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  • 12/08/18--05:16: TIBERINALIA (8 Dicembre)

  • ISOLA TIBERINA

    TIBER PATER

    Tito Livio, nel Libro II, riporta la preghiera rivolta da Orazio Coclite prima che si getti nel fiume nella battaglia contro gli etruschi sul ponte Sublicio: "Tiberine pater te sante precor", O Tiberino, a te indirizzo le mie preghiere, padre santo. Nell’Eneide compare una formula simile: "Tuque, o Tybri, tuo genitor cum flumine sancto", "O padre Tevere, con il tuo santo corso". E' l’invocazione per Enea in guerra con Latino per la conquista del Lazio.

    Dunque il Tevere è padre e il termine Pater è molto arcaico riservato agli Dii Indigetes, ovvero "divinità indigene", non importate da altri culti o religioni, delle quali, in quanto proprie, non è consentito divulgare il nome, tanto che la formula invocativa completa non viene scritta ma solo tramandata oralmente tra i sacerdoti. Il Pater era di solito un Dio Padre che si univa con una Dea Madre, che in questo caso sembra fosse Gea, almeno secondo alcune tradizioni.

    Egli appare nell'iconografia come un uomo adulto, barbuto, robusto, incoronato dall’intreccio di foglie acquatiche mentre, mollemente adagiato, porta con sé una cornucopia e spesso un remo. A volte accanto a lui stanno la lupa e i gemelli o la prua di una nave. In suo onore il Dio Tevere aveva un antico santuario sull'isola Tiberina. Orazio, ricordando uno straripamento del fiume dopo la morte di Cesare, chiama Tiberino sposo di Ilia o Rea Silvia, che egli avrebbe accolto nelle sue acque, cacciata da Amulio.

    TIBER PATER
    Secondo i vari autori poi il Dio era fratello di Fonto, Dio delle sorgenti, e figlio di Giano e di Giuturna, signora delle acque, ma questo quando non fu più Pater. Nel libro VIII dell'Eneide il Dio Tiberino, in forma di vecchio avvolto da un velo verde grigio e coronato di canne, appare in sogno ad Enea e gli suggerisce di risalire la corrente del fiume fino al Palatino, ove sorge il Pallanteo di Evandro. Successivamente diventa un Dio a sè stante con la sua festa e i suoi riti, tanto è vero che aveva un flamine addetto esclusivamente al suo culto.

    In tempi arcaici c'era la festa delle Portunalia, la festa del porto dedicata al Dio Portunus o Portunnus, che secondo alcuni era solo Dio delle porte esteso poi a Dio dei porti, un po' opinabile visto che gli Dei delle porte furono Ianua e successivamente Giano (da Ianuus). E' vero che ogni pagus aveva i suoi Dei ma Ianua (poi Giunone) e Giano (da cui Gianicolo) furono divinità importanti per i romani.

    Per Portunus c'era la festa delle Portunalia, che vennero poi assimilate alle Tiberinalia (o Tibernalia), ma non perchè si trattasse della stessa divinità anche se lo suppone Theodor Momsen.

    Semplicemente il Tevere era la base di tutti i traffici di Roma, quindi fiume navigatissimo e invocatissimo dai marinai e dai commercianti, ma pure dai soldati seppur avessero porti più attrezzati per loro, come quello di Miseno. Il Tevere ebbe tra i suoi appellativi quello di "colubrum", serpente, per la tortuosità delle sue anse viste dall’auguraculum, il punto di osservazione degli auguri sulla rocca capitolina.



    LE FESTE

    Al Dio Tevere vennero dedicate da sempre delle feste importanti romane:
    - i Ludi Saeculares (Ludi Tarentini) ad Tiberim, presso il Tevere, ovvero sacrifici devoluti a Dite e Proserpina,
    - i Ludi Piscatorii dove la prima pesca veniva sacrificata al dio Vulcano,
    - La Tiberina Descensio, la Discesa al Tevere, che vedeva il popolo in festa sulle barche in onore alla Diva Fortuna.
    - La festa degli "Argei" consisteva nel gettare fantocci di vimini nel fiume si dice forse per scongiurare le inondazioni provocate dal Dio Tiberino.
    - infine c'erano le Tiberinalia che sembra si svolgessero anticamente in primavera, per l'inizio della navigazione, ma furono invece più seguite quelle di dicembre, esattamente dell'8 dicembre, nell'anniversario della fondazione del tempio dedicato al Dio sull’Isola Tiberina, feste che si vogliono istituite dallo stesso Romolo, il fondatore di Roma.




    TIBERINALIA

    Nel giorno della festa la gente doveva nutrirsi solo del cibo fornito dal padre fiume, per cui all'alba i pescatori erano usciti con le barche per pescare il pesce che sarebbe servito per il banchetto da consumare nella festa delle Taberinalia.

    In questo giorno di festa, a cui sembra partecipassero pure le Vestali, si allestivano barche ornate di stoffe, nastri e fiori che scorrevano nel fiume rilasciando ghirlande sui cippi posti ai lati del Tevere. Si versavano in acqua anche offerte di vino recitando apposite formule.

    Fatto il giro dei 12 cippi si cucinava il pesce e si allestivano banchetti i cui resti venivano gettati nel fiume come offerta alla divinità. La sera si accendevano torce sulle rive e i sacerdoti aspergevano le imbarcazioni e le reti per la purificazione, infine le torce venivano gettate nel Tevere.


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    SOL INDIGES

    IL TEMPIO DEL SOLE

    Il tempio del Sole venne dedicato a Roma dall'imperatore Aureliano (214 - 275) al Dio Sol Invictus nel 275, per sciogliere il voto fatto per la sua conquista di Palmira del 272. Per questo culto venne istituito un collegio di pontifices (Dei) Solis e pur dei Ludi o giochi annuali con corse nel circo, oltre ai giochi quadriennali (Agon Solis) da tenersi al termine dei Saturnalia, feste per l'insediamento nel tempio di Saturno e alla mitica età dell'oro. In epoca imperiale si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, come fissato da Domiziano (51 - 96).
    Dalle fonti sappiamo che il tempio si trovava nella regio VII "Via Lata", nel Campus Agrippae, e che venne ornato con il bottino di guerra preso a Palmira. L'edificio era circondato da portici, dove aveva sede il deposito dei vina fiscalia, il vino venduto a prezzo ridotto alla plebe di Roma a partire dall'epoca di Aureliano. La localizzazione coincide con l'attuale piazza di San Silvestro, presso la chiesa di San Silvestro in Capite.



    DESCRIZIONE

    Non si conosce esattamente l'orientamento del Tempio rispetto alla via Lata, oggi via del Corso. Sappiamo però che aveva due ingressi, uno dei quali era l'Arco di Portogallo, demolito nel 1662. Aveva due cortili, di cui il primo di 55 m x 75 m con sui lati brevi due emicicli con le le pareti ornate da due ordini di colonne che inquadravano nicchie; mentre gli ingressi ad arco erano inquadrati da colonne giganti per l'intera altezza.

    Un piccolo ambiente quadrato di 15 m x 15 lo immetteva in un secondo cortile più ampio di 130 m x 90 , posto sullo stesso asse, con tre nicchie rettangolari sui lati lunghi. Di queste le due laterali, più ampie, avevano due colonne e una piccola abside, mentre c'erano altre tre nicchie sul lato breve di fondo, quella centrale semicircolare e quelle laterali anch'esse rettangolari, tutte con ingresso a due colonne. 

    Al centro del secondo portico il Palladio disegnò un tempio circolare, privo tuttavia di misure a differenza delle altre strutture e probabile invenzione dell'architetto sul modello del tempio di Ercole a Tivoli.

    SANTUARIO DI TORVAIANICA


    TEMPLUM SOLIS INDIGETIS

    Era una festa che si svolgeva il 9 dicembre, la seconda festa dell'anno in onore del Dio Sol Indiges, ossia il Sole Progenitore di tutte le cose. 


    Il Tempio di Torvaianica

    Sono stati scoperti a Torvaianica, presso Roma, i resti del santuario del Sol Indiges e quelli di due altari dove Enea fece il primo sacrificio per ringraziare gli Dei dell'approdo su una terra ricca d'acqua e cibo. L’area compresa tra l’aeroporto militare di Pratica di Mare ed il litorale di Torvaianica in età antica era occupata da un’ampia laguna che fu bonificata solo nel XVI sec. 

    Qui le indagini archeologiche dell’Università di Roma “La Sapienza”, hanno portato alla luce i resti di un santuario che sorgeva presso lo scalo portuale della città e dove gli autori antichi ambientavano il leggendario sbarco di Enea. Sono visibili le fondazioni in blocchi di tufo pertinenti ad un tempio rettangolare su basso podio. 

    La cella era addossata al fondo ed è possibile ricostruire l’alzato del tempio, che era circondato da colonne su tutti i lati eccetto quello di fondo. L’edificio era delimitato da un ampio recinto murario quadrangolare composto da blocchi di tufo di diverse varietà e completato da una porta d’accesso e due torri difensive (non troppo strane vista l'esistenza del porto e della pirateria).

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO SOL INDIGES SUL QUIRINALE

    Il Tempio sul Quirinale
    In quel giorno cadeva l'anniversario della dedicatio del tempio del Dio Sole Indigete, dove in realtà si festeggiarono poi il Deus Sol Invictus, Helios, El-Gabal e Mitra che finirono per essere assimilati nel periodo della dinastia dei Severi.
    Al contrario del precedente culto agreste di Sol Indiges ("Sole nativo" o "Sole invocato" o Sole Progenitore" l'etimologia e il significato del termine indiges sono dubbie), il titolo Deus Sol Invictus fu formato per analogia con la titolatura imperiale Pius, Felix, Invictus (Devoto, Fortunato, Invitto).
    In realtà il Sol Indiges era un equivalente di Sol Pater, ovvero una specie di monoteismo che ammetteva però tanti altri Dei ma di rango inferiore, un po' come la Fortuna Primigenia o più in generale la Grande Madre Mediterranea.

