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  • 07/16/19--05:17: LUCUS ANGITIAE
  • DEA ANGITIA

    IL LUCUS SACRO

    Almeno in area mediterranea ed europea, ma non solo, il primo luogo sacro fu il bosco, in latino lucus, plurale luci. Il bosco è misterioso, pieno di vita, ma anche di pericoli, lì la natura, che un tempo riempiva quasi tutta l'area di boschi, si esprimeva col suo lato accogliente per le bacche, le erbe e la legna per il fuoco e le capanne, ma anche col suo lato oscuro per le belve, il perdere la strada, i temporali e quella penombra dove il sole penetra con difficoltà.

    Il lucus era come gli Dei della natura, benevolo ma a volte ostile o indifferente, dunque si doveva rendergli omaggio per ingraziarseli. Così gli si offrivano cibo, erbe odorose, preghiere, canti e danze. Le sacerdotesse furono le prime a contattare il mondo magico del bosco, e la loro religione fu un misto di scienza e magia, perchè dal bosco trassero le erbe da mangiare ma anche quelle medicamentose, nonchè i segni per i vaticini.

    Successivamente il sacerdozio divenne preponderantemente maschile, e la popolazione aumentò si che una vasta area del bosco divenne profana, atta cacciare animali, raccogliere legna ed abbattere alberi per coltivare. Il bosco sacro era detto anche Nemus, e si pensa che l'antico tempio di Diana a Nemi avesse il suo bosco sacro che ha dato il nome al paese, mentre col nome lucus si intese un bosco che aveva una parte sacra, in genere recintata, detta Incus.

    Quella separazione segnò la separazione di un'idea. Mentre nei primordi la natura era tutta sacra, poi divenne in parte sacra e in parte profana. Col cristianesimo perse ogni sacralità essendo ritenuta una materia senza vita da utilizzare a piacimento. Un tempo i romani chiedevano al Genius loci, o al Nume del bosco il permesso di cacciare o tagliare legna, col cristianesimo tutto era stato fatto da dio per l'uomo, che poteva distruggere la natura come poteva, perchè era solo profana. Un tempo i boschi erano abitati da Numi, genii, Ninfe a Satiri, ora la natura è vuota e disanimata.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI ANGIZIA

    IL LUCUS ANGITIAE

    Il Lucus Angitiae, conosciuto anche più semplicemente come Angizia, dal nome della Dea sorella della maga Circe, è un sito archeologico, all'epoca Bosco Sacro e Santuario, riconosciuto oggi come monumento nazionale, posto nei pressi della sponda meridionale della Conca del Fucino, vicino alla contemporanea cittadina di Luco dei Marsi in provincia dell'Aquila.

    Sembra che gli abitanti (o almeno le sacerdotesse) sapessero preparare antidoti contro i veleni di serpenti. In realtà si trattava di un'antica Dea dei serpenti, pertanto Grande Madre e Trina. Il suo nome peligno era Anaceta. La forma Lucu si ricava dall’etnico Lucenses (abitanti di Luco) usato da Plinio.

    TEMPIO DI ANGITIA


    LA STORIA

    Nell'Età del ferro esisteva già un'area fortificata sviluppata su oltre 14 ettari recintati con opere poligonali che presentavano due porte d'accesso all'area. Secondo la leggenda gli abitanti erano abili preparatori di antidoti contro i veleni di serpenti e conoscitori delle erbe dei monti circostanti, a cominciare da Umbrone, che fu ucciso da Enea nella guerra fra italici e troiani, come è narrato nell'Eneide.

    In età preromana il sito era occupato, come l'intero Fucino, dal popolo italico dei Marsi, per i quali costituiva un bosco sacro dedicato alla Dea. Secondo alcuni autori vi si praticava la ierodulia, cioè la prostituzione sacra nel santuario.

    Certe usanze che oggi potrebbero far inorridire erano invece di grande rispetto per la donna, primo perchè per il sacro lavoro compiuto da sacerdotesse le donne, finito il tempo della ierodulia, tornavano alle loro case rispettate e onorate, si che spesso facevano matrimoni superiori al loro rango. Secondo e non meno importante non avevano l'obbligo della verginità che assillò le donne in generale fino alla metà del '900, cioè per circa 2400 anni.

    Sulle rive del lago del Fucino sorgeva un'antica città chiamata Angizia (Anxa), era situata dove ore sorge il cimitero e le sue rovine sono visibili in tanti posti. La citta, preromanica, era abitata dai marsi, e i suoi abitati si opposero con forza alla dominazione e conquista dei romani.

    Però, dopo l'accordo con Roma gli abitanti di Angizia divennero fieri alleati dell'impero romano e si distinsero sia in battaglia ( La citta' Angizia è citata anche nell'Eneide) che in pace, essi infatti erano ottimi curatori, e pare che fossero specializzati nel curare i morsi dei serpenti. L'area ha svolto le funzioni di municipio fino all'alto medioevo.




    L'AREA SACRA

    Il nome "Angizia" del lucus deriva dalla Dea che gli abitanti adoravano, alla quale era stato edificato un tempio del quale si conosce con esattezza l'ubicazione. L'area sacra, risalente al III secolo a.c., è nota anche come Anxa, nome romano derivato dal toponimo in lingua marsa Actia (ovvero Angizia). La città santuario è sovrastata dall'acropoli di monte Penna, dove il centro fortificato venne inglobato dalla sottostante città durante il periodo delle Guerre sannitiche attraverso opere murarie che coprirono un'area di circa 30 ettari e che furono dotate di cinque porte.

    Il sito è caratterizzato dalla presenza di un tempio di epoca italica situato in località Il Tesoro e di un tempio di epoca augustea. Sono visibili il muro di terrazzamento dell'area sacra di Angizia e le tracce dell'ampia recinzione muraria dell'età del ferro, i ruderi delle tre porte di accesso ai templi, le tracce del foro e del quartiere artigiano.

    Molti  reperti venuti alla luce casualmente o durante lavori pubblici e privati testimoniano  l'importanza del sito archeologico, con statue, sculture a bassorilievo, monete ecc. ora custoditi presso il museo storico di Chieti.

    IL COMPLESSO

    LA DEA DEI SERPENTI

    Anche se solo con Servio (IV sec. d.c.) si fa per la prima volta riferimento ai serpenti connessi col culto della Dea, il nome Angitia riporta al termine anguis ‘serpente’ ed ogni Dea Madre ed in ogni latitudine ha il simbolo del serpente.

    REPERTO DEL LUCUS
    Esso è infatti simbolo della Terra (perchè striscia, perchè ha la tana sottoterra e perchè muta la pelle), cioè della natura, coi suoi lati di madre di nutrice e di morte.

    Come Dea trina la Dea è protettrice delle nascite, degli animali, delle messi ed ha anche il carattere di divinità ctonia, sotterranea ed infera, pertanto addetta pure al culto dei morti.



    I MITI

    Nel IV sec. a.c., i Marsi incontrarono la cultura greco-etrusca della Campania, da cui appresero i miti del ciclo apollineo che metteva in secondo piano le grandi Madri Mediterranee. Secondo il mito greco Apollo inseguì il serpente o drago Pitone e lo uccise proprio dinanzi al sacro crepaccio che serviva per i responsi della Pizia nel famosissimo santuario di Delfi nella Focide.

    Contemporaneamente fece passare al suo servizio le Muse e si fregò l'oracolo. Infatti Plutarco si lamenta non poco perchè da quando ci sono i sacerdoti di Apollo le pitia non oracola più e balbetta solo cose senza senso come inebetita, mentre prima, quando le sacerdotesse oracolavano per il tempio della Madre Terra (abbattuto dai sacerdoti di Apollo), le pitie addirittura oracolavano in versi.
    Dunque Apollo uccide il serpente Pitone e lo lascia disseccare al sole e la divinazione scompare.

    Angizia sarebbe la sorella della maga Circe figlia del Sole oppure della maga Medea, figlia di Eeta, fratello a sua volta di Circe.

