imminenza delle orde barbariche.

    Nel 468 gli Svevi assalirono la città distruggendo parte delle mura. Da questo momento iniziò il declino di Conimbriga. Inoltre Caio Plinio Secondo, ovvero Plinio il Vecchio, cita l'oppida Conimbriga e l'Itinerarium di Antonino menziona un insediamento fra Olisipo (Lisbona) e Augusta Braga (Bracara) che doveva per forza essere Conimbriga.

    Dopo le invasioni barbariche la città continuò ad essere abitata, prima sotto il dominio dei Visigoti e poi degli Arabi, come testimonia una iscrizione del VI sec..

    PERISTILIO DELLA CASA DELLA SVASTICA

    GLI SCAVI

    Il proseguimento degli scavi porta alla luce un foro di epoca augustea demolito durante la dinastia Flavia, epoca in cui la città ricevette uno statuto comunale, per dar luogo alla costruzione di un nuovo foro più consono alle maggiori dimensioni ed alla monumentalità della nuova città. In questo settore della città sono state rinvenute delle abitazioni del periodo Claudio abitate dagli artigiani.

    Gli scavi fanno riemergere le strutture dei templi, un Foro, un acquedotto, condotte d'acqua, fognature, ed elaborati sistemi idraulici che permettono l'uso sia delle Terme pubbliche che dei bagni privati.

    Solo sotto Augusto però, da circa il 25 a.c, Conimbriga divenne una città importante: bagni, un forum e l'acquedotto sono stati scoperti da questo periodo. Gli edifici più belli, però, risalgono al II e III sec. d.c, e forniscono l'immagine di una città ricca di denaro e di arte.

    Le prime campagne di scavo cominciano nel 1899 ma soltanto dal 1955 vengono alla luce dei magnifici resti archeologici.

    L'abbondante materiale archeologico trovato nel corso degli scavi, è stato ordinato nel museo di Conimbriga

    Fra i vari archeologi che sovrintendettero agli scavi si ricorda Virgilio Ferreira che condusse una intensa campagna fra il 1930 e il 1944 (anno della sua morte).

    Fra le sue scoperte si ricordano:

    - Le terme pubbliche
    - Tre domus tra cui la Casa delle Fontane (Casa dos Repuxos)
    - Una basilica paleocristiana
    - Una grande villa urbana
    - Le Terme

    Insomma Conimbriga ha per tutto ciò che le città di Roma di solito hanno: case povere e ricche, appartamenti, strade, terme, luoghi di spettacolo come l'anfiteatro e il teatro, e il suo centro civico con la basilica, i templi, il tribunale, i giardini con i portici, le statue e le fontane.

    L VIA LASTRICATA DI PIETRA

    IL MUSEO

    Forse poco pregevoli le due ricostruzioni in cemento del foro e della palestra delle terme, però il museo, anche se non è molto grande, è molto ben curato e conserva solo materiale trovato in loco, pre-romano, romano e medievale.

    In tal modo permette ulteriori approfondimenti sulla vita romana dell'epoca, con reperti dal sito, aghi, pettini, gioielli, tutte incise, ceramiche, monete e lapidi. Ma pure pezzi di intonaco recuperati dalle pareti interne delle ville, dipinto luminosamente con disegni di fiori colorati, come evidentemente erano un po' tutte le ville.

    Il museo, creato nel 1962, accoglie anzitutto statue, monumenti funerari, fantastici mosaici, come quello della testa del Minotauro nel labirinto, e la testa colossale di Augusto che originariamente troneggiava nel tempio a lui dedicato.

    LE MURA

    LE MURA

    Conimbriga è una delle poche città romane che conserva la sua cinta muraria, e questa ha una forma quasi triangolare. La prima cinta muraria, attribuita secondo le fonti ad Augusto, è oggi piuttosto in rovina, e fino ad ora è stata individuata solo parzialmente.

    Si sa però che abbraccia un'area considerevolmente superiore a quella compresa nelle fortificazioni del Basso Impero, segno dello spopolamento seguito alle invasioni barbariche. Si può comunque identificare, ridotta alle sole fondazioni, una porta a pianta semicircolare.


    CASA DEL CANTABER

    Questa villa opulenta, conosciuta come la Casa de Cantaber, è costruito attorno a piscine ornamentali nei giardini superbamente porticati.

    Il complesso termale ha inoltre un sofisticato sistema di riscaldamento a pavimento.

    Una serie di condotti trasportano il calore al di sotto del piano dei pavimenti. Alcuni dei bei mosaici nel museo probabilmente provengono da questa enorme e lussuosa villa. 

    CASA DELLE FONTANE

    CASA DELLE FONTANE

    Vicino alla Casa del Cantaber c'è la Casa delle Fontane, con fantastici giochi e scherzi d'acqua, quegli stessi che poi verranno copiati nel rinascimento nelle splendide ville di Tivoli come villa d'Este. Ora la villa romana è posta sotto un capannone protettivo.

    Essa è un ottimo esempio di design e architettura, con basi di colonne, fontane, mosaici coloratissimi che sembrano pitture e pavimenti di pietra. I mosaici su tutto il sito sono in quasi perfetto stato, con i disegni incredibilmente dettagliati e colorati che comprendono i motivi di animali, scene di caccia, e temi mitologici.

    Particolarmente notevole, per pianta e per i mosaici che la pavimentano, è questa grande villa urbana con peristilio centrale sita nella parte nord della città.

    Casa dos Repuxos ovvero Casa delle fontane, una lussuosa abitazione con terme private, ha una superficie di 569 mq,  pavimentata a mosaico e con un giardino centrale dotato di vasche e fontane con oltre 500 cannelle dalle quali fuoriusciva l'acqua che proveniva da una sorgente vicina alla città, trasportata  da un acquedotto, lungo circa 3 Km.

    Una particolarità di Conimbriga sono le colonne, perlopiù costituite in spicchi di terracotta posti a strato uno sull'altro come si fa nel panettone salato. Non mancando l'argilla e scarseggiando invece la pietra era più semplice elevare le colonne a pizze tonde in argilla, ed ecco come:


    IL TEATRO

    IL TEATRO

    Il teatro di Conimbriga è stato in larga parte ricostruito sia per dare l'idea di quanto fosse importante ed esteso, sia per consentirne un uso attuale per eventi e manifestazioni.

    MOSAICI DELLA VILLA ROMANA DI RABACAL


    VILLA ROMANA DI RABACAL 

    Dal Portogallo a Roma - Istituto Portoghese di Santo Antonio a Roma


    Un centro nella periferia dell’Impero e del territorio della civitas di Conimbriga.
    La conferenza sulla Villa romana di Rabaçal - datata dalla seconda metà del IV sec. d.c., scoperta nel 1984 e con lavori ancora in corso - nel territorio della civitas di Conimbriga (Conuentus Scallabitanus, provincia della Lusitania), vuole presentarla e caratterizzarla attraverso i reperti ivi ritrovati e nel contesto generale della storia dell’arte e della società della tarda Antichità.

    Dopo una sua lettura in ambito locale, si cercherà di ampliare l’interpretazione in confronto con il magnifico insieme di villae con mosaici, nella sua maggior parte tardive, scoperte nella Penisola Iberica e nel bacino del Mediterraneo.

    L’architettura, i mosaici e i bassi-rilievi di questa Villa rappresentano bene il modo di vita di un ricco cittadino e costituiscono lo spunto per una riflessione sulla società della Lusitania nel momento finale dell’Imperio Romano, con la transizione tra paganesimo e cristianesimo.

    Questa azione museologica si inserisce nel Programa de Promoção do Eixo da Romanização – Conímbriga, Alcabideque, Rabaçal, Santiago da Guarda e Tomar, ed è frutto di una cooperazione di volontariato - locale, nazionale, internazionale e inter-generazionale.



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  • 10/14/17--06:25: TITO LIVIO
  • TITUS LIVIUS

    Nome: Titus Livius
    Nascita: Patavium, 59 a.c.
    Morte: 17 d.c.
    Professione: Storico


    "Non ci si deve fidare troppo della buona sorte del momento perché non siamo tranquilli nemmeno su quello che ci può recare la sera". (Tito Livio, attribuita a Lucio Emilio Paolo Macedonico)

    "Pochissimo deve fidarsi l'uomo quando è giunto al sommo di ogni fortuna."

     Tito Livio, il cui cognomen è sconosciuto (Patavium, 59 a.c. – 17 d.c.), è stato uno storico romano, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione (per tradizione il 21 aprile 753 a.c.) fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto nel 9 a.c..

    Secondo Marziale, Quintiliano e San Girolamo nacque a Padova, per il santo nel 64 (coincidente alla nascita di Messalla Corvino), in realtà nel 59 a.c..

    Quintiliano riferisce che Asinio Pollione rilevava in Livio una certa Patavinitas (padovanità): intesa come moralismo un po' provinciale. Ebbe una figlia ed un figlio, Tito, divenuto poi famoso geografo.

    .Morì sempre a Padova nel 17 d.c. secondo Girolamo,  o nel 12 d.c.,secondo Syme, anche se lo storico Ronald Syme anticipa le date di nascita e di morte di 5 anni..

    Della famiglia di origine si hanno poche notizie benché probabilmente, a giudicare dall'ottima formazione culturale dello storico, era di condizioni agiate. Uno degli avvenimenti più importanti della sua vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi; fu qui che entrò in stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito (che riporta un discorso dello storico Cremuzio Cordo) lo chiamava "pompeiano" per il suo filo-repubblicanesimo; questo fatto non nocque comunque alla loro amicizia, tanto che gli venne affidata dall'imperatore l'educazione del nipote e futuro imperatore Claudio.

    Si dedicò quindi alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo imperatore e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo tempo. Fu anche autore di numerosi scritti di carattere filosofico e retorico andati perduti.



    OPERE

     Ab Urbe condita libri.

    Iniziata nel 27 a.c.,  si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.c.) fino alla morte di Druso (9 a.c.), per annali; è molto probabile che l'opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.c.

    TITO LIVIO
    I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell'intera opera, ce ne è pervenuta oggi solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall' I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta).

    Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti ("Periochae").

    I libri che si sono conservati descrivono  la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.c., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell'Asia Minore.

    L'ultimo avvenimento importante è il trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.  Livio alternò la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per annunciare l'elezione di un nuovo console,  il sistema utilizzato dai Romani per tener conto degli anni.

    Livio denuncia spesso la decadenza dei costumi esaltando i valori che hanno fatto la Roma eterna.

