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  • 10/20/17--06:35: RADERSI PER I ROMANI
  • SUMERI
    Presso gli antichi popoli la barba, in quanto prerogativa del maschio adulto, è stata spesso considerata un simbolo di potere. Anzi, gli anziani erano quelli che portavano la barba più lunga, come segno di età, di saggezza e di comando, da cui il detto latino: "Barba virile decus, et sine barba pecus" (la barba è decoro dell’uomo e chi è senza barba è pecora)
    Di solito i capelli lunghi andavano d'accordo coi capelli lunghi, più il popolo era raffinato più si prendeva cura di barba e capelli.

    Solo in tempi inoltrati, tranne eccezioni, si usò sbarbarsi e tagliarsi i capelli come segno di accuratezza e civiltà,



    I MESOPOTAMICI

    I sumeri più antichi si radevano accuratamente i capelli e la barba, ma dopo il secondo millennio a.c, sotto l'influenza degli Accadi semitici, gli uomini cominciano a portare la barba, tagliata quadrangolare, e cominciano a arricciarsi i capelli e la barba. I semiti mesopotamici portavano barbe lunghe e folte, accuratamente pettinate e arricciate.



    GLI EGIZI

    In Egitto il radersi era considerato, oltre che una buona regola igienica, un dovere religioso. Infatti, proprio per questa usanza gli Egizi usavano vari rasoi contenuti in appositi astucci, rinvenuti anche dagli archeologi.

    Tutti nobili si radevano in tutto il corpo salvo poi indossare elaborate parrucche colorate, inanellate, impreziosite in vari modi.

    Tuttavia non viene ignorata la funzione simbolica della barba per i faraoni (comprese le femmine come la regina Hatshepsut) vengono raffigurati con barbe finte.

    Si narra che quando un ragazzo guariva da una malattia, la famiglia gli tagliava i capelli e li metteva su di una bilancia, quindi versava il corrispettivo in oro e argento ai custodi degli animali sacri.



    I GRECI

    Nell'antica Grecia venne ritenuta segno di forza e di virilità per cui si faceva crescere in abbondanza. Anche i greci del periodo classico portano la barba.

    Gli strateghi ateniesi Temistocle, Pericle o Milziade ma pure gli spartani Pausania e Leonida portavano una corta e curata barbetta. Anzi a Sparta i codardi erano condannati a portarla su un solo lato del viso, in modo che fosse facile distinguerli anche a distanza (Plutarco, Vita di Agesilao, par. 30).

    L'uso del rasoio si diffuse durante l'età macedone, prima perchè Alessandro Magno (356 – 323 a.c.) lo impose ai soldati. si dice per timore che i nemici potessero afferrarli per la barba, ma sicuramente per distinguersi dai nemici barbuti che non erano organizzati in società evolute come la Grecia.

    Comunque, siccome Alessandro era un mito e una leggenda,. per imitazione dello stesso Alessandro che, secondo alcune fonti, era quasi glabro, tutti i macedoni usarono sbarbarsi.

    Diciamo che Alessandro iniziò la propria ascesa troppo giovane per avere una barba folta quanto i suoi avversari persiani e poi capì l'importanza di diversificarsi dai nemici. I Greci dovevano sentirsi superiori, solo così potevano vincere.

    Per alcuni autori barbaro veniva dalla parola bar = balbettio, ritenendo che i linguaggi stranieri fossero una specie di balbettii. Quindi tutti gli stranieri per i greci sarebbero stati barbari, romani compresi. Ma i greci non considerarono mai i romani dei barbari, tanto è vero che quando i persiani avanzarono per conquistarli aprirono le porte ai romani affinché, si li conquistassero, ma pure li proteggessero dai persiani, e così fu.

    Secondo alcuni autori il termine barbaro sarebbe squisitamente latino e designerebbe gli uomini che non si tagliano la barba, e visto che nessuno dei popoli allora conosciuti si tagliava la barba, ne conseguì che tutti gli altri popoli erano rozzi e inferiori. In effetti questa spiegazione sembrerebbe più semplice e convincente.

    D'altronde nessun popolo riterrebbe che le lingue straniere possano dare l'idea di balbettamenti, per comprendere le cose occorre immedesimarsi negli altri. Anzi spesso i popoli meno evoluti sono estremamente rapidi nella loro lingua. Spesso un orientale è più veloce di noi. In genere un popolo più riflessivo parla più lentamente.

    Abbiamo detto che i Greci antichi portavano la barba, ma solo quelli più antichi. Guardiamo gli Dei, A portare la barba sono Giove, Saturno, Nettuno, Ade e Pan. Tutti gli altri sono rasati: Mercurio, Apollo, Bacco, persino il rude Marte è sbarbato. Sembra dunque che i greci si siano sbarbati prima dei romani, e dalla grecia la moda si sarebbe diffusa a Roma,  dove assunse una notevole importanza il rito della "depositio barbae", ossia il primo atto di rasatura del giovinetto.

    Plutarco e Dione affermano che la barba sia durata fino ai tempi di Alessandro Magno (356 – 323 a.c.), il quale ordinava alle truppe la rasatura totale della faccia, alla vigilia di ogni battaglia. Poco credibile, non è che combattessero ogni giorno, per cui vederli rasati sarebbe stata l'eccezione. Come abbiamo detto invece sembra che Alessandro Magno facesse sbarbare i soldati, punto e basta. Alessandro doveva aver pensato che costringere i soldati a radersi non solo evitava sporcizia ma obbligava alla regola e alla disciplina.



    I ROMANI

    I romani più antichi non si radevano. Si narra che Brenno, l'autore del «sacco di Roma», entrato alla testa dei Galli nel Campidoglio, fu sorpreso e sconcertato dal trovar presenti soltanto gli anziani senatori tutti barbuti e in attesa, pronti a perire per la patria e siamo nel 390 a.c.

    Circa cento anni dopo la moda di Alessandro Magno ha conquistato tutta la Grecia e si è diffusa anche a Roma, tanto che, nel 299 a.c., Publio Ticino Menea (o Menas) introduce, per primo, come informa Varrone, i barbitonsori a Roma, conducendo dalla Sicilia una truppa di barbieri. La Sicilia era praticamente greca, per cui prima di Roma aveva già assorbito la moda.

    Era anche logico che i romani copiassero costumi dai greci perchè essi non giudicarono barbara la cultura greca che anzi nell'arte considerarono superiore alla loro, anche se i Greci erano inferiori militarmente e furono sottomessi a Roma. Per Orazio "Graecia capta ferum victorem cepit", cioè "la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore romano".

    Plinio narra che Scipione Africano (235-183 a.c.) fu uno de’ primi a farsi radere. Essendo un eroe è logico che venisse imitato largamente. Naturalmente parecchi anni dopo Scipione l'Emiliano (185 - 129 a.c.), lo imita e si rade puntualmente. I cartaginesi erano barbuti, i romani no.

    Si narra che a cinquant’anni molti romani si lasciassero crescere di nuovo la barba, ma non accresceva l'autorevolezza del personaggio. Anzi, mentre era tollerato che i giovani si tagliassero la barba con le forbici, soprattutto i militari, dopo i 40 anni ci si aspettava che si radessero .perfettamente, cioè col rasoio.

    Farsi la barba ogni mattina, specie con le lame dell'epoca, non doveva essere un compito da nulla, ma i romani lo facevano anche se erano soldati, nei castri e negli accampamenti più semplici. Radersi equivaleva a mantenere autorità, disciplina e senso della romanità.

    Giulio Cesare si faceva la barba ogni mattina, anzi si depilava in tutto il corpo ed esigeva che anche i suoi soldati si radessero. Si sa che Cesare ebbe un grande ascendente sui suoi militari che cercavano in ogni modo di compiacerlo. Ma sembra ci prendessero anche gusto, tanto che Cesare arriva a dire:
     "I miei soldati si profumano ma combattono bene". Si sa che Cesare era bisessuale, ma anche nel suo esercito dovevano esserci tendenze svariate.

    Il suo erede, e figlio adottivo Ottaviano sembra fosse di costumi più severi, però molto incline alla pubblicità personale. "Tutta la città, nel settembre del 39 a.c. venne informata del fatto che Ottaviano Augusto si era fatta la prima barba". Intendiamoci, la barba che si deponeva nel tempio non erano 4 peli sparsi, ma una barbetta considerevole, però in genere la barba si deponeva sui 16 - 18 anni, sulla data abbiamo qualche riserva, sul fatto che ne avesse fatto un festival ci crediamo, non era tipo da passare sotto silenzio.

    ADRIANO
    Anche lui come suo zio si radeva e depilava, si dice non ci tenesse alla cura dei capelli. Non direi, se guardate le statue ha sempre la stessa disposizione di capelli, della stessa lunghezza, con la stessa frangetta. Tutti i romani si affrettarono a copiarlo e la barba, ormai passata di moda, rimase un attributo tipico dei filosofi e dei poeti, addirittura i padroni facevano radere anche gli schiavi per l'inestetismo.

    Dopo di lui anche Tiberio si rasò e così Caligola e Claudio, ma non Nerone, un po' vanesio e pure sperperatore che fece porre la sua prima barba in una pisside d’oro massiccio che venne offerta a Giove Capitolino.

    C'era infatti un problema, i rasoi dell'epoca non erano il massimo. Usati a secco e poco affilati il radersi era praticamente un rischio di tagli e di infezioni.

    Infatti Nerone, che già non era un Adone, si faceva crescere la barba sul collo perchè non amava che vi si accostasse il coltello del barbiere (il tonsor),

    Vero è che Nerone aveva avuto come istitutore un filosofo (Seneca) e che pertanto si sentiva filosofo anche lui, ma "Philosophum non facit barba" (la barba non fa il filosofo) e così anche con la barba Nerone cantava male e filosofava peggio.

    Tanto più che la sua barba cresciuta su un doppio mento e che si riunificava a delle basette lunghe e ricce era quanto di più potesse imbruttire un imperatore che già di per sè non era il massimo.

    Sia Vespasiano che suo figlio Tito si rasavano anche se non avevano la pettinatura con la frangetta poichè erano piuttosto calvi. Anche Domiziano si rasava e così Nerva e Traiano. Consideriamo che se si rasavano gli imperatori si rasavano anche i sudditi.

    GIULIANO
    Con Adriano, amante della cultura classica greca, le cose cambiano, per amore della filosofia greca si lascia crescere la barba. . Si disse anche che avesse una brutta cicatrice e che intendesse coprirla così, fattosta che anche i suoi successori: Antonino Pio, Lucio Vero, Marco Aurelio, Settimio Severo, e Caracalla non si radono affatto.

    Nemmeno Giuliano (332-363 d.c.) si radeva. L'imperatore  in risposta agli abitanti della cristianissima e raffinata Antiochia, che lo canzonavano con alcuni versi per la sua barba, scrisse un’operetta satirico-polemica intitolata Misopogon (L’odiatore della barba), nel 361-362.

    « In essa gli Antiocheni risultano irrisi come faciloni a tutte le novità, come pedanti lussuriosi, ignoranti presuntuosi, delicati, farisei, nemici delle barbe e della antica severità dei costumi e non comprensivi di quella Romanità prisca e sana, veramente civile e imperiale ».

    Veramente il romano classico si radeva ma Giuliano odiava la nuova società cristiana, intransigente, ignorante e gretta, e che gli aveva sterminato tutta la famiglia.



    I RASOI

    Si sono trovati molti rasoi risalente all'età preistorica o etrusca ma pochissimi dell'età romana: questo perché mentre quelli più antichi erano in bronzo e si sono conservati quelli romani erano in ferro e sono stati consumati dalla ruggine.

    Questi rasoi in ferro, venivano all'inizio affilati sulle mole di pietra, poi su lame di coltello e poi su strisce di cuoio duro. Comunque sulla pelle nuda non erano il massimo, per giunta si usavano senza sapone, ma di unguenti se ne spalmavano, prodotti in oriente e occidente.

    Ma a quando risaliva l'uso del rasoio? Si sono rinvenute valve di conchiglie affilate che molto probabilmente servivano a tagliare la barba.
    Il rasoio più antico è anatolico e si trova al Louvre, un coltellino in bronzo dalla punta ricurva. Insomma ogni epoca ha avuto i suoi rasoi, come pure le sue forbici per barba o capelli.

    COLONNA DI TRAIANO


    IL TONSOR

    Tutti amanti del grecismo? No, tutti stanchi del tonsor imperiale. L'imperatore, come tutti i romani si affidava alle mani del tonsor, il barbiere, privato e costoso per i più ricchi, o pubblico che in una bottega o addirittura all'aperto in strada, tagliava capelli e barbe a chi passava. Quello imperiale doveva avere un tocco particolare, come quello di Augusto, lento ma preciso, per cui mentre veniva sbarbato e pettinato, l'imperator leggeva e scriveva per guadagnare tempo.

    Oppure come il tonsor di Marziale che gli fece per questo un grazioso epitaffio:
     «...Per umana e leggera tu gli sia Terra, e lo devi, più leggera della sua mano d'artista non sarai »

    Ma perduto Pantagasto (o prima di esser diventato suo cliente) sbarbarsi per Marziale non era cosa semplice:

    RASOIO ROMANO
     «...Le stimmate che io porto sul mento quante un grugno ne ostenta di pugile in pensione, non mia moglie me l'ha fatte, folle di furore, con le sue ugne, ma il braccio scellerato d'Antioco e il suo ferraccio...» (Marziale)

    All’inizio del II secolo d.c., la maggior parte dei romani tagliavano i capelli con una forbice di ferro, forfex, le cui lame avevano un perno nel mezzo e due anelli alla base per la presa. Con l'avvento dei tonsores però anche l'acconciatura, accanto alla rasatura, ebbe il suo posto nella bottega del barbiere. Giovenale accusa i tonsores di “disturbo alla quiete pubblica” a causa delle urla raccapriccianti che da lì si levavano ad ogni ora del giorno.

    Durante l'impero si usò maggior cura ai capelli, con l'uso di cosmetici per mantenerli morbidi e brillanti. Comunque si tagliavano capelli, barba e baffi, la trascuratezza non era vista di buon occhio, perchè l'igiene raccomandava il taglio e perfino in guerra i soldati si rasavano ogni giorno.

    Lo storico Carcopino, nei suoi libri dedicati alla vita quotidiana nella Roma antica, illustra vivacemente il dramma delle barbe che dovevano essere obbligatoriamente tagliate per distinguersi dai barbari selvaggi.

    La lettura, molto divertente, vede i “tonsores” come sadici sanguinari e i clienti come vittime sacrificali ai quali, più d’una volta, oltre i baffi veniva tagliato un pezzo di naso, poi ricucito immediatamente dallo stesso tonsor. Perchè i tonsores facevano ogni tanto da cavadenti e chirurghi.

    Nel II secolo d.c. l'esigenza per i più raffinati di recarsi più volte al giorno dal barbiere fa sì che le loro botteghe diventino luogo d'incontro per oziosi, secondo alcuni:
    « Hos tu otiosos vocas inter pectinem speculumque »  (Chiamali oziosi questi tra il pettine e lo specchio).

    In effetti molti personaggi s'incontravano nella tonsorina dall'alba sino all'ora ottava proprio per sentire le novità, i pettegolezzi, avere informazioni o fare affari, un movimentato salotto per soli uomini, e e uno dei principali media dell'epoca.

    Per tutti questi motivi la tonsorina era sempre più affollata, diversi tonsores si arricchirono e divennero rispettabili cavalieri o proprietari terrieri come Marziale nei suoi Epigrammi o Giovenale nelle sue Satire spesso riferiscono ironizzando sugli arricchiti.

     La bottega del tonsor è classica: tutt'intorno alle pareti ha una panca dove siedono i clienti in attesa, alle pareti sono appesi degli specchi e una qualche divinità, come dipinto o mosaico o bassorilievo, in genere Mercurio, perchè protegge i commercianti ma pure perchè è sbarbato e ha i capelli corti.

    RASOIO ETRUSCO
    Al centro domina lo sgabello su cui siede il cliente che veniva coperto da una salvietta o da un camice (involucrum). Attorno si prodigano il tonsor e i suoi aiutanti (circitores) per tagliare o sistemare i capelli secondo la moda che in genere è quella dell'imperatore in carica.

    Gli antichi rasoi erano in genere "lunati", cioè a mezza luna, o almeno lo erano i migliori. La funzione della lunatura era sicuramente quella di assicurare un taglio a scorrere.

    Le acconciature degli imperatori da Traiano in poi, fatta eccezione per Nerone che dedicava particolare attenzione alla chioma, in genere seguivano quella dell'imperatore Augusto che amava i capelli corti con la frangia sulla fronte, identica a quella che portava il suo padre adottivo, il grande Cesare, cui cercava disperatamente di somigliare, anche nei ritratti statuari.

    All'inizio del II secolo quindi i romani si accontentavano di un'acconciatura a colpi di forbice (forfex) che di solito aveva delle lame unite da un perno al centro con degli anelli alla base, non molto efficiente per un taglio uniforme, a giudicare dalle scalette che sfregiavano la capigliatura così come nota Orazio ironizzando su se stesso.

    E l'abilità del tonsor nel tagliare i capelli è un altro problema:
     « Si curatus inaequali tonsore capillos Occurri, rides »  « Se mi è capitato di avere acconciati i capelli a scaletta da un barbiere, tu te la ridi... » (Orazio)

    E' possibile che c'entri con questo la moda di farsi arricciare i capelli come fecero Adriano e suo figlio Lucio Cesare e il figlio di questi Lucio Vero, rappresentati nelle effigi con capelli inanellati da abili tonsores che si servivano del ferro (calamistrum) scaldato al fuoco, lo stesso che veniva usato per le donne..

    La moda si estese anche agli anziani che con i riccioli tentavano a volte di nascondere la calvizie, cosa che diverte molto la lingua tagliente di Marziale, bastava un colpo di vento per far ricomparire «...il cranio nudo tutto circondato da filacce di nuvoli ai suoi lati...Ah se tu vedessi la miseria assoluta di una calvizie capelluta! »

    RASOI ROMANI
    Insomma si facevano radere tutti, anche i meno abbienti, da un tonsor pubblico o da un servo della casa. Essendo a costo anche molto basso a Roma nessuno si radeva da solo, ma nelle campagne la situazione cambiava.

    Ci si radeva anche lì perchè radersi equivaleva ad essere un buon romano, un po' come oggi negli USA un cittadino ci tiene ad essere un buon americano. Un buon romano, pure se contadino, andava a scuola, sapeva leggere scrivere e far di conto, teneva in ordine il suo larario, si radeva la barba e si tagliava i capelli.

    Rari erano i barbieri che non sfregiassero regolarmente i loro clienti tanto da essere celebrati dai poeti che come Marziale celebrano con un epitaffio al tonsor Pantagato ormai defunto:
     «...Per umana e leggera tu gli sia Terra, e lo devi, più leggera della sua mano d'artista non sarai»

    Ma per gli altri, che non fossero clienti di Pantagato, radersi era una sofferenza: vi erano barbieri lentissimi nella rasatura per non tagliare i loro clienti, tanto che Augusto nel frattempo poteva dedicarsi al suo lavoro scrivendo o leggendo, Ma per Marziale una volta perduto Pantagato:

     «...Le stimmate che io porto sul mento quante un grugno ne ostenta di pugile in pensione, non mia moglie me l'ha fatte, folle di furore, con le sue ugne, ma il braccio scellerato d'Antioco e il suo ferraccio...» (Marziale)

    All'obbligo sociale di radersi potevano sottrarsi solo i filosofi e i poeti; anche gli schiavi erano costretti dal loro padrone di farsi radere da un tonsor, pubblico o più economicamente da un servo della casa. Certo è che in città nessuno si radeva da solo, ma nelle campagne il contadino doveva adattarsi con le forbici e il rasoio nelle feste.

    Con la caduta dell'Impero tornò la barbarie e le barbe si allungarono, il grande sogno della civiltà romana che aveva illuminato il mondo si spense, e si precipitò nell'Evo oscuro, dove curarsi troppo era peccato, e l'importante era pregare.


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  • 10/22/17--06:00: AEQUIMELIUM
  • IL COLLE CAPITOLINO
    Si chiamava Aequimelium uno spazio aperto sulla parte più bassa pendici sud est del colle Capitolino, sopra il vicus Iugarius (Liv. XXIV.47.15; XXXVIII.28.3). Secondo la tradizione era il sito della domus di Spurius Maelius che era stata rasa al suolo per ordine del senato, e lo stesso termine derivò dal suo nome. (Varro, LL V.157; Cic. de domo 101; de div. II.39; Liv. IV.16.1; Dionys. XII.4; Val. Max. VI.3.1; de vir. ill. 17.5).

    Spurio Melio, insieme a Spurio Cassio e a Manlio Capitolino, fu uno dei tre pericoli per la repubblica romana, come osservò anche Cicerone nel De Republica. Si tratta della soppressione violenta dei tre demagoghi accusati di tirannide, citati da Cicerone come esemplari nelle sue invettive contro Catilina, Clodio e Marco Antonio.

    "Aequimelium [si chiama il luogo di Roma] per il fatto che la casa di Melio è stata spianata a spese pubbliche, poiché questi voleva impadronirsi del regno".

    La legge volle che si cancellasse con un rituale religioso la casa di chiunque attentasse alla repubblica, lasciando come monito al suo posto uno spazio vuoto, come era appunto l'Aequimelium. Una damnatio memoria al rovescio, affinchè i posteri non dimenticassero.


    Le fonti narrano che Melio, pur essendo un privato cittadino e non rivestendo alcuna carica pubblica, e in più essendo plebeo, nel 493 a.c., grazie alle conoscenze e ai buoni uffici dei propri clientes riuscì a comperare, con fondi propri, una certa quantità di frumento e iniziò a distribuirlo in un momento di crisi dell'urbe, proprio quando veniva meno il grano.

    Ovviamente la cosa lo rese molto popolare e, come si usava nella Roma dell'epoca, Melio cominciò ad essere accompagnato nel Foro da una scorta di cittadini suoi seguaci e clintes. La speranza di Melio era non solo di diventare console e di primeggiare sui concittadini, ma, si diceva, di governare le sorti dello Stato.


    Livio « La popolarità fondava la speranza di un consolato senza problemi: ma l'animo umano non si sazia nemmeno con le più belle promesse della sorte, ed egli prese a mirare ad obiettivi ancora più alti e proibiti: poiché il consolato lo si doveva strappare all'opposizione dei senatori, mirava a farsi re. »

    Vennero eletti consoli Tito Quinzio Capitolino Barbato e Agrippa Menenio Lanato e il prefetto dell'Annona Lucio Minucio venne a sapere che Melio stava ammassando armi e macchinava per diventare re, così lo riferì al Senato che rimproverò i consoli precedenti per aver permesso le elargizioni di un privato, e i consoli attuali per non aver scoperto la trama prima del prefetto.

    Quinzio propose allora la nomina di un dittatore, e precisamente di suo fratello Lucio Quinzio Cincinnato, il Senato era favorevole ma Cincinnato, seppure ultraottantenne, infine accettò e nominò magister equitum Gaio Servilio Ahala, che immediatamente lo convocò dal dittatore, ma questi tentò di fuggire e Servilio lo uccise. Cincinnato esclamò: « Gloria a te Gaio Servilio, che hai liberato la Repubblica. »

    SPURIUS MAELIUS
    Cincinnato fece poi convocare il popolo e spiegò il tentativo di colpo di stato.

    I beni di Melio furono confiscati a il ricavato andò all'erario, la sua casa fu distrutta e il terreno libero fu chiamato "Esquimelio" (spianata di Melio) e adibito a mercato degli animali destinati ai sacrifici. A Minucio fu donato "un bove d'oro" (forse da sacrificio con le corna dorate o forse una statuetta collocata alla porta Trigemina). Si vede in effetti una statua togata in cima ad una colonna, cinta di spighe di grano, sulle monete di C. e. T. Minucio Augurino (II sec. a.c.)

    Così lo spazio aperto sul declivio di sud est del colle capitolino, che funzionava da memoriale contro la tirannia, era stato lasciato libero dalle costruzioni e il suo nome commemorava la distruzione della casa dell'aspirante tiranno Spurius Maelius nel 5 a.c,, come narra Varrone nel: "aquata Meli domus". Lo spazio divenne un mercato di buoi da sacrificio, e, come riporta Dionigi, ancora esisteva all'epoca di Augusto. 

    Dionisio riferisce inoltre che a suo tempo il posto, anche se strettamente circondato da case adiacenti, era rimasto libero. Varrone, De origine linguae Latinae 5,157 : "Aequimelium quod aequata Meli domus publico, quod regnum occupare voluit is "

    Qualche dubbio sulla storia permane, per il semplice motivo che Spurio Melio era plebeo ed uno che aspirava al consolato nel V sec. a.c. era certamente malvisto. dato che il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.c. Ci si chiede come un umile plebeo potesse aspirare a diventare console quando le leggi non lo permettevano, figuriamoci re.

    Si ha la sensazione che Melius venne ucciso non perchè potesse diventare re, un tentativo decisamente ridicolo che neppure Cesare con tutto il suo potere osò attuare, ma per aver osato sperare di avere un'alta carica pubblica, magari addirittura console.

    All'Aequimelium si accedeva tramite il Vicus Iugarius. e Pisani Sartorio lo pone  a nord del Forum Bovarium, secondo Coarelli era posto precisamente tra l'Area Sacra di S. Omobono e Piazza della Consolazione. Occupando lo spazio di una sola domus non doveva essere un grande spazio, ma si sa che un'epigrafe ricordava l'evento a monito di chiunque ambisse abbattere la repubblica, il che non impedì ad Augusto di farsi imperator e inaugurare il periodo più felice dell'impero romano.


    L'UCCISIONE DI SPURIO MELIO

    Così 2500 anni fa Roma punì la città ribelle
    Gli eccezionali scavi sulla Prenestina rivelano le vicende di una spietata repressione politica
    di MARIO TORELLI

    "Oggi, grazie ai fortunati scavi condotti da Stefano Musco, della Soprintendenza archeologica di Roma diretta da Giuseppe Proietti, possiamo dire che la prima volta abbiamo sotto gli occhi una straordinaria testimonianza di "cancellazione della memoria di chi attenti alla tirannide", eventi ricordati più volte per il turbolento primo secolo e mezzo di vita di Roma repubblicana.
    Le esplorazioni in questione sono solo il capitolo più recente di un progetto di ricerca pluriennale studiato per l'area dell'antica città di Gabii, gloriosa città latina sulla via Prenestina, ora sobborgo minacciato dall'espansione edilizia della Capitale, e messo in atto con la collaborazione di grandi équipes di tre Università, quelle italiane di Roma Tor Vergata e della Basilicata, e quella statunitense di Michigan, rispettivamente guidate dai professori di archeologia Marco Fabbri, Massimo Osanna e Nicola Terrenato.

    Mentre il gruppo americano si è concentrato con successo su scavi in estensione miranti a chiarire l'impianto e la storia urbanistica di quella città, alle due équipes italiane si deve la sensazionale scoperta che documenta un evento storico parallelo a quello che la tradizione ricorda per Roma per i colpevoli di alto tradimento: il seppellimento rituale della loro dimora. A Gabii, una città legata a filo doppio a Roma, alla fine del VI secolo a. C. è stato cacciato il re e ne è stata cancellata la residenza: e che fosse la reggia della città, sede dell'ultimo re di Gabii, e non la casa di un occasionale eversore dell'ordine costituito, ci viene in qualche modo confermato da una terracotta architettonica con l'immagine del Minotauro, dello stesso stampo di quella adoperata nella Regia di Roma, venuta in luce con pochissimi altri oggetti in uno scavo dove per evidenti ragioni cerimoniali chi ha distrutto l'edificio ha evitato di lasciare anche uno spillo.

    La distruzione è stata, come si è detto, sistematica. Smontato il tetto (tegole e terrecotte architettoniche devono essere state sepolte in una buca al momento ancora non scoperta) e vuotato di ogni suppellettile l'edificio, chi ha condotto l'opera di distruzione ha realizzato intorno alla costruzione un colossale muro di contenimento ad andamento poligonale e ha riempito infine il tutto di pietre, creando così qualcosa tra il tumulo e il piazzale, insomma un vero e proprio Aequimelium di Gabii. Questa complessa operazione ci non ha solo consentito di "vedere" un'azione politico-religiosa arcaica di grande significato storico, ma ci ha permesso di toccare con mano una residenza gentilizia monumentale di VI secolo a.c. costruita in una raffinata tecnica edilizia a lastrine sovrapposte di lapis Gabinus, il celebre tufo di Gabii, e giunta a noi in uno stato di conservazione a dir poco stupefacente. 

    Quando si è fortunati - ma è cosa assai rara - nello scavo di abitati arcaici, come è il caso di siti etruschi minori, troviamo case conservate nelle fondamenta o al massimo per un solo filare di blocchi dell'alzato. La residenza di Gabii, la cui pianta a tre vani in sequenza preceduti da un cortile porticato è identica a quella della Regia di Roma, ha i muri conservati per due metri e oltre, in cui sono giunte fino a noi anche le porte ad arco delle stanze minori. E' auspicabile che presto i cittadini di Roma possano avere un'emozione pari a quella che abbiamo avuto noi nel contemplare un edificio di prestigio di oltre 2500 anni fa giunto a noi quasi intatto."


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    La Villa della Farnesina, ovvero la sezione romana della Villa di Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, sontuosissima domus di epoca augustea, fu riportata alla luce a Trastevere nel 1879, in via della Lungara, nel Rione Trastevere, nel Municipio I.

    La Villa è uno degli edifici più rappresentativi dell'architettura rinascimentale del primo Cinquecento. Progettata da Baldassarre Peruzzi fu il prototipo della villa suburbana romana e, a ricordare i fasti degli Horti Romani, venne affrescata dai migliori pittori del suo tempo: Peruzzi, Sebastiano del Piombo, Raffaello Sanzio e la sua scuola (compreso Giulio Romano) e il Sodoma.

    Il ritrovamento avvenne durante i lavori per la regolamentazione degli argini del Tevere, nei pressi della sede dei Lincei, nel 1880 . I resti della villa furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.

    Sotto a una parte del giardino della Villa Farnesina si sono avuti ritrovamenti archeologici finchè, nel XIX secolo, è emersa la lussuosa casa di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia maggiore. Per aderenza al luogo è stata chiamata Casa della Farnesina ed è particolarmente ricca di affreschi, molti dei quali sono oggi al Museo romano di Palazzo Massimo alle Terme. 

    Finora è stato possibile scavare solo una metà posta sotto i giardini, mentre è sconosciuta la parte sotto le costruzioni di via della Lungara. Sappiamo che non è impossibile scavare al di sotto di queste costruzioni ma sappiamo pure quanto poco si fa in Italia per l'immenso valore culturale di cui dispone.

    SALA NERA

    CASA DELLA FARNESINA

    L'edificio è orientato sull'asse nordest-sudovest lungo il fiume ed aveva il suo asse centrato su una grandiosa esedra, rivolta al fiume in un'interessante combinazione prospettica. 

    Questa struttura era sorretta da tre muri concentrici, con un prospetto esterno a speroni che proseguiva anche oltre un porticato rivolto al fiume sugli avancorpi laterali, o almeno così si presume, avendo scavato quello destro. 

    Il lato verso Trastevere era invece percorso da un lungo criptoportico con loggiate voltate su pilastri. Oltre esso, sulla strada, si trovava una lunga fila di ambienti con cellette per botteghe e magazzini.


    La parte centrale della casa era munita di una piccola corte, dove si aprivano due cubicoli e un oecus (stanza da pranzo). Sull'esedra si apriva un altro cubicolo estivo. 

    ALLEVAMENTO DI DIONISO
    Il resto dell'avancorpo sinistro era occupato da sale di minor pregio e da alcune corti scoperte.
    Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie.

    Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la stessa sequenza degli ambienti che si potevano scorgere all'epoca, percorrendo il lungo criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.

    La villa ricorda sicuramente la villa dei Misteri di Pompei o i "quadretti di paesaggio" di Pompei, col gusto scenografico ellenistico, specialmente nelle ville che si affacciavano sul mare o su una valle, anche se qui si affaccia sul Tevere. 

    Anche qui il centro è occupato da esedre bordate da loggiati.

    I molti richiami al mondo egizio che appaiono nelle decorazioni della villa riguardano sia il gusto, cioè la moda di allora, sia la celebrazione della conquista dell’Egitto, ad opera dello stesso generale Marco Vipsanio Agrippa, artefice della vittoria ad Azio. 

    Gli affreschi, esemplari della grande pittura di età imperiale a Roma, sono una combinazione tra il II e il III stile della pittura muraria romana. Essi sono in parte composti da scene mitologiche centrali su uno sfondo bianco, che sono circondate da fasce rosse. Nello sfondo sono rappresentati colonne ed altri elementi architettonici, come festoni, piante, uccelli e animali mitologici.


    SALA NERA


    LA SALA NERA

    Tra le stanze della casa c'è una grande sala decorata con pitture a sfondo nero, in campi divisi da esili colonnine dipinte. 

    In basso uno zoccolo è ornato con motivi a meandro. 
    Particolarmente interessante è il fregio con scene egiziane, incentrate probabilmente sul tema del saggio giudice, che sembrano illustrare un testo letterario che non ci è noto, forse un popolare romanzo alessandrino. 

    In generale le scene sono composte da una prima parte, dove si vede l'insorgere della controversia, e una seconda dove si vede il giudizio vero e proprio.

    Il fondo monocromatico e la funzione puramente decorativa dell'esile intelaiatura architettonica colloca queste pitture nel  "terzo stile pompeiano",  con le pareti concepite unitariamente invece che come pretesto per i giochi prospettici. La stesura poi "a macchie", molto ricercata, ha i suoi modelli
    nell'ambiente egiziano del I secolo a.c.

    Nella sala nera è conservato pure una parte del pregiato pavimento musivo a tessere bianche e meandri geometrici.




    IL CUBICOLO B

    Il cosiddetto cubicolo "B" ha una parete di fondo con pitture ben conservate. Una firma sulla parete reca il nome di uno dei pittori dell'atelier che realizzarono la decorazione, Seleukos, nome di origine siriaca. 

    La parete è tripartita verticalmente, secondo uno schema consueto, ma non ha alcune prospettiva illusionistica tipica del II stile. 

    CUBICOLO B
    La parte centrale presenta infatti un'edicola dipinta con un quadro, che non allude a un paesaggio retrostante. 

    In basso è dipinto uno zoccolo e i pannelli sono a sfondo rosso; in lato la parte centrale è decorata da timpano, mentre quelle laterali sporgono con due corpi dove si aprono nicchie e edicolette. 

    In lato al centro presenta uno sfondo scuro sul quale si stagliano esili vittorie alate e un colonnato prospettico appena accennato.

    La scena nel quadro centrale è un episodio dell'infanzia di Dioniso, tratto da un originale greco del IV secolo a.c., mentre due quadretti laterali, sorretto da genietti femminili alati, hanno sfondo bianco e scene di gineceo disegnate in uno stile arcaizzante, ripreso da originali del V secolo a.c. 

    Colpisce l'elemento eclettico della decorazioni: grandi superfici di colore e intelaiatura architettonica esile tipica del III stile, decorazioni accessorie neoattiche (genietti, vittorie, acroterii, racemi...) e quadri classici riprodotti in grande dimensione. Lo stile classicista delle pitture le datano al 30-20 a.c.




    LE PITTURE DI GIARDINO

    Sempre nella Casa della Farnesina sono stati rinvenuti alcuni frammenti di pitture di giardino di poco posteriori a quelli famosissimi di Livia.

    Nel 40-20 a.c., nella Villa di Livia a Prima Porta a Roma, venne scoperto nel 1863 un ninfeo sotterraneo ricco di splendidi affreschi raffiguranti scene di giardino.

    Di stile simile dovevano essere gli affreschi della Casa di Agrippa in cui si ritrovano due fontane marmoree a forma di vaso, di forma simile a quelle classiche greche.

    Le fontane accolgono un tranquillo zampillo d'acqua e si stagliano sopra il verde di un giardino ornato e diviso da incannucciate di bambù molto simili a quelle dei più sofisticati giardini moderni.

    L'effetto scenografico era di riposare in una stanza immaginando, con l'aiuto delle pareti affrescate, di giacere in mezzo ad un rigoglioso giardino, pieno di piante fiori e uccellini.

    GLI STICCHI


    GLI STUCCHI

    I cubicoli "B", "D" ed "E" erano coperti da volte a botte coperte da stucchi, oggi giustamente staccati e conservati al Museo delle Terme.

    La decorazione è organizzata in zone piccole e grandi di forma quadrata, rettangolare e a meandri, coi bordi composti da leggeri kymatia.

    I riquadri minori presentano motivi di carattere arcaicista o grottesco, con Vittorie alate, amorini, grifi, Arimaspi (cioè ciclopi), candelabri, girali. 

    I riquadri maggiori sono invece decorati da paesaggi idilliaci (cubicoli "B", "D" e angoli dell'"E"),  scene dionisiache (angoli dei cubicoli "B" e "D") e scene del mito di Fetonte (centro del cubicolo "E").

    Nel "D"è particolarmente rappresentativo il pannello centrale con la scena di iniziazione dionisiaca, con un sileno nell'atto di compiere la "mystica vannus" alla presenza di un fanciullo col capo coperto, l'iniziato, di una donna patrocinante e di un inserviente. 

    Sembra si trattasse dell'iniziazione di Cesarione, il figlio di Cesare e Cleopatra.

    Lo sfondo è essenziale, con un platano (albero dionisiaco), un pilastro (a sinistra) e una quinta con tendaggi (a destra). 
    Si assiste in queste scene a tendenze in atto anche in pittura quali l'assottigliamento degli elementi e la rarefazione della composizione. 

    Particolarmente curata è la disposizione simmetrica e la resa dei dettagli nonostante il bassissimo rilievo, che testimonia il livello raggiunto nell'età augustea in questo tipo di decorazione.

    OECUS

    LA CASA SUL FIUME

    Viene da pensare che al tempo di Augusto la zona dove si trova la casa di Vipsanio era piuttosto lontano
    dal centro della città. Non dimentichiamo che il quartiere trasteverino era al di fuori della Roma che contava, tanto che poi rimase fuori pure delle mura aureliane

    Come mai allora una casa così lussuosa si trovava nel quartiere transtiberino, un quartiere povero, con strade sporche, e soprattutto esposta alle inondazioni del Tevere, nonchè isolata dal centro della città?
    CUBICOLO D LATO DESTRO
    Molti se lo sono chiesto e hanno portato alcune risposte. 

    Si dice che la costruzione di una casa in una tale zona malsana era un modo chiaro per mostrare la ricchezza del proprietario, perché la costruzione non richiedeva cure continue e costose per
    per preservare la funzionalità e la bellezza.

    CUBICOLO A
    Ma non ci convince, Vipsanio era ricchissimo e poteva ben permettersi una villa al centro dell'urbe e pure il suo mantenimento.
    Per altri la casa fu costruita in una località così isolata per sfuggire al rumore e i pettegolezzi della città e di essere al sicuro da occhi indiscreti, così come dalla vita politica frenetica.

    La casa è stata costruita secondo il gusto più squisito di quel tempo e decorata dai migliori artisti
    vive a Roma. 
    Era piena di portici, esedre, palestre, e cabine e coperto con dipinti, stucchi, e
    terracotta della più grande finezza.

    Macrobio ha riportato in un commento che il futuro imperatore Augusto diceva che aveva due figlie amate da affrontare-la Repubblica e Julia.

    All'età di quattordici nel 25 ac, Julia era sposato fuori ad un cugino che aveva tre anni più di lei, Marcus
    Claudio Marcello.
    Il marito di Julia era il nipote prediletto e successore designato di Augusto, ma morì solo due anni
    dopo il matrimonio.

    OECUS ROSSO

    Poi, nel 21 a.c., Julia-che aveva 18 anni, sposato Agrippa, l'amico più fidato di Augusto. Agrippa veniva da una famiglia di rango modesto ma divenne importante e potente sotto Augusto.

    Il matrimonio era stato quindi un passo necessario per imbrigliare il potere del generale. 

    Come racconta, nel tentativo di renderlo consapevole della delicatezza della situazione, il suo consigliere, Mecenate, disse ad Augusto, "Hai fatto Agrippa così grande che dovrebbe diventare tuo genero o essere ucciso. "

    PARTICOLARE DELL'OECUS
    Iulia era una tipina che amava la mondanità, ma amò, nonostante la differenza di età, Vipsanio Agrippa e per lui poteva ben seguirlo nella casa che lui preferiva. 

    E la casa che Vipsanio preferiva era quella sul Tevere da cui poteva rapidamente essere condotto a mare per controllare o guidare la sua potente flotta di Miseno che aveva già condotto in tante battaglie.

    Vipsanio era uomo di guerra, per giunta di modeste origini, non amava la mondanità ma amava la vita del generale, e soprattutto amava il mare. Dovendo vivere a Roma si accontentò del Tevere, un po' come fece Cesare una volta tornato in patria a godersi la pace e la sua Cleopatra nei famosi Horti Cesariani sulla riva del fiume.




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  • 10/25/17--06:12: PUBLIO VENTIDIO BASSO
  • MONETA DI VENTIDIO BASSO

    Qualifica: Generale e Politico
    Nome: Publius Ventidius Bassus
    Nascita: Asculum nel 90 a.c.
    Morte: intorno al 27 a.c.
    Figli: Caio Basso
    Padre: Publio Ventidio Basso Senior
    Gens: Bassi



    LE ORIGINI

    Publio Ventidio Basso, ovvero Publius Ventidius Bassus, nacque ad Asculum (Ascoli Piceno), nel 90 a.c., come attesta lo storico Sebastiano Andreantonelli, nel Libro IV della Historiae Asculane, che lo identifica come il figlio del comandante militare Publio Ventidio Basso Senior.

    Secondo alcuni autori ebbe umili  origini, secondo altri fu figlio di un pretore dell'esercito italico durante la guerra sociale. Il padre di Ventidio, Publio Ventidio Basso Senior, avrebbe preso parte, sotto il comando di Tito Lafrenio e Gaio Vidacilio ai combattimenti nel Piceno durante i quali venne inizialmente sconfitto nei pressi di Falerona nel 90 a.c. da Gneo Pompeo Strabone che fu costretto a ripiegare nella città di Fermo

    Ventidio senior sembra fosse luogotenente di Quinto Poppedio Silone e Gaio Papio Mutilo, i due comandanti in capo degli eserciti italici durante la guerra contro Roma, ma in questa guerra trovò la morte.

    Le fonti antiche narrano che Ventidio, catturato ancora bambino dopo la distruzione di Ascoli Piceno, fu fatto sfilare insieme alla madre vedova durante il trionfo di Pompeo Strabone dell'89 a.c. Ebbe un'infanzia molto povera ma stranamente ricevette, dicono, una buona erudizione. Questo sembra contrastare col fatto che a Roma da ragazzo fece il garzone addetto alle stalle, poi fece il mulattiere trasportando le merci sui muli per l'esercito romano.

    In ogni caso la morte del padre, la povertà e le umiliazioni anzichè abbatterlo gli dettero la forza di lottare per emergere dalla sua squallida posizione, fornito però di grande volontà e intelligenza. La sua fortuna girò decisamente quando lavorò per l'esercito di Giulio Cesare che, grande conoscitore di uomini, lo notò per il modo innovativo con cui organizzava i carichi sui carri trainati dai muli. Si sa che Cesare si interessava di tutto ed era curioso di tutto e di tutti.

    Fu colpito dal ragazzo che aveva cercato di ottimizzare il suo lavoro, e Cesare sapeva che ogni particolare nell'esercito era importante per ottenere le vittorie, perfino il modo in cui venivano stipati i carri. Fece delle domande al ragazzo e ne notò la perspicacia, la determinazione e la prontezza. Cesare lo valorizzò nel migliore dei modi, perchè gli propose di diventare legionario, e Ventidio accettò con grande entusiasmo.



    IL CURSUM HONORUM

    CESARE
    Seguì il suo generale nella conquista della Gallia facendosi notare per il coraggio e la sagacia. Si sa che Cesare, al contrario di molti suoi predecessori, non badava al rango dei soldati e faceva fare carriera anche ai più umili se lo meritavano. Così Ventidio, grazie a Cesare, divenne ufficiale, dimostrando una grande sagacia nelle operazioni militari, fino a guadagnarsi il titolo di generale.

    Come tale combatté al fianco di Cesare non solo in Gallia ma anche durante la guerra civile, sempre dalla parte di Cesare e dei populares, tanto che potè entrare nel senato come tribuno della plebe. In seguito, grazie soprattutto all'amicizia di Cesare, venne nominato pretore, poi pontefice e infine console.

    Alla morte di Cesare divenne uno dei principali luogotenenti di Marco Antonio, dimostrandosi ancora ottimo stratega soprattutto durante la guerra di Modena e la campagna contro i Parti del 39-38 a.c. durante la quale sconfisse i Parti più volte e definitivamente, vendicando la sconfitta di Crasso a Carre del 53 a.c.



    GUERRA AI PARTI

    Con la riconciliazione e la divisione della Repubblica romana tra Ottaviano, Emilio Lepido e Marco Antonio nel 40 a.c., a quest'ultimo toccò l'Oriente con tutti i territori da Scodra, città dell'Illirico, fino alle rive dell'Eufrate.

    Marco Antonio, impegnato a Roma, inviò in avanscoperta (nel 39 a.c.), il luogotenente Publio Ventidio Basso per contrastare le recenti incursioni dei Parti di Orode II in Siria, tra i quali si era rifugiato, dopo la battaglia di Filippi del 42 a.c., anche il figlio di Tito Labieno, Quinto Labieno.

    Ventidio, percorsa l'Asia romana, si scontrò con le armate di Quinto Labieno e dei Parti, che, superando le più rosee aspettative, riuscì a battere in due anni di campagne, nel 39 a.c., sul Monte Tauro, e il 9 giugno del 38 a.c. nella battaglia finale del Monte Gindaro dove il re partico Pacoro I venne ucciso.

    Il trionfo di Ventidio sui Parti  fu celebrato da molti autori, tra cui Plutarco ed Appiano, mentre venne fortemente biasimato da Cestio Pio e da Cicerone. Quest'ultimo nelle Filippiche lo cita più volte come chi visse in uno stato d'indigenza e fu “mulattiere militare addetto ai rifornimenti”. Ma ciò anzichè essere motivo di maggior valore, fu per lo snobismo di Cicerone degno di disprezzo.  Planco, a sua volta, criticò Cicerone per queste affermazioni ritenendo che egli lo considerasse suo nemico.Ventidio, infatti, fu l'unico che pensò e tentò di arrestarlo durante la campagna denigratoria che questi ordì nella città di Roma contro Antonio, dopo la morte di Cesare. Di ciò riferisce solo Appiano.

    QUINTO LABIENO
    Ventidio era diventato , come tutti i grandi generali, immensamente ricco, con fastose ville a Rom e a Tivoli, villa di proprietà poi del figlio Caio Basso. Cassio Dione narra che il console visse a Roma in un elegante palazzo che ristrutturò dopo la devastazione di un incendio abbellendola di belle statue avute in prestito da Cesare.

    Dione racconta che Ventidio non le rese indietro quando Cesare le richiese adducendo di non avere schiavi sufficienti per il trasporto e lo invitò a provvedere con i suoi servitori. Cesare  rinunciò a riaverle per il timore di essere accusato di peculato (appropriazione indebita da parte di un pubblico ufficiale).

    Questa appare però poco credibile, sia per la cosa in sè, sia per il carattere di Cesare e sia per il potere di Cesare. Prestare delle statue sembra di per sè insensato, non è il servizio d'argento che si può prestare ad un amico che ha un pranzo ufficiale, perchè a tutt'oggi spostarle richiede ditte specializzate che si occupa solo di quel settore. Inoltre Cesare che si fa truffare le statue non è verosimile, con il suo carattere più che coraggioso temerario. Inoltre Cesare ebbe un vasto potere, era il comandante di Ventidio e divenne il dictator di Roma. Chi avrebbe mai potuto accusarlo?

    « Eamque rem tam intolerantem tulisse popolum Romanum, qui Ventidium Bassum meminerat curandis mulis victiasse, ut vulgo per vias urbis versiculi proscriberentur: Concurrite omnes augures, haruspices! Portentum inusitatum conflatum est recens: nam mulos qui fricabat, consul factus est. »

    « Questo successo fu così inviso al popolo romano, memore del fatto che un tempo Ventidio Basso tirava avanti occupandosi di muli, che dappertutto per le strade della città si trovavano scritti questi versi: Accorrete, àuguri tutti e aruspici! È avvenuto proprio adesso un prodigio straordinario: quello che strigliava i muli è stato eletto console! »
    (Aulo Gellio, Le notti attiche)

    Anche qui pensiamo ci sia un'esagerazione,nel senso che alla plebe faceva enorme piacere che un plebeo si arricchisse, era agli aristocratici che dava fastidio, infatti Cicerone era un optimates, e pure molto razzista. Tanto è vero che alla morte di Ventidio tutto il popolo romano lo pianse.

    Venne favorito prima da Cesare diventando pretore nel 44 a.c., per essersi messo in luce durante la guerra civile e poi, dopo la morte di Cesare, da Marco Antonio che lo volle console suffetto nel 43 a.c.. Però quando Antonio partì per l'Egitto nel 41 a.c. fu poco propenso ad aiutare il fratello di Marco Antonio, Lucio Antonio e la moglie Fulvia contro Ottaviano durante la seconda guerra civile.

    Campagne partiche di Ventidio Basso.
    « Che altro infatti, fuori della strage di Crasso, compensata dalla perdita di Pacoro, ci potrebbe contrapporre l'Oriente, piegato sotto i piedi di un Ventidio? »
    (Tacito, Germania, XXXVII, 4)

    Chiamato in Oriente da Antonio nel 39 a.c., condusse una campagna militare contro i Parti con grande successo. Infatti Ventidio, percorsa l'Asia romana, venne a scontrarsi con le armate di Quinto Labieno e dei Parti, che riuscì a battere separatamente presso il monte Tauro. Ottenuta la vittoria, inviò la cavalleria romana, guidata da un certo Pompedio Silo, fino al passo del Mons Amanus, dove si trovava l'esercito nemico, ma venne attaccata dalle truppe dei Parti guidate dal, luogotenente di Pacoro I.

    MARCO ANTONIO
    Stava per trasformarsi in una strage ma Ventidio venne precipitosamente in soccorso e riuscì a battere le truppe dei Parti ed a respingere l'attacco. Poi riconquistò la Siria e la Palestina ed a trascorrervi l'inverno del 39-38 a.c., senza alcun riconoscimento da parte del Senato.

    L'anno successivo Ventidio continuò la campagna contro i Parti riuscendo a battere, nell'anniversario della battaglia di Carre (9 giugno del 38 a.C.), Pacoro I ed il suo luogotenente , presso Gindaro (Cyrrhestica), a 50 km ad est di Antiochia.

    Plutarco: « Il suo successo, che diventò uno dei più celebrati, diede ai Romani piena soddisfazione per il disastro subito con Crasso, e colpì i Parti ancora fino ai confini con la Media e la Mesopotamia, dopo averli sconfitti in tre successive battaglie.

    Ventidio decise comunque di non inseguire ulteriormente i Parti, perché temeva di suscitare la gelosia di Antonio; e così decise di attaccare e sottomettere le popolazioni che si erano ribellate a Roma, e di assediare Antioco I di Commagene nella città di Samosata Ventidio è l'unico generale romano che ad oggi abbia celebrato un trionfo sui Parti. »

    (Plutarco, Vite parallele - Marco Antonio, 34)

    I Parti indietreggiarono rinunciando alle sponde del mar Mediterraneo, mentre Ventidio tornò a Roma per celebrare il trionfo, dopodichè si ritirò a vita privata. La sua morte addolorò molto i romani che lo onorarono con un funerale pubblico, e le matrone romane vestirono a lutto per lui.



    ASCOLI PICENO

    Ad Ascoli Piceno Antonio Migliori, studioso e antiquario, fece realizzare una statua di marmo con questo epigramma:

     «P. VENTIDIO. P. VENTIDII. F. BASSO. PRIMA. SVB. C. IVLIO CAESARE. IN GALLIIS. STI. PENDIA. MERITO. PONT. MAX. PRAETORI. SIMVL. ET. EODEM. ANNO. IN. OCTAVIANI. AVG. LOCVM. COS. SVFFECTO. M. ANTONII. IIIVIRI. LEGATO. M. LICINII. CRASSI. NECIS. VINDICI. PACORI. ORODIS. REGIS. F. INTERFECTORI. PRIMO. DE. PARTHIS. GLORIOSISSIMO. TRIVMPHATORI. ANTONIVS. MELIORIVS. ASCVLANVS. AD. TANTI. IMPERATORIS. MEMEORIAM. RENOVANDAM. CIVIVMQVE. ANIMOS. AD. AEMVLATIONEM. EXCITNDOS. STATVAM. HANC. MARMOREAM. EREXIT. ANNO. DOMMINI. MDCXV.»

    «A Publio Ventidio Basso, figlio di Publio Ventidio, che iniziò la carriera militare sotto Giulio Cesare nelle Gallie, pontefice massimo, contemporaneamente pretore e nel medesimo anno console sostituto in luogo di Ottaviano Augusto, legato al triumviro Marco Antonio, vendicatore della morte di Licinio Crasso, uccisore di Pacoro, figlio di Erode, primo gloriosissimo trionfatore sui Parti, Antonio Migliori ascolano, per rinnovare la memoria di un così grande generale e per incitare gli animi dei cittadini all'emulazione, eresse questa statua marmorea nell'anno del Signore 1615.».

    L'Andre Antonelli narra anche di un simulacro custodito presso la chiesa di Sant'Ilario in cui erano ritratti i consoli Ventidio Basso e Lucio Tario Rufo, anch'egli ascolano, con le mani unite. La pietra monumentale fu spezzata e distrutta da ignoti che credevano potesse celare un tesoro.

    Nella Pinacoteca civica di Ascoli è conservato ed esposto il busto del generale romano eseguito, in marmo bicolore, dallo scultore Serafino Tramezzini, di Ventidio Basso in toga. Ascoli Piceno ha intitolato a suo nome una piazza del centro storico ed il teatro comunale.



    DENARIO DI VENTIDIO BASSO

    Al dritto è raffigurata la testa di Marco Antonio e c'è la legenda M · (ANT) IM · III · V · R · P [· C],
    cioè " Marco Antonio, imperatore, triumviro per la restaurazione della repubblica ", che era la carica ricoperta in quel momento da Marco Antonio. A sinistra è raffigurato un lituo, appartenente al collegio degli auguri ed è presente anche in altre monete del triumviro.
    Al rovescio la legenda
    [P] VE(NT)IDI(VS) PO(NT) IMP
    è intorno a una figura giovanile che indossa una clamide e che si ritiene sia Iuppiter Victor. Nella mano sinistra tiene uno scettro e nella mano destra un ramo di ulivo.
    La coniazione dovrebbe essere di una zecca dell'esercito al comando di Ventidio nell'oriente, nel 39 a.c.


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  • 10/26/17--05:50: I PORTI ROMANI
  • IL PORTO DI CAESAREA MARITIMA

    Un Porto è una struttura naturale o artificiale posta sul litorale marittimo, lacustre o fluviale, che consenta l'approdo, l'ormeggio e la protezione dalle tempeste ai mezzi marittimi, facilitando il carico e lo scarico di merci e di persone.

    Nelle costruzioni di porti, moli, magazzini ecc. i Romani svilupparono una branca importante della loro grandiosa maestria di architetti ed edificatori, con tecniche straordinarie ed innovative, sia nell'ingegneria navale, che nell'ingegneria marittima e costiera.
    In tutte le coste del Mediterraneo e dell’Oceano costruirono nuovi porti marittimi e fluviali, ristrutturando e ampliando i vecchi con la costruzione di moli, dighe e scali, non solo seguendo i canoni descritti da Vitruvio nel suo trattato sull’architettura, ma creandone di nuovi.

    Ve ne sono ampie testimonianze su tutte le coste che appartennero all’impero romano, che tuttora custodiscono molti resti di porti e fari dell’antica Roma, in parte studiati e recuperati, in parte visibili solo sott'acqua, coperti dal mare per il lento fenomeno del bradisismo sul Tirreno che nasconde e mette a repentaglio opere d'arte incommensurabili.

    La costa tirrenica è piena di moli, torri e resti di ville romane sulle spiagge, barbaramente distrutte dai vari palazzinari col beneplacito dei comuni e dello stato, o lasciate a a marcire sott'acqua per non salvare opere eccezionali come le ville imperiali di Posillipo.