    DEA ANGITIA



    GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

    Gli scavi archeologici per riportare alla luce il sito sono partiti nei primi anni settanta ad opera dell'Archeoclub della Marsica, poi hanno ripreso nel 1998, a spese dell'amministrazione comunale, ed hanno portato alla luce un tempio italico composto di due celle e un tempio di eta' augustea a tre ambienti. Sono state scoperte colonne doriche, fornaci e sepolture.

    Nel 2003 opere di ricerca condotte dall'Università degli Studi dell'Aquila hanno permesso di svelare altri importanti reperti, in particolare nell'area denominata Sagrestia sono tornate alla luce le tre statue: quella, che secondo alcuni studiosi sarebbe ricollegabile alla figura della Dea Angizia, è in terracotta e risale al III secolo a.c.; le altre due statue in marmo sono invece databili al II secolo a.c. 


    Iscrizione di Caso Cantovios

    L'iscrizione di Caso Cantovios è un'epigrafe in lamina bronzea rinvenuta nei pressi del sito archeologico della città-santuario di Lucus Angitiae, vicino alla contemporanea Luco dei Marsi, in occasione delle opere di bonifica della piana del Fucino. L'iscrizione risale al 294 a.c., anno in cui fu combattuta la III guerra sannitica, e a tutt'oggi fa parte della ricca collezione Torlonia ospitata un tempo nel museo romano, oggi non si sa dove sia e non è mai pervenuta nelle collezioni statali.

    L'iscrizione è una dedica votiva dei compagni del comandante marso, Caso Cantovios Aprufclano (Caso Cantovio Apruscolano), al santuario dedicato alla Dea Angizia, dopo la morte del condottiero avvenuta a Casuentum (area del Casentino in prov. di Arezzo) durante la III guerra sannitica combattuta al fianco dei romani tra il 298 e il 290 a.c. contro le popolazioni galle della federazione sannitica. Qui Angitia è chiamata Actia stesso appellativo del famoso Apollo Akti, venerato nel promontorio di Azio nell’Acarnania in Grecia, col significato di splendente. 




    LA DISTRUZIONE

    Non era facile nè utile dare alle fiamme tutti i boschi sacri, che erano anche un tesoro di legna e di animali, nonchè erbe selvatiche e bacche, per cui S. Agostino suggerì alla chiesa cattolica di consacrare a Dio tutti i boschi sacri e di sostituire le divinità pagane con i santi cristiani.

    LA FONTE DEL LUCUS
    I santi, una grande invenzione, senza di loro il culto pagano non sarebbe mai stato estirpato, neppure con la forza.
    Così S. Domenico ha preso i poteri di Angizia, e dispensa ancora oggi nella Marsica la protezione divina che fu sua sugli uomini e sulle serpi.

    E' nata così la festa dei serpari, a Cocullo: incantatori di serpi che ripetono oggi le nenie insegnate ai loro avi da Angizia. Si tiene la prima settimana di maggio festa che oggi, scanso equivoci è dedicata alla Madonna, hai visti mai.


    I reperti

    I reperti sono venuti alla luce casualmente e tramite lavori pubblici. Si tratta di statue, sculture a bassorilievo, monete, bronzetti, ex voto, frammenti architettonici, teste ecc. in parte esposti nella sezione archeologia del museo d'arte sacra della Marsica e in parte conservati presso il museo Paludi a Celano.

    Dal 2014, dopo i lavori di messa in sicurezza del santuario, il sito è visitabile. L'area è stata sottoposta a tutela ambientale e paesaggistica nel 1998 tramite l'istituzione del parco naturale San Leonardo, con la Dea Angizia e il suo bosco sacro.




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  • 07/17/19--04:55: CASA DEL PRINCIPE DI NAPOLI
  • PERISTILIO
    Scavata per la prima volta nel Gennaio del 1897, quindi senza i moderni accorgimenti, come si apprende dalle "Notizie degli Scavi", iscritta come Insula 12 della Reg. VI, che venne poi cambiata in Insula 15 sempre della Reg. VI.

    Questa casa aveva due ingressi, entrambi sul lato ovest della strada tra Insulae VI 15 e VI 16. Aveva una superficie al piano terra di c. 270 mq, quindi appartenente al Quartile 3 di Wallace-Hadrill (1994: 81). 


    Si chiama così perché venne scavata tra il 1896 e il 1898 alla presenza del Principe di Napoli, il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele III, che era un erede al trono italiano e aveva un titolo di principe di Napoli essendo nato a Napoli.

    Recentemente sottoposta a restauro, si tratta di una domus a pianta quadrata, che secondo gli studiosi della SANP apparteneva a una famiglia di ceto medio basso, in cui viveva una dozzina di persone, compresi eventuali schiavi e affittuari.

    Contiene due larari (le nicchie che ospitavano le immagini dei Lari, le divinità protettrici della famiglia): uno, nel giardino, a forma di tempietto, così che i Lari potessero tenere d’occhio tutti i locali dell’abitazione; l’altro invece si trova nella cucina.
    La casa si conformava a un piano di ingresso / giardino, tranne per il fatto che l'area del giardino si trovava su un lato dell'area del corridoio anteriore, altrimenti la sala anteriore non aveva stanze laterali.

    Il fulcro della casa è il settore posteriore, su cui si affacciano gli ambienti di rappresentanza e dove è collocata l' edicola votiva per i sacrifici domestici. Le immagini di Bacco e Venere a grandezza naturale sono dipinte sui pannelli delle pareti a fondo bianco dell'esedra.

    PERSEO E ANDROMEDA
    Le due divinità si dividono la piccola esedra dalle pareti bianche che da luce agli affreschi. Ambedue sono iscritte in cornici, quasi dei portali. Quello di Bacco sormontato da due grifoni contrapposti.Il dio del vino è rappresentato con i suoi attributi: il tirso (bastone contorto sormontato da un’edera) e la tazza.

    Una tunica è posta sulla sua spalla e si appoggia nell’incavo del gomito.Venere è anch’essa in piedi, nuda. E’ colta nell’atto di pettinare i suoi lunghi capelli. Indossa solo una collana, due bracciali e due cavigliere.Se le due divinità sono lì per lasciarsi ammirare, altrettanto attraente è lo sfondo.

    Si tratta di un’architettura che dona prospettiva alla scena, un "trompe l'oeil" che offre rifugio ad una popolazione variegata. Il cervo ed il pavone sono le figure principali ma altre piccole creature ed un albero popolano la scena.

    Vi è poi una pittura con una scena misteriosa e probabilmente simbolica, vi sono delle statue, una colonna, un edificio ed un lungo colonnato sullo sfondo, il tutto in un tono azzurrino. Un portatore d’acqua fa il suo ingresso nella scena con i contenitori in equilibrio alle estremità di un lungo bastone posto di traverso sulle spalle.



    LA CASA

    Gli stipiti delle porte di entrata erano in pietra calcarea. All'esterno un graffito VI.15.8 Pompei. Trovato sul gesso a sinistra della porta, che ricorda un po' l'Imperatore Galba.

    Le pareti delle fauci, ovvero il corridoio d'ingresso, presentavano decori vari su uno sfondo bianco, che era poi diviso in due parti con linee nere e rosse. L'alto dado, o 'zoccolo' era dipinto interamente di nero.

    La presenza di cibo  e uno scheletro nella stanza c indica che la casa era stata probabilmente occupata fino al momento dell'eruzione. I reperti in quasi tutte le stanze della casa erano in gran parte di carattere domestico. 

    Eventuali eccezioni sono i vasi di stoccaggio nella sala anteriore e i pesi del telaio nella stanza i, che potrebbero indicare alcune attività commerciali / industriali, anche se non necessariamente. 

    La scoperta di utensili da cucina ovunque tranne che in cucina. Anche se la decorazione può essere mostrata fino ad oggi prima del 62 d.c., la casa non sembra essere rimasta nello stesso stato di occupazione da quella catastrofe fino all'eruzione del 79 d.c.

