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  • 01/13/14--05:58: CULTO DELLE MUSE

  • "Noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
    ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare"
    (Esiodo, Teogonia)


    MUSE GRECHE

    "Per me desidero solo che le dolci Muse, come le chiama Virgilio, mi portino in quei luoghi sacri e alle loro fonti, lontano dalle ansie e dagli affanni e dalla necessità di fare ogni giorno qualcosa contro voglia" (Tacito)

    Figlie di Zeus e di Mnemosine (che significa Memoria). Zeus si unì per nove notti con la dea figlia di Urano e di Gea e la Dea  partorìnove bimbe nella Pieria, ai piedi dell'Olimpo, per cui le Muse a volte vengono chiamate Pieridi.
    Le muse presiedevano alla musica ed erano: Clio ispiratrice della storia, Euterpe la rallegrante, Talia la festosa, Melpomene la cantante, Tersicore che gode della danza, Erato stimolatrice di nostalgie, Urania la celeste, Polinnia la ricca di Inni e Calliope dalla bella voce.

    Le Muse erano invocate dai poeti come ispiratrici dei loro canti. Chi osava offenderle veniva severamente punito, come le figlie di Pierio, re della Tessaglia. Questi aveva nove figlie che hanno voluto gareggiare con le Muse nel canto e furono mutate, come racconta Ovidio in rauche gazze. 

    Le Muse non possiedono un loro ciclo leggendario. Intervengono come coro in tutte le grandi feste degli Dei; il loro canto più antico è quello che esse intonarono dopo la vittoria degli Olimpici sui Titani, per celebrare la nascita di un ordine nuovo; sono presenti alle nozze di Teti e Peleo, a quelle d'Armonia e Cadmo e in altre occasioni.

    Esiodo

    "Cominciamo il canto dalle Muse eliconie
    che di Elicona possiedono il monte grande e divino
    e intorno alla fonte scura, coi teneri piedi
    danzano, e all'altare del forte figlio di Crono…"




    MELPOMENE

    MELPOMENE (LOUVRE)
    Melpomene era la musa del canto e dell'armonia musicale e, successivamente, la musa della tragedia, forse per il suo rapporto con Dioniso. La tragedia è una delle forme più antiche di teatro, ereditata dalla tradizione poetica e religiosa della Grecia antica, dove nacque intorno al VI secolo a.c., in onore del dio Dioniso, il quale veniva festeggiato con danze, canti e feste.
    Viene raffigurata riccamente vestita, dallo sguardo grave e severo, con in mano una maschera tragica e calzata di coturni, tradizionali sandali tragici, con in mano uno scettro ed un pugnale insanguinato. Secondo alcune tradizioni, dall'unione di Melpomene con il dio fluviale Acheloo sono nate le Sirene,  con testa di donna e corpo di uccello, (per altri con corpo di pesce), la cui voce seducente attirava i marinai per farli morire. Altre fonti ci indicano in Melpomene la madre del musico Tamiri.

    Le Muse, sue sorelle, sono Calliope (musa della poesia epica), Clio (musa della storia), Euterpe (musa della poesia lirica), Tersicore (musa della danza), Erato (musa della poesia erotica), Talia (musa della commedia), Polimnia (musa degli inni) e Urania (musa dell'astronomia).



    MUSE ROMANE

    Plutarco racconta che nel VI sec. a.c. fu scoperta la tomba di Alcmena, madre di Ercole, e che dentro vi si trovò un messaggio in lingua sconosciuta che venne inviato in oriente per essere decifrato. Sulle tavolette c’era un invito ad organizzare un agone in onore delle Muse.
    I Romani assimimilarono le Muse con le loro antiche divinità locali chiamate Camene e che erano ninfe delle sorgenti e delle acque venerate presso il boschetto di Porta Capena. I sacrifici dedicati a loro prevedevano l'uso di acqua, latte e miele, come quello delle ninfe. Benché non fossero oggetto di vera e propria divinazione, erano comunque considerate come protettrici delle Arti, considerate parallelamente alle Camene.

    Il poeta Quinto Ennio (239. – 169 a.c.) nomina, come sue ispiratrici, le Muse, in polemica letteraria contro i predecessori che invece si ispiravano, come Livio Andronico, alle Camenae. Il riferimento alle muse è anche significativo perchè nel 179 a.c. il nobile Marco Fulvio Nobiliore, allora censore, aveva fatto erigere il primo tempio romano dedicato alle Muse, che sanciva l'introduzione a Roma del culto di queste divinità. Peraltro nello stesso anno in cui il collega censore, Marco Emilio Lepido, aveva fatto erigere il tempio di Apollo in Circo, le Muse e Apollo erano strettamente legati.

    Il nobiliore del resto aveva  dedicato il tempio di Hercules Musarum, Ercole delle Muse, in cui furono collocate le famose Muse di Ambracia, prelevate appunto ad Ambracia, capitale dell'Etolia, regione vicina all'Epiro greco.

    Spesso furono effigiate in affreschi e statue, ed ebbero un culto pubblico a carico dello stato, perchè a roma possedevano due templi, ed un terzo era dedicato alle Camene, ad esse assimilate. Venivano immancabilmente invocate nei banchetti con un brindisi, oltre che come ispiratrici. furono i romani e non i greci ad attribuire ad ognuna delle Muse un'ispirazione specifica nelle varie arti musicali.


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  • 01/17/14--05:28: SANTUARIO SIRIACO

  • TRASTEVERE FILORIENTALE

    Roma,  come riferiva Marziale, era  una città cosmopolita, si calcola che il 75 % dei romani non fossero nati a Roma,  con presenze numerose di nord-africani e medio-orientali che si mischiavano con le etnie italiche. 

    A Roma, come dimostrano ampiamente i reperti, oltre alle testimonianze, c'erano etruschi e sanniti, tripolitani e galli, siriaci e greci, e cilici cosparsi di zafferano, neri etiopici e sicambri. Ognuno si portava appresso le sue tradizioni e le sue credenze, riconoscendosi però in un'unica dimensione politica, adottando sovente e sempre di più la lingua latina, vivendo spesso a carico della famosa Annona, ma soprattutto sentendosi Romani.

    E' in questo clima che si pone il Tempio alla divinità greco-egizia di Serapide (poco distanti dal Quirinale) e il Serapeo dell'Iseo campense a Campo Marzio, ma nel 1906, durante i lavori per la costruzione della casina del custode della Villa Sciarra. si scoprono i resti di un tempio siriaco. E' uno dei numerosi templi del Trastevere dedicati a divinità non romane, probabilmente nel IV sec. d.c., sui resti di precedenti edifici del I e II sec. e in un luogo dove già si veneravano le divinità dei boschi e delle acque.


    VILLA SCIARRA

    Villa Sciarra, il cui ingresso è in via G.Dandolo 47, sorge alle pendici del Gianicolo, e fin dall'antichità questa zona era occupata da orti e giardini, e qui sorgeva il bosco sacro della ninfa Furrina, lucus Furrinae, dove nel 121 a.c. Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate, dopo la sua fuga dall'Aventino, per non cadere nelle mani degli inferociti optimates.
    In seguito la zona divenne parte degli Horti Caesaris, dove si vuole che Giulio Cesare abbia ospitato Cleopatra durante il suo soggiorno romano: gli Horti, alla morte di Cesare, furono generosamente lasciati in eredità al popolo romano. Al tempo dei romani queste cose accadevano, al contrario dei nostri tempi moderni.

    In questa area ora occupata dalla villa sorgeva il piccolo santuario delle divinità siriache, costruito in gran parte con blocchetti di tufo e composto da tre settori: due parti contrapposte separate da un cortile centrale rettangolare di m 11 x 9, sul cui centro del lato sud si apriva l’ingresso del tempio. Il settore situato a occidente del cortile, maggiormente conservato, consiste in un’aula ottagonale con abside sul fondo e due nicchie laterali, dalla pianta quindi molto insolita, preceduta da un vestibolo e affiancata da due ambienti stretti e lunghi.

    Al centro dell'aula ottagonale, entro una cavità ricavata in un altare triangolare, furono rinvenute alcune uova di pietra ed una statuetta di bronzo di cm 50 di altezza, rappresentante un personaggio maschile, composto e immobile, il cui corpo è avvolto nelle spire di un serpente. L’idolo, adagiato sul dorso e sepolto all’interno dell’altare triangolare, evidentemente in relazione a un rituale di morte e di resurrezione simbolica, si presume da alcuni trattarsi di Adone: il rito del seppellimento del dio Adone che moriva ogni anno per tornare in vita attraverso le sette sfere celesti simboleggiate dalle sette spire del serpente.
    Questa statua ricorda però alcune rappresentazioni di Chronos Leontocefalo, divinità del Tempo, che tra i vari attributi ha anche un serpente che gli avvolge il corpo in sette spire (le sette sfere planetarie), elemento simbolico comune anche al mitraismo.

    Il terzo settore, a sinistra del cortile, è costituito da un edificio basilicale preceduto da un atrio sul quale si aprono due celle laterali. In quest’aula è stata rinvenuta una statua in marmo raffigurante Giove seduto in trono, ovvero il Dio principale della triade di Heliopolis, Hadad,  mentre le due nicchie laterali ospitavano Atargatis (la dea Syria dei Romani) e Simios (Mercurio). Qui furono rinvenute anche una statua egizia in basalto nero, cioè Osiride raffigurato come un faraone, una statua di Bacco con il volto e le mani dorate ed altre sculture frammentate.

    Presso una fonte sorgiva,  proprio nel bosco sacro a Furrina, alle pendici del Gianicolo, cresceva un culto venuto dall’Oriente, in un luogo ove le comunità straniere di schiavi, liberti e commercianti portavano i loro riti e culti, animando il pantheon tradizionale con la complessità e le emozioni dei culti misterici. In quest’ambito della Regio XIV sorse il tempio nelle forme di un tèmenos con una vasca o piscina sacra, come pure, la sua successiva trasformazione ascritta ad un tal Gaionas, ricco e munifico mercante siriano che aveva importato a Roma assieme alle merci pure i suoi culti.

    Per quanto riguarda la destinazione degli ambienti, è abbastanza probabile che quelli del settore occidentale, di cui faceva parte l’aula absidata, dovevano essere destinati al culto, mentre le stanze dell’ala orientale costituivano la parte del santuario riservata ai sacerdoti e alle pratiche di iniziazione. Il cortile centrale, infine, era evidentemente destinato ad accogliere i fedeli.

    Una distruzione, o forse un incendio, mise fine al primo santuario che venne ricostruito dalla base e con un nuovo orientamento nel IV secolo. Fu allora che l’edificio venne organizzato in tre corpi distinti: al centro un cortile, a ovest una costruzione a pianta basilicale e a est un’altra a pianta ottagonale.
    Non a caso il tempio era orientato verso il sole, visto che ospitava la triade heliopolitana: Giove Heliopolitano (Hadad o Giove Serapide), Atargatis (la dea Syria dei romani) e il figlio Simios (romanizzato come Mercurio e associato anche a Dioniso).



    GAJONAS

    In un incavo praticato sotto il piano della nicchia di Giove - Hadad, venne ritrovato un curioso teschio senza denti e senza mascella inferiore, sparito dopo il suo rinvenimento, ma un mare di reperti in Italia spariscono dopo il rinvenimento, salvo poi apparire nei musei esteri o nelle collezioni private.

    LASTRA DI GAJONAS
    Forse fu l’ultimo tempio pagano mai costruito a Roma, chiuso e sigillato dai suoi fedeli, sigillato così bene che un paio di elementi sono rimasti intatti fino agli scavi archeologici di fine ‘800. Fu scoperto nel 1906 e scavato nel 1908. Così lo descrisse Rodolfo Lanciani, il grande archeologo di inizio ‘900:

    Dobbiamo riprendere con il lettore il discorso delle religioni orientali in Roma e parlare del terzo grande sacerdote della setta siriaca, quel Marco Antonio Gaionas, che abbiamo già incontrato e il cui nome è divenuto popolare in seguito alle scoperte avvenute a Roma sul Gianicolo il 6 febbraio del 1909.
    La storia inizia nell’estate del 1906, quando George Wurst, proprietario della villa Crescenzi-Ottoboni-Sciarra, stava gettando le fondazioni di una casa per il giardiniere, nella parte bassa della villa che comunica con l’attuale viale Glorioso. Durante gli scavi vennero alla luce numerose epigrafi in lingua greca e latina, e varie are votive, una prima dedicata al dio siriaco Adados, una seconda a Giove llla.legiabrudes (il dio locale della città siriaca di Giabruda, una terza a Giove Keraunios Giove Fulminatore ed alle Ninfe Furrine. 
    Tra le epigrafi ne venne fuori una, in versi greci, che conteneva lodi di un certo Gaionas che in lingua aramaica vuol dire « il magnifico ».
    Ben presto scoprimmo che questo Gaionas era una vecchia conoscenza dell’epigrafia cittadina insieme a Balbillus, già ricordato, per le molte epigrafi scoperte in precedenza. Ricordammo il particolare che questo Gaionas, nelle varie iscrízioni che lo riguardavano, veniva riconosciuto con un numero sempre più vasto di appellativi mai uditi e di cui è impossibile quasi sempre dare l’esatto significato. Veniva chiamato Deipnokrites oppure Cistiber oppure Cistiber Augustorum e così via.

    Dal numero e dal tono delle epigrafí, ci siamo convinti che questo personaggio dovette essere un vanitoso ed un opportunista, sempre pronto ad afferrare l’occasione per mettersi in vista e forse per far soldi. Sappiamo, che quando nel 176 Marco Aurelio fece innalzare nel Campo Marzio la famosa colonna, a ricordo delle sue campagne vittoriose contro i Marcomanni ed i Sàrmati, Gaionas ne fece erigere una simile, più piccola, con una lunga iscrizione che inneggiava alle gesta del suo regno religioso.
    RITROVAMENTO DI IDOLO SIRIACO
    L’iscrizione scoperta nel 1906, di cui abbiamo dato notizia, provò che lì era il lucus Furrinae, il luogo sacro al culto di Furrina, dove l’infelice tribuno Caio Sempronio Gracco si era rifugiato in quel terribile giorno del 121 a.c. Qui lo raggiunse la folla inferocita del Foro e qui lo massacrò a bastonate insieme a tremila del suo partito che furono, insieme a lui, gettati poi nel Tevere, a monte dell’isola Tiberina.

    Questa epigrafe inoltre ci informò della presenza nel luogo di alcune sorgenti che, da tempo immemorabile, erano considerate sacre e dedicate alla dea Furrina, più tardi al culto delle ninfe. Si potè accertare che, al tempo degli Antonini, una parte dell’area sacra con una sorgente, era stata ceduta alla colonia siriaca alla quale venne concesso il permesso di costruire un cappella dedicata agli dei siriaci e l’uso di una fontana per le abluzioni dei fedeli.

    Su indicazioni degli archeologi venne rintracciata e ricondotta alla primitiva efficienza la sorgente che era stata concessa a Marco Antonio Gaionas per le abluzioni dei suoi fedeli. Questa aveva una portata di circa cinquanta m3 al giorno ed essendo di eccellente qualità, rappresentò, per il proprietario attuale, un incremento nel valore della proprietà niente affatto trascurabile.
    La vasca di cipollino scuro che raccoglieva l’acqua, scoperta per caso nel 1902, era stata in precedenza venduta all’antiquario Simonetti per 2700 franchi ed ancora appartiene alla sua collezione. Fu poi accertato che il santuario costruito da Gaionas al tempo degli Antonini era stato abbandonato e sostituito da un altro più alto sul colle del Gianicolo, costruito però con quella negligenza e con quella povertà di materiali che è tipica delle costruzioni del IV sec.

    L’opera non aveva fondazioni, le mura erano costruite con tufi non squadrati e con calce cattiva; malgrado tutto, la pianta della fabbrica era ben fatta. Questa comprendeva una grande sala centrale per le riunioni, esposta ad oriente. Aveva una base triangolare al centro ed un altare quadrato nell’abside. Sopra l’ara fu trovata una statua di marmo mutilata, probabilmente di un Giove Heliopolitano o di Baal. Questa grande sala era circondata da cinque o sei cappelle a pianta triangolare. È da notare che la pianta triangolare era quasi la regola per ogni struttura interna come are, cappelle etc. In un recesso, al limite orientale del santuario, fu scoperto il 6 febbraio del 1909 un altare triangolare di grandi dimensioni con tutto intorno un bordo rialzato per impedire ai liquidi di traboccare o sgocciolare sul pavimento. Sembra che verso la metà del quarto secolo i credenti siriaci ed i fedeli di Mitra si unissero per contrastare l’invadenza del cristianesimo che, specialmente dopo l’imperatore Costantino, si stava rapidamente diffondendo in tutta l’Italia.


    IDOLO SIRIACO
    Sembra inoltre provato che ogni loro attività religiosa ebbe a cessare, prima per il decreto di Gracco, prefetto di Roma, del 377, che vietava in Roma la pratica dei culti stranieri ed infine con il decreto di Teodosio del 392 che, definitivamente, abolì ogni culto pagano in tutto l’Impero. Questi due decreti fecero la fortuna, se così possiamo dire, degli archeologi, perché dagli scavi risultò che il santuario era stato abbandonato di colpo, forse sin dal primo decreto prefettizio del 377 e che le belle statue delle divinità, ritrovate entro i confini del santuario, erano state di proposito nascoste prima della fuga, 60 cm sotto il pavimento. Fu ritrovata una statua di bella fattura, assolutamente intatta, di Dioniso o di Bacco giovane, con i soliti attributi divini, nuda, ma con la testa e le mani fortemente dorate. Questo particolare ha fatto pensare che, quando il dio era esposto al culto, fosse rivestito con ricchi paludamenti di foggia orientale, uso, del resto, conservato da molti paesi italiani per i loro santi protettori.

    Venne anche alla luce una bella statua della dea Iside giovane, forse un originale egizio della scuola Saitica. Altri l’hanno ritenuta una copia del tempo di Adriano. Questa bella statua in basalto nero fu certamente abbattuta barbaramente dal suo piedistallo con un brutale colpo alla faccia che le sfigurò il naso e la bocca. La caduta provocò poi la rottura del corpo in cinque o sei pezzi, che furono pietosamente riuniti insieme da qualche fedele e così sepolti nell’abside di una cappella. Per fortuna, a parte gli sfregi della faccia, nessun pezzo era mancante.

    Nella Sancta Sanctorum della cappella maggiore, tra l’ara principale e proprio sotto i piedi della statua di Giove Baal, fu scoperto un nascondiglio di circa 30 cm2, dalle pareti rivestite di stucco. In esso fu rinvenuta la metà di un teschio umano adulto a cui mancavano la mascella inferiore ed i denti, né vi erano nel luogo tracce di altre ossa o di qualsiasi corredo funebre. Il teschio sembrava tagliato con un colpo netto, come per adattarlo alle dimensioni del ripostiglio segreto e lì era rimasto per quasi 16 secoli. Poiché non possiamo, per ovvie ragioni, considerare questo relitto come un os resectum od un residuo di una incinerazione, si è avanzata l’ipotesi che si tratti dei resti (veri o falsi) di un sacrificio umano « di consacrazione », rito frequente nelle religioni semitiche. L’aver dato un posto d’onore a questa reliquia sotto l’ara maggiore del recinto sacro, fa pensare che il santuario stesso fosse molto importante per gli iniziati.

    La vittima immolata secondo antichi riti, in virtù del suo sacrificio, avrebbe incatenato, secondo il loro credo, il dio alla reliquia assicurando così la sua continua presenza per tutto il periodo della sua custodia, Dobbiamo ricordare a proposito che quando il mitreo di Alessandria fu sconsacrato dall’imperatore Costantino nel 361, un gruppo di cristiani scoprì ossa umane in un passaggio segreto, ossa che, di tanto in tanto, venivano mostrate al popolo ignorante come prova di sacrifici umani avvenuti in quel covo di imbrogli. Fu anche trovato un secondo nascondiglio, al centro dell’ara triangolare, nella parte orientale dell’edificio. Sembra che nel giorno della consacrazione del tempio, oltre a quanto descritto, si dovesse nascondere anche una immagine del dio; il luogo veniva poi chiuso da una tegula bipedalis sigillata con cemento tutto intorno al bordo.

    In fondo a questo nascondiglio, con i piedi rivolti verso l’ara maggiore, fu rinvenuta una statua in bronzo di Mitra Leontokefalos avvolta, come al solito, nelle spire di un serpente. Prima di chiudere il nascondiglio, si provvedeva a porre sul rettile cibi simbolici. Erano state poste cinque uova di gallina, una su ogni spira del serpente. Non so se queste uova furono di proposito rotte, fatto sta che il tuorlo si era mescolato con la polvere ed aveva formato incrostazioni. Non fu fatto sul luogo un esame accurato del reperto, ma con tutta probabilità l’altare ed il suo contenuto sarà rimosso e trasportato al museo Nazionale, dove le opportune ricognizioni ed esami possono essere fatti in più favorevoli circostanze che non all’aria aperta.


    ARA DI ZEUS HADAD
    Questo ritrovamento ha avuto in Roma un precedente, ricordato nelle « Memorie » di Flaminio Vacca, l’intelligente archeologo e cronista vissuto al tempo di Sisto V, che abbiamo già incontrato in precedenza. Racconta che scavando nella vìgna di Orazio Muti di fronte alla chiesa di San Vitale (esattamente dov’è ora via Venezia, una traversa di via Nazionale) fu trovato un segreto luogo di culto, chiuso da una porta murata. Demolito il muro, fu scoperta una statua di un dio a forma umana ma con la testa di leone, avvolto nelle spire di un serpente il quale sporgeva con la testa al di sopra ed avanti la testa del dio. Intorno al piedistallo erano molte lampade di terracotta con il becco rivolto verso la statua. Lanciani Rodolfo, “Passeggiate nella campagna romana”, Quasar, pag, 160"

    Ora, che il mezzo cranio fosse una prova di sacrifici umani si può asserire con lo stesso diritto con cui un giorno i nostri pronipoti, scavando la sepolte chiese dei Cappuccini o  di s Teodosio a Roma, asserissero essere tutti quei teschi o scheletri frutto di sacrifici umani. E con lo stesso metro, vedendo le numerose immagini dei Cristo in croce, si desumesse che nella nostra epoca fosse costume torturare degli esseri umani. Fu scritto dei Cartaginesi e pure degli Etruschi che immolavano i bambini, ma venne detto anche dei cristiani.

    Si sa invece che il tempio fu ricostruito da ANTONIUS GAIONAS, una specie di Mecenate, anche se a Lanciani era antipatico, un siriano contemporaneo di Marco Aurelio e Comodo. Gli scavi sistematici iniziarono nel 1908 e portarono alla luce i resti di tre fasi edilizie, l'ultima delle quali è l'attuale e visibile luogo di culto. La prima fase, per quel che si è riuscito a capire, risale al I-II sec. d.c. e presenta alcune strutture ancora visibili nel cortile centrale, orientate secondo i punti cardinali. Ad una seconda fase del II sec. d.c. appartenevano alcuni muri formati con grandi anfore olearie e vinarie ed i resti di due ambienti con pavimento musivo di tipo geometrico. Proprio a questa fase è legata la figura di Marcus Antonius Gaionas, un siro vissuto agli inizi del I sec. d.c., che doveva essere piuttosto noto, visto che il suo nome si trova su diverse epigrafi provenienti da Roma e da Porto. Si trattava, con tutta probabilità, di un armatore. In una di queste epigrafi, utilizzata come elemento di una fontana nelle strutture della seconda fase del tempio, Gaionas è definito "addetto ai banchetti rituali" all'interno del santuario del Gianicolo, la cui costruzione potrebbe essere proprio dovuta alla sua generosità.



    LE FURRINE 

    Delle 3 fasi, che furono identificate nel 1906, solo dell'ultima sono visibili le tracce. Una iscrizione greca trovata sul posto contiene una dedica a ZEUS KERAUNIOS e alle NINFE FURRINE, nei pressi era, dunque, il bosco sacro di FURRINA. In quest'area sacra fu sepolto Numa Pompilio e nei pressi sgorgava la Fonte sacra a Furrina il cui culto fu collegato, nel I sec. a.c., con quello delle divinità siriache. Ciò è documentato da alcune iscrizioni rinvenute sul sito.

    BACCO
    La tradiione vuole che sul colle sorgesse un'antichissima città fondata da Giano, che si contrapponeva a quella sorta sul Campidoglio per volere di Saturno. Il mito allude ad antichi culti locali. Sul Gianicolo era la tomba di Numa Pompilio, il re che diede ai Romani le prime istituzioni religiose e che aveva fatto edificare un tempio a Giano nel Foro. Dal Gianicolo entrò a Roma Tarquinio Prisco (Lucumone) che proprio su questo colle era stato confermato come re attraverso il prodigio dell'aquila che aveva volteggiato sulla sua testa.

    Il Gianicolo fu la residenza della plebe, con artigiani e commercianti. Tra i luoghi di culto dedicati alle divinità orientali vi erano, oltre ad un Santuario delle Divinità Orientali vero e proprio, numerosi mitrei, dai quali provengono sculture, rilievi, epigrafi rinvenuti in diverse parti del Gianicolo.
    Vi era un santuario dedicato a Giove Dolicheno, il quale aveva anche suoi santuari sull'Aventino e sull'Esquilino. In Vaticano, poi, vi era il Phrygianum, dedicato alla Dea frigia Cibele, le cui strutture furono individuate nel 1607, quando fu iniziata la costruzione della facciata di S. Pietro. Nel 181 a.c., narrano le fonti, in un podere situato alle falde del Gianicolo furono ritrovati due sarcofagi con iscrizioni in greco e in latino. I sarcofagi, si dice, contenevano il corpo del re Numa, mitico fondatore dell'ordinamento religioso dei Romani, ed alcuni suoi libri concernenti questioni legislative sui nuovi culti introdotti a Roma, specialmente quelli di origine, appunto, orientale. Probabilmente, però, si tratta solo di una leggenda per giustificare l'introduzione dei nuovi culti nell'Urbe.

    Il Santuario del Gianicolo è intimamente connesso al Lucus Furrinae, uno dei tanti boschi sacri (luci) che da tempi immemorabili popolavano il territorio di quella che diverrà l'Urbe per eccellenza. Dunque il Gianicolo era ricoperto, anticamente, di una fittissima vegetazione. Purtroppo le notizie in proposito sono piuttosto scarse. Si sa che Furrina era una divinità delle selve e delle acque il cui culto antichissimo era piuttosto in disuso già in epoca repubblicana. Il suo nome, infatti, veniva spesso confuso con quello delle Furie, divinità infere.

    Comunque a Furrina era assegnato un flamine, il flamen furrinalis, che era uno dei 15 sacerdoti che, secondo la più antica tradizione religiosa romana, erano addetti specificatamente a singole divinità. La festa di Furrina si celebrava il 25 luglio di ogni anno, proprio nel Lucus Furrinae, dove sorgeva anticamente un santuario alla divinità, e dove in seguito vennero onorate come Ninfe Furrine, piuttosto che come Furie.
    Una fonte sacra che scorreva nel Lucus venne canalizzata per servire il tempio siriaco che, con il tempo, assorbì le funzioni del culto di Furrina.

    Sembra che nel IV sec., forse per le nuove leggi intolleranti del paganesimo, il tempio venne chiuso precipitosamente e l'idolo interrato. Sembra che qualcuno affetto da integralismo religioso si sia però introdotto facendo a pezzi le statue, ma che successivamente il posto venisse nuovamente suggellato e seppellito, forse per non essere tacciato di paganesimo, reato punibile con la morte per il nuovo cristianesumo, si da dimenticarne l'esistenza fino al XX sec., quando solo per caso venne scoperto.


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  • 01/20/14--05:33: I LEGIO GERMANICA
  • DIVISA E SCUDO DELLA I LEGIO GERMANICA

    L'emblema della legione è sconosciuta, ma si suppone fosse il toro, come tutte le legioni volute da Cesare (eccetto la V Alaudae). Cesare infatti era del segno zodiacale del toro ed era usanza abbastanza frequente porre sullo stendardo il segno del generale della legio. Così come Ottaviano porrà come emblema il capricorno che fece riportare anche sull'anello e che molto entrò in uso tra i romani, tanto che si chiamava "Il capricorno di Augusto".

    La Legio I Germanica venne così chiamata per l'onorevole servizio prestato nella Germania inferiore.
    La teoria più quotata è che sia stata fondata da Cesare nel 48 a.c., quando venne nominato console, per poi combattere la guerra civile contro Pompeo, e in questo caso la Germanica avrebbe combattuto pure la battaglia di Farsalo sempre nel 48 ac.

    Secondo altri la legione venne recrutata da Gaius Vibius Pansa Caetronianus, un partigiano di Cesare, che morì nella battaglia del Forum Gallorum contro Marco Antonio nel 43 ac., la Legio I sarebbe stata reclutata proprio per quella battaglia. Ma questa versione è poco attendibile.



    L'AUGUSTA

    La Legio I fu comunque ereditata da Augusto e pertanto avrebbe dovuto avere di diritto il cognomen di Augusta dopo essersi distinta nel servizio prestato, ma non vi fu una Legio I Augusta.

    Deve essere accaduto qualcosa che non ha consentito il cognomen o che lo ha fatto cancellare.

    La I Augusta  non sappiamo con certezza se fu sciolta al termine delle guerre cantabriche (nel 19 a.c.) per aver perduto l'aquila oppure se fu semplicemente rinominata I Germanica.

    Dopo l'assassinio di Cesare nel 44 a.c, la legione, mai dimentica del suo grande capitano, giurò fedeltà ad Ottaviano, diventando la I Augusta Germanica stanziati a Bonna in Germania inferiore; e con lui rimase fino al Azio (31 a.c.).

    Inizialmente i legionari della I Germanica furono di istanza a Oppidum Ubiorum (Colonia) nella giurisdizione che doveva diventare Germania Inferiore. Per il momento, la provincia conteneva cinque legioni ed era sotto Publio Quinctilius Varo.

    Nel 9 dc., Varo e tre legioni furono attirati a nord col rischio di essere distrutte nella battaglia della foresta di Teutoburgo. Fortunatamente per la Legio I Varo aveva lasciato due legioni nel campo al comando dei Legati o degli ufficiali più giovani, e la Legio I era comandata da un nipote di Varo, Asprenas Lucio.
    Sembra che in Hispania, tra il 26 ed il 19 a.c. prese parte alle guerre cantabriche, con base nei dintorni di Segisama. 

    L'AQUILA DELLA LEGIO


    L'AQUILA PERDUTA

    In seguito ad una sconfitta che le costò la perdita dell'aquila legionaria, potrebbe essere stata privata dell’appellativo di Augusta, identificabile con la legio I Germanica che prestò servizio, negli anni successivi al 19 a.c., sul Reno a fianco del futuro imperatore, Tiberio.

    La carriera della Legio I successiva alla guerra civile rimane un po' oscura.

    Si crede trattarsi della stessa I Legio che ha preso parte alla campagna spagnola contro i Cantabri,  tra il 26 ed il 19 a.c., condotte per Augusto da Marco Agrippa, e che la legio cadde in disgrazia in quell'occasione.

    Le iscrizioni sulle monete spagnole indicano che tra il 30 e il 16 ac, alcune Legioni erano di stanza in Hispania Terraconensis, dove avrebbero combattuto nella guerra contro i Cantabri. 

    Dione Cassio (54.11.5) dice che una legione venne spogliata del suo titolo di Augusta, e che dopo sofferenze iniziali riuscì a rovesciare le sorti della battaglia.
    I due riferimenti devono riguardare la legione stessa, col suo primo titolo ed emblema mancanti. 

    Dopo la ribellione dei Batavi (70), i rimanenti soldati della Germanica vennero aggiunti alla VII legione di Galba (legio VII Galbae), che prese il nome di VII Gemina.



    CASTRA VETERE

    Durante la ribellione batavica del 70, la I Germanica fu una delle legioni che portarono il loro aiuto alle truppe assediate a Castra Vetera (Germania Inferiore), ma finirono per essere intrappolate loro stesse. 

    RICOSTRUZIONE
    Il castrum venne edificato attorno al 16-13 a.c. come accampamento per l'esercito romano di Druso maggiore impegnato nella campagna di conquista della Germania.

    Il primo castra legionario semi-permanente potrebbe appartenere ad un periodo di poco successivo al 20 a.c., quando Augusto ed il futuro imperatore Tiberio, si recarono in Gallia nel 16 a.c.

    Questo primo accampamento, costruito in legno e terra, fu fondato sul Fürstenberg vicino alla moderna Birten, e rimase attivo fino alla distruzione avvenuta in occasione della Rivolta batava del 70.

    Castra Vetere ospitò fino a 10.000 legionari, e fece da base per la classis germanica, la flotta imperiale romana che controllava il Reno. La posizione strategica dell'accampamento, costruito su di una altura, permetteva il controllo della confluenza del Reno e del Lippe. Qui stanziò la I Legio Germanica, utilizzata da Druso e da Tiberio.


    DRUSO

    Augusto affidò al suo figliastro Druso la conquista della Germania libera, e questi, utilizzando l'importante base legionaria di Castra Vetera, nel 12 a.c., penetrò nel territorio dei Batavi e devastò le terre di Usipeti e Sigambri. Discese poi il Reno con la flotta verso il Mare del Nord, si rese alleati i Frisi e penetrò nel territorio dei Cauci.
    DRUSO
    Intorno alla fine del secolo, la Legio I appare sulla frontiera settentrionale. Gli Annales di Tacito riferiscono che che essa abbia ricevuto gli stendardi da Tiberio, ma quando accadde non è chiaro, perché solo le nuove legioni o quelle ricostituite ricevevano gli stendardi.

    La legione dovrebbe essere stata ricostituita dopo la Spagna, ma più probabilmente mantenne la sua aquila, che veniva tolta solo allo scioglimento ed ha ricevuto vexillae nuovi, o nuove norme manipolari, che indicherebbe una riorganizzazione con forse sostituzioni.

    La legione si riscattò vincendo il titolo di Germanica per essersi distinta nel servizio in Germania, molto probabilmente, il titolo fu concesso nelle campagne punitive di Druso contro le tribù germaniche.

    Druso era estremamente popolare ed era un onore essere al suo servizio perchè si acquisiva gloria e Druso si preoccupava che i suoi uomini fossero premiati in modo adeguato, con la stessa equità che usò a suo tempo Cesare, mentre molti comandanti si appropriavano in modo spropositato del bottino.

    Dunque la I germanica prese parte alle campagne di Druso maggiore contro le tribù germaniche (dal 12 al 9 a.c.). Al termine delle campagne militari del figlio Germanico fu posizionata nel nuovo castra di Bonna, dove rimase fino a Vespasiano.



    GERMANICUS

    Dopo la sconfitta di Varo Tiberio (fratello di Druso) assunse il comando dell'esercito sul Reno, con un rinforzo di otto legioni. Quando Tiberio tornò in Italia nel 13 ac, Augusto nominò Germanico, il figlio di Druso, comandante di otto legioni sul Reno. L'anno dopo Augusto morì e gli succedette Tiberio.

    Quando Junius Blaesus, comandante delle tre legioni del campo estivo in Pannonia, mandò gli uomini in ferie, il soldato Percennius arringò i militi sui diritti dei soldati sul contratto fisso,  un periodo di servizio di 16 stagioni invece di 25 o 30, e un aumento di stipendio. Il Pretore, Blaesus mandò suo figlio, un tribuno, da Tiberio per trasmettergli le richieste e attendere risposta.

    GERMANICO
    Lo spirito della rivolta si diffuse alle legioni nella vicina Nauportus. Arrestarono il loro comandante, Aufidienus Rufus, e lo costrinsero a marciare alla testa della colonna di ritorno trasportando bagagli pesanti chiedendogli se gli piaceva.

    Saccheggiarono i villaggi che incontrarono e arrivati al campo sollevarono la rivolta. Blaesus si rivolse alle truppe fedeli del corpo di guardia, ma essi si erano liberati, i tribuni erano stati espulsi espulsi dal campo, e un centurione era stato assassinato.

    Allora il figlio adottivo di Tiberio, Giulio Cesare Druso, arrivato in campo con alcune truppe, serrò le porte e si mise a indagare e a portare la rivolta in tribunale. Gli uomini che respinsero le sue proposte, li mandò alle loro tende e andò a parlare con loro personalmente.

    A poco a poco gli uomini furono richiamati al dovere. Druso dopo aver ascoltato i capi tornò a Roma senza intraprendere alcuna azione.

    La XXI Rapax, la V Alaudae, la I Germanica e la XX Valeria Victrix dell'esercito della Germania Inferiore sentirono parlare di ammutinamento al loro campo estivo tra gli Ubii.

    Con nuove reclute della città di Roma, gli uomini attaccarono i centurioni di sorpresa, battendo molti a morte e gettando i corpi nel Reno.

    Germanico corse al campo con un piccolo seguito, era tanto popolare quanto lo era stato suo padre.

    Mescolatosi con gli uomini e sentite le loro lamentele, Germanico li persuase a dialogare con lui.

    I soldati scoprirono le spalle per mostrare le cicatrici della flagellazione, allora Germanico estrasse la spada e si offrì di suicidarsi, ma venne trattenuto, mentre un altro soldato gli offrì invece una spada tagliente.

    Germanico si ritirò nella sua tenda, ma gli giunse notizia che l'ammutinamento era diventato generale.
    Furono inviati i ribelli a Colonia, c'erano piani per bruciare la città e mettere la Gallia a sacco.
    Il nemico dall'altra parte del confine stava guardando con interesse, in attesa di intervenire.

    A causa del pericolo comune si optò per l'immunità, la paga doppia (che Germanico volentieri pagò dai suoi fondi privati) e un arruolamento di sedici anni.

    La I Germanica e la XX Valeria Victrix si ritirarono a Colonia, mentre Germanico andò a cercare la conferma senatoria e l'approvazione da Tiberio.

    Germanico tornò a Colonia con inviati del Senato, arrivando di notte, male interpretato dagli uomini come se l'accordo fosse svanito. Trascinarono Germanico dal suo letto, ma la questione fu chiarita il giorno successivo. Sconvolto, Germanico tentava di inviare la moglie incinta e il figlio fuori per la sicurezza, ma i soldati li sentirono piangere e li bloccarono.

    Qui Germanico consegnò una delle orazioni più grandi della storia, confermando la tradizione della capacità della sua famiglia anche nell'oratoria: "Per quello che non ha avuto il coraggio, per quello che avete profanato in questi giorni che nome darò a questo incontro? Devo chiamarvi soldati ... quando avete calpestato sotto i piedi l'autorità del Senato? ... "(Annales 1,46 dal sito Perseus)

    I soldati consci delle loro colpe stabilirono l'ammutinamento da corte marziale generale condotta dai tribuni. I capi furono messi in catene e portati al palco, e i soldati votarono per la colpevolezza o l'innocenza con la voce. I colpevoli furono gettati fuori dal palco. Ogni centurione poi passava prima in tribunale per essere approvato o disapprovato. Gli approvati mantenevano il loro rango. I disapprovati venivano dimessi dal servizio. I termini dell'accordo furono mantenuti fedelmente. Germanico ritornò a Roma.

    La I Germanica tornò al suo dovere, ma non con onore. Rimase in Germania Inferiore combattendo in tutte le importanti campagne lungo il Reno e il Danubio.



    TIBERIO

    STENDARDI DELLA I LEGIO GERMANICA
    La I legio, tra la fine del I secolo a.c. e l'inizio del I secolo d.c., fu spostata o "riformata" lungo la frontiera renana negli anni in cui Tiberio trascorse come governatore della Gallia Comata (tra il 19 ed il 15 a.c.).

    Castra Vetera fu ancora utilizzato anche per le campagne di Tiberio del 4-5, che attaccò i Bructeri penetrando fino al fiume Elba e pure nelle campagne di Germanico del 14-16.
    Morto Augusto nel 14 Vetera partecipa con i suoi legionari alle successive operazioni contro i Germani di Arminio.
    Nel 21 i suoi legionari presero parte alla repressione di una sollevazione nelle Gallie con le forze congiunte delle province di Germania e di Gallia. Poi condussero una nuova campagna in territorio germano nel 28 contro i Frisoni ma senza successo.


    VESPASIANO

    La I "Germanica" rimase nella Germania Inferiore fino al 69, l'"Anno dei quattro imperatori". Sarà Vespasiano a sconfiggere in Italia Vitellio, che era stato acclamato dalle legioni germaniche Il Senatus populusque romanus non poteva decidere una sostituzione per Nerone. I vari candidati avevano combattuto per la distinzione, introducendo confusione sulla frontiera settentrionale.

    PLUBIUS CLODIUS
    Il risultato è stato una fuga generale delle tribù germaniche e celtiche lungo il Reno noto come Belgio. Gli storici la chiamarono la ribellione dei Batavi dell'anno 70, al termine della quale entrambe le vexillationes lasciate a guardia del castrum (della V Alaudae e XV Primigenia), furono distrutte.

    « [...] e mentre Vespasiano si trovava ad Alessandria e Tito iniziava l'assedio di Gerusalemme, una gran massa di Germani si ribellò, e i vicini Galli ebbero le stesse intenzioni al pari delle loro speranze di potersi togliere il giogo dei Romani. »
    (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 4.2.75-76.)

    In sostanza le tribù lungo il Reno ritiennero che l'impero romano era finito e decisero di creare uno stato in Gallia governato a Trier da Gaio Giulio Civile. Riuscirono a convincere due legioni e la maggior parte della Gallia a giurare fedeltà a questo stato. La I Germanica era uno di loro, mentre le unità che cercarono di resistere furono attaccate.

    I ribelli batavi, guidati da Gaio Giulio Civile, riuscirono a distruggere quattro legioni, infliggendo sconfitte umilianti all'esercito romano, ma poi si arresero al generale Quinto Petillio Cereale.

    Chi vinse in quell'anno di tradimenti fu Vespasiano. Mandò otto legioni al comando di Quintus Petillius Cerialis sul Reno dove le due legioni rinnegate al suo arrivo fuggirono rifugiandosi nella regione corrispondente all'Alsazia-Lorenam sulla riva sinistra del Reno e la Gallia ripudiò il governo di Triers, che giunse a patti.

    La Legio I non tornò allo stanziamento. Completata la pacificazione, Vespasiano stesso venne sul Reno e sciolse la  I Germanica. Probabilmente i soldati che rimasero confluirono nella Legio VII Gemina.


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  • 01/22/14--13:46: CULTO DELLE MUSE

  • LE MUSE GRECHE

    Nella mitologia greca sono divinità olimpiche, (ma per altri poi divennero una specie di ninfe), figlie di Zeus e di Mnemosyne, cioè la Memoria, a sua volta figlia di Urano e di Gea) e sono al seguito di Apollo. Nella Grecia rappresentavano l'ideale dell'Arte, una delle massime rappresentazioni del divino.

    Così ne parla lo storico Walter Friedrich Otto:
    « Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma - almeno originariamente - nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse »
    (Walter Friedrich Otto. Theophania)

    "Le muse sono le dee del canto e della musica. Le muse abitano in Beozia, all'ombra dei boschi presso le sorgenti. Lì giocano e danzano sull'erba con le Ninfe: intrecciano i capelli con ghirlande. I cittadini di Atene onorano moltissimo le Muse: i poeti all'inizio dei canti invocano le Muse, i giovani e le fanciulle durante la giovinezza offrono sacrifici alle muse e chiedono il dono della saggezza e della fama.Le muse non solo hanno cura del canto, ma anche della conoscenza: Urania è la Musa dell'astronomia, Clio della Storia."

    Una leggenda racconta che le Muse impegnate in una gara di canto riuscirono, con le loro soavi melodie, ad arrestare il corso delle sorgenti e dei fiumi e che addirittura il monte cominciò a salire verso il cielo.

    Esiodo, nel VII secolo ac., racconta di avere incontrato le Muse da giovinetto, mentre pascolava le greggi sulle pendici della montagna, dove Eros e le Muse avevano già allora santuari ed un terreno per le danze vicino alla vetta. Furono loro ad ispirargli la Teogonia, come è evidente dall' invocazione:
    « Cominci il canto mio dalle Muse Eliconie, che sopra
    l'eccelse d'Elicona santissime vette han soggiorno,
    e con i molli pie' d'intorno alla cerula fonte
    danzano, intorno all'ara del figlio possente di Crono.
    Esse, poiché nel Permesso lavate han le tenere membra,
    o d'Ippocrène nell'acque, oppur del santissimo Olmèo,
    intreccian d'Elicona sui vertici sommi, carole
    agili, grazïose: ch'è grande virtù nei lor piedi
    »
    (Esiodo, Teogonia, 1-8, trad.)

    A volte erano definite anche Aganippidi, dal nome della fonte Aganippe, presso il monte Elicona, o Pimplee, da una fonte ad esse dedicata sul monte Pimpla, nella Tessaglia. In Teocrito sono definite "Pieridi", poiché una tradizione collocava la loro nascita nella Pieria, in Macedonia.
    Il più importante e il più splendido fra tutti i santuari dedicati alle Muse in Grecia fu quello dell'Elicona, nel quale ogni cinque anni si celebravano grandi feste che comprendevano principalmente concorsi musicali e poetici; in seguito si arricchirono di tragedie, commedie, drammi satireschi. Si celebrarono fino al tempo di Costantino.