    Delle fonti usò per l'età più antica, degli annalisti romani, particolarmente dei più recenti come Valerio Anziate, Licinio Macro, Elio Tuberone, dei quali tuttavia non gli sfuggiva la sostanziale mancanza di attendibilità; per l'età delle guerre puniche e in particolare di quelle macedoniche (libri XXI-XLV), soprattutto di Polibio.

    Lo stesso Livio lamentò la mancanza di dati e fonti certe precedenti al sacco di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.c., aggravato dal fatto che non poteva accedere, come privato cittadino, agli archivi e dovette accontentarsi di fonti secondarie (documenti e materiali già elaborati da altri storici). Molti storici moderni ritengono che, per la mancanza di fonti precise, Livio abbia presentato per le stesse vicende sia una versione mitica che una versione "storica", lasciandole alla discrezione del lettore.

    Nella prefazione spiega «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o anteriori, non cerco né di darli per veri o mentirli: il loro fascino è dovuto più all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione».

    Di idee conservatrici, improntò la sua vita e la sua opera ad equilibrio morale e religioso e spirito patriottico. Il suo essere un convinto pompeiano, e quindi critico nei confronti di Cesare, non gli impedì di comprendere lo spirito nuovo dei tempi, di ammirare l'opera riformatrice imperiale e di celebrare la pace augustea e la figura stessa dell'imperatore.

    Augusto del resto non fu disturbato dagli scritti di Livio, tanto che lo incaricò dell'educazione di suo nipote, il futuro imperatore Claudio. L'influenza di Tito Livio su Claudio fu evidente nel periodo finale del regno di quest'ultimo, quando l'oratoria dell'imperatore si rifece in maniera fedele alla storia di Roma raccontata dallo storico patavino.

    Poco rilievo hanno per Livio i problemi sociali, economici, costituzionali; scarsa è la precisione negli avvenimenti militari, quando non abbia per guida l'esperto Polibio, e con scarso interesse per i popoli italici soggiogati dai Romani (Sabini, Volsci, Sanniti, Etruschi, ecc.), che pure avevano civiltà e forme di vita notevolissime.

    Il suo talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica del lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti è criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie).

    Livio scrisse larga parte della sua opera durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è stata spesso identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di una restaurazione della repubblica.

    In ogni modo, non vi sono certezze riguardo alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Comunque questa visione ideale della romanità lo porta a narrare, più che ad interpretare, le vicende ed i valori civili e morali in esse contenuti che devono costituire esempio e norma di vita.

    Nella Storia di Roma (libro 9, sezioni 17-19) Livio immagina le sorti del mondo se Alessandro il Grande fosse partito per la conquista dell'occidente anziché dell'oriente.

    Livio fu sempre accusato di patavinitas (padovanità); ma di suddetta provincialità non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti, mentre altri, come lo Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera morale e ideologica. Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio Pollione, politico e letterato romano.

    A Livio interessa comporre un'opera dilettevole sulla storia di Roma, non facendolo scientificamente  ma raccogliendo notizie. Ciò lo allontana dallo stile secco e chiuso tipico di Polibio e ne fa una narrazione drammatica", senza eccessi. La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di vista morale, vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana riteneva che il modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo sarebbe stato quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo.

    La visione che Tito Livio ha della storia è visione fondamentalmente religiosa: la storia è governata dagli dei. La legge superiore, il Fatum o Necessitas, che domina anche gli stessi dei, dirige il mondo e fissa l'ordine degli eventi umani. Da esso dipendono vita e morte, prosperità e miseria, vittoria e sconfitta, pace e disordine.

    Livio seguì il modello ciceroniano con ricchezza e scioltezza di espressione (detta da Quintiliano lactea ubertas) che si vale dei coloriti poetici specialmente nei primi libri, e acquista poi maggior fascino dal senso drammatico che spira dalla sua narrazione.

    Altro elemento tipico della drammatizzazione è quello di mettere in bocca ai personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che indiretta, informazioni utili ai fini della narrazione, con discorsi costruiti in modo fantasioso, da prendere non tanto come verità storiche oggettive ma come esigenze narrative.Infatti Livio si ispira al fiabesco Erodoto e ad Isocrate, con eloquenza piacevolmente narrativa.

    La romanità è il concetto dominante di Tito Livio nella sua concezione storica. Roma è tutto e i romani sono "il popolo principe della terra" dove l'età arcaica è narrata con nostalgia del passato, di quando Roma, forte di condottieri imbattibili, magistrati saggi e popolo disciplinato, fondava la sua storia gloriosa. Lo stesso impero, per Livio, è il fatale proseguimento eroico verso nuove conquiste militari e civili.

    I critici non hanno gradito l'esaltazione "patriottica" spesso a sfavore dei popoli stranieri, ma ciò non toglie che Tito Livio rimane lo storico latino più grande dell'età augustea.

