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  • 01/07/19--04:45: COLONNE ONORARIE
  • COLONNA DI TRAIANO
    A Roma, specie nel Foro Romano sin dall’età arcaica furono eretti edifici e monumenti, soprattutto per celebrare le glorie di guerra, tanto che si diceva che già nel I secolo a.c. per potervi costruire qualcosa si doveva demolire dell’altro.

    Per celebrare le vittorie romane sui nemici si usava dedicare ai generali vittoriosi un trionfo con archi celebrativi e colonne onorarie, innalzate nel foro o in luoghi di importanza simbolica allo scopo di celebrare e di lasciare memoria ai posteri del glorioso evento. A volte le colonne erano interamente rivestite da rilievi scolpiti con scene che raccontavano le gesta militari, oppure erano più semplici ma sormontate dalla statua del vincitore.

    Secondo Plinio, questa pratica era in voga già nel terzo secolo a.c., al tempo delle prime conquiste di Roma. Le imponenti colonne di Traiano e di Marco Aurelio a Roma, sono un esempio del grande livello artistico e celebrativo che raggiunse la civiltà romana.


    PILA ORATIA

    Secondo la leggenda tuttavia Rea Silvia rimase incinta del Dio Marte da cui partorì i gemelli Romolo e Remo. Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi, ma questi furono invece abbandonati nel Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa.

    Divenuti grandi e conosciuta la propria origine scacciarono Amulio dal trono, restituendolo al nonno Numitore e da questi ottennero poi il permesso di fondare una nuova città, Roma. Con il crescere della potenza di Roma, sotto il re Tullo Ostilio, nella metà del VII sec. a.c., le due città vennero a contrasto e ci fu la guerra.

    Era re di Alba Longa, secondo Tito Livio, Mezio Fufezio che, per evitare l'eccidio tra fratelli, in quanto le due popolazioni erano entrambe discendenti da Romolo. Altri invece pensano, per evitare che la guerra indebolisse entrambe le città, finendo per favorire i comuni nemici Etruschi, propose il duello tra tre fratelli Orazi e tre fratelli Curiazi, per risolvere il conflitto. La sfida fu vinta dai Romani e Alba Longa si sottomise:

    "La contesa sembrò sfavorevole ai Romani, infatti due di loro morirono subito e il terzo Orazio si trovò a sostenere da solo tre Curiazi. Allora escogitò un espediente. Si dette alla fuga correndo verso Roma, e corse così a lungo e così energicamente che gli inseguitori si distanziano tra loro. Così li finì uno ad uno."

    In ricordo e in ringraziamento di ciò il senato romano innalzò una colonna onoraria all'Orazio superstite, che venne denominata la Pila Orazia. Era in realtà più che una colonna un pilastro, eretto nel Foro, sul quale per trofeo furono poste da Orazio le spoglie de' Curiazi da lui uccisi. Si ha menzione di loro nel primo libro di Livio, e più ampiamente nel terzo di Dionigi; da cui vi si aggiunge, che al suo tempo vi durava ancora il pilastro, ma non le spoglie .



    COLONNA MENIA E DUILIA

    Più colonne furono erette nel Foro in Trofei, l'uso delle quali essere stato più antico delle statue,
    scrive Plinio nel quinto del libro 34. raccontando della Menia, e della Duilia:

    COLONNA MENIA
    "Antiquior columnarum sicut Caius Menio, qui devicerat priscos Latinos, quibus exfœdere tertias pradep Romani Populi preestabat, eodemque in Consulatu in sua erectu rostra devictis Antiatibus fixerat anno Vrbis Item C. Duellio, - qui primus navalem Triumphum egit de Pœnis, luce est etiam nunc in Foro";

    Dalle cui parole ultime si può supporre, che la Colonna eretta a Menio, in tempo di Plinio non vi era più.

    Vi era bene altra colonna di un altro Menio nel vedere la sua casa a Catone si riservò, come già dissi. Vicino a questa solevansi da' Triumviri Capitali castigare i ladri, e i servi cattivi. Asconio nella Divinazione c. 16. "Ut fures, et servos nequa, apud Triunvviros Capitales apud Columnam Meniam puniri solent";

    Di che veggasi il Polleto nel V del Romano Foro al cap. XIV ivi da Nerone esservi fatto morire Plauzio Laterano, sembra a me, che dica Tacito nel 15. c. 60. "Raptus in locum servilibus pœnis sepositum" etc. , e non, come gli altri credono, nel Campo Esquilino; ove essere stato 
    solito far giustizia, non de' servi soli si legge, ed avervi Tiberio fatto morire Publio Marcio, scrive 
    Tacito, Come nella Regione quinta toccai.

    (Plinio il Vecchio)



    COLONNA CLAUDIA

    E della Colonna dirizzta a Claudio il secondo scrive Trebellio Pollione 
    "Illi totius orbis judicio in gostris posita est columna cuni palmata Statua superfixa librarum ti mille uingentarum" . Ancorchè Santo Isidoro nel principio della Cronica de' Goti dica essergli stato posto nel Foro uno scudo, e nel Campidoglio statua d'oro; ed Orosio nel settimo al cap. 25. Cui a Senatu Clipeus aureus in Curia; et Capitolio Statua teque aurea decreta est. 

    Sopra una colonna presso i Rostri essere stato un oriuolo da Sole scrive Plinio nell' ultimo del settimo libro: "M. Varro primum statutum in publico secundum Rostra in columna tradit, bello Punico 
    primo a M. Valerio Messala Consule Catana capta in Sicilia: deportatum inde post XXX. annos , 
    nam de Papiriano Horologio traditur, anno Urbis CCCCLXXIII., nec congruebant ad horas eius 
    linete . Paruerunt tamen eis annis undecentum, donec Q. Marcius Philippus, qui cum L. Paulo fuit 
    ordinatum posuit ".



    COLONNE ROSTRATE

    Nel 260 a.c. il generale Caio Duilio vince i cartaginesi a Milazzo, cattura 31 navi e ne affonda 14.
    Ne seguì a Roma il trionfo navale del console sulla Sicilia e sulla flotta punica, e una colonna rostrata elevata in suo onore, a cui vennero appesi i rostri bronzei delle navi vinte.
    Da allora vennero in voga le colonne rostrate per le battaglie vinte in 
    mare da parte dei generali romani.

    Ma non dimentichiamo però che altri seppero supplire con la fantasia ad alcune incapacità marinare, e in particolare con Gaio Giulio Cesare.

    "Cesare decise di portar guerra al Veneti. L'impresa era difficilissima poichè i Veneti erano superiori per la flotta:

    La nostra flotta negli scontri poteva risultare superiore solo per rapidità e impeto dei rematori, ma per il resto le navi nemiche erano ben più adatte alla natura del luogo e alla violenza delle tempeste.

    In effetti, le nostre non potevano danneggiare con i rostri le navi dei Veneti, tanto erano robuste, né i dardi andavano facilmente a segno, perché erano troppo alte; per l'identica ragione risultava arduo trattenerle con gli arpioni.

    Inoltre, quando il vento cominciava a infuriare e le navi si abbandonavano alle raffiche, le loro riuscivano con maggior facilità a sopportare le tempeste e a navigare nelle secche, senza temere massi o scogli lasciati scoperti dalla bassa marea, tutti pericoli che le nostre navi dovevano paventare."


    (De Bello Gallico)





    BASE DELLA COLONNA CESAREA
    COLONNA CESAREA

    Cesare fece costruire una specie di arpioni che vennero lanciati sulle vele dei Veneti squarciandole, di modo che le navi del nemico non riusciva più a navigare e potevano essere arrembate. Non a caso anche a lui venne eretta una colonna.

    Della rizzata a Giulio Cesare fa menzione Svetonio nell' 85.

    " Postea solidam columnam prope viginti pedum (che fanno quasi ventotto palmi nostrali) lapidis Numidi. qui in Foro statuit scripsitque PATER PATRIAE.

    Apua eam longo tempore sacrificare, l'Ota suscipere, controversias quasdam interposito per C. Cesarem jurejurando distrahere perseveravit."


    COLONNA TRAIANA (110-113 d.c.) VEDI
    COLONNA DI ANTONINO PIO (161 d.c.) VEDI
    COLONNA DI MARCO AURELIO (180 d.c.) VEDI
    COLONNA DI FOCA (602-610 d.c.) VEDI



    I SEI BASAMENTI

    Situate sul lato meridionale della piazza dove si trova la colonna di Foca, si possono vedere sei alti basamenti in laterizio destinate a sostenere delle Colonne Onorarie di età tardo-antica. Di queste, due sono state rimontate con le colonne di granito grigio e di marmo bianco ritrovate intorno, operazione svolta verso la fine del XIX secolo. La scomparsa di tutte le iscrizione ha reso impossibile sapere a chi furono dedicate le colonne.



    BASAMENTO DI MASSENZIO

    Presso il Lapis niger si leva una base marmorea con la dedica a Massenzio (278- 312), a Marte e a Romolo e remo. Il nome dell'imperatore fu scalpellato via dopo la sua sconfitta e morte nella battaglia di Ponte Milvio contro Costantino I (312).

    COLONNE ONORARIE NEL FORO

    BASAMENTO DELLA VITTORIA SUI GOTI

    Si tratta del basamento della colonna onoraria posta accanto all'Arco di Settimio Severo e dedicata alla vittoria di Arcadio, Onorio e Teodosio I contro i Goti di Alarico nel 403 o contro quelli di Radagaiso nel 406.

    « ...Alarico divenne ribelle e disobbediente alle leggi, in quanto contrariato per non aver ricevuto il comando di altre forze militari al di fuori dei Barbari, che Teodosio gli aveva assegnato quando lo assistette nella deposizione dell'usurpatore Eugenio. Rufino, pertanto, comunicò privatamente con lui, esortandolo a condurre i suoi Barbari, e ausiliari di ogni altra nazione, [in Grecia] in modo che potesse agevolmente insignorirsi dell'intera nazione. Alarico allora abbandonò la Tracia per marciare in Macedonia e Tessaglia, commettendo le più grandi devastazioni lungo la via. »
    (Zosimo, Storia Nuova, V,5.)

    Anche qui un nome è stato cancellato, quello di Stilicone, ucciso nel 408. Il monumento era stato eretto dal praefectus urbi Pisidio Romolo.

    Zosimo, V,34, sostiene che Stilicone fu giustiziato «dieci giorni prima delle calende di settembre» , che corrisponde al 23 agosto (cfr. Zosimo, Storia Nuova, a cura di Fabrizio Conca, BUR, p. 577). Secondo la continuazione di Copenhagen della Cronaca di Prospero Tirone, invece, Stilicone fu ucciso a Ravenna «l'undicesimo giorno prima delle calende di settembre», corrispondente al 22 agosto.

    BASE DEL DECENNALIA

    BASAMENTO DEI DECENNALIA

    Presso il Basamento della Vittoria sui Goti si erge un altro basamento scolpito su quattro facce che un tempo reggeva una colonna onoraria. Sulla facciata principale c'è un'iscrizione posta su uno scudo clipeo retto da due vittorie alate che cita:

    CAESARVM DECENNALIA FELICITER (CIL VI, 1187 e CIL VI, 31256), e ricorda i Decennalia (decimo anniversario) della Tetrarchia di Costanzo Cloro e Galerio nel 303 (con riferimento ai due Cesari che affiancavano i due Augusti nel governo dell'impero). Probabilmente la colonna è dovuta alla visita di Diocleziano a Roma che si svolse in quello stesso anno:

    IMPERATORIBUS INVICTISSIMIS FELICISSIMISQUE
    Dominis Nostris ARCADIO ET HONORIO FRATRIBUS
    SENATUS POPULUSQUE ROMANUS
    VINDICATA REBELLIONE
    ET AFRICAE RESTITUTIONE LAETUS
    aRMIPOTENS LIBYcUM DEFENDIT HONORIUs
    DI
    IUS
    NINA
    RUS
    pareNTES

    DECENNALIA- LATO SINISTRO

    Le altre facce rappresentano:

    - il sacrificio solenne della scrofa, la pecora e il bue (suovetaurilia);
    - la libazione dell'imperatore coronato della vittoria al dio Marte, ambientata probabilmente al Campo Marzio dove era l'altare del dio; accanto alla divinità è presente un sacerdote col tipico copricapo del Flamine martialis, un ragazzo con la cassetta dell'incenso, un flautista, un personaggio togato (che simboleggia il Senato stesso), la dea Roma seduta e la testa radiata del sole;
    - la processione dei senatori.

    Le Vittorie e il sacrificio dell'imperatore sono caratterizzati dal forte chiaroscuro, tipico del III secolo, dato dal frequente uso del trapano, mentre gli altri due lati hanno un tono più plebeo e provinciale, della nuova corrente che si manifesterà nei rilievi dell'arco di Costantino.

    In un rilievo dell'arco di Costantino questa colonna onoraria appare assieme ad altre quattro colonne dietro ai Rostri. Di questo gruppo vennero trovate due basi con iscrizioni nel Rinascimento, che andarono poi perdute:

    - una ricordava il ventesimo anniversario degli Augusti (Augustorum vicennalia feliciter),

    - l'altra il ventesimo anniversario degli imperatori (Vicennalia Imperatorum), probabilmente era la colonna centrale che reggeva una statua di Giove, mentre le altre reggevano statue degli imperatori.

    RICOSTRUZIONE DELLE SETTE COLONNE DEL FORO

    SETTE BASAMENTI IN MATTONI

    Sul lato meridionale della piazza si allineano sette grandi basamenti in laterizio, che reggevano altrettante colonne onorarie. Due di esse sono state rialzate ricollocando i loro fusti, tuttora allineati nel Foro Romano davanti alla “basilica Iulia”. Grazie ai bolli sui mattoni si sono potuti datare questi monumenti all'epoca della tetrarchia (inizio del IV secolo).

    Huelsen, che all'inizio del Novecento lavorò con Giacomo Boni agli scavi nel Foro, riporta come su alcuni dei “sette grandi basamenti di mattoni, un tempo incrostati di marmo” che furono rinvenuti sul lato della piazza del Foro che fronteggia la Basilica Giulia si procedette all'anastilosi dei frammenti di colonna che erano stati ritrovati nei pressi. Questi basamenti che reggevano delle colonne alla cui sommità erano poste probabilmente delle statue, furono costruiti dopo il grande incendio del 283 al tempo dell'imperatore e secondo Huelsen potevano avere anche la funzione di coprire in parte la facciata della Basilica Julia che era stata danneggiata dall'incendio e non restaurata.


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  • 01/08/19--05:12: TEMPIO DI QUIRINO
  • TEMPIO DI QUIRINO ( http://atlasofancientrome.com/ )
    Secondo le fonti, il Tempio di Quirino venne edificato sulla sommità del Quirinalis, colle lungo e stretto in cui si distinguevano ben quattro alture: il collis Latiaris (a sud, vicino ai Fori imperiali), il collis Mucialis detto anche Sanqualis dalla porta omonima (in Largo Magnanapoli) e il collis Salutaris denominato dalla presenza del templum Salutis (a ovest dell’attuale palazzo del Quirinale).