    I NOMI

    I nomi secondo l'ordine di Erodoto (Storie):

    Clio, colei che rende celebri, cioè la Storia, seduta e con una pergamena in mano;
    Euterpe, colei che rallegra,  cioè la Poesia lirica, con un flauto;
    Talia, colei che festeggia, cioè la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera e un bastone;
    Melpomene, colei che canta, cioè la Tragedia, con una maschera, una spada ed il bastone di Eracle;
    Tersicore, colei che si diletta nella danza, cioè la Danza, con plettro e lira;
    Erato, colei che provoca desiderio, cioè la Poesia amorosa, con la lira;
    Polimnia, colei che ha molti inni, cioè la Mimica, senza alcun oggetto;
    Urania, la celeste, cioè l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo. Urania (ma per altri Tersicore) è considerata madre di Lino, il quale era un musico notevole, che osò rivaleggiare con lo stesso Apollo e questi, indignato, lo uccise.
    Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo; Calliope è madre di Orfeo, il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le Muse gli insegnarono a usarla. 





    LE ORIGINI


    I genitori

    - Secondo Pausania, Zeus generò in Mnemosine tre muse giacendo con lei per nove notti: Melete (la pratica), Mneme (il ricordo) e Aede (il canto), che unite assunsero il nome di Mneiai.
    Mnemosine era una delle Titanidi, esseri immortali, detentrici in coppia coi Titani della settimana e delle sette potenze planetarie dell'epoca.
    «Ma quando il culto dei Titani fu abolito, in Grecia la settimana cessò nel calendario ufficiale, certi autori, Esiodo, Apollodoro, Stefano di Bisanzio, Pausania e altri, modificarono il numero di tali divinità da quattordici a dodici, probabilmente per farlo corrispondere ai segni dello Zodiaco.»

    - Per altri erano figlie di Urano e Gea, 
    - altri ancora credevano che Armonia, figlia di Afrodite, fosse la loro antenata e che fossero nate ad Atene.
    - Eumelo di Corinto, poeta dell'VIII sec. a.c., cita altre tre muse, Cefiso, Apollonide e Boristenide, dichiarandole figlie di Apollo.
    - Mimnermo, del VII sec. ac., riferisce due generazioni di muse, figlie rispettivamente di Urano e Zeus.
    - Altri le considerano figlie di Pierio e della ninfa Antiope, (ma per altri ancora questi sono i genitori di nove fanciulle che, sconfitte dalle Muse in una gara, vennero trasformate in uccelli). Da Pierio prende il nome la Pieria, presso il monte Olimpo in cui Esiodo colloca l'unione tra Zeus e Mnemosyne. 


    Il Numero

    Rispetto al numero delle Muse le tradizioni non concordano.
    - Tre muse venivano venerate a Sikyon e Delfi,con i nomi di Mese, Nete e Ìpate. 
    - Cicerone narra di quattro muse: (Telsinoe, Melete, Aede, Arche),
    - Invece sette  muse erano venerate a Lesbo (città natale di Saffo), 
    - otto secondo Cratete di Mallo (filosofo del II sec. a.c.), 
    - e per altri nove, tra questi Omero ed Esiodo per cui nove restarono nella religione greca. Esiodo le cita nella sua Teogonia, ma senza specificare di quale arte siano le protettrici:
    « le nove figlie dal grande Zeus generate,
    Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,
    Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,
    e Calliope, che è la più illustre di tutte.
    »
    (Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)


    Paese natale

    - Alcune fonti collocano la venerazione per le muse come originaria della Tracia,
    - altri nella nella Pieria, 
    - successivamente si diffuse in Beozia, dove si trova il monte Elicona, luogo a loro consacrato, per cui erano dette anche Eliconie, e la regione era abitata dagli Aoni, per cui venivano anche chiamate Aonie. 
    - Esiodo le pone infatti sul monte Elicona, in Beozia, dove erano particolarmente venerate.   . 
    - Molti erano i luoghi a loro sacri: la sorgente di Aganippe,
    - e la fonte di Ippocrene, creata per loro dal cavallo Pegaso che batté gli zoccoli a terra. 
    - Altri luoghi erano il monte Parnaso, 
    - la fonte Castalia posta a Delfi
    - e lo stesso Olimpo. 
    - Poi passò ad Ascra (Beozia), 
    - Sicione 
    - e Lesbo,
    - Si conoscono diversi luoghi dove sorgevano altari a loro dedicati come l'Ilisso,
    - in seguito il loro culto si diffuse in tutto il mondo greco, a Eleutere, nell'Attica e in tutta la Grecia. Lo troviamo ad Atene, a Corinto, a Trezene, a Sparta, a Messene, a Olimpia, a Megalopoli; nelle isole a Creta, Lesbo, Paro, Tera; nelle colonie greche di Sicilia e della Magna Grecia, a Siracusa, Crotone, Taranto, Turii.


    Il canto delle muse

    - Spesso facevano da coro ad Apollo e venivano invitate alle feste degli Dei e degli eroi perché allietassero i convitati con canti e danze, spesso cantando insieme. 
    - Il loro canto più antico fu per la vittoria degli Dei contro la rivolta dei titani. 
    - ma allietarono pure le nozze di Cadmo e Armonia 
    - e le nozze di Teti e Peleo, celebrate dinanzi alla grotta di Chirone sul monte Pelio.
    - Spesso allietavano Zeus, loro padre, cantandone le imprese. 
    Le Muse erano considerate anche le depositarie della memoria (Mnemosine era la dea della memoria e secondo altre fonti anche quella del canto e della danza) e del sapere in quanto figlie di Zeus. Il loro culto fu assai seguito dai Pitagorici. Cantarono tristemente invece alla morte di Achille per diciassette giorni e diciassette notti. 



    LE SFIDE

    Le Sirene

    Guai a chi osasse sfidarle: le sirene furono private delle proprie ali, utilizzate poi dalle stesse Muse per farsene delle corone. Le Pieridi, nove come le muse, le sfidarono al canto, chiedendo in caso di vittoria le fonti sacre alle avversarie, dopo la prova delle Pieridi fu Calliope a partecipare per le muse e dopo un lungo canto vinse e le donne vennero tramutate in uccelli.

    La loro magnificenza incantò Pireneo, che, dopo aver conquistato la Daulide e parte della Focide, morì al loro inseguimento.
    Apollo le convinse ad abbandonare il monte Elicona portandole a Delfi, per cui il Dio fu detto Musagete. 


    Tamiri 

    Il cantore Tamiri proveniente da Ecalia, si vantava della sua abilità nel canto e le sfidò a Dorio, proponendo in caso di vittoria il sesso con tutte, mentre se avesse perso loro avrebbero potuto disporre del suo corpo. Conclusa la gara con la sconfitta di Tamiri, fu privato della vista e dell'abilità del canto. Euripide invece narra di gravi ingiurie alle Muse fatte da Tamiri e per questo punito con la cecità.

    Le muse avevano insegnato il famoso indovinello alla sfinge, il mostro generato da Echidna con Tifone, che proponeva ai Tebani che passavano per il monte Fichio.


    Orfeo

    Orfeo, figlio della musa Calliope, e del sovrano tracio Eagro, venne fatto a pezzi e gettato in mare dalle Baccanti, ma le Muse ne raccolsero le membra sparse seppellendolo a Libetra, presso le pendici del monte Olimpo.


    Aristeo

    Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, venne accudito dalle muse che gli offrirono in sposa Autonoe, da cui ebbe due figli, Atteone e Macride. Le muse gli insegnarono le arti mediche, della guarigione e la capacità di profetare, in cambio Aristeo badava alle loro greggi che pascolava nella pianura  di Ftia. Egli si innamorò inutilmente di Euridice, poi sposa di Orfeo.


    Apollo e Marsia

    Marsia era un satiro, figlio di Eagro che possedeva un flauto magico trovato per caso, con cui poteva suonare melodie al pari dell'abilità della lira della divinità. Sicuro della vittoria volle sfidarlo e si decise che venisse giudicato da Zeus alla presenza di Atena e delle Muse. Però le Muse non sapevano decidersi ed evidentemente neppure Zeus e Atena.

    Dopo aver assistito ad entrambe le esibizioni le muse non seppero assegnare la vittoria a nessuno dei contendenti, allora Apollo, per continuare la gara, decise di suonare la lira e insieme cantare, impossibile col flauto e quindi le muse decisero che la vittoria fosse sua. Apollo per punire Marzia lo scuoiò vivo!..



    IL CULTO

    I sacrifici a loro dedicati prevedevano l'uso di acqua, latte e miele. Si racconta che i primi ad onorare le muse dell'Elicona fossero i gemelli Efialte e Oto.  A Trezene venne fondato un santuario da Ardalo, uno dei figli di Efesto e di Aglaia.

    Pitteo fondò poi a Trezene il più antico tempio greco, quello di Apollo Teario, dove si adoravano anche le Muse.
    A seconda delle regioni e delle località predilette le Muse vennero adorate con epiteti svariatissimi: Parnassidi, Eliconidi, Pindidi, Pimpleidi, Castalidi, Ippocrenidi, Aganippidi, Pieridi.

    Le Muse sono oggetto di grande devozione in tutti i campi dell'arte, fra le più antiche, si ricorda la base di Mantinea attribuita a Prassitele, ed oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Nel mondo romano sono noti moltissimi dipinti provenienti da Pompei, e mosaici, alcuni dei quali conservati al Museo del Bardo di Tunisi.



    LE MUSE ROMANE

    Il culto delle Muse dalla grecia passò a Roma, e benché non fossero oggetto di vera e propria devozione, erano comunque considerate come protettrici delle Arti;  considerate un po' come le Camene.
    Plutarco dice (Cono/ano, 1,5) che la miglior azione esercitata dalle Muse sugli uomini è questa, che esse nobilitano la natura umana mediante il senno e la disciplina, liberandola da ogni smoderatezza.

    Con la letteratura greca le Muse entrarono anche in Roma, e secondo la tradizione Numa Pompilio per primo avrebbe consacrato loro un'edicola sul Celio e un boschetto irrigato da fonti, specialmente dalla celebre fonte della ninfa Egeria. Scarsa fu la loro importanza nel culto. Un unico tempio fu loro innalzato da Fulvio Nobiliore, ove erano associate a Ercole, e solo contribuì a renderle più popolari la loro identificazione con le Camene, divinità indigene dell'ispirazione profetica, già avvenuta quando Fulvio dedicò il suo tempio.
    La filosofia pitagorica, fece anche a Roma delle Muse il motore dell'etere fra i pianeti: garantendo i movimenti armonici planetari esse assicurano che tutto sia pervaso da ordine, sapienza e armonia.

    Anche se nell'Urbe il loro culto non era molto seguito, se non dai poeti, gli scrittori e i musici che si rivolgevano a lei per l'ispirazione, fu più sentito nei villaggi dove divennero una sorta di ninfee benevole. Per cui si dedicò loro nei pagus delle offerte mai cruente, come d'altronde avveniva con le ninfee. Si offriva loro latte, vino e miele. Il culto delle Muse venne cos' a fondersi con quello delle camene e delle ninfee. Pertanto a Roma le Muse persero la qualità di Dee come avevano in Grecia e vennero praticamente onorate come e insieme alle ninfe.

    Villa Adriana dopo esser stata saccheggiata da Totila, conobbe lunghi secoli di oblio, durante i quali venne ridotta a cava di mattoni e di marmi per la vicina città di Tivoli, importante sede vescovile. Alla fine del Quattrocento, Biondo Flavio la identificò nuovamente come la Villa dell'Imperatore Adriano di cui parlava l'Historia Augusta, e nello stesso periodo Papa Alessandro VI Borgia promosse i primi scavi all'Odeon. Negli scavi papalini (1492 - 1503) emerse il ciclo delle Muse sedute, purtroppo venduto dagli Odescalchi alla Spagna per 50000 scudi, e che giace pertanto al museo del Prado.













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  • 01/24/14--06:16: ACQUA MARCIA


  • IL COSTRUTTORE

    Fu costruito dal pretore Quinto Marcio Re ( Quintus Marcius Rex) tra il 144 e il 140 a.c., membro della gens Marzia, fondata, si dice, dal re Anco Marzio.

    Fu eletto pretore nel 144 a.c, e costruì l'acquedotto dell'Aqua Marcia, il più lungo di Roma, che fu famoso per la purezza delle sue acque e la sua fresca temperatura.

    Venne commissionato dal senato per rimpinguare l'Appia e l'Anio (Plin. NH XXXVI.121, a cui erroneamente aggiunse la Tepula, costruita nel 127 a.c.).
    Costò complessivamente 180,000,000 sesterzi (Frontinus, de aquis; Prop. III.; Strabo V; Vitruv. VIII.3.1; Tac. Ann. XIV.22).

    Due archi dell'acquedotto vennero rappresentati in una moneta di Caio Marzio Censorino (87 a.c.), e 5 archi sulle monete di L. Marzio Filippo.

    Esso nacque dalle sorgenti abbondanti e pure di Marano Equo, tra Àrsoli ed Agosta, che ancora oggi portano l'Acqua Marcia. Per la prima volta si ricorse agli archi, con una fila ininterrotta di 9 km., che fiancheggiavano la via Latina, fino allo Spem Veterem, là dove sorgeva l'antico tempio della Dea Speranza.
    Seguiva poi le Mura Aureliane, arrivava alla Porta Tiburtina e poi raggiungeva il castello terminale vicino a Porta Collina. Da qui, mediante castelli secondari, alcuni rami si staccavano per raggiungere varie parti della città.

    Un ramo serviva il Quirinale e il Campidoglio, un altro, il Rivus Herculaneus, serviva il Celio e l'Aventino, un altro, potenziato con l'aggiunta di una nuova sorgente, la Fons novus Antoninianus proveniente da Àrsoli, col nome di Aqua Antoniniana, si staccava dall'acquedotto principale nei pressi del III miglio della via Latina, a Porta Furba.




    IL PERCORSO

    L'aqua Marcia venne congiunta poi all'Aqua Tepula e all'Aqua Iulia prima che emergesse dal sottosuolo, vicino al sesto miglio della via Latina; i loro canali vennero carreggiati sui medesimi archi, come si vede nella sezione delle Mura Aureliane, giusto a destra di Porta Maggiore.

    Da questo punto raggiunsero la Porta Tiburtina, per poi tornare nel sottosuolo, e raggiungere il loro castello terminale di porta Collina, all'angolo nord delle terme di Diocleziano.

    Tutto ciò è dimostrato da una serie di cippi di Augusto che portano il nome di tre acquedotti (CIL VI.1249 = 31561;  No. 71, BC 1905, 289; CR 1905, 330, e No. 82, BC 1899, 39). Molti altri ne sono stati trovati risalenti dal 39 al 49 d.c..

    Le regioni servite dal canale principale dell'acqua Marcia erano nei dintorni del castello, numerosi tubi  di piombo sono stati trovati vicino alla Porta Viminale. L'acquedotto correva anche sul Quirinale ( Mart. IX.18.6 , vedi Domus Marzialis).
    L'acqua fu portata al Campidoglio dallo stesso Marzio nel 142 a.c., come venne menzionato nella lettera di nomina di Nerone del 64 d.c. (La tavoletta di bronzo che è fissata alla base del Campidoglio dopo il tempio di Giove, Q. Marcio re).

    Il flusso ercolaneo (da non confondere col ramo dello stesso nome, cf. Anio Novus) diverge dall'acqua Marcia (Plinio, ma è sbagliato in associazione all'acqua Vergine ), dopo i Giardini di Pallas. Il castello venne incorporato nelle mura Aureliane, nella quinta torre sud del San Lorenzo e corse attraverso il Celio, a un livello troppo basso per poterlo servire (Frontino, ma anche per le tracce ritrovate, specialmente per un condotto formato da massicci blocchi di pietra con un'apertura circolare che li traversava).  Giungeva così fino ai suoi castelli terminali di Porta Capena, chiamata called madida (Juv. 3.11; Mart. III.47).

    Hülsen attribuì un cippo di Augusto, nei pressi del Laterano, che portava il nome di Marcia e il numero 3 ( CIL VI.31560 ) a questo acquedotto. Ma c'è un'altra ipotesi a riguardo. Prima della costruzione delle acque Claudia, come riferisce Frontino, il Celio e l'Aventino erano forniti dalla Marcia e dalla Julia, è possibile che il cippo ed entrambi l'Arco di Dolabella e  Silani e l'arco Arco di Lentulp et Crispino  ( CIL VI.1384 , 1385, cfr. p3125 ) appartenesse a questo ramo di alto livello della Marcia.

    C'era anche un acquedotto in opus quadratum (probabilmente appartenente al ramo della Marcia sull'Aventino ), nella valle di Porta Capena, immediatamente adiacente Mura Serviane al suo interno, e ne resta ancora il rinforzo in calcestruzzo, che Nerone usò per portare la Claudia all'Aventino.
    Dell'opera di Traiano non resta molto. Ma dopo che queste colline ebbero ricevuto acqua dalla Claudia attraverso l'Arco di Nerone, fu Traiano a proseguire il lavoro portando la Marcia all'Aventino.

    Un altro ramo, il cui punto di partenza è incerto, anche se potrebbe essere stato vicino al terzo miglio della via Latina, venne costruito da Caracalla per servire le terme. Esso traversa l'Appia mediante l'Arco di Druso per portarla al grande serbatoio a sud- ovest delle terme. Viene menzionato come un acquedotto separato. l'acqua Antonina, nelle Not. app. , Pol . Silv. 545.

    La portata fu implementata da Diocleziano, da cui prese prese il nome Forma Iovia (Iobia, Iopia) , cfr Eins. 11.2; 13.22: ibi (alla porta Appia) forma Iopia quae venit de Marsia, et currit usque ad ripam., Il condotto venne restaurato da Adriano 1 • ( LPD I.504 ) • Sergei 2 ( II.91 ) e Nicolas • 1 ( II.154 , dove ricorre sotto la dicitura Iocia. (il nome Tocia riferito da alcuni è errato).

    Il nome forma Iovia fu trovato nei documenti del X sec. relativamente al territorio di Tivoli (Reg. Subl. p36 (973), 30 (998)),  the forma quae appellatur Iovia.... foris porta maiore, via Lavicana milliario ab urbe Roma p. m. IIII in loco quae dicitur IIIIa (quarta), ib. p151, può essere l'aqua Alexandrina.



    I RESTAURI

    Venne riparato da Agrippa nel 33 a.c. e di nuovo da Augusto,   insieme ad altri acquedotti, tra l'11 e il 4 a.c. che lo potenziò con la nuova sorgente Augusta, opera ricordata in un'iscrizione sulla Porta Tiburtina, dove sono menzionati anche i restauri di Tito nel 79 d.c. e Caracalla nel 212.
    (rivos aquarum omnium refecit, riporta l'iscrizione CIL VI.1244) con un arco monumentale da cui fu portato sulla via Tiburtina, poi incorporato nelle mura aureliane con la Porta Tiburtina.

    Numerosi cippi riportano il suo restauro (CIL VI.1250, 1251; CIL VI.31570c) a soli 3.5 km dalle fonti e a circa 86.6 km da Roma.

    Questo corrisponde abbastanza alla misura di Frontino di 61,710 miglia (91,4 km), mentre la distanza dalle sorgenti era di 38 miglia sulla strada percepito Sublacensis, circa al 36° miglio della via Valeria (Plin. e Strabone sono in errore).

    ACQUA MARCIA A PUNTA PADELLA
    Augusto aggiunse un'altra sorgente, l'Augusta acqua, che raddoppiò il volume dell'acquedotto. La portata alla sorgente era di 4690 quinarie, ovvero di 194,635 mc in 24 ore.

    Nerone indignò l'opinione pubblica facendo il bagno in quelle sorgenti, e non fu facile riportare l'ordine peerchè all'epoca il popolo romano si faceva rispettare dai suoi imperatori. L'imperatore di Roma poteva mancare di rispetto al senato ma non al popolo, a rischio di veder scendere in piazza circa un milione di cittadini. Il detto Senatus Populusque, senato e popolo non era una formalità ma un diritto acclamato.

    Plinio il Vecchio la considerava l'acqua migliore tra quelle che arrivavano a Roma "clarissima aquarum omnium".
    Un restauro fu effettuato da Tito nel 79 d.c. (CIL VI.1246), sono evidenti delle riparazioni da Adriano, ed altre probabilmente sono state fatte da Settimio Severo nel 196 d.c. (CIL VI.1247).
    Nel 212-3 Caracalla purificò le fonti, apportò nuove gallerie, ed aggiunse una fonte nuova, la fonte Antoniniana, in connessione con la costruzione di un ramo dell'acquedotto che che irrorava le sue terme. Altre restaurazioni avvennero sotto Diocleziano tra il III e il IV secolo, quando questi utilizzò un ramo secondario per alimentare le Terme di Diocleziano. L'acquedotto venne probabilmente riparato anche da Arcadio e Onorio (CIL VI.1248 = 31559)
    Comunque l'acquedotto non dette il giovamento sperato alla città, a causa delle depredazioni dei privati.



    I RESTI

    Resti dell'Aqua Marcia sono visibili presso ila Villa dei Quintili, in vicolo del Mandrione, a Porta Maggiore e a Porta Tiburtina, mentre quelli dell'Aqua Antoniniana sono lungo la via Latina, sull'Arco di Druso e lungo viale Guido Baccelli. Oggi alimenta, oltre all'abitato, la Fontana delle Naiadi.

    Lo stesso gruppo di sorgenti sono ancora in uso a Roma, ancora eccellenti per la purezza e la freschezza, ma poichè si è innalzato il piano della valle dell'Aniene è impossibile identificarli esattamente.


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  • 01/27/14--05:58: LUDUS MATUTINUS
  • LA FRECCIA MOSTRA IL LUDUS MATUTINUS, VICINO IL LUDUS MAGNUS

    Il Ludus Matutinus si trovava con molta probabilità tra il tempio del Divo Claudio sul Celio e l'antica via del vicus Capitis Africae o Caput Africae, come lo chiamano altri, dove furono rintracciate le fondazioni ellittiche della cavea negli scavi effettuati nel 1938, ma a sua volta sembra essere stato realizzato sopra un edificio più antico, forse il ludus bestiarius citato da Seneca.

    Fu Giulio Cesare a creare un'organizzazione dei Ludus: una scuola di gladiatori a Ravenna che potevano essere allenati da cavalieri e senatori. Più tardi, gli imperatori accentuarono il monopolio dei munera, così a Roma tutti i giochi erano offerti al popolo dall'imperatore. Nelle province invece era riservato a cittadini ricchi ed i giochi erano dedicati all’imperatore, non più alla memoria di un defunto. A Roma venne istituita sin dal I sec. un'organizzazione per la produzione dei giochi.

    Vi era una ratio a muneribus, una specie di Ministero dei Giochi, che aveva poteri finanziari ed organizzativi per le venationes (combattimenti con e tra animali) e i munera (combattimenti gladiatori); vi era poi la ratio summi choragi, che soprintendeva alle macchine ed ai costumi degli spettacoli, un esponente della classe equestre era a capo del Ludus Magnus, la principale scuola gladiatoria di Roma. Le altre scuole gladiatorie in Italia e nell'impero erano dirette da funzionari chiamati procuratores familiarum gladiatoriarum.

    Per consentire gli spettacoli imperiali, quattro ludi vennero creati per addestrare i combattenti delle arene, ciascuna sotto la direzione di un procuratore di rango equestre nominato dall'imperatore. Il Matutinus Ludus fu istituito da Domiziano per addestrare i combattenti specializzati nei giochi con animali selvatici, noto come venationes, pertanto l'accademia di allenamento ufficiale per i cacciatori e gli animali combattenti nelle arene di Roma.  Il nome della scuola si riferisce alla programmazione tradizionale di spettacoli con animali al mattino, seguita da combattimenti dei gladiatori nel pomeriggio. Niente da stupirsi, a Roma c'erano sempre feste, o processionni, o spettacoli, o fiere, non ci si poteva di certo annoiare.

    Il Matutinus Ludus era situato nella parte orientale del quartiere Anfiteatro Flavio, appena a sud della più grande è il Ludus Magnus, la principale campo di addestramento per gladiatori. Tipi di combattenti: I combattenti addestrati scuola con una serie di competenze per i diversi tipi di giochi.
    -  Venatores erano cacciatori esperti che hanno partecipato alla caccia in scena nelle arene.
    -  Bestiari erano combattenti che hanno affrontato animali direttamente nei combattimenti trovati, singolarmente o in gruppi.

    RAPPRESENTAZIONE DEI GIOCHI VENATORI
    Sia venatores e bestiari erano principalmente tratti dalle fila degli schiavi, tranne alcuni uomini liberi che stipulavano un contratto dietro pagamento, magari perchè avevano debiti, o per arricchirsi, perchè rischiavano molto ma erano pagati molto bene, inoltre diventavano famosi e a loro si aprivano le porte delle case patrizie, non escluse le camere delle matrone. La damnatio ad bestias, era invece una condanna a morte, in genere riservata ai traditori dello stato, in cui i condannati venivano introdotti nell'arena senza alcuna difesa per essere sbranati dalle fiere.

    Anche se addestrato in tecniche di combattimento, sia bestiari e venatores erano considerate inferiori ai gladiatori, la più alta classe di combattenti. I Venatores indossavano tuniche brevi, nascondendo armi leggere sul braccio o sul tronco, anche se a volte combattevano nudi. I Bestiari combattevano una varietà di animali, di solito con armi e armature, spesso volontari e pagati. Di solito indossavano fasce di cuoio sulle braccia e sulle gambe, o, talvolta, lastre al torace o armature. Il tipo di armatura e le armi cambiavano a seconda del gioco ed eventuali allestimenti speciali o ostacoli costituiti nell'arena.



    TIPI di LUDUS

    Nei tempi cambiarono i modi e le mode. Durante i primi esempi di uccisioni di animali nel periodo repubblicano, gli animali erano incatenati. Negli ultimi decenni della Repubblica, gli animali vennero sciolti, e difese speciali vennero costruite per la sicurezza del pubblico. Gli anfiteatri avevano la seduta rialzata sopra l'area del pavimento dell'arena  e grate e reti giravano tutt'intorno. Nel Colosseo, il muro intorno all'arena era alto 13 m, fatto di pietra liscia, affinchè gli animali non potessero arrampicarsi sul muro. Inoltre, le reti vennero erette intorno all'arena per precauzione.

    A volte, gli animali venivano abbattuti dagli arcieri in quanto in preda al panico cominciavano a correre incessantemente intorno al piano dell'arena. Di certo uomini e animali dovevano soffrire parecchio nell'insensibilità generale, ma purtroppo ancora oggi accade nelle civiltà evolute. Altre volte, elaborati scenici e piante venivano utilizzati per una caccia più difficile,  a piedi o a cavallo, spesso con una muta di cani che assistevano i cacciatori.

    I combattimenti bestiari venivano organizzati contro grandi orsi o addirittura elefanti. I combattenti utilizzavano lance, pugnali, fruste, e altre armi. Gli ostacoli usati nell'arena per schivare l'attacco di un animale erano muri, tornelli girevoli (cockleae), o un cesto con chiodi sporgenti (uno ericius). I bestiarius qualificati affrontavano avversari impossibili, tipo stordire un orso con i pugni o confondere un leone gettando il mantello sulla testa.
    Non mancavano le corride in cui i tori venivano pungolati da lancieri fino a che non si infuriavano, poi dei taurarii, come i toreri spagnoli, affrontavano i tori a piedi, con una picca o una lancia. Altri corride erano come quelle dell'antica Creta, in cui gli uomini disarmati a cavallo saltavano sul toro per abbatterlo con un movimento rotatorio al collo. Non risulta pperò che a Creta ci fosse anche l'uccisione del toro.

    Un ulteriore esempio dei pericoli con animali da combattimento fu la prodezza di un gladiatore che chiese la libertà durante il regno di Nerone, affrontando un elefante da solo, ma non si conosce l'esito della sfida. La maggior parte delle partite erano tra due animali potenti, ad esempio, il leone contro tigre, l'elefante contro rinoceronte, orso contro toro. Altre volte, le partite erano diseguali e in gran parte per lo spettacolo puro, come ad esempio il rilascio tigri contro cervi. C'erano anche combattimenti bizzarri utilizzando ippopotami, coccodrilli, contro grandi felini e orsi. Esotici tagli di carne provenienti da animali rari venivano venduti poi alle cucine dei ricchi buongustai di Roma. In alcune gare, gli animali venivano sciolti, mentre in altri restavano incatenati.

     Nell'arena veniva utilizzato ogni tipo di animale: elefanti, orsi, leoni, tigri e molto altro, catturati e portati a Roma da ogni parte dell'impero. Venivano tenuti in gabbie in vari posti, tra cui il Vivarium al margine orientale della città. In caso di necessità gli animali venivano portati dai venatores dal Vivarium alle gabbie negli edifici vicino al Colosseo. Gli animali traversavano poi un tunnel di collegamento alle celle situate sotto il piano dell'arena del Colosseo. Venivano quindi issati al piano dell'arena mediante montacarichi, ma non sempre perchè per i più grandi animali non poteva esserci macchinario abbastanza grande.

     Un altro edificio vicino al Colosseo è stato lo Spoliarum. Questo edificio era la camera mortuaria in cui erano custoditi i corpi dei gladiatori e gli animali, prima di essere portati all'Esquilino per l'Ustrinum.



    I LUDI NEL CALENDARIO

    Ludi Romani (data del I evento: 366 ac), 4-19 Settembre
    Ludi Plebei (c. 218 ac),   4-17  Novembre
    Ludi Apollinares (208 ac),  6-13  Luglio
    Ludi Ceriales (202 ac),  12-19 Aprile
    Ludi Megalenses (191 ac),  4-10  Aprile
    Ludi Florales (173 ac),  28 Aprile -3 Maggio
    Ludi Victoriae Sullanae (81 ac), 26 Ottobre - 1Novembre
    Ludi Victoriae Caesaris (46 ac), 20-30 Luglio
    Ludi Fortunae Reducis (11 ac),  3-12 Octobre
    Ludi Palatini,  17-19  Gennaio
    Ludi Martialis,  12  May  e 1 Agosto
    Ludi per il compleanno dell'imperatore
    Ludi per la ricorrenza della salita al trono dell'imperatore.



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  • 01/31/14--05:36: CAIO AQUILIO GALLO
  • Nome: Casius Aquilius Gallus
    Nascita: II sec. A.C.
    Morte: tra il 55 ed il 44 A.C.
    Professione: Politico e giurista

    ORATORE DEL FORO
    Caius Aquilius Gallus, ovvero Caio Aquilio Gallo (116 - 44 ac.) fu un importante giurista romano, anzi uno dei più grandi legislatori della fine della repubblica romana, discendente della antica e nobile gens Aquilia, della classe degli equites, discendente a sua volta della nobile gens dei Collatini e imparentati addirittura con Tarquinio il superbo.

    La gens Aquilia era sia plebea che aristocratica, e quest'ultima derivava probabilmente da nobili etruschi, visto che un ramo di questa gens era appunto detta Tuscus.

    Aquilio Gallo divenne pretore nel 66 a.c.., nello stesso periodo in cui lo divenne Cicerone, di cui fu d'altro canto amico. Del resto Cicerone lo dichiara amico, collega e "familiaris meus", come dire un parente.
      
    Durante l'attività di pretore, introdusse nel diritto romano l'azione del dolo (actio dolo), che permetteva a una persona che era stata raggirata con l'astuzia di ottenere la riparazione del danno.


    Stipulazione Aquliana (o Aquilana)

    Inoltre introdusse la "stipulazione aquilana", cioè stabilì per legge un nesso di reciprocità sulle varie obbligazioni.
    La stipulazione novatoria ideata da Aquilio Gallo serviva a facilitare il regolamento definitivo di conti tra due persone.

    Introdusse cioè il sinallagma (dal greco synallatto nesso di reciprocità), elemento implicito del contratto a obbligazioni corrispettive, in cui ogni parte assume l'obbligazione di eseguire una prestazione in favore delle altre parti contraenti che a loro volta assumono l'obbligazione di eseguire una prestazione in suo favore.

    Ciò costituirà nel diritto la base del negozio giuridico nella congiunta volontà di scambiarsi diritti e obbligazioni.

    Un esempio ne è il contratto di compravendita, nel quale una parte si obbliga a corrispondere una quantità di denaro solo in quanto l'altra parte le trasferisce la proprietà di un bene o di un diritto; contemporaneamente, l'altra parte si determina a trasferire la proprietà di quanto negoziato, solo in quanto l'altro contraente assume l'obbligo di pagare il prezzo.

    Così i sinallagmi sarebbero:
    do ut des (do affinchè tu dia)
    do ut facias (do affinchè tu faccia)
    facio ut des (faccio affinchè tu dia
    facio ut facias (faccio affinchè tu faccia)



    IL GIURECONSULTO
     
    Terminata però la pretura, Aquilius non continuò il cursus honorum, cioè la carriera militare nè continuò la carriera politica, per consacrarsi interamente alla sua prediletta facoltà di giureconsulto (assistente legale).

    CICERONE
    Per dedicarsi agli studî di diritto, rinunziò infatti a concorrere al consolato che facilmente avrebbe ottenuto.

    Fu arbitro fra Cicerone e Gaio Calpurnio Pisone in una querela per un'azione di rivendicazione fondata sull'interdetto della VI armata.

    Nella sua giovinezza, Caio Aquilio Gallo era, come Cicerone, uno dei discepoli del giurista Quinto Muzio Scevola, anzi ne fu il suo pupillo, del quale scrisse Cicerone:
    « mi sono recato da Scevola pontefice, che oso dire superiore per ingegno e rettitudine a tutti i nostri concittadini.»
    (Marco Tullio Cicerone, Laelius de amicitia)

    Del resto lo stesso Aquilio aveva molti discepoli, tra cui Servio Sulpicio Rufo, che era un acerrimo avversario di Quinto Muzio Scevola. Ciò testimonia la grande reputazione che aveva presso il popolo (Pomponius, ibd.).

    I due più importanti giureconsulti di questa epoca furono Quinto Muzio Scevola e Servio Sulpicio Rufo, giurista di grande fama al quale Cicerone diede numerosi riconoscimenti. Intorno ad essi si formarono due scuole: da un lato i muciani, in cui confluì anche Gaio Aquilio Gallo, dall'altro i serviani, di Servio Sulpicio Rufo. (Cicero, Brutus 154; Pomponius, ibd.) con Gaio Elio Gallo e Alfeno Varo.

    Durante la sua carriera di avvocato, rifiutò sempre di allontanarsi dallo studio delle leggi, e mai applicò questo diritto in modo men che corretto. Riportano che quando qualcuno gli chiedeva consiglio su dei fatti, e non su problemi legali, rispondeva: nihil hoc ad nos: ad Ciceronem" Non c'è nulla per me, ma per Cicerone". Il che però non sembra un complimento nei confronti di Cicerone.

    Alla sua influenza di giureconsulto si deve l'introduzione dell'azione diretta a reprimere il dolus; della stipulazione detta appunto Aquiliana, un formulario col quale venivano raccolti in una stipulazione generale obblighi di ogni genere allo scopo di poterli poi estinguere in blocco con una sola acceptilatio; infine di una formula per l'istituzione d'erede di postumi senza invalidare il testamento.

    Cicerone descrisse Aquilo in un passaggio di "Pro Quinctio", scritto nell'81 a.c., in cui riporta delle sue abitudini, ma pure Pomponio parlò di lui, descrivendolo uomo molto istruito, comunicativo, sereno, di grande eloquenza, capace di spiegare i concetti con grande facilità, di particolarissimo acume.

    Per tutte queste qualità la gente imparò ad apprezzarlo e a rivolgersi a lui sia come avvocato che come uomo saggio, anche se questi molto modestamente se ne schernì.

    DOMUS ROMANA
    Egli era talmente riverito e onorato per i suoi modi garbati, per il suo convincente modo di porgere e per la sua equanimità che moltissima gente si recava da lui esponendo le controversie e lui sempre riusciva a sanarle in modo molto convincente si che nessuno se ne andava via alterato, ma bensì convinto e stupito di tanta saggezza.

    Fu altresì generoso coi bisognosi, mai altero cogli umili e mai umile coi potenti.

    Aquilius visse a Roma in una lussuosissima domus sul Viminale ( Plinius, NH 17.2), salvo fare le sue vacanze sull'isola di Cercina (Pomponius, D. 1,2,2,43)

    Lunghi periodi passò nell'isola turca di Cercina (Piccola Sirte), dove avrebbe scritto molte opere.


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    SORRENTUM

    Secondo alcuni il nome deriverebbe da quello delle sirene che tentarono in tal luogo di ammaliare Ulisse e i suoi compagni. Non riuscendoci si straziarono talmente che furono tramutate dagli Dei negli scogli oggi chiamati Li Galli, situati di fronte a Positano. Probabilmente fu fondata dai Fenici, divenendo successivamente colonia greca, poi sannita e poi romana, con un territorio che va dal fiume Sarno al tempio di Minerva, verso la Punta della Campanella.

    Sorrento fu alleata dei romani nella II guerra punica, ma dopo Canne tradì e passò ad Annibale (216 a.c.). Però venne espugnata da Papio Mutilo e poi da Silla, ma non fu mai distrutta, forse per la straordinaria bellezza della sua terra. Divenne Municipio e fu grande meta degli ozi romani dei patrizi in eta' imperiale.

    Molto della bellezza di Sorrento è dovuta alla sua posizione su un blocco tufaceo a pareti scoscese.  Il mare a nord e i profondi burroni sui lati hanno fornito i confini naturali alla città antica.
    La città è basata sul sistema decumano e cardine con relative traverse che delimitavano le Insule, ciascuna di 70 m X 50. Tra questi si aprivano ampi giardini muniti di pozzi e fontane.



    LE VILLE CITTADINE

    Villa romana dell'Hotel Tramontano
    Situato in Via Vittorio Veneto, l'albergo Tramontano ha assorbito il poco rimasto della domus, insieme a, muri in reticolato, capitelli corinzi ed altri ruderi della villa romana che vi pree-sisteva e che forse era soltanto una continuazione della grande villa di Agrippa Postumo.


    Cisternoni di Spasiano

    Situato in Corso Italia, ha il nome dei proprietari di quegli horti nel sec.XVII, ma risalgono ad epoca romana, come l'acquedotto che li alimentava, detto del Formiello, che nasceva a Piano di Sorrento e correva per oltre cinque miglia.
    I Cisternoni rimandano al periodo in cui le terre della Penisola sorrentina furono assegnate ai veterani che crearono numerosi villaggi sulla costa. Oggi dei due cisternoni uno è formato da nove "concamerazioni" e ancora usato per l'alimentazione idrica di Marina Grande e Marina Piccola. L'altro Cisternone ha' dieci "concamerazioni", purtroppo in stato di abbandono, pur essendo un'edificazione notevole a forma di parallelogramma con volte a botte e rivestita all'interno di una malta durissima. Le due cisterne vennero restaurate sotto Antonino Pio, come da iscrizione scolpita su una fistula acquaria di piombo, conservata presso il Museo Correale.

    MOSAICO DELLA VILLA DI PIPIANO

    Le antiche mura-Largo Parsano

    Situate in Via degli Aranci, sono l'antica cinta difensiva greca i cui resti giacciono sotto il piano stradale della Porta Parsano Nuova, chiusa e visibile attraverso una grata. Queste mura furono rinvenute nel 1921 e attribuite erroneamente all'età della colonia di Augusto, che in realtà utilizzò sempre le mura di epoca greca. Un altro tratto delle mura, 3 m. di altezza e di larghezza venne recuperato nel 1933 in via Sopra le Mura.
    La città romana si sovrappose all'insediamento greco conservandone la pianta urbana e la stessa cinta muraria a grossi blocchi isodomici.



    LE VILLE DELLA COSTA SORRENTINA

    Dal 1 ° secolo ac. Sorrento vide l'ascesa di splendide ville romane, lungo i punti più panoramici della costa, ad opera dei romani d'elite, che avevano scelto la zona come un luogo di vacanza preferito.

    Le ville al mare servivano all'otium, durante le pause dalla vita politica, per la soddisfazione dei vari piaceri o la coltivazione di interessi culturali.

    La grandezza e il lusso di queste dimore aristocratiche sorrentine sono documentati e degni della capitale. Il Museo Archeologico George Vallet, ospita un'intera sezione dedicata alle ville al mare, tra cui rilievi marmorei, i capitelli della villa Villazzano, un modello della cosiddetta villa di Pollio Felice, e una statua colossale di marmo attribuito a una villa imperiale epoca.


    La Villa di Pipiano

    Nel 1980, lungo la costa nord di Marina della Lobra, uno splendido ninfeo a mosaico è stato scoperto in una villa romana appartenente a Giulio-Claudio (50-55 a.c.), chiamato Villa Pipiano. Questa villa sul mare, con giardini, terrazze e porticati, è stato costruito per celebrare gli otii degli imperatori romani e dei generali, dato che il Golfo di Napoli aveva l'atmosfera più adatta per riposare.
    La bellezza del ninfeo, ricostruito al di fuori del Museo Archeologico George Vallet di Villa Fondi, è dovuta alla ricchezza delle decorazioni delle pareti, che sono completamente coperte di mosaici.

    Il tema centrale della decorazione musiva è un giardino di fiori popolato da uccelli, utilizzando lo stile pompeiano III nella pittura. Presente anche tuttavia, la natura e i fondali marini comuni ai dipinti del IV stile pompeiano. Le decorazioni musive sono stati ampiamente utilizzate dai romani per la loro durata e la luminosità del colore.


    Villa romana di Villazzano

    La villa romana di Villazzano, di era augustea, occupava tutta l'area di Capo Massa e consisteva di un girdino collinare garden e una residenza situata nella zona più alta. Comprendeva un gruppo di case lungo il mare, uno splendido ninfeo e grotte artificiali.

    Alcuni tra i resti della villa, come gli splendidi capitelli e i rilievi marmorei, si trovano nel Museo archeologico della Penisola Sorrentina. In particolare i rilievi offrono testimonianza del raffinato gusto e del lusso degli aristocratici, nonchè di uno stile puro ed elegante di cui i nobili romani amavano circondarsi.

    La Villa di Pollio Felice

    Seguendo la costa di Massa Lubrense verso Sorrento, compaiono sulla Calcarella i resti di un'altra villa romana, che appartenne a Pollio Felice, un illustre membro della nobile famiglia di Pozzuoli. Costui era  estasiato alla vista di una natura così lussureggiante e di un belvedere così splendido.

    La ricostruzione di questo complesso deriva dalle informazioni contenute all'interno di due poesie di Publio Papinio Stazio che ci descrive pure l'entusiasmo del proprietario, che oltre a tutto fece eseguire: templi, ville, palazzi, bagni, cisternoni e acquedotti.
    Papinio, nelle Silvae, descrisse le bellezze che da qui si godevano compresa la stessa Puteoli (Pozzuoli) luogo di origine del padrone di casa.
    Il Capo di Santa Fortunata - parte del Capo di Sorrento - fu descritto dettagliatamente da Nicola Iovino, fratello del Parroco del Capo, Vincenzo, che nel 1895 lasciò memoria delle sue ricerche. I resti di quello che fu un grande complesso edilizio, che dal Capo conduceva fino a Puolo, dimostrano la magnificenza delle costruzioni romane che resistono all’incuria dei tempi ed alla barbarie dell’uomo.

    Oggi questo esteso territorio - in buona parte - è entrato nel patrimonio pubblico comunale. I ruderi si trovano su Punta Santa Fortunata che è una delle due Punte di cui è composto in realtà il Capo di Sorrento (l’altra è Punta San Vincenzo) e costituiscono solo una minima parte della Villa che è la più sontuosa di quelle finora note in Penisola.

    Dunque Popinio celebrò la splendida dimora di Pollio con due carmi: Villa Surrentina Polli Felicis, in cui descrive villa ed annessi, ed Hercules Surrentinus Polli Felicis, il nuovo tempio che Pollio eresse ad Ercole nella proprietà.

    Sembra che l'edificio fosse circondato da un bel portico, sorretto da una serie di colonne monolitiche in marmo, edificato su due piani, con camere orientate parte verso la terra e parte verso il mare.

    È possibile ammirare un modello ricostruito della villa, al secondo piano del museo archeologico Georges Vallet.

    Le stanze che guardavano il mare erano cinque, di cui tre sporgenti sulle altre. La villa era costituita da una domus, abitata nel periodo della stagione fredda e da un settore residenziale abitato nel periodo della buona stagione.

    Del lato invernale restano poche tracce, tra cui un muro in opera incerta sormontato da un reticulatus e da due grandi cisterne per la raccolta delle acque potabili. 
    La parte del lato estivo è costruita intorno ad una caletta per imbarco e sbarco, sul cui ingresso era stato costruito un ponticello ad arco, il tutto godendo di un paesaggio mozzafiato.
    Sempre dalle testimonianze di Stazio si ricava che la palazzina doveva avere una pianta di 20 m x 10 m (che sui due piani doveva dunque avere una estensione di 400 mq) e che la stanza del padrone era decorata da uno splendido mosaico parietale in marmi policromi.

    Glà da questa foto si nota l'arco praticamente sotto terra dove stranamente non si è scavato, nonchè l'opus reticolatum a parete.

    Comunque recenti studi avrebbero dimostrato che la villa di Pollio Felice, patrizio originario di Pozzuoli, doveva trovarsi nella baia di Puolo, al confine tra Sorrento e Massa Lubrense.


    Bagno della Regina Giovanna

    Della villa locata sul promontorio del Capo di Sorrento, ci restano i ruderi sugli scogli davanti al cosiddetto "Bagno della Regina Giovanna". Altre rovine dimostrano però che essa si estendeva anche per il declivio orientale del Capo di Sorrento. Quel poco che resta degli stucchi permette di datarla all’epoca del Regno di Claudio (41 - 54 d.c.).

