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  • 01/22/14--13:46: CULTO DELLE MUSE

  • LE MUSE GRECHE

    Nella mitologia greca sono divinità olimpiche, (ma per altri poi divennero una specie di ninfe), figlie di Zeus e di Mnemosyne, cioè la Memoria, a sua volta figlia di Urano e di Gea) e sono al seguito di Apollo. Nella Grecia rappresentavano l'ideale dell'Arte, una delle massime rappresentazioni del divino.

    Così ne parla lo storico Walter Friedrich Otto:
    « Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma - almeno originariamente - nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse »
    (Walter Friedrich Otto. Theophania)

    "Le muse sono le dee del canto e della musica. Le muse abitano in Beozia, all'ombra dei boschi presso le sorgenti. Lì giocano e danzano sull'erba con le Ninfe: intrecciano i capelli con ghirlande. I cittadini di Atene onorano moltissimo le Muse: i poeti all'inizio dei canti invocano le Muse, i giovani e le fanciulle durante la giovinezza offrono sacrifici alle muse e chiedono il dono della saggezza e della fama.Le muse non solo hanno cura del canto, ma anche della conoscenza: Urania è la Musa dell'astronomia, Clio della Storia."

    Una leggenda racconta che le Muse impegnate in una gara di canto riuscirono, con le loro soavi melodie, ad arrestare il corso delle sorgenti e dei fiumi e che addirittura il monte cominciò a salire verso il cielo.

    Esiodo, nel VII secolo ac., racconta di avere incontrato le Muse da giovinetto, mentre pascolava le greggi sulle pendici della montagna, dove Eros e le Muse avevano già allora santuari ed un terreno per le danze vicino alla vetta. Furono loro ad ispirargli la Teogonia, come è evidente dall' invocazione:
    « Cominci il canto mio dalle Muse Eliconie, che sopra
    l'eccelse d'Elicona santissime vette han soggiorno,
    e con i molli pie' d'intorno alla cerula fonte
    danzano, intorno all'ara del figlio possente di Crono.
    Esse, poiché nel Permesso lavate han le tenere membra,
    o d'Ippocrène nell'acque, oppur del santissimo Olmèo,
    intreccian d'Elicona sui vertici sommi, carole
    agili, grazïose: ch'è grande virtù nei lor piedi
    »
    (Esiodo, Teogonia, 1-8, trad.)

    A volte erano definite anche Aganippidi, dal nome della fonte Aganippe, presso il monte Elicona, o Pimplee, da una fonte ad esse dedicata sul monte Pimpla, nella Tessaglia. In Teocrito sono definite "Pieridi", poiché una tradizione collocava la loro nascita nella Pieria, in Macedonia.
    Il più importante e il più splendido fra tutti i santuari dedicati alle Muse in Grecia fu quello dell'Elicona, nel quale ogni cinque anni si celebravano grandi feste che comprendevano principalmente concorsi musicali e poetici; in seguito si arricchirono di tragedie, commedie, drammi satireschi. Si celebrarono fino al tempo di Costantino.



    I NOMI

    I nomi secondo l'ordine di Erodoto (Storie):

    Clio, colei che rende celebri, cioè la Storia, seduta e con una pergamena in mano;
    Euterpe, colei che rallegra,  cioè la Poesia lirica, con un flauto;
    Talia, colei che festeggia, cioè la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera e un bastone;
    Melpomene, colei che canta, cioè la Tragedia, con una maschera, una spada ed il bastone di Eracle;
    Tersicore, colei che si diletta nella danza, cioè la Danza, con plettro e lira;
    Erato, colei che provoca desiderio, cioè la Poesia amorosa, con la lira;
    Polimnia, colei che ha molti inni, cioè la Mimica, senza alcun oggetto;
    Urania, la celeste, cioè l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo. Urania (ma per altri Tersicore) è considerata madre di Lino, il quale era un musico notevole, che osò rivaleggiare con lo stesso Apollo e questi, indignato, lo uccise.
    Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo; Calliope è madre di Orfeo, il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le Muse gli insegnarono a usarla. 





    LE ORIGINI


    I genitori

    - Secondo Pausania, Zeus generò in Mnemosine tre muse giacendo con lei per nove notti: Melete (la pratica), Mneme (il ricordo) e Aede (il canto), che unite assunsero il nome di Mneiai.
    Mnemosine era una delle Titanidi, esseri immortali, detentrici in coppia coi Titani della settimana e delle sette potenze planetarie dell'epoca.
    «Ma quando il culto dei Titani fu abolito, in Grecia la settimana cessò nel calendario ufficiale, certi autori, Esiodo, Apollodoro, Stefano di Bisanzio, Pausania e altri, modificarono il numero di tali divinità da quattordici a dodici, probabilmente per farlo corrispondere ai segni dello Zodiaco.»

    - Per altri erano figlie di Urano e Gea, 
    - altri ancora credevano che Armonia, figlia di Afrodite, fosse la loro antenata e che fossero nate ad Atene.
    - Eumelo di Corinto, poeta dell'VIII sec. a.c., cita altre tre muse, Cefiso, Apollonide e Boristenide, dichiarandole figlie di Apollo.
    - Mimnermo, del VII sec. ac., riferisce due generazioni di muse, figlie rispettivamente di Urano e Zeus.
    - Altri le considerano figlie di Pierio e della ninfa Antiope, (ma per altri ancora questi sono i genitori di nove fanciulle che, sconfitte dalle Muse in una gara, vennero trasformate in uccelli). Da Pierio prende il nome la Pieria, presso il monte Olimpo in cui Esiodo colloca l'unione tra Zeus e Mnemosyne. 


    Il Numero

    Rispetto al numero delle Muse le tradizioni non concordano.
    - Tre muse venivano venerate a Sikyon e Delfi,con i nomi di Mese, Nete e Ìpate. 
    - Cicerone narra di quattro muse: (Telsinoe, Melete, Aede, Arche),
    - Invece sette  muse erano venerate a Lesbo (città natale di Saffo), 
    - otto secondo Cratete di Mallo (filosofo del II sec. a.c.), 
    - e per altri nove, tra questi Omero ed Esiodo per cui nove restarono nella religione greca. Esiodo le cita nella sua Teogonia, ma senza specificare di quale arte siano le protettrici:
    « le nove figlie dal grande Zeus generate,
    Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,
    Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,
    e Calliope, che è la più illustre di tutte.
    »
    (Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)


    Paese natale

    - Alcune fonti collocano la venerazione per le muse come originaria della Tracia,
    - altri nella nella Pieria, 
    - successivamente si diffuse in Beozia, dove si trova il monte Elicona, luogo a loro consacrato, per cui erano dette anche Eliconie, e la regione era abitata dagli Aoni, per cui venivano anche chiamate Aonie. 
    - Esiodo le pone infatti sul monte Elicona, in Beozia, dove erano particolarmente venerate.   . 
    - Molti erano i luoghi a loro sacri: la sorgente di Aganippe,
    - e la fonte di Ippocrene, creata per loro dal cavallo Pegaso che batté gli zoccoli a terra. 
    - Altri luoghi erano il monte Parnaso, 
    - la fonte Castalia posta a Delfi
    - e lo stesso Olimpo. 
    - Poi passò ad Ascra (Beozia), 
    - Sicione 
    - e Lesbo,
    - Si conoscono diversi luoghi dove sorgevano altari a loro dedicati come l'Ilisso,
    - in seguito il loro culto si diffuse in tutto il mondo greco, a Eleutere, nell'Attica e in tutta la Grecia. Lo troviamo ad Atene, a Corinto, a Trezene, a Sparta, a Messene, a Olimpia, a Megalopoli; nelle isole a Creta, Lesbo, Paro, Tera; nelle colonie greche di Sicilia e della Magna Grecia, a Siracusa, Crotone, Taranto, Turii.


    Il canto delle muse

    - Spesso facevano da coro ad Apollo e venivano invitate alle feste degli Dei e degli eroi perché allietassero i convitati con canti e danze, spesso cantando insieme. 
    - Il loro canto più antico fu per la vittoria degli Dei contro la rivolta dei titani. 
    - ma allietarono pure le nozze di Cadmo e Armonia 
    - e le nozze di Teti e Peleo, celebrate dinanzi alla grotta di Chirone sul monte Pelio.
    - Spesso allietavano Zeus, loro padre, cantandone le imprese. 
    Le Muse erano considerate anche le depositarie della memoria (Mnemosine era la dea della memoria e secondo altre fonti anche quella del canto e della danza) e del sapere in quanto figlie di Zeus. Il loro culto fu assai seguito dai Pitagorici. Cantarono tristemente invece alla morte di Achille per diciassette giorni e diciassette notti. 



    LE SFIDE

    Le Sirene

    Guai a chi osasse sfidarle: le sirene furono private delle proprie ali, utilizzate poi dalle stesse Muse per farsene delle corone. Le Pieridi, nove come le muse, le sfidarono al canto, chiedendo in caso di vittoria le fonti sacre alle avversarie, dopo la prova delle Pieridi fu Calliope a partecipare per le muse e dopo un lungo canto vinse e le donne vennero tramutate in uccelli.

    La loro magnificenza incantò Pireneo, che, dopo aver conquistato la Daulide e parte della Focide, morì al loro inseguimento.
    Apollo le convinse ad abbandonare il monte Elicona portandole a Delfi, per cui il Dio fu detto Musagete. 


    Tamiri 

    Il cantore Tamiri proveniente da Ecalia, si vantava della sua abilità nel canto e le sfidò a Dorio, proponendo in caso di vittoria il sesso con tutte, mentre se avesse perso loro avrebbero potuto disporre del suo corpo. Conclusa la gara con la sconfitta di Tamiri, fu privato della vista e dell'abilità del canto. Euripide invece narra di gravi ingiurie alle Muse fatte da Tamiri e per questo punito con la cecità.

    Le muse avevano insegnato il famoso indovinello alla sfinge, il mostro generato da Echidna con Tifone, che proponeva ai Tebani che passavano per il monte Fichio.


    Orfeo

    Orfeo, figlio della musa Calliope, e del sovrano tracio Eagro, venne fatto a pezzi e gettato in mare dalle Baccanti, ma le Muse ne raccolsero le membra sparse seppellendolo a Libetra, presso le pendici del monte Olimpo.


    Aristeo

    Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, venne accudito dalle muse che gli offrirono in sposa Autonoe, da cui ebbe due figli, Atteone e Macride. Le muse gli insegnarono le arti mediche, della guarigione e la capacità di profetare, in cambio Aristeo badava alle loro greggi che pascolava nella pianura  di Ftia. Egli si innamorò inutilmente di Euridice, poi sposa di Orfeo.


    Apollo e Marsia

    Marsia era un satiro, figlio di Eagro che possedeva un flauto magico trovato per caso, con cui poteva suonare melodie al pari dell'abilità della lira della divinità. Sicuro della vittoria volle sfidarlo e si decise che venisse giudicato da Zeus alla presenza di Atena e delle Muse. Però le Muse non sapevano decidersi ed evidentemente neppure Zeus e Atena.

    Dopo aver assistito ad entrambe le esibizioni le muse non seppero assegnare la vittoria a nessuno dei contendenti, allora Apollo, per continuare la gara, decise di suonare la lira e insieme cantare, impossibile col flauto e quindi le muse decisero che la vittoria fosse sua. Apollo per punire Marzia lo scuoiò vivo!..



    IL CULTO

    I sacrifici a loro dedicati prevedevano l'uso di acqua, latte e miele. Si racconta che i primi ad onorare le muse dell'Elicona fossero i gemelli Efialte e Oto.  A Trezene venne fondato un santuario da Ardalo, uno dei figli di Efesto e di Aglaia.

    Pitteo fondò poi a Trezene il più antico tempio greco, quello di Apollo Teario, dove si adoravano anche le Muse.
    A seconda delle regioni e delle località predilette le Muse vennero adorate con epiteti svariatissimi: Parnassidi, Eliconidi, Pindidi, Pimpleidi, Castalidi, Ippocrenidi, Aganippidi, Pieridi.

    Le Muse sono oggetto di grande devozione in tutti i campi dell'arte, fra le più antiche, si ricorda la base di Mantinea attribuita a Prassitele, ed oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Nel mondo romano sono noti moltissimi dipinti provenienti da Pompei, e mosaici, alcuni dei quali conservati al Museo del Bardo di Tunisi.



    LE MUSE ROMANE

    Il culto delle Muse dalla grecia passò a Roma, e benché non fossero oggetto di vera e propria devozione, erano comunque considerate come protettrici delle Arti;  considerate un po' come le Camene.
    Plutarco dice (Cono/ano, 1,5) che la miglior azione esercitata dalle Muse sugli uomini è questa, che esse nobilitano la natura umana mediante il senno e la disciplina, liberandola da ogni smoderatezza.

    Con la letteratura greca le Muse entrarono anche in Roma, e secondo la tradizione Numa Pompilio per primo avrebbe consacrato loro un'edicola sul Celio e un boschetto irrigato da fonti, specialmente dalla celebre fonte della ninfa Egeria. Scarsa fu la loro importanza nel culto. Un unico tempio fu loro innalzato da Fulvio Nobiliore, ove erano associate a Ercole, e solo contribuì a renderle più popolari la loro identificazione con le Camene, divinità indigene dell'ispirazione profetica, già avvenuta quando Fulvio dedicò il suo tempio.
    La filosofia pitagorica, fece anche a Roma delle Muse il motore dell'etere fra i pianeti: garantendo i movimenti armonici planetari esse assicurano che tutto sia pervaso da ordine, sapienza e armonia.

    Anche se nell'Urbe il loro culto non era molto seguito, se non dai poeti, gli scrittori e i musici che si rivolgevano a lei per l'ispirazione, fu più sentito nei villaggi dove divennero una sorta di ninfee benevole. Per cui si dedicò loro nei pagus delle offerte mai cruente, come d'altronde avveniva con le ninfee. Si offriva loro latte, vino e miele. Il culto delle Muse venne cos' a fondersi con quello delle camene e delle ninfee. Pertanto a Roma le Muse persero la qualità di Dee come avevano in Grecia e vennero praticamente onorate come e insieme alle ninfe.

    Villa Adriana dopo esser stata saccheggiata da Totila, conobbe lunghi secoli di oblio, durante i quali venne ridotta a cava di mattoni e di marmi per la vicina città di Tivoli, importante sede vescovile. Alla fine del Quattrocento, Biondo Flavio la identificò nuovamente come la Villa dell'Imperatore Adriano di cui parlava l'Historia Augusta, e nello stesso periodo Papa Alessandro VI Borgia promosse i primi scavi all'Odeon. Negli scavi papalini (1492 - 1503) emerse il ciclo delle Muse sedute, purtroppo venduto dagli Odescalchi alla Spagna per 50000 scudi, e che giace pertanto al museo del Prado.













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  • 03/21/14--07:02: ERME ROMANE
  • CONSACRAZIONE DI UN ERMA

    L'erma è un pilastrino di sezione quadrangolare, sormontato da una testa scolpita a tutto tondo, che nell'antica Grecia (soprattutto in Attica), raffigurava Ermes (da cui il nome).
    Le erme erano collocate lungo le strade, ai crocevia, ai confini delle proprietà e dinnanzi alle porte per invocare la protezione di Ermes, sui confini in genere, quindi a guardia di ladri e di incidenti.
    L'altezza era variabile da 1,00 m a 1,50 m e le più antiche conosciute risalgono alla fine dell'età arcaica (ultimo quarto del VI secolo a.c.).

    L'erma deriva da una delle prime forme arcaiche di rappresentazione delle divinità, il così detto betile posto a protezione delle vie e delle soglie.
    I betili ebbero forme varie varie: conica, piramidale, antropomorfa, cilindrica, prismatica, triangolare, ecc. 

    Venivano posti in posizione verticale a rappresentare la Grande Madre.
    Il primo betilo fu addirittura un tumulo sbiancato, poi divenne una pietra eretta.
    L'adorazione delle pietre è pertanto il culto della Dea Natura, madre di tutto l'esistente.

    FILA DI BETILI A PRANU MUTTEDU (Sardegna)
    Il Tempio di Cibele a Pessinunte, antica città della Frigia, custodiva il famoso betilo di pietra nera di Cibele, il quale fu poi portato solennemente a Roma nel 204 a.c. secondo un responso dei libri sibillini. Un altro famoso betilo si trovava ad Emesa (Siria), e fu trasportato a Roma dall'imperatore Eliogabalo nel 220.

    In Italia i betili si trovano soprattutto in Sardegna, sia isolati che in recinti megalitici, detti tombe dei giganti, in genere per delimitare un'area sacra. 

    Poi al betilo si sostituì l'immagine, prima della Dea poi di un Dio, divenendo la vera e propria erma che talvolta aveva due teste, a significare l'inizio e la fine di un ciclo, come Giano bifronte o addirittura quattro, come sull'erma dell'Ecate sul Ponte dei Quattro Capi, all'Isola Tiberina di Roma.



    L'ERMA DI ERMES 

    In epoca greca le erme raffiguravano il Dio Ermes che appariva col volto barbuto di un uomo maturo con un fallo eretto sulla colonna. Veniva posto lungo le strade o nei confini di proprietà, con la funzione di invocare la protezione del Dio ai viandanti. 

    Per i Greci in Ermes era lo spirito del passaggio e dell'attraversamento:custode quindi di qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento, transito, anche da un luogo all'altro. 
    Sicuramente i più antichi erano in legno e venivano posti a guardia dei confini dei terreni e quindi delle proprietà.

    La stessa cosa avvenne a Roma, copiando i miti greci. C'è però un aneddoto storico che illustra molto bene quest'usanza.



    LO SCANDALO DELLE ERME

    Lo scandalo delle erme (o notte delle erme o mutilazione delle erme) avvenne ad Atene in una notte del 415 a.c., nel periodo della Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.) e di cui parlano Tucidide, Andocide e Plutarco.

    La notte prima della partenza della spedizione ateniese in Sicilia guidata da Alcibiade, vennero mutilate le erme collocate ai crocevia delle strade e nelle piazze di Atene e raffiguranti il fallo e la testa del Dio Hermes. 

    Sacrilegio gravissimo e presagio infausto per la spedizione che stava per partire.

    I sospetti caddero su Alcibiade, noto per la sua ambiguità sessuale, per l’ostilità nei riguardi della tradizione, e per la sua dissacrazione. Ne nacque un vero e proprio scandalo pubblico, il più grave  nell’Atene del V secolo.

    Gli accusatori cominciarono comunque a raccogliere le prove e a istruire il processo: Alcibiade chiese di poter essere processato prima della partenza, ma lo lasciarono salpare con la flotta, per non danneggiare la spedizione.

    La spedizione partì per la Sicilia, ma sin dall’inizio l’operazione non parve fausta ed ebbe mille difficoltà. 

    Dopo un anno, durante il quale l’esercito ateniese in Sicilia si era limitato a fortificare la propria base a Catania, Alcibiade venne raggiunto dalla trireme di Stato ateniese, per essere scortato  in patria. 

    Nel corso della traversata, però, Alcibiade riuscì ad allontanarsi con la sua nave e sbarcare nel Peloponneso, dove chiese ospitalità ai nemici di Atene, gli spartani, che, conoscendone la fama lo accettarono volentieri.

    Nonostante la celebrazione del processo (399 a.c.), che vedeva imputato Andocide e Alcibiade (che nel frattempo era stato assassinato, 404 a.c.), poco o niente è emerso circa la verità dei fatti di quella notte se non che dietro l’empia bravata si nascondesse davvero un disegno sovversivo.



    L'ERMA DEL DEFUNTO

    La trasformazione da erma di Hermes a erma-ritratto deve essere avvenuta dall'assimilazione di Hermes quale psychopompòs, cioè funerario, che andava ad assumere i tratti fisici del defunto.

    Questo processo dovette svolgersi nella tarda età ellenistica o nell'epoca romana, come testimoniano le numerosissime erme romane sia in marmo che in bronzo. 

    In ambito italico era dopotutto diffuso il cippo funerario sormontato dalla testa del defunto (negli esemplari più antichi individuabile solo dal nome, con sembianze del tutto generiche), e fu forse l'innesto di questa tradizione con l'elegante forma greca a originare le erme-ritratto. 

    Il defunto veniva così eternato divenendo custode e nume tutelare della casa e della proprietà dei suoi nipoti e pronipoti.



    L'ERMA DI PRIAPO

    Spesso le erme presentano un fallo propiziatorio scolpito.

    A Roma e a Pompei, e quindi un po' ovunque, l'immagine di Mercurio-Ermes venne sovente sostituita con l'erma di Priapo, un grassoccio e sgraziato tipo provvisto di un fallo enorme, propiziatore della buona fortuna, del sesso, degli amanti, ma pure e soprattutto custode di terreni e giardini da eventuali ladri.

    Egli era guardiano minaccioso dei terreni, dei giardini, ma soprattutto delle vigne.

    Era infatti una divinità alquanto sgraziata e deforme, caotica rappresentazione della vegetazione selvatica e il suo enorme e caricaturale fallo voleva indicare appunto una rigogliosità smodata, una produttività senza ordine come è pertinente alla natura, ma che ormai gli uomini guardavano e temevano come un loro aspetto interiore incontrollato.

    Un lasciarsi andare ai piaceri senza freni inibitori.



    LE ERME FEMMINILI

    Roma antica ne era piena, venivano poste sui ponti, sulle piazze, sulle vie, sui cancelli delle proprietà private e pubbliche, nei viali, nelle ville, a indicare l'inizio e la fine di un percorso.

    Qui scorgiamo l'erma ma non di ermete bensì di Ecate, sul ponte dei Quattro capi, o Ponte Fabricio a Roma, quello che pone in comunicazione la città con l'isola Tiberina.

    Splendide le erme, di epoca Augustea, del Museo Palatino a Roma in marmo nero e a forma di canefora (portatrici di cesti) riproducevano degli originali greci. 

    La Dea infatti era la natura portatrice di piante e frutta, come Pomona, Opi ecc. che spesso adornavano i giardini.

    Come si vede dunque nella Roma antica le erme non riguardavano solo il Dio Mercurio (corrrispondente al greco Hermes) ma anche belle immagini femminili, come quella stupenda in bronzo del museo Palatino che si tira vezzosamente un capo della veste che va a fondersi col piedistallo quadrangolare.

    In realtà la figura doveva discendere come una pietra fondendosi con la terra, appunto a significare la Madre Terra nella sua solida stabilità per il piedistallo e la sua preziosa ed esuberante donatività dei suoi frutti nel canestro spesso rigonfio di frutti.

    Roma era talmente colma di erme che dopo l'abbattimento furioso degli iconoclasti cristiani gli scavi rinascimentali ne riportarono alla luce, sani o spezzati, un'infinità e di tutti i tipi, come ci narra il Lanciani.


    Siamo nel 1552, all'epoca di Giulio II:

    RODOLFO LANCIANI (sugli studi del Vacca)

    - (16 maggio). « scudi 5 a Pietro de Nerito scarp."° sotto campidoglio per prezzo di due termini di marmo -

    - A m."" Benedetto Gentilponte per prezzo di quattro termini che ci ha venduti per la vigna ". -

    -  (22 maggio:) «A m. Leonardo scultore per costo di 3. termini havuti da lui. (1 giugno).

    - « A m. Valente scudi tre di oro per darli a m. Giovanni scultore fior. per conto di una testa di marmo di termine. -

    -  (4 trimestre). « A m. Sandro scarpellino scudi 19. a buon conto di alcuni termini, che montano a scudi 49 ». -

    - In questi due mesi di maggio e giugno gli architetti ebbero necessità di erme Erculei, « La villa di Giulio III » in Nuova Antologia, torno 26, serie 3, 1 marzo 1890. per collocarle allo incrociamento dei viali di bosso, ovvero in giro attorno ai piazzali, e non si occuparono che di tali sculture iconografiche, ricercandole specialmente tra gli avanzi delle ville tiburtine.

    Vedi Kaibel 1128 (Eschine), 1140 (Aristofane), 1159 (Eraclito), 1168 (Isocrate), 1170 (Cameade), 1186 (Milziade), ecc. -

    - Deve notarsi a questo proposito che i più antichi descrittori di queste erme le dicono esistere " in hortis cardiualis de Medicis prope villam Julii III pont. max. ". Questo fatto può spiegarsi in due modi: il primo, e più accettabile, è che gli epigrafisti abbiano posta attenzione alle erme solo dopo il primo smembramento della villa avvenuto l'anno stesso della morte del pontefice: l'altro è che questo speciale gruppo delle erme tiburtine sia stato veramente raccolto dal card. Ferdinando, dopo che si era impossessalo di quella parte della villa.

    Ma è tempo di tornare ai conti camerali. -

    -  (10 luglio). Il barcaiuolo Andrea Schiavone conduce al Porto un termine antico che egli aveva caricato alla vigna di monsignor Datario.

    - 1553 (24 luglio), «i Ad Antonio Gioii figlio di Mattheo d'Adodio scudi 4. d'oro per prezzo di 2 teste di termini et u.* deonata (Dejanira?) -

    - Achille Esta 90, nel libro « Illustrium virorum vultiis » stampato da Antonio Lafreri, e dedicato al card. Perienot de Granvelle il 1" agosto del 1568, publica le imagini delle erme inscritte coi nomi di Milziade, Eraclito, Aristofane, Isocrate. Carneade, più due erme semplici anonime (tav. XXIX, XXXIV) e tre ba.:chiche doppie (tav. XLIII, XLIX, LI, Lll). -

    ERMA DI ALESSANDRO MAGNO
    - A queste, che rEsta90 descrisse, quando era già incominciato lo smembramento della villa « in hortis Cardinalis de Medicis propre villam Julii III. pont. max. » si dovranno aggiungere l'erma di Esquiline (Kaibel 1128) che il AVaelscapple descrisse « in vinca pont.... Tiburti allatus» ma non quella doppia di Erodoto e Tucidide che appartenne alla collezione Cesi, e che solo il Boissard per errore manifesto pretende aver visto in horto Julii III p. m. -

    - Erma d'alabastro orientale bianchissimo col petto di marmo cotognino e variegato, lodato da Boissardo -
    CAPRANICA ANGELO (1572, 5 agosto) « scudi venti al S. Angielo Capranica per pretio de una Minerva senza testa, et una testa di termine frusta » .

    - Scavi nella villa Magarozzi sul Celio: Vi sono duo Termini con le lor lunghe basi, e col membro virile: uno è di Greco, perchè vi ha queste due lettere A • f • l'altro è Latino. -

    - 1553 In Villa Mattei sul Celio:  « Quattro termini di marmo nella facciata della fontana.
    Doi altri termini di marmo alla porta del detto Giardinetto.
    Doi Terminj di marmo nell'entrare della detta loggia della fortuna coperti con pelle di leone.
    Doi termini di marmo a capo il viale principale incontro alla fontana grande.
     Doi termini incontro alla porta principale del Giardino con li suoi piedi di trevertino.
    Doi termini nell'entrare del giardinetto segreto del palazzo.
     Qnattro termini nelli pilastri sotto la loggia fatta a musaico.
    Un termine di trevertino con tre teste di marmo sopra attaccate insiemi di mezzo rellievo con un ornamento di marmo sopra dette teste a capo del viale delle ragnaie.
    Una statua a modo di termine dentro alla fontana del fiume alta palmi otto.
    Doi termini con il colore di marmo in capo del viale delli colsi.
    Tredici termini di peperino alla piazza del palazzo con le base di trevertino sotto    »

    Essendo stato Alcibiade un tipo un po' irruento qualcuno ha giocato un po' sulla sua erma, si può anche capire, Alcibiade a causa delle accuse degli ateniesi, non sappiamo se vere o false, venne alla fine assassinato dagli Spartani.



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  • 01/24/14--06:16: ACQUA MARCIA


  • IL COSTRUTTORE

    Fu costruito dal pretore Quinto Marcio Re ( Quintus Marcius Rex) tra il 144 e il 140 a.c., membro della gens Marzia, fondata, si dice, dal re Anco Marzio.

    Fu eletto pretore nel 144 a.c, e costruì l'acquedotto dell'Aqua Marcia, il più lungo di Roma, che fu famoso per la purezza delle sue acque e la sua fresca temperatura.

    Venne commissionato dal senato per rimpinguare l'Appia e l'Anio (Plin. NH XXXVI.121, a cui erroneamente aggiunse la Tepula, costruita nel 127 a.c.).
    Costò complessivamente 180,000,000 sesterzi (Frontinus, de aquis; Prop. III.; Strabo V; Vitruv. VIII.3.1; Tac. Ann. XIV.22).

    Due archi dell'acquedotto vennero rappresentati in una moneta di Caio Marzio Censorino (87 a.c.), e 5 archi sulle monete di L. Marzio Filippo.

    Esso nacque dalle sorgenti abbondanti e pure di Marano Equo, tra Àrsoli ed Agosta, che ancora oggi portano l'Acqua Marcia. Per la prima volta si ricorse agli archi, con una fila ininterrotta di 9 km., che fiancheggiavano la via Latina, fino allo Spem Veterem, là dove sorgeva l'antico tempio della Dea Speranza.
    Seguiva poi le Mura Aureliane, arrivava alla Porta Tiburtina e poi raggiungeva il castello terminale vicino a Porta Collina. Da qui, mediante castelli secondari, alcuni rami si staccavano per raggiungere varie parti della città.

    Un ramo serviva il Quirinale e il Campidoglio, un altro, il Rivus Herculaneus, serviva il Celio e l'Aventino, un altro, potenziato con l'aggiunta di una nuova sorgente, la Fons novus Antoninianus proveniente da Àrsoli, col nome di Aqua Antoniniana, si staccava dall'acquedotto principale nei pressi del III miglio della via Latina, a Porta Furba.




    IL PERCORSO

    L'aqua Marcia venne congiunta poi all'Aqua Tepula e all'Aqua Iulia prima che emergesse dal sottosuolo, vicino al sesto miglio della via Latina; i loro canali vennero carreggiati sui medesimi archi, come si vede nella sezione delle Mura Aureliane, giusto a destra di Porta Maggiore.

    Da questo punto raggiunsero la Porta Tiburtina, per poi tornare nel sottosuolo, e raggiungere il loro castello terminale di porta Collina, all'angolo nord delle terme di Diocleziano.

    Tutto ciò è dimostrato da una serie di cippi di Augusto che portano il nome di tre acquedotti (CIL VI.1249 = 31561;  No. 71, BC 1905, 289; CR 1905, 330, e No. 82, BC 1899, 39). Molti altri ne sono stati trovati risalenti dal 39 al 49 d.c..

    Le regioni servite dal canale principale dell'acqua Marcia erano nei dintorni del castello, numerosi tubi  di piombo sono stati trovati vicino alla Porta Viminale. L'acquedotto correva anche sul Quirinale ( Mart. IX.18.6 , vedi Domus Marzialis).
    L'acqua fu portata al Campidoglio dallo stesso Marzio nel 142 a.c., come venne menzionato nella lettera di nomina di Nerone del 64 d.c. (La tavoletta di bronzo che è fissata alla base del Campidoglio dopo il tempio di Giove, Q. Marcio re).

    Il flusso ercolaneo (da non confondere col ramo dello stesso nome, cf. Anio Novus) diverge dall'acqua Marcia (Plinio, ma è sbagliato in associazione all'acqua Vergine ), dopo i Giardini di Pallas. Il castello venne incorporato nelle mura Aureliane, nella quinta torre sud del San Lorenzo e corse attraverso il Celio, a un livello troppo basso per poterlo servire (Frontino, ma anche per le tracce ritrovate, specialmente per un condotto formato da massicci blocchi di pietra con un'apertura circolare che li traversava).  Giungeva così fino ai suoi castelli terminali di Porta Capena, chiamata called madida (Juv. 3.11; Mart. III.47).

    Hülsen attribuì un cippo di Augusto, nei pressi del Laterano, che portava il nome di Marcia e il numero 3 ( CIL VI.31560 ) a questo acquedotto. Ma c'è un'altra ipotesi a riguardo. Prima della costruzione delle acque Claudia, come riferisce Frontino, il Celio e l'Aventino erano forniti dalla Marcia e dalla Julia, è possibile che il cippo ed entrambi l'Arco di Dolabella e  Silani e l'arco Arco di Lentulp et Crispino  ( CIL VI.1384 , 1385, cfr. p3125 ) appartenesse a questo ramo di alto livello della Marcia.

    C'era anche un acquedotto in opus quadratum (probabilmente appartenente al ramo della Marcia sull'Aventino ), nella valle di Porta Capena, immediatamente adiacente Mura Serviane al suo interno, e ne resta ancora il rinforzo in calcestruzzo, che Nerone usò per portare la Claudia all'Aventino.
    Dell'opera di Traiano non resta molto. Ma dopo che queste colline ebbero ricevuto acqua dalla Claudia attraverso l'Arco di Nerone, fu Traiano a proseguire il lavoro portando la Marcia all'Aventino.

    Un altro ramo, il cui punto di partenza è incerto, anche se potrebbe essere stato vicino al terzo miglio della via Latina, venne costruito da Caracalla per servire le terme. Esso traversa l'Appia mediante l'Arco di Druso per portarla al grande serbatoio a sud- ovest delle terme. Viene menzionato come un acquedotto separato. l'acqua Antonina, nelle Not. app. , Pol . Silv. 545.

    La portata fu implementata da Diocleziano, da cui prese prese il nome Forma Iovia (Iobia, Iopia) , cfr Eins. 11.2; 13.22: ibi (alla porta Appia) forma Iopia quae venit de Marsia, et currit usque ad ripam., Il condotto venne restaurato da Adriano 1 • ( LPD I.504 ) • Sergei 2 ( II.91 ) e Nicolas • 1 ( II.154 , dove ricorre sotto la dicitura Iocia. (il nome Tocia riferito da alcuni è errato).

    Il nome forma Iovia fu trovato nei documenti del X sec. relativamente al territorio di Tivoli (Reg. Subl. p36 (973), 30 (998)),  the forma quae appellatur Iovia.... foris porta maiore, via Lavicana milliario ab urbe Roma p. m. IIII in loco quae dicitur IIIIa (quarta), ib. p151, può essere l'aqua Alexandrina.



    I RESTAURI

    Venne riparato da Agrippa nel 33 a.c. e di nuovo da Augusto,   insieme ad altri acquedotti, tra l'11 e il 4 a.c. che lo potenziò con la nuova sorgente Augusta, opera ricordata in un'iscrizione sulla Porta Tiburtina, dove sono menzionati anche i restauri di Tito nel 79 d.c. e Caracalla nel 212.
    (rivos aquarum omnium refecit, riporta l'iscrizione CIL VI.1244) con un arco monumentale da cui fu portato sulla via Tiburtina, poi incorporato nelle mura aureliane con la Porta Tiburtina.

    Numerosi cippi riportano il suo restauro (CIL VI.1250, 1251; CIL VI.31570c) a soli 3.5 km dalle fonti e a circa 86.6 km da Roma.

    Questo corrisponde abbastanza alla misura di Frontino di 61,710 miglia (91,4 km), mentre la distanza dalle sorgenti era di 38 miglia sulla strada percepito Sublacensis, circa al 36° miglio della via Valeria (Plin. e Strabone sono in errore).

    ACQUA MARCIA A PUNTA PADELLA
    Augusto aggiunse un'altra sorgente, l'Augusta acqua, che raddoppiò il volume dell'acquedotto. La portata alla sorgente era di 4690 quinarie, ovvero di 194,635 mc in 24 ore.

    Nerone indignò l'opinione pubblica facendo il bagno in quelle sorgenti, e non fu facile riportare l'ordine peerchè all'epoca il popolo romano si faceva rispettare dai suoi imperatori. L'imperatore di Roma poteva mancare di rispetto al senato ma non al popolo, a rischio di veder scendere in piazza circa un milione di cittadini. Il detto Senatus Populusque, senato e popolo non era una formalità ma un diritto acclamato.

    Plinio il Vecchio la considerava l'acqua migliore tra quelle che arrivavano a Roma "clarissima aquarum omnium".
    Un restauro fu effettuato da Tito nel 79 d.c. (CIL VI.1246), sono evidenti delle riparazioni da Adriano, ed altre probabilmente sono state fatte da Settimio Severo nel 196 d.c. (CIL VI.1247).
    Nel 212-3 Caracalla purificò le fonti, apportò nuove gallerie, ed aggiunse una fonte nuova, la fonte Antoniniana, in connessione con la costruzione di un ramo dell'acquedotto che che irrorava le sue terme. Altre restaurazioni avvennero sotto Diocleziano tra il III e il IV secolo, quando questi utilizzò un ramo secondario per alimentare le Terme di Diocleziano. L'acquedotto venne probabilmente riparato anche da Arcadio e Onorio (CIL VI.1248 = 31559)
    Comunque l'acquedotto non dette il giovamento sperato alla città, a causa delle depredazioni dei privati.



    I RESTI

    Resti dell'Aqua Marcia sono visibili presso ila Villa dei Quintili, in vicolo del Mandrione, a Porta Maggiore e a Porta Tiburtina, mentre quelli dell'Aqua Antoniniana sono lungo la via Latina, sull'Arco di Druso e lungo viale Guido Baccelli. Oggi alimenta, oltre all'abitato, la Fontana delle Naiadi.

    Lo stesso gruppo di sorgenti sono ancora in uso a Roma, ancora eccellenti per la purezza e la freschezza, ma poichè si è innalzato il piano della valle dell'Aniene è impossibile identificarli esattamente.


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  • 03/24/14--06:36: TEMPIO DI ISIDE METELLINA

  • ISIS
    - Dea dalle molte facoltà,
    onore del sesso femminile.
    Amabile, 

    che fa regnare la dolcezza 
    nelle assemblee,
    nemica dell'odio […],
    Tu regni nel Sublime 

    e nell'Infinito.
    Tu trionfi facilmente 

    sui despoti 
    con i tuoi consigli leali.
    Sei tu che, 

    da sola, 
    hai ritrovato tuo fratello, 
    che hai ben governato la barca, 
    e gli hai dato una sepoltura 
    degna di lui.
    Tu vuoi che le donne

      si uniscano agli uomini.
    Sei tu la Signora della Terra […]
    Tu hai reso il potere delle donne 

    uguale a quello degli uomini! -


    L'edificio templare, costruito in opus latericium con due nicchie absidate in facciata, è visibile a Roma tra l'incrocio di Via Villari e piazza Iside, come parte minima di una grandiosa struttura riconosciuta come un santuario dedicato ad Iside.  Il culto privato fin dall'era repubblicana e seguito dai patrizi, ma pure da liberti e schiavi, divenne pubblico in età imperiale, dalla II metà del I sec. d.c.

    Trattasi dell'Isium Metellinum, il più antico e importante sacello privato quando fu privato, fondato tra il 74 e il 62 a.c.da Cecilio Metello Pio, console con Silla nell'80 a.c., ritenuto un "sillano di ferro" tanto più che aveva sposato la cugina di Silla. Metello, antagonista di Pompeo, assistito dalla sua Dea Venere (come del resto lo diverrà poi Cesare), dovendo costruirsi una sua Dea benevola verso di lui e la sua causa, scelse Iside.

    POSIZIONE DEI RESTI RINVENUTI RISPETTO
    L'INTERO COMPLESSO
    Non a caso nelle vicinanze si snodava il Vicus Caput Africae a ricordare l'origine della Dea, ancora esistente oggi col nome di Via Capo D'Africa.

    "Tetricorum domus hodieque extat in monte Caelio inter duos lucos contra Isium Metellinum pulcherrrima"Sembra dunque che di fronte alla famosa e ricca domus Tetricorum, confinante con la Domus Vectilia, la residenza di Commodo fervente adepto di Iside, si estendesse il vasto santuarium dell'Isium Metellinum, un edificio immenso e imponente, paragonabile al Tempio della Fortuna primigenia di Preneste, di cui ricordava un pò la struttura, fatta come quello a terrazze con fontane e giardini.

    Nei documenti il santuario è ubicato presso le Mura cosiddette Serviane, lungo le pendici meridionali del Colle Oppio, nella III Regio Augustea. Un secolo dopo il tempio diventò pubblico sotto Caligola (37-41 d.c.), tanto più che la famiglia Caecilia Metella si era estinta nei primi anni dell'Impero. Nel IV sec. d.c., sotto Graziano, la festa del Navigium Isidis era ancora praticata con grande sfarzo.



    NAVIGIUM ISIDIS

    Il Navigium Isidis si celebrava il cinque marzo e segnava la riapertura della navigazione, posta sotto la tutela di Iside. In occasione del navigium le statue degli dei isiaci venivano portate in processione. La festa, già celebrata nell’Egitto dei Tolomei (III sec. a.c.), ebbe grande diffusione nell’epoca imperiale in tutto l’Impero Romano.

    Sembra che Caligola festeggiasse il navigium con l’ausilio di due navi-palazzo, ormeggiate nel lago di Nemi.

    Questa festa, insieme a tutte le altre celebrazioni pagane, scomparve nel 395 d.C., in seguito all’editto di Teodosio I, che dichiarava fuorilegge i culti pagani. Apuleio, scrittore romano del II sec. d.c., nelle Metamorfosi, ci fornisce una interessantissima descrizione del navigium.



    IL CULTO

    Il culto di Iside fu introdotto a Roma nel I sec. a.c., con qualche resistenza da parte dell'aristocrazia tradizionalista, cioè del Senato, che nel 53 a.c, giunse ad ordinare la demolizione dei sacelli privati costruiti dentro le mura. Lo stesso Iseo del Campo Marzio fu costruito nel 43 a.c, ma il suo culto venne sospeso prima da Agrippa, cioè da Augusto, nel 23 a.c., e poi da Tiberio. Il culto fu poi reintrodotto da Caligola, e da qui durò fino alla fine dell'impero.



    LA DESCRIZIONE

    Il santuario era molto esteso e si sviluppava principalmente su due terrazze, con un lunghissimo fronte meridionale di ben 260 m, un po' sullo stile del tempio della Fortuna primigenia a Palestrina, collegate tra loro con rampe e gradinate, con ringhiere, viali, erme, vasi a calice, statue, colonne, piccoli obelischi ed enormi fontane caratteristiche delle divinità salutari. Il fronte del tempio era ampissimo, si pensi che il diametro più lungo del Colosseo è di m 188, e il famoso Iseo Campense era lungo 240 m, meno dell'Iseo metellino.

    I ruderi di piazza Iside vengono interpretati come una fontana monumentale, visti i vari fori e le condutture per l'acqua, di cui si scorgono ancora le imboccature in argilla cotta, posti a diverse altezze. Sicuramente con una piscina centrale, ma, come usava per le terme, abbellita da vasche di marmi colorati, con colonne di granito, pomici, statue e stucchi, e con strutture che proseguono lungo Via Villari nella proprietà delle Suore del Buono e Perpetuo Soccorso, per l'antica abitudine di edificare luoghi di culto cristiani sopra i templi pagani, affinchè di questi non restassero traccia nè ricordi.

    Dalla sua fondazione, nel II ventennio del I sec. a.c. il vasto complesso subì molti interventi e di restauro e di rifacimenti. Si suppone che fosse stato incluso da Nerone nella sua Domus Aurea, incluso, non distrutto ma sicuramente abbellito, visto che l'imperatore aveva gran simpatia per le divinità orientali.

    Sicuramente poi venne restituito al pubblico da Vespasiano e dai suoi successori, con nuovo allestimento e nuova grande sistemazione. Infatti il popolo romano rimase sempre molto attaccato a questa divinità, tanto è vero che in mancanza di culto pubblico ve ne fu abbondantemente di privato. Quando in certe epoche fu poi proibito venne esercitato segretamente, a Firenze se ne scoprì tramite epigrafi uno privato e segreto che aveva ben 500 adepti.

    Nel processo di cristianizzazione dell'impero dunque anche questo culto soffrì delle spoliazioni non di Costantino che al contrario di ciò che si crede non fu ostile ai culti pagani, ma di Massenzio, poi degli editti imperiali che ne vietavano il culto, e soprattutto di Teodosio, che abrogarono totalmente i culti pagani, trasformando Roma, da faro di civiltà per le leggi e la tolleranza delle diverse popolazioni e religioni, a sede di una religione intollerante e integralista. Per quanto demoliti i templi il culto rimase fino al VI VIII sec.d.c., conservato nei suoi resti nel segreto delle abitazioni e spogliato e riutilizzato per i nuovi palazzi, oggi conservate nei Musei Capitolini e nel Museo di Montemartini.

