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    I FEBBRAIO - FESTA DI FEBRUA E DI GIUNONE SOSPITA

    1 Febbraio, Calende, nome da cui deriva la parola calendario: si festeggia Giunone Sospita, colei che protegge. Le calende di febbraio, ovvero l'inizio del mese che chiudeva l'anno, visto che poi a marzo iniziava l'anno nuovo. Pertanto occorreva prepararsi facendo sacrifici e purificazioni.

    Tutte le calende erano dedicate a Giunone, ma nel mese di febbraio le si sacrificava un cane, invece dell'agnellina di ogni inizio mese. Il sacrificio del cane, anzi della cagna, era caratteristico della Dea Terra come divinità ctonia. La festività iniziava infatti con le onoranze rese alle tombe dei propri cari e con le invocazioni ai Lari.

    Febbraio viene da: februare, cioè purificare tutto, a iniziare dall'anno passato che racchiudeva in sé, tutti i “mali” sofferti in quel periodo e che non dovevano trasferirsi all'anno successivo. Così ogni anno la necessaria purificazione si procedeva per l’anno nuovo che anticamente iniziava a marzo.

    Infatti, il termine latino februarius è collegato a februa (la malattia la febbre), e si usavano panni di lana intinti nel sangue della vittima per purificare i malati, o fronde di un albero sacro con cui aspergere il sangue delle vittime sacrificali o adornare le tempie dei sacerdoti, o con focacce di farro tostato e salato, intinte nel sangue, per offrirlo agli spiriti della casa o della stalla.



    IUNO SOSPITA MATER REGINA 

    La festa venne poi soppiantata dalla festa di san Valentino, originariamente festa purificatoria di Giunone Februa, che invece venne differita al 25 giugno.

    Mentre per la festa dei Lupercali, dove le antiche sacerdotesse si accoppiavano liberamente, fu usato il nome di un ipotetico vescovo di Terni,
    un certo S. Valentino martire, la cui passio venne scritta all'inizio del sec. XIII dove si narra che S.Valentino, cittadino e vescovo di Terni dal 197, esercitò il suo ruolo ecclesiastico per oltre settant’anni, poi siccome lasciava perplessità la longevità del santo nonchè il martirio, spostarono il tutto alla metà del IV secolo.

    Febris deriverebbe dal Dio etrusco Februus, Dio della morte e della purificazione. Nella mitologia romana la divinità avrebbe assunto il nome di Febris e sarebbe stata associata alla guarigione dalla malaria, che infestava l’agro romano e le ultime anse del Tevere.

    Nelle feste, che cadevano nella seconda quindicina di gennaio, era ricordata anche la Dea Februa ovvero Iunio Februata, Giunone Purificata, e Iuno Sospita, Giunone Salvatrice.

    Nelle statue e nelle monete la Dea (Giunone propizia ovvero salvatrice) viene rappresentata con una pelle di capra sul capo, una lancia in mano ed accompagnata da una serpe. La pelle di capra e il serpente le danno una connotazione di Dea Terra, colei che dà la vita, che nutre e che fa morire. 
    Quest'ultimo aspetto è simboleggiato dalla lancia: tutte le Grandi Dee Madri furono anche Dee della guerra nel loro lato mortifero.

    Nelle calende di febbraio i Romani erano soliti illuminare l’Urbe, per tutta la notte, con fiaccole e candele, e le donne giravano per le strade portando fiaccole accese in onore della Dea Februa (Februa era stata assimilata a Giunone), madre di Marte, Dio della guerra, e invocavano il figlio per la vittoria contro i nemici.

    La chiesa cattolica copiò la festa sostituendo con quella della Candelora (ovvero delle calende),

    « Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch'essi februe. Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione.»
    (Ovidio, I Fasti)



    I TEMPLI

    Giunone Sospita (in latino Iuno Sospita, ossia "propizia"), già venerata a Roma in un tempio presso il Foro Olitorio, costruito verso il 195 a.c. da Gaio Cornelio Cetego, era particolarmente venerata nell'antica Lanuvium, molto celebre in tutto il Lazio antico, ed il I febbraio era considerato il suo dies natalis.

    Un'antefissa raffigurante la dea è stata rinvenuta ad Antemnae, all'interno della Roma moderna, dove si è ipotizzato un luogo di culto della divinità. Si ricorda Cecilia Metella Balearica, vergine vestale e sacerdotessa della Dea Giunone Sospita, che salvò con il suo intervento Cesare da Silla che voleva ucciderlo.



    IL SANTUARIO DI LANUVIO

    Il principale centro di culto di questa divinità era appunto il santuario di Lanuvio.
    Cicerone testimonia come Lanuvio fosse ricco di edifici religiosi, ma tra questi, spiccava il tempio di Giunone Sospita Lanuvina (così chiamata per la pelle di capra con la quale era rivestita la sua statua), il cui culto risaliva a tempi molto antichi. 

    Properzio narra infatti che nel santuario si svolgesse ogni primavera un particolarissimo rito propiziatorio per l’agricoltura, durante il quale un gruppo di fanciulle vergini doveva offrire focacce ad un grosso serpente, che si trovava dentro un antro!

    Se il serpente accettava il dono, si prospettavano raccolti fruttuosi; se lo rifiutava, una fanciulla impura, cioè colei che aveva perduto la verginità, veniva sacrificata per scongiurare la carestia. Il serpente era anticamente allevato dalle pitonesse che oracolavano nel tempio della Madre Tellus, dove il pitone girava liberamente. 

    Nessuno si sarebbe sognato di uccidere una pitonessa, anche perchè erano le sacerdotesse a interpretare e ad essere ispirate dalla Dea. Tutti gli oracoli, passati poi nelle mani dei sacerdoti persero completamente il dono della predizione e divennero una specie di indovinelli a risposta doppia.

    L'importanza di questo santuario, viene testimoniato dai documenti storici: quando i Romani sconfissero la Lega Latina nel IV secolo, accettarono l'alleanza con i cittadini di Lanuvio, solo se questi in cambio avessero condiviso con loro il celebre luogo sacro dedicato a Giunone Sospita.
    Ma il tempio era ricchissimo perchè la Dea faceva molti miracoli, per cui la sua importanza non era solo religiosa.

    Dunque il fatto che Giunone Sospita fosse chiamata Mater Regina, ovviamente Madre degli Dei, che venisse ricoperta da una pelle di capra (che da un lato la celava ma dall'altro rivelava la sua natura sessuale), e il fatto che fosse legata a una Dea delle febbri di palude, quindi portatrice di morte, confermano il suo aspetto triplice e in particolare il suo aspetto infero come regina dei morti.




    LA FESTA

    Proprio in quanto Regina dei morti la festa di Giunone Sospita proseguiva nella notte al lume delle fiaccole. Dopo il sacrificio pubblico si attuava la lunga processione che entrava casa per casa aspergendo gli ambienti con un liquido misto di acqua salata e sangue della vittima e recitando preghiere. Nelle campagne si aspergevano anche le stalle. In alcuni casi si aspergevano le porte e le stanze dei malati.
    Il cristianesimo ne ha ripreso il culto nella benedizione delle case a Pasqua.

    Alla processione partecipavano sacerdoti e sacerdotesse, perchè Giunone Sospita aveva anche sacerdotesse e sembra venisse recata anche una capra adornata. Naturalmente partecipava anche il popolo nell'abito festivo, con toni particolarmente allegri per fugare la negatività della malattia.

    Terminata la processione iniziavano i banchetti che, almeno nei pagus, si tenevano nelle strade con laute mense e vino in abbondanza. Non mancavano musici e danzatori a cui si univa la gente locale per danzare e cantare.


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  • 02/09/18--05:22: ABELLA - AVELLA (Campania)
  • ANFITEATRO DI ABELLA

    Il suo nome antico, Abella, deriverebbe da nux abellana, la noce tanto presente in zona di cui parla anche Plinio il Vecchio. Si trova sulla via che collegava e collega la pianura Campana con la valle del Sabato e il Sannio Irpino, strada meno agevole della Via Appia ma pur trafficata; la posizione e la coltivazione della pregiata nux Abellana costituivano una risorsa economica, alla quale si aggiungevano lo sfruttamento dei boschi e l'allevamento nelle zone collinari.

    Situata nel bacino superiore del fiume Clanio per la sua posizione geografica, ha sempre rappresentato un importante crocevia. La presenza umana sul suo territorio nella preistoria è accertata fin dal paleolitico superiore mentre il primo insediamento abitativo risalirebbe alla fase appenninica. Le testimonianze d’epoca protostorica, sono relative ad una necropoli dell’Età del Ferro.
    Avella fu un insediamento osco, poi etrusco e poi sannitico, dato l'importante ruolo di mediazione tra le civiltà dell’interno e quelle della costa. Passata sotto la protezione dei Romani nel 399 a.c., divenne civitas foederata, dei Romani.

    Essa fu centro della Campania Felix ed il suo abitato occupò la parte orientale dell’attuale centro storico,  di collegamento tra la pianura campana e la valle del Sabato. Di epoca romana, risalente alla metà del II secolo a.c., è uno dei reperti più significativi e cioè il Cippus Abellanus, rinvenuto nel 1685 fra i ruderi del castello e conservato presso il Seminario Vescovile di Nola.

    Si tratta di un grosso blocco in pietra arenaria recante, inciso, il testo di un trattato in lingua osca tra Nola ed Avella sull’uso comune delle aree circostanti il tempio di Ercole, posto al confine tra le due città.

    Nel periodo della guerra sociale (91-88 a.c.), Avella rimase fedele a Roma che riconoscente la elevò a Municipium e, più tardi, a colonia, di cui si ha testimonianza attraverso la centuriazione del suo territorio,  prosecuzione di quello nolano. Cosicché, dopo la ritirata di Silla dalla Campania, nell’87 subì, per punizione, la distruzione e l’incendio da parte dei Sanniti di Nola.

    In epoca imperiale i romani vi dedussero una colonia. La città ebbe una forma arrotondata e racchiusa da mura tranne nella parte orientale, nei pressi dell’anfiteatro, e dotata di ben sei porte. Al suo interno, fu divisa in quattro settori dall’incrocio di due strade ortogonali mentre i quartieri vennero suddivisi a scacchiera tra cardini e decumani. L’attuale Corso Vittorio Emanuele, orientato in direzione est-ovest,
    corrisponde all’antico decumano maggiore.

    Nella città sorsero fin dall'età tardo-repubblicana edifici pubblici e furono ricostruiti quelli privati, anche se in qualche area periferica, quale quella attigua all'anfiteatro, subentrarono degli orti al posto di abitazioni, a causa dell'aumento sempre maggiore della popolazione, data la bellezza e la salubrità del territorio, nelle ville rustiche e padronali al centro dei vasti latifondi.

    Tra questi edifici spicca l'anfiteatro, eretto in opus reticulatum di tufo probabilmente dopo la deduzione della colonia, simile nelle dimensioni a quello di Pompei. Fu appoggiato all'angolo sud-orientale delle mura ed in parte al pendio naturale, per renderlo agevole anche a coloro che venivano da altre contrade, e solo la parte meridionale poggia su grosse costruzioni a volta, mentre l'arena si trova al disotto del livello circostante. Sono ben conservati i due vomitorii principali nell'asse maggiore dell'ellisse (itinera magna) con ambienti laterali, e il podio che divideva la curva dall'arena, e dei sedili in tufo dell'ima cavea interrotti in corrispondenza dell'asse minore da podii (tribunali); è rimasto abbastanza per permettere la ricostruzione.

    Un'immagine dell'edificio compare sul fianco di una base onoraria di età imperiale. Nel tardo impero fu iniziata la costruzione di stalle nel podio, poi interrotta dalle incursioni barbare.

    Virgilio denominò Avella la Malifera Abella, cioè terra ricca di mele ed altri frutti, mentre nell’Eneide si narra del suo coraggio per essersi schierata dalla parte di Turno contro Enea. Silio Italico, Strabone e Tito Livio, che ne decantarono i prodotti della terra e specialmente le nocciole.

    L'ANFITEATRO

    LA DECADENZA

    Avvenne con la fine dell’Impero romano, con relative invasioni barbariche e saccheggio, da parte dei Visigoti di Alarico e da Genserico, re dei Vandali e degli Alari. Gli abitanti si dispersero così per le montagne circostanti.



    IL SITO

    L’abitato romano, nella parte orientale dell’odierno paese, è in parte occultato dalle moderne strutture urbane situate in località Cortalupino, Farrio, Casale, zona chiesa di S. Pietro, e interrato nelle zone sottoposte a colture agricole che si estendono, ad est, fino all’anfiteatro e, a nord-ovest, fin quasi al fiume.

    I limiti della città antica sono tracciati a nord dal Clanio, a sud dalla via Cancelli, ad ovest dalla via S. Giovanni in prossimità di piazza Municipio, e ad est dai resti delle mura urbiche, in parte incorporati dallo stesso anfiteatro.
    Il circuito delle mura, fine  IV sec. a.c., poi ampliato e restaurato nella II metà del II secolo a.c., racchiudeva un’area di circa 40 ettari, di cui oggi resta solo, ad oriente, un tratto di mura in opera cementizia, con paramento interno in opera incerta, rivestito un tempo da una cortina di blocchi di tufo in opus quadratum.

    L’asse est-ovest, decumano massimo,  coincide con l’odierno corso Vittorio Emanuele, come evidenzia un tratto di strada lastricata con poligoni di calcare e resti delle crepidini in prossimità di via Anfiteatro. La via, frequentata fino alla seconda metà del IV sec. d.c., ha come assi ortogonali via dei Mulini, via Cancelli, via S. Nicola, via Cardinale D’Avanzo; leggermente spostati risultano l’attuale viottolo d’accesso all’anfiteatro e la strada alle spalle del convento.

    Strade parallele al decumano massimo sono via S. Croce e in via Filippo Vittoria. La piazza del forum dell’Abella romana sorgeva accanto alla chiesa di S. Pietro, mentre resti di un edificio pubblico di epoca imperiale, sono emersi in località del Santissimo. L’interramento della città antica è minimo, specialmente nella fascia centrale e sud-orientale, dove oscilla tra i 40 e gli 80 cm.



    I RESTI ROMANI
    • A sud, in via Filippo Vittoria, sono stati rinvenuti resti di un pavimento in cocciopesto con disegno a losanga, rinvenimento da collegare alla stessa domus dalla quale, nel 1931, fu recuperato il celebre mosaico policromo raffigurante re Edipo che uccide Laio, oggi al Museo Nazionale di Napoli.
    • resti di un mosaico in via S. Croce. 
    • resti delle strutture murarie che delimitavano gli ambienti della palestra che si trovava nei pressi dell’anfiteatro. 
    • Numerosi elementi architettonici reimpiegati nelle murature delle abitazioni del centro antico. 
    • Un’immagine schematica dell’anfiteatro (m. 0,38x0,30) con una coppia in rilievo di gladiatori, dei quali uno ferito cade sull’arena, sul lato destro di una base onoraria dell’età imperiale, dedicata ad un Lucio Egnatio Invento, attualmente visibile a destra dell’ingresso dell’ex-palazzo ducale, in piazza Municipio. Sul lato principale del blocco di travertino è l’iscrizione su dieci righe: “L. Egnatius Inventus patri L. Egnati Polli hic obliterato muneris specta impetrata editione ab indulgen max principis diem gladiatorum et omne apparatum pecunia sua edidit coloni et incola ob munificentia eius l. d. d. d.”.
    • Al di sopra della figura dell’edificio pubblico, invece, è scritto: “Tum XII April. Claro et Cethego cos.” (CIL X, 1211 = ILS 5058). 
    • Sempre in piazza Municipio è un blocco di travertino con l’iscrizione CIL X 1216 di epoca dioclezianea, che fa menzione del curator frumenti Numerio Pettio Rufo. 
    • Altri due basamenti onorari in travertino con iscrizioni ricordano Numerio Marcio Pletorio e Numerio Pletorio Oniro (CIL X 1277). 
    • Un’altra lapide con iscrizione (CIL X 1218) è murata nelle pareti di un edificio di via S. Candida, al numero civico 31. 
    • Uno scavo del 1991 in piazza Municipio ha evidenziato una serie di piccoli ambienti, forse un deposito privato, con all’interno dolia de fossum per la conservazione delle derrate alimentari. 
    • A nord-est di via Anfiteatro i resti di un pavimento in opera signina. 
    • A sud-est, in via Cancelli, una cisterna in opera mista. 
    • Ancora in via Cancelli, resti di un mosaico del II sec. a.c. 
    Spostandosi verso nord, poiché la città è degradante da nord a sud, l’interramento aumenta considerevolmente fino a raggiungere un metro e mezzo di profondità. L’interramento della zona centro-orientale arriva, nella parte fuori dell’abitato attuale, fino a due metri.

    MONUMENTI FUNERARI

    I MONUMENTI FUNERARI

    Lungo le strade che collegavano l’antica Abella con le località limitrofe, si allineano imponenti monumenti funerari romani dell’aristocrazia locale. Di questi quattro si trovano in località Casale, lungo la strada che portava a Nola, datati tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale e  in buono stato di conservazione. 

    Si presentano a pianta quadrata poggiante su mattoni di laterizio, che utilizza blocchetti quadrati di pietra calcarea, poligonali, uniti da una malta durissima, e con una parte superiore cilindrica, terminante a cuspide o a edicola.

    Erano alte, svettate e di forma elegante, recintate ed edificate in tufo soprattutto per i rivestimenti esterni.
    Simili ad altre necropoli di età imperiale della Campania, sono formate da due corpi sovrapposti, di cui la parte inferiore a forma quadrangolare, a dado, e la superiore a cilindro, sormontata, il più delle volte, da una sorta di cuspide.

    MONUMENTI FUNERARI
    Il dado poggia di solito su mattoni laterizi sporgenti con paraste angolari e trabeazione.
    Il piano inferiore presenta, sul lato opposto alla via l’ingresso, molto basso, la cella sepolcrale. 
    La cella è rettangolare, di solito con volta a botte, di modeste dimensioni, in quanto dovevano accogliere solo urne funerarie con i resti cremati del defunto. 

    I mausolei meglio conservati sono: uno, di età tardo repubblicana, a pianta circolare, in località S.Nazzaro, con volta a cupola nella cella sepolcrale, rivestito originariamente in pietra all’esterno; uno, nell’ex campo sportivo, con semicolonne nel piano inferiore ed edicola aperta in quello superiore, da cui proviene una testa-ritratto femminile degli inizi del I secolo d.c.; due in via Casale, inquadrati da recinti funerari, facenti parte di un gruppo di quattro, con il piano superiore ottagonale e circolare e murature in opera incerta con ammorsature in opera laterizia.
    Nei recinti venivano ospitati bassorilievi, vasi, piante ed ornamenti vari dedicati ai defunti. Non si è rilevata invece presenza di marmo.
    A causa della noncuranza per le opere d'arte sia del passato che del presente, i proprietari di questi mausolei sono a noi ignoti a causa delle frequenti spoliazioni che  hanno causato la perdita delle iscrizioni e dei corredi funebri.

    Non lontano dai quattro monumenti sono stati rinvenuti dieci ipogei che a nord e a sud delimitavano un’importante arteria di comunicazione, con tombe a camera datate tra il III e il II sec. a.c. La pianta è quadrangolare con volte a botte. 

    All’interno vi erano letti tricliniari per i banchetti funebri. Da ricordare in particolare la tomba numerata con l’88 la cui camera ipogea fu ritrovata ancora sigillata. Le tipologie architettoniche di tutti i monumenti funebri di Avella sono riscontrabili in altre zone della Campania e costituiscono uno dei più importanti esempi di architettura funeraria romana.


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  • 02/10/18--05:05: BAMBOLE ROMANE

  • Le bambine greche e romane potevano giocare con le bambole anche da adolescenti, del resto si sposavano piuttosto presto. Soprattutto le romane, che potevano essere impalmate anche all'età di dodici anni in quanto era l'età in cui si poteva esser certi che fossero vergini, per la fissa dei romani di non avere paragoni sulle loro prestazioni sessuali.

    Precauzioni inutili, perchè in seguito, specie in età imperiale le donne si liberarono, divorziarono e fecero le loro esperienze. Però fintanto non si sposavano rimanevano un po' bambine e questo veniva incoraggiato, tanto è vero che potevano giocare, e le bambole era il loro passatempo preferito, finchè non si sposavano perchè allora con una cerimonia sacra offrivano al tempio i loro giocattoli ai Lari.

    BAMBOLE DI TERRACOTTA
    Più tardi erano le fanciulle a decidere in quale tempio portarli, offrendoli alla loro divinità preferita, come facevano le loro coetanee greche. Questa cerimonia segnava la fine dell'infanzia, e l'entrata nel ruolo di sposa e di madre.

    Nella Roma Imperiale la bambola, detta pupa (diminutivo di pupilla), era un oggetto molto diffuso anche tra la plebe, per cui in tutto il mondo romano e nel resto del suo impero si rinvennero bambole nelle sepolture delle adulte. Non erano evidentemente state portate al tempio, o erano altre bambole oltre a quella votata, oppure veniva alla morte della romana ritirata dal tempio per accompagnare la defunta nel mondo dell'aldilà.

    Sono state ritrovate bambole anche nell'antico Egitto, in genere generalmente modellati con l'argilla, ma ne esistono di più belli in osso o in avorio databili al periodo greco e romano. Le bambole dell'antichità avevano lineamenti e fisico da adulte, spesso con vestiti e gioielli, mai bambine.

    In particolari santuari del mondo antico, dedicati a divinità legate al mondo femminile ed infantile, ma anche in sepolture di fanciulle, sono stati ritrovati oggetti dalle dimensioni estremamente ridotte: stoviglie, seggioline, lettini, sgabelli, che pur avendo valore religioso e rituale, sono pertanto giocattoli.

    BAMBOLA DI TARRAGONA
    III - IV SECOLO D.C.
    La bambine greche dovevano accontentarsi delle piú economiche bambole in terracotta, che gli artigiani antichi vendevano a poco prezzo al mercato. I piú comuni esemplari hanno il tronco e la testa fissi, mentre gli arti superiori ed inferiori erano invece snoda bili, permettendo così di poter mimare, attraverso le diverse posizioni assunte da questi, i movimenti e i gesti degli adulti.

    Se le gambe o le braccia si fossero rotte era possibile il ricambio e c'erano pure bambole in posizione fissa: sedute o nell'atto di compiere qualche azione particolare legata all'attività domestica.

    A Roma invece le bambole furono una vera e propria arte, opera di artigiani specializzati, fortunatamente in parte giunte a noi proprio attraverso le sepolture. Si è pure individuato che la produzione delle bambole in due aree distinte di lavorazione, dell’osso e dell’avorio, fossero locate a Roma sulle pendici del Palatino e nei pressi dell’esedra della  Crypta Balbi.

    Di bambole all'epoca ce ne erano molte e di molti tipi. A tutte però veniva dato un aspetto adulto, sia che fossero di pezza o riempite di stoppa, il cui unico vantaggio era quello di essere morbide. C’erano poi le bambole di creta, on genere dipinte, alcune ben fatte altre grossolanamente abbozzate, con braccia e gambe snodabili unite al corpo da lunghi perni.

    Gli artigiani costruttori di bambole erano chiamati dai latini figuli, lavoratori in creta, ovvero chi fabbricava bambole d’argilla che vendevano al mercato.

    La creta era un materiale frequentemente usato poiché poco costoso, facilmente reperibile, molto duttile che poteva essere decorato e dipinto in modo da rendere l’oggetto esteticamente più realistico e piacevole. 

    Ma la maggior parte erano in legno tornito e dipinto, ma ce n'erano anche in osso o in avorio, tutte vestite e pure ingioiellate.

    Le bambole in avorio e in osso di età medio e tardo imperiale erano rappresentate nude, con la sola eccezione in molti casi dei piedi, su cui erano incise le calzature a forma di bassi stivaletti, ma si ritiene che indossassero originariamente vestiti in stoffa che sono andati perduti.

    Infatti furono rinvenute tracce di tessuto con alcuni filamenti in oro sulla bambola in avorio rinvenuta a Roma presso la basilica di S. Sebastiano sulla Via Appia.

    Si osserva che in genere la testa e il torso erano intagliati in un unico blocco, mentre gli arti erano lavorati a parte e fissati al corpo mediante perni o fili rigidi. 

    Le bambole in avorio, più raffinate, nella parte inferiore del bacino avevano due tenoni forati che si inserivano in corrispondenti alloggiamenti cavi ricavati nella parte superiore delle gambe ed erano bloccati con piccoli perni.

    Un sistema simile permetteva il fissaggio della parte inferiore della gamba al ginocchio e della parte inferiore del braccio al gomito; le spalle invece erano connesse mediante semplici perni infilati. Fra gli esemplari più noti la bambola di Crepereia Tryphaena.

    In alcune bambole l’attacco delle gambe al torso avveniva mediante un unico tenone centrale, prolungamento del bacino, attraverso il quale passava un lungo perno che univa le due gambe; raramente le gambe e le braccia presentavano la doppia articolazione al gomito e al ginocchio. 

    Fra le bambole di questo secondo tipo, alcune, in avorio, hanno una pregevole anatomia del corpo e una elevata raffinatezza esecutiva, come nel caso della bambola di Grottarossa.

    In alcuni casi si predisponevano quattro, articolazioni: alle spalle, ai gomiti, alle anche e alle ginocchia; in altri casi veniva soppressa l’articolazione al gomito.

    Tuttavia più frequentemente le articolazioni erano solo due, alle spalle e alle anche.

    Naturalmente era la testa a cui gli artigiani dedicavano più tempo: dopo averla modellata nella creta la arricchivano con elaborate pettinature o copricapi, tutti molti riconducibili all’epoca a cui le
    bambole in questione appartenevano.

    Il corredo di queste bambole non si limitava, in ogni caso, unicamente al vestiario, ma erano munite anche di tutto il necessario per l’arredamento della propria casetta, una serie di oggetti in miniatura perfettamente consoni alle loro misure.



    LA BAMBOLA DI LIPARI

    In Sicilia, nell’isola di Lipari, è stata rinvenuta, custodita nella tomba di una bambina vissuta nel V secolo a.c., una piccola bambola di creta, oggi nel Museo Eoliano di Lipari.

    Questa presenta un busto ben modellato, una piccola testa molto curata con sui capelli, sempre di creta, un copricapo cilindrico ampliato superiormente, le gambe e le braccia, praticamente informi, sono attaccate al corpo mediante perni.

    I suoi vestiti, oggi ovviamente scomparsi, presumibilmente, dovevano coprire gambe e braccia per copiare l’abbigliamento di una giovane ragazza da marito.

    La pupa, un tempo vivacemente dipinta, conserva ancora l’azzurro del copricapo, il nero dei capelli e il rosso delle labbra.

    La bambola, anche se non era perfetta, era corredata da vasellame in miniatura i cui recipienti erano similari a quelli che venivano usati nelle abitazioni dell’epoca.



    LA BAMBOLA SANTA

    Narra una testimonianza anonima, che una bambola venne trovata nel 1485, in un sarcofago da qualche parte sulla via Appia. Della fanciulla si disse che era giovane, bellissima, e profumava di mirra e trementina. Aveva i capelli biondi, e fu esposta in Campidoglio. I romani andavano a farle visita mendicando una grazia.

    Poi improvvisamente scomparve. Non c'è da meravigliarsi, una fanciulla non proclamata santa dalla Chiesa e che tanti venerano crea problemi, meglio eliminarla, come si fece per le ceneri di Giulio Cesare.

    LA BAMBOLA DI CREPEREIA


    LA BAMBOLA DI CREPEREIA

    Non scomparve invece la bambola appartenuta a Crepereia, una fanciulla vissuta nella metà del II secolo d.c. e morta alla vigilia delle nozze, e che era stata posata nella tomba accanto alla sua proprietaria.

    Nel maggio del 1889 durante i lavori per la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma (si sa che a Roma i ritrovamenti, ieri come oggi) avvengono sempre per caso), affiorò dal terreno un sarcofago sul quale era inciso: Crepereia Tryphaena; dalla forma semplice ed elegante, lo stesso, presentava la superficie ornata di strigilature ondulate che sottintendevano le acque del fiume infernale che le anime dovevano oltrepassare per giungere nel regno dell’oltretomba.

    Rodolfo Lanciani fu presente all' avvenimento: «Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell' acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall' aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull' acqua». Dal suo sonno millenario, Crepereia Tryphaena si mostrò ai romani come una creatura fluviale, una naiade coi capelli sciolti e danzanti.

    Infatti, tra lo stupore dei presenti, all’interno del sarcofago apparve un corpo intorno al quale fluttuavano le alghe che, in un primo momento, furono scambiate per una folta capigliatura corvina.

    Si trattava di Crepereia Tryphaena (figlia di Crepereio) morta quando aveva 18-20 anni, la fanciulla, divenne una romantica figura dell’archeologia e con lei divenne famosa anche la sua bella bambola (oggi ai Musei Capitolini di Roma).
    Poichè la defunta apparteneva ad una famiglia aristocratica fu sepolta ornata dei suoi gioielli, tra cui: orecchini, spille e alcuni anelli su uno dei quali vi era inciso il nome Filetus, forse lo sposo.

    Sul capo vi erano tracce di una coroncina di mirto trattenuta da un fermaglio composto da piccoli fiori d’argento, mentre, una preziosa spilla d’oro con un ametista, tratteneva probabilmente la tunica con cui era abbigliata e che, nei secoli, si era dissolta insieme agli abiti.

    La bambola, alta intorno ai 20 cm., coperta interamente, nei secoli, da uno strato melmoso, dopo un primo esame sommario, fece ipotizzare che era stata scolpita nel legno di quercia o di ebano.

    Invece gli esami di laboratorio, a cui la bambolina fu sottoposta, rivelarono invece che il materiale utilizzato per la sua realizzazione fu l’avorio e che a causa della lunga permanenza in acqua si presentava indurito e scuro. Perfetta nell’esecuzione, testimonia una abilità artigianale che non trova confronto in altre bambole romane realizzate in quel periodo.

    I capelli, probabilmente erano biondi, un colore che le Romane tanto amavano, erano acconciati con una pettinatura in voga ai tempi di Faustina Minore (II secolo d.c.). La bambola aveva le articolazioni snodate alla spalla, all'anca e persino al gomito ed al ginocchio, snodi che nemmeno oggi possiede la più famosa delle bambole.

    Le mani avevano le unghie ben modellate, i piedi perfettamente delineati ed il volto, molto bello e delicato bello, è sovrastato da capelli disposti in un'acconciatura di sei trecce raccolte sul capo a corona, la pettinatura tradizionale delle spose romane dell'epoca.

    Le gambe e le braccia erano unite al busto tramite perni di avorio che lasciavano liberi i movimenti , il suo viso e la sua figura ricopiavano l’aspetto di una giovane ragazza molto elegante e contornata dal lusso, naturalmente, non vi era più traccia dei vestiti che dovettero essere belli e numerosi.

    La bambola era corredata da veri piccoli gioielli in miniatura, realizzati in d’oro: anellini, piccoli bracciali e i minuscoli orecchini, forse andati perduti, ma testimoniati dai lobi forati delle orecchie della pupae. 

    Al pollice della mano destra aveva un anellino con una piccola chiave (oggi ai Musei Capitolini di Roma) che forse apriva il cofanetto di legno, ricoperto da piccole lastre di avorio, dove la sua padroncina riponeva i piccoli gioielli. Il cofanetto minuscolo ma raffinato conteneva al suo interno anche due pettinini in avorio e due piccolissimi specchi di argento.

    Anche se era tradizione che la ragazza alla vigilia delle nozze donasse a una Dea i suoi giocattoli, la bambola e anche la presenza della coroncina di mirto (pianta dei defunti) ci fanno dedurre che Crepereia morì poco prima di sposarsi e fu proprio a causa di questa morte precoce che è giunta fino a noi la sua pupa favorita, sua compagna di sepoltura.



    LA BAMBOLA DI COSSINIA

    Nel 1929, lungo la sponda destra dell’Aniene, a Tivoli, dove correva la Via Faleria, venne rinvenuta un’altra bambola, di avorio, somigliante a quella di Crepereia. Fu trovata dentro la tomba di Cossinia, o almeno si ritenne essere il suo corpo.

    Fanciulla di nobile famiglia tiburtina, quella dei Cossinii e vissuta tra la fine del II e gli inizi del III secolo, fu destinata, quasi bambina, al sacerdozio presso il tempio di Vesta a Tivoli.

    Dalle fonti sappiamo che quando morì aveva circa settantacinque anni e il popolo tiburtino le rese i massimi onori accompagnandola nel suo ultimo viaggio fino al sepolcro, che le fu assegnato con decreto del Senato.

    Il sepolcro di Cossinia è composto da due basamenti posti uno accanto all’altro, su quello di cinque gradini in travertino poggia il cippo funerario, databile intorno al I secolo, mentre sotto l’altro, di tre, si riteneva doveva essere stato inumato il corpo della vestale, anche se, gli scavi effettuati sotto il sepolcro non hanno rinvenuto nulla, mentre sotto il vicino basamento venne trovata una sepoltura.