    L’unico elemento panoramico, la torretta in fondo ad un muro di sostegno lungo 70 mt., che probabilmente reggeva un portico di uguale lunghezza, lo troviamo già nella villa dei Pisoni ad Ercolano, e deriva probabilmente da un presidio militare come se ne dislocavano sovente nella costa.

    Invece sembra che l'aggiunta avvenne tra il XV e XVII sec., una torre di avvistamento e una cappella intitolata a Santa Fortunata di cui restano poche tracce. Teniamo conto che Santa Fortunata prosperò ampiamente sui templi o edicole della Dea Fortuna.

    I ruderi dell’intero complesso sono sparsi su di un’area di circa 30.000 mq., un'estensione di tutto rispetto, tenendo anche conto che il terreno della costa campana era molto ambito per il bel clima, il mare e la campagna molto fertile.



    La villa si divideva in domus e villa a mare, con i relativi annessi. L’importanza della domus si desume pure dalle mura di sostegno e tre gruppi di cisternoni nel declivio. La villa a mare, invece, si colloca sulla punta estrema del promontorio, quasi come sopra un’isola, separato com’è dalla terra da un bacino naturale, il cosiddetto "Bagno della Regina Giovanna".

    Secondo alcuni la domus a monte aveva funzione agricola, collegata all'altra da gallerie e cunicoli, mentre la superficie presentava terrazze artificiali. Per realizzarla furono attuate tutte le tecniche più sofisticate, sfruttate in modo da ben sposare l’architettura della villa con le bellezze del panorama. Alcuni settori residenziali mostrano resti di muratura in opus reticolatum, pavimentazione a mosaico a piccole tessere, intonaco dipinto di rosso e decorazioni in stucco a rilievo.

    Dunque un complesso di passaggi, anditi, scale e terrazze costituisce il collegamento tra la domus e la villa a mare, passando sopra le due strette lingue di terra che uniscono, girando attorno al bacino, la Punta del Capo alla terra retrostante. La domus è quasi interamente distrutta, mentre della villa a mare restano ancora dei ruderi sufficienti per poterla idealmente ricostruire.

    Il giardino si sviluppava, dalla casa a mare, con una serie di rampe e terrazze panoramiche sulle pendici settentrionali del promontorio, ed era chiuso a valle da una bellissima esedra. Più verso il mare troviamo anche una cisterna a cinque concamerazioni intercomunicanti, la cui pianta ha la forma di un pentagono irregolare. Le pareti sono in opus reticulatum, mentre gli archi delle porte sono in mattoni.

    In età moderna un enorme muro ha terrazzato la zona soprastante la cisterna. La casa a mare occupa l’estremità del promontorio ed è costituita da un unico impianto formato dalla costruzione centrale alla quale si appoggiano corpi secondari con terrazze, passaggi ed approdi.

    La villa era raggiungibile sia da terra che da mare. L’attuale discesa dalla strada provinciale di Massa ricalca, almeno in parte, l’antica via.

    Dalla parte del Golfo di Sorrento si poteva approdare in due punti: uno dal mare aperto ed uno dall’interno del bacino. Si attraversava la stretta apertura naturale della roccia con una visuale mitologica da mondo dei Dei e ninfe, che divide il bacino dal mare aperto, passando sotto l’arco e raggiungendo il piccolo molo.

    Al di sopra dell’apertura naturale fu costruito un ponte di collegamento tra la domus e la villa a mare. Su di esso sorgeva anche un meraviglioso terrazzo ed un passaggio coperto di collegamento alla casa a mare. quasi totalmente distrutta.

    Nel lato est sono però visibili sei vani con volta a botte a sostruzione di un terrazzamento.

    Originariamente essi dovevano essere coperti di stucco di cui ancora oggi vi sono tracce.
    Altri quattro vani con apertura all’esterno sostenevano altri due terrazzi che giravano verso il lato nord della casa.
    Su questo lato vi sono quattro stanze con volte decorate e pavimentazione a mosaico.

    Interessantissime le cinque concamerazioni costituenti un pozzo nero con relativo sistema fognario digradante verso ovest. La struttura mirabilmente eseguita era articolata in modo da consentire una facile ispezione del condotto evitando che i liquami, raccolti nel pozzo nero a scopo di concimazione agricola, potessero inquinare le acque marine.

    Più oltre a ovest si erigono sei grossi vani, usati come magazzini, che sostenevano gli ambienti soprastanti abitativi. Diverse rampe e scale accedevano da qui agli ambienti signorili del piano superiore. Facevano parte del complesso due cisterne a mezza collina della capacità di due milioni di l ciascuna. Una di queste, ben conservata, è ancora usata attualmente per l’irrigazione agricola, lo stesso uso per cui era nata.

    Il sistema architettonico dell’intero complesso sembra sfruttare al massimo la bellezza del paesaggio con alcuni espedienti strutturali, muri divergenti, ampie finestre, che pretendono la massima fruibilità del panorama. Non mancavano le zone d’ombra, costituite da giardini pensili e pergolati rigogliosi ornati di vasi e statue.


    ALTRI RESTI DI VILLE SORRENTINE

    Altri resti di ville romane si trovano a Sorrento. Vicino all'attuale Hotel Syrene, giace la Villa di Agrippa Posthumus, di cui restano solo le rovine della peschiera. Un'altra villa presso l'attuale Hotel Corallo in Sant’Agnello conserva i resti di tubature dei bagni e un ninfeo.
    E' possibile visitare i resti di un'altra villa, le cui rovine giacciono sulle rocce, il cosiddetto “Bagno della Regina Giovanna”. Dal poco che ne resta, la villa attesta appartenere all'era del regno di Claudio. (41-54 d.c.). L'interno del complesso della villa si estendeva su quasi tremila metri quadrati è stato diviso principalmente tra la residenza e la villa sul mare.
     
    Mentre la residenza era situato sul promontorio, circondato da giardini, la villa sul mare è raggiungibile attraversando un passaggio complesso di scale e terrazze panoramiche e sorgeva sulla riva, all'interno del bacino naturale delle Terme della Regina Giovanna. Le rovine che si vedono oggi appartengono alla villa sul mare.

    Poco altro testimonia l'esistenza di una villa sulla Punta della Campanella, costruito per ospitare in èra moderna un presidio militare, la cui struttura fu eretta su uno dei punti più panoramici della costa (sig!).

    Finalmente, lungo la Costa Amalfitana, a parte alcune rovine a Marina del Cantone e a Crapolla, troviamo due ville su un'isola.

    A Gallo Lungo, una casa ricopre attualmente un'antica costruzione romana. Comunque sono ancora visibili i resti di una cisterna romana e di fronte, a Castelluccia uno scivolo costruito nella roccia per tirare in secco le barche da restaurare, preservare dalle tempeste o da demolire.


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    Nome Latino: Quintus Fabius Maximus Rullianus o Rullus
    Nascita: 350 a.c.
    Morte: 290 a.c.









    Quinto Fabio Massimo Rulliano o Rullo (in latino Quintus Fabius Maximus Rullianus o Rullus; (350 a.c.- 290 a.c.)  è stato un politico ma soprattutto un generale romano, figlio di Marco Fabio Ambusto, della gens patrizia dei Fabii un'antichissima famiglia patrizia romana, inclusa fra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio, fu cinque volte console e un eroe delle guerre sannitiche. Suo figlio fu Quinto Fabio Massimo Gurgite e un suo discendente Quinto Fabio Massimo Cunctator ("il Temporeggiatore"), ai tempi della seconda guerra punica.
    La fonte principale per la sua biografia è lo storico Tito Livio, che a sua volta aveva rielaborato gli annali di Fabio Pittore.



    LA VITTORIA INCRIMINATA

    Viene citato per la prima volta come magister equitum del dittatore Lucio Papirio Cursore nel 325 a.c., quindi comandante della cavalleria e luogotenente del dittatore, quando ottenne una vittoria contro i Sanniti a Imbrinium macchiata da grande ignominia, avendo ignorato gli ordini del suo generale il dittatore Lucio Papirio Cursore, che, fortemente contrariato, chiese al Senato di punire Fabio con la pena prevista: la morte.

    Roma non è più nella sfera di influenza etrusca ma ancora non è una potenza tale da sopraffare le altre nazioni italiane, eppure ha mire espansionistiche per cui gli altri popoli si alleano per combatterla. In Toscana ci sono gli etruschi, nelle Marche i Piceni, in Umbria gli Umbri, in Abruzzo i Sanniti, mentre nelle marche settentrionali sono scesi i Galli sènoni. Il capo dei sanniti, Gellio Egnazio, fonda tra questi popoli un’alleanza anti romana, si astengono solo i Piceni, invasi dai Galli, che si alleano con i romani.

    L’esercito di etruschi e umbri si raccolse a Camars (Chiusi) mentre quello di celti e sanniti a Sentino,  per poter chiudere i romani in una morsa tra nord e nord-est. I romani vengono sconfitti da umbri ed etruschi mentre galli senoni e sanniti fanno arretrare lo schieramento romano, comandato da Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano.
    La fine è segnata tanto più che i galli, con i loro carri carichi di arcieri, spingevano i romani contro l'accerchiamento dei sanniti. Allora Decio Mure recitò la devotio agli dei e si scagliò nella battaglia trovandovi la morte, i suoi legionari lo seguirono facendo strage dei nemici.
    I romani riportarono  8.700 morti, i nemici 25.000 morti e 8.000 vennero fatti prigionieri. La sconfitta fu talmente pesante che la coalizione antiromana non fu mai rifondata.

    Livio, accusato da alcuni di stare dalla parte dei Fabii, da altri al contrario di essergli ostile, e da altro di confondere il Rulliano col Fabio Massimo il Temporeggiatore, descrive animatamente la scena in cui Papirio, di fronte all'assemblea popolare indetta con la procedura della provocatio, levò le accuse contro Fabio che aveva dalla sua il Senato, i tribuni ed il popolo, entusiasti della sua vittoria. Inoltre anche il padre Marco Fabio Ambusto, anche lui uomo autorevolissimo che era stato tre volte console e dittatore, perorò appassionatamente la causa del figlio, ma l'esito era incerto, perchè perdonare la disobbedienza metteva in pericolo tutta l'organizzazione e la gerarchia dell'esercito romano, con gravissimi pericoli per Roma. Inoltre Roma si vantava dei severi precedenti di Manlio e di Lucio Bruto che avevano giustiziato i propri figli per salvaguardare il pubblico interesse. Da notare che Lucio Papirio Cursore, cinque volte console e due volte dittatore, fu considerato il migliore generale romano all'epoca della seconda guerra sannitica.

    Infine Fabio si gettò ai piedi del dittatore e ne chiese il perdono, appoggiato dai tribuni, dal Senato e dal popolo. Papirio replicò:

    "Sta bene, o Quiriti: ha vinto la disciplina militare, ha vinto la maestà del comando supremo (imperium), che avevano rischiato di perire in questa odierna giornata. Quinto Fabio, che ha combattuto contro gli ordini del comandante in capo, non viene assolto dal suo reato ma condannato per il crimine commesso, viene graziato per riguardo al popolo romano e alla potestà tribunizia, che ha elevato suppliche in suo favore, e non per intercessione legale. Vivi, Quinto Fabio, fortunato più per il consenso unanime della città nel proteggerti che per la vittoria di cui poco fa esultavi; vivi, malgrado hai osato compiere un'azione che neppure il padre  ti avrebbe perdonata, se si fosse trovato al posto di Lucio Papirio. Con me potrai riconciliarti, se vorrai. Al popolo romano cui devi la vita, miglior ringraziamento sarà che tu tragga chiaro insegnamento da questa giornata che, sia in guerra, sia in pace, tu devi sottometterti alla legittima autorità."



    I CONSOLATI

    Fabio Massimo fu eletto console ben cinque volte (322, 310, 307, 297 e 295 a.c.). Divenne dunque per la prima volta console nel 322 a.c., sconfiggendo i Sanniti, poco si sa sul suo operato durante la carica, ma evidentemente acquisì molti meriti, visto che compare come dittatore nel 315 a.c., assediando con successo Saticula e poi combattendo, ma subendo una sconfitta, a Lautulae, presso Terracina.
    Evidentemente la sconfitta non gli venne imputata perchè venne eletto ancora console nel 310 a.c., e qui sconfisse gli Etruschi a Sutrium, e li sconfisse di nuovo dopo averli inseguiti nella Foresta Cimina. Console per la terza volta nel 308 a.c., conquistò le città di Perusia (Perugia) e Nuceria Alfaterna (Nocera), combattendo in Etruria, nel Sannio e in Campania. Nel 304 a.c. ottenne la carica di censore e qui avrebbe limitato la riforma con cui Appio Claudio Cieco aveva iscritto in tutte le tribù i cittadini senza proprietà fondiaria.
    Console per la quarta volta nel 297 a.c., combattè e sconfisse i Sanniti a Tifernum (Città di Castello) inviando parte del suo esercito intorno alle colline dietro il nemico. Fu ancora console nel 297 e nel 295 a.c. fu eletto ad acclamazione console per la quinta volta e sconfisse una coalizione di Etruschi, Sanniti e Galli nell'epica battaglia di Sentino, coprendosi di gloria e fama.


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  • 02/10/14--05:25: BACCANTI - MENADI


  • LE MENADI

    Le menadi, dette anche Baccanti, Tiadi o Mimallonidi, furono donne reali anche se in parte mitizzate (negativamente) che vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, presero le strade dei monti abbandonando case e talami per celebrare il Dio Dioniso, il liberatore. Tutto questo accadde all'incirca nel VI V sec. a.c., quando le donne greche vennero coperte dai capelli ai piedi e rinchiuse  nelle galere dei ginecei. Di galera si trattava perchè non potevano uscire neppure per fare la spesa.

    Però uno spirito libero ancora era conservato se al richiamo del Dio le greche ebbero il coraggio di abbandonare mariti e figli per fuggire sui monti. Perchè le antiche greche gareggiavano nude nelle palestre, vestivano con la veste corta e un'unica spallina come Diana e un tempo avevano diritto al voto, tanto è vero che furono le donne a decretare col loro voto che il Partenone dovesse essere dedicato ad Athena anzichè a Nettuno, come gli uomini desideravano.

    BACCANTE
    "Ma voi che avete lasciato il Tmolo, che protegge la Lidia, voi, donne del mio corteo che ho condotto via dai barbari, compagne della mia quiete e del mio viaggio, brandite i timpani della terra frigia, invenzione mia e di Rea, la grande Madre. Affollatevi intorno alla reggia di Penteo; percuoteteli questi strumenti, perché la città venga a guardarci. Io me ne vado ora a raggiungere le Baccanti sui pendii del Citerone, mi unirò alle loro danze"

    Le Baccanti è una tragedia di Euripide, scritta alla corte di Archelao, re di Macedonia, tra il 407 ed il 406 a.c. Euripide morì pochi mesi dopo averla completata e l'opera fu rappresentata ad Atene pochi anni dopo, in una trilogia che comprendeva anche Alcmeone a Corinto (oggi perduta) e Ifigenia in Aulide. Tale trilogia di opere fruttò all'autore una vittoria postuma alle Grandi Dionisie di quell'anno.

    Nell'iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l'oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate. Come le ninfe e i satiri esse sono una personificazione della natura, quindi un inno all'istinto, alla vita e alla proliferazione. Come donne ne seguivano i medesimi impulsi naturali, erano libere.



    IL RACCONTO

    Dioniso, dio del vino, del teatro e del piacere, era nato dall'unione tra Zeus e Semele, donna mortale. Tuttavia le sorelle della donna e il nipote Penteo (re di Tebe) per invidia sparsero la voce che Dioniso in realtà non era nato da Zeus, ma da una relazione tra Semele e un uomo mortale, negando quindi la natura divina di Dioniso.
    Nel prologo della tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere Tebe di essere un dio e non un uomo, e per questo ha generato una follia in tutte le donne tebane, che sono fuggite sul monte Citerone a celebrare riti in onore di Dioniso stesso divenendo Baccanti.
    Penteo non è covinto e pensa che Dioniso sia un demone che ha ideato una trappola per adescare le donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (indovino cieco) tentano di dissuaderlo e di fargli riconoscere Dioniso come un dio, perchè Penteo fa arrestare Dioniso che scatena un terremoto e si libera.

    Nel frattempo sul monte Citerone le donne che compiono i riti fanno sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e nel furore dionisiaco hanno squartato una mandria di mucche, devastato dei villaggi, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione. Dioniso convince allora Penteo a mascherarsi da donna per spiare le Baccanti, ma giunti sul Citerone, il Dio gli aizza contro le Baccanti. Queste sradicano l'albero su cui si era nascosto e fanno a pezzi Penteo, e la prima ad avventarsi su di lui e a spezzargli un braccio è Agave, la madre stessa di Penteo.

    Questi fatti vengono narrati a Cadmo da un messaggero che ha assistito alla scena. Poi arriva Agave, con un bastone su cui è infilata la testa di Penteo che lei  crede una testa di leone. Cadmo fa rinsavire Agave, che si accorge con orrore di ciò che ha fatto. Riappare allora Dioniso che spiega di aver voluto punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave all'esilio. Con l'immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.

    Nell'opera Dioniso appare crudele e le Baccanti violente, per questo alcuni vi vedono un poema antireligioso  e Cadmo commenta: «non è bene che gli dei rivaleggino nell'ira con gli uomini».
    Il filosofo Platone, nel Fedro, afferma che la follia è superiore alla sapienza, poiché quest’ultima è di origine umana, mentre la prima è di origine divina, ed è appunto quella iniziatica, riconducibile al dio Dioniso, ovvero ai suoi misteri.
    Ora le Baccanti sono animate da forza sovrumana e bestiale, come quando assalgono paesi o squartano vivi uomini e animali, il che è ovviamente inverosimile persino se si trattasse di uomini. Il mito deve mettere le donne sotto l'aspetto peggiore, hanno una forza assolutamente sovumana, lanciano in alto i vitelli e poi li fanno a pezzi a mani nude, insomma per farne dei mostri devono inventare cose assurde. Però fanno sgorgare fonti di acqua, di vino e di miele, i miracoli di ogni religione, da Apollo a Bernadette. Peraltro appaiono portatrici di un tipo di società alternativa,  a diretto contatto con la natura, in cui la donna dimentica la sua vita cittadina, arrivando ad allattare cuccioli di animali.

    Qui la follia diventa un mezzo per uscire dagli schemi cui i maschi l'hanno obbligate, raggiungere la conoscenza diretta del Dio nel proprio corpo cioè nell'istinto, e, quindi, una maggiore consapevolezza di sé. Questa è la Conoscenza per Essenza, mentre l'altra è la Conoscenza Mentale, che descrive ma non sa. Come scrissero gli Alchimisti, un conto è descrivere e un conto è assaggiare la mela.

    « Beato chi, protetto dagli dei, conoscendo i misteri divini conduce una vita pura e confonde nel tiaso l'anima, posseduto da Bacco sui monti tra sacre cerimonie.» scrive Euripide e le sue Baccanti aggiungono « Non è sapienza il sapere, l'avere pensieri superiori all'umano. Breve è la vita, chi insegue troppo grandi destini non gode il momento presente. Costumi stolti di uomini dissennati stiano lontani da me. » (vv. 395-402)

    "Beato chi riceve la grazia
    di entrare nei divini misteri:
    santifica la vita,
    consacra l'anima nel tìaso,
    e pio si purifica,
    celebra sui monti
    Bacco
    e i riti della
    gran madre Cibele;
    scuotendo alto il tirso,
    il capo cinto d'edera,
    si fa ministro di Diòniso.
    Andate, andate, Baccanti,
    riconducete dai monti di Frigia
    alle ampie contrade dell'Ellade
    Diòniso, il figlio di un dio,
    Diòniso,
    il dio Bromio."


    Le Baccanti, o Menadi, o Bassaridi, esisterono riunite in gruppi, i tiasi, vestite con pelli animali, con in testa corone improvvisate di edera ma anche di quercia o abete, a seconda delle zone, agitando il tirso, cioè una picca avviluppata dall'edera sulla sommità. Secondo altri, Euripide compreso, non si trattava di edera ma di una pigna legata con nastri a una grossa canna di palude, per altri ancora si trattava della ferula, la stessa pianta di cui si racconta che Prometeo, rubato il fuoco agli dei per donarlo all'uomo, lo trasportò all'interno di un fusto secco di ferula, accendendo il midollo secco contenuto all'interno.

    Ad anni alterni le baccanti si appartavano sulle montagne, con danze, canti, sistri e tamburelli, per celebrare i riti di Dioniso, e lì, si dice, compissero azioni quali ridurre a brani un animale con le mani e mangiarne le carni crude. Non è un caso che tali rituali fossero soprattutto femminili: emarginate dalla vita politica e sociale delle poleis, spesso confinate in casa, le donne potevano in questo modo recuperare la loro autonomia, per quanto temporanea.

    La mitologia greca racconta ancora che le Menadi accompagnassero il dio Dioniso nei suoi viaggi, costituendo anche un reparto del suo esercito nel suo viaggio in India. Dalle Menadi e dal mito di Dioniso trae origini il culto mistico, definito "menadismo", in cui era previsto anche un rituale caratterizzato dalla consumazione di carni crude. Probabilmente l'esercito allude alle Amazzoni, anch'esse col simbolo dell'edera, che emigrarono in Asia per sfuggire al dominio maschile.



    LE BACCANTI

    Furono la rivisitazione romana delle Menadi, seguaci del Dio Bacco, che era  il Dioniso romano. Anche qui le prime iniziatrici furono donne, ma in seguito l'iniziazione fu estesa agli uomini. Al culto misterico corrispose riti segreti e riti pubblici. Tra questi ultimi i Baccanali, feste pubbliche abbastanza sfrenate e licenziose. Da ricordare la valle di Baccano di cui si disse che il baccano dipendeva dal rumore dei vulcani. Naturalmente è inverosimile perhè quei vulcani sono spenti da molti millenni, vero è invece che vi si festeggiavano i Baccanali.

    Inno a Dioniso di "Omericchio"
    Ultimo tra gli dei
    Venisti ai mortali
    E così grande
    Che antichi
    Segreti racconti
    Dicono ricevesti
    Le chiavi del Regno

    A te che sei tutto
    E di tutto l’estremo contrario
    Non è facile
    Levare il canto
    Per i molti tuoi doni
    E gli insondabili abissi
    Tra cui ti nascondi

    In te
    e solo in te
    si confondono
    regni lontani
    quando dei
    animali
    e piante
    e per ultimo l’uomo
    si intrecciano
    inestricabili
    tra le onde dei tuoi capelli danzanti
    al ritmo dei tuoi devoti
    e dei suoni
    che da sempre
    abitano
    il vasto universo

    Certo,
    compagno tu sei dei mortali
    antico

    quando ignari,
    ancora, del fuoco
    divisero la preda
    esultando e,
    strappate le membra,
    ne divorano carni
    ancora viventi

    ed in cerchio danzando
    levarono alte
    le voci isolate
    che prime
    si unirono
    in un unico canto

    Sei tu che l’ebbrezza
    del comune sentire
    concedi ai viventi
    che in cuore ti onorano
    per il dono del vino lucente
    che levando lo spirito
    dalle strette di affanni infiniti
    mette le ali alle dolci
    ingannevoli attese

    Perché implacabile
    la tua vendetta
    cade
    sulla mente
    oscurata dalla folle ambizione
    di non celebrare
    le tue danze notturne
    e la perdita del senno
    che solo varco ai mortali
    è dato per accedere
    agli dei
    nascosti ben oltre
    gli angusti pensieri
    della luce del giorno

    Tu che radici
    hai profonde
    nella oscura
    nell’umida terra
    tu parimenti
    nell’alto del cielo
    scagli le gemme
    dei fruttiferi rami
    e col canto ispirato
    di poeti
    che del tuo sangue
    si nutrono
    scandisci il duro cammino
    perché si sciolga
    in amabile danza

    Tu della vita
    ci conduci ai confini
    dove la nera soglia
    delle tue grandi pupille
    ci invita
    con riso dolente
    ad inoltrarci
    in oscuri sentieri
    che non hanno ritorno
    se la dolce promessa
    del tuo eterno rinascere
    non ci accompagna
    più amica.




    VALLE DI BACCANO

    La Valle di Baccano, presso Campagnano di Roma è un antico cratere del vulcano Sabatino, del diametro di circa 3 km, colmato in età antica da una palude e successivamente prosciugato e bonificato.
    Si estendeva e si estende presso la Via Cassia e nei pressi vi sorgeva una stazione di posta identificata, dopo le scoperte archeologiche con la Mansio ad Vacanas. Infatti, appena traversata la Cassia, si scorgono dei ruderi di origine romana con un bel tratto lastricato dell'antica via consolare ed i resti della mansio ad Vacanas/Baccanas , una stazione di posta citata da alcuni antichi itinerari che la collocavano al XXI miglio della via Cassia, ad un giorno di viaggio da Roma. 

    Il complesso della mansio, che fu in uso dall'inizio del I al V sec. d.c., è costituito da vasti ambienti per ospitare molti viaggiatori, con bagni, botteghe, magazzini, stalle e rimesse disposte attorno ad un cortile carrabile. Non mancava nemmeno un’area adibita alle attività pubbliche, con caserma dei soldati, la piazza dei mercato, portico munito di fontana, un’area adibita al riposo  dei cavalli (stalle e rimesse) e un ampio complesso termale.

    La stazione di posta fu abbandonata e spogliata sistematicamente per la realizzazione di un nuovo centro abitato, il Burgus Baccanus, che si dice sorto attorno alla Basilica di S. Alessandro del IV sec. d.c., forse sul luogo del martirio del vescovo di Baccano, Alessandro, ma l'edificio non è mai stato ritrovato.

    Il termine Baccano ha pertanto a che vedere con Bacco e i baccanali. "Baccano non è un paese, ma un luogo disabitato e di aria malsana che fu già circondato da ville e da rustiche abitazioni. E’ un nome lieto per il ricordo del tempio sacro a Bacco, ma al presente orrido sito di desolazione", scriveva il Tomassetti nella sua opera sulla Campagna Romana del 1906, descrivendo una parte del territorio di Campagnano.

    Fin dai tempi più remoti gli insediamenti umani furono favoriti dalla ricchezza d’acqua, fornita da fiumi, torrenti e dai laghi di Martignano, Stracciacappa e Baccano. Quest’ultimo specchio d’acqua però, non avendo notevoli immissari, ha subito un progressivo abbassamento delle acque, finché tutta la zona si è trasformata in una palude, prosciugata nel 1838 dalla famiglia Chigi.

    Tutta la zona appartenne agli etruschi di Veio, fino alla conquista romana del 396 a.c, col trasferimento delle popolazioni e l’abbandono della zona. Per tutto il IV secolo a.c. l’area avrà solo qualche podere privato di ricchi cittadini romani, insediatisi dopo l’invasione dei Galli del 387 a.c.

    Il ripopolamento dell’area iniziò nel III secolo a.c., quando metà del territorio diventò ager publicus nella giurisdizione di Roma. Alla fine del secolo, sulla vetta più alta di Monte Razzano nacque un’area sacra, forse dedicata a Bacco, come sembrerebbe testimoniare il toponimo di ad Baccanas dato alla sottostante valle, il che significa "Ai baccanali". Dal II sec. a.c. qui sorsero ville e fattorie, soprattutto sulla sommità dei colli ed in prossimità di corsi d’acqua, con colonne, mosaici e intonaci dipinti, mentre quelli rustici sono caratterizzati da frantoi, silos, pozzi e cisterne.

    Con l’età imperiale gli insediamenti aumentarono ulteriormente, e aI XX miglio della Via Cassia nacque la "mansio" di Baccano, che restò attiva dalla fine del I secolo a.c. alla prima metà del V sec. d.c.. Dopo l’abbandono, la stazione è stata spogliata sistematicamente da tutti i rivestimenti marmorei e da numerose parti architettoniche, utilizzate per edificare la vicina chiesa dì S. Alessandro, sul bordo meridionale del lago di Baccano, e per la costruzione del borgo medioevale di Baccanus, sopravvissuto fino al dodicesimo secolo.

    La più grande e bella delle ville fu quella detta dei Severi, che, secondo le fonti, sarebbe sorta per volontà dell’imperatore Caracalla. Il complesso venne alla luce durante gli scavi effettuati tra il 1869 ed il 1870, all’altezza del diciassettesimo miglio della via Cassia. Disposto su due piani, presentava rivestimenti marmorei, stucchi, pitture e mosaici.

    Al piano terra erano gli ambienti termali, con mosaici a due colori raffiguranti scene marine; al secondo piano si trovavano due pavimenti, uno più grande, di forma rettangolare, con il pannello della Flora contornato da pannelli raffiguranti le Muse, l’altro con le quattro Fazioni del Circo. I preziosi reperti furono acquistati dallo Stato e attualmente sono conservati presso il Museo Nazionale Romano, nella sede di Palazzo Massimo.

    Secondo una tradizione, la villa dei Severi nel IV sec. fu teatro del Martirio di S. Alessandro, Vescovo di Baccano, ovviamente inventata perchè i rei contro lo stato non venivano condannati nelle ville private. Narra la "Passio" redatta da Adone che il martire venne condotto nella residenza imperiale, per subire il processo. Da lì fu portato nel "vicus baccanensis", in una fornace presso le terme. Le fiamme, però, lo lasciarono indenne finchè, per nulla stupiti ma anzi annoiati dalla cosa i suoi persecutori lo decapitarono e la fecero finita.

    Nel 1875 un contadino di Campagnano rinvenne casualmente due pilastrini d’altare in marmo, che permisero al grande studioso di archeologia cristiana G. B. De Rossi di provare l’esistenza della basilica di Baccano dedicata al vescovo martirizzato, ma in realtà i due pilastrini erano romani.



    LE BACCANTI E L'ORFISMO

    Le Baccanti vengono anche nominate nella leggenda di Orfeo ed Euridice: Orfeo, dopo aver perso per la seconda volta Euridice, vaga per i boschi, dove incontra proprio un gruppo di Baccanti, che invitano Orfeo a festeggiare insieme a loro. Ma Orfeo, dopo la morte di Euridice non vuole più compagnie femminili, anzi si innamora di un uomo e le Baccanti, offese, lo uccidono. La leggenda più antica dice però che le Menadi lo uccisero perchè cantava solo melodie tristi e non ne potevano più di tragedie e disgrazie. Il menadismo era sfrenatezza gioiosa e libertà senza limiti.
    Non a caso l'Orfismo fu spesso adottato dal cristianesimo che sovente rappresentò Cristo nelle vesti di Orfeo, Dio-uomo che muore e risorge come Cristo, ma anche triste e sacrificale come le religioni orientali, mentre Bacco è un Dio vitale e gioioso come le religioni mediterranee.

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  • 02/14/14--05:48: MAUSOLEO DI CLAUDIA SEMNE

  • CLAUDIA SEMNE


    LA DEFUNTA

    Semne è un nome greco che significa riverita, sacra, l'equivalente greco del latino Augusta. Claudia Semne. l'augusta, morì estremamente rimpianta in un periodo che andava tra il 120-130 d-c., lasciando dietro di sé un figlio nato libero che a malapena sopravvisse alla sua maggiore età e un marito, Marco Ulpio Crotonensis, un ricco liberto dell'imperatore Traiano. Ambedue i familiari si mostrarono molto affettuosi e addolorati nei confronti della donna. Il marito così immortalò la sua bella moglie con un costoso mausoleo ben decorato situato su una proprietà enorme, evidentemente la sua, posta lungo la Via Appia.
    Mentre a Roma era proibito seppellire entro le mura, fuori di esse si poteva fare ciò che si preferiva e i possedimenti terreni erano così vasti da permettere di ospitare mausolei per le persone care.

    STATUA DI LIVIA IN VESTE DI CERERE
    Claudia è ricordata con un numero di iscrizioni e di rilievi marmorei scolpiti che la ritraevano in veste di Venere, di Spes, e di Fortuna. La scultura funeraria che mostrava le donne di diverse classi in veste di Dee era una moda e un'imitazione dei ritratti, in statuaria e sulle monete, dei membri della famiglia imperiale divinizzati. Una scelta comune della Dea da personificare era Venere Genitrice, la cui nuda bellezza alludeva più alla fertilità e alla produttività, piuttosto che alla sensualità (vedi la matrona Flavia ritratta come Venere). 

    L'identificazione con la dea Fortuna ha suggerito la prosperità che la donna, come matrona, ha conferito al suo matrimonio con la dote e poi con la felice gestione della sua casa. Come Spes, la donna preconizzava e sperava la prosecuzione della famiglia con la sua prole. Nella seconda iscrizione infatti Marcus Crotonensis Ulpio pone sua moglie insieme a tutte le tre Dee, lodando le sue virtù al di fuori delle frasi convenzionali, attraverso l'arte e associazione con la divinità. In uno dei rilievi del mausoleo Claudia è raffigurata con la artificiosa acconciatura del periodo traianeo-adrianea, ma è vestita come Livia nel famoso cammeo, memtre in un altro, Semne è raffigurata come un Venere dormiente.



    LE EPIGRAFI

    CLAUDIAE SEMNE CONIUGI DULCISSIMAE
    M[arcus] ULPIUS AUG[usti] LIB[ertus] CROTONENSIS 
    [hoc monumentum fecit]

    FORTUNAE [et]
    SPEI [et] VENERI 
    ET MEMORIAE
    CLAUD[iae] SEMNES
    SACRUM
    [hoc monumentum est]

    CLAUDIAE SEMNE UXORI ET
    M[arco] ULPIO CROTONENSI FIL[io]
    CROTONENSIS  AUG[usti] LIB[ertus] [hoc monumentum] FECIT.
    HUIC MONUMENTUM CEDET
    HORTUS IN QUO TRICLIAE,
    VINIOLA, PUTEUM, AEDICULAE
    IN QUIBUS SIMULACRIA CLAUDIAE
    SEMNES IN FORMAM DEORUM, ITA UTI
    CUM MACERIA A ME CIRCUMSTRUCTA EST.
    H[oc] M[onumentum] H[eredem] N[on] S[equetur].



    PARTICOLARE DEL FRONTONE

    IL RITROVAMENTO

    Robert Fagan, l'archeologo poeta,  nel 1792-1793 scavò a Roma la tomba di Claudia Semne sulla via Appia antica riesumando, all'altezza di s Sebastiano, il mausoleo di Claudia Semne, eretto da un liberto di Traiano. Nel mausoleo venne rinvenuto pure un altare con teste d'ariete ai lati, con sotto aquile e festoni, con testa di Gorgone.

    Un tempo riservati solo all’iconografia imperiale, i piccoli eroti affiancano in posizione araldica ai lati dei clipei (scudi) con i ritratti dei defunti o con l'intenzionale trasporto dei loro busti nel bel frontoncino del mausoleo della bella ma un po' attempata Claudia Semne.
    Al centro della trabeazione sta il busto della donna, tagliato al di sotto del seno e poggiante su una basetta circolare, sorretto da una parte e dall’altra da due eroti, che le poggiano confidenzialmente una mano sulle spalle.

    L’abbigliamento della donna, con un lembo del panneggio della tunica scivolato sensualmente a lasciare scoperta una spalla, non è più quello della matrona casta e pudica, ma piuttosto una raffigurazione di Dea olimpica: soluzione che trova uno stridente contrasto nelle forme severe e composte del viso e nella ordinata acconciatura, che risponde ai dettami della moda di età traianea.

    FONTONE DEL MAUSOLEO
    Eppure il suo viso, sebbene ben caratterizzato, preciso e somigliante come solo gli scultori romani seppero fare, sembra un po' idealizzata, più “ascetica” rispetto al ritratto della defunta su kline all’interno dello stesso monumento, dove le forme sono più piene e appesantite, meno levigate secondo i canoni di astratta beltà.

    Il frontone, proveniente dal Mausoleo di Claudia Semne sulla via Appia, di età traianea, entrò poi a far parte della collezione Torlonia insieme a due altri che avevano gli attributi di Spes e Venere, più una testina di Claudia Semne, ora a Villa Albani. Vi sono scolpiti gli attributi della Dea: due cornucopie incrociate e legate con un nastro con al centro un globo attraversato da una fascia, simbolo della sfera celeste e terrestre. Sulla sinistra è riprodotto un timone ed una patera, sulla destra una ruota ed un urceus.

    Furono portati da palazzo Torlonia (Piazza Venezia) alla Villa durante la ristrutturazione tra il 1830-1840 e murati in un edificio scomparso tra il 1908 e il 1909, per l’ampliamento della Via Nomentana. Scomparsi poi tutti in epoca imprecisata, solo di recente il coronamento con la Fortuna è stato ritrovato nei sotterranei del Teatro.


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  • 02/17/14--05:58: I CAMPUS DI ROMA

  • CAMPUS BOARIUS

    IL CAMPUS ROMANO

    Il campus dell'antica Romana è una piazza, o uno slargo, o un vasto spazio adibito alle funzioni pubbliche, principalmente all’attività fisica e alle esercitazioni militari, ma pure al tempo libero e alle attività ludiche della cittadinanza. Questo perchè a Roma aveva grande rilevanza il benessere del popolo e quindi anche il verde e gli spazi cittadini organizzati. La dicitura Senatus PopolusQue Romani era una realtà, perchè all'epoca, molto più di oggi, il popolo contava e veniva rispettato.

    Il campus più famoso fu il Campo Marzio di Roma, modello poi diffuso in tutta Italia e alle province occidentali dell’Impero, dal momento che in quelle orientali la tradizione del ginnasio, dedicato alla preparazione atletica e intellettuale dei giovani, impediva l’introduzione del campus, impianto tipicamente romano e con funzioni in parte simili.

    Qualche iscrizione di età tardo-repubblicana, la più antica delle quali proveniente da Aletrium ed antecedente al Bellum Sociale, consentono di comprendere l’organizzazione di questo spazio prima dell’impero. Era un’area rettangolare aperta e pianeggiante, talvolta spianata artificialmente, delimitata da cippi in corrispondenza degli angoli oppure da un muro, o da una recinzione in legno. Sulla base di un’epigrafe proveniente da Nola, la cui datazione oscilla tra ltarda età repubblicana e quella augustea, nel muro potevano aprirsi esedre, una delle quali doveva essere dotata di un solarium, cioè di un orologio solare.

    Lo sviluppo definitivo e monumentale del Campus inizia con Augusto, sempre inteso a stimolare l’attività fisica e la coscienza della virtus nei giovani patrizi e non patrizi, che nel campus si riuniscono e organizzano le attività. I ceti dirigenti e i magistrati di ogni centro, tesi ad aderire e a compiacere l'imperatore, realizzarono nuovi campi o abbellirono quelli esistenti, dando risalto agli evergeti, cioè a quei politici che per essere eletti alle cariche pubbliche, e visto che era il popolo ad eleggerli, costruivano opere pubbliche a proprie spese, incidendo sulle opere le loro azioni e il nome a memoria del popolo votante.

    All'interno del Campus c'era dunque un grande spazio aperto e recintato con almeno una piscina per il nuoto, oppure era recintato da un porticato alle cui spalle potevano aprirsi una o più esedre. Il campus si ritrova nei municipia, nelle coloniae dell’Italia e delle province occidentali dell’Impero, e nella sua realizzazione intervengono la Casa imperiale, i magistrati locali e gli evergeti privati. L’archetipo ideologico di ogni campus è il Campo Marzio di Roma, ma è forse possibile riconoscere nei Saepta, che normalmente le fonti chiamano campus, il suo primo modello.

    La “Palestra Grande” di Pompei ne è un valido esempio, cioè un’area molto estesa delimitata, in facciata, da un muro di recinzione, con cinque portali d’ingresso e coronato alla sommità da piccoli pilastri, e, sugli altri tre
    lati, da un ampio portico. Al centro dello spazio interno una grande vasca per il nuoto, e lungo i lati brevi del portico un doppio filare di platani. Il luogo di culto del complesso è costituito da un’esedra con due colonne sulla fronte che si apre alla metà del lato lungo del portico.

    Per la collocazione urbanistica del campus, Vitruvio precisa che quelli dedicati a Marte dovevano essere posti fuori città. Alcune iscrizioni, provenienti da Interamnia Praetuttiorum, Urbs Salvia e Nola, riportano la necessità di costruire delle vie per raggiungere il campus, segno che il consiglio era stato accolto.




    CAMPUS AGRIPPAE

    Vasi:
    "Fra il descritto edifizio esistente sotto il Palazzo Piombino ed il mentovato tempio d'Iside si doveva trovare il Campo di Agrippa, registrato in questa regione da tutti i Regionarj; poichè in tale località veniva a trovarsi di faccia al grande portico chiamato di Pola dalla sorella dello stesso Agrippa, che lo portò a compimento dopo la di lui morte. A qualche parte dei fabbricati, che stavano intorno a questo Campo, dovevano appartenere le rovine di camere scoperte nel giardino del palazzo di Sciarra Colonna; come pure avranno probabilmente servito al suo ornamento i grandi piedistalli, con sculture di figure rappresentanti Provincie diverse, trovati nel fondare il palazzo Muti alla Pilotta, ed i marmi, colonne, e statue rinvenute nel fare i fondamenti della parte del convento di S. Marcello, che è rivolta verso il detto palazzo Muti."

    Il Campo di Agrippa era una sezione del Campus Martius, trasformato in parco da Marcus Agrippa, posto nella VII regio e dedicato, come riporta Cassio Diodoro, da Augusto il 7 a.c., che lo aprì al pubblico romano. Il campus si trovava all'incirca nell'area dell'odierna piazza S. Silvestro, con alberi, statue, siepi, piante e fontane, circondato da un grande porticato. Come informa Gellio, era la passeggiata preferita dei romani che si estendeva all'incirca dalla linea dell'aqua Virgo a sud fino all'attuale via S. Claudio a nord, e dalla via Lata attraverso le pendici del Quirinale, mentre i suoi confini ad est sono incerti.

    Vi erano state edificate da Agrippa le sue Terme, i suoi giardini, il Pantheon e il Diribitorium. mentre il Porticus Vipsania vi sarebbe stato edificato dalla sorella di Agrippa, Polla Vipsania, costruito sul lato occidentale del campus, lungo la via Lata, identificato poi come Campus Minor, mentre il Campus Maior sarebbe stato il Campus Martius vero e proprio, detto anche Circus Flaminius, il nome dato più tardi alla nona regione, da Catullo.



    CAMPUS BOARIUS

    In un'altra iscrizione è menzionato come Forum Boarium e in un'altra: "Q. Brutius . . . mercator bova(rius) de campo". Originariamente si estendeva dal Velabro al Tevere, e dalla valle del Circo Massimo alla via che conduceva al ponte Sublicio. Il primo spettacolo gladiatorio venne effettuato qui.

    Nel Campus Boarius vie era eretta la statua di un bue, secondo alcuni preso ad Aegina, da cui il nome del campo. Era traversato dal Vicus Iugarius che a ponte Sublicius traversava il Tevere, intersecando a strada che va dal Campo Marzio tra il Campidoglio e il fiume, passando attraverso la porta Carmentale, la porta Flumentana e la porta Trigemina.
    La strada lungo la valle del Circo Massimo e il clivus Publicius, scendendo dall'Aventino, si apriva anche qui uno spazio tra le colline e il fiume. Queste strade, più tardi ornate di portici, irradiavano dal Foro Boario in tutte le direzioni. Questa zona affollata fu spesso devastata dagli incendi. La zona giaceva nell'XI regio ma occupava anche una piccola parte della regio VII di Augusto.
    Due pietre di confine, una dei periodo di Tiberio, l'altra di Claudio, mostrano che lo spazio aperto, che era di proprietà pubblica, era protetto da qualsiasi invasione di suolo da parte di privati, e definiva il confine orientale lungo la parte anteriore del Templum Herculis Pompeiani che si trovava in davanti alle carceres del Circo Massimo. I templi situati nella zona del Campus erano il tempio di Ercole Invictus, con l'ara Maxima vicino, il tempio di Fortuna, di Ercole Pompeiano, della Mater Matuta, di Portunus, e della Pudicitia Patricia.

    C'erano altresì la Busta Gallica e i Doliola. La Busta Gallica era l'antica denominazione di un sito in Roma dove sarebbero stati bruciati i corpi dei Galli dopo la vittoria riportata su di essi da Camillo nel 390 a. c., sito che corrisponderebbe oggi alla Chiesa di Santa Maria delle neve nel Foro. I Doliola, sempre nel Foro, era il luogo dove sarebbero stati sepolti dalle Vestali in vasi di terracotta (dolii) gli oggetti sacri per sottrarli al sacco dei Galli del 390 a.c.



    CAMPUS BRUTTIANUS

    Abitato dagli schiavi pubblici, detti Bruttiani, da cui avrebbe preso il nome, che secondo altri invece derivava da Brutus, l'eroe della repubblica, che aveva lì la sua casa e che avrebbe abbellito il campo a sue spese. Il campo si sarebbe trovato sul Gianicolo, aldilà del Tevere, nella XIV regione.



    CAMPUS CAELIMONTANUS
    CAMPUS CAELIMONTANUS

    Menzionato in un'unica iscrizione, probabilmente locato sul Celio, fuori delle Mura Serviane, e vicino alla porta Caelimontana.



    CAMPUS LATERANENSIS

    Le attuali piazze di S. Giovanni in Laterano e di Porta S. Giovanni costituivano un’area adibita all'addestramento sportivo e militare, che solo in età imperiale fu prescelta da alcune famiglie patrizie per edificarvi una propria residenza. Infatti i Laterani eressero in questa zona una ricca e fastosa domus. Passata prima in proprietà della famiglia imperiale e poi, per volere di Costantino agli inizi del IV secolo, in appannaggio del pontefice, la domus Lateranorum che, completamente trasformata, divenne il Patriarchìo, la dimora ufficiale dei papi.