    ALCUNI RINVENIMENTI
    I resti tutt'ora visibili sono stati interpretati come residui di una fontana monumentale, il che dà la misura della grandezza, tanto più che la fontana bivalve sembra fosse solo una decorazione versa-acqua della fontana più grande. In questa fontana, che ha, come si osserva in foto, due valve diverse, la parte a conchiglia avrebbe rappresentato l'acqua marina e quella liscia l'acqua dolce.

    Alcuni studiosi narrano che realmente venisse posto del sale nella parte a conchiglia, a ricordo e a venerazione di Iside Dea del mare e dei naviganti, e delle acque dolci dall'altro lato, e suppongono altresì che le acquasantiere in genere, infatti a forma di conchiglia, siano derivate dal culto di Iside.

    La stragrande parte dei resti del Tempio Metellino giace però sottoi giardini e i palazzi delle Suore del Buono e Perpetuo Soccorso, che altro non è che un piano dei terrazzamenti che servivano inoltre a contenere il terreno molto scosceso e incastonato probabilmente da triportici come usava all'epoca, arricchiti da colonne di granito e una grande piscina, una specie di Lourdes dell'epoca dove ci si immergeva per chiedere le guarigioni miracolose, come riferisce lanciani che ancora alla sua epoca, cioè la fine dell'800, poteva ammirarli. Nel 1887 fu rinvenuto parte del portico alle pendici del Colle Oppio, in Via Labicana.



    I RITROVAMENTI

    Le statue ritrovate in zona furono in gran parte egizie e in parte romane.
    • Un'iscrizione a Isidi Reginae  (Berlino 1969 n. 730). La navicella-fontana di S. Maria in Domnica, detta per l'appunto piazza della Navicella, scoperta nel '600, o Navigium Isidis, la cui copia orna oggi l'omonima piazza.  
    • Nel 2007, durante uno scavo in via Labicana fu rinvenuta una testa di fanciulla molto ben conservata, che le caratteristiche formali attribuivano all'età severiana. Il ritratto, in marmo greco di altissima qualità, per i tratti del volto e il tipo di acconciatura fu riconosciuta come Annia Aurelia Faustina, discendente di Marco Aurelio e terza moglie di Eliogabalo, Augusta per pochi mesi verso la fine del 221. La testa gettata in uno scarico e il contesto di ritrovamento si colloca secondo alcuni nell'Iseo Metellino. 
    • La fontana posta nella piazza antistante sembra facesse parte del santuario, fu rimossa nel 1960 e solo dopo molti anni venne restaurata assemblando i pezzi originali con sbarre di ferro e resine. la parte superiore e la sfera dello zampillo sono invece rifatte in travertino, ma secondo il modello originale.
    • Un bel busto di Iside.
    • Marmi, colonne e travertini, di cui la maggior parte ancora interrati.

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  • 03/28/14--06:38: CULTO DI VACUNA
  • MONETA CHE RITRAE LA DEA VACUNA


    SANTUARIO DI SAN MICHELE

    La famosa grotta di S. Michele sul Gargano, rinomato santuario cristiano mèta di tanti pellegrinaggi, originariamente era un santuario dedicato alla dea Vacuna, divinità Sabina delle acque e dei boschi, come testimoniava una figura femminile scolpita in una grande stalattite che albergava nella grotta, scomparsa misteriosamente senza che ne sia stato fatto nè cenno nè denuncia 25 anni fa. Come sempre nei santuari pagani venne immesso un santuario cristiano, per paura che restasse un ricordo del paganesimo, la più grande rimozione freudiana che il mondo abbia mai subito. Nel resto del mondo le religioni si sono susseguite e sovrapposte ma sempre lasciando un residuo di quella antica, così i Veda sono ancora letti e rispettati, e l'induismo resta accanto ai Veda e al buddismo, e lo shintoismo resta accanto al confucianesimo e così via.

    Invece la religione pagana scomparve completamente, abolita con la più grande violenza e intolleranza religiosa mai registrata nell'umanità. Essere pagani era punito con l'esproprio dei beni, con l'esilio, e alla fine fu proibito con la morte. Quaranta milioni di pagani, tanti ne conteneva l'impero romano, furono costretti a convertirsi con la violenza, violenza taciuta anche dai libri di storia.
    Ed ecco la favoletta cristiana per l'esproprio del santuario di Vacuna, una delle più grandi divinità dell'Italia centrale, dal Lazio alle Marche, all'Umbria, all'Abruzzo, e alla Puglia.

    La storiella racconta che, nel IV sec. d.c., la zona venne devastata da un drago il quale trovò rifugio nella grotta. Papa Silvestro, pregando una notte sul Monte Soratte, vide due angeli accompagnati da fulmini scendere dal cielo per sconfiggere il drago. Significato: ogni volta che deve essere detronizzata una Grande Madre si uccide un serpente o un drago, animali equiparati, ambedue simboli della Grande Madre Terra. Nelle religioni come nell'inconscio, serpente e drago sono simboli della terra. Ercole strangola i due serpenti in culla, Apollo uccide il serpente pitone, Horus in Egitto uccide il serpente Pepi, Tiamat babilonese, drago confinato negli inferi, viene ucciso dal Dio Marduk, S. Giorgio uccide il drago ecc. Insomma la Grande Madre viene cancellata, e il serpente nella religione cattolica diventa il demonio.

    Oltre 2.100 anni fa nei boschi dei Monti Sabini veniva adorata la Dea della fertilità Vacuna, definita da Tacito “La Tacita” perché “silenziosa, incorruttibile e solamente intellegibile“. Di qui la sua assimilazione alla Dea romana Tacita, ma non solo. Qualcuno ha pensato che il tacitare derivasse dal comportamento degli uomini nei confronti delle donne costrette al silenzio, ma non è così. Le Grandi Dee erano spesso collegate al segreto dei Sacri Misteri, per cui sovente intimavano il silenzio, o avevano un bavaglio sulla bocca, come la Dea Fortuna, prerogativa iconica che passò poi, senza essere compresa, ma tanto per sostituire la Dea, ad Esculapio o Asclepio, il cui gesto di fare silenzio ponendo l'indice sulle labbra è in alcune immagini distorto, e l'Ascepio bambino si pone il polpastrello dell'indice davanti le labbra in segno di dubbio. Non a caso, imitando la Grande Dea, Asclepio ha un cesto sulla testa colmo dei beni della natura.



    VACONE in Sabina

    Il nome del paese di Vacone deriva dal culto della Dea Vacuna, anche perchè in questi luoghi doveva trovarsi il Fanum Vacunae, un altro grande santuario dedicato alla Dea. Il culto di Vacuna era molto seguito in tutta la Sabina tanto che Numa Pompilio, re sabino di Roma, insegnò al popolo romano a onorare questa divinità. Si dice che la Dea fosse protettrice dei villeggianti, di coloro che si davano ai divertimenti ritemprando la propria salute fisica negli spensierati ozi della campagna. Da ciò sarebbe quindi derivato il vocabolo latino vacare, cioè mancare al lavoro, o fare vacanza. Il termine vacanza deriva in effetti dalla Dea Vacuna (in lat. vacatio) ma era collegato ai giorni di festa che si osservavano in onore della Dea, un po' come le Feriae Auguste, per cui oggi si dice andare in ferie.

    GROTTA DI S. MICHELE (Sabina)
    Nel Castello di Rocca Giovane, in Sabina, un' iscrizione testimonia l'antico tempio di Vacuna, riedificato da Vespasiano in quanto rovinato dai secoli, tanto che Orazio dichiara: - fanum putre Vacunae -
    L'iscrizione così enuncia:

    IMO CAESAR VESPASIANUS
    AUG PONTEFIX MAXIMUS TRIE
    POTESTATIS CENSOR AEDEM VICTORIAE
    VETUSTATE DILAPSAM SVA IMPENSA
    RESTITUIT

    Svetonio narra che Vespasiano lo riedificasse negli ultimi anni del suo impero e scrive Porphirius nel libro I:
    "Vacuna apud Sabini plurimum colitur, quidam Minervam, alii Dianam, nonnulli Cererem et Bellona esse dixerunt, sed Marcus Varro in liber I rer. divin. Victoriam ait, et ea maxime gaudent hi qui sapientia vincunt"

    Il Pantheon sabino aveva come divinità più importanti quelle femminili, come Vacuna e Feronia, ambedue legate alla natura e alla fertilità. I Sabini infatti non scindevano mai la divinità dall’elemento naturale, onorando le Dee dei boschi, dell’acqua, delle sementi e della fertilità, degli uomini, degli animali e dei campi.
    Numa Pompilio portò dalla Sabina a Roma un grande senso religioso, che donò ai Romani anni di pace e di momenti di religiosità collettiva che placò i dissidi interni. Anche quando altre divinità Romane entreranno nell’ambiente sabino, la loro immagine ricalcherà le divinità preesistenti, legate indissolubilmente alla vita ed ai suoi cicli.



    FARFA

    San Lorenzo Siro è considerato il primo fondatore di Farfa. Giunto in Italia dalla Siria con la sorella Susanna ed alcuni monaci, si stabilì sul monte Luco, sopra Spoleto, già lucus o bosco sacro e santuario dedicato a Giove fin dall’età romana (III secolo a.c.) inaugurandovi la vita eremitica, poi passò ad evangelizzare la Sabina con frequenti miracoli, onde fu detto l'Illuminatore per le guarigioni dalle malattie degli occhi e il Liberatore per la liberazione dai dragoni che infestavano quelle zone.
    Anche qui guarda caso c'è una storia di dragoni da ammazzare, ma allora le cose sono due, o i draghi sono esistiti davvero o la chiesa ci racconta balle. Naturalmente pose lo sguardo sul monte Acuziano, alle cui falde c'era il tempio di Vacuna e una villa romana che andavano in rovina. Una volta distrutto il tutto, soddisfatto gettò le basi dell'Abbazia e del nuovo Santuario.



    ROCCAGIOVANE in Sabina

    Sullo spigolo di uno dei tanti fabbricati che circoscrivono il largo è scritto Piazza Vacuna; sulla fontana, di fronte ad uno zampillo che invita ad assaporare la fresca acqua, è posta invece questa iscrizione: “Limpida sorgente che saluta i ruderi del tempio di Vacuna allieta l’abitazione di Roccagiovine”.

    BASSORILIEVO RAPPRESENTANTE VACUNA
    Vacuna era un’antica Dea italica di carattere agricolo, identificata da Varrone con Vittoria, da altri con Cerere o Diana. I Romani e soprattutto i Sabini la considerarono la divinità del riposo e della festa dopo il duro lavoro dei campi. In suo onore a dicembre, erano celebrate le feste delle Vacunalia.

    Qui sorgeva un antico tempio della Dea ricordato da Orazio in una lettera diretta ad Aristio Fusco: 
    Haec tibi dictabam post fanum putre Vacunae, excepto quod non simul esses cetera laetus
    Dettavo questa lettera per te al fresco, dietro il tempio diroccato di Vacuna; e tu solo mi mancavi a compiere la mia felicità -” (Epistularum – lib. I,X -II). 

    Le notizie sull’ubicazione di questo tempio sono scarse, si può solo ipotizzare come individuazione l’area d’insediamento del castello Orsini, la Chiesa di S. Nicola o la piazza stessa dove sgorga la sorgente. Il tempio, descritto diroccato da Orazio, venne comunque ricostruito da Vespasiano (69-79 d.c.).

    L’imperatore era infatti nativo di Rieti, e come tutti i Sabini legato alla divinità di quei luoghi. Un’iscrizione rinvenuta nel secolo scorso, attualmente murata sulla facciata del castello di Roccagiovine, ricorda questi lavori:

    IMP. CARSAR VESPASIANUS 
    AUG PONTIFEX MAHIMUS TRIB
    POTESTATIS CENSOR AEDEM VICTORIAE 
    VETUSTATE DILAPSAM SUA IMPENSA
    RESTITUIT

    RICOSTRUZIONE DEL BASSORILIEVO (immagine sopra)
    Così l'epigrafe latina conferma Varrone, nell’identificazione di Vacuna con Vittoria. I numerosi reperti rinvenuti in più località; sarcofagi con iscrizioni in greco e latino, frammenti di statue, fistule plumbee, blocchi di marmo e laterizi, attestano non solo il tempio ma anche un aggregato urbano, come accade in genere quando un santuario è famoso per i suoi miracoli e pertanto molto frequentato dai pellegrini. Vi si accatastano attorno chioschi per il cibo, poi negozi di souvenir, termopoli, locande ecc. Di lì si forma il borgo.

    Naturalmente il santuario venne fatto a pezzi, poi riutilizzato per le costruzioni medioevali. Un bassorilievo raffigurante l’Autunno, in realtà raffigura la Dea Vacuna, si riconosce come stipite in una finestra del castello Orsini. La colonna di granito, attualmente sormontata dalla croce con la data del 1655 scolpita dai sopravvissuti alla pestilenza, apparteneva al tempio ricostruito da Vespasiano, con l’identico materiale e stile delle colonne rinvenute in Subiaco appartenenti alla Villa di Nerone.

    La ricostruzione del bassorilievo non è molto precisa: nell'originale la Dea, che ha un alto copricapo, poggia le mani sul ventre gravido, mentre quattro geni, probabilmente inerenti alle stagioni, tengono le fiaccole accese. Il resto dovrebbe alludere all'immagine interna del tempio, con le are, le fosse sacrificali e i sedili. Il fatto che la terza figura dei geni sia coperto da vegetazione, forse di vite, ha fatto pensare che il bassorilievo fosse dedicato all'autunno. In realtà doveva trattarsi della festa autunnale della Dea che segnava appunto la fine dei lavori con le sementi, quando il grano era già stato raccolto e i covoni allacciati.

    All’interno del muniucipio è possibile vedere dei frammenti di una scultura femminile, ritrovata nella zona, con testa ricoperta di spighe, probabilmente della Dea Vacuna. La fontana della piazza è un’acqua sorgiva dei monti Lucretili, probabilmente attinente al santuario. Spesso la gente si immergeva o beveva l'acqua salutare e miracolosa della fonte dedicata alla Dea. Sembra che la parte superiore della fontana sia in effetti un piccolo labrum romano.


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  • 03/31/14--05:40: VELABRUM (Velabro)
  • IL VELABRO IN UNA STAMPA DEL 1600

    LA LOCAZIONE

    Era il nome della valle che si estendeva tra le pendici nord est del Palatino e del Campidoglio, nome molto antico che forse in origine delimitava il solo distretto tra le due colline, la valle del foro e il fiume, ma durante il periodo storico indicò qualcosa di più ristretto.

    Era delimitato approssimativamente dal forum a nord, il pendio del Palatino e il vicus Tuscus a est, il quartiere attraversato dallo Iugarius vicus a ovest, mentre la linea di separazione tra questo e il Foro Boario passava attraverso l'attuale chiesa di S. Giorgio in Velabro, in particolare con l'Arco degli Argentari (CIL VI.1035,. cf Varrone, LL V.43, VI.24, Liv XXVII.37.15,... Plut Rm 5). Secondo la tradizione, di cui non c'è ragione di dubitare, questo quartiere era in origine molto paludoso, con acqua sufficiente a far stare a galla piccole imbarcazioni (Varrone, LL V.44,. Plut Rm 5,... Ovidio veloce VI.405 ; Prop. IV.9.5;. Tib II.5.33), fino a quando non è stato drenato con la costruzione della Cloaca Massima e il sistema di collegamento fognario. E 'stato sempre, tuttavia, soggetto a inondazioni quando il Tevere era molto alto.

    In due passaggi in poesia (.. Ovidio, Properzio, locc CITT) Velabra è usato al plurale, e in Varrone (LL V.156: ab suo fuit palus in Velabro Minore, ... ut illud de quo maius detto supra est), viene fatta una distinzione tra il Velabro maius e Velabro minus, ma non è possibile determinare di cosa si tratta (cfr. Pais, Anc. Legends 329, n. 49, per una errata interpretazione del passaggio varroniano).

    IL VELABRO IN EPOCA ROMANA, LA MANO INDICA L'ARCO DI GIANO


    IL NOME

    Il significato e l'etimologia del Velabro sono incerte. Varrone (LL V 44, 156) lo deriva da vehendo (cioè trasportando), o a velatum facere, traghettare, Sesto Pompeo Festo alla ventilazione del grano e Plutarco (Rom. 5) all'uso di coprire con vele il percorso del corteo trionfale, che comprendeva anche il Velabro:
    "Venne riportato di lei di lei, essendo ora celebrata e stimata come l'amante di un Dio, che scomparve improvvisamente il luogo in cui venne sepolta la prima Larentia, il posto si dice che venga ora chiamato  Velabro, in quanto, il fiume che straripa di frequente, porta le barche a traghettare le persone al forum, e la parola latina per traghettare riguarda proprio il velabrum. Altri derivano il nome da velo, o da una vela, perché gli espositori di spettacoli pubblici appendevano vele sulla strada che conduce dal forum al Circo Massimo con le vele, iniziando sa questo posto."

    FOTO DI FINE 1800 DELLA CHIESA DI S. GIORGIO AL VELABRO
    Ma gli studiosi moderni sono insoddisfatti da queste ipotesi. 
    "Il percorso del corteo trionfale era lo stesso seguito dai primi romani. Ad esempio, il ciclo attraverso il Velabro conservava il ricordo della palude che un tempo aveva occupato la zona nord-est del Foro Boario.
    "Quando la città prima si trovava sul Palatino e la zona che sarebbe diventato il Forum era solo palude, c'era un mercato tra il Palatino e il fiume in cui gli stranieri scambiavano merci con gli antichi romani. e un piccolo ruscello, il Velabro, che scorreva attraverso la valle del Foro verso il basso attraverso questa zona e nel Tevere. I re etruschi furono gli autori della bonifica delle paludi e l'incanalamento del Velabro, che finalmente venne chiuso durante il periodo repubblicano (diventando la Cloaca Maxima)".

    Dunque il Velabro era un ruscello che non avendo incanalature sufficienti formava una palude e pertanto anche una nebbia, per cui il velo potrebbe riferirsi anche a questa. Secondo Dionigi d' Alicarnasso invece il nome proviene da un'antica voce italica indicante un luogo palustre, come abbiamo nella radice Vel-inus, Vel-itrae ecc. e potrebbe essere la spiegazione più convincente. Nel Medioevo, il nome è stato corrotto in Velum Aureum (o avreum) (HCH 255).

    Nel Velabro venne costruita una chiesa, S. Giorgio al Velabro è preceduta da un portichetto sorretto da 15 colonne sul cui architrave si leggono i seguenti versi incisi nel secolo XIII: Stephanus ex Stella, cupiens captare superna Eloquio rarus virtutum lumine clarus Expendens aurum studuit renovare pronaulum. Sumptibus ex propriis tibi fecit, sancte Georgi. Clericus hic cuius prior ecclesiae fuit huius: Hic locus ad velum prenomine dicitur auri. (Stefano della Stella, uomo di rara eloquenza e preclaro per fama di virtù, desideroso di conseguire il supremo perdono, cercò di rinnovare il pronaolo con suo denaro, e a sue spese per te, o San Giorgio, fece questo lavoro. Egli fu priore di questa chiesa, che dal luogo ove sorge fu detta del vello d'oro). Qui il Velabrum assume ancora un altro significato, quello di "Vello d'oro", che però è un mito greco che poco riguarda il sito.

    Invece osservando la chiesa si nota che pavimento, architrave e colonne derivano per lo più da costruzioni romane e di un certo pregio, perchè con marmi preziosi e capitelli finemente lavorati. Di solito le chiese vengono edificate sui luoghi del culto precedente.

    L'ARCO DI GIANO IN UN ANTICA STAMPA


    I TRIONFI

    Per aspirare a un tale riconoscimento e a un tale onore, il condottiero doveva essere stato investito dell’imperium maius, la vittoria doveva essere contro un popolo straniero e non in una guerra civile, contro altri cives romani; dovevano essere stati uccisi in una sola battaglia non meno di cinquemila nemici e il successo doveva essere stato completo e decisivo. Le ingenti spese che la cerimonia del trionfo comportava venivano assunte dallo Stato a delibera senatoriale avvenuta.

    In attesa della delibera, inoltre, il condottiero con il suo esercito, reduce dalla campagna vittoriosa ma macchiato di sangue e di morti, pena l’ignominia doveva attendere fuori dal pomerio, il recinto sacro dell’Urbe, non varcare questa fascia ritenuta sacra senza consenso, fino a che l’imperium non fosse stato rimesso nelle mani del Senato e riconsegnato ritualmente a Giove, nel suo tempio sul Campidoglio. Nella sosta, talvolta lunga, il candidato al trionfo e il suo esercito si accampavano nel Campo Marzio. Accordato il trionfo da parte del Senato, nel giorno stabilito veniva celebrata l’imponente cerimonia di carattere sacro e militare. Il corteo si formava nel Campo Marzio ed entrava in città dalla Porta Triumphalis e attraversava il Velabrum, una tappa importante nella memoria di Roma, come un antico ritorno alle origini più gloriose, quindi raggiungeva il Circus Maximus, percorreva la Via Sacra e il Foro, ascendeva il Clivus Capitolinus e si fermava davanti al tempio di Giove. Il Velabro era pertanto stretta

    IL VELABRO OGGI


    I COMMERCI

    Il Velabro era un importante centro di attività industriali e commerciali, ed in particolare del commercio di prodotti alimentari, olio e vino (Plaut. Cap. 489; Cur 483;.. Hor sab II.3.229;. Mart XI.52.10. , xiii.32, CIL VI.467, 9184, 9259, 9993, 33933). E 'stato un "locus celeberrimus urbis" (Macrob. I.10.15), per tutto il traffico tra il forum e il ponte Sublicio che passava attraverso le strade che lo delimitavano, il vicus Tuscus e il vicus Iugarius, (cfr. Liv XXVII.37.15,. Suet. Caes. 37, per la linea della pompa), ma sembra avesse un solo santuario, quello di Acca Laurentia (Cic. ad Brut. I.15.8).
    Vi si erano insediate attività commerciali legate soprattutto al settore alimentare, mentre sul vicino vicus Tuscus si commerciavano stoffe e di abiti.

    La zona mantenne la sua funzione commerciale fino al VI sec., quando una disastrosa alluvione del Tevere ricordata nel 589 dovette rialzare il livello del terreno. In seguito vi si insediarono istituzioni ecclesiastiche ed assistenziali, come le chiese di San Teodoro (titolo cardinalizio) e di San Giorgio in Velabro (diaconia). Poco dopo il toponimo si era modificato in Velum Aureum e tale rimase per tutto il medioevo.



    LA LEGGENDA

    ARCO DEGLI ARGENTARI AL VELABRO
    Questa zona era soggetta alle inondazioni del Tevere e, secondo la leggenda, qui si sarebbe arenata, alle pendici del Palatino, la cesta con i gemelli Romolo e Remo. Il terreno acquitrinoso doveva tuttavia essere già scomparso all'epoca dei Tarquini, in seguito alla costruzione della Cloaca Massima, i cui resti sono costituiti da un condotto in opera cementizia ( I sec. dc.), che cela un più antico tratto coperto con lastre di cappellaccio disposte a cappuccina e risalente al IV sec. ac.

    In questo luogo i gemelli non solo toccarono terra ma vennero allattati dalla fatidica Lupa, e qui le leggende si mescolano, non solo nei fatti, ma nelle interpretazioni più fantasiose. per esempio affermando che la "lupa" sia stata una prostituta, anche se moglie di un porcaro, o che una vera lupa, mammifero con gravidanze plurigemellari, perdendo i propri cuccioli a causa di un predatore, avesse vagato fino a quando, trovati i due neonati, li allevò salvandoli dalla morte.

    Dunque i gemelli portati dalla piena dell'Aniene si fermarono presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio in un luogo chiamato Cermalus,. Quando le acque del fiume si ritirarono, la cesta rimase all'asciutto ai piedi del ficus ruminalis, sacro alla Dea Ruminalia che si occupava del latte degli infanti. Altre fonti fanno coincidere il punto dove si fermò la cesta con i gemelli con una grotta collocata alla base del Palatino, ma sempre da quelle parti, detta "Lupercale" perché sacra a Marte e a Fauno Luperco.

    I bambini crebbero inizialmente nella capanna di Faustolo e Laurenzia, situata sulla sommità del Palatino, nella zona del colle chiamata "Germalo" (o "Cermalo"). Ma i conti non tornano, chi li ha allattati?

    Plutarco racconta che una lupa, scesa dai monti (veramente tutt'alpiù erano colli, ma siccome i lupi vivono e vivevano sui monti ci si è adattati) al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, e invece di papparseli li allattò. Vuole la tradizione che anche un picchio portò loro del cibo (uccello sacro a Marte). Ma siccome di latte e bacche non si campa, inseguito furono trovati dal pastore Faustolo (porcaro di re Amulio), il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decide di crescerli come suoi figli.

    Alcuni identificano Acca Larentia con la "lupa", che, contrariamente a quanto alcuni scrivono, in latino non significa prostituta (anche se, "lupanare", era il luogo della prostituzione). Il fatto è che l'antica Dea Madre, sotto forma anche di lupa, o di orsa, o di mucca, o di scrofa ecc. era una Dea prostituta, nel senso che la Dea della Natura si accoppiava con tutto formando vita. Non a caso Iside era chiamata in Egitto "la grande prostituta", ed era un complimento anzichè un'offesa. Questa Dea evidentemente italica e preromana era la Dea Lupa e le sue sacerdotesse di conseguenza erano le Lupe, che vivevano nei "tiasi" o monasteri che dir si voglia praticando la prostituzione sacra. Queste sacerdotesse erano riverite e rispettate, e quando terminavano il sacerdozio si sposavano con persone di alto rango, avendo avuto l'alta carica di "ierodule" della Dea.

    Il mito prosegue e Plutarco racconta:

    « Si dice che i gemelli venissero condotti a Gabii per imparare l'uso della scrittura e tutto ciò che solitamente devono apprendere i fanciulli di nobili origini. (E che ne sapeva il porcaro che erano di nobili origini?). Romolo sembrava possedere maggiore capacità di giudizio ed un'innata perspicacia politica, mostrando nei rapporti con i confinanti per il diritto al pascolo e di caccia una naturale predisposizione al comando piuttosto che alla sottomissione. »

    Livio poi non si risparmia perchè si sa che i due furono visti:
    « Irrobustitisi nel corpo e nello spirito, non affrontavano solo le fiere, ma tendevano imboscate ai banditi carichi di bottino. Dividevano il bottino delle rapine con i pastori e dividevano con loro cose serie e ludiche, mentre cresceva il numero dei giovani giorno dopo giorno.»

    Insomma la storia è a lieto fine, perchè i gemelli fondarono Roma e l'impero, ovvero la civiltà di gran lunga la più evoluta del mondo antico, e il Velabro è solo lo sfondo della prima scena, ma una scena fatidica e immortale nei secoli.

    Vedi anche: FORO BOARIO


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  • 04/04/14--05:32: I TATUAGGI NELL'ANTICA ROMA
  • TATUAGGIO SU "IL GLADIATORE"

    Nell'antica Roma i tatuaggi erano considerati appannaggio dei barbari, per cui nessun nobile romano se ne sarebbe praticato uno.  Tuttavia i tatuaggi erano largamente usati in ambito barbaro, prima con l'unico scopo di contrassegnare le tribù, anche per riconoscere alleati o nemici, sia per incutere paura in battaglia.

    In particolare vennero usati molto tra i Pitti, i Britanni, i Traci e gli Alamanni, sembra che non solo distinguessero le tribù ma vi si aggiungessero decorazioni per significare il valore in guerra. I Celti adoravano come divinità anche animali quali il toro, il cinghiale, il gatto, gli uccelli e i pesci e in segno di devozione se ne tracciavano i simboli sulla pelle. I Britanni, il cui nome deriva da "brith" ( dipingere) non portavano altre vesti che dei mantelli fatti con peli di bestie selvagge e si facevano sul corpo incisioni di varie forme e figure che riempite con un succo di colore scuro, davano loro una tinta indelebile. Gli Alamanni si tatuavano in nero e rosso, e aggiungevano le pitture.

    Di solito infatti venivano operati tatuaggi di mostri e bestie feroci, ma anche di divinità protettive, spesso rappresentate dall'animale totem.

    Il tatuaggio si effettuava specie sugli omeri, sulle braccia, sulle gambe, ma soprattutto sui ginocchi che essendo mobili davano l'idea di belve in movimento.

    Oltre ai tatuaggi, detti in genere "stigmae", c'erano le parti dipinte, sopratutto sul viso che si operavano in tempo di guerra, per darsi coraggio e per intimorire il nemico.
    Queste pitture sformavano il viso, ingrandivano la bocca e gli occhi, davano un'espressione selvaggia e crudele. Tutto ciò era fatto naturalmente per spaventare il più possibile il nemico.

    Le prime volte che i Romani entrarono a contatto con tali figure dovettero esserne impressionati, ma poi credettero bene di copiare in parte questa usanza, anche se in modo più ristretto, perchè in patria sarebbero risultati barbari.



    IL TATUAGGIO PER I ROMANI

    I primi a farsi tatuare volontariamente furono i soldati, per una specie di giuramento scritto con i propri commilitoni. Spesso infatti il tatuaggio riguardava l'essere "civis romanus", sintetizzato con l'S.P.Q.R con cui si indicava il senato e il popolo di Roma, o il nome della legione, o il comandante della legione o, in seguito, l'imperatore.

    ERA USO TATUARE ANCHE
    IL NOME DELLA LEGIONE
    Poi però con lo stabilirsi delle legioni, cioè quando i soldati cominciarono a ricevere un congruo stipendio, si dice che il tatuaggio divenne obbligatorio per i soldati perchè non essendo cancellabile diventava un mezzo per scoraggiare la diserzione. Un militare a spasso senza licenza veniva condannato a morte come disertore.
    In realtà al legionario veniva dato un signaculum, una specie di pendaglio che simboleggiava l'appartenenza all'esercito, (l'equivalente piastrina militare dei soldati odierni) cosa che gli garantiva una quasi totale immunità e fu invece solo nel tardo impero che diventa tatuaggio obbligatorio come misura antidiserzione.

    Ciò non tolse però i tatuaggi aggiuntivi, soprattutto ad opera dei veterani che erano considerati di tutto rispetto. Non era infrequente un veterano che aggiungesse il nome di una seconda legione, o addirittura il nome di una battaglia molto gloriosa cui aveva partecipato.

    Riguardo ai tatuaggi aggiuntivi, mentre l'S.P.Q.R. non tramontava mai, la legione, il generale e pure l'imperatore potevano cambiare, ma essendo un credo e una dedizione si portava nel cuore come sulla pelle. Alcune fonti raccontano che inizialmente i tatuaggi vennero eseguiti solo su schiavi, gladiatori e criminali, prima ancora di appartenere ai soldati.

    Sembra vero il contrario: a parte che molti schiavi erano guerrieri fatti prigionieri, per cui spesso già tatuati, l'uso di tatuare gli schiavi non era usuale, anche perchè molti degli schiavi venivano liberati dai loro padroni per riconoscenza e pure per interesse.

    Ne fa prova l'editto di Augusto che, vista l'enorme quantità di schiavi liberati che popolavano Roma, proibiva la liberazione di questi prima dei 5 anni di proprietà da parte dello stesso padrone.

    Era infatti più redditizio affittare una bottega ad uno schiavo liberato che avrebbe fatto al massimo i suoi interessi che non tenerci lo schiavo come commesso, di certo in tal modo meno incentivato a far andare al meglio il commercio. 

    Tuttavia Plinio e Svetonio riferiscono che gli schiavi romani venivano marchiati con le iniziali del proprio padrone o, nel caso fossero stati sorpresi a rubare, erano marchiati a fuoco sulla fronte. Non era comunque la norma tanto è vero che di solito si usavano i collari di ferro col nome e l'indirizzo del padrone, ma solo per gli schiavi più ribelli.


    Il tatuaggio degli antichi romani era un po' come quello dei tempi nostri, i marinai si tatuavano sentendosi uniti dalla pericolosa avventura di solcare i mari, così i legionari si sentirono una comunità a parte che rischiava la vita in guerra. 

    Sembra che i gladiatori sfoggiassero tatuaggi molto apprezzati dal pubblico e dalle matrone. 

    In genere i tatuaggi venivano eseguiti sulle braccia, raramente sulle gambe. Se invece i legionari appartenevano ad una gloriosa legione fregiarsene era un pregio. Di solito la legione veniva abbreviata con l'abbreviazione leg. (da legio) e il numero della legione. 

    A volte si tatuavano però solo il simbolo della legione, ad esempio sembra che il famoso capricorno di Augusto fosse abbastanza usato tra i soldati. Avendo Augusto copiato molte cose da Giulio Cesare, probabilmente vi era nel suo esercito anche l'uso del toro (di Giulio Cesare) che caratterizzava le sue legioni. Questi simboli, che venivano pure riportati sugli stendardi, riguardavano spesso il segno zodiacale del generale, ma non sempre. Questo accadeva infatti quando si trattava di un comandante particolarmente amato dai legionari e sia Cesare che Augusto lo furono.

    Si sa che in certe epoche i soldati si tatuarono il nome dell'imperatore, naturalmente quando era uno molto stimato e venerato, uno di questi fu ad esempio Marco Aurelio, ma sembra che altri imperatori non gradissero la cosa.

    Rispetto al colore sembra che i Romani usassero esclusivamente il nero, ottenuto infiltrando carbone disciolto sotto la pelle. C'è notizia anche di una tinta rossiccia (Plinio il Vecchio) ricavata forse dallo zafferano, ma non è notizia certa sul materiale impiegato.

    Una nota sul film Il Gladiatore, di cui, a proposito del tatuaggio del generale Massimo, è stato notato che essendo un comandante non avrebbe mai portato un tatuaggio come un semplice soldato, facciamo notare che di solito i generali romani erano ex soldati e che perfino i politici erano ex soldati, grazie al famoso e obbligatorio cursus honorum stabilito da Giulio Cesare. 

    Ma c'è di più, i migliori generali furono quelli che si sentivano commilitoni (cum militum - termine creato da Cesare) del loro generale. Nessun vero generale romano (a parte poche eccezioni) avrebbe snobbato i legionari dandosi arie di nobiltà o superiorità. 

    TATUAGGIO CRISTIANO
    Perdere il rispetto dei soldati poteva significare perdere la vita. Il generale più amato era sempre un soldato che era emerso per meriti speciali. Non c'era nulla di strano dunque se un generale portava sul braccio un tatuaggio che inneggiasse a Roma.

    L'imperatore Costantino ( 325 AD circa ) stabilì che gli schiavi condannati a combattere come gladiatori o a lavorare nelle miniere potevano essere tatuati sulle gambe o sulle braccia, ma non in volto, poichè questo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, doveva mantenersi integro.

    A ragione di ciò si porta la Bibbia: "Non vi farete incisioni nella carne per un defunto, né vi farete tatuaggi addosso. Io sono il Signore" Levitico 19.28'. Però a quei tempi la Bibbia era totalmente ignorata dai cristiani. Comunque non lo proibì ai soldati, perchè era ormai una tradizione conclamata.

    Nel 787, Papa Adriano Primo proibì l'uso dei tatuaggi, a causa della loro associazione al Paganesimo considerato ormai come diabolico. Nonostante le proibizioni sembra che anche durante le crociate, molti combattenti si fecero tatuare la croce cristiana sulle carni per fede e protezione.


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  • 04/07/14--05:44: ADONAEA - GIARDINI DI ADONE
  • RICOSTRUZIONE DELL'ENTRATA ALL'ADONAEA, A DESTRA L'ARCO DI DOMIZIANO

    "In un interessante frammento della Pianta di Roma N. XLIX, trovandosi disegnata una grande sala circondata da cinque file di colonne, con nel mezzo qualche indicazione di piantagioni, si stabilisce generalmente per la iscrizione che quantunque non intiera sta ivi scolpita, esservi rappresentati quei giardini di Adone, nei quali Domiziano ricevette Apollonio Tianeo dopo di aver sacrificato a Pallade: ma non bene però si conosce il luogo ove questi orti precisamente stavano situati. Considerando peraltro la grande estensione che si trova indicata dalla suddetta lapide avere occupati questi giardini, non so rinvenire altra località sul Palatino sufficiente a contenerli, che quell'area posta sull'alto del monte accanto alla sinistra parte del principale ingresso del Palazzo; massime che questo ingresso si giudica essere stato formato dallo stesso Domiziano nelle grandi ampliazioni da lui fatte, in luogo di quello edificato da Nerone, nel quale stava il gran colosso, e che si dice distrutto da Adriano per edificarvi il tempio di Venere e Roma."

    Gli scavi realizzati recentemente sul Palatino dalla Soprintendenza Archeologica hanno riportato alla luce i resti di diversi edifici e complessi monumentali di grande rilievo, succedutisi nel settore nord-est del Palatino fin dall'alba dell'Impero romano, con edifici diversi ma sempre corredati da giardini.
    Una delle caratteristiche più interessanti del parco del Pincio è senza dubbio l'obelisco egizio  conosciuto come obelisco Pinciano ma in realtà di Antinoo, perchè dedicato dall'imperatore Adriano al suo giovane amico annegato nel Nilo nel 130 d.c., forse per una devotio all'imperatore.

    Il monolite, realizzato per volere di Adriano, fu collocato sul monumento funebre di Antinoo che, secondo una recente ipotesi, doveva trovarsi all'interno degli Adonaea sul Palatino. Ne consegue che la scritta, in stile egizio, sia di mano romana.

    L'Adonaea, o Giardini di Adone, sicuramente ornava diverse domus o ville romane, ma famosa  era quella sul Palatino, attigua alla reggia augustale, più o meno dove fu poi fondato il tempio di Eliogabalo

    A metà estate le donne greche mettevano immagini di Adone sui tetti, poi piantavano semi a rapida germinazione come frumento, lattuga e orzo in contenitori di fortuna come vecchi vasi rotti o cestini rovinati, e lì coltivavano per otto giorni. Dopodichè mettevano le giovani piantine germinate di fronte all'altarino e le lasciavano morire al sole e senza acqua, ricreando così il ciclo di nascita, vita e morte di Adone.

    VIGNA BARBERINI LOCAZIONE DELL'ADONAEA
    Ecco l'antesignano delle piantine nei barattoli di conserva sui davanzali delle case, i vasi di fortuna che divengono poi vasi di terracotta, di marmo e di pietra, sempre più elaborati e di dimensioni maggiorate, finchè a Roma, dove dominava il gusto dei giardini e del verde, nasce questo nuovo tipo di giardino, con piante in vaso, che prima coronano il giardino e poi ne diventano le protagoniste.

    Platone cita i giardini di Adone per alludere a qualcosa di inconsistente e di poco valore, ma la festività, non riconosciuta ufficialmente e dapprima considerata un passatempo di donne e bambini, pian piano prende piede e si diffonde. La moglie di Tolomeo II, infatti, celebra il rito con una grande processione in cui Afrodite e Adone vengono condotti in giro per le strade seduti su troni d'argento. In fondo è la grande celebrazione della nascita, crescita e morte del figlio-vegetazione della Grande Madre Terra, che nasce al solstizio di inverno, cresce e poi muore per resuscitare all'equinozio di primavera, mito che la Chiesa Cattolica adotterà pari pari per Gesù Cristo.

    VIGNA BARBERINI EX ELIOGABALUM
    I vasi si diffondono e trionfano anche a Roma, dove coronano un ninfeo o sono al termine di un viale, o ai lati di un portale, finemente scolpiti e issati su erme di marmo. Oppure ornano le balaustre su parallelepipedi con mensole in pietra, o sono al culmine di una fontana, o alternano sedili ricurvi in una specie di salotto da giardino, o sono portati da ninfe che li poggiano graziosamente sul capo o sulla spalla, o stanno ai lati di un minuscolo tempietto, o al suo centro. Sul Palatino l'imperatore Domiziano ha una corte adornata di fiori che nascono in vasi disposti tutto intorno al tetto del cortile colonnato. Più tardi si troveranno usi simili anche a Pompei.

    Questo tipo di giardino ha pochi alberi ma molte arcate e colonne ricoperte di fiori, un'architettura molto leggera, con bassi cespugli, corte e lunghe siepi ed aiuole di fiori, che sarà poi la base dei meravigliosi giardini rinascimentali italiani. Sembra peraltro che si facesse grande uso di pergolati allietati nella dovuta stagione da grappoli per la tavola o per il vino.

    VIGNA BARBERINI (palatino)
    Sul colle Palatino infatti, su un'area terrazzata attigua al grande Palazzo, come testimonia la Forma Urbis Severiana. sorgevano i Giardini di Adone, giardini pensili circondati da portici con un grande lato curvilineo, che prendono il nome dal giovane Adone amato di Afrodite. La Forma Urbis evidenzia l'Adonea come una grande forma quadrangolare, con una serie di punti allineati in file regolari, con al centro un doppio allineamento di linee parallele, ai lati di un elemento rettangolare allungato.

    Sembra che il giardino fosse splendido, coronato di giganteschi vasi di marmo da cui spuntavano fiori di vari colori, spesso circondati di verdi e bassi cespugli, con vialetti incorniciati da colonne scanalate e trionfi di fiori in vasi preziosi, con aiuole, panchine e tavolinetti di marmo variamente istoriati. Un giardino a base di vasi come un gigantesco terrazzo, bello da essere degno di un imperatore.

     
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  • 04/10/14--05:37: RITRATTI DEL FAYUM
  • FAYUM (fig.1)

    I famosissimi ritratti del Fayum sono circa 600 ritratti funebri, di grande impatto artistico, fortemente realistici, straordinariamente attuali, realizzati per lo più su tavole lignee, che ricoprivano i volti di alcune mummie egizie d'età romana.

    Il nome deriva dalla pseudo-oasi del Fayum, o Madinat Al Fayoum, o anche Faiyum, Fayyum o, francesizzato, Fayoum, la località da cui proviene la maggior parte delle opere.
    Questi ritratti, insieme agli affreschi di Ercolano e Pompei, sono tra gli esempi meglio conservati di pittura dell'antichità.

    Sembra che in Egitto al tempo dei Tolemei la popolazione del Fayyum fosse composta per il 30% da greci e per il resto egizi. I ritratti del Fayyum, dunque, raffigurerebbero i discendenti di quei primi coloni greci che sposarono donne egizie e che adottarono il pantheon egiziano seguendone i vari riti.

    Ma “l'ellenizzazione” dell'Egitto avvenne soprattutto con l'arrivo dei Romani.

    Nel II sec. d.c., l'usanza di mummificare i corpi dei defunti restò molto popolare, facendo fiorire così un particolare tipo di pittura che virò decisamente sullo stile greco romano, che è come dire pompeiano, visto che Pompei stava nella Magna Grecia felicemente invasa e arricchita dai romani.

    Fa pertanto un certo effetto mirare certe mummie con le bende dipinte a divinità e simboli egizi e la tavola raffigurante il morto che riproduce un volto dai tratti dell'alto Mediterraneo.

    Trattasi dunque delle maschere funebri già in uso da lungo tempo presso gli egizi, ma realizzati in modo del tutto nuovo ed originale. Infatti questa ritrattistica sembra più che altro romana, con quella stupenda e sconcertante fedeltà al vero che solo i romani seppero usare in modo così mirabile e spesso impietoso.

    Fossero infatti sia pure imperatori o generali, i volti venivano riprodotti senza il minimo ritocco, con la bellezza o bruttezza che li caratterizzava, e senza nemmeno nascondere aspetti popolini e tutt'altro che aristocratici.

    I dipinti coprirebbero un periodo che va dalla fine del I sec. alla metà del III sec. d.c. quando improvvisamente cessò questo tipo di produzione artistica per cause a noi ignote.

    I ritratti vennero eseguiti in due tecniche principali, a encausto o a tempera a base di uovo.Talvolta trattavasi di qualche tecnica diversa, talvolta le tecniche erano miste.

    FAYUM (fig.2)
    Le opere a encausto hanno colori molto più vivi, talvolta misti a foglie di oro per raffigurare gioielli e corone, con variazioni di tonalità per indicare la provenienza della luce.