    Era il corpo di una giovane ragazza, di cui non si conosce l’identità ma probabilmente di famiglia aristocratica, deposto in una tomba scavata nella terra e rivestita da lastre di marmo, accanto le era stata posta una bellissima bambolina di avorio con tutto il suo corredo.

    Il ritrovamento della tomba di una vestale è stato smentito dai nuovi esami antropometrici condotti sullo scheletro rinvenuto e che hanno rivelato appartenere ad un soggetto giovane e non ad una persona adulta di oltre settant’anni. A smentire che fosse il corpo di Cossinia c’è anche l’incongruenza tra la datazione del cippo e il periodo in cui visse Settimio Severo.

    La "pupa", oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, in Roma, è modellata come una fanciulla della sua epoca con i capelli pettinati e divisi in due pesanti bande che ricadevano sulle sue guance; fu scelta per lei la stessa acconciatura dettata da Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, durante i primi anni del suo impero (193-211 d.c.).

    Abbigliata alla moda e con un vestiario molto considerevole, era provvista di tutto quel corredo necessario a rappresentare una bambola “ricca”: braccialetti d’oro per polsi e caviglie e pesante collana d’oro con maglia a catena. Anche questa pupae possedeva un piccolo scrigno di pasta vitrea rosa con cerniere di rame.

    In ogni caso, oggi possiamo ammirare questa bambola perché venne sepolta insieme alla sua giovane padrona che qualcuno amava molto, tanto da metterle accanto la sua bambola preferita perchè le tenesse compagnia nell’aldilà.



    LA BAMBOLA DI GROTTAROSSA

    C'è un'altra pupa bellissima nel Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo di Roma. 
    Appartenne alla bambina di Grottarossa, ritrovata nel febbraio 1964 da un operaio che lavorava al cantiere di una villa. 

    L' avrebbe ignorata, come molti altri reperti la cui presenza, se dichiarata, poteva bloccare i lavori, ma nel vederla avvolta dal fango (il sarcofago era stato già distrutto (sig!) credette alla vittima recente di un delitto e avvisò la polizia.

    La bambina di Grottarossa, scavata e ripulita, mostrò un volto dalla pelle morbida, quasi rosata. 

    Le bende che le avvolgevano il corpo, emanavano un intenso profumo, che rimase per giorni sulle mani di chi osò toccarla, una mistura resinosa composta da mirra, aloe e trementina, con la quale il corpo era stato imbalsamato.

    Fu così a nord di Roma, a Grottarossa sulla Via Cassia, che durante i lavori in un cantiere edile, fu rinvenuto per puro caso il sarcofago marmoreo decorato con scene di caccia, con l’episodio di Enea e Didone del IV libro dell’Eneide.

    Dentro la tomba, piuttosto danneggiato durante i lavori di scavo, poichè evidentemente fecero prima gli operai del cantiere che quelli delle belle Arti, al suo interno fu trovata la mummia di una bambina del II secolo d.c., che si accertò poi morta di tubercolosi grosso modo dell’età di 8 anni.

    Appartenente ad una famiglia romana benestante e agiata, di cui non si conosce il nome, il corpo della “Mummia di Grottarossa”, era stata mummificato senza stranamente asportarle parti interne, infatti, avvolte al corpo, sono state rinvenute solo bende di lino impregnate di sostanze odorose e resinose, secondo l'uso del periodo imperiale in Egitto e in Medio Oriente.

    Forse la famiglia si era convertita al culto della Dea Iside e la bambina, fasciata in una pregiata tunica di seta cinese, era ornata di gioielli, tra cui una collana in oro e zaffiri, orecchini d’oro e smeraldi e un anello sempre in oro sul quale era incisa la figura di una vittoria alata.

    Accanto al corpo era adagiata una bambola in avorio con braccia e gambe articolate insieme ad alcuni vasetti di ambra rossa e piccoli amuleti.

    Attualmente, la “Mummia di Grottarossa,” è conservata, insieme al suo corredo, in un’apposita sala del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, dove è protetta da un’urna con temperatura ed umidità costantemente controllate, inoltre, con luci attenuate e filtrate.



    LA BAMBOLA DI VALLERANO

    Nel 1993 a Vallerano, lungo la Via Laurentina, a breve distanza del G.R.A. di Roma, è stata rinvenuta, all’interno di un sarcofago, un’altra ricca bambola, sempre in avorio, simile alle precedenti, sistemata accanto alla sua giovane proprietaria dell’età tra i 16 anni e i 18 anni che, anche se mancano le iscrizioni, è possibile collocare nella seconda metà del II sec. d.c..

    Sicuramente la giovane fanciulla, considerato il ricco corredo funebre, doveva appartenere ad una classe sociale elevata, non sappiamo però chi fosse né il perché della sua precoce morte.

    I preziosi reperti, rinvenuti nel sarcofago, hanno contribuito a collocare cronologicamente il periodo in cui visse la giovane, soprattutto, in base ai costumi e la moda dell’epoca che lo pongono al II secolo d.c.

    Si è risaliti a questa datazione grazie ad una reticella di seta che doveva ornare i capelli ricamata con fili d’oro che doveva ornare la defunta e che ci riporta alle stesse reticelle raffigurate negli affreschi di Pompei.

    Inoltre è stato rinvenuto un cammeo in ametista di raffinata fattura che richiama Palmira, la città della Siria, con cui Roma avviò rapporti di scambio sotto il periodo di Marco Aurelio, ci rivela più o meno lo stesso periodo.

    Invece nulla sappiamo del misterioso specchio contenuto nel sarcofago di cui non si è potuto capire nè lo stile nè l'epoca. E' conservata a Roma nel museo di Palazzo Massimo..



    LA BAMBOLA DI VOLOS

    Oltre alla produzione di bambole articolate in osso e avorio, documentate a partire dal II sec. d.c. a Roma e per lo più nella parte occidentale dell’impero, nei territori orientali si registra la presenza di figure femminili in osso di tipo diverso, rappresentate vestite con gli abiti incisi sul corpo, articolate alle spalle e spesso con le braccia piegate ad angolo retto ai gomiti. 

    A questo tipo si riferisce questa bambola snodata rinvenuta a Volos, in provincia di Grosseto, con gonna corta pieghettata e smerlata, corsetto a vita alta sostenuto da due cinghie incrociate sul seno e una corona sui capelli. Sul corpetto c'è una collana con pendaglio.



    BAMBOLA DI VIA DI CERVARA

    La bambola, del III sec. d.c. è scolpita in avorio ed è stata rinvenuta via di Cervara a Roma.

    La bambola è estremamente ricca e raffinata, con una preziosa pettinatura a onde e boccoli, e una treccia avvolta sulla sommità del capo, che la denota come una pettinatura patrizia.

    La Pupa ha braccia e gambe snodate, sguardo intenso e volto orientaleggiante.

    Sembra più la statua di una giovane Dea che non una pupa, l'antica bambola romana, che accompagnò per giunta una bambina, dell'età incerta tra i sei e i nove anni, nel suo ultimo viaggio, compagna eterna, o quasi, nel sarcofago di morte della piccola prematuramente morta.


    B. TARANTINA GRECA (sinistra)
    B. TARANTINA ROMANA (destra)

    LA BAMBOLA TARANTINA

    Le bambole tarantine sono di solito incise anche nelle vesti, bambole fittili con arti snodabili, utili a rendere il movimento nonché facilmente sostituibili in caso di rottura.

    Un esemplare notevole di questo tipo di oggetti, realizzato però in osso, proviene da Taranto ed è esposto al Metropolitan Museum of Art di New York. 

    Essa è particolarmente importante poiché costituisce il più antico esempio finora noto di una figurina greca con membra mobili ricavata utilizzando tale materiale (inizi del III secolo a.c.).

    Tale arte si trasmise poi ai romani che la tradussero con grande raffinatezza..



    LA BAMBOLA DELLA COLLEZIONE SAMBON

    La bambola è ricavata in osso, lavorato a incisione, la cui superficie è molto deteriorata e segnata da solchi.

    La mano destra manca quasi completamente.

    La bambola è composta da  un elemento unico per il torso e la testa, due elementi per le braccia, quattro elementi per le gambe, articolate al ginocchio. 

    La giovane donna, molto appiattita nella visione di profilo, ha la zona del bacino con il triangolo inguinale e l’ombelico, il seno piccolo, orecchie pronunciate; sul retro sono evidenziate le scapole, la colonna vertebrale e le natiche. 

    Sulla mano è incisa la suddivisione delle dita, i piedi sono calzati da bassi stivaletti.

    I capelli, suddivisi da una scriminatura centrale,  scendono fino al collo con due bande di ciocche ondulate; dietro sono pettinati verticalmente nella parte superiore, mentre le ciocche provenienti dal lato anteriore sono raccolte sopra la nuca in una bassa crocchia di chiome disposte in senso orizzontale. 

    L'epoca si riferisce a quella di Iulia Domna, datando la bambola all’età tardo-severiana, prima metà III secolo d.c.



    LA BAMBOLA DELLA DEFUNTA CRISTIANA

    L'uso della bambola sepolta accanto alla giovanissima defunta continuò anche in epoca del tardo impero ormai cristiano.

    Infatti nelle catacombe paleocristiane usava murare le bambole nei loculi dove venivano deposte le fanciulle.

    Tra gli esempi si possono ricordare alcune bambole dalle seguenti catacombe di Roma: 

    - catacombe di Priscilla sulla Via Salaria; 
    - catacombe di Novaziano sulla Via Tiburtina; 
    - catacombe di S. Ippolito sulla Via Tiburtina; 
    - catacombe di S. Agnese sulla Via Nomentana
    - catacombe dei Giordani sulla Via Salaria Nova.

    Poi la chiesa decise che nella tomba non ci fosse posto per cose futili come le bambole, e che fossero ammesse solo cose più serie e utili, come le immagini religiose cristiane.

    Così la tenera usanza finì.


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  • 02/11/18--06:00: HORTI LAMIANI
  • RITROVAMENTI DEGLI SCAVI DEL 1800

    "Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e dei costruttori sul suolo di Roma ...Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie ...
    Il piccone, la cazzuola e la mala fede erano le armi. 
    E, da una settimana all'altra ... 
    sorgevano sulle fondamenta riempite di macerie le gabbie enormi e vacue, crivellate di buchi rettangolari, sormontate da cornicioni posticci, incrostate di stucchi obbrobriosi."

    (GABRIELE D'ANNUNZIO)


    AREA DEGLI HORTI LAMIANI COMPRENDENTI
    L'ODIERNA PIAZZA VITTORIO E PIAZZA DANTE




    Nel cuore dell’Esquilino, la  Casa ed i giardini di L. Ælius Lami, console nell'anno 3 d.c. si confondono con i giardini di Maia ( Horti Lamiani et Maiani ).

    Gli Horti Lamiani, di grande rilievo storico e topografico, erano situati sulla sommità del colle Esquilino a Roma, nell'area dell'attuale piazza Vittorio Emanuele II e dintorni, esattamente tra la via Labicana a nord e la via Merulana, che segnava il confine con gli Horti di Mecenate.

    Delimitavano un fianco della casa ed i giardini di Lucius Aelius Lamia la Via Merulana, un lunghissimo portico e la piscina semi-circolare di un ninfeus.

    Inizialmente di proprietà di Lucio Elio Lamia, questi Horti furono trasferiti poi nel demanio imperiale forse già sotto Tiberio (14-37 d.c.).

    In seguito vennero acquisiti da Caligola (37-41 d.c.), che vi stabilì la propria residenza e vi fu anche seppellito per breve tempo dopo la morte, prima che venisse traslato nel Mausoleo di Augusto.



    Lucio Elio Lamia 

    Lucio Elio Lamia fu il console romano, del 3 d.c., che ebbe come collega Marco Servilio e che dette il nome agli Horti di sua proprietà. Servì come governatore dal 4 al 6 d.c. in Germania poi in Pannonia. Nel biennio 15-16 fu proconsole in Africa. Anche se fu nominato nel 21 governatore della Siria (carica che mantenne fino al 32 d.c.), di fatto Tiberio gli impedì di visitare la provincia. Dal 32 d.c. alla morte servì Roma con la carica di praefectus urbi.

    La gens degli Aelii Lamiae si era creata una genealogia mitica che la faceva risalire a Lamo, re dei Lestrigoni. Al console del 3 d.c., amico intimo dell’imperatore Tiberio, può farsi risalire la cessione delle proprietà ubicate a Roma sul colle Esquilino (Horti Lamiani) al demanio imperiale.

    Per gli anni 15-16 Lucio ebbe invece la carica di proconsole in Africa. Anche se fu nominato nel 21 governatore della Siria, mantenendo la carica fino al 32, di fatto Tiberio gli impedì perfino di visitare la provincia volendolo al suo fianco. Così nel 32 d.c. gli diede una nuova e importantissima carica, quella del praefectus urbi, senonchè Lucio morì all'incirca una anno dopo.

    Patercolo narra che fosse intimo amico di Tiberio tanto che gli cedette, evidentemente nel testamento, gli Horti Lamiani di sua proprietà che passarono così al demanio imperiale. Svetonio narra che gli Horti passarono all'imperatore Tiberio in un anno indefinito che va dal 14 al 37, ma la cosa più probabile è che passasse nel 32, cioè con la morte di Lucio.

    Il successore di Tiberio, Caligola (37-41), amò talmente la residenza che vi si stabilì e vi fu anche seppellito per breve tempo dopo la morte. Sappiamo inoltre che erano confinanti con gli Horti Maecenatis e che sotto Claudio (41-54) gli Horti Lamiani vennero uniti agli Horti Maiani e amministrati da un apposito soprintendente, "procurator hortorum Lamianorum et Maianorum".



    IL SITO

    DISCOBOLO LANCELLOTTI RITROVATO NEGLI HORTI LAMIANI
    Il sito fu a partire dal XVI secolo teatro di importanti scoperte archeologiche ed antiquarie, come il Discobolo Lancellotti al Museo Nazionale Romano e le "Nozze Aldobrandini" alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

    Ma la maggior parte delle scoperte avvennero sul finire del XIX secolo durante i lavori di urbanizzazione del Nuovo Quartiere Esquilino, quando furono documentati da Rodolfo Lanciani in maniera frammentaria ed affrettata alcuni nuclei della proprietà imperiale, poi sacrificati sotto la spinta dell'urgenza edilizia.

    Le decorazioni del complesso imperiale includevano pregevoli affreschi con pitture di giardino, rivestimenti architettonici in crustae marmoreae realizzate con raffinati intarsi di marmi colorati e decorazioni parietali in bronzo dorato con gemme incastonate.

    Il complesso ha anche restituito importanti gruppi scultorei, come la ben nota Venere Esquilina assieme a due ancelle (in realtà oggi si crede siano Muse) ed il ritratto di Commodo-Ercole fiancheggiato da Tritoni marini (entrambi ai Musei Capitolini).

    Altri importanti ritrovamenti scultorei collegabili con la residenza imperiale avvennero nella zona di piazza Dante (cosiddetto Ephedrismòs ai Musei Capitolini) e presso il complesso termale di via Ariosto (statue alla Centrale Montemartini).

    La villa si articolava scenograficamente in padiglioni e terrazze, adattandosi all'altimetria dei luoghi secondo il modello culturalmente egemone della reggia di tradizione ellenistica armonicamente inserita nel paesaggio naturale.

    FINISSIMA PAVIMENTAZIONE DELLA DOMUS DEGLI HORTI LAMIANI


    LANCIANI

    "Gli Horti mecenaziani  furon vicini ai Lamiani, abitati spesso da Caligola, ne' quali fu sepolto. Svetonio nel e. Sq. Cnda - er ejus clam in hortos Laniiaìios asportatimi, et tumultuario rogo semi ambustum levi cespite obrutam est - ; dei quali cosi Filone testifica nel libro - De legatione ad Cajutn: yjrcersens duorum, hortorum curatores Mcecenatis, et Lainice, propinqui auteni sunt intcr se, et Urbi, etc. - ove non dia noja il sentirli fuori della città, poiché essendo in quel tempo difficilissimo, come Dionisio scrive, riconoscere il dentro, e 'l di fuori delle mura di Roma occupate, ed occultate da Fabriche, Filone forastìero, e mal pratico della Città, stato prima negli Orti di Agrippina, che eran fuori nel Campo Marzo, dal veder le verzure continuate facilmente apprese, che fossero fuori anch essi 5 o per modo di parlare volle dirli vicini al più abitato. 
    Or se vicini erano gli uni agli altri, i Lamiani certamente furono o presso Santa Maria Maggiore, o più tosto, se piace immaginarli presso al sito della casetta già famosa degli Elii, tra i trofèi di Mario, Santa Bìbiana, e San Matteo".

    La parte orientale del colle Esquilino, oggi caratterizzata dai palazzi del grande quartiere costruito dopo il 1870, è stata per secoli il giardino di Roma: fin dalla fine del XVI secolo, infatti, gli aristocratici vi avevano costruito residenze favolose immerse nel verde.

    Queste splendide ville suburbane spesso sorgevano sugli stessi luoghi dove, più di mille anni prima, i potenti romani avevano realizzato le loro ville con giardini (horti), secondo una moda inaugurata da Lucullo sul Pincio e da Mecenate proprio sull'Esquilino.

    Villa Magnani e la Vigna Altieri sul luogo degli horti liciniani, Villa Palombara e parte di Villa Altieri nell'area degli Horti Lamiani. Per un'idea della zona, gli Horti Lamiani e quelli Maiani confinavano con gli Horti di Mecenate.



    LE TESTIMONIANZE

    VENERE ESQUILINA
    Nella Dissertazione sulle statue appartenenti al mito di Niobe stampata in Firenze l'anno 1779, il Fabroui dà le notizie seguenti relative alla scoperta del gruppo famoso, tolte da documenti dell' archivio mediceo.

    Il nome de' cavatori è Valerio da Rieti, Ceccuccio da Modena, e Paolo milanese. La vigna dove si sono trovate è attaccata alla vigna di messer lerouimo Altieri, e dall' altra parte confina con la vigna di messer Giov. Battista Argenti e innanzi la via publica che va a porta maggiore, appresso s. Giov. Laterano. 
    I nomi delli patroni della vigna e delle statue si chiamano uno Gabriele, l'altro Thomaso dcThomasini da Gallese. Le dette statue si trovano in casa delli detti Thomasini, in un tinello attaccato al giardino loro e cortile -

    [da scheda d'altro carattere] - Francesco de Lotti milanese, Valerio de Pedoni da Rieti Bartolomeo di Gio: Antonio Milalanese, cavatori. Statue n. 13 della Niobia. La Lotta (i due giovinetti stramazzanti) che sono senza testa -

    [Lettera del Pernigoni al sig. Girolamo Varese] -  Queste sono il numero delle statue. 15. computato l'Allotta perdei, e la Niobia per doi. 
    Oltre alle 15. vi è un torso quale è rimasto alla vigna, e non potrà servir per altro che ad acconciar le altre... 24 giugno 1583 » Il quarto dei cavatori ascese a scudi 450, i tre quarti del Tommasini a scudi 1350. -

    "La vecchia città, col suo indescrivibile fascino e la sua quasi opprimente massa di memorie storiche e tradizionali, si sta vanificando sotto i nostri occhi ed una nuova capitale, sul tipo di Livorno con larghi viali, chioschi e fontane, sta sorgendo sulle rovine della vecchia. 
    Menzionerò solo un capitolo di questi annali di distruzione: la perdita della squisita corona di ville e giardini che circondava la città e la rendeva nel mondo quasi unica nel suo genere."

    (RODOLFO LANCIANI)



    VILLA PALOMBARA SOPRA GLI HORTI LAMIANI

    La Villa di Palombara, costruito tra il 1655 e il 1680 per la residenza di Massimiliano Palombara marchese di Pietraforte, era edificata sopra un antico edificio romano, la Mostra dell'acqua Iulia o i trofei di Mario che qui si trovavano.
    Al suo interno vennero trovati immensi tesori come decori, pavimenti e statue in marmo, tutto demolito o asportato e disperso, statue comprese elargite anche a stati stranieri.


    VILLA PALOMBARA IN UN AFFRESCO D'EPOCA - LA VILLA E' STATA DISTRUTTA

    Oddone Palombara, marchese di Pietraforte, aveva acquistato nel 1620 dal precedente proprietario, il duca Alessandro Sforza, con lo sborso di 7.000 scudi (pari a lire 35.000) le fabbriche, i terreni e le statue, tra cui quella del discobolo.

    Esaminando la pianta di Roma del Noili del 1748, si rileva che il latifondo aveva la forma d'un esagono irregolare che si estendeva, in lunghezza, dal cancello settentrionale del giardino di piazza Vittorio Emanuele fino al viale Manzoni; e, in larghezza, dal cancello meridionale del detto giardino fino alla via Merulana.

    IN GIALLO LA VILLA, IN BLU IL PERIMETRO
    DELL'ATTUALE PIAZZA VITTORIO
    Secondo una leggenda, un pellegrino ospitato per una sola notte cercò nei giardini della villa Palombara un’erba per la produzione dell'oro.

    Il mattino dopo se ne andò lasciando delle pagliuzze d’oro e una carta piena di simboli che dovevano contenere il segreto della pietra filosofale.

    Il marchese Palombara fece incidere sulle cinque porte della dimora il manoscritto, ma a noi è rimasta solo una porta. 

    In realtà il marchese di Palombara si interessò effettivamente di alchimia, ma non di quella truffaldina della ricerca dell'oro commerciale, bensì di quella autentica che ricercava l'oro interiore, e la prova sta nella scritta lasciata sul portale a noi pervenuto.

    Ai tempi una ricerca interiore poteva facilmente portare a un'accusa di magia e quindi sul rogo, per cui i veri alchimisti parlavano per enigmi.

    In realtà l'alchimia andò a sostituire i famosi Sacri Misteri, quelli che vissero sul Mediterraneo per circa 1500 anni, destinati non alla massa, ma ai pochi che non si accontentavano delle religione proposte e volevano capire la verità, di se stessi e del mondo.

    Ai lati della porta sono stati posti due statue della stessa divinità egizia, provenienti dagli sterri del Quirinale, del 1888, immagini del Dio Bes, divinità della natura e della riproduzione, come Priapo, o il satiro ecc., di epoca romana e provenienti dal tempio di Serapide.

    VILLA ALTIERI IN UN'ANTICA STAMPA


    VILLA ALTIERI SOPRA GLI HORTI LAMIANI

    Villa Altieri sta tra via Emanuele Filiberto, via Statilia e viale Manzoni, costruita intorno al 1660 come casa di villeggiatura per il cardinale Paluzzo Albertoni Altieri nella vigna sull'Esquilino.

    VILLA ALTIERI OGGI
    La struttura originale aveva nella facciata anteriore una grande scala a due rampe semicircolari arricchite di statue,  con una fontana a parete con due delfini e due tritoni,  che si congiungevano in una loggia con porta-finestra e una fontanina, rubata nel 1990, di cui resta la tazza inferiore ovale ed il sostegno centrale; anche le statue sono scomparse.

    La facciata posteriore dava su una terrazza dalla quale si scendeva su una seconda che, attraverso scale laterali, portava ad un vasto parco, abbellito da antiche statue, giochi d'acqua e dal celebre labirinto circolare di siepi di bosso con un pino al centro, il tutto venduto o abbattuto per farne edifici.

    Tutta la palazzina è stata danneggiata, soprattutto per la scomparsa dei dipinti provenienti dal sepolcro dei Nasoni, scavato nel 1764 sulla via Flaminia e risalente all'epoca di Marco Aurelio.
    Oggi l'edificio snaturato e deturpato (sig!) è diventato scuola pubblica.



    I RITROVAMENTI

    scavi dell'800

    A partire dal XVI sec. si reperirono in loco importanti reperti, come il Discobolo Lancellotti al Museo Nazionale Romano e le "Nozze Aldobrandini" alla Biblioteca Apostolica Vaticana, ma la maggior parte delle scoperte avvennero sul finire del XIX sec. per la nuova urbanizzazione del regno d'Italia, come ebbe ad osservare Lanciani che fu spettatore dello scempio perpetrato.

    Il complesso imperiale sottostante alla piazza Vittorio comprendeva affreschi con pitture di giardino, rivestimenti architettonici in crustae marmorea con intarsi di marmi colorati, e decorazioni parietali in bronzo dorato con gemme incastonate.

    Tra le sculture la famosa Venere Esquilina con due Muse, la Commodo-Ercole fiancheggiata da Tritoni marini (entrambi ai Musei Capitolini). A piazza Dante si rivenne l' Ephedrismòs (Musei Capitolini) e presso  le terme  di via Ariosto, col mosaico di s. Bibiana e altre statue.

    La villa si articolava scenograficamente in padiglioni e terrazze, degradanti on ringhiere marmoree, statue, fontane e vasi istoriati.

    IL FAUNO - ALTRI RITROVAMENTI DEGLI HORTI
    « Ho visto una galleria di settantanove metri di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro e il soffitto sorretto da ventiquattro colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhi di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d'oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro, incorniciati da paste vitree verdi. 

    Nelle pareti di essa erano tutt'intorno vari getti d'acqua distanti un m l'uno dall'altro, che dovevano incrociarsi in varie guise, con straordinario effetto di luce. Tutte queste cose furono scoperte nel novembre del 1875»

    (Rodolfo Lanciani, Fascino di Roma antica, Roma, Quasar, 1986, p. 156)

    Le scoperte descritte riguardano i rinvenimenti effettuati tra piazza Vittorio Emanuele II e piazza Dante: oggi purtroppo nulla è più visibile, perchè tutto è sparito nel nulla, come spesso accade nel nostro patrimonio archeologico.

    Nei pressi degli stessi luoghi fu rinvenuto nel 1874 un gruppo di capitelli di lesena, con lavorazione raffinatissima, una lastra di marmo rosso antico (marmo del Tenaro) con una decorazione ad intarsio di pietre di vari colori. Un lusso straordinario degno di un Caligola.

    Nel dicembre dello stesso anno durante i lavori del sistema fognario di via Foscolo, il terreno cedette scoprendo una camera sotterranea piena di statue: una enorme testa di Bacco coronata di edera e corimbi, il corpo semidisteso del Bacco stesso,  i busti di due Tritoni, con tracce di doratura sui capelli, il magnifico busto di Commodo, le due statue di Muse e la statua di Venere che si prepara ad entrare nel bagno allacciandosi un nastro intorno ai capelli e infine molti pezzi di altre sculture: braccia, gambe, mani e teste.

    Secondo Lanciani queste sculture
    « dovevano essere cadute per la rottura delle volte del piano superiore che era il piano nobile dell'edifizio e trovavasi al livello del suolo antico»

    (Rodolfo Lanciani, Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 3, 1875, p. 14)

    Ma per le datazioni diverse si pensa a un deposito per la ristrutturazione dell'edificio o a un trasloco.
    Molti degli oggetti provengono dalla Grecia, come due stele funerarie e il gruppo dell'Ephedrismòs del IV sec. ac.  con due fanciulle intente alla “corsa alla cavallina”.

    La scultura fu rinvenuta nel 1907 in piazza Dante durante i lavori per la costruzione del Palazzo delle Poste
    « che hanno rimesso in luce un gran complesso di edifici, a quanto pare, di epoca bassa, costruiti con materiale vecchio e con frammenti di marmi scolpiti»
    (Lucio Mariani, L'Ephedrismòs di piazza Dante, Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 35, 1907, p. 34)



    DOPO I PAPI I SAVOIA


    DIONISO
    Purtroppo il progetto di Roma Capitale fu una distruzione totale per tante aree romane.

    Verso la fine dell'800 i Savoia edificarono a Roma tanti bei palazzi, infischiandosene però di ciò che c'era sotto. I reperti venivano recuperati ma le domus venivano distrutte.

    Per giunta la maggior parte delle bellezze ornamentali solo in parte furono riutilizzate, perchè molto venne venduto all'estero o distrutto.

    Nel 1804 la villa sorta sugli horti Lamiani diventò proprietà del principe Carlo Massimo. Nel 1873 viene espropriata e distrutta.

    I primi scavi nell'area degli Horti Lamiani risalgono alla fine del XIX sec. e rimisero in luce i resti di un grande ed articolato complesso di edifici.

    Dalle notizie d'archivio e dalle piante dei ritrovamenti sulla base della preziosa e monumentale Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani è possibile ricavare un quadro approssimativo dello sviluppo edilizio della villa.

    Lanciani fu il supervisore dello scavo eseguito dalla Commissione Archeologica Comunale di Roma e lasciò una vivida testimonianza delle attività di scavo archeologico dell'area:

    Ho visto una galleria di 79 m di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro e il soffitto sorretto da ventiquattro colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhi di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d'oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro, incorniciati da paste vitree verdi. 

    Nelle pareti di essa erano tutt'intorno vari getti d'acqua distanti un metro l'uno dall'altro, che dovevano incrociarsi in varie guise, con straordinario effetto di luce. Tutte queste cose furono scoperte nel novembre del 1875” (Rodolfo Lanciani, Fascino di Roma antica, Roma 1986: 156).
    Le scoperte descritte riguardano i rinvenimenti effettuati tra piazza Vittorio Emanuele II e piazza Dante: oggi purtroppo nulla è più visibile.

    COMMODO
    In realtà la concentrazione in un unico vano di un gruppo di opere di natura e datazione assai diverse, piuttosto che alla decorazione di un unico ambiente, fa pensare ad un deposito in occasione di una ristrutturazione dell'edificio o per proteggerle da un pericolo imminente.

    Nel momento in cui fu deciso l'abbattimento di tale edificio, nel 1874, gli archeologi, negli scavi in via Ariosto, avevano rinvenuto un piccolo impianto termale del III sec., databile attraverso i bolli di mattone agli ultimi decenni del III sec. d.c.

    Così gli archeologi si trovarono davanti una moltitudine di frammenti di con i quali fu possibile addirittura ricomporre una raffinatissima tazza di fontana di età tardo repubblicana decorata con elementi vegetali inseriti all'interno di un disegno creato da tralci d'acanto.

    Dai muri delle terme riapparvero altri frammenti di sculture e un'iscrizione che in origine doveva appartenere alla base di una statua con la firma di un artista di Afrodisia. Le sculture conservavano tutte tracce di colore e di doratura.

    Nei pressi degli stessi luoghi fu rinvenuto nel 1874 un gruppo di capitelli di lesena, probabilmente a decorazione di uno degli ambienti descritti; la lavorazione è raffinatissima, una lastra di marmo rosso antico (marmo del Tenaro) accoglie una decorazione ad intarsio di pietre dai colori contrastanti. Un lusso stupefacente degno di un imperatore “eccessivo” come Caligola.

    CHITONE
    Nel dicembre dello stesso anno durante i lavori di realizzazione del sistema fognario di via Foscolo, il terreno cedette e diede accesso ad una camera sotterranea piena di statue.

    La prima a comparire fu una testa di Bacco semicolossale, coronata di edera e corimbi; poco a poco lo scavo fu allargato e vennero alla luce altre sculture: il corpo semidisteso del Bacco, di cui era stata in precedenza trovata la testa; i busti di due Tritoni, sui capelli dei quali erano conservate tracce di doratura; il magnifico busto di Commodo e le varie parti della complessa allegoria che costituisce la sua base.

    Sempre nello stesso ambiente furono rinvenute anche due statue di Muse e la statua di Venere che si prepara ad entrare nel bagno allacciandosi un nastro intorno ai capelli e infine molti pezzi di altre sculture: braccia, gambe, mani, teste.

    Secondo Lanciani queste sculture “dovevano essere cadute per la rottura delle volte del piano superiore che era il piano nobile dell'edifizio e trovavasi al livello del suolo antico” (Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 3, 1875: 14).

    Dai muri delle terme riapparvero altri frammenti di sculture e un'iscrizione che in origine doveva appartenere alla base di una statua con la firma di un artista di Afrodisia. Le sculture conservavano tutte tracce di colore e di doratura.

    Sappiamo che nel XVII secolo sull'area degli Horti Lamiani è stata costruita Villa Palombara, poi demolita per far posto a Piazza Vittorio.

    Molti degli oggetti ritrovati negli horti provengono dalla Grecia e testimoniano il gusto raffinato dei proprietari della villa. Tra questi due stele funerarie e un singolare gruppo dell'Ephedrismòs databile al IV secolo a.c. proveniente dalla città di Tegea con due fanciulle intente alla “corsa alla cavallina”.

    La scultura fu rinvenuta nel 1907 in piazza Dante durante i lavori per la costruzione del Palazzo delle Poste “che hanno rimesso in luce un gran complesso di edifici, a quanto pare, di epoca bassa, costruiti con materiale vecchio e con frammenti di marmi scolpiti

    (Lucio Mariani, L'Ephedrismòs di piazza Dante, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 35, 1907: 34).