    CAMPUS CODETANUS o CODETA

    Era un distretto sulla riva destra del Tevere, chiamato così dalla pianta acquatica detta "Coda di cavallo" che, come narra Festo, vi cresceva copiosamente. Un campus Codetanus è menzionato nella Regio XIV, la stessa chimata pure Codeta, ma non è stato possibile localizzarlo con precisione.
    Sicuramente riguardava l'odierno Trastevere.



    CODETA MINOR

    Menzionato per una sola volta da Svetonio come quella parte del campo Marzio in cui Cesare costruì una naumachia per il suo trionfo nel 46 a.c. Forse si trovava giusto di fronte alla Codeta della Regio XIV. 

    "Un lago ricavato nel Codeta minor, navi della flotta Tiriana ed Egiziana, contenenti due, tre, e quattro ordini di remi, con un forte numero di uomini a bordo, fecero un'animata rappresentazione di una battaglia navale. 

    A questi spettacoli accorrevano folle di spettatori da tutte le parti, si che la maggior parte degli stranieri erano obbligati a mettere tende sulle strade, o lungo le strade vicino alla città. Diversi nella folla sono stati spinti e calpestati a morte, tra i quali due senatori.
    "



    CAMPUS COHORTIUM PRAETORINUM
    CAMPUS COHORTIUM PRAETORINUM

    Sembra fosse il nome ufficiale dell'area, riferito da Tacito e Diodoro semplicemente come campus, che giace tra i castra Praetoria e l'aggere Serviano.

    In quest'area non ci sono resti rinvenuti, tranne quelli di altari, templi, e monumenti dedicatori, come ci si sarebbe aspettato che si ergessero in una piazza d'armi, cioè porticati, statue ecc.



    CAMPUS ESQUILINUS

    Questo nome fu in uso nell'ultimo periodo della repubblica e ne primo periodo dell'impero per quella parte dell'Esquilino pianeggiante che giace fuori della porta Esquilina, come riferiscono Cicerone e Strabone.

    Non se ne conoscono i confini precisi, ma sembra fosse situato a nord della via Labicana (Strabone), e senz'altro includeva parte dell'odierna Piazza Vittorio Emanuele e il distretto immediatamente a nord di esso. Una parte di esso comprendeva una necropoli, dove erano sepolti insieme Romani poveri e ricchi, ma sotto Augusto era stato dismesso e trasformato in parco, con splendidi giardini, sentieri, fontane, piscina e piazza d'armi.

    Precedentemente il luogo ordinario delle crocifissioni era stato il «Campus Esquilinus», subito fuori delle mura di Servio Tullio e vicino alla Porta Esquilina: in questo campus, corrispondente circa all'odierna piazza Vittorio Emanuele, erano anche moltissime tombe di patrizi e di schiavi; ivi in alto volteggiavano a frotte i "tetri uccelli dell'Esquilino" ricordati da Orazio, attirativi dai cadaveri dei crocifissi che rimanevano insepolti.



    CAMPUS FLAMINIUS
    CAMPUS FLAMINIUS

    E' citato solo da Varrone, come il sito su cui venne costruito il circus Flaminius che ne derivò appunto il suo nome.

    Il circo fu così chiamato per celta del suo costruttore, ma si deve riconoscere che questa parte del campus Martius ha derivato il suo nome da qualche membro precedente della stessa famiglia. Il Campus Flaminius fu probabilmente un sinonimo dei prata Flaminia, come accenna Livio.



    CAMPUS IOVIS

    Menzionato una sola volta senza precisare la sua locazione. Probabilmente si trovava nella Regio VII, vicino al Nymphaeum Iovis, e probabilmente fu edificato da Diocleziano, che assunse il cognomen di Iovius come segno della sua devozione al culto di Juppiter.



    CAMPUS IGNIFER

    Il Tarentum: una sezione della parte più occidentale del Campo Marzio, dove è racchiusa la grande ansa del Tevere. I suoi confini precisi son sconosciuti, ma esso circondava l'ara di Ditis Patris e Proserpinae, che fu scoperta nel 1888 tra la Chiesa Nuova e Piazza Sforza-Cesarini, e presumibilmente si estendeva fino al fiume. Sorgenti calde e altre tracce di attività vulcanica ha portato a credere che qui è stato un ingresso al mondo inferiore, e a stabilire qui il culto di Dis pater e Proserpina.

    La leggenda della scoperta dell'altare di Dis, sei metri sotto la superficie del terreno, dal Sabino Valerius è data da Valerius Maximus (Festo). Il Tarentum è in genere citato in connessione coi ludi saeculares, quando si offrivano sacrifici a Dis. La forma corretta è Tarentum, ma ogni tanto si riscontra la errata dicitura Terentum. "Il Terentum locus in campo Martio, dicesi nasconda l'altare di Dite, occultato sotto terra:"

    Il distretto venne chiamato magis fumante senza menzionare fuochi. Ora si suppone che il Tarentum dovesse stare vicino al fiume, e che doveva esserci un tempio sotterraneo, chiamato Mundus sul Palatino. Ma sarebbe difficile trovare un luogo siffatto nel Campus Martius perchè non si trova alcuna roccia scavata per ricavarne un tempio, che tra l'altro sarebbe stato sottoposto a continue inondazioni. Oggi si tende a localizzare il Tarentum nella zona presso l’attuale Largo S. Giovanni dei Fiorentini: qui si svolse, anche in età storica, il culto di origine ctonio, presso un altare sotterraneo, che veniva dissepolto in occasione delle cerimonie.




    CAMPUS REDICULI

    All'altezza della chiesa del Domine Quo Vadis, sopra una collinetta sovrastante la Caffarella, accanto all'Appia Antica, sorgeva il campo sacro del Dio Redicolo, cioè il "dio del ritorno" (dal verbo redeo); a cui si rivolgevano tutti coloro che stavano per affrontare viaggi lunghi e pericolosi, o i viaggiatori che tornavano si fermavano a ringraziare il Dio del felice esito del viaggio. Nel campo sacro vi era anche la tomba di una famosa cornacchia parlante, sepolta al tempo dell'imperatore Tiberio con una grande processione di popolo.

    Una leggenda ricorda come Annibale, dopo la battaglia di Canne, percorse la via Appia Antica arrivando fino alle porte di Roma; qui il Dio Rediculus gli apparve in maniera così spaventosa da indurlo a tornare indietro con tutto l'esercito. Questa leggenda ci fa capire in quale considerazione i Romani tenessero il dio Redicolo. Oggi non conosciamo con precisione la posizione del santuario; tuttavia un errore degli studiosi del settecento fa sì che ancor oggi molti pensino che il tempio del dio Redicolo sia il sepolcro detto anche di Annia Regilla all'interno della Caffarella.
    In questo luogo troviamo invece la chiesetta del "Domine quo vadis" (o S. Maria in Palmis), che deve il nome alla leggenda di S. Pietro che, fuggendo da Roma, incontra Cristo e gli chiede, appunto, "Signore, dove vai?".
    Ricevendo la famosa risposta "Venio Romam iterum crucifigi" (cioè: "Vengo a Roma per essere nuovamente crocifisso"), S. Pietro capì e tornò a Roma per subire il martirio.

    L'antica leggenda, risalente a fonti apocrife del II sec. d.c., è legata nella tradizione popolare alla scoperta di due famose impronte di piedi in una lastra di marmo, attribuite allo stesso Gesù (una copia è conservata nella chiesa, mentre l'originale è custodito nella Basilica di S. Sebastiano); in realtà esse non sono altro che un antico ex voto per il Dio Redicolo, in tutto simile agli ex voto che si offrono ancor oggi nei santuari; in questo caso si tratta di orme di piedi incise nella pietra, offerte da qualche viaggiatore prima di partire (naturalmente a piedi), oppure al ritorno, per grazia ricevuta.



    CAMPUS LANATARIUS o LANARIUS


    Menzionato unicamente nel Catalogo Regionario che lo situa nella Regio XII. Esso doveva trovarsi da qualche parte tra le Terme di Caracalla e l'attuale chiesa di S. Saba. Evidentemente sulla parte alta del colle Aventino si era insediata una corporazione di mestiere dedita all’allevamento ovino e alla lavorazione della lana.




    CAMPUS MARTIUS

    Il Campus Martius, frequentemente chiamato semplicemente Campus, come si trova in Livio, Cicerone, Catilina, Giovenale, Orazio e Ovidio, era una zona di circa 2 km², inizialmente esterna ai confini cittadini e più tardi suddivisa da Augusto tra due regioni: la VII via Lata e la IX Circus Flaminius. Fino ai primi del V sec., come informa Livio, la parte sud del Campo Marzio erano conosciuti come Prata Flaminia, e campus Martius era la parte restante. All'inizio il Campus Martius fu usato come pastura per pecore e cavalli (Dionyso); fu poi coltivato a grano; e fornì spazio per gli atleti e gli esercizi militari della gioventù romana.

    Sin dall'epoca regia, esso fu infatti consacrato al Dio Marte e adibito agli esercizi militari. Presso la palude della Capra, nella parte meridionale dove oggi sta il Pantheon, Romolo fu assunto in cielo. Tarquinio il Superbo se ne appropriò e lo fece coltivare a grano, ma durante la cacciata del re, i covoni di quel grano furono gettati nel fiume generando l'Isola Tiberina. In era repubblicana, il Campo Marzio ritornò area pubblica e fu riconsacrato a Marte. Fu sede dei comitia centuriata, assemblee del popolo in armi. 

    Fu fuori del pomerium durante la repubblica e fino al regno di Claudio. Dal tempo di Adriano il pomerium si estese includendo i prata Flaminia, ma il campus Martius non fu incluso finchè non vennero costruite le Mura Aurelianr. Poichè di proprietà pubblica e fuori del pomerium, il campus fu usato per le assemblee dei cittadini, nelle loro capacità militari come armata e nelle loro capacità civili come comitia centuriata.

    Quando Augusto divise Roma in XIV regioni, il Campo Marzius divenne solo una porzione della IX regio, il circo Flaminio, la parte meridionale della pianura, che giace ad ovest della via Lata, l'odierno Corso; con un'ulteriore distinzione, come dimostra un cippo ritrovato vicino al Pantheon, che indicava come il campus Martius al tempo di Augusto fosse diviso in due parti: il distretto tra il cippo e il circo flaminio e i prati più a nord, il campus vero e proprio.

    Il campus Martius si estendeva per poco più di 2 km a nord e a sud tra il Capitolium e la porta Flaminia, e per poco meno di km a est e a ovest, tra il Quirinale e il fiume. era una zona bassa, da 10 a 15 m sopra il livello del mare (da 13 a 20 ora), e da 3 a 8 sopra il livello del Tevere, per cui subiva frequenti inondazioni.. Conteneva parecchie paludi nonchè corsi d'acqua,la più grande delle quali, la Petronia Amnis, che segnava il limite della città proveniente da una sorgente del Quirinale, chiamata fonte di Catius, e sgorgava entro un'ampia palude, la palude delle Capre, dove in seguito sorsero le Terme di Agrippa.

    Il nord-est del campus, nei pressi della grande curva del fiume, c'erano sorgenti d'acqua calda, probabilmente sulfureo, e altre tracce di attività vulcanica.. Some small part at least was wooded, for we know of two groves, Aesculetum and Lucus Petelinus. Nel campus era eretta l'Ara Martis, probabilmente a est del Pantheon in Via del Seminario che, come narra Festo, fu citata in una legge di Numa e pertanto risalente alla monarchia.

    Una tradizione cita il Campus Tiberinus or Martius come generoso dono della vestale Gaia Taracia o Fufetia di sua propietà al popolo romano, così Gellio identifica il campus Tiberinus col campus Martius. Le fondazioni di edifici sacri partono da Romolo e proseguono fino a tutto il II sec. a.c. insieme a portici ed edifici privati. Inizialmente la zona, poiché al di fuori del pomerio, venne utilizzata per dare udienza ad ambasciatori stranieri e vi venivano più facilmente eretti luoghi di culto per le divinità sia occidentali che orientali.

    Il campus apparteneva allo Stato dall'inizio della repubblica, e Silla, sotto la pressione finanziaria della guerra con Mitridate, fu il primo a vendere parte del dominio pubblico a privati, anche se il nome prata Flaminia richiama le proprietà private. E 'probabile,tuttavia, che questi prata fossero diventati di proprietà pubblica, ma manetendo il nome originale. Altre invasioni di confini del campus avvennero nel I o nel II sec. a.c., come il sobborgo chiamato Aemiliana, appena fuori dalla porta Carmentale, e forse una villa con giardini del vecchio Scipione. Case private non vi si collocarono prima dell'impero, ma divennero qui abbastanza numerosi, per il catalogo Regionari vi erano erette 2777 insulae e 140 domus nella regione IX.

    L'inizio della monumentalizzazione dell'area si ebbe con il teatro di Pompeo nel 55 a.c., poi con Cesare furono ultimati gli edifici per le elezioni, i Saepta Iulia completati infine da Augusto e la Villa publica. La zona non edificata verso nord era dominata dal mausoleo di Augusto e dall'orologio solare i cui resti sono oggi visibili negli scavi a San Lorenzo in Lucina, che aveva per gnomone l'obelisco oggi a piazza Montecitorio.
    Marco Vipsanio Agrippa vi inserì i giardini, la basilica di Nettuno, le terme e il Pantheon. Vi fu costruito anche l'anfiteatro permanentedi Statilio Tauro, il teatro di Balbo, l'Ara Pacis. Probabilmente a Caligola si deve la prima costruzione del tempio dedicato a Iside e sotto Nerone furono costruite altre terme e un ponte.

    Dopo il grande incendio di Roma dell'80 Domiziano ricostruì i monumenti aggiungendo uno stadio e un odeion. Adriano trasformò il complesso del Pantheon e collocò nella parte settentrionale, legata ai funerali imperiali, i templi di Matidia e Marciana. Successivamente vi furono costruiti il tempio di Adriano, la colonna
    di Antonino Pio e la Colonna Antonina, dedicata a Marco Aurelio.

    Sappiamo poco dei centri di culto nel campus prima delle guerre Puniche l'ara di Dite e Proserpina nel Tarento, l'Apollinare, un altare o fossa, e il tempio di Apollo che fu costruito nel 431 a,c., e il tempio di Bellona del 296 a.c.. Tra il 231 e la battaglia di Azio vennero eretti altri 15 templi, e ancora di più nel secolo successivo.
    La costruzione del circus Flaminius in 221 a.c. segnò la storia della parte sud del campus, ma non vi furono importanti costruzioni pubbliche prima della fine della repubblica, quando cioè Pompeo costruì a Roma nel 55 a.c. il primo teatro in muratura. Caesare addirittura pensò di cambiare il corso del Tevere creando un nuovo canale a ovest del Gianicolo, come riferisce Cicerone, per evitare le inondazioni e costruire sulla piana tra il colle e il lato ovest della città. Fu forse l'unica indicazione di Cesare non eseguita da Augusto che però diede il via alle costruzioni, di tutto il quartiere, tranne il nord-ovest, ancora aperto, era coperto dalle strutture più belle di Roma, circhi, teatri, portici, terme, colonne, obelischi, fontane, mausolei, templi, etc. Il notevole aspetto del campo prima della morte di Augustus è descritto da Strabone.

    All'assassinio di Valentiniano III nel 455 d.c.. nel Campus Martius, si associò l'attacco alla villa imperiale 'ad duas lauros' al terzo miglio di via Labicana. Ma si suppone l'esistenza nel V sec. d.c.. di un'altra località, sempre nel campus Martius, col nome 'ad duas lauros'. Col declino dell'impero e le invasioni barbariche la popolazione abbandonò le altre colline e si concentrò in campus Martius.




    CAMPUS MARTIALIS

    Uno spazio aperto sul colle Celio, dove si svolgevano le feste delle Equirria quando, come narra Ovidio, il Campo Marzio era inondato dal Tevere. 

    Era collocato probabilmente appena fuori le Mura Serviane, e forse identificabile col campus Caelemontanus. 

    Non credibile invece il tentativo di identificarlo col Campus Minor di Catullo e di locarlo appena fuori Porta Capena. 

    Il suo nome può essere stato serbato dalla chiesa medievale S. Gregorio in Martio.



    CAMPUS MINOR

    Menzionato solo da Catullo, non si sa dove fosse, per quanto identificato col ἄλλο πεδίον of Strabone, e con il Campo Marziale.



    CAMPUS NERONIS

    Un nome trovato, insieme al sinonimo Prata Neronis, nei documenti delle centuries VII e XI. Si trovava nel distretto sulla riva destra del Tevere dove sorse la Naumachia  di Nerone e la Mole Adriana.



    CAMPUS BARBARICUS
    CAMPUS BARBARICUS

    Si trovava all'incrocio degli acquedotti dell'Aqua Claudia con l'Aqua Marcia.

    Questi due acquedotti circoscrivevano una certa area compresa fra Torre Fiscale e Porta Furba.

    I Goti che assediarono Roma nel VI secolo ne murarono le arcate, utilizzando l'area come accampamento; in seguito, ciò valse al territorio compreso fra Porta Furba e Torre Fiscale il nome di Campus Barbaricus.



    CAMPUS OCTAVIUS

    Menzionato nei Cataloghi Regionari ma completamente sconosciuto.



    CAMPUS PECUARIUS

    Menzionato nei Cataloghi Regionari e in una iscrizione. Si suppone si trovasse vicino al Campus Boarius.



    CAMPUS SCELERATUS
    CAMPUS SCELERATUS
    Uno spazio aperto all'interno della porta Collina e a sud del vicus portae Collinae, dove le vergini Vestali che avevano rotto il voto di castità venivano sepolte vive. (Livio)





    CAMPUS TIBERINUS

    un altro nome del Campus Martius. secondo Gellius che, con Plinio, riporta la storia della sua presentazione al popolo da parte di una vestale, chiamata Gaia Turacia o Fufetia. Questo viene spiegato come una parte del Campo Marzio che confina con la riva del fiume dall'isola nord, identificato come il 
    Campus Minor di Catullo, e il "ἄλλο πεδίον" di Strabone.



    CAMPUS MAIOR

    Si giunge attraverso la via Tiburtina in un'area pianeggiante fra l’attuale località Albuccione e ponte Lucano che era nota nel Medioevo con il nome di campus Maior, o Tiburtinus. L’area di scavo antica, posta a sud-est di questo grande affioramento, fu in attività fino all’epoca Tardo-antica.



    CAMPUS VATICANUS

    Plinio:
    "Tiberis . . crita XVI milia passuum urbis Veientem agrum a Crustumino, dein Fidenatem Latinumque a Vaticano dirimens"

    Livio :
    "alii duo exercitus haud procul urbe Etruriae oppositi unus in Falisco, alter in Vaticano agro."

    Il distretto si estendeva sulla riva destra del Tevere, tra il suo corso inferiore e il territorio più ristretto Veientine, una piana alluvionale posta tra il Gianicolo, il Colle Vaticano e Monte Mario, fino alla confluenza del Cremera. La sua fertilità venne irrisa da Cicerone e i suoi vini da Marziale, e vi sono pochi riferimenti alle fattorie.

    Gellio:
    "in agro Vaticano Iulius Paulus poeta . . . herediolum tenue possidebat;"
    Symmaco: 
    "urbanas turbas Vaticano in quantum licet rure declino."

    Il suo nome fu usato a lungo, come da Solinus:
    "Claudio principe ubi Vaticanus ager est in alveo occisae boae spectatus est solidus infans"
    e da Plinio dove il Vaticano è usato per Vaticanus ager, e da Gellius che dà due spiegazioni al nome:
    "et agrum Vaticanum et eiusdem agri deum praesidem appellatum acceperamus a vaticiniis quae vi atque instinctu eius dei in eo agro fieri solita essent . . . sed praeter hanc causam M. Varro in libris divinarum aliam tradit istius nominis rationem: non come Aius . . . ita Vaticanus deus nominatus penes quem essent vocis humanae initia"

    In realtà Vaticanus che si trova due volte nei Fasti consolari, nel 455 e 451 a.c., era un'antica divinità preromana e poi romana. Varrone fa derivare il nome da un dio locale Vaticanus, che a sua volta traeva il proprio nome da vaticinium, cioè l'arte di vaticinare, ma a Roma diventa poi il Dio che apre la bocca al neonato e gli fa emettere il primo vagito.



    CAMPUS VIMINALIS


    Trovato solo nel Registro della Regio V, sul confine dell'Esquilino, dove è seguito dalla parola subager e può equivalere al sub aggere campus Viminalis, e quindi appartenere al viminalis campus, o può riguardare il nome di un altro monumento o località. In ogni caso il campus Viminalis stava probabilmente fuori dell'agger e non lontano dalla porta Viminalis. Il suo nome sembra provenire da i vimini che abbondavano in zona.

    CAMPUS VIMINALIS
    Fu Servio Tullio ad aggiungere il Viminale all'urbe, includendolo nelle Mura Serviane. Esso giaceva tra i castra Praetoria e l'aggere serviano, il distretto traversato dal vicus collis Viminalis. La parte nord del campus era usato come piazza d'arme delle cohortes pretoriane. Nel Catalogo Regionale sono menzionati anche due edifici in zona, e forse due grandi spazi: le Gallinae Albae e le Decem Tabernae, una specie di mercato bazar, entrambi nella parte sud del Viminale. Le Gallinae Albae era una strada o un distretto nella parte ovest del Viminale. 

    Le Terme di Diocleziano si trovavano su un'altura a nord-est del Viminale, mentre due sacrari Argei erano posti sul crinale del Viminale, alle due etremità. Tra le strade del Viminale il vicus Longus traversava la valle tra il Quirinale e il Viminale e connetteva all'Alta Semita all'interno di Porta Collina, il vicus Patricius che traversava la Subura nella valle tra il Viminal e l'Esquilino, e il vicus collis Viminalis, una terza strada che correva nella stessa direzione lungo la cima del crinale fino alla Porta Viminale.


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  • 02/21/14--05:30: TURRIS LIBISONIS (Sardegna)

  • DOMUS DI ORFEO

    La città di Porto Torres sorge sui resti romani della colonia Iulia di Turris Libisonis, fondata nel 46 a.c., mientemeno che dallo stesso Giulio Cesare. È attestato per Turris lo stato giuridico di colonia Iulia, confermato dalle iscrizioni turritane, in cui Iulius/a risulta il gentilizio più documentato fra la cittadinanza.

    Giulio Cesare avrebbe fatto scalo presso vari insediamenti costieri dell’Isola nell’estate del 46 a.c., di ritorno a Roma dall’Africa, per la celebrazione del trionfo dopo la battaglia di Tapso. La scelse, sembra, affinché le navi romane nel passaggio tra la Corsica e la Sardegna durante le tempeste, potessero trovare rifugio lungo le coste.

    La colonia sorse al centro del golfo dell'Asinara nella Sardegna settentrionale, ad opera appunto dei veterani di Giulio Cesare appartenenti in gran parte a una delle 4 urbane serviane (Collina, Esquilina, Palatina e Suburana) la "Collina" di cui parla anche Cicerone in una sua lettera.

    Si sa che Giulio Cesare stabilì una buona uscita per i veterani emeriti, che cioè avevano servito con onore, e in genere il premio era un bel pezzo di terra a testa, che uniti fornivano un vasto territorio per una cittadina e terreni adiacenti da coltivare.

    Turris Libisonis venne eretta per giunta su un tratto di costa adatto sia all’approdo che alla costruzione porto fluviale alla foce del Rio Mannu, per giunta Turris era, insieme alla ben più modesta Uselis, l’unica città della Provincia Sardinia costituita da cittadini romani (Plinio Naturalis Historia, III, 85), seconda nell’isola soltanto a Caralis per numero d’abitanti, magnificenza e traffici commerciali. Insomma una colonia molto ricca.

    Plinio ha descritto Turris come una colonia, l'unica nell'isola a quell'epoca, suggerendo che non vi era stata alcuna città precedente sul posto, a parte un forte o castellum. Questo forte fu riportato anche da Tolomeo e negli itinerari, ma senza alcuna indicazione che gli desse una certa importanza.




    IL NOME

    Il nome Turris Libisonis compare per la prima volta nella Naturalis Historia, (Nat. Hist., III, 7,85) di Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), dove viene proposto il quadro geopolitico della Provincia Sardinia che alla fine riporta: «colonia autem una que vocatur ad Turrem Libisonis» (mentre [vi è] una sola colonia, detta presso la torre di Libiso). 

    Secondo alcuni studiosi il nome Turris deriverebbe dalla presenza di una torre nuragica, collegabile ad una popolazione forse conosciuta dagli antichi come “libica” e stabilendo quindi un legame tra il nome antico del Nord Africa (Lybia) e la seconda parte del toponimo (Libisonis).

    Il nome della colonia compare però anche in diversi codici della Geografia di Tolomeo (Ptol. III, 3, 5), il geografo alessandrino del II sec. d.c. che riporta, oltre alla forma Pýrgos Libísonos, polis, anche Pýrgos Bíssonos o Pýrgos Býssonos, ma non se ne sa di più.



    GLI SCAVI

    Dai lavori del 2006 tesi alla realizzazione del nuovo porto, e soprattutto nella dalla demolizione del molo del Faro, è emersa una struttura in calce, malta, conci di calcare e lastre di trachite;il tutto misto a monete in bronzo, frammenti di anfore da trasporto, porzioni di colonne, ceramica ed epigrafi in marmo con una datazione di età romana.

    Presso il piazzale ferroviario de “La Piccola”, i numerosi materiali, le diverse porzioni di strade lastricate in trachite, e le strutture di età romana emersi nei lavori per i parcheggi, emersero sempre nel 2006, tutti databili al I secolo d.c., quando venne realizzato il primo impianto urbanistico della colonia, già deciso, probabilmente, nella II metà del I secolo a.c.



    LE INFRASTRUTTURE

    Tra la fine dell'età repubblicana e l'età augustea, la città venne infatti dotata delle principali infrastrutture viarie e portuali, di un acquedotto e di un primo impianto termale secondo i principi urbanistici e architettonici tipicamente romani.

     Non vi è però una precisa coincidenza tra la città romana e l’attuale Porto Torres se non nelle sue zone periferiche giusto nella massima espansione in età Severiana (III sec. d.c.).

     Infatti vi si sono reperiti abitazioni e magazzini ai quali si sono spesso sovrapposte diverse sepolture.

    Tra la metà del I e la metà del II secolo d.c. venne creato un bacino per la raccolta dell'acqua.

    Tra la fine del II e il III secolo d.c. iniziò un periodo di prosperità per la città grazie ai traffici marittimi, all’allevamento del bestiame, alla pesca, alla raccolta dei cereali, all'attività estrattiva e artigiana.

    Nella pianura retrostante alla città, a 3 km circa dal centro, sono stati documentati tratti dell'acquedotto che adduceva l'acqua dalla valle di San Martino di Sassari.

    Questi tratti erano stati in parte scavati nella roccia e in parte edificati su notevoli arcate, delle quali si sono messi in luce i filari di fondazione.



    LE NECROPOLI

    Attorno al perimetro della città antica sono conservate vaste aree di necropoli di particolare interesse, con sepolture dalla prima età imperiale ad epoca paleocristiana: la necropoli occidentale, sulla riva sinistra del rio Mannu, quella meridionale, sotto l'attuale centro cittadino, e quella orientale, sul lungomare.

    Quest’ultima comprende l'ipogeo di Tanca Borgona, il complesso funerario di Scogliolungo, le tombe di Balai e il complesso ipogeico di San Gavino a mare.

    L'impianto urbano, sviluppatosi attorno all'arco naturale che racchiude il bacino portuale, in base al divieto di realizzare aree funerarie all'interno delle mura, per ragioni di igiene e sicurezza, è delimitato esternamente da queste tre necropoli. A ovest del fiume Mannu la necropoli occidentale o di Marinella ha restituito tombe in anfora, alla cappuccina e in cassone scavate nel banco roccioso. 

    La necropoli orientale (o di Baiai o dello Scoglio Lungo) è caratterizzata da un monumento con numerose tombe ad arcosolio, da un colombario, e da un ipogeo (quello di Tanca Borgona) con tombe ricoperte da lastre marmoree iscritte, riutilizzate fino al VI sec. d.c. Una delle epigrafi documenta il nome di un funzionario imperiale che aveva ricoperto la carica di procurator ripae Turritanae.

    La necropoli meridionale, di S. Gavino, sulla quale è stata edificata alla fine dell'XI sec. una basilica con due absidi contrapposte, è caratterizzata da monumenti funerari singoli e collettivi. Uno degli edifici è ricavato nel banco di calcare, con molte sepolture su tre livelli sovrapposti, e un blocco parallelepipedo di uso cultuale-funerario.

    Qui sorgono l'ipogeo di Tanca Borgona, il complesso dello Scogliolungo, le tombe di Balai ed il complesso ipogeico di San Gavino a mare.




    LE STRADE

    Entro il I secolo d.c. la città era già dotata di strade regolari, del porto, di un acquedotto con origine nelle campagne intorno alla città di Sassari e delle prime terme, secondo i canoni urbanistici e architettonici romani.

    Secondo le iscrizioni sulle antiche pietre miliari, la strada principale che attraversa l'isola passò direttamente dalla Caralis ( Cagliari ) a Turris, una prova sufficiente fu l'alta frequentazione del sito.

    Infatti, due strade, che divergevano ad Othoca ( Santa Giusta ) collegavano Caralis a Turris, avevano due percorsi, uno più interno e uno sulla costa occidentale.

    Attraveso gli scavi si è riscontrato che l'assetto viario è stato in parte rispettato nell'attuale viabilità del centro storico.

    Nella Piazza del Comune è identificabile, a breve distanza dagli horrea e dal porto, il foro nel punto di incontro del cardo (ultimo tratto della strada che univa Cagliari a T. L.) con il decumanus derivante dal ponte che supera, al limite della città, le acque del fiume Mannu.

    Gli scavi hanno inoltre individuato il confine occidentale della città con un tratto delle mura di cinta lungo la sponda destra del fiume Mannu, datate al III sec. d.c. Le iscrizioni recano notizia di notevoli monumenti finora poco identificati: un tempio della dea Fortuna, una basilica con tribunale ornato di sei colonne restaurate nel III sec. d.c., una cisterna per riserva idrica fatta costruire a spese di un magistrato della colonia. Dai dati d'archivio si desume l'esistenza di un edificio per gli spettacoli nel fronte settentrionale di una delle colline prospicienti la linea di costa a breve distanza dal foro: un teatro o un anfiteatro.

    Il tracciato dell'acquedotto è ricostruibile grazie ai resti rinvenuti in varie zone dai significativi toponimi (Fonte del Re, Fonte Manca, Fonte Gutierrez, Predda Niedda-Pischina, via Fontana Vecchia), lungo un percorso più o meno parallelo all'attuale SS 131, che adduceva l'acqua da Sassari, dove si trovavano le sorgenti (Eba Ciara-San Martino), alla colonia turritana.



    LE ABITAZIONI

    Durante la prima età imperiale vennero realizzati quartieri abitativi in un’area poi occupata da diversi impianti termali: le terme Centrali, le terme Maetzke e le terme Pallottino, in onore degli archeologi che tra il 1940-60 le riportarono alla luce. Venne inoltre realizzato un bacino per la raccolta dell'acqua per fornire le principali strutture termali.

    Tra il III e l'inizio del IV secolo d.c. l'attività edilizia ebbe un’ulteriore incremento, edifici tutt’ora visitabili nell'area archeologica. Inoltre venne edificato un tratto di mura lungo la sponda destra del rio Mannu, e vennero completate le “Terme Centrali” note popolarmente come “Palazzo di Re Barbaro” dal nome di un ignoto quanto fantomatico governatore che avrebbe condannato al martirio i tre attuali patroni della città.
    Di queste si conservano ancora  le strutture delle grandi sale - frigidarium, calidarium e tepidarium - con le vasche ed i sobri e raffinati mosaici.
    Sempre tra la fine del III e gli inizi del IV sec. d.c. Turris ospitò, per alcuni mesi all'anno, il governatore dell’isola, evidenza questa dell’ importanza assunta dalla città.

    Vennero inoltre restaurati importanti edifici pubblici, come il Tempio della Fortuna,  restaurata durante il regno di Filippo Arabo, e la Basilica con l'annesso tribunale. Di questi restano le testimonianze di decorazioni marmoree, bassorilievi, statue, nonché i documenti epigrafici che attestano le varie opere citate.

    Nell'area di Turris Libisonis sono, inoltre, presenti: la Domus di Orfeo, le Terme Maetzke, la Domus dei Mosaici e il Peristilio Pallottino.

    Infatti negli anni 1994-1995 gli scavi condotti nel peristilio delle Terme Centrali hanno messo in luce porzioni di cinque ambienti di una domus con pavimenti mosaicati. I materiali rinvenuti fra i resti del crollo delle strutture perimetrali della domus e delle pareti interne affrescate permettono di datare i mosaici nel I sec. d.c.

    Di tre pavimenti il motivo decorativo policromo è geometrico, del quarto si conserva parte dell'esagono centrale con una scena di ierogamia, e del quinto, danneggiato in antico, il motivo geometrico policromo racchiude un emblema delimitato da un ottagono in cui è raffigurato Orfeo che suona la lira, circondato da otto animali.



    LE TERME

    Le Terme Centrali, o palazzo di Re Barbaro, si collocano tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.c., inseriti in una vasta area destinata a edifici di uso pubblico.
    Le Terme suddette hanno un impianto rettangolare sviluppato su otto ambienti delimitati da un porticato e a s da un criptoportico precedente.con muri in opera vittata, cioè con l’elegante alternanza di laterizi e blocchetti di tufo, di calcare, nonchè laterizi misti a tegoloni, mentre le fondazioni mostrano blocchi di calcare.

    Il risultato è di alternate fasce di colore sulle pareti esterne.
    L’accesso alle terme situato a nord, era preceduto da una scalinata che immetteva in un portico rettangolare, cui seguiva il frigidarium, la sala per i bagni freddi, fornita di due vasche con pavimentazioni a mosaico, e il "tepidarium" un ambiente tiepido da cui si passava ai tre calidarium, o ambienti riscaldati.

    Il frigidarium corredato di due vasche, un apodyterium, un tepidarium e trecalidaria hanno restituito pavimenti musivi con motivi decorativi che trovano riscontro in mosaici di Cagliari, Ostia, Roma, Pompei, della Gallia e delle provincie africane, datati tra la fine del III e l'inizio del IV sec. d.c.

    L'intero complesso termale si è sviluppato in parte su terrapieno e si è sovrapposto a un altro impianto termale sottostante riferibile al II sec., costruito a sua volta su un altro complesso termale del I sec., individuato in un saggio di scavo condotto nel settore SE delle terme del III sec. d.c.

    Nell'area situata tra l'Antiquarium Turritano e le “terme centrali” sono presenti resti di abitazioni, che costituivano insulae (isolati) e tabernae (botteghe) , una parte delle quali è inglobata e visibile all’interno dell’Antiquarium. Gli edifici sono delimitati da vie pavimentate con lastroni di vulcanite.

    Cospicui i resti di decorazioni marmoree, bassorilievi, statue; tra essi quattro colonne di marmo del “peristilio Pallottino”, pertinenti ad un portico originariamente pavimentato con lastre marmoree.Al suo esterno, lungo un cardo porticato, si aprivano diversi ambienti contigui adibiti a tabernae dotate di pozzi per il rifornimento idrico, alti pozzi sono pure visibili all'interno di due insulae situate a nord delle Terme Centrali. In località Serra di Li Pozzi-via Liguria è visibile un tratto dell'acquedotto.
    A sud delle terme sorgeva un criptoportico usato per il deflusso delle acque, mentre ad est erano situati gli ambienti per il riscaldamento dell'aria e dell'acqua ed i canali che convogliavano le acque reflue verso una fogna che attraversava la strada ad est.

    Altri due impianti termali non completamente scavati sono ubicati a est della ferrovia: le Terme Maetzke con sviluppo nord-sud e le Terme Pallottino lungo la Via Ponte Romano, a breve distanza da un peristilio lastricato.
    L’impianto termale Maetzke venne costruito tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.c. , terrazzando con blocchi in calcare il pendio del Colle del Faro. Se ne conserva solo un'aula absidata, probabilmente un calidarium.



    IL PORTO

    Il porto esistente a Porto Torres, quasi del tutto artificiale, si basa in gran parte su fondamenta romane. Alla fine del I sec. d.c. compaiono a Turris le merci africane che saranno prevalenti fino al
    VI sec. d.c. :con importazioni di olio, di conserve e salse di pesce e di vino.

    NAVICULARII TURRITANI
    Tra le prime attestazioni (I sec. d.c.) sono presenti anfore italiche vinarie ed altre che contenevano forse frutta, provenienti dalla penisola. Dello stesso periodo abbiamo le importazioni di vino della Tarraconensis (attuale Catalogna) e di salse di pesce dalla Baetica (Andalusia).

    Ma soprattutto la Sardegna era considerato il granaio di Roma, per cui il traffico da turris a Roma era molto intenso, Il grano veniva trasportato in grossi sacchi di tela e sistemato nei magazzini chiamati horrea in attesa di essere esportati. Sembra venisse esportato anche granito dalla Gallura, cavalli vivi e carne suina.

    Nel corso del II secolo d.c. Turris Libisonis commerciava vino con la Gallia e nel III sec. 
    d.c. olio con la Baetica.
    Al culmine del suo sviluppo, tra la fine del II e il III sec. d.c., il suddetto porto prosperò ancor più grazie ai traffici marittimi, all'economia ceralicola e di allevamento, alla pesca, all'attività estrattiva e artigianale.

    Lo spostamento del bacino portuale, avvenuto in età severiana (fine II - inizi III sec. d.c.), corrisponderebbe al progetto di riformulazione del programma urbanistico della città che vide il centro espandersi verso oriente, con il forum a sud dell’attuale darsena e nelle vicinanze dei magazzini (horrea) presso l’attuale Banca nazionale del lavoro, costruiti agli inizi del III sec. d.c., sui quali venne costruita, in età tardoantica, una cortina muraria. Così il porto venne rinnovato e la città si riorganizzò intorno ad esso.

    Dietro al bacino portuale, dove sorge il moderno porto commerciale, sono stati scavati horrea degli inizî del III sec., utilizzati fino ai primi decenni del V sec. d.c., quando sono stati in parte smantellati per la costruzione delle mura di cinta con andamento parallelo alla linea di costa.

    Durante il IV secolo d.c. Turris Libisonis continua ancora ad essere il principale porto della Sardegna settentrionale essendo ancora inserito nelle rotte che comprendevano l’Africa e l’Italia peninsulare, ma anche i mercati del nord, attraverso il porto di Marsiglia e quelli della penisola iberica dai quali proveniva il garum, la famosa e usatissima salsa di pesce di cui abbondava la cucina dei ricchi romani.

    Da Turris Libisonis partivano i cereali e i minerali sardi, nonchè i travertini dell’entroterra diretti al porto di Roma. Durante il V-VI secolo d.c. dall’Oriente provengono infine numerose anfore olearie e vinarie. In particolare la città commerciava direttamente con il porto di Ostia, come attestato dall’iscrizione “navicularii turritani” in un mosaico del foro della città laziale. E’ evidente quindi che la manutenzione, il potenziamento e la gestione delle strutture portuali richiedessero un funzionario addetto, il “procurator ripae”, nonchè gli addetti alla riscossione dei dazi doganali, i portoria.

    A Turris esistevano inoltre i Navicularii, imprenditori di trasporto marittimo che avevano una sede stabile nel Piazzale delle Corporazioni a Ostia, antico porto di Roma, come dimostrato dal mosaico turritano (190-200 d.c.) che raffigura una navis oneraria (nave commerciale) con scafo allungato, con due timoni obliqui sui lati della poppa e dotata di due alberi.


    I mosaici pavimentali, le sculture e la ceramica di importazione testimoniano un vivace scambio con i porti della penisola, della Spagna, della Gallia, dell'Oriente e delle provincie africane, riscontrabili anche nella presenza di numerosi culti religiosi accolti nella città. Turris era inoltre inserita nelle rotte marittime che univano Roma all’Africa, alla penisola iberica e ad una parte della Narbonense (attuale Provenza).




    IL PONTE

    Tra le tante e ricche realizzazioni di questa epoca c'è il magnifico ponte di età augustea, il maggiore tra i ponti romani della Sardegna con 7 arcate per 135 m di lunghezza, ancora ottimamente conservato. Il ponte romano che congiunge le due rive del rio Mannu, consentiva il collegamento diretto della città con i fertili campi della Nurra. Fu costruito nelle forme attuali impiegando blocchi di calcare.

    Si compone di sette arcate crescenti in altezza da est verso ovest, impostate su altrettanti piloni in calcare con rinforzi in vulcanite, di cui quello centrale ospita una nicchia, certamente occupata da una qualche statua di divinità, probabilmente, data l'epoca, da quella di Augusto. L'eccezionale architettura del ponte su sette arcate rivela la presenza in città di esperti ingegneri.



    LA RELIGIONE

    Mentre non ci sono tracce di religione cartaginese essendo la colonia appunto una città nuova, Turris si aprì anche ad altre religioni di provenienza mediterranea: tra il I ed il II secolo d.c. sorgono culti orientali come quello egizio di Bubastis, ovvero di Iside-Thermutis e di Giove Ammone; successivo ma non meno importante il culto della divinità persiana della luce Mitra, “concorrente” del cristianesimo nascente.

    Molto seguito, trattandosi di città marinara, ebbe il culto di Iside, protettrice appunto dei marinai, per la quale veniva celebrata la festa del Navigium Isidis (naviglio di Iside), nei primi di marzo, quando si apriva il periodo più propizio per la navigazione, fino all’11 novembre, in cui si decretava il mare clausum (mare chiuso) ossia l’interdizione alla navigazione per la pericolosità delle tempeste.
    Infatti un’ara marmorea, dedicata ai sacrifici per un templum Isidis locato presso il Foro, a ridosso dell’area portuale è oggi conservata nella “sala romana” del museo G.A.Sanna di Sassari, ma fu rinvenuto a Porto Torres nei pressi del piazzale della stazione ferroviaria.

    Si tratta probabilmente di un donarium, un ex voto, dedicato da un navigante, forse scampato ad un naufragio, a Iside-Thermutis, protettrice delle messi e dei naviganti, solitamente rappresentata con corpo umano terminante in coda di serpente, con in mano la fiaccola che rappresentava il faro del porto di Alessandria in Egitto.

    Per altri la fiaccola era invece la face della vita così precaria per gli avventurosi marinai.

    Sulle due superfici laterali del monumento sono rappresentati il coccodrillo Souchos, che rispettò la Dea che traversava il Nilo per recuperare le membra di osiride, e il cane Sothis che rappresentava la costellazione della stella Sirio ma anche i cani che aiutarono Iside a ritrovare Osiride.

    Ulteriori attestazioni del culto isiaco sono l’ara di Bubastis, altare delle offerte rituali dedicato a Bastet, Dea egizia con la testa di gatta e il corpo di donna.
    Nell’ara, di squisita fattura, compaiono alcune divinità-serpente associate a Iside. L’ara è datata al 35 d.c., proprio quando giunsero a Turris Libisonis i primi culti egizi.



    IL DECLINO

    La crescita urbana si arrestò tra la fine del IV e gli inizi del V sec. d.c. in coincidenza con la grave crisi dell’Impero d’Occidente. Per quanto decaduta nel disfacimento dell'impero,  la Sardegna resistè nei suoi seppur ridotti traffici commerciali e nel 456 d.c. passò sotto il controllo dei Vandali fino al 534 d.c., data nella quale iniziò la dominazione bizantina. Poi il declino fu totale.


    Il parco archeologico

    Il parco Archeologico oggi visitabile conserva i grandiosi resti monumentali dei tre impianti termali, conosciuti come terme Maetzke, terme centrali, e terme Pallottino, al quale appartiene anche l’omonimo peristilio; della domus dei Mosaici nota per i sui splendidi marmi colorati, e della cinta muraria che delimitava la colonia Iulia, riportate alla luce tra gli anni Quaranta e Sessanta durante le opere di scavo condotte da Massimo Pallottino e Guglielmo Maetzke.

    Gli edifici sono delimitati da vie urbane pavimentate con lastroni di vulcanite, su cui prospettano anche delle botteghe. Il percorso prosegue nei pressi del peristilio Pallottino, posto lungo la strada che conduce al ponte romano, con quattro colonne di marmo lungo il lato orientale, e pavimento rivestito in marmo.

    Seguono poco più ad ovest i resti delle "terme Pallottino", fine III sec. d.c. , con tre ambienti riscaldati, di cui il primo presenta un impianto rettangolare e vasca decorata a mosaico; il secondo conserva esclusivamente il lato corto absidato; e il terzo conserva invece le due absidi dei lati brevi.


    Il museo

    Nell'area compresa fra le Terme Centrali e le Terme Maetzke i lavori della ferrovia hanno purtroppo determinato la scomparsa di altri monumenti di carattere pubblico, civile e religioso; di essi si conoscono numerose sculture e pavimenti musivi attualmente esposti nel Museo Nazionale G. A. Sanna di Sassari. Comunque cospicui reperti provenienti dagli sterri del XIX secolo e dagli scavi scientifici del XX nell’antica Turris Libisonis sono conservati nel suddetto Museo di Sassari e nell’Antiquarium o Museo Nazionale Archeologico di Porto Torres presso l’area del nascente Parco Archeologico.




    LA NUOVA SARDEGNA


    Scoperto un tratto di mura dell’antica Turris Libisonis

    PORTO TORRES. 

    La Colonia Iulia Turris Libisonis non smette di regalare sorprese. 