    Il Quirinale era quindi solo l’estremità orientale dell’intera collina, proprio dove si trovavano il tempio di Quirino e la porta nelle mura serviane. L’altezza massima del colle (circa 57 metri) si raggiunge presso il quadrivio delle Quattro Fontane dove il suolo attuale è praticamente allo stesso livello di quello antico.

    Il culto di Quirino si diffuse in epoca repubblicana e si fuse con quello del fondatore Romolo. Nel 290 a.c., il console Lucio Papirio Cursore, per aver conseguito la vittoria sui Sanniti del ottenne dal Senato di celebrare il suo trionfo, e, per ottemperare al suo voto, fece edificare un tempio dedicato al Dio Quirino, che si presume venne innalzato sui resti della tomba di Quirino che doveva già essere stata sacralizzata con l’erezione di un altare.

    Alcuni suppongono vi fosse già un vero e proprio santuario, ma a noi sembra meno probabile, nessuno avrebbe osato distruggere un santuario a meno che le sue condizioni non lo richiedessero per la sua stabilità. Tuttavia essendo semmai il santuario molto antico non è una possibilità da escludere, fatto sta che il tempio venne edificato e dette il nome al colle stesso, già nella fase arcaica durante la quale l’area era occupata da popolazioni sabine. Dopo un incendio fu ricostruito e restaurato da Augusto. 

    Nella sua prefazione al libro dedicato al "nuovo Quirinale" Godart racconta che tra il 1998 e il 1999 dagli scavi per la posa di impianti tecnologici emersero varie strutture abitative del I secolo a.c. 

    Cinque anni dopo un altro scavo condotto nei giardini del Quirinale facesse riaffiorare un complesso termale e una statua femminile.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI QUIRINO
    Disponiamo di un'immagine del tempio arcaico grazie alla raffigurazione su un rilievo in marmo del II sec. rinvenuto a piazza Esedra nel 1901 e oggi conservato nei depositi di Palazzo Massimo alle terme dove è raffigurato come un edificio tuscanico con frontone decorato con la scena di Romolo e Remo che prendono gli auspici per la fondazione di Roma. 

    Nel De architectura di Vitruvio, inoltre, troviamo la descrizione del tempio della fine del I a.c., dopo il restauro augusteo compiuto nel 16 a.c., come di un tempio prostilo ottastilo periptero di ordine dorico con doppio ordine di colonne sui lati, circondato da un grande portico ad U. 

    Ignoriamo invece la sua posizione esatta. Il nome del Dio e del colle, derivavano da "Cures" che era il nome della città dei Sabini, da qui Dio Quirinus, forse divinità unitaria delle Cures ovvero delle città sabine, fino ad arrivare al termine Quirinalis. Comunque Il giorno dell’inaugurazione del tempio, il 29 giugno, divenne la nuova festa di Quirino.

    QUIRINO
    Nel 2007 Andrea Carandini, presentando i risultati delle indagini del georadar condotte nei giardini del Quirinale, collocava la presenza del tempio esattamente sotto il palazzo presidenziale, ma il Prof. Filippo Coarelli, archeologo e studioso di storia romana, sostiene che questi resti siano in realtà parte del palazzo di proprietà di Plauziano, suocero dell’imperatore Caracalla, già in parte emerso negli scavi del traforo sotto il Quirinale compiuti nel 1901 che produssero il rinvenimento dei tubi con iscrizioni del proprietario del palazzo.

    Secondo Coarelli invece il tempio del Dio Quirino giacerebbe sotto Palazzo Barberini, ovvero nella zona tra via Barberini e via delle Quattro Fontane, non solo in considerazione del fatto che il mons Quirinalis primitivo non arrivava oltre l’odierna Via delle IV Fontane, ma anche perché durante i lavori dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini, sono state riportate alla luce potenti murature, oltre ad ambienti in parte affrescati, identificabili con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale, mentre sul lato di Via Barberini sono state individuate porzioni delle imponenti fondamenta del tempio.


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    CALENDARIO ROMANO

    Nome: Quintus Fulvius Nobilior
    Nascita: Roma
    Morte: Roma
    Gens: Fulvia
    Consolato: 153 a.C.
    Padre: Marco Fulvio Nobiliore
    Fratelli: Marco Fulvio Nobiliore
    Nonno: Servio Fulvio Petino Nobiliore
    Bisnonno: Marco Fulvio Petino


    Quinto Fulvio Nobiliore, fu il console del 153 a.c. a cui si deve la riforma del calendario che persiste ancor oggi nel mondo occidentale. Prima di lui il capodanno, infatti, iniziava con le idi di marzo. Da quel momento, invece, l'anno cominciò il primo di gennaio.


    IL PADRE

    Era figlio di un generale molto stimato, tale Marco Fulvio Nobiliore, grande estimatore della cultura e delle arti greche che importò a Roma, dopo la presa di Ambracia, un celebre dipinto delle Muse a opera di Zeusi, un grande pittore greco antico vissuto nella seconda metà del V sec. a.c.;. A Marco si deve l'edificazione del Tempio di Ercole e le Muse nei pressi del Circo Flaminio.

    Marco era a sua volta il nipote di Servio Fulvio Petino Nobiliore, console nel 255 a.c. che aveva celebrato un trionfo, ed ebbe due figli: Marco Fulvio Nobiliore, console nel 159 a.c. e Quinto Fulvio Nobiliore, console nel 153 a.c.

    Marco Fulvio Nobiliore nel 193 a.c., in qualità di pretore in Spagna aveva combattuto contro le tribù di Galli Celtiberi contro le quali aveva riportato importanti vittorie.

    QUINTO ENNIO

    IL FIGLIO

    Con un padre e dei parenti così, Quinto Fulvio non poteva che cercare la gloria in battaglia. Nel 184 Fulvio Nobiliore, in qualità di "triumvir coloniae deducendae", aveva dedotto una colonia, che sembra fosse Pesaro. 

    Un fatto importante perchè in quell'occasione egli concesse degli appezzamenti di terreno e quindi la cittadinanza romana al grande poeta e drammaturgo Ennio, ovvero Quintus Ennius (Rudiae-Lecce, 239 a.c. – Roma, 169 a.c.).

    Nel 153 a.c. Fulvio fu eletto console, ma a quel tempo i consoli venivano eletti a dicembre, con qualche mese di anticipo rispetto alla data in cui sarebbero entrati ufficialmente in carica, cioè le idi di marzo (il mese con cui si apriva l'anno nel vecchio calendario lunare). Ma dato che il suo incarico consisteva nel reprimere la rivolta dei Celtiberi in Spagna, dove già aveva operato con grande successo suo padre, si permise di chiede al senato di poter entrare in carica immediatamente per difendere gli interessi di Roma. 

    Il senato non poteva violare le regole, però poteva cambiare le date, ovvero chiese al futuro console di riformare il calendario, cosa che questi fece ponendo l'inizio dell'anno al primo gennaio.

    I Celtiberi erano popolazioni celtiche della Penisola iberica. Dal nucleo originario, collocato nell'odierna Spagna centro-settentrionale, si erano estesi in seguito verso sud, nell'attuale Andalusia, e verso occidente, lungo le coste atlantiche della penisola, attuale Galizia. Come tutti i Celti erano divisi in numerose tribù che si combattevano tra loro. Vennero sottomessi da Roma fin dal II sec. a.c. (Guerre celtibere), assimilandosi poi velocemente alla nuova cultura latina, finendo per dissolversi come popolo autonomo già a partire dall'Età augustea.

    NUMANTIA
    Dunque venne concesso a Quinto Nobiliore di entrare in carica anticipatamente e, da quel momento, divenne la prassi. Infatti i consoli neoeletti trovarono molto più conveniente entrare in carica immediatamente, piuttosto che aspettare la scadenza del mandato dei predecessori, tutti affamati di gloria e bottini. Da allora l'anno cominciò per tutti il primo di gennaio.

    Nel 154 a.c. nella città di Segeda, uno dei più importanti centri urbani dei celtiberi Belli, si iniziano a costruire nuove fortificazioni e una più poderosa cinta muraria. Roma ritiene che in tal modo siano stati violati gli accordi del 179 a.c. e intima l'arresto dei lavori che invece proseguono fino alla primavera del 153 a.c.. 

    Dunque Quinto, in qualità di console, al comando di un esercito regolare, andò in Spagna, dove la città di Segeda, un antico oppidum preromano situato nei pressi di Saragozza che apparteneva ad una tribù celtibera, i Belli, che l'avevano chiamata Sekeida, stava fortificando le proprie mura, in contrasto con i trattati precedentemente stipulati coi Romani.

    Quando giunge Quinto Fulvio Nobiliore, alla testa di un esercito romano, sconfigge, non lontano da Segeda, un forte contingente reclutato sia fra i Belli che fra i Titti, loro alleati.

    Così avvenne che nel 153 a.c. Segeda fu assediata e conquistata dalle truppe romane comandate dal console Quinto Fulvio Nobiliore. 

    Poco tempo dopo un nuovo centro sorse nella vicinanze del precedente e con lo stesso nome. 
    La nuova città aveva strade rettilinee, tipiche delle città romane, dimostrando così l'avvenuta occupazione del territorio circostante.
    Segeda viene abbandonata, e i suoi abitanti si rifugiano a Numanzia, capitale del popolo celtibero degli Arevaci. 

    I ribelli però chiedono di negoziare con Roma, ma soprattutto c'è la rivolta anti romana scoppiata in Lusitania, che rischia di coinvolgere anche l'estremo sud dell'Hispania Ulterior e e che potrebbe unirsi alla guerra che Publio Nobiliore sta combattendo contro i Celtiberi nell'Hispania centrale.

    L'esercito romano si scontra con l'esercito ispanico, composto in prevalenza da Belli e Titti, e lo sconfigge. Nobiliore rientra a Roma e viene eletto censore nel 136.

    A quel punto la sorte di Segeda è segnata e infatti la maggior parte dei suoi abitanti la abbandona per rifugiarsi a Numantia, dove la ribellione ai Romani continuerà fino al 133 a.c.


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     TESORO DI MONETE ROMANE TROVATO IN UNA FATTORIA NEL NORFOLK 

    L’hobby di setacciare le campagne inglesi muniti di metal detector, alla ricerca di monete e oggetti preziosi è molto diffuso nel Regno Unito e anche recentemente ha dato buoni frutti. Una coppia di Norwich,appassionata di archeologia,  Damon Pye e sua moglie Denise, ha scoperto recentemente delle preziose monete romane in una fattoria nel Norfolk.

    Non è escluso che la fattoria possa riservare altri tesori, ma l'ubicazione del sito attualmente è segreta. Il tesoro scoperto comprende finora 52 monete romane in rame e ottone, sei aurei d’oro di Augusto e una moneta d’oro coniata dalla tribù britannica degli Iceni.

    Le monete d’oro risalgono al periodo compreso tra il 4 a.c. e il 7 d.c.. Mr Pye, che è il vicepresidente del Norwich Detectors Club, ha dichiarato di aver effettuato la scoperta nel corso di un mese in una fattoria a 15 miglia da Norwich e che “le monete d’oro romane sono estremamente rare; solo una manciata ne sono state trovate finora nella East Anglia, quindi averne trovate addirittura sei è piuttosto fuori dal comune”.

    E' la migliore scoperta fatta dalla coppia fino ad oggi; ma ora bisogna aspettare la fine dell’estate, dopo il raccolto, per poter riprendere le ricerche nel campo. “Potremmo aver scoperto un sito romano sconosciuto, forse un santuario, e potrebbe esserci ancora dell’altro." ha dichiarato la coppia.

    Ma la cosa non dovrebbe essere così facile, perchè potrebbe essere necessario l’intervento di una squadra di archeologi per scavare ulteriormente e in modo scientifico per determinare innanzi tutto se si tratta di un oggetto isolato o vi sia interrata una villa romana, o un tempio o un santuario.

    A parere del sig. Pye, gli aurei di Augusto sarebbero monete di grande valore, per “migliaia di sterline”. Il British Museum di Londra avrebbe espresso un certo interesse nell’acquisto delle monete.

    Se la vendita al Museo londinese non andasse a buon fine, secondo le leggi vigenti in materia nel Regno Unito, il tesoro verrebbe restituito alla coppia di scopritori ed al proprietario del terreno, che sarebbero liberi di metterlo all’asta e spartirsi il ricavato a metà.


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  • 01/12/19--04:31: AUXIMUM - OSIMO (Marche)
  • GROTTE DI OSIMO

    Osimo, città situata nella parte centrale delle Marche, della prov. di Ancona, a soli 15 km dal mare, venne fondata dai romani con il nome di Auximum nel 157 a.c. su un pianoro piuttosto importante per il controllo delle valli dell’Aspio e del Musone, attraverso le vie di transito fra l’entroterra e il mare. Fu l'unica enclave in territorio piceno, cioè un centro con sovranità propria completamente circondato da territori stranieri e senza sbocco sul mare.

    Gli storici locali del Sei-Settecento hanno tentato una ricostruzione dotta del termine, collegandolo al verbo greco αὐξάνω (lat.augeo), dandogli quindi accezione di “accrescimento”. Secondo Gino Vinicio Gentili alla base del nome si trova la radice ac, che indica acutezza, e che è diffusa nella toponomastica mediterranea perindoeuropea, col significato anche di altezza. 

    Il suffisso -moè un suffisso primario italico che si trova sia nei nomi di luogo (v. Sul-mo, Sulmona) sia nei nomi propri (v. Poue-mo, Pomonio). In sostanza lo studioso fa derivare il toponimo Auximum-Oximum dal sostrato umbro-sabino della gente picena prima dell'arrivo dei Senoni.
    Il nome di Osimo, potrebbe anche derivare dalla radice celtica uxama, città elevata, anche se in realtà è poco elevata, raggiungendo solo i  265 m slm.

    La sua esistenza vine menzionata da diversi autori:
    Plinio (Naturalis Historia III, XIII. 112)
    "...intus Auximates"
    all'interno stanno gli Auximati.

    Strabone (Storia Universale 5, 4.2)
    "Αὔξουμον πόλις μικρὸν ὑπερ τῆς θαλάττης"
    La città di Osimo, un pò all'interno della linea di costa.

    OSIMO ROMANA (INGRANDIBILE)
    Lucano (Pharsalia, Bellum Civile II, 466-468)

    "Varus, ut admotae pulsarunt Auximon alae, per diversa ruens neglecto moenia tergo qua silvae qua saxa, fugit..."

    Varo, non appena gli squadroni di cavalleria si mossero ed attaccarono Osimo, attraversando sconsideratamente diverse città senza neanche curarsi di proteggersi le spalle, fugge per boschi e luoghi rocciosi.



    LA STORIA

    RITRATTO DI UN ROMANO
    L'area su cui sorge la cittadina fu contesa nel tempo da diversi popoli: dai Piceni, dai Greco-Siculi, dai Galli Senoni e infine dai Romani.

    Ma sul colle doveva già esistere un oppidum anteriore al centro romano di Auximum, che si sviluppò dal IV secolo a.c. in poi, per proteggere le popolazioni picene sud-orientali e quelle della costa di Numana dall'invasione dei terribili Galli Senoni. 

    Fu un'importante presidio delle arterie stradali, che passavano all'interno della città: la Ancona-Nucerina, che a partire da qui si collegava con la via Flaminia che conduceva a Roma, e la Ancona-Urbs Salvia, che si agganciava ad Asculum ed alla via Salaria.