    RODOLFO LANCIANI


    EFESO
    1568, 10 maggio. 
    Gli Agostiniani di s. Matteo in Merulana concedono al magnifico Andrea del Fonte e compagni licenza di scavare nel sito degli Orti Lamiani. Ora la vigna Fusconi (Pighinì) da Norcia, che fu più tardi tagliata in due dalla via nuova Merulana di Gregorio XIII, è quella famosa per la scoperta del Meleagro Vaticano, che ho descritta con abbondanza dì particolari nel tomo precedente. Vedi Vacca, Mem. M: 

    Laddove del vescovo di Norcia, ora de' Pighinì, fu trovato nella loro vigna, posta tra s. Matteo e s. Giuliano ... e l'anno passato (1593) vi si trovarono delle altre statue ". 

    Lo stesso ripete il Bartoli : « a 3. Giuliano, vicino li trofei di Mario, fu cavato il bellissimo Adone De Pichini, con altri pezzi di statue di mirabile maniera ed artificio». 

    Stefano Pernigoni vende a Pasquale Vezio una sua vigna con anticaglie nel sito dei giardini Lamiani. 

    « In nome d'Iddio A di 28 di settembre 1580. M. Stefano pernigoni del frioli Cittadin romano padrone et possessore de Una Vigna posta alla strada nuova tra la Chiesa di S. Maria Maggiore et san Giovan laterano, incontro alla Vigna dell'ill. Cardinal de Cesi, di pezze sette in circa con una Casetta Pozzo et Vasche confinata da una Banda con la Vigna di Monsig. Vescovo d'Aquino et da tutte l'altre bande le strade publiche libera da ogni Carico et da ogni Censo promette di vendere et d'adesso vende detta Vigna con tutte sue appartinenze et detta vendita fa per prezzo di scudi Mille et settantacinque di moneta à giuli dicei per scudo, à M. Pasqual Vetio da Segni. 

    Si dichiara clie il Vendetore si riserba doi Migliara de Mattoni novi che stanno in detta Vigna et Una Colonna scannellata di Marmo, parimenti esistente in detto luogo: in Roma detto di 28 di Settembre 1580 » 

    [Not. Prospero Campano, prot. 447, e. 67-68]. 


    Questo documento è di molto valore perchè lo Stefano Pernigoni, la cui vigna occupava il cuore stesso degli orti Lamiani, a confine con la vigna Fusconi da Norcia, è uno dei personaggi che hanno preso parte al ritrovamento del gruppo dei Niobidi, descritto a p. III: anzi pare che si fosse costituito intermediario tra gli scopritori che furono i fratelli Tomraasini da Gallese, e l'acquirente che fu il card. Ferdinando de' Medici.

    Vedi i documenti raccolti dal Fabroni, Dissert. sulle statue appartenenti alla favola di Nlobe p. 20 e seg. È possibile che a questa vigna Pernigoni si riferisca il ricordo: 

    « In una... vigna incontro alla detta (Fusconi) vi fu trovato un Seneca di marmo nero, con altri frammenti di statue, ed alcuni pezzi di termini »
    (Vedi Visconti, Mus. Borghes. tomo III, tav. 83)

    Io credo che alla scoperta dei Niobidi debba collegarsi in qualche modo l'altra accennata dal Vacca, Mera. 23:

    Non molto lontano (dai ss. Pietro e Marcellino) nella vigna di Francesco da Fabriano vi furono trovate sette statue nude di buona mano, ma gli antichi moderni le avevano in molti luoghi scarpellate . . . Vi furono trovati ancora molti condotti antichi di piombo e di terracotta". 

    (Sulla scoperta delle " Nozze Aldobrandine " avvenuta al tempo di Clemente Vili, vedi Zaccato, Idea de Pittori, libro II, p. 37)



    FABRONI

    Nella Dissertazione sulle statue appartenenti alla favola di Niobe stampata in Firenze l'anno 1779, il Fabroui dà le notizie seguenti relative alla scoperta del gruppo famoso, tolte da documenti dell'archivio mediceo. 

    Il nome de' cavatori è Valerio da Rieti, Ceccuccio da Modena, e Paolo milanese. 


    La vigna dove si sono trovate è attaccata alla vigna di messer lerouimo Altieri, e dall' altra parte confina con la vigna di messer Gio: Battista Argenti e innanzi la via publica che va a porta maggiore, appresso s. Gio. Laterano. 


    I nomi delli patroni della vigna e delle statue si chiamano uno Gabriele, l'altro Thomaso dcThomasini da Gallese. Le dette statue si trovano in casa delli detti Thomasini, in un tinello attaccato al giardino loro e cortile:

    « Statue n. 13 della Niobia. La Lotta (i due giovinetti stramazzanti) che sono senza testa" . 

    [Lettera del Pernigoni al sig. Girolamo Varese] « Queste sono il numero delle statue. 15. computato l'Allotta perdei, e la Niobia per doi. 
    Oltre alle 15. vi è un torso quale è rimasto alla vigna, e non potrà servir per altro che ad acconciar le altre... 24 giugno 1583» 

    Il quarto dei cavatori ascese a scudi 450, i tre quarti del Tommasini a scudi 1350. 


    Scavi del 2000

    Recenti scavi del 2006-2009 sotto la sede dell'ENPAM hanno rimesso in luce alcuni settori finora sconosciuti degli Horti Lamiani, prossimi all’area dove Lanciani aveva documentato un lungo criptoportico dotato di un pavimento in alabastro e di preziose decorazioni parietali, scandito da colonne in marmo giallo antico con basi in stucco dorato, il cui arredo trova riscontro nella testimonianza delle fonti letterarie.

    Il nuovo settore individuato sotto la sede dell'ENPAM si sviluppa intorno ad un’aula di rappresentanza (400 m²), originariamente rivestita da sectilia, dotata di ambienti di servizio e d’una fontana.

    Il complesso, riferibile a diverse fasi edilizie, è articolato in terrazze-giardino contenute da strutture in opera reticolata, con un tratto di strada basolata connessa alla via Labicana, forse il limite della proprietà.

    L’aula va attribuita agli interventi di Alessandro Severo (222-235 d.c.), testimoniati all’Esquilino anche dalla costruzione dei "Trofei di Mario" (Nymphaeum Alexandri) e da alcune fistulae aquariae che provano l’esistenza d’un complesso rientrante nel patrimonio personale dell’imperatore; raffinatissimi i centinaia di frammenti d’intonaci dipinti e i materiali decorativi di pregio, databili a partire dall’impianto della residenza imperiale e recuperati nel corso dello scavo.

    Il nuovo settore può collegarsi al complesso scoperto da Lanciani per il ritrovamento di elementi marmorei decorativi identici a quelli venuti in luce nel XIX secolo, oggi conservati nei Musei Capitolini.

    I livelli più antichi sono da riferire alle fasi d’impianto della villa e, ancor prima, alla necropoli esquilina, ben attestata dalle fonti letterarie e in età moderna dagli studi di Giovanni Pinza. In tempi recentissimi, i lavori per la Linea A della Metropolitana hanno permesso la scoperta di un nuovo settore degli horti in corrispondenza all'angolo sud-orientale di piazza Vittorio Emanuele II.

    Alcuni degli edifici tardo repubblicani poggiano sui resti di un recinto sepolcrale costruito in opera quadrata di blocchi di tufo; questo sembra confermare i dati attestati nelle fonti antiche, secondo cui gli horti dell'Esquilino sarebbero sorti in seguito ad un intervento di bonifica dell'antica necropoli da parte di Gaio Cilnio Mecenate.

    Altri ritrovamenti collegabili con la residenza imperiale sono avvenuti nel corso degli scavi di ammodernamento della Metropolitana di Roma (Linea A) nel quadrante sud-est dei giardini di piazza Vittorio Emanuele II fra gennaio 2005 e novembre 2006.

    Lo scavo della Soprintendenza ha indagato un'area di 160 m² nella quale sono stati trovati degli ambienti in cui si succedono ben sette fasi edilizie, tra gli ultimi decenni del I sec. a.c. e l'età tardo antica.



    OGGI

    Scoperto il settore di una villa appartenuta all’imperatore Caligola all’Esquilino.
    Il ritrovamento è avvenuto a Piazza Vittorio e riguarda un nuovo settore degli Horti Lamiani, appartenuti ad un console del 3 d. c. e all’imperatore Caligola, risparmiati dalle demolizioni ottocentesche per la costruzione del quartiere.

    La scoperta è stata fatta nel corso dei lavori per la realizzazione di un edificio destinato a diventare la nuova sede dell’ente di previdenza dei medici e che prevede, tra l’altro, 6 piani di parcheggio interrato. Le indagini archeologiche hanno consentito di scoprire una grande aula a destinazione pubblica originariamente pavimentata con lastre marmoree, poi trafugate, e alcuni ambienti di servizio, di cui uno pavimentato a mosaico. Ritrovato anche un tratto di una via basolata connesso all’antica via Labicana, così come un ingresso monumentale, marcato da una scala in marmo posta al centro di due lunghi muri.

    Nel corso degli scavi sono emersi rivestimenti marmorei, monili d’oro, gemme (cristalli di rocca, ametiste, corniole, peridoti e lapislazzuli), e pregevoli intonaci pertinenti agli arredi della villa. In particolare capitelli con marmi e calcari colorati, alcuni identici a quelli già attribuiti ad un fastoso corridoio rinvenuto al di sotto di via Emanuele Filiberto ed oggi esposti ai Musei Capitolini.


    Scavi 2013

    Scavando attorno al Palazzo delle poste si sono rivenuti due livelli si edificazione romana, tra cui un muro adrianeo come testimoniato dai bolli del laterizio, che doveva senz'altro far parte degli Horti Lamiani. Gli scavi sono tuttora in corso d'opera.


    Scavi 2017

    Ancora parti degli Horti Lamiani

    VOLTA GATTI  (Piazza Dante)

    Piazza Dante

    l’ultima scoperta archeologica solo una settimana fa, un pavimento a mosaico «che rappresenta paesaggi e giardini», e gli scavi, che hanno già portato alla luce una sala semicircolare affrescata degli Horti Lamiani (denominata «Volta Gatti» dal nome del primo scopritore Giuseppe Gatti agli inizi del ‘900) dureranno ancora due settimane al di sotto dell’edificio della Cassa Depositi e Prestiti.
    La scoperta è importante: un’aula ben conservata nelle sue decorazioni, dalle prime in pasta vitrea alle ultime che riprendono i decori della Domus Aurea. Per cui per questi Horti di un aristocratico del I secolo, Lucio Elio Lamia, si può parlare di una sorta di Domus Aurea prima di quella di Nerone, che adesso è al sicuro in grandi casse e che sarà «de-localizzata». 

    La sistemazione ideata dalla Soprintendenza e dall’architetto Stefano Borghini è sulla stessa piazza, ridisegnata secondo il sottostante tracciato archeologico, con scalee per riprendere l’ aspetto dei giardini imperiali, e con un edificio in muratura circolare, per contenere la curva della sala all’interno, con una parte vetrata anche per proiezioni multimediali che raccontino le meraviglie di questi primi edifici al di là delle Mura Serviane. 



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  • 02/12/18--05:16: BATTAGLIA DI LAUTULAE

  • La battaglia di Lautulae fu combattuta nella zona dell'odierna Terracina, secondo alcuni sulla costa in una località dove sgorgano quattro sorgenti (da cui il nome); secondo altri sui monti nei pressi di Fondi, in località Acquaviva, anche questa munita di sorgenti, come indica il nome. Per altri ancora di trattava di una zona termale.



    LA II GUERRA SANNITICA

    Nel 315 a.c. i Romani stavano combattendo la II guerra Sannitica, riconquistando territori e sottomettendo tribù, desiderosi di cancellare l'onta di sei anni prima, ancora vivissima nei romani, quando avevano subito l'infamante sconfitta delle Forche Caudine con l'umiliante giogo a cui avevano dovuto sottoporsi.

    La guerra fra Romani e Sanniti era accanita in Campania e nel Sannio ma non pendeva decisamente dalla parte di un contendente. Le legioni romane avevano riconquistato Saticola, che in seguito alle Forche Caudine si era consegnata ai Sanniti. Ma c'era un fatto nuovo e molto inquietante, i Sanniti non solo avevano espugnato Plistica, precedentemente presa dai Romani, ma avevano convinto gli abitanti di Sora a trucidare i coloni romani che vi vivevano. Per i romani era un'onta ulteriore.

    I Sanniti intanto, bellicosi e fieri, arruolarono nell'esercito ogni uomo in età di combattere. Roma d'altronde fece quel che era suo costume in tempi pericolosi: nominò un dittatore. La scelta cadde  su Quinto Fabio Massimo Rulliano, che si fece affiancare come maestro della cavalleria Quinto Aulio Cerretano. I consoli romani Lucio Papirio Cursore e Quinto Publilio Filone rimasero così a Roma, mentre la guerra era condotta da Fabio Massimo.



    QUINTO FABIO MASSIMO RULLIANO

    La scelta era stata molto particolare perchè è vero che nel 324 a.c. Fabio, Magister Equitum, aveva vinto nettamente contro i Sanniti a Imbrinium, ma aveva contravvenuto agli ordini del dittatore Lucio Papirio Cursore, che, partendo per Roma, gli aveva ordinato di non attaccare il nemico in sua assenza.

    Il reato era gravissimo e punibile con la morte, così Fabio chiese la protezione dell'esercito, ma questi la negò. Data l'importanza della milizia a Roma, e dato l'obbligo di avere un cursum honorum per adire a una carica pubblica, unito al fatto che i generali romani consecutori di vittorie erano letteralmente adorati dal popolo, ogni legionario sognava di diventare un comandante dell'esercito e di guidare una battaglia conseguendo la vittoria e la gloria.

    Questa è la ragione per cui Lucio Papirio si era raccomandato di non vincere rubandogli la vittoria. La stessa ragione per cui Quinto Fabio aveva fatto di testa sua conscio delle sue ottime qualità di condottiero.

    A questo punto Fabio fuggì dall'accampamento e corse a Roma, per ottenere protezione dal Senato. Il dittatore ancor più adirato lo seguì a Roma, determinato ad ottenerne la condanna. Lucio Papirio chiese al Senato di punire Fabio, lo chiese poi davanti all'assemblea popolare, invocata dal padre di Fabio con la procedura della provocatio (possibilità del popolo di trasformare una pena capitale in altra pena o di graziare un condannato), si levò in piedi, quasi solo, contro il Senato, i tribuni ed il popolo, che erano invece dalla parte di Fabio.

    Per di più vi fu anche l'appassionata perorazione, in favore del figlio, di Marco Fabio Ambusto (tre volte console e dittatore), ma il dilemma era gravissimo perchè minava l'autorità non solo del generale ma del Dictator. Alle brutte Fabio si gettò ai piedi del dittatore e ne chiese il perdono, appoggiato dai tribuni, dal Senato e dal popolo. Papirio non potè negare la grazia.

     « Sta bene, o Quiriti: ha vinto la disciplina militare, ha vinto la maestà del comando supremo (imperium), che avevano rischiato di perire in questa odierna giornata. Quinto Fabio, che ha combattuto contro gli ordini del comandante in capo, non viene assolto dal suo reato ma condannato per il crimine commesso, viene graziato per riguardo al popolo romano e alla potestà tribunizia, che ha elevato suppliche in suo favore, e non per intercessione legale. 
    Vivi, Quinto Fabio, fortunato più per il consenso unanime della città nel proteggerti che per la vittoria di cui poco fa esultavi; 
    vivi, malgrado aver osato compiere un'azione che neppure il padre (quidem parens) ti avrebbe perdonata, se si fosse trovato al posto di Lucio Papirio. Con me potrai riconciliarti, se vorrai. 
    Al popolo romano cui devi la vita, miglior ringraziamento sarà che tu tragga chiaro insegnamento da questa giornata che, sia in guerra, sia in pace, tu devi sottometterti alla legittima autorità. »
    (Livio, Ab urbe condita)



    SETE DI VENDETTA

    Così riprese la guerra in Campania: le legioni romane si recarono a Sora, rea di aver aperto le porte ai Sanniti. Al comando delle legioni il senato aveva posto, fatto stranissimo, proprio quel Q. Fabio Massimo Rulliano che aveva disobbedito al suo comandante e dictator Lucio Papirio Cursore.

    Quest'ultimo, considerato il migliore generale romano all'epoca della II guerra sannitica, fu eletto di nuovo console nel 315 a.c. insieme al collega Quinto Publilio Filone. Però i due consoli rimasero a Roma, mentre la campagna contro i sanniti fu affidata al dittatore Quinto Fabio Massimo Rulliano, il ribelle perdonato.

    Strano, ma c'erano due fattori da considerare: Quinto Fabio apparteneva alla gens Fabia, quella stessa che si era offerta di sostenere la battaglia di Cremera a proprie spese e con gli uomini della gens, tutti trucidati nel 477 a.c. per l'agguato teso loro dai Veienti. I romani non avevano mai dimenticato il sacrificio di quei trecento valorosi giovani, ed avevano amato anche i loro discendenti.

    Il secondo fattore era che se il popolo amava un generale il senato non poteva ignorarlo, perchè la voce "Senatus Populusque Romanus" non era uno slogan ma una realtà. A quei tempi il popolo contava e se non veniva accontentato ci metteva poco a scendere in piazza, e diverse centinaia di migliaia di persone per strada facevano paura. Pertanto Quinto Fabio era stato eletto dittatore dal senato, ma in realtà dal popolo di Roma.

    I Romani dovevano punire la città e gli abitanti per l'eccidio dei coloni romani, reato gravissimo che doveva essere ripagato 100 a uno, come monito per tutti i popoli, ma anche i Sanniti si diressero a Sora, e Fabio Massimo decise di attaccare i sanniti prima che si rifugiassero in città.

    Gli eserciti si incontrarono a Lautulae, a sud delle paludi pontine, e durante lo scontro i soldati romani cominciarono a cedere al panico e a fuggire. Il Magister Equitum cercò di formare un'opposizione, ma venne colpito e morì nello scontro. Così almeno la racconta
    Diodoro Siculo.

    Tito Livio però ne dà una diversa versione:
    « ...ad Lautulas ancipiti proelio dimicatum est. Non caedes, non fuga alterius partis sed nox incertos victi vicitoresne esse diremit. Invenio apud quosdam, adversam eam pugnam Romanis fuisse, atque in ea cecidisse Q. Aulium, magistrum equitum.»

    « La battaglia si combatté a Lautula, ma con esito dubbio; non stragi, non fuga di una delle due parti, ma la notte li interruppe, incerti se fossero vinti o vincitori. Ho trovato tra alcuni che la battaglia fu contraria ai Romani, e che in essa fosse morto Q. Aulio.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 23)

    Sempre secondo Livio i Romani, ripresisi e incoraggiati da Fabio Massimo, vinsero poco tempo dopo la battaglia a Lautulae appiccando il fuoco a parte del proprio accampamento per motivarsi a non perdere. Da considerare anche i rinforzi giunti da Roma con il nuovo maestro della cavalleria Gaio Fabio che si avventarono, freschi e riposati, sull'esercito sannita. Ma il fatto che da Roma sia arrivato un nuovo esercito con un nuovo Magister Equitum fa pensare ad una sconfitta con molti caduti nelle file dei Romani.

    D'altra parte, l'esercito di rincalzo poteva essere stato inviato già da tempo. Ricordiamo infatti che solo nel paragrafo precedente Livio racconta della morte di Quinto Aulio Cerretano in uno scontro di cavalleria sotto le mura di Saticola.

    Se Quinto Aulio era caduto in quella battaglia sarebbe stato logico supporre che Roma avesse già inviato i rinforzi comandati da Gaio Fabio, indipendentemente dal risultato della battaglia di Lautulae e questa ci sembra la versione più verosimile.

    Il fatto che il nuovo magister equitum, anziché presentarsi al campo del dittatore, mandò un messaggero chiedendo istruzioni, potrebbe far supporre però che la situazione non fosse pericolosa o che Gaio Fabio conoscesse solo in parte le difficoltà dell'esercito romano..

    Nel racconto Tito Livio dice:
    « Dictator cum per aliquot dies post pugnam continuisset suos intra vallos obsessi magis quam obsidentis modo.. »
    « Dopo la battaglia il dittatore trattenne i suoi dentro la linea fortificata dell'accampamento per alcuni giorni, quasi fosse assediato e non assediante. »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    Quinto Fabio, dopo il primo scontro di Lautulae è assediato. Quando qualche giorno dopo, per incitare all'eroismo i soldati, non li informa che un altro esercito è sopraggiunto e li arringa insistendo che la loro sola speranza consiste nella loro volontà di combattere. Anche in questo caso il racconto di Livio, potrebbe nascondere il fatto che i Romani si trovassero effettivamente sotto l'assedio dei Sanniti.
    Gaetano De Sanctis giudica la vittoria di Fabio Rulliano "inventata di sana pianta, come mostra il silenzio eloquente delle fonti migliori".. E  che Livio avesse l'abitudine di indorare la pillola della sconfitta romana è risaputo..

    Con la sconfitta di Lautulae  la Campania venne tagliata momentaneamente dal Lazio, e gli Ausoni e Capua cominciarono una rivolta contro Roma, mentre i Sanniti si spinsero a compiere incursioni fino ad Ardea. I Romani si ripresero solo pochi mesi dopo, rimettendo in piedi un esercito ed inviandolo nel sud a recuperare Luceria e Terracina occupate dai Sanniti. Ma la battaglia non era finita.

    Sulle altre popolazioni la sconfitta romana portò ad alcune rivolte:
     « Mota namque omnia adventum Sannitium cum apud Lautulas dimicatum est fuerant, coniuratonesque circa Campaniam passim factae nec Capua ipsa crimine caruit.»

    « Quando avvennero i combattimenti presso Lautula, l'avvicinarsi dei Sanniti aveva provocato un fermento generale, si erano formate congiure in vari punti della Campania, ed anche a Capua non andò esente dall'accusa. »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)



    DOPO LA BATTAGLIA

    SANNITA
    Nel 309 a.c., Roma venne minacciata da Sanniti ed Etruschi, per cui i senatori richiamarono Papirio Cursore, nominandolo dittatore, dando invece a Quinto Fabio Massimo Rulliano il comando dell'esercito contro gli Etruschi.

    Fu Lucio Papirio che stavolta fronteggiò i Sanniti, a Longula e vinse gli antichi nemici:

    « Aveva di nuovo levato il grido di battaglia prendendo ad avanzare, i Sanniti cominciarono a fuggire. Le campagne già erano ingombre di cumuli di cadaveri e armi luccicanti. In un primo momento i Sanniti, terrorizzati, si andarono a rifugiare nell'accampamento; poi però non riuscirono a tenere nemmeno questo, che prima del calar della notte venne conquistato, saccheggiato e dato alle fiamme. 

    Su decreto del senato il dittatore ottenne il trionfo, il cui più splendido ornamento furono le armi strappate ai Sanniti.»

    (Tito Livio, Ab Urbe condita)


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  • 02/13/18--05:38: CULTO DI ABUNDANTIA


  • Si tratta di un'antica Dea Italica, antecedente alle importazioni greche, una Dea che forniva vita e cibo a tutte le creature viventi, siano uomini, animali o piante.

    Il suo simbolo era la cornucopia, che non è un culto originario della Grecia, ma è anche italica.
    La cornucopia deriva dal corno degli animali da latte: mucca, capra, bisonte ecc.

    Il fatto che Giove strappò il corno alla capra Amaltea significa che si appropriò dell'attributo della Dea Capra, quella che in Italia fu sostituita con Giunone Caprotina.

    Tutte le antiche Dee Mediterranee avevano una cornucopia, che aveva il duplice, anzi il triplice valore di terra, cielo e inferi. Si tratta insomma della Dea Triforme, o Trina, ovvero la Madre degli Dei e di tutte le creature, insomma la Madre Terra, o Madre Natura. La cornucopia, o corno di animale, in genere di mucca o di toro, era il simbolo del corno lunare, a significare che la Dea era Caelestis, cioè regnava sulla luna.

    Il regno della luna indicava la capacità di guardare il mondo notturno senza esserne sconvolti, cioè guardare dentro di sè e comprendere, nel buio del mondo interiore, alla luce della face lunare, i propri istinti e le proprie emozioni. Era insomma il "Conosci te stesso" riapplicato duemila anni dopo da Sigmund Freud.

    Contemporaneamente però la Dea faceva crescere le piante fornendo cibo ad animali e uomini, e in questo caso la cornucopia era piena, traboccante di spighe e di frutta, pertanto era anche Dea delle messi.

    Ma quando la cornucopia era vuota e rovesciata essa indicava il mondo degli Inferi, perchè la Dea regnava anche nel mondo dei morti. Pertanto proteggeva defunti e soprattutto gli antenati della famiglia, che a loro volta proteggevano la loro gens.

    ANTONINO PIO E LA DEA ABUNDANTIA
    Basti guardare l'immagine della Dea a Piazza Armerina. Nel mosaico la Dea è nera, lei è oscura, e tiene nella mano destra un albero con uccelli appollaiati e nella sinistra una cornucopia vuota. Lei è la Signora della Vita e della Morte, è la Signora delle belve, e pure della caccia, determinandone la vita e la morte.

    Nello stesso modo determina la vita e la morte degli uomini e accanto a lei è raffigurata la fenice, l'uccello meraviglioso che si incendia ogni cento anni per poi rinascere dalle proprie ceneri, simbolo dei cicli della vita e morte sulla terra.

    Che si tratti della Dea non ci sono dubbi, le fiere la attorniano con deferenza, perchè lei è anche la Ptonia Theron, la Signora delle Belve, ovvero la Dea Primigenia.

    Abundantia era la Dea dell'abbondanza, quindi di beni, di ricchezze, di terre, di animali, di fortuna e prosperità. Era pertanto la Dea che faceva fiorire gli alberi, o faceva crescere un buon raccolto, o faceva partorire gli animali. Ma era pure la Dea della Fortuna che faceva combinare ottimi affari per aumentare la prosperità della famiglia.

    LA DEA ABUNDANTIA (Rubens)
    Dea inclusa nel Pantheon romano, venne in seguito assimilata a diverse Dee: Bona Dea, Dea Fortuna, Dea Providentia, Dea Felicitas, Dea Pomona, Cerere, Opi, Annona ecc. Anticamente veniva molto invocata nelle campagne per il buon esito dei raccolti, che non venissero gustati dalla grandine, o che piovesse al momento opportuno, o affinchè il vento gelido non uccidesse i germogli.

    I romani comunque la invocavano parecchio anche in città, soprattutto le donne, affinchè riempisse la dispensa della casa, per fare figli o per la fortuna sul lavoro. Fu comunque rimpiazzata molto dalla Dea Fortuna, invocata anche dagli uomini nella carriera politica o negli affari commerciali.

    Molti culti romani sopravvissero nel segreto delle campagne fino al 1500 d.c., pagando poi questa sopravvivenza col rogo, le torture e la morte.

    Guglielmo d'Alvernia (1180 - 1249) vescovo di Parigi narra della Domina Abundia (padrona dell'abbondanza), che d'altronde compare anche nel poema allegorico “Roman de la Rose” (1237 - 1280) come “Dame Habonde”,anche se la scrittrice Christine de Pizan ebbe molto da ridire sul maschilismo dell'opera.

    Sembra che di notte le Domina Abundia entrassero nelle case dove le famiglie lasciavano offerte preparate per loro, quindi bevevano e mangiavano, lasciando per miracolo intatte le libagioni, se le offerte erano gradite portavano prosperità e fertilità alla famiglia.
    Il vescovo Guglielmo d'Alvernia considerava queste pratiche come una forma di idolatria da estirpare, e sicuramente aveva ragione, che lo fossero, perchè erano residui di un culto pagano sopravvissuto alle persecuzioni dei cristiani sui pagani.

    Il cardinale Nicola Cusano (1401 - 1454), grande dotto, teologo, filosofo, umanista, giurista, matematico e astronomo tedesco, ma pure crudele, bigotto e torturatore,.riferisce che durante un suo viaggio attraverso le Alpi francesi nel 1475 incontrò due vecchie donne che riferiva il sospetto potessero essere al servizio della Domina Abundia. Nicola di Cusa le identificò come apostati (traditori della propria religione) e le fece imprigionare per stregoneria consigliando la tortura quale penitenza, ma non il rogo in quanto le donne erano state solo illuse dal diavolo e non seguaci di questo.


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    PUNTA CAPO DI SORRIENTO, RICOSTRUZIONE DELLA VILLA

    Sulla magnifica costa da Massa Lubrense che va verso Sorrento, si possono ritrovare i resti una maestosa villa marittima di età romana del I sec. a.c. appartenuta, si dice, a Pollio Felice, illustre esponente di una nobile famiglia di Pozzuoli. La ricostruzione di questo complesso, situato sul promontorio del Capo di Sorrento, è stata ricavata dalle informazioni contenute in due carmi che il poeta Stazio descrive nella sua opera "Silvae".

    Sembra che l’edificio fosse dotato di uno splendido portico, costituito da colonne monolitiche in marmo e si articolasse su due piani, con camere orientate sia verso terra, sia verso il mare.

    Si può ammirare un plastico in cui sono state ricostruite le forme della villa, nella seconda sala del museo archeologico Georges Vallet. Oggi è possibile visitare soltanto i ruderi, che possono essere interpretati anche grazie alle notizie forniteci dalle fonti antiche.

    PLASTICO DELLA VILLA

    La villa di Capo di Sorrento, conosciuta meglio come “I bagni della Regina Giovanna”, si estendeva per circa due ettari su un piccolo promontorio allungato sul mare sorrentino. La proprietà era suddivisa in due zone: la villa a mare e una domus più a monte con funzione agricola.

    I due nuclei erano collegati fra loro da cunicoli e gallerie, mentre in superficie vi erano molteplici terrazze artificiali. La villa era raggiungibile sia da terra che da mare, infatti le attività produttive della villa erano legate sia al mare che forniva pesci, crostacei e molluschi; sia alla campagna producendo olio, limoni e il pregiato vino di Sorrento citato in numerose opere di Strabone, Plinio ed Orazio.

    L’architettura è ottimamente armonizzata con le bellezze di un paesaggio mozzafiato. Gli ambienti sono orientati al massimo godimento del panorama grazie alle ampie finestre e alla passeggiata attorno al porticciolo.


    Ma la bellezza più sconcertante è il bacino naturale interno che i proprietari usavano come attracco e piscina insieme abbellendolo con raffinato stile ed opere d'arte. I due isolotti ad ovest mostrano delle strutture murarie che probabilmente li collegavano tra loro con un ponticello.

    Dalla piazzetta del Capo di Sorrento, un piccolo abitato situato a circa 96 m., una stradina che scende verso il mare conduce ai ruderi di una villa marittima del I secolo d.c. e ai cosiddetti «Bagni della regina Giovanna».

    Ma ora il colpo di scena: recenti studi hanno dimostrato che questa villa non appartenne, come vuole la tradizione, al patrizio Pollio Felice, amico del poeta latino Publio Papinio Stazio.


    La dimora del patrizio, originario di Pozzuoli, che ospitò il famoso autore delle «Silvae», doveva trovarsi nella baia di Puolo, al confine tra i comuni di Sorrento e Massa Lubrense; tuttavia sia della domus che della parte marittima rimane ben poco.

    Della villa romana del Capo di Sorrento, invece, sono facilmente riconoscibili i resti delle cisterne, della domus, dei magazzini e degli approdi naturali con il ninfeo.

    La parte residenziale della villa (la domus), con ogni probabilità, si componeva di numerosi fabbricati dislocati su terrazze digradanti, collegati ad ampie cisterne per il rifornimento idrico.
    La cisterna meglio conservata si trova a monte della domus ed è costituita da dieci concamerazioni coperte con volte a botte.

    Negli anni ottanta del secolo scorso la Soprintendenza Archeologica di Pompei, nei lavori di consolidamento delle strutture, ha riportato alla luce il piano più alto della parte marittima del complesso.

    Dalla campagna di scavo è emerso che questo piano accoglieva vari ambienti disposti lungo un giardino, racchiuso in un quadriportico rettangolare.
    La presenza di una porzione di matrice in malta di una pavimentazione in opus sectile documenta la funzione di rappresentanza di questi ambienti.

    La ricostruzione grafica dell’ordito del pavimento, che alternava marmi di forma quadrata e triangolare, ha evidenziato la sua vicinanza tipologica con quello di epoca romana reimpiegato nella cappella in fondo alla navata destra della parrocchiale di Sant’Agnello.

    Tra il XV e il XVII secolo in quest’area sorse una torre di avvistamento e una cappella intitolata a Santa Fortunata; della prima è ancora visibile la parte basamentale, della seconda le strutture perimetrali.

    I settori residenziali nord ed est presentano, all’interno dei vani voltati a botte, tracce di muratura in opus reticulatum, di pavimenti in mosaico a piccole tessere bianche e fascia nera, di intonaco dipinto di rosso e di decorazioni in stucco a rilievo.

    Pollio Felice era un dotto storico, oratore e poeta che ha fondato una biblioteca a Roma ed era il protettore di Virgilio e Orazio. Un uomo tanto ricco da potersi permettere una simile casa per le vacanze, e diversi studiosi sostengono che questa sia la sua villa.
    Una leggenda racconta che nella prima metà del XV secolo questi antichi ruderi, suonata la mezzanotte, si animavano di figure spettrali: un cavaliere nero su un cavallo alato inseguiva una fanciulla vestita di bianco che cercava riparo tra le mura della villa di «Pollio Felice».