    Pochi giorni dopo il grande successo di Monumenti Aperti e la scoperta di un tratto dell'acquedotto romano in località Punta Lu Cappottu, stavolta dalla terra è riapparsa una struttura poderosa, che ha tutta l'aria d'essere un tratto della cinta muraria dell'antica Colonia Iulia Turris Libisonis. 

    L'ipotesi merita ovviamente un approfondimento, ma quanto emerso in un cantiere all'angolo tra via Ponte Romano e via Azuni «non è una struttura privata nè un edificio privato, ma è poderosa e sembra avere paramento interno ed esterno» ha detto la responsabile della Soprintendenza archeologica dell'area di Porto Torres Gabriella Gasperetti. 

    Il cantiere era sotto osservazione da parte della Soprintendenza fin dal momento della presentazione del progetto edilizio e, prima ancora della demolizione della vecchia struttura, la stessa Soprintendenza aveva effettuato indagini preventive a una quota molto inferiore rispetto al piano di posa dei plinti. 

    In seguito alla demolizione del vecchio edificio, durante la fase di scavo, erano stati messi in luce quattro frammenti di colonne in marmo e trachite rossa riutilizzati nella fondazione di un muro di separazione tra giardini, probabilmente nei primi decenni del secolo scorso. 

    Il materiale è stato recuperato, ma le sorprese non erano terminate: nella fase di scavo per la posa delle fondazioni del nuovo edificio è emerso un muro di grandi dimensioni, costruito con blocchi squadrati in tufo e calcare. La grandezza della struttura e la mole dei blocchi impiegati fa pensare ad una cinta muraria. 

    Al momento, naturalmente, si tratta solo di un'ipotesi affascinante, anche perché sono in corso le ricerche per l'identificazione esatta della struttura. Si tratta infatti di capire, attraverso saggi laterali, se si potrà arrivare alle fondazioni e, soprattutto, se verranno rinvenuti materiali che possano contribuire a datare la struttura, che presenta evidenti tracce di spoliazione e riutilizzo dei blocchi. 

    Nel corso degli anni, a Porto Torres sono stati scoperti tratti di cinta murarie della vecchia Turris Libisonis di secoli differenti: uno di III secolo, le cosiddette mura occidentali all'interno del parco archeologico sulla sponda destra del fiume, una di età vandalica sotto la Bnl.

    Scoperto un nuovo acquedotto romano

    PORTO TORRES. 
    Durante i sopralluoghi per la seconda edizione di ArcheoBioTrek, alcuni soci delle associazioni Etnos e Atena Trekking e del Gruppo Speleo Ambientale Sassari sono andati a controllare il sito di Punta di Lu Cappottu, dov'è collocato un bunker della seconda guerra mondiale. 

    «Per quanto abbiamo potuto appurare, è un tratto di almeno 105 metri di lunghezza di cui 50 metri di sotterraneo esplorato, con larghezza del condotto di 55 cm e altezza variabile tra un m e 1,40» spiega Dore. «Alla luce dei rilievi eseguiti – dice Giuseppe Piras – possiamo affermare che il tracciato finora emerso di questo nuovo tratto dell’acquedotto consti di un pozzo ispettivo a canna quadrangolare con risega e pedarole ricavate nella roccia mentre il canale è stato scavato nel banco di roccia calcarea. Il tipo di lavorazione e la sezione del canale è riscontrabile in alcuni punti del tracciato dell’acquedotto che venne scoperto nel 1988 a Serra Li Pozzi». 
    «Nella parte terminale – prosegue Piras –, la superficie presenta l’impiego di tufelli in calcare come nel tratto elevato che ancora rimane nel Quartiere Satellite. Questa porzione di acquedotto ora passerà al vaglio dell’indagine della Soprintendenza Archeologica – conclude Piras – ma già da ora possiamo affermare che si tratta di una scoperta importante perché ci consente di apportare delle modifiche rispetto al tracciato dell’acquedotto di Turris Libisonis ipotizzato fino ad oggi».


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  • 02/24/14--05:58: ARCO DELLA CIAMBELLA
  • ANTICA STAMPA DELL'ARCO DELLA CIAMBELLA


    ROBERTO LANCIANI

    Lo scultore e descrittore di scavi Flaminio Vacca. Vedi le sue Memorie 1'ultima delle quali incomincia con le parole: "Sotto il nostro arco (della Ciambella) volendo mio padre farvi una cantina, vi trovò alcuni pezzi di cornicioni etc. "

    La "ciambella" a cui fa riferimento il nome della via romana attuale, deriverebbe, secondo alcuni studiosi, da una corona bronzea ritrovata nella zona e somigliante, appunto, alle antiche ciambelle romane.

    Secondo altri farebbe riferimento al nome di un'osteria denominata "Sciampella". Sicuramente fu l'osteria a prendere il nome dalla via e non viceversa, dato che il nome deriva dall'antico rudere romano (alto circa 10 metri) che ancora oggi possiamo scorgere al di là di un paio di case che lo nascondono ed al quale si appoggiano.

    In realtà questa specie di arco deriva dal primo edificio termale a carattere pubblico a Roma, le Terme di Agrippa, inaugurato da Agrippa nel 12 a.c.;

    Del complesso è giunta fino ai giorni nostri parte della grande sala rotonda, probabilmente il calidarium, tagliata nel 1542 con la costruzione di via dell’Arco della Ciambella: la sala, circolare con un diametro di 25 m e nota appunto come Arco della Ciambella almeno dal 1505.

    Scomparve nel 1621 con i lavori di Gregorio XV per la sistemazione della zona e ora è conservata solo nella sua metà N per un’altezza di oltre 10 m.

    Le Therme Agrippae coprivano un’area di 70 x 120 m circa, inquadrate tra via di Santa Chiara, via dei Cestari, largo e via di Torre Argentina.

    Esse erano collegate all’Aqua Virgo, dalla quale venivano alimentate.

    Alla sua morte Agrippa lasciò le terme in eredità al popolo romano, con un obbligo di mantenimento da parte di Augusto (Cass. Dio 54.29.4).

    Nell’80 d.c. le terme vennero quasi completamente distrutte da un incendio (Cass. Dio 66.24.2) ma ricostruite subito dopo (Mart. 3.20.15).

    Vennero poi restaurate quasi integralmente da Adriano (Hist. Aug. Hadr.19.10; CIL VI, 9797) e successivamente da Massenzio, Costante e Costanzo II (CIL VI, 1165).

    In una stampa del Giovannoli del 1615, possiamo vedere come doveva apparire nel XVII secolo la via, che attraversava l’antico calidarium circolare ancora intatto.

    Il complesso è noto nei Cataloghi Regionari come Thermas Agrippianas

    Si tratta in effetti dell'unico tratto rimasto in piedi delle antiche "Terme di Agrippa" e corrispondente alla metà della grande sala circolare che era il fulcro ed il centro di tutto il complesso. 

    Fino al Seicento la sala era pressoché intera, come documentano alcuni disegni dell'epoca.

    Infatti veniva popolarmente chiamata "lo Rotulo", "lo Tondo" o "lo Torrione": da qui alla denominazione di "ciambella".

    Anche l'arco che scavalcava la strada, a cui fa riferimento il nome della via, apparteneva alle stesse terme, ma scomparve nel 1621, in occasione dei lavori di sistemazione urbanistica eseguiti per volontà di Gregorio XV.

    Le Terme costruite dal genero di Augusto, tra il 25 ed il 19 a.c sono le più antiche terme pubbliche di Roma.

    Si estendevano nella zona tra via di Torre Argentina, via dei Cestari e largo di Torre Argentina.

    Via dell'Arco della Ciambella starebbe al centro esatto della grande sala circolare.
    Le terme erano alimentate con le acque dell'Acquedotto Vergine, le quali formavano anche un piccolo lago artificiale, posto ad ovest delle Terme, denominato "stagnum Agrippae", ed utilizzato come piscina.

    L'impianto, che misurava non meno di 80-100 m di larghezza e circa 120 di lunghezza, era organizzato su due assi che si incrociavano in una grande sala circolare del diametro di circa 25 metri.

    Con un capolavoro di ingegneria essa fu coperta a cupola, attorno alla quale erano irregolarmente disposti tutti gli ambienti, alcuni absidali, altri con vasche e spazi aperti.


    I RESTI OGGI
    Le Terme, dotate di impianti per acqua e aria calda, erano magnificamente decorate con affreschi, statue ed altre opere d'arte: qui infatti era collocato l'Apoxyomenos di Lisippo, dal greco, "colui che si pulisce con lo strigile", un attrezzo a lama ricurva, in avorio o bronzo, utilizzato per pulire la pelle dall'olio o dalla polvere, dopo il bagno o la lotta. 

    La statua, ora ai Musei Vaticani, è una copia in marmo dell'originale bronzeo dello scultore greco Lisippo (IV sec. a.c.), collocata un tempo all'ingresso delle Terme di Agrippa. 

    Si narra che l'imperatore Tiberio fece trasferire la statua nella sua residenza personale ma fu costretto
    a restituirla per l'insistenza del popolo, che ad ogni sua apparizione la reclamava a gran voce.
    Alla sua morte, nel 12 a.c., Agrippa lasciò il complesso termale, per testamento, al popolo romano, a titolo totalmente gratuito.

    Le Terme furono gravemente distrutte nell'incendio dell'80 d.c., quindi restaurate da Tito e soprattutto da Domiziano.
    Tra il 120 ed il 125 d.c. furono nuovamente restaurate da Adriano, ma ulteriori interventi vi furono al tempo di Settimio Severo, di Massenzio e, infine, nel 345 d.c., al tempo di Costanzo e Costante, figli di Costantino. 

    Intorno al V secolo si ha ancora menzione del loro funzionamento ma in seguito furono abbandonate (intorno al VII secolo) e ben presto, come successe per tanti altri monumenti, sistematicamente spogliate per il riutilizzo dei materiali edilizi.


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  • 02/28/14--06:17: TIBERIO CORUNCANIO
  • JUS PUBLICUM

    Nome: Tiberius Coruncanius
    Nascita: -
    Morte: 241 a.c.
    Gens: Coruncania
    Consolato: 280 a.c.
    Professione: Politico e Giureconsulto

    «Tiberius Coruncanius, qui primis profiteri coepit»

    Figlio del plebeo Tiberio e membro della gens Coruncaria, Tiberius Coruncarius, fu il primo Pontifex Maximusa publice profiteri, cioè che elargiva insegnamenti e pareri in pubblico, il tutto senza corrispettivi, vale a dire gratis.
    Nel lungo frammento dell' Enchiridion di Pomponio, che i compilatori giustinianei utilizzarono per delineare la “storia della giurisprudenza”, Tiberio Coruncanio viene menzionato due volte, sempre in relazione al suo primato nel publice profiteri:

    "Et quidem ex omnibus, qui scientiam nancti sunt, ante Tiberium Coruncanium publice professum neminem traditur: ceteri autem ad hunc vel in latenti ius civile retinere cogitabant solumque consultatoribus vacare potius quam discere volentibus se praestabant";

    Insomma tra i detentori di scienza, nessun professionista aveva tradito il proprio sapere prima di Coruncario che osava divulgare la sua scienza al popolo.

    e ancora: "Post hos fuit Tiberius Coruncanius, ut dixi, qui primus profiteri coepit: cuius tamen scriptum nullum extat, sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt".
    Dopodichè ci fu Coruncario che professò pubblicamente, di cui non resta alcuno scritto, ma di cui restano alcuni responsi memorabili.

    La storicità dei fatti riferiti in questi passi di Pomponio è stata oggetto di serrata critica da parte di F. SCHULZ, Storia della giurisprudenza romana,  Firenze 1968:

    «Il medesimo giudizio deve essere pronunciato sulla tarda tradizione, secondo cui Tiberio Coruncanio, il primo pontifex maximus plebeo, fu il primo ad impartire una sorta di insegnamento del diritto, dando i suoi responsa in pubblico. Il racconto è evidentemente condotto sulla base di un passo di Cicerone, che nomina alcuni giuristi come avessero dato responsa in pubblico; Coruncanio è a capo della lista.
    La notizia perde così ogni valore: anche prima di Coruncanio i pontefici, all'occasione, debbono aver dato responsa in pubblico. Quanto poco Coruncanio segni una rottura può essere desunto dal fatto che non conosciamo nessun suo allievo importante».

    Ma già F. D. SANIO e A. BERGER avevano evidenziato il carattere profondamente innovativo delle consultazioni pubbliche di Tiberio Coruncanio.

    Processo di diffusione e laicizzazione conoscenza giuridica:

    • Fine del IV sec. a.c.:
     - Gneo Flavio avrebbe pubblicato il calendario pontificale e un libro di azioni civili composto da Appio Claudio;
    - Tiberio Coruncanio avrebbe introdotto l’uso di dare responsi in pubblico.
    • Il calendario e le azioni probabilmente non erano segreti;
    • Monopolio effettivo sulla predisposizione delle azioni e sui formulari negoziali;
    • Probabilmente rivoluzionaria l’attività di T. Coruncanio di dare responsi in pubblico;
    • Tiberio Coruncanio primo pontefice massimo plebeo.

    Il giurista vive e opera in un periodo in cui la plebe impone la sua presenza anche nei principali collegi sacerdotali (auguri e pontefici), fino ad allora riservati esclusivamente al patriziato.
    Coruncario percorse, da homo novus, tutti i gradini del cursus honorum.

     Le fonti sul cursus honorum di Tiberio Coruncanio sono raccolte da T. R. S. BROUGHTON, The Magistrates of the Roman Republic, II, New York 1952; i legami politici del pontefice massimo plebeo sono invece esposti da F. CASSOLA, I gruppi politici romani nel III secolo a.c..

    Console nel 280, dittatore comitiorum habendorum causa nel 246; nel 254, primus ex plebe pontifex maximus creatus est. La constatazione che il verbo creari è tipico dell'elezione popolare, spinge R. A. Bauman a porsi la domanda: «Was Coruncanius the first to be appointed by election?»; può darsi che spettasse talvolta al popolo nominare i pontefici, ma non ne abbiamo notizie, nè pro nè contro.

    Alcuni testi di Cicerone ci informano altresì su questo particolare giurista, uomo di politica, di milizia e di grande scienza. Nel Cato maior, ad esempio, Cicerone menziona Coruncanio fra quegli eminentissimi personaggi del passato, ai quali il grande oratore attribuiva il ruolo di iura civibus praescribere; Cicerone, Cato mai. 27: Nihil Sex. 
    "Aelius tale, nihil multis annis ante Tiberius Coruncanius, nihil modo Publius Crassus, a quibus iura civibus praescribebantur; quorum usque ad extremum spiritum est provecta prudentia".

    Nel de oratore lo ricorda invece tra i sapientes romani, che potevano stare alla pari, o superare, i grandi uomini della sapienza greca; Cicerone, De orat. 3, 56: 
    "Hanc, inquam, cogitandi pronuntiandique rationem vimque dicendi veteres Graeci sapientiam nominabant. Hinc illi Lycurgi, hinc Pittaci, hinc Solones atque ab hac similitudine Coruncanii nostri, Fabricii, Scipiones fuerunt, non tam fortasse docti, sed impetu mentis simili et voluntate". 
    Cfr. anche De orat. 3, 134: 
    "Haec fuit P. Crassi illius veteris, haec Ti. Coruncani, haec proavi generi mei Scipionis prudentissimi hominis sapientia, qui omnes pontifices maximi fuerunt, ut ad eos de omnibus divinis atque humanis rebus referretur; eidemque in senatu et apud populum et in causis amicorum et domi et militiae consilium suum fidemque praestabant".

    Altri passi rimandano, indirettamente, alla sua competenza teologica e all'elaborazione dello ius. Cicerone, De nat. deor. 1, 115: 
    "At etiam de sanctitate, de pietate adversus deos libros scripsit Epicurus''. At quo modo in his loquitur? Ut Coruncanium aut P. Scaevolam, pontifices maximos, te audire dicas, non eum qui sustulerit omnem funditus religionem nec manibus, ut Xerses, sed rationibus deorum immortalium templa et aras everterit. Quid est enim cur deos ab hominibus colendos dicas, cum dei non modo homines non colant sed omnino nihil curent, nihil agant?. 
    Cfr. ibid. 3, 5: 
    "Quo eo, credo, valebat, ut opiniones quas a maioribus accepimus de dis immortalibus, sacra, caeremonias, religionesque defenderem. Ego vero eas defendam semper semperque defendi, nec me ex ea opinione, quam a maioribus accepi de cultu deorum immortalium, ullius umquam oratio aut docti aut indocti movebit. Sed cum de religione agitur, Ti. Coruncanium, P. Scipionem, P. Scaevolam, pontifices maximos, non Zenonem aut Cleanthen aut Chrysippum sequor, habeoque C. Laelium, augurem eundemque sapientem, quem potius audiam dicentem de religione, in illa oratione nobili, quam quemquam principem stoicorum".

    Un'altra novità fu la rivelazione pubblica di alcuni atti religiosi prima tenuti nascosti
    dai pontefici precedenti, esempi sono la rivelazione del calendario oltre alla metodologia processuale e all'interpretatio delle XII tavole sino a quel momento tenuta segreta così che anche i giuristi laici
    pian piano poterono interpretare il diritto delle tavole.



    I FRAMMENTI

    I tre frammenti superstiti sono tutti da riferire all'attività pontificale di Tiberio Coruncanio. Probabilmente sono riconducibili a documenti sacerdotali: decreta e responsa conservati in quei commentarii.

    La memoria dei responsa di Coruncanio, seppure non legata concretamente alla conservazione delle sue opere, permane ancora nel II secolo d.c.: Pomponio, in D. 1, 2, 2, 38. pontificum, dalla cui lettura era possibile, come attesta ancora Cicerone per i suoi tempi, dedurre l'altissimo ingegno del primo pontefice massimo plebeo. 

    Cicerone, Brut. 55: 
    "Possumus Appium Claudium suspicari disertum, quia senatum iam iam inclinatum a Pyrrhi pace revocaverit; possumus C. Fabricium, quia sit ad Pyrrhum de captivis recuperandis missus orator; Ti. Coruncanium, quod ex pontificum commentariis longe plurimum ingenio valuisse videatur". 

    Sul punto, F. D'IPPOLITO, Sul pontificato massimo di Tiberio Coruncanio, in Labeo 23, 1977, p. 139, il quale ritiene più che probabile «che Cicerone abbia potuto leggere i commentari dei pontefici e farsi un'idea dell'eloquenza e dell'impegno del giurista».

    F. BONA, Atti del convegno di diritto romano e della presentazione della nuova riproduzione della 'littera Florentina', : «Poiché non è trasmesso che siano stati in circolazione scritti apocrifi di Coruncanio, come si dice sia avvenuto per Sesto Elio e per M. Giunio Bruto, è da credere che anche i responsa di ius civile del pontefice fossero in buona parte consegnati, come quelli di ius pontificium, ancora nei commentaria pontificum».

    Per quanto riguarda la numerazione dei frammenti, ho seguito l'ordine dello schema di Livio, 
    Livio: "Numa Pontificem deinde Numam Marcium Marci filium ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent, atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; nec celestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria placandosque manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove, quo visu missa susciperentur atque curarentur".

    dove lo storico patavino espone le competenze dei pontefici (Hostiae, dies, templa, pecunia, cetera sacra, funebria, prodigia), quali risultavano dai sacra omnia exscripta exsignataque di Numa Pompilio, istitutivi del sacerdozio. Che si tratti di un documento di autentica derivazione sacerdotale, poiché conserva elementi assai risalenti come la formula onomastica del pontifex, è dimostrato da E. PERUZZI, Origini di Roma.

    L'importanza della classificazione insita nel testo liviano non era sfuggita alla parte più avvertita della dottrina precedente; sulla tripartizione: quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa, si soffermava già A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l'ancienne Rome. Étude historique sur les institution religieuses de Rome, Paris 1871; mentre N. TURCHI, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 41, tende ad individuare cinque parti (controllo rituale; responsi sull'attività circa le cose sacre e pubbliche; controllo sul culto degli Dei patri e sull'accettazione dei culti stranieri; controllo sul diritto funerario; espiazione e neutralizzazione di fulmini e altri prodigi funesti).


    1) - "Coruncanius ruminalis hostias donec bidentes fierent, puras negavit". (Le pecore finchè erano bidentali, cioè agnelli, non erano vittime pure secondo Carauncario)

    Plinio, Nat. hist. 8.206: Suis fetus sacrificio die quinto purus est, pecoris die VII, bovis XXX. Coruncanius – negavit.


    2) - "Tiberius Coruncanio pontifici maximo feriae praecidaneae in atrum diem inauguratae sunt. Collegium decrevit non habendum religioni, quin eo die feriae praecidaneae essent".

    Gellio, Noct. Att. 4.6.7-10: 
    "Eadem autem ratione verbi praecidaneae quoque hostiae dicuntur, quae ante sacrificia sollemnia pridie caeduntur. Porca etiam praecidanea appellata, quam piaculi gratia ante fruges novas captas immolare Cereri mos fuit, si qui familiam funestam aut non purgaverant aut aliter eam rem, quam oportuerat, procuraverant. Sed porca et hostias quasdam praecidaneas dici id, opinor, a vulgo remotum est. Propterea verba Atei Capitonis ex quinto librorum, quos de pontificio iure composuit, scripsi: Tib. Coruncanio – essent".

     Placuit P. Scaevolae et Ti. Coruncanio, pontificibus maximis, itemque ceteris, eos, qui tantundem caperent, quantum omnes heredes, sacris alligari.

    Cicerone, De leg. 2.52: 
    "Hoc eo loco multis aliis quaero a vobis, Scaevolae, pontifices maximi et homines meo quidem iudicio acutissimi, quid sit, quod ad ius pontificium civile adpetatis; civilis enim iuris scientia pontificium quodam modo tollitis. Nam sacra cum pecunia pontificum auctoritate, nulla lege coniuncta sunt. Itaque si vos tantum modo pontifices essetis, pontificalis maneret auctoritas, sed quod iidem iuris civilis estis peritissimi, hac scientia illam eluditis. Placuit – alligari".

    IL FORO ROMANO

    3) – Hostia pura

    Nel primo frammento, la questione fatta oggetto del responso non era di secondaria importanza per il culto cittadino: si trattava, infatti, di accertare quando fossero da considerare ritualmente puri, e quindi graditi agli dèi, gli animali ruminanti, da destinare a sacrifici pubblici e privati. Lo ius pontificium precisava, infatti, quale animale dovesse sacrificarsi a ciascuna divinità, distinguendo inoltre tra vittime adulte e lattanti, tra maschili e femminili. 

    Cicerone, De leg. 2, 29: 
    "Iam illud ex institutis pontificum et haruspicum non mutandum est, quibus hostiis immolandum cuique deo, cui maioribus, cui lactentibus, cui maribus, cui feminis; cfr. Arnobio, Adv. nat. 7, 19: Diis feminis feminas, mares maribus hostias immolare abstrusa et interior ratio est vulgique a cognitione dimota".

    Poiché immediatamente dopo la nascita tutti gli animali, senza eccezione alcuna, erano considerati impuri; mentre d'altra parte la purezza rituale si raggiungeva in un lasso di tempo variabile a seconda della specie animale considerata; era compito della dottrina pontificale fugare lo scrupolo dei cittadini, determinando con la massima precisione i requisiti necessari per la qualifica di hostiae lactentes.

    Ma anche la classificazione delle hostiae doveva avvenire non senza incertezze: Varrone ad esempio, a differenza di Plinio, insegnava che il tempo rituale perché i porcellini possano considerarsi puri, non poteva in nessun caso essere inferiore a dieci giorni. 

    Varrone, De re rust. 2, 4, 16: 
    "Cum porci depulsi sunt a mamma, a quibusdam delici appellantur neque iam lactantes dicuntur, qui a partu decimo die habentur puri, et ab eo appellantur ab antiquis sacres, quod tum ad sacrificium idonei dicuntur primum".

    La verità è che la dottrina pontificale non dovette essere in questo campo mai troppo stringente; ne costituisce prova indiretta il citato responso di Tiberio Coruncanio, il quale, seppure inserito nei commentarii pontificum, non sembra aver avuto effetti vincolanti sulla pratica rituale: non si comprenderebbero, altrimenti, tutte le incertezze e le discussioni intorno al significato del termine bidentes da parte degli antiquari tardo-repubblicani e imperiali.


    4) – Feriae praecidaneae

    Nel secondo frammento, dopo aver esposto il significato delle praecidaneae hostiae e della porca praecidanea, Aulo Gellio, per spiegare con esattezza che cosa siano leferiae praecidaneae, trascrive una citazione testuale di Ateio Capitone.

    Le fonti non consentono certezze circa la natura di queste feriae, per cui la dottrina mostra di avere posizioni assai dissimili. Così G. WISSOWA, pensava a delle «Vorfeiern» che precedevano le feriae publicae; nello stesso senso M. KRETZER, De Romanorum vocabulis pontificalibus,  («Quo fit, ut dies pridie ferias publicas, qui partim feriati erant, feriae praecidaneae appellarentur»). Invece, per A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Inauguratio, in Dictionnaire des antiquités grecque et romaines 3, Paris 1898, p. 440 e n. 1, tali feriae sarebbero da considerare piuttosto atti di culto privat.

    P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale, Torino 1960, sostiene invece che «le feriae praecidaneae erano un sacrificio annuo a Cerere, compiuto ante fruges novas captas, piaculi gratia; si identificherebbero cioè con la praecidanea porca, che è uno dei sacra popularia».

    Nel libro V de iure pontificio, il giurista augusteo aveva annotato un caso assai curioso di feriae praecidaneae, che risaliva all'attività pontificale di Tiberio Coruncanio. Risulta dal testo che il grande pontefice massimo plebeo una volta, in circostanze peraltro sconosciute, ordinò l'inauguratio di feriae praecidaneae in dies ater, nonostante la scienza pontificale, di norma, considerasse i dies atri «neque proeliares neque puri neque comitiales». 

    Per di più, tutto ciò fu fatto senza che gli altri pontefici ravvisassero impedimenti rituali per tali feriae; anzi l'intero collegio esternò questa sua posizione favorevole: decrevit non habendum religioni, quin eo die feriae praecidaneae essent.

    Allo stato delle nostre attuali conoscenze, risulta pressoché impossibile individuare le motivazioni dell'operato di Tiberio Coruncanio e la ratio del decreto pontificale favorevole alla sua azione liturgica.

    Si potrebbe forse ipotizzare, che l'interpretatio pontificum, al fine di garantire la validità dell'operato di Coruncanio, abbia assimilato la sua azione irrituale agli atti compiuti in violazione di divieti giuridico-religiosi dall’insciens o dall’imprudens: il diritto pontificio ne considerava validi gli effetti anche in presenza del vizio. 

     Relativamente a un dies ater, la formula del ver sacrum in Livio 22, 10, 6: si atro die faxit insciens, probe factum esto; anche Varrone, De ling. Lat. : 
    "Contraria horum vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem do, dico, addico; itaque non potest agi: necesse est aliquo uti verbo, cum lege qui peragitur. Quod si tum imprudens id verbum emisit ac quem manumisit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magistratus vitio creatus nihilo setius magistratus. Praetor qui tum fatus est, si imprudens fecit, piaculari hostia facta piatur; si prudens dixit, Quintus Mucius abigebat eum expiari ut impium non posse".

    Del resto, l'esperienza giuridica romana conosceva la nozione di imprudens, come attenuante di un'azione di per sé addirittura delittuosa, dall'epoca assai risalente delle leges regiae.

    Certo, non mi sento di condividere l’opinione del Bouché-Leclercq, il quale pensava ad una distrazione del pontefice nella scelta del dies ater, sanata poi dall'intero collegio «pour sauvegarder le principe d'infaillibilité nécessaire aux autorités sans contróle».

    Ma l'intero brano di Gellio, pur sottendendo una qualche relazione tra porca praecidanea e feriae praecidaneae, non sembra neppure probante di una particolare propensione di Coruncanio ad improntare, in senso marcatamente plebeo, teologia e riti pontificali. È quanto sostiene, invece, F. D'IPPOLITO, I giuristi e la città, cit., p. 44: «Rettamente Gellio identifica una stretta relazione delle feriae praecidaneae con le porcae praecidaneae. Esse, a loro volta, sono un aspetto del culto di Cerere. Possiamo allora avvertire, in questa circostanza, l'interesse del pontefice per i culti plebei e la sua capacità di orientare il collegio in questa direzione».


    5) – Tra ius pontificium e ius civile

    Il terzo frammento, che riguarda il famoso principio del tantundem, si trova all'interno di un lungo testo del De legibus ciceroniano, dedicato alla responsabilità per i sacra familiari e all'affermarsi del principio pontificale sacra cum pecunia.

    Il "Tantundem eiusdem generis et qualitatis" (scritto anche tantumdem) ha il significato di "lo stesso ammontare di generi della stessa qualità". Questo codicillo indica l'obbligo da parte di una persona a restituire quanto gli sia stato prestato nella medesima quantità, specie e qualità.
    In questo passo, Cicerone dibatte la complessa problematica del "qui adstringantur sacris": cioè la determinazione di quali soggetti fossero tenuti a garantire la continuazione del culto familiare del defunto; atteso che tale obbligo non vincolava solo gli eredi, ma anche gli estranei, almeno a far data dall'epoca del decreto reso in qualità di pontefice massimo da Tiberio Coruncanio, e fatto proprio anche da altri, tra cui il grande pontefice e giurista P. Mucio Scevola.

    Erano, dunque, vincolati ai culti familiari coloro i quali avessero acquistato per legato in quantità pari alle quote spettanti a tutti gli eredi. Col principio del tantundem Coruncanio consolidò una precedente prassi pontificale, favorevole all'utilizzazione «del criterio patrimoniale come guida decisiva per la conservazione dell'obbligo dei sacra» 

    La regolamentazione della materia sembra essere anche più risalente, come coglie molto bene F. BONA, Sulla fonte di Cicero, de oratore, 1, 56, 239-240 e sulla cronologia dei “decem libelli” di P. Mucio Scevola,cit., p. 461 n. 109: «ne viene che le prescrizioni che Cicerone fa risalire genericamente agli antiqui, diverse da quelle che formalmente l'oratore dichiara di mutuare da Quinto Mucio, devono certamente essere state fissate in epoca anteriore a Tiberio Coruncanio».

    Questa opinione è stata, di recente, ribadita con vigore da M. TALAMANCA, Costruzione giuridica e strutture sociali fino a Quinto Mucio: 
    «Si tratta, però, di sviluppi che si vengono a situarsi in un periodo molto risalente. La regolamentazione più antica, descritta da Cic., leg., 2, 49, la quale rispecchia di già il principio patrimonializzante sacra cum pecunia, risale con qualche probabilità addirittura ad un'epoca antecedente a T. Coruncanio, pontefice massimo intorno alla metà del III secolo a.c., che sembrerebbe aggiungervi un'ulteriore specificazione».

    Se questa è la chiave di lettura della polemica contro P. e Q. Mucio Scevola, il significato esemplare, che Cicerone attribuisce alla dottrina di cauta innovazione di Tiberio Coruncanio, può allora intendersi agevolmente; anche senza dover approfondire, in questo luogo, le teorie degli Scevola (che Cicerone leggeva, con ogni probabilità, nei libri iuris civilis di Quinto Mucio), né prendere posizione in merito all'atteggiamento dei due pontefici-giuristi nei confronti dello ius pontificium.

    F. BONA, Cicerone e i "libri iuris civilis" di Quinto Mucio Scevola, in Questioni di giurisprudenza tardo-repubblicana. Atti di un seminario - Firenze 1983, Milano 1985:
    «Dopo aver presentato, nel contesto del de legibus in discussione, l'acquisizione del principio informatore sacra cum pecunia come sufficiente per la cognitio della disciplina relativa ai sacra, Cicerone si affretta a sottolineare che delle innumerevoli questioni che ne nascono sono pieni i iuris consultorum libri. Ora, se è da Quinto Mucio che gli deriva il più recente catalogo degli obbligati ai sacra, che fa seguire immediatamente perché, con la sua puntigliosa articolazione in cinque classi, suffraghi l'asserzione, a quali altri libri di giuristi si può pensare che non siano quelli iuris civilis del pontefice massimo?».

    Essi sono accusati, dal grande oratore, di annullare con la loro iuris civilis scientia i precetti dello ius pontificium in materia di sacra: in particolare di approntare mezzi civilistici per eludere la regola: "sacra cum pecunia coniuncta sunt"; stabilita non dalla legge ma dall'auctoritas degli stessi pontefici.

    Nella critica agli Scevola sta, implicitamente, anche l'elogio per Tiberio Coruncanio: a parere di Cicerone, i due Scevola adottavano un'ottica totalmente civilistica nel concepire il rapporto tra ius pontificium e ius civile, collocandosi  quasi fuori dalla disciplina dello ius pontificium elaborata "ab antiquo" dal collegio. Lo stesso non poteva certo affermarsi per Tiberio Coruncanio e per le sue prudenti innovazioni, volte piuttosto a «negare fratture fra diritto civile e diritto pontificale».

    Tuttavia, su queste critiche di Cicerone ai due Scevola, mi pare da condividere la posizione di E. F. Bruck, il quale, in un lavoro di alcuni decenni or sono specificamente dedicato al testo ciceroniano le valutava con estrema cautela, soprattutto laddove le si volesse invocare come prova della decadenza della religione romana tradizionale. 

    Uguale cautela mostra F. Bona, nel suo recente, stimolante, saggio dedicato ai rapporti tra ius pontificium e ius civile nella tarda repubblica: per lo studioso, da una attenta analisi testuale «si rileva la debolezza e la speciosità dell'argomentazione ciceroniana», mentre resta del tutto infondata l'accusa «di elusione dei sacra o, addirittura di soppressione del ius pontificium».

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  • 03/03/14--05:41: DRUSO MAGGIORE


  • Nome: Nero Claudius Drusus
    Carica: Generale Romano
    Nascita: 38 a.c. Roma
    Morte: 9 a.c. Mogontianum
    Titolo: Germanicus
    Padre: Tiberio Claudio Nerone, Ottaviano Augusto (adottivo)
    Madre: Livia Drusilla






















    Druso maggiore o Nerone Claudio Druso Germanico (latino: Nero Claudius Drusus Germanicus; Roma, 14 gennaio 38 a.c. – Mogontiacum, 14 settembre 9 a.c.) è stato un grande generale romano. Fece parte della dinastia giulio-claudia, in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla.

    Druso nacque poco dopo il divorzio di sua madre Livia Drusilla dal padre, Tiberio Claudio Nerone, durante il matrimonio della madre con il nuovo imperatore Augusto. Così ci riferisce Svetonio a proposito della sua nascita:
    « Vi fu anche chi sospettò che Druso fosse figlio adulterino del patrigno, Augusto. Poco dopo venne infatti divulgato un verso: "La gente fortunata riesce ad avere dei figli in tre mesi". [...] Augusto amò immensamente Druso da vivo, tanto da nominarlo sempre coerede insieme ai suoi figli [...] e da morto lo lodò in pubblico [...] al punto di pregare gli dèi affinché i due "cesari" fossero simili a lui.»
    (Svetonio, De vita Caesarum, Claudius, 1.)

    Certamente fu il preferito di Augusto, tra i due figliastri, appartenendo ora, anch'egli, alla nuova famiglia Giulio-Claudia. Egli fu educato, insieme al fratello maggiore, il futuro imperatore Tiberio, dal neo-imperatore, che secondo alcuni era il suo vero padre (anche se moderne interpretazioni sostengono che Livia non aveva ancora incontrato Augusto quando fu concepito Druso). Il padre adottivo concesse effettivamente numerosi privilegi al figliastro; nel 19 a.c., ebbe la possibilità di ricoprire cariche pubbliche (cursus honorum), cinque anni prima dell'età consentita per legge. Fu console nel 9 (Dio 55.1.1; Suet. Claud.  1.3; Veil.  Pat. 2.97.3), pretore nel 10 (Dio 54.32.3; Suet. Claud  1.2-3), e questore nel 18 d.c. [Suet. Claud.  1.2;  Dio (54.10.4-5) Tacitus (Ann  329). Le fonti tacciono sull'ufficio di Druso come augure.
    Secondo Svetonio, esso nacque con il prenome di Decimus, in seguito cambiato in Nero.


    Matrimonio

    Sposò Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia minore (sorella di Augusto) da cui ebbe diversi figli, ma soli tre gli sopravvissero: Germanico (15 a.c.-19), il futuro imperatore Claudio (10 a.c.-54) e Claudia Livilla o Livia Giulia (13 a.c.-31).
    Druso, uomo di sani principi morali, rimase sempre fedele alla moglie, Antonia, così come la stessa era stata con lui durante i suoi lunghi anni di assenza per le campagne militari al Nord.


    La Guerra Retica 

    Divenuto questore nel 16 a.c., fu uno dei più audaci realizzatori della politica militare di Augusto.  Quando Tridentum (Trento), venne minacciata dai celti Retim o Rezii. Il ventitreenne Druso partì con cinque legioni, tra le quali si distinse la XXI Rapax. Nella prima campagna Druso sconfisse le tribù degli Isarci e Breoni sull'Isauro avanzando fino al passo della Resia (16 a.c.).
    Egli occupava un versante delle vallate, per garantirsi le comunicazioni, lasciando che i Rezi occupassero l'altro versante, oltre il fondovalle paludoso che ne rallentava gli attacchi. La campagna si chiude con il rientro alla base operativa, posta a Pons Drusi (Bolzano).

    L'anno successivo Druso sconfigge in val Venosta i Genauni, l'ultima tribù alpina ribelle, supera il passo del Brennero e si congiunge sul lago di Costanza alla colonna guidata dal fratello Tiberio, che ha risalito il Rodano da Lione. Insieme sconfiggono in battaglia i Vindelici armati di scure (15 a.c.), a nord dei passi alpini, ed occupano l'arco alpino ( Svizzera e Baviera), in quella che sarà la nuova provincia di Rezia (Austria).

    Al ritorno Druso fonda Castrum Maiense ( Merano). Le regioni sono proclamate province romane (Retia e Noricum, 16 a.C.), viene iniziata la costruzione della via Claudia-Augusta ed i nuovi sudditi forniscono dei bellicosi auxilia, inquadrati nelle Coorti Retiche, alcune delle quali mantengono come arma il tipico gaesum (giavellotto). I meno disposti a sottomettersi sono invece deportati in Valle d'Aosta.
    In seguito Vindonissa (Windisch) diviene campo permanente della legione XI Claudia.
    Insieme batterono Reti e Vindelici, sottomettendoli e sperimentando, per la prima volta, la tattica della "manovra a tenaglia", risultata fondamentale nelle successive campagne germaniche del 12 a.c..

    MONETA RAFFIGURANTE DRUSO

    Le campagne in Gallia

    Nel 15 a.c. Druso mosse da Aquileia, in Gallia Cisalpina e passò il Brennero, mentre suo fratello, Tiberio, gli venica incontro muovendo dalla Gallia Comata. La conquista dell'arco alpino consentì ai romani di attaccare le tribù germaniche anche da sud, quindi l'abile generale Agrippa, appoggiato da Ottaviano Augusto, predispose la campagna di conquista della Germania.
    Druso, al quale era nato nato Cesare Germanico (14 a.c.), venne inviato in Gallia Transalpina già divisa nelle tre province Aquitania, Lugdunensis e Belgica (13 a.c.) per effettuarne un censimento, ma anche per costruire strade, edificare una cinquantina di basi fortificate lungo il Reno, a beneficio dei campi militari di Magontiacum (Magonza) e Castra Vetera, poi un ponte sulla Lupia e un canale navigabile tra lo Zuidersee e l'Issel, detto Fossa Drusiana.

    Legato in Gallia nel 13 a.c., comandò le operazioni militari contro le tribù del Reno, che si erano ribellate alle azioni dei precedenti governatori, e si spinse fino all'Ems, al Weser, all'Elba, costruendo una grandiosa rete di fortificazioni difensive
    Druso radunò i capi gallici a Lugdunum (12 a.c.), nell'anno in cui nacque il suo secondogenito Claudio (futuro imperatore). Il piano di Agrippa prevede la penetrazione via terra dal Reno e quella della flotta dal Mar del Nord, risalendo i fiumi della Germania, ma la morte del generale (12 a.c.) lascia a Druso il comando dell'esercito.


    Le Campagne in Germania

     - Nella I Campagna (12 a.c.)  la flotta romana scese la Lupia, passò nello Zuidersee, costeggiò la Frisia e giunse al fiume Ems. I Romani sottomisero Frisi e dei Batavi, ed eressero il Castellum Flevum alle foci del Weser, ma non riuscirono a risalire il fiume. Druso respinse prima una nuova invasione di Usipeti, Tencteri e Sigambri, concludendosi poi con una spedizione navale nelle terra di Frisi e Cauci in cui fece anche costruire un canale (fossa Drusi) per trasportare le flotta dal Reno allo Zuiderzee.

    « ... dove si trovò in pericolo quando le sue imbarcazioni si incagliarono a causa di un riflusso della marea dell'Oceano. In questa circostanza venne salvato dai Frisi, che avevano seguito la sua spedizione con un esercito terrestre, e dopo di ciò si ritirò, dal momento che ormai l'inverno era cominciato... »

    (Cassio Dione, Storia romana, LIV.32)


    - Nella II Campagna (11 a.c.) la flotta ripercorse lo stesso tragitto e risalì il Weser mentre l'esercito avanzava via terra.
    Druso guidò le legioni da Castra Vetera attraverso i territori boscosi dei Tucheri, dei Catti e dei Cherusci, tra continui combattimenti e imboscate. L'imboscata più pericolosa giunse verso la fine ma Druso seppe contrastarla con coraggio e fermezza. L'unione con la flotta, carica di rifornimenti, consente di erigere finalmente il castrum di Alisio (presso Hattern). Durante l'inverno l'Imperatore visita la Gallia e Druso lo accompagna a Roma.

    Nell'11 a.c. Druso, nominato praetor urbanus l'anno precedente, una volta tornato a Roma, operò più a sud, battendo prima le popolazioni limitrofe ai confini imperiali, come Usipeti e Sigambri, che si trovavano di fronte a Castra Vetera, poi percorse il fiume Lippe, costruendovi alcune fortezze tra il Reno e il Weserm sconfiggendo le popolazioni germaniche di Marsi e Cherusci.

    « i Germani, infatti, con un diversivo lo assalirono di sorpresa, e dopo averlo chiuso in un luogo stretto e profondo, per poco non lo annientarono. E lo avrebbero sbaragliato insieme a tutta la sua armata romana, se essi, nella loro infinita presunzione di averli già praticamente catturati e di dover solo compiere l'attacco finale, non lo avessero assalito in modo disordinato. E così alla fine furono i Germani a subire una sconfitta, dalla quale non si mostrarono più così coraggiosi. Al contrario si mantenevano ad una sufficiente distanza dai Romani da poterli infastidire, rinunciando però ad avvicinarsi. Druso poté così porre due fortini per proteggersi da loro, uno esattamente nel punto in cui il fiume Lupia e l'Eliso si congiungono, l'altro nel territorio dei Catti, lungo la riva del fiume Reno.»
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV, 33.3-4.)


    Per questi successi ricevette gli onori trionfali (gli ornamenta triumphalia), di celebrare l'ovatio e di esercitare il potere proconsolare alla scadenza della sua carica di pretore, mentre dai suoi soldati gli fu conferito il titolo di Imperator, con evidente soddisfazione di Augusto.
    - L'anno dopo (10 a.c.) scatta la III Campagna. Dopo i successi degli anni precedenti otteneva da Augusto l'imperium proconsolaris e nel 10 a.c. riprese con una nuova campagna in terra germana, operando ancora più a sud. Dalla nuova fortezza legionaria di Mogontiacum (Magonza), combatté le popolazioni di Catti, Tencteri e Mattiaci. Al termine dell'anno, incontrava Augusto e Tiberio a Lugdunum (Lione, luogo in cui nacque Claudio) e rientrava con loro a Roma.
    - La ribellione più agguerrita scattò però durante la IV Campagna,: la più vasta ribellione di Catti, Marcomanni, Sigambri e Cherusci. Le legioni erano fedeli e si fidavano di Druso che le guidò con abilità e sicurezza consentendo loro di passare il Weser e raggiungere l'Elba. Era stato eletto console nel 9 a.c., all'età di 28 anni (con 5 anni di anticipo sul cursus honorum), ma ancora una volta lasciò la città prima di assumere ufficialmente la carica. Combatté prima contro i Marcomanni (che decisero di migrare in Boemia), poi la potente tribù dei Catti ed alcune popolazione suebe limitrofe (i Sicambri o gli Ermunduri) ed i Cherusci, compiendo una marcia fino a raggiungere il fiume Elba.


    LA MORTE

    Ottaviano Augusto si era intanto spostato a Lugdunum (Lione) per seguire le conquiste dell'amato Druso, ma questi, tornando dalla Saal al Weser, cadde da cavallo e si ferì al femore. Morì poco dopo a causa di una caduta da cavallo, dopo aver resistito per un mese ai traumi, e come ci tramanda Svetonio, rifiutandosi di tornare a Roma. Suo fratello Tiberio lo raggiunse  dalla Pannonia, lo assistè negli ultimi attimi di vita e ne celebrò i funerali.  La morte di Druso in Germania è confermata da molte fonti (Livy Per.  142; Dio 55.1.4-5; Suet. Claud  1.3; Tib.  7.3; Flor. 2.30.28; Ov. Fast.  1.597). Da allora il luogo venne chiamato Scelerata Castra.