    L'abitato piceno risale al V sec. a.c., ma parte del territorio cadde soggetto ai Galli Senoni nel IV secolo a.c., quando questi invasero il Piceno settentrionale occupandolo fino al fiume Esino. Poi si spinsero a sud fino al bacino del Musone.

    I Galli rimasero così ad una distanza di 5-6 km da Osimo, occupando con i loro villaggi le colline di nord-ovest.



    CONTATTI CON ROMA

    - 299 a.c. - I primi contatti con i Romani delle popolazioni picene nel territorio di Osimo si farebbero risalire al 299 a.c., quando Roma, temendo la prossima guerra con Etruschi e Galli, si alleò ai Piceni.

    - 295 a.c. - La vittoria di Sentinum nel 295 a.c. liberò il Piceno dalla preoccupazione dei Senoni ma attirò le mire di Roma, che si rivolse alla conquista della regione, che venne conseguita al Asculum dal console Sempronio Sofo ricoprì il consolato nel 268 a.c. con Appio Claudio Russo e con il collega guidò i Romani alla sottomissione definitiva dei Piceni nella Guerra Picentina.

    La carriera di un notabile di Osimo - il testo dell’iscrizione:

    Q(uinto) Plotio Maximo /
     Col(lina tribu) Trebellio Peli/diano, equo p(ublico), /
     trib(uno) leg(ionis) II Traian(ae) Fort(is), /
     trib(uno) coh(ortis) XXXII Volunt(ariorum), /
     trib(uno) leg(ionis) VI Victricis, /
     proc(uratori) Aug(usti) pro magistro /
     XX hereditatium, /
     praef(ecto) vehiculor(um), /
     q(uin)q(uennali), p(atrono) c(oloniae) et suo, pont(ifici). /
     Colleg(ium) cent(onariorum) Auximat(ium) /
     ob eximium in muni/cipes suos amorem. /
     L(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum).

    A Quinto Plozio Massimo Trebellio Pelidiano, membro dell'ordine equestre con cavallo pubblico, ufficiale nella II legione Traiana Valorosa, comandante della coorte XXXII dei Volontari, ufficiale nella legione VI Vincitrice, funzionario per la riscossione della tassa del 5% sulle successioni ereditarie, funzionario ai trasporti, magistrato supremo, patrono della colonia e proprio. L'associazione dei fabbricanti di coperte di Osimo per lo straordinario amore dimostrato da Pelidiano nei confronti dei suoi concittadini. Luogo concesso per decreto del consiglio municipale.



    LA GUERRA PICENTINA

    - 283 a.c..La Guerra Picentina fu combattuta dai Romani per domare la rivolta del popolo piceno contro Roma che stava circondando il suol territorio. I Romani infatti nel 290 a.c. avevano già occupato il territorio dei Pretuzi, a sud del Piceno e nello stesso periodo sconfissero i Senoni, con l'aiuto degli stessi Piceni. Nel 283 avevano dichiarato Auximum municipio.

    Poi, nel 283 a.c., sui territori sottratti ai senoni i romani avevano fondato la colonia marittima di Sena Gallica, l'attuale Senigallia, e stavano progettando la fondazione di un'altra colonia poco più a nord. I Piceni si resero conto di avere appoggiato una potenza troppo grande dalla quale si sentirono circondati; ruppero così l'alleanza con i Romani e reagirono scatenando una rivolta. 

    - 269 a.c. - Il Senato romano nel 269 a.c. inviò nel Piceno i consoli Quinto Ogulnio Gallo e Gaio Fabio Pittore che non ottennero il successo sperato. Allora successivamente, nel 268 a.c., inviarono i consoli Appio Claudio Russo e Publio Sempronio Sofo, che durante due anni di guerra, sconfissero definitivamente la resistenza picena.

    - 218-202 a.c. - Durante la seconda Guerra Punica, il Piceno, ricco di prodotti del suolo, venne percorso dagli eserciti di Annibale, che proveniva dall'Umbria. Molte città si allearono con il condottiero cartaginese, città che, a guerra finita, vennero punite dai Romani con la deportazione presso Salerno e con l'uccisione degli uomini validi alle armi. 
    Molto probabilmente l'invasione interessò il territorio di Auximum, visto che gli eserciti seguirono l'itinerario su cui venne stabilita la strada romana Nuceria Camellaria-Ancona (che terminava ad Ancona passando per Osimo). Non sappiamo come si comportò Auximum.

    - 174 - 172 a.c. - Abbiamo notizie di Auximum già prima prima della deduzione colonica romana, essendo accaduti, come riporta Livio, due allarmanti prodigi: nel 174 a.c. era nata una bambina con i denti e nel 172 a.c. era caduta una pioggia di sabbia. 

    Ambedue i prodigi erano nefasti, e sappiamo che i romani uccidevano con particolari rituali i bambini nati con inusuali deformità. Il prodigio nefasto indicava la collera degli Dei e doveva essere placato con sacrifici e riti di espiazione onde placarne l'ira.

    Alla collera degli Dei poteva seguire una qualche calamità, e la più temuta era quella delle invasioni barbariche. Fu infatti proprio nel 174 a.c. che i censori fecero costruire le mura urbane e alcune opere pubbliche nel foro onde accogliere templi e strutture difensive.  

    - 157 a.c. - Basandosi sulla testimonianza di Velleio Patercolo nel 157 a.c. venne istituita la colonia romana di Auximum, l'ultima delle colonie maritimae, in posizione interna a praesidium del tratto di costa a sud del Conero, separando così il territorio piceno a nord di Firmum, prova ne sia che la guerra sociale riguardò solo la parte meridionale del Picenum.

    REPERTO DEL LAPIDARIUM

    LA COLONIA

    Fu durante le conquiste di Roma che in territorio piceno vennero dedotte due colonie di cittadini romani: la prima fu Potentia (184 a.c., odierna Porto Recanati), la seconda fu Auximum, a circa trent'anni dalla prima.

    Le colonie venivano donate ai legionari veterani che andavano in pensione, dopo aver concluso 20 anni (solo successivamente passarono a 16) di onorato servizio militare. Pertanto gli antenati degli osimati furono i gloriosi legionari di Roma. 

    Dalla posizione isolata che le consentiva di dominare molta parte del territorio circostante, Osimo trasse molti vantaggi, offrendo ai viaggiatori tutti i servizi necessari, dalle caupone alle mansio, ai rifornimenti di cibo e ai prodotti manifatturieri locali. 
    Auximum è l'ultima delle colonie romane lungo la costa adriatica nel II sec. a.c., e fa seguito a Potentia e Pisaurum. 

    - 83 a.c. - Nell'83 a.c. Pompeo, che da piccolo soggiornava nel Piceno, quando scoppiò la guerra tra Silla e Carbone, si schierò dalla parte di Silla e da Osimo raccolse volontari per tutto il territorio, riuscendo a mettere insieme ben tre legioni.

    - 49 a.c. - Anche Cesare (100 a.c. - 44 a.c.) individuò l'importanza strategica dell'oppidum, che espugnò nel 49 a.c. dopo aver passato il Rubicone per non lasciarlo in mano ai pompeiani. Pompeo vi sostò e vi reclutò i suoi soldati.

    63 a.c. - 14 d.c. - Fu con Augusto che questo importante scalo entrò a far parte della V regio, cioè del Piceno. In età augustea il territorio di Osimo darà parte della V Regio e testimonianze epigrafiche ne attestano l’appartenenza alla tribù Velina.  

    - V sec. d.c. - Nel V secolo Osimo toccò l'apogeo del suo splendore, tanto che Procopio la considera capitale della regione e chiama Ancona suo porto. Pertanto intorno alle sue mura si accanisce la lotta tra Bizantini e Goti, che si contenderanno la città prima che questa diventi Ducato longobardo.

    - 535-553 - L’importanza di Osimo si protrasse oltre la fine dell’Impero romano, quando divenne teatro di vicende militari durante la guerra greco-gotica.



    IL CASTRUM

    Nel centro storico è facilmente riconoscibile lo schema del castrum, caratterizzato dall’asse viario detto cardo e dal decumano (oggi corso Mazzini), ma il principale monumento cittadino è la cinta muraria della città romana, databile al II secolo a.c. 

    Sul Gòmero si elevava invece la cittadella fortificata detta arx a proteggere il Capitolium. Numerose e varie sono le testimonianze di età romana: monete, oreficeria, mosaici pavimentali 

    LE MURA ROMANE

    LE MURA

    I censori romani Q. Fulvius Flaccus ed A. Postumius Albinus ebbero l’appalto per la costruzione di “mura urbiche” che inglobarono le due colline di arenaria: il Gomero, situata a 265 m s.l.m. (zona cattedrale) e l’altra riferibile all’odierna Piazza Dante.

    L’opera fu realizzata con grandi blocchi rettangolari di tufo secondo la tecnica costruttiva dell’opus quadratum di cui rimangono resti in corrispondenza dell’attuale porta, sulla strada per Cingulum, Aesis e Trea e una porta per Potentia, oggi non visibile.

    Osimo è una delle poche città delle Marche che conserva ancora un tratto (200 metri) di mura romane, soprattutto sotto il Convento di S. Francesco. In origine si estendevano per una lunghezza complessiva di 2 km. Alte tra i sei e gli otto metri, in epoca romana e anche dopo la fine dell’Impero dovevano raggiungere i dieci, e ciò spiega la forte resistenza che la città oppose a ogni assedio.

    Le mura sono state realizzate con grandi blocchi di arenaria proveniente dai colli vicini con la tecnica dell’opus quadratum. Tale cortina muraria presenta una larghezza di 2 m e un’altezza di almeno 10 m; tre sono le porte individuate.

    Lo storico Livio riporta, infatti la notizia che furono i censori Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus, in carica nel 174 a.c., ad appaltare i lavori di costruzione dell’opera e delle tabernae intorno al foro, grazie al ricavato della vendita dei terreni pubblici.



    PORTA VETUS AUXIMUM

    Sulla strada che porta ad Ancona Ancona,


    PORTA S:GIACOMO

    PORTA SAN GIACOMO 

    Detta anche Porta Borgo, era la porta romana sul tratto settentrionale delle mura, da dove usciva la via per Ancona.

    Tra il 1487 e il 1488 vi venne costruita la porta attuale.
    Oggi resta ancora l’arco quattrocentesco con l’iscrizione Vetus Auximum sui cunei bugnati.



    PORTA MUSONE 

    Porta romana a sud dell’antica cerchia muraria, per la quale entrava in città la Via Nuceria che proseguiva poi per Ancona. 

    Di originale rimane il piedritto di sinistra, mentre il resto è medievale. 
    Notevole è la casa di guardia dietro il muro di difesa. 
    Situata nel quartiere di Borgo Guarnieri, anticamente detto Filello, fu detta nel Medioevo porta Caldarara per la presenza dei calderai che lavoravano nei pressi.



    PORTA VACCARO

    Si apre sulla parte est delle mura. Originariamente con un solo arco e poi nel 1937 venne ampliata con due passaggi pedonali. Per questo motivo oggi é chiamata "Porta dei tre Archi". Porta Vaccaro sostituì la Portarella, antica porta romana detta Vaccaro perché da questa porta si usciva per raggiungere il Vaccaro nella zona di San Sabino (un'area archeologica identificata probabilmente come "sportiva " o " ludica").

    FONTE MAGNA

    LA FONTE MAGNA

    Di particolare rilievo è la fontana monumentale chiamata Fonte Magna, posta sotto lo strapiombo delle mura romane. Secondo la leggenda, Pompeo Magno, durante la guerra contro Cesare, avrebbe fatto sosta qui per abbeverare i cavalli e arruolare nuovi soldati. Ma la denominazione deriverebbe dall’essere una delle più importanti risorse idriche della città a tutt'oggi ancora attiva. 

    Questa fonte, costruita per uso pubblico tra I e il II d.c. ed oggi conservata per una altezza di quasi 6 m, è uno dei pochi monumenti antichi delle Marche di cui ci narrano la fonti storiche. Scendendo le scale in pietra dalla via Fonte Magna si giunge ad un posto che sembrerebbe dell'antica Arcadia. 

    Immersa nel verde dei muschi e delle piccole felci, qui si trova l’antica Fonte Magna, un ninfeo romano risalente al I secolo a.c. chiamato così per le sue dimensioni e perché principale acqua sorgiva della zona. Si narra che Pompeo Magno fece abbeverare qui i suoi cavalli durante una breve sosta nella città per reclutare soldati da impiegare contro Cesare durante le guerre civili.

    Questa fontana risulta essere uno dei rari monumenti antichi delle Marche citati in testimonianze scritte, come il De Bello Gothico di Procopio di Cesarea, storico al seguito del condottiero bizantino Belisario, dove viene descritta nel dettaglio e sottolineata la sua importanza strategica nell’espugnazione della città occupata al tempo dagli Ostrogoti di Vitige.

    Il ninfeo aveva una forma ad esedra semicircolare e si pensa che in origine fosse protetto da una copertura a volta decorata, in modo da poter permettere l’accesso all’acqua anche in caso di assedio.
    La struttura, di cui rimangono alcuni resti, corrisponderebbe ad un ninfeo databile tra I sec. a.c. e II sec. d.c., realizzato in opera cementizia e blocchi in opera quadrata, appartenente ad una delle tipologie più frequenti di fontane monumentali, quelle ad esedra semicircolare.

    Servivano non solo per il rifornimento idrico per gli abitanti della città e delle zone periferiche, ma anche come lavatoi, dato che in molti casi si riconoscono ancora, oltre alle vasche, i ripiani in pietra per lavare i panni o le tettoie per proteggere le lavandaie dal sole e dalla pioggia.



    L'AREA ARCHEOLOGICA

    L’area archeologica di Montetorto di Casenuove conserva una delle più interessanti testimonianze di villa rustica romana, cioè una azienda agricola. L’invasione dei Romani comportò la spartizione del terreno agricolo tra i nuovi arrivati; la fattoria di Monte Torto s’inserisce nel contesto della centuriazione della media valle del Musone. 

    E' un raro esempio di fattoria agricola, datata I sec. d.c., utilizzato per la produzione 
    di vino ed olio che si articola in una serie di ambienti: frantoi, cantine e magazzino, collegati fra loro e disposti intorno ad un ampio cortile porticato. Di grande interesse per lo stato di conservazione sono i due ambienti con frantoi, ovvero i torcularia, destinati rispettivamente alla lavorazione del vino e dell’olio. I materiali archeologici raccolti durante gli scavi condotti negli anni 1982-1995 suggeriscono che la fattoria fosse attiva tra la fine del I secolo a.c. e il I d.c.

    La sezione archeologica del Museo Civico di Osimo, sita in un’ala del piano nobile di Palazzo Campana, comprende materiali di proprietà statale, comunale e privata. Qui sono stati raccolti materiali rinvenuti nell’area di Monte Torto, in cui si distingue la preziosa “testa di Vecchio” della prima metà del I secolo a.c., alta 31 cm, che ritrae molto realisticamente un patrizio romano, e la stele funeraria con una coppia di sposi scolpita su pietra calcarea e risalente al I secolo a.c. Sono da segnalare le dodici statue marmoree acefale (decapitate) del I-II secolo d.c. visibili nell’atrio del palazzo comunale che hanno dato agli osimani il nomignolo di “senza testa”.