    RATTO DELLE SABINE


    ABSTRACTA
    • Facturusne operae pretium sim si a primordio urbis res populi Romani perscripserim nec satis scio nec, si sciam, dicere ausim, quippe qui cum veterem tum volgatam esse rem videam, dum novi semper scriptores aut in rebus certius aliquid allaturos se aut scribendi arte rudem vetustatem superaturos credunt.  Non so se vale davvero la pena raccontare tutte le vicende del popolo romano fin dai primordi di Roma. E quand'anche ne fossi convinto, non oserei affermarlo apertamente. Mi rendo ben conto infatti che questa è materia antica e già sfruttata; e poi, di continuo, si fanno avanti nuovi storici che presumono di apportare qualche dato più sicuro agli eventi narrati o di superare con il loro stile più raffinato il rozzo narrare degli antichi.
    • Ab exiguis profecta initiis eo creverit ut iam magnitudine laboret sua.  È la storia di Roma che, partita da modestissimi inizi, è tanto cresciuta da essere ormai oppressa dalla sua stessa grandezza. 
    • Nec vitia nostra nec remedia pati possumus. Non possiamo tollerare né i nostri vizi tradizionali né i loro rimedi.
    • [F]oedum inceptu foedum exitu.  A cattivo principio cattiva fine.  
    • Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea, interfectum. Patisca la stessa sorte chiunque abbia ad oltrepassare le mie mura. 
    • [V]anam sine viribus iram esse. A poco serve l'ira se non è sostenuta da adeguate forze.
    • Proditori nihil usquam fidum. Nessuna lealtà è dovuta ad un traditore. 
    • In variis voluntatibus regnari tamen omnes volebant, libertatis dulcedine nondum experta. Tutti volevano che un re fosse scelto perché non avevano ancora gustato la dolcezza della libertà.  
    • Clauso eo cum omnium circa fini timorum societate ac foederibus iunxisset animos, positis externorum periculorum curis, ne luxuriarent otio animi quos metus hostium disciplinaque militaris continuerat, omnium primum, rem ad multitudinem imperitam et illis saeculis rudem efficacissimam, deorum metum iniciendum ratus est. [Numa Pompilio], poiché l'indole dei Romani (da sempre tenuta a freno dal timore dei nemici) una volta venuti meno essi, non si corrompesse nell'ozio, pensò bene di introdurre un grande timore verso gli Dei: era il metodo più efficace per gente ignorante e, dati i tempi, rozza. 
    • Roma interim crescit Albae ruinis. Roma intanto prospera sulle rovine di Alba.
    • Fere fit: malum malo aptissimum. Il malvagio finisce sempre col trovarsi con un altro malvagio. 
    • [U]nde consilium afuerit culpam abesse. Perché ci sia colpa, deve volerlo la mente, non il corpo.
    • [M]entem peccare, non corpus. Se non c'è volontà non c'è colpa.
    • In libero populo imperia legum potentiora sunt quam hominum. In un popolo libero hanno più potenza i comandi delle leggi che non quelli degli uomini.
    • Per dolum ac proditionem prope libertas amissa est. La libertà corre gravi pericoli a causa di inganni e tradimenti. 
    • [L]eges rem surdam, inexorabilem esse, salubriorem melioremque inopi quam potenti; nihil laxamenti nec veniae habere, si modum excesseris. Le leggi non stanno ad ascoltare, non si lasciano commuovere dalle preghiere, recano al povero vantaggi maggiori che al ricco, e, se si sgarra, non concedono indulgenza o perdono. 
    • [P]ericulosum esse in tot humanis erroribus sola innocentia vivere. È pericoloso, data la facilità con cui si sbaglia, vivere puntando solo sull'onestà. 
    • Et facere et pati fortia Romanum est. (Caio Muzio Scevola) L'operare e il soffrire da forte è degno di un romano. 
    • Id cumulatum usuris. A debiti si aggiungono debiti per via dell'usura.
    • Externus timor, maximum concordiae vinculum, quamvis suspectos infensosque inter se iungebat animos.  La paura di una minaccia esterna, massima garanzia di concordia, teneva uniti gli animi, anche se non mancavano reciproci sospetti e ostilità.
    • Adeo spreta in tempore gloria interdum cumulatior rediit. La gloria disdegnata ritorna talvolta, a tempo debito, accresciuta. 
    • Detur irae spatium. Saepe non vim tempus adimit, sed consilium viribus addit. Dà tempo all'ira. Spesso l'indugio non toglie la forza: ma alle forze aggiunge il ragionevole consiglio. 
    • Fit, fastidium copia. L'abbondanza genera fastidio. 
    • [S]erum auxilium post proelium. Portare aiuto dopo la battaglia è tardi. 
    • De bello Sabino eos referre, tamquam maius ullum populo Romano bellum sit. [Loro avevano messo all'ordine del giorno la guerra sabina: ma] il popolo romano aveva una guerra più importante di quella dichiarata.
    • Graviora quae patiantur videri iam hominibus quam quae metuant.  Gli uomini sentono più il peso delle loro sofferenze presenti che delle paure future. 
    • [E]x magno certamine magnas excitari ferme iras. Grandi rancori suscitano le grandi contese. (Gaio Claudio Crasso Inregillense Sabino) 
    • Natura hoc ita comparatum est, ut qui apud multitudinem sua causa loquitur gratior eo sit cuius mens nihil praeter publicum commodum videt.  È inevitabile che chi parla alla folla tenendo conto del suo interesse particolare risulti più gradito di colui che ha in mente solo il vantaggio pubblico. (Tito Quinzio Capitolino Barbato) 
    • Nam famae quidem ac fidei damna maiora esse quam quae aestimari possent. Il danno arrecato alla nostra reputazione e al nostro credito è maggiore di quello che può essere eventualmente stimato. 
    • Potius sero quam nunquam. Meglio tardi che mai.
    • Certamine factionum fuerunt eruntque pluribus populis magis exitio, quam bella externa, quam fames morbive.  Le lotte fra le fazioni furono sempre e saranno per i popoli di maggior danno, che non le guerre esterne, che non la fame, le epidemie. 
    • Est humanus animus insatiabilis eo quod fortuna spondet. L'animo umano non si sazia nemmeno con le più belle promesse della sorte.
    • Necessitas ultimum et maximum telum est. La necessità è l'arma ultima e maggiore. (Vettio Messio)  
    • Nihil non adgressuros homines si magna conatis magna praemia proponantur. Le grandi ambizioni rendono grandi gli animi.
    • Magnos animos magnis honoribus fieri. Mai gli uomini indietreggiano davanti ad un ostacolo se saranno proposti grandi premi a chi tenta grandi imprese.  
    • [G]ratia atque honos opportuniora interdum non cupientibus essent. Fama e onore vanno talvolta più facilmente a chi non li ricerca. 
    • Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta. La fatica ed il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame. (Appio Claudio Crasso)
    • [B]eatam urbem Romanam et invictam et aeternam illa concordia dicere. Roma, città fortunata, invincibile e eterna. 
    • Iam ludi Latinaeque instaurata erant, iam ex lacu Albano aqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant. Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati, già l'acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi, già il destino incombeva su Veio.  
    • Sunt et belli, sicut pacis, iura. Esiste un diritto di guerra come esiste un diritto di pace. (Marco Furio Camillo) 
    •  (Re Brenno) Vae victis!  Guai ai vinti!
    • Adversae deinde res admonuerunt religionum. Le avversità ricordano agli uomini i doveri religiosi. (Marco Furio Camillo)  
    • Signifer, statue signum; hic manebimus optime.  Pianta l'insegna qui, alfiere; qui resteremo benissimo. (Marco Furio Camillo) 
    • Ostendite modo bellum; pacem habebitis. Dimostratevi pronti alla guerra e avrete la pace. (Lucio Quinzio Cincinnato Capitolino) 
    • A proximis quisque minime anteiri volt. Tutti hanno di dispiacersi quando sono superati in qualcosa dai parenti.  
    • Parva sunt haec; sed parva ista non contemnendo maiores vestri maximam hanc rem fecerunt. Queste sono piccole cose, ma è proprio non disprezzando queste piccolezze che i nostri antenati hanno reso così grande la Repubblica. (Appio Claudio Crasso Inregillense) 
    •  [F]idem abrogari cum qua omnis humana societas tollitur? Abolire il dovere di pagare i debiti mina alla base le regole della convivenza umana. (Appio Claudio Crasso Inregillense)
    • Ira et spes fallaces sunt auctores. L'ira e la speranza guidano ad errori. (Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino) 
    • [I]nde rem ad triarios redisse. La situazione è giunta fino ai triarii. 
    • Id firmissimum longe imperium est quo oboedientes gaudent. (Lucio Furio Camillo) E' solidissimo quel governo a cui tutti obbediscono con grande soddisfazione. 
    • Ferme fugiendo in media fata ruitur. Per lo più precipita nel suo destino chi fugge.   
    • [E]ventus docuit fortes fortunam iuvare. Il risultato mostra che la fortuna aiuta gli audaci.
    • Etenim invidiam tamquam ignem summa petere. L'invidia, come il fuoco, si dirige sempre verso i posti più elevati. (Quinto Fabio Massimo Rulliano)  
    • Venia dignus est error humanus. Ogni errore umano merita venia. 
    • Iustum est bellum quibus necessarium, et pia arma, quibus nulla nisi in armis relinquitur spes. È giusta quella guerra che scaturisce da una scelta obbligata e sono sante le armi di coloro che solo nelle armi possono riporre qualche speranza. (Gaio Ponzio)  
    •  Fortuna per omnia humana maxime in res bellicas potens. La fortuna molto può in tutte le umane cose, ma specialmente in guerra.
    •  Absit invidia verbo. Sia detto senza offesa. 
    • [H]orridum militem esse debere, non caelatum auro et argento sed ferro et animis fretum. Un soldato deve confidare sulla sua spada e sul suo coraggio, non perdere tempo ad adornarsi di oro e argento. (Lucio Papirio Cursore) 
    •  [N]ihil concordi collegio firmius ad rem publicam tuendam esse.  Per badare allo Stato niente è più sicuro di un collegio concorde. (Quinto Fabio Massimo Rulliano)
    •  Gallos primaque eorum proelia plus quam virorum, postrema minus quam feminarum esse. Lode al tuo valore e al tuo impegno.(Lucio Papirio Cursore)  I Galli valgono più degli uomini all'inizio della loro battaglia, alla fine valgono meno delle donne. 
    • Has tantas viri virtutes ingentia vitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil veri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio. [Su Annibale] Ma in un uomo di tali qualità e valore, la contropartita era data da vizi immensi: una crudeltà mai vista in altra persona, una slealtà che lo rendeva peggiore della sua stessa origine cartaginese, disprezzo per le cose più vere e più sacre, spregio assoluto per gli dèi, per i giuramenti, per i vincoli religiosi.  
    • Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto è presa. 
    • [Q]uo timoris minus sit, eo minus ferme periculi esse. Tanto minore è il pericolo, quanto minore è la paura. 
    • Pugna inquit magna victi sumus. Siamo stati sconfitti in una grande battaglia. (Marco Pomponio) 
    • Sciant homines bono imperatore haud magni fortunam momenti esse, mentem rationemque dominari. Tutti sanno che, sotto un buon condottiero, non ha grande valore la fortuna, ma sono a prevalere l'intelligenza e la razionalità. 
    • Consilia magis res dent hominibus quam homines rebus. Le decisioni sono le situazioni ad imporle agli uomini piuttosto che gli uomini alle situazioni. (Lucio Emilio Paolo) 
    • Nec eventus modo hoc docet – stultorum iste magister est – sed eadem ratio. E non è solo il successo che insegna – il successo è il maestro degli stolti – ma anche la strategia razionale.(Quinto Fabio Massimo) 
    • Veritatem laborare nimis saepe aiunt, exstingui nunquam. Si dice che la verità è destinata a soffrire, ma non si estingue mai.(Quinto Fabio Massimo)  
    • Vanam gloriam qui spreverit, veram habeit. (Quinto Fabio Massimo)  Chi disprezzerà la gloria vana, riceverà la gloria autentica.
    • Omnia non properanti clara certaque erunt; festinatio improvida est et caeca. (Quinto Fabio Massimo) A chi opera con calma, ogni cosa è chiara e sicura; la fretta è sconsiderata e cieca.
    • [N]otissimum quodque malum maxime tolerabile. Il male è tanto più tollerabile quanto più lo si conosce.
    • [S]uam cuique fortunam in manu esse. Ognuno ha in mano la propria sorte. 
    • Deinde libertatis restitutae dulce auditu nomen Il nome della libertà riconquistata è dolce a sentirsi. 
    • Fama nihil [in talibus rebus] est celerius. Nulla corre più veloce della fama.  
    • Facile esse momento quo quis velit cedere possessione magnae fortunae; facere et parare eam difficile atque arduum esse. È facile rinunciare al possesso di una grande fortuna nel momento in cui lo si desideri, difficile e impegnativo è invece prepararla e costruirla. (Dionisio I di Siracusa)  
    • Ea natura multitudinis est: aut servit humiliter aut superbe dominatur; libertatem, quae media est, nec sibi parare modice, nec habere sciunt. La folla ha questa natura: o serve umilmente, o superbamente comanda; né sa allontanarsi modestamente dalla giusta libertà, né goderla nella sua pienezza.   
    • Qui prior strinxerit ferrum, eius victoria erit. Chi per primo impugnerà la spada, sua sarà la vittoria. (Lucio Pinario) 
    • Multa, quae impedita natura sunt, consilio expediuntur. Molti sono i problemi la cui soluzione trova ostacoli nella natura, ma che vengono risolti dall'intelligenza. (Annibale) 
    • In rebus asperis et tenui spe fortissima quaeque consilia tutissima sunt. (Lucio Marcio) Nelle cose difficili, come nelle cose lievi, i consigli rigorosi formano una sicurezza per chi li riceve. 
    • Si in occasionis momento cuius praetervolat opportunitas cunctatus paulum fueris, nequiquam mox omissam quaeras. Se nel breve momento utile a cogliere un'occasione, la cui opportunità passa e poi vola via, si esita, inutilmente si va poi alla ricerca della circostanza perduta. (Lucio Marcio) 