    Ma la maggior parte, ed è un bene, giace sepolta sotto terra o sotto le spiagge, perchè lo stato non reputa vantaggioso investire nell'archeologia, nonostante abbiamo un patrimonio apprezzato in tutto il mondo. Diciamo che è un bene perchè dall'Italia prendono il volo misteriosamente statue alte 4 m e mezzo, vedi la statua di Vibia, che pesano svariate tonnellate e che svaniscono dai musei senza che nessuno sappia nulla, come se un visitatore se le fosse messe sotto braccio e via fuori dal museo.



    I TIPI DI PORTI

    Portus era il porto edificato dall'uomo, e plagia gli approdi naturali, cioè tratti di costa favorevoli per il riparo e il rifornimento delle navi, prive di parti edificate. Di solito i porti nascevano e si sviluppavano accanto alle città, oppure accanto ad un santuario famoso, o iniziava come scalo commerciale di una vasta zona retrostante, e la città si sviluppava accanto ad essi.

    Quando poi la città per ragioni di difesa,sorgeva nell'entro terra, a non grande distanza dal mare, il porto veniva realizzato sulla costa ad essa più vicina. Spesso poi la città importante sorgeva su un fiume, non troppo lontano dalla sua foce al mare. Così il commercio e il traffico in genere iniziava dal fiume per proseguire direttamente in mare.

    Col tempo i porti si arricchirono di nuove strutture: l’ emporio per il commercio e l’arsenale per la costruzione, il ricovero e la manutenzione dei navigli, soprattutto da guerra. Queste strutture divennero così preziose da includerle dentro entro le mura della città stessa, salvandoli così dalle rapine dei pirati o dei nemici.
    .
    Le infrastrutture dei porti come moli, banchine e ormeggi ebbero due importanti funzioni, una marittima e una militare. Con il perfezionamento della tecnica costruttiva dei Romani, questi poterono costruire i porti non solo dove il terreno li favoriva, ma anche del tutto artificialmente.

    I Romani, infatti, rivoluzionarono l'edificabilità dei porti (e non solo), attraverso la costruzione di strutture monolitiche subacquee servendosi di una tecnica di invenzione romana: l’ opus caementicium. Questa permise loro di realizzare dighe solide di geometria variabile, anche curvilinea, a difesa di porti totalmente esterni.

    Oggi le coste del Mediterraneo conservano numerose tracce di questa eredità, alcune delle quali sommerse o semisommerse; altre, invece, rioccupate e trasformate in età tardoantica, medioevale, rinascimentale, e talune ancora utilizzate.

    IL PORTO DI LEPTIS MAGNA

    TECNICHE COSTRUTTIVE 

     Le tecniche costruttive ci vengono narrate da Vitruvuio ;le infrastrutture portuali. potevano essere costruite in tre “modi” fondamentali. Egli descrive la tecnica dell’impasto delle malte idrauliche, ottenute mediante l’impiego della calce mescolata con la pozzolana invece che con la sabbia. La qualità dell’impasto era dovuta all’utilizzo della pozzolana, pulvis puteolanus, d’origine vulcanica tipico sia dei Campi flegrei che dell'area tra Cuma e Sorrento.


    1) Cassaforma mondata

     Un primo tipo di cassaforma per malta idraulica veniva costruita direttamente in acqua: il iniziava col conficcare sul fondale dei pali verticali (destinae) che dovevano sostenere e  ancorare la struttura al fondo marino. A questi pali verticali venivano collegate travi trasversali (catenae), per contenere le spinte esercitate dall’interno all’esterno dalla cassaforma mentre il cemento era ancora fresco..

    Quindi, lungo il perimetro esterno di questi travi verticali e orizzontali, venivano serrati i tavolati che costituivano le pareti della cassaforma (arca), collegati alle catenae. All'esterno dei tavolati venivano posti altri travi, questa volta di quercia e obliqui, conficcati nel fondale (stipites), che fungevano da speroni per ulteriore contenimento delle spinte interno-esterno..

    A questo punto, il cemento misto a pietre, calce e pozzolana, veniva gettato in acqua.dentro la cassaforma, come confermano le impronte delle assi di legno nei resti archeologici. Si procedeva poi per casseforme accostate.


    2) Cassaforma stagnata 

    In assenza di pozzolana, Vitruvio suggerisce la cassa-forma stagnata, realizzata da pareti a doppia paratia con l’intercapedine riempita di argilla mista ad alghe di palude. Prima di introdurre il composto, la cassaforma doveva essere svuotata dall’acqua mediante una coclea (= vite di Archimede) e ruote acquarie, poi si lasciava asciugare per quanto possibile. Si procedeva poi allo scavo delle fondazioni e si riempiva il tutto con un conglomerato di sabbia e calce. Questo metodo sostituiva le lunghe murature dei moli, con la costruzione di pilae.


    3) Costruzione a "blocchi prefabbricati" 

    Come si vede i blocchi prefabbricati non sono di ideazione moderna perchè già li aveva ideati Vitruvio. da far cadere in mare direttamente dalla terraferma o dal limitare delle banchine, per limitare l’avanzamento dell'acqua:

    "Qualora invece, per via delle onde e della forza del mare aperto, le palificate non avessero potuto trattenere le casseforme, allora dalla terraferma o dalla banchina si costruisca quanto più solidamente possibile un basamento; questo basamento si costruisca in modo che abbia una superficie, per meno della metà in piano, e il resto, la parte verso la spiaggia, inclinata. Quindi, sul fronte a mare e sui lati si costruiscano al basamento degli argini, allo stesso livello della superficie in piano descritta sopra, larghi circa un piede e mezzo; poi l'inclinazione sia riportata con della sabbia alla quota dell'argine e del piano del basamento. Quindi sopra questo piano si costruisca un blocco, grande quanto si sarà stabilito; quando sarà pronto, lo si lasci a tirare per almeno due mesi. Allora si demolisca l'argine che contiene la sabbia; in questo modo la sabbia, dilavata dalle onde, provocherà la caduta in mare del blocco. Con questo sistema, ogni volta che servirà si potrà ottenere un avanzamento in mare"


    (''Sin autem propter fluctus aut impetus aperti pelagi destinae arcas non potuerint continere, tunc ab ipsa terra sive crepidine puivinus quam firmissime struatur, isque puivinus exaequata strnatur planitia minus quam dimidiae partis, reliquum, quod est proxime litus, proclinatum latus habeat. Deinde ab ipsam aquam et latera puivino circiter sesquipedales margines strnantur aequilibres ex planitia, quae est su pra scritta; tunc proclinatio ea impleatur harena et exaequetur cum margine et planitia puivini. Deinde insuper eam exaequationem pila, quam magna constituta faerit, ibi strnatur; eaque cum erit extrurta, relinquatur ne minus duos menses, ut siccescat. Tunc autem succidatur margo, qune sustinet harenam; ita harena fluctibus subruta efficiet in mare pilue praecipitationem. Hac ratione, quotienscumque opus fuerit, in aquam poterit esse progressus.'')
    (Vitruvio - De architectura (V, XII)


    4) Altri metodi

    Accanto all'uso dell’opus caementicium vi fu però anche quello classico greco dei blocchi di pietra rafforzati però con la malta, come si usò ad esempio per il porto di Leptis Magna in Libia.

    Oppure venivano costruite delle casseforme in blocchi di pietra riempite con gettate cementizie, come si è notato in diversi restauri condotti dai Romani in strutture portuali greche.

    In altri siti gli impianti portuali venivano scavati direttamente in banchi rocciosi: come ad esempio nel porto di Ventotene.

    Alcune strutture invece vennero costruite totalmente in legno, in ambiente fluviale e lacustre; con casseforme lignee riempite di terra e detriti, come ad esempio nel porto di Marsiglia in Francia.

    Le opere in cementizio furono comunque le più utilizzate grazie alla facilità di assemblaggio delle casseforme lignee che, appoggiandosi a strutture già solide, si potevano adoperare casseforme con solo tre o due lati, a volte anche con una sola parete; praticamente una costruzione di moli a moduli



    I MOLI

    RESTI DI UN MOLO ROMANO A SAN CATALDO
    Il Molo è una costruzione situata su un oceano, un mare, un lago, o un fiume, che si protende dalla terraferma verso lo specchio acqueo, la cui principale funzione è quella di fungere da ormeggio alle imbarcazioni per consentire la discesa sulla terraferma dei passeggeri e lo scarico delle merci al riparo del moto ondoso.

    I moli potevano essere esterni ed interni.
    I moli esterni, in genere protetti da blocchi di cemento o da grandi pietre frangiflutti servivano per proteggere dalle onde.  I moli interni e le banchine servivano per attraccare le navi e consentire di salire e scendere o caricare e scaricare.



    LE BANCHINE

    La Banchina portuale è quella parte del porto o della rada prospiciente all'acqua che permette di accostare in sicurezza alla terraferma navi o natanti e fissarli per l'imbarco e lo sbarco delle persone o delle merci al riparo del moto ondoso. Può essere realizzata in cemento armato o in legno. Per consentire l'ormeggio, la banchina è attrezzata con anelli di ormeggio.



    LE DARSENE

    La darsena, nei porti militari o mercantili, è uno specchio d'acqua interno al porto, limitato da dighe e banchine, attrezzato per il ricovero di navi in avaria o in disuso. Di ampio uso già in epoca romana, non mancava mai nei grandi porti..



    LE DIGHE FORANEE

    Una diga foranea è un'opera di sbarramento prospiciente un porto, onde proteggere la costa smorzando l'intensità del moto ondoso ma può anche avere il compito di garantire protezione militare. Veniva usata in alternanza ai moli. Le dighe foranee sono di solito costruite sul mare, ma ne esistono anche di lacustri.

    Il termine foranea indica la natura della costruzione, che attiene al porto ma si trova al di fuori di esso. La diga foranea era già conosciuta ed applicata in epoca romana, e ne è stata reperita una attinente al porto di Rimini

    PORTO DI PUTEOLI TRATTO DA UN AFFRESCO ROMANO

    IL PORTO DI PUTEOLI

    Tra le installazioni portuali romane, una delle più rappresentative della capacità tecnica dei Romani è certamente quella di Pozzuoli, l’antica Puteoli.

    La buona posizione geografica e la vicinanza con Roma, permisero alla città flegrea di diventare, nel giro di pochi anni, il principale porto di Roma.

    Divenne infatti tappa obbligata delle merci provenienti dall’Oriente e, successivamente, dai mercati occidentali.

    Ai piedi dell’attuale Rione Terra il porto si divideva in due parti: a sud, i bacini, dove ancora oggi con mare calmo e limpido si intravedono i resti sommersi di una doppia fila di pilae che dovevano servire da strutture frangiflutti e, a nord, lo scalo vero e proprio, l’emporium. cioè i magazzini per lo stoccaggio, i mercati e le taverne, aperto sul mare ma protetto contro i venti di scirocco dal cosiddetto molo “caligoliano”.

    Tale struttura era costituita da almeno quindici pilastri (pilae) costruiti in opera a getto cementata con la pozzolana mista a mattoni e piccole pietre di tufo amalgamate nel cementizio o solo tufo e cementizio e collegati da arcate.

    Queste sono edificate col medesimo materiale adoperato per i piloni salvo le grandi pietre o mattoni degli archivolti; la larghezza del molo era di circa 15 metri e la lunghezza complessiva di 372 metri. La struttura si concludeva con un arco di trionfo e forse un faro, così come viene rappresentato nell’iconografia antica.

    PORTO DI CLAUDIO AD OSTIA

    IL PORTO DI CLAUDIO DI OSTIA

    Il porto ostiense di Claudio, inaugurato nel 64 d.c., è rappresentato nelle monete battute in occasione dell’inaugurazione della struttura ai tempi di Nerone. Purtroppo ci sono diverse raffigurazioni dello stesso soggetto, ma ciononostante si riesce a farsi un’idea della struttura generale.

    Il bacino portuale è racchiuso a sinistra da un braccio su cui poggiano edifici e un portico a volte, che rappresenta probabilmente un fronte di fabbricati di servizio portuale, simile a quelli che si scorgono su altre monete e che compaiono nelle stesse illustrazioni della Tabula; in un altro moneta con lo stesso porto rappresentato, si nota che il lato sinistro si trasforma in un portico colonnato, mentre il braccio destro ha l''aspetto di molo ad arcate.

    Il bacino portuale, di circa 150 ettari, fu scavato in parte nella terra ferma, in parte racchiuso verso mare da due moli curvilinei convergenti verso l’ingresso. Qui, su un’isola artificiale, sorgeva un gigantesco faro, simile al celebre faro di Alessandria d’Egitto, che segnalava ai naviganti l’ingresso del bacino. Almeno due canali artificiali (le fossae ricordate da un’iscrizione del 46 d.c.) assicuravano il collegamento tra il mare, il porto di Claudio e il Tevere. 

    Le fondazioni del molo destro (o settentrionale) sono ancor oggi visibili alle spalle del Museo delle Navi per un’estensione di circa un chilometro verso occidente. Mentre sulla banchina che delimitava il bacino portuale verso terra sono visitabili alcune delle strutture portuali come la Capitaneria di porto, una cisterna e degli edifici termali, tutte realizzate, però, in un’epoca posteriore (II sec. d.c.) all’impianto di Claudio.

    IL PORTO TRAIANO DI OSTIA

    IL PORTO TRAIANO DI OSTIA

    Dopo la costruzione del Porto di Claudio, le accresciute esigenze di rifornimento di Roma imposero la realizzazione di un nuovo bacino portuale costruito dall’Imperatore Traiano fra il 110 ed il 114 d.c.

    Il nuovo porto di forma esagonale fu collegato con un nuovo canale al Tevere in modo da facilitare il trasferimento delle derrate a Roma.

    Vennero mantenuti il faro e i due canali già realizzati per il porto di Claudio per alleggerire l’efflusso del Tevere e impedire l’impaludamento in caso di alluvione. 

    Il centro della nuova struttura fu il bacino esagonale (Portus Traiani), scavato nella terraferma, con una diagonale di 716 m e lati di 357, che consentiva l'ormeggio a circa duecento naves onerariae di diversa stazza; la profondità di almeno cinque m  e  la decantazione operata dal più antico ed esterno bacino di Claudione ne rendevano difficile l’interramento. Considerando anche le banchine, la darsena e il nuovo canale scavato da Traiano, vi potevano trovare sicuro approdo quasi quattrocento imbarcazioni da carico.

    VISTA GENERALE DEL PORTO
    In qualità di porto importante divenne, per le numerose possibilità di lavoro, un centro abitato di Portus, con monumentali edifici pubblici e grandi caseggiati a più piani. Entrate le navi nel bacino, le merci venivano stoccate in enormi magazzini spesso muniti di portici (horrea, con una capienza stimata fra le 1600 e le 2430 tonnellate di grano) per poi essere avviate a Roma via fiume, oppure trasbordate direttamente sulle piccole imbarcazioni (caudicariae) che risalivano il Tevere sino al cuore dell’Urbe, di norma trainate controcorrente da pariglie di buoi.

    Il successo del Portus Urbis, oltre ai nuovo ampliamenti volute da Traiano a Centumcellae (Civitavecchia) e Terracina, portarono al declino di Puteoli (Pozzuoli). La costa oggi dista circa 3 Km dall’impianto antico di Portus, che si trova stretto in mezzo alle infrastrutture dell’Aereoporto, ae i percorsi stradali e autostradali, all’avanzamento dell’urbanizzazione. In questo contesto, l’area archeologica costituisce un’oasi archeologica e naturalistica. immersa nel verde. 

    La città antica si estendeva per circa 65 ettari, ma la zona oggi di proprietà demaniale, di soli 32 ettari, comprende solo una parte della città antica di Portus essendo l’esagono e tutto il suburbio ancora in proprietà privata. Esso comprende le mura di V sec., i magazzini di Claudio e di Traiano, la Darsena antica e i magazzini della fase Severiana fino al grande Bacino Esagonale.

    Ma ci chiediamo: come mai il comune non ha espropriato una zona così importante dal punto di vista storico e soprattutto archeologico, rischiando che venga totalmente scavata dagli abusivi, come sicuramente è già avvenuto?

    PORTO DI ANZIO
    IL PORTO DI ANZIO

    Come narra Svetonio, l’imperatore Nerone, nativo di Anzio, dedusse nella città una colonia di veterani e vi fece costruire un porto, spendendo enormi somme. Le imponenti rovine di esso divennero materia di ricerca e di interesse antiquario quando, alla fine del 1600, il papa Innocenzo XII intraprese l’edificazione del porto moderno. Infatti lo installò su parte dell’impianto antico, del quale riutilizzò alcune strutture murarie.

    Il bacino principale era costituito da due moli convergenti, ciascuno ancorato ad un promontorio naturale: quello sul quale sorge il Faro, verso ovest e quello dove si trova il belvedere di Villa Albani, verso est.

    Il molo orientale era perpendicolare alla riva, mentre il molo occidentale formava una curva sopravanzando la testata del molo orientale, a proteggere la bocca orientale del porto.

    Le rovine dei moli sono conservate in mare ad una profondità variabile fra 1 e 8 m; all’estremità verso terra della banchina occidentale è ancora visibile una platea in calcestruzzo con le cosiddette “grotte”, i resti di una serie di ambienti comunicanti fra loro, costruiti a ridosso delle pareti del promontorio.

    Della banchina orientale rimangono due grossi blocchi, uno è montato dal molo moderno, l’altro, staccatosi, si trova in mare, di poco emergente dal pelo dell’acqua. Le strutture murarie del porto sono costruite in opera cementizia, di scapoli di tufo e malta di calce e pozzolana. Era quest’ultimo elemento a rendere la malta idraulica, ovvero capace di solidificare in acqua.

    Su tutti i ruderi si notano un grande numero di cavità lasciate nell’opera cementizia dai legnami usati nella fabbricazione. Il calcestruzzo, infatti, è stato gettato entro cassaforme di legno, con le pareti di assi tenute insieme da pali piantati nel fondale, ai quali erano legate travi orizzontali. Talvolta è stata accertata la presenza di altri pali verticali, piantati lungo il perimetro esterno della cassaforma. Le parti delle banchine emergenti furono realizzate in muratura con paramento di mattoni.

    La planimetria del porto era articolata in due moli affiancati, del quale l’orientale (più piccolo) è stato in seguito occupato dal porto di Innocenzo XII. A delimitazione della baia ad est del bacino principale era un ulteriore molo dell’età di Nerone, al quale si ancorò nel XVIII secolo il cosiddetto Moletto Panfili, attualmente sepolto dalle banchine della “Riviera di Levante”.

    TESTACCIO (Roma)

    IL PORTO DI EMPORIUM (Testaccio)

    A Roma esistevano naturalmente anche i porti fluviali sul Tevere. Nel II secolo a.c. l'Urbe si era decisamente arricchita e ingrandita, che il vecchio porto fluviale del Foro Boario non era più sufficiente. Così nel 193 a.c. gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo fecero edificare un nuovo porto a sud dell'Aventino.

    Nel 174 a.c. l'Emporium venne lastricato in pietra e fu suddiviso da barriere con scalinate che scendevano al Tevere. Qui approdavano le merci, soprattutto  marmi, grano, vino, olio, che, arrivate via mare dal porto di Ostia, risalivano il Tevere su chiatte rimorchiate dai bufali (alaggio).

    Il porto lavorò a così alto ritmo che i cocci di anfore che si rompevano nello stoccaggio, erano talmente tanti da venir accumulati a collina, formando il Mons Testaceum, il "Monte dei cocci", Il numero delle anfore accatastate è stimato attorno ai 25 milioni e la collina è alta 54 metri..

    MONTE DEI COCCI (Roma)
    Sotto Traiano le strutture furono rifatte in opera mista. Il porto era principalmente costituito da banchine con piani inclinati, scale, anelli per ormeggio. Trattavasi di "ripae" costruite lungo gli argini del fiume. In correlazione ad esse si trovavano i magazzini ("horrea", "cellae") per lo stoccaggio delle merci. soprattutto nella pianura del Testaccio. Sorsero così i magazzini  annonari, per le distribuzioni gratuite di grano e altri generi alimentari alla popolazione cittadina, con l'Horrea Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana, e Aniciana.

    Il porto fu scavato nel 1868-1870 durante i lavori di riarginatura e di nuovo per la costruzione del Palazzo dell’Anagrafe negli anni 1936-1937, che rivelarono un quartiere di magazzini di età traianea, costruiti interamente in laterizio e travertino. Resti simili sono stati scoperti sull’altro lato della strada (ancora visibili nei cortili degli edifici moderni). 

    Tutto questo complesso riguarderebbe un rifacimento imperiale degli (Horrea) Aemiliana, magazzino annonario edificato da Scipione Emiliano nel 142 a.c., che dovette servire soprattutto come deposito del grano destinato alle distribuzioni gratuite alla plebe romana.

    Altri scavi risalgono al 1952, poi, stranamente, più nulla. Dei resti del porto sopravvivono il "Monte dei Cocci" e alcuni tratti visibili incassati nel muraglione del Lungotevere Testaccio: una banchina lunga circa 500 metri e profonda 90 con gradinate e rampe verso il fiume, con blocchi di travertino sporgenti per fori dove ormeggiare le navi.

    RIVA ORIENTALE DEL PORTO DI AQUILEIA

    IL PORTO DI AQUILEIA

    Subito dopo la fondazione della colonia romana nel 181 a.c. di Aquileia, il suo porto svolse un ruolo fondamentale nei commerci marittimi dell’area del nord Adriatico, soprattutto grazie alla sua posizione geografica che lo collocava come naturale apertura al mare. La presenza di un fiume navigabile è stato un elemento determinante per la scelta del luogo in cui fondare la colonia di Aquileia; infatti la costruzione di punti di approdo fu pressoché contemporanea alla creazione della città.

    Il canale Anfora, chiamato così dal Medioevo per le anfore ritrovatevi,  era collegato alla portualità di Aquileia poiché congiungeva la sua zona occidentale con il mare, rendendo possibile la risalita delle barche tramite l'alaggio: le imbarcazioni erano trascinate con funi lungo tragitti costruiti appositamente, le viae helciariae, qualora non fosse possibile sfruttare la forza del vento e le maree.

    Il bacino del porto era formato dalla confluenza di due corsi d’acqua,  e la rete di canali artificiali unita ai corsi fluviali presenti rese facile nell'antichità il collegamento con il mare e probabilmente consentì la circumnavigazione della città.

    Durante gli scavi Giovanni Brusin ha scoperto delle strutture probabilmente databili all’età repubblicana, coperte dalle costruzioni del porto monumentale: due fasce di lastricato e tre gradini che risalgono verso il fiume, la prima sistemazione delle rive, e delle tavole sostenute da pali di legno, i primi tentativi di arginare il fiume.

    IL PORTO FLUVIALE
    Si giunge al porto fluviale percorrendo la via Sacra, posta nell’alveo del fiume e lunga circa un km, creata con la terra di risulta degli scavi e lungo la quale sono stati collocati resti architettonici e monumentali. Il porto, scoperto nella parte orientale della città, ha un bacino largo 48 m e dista dal mare circa 10 km; 

    La sistemazione del porto monumentale risale probabilmente alla fine del I sec. d.c. Giovanni Brusin l'aveva ipotizzato studiando i moduli dei mattoni, riferibili all'età di Claudio per la struttura e anche per la fama di questo imperatore in campo di impianti portuali. La banchina della sponda occidentale del porto è lunga 380 m ed è costituita da lastre verticali in pietra d’Istria.

    Vi è un primo piano di carico sovrapposto a questi lastroni e composto da blocchi con grandi anelli di ormeggio a foro passante verticale; il secondo piano di carico, 2 m più in basso, è costituito da un marciapiede lastricato largo circa 2 m e fornito di anelli di ormeggio a foro passante orizzontale.

    Due diversi piani di carico rendevano possibile accogliere imbarcazioni di stazza grande o piccola, e l'utilizzo anche nei periodi di bassa marea. Dalla banchina partono tre vie di accesso alla città che conducono ognuna ad un diverso decumano:

    La riva orientale del porto La riva orientale è stata scavata per un breve periodo negli anni Trenta e ne sono stati riportati alla luce poco più di 150 m, anche perché ad un certo punto la struttura si itnerrompe. La banchina è molto stretta e composta da parallelepipedi di pietra, vi si notano solo quattro scalinate inserite nel muro e alcune pietre di ormeggio; dietro sono situati degli edifici, possibili magazzini o uffici.

    Probabilmente nel 361, quando la città si schierò con Costanzo II e fu assediata da Giuliano l’Apostata, il fiume fu deviato per motivi strategici e di conseguenza la portata d’acqua diminuì. Queste opere provocarono poi un’alluvione, che fu la causa dell’abbandono del quartiere orientale.In epoca tardo-antica, verso la fine del IV secolo, furono realizzate altre opere difensive e di queste mura è stato ritrovato il lato orientale sulla banchina, costruite in grande fretta, con materiali di recupero. Nel periodo che va dal IV al VI secolo d.c.., Aquileia era il porto principale dell'alto Adriatico all'inizio, mentre sembra essere del tutto scomparso alla fine di quest'epoca.

    Il complesso ha forma quadrata, con il lato di circa 150 m, composto da due parti collegate tra loro con ambienti porticati, corridoi e absidi disposti intorno ad un cortile in lastre di arenaria, quadrato nella parte settentrionale, rettangolare nell’altro; si può ipotizzare che alcuni di questi ambienti fossero usati come magazzini o come uffici.

    I magazzini sono situati a sud della Basilica e sono horrea, cioè magazzini di grano, in seguito al ritrovamento di alcuni strati di grano bruciato. L’edificio è rettangolare, di circa 90 m per 66, ed è costituito da due spazi allungati separati da un cortile centrale. Probabilmente la copertura del magazzino era sorretta da pilastri.

    Nella parte settentrionale si trovavano gli accessi dal cortile centrale e la comunicazione tra le due ali del magazzino, mentre nella parte meridionale si trovava un corridoio trasversale. Questo edificio sottolinea anche le grandi capacità dei costruttori romani verso la fine del III secolo d.c. poiché aveva spessi muri perimetrali che raggiungevano i 2 m e profonde fondamenta, di almeno 5 metri profonde.

    RESTI DEL PORTO DI MISENO

    IL PORTO DI MISENO

    In latino Sinus Militum, era un porto naturale nel golfo di Napoli, in realtà un antico cratere vulcanico, già porto cumano nel IV sec. a.c., che divenne importante con la impraticabilità del Portus Iulius, nella baia di Puteoli, utilizzato all'epoca da Ottaviano e Agrippa durante la guerra contro Sesto Pompeo

    Ospitò la prima flotta imperiale, la Classis Praetoria Misenensis, poi chiamata Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, la flotta imperiale romana istituita da Augusto nel 27 a.c.., di stanza a Miseno.  Era la prima flotta dell'Impero per importanza ed aveva il compito di sorvegliare la parte occidentale del Mediterraneo.

    Il porto sfruttava un doppio bacino naturale, quello più interno di circa 3 km di circonferenza (detto Maremorto o Lago Miseno), in epoca antica dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale, e quello più esterno, che era il porto vero e proprio. 

    Questo poteva contenere almeno fino 250 imbarcazioni, come quello di Classe a Ravenna. Il numero degli effettivi della flotta si aggirava intorno ai 10.000 tra legionari e ausiliari e tra i due bacini dovevano esserci gli impianti navali e gli alloggiamenti della classis Misenensis.

    Per approvvigionare di acqua le numerose navi della Misenensis venne interamente scavata nel tufo della collina la più grande cisterna nota mai costruita dagli antichi romani, chiamata in seguito la "Piscina mirabilis"

    La cisterna, scavata nella collina prospiciente il porto, ad 8 metri sul livello del mare, era pianta rettangolare, alta 15 metri, lunga 70 e larga 25, con una capacità di 12.000 mc con un soffitto con volte a botte, sorretto da 48 pilastri a sezione cruciforme, disposti su quattro file da 12.

    Le navi della flotta rimanevano al sicuro nella base in autunno e inverno: la navigazione iniziava il 5 marzo con la festa detta Isidis Navigium in onore della Dea egizia Iside, patrona del mare, dei marinai e delle attività marinare.

    Ebbe poi alcuni suoi distaccamenti nei principali porti del Mediterraneo, come ad esempio nella vicina Centumcellae (Civitavecchia), nel mar Egeo al Pireo (Atene), o nel mare Adriatico a Salona.

    RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL PORTO DI CIVITAVECCHIA

    IL PORTO DI CIVITAVECCHIA

    Per facilitare con un altro approdo sicuro il piano annonario a favore di Roma Traiano ordinò il Porto di Civitavecchia e i lavori vennero progettati dall'architetto Apollodoro di Damasco. L'impianto originale del porto rispecchiava i criteri architettonici del tempo con un grande bacino quasi circolare di circa 500 metri, due grandi moli e un antemurale, un'isola artificiale protesa in mare a protezione del bacino. L'intera struttura era sormontata da due torri contrapposte, in seguito dette del Bicchiere e del Lazzaretto (ancora visibile, e ricostruita da Sangallo).

    LA DARSENA DI CIVITAVECCHIA
    La darsena romana è la parte più interna e più antica del porto; ha forma di un ampio rettangolo, di epoca traianea, e da recenti studi è stato calcolato che il materiale estratto per ricavare il bacino, era la stessa quantità necessaria per la costruzione dell’isola artificiale, che quindi verosimilmente fu costruita con questo stesso materiale cavato.

    Traiano dotò il nuovo porto di un acquedotto e stabilì sul posto un distaccamento di marinai delle flotte misenate e ravennate. All’interno del Porto di Civitavecchia si trova uno dei più suggestivi ed antichi monumenti della città: Il Molo del Lazzaretto, dell’architetto Apollodoro di Damasco (107 d.c.), inizialmente composta da una torretta che fungeva anche da faro interno, progetto voluto da Traiano.

    Il molo era attraversato da gallerie che costituivano un sistema di ricambio continuo delle acque che serviva a mantenere pulito il fondale e ad evitare l’interramento della darsena. Il Lazzaretto è un chiaro esempio dell’abilità ingegneristica dei Romani; un sistema che svolge tuttora la sua funzione restando unico al mondo.

    Presumibilmente il faro vero e proprio, visibile a grande distanza, doveva essere posto su di una diga avanzata in mare aperto, mentre sui moli si trovavano le lanterne, che col faro principale permettevano l’avvicinamento e l’entrata sicura nella notte.



    IL PORTO TORRES


    Nel periodo romano iniziò l'ascesa turritana, già colonia fenicia, con la fondazione, nel 46 a.c., da parte di Giulio Cesare Ottaviano (durante un suo soggiorno in Sardegna) o di Marco Lurio, prefetto della Sardegna tra il 44 ed il 40 a.c., fedele collaboratore di Ottaviano, della colonia iulia Turris Libisonis (unica colonia nell'isola). 

    Il nome della colonia compare per la prima volta nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio. 

    Importante fu per la città il rio Mannu, che era navigabile per alcuni chilometri; in un successivo momento si aprì il bacino portuale, situato nei pressi dell'odierno molo antico.

    Grazie alla costruzione del Ponte Romano (il più grande e antico ponte romano dell'isola), nel I secolo d.c. si poté collegare la città direttamente con i vasti campi di frumento della Nurra.

    Fu forte in zona il culto di Iside, Dea protettrice dei naviganti, la quale veniva festeggiata i primi giorni di marzo (navigium Isidis). Con questa celebrazione si apriva il periodo propizio alla navigazione, che si concludeva l'undici novembre. In era cristiana Iside venne sostituita con la madonna che divenne anch'ella la protettrice dei marinai.



    IL PORTO DI CALIPSO

    La Secca delle Fumose sita a Lucrino, a 700 metri dalla costa, è famosa perchè sul suo fondale si trovano 28 torri (opus Pilarum) su due file ad angolo retto che, nonostante la lontananza odierna dalla terraferma (che in tempi antichi, però, era solo di 300 metri), lì ci fosse sorretto qualcosa inerente all’isola di Calipso. Nel 1668 si reperì a Roma un Disegno di un affresco del III secolo d.c., poi perduto ma documentato da disegni ed incisioni, a colori e in bianco e nero, tra cui la copia acquerellata di Francesco Bartoli, conservata nell’Eton College Library.

    Immagini ricavate nel 2007 dal side-scan sonar mostrano un’area di 160 m per 100, a 750 m dalla riva attuale, con i resti di grandi piloni, di un molo e di una banchina. Dopo questi rilievi l’archeologo Piero Alfredo Gianfrotta mise in relazione le scansioni con  un’interessante pittura di Stabiae. Lo strato di massi visibili sul fondale non derivava da crolli, ma era una struttura edificata dai romani come “base” per una costruzione successiva, i due moli erano il limite costiero dell’antico Lucrino e l’isolotto sarebbe stato la protezione del canale d’accesso a Lucrino nonchè la base di un faro.

    L’archeologo Gianfrotta risalì allora a Marco Licinio Crasso Frugi, console nel 64 d.c. che, come si legge nel “Naturalis Historia” di Plinio,  fu proprietario di Baia e  “di particolari terme in mezzo ai flutti“. Pausania scrive che di fronte Dicearchia (ora Pozzuoli) c'erano terme collocate su un’isola artificiale che sfruttavano l’acqua sgorgante in mezzo al mare. A questo punto ci si rivolse agli affreschi di Stabia con raffigurazioni di ville marittime.

    Colpì un paesaggio costiero, con tanto di isolotto artificiale retto da arcate ed occupato da un tempietto, probabilmente destinato a divinità minori connesse alle acque termali. L’unica differenza tra l’affresco e la realtà furono i portici, le cui tracce non sono emerse nel sito archeologico, sebbene questo tipo di componenti spesso erano solo indicazione di un porto, senza corrispondenza reale.

    Ma l’opera più importante è il Disegno Bellori, del pittore antiquario Pietro Sante Bartoli, che lo ricopiò da un affresco del III sec. d.c. ritrovato sul colle Esquilino a Roma. Fu ripreso da Giovan Battista Bellori e inserito in una sua pubblicazione nel 1673, poi ristampata molte volte. Si trattava di Pozzuoli, nella parte di mare antistante Lucrino. Il dipinto infatti venne portato ad Anzio e collocato in un casino della famiglia Pamfili, in visione per dotti e curiosi, per poi sparire sotto una nuova pittura o addirittura un po’ di calce.

    Ricomparve sul colle Esquilino e nel confronto con la costa puteolana, divenne evidente la stessa identità del luogo. Per dargli un nome ci si rifece all’antico mito di Ulisse e Calipso, quando durante il viaggio verso Itaca l’eroe greco approdò su un isola, dove incontrò la Ninfa Calipso che si innamorò di lui. Secondo Omero, Calipso viveva sull’isola di Ogigia, situata dagli studiosi di fronte Gibilterra o in una grotta nei pressi di Malta.

    In uno scritto del 2000 G. Camodeca nota: ” I luoghi connessi alle vicende di Calipso alludono sempre in modo generico all’area e al mare flegreo, anzi si precisa il riferimento a un’isola di Calipso”, riferendosi a Lucio Cassio Dione in merito ad un prodigio operato da un simulacro di Calipso (“a cui quella regione è consacrata”) durante i lavori per la realizzazione di Porto Giulio.

    Nella prima metà del I sec. d.c. si era pensato genialmente di sfruttare queste proprietà gettando cemento “nei flutti”, dando vita ad un’isola artificiale destinata a sorreggere un edificio termale che stupì il mondo romano. Ma dopo la caduta dell’impero, il bradisismo, come a confermare il lutto, fece sprofondare tutto, erodendo i resti tra le onde.

    L’isola era diventata una semplice secca, sfruttata dai pescatori per l’abbondanza di pesci nei fondali. Addirittura nel XIII secolo questo tratto di mare passò alla Chiesa, quando una coppia di Puteolani donò questo “pezzo di mare” alla Santa Congregazione di Pozzuoli in cambio di preghiere per evitare le pene del Purgatorio. Si è dovuto attendere il 2001 perchè qualcosa risalisse a galla, quando l’archeologo E. Scognamiglio segnalò la presenza di una pietra d’ormeggio su uno dei piloni.

    PORTO DI SEBASTES

    Il PORTO DI SEBASTES

    Per il porto di Sebastos,  a Cesarea Maritima, Erode importò oltre 24.000 mc di pozzolana da Pozzuoli, Italia, per la costruzione delle due dighe: di 500 m di lunghezza a sud e 275 m di lunghezza a nord.

    Una spedizione di queste dimensioni deve aver richiesto almeno 44 navi cariche di 400 tonnellate ciascuna. Erode aveva anche 12.000 m3 di pietra arenaria (il kurkar) di cava per fare macerie e 12.000 m3 di grassello di calce mista a pozzolana. Gli architetti devono essersi ingegnati per gettare le forme di legno per il posizionamento del calcestruzzo subacqueo.

    Una tecnica era quello di guidare pali nel terreno per fare una scatola e poi riempirlo di pozzolana.
    Il metodo però richiede molti subacquei a martellare le assi sott'acqua e grandi quantità di pozzolana . Un'altra tecnica è il metodo del doppio fasciame utilizzato nella diga nord. Sulla terra, i carpentieri avrebbero costruito una scatola con travi a tenuta stagna, e un doppia parete sulla parte esterna. Questo doppio muro aveva un gap di 23 cm (9 in)  tra lo strato interno e l'esterno.

    Anche se la scatola non aveva fondo, poteva galleggiare in mare a causa dello spazio tra le pareti interna ed esterna. Una volta posizionata, si versava la pozzolana nella fessura tra le pareti e la scatola facendola affondare sul fondo del mare. L'area interna allagata veniva poi riempita da sommozzatori a poco a poco con pozzolana-malta di calce e detriti di roccia arenaria fino a quando non era riempita.

    Sul molo sud, è stata utilizzata la costruzione di chiatte. Il lato meridionale di Sebastos era molto più esposto rispetto al lato nord, per cui richiedeva frangiflutti più robusti. Per questo affondarono delle chiatte piene di strati di pozzolana cemento e malta di calce e sabbia.

    Le chiatte erano simili a scatole senza coperchio, e sono stati costruiti utilizzando mortasa e tenone (incastro usato in falegnameria composto da un maschio "tenone" e dall'alloggio corrispondente "mortasa"), la stessa tecnica usata in barche antiche, al fine di garantirne la tenuta stagna. Le chiatte vennero zavorrate con 0,5 m di pozzolana e calcestruzzi a base di calce fino a farla affondare e riempirla fino alla superficie.



    I FARI

    Il Faro è una struttura, in genere a torre, atta a segnalare ai naviganti l'esistenza di un ostacolo o di un rischio per mezzo di segnali luminosi.

    Il nome deriva dall'isola di Pharos, di fronte ad Alessandria d'Egitto, dove nel III secolo a.c. era stata costruita una torre sulla quale ardeva costantemente un gran fuoco, in modo che i naviganti su quei fondali potessero districarsi dalla retrostante palude Mareotide.

    L'uso di accendere fuochi in un punto prominente della costa, ad indicare ai naviganti punti critici o punti d'approdo, è antichissimo e i fari antichi venivano dedicati agli Dei.

    I segnali emessi erano in origine esclusivamente luminosi, e stabili.

    L'applicazione di uno specchio (e poi di una lente) alla fonte luminosa, in modo da estendere la portata luminosa del manufatto, fu per lungo tempo la sua unica evoluzione sostanziale.



    FARO DI OSTIA

    Il faro di Ostia era quello che segnalava l’entrata nel porto principale dell’Impero, il grande centro del traffico marittimo che riforniva la città di Roma. Si trovava vicino alla capitale, nei pressi della foce del fiume Tevere, nella zona di Ostia.

    Lì si trovava Fiumicino, il canale che dà il nome al luogo che nel passato serviva per collegare il Portus Traiani con il fiume Tevere, attraverso il quale le chiatte trainate da buoi portavano la mercanzia – il grano dalla Sicilia, l’olio dalla Betica o le gigantesche colonne di marmo dall'Egitto - fino alla capitale dell’Impero. Paradossalmente, la pista principale dell’aeroporto Leonardo da Vinci termina laddove sorgeva il faro costruito da Claudio, sul modello di quello di Alessandria.


    Trovato l’antico faro del porto imperiale di Roma 
    Pubblicato Da: net1newson: marzo 19, 2012In: scoop

    Si è appreso solo ora, dalla pubblicazione di uno studio scientifico, che le ricerche archeologiche degli anni 2001-2007 nell’area anticamente del bacino portuale costruito dall’imperatore Claudio  hanno consentito di localizzare la posizione dell’isola artificiale sulla quale era stato eretto l’imponente faro monumentale che segnalava l’ingresso al porto imperiale.

    La grande mole di dati acquisiti mediante scavi e carotaggi, ha anche permesso di individuare l’intero percorso dei due lunghi moli che delimitavano a nord (molo lungo 1.600 m) ed a sud (1.320 m) il bacino del porto, la cui complessiva superficie era di oltre 200 ettari.

    E’ noto dalle fonti antiche che l’isola sulla quale sorgeva il faro era stata costruita utilizzando, per aggregare l’intera struttura, la gigantesca nave che l’imperatore Caligola aveva fatto costruire per portare da Alessandria il grande obelisco, ai piedi del monte Vaticano.

    La nave venne dunque riempita di cassoni di cemento idraulico (la pozzolana), caricati a Pozzuoli, e venne poi affondata davanti all’imboccatura del nuovo porto di Claudio per costruirvi sopra l’intera isola. I risultati dello studio degli archeologi è stato valutato positivamente, anche perché conferma sia le fonti antiche, sia quelle rinascimentali che avevano descritto l’antico porto sulla base dei resti ancora visibili.



    FARO DI MESSINA

    Il faro di Messina si trovava nella zona a nord-est della Sicilia, sul capo di Pelorus e controllava il traffico marittimo tra l’isola e la penisola Italica. Su due monete di Sesto Pompeo dell'anno 35 d.c. è raffigurata una torre cilindrica che termina con una cupola in cima alla quale si trovava la statua di Nettuno con un tridente.

    Strabone citandola in relazione alle colonne d’Ercole dice: “...era un'antica usanza segnare i confini con simili monumenti; esempio di ciò è la piccola torre che gli abitanti di Regium hanno eretto a mo’ di colonna, sullo stretto di Sicilia, simile a quella di Pelorus, che si trova sul lato opposto.”



    FARO DELLE CENTUMCELLAE (Civitavecchia)

    L’espansione dell’Impero durante il I sec. d.c. fece sì che il porto di Ostia non fosse più in grado di soddisfare l’intenso traffico marittimo generato tra Roma e le provincie, per cui si rese necessaria la costruzione di nuovi porti verso i quali poter deviare parte del traffico marittimo e alleggerire così il porto di Ostia.
    Sorsero, pertanto, il porto di Centumcellae a Civitavecchia e il faro che si costruì su un’isola artificiale in grado di proteggere i moli dagli attacchi delle onde.


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  • 10/27/17--07:04: ARCO DI SAN LAZZARO

  • Venendo dal lungotevere, all’inizio di via Marmorata, sulla sinistra, si nota un imponente arco di mattoni di epoca romana che data la sua vicinanza all'Emporium, potrebbe essere un'arcata di un horreum (magazzino) connesso alle attività commerciali del Tevere, e comunque collegava i magazzini con i complessi residenziali della pendice meridionale dell’Aventino e la piana del Testaccio.

    - L’arco, realizzato in opera cementizia con cortina in laterizi e definito da una doppia ghiera di bipedali (mattoni quadrati di circa 59 cm di lato), è ubicato lungo la via Marmorata, più o meno il tracciato della via Ostiensis, antica arteria di collegamento del Porto Tiberino con Ostia.

    - Nel Medioevo l'arco venne chiamato "di Orazio Coclite", per la sua vicinanaza al ponte Sublicio, dove l'eroe romano esplicò le sue gesta.

    - Prima che la via Marmorata venisse allargata, l’arco era a cavallo della via e sotto di esso sfilavano i pellegrini che si recavano a visitare la tomba di San Paolo nella basilica romana, nonchè, durante la settimana santa, sfilava la processione della Via Crucis che partiva dal numero 37 di via Bocca della Verità, proseguiva alla casa dei Crescenzi, passava per gli archi della Salara e di San Lazzaro e terminava sul monte Testaccio, che rappresentava il Calvario.

    - Nel Quattrocento a fianco dell’arco fu edificata una chiesuola dedicata a San Lazzaro, protettore dei lebbrosi, cosicchè l'arco prese il nome attuale "di San Lazzaro". La chiesa, costruita nel XV sec. di fianco al fornice, serviva di raccolta delle offerte per il sostentamento del lazzaretto sorto fuori Porta Angelica, alle pendici di Monte Mario.

    FOTO DELLA FINE DELL'800
    - Nel Rinascimento, però, l’arco veniva chiamato anche "delle Sette Vespe" o dei Vespilloni, probabile riferimento a decorazioni che ornavano l'arco, oggi non più visibili. Sulla base di documenti archivistici del Cinquecento, Rodolfo Lanciani identificò infatti il fornice con il cosiddetto “arco delle Sette Vespe” o “arco dei Vespilloni”.
    Da notare che mentre l'ape era considerato un insetto sacro, la vespa era collegata al dolore della puntura, e le sette vespe costituivano un passaggio di prove dolorose che fu poi trasposto alla Vergine Maria trafitta da sette spade, detta la Madonna dei sette dolori.

    - La chiesa di San Lazzaro era ancora attiva alla fine del Settecento, com’è attestato dalla sua presenza nell’elenco delle parrocchie che correda la pianta di Roma di Antonio Barbey (1798). Nel Romitorio, come lo chiamava il Nibby, si raccoglievano le offerte per il lazzaretto che si trovava a lato della via trionfale, alle pendici di Monte Mario.

    - L’arco fu tra i soggetti preferiti da pittori e incisori soprattutto dal Seicento. Nell'ottocento invece fu celebre l’acquerello di Ettore Roesler Franz. Il pittore lo aveva fotografato più volte in una giornata serena, con un andirivieni di uomini e carretti. Nell’acquerello, invece, l’atmosfera cambia radicalmente. Il cielo è plumbeo e tra i sampietrini si allargano vaste pozzanghere in cui si riflettono le due donne in primo piano e i viandanti sullo sfondo.

    Nel 1932, nei pressi dell'arco fu trovato un anemoscopio romano (un congegno che segnala la direzione del vento), descritto nei particolari dall'archeologo Ludwig Pollak.



    ROBERTO LANCIANI

    1555, 5 decembre. R- Xl HORREA?  Licenza di scavare
    « mag. D. Fulvio Amedeo: regionis Pontis, familiari nostro intimo, in monte aventino in loco publici iuris, vulgo nuncupato "l'arco delle sette vespe" , circum circa vineam suam » con la condizione che, degli oggetti da rinvenirsi, due parti spettassero al concessionario, una alla Camera [A. S. Vat. Divers. tomo 209, 147].

    RESTI DEGLI HORREA
    Quella stessa vigna è forse nominata in una carta del not. Stefano Aniaimi del 1526, con la formola:  "vinca intra menia prope arcum sette vespe euudo ad Campum Testacielo" (Prot. 74, e. 146, A. S.].

    Nel prot. 1189. e. 59 del not. Pacilieo Pacifici, che data dal 1623, vien descritta altra vigna venduta da « don Alfonso Contreras laico spagnuolo abitante in r/ Ponte a donna Livia Mazzatosta, sita entro le mura in detto Arco de septe Vespe».

    Nel testamento di Giacomella Capomacstri dottato nell'anno 1497 a favore delle religiose signore della beata Francesca Ponziani, è pure nominato un canneto alle sette Vespe [not. Taglienti, prot. 1720, c'J.



    ARCO S. LAZZARO
    Di Roberto Lanciani

    TESTA DI CIBELE
    Si tratta manifestamente dell'arco di san Lazzaro, che anche oggi rimane in piedi sulla via maestra del Testaccio.

    Il membro più illustre della famiglia Omodei è certamente il Gaspare, che tanta parte ebbe nell'amministrazione della città per oltre un quarto di secolo, e il cui nome ricorre tanto spesso nei ricordi Capitolini, anche sotto la forma di Amadei.

    Egli fu anche collettore di marmi di scavo, come attesta Ulisse Aldovrandi a p. 281 ed. Mauro: « in casa di M. Gasparre de gli Amadei à le boteghe oscure. Si vede nella sala di questa casa una bella statuetta di Cibele vestita con una corona di torri in testa etc."




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  • 10/28/17--06:22: ATHENE (Grecia)
  • ANTICA ACROPOLI

    ATENE GRECA

    Athina, o Athenai, fu la prima città del mondo ad adottare una forma di governo democratico documentato. Fu peraltro la culla della civiltà occidentale, da cui Roma molto attinse per forgiare ed espandere la sua civiltà.



    IL MITO

    Si narra che Atena e Poseidone si contendessero il patrocinio della città, per cui alla fine decisero di lasciare democraticamente la scelta al popolo. Ognuno degli Dei avrebbe fatto un dono al popolo e in base a questo gli ateniesi avrebbero scelto il patrono della polis.

    Poseidone donò il cavallo da guerra (all'epoca ne era l'unico uso previsto), mentre Atena donò l'ulivo innestato. Si fece allora avanti uno degli anziani più autorevoli e spiegò che il cavallo rappresentava il coraggio e la guerra, mentre l'ulivo la prosperità e la pace. Si procedette alla votazione e i cittadini scelsero Atena.

    Quel che pochi sanno è che all'epoca le donne ateniesi avevano diritto di voto e secondo il mito furono loro a decidere per Atena che dette il suo nome alla città. Si narra inoltre che le donne avessero vinto sugli uomini per un solo voto e che questo facesse adirare molto i maschi che accettarono si il verdetto ma tolsero alle donne il diritto di voto, allungarono loro le vesti fino a terra (prima le portavano sopra al ginocchio) obbligandole all'uso del velo.

    Proibirono loro perfino di portare lo spillone che fermava i capelli, un accessorio che sovente le donne usavano per difendersi dalla prepotenza maschile e per ultimo le relegarono nel gineceo, insomma tolsero loro ogni diritto.

    E' chiaro che gli invasori Dori ebbero la meglio sull'Atene democratica relegando le donne al grado di subalterne, fu tuttavia una sopraffazione lenta, in cui gli antichi Dei, e soprattutto l'antica Dea, non vennero cancellati ma relegati a un ruolo minore. All'epoca non riuscì di soppiantare Arena con Nettuno, come non riuscì di soppiantare più tardi Diana efesina col re degli Dei Zeus, nel senso che Zeus era il primo tra gli Dei ma la gente invocava Diana, o, nel caso dell'invasione dorica, si continuò a invocare Atena.



    LA STORIA

    In Grecia si ebbe un grosso cambiamento verso il 1200 a.c., con l'invasione di popolazioni indoeuropee, i Dori, che posero fine all'egemonia micenea, causando un periodo di decadenza. Decadde la parità dei sessi, la libertà sessuale, e la liberalità dei costumi, pur essendo stati i micenei meno liberali rispetto alla civilissima società minoica.

    Verso la fine del IX sec. a.c. il mondo greco subì un nuovo cambiamento, dovuto al contatto con le popolazioni delle isole orientali dell'Egeo e delle coste dell'Asia Minore, isole più ricche e progredite  che favorirono molto il commercio. La monarchia perse il proprio potere a favore dell'aristocrazia, che nell'VIII sec. a.c. dominò in tutta l'area egea.

    Sorsero così le poleis, città-stato autonome e indipendenti. L'ulteriore cambiamento avvenne tra l'VIII ed il VII sec. a.c., con un fenomeno migratorio dovuto soprattutto all'aumento della popolazione, che interessò sia l'area orientale (Tracia e Mar Nero), sia quella occidentale (Italia meridionale, Francia e Spagna). In Italia dette luogo alla Magna Grecia.
    ACROPOLI

    LA TIRANNIDE

    Nel VI sec. a.c. Atene fu contesa tra diverse fazioni capeggiate da Megacle, Licurgo e Pisistrato, che per i suoi disegni si procurò delle ferite fingendosi aggredito dalle fazioni rivali. Il popolo allora gli dette una guardia del corpo di 300 mercenari con cui Pisistrato occupò l'Acropoli. Allora Licurgo e Megacle si allearono cacciandolo in esilio.

    Pisistrato si alleò però poi con Megacle e tornò ad Atene, con una fanciulla di altissima statura vestita come Atena che richiese agli Ateniesi di richiamarlo in città. Così scacciò Licurgo e divenne tiranno di Atene. In seguito però fu Megacle a rompere l'alleanza e a scacciarlo da Atene nel 556 a.c. Successivamente però Pisistrato sconfisse gli opliti ateniesi nei pressi del tempio di Atena Pallenide e riprese la città.

    Fu comunque un tiranno illuminato, favorendo la la piccola proprietà terriera a discapito dei latifondi, incrementò il commercio, e favorì i ceti meno abbienti con le opere pubbliche, come la costruzione del tempio di Atena nell'acropoli. Alla sua morte si inaugurò una dinastia tirannica che avrebbe segnato il cammino per la svolta democratica.

    Infatti nel 510 il tiranno fu cacciato e venne creato il Consiglio dei Cinquecento, (bulè) eletto dal popolo. Nasce la democrazia.

    Poi Atene venne attaccata dall'Impero persiano che la assediò. La città chiese inutilmente aiuto a Sparta, ma gli ateniesi e a Maratona sconfissero i persiani. Qualche anno dopo, il re Serse sconfisse i greci alle Termopili e assediò Atene. Gli ateniesi rifugiarono a Salamina ma la città fu distrutta dai persiani. Sotto la guida di Temistocle, gli ateniesi riuscirono comunque a sconfiggere i persiani e a ricostruire Atene.



    L'ETA' D'ORO

    L'età d'oro di Atene, nel V sec. a.c., è legata al governo di Pericle (461 - 429) esponente dei partiti popolari. Egli fece costruire i monumenti dell'Acropoli, distrutta dai persiani, tra cui il Partenone dedicato ad Atena con un'imponente statua d'oro e avorio, alta 25 m, scolpita da Fidia. Sotto il governo di Pericle,Atene raggiunse il massimo sviluppo democratico, con l'istituzione dell'assemblea cittadina come capo della Lega Delio-Attica, un'alleanza anti-persiana nell'Egeo che si trasformerà in un impero.

    La guerra del Peloponneso fu combattuta in Grecia tra il 431 ed il 404 a.c., tra Sparta e Atene con le rispettive coalizioni, Fu Pericle a volere la guerra con Sparta, che prosciugò i bottini delle guerre persiane e segnò il principio della decadenza politica di Atene e della Grecia seppure terminando con la vittoria della Lega del Peloponneso su Sparta.


    Discorso di Pericle agli Ateniesi (per comprendere quanto la Grecia fu culla di civiltà):

    - Qui ad Atene noi facciamo così.
    Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

    - Qui ad Atene noi facciamo così.
    Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
    Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

    - Qui ad Atene noi facciamo così.
    La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
    Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
    Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

    - Qui ad Atene noi facciamo così.
    Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
    E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

    - Qui ad Atene noi facciamo così.
    Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
    Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
    Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
    Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

    - Qui ad Atene noi facciamo così.

    (Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.c.)



    FILIPPO IL MACEDONE

    Nel IV sec. a.c. ad Atene, dopo l'ascesa di Filippo II il Macedone, si crearono due fazioni, una pro e una contro Filippo. A capo di quest'ultima c'era Demostene che temeva per l'autonomia democratica di Atene. Nel 337 a.c. si formò la Lega di Corinto, con a capo Filippo II che imponeva alle altre poleis di non fare più guerre fra loro, e di coalizzarsi contro i persiani.

    Assassinato Filippo II nel 336 a.c., gli succedette Alessandro, suo figlio, che regnò come Alessandro III. Tebe si ribellò al Regno di Macedonia ma Alessandro Magno la combattè e la distrusse. Non distrusse invece Atene, anch'essa ribelle, per paura che la spedizione contro i persiani non andasse a buon fine. Si fece consegnare solamente Demostene che poi riportò incolume.

    Nel II sec. d.c. venne dotata di edifici pregevoli sia dall’imperatore Adriano che dal sofista Erode Attico, con una fase di fioritura. Diocleziano l’assegnò invece all’impero di Oriente come centro di secondaria importanza e tale rimase anche in età bizantina.



    ATENE E ROMA

    Durante il periodo delle guerre civili romane Atene parteggiò sempre per i perdenti, prima si schierò con Pompeo, poi con Bruto e Cassio ed infine con Antonio.