    I SENZA TESTA

    I SENZA TESTA

    Entrando nell’atrio d’ingresso del Palazzo Comunale si incontrano dodici statue romane, tutte prive del capo. L’appellativo di “Senza Testa” dato ai cittadini osimani deriva proprio da queste statue acefale sul cui fenomeno si sono fatte diverse e anche strane supposizioni:

    1) per alcuni si tratterebbe semplicemente di statue incompiute. 
    2) a tagliare le teste come atto di sfregio sarebbe stato il generale milanese Giangiacomo Trivulzio che per conto del papa nel 1487 cacciò il tiranno Boccolino da Guzzone dalla città, perché aveva osato pretendere l’indipendenza dallo Stato Pontificio. 
    3) le teste sarebbero cadute nel corso di altre vicende belliche, come la guerra greco-gotica.

    Ora, le statue incompiute non sono senza testa, gli scultori sbozzano tutto il corpo di una statua, testa compresa, e come si può vedere ovunque, la testa non gliela attaccano successivamente, altrimenti tutte le statue avrebbero una frattura all'altezza del collo.

    Che sia una ritorsione del Pontefice è ugualmente assurdo, il papato le statue o le faceva a pezzi perchè pagane o, più tardi se le teneva perchè di grande valore, oppure le cedeva in cambio di favori.
    In quanto alle vicende belliche i militari non si preoccupavano di decapitare le statue ma le persone, anche perchè una statua non si decapita con la spada ma occorre una potentissima mazza, spesso tenuta da due persone.

    Oltre metà delle statue romane sono decapitate, e se non sono decapitate sono mutilate alle braccia e alle gambe, oppure sformate dai colpi di mazza sul viso, ad opera dei vari vescovi, santi o militari cristiani che dovevano cancellare secoli di paganesimo per instaurare, in modo non pacifico, la nuova religione.

    IL LAPIDARIUM

    IL LAPIDARIUM

    Nel Lapidarium sono inoltre conservati numerosi reperti, in gran parte steli e fregi architettonici. Fra questi, si può apprezzare il rilievo raffigurante una processione di magistrati con littore, una stele con la figura del dio Attis e una pietra sepolcrale con una curiosa figura anguipede.

    Il pezzo forte della collezione è senza dubbio il frammento che riporta la più antica iscrizione finora ritrovata con il nome di Pompeo Magno (52 a.c.), il famoso triumviro che proprio ad Auximum, antico nome latino di Osimo, cominciò la sua carriera politica e militare.

    LE GROTTE

    LE GROTTE

    Il sottosuolo di Osimo è attraversato in ogni direzione da camminamenti di vario tipo e dimensione.
    Utilizzate come cantine dei Palazzi padronali da cui avevano accesso, sono stata censite in epoca relativamente recente e sarebbero circa un centinaio per 9 km di grotte disposte su 5 livelli di profondità.

    Questo labirinto di cunicoli a misura d’uomo, che sfociano in volte a botte, nascono forse come cave per ricavarne l’arenaria per costruire le case della città ma vennero poi usate come grotte sepolcrali, come rifugi o a scopo di culto pagano.

    MODELLO CISTERNA ROMANA DI OSIMO

    GLI ACQUEDOTTI

    Gli acquedotti di Osimo rivelano una tecnologia del passato che è davvero incredibile. Infatti sono stati realizzati per portare l’acqua in città direttamente dal Monte Crescia percorrendo, tramite gallerie sotterranee, un percorso di dieci chilometri! Il percorso è studiato nei minimi dettagli e sfrutta pendenze, profondi pozzi, condotte a pressione con la tecnica del sifone. Una tecnologia sorprendente che permetteva all’acqua di percorrere non solo discese, ma anche alcune salite.

    In seguito ai lavori di restauro del loggiato comunale sono riaffiorati importanti reperti archeologici. Riferendosi a costruzioni e luoghi succedutisi nel corso dei secoli, essi rappresentano un’ulteriore testimonianza di quanto sia ricco il passato della nostra città, dall’insediamento piceno all’Ottocento, attraversando la fase romana, il Medioevo, il Rinascimento e il Barocco.
    Ma il rinvenimento più importante è stato senza dubbio quello di una statua femminile, anche se solo la parte inferiore, realizzata con grande maestria in pregiato marmo greco. Basta osservare il delicato panneggio che simula sosfisticate trasparenze. Tale opera è confrontabile con una statua ritrovata in Tunisia che sembra ritraesse Plotina, la moglie di Traiano. Il modello si riferisce ad originari greci di fine IV sec a.c. riconducibili alla tipologia della pudicizia, per raffigurare personaggi della famiglia imperiale o personaggi di alto rango."
    VILLA ROMANA DI MONTETORTO

    GLI SCAVI

    XV sec.: - L'anconetano Ciriaco de' Pizzicolli, agli inizi del XV sec., per primo trascrisse quattro epigrafi conservate in diversi luoghi della città. Negli anni successivi i lavori d'edilizia pubblica nell'antica area forense, portarono al  rinvenimento nel sottosuolo di dieci basi, con epigrafi dedicate nella prima metà del II sec. d.c. a patroni della città. Queste, raccolte nell'atrio del palazzo comunale, costituirono il primo nucleo del Lapidario, arricchito poi da nuovi rinvenimenti, e in seguito utilizzate dal Mommsen nel IX volume del CIL.

    XVII sec. - Agli inizi del 1600 per la prima volta si fa riferimento a otto statue acefale di calcare e di marmo, recuperate durante lavori nel sito corrispondente all'antica area forense e depositate nella locale Lapidario.

    XVIII sec. - Dal 1700 il Lapidario ricevette delle raccolte private della nobiltà locale (come le collezioni Briganti-Bellini e Cesare Leopardi)

    XIX sec. - Nella seconda metà dell'ottocento iniziarono le prime campagne di scavo, portando alla luce numerose tombe in località Monte S. Pietro, a circa 4 km dal centro urbano, e una seconda necropoli lungo il pendio o del colle. Successivamente furono recuperati corredi funerari dalla necropoli di S. Filippo. 

    XX sec. - Solo a partire dal 1957 sono stati condotti saggi di scavo nell'area urbana, dove al di sotto del mercato coperto si è identificata l'area dell'abitato piceno con la successiva città romana. Lo scavo eseguito con metodi innovativi evidenziò una complessa stratigrafia di ben dodici livelli. 

    Non vennero recuperati materiali di abitazioni, ma solo resti di intonaco relativi all'accentramento capannicolo suburbano di Monte S. Pietro. Nell'abitato di Osimo, come anche in quello di Monte S. Pietro, è pervenuta una notevole produzione vascolare locale, costituita da vasi d'impasto e buccheroidi con forme tipiche della civiltà picena, insieme a ceramica daunia, e in seguito vasellame attico.

    SARCOFAGO DI SAN LEOPARDO
    Tra i vasi attici a figure nere si segnala:
    - uno skỳphos, proveniente dall'abitato piceno; 
    - una kỳlix, dalla necropoli, con uomo barbato e fanciullo, viene riferita al Pittore dello Splanchnòptes. 
    - uno skỳphos a figure rosse molto frammentario con scena dionisiaca, databile alla fine del V sec. a.c., 
    - ceramica attica di V sec. è stata rinvenuta nell'abitato piceno e nell'adiacente necropoli, 
    - un frammento di una presunta kỳlix a vernice nera lucente rinvenuto a Monte S. Pietro. 
    - dal sepolcreto dell'area Fornace Giardinieri, una kỳlix con medaglione a figure rosse, attribuita alla scuola del Pittore di Pentesilea o del Pittore di Calliope, 
    - due kỳlikes a vernice nera lucente
    - dal sepolcreto piceno in area ex Fornace Giardinieri, un gruppo di frammenti di vasellame a vernice nera delle ceramiche protocampana e campana,  metà  IV e metà  III sec. a.c. 
    - da vari punti della città, frammenti di ceramica a vernice nera della seconda metà del ΙΙΙ-inizi del I sec. a.c.
    -  al IV sec. viene fatto risalire lo splendido sarcofago dei Ss. Martiri, conservato nella cripta del Duomo, che racchiude le reliquie dei santi Sisinio, Fiorenzo, Dioclezio e Massimo.

    A partire dalla fine del VI sec. a.c. si diffusero insediamenti sia nella zona subappenninica sia in quella costiera, per una rotta di cabotaggio dei naviganti greci che risalivano l'Adriatico occidentale, soprattutto in relazione al porto di Numana, e per le vie commerciali che dalla costa, seguendo le vie di fondovalle, raggiungevano attraverso i valichi appenninici il versante tirrenico.

    Si segnalano gli insediamenti rurali di Villa Egidi, Fornace Fagioli, Grugneto, S. Stefano, Montetorto, le necropoli a Case Bellini, Osteriola, la tomba a camera di Casenuove, il grosso complesso per la produzione dell'olio individuato sempre a Casenuove di Osimo.

    La frequenza e l'ubicazione degli insediamenti sembrano delineare numerosi percorsi viari minori di collegamento con i centri urbani più vicini. 

    Già nel 2014 la Giunta aveva dato il via libera ad un mandato esplorativo, che aveva poi confermato la presenza della cisterna romana a circa 7 metri di profondità, tra Piazza Don Minzoni e Piazza Boccolino, in parte coperta da detriti e in parte sommersa dall’acqua.




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  • 01/13/19--04:43: I LEMURI ROMANI - LEMURES
  • LEMURES
    I Lemuri, in latino Lemures, erano entità o spiriti temuti dai romani appartenenti ad un defunto inquieto o malvagio, e sono probabilmente affini alle cosiddette larve (dal latino larva, "maschera") come inquietanti o terrificanti, dette anche "Bucce di morto". La parola lemures può essere ricondotta al termine indoeuropeo lem, riconducibile forse anche al nome del mostro greco Lamia. I Lemuri erano informi e liminari, dove il limen era il confine tra i vivi e i morti, associati all'oscurità e al suo terrore.

    Lamia, nella mitologia greca, era una donna che divenne un mostro mangia-bambino dopo che i suoi figli furono distrutti da Hera, quando seppe che Giove l'aveva sedotta. Inoltre Hera affliggeva Lamia con insonnia, così da angosciarsi costantemente, ma Zeus le dava la capacità di rimuovere i propri occhi, con una chiara allusione a una seconda vista, non a caso gli indovini mitici greci erano sempre ciechi.

    Nelle successive tradizioni e narrazioni, i lamiai divennero un tipo di fantasma, sinonimo delle greche "Empusai" che seducevano i giovani per soddisfare il loro appetito sessuale e nutrirsi poi della loro carne. Empusa o Empousa era un fantasma femminile capace di mutare la sua forma, che si diceva possedesse una singola gamba di rame. Ella faceva parte del corteo di Ecate Dea dell'oltretomba, della magia, equiparate ai " lamiai e mormolykeia", "lamie" e "mormo" (la variante mormolyce si traduce in "lupi terribili"), create per sedurre e nutrirsi di giovani uomini.

    LA LAMIA
    La lamia venne descritta simile a un serpente, quindi riconducibile alla natura della Madre Terra, il cui simbolo fu, in epoca antichissima e a tutte le latitudini, sempre il serpente. Si narra infatti di un mostro metà donna e metà serpente nel "mito libico" narrato da Dio Crisostomo, il filosofo e storico greco detto anche "Cocceiano", e il mostro inviato ad Argo da Apollo per vendicare Psamathe (Crotopus).

    Come il serpente fu sacro nel matriarcato, divenne mostruoso e malvagio nel patriarcato. La Dea Serpente ricorre anche nel panteon egizio, con testa umana e corpo di serpente o viceversa con testa di serpente e corpo di donna.

    Lemure è il termine letterario più comune per definire il fantasma, ma tra i romani ha un uso raro, ne scrivono i poeti di epoca augustea Orazio e Ovidio, quest'ultimo nei suoi Fasti, il poema calendariale di sei libri sulle feste romane e relative usanze religiose.

    Verrà invece ripreso ampiamente nel medioevo, dove i sentimenti e gli istinti, relegati nell'inconscio dalla severa religione cattolica, usciranno fuori sotto forma di mostri che popoleranno soprattutto, strano a dirsi, le chiese.

    Orazio nella sua Ars Poetica mette in guardia contro l'eccessivamente fantastico e spaventoso: "..né dovrebbe una storia dare l'immagine di un ragazzo vivo dal ventre di Lamia".

    Ovidio descrive i Lemuri come spiriti vaganti e vendicativi per non aver ricevuto sepoltura, o riti funebri, o non essere stati ricordati e pregati dai vivi, o che non abbiano ricevuto iscrizioni nè su una tomba nè su una lapide. Il poeta li ravvisa nei Dei Manes, oppure dei genitori defunti con i figli ingrati, o antenati o spiriti degli Inferi. Sa che i Lemuri sono divinità o semidei del mondo rurale più antico, una tradizione magica dimenticata.


    Nella Roma repubblicana e imperiale, il 9, l'11 e il 13 maggio si eseguivano le pratiche familiari dei Lemuralia o Lemuria. Il capofamiglia (pater familias) si alzava a mezzanotte e gettava fagioli neri dietro di lui con lo sguardo distolto, proferendo alcune formule di scongiuro; cibo per i Lemuri affinchè risparmiassero i membri della "familia", quindi servi e schiavi compresi. Il nero era il colore appropriato per le offerte alle divinità ctonie. 

    William Warde Fowler interpreta il dono dei fagioli come un'offerta di vita, e sottolinea che si trattava di un procedimento rituale per i sacerdoti di Giove. Per convincere i lemuri a non infestare la casa, qualora non bastassero i fagioli offerti dal pater familias, si passavano a percuotere con possenti colpi dei vasi di bronzo, sembra che i Lemuri ne fossero terrorizzati.

    Sull'offerta di vita dei fagioli ci sarebbe da dire, basti ricordare che le fave erano severamente vietate da Pitagora che preferì, si dice, farsi uccidere dai suoi nemici pur di non attraversare un campo di fave.

    Queste erano considerate piante magiche, dotate di una potenza misteriosa e cosmica, sede di esseri soprannaturali in grado di influenzare negativamente o positivamente la vita degli uomini.
    Erano un cibo sacro agli Dei dell’oltretomba o un cibo caro ai morti e per questo oggetto di tabù. Pertanto infrangere il divieto significava mettersi contro i morti o le potenze infernali.

    Sappiamo però che i fagioli erano sacri per le antiche Dee Madri e tra l'altro connessi alla Dea italica Mellona o Mellonia che era ritenuta appunto Dea dei fagioli. I fagioli neri, una varietà da tempo esportata nella penisola italica, erano la pianta leguminosa più usata dai romani per la facilità della sua coltivazione, perchè era molto nutriente e perchè i suoi semi si potevano conservarsi molto a lungo.

    Ma la ragione della sua sacralità risiedeva nel baccello, per arrivare al seme occorreva aprire il baccello, come per il culto di Diana Caria, per nutrirsi della noce occorreva spaccare il suo guscio.