    • Ex parvis saepe magnarum momenta rerum pendent.  Da piccole cose, spesso traggono origine grandi e gravi fatti.
    • [U]t parentium saevitiam, sic patriae patiendo ac ferendo leniendam esse. Come il rigore dei genitori, così quello della patria veniva attenuato dalla pazienza e dalla sopportazione.
    • Metus interpres semper in deteriora inclinatus. La paura è sempre inclinata a veder le cose più brutte di quel che sono. 
    • [B]arbaris, quibus ex fortuna pendet fides. Per i barbari la fedeltà gira al girare della fortuna. 
    •  Libertas virorum fortium pectora acuit. La libertà anima i cuori degli uomini valorosi. 
    • Nunquam mihi defuturam orationem qua exercitum meum adloquerer credidi, non quo verba unquam potius quam res exercuerim, apud vos quemadmodum loquar nec consilium nec oratio suppeditat. Mi avvicino a questi interrogativi a malincuore, come fossero ferite, ma nessuna cura può essere effettuata senza sfiorarli e discuterli. (Scipione l'Africano) 
    • Multitudo omnis sicut natura maris per se immobilis est ventus et aurae cient.  Tutte le plebi, per natura come il mare immobili, sono agitate dai venti e dalle aure. (Scipione l'Africano) 
    • Nullum scelus rationem habet. Nessun delitto può trovare un motivo scusante. (Scipione l'Africano)  
    • Non semper temeritas est felix. Non sempre la temerità ha buon esito. (Quinto Fabio Massimo) 
    • Fraus fidem in parvis sibi praestruit ut, cum operae pretium sit.  Il fraudolento sa guadagnarsi per tempo la fiducia nelle piccole cose, per tradire poi con grande profitto. (Quinto Fabio Massimo: XXVIII, 42; 1997) 
    • Plus animi est inferenti periculum quam propulsanti. Possiede maggior determinazione colui che porta il suo attacco di chi lo subisce. (Scipione l'Africano).
    • Maior ignotarum rerum est terror. Il terrore delle cose ignote è maggiore. (Scipione l'Africano) 
    • Non est, non tantum ab hostibus armatis aetati nostrae periculi, quantum ab circumfusis undique voluptatibus.  Nei tempi nostri non vi è tanto pericolo dai nemici in armi, quanto dai piaceri che da ogni parte sono sparsi. (Scipione l'Africano) 
    • Segnius homines bona quam mala sentiunt. Gli uomini sentono più lentamente il bene, che non il male. 
    • Praeterita magis reprehendi possunt quam corrigi. Possiamo più biasimare il passato, che non correggerlo.(Annibale) 
    • Non temere incerta casuum reputat quem fortuna nunquam decepit. È difficile che rifletta sulle incertezze del caso, colui che mai è stato abbandonato dalla fortuna.(Annibale)  
    • Potest victoriam malle quam pacem animus. L'animo preferisce la vittoria alla pace. (Annibale) 
    • Melior tutiorque est certa pax quam sperata victoria. È migliore e più sicura una pace certa che non una vittoria soltanto sperata.(Annibale) 
    • Maximae cuique fortunae minime credendum est. (Annibale) È proprio quando la fortuna si trova al suo apice che bisogna fidarsene meno!
    • [I]mpudenter certa negantibus difficilior venia. Chi sfacciatamente nega cose certe, merita meno perdono. 
    • [R]aro simul hominibus bonam fortunam bonamque mentem dari. È raro che agli uomini vengano concessi, nello stesso momento, successo e lungimiranza.
    •  [E]o invictum esse quod in secundis rebus sapere et consulere meminerit. Non sarà mai vinto colui che saprà essere saggio e valutare a fondo le cose anche nei momenti di euforia.
    • Sed tantum nimirum ex publicis malis sentimus quantum ad privatas res pertinet, nec in iis quicquam acrius quam pecuniae damnum stimulat. Delle sventure pubbliche ci accorgiamo solo quando coinvolgono gli interessi privati: nulla in esse ci tocca più profondamente che la perdita del nostro denaro. (Annibale) 
    • Nihil tam incertum nec tam inaestimabile est quam animi multitudinis. Nulla è tanto imprevedibile come le reazioni della massa. (Filippo V di Macedonia)
    • Par honos in dispari merito esse non debet. L'onore deve essere pari al merito. 
    • Unam tollendo legem ceteras infirmetis. Sopprimere una legge equivale a far vacillare tutte le altre. (Marco Porcio Catone) 
    • Nulla lex satis commoda omnibus est: id modo quaeritur, si maiori parti et in summam prodest. Nessuna legge è ugualmente vantaggiosa per tutti: bisogna piuttosto chiedersi se fa gli interessi della maggioranza e da un punto di vista generale. (Marco Porcio Catone) 
    • [D]iversisque duobus vitiis, avaritia et luxuria, civitatem laborare, quae pestes omnia magna imperia everterunt. (Marco Porcio Catone) La città è afflitta da due vizi tra loro opposti, l'avarizia e il lusso, rovinosi malanni che hanno fatto crollare tutti i grandi imperi.
    • Et hominem improbum non accusari tutius est quam absolvi, et luxuria non mota tolerabilior esset quam erit nunc, ipsis vinculis sicut ferae bestiae inritata, deinde emissa. Come, un uomo malvagio è più sicuro imputarlo che assolverlo, così, il lusso sarebbe più tollerabile trattenerlo piuttosto che lasciarlo libero, come succede ad un animale indomabile, eccitato proprio dai vincoli, lasciato libero. (Marco Porcio Catone) 
    • Munditiae et ornatus et cultus, haec feminarum insignia sunt, his gaudent et gloriantur. L'eleganza, i monili, le acconciature sono i simboli peculiari delle donne, di questi gioiscono e si vantano. (Lucio Valerio) 
    • Bellum inquit se ipsum alet. La guerra si nutre da sola. (Marco Porcio Catone)  
    • [S]aepe vana pro veris, maxime in bello, valuisse et credentem se aliquid auxilii habere, perinde atque haberet, ipsa fiducia et sperando atque audendo servatum. Spesso, e soprattutto in guerra, le cose fittizie valgono quanto le cose reali e chi crede di poter far affidamento su qualche aiuto, proprio come se davvero ne disponesse, si salva grazie al morale che ricava dalla speranza e dalla voglia di osare. 
    • [Q]uod pulcherrimum, idem tutissimum: in virtute spem positam habere. La cosa più onorevole, così come la cosa più sicura, è quella di affidarsi interamente al valore. (Marco Porcio Catone)  
    • Factis, non ex dictis amicos pensent. Si riconosce dai fatti e non dalle chiacchiere chi è davvero un amico. (Tito Quinzio Flaminino)  
    • Libertate modice utantur: temperatam eam salubrem et singulis et civitatibus esse, nimiam et aliis gravem et ipsis qui habeant praecipitem et effrenatam esse. La libertà impiegata con senso di misura reca giovamento ai singoli cittadini e alle intere cittadinanze; quando invece è eccessiva reca disagio agli altri ed è rovinosa per chi la possiede perché non conosce limiti. (Tito Quinzio Flaminino)  
    • Adversus consentientes nec regem quemquam satis validum nec tyrannum fore: discordiam et seditionem omnia opportuna insidiantibus faciunt. Contro individui concordi, anche la potenza dei re s'infrange: ma la discordia e la sedizione offrono infiniti vantaggi agli avversari. (Tito Quinzio Flaminino)  
    • In oculis hominum fuerat, quae res minus verendos magnos homines ipsa satietate facit. I grandi uomini al centro dell'attenzione generale sono meno temuti a causa di un certo senso di saturazione.   
    • Ea autem in libertate posita est quae suis stat viribus, non ex alieno arbitrio pendet. Lo Stato da solo è libero di poggiare sulle sue forze, e non dipende dalla volontà arbitraria di un altro. (Menippo)
    • [C]onsilia calida et audacia prima specie laeta, tractatu dura, eventu tristia esse. Le decisioni impetuose e audaci in un primo momento riempiono di entusiasmo, ma poi sono difficili a seguirsi e disastrose nei risultati.
    •  [C]ommunis utilitas, quae societatis maximum vinculum est. Consuetudine levior est labor. Il bene comune è la grande catena che lega insieme gli uomini nella società. (Annibale) 
    • Generosius, in sua quidquid sede gignitur; insitum alienae terrae in id, quo alitur, natura vertente se, degenerat. Tutto ciò che nasce nella sua sede originaria è più genuino: trapiantato su un terreno che non gli è proprio, è costretto a degenerare perché la sua natura deve diventare simile a ciò da cui trae nutrimento.
    • Caeca invidia est nec quicquam aliud scit quam detractare virtutes, corrumpere honores ac praemia earum. L'invidia è cieca, né altro sa fare che sminuire il valore altrui, corrompendo gli onori ed i meriti che uno si merita. (Gneo Manlio Vulsone)
    • Clarirum virorum senectus, inviolata et tuta sit.La vecchiaia degli uomini celebri sia inviolata e sicura. (Tiberio Sempronio Gracco)  
    •  (Spurio Postumio Albino) Nihil enim in speciem fallacius est quam prava religio. Ubi deorum numen praetenditur sceleribus. Non c'è nulla di più ingannevole di una religione falsa che è spesso celata sotto un abito attraente.
    • Elatus deinde ira adiecit nondum omnium dierum solem occidisse. [Filippo V, Re di Macedonia] in un empito di furore, aggiunse che ancora non era calato il sole di tutti i giorni. 
    • In hoc viro tanta vis animi ingeniique fuit, ut quocumque loco natus esset, fortunam sibi ipse facturus fuisse videretur. In Catone tanto più forti erano l'animo e l'indole che appariva chiaro come, qualunque fosse stato il suo rango sociale, si sarebbe costruito da solo la sua fortuna.
    • Vulgatum illud, quia verum erat, in proverbium venit, amicitias immortales, inimicitias debere esse.  Le amicizie devono essere immortali, e mortali le inimicizie. (Quinto Cecilio Metello)
    • Ipsam se fraudem, etiamsi initio cautior fuerit. L'inganno viene alla luce da solo nonostante tutte le cautele adottate agli inizi. 
    • Non sum is, Quirites, qui non existumem admonendos duces esse: immo eum, qui de sua unius sententia omnia gerat, superbum iudico magis quam sapientem. Quiriti, io non sono di quelli che pensano che ai comandanti non si debbano rivolgere dei consigli: anzi, quello che agisce soltanto sulla base della sua opinione, lo giudico arrogante e non certo avveduto. (Lucio Emilio Paolo Macedonico) 
    • Ideo in secundis rebus nihil in quemquam superbe ac violenter consulere decet. Quando la situazione è a noi favorevole, non si deve agire contro qualcuno con arroganza o violenza.(Lucio Emilio Paolo Macedonico) 
    • [N]ec praesenti credere fortunae, cum, quid vesper ferat, incertum sit. Non ci si deve fidare troppo della buona sorte del momento perché non siamo tranquilli nemmeno su quello che ci può recare la sera. (Lucio Emilio Paolo Macedonico) 
    • Is demum vir erit, cuius animum neque prosperae flatu suo efferent nec adversae infringent. Uomo sarà colui che non si lascerà né trasportare dal soffio della buona fortuna né schiantare da quello della avversa. (Lucio Emilio Paolo Macedonico) 
    • Superbiam, verborum praesertim. L'arroganza si limita solo alle parole. (Astimede) 
    • Superbiam iracundi oderunt, prudentes inrident. Riguardo all'arroganza, i violenti la soffrono, ma i saggi la deridono. (Astimede) 
    • Legum corrector usus. L'uso corregge nelle loro mancanze le leggi scritte. 
    • Intacta invidia media sunt: ad summa ferme tendit. I mediocri non sono mai fatti oggetto di odio perché l'odio mira in alto. 
    • [C]um ex summo retro volui fortuna consuesset. La buona sorte è abituata a volgersi indietro una volta raggiunto il suo apice. (Lucio Emilio Paolo Macedonico) 
    • [I]maginum specie, non sumptibus nobilitari magnorum virorum funera solere. I funerali dei grandi uomini erano resi splendidi, non dalle spese sostenute, ma dalla esibizione delle immagini degli antenati.
    •  [R]eliquos, qui in Africa militarent, umbras volitare, Scipionem vigere. Tutti quelli che prestavano servizio in Africa erano fantasmi svolazzanti e solo Scipione era fatto di carne ed ossa. 
    • Masinissa adeo etiam Veneris usu in senecta viguit, ut post sextum et octogesimum annum filium genuerit. [Masinissa, re di Numidia] dimostrò di esser così vigoroso nella pratica amorosa che generò un figlio a ottantasei anni compiuti. 
    •  Scipio Africanus obsedit exercitum ad severissimam militiae disciplinan, duo milia scortorum a castris eiecit. Publio Cornelio Scipione Emiliano ridiede all'esercito una rigorossima disciplina militare, scacciando dal campo 2000 prostitute. 
    • Cum gladio te vallare scieris, vallum ferre desinito. Quando avrai imparato a fare della tua spada un vallo, allora smetterai di portarti dietro il vallo! (Publio Cornelio Scipione Emiliano) 
    • O urbem venalem et cito perituram, si emptorem invenerit. Città in vendita, andrai presto in rovina, se si troverà uno in grado di comperarti! (Giugurta) 
    • Ni Pyrrhus unicus pugnandi artifex magisque in proelio quam bello bonus. Cicerone denuncia Catilina Pirro, irripetibile stratega, fu più bravo a vincere una battaglia che la guerra. (Servio)  
    • Vicit, felicitatem tuam mea fortuna. Sulla tua Fortuna ha avuto la meglio la mia malasorte. (Cornelia) 
    • Cuius gloriae neque profuit quisquam laudando nec vituperando nocuit. [Riferendosi a Catone] Alla sua gloria nessuno portò giovamento con le sue lodi, né nocumento con le sue accuse. 
    • Moriar in patria saepe servata. Che io muoia nella patria che tante volte ho salvato! (Cicerone) 
    • [Riferendosi a Cicerone] Ita relatum caput ad Antonium ubi ille, ubi eo ipso anno adversus Antonium. Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo [i Rostri] dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui.
    • [Q]uanta nulla umquam umana vox, cum admiratione eloquentiae auditus fuerat. [Riferendosi a Cicerone] La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana!  
    • [Riferendosi a Cicerone]  Ingenium et operibus et praemiis operum felix. Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti.