    La maggior parte dei ritratti è dipinta su tavole di legno duro, soprattutto mediterraneo: quercia, tiglio, sicomoro, cedro, cipresso e fico.

    Alcune tavole sono ridipinte o dipinte da ambo i lati, forse perchè i ritratti erano stati eseguiti quando il soggetto era ancora in vita. Alcuni ritratti sono realizzati direttamente sulle tele e le bende usate per la mummificazione, con una maestria eccezionale.

    Ogni tavola veniva poi applicata al volto del defunto inserendola tra le bende e nel British Museum si conservano ancora alcune mummie con la tavola ancora applicata, come si osserva nel defunto in alto.

    Di solito viene raffigurato il volto di una sola persona, posta frontalmente. Lo sfondo è solitamente di un unico colore, a volte arricchito da alcuni elementi decorativi.

    E' difficile alludere a una qualche corrente stilistica, se non riconoscere l'abilità ritrattistica che coglie sia i particolari precisi che l'intensità del carattere come nella statuaria romana.


    ETRURIA - POLIMNIA (fig.3)
     Naturalmente come il clima particolarmente secco dell'Egitto ha permesso la conservazione di queste tavole, non è accaduto altrettanto con la pittura dei luoghi umidi del mediterraneo.

    L'unico raffronto possibile è con i volti degli affreschi di Pompei, di Boscoreale e di Ercolano, nonchè di alcune pitture etrusche come questa splendida, meravigliosa Musa Polimnia, sempre a encausto, riprodotta qui sopra (fig.3), che nulla ha da invidiare ai grandi pittori del Rinascimento.

    Diciamo anzi che il Rinascimento è sorto proprio grazie alla riscoperta della statuaria e della pittura romana, ammirate e copiate da Raffaello, Michelangelo, Leonardo ecc.

    L'encausto, usato sia negli affreschi che nella decorazione, è una tecnica in cui i colori si miscelano alla cera per mezzo del calore.

    Il dipinto una volta eseguito viene scaldato (encaustizzato) per fare penetrare la cera nei colori, che in questo modo rimangono fissati, acquistando forza e splendore.

    FAYUM (fig.4)
    Nella figura del ritratto 1 notiamo una mescolanza un po' dissonante tra le decorazioni della mummia e il volto del defunto. Ieratiche, delicate e solenni le prime, fortemente calcato ma sfumato, pienamente caratterizzato, caldo e istintivo il secondo.

    E' talmente viva la figura che sembra imprigionata nelle bende, e il suo sguardo sembra chiedere se non una liberazione dalle bende della morte, il legame del non essere dimenticato. 

    Questa pittura di Fayum ha ispirato tutto il Rinascimento, da qui tutti hanno imparato tutto, gli sguardi pensosi, la purezza degli sguardi, l'intensità espressiva, ma pure la mestizia e la rassegnazione, anche perchè era lo sguardo con cui i morti guardano i vivi, in un mondo ritenuto sempre un po' sbiadito rispetto alla vita terrena.

    Gli autori di queste raffigurazioni erano grandi artisti, degni ancora oggi di insegnare ai contemporanei che infatti ancora attingono da loro.

    Nell'immagine non c'è sfondo nè ambientazione, nessun dettaglio, perchè i dettagli sono tutti nel volto dai grandi occhi spalancati. 

    Quest'immagine di donna, la fig.4, dalle sopracciglia marcate e bistrate, ha un raffinato copricapo da cui scendono pendenti d'oro, e una collanina di corallo o di pasta vitrea con un pendente centrale.

    Anche la sua veste è elaborata, con veli e ricami in oro, ma nulla di ostentato, tutto di una raffinata e preziosa sobrietà.

    FAYUM (fig.5)    CAMPIGLI (fig.6)


    La donna ha il vestito bello della festa, ma il suo volto esprime un'intensità che sottende un trattenuto rimpianto. Lei appartiene ormai a un'altra dimensione, lontana dagli affetti e dai luoghi in cui ha intessuto la sua vita.

    FAYUM (fig.7)
    Dentro quello sguardo c'è un'intensità che va aldilà delle lagrime, perchè quando si piange c'è qualcuno che ci può consolare, ma lei è eternamente tagliata fuori non dal dolore ma dall'espressione del dolore. 

    Tutto è destinato a scomparire per queste figure che sembrano apparire tra le bende come un ultimo attimo di visione, di contatto, prima che la bara venga chiusa sul loro corpo e sulla loro vita, troppo spesso una vita ancor giovane, col dolore e il rimpianto di non aver potuto godere di tutte quelle gioe che la gioventù sogna.

    Sembra di vedere in ogni figura le figure che verranno, come nella figura sottostante (fig.5) di giovane fanciulla morta nel fiore degli anni si può potare il riscontro fino a Campigli (fig.6).

    Viso triangolare, naso lungo e sottile, pettinatura compatta e ordinata, gioielli sottili ed eleganti, negli orecchini a bottone da cui partono fili e perline, alla collana a sottile torciglione in oro massiccio, ma soprattutto occhi spalancati e smarriti, perchè tutto che poteva essere detto e compiuto, non può più essere detto o compiuto.

    Ora tutto il resto è silenzio.

    Questi ritratti funebri non sono stati eseguiti per essere esposti, né tanto meno come opere d’arte da tenere nella propria casa. Quel che colpisce di più infatti di queste stupende opere è che erano destinate a essere precluse per sempre alla vista dei vivi. venivano sepolte insieme ai corpi dei defunti.

    Naturalmente uno scopo l'avevano: facevano parte dei complessi rituali funebri egizi e servivano a ricoprire e identificare i volti dei defunti. Identificare non per il mondo dei vivi, ma per il passaggio nel mondo dei morti, la parentesi di una simil vita che sarebbe poi un giorno nuovamente cambiata riportando in vita la creatura mummificata.

    FAYUM (fig.8)
    Infatti queste immagini erano in genere accompagnate da iscrizioni che specificavano il nome e l'età, come accade per le foto che ornano le tombe dei nostri cimiteri. Solo che qui il passaggio era più complesso e misterioso.

    Ed ecco il ritratto di un uomo, anch'esso giovane, dal volto un po' magrebino, munito sul capo di una coroncina d'oro, quindi un personaggio di tutto rispetto, sicuramente anch'esso della buona società greco romana che si era inserita nel mondo egizio subendone in parte il fascino e i costumi. (fig.7)

    Anche qui naso lungo e fino, labbra piccole e carnose e occhi quietamente spalancati, ma con una quiete carica di rimpianti trattenuti, come l'ultimo sguardo del defunto nel mondo dei vivi, uno sguardo di addio mesto e intenso, un lungo addio che sbiadisce nella nebbia.

    Queste pitture, più ancora della scultura, ci permette non solo di ritrovare i lineamenti di persone vissute duemila anni fa, ma anche di gettare uno sguardo sulla loro vita, non la storia della vita, ma la storia interiore.

    Si dice che La Gioconda di Da Vinci abbia lo sguardo con cui i morti guardano i vivi, ma la consapevolezza della gioconda le dona una serenità che le consente un sorriso di benevola adulta su un mondo di irrequieti bambini, mentre queste persone non sono al disopra dell'umano, anzi ne conservano ancora i desideri e le passioni. 

    Pure hanno la consapevolezza del passaggio, come se stessero in quell'istante varcando una porta di cui già intravedono si la dimensione diversa che li attende, ma con un sospiro di rimpianto per il mondo che lasciano.
    FAYUM (fig.9)   COPPIA DI SPOSI - POMPEI (fig.10)

    Ma una delle immagini che più commuovono è questa del bimbo, che lascia dei genitori da cui non avrebbe mai voluto scostarsi, dallo sguardo sperduto e disperato. (fig.8)
    Colpisce l'idea che nessuno sia veramente consolabile della mancanza della vita, anche se l'Amenti egizio prometteva un certo paradiso.

    Ma qui prevale il sentimento che l'artista ha trasfuso al defunto, con quella sensibilità particolare che i veri artisti, pur non esercitandola a volte nella vita, hanno nelle loro opere, come se tutti i loro sentimenti potessero avere via d'uscita solo nell'opera d'arte e non con gli altri.
    Dal momento del ritrovamento nel corso degli scavi archeologici di fine ’800 questi ritratti, più di seicento, sono ora sparsi nei musei di tutto il mondo.

    Moltissimo è stato scritto su queste figure e molti di questi studi sono stati riassunti per la mostra ” Misteriosi volti dall'Egitto” tenutasi nel 1998  dalla Fondazione Memmo di Roma.

    FAYUM (fig.11)
    Molti di questi volti potrebbero appartenere al popolo napoletano, come il volto femminile ritratto nella fig.9, con i suoi gioielli ottocenteschi, o così potrebbero essere, il che ci dice quanto anche la gioielleria abbia attinto dagli antichi, e con un volto e pure un po' un'acconciatura che somiglia non poco a quella della donna ritratta nella famosa coppia di Pompei, vedi fig.10.

    Ciò che rende unici questi dipinti, oltre la bellezza, la maestria, l'intensità e le tecniche, è un particolare raramente usato: la maggior parte di queste pitture guardano fisso chi le guarda, come a voler provocare intenzionalmente un grande coinvolgimento emotivo.

    E' come se il defunto dicesse:

     "Guardami, sono qui, e sto morendo. Sto morendo e non sono pronto. Sto morendo e non posso farci nulla e nemmeno tu puoi farci nulla."

    E' l'eterno dramma del distacco dai nostri cari, o di noi stessi dalla vita, che poi è la stessa cosa.
    Quindi è il dramma più antico e doloroso del mondo, e nello stesso tempo il più misterioso: il dramma della morte.
    Questo sembra dire il ritratto della fig.11,: si sta svolgendo un dramma ma non posso farci nulla e nessuno può farci nulla.

    Forse per questo nei film e nei libri cerchiamo sempre il lieto fine, perchè sappiamo che la vita non avrà un lieto fine, perchè siamo a termine, e nessuna religione può consolarci davvero di questo.
    Nell'istante in cui sono fissati sul legno con la tempera questi personaggi, per magia del loro autore, sono ancora rivolti al mondo che lasciano, ma con un piede già nel mondo misterioso dell'aldilà.



    http://erewhon.ticonuno.it/arch/rivi/colore/fayum.htm

    I ritratti su mummia e la ritrattistica romana
    di Susan Walker

    Il ritratto come riproduzione dell'apparenza di un individuo durante la vita è stato a lungo considerato uno dei generi più duraturi e di maggior successo dell'arte romana.

    FAYUM (fig.12)
    Tuttora, i più non hanno difficoltà a riconoscere, per esempio, Giulio Cesare nei suoi ritratti, tanto forte è il senso di identità personale conservato nelle sue immagini su monete, gemme e busti.

    Alcuni ritratti venivano posti in aree pubbliche, come le moderne statue commemorative di personaggi importanti. 

    Molti venivano deposti nelle tombe, così come ai giorni nostri, in alcune società moderne, i defunti vengono ricordati con immagini che li mostrano quando ancora erano in vita.

    Nella Roma repubblicana i ritratti funebri erano appannaggio della nobiltà o delle famiglie dei magistrati: avevano un significato esemplare per i membri più giovani della famiglia, dovevano instillare in loro le virtù che erano state dei loro importanti predecessori. 

    Durante l'Impero la funzione specifica dei ritratti cade in disuso gradualmente e la ritrattistica diventa uno dei molti mezzi per esprimere lealtà all'imperatore e alla sua famiglia: alcune volte i cittadini imitavano addirittura la fisionomia imperiale.

    E' il tipo di ritratto più tardo quello che viene importato in Egitto alla metà del I secolo d.c. e che rimane in uso per circa due secoli. 

    FAYUM (fig.13)
    In Egitto i ritratti sono usati con la specifica funzione di coprire la testa del defunto mummificato; per questo motivo sono dipinti su pannelli di legno inseriti all'interno delle bende o su sudari di lino, che ricoprivano la mummia.

    Ritratti venivano anche dipinti su teste in gesso, che erano attaccate ai vari materiali usati per racchiudere e proteggere il corpo: sudari, coperchi lignei di sarcofago, contenitori di lino o anche cartonnage e contenitori di fango. 

    Qualsiasi fosse il materiale, lo scopo del ritratto rimaneva invariato: essere testimonianza dell'apparenza del defunto durante la vita.

    Grazie all'accuratezza nel riprodurre le acconciature, gli abiti e i gioielli del personaggio, è stato possibile datare i ritratti molto precisamente, in alcuni casi all'interno di un decennio, riferendosi a oggetti simili ritrovati in altre zone e datati sicuramente durante l'Impero Romano. 

    Questo è un aspetto di per sé interessante della cultura romana ed è, in un certo senso, l'antenato del fenomeno "jeans e coca-cola" universalmente riconosciuto ai giorni nostri.

    FAYUM (fig.14)
    Anche nelle province più lontane dell'Impero si cercava di imitare la "moda imperiale", e certi oggetti e aspetti legati all'uso comune e alla vita quotidiana (non solo abiti, ma anche tovaglie e modo di scrivere il latino) appaiono in forme molto simili in tutta l'area dell'Impero. 

    La stretta relazione dei ritratti con la moda romana metropolitana può essere spiegata con il fatto che i personaggi ritratti erano fortemente legati a Roma, essendo impiegati nell'amministrazione della provincia.

    Avevano così una motivazione e, attraverso contatti personali e ufficiali, i mezzi per vestire allo stesso modo dei Romani che vivevano a Roma. 

    Tipi simili di ritratti, che riflettono fortemente l'influenza romana, ma sono specificatamente realizzati per uso locale ed esattamente contemporanei ai ritratti su mummia, sono quelli ritrovati a Palmira, in Siria, e in Cirenaica, Libia Orientale.

    Comunque, uno studio accurato delle tavole rivela che le caratteristiche fisiche del soggetto offrono un'immagine più varia ancora dei loro abiti. Appare chiaro che gli artisti che li dipinsero (di cui non sappiamo nulla) registrarono fedelmente l'aspetto dei loro clienti. 

    Così i ritratti della stessa tomba a er-Rubayat sono innanzitutto legati dalla somiglianza di alcuni caratteri somatici: occhi, menti con fossetta, fossette sopra e sotto le labbra, che sono esse stesse molto simili.

    FAYUM (fig.15)
    Adesso che è noto dall'evidenza documentaria che le pitture provengono dalla stessa tomba, si possono forse fare altre ipotesi: probabilmente il pittore è lo stesso per tutti i ritratti, come fu suggerito sessanta anni fa.

    I personaggi ritratti appartengono alla stessa famiglia (alla differenza d'età si tratta probabilmente di madre e figlio) e può essere congetturato che lo stesso artista venisse impiegato per dipingere un certo numero di ritratti dello stesso gruppo. 

    Inoltre, le tavole rappresentano tratti somatici in dettaglio; il ritratto di un giovane, fino a ora considerato difficilmente databile per la mancanza di una qualsiasi caratteristica cronologicamente determinante, può essere oggi datato in relazione al ritratto di una donna, che include gioielli, abiti e pettinatura secondo la moda del tardo Il o inizio del III secolo d.c..

    Altre "coppie" possono essere associate allo stesso modo, anche se non c'è, purtroppo, evidenza documentaria che accerti la loro provenienza dalla stessa tomba. 

    Esempi di pitture che mostrano tratti somatici personali includono un pannello da Hawara, che ritrae una donna con lineamenti molto mascolini, un uomo robusto da Kafr Ammar e un giovane uomo, forse con una paralisi facciale, soggetto di un raffinato ritratto da Hawara. 

    FAYUM (fig.16)
    Molte altre tavole mostrano una ricerca dell'individualità: colore della pelle, barba, struttura ossea sono meticolosamente registrati e, all'interno del corpus, variano sensibilmente.
    Va osservato che spesso i soggetti sembrano piuttosto giovani: questo ci fa concludere che le pitture venivano commissionate durante la vita dei personaggi.
    Tuttavia questa conclusione ci rende difficile dare un'interpretazione delle immagini dipinte sui sudari o sui sarcofagi e dei ritratti dei bambini, che certamente morirono abbastanza all'improvviso. 

    Sebbene vi siano eccezioni, le indagini T.A.C. effettuate sulle mummie complete di questo corpus rivelano una corrispondenza di età, e in determinati casi di sesso, tra il corpo e l'immagine. 

    Sono sopravvissute alcune effigi di persone di mezza età o anziane, ma si deve concludere che molti pannelli rispecchiano un'età media piuttosto bassa, registrata anche nei censimenti dell'Egitto di epoca romana.

    Relativa alla nozione che i ritratti venissero dipinti durante la vita dei personaggi è l'idea che fossero appesi nelle abitazioni prima di essere posti sulle mummie. 

    Certamente i pannelli erano tagliati da una forma rettangolare, in forma arcuata, con gli angoli superiori tagliati o in una forma che seguiva la linea delle spalle, a seconda della tradizione locale, di Hawara, er-Rubayat e Antinoopolis. 

    FAYUM (fig.17)
    Comunque, erano dipinti in scala 1:1, e il solo ritratto con cornice sopravvissuto è troppo piccolo perché fosse realmente posto sul corpo del defunto. 

    Non esiste alcuna evidenza che mostri come e quando questo tipo di immagine fosse commissionata, ma è possibile che fosse dipinta all'epoca della morte per essere portata in processione (ekphorà) attraverso il villaggio o la città di provenienza del defunto, da dove poi era portata, assieme al corpo, all'imbalsamatore per la mummificazione e il taglio del pannello a misura delle bende. 

    Questo avvenimento, che è implicito nell'evidenza papirologica come sequenza di eventi durante i funerali delle classi abbienti dell'Egitto romano, potrebbe spiegare l'esistenza di ritratti dipinti su entrambi i lati, che probabilmente venivano portati in processione, come l'esistenza di tre ritratti dello stesso giovane uomo ritrovati assieme a una delle mummie scavate ad Hawara e l'evidenza del taglio dei pannelli. 

    E' ben possibile che i corpi, dopo essere stati mummificati, fossero deposti nelle tombe.
    L'uso egiziano di "cenare con i defunti", riportato dagli autori greci e latini, avveniva non in casa, ma in un padiglione associato alla tomba, esempi del quale sono stati recentemente scavati a Marina el-Alamein.


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  • 04/14/14--05:40: AQUILEIA (Friuli)



  • LA FONDAZIONE

    Aquileia romana (odierna Aquileia in Friuli; lat. Aquileia) fu fondata nel 181 a.c., nei pressi del fiume Natisa, come colonia di diritto latino da parte dei triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio.

    Essi erano stati incaricati dal Senato per sbarrare la strada ai barbari confinanti, Carni ed Istri, che minacciavano i confini orientali d'Italia, e pertanto vennero inviati al loro seguito e come primi coloni ben 3000 fanti con le rispettive famiglie, nel territorio degli antichi Carni:
     « Nello stesso anno fu dedotta nel territorio dei Galli la colonia di Aquileia. 3.000 fanti ricevettero 50 iugeri ciascuno, i centurioni 100, i cavalieri 140. I triumviri che fondarono la colonia furono Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri XL)

    I 3000 fanti provenivano dal Sannio, e già con le famiglie e i parenti raggiungevano circa 20.000 persone, a cui si aggiunsero dei gruppi di Veneti. Successivamente, nel 169 a.c., si aggiunsero altre 1.500 famiglie, cui si affiancarono alcune comunità orientali, egizie, ebraiche e siriane.

    « Aquileia, poi che è la più vicina al golfo dell'Adriatico è stata fondata dai Romani, fortificata contro i barbari dell'interno. Si risale con le navi verso la città salendo lungo il corso del Natiso per circa 60 stadi. essa serva ad emporio a quei popoli illirici che abitano lungo l'Istro. Essi vengono a rifornirsi di prodotti provenienti dal mare, come il vino che mettono in botti di legno caricandolo sui carri e anche l'olio, mentre la gente della zona viene ad acquistare schiavi, bestiame e pelli. Aquileia è situata oltre il confine dei Veneti. Il confine è segnato da un fiume che scorre giù dalla Alpi ed attraverso il quale, con una navigazione di 1.200 stadi si risale fino alla città di Noreia. » (Strabone, Geografia, V, 1, 8.)




    LA STORIA

    - Baluardo strategico per la difesa, ed anche per i ricchissimi giacimenti di minerali del ferro della Carinzia, fu retta inizialmente da duoviri e poi da quattroviri con un suo senato. la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri, e contro vari popoli, fra cui i Carni e poi per l'espansione romana verso il Danubio.

    169 a.c. - Tuttavia le opere di fortificazione e difesa militari non sembrarono sufficienti per cui si provvide a migliorarle anche con nuovi materiali e nuovi coloni.

    156-155 a.c. - Nel periodo repubblicano Aquileia  crebbe come avamposto militare e poi come "quartier generale" dei consoli Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Gaio Marcio Figulo e Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo contro le tribù dei Dalmati, che portarono poi alla conquista della città di Delminium.
    129 a.c. - Il console Gaio Sempronio Tuditano si guadagnò un trionfo per aver battuto gli Istri di Iapodi e i Liburni nell'Italia settentrionale, dal suo "quartier generale" di Aquileia, come risulta da un elogio a lui dedicato, sia per aver battuto le popolazioni Alpine dei Carni e dei Taurisci.

    119 a.c. - Lucio Cecilio Metello vince ancora contro i Dalmati, utilizzando Aquileia come base delle sue operazioni, aggiudicandosi un trionfo e il titolo di Delmaticus.

    115 a.c. - il console Marco Emilio Scauro combattè in Gallia Cisalpina contro i Carni ed i Taurisci ad est, utilizzando Aquileia come "quartier generale".

    113 a.c. - il console Gneo Papirio Carbone, inviato per un'invasione germanico-celtica (tra cui i Cimbri), penetrata nell'Illirico e nel Norico, a capo di un esercito con quartier generale ad Aquileia, venne sconfitto presso Noreia.

    102 a.c. - Funse da postazione avanzata a protezione dell'Italia settentrionale, anche contro i cimbri, quando Mitridate VI progettò un'invasione della penisola, grazie all'alleanza con Galli e Sciti, contando sull'alleanza di altri popoli italici.
    Quasi tutta l'Italia si era ribellata ai Romani al tempo della guerra sociale del 90-88 a.c. e nella recente guerra servile del gladiatore Spartaco,  73-71 a.c.. per il formarsi del potente regno delle tribù daciche ad opera del loro re Burebista.

    90 a.c. - la città passò da Colonia a Municipium, con la piena cittadinanza e il diritto romano ed anche il riconoscimento dell'autonomia locale con proprie leggi e la salvaguardia di lingua e cultura. Grazie alla lex Iulia de civitate (che conferiva la pienezza del diritto romano, assegnandola alla tribù della Velina) si ingrandì man mano, come attestano le diverse cinte murarie.


    Giulio Cesare

    59 a.c. - durante il suo primo consolato Gaio Giulio Cesare, con l'appoggio dei triumviri Pompeo e Crasso, ottenne con la Lex Vatinia il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni e il comando di tre legioni. Poco dopo ottenne anche quella della Gallia Narbonense e il comando della X legione. Nel 58 a.c. ben tre legioni erano dislocate ad Aquileia, evidentemente qui Cesare voleva fondare la fama e le ricchezze per raggiungere il potere.

    IL FORO
    59 - 58 a.c. - Giulio Cesare, pose gli accampamenti circum Aquileiam, intorno ad Aquileia e da Aquileia richiamò due legioni per affrontare gli Elvezi.

    58-50 a.c. - Cesare progettava una campagna oltre le Alpi Carniche fin sul Danubio, per la minaccia dacica sotto la guida di Burebista, alla conquista dell'attuale pianura ungherese, avvicinandosi pericolosamente all'Illirico romano e all'Italia. Giulio Cesare svernò spesso coi suoi soldati ad Aquileia di ritorno dalle campagne militari verso il Norico e la Retia.

    57-56 a.c. - Numerosi i soggiorni di Cesare ad Aquileia durante la conquista della Gallia: nelle operazioni diplomatiche nei pressi di Salona e nel 54 a.c. contro il popolo dei Pirasti che abitavano l'Illirico meridionale.

    53-52 a.c. - Cesare tornò insieme alla legio XV dopo che la città era stata attaccata insieme a Tergeste dagli Iapidi, quando il proconsole era impegnato in Gallia contro Vercingetorige.

    49 a.c. - allo scoppio della guerra civile, Aulo Gabinio fu richiamato da Cesare al comando delle truppe nell'Illirico. Sembra che disponesse di tre nuove legioni ad Aquileia (la XXXIII, la XXXIV e la XXXV, pari a 30 coorti totali) e che, a capo di 15 coorti e 3.000 cavalieri, marciando verso sud in direzione della Macedonia, subì un improvviso attacco da parte dei Dalmati, riuscendo a riparare a Salona solo con pochi superstiti.


    Augusto

    35 - 33 a.c., Aquileia fu "quartier generale" delle campagne militari di Ottaviano nell'Illirico. Si trovava al centro di tre differenti direttrici di marcia: quella più a sud-est verso le tribù della costa; quella "centrale" che portava nei territori dei Giapidi; e quella più a nord-est contro le popolazioni di Carni e Taurisci.

    27 a.c 14 d.c. (l'impero) - Sotto Augusto divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) nonchè centro commerciale per il portuale e le importanti strade  verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico ("via dell'ambra"), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all'Oriente.
    Augusto fu spesso nella colonia insieme alla moglie Livia che molto amava il vino Pucino, cui soleva attribuire il dono della longevità.



    La decadenza

    165 al 189 - Scoppia la pestilenza, probabilmente vaiolo, conosciuta con il nome di Peste antonina o "peste di Galeno", durò circa 15 anni e uccise  5.000.000 di persone.

    167 - incursione dei Marcomanni e Quadi con la devastazione di Aquileja e Oderzo. Seguirono Goti, Sarmati, Alemanni e Franchi.

    168 - imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero decidono di recarsi nella zona danubiana per raggiungere Carnuntum; Aquileia sarà la prima tappa.Marco Aurelio si ritira dalla campagna militare con le sue truppe per svernare ad Aquileia qui viene raggiunto da Galeno proprio con lo scoppio dei primi casi di peste in città.

    170 - Aquileia resistè agli assedi dei Quadi e dei Marcomanni sconfitti poi da Marco Aurelio: un altare eretto da un certo Eures ricorda Giove come Iuppiter, victor, conservator, defensor. Da quel momento Aquileia diventò zona d'interesse militare per le Alpi Giulie e fu circondata da opere difensive (Claustra Alpium Iuliarum) sotto il comando di un comes Italiæ, residente ad Aquileia.

    238 - resistè all'assedio dell'imperatore Massimino il Trace, che in seguito all'elezione a suo discapito da parte del Senato romano degli imperatori Pupieno e Balbino che accettarono Gordiano come Cesare, scese in Italia dalla Pannonia con l'esercito.

    - Massimino mandò sotto le mura alcuni dei suoi per invitare la popolazione ad arrendersi; Crispino arringò il popolo contro Massimino.

    - Adirati dal protrarsi dell'assedio, i soldati di Massimino lo uccisero. Fecero poi acclamare imperatori Pupieno, Balbino e Gordiano.

    260-268 - Gallieno sconfigge gli Alemanni

    268 Claudio accorre sul Garda contro gli Alemanni. Suo fratello Quintillo, incaricato di controllare i confini orientali, viene proclamato Imperatore ad Aquileia (270).

    270-275 - Aureliano è acclamato dalle sue truppe a Sirmio ed accorre più volte ad Aquileia.

    300 d.c. - l'Imperatore Massimiano si stabilì nei palazzi imperiali di Mediolanum e Aquileia ed in queste città fece erigere costruzioni enormi e ricche tanto da farle apparire una "seconda capitale".

    313 l'imperatore Costantino pose fine alle persecuzioni cristiane. fece erigere ad Aquileia un grande centro di culto con tre aule splendidamente mosaicate, ciascuna delle quali conteneva oltre 2.000 fedeli. Costantino aveva un palazzo sontuoso ad Aquileia, dove soggiornava frequentemente.

    395 d.c. - Alla morte dell'Imperatore Teodosio I, la nona città dell'Impero e la quarta d'Italia, dopo Roma, Milano e Capua, celebre per le sue mura e per il porto.

    400 d.c. - invasioni e devastazioni, prima con le incursioni Alarico agli inizi del 400, poi con l'entrata in città di Attila che trucidò tutti i suoi abitanti e la rase al suolo, cospargendo anche di sale il terreno per renderlo infertile.




    I CULTI

    La cultura romana, sempre tollerante prima del cristianesimo, rispettò i culti precedenti.
    Su tutti gli Dei prevaleva il Dio Beleno, forse di origine gallo-carnica.

    Molto seguito era anche anche quello della Fonte del Timavo e di alcune divinità fluviali (Aesontius) e boschive (Silvanus), oltre naturalmente a quelle romane (Mars. Mercurius, ecc).
    Sempronio Tuditano, vincitore romano, ha una statua al Timavo, un santuario preromano.

    Durante il terzo secolo furono accolti anche i culti orientali di Iside e di Serapide ed il culto a Mitra. Potente anche fu la comunità giudaica, che probabilmente rappresentò il tramite per la diffusione del cristianesimo.

    Una vasta opera di drenaggio, ottenuta con quattro strati di anfore capovolte, è stata individuata nel a nord del Museo Archeologico. Nell'area si ipotizza dovesse trovarsi un complesso sacro, come suggerirebbe il ritrovamento di un'iscrizione agli Dei e alle Dee.




    LA DESCRIZIONE

    Erodiano descrive Aquileia nel 238, assediata dalle truppe di Massimino Trace:
    « Prima che si verificassero questi eventi, Aquileia era una città molto grande, con una popolazione stabile molto numerosa. Situata sul mare, aveva alle sue spalle tutte le province dell'Illirico. Aquileia era utilizzata come porto d'ingresso per l'Italia. La città aveva, così, reso possibile che le merci fossero trasportate dall'interno via terra o dai fiumi, per essere scambiate con le navi mercantili. Erano, inoltre, trasportate dal mare alla terraferma a seconda delle necessità, quando le merci non erano prodotte in zona, a causa del clima freddo, ma inviate fino alle zone montane. Dal momento che l'agricoltura dell'entroterra aveva numerosi addetti alla produzione del vino, ne esportava in grandi quantità verso i mercati che non potevano coltivarvi la vite. Il grande numero di persone che vivevano stabilmente in Aquileia, non era formato solo da residenti autoctoni, ma anche da stranieri e commercianti. In questo momento la città era ancora più affollata del solito. Tutte le persone dalla zona circostante avevano lasciato le piccole città o villaggi e (vi) si erano rifugiate. Esse mettevano le loro speranze di salvezza nella città di grandi dimensioni e nelle sue mura difensive. Queste antiche mura, tuttavia, erano per la maggior parte crollate. Sotto il dominio romano le città d'Italia non avevano, normalmente, bisogno di mura o armi. Avevano sostituito una pace duratura alla guerra e avevano anche guadagnato di partecipare al governo romano. » (Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio, VIII, 2.3-4.)

    Sono presenti ad Aquileia i principali monumenti dell'epoca: circo, teatro, terme, anfiteatro e un forum pecuarium (foro boario), dove affluivano merci di ogni genere, metalli, legname, lana, lino, cui erano collegate imprese artigianali, industrie alimentari, di terracotta e ceramiche e soprattutto vetrarie con forgiatori anche di metalli preziosi.

    Oggi non si ha l'idea precisa di quanto potesse essere bella questa città, perchè i suoi resti sono ben poca cosa rispetto a ciò che fu.

    Della base militare deriva la forma quadrilatera del presidio, divisa dal cardine massimo, l'attuale via Giulia Augusta, e dal decumano massimo.

    Romanizzata la regione, la città, municipio dopo l'89 a.c. si ingrandì in fasi successive, come attestano le diverse cinte murarie.

    Della città romana, dalla tipica dislocazione sugli assi della centuria, rimangono una vasta zona portuale e le grandi strutture pubbliche dei Templi e del Foro, ora devastate dall'intersecare della strada principale. Sparsi un po' ovunque reperti vari e splendidi mosaici pavimentali, mura e la necropoli.

    La città aveva una forma allungata circondata da una cerchia di mura. Era suddivisa in quartieri quadrangolari attraversati da strade perpendicolari tra loro orientate secondo i punti cardinali. La vita sociale si raccoglieva nel foro, una grande piazza lunga 120 metri e larga 56, circondata da portici e gradini sulla quale si affacciavano il Campidoglio ed il Tempio dedicato a Giove; una grande Basilica civile adibita a tribunale era utilizzata, anche, per riunioni e contrattazioni tra mercanti.

    Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l'epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell'Impero romano. Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall'intensità dei traffici e dei contatti.

    Immediatamente all'esterno del perimetro urbano, si è messo in luce un contenitore in legno riempito di corni, in parte già segati, certamente destinati alla lavorazione. Nella medesima area una fornace rettangolare, adibita nell'ultima fase alla cottura di laterizi, aveva prodotto all'inizio dell'Impero anche ceramica di vario tipo, come documenta il ritrovamento di una discarica, a notevole profondità, con scarti di lavorazione. L'impianto, che funzionò a lungo, conferma la presenza nella zona di attività artigianali, già indicata in precedenza dal rinvenimento di lucerne a c.a 250 m di distanza, nella Roggia della Pila.

    Vi veniva prodotto un pregiatissimo vino di nome Pucinum, il prediletto di Livia, la moglie di Augusto, che gli attribuiva pure un potere di longevità a chi lo beveva.

    Incerta è l’interpretazione di un bassorilievo della colonna traiana dove sarebbero raffigurati il foro di Aquileia e il suo porto con lo sbarco dell’imperatore proveniente da Ancona; a Traiano in ogni caso sono attribuiti alcuni lavori pubblici nella città (105 d.c.).

    IL FORO


    IL FORO ROMANO

    I primi scavi risalgono al 1934, vennero ripresi nel 1989 e poi nel 2011, questi ultimi riportando alla luce la pavimentazione in lastre calcaree e i sottostanti mattoni sesquipedali.

    Il Foro, del II sec. d.c., si trova all'incrocio tra il cardo della via Julia Augusta e il decumano della via Gemina.  Esso era la piazza principale di Aquileia, all'incrocio tra il decumano massimo ed il cardo massimo, la cui pavimentazione risale al I sec. a.c., quindi in epoca repubblicana, con nuovi edifici e decorazioni in epoca imperiale. Era lungo circa 115 m e largo 57, con sui lati lunghi da due ali di portico-colonnato, sovrastato probabilmente come in genere tutti i fori, da una lunga balaustra di marmo ornata di statue.
    Sotto ai portici si aprivano delle tabernae (i negozi). Su uno dei lati del Foro doveva trovarsi la Zecca imperiale che ad Aquileia iniziò con la tetrarchia di Diocleziano, quando Massimiano, Augusto d'Occidente, scelse come sue capitali, sia Mediolanum (dal 290/291) che Aquileia (dal 294/296),

    In fondo alla piazza, a sud, c'era la basilica con gli uffici amministrativi e giuridici del senato cittadino. La basilica, di epoca severiana, aveva due absidi alle due estremità ed un ambiente interno diviso in tre navate, lunga 77 m per 29,5. A nord del forum vi era la curia, il comitium e il macellum (mercato).
    Lungo il lato ovest del porticato correva una canaletta per il deflusso delle acque, reso possibile dalla lieve pendenza nord-sud, al portico si accedeva con due gradini.
    Del porticato si conservano quattro basamenti in mattoni, l'ultimo dei quali verso nord di dimensioni più che doppie (1,5 x 4,35 m) rispetto agli altri (1,5 x 1,5 m). Sembra vi fosse un ingresso marcato da contrafforti, che metteva in comunicazione quest'angolo del foro con gli edifici pubblici che sorgevano sul lato breve del foro e nella fascia adiacente, e cioè la curia, il comitium e il macellum.
    Sul lastricato si è reperita la parte finale di un'iscrizione di cui restano gli incavi per le lettere bronzee (con gli incassi per saldarle alla pietra) [---]AVIT .
    Come a Terracina o a Pietrabbondante, si pensa alla memoria di un'opera evergetica da parte di un ricco privato, che forse pagò la pavimentazione della piazza, indicata dal termine [STR]AVIT.Il Foro venne restaurato agli inizi del IV sec. d.c. e venne abbandonato nel sec. successivo con impaludamento dell'area, naturalmente depressa. Vi fu compiuta un'accanita opera di distruzione e spoliazione.

    Alcuni ritengono che le scene della colonna di Traiano n.58-63 ritraggano il foro di Aquileia, da dove sarebbe passato Traiano per la campagna dacica del 105.

    LE TERME


    LE GRANDI TERME

    Messo in luce a partire dall’inizio del Novecento, il complesso delle Grandi Terme è stato scavato solo parzialmente. Infatti finora sono stati messi in luce il settore dei calidarium, quello dei frigidarium e quello delle aule‐palestre, decorati con bellissimi pavimenti musivi che in parte sono oggi esposti nel  Museo Archeologico Nazionale.

    Le terme si estendevano su una superficie di circa due ettari e mezzo. L'area delle terme è stata sottoposta a studio presso l’Università di Udine.

    Un’iscrizione ci informa sul nome dell'edificio termale: Terme Felici Costantiniane, collegato dunque a Costantino il Grande, e databile pertanto alla prima metà del IV secolo. 

    La planimetria è simile a quella delle terme di Costantino a Roma, sul Quirinale, probabilmente copiate da quelle.

    Gli scavi ripresi nel 1981 hanno però portato in luce un immenso fabbricato con ambienti simmetrici, lungo un asse NE-SO, con impianti di riscaldamento nel settore SO e copertura a grandi volte alleggerite, sorrette da pilastri.

    Il complesso era riccamente ornato con colonne in marmi policromi, capitelli figurati, trabeazioni in marmo con decorazioni floreali, pavimenti a tarsia marmorea e a mosaico. 

    Tuttavia sembra di molto antecedente a Costantino, che evidentemente le aveva modificate e ristrutturate, perchè risale alla seconda metà del II sec. d.c. mentre i mosaici pavimentali sono della metà del III sec. e restaurati nel secolo successivo.



    LA BASILICA FORENSE

    La Basilica forense, adiacente al lato meridionale del foro, ha a sud un tratto di decumano, lastricato, come attesta un'iscrizione, per volontà testamentaria di una donna, Aratria Galla; il testo è identico a quello di un'altra epigrafe, nota da tempo e rinvenuta all'estremità opposta dello stesso tracciato stradale in direzione del porto.

    Essendo scavata la parte occidentale della basilica  ad absidi contrapposte, già individuata in precedenza, sono state rinvenute belle sculture e raffinati elementi di decorazione architettonica.

    A est del foro, tra questo e il porto fluviale, le campagne di scavo dell'Università di Trieste stanno portando alla luce un complessissimo sovrapporsi di strutture, culminante in età tarda con un edificio absidato a tre navate, evidentemente un'altra basilica, i cui muri e pilastri sono stati asportati, forse già in antico.

    RICOSTRUZIONE DELLA BASILICA


    LA BASILICA PATRIARCALE

    La basilica è leggermente decentrata rispetto al nucleo principale di Aquileia e sorge a lato della via Sacra, affacciando su piazza del Capitolo, assieme al battistero e all’imponente campanile. All'interno della basilica sono stati scoperti mosaici presso l'altare della Croce, cioè tra la «Cripta degli Affreschi» e il limite orientale dell'«Aula Teodoriana».

    Non si sa se essi precedano o seguano la grande distruzione di Attila, in quanto i resti sono alquanto carenti, ma è certo che si tratti di una basilica paleocristiana, sia pure con rifacimenti successivi. 

     Le immagini sono infatti cristiane, come si vede nella figura dell'angelo, con quell'aspetto un po' decadente e infantile che caratterizza tutta l'arte paleocristiana.
    All'interno della basilica è stato individuato il battistero originario, situato fra le due aule teodoriane. Nell'«Aula Teodoriana» sono state rinvenute le tracce dei magazzini di cui sono state utilizzate le strutture.

    Sotto di questa giacciono i resti di case romane con mosaici, poi rioccupate da varie vasche sovrapposte, appartenenti al complesso battesimale.

    I resti della basilica sono stati individuati grazie al sistema di demolizione delle sue strutture avvenuta a partire dalla metà del IV secolo quando le aule di culto della Basilica erano diventate insufficienti a contenere la comuntà cristiana di Aquileia. 

    I resti trovati nel corso degli scavi di fine Ottocento e primo Novecento concorrono a delineare quasi completamente l'architettura del complesso: le strutture murarie, in parte riutilizzate nelle fasi successive del complesso basilicale, i mosaici pavimentali, conservati perfettamente soprattutto nelle due aule di culto, i resti di decorazione parietale, in parte ancora aderenti alle pareti, in parte recuperati dai livelli di demolizione sopra i mosaici.




    LE DOMUS ROMANE

    Scavi effettuati negli anni Settanta hanno riguardato la parte settentrionale della Piazza Capitolo, scoprendo tre livelli di abitazioni romane, tutte con pavimenti a mosaico, di cui alcuni figurati. 
    Nell'ultimo livello, si è potuta riconoscere l'intera pianta di una casa a peristilio, con accesso dal cardine, attraverso le fauces. 

    Al di sopra si accertarono altri due livelli paleocristiani: il primo con un vasto quadriportico , situato a O della chiesa post-teodoriana. Sul lato Ν del quadriportico si aprivano le sale dell'episcopio paleocristiano. 

    Davanti al suo ingresso è stato rinvenuto un magnifico lampadario di bronzo, ornato di figurazioni e simboli, del diametro di oltre 70 cm, evidentemente seppellito dalla distruzione del fabbricato durante l'invasione di Attila. 
    Il livello superiore, anch'esso con mosaici, si riferiva alla ristrutturazione dell'episcopio. Altri mosaici vennero rinvenuti nell'adiacente canonica, tutti di squisita fattura.

    L'arte musiva raggiunse nelle domus di Aquileia livelli molto alti di originalità e di pregio. La ricca e raffinata società del tempo fu attratta non solo dai mosaici ma dalle pietre colorate che ne facevano scene policromatiche, quando in genere si predilegeva il bianco ed il nero.

    Nel fondo Lanari, località S.Stefano, è stata riportata alla luce una grande villa rustica dotata di impianti per la fabbricazione di lucerne. 

    Per decorare le case con splendidi mosaici ad Aquileia si ricorse frequentemente al vermiculatum. 

    Non essendo sufficienti i pochi toni cromatici dei marmi, si ricorse spesso a pietre dure come l'alabastro, l'agata, l'onice e, qualche volta, alla terracotta. 

    Sempre più venne richiesta la ricchezza dei toni turchini, gialli, verdi e rossi, ottenuti con le paste vitree opache o semitrasparenti. 

    Il mosaicista poi tagliava le tessere non solo in forma cubica, anche nelle altre forme utili per la raffigurazione, così da disporle in 'andamenti' o 'filari' che serpeggiano dentro e fuori la figura (da cui vermiculatum).
    Raggiunta questa perfezione tecnica nel vermiculatum, tutto il pavimento ne viene investito e non più soltanto l’emblema centrale: ciò accade nel "Ratto d’Europa", trovato ad Aquileia



    IL TEATRO

    Oggi alcuni blocchi di trachite euganea, emersi all'estremità ovest dello scavo, si ritengono parte dei sedili per la presenza di iscrizioni con nomi e numeri. Per la localizzazione del monumento non è emerso tuttavia alcun elemento sicuro. 

    Che esso si trovi nella zona ovest della città, tra le grandi terme e la curva meridionale del circo, è ipotesi giustificata dalla scoperta di un grande propileo con gradinata rivolto a est, nel fondo Comelli, che potrebbe esserne l'ingresso. 

    A questo sembra sia pertinente il grande fregio dorico di cica 12 m, decorato con motivi di armi, e l'iscrizione(CIL, ν, 1021), anch'essa parte di trabeazione dorica, che parla di una porticus duplex. 
    Dovrebbe riguardare il portico del teatro ed è databile alla fine della Repubblica.



