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  • 10/18/18--05:14: CULTO DI NENIA


  • Nenia era una divinità femminile a cui i Romani avevano eretto un tempio presso la Porta Viminale. Da lei deriva il termine odierno "nenia", un canto lento, ritornante ogni verso sulla stessa formula melodica o sullo stesso grado tonale.

    Secondo Macrobio, Nenia era uno dei nomi della Morte, a Roma invocata con fervore contro i nemici di Roma, o contro altri, ma per Ovidio (Fasti) Nenia è Nenia e non altro, tutelare dei canti funebri.

    Da lei deriva la locuzione latina naenia, le reiterate lamenazioni di parenti e prefiche (donne che venivano pagate per piangere) negli accompagnamenti funebri o innanzi al sepolcro del caro estinto, accompagnati dal suono della tibia (doppio flauto).

    Con lo stesso termine si indicava anche la compilazione di particolari formule magiche che venivano ripetute tre, sei o nove volte. Nenia era infatti una antichissima Dea preromana oltre che romana, che si occupava di predire la malattia o la guarigione, insomma se la persona malata sarebbe guarita o sarebbe morta.

    Comunque la Dea si preoccupava di far morire serenamente ogni persona in fin di vita. Per questo fu scambiata spesso con la Dea della Morte, ma in realtà nenia si occupava della premorte degli umani. I suoi canti anticamente non si facevano ai funerali ma iniziavano quando la persona incurabile si avviava alla morte, cercando di farla cadere in un dolce sonno che le permettesse un dolce passaggio nell'aldilà.

    Sembra che in tempi arcaici, quando gli uomini non temevano così tanto la morte in quanto più a contatto con le campagne e quindi la natura, dove vita e morte sono di casa, il malato o l'anziano poteva ascoltare i canti di accompagnamento alla morte, una specie di nenia simile a quella che si canta ai bambini per farli dormire.

    Sembra che la Dea venisse rappresentata con un biflauto da cui faceva uscire le note calmanti e sonnifere, e un serto di mirto (la pianta dei morti) tra i capelli. Di solito veniva onorata, oltre che con rami di mirto, con rose appassite unite a boccioli, segno dell'avvicendarsi ciclico di vita e morte.

    Proprio per questo doppio filo la Dea veniva deputata anche al canto che faceva addormentare i neonati, quindi collegata al sonno e alla morte che era a sua volta una specie di sonno. Le si offrivano anche papaveri rossi immersi nel vino che venivano in parte bevuto dai sacerdoti e in parte versato sulla statua della Dea. 

    In tempi più antichi c'era una sacerdotessa preposta al culto che si dedicava anche alla divinazione, come il culto si trasferì dalle campagne a Roma, la sacerdotessa venne soppiantata da un sacerdote e venne cessata la pratica della divinazione.

    Alla Dea si chiedeva una dolce morte per i propri cari, e una morte amara per i nemici personali o contro Re e popoli nemici che Roma doveva abbattere in guerra. Pur passando a divinità minore, a Roma, forse per guardarsi dai nemici dell'Urbe non si cessò mai di onorarla in determinati giorni dell'anno o quando Roma doveva entrare in guerra e combattere.


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  • 10/19/18--06:34: ARMILUSTRIUM (19 Ottobre)
  • LA PURIFICAZIONE DELLE ARMI

    L'Armilustrium era un festività dell'antica Roma in onore di Marte, Dio della guerra, che veniva celebrata il 19 ottobre di ogni anno. Marte era un Dio molto venerato dai romani perchè considerato il padre di Romolo e Remo e un po' di tutti i soldati, non a caso i Romani, loro diretti discendenti, per sangue e culturalmente, vivevano di guerra ed in guerra. 

    In questo giorno le armi dei soldati venivano recate per sottoporle a una purificazione rituale onde poi essere riposte per l'inverno, visto che di solito di inverno non si combatteva. La cerimonia della lustratio delle armi e armature si svolgeva sul colle Aventino, dove la tradizione dice sia stato sepolto il re Tito Tazio, correggente con Romolo.

    I cittadini-soldati svolgevano poi il rituale di ripresa delle armi in primavera, ma l'oggetto principale della festività erano le trombe, di qui anche il nome Tubilustrium da tubae, suonate magistralmente dai sacerdoti.

    L'ordine sacerdotale danzante dei Salii, dedicato a Marte, aveva parte rilevante nel cerimoniale. I Salii erano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che la tradizione vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio). Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

    MONETA CON ANTONINO PIO SU UN LATO E GLI ANCILIA SULL'ALTRO


    I SALII

    L'ordine sacerdotale danzante dei Salii, dedicato a Marte, aveva parte rilevante nel cerimoniale della festa. I Salii erano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che la tradizione vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio). Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

    I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, ed erano distinti in due collegi di dodici sacerdoti ciascuno: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Ramnes) ed i Salii Quirinales, o Collini, o Agonali, istituiti da Tullo Ostilio dopo la vittoria sui Sabini, e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Tities), indice di un'origine risalente agli inizi della monarchia, quando il Palatino era ancora separato dagli altri colli, ed erano consacrati al Dio Quirino.

    I Salii erano uno dei collegi sacerdotali più ragguardevoli nell'antica Roma e avevano il compito di aprire e chiudere ogni anno il tempo che poteva essere dedicato alla guerra (per gli antichi romani il periodo per le guerre andava da marzo ad ottobre per ovvie ragioni di approvvigionamento delle truppe).

    I Salii vestivano un elegante costume che ricordava quello di antichi guerrieri composto da una tunica bordata di rosso ed affibbiata alla spalla (la trabea), cinta da una cintura di bronzo a cui era agganciata una spada. Sopra la tunica indossavano una pettorina corazzata in bronzo ed un mantello, indossavano inoltre lo stesso copricapo dei sacerdoti Flamini, l'Apex (un caschetto dotato di una punta di legno d'ulivo all'apice e fissato sotto il mento con delle stringhe, le apicule). Nell’Ara Pacis, fregio lato ovest, si notano sacerdoti Flamini che indossano l'Apex, copricapo con punta lignea, indossato anche dai Salii.


    DANZA DEI SALII

    I SALII PALATINI

    I Salii Palatini erano dodici sacerdoti consacrati a Marte ed erano uomini prestanti, di bell'aspetto e relativamente giovani, cooptati tra i membri delle più nobili famiglie (anche in epoca più tardiva), che custodivano i dodici scudi sacri tra i quali si nascondeva l'Ancile (scudo ovale tagliato sui due lati), lo scudo consegnato da Marte Gradivo a Numa Pompilio (nell'ottavo anno del regno del re, durante un'epidemia di peste) come pegno dell'eterna salvezza ed invincibilità di Roma.

    Come suggerito al re dalla ninfa Egeria, Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio (della gens Veturia) di forgiare altri 11 scudi identici all'Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma sottrarre quello autentico, ed ordinò che fossero riposti nella Reggia e conservati dal sacerdote Flamine Diale ed affidati, per i riti sacri, al nuovo collegio sacerdotale dei Salii Palatini.

    I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Praesul, che dirigeva le danze mostrando i passi e le figure della danza amptrurare agli altri sacerdoti che dovevano poi ripeterle (reamptrurare), ed il Vates, il direttore del coro.

    Nell'edificio si conservavano inoltre la statua di Marte, gli strumenti del culto per i sacerdoti salii, preposti appunto alla cerimonia, cioè le armi per uccidere le vittime, nonchè le vesti dei sacerdoti, i contenitori, il necessario per il fuoco, i bracieri e i simboli della cerimonia.

    Ma più importante ancora vi si conservavano le armi nelle sale apposite, vigilate e mantenute sempre dai sacerdoti addetti. (Varro, LL V.153; VI.22; Liv. XXVII.37.4; Fest. 19; Not. Reg. XIII; CIL I2 p333; HJ 161‑2; Merlin, 313‑315).

    LA PROCESSIONE DEGLI ANCILIA


    I TEMPI DELLA GUERRA

    Questo tempo di passaggio tra marzo e ottobre aveva un'importanza fondamentale per il cittadino romano, ad un tempo civis (cittadino) e miles (soldato). Il periodo bellico veniva inaugurato nel mese di Marzo, con una serie di festività. Con il mese di Marzo infatti, il cittadino romano diveniva miles e passava sotto la giurisdizione militare e la tutela del Dio Marte e le manifestazioni dei Salii Palatini segnavano questo passaggio.

    Nel mese di Ottobre il cittadino romano tornava, come civis, ad occuparsi delle attività produttive sotto la tutela del Dio Quirino e i riti guidati dai Salii Quirinales segnavano questo momento purificando uomini, armi ed animali che avevano partecipato ad attività belliche.

    DANZA DEI SALII


    LA CERIMONIA

    Nella festa i Salii Palatini sfilavano iniziando dal palazzo dell'Armilustrium nel cui piazzale si svolgeva poi la danza dei sacerdoti Salii, e qui avveniva il sacrificio all'invocazione: "Mars nos protegat" e poi si snodava la processione nel vicus Armilustri (CIL VI.802, 975, 31069; Bull. d. Inst. 1870, 88) che evidentemente passava qui, seguendo la linea della moderna Via di S. Sabina.

    Danzando e cantando i sacerdoti portavano in processione i dodici scudi sacri (gli ancilia, che rappresentavano l'autorità giuridica) e le dodici lance di Marte (le hastae Martiae, che rappresentavano l'autorità militare) intonando, (senza accompagnamento musicale, ma battendo il ritmo con dei bastoncelli sugli scudi) canti particolari in latino arcaico (in epoca tardiva gli stessi sacerdoti non comprendevano più completamente il significato delle canzoni!), nel quale si invocava su Roma la protezione degli Dei, i Carmina Saliaria. Tali canti venivano chiamati assamenta o axamenta forse perché cantati solo con la voce (assa voce).

    I Salii percorrevano la città cantando e ballando e toccando con le lance e gli scudi alcuni luoghi particolari allo scopo di risvegliare lo spirito guerriero di Roma e dovevano davvero fare un gran rumore cantando e saltando con l'armatura addosso e percuotendo gli scudi. Essendo una danza in tre tempi aveva anche il nome di tripudium.

    Alla sera, al termine della festa, gli scudi e le lance venivano riposti nella Regia e riaffidati al sacerdote Flamine e nel tempio di Marte i sacerdoti Salii consumavano un abbondante e raffinato banchetto, divenuto proverbiale.

    Ma questa festa prevedeva anche un banchetto pubblico infatti si operava l'uccisione di molti animali che venivano poi cucinati all'interno dell'armilustrium per essere poi portati di nuovo all'esterno onde essere consumati nel pubblico banchetto a cui partecipava tutto il popolo. Si diceva dei militari che "sanguinem gustare antea frequenter solebant" cioè che avessero procurato sangue ai nemici prima, per gustare il sapore del sangue (dei sacrifici) dopo.

    Questo banchetto si svolgeva nel vasto piazzale ponendo tavole sugli appositi cavalletti dove venivano poggiati i grandi piatti da portata da cui tutti potevano attingere, naturalmente accompagnato da vino abbondante. La gente all'impiedi poteva prelevare il cibo con le mani ma senza piatti, con delle ciotole d'acqua dove però si potevano lavare le dita, che venivano spesso vuotate e riempite di nuovo con acqua fresca. La cerimonia si protraeva fino al tramonto tra l'andirivieni della gente e quello degli schiavi per portare dentro e fuori i piatti, per pulire le mense e per cucinare.

    Al banchetto partecipavano all'interno i sacerdoti e i notabili di Roma, vista l'importanza della festa, e all'esterno soprattutto i legionari dell'esercito romano, senza il quale Roma non poteva mantenere e accrescere il suo potere come aveva sempre fatto. Ma infine vi poteva partecipare il popolo del quartiere con grande chiasso e allegria.


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  • 10/20/18--06:31: GENS POPILLIA
  • GAIUS POPILIUS LENA E ANTIOCO IV

    La gens Popillia, talvolta scritto Popilia, furono un'antica gens plebea, romana ma di origine etrusca, vissuta durante la repubblica romana. I Popilii erano famosi per la loro natura crudele e arrogante. I principali praenomina dei Popillii furono Marco, Gaio, Publio, e Tito, tutti nomi molto comuni in Roma antica.

    Nei manoscritti il nome di questa gens viene talvolta scritto con una L, e talvolta con due; ma poichè appare sempre con una doppia L nei  Fasti Capitolini, questa è la forma da preferire. Non ci sono monete a riguardo. L'unica famiglia dei Popillii citata sotto la repubblica, è quella di Laenas.

    Il primo dei Popillii che ottenne il consolato fu Marco Polio Lenate (Marcus Popillius Laenas) nel 359 a.c., solo otto anni dopo la lex Licinia Sextia che aprì la magistratura anche ai plebei. Verso la fine del suo consolato, in cui fu collega a  Gnaeus Manlius Capitolinus Imperiosus, i Tarquini invasero dei territori romani ai confini dell'Etruria, egli guidato l'esercito col suo collega non solo vinse ma ottenne un trionfo. 

    L'unica familia Popillii menzionata durante la repubblica ebbe il cognomen Laenas, da laena, il manto sacerdotale di Marcus Popillius Laenas (console nel 359 a.c.) quando si presentò nel Foro per sedare una rivolta popolare. Cicerone descrive l'incidente che si ritiene abbia dato origine al cognomen: Marcus Popillius, il Flamen Carmentalis, stava compiendo un sacrificio pubblico nel suo mantello sacerdotale, o laena, quando apprese di una sommossa causata da lotte tra i plebei e la nobiltà patrizia. Si precipitò dal sacrificio, indossando ancora il suo mantello, sperando di calmare i plebei. 

    I suoi discendenti sembrano non aver condiviso la sua disposizione; come diceva lo storico William Ihne, "la famiglia dei Laenati si distinse sfavorevolmente anche tra i Romani per la loro severità, crudeltà e superbia di carattere" Il nome è occasionalmente trovato come Lenas in alcuni manoscritti di Livio. Un certo numero di Popillii è menzionato senza cognome, ma alcuni di essi potrebbero appartenere alla stessa famiglia.


    GAIUS POPILIUS LENATE

    PRAENOMINA

    I Praenomina comunemente usati da questa gens nei tempi più antichi furono: Gaius, Marcus, Publius, Lucius, Marcus, Quintus, Titus, Sextus, Aulus, Decimus, Gnaeus, Spurius, Manius, Appius, Servius, Numerius, and Vibius, in tempi più recenti si usarono gli stessi senza Gaius, Marcus, and Publius.



    I POPILII LENATI

    - Marco Popillio Lenate, console nel 359 a.c., venne nominato da Cicerone come Flamen Carmentalis, il quale sostenne che il suo cognomen derivò dal manto del Flamen Carmentalis: la Laenas. Egli respinse un attacco dei Tiburtines (Tivoli - Lazio), e nel suo II consolato nel 356, andò a scovarli nei rifugi delle loro città. Fu il primo plebeo a ricevere un trionfo, quando sconfisse i Galli nel suo III consolato, nel 350 a.c., ottenendo un IV consolato nel 348 a.c..
    - Marco Popillio Lenate, console nel 316 a.c..
    Publio Popillio Lenate, venne nominato come uno dei tre triunviri che stabilirono una colonia presso Pisa in Etruria nel 180 a.c., insieme a suo fratello Marco, il console del 173.
    Marco Popillio Lenate, console nel 173 a.c., sconfisse con forza i Liguri, distruggendo le loro città, e vendette i superstiti come schiavi, tra la costernazione del senato, che gli ordinò invano di liberarli. Attraverso l'influenza della sua famiglia, Laena scampò la punizione, e ottenne il consolato nel 159.
    Gaio Popillio Lenate, console nel 172 a.c., la prima volta in cui ambedue i consoli furono plebei. Fu di conseguenza ambasciatore in Grecia, ed intervenne nella guerra tra Antioco IV e Tolemaico VI. Fu eletto console per la II volta nel 158. Dato che Antioco aveva occupato l'Egitto, il Senato e il Popolo di Roma avevano mandato come ambasciatore Caio Popilio Lenate con soltanto dodici littori che indossavano le tuniche rosse con inserite le scuri nei fasci di verghe, e due scrivani. Caio Popilio Lenate gettò l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.
    Caio Popilio Lenate uscì da Alessandria per la Porta del Sole poggiandosi a un bastone, fino a raggiungere l'ippodromo dove l'attendeva re Antioco IV di Siria col suo esercito.
    Popilio gli intimò di tornare in Siria perchè aveva occupato un suolo non suo, il re gli fece notare che non aveva esercito, ma Popilio rispose che non gli occorreva, e con la punta del bastone tracciò un cerchio intorno al re Antioco IV, « Quando uscirai da questo cerchio volgiti verso oriente e tornatene in Siria.» Il re tornò in Siria col suo esercito. Quindi Popilio fece vela per Cipro, occupata dai siriani e anche lì li fece tornare a casa.
    Marco Popillio Lenate, console nel 139, e di conseguenza proconsole in Spagna, dove fu sconfitto dai Numantini (Celtiberi).
    Gaio Popillio Lenate, console nel 132 a.c, proseguì la politica di Tiberio Gracco (169-133 a.c.), che era stato assassinato l'anno precedente. Gaio Gracco (154–121 a.c.) poi portò avanti una legge per punire coloro che avevano condannato un cittadino romano senza processo, e Popilio scelse di andare in esilio piuttosto che affrontare lui stesso la causa. Tornò dopo la morte di Gracco.
    - Gaio Popillio Lenate, la cui eloquenza è menzionata da Cicerone, sembrerebbe lo stesso Gaio Popillio condannato per peculato (appropriazione indebita).
    Gaio Popillio (Lenate?), legato in Asia, fu uno dei comandanti della flotta romana durante la I Guerra Mitridaica.
    Publio Popillio Lenate, partigiano di Mario, come tribuno della plebe condannò nell' 85 a.c, il suo predecessore, Sesto Lucilio, facendolo precipitare dalla Rupe Tarpea, ed esiliando gli altri membri del suo collegio
    Popillio Lenate, un senatore il cui colloquio con Cesare alle idi di marzo del 44 a.c., fece sì che Bruto e gli altri assassini temessero che la loro cospirazione fosse stata rivelata; come appare nel dramma di Shakespeare Julius Caesar.


    ESECUZIONE DI CICERONE AD OPERA DI POPILIO LENATE
    Gaio Popillio Lenate, tribuno militare, eseguì Cicerone per ordine dei triumviri e ricevette un premio di un milione di sesterzi oltre all'importo concordato da Marco Antonio.
    - Gneo Popilio Lenate, uno dei cesaricidi.

    Poppilia o Poppillia era il nome dato alle donne di questa famiglia:

    Poppilia, moglie di Lucio Giulio Cesare II. I loro figli furono Lucio Giulio Cesare III (console del 90 a.c. e in seguito senatore) e un Gaio Giulio Cesare Strabone Vopisco (un umile oratore). Strabone Vopisco potrebbe aver avuto un fratello gemello. Era la nonna paterna del console Lucio Giulio Cesare IV e di Giulia Antonia (madre del Romano Triumviro Marco Antonio). Poppilia morì nel dicembre del 110 a.c.
    Poppilia, moglie del console e statista romano Quinto Lutazio Catulo (120 a.c. - 61 a.c.), console nel 78 a.c, divenne un alleato del generale romano Pompeo contro Giulio Cesare. Questa Poppilia morì dopo il marito nell'87 a.c. Secondo Cicerone (De Orat, II, 11), fu la prima donna romana a ricevere un elogio funebre sulla sua tomba. L'elogio fu dato da suo figlio e questo fu, all'epoca, il più alto onore conferito a una donna a Roma.


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  • 10/21/18--06:12: MONTE DEI COCCI
  • MONTE DEI COCCI

    Non fu Madre Natura a donare al Monte Testaccio o dei Cocci la sua forma collinare, che si innalzò invece nel corso dei decenni, grazie agli scarti degli antichi romani. Infatti, dal latino testae vuol proprio dire cocci, ed è proprio di cocci di anfore datate dal I sec. a.c. al III sec. d.c. che si è costituita tutta la montagna.

    Cosa ancor più straordinaria, la collina degli antichi cocci romani, con un diametro massimo di 1 km. ed una superficie di 20.000 mq., sorge nel cuore di Roma, appena all'esterno delle Mura Aureliane, nei pressi del Tevere, nella zona meridionale della città. Insomma una discarica in pieno centro.

    A Milano fecero una cosa simile (Monte Stella), una collinetta artificiale formata inizialmente con l'accumulo di macerie, provocate dai bombardamenti effettuati dalle forze angloamericane durante la II guerra mondiale.

    Poi vi aggiunsero altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei Bastioni (mura medievali e spagnole note come bastioni di Milano, demoliti tra la fine del XIX secolo e gli anni 1945-60 in attuazione del Piano Beruto, un'incivile distruzione di beni storici)., avvenuta dopo il 1945, ne fecero una collina e vi fecero un parco. Sembrò un'idea originale, ma l'avevano già fatta i romani.




    LA FABBRICAZIONE

    Le anfore romane avevano un corpo allungato, per Io stivaggio in verticale nelle navi. Venivano eseguite in argilla lavorata al tornio, in più fasi e con asciugature intermedie. Successivamente si aggiungeva il puntale e, quando era quasi asciutto, lo si riponeva sul tornio e si applicava nella parte superiore un cilindro dl argilla da cui si ricavavano collo e labbro. Quindi si aggiungevano le anse, che venivano modellate e piegate. 

    La superficie esterna dell’anfora, sovente, era ricoperta da un’ulteriore strato di argilla, molto depurata, chiamato ingobbiatura, che dava una certa impermeabilità al contenuto. Ma per una maggiore impermeabilizzazione della superficie interna, a volte, era plasmata una sostanza nerastra detta impeciatura che serviva a volte anche ad aromatizzare il contenuto (ma anche su questo abbiamo seri dubbi, a nostro avviso serviva solo ad impermeabilizzare).

    Durante le fasi di produzione venivano effettuati controlli, testimoniati del graffiti dei responsabili incisi prima delle cotture. L'imboccatura stretta doveva essere chiusa da un cuneo di sughero o un operculum (disco di terracotta) fermato con malte. Tutto ciò aveva un costo discreto. 

    MONTE DEI COCCI

    I romani erano organizzatissimi e le iscrizioni sulle anfore (titulipicti) sono note scritte a pennello con Inchiostro nero o rosso, sul collo, spalla o ventre. Essi Indicano: 

    ESEMPI DI ISCRIZIONI
    - la funzione, cioè il tipo di derrata trasportata 
    - il peso a vuoto e il peso netto 
    - la località dl provenienza 
    - la natura e le quantità delle merce contenute 
    - la data di spedizione 
    - il nome del mercante che ha curato il trasporto 
    - la località dl destinazione 
    - altri titoli, dipinti in caratteri corsivi, erano aggiunti dai funzionari dei controlli doganali:
          - luogo del controllo 
          - anno consolare 
          - peso 
          - nome del controllore 

    Le anfore presentavano anche i bolli, impressi sull'argilla prima della cottura, contenente informazioni sulla fabbrica che le aveva prodotte. Infatti se le anfore conservano bolli o altro hanno un maggior valore d'antiquariato rispetto a quelle che ne sono sprovvedute.

    MONTE DEI COCCI

    LA CLASSIFICAZIONE

    La prima classificazione tipologica si deve a Dressel, che osservò le anfore rinvenute a Roma nel deposito del Castro Pretorio, classificandone le diverse tipologie corrispondenti a diversi giacimenti. 
    Nel decenni successivi, altri studiosi hanno aggiunto altre tipologie. 

    CLASSIFICAZIONE DI DRESSEL


    LE ANFORE SPEZZATE

    Durante l'impero romano, Roma riceveva un numero infinito di anfore poiché costituivano la base del trasporto di vino, aceto, olio d'oliva, cereali, olive, lupini, uva secca, pesce, salsa di pesce, garum ecc. Secondo alcuni autori le anfore, appena scese nella terra ferma, venivano scaricate del loro contenuto, spezzate e abbandonate in loco per trasferire i contenuti in altri contenitori. Quali potevano essere gli altri contenitori però non lo spiegano.

    Certamente cereali, uva secca e spezie potevano essere trasferite in sacchi di tela, ma le anfore potevano a quel punto essere riciclate, invece di reperire l'argilla e modellarle da capo. Conveniva sicuramente ricaricarle sulla nave e fare un altro viaggio con le anfore già pronte. 

    L'olio e il vino non erano affatto rari ma richiedevano un trattamento che le rendessero in qualche modo impermeabili e di solito conveniva caricarle sul carro così com'erano, tanto più che si importavano solo vini pregiati.

    IL MONTE DEI COCCI
    Il Monte dei Cocci, o Monte Testaccio, raggiunge un'altezza di 35 metri di altitudine e sono 35 m  totalmente artificiali, in quanto creati durante i secoli I-III d.c. per un agglomerato stimato di circa 26 milioni di anfore. Una rampa, probabilmente antica, doveva essere percorsa dai carri che salivano sulla sommità del colle per scaricare le anfore.

    Gli scavi, che hanno interessato solo la sommità del colle, perciò gli strati più recenti, hanno restituito frammenti di anfore per la maggior parte provenienti dalla Betica e dall’Africa, con corpo sferico (Dressel 20) e marchio di fabbrica su una delle anse o manici.

    Riteniamo che la maggior parte delle anfore accumulate sulla collina si rompessero tra carico e scarico, perchè erano pesanti e perchè erano fragili, ma forse la maggior parte si rompevano addirittura nei viaggi, non avendo un sistema molto ingegnoso per stiparle.

    SCAVI AL MONTE DEI COCCI
    Le anfore con base appuntita, si infilavano nell'imboccatura di altre anfore se vuote o sulla sabbia della stiva , o strette tra loro. Una tempesta era però in grado di fare sicuramente molti danni.

    Ma secondo altri autori Testaccio, il grande quartiere commerciale cittadino, era dominato dall’importante struttura portuale dell’Emporium, presente lungo il Tevere, sulla sponda opposta a Porta Portese. 

    Il porto era il collettore tra le navi romane colme di beni di importazione ed esportazione, e i vicini magazzini in cui venivano stipati e poi comodamente ridistribuiti. 
    E fin qui ci siamo.

    Le innumerevoli anfore, non essendo smaltate al loro interno, non potevano essere riutilizzate come contenitori per altri carichi, potendo quindi essere usate una sola volta. Cosa fare quindi di quell’immenso carico di recipienti e contenitori utilizzati nei commerci che non potevano più essere riutilizzati e che anzi dovevano essere smaltiti? 

    LA PARETE DEL RISTORANTE ADIACENTE AL MONTE
    Furono sistematicamente scaricati ed accumulati, dopo essere stati svuotati, uno sull’altro, fino a formare un vero e proprio monte: un colle artificiale che è quindi un’immensa discarica di cocci! 

    Molte anfore venivano riciclate come materiale da costruzione, le altre venivano frantumate e accatastate in un enorme cumulo che nel corso dei secoli si è andato ad innalzare fino a divenire una vera e propria collinetta.

    La discarica è effettiva ma la notizia per cui ogni anfora venisse distrutta dopo il viaggio è senza dubbio un'assurdità.

    Anzitutto un olio discreto non si deteriora prima di un paio di anni, per cui i le anfore impregnate d'olio potevano fare un'infinità di viaggi prima di dover essere gettate per l'inacidimento dell'olio. Altrettanto dicasi del vino. 

    Inoltre spesso le anfore venivano spalmate all'interno di pece vegetale che impediva la trasudazione, tanto è vero che Plinio sconsiglia di farlo col vino perchè modifica un poco il suo sapore. Il che significa che venivano riutilizzate parecchie volte, anche perchè la anfore costavano a volte più di quello che trasportavano.

    Pensare che venissero distrutte ogni volta, col traffico enorme che c'era a Roma che contava da un milione a un milione e mezzo di abitanti, è una follia, perchè ci avrebbero tappezzato tutta l'urbe, altro che la collina!

    Le anfore sono enormi: vuote pesavano fino a 30 chilogrammi, mentre quando venivano riempite potevano raggiungere i 100 chilogrammi. Anche lo smaltimento di queste anfore non più utilizzabili perchè fessate o rotte è stato organizzato in maniera esemplare dai Romani. 

    Funzionari chiamati "curatores" supervisionavano la rottura delle anfore e il loro trasporto fino alla cima della collina in carretti trainati da muli. I frammenti non sono stati scaricati senza criterio, ma impilati con cura in modo da ridurre al massimo il pericolo di frane. Sulla parte superiore delle anfore è stata sparsa della calce per prevenire il cattivo odore dell'olio rancido.




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    PORTA PORTUENSIS COM'ERA

    La Porta Portuensis era una delle porte meridionali delle Mura Aureliane di Roma. Si apriva nel primissimo tratto di mura sulla riva destra del Tevere, nel punto dove aveva inizio la via Portuense, la strada romana costruita alla fine del I sec. d.c. per collegare, e da qui il nome della porta, l'Urbe con il Porto, fatto costruire dall'imperatore Claudio alla foce del Tevere.

    La porta originale venne costruita probabilmente sotto l'imperatore Claudio a beneficio dei traffici notevoli tra il porto Claudio e l'Urbe, quindi intorno al 42 d.c., che è la data dell'inizio dell'edificazione del porto di Roma ed era originariamente a due fornici e a due torri circolari.

    La Porta venne abbattuta e riedificata interamente da papa Urbano VIII Barberini nel 1644, in concomitanza della costruzione delle Mura gianicolensi, ampliamento delle Mura Leonine a difesa del Gianicolo.


    Nardini Roma Antica lib. I. capo IX, scrittore contemporaneo, parla dell'abbattimento di questa porta:

    "L' anno 1643 venne abbattuta l'antica porta Portuense a due fornici, sopra la quale leggevansi come sulla Tiburtina, e sulla Labicana, i nomi di Arcadio ed Onorio, che l'aveano costrutta: questa porta esisteva a un tiro di fucile fuori della porta Portese di oggi, onde in quella parte il recinto venne ristretto."

    Il restauro e ristrutturazione operata dall'imperatore Onorio tra il 401 e il 403, al contrario che per le altre porte, mantenne i due fornici, come fece del resto per la Porta Prenestino-Labicana, in contrasto con la tendenza generalizzata a ridurre ad una sola apertura tutte le porte nelle mura, per motivi difensivi.

    Nelle antiche stampe di vede come uno dei fornici fosse stato però murato, naturalmente per scopi difensivi, per cui anche se la porta fu di grande traffico e di suprema importanza per i rifornimenti di Roma per tanti secoli, non sfuggì alle esigenze dei tempi bui.

    LA PORTA PORTESE DI URBANO VIII
    In effetti non subì quel processo di cristianizzazione della nomenclatura delle porte, che invece ne coinvolse molte altre (al massimo, nel XVI secolo, fu chiamata "Porta del Porto"), a conferma comunque dell'immutato rilevante ruolo a cui era adibita. 

    La Porta Portuensis, insieme a Porta Ostiensis, un'altra delle porte meridionali delle Mura aureliane che collegava Roma con il porto di Ostia, aveva, come fine e destinazione, il porto di Claudio, che venne poi sostituito dal porto di Traiano, lungo la strada che seguiva il corso del fiume fin nei pressi dell'attuale aeroporto "Leonardo da Vinci" di Fiumicino", a circa 30 km a ovest dal centro della città di Roma.

    COME APPARE OGGI
    Dalla porta usciva ed esce ancora la strada omonima, la Via Portuensis (la via Portuense) che, edificata alla fine del I sec. d.c. per collegare l'Urbe con il Porto, fatto costruire dall'imperatore Claudio (10 a.c. - 54 d.c.) alla foce del Tevere, percorre ancora oggi il settore sud-occidentale della città fino a uscire dai confini urbani, oltrepassa Ponte Galeria (con appunto un ponte prima etrusco e poi romano) e raggiunge l'attuale porto di Fiumicino.

    Il suddetto porto si erge oggi dove si insediavano il porto di Claudio ed il porto di Traiano, e l'attuale nome Fiumicino ha origine dal toponimo "foce micina" (foce piccola), riferito alla Fossa Traiana, una delle fossae, cioè uno dei canali, ricordate in un'iscrizione del 46 d.c.) che assicuravano il collegamento tra il mare, il porto stesso e il Tevere.




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  • 10/24/18--05:04: TERME SURANE
  • LE TERME DI SURA SONO IL COMPLESSO AL CENTRO DELL'IMMAGINE

    BAGNI DI SURA 

    "Vicino al descritto Tempio di Diana dai versi poc'anzi riportati di Marziale si conosce esservi stata l'abitazione di Sura il quale si crede essere quello soprannomato Licinio che fu Console sotto Nerva e quindi replicatamente sotto Trajano.  In un frammento della più volte nominata Pianta antica di Roma N LXII si trovano disegnati alcuni bagni distinti col nome di Sura e questi vedendoli in certo modo egualmente disposti di quella fabbrica antica i di cui resti esistono sotto la Chiesa di S Prisca pare di potere stabilire essere stati ivi situati tali bagni imperocchè in tale località si trovavano precisamente vicino al tempio di Diana ed al Circo Massimo. "

    (Luigi Canina 1831)

    POSIZIONE DELLE TERME VICINO AL CIRCO MASSIMO
    Le terme surane vennero edificate sull'Aventino, non si sa se da Traiano o dallo stesso Licinio Sura, grande amico e collaboratore di Traiano, quando il quartiere aveva perso il suo carattere popolare per trasformarsi in luogo di residenze aristocratiche, durante appunto l'impero di Traiano, verso la fine del I secolo.

    Le terme non erano molto grandi ed erano piuttosto vicine alla domus di Sura, il che fa pensare che le costruì per sè, per i suoi amici e per la corte di Traiano, ma pure per gli aristocratici del colle. Comunque Licinio le dedicò all'Imperatore Traiano, come espressione della sua grande amicizia e ammirazione per il sovrano. Si suppone che gli edifici delle terme sorsero su preesistenti costruzioni appartenenti allo stesso Sura, che del resto era uomo ricchissimo.

    Queste terme erano alimentate dall’acquedotto dell'Acqua Marcia, le cui arcate passano proprio lungo il sito dell' attuale Chiesa; delle antiche Terme non esistono ruderi sicuramente appartenenti alle stesse. Le Terme sorgevano sul Clivo Publicio che iniziava dalla Porta Raudusculana delle Mura serviane, l’attuale Via del Clivo dei Publicii, immediatamente a sinistra della Chiesa di Santa Prisca , sul grande Aventino dove si trova Villa Cavalletti.

    Una curiosità, la casa del Bernini, che era vicino a Sant’Andrea delle Fratte al centro di Roma, fu costruita con i materiali provenienti dalle Terme di Licinio Sura sull’Aventino (sig!). Le Terme sorgevano vicino ai Templi di Diana e della Luna. I frammenti della pianta antica di Roma trovati nel tempio di Remo sulla via Sacra ci hanno conservato in tutto o in parte la pianta dei Bagni di Sura ricordati da Dione.