    MUSEO DI ATENE
    Cesare nel 48 a.c., poco prima di Farsalo, devastò l’Attica e Megara e nel 47 a.c., e sicuramente Atene subì la confisca dei beni, per quanto Cesare avesse donato alla città nel 50 a.c. o soldi per la costruzione della nuova Agorà romana.

    Antonio invece fu molto amato dagli Ateniesi tanto da essere chiamato Filathenaios (Amico do Atene) e Neos Dioniysos (Nuovo Dioniso), e sua moglie Ottavia (sorella di Augusto) Athena Polias.

    Nel 38 a.c. gli venne data la cittadinanza ateniese. e nel 32 a.c., fu onorato di nuovo come Neos Dionysos, ma questa volta con Cleopatra, la Nea Isis (Nuova Iside).

    Augusto, nel 31 a.c., dopo la battaglia di Azio, visitò e perdonò Atene di aver sostenuto Antonio. 

    Invece nel 22-21 a.c., come narra Cassio Dione, al suo secondo viaggio confiscò Egina ed Eretria si che la statua della Parthenos si volse in direzione di Roma sputando sangue.

    Visitò nuovamente Atene nel 19 a.c. e la città tentò la riconciliazione, senza purtuttavia provare stima e rispetto per Augusto. Vennero molto amati invece suo genero Agrippa con i figli Caio e Lucio Cesari,..

    Dopo Augusto tra tutti i suoi successori fu Adriano, uomo colto e grande estimatore della Grecia, che parlava fluentemente il greco e studiava la filosofia greca a beneficiare largamente la polis, dove inserì il culto di Adriano stesso come Olympios e Panhellenios.



    I RESTI ARCHEOLOGICI


    L'ACROPOLI

    L'Acropoli di Atene è una rocca, spianata sulla cima, che si eleva di 156 m sul livello del mare dominando la città che si estende ai suoi piedi. Il pianoro è largo 140 m e lungo quasi 280 m. Anticamente prese il nome Cecropia dal leggendario uomo-serpente Cecrope, il primo re ateniese.


    Cecrope

    Cecrope è il mitico re di Atene, figlio di Gea, la Madre Terra, rappresentato con un corpo da uomo con coda di serpente. Nell'antichità, infatti, il serpente era il principale della Madre Terra. Ora la Madre Terra era tanto Gea, quanto Gaia, quanto Meti, e quanto Atena, avendo tutte le Dee il simbolo del serpente.Secondo i diversi miti la fondazione di Atene fu opera di Eretteo, al quale Cecrope sarebbe succeduto; in altre il fondatore sarebbe Erittonio.


    Erittonio
    Erittonio è anche il nome di uno dei possibili fondatori di Atene, talvolta identificato con Eretteo, oppure considerato suo padre o suo nonno. Egli era, come Cecrope, nato dalla terra.

    DEMETRA
    Secondo il racconto di Apollodoro, la Dea Atena si recò nella fucina di Efesto per chiedergli alcune armi. Efesto però tentò di violentarla.

    Atena fuggì ma il seme di Efesto si disperse sulla terra e nel punto in cui esso cadde, Gea, la madre terra, ne fu fecondata e generò Erittonio, metà uomo e metà serpente.

    Atena però allevò quel figlio in segreto, lo chiuse in una cesta e lo consegnò al re dell'Attica Cecrope, il quale, avendo solo tre figlie femmine, lo adottò e ne fece il suo successore.

    La leggenda narra anche di come due delle figlie di Re Cecrope, Agraulo e Erse, aprirono di nascosto la scatola che conteneva il neonato, nonostante il divieto di Atena.

    Terrorizzate dal fatto che il piccolo fosse per metà umano e per metà serpente, impazzirono e si gettarono dalla rupe che sarebbe diventata l'Acropoli.

    In tutte le versioni Cecrope risulta a lui sono attribuiti i primi segni di civiltà, come l'abolizione dei sacrifici cruenti, il principio della monogamia, l'invenzione della scrittura e l'uso di seppellire i morti.

    Cecrope sposò Agraulo dalla quale nacquero tre figlie: Aglauro, Erse e Pandroso (in realtà i tre nomi dell'antica Dea Madre trinitaria). L'Acropoli è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1987.

    I resti sono risalenti all'epoca arcaica, quando imponenti costruzioni si elevarono sull'acropoli alla fine del VII sec. a.c., epoca in cui le mura risalenti all'età micenea persero la loro importanza difensiva. Nella prima metà del VI sec. a.c., dopo l'espulsione dei Pisistratidi, l'acropoli cessò di essere una fortezza.

    Poi le antiche fortificazioni, i templi, gli edifici e le statue furono distrutti durante l'occupazione persiana del 480 a.c.

    Presto gli ateniesi si diedero a ricostruire le opere più importanti. Rifecero le mura e i bastioni  sotto il governo di Temistocle e di Cimone. Nell'era di Pericle, per celebrare la vittoria sui Persiani e il primato di Atene ricostruirono l'acropoli, e soprattutto il santuario del Partenone, al cui interno venne collocata la statua colossale di Atena Parthenos di Fidia (purtroppo distrutta), quindi edificarono i Propilei, l'Eretteo e il Tempio di Atena Nike.



    IL SITO ARCHEOLOGICO


    1. Partenone
    2. Antico tempio di Atena Poliàs
    3. Eretteo
    4. Statua di Atena Promachos
    5. Propilei
    6. Tempio di Atena Nike
    7. Santuario di Egeo
    8. Santuario di Artemide Brauronia o Brauroneion
    9. Calcoteca
    10. Pandroseion
    11. Arrephorion
    12. Altare di Atena Poliàs
    13. Santuario di Zeus Polieus
    14. Santuario di Pandion
    15. Odeo di Erode Attico
    16. Stoà di Eumene
    17. Santuario di Asclepio o Asclepieion
    18. Teatro di Dioniso
    19. Odeo di Pericle
    20. Santuario di Dioniso
    21. Fonte micenea
    22. Peripatos
    23. Klepsydra
    24. Grotte di Apollo Hypoakraios, Pan e Zeus Olimpio
    25. Santuario di Afrodite ed Eros
    26. Iscrizione del Peripatos
    27. Grotta di Aglauro (Aglaureion)
    28. Via Panatenaica



    IL PARTENONE

    Il Partenone è un tempio octastilo, periptero di ordine dorico dedicato alla Dea Atena, che sorge sull'Acropoli di Atene e rappresenta senz'altro uno dei più grandi monumenti culturali del mondo.

    Esso venne costruito per ordine del generale ateniese Pericle, nel V sec. a.c.  La costruzione avvenne sotto la supervisione dello scultore Fidia (episkopos, supervisore), che scolpì la statua della Dea Atena al suo interno, di circa 12 metri fatta in bronzo, oro e avorio. L'edificazione del tempio cominciò nel 447 a.c., e fu completata nel 432 a.c.

    Le dimensioni della base del Partenone sono di 69,5 per 30,9 m. Il pronao era lungo 29,8 m e largo 19,2, con colonnati dorico-ionici interni in due anelli che sorreggevano il tetto.

    Il santuario sostituì il più antico tempio di Atena Poliàs, distrutto dai Persiani nel 480 a.c., al seguito di Serse. Come la maggior parte dei templi greci, il Partenone fu utilizzato come tesoreria e, per qualche tempo, servì come tesoreria della lega di Delo, che diventò, successivamente, l'Impero ateniese.

    Nel VI sec., il Partenone venne convertito in una chiesa cristiana dedicata alla Madonna; dopo la conquista turca, fu convertito in moschea. E' una caratteristica delle religioni monoteiste l'intolleranza per gli altrui culti e lo spirito di distruzione dell'antico. 



    Nel 1687, durante l'assedio di Atene da parte della Repubblica di Venezia, anche essa poco rispettosa delle opere d'arte, il Partenone fu colpito da una cannonata che fece scoppiare la polvere da sparo lì depositata; l'esplosione danneggiò seriamente il Partenone e le sue sculture. Ma anche gli Ateniesi non rispettarono il Partenone facendone un deposito di munizioni.

    Nel XIX sec., Lord Elgin rimosse alcune delle lastre rimanenti e le portò in Inghilterra, oggi in mostra al British Museum. Il governo greco ne richiede da molti anni il rientro in patria... che dovremmo richiedere noi italiani al Louvre (vedi Napoleone).

    Il nuovo Museo dell'Acropoli, situato ai piedi dell'Acropoli, raccoglie tutti i frammenti del fregio in possesso del governo greco, assieme ad altri in corso di recupero, in uno spazio architettonico ricostruito con le esatte dimensioni e l'orientamento del Partenone.




    LE METOPE

    Le novantadue metope doriche, realizzate da Fidia e da suoi allievi negli anni 446-440 a.c furono scolpite come altorilievi.

    Le metope del lato est del Partenone, sopra l'entrata principale, raffigurano la Gigantomachia (Gli Dei dell'Olimpo contro i Giganti). Sul lato ovest, le metope mostrano l'Amazzonomachia (gli Ateniesi contro le Amazzoni). Le metope del lato sud mostrano la Centauromachia Tessala. Sul lato nord del Partenone, le metope riportano la Guerra di Troia.



    IL FREGIO

    Eccezionale il lungo fregio ionico posto lungo le pareti esterne della cella, una caratteristica innovativa per lo stile dorico, per giunta scolpito in altorilievo da Fidia e dai suoi collaboratori.

    Era lungo 160 m di cui ne sopravvivono 130, circa l'80%, dislocati oggi in vari musei europei.
    Il fregio rappresenta la processione rituale che si teneva ogni quattro anni per le feste panatenaiche.

    Dall'angolo sud-ovest del fregio si dipartono due processioni che girano attorno alla cella per confluire poi sul lato est (quello dell'ingresso al tempio), al cui centro con la consegna del Peplo ad Atena tra Dei ed eroi.



    I FRONTONI

    Pausania, quando visitò il Partenone, ne descrisse solo i frontoni (438 -432 a.c.). Il frontone orientale racconta della nascita di Atena dalla testa di suo padre Zeus, mentre il frontone occidentale narra la disputa che Atena (con il ramo d'ulivo) ebbe con Poseidone (che dona il cavallo) per il possesso di Atene e dell'Attica, ed è costituito da statue fittili incassate nella cavità. Le statue non sono distaccate ma interagiscono fra di loro, con un continuum di movimenti e soste, di slanci e riposi..

    LE STOA'

    Le stoai, tipiche dell'architettura greca, erano passaggi coperti o portici per uso pubblico in un edificio di forma rettangolare con uno dei lati lunghi aperto e colonnato, generalmente su una piazza o una via, mentre l'altro era chiuso da un muro. Potevano essere coperte a tetto spiovente, o a terrazze con un piano solo o due piani..

    Le stoài di solito circondavano le agorà delle grandi città, e sotto i portici si aprivano edifici pubblici e botteghe, un po' la city dell'epoca.



    STOA' BASILEIOS

    La stoà Basileios o stoà Reale si trova appena a sud della Via Panatenee e risale al 525 a.c..

    STOA' REALE
    Essa fu uno dei primi e più importanti edifici pubblici di Atene, era lunga 18 m, ed era composta da otto colonne doriche in tutta la parte anteriore e quattro nel mezzo.

    La Stoà reale era la sede dell’Arconte reale (basileus di Archon).

    In questa stoà vennero redatte le leggi di Solone e del consiglio dell’Aeropago (incaricato degli affari religiosi e delle pene) che qui si riuniva.

    Una statua di Themis (Dea della giustizia) si trova di fronte all’edificio.
    Copie delle leggi della città vennero conservate nella Stoà.

    TEMI
    La facciata del palazzo era il luogo dove Socrate incontrò Eutifrone ed ebbe la conversazione che Platone ricreò nella sua “Eutifrone”.

    Nell'opera Socrate incontra l’interlocutore (appunto Eutifrone) in coda per andare dall’arconte. perchè Meleto gli ha fatto un esposto accusandolo di empietà.

    Eutifrone, invece, si trova in coda perché vuole accusare il padre di omicidio: egli ha infatti battuto e imprigionato un servo e, abbandonatolo a se stesso, ha lasciato che morisse di stenti.

    Da ciò Socrate trae la seguente conclusione: "Eutifrone deve essere un grande esperto di giustizia se addirittura trascina il suo stesso padre in giudizio".

    Naturalmente vi è un'ironia che condanna Eutifrone che ha osato incriminare il proprio padre (figura intoccabile) per un povero schiavo che in fondo conta meno di niente.

    Tale era la moralità dell'epoca in un uomo ritenuto a tutt'oggi un grande saggio.

    RICOSTRUZIONE DELLA STOA' DI ATTALO

    STOA' DI ATTALO

    La Stoà di Attalo era un porticato di 116,5 m situato sul lato orientale dell'agorà di Atene, donato dal re di Pergamo Attalo II nel 140 a.c.

    Era dotata di due file di colonne, una esterna più fitta e una interna, e di due vani scala che si trovavano sui lati corti dell’edificio, grazie ai quali si poteva accedere alle 21 botteghe del piano superiore. Il fratello di Attalo II, 

    Eumene II, commissionò probabilmente allo stesso architetto la Stoà di Eumene posta sull’Acropoli. La stoà è stata completamente ricostruita dalla Scuola americana di studi classici di Atene, nel 1951. L’edificio, interamente ricostruito, ospita attualmente il Museo dell’agorà.



    STOA' DI PECILE

    La Stoà Pecile (Portico dipinto), originariamente chiamata «Portico di Peisianatte», fu eretta nella prima metà del V secolo a.c. nell’agorà di Atene.

    Questa stoà ha dato il nome a una corrente filosofica, lo stoicismo, fondata da Zenone di Cizio, che era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli sotto il portico dipinto.

    Si estendeva in profondità per 12 metri e 60 centimetri su un podio di tre gradini che diventavano quattro verso ovest, per coprire il dislivello del terreno.
    Il portico, edificato un poros, aveva colonne di ordine dorico all’esterno, e di ordine ionico all’interno, con capitelli di marmo. La stoà fu decorata a fresco dal pittore e scultore Micone in collaborazione con Polignoto di Taso. Al tempo di Pausania le pitture presenti nel portico illustravano:
    - La battaglia di Oenoe 
    - L'Amazzonomachia di Micone 
    - La presa di Troia di Polignoto 
    - La battaglia di Maratona di Paneno

    Da questa stoà, dov'erano soliti riunirsi alcuni filosofi, trasse il nome la filosofia stoica, creata da Zenone di Cizico.



    L’ALTARE DEI DODICI DEI

    L’Altare dei Dodici Dei è un sito archeologico che si trova nel quartiere di Monastiraki, nel centro di Atene, lungo la linea ferroviaria Pireo-Kifissia.

    L’altare fu costruito durante il VI secolo a.c. durante la tirannide dei Pisistratidi, ed è posto nel settore nord-occidentale dell’agorà.

    La struttura si compone di uno spazio sacro e recintato con un altare centrale, circondato da un bosco sacro, dove i sacerdoti svolgevano i rituali dovuti alle divinità.

    Un’iniziativa cittadina ha evitato nel 2011 che il sito archeologico venisse interrato per scopi non certo edificanti per la cultura.



    SANTUARIO DI EGEO

    Alle pendici sud-occidentali dell'acropoli di Atene sorgeva un piccolo santuario (di cui rimangono solo scarsissime tracce) dedicato a Egeo.

    Come appare in ricostruzione era rettangolare e si appoggiava ai propilei.


    IL METROON

    Il Metroon era il nome dato a un edificio dedicato alla Dea Madre ( Cibele ,Rea o Demetra ) nell’antica Atene, a cui venne dedicato all'incirca nel 500 a.c. 
    Venne edificato a causa di una pestilenza che aveva colto Atene per aver gli Ateniesi, si pensò, osato uccidere un sacerdote della Dea che voleva appunto introdurre il suo culto.

    Il Metroon nell’Agorà dell’antica Atene veniva usato come camera di riunione del boule (consiglio di cittadini nominato per gestire gli affari quotidiani della città) ovvero il consiglio comunale, ma era al tempo stesso un santuario della Madre degli Dei.

    RICOSTRUZIONE METROON
    Esso ospitava anche gli archivi ufficiali della città ed aveva quattro camere disposte fianco a fianco, unite da una facciata ornata da quattordici colonne ioniche.

    Gli attuali resti sono ben pochi, fatta eccezione per un piccolo tratto di scale, tutto ciò che rimane sono le fondamenta di conglomerato rossastro al di sotto del livello del pavimento del palazzo.



    TEMPIO DI ATENA POLIAS

    L'antico tempio di Atena Poliàs, risalente probabilmente al 570 a.c. e situato sull'Acropoli di Atene. fu il santuario di Atena Poliàs (o Poliade, della città), la Dea protettrice di Atene.

    Alcuni studi hanno cercato di ricostruire l’aspetto dell’acropoli prima del sacco persiano del 480 a.c., riconoscendo due strutture sacre: un antico hekatompedon, di circa 32 m di lunghezza e terminato entro il 566 a.c. , e un antico nàos, datato al 520 ca a.c. e ascrivibile nelle fondazioni Dorpfeld, area posta tra il Partenone e l’Eretteo.

    Al primo edificio risalgono alcuni frammenti frontonali, rinvenuti proprio durante gli scavi ottocenteschi nell’area sud-ovest del Partenone. Il frontone del barbablù mostra una figura con la parte superiore umana e la parte inferiore anguiforme.

    CREATURA DAL TRIPLICE CORPO DI UN FRONTONE
    Distrutto dai persiani nel 480 a.c. venne in seguito sostituito dal Partenone. Si trovava al centro del pianoro dell'Acropoli, probabilmente sui resti di un palazzo miceneo.

    Venne portato alla luce dall'archeologo Wilhelm Dörpfeld nel 1885, che scoprì oltre alle sue fondazioni, numerosi elementi architettonici di ordine dorico appartenenti alle sue diverse fasi di costruzione. Fu anche soprannominato ekatónpedon, ovvero «tempio di 100 piedi».

    Il tempio misurava 21,3 per 43,15 metri, con un orientamento est-ovest. Era circondato da un colonnato di 6 x 12 colonne. La distanza tra gli assi delle colonne era 4,04 m, ridotta di 0,31 m agli angoli. Il piano su cui poggiava il colonnato era leggermente curvo, la cella era quasi quadrata, e suddivisa in tre navate da due file di tre colonne ciascuna. Il retro del tempio era suddiviso in un ampio spazio rettangolare seguito con una coppia di camere per lato.

    Le fondazioni erano composte da diversi materiali mentre le parti rialzate erano in pietra calcarea azzurra dell'Acropoli, mentre le fondazioni del colonnato erano di calcare locale (poros). La sovrastruttura e le parti decorative erano in vari materiali, tra cui poros e marmo pario. L'archeologo Wilhelm Dörpfeld lo ritenne un tempio doppio "in antis" (con le pareti dei lati lunghi della cella, ànte, prolungate in avanti fino a delimitare lateralmente il pronao), risalente a circa il 570 a.c. 
    Venne poi esteso con l'aggiunta della peristasi sotto Pisistrato, tra il 529 e il 520 a.c.
    In base a ciò la struttura interna più piccola H-Architektur ("architettura ad H") sarebbe la parte più antica dell'edificio, seguita da una struttura tuttora descritta come l'"antico tempio di Atena", che incorpora la H-Architektur così come la peristasi.

    Avrebbe avuto: la trabeazione in marmo pario, con una raffigurazione di uccelli in volo, in poros, le metope in marmo pario, i frontoni monumentali in poros raffiguranti leoni che lottano e la figura "dal triplice corpo" sulla destra.
    ERCOLE E TRITONE
    Ne farebbero parte anche un gruppo di grandi e larghi capitelli, appartenenti a una peristasi esastila (colonnato porticato a 6 colonne sulla fronte), un fregio marmoreo raffigurante un processione e doccioni in marmo in ciascuno dei quattro angoli, a forma di leoni e teste di arieti.

    Le sculture dei frontoni raffiguravano una gigantomachia nella parte orientale e una scena di leoni che uccidono un toro ad occidente. Della gigantomachia si sono conservate parti delle figure di Atena, di Zeus e di un nemico cadente.

    All’antico nàos, identificato nelle fondazioni Dorpfeld e dedicato ad Atena Poliàs, appartiene il frontone con Gigantomachia, con Atena che si erge solenne e terribile sul gigante atterrito. Stupenda la resa del chitone che si apre seguendo il movimento della Dea. Dall'altro lato c'è Eracle in lotta contro Tritone.
    Ad una delle estremità del frontone opposto appartiene probabilmente il gruppo conl’apoteosi di Eracle, anch’esso in calcare policromo. Zeus siede in trono e accanto a lui, in posizione frontale vi è Hera, in chitone azzurro e mantello rosso. Verso la coppia avanza Eracle, che veste una corta tunica e il tipico leontè, pelle del leone di Nemea, sconfitto da Eracle nella sua prima fatica.

    Il tempio, che conteneva l'antico xoanon o statua lignea di Atena, caduta dal cielo, fu distrutto nel sacco persiano del 480 a.c.  A partire dal IV sec. a.c. non si parla più del Tempio Antico, sostituito poi dal Partenone, iniziato nel 447 a.c..




    ERETTEO

    Il culto tributato ad Atena nel grande tempio (prima l'Ekatónpedon, poi il Partenone) sulla sommità dell'Acropoli, questo santuario, dedicato alla Dea Atena Poliade (protettrice della città), era legato a un culto più arcaico della Dea.

    Qui si sarebbe infatti svolta la disputa tra Atena e Poseidone: vi si custodivano le impronte del tridente del Dio su una roccia, un pozzo di acqua salata da cui sarebbe uscito il cavallo, dono del Dio, e l'olivo, donato dalla dea Atena alla città. Qui il re Cecrope, metà uomo e metà serpente, avrebbe consacrato il Palladio, la statua della Dea caduta miracolosamente dal cielo. Il santuario ospitava inoltre le tombe di Cecrope, di Eretteo e un luogo di culto dedicato a Pandroso, la figlia di Cecrope amata dal Dio Ermes.
    L'Eretteo venne costruito su un tempio del VI sec. a.c. di cui si notano ancora le fondamenta poste tra l'edificio più recente e il Partenone; in epoca romana divenne l'"Eretteo" (Erechtheíon,  "colui che scuote"), riferito a Poseidone. Venne edificato in marmo pentelico ad opera dell'architetto Filocle.

    Iniziata da Alcibiade nel 421 a.c., fu interrotta durante la Guerra del Peloponneso e ripresa negli anni 409-407 a.c., come attestano i rendiconti finanziari conservati al Museo epigrafico di Atene e al British Museum.


    Descrizione

    Le statue delle Cariatidi, forse opera dello scultore Alcamene, sono attualmente sostituite da copie, mentre gli originali sono conservati al riparo nel Museo dell'Acropoli, mentre una delle cariatidi  si trova al British Museum di Londra.
    Le colonne sono molto slanciate con una fascia decorativa che sormonta e corre lungo le pareti del corpo centrale con fiori di loto e palmette. Il fregio continua lungo l’esterno della costruzione, in pietra scura di Eleusi, su cui erano applicate figure in marmo bianco. Particolarmente ricche le decorazioni del portico a nord, negli intrecci sulle colonne e nel fregio ornamentale della porta d’ingresso. Il tutto corredato di bronzi dorati, dorature e perle vitree in quattro colori.
    Il tempio rettangolare è colonnato davanti e dietro, con sei colonne ioniche sulla fronte a est. L'interno era suddiviso in due celle non comunicanti: quella orientale, più alta, ospitava il Palladio, e quella occidentale più in basso, ospitava i culti di Poseidone e del mitico re Eretteo.
    Al corpo centrale si addossano la loggia con le Cariatidi a sud, che custodisce la tomba del re Cecrope, e un portico sporgente a nord, atto a proteggere la polla di acqua salata fatta sgorgare da Poseidone.

    Il portico ha quattro colonne in fronte e due di lato; da qui si accede sia alla cella per il culto di Poseidone e di Eretteo, sia ad una zona a cielo aperto  dove si trovavano l'ulivo di Atena e la tomba di Pandroso (Pandroseion).



    PANDROSEION

    PANDROSEION
    Era un santuario dedicato a Pandroso, divenuto in seguito la sua tomba. Ella nel mito era una delle figlie di Cecrops I, il I re dell'Attica, che governava sull'acropoli di Atene presso l'Eretteo e il tempio di Athena Polias. A ovest aveva un portico che conduceva ai Propilei e a nord-est c'era un'entrata al complesso dell'Eretteo.
    Tutto ciò si ricollegava ad un culto più antico ormai scomparso di cui restava il mito di Pandroso, una delle Dee arcaiche facente parte di una Grande Madre trina riguardante nascita crescita e morte.

    La Pandroso era appunto legata alla morte ed ai Sacri Misteri ormai decaduti di cui restava il sacro peplo e i cesti misteriosi dell'Arrephorion. I Sacri Misteri erano appannaggio delle antiche sacerdotesse poi spodestate.



    ARREPHORION

    L'Arrephorion o Arreforio o Casa delle arrefore era un piccolo edificio situato nella parte settentrionale dell'Acropoli di Atene, a fianco del muro di Pericle, risalente al 470 a.c. 
    Qui si trovavano gli alloggi per le arrefore, quattro fanciulle, tra i sette e gli undici anni, scelte ogni anno tra le famiglie più distinte dall'Arconte Re, delle quali due lavoravano per un intero anno per tessere il nuovo peplo per le processioni panatenaiche. insomma doveva essere tessuto da vergini il che spiega la giovane età

    Il peplo veniva poi portato in processione alla statua di Atena nel tempio antico, e in seguito alla distruzione di questo nell' Eretteo. Le altre due arrefore recavano invece i misteriosi vasi sacri di Atena.

    A pianta quadrata di 12 m per lato, l'Arrephorion aveva un unico vano di 8,50 x 4,50 m, con un portico di 4 m e un cortile con una scala che lo collegava con il tempio di Afrodite attraverso passaggi sotterranei. Le quattro fanciulle, dette arrefore, durante la notte precedente della festa, ricevevano tutte dalla sacerdotessa cofanetti misteriosi che riportavano sull'Acropoli.
    Tutto ciò si ricollegava ad un culto più antico ormai scomparso di cui restava il mito di Pandroso, una della Dee arcaiche facente parte di una Dea trina riguardante nascita crescita e morte. la Pandroso era appunto legata alla morte ed ai Sacri Misteri ormai decaduti di cui restava il sacro peplo e i cesti misteriosi.

    SANTUARIO DI ZEUS POLIEUS
    SANTUARIO DI ZEUS POLIEUS
    Era un santuario a cielo aperto posto nell'Acropoli a est dell'Eretteo, a poca distanza dall'angolo nord-est del Partenone e dall'altare di Atena Polias. Fu edificato in età arcaica on marmo locale e dedicato al culto di Zeus Polieus (protettore della città) e di esso si hanno scarsi resti, tranne alcune fondazioni.

    Sappiamo del santuario soprattutto da fonti letterarie. Aveva una pianta trapezoidale circoscritta da muri, con due cortili e sembra che la zona orientale del santuario ospitasse i buoi per le annuali Bufònie o sacrificio del bue, all'interno delle Dipòlie, le feste in onore di Zeus Polieus. L'ingresso principale era dotato di un frontone.

    Il santuario fu ristrutturato nella seconda metà del V sec. a.c.



    SANTUARIO DI PANDION

    Trattavasi di un recinto sacro posto al termine della via sacra dell'Acropoli, a sud-est del muro di Cimone (471 a.c.). Era un heroon (luogo sacro dell'eroe) dedicato a Pandione, leggendario re di Atene, e alle feste che si tenevano in suo onore. 

    Esso venne ricostruito nel 430 a.c., sul santuario preesistente di epoca molto arcaica.

    Pandion morì di dolore per le sue figlie, le quali, come racconta Ovidio nelle Metamorfosi, vennero trasformate dagli Dei in uccelli: rondine Filomela, usignuolo Procne che aveva ucciso il figlio Iti avuto da Tereo, e in upupa Tereo che aveva abusato di Filomela.

    Resta misteriosa la ragione di questo heroon fato che più che un eroe il re sembra uno sfortunato. Ma i miti non si tramandano come sono sorti.

    I recinto rettangolare a cielo aperto, di 40 m x 17,5 m, era diviso in due parti da un muro che ne definiva il santuario a ovest e l'ergastérion o officina a est, utilizzato da artisti e artigiani che lavorano per la manutenzione dei templi e la creazione di nuovi decori o nuove statue religiose..

    Esso aveva un ingresso a propileo posto sul lato ovest con una statua dell'eroe ateniese. Le fondazioni della costruzione furono rinvenute durante gli scavi per la costruzione del Museo dell'Acropoli (1865-1874), un edificio costruito nella parte orientale dell'Acropoli, chiuso nel 2007 per ricollocare la sua collezione all'interno della nuova sede ai piedi dell'Acropoli, inaugurata nel 2009.



    PERIPATOS

    Il Peripato o Peripatos è l'antica via situata ai piedi dell'Acropoli che collegava i vari santuari alle pendici dell'acropoli, compiendo un percorso circolare attorno alla rocca.

    Il percorso ora  ripristinato, dal versante occidentale gira attorno al versante settentrionale dell'Acropoli fino a nord dell'Odeo di Pericle. Un altro tratto nel versante meridionale collega il Teatro di Dioniso, passando a fianco della Stoà di Eumene, con il punto di partenza.

    Sul versante orientale dell'Acropoli lungo la via è situata una iscrizione del IV sec. a.c., indicante il nome del percorso e la sua lunghezza di cinque stadi e diciotto piedi, corrispondenti a circa 1100 metri.


    ODEION DI PERICLE

    L'odeon fu costruito da Pericle  il 442 a.c., simile alla tenda di Serse (Pausania), ed era il più bello del mondo antico; di pianta quadrata, con doppio ordine di colonne che giravano all'intorno e un propilo sul lato orientale. Il suo tetto era stato ricavato dagli alberi delle navi persiane (Vitruvio), ed eseguito a cupola, come testimonia Plutarco. 
    Destinato alle gare musicali, alle prove generali dei drammi, al preludio delle Dionisie urbane, divenne piazza d'armi, luogo di assemblea e magazzino. Distrutto da Aristione, generale di Mitridate, nell'86 a.c., per non lasciare a Silla materiale ligneo adatto a ordigni guerreschi, venne ricostruito nel 52 a.c. da due architetti romani, C. e M. Stallio, a cura di Ariobarzane II di Cappadocia, sulla stessa pianta antica.
    La Società archeologica greca, nel 1914, 1916, 1931 ne ha identificato la posizione a oriente del teatro di Dioniso, precisato la pianta, e rinvenuto numerosi strati di legno carbonizzato; recentemente ha messo in luce il muro nord-ovest, costituito da un bel filare di blocchi di marmo dell'Imetto su cui restano tracce di pitture, una base iscritta del 175 a.c. col nome dell'arconte Sonikos, e una statua arcaistica di Dioniso o Apollo.



    STATUA DI ATHENA PROMACHOS

    Significa "Atena che combatte in prima linea", (naturalmente a favore degli Ateniesi).

    Era una colossale statua di Atena fusa in bronzo da Fidia intorno al 460 a.c., che sorgeva fra i Propilei e il Partenone nell'Acropoli di Atene. 

    La statua, pagata con il bottino della battaglia di Maratona ed eretta per commemorarne la vittoria, fu collocata in sede nel 456 a.c..

    Costituisce una delle prime opere di Fidia, già artista ufficiale di Atene, il quale scolpì altre due figure di Atena nell'Acropoli: l'enorme effigie in oro e avorio ("crisoelefantina") di Atena Parthenos nel Partenone e l'Athena Lemnia. 

    Era alta 7 m e 60 cm e si ergeva su di un basamento alto 1 m e 50, ricco di decorazioni marmoree.

    Le riproduzioni monetali di epoca romana e la descrizione di Pausania, ce la descrivono armata con una lancia appoggiata alla spalla destra e una piccola figura alata, forse una Nike, nella mano destra.

    Imbracciava uno scudo (oppure era appoggiato alla sua sinistra). Pausania riferisce che lo scudo era decorato da una scena di centauromachia eseguita a sbalzo dal toreuta Mys (Toreutica: lavorazione dei metalli a incavo e/o a rilievo, tramite cesello, sbalzo e incisione) su disegno di Parrasio (440 a.c.).

    Nel 426 d.c. la statua fu asportata e trasferita dall'imperatore Teodosio II a Costantinopoli, dove sembra rimase fino al 1203, quando fu distrutta dopo l'assedio dei crociati (pare dalla popolazione superstite). La notizia è riferita da Niceta Coniata benché non sia certo si tratti della Promachos. 

    La notizia è alquanto improbabile perchè la popolazione era abituata da ottocento anni alla statua che era un'istituzione come può essere per un romano il Colosseo. Per giunta per abbattere una tale statua occorrono forze e mezzi. Molto più probabile che sia avvenuto ad opera dei crociati che del resto saccheggiarono la città, invasati da un furore cattolico e iconoclasta.



    ATHENA PARTHENOS

    La statua crisoelefantina (oro e avorio) di Atena Parthenos (vergine) fu scolpita da Fidia nel 438 a.c., nel secolo in cui l'arte ellenica raggiunse il culmine della sua bellezza.

    Essa venne collocata nella parte anteriore del Partenone, il tempio dell'Acropoli di Atene.

    Pausania, nel primo libro della sua Periegesis la descrive alta ben 12 m, realizzata in legno coperto di avorio e oro (del metallo prezioso ne erano occorsi ben 1000 kg.

    Dalle piccole copie sopravvissute emerge l'aspetto della statua che teneva nel palmo della mano destra la Nike, la Dea delle vittorie.
    Per ragioni di stabilità la mano della statua si poggia su una colonna ionica.
    Con la sinistra invece reggeva una lancia poggiando l'avambraccio su uno scudo, ornato all'esterno da scene di amazzonomachia e all'interno da una gigantomachia. 
    Lo scudo aveva un diametro di quattro m, e celava il serpente Erittonio, figlio di Efesto e Gea ma allevato da Atena. Sui sandali erano incise scene di centauromachia.
    La Dea, in piedi e col ginocchio sinistro leggermente piegato, come usava nello stile dell'epoca, indossava un peplo, con un pettorale ornato al centro dalla testa della Gorgone.

    Calzava inoltre un elmo crestato con tre teste di cavallo, una sfinge, e dei grifi alati. Sia il serpente che la sfinge e i grifi alati erano simboli della Dea della Natura, cioè della Madre Terra, che a sua volta era un aspetto della Grande Dea che anticamente Athena rappresentava.


    ATHENA LEMNIA


    L'Atena Lemnia (cioè di Lemno, un'isola greca) era una delle tre statue nell'Acropoli realizzata da Fidia nel V sec. a.c..
    Si ergeva su un piedistallo all'aperto ed era considerata la più bella opera dello scultore.
    L'originale bronzeo di Fidia, eseguito tra il 451 e il 448 a.c. per gli Ateniesi che erano andati ad abitare come coloni l'isola di Lemno, è noto soltanto da pochissime copie in marmo di età romana.
    Tra le migliori la testa rinvenuta nei pressi del Rione Terra a Pozzuoli e la Testa Palagi a Bologna, quest’ultima ritenuta dagli studiosi la più fedele all'originale.

    La divinità appare in una posa insolita, col capo leggermente chinato in atteggiamento assorto e quietamente riflessivo.

    Non ha armi e non indossa armatura, l'unico attributo che la riconosce è una testa di Gorgone su su una pelle d'animale. 
    Il suo volto dall'ovale perfetto, il naso greco e le labbra piene ha lo sguardo assorto, ma di certo rende assai meno senza gli occhi di pasta vitrea che aveva originariamente e che non si sa perchè non le abbiano rimessi ricostituiti come all'epoca.

    Purtroppo molta gente ancora pensa che l'archeologia debba essere di un'elite, chi la capisce la capisce e chi non la capisce resti fuori.

    Nei tempi più civili, come nell'antica Grecia e l'antica Roma, e pure nel Rinascimento, l'arte era appannaggio di tutti, e tutti andavano a vedere una nuova opera d'arte godendola e commentandola.

    Pur distinguendo chiaramente tra l'antico e il ricostruito, i monumenti andrebbero ricostruiti con materiali diversi che permettano di capire ciò che è autentico da ciò che non lo è.

    Questo permetterebbe, specie in Italia e soprattutto a Roma, di avere un'idea della grandezza dei monumenti romani, un'acquisizione che darebbe cultura e tanto turismo.

    La Dea è di rara bellezza, ma severa e pensosa, come sanno esserlo coloro che hanno superato gli affanni personali e possono guardare il mondo senza veli.
    E' di rara e solenne bellezza, celebrata da numerosi scrittori antichi tra cui Luciano di Samosata, che la definiva l'«opera» per antonomasia di Fidia, e Pausania, che precisava:

    «la più notevole delle opere di Fidia è la statua di Atena detta Lemnia, dal nome dei suoi donatori». 
    Non ha nulla della beata felicità degli immorali, ma non ha nemmeno nulla dell'affanno dei mortali, è divinamente consapevole del peso che ha la sua essenza sulle creature umane, come dell'infelicità dei mortali che la supplicano ogni giorno.

    Lei è la giustizia divina che soccorre e punisce, ma senza odio nè vendetta, lei è lo sguardo degli immortali sul mare inquieto delle passioni umane.


    PROPILEI

    I Propilei (traduz.:posti davanti alla porta) sono l'ingresso monumentale dell'Acropoli di Atene. Il più antico esempio di propileo monumentale era l'ingresso al temenos del santuario di Afaia ad Egina, una struttura bifronte in antis, con due colonne doriche ciascuna.

    La costruzione più antica come del resto quella più recente, adempivano alla necessità di addolcire la forte pendenza della via di accesso, tramite scale monumentali.
    Resti di un precedente ingresso monumentale, evidenziati dagli scavi sono stati datati intorno al 570 a.c. per cui i lavori iniziati nel 437 a.c. furono una ricostruzione di quelli più antichi, ma non furono completati a causa della guerra del Peloponneso, nè dopo nè mai.

    Il monumento, di marmo pentelico bianco e pietra grigia di Eleusi, fece parte dei grandi lavori di rifacimento dell'Acropoli promossi da Pericle. Esso consiste di un corpo centrale con due ali laterali, una verso nord (detta Pinacoteca) e un portico verso sud.

    La facciata del corpo centrale è ornata di sei colonne di stile dorico come tutta la struttura esterna, mentre all'interno predomina lo stile ionico. Dei quattro ambienti che dovevano occupare le due ali venne realizzato solo quello di nord-ovest, la Pinacoteca, dove erano raccolti quadri di soggetto mitologico.




    TEMPIO DI ATHENA NIKE

    Il tempio di Atena Nike o tempio della Nike Aptera è collocato sul lato ovest dell'acropoli, vicino ai Propilei, presso l'orlo delle rocce a strapiombo sulla valle.
    Costruito circa nel 425 a.c. in stile ionico, è un tempietto con quattro colonne libere sulla fronte e sul retro, ornato con fregi a bassorilievo che narrano una battaglia fra greci e una fra greci e persiani.
    Intorno al 410 a.c. fu circondato da una balaustra scolpita con Nike ritratta in varie attività (in una si riallaccia un sandalo) anche per evitare che i visitatori del tempio cadessero nel precipizio
    La statua di culto, come descritta da Pausania, era di legno, senza ali, e portava in mano una melagrana. Si dice fosse senza ali perchè la Dea non doveva mai più lasciare la città.

    Sul sito del tempio attuale scavi archeologici hanno individuato nell'area una fossa per offerte di un tempio più antico distrutto dai Persiani nel 480 a.c.

    Sotto la dominazione turca il tempio fu smantellato e le pietre riutilizzate nel 1687 per costruire un bastione difensivo che rimase sul sito dell'antico tempio fino all'indipendenza della Grecia.
    Nel 1831 fu decisa la ricostruzione del sacello; il tempio è stato smontato ancora due volte  per permettere il restauro delle pietre e l'integrazione di altri pezzi ritrovati in successivi scavi.



    SANTUARIO DI ARTEMIDE BRAURONIA

    Il santuario di Artemide Brauronia o Brauroneion sorgeva nell'Acropoli di Atene, nell'angolo sud-occidentale del pianoro dell'Acropoli, tra la Calcoteca e i Propilei. Fu dedicato durante il regno di Pisistrato ad Artemide Brauronia, protettrice delle donne incinte, aveva il suo santuario principale a Braurone, sulla costa orientale dell'Attica. 
    Dal Brauroneion ateniese ogni quattro anni partiva una processione durante la festività detta Arkteia che percorreva i 24,5 km di distanza col santuario principale.
    Il santuario, collocato davanti alla parete sud dell'Acropoli, era stranamente trapezoidale ed era costituito solo da un portico (stoà) di m 38 per 6,8. 
    Al suo recinto sacro si accedeva mediante sette gradini scavati nella roccia. Agli angoli aveva due avancorpi, di 9,3 m di ciascuno. 
    A nord dell'ala orientale c'era un'altra corta stoà rivolta a occidente. Tutta la parte occidentale del santuario, oggi perduto, sorgeva sui resti del muro di fortificazione miceneo. Ne restano solo il paramento orientale, fondazioni di pareti scavate nella roccia, e scarsi elementi architettonici in calcare.

    Una delle ali conteneva la statua di culto in legno (xoanon) della Dea. Le donne le offrivano preziosi capi di abbigliamento, che venivano drappeggiati attorno alla statua. Il santuario risale al 430 a.c., ma nel 346 a.c. venne eretta una seconda statua di culto, opera di Prassitele.



    ASCLEPEION

    Il santuario di Asclepio o Asclepieion era un tempio costruito intorno al 420 a.c. sulle pendici meridionali dell'Acropoli di Atene, sotto il Partenone, dietro alla Stoà di Eumene e al teatro di Dioniso.

    Esso era dedicato ad Asclepio, Dio della medicina, portato ad Atene da Epidauro dopo il 420 a.c., ed attrezzato per la guarigione dei malati a livello medico, insomma una specie di ospedale.

    Sia la stoà che il tempio dell'Asclepeion vennero inglobati in una basilica paleocristiana. Il santuario possedeva un recinto quadrato, un tempio e una stoà dorica di 50 metri di lunghezza a doppia galleria separata da una fila di colonne, edificati nel IV sec. a.c.. 

    Nel portico si affaccia una grotta (attualmente riadattata a cappella cristiana) dotata di una sorgente  ritenuta curativa e miracolosa come lo era quando vi si venerava Asclepio. Cambiano i musicanti ma non la musica.

    TEATRO DI DIONISO

    TEATRO DI DIONISO

    Situato presso l'acropoli di Atene, è il teatro storico utilizzato dai più importanti autori di teatro greci: Eschilo, Sofocle. Euripide, Aristofane e Menandro, che mettevano in scena le opere, come al tempo usava, per le festività dedicate a Dioniso. Venne costruito agli inizi del V sec. a.c. accanto al santuario di Dioniso e l'Odeo di Pericle.

    Generalmente le rappresentazioni teatrali si svolgevano nell'agorà, ma tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.c., vi fu un grave crollo dei palchi per cui vennero spostate presso il santuario di Dioniso, dove, verso l'inizio del V sec. a.c. venne costruito il teatro di Dioniso che conteneva fino a 15.000 spettatori.

    RICOSTRUZIONE
    Il teatro antico greco aveva un'orchestra del diametro di 25 m, per gli attori ed il coro che interagivano tra loro. Alle spalle degli attori stava la skené, la scena, con pannelli di legno dove era rappresentato lo sfondo. All'orchestra si giungeva da due corridoi laterali e una porta centrale, situata nel centro della scena.

    Dall'altra parte salivano le gradinate per il pubblico a semicerchio, formate da sedili in legno che seguivano la pendenza del terreno, con una visuale dall'alto. Ai margini dell'orchestra c'era poi il theologeion, una pedana rialzata, usata per l'apparizione degli Dei. 

    Verso la fine del V sec. ed il 330 a.v., il teatro aggiunse il palcoscenico, rialzato rispetto all'orchestra di alcuni gradini. Il palcoscenico serviva agli attori, mentre l'orchestra, più in basso, era riservata al coro. I gradini di legno vennero sostituiti con gradinate di pietra e il posto centrale della prima gradinata, un sedile di marmo riccamente decorato, venne riservato al sacerdote di Dioniso.

    Il teatro di Dioniso venne utilizzato anche in epoca romana, infatti la maggior parte delle rovine oggi visibili sono di epoca imperiale, ma col cristianesimo e la proibizione dei teatri cadde in disuso e finì quasi totalmente distrutto. Venne riportato alla luce grazie agli scavi dell'archeologo Wilhelm Dörpfeld, condotti tra il 1882 ed il 1895.



    SANTUARIO DI DIONISO

    Il santuario di Dioniso Eleutereo, o Temenos di Dioniso, era un santuario sulle pendici meridionali dell'Acropoli. edificato nella II metà del VI sec. a.c., presso il teatro di Dioniso, nato in origine per funzioni di culto.

    Il santuario era cintato con un muro poligonale, che avvolgeva l'area posteriore alla scena del teatro e aveva per ingresso un piccolo edificio a colonne sul lato orientale. Il tempietto principale aveva solo quattro colonne in facciata. Il secondo tempietto dorico, era più piccolo. Poi c'era una lunga stoà appoggiata al teatro di Dioniso.

    Il santuario venne edificato verso la metà del VI sec. a.c., quando il culto di Dioniso venne introdotto ad Atene insieme alla sua statua lignea (xoanon) da Eleutere e collocata in un tempietto costruito sul temenos (terreno sacro).

    Al tempietto se ne aggiunse un secondo nel IV sec. a.c., anch'esso votato a Dioniso con una grande stoà alla quale in seguito si appoggiò al teatro.

    In uno spiazzo circolare vicino al tempio si cominciò, durante la festa in onore del Dio, a eseguire la danza rituale ditirambica in circolo con uomini mascherati da caproni, mentre la folla guardava dalle pendici della collina. Gli officianti danzavano intorno a un altare.

    RESTI DELL'ACROPOLI ROMANA


    I RESTI ARCHEOLOGICI ROMANI


    ACROPOLI ROMANA


    All’età cesariana risale la prima fondazione dell’Agorà romana che si affianca a quella greca, già musealizzata e monumentalizzata a partire dall’età ellenistica. Intorno alla metà del I sec. a.c., con la decadenza del porto di Delos l’Agorà di Atene diventa il nuovo centro di scambi commerciali.

    Al contrario dei barbari che distruggevano tutto ciò che potevano, i Romani non solo rispettarono ma nemmeno andarono ad alterare l’aspetto dell’acropoli per il semplice motivo che i romani apprezzavano la bellezza e l'arte ovunque si trovasse. Anzi in genere restauravano ciò che era in disfacimento e ricostruivano ciò che era diroccato.

    AGORA'
    Fu per iniziativa di Giulio Cesare che ad Atene venne costruito uno spazioso mercato rettangolare, circondato da un portico colonnato con negozi e magazzini. Esso aveva a est un'entrata ionica e a ovest un'entrata dorica, conosciuta come la porta di Athrma Archegetis, la patrona di Atene.

    Il mercato fu completato tra il 19 e l'11 a.c. con le donazioni dei Augusto. Durante il regno di Adriano il cortile fu pavimentato con le pietre locali.



    AGORA' ROMANA

    L'agorà romana fu edificata dapprima come appendice dell'agorà greca, per quel particolare rispetto che i romani avevano nei confronti dei greci, ma in seguito, ampliandosi Atene per le ricchezze acquisite e i nuovi scambi commerciali, anche l'agorà si ampliò fino quasi ad inglobare quella greca.

    TORRE DE' VENTI

    TORRE DE' VENTI
    Questa torre ottagonale dentro l'Agora romana, si chiama "Torre dei Venti" La torre, dopo gli 8 rilievi rappresentanti un vento, simboleggiando una figura maschile con il suo nome inciso sulle pietra.
    C'erano meridiane sulle pareti esterne e un orologio ad acqua elaborato al suo interno. La torre fu costruita nella prima metà del 1 ° secolo a.c. dall'astronomo Andronicos. XVIII sec. venne collegato a un Tekke, un monastero dei Dervisci.
    TEMPIO DI AUGUSTO

    TEMPIO DI AUGUSTO

    L’unica presenza riconoscibile rimasta è il piccolo tempio circolare dedicato a Roma ed Augusto. Il tempio non è ricordato dalle fonti, neanche da Pausania, che forse lo ritiene poco significativo, ma tracce della sua presenza sono ben evidenti grazie ad una serie di rinvenimenti di elementi architettonici in più punti dell’acropoli.

    Doveva sorgere presso l’Eretteo, centro del culto di Athena Polias (Fondatrice) insieme alla Dea Roma. La fondazione del tempio si colloca nel 19 a.c. con la ritrovata ritrovata amicizia tra Augusto e Atene.

    Il tempio si trova presso il fronte orientale del Partenone. Il tempio sull'acropoli era circolare con colonne ioniche con una gigantesca iscrizione su marmo che l'attraversa su cui si legge Sebastos, la parola greca che traduce il termine Augusto.



    AUGLAREION

    Era un piccolo santuario dedicato alla figlia di Cecrope, mitico primo re dell'Attica. La sua posizione precisa è discussa. 
    Fino agli anni ottanta del Novecento la maggior parte degli studiosi riteneva fosse collocato lungo il versante settentrionale dell'acropoli, accanto all'antica fonte micenea, ma il ritrovamento nel 1980 di un'antica stele nel versante orientale ha spostato la possibile collocazione del tempio. 
    Tale stele era dedicata dagli ateniesi a una sacerdotessa di Aglauro e presenta iscrizioni che risalgono al III secolo a.c.; le iscrizioni precisano che la stele doveva essere eretta "nel santuario di Aglauro". Dal momento che la stele è stata rinvenuta intatta e ancora attaccata alla sua base, l'Aglaureion doveva trovarsi sul versante orientale

    ODEION

    ODEION DI ERODE ATTICO

    Fino alle II secolo d.c. non ci furono più interventi edilizi in questa zona; nel 161 d.c. si inaugura l’Odeion di Erode Attico che trova posto in prossimità del teatro ai piedi della collina dell’Acropoli.

    Trattasi di un anfiteatro in pietra situato nelle vicinanze dell'Acropoli. Il teatro risale al II secolo d.c., ma gode di un ottimo stato di conservazione. Grazie alla restaurazione avvenuta negli anni 50 è oggi nuovamente attivo. Dall'Acropoli è possibile avere una panoramica del teatro, visitabile però solo in occasione di manifestazioni.

    L’Herodion, come è denominato oggi, fu costruito da Erode Tiberio Claudio l’Attico, un illustre personaggio, maestro e filosofo sofista, che aveva ereditato un grande patrimonio dal padre. Dopo la morte della moglie Aspasia Annia Regilla (che qualcuno suppone avesse assassinato), Erode Attico decise di costruire in sua memoria un odeion coperto per rappresentazioni musicali. Non fu l'unico monumento che fece in onore della moglie. ma qualcuno suppone lo facesse per stornare i gravi sospetti che pesavano su di lui. 
    L'Odeion, edificato sulla pendice meridionale dell'Acropoli, ha la cavea a forma di profondo imbuto in opus calmenticium ricoperto originariamente di marmo, con tracce di portico superiore; secondo Filostrato era coperto di legno di cedro, ma non interamente, poichè esistono due rose nel pavimento dell'orchestra per lo scolo delle acque. La scena era formata da un'alta parete di due e forse tre piani, con un palco di m. 1, 10 d'altezza accessibile per tre scalette.  

    Il teatro fu distrutto nel 267, a causa all'invasione degli Eruli, e ricostruito successivamente nel tempo. Scavato nel 1857 dalla Società archeologica greca, è in ottimo stato di conservazione.



    PORTICO DI EUMENE

    Sempre sulla via Areopaghìtou, dopo il teatro di Dionisio, c'è un lungo porticato che collega quest'ultimo al teatro di Erode Attico, si tratta della Stoà di Eumene, costruita nel II sec. a.c. da Eumene II, re di Pergamo, edificata per  proteggere gli spettatori dal maltempo e dal sole.

    Venne realizzato insieme al teatro.

    Il portico fu detto di Eumene, per un’errata interpretazione di Vitruvio (V, 9, 1) per cui per molto tempo l’edificio fu attribuito ad Eumene II di Pergamo e  posto in età ellenistica, ma la tecnica, i materiali e le volte ed archi lo pongono in piena età romana.

    Nel corso del II a.c., quando Roma già si stava affacciando sul suolo greco, l’agorà costituiva il cuore pulsante di tutte le attività politiche e commerciali e gli Attalidi, regnanti a Pergamo, intervennero trasformandola in una vera piazza di tipo ellenistico, cioè un’area aperta circondata da portici, con la costruzione di tre stoai (portici).



    ODEION DI AGRIPPA

    L’opera più imponente di età romana è l’Odeion di Agrippa, che fu individuato durante degli scavi tra il 1934 ed il 1936 ed ulteriormente indagato tra il 1938 ed il 1940.

    Fu da subito associato, per la sua localizzazione e per il tipo di struttura, all’edificio menzionato nel II d.c. da Pausania, che definisce il teatro un “odeion”, e a quello ricordato da Filostrato, che parla di un “teatro nel Ceramico chiamato Agrippeion”.

    Il monumento ebbe tre fasi edilizie; alla fine del I a.c. per uno dei due viaggi di Agrippa in Oriente, uno nel 23-22 a.c. ed un altro nel 17-13 a.c.

    Ma Agrippa morì nel 12 a.c., si è pensato che l’idea di edificare l’Odeion maturò durante il suo secondo viaggio, forse tra il 16 ed il 15 a.c., dato che negli anni ’20 del I a.c. i rapporti di Augusto con Atene erano tesi.

    L’edificio svolgeva la funzione di vero e proprio Odeion, cioè di teatro per spettacoli pubblici.

    La seconda fase si data in età antonina: più precisamente intorno al 150 d.c. furono effettuati degli interventi edilizi che trasformarono il teatro in una sala di lezioni, conferenze e dibattiti filosofici.

    Poco più di un secolo dopo, nel 267 d.c. durante l’incursione degli Eruli, l’ Odeion fu distrutto da un incendio, di cui restano ancora oggi tracce sia a livello di stratigrafia sia su elementi architettonici e scultorei; con una fase di abbandono per poi essere riutilizzato, nel V d.c., come corte monumentale di accesso al palazzo voluto da Herculius, prefetto dell’Illirico dal 408 al 410 d.c., o da Teodosio II e dalla sposa, l’ateniese Eudocia, in occasione del loro matrimonio nel 421 d.c.

    Il palazzo, dopo circa un secolo di utilizzo e frequentazione, fu abbandonato definitivamente nel 530 d.c. Quanto al sito scelto per l’erezione dell’Odeion sembra che diversi fattori portarono a decidere per questa collocazione: innanzitutto la vicinanza all’Orchestra, di cui assorbe la funzione come luogo dove si volgevano le celebrazioni festive e occupando, allo stesso tempo, uno spazio dell’Agora destinato alle attività di commercio.

    La posizione dell’Agrippeion in questa parte dell’Agora indica la volontà di occupare l’unico spazio rimasto con un edificio monumentale, ma anche di riproporre, da un punto di vista urbanistico, lo schema romano di piazza porticata con edificio in asse, secondo il modello dei fori imperiali.



    TEMPIO DI ARES

    Il tempio di Ares, identificabile sempre grazie allo scritto di Pausania, si presenta con sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi, tutte in ordine dorico. La struttura templare e gli elementi architettonici rimasti si datano al 430 a.c. e l’altare, antistante al tempio ad est, al IV a.c.; invece le fondazioni di entrambe le strutture si datano al I a.c.

    RESTI DEL TEMPIO DI ARES
    Pausania, la cui testimonianza ci permette di attribuire ad Ares, associato ad Afrodite e ad Atena, la destinazione del culto e di ricostruire il patrimonio scultoreo, è il solo a menzionare l’esistenza nel settore nord-est dell’Agorà tale edificio; infatti le fonti precedenti l’età imperiale non ne parlano. Il tempio subì quindi una sorte che fa onore alla cultura romana, perchè venne smantellato dall’originaria sede per essere trasferito in questa parte della città giusto in età augustea.

    Nei blocchi riferibili all’elevato sono incise lettere, che secondo gli studiosi, si datano alla fine del I a.c.: sono marchi di costruttori apposti al momento dello smantellamento per favorire la ricomposizione nel modo corretto e più facile possibile. Ci sono varie ipotesi riguardanti l’originaria provenienza, ma la più accreditata negli ultimi anni sostiene che esso provenga dal demo di Archanai a 60 stadi (11 km) a nord di Atene.