    IL PALAZZO IMPERIALE

    Per quanto riguarda il palazzo imperiale le ipotesi sono ancora discordanti: per alcuni esso sarebbe da identificarsi alle Marignane, a O del circo, nella villa del fondo Candussi (Lopreato, 1987), altri localizzano il complesso a E del settore Ν del circo (Humphrey, 1986). 

    Nel complesso delle cosiddette piccole terme è stato proposto di riconoscere una lussuosa villa della prima età imperiale, forse la residenza temporanea di Augusto nei suoi soggiorni ad Aquileia
    (Strazzulla, 1982-83).



    IL MERCATO PECUARIO

    A sud del corso della Natissa, di fronte all'attuale Piazza del Municipio, è stato scoperto nel 1976 ed esplorato negli anni successivi, per poi essere purtroppo reinterrato, un impianto assai vasto e articolato.

    Facevano parte della struttura ampi cortili circondati da corridoi probabilmente coperti (criptoportici), i quali disimpegnavano ambienti di varia forma e grandezza.

    Si è messa in luce anche una serie di padiglioni circolari, uno dei quali certamente con funzione di fontana. Nell'area nord alcuni pavimenti erano a mosaico e altri a tarsia marmorea. 

    A sud invece predominavano il cocciopesto e il cotto, mentre ancora più a sud lunghi muri sembrerebbero recinti per il bestiame.

    Il mercato delle pecus (pecora), la cui durata andò dall'età repubblicana al tardo impero, doveva essere quel forum pecuarium menzionato in un'iscrizione repubblicana (CIL, ν, 8313 = SI, 125 = Dessau, 5366).

    Lo lascia supporre anche il recente ritrovamento di una piccola ara con dedica a Ercole, considerato soprattutto dai marinai un Dio protettore del commercio. Naturalmente il forum pecuarium vendeva oltre alle pecore il bestiame
    vario e sicuramente molte altre merci, vista la vastità, l'accuratezza e la lussuosità del luogo.



    IL PORTO

    A occidente della città il corso del canale Anfora, ancora riconoscibile nel suo tracciato rettilineo diretto verso O per la lunghezza di 5 km, è sicuramente artificiale, navigabile e antico e lastricato in pietra d'Istria.

    Continuando verso la città il letto del canale diventa largo 16 m e profondo 4 m. Ricerche sul suo fondale hanno restituito reperti della prima età imperiale, dimostrando che il canale era anche utilizzato come cantiere.

    A oriente invece, in corrispondenza dell'antico corso del Natisone col Torre, c'era un ponte lungo 37 m. Un secondo ponte, successivamente inglobato in fortificazioni tardoantiche, è stato individuato più a nord nel 1969.

    La lunghezza dell'originario vasto magazzino per il deposito delle merci era di ben 350 m, che presenta notevoli analogie con la Porticus Aemilia di Roma, al quale si aggiunsero in seguito altre strutture. 

    Nel 361 la deviazione delle acque del fiume segnò la fine del complesso.

    Al porto fluviale lungo le sponde del Natissa confluivano le acque del fiume Torre e Natisone, con la banchina a doppio livello per essere usata da imbarcazioni di stazza diversa e per contenere il flusso delle maree.

    Largo 48 m e lungo circa 350 era costruito con grandi blocchi di pietra d’Istria squadrati, con anelli per l'ormeggio delle navi.

    Era il più imponente nelle terre occidentali con rampe di carico e scarico per le varie merci che venivano depositate nei magazzini adiacenti. Aquileia divenne un importante centro di traffici e scambi tra le regioni danubiane e l’area mediterranea.

    Arrivavano navi con materiale edilizio come la pietra d’Istria, i marmi dalla Grecia e dall’Africa settentrionale, la sabbia per la lavorazione del vetro e poi vino, olio, olive, lana, oro, spezie. Per via terra giungevano minerali metalliferi, bestiame, legname, schiavi e ambra grezza proveniente dai giacimenti del mar Baltico.

    Il fianco di una stele è visibile di fronte ai resti del porto fluviale: essa raffigura Aquileia (la sua corona è portata da un'aquila) che s'inginocchia e bacia la mano destra di una figura femminile seduta, avente la corona turrita ed impugnante con la sinistra una lancia: la Dea Roma. La stele reca la dedica di due ufficiali alla Triade capitolina ed a Marte. 

    Per il rinvenimento di terrecotte architettoniche frontonali, nel 1884 a est del grande fiume, sembra che qui sorgesse il tempio al Timavo, eretto nel 129 a.c. dal console C. Sempronio Tuditano.

    Nei pressi del porto si è avuto il ritrovamento, nel 1986, di un interessante plinto con iscrizione Publio / Valerio / maroni / patri vergili, probabilmente dedicato al patrigno del poeta Virgilio.



    LE STRADE

    Nel 148 a.c. da Aquileia ebbe inizio la costruzione della via Postumia che congiungeva l'Adriatico con il Tirreno presso Genova. La strada era una via consolare romana fatta costruire dal console romano Postumio Albino nei territori della Gallia Cisalpina, l'odierna pianura padana, per scopi prevalentemente militari.

    Nel 131 a.c., il pretore Tito Annio Rufo diede inizio alla via Annia che collegava Hatria (la moderna Adria) con Patavium (Padova), Altinum (Altino), Iulia Concordia (moderna Concordia Sagittaria, dove incrociava la via Postumia) e infine Aquileia.

    I resti del grande porto fluviale sul fiume Natisone (moli, magazzini e strade che si collegavano con la città), costruiti su entrambe le sponde del fiume, sono visitabili lungo la Via Sacra e risalirebbero fin dalla fine del II secolo a.c., in seguito ampliato e ristrutturato più volte.

    Tra le strade extraurbane oggetto di indagini è stata la Via Annia, che ha restituito due nuovi miliari, uno con il nome di Costantino e l'altro con quelli di Gioviano, Valentiniano, Valente e Graziano. Lungo la via, alle porte della città, sono state indagate aree sepolcrali.

    La via che collegava Aquileia con la laguna, seguendo la riva destra del Natisone-Torre, iniziava con la monumentale necropoli scavata nel 1941 (impropriamente detta «della Via Annia»). 

    Caratteristici di Aquileia sono infatti i numerosissimi vasi funerari sparsi un po' ovunque anche alla rinfusa (specie al museo archeologico) ed anche le immense fila di 'sassi' lavorati accatastati lungo i tratturi di campagna, intralci alle coltivazioni agricole.

    Di questa stessa strada è stata esplorata la parte meridionale presso la laguna: essa seguiva l'andamento non rettilineo del fiume ed era affiancata da necropoli solo da un lato, evidentemente per non ostacolare le operazioni lungo il corso d'acqua. La necropoli ha restituito decine di urne con bei corredi, soprattutto vetri della prima età imperiale.

    La via diretta a nord, convenzionalmente detta «Giulia Augusta» in mancanza del nome antico, è stata scoperta, alla periferia della città in località S. Stefano, possedere un vicolo di collegamento con la Via Annia.

    Più a sud, nel fondo Jacumin, è stata individuata una fornace. Sul proseguimento della medesima strada a sud sono stati scoperti, presso il museo, dei monumenti sepolcrali, tra cui un ustrinum. A maggior distanza dalla strada sono state rinvenute due fornaci con una serie di vasche per la depurazione dell'argilla e si è recuperato un tesoretto di monete repubblicane.


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  • 04/17/14--05:52: ARCO PARTICO DI AUGUSTO

  • COME APPARE NELLE MONETE

    L'Arco Partico di Augusto posto  nell'angolo sud est del Forum fu eretto nel 19 a.c. per commemorare il ritorno di Augusto dall'oriente e il recupero delle insegne romane perdute nella battaglia di Carrhae del 53 a.c. contro i Parti. (Dio Cass. 54.8.3). Trattavasi dunque di un arco trionfale, posto simmetricamente rispetto  al tempio del Divo Giulio e all'arco di Gaio e Lucio Cesari, per cui concludeva il superbo scenario marmoreo del lato est del Foro Romano, escludendo alla vista i più antichi monumenti della Regia e del tempio di Vesta.

    L'ARCO DI AUGUSTO EVIDENZIATO DALLA FRECCIA,
    SI TROVA VICINO AL TEMPIO CIRCOLARE DI VESTA
    Diodoro, che menziona l'arco, non specifica la sua collocazione, ma un passaggio nell'Eneide lo situa ‘vicino al Tempio del Divo Iulio’ (iuxta aedem divi Iulii). Gli scavi condotti nella zona sud del tempio hanno rivelato le fondamenta di un arco a tre fornici, comunemente identificato come L'Arco Partico di Augusto sulla base di un denario del 16 a.c. che lo riproduce.
    Dei tre fornici il centrale era più alto e sopra l'attico ospitava una quadriga, evidentemente ospitante Augusto e forse la Vittoria, come usava all'epoca, mentre sui due archi laterali dei barbari offrivano gli stendardi al trionfatore.

    Se l'identificazione è corretta, e poichè la Via Sacra si snodava a sud della Regia e lungo il lato sud del Forum, l'Arco Partico avrebbe costituito l'entrata delle processioni trionfali nel Forum.



    L'ATTRIBUZIONE

    Vicino alle fondamenta del triplice arco Partico sono state rinvenute le fondamenta di un altro arco a fornice unico, spesso identificato come l'Arco Aziano del 29 a.c.. che, come narra Dio Cassius, era stato eretto nel  Forum per decreto del Senato. Per molti anni gli studiosi credettero che questo Arco Aziano, rappresentato sui denarii del 29-27 a.c., fosse stato intenzionalmente demolito per far spazio all'Arco Partiano, ma Nedergaard ebbe seri dubbi sull'esistenza di un arco a singolo fornice in questa locazione. Recentemente si suppose che l'Arco Partiano fosse una rielaborazione dell'Arco Aziano (Rich), mentre per altri studiosi  (Gurval) non ci sono prove certe dell'Arco di Azio.

    RICOSTRUZIONE DELL'ARCO DI AUGUSTO
    Coarelli ha ritenuto che la moneta che si pensava rappresentasse l'Arco Aziano, rappresenti invece la commemorazione della vittoria di Ottaviano a Naulochus nel 36 a.c. (Dio Cassio), e che l'arco dal triplice fornice rappresentato sui denarii del 16 a.c. rappresenti l'Arco Aziano, locato sulle fondamenta normalmente associate all'Arco Partico. Quest'ultimo arco, seguendo questa lettura, venne eretto a nord del tempio Divus Julius (Coarelli -Basilica Paulli), e rappresentato sulle monete spagnole del 18/17 a.c..
    La soluzione di Coarelli, comunque, richiede la ridatazione di una serie di monete, e in ogni caso non sembra esservi sufficiente spazio a nord del tempio del Divus Julius per un arco a tre fornici (Kleiner). L'Arco Partiano probabilmente stava a sud del tempio sulle fondamenta dell'arco a triplice fornice lì scoperte.

    Gli scavi del 1970, poco più a est delle fondazioni dell'arco partico hanno rivelato tracce di un arco a un solo fornice, evidentemente quello del 29, che nel 19 venne sostituito dall'arco partico sul quale fu probabilmente affissa l'iscrizione dell'arco più antico. Insomma l'attribuzione di questi resti all'uno o all'altro dei due archi è discussa: secondo alcuni l'"arco aziaco" sarebbe presto crollato e  sostituito nello stesso luogo dall'"arco partico", a cui apparterrebbero i resti visibili. Secondo altri invece questi resti sarebbero attribuibili al primo arco, mentre il secondo sarebbe stato costruito dal lato opposto rispetto al tempio del Divo Giulio.

    CAPITELLO DELL'ARCO PARTICO DI AUGUSTO
    Ora pensare che a distanza d'una decina d'anni sia crollato un arco romano in marmo sembra pura folliam i romani costruivano con una precisione assoluta e i muri rifatti successivamente a riempimento e sostegno di muri romani sono durati pochissimo rispetto all'originale, vedi la parte del Colosseo rifatta nel '700 e vedi Pompei. Ottaviano per giunta non avrebbe mai demolito un arco a lui dedicato, seppur rievocatore della guerra civile, perchè la battaglia di Azio era in definitiva contro l'Egitto. Inoltre non avrebbero rifatto le fondamenta ma avrebbero sfruttato e ampliate le precedenti. La Roma attuale si regge tutta sulle fondamenta romane che tengono benissimo dopo 2000 anni.

    Desumiamo pertanto che coesistessero due archi in onore di Augusto nel Foro, l'"arco partico" e l'"arco aziaco". Oggi si può affermare che si trattava di due opere distinte, seppur collocate a distanza ravvicinata.



    ARCO AZIACO

    Le fonti riportano un arco in onore di Ottaviano eretto nel Foro dopo la battaglia di Azio del 31 a.c. e la conquista dell'Egitto nel 30 a.c., per le quali venne attibuito un trionfo ad Ottaviano l'anno successivo al suo rientro in patria, cioè nel 29 a.c. Una lunga iscrizione di ben m. 2,67 su questo arco venne ritrovata nel 1546, con dedica ad Augusto e la data del 29. Dell'arco ci rimane solo una rappresentazione monetale.



    ARCO PARTICO

    I RESTI DEI PILASTRI DELL'ARCO
    Sempre secondo le fonti antiche, un secondo arco in onore di Augusto, fu voluto dal senato nel 19 a.c., dopo la riconsegna delle insegne dell'esercito romano di Crasso sconfitto a Carre nel 53 a.c. dai Parti, un'onta che ancora pesava dopo quasi 40 anni dall'accaduto.

    I Romani non potevano perdere e soprattutto non potevano lasciare che un nemico si fregiasse delle loro insegne perdute in battaglia. D'altronde se i Parti avevano conservato le insegne tanto a lungo significava che sconfiggere i Romani era un gran vanto.
    L'arco era a tre fornici e decorato da statue e iscrizioni: le fonti ricordano la quadriga imperiale in bronzo dorato collocata al di sopra del fornice centrale, mentre quelli laterali presentavano statue dei Parti, stranemente non  inginocchiati, uno dei quali, nel rilievo di destra, era nell'atto di restituire le insegne all'imperatore. L'onta era stata lavata.

    Le fondazioni di un arco sono tuttora visibili nel Foro Romano presso i resti del tempio del Divo Giulio e l'aspetto dell'arco è stato ricostruito tramite i frammenti architettonici recuperati, la forma delle fondazioni e alcune testimonianze iconografiche, come un rilievo con la Vittoria a Copenaghen e una moneta del 17 - 15 a.c. che lo raffigura.



    DESCRIZIONE

    ALTRA MONETA CHE RITRAE L'ARCO
    Era un arco a tre fornici dei quali quello centrale era il più alto, voltato a botte, incorniciato da semicolonne con capitelli dorici, affiancato da due vittorie alate e dotato di un alto attico dove era posta la Quadriga di Augusto trionfatore con la Vittoria alata che gli porgeva la corona d'alloro. I due fornici laterali erano dei passaggi architravati e dotati di timpano,  incorniciati da lesene, e sulla loro sommità si trovavano statue dei Parti sottomessi che offrivano un signum e un'aquila.

    Nei passaggi laterali esistevano anche due edicole poco profonde dove erano affissi i Fasti Consolari, cioè le liste dei consoli scolpite nel marmo; sui pilastri che sostenevano le architravi si trovavano invece incisi i Fasti Trionfali, cioè le liste dei trionfatori dall'inizio della Repubblica. Così di Augusto si faceva pubblicità ed esaltava la repubblica, pur avendo assunto in realtà tutto il potere nelle sue mani, insomma un Imperator.



    L'ARCHITETTURA

    L'arco, molto composito e finemente elaborato, è una pietra miliare nell'architettura romana perché vi si trovano già i tre fornici, come nella porta Esquilina, o arco di Gallieno, ma le aperture non sono ancora fuse in un organismo unitario, come avveniva nelle porte nelle mura, bensì distinte con inquadrature e decori diversi. L'uso del fornice inquadrato da pilastri e timpano venne poi largamente usato nelle porte cittadine e negli archi trionfali e onorari per tutto il I sec. d.c., come nella porta di Spello, di Ravenna, di Rimini, di Verona e gli archi di Aosta e Orange.



    I RESTI

    Situato tra il Tempio dei Castori e il Tempio del Divo Giulio, si possono notare i resti di pilastri che dovevano reggere i fornici di un arco di trionfo, riconosciuto come l'Arco di Augusto. Attualmente i resti dei pannelli marmorei che rivestivano l'arco, contenenti i Fasti Consolari e Trionfali, si trovano nella Sala della Lupa, nell'Appartamento dei Conservatori (Musei Capitolini), all'interno del Palazzo dei Conservatori in Piazza del Campidoglio.


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  • 04/22/14--05:47: CULTO DI CAMA
  • LE CAMENE

    Il culto della Dea Cama sarebbe stato introdotto in Roma. come narra Macrobio, da lunius Brutus, il fondatore della repubblica romana. Tertulliano chiama Fanum Camae il suo tempio, citato peraltro anche da Ovidio nei Fasti, di cui sembra dificile determinare il luogo preciso; secondo il Gilbert (2 p. 23 cf. p. 19 segg.) però esso sorgeva sulla parte occidentale del colle Celio.

    Sembra veritiero perchè al centro dell'immagine di cui sopra, nella ricostruzione dell'antica Roma, appunto nell'angolo occidentale del Celio, si apriva la Valle delle Camene con il suo Lucus Camenae, il Bosco Sacro entro cui zampillava uma fonte che nasceva da una grotta.
    Infatti le prime colonizzazioni sul suolo di Roma, secondo Gilbert, riguardarono due o tre immigrazioni successive da Falerii e da TuscuImn. Alla piu antica, a quella da Falerii, corrisponderebbe l'occupazione della parte occidentale del Celio, e il culto della dea Cama sarebbe stata propria di questa colonizzazione.

    Veniva rappresentata come una giovane e leggiadra Dea dai lunghi capelli ondulati, a loro volta decorati con un vegetale e rigoglioso diadema di foglie pennate, di fiori bianchi macchiati di nero e baccelli di fave, ed avente ai suoi piedi un’arpa, a simboleggiare le sue capacità profetiche, con le quali prediceva il destino del neonato. Era colei infatti che aveva predetto la grandezza di Roma e che prevedeva il futuro dei neonati romani.



    DA DEA A NINFE

    TEMPIO DELLE CAMENE (Stampa del 1770)
    Le Camene erano ninfe profetiche, che derivavano da un antico culto italico. Il loro nome latino era Camnae o Casmenae o Carmenae, ed erano, nella religione romana, ninfe delle sorgenti, ma noi sappiamo che molte divinità femminili arcaiche, le cosiddette Grandi Madri, vennero in seguito declassate a ninfe.

    Delle Camene si conoscono solo quattro nomi o più propriamente appellativi: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. A loro venivano talvolta attribuite facoltà profetiche oppure facevano da ispiratrici ai poeti, come le Muse.

    Ciò che ne fa supporre il ruolo di Grande Madre Cama, poi divenuta Camene, è che queste furono anzitutto divinità protettrici del focolare arcaico, quindi arcaica come Vesta, una Dea del Fuoco Sacro. 



    EGERIA

    Egeria fu la ninfa ispiratrice del secondo re di Roma, Numa Pompilio, di stirpe sabina, pertanto si suppone una derivazione sabina, e fu lei a suggerirgli il buon governo, la pace tra sabini e romani, le riforme e soprattutto le leggi. Siamo tra il VII e il VI secolo a.c.

    Ma il nome Egeria, viene sicuramente da ager (la terra da coltivare) e agger (il terrapieno di difesa), quindi una divinità femminile potente, Dea delle messi e della difesa cittadina, che ispira al re della nuova città saggezza, concordia e pacificazione. 



    ANTEVORTA POSTVORTA

    Ci sono poi Antevorta (che guarda avanti) e Postvorta (che guarda indietro) Dee del parto, della luce e della nascita di uomini e animali.



    CARMENTA CAMENA

    Altro nome era Carmenta (Carmentis), soprattutto dalle qualità oracolari, e da cui si faceva derivare il termine "carmen", (canto, racconto epico, poesia), personificazione romana delle Muse, come mostra Livio Andronico, schiavo greco e poi romano liberto, traduttore in latino dell'Odissea, che nell'invocazione alle muse dell'ispirazione invoca non le ninfe Camene ma la Dea Camena : "Virum mihi, Camena, insece versutum", e cioè: L'uomo versatile narrami, o Camena.

    CARMENTA
    Ma Carmenta è compresa nel gruppo dei Di indigetes ("dei indigeni") un gruppo di divinità e spiriti della religione preromana, non adottati da altre religioni, dove il numero delle Dee spera di molto quello degli Dei. Protettrice della gravidanza e della nascita e patrona delle levatrici, è lei stessa madre di Evandro secondo Virgilio.

    Secondo altri invece è la moglie di Evandro, morta vecchissima a 110 anni, e suo figlio l'avrebbe seppellita ai piedi del Campidoglio presso la Porta Carmentale, appunto.

    La dea possedeva il dono della profezia e veniva chiamata anche al plurale: Carmentes antevorta et postvorta ("che conosce il passato e che conosce l'avvenire"), aspetti della stessa dea che in seguito diverranno due figure distinte.

    Era venerata anche come l’inventrice dell'alfabeto latino. Il suo tempio a Roma, in cui era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle, per rispetto degli animali di cui la Dea era protettrice, era sito vicino alla Porta Carmentalis, presso il Campidoglio.



    PORTA CARMENTALIS

    Inoltre a Roma esisteva la Porta Carmentalis che si apriva nella valle tra le alture del Campidoglio e del Palatino, nei pressi di quello che ancora oggi si chiama Vico Jugario.



    CARMENTALIA

    Alle Camene Numa Pompilio aveva consacrato il bosco presso la fonte di Egeria, fuori Porta Capena, dove si celebravano in gennaio, con offerte incruente di latte e acqua, le feste Carmentalia, durante le quali le Vestali venivano ad attingere l'acqua per i loro riti.
    I Carmentalia erano una festività romana che si celebrava l'11 e il 15 gennaio in onore della ninfa Carmenta, o della Dea Cama, che aveva un tempio oracolare alle pendici del Campidoglio, presso la porta Carmentale, istituita fin dai tempi di Romolo e Tito Tazio, dal che si desume che la Dea esisteva ben prima di Iunio Bruto, e che veniva adorata almeno all'inizio della monarchia, probabilmente una Dea sabina portata dal sabino re Tito Tazio.

    Questa festività era organizzata dalle donne e osservata principalmente dalle donne; Plutarco riferisce che alcuni ritenevano che Carmenta fosse la Moira addetta alla procreazione degli uomini, per questo molto venerata dalle madri. Altri invece pensano fosse la madre di Evandro, una profetessa in versi in realtà chiamata Nicostrata. Un'altra versione sembra a Plutarco più plausibile, e cioè che Carmenta significhi priva di senno, a causa dei deliri provocati dall'essere posseduta dagli Dei, da Carere essere carente, e mentem la mente.

    Al culto di Carmenta era preposto il flamine carmentale ed in suo onore, l'11 gennaio, si festeggiavano i Carmentalia, quando si svolgeva un sacrificio a Carmenta nel campo di Giuturna, con offerte rigorosamente di origine vegetale.. A questi, successivamente, si aggiunse il 15 gennaio come secondo giorno di festa voluto dalle matrone romane per onorare la Dea che le aveva favorite nella battaglia contro il Senato che aveva proibito loro l'uso delle carrozze. Per non essere costrette a casa o ad estenuanti camminate, le donne si coalizzarono negando ai propri mariti il piacere dei sensi finché le agitazioni e le proteste costrinsero il Senato a tornare sulle sue decisioni.



    SANTA MARIA IN TEMPULO

    La chiesa di Santa Maria in Tempulo è una chiesa sconsacrata di Roma, proprio in via Valle delle Camene, alle pendici del Celio, che è sorta su un antico tempio romano come si evince da fuori guardando delle arcate chiuse che appena spuntano dal suolo, mostrando il livello molto più basso, diversi metri tenendo conto del podio, che la denuncia di epoca romana.

    Secondo alcuni potrebbe essere il tempio delle Camene in quanto la posizione sembrerebbe corretta.


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  • 04/28/14--05:35: PLUTEI DI TRAIANO
  • GLI ANAGLYPHA

    In architettura il pluteo è una balaustra a lastre rettangolari massicce, in metallo, in legno o in pietra, che divide l'interno di una sala, come accade nelle chiese cattoliche dove l'altare è separato dal pubblico da due balaustre con un passaggio al centro. Può essere ornato solo da cornici in rilievo oppure con motivi geometrici o figurati, o intarsiato.

    TERZO PLUTEO - ANIMALI SACRIFICALI
    Un esempio è rappresentato dai cosiddetti "Plutei di Traiano", rinvenuti nel 1872 a Roma, all'interno del Foro, nell'area tra il Comizio e la colonna di Foca, attualmente collocati nella curia Julia, un tempo adibita alle riunioni del Senato romano, ma provengono da altro monumento non individuato, che molti però suppongono sia il foro di Traiano.

    I plutei chiudevano l’antica area della ficus Ruminalis e di Marsia, risistemata o riconsacrata intorno al 106 d.c. con una duplice lustratio, culminata nei due suovetaurilia rappresentati sulle facce esterne dei pannelli; la parte alta dei plutei avrebbe sorretto una cancellata bronzea, probabilmente in sostituzione di analoga recinzione dell’albero, come testimoniato da antiche fonti di età augustea.

    La superficie superiore di ogni balaustra è rifinita senza politura; il centro, per circa un terzo della larghezza, è occupato da un listello longitudinale alto poco più di 10 cm. Gli incavi e i fori riguardano perni e grappe di assemblaggio dei blocchi marmorei. Dei fori circolari fanno ritenere che vi fosse una pedana lignea poggiata su entrambi i plutei affrontati. In quanto alla sede dei plutei può essere collocata tra la colonna di Foca e il lacus Curtius.

    PARTICOLARE PRIMO PLUTEO
    Le grandi lastre marmoree, scolpite in rilievo da ambedue i lati, furono trovate sul posto dove stanno ora, cioà nella Curoa Iulia, poggiati sopra alcuni massi di travertino già usati,  ma senza lo zoccolo di marmo, infatti quello sul quale posano adesso è moderno. Quindi  non si trovano nel loro sito originale, ma evidentemente furono portati in età assai tarda, per decorare i lati di un basamento quadrato con i rilievi storici voltati verso l'interno. I due altri lati del quadrato così ottenuto vennero chiusi da due muri, e l' interno fu riempito di terra e ruderi. Per conseguenza, i rilievi con gli animali sono conservati benissimo, mentre le scene storiche esposte per secoli alle intemperie e alle offese dell' uomo, furono molto danneggiate.

    Sui lati che ora stanno verso l' interno, si vedono gli animali destinati al solenne sacrifico dei Suovetaurilia: il porco, l'ariete e il toro, con le corna e il corpo ornati di nastri. Questi sacrifici si celebravano in occasione del censimento popolare,  per l'esercito all'inizio di una guerra o  per la fondazione di nuovi templi. In queste occasioni i tre animali venivano, prima di essere immolati, condotti attorno al popolo, attorno all' esercito, oppure attorno al luogo in cui si doveva compiere la lustratio.



    L'INTERPRETAZIONE

    Molti studiosi oggi vi riscontrano una rappresentazione della magnanimità dell'Imperatore senza allusioni a fatti precisi, ma è pittosto strano, perchè le scene hanno personaggi e accadimenti precisi.

    Se si tratta invece dell'allegoria di liberalitas e libertas,  la scena sui Rostri raffiguraerebbe la proclamazione dell’editto (rotolo nella mano dell’imperatore) col quale si annuncia l’abolizione di tasse future, cioè l’editto imperiale sulla vicesima hereditatium, il testatore di modesta fortuna potrà lasciare agli eredi non consanguinei anche il 5% del valore complessivo che sarebbe andato all’erario, e perciò vorrà riaprire le tabulae testamentarie già sigillate. Non è un caso, pertanto, che la scrittura sia nelle mani di un plebeo con la paenula; è da ritenere che ad una scrittura testamentaria alluda anche il rotolo nelle mani del plebeo barbato in secondo piano ( il quinto da sinistra davanti ai Rostri ). I togati acclamanti nelle prime file però hanno dubbia giustificazione.
    L’imperatore assiso sul suggesto al centro del pluteo degli alimenta non sarebbe allora una statua, ma la raffigurazione dell’imperatore che amministra la giustizia dal tribunal che negli anni del principato traianeo fu monumentalizzato con i plutei istoriati.

    Secondo altri invece, i rilievi riguarderebbero invece l'imperatore Domiziano nella qualità di censore, cioè a dire, il divieto della evirazione, nel primo; il bruciamento degli scritti diffamatori nel secondo.
    Per altri ancora i plutei esaltano le prodezze dell'Imperatore Adriano. Ma l'attribuzione a Traiano sembra di gran lunga la più convincente.

    PRIMO PLUTEO - CONCESSIONE DEGLI ALIMENTA


    IL PRIMO PLUTEO

    Il primo pluteo, volto verso l' arco di Severo, rappresenta la magnanima concessione degli alimenta (da cui il termine odierno di alimenti dovuti in caso di separazione matrimoniale), cioè aiuti economici per bambini e famiglie romane bisognose, da parte dell'Imperatore, ritratto mentre lo annuncia alla folla.

    Nella scena  l'Imperatore sta in piedi sopra la tribuna ornata dai tre rostri navali, e dietro a lui il suo seguito e i littori con i fasci senza le scuri, il che sottolinea la pacifica celebrazione. L'Imperatore in toga, ulteriore segno di pace, arringa la folla dei romani plaudenti, riconoscibili come plebei dalla paenula che indossano.  In mezzo alla folla infatti c'è un gruppo statuario che rappresenta un Imperatore seduto sullla sedia curule, e una donna che gli si avvicina con un bambino per la mano e un altro in braccio. Il gruppo statuario fu evidentemente eseguito ma purtroppo non è giunto fino a noi grazie ai vandalismi degli invasori stranieri e del potere ecclesiastico.

    PARTICOLARE PRIMO PLUTEO
    Nel 101 d.c. Traiano infatti distribuì in molti comuni dell'Italia ingenti capitali a mutuo ipotecario, cioè ponendo ipoteche sugli immobili per garantirsi il pagamento dei prestiti, e gli interessi dovevano servire per l'alimentazione dei bambini poveri ed orfani, e di ciò restano due documenti originali, incisi su grandi tavole di bronzo, reperirti uno nelle rovine dell' antica Veleia, che ora sta al museo di Parma, l'altro nel paese dei Ligures Baebiani presso Benevento, che ora sta al museo delle Terme Diocleziane. Vi sono descritti gli investimenti dei capitali impegnati.
    Se per due comuni relativamente piccoli, come Veleia e i Ligures Baebiani, furono ipotecati 1,044,000 e 401,800 sesterzi (circa lire 260,000 e 100,500), la somma dei capitali per tutta l'Italia deve aver raggiunto centinaia di milioni.

    Era l'inverso di ciò che accade oggi dove lo stato contrae debiti coi cittadini emettendo titoli di stato che pagano interessi. Lo stato romano invece prestava soldi per guadagnarne un interesse che veniva poi investito a favore dei più poveri.
    Certamente Roma era ricca ma noi sappiamo che i politici di oggi sanno disseccare qualsiasi ricchezza. Gli inperatori amavano mostrare al popolo la propria solerzia e magnanimità e poichè non c'era la TV lo facevano incidere sulle tavole di marmo, o facevano coniare monete che celebrassero i bei gesti o le buone leggi . Gli imperatori romani, i peggiori, a volte ignoravano o ostacolavano il senato, ma rispettarono sempre il popolo, anchè perchè questo sarebbe sceso in piazza.

    SECONDO PLUTEO - BRUCIAMENTO DEI DITTICI


    IL SECONDO PLUTEO

    Il secondo rilievo è incompleto perchè la prima lastra è perduta, ma si scorge l'Imperatore seduto che alza la mano per dare l'ordine ad un sottoposto di accendere un mucchio di dittici, tavolette di legno rivestite di cera,  portati da militari che indossano infatti le caliga  e la cintura con le estremità ornate di metallo. Questi sono apparitores o statores dell' amministrazione imperiale, per cui i dittici sono libri del debito pubblico. Il rilievo rappresenta perciò un condono di tasse ai provinciali, visto che l'Italia non pagava tasse.

    Nel primo rilievo l'Imperatore compare come benefattore dell'Italia, nel secondo come benefattore delle provincie.


    GLI SFONDI

    Lo sfondo delle scene sono un prezioso documento storico perchè riproducono la topografia del foro con i suoi monumenti dell'epoca, cioè del II sec. d.c..


    SFONDO PRIMO PLUTEO
    • L'arco fatto innalzare da Augusto per celebrare la vittoria di Azio del 31 a.c. su Antonio e Cleopatra;
    • La tribuna posta davanti al tempio del divo Giulio riconoscibile dai piccoli rostri navali che la adornavano;
    • Il Tempio dei Dioscuri;
    • Uno spazio corrispondente al vicus Tuscus;
    • Le arcate della basilica Julia;
    • La statua di Marsia, vicina all'albero appeso al quale fu scorticato vivo da Apollo, al quale aveva osato paragonarsi come suonatore di lira.


    SFONDO SECONDO PLUTEO
    • il tempio di Vespasiano (quello della Concordia manca, essendo perduta la prima lastra) con sei colonne corinzie;
    • il tempio di Saturno con sei colonne ioniche; fra essi in alto un arco, il quale forse rappresenta il Tabulario; 
    • poi un gran portico, ossia la Basilica Giulia, che era appunto porticata;
    • in fondo a sinistra la statua di un satiro con un otre sulle spalle: è la statua di Marsia, portata dalla Magna Grecia come bottino di guerra e posta sul Foro inferiore; accanto ad essa stava un fico sacro dentro un piccolo recinto (ma non si trattava del ficus ruminalis sul Comizio). 
    PARTICOLARE SECONDO PLUTEO
    La ripetizione dei rostri e della statua di Marsia, dimostra che i due rilievi dovevano ricongiungersi; mancano nella piazza i templi di Cesare e di Castore, cioè tutto il lato orientale.
    Ora i plutei stavano sulla piattaforma dei rostri, formando una specie di balaustrata a destra e a sinistra, coi rilievi storici all'interno e gli animali da sacrificio all'esterno. Gli animali avevano dimensioni maggiorate perchè dovevano essere visti da lontano, mentre i rilievi all'interno venivano visti da vicino.

    Se ci figuriamo il primo pluteo posto a sinistra dell' oratore, il lato settentrionale del Foro rappresentatovi corrispondeva esattamente alla vera posizione degli edifizi; il secondo pluteo  a destra dell' oratore rappresentava i monumenti che stavano alla destra e dietro l' oratore, cioè i lati occidentale e meridionale. Il lato orientale non effigiato sui rilievi è quello che l' oratore, stando sui rostri, aveva dinanzi agli occhi. Gli animali del sacrificio poi, che si muovono quasi in processione attorno al monumento, testimoniano agli Dei e al popolo la continua lustratio della tribuna.
    Articoli attinenti: CURIA JULIA


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  • 05/01/14--03:07: LUCIO APULEIO

  • APULEIO

    Nome: Lucius Apuleius
    Nascita: 125 d.c. Madaura
    Morte: 170 d.c.
    Attivita': Scrittore, poeta












    Preghiera a Iside (Apuleio, Metamorfosi XI, 2 a Iside Regina)
    O Regina del cielo,
    tu feconda Cerere,
    prima creatrice delle messi,
    che, nella gioia di aver ritrovato
    tua figlia, eliminasti l'antica usanza
    di nutrirsi di ghiande come le fiere,
    rivelando agli uomini un cibo più mite,
    ora dimori nella terra di Eleusi;
    tu Venere celeste,
    che agli inizi del mondo congiungesti
    la diversità dei sessi
    facendo sorgere l'Amore
    e propagando l'eterna progenie
    del genere umano,
    ora sei onorata nel tempio di Pafo
    che il mare circonda;
    tu [Diana] sorella di Febo,
    che, alleviando con le tue cure
    il parto alle donne incinte,
    hai fatto nascere tanti popoli,
    ora sei venerata nel tempio illustre
    di Efeso;
    tu Proserpina,
    che la notte con le tue urla spaventose
    e col tuo triforme aspetto
    freni l'impeto degli spettri
    e sbarri le porte del mondo sotterraneo,
    errando qua e là per le selve,
    accogli propizia
    le varie cerimonie di culto;
    tu che con la tua femminile luce
    rischiari ovunque le mura delle città
    e col tuo rugiadoso splendore
    alimenti la rigogliosa semente
    e con le tue solitarie peregrinazioni
    spandi il tuo incerto chiarore;
    con qualsiasi nome, con qualsiasi rito,
    sotto qualunque aspetto
    è lecito invocarti:
    concedimi il tuo aiuto
    nell'ora delle estreme tribolazioni,
    rinsalda la mia afflitta fortuna,
    e dopo tante disgrazie che ho sofferto
    dammi pace e riposo.

    Apuleio - l’Asino d’oro - alla Grande Madre Iside -

    Lucio Apuleio o Lucius Apuleius, o Apuleio da Madaura (Madaura, 125 – 170 circa) fu uno scrittore, filosofo, retore, mago e alchimista romano di scuola platonica.
    È noto in particolare per la composizione del romanzo Le metamorfosi (o Asino d'oro). Il prenome Lucio, come tradotto dai codici, risulta sospetto, a causa dell'omonimia con il protagonista-narratore di quest'opera che sarebbe pertanto autobiografica nel racconto appunto dell'Asino d'oro.



    LE ORIGINI

    Apuleio nasce intorno al 125 a Madaura (attuale Mdaurusch, Algeria), piccolo ma importante avamposto romano. La famiglia è benestante ed influente: il padre fu console, la più alta magistratura municipale in Roma, e lasciò ai suoi due figli una consistente eredità di quasi due milioni di sesterzi. Ciò permette ad Apuleio di compiere i suoi studi senza badare a spese, viaggiando dove vuole e come vuole.

    I primi studi grammaticali e retorici infatti li segue a Cartagine, studiando poesia, geometria, musica, e soprattutto filosofia. Per approfondire quest'ultima si trasferisce successivamente ad Atene. E' poco attratto dallo stoicismo, mentre lo attira il platonismo, soprattutto nel misticismo e nella magia.
    Apuleio è intelligente, bello, curioso e poco influenzabile e le risposte che gli altri gli danno non lo soddisfano, così non gli basta la religione che gli propinano e affronta i Sacri Misteri che vanno oltre la religione e la morte.
    Pratica dunque i riti misterici di Esculapio a Cartagine, l'equivalente romano del dio greco della medicina e della guarigione Asclepio, e ad Atene si iscrive ai Misteri Eleusini, ma si fece pure iniziare ai misteri di Mitra, ai misteri di Iside e al culto dei Cabiri a Samotracia.

    Tu sei santa -
    tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie,
    tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali,
    tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre.
    Né giorno né notte, per attimo alcuno, per breve che sia,
    passa senza che tu lo colmi dei tuoi benefici:
    tu per mare e per terra proteggi gli uomini,
    allontani le tempeste della vita
    e porgi con la tua destra la salvezza,
    tu sempre con la mano sciogli le fila
    che il destino aggroviglia in nodi inestricabili,
    tu calmi le bufere della Fortuna
    e poni un freno alle funeste rivoluzioni delle stelle.
    Te onorano gli dei del cielo e rispettano quelli dell’Inferno,
    tu fai ruotare la terra, dai la luce al sole,
    governi l’universo, calchi col tuo piede il Tartaro.
    A te obbediscono le stelle, per te ritornano le stagioni,
    di te si allegrano i numi, a te servono gli elementi.
    Al tuo cenno spirano i venti, offrono il nutrimento le nubi,
    germogliano i semi, crescono i germogli.
    La tua maestà temono gli uccelli vaganti nel cielo,
    le fiere erranti pei monti,
    i rettili celantisi nel terreno,
    i mostri nuotanti nel mare.
    Povero è il mio ingegno nel cantare le tue lodi,
    scarso il mio patrimonio nell’offrirti sacrifici,
    la mia voce non ha sufficiente ricchezza
    per esprimere i sentimenti che m’ispira la tua maestà;
    e non riuscirei neppure se avessi mille bocche e altrettante lingue,
    neppure se potessi parlare senza stancarmi per tutta l’eternità.
    Perciò quel poco che può un tuo fedele ma povero seguace,
    io cercherò di farlo: le tue divine sembianze e la santissima tua volontà,
    ora che le ho accolte nell’intimo segreto del mio cuore,
    le custodirò in eterno e sempre le contemplerò nell’animo mio. -

    Viaggi
    « utpote peregrinationis cupiens impedimentum matrimoni aliquantisper recusaueram»
    « bramoso com'ero di viaggiare, respinsi per qualche tempo l'impaccio del matrimonio»
    (Lucio Apuleio, Apologia o Pro se de magia, LXXIII, 7 )
    Apuleio è un grande amante dei viaggi, personaggio carismatico, brillante conferenziere, curioso d'ogni scienza, filosofia o culto, è uno che si fa notare, per cultura e per bellezza, ed è uno che si fa continue domande, una specie di clericus vagans del suo tempo. Alcune tappe del suo pellegrinaggio segnano particolarmente il suo vissuto e la sua sensibilità. Recatosi a Roma, è iniziato al culto di Osiride e di Iside che gli apre nuovi orizzonti per lo spirito, ma ama anche la praticità della vita, così intraprende la carriera dell'avvocato e come al solito ha successo, ma non si ferma e prosegue per l'Egitto, visita Samo, l'isola natale di Pitagora, poi Gerapoli e quindi  l'Oriente. Qui approndisce la sua cultura filosofica e religiosa.

    Apuleio
    - In primo luogo una massa di capelli folti e lunghi,
    leggermente riccioluti, si allargava ovunque,
    sulla nuca divina, e fluiva giù con molta grazia.
    Una corona intessuta di molti e svariati fiori
    le cingeva il capo alla sommità, proprio nel mezzo,
    sopra la fronte, emetteva una chiara luce un disco
    dalla superficie piana che somigliava a uno specchio,
    o che anzi voleva imitare la luna.
    Sui lati, a destra e a sinistra si drizzavano due vipere
    con le loro spire, e, dalla parte superiore,
    spire sacre a Cerere, si protendevano ad attirare gli sguardi.
    La sua tunica multicolore, intessuta di bisso sottile,
    pareva ora bianca come il brillar della luce,
    ora gialla come il fiore dello zafferano,
    ora fiammeggiante come il fulgor delle rose.
    Ma soprattutto confondeva il mio sguardo
    un manto nero come l’ebano,
    che splendeva d’una sua lucentezza tenebrosa.
    Esso correva tutto intorno al corpo,
    rimontava sotto al fianco destro fino alla spalla sinistra,
    fino a formarvi un nodo, poi tendeva in basso
    in pieghe molteplici fino all’orlo inferiore,
    e con molta grazia si raccoglieva in onde
    con i suoi fiocchi e le sue frange. -



    IL PROCESSO PER MAGIA

    « Aggredior enim iam ad ipsum crimen magiae»
    « Eccomi così arrivato all'accusa di magia »
    (Lucio Apuleio, Apologia o Pro se de magia, XXV, 5 )

    MONETA CON EFFIGE DI APULEIUS
    Sulla via di Alessandria, Apuleio sosta a Oea (odierna Tripoli), dove si imbatte in un vecchio compagno di studi, Ponziano, che lo trattiene e gli offre ospitalità. La madre di Ponziano, Emilia Pudentilla, è vedova, non bella, ma particolarmente benestante. Pudentilla vuole sposarsi con Apuleio, perché si fida di lui, perchè la affascina e sa che, in quanto vero filosofo, è indifferente alla ricchezza. Apuleio non la ama da subito, ma pian piano impara a conoscerla ed apprezzarla, del resto ha un anno per conoscerla, e infine accetta di sposarla.
    Poco tempo dopo Ponziano muore e i parenti di Pudentilla, per timore di perdere la ricca eredità, accusano Apuleio di aver sedotto la vedova con incantesimi e magie per estorcerle il lascito.
    Apuleio è citato in processo che viene celebrato a Sabratha, in Tripolitania, di fronte al proconsole romano Claudio Massimo, si suppone tra la fine del 158 e gli inizi del 159 e.v.. L'accusa è grave ed espone Apuleio addirittura alla pena capitale, in osservanza della lex Cornelia de sicariis et veneficis emanata dal dittatore Silla nell'81 a.c. Apuleio è avvocato e si fida solo di se stesso, per cui fa l'avvocato di sè. Proprio grazie all'arguta orazione difensiva, poi pubblicata col titolo di Apologia o "Pro se de magia", Apuleio viene assolto.