    Le sue ceneri vennero depositate nel Mausoleo di Augusto, mentre a Druso furono tributati tutti gli onori che competevano al figlio di un sovrano. Druso, infatti, fu salutato imperator dalle sue truppe (Dio 54.33.5; Val. Ma.x. 5.5.3; Tac. Ann  1.3.1)
    Dopo la sua morte il Senato, a ricordo dei successi di Druso, gli conferì il cognomen di Germanicus (Suet. Claud  1.3; Dio 55.2.3; FlOL 2.30.28; Ov. Fast. 1.597)  a lui ad alla sua discendenza. Rimasto popolare ed amato dalle sue legioni galliche, in suo onore fu eretto un monumento funebre a Moguntiacum. Sembra che lo stesso Augusto, di cui egli era sempre stato il preferito tra i due fratelli, abbia scritto di lui una biografia, non conservatasi. Druso, con la moglie Antonia ed il primogenito Cesare Germanico sono raffigurati sull'Ara Pacis.

    Il mondo romano perse uno dei suoi figli migliori, intelligente, coraggioso e leale, capace di farsi amare tanto dai familiari quanto dai soldati, fu una perdita che Augusto rimpianse per sempre.



    ANTONIA MINORE

    Antonia minore, figlia di Marco Antonio e della sorella dell'imperatore Augusto, Ottavia minore, venne chiamata "minore" per distinguerla dalla sorella maggiore dello stesso nome, che sposò un Lucio Domizio Enobarbo e fu la nonna di Nerone.
    Nel 17 a.c. Antonia Minore sposò Druso maggiore, e sembra che questo matrimonio fosse animato da profondi sentimenti tra i coniugi e da esso nacquero i figli Germanico, Claudio e Claudia Livilla. La principessa Berenice, madre di Agrippa I re di Giudea, stabilìtasi a Roma, presso la corte imperiale, divenne molto amica di Antonia minore.
    Nel 9 a.c. il marito Druso morì, a soli 29 anni, durante la campagna di conquista dei territori germanici fino all'Elba. Il dolore della moglie fu terribile e inconsolabile. Nel 4 d.c. il figlio Germanico venne adottato da Tiberio, contemporaneamente all'adozione di questi da parte di Augusto, che intendeva pianificare, in tal modo, la sua successione alla guida dell'impero. Germanico tuttavia morì nel 19 mentre si trova in Siria, e da più parti si avanzò il sospetto che fosse stato fatto avvelenare proprio da Tiberio.



    CENOTAFIO

    IL CENOTAFIO
    Il Cenotafio di Druso (in tedesco Drususstein, letteralmente: Pietra di Druso) è una tomba romana del I sec. d.c. le cui vestigia sono visibili sulla parte meridionale della Cittadella di Magonza.

    La sua costruzione circolare è il più grande monumento funerario romano che si conservi attualmente in Germania, accanto ai resti dell'acquedotto romano (il cosiddetto Römersteine), uno dei resti dell'antico castrum legionario romano di Mogontiacum.

    Una delle rare antiche tombe romane "fuori terra" rimaste al di là delle Alpi.

    Il monumento è per tradizione interpretato come il cenotafio di Druso maggiore, e l'associazione al generale romano si deve a un'iscrizione latina in cui si cita Druso sul Reno.






    ARCO TRIONFALE

    Fu decretato un arco trionfale nell'area del Circo Flaminio, che celebrava le imprese di Druso Germanico, con il carro trionfale dello stesso attorniato dal padre Druso Maggiore, della madre Antonia Minore, della moglie Agrippina Maggiore, della sorella Livilla, di Tiberio Germanico (cioè Druso Minore, suo fratello per adozione), dei figli e delle figlie (AE, 1984, p. 508, I).

    La legge ricorda inoltre (AE, 1984, p. 508, IIB6) statue "cum vestae triumphali" da erigere nei templi e nelle aree pubbliche nelle quali il Divus Augustus e Livia avevano avanzato la proposta di onorare il padre, Druso Maggiore; e inoltre "effigies eburnee" (di avorio) nel Tempio della Concordia. Infine vennero previste le immagini entro clipei del principe e del padre al di sopra delle colonne del baldacchino che coprono il simulacro di Apollo nella biblioteca affiancata al Tempio di Apollo Palatino.



    EPITAFFIO RINVENUTO NEL FORO ROMANO

    [Nero] CI[aud]iu[s]  Ti(berii)j(ilius) I [Dru]sus Ge[r]man[ic]us I [co(n)s(ul) 
    p]r(aetor) urb(anus) q(uaestor) aug(ur) imp(erator).1 [Exstinct]us in Germania. 
    [Nerone] Claudio Druso Germanico, figlio di Tiberio, [console,] pretore urbano, 
    questore, augure, e imperatore. [Morì] in Germania.


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  • 03/07/14--06:00: LA LEGIONE

  • « Quel giorno, tra la terza ed ottava ora, l'esito del combattimento era così incerto, che il grido di guerra lanciato al primo assalto, non fu più ripetuto, né le insegne avanzarono o ripiegarono, e neppure entrambe le parti indietreggiarono per prendere una nuova rincorsa. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 38.)

    La legione romana era l'unità militare di base dell'esercito romano e una delle più riuscite invenzioni del genio romano per la sicurezza di Roma. Deve le sue origini, in epoca repubblicana,  dalla falange romana al manipolo romano nel IV secolo a.c.

    Così l'esercito romano mutò radicalmente le sue armi, dal clipeus e dall' hasta allo scutum, al pilum e al gladius, un cambiamento epocale, reso possibile dalla enorme duttilità mentale che caratterizzò, allora e sempre, tutto il popolo romano.

    La legione rappresenta infatti il miglior modello di organizzazione militare di tutti i tempi antichi, per l'efficienza dell'addestramento, in quanto ogni soldato doveva contare sull'appoggio del compagno, per un perfetto lavoro di squadra. Per giunta aveva vari reparti che consentivano a un bravo generale, e Roma ne ebbe tanti, di osare tattiche nuove e geniali.



    MONARCHIA (VIII-VII secolo a.c.)

    Per tutta l'età regia di Roma l'esercito romano fu costituito da un'unica legione, anche se Servio Tullio affiancò alla legione degli iuniores un'altra di seniores, una seconda legione potenzialmente arruolabile, che mai però venne arruolata.
    La costituzione della legione derivò dalla suddivisione dei Romani nelle 3 tribù dei RAMNES (Latini), TITIENSES (sabini) e LUCERES (etruschi). Ciascuna tribù forniva all’Esercito 1000 fanti e 100 cavalieri. I fanti erano suddivisi in 10 centurie, una per ogni curia.
    In principio i legionari non percepivano alcun soldo che poi venne introdotto solo alla fine del V secolo.



    ROMOLO

    Si narra che fu Romolo a creare, su modello della falange greca, la prima legione romana, formata da 3.000 fanti (pedites) e 300 cavalieri (equites), arruolati fra le tre tribù romane (1.000 fanti e 100 cavalieri ciascuna): i Tities, i Ramnes ed i Luceres. La legione contemplava un'età tra i 17 ed i 46 anni, e un ceto in grado di potersi permettere il costo dell'armamento, che era privato e non a carico dello stato.
    Quando la città di Roma si accrebbe per l'unione coi Sabini, Romolo raddoppiò il numero dei suoi armati portandoli a 6.000 fanti e 600 cavalieri.
    Questi 300 cavalieri aggiuntivi potrebbero rappresentare la guardia personale "montata" del re, i celeres, istituita appunto da Romolo.



    SERVIO TULLIO (metà VI secolo a.c.)

    Servio Tullio, VI re di Roma, concedette dei privilegi ai cittadini romani non appartenenti alla nobiltà romana, attuando di fatto una Costituzione censuaria di tipo timocratico.

    Egli divise tutta la popolazione romana in cinque classi in base al censo (secondo altre fonti 6 classi) divisa a sua volta in: seniores (maggiori di 46 anni: anziani), iuniores (tra 17 e 46 anni, i più adatti a combattere: giovani) e pueri (di età inferiore ai 17 anni: ragazzi), con un totale di 193 centurie.

    Con la riforma serviana dell'esercito romano, agli aristocratici spettarono "onori et oneres", infatti la prima classe risultava la schiera più avanzata davanti al nemico.


    La I classe

    La prima classe poteva permettersi l'equipaggiamento da legionario (il costo del tributo per gli armamenti veniva stabilito in base al censo), mentre quelle inferiori avevano armamenti sempre più leggeri. In quest'epoca l'esercito era formato da 193 centurie.
    La prima classe,  disponendo di un reddito di più di 100.000 assi, era costituita da 40 centurie di seniores e 40 di iuniores. I seniores avevano il compito di difendere le mura della città mentre gli iuniores combattevano fuori dalla città. Era l'unica classe munita di armamento pesante e sotto Servio Tullio raggiunse le 18 centurie di equites. Servio stabilì che gli equites che si erano distinti in battaglia diventavano centurioni.
    Disponeva inoltre di 2 centurie di fabri (fabbri, armaioli, falegnami e operai), con il compito di costruire e trasportare le prime macchine da guerra romane.


    La II classe

    Era costituita da 20 centurie di fanteria, disponendo di un reddito tra i 100.000 ed i 75.000 assi: 10 di iuniores e 10 di seniores.


    La III classe

    Era costituita da 20 centurie di fanteria leggera, disponendo di un reddito tra i 75.000 ed i 50.000 assi: 10 di seniores e 10 di iuniores.


    La IV classe

    Era costituita da 20 centurie di fanteria leggera, disponendo di un reddito tra i 50.000 ed i 25.000 assi: 10 di seniores e 10 di iuniores. Le  venivano affiancati due centurie di suonatori di tromba (tubicines) e suonatori di corno (cornicines). Questo squadrone era formato da accensi, per esortare l'esercito alla battaglia. Secondo altre fonti le due centurie di suonatori appartenevano alla quinta classe.


    La V classe

    Era formata da 30 centurie di fanteria leggera, con un reddito tra i 25.000-11.000 assi: 15 di iuniores e 15 di seniores, 1 centuria di tubicines + 1 centiria di cornicines


    La VI classe

    Era formata da 1 centuria senza mezzi  propri, esonerata dalla tassazione e con un reddito inferiore alle 11.000 assi. Era costituita dai "proletari" e dispensata dall'assolvere agli obblighi militari, col compito di fare figli ("destinati a far prole", o capite censi), a meno che la patria non fosse in serio pericolo, nel qual caso, venivano armati a spese dello Stato, con formazioni speciali non legionarie.

    Anche i cavalieri (oltre alla prima classe) dovevano disporre di un reddito di più di 100.000 assi. Per l'acquisto dei cavalli l'erario stabilì, inoltre, lo stanziamento annuo di 10.000 assi a centuria, mentre sancì che fossero le donne non sposate a pagarne il mantenimento degli stessi con 2.000 assi annui a centuria. Tale costo fu più tardi trasferito alle classi più ricche



    NUMA POMPILIO

    Il II re di Roma sciolse la guardia personale del re, i celeres, riportando così il numero dei cavalieri a 300.



    TARQUINIO PRISCO (VII - VI secolo a.c.)

    I quinto re di Roma riordinò l'ordine equestre, raddoppiando il numero dei cavalieri ed aggiungendo tre nuove centurie (oltre a quelle costituite dalle tribù dei Ramnes, Tities e Luceres), dette "posteriores" o "sex suffragia".
    Così gli equites tornarono a 600 e i figli dei cavalieri poterono indossare la toga praetexta. Attraverso questa riforma Tarquinio Prisco avrebbe voluto ricreare il corpo speciale dei celeres romulei, ma l'opposizione di Attio Nevio lo costrinse ad aumentare semplicemente il corpo di cavalleria.


    La cavalleria

    La funzione tattica della cavalleria si basava su: mobilità, avanguardia ed esplorazione, scorta, inseguimento al termine della battaglia, soccorso rapido alla fanteria.

    I cavalieri usavano briglie e morsi, ma le staffe e la sella non si conoscevano, per cui niente carica di cavalleria.

    Tito Livio racconta che ancora nel 499 a.c., il dittatore Aulo Postumio Albo Regillense, ordinò ai cavalieri di scendere dai cavalli ed aiutare la fanteria contro quella dei Latini in prima linea.

    « Essi obbedirono all'ordine; balzati da cavallo volarono nelle prime file e andarono a porre i loro piccoli scudi davanti ai portatori di insegne. Questo ridiede morale ai fanti, perché vedevano i giovani della nobiltà combattere come loro e condividere i pericoli. I Latini dovettero retrocedere e il loro schieramento dovette ripiegare.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 20.)

    Si trattava delle fasi conclusive della battaglia del lago Regillo. I cavalieri romani risalirono, infine, sui loro destrieri e si diedero ad inseguire i nemici in fuga. La fanteria tenne dietro e così venne conquistato il campo latino.


    La Gerarchia

    - Il Rex era il comandante supremo dell'esercito romano, che doveva poi scioglierlo alla fine della campagna militare.
    - Sotto di lui tre tribuni militum, ciascuno dei quali posto a capo di una delle tre tribù o file di 1.000 fanti.
    - Ancora sotto il Rex i tribuni celerum, gli squadroni di cavalleria.

    La legione si disponeva su tre file, nella tipica formazione a falange, con la cavalleria ai lati, dette per questo alae.
    Prima di iniziare il combattimento si lanciava un potente grido di guerra per intimorire l'avversario, come del resto in tutto il mondo antico,  i Romani vi aggiunsero l'uso di battere le spade o le aste contro gli scudi, per spaventare il nemico. Modalità che oggi viene usata dai poliziotti nelle manifestazioni popolari di piazza quando c'è aria di sommossa.

    Il combattimento, in tempi monarchici ma pure repubblicani, prevedeva dei duelli tra i "campioni" dei rispettivi schieramenti, in genere tra i guerrieri più nobili, dotati di maggior coraggio e abilità, vedi Orazi e Curiazi. Con l'aumentare della popolazione l'usanza decadde.

    Gli opliti della prima fila formavano un "muro di enormi scudi rotondi" parzialmente sovrapposti, in modo che il loro fianco destro venisse protetto dallo scudo del vicino. Sostenevano un addestramento costante. Armati di lancia e spada, difesi da scudo, elmo e corazza o pettorale, ponevano, dietro la prima classe,  la seconda, poi la terza classe che chiudeva lo schieramento. Quarta e quinta classe costituivano la fanteria leggera che stava fuori lo schieramento.

    Si cercava disperatamente di far cedere lo schieramento opposto, per sfondare nel punto più debole dell'avversario, spezzandogli le fila. Le formazioni più arretrate spingevano la prima fila contro i nemici, finchè una delle due parti subiva lo sfondamento e poi la sconfitta.


    Armamento 

    A differenza delle successive legioni, tutte di fanteria pesante, le legioni della prima e media età repubblicana consistevano di fanteria sia leggera che pesante.

    L'esercito manipolare fu peratanto sostituito col successivo "esercito legionario" del tardo periodo repubblicano ed alto imperiale, basato sulle coorti.

    L'esercito manipolare si basava parte sulle classi sociali e parte sull'età e sull'esperienza militare,  un compromesso teorico tra il precedente modello basato interamente sulle classi e gli eserciti degli anni che ne erano indipendenti.


    Legione di Livio durante la guerra latina (340-338 a.c.) 

    La legione manipolare liviana al tempo della guerra latina era costituita da 5.000 fanti e 300 cavalieri, divisa inoltre in tre schiere:
    • la prima era costituita dagli Hastati ("il fiore dei giovani alle prime armi", come narra Livio) in formazione di quindici manipoli (di 60 fanti ciascuno) oltre a 20 fanti armati alla leggera (con lancia o giavellotti, senza scudo), chiamati leves.
    • la seconda era formata da armati di età più matura, i Principes, anch'essi in quindici manipoli, con scudo ed armi speciali. Queste prime due schiere (formate da 30 manipoli) erano chiamate antepilani.
    • la terza era formata da altri quindici "ordini", ognuno di 3 manipoli (il primo di Triarii, il secondo di Rorarii ed il terzo, di Accensi) di 60 armati ognuno. Ogni ordine aveva 2 vessilliferi e 4 centurioni, per un totale di 186 uomini.                                                                                  I Triari erano veterani di provato valore, i Rorarii, più giovani e meno esperti, ed infine gli Accensi, novellini impreparati. Questa differenziazione dipendeva dall'esperienza dei soldati e dal censo, poichè ogni soldato manteneva il suo equipaggiamento. I più "benestanti" erano i triarii, che potevano permettersi l'equipaggiamento più completo e pesante, mentre gli accensi erano i più poveri. 


    Legione di Polibio, prima della II guerra punica (218 a.c.)

    L'organizzazione legionaria descritta da Polibio nel VI libro delle Storie, riguarda l'inizio della II guerra punica (218-202 a.c.), ma potrebbe pure essere databile alla guerra latina (340-338 a..), o alla III guerra sannitica (298-290 a.c.) o alla guerra contro Pirro e parte della Magna Grecia (280-272 a.c.).

    Ogni legione era formata da 4.200 fanti (portati fino a 5.000, in caso di massimo pericolo) e da 300 cavalieri. I fanti erano suddivisi in quattro categorie: i Velites, in numero di 1.200 (tra i più poveri ed i più giovani); gli Hastati, di censo ed età superiori, in numero di 1.200, e i Principes, di età più matura, sempre  1.200.
    Questi soldati formavano la seconda linea; ed infine i Triarii, i più anziani, in numero di 600, non aumentabile se la legione fosse stata aumentata da 4.200 fanti a 5.000, mentre le precedenti classi potevano passare da 1.200 a 1.500 fanti. Erano i guerrieri più esperti, scelti tra i migliori della prima classe e dai veterani delle altre, in grado di permettersi una corazza pesante.

    Con la riforma manipolare del IV sec. a.c., i cittadini romani erano obbligati a prestare servizio militare, entro i 46 anni, per 16 anni i fanti (o anche 20 in caso di pericolo straordinario). Sono esclusi quelli con un censo inferiore alle 400 dracme.



    REPUBBLICA

    Sappiamo da Tito Livio che al tempo della guerra latina (340-338 a.c.) si arruolavano normalmente due eserciti composti ciascuno da due legioni di 4.200/5.000 fanti e 300 cavalieri, per un totale complessivo di 16.800/20.000 fanti e 1.200 cavalieri, oltre a un numero pari di truppe alleate di fanteria e tre volte di cavalleria.

    Ai tempi delle guerre pirriche l'esercito romano aveva 4 armate, ciascuna di 2 legioni di cittadini romani e  2 unità (dette Alae, sulle ali dello schieramento) di Socii (alleati italici). Alla metà del III sec. a.c. l'esercito romano era composto da un corpo di occupazione di Sicilia e Taranto (2 legioni di 4.200 fanti e 300 cavalieri ciascuna); due eserciti consolari ( 2 legioni con 5.200 fanti e 300 cavalieri per ciascuna legione) ed un numero di alleati di 30.000 armati (di cui 2.000 cavalieri).

    Durante la guerra contro Annibale l'esercito romano arrivò a contare ben 23 legioni tra cittadini romani e Socii (nel 212-211 a.c.), dislocate in Italia, Illirico, Sicilia, Sardegna, Gallia Cisalpina e di fronte alla Macedonia.
    In tutto 115.000 fanti e 13.000 cavalieri, oltre andava sommata la piccola squadra degli Scipioni in Spagna, la flotta dello Ionio (di 50 navi) e di Sicilia (di 100 navi).


    Accampamenti militari

    Dovendo condurre campagne militari sempre più lontane da Roma, i Romani crearono, forse a partire dalle guerre pirriche, un accampamento militare da marcia fortificato, per proteggere le armate romane al suo interno. Infatti i comandanti erano sempre molto attenti all'organizzazione nemica, pronti a cogliere qualsiasi iniziativa potesse migliorare la situazione del combattimento.
    « Pirro re dell'Epiro, istituì per primo l'utilizzo di raccogliere l'intero esercito all'interno di una stessa struttura difensiva. I Romani, quindi, che lo avevano sconfitto ai Campi Ausini nei pressi di Malevento, una volta occupato il suo campo militare ed osservata la sua struttura, arrivarono a tracciare con gradualità quel campo che oggi a noi è noto. » (Sesto Giulio Frontino, Stratagemata, IX, 1.14.)


    Strade

    Vennero inoltre costruite le strade militari, per migliorare e velocizzare gli spostamenti delle armate, talmente ben costruite, grazie a una meticolosa opera di pavimentazione, che ancora se ne conservano tratti integri, come la famosa Via Appia, la prima strada costruita nel 312 a.c., durante la II guerra sannitica.


    Assedii 

    Nel 250 a.c. l'assedio di Lilibeo rese necessarie tutte le tecniche d'assedio apprese durante le guerre pirriche degli anni 280-275 a.c., tra cui torri d'assedio, arieti, vinea. Dalla I guerra punica, per assediare le città cartaginesi, vennero usate per la prima volta le armi da lancio. Cesare apportò col suo genio modifiche basilari, come il ponte sul Reno costruito in pochi giorni per ben due volte, o la rampa d'assedio costruita durante l'assedio di Avarico, o durante l'assedio di Alesia, le fortificazioni accoppiate su due fronti.



    FURIO CAMILLO

    Furio Camillo introdusse il nuovo principio della suddivisione secondo l’età e l’istruzione militare.
    Per cui la Legione si componeva di tre linee :
    • nella I vi erano gli ASTATI cioè i più giovani, anche se meno esperti nell’uso delle armi, per sostenere l'urto nemico;
    • nella II vi erano i soldati più maturi, i PRINCIPES già esperti della guerra;
    • nella III vi erano i veterani, i TRIARI, militari sceltissimi che intervenivano se le cose si mettevano male.



    IL MANIPOLO

    Il manipolo era il fastello di fieno o di erba legato e pendente da un palo sarebbe stata la primitiva insegna della schiera,  (Ovidio, Fasti, III) detta appunto manipulus e i suoi soldati Manipulares.
    Ogni linea era suddivisa in 10 MANIPOLI (quindi 30 Manipoli in tutto).

    I Manipoli della I e II linea erano composti da 120 uomini, mentre quelli della III linea erano composti da 60 uomini. Per cui:
    1200 uo. nella 1^ linea ;
    1200 uo. nella 2^ linea ;
    600 uo. nella 3^ linea,
    (3000 soldati in tutto)

    Il Manipolo venne poi suddiviso in 2 CENTURIE (totale 60 Centurie).
    Ad ogni Centuria aveva 20 VELITI, cioè soldati con armamento leggero.
    In totale i VELITI erano 1200 (20 veliti per 60 Centurie).

    Ogni manipolo era comandato da un Centurione, munito di schinieri (gambali), elmo con la cresta trasversale e bastone di vite, simbolo del comando. Il più importante dei centurioni era il primus pilus (primipilo), scelto tra i soldati più coraggiosi ed esperti, comandante di triarii, uno dei pochi a cavallo durante la marcia.

    Al Legatus era invece affidato il comando generale.
    Al suo servizio c'era un tribuno esperto, il Tribuno Laticlavio, di rango senatorio, coadiuvato da altri cinque tribuni, detti Angusticlavi (da angustum, perchè la striscia purpurea sulla tunica indicante il rango equestre era più stretta).

    I tribuni militari eletti annualmente, erano 24 (quattordici dei quali con cinque anni di servizio e dieci con dieci anni di servizio), sei per ciascuna delle 4 legioni arruolate e disposte lungo lungo i fronti settentrionali, meridionali e a difesa dell'Urbe.
    L'arruolamento delle 4 legioni avveniva con l'estrazione a sorte delle tribù tra i 24 tribuni militari, e quella che era stata via via sorteggiata era chiamata dal singolo tribuno.

    In assenza del tribuno laticlavio, il comando era affidato al Prefetto degli Accampamenti (praefectus castrorum). C'era poi l'Optio, uno per centuria, vice del centurione che ne poteva prendere il posto in caso di sua inabilità al comando, il Signifer, che portava l'insegna della centuria, il Cornicen, che si alternava con il Tubicen che trasmetteva col corno o la tuba gli ordini ai sottoreparti.


    L'esercito manipolare 

    I manipoli erano dunque unità di 120 uomini, tutti di una medesima classe di fanteria.
    Questi erano dispiegati in tre linee distinte (triplex acies).
    La prima linea era composta dagli hastati, la seconda dai principes e la terza dai triarii.

    La fanteria al centro, era sempre coperta ai fianchi da unità di cavalleria, un'avanguardia di tiratori  davano inizio alla battaglia scagliando dardi o giavellotti sul nemico per poi ritirarsi al sicuro.
    La cavalleria si assicurava che i lati rimanessero difesi, e  tentavano di aggirare il nemico, mentre la prima linea romana lo impegnava, per colpire alle spalle.

    « Quando l'esercito aveva assunto questo schieramento, gli Hastati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli Hastati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i Principes li accoglievano negli intervalli tra loro. I Triarii si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate in terra, con la punta rivolta verso l'alto, quasi fossero una palizzata. Qualora anche i Principes avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai Triarii. Da qui l'espressione latina "Res ad Triarios rediit" ("essere ridotti ai Triarii"), quando si è in difficoltà. » (Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 8, 9-12.)

    I Triarii, dopo aver accolto Hastati e Principes tra le loro file, serravano le file ed in un'unica ininterrotta schiera si gettavano sul nemico.
    In formazione da combattimento i leves (sostituiti in seguito dai velites), elementi della quarta classe, erano armati alla leggera con armi da lancio come archi, piccoli giavellotti e fionde. Agivano più che altro come schermagliatori, spesso senza protezione, impiegati come fanteria di disturbo. In genere nell'esercito ve ne erano 300, integrati in ogni manipolo.

    Assieme ai triarii, erano disposti anche i rorarii e gli accensi: i primi erano truppe giovani ed inesperte, mal equipaggiate anche perché non potevano permettersi armamenti di buona qualità, impiegati come riserve per eventuali vuoti sul campo di battaglia.
    Gli accensi erano ancora più poveri e solitamente, se combattevano, fungevano da supporto con fionde e sassi, spesso impiegati come legati e portamessaggi fra ufficiali.
    Questi ultimi due ordini rappresentavano un retaggio della IV e V fila dell'ormai scomparsa falange oplitica.
    Triarii, rorarii ed accensi erano articolati in 3 manipoli di 180 uomini l'uno.

    Furio Camillo, onde perfezionare la formazione della compatta FALANGE macedone la rese più flessibile flessibile pur mantenendola compatta. Con il dispositivo a scacchiera, infatti, i manipoli della I linea potevano retrocedere sulla II linea senza comprometterne la formazione o la II rinforzare la I serrando in caso di bisogno.
    La III linea della Legione (quella dei TRIARI) costituiva invece la riserva dell’unità.

    Con la Legione l’Esercito romano riuscì a soddisfare con una sola unità 3 grandi esigenze :
    · la Riserva ;
    · la combinazione tra la lotta corpo a corpo e la lotta a distanza ;
    · la combinazione della difesa con l’offesa.

    In tal modo la Legione si organizzava per la battaglia. La Fanteria leggera (i VELITI) iniziava mascherando la manovra delle Legioni e manovrando negli intervalli o alle spalle dei Manipoli, svolgendo quindi un’azione di disturbo e di inganno. La Cavalleria, di dimensioni ridotte, costituiva un rinforzo alla Fanteria oppure era incaricata di inseguire il nemico già sgominato.
    L’ordinamento introdotto da Furio Camillo rimase sostanzialmente immutato per lunghi anni. 



    Cavalleria Legionaria (o Ausiliaria)

    Con la riforma manipolare descritta da Livio e da Polibio, la cavalleria tornò a  300 cavalieri, divisi in dieci squadroni, con a capo di ognuno tre comandanti.
    Il I ufficiale comandava lo squadrone di 30 uomini, mentre gli altri due erano i decadarchi, e tutti e tre erano chiamati decurioni. In assenza del più alto in grado, gli succedeva il secondo e poi il terzo.

    Venne abolita la cavalleria legionaria, sostituita da truppe ausiliarie o alleate, a supporto della legione romana. Essendo la legione formata da fanteria pesante, era indispensabile la cavalleria ausiliaria di supporto. Le legioni erano accompagnate da un numero eguale o superiore di truppe ausiliarie più leggere, reclutate fra i non cittadini dei territori sottomessi, oltre a contingenti di cavalleria alleata.


    La Legione
    pertanto disponeva complessivamente di :

    · 3000 uo. di Fanteria pesante (ASTATI, PRINCIPES e TRIARI);
    · 1200 uo. di Fanteria leggera (VELITI);
    · 300 uo. di Cavalleria (TORME),

    per un complessivo di 4.500 uomini.

    L’Armamento era differenziato in base alla posizione ed al compito assegnato a ciascuna linea. In particolare:

    - gli ASTATI disponevano di un grande scudo (SCUTUM) di forma semi-cilindrica, alto circa 1,30 m. e largo 0,80 m, coperto di cuoio e bordi rinforzati in ferro, di due aste da lancio che lanciavano da 20 - 30 metri sul nemico prima dell’urto (PILUM) e del GLADIO (arma corta a doppio taglio). Indossavano elmo di metallo, schinieri e pettorale (se potevano permetterselo anche una corazza);

    - i PRINCIPES ed i TRIARI erano armati e “corazzati” allo stesso modo, ma invece dei giavellotti portavano lunghe aste (HASTA);

    - i VELITI portavano una DAGA, una lancia (giavellotto con punta fine che si deformava all’impatto in modo da non essere riutilizzabile dal nemico) ed uno scudo del diametro di circa 1 metro (PARMA);

    - i CAVALIERI non avevano un armamento particolarmente curato. Di norma preferivano combattere a piedi.

    Il dispositivo era del tipo a scacchiera. In sostanza la prima linea era articolata (come detto) in MANIPOLI separati l’uno dall’altro di una distanza pari alla loro fronte. Nell’ambito di un Manipolo fra una riga di soldati e quella retrostante vi era una distanza di 4 passi.
    La seconda linea, quella dei PRINCIPI era schierata anch’essa in MANIPOLI in corrispondenza dell’intervallo dei manipoli della prima linea. Per completare la formazione a scacchiera, analogamente si schierava la terza linea (i TRIARI).

    Tra ciascuna delle 3 linee (ASTATI, PRINCIPES e TRIARI) vi era una distanza di 30 - 40 metri.



    GAIO MARIO (II-I secolo a.c.)

    Con la "riforma mariana" del console romano Gaio Mario, del 107-104 a.c., tutti i cittadini potevano arruolarsi, indipendentemente dal benessere e dalla classe sociale. Perciò anche i nullatenenti, o capite censi (inseriti nel censimento), potevano militare nelle legioni, aumentando notevolmente le dimensioni degli eserciti. Gli equipaggiamenti delle truppe legionarie divennero a carico dello stato.
    Cessava la distinzione tra hastati, principes e triarii, e nacque la fanteria legionaria, estesa a tutti coloro che avessero cittadinanza romana o latina. Cadde il servizio di leva e l'età per i volontari andò dai 17 ai 46 anni per una durata massima di 16 anni.

    La Cavalleria completava l’unità nella misura di un decimo della Fanteria pesante; quindi in una Legione erano inseriti 300 Cavalieri divisi in 10 TORME di 30 uo. ciascuna. Di norma l’aliquota di Cavalleria era suddivisa in due parti (150 + 150 uo.) e dislocata sulle ali della Legione.


    Le Coorti

    Varianti significative furono introdotte da Mario prima e Cesare poi che introdussero la COORTE, cioè l’insieme di tre Manipoli, uno di ASTATI, uno di PRINCIPES ed uno di TRAIRI che operavano affiancati, (per un totale di 120 + 120 + 60 = 300 uomini). 
    Le coorti erano organizzate in numero di 10 per legione e numerate da I a X.

    Ogni coorte era formata da tre manipoli o da sei centurie, con un centurione, un optio, un signifer, un cornicen (che si alternava con un tubicen nello stesso manipolo, ma dell'altra coorte) e 60 legionari, per un totale di 64 armati a centuria, ovvero 384 a coorte.

    La “Legione coortale” si schierava ancora su tre linee, ma in modo diverso. 
    Nella prima linea operavano 4 COORTI mentre nella 2^ e nella 3^ ne venivano schierate 3. 
    Le Coorti erano disposte a scacchiera ed in ogni Coorte i manipoli erano affiancati.

    La legione contava così 3.840 fanti. Furono tutti equipaggiati con il pilum e non più l'hasta, in dotazione ai Triarii. Era inoltre abolita sia la cavalleria legionaria, sia i velites, sostituiti con truppe ausiliarie o alleate, per affrontare le cariche di nemici, come le popolazioni d'oltre Reno (Cimbri e Teutoni), che non sarebbero state gestibili col manipolo di 120 uomini ciascuno.
    Le legioni, ora schierate a coorti, venivano disposte solitamente su due linee.

    La consistenza delle Legioni con il tempo arrivò poi a 6.000 uo. (ogni Coorte ne aveva 600 ed il Manipolo 200). Questo tipo di Legione si conservò per tutto il periodo repubblicano ed anche per i primi secoli dell’Impero.

    Nel basso Impero la Legione subì ulteriori trasformazioni che la fecero assomigliare sempre più alla falange macedone attenuando quindi quella caratteristica di flessibilità tipica della Legione di Furio Camillo. Ricordiamo :
     - la Legione falangitica di Adriano che davanti alle 10 Coorti schiera una Coorte “miliaria” composta dai 1000 uo. migliori ;
    - la falange di Alessandro Severo che vede 6 Legioni serrate l’una all’altra e senza intervalli.

    Nasceva così un esercito di professionisti mentre i soldati veterani ottennero come pensione assegnazioni di terre nelle colonie e, più tardi, anche della cittadinanza romana. Mario concesse loro anche di dividere il bottino razziato nel corso delle campagne militari.

    All'interno delle centurie i legionari formavano gruppi di 8-10 soldati, i contubernium, a capo dei quali veniva posto un decanus (o caput contubernii). Questa nuova unità di 8-10 soldati era molto coesa, montando la tenda al termine di una lunga marcia in territorio nemico, dividendo i pasti e condividendo tutte le fatiche della vita militare.
    La fanteria leggera di cittadini, come i velites e gli equites, furono sostituite dalle auxilia, le truppe ausiliarie dell'esercito romano che potevano consistere anche di mercenari stranieri.



    GAIO GIULIO CESARE

    Fu Gaio Giulio Cesare a rivalutare il corpo della cavalleria, reintroducendo la cavalleria permanente accanto alla fanteria delle legioni ed a quella ausiliaria. Reclutò soprattutto Galli e Germani,posti sotto i decurioni romani, con grado pari a quello dei centurioni legionari.

    L'equipaggiamento dei cavalieri era costituito da un sago, una cotta di maglia in ferro, l'elmo e uno scudo rotondo. La sella era di tipo gallico, con quattro pomi, ma senza staffe. I cavalli erano ferrati secondo l'uso gallico. Erano armati di gladio e pilum, o un'asta più pesante detta contus.

    Cesare fu il primo a comprendere che la dislocazione permanente (in forti e fortezze), non più semi-stanziali, di una parte delle forze militari repubblicane (legioni e truppe ausiliarie) era il nuovo sistema strategico di difesa  lungo i confini del mondo romano. Tale sistema fu  ripreso da Ottaviano Augusto, attribuendo le forze armate alle cosiddette province "non pacate".

    Cesare apportò col suo genio modifiche basilari, come il ponte sul Reno costruito in pochi giorni per ben due volte, o la rampa d'assedio costruita durante l'assedio di Avarico, o durante l'assedio di Alesia, le fortificazioni accoppiate su due fronti.

    Fu sempre Cesare a ideare il Cursus Honorum, per cui nessuno potesse intraprendere la carriera politica senza aver prestato almeno 10 anni di servizio militare. Creò inoltre un cursus honorum per il centurionato, basato sui meriti, per cui a gesti di eroismo, alcuni legionari erano promossi ai primi ordines, dove al vertice si trovava il primus pilus di legione. Oppure un primus pilus veniva promosso a tribunum militum. Il merito permetteva così, anche ai militari di umili origini, di poter accedere all'ordine equestre.

    Cesare schierava le linee di difesa secondo l'occasione: su una sola linea, per coprire un fronte molto lungo come nel caso del Bellum Africum durante la guerra civile contro Pompeo; o su tre linee, formazione usuale durante la conquista della Gallia, con la prima linea di 4 coorti, e le restanti due di tre coorti ciascuna. Le coorti lungo la terza linea erano spesso una "riserva tattica" come avvenne contro Ariovisto in Alsazia.

    Il Comando della Legione era affidato a turno ad uno dei 6 TRIBUNI che vi erano assegnati. Solo con Cesare si avvertì la necessità di rendere il Comando permanente nella figura del “Legatus Legionis Propretore” nominato dal potere centrale.

    Alla morte di Gaio Giulio Cesare c'erano 37 legioni romane in tutto il mondo romano, di cui 6 in Macedonia, 3 in Africa Proconsolare e 10 nelle province orientali. Al termine delle guerre civili tra Marco Antonio ed Ottaviano si contavano 60 legioni.




    IMPERO


    OTTAVIANO AUGUSTO

    Ottaviano Augusto modificò la legione, aumentò i suoi effettivi a 5.000 soldati,  fanti e cavalieri (120 per legione, comandati da centurioni, non da decurioni), con funzioni di esplorazione, messaggeri o scorta del legatus legionis.

    La cavalleria legionaria, abolita nell'epoca di Gaio Mario, fu reintrodotta da Augusto con uno scudo più piccolo e rotondo (clipeus), abolita poi da Traiano.
    La fanteria legionaria era divisa in 10 coorti (di cui nove di 480 armati ciascuna), che al loro interno contavano 3 manipoli oppure 6 centurie. La riforma della prima coorte previde una coorte milliare di dimensioni doppie rispetto alle altre nove coorti, con 5 manipoli (quindi 10 centurie) di 160 armati ciascuno (pari a 800 legionari), a cui era affidata l'aquila della legione.
    Sempre ad Augusto si deve l'introdurre un esercito di professionisti che rimanessero in servizio non meno di 16 anni per i legionari, portati a 20 nel 5 d.c., e 20-25 per le truppe ausiliarie. I veterani potevano restare ancora per diversi anni, in numero di 500 per legione (sotto il comando di un curator veteranorum).

    Ogni legione era composta di circa 5.000 cittadini, in prevalenza Italici, soprattutto della Gallia Cisalpina, rispetto ad un 35% di provinciali, muniti anch'essi di cittadinanza romana, per un totale di ca. 140.000 uomini, che si rinnovavano a 12.000 armati all'anno. L'ufficiale a capo della legione divenne ora un membro dell'ordine senatorio con il titolo legatus Augusti legionis. Le legioni erano arruolate fra i circa 4.000.000 di cittadini romani.


    Cavalleria

    La cavalleria legionaria, abolita nell'epoca di Gaio Mario, fu reistaurata da Augusto ma in modo ridotto, con solo 120 cavalieri comandati dai centurionie  non da decurioni. Avevano uno scudo più piccolo e rotondo, detto parma o clipeus, come ci racconta Giuseppe Flavio, al tempo della prima guerra giudaica.
    Sembra venne abolita dall'imperatore Traiano, ma sicuramente restaurata da Adriano. In questo periodo  numerosi reparti di cavalleria ausiliaria (formata da provinciali e alleati, i cosiddetti peregrini), aiutavano la fanteria legionaria di soli cittadini romani.

    - Cavalleria pesante: come i catafratti, di origine orientale o sarmata, a partire dai principati di Traiano ed Adriano, con lunga e pesante lancia, (contus), a due mani, lunga 3,65 m, una cotta di metallo che rivestiva cavaliere e cavallo (chiamata lorica squamata, formata da "scaglie" di metallo; o lorica hamata, fatta invece da anelli del diametro di 3-9 mm.

    - Cavalleria leggera: come quella numida o maura, con piccolo scudo rotondo (clipeus), una spatha più lunga del gladio, fino a 90 cm, una lancia più leggera di 1,8 m, ed in alcuni casi un'armatura (lorica hamata o squamata);

    - Cavalleria sagittaria, come gli arcieri orientali o quelli Traci a cavallo;

    - Cavalleria mista, come le coorti equitate.


    Genio militare

    Macchine d’assedio: Rampa Catapulta Muscolo Balista Onagro Testuggine Pluteo Torre con ponte levatoio.

    Venne riorganizzato anche il reparto di tecnici e ingegneri militari per agevolare il cammino delle armate durante le campagne militari o la permanenza negli alloggiamenti estivi (castra aestiva) ed invernali (hiberna).
    Si moltiplicarono perciò le strade romane per velocizzare lo schieramento degli eserciti  lungo i confini imperiali, alcuni tipi di ponti potevano essere montati e smontati velocemente senza utilizzo di chiodi. Così i legionari, con un equipaggiamento di circa 40 chili (comprendente anche un palo per la palizzata del campo) potevano percorrere nella marcia circa 24 chilometri al giorno (40 quando viaggiavano leggeri).

    In altri casi si provvedeva alla costruzione di strade in zone acquitrinose (pontes longi), come in Germania durante la sua occupazione (dal 12 al 9 d.c.).



    L'artiglieria romana: 

    - le  baliste (ogni legione ne aveva 55, servite ciascuna da 11 uomini), ossia grandi balestre montate su ruote, che grazie alla torsione delle corde riuscivano a lanciare a molti metri enormi dardi, anche incendiati.

    - gli "scorpioni", simili alle precedenti ma molto più piccoli e maneggevoli.

    - gli onagri (catapulte chiamate così per il rinculo che producevano durante il lancio), che lanciavano massi ricoperti di pece, cui si appiccava il fuoco, creando una bomba incendiaria, e distruggendo mura ed edifici.

    I genieri erano in grado di costruire e schierare potenti armi collettive, come catapulte, onagri (10 per legione, ovvero 1 per coorti), scorpioni e carrobaliste (55 per legione), con funzione tattica simile a quella della attuale artiglieria campale.


    Macchine d'assedio: baliste, arieti, torri d'assedio, vinee.


    Armi da lancio:
    Addetti alle armi da lancio erano i ballistarii, legionari specializzati e privilegiati, chiamati immunes. Erano alle dipendenze di un Magister ballistarius (attestato fin dal II sec.), coadiuvato da un optio ballistariorum ed un certo numero di doctores ballistariorum.


    Gerarchia interna 

    Le gerarchie dell'esercito rimasero quasi le stesse dell'epoca di Gaio Mario e Gaio Giulio Cesare, anche se ora ogni coorte disponeva di un
    • vessillifero, vestito con pelle di leone o d'orso, e che serviva per riconoscere le proprie insegne.
    • miles (legionario romano),
    • gli immunes (soldati semplici "specializzati", che avevano identica paga del semplice miles, ma esentati dai lavori pesanti): ingegneri, artiglieri, istruttori di armi, i frumentarii (polizia militare), falegnami, medici, custos armorum (custodi d'armi) e alcuni tra i responsabili amministrativi (come il curator, il librarius), il decanus (a capo di un contubernium di 8 miles);
    - i principales (sotto-ufficiali con incarichi tattici) a loro volta divisi in (a seconda del livello del loro stipendium): sesquiplicarii (paga pari a 1,5 volte quella di un soldato semplice), ovvero il cornicen, il bucinator, il tubicen, il tesserarius ed il beneficiarius e duplicarii (paga pari al doppio rispetto a quella di un soldato semplice), ovvero l'optio, l'aquilifer, il signifer, l'imaginifer, il vexillarius equitum, il cornicularius ed il campidoctor.

    - gli ufficiali della legione imperiale.

    - i 54 centurioni dalla IX alla II coorte (all'interno della quale la gerarchia era in modo crescente: dall'hastatus posterior, al princeps posterior, poi al pilus posterior, all'hastatus prior, al princeps prior ed al pilus prior);

    -  i 5 centurioni della I coorte, di cui il più alto in grado era chiamato primus pilus, partendo dal più basso in grado, l'hastatus posterior, al princeps posterior, all'hastatus prior, al princeps prior, fino appunto al primus pilus; quest'ultimo poteva accedere al tribunato nei Vigili a Roma oppure alla prefettura di una coorte quingenaria;

    - un tribuno al comando della cavalleria, il sexmenstris, in carica 6 mesi (attorno ai 20 anni);

    - 5 tribuni angusticlavii, di ordine equestre, ciascuno al comando di 2 coorti (attorno ai 30 anni);

    - un praefectus fabrum, a capo di ingegneri e sottoposto al legatus legionis (almeno fino a Claudio);

    - un praefectus castrorum (prefetto dell'accampamento);

    - un tribunus laticlavius (di solito il primo incarico per un giovane dell'ordine senatoriale);

    - un legatus legionis, sempre di rango senatorio, a cui era affidato il comando di una singola legione, normalmente per due o tre anni. Nel caso in cui la provincia fosse stata difesa da una sola legione, il comando della stessa veniva affidato direttamente al governatore, il legatus Augusti pro praetore.

    - un praefectus legionis di rango equestre (per la legione della sola provincia d'Egitto; a partire da Settimio Severo anche per le tre legioni partiche, legio I, II e III; a partire da Gallieno sostituisce tutti i legati legionis).


    Disposizione tattica

    Il modello ideale di disposizione tattica della legione in epoca alto-imperiale è fornito dal racconto di Tacito della vittoria della Legio III Augusta, comandata dal proconsole Furio Camillo, su Tacfarinace nel 17 d.c.
    Il proconsole riunì tutte le truppe sotto il suo comando, comprese alcune unità ausiliarie, e mosse battaglia contro il ribelle numida, supportato da unità maure. La legione fu schierata, non sappiamo in quante acies (se singula, duplex o triplex), con le centurie (o i manipoli) al centro dello schieramento (10 coorti di 480 uomini l'una, per un totale di 60 centurie): la prima coorte disposta a partire da destra, in prima fila, e la cavalleria legionaria, i tribuni e il legato Camillo davanti al contingente di cavalleria legionaria collocata immediatamente dietro l'ultimo ordine delle coorti.
     A destra e a sinistra dei legionari "le coorti leggere e due ali di cavalleria".
    Immediatamente a sinistra e a destra la prima e la seconda coorte di ausiliari, composte ciascuna da 480 uomini, mentre alle parti estreme le due ali di cavalleria ausiliaria (probabilmente numidica), formata ciascuna da 500 cavalieri divisi in 16 turmae.