    In teoria ha sperimentato ulteriori alterazioni nelle condizioni di vita. Ciò è più evidente nella stanza c e nella stanza k, dove la ristrutturazione grossolana implica il declassamento. I reperti nella stanza c indicano un palinsesto di attività, mentre quelli nella stanza k mostrano che se questa stanza non era stata usata per intrattenere, allora doveva essere utilizzata per lo stoccaggio.
    L'ATRIO

    L'ATRIO

    Nel centro dell'atrio (d) tuscanico c'era un impluvio quadrato di 1,55 m, ricoperto di opus signinum e in testa c'era un tavolo di marmo sorretto da due grifoni alati con zampe di leone.
    Il pavimento dell'atrio, di colore scuro, era disseminato di cubetti di mosaico bianco disposti in linee parallele.

    Guardando a ovest attraverso l'atrio si vedono il tablinum e la cucina. Vicino all'impluvio dell'atrio c'è l'imboccatura di una cisterna che convogliava sicuramente l'acqua dell'impluvio.

    La parete nord dell'atrio aveva un'ottima conservazione della decorazione murale, per un'altezza di 5,70 m a simulare, con una simulazione di bugnato.

    I DUE EROTI
    Nella parte inferiore, aveva uno sfondo rosso diviso da linee verdi in pannelli delineati in giallo.
    Nei pannelli erano dipinti cigni, pavoni, altri uccelli e grifoni, mentre al livello più basso, lo zoccolo era dipinto di nero.

    Nella stanza a nord dell'ingresso c'erano dei gradini di pietra e una scalinata saliva poggiandosi sulla parete degli intonaci del muro nord. Guardando ci sono tracce di un piccolo piano mezzanino, sostenuto da travi a nord e sud.

    C'era un focolare con una panca nell'angolo nord-ovest della cucina, eppoi una latrina nel lato nord est. I romani ponevano in genere vicine la cucina e la latrina, al contrario di noi moderni che cerchiamo di tenere la cucina lontana dal bagno. Nel muro sopra il focolare c'è una piccola nicchia ad arco di cui è ormai invisibile il contenuto. A est della cucina c'era un piccolo magazzino.


    IL CUBICULUM

    Il tablinum, che era posto sul lato ovest dell'atrio aveva una finestra affacciata sul giardino. Sul muro occidentale del tablino si apriva la porta al cubicolo, (f) il quale era fornito anch'esso di una finestra che si affacciava sul giardino.

    Sopra detta finestra però se ne apriva un'altra molto alta, non grande e a forma circolare. Sul muro ovest del cubicolo, le pareti erano dipinte con uno sfondo bianco e nei pannelli erano rappresentati cigni in volo e capre. 

    Questa stanza aveva un soffitto voltato a botte, e l'area vicino al muro nord aveva una seconda area a volta, con una proiezione di 1,40 m. Nella parte superiore di questa area a volta, si poteva vedere il dipinto di un pavone che si dirigeva verso un frutto, su uno sfondo bianco.

    TABLINIUM

    IL TABLINIUM

    Il tablinum aveva pareti decorate con i delicati e grotteschi motivi architettonici su uno sfondo bianco. Il dado era nero. In uno dei pannelli sulla parete ovest c'era un dipinto di pesce su uno sfondo bianco incorniciato da un bordo viola dipinto.

    Questa stanza era coperta da un soffitto a volta a botte e sulla parete ovest, l'area superiore a volta era dipinta con un ippocampo tra i delfini sullo sfondo bianco. I due pannelli dipinti sulla parete nord avevano sfondi viola.

    Uno mostrava un cervo che fuggiva a sinistra seguito da un cane, a sinistra un idolo di Priapo.
    L'altro mostrava un cervo attaccato da un cane, anche a sinistra forse era un idolo di Priapo. Sulla parete nord del tablinio c'era dipinta una scena di caccia con un cane che insegue un cervo e una pianta e un albero sullo sfondo. 



    IL LARARIO

    Nel giardino della villa c'era un larario domestico, un'edicola sacra addossata alla parete ovest del giardino.

    L'edicola venne edificata su un alto podio in muratura rivestito di stucco giallo, con quattro colonne e due ante applicate alla parete stessa. Le colonne supportavano un tettuccio di mattoni fornito di frontone.

    Le colonne, eseguite in laterizio, sono rivestite di stucco e dipinte, le due esterne sono gialle, le due interne sono rosse, rispettando i classici colori che caratterizzarono Roma: il rosso e il giallo.

    La parete posteriore del santuario era invece dipinta di bianco, come era usuale per ogni dipinto del genere, ma del dipinto  non rimane traccia.

    La base è anch'essa dipinta in rosso e giallo. Rosso alla base e giallo sopra. Al suo centro venne ricavata una grande rientranza ad arco, dipinta di rosso all'interno.



    IL GIARDINO

    Nel giardino (o) si conserva un puteal di terracotta con bordo decorato a rilievo tutto intorno, e con sopra teste di leoni e umboni. Il puteal era un pozzo da cui si attingeva acqua per i residenti, per altri usi come innaffiare il giardino e altro si ricorreva alla cisterna. 

    Il giardino era munito secondo la consuetudine di un porticato continuo, con colonne dipinte sotto in rosso e sopra in giallo. Nella parete nord del portico vi è dipinto un pannello con uccelli e frutta. Il giardino del peristilio a sinistra dell'atrio aveva un portico sul lato est, con cinque colonne di mattoni ricoperte di stucco, due di colore giallo sopra, rosse sotto.

    Dei quattro spazi tra le colonne, due furono in seguito lasciati aperti; il terzo era chiuso da un muretto in muratura. Il quarto fu incorporato nella parete ovest della piccola stanza costruita a sud del portico.
    Sul porticato si affacciavano le porte dell' oecus e del triclinium estivo.

    Dal giardino è emerso una stretta base di marmo, da cui usciva una grossa zampa di leone. In cima alla zampa c'erano foglie d'acanto dalle quali emergeva la figura di Sileno dal ventre in su, con il piccolo Bacco poggiato sul braccio sinistro.

    VENERE

    TRICLINIO ESTIVO

    La parete sud del triclinio a est del portico era sontuosamente decorata e questa piccola stanza, coperta da una volta, riceveva luce anche da due piccole finestre che si aprivano nelle pareti laterali.
    Vi è un affresco di Bacco e uno di probabile Venere, nuda ma con al collo una collana e due cavigliere in oro ai piedi.

    La parte inferiore del triclinio è dipinta di rosso e decorata con diverse immagini. Nella parete est del triclinio estivo, c'è una finestrella aperta ricavata da una piccola nicchia o armadietto dove si poteva riporre qualche oggetto.

    Al centro sulla parete est c'era un piccolo dipinto che mostrava degli amorini che prendevano oggetti da una piccola scatola per la toilette di Venere, il che lascerebbe presupporre che la fanciulla nuda sia appunto Venere.  L'amorino a destra aveva già uno specchio circolare, l'altro a sinistra stava forse prendendo un gioiello.

    A sud del portico ci sono due piccoli recessi, uno a est e uno a ovest, uno dei due contenente delle anfore, una specie di piccolo magazzino dover riporre anfore i cui contenuti stavano al fresco nell'ombra. Anche i recessi sono decorati, sia pure con semplicità.

    BACCO

    OECUS

    L'Oecus si trova nell'angolo sudorientale del portico, secondo gli studiosi questa stanza era o un triclinium o un oecus. Aveva pareti dipinte con decorazioni suddivise con i soliti motivi architettonici, su uno sfondo bianco. Il dado (la parte inferiore del muro), invece era era viola.

    A parere dei critici la decorazione voleva essere ricca e vibrante, ma in realtà era pasticciata, pesante e volgare; faceva un'impressione triste come se si fosse in una catacomba.
    Originariamente avrebbe contenuto tre dipinti centrali, ma ne sono rimasti solo due, mentre il terzo è caduto insieme al muro meridionale. Sulla parete nord c'erano Perseo e Andromeda. Sulla parete est, si pensa che il dipinto mostrasse Elena e Parigi a Sparta.

    Sulla parete nord dell'oecus c'è l'affresco di Perseo e Andromeda, dove Perseo tiene la testa mozzata della gorgone Medusa. Ambedue stanno guardando il riflesso della testa nell'acqua sotto di loro, visto che la Medusa non poteva essere guardata direttamente pena la pietrificazione dell'osservatore.

    Il pavimento dell'oecus era decorato con un pannello di marmi colorati posti in opus sectile. La parete ovest dell'oecus aveva una porta  che dava sul porticus.