    Per le religioni di tipo femminile-matriarcale era basilare l'apertura della mente per contemplare il mondo altero, dei morti e degli Dei, e non si giungeva agli Dei se non attraverso i morti, e non si giungeva ai morti se non guardando nel buio di se stessi. "Nosce te ipsum" era scritto sul tempio della Madre Terra.

    Il 24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre, veniva aperto con l'annuncio ufficiale " mundus patet " (il mundus è stato aperto), il mondo ctonio dei morti e si facevano offerte per le divinità agricole e ctonie, tra cui Cerere come Dea del terra fertile ma pure degli Inferi. In particolare i sacerdoti di Cerere offrivano ai Mani un toro nero, simbolo della Luna Nera per le loro corna arcuate e per il colore del suo mantello.

    In queste occasioni i morti circolavano liberamente nel mondo dei vivi e mentre i padri gettavano fagioli neri recitando litanie, le donne, ponevano ai crocicchi nel cuore della notte dei dolcetti fatti da loro come offerta allettanti per attirare i morti. La cerimonia permetteva loro di fare domande ai morti e di riceverne responsi per passato, presente e futuro.

    Insomma mentre nei tempi più antichi il popolo italico conviveva col mondo dei morti, coi romani il mondo infero veniva allontanato e tappato, però non veniva allontanata così tanto l'idea della morte. Essendo un popolo di guerrieri ne erano spesso a contatto. Vedevano i compagni cadere nelle battaglie e ringraziavano la Fortuna Redux ogni volta che ritornavano sani e salvi. Non temevano tanto la morte quanto i fantasmi, non sapendo che in genere sono dentro di noi.


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  • 01/14/19--07:53: LUCIO FURIO MEDULINO
  • GUERRA CONTRO I VOLSCI

    Nome: Lucius Furius Medulinus
    Nascita: -
    Morte: -
    Consolato: 413 a.c.


    Lucio Furio Medulino fu un uomo politico e militare romano del V e IV secolo a.c. che ricoprì più volte la posizione di tribuno consolare, essendo con Servio Cornelio Maluginense che fu eletto ancora più volte.

    Medulino fu membro dei Furii Medulini, una delle massime antiche familiae patrizie della gens Furia.
    - Era figlio di Lucio Furio Medulino,
    - fratello di Marco Furio Camillo,
    - fratello di Espurio Furio Medulino,
    - padre di Espurio Furio,
    tutti loro furono eletti tribuni consulari.

    RESTI DI CARVENTO

    PUBLIO POSTUMIO ALBINO REGILENSE

    Membro della gens Postumia, una volta ottenuto il suo primo consolato nell'anno 413 a.c. insieme al collega Aulo Cornelio Cosso, si occupò di investigare la morte, nell'anno passato, del tribuno consolare Publio Postumio Albino Regilense.

    Questi aveva negato ai suoi soldati il ​​bottino che aveva loro promesso quando conquistò la città di Bolae, e quando Marco Sextio, tribuno della plebe, propose che il territorio dei bolanos fosse dato ai soldati che lo avevano conquistato, Albino lo minacciò con la tortura se avesse sostenuto la proposta in senato.

    Divenuto tribuno consolare, annunciò che avrebbe punito gli istigatori di cui sopra. Mentre procedeva a un'orribile esecuzione, i soldati si ammutinarono e scoppiò un nuovo tumulto in cui Albino fu lapidato.


    LA GUERRA CONTRO I VOLSCI

    Quando si seppe che i Volsci stavano saccheggiando il territorio degli Ernici, egli si impegnò a condurre la guerra. Medulino andò a Ferentino, dove i Volsci si erano rifugiati, una città che prese senza resistenza perché i Volsci l'avevano abbandonata con il loro bottino la sera prima. Dato che il bottino era scarso e il console lo consegnò interamente agli ernici.

    TRIBUNO CONSOLARE
    Durante il secondo consolato, nell'anno 409 a.c., i plebei vennero eletti per la prima volta, e i tribuni della plebe, cercando di ottenere voti alle elezioni della tribuna consolare del senato e guidati da diversi membri delle gentes Iciliae, bloccarono il reclutamento dell'esercito fino a un accordo sancito dal Senato attraverso un Senatoconsulto.

    Volsci ed Equi avevano invaso le terre dei Latini e degli Ernici. Medulino e il suo collega, Cneo Cornelio Cosso, iniziarono la campagna assediando senza successo Carvento, una città precedentemente occupata dagli Equi, per cui si dedicarono a saccheggiare i beni volsci ed equi, ottenendo un enorme bottino e prendendo la volsca fortezza di Verrugo. Livio dice anche che uno dei due consoli rimase a Roma per tenere le elezioni.

    Medulino conseguì la dignità della tribuna consolare per ben sette volte.

    - Il primo, due anni dopo il suo secondo consolato, coincise con la perdita della guarnigione di Verrugo e la fine della tregua con i Veii, anche se nessuna azione fu intrapresa contro la città di Veio.

    - Nell'anno 405 a.c. fu tribuno consolare per la seconda volta, e dette inizio alla campagna contro Veio.

    - Durante la sua terza tribuna consolare, nell'anno 398 a.c., vari prodigi indussero il Senato a inviare un'ambasciata all'oracolo di Delfi e un veggente predisse che, finchè non venisse svuotato il Lago Albano, i Romani non avrebbero preso Veio (quindi mai).

    - L'anno seguente, prima che gli ambasciatori tornassero, Lucio Furio venne rieletto come tribuno consolare, l'anno in cui i tarquiniani attaccarono per la prima volta il territorio dei romani e, dopo aver ascoltato la risposta dell'oracolo di Delfi, dovette dimettersi insieme ai suoi colleghi perché aveva trascurato i doveri religiosi del luogo.​

    - Nell'anno 395 a.c. fu eletto per la quinta volta ​ per l'anno seguente.

    - ​Il suo ultimo tribunato consolare, nell'anno 391 a.c., coincise con l'esilio di suo fratello Marco Furio Camillo.


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  • 01/15/19--07:35: AQUA VEGETIANA
  • I RESTI DELLE TERME ROMANE DI BACUCCO DOVE AFFLUIVA L'AQUA VEGETIANA

    Autore dell'acquedotto:
      Lucius Mummius Niger Valerius Vegetus
    Nascita: Iliberri (Granada), 70-72
    Morte: -
    Madre: Cornelia Severina
    Moglie: Etrilia Afra
    Consolato: nel 112


    MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE  DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME  CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI  PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I  FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE,  I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI  PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO  FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO  LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO  CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA  FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA  CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI  AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE

    Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua  Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non  addirittura all’età di Antonino Pio (138-161). Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di  “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



    UN ACQUEDOTTO PRIVATO

    Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale
    romana dei Valerii Vegeti, Originari della Betica (Andalusia), i Vegeti beneficiavano di vastissime
    proprietà nel sud della penisola spagnola e nel territorio pugliese; la loro ricchezza era legata alla
    produzione e commercio dell’olio nonché al prestito di denaro ad interesse, attività quest’ultima
    documentata dal Kalendarium Vegetianum, una sorta di registro dei crediti che l’impero acquisì
    dalla famiglia, per confisca o donazione, durante i primi anni del governo di Marco Aurelio  (161-180 d.c.).

    Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della
    quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.
    Il capostipite della famiglia fu un Quinto Valerius Vegetus che rivestì la carica di console nell’anno
    91 d.c. sotto l’imperatore Domiziano; ma si ritiene che la sua ascesa all’ordine senatoriale avvenne già all’epoca di Vespasiano.

    La sua città di provenienza era Florentia Iliberritana, l’attuale Granada; due epigrafi rinvenute
    presso quest’importante municipio betico attestano che egli era figlio della sacerdotessa (flaminica)
    Cornelia Severina e marito di una certa Etrilia Afra, membro di una famiglia originaria della colonia
    spagnola di Tucci.

    Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
    I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c.,
    sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

    Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter
    Dolichenus Exuperantissimus che reca il nome di un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

    Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani. Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese.

    Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius  Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare  concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

    Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

    Tuttavia, l’ipotesi appena descritta presuppone che questo «unico» Valerio Vegeto abbia avuto una
    vita particolarmente lunga per l’epoca. L’epigrafe di Aecae, infatti, viene generalmente fatta risalire  alla fine dell’impero di Antonino Pio (138-161) se non all’età di Marco Aurelio (161-180), periodi nei  quali Valerio Vegeto, console nel 112, doveva avere un’ottantina d’anni, atteso che la carica consolare  si acquisiva, solitamente, intorno ai 40 anni.

    Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e
    suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a
    tre successive generazioni.

    Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del
    Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della  Spagna meridionale.

    Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica
    consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene
    indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

    Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela
    o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia  Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

    Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus
    menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco  Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i  cognomi  “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che
    richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

    Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano ad identificare il Mummio Nigro Valerio 
    Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e  Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa
    dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi  nella Regio II.



    DA:  L’ACQUEDOTTO DI MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO

    IL BOTTINO DI S. MARIA IN GRADI

    "Ridottosi alquanto il flusso d’acqua della Fontana Grande, il 18 gennaio 1640 i conservatori comunali Bernardino Carelli e Pierfrancesco Bussi si diedero a sondare la condotta di alimentazione sotterranea che aveva il proprio capo presso il convento di S. Maria in Gradi. Secondo quanto riportato dal Libro delle Riforme del Comune di Viterbo, si scavò presso un oliveto confinante con il muro dei domenicani e la torre del Citerno e si rivenne un antico muro sotto il quale si apriva un bottino per la raccolta delle acque.

    Quel collettore era servito da cinque cunicoli, di cui due asciutti; nel primo di questi, i conservatori trovarono due epigrafi su peperino, assai corrose, dalle quali trascrissero, male interpretandole, queste poche parole: “Mummius Niger Valerius Vichiu Consules Civitatis Viterbii Acquam Collis Quintiani … Anno DCCCCLI”[2], ovverosia “Mummio Nigro Valerio Vico (?) console della città di Viterbo – Acqua del colle Quinzano – Anno 951”.

    Nel 1824, una spedizione di studiosi locali scese di nuovo nel bottino presso il terreno di S. Maria in Gradi, stavolta coltivato come vigneto. Il gruppo di ricercatori era composto da Pio Semeria, Luigi Anselmi, Stefano Camilli e Francesco Orioli; quest’ultimo così racconta quell’esplorazione:

    “la trovai (la lapide) tuttora murata nell' antico suo posto sotto una vigna presso il convento di S. Maria ad Gradus, e dopo tre giorni di continuate comuni ispezioni, cosi potei finalmente copiarla con qualche speranza d' essere stato fedelissimo trascrittore.


    MVMMIVS NIGER
    EPIGRAFE RINVENUTA A S. MARIA IN
    GRADI (Ingrandibile)
    VALERIVS VIGELVS [VEGETUS] CONSVLAR
    AQVAM SVAM VIGEILAINAM [VEGETIANAM] QVAE
    NASCITVR IN FVNDO ANIONIANO [ANTONIANO]
    MAIORE P. IVLII [TULLI] VARRONIS CVM EO LOCO
    IN QVO IS FONS EST EMANCIPATVS DUXIT
    PER MILLIA PASSVVM VDCCCCL IN VIL
    LAM SVAM CALVISIANAM QVAE EST
    AD AQVAS PASSERIANAS SVAS COMPARA
    TIS ET EMANCIPATIS SIBI LOCIS ITINERI
    BVSQVE EIVS AQVAE A POSSESSORIBVS
    SVI CVIVSQVE FVNDI PER QVAE AQVA
    SUB [SUPRA SCRIPTA] DVCTA EST PER LATITVDINEM STRVCTV
    RIS PEDES DECEM FISTVLIS PER LATITVDI
    NEM PEDES SEX PER FVNDOS ANIONIAN [ANTONIANO)
    MAIOREM ET ANIONIANVM [ANTONIANO] MINOR
    P.IVLII [TULLII] VARRONIS ET BALBIANVM [BAEBIANUM] ET
    PHELINIANVM [PHILIANUM] AVLCEI [AVILEI] COMMODI
    ET PETRONIANVM P.IVLII [TULLI] VARRONIS
    ET VOLSONIANVM HERENNI POLYBI
    ET FVNDANIANVM CAETENNI PROCULI
    ET CVTTOLONIANVM CORNELI LATIALIS
    ET SERRANVM INFERIOREM QVINTINI
    VERECVNDI ET CAPITONIANVM PISTRANI
    CELSI ET PER CREPIDINEM SINISTERIOR [SINISTRIOREM]
    VIAE PVBLICAE FERENTIENSES ET SCIRPI
    ANVM PISTRANIAE LEPIDAE ET PER VIAM
    CASSIAM IN VILLAM CALV1SIANAM SVAM
    ITEM PER VIAS LIMITESQVE PVBLICOS
    EX PERMISSV S.C.

    Poco lungi dal primo sasso è un secondo uguale, contenente la stessa epigrafe, o almeno analoga, ma notabilmente più danneggiata dal tempo, giacché vi si legge solamente:

    … ALISET …
    SIS ET SCIRPI … STRANIAE LEPIDAE
    ET PER VIAM CASSIM IN VILLAM SVAM
    CALVISIANAM ITEM PERVIAS LIMIT...
    QUE PVBLICO SEX PERMISSV ”

    Questa seconda e mal conservata lapide andò irrimediabilmente perduta nel tempo, anche se fu possibile catalogarla nel XIX secolo grazie all’opera dell’epigrafista Eugen Bormann.

    La prima e completa iscrizione venne, invece, asportata dal bottino e trasportata al Museo Civico di Viterbo dove fu oggetto di schedatura e di varie traduzioni; purtroppo, andò in frantumi durante i bombardamenti aerei che colpirono il complesso museale durante la II Guerra Mondiale. Di essa non resta che una scheggia con sole quattro righe, grande 26x22 centimetri, oggi visibile presso l’ingresso del Museo, incassata nel muro di destra.

    Nel 1934, durante i lavori di apertura dell’attuale via Ascenzi, non lontano dalla chiesa di S. Maria della Salute, fu ritrovata un terzo esemplare dell’epigrafe, stavolta su marmo bianco, riutilizzato nei secoli successivi come lastra pavimentale. Oggi è conservato nel Museo della Rocca Albornoz e si presenta in quattro frammenti che compongono un parallelepipedo di 44x60 cm. dai contorni mutilati. Il testo superstite è pressappoco la metà di quello della lastra rinvenuta nel bottino di S. Maria in Gradi.

    FRAMMENTO MARMOREO RINVENUTO IN VIA ASCENZI

    Ecco la traduzione completa dell’iscrizione:

    MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE.

    Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non addirittura all’età di Antonino Pio (138-161).

    Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



    UN PADRONE D’ORIGINE ISPANICA

    Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale romana dei Valerii Vegeti.

    Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.

    Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
    I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c., sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

    Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter Dolichenus Exuperantissimus che reca il nomedi un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

    Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese. Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani.

    Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

    Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

    Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a tre successive generazioni.

    Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della Spagna meridionale.

    Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

    Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

    Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i cognomi “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

    Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano adidentificare il Mummio Nigro Valerio Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi nella Regio II.