    Qui sotto l'imperatore Marco Aurelio Probo (ca. 280), con la corona radiata del Sol e nel retro il Sol Invictus alla guida di una quadriga.

    Fu l'imperatore Eliogabalo a introdurre il culto  a Roma facendo erigere un tempio dedicato alla nuova divinità sul colle Palatino. Con la morte violenta dell’imperatore nel 222 d.c., il culto cessò a Roma, anche se molti imperatori continuarono ad essere ritratti sulle monete con l’iconografia della corona radiata solare per quasi un secolo; ma non cessò nelle province e neppure in zone italiche, solo che il culto da pubblico divenne privato.


    AURELIO PROBO E SOL INVICTUS


    CULTO PAGANO - CRISTIANO

    Questo culto ha origine in oriente. Ad esempio le celebrazioni del rito della nascita del Sole in Siria ed Egitto erano di grande solennità e prevedevano che i celebranti ritiratisi in appositi santuari ne uscissero a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante.


    Con tutta probabilità la data venne fissata (nel 440 d.c.) al 25 dicembre per sostituire la festa del Natalis Solis Invicti con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia” (cfr. Malachia III,20). Per cui il Natale costituirebbe la cristianizzazione di una preesistente festa pagana.

    RESTI DELLE COLONNE DEL TEMPIO NEL CORTILE DELLA
    CHIESA DI SAN SILVESTRO
    La data coincide infatti con le antiche celebrazioni per il solstizio d’inverno e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre). Senza notare che il termine Natalis veniva impiegato già per il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell’Urbe e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.c. con la data del 25 dicembre.

    Il greco Dioniso veniva considerato come il divino bambino nato miracolosamente da una vergine celeste. Dioniso era stato latinizzato col nome di Mithra di cui in oriente si celebrava la festa la sera del 24 dicembre. Era il Dio iraniano dei misteri, dell’amicizia e dell’ordine cosmico, nato dalla pietra e portatore della nuova luce “Genitor luminis”.

    L’imperatore Costantino (280-337) risolse così la riunificazione del culto del sole, di cui egli era grande seguace, con il culto del dio Mithra e con il cristianesimo, ed è proprio sotto il suo regno che compare la festa del Natale. Da Roma il Natale si diffonde in Africa, in Spagna e nel Nord Italia, ma è solo sotto l’imperatore Giustiniano (527- 565 d.c.) che il Natale viene riconosciuto come festa legale per l’Occidente.

    Il Sol Invictus nasceva in una grotta come il bambino Gesù, ma Mitra nasceva si in una grotta ma da una pietra che era molto simile all'omphalos, cioè una pietra un conica e bombata percorsa da linee trasversale a imitare la pelle del serpente, rimando alla Madre Terra, al pitone a lei sacro e alle Pitie o Pizie divinatrici sui tripodi sacri.

    Siamo di fronte infatti ad una festa antichissima, quando si festeggiava il 25 dicembre la rinascita del Padre Solare, il Grande Dio che dopo il solstizio (Sol stat) d'inverno vince le tenebre, perchè il sole sorge più alto dall'orizzonte e le giornate tornano ad allungarsi, e la luce vince le tenebre. Secondo le notizie che ci fornisce Marco Terenzio Varrone e poi supportato da Dionigi di Alicarnasso, il culto di Sol Indiges fu introdotto a Roma già dal Re Tito Tazio, quindi un culto anche sabino.

    LA TRINITA' PERSIANA

    LA FESTA

    Durante i Saturnali che andavano dal 17 al 21 di dicembre e la festa del Sol Invictus del 25, ma pure per la festa del Templum Sol Indigetis si usavano gli stessi simboli dell’eterna giovinezza di Dioniso: mirto, lauro, edera. Pertanto i templi e le processioni abbondavano di rami di mirto, di corone di alloro e di tirsi avvolti di edera. 

    Secondo alcuni la festa del Sol Indiges avveniva l'11 Dicembre con l'inizio degli agonalia che in realtà però iniziavano il 10 Dicembre. Al Sol Indiges, che ebbe un santuario sul Quirinale, si offrivano sacrifici in occasione del 9 di agosto, sembra gli si immolasse una capra che rimandava ai sacrifici sia di Dioniso-Bacco che della Madre Terra.

    La processione partiva dal Quirinale dove era il tempio e si snodava per il foro seguendo la Via Sacra fino al Campidoglio, ripercorrendo la Via dei Trionfi seguita dai generali romani vittoriosi, perchè il Sol era a sua volta Invictus, cioè Vittorioso sulle tenebre.

    Durante la festa i sacerdoti offrivano al popolo i "Vini fiscalia", cioè coppe di vino per libare agli Dei. Sembra che dapprima il vino venisse offerto a basso costo, ma poichè il popolo era restio a spendere, seppure in modica quantità, le libagioni non avvenivano e il Dio poteva offendersene. Pertanto per rallegrare Il Sole Invitto si offrì il vino gratuitamente e così il popolo romano libava generosamente, forse anche troppo.

    Per l'occasione il popolo banchettava nelle case o attraverso le bancarelle numerose che offrivano pizze con le olive e il formaggio, lupini, carni secche e pesce salato, il tutto accompagnato dai "Vini fiscalia" offerti dallo stato. Non mancavano musici e danze, ma soprattutto le corse dei cavalli al circo massimo.


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  • 12/11/18--04:36: IL TEREBINTO DI NERONE
  • IL TIREBINTHUS NERONIS

    Il Terebinthus, anche noto come obeliscus neronis, era un mausoleo descritto come più alto della Mole Adriana, secondo altri alto "come" la mole di Adriano, di forma circolare con più tamburi sovrapposti di diametro decrescente interamente ricoperto di travertini.

    Esso venne distrutto da papa Dono o Domno nel 675, tre anni prima della sua morte, e con i suoi travertini venne realizzato il pavimento del "paradiso" di San Pietro (o quadriportico di S. Pietro). Viene rappresentato anche nel martirio di San Pietro del Filarete, al centro fra le due piramidi. 

    L'area interna del quadriportico era in origine un giardino (Paradisus) con all'interno un fontana per abluzioni purificatrici. Con l'aumento dei pellegrini l'area fu pavimentata nel VII secolo e vi fu posta al centro il Pignone, una scultura in bronzo di epoca romana, oggi nel cortile della Pigna nei Musei Vaticani. Secondo altri fu rimossa da papa Borgia nel 1499, ma il Paradiso era anteriore di 800 anni circa.

    La piramide presso il colle Vaticano era detta Meta Romuli (cioè Meta di Romolo), perché la sua forma richiamava in qualche modo le colonne rastremate dette metae che negli stadi romani segnavano le estremità della pista, ma le piramidi edificate a Roma avevano un angolo più acuto di quelle egiziane, cioè erano più strette.

    PORTA IN BRONZO DI S. PIETRO - DI FILARETE
    "Una tradizione o leggenda romana narra che S. Pietro fu giustiziato tra le DUAS METAS, che è, in linea della spina o nel mezzo del circo di Nerone, a uguale distanza dai due obiettivi finali, in altre parole, fu giustiziato ai piedi dell'obelisco che ora troneggia davanti alla sua grande chiesa."
    (Rodolfo Lanciani)

    Ed ecco il portale bronzeo della basilica di San Pietro, realizzato nel 1445 dal famoso scultore Filarete; nel riquadro che mostra il martirio di San Pietro, la Meta è chiaramente riconoscibile in primo piano nell'angolo in basso a sinistra. Ma nell'angolo opposto dello stesso pannello una struttura analoga a forma di piramide è senz'altro il misterioso Terebinto di cui fanno menzione le fonti medievali. Quindi forse quando si narra che "S. Pietro fu giustiziato tra le DUAS METAS" non si parla delle meta di una spina ma di due monumenti a piramide (uno dei quali però a cono).

    Di sicuro sappiamo solo che al tempo in cui il Terebinto fu descritto dalle fonti medievali non era già più lì, mentre la Meta Romuli rimase fisicamente presente fino alla metà del Cinquecento.

    Nel plastico di Gismondi al lato, presso il mausoleo di Adriano (A), 
    sorgono la Meta Romuli (B) e un monumento rotondo (C)
    di pari altezza che potrebbe rappresentare il misterioso Terebinto.

    Diverse fonti sostengono che il materiale di cui erano rivestiti i due monumenti suddetti fu usato per la costruzione della primitiva basilica di San Pietro (terminata attorno al 335). Se l'edificio è realmente esistito, secondo le fonti letterarie potrebbe essere crollato o essere stato distrutto già nell'età classica, in quanto tutti i testi vi si riferiscono in termini di "un tempo sorgeva...".

    Tuttavia della sua esistenza doveva esserne convinto l'archeologo Italo Gismondi, l'autore del famoso plastico della Roma imperiale, che inserì accanto alla Meta Romuli un edificio cilindrico di pari altezza.

    COME VIENE RAPPRESENTATO
    NELLA PORTA DI BRONZO DI S. PIETRO
    Altri nomi con cui la piramide veniva indicata erano Meta di Borgo, dal nome del quartiere che nel corso del medioevo era sorto sull'area suburbana del Vaticano, ed anche Meta di San Pietro, dalla vicina basilica edificata sulla tomba dell'apostolo Pietro, il primo papa.