    In quanto al Bagni della Regina Giovanna, esso sarebbe la piscina della villa e si pensa vi fossero anche splendidi giardini e un vigneto.
    Un'altra scuola di pensiero asserisce che la villa descritta da Orazio e Stazio si trovi in realtà nella vicina Marina di Puolo, una piccola spiaggia lungo la costa, e che la villa di cui sopra fino a Punta del Capo appartenesse a qualche altro patrizio romano.




    L'INFAME REGINA GIOVANNA

    La bella piscina naturale può avere acquisito il suo nome da una Regina XIV secolo di Napoli di nome Giovanna, che frequentava il posto con le sue dame di compagnia per pendere i bagni.

    Giovanna era famosa tanto la sua bellezza quanto per la sua crudeltà verso i suoi sudditi e si crede che lei qui abbia avuto una fine violenta, strangolata da suo nipote.

    Tra il XV e il XVII secolo in quest’area sorse una torre di avvistamento e una cappella intitolata a Santa Fortunata.

    Della torre è ancora visibile la parte basamentale, della cappella le strutture perimetrali.

    I settori residenziali nord ed est presentano, all’interno dei vani voltati a botte, tracce di muratura in opus reticulatum, di pavimenti in mosaico a piccole tessere bianche e fascia nera, di intonaco dipinto di rosso e di decorazioni in stucco a rilievo.

    La presenza di Santa Fortunata, una santa che sembra inesistente visto che si ritiene nata in Sicilia ma si ritrova in ogni dove, lascia presupporre che, come in altri luoghi, qui nei pressi sorgesse un'edicola o un tempietto alla Dea Fortuna che la gente andava a venerare, e che sia stata sostituita con la santa.


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  • 02/15/18--05:28: COLOMBARI DI VIA PESCARA


  • Colombari di via Pescara 
    Roma, detto in genere "di Via Taranto", ma situati in realtà in Via Pescara 2.

    Si tratta di due colombari, il primo fu individuato il 29 giugno del 1932, il secondo qualche giorno più tardi. In entrambi si entrò dall’alto, praticando un foro nella muratura della volta, e fu subito evidente il loro ottimo stato di conservazione.

    Come tutte le scoperte a Roma questa è stata del tutto casuale.

    Risale al 1932 per scavare le fondamenta dei palazzi che oggi lo sovrastano.

    Fu restaurato intorno agli anni '50. Viene da chiedersi quanti altri siano stati devastati nella costruzione degli edifici, visto che di solito le tombe non sono isolate ma fanno parte di un cimitero.

    MASCHERA DEL DEFUNTO
    Ma si sa, i resti archeologici raramente cadono per il tempo che passa, ma vengono smantellate prima dall'intransigenza religiosa e poi dagli interessi degli avidi ignoranti.

    Infatti risulta che colombario facesse parte di un complesso ben più vasto utilizzato da gente di origine greca.
    Si trattava perlopiù di Liberti, ossia degli schiavi che erano stati prima affrancati e poi liberati dai loro padroni.


    Spesso i romani liberavano gli schiavi più intelligenti e fedeli che a loro volta si lanciavano in imprese commerciali acquisendo una certa ricchezza, talvolta le ricchezze erano addirittura smisurate.

    Pertanto, pur non essendo aristocratici, potevano usufruire di tombe a livello familiare e piuttosto elaborate.
    Mentre però gli aristocratici amavano edificare i propri loculi in prossimità delle principali vie consolari, dove sicuramente il traffico era maggiore e pertanto ne derivava il lustro della pubblicità, i liberti di solito usavano vie minori.

    Questo accadeva non perchè dovessero spendere meno ma perchè non avevano un lustro familiare, insomma un'antica famiglia patrizia da ostentare. Infatti, l'adiacente Via Tuscolana era all'epoca una via secondaria e non di vecchia data.


    COLOMBARIO 1

    La tomba risale alla metà del I Sec. d.c. in  età Giulio - Claudia. Attraverso una porta fiancheggiata da due finestre a feritoia si accede alla camera sepolcrale con pavimento in terra battuta. 

    Il sepolcro, di tipo familiare, fu predisposto per un ridotto numero di deposizioni: sulle pareti corte sono presenti due edicole a tempietto contenenti due urne per le ceneri dei defunti, sulla parete lunga si aprono tre nicchie con urna singola. 

    Questo era decisamente un lusso, perchè in genere i colombari appartenevano a specifiche corporazioni, di lavoro, di fede religiosa, di classe sociale o di interessi, che decidevano di acquistare un loculo da occupare dopo opportuna cremazione.

    L’attribuzione del monumento è impossibile per la totale assenza di iscrizioni sepolcrali.

    L’interno si presenta ricoperto da intonaco con decorazioni su fondo bianco: la parte inferiore della parete lunga presenta un alto zoccolo a imitazione dell’opera quadrata, sulla quale poggiano due anfore; in alto, nastri e ghirlande.
    Entrando nel piccolo colombario si nota sulla sinistra un timpano tutt'ora perfettamente colorato di un forte colore azzurro, in cui veniva conservata con molta probabilità il ritratto del capofamiglia, il personaggio principale a cui il colombario stesso era soprattutto dedicato.

    In alto si ammira una volta a botte ornata da riquadri disegnati da linee rosse, al centro dei quali è rappresentata una rosa  contornata da foglie verdi, pittura tipica di quella conosciuta come III stile pompeiano, di stile semplice e raffinato.



    COLOMBARIO 2

    Il sepolcro è databile tra la fine del I secolo d.c. e i primi decenni del II.

    Una porta fiancheggiata da due alte feritoie incorniciate da lastre marmoree dà accesso al sepolcro, anch’esso pavimentato in terra battuta. 

    Sulle pareti sono presenti dieci piccole nicchie, in ognuna delle quali sono murate due urne in terracotta.

    Al centro della parete di fondo una nicchia più grande, absidata, doveva ospitare un’urna forse marmorea; al di sotto è murato il calco di un rilievo con figura di fanciullo a cavallo e iscrizione dedicatoria in caratteri greci al fanciullo Veneriano da parte dei genitori. 

    Oltre a questa, si conservano altre quattro iscrizioni graffite sull’intonaco.

    All’interno del sepolcro sono state trovate anche tre sepolture a inumazione.
    La lastra sepolcrale posta sopra l’ingresso è anche in questo caso mancante, ma le testimonianze epigrafiche dimostrano che il sepolcro apparteneva a una famiglia di origine greca.
    Le pareti interne sono rivestite di intonaco dipinto. 
    Particolarmente ricca è la decorazione della volta con figure inserite in campi geometrici colorati su fondo bianco.

    Sui lati più corti dell'ipogeo sono rappresentati dei tralci d'uva di tipo bianco su un lato e di tipo rossa sull'altro che non sono simboli cristiani ma che verranno usati largamente nei secoli seguenti per tutte le catacombe cristiane.

    Sul alto più lungo invece, ci sono delle ghirlande che incorniciano da un lato dei corni che erano usati per bere con alto valore simbolico molto legato, come del resto la vite, al culto dionisiaco., e dall'altro dei cembali, strumenti a percussione anche questi di uso dionisiaco..

    Spesso si ricorreva alla simbologia Dionisiaca, o orfica, in quanto misteriche che annunciavano speranze di prosecuzione dopo la morte.
    Poco più in basso vi è un loculo in cui venivano conservate le maschere di cera che erano i calchi delle persone ospitate nel colombario.

    Prima che il corpo fosse incenerito completamente, alla salma veniva tolto un piccolo osso, (generalmente dal braccio) che veniva seppellito intero.
    Questa cerimonia detta dell' Hossum Resectum, veniva eseguita in quanto l'usanza prevedeva che una seppur piccola parte del corpo, doveva restare intatta.

    Dopodichè veniva eseguita la cremazione al di fuori del Pomerio, le ceneri venivano raccolte e poi deposte nelle apposite urne.

    Era inoltre un antico uso romano di fare degli stampi con la cera e deporre poi la maschera prodotta all'interno del loculo.
    I più ricchi usavano anche farne il busto in pietra che veniva portato in processione, ma i parenti usavano comunque indossare queste maschere nei funerali successivi.

    Questo si ripeteva anche in un'altra occasione, durante i Lararia, festa che si svolgeva una volta all'anno nel mese di marzo.

    Allora i parenti dei defunti indossavano le maschere degli stessi per rivivere e far rivivere l'anima del defunto che in quell'istante si incarnava nel parente.

    I romani però erano non poco scettici di fronte a certe credenze, per cui la processione diventava una cerimonia teatrale, dove il parante recitava alla bell'e meglio la personalità del morto, ma senza esagerare, nel senso che ne copiava qualche gesto e qualche postura, ma nulla di più.

    L'insieme era infatti inevitabilmente scenico perchè il corteo, ammantato di tuniche nere e portando in mano fiaccole ardenti, girava per la città incrociando altri cortei in un'atmosfera molto suggestiva.

    All'interno del colombario, sono eccezionalmente presenti tutti i coperchi delle urne cinerarie, che sono completamente murate nelle nicchie.


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  • 02/16/18--05:39: COLONNA MINUCIA
  • RAPPRESENTAZIONE DELLA COLONNA MINUCIA

    Il tribuno militare era un ufficiale dell'esercito romano chiamato a fare la funzione di console per arginare le rivolte plebee contro i patrizi che, dopo la cacciata dei re, si erano arrogati tutti i poteri civili. L'alternativa erano i consoli, anch'essi di estrazione aristocratica, pertanto il popolo romano era in fermento. Nel V e IV sec. a.c. spesso si alternarono tribuni e consoli, con la prevalenza dei primi.

    Nel 439 a.c. tuttavia vennero eletti consoli Agrippa Menenio Lanato insieme a Tito Quinzio Capitolino Barbato, al suo sesto consolato. Nello stesso anno la carestia colpì la città.

    Tito Livio narra che secondo alcuni storici la colpa era delle discussioni politiche che avevano tenuto i coltivatori lontano dalla terra, secondo altri storici invece la colpa era del maltempo che aveva rovinato le colture.

    Venne eletto Lucio Minucio Prefetto all'Annona e pertanto incaricato di procurare grano alla popolazione. Minucio inviò richieste in molte terre ma con risultati scarsi; solo qualcosa dall'Etruria. Evidentemente il maltempo aveva penalizzato anche le altre popolazioni.

    Allora Minucio cercò di ridurre i consumi; rese obbligatoria la denuncia della quantità di derrate possedute e obbligatoria la vendita delle eccedenze, ridusse la razione degli schiavi e denunciò pubblicamente gli speculatori che furono spesso giustiziati dalla folla. 

    La popolazione era allo stremo, si che alcuni si suicidarono
    « si gettarono nel Tevere dopo essersi velati il capo.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    RESTI DEL PORTICUS MINUCIAE
    Spurio Melio, un plebeo molto ricco promise un grande quantitativo di denaro per sfamare la popolazione chiedendo in cambio di diventare re. Era il peggior reato che si potesse compiere nella Roma repubblicana. 

    Melio, pur essendo un privato cittadino e non rivestendo alcuna carica pubblica, grazie alle conoscenze e ai buoni uffici dei propri clientes riuscì a comperare, con fondi propri, una certa quantità di frumento e iniziò a distribuirlo. 

    Ovviamente la cosa lo rese molto popolare e, come si usava nella Roma dell'epoca, Melio cominciò ad essere accompagnato nel Foro da una scorta nutrita di cittadini. La speranza di Melio era sicuramente quella di diventare console, cosa che però all'epoca non era consentita ai plebei.

    « La popolarità fondava la speranza di un consolato senza problemi: ma l'animo umano non si sazia nemmeno con le più belle promesse della sorte, ed egli prese a mirare ad obiettivi ancora più alti e proibiti: poiché il consolato lo si doveva strappare all'opposizione dei senatori, mirava a farsi re.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    Intanto Lucio Minucio era ancora prefetto dell'annona e, venuto a sapere che Melio stava ammassando armi e teneva delle riunioni in cui si progettava una restaurazione della monarchia, riferì al Senato che i tribuni della plebe erano stati comprati, e che tutto era pronto per il colpo di stato.

    Quinzio nominò il fratello Lucio Quinzio Cincinnato, seppure ottantenne, come dittatore, e questi nominò magister equitum Gaio Servilio Ahala che andò immediatamente ad arrestare Melio. Poichè cercò di resistere, Servilio lo uccise, poi Cincinnato spiegò al popolo la colpa di Melio, a cui vennero confiscati i beni e ceduti all'erario, e le sue ampie scorte di frumento vennero fatte vendere da Minucio al popolo ad un prezzo irrisorio.

    Per decreto del dittatore i beni di Melio furono confiscati a il ricavato andò all'erario, la sua casa fu distrutta e il terreno libero che ne derivò in ricordo dell'atroce progetto- fu chiamato "Esquimelio" (spianata di Melio) e adibito a mercato degli animali destinati ai sacrifici.
    LA COLONNA

    Livio narra che i Tribuni Quinto Cecilio, Quinto Giunio e Sesto Titinio non smisero mai di accusare Minucio e Servilio per l'azione secondo loro delittuosa. Accuse che pesarono sulla loro immagine e che inficiarono la nomina, per l'anno successivo, di nuovi consoli, sostituiti da tribuni con potere consolare, magistratura cui poteva accedere anche la plebe.

    Alcune fonti riportano a Minucio che per la sua azione venne donato "un bove d'oro" , non si sa se un bue da sacrificio con le corna dorate o una statuetta collocata alla porta Trigemina, nei pressi del foro boario. In realtà gli venne eretta la colonna Minucia (lo denuncia anche il denario di cui sopra), sempre nel 439 a.c. davanti alla porta Trigemina come ricompensa per il modo in cui, come praefectus annonae, aveva provveduto all'approvvigionamento della città. Alcuni sostengono venisse pagata dallo stato, altri dalla plebe stessa. Si tratta dunque di una colonna onoraria sormontata da una statua, una sostituzione dell’arco onorario.

    La colonna fu eretta per voto del Senato, secondo Dione di Alicarnasso; per volontà popolare, secondo Plinio. e venne detta Minucia, e collocata "extra portam Trigeminam", recante una statua di Minucio. Da allora, durante la Repubblica, le frumentationes, ovvero la vendita, a prezzo politico, del grano, avvenne sotto i portici della gens Minucia, ovvero sotto il Porticus Minucia vetus.

    Nella moneta la colonna appare eretta come a corpi tondi e degradanti posti uno sull'altro, con un capitello dorico, il soggetto che distribuisce pane è Publio o Marco Minucio, rispettivamente console nel 492 e 491, quando avvennero grandi distribuzioni di grano; l’altra figura, con il lituo, è Marco Minucio Feso, uno dei primi auguri plebei del 300 a.c. Insomma una moneta a celebrazione della gens Minucia.




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  • 02/17/18--06:41: SENECA


  • Nome: Lucius Annaeus Seneca
    Nascita: 3-4 a.c. Cordova
    Morte: 65 d.c. Roma
    Gens: Annea
    Padre: Lucio Anneo Seneca il vecchio
    Madre: Elvia
    Professione: filosofo, drammaturgo, senatore e questore romano



    "Non è tuo ciò che la fortuna ha fatto  tuo".
    (Seneca)


    LE ORIGINI

    Lucio Annèo Seneca, figlio di Seneca il Vecchio, (54 a.c. – 39 d.c.), nacque a Cordova, capitale della Spagna Betica, in data incerta, l'1, il 3 o il 4 a.c, come si evince in modo non chiaro in alcune sue opere. Appartenne alla familia Hispaniensis degli Annaei, nonostante il nome non originaria della Spagna, ma discendente da immigrati italici, trasferitisi nella Hispania Romana nel II sec. a.c., durante la sua colonizzazione.

    Suo padre, Seneca il Vecchio, come narra Tacito ( 58 – 120) negli Annales, era di rango equestre e autore di alcuni libri di Controversiae e di Suasoriae (retoriche sulle quaestiones infinitae); scrisse anche un'opera storica andata perduta. Durante il principato di Augusto si trasferì a Roma, dove si appassionò alla retorica.

    Sposò una certa Elvia da cui ebbe tre figli:
    - il primogenito Lucio Anneo Novato, che prese il nome di Lucio Giunio Gallio Anneano dopo l'adozione da parte dell'oratore Giunio Gallio. Questi fu politico e retore romano, intraprese la carriera senatoria e diventò proconsole sotto Claudio.
    - il secondogenito su Seneca.
    - il terzogenito fu Mela, padre del  poeta Lucano (39 – 65), che si dedicò agli affari. 

    Così scrive Seneca alla madre parlando dei suoi fratelli:
    « Volgiti ai miei fratelli, vivendo i quali non ti è lecito accusare la fortuna. In entrambi hai quanto può allietarti per qualità opposte: uno, con il suo impegno, ha raggiunto alte cariche, l'altro, con saggezza, non se ne è preso cura; trai sollievo dall'alta posizione dell'uno, dalla vita quieta dell'altro, dall'affetto di entrambi. Conosco i sentimenti intimi dei miei fratelli: uno ha cura della sua posizione sociale per esserti di ornamento, l'altro si è raccolto in una vita tranquilla e quieta per aver tempo di dedicarsi a te.»
    (Consolatio ad Helviam, 18, 2)

    Noto come Seneca o Seneca il giovane, fu un filosofo, drammaturgo, senatore e questore romano, e importante esponente dello stoicismo, che dette all'impero anche alcune innovazioni.
    "Per l'uomo non ci sono certezze e la fortuna non lo conduce necessariamente alla vecchiaia: lo congeda a suo piacimento". 
    (Seneca)



    LA GIOVINEZZA

    La sua giovinezza non fu spensierata, essendo soggetto a svenimenti e forti attacchi d'asma:
    « La mia giovinezza sopportava agevolmente e quasi con spavalderia gli accessi della malattia. Ma poi dovetti soccombere e giunsi al punto di ridurmi in un'estrema magrezza. Spesso ebbi l'impulso di togliermi la vita, ma mi trattenne la tarda età del mio ottimo padre. Pensai non come io potessi morire da forte, ma come egli non avrebbe avuto la forza di sopportare la mia morte. Perciò mi imposi di vivere; talvolta ci vuole coraggio anche a vivere.»
    (Epistulae ad Lucilium, 78, 1-2)

    Seneca ricevette a Roma un'accurata istruzione retorica e letteraria, secondo i desideri del padre anche se avrebbe preferito studiare filosofia. Seguì quindi gli insegnamenti di un grammaticus ma lo considerò tempo perso (Epistulae ad Lucilium, 58,5), mentre seguì volentieri la scuola cinica dei Sestii con il maestro Quinto Sestio, che raccomandava ai suoi adepti una vita semplice e morigerata, lontana dalla politica.

    Studiò poi con il maestro Papirio Fabiano, oratore e filosofo, il neopitagorismo di Sozione di Alessandria, da cui apprese i principi delle dottrine di Pitagora (580 - 495 a.c.) e la pratica vegetariana; da cui venne distolto però dal padre che non amava la filosofia e dal fatto che l'imperatore Tiberio proibisse di seguire consuetudini di vita non romane. Seguì pure:lo stoicismo di Attalo, stoico con tendenze ascetiche, fatto giustiziare da Seiano, sotto Tiberio.

    « Sestio riteneva che l'uomo avesse abbastanza per nutrirsi anche senza spargere sangue, e che divenisse un'abitudine alla crudeltà lo squarciare gli animali per il piacere della gola. Aggiungeva poi che bisogna limitare gli incentivi alla dissolutezza; concludeva che gli alimenti di varia qualità sono contrari alla salute e dannosi al nostro corpo. »
    (Seneca)
    Come i pitagorici, anche i neopitagorici si astenevano dalla carne e credevano nella reincarnazione tra animali, uomo compreso.
    « Non credi che le anime siano assegnate successivamente a corpi diversi, e che quella che chiamiamo morte sia soltanto una migrazione? Non credi che negli animali domestici o selvaggi o acquatici dimori un'anima che un tempo è stata di un uomo? Non credi che nulla si distrugge in questo mondo, ma cambia unicamente sede? Che non solo i corpi celesti compiono giri determinati, ma anche gli animali seguono dei cicli, e che le anime percorrono come un circolo? Grandi uomini hanno creduto a queste cose. Perciò, astieniti da un giudizio e lascia tutto in sospeso. Se queste teorie sono vere, l'astenersi dalle carni ci mantiene immuni da colpa; se sono false, ci mantiene frugali. Che danno deriva dal credere in esse? Ti privo degli alimenti dei leoni e degli avvoltoi. »
    ( Sozione di Alessandria)

    Purtroppo Tiberio si impicciava pure di ciò che mangiassero i suoi sudditi, tanto per il piacere del dominio totale, ma il padre di Seneca non era da meno:

    «Sozione spiegava perché Pitagora si era astenuto dal mangiare carne di animali e perché in seguito se ne era astenuto Sestio. Le loro motivazioni erano diverse, ma entrambe nobili. [...] Spinto da questi discorsi, cominciai ad astenermi dalle carni, e dopo un anno questa abitudine non solo mi riusciva facile, ma anche piacevole. Mi sentivo l'anima più agile e oggi non oserei affermare se fosse realtà o illusione. Vuoi sapere come vi ho rinunciato? L'epoca della mia giovinezza coincideva con l'inizio del principato di Tiberio: allora i culti stranieri erano condannati e l'astinenza dalle carni di certi animali era considerata come segno di adesione a questi culti. Mio padre, per avversione verso la filosofia più che per paura di qualche delatore, mi pregò di tornare agli antichi usi: e, senza difficoltà, ottenne che io ricominciassi a mangiare un po' meglio.»
    (Epistulae ad Lucilium, 108, 17-22)

    Seneca seguiva pertanto la scienza della psiche e del corpo, ritenuti tra loro indissolubilmente legati:
    "Lo spiritus deve mantenere una certa temperatura ed una certa tensione per funzionare correttamente: si tratta di concetti direttamente derivati dalla filosofia stoica ed applicati alla fisiologia medica. C'è però un'altra conseguenza derivante da una tale impostazione: dato che per la filosofia stoica il corpo e l'anima non sono sostanzialmente differenti, poiché entrambi sono costituiti dalla materia di cui è fatto l'universo intero (il fuoco - pneuma), è facile per un medico stoico postulare che i mali dell'anima si trasmettano immediatamente al corpo e viceversa; non c'è quindi alcuna difficoltà nel giustificare i disturbi somato-psichici e quelli psicosomatici". 

    Infatti Seneca afferma quanto segue:

    « Non vedi? Se lo spirito langue, si trascinano le membra e si cammina a fatica. Se è effeminato, la sua rilassatezza si vede già nell'incedere. Se è fiero e animoso, il passo è concitato. Se è pazzo o preda all'ira, passione simile alla pazzia, i movimenti del corpo sono alterati: non avanza, ma è come trascinato»
    (Epistulae ad Lucilium, 114, 3)



    SOGGIORNO IN EGITTO

    "Un malfattore può  avere la fortuna di rimanere nascosto; ma non ne ha mai la certezza".
    (Seneca)
    Verso il 20 d.c. Seneca si trasferì in Egitto, dove la medicina era più evoluta, visto che i greci l'avevano imparata dagli egiziani e i romani l'avevano imparata dai greci, per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica da cui era ormai perennemente afflitto. 
    « L'assalto del male è di breve durata; simile ad un temporale, passa, di solito, dopo un'ora. Chi, infatti, potrebbe sopportare a lungo quest'agonia? Ormai ho provato tutti i malanni e tutti i pericoli, ma nessuno per me è più penoso. E perché no? In ogni altro caso si è ammalati; in questo ci si sente morire. Perciò i medici chiamano questo male "meditazione della morte": talvolta, infatti, tale mancanza di respiro provoca il soffocamento. Pensi che ti scriva queste cose per la gioia di essere sfuggito al pericolo? Se mi rallegrassi di questa cessazione del male, come se avessi riacquistato la perfetta salute, sarei ridicolo come chi credesse di aver vinto la causa solo perché è riuscito a rinviare il processo.»
    (Epistulae ad Lucilium, 54, 1-4)

    Qui fu ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella di sua madre Elvia e qui studiò sia la geografia che la religione egizie, come racconta nelle Naturales quaestiones (IV, 2, 1-8). Forse Seneca se ne era andato da Roma anche per prudenza, visto che Tiberio aveva sciolto la setta dei Sestii di cui facevano parte due dei maestri di Seneca.



    IL POLITICO

    Tornato dall' Egitto, nel 31 iniziò l'attività forense, divenne questore e poi senatore. Acquisì una notevole fama come oratore, tanto da suscitare l'invidia di Caligola, che nel 39 lo voleva eliminare,anche per le libertà civili che voleva accordare. Si salvò grazie ad un'amante del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute.

    « Anche il nostro corpo non trema di per sé, a meno che una qualche causa non faccia tremare l'aria (spiritus) che vi circola. Quest'aria, la paura la contrae; la vecchiaia l'illanguidisce; le vene, irrigidendosi, la indeboliscono; il freddo la paralizza, oppure un accesso di febbre le fa perdere la regolarità del suo corso. Infatti, fintanto che l'aria scorre senza ostacoli e normalmente, il corpo non presenta tremore. Ma qualora si presenti qualcosa che impedisce la sua funzione,allora, incapace di mantenere ciò che con la sua energia teneva teso, scuote, indebolendosi, tutto quello che aveva potuto sostenere quando era integra. »

    Con la successione di Claudio imperatore non andò meglio, perchè nel 41, l'imperatore, istigato dalla moglie Valeria Messalina, lo condannò all'esilio in Corsica con l'accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla, sorella di Caligola, che venne invece esiliata a Ventotene e poi uccisa.

    Nel 49, Agrippina minore, divenuta moglie di Claudio dopo l'assassinio di Messalina, riuscì ad ottenere il suo ritorno dall'esilio e lo scelse come tutore del figlio Nerone. Secondo Tacito la scelta sarebbe stata dettata anche dall'opinione pubblica che appezzava molto Seneca.
    Quando Nerone fece uccidere la madre, Seneca approvò l'esecuzione come male minore, ma dopo i cinque anni di buon governo Nerone si allontanò da Seneca che, donando a Nerone tutti i suoi averi e dedicandosi interamente ai suoi studi e insegnamenti.si ritirò a vita privata. Tuttavia Seneca, forse
    implicato in una congiura di palazzo, venne costretto al suicidio dall'imperatore.

    « Ma come la natura certuni fa proclivi all'ira, così molte cause capitano che hanno la stessa facoltà della natura: alcuni la malattia o l'ingiuria fatta ai loro corpi li ha portati a ciò, altri la fatica e la continua veglia e le notti affannose e i rimpianti e gli amori; tutto quanto d'altro ha nuociuto al corpo o all'animo dispone la malata volontà alle lamentele »
    (De ira, 2, 20, 1)



    IL FILOSOFO

    Seneca dette molto allo stoicismo romano: suoi allievi furono Gaio Musonio Rufo (maestro di Epitteto) e Aruleno Rustico, nonno di Quinto Giunio Rustico, che fu uno dei maestri dell'imperatore filosofo Marco Aurelio. Maturò una visione stoica, ma anche epicurea (distacco dal volgo per l'elevazione spirituale).
    L'uomo, secondo Seneca, deve innanzitutto conformarsi alla natura e, contemporaneamente, obbedire alla ragione, vista come ratio, lògos, divino principio che regge il mondo. La razionalità comporterebbe:

    - Trionfo sulle passioni:
    - Sopportazione del dolore
    - Libertà dalla superstizione.
    - Esame di coscienza sul proprio comportamento (dottrina pitagorica).
    - Il sapiente riconosce ciò che è parte della ratio e cosa no, distinguendo desideri e passioni.- Raggiungimento della libertas interiore attraverso la ragione che rende felici. La sapienza dunque è un mezzo per raggiunge la libertà interiore e non una conoscenza fine a sé stessa. In accordo con Aristotele, lo studio dei fenomeni della natura consente all'uomo di conoscere la ratio, di cui fanno tutti parte, e attraverso questi, assimilarsi in essa.



    LA MORTE STOICA

    La morte di Seneca descritta da Tacito somiglia molto a quella di Socrate nel Fedone e nel Critone di Platone, a dimostrare che lo stoico muore senza paura nè rimpianti. Seneca si rivolge agli allievi e alla moglie Lollia Paolina, mentre lei vorrebbe suicidarsi con lui, Seneca la spinge a non farlo, ma lei insiste. Il saggio deve giovare allo stato, res publica minor, ma, piuttosto che compromettere la propria integrità morale, deve essere pronto all'extrema ratio del suicidio. La vita non rientra in quei beni di cui nessuno ci può privare, come la saggezza e la virtù, ma come la ricchezza, gli onori, gli affetti che il saggio è pronto a restituire quando la sorte li chiede indietro o quando egli decida in piena ragione.

    A questo punto Tacito, che lo aveva criticato per la sua connivenza col governo di Nerone, ora lo elogia:
    « Se avessero di questa conservato ricordo, avrebbero conseguito la gloria della virtù come compenso di amicizia fedele. Frenava, intanto, le lacrime dei presenti, ora col semplice ragionamento, ora parlando con maggiore energia e, richiamando gli amici alla fortezza dell'animo, chiedeva loro dove fossero i precetti della saggezza, e dove quelle meditazioni che la ragione aveva dettato per tanti anni contro le fatalità della sorte. A chi mai, infatti, era stata ignota la ferocia di Nerone? Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l'assassinio del suo educatore e maestro. »
    (Tacito, Annales, 62)
    Racconta Tacito che non potendo fare testamento dei restanti beni (requisiti anch'essi da Nerone, che mandò un centurione a sequestrargli le tavolette dei lasciti), lasciò in eredità ai discepoli l'immagine della sua vita, richiamandoli alla fermezza per le loro lacrime, dato che esse erano in contrasto con gli insegnamenti che lui aveva sempre dato loro. Il vero saggio deve raggiungere infatti l’apatheia, apatia, ovvero l'imperturbabilità che lo rende impassibile di fronte ai casi della sorte. Dopo il discorso ai discepoli, Seneca compie l'atto estremo: « Dopo queste parole, tagliano le vene del braccio in un solo colpo. Seneca, poiché il suo corpo vecchio ed indebolito dal vitto frugale procurava una lenta fuoriuscita al sangue, si recise anche le vene delle gambe e delle ginocchia. »
    (Publio Cornelio Tacito, Annales, XV, 6)

    Ma non fu cosa facile: con l'aiuto del suo medico e dei servi, si tagliò  le vene, prima dei polsi, poi, poiché il sangue, lento per la vecchiaia e lo scarso cibo che assumeva, non defluiva, per accelerare la morte si tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia, ricorrendo anche ad una bevanda a base di cicuta, veleno usato anche da Socrate. Tuttavia la lenta emorragia non permise al veleno di entrare rapidamente in circolo; così, secondo la testimonianza di Tacito, si immerse in una vasca di acqua calda per favorire la perdita di sangue, ma alla fine raggiunse una morte lenta e straziante, che arrivò, secondo lo storico, per soffocamento causato dai vapori caldi, dopo che Seneca fu portato, quando fu entrato nella tinozza, in una stanza adibita a bagno e quindi molto calda, dove non poteva respirare. 

    I soldati e i domestici invece impedirono a Paolina, priva ormai di sensi, di suicidarsi, proprio mentre Seneca stava assumendo il veleno:
    « Nerone però, non avendo motivi di odio personale contro Paolina, e per non rendere ancora più impopolare la propria crudeltà, ordina di impedirne la morte. Così, sollecitati dai soldati, schiavi e liberti le legano le braccia e le tamponano il sangue; e, se ne avesse coscienza, è incerto. Non mancarono, infatti, perché il volgo inclina sempre alle versioni deteriori, persone convinte che Paolina abbia ricercato la gloria di morire insieme al marito, finché ebbe a temere l'implacabilità di Nerone, ma che poi, al dischiudersi di una speranza migliore, sia stata vinta dalla lusinga della vita. Dopo il marito, visse ancora pochi anni, conservandone memoria degnissima e con impressi sul volto bianco e nelle membra i segni di un pallore attestante che molto del suo spirito vitale se n'era andato con lui. 
    Seneca intanto, protraendosi la vita in un lento avvicinarsi della morte, prega Anneo Stazio, da tempo suo amico provato e competente nell'arte medica, di somministrargli quel veleno, già pronto da molto, con cui si facevano morire ad Atene le persone condannate da sentenza popolare. Avutolo, lo bevve, ma senza effetto, per essere già fredde le membra e insensibile il corpo all'azione del veleno. Da ultimo, entrò in una vasca d'acqua calda, ne asperse gli schiavi più vicini e aggiunse che, con quel liquido, libava a Giove liberatore. Portato poi in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna. Così aveva già indicato nel suo testamento, quando, nel pieno della ricchezza e del potere, volgeva il pensiero al momento della fine.»