    LO STILE

    Livio sa tenere continuamente il lettore col fiato sospeso, in modo da non annoiare il lettore, cosa molto facile trattando di una storia annalistica, una arida elencazione di magistrature e guerre, alternandole con fatti e prodigi, piacevoli interruzioni alla gravità del tema. Inoltre Livio sottopone l'opera di Polibio  a un processo di elaborazione che mostra in pieno le diversità di storia, di civiltà e di cultura del mondo greco e di quello romano. Inoltre scandaglia psicologicamente i personaggi, sorvolando su comportamenti poco edificanti da parte dei Romani.

    Marco Fabio Quintiliano di Tito Livio scrive che dei suoi dialoghi si possono annoverare tra le opere di filosofia così come tra quelle di storia, per Lucio Anneo Seneca è l'unico grande prosatore dell'età di Augusto, e l'unico letterato che faccia realmente degli ideali della romanità il centro della sua arte. Soprattutto a Livio si deve l'idealizzazione dell'antica storia di Roma e dei suoi personaggi come modelli delle virtù morali e politiche.

    Per Publio Cornelio Tacito Livio guarda al passato per poter distoglier lo sguardo dai mali della sua epoca: le guerre civili, ma pure i remedia messi in atto dal nuovo regime. Tacito riferisce pure che Livio,
    autore fra i più illustri per eloquenza e per attendibilità, esaltò con tanto entusiasmo Pompeo che Augusto lo chiamava Pompeiano.
    Negli stessi anni in cui Virgilio compone il poema destinato ad esaltare i valori tradizionali del popolo romano.

    Livio scrive il corrispondente in prosa dell'epopea virgiliana.

    Con l'esaltazione della Roma antica: costumi, tradizioni ed istituzioni che furono il fondamento dell'impero e il presupposto per il suo sviluppo e sua sopravvivenza.

    Plinio il Giovane: "Non vi è prova che egli considerasse la storia dei re più autentica di quanto la ritenesse Cicerone. Ma doveva narrarla. Abbandonando la leggenda, egli si tuffa nel romanzesco, senza avere la capacità di farne emergere i fatti certi. E sebbene nei libri seguenti Livio si muova su basi più sicure (e la guerra annibalica gli sia congeniale), egli è tradito dalla specifica ignoranza della politica e della vita militare, dalla mancanza di principi critici, e, soprattutto, dall'incapacità di dare forma e struttura al materiale. Forse il meglio è andato perso."

    Marziale fa delle riserve sull'esattezza di quel che Livio riferisce, specie dove fa parlare i suoi personaggi interi discorsi che somigliano, egli dice, più a Livio che a loro. La sua è una storia di eroi, un immenso affresco a episodi, e serve più a esaltare il lettore che a informarlo.

    Comunque la storia di Livio, costata cinquant'anni di fatiche a un autore che si dedicò soltanto ad essa, resti un gran monumento letterario, conferendo ai fatti narrati una straordinaria vivacità espressiva, non solo nei primi libri, dove la natura leggendaria degli avvenimenti descritti stimola il talento letterario, ma anche nel resto dell'opera.


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  • 10/15/17--05:07: 15 OTTOBRE - OCTOBER EQUUS
  • LA CORSA DELLE BIGHE

    Marte era un Dio importantissimo per i romani che veniva ripetutamente festeggiato per ingraziarselo nelle guerre attuali e future. Il Dio veniva anzitutto venerato con grande sfarzo in marzo, il primo mese dell'antico calendario romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l'inverno e che portava il suo nome, con le Feriae Martis, Equirria, Agonium martiale, Quinquatrus e Tubilustrum.

    Le feste di Marte si svolgevano in febbraio, Februarius,  ma principalmente in marzo, ovvero Martius, il mese che porta il nome del Dio della guerra, e nel mese di ottobre, October, per iniziare e terminare la stagione di campagne militari.



    LE CERIMONIE

    - Le Equirria si tenevano il 27 febbraio con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
    - Le Feriae Martis si tenevano il 1 marzo, celebrate inseme alle Matronalia. e proseguivano fino al 24 marzo con le processioni dei sacerdoti salii Palatini.
    - Le Equirria venivano ripetute il 14 marzo con riti di purificazione dell'esercito e corse di cavalli nel Campo Marzio.
    - Le QuinquatrusIl si tenevano il 19 marzo con la ripulitura degli scudi.
    - la Martiale Agonium si teneva il 17 marzo
    - Il Tubilustrium, si teneva l 23 marzo dedicato alla purificazione delle trombe.
    - Il 24 marzo gli ancilia venivano riposti nel sacrario della Regia.
    - L'October Equus si teneva 15 Ottobre (idi di ottobre) si teneva alle idi di ottobre, con la corsa di bighe e il sacrificio a Marte del cavallo di destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. 
    - Il 19 ottobre si teneva l'Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e alla loro conservazione per l'inverno.

    MOSAICO ROMANO DELLA PRIMA META' DEL III SECOLO


    CESARE E L' OCTOBER EQUUS

    Nell'antica religione romana, il cavallo di ottobre (October Equus) era una vasta cerimonia basata sul sacrificio equino in onore di Marte, che si celebrava il 15 ottobre, in coincidenza con la fine delle attività militari.

    Tale cerimonia era così importante che nel 242 a.c. il flamine Marziale Aulo Postumio Albino, nominato console, avrebbe voluto partire per l'Africa per guidare la guerra, ma il pontefice massimo Lucio Cecilio Metello gli impedì di partire per non dover trascurare i suoi impegni religiosi.

    Alla cerimonia presenziava dunque il Flamine Marziale, infatti Cassio Dione narra di un'esecuzione voluta da Giulio Cesare per i due capi di un ammutinamento, eseguita dai pontefici e dal "sacerdote di Marte" sul modello di una cerimonia religiosa, in Campo Marzio, e le loro teste furono appese vicino alla Regia. 

    Sostituendo il cavallo con i due condannati, si ha un rito simile all'Equus October, in cui è la testa del cavallo vincitore della corsa ad essere appesa vicino alla Regia, il che dimostra che il flamine Marziale dovesse officiare i riti dell'Equus October.

    Pensare però che Cesare avesse voluto farne un sacrificio umano, come alcuni autori hanno insinuato, è assurdo e insensato. Consideriamo che Cesare, appena preso servizio di generale in Gallia, aveva fatto raddoppiare lo stipendio ai soldati, tanto che fino a Diocleziano tale stipendio non fu più innalzato.

    Ora i soldati si erano ammutinati proprio perchè volevano un aumento di stipendio, per cui la risposta di Cesare fu terribile ma contemporaneamente mite. Avrebbe potuto ucciderne molti o licenziarne molti (l'ammutinamento comportava la morte), invece si limitò ai due più facinorosi, ma per rendere più minacciosa la sua repressione fece esporre i loro capi al palo dell'October Equus, che tutti vedessero e capissero che lui non scherzava.

    Questo perchè i romani adoravano le corse e accorrevano da ogni parte, ma soprattutto tutti i militari senza eccezioni partecipavano a questa festa, che era la loro festa, e avrebbero avuto negli occhi, volenti o nolenti, per tutta la durata delle corse, le teste dei due decapitati appesi al palo. Di sicuro non l'avrebbero mai dimenticato.


    OCTOBER EQUUS


    LA CORSA DELLE BIGHE

    I romani impazzivano per le corse dei cavalli. Gli aurighi delle bighe erano equipaggiati con un elmo che faceva da casco, una protezione per il torace, una frusta e un coltello. Le loro vetture erano agili e leggere, in legno dolce decorato e tinteggiato, trainate da velocissimi cavalli, che si sfidavano in una gara senza esclusione di colpi, sia per il cavallo che per l'auriga avversari. 

    Si tentava di spaventare l'altro cavallo o di colpire l'altro auriga, o di mandare la biga avversaria contro i parapetti del circo o addosso ad un altro carro. Gli incidenti non erano affatto inusuali, per cui agli auriga era richiesta grande abilità, e pertanto erano pagatissimi e idolatrati.

    Gareggiavano quattro squadre, contraddistinte da altrettanti colori, verde, azzurro, bianco e rosso, e ognuna era gestita da un ricco dominus, che assicurava, pagandolo di tasca sua, un tim perfetto di organizzazione dello spettacolo. Lo faceva per farsi eleggere alle elezioni se aveva ambizioni politiche, oppure per guadagnarci come allibratore, o per mettersi in luce con l'imperatore e ottenerne benefici in cambio.