    GROTTESCHE

    ENTRATA

    Ingresso VI.15.7 nella stanza sul lato est del portico, questa stanza avrebbe avuto la scala per il piano superiore indipendente adiacente ad essa. Questo avrebbe portato dalla porta alla VI.15.7, sulla sinistra.

    Soglia della porta al cubicolo sul lato sud delle fauci, nell'angolo sud-est dell'atrio, guardando verso est verso il piano del cubicolo.

    Guardando verso la parete est del cubicolo con la finestra su Vicolo dei Vettii. Questa stanza era stata coperta da un soffitto a volta a botte e aveva una rientranza per un letto.
    Le pareti erano decorate con uno sfondo bianco e avevano una cornice in stucco che correva intorno alle pareti ad un'altezza di circa 2 metri dal pavimento.

    Nell'angolo nord-est del cubicolo con rientranza del letto, un teschio umano insieme ad alcune delle ossa dello scheletro sono stati trovati in questa stanza.




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  • 07/18/19--04:29: IL TESORETTO DI COMO


  • Monete d'oro romane, Bonisoli: 'Ritrovamento epocale'
    (Fonte)

    Eccezionale ritrovamento a Como nel corso di alcuni scavi in vista della costruzione di palazzine: trovato un 'tesoretto' di 300 monete d'oro romane, per il ministro Bonisoli è un evento epocale:
    "Per me questo è un caso più che eccezionale è epocale, uno di quelli che segna il percorso della storia" ha detto il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, nella conferenza stampa di presentazione, a Milano, del ritrovamento delle monete d'oro di epoca romana avvenuto a Como.

    "Non siamo ancora in grado di capirlo, ma è un messaggio che ci arriva dai nostri antenati".
    All'interno dell'anfora trovata a Como non solo monete, forse anche un lingotto che deporrebbe per il deposito di una cassa pubblica, difficilmente di un privato.

    All'interno, infatti, sono stati individuati almeno altri tre oggetti. Lo hanno spiegato gli archeologi della Soprintendenza della Lombardia a Milano, a una conferenza stampa alla quale ha partecipato anche il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli. 

    "Di certo abbiamo intravisto una barretta d'oro - ha spiegato una funzionaria - e altri due oggetti
    Ma al momento nel microscavo abbiamo rimosso solo il primo strato di 27 monete da circa 4 grammi d'oro, coniate nel periodo degli imperatori Onorio, Valentiniano III, Leone I e Livio Severo, quindi non collocabili oltre il 474 d.c. Un lingotto deporrebbe sicuramente per un deposito di una cassa pubblica, poco probabile un privato".


    La zona del ritrovamento del tesoro non riguarda scavi archeologici, ma un cantiere moderno: il cantiere della Officine Immobiliari Srl di Como, una ditta privata che sta trasformando l’ex teatro Cressoni dismesso negli anni 90 in un complesso residenziale, si trova in un’area molto vicina a quello che era il foro di Comum, la Como romana.
    Gli scavi, realizzati con l’aiuto di pompe idrovore per risolvere il problema dell’acqua di falda, hanno portato alla luce un edificio di funzione ignota e di epoca tardoantica, fabbricato con pezzi di reimpiego, tra cui alcune epigrafi di epoca imperiale.

    In uno di questi vani dell'edificio, poggiato sopra uno strato in cocciopesto (che i romani utilizzavano per impermeabilizzare pavimenti o pareti), nel livello più antico finora individuato nello scavo, era poggiato un boccale con coperchio in pietra ollare grigia, proveniente dalle Alpi Centrali, con una strana forma. Infatti il vaso presenta un’ansa quadrangolare ed è più largo alla base e più stretto sul collo.


    La pietra ollare viene di solito lavorata in un solo blocco in forme cilindriche o eventualmente anche troncoconiche, ma con l’orlo più largo rispetto alla base. Questo permette di ridurre al minimo lo scarto e di ottenere più forme da uno stesso blocco. Quindi una lavorazione come quella del nostro recipiente, che prevede una grande quantità di scarto, è pensabile solo per oggetti estremamente preziosi.

    Non sappiamo quante monete contenga di preciso il boccale, però sappiamo che sono state tutte riposte con cura e non abbandonate in fretta come capita in altri ripostigli. Probabilmente sono state impilate, un po’ come fanno anche le banche di oggi, forse entro rotoli di stoffa o altro materiale deperibile che ora non c’è più e che si potrà forse dedurre dallo scavo stratigrafico in miniatura dell’olla, da analizzare millimetro per millimetro.

    La Facchinetti ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi di una cassa pubblica sotterrata in un momento di pericolo. Un’idea suggestiva che dovrà però essere chiarita dalle indagini future.
    Comunque il ministro Bonisoli, ha annunciato che il tesoretto appartiene alla città in cui è stato trovato, e cioè a Como.

    IL RITROVAMENTO


    CHI NE USUFRUISCE

    La legge parla chiaro: l'operaio che ha trovato materialmente il tesoro di monete d’oro in via Diaz potrebbe diventare ricco. La legge gli assegna infatti un quarto del valore del ritrovamento. Allo stesso modo, un altro quarto dovrà essere corrisposto ai proprietari del terreno, mentre lo Stato tratterrà per sé il 50%.

    Il premio può essere «corrisposto in denaro o mediante rilascio di parte delle cose ritrovate».
    Una volta stimate le monete, insomma, lo Stato potrà decidere se pagare o dare una parte del tesoro ai proprietari dell’area e a chi ha scoperto l’anfora.



    LA SORPRESA (settembre 2018)
    (Fonte)

    Già estratti dal vaso e catalogati 275 pezzi. Confermata anche la presenza di gioielli e di un lingotto: a una settimana dalla clamorosa scoperta di via Diaz, l’entità del prezioso rinvenimento nelle fondazioni dell'ex Teatro Cressoni va molto probabilmente rivista al rialzo.

    Il soprintendente ai beni archeologici Luca Rinaldi, da cui dipende lo studio dei reperti, ancora non vuole dare cifre, ma si sbilancia in una previsione: «Il tesoro di Como potrebbe essere superiore a quello sensazionale di Sovana», più di 400 monete d’oro trovate nel 2004 nelle fondazioni della chiesa di san Mamiliano nel piccolo borgo in piena Maremma.

    «A meno di non trovare grossi oggetti sul fondo della pentola - dice ancora Rinaldi - la massa di monete ancora da tirar fuori è tale da far supporre un quantitativo notevole. Peraltro l’epoca è la stessa di Sovana, il V secolo dopo Cristo, identici gli imperatori che troviamo in effigie».

    A una settimana dalla scoperta, prosegue dunque spedita la catalogazione delle monete e degli oggetti in oro rinvenuti all’interno della pentola in pietra ollare. Siamo a quota 275 soldi estratti e fotografati.




    ADDIRITTURA SI PARLA DI MILLE MONETE (marzo 2019)

    E non solo. "Oltre alle 1000 monete erano stati inseriti nel vaso alcuni oggetti in oro: un frammento di barretta, tre orecchini e tre anelli con castone”. Le attività di studio e catalogazione si svilupperanno, sotto la direzione della dottoressa Grazia Facchinetti, esperta in numismatica della Soprintendenza.

    «La Soprintendenza sta lavorando su più fronti– ha dichiarato il Soprintendente Luca Rinaldi – per consentire di presentare il tesoro al pubblico in tempi ragionevoli anche in collaborazione con il Comune di Como e il Museo Archeologico “Paolo Giovio”».


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  • 07/19/19--04:37: LUCARIA (19 - 21 luglio)
  • BOSCO SACRO DI BOMARZO - SECOLO XVI
    "Lucaria" era la festa dedicata ai boschi sacri. Lucus infatti significa bosco. I Romani distinguevano i boschi in sacri, divinizzati e profani. Sacri erano quelli in cui abitava un numen, divinizzati erano quelli che venivano sacralizzati dai sacerdoti a seguito di un evento portentoso avvenuto in quel luogo e profani erano tutti gli altri.