    TIBERIO

    Tiberio dispose che l'acquartieramento delle legioni lungo il limes fosse permanente e accurato, rafforzando i terrapieni con una palizzata in legno, con alloggi più confortevoli, in rari casi costruiti in pietra (come ad Argentoratae e Vindonissa).



    CALIGOLA

    Caligola creò nel 39, due nuove legioni, per una campagna in Germania Magna, sulle orme di suo padre Germanico e di suo nonno Druso maggiore: XV Primigenia e la XXII Primigenia;



    NERONE

    Nerone creò una nuova legione nel 66-67, composta da italici tutti di statura molto elevata, a cui venne dato il nome di I Italica, e che lo stesso Nerone ribattezzò “falange di Alessandro Magno”. L'obiettivo della campagna militare consisteva nell'occupare le cosiddette “porte del Caspio” (passo di Darial), sottomettendo il popolo degli Albani e forse degli stessi sarmati Alani più a nord.



    GALBA

    Galba portò a termine l'arruolamento delle legioni I Adiutrix (i cui effettivi erano costituiti da uomini che avevano prestato servizio nelle flotte italiche di Miseno e Ravenna) e VII Gemina.



    VESPASIANO

    Al tempo di Vespasiano si riformò la prima coorte, di dimensioni doppie rispetto alle altre nove coorti, con 5 manipoli (e non 6) di 160 armati ciascuno (pari a 800 legionari), a cui era affidata l'aquila della legione.
    Un primo esempio lo troviamo nella fortezza legionaria di Inchtuthill in Scozia. Al tempo delle guerre marcomanniche fu l'utilizzo da parte di Marco Aurelio di vexillationes, al fine di comporre un esercito di invasione e poi di occupazione della neo-provincia di Marcomannia, come testimoniano numerose iscrizioni, tra cui quella rinvenuta a Leugaricio, delle legioni I Adiutrix e II Adiutrix.

    Vespasiano, al termine della guerra civile e della rivolta dei Batavi, sciolse ben quattro legioni che avevano trascinato nel fango le proprie insegne macchiandosi di disonore (I Germanica, IV Macedonica, XV Primigenia e XVI Gallica) e ne riformò tre nuove (II Adiutrix Pia Fidelis, IV Flavia Felix, e XVI Flavia Firma) dando la possibilità ad alcuni di fare pubblica ammenda.



    DOMIZIANO

    Il figlio Domiziano creava una nuova legione in vista delle campagne in Germania, nella regione degli agri decumates: la I Minervia.



    TRAIANO

    Traiano formò due nuove legioni, la prima in vista della conquista della Dacia (la XXX Ulpia Victrix, il cui numerale indicava che in quel momento vi erano esattamente 30 unità legionarie), la seconda prima delle campagne partiche (la II Traiana Fortis).



    MARCO AURELIO

    Marco Aurelio formò attorno al 165-166 due nuove legioni, la II e III Italica.



    SETTIMIO SEVERO

    Settimio Severo creò la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato dopo averne messo a morte numerosi membri. Sebbene la struttura base della legione continuò ad essere quella della riforma augustea, il numero delle legioni venne aumentato a 33, con la creazione delle legioni I, II e III Parthica.
    Egli favorì i legionari:
    • aumentando loro la paga, 
    • distribuendo donativa al termine di ogni campagna militare.
    • Inoltre aumentò il numero delle legioni romane a 33, con la costituzione di ben tre unità, in vista delle campagne partiche: la legio I, II e III Parthica. Venne posta una legione di riserva in prossimità di Roma, nei Castra Albana, dove fu alloggiata la II Parthica. L'esercito ora poteva contare su 400.000 armati complessivamente. Un numero esiguo per 9.000 km di confine, e per difendere i 70 milioni di abitanti dell'Impero.


    CARACALLA

    concesse loro:
    • un ulteriore aumento della paga del 50%; 
    • concesse loro il diritto di sposarsi durante il servizio militare, 
    • permise loro di abitare con la propria famiglia, non lontano dalle fortezze legionarie (canabae), di fatto introducendo una maggior "regionalizzazione" delle legioni, che in questo modo si legarono non solo al loro comandante, ma anche al territorio; 
    • aumentando il reclutamento di provinciali, tanto che, una volta entrato a Roma sostituì gli effettivi delle coorti pretorie (ora raddoppiati) con soldati scelti delle legioni pannoniche, per punire coloro che si erano in precedenza schierati contro di lui durante la guerra civile;
    • favorendo la nomina di comandanti dell'ordine equestre nelle legioni di sua fondazione (I, II e III Phartica), 
    • ponendo a capo delle stesse non un legatus legionis, bensì un praefectus legionis, 


    GALLIENO
    • abolì le cariche senatoria nell'esercito romano e, di conseguenza, anche all'interno della legione stessa (le cariche di tribunus laticlavius e legatus legionis scomparvero),la gerarchia subì una parziale modifica almeno nella parte concernente l'alto comando. Questo eliminò definitivamente ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati solo al proprio tornaconto o al massimo agli interessi della provincia d'origine, ma non a Roma.
    • aumentò il contingente di cavalleria interno alla legione, portandolo da 120 cavalieri a 726 (pari a 22 turmae), La nuova unità di cavalleria  risultava divisa tra le dieci coorti legionarie, dove alla prima coorte erano affiancati 132 cavalieri (4 turmae), mentre alle altre nove 66 ciascuna (2 turmae per ciascune delle nove coorti). Questo incremento della cavalleria fu dovuto proprio alla necessità di avere un esercito sempre più "mobile" e versatile nel corso del III secolo, come conseguenza delle continue invasioni, sia da parte dei barbari lungo i confini settentrionali, sia alla crescente minaccia dei Parti Arsacidi e poi dei Sasanidi. 
    • rafforzò le vexillationes equitum, i reparti mobili a cavallo, in particolare svincolando la cavalleria dal controllo dei governatori provinciali e collocandola in alcuni centri strategici come Mediolanum (Milano). Gli Equites promoti (con base a Milano) formati da unità reclutate nell'Illirico (dalmatae), in Nord Africa (mauri) e in aggiunta da forze d'elite (scutarii), sempre svincolati dalla legione, come forza d’emergenza nel caso di invasione. Queste forze insieme erano definite Equites illyriciani o vexillatio. L’importanza di questa nuova organizzazione crebbe a tal punto che chi guidava queste unità di cavalleria poteva aspirare perfino a proclamarsi imperatore (si pensi a Claudio il Gotico e Aureliano). 
    • abrogò l'accesso dei senatori alla legazione di legione.


    ALESSANDRO SEVERO

    aumentò il ricorso sempre più frequente ad unità ausiliarie di arcieri montati (tra osroeni, palmireni ed emesiani), integrati nei numeri di cavalieri dalmati e mauri, operativi già nel II secolo; oltre a cavalieri in particolar modo quelli corazzati (i cosiddetti catafrattari, clibanarii), reclutati sia in Oriente, sia tra i Sarmati, ma anche di quelli "leggeri" provenienti dalla Mauretania.
    A lui si deve un crescente utilizzo presso tutte le fortezze del limes di nuovi modelli di catapulte (ballistae, onagri e scorpiones), al fine di tenere impegnato il nemico fino all'accorrere delle "riserve strategiche" (concetto iniziato con Settimio Severo, sviluppato da Gallieno, Diocleziano e Costantino I.

    Ad Alessandro Severo risalirebbe un'importante modifica tattica, come il ritorno allo schieramento falangitico di più legioni contemporaneamente, fino a costituire una massa d'urto di 6 legioni complessive (per un totale di 30.000 armati), fianco a fianco, senza alcun intervallo tra loro.



    MASSIMINO IL TRACE

    promosse la barbarizzazione dell'esercito romano, essendo lo stesso Imperatore nato senza la cittadinanza romana, ed aumentò l'importanza della cavalleria di origine germanica e catafratta sarmatica, arruolata dopo aver battuto queste popolazioni durante le guerre del 235-238.
    L'aumento degli effettivi della cavalleria, non solo andava ad accentuare la caratteristica di maggior mobilità dell'esercito romano, come "riserva strategica" interna (insieme alla legio II Parthica, formata imn precedenza da Settimio Severo), ma anche quella di tradursi in un esercito meno di "confine o sbarramento". Di fatto la cavalleria andava a costituire una sorta di "nuova riserva strategica" collocata nelle retrovie, in aggiunta alla legio II Parthica.



    DIOCLEZIANO

    Lo sfondamento ripetuto di tutte le frontiere romane, eredità della crisi del III secolo, costrinse Diocleziano a creare un nuovo modello di difesa passando comando imperiale unico a quello di quattro imperatori: la tetrarchia.

    Di conseguenza occorsero nuove e numerose legioni da porre lungo i confini imperiali, con notevole incremento del fabbisogno finanziario statale per mantenere le armate che ormai sembra raggiungessero i 450.000/500.000 uomini.

    Si rese così necessaria una ulteriore tassazione del cittadino romano ed una miglior distribuzione della circolazione monetaria per meglio rifornire le truppe alloggiate e distribuite a guardia dei confini provinciali.


    Cavalleria legionaria (e ausiliaria) 

    La cavalleria legionaria di questo periodo appare divisa ancora in turmae e guidata da decurioni. In battaglia, il decurione era affiancato dal draconarius, portatore dell'insegna del draco (simbolo di nuova introduzione per le coorti e le unità di cavalleria, di derivazione dacico-sarmatica), e seguito da un calo (lo schiavo del decurione che montava il suo cavallo di riserva).

    Le prime unità di catafratti erano state create da Adriano. Poi si cominciò a fare ricorso ad unità di contarii, truppe armate di contus, con stile di combattimento fondato sulla carica diretta. Già all'inizio del 69 unità sarmatiche erano state assoldate per presidiare la frontiera in Mesia, anche se tali truppe erano facilmente corruttibili. Una delle prime unità di contarii fu l'Ala I Ulpia contariorum militaria, di stanza nella vicina Pannonia inferiore, costituita successivamente alla campagna dacica di Traiano. Questi cavalieri non avevano elmo o armatura, ma erano muniti solo di lancia.

    Il resto del corpo di truppa, degli ufficiali e sotto-ufficiali rimase pressoché invariato:
    - il semplice miles (legionario romano);
    - gli immunes (soldati semplici "specializzati", che avevano identica paga del semplice miles, ma esentati dai lavori pesanti):
    • ingegneri, 
    • artiglieri,
    • istruttori di armi, 
    • frumentarii (polizia militare), 
    • falegnami, 
    • medici, 
    • custos armorum (custodi d'armi) 
    • alcuni tra i responsabili amministrativi (come il curator, il librarius);
    - i principales (sotto-ufficiali con incarichi tattici) a loro volta divisi in (a seconda del livello del loro stipendium):
    • sesquiplicarii (paga pari a 1,5 volte quella di un soldato semplice): il cornicen, il bucinator, il tubicen, il tesserarius ed il beneficiarius 
    • duplicarii (paga pari al doppio rispetto a quella di un soldato semplice): l'optio, l'aquilifer, il signifer, l'imaginifer, il vexillarius equitum, il cornicularius ed il campidoctor.
    A questo punto troviamo gli ufficiali della legione imperiale:
    • i 22 decurioni, uno per turma, della riforma di Gallieno (o degli Imperatori illirici). 
    • i 54 centurioni dalla IX alla II coorte (all'interno della quale la gerarchia era in modo crescente: dall'hastatus posterior, al princeps posterior, poi al pilus posterior, all'hastatus prior, al princeps prior ed al pilus prior); 
    • i 5 centurioni della I coorte, di cui il più alto in grado era chiamato primus pilus, partendo dal più basso in grado, l'hastatus posterior, al princeps posterior, all'hastatus prior, al princeps prior, fino appunto al primus pilus; quest'ultimo poteva poi accedere al tribunato nei Vigili a Roma oppure alla prefettura di una coorte quingenaria; un tribuno al comando della cavalleria, il sexmenstris, in carica 6 mesi (di età attorno ai 20 anni);
    • i 5 tribuni angusticlavii, di ordine equestre, ciascuno al comando di 2 coorti (di età attorno ai 30 anni);  
    • un praefectus fabrum, a capo di ingegneri e sottoposto al legatus legionis (almeno fino a Claudio); 
    • un praefectus legionis di rango equestre, identificabile con il "vecchio" praefectus castrorum (prefetto dell'accampamento).
    Ai tempi di Aureliano le legioni scesero a 31, per un totale di 150.000 legionari, affiancati probabilmente da un'altra metà di ausiliari, certamente maggiore in alcune province, per un esercito complessivamente composto da 300.000 uomini, di molto inferiore a quello di settantanni prima a causa dell'incidenza delle guerre civili, delle numerose sconfitte e delle difficoltà di reclutamento.

    Il ricorso alle vessillazioni si era fatto sempre più frequente. Armamento tipico di legionario operante nelle province settentrionali intorno al 275 circa. Il soldato indossa un cassis imperiale italico con rinforzo incrociato sul coppo, una lorica hamata con un focale al collo per evitare le abrasioni, un balteo cui sono appesi il gladio e il pugio, mentre nella mano destra regge un pilum pesante. Nella sinistra reca un clipeo ovaliforme. Indossa pantaloni, tunica a maniche a tubo e scarponi, essenziali per operare nei climi freddi del limes renano.




    TARDO IMPERO

    Dalla riforma di Diocleziano al consolidamento del potere costantiniano (285-324) [ I tetrarchi (Basilica di San Marco a Venezia) Le 4 parti e le 12 diocesi nella nuova divisione tetrarchica dell'impero romano voluta da Diocleziano attorno al 300.
    Il nuovo imperatore dispose, prima di tutto, una divisione del sommo potere imperiale, dapprima attraverso una diarchia (due Augusti, a partire dal 285/286) e poi tramite una tetrarchia (nel 293, tramite l'aggiunta di due Cesari), compiendo così una prima vera "rivoluzione" sull'intera struttura organizzativa dell'esercito romano dai tempi di Augusto. Questa forma di governo a quattro, se da un lato non fu così felice nella trasmissione dei poteri (vedi successiva guerra civile), ebbe tuttavia il grande merito di fronteggiare con tempestività i pericoli esterni al mondo romano.

    La presenza di due Augusti e due Cesari aiutava la rapidità dell'intervento armato e riduceva i richi del lasciare una nazione senza imperatore. Diocleziano creò una gerarchia militare sin dalle più alte cariche statali, quelle dei "quattro" Imperatori, dove il più alto in grado era l'Augusto Iovio (protetto da Giove), assistito da un secondo Augusto Herculio (protetto da un semidio, Ercole), e poi i due Cesari, ovvero i "successori designati".
    Era sistema politico-militare che permetteva di dividere meglio i compiti di difesa dei confini, in quanto ogni tetrarca curava un settore con sede amministrativa vicino alle frontiere che doveva controllare (Augusta Treverorum e Mediolanum-Aquileia in Occidente; Sirmium e Nicomedia in Oriente).

    Diocleziano riorganizzò l'esercito, trasformando la "riserva mobile" introdotta da Gallieno (di sola cavalleria) in un vero e proprio "esercito mobile", il comitatus, distinto dalle forze poste ai confini, probabilmente costituito da due vexillationes (Promoti e Comites) e da tre legiones (Herculiani, Ioviani e Lanciarii).


    La legione

    L'unico cambiamento dalla vecchia legione fu il costante invio di vexillationes (di 1.000-2.000 legionari) da parte della "legione madre" (attraverso la suddivisione di unità precedenti) che, sempre più spesso, non fecero più ritorno.
    La legione però rimaneva ancora legata al territorio di appartenenza, passando però dai 6.000 componenti dell'età alto-imperiale, ai 5.000 dell'età dioclezianea e ai 3.000 di quella valentiniana.

    Ciò fu dovuto al prolungarsi di numerose guerre lungo i fronti; alla guerra civile che nel 324 pose fine alla tetrarchia, con avvicendamenti di augusti e cesari nelle varie parti dell'impero, impedendo spesso il ritorno di queste vexillationes migrate spesso molto lontano dalle fortezze originarie.

    Diocleziano trasformò la "riserva strategica mobile" introdotta da Gallieno (di sola cavalleria) in un vero e proprio "esercito mobile" detto comitatus, costituito da due vexillationes di cavalleria (tra Promoti e Comites), e tre legiones (Herculiani, Ioviani e Lanciarii), oltre alle forze di cavalleria (vexillationes), che al tempo di Gallieno ne costituirono l'intera riserva mobile.


    La tattica

    Lo Strategikon, prontuario di guerra attribuito all'imperatore bizantino Maurizio, suggeriva di comporre una formazione da battaglia con almeno quattro ordini, ma sembra che di solito fossero di più.

    Arriano riferisce la disposizione in otto ordini:

    i primi quattro con uomini armati di hasta; tra questi gli uomini assegnati al primo rango protendevano in avanti le aste, a mo' di falange, mentre nel secondo, terzo e quarto rango i compagni nelle retrovie usavano le armi da lancio (dardi e giavellotti), e una volta scagliate, riprendevano in mano le lunghe lance e le spade per farsi sotto il nemico.

    I successivi quattro ordini invece dovevano essere armati di lancea (giavellotti), da lanciare sul nemico. Un nono ordine era formato da  arcieri barbari.
    Vegezio inoltre prescriveva che tra un soldato e l'altro nella fila successiva ci fossero sei piedi (1,77 m) di distanza (un soldato occupava 3 piedi di spazio, corrispondenti a 88 cm).

    Avvicinandosi al nemico le truppe serravano i ranghi,  dalla retroguardia alle file più avanzate, onde evitare sfasamenti nella linea di schieramento. Il ruolo tattico della cavalleria fu ancora subalterno alla fanteria, conruoli di schermaglia contro la cavalleria nemica, oper missioni esplorative o azioni di disturbo.

    Asclepiodoto informa ( I sec. a.c.) che la cavalleria poteva assumere varie formazioni: quadrate, a losanga, allungate, a cuneo. Occorreva però che non fosse sviluppata molto in profondità per evitare di creare il panico trai cavalli nel caso in cui questi si sovrapponessero gli uni agli altri in una formazione troppo affastellata.



     LEGIONE ARRUOLAMENTO PERIODO STORICO ANNI DESTINAZIONE INIZIALE

    - I Noricorum Probo? o Diocleziano? - 278?-284?
    - Norico I - Pontica (Probo?) o Diocleziano - (278?) o 288
    - Ponto Polemoniaco - I Iovia - II Herculia Diocleziano - 285-294
    - Scytia III - Herculia Massimiano - 288-289
    - Rezia IV - Parthica Diocleziano/Galerio - 293 ?
    - Mesopotamia e Osroene - V Iovia VI Herculia Diocleziano - 294
    - Pannonia Secunda - I Maximiana - II Flavia Constantia Thebaeorum Massimiano - 296-297
    - Egitto-Tebaide III - Diocletiana Diocleziano - 298 Egitto
    - I Armeniaca - II Armeniaca Diocleziano/Galerio - 300 ? Armenia
    - V Parthica VI Parthica Diocleziano - 300-305 Mesopotamia e Osroene
    - I Martia (o Martiorum Victrix) Diocleziano - 300-305 Maxima Sequanorum
    - I Flavia Gallicana Constantia Costanzo Cloro o Costantino I - 305/306 o 306/312 Lugdunensis .



    COSTANTINO

    Dopo la sconfitta definitiva di Licinio nel 324, Costantino I avviò una nuova riforma dell'esercito romano. Suddivise l'"esercito mobile" in "centrale" (unità palatinae) e "periferico" (unità comitatenses), continuando ad espandere la componente mobile, a vantaggio di quella di frontiera.

    In genere le unità palatinae costituivano l'esercito dedicato ad una intera Prefettura del Pretorio, mentre le unità comitatenses costituivano l'esercito dedicato ad una singola Diocesi nell'ambito della Prefettura. Le Scholae palatinae, ovvero quelle unità che costituivano la guardia personale dell'imperatore, dopo lo scioglimento della guardia pretoriana, operata da Costantino I nel 312; l'esercito "mobile" (comitatus), che dipendeva direttamente dall'imperatore. La vastità dell'Impero costrinse Costantino I a dover creare altri eserciti mobili, dislocati in varie regioni, al comando dei propri figli: Crispo, Costante, Costanzo e Costantino.

    Per distinguere l'esercito comitatensis regionale da quello sotto il diretto controllo dell'imperatore, quest'ultimo prese il titolo di praesentalis. Questo esercito "mobile" era a sua volta diviso nelle seguenti sotto-unità, differenziate tra loro per rango gerarchico: unità Palatinae (di palazzo o praesentalis), che rappresentavano l'élite dell'esercito romano, e che facevano parte dell'armata sotto il diretto controllo dell'Imperatore (nell'evoluzione successiva, affidato al Magister militum praesentalis) a loro volta suddivise in: Legiones palatinae, ovvero i reparti di fanteria pesante dell'esercito mobile praesentalis; Auxilia palatina ovvero la fanteria leggera dell'esercito mobile praesentalis;

    Vexillationes palatinae, ovvero la cavalleria dell'esercito mobile praesentalis; unità Comitatenses vere e proprie, che rappresentavano le unità "mobili regionali", ovvero quelle unità a disposizione dei singoli Cesari (nel caso dei figli di Costantino) o dei vari magistri militum non-praesentalis (non di "corte"), a loro volta suddivise in: Legiones comitatenses, ovvero la fanteria pesante dell'esercito mobile non-praesentalis; Vexillationes comitatenses, ovvero la cavalleria dell'esercito mobile non-praesentalis; unità Pseudocomitatenses, che rappresentavano quelle unità di frontiera (limitanei) distaccate presso l'esercito campale (comitatus) in occasione di particolari campagne militari, e che spesso rimasero a far parte dell'esercito "mobile" in modo permanente.

    Esse poteveno essere solo di un tipo: Legiones pseudocomitatenses, ovvero unità "prestate" dalle frontiere imperiali, all'esercito "mobile"; l'esercito "lungo le frontiere" (limes), ovvero dei Limitanei e/o Riparienses (quest'ultimi erano soldati, posti a protezione delle frontiere fluviali di Reno, Danubio ed Eufrate), unità "fisse" di frontiera aventi compiti principalmente difensivi e costituenti il primo ostacolo contro le invasioni esterne. Queste unità erano a loro volta suddivise, sempre in ordine di importanza gerarchica in: legiones limitaneae, ovvero la fanteria pesante dell'esercito stabile lungo le frontiere (formate da 1.200 fino a 5.000 armati ciascuna; normalmente quelle in Occidente erano di consistenza inferiore, rispetto a quelle della parte orientale);

    Auxilia (o auxiliares o auxilium),  di dimensioni e qualità inferiori rispetto alle legiones di limitanei; Milites o Numeri, i primi rappresentavano forse dei distaccamenti di altre unità, mentre i secondi, erano unità di dimensioni sempre più ridotte e di formazione "indigena"; Equites e Cunei, erano invece reparti di cavalleria limitanea; Alae e Cohortes erano forse i residui di vecchie unità alto-imperiali. In aggiunta, va precisato che si rese necessario un crescente reclutamento obbligatorio dei barbari (chiamati laeti), già inquadrati nei numeri sin dall'epoca di Marco Aurelio, stanziati all'interno dell'Impero con l'obbiettivo di ripopolare alcuni territori abbandonati o falcidiati dalle pestilenze. In virtù della ereditarietà dei mestieri decisa da Diocleziano, si impose ai figli di ex militari la ferma obbligatoria, anche se però questi godevano di privilegi dovuti alla carriera dei propri padri.

    Con il passare dei secoli l'ingresso nell'impero di gruppi barbari fu visto come l'occasione per acquisire nuove reclute. L'esercito, quindi, svolse un grande ruolo nella romanizzazione dei barbari garantendo una integrazione talmente forte da consentire di intraprendere la stessa carriera dei colleghi romani. La politica di integrazione perseguita tra il III e il IV secolo rese inutile a partire dal regno di Costantino I un documento che concedesse formalmente la cittadinanza ai veterani barbari poiché questi si erano già integrati e romanizzati.

    Contemporaneamente questi distaccamenti, chiamati in epoca alto imperiale vexillationes, divennero essi stessi delle unità indipendenti legionarie. È vero anche che se buona parte di queste legioni "nacquero" da questo scorporo, altre furono create ex novo, da reparti specifici dell'esercito romano (es. i Ballistari, quali reparti di artiglieria) o da vecchie unità ausiliarie (es. i Germaniciani).

    Quattro tipologie di legioni che si trasformarono gradualmente da unità di 5.000 armati, a unità ridotte fino a 800/1.200 armati circa; continuavano a costituire il nerbo dell'esercito romano, costituite da fanteria pesante. Erano:
    • la legio palatina, appartenente all'esercito mobile praesentalis che dipendeva direttamente dall'imperatore; 
    • la legio comitatensis, facente parte di quelle unità "mobili regionali" a disposizione dei singoli Cesari (nel caso dei figli di Costantino) o dei vari magistri militum non-praesentalis (non di "corte"); 
    • la legio pseudocomitatensis,  unità "prestate" dalle frontiere imperiali all'esercito "mobile"; 
    • la legio limitanea, facente parte di quelle unità poste a difesa "lungo le frontiere" dei Limitanei e/o dei Riparienses. 
    Costantino introdusse, quindi, nell'"esercito mobile" le auxiliae palatinae, costituite da 500 fanti con armamento leggero, per azioni di guerriglia e rastrellamento.
    Le legioni, infatti, risultavano meno flessibili ed erano dotate di un'organizzazione migliore rispetto a quella delle auxilia, oltre ad essere armate in modo "più pesante". .

    Con la riforma costantiniana post 324, i reparti di cavalleria legionaria vennero aboliti a vantaggio di nuove unità di cavalleria specializzata, le vexillationes, unità utilizzate all'interno del comitatus.

     Le vessillazioni in quest'epoca designavano, non più i distaccamenti legionari alto imperiali, ma reparti di sola cavalleria. Le vexillationes equitum andarono incontro a un progressivo consolidamento nell'organico e nel numero di distaccamenti, tanto da far pensare all'assegnazione di una nuova funzione strategica alle unità di cavalleria. Con la riforma di Costantino e dei suoi figli, le vessillazioni divennero unità alla base dell'organizzazione delle forze montate: le vexillationes palatinae e quelle comitatentes erano nominalmente formate da 300 o 600 uomini. La Notitia dignitatum elenca in quest'epoca ben 88 vessillazioni.

    La cavalleria poteva essere leggera o pesante a seconda dell'armamento o della pesantezza dell'armatura. Esistevano gli equites sagittarii, arcieri a cavallo di derivazione orientale, partica o barbarica, la cavalleria leggera d'avanguardia (mauri, dalmatae, cetrati), e la cavalleria pesante dei catafractarii attrezzati di lance e muniti di pesanti armature squamate e o di lorica manica, di derivazione sarmatica, partica o palmirena.[208] Soprattutto in Oriente, se si registra la presenza di ben 19 unità di catafratti secondo la Notitia Dignitatum, una delle quali era una schola, reggimento di guardie a cavallo imperiale. Tutte queste unità, tranne due, appartenneo al Comitatus, con una minoranza tra i Comitatensi palatini, mentre ci fu solo un'unità militare di arcieri catafratti.

    I corpi di cavalleria erano integrati tanto nelle legioni comitatensi, quanto in quelle limitanee, eredi o delle vecchie alae di cavalleria ausiliaria o degli equites illyriciani o dei clibanarii già operanti in epoca alto-imperiale. « Venivano in ordine sparso i corazzieri a cavallo, chiamati di solito "clibanari", i quali erano forniti di visiere e rivestiti di piastre sul torace. Fasce di ferro avvolgevano le loro membra tanto che si sarebbero creduti statue scolpite da Prassitele, non uomini. Erano coperti da sottili lamine di ferro disposte per tutte le membra ed adatte ai movimenti del corpo, di modo che qualsiasi movimento fossero costretti a compiere, la corazzatura si piegasse per effetto delle giunture ben connesse.» (Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri, XVI, 10, 8)

    Unità d'elite erano le scholae, istituite all'inizio del IV secolo per opera di Costantino I a seguito dello scioglimento dell'antica Guardia pretoriana, e divise tra gentiles e scutarii. Ogni schola era comandata inizialmente da un tribuno, poi successivamente al V secolo da un comes scholarorum, che aveva sotto il suo diretto commando un certo numero di ufficiali anziani detti domestici o protectores. Se all'inizio de IV secolo erano elencate tre unità, nel V secolo la Notitia dignitatum elenca sette scholae nella parte orientale dell'Impero e cinque in quella occidentale.



    VALENTINIANO I

    Nel 365, il nuovo imperatore Valentiniano I (Augustus senior presso Mediolanum), spartì con il fratello minore Valente (Augustus iunior presso Costantinopoli) tutte le unità militari dell'Impero (comprese quindi le legiones), le quali furono attribuite all'uno o all'altro in parti uguali (quelle di 1.000 armati) oppure divise in due metà (quelle con un numero di legionari ancora di consistenza superiore ai 2.000 armati) dette rispettivamente "senior" (assegnate a Valentiniano I) e "iunior" (assegnate a Valente)


    Se al vertice di una delle armate, almeno fino a Onorio e Arcadio, si collocava l'imperatore in persona (il quale poteva delegare gli altri eserciti ad Augusti e Cesari), ai grandi immediatamente inferiori erano preposti i magistri militum, tutti comites rei militaris in quanto parte dell'entourage imperiale. Essi erano: il Magister militum praesentalis a capo della cavalleria; il Magister militum praesentalis a capo della fanteria. Sotto di loro i magistri militum regionali, per la cavalleria e per la fanteria. Alle dipendenze di questi ultimi vi erano i comites, i conti, distinti da quelli suindicati per essere assegnati al comando di regioni secondarie o considerate più sicure.

    Ai gradi immediatamente inferiori i duces, distribuiti uno per ogni provincia (a cui erano affidate truppe di limitanei, comprendenti anche le legiones limitanae),e sottoposti all'autorità del comes territoriale. Il prepositus, invece, poteva apparire alle dipendenze del dux, oppure poteva identificare un grado di comandante di cavalleria o di una specifica unità di appiedati. Sopravvivono in quest'epoca infine, per i quadri dell'esercito, i tribuni, agli ordini di un prefetto e divisi in due grandi categorie: comandanti di unità e comandanti superiori. Altri potevano essere addetti a svariate altre funzioni (dalla fabbricazione delle armi, al comando di unità della flotta ecc).

    Con la fine della guerra civile (nel 324) e la dinastia costantiniana le "vecchie" vexillationes legionarie vennero trasformate in nuove legioni indipendenti dalla legione "madre", riducendo il numero di armati fino a 1.200 uomini (come risulta da alcuni passi di Ammiano Marcellino, a proposito della battaglia di Strasburgo del 357 e di Amida del 359, e in Zosimo).

    San Gerolamo in un passo aiuta a ricostruire quella che doveva essere la gerarchia per gli ufficiali subalterni in quest'epoca. Essa doveva prevedere: il primicerius, addetto alla compilazione delle liste delle unità; il senator; il ducenarius, probabilmente al comando di due centurie o di un manipolo; i centenarii, corrispondente al vecchio centurione, e divisi in: protectores, inseriti negli eserciti provinciali, grado conferito precedentemente anche ai componenti della guardia imperiale; ordinarii, a capo dei primi ordines; ordinati.

    Per quanto riguarda la truppa, se facciamo riferimento alla gerarchia gerolamiana, troviamo nell'ordine il biarchus, il circitor, l'eques (il cavaliere) e il tiro. A questa economia vanno aggiunti il pedes, il fante, e il semissalis, collocato tra il cavaliere e il circitor.

     Va ricordato che a ciascun grado più alto, pur trattandosi di soldati, corrispondeva una paga più alta. Di conseguenza avremmo trovato: il biarchus, forse come il circitor un decurione o un ufficiale inferiore; il circitor; il semissalis (che riceveva una paga e mezza, pur svolgendo analoghe funzioni di un soldato); l'eques, di norma superiore al fante; il pes, il soldato appiedato; il tiro, la recluta.

    Le legioni stanziate lungo il limes in quest'epoca hanno ormai assunto una connotazione e un ruolo strategico dissimile dalle altre truppe stanziate più in profondità e distribuite presso le città, qui dislocate a causa delle difficoltà logistiche incontrate nei rifornimenti delle truppe.

    La loro posizione andò conferendo a queste forze di frontiera, definite limitanei o ripenses se poste a guardia dei confini fluviali, un ruolo di salvaguardia o di controllo del limes, rispetto alle truppe "mobili", quelle dei comitatensi (comitatensi e limitanei potevano essere reclutati tra cittadini e peregrini). Limitanei e comitatensi non vanno necessariamente vincolati gli uni e gli altri ai ruoli di forza "d'attrito" stativa e di forza mobile più flessibile. Una tale distinzione può anche essere suggerita a motivo della differente collocazione geografica (i limitanei più vicini ai confini e il comitatus dislocato presso le fortezze interne), ma in realtà non esiste alcuna certezza che fossero preposti al ruolo, i primi, di forza di contenimento, e, i secondi, alla funzione di "riserva strategica" o "forza mobile". Inoltre i limitanei (il cui termine inizia a designare le forze di frontiera solo alla fine del IV secolo) iniziano ad essere impiegati sensibilmente più tardi rispetto al comitatus, già esistente prima dell'avvento di Diocleziano.

    È nota l'accusa di Zosimo rivolta a Costantino, e replicata dall'anonimo autore del De rebus bellicis attorno al 370, di aver minato la difesa delle frontiere allo scopo di istituire forze dinamiche di intervento, tradendo il progetto dioclezianeo del presidio dei confini. « Costantino distrusse quella sicurezza rimuovendo gran parte dei soldati dalle frontiere e insediandoli nelle città che non avevano alcun bisogno di aiuto. In tal modo privò della protezione le popolazioni molestate dai barbari e, contemporaneamente, lasciò le città, non vessate da loro, in balia della violenza dei soldati, così da renderle deserte in gran numero. » (Zosimo, Storia Nuova, II, 34)

    La scelta di Costantino fu dettata principalmente dalla maggiore facilità di approvvigionamento per le truppe vicine ai centri cittadini (pur comportando tale iniziativa ovvi problemi di ordine pubblico e di abusi da parte dei militari). Diocleziano aveva scelto di rafforzare le difese, di costruire nuovi forti, anche se dotandoli di una quantità di truppe di difesa inferiore rispetto al periodo precedente. Ogni provincia era dotata di due legioni, due vexillationes di cavalleria (ognuna di 500 uomini) per un totale di 4.000 soldati circa.

    Costantino, all'opposto, con le forze prelevate dalle frontiere trasformò il comitatus, comandato da magistri militum provinciali, che divenne la principale massa di manovra dell'esercito. A questo si affiancava la forza limitanea, sottoposta al controllo dei duces. Con Costantino il controllo dell'esercito era definitivamente sottratto ai governatori, ormai ridotti al ruolo esclusivo di amministratori e giudici. Sotto Costantino si ebbe, ancora una volta, la necessità di creare nuove legioni da porre lungo i confini imperiali, portando inevitabilmente ad un incremento del fabbisogno finanziario statale per mantenere le armate che ormai sembra raggiungessero i 600.000 uomini.




    LEGIONE e ARRUOLAMENTO SECONDO

    - I Flavia Gallicana Constantia -arruolate da Costanzo Cloro o Costantino I - anni 305/306 o 306/312
    - Lugdunensis I, Flavia Martis I, Flavia Pacis - arruolate da Costanzo Cloro o Costantino I - anni 305/306 o 306/312
    - Lugdunensis III e Belgica I II, Flavia Constantiniana - arruolate da Costantino I - anni 312/324
    - Tingitana I, Flavia Gemina - arruolate da Costantino I - anni 324/335
    - Tracia II, Flavia Gemina - arruolate da Costantino I - anni 324/335
    - Tracia I, Flavia Constantia II, Flavia Constantia III, Flavia Salutis - arruolate da Costanzo II - anni 337/350
    - Oriente II, Flavia Virtutis - arruolate da Costante I - anni 337/350 (destinazione Africa)

    La Notitia Dignitatum fonisce, infine, un quadro più o meno completo, anche se in gran parte anteriore alle grandi invasioni ed ai regni romano-barbarici, della struttura delle province e delle unità militari.
    Dal documento emerge una certa frammentazione, un quadro di apparente indebolimento delle vecchie legioni, con unità prive di un organico completo, anche se del tutto regolari e pienamente inserite all'interno di un preciso organigramma.
    L'aspirazione ad entrare nella milizia limitanea era, generalmente, più diffusa, non solo a motivo del fatto che chi vi era arruolato (ovvero i provinciali) avesse il vantaggio di rimanere vicino alla famiglia, ma anche in ragione della esenzione a beneficio dei figli dei curiali (il notabilato delle città preposto alla esazione dei tributi), garantita da una legge del 363, dell'obbligo ereditario alla ferma per coloro che sceglievano la strada dell'arruolamento e servivano nell'esercito per 10 anni.

    Qui di seguito l'elenco di legiones tardo imperiali al tempo della Notitia dignitatum.
    Si trattava di 25 palatinae, 74 comitatenses, 46 pseudocomitatenses e 45 limitaneae. Vediamo ora nel dettaglio la parte orientale:

    Parte orientale dalla Notitia Dignitatum (fine IV-inizi V secolo)

    Unità dell'esercito Magister militum praesentalis:

    I Magister militum praesentalis
    II Magister militum per Orientem
    Magister militum per Thracias
    Magister militum per Illyricum

    Legio palatina
    6 unità:
    Lanciarii seniores, Ioviani iuniores, Herculiani iuniores, Fortenses, Nervii, Matiarii iuniores,
    6 unità:
    Matiarii seniores, Daci, Scythae, Primani, Undecimani, Lanciarii iuniores.[224] 1 unità: Britones seniores.

    Legio comitatensis 9 unità:
    Quinta Macedonica, Martenses seniores, Septima gemina, Decima gemina, Balistarii seniores, Prima Flavia Constantia, Secunda Flavia Constantia Thebaeorum, Secunda Felix Valentis Thebaeorum, Prima Flavia Theodosiana.

    20 unità:
    Solenses seniores, Menapii, Prima Maximiana Thebaeorum, Tertia Diocletiana Thebaeorum, Tertiodecimani, Quartodecimani, Prima Flavia gemina, Secunda Flavia gemina, Constantini seniores, Divitenses Gallicani, Lanciarii Stobenses, Constantini Dafnenses, Balistarii Dafnenses, Balistarii iuniores, Pannoniciani iuniores, Taanni, Solenses Gallicani, Iulia Alexandria, Augustenses, Valentinianenses

    8 unità:
    Matiarii constantes, Martii, Dianenses, Germaniciani seniores, Secundani, Lanciarii Augustenses, Minervii, Lanciarii iuniores.[225]

    Legio pseudocomitatensis 1 unità:
    Auxiliarii sagittarii.

    10 unita:
    Prima Armeniaca, Secunda Armeniaca, Fortenses auxiliarii, Funditores, Prima Italica, Quarta Italica, Sexta Parthica, Prima Isaura sagittaria, Balistarii Theodosiaci, Transtigritani.

     9 unità:
    Timacenses auxiliarii, Felices Theodosiani iuniores, Bugaracenses, Scupenses, Ulpianenses, Merenses, Secundi Theodosiani, Balistarii Theodosiani iuniores, Scampenses.

    Legioni di ripenses e limitanei 10 unità:
    Legio II Flavia Constantia Thebaeorum, Legio II Traiana, Legio I Valentiniana, Legio I Maximiana, Legio III Diocletiana, Legio II Valentiniana; Legio V Macadonica, Legio XIII gemina, Legio III Diocletiana, Legio II Traiana.

    [229] 5 unità:
    Legio II Isaura, legio III Isaura; Legio XV Apollinaris, legio XII Fulminata, legio I Pontica.

    10 unità:
    legio I Illyricorum, legio III Gallica; legio IV Scythica, legio XVI Flavia Firma; legio X Fretensis; legio IV Parthica; legio I Parthica Nisibena, legio II Parthica; legio III Cyrenaica, legio IV Martia;

    4 unità:
    legio I Italica, legio XI Caludia; legio II Herculia, legio I Iovia;

    4 unità:
    legio IV Flavia, legio VII Claudia;[240] legio V Macedonica, legio XIII Gemina.

    Parte occidentale dalla Notitia dignitatum (fine IV-inizi V secolo)

    Unità dell'esercito Numerus intra Italiam Numerus intra Gallias e Numerus intra Britannias Numerus intra Illyricum Numerus intra Hispanias e Numerus intra Tingitaniam Numerus intra Africam Legio palatina

    8 unità:
    Ioviani seniores, Herculiani seniores, Divitenses seniores, Tongrecani seniores, Pannoniciani seniores, Moesiaci seniores, Octavani, Thebaei.

    1 unità in Gallia:
    Lanciarii Sabarienses.

    3 unità:
    Armigeri propugnatores seniores, Cimbriani, Armigeri propugnatores iuniores. Legio comitatensis

    5 unità:
    Mattiarii iuniores, Septimani iuniores, Regii, Germaniciani, III Iulia Alpina.

    9 unità in Gallia:
    Armigeri defensores seniores, Lanciarii Honoriani Gallicani, Menapii seniores, Secundani Britones, Ursarienses, Praesidienses, Geminiacenses, Cortoriacenses, Honoriani felices Gallicani.

    2 unità in Britannia:
    Primani iuniores, Secundani iuniores.

    6 unità:
    Mattiarii Honoriani Gallicani, Tertiani, III Herculea, Propugnatores iuniores, Pacatianenses, Mauri cetrati.

    5 unità in Hispania:
    Fortenses, Propugnatores seniores, Septimani seniores, Vesontes, Undecimani.

    2 unità in Tingitania:
    Constantiniani, Septimani iuniores.

    8 unità:
    Secundani Italiciani, Primani, Secundani, Tertiani, Constantiniani, Constantiaci, Tertia Augustani, Fortenses.

    Legio pseudocomitatensis

    2 unità: I Iulia Alpina, Pontinenses.

    21 unità (delle quali 10 certe e 11 incerte) in Gallia:
    I Flavia Gallicana, Martenses, Abrincateni, Defensores seniores, Mauri Osismiaci, I Flavia, Superventores iuniores, Cornacenses, Romanenses, Septimani iuniores; e di natura incerta come: Ballistarii, Defensores iuniores, Garronenses, Anderetiani, Acincenses, Cursarienses iuniores, Musmagenses, Insidatores, Truncensimani, Abulci, Exploratores.

    3 unità:
    Lanciarii Lauriacenses, Lanciarii Comaginenses, II Iulia Alpina.Legioni di ripenses e limitanei

    1 unità:
    legio III Italica.

    2 unità in Britannia:
     legio VI Victrix; legio II Augusta.[247]

    8 unità:
    legio II Italica, legio I Noricorum, legio X Gemina, legio XIV Gemina; legio V Iovia, Legio VI Herculia; legio I Adiutrix, legio II Adiutrix'.

    1 unità in Hispania:
    legio VII Gemina.

     Da Adrianopoli alla fine dell'Occidente (378-476)

    L'impero romano all'epoca della morte di Teodosio I nel 395, con la divisione amministrativa dell'impero in prefetture e diocesi.  In seguito alla sconfitta di Adrianopoli, l'Impero dovette venire a patti con i vittoriosi Goti, concedendo loro di stanziarsi nei Balcani come foederati semi-autonomi: essi mantennero il loro stile di vita e la loro organizzazione tribale stanziandosi in territorio romano come esercito alleato dei romani.

    Oltre ai Visigoti, che alla fine ottennero, dopo molte altre battaglie contro l'Impero, la concessione dall'imperatore Onorio di fondare un regno federato in Aquitania (418), altri popoli come Vandali, Alani, Svevi e Burgundi (che entrarono all'interno dei confini dell'Impero nel 406) ottennero, grazie alle sconfitte militari inflitte all'impero, il permesso imperiale di stanziarsi all'interno dei confini.

    Le devastazioni dovute alle invasioni e le perdite territoriali determinarono una costante diminuzione del gettito fiscale con conseguente progressivo indebolimento dell'esercito: un esercito professionale come quello romano, infatti, per essere mantenuto efficiente, aveva bisogno di essere pagato e equipaggiato, e le ristrettezze economiche dovute al crollo del gettito fiscale portarono ovviamente a un declino progressivo delle capacità di addestramento, arruolamento, dell'organizzazione logistica e della qualità dei rifornimenti in armi e derrate ai soldati (si spiegano in questo senso le sempre più crudeli minacce ai cittadini contenute nelle leggi del periodo in caso di mancato versamento dei tributi).

    Da un'attenta analisi della Notitia Dignitatum, possiamo ricavare che quasi la metà dell'esercito campale romano-occidentale andò distrutto nel corso delle invasioni del 405-420, e che le perdite furono solo in parte colmate con l'arruolamento di nuovi soldati, mentre molte delle ricostituite unità erano semplicemente unità di limitanei promossi a comitatenses, con conseguente declino delle potenzialità militari con riferimento sia alla consistenza meramente quantitativa delle truppe che sotto il profilo della qualità. La perdita dell'Africa ebbe riverberi inevitabili e seri sulle finanze dello stato, indebolendo ulteriormente l'esercito (attorno al 444).