    Molte delle fonti medievali che descrivono la Meta Romuli citano anche un secondo alto edificio (o monumento) che apparentemente sorgeva assai vicino alla Meta Romuli, più spesso indicato come Terebinto di Nerone, ma in alcuni casi la sua grafia era Terabinto, oppure Tiburtino (cioè fatto di travertino, in latino marmor tiburtinum), il cui scopo e la cui età sono rimasti sconosciuti.

    Secondo una credenza popolare nella piramide era sepolto Romolo, tanto che alcune fonti si riferiscono esplicitamente al monumento in termini di "sepolcro di Romolo". Questa era chiaramente una leggenda.

    Ma il nome Meta Romuli divenne così comune che nel medioevo la piramide tutt'oggi esistente di Gaio Cestio, nonostante abbia un'iscrizione col suo nome, era conosciuta come Meta Remi (la meta di Remo), o come "sepolcro di Remo", in contrapposizione a quella nell'area del Vaticano, nonostante i due monumenti distassero tra loro circa 4 km.

    IV. sul Terebinto di Nerone.
    "Di lato alla Meta sorgeva il Terebinto di Nerone, alto tanto quanto il Castello Adriano. Esso fu rivestito di grandi lastre marmoree. Ed aveva due gironi come il Castello. E i gironi erano coperti nella parte superiore di grandi tavole di marmo per l'acqua. E tale Terebinto sorgeva a lato di dove fu crocefisso il santo apostolo Pietro, là dov'è ora Santa Maria in Trasbedina."
     (dove si può leggere Santa Maria in Traspontina, chiesa del XVI fatta ricostruire dal Papa perchè ostacolava le bombarde di Castel S. Angelo, e che si trova in via della Conciliazione, appunto nel Rione Borgo).

    META ROMULI E PROBABILE TEREBINTO

    Da: Tractatus de rebus antiquis et situ urbis Romae
    (trattato delle antichità e del sito della città di Roma),

    di Anonimo Magliabechiano, XV sec.

    Nell'Almachia (Naumachia), cioè presso Santa Maria in Traspontina, si trova la meta che, si dice, fosse il sepolcro di Remolo, ucciso sul Giano (Gianicolo) per ordine di Romolo; e riguardo a tale meta ho il dubbio che non fosse stata eretta da Romolo per Remolo, perché a quei tempi Romolo e i suoi non erano così tanto potenti. Non trovo altra origine di cui possa fidarmi: ma in ogni modo fu di grande bellezza, rivestita com'era di lastre di marmo, con le quali lastre l'imperatore Costantino fece ornare e costruire il pavimento di San Pietro. L'anzidetta meta aveva attorno a sé un giro di venti gradini, alto dieci piedi, con una platea di travertino, una cloaca e uno scarico. Di fronte ad essa sorgeva il Terabinto di Nerone, che fu eretto sopra le vestigia di un tempio di Giove: da esso proviene la conca della piazza, in cui i sacerdoti parassiti predicavano al tempo in cui il Terabinto esisteva. Dopo la sua distruzione, fu costruito un tempio di Diana e la mole Adriana col ponte, che oggi è chiamato Castel Sant'Angelo, come verrà detto in seguito, secondo quanto si legge nelle iscrizioni, fino all'imperatore Crescenzio, che mutò l'anzidetto nome in Castello di Crescenzio; e tale nome Castel Sant'Angelo, così scelto dal santo papa Gregorio, è stato tramandato sino ai nostri giorni.

    Il Therebinto, o Terebinto , o Terabinto, viene descritta come una piramide a cono più larga della piramide di Cestio e di grande bellezza. A Roma l'Egitto andava di moda, soprattutto dopo la sua conquista  ad opera di Giulio Cesare prima e di Augusto dopo (I secolo ac.), ma soprattutto da quando venne a Roma la bellissima Cleopatra portando in dono obelischi, sfingi e statue, senza contare tutto quello che fece costruire.

    Tuttavia lo storico dell'arte Umberto Gnoli, in un'opera sulla topografia di Roma (1939) sosteneva che in latino medievale questo vocabolo aveva un significato di "ostello", per cui il monumento potrebbe essere stato chiamato meta dopo essere stato trasformato in una struttura di ricovero per pellegrini, alquanto numerosi nella zona. Infatti nel medioevo molti palazzi e case-fortezza incorporarono antiche rovine superstiti allo scopo di rendere il fabbricato più stabile, dato che le tecniche edilizie dell'epoca erano abbastanza primitive. Ma visto le numerose citazioni sul Terebinto, la cosa sembra poco probabile.




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  • 12/12/18--05:08: I CAMPI ELISI
  • I CAMPI ELISI NE "IL GLADIATORE"

    I Campi Elisi, o Eliseo erano, nella mitologia greca e romana, il luogo beato in cui dimoravano, terminata la loro esistenza, le anime di coloro che si erano dimostrati degni di tale ricompensa. Era insomma un equivalente del Paradiso cattolico, non beatificato da una presuntuosa presenza divina che non era ritenuta così appagante, ma da un territorio ideale, con paesaggio e clima splendido.



    IN GRECIA

    I Campi Elisi non sono sempre segati al merito, e soprattutto il merito è un concetto che cambia secondo le epoche e i punti di vista. Per esempio nell'Odissea, Omero annuncia che Menelao è destinato ai Campi Elisi, in quanto marito di Elena figlia di Zeus, pertanto l'aver sopportato di buon animo il tradimento della moglie diventa un merito agli occhi degli Dei. Una specie di nepotismo, che nulla ha a che fare con i meriti.

    In realtà si tratta di un retaggio matriarcale per cui la regina sacerdotessa è più importante del re guerriero, in quanto la regalità è appannaggio della donna e l'uomo può acquisirla solo mediante matrimonio. Ne fa fede Egisto che diventa re perchè ha sposato la regina Clitennestra. Dunque tempo che vivi usi che trovi. I guerrieri morti in battaglia vanno nei Campi Elisi ma pure i filosofi, almeno in Grecia.

    Omero, pone i Campi Elisi ai confini del mondo, facendone la sede di eroi sottratti al fato di morte per speciale privilegio, da identificare con le Isole dei Beati di cui parla Esiodo. Omero li descrive (Odissea -  libro IV 702-712) come un susseguirsi di prati fioriti, senza mai freddo, o pioggia, o neve, ma con eterni soffi di zefiro,  mandati da Oceano a rinfrescare gli uomini. Lì non ci sono malattie, nè sofferenze, nè morte.




    ODISSEA

    A te poi è stabilito, o Menelao prole di Zeus,
    che in Argo patria di cavalli tu non compia il destino di morte.
    Gli dei immortali invece nella pianura Elisia ti manderanno
    e ai confini estremi della terra, dove è il biondo Radamanto,
    e dove per gli uomini il vivere è agevole e senza fatica.
    Non c’è mai neve né il crudo inverno né pioggia,
    ma sempre l’Oceano manda soffi di Zefiro
    dall’acuto sibilo per dare refrigerio agli uomini.
    La tua sposa è Elena e per loro sei genero di Zeus
    .

    (Omero - Odissea - libro IV, 561-570)

    Nella tradizione greca più antica, non c'è nel dopo-morte un concetto di premio e punizione. Solo in seguito si farà una distinzione tra il Tartaro, destinato a tutti gli uomini, e i Campi Elisi, luogo di bellezza e serenità per gli eroi e per gli uomini emeriti.

    Esiodo fa sopravvivere gli uomini alla morte come demoni, dispensatori di buona o cattiva sorte, gli uomini dell’età dell’oro e dell’argento, probabile segno che nei tempi più antichi gli avi proteggevano o avversavano i loro eredi, probabilmente in base agli onori ricevuti.

    Agli eroi invece Zeus destina una dimora ai confini del mondo (le Isole dei Beati) dove vivono una vita senza dolori, ma senza ingerenze nel mondo dei vivi. La visione omerica della morte coincide con una situazione di non-esistenza: dopo la vita data e tolta dalla Moira, ogni vita rientra nel nulla da cui è uscita. Naturalmente fanno eccezione gli eroi.

    In un’altra prospettiva, si indica con Elisi un luogo dell’Ade riservato a coloro che ben operarono in vita, mentre agli empi, che avversarono Dei ed eroi, sono destinate le sofferenze del Tartaro, corrispondente dell'Ade. Ovidio, nelle Metamorfosi, descrive il regno dove dimorano gli uomini indegni:

    “C’è una via che in declivio si perde fra il fosco di tassi funerei; attraverso muti silenzi conduce agli inferi. Lo Stige pigro esala nebbie, e per lì discendono le nuove ombre, i fantasmi di coloro che sono stati onorati di sepoltura. Pallore e freddo ristagnano dappertutto su quegli orridi luoghi, e i morti appena arrivati non sanno dove sia la strada, da dove si passi per giungere alla città infernale, dove sia il tremendo palazzo del nero Plutone.
    La capace città ha mille entrate, ha porte aperte dovunque; e come il mare accoglie i fiumi di tutta la terra, così quel luogo accoglie tutte le anime, non è piccolo per nessun popolo, non sente l’arrivo di nessuna folla. Errano esangui le ombre, senza corpo e senza ossa, e in parte si accalcano nella piazza, in parte nella reggia del sovrano dell’abisso, in parte esercitano qualche attività, a imitazione della vita di un tempo, altre ancora sono costrette a scontare una pena.”