    (Tacito, Annales, XV, 64)
    I troppi metodi di suicidio messi in atto da Seneca e il discorso, la cicuta, poi la libagione alla divinità, somiglia troppo alla morte di Socrate, tanto più che Tacito descrive in termini simili quasi tutte le morti dei filosofi e dei sapienti Trasea Peto, Catone Uticense, Petronio Arbitro e Marco Anneo Lucano, nipote di Seneca e anche lui coinvolto nella congiura. La morte di Seneca, comunque, così eccelsa nella sua esemplarità, accomunò nell'immaginario collettivo Seneca ad altri filosofi classici.

    SENECA


    LE OPERE

    I Dialoghi

    I Dialoghi di Seneca sono dieci, distribuiti in dodici libri:

    - Ad Lucilium de providentia;
    - Ad Serenum de constantia sapientis;
    - Ad Novatum De ira;
    - Ad Marciam de consolatione;
    - Ad Gallionem de vita beata;
    - Ad Serenum de otio;
    - Ad Serenum de tranquillitate animi;
    - Ad Paulinum de brevitate vitae;
    - Ad Polybium de consolatione;
    - Ad Helviam matrem de consolatione.


    I TRATTATI

    Il De beneficiis e il De clementia, di carattere etico-politico nell'impegno di Seneca a fianco di Nerone.


    -  De beneficiis (Sui benefici) 

    del periodo 54-64 in sette libri, tratta il concetto di "beneficenza" come principio di una società fondata su una monarchia illuminata. Seneca si è già reso conto del fallimento dell'educazione morale di Nerone, infatti il trattato è rivolto ad Ebuzio Liberale, un amico che Seneca frequentò soprattutto dopo il suo ritiro a vita privata.

    Seneca scrive di gratitudine e l'ingratitudine; il rischio dei favori reciproci, dati dai rapporti clientelari tra i cittadini :Il vero beneficium è invece il favore disinteressato, basato sulla giustizia. Il sapiente non cova vendetta, ma esercita la patientia, sopportazione stoica derivante dalla propria superiorità spirituale. Egli paragona gli uomini ad un popolo di mattoni, che messi in coesione l'uno sull'altro si sostengono a vicenda e reggono la volta dell'edificio della società.


    -  De clementia (Sulla clemenza)

    Del 55 - 56 e ci è giunto incompleto. L'opera è indirizzata a Nerone, da poco divenuto imperatore, di cui Seneca elogia la moderazione, la clemenza e l'indulgenza, Seneca non mette in discussione il potere assoluto dell'imperatore, ed anzi lo legittima come un potere di origine divina. 


    Le Quaestiones Naturales

    Composte nell'ultima parte della vita di Seneca, che appare più platonico che stoico, infatti vede il corpo come prigione dell'anima e dalla caratterizzazione trascendentale di Dio privo di corporeità e non immanente. Questi, principalmente, sono gli argomenti su cui Seneca si sofferma:

    1. libro: I fuochi - Gli specchi
    2. libro: Lampi e folgori
    3. libro: Le acque terrestri (completo)
    4. libro: il Nilo - Neve, pioggia, grandine
    5. libro: I venti
    6. libro: I terremoti
    7. libro: Le comete

      Lo scopo è di liberare l'uomo dalla paura e dalla superstizione intorno ai fenomeni naturali, compiendo così un'operazione simile a quella di Lucrezio nel suo De rerum natura.Affrontando il testo, troviamo fin dal primo libro una chiara presa di posizione di Seneca nella quale si scopre l'intento primo dell'opera: permettere all'uomo, una volta scevro dalle false credenze che avvolgono la natura, di ascendere ad una dimensione più alta in quanto per Seneca la conoscenza è solo un mezzo per elevarsi sino a Dio.


      Le Epistole a Lucilio

      Scritto dopo il ritiro dalla vita politica (62), una raccolta di 124 lettere in 20 libri indirizzate all'amico Lucilio (personaggio di origini modeste, proveniente dalla Campania, assurto al rango equestre e a varie cariche politico-amministrative, di buona cultura, poeta e scrittore).

      Si tratta di un epistolario reale (varie lettere richiamano quelle di Lucilio in risposta), integrato da lettere fittizie (più ampie ed elaborate), inserite nella raccolta per la pubblicazione. L'opera, del 62-65, vuole essere uno strumento di crescita morale. proponendo spunti alla meditazione dell'amico discepolo, tra cui anche sentenze tratte da Epicuro.

      Egli condanna il trattamento comunemente riservato agli schiavi, con accenti di intensa pietà ma pure grande disprezzo per le masse abbrutite dagli spettacoli del circo. Nelle Epistole, l'otium è costante ricerca del bene.


      Le tragedie

      Le tragedie ritenute autentiche sono nove (più una decima, l'Octavia, ritenuta spuria), tutte di soggetto mitologico greco:
      - Hercules furens;
      - Troades;
      - Phoenissae;
      - Medea;
      - Phaedra;
      - Oedipus;
      - Agamemnon;
      - Thyestes;
      - Hercules Oetaeus;
      - Octavia (spuria; databile pochi anni dopo la sua morte (70-80 d.c.).

      La macchinosità o la truce spettacolarità di alcune scene sembrerebbero presupporre una rappresentazione scenica, in cui emerge il tiranno sanguinario e bramoso di potere, tormentato dalla paura e dall'angoscia. Il despota offre lo spunto al dibattito etico sul potere, che è fondamentale nella riflessione di Seneca.

      In esse Seneca parla infatti di uccisioni (anche all'interno del gruppo familiare o a danno di amici), di incesti, parricidi,  magia nera, di atrocità, di cannibalismo, di insane passioni e di violenza. 


      L'Apokolokyntosis

      Il Ludus de morte Claudii, del 54, (o Divi Claudii apotheosis per saturam) generalmente noto col nome di Apokolokyntosis, da kolokýnte, cioè zucca, come "deificazione di una zucca". Tacito (Annales, XIII 3) afferma che Seneca aveva scritto la laudatio funebris dell'imperatore morto (pronunciata da Nerone), però, in occasione della divinizzazione di Claudio, avrebbe dato sfogo al risentimento contro l'imperatore che lo aveva condannato all'esilio.
      Vi si narra la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo, descritto come violento, claudicante e gobbo, nella vana pretesa di essere assunto fra gli Dei. Infatti Augusto gli rinfaccia tutti i misfatti del suo impero; gli Dei lo inviano agli inferi, dove egli finisce schiavo di Caligola e da ultimo viene assegnato da Minosse al liberto Menandro. Allo scherno per l'imperatore defunto Seneca contrappone, parole di elogio per il suo successore, preconizzando un'età di splendore e rinnovamento.


      Gli epigrammi

      Sotto il nome di Seneca, sono state trasmesse anche alcune decine di epigrammi in distici, quasi certamente spuri.


      Opere perdute

      - orazioni
      - De situ et sacris Aegyptiorum,
      - De situ Indiae
      - De matrimonio
      - De motu terrarum
      - De forma mundi
      - De officiis
      - De amicitia,
      - De immatura morte,
      - De superstitione,
      - Exhortationes
      - Moralis philosophiae libri.

      L'opera perduta che possiamo meglio ricostruire, in quanto ampiamente citata da san Girolamo  è il De matrimonio, di posizione stoica non ortodossa, sulle nozze come fondate sulla comunanza di intenti, più che sul piacere carnale.


      Opere pseudoepigrafiche

      Il più famoso è la corrispondenza fra Seneca e Paolo di Tarso, leggenda che però contribuì ad alimentare la fortuna di Seneca nel Medioevo. Fu proprio grazie a tale falso storico infatti che le altre opere di Seneca ci sono giunte in gran parte complete, visto che all'epoca si bruciava di tutto come pagano-demoniaco.


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    • 02/18/18--05:23: I CALCHI DI POMPEI
    • BAMBINO (1)

      Nella foto (1) c'è un bambino di 6 o 7 anni che tiene le manine sulla pancia, contratto dai dolori della caduta delle macerie e dall'asfissia. Nessuno lo ha soccorso perchè tutti erano colpiti, nessuno l'ha tenuto tra le braccia, nessuno ha potuto accogliere il suo ultimo respiro. E' morto da solo, come nessun bambino dovrebbe morire, ed è morto ancora bambino. Non è sopravvissuto ai genitori, ma nemmeno i genitori sono sopravvissuti a lui. Fu una strage.

      "Ha aperto al pubblico il 27 maggio la mostra “Pompei e l’Europa 1748 – 1943”, con due siti espositivi. Presso il Salone della Meridiana al Museo Archeologico di Napoli, sono esposte opere provenienti da musei italiani e stranieri. Questa esposizione ripercorre l’influenza che il mito di Pompei ha avuto sull’arte italiana ed europea, dalla sua scoperta, con l’inizio degli scavi del 1748 al bombardamento del 24 agosto 1943. 

      Presso l’Anfiteatro degli scavi di Pompei, invece, sembra di rivivere gli ultimi istanti di vita della popolazione, grazie agli oltre 20 calchi in gesso, appartenenti agli 86 realizzati dopo il ritrovamento dei corpi. Questi calchi sono stati preparati per la mostra, grazie al lavoro dei restauratori sui reperti archeologici, che testimoniano la tragedia di quel giorno, quando la città fu sorpresa e sopraffatta dalla terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.c.."

      UOMO SOFFERENTE (2)

      I CALCHI DI POMPEI SONO UNA TRAGEDIA IN ATTO

      La foto (2) mostra un uomo adulto con un braccio sollevato come a riparare il viso, ma già caduto in terra sotto i colpi dei crolli e delle ceneri e lapilli. Ha le labbra tirate per il dolore, come mostra l'arcata dentaria inferiore scoperta mentre le labbra sono tirate sull'arcata superiore dei denti. E' un uomo in agonia, Non sa nulla di quel che accade, tutto è stato repentino e devastante.

      Ha pensato che potessero esserci dei terremoti, nemmeno terribili, come quello accaduto una decina d'anni prima, ma nulla di più. Forse non voleva lasciare la casa a cui era affezionato, o temeva lo sciacallaggio, o non sapeva dove andare. Ma restare gli è stato fatale.

      "L’invenzione del metodo dei calchi I corpi sono rimasti sepolti in 9 metri di cenere per oltre 1900 anni! Il 5 febbraio del 1863 mentre si sgombrava un vicolo, il Fiorelli, il direttore degli Scavi, venne avvertito dagli operai che avevano incontrato una cavità, in fondo alla quale si scorgevano delle ossa.

      Ispirato da un tratto di genio, il direttore Giuseppe Fiorelli ordinò che si arrestasse il lavoro, fece stemperare del gesso, che venne versato in quella cavità e in altre due vicine. Dopo aver atteso che il gesso fosse asciutto, venne tolta con precauzione la crosta di pomici e di cenere indurita. Eliminati dunque questi involucri, vennero fuori quattro cadaveri.

      La cenere, avvolgendo i corpi, ne ha preso la forma. Una volta che il corpo imprigionato all’interno si decompone naturalmente, la cavità che si crea conserva perfettamente le forme di quel corpo, compresa l’espressione del viso."


      UNA FAMIGLIA AGONIZZANTE (3)

      Calchi di Pompei: gli ultimi istanti di intere famiglie

      Ecco un'intera famiglia nella trappola mortale della sua casa, anzi nella trappola di Pompei. Alcuni giacciono svenuti o morti, oppure ancora agonizzanti, altri li guardano impotenti con la disperazione nel cuore, assistendo alla devastazione dei propri cari e alla loro agonia.

      I poveri resti sono davvero toccanti, in posizioni che rivelano come le persone siano morte, intrappolate all’interno degli edifici o nel tentativo di proteggere se stessi e i propri familiari. quest'uomo sembra avere almeno un braccio fracassato (4), e anche il viso sembra colpito violentemente. E' riverso supino, con un ginocchio appena sollevato, ormai incapace di muoversi.

      "Grazie alla tecnica utilizzata con il gesso, è possibile così ricreare quel corpo all’interno della cavità; vedere le espressioni angosciate e addolorate di uomini, donne e bambini, ma anche i dettagli delle loro pettinature e dei loro vestiti. Con questi calchi Pompei rivive la tragedia. Come un fermo immagine degli ultimi momenti di vita di un’intera popolazione che si dissolse in un solo giorno."

      UN UOMO DEVASTATO DAL CROLLO DEL TETTO E DAI LAPILLI (4)


      LA TAC DEI CALCHI 

      La scienza medica al servizio dell’archeologia.

      LA TAC DI UNA TESTA SPACCATA (5)
      "Due calchi delle vittime della tragedia del 79 d.c., un bambino e un adulto saranno indagati, in diretta per la stampa, attraverso il supporto scientifico della Tac (Tomografia Assiale Computerizzazione multistrato) martedì 29 settembre ore 10.00, nell’ambito del più vasto progetto di studi scientifici e antropologi previsto dal cantiere di restauro sui calchi, attualmente in corso.

      Il progetto, per la prima volta praticato e dall’alto valore scientifico, è finalizzato a individuare età, patologie mediche, abitudini alimentari e stili di vita degli antichi pompeiani e interesserà tutti quei calchi sui quali per dimensione e condizioni sarà possibile praticare la TAC.

       All’appuntamento, che prevede accesso a piccoli gruppi nell’ambiente dove è collocata l’apparecchiatura con il calco, c'è la visione da monitor dell’indagine radiologica e illustrazione del progetto da parte degli specialisti coinvolti."

      Le scene sono strazianti: un corpo di donna con un bambino sul grembo, il resto di un bimbo di circa quattro anni, accanto a quello di due adulti maschio e femmina, sicuramente i suoi genitori.
      Alcuni teschi hanno i denti perfettamente conservati e possono essere individuati facilmente nelle bocche aperte, che sembrano ancora adesso urlare, mentre la cenere le ricopre.

      PADRE MADRE FIGLIO (6)
      Questa della fig. (6) è una delle scene più commoventi e disperate: un padre osserva impotente e disperato sua moglie e suo figlio riversi al suolo nell'agonia. Lui si solleva sul busto, come volesse alzarsi per aiutarli, ma non ce la fa, può solo assistere disperato alla scena.

      "Sono 1150 i corpi ritrovati negli scavi di Pompei, ma rimane ancora un terzo della città da scavare.
      Si spera che un documento così importante per l'umanità intera non si lasci dormire come spesso accade nei siti archeologici italiani. Si tratta ovviamente di un documento unico al mondo, per l'epoca remota, per l'archeologia, per l'aspetto profondamente drammatico e umano.

      Sarebbe inoltre importante che questi reperti potessero girare il mondo, anche perchè spesso l'interesse per i siti archeologici può essere sollecitato più da certe immagini di forte impatto che non da musei e libri. Siamo abituati a vedere immagini shoccanti nei film con zombi e mostri di vario genere, ma queste immagini fanno tutt'altro effetto, perchè queste sono vere, non sono una finzione scenica. La cultura, quindi scuola e arte anzitutto, è il principale antidoto alla violenza nel mondo."



      IL VESUVIO 

      Ancora oggi fa impressione poter visitare i luoghi vesuviani dove ha avuto luogo la colata di lava.
      Un vulcano può essere attivo per milioni di anni, anche se talvolta attraversa periodi di riposo talmente prolungati da farlo ritenere estinto e può risvegliarsi con eruzioni più o meno improvvise.

      E' questo il caso del Vesuvio, il cui cono è cresciuto all'interno dei resti di un vulcano più antico, il Monte Somma, negli ultimi 30-35000 anni e la cui ultima eruzione risale al 1944, un tempo troppo breve per poter considerare il vulcano definitivamente spento, ma sufficiente per allentare il timore delle sue devastazioni. Ma se per Pompei fu un'ecatombe per noi posteri è il più grande documento rilasciato dagli antichi romani di 2000 anni fa.

      UNA FAMIGLIA IN AGONIA (7)
      Le due esposizioni parallele a Pompei – sostiene la Soprintendenza – rappresentano un’ulteriore occasione di valorizzazione del sito e dei suoi reperti, ma soprattutto un’integrazione dell’offerta di visita dalla forte suggestione, che contiamo attrarrà numerosi turisti.

       I calchi delle vittime sono in assoluto una delle attrattive più richieste dai visitatori che avranno in questa occasione la possibilità di goderne in un allestimento originale ed emozionante, possibile grazie a un necessario e contenuto aumento del biglietto”.

      Questi due corpi morenti ci rendono spettatori di un fine tragedia che però non è da teatro, è una realtà. Come mai nella vita, almeno per la stragrande maggioranza di noi, possiamo assistere agli ultimi e dolorosi istanti di vita di povere vittime di un cataclisma, Qui, nella fig. (8), un uomo cerca di soccorrere una donna che tenta di rifugiarsi tra le sue braccia, ma gli ricade addosso senza vita.

      UN ABBRACCIO PRIMA DI MORIRE (8)


      Il restauro dei calchi lo conferma: i pompeiani morirono all'istante durante l'eruzione 

      "Ecco il lavoro sui calchi dei corpi carbonizzati dall'eruzione del Vesuvio nel laboratorio di Pompei.I calchi, realizzati dall'archeologo Giuseppe Fiorelli, sono stati restaurati, sottoposti anche a raggi x, ricostruzione con scanner laser ed esami del Dna. Il tutto rientra nel "Grande progetto Pompei" che mira al restauro e alla messa in sicurezza del sito.


      MORTO NEL SONNO (9)
      Degli 86 calchi ritrovati, 20 saranno in mostra dal 26 maggio nell'Anfiteatro di Pompei per la mostra "Pompei e l'Europa 1748-1943".

      Le analisi ai raggi x hanno rilevato che all'interno dei calchi è presente ancora l'intera struttura ossea delle vittime confermando che le persone morirono all'istante: ecco che così ritroviamo i pompeiani proprio nella posizione in cui spirarono nel momento in cui la nube di 300° li colpì, tra cui spiccano una mamma ed un bambino abbracciati.

      Qui a lato, nell'immagine n (8), si vede un anziano signore col capo poggiato su un braccio, il suo volto è sereno, forse aveva avuto la fortuna di essere già morto nel sonno, o era talmente saggio da affrontare con grande calma la morte e il dolore.



      COME MORIRONO 

      Ci siamo sempre sbagliati, si è pensato che tutti gli abitanti morirono durante l’eruzione vulcanica, invece sembra che la maggior parte sia riuscita a fuggire per tempo. La dott.ssa Laura Vigo, archeologa e curatore del Montreal Museum of Fine Arts, ci spiega che solo il 10% dei pompeiani restarono, o perchè bruciati vivi, o soffocati dalla cenere o, nella maggior parte dei casi, colpiti da oggetti o dal crollo degli edifici. Comunque una pessima morte.

      "L’esplosione della parte superiore del cratere del Vesuvio, provocò l’immane caduta di lapilli e di cenere, a km di distanza. Fu la cenere caldissima che ricadeva sul suolo e non la lava a coprire la città di Pompei per 1700 anni. Ma la causa di morte degli abitanti che non avevano abbandonato la casa alle prime avvisaglie della catastrofe non furono vittime, come si era finora creduto, delle esalazioni venefiche nè della cenere e dei lapilli.


      DOLORE E DISPERAZIONE (10)
      La maggior parte delle persone furono schiacciate da crolli, a causa del peso della cenere accumulata sui tetti. Furono uccisi da lesioni e dopo, a causa della mancanza del tetto, coperti di cenere. I segni di gravi lesioni sono emersi da un’accurata osservazione dei corpi, con mezzi tecnologici e accuratissime analisi.

      La “perizia necroscopica” è stata possibile grazie a scansioni e ad ingrandimenti digitali dei calchi dei cadaveri.

      I corpi dei pompeiani sono calchi in gesso. La cenere, molto fitta, si solidificò, avvolgendoli corpi. All’interno la carne, formata da molta acqua e da tessuti molli, sparì formando una cavità. Le parti non ossee si consumarono, lasciando una cavità, ma lo scheletro ha resistito in sospensione, sorretto alle estremità dalla cenere che era diventata molto compatta.

       Gli abitanti, in genere, avevano denti molto sani e non soltanto i giovani; ciò doveva essere possibile grazie a una dieta ricca di frutta e verdura. Con questi rilevamenti, i ricercatori hanno determinato con maggiore precisione l’età, il sesso, le malattie e anche la classe sociale delle vittime. Probabilmente l’epidermide delle creature subì una cottura rapida e si indurì.

      Il calore, la mancanza d’ossigeno, le polveri sottili della cenere, crearono condizioni uniche per un certo tensionamento dello scheletro. II forte sbalzo termico potrebbe aver distrutto anche i microorganismi, riducendo l’azione demolitrice. La perdita delle parti molli del corpo e la conservazione delle ossa, intrappolate dalla morsa di cenere hanno consentito il recupero sia della forma dettagliata del corpo stesso che, all’interno, dell’apparato scheletrico. "

      SI MUORE SOLI (11)

      LA TAC NON PER TUTTI 

      "Gli scheletri delle vittime della tragedia del 79 d.c. inglobati nel gesso hanno dimensioni diverse e non tutte possono essere sottoposte a Tac di ultima generazione. Per esempio, la madre che abbraccia il figlioletto, della "famiglia" ritrovata nella "Casa del Bracciale d'Oro", non può essere introdotta nell'apertura massima di scansione dell'apparecchiatura, che è di 70 cm. Verrà comunque effettuata la scansione del cranio e del torace.

       Nella Tac è invece entrato il bambino del quale è stato trovato lo scheletro intero. Mediante la misurazione del femore, è stata stabilita la sua età approssimativa: tra i 2 e i tre anni. Ulteriori studi sul polso riveleranno ulteriori particolari del bambino.

      ''Questa notte - afferma Roberto Canigliula, referente della 'Philips Spa' - abbiamo scoperto che il nodo di un abitino sullo sterno del bimbo, è invece una fibbia, probabilmente d'oro''.

       Lo studio sui denti dei circa 30 resti umani contenuti nei calchi di Pompei ha rivelato che i pompeiani mangiavano sano.
      ''Il campione è troppo piccolo per generalizzare - frena Giovanni Babino, medico radiologo - ma è vero che i nostri speciali 'pazienti' hanno arcate dentarie perfette''.
      ''Mangiavano prevalentemente frutta e verdura, e pochi zuccheri - afferma Elisa Vanacore, l'odontoiatra dell'equipe - Lo studio dei denti potrà rivelare molto altro ancora''.

      E' costato circa 270 mila euro lo studio di restauro dei calchi e dei reperti di bronzo. ''Con questo progetto continuiamo il nostro 'itinerario della morte' - ha detto il Soprintendente degli Scavi di Pompei, Ercolano e Stabia, vero motore degli studi, Massimo Osanna - con un programma scientifico che sta consentendo di aggiungere straordinari tasselli alla conoscenza che sempre precede la tutela e la valorizzazione''.

      L'Italia è un gioiello di archeologia, arte e paesaggi, basterebbe farlo funzionare per far vivere bene gli italiani, aggiungiamo noi, ma non sembra facile farlo capire ai nostri governanti.


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    • 02/20/18--05:29: ANCONA (Marche)
    • BRONZI DI CARTOCETO
      Ancona fu abitata fin dai tempi dell'età del bronzo come dimostra un insediamento protovillanoviano rinvenuto sul colle dei Cappuccini. In epoca picena poi si stabilirono diversi insediamenti tra il colle Guasco ed il colle dei Cappuccini.

      La città vera propria venne fondata dai siracusani che nel 387 a.c. ne fecero una loro colonia, soprattutto per l'approdo naturale dell'insenatura a gomito che dà il nome alla città (greco ankon, "gomito"). Furono i siracusani (Magna Grecia) a dare un volto greco ad Ancona, anche se oggi ne restano scarse tracce archeologiche, come non ce ne sono del porto siracusano.

      C'è però l'attestazione di una zecca greca che emette moneta in bronzo con effigie di Afrodite sul dritto e braccio piegato a gomito sul rovescio nonché dai numerosi materiali provenienti dagli scavi urbani e dalle necropoli che documentano rapporti con il Mediterraneo Orientale e la Magna Grecia.  

      Tra il III e il II sec. a.c. la città passò sotto il dominio romano. Il porto venne utilizzato come base della flotta romana nel pattugliamento dell'Adriatico durante le guerre illiriche, e la città fu dotata di una cerchia muraria, della quale ampi tratti in blocchi di arenaria sono stati messi in luce nell'area del Lungomare Vanvitelli.

      E' romano il tempio di Venere (Venus Genetrix) rinvenuto al di sotto della Cattedrale di S. Ciriaco sul colle Guasco, già acropoli della città. Realizzato tra II e I sec. a.c., il tempio è orientato verso il foro della città posto al di sotto del colle e presentava una facciata con sei colonne sulla fronte di stile corinzio-italico.
      MONETA GRECA - VENERE E GOMITO DELLA DEA

      Divenuta municipio romano agli inizi del I sec. a.c. e colonia cesariana dopo la battaglia di Filippi (42 a.c.), la città venne in larga parte rinnovata Augusto, ma è soprattutto con Traiano che il porto fu ampliato e rinforzato, in quanto base logistica per le legioni alla conquista della Dacia.

      In età bizantina le fonti ricordano Ancona implicata nella guerra con i Goti. Il suo porto, collegato con Osimo, allora principale città del Piceno, rappresentava la più importante base navale dell'Adriatico per le comunicazioni con Bisanzio ed il Mediterraneo orientale.

      Sotto la città si estende il foro romano, del quale resti di fondamenta si scorgono al di sotto delle case e dei palazzi, mentre il grande ovale dell’anfiteatro è emerso dalla terra solo dopo la fine dell’Ottocento, ed è ancora in fase di scavo.

      L'ANFITEATRO

      L'ANFITEATRO

      L'anfiteatro, situato tra i colli Guasco e Cappuccini a 50 m sul livello del mare, costituisce, unitamente all'arco di Traiano, l'opera architettonica di epoca romana più importante della città. Per la maggior parte della sua superficie è ancora da scavare, per cui può ancora riservare molte sorprese.

      Venne edificato sotto il principato di Ottaviano Augusto verso la fine del I sec. a.c., sopra un antico teatro greco a conci quadrati; modificato poi sotto Traiano (I - II sec. d.c.) chje lo ampliò e abbellì.
      La sua maggiore trasformazione, come si desume dagli indizi architettonici, sembra risalire all'epoca dei Flavi.

      INGRESSO DELL'ANFITEATRO
      Venne scoperto nel 1810, ma solo nel 1930 iniziarono gli scavi, grazie all'intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche, a cui si aggiunsero finanziamenti ministeriali appositamente erogati dopo il sisma del 1972. In tempi recenti è diventato un luogo di incontro dove ascoltare poesie e lirica.

      MOSAICO DELL'ANFITEATRO
      La cavea era composta da 20 gradinate disposte su 3 ordini, e poggiava in parte sulla roccia marnosa tagliata per accogliere la struttura, e in parte su volte cementizie costruite in elevato.

      Le persone che poteva accogliere tale struttura sono state stimate sui 10.000 spettatori, secondo altri fino a 15000..

      Vi erano due ingressi: la Porta Pompae, destinata ai soldati, e la Libitinensis, consacrata alla Dea Libitina, che presiedeva il passaggio all'aldilà, da cui uscivano moribondi e morti. Ciò fa capire che qui si rappresentassero i ludi gladiatorii.

      La forma  del pendio ha dettato all'anfiteatro quella dell'ellisse un po' irregolare, con asse maggiore di 93 m, e l'asse minore di 74 m mentre l'arena è di 52 m.

      La cavea, di oltre venti gradinate dislocate su tre ordini, poggiava pertanto in parte sulla roccia appositamente tagliata e in parte su volte cementizie costruite in elevato.

      Poichè accoglieva fino a 10.000 spettatori, era evidentemente destinato sia ai cittadini che ai forestieri. Sembra che l'anfiteatro fosse dotato di velarium. Infatti sono stati individuati sesti cavi entro cui venivano posti gli assi dove scorrevano i teli del velabrum.

      Negli scavi, come si può osservare nella foto, è stata rinvenuta una strada romana, che però era aldisotto del piano dell'anfiteatro. Evidentemente per edificare il monumento fu occupata la parte in cui scorreva una via basolata. probabilmente la via fu spostata, perchè di certo i romani tenevano moltissimo alla viablità.

      RESTI DELL'ANFITEATRO
      Dopo l'abbandono in età tardo antica (IV d.c.), a seguito del divieto cristiano di assistere agli spettacoli sia gladiatori che di semplice spettacolo comico o drammatico che fosse, venne utilizzato come cava di materiali.

      A partire dal XIII sec., venne utilizzato come base per nuove costruzioni che ne hanno nascosto la struttura. L'arco di ingresso ingloba, probabilmente, la porta monumentale di accesso all'acropoli di epoca greca che fu giustamente conservata dall'architetto di età augustea. Meno magnanimi furono i successori di epoca cristiana.

      L'anfiteatro è attualmente in fase di restauro, non è quindi visitabile al suo interno e sono poche le parti visibili. Tuttavia si può ugualmente ammirare esternamente attraverso delle passerelle. Però secondo altri, e le foto lo dimostrano, oggi l'anfiteatro giace in stato di abbandono e nell'incuria più assoluta, che sarebbe segno di una grave lacuna culturale nell'amministrazione cittadina.

      LE TERME

       LE TERME


      Adiacente all'anfiteatro è stato rinvenuto un complesso termale, scavato però solo in parte. E' emerso per ora un vasto ambiente (frigidario) con vasca rivestita di lastre marmoree, con  pavimento a mosaico e un'iscrizione che ricorda i duo viri della colonia augustea, da poco costituita.

      Le pareti delle terme vennero affrescate, e altri ambienti sono emersi con resti del sistema di riscaldamento a ipocausto, eretti sopra un precedente lastricato stradale.

      ARCO DI TRAIANO

      ARCO DI TRAIANO


      L'arco venne eretto dal Senato e dal popolo di Roma nel 100-116 d.c., si pensa opera dell'architetto siriano Apollodoro di Damasco, in marmo proconnesio ( bianco, con sfumature cerulee), in onore dell'imperatore che aveva fatto ampliare, a proprie spese, il porto di Ancona, per dare ai naviganti un migliore accesso sulla costa adriatica.

      Questo è del resto ciò che si legge nella stessa iscrizione dell'arco. Da qui lo Traiano partì per la vittoriosa guerra contro i Daci, episodio riportato sui bassorilievi della scena 58 della Colonna Traiana a Roma..Le proporzioni dell'arco di Ancona, particolarmente slanciate rispetto agli altri archi romani rimasti a tutt'oggi, sono particolarmente eleganti e l'arco è molto ben conservato.

      Secondo la tradizione, sull'attico era posta la statua equestre di Traiano, in bronzo dorato; secondo però ipotesi più recenti, la statua di Traiano non era equestre.

      Alla destra di Traiano si trovava la statua di Plotina, sua moglie; alla sinistra quella di Ulpia Marciana, sua sorella.

      Le tre iscrizioni, che tuttora si leggono grazie alle tracce rimaste, erano in bronzo probabilmente dorato, come usava all'epoca, e così i quattordici rostri e le statue di cui si impadronirono i Saraceni nell'848.

      L’arco trionfale si trovava a due passi dall’antico porto, e salendo da qui in direzione dell’antica acropoli greca che fu prima picena e poi romana, ma trasformata in un Foro, s’incontrano altre preziose testimonianze archeologiche.

      L’arco, che sorge lungo la banchina del porto, si innalza su un alto podio per cui è dotato di lunga scalinata, ed è caratterizzato da quattro eleganti colonne corinzie che sorreggono l’attico dove è scoplita la dedica all’imperatore. 

      In passato era ornato di fregi e statue in bronzo, trafugate per ultimi dai pirati saraceni nel IX secolo.

      MURA GRECHE

      LE MURA

      La grande cinta muraria di Ancona romana fu costruita a protezione del porto nel II sec. a.c., quando la città divenne la base della flotta romana per il pattugliamento dell’Adriatico. Già in epoca romana, l’area portuale doveva essere limitata a settentrione da questo monumento simbolo di Ancona, l’arco che si eleva sul molo nord del porto.

      Il percorso della cinta muraria, partendo dal versante occidentale del colle Cappuccini scendeva fino allo spazio della piazzetta all'incrocio tra via Fanti e via del Faro e di lì si abbassava fino a un'altra svolta nei pressi del Palazzo degli Anziani; di qui poi andava a cingere le propaggini del colle Guasco. 

      Scendendo da piazza Stracca per via Volto dei Seniori, imboccando la traversa per la Fonte del Filello, si noterà ad un certo punto che la regolare trama dei mattoncini cede il passo a dei grossolani e robusti blocchi di pietra, una fortificazione di più di due millenni fa. 

      La cinta muraria subiva un brusco cambio di direzione nell'area dell'attuale piazzetta tra via Fanti e via del Faro, ove resta il fragile rimasuglio dell' Arco di S. Anna, in realtà Porta Cipriana, così detta dalla Dea Cupra, venerata dai Piceni, o dalla stessa Venere, signora di Cipro, a cui i coloni siracusani dedicarono un solenne tempio sull'alto dell'Acropoli.

      LE FONDAMENTA DEL TEMPIO DORICO


      TEMPIO DI VENERE GENITRIX

      Resti del tempio ellenistico-repubblicano dedicato alla Dea Venere, che fu anche patrona della navigazione anconetana, del II secolo a.c.. sono situati sotto il duomo di San Ciriaco. Oggi rimane il basamento del tempio, studiando il quale è stato possibile ricostruire idealmente tutto l'edificio.