    TRAIANO (a sinistra)  DISCUTE  LICINIO SURA (a destra)
    - COLONNA DI TRAIANO -

    LICINIO SURA

    Lucius Licinius Sura nacque a Barcellona nel 40, e morì, probabilmente a Roma, all'incirca nel 108. Fu uomo politico e militare dell'epoca di Traiano (53 - 117), di cui fu amico devoto. Non solo ne divenne fido consigliere, ma lo seguì in battaglia come valente generale e consigliere militare.

    Dopo essere stato console suffetto nel 97, poi governatore della Germania inferiore nel 98/99, partì al seguito dell'imperatore per la Dacia nel 101, presente in entrambe le guerre daciche condotte da Traiano nel 101-102 e 105-106, durante le quali ottenne gli ornamenti trionfali. Fu console per tre volte: nel 97, nel 102 e nel 107. Di lui si narra una storiella gradevole. Si era sparsa voce nella reggia che Licinio volesse ordire un complotto contro l'imperatore.

    Ma Traiano, che ben lo conosceva, per dimostrare all'amico e agli altri quanta fiducia riponesse in lui, andò a pranzo presso lo stesso Sura, e non solo mangiò tutto quello che gli venne servito, ma offrì perfino la gola al rasoio del barbiere personale di Sura per farsi radere.

    Fu lui a suggerire a Traiano il futuro imperatore Adriano come successore. Alla sua morte, l'amico fraterno Traiano ordinò in suo onore un funerale di stato oltre ad ordinare che una sua statua fosse posta nello stesso Foro. Del resto fece immortalare la sua immagine sulla Colonna Traiana a Roma, mentre colloquia con il suo imperatore.

    PLANIMETRIA DELLE TERME

    I RESTAURI E I REPERTI

    Le Terme Surane sono parzialmente raffigurate nella Forma Urbis marmorea di Settimio Severo e, furono restaurate sotto Gordiano III e successivamente nel 414 da Cecina Decio Aginazio Albino, Praefectus Urbi, per riparare i danni provocati in seguito al sacco subito da Roma al tempo di Alarico, del 410 d.c. che devastò in particolar modo l'Aventino forse perchè attirato dalle ricchezze delle domus del quartiere, vennero poi furono restaurate da Gordiano e nel 414. dopo di che le fonti tacciono per sempre.
    Le terme sono localizzate a nord ovest della Chiesa di Santa Prisca, dove si reputa che in origine si trovasse la domus di Lucio Licinio Sura, comunque la domus su cui è sorta è databile alla fine del I secolo. Importanti resti sono stati recentemente riportati alla luce presso l'Accademia di Danza in via di Santa Prisca. Da notare che l'uso più abituale delle terme nel medioevo e oltre fu quello di ricovero per pellegrini, forestieri e ammalati da parte di enti religiosi.

    PLANIMETRIA DEL GRATTESCHI
    Intono alla zona di Santa Prisca sono stati ritrovati notevoli resti di ambienti termali di età Traianea. La loro planimetria è conservata quasi per intero in alcuni frammenti che possono essere collegati tra loro e darci la pianta marmorea severiana, corredati anche dall'iscrizione "Balneum Sura".
    Il complesso degli edifici, ridotto rispetto alle terme imperiali, era costituito dal balneum e da una serie di ambienti allineati in modo rettilineo tra loro comunicanti e da uno spazio aperto porticato sui 3 lati, forse destinato alla palestra. Dal lato dei giardini, le Terme di Sura strapiombavano la pendenza dell' Aventino verso quello era la valle Marcia e che adesso è il Circo Massimo di Roma.

    Vi è una iscrizione ritrovata in loco e forse pertinente ad un architrave, la quale ci racconta di un restauro fatto eseguire da Gordiano nel 414 delle terme Surane che il sacco di Alarico distrusse insieme a tutta la zona dell'Aventino.

    CHIESA DI SANTA PRISCA

    CHIESA DI SANTA PRISCA

    La chiesa fu edificata tra il IV e il V sec. e si avvalse degli spogli dell'edificio sottostante, tanto è vero che ha inglobato in modo elegante le colonne grigie preesistenti nel vecchio edificio, adornandole con un fine cappotto bianco.

    "Nel 1934-1935 alcuni scavi sotto la chiesa di S. Prisca sull’Aventino portarono alla scoperta di un complesso di abitazioni risalenti al I sec. d.c.., inizialmente ritenuti l’abitazione del futuro Imperatore Traiano, identificato successivamente nelle strutture rinvenute nel sottosuolo della Piazza del Tempio di Diana. Si ritiene che si tratti della casa e delle Terme di Lucio Licinio Sura, politico e generale molto influente sotto Traiano. Ciò sarebbe confermato dalla Forma Urbis Severiana, che in quest’area, adiacente al Tempio di Diana, indica la presenza delle Terme Surane.
    Alcuni bolli laterizi fanno risalire la costruzione dell’edificio  al 95 d.c. Nello stesso periodo un’altra casa a sud di questa venne ingrandita con la costruzione di un ninfeo. Alla fine del II sec. fu realizzata un’ulteriore abitazione a due navate sulla quale si impiantò l’attuale chiesa. La tradizione vuole far risalire quest’ultima casa all’abitazione dei coniugi ebrei Aquila e Prisca, che qui accolsero i Santi Pietro e Paolo; all’interno di essa sarebbe nata una ecclesia domestica e successivamente il titulus.


    COLONNATO DELLE
    TERME DI SURA
    Sempre alla fine del II sec. si fa risalire la realizzazione del mitreo, che si impiantò all’interno del quadriportico, a suo tempo già trasformato in abitazione, e che si trova nel sottosuolo subito dietro l’abside dell’attuale chiesa. (come si concilia il mitreo con i proprietari ebrei-cristiani? Per giunta Mitra era il Dio dei legionari romani e Sura era un generale dei legionari)
    Il mitreo rimase in funzione fino al IV secolo, quando subì una devastazione violenta, con tutta probabilità da ascriversi agli stessi cristiani che eressero S.Prisca (?!?!).

    L’accesso ai sotterranei avviene dal giardino a destra della chiesa, scendendo delle scale si entra in un primo ambiente, nel quale sono visibili i resti del ninfeo a emiciclo di una delle abitazioni. Nel secondo ambiente, inglobati nelle murature, sono visibili imponenti rocchi di colonne in peperino del diametro di 90 cm, provenienti dal vicino Tempio di Diana.  
    L’ambiente successivo al quale si accede è la cripta, del XII secolo, collegata con una scala alla chiesa superiore. Si giunge così al complesso mitraico: l’aula, con volta a botte, stretta e lunga,  6 m x 4, a cui fu aggiunto il vestibolo, passando a 17 m di lunghezza. Nel vestibolo è individuabile un pozzetto di scolo, forse la fossa sanguinis per il sacrificio di animali.

    Due nicchie all’ingresso accoglievano le statue dei dadofori Cautes e Cautopates; solo il primo è ancora al suo posto. Sui lati dell’aula due lunghi podii in muratura, sul fondo l’altare, dietro al quale si apre una grande nicchia intonacata a pomice, con altorilievi in stucco di Mitra vestito solamente di un mantello rosso che uccide il toro. Davanti a lui, in posizione distesa, la figura di Saturno (o Oceano), realizzata con pezzi di anfore ricoperte di stucco.
    Le pareti laterali erano ricoperte di pitture, oggi visibili  solo in parte. Sulla parete di destra si riconosce una processione di personaggi rappresentanti i sette gradi di iniziazione, ad ognuno dei quali è abbinata:
    - una frase che inizia con la parola persiana Nama, “onore” , 
    - quindi il grado di iniziazione, 
    - a seguire la parola tutela, (“sotto la protezione”), abbreviata in vari modi, 
    - per chiudere con il rispettivo pianeta che proteggeva quel grado.
    La parete è poi interrotta da una tamponatura: essa nasconde la porta dalla quale originariamente si accedeva al santuario sotterraneo.
    Più in avanti, in direzione dell’altare, sono raffigurati personaggi reali, ad ognuno dei quali è riportato il nome; essi si dirigono verso una figura seduta, il Pater, al quale portano delle offerte: un toro, un gallo, un cratere, un montone ed un maiale.
    Sulla parete sinistra si vedono altri personaggi in processione e verso l’altare la rappresentazione del patto di alleanza fra Mitra ed il Sole, che avviene con un banchetto all’interno di una grotta.
    Nel mitreo fu rinvenuta una bellissima opera in opus sectile raffigurante il Dio Sole, oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.
    (Adriano Morabito - Roma sotterranea)

    Li dove oggi vi è un roseto erano le terme di Sura.


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  • 10/25/18--04:27: LE VILLE TUSCOLANE (Lazio)
  • NINFEO DI VILLA ALDOBRANDINI

    Le Ville Tuscolane sono delle magnifiche ville rinascimentali, quasi tutte ben conservate, edificate dal ricco clero per i loro otii (ozi), tra il XVI e il XVII sec., nella zona dell'antico Tusculum.  Esse vennero costruite negli stessi luoghi in cui un tempo sorgevano le antiche ville romane e spesso sopra di esse, copiandone le forme sia degli edifici che dei giardini, per cui da esse si può capire quanto splendide e monumentali fossero le ville degli antichi romani.

    La vicinanza di Frascati a Roma faceva sì che a distanza di secoli si ripetesse lo stesso uso fattone in età romana, quando il colle del Tuscolo era stato prescelto come sede preferita di ville e giardini da parte dei più potenti ed illustri cittadini romani, tra i quali Catone, Lucullo e Cicerone.
    Le ville si trovano nel territorio di Frascati, Monte Porzio Catone e Grottaferrata, ai lati del Colle del Tuscolo, quasi tutte di impronta romana. Frascati si trova sui Colli Albani, al di sotto del monte Tuscolo, sede degli scavi archeologici di Tusculum, antica città pre-romana, romana e medioevale, attraversato dalla Via Tuscolana, in posizione dominante rispetto Roma, e parte del suo territorio è compreso all'interno dei confini del Parco regionale dei Castelli Romani.

    Monteporzio, anch'esso facente parte dei Colli Albani, si trova tra tra Frascati a ovest e Montecompatri ad est. Esso sorge su una zona collinare, formatasi da un piccolo cono laterale del Vulcano Laziale che ha formato tutti i Castelli Romani. Il suo territorio degrada da un lato verso la pianura e dall'altro risale verso il Tuscolo, per divenire poi montagna con boschi di castagni impiantati nel XVIII sec., sostituendo tutti gli antichi boschi di quercia.

    Grottaferrata, in massima parte composta di materiale vulcanico, con minerali caratteristici come il peperino, la pietra sperone del Tuscolo ed il tufo. Vi si allocarono alcune ville suburbane di ricchi cittadini romani come Marco Tullio Cicerone e la famiglia degli Scriboni-Libones a Castel de' Paolis, ai confini con Marino

    I ritrovamenti archeologici più significativi risalgono all'epoca romana e appartengono alla villa patrizia di Lucullo (117 - 57 a.c.) e poi alla dinastia imperiale dei Flavi (69 - 96 d.c.). Nel quartiere di Cocciano si sono ritrovati da poco alcuni reperti archeologici, ed è stato costituito un Parco Archeologico.

    Le dodici Ville Tuscolane, che ricadono nel territorio comunale di Frascati e nei territori dei confinanti Monte Porzio Catone e Grottaferrata, sono:

    Villa Aldobrandini
    Villa Falconieri
    Villa Torlonia
    Villa Parisi
    Villa Lancellotti
    Villa Tuscolana (o Rufinella)
    Villa Sora
    Villa Sciarra
    Villa Mondragone
    Villa Grazioli
    Villa Muti
    Villa Vecchia

    "La riedificazione di Frascati incominciata da Paolo III nel 1538, fu compiuta nel 1546 sotto la direzione del factotum Iacopo Meleghino, e dell'architetto Bartolomeo Baronino. Questa opera importante comprese la fabbrica della rocca o castello, residenza ordinaria del " governatore della città di Tusculano " e straordinaria dei pontefici nelle loro gite campestri; quella delle nuove mura castellane, l'apertura di due piazze, e il gettito delle « case che occupano le strade per dirizzarle ».

    Se si richiama alla mente il fatto che l' intera città giace sopra le rovine di una sola antica villa imperiale, come ho descritto minutamente nel Bull. com. tomo XII, a. 1884, pp. 141, appare certo che gli architetti preposti al lavoro devono avere raccolto, per conto di casa Farnese, larga messe di antichità.

    Ulisse Aldovrandi ricorda tra i marmi farnesiani:
    -  una spoglia o trofeo bellissimo con una Medusa
    - grifoni e teste di arpie e di leoni con un panno avvolto in spalla
    - un trofeo spoglia armata all'antica di porfido
    - un candeliere triangolare con vittorie alate ed una donna trionfante a lato, e arpie giù ai piedi.
    opere tutte ritrovate a Frascati.

    La villa dove oggi è fondata la città di Frascati non dubito che fosse la più ampia e spaziosa del territorio Tusculano, e se ne vedono sino ad ora le vestigie sotto la porta Romana, e si stendeva sino al giardino e palazzo dei sigg. Cherubini che poi comprò il colonnello Guaina, e questo signore, nel cavare che fece, vi trovò alcune statue di molta consideratione che trasferì in Roma nel suo palazzo. Sotto il Castello o Rocca vi è il duomo vecchio, ed in questo luogo vi era, prima che lo fabbricassero, un altro vivaro".



    I REPERTI

    I ritrovamenti archeologici più significativi risalgono all'epoca romana e appartengono alla villa patrizia di Lucullo (117 a.c. - 57 a.c.) e poi alla dinastia imperiale dei Flavi (69 d.c. - 96 d.c.). Piccolo centro agricolo sorto sulle rovine di una grande villa romana, San Sebastiano, eretta sui resti di una villa romana imperiale. Frascati sorge sulle pendici settentrionali del monte di Tuscolo, a 320 slm

    L'attuale centro storico della Città, incentrato su piazza del Mercato, via dell'Olmo, piazza Paolo III e piazza San Rocco, sorge verosimilmente sui resti della villa romana di Caio Passieno Crispo (secondo marito di Agrippina, la madre di Nerone).

    Tale risultanza, unitamente ai rinvenimenti archeologici di manufatti che attesterebbero anche la presenza della grande villa suburbana di Lucullo, in prossimità di quella di Passieno, fa arrivare alla conclusione che già in quell'epoca il sito fosse abitato, se non proprio come centro urbano, ma certamente con case rurali di servitù alle ville romane di cui era disseminato tutto il colle tuscolano e che i maggiori rappresentanti delle classi abbienti romane si fecero edificare nella zona a partire dal I sec. a.c.



    CADUTA DELL' IMPERO ROMANO

    Alla caduta dell'Impero Romano le ville romane vennero progressivamente abbandonate e subirono il saccheggio delle orde barbariche che si riversarono su Roma. A tali devastazioni non sfuggì la villa dei Passieni ed è da ritenere che i coloni che vi lavoravano, scampato il pericolo e dopo un primo momento di dispersione, sia tornati nei pressi di quelle rovine ed abbiamo cominciato ad adattarle per un sicuro riparo dalle intemperie. Man mano si ingrossò il numero dei rifugiati, sicchè cominciò a delinearsi un primitivo centro abitato.

    Oggi sede della Diocesi Tuscolana, la massiccia costruzione a pianta quadrangolare che conserva l'aspetto di un castello medioevale, occupa il lato Sud di piazza Paolo III e si compone una torre centrale e di altre due torri quadrate sul versante della piazza, mentre un'altra a pianta rotonda s'innalza nell'angolo nord- ovest.

    Diversi reperti archeologici di età romana e medievale, sono conservati all'interno del cortile porticato tra questi, il sarcofago che per anni è stato la vasca della Fontana delle Tre Cannelle in via Senni, il Sarcofago delle Stagioni, statue togate sempre di epoca romana e alcuni stemmi scolpiti in pietra di età medioevale.

    La storia di Frascati è ricca di stupende ville romane e di saccheggi, a cominciare dall'importante villa attribuita un tempo a Lucullo, che, in età imperiale passò alla famiglia degli imperatori Flavi. Nel luogo in cui sorgeva la villa si erge attualmente la chiesa di Santa Maria in Vivario edificata nella zona corrispondente al Vivarium (cisterna).

    Marco Porcio Catone, detto il Censore, nel suo De Agricultura da viticultore tuscolano, uomo sapiente, abile politico e oratore, capitano valoroso, governatore di province, narra che gradiva egli stesso porsi al lavoro delle sue terre assieme ai propri dipendenti, dividendone poi il cibo semplice ed il vino genuino.

    Varrone ricorda le feste tuscolane "Vinalia" per il vino nuovo del Tuscolo ed alcuni provvedimenti relativi alla sua esportazione in Roma. Con questo buon vino, al dire di Macrobio, Ortensio innaffiava i celebri platani che aveva piantato sulle liete pendici tuscolane perché crescessero più rigogliosi.

    Inoltre Marco Tullio Cicerone vi possedeva la prediletta tra le sue ville dove amava rifugiarsi e da dove intitolò la sua più celebrata opera filosofica, le "Tusculanae disputationes"

    Anche Lucullo, il celebre generale romano, passato alla storia più per la predilezione della buona tavola che per quella di armi e di studi, possedeva una splendida villa alle falde del Tuscolo dove si dilettava ad invitare amici, quali Cicerone e Catone l'Uticense - pronipote del grande Marco Porzio - ospiti non solo della sua fornitissima biblioteca ma anche dei famosissimi banchetti, annaffiati di vino tuscolano.

    "Un' altra cisterna, scavata per intero nella roccia vulcanica, fu scoperta e di- strutta in gran parte, costruendosi la ferrovia di Frascati fra le stazioni di Ciampino e di Grottaferrata (tunnel). Se ne veggono le gallerie tronche diagonalmente sull'una e l'altra scarpata della trincea a m. 52 prima dell'imbocco occidentale del tunnel. Forse fu alimentata da acque sorgive locali. Altra, assai più vasta, è all'istesso modo troncata dalla ferrovia al di là del tunnel, dalla parte di Frascati, nel luogo chiamato Le Grotte"

    Non lontano da Frascati, le rovine dell'antica Tuscolo. Nonostante il nome etrusco, si tratta di una città di origine latina, un centro residenziale per ricchi romani. Posta a 610 metri d'altezza, regala un magnifico panorama sulla capitale, particolarmente suggestivo per la presenza dei resti dell'acropoli, del teatro, del foro, di una rete viaria e di una cisterna.



    GLI SCAVI

    La comunità di Frascati intraprese vasti scavi e perforazioni di monti nel 1562 per condurre dalla tenuta della Molara in città la sorgente detta della Canalecchia, valendosi della somma di scudi mille presa a censo dal banco Orazio Ruccellai (not. Quintilii prot. 8920, e. 67). Altro prestito di scudi 500 fu contratto nel 1572 in occasione della fabbrica di un altro braccio dell'acquedotto, detto Forma e Formetta (not. Reydet, prot. 6218, e. 767).
    Nell'anno 1620 Matteo Greuter pubblicò uno splendido panorama della città e delle ville circostanti, lungo m. 1,46, ricco di particolari d'interesse artistico, istorico ed archeologico. Il panorama fu usurpato piìi tardi da Atanasio Kircher, il quale ne formò tre tavole per il suo Latium, intitolandole 
    « schematismus villarum tusculanarum» e notando in esso i cambiamenti di proprietà avvenuti dal 1620 in poi. Di questi è necessario tenere stretto conto per riconoscere l'origine e il luogo di ritrovamento di molte iscrizioni tusculane, e per restituire il nome a molti ruderi di ville, di piscine e di sepolcri.

    Sotto il pontificato di Giulio HI. una licenza accordata dalla Camera apostolica il 23 maggio 15,53 .. d. Job. Bapt; "Cole Vannetti layco auagnino perquirendi thesauros et ellbdiendi iu civitatibu. Anagnine et Tuscu1ane, ac terra Gabiniani provincie Campanie, eoruni tenitnriis et subterraaeisa patto che gli oggetti ritrovati in suolo pubblico fossero divisi a metà tra la Camera e l'inventore, quelli trovati in suolo privato lo fossero in tre.

    Quello che, mercè le indagini del Gondi, sappiamo essere avvenuto  su La villa dei Quintini e la villa di Mondragone  Roma 1901  in fatto di scavi, di scoperte di fabbricati, di sculture marmoree figurate, di iscrizioni  isteriche ecc., deve essersi ripetuto per tutte le altre ville erette nel territorio circostante nella seconda metà del secolo, le quali tutte occupano siti antichi, e hanno le fondamenta adagiate sopra pareti antiche.



    LE VILLE


    VILLA FALCONIERI GIA' RUFINA

    VILLA RUFINA

    La sua fondazione è attribuita da taluni a Filippo Rufini vescovo di Sarno, che morì nel pontificato di Paolo III l'anno 1548; dal Galletti e da altri ad Alessandro vescovo di Melfi. La fabbrica coi suoi giardini, con le terrazze e conserve di acqua, fu piantata sugli avanzi di una villa romana, "i quali si continuano a discoprire anche di presente per cura del chiaro ing. Ferdinando Gerardi ". Vedi Jln//. l'ova. tomo XII, a. 1884, e. 141 e seg. Fu chiamata anche villa della Maddalfiia da una cappella dedicata a quella santa, che venne distrutta nel 1-")4S da m...

    La villa Rufina ha preceduto tutte le altre moderne del territorio tusculano e tale priorità (1540-50) era celebrata da un epigramma, ora perduto, che incominciava col distico 
    "Adspice : quot villae circumstant mole superbae 
     Telegoni colles, bis prior ipsa fuit.

    L'INGRESSO
    Si può vedere il suo aspetto schematico, prima della ricostruzione Falconieri, nel rovescio di una medaglia di Paolo III con l'epigrafe "tvscvlo rest nel retto" (vedi Ardi. S. R. St. patr., tomo XVI. a. 189;}, e. 517). e "rufina" nel rovescio. La fabbrica coi suoi giardini, con le terrazze e conserve di acqua, fu piantata sugli avanzi di una villa romana, con poco rispetto della medesima.

    I Ricci di Montepulciano vendettero la villa Rufina al card. Ranuccio Farnese pel prezzo di scudi 3454 » (G. Gondi, 1. e. p. 4). Morto Ranuccio, gli eredi Farnese, Geronima madre, Alessandro e Ottavio fratelli venderono la villa al cad. Marco Sitico d' Altemps ai 14 di aprile del 1567, il quale ne cambiò il nome da Angelina in Tusculana:

    « finché sorta nei suoi stessi confini la villa di Mondragone, prese sotto Paolo V, ed ha tuttora, il nome di Villa Vecchia. Il casino architettato dal Vignola è piantato sugli avanzi di una fabbrica romana, la più vasta del territorio, conosciuta oggi sotto il nome di Barco. Un antico ambulacro fu mutato in istalla capace di contenere cento cavalli, e altre stanze furono adattate per uso di alloggio di fittavoli. Presso il ca.sino di Villa Vecchia, sul lato destro del viale che ad esso discende da villa Taverna, si trovano gli avanzi ben conservati dell'antica piscina »

    VILLA FALCONIERI RUFINA CON GIARDINI ALLA ROMANA

    E’ la più antica delle Ville Tuscolane. Denominata inizialmente come “la Rufina”, e dopo un breve periodo chiamata “la Maddalena”, assume la definitiva denominazione di Villa Falconieri quando, nel 1628, fu acquistata da Orazio Falconieri che ne commissionò il restauro a un nome celebre: Francesco Borromini.

    Al progetto lavorarono sia il Borromini che l'altro celebre architetto Antonio da Sangallo il Giovane. Per affrescare la villa vennero chiamati i pittori Pier Leone Ghezzi, grande caricaturista ma pure amante di reperti romani, Giacinto Calandrucci, Ciro Ferri, Nicolò Berrettoni ed altri pittori settecenteschi.

    Nel maggio del 1907 fu acquistata da un banchiere tedesco. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43 l’aviazione americana tentò di colpire il comando tedesco che vi si era insediato. Frascati subì un bombardamento che causò centinaia di vittime fra la popolazione civile e fra i militari tedeschi.

    Molti edifici furono distrutti e Villa Falconieri fu gravemente danneggiata. Un lavoro di restauro compiuto nel 1959 ha ripristinato buona parte dell’edificio.

    Fu chiamata anche villa della Maddalena una cappella dedicata a quella santa, che venne distrutta, presso la quale, negli ultimi lustri del secolo XV era stata rinvenuta, recante il nome della casa de' Quintilii.

    È certo poi che i Rufini debbano aver trovate opere d'arte insigni, trattandosi di scavo vergine, e ne fa fede Ulisse Aldovrandi, p. 181 dell'ediz. principe:

    "In casa di messer Alessandro Rufini sulla piazza di s. Luigi presso Agona, nella loggia vi è la sepoltura di una donna chiamata Rufina ... Vi è pure una testa di donna col collo, con un certo ornamento in capo ritrovata a Frascati".

    (ROBERTO LANCIANI)

    VILLA RUFINELLA

    VILLA RUFINELLA

    La storia della villa Rufinella è stata scritta in in stile barbarico, ma con molta copia di dati, dal Canina nel volume sul « Tusculo » pubblicato nel 1841. Fu in origine parte e dipendenza della Rufina, e possedimento della stessa famiglia, e ne fu distaccata l'anno 1578 a favore del cardinal di Vercelli Guido Ferrerò, acquirente il figliuolo di Maddalena Borromeo, nipote di san Carlo, nato nel 1537, morto in Roma nel 1585 dopo una breve malattia di sei ore, e sepolto in s. M. Maggiore.

    I topografi ne apprezzano la memoria, per essere egli stato possessore e buon custode delle terme di Costantino, nel sito dei presenti palazzi Consulta -Mazarino - Rospigliosi. (Vedi du Perac, tav. 32 e Ihill. com. tomo XXIII, a. 1895, e. 103).

    "Nel 1585 Mons. Guido Ferrerò Cardinal di Vercelli asserisce haver inter vivos donato a un collegio di scolari fondato per S. S. 111. in Torino la sua villa Ferreria di Frascati con ordine che dopo la vita di SS. 111 la detta villa si debba vendere et il qual prezzo resti in perpetuo a beneficio di detto collegio. 
    Nel 1585 la Riifinella era venuta in possesso del card. Francesco Sforza, il quale la vendette al proprio nipote Mario conte di Santatiora, per il prezzo di 4 mila scudi. Somma invero modesta se si consideri che la li tenuta detta "la Rufinella" occupava larghissimo spazio di territorio, benché il venditore ne avesse già distaccata una parte non dispregevole a favore dei pp. Cappuccini che ancora vi risiedono."

    VILLA RUFINELLA
    Il convento dei Cappuccini testé nominato occupa, come tutte le altre fabbriche del cinquecento, il sito di una villa antica. Vedi Cod. Tusc. cit. e. 147 seg.

    « Dentro il recinto dei pp. Cappuccini. . . si vede un'altra antica fabbrica, vicino alla quale era la strada silicata, che conduceva in Tusculo scoperta da me nell'anno 1656, nell'orto delle conserve antiche, dove si riduce l'acqua dell'orto per beneficio di detto convento

    Dietro a queste conserve vi è un piano, e dirimpetto si rimira la fabbrica dove era il palazzo, e nel frontespizio di questo vi sono sette nicchie, e quella di mezzo più grande delle altre sei, quattro quadre e tre ovate : et io, come curioso delle antichità, nel detto anno 1656 prima del contagio, con un altro religioso cappuccino cavammo vicino a dette nicchio ricoperte di terra, e scoprendo dette nicchie trovassimo attaccate al muro le conchiglie marine col tartaro, come si usa ora di accomodare le fontane. ... e nel piedistallo dette nicchie erano lavorate di finissimo e bellissimo mosaico che il cardinal Sacchetti volse vendere. 

    Più sotto scavando vi trovai un canale scoperto dove credo scorresse l'acqua, lavorato di pietre e calce dipinto di color rosso, che pareva che allora appunto li mastri l'avessero fatto. Non m'inoltrai più sotto per la scarsezza del tempo che nel detto convento dimorai. Dopo però gli altri religiosi hanno scoperti ampli fondamenti e sotterranei aquedotti di detta fabbrica ... Da chi fabbricata o di chi fosse, non ho possuto si do ad ora averne notizia. Ho inteso dire che nel ristretto di detto Convento vi sia un tesoro. anzi due. uno di statue, e l'altro di argento e d'oro. ... 

    In detto anno 1656. . . il sig. Cardinale Antonio Barberini, vescovo di Frascati, essendo allora ritornato di Francia, dove ebbe notizia di questi tesori, mandò uomini a cavare nel piano del convento, per ordine della Camera, ma non trovarono cosa alcuna -. 


    VILLA VECCHIA

    VILLA VECCHIA (già Angelina e Tuscolana)

    La Villa si trova nella strada che va tra Frascati e Monte Porzio Catone, oggi del comune di Monte Porzio, ed è una delle 12 Ville Tuscolane realizzate dalla nobiltà papale nel XVI sec. in agro di Frascati.

    Alessandro Ruffino dona a Giulio e Giovanni Ricci di Montepulciano la derivazione di un'acqua sorgente vicino alla propria villa sita in territorio di Tusculo, presso la tenuta della Molara ed i beni della Comunità di Frascati, per portarla in certi fondi dai dd. Ricci comperati, allo scopo di costruirvi una villa di riposo ma pure un fondo produttivo per i vini pregiati della zona, nei pressi della villa Rufina di Frascati del Papa Paolo III.
    L'atto porta la data del 1561, nel quale Mgr. Giovanni aveva già radunato materiali per la costruzione del casino, aperti viali, costruite fontane : ma . . . costretto ad allontanarsi di nuovo da Roma. . . vendette agli 8 di giugno del 1562 le terra comperata al card. Ranuccio Farnese che aveva già acquistato dieci rubbia di terreno in contrada Molara, e parte delle Grotte alte di santa Croce in Gerusalemme. 

    "Nel 1561 Prospero e altri Annibaldi della Molara donarono al cardinale un capo d'acqua sorgente nella loro tenuta, chiamato "formello da lode", allo scopo di provvederne la nuova villa" [Reydet prot. 6187 e. 7].

    Nel 1561 il Cardinale Ricci deve allontanarsi da Roma per importanti incarichi così vendette la villa ed i terreni l'8 giugno del 1562 al Cardinale Ranuccio Farnese che porta a compimento la costruzione iniziata dal Cardinale Ricci e denominandola Villa Angelina, dal suo titolo cardinalizio di Sant'Angelo.

    "E sarà forse in conseguenza di tale donazione che Ranuccio Farnese volle togliere in affitto dagli Annibaldi tutta la loro immensa proprietà [id. prot. 6192 e. 21], la quale comprendeva, oltre tutta la valle dell'Algido attraversata dalla via Latina col « castrum dirutum de Molarla », anche la tenuta di Monteporco, che gli Annibaldi possedevano a metà coi Gambara [id. prot. 6153 e. 889], e quella della Colonna" [id. prot. 6155 e. 353].

    Morto Ranuccio, gli eredi Farnese venderono la villa al card. Marco Sitico d' Altemps ai 14 di aprile del 1567, il quale ne cambiò il nome da Angelina in Tusculana. ingaggiandone famosi pittori, finché sorta nei suoi stessi confini la villa di Mondragone, prese sotto Paolo V, ed ha tuttora, il nome di Villa Vecchia.

    Nel 1568 iniziano i lavori di ristrutturazione della villa con l'intervento degli architetti Giacomo Barozzi da Vignola e Martino Longhi il vecchio, ed il Cardinale Altemps ribattezza la villa come Villa Tuscolana. 

    Nel 1571 il Cardinale Marco Sitico Altemps fa costruire anche delle abitazioni per gli addetti ai lavori agricoli su dei ruderi di una villa romana, alcune sostruzioni di questa villa oggi sono denominate Barco Borghese. Nel giardino della villa vengono alla luce tratti di strada romana basolata.

    Nel XX secolo la denominazione della villa diviene Villa Vecchia e i proprietari Padri Gesuiti che provvedono anche alla ricostruzione dell'edificio.

    Il casino architettato dal Vignola è piantato sugli avanzi di una fabbrica romana, la più vasta del territorio, conosciuta oggi sotto il nome di Barco. Un antico ambulacro fu mutato in istalla capace di contenere cento cavalli, e altre stanze furono adattate per uso di alloggio di fittavoli. Presso il ca.sino di Villa Vecchia, sul lato destro del viale che ad esso discende da villa Taverna, si trovano gli avanzi ben conservati dell'antica piscina » (vedi Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 185).

    Dopo la distruzione della Seconda Guerra Mondiale la villa verrà ricordata come Villa Vecchia e passa nelle mani dei Padri Gesuiti che la riadattano per le loro esigenze per poi cederla ad un istituto di suore che, dopo averla ulteriormente modificata, vendono la villa ad un proprietario privato che trasforma l'edificio in un albergo.

    VILLA MONDRAGONE

    VILLA MONDRAGONE

    L'origine di questa « regina villarum » si fa risalire alla visita fatta da Gregorio XIII al card. Altemps il 21-23 ottobre del 1572, e al desiderio da lui manifestato di veder sorgere un casino di delizia sui ruderi di quello già appartenuto ai fratelli Quintilii, Condiano e Massimo, che domina tutto l'orizzonte romano da un ciglione di monte alto 416 m. sul mare. Dalla storia del sito, ricostruita dal p. G. Gondi, con l'aiuto di documenti inediti tratti dagli archivii Altempsiani e borghesiani, ricavo queste brevi notizie archeologiche.

    I conti e le stime dell'architetto Martino Longhi, e dei capi maestri Fontana e da Coltre, parlano costantemente di muri antichi o distrutti o conglobati nella nuova fabbrica: di un castello o conserva d'acqua coperta a volta: di grotte o criptoportici. " Della sua magnificenza ci sono testimoni, sebbene tardi, i muratori (che lavorarono al nuovo palazzo). . .  ci attestano che vi furono ritrovate colonne 
    statue ed alabastri. 

    E le statue dovettero essere di si gran pregio, che trovo in questi tempi uno scultore in permanenza alla fabbrica di Mondragone per restaurarle, forse, nelle parti rotte o perdute. 

    E queste medesime statue così racconciate furono messe ad ornamento del nuovo palazzo (nelle nicchie del portico inferiore verso mezzogiorno, e in quelle che erano nella scala a lumaca), ed una, forse quella di maggior pregio, venne poi nel maggio 1594 trasportata in Roma, come nel febbraio 1589 v'era stata portata una colonna. Un'altra invece veniva da Roma trasportata a Mondragone"1. e. pp. 35-36.
    ANTINOO DI MONDRAGONE
    Secondo l'affermazione del Mattei — Mem. istor. Tusc. p. 77,  il piedistallo di statua eretta in onore di Caracalla ai 15 di agosto del 210 {CIL. tomo XIV. n. 2596) da Emilio Macro Faustiniano sarebbe stato
    « trovato nell'occasione che si fabbricava la villa di Mondragone».