    De Magia
    • Lucio Apuleio inizia la propria autodifesa nel processo intentato contro di lui davanti al governatore d'Africa Claudio Massimo. E' accusato di aver fatto uso di arti magiche per conquistare la mano della vedova Pudentilla.In realtà a combinare il matrimonio era stato Ponziano, figlio di lei, morto poco prima. Le accuse erano state mosse dagli avvocari di Sicinio Emiliano, fratello del primo marito di Pudentilla che, chiaramente, odiava Apuleio in quanto il suo matrimonio lo aveva escluso dall'eredità della ricca vedova. 
    • Apuleio era stato accusato anche di avero provocato con i suoi sortilegi la morte del figliastro Ponziano. 
    •  Dichiarazione di assoluta innocenza ed attacco diretto agli avvocati accusatori che - a detta di Apuleio - hanno usato i più banali luoghi comuni contro la sua figura di uomo di cultura e di filosofo. 
    • Per primi vengono confutati gli argomenti superficiali dell'accusa che ha insinuato che Lucio si presenta di bell'aspetto e molto eloquente (doti che lo avrebbero aiutato ad irretire Pudentilla). L'aspetto - se bello - è comunque un dono degli dei, dunque casuale. Del resto, dice Apuleio, nella sua austera vita di studioso non si è mai eccessivamente curato della propria figura. 
    • Quanto all'eloquenza, l'oratore ammette di avere quella derivata dagli studi di una vita, ma soprattutto dichiara di poter parlare in pubblico e senza vergogna di tutte le sue azioni, cioè di non aver nulla da nascondere. Fra gli esempi di eloquenza esecrati dagli accusatori erano alcuni versi scherzosi di Apuleio in accompagnamento ad un dentifricio donato all'amico Calpurniano. Lucio deride l'ignoranza con cui i suoi accusatori hanno definito disdicevole l'uso del dentifricio. 
    • Accusato di aver scritto versi erotici, Apuleio si difende citando esempi illustri di autori di versi di quel genere e recita brani dei propri componimenti davanti al tribunale. Comporre versi licenziosi non implica necessariamente una perversione dell'autore, lo dimostrano Catullo, l'imperatore Adriano e Catone. Apuleio cita a sostegno della sua tesi il concetto platonico delle due Veneri, la popolare e la celeste (Simposio). 
    • Apuleio passa a controbbattere una nuova accusa infamante: quella di possedere uno specchio. Non nega di possederlo ma nega di utilizzarlo per contemplarvisi vanitosamente. Difesa dello specchio: perché considerare una colpa l'osservare la propria immagine in uno specchio quando viene considerato un onore essere ritratti in una statua o in un dipinto? 
    • Ancora sullo specchio e sulla scienza ottica, varie argomentazioni filosofiche tratte da Socrate, Epicuro ed Archita di Taranto. Gli studi di Archimede di Siracusa sugli specchi dimostrano definitivamente come questi siano oggetti di interesse scientifico, ben lontani dalla superstizione.
    • Apuleio è stato confusamente accusato di essere giunto a Oea con un solo schiavo e di averne successivamente affrancati tre. Il passo è poco chiaro e non si vede bene cosa abbia a che fare l'affrancamento degli schiavi con l'accusa di magia. Probabilmente il fatto si relaziona con l'accusa di povertà dibattuta nel capitolo successivo.
    • La povertà rinfacciatagli dagli accusatori è per Lucio un vanto, la povertà conferisce, secondo un ben noto modello arcaico, dignità e saggezza. La tesi è sostenuta con molti illustri esempi greci e romani e prosegue in un elogio della povertà e della temperanza, la vera povertà, dice, è quella esecrabile negli spiriti insaziabili ai quali non basterà mai alcuna ricchezza.
    • Parlando ancora della povertà, l'autore cita l'esempio di Cratete, filosofo cinico allievo di Diogene, che aveva rinunciato a tutti i suoi beni materiali. Precisa comunque di non appartenere alla scuola dei
      cinici ma di considerarsi un filosofo platonico.A questo punto Apuleio dichiara di essere stato erede di un cospicuo patrimonio paterno che non ha esitato a devolvere per finanziare i propri studi ed aiutare gli amici. Accusa quindi Emiliano di essersi arricchito grazie ad eredità non meritate.
    • Lucio conferma di essere nativo della provincia d'Africa e dichiara con un certo orgoglio che suo padre aveva ricoperto importanti cariche pubbliche acquisendo un prestiglio sociale che il figlio ritiene di aver degnamente conservato.
    • Dopo aver confutato e demolito tutta la serie di accuse minori passa ad occuparsi della principale: l'accusa di magia. Inizia chiarendo il significato e l'origine del termine mago. Presso i Persiani - dice - la parola mago equivaleva a sacerdote. Dunque la magia "è un'arte pia", bene accetta dagli dei. Se è così, dice Apuleio, l'accusa non sussiste perché conoscere le cose della magia non comporta alcuna colpa. Se invece si intende per magia la capacità di procurarsi poteri eccezionali, i suoi accusatori non vi credono, altrimenti non correrebbero il rischio di mettersi contro un uomo dotato di simili poteri.
    • L'ignoranza popolare spesso accusa di ateismo i filosofi che si occupano di scienze naturali e di magia quelli che si occupano di dottrine più astratte. Tutti gli indizi portati a sostegno dell'accusa sono artefatti e tendenziosi: non c'è nulla di strano nel fatto che una vedova abbia deciso di sposare un celibe più giovane di lei.
    • L'oratore dichiara che dimostrerà la falsità dell'accusa; che qualora fosse realmente un mago non avrebbe "motivo né occasione per farsi sorprendere in qualche maleficio", che il suo figliastro Prudente è stato strumentalizzato dallo zio Emiliano il quale è rimasto sconvolto dal matrimonio di Pudentilla che rappresentava per lui la perdita di ogni possibile eredità da parte della vedova.
    • Emiliano ha accusato Apuleio di aver comprato particolati tipi di pesce per utilizzarli negli incantesimi amatori ai danni di Pudentilla. Apuleio confuta l'accusa in tono ironico, ridicolizzando le parole degli accusatori.
    • Poi sostiene che non si è mai letto di poteri magici dei pesci e cita l'Egloga VIII di Virgilio per esemplificare i ben diversi ingredienti utilizzati nelle pozioni incantatorie. Con sfoggio di varia erudizione, dimostra che in nessun autore è attestata una relazione fra la magia ed i prodotti del mare. Cita, fra l'altro, un episodio tradizionale della vita di Pitagora: il filosofo acquistò da alcuni pescatori tutte le loro prede e le fece liberare perché tornassero al mare. Ora, osserva Apuleio, Pitagora che era ritenuto un grande mago, non avrebbe liberato i pesci se questi avessero potuto essergli utili nelle sue pratiche.
    • Ammesso, comunque, che i pesci possano servire agli incantesimi, non si potrà sostenere che chiunque se li procuri sia un mago, altrimenti si dovrebbero accusare di magia gli stessi pescatori e tutti i loro clienti. Si è sostenuto che Apuleio abbia ricercato particolari generi di pesce: una "lepre marina" e dei molluschi il cui nome richiama quello degli organi genitali umani (veretilla e verginali).
      Apuleio nega di aver cercato i molluschi e deride la grossolanità dell'accusa, puerilmente basata sul nesso immaginario fra i nomi dei frutti di mare ed i pretesi incantesimi erotici. Non nega, invece, di interessarsi abitualmente ad ogni frutto inusuale della pesca: lo fa per motivi scientifici come dimostrano le sue opere sulle "Questioni naturali". 
    • Si raccontava che Sofocle, da vecchio, si fosse difeso da un'accusa di stoltezza dovuta alla senescenza semplicemente leggendo la recente opera Edipo a Colono. Su questo esempio Apuleio propone ai suoi giudici di ascoltare dei brani di sue opere che fa leggere ad un suo segretario o servitore. La lettura ha dimostrato la cultura zoologica di Apuleio, il quale insiste sull'argomento ostentando, con un certo orgoglio, la propria erudizione. Con sarcasmo, l'oratore cita anche alcuni versi di un trattato gastronomico di Ennio, nel quale si descrivevano le qualità di pesce più prelibate.
      Dunque il pesce di cui parlano gli accusatori, era stato oggetto di studio, Apuleio lo aveva sezionato per esaminarne le caratteristiche anatomiche, come aveva già fatto in molte altre occasioni.
      Concludendo l'argomento dei pesci Apuleio ribadisce i propri interessi culturali davanti alla grassa ignoranza dei suoi accusatori.
    • Lucio è stato inoltre accusato di aver "incantato" un fanciullo. Si riteneva che provocando con opportune pratiche magiche la trance in un bambino questi acquisisse capacità divinatorie. Sia pur avanzando dubbi, l'oratore non esclude la possibile efficacia di suddette pratiche, tuttavia sostiene che nel suo caso il bambino che egli avrebbe incantato è un povero ebete afflitto dall'epilessia di nome Tallo. Per dimostrare che Tallo è epilettico e che quindi la sua trance è stata solo una crisi della malattia, Apuleio chiede che si interroghino tutti gli altri schiavi compagni del ragazzo.
      Tallo non è presente al processo perché da molto tempo è stato allontanato da Oea per evitare il contaggio. Emiliano è al corrente della circostanza, quindi la sua accusa è chiaramente pretestuosa.
    • Apuleio sfida i suoi accusatori ad esibire altri schiavi che lui avrebbe "incantato", come hanno sostenuto. La richiesta dell'accusa di interrogare quindici schiavi come testimoni del rito magico viene discussa da Apuleio: chi mai svolgerebbe rituali tanto misteriosi e proibiti davanti all'intera servitù?
    • Apuleio ammette di aver aiutato un medico a curare una donna epilettica, ma nega di averla "stregata". Si era solo informato sul ronzio nelle orecchie della donna. Apuleio disquisisce sui testi di Platone, Aristotele e Teofrasto a proposito delle malattie in genere e dell'epilessia in particolare, per dimostrare il valore scientifico e non magico della sua visita alla malata.
    • Emiliano ha accusato Lucio di custodire oggetti magici avvolti in un panno di lino, presso i Penati di Ponziano, ma sono oggetti rituali, ricordi delle numerose iniziazioni misteriche avute in Grecia da Apuleio.
    • La testimonianza scritta di un certo Giunio Crasso dichiara che Apuleio aveva svolto a casa sua misteriosi riti notturni durante la sua assenza. Apuleio descrive Crasso come un sordido bevitore e dichiara che la testimonianza, palesemente false, è stata comprata da Emiliano per denaro, come si è saputo in tutta la città.
    • Ora deve difendersi dall'accusa di venerare la statuetta di una orribile divinità infernale, in realtà una statuetta lignea di Mercurio commissionata allo scultore Cornelio Saturnino, testimone al processo. In effetti Mercurio-Ermes, venerato in Egitto, era collegato a rituali magici, ma.Apuleio lo dimostra un normale oggetto di devozione.
      Infine il suo matrimonio con la vedova Pudentilla e la rabbiosa invidia suscitata nei suoi accusatori. A prescindere dalla magia - dice infatti Apuleio - Emiliano non avrebbe avuto altro movente che l'invidia per accusarlo dal momento che non aveva mai ricevuto alcun torto da Apuleio.
    • Vengono riepilogati i capi d'accusa: che la vedova non si era mai voluta risposare fin quando, a sessanta anni, aveva conosciuto Apuleio e la dote che Pudentilla portava al marito, anche in base a certe lettere di lei dove sospettava Apuleio di aver usato magie per sedurla.
    • Apuleio spiega che Pudentilla non si era risposata solo per evitare le nozze con Sicinio Cloro (fratello del defunto marito) che il suocero aveva tentato di importle per non far uscire dal contesto familiare le sue ricchezze. Durante quattordici anni di vedovanza la donna aveva allevato amorevolmente i figli Pudente e Ponziano. Infine il suocero morì lasciando eredi i nipoti e il più anziano dei due, Ponziano, divenne tutore del fratello. Dopo tanti anni di vedovanza Pudentilla era invecchiata e non godeva di buona salute, con diagnosi medica di "mancanza di attività matrimoniale". Decise di risposarsi con il consenso di tutti i parenti, fra cui lo stesso Sicinio Emiliano, come Apuleio dimostra esibendo una lettera di lui a Pudentilla, dimostrando che la vedova nutriva intenzioni matrimoniali prima di conoscere Apuleio. I figli non si opposero al desiderio della madre ma si preoccuparono per la perdita dell'eredità. Quando Apuleio giunse ad Oea ospite dei suoi amici Apii, Ponziano che lo aveva conosciuto in precedenza vide in lui il candidato ideale per quel matrimonio ed insitette per farlo rimanere un periodo ospite nella sua casa.
    • Dopo circa un anno di soggiorno ad Oea, Apuleio ricevette da Ponziano la proposta di sposare sua madre. Inizialmente rifiutò ma poi l'insistenza del giovane ed il riconoscimento delle doti morali della donna accettò. Prima di loro si sposò Ponziano e subito dopo, cambiato parere, cercò di ostacolare le nozze materne. Artefice del brusco cambiamento era stato il suocero Erennio Rufino, uno degli accusatori. Apuleio lo dipinge come un individuo infame, dedito alla libidine, noto per i commerci che organizzava nel letto della moglie ricattandone i clienti con la minaccia di scandali e denunzie per adulterio.
    • Rufino e sua moglie avevano adescato Ponziano convincendolo a sposare la figlia, la quale aveva già da tempo cominciato a calcare le orme materne. Rufino dunque fece di tutto per evitare il matrimonio di Pudentilla spingendo Ponziano a far cambiare proposito a Pudentilla che rifiutò. Da questi episodi nacque tutto l'odio di Rufino verso Apuleio, odio che lo portò a minacciare lo scrittore di morte in pubblico e, infine, ad intentare il processo.
      Indignata per il cambiamento del figlio, Pudentilla si ritirò in campagna e scrisse a Ponziano una lettera di rimproveri nella quale diceva di essere innamorata e ammaliata da Apuleio, lettera che l'accusa usava per accusarlo di magia. La lettera letta in aula chiarisce l'inganno di Rufino che della lettera aveva divulgato solo alcune frasi stravolgendone il senso.
    • Apuleio si scaglia contro il giovane Pudente, il figlio minore di Pudentilla, l'unico vivente dato che Ponziano è morto prima del processo, e lo sfida a negare che il comportamento della madre sia sempre stato pudico ed onorevole e non abbia mai dato occasione di sospettare che la donna fosse preda di qualsivoglia incantesimo.
    • Apuleio smentisce l'età di Pudentilla e dimostra con un certificato di nascita che la donna ha circa quarant'anni e non sessanta come l'accusatore ha sostenuto. La questione è importante perché una legge vietava alle donne di sposarsi dopo i cinquant'anni.
    • Il contratto matrimoniale limitava l'accesso del marito alle ricchezze di Pudentilla, della quale rimanevano comunque eredi i figli. Ora il discorso di Apuleio tende a dimostrare che ha sposato Pudentilla senza ricavarne alcun vantaggio materiale. Apuleio si adoperò per comporre precedenti dissapori e riconciliò Pudentilla con i figli convincendola a far loro grandi doni.
    • Ponziano si scusò con Apuleio per aver dato ascolto ai consigli del suocero e lo pregò di raccomandarlo all'amico Lolliano Avito, proconsole in Africa. Con l'occasione Apuleio legge una lettera a lui indirizzata da Avito con molte lodi per far pesare il buon giudizio che l'importante personaggio aveva espresso su di lui. Dunque poco prima di morire Ponziano si era riconciliato con Apuleio come dimostrato da una sua lettera di cui viene data lettura. Ponziano aveva anche ritrattato il  testamento diseredando la moglie a favore della madre e del fratello. Insinua poi che dopo la morte di Ponziano Rufino abbia attirato a se il giovane Pudente per cercare di fargli sposare la figlia e recuperare il patrimonio di Pudentilla.
    • A seguito di questi fatti e del comportamento vizioso di Pudente, Pudentilla aveva deciso di diseredarlo e ne era stata dissuasa dallo stesso Apuleio. Questi poi invita Pudente a leggere il testamento della madre, testamento nel quale il ragazzo - nonostante i dissapori familiari - è nominato erede universale e al marito viene attribuito solo un piccolo legato. Lucio nega poi di aver acquistato un podere con i soldi della moglie: il podere al quale si riferiscono gli accusatori è stato acquistato da Pudentilla ed è a lei intestato.
    • Ora Apuleio ha confutato una ad una le accuse, ed ha dimostrato che dal suo matrimonio non gli è venuto nessuno dei benefici dichiarati dall'accusa che sarebbero stati i moventi per i crimini che gli si attribuiscono. Come riepilogo cita tutte le accuse a lui mosse ed a ciascuna risponde con frasi brevissime, infine si rimette al giudizio del proconsole romano.



    LO STILE 

    "Mentre quello raccontava queste cose, io facevo il paragone tra la mia antica fortuna e la presente disgrazia, tra il Lucio felice di allora e l'asino infelice di adesso, e gemevo dal profondo dell'anima; e mi veniva in mente che non per nulla gli antichi saggi del passato avevano immaginato e rivelato che la Fortuna è cieca e addirittura senza occhi, perché prodiga sempre i suoi favori ai malvagi e a chi non lo merita, e tra gli uomini non sceglie mai nessuno con criterio, ma anzi si accompagna per lo più a persone tali che, se ci vedesse, dovrebbe assolutamente evitare e, ciò che è ancor peggio, conferisce a noi uomini una reputazione molto diversa, anzi proprio alla rovescia, così che il malvagio si gloria della nomea di uomo dabbene e l'uomo più innocente del mondo viene colpito dalla fama di criminale".

    Apuleio da un lato è manieristico sullo stile dell'età repubblicana con arcaicismi e parole della poetica di Catullo; ma dall'altro lato è innovativo: usa termini del dialetto latino africano, neologismi,  espressioni colloquiali e gergali. Ne Le metamorfosi, si fa più marcata la distanza dal modello ciceroniano di concinnitas tendendo ad una certa suggestività, attraverso la musicalità, il ritmo e le figure sonore.
    Apuleio è, inoltre, seguace della Seconda sofistica (conosciuta anche come Nuova sofistica e Neosofistica), un movimento culturale sviluppatosi in Grecia tra il II e il VI sec., che riprende l'uso della dialettica e della retorica sofistica, della forma; ma senza i temi filosofici ed etici. Apuleio si distingue, infatti, per la sua abilità retorica. Ne dà prova nelle sue conferenze, verbalizzate nei Florida, di quand'è viaggiatore, come nel discorso difensivo, rivisto e trascritto nell'Apologia, di quando è più maturo.



    IL MEDIOPLATONISMO

    Il II secolo d.c., età in cui visse Apuleio, è segnato da un profondo cambiamento. La cittadinanza romana concessa a tanti allenta il filo emotivo tra cittadino e stato, l'attenzione si sposta sul privato che cerca risposte altrove. Emergono allora dal profondo la paura della morte e della perdita dell'«io». Si cercando allora risposte sul mondo flosofico, o metafisico, o mistico.

    Apuleio aderì al medioplatonismo,  una corrente filosofica sviluppatasi tra il I sec. a.c. e il II sec. d.c., che riprende le dottrine non scritte di Platone con risvolti del pensiero pitagorico e l'orfico, che indagano la realtà aldilà del mondo materiale e sensibile.
    La componente mistica spinge alla separazione dal proprio corpo che costringe l'anima come in una prigione, per poter adire verso il divino. I primi riscontri di questa dottrina si trovano nel trattato filosofico De deo Socratis, che espone la sua visione filosofica in relazione a quella socratica, quindi nella dottrina demonologica esposta da Apuleio. Fa parte del medioplatonismo anche un forte interesse per la magia, i rituali e i culti misterici. Gran parte della sua formazione è sicuramente dedicata, infatti, ai misteri di Esculapio e ai misteri Eleusini. La stessa vicenda di Lucio, il protagonista de Le metamorfosi, riconosciuta come fortemente autobiografica, conferma la sua dedizione alla magia.



    LE OPERE 

    Apuleio scrisse moltissimo, in versi e in prosa, in greco e in latino. Molti dei suoi scritti sono andati perduti; ci sono pervenuti solo Le metamorfosi e alcune opere minori.


    METAMORFOSI

    A partire dagli ultimi decenni del 1400 si assiste, in campo letterario ed artistico, alla rivalorizzazione del romanzo "Le Metamorfosi o l'Asino d'Oro". Famosa una traduzione, ad opera di Marco Matteo Boiardo, accompagnata da 62 xilografie, edita in Venezia nel 1519, Il successo era, probabilmente, dovuto anche ad una certa rassomiglianza tra la "dottrina" apuleiana e l'epoca contingente, i tempi rinascimentali, dopo la scoperta del "nuovo mondo": desiderio di nuove conoscenze e nuove esperienze, una sorta di neo-platonismo, o di tutto quanto passava sotto questo termine, dal misticismo alla stessa magia.

    METAMORPHOSEOS
    E' l'opera maggiore di Apuleio e l'unico romanzo in lingua latina risalente all'epoca romana pervenutoci integralmente. È diviso in 11 libri. L'opera è conosciuta anche col titolo L'asino d'oro, indicato da sant'Agostino nel De civitate Dei (XVlll, 18). La trama del romanzo presenta notevoli somiglianze con un'operetta greca "Lucio o l'asino" conservata tra quelle di Luciano di Samòsata (il neosofista contemporaneo di Apuleio), le due opere probabilmente risalgono ad una fonte comune. Importante nelle Metamorfosi è il rapporto dell'autore con la tradizione della fabula Milesa, infatti Apuleio fa spesso riferimento a tale genere letterario fin dalle prime parole del proemio rivolte al lettore.

    La storia narra del giovane Lucio (come l'autore), appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. Là alloggia in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è una maga e può trasformarsi in uccello. Lucio vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, Fotis, accede alla stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e viene trasformato in asino, pur conservando coscienza ed intelligenza umana. Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri, che hanno fatto irruzione nella casa, durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più abietti vizi umani; in breve, il tema è un comodo pretesto per mettere insieme una miriade di racconti.Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di "Amore e Psiche", narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: la favola racconta appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del desiderio, uno dei grandi dèmoni dell'universo platonico, la quale possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il dio che lei ama, e che però smarrisce per curiosità, per ritrovarlo poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli "elementi" del mondo) (vd oltre, la parte dedicata specificamente alla favola). Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, finché - dopo altre peripezie - si trova nella regione di Corinto, dove, sempre sotto forma asinina, si addormenta sulla spiaggia di Cancree; durante la notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride. La chiave "mistagogica"
    *L'ultima parte del romanzo (libro XI), che si svolge in un clima di forte suggestione mistica ed iniziatica, non ha equivalente nel testo del modello greco. E' evidente che è un'aggiunta di A., al pari della celebre "favola" di Amore e Psiche, che si trova inserita verso la metà dell'opera: centralità decisamente "programmatica", che fa della stessa quasi un modello in scala ridotta dell'intero percorso narrativo del romanzo, offrendone la corretta decodificazione. Ci si può chiedere se queste aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realtà l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche, ha un evidente significato religioso: indubbio nel primo; fortemente probabile nel secondo, interpretato specificamente ora come mito filosofico di matrice platonica, ora come un racconto di iniziazione al culto iliaco, ora - ma meno efficacemente - come un mito cristiano. Certo è, comunque, che tutto il romanzo è carico di rimandi simbolici all'itinerario spirituale del protagonista-autore: la vicenda di Lucio ha, infatti, indubbiamente valore allegorica: rappresenta la caduta e la redenzione dell'uomo, di cui l'XI libro è certamente la conclusione religiosa (lo stesso numero dei libri, 11, sembra del resto far pensare al numero dei giorni richiesti per l'iniziazione misterica, 10 appunto di purificazione e 1 dedicato al rito religioso). Il tutto farebbe delle "Metamorfosi", così, un vero e proprio romanzo "mistagogico", che sembrerebbe invero registrare l'esperienza stessa dello scrittore.Romanzo che, tuttavia, qualunque sia la sua reale intenzione, ci offre una straordinaria descrizione delle province dell'impero al tempo degli Antonini e, in modo particolare, della vita del popolo minuto.


    Opere minori 

    Sono diversi scritti di filosofia e retorica, non tutti pervenuti all'età moderna. Le opere pervenute all'età moderna sono filosofiche e retoriche.

    Quelle di argomento filosofico:
    - De mundo, ("Del mondo") rifacimento d'ispirazione stoica dell'omonimo trattato pseudoaristotelico e risalenti al periodo della giovinezza.
    - De platone et eius dogmǎte ("Su Platone e la sua dottrina"), sintesi della fisica e dell'etica di Platone. Si suppone dovesse esser seguita da una logica, probabilmente Perì ermeneias. Emergono le teorie misteriche ed iniziatiche proprie di Apuleio.
    - De deo Socratis ("Sul demone di Socrate"), trattato filosofico che esamina la teoria demonologica di Socrate e ne espone una propria in modo articolato. È influenzato dalle filosofie orientali: i demoni assumono forma angelica di intermediari tra gli dèi e gli uomini e presiedono a rivelazioni e presagi.

    Quelle di argomento retorico:
    - Apologia o Pro se de magia liber, trascrizione del discorso difensivo, successivamente rielaborato e diviso in due libri, pronunciato al processo per magia del 158. Costituisce l'unica orazione giudiziaria di età imperiale a noi pervenuta. Per quanto riguarda lo stile, nell'opera si rintracciano tutte le tecniche compositive di Apuleio: folgorazioni, sospensioni, parallelismi, allitterazioni ed altre nuove espressioni. C'è un largo uso dell'ironia e altre tecniche oratorie di gusto neosofistico. Per quanto riguarda i contenuti, lo scritto è autobiografico, fonte quindi di informazioni riguardo alla vita dell'autore. Il carattere autobiografico è, tuttavia, romanzato: la figura dell'autore appare emblematica, quasi mitica. L'orazione è incentrata a marcare la differenza d'intenti tra filosofia e magia: riflessione, purificazione e innalzamento spirituale, la prima; danno alle altre persone, la seconda.
    - Florǐda ("Fiori vari", quindi florilegio, in cui si rintraccia l'etimologia di "antologia"), raccolta in 4 libri di 23 estratti di declamazioni epidittiche, discorsi tenuti durante i suoi pellegrinaggi, specialmente a Roma e Cartagine. Emerge una grande varietà di tematiche. Vi è, però, un maggior interesse per l'aspetto formale: Apuleio vuole ottenere il plauso del pubblico.


    Opere pervenute parzialmente o non pervenute

    Ad Apuleio sono ascritte diverse opere andate perdute. Opere di
    • cultura generale (Quaestiones conviviales, De republica, De proverbiis, Epitome historiarum), 
    • scienza (De arboribus, De piscibus, De re rustica, Naturales quaestiones, De musica, De arithmetica) 
    • etteratura (Ludicra, Hymni in Aesculapium e Carmina amatoria, di cui rimangono conservati solo due epigrammi in Apologia. 
    • Una traduzione del Fedone platonico 
    • L'Hermagoras, ritenuto da molti un romanzo.
    Pseudo Apuleio
    Vi è, inoltre, in corpus di opere di 'discussa ascrivibilità' (lo Pseudo Apuleio), che si sospetta non siano autentiche ma solo legate alla fama di Apuleio taumaturgo e guaritore, come:
    • il trattatello di logica Perì hermeneias, che forse doveva seguire il De platone et eius dogmǎte,
    • Physiognomonĭa, 
    • De remediis salutaribus 
    • De herbarum virtutibus.


    LA MORTE

    Per merito delle sue pubblicazioni, Apuleio riscuote grande fama di filosofo platonico. Tornato a Cartagine, la sua gloria viene riconosciuta con la sua investitura a sacerdos provinciae ("sacerdote della provincia"), una carica di grande prestigio che gli affida il culto dell'imperatore e di Roma, nonchè funzioni di governo e di rappresentanza. Muore nel 170 d.c., anno a cui risalgono le ultime notizie a suo riguardo. Le cause della morte sono ignote.



    LA FAMA

    Apuleio godette di un'eccezionale fama già da vivo: sappiamo di due statue erettegli dai Cartaginesi e di altre anche altrove (ne parla lui stesso in Florida 16), e disponiamo della lapide del basamento di una statua a lui dedicata dai suoi concittadini di Madaura. L'Africa dell'ultimo paganesimo esaltò Apuleio per il profondo afflato religioso del libro X delle Metamorfosi e per le sue virtù di mago e taumaturgo, contrapponendo i suoi miracoli, e quelli di Apollonio di Tiana, ai miracoli di Cristo.

    All'inizio del 400 d.c. Apuleio diventa pertanto bersaglio dell'apologetica cristiana. La voce meno ostile è quella dell'africano Agostino, che proprio a Madaura studia fino ai sedici anni (Confessiones). Agostino non mostra di credere ad Apuleio mago, né ai suoi miracoli (Epistulae 138), rispetta e combatte l'Apuleio filosofo neoplatonico e la sua teoria dei demoni, apprezza molto però lo scrittore e il retore e soprattutto battezza le Metamorfosi L'Asino d'oro, titolo con cui il romanzo è conosciuto nel Medioevo.

    Per secoli, di Apuleio si lessero solo le opere filosofiche, finché con l'Umanesimo l'interesse si spostò sulle Metamorfosi. Il vero riscopritore delle Metamorfosi è Boccaccio, che copia il romanzo già intorno al 1338. La prima traduzione in volgare del romanzo apuleiano fu del Boiardo (nel Quattrocento), seguita dalla rielaborazione dei primi dieci libri dal Firenzuola col titolo di L'Asino d'oro (1525). Ma non solo in Italia, in tutta l'Europa le Metamorfosi si diffusero in ottime e numerosissime traduzioni, esercitando un influsso che non ha confronti per vastità, consistenza e continuità sulle singole narrative nazionali: oltre alla novellistica, da ricordare anche i romanzi picareschi e, in età romantica, quelli di magia e quelli visionari.

    Il romanzo, in 11 libri, è forse l'adattamento (almeno nei primi 10) di uno scritto di Luciano di Samosata di cui non siamo in possesso, ma del quale ci è pervenuto un plagio intitolato "Lucius o L'asino": si discute se A. abbia seguito il modello solo nella trama principale, o ne abbia ricavato anche le molte digressioni novellistiche tragiche ed erotiche. Non è improbabile, poi, che sia A. che Luciano abbiano (sia pure con intenti del tutto diversi) rielaborato un'ulteriore fonte, di cui ci testimonia Fozio: ovvero, un'opera intitolata, manco a dirlo, "Metamorfosi", e attribuito ad un certo Lucio di Patre, il cui canovaccio esteriore è praticamente lo stesso dell'opera del nostro. "Le "Metamorfosi" di A. gravitano comunque nella tradizione della "milesia", ma anche in quella del romanzo greco contemporaneo, arricchito però dall'originale e determinante elemento magico e misterico.Dunque, nell'opera, il magico si alterna con l'epico (nelle storie, ad es., dei briganti), col tragico, col comico, in una sperimentazione di generi diversi (ordinati ovviamente in un unico disegno, con un impianto strutturale abbastanza rigoroso), che trova corrispondenza nello sperimentalismo linguistico, nella piena padronanza di diversi registri, variamente combinati nel tessuto verbale: e il tutto in una lingua, comunque, decisamente "letteraria". Trama

    La favola di "Amore e Psiche". Come detto, la favola di Amore e Psiche, che si estende emblematicamente dalla fine del IV libro (paragrafo XXVIII) a buona parte del VI (prg. XXIV incl.), ha un'importanza esemplare nell'economia generale del romanzo, svolgendo una funzione non solo esornativa, ma fornendocene invero la corretta chiave di lettura e di decodificazione, fulcro artistico ed etico dell'opera tutta. Trama

    La favola inizia nel più classico dei modi: c'erano una volta, in una città, un re e una regina, che avevano tre figlie. L'ultima, Psiche, è bellissima, tanto da suscitare la gelosia di Venere, la quale prega il dio Amore di ispirare alla fanciulla una passione disonorevole per l'uomo più vile della terra. Tuttavia, lo stesso Amore si invaghisce della ragazza, e la trasporta nel suo palazzo, dov'ella è servita ed onorata come una regina da ancelle invisibili e dove, ogni notte, il dio le procura indimenticabili visite. Ma Psiche deve stare attenta a non vedere il viso del misterioso amante, a rischio di rompere l'incantesimo. Per consolare la sua solitudine, la fanciulla ottiene di far venire nel castello le sue due sorelle; ma queste, invidiose, le suggeriscono che il suo amante è in realtà un serpente mostruoso: allora, Psiche, proprio come Lucio, non resiste alla "curiositas", e, armata di pugnale, si avvicina al suo amante per ucciderlo. Ma a lei il dio Amore, che dorme, si rivela nel suo fulgore, coi capelli profumati di ambrosia e le ali rugiadose di luce e il candido collo e le guance di porpora. Dalla faretra del dio, Psiche trae una saetta, dalla quale resta punta, innamorandosi, così, perdutamente, del'Amore stesso. Dalla lucerna di Psiche una stilla d'olio cade sul corpo di Amore, e lo sveglia. L'amante, allora, fugge da Psiche, che ha violato il patto. L'incantesimo, dunque, è rotto, e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell'amato. Deve affrontare l'ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove, l'ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti e il farsi dare da Persefone un vasetto. Psiche avrebbe dovuto consegnarlo a Venere senza aprirlo, ma la curiosità la perde ancora una volta. La fanciulla viene allora avvolta in un sonno mortale, ma interviene Amore a salvarla; non solo: il dio otterrà per lei da Giove l'immortalità e la farà sua sposa. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata "Voluttà". La chiave di lettura della favola La successione degli avvenimenti della novella riprende quella delle vicende del romanzo: prima un'avventura erotica, poi la "curiositas" punita con la perdita della condizione beata, quindi le peripezie e le sofferenze, che vengono alfine concluse dall'azione salvifica della divinità. La favola, insomma, rappresenterebbe il destino dell'anima, che, per aver commesso il peccato di "hybris" (tracotanza) tentando di penetrare un mistero che non le era consentito di svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni ed affanni di ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi al dio. L'allegoria filosofica è appena accennata (se non altro, nel nome della protagonista, Psiche, simbolo dell'anima umana), ma il significato religioso è evidente soprattutto nell'intervento finale del dio Amore, che, come Iside, prende l'iniziativa di salvare chi è caduto, e lo fa di sua spontanea volontà, non per i meriti della creatura umana.


    LE METAMORFOSI

    Libro I: 

    Prologo:
    il protagonista e narratore si presenta, è greco e si chiama Lucio, ed invita il lettore a prestare attenzione alle fabulae Milesiae che intreccerà per lui. Inizia quindi il racconto principale o cornice. Lucio si trova in Tessaglia, terra della magia, ove si è recato per affari. Durante il viaggio incontra due viandanti, uno dei quali, Aristòmene, strada facendo racconta l'incredibile storia che gli è capitata.

    Racconto di Aristomene:
    Aristomene incontra per caso ad Ìpata, in Tessaglia, il suo ex-commilitone Socrate, ridotto ad una larva umana per essere stato l'amante di una strega. Lavato e rivestito l'amico, Aristomene lo porta in una locanda e decide di fuggire con lui l'indomani. Ma durante la notte, per magia, la strega e sua sorella penetrano nella stanza dei due, sgozzano Socrate sostituendo il suo cuore con una spugna ed inondano Aristomene di urina; indi se ne vanno. Mentre Aristomene, terrorizzato, cerca di darsi la morte per non essere accusato dell'omicidio dell'amico, ecco che questi si risveglia come se niente fosse. I due si rimettono in viaggio verso casa. Giunti presso un ruscello, si fermano per riposarsi e mangiare; ma all'improvviso, mentre Socrate si china sull'acqua per bere, il suo collo si squarcia e ne esce la spugna, ed egli cade stecchito. Aristomene fugge e cambia vita, lasciandosi alle spalle il terribile passato. Fine del suo racconto. Lucio, lasciati i due viandanti, giunge ad Ìpata e si reca a casa del suo ospite Milone.

    Libro II:

    L'indomani, al mercato, Lucio viene riconosciuto, proprio a causa della sua bellezza, da una certa Birrena, che si dice amica intima della madre di lui. Il giovane accetta l'invito e Birrena lo mette in guardia contro Pànfila, la moglie di Milone, famosissima maga. L'avvertimento ottiene l'effetto contrario: Lucio vuole sperimentare la magia. Per avere accesso ai segreti della padrona di casa, il giovane fa leva sui propri mezzi fisici e seduce la graziosa Fòtide, ancella di Panfila. Quella notte stessa Lucio ha il primo incontro d'amore con lei. Qualche sera dopo egli si reca a cena in casa di Birrena, ove ascolta il terribile racconto autobiografico di uno dei commensali, Telìfrone.

    Racconto di Telìfrone:
    giunto a Larissa, in Tessaglia, Telìfrone accetta una stranissima offerta di lavoro: dovrà fare la guardia ad un cadavere per tutta la notte, onde evitare che le streghe ne asportino le parti ad esse necessarie per i loro incantesimi. 
    Il contratto prevede che, in caso di inadempienza, il sorvegliante malaccorto debba rifondere il danno in natura, mutilandosi delle corrispondenti parti del corpo. Il morto in questione è il marito di una bellissima matrona, che accoglie Telìfrone in lacrime; il giovane si pone a fare la guardia; ma durante la notte penetra nella stanza una donnola, e Telìfrone sprofonda in un sonno pesante. Al mattino si risveglia pieno d'angoscia, ma il cadavere è intatto. Durante il rito funebre, tuttavia, il vecchio zio del defunto accusa la vedova di averlo assassinato. Il cadavere viene risuscitato temporaneamente per magia e rivela la verità, ma non viene creduto; allora, per dimostrare che dice il vero, racconta ciò che solo lui può sapere, cioè che cosa è successo mentre Telìfrone dormiva: alcune streghe hanno invocato il nome del morto per attirarlo fuori; ma disgraziatamente il morto è omonimo di Telìfrone; quest'ultimo, sonnambulo, si è recato dalla streghe, che gli hanno mozzato naso ed orecchie sostituendoli con organi posticci. A quelle parole, il povero Telìfrone nega disperatamente e si tocca il naso e le orecchie, che subito si staccano. Fine del racconto di Telìfrone. Durante il ritorno verso casa Lucio, ubriaco, s'imbatte in quelli che crede essere tre ladri in procinto di scassinare la porta del suo ospite Milone, e li uccide.

    Libro III: 

    Lucio viene arrestato il mattino successivo e sottoposto a processo per l'uccisione dei tre supposti ladroni. Quando ormai dispera della salvezza, i tre cadaveri vengono condotti in aula, coperti, e lui stesso viene costretto a scoprirli: con sua enorme sorpresa, sotto il drappo appaiono tre otri. Troppo tardi Lucio si accorge, mentre tutti scoppiano a ridere, che il processo è una farsa: ricorre infatti quel giorno la festa del dio Riso, in cui gli abitanti della Tessaglia amano divertirsi alle spalle degli ingenui. Sarà Fòtide, più tardi, a spiegare a Lucio come siano andate le cose: i tre otri hanno preso vita per un incantesimo di Panfila, e Lucio, nel buio, ubriaco com'era, li ha scambiati per esseri umani e li ha colpiti. Lucio chiede allora a Fotide di vedere la padrona mentre si trasforma per virtù di magia, e così assiste, non visto, alla trasformazione di Panfila in uccello, e subito dopo Lucio chiede a Fotide di spalmarlo col filtro magico.
    Ma la ragazza sbaglia unguento, e Lucio viene trasformato in asino, pur conservando intelletto umano. Infuriato ma impotente, Lucio-asino si dirige nel luogo che gli sembra più adatto al suo nuovo stato, e cioè la stalla, in attesa di poter disporre dell'antidoto indicatogli da Fotide: dovrà infatti mangiare delle rose, e subito ritornerà uomo. Ma durante la notte alcuni briganti fanno irruzione in casa di Milone e si portano via anche tutte le bestie da soma, fra cui Lucio. Egli, pur avendone l'occasione, evita di mangiare delle rose, poiché teme di essere ucciso dai briganti una volta tornato uomo.

    Libro IV: 

    I ladroni conducono Lucio nel loro rifugio sulle montagne, dove le rose non crescono; sopraggiungono ben presto altri componenti della banda. I briganti raccontano le prodezze di tre loro compagni morti: Làmaco, Álcimo e Trasileòne. 
    Il giorno seguente viene portata al rifugio una bella e giovane prigioniera, Càrite, che è stata rapita con la speranza di un riscatto. Per lenire l'ansia, la vecchia custode del rifugio racconta una storia: quella di Amore e Psiche.

    La favola di Amore e Psiche:

    C'era una volta un re che aveva tre figlie; la minore, Psiche, era di una tale bellezza che Venere stessa ne era invidiosa e nessun uomo osava chiederla in moglie. Un vaticinio di Apollo chiede che Psiche venga posta in cima ad una rupe, dove andrà sposa ad un orribile mostro. Fra le lacrime di tutta la popolazione, Psiche viene portata sul luogo del supplizio. Ma Zèfiro la solleva e la depone su un prato.

    Libro V:

    Psiche, esausta, si addormenta. Al suo risveglio si trova di fronte ad una reggia incantata e deserta dove delle "voci nude", la servono, le parlano e suonano per lei. Di notte, nel buio, la raggiunge il misterioso mostro suo sposo, che la fa sua senza permetterle di vederlo. Dopo qualche tempo Psiche, che, contrariamente al previsto, trova molto piacevole la compagnia notturna del marito, ma soffre la solitudine di giorno, riesce a strappargli il permesso di vedere le sue sorelle. Queste, tuttavia,invidiose per la fortuna di Psiche, la convincono che quello con cui giace tutte le notti (e da cui ormai aspetta un figlio) è un mostro orrendo e pericolosissimo: ella dovrà perciò ucciderlo, per essere salva. Psiche, atterrita, vìola quella notte stessa il comando del marito, portando una lucerna nel talamo mentre lui dorme: ma alla luce della lampada appare, addormentato, un giovane bellissimo, Cupìdo.
    Psiche si punge con una delle frecce del marito e all'istante si innamora pazzamente di lui; si china per baciarlo, ma nel far questo rovescia sul suo braccio l'olio bollente della lampada, e Cupìdo si sveglia di soprassalto. Vedendosi tradito, vola via, invano trattenuto da Psiche. Prima di andarsene le rivela la verità: Venere, sua madre, gli aveva imposto di dare Psiche in moglie al più abietto degli esseri, ma lui stesso se n'era innamorato e l'aveva voluta come sua sposa. Detto questo, il dio fugge. Psiche, fuori di sé per il dolore, si vendica delle sorelle: fa credere loro che Cupido le desideri come spose e che Zèfiro le traporterà giù dalla rupe; in tal modo le due perfide si sfracellano sulle rocce. Frattanto anche Venere, scoperto l'inganno del figlio, medita vendetta.

    Libro VI:

    Psiche chiede invano aiuto a Cèrere ed a Giunone. Venere, dal canto suo, fa cercare con un bando Psiche, ma la ragazza si presenta spontaneamente. 
    La dèa infierisce su di lei con maltrattamenti di vario genere, nel tentativo di imbruttirla; infine, non contenta, le impone alcune prove terribili, che tuttavia Psiche supera con l'aiuto delle formiche, di una canna palustre e di un'aquila; ma la quarta prova è pressoché impossibile: si tratta di scendere all'Ade per chiedere a Prosèrpina una fiala di bellezza per Venere.
    Psiche vi riesce con l'aiuto di una torre, ma sulla via del ritorno non sa resistere alla curiosità ed apre la fiala, come Venere aveva previsto: la fiala di Prosèrpina non contiene infatti bellezza, ma morte. Psiche cade a terra esanime. Ma Cupìdo, guarito dalla scottatura e più innamorato che mai, vola presso di lei e la salva. Subito dopo, per intervento di Giove, Cupìdo ottiene il permesso di sposare Psiche, che viene resa immortale. Poco dopo Psiche darà alla luce una figlia, Voluttà. Fine del racconto.
    Al loro ritorno, i briganti decidono di sbarazzarsi dell'asino; Lucio li previene e fugge con la giovane prigioniera in groppa. Ma la fuga dei due viene interrotta dai ladroni, che li catturano e decidono di ucciderli l'indomani, cucendo la giovane nel ventre dell'asino morto. Nel frattempo anche la vecchia si è impiccata, per timore del castigo.