    UN POTENTE CONSOLE TARQUINIESE

    Le epigrafi dell’Aqua Vegetiana sono un’interessante testimonianza sia delle tecniche costruttive degli acquedotti romani (latitudinem structuris pedes decem fistulis per latitudinem pedes sex) che della pratica di acquistare la sorgente e la striscia di terreno sulla quale realizzare il manufatto privato (comparatis et emancipatis sibi locis itineribusque eius aquae a possessoribus sui cuiusque fundi, per quae aqua supra scripta, ducta est).

    Ma, soprattutto, forniscono un minuzioso quadro dei fondi che venivano attraversati dal condotto, che si dice essere lungo 5.950 passi, vale a dire quasi 9 kilometri. Per ciascuna tenuta viene indicato il nome del relativo proprietario.

    Tra tutti spicca quello di tal Corneli Latialis, proprietario del fondo Cuttoloniano, da alcuni identificato con Cornelius Latinus medico nominato sotto Antonino Pio. Herenni Polybi del fondo Volsoniano potrebbe, invece, essere legato ad una gens, gli Herenni o Hereni, più volte attestata in Etruria soprattutto in epoca repubblicana. Il “Proculo” della tenuta Fundaniano doveva appartenere ai Caetennii di Volsinii (Bolsena), una famiglia di cui non si conoscono personaggi di alto lignaggio, ma che doveva la sua ricchezza al commercio e alle attività artigianali.



    UNA VERA E PROPRIA MAPPA FONDIARIA

    Considerata la scomparsa di qualsiasi emergenza architettonica dell’acquedotto, la ricostruzione del suo percorso sulla base della moderna topografia non è agevole. Si può, comunque, azzardare un’ipotesi costruita su qualche suggestiva corrispondenza onomastica e sui pochi dettagli topografici certi. Uno di questi è il caput acquae che, come detto, era presso il convento di S. Maria in Gradi, la cui area corrisponde grossomodo con una parte del «fondo Antoniano Maggiore» (aquam quae nascitur in fundo antoniano maiore).

    L’acquedotto scendeva lungo la direttrice dell’odierna via S. Maria in Gradi dove, in epoca medievale, fu intercettato dalla condotta che portava l’acqua a Fontana Grande; in un manoscritto di fine Ottocento, si legge che il «fontanaro» Settimio Piacentini aveva individuato il punto dell’innesto all’altezza dello spiazzo che anticipa i gradini e la facciata della chiesa di Gradi.

    RAFFIGURAZIONE DI UNA SEPIA
    L’area di S. Sisto fino a Fontana Grande, e forse oltre, costituivano il «fondo Antoniano Minore»; un’eco di questo possedimento varroniano è verosimilmente rimasta nel vico o casale Antoniano attestato nel IX secolo, la cui pieve, S. Pietro, era situata lungo l’attuale via La Fontaine.

    Giunto nei pressi del giardino di Villa Gentili, l’acquedotto Vegetiano piegava piuttosto repentinamente verso nord ed iniziava a correva lungo il terrapieno che accompagnava le mura medievali dalla Porta di S. Sisto fino a quella che, ancora nel Cinquecento, era una cava di pietrame.

    Si può azzardare l’ipotesi che all’altezza dell’odierna Porta Romana il naturale scorrimento dell’acquedotto venisse deviato da una barriera che assolveva anche alla funzione di chiusa. La Fontana del Sepale, pertanto, era forse così chiamata per aver tratto le sue acque da quell’antica cateratta, una «sepia» appunto.

    Dopo questa parentesi, torniamo alla descrizione del percorso compiuto dall’acquedotto romano. Questo continuava verso settentrione, lungo un pendio che, in sostanza, ricalcava la direttrice della cinta muraria fino a Porta della Verità e alla successiva costa che ospita i ruderi del palazzo di Federico II; di quest’antica struttura ancora oggi è visibile un pozzo circolare che attingeva ad un cunicolo dove nel Duecento doveva scorrere un rivo d’acqua, probabile retaggio dell’Aqua Vegetiana.

    Buona parte dell’acquedotto era infatti sotterranea e si svolgeva attraverso canali coperti scavati nella roccia o costruiti in muratura che venivano impermeabilizzati attraverso un rivestimento in cocciopesto (opus signinum) composto da frammenti di laterizi e malta; di tratto in tratto, per la necessaria areazione o per le operazioni di pulizia, si apriva nella copertura uno spiramen che assumeva l’aspetto di un vero e proprio pozzo. Da quanto indicato nelle epigrafi sappiamo, tuttavia, che erano presenti lunghe sezioni realizzate con tubi di piombo o di peperino innestati tra loro con una maschiettatura.

    A ridosso dell’attuale Porta S. Marco iniziava un forte dislivello che anticipava il vallone tagliato dal torrente Urcionio, che qui formava addirittura delle cascatelle. Per valicare il salto e consentire al dotto di raggiungere il lato opposto fu necessario costruire un piccolo ponte con delle arcate.

    Poiché l’acquedotto attraversava 12 fondi (incluso quello d’arrivo) su una distanza complessiva di circa 8,800 kilometri, si può sommariamente affermare che in media vi doveva essere una tenuta ogni 800 metri; di conseguenza, le proprietà di Avileo Commodo, cioè i fondi Bebiano e Feliniano, e il fundus petronianum dei Varroni dovevano costituire le ultime tenute ricadenti nel circuito dell’odierna città.

    La condotta procedeva in linea con il tratto urbano della moderna Cassia, come dimostrerebbero alcuni tubi in peperino rinvenuti nel 1931 presso Prato Giardino. Quindi muoveva verso nord, in direzione dell’area termale del Bagnaccio, seguendo grossomodo la direttrice della strada vicinale Piazza d’Armi.

    Dopo aver tagliato i fondi di Erennio Polibio, Cetennio Proculo, Cornelio Latino, Quentino Verecundo e Pistrani Celsi, l’acquedotto raggiungeva la sostruzione sinistra della strada Ferentana che, provenendo dall’odierna contrada Pian di Giorgio, scendeva fino a Valle Palombella.

    DETTAGLIO DELLE ACQUE PASSERIS - TAVOLA PEUNTIGERIANA
    (Ingrandibile)
    In questo segmento la strada attraversava le proprietà di Pistrania Lepida, ovverosia il fondo Scirpiano, la cui denominazione derivava dalla fitta presenza di scirpis, cioè erbe palustri, giunchi; la tenuta ricomprendeva le terme di Prato Vecchio e quelle del Bacucco, quest’ultime alimentate dalla sorgente delle Serpi, il cui nome potrebbe essere anch’esso un’alterazione del fitonimo «scirpi».

    L’acquedotto costeggiava la Ferentana fino al punto in cui questa intersecava la via consolare Cassia, quindi terminava il suo percorso nei pressi della Villa Calvisiana di Mummio Nigro Valerio Vigeto situata nel territorio delle Acquae Passeris.

    L’Acqua Passeriana era un’importante stazione di posta (mansio) della Cassia situata nei pressi dei Bagni del Bacucco. Vi dovevano essere un edificio principale destinato all’ospitalità dei viaggiatori, gli alloggiamenti per i postiglioni, i magazzini e le scuderie nonché gli insediamenti per i residenti e le immancabili piscine alimentate dalle sorgenti ipotermali; il tutto sotto la sovrintendenza di un ufficiale governativo, il mansionarius.

    Le Acquae Passeris sono chiaramente raffigurate nella Tavola Peutingeriana come una grande struttura quadrangolare avente un’area scoperta al centro. In questa sorta di mappa stradale dell’impero romano, la stazione è indicata a cavallo di una linea rossa che rappresenta la Cassia, a metà distanza tra Volsinis (Bolsena) eForum Cassii (Vetralla).

    Il fatto che nelle epigrafi viterbesi si attesti l’appartenenza dell’Acqua Passeriana a Mummio Nigro Valerio Vigeto (aquas passerianas suas) lascia supporre che nel II secolo d.c.  fosse stata inglobata nei vasti possedimenti del ricco aristocratico romano divenendo una sorta di porto viario privato.

    Centro dell’intera tenuta era la Villa Calvisiana, la cui esatta ubicazione è sconosciuta; doveva ergersi in un’area compresa tra le falde di Monte Jugo e i Bagni della Colonnella, in una posizione in cui la vista poteva agevolmente intercettare l’intera pianura tagliata dalla Cassia e chiudersi a meridione sulle rotonde linee dei monti Cimini.

    Di questo sontuoso edificio, così come del suo acquedotto tratto dalle falde dei Cimini, non rimane più nulla; di tanto in tanto un frammento ceramico, qualche tessera musiva o resti di tubature plumbee riaffiorano tra i solchi della terra arata dei campi, ma niente altro.

    Di Ser Marcus de Montfort
    Disegni di Marco Serafinelli de Castro Celleni


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  • 01/16/19--06:04: CARMENTALIA (1/15 Gennaio)
  • CARMENTALIA
    Carmenta (detta anche Nicostrata), antica Dea Indigens, cioè indigena, primitiva, venne onorata prima sul suolo italico e poi a Roma, nel I giorno di Gennaio. Gli Di indigetes erano un gruppo di divinità e spiriti della religione e della mitologia romana precedenti l'influenza etrusca a greca, non adottati da altre religioni. Successivamente vi si aggiunse la festa del 15 gennaio (14 secondo altri autori).

    Originariamente chiamata Nicostraté o Nicostrata (Plutarco, Vita di Romolo, 21, 2) e, poi, alternativamente, Thémis, Tissandra o Telpousa, avrebbe avuto una segreta relazione con Hermès o Mercurio (il messaggero degli Dei), da cui sarebbe nato Evandro, un personaggio della mitologia romana che ritroveremo nell’VIII libro dell’Eneide.

    I suoi miti però non sono concordi, alcuni la dissero Madre di Evandro, avuto da Mercurio (o da Pallante). Consigliò infatti il figlio Evandro, dopo che era approdato in Italia fuggendo da Troia, di fondare una città su un colle che chiamò in onore del padre Pallante: "Palatino".

    Plutarco riferisce che altri la ritenessero invece una profetessa che si pronunciava in versi (infatti i Romani chiamano Carmina i componimenti poetici in versi, da Carmenta), in realtà chiamata Nicostrata.

    Sempre Plutarco informa che alcuni ritenevano che Carmenta fosse la Moira addetta alla procreazione degli uomini, e che per questo la venerano soprattutto le madri. Comunque la versione che a Plutarco sembra più plausibile, è che il termine Carmenta significhi, priva di senno, a causa dei deliri provocati dall'essere posseduta dagli Dei. Carere in latino significa infatti essere privo, mentre per mentem si intende l'intelletto.

    Fu comunque Dea maga e profetessa, protettrice della donne, della gravidanza e della nascita, patrona delle levatrici. 



    IL TEMPIO

    Presso la Porta Carmentale, nelle vicinanze del Campidoglio, le venne infatti eretto un tempio con un antico oracolo, istituiti fin dai tempi di Romolo e Tito Tazio dove si svolgeva il suo culto pubblico e si consultava un oracolo.

    Diede il nome alla porta Carmentale ed alle feste in Roma dette Carmentalia, che erano celebrate soprattutto dalle donne l'11 e il 14 gennaio.

    Nel suo tempio era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle, in quanto erano le parti cadaveriche dell'animale ucciso. Anche se il nutrimento attraverso gli animali era tollerato, era proibito sacrificare animali e portare resti di animali uccisi. Le sacerdotesse si astenevano dai prodotti animali.

    Il 14 gennaio era la seconda festa in onore di Carmenta, voluta dalle matrone romane per onorare la Dea che le aveva favorite nella battaglia contro il Senato che aveva proibito loro l'uso delle carrozze.

    Per non essere costrette a casa o ad estenuanti camminate, le donne si coalizzarono negando ai mariti il piacere dei sensi finché non costrinsero il Senato a togliere il divieto.



    LA DEA

    Carmenta era anche Dea della musica e della danza e veniva rappresentata con sul capo una corona di fave (il frutto proibito da Pitagora, ritenuto da alcuno sacro ai morti) il frutto che nasconde i suoi semi per cui doveva possedere anticamente i Sacri Misteri.

    Altro suo attributo era un'arpa con cui intonava le melodie dell'universo, attributo passato poi al Dio Apollo. Quando nasceva un bambino veniva portato al tempio perchè gli si profetizzasse il futuro. Al culto pubblico della Dea a Roma era preposto il Flamen Carmentalis, il flamine carmentale, ma gli oracoli li facevano solo le sacerdotesse.

    Infatti, Carmenta o Carmentis per altri sarebbe stata solo una sacerdotessa oracolante, particolarmente reputata e stimata nella Roma arcaica, per i suoi infallibili oracoli e la precisa conoscenza che ella sarebbe stata in grado di dimostrare nel campo del destino degli uomini.

    Morta, all’eccezionale età di all’incirca 110 anni, Carmenta sarebbe stata sepolta alle falde Sud-Est del Campidoglio, presso la porta Carmentale, edificata già all’epoca di Romolo e di Tito Tazio (Plutarco, Vita di Romolo 21, 1), ed immediatamente divinizzata ed accolta a furor di popolo tra gli Di Indigetes (Dei ed Eroi primitivi e nazionali).

    Ella era rappresentata come una giovane e leggiadra donna dai lunghi capelli ondulati, a loro volta decorati, sul giro fronte/tempie/nuca, con un vegetale e rigoglioso diadema di foglie pennate, fiori (bianchi, macchiati di nero) e baccelli di fave (Vicia faba), ed avente ai suoi piedi un’arpa, simbolo del carattere profetico e divinatorio che era attribuito a quest’antica veggente.

    I FLAMEN CARMENTALIS

    Le Carmentalia a Roma si fusero poi con le sibille, delle quali molto famosa fu quella di Cuma.
    Ambedue le Dee erano considerate divinità oracolari. La prima conosceva il passato e s'invocava per riparare i mali incorsi. La seconda prediceva l'avvenire e s'invocava per prevenire i mali venturi ed erano comunque ambedue invocate nei parti. Da lei tutte le donne che profetavano si dissero Carmente.

    Secondo un'altra tradizione invece era una festività osservata principalmente dalle donne; e, in epoche più antiche, solo femminile, anche se non sono noti particolari della celebrazione.

    Carmenta sarebbe stata invocata con gli epiteti di Postvorta e Antevorta, in riferimento alla sua capacità di guardare indietro al passato e in avanti al futuro. Sicuramente questo riguardava il mito più antico, nel mito successivo Postvorta e Antevorta vennero sostituite dalle sibille.

    In realtà sembra che le Carmemtae fossero quattro:

    - Egeria, l’ispiratrice del secondo re di Roma, Numa Pompilio, di stirpe sabina e promotore della concordia fra le prime tribù romane (dopo il ratto delle sabine ce n'era bisogno). 

    - Carmenta (Carmentis), da cui il termine "carme" la poesia.

    - Antevorta e Postvorta, che sarebbero anch'esse personificazioni legate al parto, in quanto Dee Indigetes, invocate perché il feto si presentasse nella giusta posizione (con la testa in basso), e fosse salvato se si fosse presentato al contrario. A loro venivano talvolta attribuite facoltà profetiche e più generalmente “ispiratrici”.