    (Ovidio - Metamorfosi - libro IV: 431-446)




    A ROMA

    Anchise, eroe troiano della stirpe di Dardano, fu sposo di Afrodite e padre di Enea. Reso storpio, o cieco, da Zeus per essersi vantato delle nozze divine, scampò alla rovina di Troia portato a spalla da Enea. Morto poi di vecchiaia in Sicilia, Enea risale lo stivale e arriva in Campania, al lago d'Averno, per consultare la Sibilla; ella lo accompagna fino ai Campi Elisi, dove incontra il suo defunto padre Anchise, che gli predice il suo futuro.

    Per i greci dunque i Campi Elisi erano collocati sotto terra, dove i "beati" vi conservavano le loro spoglie mortali e si dedicavano alle occupazioni più gradite, soprattutto di filosofia e letteratura.
    Anche nella religione romana ricorre spesso la descrizione di questi luoghi, come quella contenuta nell'Eneide, Virgilio però, a differenza di Omero, colloca l'Elisio all'estremo confine occidentale della Terra, in un luogo non sotterraneo, nei pressi dell'Oceano. Virgilio del resto immagina l'Elisio sulla scorta di Platone, il quale per primo lo pensò con un suo proprio sole, più splendente del nostro.

    Nel libro V dell'Eneide, Enea dopo la sua fuga da Troia, arriva a Cuma per consultare la Sibilla, la quale lo accompagna nell'Elisio, dove incontra il padre Anchise morto da poco tempo, nel libro VI invece è la Sibilla che parla all'eroe troiano.



    ENEIDE

    "… mentre s'alternavano questi discorsi, l'Aurora sulla rosea quadriga
    aveva attraversatola metà del cielo con etereo cammino;
    e forse trascorrerebbero in essi tutto il tempo concesso,
    ma la guida ammonì e brevemente parlò la Sibilla:
    la notte precipita, Enea, e noi protraiamo le ore piangendo.
    Qui la vita si divide in due parti:
    la destra si dirige alle mura del grande Dite,
    per essa il nostro viaggio in Eliso; la sinistra
    esercita il castigo delle colpe e conduce all'empio Tartaro".

    (libro VI, 535 - 544)


    Poter penetrare nell'aldilà e uscirne vivi è un grande privilegio, pochissimi coloro che poterono accedere agli Elisi, si ricordano: Anchise, Dardano, Assaraco, Museo, Orfeo, Menelao e Cadmo e Armonia, trasformati in dragoni. Enea è fra costoro.
    Secondo alcuni autori nei Campi Elisi vi scorre il Lete, il fiume dell'oblio: le anime che bevono la sua acqua - e dunque solo quelle dei virtuosi - possono reincarnarsi in un nuovo corpo, avendo cancellato ogni ricordo della vita precedente.

    "… tuttavia recati prima nelle inferne sedi di Dite;
    nel profondo Averno, figlio, vieni all'incontro con me.
    Non m'accoglie l'empio Tartaro, tristi ombre;
    mi trovo nelle amene adunanze dei pii e nell'Eliso.
    La casta Sibilla ti condurrà qui per molto sangue di nere vittime.
    Allora apprenderai tutta la tua discendenza e le mura assegnate ".

    (libro V, 731 - 737)


    E infatti la Sibilla lo guida, e l'ammonisce:

    E’ facile la discesa in Averno;
    la porta dell’oscuro Dite è aperta notte e giorno;
    ma ritirare il passo e uscire all’aria superna,
    questa è l’impresa e la fatica. Pochi, che l’equo
    Giove dilesse, o l’ardente valore sollevò all’etere,
    generati da Dei lo poterono. Selve occupano tutto
    il centro, e Cocito scorrendo con oscure sinuosità lo circonda
    .”

    (Eneide, VI, vv. 126-132)




    LA VITA FELICE DEI CAMPI ELISI

    Però Omero segretamente pensa che chi è morto resta morto, cioè resta un'ombra di ciò che fu da vivo, senza un corpo che possa dargli piacere e vita. Infatti quando Ulisse, giunto nel paese dei Cimmeri  scende nell’Ade e incontra Achille: « Ma di te, Achille, nessun eroe, né prima, né poi, più felice; prima da vivo t'onoravamo come gli Dei noi Argivi, e adesso tu signoreggi tra i morti, quaggiù; perciò d’esser morto non t’affliggere, Achille ».

    Ma Achille risponde: “Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. Vorrei esser bifolco, servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza, piuttosto che dominare su tutte l’ombre consunte» E ancora Ulisse incontra sua madre nell’Ade e tenta di abbracciarla: «Così parlava: e io volevo – e in cuore l’andavo agitando – stringere l’anima della madre mia morta. 

    E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava ad abbracciarla; tre volte dalle mie mani, all’ombra simile e al sogno, volò via: strazio acuto mi scese più in fondo, e a lei rivolto parole fugaci dicevo: Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti, che anche nell’Ade, buttandoci al collo le braccia, tutti e due ci saziamo di gelido pianto? O questo è un fantasma che la lucente Persefone manda perché io soffra e singhiozzi di più? 

    Così dicevo e subito mi rispondeva la madre sovrana: Ahi figlio mio, fra gli uomini tutti il più misero... non t’inganna Persefone figlia di Zeus; questa è la sorte degli uomini, quando uno muore: i nervi non reggono più l’ossa e la carne, ma la forza gagliarda del fuoco fiammante li annienta, dopo che l’ossa bianche ha lasciato la vita; e l’anima, come un sogno fuggendone, vaga volando




    IL MITO

    Nel mito, presente nella letteratura greca almeno da Esiodo, ma probabilmente derivato da precedenti racconti dei Fenici grandi navigatori, c'erano le Isole dei Beati, a volte identificate con i Campi Elisi, splendide isole dal clima dolce nelle quali la vegetazione rigogliosa fornisce cibo senza che gli uomini abbiano bisogno di lavorare la terra. 

    Gli Dei destinano alcuni eroi a vivervi un'eterna vita felice. Insomma somiglia moltissimo al Paradiso Terrestre, solo che non è a tempo come quello e nessuno li scaccia. Del resto nelle isole beate vanno quelli che gli Dei li hanno onorati, anche se la religiosità degli antichi era solo una parte della vita quotidiana, e solo una parte della loro etica. 

    Molto influiva infatti l'aver difeso la patria, o aver conseguito la sapienza, o la filosofia, o la poesia, o la letteratura. La religione presso i romani non era mai fanatica, un buon romano stava coi piedi per terra e non sperava che fossero gli Dei a risolvergli i problemi. Meritarsi i Campi Elisi non era poi così difficile, e non c'era bisogno di sacrificarsi.

    Così dopo la morte ci si ritrovava a passeggiare su morbida erba sotto un cielo terso che nessuna nuvola offuscava, con placide colline e valli ombrose, rocce variegate e boschi profumati. La natura veniva qui riproposta nei suoi aspetti più miti, ma pure rigogliosa di frutti e di fiori, miracolosamente tenuti in vita senza una goccia d'acqua.

    Virgilio  invece, presuppone per le anime dei meritevoli un mondo meraviglioso ma sotterraneo. Egli mostra ad Enea sulla sua sinistra il Tartaro, dove sono condannati quanti hanno tradito la patria, o i valori romani (fides, honus e pietas) e quanti si sono resi colpevoli di gravi delitti verso i loro parenti.

    Sulla destra, invece, si trovano i meravigliosi Campi Elisi.che pur trovandosi sotto terra «conoscono un loro sole e stelle loro». Qui abbondano i prati e i boschi prati e boschi irrigati «dal corso copioso dell’Erìdano» (in realtà un fiume greco), dove i beati, senza fissa dimora, (cioè che possono andare dove vogliono, continuano a esercitarsi nelle attività che svolgevano in vita, la ginnastica, la cura delle armi, la danza, il canto, la poesia. Pertanto sono destinati agli Elisi: 

    - « il manipolo di quanti han patito ferite combattendo
    - per la patria, e sacerdoti puri per quanto han vissuto,
    - e poeti sacri che hanno cantato cose degne di Febo,
    - e chi ha reso più bella la vita scoprendo saperi, o comunque
    - si è meritato di lasciare negli altri memoria di sé ». 

    Mescolando fonti filosofiche differenti, Virgilio descrive qui anime di grandi personaggi che ritorneranno in vita reincarnandosi in futuri eroi della storia romana. Virgilio resuscita la dottrina della reincarnazione di derivazione orfica e pitagorica per il suo panegirico augustano. Nei pressi del fiume Lete le molte anime che bevono dell’acqua per dimenticare tutto il passato e per reincarnarsi in altri corpi.

    Così i grandi eroi del passato si sono reincarnati nel suolo romano per sostenere non solo la propria familia e la propria gens, ma il popolo romano tutto. Il poeta sancisce la grandezza di Roma destinata da lungi dagli Dei con una storia gloriosa che va dalla fine di Troia alla fondazione dell'Urbe, fino all’età di Augusto.



    LA COLLOCAZIONE DEI CAMPI ELISI

    Dette anche Insulae Fortunatae, le Isole dei Beati, o campi Elisi che dir si voglia, vengono descritte come isole dell'Oceano Atlantico presenti nella letteratura classica sia in contesti mitici sia in opere storiche e geografiche. Da Claudio Tolomeo (100 d.c. - 175 d.c.) in poi si è sempre sostenuto che coincidessero con le isole Canarie. Cicerone invece ha rappresentato la sede dei beati nella Via Lattea nell’opera Somnium Scipionis.

    Per Diodoro Siculo si tratta di un'unica isola che non accoglierebbe nè divinità né beati, si troverebbe in mezzo all'Oceano, a molti giorni di navigazione al di là delle Colonne d'Ercole (Stretto di Gibilterra), e sarebbe stato un antico possedimento cartaginese.