    Ma è più probabile che sia stato rinvenuto nelli scavi di Corcolle, descritti nel tomo precedente p. 109.

    Gli epigrafisti-topograti infatti, sono oramai d'accordo nel negare ogni valore locale ad alcuna iscrizione delle ville di Frascati, che non porti un certificato di origine.

    Il Gondi ha trovato nell'archivio Borghese pagamenti per iscrizioni antiche portate a Mondragone.
    Altri scavi furono eseguiti nel 1573 per la perduzione dell'acqua dalla sorgente delle Formelle, nome che attesta l'esistenza in quel luogo di un antico acquedotto.

    Nel territorio annesso alla villa, e formato con parte di quello già appartenente alla villa Angelina, con le vigne di Sante Gregorio Pallotta, e di Giambattista Romano acquistata ai 22 gennaio 1573, con quella di Miarto Taddei acquistata ai 9 dicembre dello stesso anno, con il territorio di Montecompatri acquistato da Marcantonio Colonna nel 1573 per 37 m. scudi, e con quello di Monteporzio acquistato nel 1582 da Cesare Annibaldi della Iolara per 9550 scudi — vero principato con 12 poderi e 12 miglia di campagna da seminare — si contano almeno ventuno ettari di interesse archeologico. Manca, però, ogni ricordo di scavi e di scoperte fattivi dalla casa Altemps.

    VISTA DELLA VILLA MONDRAGONE
    La villa di Moadragone e la Angelina -Tusciilana furono donate dal card. Marco l'anno 1575 al figliuolo Roberto, natogli nel 1565 da donna, il cui nome è rimasto ignoto, creato duca di Gallese da Sisto V nel 1585. Roberto morì ventenne nel 1586 lasciando un unico figliuolo, Gian Angelo, al quale furono dati come tutori due proprietarii di ville vicine, cioè Pietro Aldobrandini di Belvedere e Ferdinando Taverna di Mondragoncino.

    Il duca nel 29 novembre 1613 vendette al card. Scipione Borghese "villam Tusculanam cum villa palatio, seu palatiis Montis Draconis. .. (cum omnibus statuis tam aflfìxis quam non affìsis) ... castrum Montis Compatrum tenutam et castrum diritura Molariae . . . cum tenuta s. crucis nuncupata di Grollalle et Trippone item castrum et tenutam Montis Portii"  pel prezzo di scudi 300,000 dei quali 280,000 in moneta, e 20,000 rappresentanti il valore della villa Acquaviva, scambiata con Mondragone.

    Le Guide del secolo XVIII ricordano ancora esistenti nel palazzo e sue dipendenze  i busti dei primi dodici Cesari, e nell'atrio le quattro statue colossali di Antinoo, di Faustina rinvenuta nella villa di Adriano a Tivoli, di Giulio Cesare e di Flavia. Vi era anche una piccola raccolta d'iscrizioni.

    Nel 1567 iniziarono i lavori di costruzione che compresero l'ampliamento della preesistente Villa Vecchia per volere del cardinale Marco Sittico Altemps, che commissionò il progetto a Martino Longhi il vecchio, su delle strutture di una antica villa romana appartenuta ai consoli Quintili, come al solito devastandone le vestigia ma prendendone spunto e resti romani. 

    I lavori termineranno nel 1573, subito dopo si insedierà il cardinale Ugo Boncompagni che, divenuto papa Gregorio XIII, usò l'edificio come residenza e avendo come stemma araldico un drago, dette il nome alla villa.

    Villa Mondragone fiorì soprattutto durante l'epoca della famiglia Borghese, con il cardinale Scipione Borghese e papa Paolo V. Nel 1626 papa Urbano VIII decise di lasciare Villa Mondragone in favore della residenza papale di Castel Gandolfo. All'inizio del 1700 Villa Mondragone si conserva nelle migliori condizioni, dopodiché ne inizia il declino e alla fine del XVIII secolo la villa-palazzo risulta disabitata in quanto i Borghese preferiscono ritirarsi nella più piccola Villa Taverna.

    Purtroppo il terremoto del 1806, l'occupazione dei soldati austriaci nel 1821 e infine il disinteresse di Camillo Borghese provocano la totale decadenza del complesso al punto che gli stessi cittadini di Frascati chiedono a papa Leone XII di salvare la villa. Ma salvo parziali restauri compiuti dall'architetto Canina nel 1832 su incarico di Marcantonio Borghese, non se ne fa nulla per i costi elevati. 

    Nel 1865 la villa venne donata ai Gesuiti dal principe Marcantonio V Borghese, divenendo la sede estera del collegio Ghislieri e successivamente vi si impiantò il Collegio di Mondragone, un convitto per i figli delle classi sociali più elevate. I successivi restauri del 1929 vengono eseguiti ad opera dell'architetto Clemente Busiri Vici.

    Durante la II guerra mondiale il collegio fu trasformato in rifugio per sfollati e nel 1953 il Collegio dei Gesuiti fu chiuso. Nel 1981 la Villa fu venduta dai Gesuiti alla Università degli studi di Roma "Tor Vergata" che ne ha fatto un centro congressi.

    VILLA TORLONIA

    VILLA CARAVILLA (TORLONIA)

    Nel 1563 Annibal Caro, un poeta che tradusse l'Eneide di Virgilio in italiano e che diede consigli al cardinale Alessandro Farnese per la decorazione del suo palazzo a Caprarola, ospite e commensale continuo del card. Ranuccio, per accondiscendere ai desideri di lui e per fuggire quanto più di frequente gli tornasse possibile le infinite molestie della corte di Roma, comperossi nel 1563 una villetta, cui dipoi, dal suo nome insieme, e dall'affetto che le portava chiamò Caravilla. La piccola proprietà si estendeva vicino a Frascati e apparteneva all'Abbazia di Grottaferrata.

    E in questo ameno recesso, egli potè condurre sino al decimo libro la traduzione dell'Eneide. « Ma ne il Farnese della sua Angelina, ne il Caro della sua Caravilla godettero a lungo, che 1' uno si spense ai 28 ottobre del 1565 in Parma, l'altro ai 21 novembre del 1566 in Roma ». (G. Gondi, 1. e, p. 6).

    Dato che si pensava che tal luogo fosse la villa di Lucullo è evidente che vi furono rinvenuti almeno diversi ruderi romani di cui oggi peraltro non v'è traccia visibile. Infatti dell’originario complesso oggi si può ammirare solo il parco, il Teatro d’acqua, le fontane e le scalinate.

    Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il palazzo fu quasi completamente distrutto e ricostruito in forme moderne. Nel 1579 la villa venne acquistata dal cardinale Tolomeo Galli, segretario di stato di papa Gregorio XIII Boncompagni, che ampliò la proprietà e costruì il primo nucleo di quella che sarà la grande villa degli anni successivi.

    INTERNI VILLA TORLONIA
    Alla fine nel 1607 la proprietà fu acquistata dal cardinale Scipione Borghese che commissionò a Carlo Maderno, Flaminio Ponzio e Giovanni Fontana la costruzione di una nuova grande villa.

    La caratteristica più spettacolare della nuova villa era il suo Teatro delle Acque, che era di una larghezza senza precedenti. 

    Nel 1613 tuttavia il cardinale Borghese cambiò idea e acquisì Villa Mondragone dagli Altemps a cui cedette la villa che stava per completare. Pochi anni dopo l'Altemps vendette la villa al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Papa Gregorio XV che completò la sua costruzione e abbellì i giardini con statue antiche (il cardinale fece lo stesso nella sua villa romana ).

    Da un rogito del notaro Campana del 1571 intitolato, "venditio ville Piscine in territorio Tuscolano prò mag.'' d. Beatrice arias de Cinciis, uxore iur. utr. doctoris Evangeliste Recchie a fratribus de Caris de Civitate Nova « apparisce che i fratelli di Annibale avevano ereditato da lui altri beni nella contrada di Frascati, dove restavano in piedi avanzi di antichi ricettacoli d'acqua.

    TEATRO DELLE ACQUE DI CARLO MADERNO

    Annibal ebbe altri possedimenti sulla via da Roma a Frascati
    "Fuori della porta di s. Giovanni " dice il Vacca, Mem. 48 " nella vigna del sig. Annibal Caro, essendovi un grosso massiccio dagli antichi fabbricato, e dando Jioja alla vigna, il detto sig. Aonibale si risolse spianarlo. Vi trovò dentro murati molti v. latina ritratti d' imperatori, oltre tutti i dodici, ed un pilo di marmo, nel quale erano scolpite tutte le forze di Ercole, e molti altri frammenti di statue di maniera greca. Delle suddette teste non mi ricordo che ne fosse fatto: ma del pilo ne fu segatala faccia d'avanti e mandata a Nuvolara da monsignor Visconti ". 

    Alcuni hanno creduto il prelato in questione essere stato 1'Ercole Visconti, proprietario della villa Belpoggio-Pallavicini, e Nuvolara corruzione di Muralara, nome, forse, attribuito
    dal volgo alla villa stessa. Ma i Visconti possedettero la villa tusculana un buon secolo dopo i fatti narrati dal Vacca, e Nuvolara è luogo ben noto sulla sponda sinistra del fiume Po. Vedi Fea, Misceli, tomo I, p. Ixxv.

    Devo anche ricordare un incidente relativo alle statue di marmo "valde pulcherrimae " offerte in vendita da un Ottavio Caro al S. P. Q. R. nel mese di febbraio del 1570. Dato che sia corsa relazione di parentela tra Ottavio e il fondatore di Caravilla, Annibale, ciò che ritengo sommamente probabile, si potrebbe supporre le statue esser state trovate sulla pendice di Tusculo, tra gli avanzi della villa sui quali il poeta aveva piantata la sua casetta. Egli stesso parla di scavi e scoperte nella lettera del 14 settembre 1585:
    « la cretineria mia è di fuggir Roma quando posso, e starmi in una villetta che mi sto facendo nel Tusculano, nel loco proprio di Lucullo, che così mi hanno chiarito li vestigi degli grandi monumenti, e di alcune lettere che vi ho trovato ».

    Il Caro allude alla scoperta dei tubi di piombo, recanti il cognome del fondatore della villa, che fu di casa Licinia, intorno ai quali vedi Laudani. coìnm. di Frontino, p. 288, n. 580.

    VILLA TORLONIA
    Per mezzo di tali documenti topografici, rimane accertato che l' immenso gruppo dei ruderi sui quali è piantata la presente villa Torlonia ( in extremo Ludovisiorum hortorum proxime... Frascati est series fornicum ortorum.. olim Aviarium Luculli Montfaucon) formasse parte del Tusculano eretto tra gli anni 66-56 a.c. dal vincitore di Mitridate, Licinio Lucullo

    Ciò ammesso si dovrà ricercare nuovamente il nome del costruttore e proprietario dell'altra villa colossale, sulla quale è fabbricata la città di Frascati, villa che si crede indemaniata da Domiziano: [Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 185], essendo evidente che i due gruppi, frascatano e Ludovisiano, non potessero appartenere ad un solo proprietario, essendo divisi dalla antica via Tusculana, la più importante del territorio, fiancheggiata da case e sepolcri, le vestigia della quale si possono tuttora seguire dalla villa Sora sino all'altipiano dei Cappuccini.

    La Casina di Annibal Caro, col modesto terreno che le apparteneva, vennero col tempo a formar parte della grande villa del cardinal Tolomeo Galli Gallio, detto il cardinale comense. il quale, dopo avere passati i primi anni della brillante carriera in varie sedi vescovili dell' Italia meridionale, s'era ridotto in Roma al tempo di Pio IV, dal quale ottenne la porpora nel concistoro dell '1marzo 1505.
    Sotto Gregorio XIII. nel 1580. fu trasferito alla sede di Albano, poi in Sabina, a Ostia e a Velletri.

    A anni ottantadue, dopo quarantadue di cardinalato, le immense rendite ecclesiastiche a lui concesse lo posero in grado non solo di arricchire la propria famiglia col ducato di Treplebi nel milanese, ma di legare il suo nome a monumenti e fondazioni di cui non è ancora perita la memoria. A queste si dovrà ora aggiungerne una, appena registrata dai suoi biografi : la fondazione cioè di una villa Tusculana in territorio canonato a favore del commendatario di Grottaferrata. Il documento spiega il processo di formazione della villa mediante l'acquisto delle vigne di Francesco Cenci, già Caro, in vocabolo Spagna, dell'illustre capitan Battista Cremona da Varese, in vocabolo « Costa di Zompo », di Evangelista Orecchia, e di cinque altri vignaioli frascatani.

    Parte del latifondo così costituito ebbe la denominazione di Fontana vecchia, come risulta da un'atto del notare Campana [prot. 437, e. 1] col quale Tranquillo Marianeschi vende al cardinale un terreno olivato in detta contrada nel 1579.

    Le vicende successive del sito sono note. Gli eredi Galli lo vendettero alla casa Borghese il 28 marzo 1607. Paolo V e i suoi fratelli e nipoti l'adornarono e l'arricchirono, mediante scavi e perforazioni ingenti, di gran tesoro di acqua, che anche oggi contribuisce a renderlo dilettoso oltre ogni dire. Lo speco che doveva raccogliere le quattro oncie donate dal card. Pietro Aldobrandino e le diciotto donate dal duca Giannangelo Altemps, è opera degli architetti Fontana. Maderuo e Ponzio, per la quale il pontefice aveva sottratta alla Camera Apostolica la somma di 19913 scudi. 

    Altri 500 scudi furono stornati dallo stesso cespite per lavori di abbellimento e per l'acquisto della villa Acquaviva (Montalto-Grazioli). Somme invero sciupate, perchè in capo a pochi anni il cardinale Scipione si era già annoiato del sito, che volle scambiare nel 1613 con Mondragone. La casa d'Altemps non lo ritenne a lungo. Nel 1621 Pietro, primogenito del defunto Giannangelo, la vendette al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV. Divenne in seguito, come è noto, proprietà di casa Poli-Conti. Sforza Cesarini e oggi Torlonia.

    VILLA TAVERNA

    VILLA TAVERNA-MONDRAGONCINO

    Villa Parisi, è una villa tuscolana privata, del comune di Monte Porcio Catone (o Monteporzio) e non accessibile al pubblico; appartenne ai Borghese dal 1614 al 1896, e ancora prima alla famiglia Taverna dal 1605. Essa confina con Villa Mondragone e Villa Vecchia.

    Sorta sulle rovine della villa romana dei Quintili,come la limitrofa Villa Mondragone, la costruzione primaria fu voluta dal Cardinale Taverna intorno al 1605, dando luogo, sul terreno appartenuto in precedenza agli Altemps, al primo nucleo dell’edificio che fu poi trasformato man mano nel tempo.

    Allora Governatore di Roma sotto il pontificato di Clemente VIII, il cardinale Ferdinando Taverna nel 1614 decise di vendere la villa al Cardinale Scipione Borghese (nipote di Paolo V, pontefice dal 1605) ottenendone inoltre in cambio la Villa Acquaviva, poi Grazioli. All’interno, la villa risultò molto simile a villa Mondragone: un salone ampio a doppia altezza intorno al quale si collocavano delle stanze laterali. Nuovi lavori di abbellimento decorativo iniziarono con Camillo Borghese che nel 1729, alla morte del padre Marcantonio, ne eredita i beni e sposa Agnese Colonna.

    In particolare un importante ciclo pittorico caratterizzò la terza fase dei lavori che interessarono l’edificio (terzo decennio del 1700). Nel salone centrale detto “delle feste”, un tempo adorno di arredi e suppellettili, i fratelli realizzarono gli splendidi affreschi raffiguranti figure femminili allegoriche indicanti le “Arti” (Pittura, Musica, Poesia e Scultura); sopra il camino, “Romolo e Remo con la lupa ed una regale dea Roma, con ai suoi piedi oggetti di guerra”; sui lati brevi invece furono dipinti quattro Atlanti o “Telamoni”, che reggono strutture architettoniche, ed ancora busti di Imperatori romani, armi e decorazioni in stile neoclassico.

    PORTALE E LATO DELLA VILLA TAVERNA
    Nel 1741 in occasione della visita di papa Benedetto XIV, nella villa si eseguirono nuovi lavori di abbellimento che interessarono alcune sale dell’edificio, tra cui quella detta delle “cacce”, insieme con quella della “musica”, quella delle “stagioni”, e la sala occupata dalla Cappella di famiglia, abbellita dagli arazzi realizzati da monsignor Sergardi. Tra il 1768 ed il 1832 i Borghese ereditarono i beni degli Aldobrandini e operarono interventi nei piani superiori della villa, utilizzando motivi decorativi ispirati all’antica Roma.

    Sulle pareti del salone centrale e della loggia, vi sono le opere a tempera su muro dei fratelli Valeriani realizzate nel 1735/1736, mentre nella Galleria delle Statue, nella Stanza dell'Eremitorio e nella Galleria con Pergolato si trovano affreschi di Ignazio Heldmann il Bavarese e nella Stanza delle Colonne alcune decorazioni di Taddeo Kuntze, che decorò la neoclassica sala detta delle “colonne”, i cui dipinti si ispirarono alla pittura romana. Famose le “nozze aldobrandine”, copia di un originale alessandrino, rinvenuto nel 1600 sull’Esquilino e rimasto a lungo di proprietà degli Aldobrandini prima di passare ai Borghese. Nel 1896 la villa venne venduta dai Borghese a Saverio Parisi. Negli anni successivi, i Parisi avviarono ed ultimarono i lavori di adattamento interno e tutti i restauri pittorici.”

    (Irvit: Istituto Regionale delle Ville Tuscolane)

    La villa fu costruita nella sua prima parte centrale, tra il 1604 ed il 1605, da Mons. Ferdinando Taverna, nobile milanese, governatore e magistrato di Roma sotto il pontefice Papa Clemente VIII. Fu membro della Congregazione del Sant'Uffizio e feroce soppressore di Onofrio Santacroce, figlio di Giorgio Santacroce, marchese di Oriolo e Aurelia Savelli dei signori di Rignano. Nel 1599, Costanza Santacroce, moglie di Giorgio Santacroce, viene uccisa per motivi d'interesse dal figlio Paolo, che riesce a fuggire nel regno di Napoli. Al suo posto Mons. Taverna fa arrestare il fratello Onofrio, che fu decapitato il 31 gennaio 1604 a Castel Sant' Angelo, per ragioni di interessi sulle sue terre.

    Per questo delitto venne creato cardinale nel 1604. I lavori di costruzione durarono fino al 1605. In un istrumento del 20 maggio 1614 è tuttora chiamata "Villa Ulnii et mi de Fenantis Tabernae card. s. Eusebi sita in territorio Tusculano iuxta villani Mentis Draconis Illmi card. Burghesii".

    Il Taverna vendette la villa nel 1614 al cardinale Scipione Borghese nipote del Papa Paolo V, che l'acquistava a 28 m. scudi, e la sua famiglia ne ha serbato il possesso sino alla catastrofe nel 1888. Il Mattei, 1. e, p. 30, parlando della selva d'Algido che si estendeva sino alle scaturigini dell'acqua Felice, come osservasi delineata in una carta topografica della campagna di Roma impressa l'anno MDXIII nel pontificato di Leone X così la pone in relazione col card. Scipione:

    « spettava parte di questa selva alla Camera apostolica, et il popolo di Frascati vi aveva il jus pascendì. .. dal Fosso della Formica sotto l'Eremo de' Camaldoli a questa valle che è tra Frascati e Monte Porzio, fino al Fosso antico che confinava con la via della Colonna, fuori del casale di san Marco. Ma avendola poi comprata il cardinale Scipione Borghese nell'anno mdcxiv, poco dopo la fece tagliare, e concesse in enfiteusi a molti particolari di Frascati il terreno che ritiene ancora oggidì il vocabolo della Selva  » . 

    Il cardinale Borghese affidò all'architetto Girolamo Rainaldi la ristrutturazione della villa, cui vennero aggiunti le parti laterali ed il ninfeo, nonché il portale delle armi. Nel 1729 Camillo Borghese fece aggiungere decorazioni interne e arcate sulla facciata, a cu8i Marcantonio Borghese aggiunse nuove decorazioni pittoriche. Nel 1896 la Villa fu venduta a Saverio Parisi, la cui famiglia ne è ancora proprietaria.

    VILLA ACQUAVIVA-GRAZIOLI

    VILLA ACQUAVIVA-MONTALTO (GRAZIOLI)

    La villa sorse in agro di Frascati, attualmente a Grottaferrata, edificata nel 1580 dal cardinal Antonio Carafa su un terreno di proprietà dei PP. Maroniti. Gregorio XIII, legato da stima e grande affetto per il cardinale, lascia scritto che: "Il nostro diletto figlio Antonio Carafa.... per riprendersi dalle fatiche che assiduamente sostiene per la Chiesa, si è costruito una villa nell'agro del Tuscolo avendo in animo non tanto di abbandonarsi agli agi e allo svago, quanto piuttosto di attingere, nella tranquillità, ai celesti nutrimenti dello spirito".

    Alla morte del Carafa, avvenuta nel 1591, la sua villa passa in proprietà di Ottavio Acquaviva d'Aragona, marchese di Atri, suo parente, a cui si devono la decorazione di gran parte dei soffitti e delle volte al piano nobile. Da un documento dell'epoca risulta che nel 1606 il cardinale Acquaviva partiva come arcivescovo per la diocesi di Napoli, lasciando la "bella villa" in prestito ai fratelli del nuovo pontefice, eletto nel 1605, Paolo V Borghese e ai suoi parenti.

    Gli stretti rapporti che legavano il cardinale alla famiglia del neoeletto pontefice, sono dimostrati dall'accostamento dello stemma dei Borghese a quello degli Acquaviva in uno degli affreschi al piano nobile della villa.

    Infatti nell'ottobre del 1606 vi furono ospitati i fratelli del nuovo papa Borghese, lusingandosi il cardinale di ottenere con ciò remissione di un debito che verso di loro aveva. Fu infatti acquistata dal card. Scipione Borghese nel 1610 per unirla a quella già Galli: ma nel 1613 la cedeva al cardinal Taverna come parte del prezzo (scudi 20 m.) per l'acquisto di Mondragone a Frascati.

    Il Taverna a sua volta la vendette al principe Michele Peretti di Montalto, nipote di papa Sisto V, nel 1614, , e con lui alla famiglia Peretti. La villa passa dunque ai Savelli, i quali nel 1683 la cedono al duca Livio Odescalchi, che cura il consolidamento della struttura tra il 1696 e il 1698, sotto la direzione dell'architetto Giovanni Battista Fontana.

    Nel 1833 la proprietà passa al Collegio di Propaganda Fide che la vende nel 1870 al duca Pio Grazioli, che fa compiere grandi restauri anche nel parco. Buona parte delle stanze della villa e della galleria al secondo piano, vantano affreschi seicenteschi e settecenteschi di Agostino Ciampelli, Giovanni Paolo Pannini e Antonio Carracci.

    Il Mattei, Mem. dell' ant. Tuscolo, p. 18 descrive un « pezzo residuale di strada antica lastricata di grosse e larghe selci, chiamata oggi comunemente delle pietre liscie, sopra il giardino o villa odescalca, oltre i confini della giurisdizione di Frascati, per la strada che conduce a Marino. ... la medesima di nuovo si lascia rivedere in un luogo detto la Pediea, poco sopra alla villa de' signori Cavalletti, nella strada che volta a Rocca Priora, e oltre passando poco più disopra alla Latina si prolonga dove è il fosso de' Ladroni, et altrove si stende per la via che conduce a Rocca di Papa » . 

    INTERNO VILLA GRAZIOLI
    Gli Odescalchi venderono la villa al Collegio Urbano di Propaganda nel secolo scorso, dal quale passò al presente possessore, il duca Mario Grazioli. È probabile che il nome di Pietre Liscie fosse attribuito ne' tempi andati a tutti a molti tratti di selciati antichi. Negli ultimi anni di Paolo IH « fu acquistata in Frascati, sulla via Romana, in luogo detto prete 1isei e una vigna dal novello ordine de' Gesuiti, per villeggiatura dei suoi giovani studenti » (G. Gondi, 1. e, p. 4, n. 2).

    "E che si tratti appunto di rimasugli di strada lo dice il Mattei. Non conosco questo prezioso documento topografico, non ho potuto trovarne esemplare in tanti Gabinetti di stampe da me visitati."  Questo passaggio serve a spiegare l'errore commesso dal Kircher scrivendo « Villa Montaltina a Sisto V pont. max. fundata, liodie principi familiae Sabellorum subest  » .n. 55 1. c, p. 20 : « osservò il Fabretti due strade diramarsi dalla sinistra della Latina. . . v. latina la seconda vicino al centrone donde proseguiva a Frascati... e di essa sono re- state presentemente le vestigia che si vedono vicino la vigna de' Padri Gesuiti, e sotto le mura di Frascati presso il palazzo de' signori Accoramboni ».

    VILLA ALDOBRANDINI

    VILLA BELVEDERE-ALDOBRANDINI 

    Fu costruita per il cardinale Pietro Aldobrandini, nipote del Papa Clemente VIII su di un edificio preesistente del 1550 appartenuto a monsignor Alessandro Rufini. In effetti, fin dal 1592, dopo la prima villeggiatura a Frascati, Clemente VIII « pensò a farvi alcune fabbriche a sua comodità » dove potesse starsene a suo agio senza mendicare, come i predecessori, l'ospitalità di Mondragone. E rivolse gli ocelli alla bella pendice del Tuscolo che sovrasta a Frascati dalla parte di mezzogiorno, e che portava ab antico il nome di Belvedere.

    Essendo venuto a morte il Capranica e i suoi beni devoluti alla Camera, il papa Clemente VIII prese per sé la villetta cui diede il nome di Belvedere, e ne fece dono al nipote cardinale Pietro Aldobrandini, il quale, dopo la conquista di Ferrara, ne fece una dimora signorile dove suo zio poteva trascorrere alcuni giorni di riposo come aveva fatto Gregorio XIII a Villa Mondragone.

    I lavori di costruzione della villa richiesero quattro anni, dal 1598 al 1602, e furono diretti dall'architetto Giacomo della Porta, che ne concepì anche il progetto, ma alla cui morte nel 1602 venne sostituito nel suo lavoro dagli architetti Carlo Maderno e Giovanni Fontana. Prima dei lavori si procedette alla rimozione di tutti gli ostacoli che potessero impedire agli ospiti del cardinale di godersi la vista su Roma.
    NINFEO ALDOBRANDINI
    Benché il vasto parco e i terreni annessi contengano molti e nobilissimi avanzi di antiche ville, pure il casino Aldobrandini, architettato da Giacomo della Porta, non pare sia stato fondato sopra ruderi preesistenti. 

    Il casino, incominciato nel 1602. fu abitato la prima volta da Clemente VIII nel settembre del 1604.

    L'opera di scavo più notevole nel corso di tutti questi lavori fu senza dubbio quella per la condottura dell'acqua della Molara, donata al card. Pietro da Giovannangelo Altemps, con la riserva di quattro once a favore della villa di Mondragone, che furono poi aumentate a otto e mezzo.

    L'acquedotto Aldobrandino lungo più chilometri, raccoglie le antiche sorgenti della Crabra sotto il monte Fiore, scende alla via Latina e ne segue il margine settentrionale, dai Muracci della Molara sino sotto il monte del Tusculo. il cui estremo sperone verso occidente traversa per mozzo di galleria lunga circa m. 1870. In questo percorso l'acquedotto taglia il sito di cinque ville romane. La residenza è tale e quale nella sua condizione presente.


    IL GIARDINO ALDOBRANDINI

    Il giardino



    Dettagli del giardino dietro il casinò: (a sinistra) fontana di Polifemo che suona il flauto di pan; un meccanismo ad acqua produceva un suono, simile a quello che accadeva in molte fontane a Villa d'Este ; (centro) ingresso a una caverna sotterranea che porta alla fine del giardino posteriore; è simile alle finestre e alle porte di Palazzo Zuccari e ad uno dei mostri di Bomarzo ; (a destra) una maschera nascosta in rocce false.


    "Prendemmo l'autobus e andammo a quindici miglia dalla città a Frascati, in precedenza Tusculum, una villa del cardinale Aldobrandini, costruita per una casa di campagna; ma superando, a mio parere, i posti più deliziosi che abbia mai visto per la sua situazione, l'eleganza, l'acqua abbondante, i boschetti, le ascensioni e le prospettive. 

    Proprio dietro il palazzo (che è di eccellente architettura) al centro del recinto, sorge un'alta collina, o montagna, tutta rivestita di legno alto, e così formata dalla natura, come se fosse stata tagliata dall'arte, da la sommità di cui cade una cascata, sembra piuttosto un grande fiume di una corrente che precipita in un grande teatro d'acqua, che rappresenta un arcobaleno esatto e perfetto, quando il sole splende. 

    LA VILLA ALDOBRANDINI

    Sotto questo, viene fatta una grotta artificiale, in cui sono rocce curiose, organi idraulici e tutti i tipi di uccelli che cantano, muovendo e cinguettando con la forza dell'acqua, con diversi altri cortei e invenzioni sorprendenti, con molti altri dispositivi per bagnare gli spettatori incauti, in modo che uno possa difficilmente calpestare senza bagnare la pelle. 


    Il giardino ha eccellenti passeggiate e boschetti ombrosi, abbondanza di frutta rare, arance, limoni, ecc., E la prospettiva divina di Roma, soprattutto la descrizione, così come non mi meraviglio che Cicerone e altri hanno celebrato questo posto con tali encomi."

    (John Evelyn nel suo Diario del 1645).



    VILLA PALLOTTA

     Benché le più antiche notizie di una villa Pallotta rimontino solo alla prima metà del seicento, pure credo  appartenga al secolo precedente. Una vigna di un Sante Gregorio Pallotta è ricordata tra quelle acquistate dal card. d'Altemps, per arrotondare il suo possesso di Mondragone. La fondazione della villa è attribuita dal cod. tusc. cit., e. 150' e seg. a Giambattista, secondo cardinale della serie. 

    "Fra Monte Porzio e la Colonna nel territorio tusculano fu scoperta un'altra villa e celebre palazzo antico dal card. Giovanni Battista Pallotta (creato legato nel 1631) nell'anno 1640, in mezzo della selva ch'era di Frascati e fu data al principe Borghese. Ora avendo il detto cardinal Pallotta  preso questo palazzo per fabbricarvi una villa, vi scopri alcune conserve antiche (ancora esistenti) e sopra di esse fabbricò un palazzo (oggi in rovina), e poi, mentre scassava un'ampia vigna, ritrovò nell'istesso ristretto poco lungi molte antichità, come bagni, molini di oglio, colonne, statue, camere lavorate di mosaico et un piedistallo di fino marmo con questa iscrizione fatta in lettere grandi... (cursus honorum di e. ivlivs cornvtvs ter.tvllvs cos. suff. a. 100, CIL. tomo XIV, n. 2925). 

    Il palazzo di questa villa era fondato sopra un monticello ameno, conforme testificano molti vasti fondamenti ivi ritrovati, dove io viddi, mentre scoprivano, alcuni bellissimi marmi della porta maggiore del Palazzo".

    VILLA MUTI

    VILLA ARRIGONI-MUTI

    La sua prima fondazione è attribuita a Ludovico Cerasoli, canonico tusculano. Da lui acquistolla, sulla fine del secolo decimosesto. Pompeo Arrigoni nato in Roma nel 1541 da illustre famiglia milanese o comasca. Avvocato concistoriale sotto Gregorio XIII e uditore di Rota sotto Gregorio XIV, fu da Clemente VIII creato cardinale diacono dal titolo di s. m. in Aquiro ai 5 di giugno 1596. Egli trasformò l'umile casino del Cerasoli in magnifico palazzo, circondato da parco e giardino, sopra suolo ricchissimo di antiche rovine, conforme ho dimostrato in Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 300 seg.

    «Non molto lungi (dalla villa Cavalletti) verso Roma vi era un'altra grandissima villa et era dove ora sta la villa dei sig Rocci e sig Varesi, nella quale altro non è restato in piedi che alcune grotte sotterranee, le quali avendo io con ogni diligenza misurato, ritrovai che la fabbrica fu quadra, di cento sessanta passi geometrici, circondata di muro, dentro la quale si vede un'altro ordine o loggia da passeggiare di longhezza quasi da seicento piedi et ha il lume estrinseco per alcuni archi.

    Nel mezzo di questa fabbrica seguono sette ordini di camere segrete, et ogni camera è di longhezza cento ottantanove palmi (m. 42.14) e per larghezza trentadue palmi (m. 7.18) e per una si entra nell'altra per le porte, senza però lume alcuno o finestra... Sopra delle quali era fondato il palazzo, come mostrano sino ad oggi le rovine delle fabbriche... Vi erano anche nel medesimo luogo alcuni bagni, che dimostrano li canali per dove correva l'acqua. 

    Lontano da questa fabbrica quasi quattrocento piedi vi è un luogo per la strada incavato in forma di anfiteatro, quasi di grandezza di quanto è il Pantheon . . . di novantasei piedi geometrici di diametro, dal quale spazioso argine o orlo si cala per alcuni scalini... Oggi altro non si vede se non li muri antichi. E questa piscina oggi è commutata in orto». 
    La villa Arrigoni passò più tardi ai Ilocci-Varesi, ai Cesarini, ai Muti, il quale ultimo nome ancora conserva.

    VILLA LANCELLOTTI

    VILLA  LANCELLOTTI

    La Villa ha avuto un'origine diversa dalle altre residenze storiche della zona, perchè fu edificata dai Padri Oratoriani per farne accoglienza dei confratelli malati, all'incirca nel 1582.
    Venne poi affittata al Cardinale Alfonso Visconti, e nel 1609 al Duca Mari Mattei; per essere poi acquistata del banchiere Roberto Primo della famiglia Borghese. Dopo una serie di successioni, tra cui la famiglia Piccolomini, giunse nel 1866 ad Elisabetta Borghese Aldobrandini, moglie del Principe Filippo Massimo Lancellotti, della cui casata è ancora proprietà.

    Inizialmente di dimensioni ridotte, grazie all'annessioni di terreni limitrofi, la residenza divenne circondata da vigne, tanto che nel 1591 venne definita magna domus. L'ampliamento simmetrico delle ali rispettò il modello romano, e nel 1617-19 venne costruito il ninfeo secondo il modello del Teatro delle Acque di Villa Mondragone, cioè secondo l'uso antico.
    .
    La facciata venne ristrutturata nel 1764 con l'aggiunta di una scala a due rampe e io Lancellotti l'arricchirono di pitture  e di una terrazza panoramica affacciata verso Roma.
    All'interno la volta del salone al piano terra è decorato con affreschi del 1873 di Angelini e Forti, celebrativi della famiglia Lancellotti, in altre sale vi sono le opere di Cherubino Alberti come Elia rapito in cielo sul carro di fuoco e Abacuc trasportato in volo da un angelo. Nella volta del Camerino settecentesco, c'è l'affresco Diana con Edimione dormiente tra quattro piccoli paesaggi.