    Molti studiosi sostengono che la scelta di spostare il tempio sia attribuibile ad Agrippa nello stesso periodo della fondazione dell’Odeion e che in modo particolare, secondo il Baldassarri, sia riconducibile alla figura del figlio, Caio Cesare, molto amato nella città greca e dai suoi cittadini era appellato come Neos Ares.



    BIBLIOTECA DI PANTAINOS 

    La biblioteca di Pantainos sorse nel 100 d.c. nell’angolo sud-est dell’Agorà affacciandosi sulla Via Panatenaica. Fu scoperta nel 1933 - 1935 e di nuovo scavata nel 1971 - 1973. L’edificio possedeva una corte quadrangolare circondata da portici su cui si affacciavano diversi ambienti. A sud si affacciava sulla strada.

    Fra gli ambienti c'erano delle tabernae i cui introiti andavano a favore della biblioteca, accessibili dai porticati che precedevano la biblioteca ad ovest e a nord.

    La porta di accesso aveva sull’architrave in marmo pentelico un'epigrafe che ricordava il suo edificatore Titus Flavius Pantainos che l'aveva dedicato ad Athena Archegetis, all’imperatore Cesare Augusto Nerva Traiano Germanico e alla città degli Ateniesi. Segue una descrizione della biblioteca.

    Poichè l’imperatore porta il titolo di Germanico ma non ancora di Dacico, conferitogli nel 102 d.c., se ne deduce che l'edificio è anteriore a questa data (100 d.c. circa)

    L’edificio doveva esistere già da prima come scuola filosofica, dato i graffiti sulle colonne, l’iscrizione con regolamento (“Un libro non sarà portato fuori, perché così giurammo; la biblioteca sarà aperta dall’ora prima alla sesta”) e l’epiteto di “sacerdote delle Muse” attribuito a Pantainos, comunque gli incontri filosofici sicuramente continuarono nello stesso edificio.

    Con l’invasione degli Eruli, nel III d.c., tutta l’Agorà fu devastata e molti edifici furono smantellati per riutilizzare i materiali. La biblioteca fu smembrata ed i suoi materiali riutilizzati per la costruzione delle mura dette “di Valeriano” (253-260 d.c.) ma in realtà erette più tardi nel regno di Probo (276-282 d.c.).



    OROLOGIO DI ANDRONIKOS KYRRHESTES

    Ad est dell’Agorà romana si colloca un imponente orologio idraulico, progettato, come testimoniano Varrone e Vitruvio, da Andronikos Kyrrhestes, nel I a.c., sotto Giulio Cesare. L’orologio è una torre a pianta ottagonale, con due porte di accesso a nord-est e a nord-ovest, con tetto conico-piramidale.

    RICOSTRUZIONE DELL'OROLOGIO DI ANDRONIKOS
    La banderuola in bronzo, per indicare i venti, era a forma di Tritone e all’interno degli otto pannelli in alto, corrispondenti ai lati della torre, c’erano le raffigurazioni dei venti in altorilievo.

    Restano visibili quelli a nord-est con Kaikias che sparge chicchi di grano, a nord con Boreas che soffia dentro una conchiglia e a nord-ovest Skiron che porta della neve in un recipiente pieno di legna.

    È probabile che funzionasse come un orologio solare, poiché, sotto ogni personificazione, sono presenti delle curve che servono a calcolare l’ora in base all’ombra.

    Si tratta di un’ampia piazza quadrangolare, di 112 x 96 m, con un ampio cortile lastricato in marmo e con portici ai lati dove prendevano posto le botteghe di commercianti e artigiani, come risulta dalle iscrizioni rinvenute. I propyla (ingressi) erano due e non simmetrici in quanto dovevano adeguarsi alle strutture già esistenti e agli assi viari.

    L’ingresso principale era ad ovest, in ordine dorico, mentre l’altro ad est era in ordine ionico. L’ingresso occidentale. meglio conservato, è in marmo pentelico, con tre passaggi: due laterali per i pedoni e quello centrale per i carri, come nei propilei dell’Acropoli.

    Sull’architrave un’iscrizione ricorda la dedica ad Athena Archegetis e che la costruzione dell’Agorà si deve ai fondi stanziati dal Divo Cesare e da Augusto e i lavori ultimati tra il 12 ed il 2 a.c. Un’altra iscrizione ricorda che una statua di Lucio Cesare era stata posta come acroterio del frontone.

    Ad est l’altro ingresso era destinato ai soli pedoni, ornato dalla statua di Caio Cesare, fratello di Lucio. Dopo l’invasione degli Eruli la vita della città si concentra nell’Agorà e intorno alla Biblioteca di Adriano fino al XIX secolo.




    BIBLIOTECA DI ADRIANO

    Ad est dell’Agorà greca prende posto una delle costruzioni più importanti dell’Atene romana: la Biblioteca dell’imperatore Adriano.


    Nella sua lista Pausania la ricorda come uno degli edifici adrianei più belli e menziona tutti i materiali impiegati per la sua costruzione: colonne in marmo frigio, tetto dorato ed in alabastro.

    La struttura si presenta come un ampio cortile quadrangolare porticato preceduto da un propylon (accesso) monumentale, sul fondo del cortile si aprivano gli ambienti della biblioteca vera e propria.

    Al centro del quadriportico vi era un bacino allungato probabilmente circondato da un giardino ornato di statue.

    Sul portico orientale si aprivano le sale della biblioteca: l’ambiente centrale, rettangolare, era destinato a contenere i volumina; sulla parete di fondo c’era una nicchia, con copertura semircicolare, che conteneva la statua di Atena, cui, solitamente, era riservato di norma il posto d’onore nelle biblioteche.

    I muri laterali sono quasi completamente distrutti, ma si deduce che presentavano 7 nicchie per ciascuno dei due piani in cui erano articolate.

    In totale erano presenti 44 nicchie e i papiri di maggior consultazione erano posti nelle nicchie più basse, gli altri, di conseguenza, in quelle più alte; dalle fonti sappiamo che la biblioteca conteneva in tutto 22000 papiri, un numero senza precedenti per le biblioteche dell’epoca.

    L’edificio fu realizzato, stando a San Girolamo, nel 132 d.c. e la sua edificazione si inserisce in quella serie di lavori promossi dall’imperatore “filelleno”.

    Agli inizi del V d.c. l’area occupata dal bacino fu colmata per realizzare un edificio con quattro absidi che si aprivano su un’aula quadrata centrale; la somiglianza con alcuni edifici paleocristiani fa supporre che anche questo fosse una chiesa.



    CALCOTECA

    La Calcoteca o Chalkotheke era un edificio situato sull'Acropoli di Atene utilizzato come deposito per i bronzi, le armi e i rostri delle navi, per la mobilia sacra e per le offerte dai santuari dell'Acropoli. Ne siamo a conoscenza solo grazie alle iscrizioni del IV secolo a.c. dove si ordina il censimento di tutti gli oggetti immagazzinati nella Calcoteca e l'erezione di una stele incisa con l'elenco davanti al palazzo.

    Ne sono stati rinvenuti i pochi resti in una struttura scoperta a est del santuario di Artemide Brauroniae a sud-ovest del Partenone, solo poche fondazioni di calcare e trincee scavate nella roccia di fondazione.

    Essa si ergeva di fronte alla parete meridionale dell'Acropoli con 43 m di lunghezza per 14 di larghezza, con un lungo portico di 4,5 m di larghezza. Per fare spazio al portico era stata tagliata la parte più meridionale dei gradini scavati nella roccia che conducevano alla facciata occidentale del Partenone. Si ritiene pertanto il portico un'aggiunta degli inizi del IV sec. a.c., mentre la parte principale della struttura si pensa fosse del V sec. a.c..

    In epoca romana l'edificio venne quasi totalmente riedificato, come attestano i numerosi frammenti architettonici di fattura prettamente romana.



    OLYMPEION

    Nella piana dell’Illisso, tra l’Acropoli e lo stadio, sorgeva il più importante tempio dedicato a Zeus Olympios. Già nel VI a.c. i Pisitratidi, come narra Vitruvio (De Arch. 7, 15), ordinarono l'edificio a quattro architetti: Antistates, Callaschros, Antimachides e Porinos. Il tempio era in ordine dorico con otto colonne sui lati brevi e venti sui lati lunghi, ma la sua edificazione fu interrotto per la caduta dei tiranni.

    Antioco IV Epifane di Siria nel II a.c. commissionò a Cossutius, un architetto romano, di riprendere in mano la costruzione del tempio che subì delle variazioni: fu realizzato come ottastilo e a cielo aperto, il che implica che il progetto non fu ultimato neppure questa volta.

    Successivamente ci fu un nuovo intervento, anche questo incompleto, da parte di re clienti amici di Augusto, stando a Svetonio sovrani di regni con presenti città di nome Cesarea, vale a dire: Erode il Grande di Giudea, Archelao di Cappadocia, Polemone re del Ponto, Tarcondimoto II di Cilicia e Giuba II di Mauretania.

    Solo con Adriano il tempio fu ultimato, ma non sappiamo nulla con certezza se non quello che ci dice Pausania: l’imperatore dedicò il tempio e la statua di culto crisoelefantina ed l’edificio divenne il centro principale del programma panellenico dove Adriano cercò di convogliare tutti i Greci ed i popoli di origine greca.



    ARCO DI ADRIANO

    L’arco assume il ruolo di “cerniera” tra la vecchia e la nuova Atene, ma solo a livello simbolico.

    ARCO DI ADRIANO
    Esso si data alla piena età adrianea ed è costituito da due ordini: l’inferiore con fornice arcuato, il superiore con struttura trilitica sormontata da trabeazione e frontone, in questo modo si fondevano in un’unica struttura i principi edilizi del mondo greco e romano, rientrando, così, perfettamente nell’intento di creare una fusione tra la koinè romana e greca.

    Gli elementi più importanti ed interessanti sono senza dubbio le iscrizioni greche incise sulle due facciate del monumento: la prima riporta “Questa è Atene L’originaria città di Teseo”, la seconda “Questa è la città di Adriano non di Teseo”.

    Dal punto di vista topografico l’arco sorge proprio al limite tra l’Acropoli e l’ Olympeion, per sottolineare come Adriano sia un nuovo fondatore di una nuova Atene rispetto all’antica e mitologica città di Teseo.

    L'arco di Adriano ricorda l'arco trionfale romano. Si trova su un'antica via che collega il centro di Atene alle strutture del lato orientale della città, tra cui il Tempio di Zeus Olimpio.

    È stato ipotizzato che l'arco fu costruito per celebrare l'adventus (arrivo) dell'imperatore romano Adriano, e per rendergli onore per quello che aveva fatto per la città, in occasione dell'inaugurazione del vicino tempio nel 131 o nel 132.

    Non è certo chi commissionò la costruzione dell'arco, anche se furono probabilmente i cittadini di Atene o un altro gruppo greco. Sull'arco si trovano due iscrizioni, poste in direzioni opposte, che citano Teseo e Adriano come fondatori di Atene. Mentre è chiaro che l'iscrizione renda onore ad Adriano, non si sa se il riferimento alla città sia da intendere nella sua interezza o ad una sola parte, quella nuova.

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  • 10/30/17--07:08: VALERIO ANZIATE
  • I SETTE SAGGI

    Nome: Valerius Antias
    Nascita: I sec. a.c.
    Morte: -
    Professione: storico

    "In quel tempo Lucio Scipione con finanziamenti offerti a quello scopo da re e popoli fece per dieci giorni i giochi che diceva proprio lui di aver promesso durante la guerra contro Antioco. 9. Valerio Anziate riferisce che egli, dopo la condanna e la confisca dei suoi beni, fu mandato in Asia un legato per dividere la contesa tra il re Antioco ed Eumene: 10. e che allora ricevette finanziamenti e si riunirono per l'Asia degli attori, e di qui ludi, dei quali non aveva più parlato dopo la guerra in cui diceva di averli promessi, parlò in Senato dopo la legazione precisamente."

    Valerio Anziate, ovvero Valerius Antias, scrisse alla fine del I secolo a.c. un'opera voluminosa dal titolo di Annali (Annales) o Storie (ab urbe condita), in settantacinque libri, dalla fondazione di Roma fino al 78 a.c. data della morte di Silla.

    Fu contemporaneo di Quinto Claudio Quadrigario, che scrisse a sua volta degli Annales, non sappiamo se prima o dopo di Valerio, ignorando le date della sua nascita e morte.

    Quinto scrisse almeno 24 libri, trattando brevemente il periodo regio e più ampiamente le guerre puniche, fino al 70 a.c. circa, quando morì Silla.

    Non sappiamo chi dei due o se, influenzò l'altro, comunque Valerio fu più pregevole per lo stile che per le informazioni, avendo un intento filo familiare e filo romano.

    Volle infatti glorificare al massimo sia la sua gens Valeria che lo spirito eroico romano. Infatti sullo stile di Quinto stile qualcuno ebbe invece a che dire, come Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano (1776) "nel goffo idioma dell'analista ClaudioQuadrigario".
    Secondo Velleio fu contemporaneo dello storico Sisenna che, pretore nel 78 a.c., morì nel 67.



    LA VITA

    IValeriiAnziati erano un ramo dellagensValeriaresidentealmenodai tempirepubblicaninei pressi diAnzio(città moderne di Anzio e Nettuno). Eglipotrebbe essere statocorrelato aLucio ValerioAntias, posto al comando diun convoglio dicinque naviper il trasporto dialto rangoprigioniericartaginesinel 215. Ma pure a Fùrio Anziate (Furius Antias). - Poeta latino (II- I sec. a.c.), amico di Lutazio Catulo, che narrò in versi la guerra cimbrica; restano di lui solo sei esametri.

    Non si sa moltodella sua vita, se non che fosse vissutoai tempi diSilla, anche se alcuni studiosi ritengono lo uncontemporaneo diGiulio Cesare e che scrisse il suolavoro dopoil 50 a.c., perchésembra essere statosconosciuto aCicerone, che tra l'altro non lo annovera tra glistoricifamosi,  neppure dove parla degli storici romani da Fabio Pittore a Licinio Macro.  (de legibus1.2.3-7).

    SANTUARIO DI EGERIA

    L'OPERA  

    Nonostante fosse molto criticato da Tito Livio, Valerio ebbe gran successo  coi suoi posteri, dai quali la sua opera fu molto citata e utilizzata. Quantunque la sua opera sia andata quasi tutta perduta, a parte brevi citazioni, è stata parecchio criticata per le esagerazioni e falsificazioni sia nei fatti che nel numero.

    Riferisce ad esempio che le vergini sabine fossero esattamente 257 (da dove derivasse la notizia non si sa). In alcuni anni dove le altre fonti greche e latine tacciono, pone battaglie cruente con enormi numeri di caduti.
    Di Villio Tappulo, console nel 199, egli racconta con particolari, compreso il numero preciso dei caduti, una battaglia con Filippo V di Macedonia che è inventata di sana pianta. Nella battaglia di Arausio poi (105)  sarebbero, secondo lui, periti 80.000 soldati e 40.000 bagaglioni.

    Commette inoltre errori di locazione, come quando scrive, nella Vita di Numa Pompilio, che il re frequentasse sovente la ninfa nel vicino colle Aventino, ma il tempio di Egeria stava però nell'attuale Parco della Caffarella..

    Nel Frammento 6 (Plutarco, Numa, 15 e seg.) re Numa, sempre seguendoil consiglio delninfa,chiamaGiovee lo costringead accettareun rimediodi testedi cipollae pesceper contrastare gli effettinefasti diun fulmine caduto a Roma, al posto delleteste umanepropostidal Dio. Livioperò ignoratotalmente la storia, anche se cita Valerio tra le fonti storiche.
     .
    Di Valerio Anziatenon abbiamoopere complete, ma solo 65 frammenti, comunque attraverso altri autori sappiamo che scrisseuna cronacadi Roma anticain almeno75libri. L'ultimoeventodatabilenei frammenti  parladegli eredi dell'oratoreLucio LicinioCrasso, che morìnel91a.c..


    Dei 70 riferimenti a Valerioingreco e latino della letteratura,61locitanocome un'autorità instoria miticaromana, soprattutto su Numa Pompilioe la sua consulenzacon Egeria.

    Il lavoroquasitotalmente perdutodiValerio,citato comeAnnaleso comeHistoriae, inizia con la fondazione di Romafino al91 a.c.. IlII libronarra delre romanoNuma Pompilio, il XXIIlibro sullacapitolazione diGaio Ostilio Mancinonel 136a.c(Livio questo eventoriporta solonel libro55della suastoria).
    Pertanto, iprimi tempi di Roma sono stati narrati più brevemente dellastoria contemporaneadell'autore

    NUMA CONSULTA EGERIA
    Il suo lavoro non sembra molto affidabileinfattiLiviocriticainumeriesageratideinemiciuccisi ocatturatidelleguerredi Roma. A voltesembraaver inventatoanchele battaglie. 

    Ma a voltei valori sono corretti, confrontandoli con alcunivalori fornitida Polibio, come il contodi ogni anno'inclusal'assegnazionedelle truppee delle province, presagiimportanti, battaglie, fondazione dinuove colonie, ecc

    Al termine della descrizione di ogni anno egli riporta gli spettacoli, l'inaugurazione dei templi e altre novità soprattutto della città di Roma.
    Seguendo la storiografia ellenica egli arricchisce le sue storie con fatti sensazionali, drammatici o miracolosi.

    Hafalsificatoil rapportosulleprovedei fratelliScipio(Livio38,50-60) e sembra averinventatoalte caricheed azionigloriose per i membridella sua casa, lagensValeria, che ha vissutonella Repubblicaromana, tanto più chenon c'eranofonti affidabilia quei tempi che potesseroconfutarele sue affermazioni.  

    Inoltresulla scopertadelle bareconi libri direNuma,sostenne chele barefurono scopertedalla pioggiae nondallo scavo, come nella tradizionepiù antica. 

    Lo stilediValerioera semplicee nonarcaico per cuiMarco Cornelio Frontone(Epistel adVerus) giudicò maleil suo linguaggio). Così furaramentecitatodai grammaticisuccessivi. Oggi invece il suo stile semplice e chiaro è molto apprezzato
    Si sostenne fosse stato molto influenzato da Tito Livio, eppure non viè prova ditale influenzaneiprimidieci libri. Diventiframmentiche ricadono nel periodoLivionon usaalcuna informazione di Livio, siaomettendole informazioni, o esplicitamentein disaccordo conesse. Anzi fu molto criticato da Tito Livio, che ne utilizzò, comunque, l' opera in modo abbastanza ampio.

    Howardsostiene invece che: "L'idea che Livio abbia fattoun libero uso diValeri Antias, e lo menzioni soloin caso di disaccordoè privo di fondamento, perché abbiamo vistoquattordicicasi incui, anche seLivionon lomenziona, eglituttavianon è d'accordocon le sue dichiarazionicomea noi notoda altre fonti, oassolutamenteleignora.

    Per esempio, nelFrammento1:"AccaLarentiaha devolutola sua proprietàa Romolo". Livionon ne parla. Nel Frammento3:afferma che527Sabinesono stati rapite. Liviodice che il numeroè maggiore di 30, e così via. Per l'interoperiodo copertoda Tito Livio, 33frammenti diValerio Antiasprovengono daLivio.
    Insomma Howardnega che cheAntiasfosse la fonte dinotevoliporzioni distoria diLivioe cheLivioabbia seguitociecamente la fonte di Valerio, almeno nella prima partedel suo lavoro.

    Innalzò inoltre Publio Valèrio Publìcola, (Valerius Poplicola), Console (m. 503 a.c.), falsificandone le sue gesta , probabilmente copiando quelle di Lucio Valerio, console nel 449. Sarebbe stato eletto console nel 509 in luogo di Collatino, e di nuovo nel 508, 507, 504; avrebbe trionfato sugli Etruschi, i Veienti e i Sabini. Avrebbe cooperato alla formazione del nuovo stato con le leggi Valerie, e istituita la provocatio ad populum. Per il grande rispetto delle libertà popolari fu detto Poplicola. 

    "Ma Valerio tramanda che il re Amulio diede i bambini nati da Rea Silvia a Faustolo, per ucciderli, ma egli, supplicato da Numitore affinchè i bambini non venissero uccisi, li affidò per allevarli alla sua amica Acca Larentia, donna che, poichè era solita prostituire i suo corpo. fu chiamata lupa. Perciò dopo esser cresciuti, Romolo, su rivelazione di Faustolo, venuto a sapere che aveva un nonno, chi fosse la madre e cosa le fosse accaduto, con pastori armati si diresse immediatamente ad Alba, e, ucciso Amulio, ristabilì nel regno il nonno Numitore. Romolo fu così chiamato dalla grandezza delle forze. L'altro invece fu detto Remo dalla lentezza, infatti gli uomini di tal genere erano detti dagli antichi ritardatari."
    (Domenico Vasconi) 


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  • 11/02/17--06:44: CAESAREA MARITIMA (Israele)

  • Questo mosaico, rinvenuto a Caesarea Maritima, di era romano-bizantina, dà l'idea della bellezza della città e dei suoi monumenti. Il mosaico policromo è abbellito con animali, piante, alberi e motivi geometrici. Al suo centro regna una divinità femminile locale, di nome Kalokeria, un nome sicuramente grecizzato di una Dea locale, che mostra, come Dea della fertilità e della prosperità,  un cesto di frutti della terra, che doveva assicurare la ricchezza alla bellissima città.

    La prosperità si ebbe senz'altro finchè resse l'impero romano che senza razzismi o preclusioni, favorì commerci ed ogni tipo di arte in ogni parte e ad ogni gente del suo impero. Quando però questo decadde vennero a mancare cultura, scuole, leggi, commerci e ricchezze, e tutto ricadde nella barbarie. Da qui l'oscuro medioevo.

    Dal 2000 il sito di Cesarea Marittima è incluso nella "Tentative List del Patrimonio Places" dell'UNESCO.



    LA STORIA

    Le rovine di Cesarea Marittima, ovvero Caesarea Maritima,  si trovano in Israele, nella regione Judea, sulla costa della Palestina, a circa 40 km a S di Haifa. Fu fondata dai Fenici  in periodo ellenistico, conosciuta come Torre di Stratone (Stratone = ‛Abd-Ashtart, re di Sidone), sulla via carovaniera principale tra Tiro e l'Egitto.

    Cesarea Marítima era conosciuta con di Torre di Stratone nel IV a.c. dai commercianti fenici di Sidone. Zenón de Alejandría, nel 259 a.c., narra che sbarcò nella città fenicia di Torre di Stratone, da dove ha iniziò il suo viaggio come esattore delle tasse per conto di Tolomeo II Filadelfo.

    Cesarea venne poi rifondata e riedificata da Erode il Grande nel 25–13 a.c.  La sua popolazione era originariamente composta in parti uguali di Greci e di Ebrei, ma nei primi secoli dell'èra volgare gli Israeliti vi erano in minoranza.

    Fu una delle 4 colonie di veterani romani create dall'Impero Romano nella regione della Syria-Phoenicia. Essa divenne ben presto il porto principale della Palestina e il quartier generale della flotta regia.

    Caesarea Maritima venne così chiamata da Erode in onore di Cesare Augusto. Essa venne descritta in dettaglio nel I sec. dallo storico romano Giuseppe Flavio. La città divenne da subito sede del prefetto romano e "capitale amministrativa" nell'anno 6 a.c.

    Cesarea è stata la scena ne 26 d.c. di un importante atto di disobbedienza civile per protestare contro l'ordine di Pilato di piantare l'aquila romana sul Monte del Tempio di Gerusalemme. L'imperatore Vespasiano aveva sollevato lo status  della città a quello di una Colonia, con il nome di Colonia Prima Flavia Augusta Cesarea.





    Dopo il 44 d.c., fu la capitale della provincia Iudaea (più tardi Palaestina), e tale rimase fino alla conquista araba nel 640. Successivamente Cesarea servì come base per le legioni romane che sedarono la grande rivolta del 66, e fu qui che il generale Vespasiano venne dichiarato Cesare.

    Infatti la presunta profanazione della sinagoga locale, per avervi voluto porre sopra un'aquila romana, portò alla disastrosa rivolta ebraica. Nel 70 Vespasiano dichiarò la città colonia romana ribattezzandola Colonia Prima Flavia Augusta Cesarea.


    Dopo la distruzione di Gerusalemme, Cesarea divenne la città più importante del paese: Pagani, samaritani, ebrei e cristiani hanno vissuto qui nel III e IV secolo, prima che l'intransigenza cristiana prima ed araba poi non seminarono l'odio e la guerra.


    RICOSTRUZIONE DELLA VISIONE D'INSIEME DELLA CITTA'
    Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 a.c., Cesarea era la capitale della provincia di Giudea, prima del cambio di nome in Siria Palaestina in 134, poco prima della rivolta di Bar Kokhba. Nello stesso anno, dopo la soppressione della rivolta ebraica, vi si svolsero i giochi per celebrare la vittoria di Tito. 

    Molti prigionieri ebrei vennero portati a Cesarea Marittima e 2500 vennero costretti a combattere nei giochi gladiatori. Dopo la rivolta di Simon bar Kokhba nel 132 a.c., che concluse con la distruzione di Gerusalemme e l'espulsione degli ebrei, Cesarea divenne la capitale della nuova provincia romana di Palaestina. 

    L'antica Caesarea Maritima (o Caesarea Palestinae) e il suo porto vennero popolate sia in era romano imperiale che bizantina. In epoca bizantina, Cesarea rimase la capitale, con breve interruzione delle conquiste persiana ed ebraica tra il 614 e il 625. Essa fu l'ultima piazzaforte dei Bizantini contro gli invasori musulmani. Venne infatti abbandonata nel 1265 d.c.

    Le sue rovine giacciono sulla costa mediterranea di Israele, a mezza via tra le città di Tel Aviv ed Haifa, sul sito di Pyrgos Stratonos ("Torre di Stratone").



    DESCRIZIONE

    Cesarea è racchiusa entro una cinta di mura, all'incirca semicircolare, lunga due km e mezzo, in gran parte coperta di sabbia, ma chiaramente riconoscibile dall'esplorazione aerea. I principali resti visibili comprendono:
    L'ACCESSO AL CIRCO
    - un ippodromo (di forma simile a quella del circo Massimo di Roma), con i frammenti di un obelisco di porfido rosso (taràxippos), resti dei segnali della meta.
    - il teatro sulla spiaggia;
    - l'anfiteatro nel quartiere N-O;.
    - le terme poste lungo la riva del mare, a S della città;
    - il palazzo reale;
    - il magnifico porto;
    - due acquedotti, spesso riparati e ancora funzionavano in pieno periodo arabo; con un canale aperto che attraversava su archi le depressioni del terreno;
    - numerose sculture e frammenti architettonici, riferibili all'arte romana imperiale;
    - numerose iscrizioni greche e latine;

    Le opere di architettura che Erode fece realizzare sono ben descritti da Giuseppe Flavio,che ricorda la costruzione del teatro, l'anfiteatro, l'agorà,il Palazzo Reale,l'odeon, il ninfeo, le terme,le piazze e le strade,lungo il porto con il faro dedicato a Druso, figlio di Augusto e amico personale di Erode.

    Ne ricorda inoltre gli horrea, per lo stoccaggio delle merci e il tempio dedicato alla Dea Roma e all'imperatore Augusto.  Ma il re, piegando la sua natura al desiderio di costose opere, costruito con grande rispetto un porto simile a quello del Pireo, che consente a molte navi profondi ormeggi. 
    Anche prendendo posizione contro la natura del luogo, combattè contro tutte le difficoltà,nella misura in cui la robustezza del mare nulla poteva sugli edifici che sfidavano la violenza e la bellezza,come se la sua costruzione fosse stata nessuna difficoltà da superare".



    GLI ACQUEDOTTI

    Dal momento che Cesarea non aveva fiumi o sorgenti, l'acqua potabile venne portata attraverso un unico acquedotto di alto livello, originario alle vicine sorgenti Suni, circa 7,5 km a nord est di Cesarea. A questo se ne aggiunse poi un secondo, simile al primo.

    Portare l'acqua nel deserto era un miracolo che solo i romani potevano fare, ed Erode era così intelligente da comprendere subito quali potenzialità di ricchezza e potere ci fosse nell'irrigazione delle terre. Tanto fu crudele con i suoi familiari e vicini, tanto fu generoso con il suo popolo, dandogli la possibilità di instaurare una ricca agricoltura, oltre a bestiame e manufatti.

    L'acqua era oro per una regione tanto arida e con la pubblicità che Erode fece a Roma e soprattutto ad Augusto, fece credere a molti che davvero il nuovo culto avesse portato la protezione e la benevolenza degli Dei.

    Solo gli ebrei restarono scettici, perchè non c'è mente più chiusa di quella di un monoteista, comandato nella sua mente da un Dio unico, dispotico, geloso e vendicativo che vuole si viva esclusivamente per lui, pena ritorsioni terribili, ma che viene definito misericordioso.



    L'AGORA'

    Nell'Agorà, la piazza principale della città costruita da Erode, che in realtà fu una via di mezzo tra un'agorà e un Forum, presero posto molti edifici pubblici. Non fu un Forum perchè non fu eretto sul cardo massimo, dovendo Erode tener conto  della conformazione del luogo. 

    Però raccolse la maggior parte degli edifici pubblici come un Forum, ad esempio il ginnasio, che era contemporaneamente palestra per i giovani e per i combattenti, ma pure luogo di riunioni.

    Ma vi erano edificati anche i vari templi degli Dei sia locali che romani, nonchè la basilica, dove si amministrava la giustizia, la sala dei comizi, i mercati, le terme, i bagni pubblici, le statue celebrative e i lunghi portici.


    IL PALAZZO REALE

    IL PALAZZO REALE 

    Erode Ascalonita (73 – 4 a.c.) detto il Grande, fu re della Giudea sotto il protettorato romano dal 37 a.c. alla sua morte, governando prima per incarico di Marco Antonio e poi di Ottaviano Augusto dalla parte del quale era prontamente passato dopo la sconfitta di Antonio ad Azio. 


    Nel Nuovo Testamento è il crudele sovrano che ordina la strage degli innocenti, episodio che appare infondato, sia perchè certamente non avrebbe dato ascolto al culto de4lla nuova religione cristiana, molto preso invece ad esaltare quella romana, sia perchè nessuno storico ne parla, nemmeno Giuseppe Flavio che si occupò particolarmente della religione cristiana.
     

    Del resto tra i Vangeli è citato solo in quello di Matteo, molto strano che un massacro così epocale, e soprattutto così attinente a Gesù Bambino, sia sfuggito a tutti e tre gli altri evangelisti.
    Non che il re non fosse capace di crudeltà, come del resto tutti i re orientali,  e non solo, perchè fece uccidere una delle mogli, alcuni dei suoi figli e centinaia di oppositori.

    Del resto anche Costantino uccise la moglie facendola lessare nell'acqua bollente e uccise un figlio, ma la Chiesa comunque lo ha fatto santo.

    I RESTI DEL PALAZZO REALE
    Intelligente, con senso estetico e di grande ambizione, Erode è noto per l'amplissima attività di costruttore. Fece edificare le città di Cesarea marittima, di Sebaste e le possenti fortezze di Masada, Macheronte e l'Herodion, oltre all'ingrandimento ed all'abbellimento della stessa città di Gerusalemme. In quest'ultimo aspetto rientra il rifacimento e l'ampliamento del Tempio di Gerusalemme, che venne perciò chiamato Tempio di Erode.

    Erode edificò uno splendido palazzo reale che glorificasse il suo status e la sua posizione. Monarchi di epoche successive costruirono i loro palazzi accanto la struttura di Erode, ampliando la tendenza di sofisticata architettura lungo la costa mediterranea fino al VII secolo d.c.

    Il re costruì il suo palazzo su un promontorio a picco sul mare, con una piscina decorativa circondata da portici. Nell'anno 6 a.c, Cesarea divenne la capitale civile e militare della Provincia Giudaica e la residenza ufficiale dei procuratori e dei due governatori romani: il prefetto Ponzio Pilato, e Antonio Felice.

    Così fece edificare un enorme palazzo sul Mediterraneo, oltre a un forum con case, mercati, terme, templi pagani, e comprese la città in una lunga cinta muraria. Nel suo palazzo, cioè la sua reggia, egli fece edificare tutti i possibili confort romani, comprese le terme, con una piscina dove poter nuotare all'uso romano.

    LE TERME

    LE TERME

    Molto del mosaico ancora giace sotto la sabbia.

    Purtroppo infatti pochissimo è stato scavato a Caesarea Marittima, perchè la cultura monoteista poco si cura del lato estetico e artistico, solo preoccupata che un'altra religione, ovvero i resti di una civiltà che si appoggiava a una diversa religione, possa inquinare l'integralismo della propria. 

    Tutto questo in un paese povero e bellissimo che molto avrebbe da offrire come turismo e quindi come lavoro e benessere locale. 



    IL TEATRO

    Nonostante l'enormità del parco nazionale di Caesarea, solo il 10% della antica capitale è stata scavata. E' stato invece liberato il teatro che è in uso a tutt'oggi per spettacoli, concerti e show. 
    Si deve ad Erode l'introduzione del teatro romano nel mondo palestinese.

    Il teatro, di tipo romano, cioè con i gradini in sopraelevato, e che subì molte trasformazioni, si innalza in due ordini di scalinate con 13 gradoni ciascuna, separate da un corridoio aperto su cui accedono sei vomitatori per l'entrata e l'uscita degli spettatori.

    Esso venne usato fino all'età bizantino-araba quando fu incluso in una fortezza. Questo teatro, l'unico fin qui scavato dell'età erodiana è particolarmente interessante perchè presenta una scena ad esedre curvilinee oblique.

    Inoltre l'orchestra è decorata con una straordinaria pittura, rifatta ben 14 volte con diversi motivi di decorazione geometrica e floreale. Notevole anche per il pulpitum dipinto; notevole anche l'ultima fase della tarda trasformazione in colimbètra per tetimimi (spettacoli acquatici con mimi). 

    Fra le scoperte: statue e rilievi, una statua di Artemide Efesia e la iscrizione di Ponzio Pilato prefetto di Giudea che dedica un Tiberieum, unico documento epigrafico esistente del celebre personaggio; dall'iposcenio proviene una ricca serie di grandi lucerne erodiane e da una torre un tesoretto aureo bizantino con reliquario argenteo.



    IL PORTO ROMANO

    Erode il Grande aveva supportato Marco Antonio nella sua lotta contro Cesare Augusto. Quando Antonio però venne sconfitto, Erode subito andò da Augusto, gli cedette la sua corona di Re della Palestina e si pose alla sua mercé. Così facendo ribadì ad Ottaviano che era stato un fedele servitore di Antonio, ma affermò che da ora in poi sarebbe un fedele servitore di Augusto.

    Erode era un grande affabulatore, intelligente, geniale e scaltro. Augusto ne rimase così affascinato che restituì ad Erode la sua corona. Occorre riconoscere che Ottavianao era un grande conoscitore di uomini e seppe sempre circondarsi di gente che mai lo tradì.

    Erode fu di parola, e aiutò l'insediamento romano come costumi, come ordine legislativo e come culto. A Cesarea, Erode costruì un palazzo per se stesso, un anfiteatro, un ippodromo per eventi sportivi e per cavalli di razza  e un enorme porto artificiale.


    Il Porto fu una straordinaria prodezza di ingegneria perchè servendosi del genio e delle maestranze romane usò il cemento idraulico di nuova concezione per creare frangiflutti artificiali. Il porto permise a Cesarea di diventare un importante centro per il commercio. 

     Pertanto nell'anno 30 d.c. il villaggio fenicio, per ordine di Augusto, venne assegnato ad Erode, che vi costruì una grande città portuale col nome di "Cesarea" in onore del suo patrono Ottaviano Cesare Augusto. La città allora si trasformò rapidamente in un grande centro commerciale, ed entro il 6 a.c. divenne la sede del governo romano in Palestina.

    Quando fu costruito nel I sec. a.c, il porto di Sebastos venne classificato come il più grande porto artificiale costruito in mare aperto, che racchiudeva circa 100.000 mq. Re Erode costruì i due moli del porto nel 22, nel 15, e nel 10-9 a.c. dedicando la città e il porto a Cesare (sebastos in greco significa Augusto).
     

    Infatti lo storico Giuseppe Flavio dichiarò che il porto di Cesarea era grande come quello del Pireo, il grande porto di Atene. Così Cesarea Marittima, rivale di Alessandria nel commercio orientale, dedicò il suo nome a Cesare Augusto, padrone del mondo romano, in vista della sua  presente e futura magnificenza.

    Caratterizzato da un design innovativo e concreto di idraulica, questo porto divenne uno standard per i porti a venire. Fu un'opera monumentale, anche se sia la città che il porto vennero costruiti su una spiaggia instabile, in un sito privo di un mantello protettivo o di una baia. Il progetto ha sfidato gli ingegneri più abili di Roma, blocchi di cemento idraulico, alcuni del peso di 50 tonnellate vennero ancorati al molo nord del porto artificiale.


    Il ritmo di costruzione è stato impressionante considerandone la dimensione e la complessità. I frangiflutti erano fatti di calce e pozzolana, impostando il tutto in un calcestruzzo subacqueo.
     Al suo apice, Sebastos è stato uno dei porti più meravigliosi del suo tempo. Era stato costruito su una costa che non aveva porti naturali e servito come un importante porto commerciale nell'antichità, rivaleggiando con il porto di Cleopatra ad Alessandria.

    Giuseppe Flavio (411-12) scrisse ancora:
    "Anche se la posizione era generalmente favorevole, [Erode] lottò contro le difficoltà così bene che la solidità della costruzione non poteva essere superata dall'impeto del mare, e la sua bellezza non aveva uguali."

    Lo storico dà una splendida descrizione del grande molo di Erode, costruito in blocchi di m 25 × 5: esso aveva torri massicce, la più grande delle quali si chiamava Drousion in onore di Nerone Claudio Druso, figliastro di Augusto.

    Resti di questo molo sono stati rivelati sotto le acque del mare da fotografie aeree. Essi si estendono verso il N e circondano il porto. Le colonne dei portici che, secondo Giuseppe Flavio, circondavano il porto, sono state riadoperate dai Crociati per la costruzione dei loro moli.

    Tuttavia, ci sono stati problemi di fondo che hanno portato alla sua scomparsa. Studi di nuclei concreti reperiti con le talpe meccaniche hanno dimostrato che il cemento era molto più debole, diverso dal cemento idraulico con pozzolana usata negli antichi porti italiani. Per ragioni sconosciute, il mortaio pozzolana non ha aderito ai detriti di roccia kurkar come ha fatto con altri tipi di roccia utilizzate nei porti italiani.


    Piccoli ma numerosi fori in alcuni dei nuclei indicano anche che la calce era di scarsa qualità e spogliato fuori della miscela da forti onde prima di potersi impostare. Inoltre, grandi grumi di calce sono stati trovati in tutti e cinque i nuclei studiati a Cesarea, il che dimostra che la miscela non venne mescolata a fondo.

    Tuttavia, la stabilità non sarebbe stata gravemente colpita se il porto non fosse stato costruito sopra una linea di faglia geologica che corre lungo la costa. L'azione sismica a poco a poco ha preso il sopravvento sui frangiflutti, causandone un inclinamento verso il basso fino a depositarli nel fondo del mare.

    Inoltre, studi di depositi del fondo marino a Cesarea hanno dimostrato che uno tsunami colpì la zona nel I II sec. .Non si sa se danneggiò o addirittura distrusse il porto, ma è noto che dal VI secolo il porto era inutilizzabile e oggi i moli si trovano a più di 5 m di profondità.

    L'impero bizantino decadde nel VII sec. e Cesarea cadde nelle mani dei Persiani Sassanidi. Poi, nel 638, la città, ancora la capitale della Palestina bizantina e importante centro commerciale e marittimo, venne distrutta dai musulmani, e sparì per sempre.

    La distruzione sistematica delle città costiere, per ordine del sultano mamelucco Baibars, ridusse Cesarea a un mucchio di rovine, sfruttate soltanto per trarne pietre da costruzione. I suoi resti sono ancora in gran parte coperti da uno a tre metri di sabbia; i ritrovamenti fortuiti e qualche zona rimasta scoperta hanno messo in luce avanzi che rispecchiano la storia della città.

    L'IPPODROMO

    L'IPPODROMO

    Lo stadio, o ippodromo, venne fatto edificare da Erode il Grande per l'inaugurazione ufficiale della nuova città di stampo romano, nel 10 a.c. dove vennero inaugurati i Giochi Actiali, che giocavano su due nomi, uno di Azia Maggiore, la madre di Augusto, ed uno sulla battaglia di Azio vinta da Ottaviano su Marco Antonio.

    I giochi ricorrevano ogni quattro anni, ma nel frattempo lo stadio veniva utilizzato per ospitare le corse dei carri e i combattimenti gladiatorii, era pure fornito di bagni pubblici. A ovest dell'ippodromo, il ritrovamento fortuito di una statua acefala di un personaggio imperiale del III sec. d.c., in porfido rosso e più grande del naturale, ha portato, nel 1951,all'esplorazione di un cortile di epoca evidentemente bizantina.

    Il circo romano di Cesarea marittima fu costruito molto probabilmente tra il principato dell'Imperatore romano Traiano (tra il 114/117) e del suo successore Adriano. Secondo altri durante il III secolo. Sarebbe invece struttura similare, ma di datazione antecedente (forse fatta costruire da Erode il Grande in epoca augustea), quella trovata lungo la costa, nella parte occidentale della città. Il circo venne edificato tra la metà del II secolo e la fine del III secolo. 

    Non sembra invece che la prima costruzione, forse ampliata e modificata nel tempo, sia da attribuirsi al regno di Erode il Grande, quando la città di Cesarea marittima fu fondata (tra il 22 e l'11 a.c.) e fu invece costruito un primo ippodromo-anfiteatro in riva al mare, nella parte occidentale della città.[2] Nel IV-V secolo fu probabilmente inglobato nelle mura cittadine. 

    Il circo terminava in un triplice portale, diviso da due colonne, al di là del quale è stata scoperta una stanza con pavimento a mosaico, contenente un'iscrizione che commemora la costruzione "del muro, dell'abside e delle scale" a spese del municipio al tempo di un governatore romano non identificato.

    La stanza dava accesso ad un'ampia e maestosa scalinata, dalla cui sommità si estendeva verso nord un lungo pavimento a mosaico. Sia la statua di porfido rosso che un'altra del II sec. d.c., un torso maschile di marmo bianco con la parte inferiore drappeggiata in un himàtion, sono naturalmente assai anteriori al vicino edificio.

    Certamente vennero riadoperate dalla città nel VI sec. d.c., magari con teste nuove, per evitare la spesa di nuove statue. Non solo il marmo costava, ma costavano anche gli scultori, per giunta non più bravi come i loro precedessori, dato l'inquinamento dell'arte che si era orientalizzata, specie nello stile bizantino.

    Il sedile della statua di porfido e la parte inferiore di quella di marmo erano infatti state adattate piuttosto rozzamente alla loro nuova posizione. Gli scultori di un tempo glorioso non esistevano più.



    IL MITREO

    MITREO

    Tra i magazzini di stoccaggio dell'antica città, giusto a nord dell'ippodromo, è stato scoperto un tempio di Mitra. Complessivamente a Caesarea sono stati individuati 4 centri di culto mitraico, un culto in parte misterico molto seguito dai legionari romani che risiedevano numerosi nella città marittima.


    GLI INTERNI
    Qui sopra si osserva il versante est del Mitreo.  Vi si scorge la base di un altare. Qui venne anche rinvenuto un medaglione romano in marmo colorato dove si osserva la scena di Mitra che uccide il toro.

    E' evidente che all'ippodromo, a parte i Giochi Actiati, (Aziati), confluivano quotidianamente o quasi gente di ogni dove, soprattutto della costa perchè era agile raggiungere lo stadio anche con piccole imbarcazioni, visto che trattavasi di navigazione costa a costa, per cui semplice e sicura.


    Questa stessa gente era piuttosto avvezza al culto di Mitra, sia perchè originario dell'oriente, sia perchè adottato in pieno dai soldati romani sparsi per tutto l'impero.

    Dunque i commercianti e i legionari solevano pare una puntatina al tempio di Mitra per ottenere gloria in battaglia, buoni commerci o semplicemente per tornare sano e salvo a casa.

    Ma c'è di più. In una città tanto commerciale, diventare seguace di Mitra significava, sedendo a tavola 
    nel rituale del pasto sacro, conoscere molta gente e fare facilmente amicizia, importantissimo per un commerciante che studiava sempre nuovi sbocchi per le sue merci.

    Ed ecco qui a lato la ricostruzione del mitreo, con l'entrata laterale in mezzo ai due banchi, dove sedevano gli i8niziati per svolgere i Sacri Misteri del Dio.

    Ma vi sedevano pure per svolgere l'agape sacra, i due banchetti rituali del solstizio d'estate  e del solstizio di inverno che ripetevano ogni anno

    Il locale non aveva finestre, se non sei sei piccoli pertugi laterali, che erano solo leggermente scavati ma chiusi laterali.

    Essi rappresentavano i sei pianeti che segnavano il cammino dell'iniziato.

    C'era poi l'ara, il podio della statua nel fondo e la raggiera che faceva di Mitra oltre al Dio dei soldati, il Dio del sole, come Dio Elios.



    LA SINAGOGA

    L'altra area scavata è sulla riva del mare, dove nel 1932, nel 1945 e nel 1956 sono stati in parte esplorati i resti di una sinagoga.
    La sinagoga risale al V sec. e consta di quattro strati sovrapposti di pavimenti a mosaico, due dei quali hanno iscrizioni circondate da ornamentazione geometrica.

    Le iscrizioni musive, di cui una indica la superficie di mosaico donata, mentre le altre riportano il passo di Isaia, xi, 31, in greco, rispecchiano l'onomastica e la cultura letteraria della comunità ebraica di Cesarea.

    La sinagoga rimase in piedi, sembra, dal IV al VI sec. d.c. Insieme al pavimento più tardo fu trovata una tavoletta con un iscrizione dedicatoria. Iscrizioni sepolcrali greco-giudaiche e capitelli di colonne decorati col candelabro a sette bracci, la menorah..


    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI AUGUSTO

    IL TEMPIO DI AUGUSTO

    Erode il Grande eresse templi per l'imperatore Augusto, oltre che a Cesarea Marittima, nella regione di Cesarea di Filippo e a Sebaste (Samaria). Egli fu il più grande promotore del culto dell'imperatore che tuttavia non toccò i culti locali, a parte gli insofferenti ebrei portatori di un monoteismo intransigente.

    Lo scavo del tempio iniziò nel 1989 sotto la direzione di Kenneth Holum della University of Maryland. Holum sostiene che il tempio di Augusto venne abbattuto circa nel 400d.c. e la maggior parte della pietra venne utilizzata in altri edifici La foto qui sopra mostra il porto e la posizione del tempio imperiale indicato da un ovale di colore rosso.

    I suoi resti hanno permesso agli archeologi di determinare le dimensioni del tempio che misurava da 95 a 150 piedi,forse 100 piedi dalle basi delle colonne alla vetta. Il tempio era fatto di pietra arenaria locale, il Kurkar, rivestito con uno stucco bianco. La piattaforma del tempio venne poi coperta da una chiesa bizantina a pianta ottagonale nel VI secolo. Queste sono le sue rovine che vediamo oggi all'interno della città. Come il Monte del Tempio [di Gerusalemme], la piattaforma del tempio di Cesarea sarebbe stata chiusa, almeno a nord, est e sud da portici a colonne che segnavano il recinto sacro (i termenos). e nel centro, sopra un alto podio, sarebbe sorto il tempio che Erode dedicò alla Dea Roma, incarnazione della Roma imperiale, e al Dio-re Augusto".
    (Kenneth G. Holum) Questo era pressappoco l'aspetto dell'edificio templare.

    L'articolo di Kenneth G. Holum apparve in un numero della Biblical Archaeology Review (settembre / ottobre 2004) dedicato alla città di Erode. Il suo articolo si intitolava "Costruzione di potenza:. Le Politiche dell'architettura" Con numerose fotografie e diagrammi.

    "La strategia di Erode a erigere questo tempio si estendeva ben oltre il simbolismo rappresentato dalla struttura stessa. Fu tra i primi di tutti i governanti provinciali dell'impero di impegnarsi per il culto di Augusto. I templi augustei, e la liturgia del relativo sacerdozio, definirono probabilmente il corso del culto imperiale in tutto l'impero orientale. 
    Mentre apparentemente l'atto di erigere questi templi rappresentato la fedeltà e l'impegno per Roma, contemporaneamente fornivano una base per l'organizzazione sociale e politica delle diverse popolazioni. Allo stesso tempo, poiché il nuovo culto lasciata intatti i tradizionali culti locali, non rappresentava alcuna minaccia per loro. Infatti ebbero molta cura a proteggere la cultura locale".


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  • 11/04/17--06:19: GRADI DELLA LEGIONE

  • All'inizio della storia di Roma la legione designava l'intero esercito romano, tenuto ad arruolarsi quando la patria era in pericolo, al solo segnale del console che, alla notizia dell'avanzamento nemico, correva al Campidoglio e vi piazzava due bandiere dichiarando che la patria era in pericolo.

    Immediatamente da città e campagne accorrevano sotto una bandiera i fanti e sotto l'altra i cavalieri. (la bandiera azzurra peri fanti, la rossa per i cavalieri). Il tempo di raccogliere animali, zaini e provviste e l'esercito si poneva in marcia contro il nemico.
    Le cose cambiarono nel I sec. a.c. perchè il legionario divenne un soldato di professione, stipendiato e armato dallo Stato, pronto ad accorrere ovunque ce ne fosse stato bisogno.

    In quanto agli stipendi, Cesare, di sua iniziativa, nel 51-50 a.c. raddoppiò la paga dei legionari passandola da 5 a 10 assi al giorno (pari a 225 denarii annui), tanto che la paga del legionario rimase invariata fino al periodo dell'imperatore Domiziano (81-96).

    Egli, contrariamente ai suoi predecessori che fornivano alle truppe donativi occasionali, istituì per il congedo un premio in terre, secondo l'uso che fino ad allora era stato a totale discrezione del comandante. Con il legionario di professione aumentò l'organizzazione, precisandosi i ruoli e i gradi che si svolsero in questo modo:



    .::: AUXILIARIES :::.

    Stipendio cohors peditata:
    Sotto Augusto - 75 denari annui
    Sotto Domiziano - 100 denari annui
    Sotto Settimio S. - 150 denari annui
    Sotto Caracalla - 225 denari annui
    Sotto Massimino T. - 450 denari annui
    Stipendio cohors equitata:
    Sotto Augusto - 150 denari annui
    Sotto Domiziano - 200 denari annui
    Sotto Settimio S. - 300 denari annui
    Sotto Caracalla - 450 denari annui
    Sotto Massimino T. - 900 denari annui
    Mansioni
    arcieri, frombolieri, cavalieri (alae)
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Gli AUSILIARI sono un corpo dell'esercito romano reclutato fra le popolazioni sottomesse di peregrini (liberi ma stranieri), per cui non sono cittadini romani.

    All'inizio si tratta di cavalieri di popolazioni alleate durante la conquista della Gallia. E' Cesare il primo ad usarli, soprattutto Galli e Germani, inquadrandoli sotto i decurioni (comandanti di una decuria di cavalleria) con grado pari a quello dei centurioni legionari e nominando un praefectus equitum.

    Gli ausiliari del tardo periodo Repubblicano vengono arruolati per la durata delle campagne, direttamente nei territori sottomessi, oppure sono forniti dai capi delle tribù alleate. che provvedono esse stesse a retribuirli. Da Roma ricevono solo le vettovaglie.

    Il valore degli ausiliari (arcieri e frombolieri) è ben lungi da quello dei legionari, però, con le loro frecce e i proiettili di fionde, proteggono le avanzate della fanteria "pesante" legionaria o la "carica" della cavalleria. In Britannia riescono a coprire lo sbarco dei legionari di Cesare, e ad Uxellodunum (oppido gallico francese nel 51 a.c.) impedirono ai Galli assediati di rifornirsi d'acqua. 

    Gli ausiliari sono usati soprattutto per la guerriglia, o nel folto dei boschi poco adatto al peso delle armature romane, o per operazioni di pattuglia, o in missioni di vettovagliamento, di saccheggio, o di rappresaglia. In certi schieramenti rinforzano gli effettivi delle legioni.

    Gli ausiliari erano obbligati a servire 25 anni, il loro soldo è di molto inferiore a quello dei legionari: durante la Repubblica i reggimenti o i singoli vengono spesso premiati con la cittadinanza romana, e pure sotto l'Impero; infatti parecchie unità ausiliarie aggiungono al nome la designazione di c(ivium) r(omanorum) per indicare che l'hanno ottenuta.

    Il soldato ottiene poi al congedo, se già non la possiede, la cittadinanza romana per sé, figli e discendenti già nati, e il diritto di contrarre legittimo matrimonio, purché una sola volta, anche con donne straniere, oppure il matrimonio già contratto è riconosciuto valido.

    Sin dall'inizio dell'età imperiale vengono impiegati guerrieri tribali in caso di guerra o per la difesa dei confini. Ma la diversità dell'organizzazione, del vestito e delle armi, la scarsa conoscenza della lingua latina, l'impiego per un tempo limitato, li separavano nettamente dalla milizia ausiliaria. Queste soldatesche barbare mantengono il loro carattere nazionale e si completano con reclute della tribù dalla quale provengono, e non adottano l'uniforme nè le armi romane. Da Costantino in poi costituiranno gli auxilia, ma saranno molto meno validi di quelli.



    .::: LEGIONARIUS :::.

    Stipendio:
    Sotto Augusto - 225 denari annui
    Sotto Domiziano - 300 denari annui
    Sotto Settimio S. - 450 denari annui
    Sotto Caracalla - 675 denari annui
    Sotto Massimino T. - 1350 denari annui
    Mansioni: combattimento con gladio, giavellotto e scudo
    Obbligo di servizio: 20 anni
    Liquidazione: 12000 sesterzi


    I LEGIONARI sono la gloriosa fanteria dell'esercito romano.

    Se in epoca monarchica e repubblicana, erano civili inquadrati nei ranghi dell'esercito, infatti all'inizio il termine legione indicava l'intero esercito, tenuto ad arruolarsi in difesa della propria comunità, successivamente, durante il periodo imperiale, il legionario diventa un soldato professionista, stipendiato dallo Stato e rifornito dell'equipaggiamento necessario. Non mancò mai tuttavia il ricorso a massicce operazioni di richiamo forzato dei provinciali, poi sempre più frequenti fino alla caduta dell'impero.

    Prima della riforma augustea il compenso del soldato era legato all'esito della campagna e al suo rischioso bottino, una specie di terno all'otto; dopo la riforma augustea il soldato deve attendere la fine della carriera per conquistare una solida posizione economica, che verrà infine elargita attraverso la donazione delle terre.

    Il soldato doveva avere una forte e sana costituzione, la statura media del legionario era di m 1,60, ma per la prima coorte si sceglievano uomini alti almeno m 1,65 m, il discorso cambiava per le varie regioni di reclutamento, tenendo conto dell'altezza media della popolazione locale. Infatti le unità barbare erano più alte delle reclute italiche o mediterranee.

    Gli antichi romani erano piuttosto bassi, non solo in rapporto ad oggi ma anche rispetto ai barbari, eppure dominarono il mondo.  Mentre per la coscrizione generale l'età andava dai 17 ai 46 anni, per l'arruolamento legionario l'età andava dai 17 ai 23 anni.

    I legionari, dopo l'allenamento da ragazzini nelle palestre, erano sottoposti ad allenamenti ancora più severi, e non si limitavano a combattere, dovendo anche lavorare in tempo di pace come manodopera. I soldati costruirono i loro i castra, le strade e i ponti, diciamo che costituirono l'avanguardia della civilizzazione (si pensi a città come Nimega, Colonia, Vienna, Magonza, Budapest, Belgrado), a partire dai villaggi legionari posti a ridosso degli accampamenti.

    La superiorità romana nelle imprese belliche era dovuta a vari fattori: la perfetta organizzazione, il continuo addestramento, il cambiamento innovativo dei mezzi e delle armi (o perchè osservati nel nemico in guerra, o perchè inventati exnovo), la diversità dei luoghi o del nemico che li portavano ad apprendere o inventare strategie sempre nuove. Il tutto condotto con estrema consapevolezza, razionalità e creatività, e nessun popolo era lontanamente simile a questo.