      PARTE DELLA COLONNA TRAIANA
      RITRAENTE IL TEMPIO DI VENERE
      Il tempio è citato anche da Giovenale ed era uno dei simboli della città romana; è interessante notare che l'edificio più sacro della città antica era dunque costruito nello stesso luogo di quello della città moderna. Lo scavo sarebbe accessibile dalla cripta delle Lacrime del duomo, ma è chiuso al pubblico.

      Da un bassorilievo della Colonna Traiana si osserva, in una scena affacciata sul porto; un tempio sulla riva del mare, secondo la tradizione dedicato a Diomede.

      Inoltre si notano i magazzini portuali, i cantieri navali e naturalmente l'arco di Traiano, con tre statue sull'attico.

      Si sa che nel III sec. a.c. c'era zona un tempio dedicato ad Afrodite, come emerse già dai resti rinvenuti negli scavi del 1948. Secondo alcuni studiosi esso sarebbe stato un tempio dorico del IV sec. a.c., ossia all'epoca della fondazione greca della città.

      Secondo altri, invece, il tempio risalirebbe al II sec. a.c. e dunque in un'epoca in cui la colonia greca era già sotto influsso romano, per cui dedicato a Venere che, secondo un'antica tradizione, aveva nel tempio l'attributo di "Euplea", ossia di protettrice dei naviganti. La pianta del tempio corrisponde a quella del transetto della chiesa attuale.

      CISTERNA DEL CALAMO

      CISTERNA DEL CALAMO

      Il Calamo era il nome di una fontana d'epoca greca, che venne inglobata nelle mura cittadine durante il Medioevo. Il nome deriverebbe dalla parola latina Càlamus, "Canna", forse con allusione all'ambiente palustre

      Demolita nel 1503, venne ricostruita mezzo secolo dopo e chiamata la Fontana delle Tredici Cannelle, oggi rifornita dall'acquedotto cittadino, ma, in epoca romana, attingeva l'acqua da una grande cisterna romana posta sotto il muro alle sue spalle; che a sua volta riceveva le acque dall'acquedotto proveniente da Monte Conero.


       
      DOMUS ROMANE 


      RESTI DELLA DOMUS SOTTO LA CORTE DI APPELLO
      I resti di una domus romana e di tabernae affiorano sotto il palazzo della Corte d'appello (via Carducci-via Zappata), risalenti al I – II sec. d.c., Come si vede nella foto la domus conserva un pavimento musivo a tessere bianche e nere.

      In altre stanze si osservano altri mosaici e resti di affreschi. Esse sono visitabili su richiesta alla Soprintendenza archeologica della Marche ed alla Corte d'appello. Il che in pratica ne blocca la visibilità, sarebbe bastato fornire un telefono con conferma eventuale del gruppo raggiunto per la visita. 
      Visitare dei resti romani non può comportare richieste così bizantine.



      DOMUS ROMANA VIA ROSSINI

      Gli scavi operati dal 2009 al 2012 hanno reperito diverse domus romane nella città. Ad esempio una fattoria con signorili stanze d’abitazione affiancate ad ambienti di lavoro e di utilità che assieme coprono quasi la metà dell’area occupata dalla rocca fortificata fino al 1600. 

      Gli scavi hanno scoperto solo una piccola parte della villa posta lungo via Rossini, con i resti di alcuni ambienti con mosaici e pareti dipinte (I a.c.- I d.c), fino al peristilio, il cortile colonnato che si apriva al centro della domus. In epoca tardo imperiale (III d.c.) la domus venne convertita in struttura produttiva. 

      Si individua infatti la presenza di una vasca ad “L”, identificata come fullonica dai cumuli di murici (le conchiglie da cui si ricavava la tinta porpora), evidentemente una manifattura per la tintura di tessuti come quella di Marcilius, il purpurarius truentino dell’iscrizione. Una vetrina mostra i materiali dello scavo.

      RICOSTRUZIONE DEL PORTO ROMANO

      IL PORTO ROMANO

      Il porto greco-romano di Ancona non ha la forma di quello attuale, ma segue il bacino, molto più ridotto, occupato oggi dall'area di costruzione e alaggio delle navi del Cantiere navale della Fincantieri.

      RESTI DEL PORTO
      Esso fu fondato insieme alla città dal popoli dei dori, nel 387 a.c.

      Invece nel periodo romano il porto fu notevolmente ampliato, soprattutto dall'imperatore Traiano.

      Per riconoscenza, in suo onore il Senato e il popolo romano fecero costruire nell'area portuale un arco di trionfo, intorno al 115 d.c..

      Il porto romano fu teatro di eventi storici di primo piano quali l'avvio della II campagna dacica di Traiano e la Restauratio Imperii di Giustiniano. 

      Sono visibili alloggiamenti per navi, magazzini ed edifici di rappresentanza (lungomare Vanvitelli), che vanno dal II sec. a.c. al VI sec. d.c..

      Sono affiorati nel corso degli scavi i resti di strade romane in basolato, poste invia degli Orefici e in corso Mazzini. Le vie risalgono al II sec. d.c.



      TOMBA MONUMENTALE

      I resti di tomba monumentale di età augustea (corso Matteotti-via dell'Indipendenza) (I sec. d.c.) la tomba numero 62. Anche qui, un pannello ci aiuta a capire meglio cosa si sta guardando. Una tomba monumentale di epoca augustea situata in quello che al tempo era considerato un "quartiere signorile" della necropoli, e riservato, come spiega il pannello, a gruppi familiari che vi esibivano la propria ricchezza ed il proprio prestigio sociale. Anche questa dovrebbe risalire quindi al I sec. d.c.



      IMPIANTO IDRAULICO ROMANO

      ANCONA IN EPOCA ROMANA
      - Cunicoli del Viale della Vittoria
      - Cunicoli della Fonte di Santa Margherita
      - Serbatoio detto “La Chioccia”
      - Cunicolo di Via Trento

      - Cunicoli di Piazza Cavour
      - Cisterne di Piazza Stamira
      - Cunicoli di Corso Mazzini
      - Cisterne della Fonte del Calamo

      - Cunicoli della Fonte di Piazza del Plebiscito
      - Cunicoli di San Francesco alle Scale
      - Cunicoli della Fonte del Filello

      Un vastissimo, intricato e intrigante reticolato di condotte e cunicoli idrici, con collegamenti trasversali, serbatoi, cisterne, pozzi, alimentati da fonti antichissime. Strutture ancora, in parte, unite agli acquedotti.

      Come quello sotto via Santa Margherita, le cui acque arrivano ancora fino alle grandi cisterne di raccolta ipogee di piazza Stamira e Del Calamo.

      Le acque passano sotto via Trento (serbatorio della “Chioccia” con 5 cunicoli), via Rismondo, viale della Viittoria (cunicolo di 300 mcon una diramazone di 80), piazza Cavour (galleria principale larga 1,5 m, alta 2 e lunga 40, con pozzo profondo 25 m e con diametro di 3).

      La Fonte del Filello o della Cisterna: denominata in origine Fonte Greca, con la sua fontana, sul fianco sinistro di Palazzo degli Anziani, è forse la più antica della città. Ha un ramo di cunicolo sotto il Guasco (cisterne romane sono infatti visibili oggi sotto la “Casa del Boia”) in fondo al quale c’è una piccola sorgente. Le strutture idrauliche che facevano capo al Cisternone del Filello giungono anche nei pressi dell’attuale Istituto Nautico.

      Quindi, probabilmente, rifornivano di acqua dolce anche il porto Traianeo. Un cunicolo sommerso si troverebbe anche vicino alla Chiesa del Gesù, in piazza Stracca. Probabilmente allacciato ad uno simile, residuo di una fognatura romana, sotto Palazzo Ferretti, che alimentava le antistanti terme romane, e scenderebbe ancora poi verso lo scalo marittimo.

      SOTTERRANEO DI SANTA MARIA DELLA PIAZZA

      ALTRI RESTI 

      - Resti del foro romano, ovvero basamenti di colonne e poco più, si sono reperiti nel sottosuolo in piazza del Senato - via Ferretti. I resti risalgono al I sec. d.c.
      - Resti di impianto industriale romano (porporificio) ed impianto sportivo con piscina (III sec. d.c.), successivamente riutilizzati come necropoli paleocristiana (piazza Pertini – parcheggio sotterraneo)
      - Peristilio di un edificio romano (vicolo Orsini, via Matas) (I – II sec. d.c.)
      - Resti di impianto termale con suspensurae, tubuli e praefurnium (traversa di Via Ferretti) (I sec. a.c. - II sec, d.c.)
      - Resti di impianto industriale romano (porporificio) ed impianto sportivo con piscina (III sec. d.c.), successivamente riutilizzati come necropoli paleocristiana (piazza Pertini – parcheggio sotterraneo)
      - Peristilio di un edificio romano (vicolo Orsini, via Matas) (I – II sec. d.c.)
      - Resti di impianto termale con suspensurae, tubuli e praefurnium (traversa di Via Ferretti) (I sec. a.c. - II sec, d.c.)
      - Resti del foro romano (basamenti di colonne) (piazza del Senato- via Ferretti) (I sec. d.c.)

      I RESTI ORIGINALI DEI BRONZI DI CARTOCETO

      I BRONZI DI CARTOCETO

      I bronzi sono stati fusi a cera persa (con uno stampo che si perde nella fusione, quindi con una sola fusione possibile), per cui le copie sono state ottenute per calco.
      Sono stati eseguiti in lega di rame con tracce di piombo, e poi dorati a foglia.
      Cavaliere -  un uomo maturo (40 anni circa), abbigliato in tunica e paludamento (mantello dei generali) quindi militare di alto rango in tempo di pace, circostanza questa che è confermata dal braccio destro elevato come segno di pace. Dell'altro cavaliere non rimangono che pochi frammenti.
      Donna - in età avanzata con acconciatura ellenistica del I sec. a.c., abbigliata con una stola (veste di lana lunga) e una palla (lungo mantello). Una è integra, l'altra ha solo la porzione tra il basamento e la vita.
      Cavalli - incedono con una zampa anteriore alzata. Il pettorale è decorato con tritone e nereide, cavalli marini e delfini. Le bardature sono adornate con falere di metallo su cui sono rappresentati: Giove, Venere, Marte, Giunone, Minerva e Mercurio.
      Pagano afferma che i bronzi dovevano essere collocati nella basilica di Sentinum e furono interrati per sicurezza negli anni della Guerra Gotica (535-553). Precauzione inutile perchè i Goti le ritrovarono riservandole per utilizzare il bronzo per le monete. 

      L’arrivo del generale bizantino Narsete che, secondo lo storico Procopio di Cesarea, seguì proprio la strada da Fossombrone a Sentinum, avrebbe indotto i Goti a interrare nuovamente i bronzi.



      LE IDENTIFICAZIONI

      Il gruppo è composto da due cavalieri, due donne e due cavalli. Tutti i personaggi probabilmente facevano parte di un'unica famiglia di rango senatoriale. 

      Secondo Mario Pagano:
      - Sul riconoscimento dei due cavalieri come senatori Pagano si basa sulle raffigurazioni presenti sui pettorali dei cavalli, che alludono a una vittoria navale con trionfo di un senatore, quello che muove la testa, che va identificato con Licinio Murena padre, governatore dell’Asia e vincitore in mare su Mitridate nell’81 a.c. Il secondo invece sarebbe il suo omonimo figlio, difeso da Cicerone nella famosa orazione Pro Murena, quello della villa di Formia.

      Secondo Sandro Stucchi
      - Stucchi ritenne che il gruppo fosse la famiglia imperiale dei Giulio-Claudi, (20 - 30 d.c.), i cavalieri come Nerone Cesare figlio di Germanico e Druso III e le donne come Livia Drusilla e Agrippina maggiore (rispettivamente moglie e nipote di Augusto)
      Secondo Filippo Coarelli
      - Coarelli identifica i personaggi (50 - 30 a.c.) come appartenenti ad una prestigiosa famiglia legata al territorio del ritrovamento, l'ager Gallicus: o la famiglia dei Domizi Enobarbi, o Marco Satrio (senatore e patrono di Sentinum, odierna Sassoferrato) e Lucio Minucio Basilo (originario di Cupra Maritima, odierna Cupra Marittima, futuro cesaricida)
      Secondo Lorenzo Braccesi
      - Braccesi li ritiene appartenenti ad una famiglia di altro rango, di tarda età repubblicana, senza però escludere l'ipotesi che il gruppo sia stato realizzato posteriormente, in età augustea, mentre la collocazione più probabile sarebbe Pisarum, l'antica Pesaro.
      Secondo Viktor H. Böhm
      - Böhm dell'università di Vienna, vede il gruppo collocato originariamente nell'esedra dell'Heraion di Samo e i personaggi appartenenti alla famiglia di Cicerone, identificando con il cavaliere Cicerone stesso.

      Secondo Danilo Re
      Per Re ipotizza i bronzi avrebbero coronato l'Arco d'Augusto di Rimini e rappresenterebbero: Giulio Cesare (il cavaliere superstite); Ottaviano Augusto (il cavaliere mancante, ma col cavallo più alto); Azia maggiore, madre di Ottaviano (la matrona integra); Giulia minore, madre di Azia e sorella di Cesare (la matrona frammentaria).

      Il percorso espositivo del Museo parte dal IV sec. a.c. con i rinvenimenti dalla necropoli di Villarey, che illustrano il periodo greco di Ancona attraverso le stele e gli oggetti di corredo. Seguono poi dei reperti provenienti dallo scavo di Lungomare Vanvitelli e altri degli scavi di archeologia subacquea ( frammenti di fasciame del relitto di Palombina e altro). 

      Accanto ai letti funerari in osso sono inoltre presenti vari rinvenimenti operati nella città, tra cui due mosaici: uno con un emblema con pesci e uccelli, proveniente da corso Mazzini, l’altro con raffigurata la testa di Oceano, forse proveniente da un impianto termale che doveva trovarsi in Piazza Garibaldi. 

      L’ultima sezione del percorso espositivo è dedicata a Traiano, con il calco della scena 79 della Colonna Traiana, che sembra proprio raffigurare l'Ancona nel II sec. d.c.. con il tempio di Venere Genitrice, la Dea miticamente progenitrice della gens Iulia, tanto cara sia a Cesare che ad Augusto.

       Pur essendo stati assegnati al Museo Nazionale di Ancona, i bronzi di Cartoceto stazionano ancora a Pergola.




      LE GROTTE ROMANE

      Scavate probabilmente in epoca imperiale, sono situate nel parco del Monte Conero, nel comune di Ancona, verso la metà della strada che va da Massignano al Poggio; erano delle cave scavate dagli schiavi, evidentemente come cave di pietra.

      Ma molto più interessanti le grotte di Camerano, anch'esse nel comune di Ancona, probabilmente anch'esse antiche cave romane di pietra, ma poi trasformate in vere città sotterranee.

      Il lunghissimo percorso, non ancora del tutto esplorato, comprende anche e almeno, come si vede in foto, un piano inferiore. Colpiscono le numerosissime arcate che si prolungano per km, usate in secoli addietro anche come cantine, ma che assolutamente non giustificano nè la sua ampiezza, nè le diverse decorazioni a lesene, corduli o simboli vari di cui è disseminato.


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    • 02/21/18--05:15: PAX DEORUM
    • RITI PER LA PAX DEORUM

      LA PAX DEORUM PREROMANA

      E' l'epoca in cui la religio riguarda una Grande Madre, che si chiami Diana, o Bona Dea. o Bellona, o Feronia, Vacuna, Tellus, Silvia, Libera, Opi, Mefite, Mater Matuta, Maia, Luna, Lara, Ianua, Fauna, Ecate, Cardea, Cibele, Fortuna, Abeona o Pomona poco importa, lei era la Madre di tutti, ma di tutti tutti, cioè degli uomini, degli animali e delle piante. 

      Quando l'uccisione di un essere avveniva senza necessità il reato era gravissimo perchè si uccideva uno dei suoi figli. Il che comportava che se si uccideva un animale quando non era indispensabile per la sopravvivenza, quando cioè si uccideva per il gusto di uccidere, la Dea diventava implacabile, perchè quell'animale era uno dei suoi figli.

      Quando poi l'uccisione riguardava l'essere umano la legge non cambiava, o si uccideva per legittima difesa o l'assassinio doveva essere assolutamente e severamente punito. Uccidere la propria razza era uccidere i propri fratelli, per cui la pena era ugualmente la morte, a meno che non si trattasse appunto di una difesa.

      La guerra era un'attentato alla vita di altri, e poteva essere fatta solo per una giusta causa, cioè per legittima difesa, vale a dire per l'offensiva di un altro popolo. A Roma, dinanzi al tempio di Bellona, c'era la columna bellica, utilizzata nella cerimonia delle dichiarazioni di guerra.

      Infatti, secondo il rito tradizionale, risalente ai tempi più antichi della storia romana, la guerra doveva essere dichiarata scagliando una lancia dal territorio romano verso il territorio nemico. Al momento della guerra contro Pirro, re dell'Epiro, non essendo i due stati confinanti, il rito sembrava impossibile da svolgere.

      BELLONA
      Un prigioniero di guerra fu quindi costretto ad acquistare un piccolo lembo di terra nella zona in circo Flaminio, dove fu eretta una colonna, probabilmente di legno, lembo che poteva rappresentare simbolicamente il territorio nemico.

      La cerimonia si poté dunque svolgere scagliando la lancia contro la colonna. In seguito il rito continuò a ripetersi con queste nuove modalità, ultimo esempio conosciuto è nel 179 d.c., sotto Marco Aurelio.

      La ragione del rito risiedeva nel fatto che la guerra prevedeva fatti gravi compiuti da un confinante contro lo stato romano, tipo razzie, furti o eccidi.

      Era inconcepibile per l'antica Pax Deorum che i romani potessero muovere guerra a uno stato non confinante, perchè l'unica motivazione sarebbe stata la conquista di un altro stato per porlo sotto il proprio dominio.

      Anticamente, quando la Grande Dea era la madre di tutti, ciò era inconcepibile, ma riportato al popolo romano fa sorridere, perchè i romani ambivano più di ogni altra cosa a conquistare gloria e terre, per sè, per la sua gens e per Roma. L'impero romano, essendo estremamente e straordinariamente combattivo, non rinunciò mai alla conquista dei popoli, però si aggiustò le cose complicando i riti e i cerimoniali.

      Ma il bello è che tutto ciò non riguardasse il privato ma lo stato. A tener buoni gli Dei ci pensava lo stato che stipendiava i suoi sacerdoti che officiavano nei templi e per gli Dei. I privati non dovevano prendersene cura, se non per fare qualche processione cui seguiva un banchetto e o una festa, e offrire qualche cosa se desiderava un aiuto per un desiderio personale onde ingraziarsi gli Dei. I romani non erano fanatici e riservavano il proprio tempo ad usi laici.

      In quanto alla religione del privato, era il pater familias che ogni mattina pronunciava un'orazione ai Lari e ai Penati che si trovavano nel larario di casa, accendendo una candela e bruciando un po' di incenso. Ma ciò non comportava che pochi minuti, dopodichè tutta la famiglia era libera di dedicarsi alle proprie occupazioni, non c'era come oggi un giorno settimanale, come la nostra domenica in cui non si lavorava e ci si dedicava al culto degli Dei, i giorni sacri erano tanti ed erano feste in cui non si lavorava, ma non comportavano alcun obbligo da parte dei privati di dedicarvisi. 

      Tuttavia come principio la vita era sacra e nessuno poteva toglierla impunemente a meno che non vi fosse una motivazione grave. La religione romana, come Bachofen scoprì attraverso i miti e i reperti romani, era all'origine matriarcale, e di quel matriarcato qualcosa rimase anche in era patriarcale.

      LETTURA DELLE VISCERE

      LA PAX DEORUM ROMANA

      Pax deorum è un'espressione adoperata in diritto penale romano, nel periodo regio, per indicare una situazione di concordia tra la comunità dei cives e le divinità della religione romana. Essa si traduce in una serie di norme e di riti che permette di instaurare un rapporto pacifico e di "amicizia" tra i mortali e gli immortali, e soprattutto che permettano di renderlo saldo e duraturo.

      Il politeismo esisteva anche all'epoca del matriarcato, perchè la Grande Madre era La Madre degli Dei, i quali Dei poi divennero figli del Grande Padre, non a caso Iuppiter è Iovis-pater cioè Giove Padre. Rimasero però alcune leggi, come quella del non attaccare o uccidere senza una giusta causa,
      una specie di legittima difesa. Da qui nacque lo Iustum Bellum.

      "avendo i Sanniti, fuora delle convenzioni dello accordo, per l’ambizione di pochi, corso e predato sopra i campi de’ confederati romani; ed avendo dipoi mandati imbasciadori a Roma a chiedere pace, offerendo di ristituire le cose predate, e di dare prigioni gli autori de’ tumulti e della preda; furono ributtati dai Romani. E ritornati in Sannio sanza speranza di accordo, Claudio Ponzio, capitano allora dello esercito de’ Sanniti, con una sua notabile orazione mostrò come i Romani volevono in ogni modo guerra, e, benché per loro si desiderasse la pace, necessità gli faceva seguire la guerra dicendo queste parole: «Iustum est bellum quibus necessarium, et pia arma quibus nisi in armis spes est»; sopra la quale necessità egli fondò con gli suoi soldati la speranza della vittoria."

      La funzione di far mantenere la Pax Deorum all'interno della società era affidata al collegio dei pontefici che affiancava spesso il rex, il supremo magistrato che governava Roma, secondo la tradizione, legata alla fondazione di Roma. Questi, nominato dal popolo, sarebbe stato presente a Roma dal 753 a.c., anno di fondazione della città ad opera di Romolo. in ogni sua scelta e che la Pax deorum è collegabile anche al raggiungimento della concordia civium (concordia civile) all'interno della società cioè la pace tra le varie classi sociali.

      La Maestà del Popolo Romano era la più grande Virtù civica che superava ogni individualismo per un bene comune superiore, così come il legionario dava la sua vita per la patria, cioè ancora una volta per un bene collettivo, la patria. Ma tutto ciò è sovrastato dalla Pax Deorum, cioè il rapporto tra lo Stato e il mondo divino, affinchè questi proteggano la aeternitas di Roma, bene imprescindibile, e più importante di gense e familiae. Pertanto qualsiasi azione pubblica o importante decisione deve essere presa nel rispetto degli Dei, che tramite prodigi e segni vari informano del loro volere.

      PROCESSIO ROMANA
      La Pace tuttavia è estremamente fragile e basterebbe un nulla per vanificarla con grande detrimento dello stato, per cui diversi collegi speciali erano incaricati di interpretare il consenso divino e comprendere quale azione era da adottare per ripristinare la Pax Deorum, cioè il favore degli Dei.

      Ma all'ombra delle grandi cerimonie pubbliche c'è il culto privato, delle familiae o delle aggregazioni, sia sociali che religiose, che, come un micro-stato, aveva il dovere di instaurare la Pax Deorum all'interno della comunità o della propria casa, chiedendo l'aiuto di divinità più vicine all'individuo: i Lari o i Penati.

      Così la commissione di un delitto da parte di un cives, arrecava grave offesa agli Dei, provocandone l'ira nei confronti della comunità. Per evitare la collera divina, si rendeva sostanzialmente necessario sopprimere il colpevole, oppure, in casi meno gravi, si poteva sacrificare alla divinità un animale a titolo di espiazione. Successivamente, in età classica, il colpevole veniva dichiarato sacer, cioè gli veniva tolta la protezione degli Dei sicché potesse essere ucciso da un qualunque vendicatore.


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    • 02/22/18--05:58: VILLA DI MAMURRA (Formia)
    • RICOSTRUZIONE DELLA VILLA

      La villa di Mamurra è locata nel Parco della Riviera di Ulisse, e prende il nome dal suo proprietario, Lucio Mamurra, cavaliere romano originario di Formia.



      MAMURRA

      Questi seguì Gaio Giulio Cesare in Gallia, rivestendo il ruolo di praefectus fabrum (prefetto degli ingegneri) ed arricchendosi immensamente, si che molti pensarono, e probabilmente non a torto, fosse l'amante del bisessuale Cesare.

      Così lo condanna Catullo, che tuttavia aveva rapporti con gli efebi, quindi non avrebbe dovuto fare il moralista:

      Splendido: c’è un accordo tra i due froci
      sfrontati, tra Mamurra e quel finocchio
      di Cesare. Non c’è di che stupirsi:
      le ville entrambe, sia quella di Roma
      sia quella di Formia, sono macchiate
      delle stesse colpe, che non potranno
      essere lavate via. Son tutti e due
      pervertiti, uniti come gemelli,
      due saputelli in un solo lettino.
      Mamurra avido, Cesare arrapato,
      compagni e rivali quando si tratta
      di ragazzine. Davvero splendido:
      c’è un accordo tra i due froci sfrontati.


      RICOSTRUZIONE
      Catullo inoltre definì Mamurra bancarottiere di Formia, nonchè mentulus (piccolo pene) asserendo vi fosse una relazione omosessuale tra lui e Cesare e incluse nel disprezzo pure  la fidanzata di Mamurra, tale Ameana, che nulla aveva a che fare, per il suo brutto naso.

      Ma lo scrisse prima che Cesare salisse al potere, perchè poi, quando divenne il dictator dell'impero, andò a chiedergli scusa e Cesare, da quel magnanimo che era, non solo lo perdonò, ma gli aprì ab aeternum le porte della reggia.

      Che Mamurra fosse ricchissimo però risponde alla realtà, perchè Cornelio Nepote asserisce che fu il primo romano a costruirsi una casa interamente rivestita in marmo e con colonne marmoree, posta sul Celio.



      IL PARCO DI GIANIOLA

      All'estremo sud del Lazio, il Parco Regionale di Gianola e Monte di Scauri è collocato sulla lingua costiera che separa i Monti Aurunci dal mare del Golfo di Gaeta e rappresenta uno dei pochi lembi verdi di un territorio purtroppo assalito dalla speculazione edilizia.. L'area, fortunatamente protetta, è costituita da rilievi collinari con quote non superiori ai 40 m sul livello del mare dai quali emerge, con i suoi 123 metri, il Monte di Scauri.

      Il clima mediterraneo attenua il freddo invernale e il caldo estivo. In particolare in primavera l'area si colora di ginestre, cisti, eriche, gladioli e altre piante della folta macchia mediterranea. Le rupi e le scogliere scendono a picco sul mare con una visione mozzafiato.
      Numerosi i resti di epoca romana susseguentesi da 2000 anni a oggi, per i tanti ammiratori della bellezza paesaggistica della zona.

      L'Ente Parco Riviera di Ulisse invece non è un area parco ma un'entità amministrativa che ha competenza su distinte aree protette: Formia , Gaeta , Minturno e Sperlonga.

      PARCO DI GIANIOLA - RIVIERA DI ULISSE

      LA VILLA DI FORMIA

      La villa di Mamurra, che sorgeva a pochi m dal mare, doveva estendersi, in lunghezza, per alcune centinaia di m, e ciò aveva una sua logicità, perchè così da molte finestre poteva godere della vista del mare.

      Il corpo principale era di forma ottagonale, e risultava affiancato da due bracci, da una cisterna e da due portici che degradavano verso il mare. La struttura a pianta ottagonale costituiva il Tempio di Giano. La scala coperta che possiamo ammirare serviva a collegare i due portici. Le due piscinae ospitavano gli allevamenti ittici di Mamurra.

      L’intero complesso della villa di Mamurra fu riscoperto e studiato a partire dal Settecento; nella stessa occasione fu redatta una relazione, a noi pervenuta, nella quale è possibile ricostruire lo stato di conservazione dello stabile all’epoca.

      Oggi della villa restano diversi ambienti posti in modo discontinuo lungo un tratto di costa di oltre 200 m.
      Il che significa che se la villa era lunga almeno 200 m, e sicuramente andava oltre, la sua larghezza doveva essere almeno di 10 m, per cui la superficie complessiva doveva superare a dir poco i 2000 mq.

      Il visitatore può ammirare due cisterne che servivano per raccogliere l'acqua piovana e quella proveniente dai vicini Monti Aurunci.

      Tali cisterne dette una "Maggiore" e l'altra  "delle Trentasei colonne" presentano caratteristiche costruttive innovative. Si può inoltre ammirare la "Grotta della Janara", un corridoio scavato nella roccia utilizzato per congiungere la parte superiore della villa con una serie di vasche termali, poste a livello del mare, di cui restano ben visibili i perimetri.

      PARCO DI GIANIOLA
      Del tempio di Giano di forma ottagonale, conserviamo soltanto alcune rovine (in fase di recupero) poiché è andato distrutto dai bombardamenti della II Guerra Mondiale. Del complesso, in ogni caso, rimangono altre testimonianze di dimensioni inferiori ma di grande interesse.

      La villa che era il luogo, anzi sicuramente uno dei luoghi, di villeggiatura del generale romano che possedeva già la sua domus romana sul Celio, di cui purtoppo non restano tracce.

      Il fatto di averlo definito generale non stupisca, perchè per quanto ingegnere, Mumurra doveva combattere.

      Nell'esercito romano nessuno poteva esimersi dal farlo e Lucio, essendo molto vicino a Cesare (in vari sensi) in qualità di amicizia e di capacità ingegneristiche doveva essere uno dei suoi generali.

      Si può inoltre ammirare la “Grotta della Janara”, un corridoio scavato nella roccia utilizzato per congiungere la parte superiore della villa con una serie di vasche termali, poste a livello del mare, di cui restano ben visibili i perimetri.

      La villa, risalente alla metà del I sec. a.c. fu concepita secondo le più odierne e migliori concezioni di 
      architettura, e cioè estendendo scenograficamente al paesaggio con terrazze porticate digradanti al mare in due bracci speculari orientati secondo l'antica "rosa dei venti". Il tutto sormontato in cima da un particolare edificio a pianta ottagonale. 

      L'intervento della Regione riguarda proprio l'edificio ottagonale, chiamato "tempio di Giano". 


      "Questo edificio"  dichiara il Commissario Straordinario del Parco Regionale Riviera di Ulisse, 
      Professoressa Erminia Cicione  "fu abbattuto dai tedeschi durante l'ultimo conflitto mondiale, nel 1943. Dopo gli interventi alla cosidetta "Grotta della Janara" una scala voltata sul ripido pendio e alle "trentasei colonne" una cisterna con volte su pilastri quadrati, di cui si stanno ultimando i lavori e che presto verrà inaugurata, cominciando ad intervenire sull'edificio ottagonale, a completamento della risistemazione di tutta l'area archeologica. 

      Voglio ricordare che la tenuta della villa si estendeva fino all'area oltre l'Appia che ancora oggi chiamiamo "Mamurrano", riconducibile alla famiglia di Mamurra, cavaliere di Formia, praefectus fabrorum e amico di Cesare."

      In effetti i resti della vasta villa romana, occupano, nella parte più evidente, un'area di circa nove ettari di proprietà dell'Ente Parco.

      L'ufficio tecnico dell'Ente sta predisponendo le procedure per la redazione del Master plan che deve essere trasmesso alla Regione per l'approvazione.

      POSIZIONE DELLA VILLA

      FORMIA / Straordinaria scoperta agli scavi di Gianola, rinvenute 5 statue romane
      Redazione Temporeale / Attualità, Cultura, Formia / 15 luglio 2015


      (ANSA) - ROMA, 15 LUG - La capigliatura a boccoli che contorna il viso, la barbula leggera fin sul mento, gli occhi infossati con la pupilla segnata. Potrebbe esserci anche il ritratto del futuro imperatore Marco Aurelio o di suo figlio Commodo, tra le 5 teste maschili ritrovate un anno fa nella Villa romana di Gianola sul Golfo di Gaeta, appartenuta al ricco cavaliere Mamurra. Datate II-III secolo d.c. e restaurate dagli allievi dell'ISCR, le sculture torneranno ora a casa al Museo Archeologico Nazionale di Formia.


      Sempre in questa zona, ad est della struttura appena descritta, ad una quota di poco superiore, è situata una scala in muratura in opus cementicium coperta da una volta a tutto sesto, che vincendo il dislivello tra la terrazza inferiore e quella intermedia immetteva su un’ampia area libera adibita a terrazza di belvedere.

      Inglobata nel settore mediano della villa è, inoltre, una cisterna rettangolare adibita a serbatoio d’acqua piovana che doveva alimentare i vicini impianti termali e parte della stessa villa.

      Oggi quel che resta della villa pur essendone rimasta una minima parte, è di una straordinaria suggestione.

      Non per nulla i turisti si affollavano già in questa gita di archeologia, mare, storia  e bellezze naturali, prima che iniziassero i lavori di restauro.