    Secondo Plutarco i Campi Elisi, ovvero delle mitiche Isole beate, disterebbero dall'Africa sarebbe di 10.000 stadi (circa 1.600 km).

    Per Plinio il Vecchio le cosiddette Isole Fortunate sarebbero le Isole Canarie e Tolomeo II secolo d.c.), che nella sua Geografia (Geographike Hyphegesis) ne dà conferma facendovi pure passare il meridiano di riferimento. D'altronde il nome Isole Fortunate fu sempre usato fino all'età moderna per indicare le Isole Canarie.

    Tuttavia l'identificazione delle Isole Fortunate con le Isole Canarie, operata da Plinio il Vecchio, Tolomeo e altri autori, non spiega l'origine del mito, che si pensa derivi da racconti di isole caraibiche visitate da Fenici o Cartaginesi. Un'ipotesi, basata sull'analisi delle testimonianze di Diodoro Siculo, Plutarco e altri autori, a fatto pensare ad alcuni studiosi che i Campi Elisi potessero riferirsi a terre più occidentali delle Canarie, forse la stessa Cartagine.

    L'assenza del ciclo stagionale, congiunta alla ricchezza della vegetazione, avrebbe giustificato la felicità dei luoghi, perchè non si soffre il caldo, ma neppure il freddo che costringe a ripararsi con le vesti. Non essendovi freddo, nè pioggia nè neve non occorre fabbricarsi capanne nè case.

    Se non si deve badare alle vesti nè alla casa e se i frutti della terra vi germogliano spontaneamente evidentemente non si deve lavorare per sopravvivere. Nell'idea del non lavorare c'è anche l'idea dell'assenza della morte, che è la fonte di tutte le paure e di tutti i mali.


    BIBLIO

    - Esiodo, Le opere e i giorni, 166-173
    - Pindaro, Olimpica II, 61-76
    - Plutarco, Vite parallele
    - Ovidio - Metamorfosi - IV: 431-446
    - Claudio Tolomeo, Geografia
    - Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, V, 19-20
    - Pomponio Mela, Chorographia, III, 102.
    - Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VI, 202-205
    - Pseudo-Aristotele, De mirabilibus Auscultationibus, 84


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    TELLUS NELL'ARA PACIS

    Dei documenti greci, il più antico è l'Inno alla Terra, uno degli inni cosiddetti «omerici», anche se databile posteriormente, agli inizi del secolo VI a.c. :

    "Mi accingo a cantare alla Terra, Madre universale dalle solide fondamenta,
    vecchia venerabile, che nutre quanto si trova sulla superficie di essa.
    Da te procede la fecondità e la fertilità, o Sovrana!,
    e da te proviene dare e togliere la vita agli uomini mortali.
    Beato colui al quale tu, benevola, rendi onori;
    questi ha tutto in abbondanza... dea augusta, generosa divinità!
    Salve, Madre degli Dei, sposa del Cielo stellato!
    Concedimi una vita felice come premio al mio canto!
    D'ora in poi mi ricorderò di te nei rimanenti canti."

    Tellus è spesso identificata come la figura centrale sul cosiddetto: “pannello del sollievo dell’Italia” nell’ Ara Pacis, che appare qui sopra, e che è incorniciato da bucrani (teste di bue ornamentali) e motivi di vegetazione, di abbondanza e di fertilità animale.

    Gli attributi di Tellus erano la cornucopia, o mazzi di fiori o frutta. La parola Tellus, Telluris, in latino indica la terra, il territorio, e lo stesso pianeta Terra. Da questa divinità sembra derivi la formula "tellus  tersa", che significa "terra ferma".



    ETIMOLOGIA

    L' etimologia di Tellus è incerta; è forse legato al sanscrito Talam, "terra pianura". Nel IV secolo d.c. il commentatore Servio distingue tra Tellus e Terra in uso. Terra, dice, è correttamente utilizzato come Elementum, uno dei quattro elementi classici con l'aria (Ventus), acqua (Aqua), e il fuoco (Ignis); Tellus invece è la dea, il cui nome può essere sostituito (ponimus ... pro) per la sua sfera funzionale della terra, proprio come il nome Vulcanus viene utilizzato per il fuoco, Cerere per i prodotti, e Liber per il vino.  

    Tellus si riferisce quindi alla divinità custode di Terra e, per estensione, il mondo stesso. Tellus può essere un aspetto del nume chiamato "Dea Dia" dai sacerdoti Arvali, o almeno una stretta collaboratrice come "divinità del cielo sereno."

    DEA TELLUS

    LA CERIMONIA

    La festa era inaugurata dal Flamine dei Cereali e dalle Vestali addette al Fuoco Sacro, che offrivano in olocausto una vacca (o una scrofa) gravida, in onore della Madre Terra che aveva accolto i semi. Nell’antica religione romana, la credenza ed il mito di Tellus Mater o Terra Mater ("Madre Terra") dovevano racchiudere diverse divinità della terra. Anche se Tellus, il nome della dea della terra originale nelle pratiche religiose della Repubblica e Terra sono difficilmente distinguibili durante l' epoca imperiale. 

    Marco Terenzio Varrone (116 – 27 a.c.) letterato, grammatico, militare e agronomo romano, elenca Tellus come una dei Selecti, una delle venti principali divinità di Roma, e una delle dodici divinità agricole. Dell'autore dice Cicerone:
    «Tu ci hai fatto luce su ogni epoca della patria, sulle fasi della sua cronologia, sulle norme dei suoi rituali, sulle sue cariche sacerdotali, sugli istituti civili e militari, sulla dislocazione dei suoi quartieri e vari punti, su nomi, generi, su doveri e cause dei nostri affari, sia divini che umani

    In seguito la Dea venne associata a Ceres (Cerere), nei rituali relativi alla terra ed alla fertilità agricola. In genere viene raffigurata reclinata su un fianco, come distesa sulla “sua” terra. In questo ricorda un po' la Dea neolitica di Malta, che però sembra sdraiata su un piatto, come a significare non solo la Terra ma anche il cibo, visto che gli umani e gli animali si nutrono del suo corpo. 

    DEA MALTESE
    - Varrone identifica Terra Mater con Ceres:
    “Non senza causa era la Terra chiamata Mater e Cerere. Si credeva che chi la coltivava conduceva una vita pia e utile ( piam et utilem vitam), e che i contadini erano gli unici sopravvissuti dalla linea di re Saturno.”

    - Ovidio distingue tra Tellus come il "luogo della crescita", e Cerere come "la sua causa agente".

    Mater, "la madre", è spesso usato come un titolo onorifico per alcune Dee, tra cui Vesta, pur essendo una vergine. "Madre" esprime quindi il rispetto che si deve a colei che ci ha generato, anche se Tellus e Terra sono entrambi considerate anche come madri in senso genealogico.

    Le feste dedicate a Tellus riguardavano soprattutto l'agricoltura ed erano spesso connesse con Ceres, onorate a gennaio come "madri dei prodotti " nella festa mobile (conceptivae Feriae) delle sementivae, la festa della semina. Il suo omologo greco è Gea (GE Mater) 

    SACRIFICIO BOVINO

    IL TEMPIO DI TELLUS

    Il 13 dicembre era in realtà l'anniversario del Tempio di Tellus e veniva celebrato con un lectisternio (banchetto) per Ceres, che incarnava il potere riproduttivo della terra. Nel lectisternio una statua della Dea, si presuppone di legno, veniva sdraiata su un triclinio posto nel tempio e le veniva offerto il banchetto a cui partecipavano i sacerdoti e i dignitari invitati. 

    Alla Dea, la cui statua era vestita e addobbata a festa, con nastri e gioielli offerti dalla pietas popolare, veniva posto il cibo nel piatto e la bevanda nel bicchiere. Alla fine del banchetto il cibo della Dea veniva bruciato e il vino sparso in terra insieme alle ceneri ottenute, giustamente un'offerta alla Dea Terra. In questa occasione si sacrificava una vacca incinta, per favorire la rinascita dei semi di grano già piantati.

    Il Tempio di Tellus è stato il punto di riferimento più importante della Carinae, un quartiere alla moda sul Colle Oppio, vicino alle domus  appartenenti a Pompeo e alla famiglia di Cicerone. Il tempio era il risultato di un votum realizzato nel 268 a.c. da Publio Sempronio Sophus, quando un terremoto colpì nel corso di una battaglia contro i Piceni. Occupava l'ex sito di una casa di proprietà di Spurio Cassio, demolita quando lui fu giustiziato, nel 485 a.c., (pochi anni dall’inizio della Repubblica, nata nel 509) per aver tentato di farsi re.

    Il tempio costruito da Sophus aveva per anniversario (dies natalis) cioè del suo impegno e molto probabilmente dell’apertura, la giornata di oggi: il 13 dicembre. Un oggetto misterioso chiamato "magmentarium" si trovava nel tempio,  conosciuto anche per una rappresentazione del suolo italico sul muro, o una mappa o una allegoria. Era il territorio di Roma. Non a caso quel terremoto, (scossa tellurica), aveva fatto nascere il voto del condottiero durante una battaglia di conquista sull’Adriatico.

    Una statua di Quinto Cicerone, istituito da suo fratello Marcus, si trovava nel recinto del tempio. E Cicerone stesso scrive che la vicinanza della sua proprietà ha spinto alcuni romani a credere che la sua famiglia avesse la responsabilità di aiutare a mantenere il tempio.