    I bombardamenti del grande conflitto hanno danneggiato la struttura, che è stata sottoposta a restauro di recente. Una parte del giardino è oggi divenuto giardino comunale, il cosiddetto Parco dell'Ombrellino. Il Palazzo, di proprietà privata, non è aperto al pubblico.

    VILLA SORA

    VILLA SORA

    La villa, ubicata a Frascati in via Tuscolana, sorge su una superficie che un tempo faceva parte del “Tusculano” di Licio Licinio Lucullo (117-57 a.c.) e, in epoca successiva, della villa di Saverio Sulpicio Galba (Imperatore di Roma dal 68 al 69 d.c.).

    Sopra a queste vestigia venne costruita la villa come casale di campagna nella seconda metà del Cinquecento dalla famiglia Moroni, che ospitarono papa Gregorio XIII ed il cardinale Carlo Borromeo nel novembre del 1582. La villa, conosciuta con il nome di “Torricella”, nel 1600 venne venduta al Marchese di Sora Giacomo Boncompagni (figlio naturale di Gregorio XIII). 

    I Boncompagni rimasero proprietari della villa per quasi trecento anni, alternando periodi di splendore a fasi di decadenza, finchè nel 1893 Rodolfo Boncompagni Ludovisi, principe di Piombino, cedette la villa con tutti gli arredi al grande incisore di cammei Tommaso Saulini che la tenne fino al 1900, per poi cederla ai Salesiani, attuali proprietari.  

    Fu originariamente un palazzo quadrato a tre piani con cortile centrale e torre belvedere, come si osserva dalle riproduzioni del 1620 di Matteo Greuter. Esso era dotato di due torrette: una con vista su Roma, l’altra, più piccola, prospiciente la facciata principale.

    VILLA SORA
    Passato il portale d’accesso, si accedeva nel cotile e, per mezzo di una scala, ai piani superiori. Nel salone, al piano nobile del palazzo, sulle quattro pareti vi sono affreschi con scene allegoriche che riproducono le nove muse, intervallate dalla rappresentazione di uomini illustri e da scene di paesaggio. Per lungo tempo la decorazione di questa sala, detta sala Zuccari, è stata attribuita ai cinquecenteschi  fratelli Zuccari, in realtà affrescata da Cesare Rossetti, della bottega del Cavalier d’Arpino.
     
    A causa dei bombardamenti del 1944, il Palazzo venne devastato: si sono salvate solo la facciata ed alcune parti interne accuratamente restaurate. Con l’avvento dei salesiani, si costruì un nuovo corpo di fabbrica nel 1912 per ospitare delle scuole, congiunte alla villa nel 1926 attraverso un lungo corridoio. Attualmente il palazzo ospita degli istituti scolastici privati gestiti dai Padri Salesiani, che sono esentasse, che sono sostenuti da sovvenzioni statali, e che non permettono di visitare la villa.


    VILLA SCIARRA

    Venne edificata a Frascati da Mons. Ottaviano Vestri da Barbiano, nel 1570 con la denominazione Villa Bel Poggio. Passò poi al Duca di Ceri, e successivamente ai principi Pallavicini, nel 1919 fu ceduta a Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, VIII principe di Carbognano, il quale nel 1929 la cedette a Leone Weinstein. 

    Nel 1932 la villa venne acquistata alle Suore dell'Opera Pia Casa della Provvidenza che vi istituirono un orfanotrofio fino alla sua completa distruzione durante gli eventi della II guerra mondiale.
    Notevole il portale d'ingresso attribuito all'arch. Nicola Salvi, l'architetto della Fontana di Trevi.

    Ne resta il parco - giardino con ruderi classici di età romana e la terrazza panoramica. Attualmente la Villa ricostruita ed il Parco sono adibiti a scuola pubblica.


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    RICOSTRUZIONE DELLA BONONIA ROMANA - IL FORO

    LA FONDAZIONE

    Esistono leggende diverse sulla fondazione di Bologna


    - alcuni l'attribuiscono all'umbro Ocno, messo in fuga dall'Umbria dall'etrusco Auleste (Uno dei re etruschi che combatterono contro Mezenzio appoggiando Enea), che fondò un villaggio dove ora sorge Bologna, e successivamente ancora scacciato dagli etruschi.

    - Un'altra storia parla di Felsino, discendente di un altro Ocno (ma etrusco, detto anche Bianore, lo stesso fondatore di Pianoro, Parma e Mantova, di cui parla anche Virgilio), che diede il nome alla città successivamente cambiato dal figlio Bono in Bononia.

    Un'altra leggenda narra che il re etrusco Fero, proveniente da Ravenna e approdato nella pianura tra i torrenti Aposa e Ravone, assieme ai suoi uomini cominciò a costruire un villaggio di capanne si ampliò attorno a un torrente (l'Aposa, che oggi scorre ancora nei sotterranei di Bologna), costruendo un ponte per collegare le due sponde all'altezza dell'attuale via Farini nei pressi di piazza Minghetti: il Ponte di Fero (probabilmente nell'odierna via Farini all'altezza di piazza Calderini).

    BONONIA ROMANA - RICOSTRUZIONE DI RICCARDO MERLO
    (immagine ingrandibile)
    La leggenda vuole che il nome Aposa venisse attribuito al torrente dall'etrusco Fero a ricordare l'amante Aposa, principessa dei Galli Boi ( popolazione celtica dell'Età del ferro originaria dell'Antica Gallia, che con gli Etruschi abitò la città in età preromana), annegata nelle acque del torrente per raggiungere l'amato.

    Un giorno però Aposa, amante di Fero, venne travolta da una piena del fiume mentre stava raggiungendo l'abitazione di Fero che addolorato dette al torrente il nome di Aposa. Il villaggio crebbe e Fero decise di proteggerlo con una cinta muraria e, benché anziano, lavorò lui stesso alla costruzione.

    Durante il lavoro, in una caldissima giornata estiva la figlia di Fero porse al padre un recipiente d'acqua a patto che Fero desse il suo nome alla città.
    Fero acconsentì e mantenne la promessa; da quel momento la città prese il nome della figlia, Felsina.

    Plinio il Vecchio: « Dentro [c'è] la colonia di Bologna, chiamata Felsina quando era la principale dell'Etruria... »

    TORRENTE APOSA

    LA STORIA

    La colonia romana di Bononia fu stabilita dai romani dopo aver sconfitto i Boi, per volere del senato della Repubblica romana che la votò nel 189 a.c. Si presuppone che il nome Bononia provenisse dal nome Boi (nome della popolazione) oppure dalla parola celta bona, dato a un "luogo fortificato", o forse proveniva da Bona, divinità celtica della prosperità.

    Tra le nuove colonie emiliano-romagnole i romani edificarono una fitta rete stradale, tra cui la via Emilia, nata nel 187 a.c. e voluta dal console Marco Emilio Lepido. Bononia divenne uno dei fulcri della rete viaria romana, collegata anche ad Arezzo attraverso la via Flaminia militare e ad Aquileia attraverso la via Emilia Altinate.

    MURA DI SELENITE NELL'ARCHEOGINNASIO
    Nell'88 a.c., alla fine delle guerre sociali, Bononia divenne municipio e i suoi cittadini acquisirono la cittadinanza romana, per cui la città si ingrandì e si arricchì di commerci. In un'isoletta del fiume Reno di Bonomia sorse nel 43 a.c. il secondo triumvirato di Antonio, Lepido e Ottaviano che promise grosse ricompense ai veterani. Bononia ne dovette accogliere un buon numero ed a costoro vennero assegnati terreni abbandonati in seguito alle guerre sociali.

    Per riconoscenza sotto Augusto Bononia pavimentò oltre 10 Km di strade, si costruirono le fognature ma soprattutto si edificò l'acquedotto che convogliava le acque dal torrente Setta nei pressi di Sasso Marconi e la portava, come avviene tuttora, con un dislivello di circa venti metri, alle porte della città passando per Casalecchio di Reno con una galleria di 18 Km. 

    I romani ritenevano che l’acqua di questa sorgente fosse di qualità migliore rispetto a quella del Reno, e passando tramite gallerie sotterranee fino al fiume Aposa, incontrava una vasca di decantazione (castellum) che schiariva l’acqua prima di distribuirla alla città ed alle terme mediante tubi di piombo o terracotta (fistulae aquariae)

    A tutt’oggi di edilizia privata o pubblica, civile e religiosa, e di strade si può parlare solo nel caso della Bononia romana: i popoli e le civiltà più antiche non ci hanno lasciato altro che sepolcreti, molti dei quali ricchi di suppellettili e di altri cospicui corredi funerari. Per cui in epoca romana si edificarono gli edifici pubblici con largo uso di marmi e quelli privati in cui si diffuse l'uso del mosaico; entrarono in funzione le terme, un teatro, l'arena e sorsero le prime fabbriche di tessuti.

    Bononia era costruita in mattoni, selenite e soprattutto legno, e proprio a causa di ciò risultò gravemente danneggiata da un incendio nel 53 d.c. ma fu subito ricostruita grazie all'interessamento di Nerone (37 - 68), il quale, fra l'altro, fece ampliare e abbellire il teatro.

    Alla fine del III secolo i barbari saccheggiarono o conquistarono tutte le città attraversate dalla via Emilia per cui i bolognesi decisero di edificare una cerchia muraria costruita con blocchi di selenite che, però, non racchiudevano tutta l'area urbana ma escludevano i quartieri più poveri a nord e a ovest. Le mura ebbero 6 porte: Porta Ravegnana (va est), Porta San Procolo (a sud), Porta Stiera (a ovest), Porta San Cassiano poi di San Pietro (a nord).

    In seguito scesero dal nord gli Unni di Attila (406-463) e successivamente Odoacre (433-493), capo degli Eruli, che era diretto a Ravenna, allora capitale dell'Impero, a deporre l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto. Nell'anno 476 si concluse così la lunga agonia dell'Impero romano d'Occidente, un impero che aveva dato civiltà e luce al mondo.



    I RESTI

    Bologna rivela ancora, nel centro storico, resti dell’epoca romana: strutture architettoniche, tratti di strade, frammenti di mosaici e reperti conservati nei musei narrano la storia dell’antica Bononia.
    La città romana fu impostata secondo lo schema classico, basato su due strade principali: il cardine massimo, che andava da nord a sud (via Galliera – via Val d’Aposa), e il decumano massimo, diretto da est a ovest (via Rizzoli - via Ugo Bassi). Una serie di cardini e decumani minori formavano una griglia di isolati rettangolari di 6oo m per lato.

    La romanizzazione del territorio comincia in realtà nel 268 a.c. ben quattro anni prima della lunga contesa con Cartagine. La Repubblica fonda una colonia nei pressi di Ariminum (odierna Rimini). Poi i Romani cominceranno a spargersi a macchia d’olio per la Pianura Padana e nel 189 a.c., viene ufficialmente fondata la nuova città di Bononia, che si sovrappose alla vecchia città etrusca. Essa fu colonia per diversi anni fino all’88 a.c. quando venne trasformata in Municipio. Da quel momento essa seguì le sorti di Roma, in era Repubblicana e Imperiale.

    Nei molti scavi effettuati nel centro della città hanno evidenziato molti strati del terreno sovrapposti, con una difficile distinzione cronologica. Sono state rinvenute però strade, solcate perfino dai carri trainati (visibili ancora oggi) reperti archeologici come boccette, vetri e anfore; l’anfiteatro, la necropoli e la villa rustica.

    VILLA ROMANA SOTTO LA SINAGOGA
    Interi musei e palazzi sono stati adibiti ad esposizioni di reperti archeologici come l’Archiginnasio e la Sala Ex-Borsa, fermata per diversi giorni per permettere agli archeologi di effettuare gli scavi.
    Particolarmente importanti per la città furono l’imperatore Augusto, che la fece ricostruire e abbellire, e l’imperatore Nerone, che convinse il senato romano a pagare importanti opere edilizie necessarie dopo un vasto incendio che aveva distrutto numerosi monumenti.

    Alcuni resti romani si rivelano al di sotto di Palazzo Re Enzo, accedendo dalla sede della Scuola delle Idee (ex START) sotto al Voltone del Podestà, oppure dal vecchio ingresso del sottopassaggio, accessibile da Piazza Re Enzo.

    Negli ambienti interni, attraverso una vetrata, è possibile vedere i resti di uno dei Cardini minori di epoca romana, con tanto di marciapiede. Altri pezzi di queste vie sono visibili al di sotto dell’Hotel Baglioni (oggi Grand Hotel Majestic, Via Indipendenza) e del negozio Roche Bobois (a Palazzo Lupari, in Strada Maggiore 11).

    Uscendo dal sottopassaggio di Piazza Re Enzo, poi, è visibile un mosaico geometrico bianco e nero, resto di un antico palazzo signorile di età imperiale (in Piazza Maggiore infatti c’erano tanti edifici).

    L'ACQUEDOTTO

    L'ACQUEDOTTO ROMANO 

    Di solito i romani edificavano gli acquedotti mediante condotti aerei, ma a Bonomia realizzarono questa opera completamente in galleria (in parte nella roccia ed in parte in terreni rinforzati).

    L'acquedotto risale al I secolo a.c. e si presume voluto dall'imperatore Augusto. L'acquedotto attinge dal fiume Setta in quanto i romani compresero fin da allora che le acque del Reno non erano pure e potabili come quelle del Setta.

    Pertanto l'acquedotto prelevava l'acqua presso Sasso Marconi e, passando da Casalecchio di Reno sotto il Colle della Guardia, la convogliava in galleria fino a raggiungere l'Aposa,  che scorre sotto Palazzo Pizzardi nella odierna via d'Azeglio angolo via Farini.

    Qui una vasca di decantazione (castellum) schiariva l'acqua prima di distribuirla a tutta la città mediante il sistema tipicamente romano delle fistulae aquariae (tubi di piombo o terracotta). Oggi il tunnel finisce presso la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini. 

    La portata ai tempi dei romani era di ca. 35.000 metri cubi al giorno, abbastanza per soddisfare le necessità di una città di 25-30.000 abitanti!. L'acquedotto rimase attivo fino al Medioevo, quando, a seguito delle invasioni barbariche e dell'incuria, rimase quasi dimenticato e interrato.

    Quando però, nel 19° secolo a Bologna si creò il bisogno di aumentare i suoi approvvigionamenti idrici, grazie all'ingegnere e archeologo Antonio Zannoni ed al conte Giovanni Gozzadini (lo scopritore della civiltà villanoviana) si poté finalmente individuare e ripristinare l'antico acquedotto, tutt'oggi in funzione a dimostrazione della straordinaria abilità degli ingegneri antichi romani.

    BAGNIO DI MARIO

    BAGNI DI MARIO

    Non si tratta come si potrebbe credere di un ambiente termale, ma di un complesso idraulico che non ha mai avuto nessuna relazione con l'uso termale. Tra l'altro il nome "Mario" fu dato al complesso in memoria del console romano.

    Un'angusta scala di pietra conduce giù sottoterra per ben 40 metri: ci si ritrova in una sala ottagonale con le pareti ornate da affreschi e bassorilievi, tra cui i due leoni rampanti che probabilmente rappresentavano le insegne di Pio IV dè Medici di Marignano mentre ai lati della sala partono quattro cunicoli che portavano all'antica cisterna in pietra. Una costruzione cinquecentesca che alcuni fanno però risalire ancora oggi, e forse non hanno torto, a un'opera romana.

    I RESTI DEL TEATRO

    IL TEATRO ROMANO


    Il Teatro Romano in via de’ Carbonesi, è uno straordinario monumento di età repubblicana (risalente all’incirca all’88 a.c.) quando, all’indomani della guerra sociale, gli abitanti di Bononia ottennero lo status di cittadini romani e la città fu promossa da colonia di diritto latino a municipium. 

    In quella occasione l’impianto urbano fu dotato di nuovi edifici di cui abbiamo forse un’ulteriore testimonianza nella basilica e proprio nelle strutture murarie del teatro. 

    DECORAZIONE DEL TEATRO
    Esso rappresentava un unicum per il suo tempo: basti pensare che neanche a Roma esistevano teatri in muratura, ma solo strutture lignee rimovibili. 

    Sarà solo Gneo Pompeo Magno a far erigere un teatro in muratura, a quasi trent’anni di distanza da quello bolognese, tra il 61 e il 55 a.c..

    Infatti il teatro, costruito in epoca tardo repubblicana (dal 120 all' 80 a.c.) fu successivamente ampliato in età augustea e ancora sotto Nerone nel I sec. d.c.. il teatro costituisce una delle più interessanti testimonianze della Bononia romana. 

    Nella fase costruttiva iniziale il teatro fu caratterizzato da un emiciclo autoportante di circa 75 metri di diametro; successivamente la struttura venne ampliata portando la cavea ad un diametro di 93 metri e l'edificio fu ornato con marmi pregiati d’importazione.

    Il teatro è caratterizzato da una struttura autoportante fondata su una fitta rete di muri radiali a vista, in pietra arenaria, lavorati a opus incertum. 

    Il sito è venuto alla luce nell'ambito di una campagna di scavi risalente alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. 

    SCAVI DELLA SALABORSA


    I SEPOLCRI ROMANI DI BONOMIA

    (RODOLFO LANCIANI)

    Il 17 aprile 1888, a m 2,30 dal suolo attuale se ne scoprirono due, distanti l'uno dall'altro m. 0,70.
    - Il primo col tetto di tegole a due pioventi di m. 1,40  x. 0,50 x 0,80 di altezza. Lo scheletro lungo m. 1,38 posava sopra un letto di tegole con la testa volta ad occidente.

    -  1l secondo sepolcro col tetto parimenti a capanna era di fanciullo, di  m. 0,80  x  0,30 e. 0,55 di altezza. Lo scheletro posava col cranio ad oriente. Fra i due sepolcri si rinvenne una monetiua in bronzo molto corrosa.

    -  Poco discosto dal secondo, un terzo sepolcro composto di dieci tegole col tetto a capanna e di 2 m. x 0,50 di larghezza. Lo scheletro posava sopra un letto di tegole con la testa ad oriente,  circondato da quattro vasetti in terracotta della forma ventricosa con labbro dritto, due alla testa e due ai piedi, più un altro rotto della forma come di fiasco, ed una lucerna.

    -  Un quarto sepolcro apparve alla profondità di soli 2 m dal suolo, ma già distrutto anticamente. Vi si raccolsero le tegole di m. 0,50 X 0,60.

    Più notevoli sono due altri sepolcri scoperti il giorno successivo.

    - Lungo il primo m. 1,80 x. 0,50, di tegole lunghe m. 0,60 x 0,50, disposte tre in ciascun dei lati maggiori, una alla testa, ed una ai piedi. Formavano il rivestimento esterno di una cassa in piombo di m. 1.70 x 0,31 ed alta m. 0,35, alla quale però non aderivano perchè vi erano tenute discoste, un 15 cm per parte, da grossi chiodi di ferro. Questi chiodi, di cui si raccolsero molti resti nell'interstizio fra la cassa di piombo e le pareti di tegole, erano 12, distribuiti 4 a ciascuno dei lati maggiori e 2 a ciascuno dei minori. Introdotti con la punta nella cassa e ribattuti, aderivano con la testa alle tegole. Lo scheletro, in pessimo stato, posava con la testa ad oriente, i vasetti funerari raccolti in frammenti non posavano dentro la cassa ma fuori. Forse il sepolcro aveva subito violazione.

    -  Sulla medesima linea si scopri l'altro sepolcro più piccolo, ma simile. Di m. 1,55 x 0,60 aveva una copertura in piano di 4 tegole, 2  larghe ciascuna m. 0,58, la terza e la quarta di m. 0,20 e collocate una alla testa e l'altra ai piedi. La cassa è di m. 1,35 x. 0,32 x. 0,29. Furono trovati gli avanzi di altri chiodi di ferro, sei, cioè due a ciascun lato maggiore ed uno a ciascuno dei minori e tenevano le tegole discoste dalla cassa un 15 cent.

    RESTI DEL PONTE ROMANO DEL TORRENTE APOSA

    - Ai piedi del sepolcro, un altro ne esisteva formato similmente da tegole, ma privo della cassa interna di piombo. Il letto era a due pioventi. Questo sepolcro però era già stato quasi per metà distrutto nei tempi antichi.

    - Un ottavo sepolcro romano fu scoperto  alla distanza di 3 m, di m. 0,60 x 2 m ed era largo alla testa m. 0,60, ai piedi m. 0,50. Consisteva di 10 tegole, disposte quattro a ciascun lato maggiore ed una a ciascuno dei minori. Dentro eravi la solita cassa di piombo di  m. 1,80 x m. 0,35 x 0,33. Negl'interstizi si raccolsero gli avanzi di 12 chiodi di ferro. Lo scheletro infracidato aveva la testa ad oriente ed i piedi ad occidente.

    Questi tre sepolcri contenenti casse di piombo ho fatto trasportare al Museo Civico dove una sola cassa simile finora si conservava d'ignota provenienza, quantunque con molta probabilità del bolognese. Questa cassa però é in due pezzi, lunga nell'assieme m. 1,45, larga m. 0,40 ed alta m. 0,25. Il piombo è di miglior qualità, che non quello delle tre casse di recente scoperte perché esso appena toccato si rompe, mentre nella cassa più antica è molto duttile e piegasi a piacimento senza rompersi. Otto sepolcri adunque si scoprirono disposti in modo da formare due linee simmetriche e corrispondenti. Molti altri ne esistevano senza dubbio distrutti nei tempi di mezzo, perché s'incontrarono lì presso a diversa profondità avanzi di costruzioni che parevano medioevali.

    Si possono considerare quali avanzi dei sepolcri taluni oggetti romani incontrati durante gli scavi, sparsi a differenti altezze dal suolo. Ne indico qui i principali :
    - Lucerna in terracotta finissima con l'ornamento di un rombo nella parte superiore fratturata, ed un S a rilievo nell'inferiore.
    -  Altra lucerna rinvenuta ad un metro sotto il suolo, in mezzo a rottami, perfettamente conservata, con forti profili nella faccia superiore ed il nome V I B I A N I a rilievo nell'inferiore. 20 giugno.
    - Altra lucerna simile perfettamente conservata con F A O R a rilievo.
    -  Una dozzina di monete di bronzo la maggior parte logorate dall'ossido ed illegibili. Sono riuscito a determinare soltanto le seguenti: P in bronzo di Tiberio, 2 in argento di Alessandro Severo. 3 in bronzo di  Trajano Decio,. 4-5 piccoli bronzi di Costantino Magno. Con queste monete si può dire che il sepolcreto durò dal II al IV sec. dell'impero. La sua esistenza nella proprietà Fabbri è della massima importanza per la topografia della Bononia romana.



    Avanzi di casa romana

    Sui primi del mese di luglio ampliandosi e rifacendosi le fondamenta della casa Calzolari situata fra via Gombruti e via Imperiale, alla profondità di m. 2,50 dal suolo venne scoperto un assai bello e ben conservato pavimento a mosaico. Quantunque lavorato con sole pietruzze bianche e nere, tuttavia assai vario e complicato ne riesce il disegno.

    REPERTI DEL TEATRO ROMANO
    Più file di circoli intersecantisi e concatenati sopra e sotto fra loro, danno origine a quadretti interni con base ricurva, riempiti di nere pietruzze: ne risultano per conseguenza tanti segmenti di circolo a fondo bianco e conformati a foglie le quali, convergendo ad un centro comune, compongono alla lor volta una specie di rosone.

    Non precisamente nel centro, ma come si potè constatare in seguito, più verso il lato meridionale, esisteva un quadretto dell'ampiezza di m. 0,95 per lato, a pietruzze bianche e nere, ma assai più fine, chiuso tutto all'intorno da una elegante cornice a foglie d'edera.

    Disgraziatamente la rappresentanza del centro era stata distrutta nel passato secolo, quando venne costruita la casa, un pilone della quale era venuto a cadere e sfondare proprio il quadretto. Tutto il pavimento largo m. 3,48 per 4 circa di lunghezza, è circondato all'intorno da una fascia nera distante m. 0,20 dal muro della camera.

    Anche di questo muro rimaneva in piedi verso l'angolo nord-est una parte, lo zoccolo, con l'intonaco dipinto a color verde porro ed una striscia della parete superiore, dipinta a giallo. Siccome il muro interno della nuova casa in costruzione viene appunto a tagliare a mezzo il mosaico, così questo doveva di necessità essere distrutto.

    BUSTO DI NERONE
    Perciò allo scopo di conservar memoria della scoperta ne ho fatto segare e trasportare in Museo una porzione, poco più di un metro quadrato, mentre ho preso gli accordi con il proprietario sig. Calzolari per eseguire scavi e ricerche metodiche nel cortile, sotto cui il mosaico s'interna, non appena saranno terminati i lavori di muratura, ciò avverrà in dicembre.

    Mi riprometto soddisfacenti risultati da questo scavo, in quantochè il mosaico scoperto mi sembra parte e propriamente il triclinio di una vasta casa, che sorgeva in questo punto della Domnia romam. M'inducono in questo avviso gli avanzi di altri mosaici apparsi qua e là in contiguità di quello ora descritto e che attestano l'esistenza di altri considerevoli ambienti.

    La maniera frettolosa con cui eseguivasi lo sterro, ch'era dato a cottimo, non ha permesso di rilevare una pianta esatta dei mosaici o almeno dei loro avanzi, tanto più che molti di ossi insieme con i relativi muri di perimetro aveano sofferto grande distrazione nel passato secolo quando venne innalzata la prima volta la casa ora in ampliamento.

    Cionondimeno ho potuto costatare che almeno quattro camere, ciascuna con particolare pavimento, si collegavano con quella prima descritta. Per maggiore chiarezza indico come n. 1 la stanza col pavimento a mosaico di circoli concatenati e col quadretto centrale circondato da foglie d'edera: il suo lato nord insieme con porzione della parete dipinta penetra e si nasconde ancora sotto il cortile A.

    In vicinanza trovasi un pozzo moderno, nel costruire il quale si dovette certo distruggere tutto ciò che di antico ivi esisteva. Il pavimento dell'ambiente n. 3 era a mattone battuto; ho potuto riconoscerne chiaramente le tracce lungo il lato ovest e determinarne la lunghezza in circa tre m.

    LA VIA EMILIA RIAFFIORA DURANTE DEI LAVORI STRADALI
    Lo strato del mattonato era piuttosto sottile, circa 10 centimetri; ma posava sopra un piano di ciottoli, sistema di costruzione osservato altresì sotto i mosaici degli ambienti 1 e 5. Mattoncelli cubici legati assieme con cemento durissimo costituivano il pavimento dell'ambiente n. 4, di cui però due soli tratti scoperti in posto: il rimanente era ridotto in pezzi che giacevano sconvolti e gli uni agli altri sovrapposti : questo pavimento poteva misurare una superficie di m. 2,80 per 8,50.

    Anche di esso ho fatto trasportare, quale ricordo, un pezzo al Museo. Una forte rovina, cagionata da avvallamento del terreno, aveva sofferto altresì il pavimento dell'ambiente n. 5, esso pure a mosaico, ma bianco con semplice fascia nera. Gran parte del fianco sud era sprofondata e si scoperse infissa verticalmente al suolo : cionondimeno, seguendo le tracce lasciate nelle sezioni delle terre, se ne poterono determinare le dimensioni in m. 3,50 X 6,60.

    Allo scavo dello spazio n. 6 non ho potuto assistere in persona; ma dal sorvegliante mi venne riferito che tutto il pavimento era sconvolto e qua e là apparivano tronchi di colonnine formati di mattoncelli circolari del dìametro di m. 0,18 presso i quali giacevano frammenti di tegole.

    Queste notizie fanno pensare ad un pavimento sospeso per la circolazione del vapore come i pavimenti della stufe o calidari; supposizione resa più probabile dal fatto che da questi medesimo sito provengono parecchi frammenti di tubetti quadrangolari aderenti ad intonaco od usati per le doppie pareti proprie appunto dei calidari.

    Oltre i resti di mosaico si raccolsero quasi in ogni ambiente frammenti d'intonaco delle precipitate pareti, dipinti a colori giallo, rosso, nero e verde. Finalmente nei due punti h q g della trincea s'incontrarono, alla profondità di circa m. 3,50 dal suolo attuale, due tratti di una chiavica romana con fondo, sponde e copertura, il tutto formato da mattoni, diretta ed inclinata da est ad ovest.




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    MARCO LIVIO SALINATORE

    Nome: Marcus Livius Salinator
    Nascita: 254 a.c.
    Morte: 204 a.c.
    Consolato: 219 a.c., 207 a.c.


    Marco Livio Salinatore (254 – 204 a.c.), ovvero Marcus Livius Salinator

    - fu console insieme con Lucio Emilio Paolo e poi con Gaio Claudio Nerone,
    - fu vincitore durante la II guerra illirica (220 - 219 a.c.)
    - partecipò alla sconfitta di Asdrubale al Metauro (207 a.c.);
    - fu censore nel 204

    Il cognomen (Salinator) derivò dall'istituzione di una tassa sul sale, da lui promossa durante la censura, e che divenne ereditario nella sua famiglia.



    LA II GUERRA ILLIRICA (220 - 219 a.c.)

    Annibale, nel 221 a.c. aveva assunto il pieno comando della Spagna cartaginese e stava occupando militarmente tutta l'area a sud del fiume Ebro..Allora il senato romano inviò l'anno successivo entrambi i consoli contro gli Illiri, abitanti della penisola balcanica (parti della Serbia, Bulgaria, Slovenia, Romania) nord-occidentale (Illiria e Pannonia) e della costa sud-orientale della penisola italiana (Messapia). che si erano ribellati a Roma nel 219 a.c..
    FILIPPO IV
    L'antefatto era che Demetrio di Faro (reggente dell'Illiria e tributario di Roma,  - ... - 214 a.c.) si era alleato con il re macedone Antigono Dosone (re dal 229 al 221 a.c.), supportandolo nella guerra contro Cleomene III, re di Sparta, onde ottenere il potente appoggio della Macedonia, pensando che Roma fosse troppo impegnata nella conquista della Gallia Cisalpina e contro Cartagine ed Annibale per occuparsi di altri fronti.

    Demetrio compì atti di pirateria sulle coste del mare Adriatico, saccheggiando e distruggendo le città illiriche soggette ai Romani, e violando il trattato stipulato al termine della I guerra illirica (230 - 229 a.c.), avendo l'ardire di navigare con ben 50 lembi (imbarcazioni aperte e leggere) oltre Lissa (Alessio, in Albania).

    Devastò molte delle isole Cicladi, e conquistò la città di Pylos (Navarino), catturando oltre 50 navi. Mandò poi una forte guarnigione a Dimale (presso Durazzo), eliminò tutti gli oppositori politici dalle città conquistate, affidando il governo ad amici suoi e mise 6.000 armati a presidiare l'isola di Faro (Lesina).

    Demetrio però non immaginava che ai Romani facesse gola il ricco regno di Macedonia, per cui il senato decise di punire le violazioni al trattato precedente e reagirono tempestivamente, punendo Demetrio per la sua ingratitudine e temerarietà.

    Quando gli ambasciatori romani avuta la sensazione che Annibale stesse cercando a tutti i costi la guerra, informarono il Senato romano che, di fronte alla minaccia di una nuova guerra, prese le misure necessarie per consolidare le proprie conquiste anzitutto ad oriente, proprio in Illiria.

    Nel 219 a.c. il Senato romano, infatti, assegnò il comando della flotta romana al console Lucio Emilio Paolo, che in breve occupò le principali roccaforti nemiche, a partire da Albania, conquistata in soli sette giorni, che atterrì talmente il nemico da fargli dichiarare la resa.

    Cadde, infine, la stessa Pharos (che il console rase al suolo per rappresaglia).  La sconfitta costrinse Demetrio a rifugiarsi presso Filippo V (238 – 179 a.c.), alla cui corte trascorse il resto della propria vita, diventandone uno dei consiglieri più ascoltati. I Romani inviarono una ambasciata presso la corte macedone, per chiederne la consegna, ma senza risultati.

    Il console romano Lucio Emilio Paolo (console nel 219 a.c.), sottomise il resto dell'Illiria, riorganizzandola nuovamente, per poi fare ritorno in patria verso la fine dell'estate, dove gli fu concesso, insieme al console Marco Livio Salinatore, il meritato trionfo.

    Polibio attribuisce questi risultati a Emilio Paolo, ma da altre fonti sappiamo che la guerra fu condotta da entrambi i consoli che infatti ebbero infatti il trionfo assieme nel 219 a.c. Verso la fine del 219 a.c., fu inviato come ambasciatore dal Senato romano a Cartagine, dopo l'Assedio di Sagunto, per capire se fosse stato Annibale ad aggredire Sagunto oppure se avesse ricevuto l'ordine dal senato cartaginese.

    ASDRUBALE
    La delegazione era composta da
    - Quinto Fabio Massimo Verrucoso,
    - Marco Livio Salinatore,
    - Lucio Emilio Paolo (console 219 a.c.),
    - Gaio Licinio Varo
    - Quinto Bebio Tamfilo.

    Il fatto che fosse stato mandato come ambasciatore in una missione così pericolosa e delicata insieme, dimostrava che il senato aveva grande fiducia in lui.

    Nonostante ciò al ritorno dalla missione a Cartagine, subì un processo insieme a Emilio Paolo perché accusati di aver diviso non correttamente il bottino di guerra. Paolo riuscì a sfuggire all'accusa anche se con difficoltà, in quanto rampollo di una famiglia molto potente, mentre Livio fu condannato da tutte le tribù meno una. Sembra che la sentenza fosse ingiusta e Livio si ritirò nei suoi possedimenti in campagna dove rimase per alcuni anni senza partecipare alla vita politica.

    Siamo portati a pensare che Livio fosse innocente, altrimenti avrebbe prima o poi tentato di ricucire la cosa, ma Livio, la cui depressione è comprensibilissima per il torto subito, era uno che non dimenticava mai, che si portava i rancori all'infinito.



    LIVIO SENATORE E CONSOLE

    Dopo sette anni, nel 210 a.c., durante la II guerra punica, Roma non poteva più di fare a meno di un qualsiasi cittadino nella guerra per la sopravvivenza e Livio Salinatore fu richiamato dai consoli e fu invitato a riprendere il suo posto in Senato, da dove era stato ingiustamente espulso, dove però non parlò per altri due anni finché non fu spinto a prendere parola per difendere, nel 208 a.c., un suo parente, M. Livio Macato, accusato anch'egli ingiustamente. Tacere per due anni in una assemblea non sarebbe facile per nessuno, ma Livio era pervicace.