    Vegezio: “Per la fanteria si costruivano dei capannoni nei quali, quando il clima era turbato da venti e tempeste, l’esercito era addestrato nell’arte delle armi stando al coperto”. Il che permetteva di allenarsi con qualsiasi tempo, perchè l'addestramento continuo, pesante e costante, preciso e puntiglioso fu il segreto di questo poderoso esercito romano, mai uguagliato in nessuna parte del mondo.

    Per questo ai militi venivano caricati pesi sulle spalle, mentre si allenavano nel combattimento, per abituarsi alle armature pesanti, e nei capannoni si creavano cumuli di roccia e terra per abituarli ai terreni dissestati. In inverno dunque si allestivano capannoni per esercitarsi al coperto, ma a volte dovevano uscirne fuori per abituarsi a marciare e a combattere sotto la pioggia o la neve.

    Vegezio - Epitoma rei militaris:
    "Cavalli di legno erano predisposti in inverno al coperto, d'estate nel castrum. I giovani dovevano montare inizialmente senza nessuna armatura, fino a quando non avevano sufficiente esperienza, in seguito armati. Ed è così grande la cura che ci mettono che questi non solo imparavano a salire e scendere da destra ma anche da sinistra, tenendo in mano persino le spade sguainate e le lance. Si dedicavano a questo esercizio in modo assiduo, poiché nel tumulto della battaglia potevano montare a cavallo senza indugio, visto che si erano esercitati tanto bene nei momenti di tregua."

    I legionari imparavano anche a mettere su in un lampo la cucina da campo, l'ara, le latrine, a cucinare, a riempire e a svuotare i carri rapidamente, a smontare l'accampamento a tempo record, a marciare in fretta o di corsa coi pesi addosso, a costruire strade, ponti, restaurare costruzioni, costruire mura per il castrum fisso, o valli per difendersi dal nemico, o deviare fiumi, tagliare boschi e lavorare il legno, bonificare terre scavando ruscelli, o costruendo opere pubbliche, dai bagni alle terme, perchè molti castra divennero città.

    Solo chi aveva combattuto con onore poteva contare in patria sui voti dell'elettorato, sulla stima degli amici, sui prestiti dei creditori, sul favore delle donne e su un'assunzione da parte dello stato o del municipio per intraprendere una carriera politica.


    L'Armamento

    I legionari sono tutti cittadini romani e provengono dalla trasformazione alto-repubblicana dal modello falangitico a quello manipolare, la nuova unità tattica della legione romana nel IV sec. a.c. L'esercito romano passa così dall'impiego del clipeus e dell'hasta all'utilizzo dello scutum, del pilum e del gladius.

    Indossano una tunica di lana a maniche corte che arriva al ginocchio, sopra cui mettono una corazza a strisce e scaglie metalliche (lorica segmentata) che protegge la parte superiore del corpo.
    In testa hanno l’elmo (cassis) e ai piedi i sandali di cuoio fatti di parecchi strati di suola e guarniti di borchie (caligae). 

    Sono armati di :
    - pilum o giavellotto (punta temperata in ferro su un gambo in ferro non temperato inserito in un manico di legno.
    - gladius, spada corta usata di punta e portata sul fianco destro,
    - pungium: un corto pugnale.
    - scutum rettangolare e convesso (semi-cilindrico), in legno, con bordi rinforzati in ferro, per la protezione del corpo.
    - cingulum è la cintura di cuoio con borchie di bronzo e fibbia di chiusura, da cui pendono cinte di cuoio borchiate, dette pteruges.

    Il legionario, marciando in zona di guerra, porta il pilum in mano, il gladio al fianco, la corazza sul corpo, l’elmo agganciato all’armatura o al lungo palo a croce portato a spalla (fardello). Lo scudo, avvolto in una fodera che lo protegge dall’umidità viene portato sulla schiena.

    Gli effetti personali del soldato, abiti ed altro stanno nella sacca appesa al palo da trasporto, insieme ad attrezzi da lavoro e da cucina, picchetti, gavetta e fiasca. Il suo fardello pesa dai 30 ai 40 chili.



    .::: SAGITTARIUS :::.

    Stipendio:
    Sotto Augusto - 75 denari annui
    Sotto Domiziano - 100 denari annui
    Sotto Settimio S. - 150 denari annui
    Sotto Caracalla - 225 denari annui
    Sotto Massimino T. - 450 denari annui
    Mansioni
    arcieri, frombolieri, cavalieri (alae)
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    I sagittarii erano militi romani usati sia come reparti di cavalleria che come reparti di fanteria. In seguito alla riforma augustea, vennero addestrati dei reparti ausiliari, create ex novo oppure incrementandone gli armati da una preesistente unità quingenaria in tutte le loro tipologie: dalle cohortes peditatae (solo fanti), a quelle equitatae (fanti e cavalieri) fino alle alae di cavalleria (solo cavalieri, considerata l'élite dell'esercito romano).

    Si trattava di componenti dell'esercito molto utili e aggressivi, poichè gli archi da loro usati erano archi compositi, ricurvi, sofisticati, compatti e molto potenti e i tiratori erano eccezionalmente provetti, si da lanciare pure da cavallo.

    Nel II sec. c'erano almeno 32 unità ausiliarie di arcieri, dette sagittariorum o sagittarii (da sagitta = freccia). Quattro di queste erano milliarie (cioè ali di cavalleria quingenarie trasformate in milliarie, cioè da 500 a 1000 armati). In tutto senbra contenessero 17.600 arcieri. 

    Dal 218 a.c., gli arcieri dell'esercito repubblicano erano in genere mercenari, provenienti da Creta, che aveva una lunga tradizione. Nel corso della tarda Repubblica (88-30 a.c.) e poi in età augustea, gli arcieri cretesi vennero sostituiti da corpi di arcieri di altre province, perchè erano anche più bravi, ma soprattutto costavano meno. Dei 32 reparti di Sagittarii della metà del II sec, 13 provenivano dalla Siria, 7 dalla Tracia, 5 dall'Anatolia e solo 1 da Creta, altri 6 di origini incerte.

    Conosciamo, inoltre, tre differenti tipo di arcieri, rappresentati sulla Colonna di Traiano:
    (a) con corazza scalare, elmo conico in metallo e mantello (da Siria e Anatolia);
    (b) senza armatura, con un copricapo conico ed una lunga tunica;
    (c) equipaggiati allo stesso modo dei fanti ausiliari, muniti di archi al posto di giavellotti (dalla Tracia).



    .::: FUNDITOR :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 75 denari annui
    Sotto Domiziano - 100 denari annui
    Sotto Settimio S. - 150 denari annui
    Sotto Caracalla - 225 denari annui
    Sotto Massimino T. - 450 denari annui
    Mansioni
    frombolieri
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il fromboliere era il fante leggero che usava una fionda chiamata frombola, frombolo o funda, che scagliava proiettili anche a 400 metri di distanza. Nell'antichità grandi frombolieri furono i Rodii (dell'isola di Rodi), ma soprattutto gli abitanti delle Isole Baleari, i quali vennero ampiamente utilizzati come mercenari dai siracusani, dai cartaginesi e dai romani, che arrivarono a costituire intere coorti di frombolieri

    Questi combattevano con tre tipi di frombola, attorcigliati intorno alla testa, per il lungo, il medio e il corto raggio. L'addestramento avveniva in famiglia: il padre obbligava il figlioletto a colpire un pezzo di pane posto ad una certa distanza. Il ragazzino non poteva mangiarlo fino a quando non fosse riuscito a colpire il bersaglio.

    Erano dotati di una borsa a tracolla con proiettili di pietra, argilla o palline di piombo a forma di prugna del peso di 20-50 grammi, la cui forza d'urto poteva anche sfondare un elmo, arrecando ferite letali agli avversari. Spesso i proiettili venivano decorati con una dedica particolare, a protezione o per scaramanzia. La fionda aveva laccetto perchè non sfuggisse di mano nel lancio.
    Il fromboliere indossava un cappello a larga falda, una tunica di lana o lino senza maniche; dei calzari e il pelta, uno scudo di vimini intrecciati a forma di crescente lunare.

    La frombola era diffusa sia tra gli ausiliari che tra i legionari romani, spesso infatti sono stati rinvenuti "ghiande-missili" di frombole romane in bronzo, talvolta con iscrizioni (nel caso dei conflitti civili di carattere propagandistico, a dimostrazione dell'alfabetismo, anche in ambito militare).

    Spesso i legionari romani utilizzavano le frombole durante gli assedi, o nella difesa di fortezze. Per esempio, attorno al Vallo di Adriano i romani usavano anche proiettili con un buco e uno spazio contenente una più piccola biglia, in modo che il proiettile fischiasse durante il volo, terrorizzando così i nemici. I funditores vennero utilizzati fino al medioevo.



    IMMUNES

    Gli immunes erano legionari, o ausiliari, o classiarii (flotta), con un grado superiore al soldato semplice, in quanto possedevano capacità specializzate, che permettevano loro di svolgere compiti atipici per gli altri soldati. Tali capacità li esentava dai compiti più noiosi e pericolosi, quali lo scavo di un fossato o il pattugliamento dei bastioni.

    I milites dovevano restare in servizio per molti anni prima di avere la possibilità di diventare immunes e lo status di immune si otteneva o tramite selezione o tramite promozione. 
    Se non si possedevano le qualità che permettevano ad un soldato di venire scelto come immune, il legionario poteva sottoporsi ad un periodo di addestramento speciale durante il quale veniva chiamato discens, che riceveva la stessa paga base dei soldati non specializzati fino al raggiungimento dello status di immune.


    Stipendio: Gli immunes ricevevano identica paga rispetto alle truppe regolari ma erano immunes.

    In genere gli immunes erano:

    - Ingegneri, 
    - artiglieri, 
    - istruttori di armi, 
    - polizia militare (frumentarii), 
    - falegnami, 
    - cacciatori, 
    - custodi delle armi (custos armorum) 
    - responsabili amministrativi: curator, e librarius,  (non il curnicularius o il beneficiarius che erano principales).



    .::: LIBRARIUS LEGIONIS :::.

    Stipendio
    lo stesso a seconda fosse legionario o ausiliario
    Mansioni
    lettura, scrittura e calcolo matematico
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il LIBRARIUS LEGIONIS era un legionario addetto a speciali incarichi amministrativi all'interno della legione. Esistevano anche un librarius cohortis ed un librarius alae all'interno delle unità ausiliarie. Faceva parte di quella cerchia di soldati chiamati, immunes, esentati dai più noiosi e pericolosi compiti che gli altri dovevano svolgere, quali lo scavo di un fossato o il pattugliamento dei bastioni.

    Erano dotati di una certa istruzione, abili nella scrittura e con buone capacità di calcolo. Poteva occuparsi della registrazione di tutte le entrate e le uscite riguardanti gli approvvigionamenti (librarius horreorum), oppure era addetto alla registrazione di tutti i risparmi depositati dai soldati presso i principia dell'accampamento militare (librarius depositorum), o anche alla registrazione dei morti durante il servizio militare (librarius caducorum).



    .::: CRATOR LEGIONIS :::.

    Stipendio
    lo stesso a seconda fosse legionario o ausiliario
    Mansioni 
    calcolare i fabbisogni dei legionari soprattutto di frumento e trasmetterlo a Roma affinchè venisse spedito alla base operativa.
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero.

    Era il Curator annonae (o anche curator rei frumentariae), responsabile degli approvvigionamenti della legione romana, a riguardo a ciò che veniva spedito da Roma, soprattutto il grano. Il curator doveva stabilire e ordinare il frumento in sacchi di semi di grano (che si manteneva più a lungo della farina) per distribuirlo nel campo. Faceva parte degli immunes.



    I PRINCIPALES

    I principales erano gli ufficiali di grado inferiore o i sottufficiali della legione romana e degli ausiliari. Erano a un gradino superiore rispetto ai miles immuni da particolari lavori di routine della vita militare (immunes).

    In una legione vi erano circa 480 principales, tutti posti sotto il centurione, che erano esentati da compiti o servizi di normale routine (munera), all'interno di ogni coorte o centuria. Essi ricevevano una paga di una volta e mezzo o due rispetto al semplice legionario romano. Era la carica da cui si poteva accedere al rango di centurione.

    I principales erano:
    - Aquilifer: il portatore dell'insegna legionaria dell'Aquila, di rango inferiore solo al centurione, e che ricopriva quindi il gradino più elevato tra i principales;
    - Campidoctor: di solito un veterano decorato o un evocatus, l'istruttore nelle esercitazioni la truppa;
    - Cornicularius: a capo dell'ufficio amministrativo e degli archivi legionari a seconda del grado che ricopriva;
    - Signifer o vexillifer: portatore di insegna (signa),
    - Optio: il vice-centurione, uno per centuria, che chiudeva lo schieramento di questa unità;
    - Medicus, anche quello imbarcato, poteva essere un duplicarius;
    - Beneficiarius: il segretario del legatus legionis o del tribunus militum, con compiti di polizia;
    - Tesserarius: che aveva il compito di distribuire una tavoletta di legno con sopra scritta la parola d'ordine per entrare nel forte.

    E poiché questa categoria di soldati aveva paga doppia o pari ad una volta e mezzo, rispetto al semplice miles, erano anche denominati duplicarius o sesquiplicarius.

    Tra i sesquiplicarii (paga una volta e mezza) c'erano:
    - il cornicen,
    - il bucinator,
    - il tubicen,
    - il tesserarius
    - il beneficiarius;
    tra i duplicarii (paga doppia) c'erano:
    - l'optio,
    - l'aquilifer,
    - il signifer,
    - l'imaginifer,
    - il vexillarius equitum,
    - il cornicularius
    - il campidoctor
    - il medicus



    .::: EVOCATUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 675 denari annui
    Sotto Domiziano - 900 denari annui
    Sotto Settimio S. - 1350 denari annui
    Sotto Caracalla - 2025 denari annui
    Sotto Massimino T. - 4050 denari annui
    Mansioni
    plurime, dalle esercitazioni all'amministrazione e alla polizia
    Obbligo di servizio
    potevano essere richiamati o trattenuti oltre la ferma, specie in casi di eccezionali pericoli


    L'EVOCATUS era un militare tenuto in servizio o richiamato oltre la durata legale, come nel caso di un certo Marco Vibennio (a cui un commilitone dedicò una stele funeraria), il quale servì per 21 anni nelle file dell'esercito, superando la normale ferma militare di 16-20 anni. Il termine poteva essere applicato anche ad un ufficiale, ma in genere erano soldati con un'alta qualificazione nell'amministrazione, nella polizia, nei vigili di Roma, nei lavori di delimitazione e di architettura, o nei settori dell'approvvigionamento e soprattutto delle esercitazioni.

    Essi provenivano per lo più dal pretorio o dagli Equites singulares (in questo caso si chiamavano euocati Augusti), a volte da una legione, come nel caso di un certo Quinto Erennio o di altri miles ancora. In alcuni casi si trattava di veterani richiamati in servizio attivo, per gravi crisi, come nel caso delle guerre marcomanniche della fine del II sec., al tempo di Marco Aurelio.

    Avendo una grande esperienza sul campo di battaglia potevano organizzare in modo rapido e preciso sia l'amministrazione degli armamenti, degli approvvigionamenti o delle difese da un punto di vista architettonico militare, sia organizzare plotoni di distaccamento nei punti di osservazione o di importanza strategica, sia nell'esercitazione delle truppe, soprattutto delle truppe speciali.

    "Erat C. Crastinus evocatus in exercitu Caesaris, qui superiore anno apud eum primum pilum in legione X duxerat, vir singulari virtute. Hic signo dato, "sequimini me," inquit, "manipulares mei qui fuistis, et vestro imperatori quam constituistis operam date. Unum hoc proelium superest; quo confecto et ille suam dignitatem et nos nostram libertatem recuperabimus." Simul respiciens Caesarem, "faciam," inquit, "hodie, imperator, ut aut vivo mihi aut mortuo gratias agas." Haec cum dixisset, primus ex dextro cornu procucurrit, atque eum electi milites circiter CXX voluntarii eiusdem cohortis sunt prosecuti."
    "Nell'esercito di Cesare vi era un veterano evocato (richiamato), Crastino, che nell'anno precedente sotto di lui aveva guidato la prima centuria della decima legione, uomo di singolare valore. Costui, dato il segnale, disse: "Seguitemi voi che foste del mio manipolo e servite il vostro comandante, come avete promesso. Rimane questa sola battaglia; al suo termine Cesare riavrà la sua dignità e noi la nostra libertà". Contemporaneamente, volgendo lo sguardo a Cesare, disse: "Oggi, o comandante, farò in modo che tu abbia a ringraziare me, o vivo o morto". Dopo avere detto queste parole, per primo corse all'attacco dall'ala destra e circa centoventi soldati volontari scelti della medesima centuria lo seguirono."


    SPECIALIZZAZIONI DEI PRINCIPALES:

    SEXTIPLICARII (paga una volta e mezza)



    .::: CORNICEN :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 337 denari annui
    Sotto Domiziano - 450 denari annui
    Sotto Settimio S. - 675 denari annui
    Sotto Caracalla - 1012 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2025 denari annui
    Mansioni 
    Suonatore di corno
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il CORNICEN (pl. cornicines) era un soldato che trasformava gli ordini impartiti dal signifer in segnali acustici per tutta la legione. Era alle dipendenze di un centurione e suonava lo strumento a fiato del corno (cornu). Il suo compito era simile a quello degli altri suonatori dell'esercito romano: impartire gli ordini degli ufficiali attraverso il suono. Faceva parte dei principales e degli immunes, insieme ai tubicines ed ai bucinatores, ovvero di quei sotto-ufficiali appartenenti al gruppo dei sesquiplicariui.

    Era di fondamentale importanza per le manovre militari sia nelle fasi di avvio della marcia dell'esercito, sia in fase di schieramento di fronte al nemico. Infatti i Cornicines marciavano sempre alla testa della loro centuria, a fianco del tesserarius e del signifer. Fungevano spesso anche da assistente del centurione, quando l'optio era già occupato. Avevano una paga di una volta e mezzo (sesquiplicarius) rispetto ai normali legionari.

    Erano presenti:
    - nelle legioni romane,
    - nelle unità ausiliarie



    .::: BUCINATOR :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 337 denari annui
    Sotto Domiziano - 450 denari annui
    Sotto Settimio S. - 675 denari annui
    Sotto Caracalla - 1012 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2025 denari annui
    Mansioni
    Suonatore di buccina
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il BUCINATOR era un trombettiere dell'esercito romano, ed aveva il compito di segnalare alla truppa gli ordini degli ufficiali. Il suo compito era simile a quello degli altri suonatori dell'esercito romano: impartire gli ordini degli ufficiali attraverso il suono. 

    Erano presenti:
    - nelle legioni, 
    - nelle unità ausiliarie, 
    - nelle coorti dei vigili, 
    - nella guardia pretoriana 
    - negli equites singulares

    Faceva parte dei sottoufficiali principales (e pure degli immunes), insieme ai tubicines ed ai cornicines, ovvero di quei miles esentati dai più noiosi e pericolosi compiti che gli altri dovevano svolgere, quali lo scavo di un fossato o il pattugliamento dei bastioni.

    Il termine deriva dallo strumento utilizzato, la buccina, costituito da un corno intagliato e lavorato in modo da produrre il suono desiderato. Misurava normalmente 11-12 piedi in lunghezza il piccolo cilindro ricurvo, che terminava con un bocchino; la buccina poi curvava sopra la testa o le spalle.



    .::: TUBICEN :::.

    Stipendio:
    Sotto Augusto - 337 denari annui
    Sotto Domiziano - 450 denari annui
    Sotto Settimio S. - 675 denari annui
    Sotto Caracalla - 1012 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2025 denari annui
    Mansioni
    Suonatore di tubicio
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il TUBICEN (pl. tubicines) era un miles che si occupava di suonare lo strumento a fiato della tuba (simile ad una tromba moderna). Il suo compito era come quello degli altri suonatori dell'esercito: impartire gli ordini degli ufficiali attraverso il suono. Faceva parte della categoria dei principales, insieme a cornicines e bucinatores, ovvero di quei sotto-ufficiali appartenenti al gruppo dei sesquiplicariui, cioè con la paga pari ad 1,5 volte quella del legionario comune, come il Cornicen, il Tesserarius e il Beneficiarius.

    Lo strumento aveva origini etrusche, come testimonia Virgilio, ma vi era uno strumento simile anche nell'antica Grecia, chiamato salpinx.

    Il tubicen era un tubo sottile, solitamente di bronzo lungo oltre un m, con una parte finale che si apriva ad imbuto come una tromba. Il suono era terribile, ma non altissimo, perchè nel pieno della battaglia poteva non essere udibile, come accadde a Cesare nella battaglia di Gergovia contro Vercingetorige nel 52 a.c.

    Flavio Vegezio Renato sostiene che la tuba fosse usata soprattutto in caso di avanzata o di ritirata. E se il corno era usato per i signiferi, la tuba lo era per tutti i soldati. Flavio Giuseppe narra che vi fossero tre segnali specifici quando si smontava l'accampamento e l'esercito si metteva in marcia.

    Secondo Gaio Sallustio Crispo i suonatori di tuba erano probabilmente uno per coorte, ma anche, da quel che sappiamo in alcuni casi, uno per manipolo, quindi 3 per coorte. A capo di questi suonatori voi era un tubicen princeps. Avevano una paga di una volta e mezzo (sesquiplicarius) rispetto ai normali miles-legionari.

    Erano presenti:
    - nelle legioni romane,
    - nelle unità ausiliarie,
    - nella guardia pretoriana
    - negli equites singulares.



    .::: TESSERARIUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 337 denari annui
    Sotto Domiziano - 450 denari annui
    Sotto Settimio S. - 675 denari annui
    Sotto Caracalla - 1012 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2025 denari annui
    Mansioni
    Curatore della parola d'ordine
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    I TESSERARII sono dei sottufficiali che nel castrum sono addetti alla distribuzione di una tavoletta di legno (tessera) con su scritta la parola d'ordine per entrare nel forte.

    Le parole sono semplici, poichè alcuni soldati stranieri sono analfabeti. Se il soldato non riporta ai centurioni la tessera, viene aperta un'inchiesta. I tesserari fanno parte dei sotto-ufficiali chiamati principales.

    Secondo quanto narra Polibio, si sceglie dal X manipolo di ciascuna classe di fanteria (hastati, principes e triarii) e di cavalleria, quello che si trovava alloggiato alla fine delle diverse viae, e viene esentato dal servizio di guardia.

    Il tesserario ogni giorno al tramonto, va nella tenda del tribuno per ricevere la parola d'ordine, scritta sulla tessera.

    Tornato al suo manipolo, consegna la tessera, alla presenza di testimoni, al comandante del manipolo successivo, il quale la consegna a quello del manipolo seguente e così via.

    I manipoli accampati vicino alle tende dei tribuni riportano prima che sia notte la tessera ai tribuni, che a loro volta controllano che tutte le tavolette siano state consegnate e quindi che la parola d'ordine sia stata data a tutti, di manipolo in manipolo. E' la massima garanzia da spie e infiltrati.



    .::: BENEFICIARIUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 337 denari annui
    Sotto Domiziano - 450 denari annui
    Sotto Settimio S. - 675 denari annui
    Sotto Caracalla - 1012 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2025 denari annui
    Mansioni
    amministrativa-logistica-militare. Era controllore e spia, un tuttofare pieno di risorse
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Era un soldato scelto che in età tardo-repubblicana e imperiale aveva incarichi speciali, non solo nell'unità combattente, ma anche amministrativa, logistica o di polizia militare.

    Era uno dei Principales esentati da servizi gravosi come le ronde notturne e sottoposti direttamente ad un comandante superiore: 
    - un governatore provinciale,
    - un legato di legione,
    - un prefetto d'ala o di coorte


    Erano pertanto denominati:

    - beneficiario del comandante della guardia pretoriana
    - beneficiario del comandante di unità ausiliarie
    - beneficiario consularis, alle dipendenze dei governatori provinciali (legatus Augusti pro praetore);
    - beneficiarii legati legionis, alle dipendente del legatus legionis;
    - beneficiarii praefecti praetorio, a quelle del prefetto del pretorio;
    - beneficiarii praefecti cohortis, 
    - beneficiario del prefetto di una coorte equitata o peditata;
    - beneficiario praefecti alae;
    - beneficiario centurionis classiarii, 
    - beneficiario del centurione di una nave della marina militare;
    - beneficiario del del praefectus Urbis;
    - beneficiarius procuratoris, 
    - beneficiario del procurator Augusti nelle province procuratorie;
    tribuni legionis, a quelle di un tribunus militum legionario.

    Le funzioni dei beneficiarii spesso potevano cambiare, venendo destinati di volta in volta a nuove mansioni dall'alto ufficiale o magistrato alle cui dipendenze si trovavano. Potevano sorvegliare vie di comunicazione, venendo dislocati in particolari nodi stradali (stationes).



    .::: PRAETORIAN :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 750 denari annui
    Sotto Domiziano - 1000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 1500 denari annui
    Sotto Caracalla - 2250 denari annui
    Sotto Massimino T. - 4500 denari annui
    Mansioni
    La difesa del corpo dell'imperatore
    Obbligo di servizio
    solo sedici anni, invece dei 20-25 anni dei legionari, il che ne faceva un corpo privilegiato e ambito. Il congedo avveniva ogni due anni il 7 gennaio.


    La Guardia pretoriana, un reparto militare posto a guardia del corpo dell'imperatore, fu ampliata e utilizzata soprattutto da Augusto, per la guardia dell'imperatore, i servizi segreti, i compiti amministrativi e di polizia fino anche all'aiuto dei vigiles nello spegnere gli incendi.

    In origine erano soldati scelti provenienti dalle legioni, ma divennero un mezzo per affermare nuovi imperatori o mantenere i vecchi al potere. Vennero istituiti nel III secolo a.c. per proteggere pretori, consoli e generali. Giulio Cesare considerò l'intera Legio X come la sua fidata, convertita poi da Ottaviano nella Guardia Pretoriana tra il 29 e il 20 a.c.

    Furono create nove coorti (non dieci, perché avrebbero significato una legione intera, proibito stanziarsi in città e in Italia) che per motivi di sicurezza erano stanziate tre a Roma e le rimanenti sei in altre città della penisola, fino a quando Tiberio le radunò tutte nei Castra Praetoria. Queste coorti erano agli ordini del prefetto del pretorio, membro di ceto equestre con il titolo di praefectus praetorio. Inizialmente la carica era collegiale, poi fu affidata anche ad un solo prefetto e la carica divenne in età Giulio-Claudia l'apice della carriera equestre. Ogni coorte era capeggiata da un tribuno militare e fino a sei centurioni, tra cui il trecenarius.

    Sotto Tiberio, i pretoriani presenti a Roma furono riuniti in un unico grande accampamento sul Viminale, il Castra Praetoria, per cui i pretoriani assunsero come simbolo lo scorpione, segno zodiacale di Tiberio, ma i Castra Praetoria si trovavano non sul confine, esposti agli attacchi dei barbari, bensì a Roma, dove i pretoriani potevano usufruire delle terme e dei giochi dell'anfiteatro.

    I pretoriani intervennero per eleggere e deporre imperatori:

    - nel 41 con l'uccisione di Caligola e l'acclamazione di Claudio
    - nel 69 uccisero Galba ed acclamarono imperatore Otone
    - nel 192 uccisero Commodo
    - nel 193 consegnarono il trono a Didio Giuliano
    - nel 217 uccisero Caracalla
    - nel 222 uccisero Eliogabalo e proclamarono imperatore Alessandro Severo
    - nel 238 in accordo con il Senato elessero Gordiano III imperatore
    - nel 249 dopo la sconfitta di Filippo i pretoriani eliminarono il figlio del vecchio imperatore, Severo Filippo, che era stato nominato cesare.
    - nel 276 il prefetto del pretorio Floriano, si autoproclamò Augusto, ma venne ucciso dai suoi pretoriani per acclamare imperatore Marco Aurelio Probo.
    - nel 312 i pretoriani di Massenzio, combatterono per lui nella Battaglia di Ponte Milvio per cui il vincitore Costantino I sciolse definitivamente la Guardia e fece smantellare "l'accampamento del Viminale"

    I pretoriani furono 1.000 fin dall'inizio, e un "castra" legionario, ospitava 5.000 uomini.
    Assumendo 500 uomini per ciascuna coorte, si ebbe un corpo di 4.500 uomini sotto Augusto, di 16.000 sotto Vitellio, di 5.000 con Domiziano e infine di 10.000 con Settimio Severo.
    Durante il servizio il pretoriano era addetto a compiti civili, con un abbigliamento discreto: una tunica bianca (candida), un sagum o una paenula (grossi mantelli con o senza cappuccio) che bastavano per nascondere un'arma. L'elmo era usato poche volte per lo più in caso di dimostrazioni o parate. Usavano scudi rettangolari, ovali e rotondi, con elmi di fogge diverse e con ogni genere di armatura come tra i legionari e con il classico gladius, si distinguevano per l'utilizzo del simbolo dello scorpione, che poteva essere raffigurato sul proprio equipaggiamento o sulle insegne.


    DUPLICARI (paga doppia)



    .::: L'OPTIO :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    controllava la centuria e assisteva o sostituiva il centurione.
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    L'OPTIO era l'assistente del centurione, che ne aveva due per manipolo. Ma faceva anche da assistente (o comandante della retroguardia) a ogni decurione (comandante di una decuria) di cavalleria. Era uno dei sottufficiali principales, per cui era tra gli immunes (esonerato da altri servizi pesanti)

    Egli doveva sostituire il centurione nel caso in cui fosse stato ucciso, ferito o comunque impossibilitato nel comando. L'optio badava a mantenere compatta la sua centuria, soprattutto nelle retrovie, dove era di norma posizionato, per evitare arretramenti improvvisi o lo sbandamento della formazione.

    Se diventava vacante il posto del centurione, di solito si nominava a succedergli l'optio, anche sul campo stesso, con la formula immediata del "optio ad spem ordinis" di cui però ignoriamo il testo.
    Si sa che il centurione lo adoperava in svariatissimi compiti assegnati a lui stesso, che andavano dal tenere sempre aggiornati gli incarichi e i servizi quotidiani al controllare l’effettiva disponibilità della forza-uomini.

    L’optio era inoltre responsabile delle consegne quotidiane per cui portava al cinturone unta piccola tasca dove teneva le tavolette di cera con segnate le parole d’ordine, gli incarichi , i servizi, l’ordine del giorno.

    Questi veniva scelto personalmente dal centurione che poteva designarlo a successore. Tuttavia, l'optio non può essere considerato un vero "secondo" del centurione, mentre lo erano il Tesserarius o il signifer o il bucinator., ma era più che altro un suo tuttofare.

    L'optio viene raffigurato con un lungo bastone e un pomo in cima, con due grosse penne ai lati dell'elmo, con o senza cresta longitudinale. Essendo facilmente identificabili dal nemico in battaglia morivano in percentuale maggiore.

    L’accoppiata centurione/optio era presente anche tra i reparti della guardia pretoriana. Potevano esserci un optio centuriae (vice comandante di una centuria), un optio equitem (vice di una truma di cavalleria), e un optio speculatorum (vice di un reparto di cavalleria della guardia).

    Con lo stesso termine di optio si identificava anche nell'ambito del Genio militare, l'assistente del magister, a cui era affidato il compito di dirigere i laboratori/fabricae dove erano prodotte le armi o i mattoni delle legioni (tegulae), per la costruzione delle fortezze legionarie.



    :::. L'AQUILIFER .:::

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    portatore dell'aquila romana
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    L'AQUILIFERè in effetti un signifer, perchè è "colui che porta l'aquila", il bene più grande delle legioni romane, quella che tutti i soldati dovevano proteggere anche a costo della vita.

    L'aquila era infatti quanto di più prezioso aveva la legione e la sua perdita era considerata un'onta e una terribile disgrazia che andava pagata col sangue. L'Aquilifer era uno dei sotto-ufficiali chiamati principales e come tale aveva l'immunitas da molti servizi.

    Difficilmente i romani perdevano le aquile, però accadde a Carre, dove trovò la morte il triumviro Marco Licinio Crasso e pure nella disfatta di Teutoburgo, quando vennero annientate tre legioni. Augusto nel primo caso e Germanico nel secondo si occuparono di far tornare in patria le aquile perdute, in entrambi i casi con grande pubblicità.

    Gli aquiliferi venivano scelti tra i più forti e coraggiosi, per cui spesso si lanciavano avanti nelle battaglie, seguiti dai legionari terrorizzati all'idea di perdere l'aquila romana.

    Se fosse accaduto tutta la legione sarebbe stata infamata per sempre ed i suoi soldati disprezzati ed esecrati da tutti i romani. Pe cui sovente gli aquiliferi, gettandosi contro il nemico portando l'insegna, trascinavano i compagni, capovolgendo una situazione critica.

    Classico il primo sbarco di Cesare in Britannia, quando le sue truppe, intimorite dall'aspetto gigantesco dei nemici, si decisero a sbarcare a terra per proteggere l'aquilifero che da solo era sceso a terra correndo contro i nemici.



    .::: SIGNIFER :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    portatore dell'insegna della legione
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il SIGNIFERè colui che porta le insegne (signa), costituite, in genere, da oggetti metallici con simboli magici, religiosi, o onorifici, montati su aste alzate e tenute in mano dai portatori di insegna in modo che siano ben visibili. Il signifer fa parte dei sotto-ufficiali chiamati principales.

    Questi ha un ruolo molto importante nelle battaglie, perchè è il punto di riferimento visibile ai soldati, per restare uniti e condurre l'attacco, però, per la stessa ragione, è però un bersaglio molto ambito dai nemici, tanto che al termine delle battaglie si contano i signa sottratti alle armate romane. Farsi sottrarre le insegne è un disonore.

    Cesare sceglie infatti come signiferi i migliori nel combattimento, nel carisma e nella forza fisica, e sceglie anche gli "antesignani", truppe leggere d'elite nell'avanguardia di una legione, addestrati per combattere al di fuori della formazione da battaglia della fanteria pesante. Antesignani (ante-signa) sono "quelli prima dello stendardo", e infatti difendono i signiferi ponendosi di fronte al nemico a protezione delle insegne. 

    Polibio scrive che al tempo della II guerra punica vi sono due signiferi per ciascun manipolo, tra i più forti e valorosi, scelti dal centurio prior. Essi sono immunes, cioè esenti da altri servizi, ma hanno, a partire da Augusto. una funzione amministrativa per il controllo dell'aerarium militare nei forti ausiliari permanenti (castra stativa).

    Per l'importanza che l'insegna aveva all'interno dell'unità militare, tanto che la perdita dell'aquila era un gravissimo disonore che poteva portare allo scioglimento di una legione, il signifer era un soldato di particolare valore e coraggio, schierato nelle prime file con il compito di "resistere" a tutti i costi alla posizione assegnata.

    Le insegne potevano essere di molti tipi e la più comune era quella che identificava la coorte, il manipolo o la centuria. Il tipo di insegna più preziosa e più famosa è l'aquila, di solito una per legione. Il signifer, e colui che la portava, l'Aquilifer, era insignito di un grande onore e di una grande responsabilità.

    Il signifer era munito di parma o parmula, un piccolo scudo rotondo, e una pelle di animale che gli copriva il capo e le spalle, con o senza elmo.

    Non si sa se ci siano regole sull'animale da usare; nelle raffigurazioni compaiono leoni, leopardi, orsi e lupi, dei luoghi adiacenti. Faceva parte dell'onore del signifer indossare la pelle dell'animale da lui stesso cacciato. Numerose le raffigurazioni di signifer pretoriani coperti con pelli di leoni, mentre per i legionari le pellicce sono di lupi ed orsi, forse a scelta.



    .::: VEXILLIFER :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    portatore dell'insegna di una o più vexillationes
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il VEXILLIFER era un portatore di insegne, come il Signifer, che portava un drappo rosso chiamato vexillum con su cucite il nome della legione, il simbolo e il numero.

    Ogni legione ne aveva uno. Era caratterizzato, come per gli altri porta insegne, da una pelle di animale sul suo elmo ed uno scudo tondo detto parmula.

    Tuttavia il vexillifer identificava anche una vexillatio legionaria, ovvero un distaccamento legionario quando, per non lasciare sguarnita la fortezza legionaria lungo il limes romano, solo una parte della legione romana partecipava ad una campagna militare.

    Si suppone che fosse presente anche all'interno delle unità ausiliarie, ma non ce ne sono le prove.

    Essere un vessillifero era un grande onore e richiedeva un grande coraggio, perchè i nemici di Roma ormai sapevano che la caduta del vessillo comportava una grossa caduta di coraggio da parte dei legionari.

    Le insegne per i romani erano sacre, un po' perchè erano superstiziosi, un po' perchè nell'addestramento gli avevano inculcato l'importanza delle insegne da difendere a costo della vita.

    Un po' pure perchè il popolo romano aveva grande rispetto per i legionari e un vessillifero ne raccoglieva ancora di più.
    Ma un vessillifero che si faceva rubare le insegne era al contrario un uomo che aveva perduto l'onore, e i suoi concittadini glielo facevano capire chiaramente.



    .::: L'IMAGINIFER :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    portatore dell'insegna di una o più vexillationes
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    L'IMAGINIFER era colui che portava l'imago (immagine) dell'imperatore. Questa carica venne aggiunta ai ranghi delle legioni quando il culto imperiale fu deciso durante il regno di Augusto.

    L'imago era un ritratto tridimensionale fatto in metallo battuto. In genere l'immagine era dorata.
    Era presente solo all'interno della principale coorte.

    Perdere in battaglia l'immagine dell'imperatore era un'onta grave, verso l'imperatore e verso la legione, che peraltro difendeva strenuamente l'imaginifer e il suo prezioso fardello.

    Tra l'altro, essendo l'imperatore divinizzato, si supponeva che il suo genio proteggesse le sue legioni, per cui perdere l'insegna era come perdere una parte importante della protezione divina.

    Poichè gli uomini stavano sempre accanto ai portatori di insegne per difendere quest'ultime, era importante che l'imaginifer, come gli altri portatori di insegne, fosse un uomo coraggioso e valoroso, altrimenti si sarebbe tenuto lontano dalle prime file.

    Invece un imaginifer coraggioso si lanciava nelle prime file dove impazzava la battaglia e i legionari
    erano costretti a seguirlo, loro volta con un atto di coraggio.

    Per questo l'imaginifer, come gli altri portatori di insegne, veniva scelto tra gli uomini più valorosi e beneficiava di uno stipendio migliore rispetto ai comuni legionari.



    .::: CORNICULARIS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    amministrazione e archivi
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il CORNICULARIUS (pl.cornicularii) era un soldato posto a capo dell'ufficio amministrativo, che si occupava dell'amministrazione e dell'archiviazione dei documenti legionari, ausiliari, della guardia pretoriana o della marina militare. Era uno dei principales duplicarii. Il nome deriverebbe da due piccole corna che aveva poste sull'elmo.

    Sappiamo di cinque posizioni che occupava all'interno degli uffici amministrativi con cinque differenti livelli:
    - Cornicularius centuriae o cornicularius centurionis principis: curava l'amministrazione di una centuria sia all'interno di una legione romana sia delle truppe ausiliarie;
    - Cornicularius tribuni: a capo dell'ufficio di una singola coorte legionaria o ausiliaria;
    - Cornicularius praefecti: agli ordini del prefetto del pretorio, di quello dei vigili, di quelli della flotta di Miseno e Ravenna, di una coorte ausiliaria o di un'intera legione;
    - Cornicularius praesidis o cornicularius procuratori Augusti: agli ordini di un procurator Augusti provinciale;
    - Cornicularius legati legionis: agli ordini di un legatus legionis;
    - Cornicularius legati pro praetore legionis o cornicularius consularis: agli ordini del legatus Augusti pro praetore, e quindi a capo di almeno una legione.
    - Sembra venisse utilizzato anche come commissario di bordo o tesoriere.

    Il cornicularius, in qualità di sottufficiale, poteva accedere al grado superiore di ufficiale dell'esercito, come decurione di un'Ala di cavalleria/coorte equitata o come centurione legionario. Un'iscrizione riporta che un cornicularius era stato in precedenza beneficiarius sesquiplicarius, poi promosso al grado di optio.



    .::: CAMPIDOCTOR :::.


    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansioni
    addestratore delle truppe al combattimento
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il CAMPIDOCTOR detto anche Magister Campi ed a volte chiamato Exercitator, era un milite dell'esercito altamente specializzato. Si trattava di colui che doveva addestrare le truppe, in genere si trattava di un centurione, spesso di una coorte pretoriana degli equites singulares.

    Dalle epigrafie si è rilevato che è presente un campidoctor anche in numerose truppe ausiliarie.

    Questa sua specifica funzione che lo classificava tra i principales e pure tra gli immunes, richiedeva una grande forza e resistenza fisica per mostrare ai soldati quel che dovevano fare, per combattere con loro per la dimostrazione e per resistere a lungo per poter addestrare più soldati possibile.

    Inoltre doveva conoscere tutte le accortezze e i segreti del buon combattimento, sia nell'attacco che nella difesa. Questa figura militare esisteva ancora al tempo di Ammiano Marcellino (metà del IV sec.)



    .::: MEDICUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 450 denari annui
    Sotto Domiziano - 600 denari annui
    Sotto Settimio S. - 900 denari annui
    Sotto Caracalla - 1350 denari annui
    Sotto Massimino T. - 2700 denari annui
    Mansione
    medico e chirurgo
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Tito Livio narra che i feriti nelle battaglie venivano portati nei villaggi nei pressi della zone di guerra per essere curati. Era fondamentale intervenire per tempo a curare le infezioni provocate nello scontro con mezzi e cure adeguate, per evitare le perdite di vite umane.

    Con Giulio Cesare comparvero i primi medici sul campo e con la riforma dell'esercito di Augusto vennero introdotti i medici militari che avevano ricevuto, al contrario di quelli civili, una specifica formazione. Era, inoltre, di importanza basilare per avere una buona condizione generale dei soldati, che gli accampamenti permanenti (castra stativa) fossero posti nei pressi di corsi d'acqua, lontani però da zone malsane, come le paludi malariche o in regioni aride, non ombreggiate da alberi, o con difficoltà negli approvvigionamenti. 

    All'interno di ciascun castrum legionario o ausiliario venivano pertanto edificati gli ospedali militari (valetudinarium).

    L'esercito romano teneva alla salute dei propri uomini, sia perchè erano soprattutto romani, sia perchè il loro addestramento era costato e la loro esperienza era un valore. Pertanto avevano un sofisticato servizio medico, basato sulle migliori conoscenze mediche del mondo antico. L'esercito romano aveva, pertanto, medici altamente qualificati, in possesso di un enorme esperienza pratica.

    Anche se la loro conoscenza era del tutto empirica, non analitica, le loro pratiche erano rigorosamente controllate e testate sui campi di battaglia e quindi più efficaci di quelle disponibili per la maggior parte degli eserciti fino a prima del XIX sec..

    Sul campo di battaglia, medici e inservienti stavano dietro le prime linee, per curare i soldati feriti sul posto. Utilizzando una vasta gamma di sofisticati strumenti chirurgici, i medici dovevano rimuovere con grande tempismo, frecce, lance e dardi, pulire e disinfettare le ferite con acqua pulita, e medicare applicando punti di sutura, anche distribuendo vino o birra. Gli inservienti, infine, dovevano bendare le ferite. Era importante la velocità nella pulizia, chiusura e bendaggio della ferita, onde prevenire un'infezione che potesse degenerare in cancrena.



    .::: EQUITES :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 262 denari annui
    Sotto Domiziano - 350 denari annui
    Sotto Settimio S. - 525 denari annui
    Sotto Caracalla - 787 denari annui
    Sotto Massimino T. - 1575 denari annui
    Mansioni
    combattenti a cavallo
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Gli EQUITES (eques, pl. equites; "cavalieri") erano un ordine sociale e militare basato sul censo.

    - Durante l'età regia e nella I repubblica romana, gli equites erano soldati a cavallo la cui creazione era attribuita a Romolo, il quale fece eleggere dalla curia 300 cavalieri, divisi in tre centuriae, una centuria per ognuna delle Gentes originarie, e cioè Ramnes, Tities e Luceres.

    - Tullo Ostilio, III re di Roma, aggiunse a questi dieci turmae di Albani, raggiungendo i 600 cavalieri. Tuttavia, il numero delle centurie non era aumentato, così che ogni centuria era composta da 200 uomini.

    - Tarquinio Prisco raddoppiò invece il numero di equites, creando nuove centurie.

    - Servio Tullio, con i Comitia centuriata, riorganizzò l'esercito gli equites, formando dodici nuove centurie ex primoribus civitatis, composte dai cittadini più ricchi, e in più altre sei centurie dalle tre originarie create da Romolo, di origine patrizia, per un totale di diciotto centurie e cioè 3600 equites.

    Cicerone sostiene che l'organizzazione degli equites non fosse cambiata dai tempi di Tarquinio Prisco ai suoi. Gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, "equus publicus", oppure l'"Aes equestre", di 1.000 assi, per acquistarne uno, più l'Aes hordearium, cioèi 200 assi per il suo mantenimento.

    Livio riferisce che nell'assedio di Veio, alcuni cittadini benestanti ma non equites, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese e lo stato li ripagò con una somma per aver servito con i propri cavalli. Così gli equites si distinsero in equites equo publico, ed equites Romani. (volontari).

    I soldati di fanteria avevano iniziato a ricevere una paga da pochi anni; la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo.


    Periodo repubblicano

    Era compito dei censori organizzare una Equitum Recognitio, nel Foro, in cui gli equites si schieravano in ordine, e ognuno, chiamato per nome, doveva sfilare a piedi davanti ai censori, i quali potevano giudicare l'equipaggiamento incompleto, o il cavaliere indegno, e sequestrargli il cavallo, obbligandolo a rifondere le spese del mantenimento allo stato. Oppure potevano retrogradarlo ad aerarius, cioè un soldato stipendiato di fanteria, o potevano assegnare l'equus publicus a un cavaliere che aveva finora servito con un cavallo a sue spese e si era dimostrato valoroso.

    In questa rivista, gli equites che volevano ritirarsi dal servizio, o avevano passato i limiti di età facevano davanti ai censori un resoconto delle campagne cui avevano partecipato e delle azioni compiute, ed erano congedati con onore o disonore.

    Nel periodo repubblicano gli equites furono un corpo militare ma pure una classe di censo dei cittadini. Vi erano altre occasioni ufficiali in cui gli equites si mostravano al pubblico in tempo di pace. Livio narra che nel 304 a.c. i censori Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure, veterani ed eroi delle guerre sannitiche istituirono l'Equitum Transvectio, che si teneva alle Idi di Quintilis.

    Tutti gli equites, coronati con rami di ulivo, indossando la trabea e i riconoscimenti in battaglia, componevano una processione dal tempio di Marte, nel Campo Marzio fuori le mura, entrando in città, passando per il Foro, fermandosi davanti al Tempio dei Dioscuri, tra le acclamazioni del popolo.

    - Nel 123 a.c. la Lex Sempronia, di Gaio Sempronio Gracco, introduceva l'Ordo Equestris, stabilendo che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques, o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo, e non essere un senatore.

    - Con le riforme di Gaio Mario, la presenza di nullatenenti nell'esercito minò un pochino l'identificazione degli equitesi. Inoltre vennero arruolate le truppe di cavalleria ausiliarie italiche.

    - Con Silla, nell'80 a.c., agli equites venne proibito di divenire giudici attraverso la Lex Aurelia. Gli equites divennero pubblicani, cioè esattori delle imposte. Durante il consolato di Cicerone, gli equites ebbero parte attiva nel sopprimere la congiura di Catilina, acquistando un maggior potere. Da allora divennero il terzo corpo dello stato, insieme a patrizi e plebei, al punto che dopo il Senatus PopolusQue Romanus aggiunsero et Equestris Ordo.

    Nel 63 a.c., con la Lex Roscia Othonis, il tribuno della plebe Lucio Roscio ottenne per gli appartenenti all'ordo equestris il privilegio di sedere nei primi quattordici posti davanti all'orchestra. Altre leggi restituirono all'ordo equestris le prerogative che Silla aveva loro tolto; venne dato loro il diritto di vestire il Clavus Angustus o angusticlavio, e il privilegio di indossare un anello d'oro, prima ristretto ai soli equites equo publico.


    Riforma augustea e impero romano

    In quest'epoca il numero di equites ammessi nell'ordo equestris aumentò, mantenendo come criterio soltanto il censo, poiché i censori non indagarono più sulle radici familiari, che dovevano essere illustri, per decretare l'ammissione all'ordo. I cavalieri si sentirono degradati.

    Augusto nel 29 a.c. assunse la praefectura morum, ripristinò la tradizione dell'equitum recognitio e dell'equitum transvectio, per un ritorno alla tradizione. Quindi  formò una nuova classe di equites che dovevano avere il censo di un senatore, e nascita da libero almeno fino al nonno; venne permesso loro di indossare il latus clavius e l'importante possibilità di eleggere tra le sue fila sia i tribuni della plebe che i senatori.

    Augusto restituì prestigio all'ordo equestris ed ebbe un ottimo rapporto con i cavalieri, tanto che gli stessi spontaneamente e di comune accordo, celebrarono ogni anno la data della sua nascita, per due giorni consecutivi.

    Questa nuova classe di equites venne distinta dalla precedente con il titolo di Illustres equiti Romani. il che fece diminuire la già scarsa considerazione per gli equites che non erano anche viri illustres. Al termine della loro magistratura in senato, veniva proposto se rimanere nella classe senatoria o ritornare in quella equestre.

    Claudio poi stabilì:
    Per le carriere militari: 
    1. prefetto di coorte, 
    2. tribuno angusticlavio di legione, 
    3. triplo tribunato a Roma (vigili, coorti urbane, coorti pretorie) 
    4. prefetto d'ala.
    Procuratele: 
    1. di carattere palatino (uffici di Roma) e di diversa natura, 
    2. cancelleresco o tributario (es. a studiis, ab epistulis, XX hereditatium), 
    3. finanziario provinciale (di maggior rango in province con più di una legione) 
    4. presidiale (di maggior rango in province con più auxilia);
    Prefetture: 
    1. di flotta, 
    2. dei vigili, 
    3. dell'annona, 
    4. d'Egitto, del pretorio; 
    5. tali prefetture costituivano il cosiddetto Fastigium equestre, cioè l'apice della carriera di un cavaliere;
    Sacerdozi:
    La carriera equestre, successiva alle milizie, giungeva alle procuratele. Esse erano divise secondo il compenso annuo, derivante dall'importanza della carica, in: 
    LX (sexagenariae), che corrispondevano allo stipendio annuo percepito: 60.000,
    C (centenariae), 
    CC (ducenariae), 
    CCC (tricenariae),  100.000, 200.000 o 300.000 sesterzi.

    - Sotto Tiberio, si inasprirono le regole per l'appartenenza agli illustres, proibendo di indossare un anello d'oro che indicasse lo status di equites. Queste limitazioni caddero col tempo, allo stesso modo in cui decadde l'importanza degli equites.
    A partire circa dal II secolo d.c. si stabilì una gerarchia delle cariche equestri, introducendo i titoli di: - vir eminentissimus, 
    - vir perfectissimus, 
    - vir egregius, 
    - vir splendidus.


    Tardo Impero

    Dopo Diocleziano, gli equites ebbero solo il ruolo di guardia cittadina, sotto il comando del Praefectus Vigilum; ma mantennero, fino al tempo di Valente e Valentiniano il secondo grado in città e l'esenzione dalle pene corporali.



    .::: CENTURION :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 3375 denari annui
    Sotto Domiziano - 4500 denari annui
    Sotto Settimio S. - 6750 denari annui
    Sotto Caracalla - 10125 denari annui
    Sotto Massimino T. - 20250 denari annui
    Mansioni
    comandante della centuria
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il CENTURIONE (centurio) era il comandante di una centuria.

    « ...i centurioni devono essere, non tanto uomini audaci e sprezzanti del pericolo, quanto invece in grado di comandare, tenaci e calmi, che inoltre, non muovano all'attacco quando la situazione è incerta, né si gettino nel pieno della battaglia, ma al contrario sappiano resistere anche se incalzati e vinti, e siano pronti a morire sul campo di battaglia.»
    (Polibio, VI, 24.9.)

    Ogni centurione comandava una centuria, che era l'unità di base della legione, che raccoglieva dagli 80 a 100 e fino a 160 uomini. Le centurie erano associate a due a due per formare i manipoli, in ognuno dei quali i due centurioni erano detti prior e posterior. Secondo Polibio sulla base dello schieramento di fronte al nemico (prima o seconda fila). C'era una gerarchia tra i due, però il centurione posterior poteva sostituire il prior in caso di necessità:

    « ..non si può sapere come si comporti un comandante o cosa possa succedergli, e comunque, le necessità della guerra non ammettono scuse, essi hanno come obbiettivo che il manipolo non rimanga mai senza un comandante. »

    Quando erano presenti entrambi i centurioni, quello che era stato eletto per primo comandava la parte destra del manipolo, mentre il secondo comandava la parte sinistra. Se invece non erano presenti entrambi, il solo rimasto era a capo dell'intero manipolo.


    Il Grado

    Il grado più elevato fra i centurioni di una legione era quello del centurione del primo manipolo della prima coorte, detto primus pilus, l'unico dei centurioni ad accedere al gabinetto di guerra di una legione. Secondo Polibio, al tempo della II guerra punica, il centurione che era stato scelto per primo, per ciascuna delle prime tre classi, entrava a far parte del consiglio militare.

    Con la riforma augustea dell'esercito romano, a partire dal grado più alto si aveva:


    Cohors I, primi ordines Primus pilus prior Primus princeps prior Primus hastatus prior (non c'era) Primus princeps posterior Primus hastatus posterior
    Cohors II, secundi ordines Secundus pilus prior Secundus princeps prior Secundus hastatus prior Secundus pilus posterior Secundus princeps posterior Secundus hastatus posterior
    Cohors III, tertii ordines Tertius pilus prior Tertius princeps prior Tertius hastatus prior Tertius pilus posterior Tertius princeps posterior Tertius hastatus posterior
    Cohors IIII, quarti ordines Quartus pilus prior Quartus princeps prior Quartus hastatus prior Quartus pilus posterior Quartus princeps posterior Quartus hastatus posterior
    Cohors V, quinti ordines Quintus pilus prior Quintus princeps prior Quintus hastatus prior Quintus pilus posterior Quintus princeps posterior Quintus hastatus posterior
    Cohors VI, sexti ordines Sextus pilus prior Sextus princeps prior Sextus hastatus prior Sextus pilus posterior Sextus princeps posterior Sextus hastatus posterior
    Cohors VII, septimi ordines Septimus pilus prior Septimus princeps prior Septimus hastatus prior Septimus pilus posterior Septimus princeps posterior Septimus hastatus posterior
    Cohors VIII, octavi ordines Octavus pilus prior Octavus princeps prior Octavus hastatus prior Octavus pilus posterior Octavus princeps posterior Octavus hastatus posterior
    Cohors VIIII, noni ordines Nonus pilus prior Nonus princeps prior Nonus hastatus prior Nonus pilus posterior Nonus princeps posterior Nonus hastatus posterior
    Cohors X, decimi ordines Decimus pilus prior Decimus princeps prior Decimus hastatus prior Decimus pilus posterior Decimus princeps posterior Decimus hastatus posterior

    Molto spesso il centurione non proveniva dagli ordini inferiori, in quanto i giovani aristocratici venivano messi a capo di centurie senza alcuna esperienza bellica. L'efficienza dell'organizzazione militare romana, garantita da una scuola militare di altissimo livello, era in grado di dare strumenti teorici sufficienti per servire in una legione addirittura come tribuno senza alcuna esperienza.


    Altri tipi di centurione furono:

    - il trecenario, correlato alla guardia pretoriana,
    - il decurione equivalente al centurione, ma al comando di unità di cavalleria
    - il centurio classiarius istituito dalla riforma augustea
    - il comandante di una nave della marina militare con cento miles classiarii (dopo il 70), equiparabile ad un centurione "di terra" anche in funzione del cursus honorum, e poteva comandare una trireme.

    I centurioni romani erano sempre  in prima linea, per dare dimostrazione del proprio coraggio ed impeto ai propri soldati, ai fini del buon esito della battaglia, almeno dai tempi delle guerre puniche. I centurioni, infatti, erano posizionati sulla destra dello schieramento manipolare, più tardi coortale. Posizione molto rischiosa, tanto che dopo le più dure battaglie, numerosi erano i centurioni caduti.