    TELLUS NELL'IPOGEO DI VIA DINO COMPAGNI


    LE FORDICIDIA

    Ma Tellus riceveva il sacrificio di una mucca incinta alla festa del Fordicidia, festa attribuita a Numa Pompilio, il Sabino, secondo re di Roma: una festa di fertilità e zootecnia che si teneva il 15 aprile, a metà del Cerialia (aprile 12-19).

    Si narrava che durante un periodo in cui Roma era alle prese con condizioni agricole difficili, Numa fosse stato incaricato dal rustico Dio Fauno, in sogno, di un sacrificio a Tellus. Come spesso accade con gli oracoli, il messaggio richiedeva una certa interpretazione:
    "Con la morte del bestiame, Re, Tellus deve essere placata: due mucche, ma una singola giovenca che possieda due vite (animae) per il sacrificio."

    Numa risolse l'enigma istituendo il sacrificio di una mucca incinta. Lo scopo del sacrificio, come suggerito da Ovidio, era quello di assicurare la fertilità del grano piantato e già in crescita nel grembo della Madre Terra in veste di Tellus.

    Questo sacrificio pubblico si era poi trasformato in olocausto (dal greco holòkaustos, "bruciato interamente") che veniva celebrato per conto dello stato, e per ciascuna delle trenta curie, le più antiche divisioni della città fatta da Romolo dalle tre tribù originarie.

    Il sacrificio di stato veniva presieduto dalle Vestali, che useranno la cenere dell'olocausto per preparare il suffimen, una sostanza rituale usata più avanti nel mese di aprile per le Parilia. In realtà solo gli embrioni dei vitelli venivano bruciati dalle vestali, che ne usavano le ceneri per purificare il popolo nei Parilia, il 21 aprile. Il resto, cioè la mucca, veniva bruciata dai sacerdoti.

    CERERE - TELLUS

    NATALE DI ROMA

    Il 21 aprile, il giorno di fondazione (dies natalis) di Roma era anch'essa una festa di Tellus:
    celebrazione della terra “posseduta”, propria: e quindi del pomerium, cioè la città.


    I GIOCHI SECOLARI

    Durante i Giochi secolari tenuti da Augusto nel 17 a.c., la Terra Mater fu tra le divinità onorate nel Tarentum del Campo Marzio, con cerimonie condotte secondo il  "rito greco" ( Ritus Graecus ), (la distinzione dal Tellus romana il cui tempio era all'interno del pomerio) e ci fu l'olocausto di una scrofa incinta.  

    I Giochi secolari di 249 a.c. furono dedicati agli inferi divinità Dis Pater e Proserpina, il cui altare sotterraneo era in Tarentum. Il seme sotto terra, riporta sempre agli dei inferi. Sotto Augusto, i Giochi (ludi) sono stati dedicati ad altre sette divinità, invocate come Moerae , Iuppiter, Ilithyia , Giunone, Terra Mater, Apollo e Diana. 


    IL CERIALE SACRO

    Il Ceriale sacro ("il rito  dei cereali ") era celebrato in onore di Tellus e Cerere, da un flamen, sicuramente il Flamen Ceriale, che procedeva all'invocazione assieme a dodici aiutanti. Secondo Varrone, le due dee ricevevano congiuntamente il "praecidanea porca", un maiale sacrificato in anticipo del raccolto. Alcuni riti originariamente di pertinenza Tellus potrebbero essere stati trasferiti a Ceres, o condivisi con lei, come risultato della sua identificazione con greca Demetra.


    I RITI DI PASSAGGIO

    Tellus è ritenuta essere comunque presente durante tutti i riti di passaggio, in modo implicito, o invocata. Era coinvolta nelle cerimonie alla nascita di un bambino, quando il neonato era posato a terra, immediatamente dopo la nascita e veniva invocata anche in occasione dei matrimoni romani.

    TELLUS- CERERE
    Iscrizioni dedicatorie però a Tellus o Terra sono relativamente poche. Si trovano epitaffi durante il periodo imperiale, che a volte contengono espressioni formulari, come: "Terra Mater, mi ricevi."

    Nella zona mineraria della Pannonia, si trovano iscrizioni votive e dediche a Terra Mater da villici, sorveglianti di schiavi imperiali che gestivano le operazioni negli stabilimenti del minerale di fusione (Ferrariae). 

    E qui bisogna pensare al materiale che viene fuori dalle viscere della terra. 

    L'imperatore Settimio Severo restaurerà un tempio della Terra Mater a Rudnik, una zona mineraria d'argento della Mesia Superiore: un tempio di 30 per 20 metri, che si trovava situato apposta, all'ingresso della zona di lavoro. 


    IL PAREDRO DI TELLUS

    Il suo complemento maschile era un dio del cielo, come Caelus ( Urano ), o una forma di Giove e tra gli Etruschi, ma è anche menzionato un certo Tellumo o Tellurus, menzionato però raramente e del quale sappiamo troppo poco.


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    SCUTA RES PUBLICA

    Nome: Aulus Atilius Calatinus
    Nascita: Caiazzo
    Morte: 216 a.c.
    Gens: Atilia
    Consolato: 258 a.c., 254 a.c.
    Dittatura: 249 a.c.


    Aulo Atilio Calatino, ovvero Aulus Atilius Calatinus (i fasti capitolini danno Caiatinus) apparteneva alla gloriosa gens Atilia, che trasse origine dal popolo tirrenico dei Volsci, grandi nemici di Roma prima, e diventati del tutto romani dal 345 a.c. dopo la spartizione economica e politica della zona fra Roma e i Sanniti.

    Da ricordare che il primo Atilius a diventare console fu l'eroe Marcus Atilius Regulus Calenus nel 335 a.c., dieci anni dopo. La gens Atilia ebbe 19 consoli al servizio di Roma, di cui ben 12 nell'arco delle tre guerre puniche e solo tre in età imperiale, epoca in cui evidentemente questa gens divenne meno influente.

    GENS ATILIA
    Aulo Atilio nacque a Caiazzo non si sa in quale data e morì, ma non se ne conosce la località, nel 216 a.c. Fu un politico e generale romano che combatté durante la I Guerra Punica.

    - 259 a.c. - Aulo Atilio Calatino era succeduto nella conduzione della I guerra punica al console del 259 a.c., Gaio Aquillio Floro: dopo avere attaccato Palermo espugnò Mistretta (Mytistratus) ed altre città, ma non le isole Lipari.

    - 258 a.c. - Fu eletto console per la prima volta nel 258 a.c., durante la I guerra punica, e condusse vittoriose operazioni di guerra in Sicilia, ma, sorpreso in una stretta dal nemico, il suo esercito fu salvo solo per il sacrificio di un eroico tribuno militare (chiamato Quintus Caedicius in Gellio, III, 7, Laberius o Lucius o Marcus Calpurnius Flamma da altri) e di 400 uomini (secondo altri autori 300). Il tribuno, vedendo l'esercito consolare accerchiato, trascinò con sé alla morte 400 volontari per aprire alla legione una via di scampo. Atilio prese tuttavia Camarina, Enna e altre città, ma fu l'anno successivo che celebrò il trionfo come pretore.

    - 257 a.c. - Infatti secondo i fasti trionfali nel 257 a.c. celebrò il trionfo come pretore, e in maniera splendida. Si giustifica il rango pretorio del trionfo con il fatto che Aulo Atilio, pur essendo stato console nel 258 a.c., era pretore al momento della celebrazione.

    - 256 a.c. - Rimase in Sicilia l'anno seguente come proconsole, e trionfò de Poenis nel gennaio 256. 

    - 254 a.c - Fu poi (di nuovo) console nel 254 a.c., insieme a Gneo Cornelio Scipione Asina (310 - 245 a.c.), con cui espugnò Palermo, ma solo Asina ottenne il trionfo. Strano, visto che precedentemente Scipione era stato sconfitto alle isole Lipari dai cartaginesi.

    - 249 a.c. - - Doveva tuttavia avere un grande prestigio perchè dopo il disastro della battaglia di Trapani fu eletto dittatore e guidò un esercito in Sicilia. Venne infatti nominato "dictator rei gerundae causa" cioè per governare lo Stato in situazioni di difficoltà, essendo così il "primus dictator extra Italiam exercitum duxit", cioè il primo dittatore che guidò un esercito. 

    - 247 a.c. - Divenne censore con A. Manlius Torquatus nell'anno 247 a.c.. Non sappiamo esattamente quando (e se in relazione al trionfo) abbia dedicato il tempio della Fides e votato quello della Spes.

    - Eresse un tempio a Spes nel Foro Olitorio e uno alla Fides sul Campidoglio. Cfr. LA ROCCA 1990: 327: "... il tempio di Fides sul Campidoglio, probabilmente votato da A. Atilio Calatino nel 258 a.c., è dedicato dopo il trionfo sui Cartaginesi del 257 a.c.

    "Fides è la personificazione in un primo momento dell'attitudine benevola degli Dei nei confronti degli uomini.

    Essa divenne molto presto una virtù, il patto sacro che lega tra loro le popolazioni, forse in opposizione alla fides Punica ed in riferimento, secondo una suggestiva ma non verificabile ipotesi, alla tragica e disumana sorte del parente di Calatino, Marco Atilio Regolo, preso prigioniero nel 255 a.c. ed ucciso dopo l'ambasciata a Roma del 250 a.c."

    - Parte del suo epitaffio viene citato da Cicerone nel suo Cato maior de senectute.