    Sempre secondo le antiche fonti tradizionali, la medesima Temi o Thémis, per la sua audace relazione, sarebbe stata costretta ad abbandonare l’Arcadia ed a rifugiarsi con suo figlio Evandro in Italia, dove Faunus, mitico re del Lazio (Latium), li avrebbe entrambi benevolmente.
    Quella che i Romani, da lì a poco, inizieranno a chiamare Carmenta o Carmentis (da Carmen = ‘canto magico’ o ‘formula prodigiosa’ o ‘incantesimo’ o ‘oracolo’), nel corso della sua attività pubblica e dei suoi spostamenti – secondo la mitologia – sarebbe stata costantemente accompagnata, da due Ninfe delle sorgenti e dei boschi o Camènes:
    – Antevorta (o Anteverta) una specie di ‘spirito/genio del passato’;
    – Postvorta (o Postverta) una specie di ‘spirito/genio dell’avvenire’.



    LA FESTA

    Durante la festa più antica era proibito l'uso delle carni, ma successivamente nel banchetto festivo questo uso venne tollerato. Però era proibito sacrificare animali. C'erano canti e danze e processioni eseguite dalle stesse sacerdotesse a cui si univa la popolazione.

    La festa durava dal mattino al tramonto. Sembra che anticamente proseguisse anche di notte e che alle danze e alle libagioni per la Dea seguissero anche accoppiamenti sessuali rituali, usanza poi severamente proibita.


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  • 01/16/19--05:59: TERME DI BATH (Inghilterra)

  • Le terme romane di Bath furono costruite ai tempi dell'imperatore Vespasiano, nel 75 d.c., nella città allora chiamata Aquae Sulis. Pare infatti che in questa zona, fin dal 10000 a.c., dal sottosuolo fuoriuscisse acqua termale, ancor oggi visibile.

    Erano conosciute in tutto l'Impero Romano e frequentate da gente di ogni classe sociale. Il complesso comprendeva anche un tempio dedicato all'antica dea celtica dell'acqua e alla Dea romana Minerva.

    Nel 410, con l'abbandono della Britannia da parte delle legioni romane, le terme vennero abbandonate e l'Inghilterra fu invasa dai Sassoni, che conquistarono la città nel 577. La struttura cadde in sfacelo e si allagò. Per arginare l'acqua si mise del pietrisco negli ambienti, che con l'acqua si trasformò in fango nerastro che sommerse le terme.


    L'acqua che alimenta le terme di Bath cade dapprima sotto forma di pioggia sulle vicine Mendip Hills, poi grazie ad una serie di cunicoli sotterranei, l'acqua percola (cioè attraversa un materiale poroso) fino a una profondità compresa tra i 2,700 e i 4,300 m, dove viene raggiunta una temperatura fra i 69 e i 96 ° a causa dell'energia geotermale.

    RICOSTRUZIONE DI AQUAE SULIS CON LE RINOMINATE
    TERME DI BATH AL CENTRO (INGRANDIBILE)
    Le terme di Bath, quindi, captano 1,17 milioni di litri di acqua calda ogni giorno, che sgorga dal suolo ad una temperatura di 46 °. Delle vere terme naturali.

    I primi ad usufruire delle terme furono i Celti, che sul sito costruirono un santuario dedicato alla Dea Sulis, adorata dai Romani sotto il nome di Minerva. La leggenda racconta che il fondatore di Bath fu un re Celta chiamato Bladud, che aveva contratto la lebbra e che guarì bagnandosi nelle acque fangose delle sorgenti (che allora sgorgavano in una palude).

    Bladud avrebbe creato il primo nucleo della città in quel luogo dopo la sua guarigione miracolosa, attorno al IX secolo a.c.. Diversi ritrovamenti archeologici fanno ritenere che la zona delle fonti fosse già abitata circa 10.000 anni fa. La storia ci dice che effettivamente i Celti conoscevano già le proprietà curative di quelle acque e che ritenendole d'origine soprannaturale le avevano consacrate alla loro Dea chiamata Sul, o Sulis.


    In epoca imperiale, quando la Britannia era sotto dominio romano, il nome di Sulis continuò ad essere utilizzato anche dopo il tramonto della civiltà celtica, tanto che i Romani, che rispettavano tutte le divinità straniere, decisero di battezzare la città come Aquae Sulis («le acque di Sulis»). I Romani, infatti, conobbero le sorgenti termali nel 44 d.c.; la costruzione delle terme ebbe luogo nel 60-70, anche se i vari rimaneggiamenti si conclusero solo nei trecento anni successivi.

    Durante l'occupazione romana della Britannia, e possibilmente su suggerimento dell'imperatore Claudio, vennero costruite delle strutture lignee sotterranee per evitare che l'edificio sprofondasse nel fango. La fonte venne inoltre fatta cingere da un muro alto 2 metri rivestito da lamine di piombo.

    Nel III sec., le terme vennero rinchiuse in un'enorme sala voltata, che comprendeva un modesto "calidarium" disposto a ovest, un "tepidarium" e un "frigidarium" collocato a sud. Il rifacimento del tetto, inoltre, rese necessario anche il rafforzamento delle mura con contrafforti di laterizio, insomma tutto fu ripristinato al meglio dai romani. L'intero complesso rimase in uso fino al declino del dominio romano, dopo il quale venne insabbiato ed eventualmente allagato; la Cronaca anglosassone ne data l'abbandono nel VI secolo.

    Presso il sito sono state rinvenute 130 tessere plumbee con esecrazioni: le cosiddette defixiones. Le maledizioni, scritte in romano britannico, ( lingua neolatina che si sviluppò nella Britannia romana nel V e VI secolo d.c., dopo il ritiro delle legioni romane dalle isole britannicheerano principalmente rivolte ai ladri di indumenti, che venivano lasciati sul ciglio della vasca mentre il proprietario si immergeva nelle acque termali.



    LA RINASCITA

    Mentre la città di Bath prosperava grazie al commercio della lana, le Terme caddero nell'oblio fino al 1755, quando il dandy Beau Nash ne fece l'elegante ritrovo dell'aristocrazia londinese. La fonte è oggi ospitata in un edificio ottocentesco in stile neoclassico, frutto della matita di John Wood il Vecchio e del figlio John Wood il Giovane.

    Vari sono gli interventi che hanno restituito le Terme così come le possiamo vedere oggi: fra questi, degni di nota sono la Grand Pump Room di Thomas Baldwin (1789-99) e il colonnato settentrionale, sempre del Baldwin.




    IL MUSEO

    Il museo conserva una superba raccolta di manufatti romani, rinvenuti prevalentemente nelle Sorgenti Sacre, dato che sta ad indicare la natura votiva dei reperti. Nella collezione spiccano la testa di bronzo dorato di una statua di Minerva, restituita dalle indagini archeologiche del 1727, e una collezione di 12,000 monete romane.

    Il tempio romano dedicato a Sulis-Minerva è contemporaneo alle adiacenti Terme. In origine, il complesso era caratterizzato da una struttura tetrastila di ordine corinzio e si ergeva su un podio elevato di due metri dall'area pavimentata a mosaico; a circondare il tutto, vi era un portico colonnato. Il tempio presentava numerose caratteristiche inusuali per l'architettura della Britannia: fra queste, di spicco era l'elaborato frontone con al centro una testa di Gorgone, sostenuta da due creature alate in un clipeo.

    Varie sono le controversie sorte per determinare l'identità della Gorgone: infatti, nonostante abbia ali sopra gli orecchi e serpenti intrecciati nella barba, il volto raffigurato è maschile, mentre la tradizione vuole che le Gorgoni siano tre sorelle. Un'altra teoria suggerisce che la Gorgone sia stata assimilata a Oceano, oppure a una divinità celtica del Sole. Nel museo, vengono custodite anche le vestigia dell'ipocausto, utilizzato per riscaldare il calidarium delle terme.


    Le statue novecentesche degli imperatori romani che adornano i corridoi aperti della struttura sono particolarmente suscettibili agli effetti della pioggia acida; per questo motivo, viene applicata con cadenza regolare una speciale patina protettiva. Analogamente, le mostre allestite all'interno della struttura sono compromesse dall'aria calda, che separa i sali corrosivi dalle murature romane; per limitare questo fenomeno, nel 2006 venne installato un nuovo sistema di ventilazione.

    I bagni romani di Bath, sono una delle attrazioni storiche più belle del nord Europa e una delle più popolari del mondo. Un grande complesso derivato dai tempi romani e che è simbolo della potenza e dello stile di vita un tempo presente in questa parte del Regno Unito.

    FONTE DELLE ACQUE TERMALI DI BATH
    Il monumento non è solo di alto valore storico ed architettonico, ma anche ad un sistema ingegneristico unico e tra i meglio conservati in Europa; nonostante le acque che scorrono lungo gli antichi bagni non siano più adatte alla funzione tipica svolta dalle terme.
    Il complesso si posiziona proprio al centro della città di Bath, Somerset, Inghilterra, e si divide in quattro parti principali:

    - una parte è chiamata Sacred Spring (sorgenti sacre),
    - quindi l'antico tempio romano (Roman Temple),
    - l'edificio vero e proprio delle terme (Roman Bath House)
    - e il museo, nel cui interno si possono apprezzare diversi reperti antichi di millenni.

    I bagni termali di Bath furono rimaneggiati modificati in diverse occasioni nel tempo. Così accadde nel XI] secolo e nel XVI secolo infine nei due secoli più vicini a noi. La sorgente era ricca di acque minerali e attirava gran massa di visitatori. Il sistema idraulico e quello di drenaggio sono ancora in gran parte funzionanti, a testimonianza della ingegnosità dei Romani.

    In Britannia un luogo come quello utilizzato a Bath, offriva al visitatore un bagno freddo (frigidarium), un bagno tiepido (tepidarium) e un bagno caldo (caldarium) e oltretutto molto ben organizzato e con ottimi servizi come una palestra, dove poter fare esercizi per il buon mantenimento del corpo.

    Dai suoi oggetti votivi si è capito che era considerata la Grande Madre donatrice di vita, ma anche fonte di maledizioni. Nel museo infatti si conserva e credo si conservi a tutt'oggi la figura arcaica di una Dea che ha tre teste, anzi tre volti a forma perfettamente rotonda, come si trattasse di tre lune piene.

    TESTA DELLA DEA MINERVA SULIS
    Con la complicità di un amico potetti vedere il sotterraneo da cui sgorgava l'acqua: un ponticello ad arco pavimentato da sassi e pietre completamente coperti di giallo, il che faceva capire che si trattava di acque sulfuree, usate già in tempo antico per la cura di tante malattie.

    Le tavolette votive erano spesso scritte in codice, grazie a lettere o parole scritte al contrario. L'ordine delle parole poteva essere invertito, e le righe scritte in direzione alternata. Anche se molti testi sono in latino, occasionalmente si possono trovare in lingua celtica.

    Solitamente le tavolette facevano riferimento a furti di oggetti per Sulis, piccole quantità di denaro o abiti dai bagni delle terme. In linguaggio legale, le tavolette sembrano preghiere rivolte alla Dea di punire i noti o ignoti autori dei furti. 

    A Sulis si chiedeva solitamente di nuocere alla salute mentale e fisica del colpevole, mediante la negazione del sonno o addirittura con la morte. Una delle tavolette riportava un messaggio che diceva: "Dodimedis ha perso due guanti. Egli chiede che la persona che li ha rubati possa perdere la memoria e la vista nel tempio in cui prega".

    Il suffisso Spa (che non a caso si riferisce al latino Salus Per Aquam) caratterizza molte città europee dotate di fonti termali, abilmente scavate dai Romani nel loro cammino verso il nord, ma Bath Spa è stato elevato a patrimonio dell'umanità dall'Unesco.




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  • 01/19/19--03:52: FORNICALIA (19-20 Gennaio)
  • LA DEA DEL FUOCO
    Nel III millennio a.c. gli Egiziani inventarono un forno costituito da mattoni d’argilla disposti a forma di cilindro, alla cui base si accendeva il fuoco che veniva coperto da una lastra di pietra, sopra cui si sistemavano dei pani. Gli etruschi vi ponevano sopra invece delle pietre delle piastre tonde di argilla cotta. I Greci crearono il forno a cupola e successivamente la camera unica.

    In epoca romana si migliorò ancora la costruzione dei forni a cupola. Grazie a Numa Pompilio venne introdotta una festa propiziatoria in onore della Dea Fornace, protettrice dei forni per il pane.
    Il forno costruito con mattoni pieni che si riscaldavano molto lentamente e si raffreddavano con altrettanta lentezza permetteva dopo aver cotto il pane, di cucinare arrosti, verdure e dolci. 

    Fornace (dal latino fornax) era dunque la Dea del forno in cui si cuoce il pane. In suo nome si festeggiavano le Fornacalia (19-20 e 21 gennaio), feste di ringraziamento per la tostatura del farro nei forni dei panificatori, infatti nel periodo più arcaico in territorio romano si coltivava il farro, solo successivamente si coltivò il grano, che era più nutriente e di sapore migliore. La divinità sarebbe di origine, secondo alcuni umbro-sabina, perché il latino fornax sarebbe di origine sabina.

    Mentre anticamente si abbrustoliva il cereale all'aria aperta ovvero in mezzo alle capanne, accendendo dei fuochi, accadeva che a volte si raccoglieva solo cenere o addirittura si appiccava fuoco alla capanna. L'invenzione dei forni pose a tali inconvenienti.




    OVIDIO

    - Provarono per isperienza che il farro seccato al forno era il migliore ma non sapevano ancora bene il modo di farlo seccare e perciò ne ebbero danno. "Dea Fornax facta est" et coloni laeti Fornace orant ut illa temperet suas fruges" Ed ecco fatta la Dea Fornace e i contadini lieti la pregano per temperare il suo calore e trattar bene le loro messi. Lattanzio invece ride di questa falsa Religione, di questa Dea e de sagrifizj a lei istituiti da Numa affinchè i grani li secchi e non li abbruci.

    Ora il Massimo Curione con parole ordinate dalla legge intima le ferie Fornacali le quali non si fanno in un giorno fisso. Il Curio Maximus presiedeva questo a tutti i Curioni cioè a coloro ch'erano preposti a ciascuna Curia, perciocchè Romolo divise il popolo in tre Tribù e ciascuna Tribù in dieci Curie, e coloro che presiedevano alle Tribù eran detti Tribuni, e Curioni quelli che presiedevano alle Curie.

    Questo Curione detto altresì "Abbreviator Curiae" fino all'anno di Roma 544 fu eletto dal ceto de Patrizj, e dopo da quello della plebei (V Liv l 27:).  Faceva questo Curione i sagrifizj per la Curia e volle Romolo che il popolo insieme con lui avesse cura della res publica. La Curia si prendeva ancora come tempio sacro "ubi curahantur sacra"
    .

    E ciascuna Curia viene anche segnata sulla piazza con certe cifre su molte tavolette che colà intorno stanno pendenti e affiggevano nella piazza tavolette colle quali indicavano a quale Curia spettasse per turno (turnum) fare le feste Fornacali.

    FORNO ROMANO

    (OVIDIO - FASTI)

    19 gennaio  - FORNICALIA - I festa in onore della Dea Fornix.
    In nome della Dea Fornace, si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea e il pane di farro (e poi di grano) alla gente. La festa si protraeva nelle varie zone dell'Urbe fino a fine gennaio ma i giorni più densi erano dal 19 al 21 del mese. L'usanza di donare il pane si ripeteva anche per la feste di Cerere. Sembra che anticamente avvenissero anche accoppiamenti in nome della divinità (fornicare).