    SITUAZIONE DEL MEDITERRANEO NEL 218 A.C. (MAPPA INGRANDIBILE)
    L'anno successivo, il 207 a.c. fu eletto console per la seconda volta assieme a Gaio Claudio Nerone Il secondo consolato (207 a.c.) L'invasione dell'Italia settentrionale da parte di Asdrubale Barca aveva reso ancora più pressante la richiesta di generali esperti.

    La costituzione romana imponeva che uno dei due consoli fosse plebeo e la morte di molti generali plebei aveva lasciato praticamente disponibile solo Livio.

    Quindi la repubblica cercò di affidare a lui la propria salvezza. Livio rifiutò con decisione la propria candidatura: "Se lo ritennero un uomo buono, perché lo condannarono così come un uomo cattivo e dannoso? Se lo giudicarono colpevole, perché dopo un precedente consolato giudicato male, gli affidano un altro?"

    I senatori gli rammentarono come Furio Camillo ritornato dall'esilio, avesse salvato la patria, insomma dovettero pregarlo a lungo, il che fa pensare però che lo ritenessero un bravissimo generale. Alla fine si arrese agli appelli del Senato e accettò l'elezione al consolato.



    BATTAGLIA DEL METAURO

    Salinatore procedette nella guerra con un forte risentimento nei confronti dei suoi compatrioti. Quando Fabio Massimo (il Temporeggiatore) lo invitò a non dare battaglia finché non fosse stato ben informato delle forze nemiche, Livio rispose, che avrebbe combattuto appena possibile, per poter guadagnare la gloria dalla vittoria oppure la soddisfazione di vedere la sconfitta dei suoi concittadini.

    Tuttavia il suo comportamento fu ineccepibile. Per estrazione a sorte Livio doveva opporsi ad Asdrubale nel nord e Nerone doveva combattere contro Annibale nel sud. Asdrubale voleva riunirsi con Annibale, ma alcuni messaggeri inviati al fratello, per portare le indicazioni sui suoi movimenti e proporgli di riunirsi in Umbria, furono intercettati da Nerone.

    Questi allora inviò subito 7.000 uomini e poi raggiunse Livio nel suo accampamento a Sena (Senigallia). I due consoli decisero di ingaggiare subito battaglia; ma Asdrubale, avendo saputo dell'arrivo dell'altro console, evitò il combattimento e si ritirò verso Ariminum) Rimini. I Romani lo inseguirono e lo costrinsero alla battaglia sul Metauro.

    Nella battaglia l'esercito cartaginese fu completamente sconfitto e Asdrubale stesso cadde in combattimento. Il trionfo I consoli celebrarono il trionfo alla fine dell'estate, Livio sul carro e Nerone che cavalcava al suo fianco.

    Livio ebbe il posto più prestigioso perché la battaglia si era svolta nel territorio assegnatogli come provincia e aveva tratto gli auspici, anche se l'opinione pubblica riteneva che il merito della vittoria fosse più di Nerone. Inoltre il suo esercito era potuto rientrare a Roma, mentre l'esercito di Nerone era dovuto rimanere per disposizione del Senato a bada di Annibale in provincia.



    IL DICTATOR

    Nello stesso anno, il 207 a.c., Livio fu nominato "dictator comitiorum habendorum causa" (dittatore per radunare i comitia per le elezioni) e l'anno successivo come proconsole stette in Etruria con un esercito costituito da due legioni di "volones" e il suo imperium fu prolungato per altri due anni. I volones erano i volontari, arruolati dopo la battaglia di Canne, dato che per le morti numerose non c'erano più uomini liberi per completare le legioni.

    Vennero infatti arruolati 8.000 schiavi giovani e di robusta costituzione che si offrirono volontari e che ricevettero un'armatura a spese dell'erario con la possibilità di affrancarsi. Essi parteciparono poi alla Battaglia di Cuma (215 a.c.), a fianco del console Tiberio Sempronio Gracco. Da allora il termine Volones il termine indicò gli schiavi che erano scelti o a cui era accordato di prendere le armi in difesa dei loro padroni, conquistandosi così l'affrancamento.

    Verso la fine del 205 a.c. Livio avanzò dall'Etruria nella Gallia Cisalpina, per sostenere il pretore Spurio Lucrezio, che doveva fermare Magone (219 – 203 a.c.), il generale cartaginese figlio di Amilcare Barca che era sbarcato in Liguria. Entrambi riuscirono a arrestare Magone giusto in Liguria.



    IL CENSORE

    Nel 204 a.c. Livio fu eletto censore assieme al suo vecchio avversario ed ex-collega consolare Claudio Nerone, con cui i vecchi rancori scoppiarono senza ritegno durante la censura  provocando scandalo nello Stato. Alla fine della censura, quando i censori dovevano rendere i consueti giuramenti e depositare le annotazioni del loro ufficio nell'aerarium (attribuendogli una tassazione), ciascuno lasciò il nome del suo collega fra gli aerarii e Livio, inoltre, lasciò come aerarii i cittadini di tutte le tribù, perché lo avevano condannato e poi eletto al consolato e alla censura.


    Salvò solo la tribù Maecia, l'unica che non lo aveva condannato. L'indignazione dei romani per questi comportamenti scorretti spinse Cn. Baebius, il tribuno della plebe, a portarli in tribunale.  Diciamo che ambedue i censori avevano anteposto i loro interessi e pure i loro rancori davanti agli interessi dello stato e ciò era imperdonabile. Tuttavia il processo fu lasciato cadere per volere del senato, che sosteneva il principio di inviolabilità dei censori.

    Livio, durante la sua censura, impose una tassa sul sale, di conseguenza ebbe il cognomen non brillante di Salinator e così i suoi discendenti. Evidentemente la tassa non fu gradita e la sua figura ancora meno, nonostante le vittorie e il valore sul campo. Tanto può un cattivo carattere.

    Secondo la tradizione, Marco Livio Salinatore, o più probabilmente suo figlio Gaio Livio Salinatore (console 188 a.c.), fondò la città di Forlì, col nome di Forum Livii, probabilmente nel 188 a.c.


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    Il culto isiaco aveva luogo nei templi, costruiti sul modello di quelli egiziani, e si divideva in giornaliero, che consisteva nella contemplazione del simulacro della Dea, e festivo, che aveva luogo il 5 marzo (navigium Isidis) quando si riapriva la navigazione; e il 12-14 novembre (Inventio Osiridis) specie di rappresentazione sacra in cui si ricordava l'uccisione del Dio ad opera di Set, la ricerca del suo corpo da parte di Iside (con i pianti per Osiride morto), sepoltura del cadavere e resurrezione di Osiride che va poi nel regno dei morti per risalire poi nel tempio. (ricorda qualcosa?Morì e fu sepolto, resuscitò da morte. scese all'inferno ecc.)

    Occorre però distinguere il culto pubblico di Iside da quello dei Sacri Misteri Isiaci, del tutto privato e riservato a pochi. pochi ma non pochissimi se a Firenze degli scavi hanno messo in luce un'epigrafe in cui si dichiara una specie di associazione segreta misterica isiaca, del resto il culto della Dea fu spesso bandito sul suolo italico, e l'associazione contava circa 500 membri, tra cui liberi, liberti e schiavi.

    L'iniziazione isiaca, narrata Apuleio nelle Metamorfosi (libro XI), consisteva in una cerimonia preceduta da un bagno di purificazione, digiuni, preghiere con la continua assistenza del sacerdote isiaco, ad imitazione della morte e risurrezione di Osiride, alla quale il candidato, identificato nel Dio, subiva come lui i riti della morte e della sepoltura, a cui seguiva una rinascita come Osiride risorto.

     Anche qui rimanda parecchio al Cristo risorto, ma nel mito della morte e resurrezione ricorreva spesso nei miti della Grande Madre, il cui figlio-vegetazione moriva in inverno (appunto al solstizio d'inverno) per rinascere in primavera (appunto nell'equinozio di primavera).

    Apuleio non può svelare i sacri misteri, se non che alla fine della sua iniziazione veniva vestito e adornato sopra un trono, come un nuovo Osiride-sole.

    Il culto isiaco ufficiale, che però nulla aveva a che fare con i Sacri Misteri, ebbe larghissima diffusione in tutto il bacino mediterraneo, portato dai commercianti e navigatori filosofi e studiosi alessandrini, dotati indubbiamente di una supremazia culturale che interessò tutto il mondo greco-romano.

    ISEO CAMPENSE A ROMA
    La Chiesa l'osteggiò non poco mettendo a fuoco la meravigliosa biblioteca alessandrina, la maggiore nel mondo, e facendo a pezzi il corpo della grande studiosa e filosofa Ipazia, rea di essere donna e di porsi con la sua cultura al disopra dei maschi.

    I sacerdoti portavano una veste di lino bianca senza maniche annodata sotto le ascelle, dotati di sistro e secchiello per l'acqua lustrale.

    I Diaconi vi indossavano sopra una sopravveste bianca incrociata sul petto con il nodo sacro di Ankh; per le Diaconesse la sopravveste era rossastra. I Pastofori, sacerdoti di Serapide, oltre alla sopravveste indossavano un mantello nero.

    La suprema sacerdotessa di ogni tempio era una donna e portava un fiore di loto in fronte ed un ureo, vivo o di bronzo, attorno al braccio. I sacerdoti maschi avevano l'obbligo della testa rasata e anch'essi avevano un serpente di metallo avvolto attorno al braccio, caratteristica, questa, che distingueva tanto un sacerdote d'Iside che d'Esculapio

    Le sacerdotesse della Dea vestivano solitamente in bianco. portavano lunghi capelli e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente imitando un po' le vestali, dedicavano talvolta la loro castità alla Dea Iside. Sull'Appia antica c'è un sarcofago con 4 effigi: sopra quella dei genitori, sotto quella della prima sacerdotessa di Iside, ma al suo fianco non ha una figura maschile, bensì l'umbone solare, il simbolo del maschile interiore ritrovato, dunque casta e senza marito, ma completa del suo maschile in sè stessa.

    RICOSTRUZIONE IDEALE TEMPIO DI ISIDE A ROMA
    Il regime alimentare impediva ai ministri del culto il vino, la carne di maiale e alcuni pesci; i sacerdoti dovevano condurre una vita casta e morigerata tanto che Tertulliano giunse a proporli come esempio ai Cristiani.

    La giornata di un sacerdote era piena. Il culto giornaliero era simile a quello praticato in Egitto, diviso in due uffici: il primo iniziava con l'apertura solenne del tempio (apertio templi) prima del levarsi del sole, il secondo cadeva sul far della sera. Seguiva poi il culto settimanale e quelli annuali:
    • Navigium Isidis - festa celebrata il 5 marzo in onore di Isis, Dea egiziana della vita e della resurrezione. Si celebrava il ritorno della primavera e la ripresa della navigazione.
    • Pelusia - Festa celebrata il 20 marzo in onore di Isis. Pelusium era una città alla foce orientale del Nilo.
    • Lychnapsia - Festa celebrata il 12 agosto in onore della Dea egiziana Isis, ossia Iside.
    • Isia - Festa che andava dal 28 ottobre al 3 novembre in onore di Isis, legata senz'altro al lato oscuro della Dea.
    ISIDE  - TEMPIO DI POMPEI

    LE ISIA (O ISIACHE)

    Erano le ultime feste dell'anno consacrate a Iside, che collegavano gli aspetti di vita e salvifici della Dea con i suoi aspetti inferi collegati alla morte. La Dea era collegata alla natura e ricordava agli uomini che anche loro erano parte di lei, come gli animali e le piante che lei governava.


    Iside-Hator

    La festa di Iside si protraeva al mese di novembre, ripercorrendo la festa più antica della Dea Hathor, la Dea precedente, anch'essa Grande madre e Dea Vacca, a cui il mese di novembre era dedicato, e sicuramente si collegava al rito delle divinità infere. In qualità di madre degli dei e Grande Madre, Iside aveva infatti i tre aspetti della vita: nascita, crescita e morte.

    La crescita era sempre sotto la sua egida perchè era la Dea Iside-Natura che nutriva le sue creature con i prodotti della terra, pertanto con il suo corpo, come fa una madre attraverso il latte che dona al suo piccolo. Non a caso Iside veniva a volte raffigurata con le orecchie di mucca, simbolo dell'animale mansueto e donativo del suo latte.

    Durante le feste isiache, specie quelle dal 28 ottobre al 3 novembre, si svolgevano le processioni rituali, con le statue delle divinità portate nelle vie e nelle piazze e sacerdotesse e sacerdoti che che cantavano le "aretologie" accompagnati da suonatori di flauti e strumenti a corde. Dietro si snodava il corteo del popolo che recava fiori e corone nei templi.

    Le "aretologie" erano una tipica espressione poetica letteraria greca nelle quali la divinità celebrava l'affermazione del proprio sé divino. Vennero in uso dal I sec. a.c. fino al III sec. d.c. (quando il cattolicesimo divenne obbligatoria e unica religione di stato, e venivano sia cantate che recitate nelle feste isiache.

    Gli inni più antichi (I sec. a.c.) sono stati ritrovati a Kymé in Asia Minore (attuale Turchia), copia di una stele più antica del tempio di Efesto (Ptah) a Menfi (III sec. a.c.) e nell'isola di Andros. Nell'inno di Kymé, la Dea parla in prima persona e si dichiara signora assoluta dell'universo:


    "Io sono Iside, regina di tutta la terra,
    lo sono stata allevata da Hermes
    e ho inventato assieme a Hermes la scrittura,
    la sacra e la profana.
    Io sono l'antica figlia di Kronos;
    Io sono la sposa e la sorella di Osiride; 
    Io sono quella che si manifesta nella stella del Cane; 
    Io ho separato la terra dal cielo; 
    lo ho indicato il cammino alle stelle; 
    lo ho segnato la via del sole e della luna."

    Negli ultimi tre giorni di novembre sembra che sia i sacerdoti che il popolo si togliessero le ghirlande e i festoni per adornarne i templi. la statua della Dea non solo veniva coperta di fiori ma pure di offerte votive, per il suo aspetto guaritore e soccorrevole, per cui spesso le si donavano gioielli in oro, argento e altri metalli. Insomma un po' come si faceva per la Madonna di Loreto o altre Madonne guaritrici o miracolistiche.

    Seguivano i banchetti augurali che si protraevano con le torce fino a notte fonda, con vini e cibi in quantità, per l'accettazione dell'eterno ciclo della vota e della morte di cui la grande Dea triforme era portatrice universale.


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  • 10/29/18--06:01: TEMPIO DI VENERE GENITRICE
  • TEMPIO DI VENERE GENITRICE

    Il tempio di Venere Genitrice chiudeva la piazza del Foro di Cesare verso la sella che conduceva al Campidoglio, dominandone il lato di fondo nord-occidentale. Venne promesso in voto da Giulio Cesare a Venere durante la battaglia di Farsalo, combattuta e vinta nel 48 a.c. contro il suo avversario Pompeo Magno, e venne da lui inaugurato nel 46 a.c..

    Il termine "Genitrice" allude alla mitica discendenza del dittatore, attraverso Iulo, progenitore della gens Iulia, da Enea, figlio della Dea, ma si riferisce anche all'aspetto creatore della divinità legata al rifiorire primaverile della natura. Inizialmente il tempio doveva essere dedicato a "Venere Vincitrice", come quello edificato dal rivale Pompeo alla sommità del suo teatro, poi Cesare mutò idea.

    Il tempio, inaugurato da Giulio Cesare insieme alla piazza antistante, fu uno dei pochissimi edifici da lui iniziati che riuscì a inaugurare prima del suo assassinio. Un passo di Svetonio (70 - 122) ricorda come un giorno Cesare ricevette il Senato, ignorando ogni norma dell'etichetta repubblicana, seduto al centro del podio del tempio, come una divinità vivente. 



    Ma l'aneddoto non è molto credibile, perchè il senato si riuniva solo in luoghi consacrati, solitamente nella Curia, che si trovava nel foro romano; le cerimonie del senato per il nuovo anno avvenivano invece nel tempio di Giove Ottimo Massimo mentre gli incontri di argomento bellico avvenivano nel tempio di Bellona.

    Del resto Adriano, sotto cui servì Svetonio ci teneva che il suo governo fosse ritenuto migliore di quello dei suoi predecessori, per cui gradiva aneddoti sfavorevoli sui precedenti imperatori.

    Il tempio venne danneggiato dall'incendio scoppiato sul Campidoglio nell'80 e dovette essere ricostruito sulle medesime fondazioni sotto Traiano (53-117), in seguito all'abbattimento della sella montuosa tra Campidoglio e Quirinale per l'erezione del Foro di Traiano, sella al cui pendio si appoggiava il tempio.


    Venne pertanto nuovamente dedicato, come riportano i Fasti Ostiensi il 12 maggio del 113, nello stesso giorno dell'inaugurazione della Colonna di Traiano. Il tempio sopportò un nuovo incendio sotto l'imperatore Carino (257-285) nel 283, mentre sotto Diocleziano (244-313) dovette essere restaurato, inglobando le colonne della facciata in un muro in laterizio.

    Venne poi collegato con archi, sempre in laterizio rivestito di marmo, per ragioni di stabilità, alle strutture laterali della Basilica Argentaria, il portico a pilastri che fiancheggiava il tempio di Venere Genitrice.

    TRASFORMAZIONE DEL FORO

    DESCRIZIONE

    L'area occupata dal Foro misurava in origine circa m 160 x 75, un rettangolo molto allungato e circondato su tre lati da un duplice colonnato, con l'ingresso che si apriva sul lato sud-est, direttamente sull'Argiletum,  l'antica via romana che usciva dal Foro Romano costeggiando il fianco sinistro della Curia per dirigersi verso la Subura. 

    Si trattava di un tempio periptero (circondato da un portico colonnato), eretto su alto podio ricoperto di marmo, con otto colonne sulla fronte (ottastilo) e nove sui fianchi, piuttosto ravvicinate tra loro, ma privo di colonne sul retro.

    Al centro della piazza sorgeva la statua equestre di Cesare, su un cavallo le cui zampe anteriori avevano la forma di piedi umani. 

    Il lato sud-occidentale della piazza era costituito da una serie di taberne di varia profondità, appartenenti all'antico Foro di Cesare, costruite con blocchi di tufo e di travertino e precedute da un doppio colonnato (pertinenti però al restauro dioclezianeo) oltre il quale, tramite tre scalini, si scendeva al livello della piazza.

    Sul muro esterno della cella, rivestito da lastre in marmo a mo' di opus quadratum, le colonne esterne si rinfacciavano a un ordine di lesene, tra le quali, su due registri sovrapposti, si trovavano pannelli a bassorilievi, con amorini in diverse composizioni a carattere decorativo che si ripetono sui lacunari degli architravi nella trabeazione principale e nel fregio appartenente al primo ordine interno della cella, legati alla figura mitologica del Dio Eros, figlio di Venere, raffigurato come fanciullo alato.

    VENERE DEL TIPO GENITRICE
    Al primo ordine il fregio presentava Amorini recanti uno scudo con testa di Medusa e una faretra, mentre altri Amorini versano del liquido da un anfora in un bacino. 

    Probabilmente gli oggetti evocano simbolicamente la presenza di diverse divinità che accompagnano la Dea nel suo aspetto di progenitrice della natura 

    La cella era decorata, su ognuno dei due lati, da colonne di "giallo antico" aderenti alle pareti, sulle quali era un architrave scolpito con figure di beoti, antichi abitanti della Beozia. frammenti dei quali sono conservati nei Musei Capitolini. 

    Altri pannelli erano a decorazioni vegetali e piccoli animali. Nell'edificio preesistente le pareti erano decorate da due ordini di colonne innalzate su un basamento, che inquadravano nicchie con frontoncini; sul primo ordine correva un fregio, ancora con amorini, occupati a portare gli attributi di varie divinità. 

    Sul fondo l'abside era stata ricostruita e maggiormente distaccata dalla cella vera e propria. Le basi decorate dell'abside sono state reimpiegate nell'ingresso del Battistero lateranense di Piazza s. Giovanni in Laterano.

    Il Foro fu riportato alla luce durante i lavori di sfondamento di via dell'Impero, realizzati tra il 1930 ed il 1932, anche se fu una scoperta casuale e non voluta. La parte oggi visibile costituisce oltre un terzo della superficie originaria del Foro, anche se scavi ancora in corso fanno ben sperare in altre meraviglie.

    RESTI DEL TEMPIO

    I RESTI

    Del tempio di epoca cesariana si conserva solo il nucleo in cementizio del podio, a cui si accedeva tramite due scalinate laterali, e alcuni resti dell'abside che si trovava in fondo alla cella, inglobata nelle nuove strutture traianee. 

    Dell'edificio ricostruito da Traiano, la cui pianta dovette ricalcare quella dell'edificio più antico, si conservano invece numerosi resti marmorei. Sono state rialzate sul podio tre delle colonne di ordine corinzio del lato sud-occidentale del tempio, con la relativa trabeazione (cornice con mensole, fregio con decorazione a girali d'acanto e architrave decorato inferiormente da lacunari con amorini in mezzo a girali d'acanto), rinvenute in posizione di caduta negli scavi degli anni trenta.

    Un chiaro richiamo a Dioniso è rappresentato da un pannello a rilievo nel quale è raffigurato un cratere, con ai piedi una maschera teatrale ed una pantera dal corpo maculato.Alcuni dei resti sono stati esposti nel Museo dei fori imperiali che si trovano nei Mercati di Traiano.

    RESTI DEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE
    All'interno del tempio erano presenti numerose opere d'arte, che conosciamo in parte dalle fonti:

    - una statua di Venere Genitrice, opera dello scultore neoattico Arcesilao (Arkesilas).
    - una statua di Cesare con la stella sulla fronte (sidus Caesaris),
    - una statua in bronzo dorato di Cleopatra,
    - due quadri di Timomaco di Bisanzio (Medea e Aiace, che Cesare pagò ottanta talenti),
    - sei collezioni di gemme intagliate (dactyliothecae),
    - una corazza decorata con perle proveniente dalla Britannia.

    Davanti al podio restano i basamenti di due fontanelle, già scambiati per le basi delle statue delle Appiadi ricordate da Ovidio, che in realtà si trovavano nel vicino all'Atrium Libertatis. Numerosi frammenti del tempio sono conservati nei Musei Capitolini.

    GLI EROTI DEL TEMPIO

    RODOLFO LANCIANI

    - Un esempio molto elegante dell' utilità che può derivare da queste nostre ricerche si ha nella faccenda dell'orto della Valle, al Pantano di san Basilio, i quali orto e pantano occupavano parte dell'area dei fori Giulio e Augusto.

    Nella tav. 32 dell'edizione originale dell'Architettura di Antonio Labacco, messa in luce da Antonio Lafreri l'anno 1552 si veggono la pianta, l'alzato, e la sezione di un tempio, il cui fregio a nascimenti e volute, ricorda quelle tali famose candeliere che ora stanno murate nelle pareti di una loggia di Villa Medici, sulla quarta torre a partire dal confine coi giardini del Pincio.

    Ma nella seconda edizione dell'Architettura, incisa (alla rovescia) in Venezia nel 1560, lo stesso edificio è descritto con le parole seguenti « il seguente edificio fu cavato fra il Campidoglio et il colle quirinale, in quel luogo dove hoggi si dice il Pantano, molto distrutto et rovinato, d'ordine composito, tutto ornato de intagli et fogliami bellissimi".

    Si tratta dunque del tempio di Venere Genitrice, visto e delineato contemporaneamente da Andrea Palladio, il quale ne parla così (Architettura, lib. IV, e. 31) «nel luogo che si dice Pantano, che è dietro a Marforio, era anticamente il tempio che segue: le cui fondamenta furono scoperte cavandosi per fabbricare una casa (di Bruto della Valle) e vi fu ritrovato anco una quantità grandissima di marmi lavorati eccellentemente ma perchè nei frammenti della gola diritta della sua cornice si vedono dei delfini intagliati, et in alcuni luoghi .... dei tridenti, mi dò a credere che fosse di Nettuno. Di questo mirabile monumento furono messi in salvo due soli pezzi del fregio, che il Lafreri fece incidere in rame nel 1561 con la leggenda "in aedibus Andreae quondam card, a Valle"».

    E quando la raccolta della Valle fu comperata l'anno 1584 dal card. Ferdinando de Medici, i fregi seguirono la sorte comune, e furono murati nella loggia poc' anzi nominata. Di tale trasferimento si ha la prova Della tav. 48 delle « Romanae magnitudinis monumenta» di Domeaico de Rossi (Roma 1699), tavola incisa dal Bartoli seniore con la postilla: «templum ordinis compositi detectum inter Quirinalem et Capitolium in regione Pantani, ab Antonio Labacco delineatura, cuius Zophoris marmorei praegrandia fragmenta vario foliorum circuitu aifabre ornata serva ntur in aedibus Mediceis in Pincio». -



    LA FESTA DEL TEMPLUM VENERIS GENETRICIS

     La festa veniva celebrata il 26 settembre in onore di Venus Genetrix, Venere Madre. Si ricordava la dedicatio del tempio deciso da Iulius Caesar in occasione della battaglia di Pharsalus. Venne costruito nel Forum Iulium ed inaugurato nel 46 a.c. Genetrix si riferisce alla divina origine della famiglia Iulia.


    BIBL.

    - Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona 1984.
    - Grossi, Olindo - The Forum of Julius Caesar and the Temple of Venus Genetrix (1936)
    - Strabone - Geografia, V
    - Plinio il vecchio - Naturalis Historia XXXIV




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  • 11/01/18--05:37: ABBIGLIAMENTO DEI ROMANI
  • LA FAMIGLIA ROMANA

    GLI UOMINI

    Per comprendere l'abbigliamento dei Romani, occorre anzitutto distinguere l'era monarchica e repubblicana da quella imperiale. Mentre nel primo periodo i costumi erano semplici e severi all'uso greco, in era imperiale anche gli uomini si sbizzarrirono in vesti e perfino in gioielli.

    Augusto, non contento di tanta ostentazione, cercò di rinverdire gli antichi valori repubblicani occupandosi anche di abbigliamento e fece della toga una divisa obbligatoria per i senatori e per gli uomini di alto censo, un po' come i colletti bianchi di oggi.

    Obbligò la toga per evitare che senatori e alte cariche girassero con vesti di seta, damascate, intessute d'oro e d'argento, bordate di porpora e con inserti ricamati.

    Augusto era di stirpe guerriera e ammiratore del prozio Cesare, che mai indulse a vesti od ornamenti strani, pur tenendo molto al suo aspetto.

    "Birro in latino Byrrhus; vel Amphimallon aut Gausapia; era una veste non più lunga delle braccia con suo cappuccio, foderata tutta di pelli pelosi, Plin., lib. 8, cap. 48118."

    Pretesta, in latino Praetexta, era una veste Talare usata prima da’ pretori, ed altri ministri.

    Ma poicchè Tarquinio Prisco la concesse a suo figlio d’allora in poi restò in uso a’ giovani nobili sino all’età di anni 17; dopo de’ quali lasciavano la Pretesta, e mettevano la toga virile.

    Soleva ella essere di porpora lunga sino alle gambe e mettevasi l’ultima sopra dette tuniche. 

    Soleva ella avere nella parte del petto una bolla in forma di un cuore fatto d’oro."

    (MACROBIO lib 1, Satur 119)

    "Tonica, in latino Tunica, era un vestimento che immediatamente sotto la Pretesta o Toga portavasi. Era senza maniche nel suo principio, poi colle maniche, ma corte, e che non passassero la cintura, la sua lunghezza al divanti giungeva alle ginocchia, dietro però doveva esser più lunga sino alle polpe (polpacci) delle gambe, e chi da queste misure usciva e le usava più lunghe veniva stimato per vizioso e molle.

    Il basso volgo le usava bianche di lana o rosse; e le Persone nobili portavanola di Porpora. Ella serviva in loco di camiscia. Pugnabat tunica sed tamen illa tegi 120."

    (OVIDIUS lib.1, amor. eleg. )

    "Questa negli uomini serviva in loco della stola delle donne quale era una veste lunga sino alle calcagne" (Virgilius, 9 Aeneid 121. Cicero, 5 Tusc 122)"

    Anche gli uomini, come le donne, usavano sotto la veste il subligar o cintus, che copriva il basso ventre, con sopra la tunica interior o subacula o strictoria, una camiciola intima.

    Sopra si indossava la tunica: due pezzi di stoffa di cotone o lana o lino cuciti insieme, in modo che quello davanti arrivasse alle ginocchia e quello dietro, un po' più lungo, ai polpacci, il che slanciava la figura.

    Alla vita si indossava una cintura di cuoio o stoffa, una sorte di T shirt insomma.

    Le maniche, quando vennero di moda nel tardo impero, erano molto ampie alla spalla, e si restringevano fino ai gomiti. La moda romana cambiava a seconda dei popoli con cui si veniva a contatto, cioè secondo le conquiste.

    Nel III secolo d.c. si usarono anche larghe maniche sino ai polsi, come la Dalmatica, in lino, lana o seta, che alcuni portavano al posto della toga. Era usata anche dai sacerdoti cristiani e mitraici talvolta senza maniche, chiamata allora Colubium.

    Vennero di moda anche i pantaloni aderenti e lunghi sino ai piedi, con grande scandalo dei nostalgici repubblicani. Lo scontro generazionale c'era anche al tempo dei Romani, e la generazione anziana si lamentava dei giovani che si davano troppo ai lussi e ai divertimenti, anche nelle vesti.

    Col tempo, la tunica divenne lunga fino ai piedi. Ma essa fungeva pure da pigiama per la notte, stranamente i romani mantenevano durante la notte la veste del giorno, che veniva in genere cambiata la mattina seguente. Di solito era di lino o di lana non sbiancata quindi di un colore beige. I ricchi naturalmente la portavano rigorosamente candida.

    Plinio il Vecchio, Nat. Hist., VIII, 73, 193: 
    "Nec facile dixerim qua id aetate coeperit; antiquis enim torus e stramento erat, qualiter etiam nunc in castris. Gausapae patris mei memoria coepere, amphimallia nostra sicut villosa etiam ventralia. Nam tunica lati clavi in modum gausapae texi nunc primum incipit. Lanarum nigrae nullum colorem bibunt. De reliquarum infectu suis locis dicemus in conchyliis maris aut herbarum natura"

    "Non potrei dire facilmente in che periodo sia incominciato ciò; infatti per gli antichi il letto derivava dal pagliericcio; ugualmente anche ora negli accampamenti. I tessuti a pelo lungo incominciarono nell'epoca di mio padre, i tessuti a pelo lungo da entrambe le parti come anche la cintura col pelo. Infatti la tunica del laticlavio ha incominciato ora ad essere tessuta per la prima volta al mondo del tessuto e pelo lungo. Le lane nere non assorbono nessun colore. Circa la tintura delle altre parleremo a suo luogo sulle conchiglie del mare e la natura delle erbe."



    Ed ecco le vesti:
      - la Tunica, detta subligar se a pelle, di solito di lino per gli abbienti. I lini migliori erano quelli egiziani, siriani e ispanici.

      - Si chiamava invece intusium o supparius quella indossata sopra la intima. A volte se ne indossava più di una per il freddo. Si sa che Augusto era freddoloso e ne indossava anche quattro durante l'inverno. Col passare del tempo, si indossarono più tuniche contemporaneamente, più stretta la prima, più ampia l'ultima. 

      - Dal III-IV secolo d.c. venne usata la tunica manicata, precedentemente indossata dai sacerdoti e dagli attori.

      Tunica palmata, una tunica speciale, di seta damascata a foglie di palma, che veniva indossata dai trionfatori, o da alti dignitari, ma solo nei trionfi o in occasioni molto speciali.

      Tunica talare, di seta, usata nei matrimoni, in genere bianca ma pure colorata (usata oggi dalla chiesa cattolica).

      Tunica degli schiavi era invece corta e stretta con una cintura, in genere di stoffa.

      Il clavus era un ornamento della tunica o della toga, una lunga striscia colorata di porpora o d'oro, con disegni diversi a seconda del rango: il latus clavus era destinato ai senatori, con un clavus attorno allo scollo e o verticale doppio sul davanti della veste, l'angustus clavus era invece riservato agli equites, i cavalieri, con due strisce verticali.

      I clavi si cucivano su tunica e toga, a indicare il rango e la ricchezza. In genere erano due strisce color porpora, che costavano carissime perchè il colore porpora era costosissimo. I clavi enivano posti davanti e dietro, sopra le spalle, ricadendo perpendicolari sui piedi. I Senatori potevano indossare ampie clavi, gli equites clavi più strette. Con le clavi non si usava la cinta. 

      La toga, generalmente di lana, era un pezzo unico a semicerchio, lunga tre volte e larga due volte l'altezza di chi la metteva. Augusto la rese obbligatoria ai senatori e agli uomini con alte cariche, per evitare che al senato o nella magistratura si vedessero uomini vestiti con stoffe costosissime di fantasia, damascate, di seta o con bordi dorate. 

      Le lane migliori italiane per la toga erano quella Apula e quella Tarentina, fuori del suolo italico erano apprezzatissime la lana Attica, la Laconica, Laodicea, Betica e di Mileto. Insomma la toga designava un alto rango ma obbligava alla semplicità. 

      La toga veniva indossata, piegata orizzontalmente nel mezzo, formando così delle spesse pieghe, poi veniva poggiata sulla spalla sinistra, di modo che un terzo della lunghezza cadesse sul davanti. Il resto dell'indumento traversava diametralmente la schiena coprendo la spalla destra, poi posata sul polso destro, e risaliva avvolgendo la spalla sinistra. L'angolo, che si veniva così a creare, si riduceva, fermando la toga sul petto, e lasciandola ricadere in un insieme di pieghe, spesso usate come tasche, chiamate sinus. 

      La toga era l'abbigliamento ufficiale delle alte cariche, dal senatore, al console al magistrato al politico, al ricco in genere. Era comunque vietata agli stranieri, agli schiavi e ai liberti. Per indossarla c'era uno schiavo specializzato (vestiplicus), che sin dalla sera precedente ne disponeva le pieghe per facilitare il lavoro nel giorno successivo. C'erano alcune antiche famiglie patrizie che usavano la toga, rifiutando sempre, per tradizione, l'uso della tunica, ma dai Romani questa consuetudine era considerata eccentrica e un po' snob. 

      La toga candida, "una veste di lana bianca che portavano li pretensori de’ magistrati, onde candidati furono chiamati", (PLINIO lib. 7 )
      Il togato che si presentava ad un comizio politico, doveva indossare una toga bianchissima, che veniva sbiancata da un bagno in calce liquida, per cui queste toghe si rovinavano facilmente, ma era d'obbligo, perchè doveva dare l'immagine di una persona pulita e candida. Il termine candidato deriva da questo sbiacamento della toga. 