    Le perdite subite portarono all'ammissione in grosse quantità di ausiliari e foederati germanici (ad esempio Unni): ciò poteva portare benefici a breve termine, ma era deleterio a lungo termine, in quanto diminuiva gli investimenti nel rafforzamento delle unità regolari.

    Nel tardo impero l'esercito, per difendere i confini imperiali dalla crescente pressione barbarica, non potendo contare su reclute insignite di cittadinanza, a causa sia del calo demografico all'interno dei confini dell'Impero, sia della resistenza alle coscrizioni, ricorse sempre di più a contingenti di gentiles (fino a una vera deriva "mercenaristica"), utilizzati dapprima come mercenari a fianco delle unità regolari tardo imperiali (legiones, vexillationes ed auxiliae), ed in seguito, in forme sempre più ingenti e diffuse, come alleati che conservavano le loro tradizioni e le loro usanze belliche. Il risultato fu un esercito romano nel nome, ma sempre più culturalmente estraneo alla società che era chiamato a proteggere.



    REGNI ROMANO BARBARICI NEL 476

    Il termine "ausiliario" divenne a poco a poco sinonimo di "soldato", così come lo fu nei secoli precedenti il termine "legionario", per la smobilitazione delle antiche unità legionarie in favore di quelle ausiliarie. In seguito l'esercito romano avrebbe perso definitivamente la sua identità, quando anche la maggior parte delle auxiliae palatinae furono rimpiazzate da federati.

    Intorno al 460 l'esercito romano, e di conseguenza le legiones, avevano i territori ridotti ormai alla sola Italia o poco più. Nonostante tutto, l'esercito romano rimase efficiente fino ad almeno a Maggioriano.

    Sotto Ezio e Maggioriano, l'Impero sembra fosse ancora in grado di affrontare e vincere in battaglia Visigoti, Burgundi, Bagaudi, Franchi, mantenendo sotto il suo controllo la Gallia, a riprova di una sua relativa efficienza. Solo con l'uccisione di Maggioriano cominciò il definitivo declino.

    Privato dell'esercito delle Gallie, ed essendosi ridotti i possedimenti imperiali in Provenza e Alvernia, l'impero non fu più in grado di difendere queste province con il solo ricorso all'esercito d'Italia.

    Nel 476 le armate sollevate da Odoacre contro il magister militum Flavio Oreste e l'ultimo imperatore in Italia, Romolo Augusto, erano costituite unicamente da alleati germanici, perlopiù Sciri ed Eruli. Tuttavia l'assetto generale dell'esercito romano tardo-imperiale, ed alcune sue unità, sopravvissero almeno fino al VI secolo in seno alla Pars Orientis.



    Castra

     Le legioni alloggiavano in due tipi di accampamenti (castrum):

    1) accampamenti "da marcia", per la sicurezza della legione durante la sosta notturna in territorio nemico
    2) accampamenti permanenti, relativamente stabili e potevano essere di due tipi:
    castra hibernia, in cui svernare,
    e castra aestiva, in cui alloggiare le truppe nei mesi estivi o in prossimità delle campagne militari.

    Le difese più rapide e semplici erano i cavalli di frisia,
    oppure le pila muralia (pali acuminati con un'incavatura al centro per consentire l'incastro assieme ad altri pila) legati insieme e posti in cima agli aggeri, che sorgevano accanto
    all'intervallum che separava la zona delle tende (papiliones), da quella della cinta difensiva, cioè un fossato a ridosso di un terrapieno, per i campi temporanei, o da un vallum di legno o pietra (intervallato da quattro porte mediane) munito di torri per quelli permanenti.

    Le tende erano fatte di pelli cucite di vitello, di capra o di cuoio.

    Il castrum romano era attraversato da due strade principali che intersecavano nell’area del Praetorium (tenda o abitazione del comandante) e dei Principia (quartier generale), la via Praetoria (che collegava porta praetoria e porta decumana) e la via Principalis (che collegava le due porte principali).

    Il castrum romano occupava anche 20-30 ettari ospitando fino all’89 d.c. 2 legioni, poi solo una. Le unità ausiliarie avevano propri forti distribuiti nelle zone più di confine ed erano intervallate con quelle legionarie.

    Le fortezze ausiliarie (castella) erano basi di attività di pattugliamento e monitoraggio dei confini, anche per tenere impegnato il nemico in caso di invasione. Avevano anche un valetudinarium, un ospedale militare.


    Macchine d'assedio

    Le fasi dell’assedio erano tre, senza un ordine logico:

    1)  porre il blocco all’ingresso di merci e persone nella città e nell’isolamento del nucleo cittadino.
    2)  contravallatio (controvallazione), utilizzata a Masada, costruzione di una palizzata, di un fossato o di fortificazioni più complesso come sistema di difesa dagli assediati.
    3) circumvallatio, per la difesa dall’esterno e dall’interno del campo degli assedianti, impiegato da Cesare ad Alesia.

    Le vinee (anche i plutei) o in alternativa la formazione a testuggine, tettoie mobili per proteggere i soldati o gli scavatori nell’avvicinamento alle mura.

    Armi d’assedio:
    - le baliste, grosse balestre utilizzate per scagliare proietti di pietra o frecce,
    - gli scorpiones, utilizzati per il lancio di dardi e frecce di medie dimensioni.
    - le rampe (come quelle di Jotapata e Masada) per far arrivare le torri d’assedio alle mura (munite di baliste o di arieti)
    - o terrapieni (come ad Avarico).

    Vegezio elenca sette tipi di armi d'assedio nell'Epitoma, le macchine più utilizzate erano:

    - le testuggini, macchine all'interno delle quali poteva essere collocata l'estremità in ferro ( si sarebbe poi forse intesa per ariete l'intera macchina),
    - cioè l'ariete volto a minare la solidità delle mura,
    - oppure una "falce" che serviva a "estrarre le pietre dalle mura";
    - le vinee (larga circa 2 metri, alta 2 e lunga 4,70 metri), tettoie di legno leggero, realizzate in gran numero, a formare un lungo corridoio che consentiva l'avvicinamento alle mura degli scavatori;
    - i plutei, schermi mobili, formati da intrecciature di vimini rivestiti di pelli o di cuoio, al riparo dai quali gli assedianti bersagliano gli spalti delle mura;
    - i muscoli, macchine coperte dalle quali si poteva operare il riempimento dei fossati che consentisse alle torri mobili di raggiungere le mura;
    - le torri mobili (larghe dai 9 ai 15 m), con travi e tavole ricoperte di pelli grezze per evitare di prendere fuoco, e formate su tre livelli, il primo dotato di ariete per colpire le mura, il secondo del ponte per l'accesso agli spalti, il terzo da una torretta con cui colpire i nemici sulle mura.



    I SIMBOLI

    Durante il suo secondo consolato, nel 104 a.c., Gaio Mario conferì all'aquila un valore simbolico particolare, rendendola il segno distintivo della legione.

    Racconta Plinio che prima della decisione di Mario la legione possedeva altri quattro simboli: il lupo, il cavallo, il minotauro e il cinghiale, recati davanti a ciascun rango dell'esercito.

    Non è chiaro tuttavia cosa identificassero queste figure, e se fossero insieme o ciascuna ad un raggruppamento. Si potrebbe ipotizzare che i quattro simboli fossero riferiti alle quattro legioni citate da Livio.

    L'aquila in età imperiale era tenuta in consegna dalla prima centuria della prima coorte. La progressiva sostituzione dell'aquila, sacra a Giove Capitolino, o il suo affiancamento al draco, simbolo religioso e militare presso i daci e i sarmati, con tutta probabilità assimilato dai romani durante la campagna dacica di Traiano, tanto da essere riportato in ben 20 scene della Colonna traiana, dovrebbero risalire al II secolo.

    Il simbolo compare in numerosi coni emessi da Antonino Pio, Decio, Claudio il Gotico e Aureliano. Prima adottato dalle coorti e dalle ali di cavalleria, passò successivamente a identificare l'intera legione.

    Oltre all'aquila e al drago sarà utilizzato più tardi il labaro (labarum), drappo quadrato recante il monogramma di Cristo (oppure drappo con tre cerchi sormontato dal monogramma), quando Costantino ne farà il simbolo del proprio esercito, sostituendo le precedenti simbologie pagane.

    Secondo Eusebio di Cesarea, il ritratto dell'imperatore si trovava sulla metà superiore del drappo, mentre sulla metà inferiore era disegnata una croce. Il Chi- Rho, invece, era attaccato al braccio superiore della croce. Il labaro, assieme al draco, una manica a vento purpurea retta da un'asta sfarzosa, precedeva le truppe in marcia alla testa dell'esercito.


    Signa

    Signa (insegne) della legione nei rilievi dell'epoca di Marco Aurelio, presenti nell'arco di Costantino; è possibile notare la damnatio memoriae che colpì il ritratto di Commodo (primo in basso) nel vessillo centrale.

    Insegna tipica della centuria formata da un palo di legno con ad esso applicate delle phalerae (usate anche come decorazione), per un massimo di sei, che identificavano il numero della stessa all'interno della coorte.

    In alto, sotto il simbolo della mano (non è chiaro se attributo di Marte o gesto di saluto legionario), l'indicazione della legione.


    Simboli Militari

    I simboli militari romani erano il vexillum, un piccolo stendardo consistente in un drappo, e il signum, costituito da forme solide raffiguranti animali, persone o oggetti.

    CHI-RHO
    Gli addetti al trasporto dei simboli delle legioni e delle centurie erano:
    - l'aquilifer per l’aquila della legione,
    - il signifer per il simbolo del manipolo o della centuria,
    - il vexillarius per il portatore del vessillo,
    - l'imaginifer per le imagines degli imperatori, il draconarius (in epoca tarda), i portatori del draco erano sottoposti a un magister draconum per il draco, che passò ad identificare anche il signifer.

    All'interno dell'accampamento o del forte le insegne (signa militaria) erano conservate nell'aedes signorum, uno degli edifici dei Principia (quartier generale della legione), contenente gli stendardi delle unità.


    La conservazione dell'aquila

    L'aquilifer, di solito un signifero anziano, secondo nella gerarchia rispetto al centurione, era una figura di primaria importanza della legione, avendo la responsabilità di condurre in battaglia il simbolo dell'intero corpo militare, anche se la sua tutela era assegnata al centurione. Conservare e difendere l'aquila significava preservare la continuità della legione, perché la sua perdita poteva comportarne lo scioglimento, come avvenuto per le legioni distrutte dopo le battaglie di Carre e Teutoburgo.

    La caduta nelle mani del nemico delle insegne era onta gravissima, tanto che Augusto si prodigò per ottenere la restituzione delle insegne di Crasso, riuscendo a farsele riconsegnare dal re parto Fraate IV nel 20 a.c.


    PHALERA
    Signum

    Ogni centuria, comprese quelle ausiliarie che avevano uno specifico signifer auxilia, possedeva una insegna (signum) che consisteva in un certo numero di dischi metallici (phalerae), di solito in numero di sei (corrispondenti alle centurie nella coorte), fissati ad un'asta di legno, terminante in una punta o una forma di mano (il cui significato è incerto) al di sotto della quale poteva essere montato una targa con su indicato il numero della coorte o della centuria stessa.


    Vexillum

    Il vexillum era uno stendardo, riportante il nome della legione, il simbolo e il numero, uno per ogni legione. Spesso identificava una vexillatio legionaria, ovvero un distaccamento della legione.


    Imago

    L'imaginifer invece era il portatore dell'imago dell'imperatore, introdotta da Augusto, quando la figura dell'imperatore divenne oggetto di culto. L'imago o le imagines erano ritratti realizzati in metallo battuto, custoditi dalla prima coorte.



    LEGIONE E FLOTTA

    Nel 214 a.c. nel pieno dell'attacco di Annibale, a Brundisium agli ordini di Marco Valerio Levino era acquartierata una forza di fanteria della consistenza di una legio classica a supporto delle operazioni della flotta nell'Adriatico, che però venne utilizzata per difendere la costa illirica dagli attacchi di Filippo di Macedonia.

    Dopo le sanguinose guerre contro Cartagine, la flotta romana era diventata tra le più forti del Mediterraneo.
    Sotto Augusto, incrementata nel numero di navi, essa divenne stabile.

    Le principali basi di stanziamento divennero
    - Miseno, presso Pozzuoli, nel Mar Tirreno
    - Classe, presso Ravenna, nel Mar Adriatico, col compito di controllare l'una il Mediterraneo occidentale, l'altra quello orientale.
    - Flotte minori erano stanziate nei mari delle province periferiche (Britannia, Germania, Pannonia, Mesia, Ponto, Siria).

    Con l'espansione della flotta, le navi vennero dotate di contingenti di fanteria imbarcata in forza alla base principale del Miseno, che effettuava le esercitazioni della fanteria romana, oltre a quelle della guerra sul mare, come abbordaggi e bersagliare le navi avversarie dalle torri delle proprie navi.

    La fanteria di marina romana, antesignana a quasi tutte le marine militari moderne, aveva una sua struttura e suoi campi di addestramento, come la Schola Militum di Miseno. Il comando di ogni flotta era affidato a prefetti di rango equestre, talvolta a liberti. Al prefetto del Miseno era assegnata una superiorità gerarchica rispetto a quello ravennese.

    Le flotte provinciali erano guidate invece da centurioni o da prefetti equestri. Ogni nave era assimilata ad una centuria e comandata da un centurione chiamato triarca. Sotto al prefetto,ma sopra al centurione triarca c'era il navarca, comandante di una flottiglia o di una squadra di imbarcazioni, anche se Vegezio sostiene che fosse a capo di una singola nave, con l'incarico di curare l'addestramento dell'equipaggio.


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  • 03/10/14--07:21: PONTE CESTIO

  • COME APPARIVA NEL XVIII SECOLO IL PONTE CESTIO

    Il ponte Cestio, noto anche come pons Aurelius, pons Gratiani, ponte di San Bartolomeo o ponte Ferrato, è un ponte che collega il lungotevere degli Anguillara a piazza di San Bartolomeo all'Isola, a Roma, nei rioni Ripa e Trastevere.

    In epoca romana era il ponte di pietra che connetteva l'isola Tiberina al Trans Tiberim, cioè a Trastevere (Reg. Cats., Cur.: pontes VIII ... Cestius, Not.: Gestius; Degrassi, Inscr. Ital. 13.1, 207: - - -
    IMP. ANTONINVS] AVG(VSTVS) PONTEM CESTI[ - - - R]ESTITVIT, 152 a.c., con Degrassi 238, PONTEM CESTI [ - - - sopra al tradizionale PONTEM CESTI[VM- - -), e fu costruito simmetricamente al ponte Fabricio.

    La prima menzione storica del ponte Cestio è quella dei fasti di Ostia che ricordano un restauro nel 152 d.c., ma in genere gli studiosi ne attribuiscono la costruzione ai membri della gens repubblicana Cestia, possibilmente a Caius Cestius, costruttore della piramide di Cestio, pretore nel 44 a.c.., oppure a Lucius Cestius, uomo politico cesariano pretore dell'anno seguente (Degrassi, LTUR 109), suggerendone la costruzione tra il 49 e il 43 a.c.. (Degrassi 1987, 525). 

    FONDAMENTA DEL PONTE CESTIO (Piranesi)
    Tuttavia non sappiamo se la costruzione di Cestio fu l'edificazione originale o un totale restauro (Richardson), comunque il ponte di pietra deve essere considerato nel contesto storico della attività edilizia su vasta scala che avvenne sull'isola in quel periodo (Insula Tiberina; Degrassi 1987).

    Il ponte fu oggetto di un primo restauro nel 152, ma fu completamente ricostruito a tre arcate, nel 370 con materiali di reimpiego, provenienti anche dal vicino Teatro di Marcello, come mostra l'iscrizione reinserita nella spalletta destra del ponte, dagli imperatori Valentiniano I, Valente e Graziano; quest'ultimo diede al ponte il nuovo nome di Pons Gratiani.

    XIX SECOLO PRIMA DELLO SBANCAMENTO
    C'erano due iscrizioni che registravano questo evento, ciascuna in duplice copia, la prima scolpita su lastre di marmo posta sul parapetto su ciascun lato del ponte, la seconda sotto il parapetto (CIL VI.1175, 1176). Una iscrizione del primo tipo è ancora in situ. 

    Si suppone il soprannome dato all'Isola Tiberina, "Lycaonia", fosse dovuto alla presenza su questo ponte di una statua rappresentante quella regione dell'Asia Minore, che divenne provincia proprio in quegli stessi anni, nel 373 d.c.

    Nel Quattrocento fu denominato anche "ponte S.Bartolomeo", dalla omonima chiesa che sorge sull'Isola Tiberina, mentre nel Seicento fu detto anche "ponte Ferrato", dalla gran quantità di catene di ferro dei mulini presenti nel fiume.
     
    FOTO DEI LAVORI DI SBANCAMENTO DEI DUE LATI DEL PONTE IN EPOCA MUSSOLINIANA
    PER L'ALLARGAMENTO DEL LETTO DEL TEVERE E LA COSTRUZIONE DEGLI ARGINI

    Un altro restauro, documentato da un'epigrafe, si ebbe nel 1191-93 da parte di Benedetto Carushomo, senatore di Roma. Altri interventi si ebbero nel XV sec. sotto papa Eugenio IV e nel XVII sotto papa Innocenzo XI. Dal XV secolo prese il nome di ponte di San Bartolomeo, dal nome della chiesa dell'Isola Tiberina. Nei secoli XVIII e XIX fu detto anche ponte Ferrato, per le numerose catene che fissavano i mulini sul fiume.

    OGGI, L'ARCO CENTRALE E' RIMASTO ORIGINALE
    DELL'ANTICO PONTE ROMANO
    Il ponte subì danni consistenti nel corso dell’invasione francese del 1849, che costò la perdita dell’iscrizione dedicatoria anch’essa di Graziano. L'iscrizione superstite però è ancora oggi in sito sul lato interno del parapetto del ponte. Trattasi di una lunga iscrizione che celebra i tre imperatori e le loro vittorie su: Germani,Alamanni, Franchi e Goti. 

    A causa dell'ampliamento del lato destro del Tevere, il ponte venne semidemolito nel 1888, salvando solo l'arcata centrale e ricostruito nel 1892 con parte del materiale lapideo originale. Infatti il ponte moderno, Ponte S. Bartolomeo (L. 80 m), che ne occupa oggi il sito è una ricostruzione del tardo XIX sec. del Pons Cestius.

    Un nuovo intervento si ebbe nel 1902 con la costruzione di particolari banchine onde frenare l'impeto della corrente del fiume, in questo tratto molto forte. L'ultimo intervento del 1999 provvide a restaurare tutta la superficie in travertino, ad esclusione dei sottarchi, il cui paramento è in peperino di Albano.

    IL PONTE CELIO OGGI

    Il ponte, oggi a tre arcate, misura 80,40 metri in lunghezza e 8 in larghezza,  mentre il ponte romano misurava 48,50 m, e largo 8,20,con una sola grande arcata affiancata da due fornici minori. Aveva un arco centrale, con 23,65 metri di campata, e un piccolo arco su ogni lato, largo 5.80 metri. 

    Il materiale era tufo e peperino con rivestimento di travertino, ed i piedistalli del parapetto probabilmente supportato da statue degli imperatori sotto forma di erme. L'arco centrale della nuova struttura riproduce esattamente l'originale, anche se solo circa un terzo del vecchio materiale potrebbe essere stato utilizzato nuovamente.

    ISCRIZIONE ROMANE SUL PONTE

    L'antica struttura, che è parzialmente incorporata nell'arco centrale del ponte moderno, deve appartenere al IV ricostruzione del ponte, che poi è stata dedicata come PONS Gratiani (come da iscrizione sul pontee, CIL VI 1175-76; Degrassi, LTUR 109). 

    L'antico ponte, più corto del moderno, aveva un singolo arco a sesto ribassato e due arcate minori laterali, poggianti su piloni di tufo e peperino rivestiti di travertino.(Richardson; Degrassi, LTUR). 

    Taylor (80-82) suggerì recentemente che *Pons Fabricius e Pons Cestius potessero anche servire per il passaggio di acquedotti, ma non sembra esservi una prova evidente di ciò.


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    TOMBA DEL GLADIATORE

    Un assessore parigino, orgoglioso delle opere di architettura moderna che Parigi e la Francia accolgono spesso e volentieri, ebbe un moto di rimprovero verso Roma per essere carente di opere di grandi architetti moderni.

    Al che il nostro Adriano La Regina, docente di Etruscologia e Antichità Italiche alla Sapienza di Roma e all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte e soprintendente alle antichità di Roma, rispose:

    - Noi italiani, quando vogliamo una nuova opera d'arte basta che diamo un calcio per terra e quella esce fuori. -

    Aveva pienamente ragione, il suolo italico, e in particolare Roma, ha tirato fuori appena la punta di un iceberg delle antichità romane, si calcola che solo il 5% di esse siano state messe in luce.

    Per questo costruttori e comuni, purtroppo poco sensibili all'arte in genere, sono spaventatissimi di scavare il suolo romano, perchè inevitabilmente escono fuori i resti di un edificio romano, nonchè decori e statue.


    Ed ecco qua:

    DA ROMANO IMPERO:

    MAUSOLEO di MARCO NONIO MACRINO

    Nel rinvenimento archeologico, in parte prevedibile data la collocazione a margine della strada antica, è avvenuto nel 2008 in via Vitorchiano, nella zona di Saxa Rubra sulla via Flaminia.

    DECORO DEL MAUSOLEO
    All’altezza del Km 8,500 della via Flaminia, all’interno di un’area industriale abbandonata, è emerso il tracciato antico della via Flaminia romana segnalata dalle fonti antiche, a 7 m. più in basso del livello attuale di zona.

    I grandi blocchi marmorei di colonne,  capitelli, timpani, lastre decorate ed iscrizioni vengono alla luce in gruppi monumentali scomposti ma di facile connessione con un effetto da stampa settecentesca.

    L’epigrafe dedicatoria consente di identificare il mausoleo di Marco Nonio Macrino, prestigioso esponente di famosa famiglia bresciana nel II sec.d.c. che svolse parte della carriera sotto Antonino Pio concludendola poi con Marco Aurelio di cui fu compagno nella spedizione contro i Quadi ed i Marcomanni e che rivestì anche importanti ruoli sacerdotali.

    Sembra che a questo personaggio si sia ispirato il film Il Gladiatore. Essendo il monumento posto in zona depressa della Flaminia è facile che gli straripamenti del Tevere l'abbiano sommerso fino a seppellirlo, altrimenti le splendide coperture marmoree non sarebbero sfuggite alle papaline fabbriche di calce che tanti rivestimenti marmorei romani hanno polverizzato.

    Del mausoleo di età imperiale scoperto nel corso degli scavi preventivi realizzati dalla Soprintendenza di Roma, non rimane solo la struttura. Ma anche il rivestimento marmoreo, compreso il monumentale timpano, appoggiato accanto ai basoli dell´antica strada consolare.



    MARCO NONIO MACRINO

    Ma chi era?

    PROBABILE STATUA DI MACRINO
    Marco Nonio Macrino, ovvero Marcus Nonius Macrinus, fu un generale romano dell'epoca dell'imperatore Marco Aurelio, durante le guerre settentrionali contro Marcomanni, Quadi e Sarmati Iazigi. 

    È stato console suffetto nel 154 sotto Antonino Pio, e diverse volte proconsole.

    Dalle iscrizioni del monumento funerario venuto alla luce nel 2008 sulla via Flaminia in località Due Ponti a Roma, era originario di Brescia, appartenente alla facoltosa e potente famiglia dei Nonii, sposato ad Arria e gli è pure attribuita la proprietà di una grande villa a Toscolano Maderno, sulle rive del lago di Garda. 

    Ricoprì la prestigiosissima carica di Comes di Marco Aurelio, e pure di proconsole delle province romane di Asia, Pannonia inferiore ( 153-154) e Pannonia superiore (159-161).

    Nell'ottobre 2008 a Roma, durante la costruzione di alcuni edifici sulla via Flaminia, è stato rinvenuto il suo mausoleo a forma di tempietto, alto circa 15 metri e rivestito in marmo, edificato da suo figlio Macrino e ha suscitato l'attenzione dei media nazionali ed internazionali a causa di un fraintendimento delle parole degli archeologi che hanno paragonato la vita del generale a quella del personaggio "Massimo Decimo Meridio", protagonista del film di Ridley Scott "Il gladiatore", per somiglianza di carriera politico-militare e periodo storico di appartenenza. 

    RUSSELL CROWE NE "IL GLADIATORE"
    La notizia (errata) che venne diffusa parlò del rinvenimento della tomba del "Gladiatore" e che la vita dello stesso personaggio storico romano aveva ispirato il film americano.

    Nella realtà non fu Marco Nonio Macrino ad ispirare il personaggio di fantasia Massimo Decimo Meridio, e inoltre, sebbene sia il generale romano che il personaggio interpretato da Russell Crowe avessero agito nello stesso periodo e avessero caratteristiche comuni come l'essere graditi e ben conosciuti dall'Imperatore Marco Aurelio, il primo ebbe una carriera di successo e morì da benestante, il secondo invece perse la sua famiglia e venne ridotto in schiavitù.



    COMMENTO

    C'è un certo gusto a spegnere gli entusiasmi, tutti sappiamo che il regista del gladiatore non fece nè volle fare una ricostruzione storica di un evento, ma si ispirò a un certo saggio e filosofo imperatore, Marco Aurelio, al suo crudele figlio, e al buon rapporto di Marco Aurelio coi generali che apprezzava e di certo il più apprezzato fu Macrino, che fu nominato suo luogotenente oltre alle ricche province che gli vennero assegnate come proconsole.

    Sappiamo pure che il regista si documentò ampiamente per girare il suo film, e dato che questo non fu tratto da un libro (Il libro Il Gladiatore è tutt'altra storia), dovette ispirarsi alle personalità di Marco Aurelio, di Commodo e di un suo valente generale. Macrino fu di gran lunga il più valente e il più vicino a Marco Aurelio.

    STATUA DELLA MOGLIE DEL GLADIATORE


    ROMA, scoperto sulla via Flaminia il Tempio del Gladiatore. (14 giugno 2010)

    http://www.antikitera.net/news.asp?ID=9017&TAG=Archeologia&page=28

    "Nei pressi di Due Ponti, sulla via Flaminia, riemergono
    la tomba di Marco N. Macrino e la statua della moglie.

    Ora gli archeologi hanno trovato anche la statua della moglie del "gladiatore". E' riemersa, alle porte di Roma, accanto alla via Flaminia e al mausoleo del generale di Marco Aurelio - il senatore bresciano Marco Nonio Macrino - che giace con tutti i marmi sparsi alla rinfusa. Insieme ad una iscirzione che prova l'esistenza del personaggio che qualche mese fa era stato identificato come possibile ispiratore della figura del Gladiatore, poi interpretato da Russel Crowe.

    Gli scavi della Soprintendenza speciale archeologica di Roma sono ripresi da un mese, dopo i primi ritrovamenti riemersi nel cantiere edile di via Vitorchiano a partire dal 2007. E non passa giorno che non si aggiungano sorprese. La più importante è che è riemerso ora in tutta la sua interezza il basamento del mausoleo del "generale", una struttura che misura venti metri di lunghezza per dieci larghezza.



    TRASFERIMENTO SALTATO

    Impossibile trasferire altrove questa scoperta archeologica, come era stato ipotizzato inizialmente.

    La soluzione è rimettere in piedi il monumento, un imponente mausoleo alto una quindicina di metri, interamente in marmo comprese le tegole del tetto.

    Sembra un'immagine degli scavi al Foro alla fine dell'Ottocento, quando Giacomo Boni riportò in luce il cuore del sistema imperiale.

    In mezzo a lacerti di grandi dimensioni si aggirano gli archeologi, i rilevatori, i geologi, guidati da Daniela Rizzo. L'emozione è forte.



    SETTE METRI SOTTO I BINARI

    Sette metri sotto il livello della ferrovia, la Roma Viterbo che lì vicino ha la stazione Due Ponti, ecco il grande monumento che giace intorno al nucleo cementizio con un centinaio di grandi frammenti architettonici che andranno ricomposti. Sorge accanto a un lungo tratto dell'antica Flaminia, con i suoi basolati scuri vulcanici, ad alcuni recenti funerari in laterizio, a altri due monumenti-mausoleo a tamburo in origine merlati un po' come la tomba di Cecilia Metella sull'Appia. Due merli sono stati appena ritrovati accanto alle basi dei monumenti che mostrano i nuclei di calcestruzzo e di laterizio.

    L'archeologa Daniela Rossi, responsabile dello scavo per la Soprintendenza COLONNE E TIMPANO - Poco oltre ecco il terreno disseminato di frammenti marmorei del mausoleo del "generale". Capitelli corinzi, colonne scanalate (la più luna misura quasi 7 metri), pezzi del frontone del timpano, strutture del soffitto a cassettone con rosoni, l'acroterio, cornici, fregi.

    In tutta questa massa di marmo emerge superba l'iscrizione per Marco Nonio Macrino, compagno e "legatus" dell'imperatore Marco Aurelio, che fin dall'inizio dello scavo ha consentito un'attribuzione certa del monumento di cui pian piano è affiorata l'importanza progressiva.


    TEMPIETTO DA 15 METRI - Spiega Daniela Rossi: "Tutto questo fa parte di un monumento a tempietto alto una quindicina di metri. Sappiamo ora che il mausoleo era provvisto di un timpano con quattro colonne sul davanti e sopra un acroterio. Il tetto a due falde è eccezionale, tutti i suoi componenti tegole comprese sono in marmo". L'interno del mausoleo è costituito da una cella sepolcrale con muri perimetrali e fregi d'acanto"


    I FASCI LITTORI - "Di là dalla via Flaminia c'è poi un altro mausoleo - prosegue l'archeologa -, di cui sono state riportate in luce lastre con i fasci littori". Tutto il sito, che prevede altri due mesi di scavi, trasuda storia. La scoperta più avvincente è avvenuta quando gli archeologi hanno guardato i due cordoli di pietra rialzati che chiudono la carreggiata della Flaminia, la "crepidine".

    Con stupore sono state trovate pietre messe per lungo che in realtà sono appartenute a tombe di soldati, probabilmente narbonensi, quasi certamente frutto di un cimitero nato dopo la battaglia di Ponte Milvio. Ci sono iscrizioni che riguardano soldati di Mediolanum, Como, Vienna.

    Il sito copre un arco di storia che va dal I secolo avanti Cristo al II dopo Cristo. Trecento anni, con al centro la fantastica tomba di Marco Nonio Macrino, venuto da Brescia, che se non è il gladiatore è stato certamente un grande generale dell'imperatore Marco Aurelio. Con lui la moglie, colta a statura naturale nella classica posizione della "pudicizia" romana.

    Paolo Brogi



    LA REPUBBLICA (31 Luglio 2013)

    Russell Crowe: 'Salvate la tomba del Gladiatore'

    In difesa del mausoleo di Marco Nonio Macrino

    L'attore di Holly wood scende in campo per salvare il monumento funerario del II secolo d. C., venuto alla luce nel 2008 alla periferia di Roma in via Vitorchiano, lungo la via Flaminia.

    Considerato tra i ritrovamenti più importanti degli ultimi trent'anni per la potenza architettonica dei suoi marmi, sarà reinterrato.
    Partita una petizione online, "Save the Gladiator's Tomb" di SILVIA BIZIO e LAURA LARCAN.

    "Di tutte le grandi nazioni del mondo, l'Italia in particolare dovrebbe essere una guida nel promuovere l'importanza di esplorare e conservare il passato antico". Parola di Russell Crowe.

    È il divo di Hollywood, che al cinema ha vestito i panni da premio Oscar de Il Gladiatore, a scendere in campo per salvare a Roma il mausoleo di Marco Nonio Macrino.

    È la tomba del generale dell'imperatore Marco Aurelio che ha ispirato la star dell'arena di Ridley Scott, Massimo Decimo Meridio. Il magnifico monumento funerario del II secolo d.c., venuto alla luce nel 2008 alla periferia di Roma in via Vitorchiano, lungo la via Flaminia, considerato tra i ritrovamenti più importanti degli ultimi trent'anni per la potenza architettonica dei suoi marmi, sarà reinterrato.
    Una scelta "dolorosa" e non certo presa a cuor leggero dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma che, come dichiara la soprintendente Mariarosaria Barbera, "non è in grado di spendere tre milioni di euro per un progetto di valorizzazione che preveda anche la protezione e la bonifica dei 13mila metri quadrati dell'area.

    E certo resta la sensazione che, fosse emerso nelle periferie di Berlino, Parigi o Washington, il mausoleo di Macrino avrebbe avuto altro destino".

    Perché la "tomba del Gladiatore", con le sue colonne e trabeazioni intere, i frammenti colossali di timpani, la raffinata manifattura delle decorazioni, la gigantesca iscrizione dedicatoria, conservati negli strati millenari di fango del Tevere, potrebbe essere anche ricostruita. E dallo scavo di via Vitorchiano potrebbe partire il progetto del parco archeologico dell'antica via Flamina, un moderno museo all'aperto da godere in bicicletta o in treno.

    Un "sogno" che spinge Russell Crowe, interpellato da Repubblica, a lanciare un appello: "I membri dell'amministrazione comunale di Roma dovrebbero sempre incoraggiare i cittadini italiani ad essere fieri dei successi e della gloriosa storia del loro Paese".

    E per salvare il monumento è partita ieri una petizione online, "Save the Gladiator's Tomb", promossa dall'American Institut for Roman Culture che coinvolge una rete mondiale di studiosi e ricercatori. "

    Vogliamo testimoniare al ministero per i Beni culturali che c'è grande interesse per questa scoperta da parte della comunità scientifica di tutto il mondo - racconta l'archeologo americano e divulgatore scientifico Darius Aarya, che al mausoleo di Macrino ha dedicato documentari per History Channel -

    Non contestiamo l'operazione di reinterro perché ne comprendiamo le motivazioni, ma vorremmo che si prendessero in considerazione tutte le possibili soluzioni. Come ultima chance, puntiamo a raccogliere fondi per salvare il monumento".

    D'altronde, da quando la notizia della scoperta del monumento funebre del condottiero romano ha fatto il giro del mondo, in America s'è accesa subito una grande passione nei confronti di Macrino legato al personaggio del film con Russell Crowe.

    Anche la stampa d'oltremanica si è occupata del destino che incombe sul monumento, con The
    Guardian che ieri ha denunciato la sorte "triste " dei beni culturali in Italia afflitti dalla scure dei tagli. Reinterrare è una "sconfitta" come la definiscono gli archeologi americani, se si considera che, conti alla mano, fino ad oggi la Soprintendenza di Roma ha speso, tra scavi, restauri, interventi d'emergenza, circa 700 mila euro e ne serviranno almeno altri 250 mila per ricoprire l'area.

    Un'apertura a collaborare arriva già dalla proprietà del terreno, il Gruppo Bonifaci, che sull'area punta a realizzare tre palazzine:
    "Siamo disponibili a sostenere economicamente un'operazione di valorizzazione dell'area collaborando con la Soprintendenza ad un progetto di qualità condiviso, in cui il patrimonio archeologico possa convivere in modo intelligente con i nostri interventi residenziali ", dice Cristian Toffano.

    La partita potrebbe così riaprirsi, come commenta la soprintendente Mariarosaria Barbera:

    "Prendo atto con soddisfazione e spero di poter valutare proposte concrete e di qualità al più presto. Prima di reinterrare, ogni ipotesi alternativa deve essere esplorata".

    Ma bisogna fare in fretta. Perché, come ribadisce Russell Crowe,

    "è dai dettagli delle esplorazioni archeologiche che vediamo e capiamo quello che ci lega alla nostra storia, quello che la storia ci può insegnare e cosa può essere il nostro futuro con quella conoscenza".




    XX Municipio, Perina (PdL): Mausoleo Marco Nonio Macrino, una perla di Roma da salvare
    12-Dicembre-2012 

    Marco Perina, Vicepresidente del XX Municipio e Assessore alla Cultura, uno dei destinatari della petizione lanciata dall’American Institut for Roman Culture per salvare la “tomba del gladiatore” di via Flaminia, interviene a difesa del Mausoleo. 

    “Non si può restare insensibili di fronte alla notizia che il Mausoleo di Marco Nonio Macrino corre il rischio di essere reinterrato perché mancano i fondi per erigerlo in tutta la sua magnificenza, valorizzarlo e rendere il sito di via Vitorchiano un polo museale a cielo aperto.”

    “Il Mausoleo è di una bellezza unica, tutta l’area lo è considerando non solo ciò che è stato rinvenuto ma quanto altro ancora è nascosto sotto metri di terra. Nell’insieme, un piccolo Foro Romano che nulla avrebbe da invidiare al fratello maggiore.”

    Così si esprime Marco Perina in merito all’ipotesi di reinterramento recentemente palesata dalla Sovrintendenza con l’obiettivo di proteggere la più importante scoperta archeologica degli ultimi 30 anni effettuata proprio in via Vitorchiano, sulla Flaminia, territorio di competenza del XX Municipio.

    “Reinterrare il Mausoleo per mancanza di fondi sarebbe un suicidio storico-culturale imperdonabile per la nostra e le future generazioni. Con le dovute proporzioni, è come se si reinterrasse Pompei” continua il vicepresidente del XX Municipio sostenendo: “occorrono tre milioni di euro? Vanno assolutamente trovati.”

    “Ringrazio vivamente l’American Institut for Roman Culture che ha lanciato una petizione, della quale sono uno dei destinatari, con l’obiettivo di smuovere le coscienze e anche io mi appello al Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Lorenzo Olnaghi, al Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e a tutti quei soggetti pubblici che possano in qualche modo contribuire a raggiungere questa cifra per salvaguardare un bene così prezioso.”

    “Nel Maggio 2011 - ricorda Marco Perina - il Consiglio del XX Municipio di Roma ha votato all’unanimità un documento con il quale si chiedeva al Sindaco di Roma l’apposizione del vincolo archeologico di assoluta inedificabilità su tutta l’area interessata e lo si invitava ad adoperarsi, di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per reperire le risorse economiche necessarie a musealizzare il sito e comprenderlo nel programma, già approvato fra i progetti di Roma Capitale, di Parco Archeologico della via Flaminia, da Ponte Milvio a Malborghetto.



    COMMENTO

    Purtroppo non risulta a tutt'oggi che quel "vincolo archeologico di assoluta inedificabilità su tutta l’area interessata" sia mai stato applicato.


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  • 03/17/14--06:32: CUICUL - DJEMILA (Algeria)
  • IL TEATRO

    Sembra che il nome del villaggio di Djemila significhi "La bella". Il suo nome in epoca romana era però Cuicul, una splendida città e oggi un sito archoelogico unico per l'architettura romana sapientemente adattata al monte su cui si arrampica.

    Oggi Djémila è un villaggio montuoso dell'Algeria, situato vicino alla costa del mar Mediterraneo a est di Algeri. La città di Cuicul venne fondata su un piccolo centro berbero preesistente, creandone una colonia romana, sotto l'imperatore Nerva (96-98) secondo alcuni, o sotto Traiano (98-117) secondo altri.

    I Berberi erano abitanti autoctoni del Nordafrica, chiamati barbari, da cui la distorsione in Berberi, dai romani, nome dato a tutti coloro che non parlassero il latino.

    Le significative costruzioni di Djémila includono un teatro, due Fori, templi, basiliche, archi, strade e domus. Le rovine eccezionalmente conservate circondano il Foro dell' Harsh, una grande piazza pavimentata con l'entrata segnata da un arco monumentale. 

    Era situata in una regione montuosa, su uno stretto pianoro tra gli avvallamenti di due torrenti, e presenta una pianta allungata in senso nord-sud. Si trovava sulla strada tra Cirta (oggi Costantina) e Sétif.

    La colonia romana di Cuicul fu costruita nel I sec d.c. con lo scopo di farne una fortezza militare su una striscia di pianura triangolare. 

    Il terreno è piuttosto accidentato, essendo situato alla confluenza di due fiumi. Il primo nucleo della città sorse con impianto tipicamente romano basato su un cardine e un decumano con le vie parallele e ortogonali, allocandosi sulla parte settentrionale del pianoro. 

    TEMPIO GENS SETTIMIA
    Si conservano delle mura cittadine pochi resti e le due porte alle estremità del cardine massimo. Il foro cittadino ("Foro vecchio") si trovava al centro della città ed era costituito da una piazza quasi quadrati con portici su de lati e tempio capitolino sul lato nord.


    Sul foro si affacciavano inoltre una curia e una basilica civile. Tra gli edifici pubblici della città erano inoltre compresi un tempio dedicato a Venere Genitrice con recinto sacro, un macellum e un edificio termale. Alcune delle case scavate erano vaste residenze articolate intorno ad un peristilio ed erano ornate da mosaici.

    I costruttori di Cuicul seguirono un piano standard con un Foro al centro e due strade principali, il Cardo Massimo e il Decumano Massimo, componendo gli assi principali a cui si aggiunsero le vie
    affluenti in modo ortogonale ai due assi.

    La città fu inizialmente abitata da una colonia di soldati, cresciuta poi trasformandosi in un centro di commerci. Le risorse che contribuirono alla ricchezza della città erano essenzialmente agricole (cereali, olivi e fattorie).

    Durante il regno di Caracalla, nel III sec., gli amministratori di Cuicul's abbatterono i vecchi edifici per costruire un nuovo Foro che circondarono di splendidi e monumentali edifici. Poichè il terreno era diventato prezioso costruirono un grandioso teatro fuori delle mura della città.

    Con un'architettura brillantemente adattata alle montagne che la circondavano, su uno sperone di roccia alto ben 900 m, tra i torrenti di montagna Guergour e Betame, la città ebbe così il suo senato e il suo foro. Verso l'inizio del III secolo, si arricchì del Tempio di Settimio Severo, l'Arco di Caracalla, il mercato e la basilica.
    Sempre dal III sec. come testimoniano le iscrizioni relative ad opere edilizie e i mosaici delle abitazioni, la città si abbellì di decorazioni e monumenti fino alla fine del IV sec. 

    FORO VECCHIO CON I RESTI DEL CAPITOLIUM

    Il suo declino iniziò con la caduta dell'impero tra il V e il VI sec. Sopravvisse alla conquista dei Vandali di Genserico e dopo la successiva riconquista bizantina, ma non fu più la stessa e mano a mano la gente l'abbandonò.

    Fu rimessa in luce dagli scavi a partire dal 1909, e gli scavi portarono alla luce:

    - il Campidoglio
    la Curia, 
    la basilica civile
    la Basilica Julia
    I resti del Tempio di Venere Genitrice
    aristocratiche residenze riccamente decorate con mosaici sono ancora visibili. 

    Verso sud si è scoperta l'espansione della città, avvenuta soprattutto verso la metà del II sec. con la nascita di un nuovo quartiere con altri monumenti privati e pubblici.


    META SUDANS
    Tra questi ultimi emergono:

    - l'Arco di Caracalla,
    - un secondo foro,
    - il Tempio della Gens Septimia,
    - un teatro ampliato alla capacità di 3,000 posti a sedere, già costruito sotto Antonino Pio.
    - i bagni pubblici, costruiti durante il regno di Commodo,
    - una basilica vestiaria dove si commerciavano tessuti e tele,
    - una fontana che è una replica in scala ridotta della Meta Sudans di Roma.

    I resti hanno dovuto temere terremoti, incendi e vandalismi, ma soprattutto furti e costruzioni illegali che ne deturpano i siti.

    Le vestigia archeologiche di scavo dal 1909 portano la testimonianza dei classici componenti delle città romane, come: 

    - la pianta romana a cardo e decumano, 
    - i metodi di costruzione (strade, cancelli, acquedotto, tempio di colonnata, teatro, ecc), 
    - le decorazioni (bassorilievi, bordi e frontoni, capitelli delle colonne, mosaici ecc) 
    - il materiale da costruzione (pietra, mosaico, ceramica, ecc), che che conferiscono al sito un eccezionale valore universale.

    Si calcola che a Cuicul abbiano potuto vivere, soprattutto nel III sec, ben 20.000 persone, un numero ragguardevole riportato alle popolazioni dell'epoca e soprattutto rapportato ai notevoli monumenti che abbellivano la città, una spesa ragguardevolissima che fa capire quanto questa comunità fosse diventata prosperosa.

    L'ingresso al sito passa per il museo, che semplicemente è troppo piccolo per tutto ciò che contiene. Infatti in tre camere sono caricati, mosaici come detto, come statue di marmo, decorazioni, e cose diversissime come lampade ad olio e oggetti per la cottura.

    L'ARCO DI CARACALLA
    Degli edifici romani posti alla periferia di Djemila  c'è la Casa d'Europa, che ha il suo nome da un mosaico interno. E 'composto da 18 camere intorno a un cortile, decorato da colonne ioniche.

    In epoca successiva si formò a sud est un complesso cristiano (il primo vescovo di Cuicul è menzionato nel 255).

    Esso fu costituito da due basiliche cristiane disposte parallelamente (una più antica a tre navate, datata tra IV e V secolo e una più recente a cinque navate, datata tra V e VI secolo).

    Poi una terza cappella e un battistero (probabilmente connesso alla basilica più antica e connesso ad un piccolo stabilimento termale).

    Infine una grande abitazione interpretata come residenza episcopale.

    Inutile specificare che i siti cristiani sorsero sopra e a discapito dei monumenti pagani barbaramente depredati e demoliti.

    Nel 1982 il sito archeologico è stato inserito nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO


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