      Che questa sia infine la villa appartenuta al cavaliere formiano e socio di Giulio Cesare, arricchitosi enormemente come prafectus fabrum (prefetto degli ingegneri), è dimostrato da un’epigrafe ritrovata nel 1908 in una zona di Formia detta Mamurrano recante il cognomen Mamurra.
      (Fonte)

      CISTERNA DELLA VILLA

      Formia / Villa di Mamurra, straordinaria lezione di Salvatore Ciccone
      Scritto da Antonello Fronzuto 9 agosto 2015

      È considerato unanimemente il massimo esperto di archeologia formiana. Su sue indicazioni fu ritrovata una statua comunemente classificata come “Tulliola”, accanto alla presunta tomba, oggi diruta, della figlia prediletta dell’oratore romano Marco Tullio Cicerone.

      Salvatore Ciccone ha tenuto nei giorni scorsi una straordinaria lezione sulla villa del cavaliere Mamurra (ubicata nell’area protetta di Gianola e Monte di Scauri, all’interno del parco Riviera d’Ulisse), in occasione dell’inaugurazione dell’imperdibile mostra “I volti svelati”. 

      In anteprima sono state illustrate le fasi dei lavori di recupero della villa e del ritrovamento dei frammenti di sei volti scolpiti e ricomposti che saranno esposti da settembre insieme ad altro materiale nel museo archeologico nazionale di Formia, in una stanza dedicata interamente ai ritrovamenti di Gianola.

      Ciccone che ha curato personalmente il progetto finanziato dalla Regione Lazio con fondi "Por Fesr" in tandem con l’architetto Giovannone, ha illustrato alcune caratteristiche della villa “costiera”, risalente al 50 a.c. e ritenuta a ragione “antesignana” delle grandi strutture architettoniche del II sec. d.c. come villa Adriana a Tivoli.
      La villa di Mamurra si estendeva su nove ettari e tre livelli. 
      Il restauro attualmente è eseguito sul solo lato di Nord Ovest dell’edificio ottagonale, che costituisce il livello più alto dei tre. 
      L’intera struttura, insieme alla parte rimanente della villa, ha subito un primo crollo in epoca medioevale, attribuibile a dissesto idrogeologico. 
      Purtroppo all’evento che ha cambiato non solo la conformazione collinare dei luoghi ma ha anche inaridito la sorgente carsica che alimentava l’intera villa, durante la seconda guerra mondiale uno scellerato bombardamento completò l’opera distruzione dell’intero complesso. 
      Ciò massacrò l’edifico ottagono seppur edificato in imponenti blocchi pesanti fino a 70 tonnellate. Secondo le previsioni la prima tranche dei lavori termineranno entro due mesi mentre la l’apertura al pubblico è prevista per inizio 2016.

      C’era poi un secondo livello, adibito perlopiù a servizi (rimane ad esempio la cisterna maggiore dove è in corso di svolgimento la mostra) ed il livello inferiore, quello concretamente destinato ad abitazione.

      Nel corso dello spostamento dei mezzi di lavoro del cantiere, è stato scoperto un cunicolo segreto che collegava i due livelli superiori, dove sono stati ritrovati i frammenti ricomposti in sei volti dall’istituto di restauro San Michele di Roma insieme ad altri altorilievi. Opere databili tra il III ed il IV sec. d.c., a testimonianza che nella villa era abitata da figure di primissimo piano.

      Una ricostruzione irripetibile quella dello studioso Salvatore Ciccone, giocata sempre sul filo della curiosità suscitata nell’uditorio in maniera semplice e con risposte documentatissime. Due i nutriti gruppi che hanno avuto il privilegio di assistere al tour esplicativo. Tra i visitatori, a rappresentare il comune di Formia, il consigliere Pietro Filosa.
      (Fonte)


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    • 02/23/18--05:41: HORTI CALYCLANI




    • Gli Horti Calyclani erano antichi giardini situati a Roma sul colle Esquilino (Rione Esquilino), presso la chiesa di Sant'Eusebio. I giardini sono noti soltanto da tre cippi terminali, ove sono menzionati, in due casi, assieme ai confinanti Horti Tauriani.

      Due cippi furono infatti  trovati in sito nel 1873 presso la chiesa di Sant'Eusebio, poco fuori la linea delle Mura serviane (agger), a nord di via Principe Amedeo. Essi erano posti a separazione fra i due horti, ma non si ha nessuna indicazione topografica per poter collocare l'uno piuttosto che l'altro ad est o ad ovest rispetto alla fronte dei cippi.

      Un terzo cippo, con la menzione dei soli Horti Calyclani, fu trovato nel febbraio 1951 su via Giolitti quasi all'angolo con via Cappellini, sostanzialmente in allineamento con i due trovati nel 1873 e con il lato iscritto rivolto a sud-est.

      Per l'associazione fra il Forum Tauri e la chiesa di Santa Bibiana sembra preferibile l'ipotesi che gli Horti Tauriani si estendessero verso oriente e gli Horti Calyclani a occidente rispetto alla chiesa di Sant'Eusebio.

      Oscura rimane l'origine del nome: forse era un aggettivo derivante da Calycles, che sembrerebbe un nome greco, oppure da Calyx - calice - che potrebbe però essere un personaggio sconosciuto, oppure un grande vaso a calice che dette nome al luogo, o qualcos'altro.

      La chiesa di s. Eusebio sorge sopra una domus romana, che qualcuno ha pensato fosse la casa stessa del santo martirizzato, C'è l'abitudine di reputare le chiese come un dono di un cristiano magari convertito di fresca data, il che non  è impossibile, ma nella maggior parte dei casi i templi cristiani sovrastavano i templi pagani per cancellarne le tracce, e pure per usufruirne dei marmi e degli ornamenti.

      CHIESA DI S. EUSEBIO
      Ma torniamo alla locazione degli orti Calyclani: dei resti corrispondenti alle fonti letterarie sono stati identificati appena fuori dalla porta Esquilina (o Porta di Gallieno), a nord della strada: questi resti potrebbero ben corrispondere a quelli del macellum Liviae.

      Si è rinvenuto, infatti, un cortile aperto, che misura 80 per 25 metri, realizzato in opus reticulatum, disposto parallelamente alle mura serviane. Il cortile era circondato da un portico con botteghe per i vari tipi di generi. Sembra inoltre che, dal principio del III sec. d.c., la parte meridionale di quest'area fosse invasa dalla costruzione di edifici privati.

      Si ritiene tradizionalmente che la costruzione della chiesa insista sulla domus del prete romano Eusebio (319-357), strenuo oppositore dell'arianesimo, condannato dall'imperatore Costanzo II a morire di fame rinchiuso in una stanza della propria abitazione..

      L'epitaffio (iscrizione funebre) di un clericus trovato nelle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro ad duas Lauros dell'anno 474 è il documento più antico menzionante il titulus di Eusebio, ma il graffito funerario del lettore Olympus ne indizia la costruzione già nel IV secolo, probabilmente per volontà del pontefice Liberio (352-366) che, secondo la tradizione, lo consacrò nel 357.

      Il titulus Eusebii (titolo cardinalizio) è anche ricordato nel 494 nel "Catalogo gelasiano" e i suoi presbyteri risultano fra i sottoscrittori dei sinodi romani del 499 e del 595. Titolo cardinalizio significa che a una chiesa viene dato il titolo di un cardinale che ne amministra i proventi.

      Nel Chronicon di Benedetto di Sant'Andrea del Soratte dell'anno 921 si cita la "ecclesia sancti Eusebii iuxta macellum parvum" (presso il mercato piccolo), ovvero il Macellum Liviae realizzato da Augusto. 
      Nel Liber Pontificalis, la chiesa di Santa Maria Maggiore è descritta come iuxta macellum Libiae (a fianco del mercato di Livia), mentre quella di San Vito è detta in Macello. 
      Il percorso processionale descritto dal canone benedettino del Laterano, l'Ordo Benedicti del 1143, annota " intrans sub arcum ubi dicitur macellum Livianum " (entrando sotto l'arco nel luogo detto mercato liviano)

      Nel 1627 il luogo di culto fu elevato da priorato ad abbazia. L'abate Ludovico Bellori così lo descrive nello "Stato temporale delle Chiese di Roma" (1662): "È della congregazione celestina dell'ordine di s. Benedetto. È situata nel rione dei Monti; è nominata fra i monasteri celestini nella bolla di s. Pietro Celestino V data in Aquila alli 27 di settembre 10 del suo pontificato ". 
      La chiesa ha tre altari e 2 sepolture. Possiede molti horti, grangìe (aziende agricole) tra le quali una fuori di Ferentino donata da s. Pio V il 1 febr. 1568. Possiede case, cappelle in Roma, in Albano, censi, canoni, luoghi di monti, alberi, vigne ecc. ...con un'entrata di scudi 1608 (circa 25 milioni di lire annue)

      CHIESA DI SANT'EUSEBIO

      SOTTO LA CHIESA

      Sotto la chiesa settecentesca sono presenti alcuni resti di una domus romana, sfruttata in parte per la costruzione dell'antico titulus. Le strutture, il cui stile indica una datazione di fine II sec., si trovano a sud del transetto e dietro l'abside medievale.

      Si tratta di un muro in opera laterizia (lunghezza circa 20 m) che corre parallelamente a via Carlo Alberto, alla cui estremità sud-orientale si trovano due vani appartenenti ad un altro comparto dell'abitazione, i quali presentano interventi effettuati tra tardo antico e Alto Medioevo.

      Intorno al IV secolo d.c. gli antichi "titoli" romani furono riconvertiti in chiese cristiane, e la zona si spopolò di nuovo, per essere occupata, da splendide dimore patrizie, da giardini, da conventi, e chiese. Sono del IV secolo d.c. la chiesa dei Santi Vito e Modesto, la chiesa di Sant'Eusebio, la chiesa di Santa Bibiana, ed altre chiese oggi scomparse. In questa fase potrebbe essersi insediato nella domus il primo luogo di culto cristiano. 

      Presso la chiesa fu riportato alla luce sul finire del XIX secolo uno dei nuclei di tombe più consistenti della necropoli dell'Esquilino si ha notizia, inoltre, della presenza di sepolture arcaiche (in sarcofago o arca) anche nei sotterranei dell'edificio, il quale insiste su cave di tufo (latomiae) di incerta datazione. 

      Nel 1873 furono trovati presso la chiesa due cippi di confine (terminatio) in sito menzionanti gli Horti Tauriani ed i Calyclani, a nord di via Principe Amedeo.

      I cippi di confine in travertino, recano l'iscrizione
      CIPPI HI FINIV[NT] / 
      HORTOS CALYCLAN(os) / 
      ET TAVRIANOS 
      rinvenuti in sito alle spalle della chiesa di Sant'Eusebio. Questi cippi indicano che la proprietà confinante era riferibile ad un non meglio identificato Calycles e dove fosse collocato il limite occidentale degli Horti Tauriani (quello orientale è stato ipoteticamente situato in corrispondenza di Porta Maggiore).

      Sotto la chiesa settecentesca sono presenti, ad ogni modo, alcuni resti di una domus romana, sfruttata in parte per la costruzione dell’antico titulus. Le strutture, il cui stile indica una datazione di fine II secolo, si trovano a sud del transetto e dietro l’abside medievale. Si tratta di un muro in opera laterizia (lunghezza circa 20 m) che corre parallelamente a via Carlo Alberto, alla cui estremità sud-orientale si trovano due vani appartenenti ad un altro comparto dell’abitazione, i quali presentano interventi effettuati tra tardo antico e Alto Medioevo.

      La fase di IV-V secolo è attribuita da Krautheimer al momento in cui, in accordo con la testimonianza delle fonti, potrebbe essersi insediato nella domus il primo luogo di culto cristiano, successivamente azzerato per costruire la chiesa medievale.

      Presso la chiesa fu riportato alla luce sul finire del XIX secolo uno dei nuclei di tombe più consistenti della necropoli dell'Esquilino; si ha notizia, inoltre, della presenza di sepolture arcaiche (in sarcofago o arca) anche nei sotterranei dell'edificio, il quale insiste su cave di tufo (latomiae) di incerta datazione. 

      Nel 1873 furono trovati presso la chiesa due cippi di confine (terminatio). menzionanti gli Horti Tauriani ed i Calyclani, a nord di via Principe Amedeo. L’ Armellini, il profondo conoscitore delle chiese di Roma, quando vi fece i suoi scavi archeologici, trovò infatti un’iscrizione, risalente al IV secolo in cui vi è scritto

      OLYMPI LECTORIS DE DOMINICO EUSEBII LOCUS

      Sempre esplorando i sotterranei, vi è poi la prova dei lavori che secondo il Libro Pontificale, furono realizzati dai tempi di Papa Zaccaria a quelli di Gregorio IV. Lavori che partendo dal ripristino del tetto, coinvolsero anche la struttura stessa della chiesa.

      Infatti, si vedono chiaramente i muri romani, realizzati a mattoni, sostituiti da quelli carolingi, costruiti con i blocchi ottenuti dalla demolizione delle mura serviane. Tra l’altro in quei muri appare quello che potrebbe essere un ingresso laterale, in che testimonierebbe l’invarianza della pianta della chiesa nei secoli o l’entrata nella cripta, contenente le reliquie di Sant’Eusebio.


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    • 02/24/18--05:21: ARCO DEI PANTANI

    • RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL TEMPIO DI MARTE ULTORE E A DESTRA L'ARCO DEI PANTANI


      FORO DI AUGUSTO

      Il Foro di Augusto era formato da una grande piazza rettangolare dove era posta una grande statua dell'imperatore a guida di una quadriga; la piazza, sui lati più lunghi, era ombreggiata da due portici colonnati nei quali si aprivano a specchio due grandi esedre. Sul fondo il Foro era chiuso da un imponente muraglione alto ben 30 metri che è ancora intatto, formato da blocchi bugnati di peperino e pietra di Gabi in mezzo a fascioni di travertino, struttura destinata a separare il Foro dal quartiere della "Subura" ( oggi Suburra). 

      Su questo muraglione si aprivano due ingressi laterali, uno formato da tre fornici dai quali parte una gradinata, l'altro invece era formato da un solo fornice e nel Medioevo era conosciuto come "Arco dei Pantani". In mezzo a questi due ingressi era situato il Tempio di Marte Ultore fiancheggiato da due Archi onorari fatti costruire dal Senato in onore dei principi Druso e Germanico (figlio e nipote di Tiberio). 

      Alcuni confondono l'arco costruito in onore di Druso minore (figlio di Tiberio) del Foro di Augusto nel 18 d.c., edificato insieme ad un arco in onore di Germanico, con uno degli ingressi laterali del Foro, che è appunto detto Arco dei pantani, e che non è affatto onorario.

      ANTICA STAMPA DEL FORO DI AUGUSTO (SEC. XVIII) A SINISTRA CON LE 3 COLONNE I RESTI DEL TEMPIO DI MARTE ULTORE, AL CENTRO L'ARCO DEI PANTANI E A DESTRA IL TEMPIO DI MINERVA
      OGGI COMPLETAMENTE ABBATTUTO


      FORO TRANSITORIO

      Come si vede in alto, nell'antica incisione di Vasi del 1758, il Tempio di Nerva aveva ancora le sue colonne e la sua trabeazione e l'arco dei Pantani era ancora in marmo come la stragrande maggioranza dei monumenti romani. Di questo marmo resta oggi solo la parte superiore dell'arco, che ne era invece totalmente rivestito, dentro e fuori dei fori imperiali.

      ARCO DEI PANTANI VISTO DALL'INTERNO DEL FORO DI AUGUSTO
      L'Area dei Pantani, oggi nella zona tra la Suburra e i Fori Imperiali, si estendeva dal colle Quirinale all'Esquilino, fino a colle Oppio. Un alto muro al Foro di Augusto separava la Suburra dal resto della città e qui sorgeva l'arco dei Pantani. ancora oggi visibile, che collegava la Suburra all'area dei Pantani, area cosi chiamata perché soggetta alle inondazioni del Tevere e malarica. 

      D'altronde la zona dei Pantani era insieme alla Bocca della Verità e al Pantheon una delle zone più basse di Roma, poste a 13 - 14 metri sul livello del mare, e quindi spesso soggetta agli allagamenti. A sinistra si scorgono le gigantesche colonne del Tempio di Marte Ultore. Nell'area dei Pantani si ergeva tra l'altro la splendida colonna Traiana.

      L'Argileto, che si trovava nella zona dei Pantani, attuali via Leonina e via della Madonna dei Monti. era una via romana che percorreva la valle a nord della Suburra, dividendosi nel vicus Patricius, attuale via Urbana, e nel Clivus Suburanus, attuale via Santa Lucia in Selci. 

      L'argiletus doveva il nome alla natura argillosa del terreno, in questa zona dei Pantani, dove svolgevano le attività commerciali i librari e gli antiquariii che Marziale e Orazio descrivono ricchi di opere.

      ARCO DEI PANTANI VISTO DALL'ESTERNO DEL FORO
      Con la costruzione del Foro di Nerva, chiamato anche Foro transitorio, avvenuta nel 97 d.c. per volere di Domiziano, il primo tratto dell'Argileto venne sostituito dal Foro di Nerva.

      Questo Foro, ordinato da Domiziano e dedicato poi da Nerva, noto poi come Foro Transitorio, sorse sul sito dell’Argiletum, l’antico quartiere di età repubblicana diviso in due settori dall’omonima strada, che fin dalla prima età repubblicana congiungeva il Foro Romano con la Subura,  il più popoloso e commerciale quartiere di Roma.

      I librari all'epoca erano anche editori, con l'esclusiva sugli autori famosi, i Sosii erano gli editori di Orazio, Secundus era l'editore di Marziale, Tryphon era l'editore di Quintiliano e Dorus l'editore di Seneca. Gli antiquari esponevano soprattutto opere greche, le sculture del IV sec. a.c. erano in assoluto le più costose, ma vendevano anche bronzetti, terracotte, vasi in pietra o alabastro e statue lignee.

      L'alto muro che circondava il forum conserva ancora due archi trionfali, che sono stati aggiunti da Tiberio nel 19 d.c. per commemorare le vittorie in Germania del figlio Druso e del nipote Germanico.
      (Tacito, Annals, II.64). 


      L'ARCO DEI PANTANI IN UNA STAMPA DEL 1820 DOVE E' ANCORA
      VISIBILE UNA CHIESA EDIFICATA ALL'INTERNO DEL TEMPIO DI MARTE ULTORE..
      Nel Medioevo, divenendo quest'area soggetta a frequenti inondazioni che rendevano il terreno paludoso, l'Arco dedicato a Germanico divenne l'Arco dei Pantani.

      Questo arco, oggi in via Tor de Conti,  del Rione Monti, è un arco a un unico fornice del Foro di Augusto, privo di qualsiasi ornamento, che poneva in comunicazione i Fori e la Suburra, consentendo allora e tutt'oggi, una magnifica vista sui Fori Imperiali e quelli Romani, cioè dei Fori di Augusto e di Nerva.

      Gli scavi nell'area dei Fori in corso dal 1998 hanno mostrato gli strati di crollo per depredazione e/o abbandono databili tra il VI e il VII sec., nonchè i resti delle case aristocratiche databili al IX e X sec. nel Foro di Nerva, tra le pochissime tracce di edilizia di età carolingia a Roma.

      L'area comunque, pianeggiante e posta ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Oppio, con la messa fuori uso del sistema fognante romano era tornata paludosa, come fu nei primordi di Roma, tanto da essere nominata popolarmente "i Pantani", perchè di veri e propri pantani si trattava.

      COME APPARIVA L'ARCO ALLA FINE  DEL 1800
      Viene da pensare anche che i romani del Medioevo non conoscessero più la storia di Roma nè dei suoi personaggi storici, perchè la Chiesa aveva chiuso le scuole e la gente era tornata analfabeta. Nè esistevano più epigrafi a testimoniare le vicende e i nomi di Roma imperiale, in quanto ciò che non era stato riutilizzato per i palazzi cardinalizi era stato distrutto per farvi la calce.

      In questa incisione di Rodolfo Lanciani su "Roma antica alla luce delle scoperte recenti " (1891), si può vedere quanto poco lo scavo del foro fosse stato completato entro la fine del XIX secolo.

      Oggi dell'arco si scorgono ancora i leganti di bronzo sottratti per farne fusione. come è accaduto a qualsiasi monumento romano, Colosseo compreso, e inoltre si scorgono i fori dei cardini essendo evidentemente provvisto di porta. Si può pensare che ad una data ora, ma non necessariamente in epoca romana, le porte venissero chiuse per isolare forse dal quartiere un po' turbolento della Suburra quella parte della città. L'aspetto tondeggiante che appare nella figura deriva dal fatto che la parte inferiore coi laterali diritti dell'arco non era ancora stata scavata.


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    • 02/25/18--05:50: TIPASA - TIPAZA ( Algeria)


    • Tipasa fu una colonia della Provincia romana della Mauretania Caesariensis (nel Maghreb in Algeria), chiamata oggi Tipaza, e posta nella costa centrale dell' Algeria. Sin dal 2002, è stata dichiarata dall' UNESCO un "World Heritage Site". E' da tener conto che esiste una città omonima: Tipasa in Numidia.

      Inizialmente la città era una piccola e antica postazione punica, che venne conquistata dai romani e trasformata in una colonia militare per volere dell'imperatore Claudio, per la conquista dei regni di Mauretania. L'imperatore romano concesse a Tipasa il diritto latino (cittadinanza parziale) quando ebbe annesso la Mauretania in 43 d.c..

      Tipasa è poi diventata una colonia (con piena cittadinanza romana), in una data ancora imprecisata, entro i 150 anni successivi. Sotto il dominio romano, la città acquisì una maggiore importanza commerciale e militare a causa del suo porto e della sua posizione centrale sul sistema delle strade costiere romane del Nord Africa.

      VILLA DEI FRESCOS
      Divenne infatti un municipio chiamato Colonia Aelia Augusta Tipasensium, che raggiunse una popolazione di 20.000 abitanti nel IV sec., come ci riferisce lo storico e archeologo Sthefane Gsell.(1864 - 1932) nel suo libro "Monuments antiques de l'Algérie"

      La città romana è stata costruita su tre piccole colline che si affacciano sul mare, quasi 20 km. a est di Cesarea (capitale della Mauretania Caesariensis). Delle case, la maggior parte delle quali rimaste sulla collina centrale, non esistono tracce.

      Ma ci sono i resti di un teatro, un anfiteatro, un ninfeo, dei bagni oltre alle rovine di tre chiese: la Grande Basilica, la Basilica di Alessandro sulla collina occidentale e la Basilica di San Salsa sulla collina orientale, oltre a due cimiteri, La linea dei bastioni è ben visibile e ai piedi della collina orientale ci sono i resti dell'antico porto.

      GRANDE BASILICA PALEOCRISTIANA
      Le basiliche sono circondate da cimiteri, pieni di bare, tutte in pietra e coperte di mosaici. La basilica di San Salsa, scavata da Stéphane Gsell, è costituita da navata e due navate, e contiene ancora un
      mosaico.

      La Grande Basilica ha servito da secoli come una cava, ma è ancora possibile definire il piano dell'edificio, suddiviso in sette navate. Sotto le fondamenta della chiesa sono tombe scavate dalla roccia solida. Di questi uno è circolare, con un diametro di 18 m e spazio per 24 bare.

      Una volta conquistata dai romani, la città acquisì una maggiore importanza commerciale e militare a causa del suo porto e della sua posizione centrale di collegamento alle strade costiere romane del Nord Africa. Attorno alla città venne costruito un muro di circa 2.300 m per la difesa contro le tribù nomadi, e gli edifici pubblici romani e distretti di case furono costruiti entro queste mura.

      I RESTI DELL'ANFITEATRO
      Nel 372 Tipasa resistette ad un attacco da Firmus, il capo di una rivolta berbera che aveva occupato le vicine città di Cesarea: Cherchell e Icosium Algeri. Tipasa divenne allora la base per la difesa romana. Firmus non potè vincere le fortificazioni di Tipasa, ma vi riuscirono i Vandali nel 429, stroncando la prosperità che la città aveva goduto durante il periodo romano

      Anche se Tipasa era stata commercialmente di notevole importanza, non si era distinta nell'arte o nella cultura. L'avvento del cristianesimo, tutto dedito all'espiazione per la salvazione delle anime, aveva bloccato qualsiasi forma d'arte che non fosse dedicata alla divulgazione religiosa, chiudendo inoltre scuole e accademie.

      Tipasa in parte distrutta dai Vandali nel 430, venne ricostruita dai Bizantini un secolo dopo. Si riebbe per un breve periodo durante l'occupazione bizantina fino al VI secolo, Ma alla fine del VII sec. la città fu distrutta dagli arabi e ridotta in rovina.

      CARDO MAXIMUS
      Gli arabi le dettero un nome in lingua araba, Tufa, che significa "gravemente danneggiata". Secondo la leggenda la maggioranza degli abitanti, durante il VI sec.,continuarono la propria religione finché Salsa, una fanciulla cristiana, poco tollerante delle altrui libertà, gettò in mare l'immagine del loro idolo serpente, per cui la popolazione infuriata fece quello che lei aveva fatto all'idolo: la gettarono in mare.

      Il corpo però, recuperato miracolosamente, venne seppellito, sulla collina sopra il porto, in una piccola cappella che ha dato luogo successivamente alla basilica. In seguito alla occupazione araba, molti abitanti fuggirono in Spagna.

      Tipasa si trova a 70 km ad ovest di Algeri ed è composta da tre siti: due parchi archeologici situati nelle vicinanze del complesso urbano attuale e il mausoleo reale mauritano, sull'altopiano di Sahel, ad Algeri, a 11 km a sud-est di Tipasa.

      VILLA DEI FRESCOS
      Tipasa nei suoi parchi archeologici accoglie in sè e nei suoi dintorni un gruppo unico di rovine fenicie, romane, paleocristiane e bizantine, accanto a monumenti indigeni come il Kbor er Roumia, il grande mausoleo reale di Mauretania.

      Il confine per i tre siti è stato chiarito e approvato dal Comitato per il Patrimonio Mondiale (decisione 33 COM 8D, 2009). Include l'insieme di vestigia che testimoniano gli eccezionali valori urbanistici, architettonici, storici e archeologici della proprietà. 

      La proprietà è vulnerabile a causa dell'impatto derivante dallo sviluppo urbano, dal turismo non regolato e dalla crescita della popolazione.
      Purtroppo i suoi beni archeologici sono vulnerabili per mancanza di conservazione, invasione della vegetazione, pascolo illegale e accesso incontrollato dei visitatori.

      IL TEATRO
      Il piccolo museo di Tipasa conserva alcuni ritrovamenti della città romana, come i mosaici e le statue, Subito dopo l'entrata del sito archeologico, c'è l'anfiteatro ovale, ovvero le sue rovine. Si nota il crocevia del Decumanus Maximus e del Cardo Maximus.

      Ai margini della città vecchia di Tipaza, c'è la Villa dei Freschi (degli affreschi). Una volta era una grande domus, ora si trova in rovina, ma c'è ancora un grande pavimento quadrato ricoperto da mosaici. Nelle rovine dei bagni si trovano altri resti di mosaici. I Vandali distrussero Tipaza, e dopo che i Bizantini ricostruirono la città, gli arabi l'hanno distrutta di nuovo.

      Nel 1982 Tipasa venne inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.


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      SANTA MARIA NOVA
      Per tornare, però, alla "Regina delle Strade", tra le tante scoperte che si sono svolte nei cimiteri che lo fanno, il 16 aprile 1485, durante il pontificato di Innocenzo VIII, rimane senza precedenti.

      Ci sono stati tanti articoli pubblicati dagli scrittori moderni in riferimento a questo straordinario evento che potrebbe interessare i miei lettori a imparare la verità rivedendo le prove, come si trova nella sua semplicità originale. Mi limiterò a citare tali autorità perché ci permettono di accertare che cosa è avvenuto veramente in quel giorno memorabile. Il caso è di per sé così unico che non ha bisogno di amplificazione o di aggiunta di dettagli immaginari.



      IL SARCOFAGO

      RODOLFO LANCIANI:

      Ed ora consultiamo il diario di Antonio di Vaseli:

      "Oggi, 19 aprile 1485, è giunta a Roma la notizia che un corpo seppellito mille anni fa è stato trovato in una fattoria di Santa Maria Nova, nella Campagna, nei pressi del Casale Rotondo. ... I Conservatori di Roma inviarono una bara a Santa Maria Nova molto elaborata e una compagnia di uomini per il trasporto del corpo nella città. 
      Il corpo è stato posto per la mostra nel palazzo dei Conservatori, E grandi folle di cittadini e nobili sono andati a vederlo, il corpo sembra essere coperto da una sostanza gelatinosa, una miscela di mirra e di altri preziosi odori che attirano parecchie api. 
      Le ciglia spesse, gli occhi, il naso e le orecchie sono perfetti, così come le unghie: sembra essere il corpo di una donna di buona dimensione, e la sua testa è coperta da un copricapo chiaro di filo d'oro intrecciato. 
      I denti sono bianchi e perfetti, la carne e la lingua conservano il loro colore naturale, ma come la sostanza gelatinosa venne tolta via, la carne divenne nera in meno di un'ora. Molta cura è stata presa nella ricerca della tomba in cui il cadavere è stato trovato, nella speranza di scoprire l'epitaffio, con il suo nome; Deve essere un'illustre, perché nessuno, tranne una persona nobile e ricca, poteva permettersi di essere sepolto in un tale sarcofago costoso, così pieno di preziosi odori ".



      Traduzione della lettera di messer Daniele da San Sebastiano, datata MCCCCLXXXV:

      "Nel corso degli scavi eseguiti sulla Via Appia, per trovare pietre e marmi, sono state scoperte tre tombe di marmo durante questi ultimi giorni, a circa 12 piedi sotto il mantello stradale. Una era di Terentia Tulliola, figlia di Cicerone; l'altra non aveva epitaffi. Una di loro conteneva una giovane donna, intatta in tutte le sue membra, coperta dalla testa ai piedi con una veste di pasta aromatica, una sorta di inchiostro denso. Rimuovendo tale veste, che supponiamo fosse composta da mirra, incenso, aloe, e altre droghe preziose, apparve un volto, così amabile, piacevole, attraente, che, nonostante la ragazza era certamente morta 5500 anni prima, sembrava posta a riposare quel giorno stessa. Le spesse masse di capelli, raccolte in cima alla testa nell'antico stile, sembravano essere state pettinate allora e là.

      Le palpebre potevano venire aperte e chiuse; Le orecchie e il naso erano così ben conservate che, dopo essere state piegate a un lato o all'altro, hanno subito ripreso la loro forma originale. Premendo la carne delle guance, il colore scompariva come in un corpo vivo. La lingua poteva essere intravista attraverso le labbra rosa; Le articolazioni delle mani e dei piedi continuavano a mantenere la loro elasticità. Tutta Roma, uomini e donne, nel numero di ventimila, visitarono quel giorno la meraviglia di Santa Maria Nova. Mi affido a informarti di questo evento, perché voglio che tu capisca come gli antichi si occupassero di preparare non solo le loro anime, ma anche i loro corpi per l'immortalità. Sono sicuro che se avessi avuto il privilegio di vedere quel bel giovane volto, il tuo piacere avrebbe uguagliato il tuo stupore ".


      Traduzione di una lettera, datata Roma, 15 aprile 1485, tra le schede di Schedel in Cod. 716 della biblioteca di Monaco:

      "Conoscendo la tua voglia di notizie, ti invio la notizia di una scoperta realizzata sulla Via Appia, a cinque miglia dal cancello, in un luogo chiamato Statuario (uguale a S. Maria Nova). Alcuni operai impegnati nella ricerca di pietre e marmi hanno scoperto una bara di marmo di grande bellezza, con un corpo femminile in esso, che conserva un nodo di capelli sul dorso della sua testa, nella moda ora popolare tra gli Ungheresi, coperta da un cappello di oro intrecciato, e legato con cordicelle dorate.
      Il cappello e le corde furono rubate al momento della scoperta, insieme ad un anello che portava sul secondo dito della mano sinistra. 

      Gli occhi erano aperti, e il corpo conservava tale elasticità che la carne produrrebbe alla pressione e riprendeva subito la sua forma naturale. La forma del corpo era bello all'estremo; L'aspetto era quello di una ragazza di venticinque anni. 

      Molti la identificano con Tulliola, figlia di Cicerone, e sono pronto a credere così, perché ho visto, vicino lì, una lapide con il nome di Marcus Tullius; E perché Cicerone è conosciuto per aver posseduto terre nel quartiere. Non importa che fosse la figlia; Era certamente nobile e ricca di nascita. Il corpo doveva la sua conservazione a un rivestimento di unguento spesso due cm, composto di mirra, balsamo e olio di cedro.

      La pelle era bianca, morbida e profumata. Le parole non possono descrivere il numero e l'eccitazione delle moltitudini che si precipitano per ammirare questa meraviglia. Per rendere le cose più semplici, i Conservatori hanno accettato di rimuovere il bellissimo corpo al Campidoglio. Si potrebbe pensare che ci sia una grande indulgenza e una remissione dei peccati che si guadagnano salendo su quella collina, così grande è la folla, specialmente delle donne, attratte dalla vista.