    Libro VII: 

    Sopraggiunge un ladrone, il quale informa gli altri che la colpa della rapina in casa di Milone è ricaduta su Lucio: la notizia affligge moltissimo il povero asino, che vorrebbe discolparsi. Intanto i briganti eleggono come loro capo una nuova recluta, dopo avere ascoltato il racconto delle sue straordinarie prodezze. Il nuovo capo propone di non uccidere la ragazza, ma di venderla ad un lenone: la proposta viene accettata all'unanimità. L'asino, fra sé e sé, è indignato dell'atteggiamento della giovane, la quale è tutta contenta di essere venduta come prostituta e per di più si lascia continuamente baciare dal nuovo capo. Ma Lucio si sbaglia: il nuovo ladrone altri non è che Tlepòlemo, il fidanzato della prigioniera, il quale, ubriacati i briganti, riesce a fuggire con lei e con l'asino. Il giorno dopo i ladroni vengono uccisi e l'asino viene raccomandato alle attenzioni di un mandriano; ma la moglie di quest'ultimo, una perfida megera, lega la povera bestia alla macina; come se non bastasse, Lucio viene assalito dagli stalloni e sottoposto alle sevizie di un malvagio ragazzo, che per di più lo accusa di sconcezze del tutto inventate. In tal modo gli altri pastori si risolvono ad ucciderlo o a castrarlo; finalmente però l'asino riesce a fuggire, spaventato da un'orsa. La libertà è effimera: Lucio viene catturato da un passante, che verrà accusato a torto dell'assassinio del cattivo ragazzo (ucciso in realtà dall'orsa) e condannato a morte; anche l'asino viene condannato, e, nell'attesa che il supplizio si compia, la madre del ragazzo morto incrudelisce selvaggiamente su di lui.

    Libro VIII: 

    Il mattino seguente giunge dalla città un servo di Càrite e racconta la tristissima fine della fanciulla:

    Trasillo, un antico pretendente della ragazza, ha ucciso in una battuta di caccia Tlepòlemo, suo novello sposo; la sposa si è chiusa in un cupo dolore, rifiutando inorridita la proposta di matrimonio di Trasillo, quando una notte le appare in sogno Tlepòlemo e le rivela la verità; allora la ragazza finge di acconsentire a trascorrere una notte d'amore con l'assassino, ma, dopo averlo narcotizzato, lo acceca con uno spillone. Quindi corre sulla tomba del marito e si uccide. Analoga sorte tocca a Trasillo, che non riesce a sopravvivere alla tragedia e muore dopo avere confessato tutto.

    Tuttavia per l'asino questa tragedia è una fortuna, dal momento che i mandriani, temendo il nuovo padrone, decidono di andarsene e portando Lucio carico di bagagli. Durante il viaggio i mandriani temono l'assalto dei lupi, ma vengono invece ridotti a malpartito da alcuni contadini, che gli aizzano contro dei cani; un giovane pastore viene poi divorato da un drago. 

    Quando finalmente il gruppetto giunge in una grande città, l'asino viene venduto ad un vecchio pederasta dedito al culto di Cìbele, che lo porta subito alle sue "ragazze" (ossia i cinedi che convivono con lui): costoro utilizzano l'asino per portare in processione l'immagine della Dea durante la questua. L'asino, già infastidito da tutto ciò, e disgustato dalle sconcezze di quei pervertiti, richiama l'attenzione dei passanti col suo raglio mentre i "sacerdoti" sono tutti presi dalle loro libidini, col risultato di farsi picchiare quasi a morte.
    Capitato poi in casa di un cittadino devoto di Cìbele, rischia di essere ucciso per andare a sostituire un prosciutto rubato da un cane.

    Libro IX: 

    L'asino scappa, ma viene catturato da alcuni servi che lo credono ammalato di rabbia; appurato che è sano, viene restituito ai sacerdoti di Cìbele. In una locanda apprende la gustosa storia di un marito credulone gabbato dalla moglie traditrice. Un bel giorno, finalmente, i sedicenti sacerdoti vengono arrestati, e Lucio viene acquistato da un mugnaio, che lo pone nuovamente alla macina; qui la bestia ha modo di constatare, con profonda pietà, le misere condizioni degli animali suoi compagni. Il mugnaio, brava persona in fondo, ha per moglie una megera che lo tradisce con un giovane delle cui prestazioni è scontenta; la vecchia serva le raccomanda un certo Filesìtero, focoso e giovane. Ma mentre i due sono soli in casa, il mugnaio ritorna inaspettatamente; Filesìtero si nasconde e il povero marito confida alla moglie tutto il suo sdegno per il triste caso di un lavandaio suo amico, la cui consorte è stata appena colta in flagrante tradimento. L'asino decide allora di intervenire e, calpestando le dita all'amante nascosto, lo costringe a svelarsi. Il marito per punizione costringe infatti il giovane a passare la notte con lui. Poi caccia di casa i due adulteri. La moglie ricorre alle arti di una strega, e l'indomani il mugnaio viene trovato morto.
    Lucio viene venduto ad un ortolano poverissimo ma onesto e a modo suo generoso, che si affeziona all'asino; una sera, per ricompensa di un favore, il poveretto viene invitato a cena da un ricco signore. Ma la cena si muta in tragedia: al padrone di casa viene riferito che i suoi tre figli sono appena morti, per cui il poveretto si sgozza con lo stesso coltello con cui stava tagliando il formaggio. Sconvolto, l'ortolano s'incammina verso casa con l'asino, ma ad un tratto un legionario romano lo ferma e pretende di portargli via l'animale; l'ortolano reagisce: il legionario ha la peggio, ma l'ortolano e Lucio devono nascondersi in casa di un amico per sfuggire alle ricerche del soldato. Ma sarà proprio l'asino, con la sua sciocca curiosità, a perdere sé e il suo padrone, sporgendosi dal nascondiglio per guardare. L'ortolano è condannato a morte.

    Libro X: 

    Lucio è ora al servizio dell'odiato legionario, e in casa di un decurione, viene a sapere che la seconda moglie del padrone di casa si è follemente invaghita, novella Fedra, del figliastro; poiché questi non le si concede, decide di ucciderlo, ma il veleno a lui destinato viene assunto per errore dal figlio della donna, che muore; costei accusa il figliastro dell'assassinio e di tentato incesto con lei. Ma quando ormai il povero giovane sta per essere condannato a morte, un medico interviene e rivela la verità: egli stesso ha venduto il veleno, ma al servo della donna, non al ragazzo; e, poiché il servo nega, aggiunge che non si trattava di veleno, ma della mandràgora, un potentissimo narcotico: se dunque il figlio minore non è morto, non c'è dubbio che sia stato "avvelenato" dall'acquirente della mandràgora, e cioè dal servo. Infatti il giovinetto è vivo e riprende di lì a poco i sensi: il servo viene condannato a morte e la donna all'esilio perpetuo, mentre il padre ritrova in un colpo solo i due figli che credeva perduti. Lucio viene venduto dal soldato a due fratelli, l'uno cuoco e l'altro pasticciere, e finalmente può rimpinzarsi di pasticcini; ma un giorno i due lo scoprono e lo rivelano al padrone di casa: costui le trova così divertenti che si compra l'asino e lo fa ammaestrare per il suo circo. Recatosi a Corinto con l'asino, guadagna un discreto gruzzolo ma una matrona s'invaghisce follemente di Lucio e pretende di passare alcune notti con lui. 

    Scoperte le prodezze amatorie dell'asino, si decide di farlo esibire nel circo come amante di una feroce assassina condannata a morte. Lucio decide di morire piuttosto che subire questo oltraggio: riesce a fuggire strappando la corda, e non si ferma prima di avere raggiunto la riva del mare, dove, sdraiato sulla sabbia, sprofonda esausto nel sonno.

    Libro XI: 

    All'improvviso l'asino si sveglia e vede sorgere dal mare la luna. Profondamente commosso, le rivolge una preghiera, chiedendole di potersi liberare della bestia che è in lui, oppure di morire. Poi si riaddormenta. In sogno gli appare Iside, che gli annuncia la fine dei suoi tormenti: il giorno seguente (il 5 marzo) è la festa della Dea; Lucio dovrà avvicinarsi al sacerdote e mangiare i petali delle rose della sacra ghirlanda: all'istante ritornerà uomo. La sua vita però cambierà del tutto: egli diventerà un adepto del culto della Dea, che gli promette beatitudine eterna dopo la morte. L'asino si risveglia: è una stupenda giornata primaverile, passa la processione e Lucio vede il sacerdote, gli si avvicina e mangia le rose. All'istante ridiventa uomo. Il sacerdote gli spiega il senso delle sue traversìe e lo esorta ad abbracciare la nuova fede. Lucio, commosso, segue il corteo del Navigium Isidis.
    Il giovane può finalmente rivedere i suoi, da cui era creduto morto; ma tutti i suoi desideri sono rivolti all'iniziazione, che finalmente, dopo una lunga attesa, avrà luogo. Una seconda iniziazione avverrà a Roma: Lucio diverrà anche adepto di Osiride. Infine vi sarà la terza e definitiva consacrazione di Lucio, che ora scopre le sue carte e si dice non più greco, ma originario di Madauro (la sovrapposizione con l'autore è ormai completa); il dio Osiride in persona promette al giovane una brillante carriera come retore giudiziario e lo esorta a non preoccuparsi delle calunnie della gente. Lucio, prima di entrare a far parte di un collegio sacerdotale, con gesto altamente simbolico si rasa i bei riccioli biondi di cui andava tanto fiero.


    Amore e Psiche

    La novella di Amore e Psiche è inserita in un lungo "romanzo" dal titolo Metamorfosi (chiamato in seguito da S. Agostino L'asino d'oro) composto da Apuleio nel II secolo d.C., nel quale vengono narrate le peripezie di Lucio che, per errore, viene trasformato in asino, pur conservando mente e sentimenti umani: solo dopo molte avventure, talvolta anche dolorose, Lucio potrà infine riprendere forma umana grazie all'intervento della dea Iside, di cui Lucio diventerà sacerdote. Si tratta dunque della rappresentazione simbolica del percorso dell'uomo dallo stato bestiale allo stato spirituale, un complesso cammino interiore dalla materia allo spirito. La novella di Amore e Psiche, che come vedremo rappresenta "in piccolo" questo medesimo itinerario, è posta in bocca ad un personaggio del romanzo e rappresenta uno dei primi esempi nella letteratura occidentale di "fiaba di magia", cioè un tipo di narrazione che conserva l'eco di antichi riti di iniziazione durante i quali, attraverso racconti "esemplari", le popolazioni primitive trasmettevano alle nuove generazioni la loro concezione del mondo, il loro patrimonio mitico-religioso, le loro "regole" sociali. La novella presenta infatti lo schema narrativo tipico di tutte le fiabe di magia (messo in luce per la prima volta da V. Propp in Morfologia della fiaba di magia), che è assai semplice, ripetitivo e strutturato su una serie di sequenze obbligate:

    L'ASINO D'ORO
    · l'eroe, o eroina, è costretto ad allontanarsi dall'ambiente familiare per inoltrarsi in un ambiente nuovo e sconosciuto (un bosco, una foresta, un castello...); spesso è una persona sfavorita, di bassa condizione sociale, o addirittura lo "scimunito", o il figlio minore cioè quello che conta di meno, o una donna di basso rango, magari povera e umiliata (la guardiana delle oche, o la serva del castello)
    · deve quindi affrontare situazioni pericolose ("prove"), che riesce a superare solo grazie all'intervento di interventi alquanto magici, cioè grazie all'aiuto offerto da persone, o anche da animali, piante parlanti o da oggetti magici;
    · infine, dopo aver superato le prove, si ritrova in una nuova condizione, in genere conquistando l'amore il matrimonio la ricchezza e magari un regno.


    LA TRAMA 

    La novella è una fiaba classica in cui una giovane e bellissima ragazza, Psiche, cioè "anima", è oggetto dell'amore del Dio Cupido, p Eros, cioè Amore, figlio di Venere, il quale trasporta Psiche in uno splendido palazzo e la fa sua sposa, imponendole tuttavia di non cercare mai di guardarlo. Ma la felicità dei due giovani è minacciata sia dall'invidia delle due sorelle di Psiche, sia dalla ostilità di Venere, che non vuole per suo figlio una sposa mortale e soprattutto una ragazza tanto bella da esserle paragonata.
    Spinta dalle invidiose sorelle, Psiche disobbedisce e spia Amore addormentato al lume di una candela ma una goccia di cera bollente desta il Dio, che irato l'abbandona.
    Psiche disperata cerca il suo sposo da Venere che la costringe a sottoporsi a prove "impossibili", dalle quali esce tuttavia vittoriosa grazie ad una serie di aiuti straordinari. Venere deve arrendersi e Giove stesso celebra le nozze tra Amore e Psiche concedendo alla fanciulla l'immortalità ed il rango divino. Attorno ai due protagonisti si muovono poi altri personaggi appartenenti al mondo degli uomini (come le sorelle invidiose di Psiche), degli Dei (come Venere, Giove, Pan) e della natura magica  (come  animali, fiumi ad alberi parlanti), in un continuo intreccio fra realismo e magia.
    Il senso della favola oltre alla bellezza del racconto è soprattutto allegorico, da intendere per chi sa intendere, nel gioco prettamente umano tra Amore e Psiche. E' una via interiore attraverso esperienze difficili e dolorose ma le interpretazioni in merito sono molteplici, alcune banalizzanti, nel ridurre un simbolismo esoterico a un rito di iniziazione tribale. Tutto il romanzo per alcuni è imperniato sulla vicenda dell'Anima che, in chiave cattolicheggiante, caduta in disgrazia per  fatale errore, vedi la fatidica mela, attraverso una serie di durissime prove riconquista alla fine, ma solo per l'intervento della Grazia divina, la felicità, e l'immortalità.

    Anche se Apuleio è un filosofo platonico che non disdegna l'ermetismo, nè la magia, nè l'alchimia, egli trova la sua vera essenza attraverso i sacri misteri del culto di Iside. Soprattutto nella favola di Amore e Psiche, si comprende il percorso dell'anima umana più che un misticismo religioso.
    Se Psiche, ovvero l'anima, è curiosa di scoprire il volto vero di Cupido, ovvero dell'amore, il muro della mente è già infranto. Finchè la nostra mente si ciba di tutto ciò che le è stato insegnato e propinato, dalle regole morali, alla religione, all'essenza dei sessi, alla giustizia ecc. tutto resta immobile e l'anima vive nell'inconsapevolezza. Ma se l'anima non è soddisfatta e cerca la realtà di se stessa e del mondo lei stessa infrange la sua protezione.
    Questa è l'essenza dei Sacri Misteri in cui la curiosità necessitante è la spinta dell'opera. Mentre il Dio unico però si arrabbia e punisce quando l'essere umano mangia il frutto proibito, la Dea al contrario per lo stesso fatto concede doni, anzi concede i Sacri Misteri, creati appunto per chi vuole di più.

    Heidegger dice della curiosità: "ciò che preme a questo tipo di visione non è la comprensione o il rapporto genuino con la verità, ma unicamente le possibilità derivanti dall'abbandono al mondo. La curiosità non ha nulla a che fare con la considerazione dell'ente pieno di meraviglia, con il qaumazein; non la interessa lo stupore davanti a ciò che non si comprende, perché essa cerca, sì, di sapere, ma unicamente per poter aver saputo" (Sein und Zeit, Halle 1927). Ma questa è curiosità della mente, la curiosità dell'anima è un'altra cosa.

    Senza scomodare Dei o diavoli esistono due modi di percepire la realtà, quella della mente che analizza e deduce e quella dell'istinto che non pensa ma sente. E' credenza comune che il formarsi della materia faccia dimenticare all'anima la sua origine cosmica, invece non è la materia ma la mente influenzata dall'esterno che comprime l'istinto e non riesce più a sentire. Per ritrovare la ricongiunzione interiore tra anima e istinto occorre ripassare per tutte le esperienze che costrinsero la mente a tappare l'anima, processo che si è rafforzato nei secoli si che recuperare oggi l'istinto è divenuta opera titanica.

    Tornare nel profondo buio è l'unica via che permette di ritrovare l'essenza dell'anima, del resto tutte le Grandi Dee antiche fecero la stessa cosa, da Inanna ad Astarte fino a Demetra che deve scendere nell'Ade per ricongiungersi con la figlia e partecipare delle due nature, quella esterna e quella interna e profonda.


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  • 05/05/14--05:40: VILLA PUBLICA

  • LE ORIGINI

    “Saepta” può essere tradotto come “recinto” infatti il sito era chiamato anche “Ovile” il cui nome richiama la pastorizia e dà il senso della gestione del gregge. I colonnati che cingevano l'area avrebbero dato l'idea di un grande recinto, forse diviso da corde e tavole in varie sezioni, e forse visto che i gladiatori si preparavano qui, i tramezzi dovettero poi diventare permanenti e in muratura.

    VILLA PUBLICA RAFFIGURATA SU UN DENARIO
    La stima dei beni di ciascuno si faceva infatti in un edificio accanto ai Septa, chiamato Villa, un'azienda agricola con un parco per le pecore. Prima avveniva il censimento poi la lustratio, cioè la benedizione e la purificazione dei greggi, che avveniva nella festa di Pales. Il censo dei cittadini dipendeva dalla loro ricchezza, che a sua volta dipendeva dal numero delle pecore possedute, non a caso il termine denaro in latino era pecunia, da pecus, cioè pecora.

    Pales o Pale era una antica divinità rurale, protettrice degli allevatori e del bestiame, venerata come "montana", in quanto foriera di pascoli abbondanti sulle alture, e "pastoria", per il mestiere dei suoi devoti, insieme a Giunone stornava infezioni e assalti di animali feroci dal bestiame grosso e minuto; secondo Tibullo, i fedeli collocavano sotto gli alberi la sua immagine scolpita nel legno.

    Il 21 aprile era celebrata in suo onore la festa di purificazione delle greggi, i Palilia, o Parilia, e il 28 Aprile quella della Dea Flora. Il fatto che la Villa Publica fosse legata a due antiche Dee della vegetazione e dei greggi fa comprendere come la vita primitiva di Roma fosse eminentemente pastorale e come a questa ricchezza fosse legato il censo dei cittadini.

    LA VILLA PUBLICA (al centro)
    La Villa Publica successivamente non si occupò più di persone con pecore ma di persone con o senza beni, che fossero terreni o case. Funzionava, insieme al Diribitorium, da dependance dei Septa, e la sua origine coincide con l'origine della censura, ordinata pochi anni dopo la costituzione di questa specifica magistratura dei censori, e Tito Livio narra che venne usata per la prima volta per il census populi, il censimento della popolazione.Il primo censimento però risale a tempi molto remoti, cioè a Servio Tulliio, che però regnò fino al 539 a.c., mentre la Villa Publica venne fondata nel 435 a.c., evidentemente Livio intendeva la prima volta che il censimento avveniva nella Villa Publica.

    Evidentemente l'edificio primitivo che accoglieva cittadini e pecore venne sostituito da una costruzione di pregio, e fu l'unico edificio pubblico del campo Marzio, a quanto narra Livio, costruito poco prima della fine della monarchia, esattamente nel 435 a.c., poi restaurata e ingrandita nel 194, e probabilmente di nuovo nel 59 a.c. da Gaius Fonteius Capito, console in quell'anno.



    LA DESCRIZIONE

    La Villa venne rappresentata su una moneta di Fonteius (Babelon, Fonteia) come un recinto murario, entro cui vi era una piazza con un edificio a due piani, di cui quello inferiore si apriva all'esterno con una fila di archi. Era di grande bellezza, come testimonia Varrone, adornata di pitture e statue.

    Poichè la Villa è rappresentata sui frammenti della Forma Urbis Severiana, significa che esisteva nel II sec. d.c., ma molto ridotta nelle dimensioni e tenuta in conto unicamente come monumento antico.
    Al suo interno c'era un tempietto dedicato alla Dea Flora, che veniva celebrata nei Floraria dal 28 aprile al 9 maggio, con carattere prima rurale e licenzioso, poi solo licenzioso e ludico.

    Cicerone narra che la Villa Publica era vicina ai Saepta, usata per le elezioni dove votavano le assemblee centuriate e tribali e a quel che scrive, l'elefante del Bernini di fronte a santa Maria sopra Minerva sta all'incirca al centro della Villa; all'estremo sud vi era invece l'ufficio dello scrutinio dei voti di Agrippa, un lato del quale toccava un angolo dell'area dei 4 templi repubblicani di Largo Argentina.



    L'USO

    La Villa Pubblica era il luogo dove si stabilivano i generali in attesa del trionfo, perché essi non potevano oltrepassare il pomerium dell'Urbe come comandanti in capo di un esercito. I Romani avevano creato questa legge per evitare un restauro della monarchia da parte di qualche generale vittorioso e pure ambizioso. Infatti Caio Giulio Cesare nel 60 a.c., di ritorno con parte del suo esercito dalla penisola Iberica dove era stato propretore, dovette rinunciare a celebrare il trionfo per potere entrare a Roma e presentare personalmente la sua candidatura al consolato.

    DENARIO DI PUBLIO FONTELIO RAPPRESENTANTE
    LA VILLA PUBLICA
    La costruzione servì anche come quartiere di alloggio per gli ufficiali ingaggiati per censire la popolazione o arruolare i legionari, (Varrone), per i generali che chiedevano il trionfo e gli ambasciatori stranieri, come fu per gli ambasciatori cartaginesi nel 202 a.c.. (Livio), e macedoni nel 197 a.c. (Livio).

    Nella Villa Pubblica c'era la sede dei censori e vi si svolgevano anche le operazioni di leva  Con Cesare furono sistemati gli edifici legati alle elezioni, sia i Saepta Iulia, completati poi da Augusto, e la Villa publica.
    Le sue rovine non sono state ritrovate, ma il suo sito, giusto a nord di piazza del Gesù, era descritto come confinante coi Septa, (Cicerone e Varrone), col Circo Flaminio (Plutarco), e il tempio di Bellona, da cui il senato, riunito nel tempio, udì le urla dei prigionieri  massacrati per ordine di Silla.

    Livio, Strabone e Cassio Diodoro narrano dell'evento storicamente più famoso della Villa come esempio di crudeltà e di eccessi, perpetrato dal dittatore Silla, vittorioso nella guerra civile, il quale, simulando clemenza coi vinti, raccolse 8,000 soldati sanniti, (qualcuno dice 4000), catturati nella battaglia di Porta Collina nell' 82 a.c.., forse lì riuniti con la scusa di arruolarli alle armi, all'interno della villa, e li fece scannare tutti. Si narra che le urla erano udibili dal tempio di Bellona dove si era riunito il senato, il che ha permesso di locare la Villa in direzione del Circo Flaminio.


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  • 05/08/14--05:47: BUTRINTO (Albania)
  • IL TEATRO

    Butrinto (in albanese Butrint o Butrinti) è una città e un sito archeologico in Albania, vicino al confine con la Grecia. Nell'antichità era conosciuta come Bouthroton in greco antico e come Buthrotum in latino.
    Questa era situata nella Caonia, regione dell'Epiro settentrionale, su una collinetta vicina al Canale di Vivari, in una piccola lingua di terra tra il lago di Vivari (antico Porto Pelode) e il canale di Corfù (Corcyra), e la sua ampia laguna comunicava col mare per mezzo di un canale di 3 km. di lunghezza (l'odierno canale di Butrinto). 
    Abitata fin dai tempi della preistoria, Butrinto è stata nei secoli una città dell'Epiro, una colonia romana e un vescovato.



    LA STORIA

    Secondo Virgilio venne fondata dall'indovino troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò la cognata Andromaca e si spostò a occidente.

    « Dov'è Eleno? Dove Cassandra (i miei figli
    fatidici)? Loro potrebbero, amiche,
    chiarire, forse, i miei sogni. »
    (Ecuba, madre di Eleno. Dall'Ecuba di Euripide)

    LA TORRE DI PORTA
    Lo storico Dionigi di Alicarnasso narrò che Enea visitò Butrinto dopo la sua stessa fuga dalla distruzione di Troia.

    « protinus aerias Phaeacum abscondimus arces
    litoraque Epiri legimus portuque subimus 
    Chaonio et celsam Buthroti accedimus urbem »
    (Aen.III, 290)

    Sappiamo che dentro una leggenda c'è sempre un filo di storia, per cui viene da pensare che anticamente Butrinto sia stata approdata dai troiani in fuga dalla sconfitta e la distruzione di Troia.
    Butrinto fu originariamente una città della regione dell'Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell'Illiria a nord. 

    Infatti si trovava in una importante posizione strategica per l'accesso allo stretto di Corfù, che prendeva il nome da un'isola greca posta nel mar Ionio di fronte alle coste dell'Epiro, al confine tra Grecia e Albania. 

    Butrinto commerciava sia con la colonia greca di Corfù, sia con l'antica tribù degli Illiri.
    Sembra che i suoi resti archeologici più antichi risalgano al X sec. a.c..
    Dalla media alla tarda età del bronzo una fattoria occupa il centro e forse il lato ovest della sommità della collina, adesso occupata dal castello posto sulla città alta, l'acropoli.  

    Durante VIII-VI sec. a.c. la sommità della collina venne rioccupata.

    La ceramica suggerisce coloni corinzi provenienti dalla vicina Corfù.

    Le tracce di un grande muro d'età arcaica nella parte meridionale della collina, come anche la cinta della sella dell'acropoli e la scultura della Porta del Leone ci fanno supporre che si trattasse di un santuario collocato nella parte orientale dell'acropoli, recintato a ovest.

    Nel VII sec. era già munita di una fortezza ed un santuario, mentre dal IV sec. a.c. vantò un teatro, un tempio ad Asclepio e un'agorà.

    Molto sentito era il culto delle ninfe, a cui diversi monumenti erano dedicati, Dee naturali legate all’acqua. all'spirazione e alla salute. Una grotta con diverse figurine votive a loro dedicatebè stata scoperta vicino a Konispoli, a sud di Butrinto. 

    LA BASILICA ROMANA

    Nel IV sec. a.c. Buthrotum era divenuta importante e così intorno al 380 a.c. l’insediamento fu fortificato con nuove e lunghe mura con cinque porte, a cintare un’area complessiva di 4 ettari.

    Nel 228 a.c. Butrinto divenne un protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. 

    Nel 44 a.c. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al piano. si che pochi coloni si spostarono a Butrinto.

    Nel 31 a.c. L'imperatore Augusto,  vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, per seguire i piani di suo zio come aveva fatto fino ad allora, volle di nuovo fare di Butrinto una colonia di veterani. Questa volta il piano riuscì, la città si ingrandì e vennero costruiti un acquedotto, le terme, un foro e un pure un ninfeo.

    Butrinto romana prospera dall'età augustea al III secolo d.c. anche con l'edificazione del suburbio della piana di Vrina. Certamente vi furono investimenti monumentali in età augustea, flavia e traianea.
    Nello stesso secolo gran parte della città venne distrutta da un terremoto, ma la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città continuò comunque a sopravvivere, soprattutto grazie al suo porto.

    Il centro pubblico della Butrinto romana, a giudicare dagli scavi sul foro, fu abbandonato alla fine del III secolo d.c. La città stessa si ridusse in superficie, ma forse un nuovo centro venne creato più vicino al porto che continuò a prosperare.
    All’inizio del VI sec. Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila.

    IL PORTO

    GLI SCAVI

    Il colonnello inglese William Martin Leake fu il primo a far nascere l'interesse archeologico per Butrinto, l'antica Buthrotum. Il racconto della sua visita in barca al sito nel 1805 rimase non pubblicato per 30 anni, ma colpì sicuramente l'archeologo italiano Luigi Maria Ugolini che la visitò nel 1924 e tanto ne rimase impressionato che disse di voler emulare Schliemann, l'archeologo che scoprì Troia.

    I primi moderni scavi archeologici cominciarono comunque nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano ragioni politico - espansionistiche. La spedizione fu appunto condotta da Luigi Maria Ugolini, che fece un encomiabile lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, fermati dalla II guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città greca, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade.

    Dopo che il governo comunista prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite e il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi. Nel 1959 le rovine vennero visitate da Nikita Khrushchev, il quale suggerì a Hoxha di convertire l’area in una base sottomarina. Negli anni settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala.

    Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l'area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l'esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città. 

    Allo scavo presso Butrinto hanno preso parte specialisti da ogni parte del mondo e studenti albanesi in archeologia, ai quali è stato dedicato il Training Programme. A partire dal 1993 un'equipe di archeologi inglesi, guidati dal Prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all'interno ella città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. 



    LE PORTE SCEE

    Uno dei primi lavori condotti lungo l'imponente e quasi completo percorso delle mura, portò al dissotterramento di una porta monumentale, perfettamente conservata, provveduta di piattabande rette da mensole e misurante m. 5 di altezza a partire dall'originale soglia, ora sottostante al lastricato di età veneziana.

    PORTA DEI LEONI O PORTE SCEE
    Un'altra porta, non molto distante dalla precedente, è fornita d'un architrave con una scultura ornamentale in bassorilievo di stile arcaico, raffigurante un leone che divora un toro.

    Butrinto dovette la sua fama e ricchezza soprattutto a un santuario dedicato ad Esculapio, Dio della medicina, sorto sul pendio meridionale dell’acropoli. Dagli scavi del 2006 nell'edificio tripartito, il santuario prospera dopo il 167 a.c., sotto l'egemonia della repubblica romana. Viene da pensare che la crescita della cosiddetta città ellenistica cinta da mura, risalga a questo periodo.

    I fedeli approdavano al santuario in cerca di cure e di miracoli, e in cambio lasciavano exvoto e monete al Dio e ai suoi sacerdoti. Il santuario portò alla creazione di Butrinto e la sacralità dell’acqua miracolosa venne venerata per tutta la durata della città. 

    IL TEATRO GRECO ROMANO

    IL TEATRO

    Il teatro di Butrinto fu edificato sul pendio dell’acropoli che dà sul Canale di Vivari. L’uso della naturale pendenza del colle fu una soluzione che si usava di solito in Grecia per edificare la cavea. 

    Il primo teatro a Butrinto probabilmente era molto piccolo ed è stato poi ampliato nel III sec. d.c. e la cavea estesa fino ad arrivare accanto all’edificio della tesoreria. 

    I posti a sedere erano organizzati gerarchicamente, con quelli più vicini al palco riservati ai cittadini più in vista. La prima fila reale è provvista di poggiapiedi e decorata con dei bei piedi di leone, mentre i posti a sedere dietro sono blocchi di pietra semplici. 

    Gli spettacoli non avevano luogo nell’area circolare piana (orchestra) ma su un proscenio (scaenae frons). L’edificio col palco fu poi significativamente rimodellato in età romana e reso più profondo e alto almeno due piani. 
    Le tre grandi aperture erano le entrate e le uscite per gli attori, e le nicchie contenevano probabilmente numerose statue. 

    La platea fu inoltre ampliata per dar posto alla popolazione in aumento nell’età romana. Le corsie di accesso al teatro da ambi i lati del palco erano coperte da fornici. 
    Non è chiaro quando il teatro fu dismesso, probabilmente nella Tarda Antichità come successe dappertutto nel Mediterraneo. Certamente la demolizione della struttura e il suo riutilizzo con altra funzione sembra esser stato un processo lungo.

    IL TEATRO
    La cavea è di età ellenistica e reca molte iscrizioni greche contenenti decreti di vario genere; la scena, abbastanza in buono stato, di età romana imperiale, presenta delle nicchie ai piedi delle quali furono ritrovate statue di gran pregio: tra queste particolarmente notevoli la cosiddetta Dea di Butrinto, con testa di stile prassitelico di superba bellezza; un personaggio in abito militare, opera firmata di Sosicle; una replica della cosiddetta Grande Ercolanese, di fine esecuzione: una vigorosa testa di Agrippa

    Dopo la caduta del regime comunista nel 1992 il nuovo governo democratico progettò di sviluppare turisticamente il sito di Butrinto, e lo stesso anno venne iscritto nei Patrimoni dell'umanità dell’UNESCO. 

    Nel 1997, a causa di una grande crisi politica e finanziaria, l’UNESCO inserì Butrinto nella lista dei siti in pericolo, a causa di furti di reperti, mancanza di protezione e problemi manageriali ed economici.

    Nel 2000 il governo albanese istituì il Parco Nazionale di Butrinto, e grazie all’aiuto del governo albanese e di enti internazionali il sito venne cancellato dalla lista dei Patrimoni dell’umanità in pericolo nel 2005, anno in cui anche il Parco Nazionale entrò a far parte dell’elenco dei Patrimoni dell’umanità.

    IL BATTISTERO

    IL BATTISTERO

    Nel V secolo d.c. il cristianesimo a Butrinto si estese e la città era diventata diocesi. Il battistero fu costruito alla metà del VI secolo, adattando la struttura di un antico impianto termale di epoca romana, e fu scoperto nel 1928 dalla Missione Archeologica Italiana di Luigi Maria Ugolini. È il secondo battistero per grandezza nell’Impero Romano d’Oriente dopo quello di Aghia Sophia a Istanbul. 

    Un successivo scavo, diretto nel 1981 da Skender Anamali, rivela che la sala del battistero era solo una parte di un grande complesso monumentale risalente al periodo paleocristiano, non ancora scoperto.
    È composto da una sala centrale a forma circolare, del diametro di m 13.5, inscritta in un ambiente quadrato realizzato con muratura in pietra. All’interno della sala centrale sono presenti 16 colonne distribuite lungo due cerchi concentrici ed al centro il fonte battesimale cruciforme rivestito con sottili piastrelle di marmo. 

    La pavimentazione a mosaico raffigura sette fasce concentriche decorate con figure di animali, uccelli, pesci e cornici ondeggianti. Il muro perimetrale è formato da 24 pilastri, sormontati ognuno da un capitello in stile ionico, che in origine sostenevano le travi della copertura. 

    Il battistero mantiene la sua funzione d’uso fino alla fine del VI sec.; successivamente sopra ai suoi resti furono costruite due chiese: una risalente al primo periodo medioevale e l’altra, nella parte occidentale del monumento, al XIV sec.


    La pretesa simbologia

    Ogni dettaglio di architettura e decorazione del battistero, a cominciare dallo splendido pavimento musivo, simboleggerebbe il rito battesimale, con la fontana dall’altro lato che rappresenterebbe la fonte della vita eterna. Lo straordinario mosaico pavimentale policromo del Battistero sarebbe dunque il più figurativamente e simbolicamente complesso di tutti i battisteri dello stesso periodo ancora esistenti.

    Il disegno generale della pavimentazone consiste in sette fasce che circondano il fonte al centro per un totale di otto fasce, otto come il numero cristiano della salvezza e dell’eternità. Dominano la scena due grandi pavoni emergenti su un viticcio che cresce da un ampio vaso. 

    I pavoni, già simboli pagani di Hera-Giunone, col cristianesimo diventano simbolo del paradiso e dell’immortalità; il vaso e il vitigno, quest'ultimo già simbolo pagano di Dioniso, diventano simboli dell’Eucaristia e del sangue di Cristo. 

    Nel Medioevo la struttura fu largamente modificata con piloni in pietra e una nuova abside semicircolare, mentre un pavimento lastricato fu posto sopra quello musivo. Questo edificio non nasce però come battistero, che difficilmente giustificherebbe le numerosissime immagini di animali che circondano la sala, ma appartiene in realtà a delle terme di tarda età romana imperiale, dove in un secondo tempo vi vennero incastrati due riquadri simbolici alludenti al battesimo e all'eucaristia.



    PALAZZO TRICONCO 

    SCAVI PALAZZO TRICONICO
    E' una grande residenza tardoantica, collocata vicino al canale di Vivari, cominciata a scavare da Ugolini e finita dal team inglese. Il nome indica che è fornita di tre absidi.



    ASCLEPION

    Accanto al teatro è un Asclepieion, o santuario di Asclepio, figlio di Apollo  e Dio della medicina, che ha restituito un'abbondante stipe votiva. Questo santuario sembra risalire all'età di Pirro (III sec. a.c.), ma a giudicare dagli scavi del 2006 nell'edificio tripartito, il santuario prospera dopo il 167 a.c., sotto l'egemonia della repubblica romana. Viene da pensare che anche la crescita della cosiddetta città ellenistica cinta da mura, risalga a questo periodo.

    RICOSTRUZIONE DELLA VILLA DI DIAPORT

    LA VILLA DI DIAPORT

    Durante la più grande espansione romana oltre la penisola italica, come testimoniato da Cicerone e Varo, verso l’interno della regione dell’Epiro nel tardo periodo repubblicano, furono costruite numerose ville lungo la costa del lago di Butrinto, compresa la Villa di Diaporit.

    Apparteneva, probabilmente, a Pomponio Attico, un amico di Cicerone: l’esistenza di questa grande villa emerge proprio dallo scambio di corrispondenza epistolare tra i due amici.
    Dalle lettere si deduce che Pomponio Attico aveva costruito, nella sua proprietà sul fiume Thiamis, un Amaltheum, un tempio dove offriva offerte e sacrifici in onore ad Amalthea. edificato vicino all’acqua e circondato di alberi, fu per lui una fonte di orgoglio, al punto che lo stesso Cicerone nel 61 a.c. gli chiese una descrizione dettagliata del monumento per poterne costruire uno simile, dato che Attico aveva riposto dei manoscritti dedicati all’amico all’interno del tempio:

     “…Io dovrei sentirmi contento delle scritte che avete messo nel Amaltheum, specialmente perché Tullio mi ha abbandonato ed Archia non ha più scritto nulla per me…Vi prego mandatemi una descrizione del vostro Amaltheum, della sua bellezza e del luogo dove si trova. E mandatemi una poesia sul vostro Amaltheum. Io vorrei averne uno simile nel mio paese in Arpinia.” (Ep. ad Att. I, 16, 15 – 18).


    Amaltea

    Amaltea fu una ninfa ovvero una Dea Capra poi mutata in capra nella mitologia greca. Secondo alcuni miti fu la ninfa che custodì la capra il cui latte alimentò Zeus infante, per altri fu direttamente la capra che allattò Zeus sul monte Ida a Creta. Diventato il re degli dei, Zeus, per ringraziarla, diede un potere alle sue corna: il possessore poteva ottenere tutto ciò che desiderava. Da qui la leggenda del corno dell'abbondanza, o cornu copiae (cornucopia), detto anche Corno di Amaltea.

    LA DEA DI BUTRINTO
    Alla sua morte Zeus la pose, insieme ai suoi due capretti, tra gli astri del cielo; consigliato da Temi, Zeus prese la sua pelle e se ne vestì come di una corazza, durante la lotta contro il padre Saturno, questo rivestimento è conosciuto come egida. Evidentemente quel culto era molto sentito a Butrinto, non dimentichiamo che esiste anche una famosa Giunone vestita di pelle di capra che usa come mantello col muso dell'animale sopra la testa.

    Gli scavi archeologici effettuati e soprattutto dall’analisi delle fondamenta è emersa una stratificazione di costruzioni, risalenti a periodi diversi, una parte delle quali si trova al di sotto delle acque del lago di Butrinto. 

    Le stanze della villa erano elegantemente decorate con lastre di marmo pregiato, forse provenienti dalla lontana Africa, fissate ai muri con particolari elementi di sostegno e successivamente spostate per rivestire, probabilmente, la chiesa. 

    Nella parte meridionale del grande complesso residenziale, a fianco dei resti attualmente visibili, si è trovata traccia di un complesso di bagni termali. Gli edifici oggi visibili risalgono ad un periodo successivo a quello di Pomponio Attico e Cicerone e si presume sia stata abbandonata verso la fine del V sec. d.c.



    ALTRI RESTI

    Numerose statue, un ninfeo di età romana con due statue, un pozzo sacro di costruzione parte greca e parte romana, con iscrizione e pittura parietale. Dalla necropoli uscirono molte tombe di varie età.












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  • 05/12/14--07:10: PLOTINO
  • PLOTINO

    Nome: Plotino
    Nascita: Licopoli, 203-205 d.c.
    Morte: Minturno (?), 270 d.c.
    Professione: Filosofo


    "Fuggiamo dunque verso la nostra cara patria, questo è il consiglio vero che vorremmo raccomandare .... La nostra patria, da cui siamo venuti, è lassù, dove è il nostro Padre. Ma che viaggio è, che fuga è? Non è un viaggio da compiere con i piedi, che sulla terra ci portano per ogni dove, da una regione all'altra; nè devi approntare un carro o un qualche naviglio, ma devi lasciar perdere tutte queste cose, e non guardare. Come chiudendo gli occhi, invece, dovrai cambiare la tua vista con un'altra, risvegliare la vista che tutti possiedono, ma pochi usano"



    LE ORIGINI

    Plotino è stato uno dei più importanti filosofi dell'antichità. Di origini greche, nacque a Licopoli in Egitto tra il 203 e il 205 d.c., fu erede di Platone e fondatore del neoplatonismo. Di lui sappiamo quasi esclusivamente ciò che ci ha scritto su di lui Porfirio nell'opera Vita di Plotino, composta come prefazione alle Enneadi.
    Queste furono gli unici scritti di Plotino, che hanno ispirato di poi i successivi filosofi e pensatori, sia teologi, mistici e metafisici pagani, sia cristiani che ebrei, musulmani e gnostici.

    La conoscenza del suo luogo di nascita, Licopoli (in Egitto), ci viene riferita dalla Suda, che è un lessico e un'enciclopedia storica del X sec. scritta in greco bizantino sull'antico mondo mediterraneo.
    Si presume fosse di famiglia piuttosto abbiente non avendo mai avuto bisogno di lavorare e potendo anzi permettersi diversi viaggi, ma non doveva essere ricco perchè non risultano grandi ville di sua proprietà.

    I suoi biografi lo descrivono comunque come una persona di altissime qualità morali e spirituali. Dai tratti somatici si potrebbe aggiungere che era una persona alquanto triste, pensierosa e forse con una collera molto in sottofondo.

    Plotino è stato in genere un autore poco noto anche perché il suo pensiero venne spesso identificato dagli studiosi con quello di Platone. L'importanza che egli ha avuto nella storia della filosofia non ha ancora avuto giustizia ed è ancora oggi tutta da scoprire.

    SCUOLA D'ATENE


    LA VITA

    Plotino intraprese lo studio della filosofia a ventisette anni, quindi non prestissimo, attorno al 232, e per questo si recò ad Alessandria d'Egitto che allora era il massimo centro della flosofia greca, ma rimase molto deluso dai suoi insegnanti, finché un conoscente gli suggerì di ascoltare le idee di Ammonio Sacca.

    Dopo aver ascoltato una sola lezione di Ammonio, dichiarò all'amico: «Era questo l'uomo che cercavo», e iniziò a studiare alacremente seguendo il suo nuovo maestro. Cosa l'aveva incantato di questo maestro?
    Ammonio riteneva che l'universo fosse diviso in tre piani, quello inferiore abitato dagli esseri umani e da tutti gli animali, quello medio dai demoni, intesi in senso platonico come gli intermediari tra gli Dei e gli esseri umani e quello superiore dagli Dei.

    Secondo Porfirio Plotino venne allevato nel Cristianesimo ma fece ritorno alla fede pagana appena acquistò l'uso della ragione.
    Non risulta però che Plotino avversasse l'adesione di alcuni discepoli al cristianesimo, quanto piuttosto l'insegnamento degli gnostici, ai quali contestava che la salvezza potesse essere raggiunta intellettualmente, indipendentemente dalla virtù individuale senza la quale «Dio non è che una parola».
    Ma non poteva essere solo il paganesimo ad attirarlo in questa filosofia, ma forse una spiegazione filosofica della trinità tanto cara ai cristiani.