    20 gennaio -  FORNICALIA - II festa in onore della Dea Fornix.
    Ancora si cuoceva e si offriva la mola  salsa alla Dea e il pane alla gente, dopo avervi impresso i segno del sole, un punto centrale coi raggi intorno.

    21 gennaio  - FORNICALIA - II giorno di festa in onore della Dea Fornix, Fornace.
    Di nuovo si cuoceva e si offriva la mola  salsa alla Dea Fornix (Fornace) e il pane alla gente. Soprattutto i poveri si giovavano di queste elargizioni festive pagate dallo stato. Si organizzava la processione con pane vino e latte che veniva offerto ai cittadini.

    La Dea Fornace era una divinità preromana antichissima, colei che presiedeva alla cottura dei cibi e alla sessualità. Si ritiene che da lei venga il termine fornicare, cioè esercitare la sessualità, anch'essa collegata col calore.


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  • 01/20/19--05:18: LE ALAE ROMANE
  • EQUITES ROMANI
    Mentre i cittadini romani venivano reclutati nelle legioni, i latini e i gli alleati italici venivano reclutati nelle alae (ali), un corpo sia a piedi che a cavallo che faceva da ala a quello dei legionari, affiancandolo da entrambi i lati.

    Le truppe ausiliarie (auxilia) erano  di supporto ai legionari e si dividevano in: 
    - alae (cavalleria), 
    - cohortes (fanteria) 
    - cohortes equitatae (miste cavalleria e fanteria)

    Gli ausiliari non si limitavamo ad affiancare le legioni, ma presidiavano molte aree dell'Impero, controllando le zone di confine grazie ai numerosi forti, ed effettuando servizi di pattugliamento e scorta. Gli ausiliari non erano cittadini romani, tranne alcuni rari reparti. Ai reparti ausiliari si aggiunsero nel basso impero i numerus, sorta di unità etniche che conservavano caratteristiche e peculiarità di combattimento proprie.
    Dai tempi delle guerre sannitiche l'esercito consolare era costituito da 20.000 legionari e 2700 equites (cavalieri), vale a dire due legioni e due alae. In caso di emergenza le legioni venivano raddoppiate ma le ali restavano quasi sempre identiche. Le alae si chiamavano "ala laeva" (ala sinistra) e "ala dextra" (ala destra).

    Se ogni legione di cittadini romani era formata da 4.200 fanti (portati fino a 5.000, in caso di massimo pericolo) e da 300 cavalieri, le unità alleate di socii, chiamate alae, poiché erano poste alle "ali" dello schieramento romano, erano, invece, costituite da 4200 fanti, ma ben 900 cavalieri.
    Esisteva però anche la cavalleria dei cittadini romani, gli equites, che era posta alla destra dell'ala dextra, mentre quella dei socii (alleati) italici, tre volte più numerosa dell'ala destra, veniva posta a sinistra. I cavalieri usavano briglie e morsi, ma non conoscevano nè le staffe nè la sella.

    La Alae erano sottoposte ad un praefectus equitum (almeno fino a Tiberio) poi ad un praefectus alae. Erano divise in 16 turmae da 32 uomini, comandate ciascuna da 16 decurioni, tra cui un decurione princeps, per un totale di 512 cavalieri. Fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico.
    Conosciamo a tutt'oggi oltre 170 ale attraverso le iscrizioni, i diplomi, la Notitia dignitatum e le menzioni occasionali degli scrittori. Un riassunto della storia di questi alae è mancato finora.

    STELE DI UN VETERANO DI ALA ASTURUM - TOMI, ROMANIA


    LA STORIA

    La cavalleria venne istituita da Romolo, che creò un contingente di 300 equites che divennero 600 con l'annessione dei sabini. Servio Tullio aggiunse altre 12 centurie di cavalieri. In epoca repubblicana i cavalieri tornarono ad essere 300.

    Dopo la guerra sociale degli anni 91-88 a.c., che aveva portato ad accordare a tutte le popolazioni italiche la cittadinanza romana, si eliminarono le alae dei socii (costituite da fanti e cavalieri), per cui si supplirono alle ali dello schieramento romano, con le ali di cavalleria di stati clienti alleati, tanto più che con la riforma di Gaio Mario gli equites legionis erano stati soppressi, e la cavalleria divenne solo ausiliaria o alleata.

    Giulio Cesare fu il primo ad utilizzare contingenti di cavalieri di popolazioni alleate durante la conquista della Gallia, reclutando soprattutto Galli e Germani, dotandoli del "sagum", l'armatura di maglia, oltre all'elmo e a un piccolo scudo rotondo (clipeus). Ora avevano la sella di tipo gallico, a quattro pomi e i cavalli ferrati, ma non le staffe. inquadrò poi le ale sotto i decurioni romani, con grado pari a quello dei centurioni legionari e ad un praefectus equitum.

    Appiano di Alessandria narra che durante la successiva guerra civile nata dopo la morte di Cesare, poco prima dello scontro decisivo di Filippi del 42 a.c., Marco Giunio Bruto disponeva di 4.000 cavalieri tra Galli e Lusitani, oltre a 2.000 traci, illirici, parti e tessali; mentre l'alleato Gaio Cassio Longino di altri 4.000 arcieri a cavallo tra Arabi, Medi e Parti.

    Sotto Augusto i cavalieri si ridussero a 120, con uno scudo più piccolo e tondo, e si suddivideva in:
    - cavalleria pesante, detta "catafratti" dove cavallo e cavaliere erano coperti di armatura (lorica squamata) e dotati di una lunghissima lancia.

    Le prime unità di catafratti introdotte nell'esercito romano, furono create da Adriano. Si trattava ad esempio dell'Ala I Gallorum et Pannoniorum catafractaria, formata da Sarmati Roxolani.
    - cavalleria leggera, con un clipeus, una lunga spada e una lancia più corta, e talvolta con una "lorica hamata" (fatta ad anelli).
    - cavalleria sagittaria, con arcieri Traci o comunque orientali che tiravano da cavallo.
    - cavalleria mista, composta di cavalieri e di fanti.

    Gallieno invece creò dei reparti di cavalleria pesante mobili, cioè che si spostavano da una zona all'altra per soccorrere gli attacchi ai limes romani. Sotto Costantino la cavalleria mista cessò e i cavalieri operavano separati dai fanti.

    Le truppe ausiliarie, come le legioni, avevano i loro nomi e numeri. Erano composte fin dall'inizio del principato di Augusto, fino a Nerone-Vespasiano, da circa 500 uomini (quingenarie). Solo in seguito queste unità cominciarono ad raddoppiare il numero degli effettivi fino ai 1.000 armati (milliarie).

    Le coorti miste o equitatae (fanteria + cavalleria), erano anch'esse inizialmente solo quingenarie. Di loro abbiamo notizia fin dal principato di Augusto, da un'iscrizione rinvenuta a Venafro nel Sannio. Erano formate da 6 centurie di 80 fanti ciascuna e 4 turmae di cavalleria di 32 cavalieri ciascuna, per un totale di 480 fanti e 128 cavalieri. L'origine risalirebbe al tipico modo di combattere dei Germani, descritto da Cesare nel suo De bello Gallico.

    Fino al 200 a.c. le armature erano di bronzo, quindi molto pesanti, ma da tale data divennero di ferro (la lorca hamata e poi squamata). I cavalieri romani provenivano dai nobili, in seguito da nobili o da famiglie plebee di ottimo livello.

    Le alae di cavalleria inizialmente furono solo quingenarie (composte cioè da 500 armati circa). Furono sottoposte fino a Tiberio ad un praefectus equitum soppiantato poi da poi un praefectus alae. 

    Erano divise in 16 turmae da 32 uomini, comandate ciascuna da 16 decurioni (con carica sia amministrativa che militare), tra cui un decurione princeps, per un totale di 512 cavalieri. Le alae fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico.

    Si dividevano in quattro gruppi:



    ALAE NON NUMERATE:

    - Ala Afrorum 
    Ala Allactica
    Ala Antoniniana 
    Ala Apriana 
    Ala Atectorum 
    Ala Augusta 
    Ala Augusta Gallorum Petriana bis torquata miliaria civum Romanorum
    Ala Augusta Gallorum Proculeiana civium Romanorum 
    Ala Augusta Germanica 
    Ala Augusta ob virtutem appellata 
    - Ala Augusta Sebosiana 
    Ala Augusta Vocontiorum 
    Ala Batavorum 
    Ala (?) Brauconum 
    Ala Britannica Veterana 
    Ala Celerum 
    Ala Classiana civium Romanorum 
    Ala Commagenorum 
    - Ala Claudia Gallorum -
    Ala Claudia Nova 
    Ala Exploratorum Pomariensium
    Ala Felix Moesica Pia Fidelis Torquata 
    Ala Fida Vindex 
    Ala Flavia .
    Ala Flavia Gallorum
    Ala Gaetulorum Veterana 
    Ala Gallorum et Thracum Antiana 
    Ala Gallorum et Thracum Classiana civium Romanorum 
    Ala Gallorum et Thracum Classiana civium Romanorum 
    Ala Gallorum Flaviana 
    Ala Gallorum Indiana
    - Ala Gallorum Petriana
    Ala Gallorum Picentiana 
    Ala Gallorum Proculeana 
    Ala Gallorum Sebosiana 
    - Ala Gallorum Veterana 
    Ala Hispanorum Vettonum 
    Ala Lemavorum 
    Ala Longiniana
    Ala Miliaria
    Ala Mauretana Tibiscensium 
    Ala Nerviana, o Ala Nerviorum 
    Ala Noricorum 
    Ala Nova Firma Miliaria Catafractaria
    Ala Numidica
    Ala Pannoniorum 
    Ala Parthorum et Araborum 
    Ala Patrui 
    Ala Phrygum 
    - Ala Picentiana 
    Ala Pomponiani 
    Ala Praetoria 
    Ala Rusonis 
    Ala Sabiniana
    Ala Scubulorum 
    - Ala Sulpicia civium Romanorum
    Ala Scaevae
    Ala Sebastena 
    Ala Sebastenorum Gemina 
    Ala Siliana
    Ala Siliana torquata civium Romanorum 
    Ala Sulpicia singular civium Romanorum 
    Ala Tautorum victrix civium Romanarum
    Ala Thracum Herculania
    Ala Thracum Mauretana
    Ala Treverorum
    Ala Valeria Drumedariorum 
    Ala Vallensium 
    Ala Veterana 



    ALAE PRIME


    Ala I Asturum
    Ala I Augusta Parthorum 
    Ala I Augusta Gallorum civium Romanorum
    Ala I Augusta Gallorum Proculeiana 
    Ala I Augusta Gemina colonorum
    Ala I Augusta "ob virtutem" 
    STELE DI CLUNIA
    Ala I Augusta Thracum 
    Ala I Afrorum 
    Ala I Agrippiana Flavia 
    Ala I Asturum 
    Ala I Batavorum milliaria 
    Ala I Bosporanorum 
    Ala I Britannica Flavia milliaria civium Romanorum 
    Ala I de Campani
    Ala I Cananefatium (o Cannenefatium) civium romanorum 
    Ala I Civium Romanorum 
    - Ala I Claudia Gallorum 
    Ala I Colonorum Augusta 
    - Ala I Commagenorum milliaria sagittaria 
    Ala I Communaorum  
    Ala I Contariorum Ulpia milliaria 
    Ala I Dacorum Ulpia 
    Ala I Flavia Augusta Britannica miliaria civum Romanorum bis torquata ob virtutem 
    Ala I Flavia Gallorum Tauriana 
    Ala I Flavia Gemina
    Ala I Gaetulorum Flavia
    Ala I Gallorum Atectorigiana 
    Ala I Gallorum et Bosporanorum 
    Ala I Gallorum Claudia
    Ala I Gallorum et Pannoniorum catafractaria 
    Ala I Gallorum Flaviana - era posizionata in Mesia Superiore nel 160.
    Ala I Gallorum Indiana 
    Ala I Gallorum Picentiana 
    Ala I Gallorum Tauriana civium Romanorum torquata victrix Flavia
    Ala I Gallorum Veterana
    Ala I Gemelliana
    Ala I Flavia Gaetulorum
    Ala I Flavia Gemelliana 
    Ala I Flavia Singularium civium Romanorum pia felix
    Ala I Hamiorum Syrorum sagittaria 
    Ala I Herculaea 
     Ala I Hispanorum
    Ala I Hispanorum Asturum
    Ala I Hispanorum Aravacorum (o Arevacorum)
    Ala I Hispanorum Asturum quingenaria 
    Ala I Hispanorum Auriana
    Ala I Hispanorum Campagonum 
    Ala I Illyricorum 
    Ala I Ituraeorum Augusta sagittaria 
    Ala I Pannoniorum Sabiniana 
    Ala I Pannoniorum Tampiana milliaria 
    Ala I Pannoniorum Tampiana 
    Ala I Praetoria civium Romanorum
    Ala I Sarmatarum
    Ala I Scubulorum 
    Ala I Thracum
    - Ala I Thracum Classiana c.R. Victrix 
    Ala I Thracum et Gallorum 
    Ala I Thracum Augusta
    Ala I Thracum Mauretana 
    Ala I Thracum Classiana civium Romanorum torquata Victrix 
    Ala I Thracum Sagittaria Veterana
    Ala I Thracum milliaria 
    Ala I Thracum Veteranorum Sagittariorum civium Romanorum
    Ala I Thracum Victrix
    Ala I Tungrorum
    Ala I Tungrorum Frontoniana 
    Ala I Ulpia Contariorum Civium Romanorum 
    Ala I Ulpia Dacorum 
    Ala I Ulpia Dromedariorum Miliaria
    Ala I Ulpia Singularium 
    Ala I Vespasiana Dardanorum




    ALAE SECONDE

    Ala II Agrippiana Miniata 
    Ala II Asturum
    Ala II Augusta Thracum pia felix 
    Ala II Flavia Agrippiana
    Ala II Flavia Hispanorum civium romanorum 
    Ala II Flavia Gemina 
    Ala II Flavia milliaria
    Ala II Flavia pia felix miliaria 
    Ala II Gallorum Petriana Treverorum milliaria civium Romanorum bis torquata 
    Ala II Gallorum Picentiana 
    Ala II Gallorum Sebosiana
    Ala II Hispanorum 
    Ala II Hispanorum et Arevacorum 
    Ala II Hispanorum Vettonum civium romanorum
    Ala II Nerviana Augusta fidelis militaria
    Ala II Pannnoniorum
    Ala II Gallorum Augusta Proculeiana 
    Ala II Gallorum et Thracum Classiana civium romanorum 
    Ala II Ulpia Afrorum 
    Ala II Ulpia Auriana 
    Ala II Valeria singularis
    Ala II Vocontiorum Augusta civium Romanorum



    ALAE TERZE


    Ala III Asturum Pia Fidelis civium Romanorum 
    Ala III Augusta Victrix Thracum sagittaria 
    Ala III Augusta Thracum sagittariorum 
    Ala III Thracum


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