      "La bara di marmo non è ancora stata rimossa nella città, ma mi è stato detto che le lettere seguenti sono incise:" Qui si trova Julia Prisca Secunda, ha vissuto ventisei anni e un mese. morire." Sembra che un altro nome sia inciso sulla stessa bara, quella di un Claudio Hilarus, morto a quarantasei anni. Se vogliamo credere alle voci attuali, gli scopritori del corpo sono fuggiti, portando con sé grandi tesori ".

      E ora lasciate che il lettore guardi la misteriosa signora. Il taglio accompagnato rappresenta il suo corpo come è stato esposto nel palazzo dei Conservatori ed è tratto da un originale schizzo del Codex di Ashburnham, 1174, f. 134.

      Il corpo di una ragazza trovato nel 1485.

      Celio Rodigino, Leandro Alberti, Alexander di Alexandro e Corona danno altri particolari interessanti:

      Gli scavi furono intrapresi dai monaci di Santa Maria Nuova (ora S. Francesca Romana), 5 miglia dalla porta. La tomba era situata sul lato sinistro o orientale della strada, in alto sopra il suolo. Il sarcofago è stato inserito nelle pareti della fondazione, e la sua copertura è stata sigillata con piombo fuso. 
      Appena il coperchio è stato rimosso, un forte odore di trementina e mirra è stato osservato da quelli presenti. Il corpo è descritto ben disposto nella bara, con le braccia e le gambe ancora flessibili. I capelli erano biondi e legati da un filetto (infula) tessuto d'oro. Il colore della carne era assolutamente vivo. Gli occhi e la bocca erano parzialmente aperti, e se uno lo avesse mosso leggermente, tornerebbe al suo posto. 
      Durante i primi giorni della mostra sul Campidoglio questa splendida reliquia non mostrava segni di decadenza; Ma dopo un tempo l'azione dell'aria cominciò a intaccarla, e il volto e le mani diventarono nere. La bara sembra essere stata collocata vicino alla cisterna del palazzo dei Conservatori, in modo da permettere alla folla di visitatori di muoversi e di vedere la meraviglia con più facilità. 

      Celio Rodigino afferma che i primi sintomi della putrefazione vennero notati il terzo giorno; E attribuisce il decadimento alla rimozione del rivestimento di unguenti piuttosto che all'azione dell'aria. Alexander di Alexandro descrive l'unguento che ha riempito il fondo della bara come avente l'aspetto e il profumo di un profumo fresco.
      Questi diversi dettagli sono senza dubbio scritti sotto l'eccitazione del momento, e da uomini naturalmente inclini all'esagerazione; Ancora, sono tutti d'accordo nei principali dettagli della scoperta, nella data, nel luogo della scoperta e nella descrizione del cadavere. Chi era, quindi, la ragazza per la conservazione dei cui resta tanto cura era stata presa?
      Pomponio Leto, il principale archeologo dell'epoca, ha espresso l'opinione che fosse Tulliola, figlia di Cicerone o Priscilla, moglie di Abascantus, la cui tomba sulla Via Appia è descritta da Statous (Sylv. ). 

      Ma la supposizione è sbagliata. Il primo è invalidato dal fatto che il corpo era di giovane e tenera ragazza, mentre Tulliola è noto per esser morta di parto all'età di trentadue anni. Inoltre, non esiste alcun documento per dimostrare che Cicerone avesse una tomba di famiglia alla sesta tappa della Via Appia.
      La tomba di Priscilla, moglie di Abascantus, un libertino preferito di Domitiano, è posta da Statius, vicino al ponte dell'Almo (Fiume Almone, Acquataccio), quattro miglia e mezzo più vicine alla porta; Dove, di fronte alla Cappella di Domine quo vadis, è stato trovato e scavato due volte: la prima volta nel 1773 da Amaduzzi; La seconda nel 1887, sotto la mia supervisione. L'unica cosa che merita di seguire è quella data nella lettera di Pehem del 15 aprile, ora nella biblioteca di Monaco; Ma anche questo non porta ad alcun risultato.
      L'iscrizione, che si parlava del nome e dell'età della ragazza, è perfettamente autentica e debitamente registrata nel "Corpus Inscriptionum", n. 20.634. È come segue:

      D · M
      IVLIA · L · L · PRISCA
      VIX · ANN · XXVI · M · I · D · I
      Q · CLODIVS · HILARVS
      VIX · ANN · XXXXVI
      NIHIL · VNQVAM · PECCAVIT
      NISI · QVOD · MORTVA · EST

      "Agli Dei Mani. [Qui giace] Julia Prisca, liberta di Lucius Julius, che visse 26 anni, un mese e un giorno; [ed anche] Q. Clodius Hilarus, che visse 40 anni. Ella non commise alcun peccato se non quello di morire."

      IL SARCOFAGO IN CUI RIPOSAVA DA MILLENNI
      Pehem, Malaguy, Fantaguzzi, Waelscapple e tutti gli altri, sostengono che l'iscrizione fu trovata con il corpo nell'Aprile 16 del 1485, ma sbagliano. Essa fu vista e copiata, almeno 22 anni prima, da Felix Felicianus di Verona, e fu trovata nella collezione MSS. di antichi epitaffi, che egli dedicò ad Andrea Mantegna nel 1463.

      Il numero di iscrizioni false scritte per l'occasione è veramente notevole. Georges di Spalato (1484-1545) dà la seguente versione di questo nel suo MSS. Diario, ora a Weimar

      "Qui giace la mia unica figlia Tulliola, che non ha mai commesso errori, tranne quello di morire. Marcus Tullius Cicero, il suo infelice padre, ha fatto affiggere questo memoriale."

      La povera ragazza, di cui il nome e la condizione in vita non vennero mai scoperti, e il cui corpo per 12 secoli era così meravigliosamente scampato alla distruzione, fu trattato nel modo più abominevole dalla sua scoperta nel 1485. Vi sono due versioni sul destino di questo corpo. Secondo la prima versione, Papa Innocente VIII., per fermare l'eccitamento e le superstizioni dei cittadini, fece rimuovere il corpo perfettamente conservato dal palazzo dei Conservatori e lo fece portare di notte fuori della Porta Salaria, facendolo bruciare segretamente ai piedi delle mura della città. In una seconda versione esso fu disperso nel Tevere. Le due versioni hanno la stessa probabilità."


      IL COMMENTO

      Papa Innocente VIII ebbe le sue brave ragioni per distruggere il prezioso reperto. La Chiesa Cattolica ha sempre sostenuto che il corpo di un defunto incorrotto fosse una prova di santità, e lo sostiene tuttora (ragione probante ma non sufficiente).

      Che una fanciulla non cristiana, perchè era evidente che nella bara e sulla fanciulla non vi fossero emblemi cristiani, avesse un corpo così perfettamente conservato era un insulto alla religione. Grande fu il fastidio del papa nel sapere che al sarcofago della fanciulla accorresse una enorme folla come quando si trattava di un santo ufficiale cristiano.

      Siccome la Chiesa raccontava, e racconta tutt'ora, che a visitare le reliquie di un santo si ottenevano delle considerevoli indulgenze (una specie di condono di peccati che scalavano le atroci torture del purgatorio), la folla accorse sia per curiosità sia per beneficiare della santità di quel corpo.

      Ma il Papa si adirò non poco per quei fenomeni di credulità che se rivelati dalla Chiesa erano miracoli, ma aldifuori di essa, come in questo caso, erano superstizioni. Così non solo l'ignoranza fece togliere lo strato di resine che proteggevano il corpo dalla corruzione, ma l'ignoranza e la malafede unite fecero distruggere un antico e preziosissimo reperto romano del III sec. a.c.


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    • 02/27/18--05:39: PUBLIO TERENZIO AFRO
    • TERENZIO

      Nome: Publius Terentius Afer
      Nascita: 190-185 a.c., Cartagine
      Morte: 159 a.c., Stinfalo
      Professione: Commediografo



      I DETTI DI TERENZIO

      - "Pro captu lectoris habent sua fata libelli" 
      (secondo le capacità del lettore i libri hanno il loro destino)
      - "Homo sum, nihil humani a me alienum puto" (sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è alieno)
      -"Pecuniam in loco negligere maximum est interdum lucrum“ (Rinunciare al denaro a tempo debito costituisce a volte il maggior guadagno)

      - “Questo è essere saggi, volgere l'anima a seconda di ciò che è necessario.”
      - “È da saggi provare tutte le vie prima di arrivare alle armi.”
      - “Non c'è nulla che le male lingue non possano peggiorare.”
      - “Le parole volano, gli scritti restano.” 
      - “O dei immortali, non vi è di peggio che un ignorante, che non riconosce nulla giusto se non quello che piace a lui.”
      - “Soprattutto quando le cose ci sono favorevoli, con cura dobbiamo meditare in cuor nostro, per tenerci pronti a sopportare le calamità.”
      - “Una bugia caccia l'altra.”
      - “Dei miei amici sono l'unico che mi è rimasto.”
      - “L'adulazione procura gli amici, la sincerità i nemici.”
      - “Quando due persone fanno la stessa cosa, la cosa non è la stessa.”
      - “Il loro silenzio è una lode sufficiente.”
      - “Impara dagli altri qual è il tuo bene!”
      - “La carità inizia a casa propria.”
      - “Impossibile dire qualche cosa che già non sia stata detta.”
      - “Un male viene dall'altro.”
      - “Tante teste, tanti pareri: ognuno ha il suo modo di vedere.”
      - “Ora questo giorno porta una nuova vita, richiede nuovi costumi.”
      - “Non c'è cosa tanto facile che, a farla controvoglia, non diventi difficile.”

      Il grammatico Donato ci ha tramandato, come premessa ai commenti sulle commedie terenziane, la Vita Terentii redatta da Svetonio e da lui inserita nel suo De poetis. La data di nascita si ritiene sia poco dopo la morte di Plauto, che avvenne nel 184 a.c., e comunque tra il 195 e il 183 a.c.. 

      Publius Terentius Afer,  un berbero, nacque a Stinfalo ( città greca dell’Arcadia a sud dell’odierno villaggio di Chionia, presso un lago paludoso, detto palude stinfalide, a cui era connessa la leggenda degli uccelli stinfalidi divoratori di uomini), nel 190 a.c. e fu un commediografo di lingua latina, che visse e produsse a Roma dal 166 a.c. al 160 a.c.. il nome Afer significava Africano, e fu condotto a Roma giovanissimo dal senatore Terenzio Lucano,

      TERENZIO
      Di bassa statura, gracile e di carnagione scura, era nato a Cartagine e giunse a Roma come schiavo del senatore Terenzio che lo educò nelle arti liberali, e in seguito lo affrancò (la biografia dice "ob ingenium et formam", per la sua intelligenza e la sua bellezza, il che fa sorgere qualche sospetto sulla natura dell'apprezzamento).

      Comunque il liberto assunse il nome di Publio Terenzio Afro e ben presto, per il suo spirito colto e intelligente si pose in stretti rapporti con il Circolo degli Scipioni, ed in particolare con Gaio Lelio, Scipione Emiliano e Lucio Furio Filo, e fu da loro incoraggiato a diventare autore di commedie, consci del suo valore poetico e drammaturgico.

      Grazie a queste colte ed erudite frequentazioni Terenzio apprese meglio l'uso del latino e seguì le tendenze artistiche di Roma. Il grammatico Fenestella sostiene che gli frequentasse anche i nobili Sulpicio Gallo, Quinto Fabio Labeone e Marco Popillio. 

      Fu uno dei primi autori latini a introdurre il concetto di humanitas, elemento caratterizzante del Circolo degli Scipioni. ricavano da una biografia scritta da Svetonio, riportata dal grammatico Elio Donato insieme a un prezioso commento alle sue commedie.



      IL COMMEDIOGRAFO

      Durante la sua carriera di commediografo (dal 166, anno di rappresentazione della prima commedia, Andria, al 160 a.c.), venne accusato di plagio ai danni delle opere di Nevio e Plauto (entrambi condividevano come lui le idee di Menandro) e di aver fatto da prestanome ad alcuni protettori, impegnati in politica, per ragioni di dignità e prestigio (l'attività di commediografo era considerata indegna per il civis romano), tanto che Terenzio stesso si difese tramite le sue commedie: nel prologo degli Adelphoe (I fratelli), per esempio, egli rifiuta l'ipotesi che lo vede prestanome di altri, segnatamente dei membri dello stesso Circolo degli Scipioni.

      Venne accusato di mancanza di vis comica e di uso della contaminatio. Morì mentre si trovava in viaggio in Grecia nel 159 a.c., all'età di circa 26 anni. Era partito per la Grecia in ricerca di altre opere di Menandro, per servirsene come modelli; per conoscere personalmente i luoghi in cui ambientava le proprie opere; e comporvi altre opere, dimostrando di non aver bisogno di supporti.

      Le cause della morte sono incerte; Svetonio riporta alcune ipotesi, tra cui il naufragio e il dolore di aver perduto, con i bagagli, 108 commedie rimaneggiate dagli originali di Menandro reperiti in Grecia. Altri riferiscono di una morte per annegamento, ad imitazione di Menandro.

      Alla sua morte) lasciò una figlia, andata poi in sposa ad un cavaliere romano; lasciò
      anche un piccolo appezzamento di 20 iugeri, sito sulla via Appia, dalle parti della villa di
      Marte, anche se Porcio Lìcino scrive:
      « nulla gli valse (l'amicizia di) Publio Scipione, nulla (quella di) Lelio, nulla (quella di) Furio, 
      i tre grandi che, a quel tempo, se la spassavano alla grande. 
      Non si scomodarono neanche a fornirgli una casa a pigione, 
      perché almeno ci fosse dove un servo riferisse la morte del padrone».



      MENANDRO
      MENANDRO


       Menandro ( 342 circa – 291 a.c. circa) sebbene autore di poco più di cento commedie (l'esatto numero non ci è pervenuto), ebbe poca fortuna in vita: vinse, infatti, solo otto volte gli agoni comici.

      La sua produzione, priva di interesse politico, era piuttosto tesa ad un'indagine sull'uomo effettuata attraverso il quotidiano da cui traspaiono gli autentici motivi dell'essere umano.

      Tanta leggerezza e profondità insieme non piacque molto agli ateniesi, per cui non ebbe gran fortuna ad Atene



      LE OPERE

      Terenzio scrisse soltanto 6 commedie, tutte giunte a noi integralmente. Non ebbe però il successo che meritava, perchè la sua relazione con i giovani aristocratici dette adito a maldicenze, screditandone la figura morale. Fu persino messa in dubbio la paternità delle sue commedie, a cui Scipione e Lelio avrebbero largamente collaborato; ma le smentite di Terenzio non furono molto decise, forse perché tali voci erano gradite ai suoi potenti protettori.

      La cronologia delle opere, frutto del lavoro filologico e delle ricerche erudite dei grammatici antichi, è attestata con precisione nelle didascalie anteposte, nei manoscritti, alle singole commedie.
      Terenzio si adattò in pratica alla commedia greca; in particolare seguì i modelli della Commedia Nuova attica e, soprattutto, di Menandro. Per questo forte legame artistico col commediografo greco fu definito da Cesare "Dimidiate Menander", ovvero "Menandro dimezzato".

      L'ordine delle opere sarebbe:
      - Andria, 166;
      - primo tentativo di rappresentazione dell'Hecyra, 165;
      - Heautontimorumenos, 163;
      - Eunuchus, 161;
      - Phormio, 160;
      - Adelphoe e secondo tentativo di rappresentazione dell'Hecyra, ai ludi funebres di Paolo Emilio, 160;
      - poi terza rappresentazione dell'Hecyra.
      L'opera di Terenzio non si limitò ad una semplice traduzione e riproposizione degli originali greci. Terenzio, infatti, praticava la contaminatio, ovvero introduceva all'interno di una stessa commedia personaggi ed episodi appartenenti a commedie diverse, anch'esse comunque di origine greca. Parte della fortuna delle sue commedie è da attribuire alle capacità del suo attore, Lucio Ambivio Turpione, uno dei migliori a quell'epoca.


      Andria (La fanciulla di Andro)

      Il vecchio Simone si è accordato con il vicino di casa Cremete perché i loro figli, Panfilo e Filùmena, si sposino. Panfilo ha però una relazione segreta con Glicerio, fanciulla da cui attende un figlio e che tutti credono sorella dell'etera Criside. Simone scopre la relazione del figlio solo in occasione del funerale di Criside; profondamente irritato da questa "ribellione", gli comunica l'imminenza delle nozze con Filumena, nonostante Cremete abbia annullato l'accordo.

      Intanto Carìno, amico di Pànfilo, è innamorato di Filùmena. A risolvere l'intricata situazione giunge Critone, un parente di Crìside, il quale svela che non esiste alcun legame di parentela tra Glicerio e Crìside e che Glicerio è figlia di Crèmete. Così avviene un doppio matrimonio tra Pànfilo e Glicerio e Carìno e Filùmena. L' Andria è la prima opera di teatro latino in cui il prologo è dedicato non all'esposizione del contenuto, ma alla polemica letteraria. Nei primi versi, infatti, Terenzio si difende dall'accusa di plagio e contaminatio.


      Hecyra.

      L'Hecyra ("La suocera") è ispirata da due commedie, una di Apollodoro di Caristo e un'altra di Menandro. Fu rappresentata per la prima volta nel 165 a.C. in occasione dei Ludi Megalenses, ma non ebbe successo pur essendo recitata da Ambivio Turpione (l'attore più famoso di quel tempo). Fu ripresentata nel 160 a.C. in occasioni dei giochi funebri per Lucio Emilio Paolo con lo stesso risultato dato che gli spettatori abbandonarono il teatro preferendo assistere ad uno spettacolo di funamboli. Sempre nello stesso anno in occasioni dei ludi Romani fu rappresentata nuovamente e ottenne successo.


      Heautontimoroumenos (Il punitore di sé stesso)

      L'Heautontimorumenos è un'opera rielaborata dall'omonima commedia di Menandro. Fu rappresentata con buon esito nel 163 a.C. Il vecchio Menedèmo vive volontariamente una vita di rinunce, per punirsi di aver impedito al figlio Clinia l'amore per Antìfila, povera e senza dote. Clinia se n'è andato di casa e si è arruolato come mercenario. Nel frattempo Clinia, senza che il padre lo sappia, alloggia in casa di Clitifone, figlio di Cremète, amico di Menedemo che non vuole più ostacolare il figlio. La moglie di Cremète riconosce Antìfila come sua figlia e così Clinia può sposarla, ma Clìtifone, innamorato di Bàcchide, dovrà sposare una donna scelta dal padre. Compare nell'atto 1, scena 1 la famosa frase Sono uomo; e di quello che è umano nulla io trovo che mi sia estraneo.


      Eunuchus (Eunuco)

      L'Eunuchus (L'eunuco) è una commedia ispirata da due diverse opere di Menandro. Fu rappresentata nel 161 a.c. e fu il maggior successo di Terenzio. Questa commedia parla di un ragazzo che si finge eunuco per stare con la donna amata. Il racconto particolareggiato ad un amico (Antifone) della violenza sessuale (atto ricorrente nella commedia antica), ai danni della ragazza di cui si è invaghito, rappresenta una delle pagine più sensuali della commedia antica. L'Eunuchus deriva dalla contaminazione dell'Eunuchus e del Colax di Menandro. Il pubblico gradì molto questa commedia grazie all'utilizzo dell'intreccio che l'accomunava con alcune commedie di Plauto.


      Phormio (Formione)

      Phormio è un'opera rappresentata con successo nel 161 a.c.; il suo modello greco è l'Epidikazòmenos (Il pretendente) di Apollodoro di Caristo. Il parassita Formione riesce con vari stratagemmi a combinare il matrimonio tra i due cugini Fédria e Antifòne e le ragazze di cui sono innamorati, rispettivamente una suonatrice di cetra e una ragazza povera. Alla fine però si viene a scoprire che quest'ultima, di nome Fanio, è cugina di Antifone, mentre la citarista viene riscattata.


      Adelphoe (I fratelli)

      Commedia di due fratelli e dei relativi padri, con differenti mentalità e metodi educativi; tratta dall'omonima opera di Menandro. Fu rappresentata nel 160 a.c. Differenze tra le commedie terenziane e quelle plautine Frontespizio miniato del codice medievale terenziano detto Térence des ducs, appartenuto al re Carlo VI di Francia, poi a suo figlio Luigi di Valois, duca di Guyenna, e quindi a Giovanni, duca di Berry. Rispetto all'opera di Plauto, tuttavia, quella di Terenzio si differenzia in modo sensibile in vari punti. Innanzitutto, il pubblico ideale di Terenzio è più colto di quello di Plauto: infatti, in alcune commedie si trovano alcuni argomenti socio-culturali del Circolo degli Scipioni, di cui faceva parte.



      I CONCETTI

      Particolarmente importante in Terenzio è anche il messaggio morale sotteso a tutta la sua opera, volta a sottolineare la sua humanitas, cioè il rispetto che ha nei confronti di ogni altro essere umano, nella consapevolezza dei limiti di ciascuno, sintetizzato nella frase:
      « Homo sum: humani nihil a me alienum puto »
       « Sono un uomo: nulla che sia umano mi è estraneo » (Heautontimorumenos, v. 77)

      La tolleranza, la comprensione, l'approfondimento dei caratteri e dei rapporti umani, che i personaggi di Terenzio rivelano, sono in parte di modello menandreo, ma obbediscono soprattutto a quell'humanitas elaborata nell'ambiente patrizio ed ellenizzante, in cui era avvenuta la sua formazione. 

      Questa humanitas si sintetizza nel celebre verso dell'Heantontimorumenos: "Homo sum; humani nihil a me alienum puto". "Io sono uomo; e nulla di ciò che è umano ritengo a me estraneo", che divenne il principio della sua vita. Terenzio creò personaggi in cui lo spettatore potesse identificarsi, perchè Terenzio stesso vi si era identificato, sottolineandone l'aspetto psicologico. Data la maggiore raffinatezza delle sue opere, dove i personaggi hanno una loro delicatezza, sensibilità e lealtà, si può dire che con Terenzio il pubblico semplice si allontana dal teatro, cosa che non era mai successa prima di allora.



      LO STILE

      II suo linguaggio è quello della conversazione ordinaria tra persone di buona educazione e cultura, molto diverso dallo stile di Plauto, in cui i personaggi erano stereotipati ed estremizzati mentre nel colloquio erano presenti neologismi e giochi di parole per far ridere lo spettatore.

      Il teatro da semplice intrattenimento popolare con Terenzio diventa un teatro d'élite. Egli rinuncia ai doppi sensi, alle espressioni scurrili, ai lazzi volgari, ai bisticci di parole, alle facili rime. Egli si spinge invece sui sentimenti, sui timori e le speranze dei personaggi, molto simili al quotidiano della vita.
      Altra differenza con Plauto è la cura per gli intrecci, più coerenti e semplici, e meno spettacolari, ma più coinvolgenti in quanto Terenzio, al contrario di Plauto, non utilizza un prologo espositivo che spiega antefatti e  trama. Così, mentre la commedia plautina viene chiamata motoria per la forte spettacolarizzazione, e la presenza di cantica, l'opera di Terenzio è chiamata stataria, perché più realistica, seria e senza cantica.

      Il suo linguaggio fine e accurato, è semplice ma ispirato ai canoni della regolarità. Del resto la purezza del linguaggio e l'eleganza formale erano le doti che già gli riconoscevano gli scrittori antichi, da Cicerone a Cesare a Elio Donato: non è un caso che le sue commedie fossero lette nelle scuole.



      I POSTERI SU DI LUI

      Terenzio fu molto usato nelle scuole per il suo stile gradevole, pulito e ricco di sfumature. Tuttavia c'è una curiosità storica:

      ROSVITA
      Rosvita di Gandersheim, canonichessa della II metà del X secolo, scrisse i suoi dialoghi drammatici in un monastero nonostante l’intransigenza della chiesa verso lo spettacolo teatrale. Si tratta di versificazioni di leggende famose nel mondo cristiano,

      Le sue composizioni sono giunte a noi per puro caso in un solo manoscritto pergamenaceo completo, risalente alla fine del X sec., il Monacensis Latinus Clm 14485, proveniente dalla Badia di S. Emmerano di Ratisbona.

      Fu proprio la lettura dei testi di Terenzio, e la riflessione sul successo che quelle commedie ottenevano anche presso gli ecclesiastici, a indurre la monaca a scrivere altrettanti drammi, che sostituissero nella lettura quelli volgari e peccaminosi dell’autore romano.

      Il timore di Rosvida è che molti cristiani, attratti dal fascino della lingua e dello stile di Terenzio, abbandonino la lettura dei testi sacri, per dedicarsi a quella dei testi profani, insomma che molti cristiani finiscano per interessarsi troppo a Terenzio. Desidera pertanto contrapporre ai "turpia lascivarum incesta feminarum delle commedie terenziane la laudabilis sacrarum castimonia virginum" dei suoi drammi.

      Ella fa leva sulla superiorità del contenuto, ben sapendo di non essere in grado di competere con la bravura di Terenzio, ma la fede, lei pensa, è dalla sua parte e l'aiuterà a superare il diabolico berbero pagano.


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      La collocazione del Mausoleo di Cecilia Metella veniva così descritta, nel 1855:
      « Fuori dell'attuale porta di san Sebastiano, distante quasi un miglio dall'antica Capena , ai lati della via Appia sono orti e vigne.
      Quindi percorse quasi due miglia incominciano deserti latifondi dell'agro romano, e sono i seguenti:

      Capo di Bove,
      Statuario, volgarmente Roma Vecchia;
      Statuario, o sia Santa Maria Nuova;
      Casal Rotondo;
      Barbuta,
      Selcia,
      Fiorano,
      Palombara.


      La prima tenuta esistente sulla via Appia ai confini delle vigne è Capo di Bove. Così fu denominata dai bucrani detti volgarmente Capi di Bove , che servono di ornamento al sepolcro di Cecilia Metella ivi esistente.
      Veggonsi similmente nella medesima gli avanzi di un circo denominato un tempo volgarmente di Caracalla, ed ora di Romulo figlio di Massenzio.
      »

      (Antonio Coppi, Memorie relative ad alcune tenute dell'Agro romano adiacenti alla via Appia, in "Dissertazioni della Pontificia Accademia di Archeologia", tomo XIII, Roma 1855, pp. 141-150)

      Capo di Bove è un sito archeologico della via Appia Antica, a Roma. Qui sono state rinvenute le terme di una grande villa del II sec. d.c., appartenute a Erode Attico e a sua moglie Annia Regilla.

      Il nome dell'area risale al medioevo, quando prendeva nome da un casale detto "Casale di Capo di Bove e di Capo di Vacca" (Castello dei Capi di Bue e di Vacca), così chiamato per le sculture della vicina tomba di Cecilia Metella.




      LA STORIA

      L'area, che ricopre 8500 mq. venne acquistata nel 1302 dal cardinale Francesco Caetani, nipote di Papa Bonifacio VIII. Nel XVII secolo sull'area venne eretto un ospedale, mentre nel XIX secolo passò in proprietà al monastero situato presso la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. 

      Capo di Bove era pertanto una proprietà privata che comprendeva un parco, una villa su tre livelli e una costruzione più piccola, con importanti reperti e mosaici. 


      ROBERTO LANCIANI

      - 1588, 30 gennaio. « Licentia elfodiendi prò DD. Hieronimo Ieni et Baptista Mutino: nobilibus viris Diìis Hieronimo leni et Baptiste Mutino Nobilibus Romaiiis De mand" Tenore piìtiuni Vobis ut in predijs et possionibus vestris Casalis Cupo.

      Il medesimo Vacca ricorda nella mem. 82: « Presso s. Sebastiano, in una vigna di rincontro furono trovate molte statue in un luogo ornatissimo di pavimenti mischiati, con belli scompartimenti, e molte medaglie bruciate, come anclie molti musaici scrostati dai muro. Si notava non grande editizio ma delizioso, e ricco d'ornati. »

      A questi scavi si riferisce forse il seguente appunto che ho trovato nelle schede di Giovanni Alberti: 
      «le do Cornice presente sono di tutta grandezza trovate nel cortile di Capo di bove ... 1580 .... la presente segnata B nel luogo medesimo.
      Gli architetti del secolo XVI hanno visitata questa contrada, e studiati e disegnati gli avanzi della villa — rifatta da Massenzio — con grande amore.» 
      Il Peruzzi iuniore. 

      Uffizi 665, dà la pianta del Ninfeo - totu e opus lateritiu prete cnliimne. le pariete erano tutte ornate di pietre bellissime cobelli lavori, schede 687 e 691, con i più minuti e inediti particolari del circo e dell' on'"i di Romulo. Notevoli pure sono i disegni del Sangallo vecchio. 1552 (2 febbraio). -




      GLI SCAVI

      Di proprietà della Chiesa, il vasto terreno coltivato a vigneto e collocato al n° 222 della via Appia è stato infine acquistato dal governo italiano nel 2002. Alla fine dello stesso anno iniziarono gli scavi che riguardarono una superficie complessiva di circa 1400 mq. nonchè le ricerche d’archivio. 

      Fecero poi seguito i lavori sui due edifici, il minore destinato ad accogliere il pubblico, la villa vera e propria ristrutturata per ospitare il Centro di Documentazione dell’Appia e l’Archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato.

      Gli scavi, visitabili a titolo gratuito, evidenziano dei bagni termali databili al II sec. d.c. e che vennero usati fino alla fine del IV sec. sempre per uso privato.

      Le terme evidenziano fasi edilizie successive che testimoniano la frequentazione dell’impianto e la trasformazione di parti di esso, perlomeno fino al IV secolo con tracce di fasi di frequentazione più tarde, probabilmente medievali e post medievali, come documenta il ritrovamento di strutture a carattere agricolo-produttivo.

      Emersero mano a mano ceramiche, monete, bolli laterizi, lucerne, numerosi frammenti di marmi policromi, porzioni di intonaco dipinto e i famosi mosaici.

      Le iscrizioni greche qui rinvenute ci rammentano le origini greche di Erode Attico.

      Nelle terme sono state portate in luce diversi mosaici molto ben conservati e costituiti con tecnica e materiali così pregevoli da dedurre che si trattasse di una villa molto elegante, ed era inusuale che i bagni privati avessero mosaici tanto belli e fossero forniti di ogni confort, dal caldarium al tepidarium e al frigidarium, con due grandi cisterne per la provvista dell'acqua.

      L’impianto termale, edificato al IV miglio dell’Appia, sul margine occidentale della via, circa m 450 a sud rispetto al sepolcro di Cecilia Metella, è stato variamente attribuito. 

      Secondo alcuni sarebbe stato il bagno di un collegium o di una qualche corporazione associativa con finalità cultuali o funerarie che aveva interessi nella zona. Secondo altri, basandosi anche sulla tecnica costruttiva e i materiali rinvenuti, le terme sarebbero state di pertinenza dei vasti possedimenti che Erode Attico e Annia Regilla avevano nella zona proprio nella metà del II secolo d.c.

      Il sito include un casale convertito in villa dai precedenti occupanti. L'edificio incorpora numerose rovine romane nelle pareti, incluse le antiche tubature dei bagni che sono state incorporate in alcune finestre.
      I lavori di ristrutturazione hanno completamente ridisegnato il giardino della villa dove sono stati ripiantati gli alberi e le piante odorose, mentre l'edificio minore è diventato in punto di accoglienza per i visitatori.

      L'edificio più grande invece, costruito sopra una cisterna romana, e come emerge dal Catasto Gregoriano (1816-1835) una “casa ad uso della vigna” è stato trasformato nel secondo dopoguerra ed oggi si presenta con la caratteristica cortina muraria esterna, piuttosto in voga all'epoca sull'Appia, che fa uso di materiali antichi, molti dei quali purtroppo recuperati dai monumenti romani che fiancheggiavano l’Appia.



      La Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, dopo la donazione degli eredi, ha in deposito, presso la sede di Capo di Bove, l’archivio di Antonio Cederna (Milano, 27 ottobre 1921 - Ponte Valtellina, 27 agosto 1996) giornalista, intellettuale, saggista, politico e difensore instancabile
      del patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

      Il fondo si compone di materiali che coprono un arco cronologico che va dagli anni Quaranta agli anni Novanta del Novecento:

      - circa 1500 unità archivistiche ordinate in fascicoli e buste contenenti:
      corrispondenza ufficiale e personale,
      appunti manoscritti,
      prime stesure di pubblicazioni,
      materiale a stampa di vario genere,
      documentazione di lavoro, articoli etc.;
      - il materiale riguarda:
      argomenti di tutela paesaggistica,
      speculazione edilizia,
      battaglie ambientalistiche,
      legislazione su temi storico-artistici-ambientali;
      mappe e planimetrie;
      collezione fotografica;
      documentazione cartacea e fotografica di Cederna.

      E’ anche conservata la biblioteca di Antonio Cederna composta da circa 4.000 volumi di diverso argomento (archeologia, storia di Roma, Storia dell’Arte, urbanistica, architettura, ambiente, legislazione sulla salvaguardia di beni storico-artistici e paesaggistici).
      L’Archivio è stato dichiarato di interesse storico particolarmente importante ai sensi degli artt. 13 e 14 del d. lgs. 42/2004.


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