    I boschi sacri, come quelli divinizzati, potevano essere liberamente attraversati, ma non si potevano tagliare alberi e neppure rami e non si poteva uccidere alcun animale che l'abitasse, perchè tutto era sacro al numen che l'abitava.

    "Il bosco è misterioso, pieno di vita, ma anche di pericoli, lì la natura, che un tempo riempiva quasi tutta l'area di boschi, si esprimeva col suo lato accogliente per le bacche, le erbe e la legna per il fuoco e le capanne, ma anche col suo lato oscuro per le belve, il perdere la strada, i temporali e quella penombra dove il sole penetra con difficoltà.

    Il lucus era come gli Dei della natura, benevolo ma a volte ostile o indifferente, dunque si doveva rendergli omaggio per ingraziarseli. Così gli si offrivano cibo, erbe odorose, preghiere, canti e danze. Le sacerdotesse furono le prime a contattare il mondo magico del bosco, e la loro religione fu un misto di scienza e magia, perchè dal bosco trassero le erbe da mangiare ma anche quelle medicamentose, nonchè i segni per i vaticini."

    Nei boschi i soldati romani, sconfitti e perseguitati dai Galli, si ritirarono a consiglio il 19 luglio, in un bosco tra il Tevere e la Via Salaria.

    BOSCO SACRO DI SEGNI

    LE ORIGINI DELLA FESTA

    - Secondo alcuni le Lucarie vennero istituite per celebrare le divinità dei boschi che, dopo la durissima disfatta subita dai Romani ad opera dei Galli il 18 luglio del 390 a.c. nella piana del fiume Allia, consentirono a numerosi superstiti di scampare al massacro. Infatti Roma venne saccheggiata dai Galli Senoni di Brenno nel 18 luglio, dies Alliensis, ma le Lucarie sottolineavano il ruolo positivo dei fuggitivi che si erano imboscati nelle selve intorno alla via Salaria, i quali poterono contribuire alla riorganizzazione dell'esercito che in breve tempo riconquistò la città.

    - Secondo altri la festa era dedicata genericamente a tutti i boschi e le divinità boschive, in primis alla Dea Lucae, patrona dei boschi. Si trattava di quei gruppi di alberi che venivano lasciati intatti dopo il disboscamento di un'area (lucus), e che veniva dedicato ad una divinità. Ma il lucus non erano gruppi di alberi, erano boschi veri e propri. Vero è che dentro Roma vennero rosicchiati dalla speculazione edilizia che riusciva spesso a rimpicciolire i lucus per fabbricarvi case.

    - Per Ovidio è festa consacrata a un asilo che Romolo avrebbe fondato nei pressi del Tevere. In effetti secondo lo storico Lucio Calpurnio Pisone, l'Asilo era posto sotto la protezione del Dio Lucoris, nome evidentemente foggiato sulla parola lucus, ad indicare il Dio del bosco, come da silva derivò Silvanus, Dio della selva. Sembra però che fosse locato nell'odierna piazza del Campidoglio, quindi non dovrebbe avere a che fare col Lucus della via Salaria.

    Sia Livio che Plutarco menzionano il Lucus Petelinus  a proposito del giudizio contro Marco Manlio. Da prima i comizi si erano radunati nel Campo Marzio, ma poi, avendo Manlio additato il Campidoglio, che dal Campo Marzio si scorgeva, e "da lui salvato nella precedente invasione gallica", i tribuni consolari, temendo che il popolo a tale ricordo si commuovesse, trasportarono la sede del giudizio in luogo da cui il Campidoglio non fosse visibile, scegliendo il bosco Petelino.
    Tito Livio dice che il bosco si trovava extra portam Flumentanam, cioè presso il Forum Olitorium, tra l'odierno ponte Rotto e ponte Quattro Capi. Anche qui si sostiene che il bosco che salvò i militari romani si trovasse presso il Campidoglio, niente a che fare con la Salaria.

    LA DEA PORTATRICE DI LUCE

    IL SIGNIFICATO

    Gli antichi romani avevano questo motto: "lucus a non lucendo" (lucus deriva dal non lucere), cioè: il bosco si chiama così perché non ha luce. In effetti il bosco è in penombra a causa delle chiome degli alberi che riparano il sole, ma proprio per questo consentono di "vedere" l'ombra. E' la stessa ragione per cui i culti lunari hanno preceduto nella storia i culti solari.

    La luna era come il bosco, aveva una fioca luce che consentiva di vedere nelle zone buie, mentre il sole fuga totalmente le tenebre. Così il bosco consentiva la suggestione delle zone buie all'interno dell'uomo, con i suoi fantasmi e soprattutto con la paura della morte.



    INNO A ISIDE

    Perché io sono colei che è prima e ultima
    Io sono colei che è venerata e disprezzata,
    Io sono colei che è prostituta e santa,
    Io sono sposa e vergine,
    Io sono madre e figlia,
    Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
    Io sono donna sposata e nubile,
    Io sono colei che dà alla luce e colei che non ha mai partorito,
    Io sono colei che consola dei dolori del parto.
    Io sono sposa e sposo,
    E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
    Io sono madre di mio padre,
    Io sono sorella di mio marito,
    Ed egli è il figlio che ho respinto.
    Rispettatemi sempre,
    Poiché io sono colei che dà scandalo e colei che santifica.

    (Inno a Iside - rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto -  III-IV secolo a.c.)

    Dunque il bosco era un po' il Sacro Mistero, con la Dea che può accogliere e proteggere ma può anche dare la morte. Cosa spinse i romani a radunarsi a consiglio nel bosco presso la Salaria dove già si rifugiarono per sfuggire ai Galli? Il fatto che quel bosco misterioso li avesse salvati dall'inseguimento dei galli. Il bosco era ignoto ai Galli ma pure ai romani,  nel senso che era impossibile orientarvisi, così fuggendo i romani vi si erano avventurati scongiurando la Dea di occultarli e il "miracolo" o la "fortuna" avvenne.

    Pertanto i romani festeggiavano i boschi come luoghi di Dee o Ninfe protettrici, e nei giorni delle Lucarie la festa si svolgeva nei boschi sacri di Roma vale a dire nei luci posti entro le mura:
    - Lucus Vestae, sulla Via Nova,
    - Lucus Strenuae, sulla Via Sacra,
    - Lucus Asyli, sul Campidoglio,
    - Lucus Robinigis, sul Pincio,
    - Lucus Bellonae, sul Campo Marzio,
    - Lucus Feroniae in Campo, tra la via Salaria e la Pinciana, che potrebbe essere il lucus in cui si rifugiarono i superstiti romani fuggiti dai Galli,
    - Lucus Loretae, sull'Aventino.
    - Lucus Saturni, presso il Circo Massimo,
    - Lucus Furinae, presso il ponte Sublicio,
    - Lucus Albionarum, in Trastevere.



    LA FESTA

    I sacerdoti addetti ai luci si recavano con il popolo in processione e dopo preghiere e benedizioni staccavano i rami fronzuti dagli alberi consegnandoli al popolo accorso insieme ad un ramo secco raccolto da terra. Il ramo fronzuto veniva poi esposto nelle case mentre quello secco veniva bruciato nelle cucine, forse per cuocere un pane particolare ma non ve ne è certezza.

    Si appendevano nastri e ghirlande nel bosco e nei templi, e la gente si cingeva il capo con ghirlande di foglie e fiori e in quel giorno si portavano cibi e bevande che si consumavano nei boschi. Una piccola parte di quel cibo, come del vino recato, si offriva alla divinità locale lasciandolo cadere a terra. prima del tramonto del sole si abbandonava il bosco per tornare alle case.

    In quanto alla Dea Lucae non ne sono rimaste tracce, ma sicuramente venne assorbita dalla Dea Diana, detta anche Lucina, il cui tempio si conserva oggi a Roma sotto la chiesa dei SS. Apostoli, dove è riemerso attraverso gli scavi archeologici, l'antico tempio.

    Recentemente la festività è stata simbolicamente ripristinata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, con eventi e spettacoli ambientati nell'area archeologica di Crustumerium, a circa 15 Km da Roma.