    Cesare nel De bello Gallico:

    « C'erano in quella legione due centurioni, uomini di grandissimo valore, ormai prossimi al grado più elevato, Tito Pullo e Lucio Voreno. Entrambi erano continuamente in gara per chi avrebbe primeggiato rispetto all'altro, ed ogni anno gareggiavano attraverso combattimenti per la carriera.
    Pullo, nel momento in cui il combattimento lungo le fortificazioni si stava dimostrando più duro, disse: "Che aspetti Voreno? Quale promozione credi di ricevere per il tuo valore? Questo giorno deciderà le nostre contese".

    Detto ciò uscì fuori dalla linea fortificata e caricò il nemico in quella parte dello schieramento che sembrava più fitta. Allora anche Voreno non si trattenne al riparo delle fortificazioni e temendo il giudizio dei suoi soldati, lo segue. A breve distanza dal nemico Pullo lancia il suo pilum e trafigge un Gallo, che si era staccato dal grosso dello schieramento e correva in avanti. I nemici, mentre proteggevano con gli scudi il compagno, colpito a morte e caduto a terra, tutti insieme gettano i loro giavellotti contro il centurione, impedendogli di arretrare. Lo scudo di Pullo è trapassato e nel balteus si configge un'asta. Questo colpo sposta il fodero del gladio e Pullo, mentre con la mano destra cerca di sfoderare il gladio, viene impedito, tanto che i nemici lo circondano. Corre in suo aiuto, l'avversario Voreno e lo aiuta nella difficoltà. Tutti i nemici allora si scagliano prontamente contro Voreno, lasciando perdere Pullo, credendolo colpito dal giavellotto (pilum).

    Voreno combatte un corpo a corpo con il gladio, ne uccide uno e fa arretrare gli altri. Mentre li incalza con ardore, cade scivolando su una buca. A sua volta è Voreno che viene circondato e tocca a Pullo prestargli aiuto. Poi tutti e due incolumi, dopo aver ucciso numerosi nemici, si ritirano verso le fortificazioni con grande gloria. Così la fortuna trattò entrambi nella contesa e nel combattimento, i quali, seppure avversari, si soccorsero l'un l'altro e si salvarono. E non fu possibile scegliere quale dei due fosse superiore all'altro per valore.
    »

    (Cesare, De bello Gallico V.44.)


    Come si apprende dalle sculture, spesso il centurione portava il gladio a sinistra invece che a destra come gli altri legionari, il che indica che di norma non avessero scudo. Il centurione si distingueva per la cresta sull'elmo era disposta trasversalmente (Crista Transversa), contrariamente ai soldati  che la portavano in senso longitudinale, affinché i suoi legionari lo potessero individuare. In genere indossavano: schinieri, lorica squamata o musculata, calcei e pterugi.

    Molti dei centurioni, sebbene la normale ferma militare (honesta missio) durasse non più di 20 anni fin dai tempi di Augusto, rimasero in servizio fino a 30-35 anni ed in un caso particolare, raccontato da un'epigrafe, si tramanda che un centurione di nome Lucius Maximius Gaetulicus, percepì fino a 57 annualità.

    Il trattamento economico era poi particolarmente favorevole rispetto ai suoi sottoposti, oltre a beneficiare di un proprio alloggio, ed essere esentato dal tributo della vacatio munerum, imposto ai legionari che volevano essere esentati da servizi particolarmente pesanti. Il centurione, all'apice della carriera, raggiunto il grado di primus pilus, poteva infine aspirare ad avere uno stipendium tra le venti e le trenta volte (in rari casi fino a sessanta volte) superiore a quello di un normale legionario.

    Il segno di comando del centurione, è il Vitis, ovvero il Bacillum Viteum, simbolo dell'autorità e strumento punitivo, costituito da un bastone di legno di vite, elastico e nodoso per infliggere più sofferenza.


    Tardo impero

    Con la riforma di Costantino e dei suoi successori la legione si trasformò progressivamente in una unità tattica più piccola e sembra che non fosse più articolata in coorti. 

    Con le coorti scomparve il grado di centurione, sostituito dal centenarius degli eserciti tardo-imperiali. La riforma costantiniana non toccò però tutte le unità; almeno alcune legioni limitanee sembra abbiano mantenuto una organizzazione simile a quella classica e si hanno accenni a figure di centurioni addirittura nelle legioni limitanee dell'Egitto bizantino dell'inizio del VII sec.



    .::: PRIMUS PILUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 13500 denari annui
    Sotto Domiziano - 18000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 27000 denari annui
    Sotto Caracalla - 40500 denari annui
    Sotto Massimino T. - 81000 denari annui
    Mansioni
    capo di tutti i centurioni
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Primus Pilus, o Primipilus) era il titolo del primo Centurione della legione, ovvero il capo di tutti i centurioni.

    Spesso il termine primus pilus è stato tradotto come prima lancia, ma il termine pilus non riguarda il temine pilum (lancia) bensì la posizione all'interno degli schieramenti in battaglia.

    Il primus pilus era l'unico tra tutti i gradi interni alla legione che potesse essere equiparato al grado attuale di ufficiale, ed era a capo della prima centuria della prima coorte.

    In genere adiva al grado
    un ufficiale anziano che aveva acquisito molti meriti sul campo. In casi o in epoche eccezionali però la carica poteva essere concessa d'autorità, ovvero senza meriti, ma come carriera politica prima ancora che militare.

    Non si conoscono gli esatti ruoli del primus pilus, né i suoi effettivi poteri all'interno alla legione. Per la maggior parte degli studiosi il primus pilus era l'ultimo tra gli ufficiali (legati, prefetti e tribuni), e il suo ruolo diventava effettivo solamente in battaglia, comandando la prima centuria.

    Va tuttavia ricordato il ruolo che la prima coorte aveva in seno alla legione rappresentando la coorte fidata del comandante e quindi una sorta di guardia speciale.

    Chi era stato primipilo veniva chiamato primipilare e veniva iscritto dopo il congedo all'ordine equestre e poteva aspirare alla pretura.



    .::: PRAEFECTUS CASTRORUM :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 15000 denari annui
    Sotto Domiziano - 20000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 30000 denari annui
    Sotto Caracalla - 45000 denari annui
    Sotto Massimino T. - 90000 denari annui
    Mansioni
    sovraintendente al castro
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il castro era l'accampamento fortificato dove risiedeva una legione dell'esercito romano. La sua struttura interna è identica a quella delle città: strade perpendicolari tra loro che formano uno reticolato di quadrilateri.

    Tra le strade, se ne distinguono due per importanza: il "cardo massimo" (cardo maximus) e il "decumano massimo" (decumanus maximus), che si incrociano in corrispondenza del praetorium (l'alloggio del comandante) e che conducono alle quattro porte dell'accampamento.

    Il Prefetto del castro è il soprintendente del campo, ma in assenza del Legatus e del primo tribuno diventava comandante della legione.

    La carica fu istituita nel 2 a.c., per volere di Augusto, come comandante della Guardia pretoriana, e poteva essere ricoperta solo da membri dell’ ordine equestre.

    In età giulio-claudia, la prefettura del pretorio divenne, grazie alla vicinanza con la persona dell’ imperatore, il massimo incarico per un membro del ceto equestre. Già con Tiberio, il prefetto del pretorio era in primis un comandante militare delle 9 coorti pretorie stanziate nell’ Urbe.

    Oltre alla protezione dell’ imperatore, che seguiva sempre anche fuori da Roma, il prefetto del pretorio fu più volte a capo delle proprie forze anche in battaglie campali.

    Il prefetto del pretorio, ciononostante, ebbe già a partire dall’ età giulio-claudia una delega di funzioni civili e soprattutto giudiziarie. In sostanza, il prefetto del pretorio divenne con il tempo il capo della cancelleria palatina.



    .::: PRAEFECTUS COHORTIS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 3375 denari annui
    Sotto Domiziano - 4500 denari annui
    Sotto Settimio S. - 6750 denari annui
    Sotto Caracalla - 10125 denari annui
    Sotto Massimino T. - 20250 denari annui
    Mansioni
    comando di un corte ausiliaria
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il Prefetto di corte era il comandante di una coorte ausiliaria dell'esercito romano di 500 uomini (quingenaria). Esso poteva distinguersi in praefectus cohortis peditatae (fanti) al comando di una coorte peditata o in praefectus cohortis equitatae al comando di una coorte equitata (cavalieri) ed in entrambi i casi era posto sotto il comando del più vicino legatus legionis.

    Di solito il grado di prefetto veniva assegnato ai primus pilus provenienti dalle legioni, ma non di grado senatorio, perchè vi si accedeva infatti in un percorso di carriera dell'ordine equestre (cursus honorum).

    La carriera di un equestre partiva dal prefetto di coorte e poteva accedere a tres militiae e talvolta anche quattro. Il livello successivo era il tribunus cohortis di unità ausiliarie peditatae o equitatae di 1.000 uomini (milliariae) (chiamato anche praefectus cohortis milliariae) oppure quello di tribuno angusticlavio di legione di rango equestre.

    Fino all'abolizione della legazione di legione sotto Gallieno (218-268), non si poteva giungere al comando della legione nè divenire tribuno laticlavio. Al massimo si diventava praefectus alae, prima quingenaria poi milliaria.

    Alcuni studiosi propendono per attribuire alla carica di praefectus fabrum un ulteriore quarto grado nella carriera equestre, anche se essa deve considerarsi, in realtà, il grado iniziale (propedeutico alla carriera militare vera e propria), ricoperto da giovani magistrati municipali o centurioni in fieri.

    Elenco delle cohorti:

    - Cohors alaria - unità di alleati o ausiliari.
    - Cohors classica - unità ausiliaria di marinai e navigatori.
    - Cohors equitata, quingenaria o milliaria - mista di fanteria e cavalleri, con 500 o 1000 soldati.
    - Cohors Germanorum - guardia del corpo imperiale reclutata in Germania.
    - Cohors palatina - unità alleati a cavallo per guardia pretoria durante la tetrarchia.
    - Cohors peditata, quingenaria o milliaria - appiedata, quindi di soli fanti, di 500 o 1000 soldati.
    - Cohors praetoria - guardia del corpo dell'imperatore, servizi segreti.
    - Cohors speculatorum - unità di Marco Antonio con esploratori.
    - Cohors togata - pretoriani in veste civile che pattugliavano il ponerium (armi proibite)
    - Cohors torquata - unità di soldati decorati con torques per valore militare.
    - Cohors tumultuaria - unità ausiliaria irregolare.
    - Cohors urbana - polizia militare che pattugiava le vie dell'urbe.
    - Cohors vigilum - polizia urbana per spegnere incendi o sedare tumulti.
    - Cohors sagittaria - che univa fanteria e arcieri.



    .::: PRAEFECTUS FABRUM :::.

    Stipendio: - ?
    Mansione
    Coordinatore dei lavoratori
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero



    Il Praefectus fabrum fu, almeno fino al II secolo a.c., uno dei responsabili tra gli ufficiali di campo , operante nelle legioni ma non nelle truppe ausiliarie, che doveva comandare e coordinare il genio militare. Sembra che l'incarico durò fino all'Imperatore Claudio.

    Questi coordinava tutti i fabri, i tignarii, gli structores, i carpentarii ferrari, i costruttori di edifici e macchine d'assedio, i gromatici ("geometri" per la pendenza del campo da costruire), metatores (coloro che precedevano l'esercito e ne tracciavano i confini dell'accampamento), era a supporto degli alti ufficiali (dal legatus legionis, al tribunus laticlavius ed al praefectus castrorum) nel superamento di ostacoli materiali per raggiungere gli obiettivi militari prefissati.

    L'ingegneria militare dell'antica Roma faceva parte della cultura militare del legionario, munito di gladio, un paio di giavellotti ed una pala da lavoro per costruire il campo di marcia a fine giornata, oltre a ponti, strade, armi da assedio, ed altro.

    Un praefectus fabrum poteva poi ricoprire o aver ricoperto altri ruoli militari come: 
    - centurione 
    - primus pilus di legione, 
    - tribunus militum sempre di legione, 
    - praefectus castrorum, praefectus alae

    fino ad accedere al tribunus militum della guardia pretoriana. Esso avviava alla carriera militare equestre (tres militiae), con le tre branche di praefectus cohortis, tribunus militum angusticlavium (uno dei cinque) e praefectus alae.



    .::: PRAEFECTUS ALAE :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 11250 denari annui
    Sotto Domiziano - 15000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 22500 denari annui
    Sotto Caracalla - 33750 denari annui
    Sotto Massimino T. - 67500 denari annui
    Mansione
    dirigeva una delle due ali di cavalleria
    Obbligo di servizio
    poteva restare in carica anche solo 3 o 4 anni


    Il prefetto era un ufficiale sia della Repubblica romana che della Roma imperiale, e il prefetto d'ala era uno dei prefetti che in età imperiale dirigeva ciascuna delle due alae di cavalleria dell'esercito romano, grado istituito da Augusto. Le Ale, formate da combattenti a cavallo, rappresentavano i fianchi di uno schieramento militare (ala dextra e ala sinixtra), prima della battaglia.

    Svetonio narra che Augusto concesse ai figli dei senatori, per avvezzarli agli affari della Res publica, di vestire con il laticlavio, poco dopo aver indossato la toga virile e di assistere alle sedute del Senato. 
    Il lacticlavio era una striscia di porpora che veniva portata sulla spalla, fissata su una tunica bianca, e che cadeva avanti e dietro in senso verticale per la lunghezza della tunica stessa, essa costituiva un simbolo di inviolabilità. Ai cavalieri invece era riservato l'angusticlavio, una striscia di porpora uguale ma più stretta, anch'essa fissata su una tunica bianca, e che cadeva come l'altra avanti e dietro in senso verticale per la lunghezza della tunica.
    La tunica laticlavia si portava discinta; durante lutti pubblici era deposta o sostituita con una tunica angusticlavia.

    Ai figli dei senatori che, in seguito, avessero affrontato la carriera militare diede a possibilità di entrare sia nella legione con il grado di tribunus laticlavius, sia nelle truppe ausiliarie con il grado di praefectus alae. E poiché ritenne necessario che ciascun figlio maschio di senatore (non ancora entrato in Senato ed appartenente all'ordine equestre) dovesse affrontare la vita dell'accampamento militare, mise normalmente due ufficiali con il laticlavio al comando di ciascuna ala di cavalleria.

    L'ala di cavalleria era composta inizialmente da :

    - 500 armati (ala quingenaria),
    - suddivisa in 16 turmae, di 32 uomini ciascuna
    - comandate ciascuna da 16 decurioni (comandanti di una decuria cioè 10 cavalieri)
    - per un totale di 512 cavalieri.

    Fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico. Con la dinastia dei Flavi, le ali vennero trasformate in alcuni casi in milliariae composte da:

    - 1.000 armati
    - suddivisi in 24 turmae, di 32 uomini ciascuna
    - per un totale di 768 cavalieri.

    Il comandante di un'ala, che in origini era un principe nativo appartenente alla tribù dell'unità ausiliaria, fu sostituito con un praefectus alae (denominato anche praefectus equitum) dell'ordine senatorio e/o equestre, che poteva restare in carica per un periodo di 3 o 4 anni, al termine del quale poteva accedere all'ordine senatoriale.



    .::: 5 TRIBUNI ANGUSTICLAVII :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 18750 denari annui
    Sotto Domiziano - 25000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 37500 denari annui
    Sotto Caracalla - 56250 denari annui
    Sotto Massimino T. - 112500 denari annui
    Mansioni
    compiti amministrativi e militari
    Obbligo di servizio
    20 anni durante la repubblica, 25 anni durante l'impero


    Il tribuno angusticlavio faceva parte del gruppo di comando dei cinque tribuni della legione. L'appellativo angusticlavio derivava dalla fascia di porpora cucita sulla toga che ne rivelava l'appartenenza al gruppo equestre. L'angusticlavio è un segno di inviolabilità ma denuncia un ordine inferiore a quello senatorio che porta il lacticlavio, cioè tunica bianca con fascia di porpora più larga. Spesso questo tipo di alto ufficiale era già stato comandante di una cohors ausiliaria prima di passare alla legione.

    Si tratterebbe di un militare del rango equestre, ma con poca autorità, ha il diritto di partecipare al consiglio di guerra dello stato maggiore, ma non ha potere in battaglia. In genere vengono affidati al legatus legionis (comandante di legione), mentre pochi altri vanno al seguito di un governatore provinciale, un magistrato insediato a capo dell'amministrazione di una provincia romana. Secondo Tacito i tribuni angusticlavi non si comportano in modo da onorare la loro carica, al contrario di suo suocero Agricola che non « approfittò della carica di tribuno e della scusante dell'inesperienza per godersi congedi e spassi».

    Secondo altri studiosi invece, il tribuno angusticlavio, a differenza tribuno laticlavio, che si occupa della gestione amministrativa, ha un effettivo ruolo militare.
    Infatti:

    - durante il combattimento e la marcia guida due coorti per un totale di 1000 uomini
    - ispeziona le sentinelle
    - addestra le reclute
    - assiste e controlla gli addestramenti
    - partecipa al consiglio di guerra ed al tribunale legionario
    - stila inoltre le liste dei soldati,
    - conferisce permessi e licenze,
    - sorveglia gli approvvigionamenti
    - controlla l'ospedale da campo.
     
    Marziale riporta che il colore preferito dai cavalieri fosse il rosso e mantello bianco bordato. Durante le parate ufficiali o trionfali i tribuni, come molti ufficiali indossano una lorica in lino molto raffinata ed elaborata. 
    Nel suo armamento normale però indossa:

    - una lorica anatomica in bronzo o cuoio duro bollito, fissata da ganci di bronzo su entrambi i lati, 
    - con pterugi sia vicino alle spalle che al di sotto del bacino.
    - sotto la lorica pone una tunica in lino "orlata" di porpora lunga fin quasi a coprire il ginocchio. 
    - ai piedi calza corti stivali con risvolto, talvolta con orlatura di pelliccia di cucciolo di leone, 
    - la daga, impreziosita da un importante "balteus" si appoggia sul fianco sinistro.
    - una fascia sagomata purpurea sempre visibile sotto al suo petto ne indica la carica. 
    - l'elmo, imponente e di gran scena, era spesso sormontato da una cresta colorata. Aveva le caratteristiche di un cimiero di tipo attico con visiera e paragnatidi spesso con vittorie alate o aquile con corona d'alloro sul becco. 
    - al braccio di solito indossa un bracciale di ferro ornato d'oro o d'argento. 
    - sul petto una spilla o una fibula, finemente lavorata,  fissava il mantello porporato.

    Come molti ufficiali il tribuno angusticlavio deve mostrare al nemico la potente dotazione e la ricchezza del militare romano, comparata in genere alle poche possibilità dei guerrieri barbari, disordinati e disadorni. Faceva parte della tattica scenica che da un lato spiazzava i nemici, ma dall'altro dava un senso di superiorità e sicurezza a chi l'indossava.



    .::: TRIBUNUS LATICLAVIUS :::.

    Stipendio
    Sotto Augusto - 30000 denari annui
    Sotto Domiziano - 40000 denari annui
    Sotto Settimio S. - 60000 denari annui
    Sotto Caracalla - 90000 denari annui
    Sotto Massimino T. - 180000 denari annui
    Mansioni
    imparare l'arte della guerra
    Obbligo di servizio
    2 o 3 anni


    Il laticlàvio era una striscia di porpora che veniva portata sulla spalla, fissata su una tunica bianca, e che cadeva avanti e dietro in senso verticale per la lunghezza della tunica stessa. Ora il laticlavio (la striscia più larga) era riservata inizialmente ai senatori, mentre i cavalieri indossavano una tunica con una striscia di porpora più stretta, cioè l'angusticlavio.

    Pertanto il tribuno laticlavio, carica di ordine senatoriale, era uno dei sei tribuni militari che prestavano servizio tanto nel periodo repubblicano che durante l'impero in ogni legione dell'esercito romano. La banda di porpora più larga evocava pertanto quella dei senatori e la loro inviolabilità.
    La tunica laticlavia si portava discinta; durante lutti pubblici era deposta o sostituita con una tunica angusticlavia.

    Questa carica costituiva il primo gradino del cursus honorum per le famiglie senatoriali. Svetonio narra che Augusto concesse ai figli dei senatori, per educarli agli affari di stato, di vestire con il laticlavio, poco dopo aver indossato la toga virile, e con quella di poter assistere alle sedute del Senato. 


    L'adlectio

    Questa procedura di conferire il lacticlavio era detta adlectio, e comportò non solo il conferimento del seggio in senato, ma anche l'attribuzione di una classe più elevata, grazie alla finzione che il personaggio nominato avesse rivestito una delle cariche che adivano a queste classi più elevate. L'adlectio nell'ordine senatorio consisteva quindi nella concessione del laticlavio, fatta dall'imperatore a chi per età o per condizione non avrebbe potuto entrare nel senato.

    A coloro che poi avessero affrontato la carriera militare concesse di entrare sia nella legione con il grado di tribunus laticlavius, sia nelle truppe ausiliarie con il grado di praefectus alae. 

    Ritenendo necessario che ciascun figlio di senatore dovesse affrontare la vita dell'accampamento militare, Augusto fece porre due ufficiali con il laticlavio al comando di ciascuna ala di cavalleria. Dato la riforma mariana dell'esercito romano, il tribuno lacticlavio si trovava come secondo in grado rispetto al "legatus legionis" (comandante di legione), e superiore degli altri cinque tribuni angusticlavi (dell'ordine equestre) e più tardi anche del praefectus castrorum.

    Il tribuno laticlavio era  un giovane di circa vent'anni  appartenente alle più ricche famiglie romane, subordinato solo al legatus legionis. Dopo due o tre anni di questo incarico militare, normalmente il giovane tornava a Roma con la carica annuale di questore. 
    Svetonio narra inoltre che Augusto:

    « ..e anche durante le elezioni dei tribuni, nel caso non ci fosse un numero sufficiente di candidati tra i senatori, li prese tra i cavalieri romani, tanto poi da permettere loro, una volta scaduto il mandato, di rimanere nell'ordine che volessero.»
    (Svetonio, Augustus, 40.)

    La carica venne abolita in modo definitivo durante la crisi del III sec. Con Gallieno, i militari dell'ordine senatorio passarono in secondo grado rispetto all'ordine equestre, procedimento iniziato sotto Settimio Severo e che portò all'abolizione della figura del legatus Augusti pro praetore di rango pretorio. Con un editto infatti l'imperatore abrogò l'accesso dei senatori alla legazione di legione.



    .::: LEGATUS LEGIONIS :::.

    Stipendio: - ?
    Mansioni
    era sottoposto al comando supremo del legatus Augusti pro praetore
    Obbligo di servizio:
    dipendeva dalla nomina dell'imperatore


    Il Legatus legionis era il comandante di una legione.
    Fin dall'età Repubblicana, si designava con il termine legatus il comandante delegato da un console o un proconsole al comando di una legione di sua competenza. Cesare ne fece ampio uso durante tutta la campagna della Gallia.

    A partire da Augusto, il titolo di legatus legionis venne concesso ai comandanti senatorii (ex pretori) di una legione in una provincia con uno stanziamento militare composto da più di una legione, tranne che in Egitto e in Mesopotamia dove le legioni erano comandate da un praefectus legionis di rango equestre. 

    Il legatus legionis, che aveva un'età compresa tra i 25 ed i 35 anni ed aveva ricoperto in precedenza la carica di questore, edile o tribuno della plebe, era sottoposto al comando supremo del legatus Augusti pro praetore, di rango senatorio.

    Qualora la provincia fosse difesa da una sola legione, il legatus Augusti pro praetore aveva anche il comando diretto della legione.

    Il legatus legionis di rango senatorio scomparve a partire da Gallieno, il quale preferì affidare i comandi delle unità legionarie a dei duces scelti nell'ordine equestre al cui rango erano pertanto giunti dopo una lunga carriera militare.



    .::: LEGATUS AUGUSTI PRO PRAETORE :::.

    Stipendio: - ?
    Mansioni
    Governatore di una provincia imperiale
    Obbligo di servizio

    nessun limite


    Il legatus Augusti pro praetore era il governatore di una provincia imperiale, era di rango senatorio ed aveva l'imperium (comando a cui non era lecito sottrarsi) delegato appunto da Augusto.  La carica venne istituita da Augusto nel 27 a.c., per assicurarsi il controllo sull'esercito, e Augusto pretese il mantenimento dell'imperium sulle provincie di frontiera, e di nuova acquisizione, nelle quali erano stanziate le legioni.

    Col principato si insediarono due tipi di governatori provinciali: quelli che amministravano le province senatorie (il cui governatore veniva nominato esclusivamente dal senato) e quelli che amministravano province imperiali (il cui governatore era nominato unicamente dall'imperatore, in genere province di confine).  

    Solo i proconsoli e i propretori erano classificabili come promagistrati (persone che agivano con l'autorità e la capacità di un magistrato, senza una funzione di magistero, eletti in seguito ad un senatus consultum)


    I suoi compiti:

    - Amministrava le finanze,
    - era giudice supremo della provincia, avendo anche il diritto esclusivo di condannare a morte, tanto che questo genere di casi normalmente venivano portati al suo cospetto. Per appellarsi contro di lui era necessario recarsi a Roma e presentare il caso davanti al praetor urbanus, o all'imperatore, ed affrontare un costoso, ma anche raro, processo con scarse possibilità di successo.
    - viaggiava in tutta la sua provincia ed amministrare la giustizia nelle città principali dove era richiesto il suo intervento.
    - poteva comandare una forza militare, avendo a disposizione una o più legioni, o solo alcune unità di auxilia.
    - poteva utilizzare le sue legioni contro organizzazioni criminali o ribelli, senza chiedere l'assenso dell'imperatore o del Senato.

    Come il "procurator Augusti" ed il "praefectus Alexandreae et Aegypti", anche il "legatus Augusti pro praetore" era direttamente scelto dall'imperatore e non aveva limiti temporali al suo mandato.
    Il praefectus Alexandreae et Aegypti era il titolo assegnato al governatore della provincia romana d'Egitto a partire dal 29 a.c., quando Augusto scelse per tale carica Gaio Cornelio Gallo.

    Il prefetto, scelto direttamente dall'imperatore, a cui solo rendeva conto. agiva con l'autorità e la capacità di un magistrato, senza tuttavia averne la funzione. La promagistratura venne creata per avere sufficienti governatori nei territori d'oltremare, senza dover eleggere altri magistrati ogni anno. I promagistrati erano eletti in seguito ad un senatus consultum. 

    La ricchezza e l'estensione dell'Egitto ne faceva una delle province più importanti e anche più pericolose dell'impero, tanto da affidarsi a un funzionario di stretta fiducia del Principe, ed esterno al ceto aristocratico senatorio. Questi aveva piena autorità in ambito civile, militare e giudiziario, ma non controllava le finanze provinciali, né si occupava del pagamento dell'esercito a cui provvedeva il procurator Augusti.
    Secondo Cassio Dione (LIII, 13, 5-6), questa carica era fortemente militare, tanto che i legati, durante il mandato, erano tenuti a portare l'abbigliamento militare e la spada.



    .::: PRAEFECTUS ALEXANDREAE ET AEGYTPI :::.

    Stipendio: - ?
    Mansioni
    Sostituto dell'imperatore in taluni regioni
    Obbligo di servizio
    senza limiti


    Il suo mandato conferiva, eccezionalmente nella categoria dei governatori equestri, (sino alla creazione della provincia di Mesopotamia sotto Settimio Severo), l'imperium militiae, ovvero il comando sulle legioni (all'inizio tre, poi dall'età di Adriano una). Augusto volle, appena rientrato a Roma dopo la vittoria su Marco Antonio nel 30/29 a.c., una legge con l'imperium di Ottaviano sulla provincia, da cui derivava l'imperium del prefetto con i poteri simili a quelli del proconsole repubblicano. Questi non era pertanto un magistrato, ma un sostituto dell'imperatore.

    Il prefetto non aveva imperium proprio (come nel caso dei consoli, dei proconsoli, dei pretori, dei propretori), ma un imperium concesso dall'imperatore. Il prefetto d'Egitto perciò non fu mai un agente privato dei Cesari in Egitto, come l'Egitto non fu mai una proprietà privata di Augusto, come erroneamente si scrisse.

    Il prefetto risiedeva in Alessandria d'Egitto, antica capitale dei re della Dinastia tolemaica, dove era locata la cancelleria e tutti gli uffici del comando centrale romano. Il prefetto restava in carica sino all'arrivo del successore.

    La prefettura d'Egitto era inizialmente considerata la massima carica riservata per un cavaliere, ma in età Giulio-Claudia, venne superata dal prefetto del pretorio, molto vicino alla persona dell'imperatore e quindi al centro del potere, per cui divenne la carica del maggior prestigio. La prefettura rimase la carica concernente il governo d'Egitto, ma con incarichi solo civili, anche dopo la riforma di Diocleziano; il suo mandato tuttavia si limitò al Basso-Egitto e al Fayum; il resto del paese fu affidato al Praeses, il governatore del tardo impero romano.



    LUOGHI DI PROVENIENZA DELLE MILIZIE SPECIALIZZATE
    CHE COMPONEVANO L'ESERCITO ROMANO


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  • 11/06/17--06:12: LA COENATIO DI NERONE
  • RICOSTRUZIONE INTERNA DELLA STANZA GIREVOLE
    La reggia di Nerone, realizzata dopo l’incendio del 64 d.c., come raccontano gli scrittori dell’epoca, copriva in origine una area di circa 80 ettari, che coincideva pertanto con gran parte della città antica:

    "la Domus Aurea abbracciava tutta Roma
    (Plinio, Storia Naturale, XXXII, 54)
    RICOSTRUZIONE DELLA COENATIO DI NERONE
    Fino ad oggi non si sapeva neppure se crederci o meno, tanto la cosa era favolistica, legata alla follia di Nerone ma pure ai suoi fantastici architetti. Svetonio, nella biografia dell'imperatore romano, riporta nella reggia la presenza di una sala che chiama la  "coenatio rotunda", una sala da pranzo della Domus Aurea che girava di giorno e notte imitando il movimento della terra, per godere di un panorama davvero unico al mondo dall'alto del Palatino, sulla valle del Colosseo, quando ancora era invasa dal grande lago. 
    Altro che grattacieli o la Torre Eiffel o il fungo dell'Eur, Da lì si gustava una panorama che nessun altro mortale poteva: era la vista dall'alto di tutta la splendida antica Urbe, con un moto girevole che poteva sorprendere e incantare, non solo i suoi abituali ospiti, ma soprattutto quelli stranieri, a cominciare dagli ambasciatori, che rimanevano abbagliati da un meccanismo e un panorama unici al mondo: ingegneria e bellezza artistica inimmaginabile all'epoca, come è inimmaginabile ancora oggi.

    Le fonti antiche raccontano di un luogo bellissimo per le decorazioni e  la vista sui meravigliosi monumenti romani. dove banchettare e intrattenere illustri ospiti sotto una cascata continua di petali di fiori.

    ALTRA RICOSTRUZIONE DELLA STANZA GIREVOLE
    "Ebbene, gli archeologi l'hanno trovata, proprio sul Palatino, e in modo del tutto casuale, durante uno scavo preliminare di consolidamento nell'area della cosiddetta Vigna Barberini, progettato e condotto dalla soprintendenza archeologica, in collaborazione con l'equipe di Françoise Villedieu, iniziato a giugno, ma concentratosi negli ultimi quindici giorni, e che da oggi continuerà grazie ai fondi straordinari frutto della gestione commissariale dell'area archeologica centrale, pari a circa 200 mila euro. "
    Nel 2009, gli scavi sul Palatino a Roma condotti da un gruppo di archeologi italiani e francesi guidati da Francoise Villedieu, direttore di ricerca del Centro di Camille Jullian, portarono in parte alla luce tra l'altro i resti di un notevole edificio di Nerone. 
    RICOSTRUZIONE DELLA STRUTTURA CHE SORREGGEVA LA COENATIO DI NERONE
    Si tratta di una costruzione estremamente potente a pianta circolare, che è stata utilizzata per sostenere un apparato scenico, completamente smontabile ai tempi antichi.

    Di questo ci sono solo un paio di impronte, a quanto pare corrispondente ad un meccanismo utilizzato per consentire la rotazione del pavimento della sala da pranzo principale della Domus Aurea, sala di cui parla Svetonio, storico e biografo di Nerone.

    La scoperta venne annunciata dal soprintendente archeologico di Roma Angelo Bottini e dalla direttrice del Palatino, Mariantonietta Tomei. Dallo scavo emerge un possente pilone circolare, una sorta di torre di quattro metri, di diametro rivestita di mattoncini laterizi, alta circa dieci metri, presumibilmente il perno della "coenatio rotunda" il padiglione per banchetti voluto da Nerone e realizzato tra il 64 e il 68 d.c., dopo l'incendio di Roma, per coronare un suo sogno di grandezza nella sua Domus Aurea del Palatino.
    Alla torre è collegato un sistema di doppi archi a raggiera (di cui ne sono visibili sette, quattro al livello superiore e tre all'inferiore) che erano deputati a sorreggere una piattaforma circolare di almeno sedici m di diametro. Quello che si reputa il piano mobile di appoggio ha rivelato una presenza strabiliante: tre cavità semicircolari di 23 cm di diametro, che hanno rimandato a un meccanismo sferico su cui poggiava il pavimento di legno e che, grazie al congegno, poteva girare spinto da un sistema idraulico, probabilmente un mulino ad acqua.

    RICOSTRUZIONE DEI MECCANISMI CHE FACEVANO RUOTARE LA STANZA
    MEDIANTE SFERE METALLICHE
    Col movimento della sala girevole si poteva spaziare sulla valle del Colosseo e  dal Campidoglio all'Aventino. "La Coenatio Rotunda" poteva ben legarsi, nella follia di Nerone, alla simbologia del sole cui egli si assimilava.

    Non è difficile immaginare che il posto occupato dall'Imperatore sia stato quello in direzione del Sole, in modo che nel convivio con gli altri la posizione del principe fosse perennemente a coincidere con quella Solare, anche quando il Sole era tramontato o era invisibile.

    ED ECCO IL RITROVAMENTO IN LOCO DI DUE SFERE METALLICHE CON SUPPORTO LIGNEO
    Non a caso sembra si sia fatto effigiare nella statua-colosso di Elio che si ergeva gigantesca accanto al Colosseo, da cui appunto l'anfiteatro flavio prese il nome.

    Prima si riteneva che la rotonda corrispondesse alla Sala ottagona della Domus Aurea sul Colle Oppio, si pensava che ruotasse il soffitto.

    Ma è certo è che per girare doveva trattarsi una struttura leggera, di legno con rivestimenti di stoffa, una specie di padiglione da giardino. Questa possente torre, unico esempio in archeologia, con i suoi quattro m di diametro e un fantastico sviluppo di arcate, sembra davvero rispondere alla descrizione di Svetonio, sembra essere la struttura che sosteneva la Coenatio neroniana.

    I VARI LIVELLI DELLA PIATTAFORMA ROTANTE
    "Siamo stati fortunati. È una scoperta casuale, ma ci ha restituito una struttura senza paragoni", dice emozionata la direttrice del Palatino, Mariantonietta Tomei.

    "Da tempo cercavamo la Domus Aurea sul Palatino, secondo la descrizione delle fonti, ma finora con scarsi risultati. Ho sempre pensato che qui su questa terrazza della Vigna Barberini ci potesse essere l'affaccio panoramico di Nerone. E oggi a indicarci che è una struttura d'epoca neroniana sono tanti indizi chiave. 

    La tecnica edilizia, le dimensioni, la disposizione in asse con le strutture già note della Domus Aurea, la tipologia raffinata e portentosa della torre con le arcate, sono tutti dettagli che possono avvalorare una datazione all'epoca neroniana e l'ipotesi della coenatio. 

    Sappiamo che Nerone aveva due architetti eccezionali che, per citare le fonti, facevano quello che in natura era impossibile, Severo e Celere. Questi hanno fatto architetture di una tale raffinatezza tecnica che ora attendiamo con trepidazione di scoprire il segreto del meccanismo di rotazione. Dovremo scoprire cosa c'è dentro il pilone ".

    LA MONETA SEMBRA CHE RITRAGGA LA COENATIO
    "MAC (machina) AUG (Augusta)"
    Gli scavi continueranno per tutto l'autunno, anche perché l'intera struttura, ancora in parte interrata, potrebbe estendersi per circa sessanta m di lunghezza. La speranza è di rendere la "coenatio rotunda" una tappa del percorso di visita del Palatino.

    L’edificio, solo parzialmente scavato, fa parte di un complesso molto più grande, probabilmente un padiglione finora sconosciuto della Domus Aurea, perché in asse con le strutture già note della stessa Domus. L’intera struttura potrebbe estendersi su circa 60 m di lunghezza. Di questa rotonda è attualmente visibile un tratto del muro perimetrale, dello spessore di 2,10 m, che disegna un cerchio di 16 m di diametro. Al centro si erge, su oltre 10 m di altezza, un massiciio pilone di 4 m di diametro.

    Pilone e muri perimetrali sono collegati da due serie sovrapposte di archi a raggiera che coprono, un primo e un secondo piano. Sono attualmente visibili 7 archi: 4 del livello superiore, di cui uno solo è integro, e 3 di quello inferiore. Al piano superiore si aprono una porta e una finestra.


    I RESTI DELLA STRUTTURA
    Queste murature in laterizio, precise e solide come solo i romani sapevano fare (ma cominciarono a perdere le capacità già nel tardo impero) sono "stranamente" prive di rivestimenti decorativi. I romani decoravano tutte le opere edili sia pubbliche che private, Nerone poi non lesinava per la sua domus.

    E' evidente che tale struttura era solo di servizio, come la sala macchine di una nave.

    Sulla torre non non vi sono tracce di copertura nè di inizio di altri muri. L’unica particolarità è la presenza di 3 incassi circolari, delle cavità semi-sferiche di 23 cm di diametro, riempiti di una sostanza scura, probabilmente un lubrificante, non ancora identificata, da analizzare.

    L'insieme degli incassi, della forma circolare del fabbricato e della enorme potenza del pilone centrale, che non ha riscontro altrove, fa puntare decisamente alla presenza di un pavimento probabilmente ligneo poggiato su meccanismi sferici che gli trasmettevano il moto di rotazione. Anche la datazione è compatibile: dopo l’incendio del 64 d.c. e prima della "damnatio memoriae" di Nerone cominciata con i Flavi.
    La tradizione del resto aveva  tramandato che gli architetti Celere e Severo avessero creato  un ingegnoso meccanismo, mosso da schiavi, che faceva ruotare il soffitto della cupola come i cieli astronomici, mentre veniva spruzzato profumo e petali di rosa cadevano sui partecipanti al banchetto, ne cadevano tanti che un ospite, forse allergico ai fiori, ne fu addirittura asfissiato.

    "Nerone tenne le feste migliori di tutti i tempi," spiegò l'archeologo Wallace-Hadrill ad un giornalista alla riapertura della Domus Aurea nel 1999, dopo anni di chiusura per restauri. "Trecento anni dopo la sua morte, durante gli spettacoli pubblici, venivano ancora distribuiti gettoni con la sua effige — un "souvenir" del più grande showman di tutti." Nerone, ossesso dall'ellenismo e dalla sua arte, probabilmente organizzava le sue feste per stupire e incantare.


    (ANSA) - ROMA 29 SET 

    - Una sala che ruotava, imitando il movimento della terra. E' l'ultima magia archeologica della Domus Aurea restituita dagli scavi sul Palatino. 

    La sala potrebbe essere la 'coenatio rotunda' descritta da Svetonio nella 'Vita dei Cesari'. La scoperta e' stata annunciata oggi dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma. 

    Finora, da molti studiosi quello stesso sito era stato identificato nella Sala Ottagonale, sul Colle Oppio. Ora sul Palatino e' emersa un'altra verità archeologica. "

    Il film di cui appresso mostra il lavoro di ricostruzione svolto dagli archeologi dalla costruzione di massa circolare.

    Le tecniche ed i meccanismi utilizzati sono spiegati con animazioni, disegni e schizzi.

    Fonte:— Roma, “Une folie de Néron,” Dr. Françoise Villedieu | Le Centre national de la recherche scientifique, Paris, France (12/03/2014).

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  • 11/08/17--05:55: BASILICA HILARIANA


  • Sono stati effettuati scavi in relazione ai lavori di ammodernamento e ristrutturazione dell'Ospedale Militare. I saggi hanno messo in luce parte di un quartiere organizzato in isolati con caseggiati di affitto con la fronte a tabernae impiantati nella seconda metà del 1° sec. d.c.

    Uno di questi isolati risulta interamente occupato da una grande cisterna costituita da una serie di ambienti disposti su più piani e divisi da pilastri.

    Un altro isolato è occupato dalla basilica Hilariana, sede del collegio dei sacerdoti (dendrofori) addetti al culto di Cibele e Attis.
    Il complesso già individuato in piccola parte nel 1889, venne scavato per una porzione molto più ampia nel 1987-89.

    I lavori più sostanziosi avvennero però nel 1997, per le indagini preliminari ai lavori di ristrutturazione dell’Ospedale militare. Fino ad oggi è sta scoperta un'area di 30 m X 35.



    SCAVI DI PIAZZA CELIMONTANA

    Nello scavo di Piazza Celimontana, condotto dalla Soprintendenza e durato dal 1984 al 1993, gli edifici romani che si evidenziano sono le insule a schiera affacciate con un portico sul vicus Capitis Africae, le cui fondazioni vennero individuate sotto una delle due case popolari di età umbertina demolite nel 1970. Le insulae risalgono ad età flavia e sono state ristrutturate forse fino al IV secolo.

    L' Insula 1 presenta chiaramente l'attività sia di spoliazione che di distruzione iniziate in pieno V secolo, non solo asportando i mosaici ma pure la preparazione sottostante agli stessi.

    In uno degli strati era incorporata una seconda tomba infantile entro coppi. Queste sepolture sono
    evidentemente in relazione con la continuità d'uso del vicus Capitis Africae.

     Queste sepolture sono in relazione con la continuità d'uso del vicus Capitis Africae.

    Segue nell'intero sito di Piazza Celimontana, un vuoto impressionante di documentazione stratigrafica che non sarà interrotto se non nel XVII-XVIII.

    L'unico elemento che unisce l'epoca romana e l'età medievale e moderna è il percorso stradale del vicus Capitis Africae, che dal '400 diventerà Via della Navicella.

    La più antica operazione documentata dall'indagine è la distruzione del basolato romano, non trovato in sito: lo scavo ha raggiunto direttamente, senza incontrarlo, la volta della fogna romana che vi correva sotto. La via venne rifatta, con una carreggiata più ristretta, come una stradina campestre, non molto importante.

    Dalle indagini a S. Stefano Rotondo si è tratta la conferma che la crisi colpisce, nel V secolo, le
    strutture pubbliche e di servizio sparse sul Celio non meno che le insulae di abitazione intensiva o le
    domus aristocratiche.

    L'orientamento del vicus fu ben presto comprovato dal rinvenimento di tratti di pavimentazione basolata confermato dal segmento individuato nel corso degli scavi di Piazza Celimontana l'abbandono e
    rinterro dei Castra Peregrinorum, cioè della caserma che occupava in precedenza l'area della chiesa.

    SCALINATA CHE CONDUCE AL DOLMEN - VILLA CELIMONTANA


    LA BASILICA

    La basilica, risalente all’età antonina, nella metà del II sec. d.c., è il luogo di culto di Cibele e Attis e sede della congregazione religiosa dei dendrofori, addetta al culto del Dio, insomma un tempio con monastero.

    Era formata da un cortile centrale porticato preceduto da un vestibolo.
    Dalla strada, che correva ad un livello più alto rispetto al piano della basilica, si scendeva per una breve scala nel vestibolo pavimentato con un mosaico figurato, ora conservato nell’Antiquarium Comunale. 

    PLANIMETRIA DELLA BASILICA
    Fu dedicata dal ricco mercante di perle (margaritarius) Poblicio Hilaro, finanziatore dell’edificio, e del cui culto era quinquennalis perpetuus, come testimoniano le scritte sulla base di una statua a lui dedicata e una testa, probabilmente un suo ritratto, ritrovati all’interno della basilica.

    Sembra che la statua sia stata una donazione dei sacerdoti di Cibele per ringraziare del tempio.
    La forma originaria era quella caratteristica dei templi collegiali, simili a quelli rinvenuti ad Ostia, è costituita da un cortile centrale,  attorno al quale si disponevano i vani di servizio per le stanza e i servizi della congregazione.

    Era parzialmente interrata: dodici gradini profilati in marmo portavano ad un vestibolo con mosaici in bianco e nero, raffiguranti un occhio colpito da una lancia e un anello di uccelli e animali intorno, probabilmente una difesa religioso-magica del luogo.

    Una soglia raffigurante l'impronta di due piedi, uno entrante l'altro uscente, portava ad una stanza con un bacino e la base di una statua dedicata ad Ilario.

    Nell’invaso, di forma quadrata, posto all’inizio del cortile era forse collocato il pino sacro a Cibele, non si sa se vero o simbolico, ma con tutta probabilità vero ma cimato e invasato affinchè non superasse una certa dimensione, che una volta all’anno veniva portato in processione dai dendrofori in onore della divinità.

    La Basilica era suddivisa in più navate da pilastri, aveva un piano superiore, non conservato. 
    Il complesso venne estesamente ristrutturato nel III sec. d.c., allorché lo spazio del cortile, a mosaico geometrico bianco-nero, fu ristretto a vantaggio degli ambienti che lo fiancheggiavano. 

    Già a partire dal IV secolo, quando il monumento era forse ancora sede dei dendrofori, alcuni dei vani di servizio furono occupati da impianti per attività produttive. 

    RESTI DELLA BASILICA - VILLA CELIMONTANA
    Queste invasero settori dell’edificio (mentre altri venivano dismessi) nel V secolo, quando il complesso era stato confiscato dalla subentrante religione cristiana, ormai unica religione di stato, ai dendrofori e il suo uso come luogo di culto era cessato.

    Molte delle strutture di epoca classica vennero distrutte (Piazza Celimontana, S. Stefano Rotondo, Ospedale Militare) o cessarono di essere utilizzate per le finalità originarie, sopravvivendo magari in parte, ma in forme degradate (Ospedale Militare).

    L’abbandono definitivo avvenne nel VI secolo, forse in seguito al terremoto del 618.

    Il VI secolo segna poi la fine dell'urbanizzazione, anche a causa dei tragici effetti delle guerre gotiche.

    Da notare però che al momento della colmata le strutture dei castra erano state spogliate
    da ogni decorazione, ma non erano crollate, ne tanto meno erano state bruciate, il che escluderebbe come causa il sacco di Alarico.

    A parziale rioccupazione del sito dei castra accenna il Ceschi individuandola nei livelli sottostanti il pavimento della chiesa. Le rozze strutture in questione, occuparono solo il settore Sud-Ovest della futura chiesa;  realizzate in tufelli e blocchetti di conglomerato. Queste strutture vennero poi distrutte con la fondazione della basilica nel 468-483.

    Rispetto al sito dell'Ospedale Militare, sono in corso ininterrottamente dal 1987 indagini che precedono e accompagnano i lavori di ristrutturazione edilizia del nosocomio di età umbertina. I dati di scavo delineano un quadro di decadenza rapida dell'area, fino al IV sec. molto urbanizzata.

    Molti di questi appaiono già del tutto fuori uso e interrati nel corso del V secolo, o al massimo a partire dalla seconda metà o dalla fine di questo.
    E’il caso dell'edificio commerciale nel settore Nord-Est, dell'edificio con cisterne della fullonica e della grande domus nel settore centrale dell'Ospedale. Alcune strutture subiscono un mutamento d'uso ma con riduzione degli spazi e un netto degrado delle modalità di occupazione.

    La crisi definitiva della zona dell'Ospedale Militare avverrebbe verso il VI secolo — rispetto al settore del Caput Africae, deserto forse già nel V.



    RIADATTAMENTO DELLA BASILICA

    In questo settore la Basilica Hilariana, santuario di Cibele e Attis e sede collegiale dei dendrophori, sopravvisse almeno fino al IV sec., forse anche grazie alla protezione accordata al culto dalle famiglie dell'aristocrazia pagana che sappiamo insediate nella zona, prima fra tutte quella dei Simmaci.

    ALTRI RESTI
    Nel V secolo, con i provvedimenti imperiali che confiscano i beni dei dendrophori, la basilica cessa di funzionare e viene miseramente riadattata: la quota di calpestio è rialzata con strati di terra, alcuni spazi fra gli originari pilastri del portico sono tamponati, la scala del primo piano viene chiusa. I vani vengono utilizzati per una piccola fullonica.

    Non lontana dalla Basilica Hilariana è la Domus di Gaudentius, di medie dimensioni ma riccamente ornata, sorta  dalla fusione di due insulae e della via che le divideva, e aveva poi subito interventi nel III e nel IV secolo. L'edificio non è più utilizzato come residenza di lusso a partire dalla metà circa del V secolo; non c'è distruzione violenta, ma la quasi totalità dei vani della parte signorile sono interrati; i quartieri servili continuano invece ad essere abitati.

    Nel VI secolo oltre ai monumenti sopra citati e già in disuso, ambedue la Basilica Hilariana e la Domus di Gaudentius vengono abbandonate e interrate. Il successivo crollo delle strutture avvenne forse a causa di terremoti.

    Alla progressiva destrutturazione dell'abitato nell'area dell'Ospedale Militare si inserì l'uso dell' area come necropoli. Dal momento in cui cessa l'uso della necropoli, i settori interni del quartiere diventano deserti. La via venne ciclicamente rialzata, con interventi di rifacimento passando dal basolato all'acciottolato.
    Si può immaginare che la zona ricadesse nell'influenza degli enti ecclesiastici, i soli attivi e in crescita in questa parte del "disabitato".

    In questo caso la frequentazione del settore Nord-Est dell'Ospedale potrebbe essere spiegato dalla vicinanza dei SS. Quattro. L'antichissimo monastero dei SS. Quatto sorge su una domus di un ricco aristocratico romano, che vi alloggiava anche un mitreo privato.

    Il vicus Capitis Africae confluiva nella “ via Caelìmontana ” e la sua prosecuzione
    denominata clivus Scauri,  collegava il Laterano con i complessi dei SS. Giovanni e Paolo dei SS.
    Andrea e Gregorio. Questo percorso potè essere conservato anche perché coincideva in parte con
    quello dell'Acquedotto Claudio-Neroniano, ancora funzionante e a lungo restaurato nel Medioevo.


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  • 11/09/17--07:40: ATTIUS CLAUSUS INREGILLENSE
  • MONETA DELLA GENS CLAUDIA

    Nome originale: Attius Clausus Inregillense
    Romanizzazione del nome: Appius Claudius
    Personaggio: Fondatore della Gens Claudia
    Consolato: 495 a.c.


    Attius Clausus Sabino Inregillense, latinizzato in Appius Claudius Sabinus Inregillensis, di cui ignoriamo nascita e morte, è stato un politico romano, fondatore della gens Claudia.
    Sappiamo che Attius Clausus nacque nel territorio dei Sabini in località Inregillum, forse nel territorio della città sabina di Regillum o accanto al lago Regillo, e divenne console nel 495 a.c. con Publio Servilio Prisco Strutto.

    Questi viene chiamato "Inregillum" in alcuni manoscritti di Livio, ma "Regillum" nelle opere di Dionigi di Alicarnasso e Svetonio. Il nome suggerisce una connessione con il Lago Regillo. Forse il cognome Claudio deriva dal lago, o perché era stato un partecipante alla battaglia del lago Regillo.



    I SABINI CONTRO ROMA

    La Sabina era l'area compresa all'incirca tra l'alto Tevere, il Nera e l'Appennino marchigiano, in corrispondenza cioè dell'odierna provincia di Rieti e della confinante regione dell'alto Aterno in provincia dell'Aquila.

    Nel 505 o 504 a.c. i Romani vinsero la guerra contro i Sabini e, l'anno successivo, questi si divisero tra quanti volevano prendersi una rivincita sui Romani e quanti invece volessero rappacificarsi definitivamente con Roma.



    LA DEFEZIONE

    Attius Clausus, ricco mercante sabino, era tra questi ultimi. Visto però che la fazione che voleva battersi di nuovo con Roma stava diventando preponderante, si trasferì a Roma con parenti, amici e circa 5.000 dei suoi clientes.

    L'Urbe fu molto grata della defezione che evidentemente seguì ad alcune trattative, anche perchè privava la sabina di circa 5000 uomini abilitati alle armi, cifra notevole per quei tempi. accreditandoli all'esercito romano.

    In riconoscimento della sua ricchezza e influenza, Appio Claudio venne ammesso al patriziato e dato la carica di senatore, dove divenne rapidamente uno degli uomini più importanti dell'epoca. I suoi seguaci ottennero delle terre sul lato opposto dell'Anio, cioè del fiume Aniene, e insieme ad altri Sabini che si unirono poco dopo, costituirono la base della "Antica Tribù Claudia".

    La gens Claudia che ne scaturì fu fra le gentes più prestigiose e influenti della capitale. A ognuno dei sabini furono assegnati due iugeri di terra, equivalenti a circa a mezzo ettaro, mentre ad Attius Clausus ne furono assegnati venticinque.
    Attius Clausus, il cui nome fu romanizzato in quello di Appius Claudius, come capo di quella nuova gens, fu elevato al rango di senatore e la sua influenza divenne notevole a Roma. Alcuni ritengono che Tito Livio ne descrisse il temperamento come impulsivo e arrogante.
    « ...Appio, che aveva un carattere impulsivo.... Appio, parte per la naturale arroganza del suo carattere... » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II)

    Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell’anno si combatté con successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace, esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti, Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là dell’Aniene. In questa sede formarono quella che in seguito, grazie all’immissione di nuovi membri, venne chiamata la “vecchia tribù claudia”. Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i consoli tornarono a Roma in trionfo. L’anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l’intero conflitto si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati consegnati. Anche quell’anno Roma vide un trionfo.

    (Tito Livio - Ab Urbe Condita)



    IL CONSOLATO

    Però Appio sapeva farsi buona pubblicità, o soprattutto aveva tutti i suoi clientes dalla sua parte, perchè fu eletto console nel 495 venne eletto console con Publio Servilio Prisco Structus. Durante questo accaddero cose importanti. Il 15 maggio fu consacrato il tempio di Mercurio (anche se l'onore della dedica non venne attribuito a uno dei due consoli ma a Marco Letorio, un centurione primipilo, e la colonia di Signa, voluta da Tarquinio, venne rifondata con l'invio di un nuovo contingente di coloni.

    Giunse la notizia della morte di Tarquinio a Cuma, dove era fuggito dopo la sconfitta del lago Regillo. Questo rassicurò la nobiltà patrizia che cercò di profittare della sua posizione, prefigurando l'avvicinarsi di un conflitto coi plebei. La tribus Claudia venne formalmente incorporata nello stato romano.

    E il conflitto, tra patrizi e plebei, venne a galla. Nei primi anni della repubblica tutte le cariche pubbliche erano in mano ai patrizi, come autori della cacciata della monarchia, mentre i plebei non erano rappresentati. Inoltre le leggi sul debito, e l'uso del Nexum, che consentivano di ridurre i debitori alla schiavitù, favorivano sfacciatamente i patrizi, che prevaricavano i plebei.



    I DEBITORI

    La riduzione dei debitori in schiavitù si era aggravata  anche a causa delle guerre che non consentivano ai cittadini-soldati plebei di operare i lavori nei campi nè di difenderli dai malintenzionati..

    LEX AGRARIA
    « ... Un uomo già piuttosto attempato e segnato dalle molte sofferenze irruppe nel foro. Era vestito di stracci lerci. Fisicamente stava ancora peggio: pallido e smunto come un cadavere e con barba e capelli incolti che gli davano un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la gente lo riconosceva: correva voce che fosse stato un ufficiale superiore e quelli che lo commiseravano gli attribuivano anche altri onori militari; lui stesso, a riprova della sua onesta militanza in varie battaglie, mostrava le ferite riportate in pieno petto. 
    Quando gli chiesero come mai fosse così mal ridotto e sfigurato - nel frattempo l'assembramento di gente aveva assunto le proporzioni di un'assemblea - egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra sabina, i nemici non si eran limitati a razziargli il raccolto, ma gli avevano anche incendiato la fattoria e portato via il bestiame; poi, nel pieno del suo rovescio, erano arrivate le tasse e si era così coperto di debiti.
     Il resto lo avevano fatto gli interessi da pagare sui debiti contratti: aveva prima perso il podere appartenuto a suo padre e a suo nonno, quindi il resto dei beni e infine, espandendosi al corpo come un'infezione, il suo creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, ma alla prigione e alla camera di tortura.... »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, § 23)

    Mentre in senato si stava discutendo sui debitori ridotti in schiavitù, venne la notizia dei Volsci in guerra contro Roma, che però non erano riusciti a convincere le città Latine, appena sconfitte nella battaglia del Lago Regillo, ad unirsi a loro contro i romani. Anzi, i Latini denunciarono al Senato romano i preparativi di guerra dei Volsci, ottenendo per questo la liberazione di oltre 6.000 soldati fatti prigionieri e ridotti in schiavitù a seguito della sconfitta dell'anno prima.