    L'organizzazione doveva pertanto essere, ed era, perfetta. Oltre che dagli aurighi e dai cavalli, ognuna delle factiones era infatti composta da un team di allenatori, veterinari, medici, massaggiatori, sarti e palafrenieri. La corsa era preceduta da uno spettacolo e ne costituiva solo la parte finale, la più eccitante. Infatti la gara durava poco ma la cerimonia era invece lunga ed era preceduta da cortei, la cosiddetta pompa circensis, durante la quale sfilavano danzatori, suonatori, acrobati e animali esotici che intrattenevano il pubblico anche tra una gara e l'altra.

    I giri da compiere intorno alla spina, la divisione centrale della pista, erano sette, conteggiati da altrettante statue di delfini che ruotavano verso il basso a ogni giro, oppure da sette uova dorate che una dopo l'altra cadevano in una vasca. 

    Il segnale della partenza dei cavalli dai carceres avveniva al segno di una bandiera bianca lasciata cadere dall'organizzatore delle corse. A quel segnale, si scatenava l'inferno nella pista e sugli spalti: la tifoseria era accanita, attaccatissima alla propria fazione della quale indossavano i colori con nastri e bandiere del medesimo colore, non solo perché i Romani nutrivano una passione viscerale per le corse, ma anche perché si scommettevano somme ingenti. I bookmaker già esistevano e la gente che si rovinava per le scommesse pure. I romani amavano il gioco d'azzardo, soprattutto nel gioco dei dadi e nei cavalli.




    IL CAVALLO DA GUERRA

    Il cavallo era un animale molto importante nelle guerre, dove la cavalleria aveva un ruolo notevole nell'ingranaggio perfetto degli assetti da combattimento. Il cavallo da guerra venne portato dagli indoeuropei che invasero in tempi molto arcaici la Grecia e poi tutto il Mediterraneo.

    Famosa fu la competizione fra Atena, l'antica Grande Madre Greca e Poseidone, il nuovo Dio dei navigatori indoeuropei. Atena per essere dedicata nel Partenone offrì ai cittadini l'ulivo e Poseidone il cavallo da guerra. Ciò conferma l'origine indoeuropea del cavallo da guerra.

    Il cavallo di ottobre è l'unico esempio di sacrificio del cavallo in tutta la religione romana. Tipicamente, i Romani scarificavano animali che erano una componente normale della loro dieta. Vale a dire che come si uccide un'animale per nutrirsene in una festa, così agivano i romani, precedendo però l'uccisione con una cerimonia.

    L'animale ucciso veniva mangiato e solo in casi rarissimi e di grande pericoli venivano interamente bruciati. Di solito si bruciavano alla divinità solo le interiora, parti di cui i romani non amavano nutrirsi. Ora il cavallo non era apprezzato come cibo, anzi era giudicato disgustoso, ma il significato del sacrificio era di dedicare al Dio non il cibo migliore ma l'animale più prezioso, il cavallo più prestante e veloce. In quanto immangiabile e in quanto costituisse un'offerta importante, il cavallo sacrificato veniva offerto in olocausto, cioè bruciato interamente.

    Le corse delle bighe (carri a due cavalli) si svolgevano in Campo Marzio, l'area di Roma dedicata a Marte, tra le urla e le scommesse pecuniarie. I romani erano patiti per le scommesse, e avevano secondo la tradizione il Campo Marzio era stato consacrato dai loro antenati a Marte come pascolo per cavalli e terreno di allenamento equestre per i giovani, pertanto luogo di militari e di cavalli. Al termine delle corse, il cavallo di destra della biga della squadra vincente era trafitto mediante una lancia dal flamine marziale, e quindi sacrificato.

    La coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. per alimentare il fuoco sacro di Roma. Seguiva una battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la testa equina per portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la Regia.




    IL SACRIFICIO

    La prima citazione del''October Equus si ha in Timeo (storico del III sec. a.c.), che collegava il sacrificio al Cavallo di Troia e alla rivendicazione dei Romani di discendere dai Troiani. mentre l'ultima si trova nel Calendario di Filocalo (354 d.c.), dove la festività era ancora celebrata, anche quando il Cristianesimo aveva già proibito ogni spettacolo circense e teatrale.

    Festo (II sec.) descrive così la festa: "Il cavallo di ottobre è chiamato così dal sacrificio in onore di Marte che annualmente si effettua in Campo Marzio nel mese di ottobre. Esso è il cavallo di destra della squadra vincitrice nelle corse delle bighe. La consueta competizione per la sua testa tra i residenti della Suburra e quelli della Via Sacra non era un affare banale; la seconda l'avrebbe appesa alle pareti della Regia, o la prima alla Torre Mamilia. La sua coda era trasportata alla Regia in maniera sufficientemente rapida che il sangue che ne usciva poteva essere sgocciolato sul fuoco per farlo diventare parte del rito sacro"

    Si trattava della Res Divina, cioè leggi al servizio degli Dei, riferite ai doveri religiosi dello stato e dei suoi magistrati per mantenere la benevolenza delle divinità verso l'Urbe. Ma il sacrificio del cavallo di ottobre risale sicuramente ad un'antica cerimonia indoeuropea.

    Verrio Flacco (55 a.c. - 20 d.c.) informa che la testa del cavallo è adornata con del pane. Il Calendario di Filocalo annota che il 15 ottobre "il cavallo ha luogo presso le Nixae", un altare per le divinità della nascita (di nixi), secondo altri presso un non ben identificato cippo chiamato "Ciconiae Nixae". Comunque, sempre secondo Flacco, il rituale del cavallo era compiuto "ob frugum eventum", cioè come " ringraziamento per il buon raccolto" o "per un buon prossimo raccolto", visto che il frumento veniva seminato in autunno.




    BONUS EVENTUS

    L'Ob frugum eventum" era inoltra collegato al Bonus Eventus, cui fu dedicato un tempio nel Campo Marzio e che Varrone elenca come una delle dodici divinità rurali che presiedevano l'agricoltura, abbinato con Lympha, la Dea delle acque sorgive.

    La funzione originaria del Bonus Eventus potrebbe essere stata solo agricola, ma
    durante l'epoca imperiale, rappresentò un concetto più generale di successo e fortuna.

    Bonus Eventus oltre al tempio nel Campo Marzio aveva una sua statua eretta sul Campidoglio, vicino al tempio di Giove Ottimo Massimo.
    Epigrafi devozionali verso il Dio sono state reperite in diverse località, e pure nelle province. Infatti degli alti funzionari di Sirmio, in Pannonia, dedicarono un santuario di Bonus Eventus per il benessere degli altolocati membri del consiglio comunale.

    Tuttavia con le continue battaglie in cui era ingaggiato l'esercito romano, la buona fortuna o il buon evento finì per essere, per i legionari, ma pure per tutti i romani, la vittoria romana.

    BONUS EVENTUS INTAGLIATO NELLA PIETRA
    Infatti il sacrificio del cavallo avveniva al tempo del ritorno dell'esercito e del suo reintegro nella società, motivo per il quale Verrio spiegava anche che un cavallo è indicato per la guerra, un bue per il lavoro.. I Romani non utilizzarono i cavalli come animali da tiro nell'attività agricola né in guerra per i carri (che erano trainati da muli), ma Polibio specifica che la vittima era un cavallo da guerra.

    Properzio (47 - 15 a.c.) e Ovidio (I sec. a.c.) menzionano entrambi il cavallo come un ingrediente nella preparazione rituale chiamata suffimen o suffimentum, che le Vestali preparavano in occasione della lustratio dei pastori e delle loro pecore dei Parilia.

    Properzio: "i riti di purificazione (lustratio) sono ora rinnovati per mezzo del cavallo smembrato" Ovidio specifica che il sangue del cavallo era utilizzato per il suffimen. Così come il sangue della coda era sgocciolato o sparso sul fuoco sacro di Roma in ottobre, anche il sangue o le ceneri del resto dell'animale potevano essere trattati e conservati per il suffimen, una preparazione utilizzata per la guarigione, la purificazione o l'allontanamento di influenze maligne.

    I Romani non utilizzarono mai le bighe in guerra, anche se affrontarono nemici che li impiegavano, Il carro era parte della cultura militare romana principalmente come veicolo del generale trionfante, che si muoveva su un carro a quattro cavalli decorato, assolutamente non pratico e quindi inutilizzabile in guerra. 

    Timeo, che interpretava il cavallo di ottobre alle origini troiane di Roma, è l'unica fonte che specifica che si utilizzava una lancia per il sacrificio. La lancia era un attributo di Marte ed era custodita nella Regia, la destinazione della coda del cavallo di ottobre.  Comunque diversi autori supposero che Il cavallo di ottobre commemorasse la data della caduta di Troia che, secondo alcuni calcoli, sarebbe avvenuta il 19 ottobre 1181 a..c.


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  • 10/18/17--05:18: LEGIO XXI RAPAX

  • Questa legione, il cui nome significa "Predatrice" fu probabilmente fondata dopo il 31 a.c. dall'imperatore Augusto, che probabilmente ha riunito unità più vecchie in questa nuova legione aggiungendovi nuove reclute dall'Italia settentrionale. 
    Il simbolo legionario della XXI Rapax era il Capricorno, spesso utilizzato dalle unità fondate dall'imperatore Augusto

    23 - 13 a.c. - Sembra che il suo primo incarico sia stato in Hispania Tarraconensis, dove ha partecipato alle campagne di Augusto contro i cantabriani, durate dal 25 al 13 a.c. Di sicuro stanziò per un periodo a Raetia, annessa nel 15 dal genero Tiberio di Augusto (il futuro imperatore), ma la sua base permanente era a Regina Castra (moderna Regensburg).

    6 a.c. - Tiberio condusse almeno otto legioni:

    - VIII Augusta da Pannonia,
    - XV Apollinaris e XX Valeria Victrix da Illyricum,
    - XXI Rapax da Raetia,
    - XIII Gemina, XIV Gemina XVI Gallica da Germania Superiore e da un' unità sconosciuta
    contro il re Maroboduo dei Marcomanni in Cecia.

    Allo stesso tempo, le legioni germaniche:
    - V Alaudae, 
    - XVII germanica, 
    - XVIII germanica
    - XIX germanica 
    si muovevano contro Maroboduus lungo l' Elba. 
    Si trattava dell' operazione più grandiosa mai condotta da un esercito romano, ma una ribellione in Pannonia ne ostacolava l' esecuzione. La XXI Rapax fu chiamata a reprimere la rivolta.