      La toga, obbligatoria per l'imperatore, cominciò a decadere per i dignitari, che la usavano solo ufficialmente, cioè in senato, in tribunale, a corte, nei circhi e nei teatri. Per i resto si sbizzarrivano in vesti variegate. 


      - La toga pretesta, bordata di porpora, era riservata ai ragazzi fino all'età di 16 anni, ed era la stessa toga che usavano i senatori, solo che la porpora era un'imitazione e pertanto non così costosa. la pretesta, come altri usi etruschi, fu introdotta a Roma da Tullo Ostilio e fu inizialmente attributo dei magistrati fin quando Tarquinio Prisco ne donò una al figlio quattordicenne che in battaglia aveva ucciso un nemico.
      Da allora prevalse l'uso di far indossare la pretesta ai ragazzi di condizione patrizia, in particolare era bordata da una striscia di porpora la pretesta dei figli di ex magistrati. Ai tempi della II guerra punica anche i figli dei plebei, purché nati da matrimoni regolari, furono autorizzati ad indossare la pretesta.

      - La toga virilis veniva indossata ai 16 anni per fare il primo ingresso nel foro con un rito di passaggio dalla adolescenza alla maturità.
      La toga purpurea, costosissima e di origine etrusca, veniva anticamente indossata nei trionfi sopra la toga palmata.

      - La toga picta, con varie decorazioni ricamate, dal III sec. a.c. sostituì la toga purpurea, data anche la difficoltà a reperire la porpora.

      - La toga trabea era in parte purpurea e in parte di diversi colori, portata un tempo dai re, o da alcuni sacerdoti.

      La toga palmata era la veste del trionfo. (Marziale lib. 7)

      - La toga palla o toga sordida era di colore molto scuro e si indossava solo al mattino, tutte le altre erano sempre di colori chiari o vivaci, perchè i Romani, al contrario dei greci che amavano il bianco, si sbizzarrivano invece nei colori. 

      - "La toga pura era quella che nessun lavoro aveva, ne segno alcuno di porpora, e questa vestivano coloro che nel primo giorno comparivano nel foro" (Lucanus lib. 7) 

      La toga pulla era quella che si usava nei funerali. 

      - La synthesis era la sostituzione delle toghe nei banchetti serali, che avrebbero dato impiccio durante la cenatio, troppo ampie per girarsi nei triclini e allungare le mani senza sporcarsi. Di solito anzi ne portavano qualcuna di ricambio se durante il banchetto si sporcava. Era una tunica di solito bianca con alcuni inserti, usata però unicamente nei banchetti,

      - La paenula, era un indumento invernale, una mantella di lana pesante. chiamta paenula gausapina o di pelle sottile, chiamata paenula scortae, usata soprattutto per la pioggia. Era quasi sempre chiusa, con l'unica apertura per la testa, e con un cappuccio cucito dietro. La stoffa che ricadeva sulle braccia, se era di stoffa, veniva ripiegata per libertà di movimento. Sembra derivi dai Galli.

      Il Pallium. Pur rimanendo l'abito formale per eccellenza, malgrado gli inviti ad indossarla in particolare nelle occasioni pubbliche, ben presto i Romani preferirono l'uso del più pratico pallium, molto simile all'himation greco, o della lacerna, un pallium colorato, o della paenula, un pallium con cappuccio. Osservava infatti Giovenale che ormai «in gran parte dell'Italia nessuno indossa la toga, tranne il morto.» Si usava infatti nelle cerimonie, funerali compresi. 
      Il pallium era invece un mantello di stoffa, in genere di lana, che si portava sopra la toga o la tunica, in vari colori e spesso ornato con inserti colorati.

      La lacerna era originariamente un mantello corto usato dall'esercito, trasmesso poi all'uso civile, con colore scuro per i poveri e spesso bianca per i più abbienti.

      - Il paludamentum, usato nell'esercito, era un mantello simile alla clamide greca, riservato però al comandante in capo. Derivò dai tempi della repubblica e si usò poi nella consacrazione del generale sul colle capitolino. In epoca imperiale, e variamente decorato, passò all'imperatore come simbolo di potere.

      Il sagum e la poenula erano i mantelli dell'esercito per i gradi più bassi.


      La caracalla, o mantello gallico, in vari colori, o cocullus in genere di colore verde, detto anche palla gallica, da cui prese il nome l'imperatore Caracalla, si diffuse parecchio nell'esercito. Era un mantello con cappuccio fermato alla gola da una spilla.

      Il birrus era la caracalla corta, da cui derivò il termine berretto, usato poi da alcuni frati nel medioevo.

      I pantaloni furono a lungo considerati vesti barbare dai Romani, che consideravano la gamba scoperta una prova di robustezza e resistenza al freddo, ma sotto Traiano, proprio perchè si assoldavano sempre più barbari nell'esercito, i legionari adottarono i pantaloni, aderenti e lunghi appena sotto al ginocchio, soprattutto perchè spesso si trovavano in territori nordici con temperature gelide.

      La laena era una mantellina portata soprattutto dai poveri, corta e scura, applicata sulle spalle.

      Macrobio prende spunto da una riunione in casa di Vettio Agorio Pretestato che dalla Praetexta prendeva appunto il nome. La discussione fra i convenuti, sollecitata da Avieno, affronta i motivi della nascita della toga pretexta e della bulla donata per la prima volta da Tarquinio Prisco al figlio quattordicenne dopo i trionfi contro i Sabini. (cfr. MACROBIUS, Satur., I, 6, 1-3 e pp. 138-149).


      CAPPELLO DI PAGLIA TRATTO DA UN DIPINTO DI POMPEI

      I CAPPELLI

      Di solito gli uomini non indossavano cappelli. Quando faceva molto freddo, coprivano la testa con la toga. Ma i viaggiatori usavano i petasi, come mercurio, per ripararsi dalla pioggia e dal sole, ma i contadini che lavoravano soprattutto d'estate, si riparavano con cappelli di paglia.

      Gli ornamenti sul capo erano per l'imperatore, una corona di foglie d'alloro anche in oro, o per i trionfatori, una corona d'alloro semplice. Qualcuno per moda si poneva un nastro di seta sulla fronte, alla greca, ma solo i giovani in genere.

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    • 11/03/18--05:45: TOMBA DEI NASONI

    • Lungo la Via Flaminia Nuova, all’altezza dell’incrocio con Viale Tor di Quinto, si notano dei grandi silos che costeggiano la via consolare, dove tra gli edifici nuovi e le strutture di quello che è uno dei mulini più grandi di Europa si nasconde un prezioso gioiello: la Tomba dei Nasoni.

      La tomba dista un km da Corso Francia; superato il Centro Euclide si sale sul primo cavalcavia che si incontra e si scende dalla parte opposta dirigendosi verso l’ingresso della Romana Macinazioni; all’interno dell’impianto, sulla sinistra, sotto una “cupola” di tufo circondata da cipressi, allori e palme c’è la bellissima Tomba dei Nasoni.

      Per visitarla è sufficiente rivolgersi al portiere dello stabilimento: un gentilissimo signore vi aprirà la porta a vetri consentendovi la visita che ovviamente è gratuita. Alla fine vi chiederà soltanto di firmare il registro delle visite. Incredibile, ci dovrebbe essere la fila, ma non lo sanno neppure i condomini dei palazzi adiacenti.

      La tomba, realizzata nel tufo e nell’area archeologica di Saxa Rubra, zona antica romana che prende il nome dalle rocce argillose e rossastre, fu scoperta nel 1674 durante i lavori per l’ampliamento della Via Flaminia ma nessuno la tutelò (come al solito, ieri come oggi, chi ci governa ha sempre scarse qualità culturali) e subì gravissimi danni a causa delle attività estrattive condotte tra la fine dell’800 e i primi del 900. Si trova sul settore settentrionale del Monte delle Grotte, in quello che doveva essere il massiccio tufaceo dei Saxa Rubra distrutta già a partire dalla metà dell’800, dalle attività estrattive.



      MONTE DELLE GROTTE

      Monte delle Grotte è il sito archeologico che sovrasta l’incrocio di via Flaminia con Viale di Tor di Quinto. Uno sperone di tufo con grotte e pini sulla sommità che seppure inserito in un ampia area che comprende zone di grande interesse storico (dalla Tomba dei Nasoni all’area archeologica di Grottarossa; dalla Villa di Livia a Saxa Rubra e Malborghetto), è pressocchè sconosciuto.

      Il nome è legato alla presenza di antiche tombe rupestri forse di origine etrusca ma si opta per periodi precedenti, utilizzate poi nel tempo come ricoveri o abitazioni; nel 1926 sulla sommità della collina vennero rinvenuti i resti di una grande villa romana con strutture in tufo e bellissimi pavimenti con inserti di mosaico.

      Purtroppo a causa delle suddette attività estrattive, nonchè delle spoliazioni brutali del luogo, gran parte di quei resti sono andati perduti e l’intero sito è oggi dimenticato. Ancora nel 1947 il fronte meridionale della cava aveva raggiunto la villa repubblicana del Monte delle Grotte, distruggendola per circa un terzo: fu invece isolata la porzione superstite della celebre Tomba dei Nasoni.



      LA TOMBA RUPESTRE NASONIA

      La tomba rupestre risale al II secolo d.c. e fu scavata all’interno di un blocco di tufo dove venne realizzata una grande camera rettangolare con una nicchia sul fondo e tre nicchie per ogni lato; una iscrizione riportata all’interno ne attribuisce la proprietà a Nasonius Ambrosius tradotto Ambrosio Nasone.

      .La facciata, come per la tomba di Favilla all’interno dei Casali Molinaro, doveva essere a forma di tempietto, ma purtroppo è andata perduta (sig!) ne restano solo all'interno le decorazioni pittoriche sulle pareti e su frammenti delle riquadrature in stucco del soffitto.

      Il sepolcro rupestre è stato scoperto nel 1674 causa i lavori per l'ampliamento della via per il Giubileo del 1675. Venne scoperto per puro caso da alcuni operai che cavavano pietre e si presentava ornato di pitture con temi mitologici, che sono state riprodotte nelle incisioni del Batoli edite e commentate dal Bollori nel 1706. Allora la sua facciata era ornata di pilastri e spigoli di travertino. Al suo interno vennero trovati due sarcofagi in pietra con dentro “terra e avanzi d’ossa ignude”.


      A seguito della scoperta il Cardinale Camillo Massimo incaricò Pietro Santi Batoli di eseguire copie a colori di tutti gli affreschi rinvenuti all’interno della tomba consentendo in tal modo di disporre di una fedele e dettagliata ricostruzione delle decorazioni.

      La tomba con il passare del tempo ha subito innumerevoli danneggiamenti e spoliazioni. A suo nipote Papa Clemente X fu permise di staccare tre frammenti di affreschi che andarono nella villa del nipote all’Esquilino.

      Anche il pavimento, originariamente in mosaico bianco e nero, è andato prelevato e posto non si sa dove. Ma i danni maggiori avvennero per l’attività estrattiva che provocarono il crollo della facciata isolando per giunta il blocco di roccia al cui interno era stato ricavato il sepolcro.

      Così conosciamo la facciata della tomba, solo per l’incisione del Bartoli e la breve descrizione del Bollori “tagliata in quadro, nel sasso vivo, e stabilita con stipiti di travertino”.

      Essa era in forma di tempietto con quattro pilastri corinzi dai cui capitelli pendevano ghirlande, distanziati al centro ove si apriva la porta sovrastata da un riquadro rettangolare ritenuto dal Batoli una finestra, ma più probabilmente la tabula inscriptions in cui poteva essere collocata l’iscruizione dedicatoria di Nasonius Ambrosius rinvenuta all’interno, dinanzi alla nicchia centrale.

      La datazione ad età antonina, sotto Antonio Pio e Marco Aurelio, già avanzata dal Bollori, è confermata da quanto si può giudicare delle pitture che, nelle grandi scene delle nicchie, risentono ancora del classicismo adrianeo, dalla composizione del soffitto che s’inserisce in un fase centrale dello sviluppo di tale decorazione (sistema a campi diagonali) ed infine dai frammenti del mosaico.

      Il monumento, ancora integro agli inizi dell’800, venne danneggiato dalle attività di cava fino al crollo, alla fine del secolo, di tutta la parte frontale: distrutta la rupe che lo accoglieva, nell’area della cava abbandonata è circondato e sovrastato da edifici industriali.



      LA DESCRIZIONE

      Il monumento (II sec. d.c.) è una tomba rupestre completamente scavata nella parete tufacea dei Saxa Rubra. La facciata, distrutta, era in forma di tempietto e doveva esporre l’iscrizione dedicatoria di Nasonius Ambrosius, rinvenuta all’interno, che permette di attribuire il sepolcro alla famiglia romana dei Nasoni.

      Si trattava di un ambiente rettangolare con volta a botte, largo m. 4,55 e lungo il doppio, con tre nicchie inquadrate da arcosoli su piedritti in ciascuno dei lati lunghi ed una nella parete di fondo.

      RIPRODUZIONE DEL '600
      In ogni arcosolio erano due cassoni per le sepolture, mentre altre quattro fosse per lato e due lungo la parete di fondo (ciascuna con tre loculi sovrapposti) vennero ricavate in un secondo momento, intaccando il pavimento in mosaico bianco e nero con motivo a losanghe e rosette entro di esse, documentato dalla pianta del Batoli e ritenuto del tutto perduto, ma di cui un lacerto è stato recuperato sotto un moderno pilastro posto a reggere il margine della fronte.

      IL SOFFITTO
      Un pesante cornicione largo cm 15, di cui rimane l’aggetto ricavato nella parete di roccia, separava la zona inferiore con le nicchie da quella superiore in cui sul fondo, in asse con la nicchia centrale, si apriva una lunetta.

      Su un sottile strato di intonaco si stendeva la complessa decorazione pittorica, con riquadratura in stucco, della quale sopravvivono pochi resti.

      Oggi la Tomba dei Nasoni si presenta all’interno di una piccola cupola di pietra posta ai margini del grande piazzale della Romana Macinazioni; al suo interno sono stati allestiti alcuni pannelli con i disegni di Batoli che ricostruiscono dettagliatamente gli affreschi delle pareti e del soffitto.

      Si tratta di scene mitologiche con elementi decorativi dove è possibile riconoscere le figure di Atena ed Eracle e poi coppie di mostri marini, geni con frutti e Vittorie Alate.

      Le decorazioni più ricche sono però quelle del soffitto che comprendeva affreschi relativi al “Giudizio di Paride” e figure allusive delle Stagioni e forse la rappresentazione della conclusione della guerra di Troia.
      PEGASO E LE NINFE
      Purtroppo, pur avendo a Roma, ma è in tutta Italia, un vastissimo patrimonio culturale, unico al mondo per la qualità e la vastità, esso è solo una parte di quanto si è potuto reperire, sia per il vandalismo passato e pure presente (vedi Villa Agrippina) sia per l'illegale traffico che se ne fa soprattutto con l'estero senza che la legge intervenga mai a punire i ricettatori illegali, che sono invece ed evidentemente, ampiamente protetti.

      Ecco come doveva presentarsi la facciata della celebre tomba, scoperta nel 1674 durante l’ampliamento della via Flaminia, ed ancora integra agli inizi dell’Ottocento, ma irrimediabilmente danneggiata dalle attività estrattive intercorse tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.

      L’interno della tomba è costituito da una camera rettangolare con tre nicchie sui lati lunghi ed una sul fondo, che contengono i cassoni per le sepolture. Il pavimento, perduto, era in mosaico bianco e nero con motivo a losanghe e rosette. La decorazione pittorica che ornava completamente la camera sepolcrale è conservata solo in parte, ma è dettagliatamente ricostruita dalle riproduzioni realizzate nel ‘600 da Pietro Santi Batoli.

      EDIPO E LA SFINGE
      Si trattava di un disegno complesso realizzato con tecnica pittorica e riquadrature in stucco.

      Una cornice divideva la decorazione parietale del fregio superiore da quella delle nicchie. Queste accoglievano grandi scene mitologiche tra elementi decorativi: nella prima a sinistra sono riconoscibili Atena ed Eracle.

      Pilastri affiancavano l’apertura delle nicchie e tra queste si ponevano figure di Geni con i frutti, mentre gli spazi di risulta ai lati accoglievano coppie di mostri marini e Vittorie alate. 


      Il fregio superiore era diviso in pannelli sempre con scene mitologiche: sulla destra sono visibili Eracle ed il Cerbero.

      La decorazione del soffitto, di cui rimane parte del “Giudizio di Paride” era particolarmente ricca, comprendendo figure allusive alle Stagioni, Vittorie e Geni alati, e forse la rappresentazione della conclusione della guerra di Troia.

      Scoperta nel 1674, durante lavori di manutenzione della via consolare, mostrava una facciata ricavata nella parete di tufo e integrata dagli stipiti in travertino della porta, che le conferisce la forma di un tempietto.
      Dai quattro capitelli corinzi, anch'essi scolpiti nel tufo, pendevano ghirlande scolpite, e sull'architrave c'era un'iscrizione al primo proprietario del sepolcro, Quintus Nasonius Ambrosius.


      Nella camera a volta e divisa in due zone da una cornice aggettante, si alloggiavano tre nicchie nella zona inferiore ed una nella parete di fondo, con due sarcofaghi con arche in travertino, impiombate e chiuse da sbarre di ferro.

      Il pavimento era a mosaico bianco con motivi a rombi neri, e alle pareti pitture di straordinaria bellezza, tra cui l'immagine di Ovidio, si che il Bartoli le copiò nel suo libro, visto che stavano già sbiadendosi, e il nipote di Papa Clemente X ne fece staccare diverse per porle nella galleria della sua villa sull'Esquilino, tra cui l'Edipo e la sfinge, la caccia alla tigre e un cavallo staccato dal soffitto.

      Una copia dei disegni è conservata nella Biblioteca Reale di Windsor. Tra questi Pegaso tra le ninfe, Antigone e Creonte, e il ratto di Persefone. Da i disegni e le incisioni molti pittori ne fecero rifacimenti in affreschi.



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    • 11/05/18--05:49: CULTO DI PROVIDENTIA


    • La Dea Providentia (Provvidenza) era presso i romani la personificazione divina dell'abilità di prevedere il futuro. Rappresentava una delle virtù romane che facevano parte del culto imperiale. In realtà la divinità romana ebbe un'antesignana, la Pronoia, un concetto greco caro ai filosofi ma soprattutto agli stoici, per cui la provvidenza era l'Ananke, il Fatum, un fato divino ma pure razionale, che governa i vari cicli della vita terrena, prevedendo il modo con cui si svolgerà il corso degli eventi ma pure provvedendo a che esso si svolga nella migliore forma possibile, al meglio o al meno peggio.

      L'antonomasia della pronoia fu l'Athena greca, intelligente e razionale, Dea della guerra ma col minimo danno possibile, e provvida pure nella pace, per la matematica, la fabbricazione delle navi, degli attrezzi agricoli e della manifattura tessile, colei che provvede dando i mezzi ai mortali.

      ATHENA PRONOIA
      Pronoia infatti fu uno degli epiteti di Atena, e, secondo quanto è tramandato dalla tarda tradizione scoliastica, le venne dedicato proprio in tale veste un tempio a Capo Sunio o, secondo altri, a Capo Zoster.

      Nel mito Atena soccorse Leto in preda alle doglie del parto, guidandola dall'Attica a Delo, dove sorse, come a Delfi, un santuario in suo onore. In seguito l'epiteto ebbe più il significato di saggezza e previdenza divina, come capacità previsione o divinazione del futuro, e ed è a lei che Alessandro Magno innalzò un altare passato l'Hyphasis (Philostr., Vita di Apollonio di Tiana).

      Come divinità autonoma la Dea Providentia è raffigurata sulle monete imperiali di Alessandria dell'età di Adriano, Commodo, Pertinace, in veste di figura femminile stante, con chitone e peplo, con la destra protesa e lo scettro nella sinistra. 
      In altre immagini la Dea ha una corona, sorregge nella mano destra la Fenice e nella sinistra un lungo scettro obliquo e un lembo del mantello; in altre ancora tiene sollevato con entrambe le mani il globo terrestre. In alcune serie monetali alessandrine ma pure di età imperiale romana, di Antiochia e di Cesarea compare l'iscrizione ΠΡΟΝΟΙΑ ΘΕΩΝ.

      Pur venendo rappresentata nella scultura e negli affreschi, nella monetazione, e nella letteratura latina, non fu una divinità molto importante. Comunque Cicerone sostenne che rappresentava una delle tre maggiori componenti della "prudentia", ovvero "la conoscenza delle cose buone, cattive o neutre" insieme alla "memoria" ed alla "intellegentia". Il concetto venne ripreso dalla Chiesa Cattolica come intervento divino provvidenziale, ovvero la Divina Provvidenza.

      ASSE DELLA PROVIDENTIA AUGUSTA
      Augusto aveva associato al suo nome molte divinità di questo tipo di astrazioni:
      - La Concordia Augusta
      - L'Equitas Augusta
      - La Pax Augusta
      - La Iustitia Augusta
      - La Salus Augusta
      - L'Aeternitas Augusta
      - La Spes Augusta
      - La Clementia Augusta
      - La Fortuna Augusta

      20 - 22 d.c. - Il successore di Augusto, Tiberio, in seguito alla morte di Augusto, fece erigere un altare dedicato alla Providentia Augusta, riconoscendo i grandi meriti del padre-adottivo, dove la divinità della providentia si era manifestata favorendo e proteggendo la Res publica. La moneta di cui sopra, del 22 d.c., oltre alla testa radiata di Augusto, mostra un altare dedicato alla Providentia Augusti.

      31 d.c. - Dopo l'arresto e condanna di Seiano da parte di Tiberio, il culto delle Virtù romane contribuiva alla restaurazione dell'ordine imperiale. Sacrifici furono offerti alla Providentia, insieme alle divinità Salus, Libertas e Genius. La Providentia divenne anche una carica sacerdotale, dedita ad onorare la suddetta divinità.

      SESTERZIO DI COMMODO
      59 d.c. - Durante la Congiura di Pisone contro Nerone, vennero eseguite pratiche di purificazione per l'attentato all'Imperatore, con sacrifici degli Arvali a varie divinità, tra cui la Dea Providentia.
      La Providentia apparve poi nella monetazione imperiale a partire da Vespasiano, poi con Traiano, Adriano, Antonino Pio, Commodo, Settimio Severo, Diocleziano. Su una moneta dell'Imperatore Tito era rappresentata la deificazione del padre Vespasiano che teneva un globo nella mano, tendendolo al figlio ed ai suoi successori, con su scritto Providentia Augusta.

      Altre monete di Nerva rappresentavano il Genius del Senato romano che teneva un globo e lo porgeva al nuovo imperatore, con la legenda Providentia Senatus.

      116 d.c. - Qui sopra una moneta traianea, il cui significato era di augurio al nuovo imperatore perché fosse in grado di fornire adeguati benefici per il futuro al Populus Romanus, dove la Providentia è posta di fianco ad una colonna, con un globo terrestre ai suoi piedi e tiene uno scettro.

      192 d.c. - In un sesterzio di Commodo ha al suo rovescio la Providentiae Augusti con l'Africa in piedi con pelle di elefante ed un leone ai piedi, tiene un sistro e dona una spiga di grano ad Ercole che ha il piede destro sulla prora di una nave mentre tiene una mazza appoggiata sulle rocce.

      AUREO DI PERTINACE

      193 d.c. - Nell'aureo dell'Imperatore Pertinace la Providentia in piedi alza la mano destra verso una stella mentre tiene la sinistra accostata al seno. La personificazione della Providentia Augusta ha il fine di trasferire all’imperatore la capacità di prevedere il futuro e di provvedere al benessere materiale e spirituale della sua persona, della sua famiglia e del suo popolo.

      Il rovescio della moneta in esame ben si accorda alla politica saggia ma inquieta di Pertinace, che ben cosciente del pericolo a cui andava incontro assumendo il potere, rifiutò gli attributi imperiali per la moglie ed il figlio, al fine di proteggerli dalle conseguenze del proprio assassinio.


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    • 11/06/18--05:55: LEGIO VI FERRATA

    • La Legio VI Ferrata era composta da truppe galliche cisalpine e forse anche da truppe illiriche, e deve il suo nome (ferrata) al pesante armamento metallico dei suoi soldati. Dal 193 d.c. venne poi chiamata Legio VI Ferrata Fidelis Constans Felix.

      La legione, come tutte le legioni cesariane, aveva come simbolo un toro, ma si portava appresso anche l'effigie della Lupa Capitolina con i gemelli.

      Vi sono diversi elementi che riportano il nome della VI Ferrata:

      - monete di M. Antonio, 41-31 a.c;
      - monete di Adriano, 119-138 d.c;
      - monete di Filippo l´Arabo, 244-249 d.c;
      - diverse stele di II d.c provenienti dalla Galilea, dalla Siria, dall´Arabia e dall´Asia Minore;
      - un frammnento di stele dalla Transilvania, con riferimento alla presenza dellla VI Ferrata nella parte finale delle guerre daciche;
      - un frammento di stele che ne identifica la presenza in Africa;
      - 165 tegole e coppi con il bollo della VI Ferrata da Horvat Hazon.

      58 a.c. - Alcuni autori (J.R.Gonzalez, Historia del las legiones romanas) ritengono che la VI Ferrata sia stata assegnata a Cesare nel 58 a.c., quando venne nominato proconsole dell’Illirico. La legione potrebbe, quindi, essere rimasta “a guardia” dei passi alpini, almeno fino alla campagna del 52 a.c. quando fu trasferita in Gallia.

      53 a.c. - Secondo J. Carcopino (Julio César. El proceso Clasico de la concentracion del poder) essa corrisponde alla legio VI, denominata “Gemella” utilizzata da Giulio Cesare nella conquista della Gallia degli anni 53 -50 a.c., già denominata Legio I, in quanto legione consolare, “prestata” da  Pompeo Magno a  Cesare, nel 53 a.c.

      Un´iscrizione di Aesernia, (CIL, IX, 2468 - Isernia, nel Sannio), in effetti riporta:

      TROmentina  MAXIMO  IIIIVIRo
      Jure  Dicundo  IIIIVIRo  QUINQuennali  BIS
      FLAMINI  AUGUSTALI
      TRIBuno  MILitum  LEGionis  VI GEMELLae
      PRAEFecto  FABRum  AUGURI
      QUAESRTORI  Decreto  Decurionum

      52 a.c. - Secondo alcuni autori (L.Keppie, The making of the roman army) la Legio VI Ferrata venne fondata da Cesare nel 52 a.c. per battersi nella campagna nelle Gallie.

      52 a.c. - Sicuramente combattè nella battaglia di Alesia nella terra dei Mandubi (Gallia transalpina), tra l'esercito romano guidato da Giulio Cesare e le tribù galliche guidate da Vercingetorige, capo degli Arverni, (Cesare, De Bello Gallico, VII)

      52 - 51 a.c. -  Di questa legione abbiamo la sua prima menzione nel corso dell’inverno del 52-51 a.c. quando i suoi hiberna (castra invernali) furono posti nei pressi di Matisco, sotto il comando del legato Quinto Tullio Cicerone, l'autore del "Commentariolum petitionis" (Caesar, De Bello Gallico, VII, 90).

      51 a.c. -  Nel 51 a.c i legionari della VI furono impiegati nella guerra contro i Carnuti, inviati a Cenabum, la loro capitale, nella regione della bassa Loira, plausibilmente, l´attuale cittá di Orleans ( Caesare: De Bello Gallico, VII, 3; 11; Cesare, De Bello Gallico, VIII, 4).

      51 a.c. -  Nello stesso anno la VI fu trasferita poi a Noviodunum. (Cesare, De Bello Gallico), un nome gallo-romano (novium - dun = nuova fortezza), con cui Giulio Cesare dal 52 a.c., denominò i vari e nuovi stanziamenti gallici sorti dopo la prima campagna gallica, per cui non sappiamo dove.

      50 a.c. - L’inverno successivo la legione si trovava tra i Belgi sotto il comando di Gaio Trebonio (... - 49 a.c.) (Cesare, De Bello Gallico), che fu prima seguace e poi uno degli assassini di Cesare.

      49 a.c. - Con l’inizio della guerra civile, la legione partecipò all’assedio di Marsiglia (nel 49 a.c.), come ricostruito da Gonzales (J.R.Gonzalez, Historia del las legiones romanas).

      49 a.c. - Nello stesso anno venne trasferita nell'Hiberia (Spagna), dove prese parte alla battaglia di Ilerda (estate del 49 a.c); 

      VEXILLATIO LEG VI FERRATA


      MARCO CASSIO SCEVA

      48 a.c. - L'anno successivo venne inviata ad est, nell´Illirico, e impegnata a Dyrrachium ( Durazzo, Albania), nei primi mesi del 48 a.c. In questa battaglia sfortunata Cesare, che non era abituato a perdere, perse un´intera cohorte (Svetonio, Cesare, 68, 6).

      Comunque la legione aveva combattuto con coraggio ed abnegazione, come riconobbe lo stesso Cesare, e vi fu qui il famoso centurione Marco Cassio Sceva che si guadagnò il plauso e il ringraziamento di Cesare ( Cesare, De Bello Civili, III, 53).

      Marco Cassio Sceva era centurione della VI Legione e combatteva per Cesare contro il Triumviro Gneo Pompeo. Cesare aveva affidato ad una sola cohorte della VI la difesa di un forte, conquistato vicino a Dyrrachium (Durazzo), per proteggere le sue linee durante gli attacchi. (La I cohorte era costituita da 1000 uomini di fanteria pesante). Quest´unica cohorte sostenne l´assalto di ben 4 legioni nemiche (considerando che una legione era composta da circa 5000 uomini, sostennero l'attacco di circa 20000 soldati).

      Il suo centurione, Cassio Sceva, privato di un occhio, con una coscia ed una spalla trapassate da parte a parte, lo scudo quasi reso inservibile in quanto sforacchiato da numerosi colpi, durante tutti gli attacchi, rimase saldo nella posizione assegnata, con le sue truppe, tutte piene di ferite. Un luogotenente di Cesare venne infine in suo aiuto, con 2 legioni e salvò la situazione.
      Cesare elogio´ tanto valore e tenacia, donando al centurione 200.000 sesterzi, ed innalzandolo al grado di I centurione della legione.”

      ( Cesare, De Bello Civili, III, 53)

      48 a.c. - La VI Ferrata accompagnò Cesare ad Alessandria (Egitto), tra la fine del 48 a.c. e gli inizi del 47 a.c. assieme alla XXVII Legio, come narrato da Aulo Irzio, legato al comando di Cesare, durante la guerra gallica, e dal 50 a.c. militante nell´esercito di Pompeo (Aulo Irzio, Bellum Alexandrinum).

      Intanto Cesare, che inseguiva Pompeo, si ritrovò coinvolto nella lotta fraterna per la successione al trono d´Egitto. La Ferrata partecipò alla sanguinosa ma vittoriosa battaglia di Farsalo (Grecia), nel 9 Agosto del 48 a.c. che segnò la sconfitta di Pompeo.

      - Sperando in un alleato Tolomeo fece dono a Cesare della testa di Pompeo, come segno di amicizia, ma Cesare, che seppur nemico era apprezzatore di Pompeo non gradì il gesto. Anche per questo, oltre che per l'affascinante principessa, volle sostenere il diritto al trono di Cleopatra VII rispetto al fratello Tolomeo.La città di Alessandria venne assediata dalle truppe tolemaiche.

      La VI Legio subi´diverse perdite, perdendo circa 2/3 delle sue truppe . Infine, con l´intervento delle truppe alleate di Mitridate, re di Pergamo, Cesare prevalse

      (Guerra Alessandrina, Cesare?).



      VENI VIDI VICI

      47 a.c. - La VI Ferrata si battè in Siria e nel Ponto, ed infine ebbe un ruolo di primo piano nella battaglia di Zela (Turchia settentrionale), contro l´esercito di Farnace II, figlio di Mitridate VI re del Ponto, che aveva occupato l'Armenia e manifestato altre mire espansionistiche, nel 2 Agosto del 47 a.c.
      (Aulo Irzio, Bellum Alexandrinum, 66-69)

      Fu in quest'occasione che Cesare usò la famosa espressione:
      “VENI, VIDI, VICI” (venni, vidi, vinsi, nell´opera di Plutarco: Caesar, 50) )
      Svetonio aggiunge che venne proferita da Cesare durante il suo trionfo per la vittoria riportata (Svetonius, Divus Julius).

      Cesare, nella narrazione di Aulo Irzio, così narra:
      l´origine della nostra vittoria giace nell´amara ed intensa battaglia delle truppe, congiunte all´ala destra, dove la veterana VI Legio era stazionata..”
      (Aulo Irzio, Bellum Alexandrinum)

      – Dopo queste campagne, la VI legione, probabilmente per le perdite subite, fu inviata in Italia, tornando infine a Roma a presidio della capitale (Aulo Irzio, Bellum Alexandrinum)


      LO SCIOGLIMENTO

      46 a.c. - La legione fu sciolta con tutti gli onori nel 46 a.c. ed i suoi veterani vennero poi inviati a Colonia Iulia Paterna Arelatensium Sextanorum (traducibile con “colonia Giulia veterana dei soldati della VI ad Arelate, odierna Arles, Francia), per il meritato riposo e congedo, dopo il servizio reso.



      IL RITORNO

      46 a.c. - Una parte della VI Legio, senza i veterani, deve aver pero´preso parte alla guerra d´Africa, sotto il comando di Quintus Caecilius Metellus Pius Scipio Nasica, fuggito dopo la sconfitta di Farsalo, in Africa assieme a Marco Catone il Giovane e buona parte dei senatori contrari a Cesare.

      Mentre Pompeo fuggiva in Egitto, ucciso qui da Tolomeo, i senatori, sotto il comando di Scipione e Catone raccolsero :
      - 8 legioni (circa 40.000 uomini), 
      - una cavalleria sotto il comando di Tito Labieno, il valente ufficiale di Cesare, ai tempi della guerra gallica, ed i figli di Pompeo, Sesto Pompeo e Gneo Pompeio, 
      - e truppe e elefanti inviati dall´alleato Juba I, sovrano della Numidia. Tutto per debellare Cesare.

      Ma poco prima della battaglia di Tapso (Tunisia), svoltasi il 6 di aprile del 46 a.c. 2 delle 8 legioni disertarono in favore di Cesare, una di queste 2 era la VI Legio. Le forze di Gaio Giulio Cesare finirono per avere il sopravvento e con questa vittoria Cesare si assicurò il suo potere in Africa
      (Bellum Africanum - gli avvenimenti successivi a quelli del “Bellum Alexandrinum”)

      45 a.c - Partecipó, poco tempo dopo, alla campagna iberica, con la battaglia di Munda, (Spagna) nel 17 marzo del 45 a.c.(Aulo Irzio, Bellum Hispaniense).