    Ma la minaccia dei Volsci venne tacitata dalla comparsa in giudizio di uomini incatenati, che erano stati consegnati ai loro creditori dopo essere caduti in debito, tra i quali un vecchio soldato che aveva perso la sua casa e proprietà, mentre combattere per il suo paese nella guerre Sabine.
    Claudio chiese l'arresto dei presunti facinorosi, mentre il senatore Servilio esortò il Senato a negoziare con i plebei per risolvere la crisi.



    LA PROMESSA

    La plebe rifiutò di rispondere alla chiamata alle armi, se non fossero state accolte le proprie richieste. Il senato incaricò quindi il console Servilio, considerato più adatto di Appio per trattare con la plebe, di convincere il popolo ad arruolarsi. Nel frattempo, il Volsci avevano iniziato i preparativi per la guerra, arruolando degli Ernici.
    Servilio da parte sua, riuscì nel suo incarico di far sì che la plebe rispondesse alla chiamata alle armi, facendo promesse ed emanando un editto in favore dei debitori, secondo il quale:
     « ...ne quis civem Romanum vinctum aut clausum teneret, quo minus ei nominis edendi apud consules potestas fieret, neu quis militis, donec in castris esset, bona possideret aut venderet, liberos nepotesve eius moraretur.» cioè
    « ....più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, in modo da impedirgli di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli, nessuno poteva impossessarsi o vendere i beni di un soldato impegnato in guerra, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti.»
    (Tito Livio, Ab Urbe Condita, II, 24.)

    Nel 486 a.c. Appio Claudio fu tra i più strenui oppositori alla Lex Cassia agraria, che contrastò, anche ricorrendo alla proposta dilatoria, di nominare un collegio di 10 senatori cui demandare il compito di definire quali terre fossero del demanio pubblico, quante se ne dovessero vendere e quante dare in locazione

    Ma plebe, galvanizzata dalle promesse del console, e dalla prospettiva di poter migliorare la propria situazione economica con il bottino di guerra, sotto la guida di Publio Servilio, ebbe facilmente ragione dei Volsci e conquistò, saccheggiandola, la città di Suessa Pometia. Non solo. Di lì a poco uscì vittorioso da scontri contro Sabini presso l'Aniene e gli Aurunci nei pressi di Aricia.

    Al termine di questi combattimenti il popolo si attendeva che fosse rispettato quanto promesso dal senato, ma così non fu, soprattutto per l'aperta e determinata opposizione di Appio Claudio, strenuo difensore dei privilegi dei patrizi; allo stesso Publio il Senato negò il trionfo su istigazione di Appio.

    LA SECESSIONE

    LA SECESSIONE

    Dopo un attacco a sorpresa dei Volsci, il console Servilio Strutto, che aveva posto in prima linea molti dei debitori liberati, attaccò Volsci a sua volta, facendoli fuggire. Servilio catturò il campo dei Volsci, e poi conquistò la città volsca di Suessa Pometia.  Un gruppo di militari Sabini. profittarono dell'assenza del console per entrare in territorio romano, ma vennero perseguiti da Aulo Postumio Albus Regillensis, l'ex dittatore, fin quando Servilio fu in grado di unirsi a lui, e cacciare i sabini. Partirono allora le minacce di guerra dagli Aurunci, ma mentre Roma prepara le sue difese, Servilio marciò contro di loro, sconfiggendoli ad Aricia.

    A Roma, Claudio aveva fatto trarre trecento ostaggi volschi, ottenuti da un conflitto precedente, per farli fustigare e decapitare nel Foro. Quando il console Servilio tornato in patria chiese il trionfo per le sue vittorie, Claudio si oppose, sostenendo che Servilio aveva incoraggiato la sedizione della plebe contro lo stato, deplorando anche che Servilio avesse donato ai suoi soldati  il bottino della  vittoria di Suessa Pometia, anzichè depositarlo nel tesoro. Il Senato respinse la richiesta di Servilio, ma per volere del popolo, il console ebbe processione trionfale, nonostante il decreto del Senato.

    Il console Claudio ignorò le promesse fatte dal suo collega e per screditare Servilio, e fece condannare coloro che in precedenza erano stati liberati dalla servitù. Servilio non potè fare nulla contro Claudio e i suoi sostenitori in Senato, per cui venne odiato come il suo collega. Infatti quando i consoli non si accordarono su quale di loro dovesse dedicare il Tempio di Mercurio, il Senato ha girato la decisione alla plebe, che non scelse Servilio ma un centurione, Marcus Laetorius, con grande scorno di Senato e Claudio.

    Cominciarono così le prime rivolte della plebe contro i creditori, finchè giunse notizia di un'invasione sabina e la gente rifiutò di arruolarsi. Claudio accusò il suo collega di tradimento per non aver condannato i debitori o aumentato le truppe come richiesto, a dispetto degli ordini del Senato. 

    "Tuttavia, Roma non è assolutamente deserta, l'autorità dei consoli non è ancora del tutto gettata via io stesso starò in piedi, da solo, per la maestosità del mio ufficio e del Senato." disse Claudio e poi ordinò l'arresto di uno dei capi plebei, che si appellava al giudizio del console mentre i littori lo portavano via. 

    Claudio cercò di ignorare il ricorso, in violazione della lex Valeria , che concedeva il diritto di appello a tutti i cittadini romani; ma ci fu una rivolta così forte che fu costretto a far rilasciare l'uomo. Prima della fine dell'anno, gruppi di plebei cominciarono a riunirsi in segreto sull'Aventino, così il senato ordinò ai consoli di far sedare la rivolta dalle truppe, tanto più che Equi, Volsci, e Sabini minacciavano Roma.

    Il popolo rifiutò se non veniva accolta la sua richiesta. Il Senato discusse tre proposte:
    - il console Aulo Virginio Tricostus Caeliomontanus non concesse la riduzione del debito generale, tranne per gli uomini che avevano combattuto contro i Volsci, Aurunci, e Sabini l'anno precedente . - Tito Larcio sostenne che una riduzione per alcuni debitori e non di altri, avrebbe solo aumentato i disordini, per cui la riduzione doveva riguardare tutti.
    - Claudio sostenne che la vera causa dei disordini era il disprezzo del popolo per la legge, e il diritto di ricorso, che aveva privato i consoli della loro autorità:
    "Vi esorto, pertanto, a nominare un dittatore, a cui non vi è diritto di ricorso. Vorrei vedere qualcuno usare la forza contro un littore, quando sa che il potere di flagellare o uccidere è nelle mani di un uomo che ha avuto il coraggio di offendere! "
    Claudio vinse ma non riuscì a farsi eleggere dittatore. Il Senato nominò invece Manio Valerio Massimo, fratello di Publio, che ribadì le riduzioni del debito che il console Servilio aveva fatto l'anno precedente, e fu in grado di raccogliere dieci legioni, con i quali lui e i due consoli sconfissero Equi, Volsci e Sabini. Al suo ritorno trionfale, Valerio chiese al Senato di mantenere le promesse fatte al popolo. Ma il Senato respinse la richiesta e Valerio si dimise.

    Poco dopo, il Senato ancora una volta cercò l'esercito per combattere gli Equi, ma i soldati ammutinarono, e si ritirarono in massa al Monte Sacro. Fu Agrippa Menenio Lanato a esortare il Senato a tentare una riconciliazione con la plebe, e Valerio definì Claudio come "un nemico del popolo, e un campione di un'oligarchia", che porta lo stato romano alla sua distruzione. Claudio rimproverò Valerio e Menenio per la loro debolezza e critiche, e si oppose alla negoziazione il popolo, descritto come un branco di animali.

    CORIOLANO
    Il Senato inviò dieci rappresentanti per negoziare con i plebei, tra cui Menenio, Valerio, Servilio, Larzio, e altri ex consoli che avevano guadagnato la fiducia della gente. Il Senato, nonostante l'opposizione caparbia di Appio Claudio, dovette accettare la riduzione dei debiti, e l'istituzione dei tribuni della plebe , che aveva il potere di veto sulle azioni del Senato e dei consoli, e che erano stessi sacrosanta, l'intero corpo della plebe obbligati a difendere da qualsiasi aggressione. Una volta che i nuovi funzionari erano stati nominati, ebbe termine la secessione

    Roma l'anno successivo ebbe una terribile penuria di grano, che portò a nuove lotte tra patrizi e plebei dove i patrizi vennero accusati di accumulare cibo. Ancora una volta, Claudio esortò il Senato ad adottare una linea dura, ma alla fine venne acquistato il grano da Aristodemo di Cuma che rifornì Roma con i beni sequestrati a re Tarquinio che si era rifugiato.presso di lui.

    Nel 491 a.c., Roma ebbe una nuova crisi e i prezzi del grano erano alle stelle. Gaio Marcio Coriolano, un giovane senatore aristocratico, che aveva vinto i Volsci, elogiò Appio Claudio per la sua posizione contro i plebei, e suggerì al Senato di rifornire il grano alla plebe solo se avesse rinunciato ai tribuni. Furono allora i tribuni a ordinare il suo arresto.

    Appio Claudio intervenne a suo favore. Manio Valerio invece disse che la gente aveva il diritto di portare Coriolano a giudizio. Coriolano sottoposto a giudizio, fu riconosciuto colpevole; ma per il suo servizio militare allo stato, venne condannato solo all'esilio. Nel 486, il console Spurio Cassio Vecellino concluso un trattato con gli Ernici, propose la prima legge agraria, per distribuire una parte trascurata di suolo pubblico tra i plebei e gli alleati. 

    Ancora una volta, Claudio si oppose, sostenendo che la gente non sarebbe stata in grado di coltivare la terra, e accusando Cassio di incoraggiare la sedizione. In realtà il territorio statale veniva illegalmente coltivato dai patrizi. La legge fu respinta, e l'anno successivo Cassio venne portato in giudizio dai patrizi, che lo accusarono di aspirare a diventare re. Fu condannato, flagellato e messo a morte, la sua casa venne distrutta, la sua proprietà sequestrata dallo Stato, e i suoi tre giovani figli a malapena sfuggirono all'esecuzione.
    Ancora, nel 480 a.c, quando il tribuno Tito Pontificius esortò la plebe a rifiutare l'iscrizione per il servizio militare come mezzo per incoraggiare la riforma agraria, Appio convinse il Senato ad opporsi a Pontificius ottenendo l'appoggio di altre tribune, e il senato ebbe la meglio.


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  • 11/10/17--05:29: MATIDIA MINORE


  • Nome: Matidia Minore
    Nascita: 85 d.c.
    Morte: 165 d.c.
    Parentela: Sorella dell'Imperatore Traiano



    LE ORIGINI

    Vibia Matidia (85 d.c. circa – 165 d.c. circa) fu la figlia di Salonina Matidia, a sua volta figlia di Ulpia Marciana, sorella dell'imperatore Traiano, e forse di Lucio Vibio Sabino.

    Da alcuni studiosi invece il padre è indicato come il senatore Lucio Mindio, primo marito di Matidia maggiore e il suo nome sarebbe stato Mindia Matidia, come risulterebbe in effetti dal nome di un suo liberto. Fu detta anche Matidia minore per distinguerla dalla madre.

    TESTA DI MATIDIA MINORE DI VILLA ADRIANA
    SCATTATA DURANTE LA SCANSIONE 3D
    Il suo ritratto ci era sconosciuto, ma di recente le è stato attribuita la testa di giovane donna nel museo di Fiesole, della quale esiste un magnifico esemplare nel Museo Capitolino (v. Vol. vi, pag. 843).

    Il viso è fine e delicato, di un bell'ovale, con collo snello, orecchie piccole e grandi occhi  i capelli sono raccolti sulla nuca in una complessa pettinatura di treccioline, mentre sono rialzati sulla fronte in un diadema di riccioli accuratamente composti. 

    Il corpo pallido e rosato (marmo bianco incarnato insulare) emerge da una nuvola di stoffa leggera raffigurata da due toni di marmi scuri, tipica componente di gusto flavio (marmo bigio morato).
    Il ritratto è databile al tempo di Nerva.
    Sua sorella Vibia Sabina sposò l'imperatore Adriano. A differenza delle sue parenti non ottenne il titolo di augusta e non venne divinizzata dopo la morte.

    Si tenne lontana dalla vita politica e non si sposò. Evidentemente fu per sua volontà, poichè il suo censo, la sua posizione a corte, la benevolenza che aveva per lei l'imperatore e la sua notevole bellezza le avrebbero consentito sicuramente di conseguire un ottimo matrimonio.

    Fu nota per la sua bellezza ed eleganza.

    Ebbe vaste proprietà nella zona di Minturno (dove le furono dedicate delle statue onorarie) e di Sessa Aurunca, dove fece costruire una biblioteca e l'acquedotto e finanziò la ricostruzione del teatro, nel quale si fece raffigurate al centro della scena in veste di Aura, circondata dagli altri membri della famiglia imperiale.

    Ella compare addirittura tra Adriano e Vibia.
    Questa condotta fu piuttosto inusuale, comparendo peraltro nelle epigrafi al primo posto, davanti allo stesso imperatore.
    Accompagnò insieme alla sorella Vibia tutti i viaggi dell'imperatore Adriano, a cui evidentemente era gradita, nonostante non vi fosse grande feeling tra Adriano e Vibia.

    Peraltro anche le sue immagini al centro della scena tra Vibia e Adriano non destarono contrarietà nell'imperatore, altrimenti non avrebbe potuto farle eseguire.

    Qualsiasi immagine dell'imperatore infatti doveva essere approvata ovviamente dallo stesso imperatore, cui evidentemente non dispiaceva essere sovrastato dall'immagine di Matidia.

    Forse la cognata le ricordava la suocera, Matidia Maggiore, cui fu legato da sincero affetto, e forse gli serviva da cuscinetto tra lui e la moglie Vibia Sembra sopravvivesse ad Antonino Pio e morì nel 165 d.c.



    ADRIANO - MEMORIE AL FEMMINILE - VILLA ADRIANA

    "La mostra prosegue con l'esposizione di arredi provenienti dal teatro di Sessa Aurunca, colonia latina, la cui ricostruzione era stata voluta da Matidia Minore. 
    La sfarzosa decorazione è testimoniata da alcuni resti architettonici e scultorei policromi. 

    MATIDIA
    Degno esempio la statua raffigurante Matidia Minore, di notevoli dimensioni in marmo bianco e bigio, rappresentata in forma di divinità salvatrice e, per le vesti sollevate dal vento, da tutti riconosciuta come Aura. 
    Pur non essendo un'Augusta, Matidia ha avuto il privilegio di tanto riconoscimento a testimoniare quanto il suo operato sia stato importante. 
    Oltre che per l'interesse artistico la statua, già esposta a Roma nel 2002 nella mostra I marmi colorati ai mercati di Traiano, ha portato alla luce l'iconografia di questa donna precedentemente ignorata."

    Un ritratto di Matidia Minore intorno a quest'epoca potrebbe riconoscersi in una bella testa di Aquileia della quale esiste una replica alquanto irrigidita nel Museo Capitolino. Trattasi di una statua con sembianze giovanili di Matidia assimilata a Cerere, provieniente dall'agorà di Afrodisiade (Istanbul, Museo). L'acconciatura è tardo-flavia, così come quella di Plotina-Hera rinvenuta insieme. La datazione è al primo classicismo traianeo.


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  • 11/11/17--06:13: IDRAULICA ROMANA
  • RICOSTRUZIONE DI UNA POMPA ROMANA RINVENUTA NEGLI SCAVI DELLA METRO DI LONDRA


    GLI ACQUEDOTTI

    In epoca antica, i maggiori progressi nelle arti e nelle tecniche si ebbero in epoca romana, quando si unirono lo spirito speculativo astratto del mondo greco, che riguardava non solo la filosofia ma pure matematica e geometria, con la razionalità organizzativa ed esecutiva tipica dei romani.

    Anche la metallurgia ebbe un notevole impulso, soprattutto con il ferro, il bronzo, ed il piombo, per la decorazione anche l'ottone ed i metalli preziosi. Ebbe grande sviluppo anche l'idraulica, con i rubinetti in bronzo, i tubi in piombo e in terracotta, il tutto per portare l'acqua nelle case cittadine.

    Basilare per l'idraulica fu la costruzione degli acquedotti:

    Plinio il Vecchio (23-79 d.c.): "Chi vorrà considerare con attenzione la quantità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville; la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso".

    L'acqua da indurre negli acquedotti veniva scelta per diversi fattori: la posizione delle sue sorgenti, la sua purezza, il suo sapore, la sua temperatura, e talvolta persino per delle medicamentose, non a fantasia ma a causa dei sali minerali che conteneva. Infatti quando la fonte era nuova, i campioni venivano analizzati in contenitori di bronzo di buona qualità per accertare la capacità di corrosione, l’effervescenza, la viscosità, i corpi estranei e il punto di ebollizione.


    Servendosi di una complessa ricostruzione dell'altezza dell'acqua nei condotti, gli studiosi hanno concluso che і quattro principali acquedotti di Roma fornissero circa 600.000 mз di acqua al giorno, il che coincide con la portata complessiva indicata da Frontino (14.000 quinarie per circa 560.000 mз), eccezionale dato i mezzi di cui disponeva. Pertanto і Romani erano in grado di effettuare misurazioni di portata abbastanza precise, sia pure basate soprattutto sull'esperienza e l'intuizione.

    La speciale creatività degli ingegneri romani, la cui principale scuola era l'apprendistato, visto che in genere erano militari, era questa capacità di unire una forte razionalità a una continua ricerca del nuovo, talvolta copiando ma soprattutto innovando con intuizioni geniali.


    Un altro personaggio speciale per la sua capacità di previsione ingegneristica fu Agrippa, distinguendo per la prima volta con esattezza tra necessità pubbliche e private e valutandole anche quantitativamente. Poteva quantificare l'esigenza delle varie terme e fontane pubbliche nonchè quelle dei privati cittadini delle varie insule e domus. Questi dati e protocolli furono usati e migliorati per tutta l'età imperiale, finchè la barbarie non ebbe il sopravvento sulla civiltà distruggendola pezzo a pezzo. Il sopravvento della superstizione religiosa fece il resto.

    Il primo acquedotto fu quello Appio, costruito il 312 a.c. e a seguire, Anio Vetus, Marciano, Tepulo, Iulio, Virgo, Alsietino, Claudio, Neroniano, Anio Novus, Traiano e Alexandrino.
    Durante la repubblica, dal 509 a.c. fino al 27 a.c., anno in cui salì al potere l'imperatore Augusto, gli acquedotti romani erano inadeguati ai bisogni dei romani, anche perchè l'acqua scorreva continuamente, con grande spreco, ed erano frequenti le perdite dei tubi, cosicchè si decise di concedere ai privati l'utilizzo dei punti di perdita.

    Questo fece si che ogni insula o insieme di insule, avesse la sua fontana da cui attingere acqua, anche perchè in genere solo i primi piani ne erano provvisti. Coll'impero la cosa si estese e si ritiene che la Roma imperiale ricevesse oltre un milione di mc d'acqua al giorno, che per la maggior parte rifornivano sia le domus che le insule, nonchè le varie botteghe, per mezzo di condotte di piombo.

    A Roma confluivano almeno una dozzina di acquedotti a cielo aperto, con una vasta rete sotterranea, eccettuati gli ultimi 16 km in pianura dove si preferirono gli acquedotti sopraelevati che, assicurando una maggiore pressione all'utenza finale, facilitavano la distribuzione.

    Gli acquedotti romani erano delle opere ingegneristiche enormi: per costruire l'acquedotto Claudio fu necessario trasportare per ben 14 anni quarantamila carri di tufo all'anno. Tanto per fare un paragone nel Medioevo le condutture e i tubi vennero eseguiti scavando dei tronchi di olmo a cui veniva lasciata la corteccia, ed erano collegati da giunti con raccordo a cuneo rafforzati in ferro. Col medioevo si distrusse la civiltà più avanzata che sia mai esistita nel mondo, per certi versi superiore anche a quella attuale.

    ACQUEDOTTO NERONIANO

    I SIFONI

    Dovendo traversare depressioni piuttosto profonde o lunghe, i romani utilizzavano il sifone rovescio; il sifone è  una tubazione fatta ad "U" che si inserisce in un condotto, che si usa ancora oggi per creare un ostacolo (un "tappo idraulico") al passaggio dei cattivi odori data la presenza di acqua residua nella sua ansa

    Il sifone rovescio si basa sul principio dei vasi comunicanti. Se in un tubo fatto ad U si introduce da uno dei due lati del liquido, questo risale nell’altro lato del tubo ad un livello pari a quello dell’altro lato.

    Negli acquedotti ‘a canaletta’, se si incontrava una valle  troppo larga o con dislivello tra le sommità della valle e la sottostante piana, si ricorreva al sifone rovescio.

    L’acqua dal canale veniva immessa in tubi in piombo che discendevano nella valle (ventre del sifone) per risalire l’altro versante anche se ad una quota leggermente più bassa per le perdite di carico.

    In questo modo il gradiente complessivo veniva rispettato e la velocità diminuiva in modo che non premesse troppo sulle tubature. Insomma il sifone evitava negli acquedotti che i tubi si rompessero per la pressione e nelle case perché non giungessero i cattivi odori.

    Da un punto di vista tecnico sembra che il sifone romano sia stato concepito di solito come un semplice sifone invertito (c.d. tubo a U); ciò semplifica il suo funzionamento, essendo necessaria solo una adeguata perdita di carico. Il sifone di Barratina nell'area di Termini Imerese dimostra però che si costruivano anche veri e propri sifoni come quelli odierni, che richiedevano però una maggiore manutenzione.

    Le tubazioni dei sifone erano solitamente di piombo saldato, a volte rinforzato da rivestimenti in calcestruzzo o da manicotti di pietra. Meno spesso, i tubi stessi erano in pietra o ceramica, articolati come maschio-femmina e sigillati con il piombo.

    Vitruvio descrive la costruzione di sifoni e dei problemi di blocco e aerazione ai loro livelli più bassi, dove le pressioni erano più forti.  Gli ingegneri idraulici moderni usano tecniche simili per far superare depressioni a fognature e alle tubazioni di acqua.



    I SERBATOI

    Le condutture corrono spesso all'interno di gallerie o di condotti impermeabilizzati in tutta la superficie o sono alloggiate entro la massa cementizia dei piani inclinati. Il tutto inizia con un serbatoio di partenza, che talvolta anche per innalzare il piano di carico del sistema, mentre può mancare il serbatoio di arrivo.

    Per evitare che tratti troppo lunghi della conduttura fossero soggetti a troppa pressione o per consentire repentini cambiamenti di direzione, in molti sifoni vi erano alloggiati serbatoi intermedi, identificati con i colliviaria di Vitruvio; ma per taluni і colliviaria sono delle valvole.

    Il collegamento tra il serbatoio, o cisterna, o castellum, e la rete di distribuzione, era realizzato con uno o più calici in bronzo o piombo saldati a tubi di piombo. le fistulae, collegati a una chiave (saracinesca) in bronzo che permetteva la regolazione o la chiusura del flusso. Calice e tubo erano messi in opera direttamente nel muro con il quale erano pertanto solidali, impedendo qualsiasi perdita.

    Nei sistemi più antichi il ventre della conduttura è sostenuto infatti da un muro, oppure è interamente sotterraneo. Il ventre innalzato su un ponte viene adottato a partire dal II sec. d.c. (vedi gli Arcus Neroniani del Palatino). E' un'innovazione romana quella di alloggiare la conduttura in galleria e di assicurare l'orizzontalità del ventre per mezzo di una sostruzione. prima a muro, e poi a ponte. L'adozione del ponte non solo per il ventre dei sifoni, ma in genere per accorciare il percorso attraversando valli anche larghe e profonde, è anch'essa del tutto romana.

    Nelle province spesso gli acquedotti attraversavano profonde vallate, come a Nîmes, dove il Pont du Gard lungo 175 m ha un'altezza massima di 49 metri, e pure a Segovia (in Spagna) dove un ponte/acquedotto di 805 metri è ancora in funzione.

    I romani scavarono anche canali per migliorare il drenaggio dei fiumi in tutta Europa e per la navigazione, come nel caso del canale Reno-Mosa, lungo 37 km, che eliminava il passaggio per mare. In questo campo la loro opera più grande rimase il tentativo di prosciugare il lago Fucino, realizzato costruendo all'interno della montagna una galleria di 5,5 km.

    Porto era il golfo artificiale costruito dopo quello di Ostia al tempo dei primi imperatori: il suo bacino interno esagonale aveva un fondale di 4–5 m, una larghezza di 800 m, banchine di mattoni e calcestruzzo e un fondo di blocchi di pietra per facilitarne il drenaggio.



    LE FOGNATURE

    La prima cloaca romana di cui si abbia notizia risale al VII secolo a.c. e fu progettata per bonificare gli acquitrini che occupavano le vallate alla base dei colli dell'Urbe, e far defluire verso il Tevere i liquami del Foro Romano, di Campo Marzio e del Foro Boario.

    La realizzazione più importante fu però la cloaca massima, edificata nel VI secolo a.c. sotto il VI re di Roma, l'etrusco Tarquinio Prisco. La cloaca, dapprima un canale a cielo aperto ma successivamente coperto e allungato con varie diramazioni, ha ancora dei tratti visibili, altre allo sbocco sul Tevere. Con la caduta dell'impero, non vennero più costruite nuove fogne e spesso quelle esistenti furono abbandonate.

    Per l'impermeabilizzazione delle fogne, che ancora oggi si mantiene da 2000 là dove l'opera dell'uomo non le ha distrutte, esistono due tipi di opus signinum: il primo è costituito dell' 80% di tegole frantumate e il 20% calce: il secondo tipo, oltre all' 80% di tegole frantumate e il 20% calce, aggiunge sabbia silicea e ceneri (carbonato di potassio) che ne migliorano le proprietà idrauliche, ed è il tipico opus signinum adoperato in età imperiale, almeno a partire dal II sec. d.c.

    Inoltre, per impermeabilizzare le giunture dei tubi i romani usavano un legante ad alto coefficiente di assorbimento a base di calce pura stemperata con olio, come prescritto da Vitruvio.

    Le prime importanti opere d’ingegneria dell’antica Roma, fogne comprese, risalgono alla seconda parte del periodo monarchico, quando erano già al potere i Tarquini che essendo etruschi, erano già esperti di idraulica e bonifiche dei territori. L’esempio più importante è la Cloaca Massima la cui realizzazione ebbe appunto inizio sotto Tarquinio Prisco, realizzata in muratura a secco in grossi blocchi di pietra gabina o di tufo con spessori che raggiungevano i 4 metri.

    Il fondo era in basalto sistemato a selciato, la volta nei tratti più antichi di tufo o di peperino, mentre in quelli più recenti di travertino o di scaglie di selce a secco. Alla foce sul Tevere, nei pressi dell’attuale Ponte Palatino (il ponte immediatamente a valle dell’Isola Tiberina), le dimensioni libere della sezione (speco) sono di 3.30 m (di larghezza) per 4.50 m di altezza, nel tratto iniziale esse rispettivamente si riducono a 2.12 m per 2.70 m.

    L’importanza della costruzione della cloaca per i Romani deve essere stata tale che nei pressi della foce venne eretto il tempio ed il sacello di Venere Cloacina di cui tuttora esiste la fondazione. La Venere sotterranea che proteggeva il suolo profondo di Roma nonchè il profondo dell'anima dei romani, era la base della grande civiltà. E non è da meravigliarsi che fosse proprio Venere ad occuparsi delle fogne, perchè anche in epoca preromana e ovunque nel mondo, le acque comunque siano sono state sempre appannaggio della Dea primordiale.

    Le fogne che confluivano nella Cloaca Massima, in genere più recenti (periodo repubblicano od imperiale) hanno speco di dimensioni 0.60 m per 1.20 m. Tali fogne secondarie sono le più antiche in tufo e quelle più recenti in muratura di mattoni.

    I Romani costruirono fogne non solo a Roma, dove oltre la Cloaca Massima e relative diramazioni esistono anche altri sistemi fognari indipendenti, con propria foce sul Tevere, ma in tutto l’Impero. D'altronde la Cloaca Massima, di molto ampliata da Agrippa e da Silla, è tuttora in esercizio.

    Con la caduta dell’Impero non solo non vennero costruite nuove fogne ma spesso neppure mantenute quelle già esistenti, tant’è che una grossa fogna (4 metri di larghezza per 3 di altezza) fatta costruire da Agrippa, nel Campo Marzio, fu rinvenuta solo nel XVI secolo

    ACQUEDOTTO DI CHELVA IN SPAGNA

    POMPEI

    La migliore visibilità della rete di distribuzione dell'acqua è ovviamente quella di Pompei, la meglio conservata. Dal castello situato presso la porta vesuviana, alla quota di m 42,5, la quantità d'acqua disponibile era distribuita, secondo le prescrizioni di Vitruvio, mediante tre sistemi indipendenti: il primo riforniva le fontane pubbliche, il secondo gli edifici pubblici (terme, palestre, teatro, ecc.), il terzo era destinato ai privati.

    TUBO ROMANO
    Per ovviare al forte dislivello tra il castellum aquae e la città bassa (fino a 35 m), onde evitare che la velocità esercitasse una pressione eccessiva sui tubi, si divise la rete in settori attraverso una serie di torri d'acqua (castella secundaria) e di serbatoi elevati, che permettevano di ridurre man mano la pressione.

    Alla prima rete erano collegate le 50 fontane disposte lungo le strade della città, per lo più agli incroci, in modo che і cittadini non dovessero percorrere in media più di 50 m per procurarsi l'acqua potabile.

    La rete che invece serviva gli edifici pubblici andava dal castello lungo la Via Stabiana fino al teatro, con diramazioni per Via Nolana a ovest e Via dell'Abbondanza a est, alimentando le terme, le palestre, il teatro, l'anfiteatro, la caserma dei gladiatori, e altro.

    La rete destinata ai privati serviva invece sia case signorili, sia stabilimenti come lavanderie, tintorie, panetterie, fabbriche di vestiti, ecc. Il servizio era costoso, per cui spesso i commercianti si associavano in consorzi per dividere le spese.

    CASTELLO DI NIMES IN FRANCIA

    CASTELLUM AQUAE

    Esso è un «complesso architettonico avente la funzione di raccolta, di depurazione e di distribuzione dell’acqua necessaria per l’antico centro urbano» (E. De Felice, op. cit., p. 55), detto Castellum aquæ, sorta di bacino terminale all’interno del quale un acquedotto scaricava le sue acque. Il complesso si trovava nella parte più alta dell'area.

    L’acqua vi veniva immessa da falde acquifere sotterranee, convogliate attraverso condutture, di cui pure abbiamo tracce archeologiche superstiti, pozzi, cunicoli, cisterne, e da qui l’acqua necessaria alla popolazione cittadina era distribuita mediante altri canali sotterranei, e in tutte le direzioni, per alimentare i diversi castella secondari.

    I castella fungevano da raccolta delle acque provenienti dagli acquedotti extraurbani, posti a un livello più alto rispetto ad essi, eretti con caratteristiche arcate, sulle quali scorreva il condotto (specus), in grado di dare al flusso dell’acqua (aquæ pensiles) una pendenza quasi costante (1:200/1:1000), spesso quasi irrilevante, ma che i Romani sapevano perfettamente valutare anche su grandi distanze.

    Gli acquedotti sopraelevati necessitavano di una continua opera di manutenzione e riparazione, a motivo di qualche improvvisa vibrazione del terreno; ragion per cui sovente i tecnici romani ricorrevano ai più costosi condotti scavati nella roccia.

    Il castellum, un serbatoio costruito al termine dell’acquedotto, presentava alla fine tre cannelle, che gettavano acqua in tre  vasche, costruite in modo che, soverchiando nelle vasche laterali, l’acqua potesse traboccare in quella centrale. Di qui partivano le condutture per il rifornimento delle fontane, delle terme e dei pubblici edifici, ove il condotto terminava con numerose cannelle quasi tutte a forma di testa di animale.

    Dai castella però non era possibile attingere acqua, nemmeno quella che vi fuoriusciva, che era anzi necessaria per lavare le strade e le cloache. Ancora oggi a Parigi si usa il rivolo d'acqua bilaterale che pulisce strade e fogne, come era d'uso nelle città romane.

    Prima però di essere distribuita alla popolazione, l’acqua veniva immessa in appositi bacini a due scomparti e con piani di fondo inclinati, nei quali subiva un rallentamento del flusso: in tal modo le particelle insolubili in sospensione nel liquido cadevano verso il fondo (fenomeno della decantazione o sedimentazione), rendendo l’acqua più depurata e limpida.

    A Roma solo l’Aqua Virgo (lunghezza 20 km ca., portata 100.000 m³) voluta da Agrippa nel 19 a.c. per alimentare le sue Terme e il vicino Stagno, e l’Aqua Marcia (lunghezza 91 km, portata 187.000 m³ ca.), voluta dal pretore Quinto Marcio Re nel 144 a.c., captando le acque dell’Aniene, entrambe estremamente limpide, non necessitavano di decantazione. Tutti gli altri acquedotti ne necessitavano e ne usufruivano.

    PISCINA ROMANA DI SILOAM (Gerusalemme)

    LA PISCINA (LIMARIA)

    La piscina limaria era un contenitore atto ad accogliere le acque, posta lungo il corso o al termine d'un acquedotto, serviva a chiarificare e purificare le acque per la loro distribuzione. Infatti era detta limaria perchè oltre all'acqua accoglieva il limo, cioè il fango che vi si depositava.

    Essa poteva raggiungere alti livelli di complessità, tali da garantire contemporaneamente la possibilità di effettuare opere di manutenzione senza interrompere il flusso idrico; inoltre, erano essenziali quando la captazione avveniva direttamente da un fiume. Qui sotto un esempio di piscina limaria ancora in funzione, eseguita dai romani a Gerusalemme. Le colonne tagliate sostenevano in genere delle statue votive.

    CISTERNA ROMANA

    LE CISTERNE

    Al tempo dei romani l’approvvigionamento idrico veniva costantemente garantito dalla presenza, nelle zone abitate, di serbatoi in cui veniva convogliata, mediante vasche di raccolta e canali di immissione, l’acqua piovana. Erano di solito dei serbatoi d'acqua con volta a botte e rivestimento in cocciopesto.

    La tecnica costruttiva è sempre stata caratterizzata da uno o più invasi impermeabili comunicanti tra loro, muniti a seconda dell'importanza da canali di raccolta delle acque, piscine limarie, canali afferenti ed efferenti, boccagli, lumine e vere da pozzo di prelievo. Spesso queste cisterne erano un capolavoro di muratura, dove i mattoni erano posti con una precisione incredibile, si che ancora oggi sarebbe difficile uguagliarli.

    L'alimentazione delle Cisterne avveniva sia attraverso i pozzetti (o lumina) in cui era convogliata l'acqua piovana accumulata nel bacino della soprastante piazza o via, quella degli scoli dei tetti e degli impluvi naturali, sia attraverso una serie di tubi di piombo (fistula acquaria), mentre l'attingimento dell'acqua da parte della popolazione avveniva attraverso i vari pozzi.

    PIPE ROMANE ESPOSTE A MAINZ (Germania)


    LE  CONDUTTUREE  E  I  TUBI

    Erano di legno (per gli orti), pietra (anelli per sifoni), terracotta (tubuli, per irrigazione e scolo delle acque), piombo (fistulæ aquariæ, per gli acquedotti in genere), bronzo (per raccordi ovvero tubi per alimentare edifici di pregio). Si diramavano dal castellum aquæ primario, per portare acqua ad altri castella secundaria, i quali a loro volta alimentavano numerosi serbatoidislocati nei diversi quartieri

    Anzitutto sfatiamo la leggenda: nell'acqua che bevevano gli antichi romani: secondo una ricerca dell'Università francese di Lumière, Lione, pubblicata sulla rivista scientifica USA Proceedings of the National Academy of Sciences, c'era una quantità di piombo almeno 100 volte superiore rispetto all'acqua delle sorgenti locali. notevole ma assolutamente ininfluente sulla salute dell'epoca.

    Del resto l'acqua di allora era molto più pura di quella che beviamo oggi, diciamo che era come l'acqua minerale che acquistiamo oggi nei negozi, senza la negatività che la plastica può dare se conservata a lungo. Pertanto il fenomeno del cosiddetto "saturnismo", malattia provocata dal piombo presso i romani era inesistente.

    Le condutture di questi acquedotti avevano una tale perfezione tecnica che ancora oggi sono in grado di funzionare. Dal punto di vista costruttivo le tubazioni venivano incassate dentro un alveolo detto specus, cioè un lungo canale a sezione quadrata, scavato nella roccia, se il terreno lo consentiva, oppure costruito in muratura.

    Le tubazioni impiegate erano solitamente costruite in terracotta, materiale più usato per ragioni pratiche ed utilitarie. Vitruvio preferiva questo tipo di tubi perché, scriveva, sono i più economici, possono essere riparati con facilità, e l'acqua trasportata è molto più salutare di quella passante per i tubi di piombo. Quasi sempre le tubazioni portano impresso un marchio che può corrispondere sia al nome del proprietario sia a quello dell'idraulico sia effettua l'impianto; a volte figura il nome dell'imperatore.

    Spesso però i tubi erano di piombo ma poichè non era conosciuta la tecnica della trafilatura (fu impiegata dall'XI sec. in poi), i plumbari partivano da lamine lunghe secondo la misura stabilita, che arrotondavano attorno ad un'anima di legno di forma cilindrica. Alle estremità, sui giunti longitudinali, colavano piombo fuso o una lega di piombo e stagno.

    POMPA IDRAULICA
    Successivamente il piombo venne colato entro una forma in cui era inserita un'anima cilindrica di metallo, mediante la quale si determinava il diametro voluto. I tubi fabbricati con questo metodo hanno sezione perfettamente ellittica, a differenza di quelli piegati e saldati di cui sono note a tutti le sezioni irregolari «a pera».

    A volte invece si alternavano ai tubi di terracotta delle parti in pietra, come già in età ellenistica a Pergamo, o utilizzando condutture interamente di pietra, come in numerose città dell'Asia Minore (Aspendos, Laodicea, Patara, ecc.), soprattutto dagli inizi dell'età imperiale. Per controllare meglio le tensioni ogni cinque Km si faceva sfociare l'impianto in un serbatoio praticabile ove era possibile controllare le pressioni. Dunque la pressione dell'acqua di cui era fondamentale il controllo, veniva regolata dalle cisterne e dai sifoni.

    Per gli allacciamenti si inseriva nella conduttura principale una scatola di derivazione, fatta di piombo, da dove, in direzione perpendicolare alla condotta madre, si dipartivano da un lato e dall'altro due tubi di derivazione di calibro inferiore, questo per avere più servizi in un solo punto di presa.

    Ognuno di questi tubi di derivazione erano provvisti di valvola d'arresto, il che permetteva tutte le manutenzioni possibili.. Questi rubinetti erano a maschio cilindrico e si azionava per mezzo di un grosso chiodo o un tondino di ferro, da infilare a modo di chiave dentro un foro predisposto nella testa del maschio.



    LE VALVULAE O RUBINETTI

    I primi rubinetti archeologicamente attestati sono le "valvulae" di epoca romana. Si tratta di rubinetti del tipo “a maschio”, in cui la rotazione un cilindro forato consente o impedisce il passaggio dell’acqua.

    Per il controllo degli acquedotti venne allora nominato un Curator. Uno dei più validi e geniali fu Frontino, che dopo aver controllato e mappato tutto il territorio decise di concedere le eccedenze d'erogazione, che prima venivano disperse, sia per nuove fontane sia per nuove concessioni private. Di conseguenza i romani impiegarono un maggior numero di rubinetti nella loro rete idrica urbana, e persino le fontane pubbliche dovevano avere, come appare nei bassorilievi d'epoca repubblicana, i loro rubinetti.

    L'uso di valvole e rubinetti applicati alla rete idrica diveniva sempre più importante per ridurre lo spreco d'acqua, così nacquero le "valvulae" cioè i rubinetti di epoca romana. Si tratta di rubinetti del tipo “a maschio”, in cui la rotazione di un cilindro forato consente o impedisce il passaggio dell’acqua.

    Si tratta di manufatti di 2.000 anni fa sostanzialmente molto simili alle valvole a maschio tuttora in uso nel settore enologico.

    Le valvole degli antichi romani erano di bronzo ad alto tenore di piombo antifrizione, cioè che tiene senza guarnizioni, anticorrosione e duttile per una facile tornitura.

    La valvola era di tre pezzi: il corpo, il maschio, il fondo. Il castello alloggiava una grossa leva per azionare il maschio che aveva una forte adesione al corpo.

    Le valvole di notevole diametro erano costruite dalla grande industria codificate nelle misure e nei materiali per le condotte a pressione progettate dai centri di ingegneria.

    Come si può notare in questo rubinetto in bronzo, il collegamento alle tubature in piombo che veniva effettuato tramite ribattitura ed era causa di frequenti perdite.

    I rubinetti romani in genere erano a maschio cilindrico, raramente conico.

    Il corpo ed il maschio venivano costruiti per fusione, quest'ultimo in un unico blocco con testa prismatica. Il corpo era un cilindro cavo con gli estremi allargati all'esterno, come una flangia ricurva.

    Le guarnizioni erano in stoppa o cuoio, più usata la stoppa che durava meno ma presentava meno difficoltà per aprire o chiudere il sistema.

    Nelle giunzioni non esistevano filettature, nonostante i romani le conoscessero però la precisione dei raccordi rendeva superabile l'ostacolo delle giunture. L'installazione si otteneva introducendo le bocche del rubinetto dentro il manicotto dei tubi e saldando in giro una fascia abbondante di piombo che assicurava la tenuta.

    Il maschio generalmente cilindrico aveva nella parte inferiore una gola incisa nelle circonferenza, il fontaniere dell’epoca colpendo il corpo valvola in corrispondenza dell’incavo ne bloccava l’eventuale estrazione.

    Alcuni rubinetti romani sono in voga ancora oggi, come quello a foggia di testa di drago qui sopra esposto, infatti i romani amavano spesso guarnire i giardini con rubinetti a foggia di uccelli, teste di leone, di lupo, di cinghiale, di orso e di pantera.

    A seguito dello sviluppo dell’ampia rete di acquedotti che rifornivano le città e la numerosa popolazione, si sviluppò una fiorente attività industriale legata alla produzione di rubinetti (valvulae), di tubi di piombo (fistulae), ma anche di vasche, di stufe per riscaldare l’acqua (boiler), e di rubinetti da giardini, rubinetti da bagni e da terme, spesso veri capolavori di fonditura e cesellatura.

    In epoca romana sono attestati anche alcuni esempi di “miscelatori”,  con cui era possibile erogare acqua fredda o, alternativamente, acqua calda. La miscelazione dell’acqua alla temperatura desiderata avveniva nella vasca sottostante, mentre dalla vasca l'acqua usciva fredda o bollente.

    Questo avveniva soprattutto nelle terme, specie nelle più sofisticate, dove le vasche potevano essere calde o fredde a gradazioni diverse, anche per permettere il passaggio dall'acqua calda alla fredda con una certa gradualità. I medici dell'epoca sapevano e raccomandavano certi bagni a temperature diverse per la buona circolazione del sangue.



    LE POMPE IDRAULICHE

    PARTI DI UNA POMPA IDRAULICA
    Erone di Alessandria (10-80 d.c. circa) fu un matematico, ingegnere e inventore greco e ideò tra l'altro una serie di macchine funzionanti con energia idraulica, come una pompa, conosciuta da molti siti romani per essere stata utilizzata per sollevare l'acqua e in pompe antincendio, per esempio.

    Anche sotto l'impero di Caracalla si ebbero miglioramenti dell'acquedotto romano (212 d.c.).

    Durante le invasioni barbariche però, gli acquedotti romani decaddero gravemente, ed in questo periodo vi fu il massimo deterioramento ed abbandono di un'opera così importante ed utile per la comunità del mondo antico.

    Con la fine dell’impero romano e il collasso della rete degli acquedotti, in epoca medievale e moderna i rubinetti vennero utilizzati soprattutto per regolare il flusso dei liquidi da recipienti.

    Delle splendide terme pubbliche e private se ne perse anche il ricordo, non solo per il taglio degli acquedotti che non sarebbe stato così difficile ripristinare, ma anche perchè la nudità delle terme era ritenuta peccato e il lavarsi troppo spesso un suggerimento del diavolo. Era bene occuparsi dell'anima e non del corpo.



    RICOSTRUZIONE DELLA POMPA DI CTESIBIO

    Il progetto di tale pompa venne ripreso in seguito da altri inventori (Vitruvio, Erone di Alessandria), che la migliorarono e la svilupparono. Erone di Alessandria creò i primi sistemi automatici usando la forza del vapore, inventò infatti la Eolipila, considerata la prima macchina a vapore, ma usando pure la forza del vento e delle corde.

    A lui si devono le invenzioni dell’organo a vento, delle macchine teatrali programmabili tramite ingranaggi, l’Eolipila, dei primi distributori automatici di acqua e distributori di sapone per i templi, ecc. Scrisse inoltre molti trattati fra cui quello sulla pneumatica, sui “robot” (le sue macchine automatiche) e sulla meccanica.

    Questo modellino in legno (in basso) raffigura la pompa idraulica a pistoni inventata da Ctesibio.

    Gli antichi Romani, che la conoscevano bene, la trasformarono in pompa impiegata dai pompieri per spegnere le fiamme (tale dispositivo venne usato dai pompieri fino al novecento) e in pompa da usare in cantieri e in miniere (questo modellino riproduce una pompa a pistoni a doppio effetto, di epoca romana rinvenuta nella miniera di Huelva Valverde in Spagna) che serviva per aspirare l’acqua. 
    Era adatta a tale scopo in quanto riusciva ad erogare acqua in pressione.

    Per azionare questo tipo di pompa occorrevano due persone poste ai lati della leva. Tutto il modello è fatto in legno e i cilindri cavi e i pistoni sono stati costruiti con il tornio.

    MACCHINARIO PER SOLLEVARE L'ACQUA

    MACCHINE PER SOLLEVARE ACQUA

    Macchine per il sollevamento dell'acqua erano comuni durante il periodo romano e venivano utilizzate nelle profonde miniere sotterranee, ma pure quando si allagava un anfiteatro, artatamente come nelle naumachie o disgraziatamente per le troppe piogge. Diversi dispositivi sono stati descritti da Vitruvio, compresa la vite di Archimede.

    Molti di questi dispositivi sono stati ritrovati nel corso di scavi presso le miniere di rame del Rio Tinto, in Spagna, e formavano un sistema che coinvolgeva sedici ruote impilate l'una sull'altra in modo da sollevare l'acqua a circa 80 metri dal fondo della miniera.

    Altre parti di queste ruote sono state trovate nel 1930 a Dolaucothi, una miniera d'oro romana nel sud del Galles, quando la miniera è stata riaperta per un breve periodo di tempo.

    Il meccanismo è stato trovato a circa 80 metri sotto la superficie, quindi doveva trattarsi di un sistema simile a quello scoperto a Rio Tinto.

    Una recente analisi al carbonio ha datato i reperti intorno all'80 d.c., e poiché il legno da cui erano composti era più vecchio nelle parti più profonde della miniera, è probabile che i meccanismi ritrovati in profondità abbiano funzionato per 30-50 anni.

    È chiaro da questi esempi che l'esistenza di sistemi di drenaggio delle gallerie sotterranee, fa suggerire che le ruote idrauliche erano comunemente utilizzate per usi industriali.



    Completata rimozione tratto di acquedotto romano rinvenuto nel cantiere C. O. Reggio Emilia (2012)

    Gli scavi nell'area dell'Ospedale intercettano uno degli acquedotti romani che alimentavano Regium Lepidi. Sono condotte idrauliche con pozzetto d'ispezione funzionali all'alimentazione di alcuni balnea (gli antichi bagni romani) o di fontane e giardini della zona, databili tra l’età augustea e quella giulio-claudia (fine I sec. a.c. - fine I sec. d.c.)

    Un’area a rischio archeologico, che aveva già restituito in passato reperti di epoca romana riferibili a uno degli impianti idraulici che alimentavano Regium Lepidi.

    POZZETTO D'ISPEZIONE DI UN ACQUEDOTTO
    Per questo la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna aveva disposto che i lavori di costruzione del nuovo Centro Onco-ematologico di Reggio Emilia, all'interno dell'area ospedaliera, fossero preceduti da opportune indagini archeologiche preventive.

    Indagini che hanno puntualmente intercettato materiali e strutture di epoca romana e medievale. Nessuna sorpresa, quindi, né per gli archeologi né per l’azienda ospedaliera, e nessun blocco del cantiere che di fatto non poteva nemmeno partire finché non si fossero concluse le procedure di archeologia preventiva.

    Le indagini archeologiche effettuate alla fine degli anni '90 del secolo scorso per la costruzione Polo Onco-ematologico dell'Ospedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia avevano già intercettato alcune strutture idrauliche riferibili all'età romana. Strutture analoghe, formate da due tubuli di terracotta paralleli tra loro, sono state trovate anche durante le indagini preventive effettuate nella primavera 2010 prima dell'apertura di un nuovo cantiere del medesimo polo.

    Nel 2011 la Cooperativa ARS/Archeosistemi ha iniziato le verifiche preventive sotto la Direzione Scientifica della Soprintendenza Archeologia dell'Emilia-Romagna, nella persona dell'archeologo Marco Podini. Le conferme non si sono fatte attendere: poco prima di Natale, le indagini hanno individuato l'acquedotto già visto a suo tempo.

    La novità è stata invece il rinvenimento di un secondo acquedotto (poco più a sud e a una quota superiore della doppia conduttura, e perciò forse riferibile a un periodo diverso, anche se non di molto), emerso a seguito dello sbancamento dell'intera area destinata alla costruzione dell'ospedale.

    In questo caso si tratta di un impianto idraulico a una sola conduttura, dotato di pozzetti di ispezione come dimostra il rinvenimento di una struttura circolare a cui si innesta la tubatura fittile.

    Questi pozzetti erano funzionali alla manutenzione del condotto e, in base a quanto trasmessoci dalle fonti storiche, erano posti a distanze regolari: secondo Vitruvio (De Arch. VIII 6, 3) uno ogni 35 mcirca, il doppio, cioè circa 70 metri, secondo Plinio il Vecchio (N.H. XXXI 57). Al momento questa struttura idraulica è stata messa in luce per circa 60 m.

    Il dato certamente interessante è rappresentato dal fatto che già nel 1888, Giovanni Bandieri, all'epoca Conservatore del Civico Museo, aveva rinvenuto in un settore poco più a sud-est della città una struttura del tutto identica, incluso il relativo pozzetto di ispezione. Considerato l'orientamento della struttura emersa e le dimensioni degli elementi fittili (del tutto identiche a quelle riportate dal Bandieri) è plausibile che possa trattarsi del medesimo acquedotto.

    I due acquedotti, verosimilmente riferibili alla prima età imperiale romana (fine I sec. a.c. - inizi II sec.), ci consentono comunque di formulare alcune osservazioni di carattere generale anche se del tutto preliminari.

    In primo luogo, considerato che si tratta di strutture di portata limita e in terracotta (pertanto meno resistenti alla pressione dell'acqua rispetto ad esempio a condutture in piombo o a vere e proprie strutture in muratura), in entrambi i casi non può trattarsi dell'acquedotto principale di Regium Lepidi. Verosimilmente gli impianti in questione erano destinati a servire edifici privati a carattere residenziale, fontane di giardini o piccole terme ecc.

    SEZIONE D'ACQUEDOTTO
    In secondo luogo, la nuova scoperta costituisce un'ulteriore conferma del fatto che la zona sud-est della città fosse l'area preferenziale per la captazione dell'acqua. A questo riguardo, sono state avanzate da Aldo Borlenghi (archeologo specialista in infrastrutture ed edilizia di epoca romana) alcune ipotesi che hanno evidenziato in quest'area la presenza sia del Rio Acqua Chiara che di acque sorgive. La questione rimane aperta anche se ci auguriamo che le indagini archeologiche forniscano ulteriori elementi di conoscenza.

    Il materiale archeologico recuperato durante gli scavi andrà in parte nei depositi e in parte presso ai Musei Civici di Reggio Emilia. Trattandosi di strutture in terracotta facilmente asportabili, stiamo pensando di rimuoverle e ricollocare una porzione di entrambi gli impianti all'interno dei Musei Civici. Al momento stiamo valutando gli spazi e le modalità di recupero, ma l'intento è certamente di renderli fruibili, dopo adeguato restauro, in uno spazio espositivo ad hoc e attraverso una pubblicazione che ne racconti la storia.


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  • 11/12/17--06:15: CENINENSI (nemici di Roma)

  • IL RATTO DELLE SABINE
    I Ceninensi o Ceninenti erano un popolo dell'Italia preromana stanziato nei dintorni di Roma, tanto è vero che Romolo vi si recava ad offrire sacrifici, il che ci dice che lì c'erano dei templi che non esistevano a Roma, e che tra i due popoli vi fosse un'amicizia. (In italiano è tradotto con Cenina per la capitale e i suoi abitanti Ceninensi o Ceninesi o Cenini). Oggi, dopo alcuni scavi effettuati, si situa sulla sponda sinistra del fiume Aniene, 10 km prima della sua foce nel Tevere.

    Secondo Plutarco essi erano di origine sabina, ed avevano come capitale  il villaggio di Caenina, citata da Plinio il Vecchio nella sua lista di "Città scomparse del Lazio arcaico". Da alcune iscrizioni si sa che quasi certamente il villaggio sorgeva sull'area dell'odierno quartiere di Colli Aniene.

    Questa popolazione venne assorbita dai Romani, dopo la vittoria che Romolo, il primo re di Roma, ottenne nel 751 a.c. contro di loro quando sfidò ed uccise il loro comandante, ottenendo le "Spolia opima". Ciò viene citato nei Fasti trionfali:

     "Romolo, figlio di Marte, re, trionfò sul popolo dei Ceninensi (Caeniensi), calende di marzo (1º marzo). » (Fasti trionfali, 2 anni dalla fondazione di Roma.)

    La capitale Caenina, villaggio del Latium vetus, una tra le più antiche che si ricordino. Secondo Dionigi di Alicarnasso era di origine greca, fondata dai cosiddetti Aborigenes ed i suoi abitanti erano detti pertanto Caeninenses.


    Esistono due miti su Caenina, riportati da Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, che si riferiscono alla più antica raccolta dei miti romani eseguita da Quinto Fabio Pittore:

    - Nel I mito Romolo e Remo all'età di 18 anni si scontrarono coi pastori di Numitore per il diritto sui pascoli, e Remo fu catturato in un'imboscata mentre Romolo si trovava a Caenina per celebrare un rito sacrificale.

    - Nel II mito ci si riferisce al "Ratto delle Sabine".  Dopo il quarto mese dalla fondazione di Roma, nel mese di agosto, Romolo trovò sottoterra nel Circo Massimo una statua del Dio Conso, e organizzò la festa per il Dio detta "Consualia". Furono invitati gli abitanti di Caenina, di Antemnae, di Crustumerium e tutti i Sabini. Durante la festa scoppiò una rissa e tutte le donne straniere furono rapite dai Romani.

    Per vendicare l'offesa Caenina, Antemnae, Crustumerium e i Sabini si allearono contro i romani. Impaziente Acrone, re di Caenina, affrontò da solo i Romani e in un duello con Romolo fu da questi ucciso. Nel racconto di Tito Livio, Romolo, dopo aver ucciso in duello il re, guida i Romani all'assalto di Caenina, che viene presa al primo assalto.

    La cronologia degli eventi è fissata dalla storiografia tradizionale, che si basa sulla fonte di Livio, al I e II anno dalla Fondazione di Roma, quindi tra il 753 ed il 751 a.c. Quindi Romolo, in veste purpurea su una quadriga, portò in trionfo le spoglie di Acrone sul Campidoglio e le appese sulla quercia sacra di Giove Feretrius a cui dedicò un tempio. La processione organizzata da Romolo per dedicare le armi del nemico vinto fu il modello del futuro corteo trionfale.