    Festa delle Lucarie nell’area archeologica di Crustumerium promossa dalla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio. Il 19 luglio 2018 il sito ospiterà un evento culturale nel giorno dell’antica festività delle Lucarie. Le celebrazioni vennero istituite per ringraziare le divinità dei boschi che, dopo la durissima disfatta subita dai Romani ad opera dei Galli il 18 luglio del 390 a.c. nella piana solcata dall'Allia, consentirono a numerosi soldati romani di scampare al massacro.

    In seguito a questa sconfitta Roma fu espugnata dai Galli Senoni di Brenno e subì un disastroso saccheggio. La data del 18 luglio, dies Alliensis che corrispondeva appunto alla battaglia del fiume Allia fu sempre considerata infausta dai Romani.


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    "Nel giorno tredici delle Calende Sestili celebravansi i giuochi della Vittoria di Cesare de quali fa commemorazione Svetonio in Augusto e Dione"

    (Gianfrancesco Pivati - Nuovo dizionario scientifico e curioso sacro-profano - 1751)



    I LUDI DI CESARE

    I "Ludi Victoriae Caesaris" venivano celebrati dal 20 al 30 luglio (secondo altri 21 - 31 Luglio) per la vittoria conseguita da Cesare. Vennero istituiti da Cesare in occasione della dedicazione del tempio di Venere Genitrice, a cui si doveva la generazione della gens Iulia (almeno a detta di Cesare) il 26 settembre, 46 a.c. Inizialmente celebrata alla conclusione del trionfo di Cesare, la festa includeva giochi circensi e spettacoli da teatro.

    La celebrazione fu immensamente popolare si che i giochi vennero replicati l'anno successivo, e sicuramente sarebbero divenuto un appuntamento fisso sul calendario romano. Gli ultimi 4 giorni, degli 11 della durata totale di questi ludi, erano destinati alle gare nel Circo.

    Per consentire ai romani di partecipare in massa Cesare dovette costruire un anfiteatro provvisorio nel foro di Cesare eseguito in legno, dove faceva svolgere le cacce e i combattimenti fra i gladiatori. 



    I LUDI DI AUGUSTO

    Successivamente i  ludi Victoriae Caesaris divennero stabili e si svolsero nell'arco di dieci giorni, dal 20 al 30 luglio, tanto che venne nominato un apposito collegio che si doveva occupare della loro organizzazione. Quando il collegio venne meno all'incarico assunto vi provvide lo stesso Augusto pro collegio e nel 32 d.c. i giochi furono presieduti dai consoli. 

    AUGUSTO LAUREATO
    In seguito alla uccisione di Giulio Cesare, Marco Bruto, rendendosi conto che il popolo lo considerava più un assassino che un liberatore, cercò di riconquistarsi una buona fama organizzando a sue spese il Ludi Apollinares, del 6-13 luglio.

    Allora l'erede di Cesare, Ottaviano, con l'intenzione di superarlo organizzò ancora più in grande e a sue spese i Ludi Victoriae Caesaris, "giochi in onore della vittoria di Cesare", che si svolsero dal 20 al 28 Luglio in concomitanza con una festa in onore di Venere Genitrice, divinità protettrice e matriarca divina della sua gens.

    Fu durante questi ludi, che servivano anche da giochi funebri, che venne notoriamente avvistata una cometa, apparsa ad "annunciare" il nuovo status divino di Cesare (che venne in effetti divinizzato da Ottaviano), e che restò chiaramente visibile per una intera settimana. In seguito Augusto istituì i nuovi ludi all'interno del suo programma di riforma religiosa, corredati di pubblici spettacoli e intrattenimenti, instaurando così il culto imperiale.

    Anche i Fasti Amiternini, spesso imprecisi, citano al 20 luglio i «ludi Victoriae Caesaris», celebrati ogni anno a Roma dal 20 al 30 dello stesso mese.  Caius Matius fa riferimento ai giochi di Ottaviano celebrati in onore della vittoria di Cesare (ludos quos Caesaris victoriae Caesar adulescens fecit cura), e pure Svetonio (10.1.1), secondo cui Ottaviano, ancora adolescente, presentò i ludos victoriae Caesaris quando quelli designati a farlo non osavano (Dio 45.6.4). 

    ATLETI ROMANI

    LA PROCESSIONE

    La descrizione più esaustiva su tale processione è fornita dalle Antiquitates Romanae di Dionigi di Alicarnasso, basato sulla testimonianza di Fabio Pittore.

    La cerimonia seguiva il seguente ordine:

    - Il corteo circense veniva aperto dal magistrato ordinatore dei giochi, in questo caso Augusto coi littori e col suo seguito;
    - avanzava quindi il corteo della gioventù romana tutta paludata in candide toghe, e il popolo plaudeva perché erano o sarebbero diventati i difensori di Roma; la palestra preparava all'addestramento militare e a Roma tutti i giovinetti stavano in palestra;
    - poi seguiva il corteo degli atleti in clamidi succinte, belli come numi;
    - quindi seguiva quello dei ludiones (che gareggiavano nelle corse dei cavalli o dei carri o come gladiatori) e la folla andava in visibilio urlando i nomi più famosi;
    - seguivano a tempo di musica i danzatori travestiti da Sileni.

    A questo punto comparivano le statue delle divinità e i loro simboli, trasportati su mezzi differenti, in genere da tensae (carri a due ruote)  e ferculae (lettighe portate a spalla), tra le invocazioni del popolo, e questa era la parte più importante, cioè il fine della festa, in quanto ci si ingraziava le divinità facendo loro assistere ai Ludi Victoriae Caesaris. Vigeva il concetto per cui se gli Dei si divertivano diventavano più benevoli verso il popolo romano.

    - Una volta giunta al circo, la processione veniva chiusa da un sacrificio compiuto dai magistrati e dai sacerdoti ai quali competeva.
    - si deponevano le statue degli Dei con fiori e ghirlande sull'apposita tribuna a loro destinata (non era mai una sola divinità impegnata nei ludi, visto la dispendiosità enorme dei ludi si approfittava per coinvolgere più divinità), tra preghiere e canti. Non sappiamo se sedute o semi coricate come nei banchetti, ma si presuppone fossero: di legno, sedute, dipinte, vestite e ingioiellate.

    - seguiva quindi il giuramento di rito degli atleti sul loro onesto comportamento nelle gare e sulla fedeltà a Roma (non poteva mai mancare).

    A questo punto, tra squilli di tromba iniziavano le gare, che si svolgevano però i giorni seguenti, iniziando da quelle dei fanciulli, prima nella corsa, poi nella lotta e quindi nel pugilato.

    Nei giorni ancora successivi iniziavano le gare più avvincenti degli adulti: prima nella corsa, poi nella lotta, nel pugilato e nel pancrazio (un combattimento molto duro misto di lotta e pugilato piuttosto pericolosa ma che infiammava molto gli animi).

    I GLADIATORI

    IL CESAREUM

    Terminate queste gare, si ricreava la processione a cui partecipavano tutti gli atleti, i sacerdoti e i cittadini che si incamminavano verso il Caesareum, (o Aedes Divum, cioè Tempio dei Divi Cesari), uno dei templi minori del Santuario degli Arvali, dedicato al culto del divo Cesare, e poi dei seguenti imperatori divinizzati, dove veniva compiuta la cerimonia e il sacrificio in loro onore.

    Terminato il complesso rituale, il giorno seguente si tornava al circo dove iniziavano le gare musicali, poetiche e drammatiche, aperta anche ai giovanissimi, con premi consistenti in corone e somme di denaro.
    A queste seguivano nei giorni successivi le gare di pentathlon: salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco, corsa di uno stadio e infine la lotta.

    Negli ultimi giorni iniziavano gli spettacoli più attesi: le corse dei cavalli e/o i ludi gladiatori. Per seguirli la gente si appostava alle porte del circo aspettando l'apertura e partendo all'assalto. Fioccavano le scommesse, si affittavano cuscini e si vendevano a valanga bevande, lupini, dolci, frutta secca e focacce varie.

    Al termine di queste ultime gare tornavano i sacerdoti che con un'ultima cerimonia si riprendevano gli Dei e li facevano riportare nei loro templi seguiti da canti e preghiere.