      44 a.c. - Dopo l’assassinio di Cesare Marco Emilio Lepido, governatore della Gallia Narbonese avrebbe ricostituito con i veterani presenti ad Arelate (Arles), la VI legione, che quindi entrò a far parte delle forze congiunte di Lepido e Marco Antonio contro il cesaricida Decimo Bruto.
      42 a.c. - Dopo la fuga e la morte di quest’ultimo e l’accordo tra Lepido, Antonio e Cesare Ottaviano con il cosiddetto secondo triumvirato, la VI legione verosimilmente venne trasferita in Grecia e partecipò e alla vittoriosa battaglia di Filippi del 42 a.c..

      41 a.c. -  Una parte dei veterani probabilmente furono inviati nella nuova colonia di Beneventum (Benevento), nel 41 a.c.

      – Dopo Filippi la VI Legio venne divisa tra Ottaviano e Marco Antonio. La parte di Ottaviano divenne la Legio VI Victrix; l´altra metá “gemella” divenne la Legio VI Ferrata, sotto il comando di Marco Antonio. Infatti il nome VI appare in alcuni denarii legionari coniati da Marco antonio, per pagare le truppe.

      Secondo alcuni, Marco Antonio, che dopo la spartizione dei territori romani con Ottaviano Augusto, comandava le province orientali, portò la VI Legio, ora denominata Ferrata, acquartierandola come guarnigione in Giudea. Di conseguenza avrebbe anche partecipato alle guerre partiche condotte da Marco Antonio.

      31 a.c. - Dieci anni dopo, sicuramente ha partecipato alla battaglia di Azio nel 31 a.c., combattendo su entrambi i fronti. Come VI Victrix, sotto il comando di Ottaviano; e come VI Ferrata, sotto il comando di Marco Antonio.



      ERA VOLGARE

      9 d.c. - Dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra, e il loro suicidio, la VI Ferrata venne inviata nuovamente in Giudea dove venne stazionata tra il 9 d.c ed il 73 d.c. Mentre la VI Victrix fu acquartierata in Hiberia.

      35 d.c. - La VI varcò l'Eufrate nel 35 d.c., e mosse poi contro i Giudei che avevano rifiutato di collocare l'immagine di Caligola nel Tempio di Gerusalemme. 


      54 d.c. - Dal 54 al 68 d.c la VI Ferrata servi´sotto Gneo Domizio Corbulo ad Artaxata e Tigranocerta contro i Parti. 

      66 d.c. -  la VI Ferrata tornó in Giudea, prima di essere reimpiegata contro i Parti, e combatté nelle guerre giudaiche, ma venne sconfitta assieme alla XII Fulminata.  Da qui in poi non pare abbia preso piu´parte direttamente alla guerra giudaica, in quanto non nominata tra le legioni attive sotto Vespasiano.

      67 d.c. nel 67 fu accorpata all'esercito con cui Cestio Gallo mosse contro i Giudei insieme alla Legio XII Fulminata. Poi agli ordini di Licinio Muciano (governatore della Siria), intraprese la marcia verso l'Italia ma fu dirottata in Mesia (Serbia), perché subì pesanti attacchi da parte dei Daci che erano in numero notevolmente maggiore.

      69 d.c.Una vexillatio della VI venne in Italia, probabilmente sotto il comando di Muciano, alleato di Vespasiano, dopo che questi avevano sconfitto il pretendente alla carica imperiale Vitellio, nel 69 d.c. La VI Ferrata pare abbia contribuito valentemente alla vittoria di Muciano e Vespasiano. ( Tacito Historiae). Nello stesso anno, Vespasiano diviene imperatore.

      ANTIOCO IV
      72 d.c. - La VI venne inviata nuovamente in oriente nel 72, dove fu protagonista dell'invasione del regno di Commagene (Turchia sud-orientale):, che divenne parte della provincia di Siria dopo la deposizione del re Antioco IV di Commagene.

      Venne quindi stanziata a Samosata (parte sudorientale della Turchia, sulle sponde del fiume Eufrate, odierna Samsat).

      105 d.c. - Sotto Traiano la Ferrata combatté contro i Parti  e conquistò la nuova provincia d'Arabia, posta tra il fiume Giordano ed il Mar Morto, una zona desertica e  ma base dei commerci con Persia, India, Petra e Bosra.

      106 d.c. - Una vexillatio della VI Legio (reparto scelto di una legione) partecipo´alla parte finale della guerra dacica, nella battaglia di Sarmisegetusa. Probabilmente al comando di Aulo Cornelio Palma Frontoniano: la presenza é attestata da un´iscrizione latina (R.P. Longden, Notes on the Parthian Campaigns of Trajan, The Journal of Roman Studies).

      114 a. c. - Sempre sotto Traiano, la VI Ferrata partecipa alla campagna in Armenia per ripristinare sul trono d'Armenia un re che non fosse un fantoccio nelle mani del re dei Parti.
      Comunque deposto il re, ne fece una nuova provincia.

      115 - 116 d.c. -  Traiano probabilmente impegnò la VI Ferrata, assieme ad altri contingenti, tentando inutilmente di prendere La Mesopotamia e Babilonia. 
      Adriano, suo successore, rinuncerà a quei territori, riportando il confine al fiume Eufrate.

      115 - 117 d.c. - La Ferrata partecipò sicuramente alla II guerra giudaica,  sotto il comando di Lusio Quieto (70 - 118), un principe della Mauritania alleato di Roma.

      118 a.c. - Prima del 119 d.c la VI Ferrata venne stazionata in Arabia.

      131 d.c.  Sotto Adriano, date le tensioni con i Giudei, la VI Ferrata divenne permanentemente stabile in Oriente e venne stanziata a Caesarea Maritima. Dello stesso periodo, ma da Tiberiade, proviene una stele funeraria appartenente ad un centurione della VI Ferrata.

      132-136 d.c - Per sedare la rivolta di Bar Kkhba sembra sia intervenutala VI Ferrata.

      ARMENIA ROMANA
      135 d.c. - Adriano (76 - 138) inviò la VI in Palestina per combattere la III guerra giudaica, che terminò nel 135, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte della Legione VI Ferrata. 
      Infatti abbiamo traccia della sua presenza nella costruzione di un acquedotto a Caesarea Maritima da un´iscrizione ( GLI 74, n. 29; 77, n. 54) e da un forte fu probabilmente costruito a Beth Yerath (Maisler et all,)

      Finita la guerra giudaica, la VI Ferrata viene stazionata a Caparcotna, in Gallilea. Il sito venne rinominato “Legio” odierna Lajjun, un accampamento legionario fortificato molto vasto che ospitò circa 1.000 soldati. Era situata sulla strada principale che attraversa la Galilea, con funzioni di controllo e di contenimento, in caso di sommosse e/o rivolte. Vi era un acquedotto, da cui proviene un´iscrizione riferita alla VI Ferrata; ed un anfiteatro, probabilmente costruito dagli stessi soldati per intrattenimento.

       Vi sono testimonianze della VI Legio a: Acco, Bosra, Beth Govrin, Caesarea Maritima, Gaba, Gabara, Horvat Hazon, Kefar Hananya, Kefar Kanna, Kefar Ótnay (Legio), Khirbet el Khazna, Sebaste, Tel-Shalem, Tyre. Le principali province furono nei territori di Asia Minore, Siria, Arabia. Non risulta invece che la VI Ferrata sia mai stata impegnata o stazionata nella Galilea superiore.

      138 d.c - La VI Ferrata, a seguito della rivolta di Bar Kokhba, viene stazionata in Palestina, ma per un breve periodo inviata in Africa durante l´impero di Antonino il Pio.

      150 d.c - La legione é di nuovo stanziata in Giudea.

      193 d.c. - la legione si dimostrò molto favorevole a Settimio Severo (146 - 211) contro Pescennio Nigro 140 - 194) e per tale motivo fu chiamata Fidelis Constans (leale e costante).

      215 d.c. - La VI Ferrata Fidelis Constans é stazionata ancora in Palestina, come dimostrato da un´iscrizione epigrafica con riportato VI Ferrata.

      244 d.c. - Da alcune monete dell´imperatore Filippo l´Arabo, si sa che é ancora presente in Palestina.

      260 a.c. - Si presume la scomparsa della VI durante la sconfitta e cattura dell´imperatore Valeriano ad opera del sovrano dei Sasanidi, Shapur. Infatti si sa di soldati romani in prigionia comandati di costruire un ponte nel sito dell´odierna Shustar e la citta´di Bishapur.

      303 - 304 d.c. - Fine III sec. d.c. - la legione è scomparsa, se ne è ipotizzato lo scioglimento o la distruzione in combattimento, anche se studi recenti la riscontrano ancora ancora nel 303/304, presso la fortezza legionaria di Udruh, non lontano da Petra



      STELE E FRAMMENTI EPIGRAFICI DELLA VI FERRATA

      AE 1985, 825
      PROVINZ. DACIA         ORT: SARMIZEGETUSA
      VEX(illatio) / LEG(ionis) VI / FERR(atae)

      CIL 3, 6814
      PROVINZ:  GALATIA   ORT: YALVAC   ANTIOCHIA PISIDIAE
      APRONIANO  XVIR(o) STIL(ibus) IUDIC(andis)    TRIB(uno)  L(ati)C(lavio)  LEG(ionis) VI FERR(atae)   CAPARC(otnae)  QUAESTORI   CAN(didato)  LEG(ato)  ASIAE   TRIB(uno) CAND(idato)   DESIGNATO   VIC(us)  PATRICIUS

      DEDICATIO AD ISIDE DA UN UFFICIALE DELLA VI FERRATA
      CIL 3, 6815
      PROVINZ:  GALATIA    ORT: YALVAC   ANTIOCHIA  PISIDIAE
      C(aio)  NOVIO  C(ai)  NOVI  PRISCI CO(n)S(ulis)  ET  FLAVONIAE  MENODORAE  F(ilio)  SER(gia) RUSTICO  VENULEIO  APRON[iano]   XVIR(o)  STIL(ibus) IUDIC(andis)   TRIB(uno) L(ati)C(lavio)  LEG(ionis)  VI FERRATAE  CAPARC(otnae) QUAEST(ori)   CAND(idato) LEG(ato)  ASIAE   TRIB(uno) CAND(idato)   DESIGNATO   VIC(us) PATRICIUS

      CIL 3, 6816
      PROVINZ: GALATIA    ORT: YALVAC   ANTIOCHIA  PISIDIAE
      C(aio) NOVIO C(ai) NOVI  PRISCI CO(n)S(ulis)  ET  FLAVONIAE MENODORAE  FIL(io) SER(gia) RUSTICO  VENUL(eio) APRONIANO  XVIR(o)  STLITIB(us) IUDICANDIS  TRIB(uno) LATIC(avio)  LEG(ionis) VI FER(ratae)  CAPAR(cotnae)


      CIL 10, 532
      – PROVINZ: LATIUM ET CAMPANIA   REGIO I ORT: SALERNUM
      TI(berius) CLAUDIUS CLAUDI FILEMO   TIBERIO CLAUDIO HELLANICO  ORTO  FORUM ClAUDI  MIL(iti)  C(o)HO(rtis)  X  PR(aetoriae)  (centuria)  ASPRI TRA(n)SLATO  EX  LEG(ione) VI  FERR(ata)  FIDELI  CO(n)STANTI  T(itus)  T(iti)  F(ilius)  FLAVIUS   AGRIPPIN(a) CAPITOLIA   HERES  PIUS  BENEMERENTI


      AE 1911, 107:
      – PRONINZ: NUMIDIA ORT: DJEMILA   CUICUL
      TI(beriae)  CL(audiae)  SUBATIANAE  AQUILINAE  ET  TI(beriae)  CL(audiae)  DIGNAE SUBATIAE  SATURNINAE  CC(larissimis)  PP(uellis)  FILIABUS  TI(beri)  CL(audi)  SUBATIANI  PROCULI  LEG(ati)  AUG(ustorum)  PR(o) PR(aetore)  PROV(inciae)   
      SLEND(idissimiae)  NUMID(iae)  C(larissimi)  V(iri)  CO(n)S(ulis)  DESIG(nati)  LEG(ati) LEG(ionis)  VI  FERRATAE   FIDELIS  CONSTANTIS  CURATORIS   ATHENENSIUM  ET PATRENSIUM   PRAETORIS  URBANI  CANDIDATI  TRIBUNI  CANDIDATI  Q(uaestoris) URBANI  SUBPRAEFECTI  CLASSIS  PRAETORIAE  MISENATUM  PRAEFECTI  ALAE  CONSTANTIUM  TRIBUNI  COH(ortis)  VI  CIVIUM  ROMANOTUM  PRAEF(ecti)  COHORTIS  III  ALPINORUM   RES  PUBLICA  CUICULITANORUM  HOMINIS  BONI PAESIDIS  CLEMENTISSIMI  OB  INSIGNEM  EUS  IN  PATRIAM  SUAM  PRAESTANTIAM /
      D(ecreto)  D(ecurionum)  P(ecunia)  P(ublica)

      Inscrizione VI Ferrata da Caparcotna
      211 CE–217 CE
      ISIDI VERE V…ERE
      PRO SALUTE ET INCOLUMITADE 
DOMINI NOSTRI IMP(eratoris)  CAES(aris)  M(arci)
      AUR(eli)  ANTONINI  AUG(usti)
  PRAESENTISSIMUM  DEUM  MAG(num)  SERAPIDEM LEG(ionis) VI  FERRAT(ae)  F(idelis)  C(onstantis) ANTONINIANAE  
IULIUS  ISIDORIANUS P(rimus)  P(ilus)
      A Iside, la vera …
      Giulio Isidoriano, I centurione Primipilo della VI Legio Ferrata, fedele e affidabile Antoniniana, alla salute e prosperitá del nostro imperatore Caracalla, con il grande Dio Serapide

      AE 1950, 044
      PROVINZ: AFRICA  PROCONSULARIS  ORT:  MAKTAR
      C(aio)  BRUTTIO  L(uci)  F(ilio)  POMP(tina)  PRAESENTI  L(ucio)  FULVIO  RUSTICO 
      CO(n)S(uli)  PROCO(n)S(uli)  PROV(inciae)  AFRICAE 
      XVVIR(o)  SACR(is)  FACIUNDIS 
      CURATORI  AEDIUM  SACRAR(um)  ET  OPERUM  LOCORUMQUE 
      PUBLICORUM  LEG(ato)  PROPR(aetore) 
      IMP(eratoris)  CAES(aris)  TRAIANI  HADRIANI  AUG(usti) 
      PROVINCIAE  CAPPADOCIAE  ITEM  LEG(ato)  PROPR(aetore)  IMP(eratoris)  CAESARIS TRAIANI  HADRIANI  
      AUG(usti)  PROVINCIAE  MOESIAE  INFERIORIS  LEG(ato)  PROPR(aetore)  IMP(eratoris) CAESAR(is)  DIVI  TRAIANI  AUG(usti)  PROVINCIAE  CILIC(iae)  CUR(atori) 
      VIAE  LATINAE  LEG(ato)  LEG(ionis)  VI  FERRATAE  DONIS  MILITARIBUS  DONATO  AB IMP(eratore)  TRAIANO  AUG(usto)  OB  BELLUM  PARTHICUM  PRAET(ori)  AEDIL(i) PLE(bis)  QUAESTOR(i)  PROVINCIAE  HISPANIAE  BAET(icae)  ULTERIORIS  TRIB(uno) LATIC(lavio)  LEG(ionis)  I  MINERVAE  DONIS   
      MILITARIBUS  DONAT(o)  AB  IMP(eratore)  AUG(usto)  OB  BELLUM  MARCOMANN(icum) TRIUNVIRO  CAPITALI  PATRONO  D(ecreto)  D(ecurionum)




      LUCIO ARTORIO CASTO - RE ARTU'

      Tutto ciò che sappiamo su di Lucio Artorio Casto proviene da un´epigrafe ritrovata a Podstrana, sulla costa della Dalmazia, in Croazia, composta di 2 frammenti poco leggibili. Sembra si tratti di parte della stele proveniente dal sarcofago di Lucio Artorio Casto, come riportato sui frammenti.

      Una seconda iscrizione più breve incisa su una targa commemorativa nella stessa località, riporta pochi dati simili a quelli del sarcofago.
      Una terza iscrizione (di dubbia autenticità), reca il solo nome di Lucio Artorio Casto, fu ritrovata a Roma, ed ora é conservata al museo del Louvre.

      Si suppone che Casto, membro della gens Artoria, probabilmente originario della Campania, o delle zone limitrofe, sia vissuto nel II d.c.



      GENS ARTORIA

      I suoi membri vissero tra il III sec. a.c. fino al V-VI sec. d.c. quando ormai l’impero d’Occidente era perduto. Sull’origine di questa gens alcuni farebbero derivare il nome dall’etrusco Arnthur,  altri hanno cercato una derivazione latina, traducendo il nome come "contadino"(il cui equivalente era però era Arator, non Artor). Per altri ancora il  nome della gens Artoria é di origine messapica, dunque probabilmente illirica. Non possiamo escludere però la derivazione da Artois, nome gallico dell'orso.



      IL SARCOFAGO

      Secondo il lungo testo dell’iscrizione del sarcofago, Artorio Casto era stato un centurione della III Legione Gallica, poi passato alla VI Ferrata, poi alla II Audiutrix, successivamente alla V Macedonica, di cui divenne il primo pilo. Fu Incaricato poi come preposto della flotta di Miseno (Napoli), e divenne infine prefetto della VI Victrix.

      In questa legione ebbe modo di assurgere ai gradi piu´elevati come alto ufficiale, fino a essere nominato “dux'”leggionum .. Britaniciniarum, (in Britannia) titolo dato a chi si distingueva per aver compiuto eccezionali imprese.

      Risulta infatti, nel 185 d.c., una spedizione in Bretagna, Armorica e Normandia, al cui comando era Ulpio Marcello, come riportato da Cassio Dione.

      Si ritiró dall´esercito divenendo procurator centenarius (governatore di una provincia che rendeva 100.000 sesterzi annui) della Liburnia (parte settentrionale della Dalmazia), dove, con molta probabilitá, termino´la sua vita, facendosi seppellire a Salonae Palatium (Salona, Dalmazia).

      Se Casto partecipò alla vittoriosa campagna guidata da Ulpio Marcello (forse un suo parente, dato che la gens Ulpia era imparentata con la gens Artoria) contro i Caledoni, e a difesa del Vallo Adriano, era possibilmente stazionato assieme ad un contingente di cavalieri Sarmati.

      In effetti, la V Macedonica era schierata sul fronte danubiano, contro Daci e Sarmati al tempo di Marco Aurelio e Commodo.. Dunque, un contatto con reparti della cavalleria sarmata, passati al soldo delle legioni, é plausibile. La VI Victrix, poi, era, in effetti, stanziata in Britannia, come zona operativa.

      ARTORIUS INTERPRETATO DA CLIVE OWEN

      IL MITO

      Re Artù è un leggendario condottiero britannico che, secondo alcune storie medievali, difese la Gran Bretagna dagli invasori sassoni, popolo germanico piuttosto feroce, tra la fine del V sec. e l'inizio del VI. Lo sfondo storico delle vicende relative ad Artù è descritto in varie fonti, tra cui:
      - gli Annales Cambriae (annali del Galles, dal 447 al 954), 
      - la Historia Brittonum (Storia dei Brittonici, un testo sulla storia dell'Inghilterra del IX sec. che narra le vicende dell'Inghilterra dopo la partenza delle legioni romane fino alle invasioni sassoni).
      - gli scritti di Gildas di Rhuys, un abate (494 - 570) che descrisse la disastrosa situazione della Britannia a seguito del ritiro delle legioni romane.

      Nelle citazioni più antiche che lo riguardano e nei testi in gallese non viene mai definito re, ma dux bellorum ("signore delle guerre"). Antichi testi altomedievali in gallese lo chiamano ameraudur ("imperatore"), prendendo il termine dal latino, che potrebbe anche significare "signore della guerra". Il nome di Artù si ritrova anche nelle più antiche fonti poetiche come il poema Y Gododdin, un regno sorto agli inizi del V sec. nella Britannia nord-orientale dopo l'abbandono dei Romani.

      Secondo alcuni studiosi questa interpretazione porterebbe all’identificazione del personaggio con il “Re Artù” storico:  vissuto attorno al V-VI d.c, e che documenti, quali la Historia Brittonum di Jeoffrey di Monmouth (IX d.c), riferiscono di origine romana e riportano come vittorioso sulle invasioni dei sassoni.

      L'identificazione di Casto con Artù fu avanzata per la prima volta da Kemp Malone nel 1924. Sebbene infatti Casto non visse al tempo delle invasioni sassoni in Britannia (V sec.), si potrebbe pensare che il ricordo delle gesta di Casto, tramandate nelle tradizioni locali, andarono crescendo col tempo fino a formare le prime tradizioni arturiane. La prima apparizione del personaggio "Arthur", qualificato "dux" così come Artorius nell'epigrafe, nella Historia Brittonum del IX sec., secondo lo storico Leslie Alcock era tratta da un poema gallese, originariamente privo di un riferimento cronologico preciso, come pure di una indicazione degli avversari contro cui combatté le sue dodici vittoriose battaglie

      Di certo il centurione Casto ebbe una strepitosa carriera, e legó il suo nome indissolubilmente alla VI Ferrata.


      STELE DI LUCIUS ARTORIUS CASTUS

      1) CIL 3, 1919 - PROVINZ:  DALMATIA     ORT: STOBREC  EPETIUM

      D(is) M(anibus)  L(ucius)  ARTORIUS  CASTUS  (centurio) LEG(ionis)   III  GALLICAE  ITEM (centurio) LEG(ionis)  VI FERRATAE  ITEM  (centurio)  LEG(ionis)  II ADIUTR(icis)  ITEM (centurio)  LEG(ionis) V  MAC(edonicae)  ITEM  P(rimus)  P(ilus)  EIUSDEM  PRAEPOSITO CLASSIS  MISENATIUM  PRAEFE(ctus)  LEG(ionis) VI VICTRICIS  DU  LEGG(ionum)  TRIUM  BRITAN(n)IC(i)  (mi)LIARUM  ADVERSUS  ARMENIOS  PROC(urator)  CENTENARI PROVINCIAE  LIBURNIAE  IURE  GLADI(i)  VIVUS  IPSE  SIBI  ET  SUIS 3 EX  TESTAMENTO

      2) CIL 03, 12791 - PROVINZ: DALMATIA   ORT: PODSTRANA

      L(ucius) ARTORIUS / CASTUS  P(rimus)  P(ilus)   LEG(ionis) V MAC(edonicae)  PRAEFECT[t]US  LEG(ionis)  VI  VICTRIC(is)


      LA FIGURA STORICA

      E' ancora acceso il dibattito sulla questione se Re Artù fosse o meno una reale figura storica. 
      Tale dibattito iniziò dal Rinascimento quando la dimensione storica di Artù fu strenuamente difesa, in special modo dalla dinastia dei Tudor, che legarono la loro discendenza a quella di Artù.

      Gli studiosi moderni sostengono che ci furono persone realmente esistite mescolate ad alcune leggende, secondo cui Artù dovrebbe aver acquistato la fama di cavaliere combattendo contro gli invasori germanici nel tardo V secolo e nei primi anni del VI secolo. Fin quando non si troveranno delle prove storiche concrete il dibattito resterà incerto.

      Comunque, non possiamo dimenticare l’influenza che Re Artù ha avuto sulla letteratura, l’arte, la musica e la società dal medioevo fino ai giorni nostri, visto le diverse saghe mitiche, con un fondo misterico di evoluzione spirituale.


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    • 11/07/18--05:07: I COLORI DEI ROMANI

    • Dai romani veniva chiamato "color austerus" un colore carico. "color florido" veniva invece detto da Plinio per opposizione all'austerus cioè al troppo carico, come ad esempio il minio. Inoltre si distinguevano i colori naturali da quelli ottenuti con procedimenti artificiali o miscugli.

      I romani davano un'infinità di nomi ai colori, per esempio distinguevano un nero lucente, nigrum, da un nero opaco o ater, al pari del bianco che rendevano con due termini: albus, per il bianco opaco e candidus, per il bianco lucente.

      Il colore era alla base di tutto, per colorare le colonne dei templi, le statue, gli affreschi che adornavano le pareti e pure i soffitti, ma pure i mobili della casa, che spesso erano dipinti. Naturalmente erano colorate anche le coperte, i tappeti, i cuscini, le stoffe delle tende e delle vesti, le borse, i ventagli e pure gli ombrellini.

      Un ulteriore colore riguardava il trucco delle donne e la tintura dei loro capelli. Roma era un tripudio di colori, speso così accesi che a volte ci farebbero arricciare il naso. Certo l'arredamento e l'architettura moderni sono molto parchi nei colori, anzi i colori sono praticamente assenti e noi lo troviamo elegante.

      Dimentichiamo però che i colori sono fonte ed espressione di emozione. Greci, egizi, etruschi e romani amavano colorare il loro mondo perchè erano molto più emotivi di noi. Forse dovremmo tornare ad un mondo meno mentale e più istintuale, tanto più che i romani riuscivano ad essere organizzatissimi pur essendo più istintuali di noi.


      Ed ecco alcuni colori dell'epoca:

      Color acerampelinus - Color di foglia di vite che si secca Giovenale "Et acerampelinas veteres donaverit ipsi".

      Color aerugo o aeruca - Color verderame, si otteneva sia traendolo dalla cottura dei minerali, sia mettendo pezzi di rame nell'aceto, e aggiungendovi a volte sale e soda.

      Color albus Simbolo della purità. Nei conviti e nelle feste per allegrezza si vestivano di bianco. Con una pietra bianca si segnavano i giorni felici e con nera tristi Un uomo onesto homo albus e un cattivo homo niger. Orazio dà veste bianca alla Fede. La toga de Romani era ordinariamente bianca alba, il color albus era di un bianco deciso ma opaco. Nei giorni trionfali si indossavano ancora più "candidae togae" e bianco era l'abito dei candidati. Prima della cerimonia virile i giovinetti vestivano la pretesta cioè toga bianca con fettucce di porpora. La trabea dei cavalieri era un mantello militare bianco ornato di porpora e il sagum, la veste militare dei soldati, era di lana bianca. Gli abiti dei sacerdoti e dei poeti erano bianchi e bianche erano le vesti di Giove, il mantello d'Apollo e quello di Bacco. Plutarco dice però che a suo tempo in occasione dei funerali le donne si vestivano di bianco. Il bianco si otteneva con calce spenta diluita in acqua, però erano di maggior pregio le terre di Milo e di Samo, la creta argentaria, il paraetonium (proveniente dall'Egitto, da Cirene e da Creta); molto grasso e levigato, era contraffatto a Roma con la creta cimolia (proveniente dall'Umbria), la creta selinusia e la cerussa o biacca di piombo. 

      Color armenium - azzurro d'Armenia , menzionato fra i colores floridi.

      Color auripigmentum - giallo, era dato dall'orpimento, che si trovava in natura nelle miniere d'oro e d'argento dell'Asia Minore; specie della Siria.



      Color amethrstinus - Color d'ametisto. Tende al porporino "hic purpureos amethistos".

      Color amygdalinus - Color di mandorla, di castagna, di ghianda.

      Color ater - Color di carbone spento. Virgilio chiamò "ater cinis" e "atra" la favilla. Era un nero piuttosto opaco.

      Color aureus - Color d'oro. Si usa anche per significare purissimo "Di qui gens aurea saeculum aureum alle genti prime".

      Color badius - Color baio. Ne parla Plinio.

      Color baeticus - Color rosso. Si dà alla lana di Spagna o betica. Marziale lo dà alla chioma della sua amica "Quae crine vincit vellus"

      Color blatteus - Color di tignuola. Si prende per rosso e Vopisco in Aureliano "Concessit ut blatteas matronae haberent ".

      Color caeruleus - Colore azzurro imitante il cielo. Le acque del mare han lo stesso colore così si disse mare caeruleum furono detti caerulei. Il color ceruleo veniva usato da alcuni in tempo di lutto. 

      Color caesitius o caesicius - Voce di Plauto spiegata come candidissimo.

      Color caesius - Color glauco, celeste chiaro, sono gli occhi di Minerva "caesios oculos Minervae". 
      Giunone essendo Dea dell'aria si veste di celeste. 

      Color candidus - Color candido. Diverso dal bianco albus. Lo dice Servio, manda non so qual fulgore non così il bianco che non so che di pallidezza. Insomma è un bianco lucido. Il color candido nelle vesti dei Romani formato di certa argilla atta a imbiancare con lustro però dette cretatae. E Persio chiama l'ambizione dei Romani "cretata ambitio". 

      Color canusinus - Color fosco ossia rossiccio in latino rutilus o rufus. Tali erano le lame di Canosa Canusium in Puglia. 



      Color cerinus - Color di cera.

      Color cillius - Color d'asino. 

      Color cinnabaris - Colore cinabro o vermiglione brillante che è un solfuro doppio di mercurio e si trova nativo nelle miniere, è chiamato minium da Vitruvio e Plinio.

      Color coccineus - Color di porpora. Voce generica di veste tinta in cocco. È confusamente detto o puniceus o purpureus. 

      Color colossinus o colossenus - Color che tende al porporino. Viene dal fior ciclamino che il volgo dice pure porcino. 

      Color concluliatus - Colore più pallido del porporino. 

      Color Chrysocolla - comprendente la malachite e lo spato verde. Cibele Dea della Terra veste di verde.

      Color croceus - Color di zafferano. S'intende giallo. Cerere bionda veste di giallo. Teocrito "flavi croci" Ovidio lo chiamò "puniceo croci punicei". Color da lui dato all'aurora "croceo velatur amictu"

      Color cumatilis - È lo stesso che marino o ceruleo. 


      Color ferrugineus - Color di ferro rugginoso. Virgilio disse i giacinti ferruginei cioè lugubri perchè Apollo piange Giacinto.

      Color flammeus - Color di fiamma. La moglie del Flamine si copriva il capo con tal colore. Pallade oltre al color celeste si trova anche con colore di fuoco per mostrarla guerriera. 

      Color flavus - Color biondo proprio delle spiche mature. Virgilio disse flava l'olivo e Pacuvio l'acqua e la polvere. Dal che pare che s'intendesse il flavo un color composto di verde rosso e bianco.

      Color fulvus - Color misto di rosso e verde In alcun prevale il rosso in altri il verde L epiteto di fulvo si dà in latino all'aquila all'aspide all'oro al leone al metallo.

      Color fuscus - Color fosco non è propriamente nero naturale ma mero misto col rossigno e partecipa del castaneo. 

      Color galbinus - Color verde ma pallido e delicato non conveniente ad uomini maturi. Partecipa dell aureo. 

      Color gilvus - Color cinericcio. Quello degli asini pessimo nei cavalli Virgilio. 

      Color glaucus - E' lo stesso che caesius.

      Color helvus - Colore tra il bianco e il rosso. Le uve nè rosse nè negre si dicono helvolae.

      Color laracinthinus - Color di giacinto. Alcuni lo fanno ceruleo altri porporino. Virgilio chiama il giacinto "suave rubens" e altro "ferrugineus" cioè scuro accostantesi al porporino.

      Color Ivalinus - Color di vetro. Si accosta al verde.

      Color lomentum - un azzurro poco pregiato. 

      Color losginus - Color porporino o giacintino. Inclina più alla porpora che al cocco. Vien da un frutice della Galazia. 

      Color impluviatus - Colore che tende al nero. Nonio impluviaeus color quasi fumato stillicidio impletus. 

      Color leucophaeus - Colore tra il bianco e il nero. Nonio è artefatto ma come quel delle pecore. 

      Color lividus - Color livido tra il nero e il piombino. Si trasporta al fisico quando alcuno cadendo si ammacca ed al morale per invidia dei beni altrui. 

      Color laridus - Color pallidissimo Si appropria al morto alla o morte a Plutone Orazio disse "Laridus orcus". 


      Color litteus - Color rosso misto al bianco. 

      Color melinus - Color rossigno un po' pallido come nei pomi maturi.  

      Color niger - Color nero voce di Plauto. È diverso dall'altro. Erodiano descrivendo i funerali di Settimio Severo pone le donne in bianco ammanto e a sinistra il senato romano vestito a nero. Trajano per la morte di Plotina sua moglie andò nove giorni vestito di nero. Era un colore nero molto intenso e lucido.

      Color pleaeus - Colore tra il nero ed il bianco ma in cui prevale il nero Plutarco dice che Antioco alla morte del fratello depose la porpora e prese veste phaea. Questo aggiunto si diede al pane scuro. 

      Color phoeniceus - Color castagno come i frutti delle palme. Si usa nei cavalli e nei capelli.

      Color prasinus - Color verde come il porro. In latino si adopera per le vesti. È uno de quattro colori delle fazioni nei giochi del Circo. 

      Color pressus - Colore il più bello nella porpora. Si dice anche mirtheus. Servio e Isidoro "myrtheum quern in purpura pressum vocazzatis". 

      Color pullus - Color nero simile alla terra. È quello della schiena della lepre. Si usava nel corruccio e le vesti erano pullae color puniceus. 

      Color di sangue - Si confonde dagli autori col phoeniceus. 

      Color purpureus - Color di porpora o rosso purpureo, il più pregiato era ricavato dal corpo del murice. In realtà si trattava di un rosso violaceo molto intenso. Il rosso più color fiamma era invece dato da un ossido di manganese.  

      Color ravus - Color giallo carico. Orazio lo applica ad una lupa. 

      Color robeus o rubeus - Color rosso. Il più comune derivava dalla "robbia", pianta delle zone boschive del Mediterraneo dal cui rizoma, un fusto carnoso orizzontale, si estraeva il colore.

      Color roseus - Color di rosa. S'intende delle rose che biancheggiano a differenza delle altre che rosseggiano. 

      Color rubidus - Color nerissimo. 

      Color rufus - Color rossigno Conviene distinguerlo da ruber. È lo stesso in latino rusus e rutilus Le cagne che si sacrificavano dai Romani a placar la Canicola non si disser mai rubrae ma risae. Così la barba o rufa o rutila non mai rubra. Al contrario il sangue sempre ruber. 

      Color russeus o russus - Rosso ignobile Catullo disse "russeam gingivam". Si trova anche "russea facies""russea tunica""russea fasciola". Fu uno dei quattro colori nelle quattro fazioni ai giuochi del circo color sandaracinus. 

      Color saphirus - Colore azzurro oltremare, si otteneva impastando polvere di lapislazzulo.

      Color sandraca - È un minerale di color giallo d'arancio assai vivo. 

      Color sandreinus - Color simile al cocco. Da sandra.