     La dedicazione della spolia opima fu un onore concesso solo tre volte nella storia di Roma:
    - a Romolo uccisore di Acrone,
    - ad Aulo Cornelio Cosso vincitore dell'etrusco Tolumnio re di Veio,
    - a Marco Claudio Marcello che uccise Viridomaro, re del popolo gallico dei Gesati.

    Dopo aver sconfitto tutti i nemici il Senato romano deliberò che gli abitanti delle città vinte Antemnae e Caenina si dovessero trasferire a Roma e che le due città fossero trasformate in colonie, mentre per un altro racconto dovettero accettare che i romani vi stabilissero una colonia di circa 300 uomini, cui furono cedute terre dei Ceninesi estratte a sorte. A Caenina si stabilirono 300 coloni romani, e il suo territorio fu annesso all'Ager Romanus destinato alla tribù rustica della Gens Menenia.

    Si tramanda che un sacerdote caeniniense apparisse a Roma per molti anni dopo che la città era sparita. Strabone la ricorda come una tra le città del Latium scomparse da molto tempo. Gli autori classici non sono concordi se fosse una città dei Sabini, dei Latini oppure una colonia di Alba Longa

    IL TRIONFO DI ROMOLO

    TITO LIVIO (ab Urbe Condita)

    "Quell'affronto (del ratto delle sabine) riguardava in parte Ceninensi, Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che Tito Tazio e i Sabini agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre popoli si prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità e dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano con sufficiente prontezza; così i Ceninensi invadono da soli il territorio romano.

    Ma mentre stavano devastando disordinatamente la zona, gli va incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola scaramuccia, dimostra loro la vanità dell'ira non sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue i resti sbandati; quindi si scontra in duello col re, lo uccide e ne spoglia il cadavere; dopo aver eliminato il comandante dei nemici, si impossessa della loro città al primo assalto.

    Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio, lì, dopo averle deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del Dio:
    "Io, Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi di re, e consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora tracciato secondo la mia volontà, in modo tale che diventi un luogo demandato alle spoglie opime che quanti verranno dopo di me, seguendo il mio esempio, porteranno qui dopo averle strappate a re e comandanti nemici uccisi in battaglia".

    Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma. Così, da quel giorno in poi, piacque agli Dei che fosse legge la parola del fondatore del tempio (e cioè che i posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie), e che la gloria di un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo di chi la poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante guerre sono state combattute: ciò nonostante, altre due volte soltanto si presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore. "


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  • 11/13/17--05:51: 13/15 NOVEMBRE - FERONIAE


  • Cotogni:

    "Fra li altri tempii che esistevano in Narni, dalla superstizione dei gentili applicati alle false deità, eravi quello del luco e fonte di Feronia in oggi con nome alterato detto quel sito Ferogna. Ivi probabilmente, come in altri luoghi, eravi il tempio e la statua della dea Ferocia…. essendovi anche presentemente un marmo in quel fonte in cui è scolpita una grande fiamma, forse l'insegna di quella antica vanità... La verità si è che quella fonte avendo transito per miniere stimate è di un'acqua molto salubre e grandemente tenuta in pregio si quanto alla sua rara limpidezza, che la prerogativa che ha di facile digestione".

    A Roma erano dedicate due feste importanti alla Dea Feronia:
    - il 13 novembre - Le Feroniae, in onore della Dea Feronia, la Signora delle belve, protettrice delle sorgenti e dei boschi. Il santuario più importante, il Lucus Capenatis o Feroniae, era nella valle del Tevere, vicino Capena.
    - 15 novembre - Le Feroniae - 
    - in cui Feronia era festeggiata soprattutto come Dea della fertilità, protettrice dei boschi e delle messi, celebrata dai malati e dagli schiavi liberati, onorata anche dai Sabini, nel cui territorio si trovava il Lucus Feroniae.

    Era venerata soprattutto nelle località di:
    - Sorano, (frazione di Capena), ove sorge il Lucus Feroniae,
    - Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino),
    - Terracina,
    - Preneste (Palestrina),
    - L'Etruria tutta
    - area sacra di largo di Torre Argentina (tempio C) a Roma.

    FONTE DI FERONIA

    FERONIA ITALICA e ROMANA

    Era una Dea di origine italica (dal lat. fera ferae, le fiere), protettrice della natura, degli animali selvaggi, dei boschi e delle messi, dei malati e degli schiavi liberati. Il santuario principale si trovava a Soratte, presso Capena, dove si estendeva un fitto bosco (lucus) sacro a Feronia, con nei pressi una sorgente di acqua curativa e miracolosa. 

    FERONIA ETRUSCA - DEA CAPRA
    A Monteleone, in territorio sabino, è stato rinvenuto un suo deposito votivo, del IV e III sec. a.c., pieno di ex-voto anatomici in ceramica: piedi, gambe, organi interni, teste votive, statue di animali.  La Dea Feronia, detta anche Ferocia (dai cattolici), era una Grande Madre, la Signora delle belve, ma pure Dea della magia. Naturalmente fu demonizzata dalla chiesa, i suoi templi distrutti e le sue statue fatte a pezzi.

    A Roma Feronia era Dea della fertilità, ma anche protettrice dei liberti e di tutto ciò che da sottoterra esce alla luce del sole. Erano quindi sotto la sua protezione le acque sorgive, la fertilità del suolo, quella umana e quella animale. Ma aveva anche qualità terapeutiche come evidenziato dai numerosi ex-voto anatomici.

    Servio la definisce "Libertorum Dea" e cita il rito manumissorio praticato nel suo santuario di Terracina, dove era un sedile lapideo su cui si leggeva che gli schiavi meritevoli che vi si fossero seduti si sarebbero alzati liberi. Un'epigrafe su un’ara, rinvenuta "sub Soracte", poi trasferita a Nepi. cita l’offerta a Feronia di cinque are, da parte di un schiavo pubblico di Claudio. 
    Su di un'ara con statuetta bronzea della Dea, nella parte nord del Lucus Feroniae venne rinvenuta una delle tante epigrafi a lei dedicate: «Nel bosco sacro. Salvia Plaria liberta di Titus diede in dono a Feronia per grazia ricevuta»

    Livio riporta che nel 217 a.c., quando Roma era in pericolo, nel corso della guerra punica, dopo la consultazione dei libri sibillini, si ordinò che le matrone portassero offerte a Iuno Regina e a Feronia, mentre le liberte solo a Feronia.

    A Roma il culto di Feronia si sovrappose nel Campo Marzio, a quello di Iuno Caprotina (altra divinità ctonia), venerata anch’essa dalle ancillae (schiave). Pertanto Feronia era particolarmente adorata sia dagli schiavi che dai liberti, ma solo questi ultimi potevano fare offerte nel culto pubblico.

    I suoi collegi sacerdotali
    • le "Mulieres Feronenses", associazione di donne fedeli a Feronia al di fuori del culto ufficiale e che erano presenti anche a Roma;
    • gli "Iuvenes Lugo Feronense", associazione giovanile di carattere ginnico-militare;
    • i "Seviri Augustales", collegio addetto al culto particolare di Augusto.


    LE FESTE NEL LUCUS FERONIAE

    Le festività in onore della Dea attiravano una grande moltitudine di persone, non solo fedeli, ma anche mercanti, contadini e artigiani, che vi si recavano per affari.

    FERONIA ROMANA
    Presso il santuario si svolgeva, infatti, un importantissimo mercato, che secondo Livio e Dionigi di Alicarnasso, era frequentato da Sabini, Latini e da quanti abitavano nei dintorni, già all’epoca di Tullo Ostilio, nei primi decenni del VII sec. a.c., quando il rapimento di alcuni mercanti romani al Lucus Feroniae, fu motivo di guerra.
    Alle richieste di liberazione dei Romani, i Sabini li accusarono a loro volta, di aver trattenuto alcuni di loro nell’Asylum (tra il Capitolium e l’Arx), offrendogli asilo sacro:

    «Dopo questa guerra, un’altra fu provocata contro i Romani da parte dei Sabini; l’inizio e l’occasione furono questi: vi è un santuario venerato in comune dai Sabini e dai Latini, sommamente sacro fra quelli della dea chiamata Feronia, nome che in greco taluni chiamano Anthophoros, altri Philostefanos, altri ancora Persefone. (il che ne conferma la natura infera) A questo santuario dunque convenivano dalle città circonvicine, in occasione delle feste che erano state annunciate, molti per offrire preghiere e sacrifici alla dea, molti invece erano commercianti venuti per fare affari durante la festività e così pure artigiani e contadini; lì si teneva infatti la fiera più splendida di quante si tenevano negli altri luoghi d’Italia. Accadde dunque che alcuni Sabini aggredirono, sequestrarono e spogliarono dei loro beni un gruppo di Romani, di condizione non oscura, che si erano recati a questa festività. E benché fosse stata inviata un’ambasceria al riguardo, i Sabini non avevano voluto rendere giustizia, ma trattenevano le persone ed i beni dei sequestrati mentre a loro volta accusavano i Romani per aver accolto i Sabini fuggitivi offrendo loro asilo sacro, su questi fatti ho dato conto nel libro precedente ». E fu guerra.



    FERONIA INFERA

    Nel Lucus Feroniae il basamento del tempio era “affiancato da tre pozzi sacrificali allineati”, che risultano orientati come l’altare, e che rimandano ad un aspetto ctonio del culto, come documentato in altri santuari legati a divinità infere. Nel 211 a.c. il santuario venne saccheggiato da Annibale e nel 210 quattro statue della Dea sudarono sangue.

    Questo per dire che Feronia aveva anche culti ctonii, il che spiega l'associazione delle "Mulieres Feronenses" che sicuramente facevano riti privati ed esclusivi, come dire "culti misterici". Lo stato non li approvava ma non li disapprovava, perché le donne sposate, le Mulieres, non mettevano disordine e non disdicevano il pubblico decoro, riunendosi in privato e per fatti loro.

    TESTA DI FERONIA
    A chi pensa che solo in India si passasse sui carboni ardenti citiamo questo passo:
    «Ai piedi del monte Soratte c’è una città chiamata Feronia, omonima di una divinità locale molto venerata dai popoli circostanti, il cui santuario è in quel luogo e vi si celebra una singolare cerimonia: infatti quelli che sono guidati da questa dea, a piedi nudi camminano su una grande superficie di carbone e cenere senza sentire dolore, e una moltitudine di uomini si raccoglie qui insieme sia per la festività che si celebra ogni anno, sia per il suddetto spettacolo.».
    (Tito Livio)

    Plinio il Vecchio, riporta invece la cerimonia annua si svolgeva presso il monte, il Soratte, in onore del Dio Apollo, durante la quale gli Hirpi camminavano indenni sui carboni ardenti.

    Il rito era eseguito da poche famiglie che, per questo, sono esentate, per senatoconsulto, dalla leva e da ogni altro obbligo militare:  “Possa tu sempre calpestare con piede incolume la brace di Apollo e, vincitore del vapore ardente, riportare presso gli altari le offerte rituali a Febo placato!"

    Il Soratte era sacro agli Dei Mani, e alcuni pastori, mentre sul monte sacrificavano a Dis pater, si videro sottratte le viscere dal fuoco da un branco di lupi.

    L’inseguimento degli animali sacri si concluse presso una grotta, la quale emetteva un’esalazione pestifera, che uccideva chi vi si avvicinasse. Di lì si originò una pestilenza, e il responso fu che il male si sarebbe placato se fossero stati imitati i lupi, vivendo di rapina.

    Ora i lupi non vivono di rapina ma cacciano, e l'imitazione del lupo era ben altro. Così i rapinatori vennero detti Hirpi Sorani, da hirpus, (in sabino lupo), e Soranus è il nome col quale viene chiamato Dis pater, praticamente Dite.

    L’espressione “responsum est”, usata da Servio in merito alla pestilenza, sembra ricollegarsi ad un oracolo. Per Plinio infatti le cavità del Soratte sono manifestazioni della divinità attraverso fenomeni naturali e venefici che tuttavia, come a Delfi, consentono il vaticinio. Ma Strabone sostiene che la cerimonia degli Hirpi Sorani non si svolgerebbe al Soratte, ma in occasione delle feste in onore di Feronia, presso il santuario di Lucus Feroniae.

    Ora sappiamo che gli oracoli di Apollo furono sempre sottratti alle Dee locali e Feronia, nella sua qualità infera doveva possedere i suoi oracoli, perché il presupposto arcaico è che nelle grotte parlano la Dea Terra e i Mani.

    In base alle FERONIA INFERA occorre pertanto distinguere a Roma e non solo, tra le festività pubbliche e quelle private.

    LUCUS FERONIAE

    FESTE PUBBLICHE

    Nelle Feste Feroniae di Roma si svolgevano mercati, fiere, spettacoli di teatro, danze e acrobati per le vie della città, tra cui mangiatori di fuoco e camminatori sul fuoco. I suoi sacerdoti e le sue sacerdotesse indossavano pelli di animali (si suppone di lupi) e immolavano vittime sugli altari, distribuendo poi carni e vini annacquati alla popolazione, il tutto a spese dello stato.

    Ora che Feronia avesse a che fare coi lupi è ovvio in qualità di Potnia Teron, la Signora delle belve, ma la lupa in particolare era legata all'antica Dea, che in travestite spoglie di lupa allattò i fatidici gemelli. La Dea Lupa, in tempi assai remoti, aveva a che fare con la fertilità e pertanto con la sessualità, e siccome al tempo il sesso era visto come donazione della Dea, si esercitava liberamente.

    Così le sacerdotesse della Dea Lupa si prostituivano con chi volevano a patto che facesse un'offerta al tempio della Dea. Queste erano appunto dette Lupe, perché indossavano pelli di lupo e richiamavano gli avventori col verso del lupo, cioè ululando. I tiasi sacri della ierodulia stavano nei trivi (da cui anche l'appellativo di Venere Trivia, e il termine "triviale" dato dai cattolici a tale usanza). prova ne sia che i lupi che divorarono le interiora dei sacrifici vengono chiamati "lupi sacri".

    Con l'abolizione della prostituzione sacra seguì la sua cancellazione, per cui i miti vennero stravolti e ai Lupercali le donne venivano frustate dai sacerdoti per il loro passato di sesso libero, e anche qui il mito è stravolto in modo rozzo con i lupi che rubano il sacrificio e gli uomini che secondo il responso devono razziare le terre ad altri uomini.

    Le donne lupe erano pertanto mefitiche come le grotte in cui oracolavano, ree di aver provocato la peste, e Apollo era il Dio che rimetteva le cose a posto guarendo dalla pestilenza. Quando i miti vengono cambiati diventano ridicoli e con poco senso.



    FESTE PRIVATE

    Di tutto ciò restava che i romani piantavano i semi di grano (o il miglio o il farro) dentro una tela di lino che veniva innaffiata al buio e che avrebbe  germogliato in primavera per offrirlo alla Dea nelle case, un rito arcaico riesumato poi in sede cattolica in talune località.

    Ma restavano soprattutto le "Mulieres Feronenses", cioè le donne sposate che esercitavano il culto più antico in modo privato, sacrificando alla Dea Feronia vittime incruente, soprattutto erbe e rami del bosco con libagioni di vino, ciascuna con il capo cinto di mirto e rosmarino come di addiceva al culto degli inferi.

    Essendo un culto privato e soprattutto di derivazione misterica non ne sappiamo di più, se non che fosse una libera associazione che si occupava volontariamente e a proprie spese sia di partecipare al culto pubblico, sia di organizzare ed eseguire il culto privato, ristretto a una cerchia di donne adulte e sposate e assolutamente proibito agli uomini.


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  • 11/14/17--05:40: IL GATTO PER I ROMANI



  • Della cultura Badari, dell'Egitto dinastico vennero rinvenuti circa 40 insediamenti e 600 tombe e qui si ritrovarono delle ossa di gatto del 5000 a.c. quindi già era molto vicino all'uomo, ma si crede che il gatto selvatico sia stato reso domestico dal 3000 a.c.. quando in Egitto venne adorata Bastet, la Dea gatta, e il gatto domestico divenne sacro alla Dea. Invece sono del 2000 a.c. le immagine funerarie e i primi gatti mummificati e le iscrizioni con gatti nelle piramidi.

    La testimonianza artistica più antica è la pittura Beni Hasan, del 1200 a.c. Il gatto divenne l'animale più diffuso fin dall'antichità, come animale sacro e poi come divinità, la Dea Bastet, sorella della dea Sekhmet, il cui culto nacque nel 3000 a.c. e si estese oltre l'Egitto. Il gatto venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.



    IL NOME

    Nel V secolo a.c., Erodoto ebbe modo di conoscere questo felino e gli diede il nome di Ailouros (“dalla coda mobile”), termine che presto venne sostituito da Gale, vocabolo greco utilizzato originariamente per la donnola, in età tarda si utilizzò invece kàttos da cui gatto.

    Una possibile origine semitica del vocabolo potrebbe essere attestata da un’opera armena del V sec., in cui si trova catu, a cui fa riscontro il siriano gatô. Cattus sarà all’origine del nome del gatto nella maggior parte delle lingue europee (cat inglese, katz tedesco, kat olandese, gato spagnolo e portoghese, chat francese, kochka russo).

    Nell’antica Roma il gatto selvatico veniva invece detto Felis, da cui derivano i nostri felino, felide, ecc. Solo dal IV sec. d.c., compare il termine Cattus, forse di derivazione africana (nubiano kadis) o celto-germanica (nei cui idiomi viene variamente riprodotta, ad esempio: irlandese cat, antico tedesco chazza, antico scandinavo kötr).




    IL GATTO EGIZIO

    Tutte le famiglie egiziane avevano un gatto in casa ed Erodoto informa che quando il loro gatto moriva, gli Egiziani si radevano le sopracciglia e lo facevano: “… perché la bellezza se n’era andata con lui.”.

    Ogni casa, ricca o povera, aveva il suo gatto, generalmente tenuto anche come gatto da guardia. I felini egizi infatti, sterminati dalla follia cristiana che ne dovevano far cessare il culto

    La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d'oro o d'argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose. Da scavi archeologici nelle rovine di Bubastisè stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti per la sopravvivenza nell'aldilà.

    Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato alla notte misteriosa. Gli antichi egizi chiamavano il gatto con il termine onomatopeico che ricorda il suo miagolio, Miou o Myeou.
    In Egitto si usava consacrare i bambini a Bastet, facendo un piccolo taglio sul braccio e mescolando il sangue che gocciolava a quello di un felino. Un uomo che uccidesse un gatto, anche per caso fortuito, era giustiziato a morte e quando un gatto moriva i proprietari usavano rasarsi le sopracciglia e il capo in segno di lutto.

    Nell'Antico Egitto i gatti domestici erano adorati e raffigurati in dipinti, sculture e incisioni e considerati animali sacri. "E quando scoppia un incendio ai gatti succede qualcosa di veramente strano. Gli egiziani io circondano tutt'intorno, pensando più ai gatti che a loro: ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in 
    Egitto è lutto nazionale. 
    Gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di mote naturale si radono le sopracciglia; ma se vi è 
    morto anche un cane, si radono pure la testa e il resto del corpo I gatti morti vengono portati in edfici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti netta città di Bubasti
    (Erodoto 485 - 425 a.c.) 

    I gatti venivano seppelliti imbalsamati e dentro sarcofagi nel cimitero del tempio di Bastet a Bubastis, provvisti di una ciotole per il latte e di oggetti che ne assicurassero la sopravvivenza nell'aldilà.

    Aristotele (384-322 a.c.) scrive dei gatti: "Essi non copulano stando di fronte uno all'altra, ma il maschio eretto e la femmina ponendoglisi al di sotto. Le gatte sono per natura lussuriose e allettano i maschi durante il rapporto sessuale durante il quale non fanno che miagolare." e aggiunge che vivono per circa sei anni.

    POMPEI

    IL GATTO ROMANO

    Il gatto arrivò a Roma più tardi rispetto alla Grecia anche se nei reperti archeologici degli etruschi sono state ritrovate piccole statue in pietra raffiguranti un gatto. I Romani, come i Greci, erano soliti usare altri carnivori, come la donnola, la faina e la martora, per il controllo dei topi, ma presto si accorsero che i gatti si addomesticavano più facilmente affezionandosi alla casa e ai proprietari, o almeno ad uno di essi.

    Durante le campagne di conquiste i romani li conobbero, li apprezzarono e li portarono con sé contribuendo alla sua diffusione in tutta Europa. Tracce della presenza del gatto sono state rinvenute in tutte le regioni conquistate dai romani.

    Sia gli Etruschi che i Romani conoscevano il gatto, del quale apprezzavano i servigi sia come animale da lavoro (per debellare i topi) che da compagnia. I Greci invece li ignorarono e per cacciare i topi dalle loro case, si servivano delle donnole e dei colubri.

    Nel 10 a.c. l'imperatore Ottaviano Augusto in una rara manifestazione di ammirazione scrisse per la sua gatta:

    "La mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, 
    il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto............ mia pari così come pari agli Dei, non mi teme e non se la prende con me, 
    non mi chiede più di quello che sono felice di dare......  
    Com'è delicata e raffinata la sua bellezza, com'è nobile e indipendente il suo spirito; 
    come straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva".

    POMPEI
    Il gatto, la cui pupilla subisce delle variazioni che ricordavano le fasi della luna, veniva paragonato alla sfinge per la sua natura segreta e misteriosa e per la sensibilità alle manifestazioni magnetiche ed elettriche.

    "Un particolare è interessante: pur essendo tra gli animali favoriti dalle ricche matrone, che ne possedevano spesso più d'uno, non sono stati ritrovati gatti negli scavi di Pompei. Tutti ricordiamo il calco in gesso di un povero cane sorpreso dall 'eruzione del Vesuvio, ma di gatti nemmeno l'ombra! Eppure vi sono mosaici che ne confermano la presenza presso le case dei patrizi in villeggiatura sulla costa campana. Ciò fa supporre che tutti i gatti di Pompei e di Ercolano, fiutato il pericolo con un buon anticipo, si siano messi prudentemente in salvo... e chi ha un minimo di conoscenza diretta delle loro eccezionali capacità di captare i segnali d'allarme, sa che questa ipotesi è del tutto realistica."

    Gli antichi Romani apprezzavano lo spirito indomito e curioso del gatto, tanto che la Dea Libertas, era spesso raffigurata in compagnia di un gatto. Nel I sec. d.c. anche a Roma, come precedentemente in Egitto, furono introdotte leggi severe volte a tutelare i gatti e la loro utilità contro i roditori.

    Nell'antica Roma i gatti erano sacri a Diana, si credeva che avessero poteri magici, concessi loro dalla Dea. La Dea latina Diana, associata alla luna, alla femminilità e alla magia, proteggeva la gravidanza e intratteneva un rapporto privilegiato con la natura, i boschi, gli animali e le piante. Ella, per sedurre il fratello Apollo e concepire da lui un figlio, prese forma di gatto.

    I GATTI DI LARGO ARGENTINA (ROMA)

    ISIDE LA DEA DEI GATTI
    L’introduzione nell’Impero Romano del culto di Bastet, poi identificata con la Dea Iside, rafforzò nei romani il culto del gatto sacro. In ogni città infatti vi era un tempio dedicato alla Dea, detto Serapeum. Nei templi di Iside i gatti giravano tranquillamente, sia al loro interno che nei suoi giardini, e la gente portava loro offerte di cibo. Ne esistevano pure diverse statue, praticamente tutte distrutte dall'intransigenza cristiana.

    LA GATTA EGIZIA IN VIA DELLA GATTA (ROMA)
    A Roma venne istituito un tempio che sorgeva dove oggi si trova la chiesa di Santo Stefano del Cacco, nel rione Pigna, qui venne rinvenuta la piccola statua della gatta che ancora oggi si può ammirare su un cornicione di Palazzo Grazioli, all'angolo di Via della Gatta, rinvenuta nel Tempio di Iside in Campo Marzio. Del resto Piazza Grazioli, era denominata un tempo Piazza della Gatta.

    A Roma l'amore per i gatti si manifestò dal sorgere di diversi i nomi propri o addirittura cognomi con etimologia derivante dalla parola “gatto”: Felicula, Felicla (gattina o micina), Cattus, Cattulus (gatto, gattino). Alcuni reparti dell’esercito romano, in particolare i centurioni, sugli scudi recavano come simbolo gatti di colori differenti.

    Presso i romani, dunque, il gatto godette di un notevole favore, anche se non venne divinizzato come in Egitto, ma Augusto scrisse addirittura un'ode in suo onore. Ora se Augusto amava i gatti e soprattutto la sua gatta, si può arguire che tutta la corte adorasse i gatti, per compiacenza, per scoperta, per imitazione o se non altro per moda.

    Le matrone si circondarono di gatti di ogni provenienza e colore, e i commercianti dei mari si organizzarono in tal senso, importandone da ogni paese e facendoli incrociare tra loro per ottenere razze più belle e più rare per cui più costose.

    Le matrone mettevano collarini preziosi ai loro mici, come nastri di seta decorati di pasta vitrea e pure di pietre preziose, o, a imitazione degli egizi, gli ponevano degli anelli d'oro tipo piercing sul naso e sulle orecchie. I collarini si intonavano al colore del pelo o più spesso dal colore degli occhi, ritenuto molto importante per la preziosità dell'animale.

    Oppure, sempre sulla moda egizia che era seguitissima in epoca iulia, gli ponevano una pettorina ricamata e decorata.
    GATTI APOTROPAICI
    Naturalmente ne ebbero di diverse provenienze, a pelo lungo medio o corto, e di diversi colori, ma il gatto che predominò fu sempre il soriano, perchè più forte e resistente di qualsiasi altra razza.

    Con il I secolo d.c. il gatto completò la colonizzazione dell'Europa e continuò la sua collaborazione con l'uomo ricoprendo soprattutto ruoli di utilità come disinfestatore dei granai e delle abitazioni. Il gatto (o micio, che è in fondo il suo nome più antico) non teneva solo lontani i topi, ma pure le blatte, i ragni e perfino gli insetti, perché cacciava qualsiasi essere si muovesse nel suo territorio.

    Plinio ne fa una breve descrizione nelle sue "Storie Naturali" ammirato dalla loro agilità:
    "Anche i gatti in quale silenzioso modo e con che passi furtivi piombano sugli uccelli! Come sanno spiare di nascosto i topi per poi lanciarsi sopra di loro! "

    Scrive invece Erodoto (circa 490-425 a.c.):
    "- I gatti morti vengono trasportati in tombe sacre, dove vengono sepolti dopo essere stati imbalsamati, nella città di Bubasti". (II, 67). 
    - A Bubasti veniva venerata in particolare la dea Bastet, raffigurata con corpo di donna e testa di gatta. 
    - Di infanticidio parla nel capitolo precedente (II,66): "Dopo che hanno partorito, le femmine non s'accostano più ai maschi e questi, pur desiderando di accoppiarsi con esse, non possono farlo. Allora ricorrono a questo espediente: rapiti alle femmine i piccoli e strappatili loro li uccidono, senza però divorarli. Quelle allora, private dei figli e desiderandone altri, finalmente s'accostano ai maschi, poiché l'animale ama la sua prole". 

    In apparenza efferato, spiegano oggi gli etologi, in realtà il comportamento induce le femmine sollevate dall'allattamento a entrare in estro e ad accettare il nuovo maschio dominante che in questo modo assicura una discendenza al suo patrimonio genetico.
    Questo fu detto anche dei leoni, in realtà accade in casi remotissimi, in genere gatti e felini non toccano i cuccioli. Nelle colonie di gatti in genere il capobranco è femmina e i maschi si allontanano per la maggior parte cercando nuovi lidi e nuove femmine.



    IL CRISTIANESIMO STERMINATORE

    L'avvento del cristianesimo invece fu per i gatti una vera calamità. Nella follia cristiana di peccato ed espiazione anche gli animali, senza alcun motivo, vennero divisi in benefici e malefici, i gatti rientrarono tra questi ultimi, colpevoli forse di non essere manipolabili come i cani e gli umani, ma soprattutto di essere creature notturne e quindi demoniache. I prelati videro da sempre questo felino come fonte di peccato, accusandolo di portare con sé tutti i malefici possibili. 

    Per di più, il gatto fu molto presto associato alla stregoneria: le streghe amavano trasformarsi in animali, in particolare in gatte; una donna che vivesse con i gatti, ritenuti inviati dal diavolo per aiutarla nei suoi incantesimi, diventava automaticamente una strega.

    Durante quest’era di oscurantismo, furono presi di mira soprattutto i gatti neri. Papa Gregorio IX (1170 - 1241) dichiarò i gatti neri stirpe di Satana nella sua bolla papale del 1233, con la quale prese avvio un vero e proprio sterminio di queste creature, torturate e arse vive al fine di scacciare il demonio. Ma il vero demonio era dentro di loro.

    Seguono secoli bui e atroci per tutti i gatti che, assimilati a manifestazioni demoniache, subiscono ogni sorta di persecuzione e tortura, finendo spesso sui roghi della Santa Inquisizione insieme alle loro compagne di sventura, le donne, simbolo di tentazione e di peccato. La caccia alle streghe e ai gatti continua per tutto il Medioevo. Solo nelle comunità rurali più lontane da Roma e dagli agglomerati urbani in genere, il gatto si salva e continua a essere insostituibile per la caccia ai topi

    Lo sterminio dei gatti, però, come una sorta di Nemesi, porta ben presto drammatiche conseguenze: non essendoci più il cacciatore storico dei topi, questi proliferano a dismisura e portano con sé le pestilenze che per lungo tempo falceranno milioni di individui, anche questo però considerato come punizione divina per i peccati degli uomini.

    Oggi il gatto è il più frequente animale da compagnia dell'essere umano che lo ama e lo stima proprio come Augusto, per la sua delicatezza, sensibilità e autonomia. Per giunta molti esperimenti scientifici hanno dimostrato che il gatto ha straordinarie capacità extra-sensoriali, come percepire l’imminente morte del padrone o se questi si trova in pericolo, di esercitare la telepatia, la predizione di terremoti, temporali e altri eventi catastrofici prima che abbiano luogo.


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  • 11/15/17--05:12: DOMUS DI VIA GRAZIOSA
  • CIRCE
    La Domus di Via Graziosa a Roma, sull'Esquilino, è un'abitazione dell'epoca repubblicana, molto particolare per essere stata decorata da una serie di affreschi con paesaggi dell'Odissea.
    Essa fu rinvenuta nel 1828 in occasione di lavori di scavo per la costruzione di un edificio in una strada che oggi non esiste più e a cui si è in parte sovrapposta l'attuale via Cavour. La villa aristocratica risale al 40 - 30 a.c., per altri 50 - 40 a.c., con una pittura ancora in loco perchè già sbiadita e altre otto in buono stato.

    Queste otto pitture vennero distaccate, restaurate e regalate per qualche misteriosa ragione allo stato Vaticano, così che oggi si trovano alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

    Un questi affreschi vi sono raffigurati diversi momenti della leggenda di Odisseo, con grande aderenza al testo omerico, e con dovizia di particolari, anche molto minuti.

    I primi sei dipinti rappresentano scene di Ulisse all'incontro con i Lestrigoni, popolo leggendario di giganti antropofagi, l'episodio a cui è dedicato lo spazio maggiore nell'intero ciclo. Segue poi l'avventura con la maga Circe. Gli ultimi due riguardano la Nekyia, cioè l'evocazione dei defunti, compiuta da Odisseo, per consiglio e con l'aiuto di Circe, per interrogare l'anima di Tiresia sul proprio ritorno in patria.

    Alla serie appartiene anche il frammento di un altro riquadro, attualmente conservato nella sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano, raffigurante l'episodio delle Sirene. 

    Sappiamo dalle fonti letterarie, e dalle copie della pittura vascolare greca, che già in epoca più antica di quella di quella romana non erano esistite rappresentazioni pittoriche della Nekyia: particolarmente famosa era la composizione che Polignoto di Taso, della metà del V sec. a.c., che creò insieme a una raffigurazione della presa di Troia per ornare l'interno della Lesche a Delfi, un edificio eretto dagli abitanti di Cnido come sala di riunione.

    L'abitazione fu scoperta nel XIX secolo e i pannelli raffiguranti episodi dell'Odissea erano collocati nella parte alta della parete dell'ambiente principale, secondo una disposizione già usata nei rilievi nilotici dell'atrio della villa dei Misteri di Pompei. Di certo la posizione degli affreschi li proteggeva da eventuali incidenti casuali.

    I soggetti sono le "Ulixis errationes per topia" citate anche da Vitruvio, cioè i viaggi di Ulisse con sfondo di paesaggi. L'uso di questi paesaggi rompeva la monotonia di una parete, sfondandola prospetticamente in maniera illusionistica.

    Il termine topia è utilizzato molte volte ma noi siamo nel contesto della rappresentazione immaginata e l'importante è dipingere "ab certis locorum proprietatibus", cioè « tratti caratteristici dei luoghi ».

    I topia sono delle rappresentazioni ideali: non si tratta di dipingere un luogo preciso ma un'immagine tipica di una riva, di un monte, d’una falesia o di una scena mitologica. Di solito si ricorre a una villa con le sue esedre, i suoi passaggi coperti, i suoi porticati, le sue passeggiate ma non siamo in un giardino. 

    Un secolo più tardi Plinio il Vecchio (Storia Naturale) riprende le stesse parole di Vitruvio per parlare dell'opera topiaria nel contesto di rappresentazioni analoghe.

    I LESTRIGONI

    I DIPINTI

    Questi paesaggi con scene dall’Odissea vennero scoperte il 7 aprile del 1848 su un muro in opera reticolata di un portico all’interno della domus di via Graziosa. I pannelli furono poi acquistati dal Comune di Roma e donati pochi anni dopo al Pontefice Pio IX.

    Gli affreschi furono distaccati da Pellegrino Succi e affidati al momento del dono al Pontefice al restauro di Ettore Ciuli, che in larga parte li ridipinse a tempera; tali ritocchi ottocenteschi, che riempirono le lacune, pur senza intaccare troppo l’iconografia delle singole figure, hanno soprattutto fortemente compromesso i rapporti cromatici anche delle parti originali, tanto che al rifacimento vanno addebitate l’accentuazione dell’effetto atmosferico e la transizione repentina dei colori. 

    Nelle operazioni di distacco il ciclo fu diviso in otto scomparti, con il taglio a destra e sinistra dei pilastri interni; gli otto pezzi furono poi ricongiunti a due a due in modo tale da formare quattro quadri rettangolari.



    DESCRIZIONE

    Il primo dei due affreschi presenta una scena divisa in due parti. A sinistra la nave dei Greci, con la vela rigonfia e i remi in movimento, si sta avvicinando al paese dei Cimmeri, dove era l'ingresso al regno dei morti; a destra, al di là di un grande arco roccioso che occupa la porzione centrale della pittura, si svolge il colloquio di Odisseo con l'indovino tebano, di fronte a uno stuolo di anime vestite di lunghi abiti.

    L'unione di due scene differenti nello stesso spazio pittorico era una soluzione compositiva molto usata nella pittura antica, nota agli studiosi come "narrazione continua". Veniva usata per ragioni di spazio o per ragioni celebrative (raccogliere varie imprese dell'eroe), talvolta solo per migliorare la scena in senso scenico ed epico. L'esempio più importante è quello della colonna traiana e pure quello della colonna antonina.

    Spesso nelle domus si ricorreva alla pittura delle pareti con scene mitologiche, che appartenevano alla loro religione. I cristiani non fecero altrettanto nelle loro case, perchè le scene religiose nel cattolicesimo sono riservate solo alle chiese. Ci si può chiedere come mai questa differenza e la risposta sta nel contenuto delle mitologie.

    Mentre i miti pagani sono variegati e diversi, talvolta avventurosi ed epici, talvolta violenti, spesso a lito fine ma talvolta no. I miti cristiani sono invece molto cruenti, perchè a parte alcune scene del Vangelo, come le nozze di Cana e pochi altri, il resto verte sulla passione del cristo e sulla passione dei santi, una sequela di martirii che poche persone giudicherebbero piacevoli avere in casa.

    Per i pagani avere dipinti epici era rievocare antichi valori, discendenze di cui andare orgogliosi o divinità capricciose come esseri umani ma che non facevano paura, anzi spesso erano divertenti.



    ASSALTO DEI LESTRIGONI

    Particolarmente dinamico è il pannello dell' Assalto dei Lestrigoni, con figurette disseminate in un vasto paesaggio, comprendente una visuale aerea e riempito di rocce e alberi, con pastori ed animali. Una Topia, come dire una specie di Arcadia, solo meno tranquilla.

    Secondo Omero, nella terra dei Lestrigoni la notte è così breve che il pastore che esce sul fare del mattino per portare il gregge al pascolo incontra il pastore che rientra perché sta calando la sera (Odissea).

    I toni e i colori sono armonizzati, con una tecnica di tipo quasi "impressionistico", secondo un metodo che venne ampiamente usato fino a tutta l'epoca medio-imperiale nella decorazione di fregi minori e di pinakes a sportello.

    La rappresentazione è minuziosa, col nome di ciascun personaggio scritto vicino in greco, affinchè tutti gli ospiti potessero comprendere e ammirare, un sistema adottato anche dagli Etruschi.

    La datazione degli affreschi risalirebbe alla metà del I sec. a.c. circa, quando si afferma l'omerismo, riprendendo modelli orientali del II sec. a.c., come la casa del Criptoportico, la casa di Ottavio Quartione, il portico del tempio di Apollo, e le Tabulae Iliacae.

    Nel dipinto non vi è traccia della spiaggia e dei boschi di pioppi e salici sacri a Persefone che i Greci avrebbero dovuto trovare nel luogo del loro approdo. L'ambiente roccioso e cosparso di vegetazione palustre nel quale l'evocazione ha luogo è cupo, illuminato soltanto dalla luce che penetra attraverso l'arco.

    In realtà Ulisse non entrò nel mondo dei morti, ma si fermò alla confluenza del Piriflegetonte e del Cocito nell'Acheronte per evocare le anime, attirandole col sangue degli animali sacrificati, l'unico mezzo per consentire loro di riacquistare la parola. 

    Dietro all'eroe si scorgono due compagni che tengono a testa in giù l'ariete sacrificato per Tiresia, in modo che il sangue si raccolga nella fossa appena scavata, secondo le prescrizioni di Circe, che aveva raccomandato di uccidere appunto un ariete e una pecora nera. 

    L'indovino, con un lungo bastone nella mano sinistra, è davanti al suo interlocutore e gli racconta il destino che lo attende. In mezzo alle ombre compaiono alcune donne, fra le quali si può riconoscere sicuramente Anticlea, la madre di Odisseo, mentre le altre sono anime di donne celebri. 

    Lo studioso austriaco Bernard Andreae suppone che nelle tre figure a destra, un poco discoste dalle altre, si debbano riconoscere Agamennone, Achille e Aiace Telamonio, anch'essi incontrati nell'Oltretomba dal protagonista. 
    In alto, accoccolata su una prominenza rocciosa, si intravede l'anima di Elpenore, lo sfortunato compagno che, ubriaco, era morto precipitando dal tetto della casa di Circe. A sinistra, sulle pendici dell'arco, sono sdraiate altre due figure maschili, forse personificazioni della spiaggia dei Cimmeri.



    LA NEKYIA

    Il secondo quadro della Nekyia è di dimensioni ridotte rispetto agli altri, perché collocato accanto a una porta che interrompeva la parete. Gli affreschi infatti erano collocati negli spazi lasciati liberi da una fila di pilastri, anch'essi dipinti. 

    Vi sono rappresentati tre personaggi celebri nel mondo antico per le punizioni che erano costretti a subire in eterno, a causa delle colpe che avevano commesso, insieme ad altre figure non ben identificate. 

    Anche qui la parte centrale della pittura è occupata da un grande arco roccioso, sotto il quale è sdraiata e legata al suolo una figura gigantesca, quella di Tizio, tormentata da un avvoltoio che ne divora il fegato. 

    Sopra il pendio c'è Orione, intento alla sua caccia senza fine, con un laccio in mano e brandendo la mazza di bronzo ricordata da Omero.

    Poco più in basso è Sisifo, alla prese col masso che rotola giù quando ha ormai raggiunto la cima della montagna. I tre personaggi sono accompagnati da iscrizioni coi loro nomi, però imprecise e mal conservate; nel caso di Sisifo e Tizio si ha addirittura l'impressione che le didascalie siano state scambiate. 

    Nella parte anteriore della pittura compaiono alcune ragazze, di cui non si trova traccia nel racconto omerico: sono le Danaidi, anch'esse condannate ad affaticarsi per l'eternità in un lavoro inutile, quello di rovesciare acqua in un recipiente bucato, secondo una leggenda elaborata in epoca più tarda e testimoniata soprattutto in ambito latino. 

    Quattro di esse sono impegnate intorno a un grande contenitore a forma di lunga cassa, mentre una quinta si sta riposando, accoccolata ai piedi dell'arco roccioso con la sua anfora stretta fra le mani. Tutto il luogo all'intorno è cosparso di irti cespugli e canneti.

    Il secondo quadro della Nekyia riguarda Ulisse all'ingresso del mondo dei morti, che richiama dalle ombre l'indovino tebano Tiresia.

    A sinistra la nave dei Greci, con la vela rigonfia e i remi in movimento, si avvicina al paese dei Cimmeri, dove era l'ingresso al regno dei morti; a destra, al di là del grande arco roccioso, Ulisse parla con Tiresia, di fronte a uno stuolo di anime dei morti. L'unione di due scene differenti nell'identico affresco era molto usato e denominato dagli studiosi "narrazione continua".

    L'ambientazione rocciosa e palustre è cupa, come si addice all'ingresso degli Inferi, illuminato appena dalla luce che penetra attraverso l'arco. 

    Questo non è il mondo dei morti ma solo il suo ingresso dove Ulisse attira le anime col sangue degli animali sacrificati.

    I personaggi sono identificati, come d'uso frequente, da didascalie greche che ne riportano i nomi, anche se la scena è di per sè molto chiara. 

    Dietro Ulisse due compagni tengono a testa in giù l'ariete sacrificato per Tiresia, affinché il sangue coli nella fossa appena scavata, secondo le prescrizioni di Circe. Tiresia, con un lungo bastone nella mano sinistra, narra al re di Itaca il destino che l'aspetta.

    In mezzo alle ombre compaiono alcune donne, fra le quali si può riconoscere sicuramente Anticlea, la madre di Ulisse, e a destra, un poco discoste dalle altre, Agamennone, Achille e Aiace Telamonio. 

    In alto, su una prominenza di roccia, si intravede l'anima di Elpenore, lo sfortunato compagno ubriaco, precipitato dal tetto della casa di Circe. A sinistra, alla base dell'arco, sono sdraiate altre due figure maschili, che dli studiosi interpretano come personificazioni della spiaggia dei Cimmeri.
    Alla serie di via Graziosa può essere senza dubbio assegnato anche il frammento di un altro riquadro, attualmente conservato nella sede di Palazzo Massimo del Museo Nazionale Romano, raffigurante l'episodio delle Sirene.

    Così come appare di mano simile questo affresco che raffigura la fuga di Ulisse da Polifemo che tenta di vendicarsi lanciando massi nel mare per affondare la nave del fuggiasco.

    Sappiamo dalle fonti letterarie, e dalla pittura vascolare greca, che già in epoca più antica non erano mancati affreschi che rappresentavano la Nekyia.

    Famosa era la composizione che Polignoto di Taso, del V sec. a.c., creò insieme a una raffigurazione della presa di Troia per ornare l'interno della Lesche a Delfi, un edificio eretto dagli abitanti di Cnido come sala di riunione.


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    TEMPIO DI POMONA

    Il primo insediamento in Salerno di cui abbiamo notizia è dell’inizio del II sec. a.c. come informa Livio anche se il poeta latino Silio Italico cita le truppe salernitane impegnate ad aiutare Roma contro Annibale prima ancora della battaglia di Canne del 216 a.c.,, probabilmente chiamata all'epoca Fratte, già nella seconda metà del III sec.

    Livio narra che la colonia fu formata da trecento cittadini con le loro famiglie in oram maritimam, ad castrum Salerni, ovvero in prossimità della costa, presso l'accampamento militare di Salerno. 

    Infatti, il nucleo originario della colonia romana di Salernum era un castrum, un accampamento militare la cui ubicazione è imprecisa. Si tende tuttavia a collocarla in via Duomo o in via Indipendenza. 

    I confini del territorio di Salernum seguivano i limiti stabiliti da spartiacque naturali: il promontorio di Sorrento e il fiume Sele, oltre il quale sorgeva la colonia latina di Paestum.

    Purtroppo nessun resto monumentale dell’epoca è giunto fino a noi, probabilmente perchè i resti romani giacciono a una notevole profondità rispetto alla città odierna, in quanto la conformazione geofisica e l'assetto idrogeologico di Salerno hanno determinato uno sviluppo della città in verticale piuttosto che in orizzontale. Secondo Livio Salerno nasce con la delibera del Senato Romano nel 197 a.c. di fondare cinque nuove colonie in Italia meridionale che assistessero Roma militarmente.

    Infatti Picentia, attuale Pontecagnano, durante la II guerra punica, si ribellò a Roma alleandosi con Annibale, per poi essere smembrata in sparsi villaggi. 

    Così nel 194 a.c. nasce il “castrum Salerni” come colonia marittima di diritto romano. Secondo alcuni l'insediamento era situato in cima al monte Bonadies ed effettivamente si ritrovò un idolo d’oro durante la costruzione in età longobarda del palazzo di Arechi, per non parlare dei più recenti ritrovamenti di strutture di epoca romana sotto S. Pietro a Corte, nonchè gli elementi architettonici di spoglio negli edifici più antichi di Salerno tra cui il Duomo. 



    IL PERCORSO

    Tra le molte iscrizioni rinvenute tra il XV ed il XVIII sec., alcune sono state reperite sotto l’attuale piazza Abate Conforti, per cui il percorso inizia da questa piazza dove i più ritengono sia ubicato il foro della colonia romana, il centro politico e commerciale della città, come si deduce dal rinvenimento di uno spazio porticato ornato da statue, di epigrafi dedicate all'imperatore Costantino e alla madre Elena.

    S. PIETRO A CORTE
    Qui è stata pure reperita la base di una statua eretta per decreto della città in onore del patronus Annius Mecius Graccus (IV-V sec. d.C.) per aver contribuito alla ricostruzione della città danneggiata da un'alluvione, e sempre qui si sono anche nel XIX secolo rinvenute delle statue in marmo

    La piazza forense doveva avere una sistemazione a terrazze e a criptoportici (corridoi coperti), come indiziano i rinvenimenti effettuati in via Trotula de' Ruggiero, adiacente alla piazza Abate Conforti.
    In via Roberto il Guiscardo giacciono i resti del Tempio di Pomona.

    Il tempio, nonostante alcuni dubbi a riguardo, è di epoca romana, quando la città di Salerno, sede di diversi templi (dedicati a Bacco, Venere, Giunone e Priapo), ricevette il titolo di "Collegio degli Augustali" a dimostrazione della grande importanza che rivestì durante il periodo romano.

    Ai nostri giorni è giunto solo il tempio di Pomona caratterizzato, all'interno e all'esterno, da una quindicina di colonne di stile ionico unite tra di loro da un arco gotico a sesto acuto. I capitelli, sempre di stile ionico, sono costituiti da quattro teste della Dea Pomona ed una lastra quadrata a coronamento del capitello formata da facce concave. 

    Del tempio sono stati rinvenuti anche la pavimentazione, il solaio con arco centrale a tutto sesto, un tronco delle fondamenta, delle monofore ed una lapide muraria. 

    La lapide, situata tra la seconda e la terza monofora, ricorda una donazione di 50 mila sesterzi fatta da un certo Tito Tettenio Felice Augustale nel IV sec. d.c. e che consentì di realizzare i pavimenti in marmo, un ricco intonaco ed il frontone.

    Probabilmente il tempio continuava verso oriente, in quanto durante recenti lavori di ristrutturazione del duomo, sono stati trovati resti di tempio romano.

    Lasciando piazza Abate Conforti, ci si incammina lungo via Romualdo Guarna. 

    Qui è stato rinvenuto un edificio del periodo augusteo che documenta il processo di monumentalizzazione che interessò l'area prossima al foro nei primi decenni dell'impero. Ed è in quest'area che è stata recuperata la statua di Venere con delfino esposta in mostra.

    Interessante pure il tratto di strada lastricata presso via Tasso scoperto nel 1879 e tracce della necropoli romana, tra l’attuale piazza Sedile di Portanova ed i “Mulini”.

    Nel nostro secolo sono avvenuti ritrovamenti in zona corso Vittorio Emanuele, relativi ad un mosaico, anfore ed altri oggetti in terracotta e pure tombe di epoca romana sotto la Banca d’Italia, sotto il Tribunale, presso la Stazione Ferroviaria, nella zona di via Carmine.

    Tracce di una cisterna e di una villa sono stati rinvenuti in aree periferiche come via Monti e a Torre Angellara, ma soprattutto nel centro storico di Salerno, dove convenzionalmente viene individuata la localizzazione della città antica. Qui sono stati rinvenuti resti di edifici con archi sostenuti da colonne in laterizio, pavimenti ed opere di canalizzazione, oltre che statue e tombe.

    Da via Romualdo Guarna ci si sposta in via Duomo. Nel Duomo si mostrano i numerosi reimpieghi di materiali di età romana. Proseguendo lungo via Duomo, si arriva a via Mercanti che, al momento della fondazione della colonia romana, era, almeno in parte, un ambiente marino, una spiaggia prossima a una zona frequentata più a monte.
    Successivamente, in età imperiale, fu occupata da residenze private anche di un certo prestigio, come quella ubicata in corrispondenza dell'angolo di Vicolo della Neve (numeri civici 125, 127, 133), decorata da ricchi affreschi. In età tardo antica (III-V secolo d.c.) la via era invece caratterizzata dalla compresenza di abitazioni e di officine, per lo più botteghe di fabbri (via Mercanti 60).

    Da via Mercanti e si gira a destra su via dei Canali, in cui è ipoteticamente riconosciuto il cardo maximus della colonia romana.

    Su via dei Canali si fa una tappa alla chiesa di San Pietro a Corte - sede della cappella annessa al palazzo reale del principe longobardo Arechi II - che è stata costruita al di sopra di un complesso termale del I-II secolo d.c. e, in particolare, su un grande frigidarium.

    Da via dei Canali si arriva su via Tasso, corrispondente al decumanus maximus della città romana. Quindi, si percorre via Tasso fino a giungere nuovamente in piazza Abate Conforti dove la visita ha termine.



    LE MURA

    Essendo sorta come città militare, la Salerno romana era sicuramente fortificata; non è un caso che uno dei campi su cui si sono maggiormente battuti gli studiosi è quello delle mura della città romana sulla cui estensione esistono solo delle ipotesi tra cui, una è quella più accreditata. 

    Il problema delle murazioni romane risulta importante in quanto implica l’identificazione dei limiti dell’abitato antico ed anche delle sue strade e delle sue porte. 

    Come punto di partenza in tutte le diverse ricostruzioni, viene preso il luogo dove è il Castello di Arechi; poi, seguendo le pendici del monte Bonadies, le mura sarebbero giunte presso la Medievale Porta Respizzi, in cima a Via Dei Renzi. 

    Da questo punto le mura, dopo aver toccato il largo Scuola Salernitana, sarebbero giunte alla Porta Nucerina, all’estremità occidentale di Via Tasso. 

    Costeggiando il ciglio della scarpata a sud di Via Tasso, fino ai Gradoni della Madonna della Lama, sarebbero scese fino al lato superiore di Largo Campo per poi proseguire verso est lungo Via Dogana Vecchia, Via Mercanti ed arrivando a Via delle Botteghelle. 

    Da qui, sarebbe iniziato di nuovo il tratto ascendente della fortificazione, toccando Porta Elina e Porta Rotese e quindi dirigendosi su per la collina sul Monte Bonadies. 



    LE VIE

    Salerno dovette molto sia militarmente che per i commerci alla via Capua - Reggio che sembra passasse per la città corrispondendo a quel tratto di strada lastricata rinvenuta in via Tasso, cioè il decumano massimo che collegava Porta Nucerina, e piazza Conforti ove era ubicato il Foro. 

    Un secondo, minore, decumano correva parallelamente mentre con andamento quasi ortogonale erano due cardini corrispondenti alle attuali via dei Canali e via Duomo. 

    Esistono molti dubbi nella Salerno romana sull'esistenza di un porto o almeno di un approdo, forse alla foce dell’Irno o presso l’attuale Teatro Verdi in corrispondenza di una piccola insenatura. 

    Con la caduta dell'Impero e le successive invasioni barbariche Salerno nel V secolo dovette subire prima i Visigoti e poi i Vandali; la guerra gotico - bizantina influì ulteriormente sullo stato di queste zone, catastrofico fino all’arrivo dei Longobardi. 



    COMPLESSO DI S. PIETRO A CORTE


    Nel complesso di S. Pietro a Corte, pur conservandosi le strutture romane per circa m. 13 di elevato, si è potuto riconoscerle solo in conseguenza dello svuotamento degli ambienti ipogei, partendo da m. 6,50 circa di profondità rispetto all'attuale piano stradale.

    San Pietro a Corte si presenta infatti come un caso di architettura stratificata; il monumento si compone di tre distinti edifici: la chiesa superiore cappella di Arechi, un vasto ambiente sotterraneo Ipogeo ed il campanile.

    L’ambiente ipogeo (sotterraneo) di San Pietro a Corte venne fondata su un frigidarium d’età medio- imperiale.

    Il frigidarium, di fine I inizio II secolo, faceva parte di una struttura termale di vaste dimensioni, che venne abbandonata probabilmente a causa di un’alluvione, nel IV secolo.

    Le terme vennero riutilizzate nel V secolo da una confraternita di cristiani che le adibirono a chiesa e cimitero.

    L’Ipogeo è diviso in due scomparti da tre pilastri in mattoni; presenta nella muratura perimetrale residui di antichi mosaici.
    A quota -7,60 m vi è un lastricato di grossi selci databili all’età romana, ma riutilizzati in età longobarda.
    Il secondo ambiente ipogeo, a quota -6,45 m, si risolve in un’aula con abside rettangolare.

    In questi ambienti erano alloggiate delle vasche, di cui sono ancora visibili i resti, che fanno pensare a una sala termale di epoca romana.




    VILLA DI MINORI

    Villa romana situata nella provincia di Salerno, regione Campania. La villa marittima, databile in età giulio-claudia per gli affreschi di III stile, è stata messa in luce negli anni Cinquanta. 

    L’antiquarium è annesso alla villa romana del I sec. d.c., scoperta tra il 1950 e il 1954, risepolta dall'alluvione del 26 ottobre 1954 e poi nuovamente riportata in luce. 
    La villa di Minori rispecchia la struttura tipica della “villa marittima” con le sale di rappresentanza collocate ad ovest del complesso e gli ambienti termali ad est.

    L’edificio si articola su due livelli. 

    NINFEO
    Al piano terra numerosi ambienti, tra i quali si segnala un grande salone con stucchi ed affreschi.

    Tutti gli ambienti risultano organizzati intorno ad un ampio giardino cinto da un portico ad arcate. 
    Interessanti sono, inoltre, il triclinium ed il quartiere termale. 

    Sulla terrazza, corrispondente al piano superiore, è l'annesso antiquarium che espone reperti di età romana provenienti da altre ville della zona.

    I numerosi reperti rinvenuti attestano come Minori in epoca imperiale fosse una rinomata località di soggiorno.

    L’Antiquarium annesso, raccoglie i materiali provenienti dallo scavo della villa, suddivisi per classi di appartenenza.

    Nella prima sala sono esposti oggetti della vita quotidiana oltre ad un interessante ricostruzione di un invaso e delle volte della villa.

    La sala attigua ospita numerosi pannelli con affreschi e la ricostruzione della vasca con suspensurae (pilastrini di mattoni sovrapposti utilizzati per sollevare il pavimento degli ambienti termali per favorire la circolazione dell’aria calda) che sono elementi tipici del calidarium, ambiente delle terme dedicato ai bagni caldi.

    Una saletta di passaggio ospita una collezione numismatica che, con i suoi esemplari di monete, testimonia l’intero periodo di vita della villa dal I al IV sec. d.c., mentre alcune monete di età medievale ne attestano comunque l’utilizzo tra il XIII e il XIV secolo.


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