    Cicerone
    - E quanta ve ne fu in Lucio Cecilio Metello, quanta in Aulo Attilio Calatino! Per il quale (fu scritto) quel famoso epitaffio: "La maggior parte degli uomini concorda che quest'uomo fu il primo del suo popolo."È noto l'intero carme inciso sul suo sepolcro. Dunque (era) a buon diritto autorevole lui, sulle cui lodi era concorde l'opinione di tutti -

    SEPOLCRO ARIETI

    II SEPOLCRO DI ATILIO CALATINO PRESSO PORTA ESQUILINA

    Il Museo Montemartini di Roma conserva alcuni affreschi di tombe aristocratiche a camera di età medio repubblicana, tra cui delle pitture con scene di combattimento e di corteo trionfale provenienti dalla cd. Tomba Arieti.

    Purtroppo del sepolcreto esquilino non è rimasta neppure una pianta con le posizioni  delle sepolture rinvenute anche dopo il 1882, data della scoperta della necropoli, a parte la Forma Urbis Romae del Lanciani (tavv. 23 e 24) e le piante successive di Giovanni Pinza.

    Presso la Porta Esquilina erano stai rinvenuti nel 1875 i resti di un sepolcro affrescato, a pianta rettangolare, edificato in blocchi di peperino, detto 'Arieti' dal nome dello scopritore. Sulle pareti c'erano scene di battaglia e una processione trionfale, che fu copiato ad acquarello. Vi è effigiata una quadriga che traina un carro trionfale, preceduta da sei littori che indossano il caratteristico "sagum", l'abito portato in guerra e nel trionfo, con in mano il fascio delle verghe.

    Inoltre i littori sono sei e non dodici, e i fasci littori sono rivolti verso l'alto per cui non è una processione funebre, perchè i fasci sarebbero rivolti verso il basso. Insomma tutto fa pensare che il personaggio sepolto nella tomba del campo Esquilino celebrasse un trionfo come pretore.
    Sembra si tratti della tomba di Atilio Calatino, console nel 258 a.c., anche per la vicinanza con la tomba dei Fabii, ritenuta di Quinto Fabio Massimo Rulliano, di cui Calatino era nipote diretto.

    La tomba dovrebbe essere anteriore alla fine del III sec. a.c.
                                                       
    SEPOLCRO ARIETI
    COARELLI 1976: 28 ha collegato lo stile delle figure del sepolcro Arieti a quel che ci viene detto della sommaria tecnica del pittore Theodotos, attivo a Roma nella seconda metà del III secolo a.c., il quale con un nerbo di bue dipingeva sulle are per le feste Compitali figure di Lari danzanti (FESTUS, p. 260 L, s.v. penis = NAEVIUS, fr. 99:
    Theodotus qui aras Compitalibus
    sedens in cella circumtectus tegetibus
    Lares ludentes peni pinxit bubulo).

    In realtà infatti lo scudo oblungo, che in seguito venne sostituito dallo scudo a tegola, viene rappresentato anche a Delfi  in tutt'altro registro stilistico  sul monumento di  L. Aemilius Paulus, vincitore della battaglia di Pidna. (Cfr.  COARELLI  1976: 27;  LA ROCCA 1984: 44).

    Nei Fasti triumphales coloro che celebrarono il trionfo con rango pretorio furono due:

    1) A. Atilius A.f. C.n. Calatinus: console nel 258 a.c., secondo i fasti trionfali nel 257 a.c. celebrò il trionfo come pretore

    2) Q. Valerius Q.f. P.n. Falto: pretore urbano per il 242 a.c., mandato in Sicilia con il console Caius Lutatius Catulus. A causa della inabilità di Lutazio il ruolo avuto da Valerius Falto nella vittoria del 242 a.c. presso le isole Egadi fu decisivo, per cui richiese per sé un trionfo come quello del console. Come arbitro venne scelto Aulo Calatino che, fatta riconoscere a Quinto Valerio Faltone la sua inferiorità rispetto all'auctoritas del console, aggiudicò il trionfo a Lutazio.                                 


    L'Epigrafe:

    ATILIUS A.F. C.N. CAIATINUS PR(aetor) AN(no) CDXCVI EX SICILIA DE POENIS XIIII K. F[ebr.].
    C. AATILIUS M.F. M.N. REGULUS COS. AN(no) CDXCVI DE POENEIS NAVALEM EGIT VIII k[ -   -   -  ].

    Si ricorda l'aneddoto del tribuno Calpurnius Flamma, il quale, vedendo l'esercito consolare accerchiato, trascinò con sé alla morte 300 volontari per aprire alla legione una via di scampo, cfr. ad es.  [AURELIUS VICTOR], de viris illustribus 39,
    1 -  Atilius Calatinus ...
    2 -  Panormum cepit. Totamque Siciliam pervagatus paucis navibus magnam hostium classem duce Hamilcare superavit.
    3 -  Sed cum ad Catinam ab hostibus obsessam festinaret, a Poenis in angustiis clausus est, ubi tribunus militum Calpurnius Flamma acceptis trecentis sociis in superiorem locum evasit, consulem liberavit; ipse cum trecentis pugnans cecidit. Postea ab Atilio semianimis inventus et sanatus magno postea terrori hostibus fuit. Atilius gloriose triumphavit.

    D'altronde il campus Esquilinus, sul lato opposto della via Prenestina rispetto alle fosse comuni dette puticuli, rimase destinato, sino alla fine della repubblica, a tombe di prestigio, per personaggi meritevoli nei confronti dello stato. Sia  A. Atilius Calatinus che  Q. Valerius Falto avevano meriti nei confronti della repubblica,  ma mentre Calatinus veniva trasmesso come un esempio di eroe, Valerius Falto  venne quasi dimenticato. Anche per questo si ritiene appartenesse ad Aulo Atilio Calatino.   

    MEDUSA ROMANA SU PASTA VITREA


    MARCO CALPURNIO FLAMMA

    Marcus Calpurnius Flamma fu un grande eroe della I Guerra Punica (264 - 241 a.c.). Flamma era un tribuno militare che condusse 300 volontari in missione suicida per liberare un esercito consolare da una trappola in cui erano stati chiusi dai cartaginesi. Flamma, alla fine del combattimento, venne trovato gravemente ferito sotto una pila di corpi, ma sopravvisse.

    Secondo Livio, fu il console Atileo Atilio Calatinus che "condusse le sue truppe in un luogo dove vennero circondati da cartaginesi". Flamma chiese allora 300 volontari per un attacco che deviasse l'attenzione dalla legione consolare. Il bello fu che 300 legionari risposero all'invito di immolarsi per l'esercito romano, ovvero per Roma. Il senso della patria e dell'onore era vivissimo all'epoca, e morire per Roma era grande lustro per la propria famiglia e grande onore che non verrebbe mai dimenticato.

    Livio scrive:

    " Calpurnius Flamma, nella prima guerra punica, questo accadde quando eravamo giovani, parlò ai suoi trecento volontari che stava conducendo alla cattura di un' altezza situata al centro stesso della posizione del nemico: "Noi andiamo a morire, miei compagni d'arme, noi moriamo e con la nostra morte salviamo le legioni bloccate dal loro pericoloso nemico".


    Scrive Frontinus:

    "Questo uomo, visto che l' esercito era entrato in una valle, i lati e tutte le parti dominanti di cui il nemico aveva occupato, chiese di ricevere dal console trecento soldati volontari. Dopo aver esortato a salvare l' esercito per il loro valore, si affrettò al centro della valle. Per schiacciare lui e i suoi seguaci, il nemico discendeva da tutte le parti, ma, essendo tenuto sotto scacco in una lunga e feroce battaglia, offrirono così al console l' opportunità di liberare il suo esercito".

    Plinio il Vecchio dichiara che Marco Calpurnio Fiamma venne insignito della corona d'erba. La corona ossidionale (corona obsidionalis), ovvero la corona d'erba (corona graminea), era una onorificenza romana usata nella Repubblica e nell'Impero. Era il massimo simbolo di valore militare elargibile ad un eroe e spettava al comandante che avesse salvato un esercito assediato o a colui che
    avesse, con il proprio intervento, salvato un esercito dalla sicura distruzione.

    Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Liber XXII, 11.
    "Praeter hos contigit eius coronae honos Marcus Calpurnio Flammae tribuno militum in Sicilia, centurioni vero uni ad hoc tempus Cneo Petreio Atinati Cimbrico bello. primum pilum is capessens sub Catulo exclusam ab hoste legionem suam hortatus tribunum suum dubitantem per castra hostium erumpere interfecit legionemque eduxit. invenio apud auctores eundem praeter hunc honorem adstantibus Mario et Catulo coss. praetextatum immolasse ad tibicinem foculo posito"

    "Ne scamparono per la virtù segnalata di Calpurnio Flamma tribuno de soldati il quale con schiera scelta di trecento occupò l'altura infesta e cinta da nemici dandone briga ad essi finchè l'esercito intero si liberasse. E con tale uscita bellissima uguagliò la fama di Leonida e delle Termopile ma fu di questo il nostro più illustre sopravanzando e sopravvivendo a tanta spedizione quantunque niente avesse scritto col sangue.
    Ed essendo la Sicilia già divenuta suburbana provincia del popolo Romano e serpeggiando la guerra via via più da largo egli passa con Lucio Cornelio Scipione in Sardegna e nella Corsica annessa e là spaventò gli abitanti con le rovine di Olbia e qui della città di Aleria e sconfisse in tal modo per terra e per mare tutti i Cartaginesi che non altro restava se non l'Africa alla vittoria." 

    La corona graminacea veniva realizzata da un serto d'erba o fiori selvatici intrecciati, colti nei pressi del campo di battaglia, secondo la consuetudine arcaica di premiare il vincitore nelle gare atletiche con una manciata d'erba del terreno di gara.