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  • 07/21/19--04:35: V REGIO AUGUSTEA - PICENUM
  • FANO
    Cosiddetta dal nome della popolazione originaria prima della conquista romana, i Piceni che ebbero origine da una primavera sacra dell'alta Sabina da cui si diffusero nel versante adriatico, accompagnati dal totem del picchio verde. Secondo Ovidio il picchio verde era un tempo un bellissimo uomo affascinante di nome Pico, re dell'Ausonia e fondatore di Albalonga, che aveva sposato la ninfa Canens, figlia di Giano e della ninfa Venilia.

    Durante una battuta di caccia, vestito con un mantello di porpora fermato sulla sommità da una borchia dorata, lo vide Circe, figlia del Dio Elio e di Perseide, che scendeva dal monte Circeo e se ne invaghì.

    Isolatolo dai compagni di caccia grazie al ricorso alle sue arti magiche, Circe gli apparve e gli dichiarò il suo amore, ma Pico la rifiutò dichiarandosi fedele alla moglie Canens. Infuriata, la maga lo trasformò in un uccello, appunto il picchio, che mantenne i colori del mantello (la testa del Picchio verde è rossa) e della borchia (il collo dell'uccello è giallo).

    Pico era stato anche un augure e quindi era considerato uccello molto importante per gli auspici. Per gli Umbri era considerato uccello beneaugurante. Plutarco sostiene che il picchio era uccello sacro a Marte. Da notare l'alta considerazione di cui godeva la donna nel popolo dei Piceni. Nella regio V fu incluso anche il territorio dei Pretuzi (ager Pretutianus), di origine sabina e proto-sabellica. Essa includeva:

    - il territorio delle attuali Marche, a sud del fiume Esino,
    - il territorio dell'attuale Provincia di Teramo, in Abruzzo,
    - parte dell'attuale provincia di Pescara in Abruzzo, compreso tra il fiume Esino a Nord, l'Adriatico ad Est, l'Appennino a Ovest e il fiume Saline a Sud.

    Plinio colloca il confine meridionale della Regio V Picenum sul fiume Aternus, (Pescara) (Nat. Hist., III 18, 110-112). Strabone informa che il territorio dei "Picentini", occupasse 800 stadi, dal fiume Aesis (Esino) a Castrum Novum (Giulianova).

    (INGRANDIBILE)
    La V Regio Augustae ci viene descritta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (Libro III, paragrafi 110-111-112) con l'elenco delle città che con i propri territori costituivano la regione.
    «Quinta regio Piceni est, quondam uberrimae multitudinis. (CCCLX) Picentium in fidem p. R. venere. orti sunt a Sabinis voto vere sacro. tenuere ab Aterno amne, ubi nunc ager Hadrianus et Hadria colonia a mari (VI) p. flumen Vomanum, ager Praetutianus Palmensisque, item Castrum Novum, flumen Batinum, Truentum cum amne, quod solum Liburnorum in Italia relicum est, flumina Albula, Tessuinum, Helvinum, quo finitur Praetutiana regio et Picentium incipit. 
    Cupra oppidum, Castellum Firmanorum, et super id colonia Asculum, Piceni nobilissima. intus Novana; in ora Cluana, Potentia, Numana a Siculis condita, ab iisdem colonia Ancona, adposita promunturio Cunero in ipso flectentis se orae cubito, a Gargano (CLXXXIII). intus Auximates, Beregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falerienses, Pausulani, Planinenses, Ricinenses, Septempedani, Tolentinates, Traienses, Urbesalvia Pollentini

    Dall'estremità della Puglia fino al confine tra Marche ed Emilia-Romagna l'intera fascia costiera era occupata da due principali gruppi etnici: 
    - quello iapigio, dal capo di S.Maria di Leuca al Gargano, 
    - e quello sabellico, dal fiume Fortore a Pesaro. 
    Queste due entità, distinte dal punto di vista linguistico, etnico e culturale, erano formate a loro volta da raggruppamenti minori. 
    Procedendo da sud verso nord, degli Iapigi facevano parte: 
    - i Messapi,
    - i Peucezi 
    - i Dauni; 
    Del gruppo sabellico invece facevano parte:
    - i Frentani, 
    - i Marrucini, 
    - i Vestini,
    - i Pretuzi 
    - i Piceni.



    I PICENI

    I Piceni furono la maggiore e più significativa entità culturale stanziata nell'area marchigiana nel primo millennio a.c.

    -  Tito Livio (Liv. X, 10-11) riferisce che nel 299 a.c. i Romani strinsero un patto di alleanza coi Piceni "cum Picenti populo".

    - Nei Fasti Triumphales Capitolini è citata la vittoria nel 268 a.c. di P. Sempronio e A. Claudio sui "Peicenti" (Peicentibus).

    - La legge del tribuno G. Flaminio del 232 a.c. prevedeva la colonizzazione dei territori dell'Italia centrale adriatica "al di qua di Ariminum e ultra agrum Picentium" (Catone ex Varrone I, 2, 7)

    M. VERRIO FLACCO
    - Polibio (II 21, 7) narra che nel "232 a.c. sotto il consolato di Marco Lepido, i Romani colonizzarono nella Gallia Cisalpina la zona picentina "da cui cacciarono i Galli Senoni", e  a proposito dei movimenti di Annibale dopo la battaglia del Trasimeno (III, 86, 9)  ricorda che il condottiero cartaginese "dopo aver attraversato il territorio degli Umbri e dei Picenti giunse in dieci giorni presso il litorale adriatico".

    - Appiano (Samn., 6,3) narra altresì che le legioni romane, con a capo il console Publio Cornelio Dolabella, attaccarono nuovamente nel 283 a.c. i Galli Senoni passando attraverso i territori dei Sabini e dei "Picentini". 

    - Plutarco di Cheronea chiama il Piceno "Picenide", e i suoi abitanti "Piceni". 

    - Claudio Tolomeo (III, 1, 7 - III, 1, 18) chiama "Piceni" i popoli che vivono accanto ai Peligni e Marrucini, e "Picentini" quelli che si trovano nei dintorni di Salerno. 

    M. Verrio Flacco (50 a.c. - 20 d.c.), la cui epitome, curata da S. Pompeo Festo nel II o III secolo d.c., venne compendiata nell'VIII secolo d.c. da Paolo Diacono: "La regione picena, nella quale è compresa Ascoli, viene così chiamata perché, quando i Sabini partirono verso Ascoli, sul loro vessillo era un picchio
    (Paul. Fest., p. 235 Lindsay, s.v. Picena regio).

    Le invasioni celtiche, la presenza siracusana e la conquista romana porteranno nel volgere di meno di due secoli alla totale scomparsa della cultura picena.



    GLI ALTRI POPOLI

    Nelle attuali Marche erano stanziati anche:
    - gli Asili (Silio Italico, VIII, 439-445), nei pressi di Jesi o nella valle dell'Aso; 
    - i Tirreni, fondatori a Cupra Maritima del santuario dedicato alla Dea Cupra (Strabone, V, 4,2); 
    - i Valesi (Esichio);
    - i Liburni, dei quali Truentum secondo Plinio sarebbe stato l'unico insediamento superstite; 
    - i Siculi, fondatori di Ancona e di Numana, scacciati secondo Filisto da Umbri e Pelasgi; 
    - gli abitatori della zona di Novilara, a sud di Pesaro, di cui conosciamo solo quattro stele di iscrizione "nordpicene" e di cui ignoriamo il nome; 
    - Plinio riferisce nell'area compresa tra Ascoli e di Teramo Plinio la presenza dei Pretuzi: Helvinum, "quo finitur Praetutiana regio et Picentium incipit" (Nat. Hist., III 18, 110); 
    - i Villanoviani con insediamenti e necropoli, rinvenuti nel territorio di Fermo. 