    Di sicuro il cristianesimo aveva attinto il concetto trinitario dal paganesimo, ma era un concetto talmente antico che se ne era perso il significato.

    Oltre ad Ammonio, Plotino fu anche influenzato dalle opere di Alessandro di Afrodisia, filosofo peripatetico, di cui si sa solo la dedica agli imperatori Settimio Severo e Caracalla della sua opera Il destino:
    «Era tra le mie aspirazioni, grandissimi imperatori Severo e Antonino, venire di persona da voi, vedervi, indirizzarvi un discorso e ringraziarvi per tutto quello che da voi ho così spesso ricevuto, dal momento che ho sempre ottenuto quello che desideravo, insieme alla prova di esserne degno».

    Prese come guida filosofica anche Numenio di Apamea, filosofo medioplatonico e neopitagorico. Questi riteneva che Dio consista di tre intelletti diversi. Dal primo nasce lo spirito informatore (come un DNA) dell'universo, che a sua volta genera il motore dell'universo (il divenire).

    Questo a sua volta genera un intelletto che si identifica con il mondo materiale. La prima entità è il bene assoluto e può essere colta, in forma incompleta, mediante il pensiero. L'uomo possiede due anime, di cui solo la prima è razionale, che a contatto col corpo subisce una contaminazione, essendo la realtà materiale è di per sé negativa.

    I mistici ebrei cabalistici ipotizzarono tre componenti di Dio: l'Ain, l'Ain Soph e Ain Soph Aur, ma non pensavano che l'Ain potesse essere colto. Numenio invece dava molta considerazione alla razionalità umana, ritenendola capace di comprendere l'ineffabile, cosa che farà un po' anche Plotino.

    Passò ben undici anni ad Alessandria fin quando, a 38 anni, decise di rivolgersi altrove per acquisire nuovo sapere e volle andare presso le scuole filosofiche dei Persiani e degli Indiani, in quanto nel pensiero dell'epoca sia i gimnosofisti indiani che i magi persiani erano considerati, accanto ai saggi d'Egitto, una delle principali fonti della conoscenza sapienziale.

    Così lasciò Alessandria unendosi all'esercito di Gordiano III che marciava sulla Persia. La campagna militare però fu una catastrofe e, alla morte di Gordiano, Plotino si ritrovò abbandonato in terra ostile, e con grandi difficoltà riuscì a trovare la via del ritorno verso Antiochia di Siria.

    Due anni più tardi, a quarant'anni, durante l'impero di Filippo l'Arabo, finalmente giunse a Roma, nel cento del mondo, dove passò la maggior parte degli anni successivi raccogliendo un gran numero di studenti. La cerchia più ristretta comprendeva Porfirio, l'etrusco Amelio, il senatore Castrizio Firmo e Eustochio di Alessandria, un medico che si dedicò a imparare da Plotino e gli fu accanto fino alla morte.

    Tra gli altri studenti si ricordano: Zethos, di origine araba che morì prima di Plotino, lasciandogli una somma di denaro e un po' di terra; poi Zotico, critico e poeta; Paolino, e un dottore di Scitopoli; Serapione di Alessandria.
    Aveva altri studenti nel Senato romano oltre a Castrizio, come Marcello Oronzio, Sabinillo, e Rogaziano. Tra i suoi studenti si annoveravano anche donne, come Gemina, nella cui casa visse durante la sua residenza a Roma, e la figlia di lei, anch'essa chiamata Gemina; Amficlea, moglie di Aristone figlio di Giamblico (non il filosofo). Inoltre fu in corrispondenza col filosofo Cassio Longino.



    ROMA

    Roma era all'epoca il paese delle possibilità, chi aveva qualità poteva fare fortuna. Infatti Plotino si guadagnò la stima dell'imperatore Gallieno e di sua moglie Cornelia Salonina. Plotino cercò di ottenere dall'imperatore la ricostruzione di un accampamento abbandonato in Campania, noto come la 'Città dei Filosofi', o Platonopoli, avente come costituzione scritta le Leggi di Platone.

    Avrebbe dovuto essere un rifugio del filosofo e dei suoi compagni, come un monastero pagano. Ma non riuscì mai a ottenere il sussidio imperiale per costruirla, e Porfirio che narra l'accaduto non ne conosce la causa, ma sembra che il progetto sfumò per l' opposizione di membri della corte.

    Nei primi dieci anni del suo soggiorno, e cioè fino al 253, Plotino insegnò solo oralmente, senza alcuno scritto, secondo l'antica tradizione esoterica del bocca-orecchio, per adempiere una promessa fatta al suo maestro, di non rivelare per iscritto la sua dottrina; senza però che vi fossero insegnamenti segreti.

    Nei 10 anni successivi invece cambiò idea e scrisse ben 21 trattati, tutti senza titolo. Scrisse in tutto 54 saggi, di cui possediamo, grazie a Porfirio, la versione integrale. Si tratta delle Enneadi, stilate dal 253 circa fino a pochi mesi dalla morte, avvenuta diciassette anni più tardi.

    Nel 268, anno in cui Gallieno fu assassinato, Porfirio, a cui la filosofia non dava un grande sostegno, meditò il suicidio, ma Plotino lo distolse, soprattutto col consiglio pratico di compiere un viaggio. Porfirio si recò in Sicilia, ove due anni dopo apprese la morte di Plotino che, ammalato, si era ritirato in Campania, in una villa forse situata nei pressi delle antiche terme vescine, lasciatagli dall'amico Zethos.

    Secondo il racconto di Eustochio, che gli fu accanto al momento del trapasso, le sue ultime parole furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c'è in voi stessi al Divino nel Tutto».
    Secondo alcuni morì a Minturno ma i resti della villa qui ritrovata apparteneva al console romano Marco Emilio Scauro.
    Si ritiene invece che la sua villa giacesse sotto la chiesa di Santa Maria in Pensulis in provincia di Latina.

    Porfirio narra che Plotino avesse 76 anni quando morì nel 270, nel secondo anno di regno dell'imperatore Claudio II, il che ci fa presumere che il suo maestro fosse nato attorno al 204.

    Eustochio racconta che un serpente strisciò sotto il letto dove giaceva Plotino, e sgusciò via attraverso un buco nel muro; nello stesso istante Plotino morì.  La filosofia classica (greca e romana) si conclude con questo filosofo, di intelligenza e importanza pari a Socrate, Platone e Aristotele. Gli studiosi concordano nell'assegnare a lui la fine dell'antichità.


    SOSTRUZIONI DELLA VILLA ROMANA


    CHIESA DI SANTA MARIA IN PENSULIS

    La chiesa romanica di S. Maria In Pensulis del XIII sec., venne costruita su di una villa romana di Zethos, ove vi visse il famoso filosofo neoplatonico, Plotino, suo maestro, che traeva sollievo dalle acque termali e qui, secondo alcuni autori, vi morì nel 270 d.c.

    Sotto il livello della chiesa sono visibili infatti cinque corridoi paralleli con volte a botte che fungevano da magazzini.

    Sul lato ovest invece si notano diverse costruzioni in opera poligonale, con alzato in opera incerta, e l’alto in stile medievale.

    La cappella dedicata a S. Maria in Pensulis, nel comune di Castelforte (Latina) costituiva parte di un complesso monumentale con una sovrapposizione di stili ed epoche diverse. La chiesa poggiava sui resti di una villa rustica romana e si tramanda la villa di Zeto, il patrizio romano che ospitò il filosofo Plotino, come testimoniano i sarcofagi (I,II secolo d.c.), rinvenuti nella campagna circostante. Secondo altri fu invece proprio la villa di Plotino.

    Se l'opera poligonale rimanda ad un epoca molto arcaica, l'opera incerta, più recente rimanda all'epoca romana che fu sovrapposta alla precedente e su cui venne ancora sovrapposta quella medievale.



    L'OPERA

    Porfirio narra che le Enneadi, che lui aveva compilato e riordinato, erano un coacervo di note e saggi che Plotino usava nelle sue lezioni e nei suoi dibattiti, e non un vero libro. Plotino non poté rivedere il proprio lavoro a causa di problemi di vista, anche se, secondo Porfirio, i suoi scritti richiedevano sempre una dettagliata revisione: la sua grafia era orrenda, non separava adeguatamente le parole, e gli importava poco delle sottigliezze dell'ortografia. Non gli piaceva affatto il lavoro editoriale e affidò interamente il compito a Porfirio, che non solo rivedette le sue opere, ma le mise nell'ordine con cui ci sono giunte.

    Gli scritti delle Enneadi partono sempre da problemi singoli, a volte posti dal suo pubblico o da interlocutori immaginari, seguendo la conversazione orale, con un linguaggio pieno di immagini e metafore, proprio come quello di Platone, di cui Plotino celebrava ogni anno il suo compleanno con sacrifici e banchetti.



    IL PENSIERO

    Il pensiero di Plotino può definirsi propriamente come un monismo emanazionistico, che fa derivare tutto l'esistente da un'unica entità che emana tre ipostasi degradanti, per cui gli stessi Dei traggono la loro divinità da un solo principio, l'Uno, al quale egli assegnava di proposito il termine "Dio".

    Però aveva, come un po' tutti i platonici, un certo disprezzo per la materia, ritenendo che il mondo delle forme, cioè quello in cui viviamo, sia solo una pallida immagine o imitazione di qualcosa «di più alto e comprensibile» che sarebbe «la parte più vera dell'autentico Essere».

    Naturalmente anche il corpo rientrava in questa svalorizzazione, compreso il proprio; Porfirio riporta che una volta si rifiutò di lasciar dipingere il proprio ritratto, probabilmente per questo scarso apprezzamento, così come Plotino non parlò mai dei suoi avi, della sua infanzia, e del suo luogo e data di nascita.

    La svalorizzazione corporea impronterà molto la chiesa e pure il pensiero filosofico successivo, convinto erroneamente che la mente sia capace se accompagnata a una vita virtuosa, di intuire ed avvicinarsi al divino. Ci vorrà Sigmund freud per capire che staccare l'istinto dalla mente provoca solo nevrosi.



    LA DOTTRINA

    La dottrina di Plotino si basa sull'unità dell'essere e sul fatto che l' unica via che porta a Dio passi attraverso la filosofia e l' indagine razionale.
    Mentre l'artigiano costruisce l'unità dell'oggetto unendo più parti tra loro, la natura opera all'inverso: da un principio semplice crea il molteplice.

    PLOTINO E PORFIRIO
    Ad esempio, nell'individuo Socrate sembra operare un unico principio o logos, che articolandosi ne determina l'aspetto,  il volto, o il naso camuso; questo non è modellato da uno scultore, ma si sviluppa da sé, in virtù di una forza interiore che è la stessa che fa vivere Socrate.

    Plotino chiama Anima del mondo il principio vitale da cui prendono forma le piante, gli animali, e gli esseri umani.

    È da questo principio universale che è possibile comprendere i gradi inferiori della natura, non viceversa.

    La vita  non unisce singoli elementi per arrivare agli organismi più evoluti e intelligenti, ma già possiede l'intelligenza dentro di lei.

    Infatti l'Anima discende da una superiore unità in cui coesistono quelle forme intelligibili (le Idee platoniche), che attraverso lei diventano le ragioni immanenti e formanti degli organismi.

    Le Idee sarebbero allora espressioni di un medesimo Intelletto o Pensiero autocosciente, che pensandosi si rende oggetto a sé stesso.

    Questa identità riguarda due realtà distinte, benché coincidenti, aldisopra delle quali c'è l'Uno assoluto.
    Ed ecco le tre ipostasi (o generazione gerarchica delle diverse dimensioni della realtà, appartenenti alla stessa sostanza divina, dalla quale tutto procede per emanazione).



    L'UNO - (I ipostasi)

    L'Uno è la prima realtà sussistente, che non contiene divisione, molteplicità o distinzione, quindi al di sopra di qualsiasi categoria di essere. Il concetto di "essere"è umano, ma l'infinito trascendente Uno è al di là dei concetti umani.

    Anche Parmenide riteneva per logica che l'Essere dovesse essere uno, ma Plotino cerca di dare maggiore coerenza e organicità al pensiero di Platone, che aveva posto al principio di tutto non l'Uno, ma una dualità, fonte del molteplice. Secondo Plotino invece la dualità è un principio contraddittorio, identificato nell'Intelletto, corrispondente all'essere parmenideo.

    Plotino così pone l'Uno al di sopra dell'Essere a differenza non solo di Parmenide, ma anche di Aristotele e Platone. L'Uno «non può essere alcuna realtà esistente» e non può essere la somma di tutte queste realtà, ma è «prima di tutto ciò che esiste».

    L'Uno non ha attributi, non ha pensieri perché il pensiero implica distinzione tra pensante e pensato; non gli si può attribuire una volontà cosciente, né un'attività, nè una natura senziente o autocosciente.
    « L'Uno non può essere una di quelle cose alle quali è anteriore: perciò non potrai chiamarlo Intelligenza. E nemmeno lo chiamerai Bene, se Bene voglia significare una tra le cose. Ma se Bene indica Colui che è prima di tutte le cose, lo si chiami pure così.»

    L'Uno emana le ipostasi «come un'irradiazione, come la luce del sole splendente intorno ad esso». Plotino paragona l'Uno al sole, l'Intelletto alla luce, e l'Anima alla luna, la cui luce è solo un «derivato conglomerato della luce del sole».
    Dell'Uno nulla si può dire, a meno di non cadere in contraddizione, può essere inteso solo per via negativa, dicendo ciò che esso non è, come il taoismo (neti neti, nè questo nè quello).

    Per logica il "meno perfetto" deve emanare dal "più perfetto", in stadi successivi sempre più imperfetti. L'Uno è come volontà che dona all'esterno di sé il risultato della sua natura attributiva (essendo la natura della volontà quella di volere).

    Ma l'Uno non crea per necessità, perchè è autosufficiente, essendo "causa di sé". Quindi la necessità del donare fa parte della sua natura, ma non perché ne abbia bisogno. L'Uno genera in modo non volontario gli stadi inferiori, che si susseguono lungo un processo costante, in un ordine eterno.



    L'INTELLETTO (NOUS) - (II ipostasi)

    La seconda ipostasi è quella dell'Intelletto, generato, non creato, per emanazione provocata per l'auto-contemplazione estatica dell'Uno: nel contemplarsi, l'Uno si sdoppia in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato. Questa autocontemplazione non appartiene all'Uno, che non ha dualismo.

    POSIDONIO
    L'autocontemplazione o autocoscienza è la conseguenza del traboccare dell'Uno, che ne rimane al di sopra. Tale autocoscienza, ancora piena identità di soggetto e oggetto, è l'Intelletto (o Essere). L'Intelletto è l'estasi dell'Uno: estasi vuol dire infatti "uscire da sé". L'Uno esce di sé non per un libero atto di amore, ma per un processo necessario ed eterno, «verosimilmente perché è ridondante» dice Plotino: si tratta come abbiamo visto di una necessità originata dall'Uno stesso, che ne resta comunque superiore.

    Nell'Intelletto il Soggetto, cioè il Pensiero, è identico all'Oggetto, cioè l'Essere:  due termini complementari e imprescindibili l'uno all'altro. Si tratta dell'identità di essere e pensiero di Parmenide. Plotino però la chiama "Noùs", che è il nome dato da Aristotele al "pensiero di pensiero", e prima ancora da Anassagora all'Intelletto ordinatore.

    Nòesis in greco vuol dire intuizione: l'Intelletto è infatti auto-intuizione, ovvero riflessività. Ma Plotino rispetto ad Aristotele colloca le idee platoniche nell'Intelletto, sottraendo il "pensiero di pensiero" all'astrattezza aristotelica, dandogli un contenuto e rendendolo più articolato.

    Le idee platoniche sono il principium individuationis, la ragione o lògos per cui una realtà risulta fatta così, e non diversamente. Le idee platoniche non sono per Plotino degli oggetti di pensiero, perchè le idee sono proiezioni dell'unico Intelletto. In esso è presente un'alterità in potenza; nell'Essere ogni idea è tutte le altre. Il Nous è rivolto verso l'Uno, ne guarda la bellezza, la pienezza originaria, e non potendola più raggiungere, pensa sé stesso, all'interno di un circolo ermeneutico soggetto – oggetto, pensiero – essere.

    L'Intelletto non è più Uno, ma è un Uno-molti, poiché ha un'unità nel senso di identità "dell'identico e del diverso" (pensiero ed essere). In questo dualismo non duale può pensare ed essere pensato senza contraddizione, non è più ineffabile e impredicabile.

    È la prima forma di intuizione, il livello estremo a cui il nostro pensiero può arrivare. Plotino lo paragona alla luce, che si rende visibile nel far vedere: così l'Intelletto si rivela come condizione del nostro pensare.



    L'ANIMA (III ipostasi)

     « La grande anima sia oggetto d'investigazione di un'altra anima...liberata dall'inganno e da quanto incanta le altre anime, in una condizione di tranquillità. Tranquillo sia non solo il corpo che la circonda e i flussi del corpo, ma anche tutto ciò che le è intorno: tranquilla sia la terra, tranquilli il mare e l'aria, e il cielo stesso taccia. Pensi quindi che l'anima, come venendo da fuori e riversandosi ovunque in questo universo immobile, vi scorra internamente e penetri e illumini ovunque. »

    EPICURO
    Protagonista degli scritti del filosofo è indubbiamente l'Anima, l'unica dotata di movimento e di passioni ed è plasmatrice dell'universo materiale. Ad essa è dedicata interamente la IV Enneade e compare spesso anche nei restanti trattati in qualità di soggetto della conoscenza e del percorso evolutivo. Essa è spesso simboleggiata dalla Dea Afrodite per indicare la sua bellezza, la sua natura divina e la sua connessione con Eros, di cui è generatrice e compagna (v. Enn. III 5; 50).

    La terza ipostasi è infatti l'Anima, sorgente della vita, veicolo dell'Uno nel mondo, procedente dall'auto-contemplazione dell'Intelletto. Essa è un'unione (dal Noùs) di essere e pensiero che rende possibile il ragionamento discorsivo-dialettico, facendo da tramite: per un verso è rivolta verso l'Intelletto, per un altro guarda verso il basso, risultando sdoppiata in due parti, una superiore ed una inferiore.

    Questo articolarsi dell'Anima ha come riflesso l'articolarsi del pensiero, che può volgersi alla ricerca dell'unità, e al contempo passare a distinguere e definire il molteplice allontanandosi dall'astrattezza dell'assoluto. I due procedimenti sono solo apparentemente antitetici, così come l'Uno e il molteplice.

    L'Anima inferiore, per la sua capacità di unificare in sé il molteplice disperso nell'universo, si fa anima del mondo: quest'ultimo così si colma di energie. L'Anima non opera per volontà nè per meccanicismo e si può arguirla solo per via di negazione.

    Si tratta di un principio naturale dominato da una volontà cieca o inconscia, che genera il molteplice dall'uno, come l'operare onirico di un artista. L'Anima consente a Plotino di concepire le idee non solo come trascendenti, ma anche immanenti, in quanto vengono veicolate dall'Anima in ogni elemento del mondo sensibile; avvicinandosi così al concetto aristotelico di entelechia (una realtà che ha iscritta in sè la meta verso cui tende ad evolversi).

    L'Anima infatti, sia quella superiore che inferiore, ha una funzione intellettiva che le deriva dal Noùs, rendendo attuale nel tempo la potenza eterna delle idee intelligibili. Queste vengono ridestate tramite la reminiscenza; ma rispetto a Platone, Plotino intende sminuire il ricordo cosciente rivalutando invece l'importanza del ricordare inconscio o non deliberato, nel quale le Idee sembrano ridestarsi con maggiore vitalità e purezza.

    Il tempo stesso è immagine e ricordo dell'eternità: egli intuisce la relatività del tempo, come entità priva di sussistenza autonoma. Dalla grande Anima dell'Organismo universale prendono quindi forma le singole anime degli esseri viventi.

    La duplicità di Anima originaria e Anima del mondo a livello universale, si ripropone a livello individuale, come sdoppiamento tra un'anima superiore, che guarda verso l'alto, ed una che guarda giù, preposta al governo dell'io terreno.

    Per Plotino non solo l'anima è distinta dal corpo, ma essa viene prima del corpo nella strutturazione dell'individuo.
    L'anima modella il proprio corpo per via di un suo offuscamento, come un fuoco che spegnendosi si solidifica; è lo svanire della potenza dell'anima che dà luogo a uno spazio in cui essa prende corpo.

    La "voglia di appartenersi" che Plotino attribuisce all'anima umana è la volontà-distacco dall'Uno che in un istante immediato diviene essere e pensa un corpo in cui si ritrova incarnata. Nell'anima umana tuttavia rimane una presenza divina e trascendente, quella della sua parte originaria che era prima del corpo, che spinge per tornare all'Uno.

    La maggior parte dei passi più belli e appassionati di Plotino sono riferiti all'anima. Alcuni autori considerano Plotino il precursore della psicoanalisi e lo scopritore dell'inconscio. Con la sua teoria della doppia anima - anima superiore o non discesa, rivolta all'Intelletto, e anima inferiore o esteriore, rivolta al mondo terreno - il filosofo, secondo alcuni, congetturò i processi non coscienti dello spirito, giungendo a definire due forme di pensiero distinto: il pensiero "intellettivo" e intuitivo, collegato alla contemplazione di archetipi, e il pensiero "discorsivo" che spesso coincide con ciò che noi chiamiamo "conscio". I suoi scritti avrebbero anche influenzato C. G. Jung che tuttavia non considerava inconscio la cosiddetta anima superiore nè conscio quella più mentale. Tantomeno lo pensava Freud.



    LA MATERIA

    Al punto più basso dell'emanazione o processione dall'Uno si trova la materia, che è un  non-essere, il limite estremo della discesa. È il luogo delle illusioni sensibili, delle presenze oscure e maligne. Le idee dell'essere si fondono qui con la chora, la materia che per Platone è poter essere, via di mezzo fra essere (in quanto fa esistere il mondo sensibile) e non-essere (in quanto non è idea ed è quindi fuori da questo).

    A differenza di Platone, però, secondo Plotino la materia non è plasmata deliberatamente da un Demiurgo, ma sottostà ad una necessità cieca. Il mondo sensibile non è un'ipostasi perché non ha una sua vera consistenza: quanto i sensi percepiscono è apparenza; solo l'invisibile costituisce la vera realtà.

    La materia dunque non è un male assoluto, ma un male in senso relativo, come privazione di essere, così come il buio è  assenza di luce. Il male di ogni ente, compreso l'uomo, è la diversità, il non essere gli altri enti: «Nel mondo intelligibile ogni essere è tutti gli esseri, ma quaggiù ogni cosa non è tutte le cose». In terra l'unità delle idee che coincidevano tutte nel medesimo Intelletto risulta frammentata; ogni organismo è distinto dagli altri. Si perde dunque per l'uomo il senso dell'unità.

    Gli enti di questo mondo sono bene in quanto a immagine dell'essere, ma male in quanto non sono gli altri enti e non sono la medesima realtà. Anche il male tuttavia ha una sua ragion d'essere, essendo inevitabile e necessario. È per necessità che l'Uno emana il Noùs, il Noùs l'Anima, e l'Anima il mondo sensibile.

    A coloro che vorrebbero toglier via il male dal mondo, Plotino risponde citando l'obiezione di Socrate, «ciò non può avvenire, perché il male esiste necessariamente, essendo necessario un contrario al Bene».

    Plotino vede nel male anche una funzione etica: una sorta di espiazione di una colpa originaria e il cristianesimo prenderà molto da questo. Per ricomporre l'identità delle idee andata smarrita, la soluzione non è il conformismo ovvero l'adattarsi, ma al contrario la fuga dal mondo, il differenziarsi; tema che darà vita alla monastica o solitudine dal mondo.

    «Fuggi il molteplice» (Áphele tà pànta = lett. fuggi tutte le cose) è il motto del filosofo, come «conosci te stesso» lo era per Socrate: la fuga dal mondo vuol dire arricchirsi ritrovando dentro di noi l'Uno che è il mondo e molto più.



    LA PROVVIDENZA

    La provvidenza è il segno dell'originarsi dall'alto degli elementi di questo mondo. Essa è il necessario adeguarsi della realtà all'Idea di cui è immagine. Il termine greco  prònoia, con cui si traduce "provvidenza", va inteso non come un provvedere a qualcosa, poiché l'intelligibile non si occupa del mondo sensibile.

    La prònoia per Plotino è  "precedenza" del noùs rispetto al sensibile. Da ciò deriva che il mondo sia buono. Plotino, usando per influsso stoico il termine "Logos" per designare la Provvidenza, afferma che il mondo deriva da un essere superiore che genera in maniera autonoma, "per natura" e non per uno scopo deliberato, un essere simile a sé. Gli inconvenienti del mondo sono dovuti all'inevitabile dispersione e affievolimento della luce e della bellezza originari, al pari di un raggio di sole che si allontana via via nelle tenebre.



    RITORNO ALL'UNO

    Giunti al punto più basso dell'emanazione ha inizio la risalita o conversione (epistrofé), che soltanto l'uomo è in grado di compiere. Fra tutte le creature viventi, l'uomo è infatti l'unico essere dotato di libertà capace di invertire la necessità della dispersione, volgendosi alla contemplazione dell'intelligibile. Soltanto l'anima del sapiente però sa compiere questa ascesa: la maggior parte delle anime individuali, incarnate nel corpo, non avverte l'esigenza del ritorno all'unità perché non conosce la meta da raggiungere o perché non è in grado di arrivarci.

    ARISTOTELE
    Si crea così una profonda differenza tra i pochi uomini che riescono a raggiungere la salvezza, e le anime dei sofferenti che restano ciechi alla luce. Per le poche anime elette si viene a determinare un sistema circolare: l'Anima universale, nata dall'emanazione delle precedenti ipostasi, emana l'anima individuale che ha la possibilità del ritorno. Si tratta di un ciclo che dalla processione risale alla contemplazione; dalla necessità alla libertà: sono due poli complementari, i due aspetti di una realtà sola.

    Il percorso delle Enneadi ricalca tale cammino circolare, descrivendo il passaggio dalla materia all'Uno, e il ritorno dell'Uno alla materia. E' un'ascesi di vita che fissa le tappe che ognuno può percorrere per la realizzazione di sé, simile ad un percorso per iniziati.

    Questa polarità dentro l'unità si riflette anche nell'uomo, nel quale si trovano due opposte forze che confliggono, una superiore ed una inferiore. Secondo Plotino, al momento della nascita l'anima umana perde coscienza del suo contatto con l'Uno, e l'intera vita del filosofo non è che un ritorno al principio originario.

    Platone affermava che l'uomo non cercherebbe con tanta energia qualcosa della cui esistenza non è certo; al contrario, la forza con cui cerca la bellezza originaria è conseguenza del fatto che l'ha vista, e il conoscere non è altro che un ricordare sempre più quel momento in cui, prima di incarnarsi, aveva la verità davanti a sé.

    Ora che l'anima umana si trova esiliata in questo mondo, forse per espiare una colpa, la parte originaria di sé, quella "non discesa", avverte dunque in maniera più o meno inconsapevole la nostalgia del ritorno. Per ritrovare la via verso l'Uno e trascendere sé stessi, occorre sprofondare in sé stessi: le ipostasi dimorano infatti nell'interiorità dell'anima.

    Il percorso di ascesi avviene tramite la catarsi, cioè la purificazione dalle passioni, liberandosi degli affetti terreni, cercando di avvicinarsi all'Uno ricorrendo al metodo della teologia negativa, cioè prendendo coscienza di ciò che non ci appartiene.

    Come già diceva Platone nel mito della caverna, occorre liberarsi dalle catene e dagli idoli della vita per arrivare a contemplare la verità. La catarsi lui paragonata all'azione dello scultore, che lavorando su un blocco di marmo elimina tutto il superfluo per trarne fuori la statua; è analoga al silenzio di chi vuole ascoltare la voce che desidera, non disturbata da rumori profani; è  una fuga da una terra straniera per tornare nella patria originaria.

    Al culmine delle potenzialità umane si ha l'estasi, vissuta dall'asceta quando l'anima è rapita in Dio, e si identifica con l'Uno stesso, compenetrandosi in Lui. L'Uno non viene contemplato perché non è un oggetto, ma il fondo stesso dell'anima: questa non lo può possedere, viceversa ne viene posseduta. «Questa è la vita degli dèi e degli uomini divini e beati: liberazione dalle cose di quaggiù, vita sciolta dai legami corporei, fuga del solo verso il Solo.» (Enneadi, VI, 9, 11, trad. di G. Faggin)

    L'Uno è identico soltanto all'anima individuale, a cui sola è permessa l'estasi. Poiché vivere una tale esperienza è dato però raramente a pochissimi, Plotino raccomanda la virtù dunque come semplice "mezzo" di elevazione.

    L'etica è  ricerca della felicità, consistente nella realizzazione della propria essenza, che è qualcosa di eterno, ingenerato e imperituro. Oltre all'etica, un'altra via consiste nella ricerca estetica del bello. Quell'unione che il filosofo teorizza, infatti, la vivono in primo luogo (senza rendersene conto del tutto) il musico e l'amante.

    Plotino corregge in parte il giudizio negativo che Platone aveva dato dell'arte: l'operare dell'artista non deriva dalla semplice imitazione di un'imitazione, ma è ispirato da un'idea attinta da una visione interiore del bello a lui rivelatasi. Ma la bellezza assoluta non può essere contaminata dalla materia dell'opera prodotta.

    Così anche l'eros è un fuoco mistico inteso platonicamente come amore puramente ascensivo. Analogamente la bellezza, che noi vediamo riflessa nei corpi, ci spinge a cercarne l'origine nel mondo di lassù. Ritorna in proposito la rivalutazione del pensiero inconsapevole, perché nel risalire verso l'intelligibile il pensiero cosciente e puramente logico non è sufficiente, ma è «come se un demone ci guidasse».

    Il percorso di ascesi rimane comunque sempre guidato dalla ragione, che è il mezzo principale di cui il filosofo si serve nell'ascendere all'Uno. La razionalità dialettica è però soltanto uno strumento, che consiste nell'eliminazione e nell'oblio di tutti gli elementi particolari e contingenti della molteplicità.

    Scopo della dialettica è in un certo senso quello di eliminare o negare sé stessa, quando nell'estasi non si avrà né pensiero, né azione morale, né atto logico, essendo uno stato in cui la ragione si trova fuori di sé. L'estasi per Plotino non è un dono di Dio ma una possibilità naturale dell'anima, che però non scaturisce da una volontà deliberata: essa sorge da sé, spontaneamente, in un momento fuori della portata del tempo.



    PLOTINO E IL CRISTIANESIMO

    Inizia al tempo di Plotino l'intensa attività della patristica, per dare alle comunità cristiane una filosofia e una teologia conciliabili con la religione, e anche all'altezza della filosofia antica. Più di altri filosofi vicino alla nascente teologia cristiana, Plotino tuttavia non attribuisce all'Uno una volontà, né un finalismo, a differenza del Dio cristiano.
    PLATONE
    L'esegeta cristiano Origene coglierà il principio trinitario di Plotino affermando che le tre persone della Trinità cristiana corrispondono alle tre ipostasi di Plotino, non più tre persone diverse una "minore" dell'altra, ma Tre Persone distinte in una Sola (consustanzialità).

    Anche Agostino di Ippona attinse da lui, soprattutto sul tema della libertà. Per Plotino infatti l'uomo è l'unico essere libero che può tornare all'Uno, una libertà che si scontra con la necessità, alla quale sono invece sottoposti tutti gli altri enti; il libero arbitrio dell'uomo porta così un dualismo lacerante nella scelta tra bene e male. Agostino aggiungerà il male assoluto, per cui l'essere umano compie azioni malvagie per sé stesse, volgendo volontariamente le spalle a Dio.

    Mentre però per Agostino Dio dona all'uomo la croce di Cristo mediatore, come ancora di salvezza per riscattarlo da questo male, per Plotino l'uomo può salvarsi da solo.  Nel complesso, oltre agli aspetti di somiglianza tra la dottrina cristiana e quella di Plotino, giudicata la più simile al cristianesimo tra quelle antiche, vi sono grandi elementi di divergenza, dovuti anche alla contrarietà di Plotino per il cristianesimo.


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  • 05/15/14--05:30: MATIDIA MAGGIORE

  • Nome: Salonina Matidia
    Nascita: 68 d.c.
    Morte: 119 d.c.
    Parentela: nipote di Traiano e suocera di Adriano
    Dinastia: Antoniniana

    Una delle figure più importanti e più obsolete dell'Impero romano, per giunta citata nelle Memorie di Adriano da Marguerite Yourcenar con una certa antipatia.

    Eppure ebbe le sorti dell'impero nelle sue mani, in qualità di nipote di Traiano, di suocera di Adriano, e di  nonna della moglie di Antonino Pio (il successore di Adriano), per ben tre dinastie imperiali.
    Matidia aveva un bell'aspetto, con un volto molto regolare ma severo, con naso greco, labbra piene e occhi dal taglio lungo.

    Passò per una bellezza dell'epoca e pure Adriano ne esaltò l'avvenente aspetto nella sua orazione funebre.
    Nel ritratto qui accanto è in giovane età ma già si nota una leggera durezza nel volto. che indica se non rigidità almeno una notevole determinazione.



    LE ORIGINI

    Salonia Matidia nacque nel 68 d.c.:e fu la figlia unica di Ulpia Marciana, la sorella del futuro imperatore Traiano, e del pretore Gaius Salonius Matidius Patruinus.

    Tra l’81 e l’82, Matidia sposò Lucius Vibius Sabinus, quindi aveva 13 o 14 anni, un'età non infrequente nei matrimoni romani che venivano combinati dai genitori per loro scopi utilitari in cui le figlie non potevano decidere nulla.

    Lucio era di una potente famiglia di rango consolare (cioè che aveva avuto consoli), era parente di Lucio Junio Quinto Vibio Crispo, che fu legato nella Hispania Citeriore, che fu console suffetto per tre volte sotto Nerone, Vespasiano, e Domiziano. così come fu parente del di lui fratello Quinto Vibio Secondo, che fu anche lui console suffetto e pure proconsole della provincia dell'Asia.

    Nell'83 accaddero per lei due fatti importanti: le nacque una figlia, Vibia Sabina, la futura moglie dell'imperatore Adriano, e le morì il marito (secondo altri l'anno successivo, nell'84).

    Così Matidia si ritrovò madre e vedova a circa 16 anni. Si sposò altre due volte ed ebbe altre tre figlie, tra le quali la futura nonna di Marco Aurelio, Rupilia Faustina. Ma anche gli altri due mariti morirono presto, forse perchè parecchio più grandi di lei.

    Matidia cominciò ad assaporare un po' di libertà, un po' di vita mondana ed una certa cultura. La sua casa divenne un vero salotto letterario, piena di libri e di gente colta. L’atmosfera non doveva essere molto diversa dalla casa della colta Plotina, moglie di Traiano, ma Matidia univa alla cultura il coraggio e un certo buon carattere che la faceva amare da uomini e donne.

    Già Matidia aveva seguito lo zio Traiano sui campi di battaglia, naturalmente non per combattere ma per assisterlo, sostenerlo e consigliarlo, tanto forte era il suo ascendente su di lui. Matidia amava la vita di palazzo e spesso la dirigeva nell'ombra, il suo potere era di sponda, senza parere e senza che desse fastidio ad alcuno. Stranamente la moglie di Traiano non ne fu gelosa, non solo perchè suo marito non guardava le donne, ma perchè non la sentiva ostile o che volesse metterla in ombra.

    Trovò anzi una buona alleata nella moglie di Traiano, la severa e malinconica Plotina, che sfogava la sua delusione di donna tradita (Traiano aveva un debole per i fanciulli) attraverso la letteratura ma soprattutto influenzando le stanze del potere. Le due donne trovarono su questo un'ottima intesa e insieme brigarono per assicurare a Traiano un degno discendente e una nuora adatta a lui.

    Per questo le due donne posero gli occhi sul giovane Adriano, verso il 100 d.c., un irrequieto giovane di 28 anni, nonchè suo lontano parente.
    Adriano era uomo colto, intelligente e seguace della filosofia greca, ma oltre a questo aveva il vizio del gioco e dei giovinetti, un vizio molto diffuso a Roma, ma soprattutto che condivideva con l'imperatore Traiano. Viene da chiedersi cosa le due donne avessero trovato di così entusiasmante in quel giovane gaudente, e pure cosa quel giovane avesse trovato in loro, perchè il loro affetto sembrava ricambiato.

    Verrebbe da pensare che Plotina avrebbe potuto detestare un uomo omosessuale come suo marito, invece ne sembrò entusiasta, tanto da complottare per far arrivare il giovane al trono. Forse ambedue conoscevano abbastanza bene il giovane e ne avevano saggiato l'intelligenza e l'affettuosità, si da pensare che loro stesse sarebbero state al sicuro con un imperatore come Adriano.

    Matidia era donna piuttosto ambiziosa oltre che lungimirante. Riuscì infatti a farsi benvolere da Traiano, da Plotina, ma pure da Adriano, per quel suo modo leggero e un po' suadente con cui riusciva a far fare agli altri ciò che voleva senza aver l'aria di imporsi.

    Ma evidentemente non aveva un profondo senso materno, del resto non tanto frequente all'epoca, per cui per i suoi piani indusse Adriano a sposare sua figlia Vibia, che di certo non gliene fu grata perchè la poveretta aveva solo 12 anni.

    Adriano invece accettò ritenendolo evidentemente parte del piano che gli avrebbe portato la corona. L'omosessualità verso gli efebi non era considerata scorretta dai romani, purchè l'uomo in questione potesse prendere moglie e fare dei figli.

    Gli storici antichi sostennero che Traiano, per quanto senza figli, fosse invece contrario sia al matrimonio sia alla scelta di Adriano come suo successore.

    Forse avrebbe preferito il giurista Nerazio Prisco, già console suffetto nel 97 durante il regno di Nerva, un funzionario di fiducia dell'imperatore, che continuò poi con Adriano che parimenti gli accordò la sua fiducia, ma non è certo, o forse non voleva nominare alcun successore, altrimenti l'avrebbe fatto.Plotina, sua moglie, era invece a favore.

    Le due donne comunque avevano le stesse simpatie e gli stessi intenti, ambedue volevano Adriano come successore, probabilmente perchè sentivano che di lui potessero fidarsi, che non le avrebbe cacciate o estromesse.

    Come o cosa accadde alla morte di Traiano, nel 117, non si sa. L’Historia Augusta, una raccolta di biografie imperiali, dice che Plotina fece imitare la voce di Traiano da un presente. Lo storico Cassio Dione afferma che la notizia della morte fu tenuta segreta per giorni e che l’adozione di Adriano fu annunciata al Senato romano con una falsa lettera di Traiano, scritta dalla stessa Plotina.

    Complice della falsa lettera di successione, assieme a Matidia e Plotina, era stato il prefetto del pretorio Publio Acilio Attiano, ex tutore nonchè amico di Adriano. Con Plotina fu infatti al capezzale dell'imperatore Traiano in Cilicia, a Selinunte, prima che questi morisse designando il suo successore.

    Matidia era comunque rispettata e riverita da tutti, a cominciare dal senato, tanto che nel 117, fu attribuito a lei l’onore di deporre le ceneri di Traiano ai piedi della colonna detta Traiana a Roma.

    Publio Acilio fu prefetto del pretorio anche sotto Adriano, tra il 118 e il 119 d.c.. Per ordine suo venne giustiziato Avidio Nigrino, favorito dall'Imperatore Adriano come proprio successore, per contrasti politici, sembra per istigazione del Senato, nel 118. Adriano, irritato dal'accaduto per timore dell'opinione pubblica, lo destituì dalla carica di prefetto, ma non risulta lo facesse uccidere come sostenuto da alcuni autori.
    Adriano doveva tutto alle due donne, dall'affetto al potere e non se ne dimenticò. Infatti consentì a Matidia di assisterlo nella sua carica di imperatore finchè non le sopraggiunse la morte, a 57 anni, dopo solo due anni dall'incoronazione di Adriano, dal 117 al 119.

    Adriano mostrò grande rimpianto nei suoi confronti, le fece una toccante orazione funebre  il giorno del suo funerale, il 23 dicembre dell'anno 119, in cui decantò tutte le qualità della suocera, dal tatto, all'onestà, all'intelligenza, alla sensibilità, suocera “amatissima”, moglie “carissima”, “castissima” pur essendo di “summa pulchritudo” (bellissima), madre “indulgentissima” (di Vibia Sabina), cognata “piissima”, che non fu mai di peso e molestia a nessuno (“nulli gravis, nemini tristis”).

    RESTI DEL TEMPIO DI MATIDIA
    L'imperatore ricordò inoltre che Matidia aveva sopportato con pazienza la lunga vedovanza anche dall’ultimo marito.

    Dell’elogio è rimasto un lungo brano inciso su pietra: forse era esposto nel foro di Tivoli.

    A parte gli spettacolari giochi gladiatori, Adriano ordinò che dopo la morte della suocera, già nominata Augusta dallo zio Traiano nel 107, fossero distribuite al popolo, come d’uso, rami di mirto e sostanze aromatiche.

    Infine le dette il massimo onore che si potesse concedere, la divinizzò facendole immediatamente costruire un tempio a Roma.

    Sappiamo dell'edificio da una moneta del 120 che lo raffigura e da una condotta d’acqua ritrovata in via del Seminario e che porta impresso il nome del tempio.

    Oggi del tempio non resta quasi nulla, se non un pezzo del muro esterno del tempio che sporge dalla strada per circa un metro. Tenendo conto però che in questa zona l'antica Roma giaceva a 10/12 m sotto il manto stradale odierno, sarebbe interessante scavare sotto l'edificio e la strada.

    Dopo la sua morte ottenne riti e tributi ovunque poiché le sue statue erano sparse in tutto l’Impero. Soprattutto tra Asia Minore e isole greche, dove aveva viaggiato e dove si era mostrata più volte al popolo.

    Salonia Matidia, nel periodo dei cosiddetti Cinque imperatori d’oro (Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio) ebbe un grande ruolo, per giunta era ricchissima e seppe utilizzare i suoi soldi per numerose opere pubbliche che riportarono il suo ritratto e il suo nome. Fu amata pertanto molto anche dal suo popolo.


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  • 05/19/14--05:54: ROMANI E BARBARI


  • IL BARBARO

    La parola "barbaro"è secondo alcuni di origine greca e si riferiva allo straniero che non sapeva parlare perfettamente la lingua ellenica, dando l'impressione di balbettare (dalla voce onomatopeica bar-bar, propria di chi tartaglia).
    I Greci chiamavano dunque "barbari" tutti quei popoli che abitavano fuori dalla loro terra e che essi consideravano culturalmente e socialmente inferiori, soprattutto i popoli delle regioni settentrionali della Penisola Balcanica come Macedoni e Persiani, indiscutibilmente molto più arretrati dei greci, come leggi e come combattimento.

    Il termine "barbaro" sarebbe poi passato alla lingua latina, designando tutti i popoli non romani e considerati ugualmente inferiori, nelle leggi, nei costumi, nell'arte e nel combattimento. Per i Romani i popoli barbari erano soprattutto quelli dell'Europa occidentale e settentrionale, come i Galli, i Germani, ma pure del Nordafrica e nel Vicino Oriente, tutti caduti sotto il dominio romano a partire dal III-II sec. a.c

    Non giudicarono barbara la cultura greca che considerarono nell'arte superiore alla propria, anche se i Greci erano inferiori militarmente e furono sottomessi a Roma. Per Orazio "Graecia capta ferum victorem cepit", cioè "la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore romano".

    Secondo altri autori il termine barbaro sarebbe squisitamente latino e designerebbe gli uomini che non si tagliano la barba, e visto che nessuno dei popoli allora conosciuti si tagliava la barba, ne conseguì che tutti gli altri popoli erano rozzi e inferiori. In effetti questa spiegazione sembrerebbe più semplice e convincente. 

    Farsi la barba ogni mattina, specie con le lame dell'epoca, non doveva essere un compito da nulla, ma i romani lo facevano anche se erano soldati, nei castri e negli accampamenti più semplici. Radersi equivaleva a mantenere autorità, disciplina e senso della romanità.
     