    Plinio il Vecchio ci fornisce una lista di persone cui venne tributata la corona d'erba:
    - Lucio Siccio Dentato
    - Publio Decio Mure (con due corone: una dal suo stesso esercito ed una dalle truppe che salvò quando circondate)
    - Fabio Massimo (dopo l'espulsione dall'Italia di Annibale)
    - Marco Calpurnio Flamma
    - Scipione Emiliano
    - Gneo Petreio di Atina (centurione primus pilus durante la Guerra Cimbrica)
    - Lucio Cornelio Silla (a Nola, durante la Guerra Sociale)
    - Quinto Sertorio, parente di Mario,
    - Augusto (al quale la corona venne presentata dal Senato romano come omaggio politico, più che militare)
                                                                                                                                         

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  • 12/16/18--05:07: LEGIO XXX ULPIA VICTRIX


  • TRAIANO

    La XXXma legione Ulpia e la II Traiana Fortis vennero fondate nel 105 dall'imperatore Traiano, per le sue campagne in Dacia (moderna Romania). Il suo nome deriva dall'imperatore in quanto membro della famiglia Ulpia. I legionari della XXX, sottoposti dall'imperatore ad un allenamento durissimo, erano soprannominati "i muli di Traiano", a rievocare le estreme esercitazioni dei soldati di Mario, lo zio di Giulio Cesare, che vennero chiamati "i muli di Mario" . Il numero riguardava il numero della legione essendo ora arrivate a trenta.

    La legione stazionò prima a Brigetio (Szöny) nella Pannonia Superiore, che al termine delle guerre suebo-sarmatiche, iniziate sotto Domiziano e terminate da Traiano (53 - 117), non ancora imperatore romano nel 97, fu trasformata in fortezza legionaria in pietra.  Essa misurava 540 x 430 metri, pari a circa 23,0 ettari, una vera e propria città, che divenne poi uno dei principali centri della Pannonia superiore in seguito alla suddivisione operata da Traiano nel 103.

    Qui risiedette inizialmente la legio XI Claudia, che fui fu inviata in Mesia inferiore al termine delle campagne di Traiano contro i Daci, dove lì rimase. Le subentrò la Legio XXX Ulpia Victrix, che qui rimase invece fino al 118-119, quando partì definitivamente per la Germania inferiore, al termine delle guerre contro gli Iazigi di Adriano (76 - 138).


    ADRIANO

    Negli anni successivi al 118, la legione fu comandata da Quinto Marcio Turbo Fronto, un amico personale dell'imperatore Adriano, che si segnalò nella guerra partica, contro gli Ebrei in Cirenaica e in Egitto e soffocò la rivolta della Mauretania, fu prefetto del pretorio.

    DEDICA A GIOVE DI UN LEGIONARIO DELLA III ULPIA
    A lui Adriano affidò il compito di pacificare Dacia, divenuta inquieta dopo la morte di Traiano. Almeno alcune sottounità, vessillazioni, parteciparono alla guerra contro i Daci. Poiché si comportavano coraggiosamente, la legione Trenta Ulpia ricevette il cognome Victrix, "vincitrice". Inoltre sembra XXX Ulpia Victrix abbia svolto qui un po' di lavoro di polizia.

    Forse la legione partecipò anche alla campagna traianea contro l'impero dei Parti, ma si ritiene che solo una vessillazione sia stata aggiunta alla XV Apollinaris, che certamente ha combattuto in Mesopotamia. Il resto della legione potrebbe essere stato attivo nei lavori di costruzione lungo il Danubio. Molte iscrizioni sono testimoni di questa attività.

    Dopo il 122, la legione fu inviata a Xanten - ovvero la Colonia Ulpia Traiana - nella Germania Inferiore, che era stato il campo della VI Victrix fino al suo trasferimento in Gran Bretagna. Essendo la fortezza più importante della Germania inferiore, assunse la funzione di Vetera II, come campo della Legio XXX Ulpia Victrix.

    Xanten si trovava alla confluenza del Reno con il Lippe, un fiume spesso utilizzato dai Romani per invadere la Germania "libera". La Trentesima legione rimase a Xanten per secoli; era ancora lì nel 400 circa e l'insediamento civile vicino alla base militare fu per qualche tempo chiamato semplicemente Tricensimae, un'espressione dialettale che significa "trentesimo". Tra compiti della XXX, la costruzione di edifici pubblici e operazioni di polizia.

    La Germania inferiore è difficilmente menzionata nelle nostre fonti, e le iscrizioni sono l'unica prova per le attività della legione. Non risultano battaglie dalle epigrafi, mentre un'iscrizione indica che un centurione ricostruì il santuario di Giove Dolichenus a Colonia; lo stesso uomo eresse due santuari per Mercurio e le Matres Paternae ("madri paterne"). Altre iscrizioni dimostrano che il governatore della Germania Inferiore usava soldati del Trenta come impiegati. Una sottounità di 50 soldati ha operato sei forni a Iversheim. Una vessillazione era stazionata con I Minervia a Bonn.

    Altre sottounità del Trenta sembrano essere rimaste a Remagen e al confine con la Germania Superiore, luoghi sono più vicini a Bonn che a Xanten. Le due legioni operavano spesso insieme. Le iscrizioni provenienti dall'area fluviale olandese dimostrano che a volte lavoravano insieme a progetti edilizi, e molte di esse menzionano semplicemente "l'esercito di Germania Inferiore" (exercitus Germaniae Inferioris, spesso abbreviato EXGERINF).


    SETTIMIO SEVERO

    DEDICA ALLA TRIADE CAPITOLINA DA XANTEN,
    DALLA XXX LEGIONE
    Durante il regno di Lucio Settimio Severo (198-211), le sottounità di queste due legioni e le due legioni del Superiore di Germania (VIII Augusta e XXII Primigenia) servirono da guarnigione di Lione, capitale delle province galliche.

    Il numero di iscrizioni di XXX Ulpia Victrix è notevolmente alto, e continuano fino al regno di Alessandro Severo (222-235). Altre iscrizioni suggeriscono che i soldati del Trenta fossero ricercati in tutta la Gallia: si trovano a Châlons, Parigi, Bourges, Auch (vicino ai Pirenei) e vicino al Col du Gran San Bernardo.


    ANTONINO PIO

    Sembra che la XXX Ulpia Victrix fosse un'impresa di costruzioni oltre che un'arma militare. Durante il regno di Antonino Pio (138-161), una subunità fu stazionata in Mauretania, dove dovette combattere contro i Mauri.

    Quando Minervia partecipò alla campagna contro l'impero partigiano di Lucio Vero (162-166), erano presenti anche soldati del Trenta. È probabile che altre unità siano state coinvolte nelle guerre di Marco Aurelio contro i Marcomanni (165-175 e 178-180), e nella campagna del governatore di Gallia Belgica, Didius Julianus, contro i Chauci nel 173.

    Nel 193 scoppiò la guerra civile. Le monete dimostrano che la legione Trenta Ulpiano immediatamente schierato con Lucio Settimio Severo. E' stato un gesto coraggioso, perché un altro pretendente, Clodius Albinus, era più vicino. Nel 196/197, la legione deve essere stata coinvolta nei combattimenti veri e propri. Severo fu vittorioso e premiò la legione di Xanten con il titolo di Pia Fidelis ("fedele e leale").


    ALESSANDRO SEVERO

    Dopo 208, probabilmente ha preso parte alla sua campagna scozzese, e in 235 sottounità erano attive durante la campagna persiana di Severo Alessandro.

    DEDICA A DOLICHENO DA COLONIA (211D.C.)
    Ora da ritrovamenti archeologici che hanno fatto crollare la frontiera del Basso Reno per circa 240 anni, e dobbiamo supporre che la XXX Ulpia Victrix abbia subito una sconfitta, ma che sia stata anche in grado di riconquistare l'area fluviale olandese.

    Questo fu ripetuto nel 256-258, quando i Franchi invasero la Gallia. L'imperatore Gallio riuscì a buttarli indietro, e doveva aver usato l'EXGERINF.


    AURELIANO

    Nel 260 i Franchi tornarono, e questa volta furono sconfitti dal generale Postumus, che fu immediatamente proclamato imperatore e fondò l'Impero Gallo.

    TEGOLA DA TETTO SU CUI SONO INCISI I MARCHI DELLA
    XXX ULPIA VICTRIX. (Da sinistra) IL NUMERO 30, IL CORNO
    DI CAPRICORNO, IL TRIDENTE DI NETTUNO E IL FULMINE
    DI GIOVE
    XXX Ulpia Victrix si schierò dalla parte dell'usurpatore, che era in grado di offrire la pace nella regione. Tuttavia, dopo il 274, l'imperatore romano Aureliano riconquistò la Gallia, e portò via molte truppe. Immediatamente, i Franchi attraversarono di nuovo il Reno e l'area fluviale olandese e le Fiandre andarono perse. Per quasi un quarto di secolo, Xanten fu la guarnigione romana più settentrionale.

    Quando venne riportato l'ordine dal generale Costanzo I Cloro, i nuovi eserciti di cavalleria mobile nell'entroterra erano diventati la spina dorsale dell'esercito romano, per cui le legioni lungo il Reno divennero meno importanti a favore del comitatus (soldati di fanteria pesante del tardo esercito imperiale romano). 

    Erano di stanza nelle fortezze, per avvistare il nemico, e aspettare l'arrivo della cavalleria. La XXX Ulpia Victrix rimase a Xanten, probabilmente nell'ex insediamento civile, e scompare dalla storia quando la frontiera del Reno crollò nel 407.


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