      Color sil caeruleum - Color cobalto. citato da Plinio, che si trovava nelle miniere di oro e d'argento.

      Color silis ochra - la sostanza più usata fin dall'età più antica fu l'ocra, perossido di ferro idrato, con molte varietà di colore; era considerata migliore l'attica, che era imitata con creta colorata mediante succo di zafferano o decozione di fiori gialli analoghi (violacciocca, erba guada, che davano tinture molto diffuse). 


      Color spadiceus - Color bajo. 

      Color suasus - Color fatto collo stillicidio di fumo su veste bianca. 

      Color subaquilus - Color fosco tendente al nero. 

      Color venetus - Color azzurro. È uno dei quattro colori delle quattro fazioni dei giuochi del Circo Propriamente è il color d acqua o di vetro. Sesto Pompeo vestì del colore del mare dopo la vittoria navale contro Augusto immaginandosi dice Dione d'esser figlio di Nettuno. Augusto donò una veste di color di mare a Marco Agrippa che avea sconfitto l'armata navale di Pompeo.

      Color verus - È lo stesso che color porporino. 

      Color verde mare - Nettuno e le Nereidi vestivano color verde mare  come i capelli dei Fiumi e delle Ninfe. 

      Color vestorianum o puteolanum caeruleum - azzurro, così chiamato poichè un tal Vestorius ne fondò a Pozzuoli una fabbrica; ad Efeso e a Pompei si sono trovati blocchi di questo colore, un composto cristallino contenente silice, ossido di calcio e ossido di rame ottenuto con quarzo fuso e carbonati di rame e di calcio, oltre a carbonato di sodio e potassio usato come fondente.

      Color viridis - Color verde o d'erba Tra gli uccelli è proprio del pappagallo. Per lo più le vesti delle Najadi son verdi.

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        IL TESORO DI MINDELHALL FIG. 1

        Il tesoro fu scoperto dal Sig. Gordon Butcher nel gennaio del 1942, mentre arava il campo di Sydney Ford. Avvertì il proprietario e insieme lo recuperarono. Non si sa se compresero la provenienza degli oggetti, comunque il tesoro non fu segnalato alle autorità, ma nel 1946 vennero scoperti e il tesoro fu dichiarato treasure trove («tesoro trovato»), cioè nascosto con frode, e acquisito di conseguenza gratuitamente dal British Museum di Londra.

        Sembra invece che Ford sapesse benissimo cosa aveva trovato, ma voleva tenersi il tesoro e restaurarlo in segreto. Ciò che lo denunciò furono due dei cucchiai (FIG. 4) visti da un visitatore inaspettato, Hugh Fawcett, un intenditore di oggetti antichi. Così Butcher fu privato del tesoro e della relativa ricompensa, spettante a chi ritrova oggetti in oro o argento sepolti, in quanto il ritrovamento non era stato segnalato alle autorità.

        John W. Brailsford pubblicò il primo catalogo sommario del ritrovamento, e uno studio più approfondito fu pubblicato nel 1977 da Kenneth S. Painter. Il pezzo più affascinante del tesoro, il Grande Piatto, è stato citato in innumerevoli pubblicazioni, tra cui un importante articolo sui «piatti figurativi» tardo romani.

        IL GRANDE PIATTO DI BACCO - FIG. 2
        I componenti del tesoro di Mildenhall vennero esposti al British Museum in mostra permanente nella galleria romano-britannica del museo.

        Il piatto di cui sopra (FIG. 2) é uno dei più begli esempi di arte minore della tardo antichità romana, con un bordo di 135 perline, su un anello circolare verticale posizionato esattamente a un terzo dal bordo. L'intera superficie superiore è decorata in rilievo con dettagli in incisione, divisa in 3 zone decorative in disposizione circolare.

        Il piatto di Mildenhall è in argento sbalzato, con un bordo perlinato entro cui ballano e si muovono personaggi dionisiaci, come menadi e sileni che danzano coi cimbali, con fauni e crateri in terra colmi di vino, tralci d'uva, litui, flauti a nove canne, vasi fioriti e pantere, e in cima stranamente c'è Nettuno. Del resto Venere nasce dal mare.

        E’ un capolavoro di oreficeria, pesa più di 8 kg e rappresenta scene bacchiche con il barbuto Dio Nettuno al centro. Cosa c'entra Nettuno con Bacco o Dioniso che dir si voglia? Nel cerchio più interno del piatto si svolgono in effetti scene marine, con nereidi, tritoni e cavalli marini, mentre nell'ultimo cerchio, il più interno, c'è la testa di un Dio nordico della natura.

        PATERA - FIG. 3
        Insomma un misto di religione romana e celtica, dove il Dio della Terra è il centro ma alla sommità si ritorna al Dio del mare, dalle cui profondità scaturisce la vita.

        Ciò che scopriamo, se abbiamo fortuna, dei tesori romani, é ciò che resta dei valori che furono nascosti all’epoca delle invasioni barbariche e che poi sono stati ritrovati secoli dopo nelle situazioni più inverosimili.

        Il tesoro di Mildenhall (in inglese: Mildenhall Treasure) è un importante deposito di vasellame da tavola in argento di epoca romana, risalente al IV sec. e ritrovato a West Row, nei pressi di Mildenhall (Suffolk, Regno Unito).

        Nella FIG. 3 si ammira un altro elemento del tesoro di Mildenhall, una patera con bordo perlinato, seguito da un grosso bordo piatto e sbalzato, poi una parte concava liscia e infine un medaglione centrale con foglie d'acanto.

        La parte più elaborata è il largo bordo piatto dove si susseguono  tre teste di una divinità, probabilmente una Dea trina, insieme a leopardi, cervi, leoni, cavalli, cani, arieti, piante ed alberi, insomma gli esseri viventi della natura.

        MESTOLI ROTONDI SORRETTI DA DELFINI E MEZZELUNE FIG. 4
        Dato il periodo di guerra non si seppe più nulla sul ritrovamento del tesoro. Gli studiosi della metà del '900 faticarono a credere che dell'argenteria romana di tale bellezza e raffinatezza potesse essere usata nella Britannia romana, per cui si sospettò che non si trattasse di un ritrovamento proprio britannico.

        Si pensava che per un potente e nobile romano, perchè tale doveva essere il proprietario di tanta ricchezza, non si sarebbe adattato a vivere in una terra tanto impervia e fredda come la Britannia, considerato insomma una zona di serie B. Le numerose e ben documentate scoperte di materiale romano avvenute nei decenni successivi, tra cui quella del tesoro di Hoxne, e più avanti ancora, le splendide ville romane scoperte, hanno fatto mutare idea a molti..

        Nella FIG. 5 il piatto dionisiaco vede in alto una Dea che osserva dall'alto mollemente coricata, probabilmente una Venere, in basso un fauno con siringa e lituo accenna passi di danza sulle note di un biflauto suonato da una fanciulla, forse una menade. Accanto un cerbiatto osserva un serpente e qua e là vi sono cimbali e crateri.

        PIATTO DIONISIACO - FIG.5
        Le ipotesi della maggioranza degli studiosi dibatterono parecchio su:

        - l'identificazione degli oggetti,
        - la loro datazione,
        - la loro provenienza dal sito di Mildenhall,
        - i pezzi ritrovati sarebbero ben superiori allo stile e alla qualità dell'artigianato della Britannia romana,
        - poiché nessun pezzo mostra alcun danno conseguente al "ritrovamento" con un aratro o una vanga, è possibile che non sia stato sepolto a Mildenhall  ma che provenga da altro sito, 
        - si è ipotizzato che sia stato sottratto da qualche sito italiano durante la II guerra mondiale, portato in Inghilterra e sepolto per fingere una "scoperta", 
        - la maggioranza degli studiosi sostengono però che si tratti di oggetti sepolti da Romani in fuga con l'intenzione di tornare a riprendere un tesoro poi abbandonato per sempre.

        PATERA - FIG 6
        La patera della fig. 6 ha nel suo centro centro una decorazione geometrica in forma di stella a sei punte spesso utilizzata in modo decorativo in periodo romano, ma senza alcun collegamento con il giudaismo. L'adozione della stella di David come un simbolo ebraico ha avuto luogo soltanto dopo il periodo medievale. Grandi ciotole di questo tipo erano evidentemente destinati a contenere acqua per lavarsi le mani a tavola.

        Il tesoro si compone di:
        - due grandi piatti da portata,
        - due piccoli piatti da servizio decorati,
        - una ciotola dal collo lungo,
        - un servizio di quattro ciotole grandi decorate,
        - due ciotole piccole decorate, due piatti piccoli su alzata,
        - una ciotola flangiata profonda con ampio coperchio a volta,
        - cinque piccoli mestoli rotondi con manici a forma di delfino,
        - otto cucchiai col manico lungo (cochlearia).

        FIG. 7
        Nella FIG. 7 è fotografato in dettaglio un choclearium proveniente dal tesoro di Hoxne ma simile a quelli ritrovati a Mildenhall.

        Nel particolare è possibile vedere il monogramma cristiano chi-rho (combinazione di lettere dell'alfabeto greco, che formano una abbreviazione del nome di Cristo), che negli esemplari di Mildenhall è affiancato dalle lettere greche alfa e omega.

        Evidentemente i proprietari cristiani avevano avuto piacere di imprimere l'emblema religioso sui loro oggetti da tavola, ma viene più facile pensare che questo cucchiaio fosse usato come oggetto per una cerimonia di culto cristiano.

        Il tesoro è composto da vasellame da tavola in argento appartenente a tipologie comuni nel IV secolo, e fu probabilmente nascosto durante quel periodo. La maggioranza dei pezzi è più grande della norma, il che denota un certo sfoggio di ricchezza ma pure un notevole gusto perché tutti i pezzi sono prodotti di un artigianato di alto livello.


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      1. 11/10/18--05:27: PORTICUS MARGARITARIA
      2. RICOSTRUZIONE DEL PORTICUS MARGARITARIA
        La Porticus Margaritaria (dal latino "margarita", perla) era un complesso di edifici commerciali deputati soprattutto alla vendita dei gioielli. Questo edificio è citato solo dai cataloghi regionari (Curiosum urbis Romae regionum XIIII e Notitia urbis Romae), che lo collocavano nella ottava Regio della città, quindi nel Foro Romano.
        Fu nel 64 che le pendici del Palatino divennero zona commerciale, in quanto l'imperatore Vespasiano vi fece costruire il deposito delle merci imperiali, l' Horrea Vespasiani, atte cioè ad accogliere ciò che l'imperatore stesso ordinava dalle varie parti dell'impero.
        IN ROSA IL PORTICUS VICINO AL COMPLESSO DELLE
        VESTALI AL FORO ROMANO (clicca per ingrandire)
        In seguito Domiziano ritenendo poco utili quei magazzini, li trasformò in un centro commerciale, fornito, come si usava, di file di negozi disposti sui due piani, il cui piano superiore era addetto all'abitazione del commerciante che operava nel locale sottostante. Insomma casa e negozio, una soluzione che sarebbe comoda anche oggi.
        Numerose botteghe erano collocate lungo i portici esterni, deputati al commercio di gioielli a cui erano preposti i gioiellieri e i margaritarii, cioè i venditori di perle.

        Numerose iscrizioni, tutte dell'inizio dell'età imperiale, ricordano i gioiellieri e i margaritarii che avevano le loro botteghe "de Sacra via"; perciò si ritiene che la Porticus Margaritaria fosse collocata sulla Via Sacra, probabilmente tra questa e la Via Nova, ad Est dell'Atrium Vestae, dove sono state rinvenute fondazioni dell'età di Nerone pertinenti ad un portico di accesso al vestibolo della Domus Aurea, trasformato successivamente in horreum tramite l'inserimento di tramezzi in laterizio.
        I magazzini, gli horrea Vespasiani, furono infatti edificati sul preesistente edificio neroniano, oggi ne restano purtroppo poche strutture murarie, fortemente danneggiate dal fatto che su di esse furono realizzate le strutture di sostegno degli Orti Farnesiani, strutture murarie che si presentano con scarse relazioni tra di loro e che solo in alcuni punti si conservano in alzato per alcuni metri.

        HORREA VESPASIANI E PORTICUS MARGARITARIA
        Sebbene la parte principale dell'edificio neroniano fosse stata convertita in horrea, Roberto Lanciani riteneva che proprio quella fosse divenuta, almeno in parte e in epoca più tarda, la Porticus Margaritaria. Le opinioni degli studiosi però sono discordanti Christian Hülsen invece concordava con Giordane (storico bizantino di lingua latina del VI secolo), che poneva il portico ai margini della Regio VIII, tra il foro Boario e il foro Olitorio, il mercato di frutta e verdura alle pendici del Campidoglio.
        Secondo alcuni autori moderni, tra cui Silvio Panciera (1970) il portico doveva trovarsi presso il Velabro.
        "Atrio Caci: elencati in regionary cataloghi locati prima della Porticus Margaritaria (Curiosum) e il Vucus lugarius et Unguentarius, Graecostadium. e Porticus Margaritaria (Notitia). potrebbe indicare un luogo vicino alla Porta Carmentalis."
        (L. Richadson - A New topographical dictionary of ancient Roma)


        La collocazione della Porticus Margaritaria sulla Via Sacra è testimoniata dalla presenza nell'area degli horrea piperataria, i magazzini del pepe", un edificio posto nei pressi del Foro Romano, al di
        sotto dell'attuale basilica di Massenzio.
        Gli horrea piperataria, ubicati a nord della via Sacra e costruiti da Domiziano, vennero infatti distrutti in seguito dall'edificazione della basilica di Massenzio, in cui erano commercializzati altri generi d'importazione provenienti da Arabia ed Egitto ed estremamente costosi: pepe e altre spezie. 
        Altri collocavano l'ubicazione del portico nel Velabro, per cui nel 2002 Papi cita due iscrizioni che sembrano far riferimento alla presenza di margaritarii nel Velabro, ma queste iscrizioni sono di lettura poco chiara.
        In realtà sul Vicus Tuscus, che correva lungo il fianco occidentale del colle Palatino, si affacciavano ad est i magazzini per derrate detti Horrea Agrippina, e ad ovest, verso il Campidoglio, la porticus Margaritaria, dove, dopo il 64 d.c., si erano trasferiti i gioiellieri della via Sacra.

        AFRODITE CON COLLANA E ORECCHINI DI PERLE
        La ragione per cui i gioiellieri si chiamassero spesso Margaritarii derivava dal fatto che le perle (margheritae) erano letteralmente adorate dai romani.

        Le donne le ponevano nelle collane dalle ornate chiusure d'oro o d'argento, o sugli orecchini, o nei pendenti, o alle caviglie, o sulle sofisticate borse di cuoio, leggere e ricamate, o cucite sulle vesti, o sui vali, o sui diademi, o in fili d'oro che intrecciavano ai capelli. 

        Insomma la perla, con riflessi dorati o bianchissima, o rosata, soprattutto barocca in quanto non era coltivata e quindi piuttosto irregolare, proveniente soprattutto dalla costiera campana.

        Ma non erano disprezzate neppure le perle di fiume, anche se più piccole e irregolari, era il gioiello più amato, usato e abusato dalla donna romana.




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        DODECAEDRI ROMANI

        L'oggetto misterioso che osserviamo nella foto sopra è chiamato "Dodecaedro romano", è stato reperito in Germania, ed è in mostra al castello di Saalburg vicino a Bad Homburg (Assia) sempre in Germania.

        Si tratta di un piccolo oggetto cavo costituito o in bronzo o in pietra, con dodici facce piatte pentagonali, in cui ogni faccia presenta un foro circolare nel mezzo del pentagono, ed ogni foro ha un diametro diverso. E' datato al II o III sec. d.c. e le loro dimensioni sono molto ridotte, poichè variano dai 4 agli 11 cm. Non viene menzionato in alcuno scritto o immagine dell'epoca romana, e neppure successiva.

        Di questi dodecaedri ne sono stati trovati esattamente 116 (Michael Guggenberger (2013), The Gallo-Roman Dodecahedron, The Mathematical Intelligencer , Vol. 35, Dec.2013, Iss. 4 , pp 56–60), in Galles, Ungheria, Spagna, ad est dell'Italia, ma soprattutto in Germania e la Francia. Sono state avanzate le più svariate ipotesi sull’utilizzo del Dodecaedro Romano:
        - un porta candela, 
        - un giocattolo, 
        - un oggetto per l’osservazione astronomica, 
        - un oggetto per calcolo ingegneristico, 
        - un oggetto semplicemente decorativo,
        - un oggetto con funzione religiosa,
        un campanello per il bestiame.
        - la testa di una mazza cui si potevano infilare bastoni di larghezza diversa (é pure cavo oltre che complicato),
        un oggetto che, dopo averlo riscaldato, venisse utilizzato per massaggi rilassanti. 

        Alcuni hanno sostenuto che non si possano definire romani solo perchè sono stati rinvenuti nell'impero romano, ma il fatto è che solo i romani avevano il potere di diffonderlo in paesi tanto lontani tra loro, a meno che non mettiamo in campo gli UFO, ma anche qui, ammesso e non concesso, l'oggetto non ha nulla di tecnologico, non è nemmeno un oggetto meccanico, a meno che non venga reso tale da congegni che possano inserirvisi dentro.

        La funzione e l'uso di questi dodecaedri rimane inspiegata.



        IPOTESI MILITARE

        L'ipotesi di John Ladd, un ingegnere in pensione, suggerisce che il dodecaedro fosse utilizzato dai romani per definire la geometria ottimale delle loro armi. Secondo l’ipotesi il dodecaedro veniva immerso in un fluido, al fine di migliorare la progettazione e la fabbricazione dei proiettili per le fionde.
        Così, grazie alla Spinta di Archimede, i romani erano in grado di determinare la deviazione della traiettoria dei proiettili. Tutta la teoria, con relativi schemi e disegni, è presentata a questo indirizzo.
        Però non sempre i dodecaedri sono stati rinvenuti in siti militari o campi di battaglia, ma sono stati trovati spesso anche nei pressi di semplici abitazioni.



        IPOTESI INGEGNERISTICA

        La Prof. Amelia Carolina Sparavigna, del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia, al Politecnico di Torino, in un interessante articolo ha ipotizzato che il dodecaedro servisse come strumento per misurare le distanze, soprattutto per il rilevamento e a scopo militare.

        L’articolo dove vengono spiegati i principi di ottica geometrica sottostanti a questa ipotesi lo trovate su arXiv (in inglese) e nel sito del Politecnico in traduzione italiana.

        Sono stati trovati diversi dodecaedri in forma di tesoro, mischiati con monete, che potevano fornire la prova che i loro proprietari consideravano questi oggetti come elementi di notevole valore. Al momento, una specie di dodecaedro con le stesse caratteristiche (fori e sfere) è stato trovato nel sud-est asiatico, e lì i romani non sono mai giunti, almeno a quel che sappiamo (anche se potrebbero esservi giunti per vie traverse).



        IPOTESI ASTRONOMICA

        Nel 2010, Sjra Wagemans, della DSM Research, ha proposto una nuova teoria che assegna una funzione astronomica a questi oggetti. Ha usato una copia di bronzo di un dodecaedro per vedere se era possibile determinare gli equinozi di primavera e in autunno.

        Secondo Wagemans, il dodecaedro è un oggetto legato al ciclo agricolo, sofisticato e semplice al tempo stesso, era usato per determinare senza un calendario, il periodo più adatto durante l’autunno per la semina del grano.

        Ed avere un buon raccolto era di vitale importanza per le legioni romane situate in regioni lontane da Roma. Ciò che è notevole è che Wagemans abbia usato un approccio sperimentale, nel testare il dispositivo su un periodo di alcuni anni e in diversi posti a diverse latitudini.
        C'è da dire che ovunque, in epoca imperiale soprattutto, le popolazioni barbare erano in grado di conoscere le stagioni e soprattutto solstizi ed equinozi. 



        IPOTESI MONETARIA


        Secondo alcuni il dodecaedro avrebbe svolto una funzione monetaria, indicando un certo volume di denaro. Immaginate come sarebbe più facile gestire un dodecaedro che una borsa da cinquanta chili di argento o oro? Forse questo giustifica l' estrema complessità della realizzazione di un dodecaedro. Se la tecnologia di produzione è un segreto governativo, la sicurezza insicura dell' inviolabilità del sistema da parte dei contraffattori.

        Questo contraddice il principio della monetazione romana basata sul pregio del metallo in cui è forgiata la moneta. Un aggeggio di bronzo era troppo facile da imitare, per quanto complesso, se il suo valore estrinseco era molto alto e il suo valore intrinseco molto basso.  Piuttosto inverosimile.


        IPOTESI MAGICA

        Alcuni hanno ipotizzato potesse trattarsi di un amuleto con poteri magici. Diremmo molto scomodo da indossare, di solito gli amuleti potevano essere indossati sotto le vesti, quindi piatti, e spesso di stoffa. Però si suppone che venisse adoperato in cerimonie religiose, magari per inserirvi statuine religiose di diversa grandezza, vale a dire la statuina del giorno. Ma anche questa non convince, perchè le statuine potevano essere eseguite nella stessa grandezza e su una base unica, senza bisogno di un apparato così complesso.

        Tuttavia il fatto che un simil-dodecaedro con fori e sfere, sia stato trovato nel sud-est asiatico forgiato in oro, fa pensare un po'.


        IPOTESI DI 
        SGUBBI GIUSEPPE


        Joselfsgubbus@libero.it
        (archeologo dilettante e studioso della centuriazione romana)


        Codesto oggetto ha 12 facce pentagonali, ognuna delle quali ha un buco circolare o ellitico, di diametri diversi. Al riguardo varie ipotesi, ma solo quella della professoressa Amelia Carolina Sparavigna, (Politecnico di Torino) è sembrata interessante, a suo parere potrebbe trattarsi di uno strumento ottico per misurare le distanze, cioè un telemetro; ruotandolo su sé stesso, era possibile ricavare 6 misure diverse. Questa è una ulteriore ipotesi: tale oggetto si prestava ad essere usato dagli agrimensori romani, per tracciare la centuriazione.

        Come è noto con un attrezzo detto Groma tracciavano un Decumano Massimo, e un Cardine Massimo. Parallelamente ed equidistante a queste strade, ne venivano tracciate delle altre.
        Al seguito di queste operazioni il territorio diventava una scacchiera con identici quadrati o rettangoli, detti centurie, che a sua volta erano oggetto di ulteriori suddivisioni.

        In considerazione del fatto che venivano pure tracciate centurie di diverse misure, vi era la necessita di effettuare moltissime e diverse misurazioni.

        Le loro misure erano basate sul piede (cm 29,57), sul passo, che era un doppio passo, 5 piedi (m. 1,48), sulla pertica, dieci piedi (m.2,95), sull'actus, 120 piedi (m. 35,5 , sul miglio,1000 passi (1480 m). Dal Corpus Agrimensorum e da altre fonti, è possibile conoscere alcuni strumenti che gli agrimensori usavano per misurare.

        Grazie a tutti questi strumenti, specialmente sui terreni livellati, era possibile effettuare delle misurazioni quasi perfette, ma che dire quando ci si trovava di fronte a terreni accidentati, in presenza di corsi di acqua, oppure altri ostacoli naturali?  Utilissimo uno strumento che permettesse misurazioni “ ad altezza d'uomo”, per esempio un Dodecaedro, purchè provvisto di fori.

        Il Dodecaedro sarebbe un tele passus oppure un tele actus. Molti autori di epoca greca, Platone, Pitagora ecc, descrivono il Dodecaedro come una figura geometrica con 12 facce, ma senza fori. Perciò i fori non possono che essere stati aggiunti solo in epoca romana.
        Non si può escludere che grazie a tale derivazione i romani possano aver scelto fra i solidi Platonici ed adattato alle loro esigenze, un Dodecaedro che, oltre a permettere di disegnare perfette figure geometriche, angolo, rettangolo, quadrato ecc, contiene sia il 12 che il 5, le misure “auree” della centuriazione e della astronomia.


        IL DODECAEDRO DI TONGEREN

        A Tongeren, antica Atuatuca Tungorum (in Belgio), a breve distanza dalla bella Basilica di Notre-Dame c'è il museo gallo-romano, che conserva ed espone un piccolo oggetto in bronzo di 200 g del V sec. d.c., probabilmente celtico e rinvenuto durante scavi di fine '800 vicino al fiume Cher, nel Nivernese.

        RIPRODUZIONE DECAEDRO TONGEREN
        Sono stati rinvenuti oggetti simili nella Frisia olandese e nella contea di Pembroke, nel Galles, e ad Arles e sulle rive del Danubio, insomma in zona druidica.

        Anche qui si è pensato ad una concezione 'magica' del Cosmo intero, ad un tentativo di rappresentare il mondo  forse per influenzarlo magicamente

        Francesco Maurolico (1494-1575) 
        "...E li platonici assomigliano quattro solidi regulari a questi quattro elementi [Aria, Acqua, Terra, Fuoco. N.d.A.], et il quinto al Cielo... Il Dodecaedro al Cielo perchè come il cielo è più ampio di tutti gli elementi, et abbraccia ogni cosa, così il Dodecaedro è il più grande de cinque solidi chiusi intra una spera, et può circoscrivere ogn'uno del'altri...".
        Platone scoprì, come base della sua cosmogonia, i solidi simmetrici che da lui hanno preso il nome: il Cubo, il Tetraedro, l'Ottaedro, il Dodecaedro e l ' Icosaedro.
        "... E prima di tutto, che Fuoco e Terra e Acqua e Aria siano corpi, è chiaro ad ognuno. Ma ogni specie di corpo ha anche profondità.. Restava una quinta combinazione e Dio se ne giovò per decorare l'Universo", scrive Platone nel Timeo (XX, 55) associando la "quinta combinazione" - il Dodecaedro - all'intero Creato o ad una sorta di etere che dovrebbe pervaderlo tutto.

        Keplero: "...La Terra è la sfera che misura tutte le altre. Circoscrivi ad essa un Dodecaedro: la sfera che lo comprende sarà Marte. Circoscrivi a Marte un Tetraedro: la sfera che lo comprende sarà Giove. Circoscrivi a Giove un cubo: la sfera che lo comprende sarà Saturno...", e così via.



        QUEL CHE ABBIAMO NOTATO NOI

        - Le piccole sfere che sporgono dai vertici dell'oggetto hanno l'evidente compito di poterlo afferrare con le dita ruotandolo a piacere, cosa più complicata senza di essi.
        - La sua realizzazione non è semplice, per realizzare questo oggetto era necessario molto tempo e duro lavoro.
        - Inoltre non tutti erano forati, e alcuni non avevano nemmeno i piedini sferici:
               
        Un'ipotesi quasi banale, ma a nostro avviso molto verosimile,  potrebbe essere che questi fori servissero per stabilire la calibratura di tubi di piombo per l'acqua, avendo i romani precise regole sulla loro grandezza, lunghezza e inclinazione delle loro condutture. Il fatto che alcuni fossero chiusi significherebbe che avessero semplicemente voluto esemplificare il lavoro, cioè misuravano il tubo, senza inserirlo, e ne misuravano l'ampiezza, sicuramente costava meno, tanto più che alcune non avevano neppure le sferette per la presa. Ma è tutto ancora da vedere.


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        L'Epulum Iovis era una festa religiosa che si celebrava il 13 settembre e il I novembre in onore di Giove, attraverso un lectisternio. Secondo alcuni le due festività cadevano il 13 settembre e il 15 novembre, ma a nostro avviso c'è una confusione con la dedica del Tempio di Giove Ottimo Massimo Capitolino (Iuppiter Optimus Maximus Capitolinus).

        Il tempio, la cui costruzione era già stata avviata dal re Tarquinio Prisco e terminata dopo la cacciata dei re etruschi, venne dedicato infatti dal console Marco Orazio Pulvillo (sorteggiato per l’occasione) il 15 novembre del 509 a.c.. Per l'occasione vi fu una festa che veniva ripetuta ogni anno come ogni dedica ad ogni tempio, però non si faceva mai un lectisternio per la dedica dei templi. Pertanto la seconda data è a nostro avviso il I novembre.

        Secondo l'antica tradizione romana, lo Jovis Epulum, però non riguardava solo Giove ma la Triade Capitolina, quindi Giove, re degli Dei, ma pure Giunone, protettrice dello stato romano e Minerva,  la Dea della guerra, della saggezza e delle arti. In questo giorno infatti venivano festeggiate anche le battaglie estive. 

        Alcuni studiosi pensano nello Iovis Epulum si festeggiasse magari anche la dedica al tempio, perchè non ci sarebbe stato motivo di includervi, come la tradizione riporta, tutta la triade capitolina, però non tutti sono d'accordo su questa inclusione.

        PULVINAR

        IL LECTISTERNIO

        Il Lectisternio era un convito sacro a cui venivano invitate le divinità sotto forma di statue che venivano fatte poggiare su dei "pulvinar" (praticamente divani), con il braccio sinistro appoggiato su un cuscino (pulvinus), una sorta di triclini, anche se il pulvinar era in realtà una tribuna d'onore, come quella che usavano gli imperatori nel presenziare gli spettacoli. 

        Le statue del lettisternio ovviamente non erano in marmo ma in materiale molto più leggero, secondo la maggior parte degli autori era in legno, secondo altri in giunco rivestito di fango, secondo altri ancora fatti di paglia con forma vagamente umana.

        Non si può onestamente pensare che i romani, che pitturavano il prezioso marmo per rendere verosimili gli Dei, e che li vestivano con vesti preziose, in una ricorrenza così importante e vitale usassero dei meri fantocci.

        GIOVE
        Le statue erano sicuramente di legno leggero, ricoperte a calce e dipinte con maestria si che sembrassero vivi. Completavano l'opera le vesti di ogni divinità, in questo caso non seminude ma vestite con stoffe pregiate e intessute d'oro e d'argento, con tanto di nastri, ghirlande e soprattutto gioielli, il tutto accuratamente profumato coi vari incensi.

        Questi letti erano posti nella zona più onorevole della tavolata e gli Dei erano serviti di ricchi piatti, il cui consumo era poi effettuato dagli epulones. Ci si è chiesto se, dato che si trattava di una tribuna, se le statue non fossero poste sedute come appare nelle statue della trinità capitolina, ma oggi molti autori pensano che si usassero nell'epulum un triclinio vero e proprio però con 4 colonne e un tetto che avrebbe protetto le statue in caso di pioggia.

        Poichè la posizione era allungata e coricata su un fianco, e si poggiavano tutti sul fianco sinistro, viene da chiedersi se le statue fossero state scolpite proprio in quella posizione, o fossero fornite di braccia e mani, e magari anche di gambe snodabili. Sicuramente anche le statue delle processioni dovevano essere di legno, ma sarebbe stato difficile usare le stesse immagini che avrebbero potuto reggere male durante le scosse del carro o delle spalle delle persone da cui venivano portate.

        I romani, ovvero lo stato romano, non badava a spese e sicuramente le statue erano diverse. Non sappiamo però se le icone del lettisternio fossero snodabili o meno, ma supponiamo che per una maggiore resistenza delle statue non lo fossero e che quindi dette immagini, tenute nelle celle dei templi, fossero riservate solo ai lectisternii.

        Stava ai sacerdoti e ai loro assistenti prendersi cura delle immagini e tutto ciò che le concerneva per conservarle totalmente integre. Spesso le statue venivano ornate con le elargizioni preziose dei cittadini che volevano cooperare alla buona riuscita del lettisternio.

        La postura della divinità era indicata dal verbo "accubare" (coricare): dinnanzi alla divinità "accubans" si poneva una tavola con sopra delle vivande precedentemente consacrate dai sacerdoti mediante formule cerimoniali e aspersioni (tipo quelle che usano oggi i preti nella benedizione delle case a Pasqua). 

        L' Epulum era dunque un convito sacro a una divinità, e per questo il simulacro della stessa è posto nei pressi della tavola imbandita. La consuetudine del pasto sacro è antichissima, rinverdita da re Numa, come ci riferisce Plinio (N.H. 32, 10). Secondo Festo (Pollucere) nell'Epulum si offrivano diversi cibi che potevano essere: farro, polenta, vino, pane, fichi secchi, carne porcina e di bue, di agnello e di pecora, formaggio, farina di spelta, sesamo e olio, pesci con le scaglie, eccetto lo scaro.

        Gellio ricorda un famoso Epulum Iovis, durante il quale Publio Cornelio Africano e Tiberio Gracco, essendo seduti vicini e ispirati divinamente, diventarono amici da nemici acerrimi quali erano stati in precedenza.

        TRIADE CAPITOLINA

        GLI EPULONI

        Il collegio degli epulones venne istituito nel 196 a.c., ed era costituito da sacerdoti in numero di tre, poi di sette, poi di 10, con l'incarico di curare la preparazione e la celebrazione dell'epulum Iovis. Si occupavano pertanto delle statue e dei banchetti celebrati in occasione dell'Epulum ma pure dei trionfi. 

        Venivano nominati i nuovi dal collegio stesso, tra magistrati almeno pretori (ma a volte anche di grado inferiore). Potevano essere sia patrizi che plebei, purché di ordine senatorio. Avevano il quarto posto nella gerarchia dei collegi sacerdotali maggiori, dopo i pontefici, gli auguri ed i XV viri sacris faciundis.

        Il termine epulone passò poi come a dispregiativo presso i cristiani come indicativo di persone che amano tavole abbondanti e raffinate, per il principio della mortificazione del corpo. In realtà gli epuloni a Roma non avevano questa fama perchè anche se partecipavano al banchetto avevano un compito prettamente organizzativo.


        Memoria del dott. GIUSEPPE MARCHETTI LONGHI
        Ludi e Circhi nell'antica Roma. 

        Ma nell'Epulum Iovis si svolgevano i Ludi Romani.

        "Premio ai vincitori: la corona di quercia, sacra a Giove, in cui onore furono sempre i ludi Romani, e, solo in seguito agli influssi Greci, la palma. Ma il carattere principale di quei giuochi, carattere religioso e trionfale, si rivelava nell'Epulum Jovis, ο banchetto divino apprestato alle tre divinità maggiori, e nella pompa triumphalis, che scendendo dal Campidoglio, attraverso il Foro, entrava nel circo passando per la porta triumphalis, e ne percorreva l'intero giro, processionalmente, fino alle are degli Dei, ove consumavansi i sacrifici di rito.

        Dionigi di Alicarnasso ci ha lasciato la descrizione minuta di questo meraviglioso corteo, descrizione, che tralascio per brevità, solo ricordandone, per dare un'idea della sua magnificenza, i vari elementi: i giovinetti, figli di cavalieri, montati su focosi cavalli od a piedi, ordinati secondo i ranghi militari; gli aurighi, i nudi atleti, i Salii con vesti color di fiamma, e cinture di bronzo, i tibicines e i suonatori di trombe, poi le mensae con i simulacri degli dei, ed infine la lunga teoria dei Magistrati e dei Sacerdoti."


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