    ROMA MULTIETNICA

    I Romani ebbero fin dall'inizio una classe dirigente multietnica che tese poi ad ampliare il più possibile, ad una popolazione multirazziale la concessione della cittadinanza.

    I conquistatori romani hanno invaso e sottomesso prima le antiche città del Lazio, poi le altre popolazioni italiche, i Galli dell'Italia settentrionale, l'Iberia, la Gallia, il Nord Africa, il Medio Oriente, la Grecia e la Macedonia. A Roma il 75% degli abitanti era di origine straniera, insomma un coacervo di razze in 1 milione di abitanti.
    Roma permise questo perchè non c'era razzismo, ma orgoglio di appartenere alla cultura più evoluta del mondo.

    L'Impero Romano ebbe all'inizio uno strato di privilegiati che erano i cittadini romani con tutti i diritti e poi la massa delle popolazioni delle province conquistate con meno diritti e in posizione subalterna. Questi potevano vivere secondo le proprie leggi, ma erano meno protetti dei cives romani. Il diritto romano li chiama peregrini, non più padroni a casa loro, i padroni sono i romani ma padroni equi e indulgenti che gli mettono le tasse ma li difendono dagli altri invasori, che sono molto più feroci ed esigenti dei romani.

    Il privilegio della cittadinanza non fu distribuito secondo la razza, ma secondo la fedeltà a Roma. Se ci si integrava, se si era davvero alleati coi romani, si diventava romani a tutti gli effetti. Questo conferma che Roma non fu razzista ma seppe far rispettare le conquiste civili ottenute, esigendo che anche i popoli conquistati vi si adattassero e uscissero dalla barbarie.

    LEGIONARI ROMANI MOSTRANO LE TESTE DEI NEMICI VINTI ALL'IMPERATORE TRAIANO.
    (Colonna Traiana)


    LA BARBARIE

    In un graffito di Pompei:Chi ha in animo di amare, farà bene ad andarsene nella terra degli Sciti. Nessuno vorrà essere a tal punto barbaro da nuocersi deliberatamente”

    La frase significa: "Qui le donne non sanno amare per cui se sperate di trovare amore fuggite in terre molto lontane, perchè se restate qui vi farete del male come potrebbero farsi solo dei barbari"

    I Romani avevano le loro idee sui barbari, ritenuti poco dignitosi, molto rozzi e molto avventati. Un barbaro poteva essere dunque così poco consapevole da farsi del male. Un romano al contrario rifletteva su ciò che faceva.

    Dunque per i romani i barbari avevano:

    - una ferinitas, contrapposta alla virtus del popolo romano

    - un "belli furor", contrapposto alla "pietas" dei soldati Romani

    - una "lex romana" contro le sopraffazioni tribali

    - dei "mores" che facevano lavare, tagliare le chiome e la barba di qualsiasi romano, a cominciare dai militari, mentre capelli e barba dei nemici erano sporchi e incolti

    - i sacrifici agli Dei che il romano faceva sugli animali, mentre alcuni barbari scrificavano gli uomini.

    - le torture ai prigionieri che i romani evitavano, anche perchè si fidavano più delle proprie spie che dei prigionieri.

    - L'indifferenza dei barbari verso la salute e la sopravvivenza di mogli e i figli, tranne se questi ultimi, ma solo se maschi, avessero raggiunto l'età per combattere

    - l'alfabetismo dei romani, corrispondente più o meno a quello dei giorni nostri, in cui si facevano studiare pure gli schiavi, contrapposto all'analfabetismo dei barbari.

    - la virtù della continenza, per cui un romano non si lasciava sopraffare da alcun bisogno incontrollato: nel cibo, nel desiderio sessuale, nel lusso, e perfino nella pietas religiosa. Il romano sapeva contenersi, perchè non era nè barbaro nè fanatico.

    - L'arte raffinata dei romani negli edifici, nella pittura e nella statuaria, contrapposta alla quasi totale mancanza di arte nei paesi stranieri.

    - C'è da dire però che i romani non ritenevano barbari nè i greci nè gli egiziani, dal cui stile di vita e soprattutto di arte restarono affascinati.

    E' una delle grandi contraddizioni di fondo della civiltà Romana: da una parte il "metabolizzare" usi e costumi degli altri popoli, dall'altra il disprezzo nei confronti dei barbari. Vero è che molti dei paesi che circondavano l'impero romano avevano abitudini ancora tribali, o con monarchie assolute completamente prive di qualsiasi controllo.

    Roma aveva si i suoi imperatori ma aveva pure un senato che poteva contenere almeno in parte il suo potere. E poi c'era il popolo che aveva diritti che nessun monarca concedeva altrove.

    Ad un certo punto gli imperatori capirono che il problema barbarico non era risolvibile con le sole armi e che sarebbe stato meglio provare a sedurli con lo stile di vita romano. I romani facevano vita comoda, si circondavano di agi, di lussi, di begli edifici e di opere d'arte. Soprattutto si lavavano, avevano teme pubbliche e private, nonchè bagni pubblici e privati.

    Perfino i soldati si lavavano, depilavano e a volte si profumavano. Giulio Cesare diceva delle sue truppe: "Si profumano ma combattono bene". Il depilarsi era una raffinatezza ma soprattutto un'igiene. Senza peli si evitavano cimici, piattole, pulci ecc. Tenevano solo i capelli, ma molto corti.

    I romani avevano case molto belle, con giardini raffinati, decori sulle pareti con stucchi, mosaici, affreschi e bassorilievi. Per un barbaro abituato alle tende era un mondo da sogno, ma lo sarebbe anche ai giorni nostri, perchè a causa dei poveri resti spogliati di tutto difficilmente possiamo avere un'idea della bellezza e dell'arte dell'epoca.
    Piano piano molti popoli ne furono conquistati.




    LA ROMANIZZAZIONE DEI BARBARI

    «Personalmente concordo con quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente, con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d'intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all'assalto
    (Tacito)

    Tutti gli imperatori, chi più chi meno, si preoccuparono della romanizzazione dei popoli conquistati e pure degli stranieri a Roma.

    Per ottenere ciò costruirono in tutti paesi conquistati strade, acquedotti, templi, edifici pubblici ed edifici per il divertimento, dagli anfiteatri, alle terme e ai circhi ecc.

    Era più facile tenere in riga nemici romanizzati perchè il benessere faceva gola a tutti, ma soprattutto passava la cultura con la lingua romana obbligatoria: tutti dovevano imparare il latino.

    L'alfabetizzazione fu d'obbligo.

    Tanta civiltà non fu mai replicata fino ad oggi.

    Per ciò che riguarda gli immigrati la scuola era obbligatoria perfino per gli schiavi. Un buon padrone faceva studiare gli schiavi perchè potessero farli lavori e commissioni fuori casa. Chiunque entrava a Roma doveva integrarsi se sperava di lavorare o fare carriera. Poteva adorare i suoi Dei e usare i suoi costumi ma doveva obbedire alle leggi romane, e se sperava di migliorare la qualità della vita doveva acculturarsi e accettare le leggi e i costumi romani.
    Tanta cultura svanì col cristianesimo, le scuole chiusero e il latino si trasformò in tanti dialetti. Nessuno sapeva più leggere e scrivere.



    I BARBARI NELL'ESERCITO

    Giulio Cesare fu il primo ad arruolare stranieri nell'esercito, di solito messi in prima linea perchè un soldato romano valeva di più, non solo perchè romano ma anche perchè combatteva meglio. Soprattutto però arruolò arcieri e frombolieri, gente che non portava armatura e si spostava a cavallo o a piedi con molta agilità. In genere colpivano i nemici da lontano per lasciare poi il posto ai fanti.

    Generalmente questi barbari poco romanizzati, per la loro scarsa affidabilità (o almeno così la pensavano i comandanti Romani), venivano adibiti a compiti secondari o marginali nelle retrovie. In particolare si cercava di non impegnarli contro altri barbari della loro stessa tribù. Giulio Cesare al contrario li usò anche i Galli contro i Galli, e pure con molto successo. 

    Ma Cesare sapeva come conquistare gli uomini, e soprattutto sapeva distinguerli e capire chi era così intelligente e coraggioso da poter sostenere un comando da un altro magari ambizioso ma inetto. Molti di loro, proprio sotto Giulio Cesare, fecero carriera nell'esercito arrivando anche a ricoprire cariche importanti: alcuni divennero condottieri oppure magister militum. 

    Gordiano III ( 238-44) invece fu il primo di una lunga serie di imperatori ad arruolare barbari nelle legioni in qualità di "foederati". Si chiedeva loro di sottoscrivere un foedus, ovvero un "trattato", una specie di giuramento che li legava a Roma, sia a titolo individuale sia a nome di intere tribù. E, nota bene, questo era detto "foedus iniqua" (patto ineguale, in quanto più che un trattato era considerato un atto di sottomissione) e il diritto romano pubblico distingue bene il "foedus aequa" dal "foedus iniqua". 

    Il termine foedus è la base di diversi termini come confederazione, federato, e feudo, dove tutti erano pari tra loro rispetto però a un capo o più capi aldisopra di loro. Ma il foedus iniqua significa letteralmente "federazione ineguale"o tra ineguali.



    L'IMBARBARIMENTO ROMANO

    Già Costantino, imperatore dal 312 al 324 d.c.., fece ricorso all'arruolamento dei barbari. Cosi l'organismo più importante dello stato si barbarizzò: gli ufficiali e i generali germanici aumentarono e diminuì il peso delle truppe di origine romana. Ormai l'autonomia stessa dell'impero si andava poggiando su forze ad esso estranee.

    Mentre la civiltà romana era un vanto per l'impero, con l'avvento del cristianesimo essa divenne un disvalore.
    Stranamente furono i pagani romani a graziare i prigionieri, ad allevare a corte i figli dei nemici vinti, e ad usare clemenza anche coi re contro cui avevano combattuto. Col cristianesimo che avrebbe dovuto mostrare più clemenza crebbe invece la ferinità.

    Flavio Eugenio Stilicone, generale romano di origine vandala sotto Onorio, per la clemenza dimostrata verso i visigoti sconfitti a Pollenzo (permise loro di aver salva la vita in cambio della sottomissione a Roma) fu giudicato un traditore e decapitato x ordine dello stesso imperatore Onorio. 

    LA CADUTA DELL'IMPERO

    A Tessalonica (odierna Salonicco, in Macedonia), sotto il regno di Teodosio si verificò l'opposto ma con identica ferocia: la plebe trucidò un generale goto "federato" x futili motivi e Teodosio, per scongiurare un'ennesima ribellione dei Goti, ordinò una punizione esemplare: soldati Romani irruppero nel circo in cui era stata riunita la plebe di Tessalonica, dando il via a un'orrenda carneficina, che provocò migliaia di morti: era la prima volta che dei cittadini Romani cattolici venivano puniti x aver ucciso dei barbari semi-pagani. Ma il motivo non stava infatti nell'essere o meno cristiani, ma nella perdita di civiltà romana.

    Fu proprio sotto Teodosio che si iniziò inoltre a ricorrere in massa all'arruolamento di intere bande di mercenari barbari nelle fila delle armate imperiali. Fu una decisione dettata in parte dal bisogno di colmare i ranghi delle legioni dopo le disastrose perdite subite dall'esercito campale ad Adrianopoli, e in parte da motivazioni economiche (arruolando le tribù dei Goti si ottenevano soldati già esperti senza bisogno di doverli addestrare, evitando così alle province tutto il peso del reclutamento). 

    In più di un'occasione questi "barbari", odiati dal Senato e malvisti dai loro stessi "camerati" romani, si mostrarono fedeli alla causa fino all'ultimo (ad esempio nella battaglia del Frigido 20 000 di essi combatterono sotto le insegne di Teodosio contro l'usurpatore Eugenio, a differenza di parecchie legioni "romane" che si ammutinarono o passarono al nemico).

    Il fatto era che i romani si erano imbarbariti con la nuova religione che aveva tolto loro ogni punto di riferimento. Una volta si combatteva per la patria e morire per essa era da eroi. Col cristianesimo più che combattere occorreva raccomandarsi a Dio, artefice di ogni evento negativo, dalle guerre, alle epidemie, alla grandine e alle mareggiate. Insomma era diventato più importante pregare ed espiare che combattere.

    Così l'impero romano s'imbarbarì:

    - non ebbe più i suoi eccellenti generali
    - i suoi fantastici architetti e ingegneri
    - i suoi valorosi soldati
    - la sua tolleranza religiosa
    - il rispetto delle donne e dei bambini
    - la clemenza sui vinti
    - la sua libertà sessuale
    - i suoi grandi artisti nella pittura e nella scultura
    - i suoi grandi studiosi
    - i suoi grandi pensatori
    - i suoi grandi esploratori 
    - le sue scuole a tutti i livelli
    - il diritto civile più avanzato del mondo..

    E PRECIPITO' NELLA BARBARIE DEL MEDIOEVO.


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  • 05/22/14--04:45: MONS CITORIUM


  • Il Mons Citorium, seppure di origine antica romana, con insediamenti addirittura preromani, non costituisce uno dei fatidici 7 colli, trattandosi di un colle piuttosto ristretto e basso, e forse anche artificiale.


    LANCIANI

    - "Molto disputarono gli eruditi sull'origine di questo monte, imperocchè non se ne trova menzione presso gli antichi. 
    La più fondata opinione sembra quella che lo formassero le ruine dell'anfiteatro di Statilio Tauro, perchè i Regionarj citano Amphiteatrum Tauri Statili, e perchè 100 palmi sotterrra nel fabricarvisi la Curia Innocenziana furon trovati sedili circolari di pietra, ed altri ne vennero in luce nell'anno 1705 allorchè si gettarono i fondamenti della chiesa e delle case de' signori della Missione: poi perchè il giro emisferico dell'ampio fabricato della Curia par che indichi le sue fondamenta sopra un segmento di anfiteatro. 

    Ciò però non esclude che vi si ammucchiassero sopra di mano in mano gli scarichi, che provenivano da' fondamenti delle fabriche vicine, imperocchè testimonj degni di fede assicurano, che fino ad una certa profondità si trovarono strati diversi come di una cipolla."

    Resta che diciamo qualche cosa del nome Citorio che appartiene al monte. Alcuni lo derivano da Taurus cognome di Statilio, di cui era l'anfiteatro del quale parlammo; altri lo ripetono dal citare, ossia chiamare le tribù a dare il suffragio mentre s'intrattenevano ne' vicini Septi, cioè steccati di legno, che a simiglianza di quelli che racchiudon le greggie si dicevano ancora Ovilia. 

    Benchè parecchj antiquarj di molto merito oppongano una diversa ubicazione de' septi, tuttavia preferiamo questa a qualunque etimologica ragione, non parendoci validi gli argomenti ch'escludon da queste parti un lato di que' portici di un miglio di giro, co' quali furono rinchiusi gli antichi septi, come Cicerone dice in una lettera ad Attico; perchè i septi suddetti potevan ben giungere sin qui, e con quella vastità loro congiungersi con la villa publica come vogliono le testimonianze degli scrittori: la qual villa publica fu da noi posta tra la chiesa del Gesù, e le falde del Campidoglio. -



    IL NOME

    C'è infatti chi ritiene che in epoca romana vi si svolgessero le assemblee elettorali (da cui "mons citatorius") e chi pensa che il nome deriverebbe dal fatto che vi venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo Marzio ("mons acceptorius").

    Secondo il Delli la più probabile è quella che il modesto rilievo, caratteristico del luogo, formato probabilmente da materiale di riporto, derivi il suo nome da Mons Septorius per la sua vicinanza ai septa, luogo di riunione dei romani per le votazioni dei comizi centuriati.

    Sempre il Delli, riporta per lo stesso monte nel corso dei secoli, le varianti di Mons Acceptabilis e Mons Acceptorius, tutti derivanti da citare, accettare.

    Citorium potrebe però venire pure da "citerior" che significa: il più vicino, oppure il monte dove si cita, si parla, visto che Tiberio vi aveva tenuto una famosa arringa.

    Ci sembra più probabile che il nome venga dal latino citare, chiamare, visto che era il luogo dove si riunivano i cives romani, divisi in centurie, per essere chiamati ad entrare nei recinti per le votazioni.

    Non è da escludere però che la collina del Citorio sia almeno in parte di riporto.
    Non dimentichiamo sotto al Citorio vennero ritrovati i resti di palafitte, il che sta a significare non solo l'antichità dell'insediamento locale ma anche, secondo alcuni, che il luogo era paludoso, per cui si dovette ricoprire le acque stagnanti onde eliminare il diffondersi della malaria.

    Anche qui ci sarebbe da obiettare che le palafitte non si usavano solo per le zone acquitrinose ma pure per difendersi dalle belve e da nemici, come dimostrano le palafitte sul palatino che di certo non aveva acque e tanto meno stagnanti.



    I SEPTA

    Giulio Cesare voleva costruire i Saepta come recinto elettorale al Campo Marzio, in marmo e con un portico lungo un miglio. Fu comunque Marco Vipsanio Agrippa a completare i Saepta nel 26 a.c., dandogli il nome di Iulia in onore della gens Iulia di Cesare e di Augusto.

    I Saepta Iulia dividevano il complesso composto dal Pantheon, dalla basilica di Nettuno e dalle terme di Agrippa, dal tempio di Iside al Campo Marzio. Lungo il portico meridionale confinavano con il Diribitorium.

    La destinazione principale dell'edificio era quella di recinto per le votazioni, ma mano a mano che il ricorso al voto popolare perse di importanza, i Saepta iniziarono ad essere sempre più usati per altri scopi, finché, quando Tiberio sostituì il voto del popolo con quello del Senato, l'edificio smise di svolgere funzioni politiche e divenne uno spazio culturale.



    ANTICHITA' DI MONTE CITORIO

    di C. Hulsen

    - Il monte Citorio, dove sorge la grandiosa fabbrica della Curia Innocenziana, ora palazzo del Parlamento, ha attirato l'attenzione dei topografi fin dal secolo XV e XVI. Molti lo credevano una collina naturale, altri rigettando giustamente questa opinione hanno sfoggiato molta dottrina per spiegarne la formazione.

    Generalmente a causa della denominazione mons Citatorilli o Acceptorius da­ tagli nel medio evo fu creduto stare in relazione con i comizi o i septi. L'unico avanzo allora visibile, il tronco di una enorme co­lonna di granito rosso sporgente fuori del suolo quasi sei metri, per conseguenza fu spiegato come la columna citatoria che avesse servito per affiggervi citazioni giudiziarie e bandi di magistrati.

    Altri assurdamente lo ritenevano per un argine fatto per repri­mere le inondazioni del Tevere: infine nella bocca del volgo nel XVI correva la favola, essere stata terra con cui Agrippa empì la Rotonda per fabbricarvi sopra la cupola (Nardini R. A. I li p. 83 ed. Nibby).

    Tutte queste opinioni erano prive del fondamento necessario, cioè di ricerche nel suolo dell'antica città. Tali ricerche non furono fatte nemmeno nella prima metà del secolo XVII, quando il Ber­nini cominciò ad erigervi un suntuoso palazzo per la famiglia Ludo­visi, e furono cominciate soltanto circa il 1700 sotto Innocenzo XII e Clemente XI, quando si terminò il palazzo Ludovisi per opera di Carlo Fontana. 

    Nel 1703 e 1704 fu sterrata la suddetta colonna di granito e ne fu scoperto il basamento. I commenti però fatti dagli scienziati contemporanei mirano piuttosto a problemi anti­quari e cronologici, mentre per le questioni topografiche le notizie finora conosciute erano assai scarse. 

    Ciò diventa chiaro già dai molti dubbi, con cui parlano anche i topografi, moderni dell'an­tico stato della zona fra Piazza Colonna e l'obelisco solare di Augusto; dubbi, i quali almeno in parte saranno schiariti dalle notizie pubblicate nelle pagine seguenti.

    BASE DELLA COLONNA DI ANTONINO PIO


    LA COLONNA DEL DIVO PIO

    Quando si constatò per gli scavi del 1703, che sotto la co­lonna chiamata citatoria esisteva in uno stato abbastanza ben conservato il basamento con la sua iscrizione e rilievi figurati, questa scoperta inattesa diede origine ad una lunga serie di pub­blicazioni. 

    Gli antiquari del secolo XVII avevano, da certi tipi monetari, la conoscenza di una colonna dedicata al Divo Pio, ma essi la ritennero erroneamente per identica a quella tuttora esi­stente in piedi: e siccome i rilievi di quest'ultima raffigurano i fatti della guerra Marcomannica, così avevano formato la strana
    teoria, che la colonna di Piazza Colonna fosse cominciata in onore del Divo Pio, ma terminata soltanto da Marco Aurelio o da Com­modo. 

    Allora essi si videro costretti ad abbandonare le loro teo­rie e con molta erudizione vollero constatare l'identità del mo­numento recentemente scoperto con quello conosciuto dalle mo­nete, e spiegar minutamente i rilievi rappresentanti l'apoteosi di Faustina, e le decursiones fumbres. 

    Intorno allo scoprimento ed al trasporto della colonna si co­nosceva già una relazione abbastanza estesa, quella pubblicata dal Cancellieri (Effemeridi lett. di Roma II, 1821 p. 214­236): egli la trasse dalle Miscellanea del cardinal Garampi, e ne ritenne per autore l'abate Francesco Valesio. diligentissimo ricercatore degli avvenimenti romani del suo tempo. 

    Confrontando però questa relazione pubblicata con i diarii autografi del Valesio conservati
    nell'archivio Capitolino, m'avvisai presto che essa non possa es­sere desunta da quegli ultimi.

    Che nei casi di discrepanza la Ga­rampiana si debba considerare come meno autentica, già si rico­nosce da uno sbaglio cronologico grossolano, e che rende con­fuso tutto il racconto: sono attribuiti al luglio e settembre del­l'anno 1704 cose accadute nel 1705, vale a dire, l'autore racconta l'operazione come felicemente riuscita e torna poi a descrivere minutamente i vari tentativi fatti dopo la prima operazione non riuscita. 

    Vi sono altre ragioni che m'inducono a ritenere per autore della relazione Garampiana non il Valesio, ma uno dei concorrenti con gli architetti Fontana, essendo che questi ultimi vengono giudicati in un modo assai sfavorevole, mentre tali tendenze ostili sono affatto estranee alle notizie originali del Valesio. 

    Ed è da notare, che quei passi, ove l'autore della relazione stampata parla di se stesso, non trovano riscontro nel Diario Capitolino. Si potrebbe per mezzo delle notizie di questo diario tessere l'intera
    storia di quell'avvenimento, che destò grandissimo interesse in tutta la popolazione di Roma e fuori : siccome però tale racconto oltre­ passa i limiti del nostro Bullettino, così pubblico soltanto per darne un saggio, le prime notizie, aggiungendovi poi quelle che ci danno qualche particolare archeologico intorno al monumento.

    La prima notizia si trova nel diario sotto la data del 25 set­tembre 1703:

    "Nel giardino de PP. di Monte Citorio si vedeva sopra terra eretta l'estremità d'una gran colonna di granito orientale reputata da molti autori falsamente la supposta colonna citatoria, nel passato pontificato d'Innocenzo XII, allhora che fabricò ivi appresso la Curia, si divulgo che sarebbe stata cavata e portata sulla piazza della meda° Curia, il che non segui, hora S. B. la fa scoprire tutta, ed è stata ritrovata alta palmi 67 et la base guasta posta al­l'istesso piano di Piazza Colonna e disopra v'è intagliato in lettere greche Traiano Augusto, la base l'hanno scoperta­ nella casa che è quasi a mezzo il vicolo che è alle radici del Monte Citorio che viene da una banda for­mato dal muro del monastero delle monache di Campo Marzo

    Segue: Martedì 4 dicembre 1703.

    "Si è cessato di cavare la colonna dedicata ad Antonino in Monte Ci­torio, essendo stato scoperto di già tutto il basamento, e si aspetta l'ordine di S. B. per porre mano a cavarla fuori."

    Dopo aver riferito (1704, maggio 5, giugno 23) di diversi preparativi relativi al trasporto della colonna, il Valesio aggiunge (mercoledì 13 agosto):

    "È stato hoggi misurato il sito ch'è dietro la fontana di Trevi, medi­tando S. B. di formare a quella acqua una sontuosa facciata e porvi la gran colonna Antonina di Monte Citorio e formare avanti la detta fontana una spaziosa piazza con tirare quella addietro a filo della chiesa della Madonna de' Crociferi". 

    La stessa notizia si ripete sotto il giorno 28 agosto : il giorno 30 seti (martedì) il cronista riferisce:

    "Essendosi compito il castello per togliere la famosa colonna Antonina di Monte Citorio, in breve si farà l'operazione di calarla, e di già sono stati fatti cancelli dirimpetto all'offizii de notari del vicario allo spazzo delle case demolito, d'onde deve uscire la colonna per rimuovere il concorso del popolo in tempo della operazione.

    La prima operazione, fatta i giorni 15 e 18 ottobre 1704, non riuscì, essendo il castello troppo debole per sostenere un peso tanto enorme (Cancellieri p. 216). Il Valesio aggiunge in questa occasione una descrizione della colonna e del basamento, che non sarà inutile di riprodurre, essendo fatto prima che molteplici ri­stauri fossero aggiunti alle scolture.

    Per qualche ragguaglio di questa tanto mentovata colonna, è ella composta di granito rosso orientale di un sol pezzo d'altezza palmi 66 e mezzo, e di grossezza p. 26 e 3 quarti con diametro di palmi 8 e mezzo. 

    Un frammento del capitello ritrovato sotto terra pare indichi essere stata d'ordine Toscano. L'iscrizione che vi si legge nella cima con lettere greche TQMUVO; di­mostrano che portata costà nè impiegata dal medesimo imperatore fosse driz­zata da M. Aurelio e L. Vero ad Antonino Pio dopo la consecrazione deno­tando ciò l'iscrizione Divo Antonino Aug. Pio Antoninus Augustus et Verus Augustus filii. 

    È verisimile sia stata eretta prima dell'altra nella quale sono scolpiti i fatti di M. Aurelio, si perchè vi voleva del tempo per le istorie, come perchè quella è dedicata dal solo M. Aurelio e questa da ambidue.

    È verisimile questa essere quella scolpita nella medaglia d'Antonino con la iscrizione Divo Pio essendo liscia. La cimasa del piedistallo è ornata di bel­lissimi fogliami. 

    Nel lato principale verso il mausoleo d'Augusto v'è l'iscri­zione, nell'opposto v'è l'apoteosi con figure assai consumate e di buona ma­niera. Vedesi nel mezzo un giovane alato con ali distese in atto di volare,
    tiene con la destra un panno svolazzante, che gli serve di mantello, porge con la sinistra un globo stellato con una mezza luna e la fascia traversale del zodiaco sopra cui sono scolpiti gli segni de'pesci e dell'ariete. 

    Ergesi un serpe con tortuosi giri intorno ad detto globo, porta il giovane sulle spalle Antonino e Faustina, quello con lo scettro in mano nella di cui sommità è un'aquila, questa col velo in testa in segno della consecrazione. 

    Veggonsi in alto due aquile, una per parte con ali distese, siede di sotto a mano dritta Roma galeata, e stende una mano verso il giovane alato accennando col dito appoggiato con il sinistro braccio ad uno­ scudo ove è effigiata la lupa con Romolo e Remo, dall'altra parte un giovane seminudo giacente che abbraccia con la sinistra un'obelisco e porge la destra ha manca, al di fuori sotto il giovane alato scorgonsi diverse armi, elmi e faretre, dalle due bande che sono simili rappresentasi qualche spedizione o decursione del medesimo im­peratore, sono le figure assai maltrattate da tempo e da barbari".

    Trascorse un anno intero prima che si tornasse a ripetere l'opera­zione. Avendo i più celebri meccanici dato il loro parere et essendo secondo tali consigli rinforzate le macchine fu effettuato il tra­sferimento nei giorni 24 e 25 settembre 1705. 

    Nei giorni seguenti sino alla fine dell'ottobre fu calata la colonna in piazza di Monte Citorio, ed estratto il basamento insigne per le sue sculture.

    Sopra alcuni travamenti fatti in questa occasione, il Valesio rife­risce come segue:

    LA MERIDIANA DI AUGUSTO SOTTO MONS CITORIUM

    "Sabato 17 ottobre.
    Fu questa mattina con l'intervento di molti perso­naggi fatta dal cav. Frane. Fontana l'operazione di tirare al piano della strada il piedestallo della Colonna Antonina alla forma che si legge descritta nel­
    l'annessa relazione, restando delusi coloro che credevano dovervisi ritrovare sotto qualche numero di medaglie, se pure non sono tra il medesimo et il primo piano della platea di trevertino che attaccato adesso con perni im­piombati è venuto fuori unito al medesimo.

    Venerdì 30 ottobre. 
    Cavandosi gli travertini elio erano sottoposti alla co­lonna Antonina, fra il primo piano di essi et il secondo vi si è ritrovata, forse acciò havesse il piano perfetto, calce bianca freschissima, si come tra il 2° et il masso durissimo del fondamento composto di scaglie di pietra e calce vi si è ritrovata quantità di pozzolana fina. Gli travertini vengono cavati e por­tati su la piazza di Monte Citorio".

    Le vicende ulteriori della colonna, la quale dopo essere stata riposta per molto tempo in un angolo della strada presso la Curia Innocenziana fu da un incendio nel 1764 danneggiata in modo che i pezzi servirono per risarcire l'obelisco di Monte Citorio, sono raccontate da altri e non vorrei ripeterle. Più importante per la topografia antica è il definire esattamente il sito del monumento di Pio. 

    Nè il Bianchini, nè il Vignoli hanno aggiunta alle loro dissertazioni una pianta icnografica dei siti allora scoperti. L'unico autore del secolo passato che ne abbia data una è il Piranesi.
    Egli indica la 'situazione antica della colonna dell'Apoteosi di Antonino e Faustina', come pure la 'casa del sig. Carlo Eustachio, a tempi di papa Clemente XI prima che fosse demolita per comodo di estrar questa colonna' (è quella casa che forma l'angolo della piazza di Monte Citorio con la via degli Uffizi, e sta all'incontro del palazzo della Missione). 

    Nonostante l'apparente precisione quest'indica­zione O del Piranesi è affatto sbagliata: ciò che non è superfluo di annotare espressamente, perchè autori moderni (p. es. il Keber, Ruinen Roms p. 266) sono indotti in dubbio dall'autorità del Piranesi, il quale d'altronde non si mostra testimonio esatto intorno a ritro­vamenti fatti a Monte Citorio. Rimarrebbe come testimonio unico la grande veduta dell'innalzamento incisa in rame dal Westerhout (Piranesi Campo Marzio tav. XXXIII) e pare che di questa si sia servito il Canina per stabilire il posto del monumento. 

    Ma siamo in grado di definirne il sito con molta più precisione mediante un documento inedito.
    Il codice Chigiano P, VI, 10 a foglio 16 contiene un progetto per la casa dei padri della Missione fatto sotto Alessandro VII, come unico documento dello stato ante­riore di questo sito, totalmente trasformato per le fabbriche del secolo XVIII. 

    Il  vicolo incontro a S. Biagio corrisponde all'at­tuale via della Missione; il 'vicolo comune col cancello', che ora è chiuso da una casupola, ancora si scorge sulla pianta del Nolli, ove pure sono segnate le proprietà Marescotti e Palombara.

    Met­tendo per conseguenza la colonna distante palmi 175 = m. 39 dalla via della Missione, e palmi 62 = m. 14 dal detto vicolo, essa si trova più di 40 metri distante dal posto assegnatogli dal Canina, e nel bel mezzo dello stadio da lui ideato delle Equirrie, che ne si trova menzionato negli autori antichi, nè può avere mai esistito.

    MONTECITORIO NEL XVIII SECOLO


    EDIFICIO ANTICO SCOPERTO NEL 1703 SOTTO CASA DELLA MISSIONE

    Mentre la scoperta della colonna Antonina, come abbiamo veduto, ha dato luogo a molte pubblicazioni, un altro ritrovamento fatto negli stessi dintorni e nella medesima epoca è stato osser­vato da pochi contemporanei, e le notizie da loro prese rimasero sconosciute a tutti i topografi della Eoma antica.

    Il Valesio in data di mercoledì 29 agosto 1703 riferisce come segue :
    "Gli PP. della Missione nel cavare gli fondamenti della nuova habita­tione che aggiungono in Monte Citorio tirandosi in dentro e slargando la strada che cala dal detto monte verso il Campo Marzo, oltre quantità di gran­dissimi travertini vi hanno ritrovati intieri gli stipiti e traversa di una gran porta di marmo gentile e disquisito lavoro, indizio certo che ivi fosse qual­che fabbrica cospicua".

    Una seconda notizia si trova il martedì 22 gennaio 1704:
    "Cavando gli PP. della Missione in Monte Citorio dirimpetto agli Offizii de notari del Vicario gli fondamenti della nuova fabbrica per cui slargano la strada, hanno trovata in essi una lunga platea di gran trauertini che per obliquo passa sotto la strada verso gli offizij de Notari, e mostra di essere stata fabbrica grande e magnifica, che faceva facciata avanti la gran colonna che medita d'inalzare S. B., e forse sono vestigij della Basilica di Antonino e gli detti Padri hanno incominciato di già a cavare detti travertini".

    Non può esservi dubbio che l'opera della distruzione fosse com­piuta con la prontezza ed energia purtroppo usuale, di modo che presto si spense ogni memoria di tale ritrovamento. Nè basterebbero
    le scarse notizie del Valesio per darci un'idea della « fabbrica cospi­cua ». Ma a tale difetto per ventura rimedia un documento da me scoperto nella biblioteca capitolare di Verona.

    Fra i meccanici invitati a dare il loro consiglio per l'estra­zione della colonna Antonina, v'era pure il celebre Francesco Bian­chini. Egli profittò di quest'occasione per prendere notizie esatte delle antichità ivi ritrovate, e concepì il disegno d'illustrare in un'opera particolare le antichità del Monte Citorio. Di quest'o­pera, che per ragioni a me sconosciute non è stata mai condotta a termine, il codice Veronese 350 contiene parecchi abbozzi.

    I difetti derivanti dallo stato non compito dell'opera sono manifesti: vi si trovano ripetizioni, qualche volta anche contrad­dizioni sui particolari, lo stile è prolisso e manca d'eleganza. Ed appunto perciò è indispensabile che qui si dia uno spoglio com­pleto delle notizie topografiche ed antiquarie.
    La prima parte di tali notizie si trova negli abbozzi del ca­pitolo II del libro primo. Ivi l'autore dopo aver ragionato sopra le indigitamenta heroum da lui supposte, prosegue così:

    "La relazione del Bianchini in primo luogo ci conduce ad un risultato importante sebbene negativo. Vuol dire che ci libera defi­nitivamente da certe fantasie che dal secolo passato in poi sono state sostenute dai topografi. 

    Il Piranesi secondo l'asserzione di un soprastante alla fabbrica della Missione che « sotto la fab­brica della Curia Innocenziana, alla profondità di cento palmi, come pure nelle fondamenta della casa dei PP. Missionari alla profondità di 80 palmi sotto il livello attuale, fossero scoperti avanzi di alcuni sedili circolari », vi collocò l'anfiteatro di Statilio Tauro (Ant. Eom. I, 10). 

    A questa supposizione, il Canina ne sostituì un' altra, anch' essa poco felice. Egli cioè vi credette
    situato uno stadio destinato al giuoco delle Equirria, edifìzio non mai esistito. Credo che le memorie da noi raccolte, oltre a distrug­gere definitivamente queste congetture, ci spieghino pure l'origine della vaga supposizione intorno ai 'sedili di marmo': chiunque osservi la forma delle pietre del 'secondo e terzo recinto'si accorgerà della somiglianza tra esse ed i sedili dei veri teatri Romani.

    Dunque invece di un edifizio destinato a spettacoli e giuochi abbiamo una fila di monumenti onorari per la casa imperiale degli Antonini. Con ragione il Bianchini attribuì un' importanza speciale all'identità della orientazione e della livellazione, che fu constatata fra la colonna di Antonino Pio, quella di Marco Aurelio, ed il monu­mento dei tre recinti".



    IL PORTICO 

    Nè contraddicono le scarse notizie intorno a ritrovamenti fattivi in tempi posteriori. Primeggia fra essi la sco­perta della casa di Adrasto, custode della colonna centenaria di M. Aurelio avvenuta nel 1777: pure in quell'anno furono ritro­vati, sulla piazza stessa di Monte Citorio, gli avanzi di un por­tico.
    A quale edifizio appartenesse questo portico, non si può sapere con precisione: certo è, che la zona da esso occupata non poteva estendersi di molto verso sud, perchè in una distanza di appena 50 metri si trova il muro di cinta del Porticus Argonautarum sotto il palazzo Cini. 

    PARTICOLARE DELA MERIDIANA DI AUGUSTO
    Il sig. Middleton recentemente {Ancient Rome p. 385) dice di aver scoperto gli avanzi di grandi
    massi ed arcate di travertini sotto vari palazzi moderni a Monte Citorio, i quali avanzi egli è disposto ad attribuire al tempio del Divo Marco. 

    Ed è vero che sono molto deboli le ragioni addotte dal Canina per provar che questo tempio fosse situato sotto il pa­lazzo Chigi; specialmente l'esistenza della casa di Adrasto al lato ovest di piazza Colonna non esclude affatto l'esistenza del tempio nel lato medesimo. 

    La casetta del custode della colonna centenaria difficilmente poteva star isolata in mezzo di una grande piazza, invece è molto probabile che fosse adossata a qualche altra fab­brica più cospicua.



    L'USTRINO

    Più difficile si è il dire, quale destinazione avesse in quel complesso di edifizì dedicati al culto della casa imperiale degli Antonini, il monumento dei tre recinti. Merita attenzione la ipo­tesi del Bianchini, che cioè in esso si abbia l'ustrino di quei prin­cipi. Che la cremazione solenne in quell'epoca si eseguisse nel
    Campo Marzo, e proprio nella sua parte più larga, viene espres­samente affermato dalle parole di Erodiano. 

    Quindi, data l'esi­stenza di un edifìzio destinato a tal uopo, non potremo cercarlo nè a nord del Mausoleo di Augusto, perchè ivi le elevazioni del ter­reno si avvicinano al fiume, nè al sud di piazza Colonna, essendo questa zona occupata da terme ed altri edifizì pubblici. 

    Nè può es­sere casuale che su quel lato della base della colonna di Pio vicino ai tre recinti fosse effigiata l'apoteosi dell'imperatore e dell'impe­ratrice. Finalmente il rilievo dell'arco chiamato di Portogallo rappresentante l'apoteosi di Faustina, accresce la probabilità, che il luogo della consecrazione ­ se anche non si può credere strettamente attiguo al lato ovest dell'arco, essendovi il grandioso monumento
    dell'Ara Pacis ­ non fosse molto lontano. 

    Si potrebbe contrap­porre all'opinione del Bianchini, che le parole seguenti di Erodiano 'non vi è altra materia che il legno', non si adattano al nostro edifìzio di costruzione solida. Però, lo storico parla della costru­zione del rogo da farsi apposta per ogni consacrazione: il luogo stesso dell'ustrino senza dubbio aveva un recinto monumentale.

    Già viene attestato espressamente che l'ustrino di Augusto fosse cinto di un muro di marmo con cancelli di ferro (Strabo 6 ,3, 9 p. 236): tanto meno può recare maraviglia che una tale cinta nell' epoca degli Antonini assumesse una forma architet­tonica più suntuosa. 

    E sebbene io non vorrei attribuire troppo peso alla somiglianza fra l'architettura dei recinti coll'ara effigiata sul rilievo dell'apoteosi di Faustina, non sarebbe giusto il disprez­zare la testimonianza del Bianchini, osservatore esperto e coscien­zioso dell'antica architettura romana. 

    Sarebbe però da desiderare che ricerche locali venissero a confermare o a correggere le sue
    asserzioni, e così schiarirci definitivamente sopra uno dei più sin­golari monumenti dell'antico Campo Marzo. -



    IL RITROVAMENTO

    Davanti al palazzo si erge l'obelisco di Psammetico II (594-589 a.c.), che vi è raffigurato con l'aspetto di una sfinge sdraiata. Accanto degli scarabei alati che reggono il disco solare. 

    L'obelisco è alto 21,79 metri, in granito, poveniente da Eliopoli, eretto per commemorare le vittorie del faraone sugli Etiopi. 

    Venne trasportato a Roma da Augusto ed innalzato nel 10 a.v. nel Campo Marzio, nella zona tra l'attuale piazza di Montecitorio e piazza di S. Lorenzo in Lucina, per servire da braccio indicatore di un enorme orologio solare. 
    Aveva, infatti, l'enorme dimensione di 180 metri di lunghezza e 30 di larghezza e consisteva in una vasta platea lastricata in marmo sulla quale linee e lettere di bronzo dorato indicavano la durata delle notti e dei giorni. 

    Crollò verso il IX secolo in seguito ad un incendio e giacque sepolto per molti secoli, dimenticato da tutti, anche perché come orologio solare aveva funzionato solo per 30 anni, come ci racconta Plinio, che attribuiva la causa del guasto o allo spostamento del terreno in seguito ad un terremoto o al mutato corso del sole oppure allo spostamento della terra dal suo asse. 

    L'obelisco fu scoperto nel 1748, sotto le fondamenta della Casa degli Agostiniani di S.Maria del Popolo, dove un'iscrizione, su una grande targa marmorea posta sopra il portone di accesso, ne ricorda ancora l'avvenimento:

    "BENEDICTUS XIV PONT MAX OBELISCUM HIEROGLYPHICIS NOTIS ELEGANTER INSCULPTUM ÆGYPTO IN POTESTATEM POPULI ROMANI REDACTA AB IMP CÆSARE AUGUSTO ROMAM ADVECTUM ET STRATO LAPIDE REGULISQUE EX ÆRE INCLUSIS AD DEPREHENDENDAS SOLIS UMBRAS DIERUMQUE AC NOCTIUM MAGNITUDINEM IN CAMPO MARTIO ERECTUM ET SOLI DICATUM TEMPORIS ET BARBAROR(UM) INJURIA CONFRACTU(M) JACENTEMQ(UE) TERRA AC ÆDIFICIIS OBRUTUM MAGNA IMPENSA ATQUE ARTIFICIO ERUIT PUBLICOQ(UE) REI LITERARIÆ BONO PROPRINQUU(M) IN LOCU(M) TRANSTULIT ET NE ANTIQUÆ SEDIS OBELISCI MEMORIA VETUSTATE EXOLESCERET MONUMENTUM PONI JUSSIT ANNO REP SAL MDCCXLVIII PONTIF IX".
    Ovvero:
    "Benedetto XIV Pontefice Maximo, l'obelisco elegantemente inciso con geroglifici, portato a Roma dall'imperatore Cesare Augusto, dopo che l'Egitto fu ridotto in potere del Popolo Romano, eretto nel Campo Marzio e dedicato al Sole su un pavimento marmoreo con indicazioni in rame per segnare le ombre del Sole e la durata dei giorni e delle notti, spezzato e giacente per le ingiurie del tempo e dei barbari, ricoperto di terra e dagli edifici, dissotterrò con grande spesa e maestria e per il bene pubblico della cultura lo trasferì in un luogo vicino ed affinché con il tempo non si perdesse la memoria dell'antica sede dell'obelisco, ordinò di porre questa lapide, nell'anno di recuperata salvezza 1748, nono del suo pontificato". Dopo il 1870 la casa fu espropriata dallo Stato Italiano e venduta.



    LO GNOMONE

    L'obelisco fu eretto nella piazza di Montecitorio da papa Pio VI tra il 1789 ed il 1792, per opera dell'architetto Giovanni Antinori che lo restaurò con il granito rosso prelevato dai frammenti della colonna Antonina. Si volle anche ripristinare la sua originale funzione di gnomone e sul selciato vennero predisposte una serie di selci-guida: sul culmine dell'obelisco fu posto un globo di bronzo (copia dell'originale) con una fessura attraverso la quale, a mezzogiorno, i passanti raggi solari avrebbero indicato le ore sul selciato. Purtroppo non si riuscì a renderlo funzionante (come, d'altronde, quello antico) e rimase solo un bel monumento.


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