    9 d.c. - Dopo il disastro di Varus nella foresta di Teutoburg (settembre), dove furono distrutte le legioni XVII, XVIII e XIX, la legione XXI Rapax fu riassegnata nella provincia di Germania Inferiore. Condivideva la sua base a Xanten con la V Alaudae, vigilando sulle vicine tribù dei Cugerni e dei Bataviani, e sorvegliando la confluenza del Reno con il suo affluente Lippe. 

    Le legioni romane erano molto desiderose di vendetta e volevano combattere per vendicare i legionari torturati e trucidati. Sia la XXI Rapax che la V Laudae presero parte con grande coraggio alle campagne germaniche di Germanicus nei primi anni del regno di Tiberio.



    21 d.c. - Sotto Tiberio, una vessillazioine mista della XXI Rapax e della XX Valeria Victrix, comandata da un ufficiale della legio I Germanica, fu mandata a reprimere la ribellione dei Turoni in Gallia, che si erano ribellati contro la pesante tassazione romana sotto Giulio Sacroviro e Giulio Florus.

    LAPIDE DI QUINTUS MARCIUS DELLA XXI RAPAX
    Giulio Floro organizzò, assieme al capo della tribù degli Edui, Giulio Sacroviro, una rivolta antiromana che coinvolse gran parte dei galli, cercando di sobillare i Belgi e  i Galli arruolati come ausiliari nelle legioni romane, ma fu sconfitto da Giulio Indo a Silva Arduenna, e Floro, e si diede la morte per non finire prigioniero. Giulio Sacroviro riuscito a fuggire, occupò Augustodunum ma venne nuovamente sconfitto e si suicidò.

    42 d.c. - La legio XXI Rapax venne impiegata durante la guerra germanica di Caligola. I dettagli, tuttavia, non sono del tutto comprensibili.

    43 d.c. - Dopo l' invasione della Gran Bretagna da parte di Claudio, la XXI Rapax viene riassegnata alla Germania Superiore. Dopo un breve soggiorno a Strasburgo (ma non se ne ha la certezza), la legione venne  trasferita a Vindonissa (Windisch in Svizzera), dove sostituì la XIII Gemina. Qui difendeva i valichi alpini contro una possibile invasione germanica dell' Italia.

    47 d.c. - A Vindonissa i soldati riedificarono la fortezza, costruita in legno, in pietra e mattoni. A Ruperswyl inoltre costruirono fornaci, dove furono prodotte piastrelle e ceramiche, non solo per Windisch, ma anche per gli altri insediamenti militari della zona.

    68 d.c. - Nella guerra civile dopo il suicidio dell' imperatore Nerone (giugno 68), la XXI legio si schierò con Vitellio, comandante dell' esercito di Germania Inferiore. La Rapax, infatti, divenne l'elemento più importante dell' esercito di Cecina, generale di Vitelio. 

    69 d.c. - Il generale Cecina attraversò le Alpi durante l' inverno, sconfisse l' esercito di Otho a Cremona, marciò su Roma e vinse. Tuttavia, prima della fine dell' anno, l' esercito di Vitello venne sconfitto dalle truppe di un altro pretendente, Vespasiano, che doveva prendere il trono e regnare fino al 79. La Rapax passò dalla parte del nuovo imperatore.

    Ci vollero diversi mesi prima che il nuovo imperatore potesse inviare un esercito forte per recuperare la Renania, che era stata invasa dai ribelli bataviani. La forza di spedizione era comandata da Quinto Petillio Ceriale, generale di Vespasiano, e la XXI Rapax era una delle sue unità, che combattè a Trier e deve essere stata presente durante la battaglia di Xanten.



    83 d.c. - Dopo la riconquista, la XXI venne sostituita a Windisch dall' XI legio Claudia e venne dapprima presidiata a Bonn nella Germania Inferiore, ma poi venne rimandata nella Germania Superiore nel 83, quando il figlio di Vespasiano, l' imperatore Domiziano, lanciò una guerra contro i Chatti nel Baden-Württemberg. Bonn fu occupata dalla I Minervia di recente fondazione.

    89 d.c. - Da questo momento Magonza divenne la base legionaria della XXI Rapax e della XIV Gemina. Quando nel 89 il governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino, si ribellò contro il legittimo imperatore Domiziano, le due legioni lo sostennero. Tuttavia, l' insurrezione fu soppressa dalle legioni della Germania Inferiore e le due unità ribelli furono immediatamente separate: la XXI venne inviata in Pannonia, dove stava per scoppiare la guerra contro le tribù del Danubio centrale, i Svevi e gli Iazyges. Qui, la XXI fu totalmente distrutta nel 92 dai Sarmati, una coalizione di tribù nomadi iraniane.


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  • 10/19/17--06:52: POMPONIO MELA


  • Nome: Pomponius Mela
    Nascita: Tingentera (spagna) I sec. D.C.
    Morte: -
    Professione: Geografo e scrittore

    Pomponio Mela (Pomponius Mela) (Tingentera, Calpe, Spagna Betica... – I sec. d.c.) è stato un geografo e scrittore romano. Compose intorno al 44 d. c. la più antica geografia latina a noi giunta (De chorographia, in 3 libri), cioè la descrizione del mondo allora conosciuto.

    Non si sa molto di lui senonchè, nacque in Betica (Spagna) e che, forse, è parente di Seneca il retore. L'opera sua, De chorographia, venne redatta probabilmente tra la fine del 43 e i primi del 44 d.c., se la riportata vittoria di Britannia, accennata in III, 49, è, come è facile che sia, quella riportata da Claudio imperatore.

    Forse fu proprio Claudio, l'imperatore letterato, a chiedere a Pomponio Mela di redigere il De corographia, vale a dire la descrizione delle regioni (la geografia era invece la descrizione della Terra). 

    Si è pensato pure che l'opera del Mela avesse anche degli intenti adulatori dal momento che accennò ai trionfi del 44 d.c., cioè durante l'impero di Claudio, non meraviglia però se un autore sottolinei nelle sue opere ciò che è accaduto nella sua epoca contemporanea, tanto più che una sola frase vi allude, annunciando che la Gran Bretagna, separata dal resto del mondo, stia per aprirsi "al più grande dei principi", ovviamente alludendo alla conquista della Bretagna sotto Claudio, che, cominciata nel 43, fu completata nel 46-47.

    E forse, a imitazione del grande Augusto che aveva fatto riprodurre da Agrippa una carta dell'impero nel Foro, Claudio, considerando Roma la Caput Mundi, voleva che fosse divulgata a tutti i popoli che parlavano latino una descrizione del mondo conosciuto, mondo che prima o poi sarebbe stato romano, purchè ne valesse la pena.

    MAPPA DI P. MELA SECONDO P. BERTIUS


    LE MAPPE ROMANE

    Del resto vi sono molti riferimenti sull’esistenza di mappe nell’antica Roma. Diverse mappe schematiche ci sono state trasmesse, attraverso il Medioevo. Si tratta di mappe che illustravano i testi di classici latini come le storie di Sallustio, le satire di Giovenale, i Pharsalia di Lucano, i commentari di Macrobio al Sogno di Scipione di Cicerone. Perfino prima dell’era cristiana, nel 174 a.c. una mappa della Sicilia era stata fatta per il tempio di Matuta. 

    Varrone cita una mappa dell’Italia. Quando una colonia veniva fondata, o un territorio veniva suddiviso, venivano redatti dei piani in duplice copia, una in metallo o in pietra, da essere esposta pubblicamente, un’altra in lino, per gli archivi di stato. 

    Ci sono giunti parecchi frammenti di marmo della Forma Urbis, cioè la mappa di Roma, fatta eseguire dall’imperatore Settimio Severo (193 - 211 d.c.).

    Sappiamo anche di mappe private, come quella del mondo conosciuto, fatta costruire dal generale Marco Vipsanio Agrippa (63 - 12 a.c.), che si suppone basata su misurazioni stradali fatte eseguire su tutto l’impero dall’imperatore Augusto (27 a.c. - 14 d.c.). 

    Si tratta però di rilievi a carattere militare e non astronomico. La mappa di Agrippa fu completata nell’anno 20 e dopo la sua morte venne esposta al Campo Marzio. Sebbene delle copie siano state portate ad altre località importanti dell’impero, non una singola copia è sopravvissuta.




    LA MAPPA POMPONIA

    Comunque secondo Petrus Bertius la mappa del mondo di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina.

    Non vi sono prove sull'esistenza di una mappa riferita al suo libro, ma è ovvio che mai avrebbe descritto una mappa senza pubblicarne il disegno, condizione essenziale per la comprensione dell'opera.

    Questo libro, come si comprende dai  titoli, fa capire che da sempre gli uomini indagarono in modo il più possibile scientifico lo spazio terrestre.

    Diversi titoli si sono riferiti ad esso:

    - la Chorographia (Descrizione dei luoghi),

    - Cosmographia (Descrizione del mondo) - La geografia cosmografica, molto seguita dai Greci, è trascurata dai Romani e appena accennata da Pomponio. La cosmografía era la scienza che descriveva le caratteristiche dell'universo in forma di mappe, combinando geografia ed astrologia..

    - De situ orbis (La posizione della terra). Opera estratta per lo più da trattati greci, con traduzione latina. in tre libri, con capilettera decorati a racemi.

    Il mondo classico greco-latino dette un grande contributo a questa indagine analitica e scientifica; ma più i greci che i romani, a parte Vipsanio Agrippa e Pomponio Mela. Quest'ultimo nato proprio al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d'Ercole), restò affascinato dai luoghi della terra, soprattutto dai posti remoti e poco conosciuti.

    Infatti la sua opera, secondo il gusto dell'autore per i miti della sua religione e per i fatti e gli eventi straordinari, definisce i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani e inaccessibili.

    Egli parte dal Mediterraneo ed esattamente dalla sua Gibilterra e da qui, girando in senso antiorario, fa un'accurata descrizione dei luoghi abitati, più particolareggiata quando tratta delle coste e meno dettagliata per i territori più interni, di cui ovviamente aveva notizie minori, essendo i viaggi di allora percorribili quasi esclusivamente per mare. Ricordiamoci che le vie di comunicazioni terrestri, cioè le strade (strata) furono costruite solo dai romani. I barbari avevano al massimo sentieri.

    Con accuratezza il Mela si sofferma sulla descrizione fisica dei luoghi, comprese anche le città. D'altronde il mondo conosciuto era allora più ristretto e le navi non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani per scoprire nuovi continenti, e poco era l'interesse per esplorare l'Africa.

    Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l'interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la Geografia nonostante la presunzione di alcuni geografi di condurla sul binario di scienza oggettiva è in realtà una descrizione dello spazio che risente del periodo storico e quindi del grado di tecnologia e cultura, degli aspetti sociali e anche degli avvenimenti storici del momento in cui viene elaborata la descrizione.

    L'opera ha uno stile così semplice e conciso da credere che potesse essere un compendio destinato per le scuole o per il grande pubblico, come una odierna guida per i viaggi.

    Di essa conosciamo solo un volgarizzamento italiano, cioè in toscano dell'epoca, ad opera di un certo Nicodemo Tagli, datata al.1552.



    LE FONTI

    La narrazione risente a volte dell'influsso di Cesare e di Livio, secondo il Müllenhoff, avrebbe in massima parte elaborato un'opera geografica di Cornelio Nepote. 
     
    Un'altra fonte sarebbe, per l'Europa orientale, un corografo di età compresa tra la fine del IV e i primi del II sec. a.c. che a sua volta deriverebbe da Erodoto e Damaste

    Tra le fonti citate da Pomponio troviamo le opere di Strabone, Posidonio, Eratostene, Erodoto, Ipparco, Eratostene. Sono inserite a volte digressioni di notevole eloquenza a carattere storico, mitico o letterario o di costume più o meno favoleggiati.

    Secondo altri anche Cornelio sarebbe una fonte indiretta. Per Münzer invece la questione riguarda anche le fonti di Plinio il Vecchio che nel libro III ha molti punti di contatto con Mela e rivela una fonte comune, secondo il critico non sembrando probabile che Plinio abbia utilizzato Mela.
     
    Il Detlefsen fa derivare la descrizione dell'Africa sia in Mela che in Plinio, da un periplo del Mediterraneo di Varrone, per le coste settentrionali, da Cornelio e da altri per il resto. Invece A. Klotz, Quaestiones plinianae geographicae, considera Varrone una fonte solo indiretta.



    LE PARTI DEL LIBRO

    - Una breve introduzione di carattere generale in cui l'autore sembra un pò oberato dal compito pesante anche se utile: 
    "Comincio una descrizione delle regioni della Terra, lavoro difficile e molto poco propizio all'eloquenza. Esso, infatti, consiste quasi esclusivamente in un elenco di nomi di popoli e di luoghi disposti in modo piuttosto confuso, che offre materia per un'esposizione più lunga che produttiva anche se ben degna di attenzione e di studio
    (Mela, De corographia, I, 1). 

    - Riportò la suddivisione in continenti determinata dal Mediterraneo e dai fiumi Nilo e Tanai (il Don). Secondo lui procedendo in linea retta da Tanaide verso il Nord si arrivava all'estremo del mondo abitato.

    - Nella Naturalis Historia, Plinio il Vecchio immaginò di compiere un periplo lungo le coste conosciute procedendo in senso orario, a partire dallo stretto di Gibilterra, tradizionale punto estremo del mondo (le famose colonne d’Ercole) in direzione est, verso la Gallia. Lo schema seguito è lo stesso di Pomponio Mela, da Plinio citato nell’indice premesso all’opera. Mela però, pur partendo dallo stretto di Gibilterra, iniziò il periplo dall’Africa.
    - Descrisse, a partire dallo stretto di Gibilterra, dapprima le coste mediterranee dell'Africa, dell'Asia e dell'Europa che guardano il Mediterraneo, quindi le isole sparse nel Mediterraneo cominciando da quelle della Palude Meotide (il Mar d'Azov) per finire con le Baleari, tornando, da ovest a est, al punto di partenza. .

    - Occupò interi paragrafi per descrivere le isole del Mediterraneo.

    - Descrisse le regioni sull'Oceano dallo Stretto di Gibilterra al Baltico.

    - Descrisse le regioni che dal Caspio, per il sud, tornano a Gibilterra

    Mentre trattò rapidamente dell'Italia, perché troppo nota, narrò invece antichi miti e di descrizioni meravigliose, talvolta fantastiche, che si riferiscono a regioni remote o male esplorate.

     Con la descrizione del Capo di Ampelusia terminò l'opera segnando "la fine di quest'opera e delle rive dell'Atlantico

    - Percorse così, partendo da Gibilterra, un doppio circuito, prima quello del Mare Interno, poi in senso inverso quello dell'Oceano Esterno. Il che frammenta la descrizione dei paesi che si affacciano su due mari, come per esempio la Gallia.



    ALCUNI CONTENUTI

    La maggior parte delle sue informazioni geografiche si rifanno a quelle risalenti ai greci Eratostene e Strabone. La sua conoscenza di alcuni aspetti del Nord Europa è però migliore di quella degli scrittori greci. Ad esempio fu il primo a citare le "Isole Orcadi".

    I BLEMMI
    - Secondo una notizia di Erodoto, riportata anche da Pomponio Mela, presso gli Issedoni si usava ridurre a pezzi i cadaveri dei genitori e mangiali in banchetti rituali insieme con carne di pecora, mentre dei loro crani montati in oro ricavavano le tazze. Ciò dimostrerebbe che gli Issedoni appartengano al gruppo indoeuropeo.
    Ma questa usanza presso gli indoeuropei non è stata mai dimostrata, mentre è documentato solo per popolazioni sciitiche che l'avrebbero appreso da popolazioni non indoeuropee dell'Asia centrale o orientale.

    - Pomponio citò Tergeste (oggi Trieste) come citta' dell'Illiria. Infatti Targeste sorse come sistema di fortificazioni dell’inizio del II secolo a.c. ad opera dei romani che poi vi edificarono una città.

    - Pomponio citò i resti marini scoperti in Numidia nelle zone più interne, e be dedusse che i mari si potessero ritirare. Del resto i marmi gialli della Numidia sono ricchi di inclusioni di esseri marini.

    - Informò che i Sarmati si dividessero in infinite tribù, di cui ciascuna avrebbe avuto un suo nome, ma che parlassero tutte un unico linguaggio.

    - Commise anche qualche errore, come quello di credere il regno di Meroe un'isola (in realtà una penisola) formata a suo avviso da due bracci del Nilo che abbracciavano una terra in mezzo al fiume, e che si chiamavano uno Astaboras e l'altro Astabor. Meroe fu un'antica città posta sulla riva orientale del Nilo, a circa 6 km a nord-est della stazione di Kabushiya vicino a Shendi (Sudan).

    - I blemmi erano un’antica popolazione nomade, storicamente esistente, di razza etiope e di lingua camitica che per secoli abitò la Valle del Nilo e il Mar Rosso. Conosciuta da tutti gli altri popoli mediterranei per l’eccessiva bellicosità, i blemmi vennero descritti come esseri senza testa con gli occhi e la bocca posti sul ventre o sul torace. Plinio il Vecchio scrisse che che “i blemmi non hanno la testa ma gli occhi e la bocca posti sul ventre e sul torace”, ma pure Pomponio Mela sostenne che “i blemmi non hanno teste, ma hanno le facce sul petto”.

    - "L'ultima costa dell'Africa è la Mauritania esteriore, dal ricco suolo, che è talmente fertile da produrre molto generosamente tutti i tipi di frutti quando vengano seminati, ma anche da produrre senza semina certi tipi di frutti. Si dice che qui avesse regnato Anteo, e viene mostrato, a conferma della leggenda, una piccola collina dall'aspetto di un uomo che giace supino, la "tomba del gigante" come la chiamano gli abitanti: da questa collina, se da qualche parte frana, sgorga dell' acqua che continua finché non si riempiano i vuoti con della terra. Parte degli abitanti vive nelle foreste, parte nelle città le più fiorenti delle quali, in rapporto alle altre, sono Gilda, Volubilis e Banasa, assai lontane dal mare e più vicine Sala e Lixos, sul fiume Lixo".
    - Pomponio annotò che il corso del Po si prolunghi nell'Adriatico molto al di là della foce.

    Sostenne l'ipotesi che fa della antica Sicilia una parte del vicino continente, separata più tardi dallo stretto di Messina, celebre per le correnti inverse.

    - Parlando del fenomeno delle maree dell'Oceano e del maremoto, così potente da far rifluire anche le acque dei grandi fiumi, si chiese se non fosse proprio la Luna "la causa di oscillazioni di così grande ampiezza".

    - Scrisse del famoso "labirinto di Egitto", costruito un poco al disotto dal lago Moeri, vicino ad Arsinoe detta altrimenti la citta' dei coccodrilli. Secondo Pomponio Mela conteneva tremila stanze e dodici palazzi in un solo recinto di muri. Presentava una sola scesa, in fondo alla quale erano fatte internamente molte strade per cui si passava su e giù con mille rigiri e andirivieni, che ponevano nella massima incertezza, giacchè vi ritrovavate spesso nello stesso luogo, talmente che dopo grandi fatiche si tornava al medesimo punto d'onde si era partiti, senza sapere come togliersi d'impaccio.

    - Pomponio confermò ed aggiunse dettagliate informazioni sulla locazione del mausoleo di Porsenna fornita da Varrone, pur non condividendo le misure dello stesso.

    Sono famosissime città dell’Egitto, lontane dal mare, Menfi e Tebe, le quali, Omero definì cento porte, poichè hanno cento cortili; dall’altra parte del mare, che arrivano fin sulla spiaggia. sono poste Alessandria e Pelusio. Da qui al Mar Rosso si estende l’Arabia; che è ricca di incenso e di profumi. Il porto Azotum ha l’emporio per la sua merce. La Siria occupa una larga spiaggia terra e anche una larga parte interna, chiamate con nomi diversi: in verità sono dette Mesopotamia e Babilonia e Giudea. A queste si congiunge la Celicia, e la città è Antiochia, da lungo tempo potente. Certamente per opera di questa regione notevole ci sono molte città; tra tutti eccellono: Babilonia di meravigliosa grandezza e costruita fino a Gaza: così chiamano lo stretto dei persiani e da quel luogo a queste città viene dato il nome di Gaza, che quando gli uomini armati di Cambise andarono in Egitto, in questa parte della guerra portarono dentro esercito e ricchezze."
    - Descrisse i Galli come gente fiera, superstiziosa e crudele ma piena di talento nell'uso del linguaggio.

    - Sapeva che sotto il Polo Nord, dove si dice che vivano gli Iperborei, il giorno e la notte durano sei mesi e che nell'Isola di Tule al solstizio d'estate il Sole non scende sotto l'orizzonte.


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