    LE STRADE

    - la via consolare Salaria, antica via del sale, tracciata dagli antichi Sabini nel II millennio a.c. che passando per Ascoli giungeva a Porto d'Ascoli;
    - la via consolare Flaminia, che collegava Roma a Rimini, nella variante meridionale che passava per Septempeda e raggiungeva il mare ad Ancona, per proseguire lungo la costa con due ramificazioni, una diretta a Fano, dove si ricongiungeva col ramo settentrionale della Flaminia, e l'altra a Porto d'Ascoli, dove si ricongiungeva alla Salaria.
    - la Salaria Gallica che si snodava all'interno della regione, collegando la via Flaminia (all'altezza di Forum Sempronii, odierna Fossombrone) con la via Salaria (all'altezza di Asculum, odierna Ascoli Piceno



    LE CITTA'


    - Ancon - Ancona -
    Fondata dai Greci di Siracusa nel 387 a.c. 
    Iniziò a romanizzarsi nel 133 a.c., quando ci fu la deduzione di una colonia romana nell'agro anconitano in seguito alla Lex Sempronia Agraria, e ancor di più nel 90 a.c. quando divenne municipio romano in seguito alla Guerra Sociale. 
    Da quell'anno Ancona può dirsi città romana, pur rimanendo per alcuni decenni un'isola linguistica e culturale greca. In età imperiale svolse per Roma la funzione di collegamento marittimo con l'Oriente e per questo l'imperatore Traiano ne ampliò il porto. 
    Conserva ancora l'Arco di Traiano e l'Anfiteatro Romano.


    - Asculum Picenum - Ascoli -
    MONETA DI AUSCULUM
    monetazione di Ausculum, sul dritto una A e sul rovescio un fulmine. Era la principale città dei Piceni, I primi contatti tra Asculum e Roma avvennero per i commerci che avvenivano lungo la via Salaria. In seguito alla sua sconfitta da parte dei Romani nel 268 a.c., Asculum divenne una civitas foederata.
    Nel 90 a.c. fu la prima città a ribellarsi al dominio di Roma, dando origine alla guerra sociale. I Romani, guidati da Gneo Pompeo Strabone, conquistano e saccheggiano Asculum nell'89 a.c., per farne poi municipio romano. La città prosperò sotto Augusto (che istituirà la Regio V Picenum), con templi, teatri, domus, ponti e fortificazioni.


    - Auximum - Osimo -
    Con la battaglia di Sentinum (Sassoferrato) del 295 a.c., i Romani iniziarono la conquista del Piceno, coinvolgendo anche Osimo: nel 173 a.c. narra Livio che i censori Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus appaltarono le mura urbiche e decisero la costruzione di tabernae (botteghe) attorno al foro. Considerata l'inespugnabilità dell'abitato e la sua posizione centrale rispetto l'area picena, i Romani decisero inoltre, nel 157 a.c., di dedurvi una colonia, iscrivendone i cittadini nella tribù Velina.


    - Beregra -
    Antica città federata dei Romani nel Piceno, sul ramo meridionale della Via Salaria che per Amiterno e Beregra conduceva a Interamnia (Teramo). Si crede che Civitella del Tronto sorga sull'antica area della picena Beregra.


    - Castrum Novum - Santa Marinella -

    "Colonia maritima civium Romanorum" insediata nella parte settentrionale costiera del territorio cerite, attuale Santa Marinella, fondata nel 264, all'inizio della I Guerra Punica (seguendo Vell., I, 14,8; al 289 risalirebbe la Castrum Novum picena, cfr. Liv., Periock, XI), con prevalente scopo di difesa costiera e di controllo dei traffici marittimi, al pari di Pyrgi e di Cosa. Infatti nel 191 a.c., fu invocata per reclamare la vacatio rei militaris nella guerra contro Antioco (Liv., XXXVI, 3,6). Di una nuova deduzione, forse nel III sec. d.c., si avrebbe attestazione epigrafica nell'appellativo "Colonia Iulia Castrum Novum" (CIL, XI, 3576-78).


    - Castrum Truentinum - S. Benedetto -
    Con la fondazione della cittadina portuale di Castrum Truentinum, (oggi San Benedetto, più Porto d’Ascoli e Martinsicuro), si romanizza la riviera adriatica e la cittadina in età romana diventa un rilevante scalo marittimo grazie alla sua posizione strategica. Essebdo al centro della penisola diventa punto di raccordo del commercio romano con gli altri porti dell’Adriatico. Inoltre, raccogliendo tutti i nuclei abitati che da secoli circondavano il fiume Tronto, collegava la costa ad Ascoli (Asculum) e all’importante via Salaria, grande arteria di comunicazione dell’Italia Centrale. Infatti l’antico porto di Castrum Truentinum diventa lo sbocco sul mare della Salaria, che attraversava tutta la vallata del Tronto, trovava un crocevia fondamentale in Ascoli e poi procedeva verso Roma tramite i valichi dei Sibillini.

    PONTE ROMANO - CINGULUM

    - Cingulum - Cingoli -
    il suo nome indicherebbe una città edificata sul ripiano di un monte, secondo una leggenda, il picchio piceno, giunto nelle Marche, 
    si posò proprio sull'altura di Cingoli. 

    Il primo nucleo insediato di Cingulum, nell'area dell'attuale Borgo San Lorenzo, risale al III sec. a.c.
    Nel periodo romano, la città è citata nel "De bello civili" da Giulio Cesare e venne ampliata e fortificata da Tito Labieno, cingolano, luogotenente imperiale. 

    Alla metà del I secolo a.c., in età augustea, Cingoli venne elevata a Municipium della tribù Velina, nella V Regio.


    - Cluana, Cluentum -
    La zona archeologica, oggi non visibile, sta nei pressi della Chiesa di San Marone, fra le vie Bruno Buozzi e Adriano Cecchetti. Fu fondata nell'VIII secolo a.c., a nord della foce del fiume Chienti (che cambiò nome in Cluentum in epoca romana) lungo la costa adriatica. Nel 268 a.c. il popolo piceno viene sconfitto in guerra dai romani, la sua terra annessa al territorio di Roma e con essa anche Cluana.
    Nel 50 d.c. su una collina vicina al mare, nei pressi di Cluana, sorge un nuovo piccolo centro abitato: Cluentis Vicus, attuale Civitanova Alta (frazione di Civitanova Marche). I due centri, pur diversi, uno sul mare l'altro arroccato sull'altura, nel corso dei secoli, tra alterne vicende, rimangono sempre legati e collegati tra loro.
    L’antica Cluana decadde in età imperiale, fino a perdere del tutto l’autonomia amministrativa a favore del proprio vicus Cluentensis, menzionato in un’iscrizione e ubicato dagli studiosi a Civitanova Alta. Nel periodo delle invasioni barbariche Cluana viene distrutta dai Visigoti e quasi tutti i superstiti si rifugiano nel vicus.


    - Cupra Maritima - Cupra Marittima -
    fondata dai Piceni, adoratori della Dea Cupra, nell' VIII secolo a.c., che vennero poi sconfitti dai Romani nel 268 a.c. divenendo colonia romana e l'ager cuprensis venne identificato con la Regio V Picenum famosa per la produzione di olio, olive e commercio marittimo con un grande porto situato verso la zona nord dell'attuale paese. Qui sorgevano i magazzini, e qui sono venuti alla luce gli ormeggi di navi e anfore per il trasporto del grano e dell'olio. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, i barbari saccheggiarono Cupra molte volte e subì la dominazione di Bizantini, Longobardi e Franchi, finché nel IX secolo i Mori la distrussero. I cuprensi si ritirarono sulle alture dando vita ai centri difensivi di Castrum Maranum, Castel Sant'Andrea e Castel Boccabianca.


    - Cupra Montana - Cupra Montana
    Il suo nome Cupramontana deriva dalla Dea Cupra, la dea della fertilità e della bellezza, adorata dalla popolazione preromana dei Piceni. Divenne poi un importante municipio romano.

    FALERIO PICENO

    Lungo il fiume Tenna, nella località di Piane di Falerone vi è Falerio Picenum, con un teatro romano quasi intatto.
    Di 50 metri di diametro, poteva ospitare 1600 persone, e si erigeva per tre ordini, l’ultimo dei quali è andato distrutto. Sopra le volte che coprivano gli ingressi principali vi erano due tribune che ospitavano da un lato il Pretore e dall’altro le vestali. 
    Lungo il perimetro esterno dell’anfiteatro è possibile notare i fusti di 22 colonne che, come le gradinate, erano rivestite in marmo.
    L’area archeologica comprende inoltre le cisterne romane (a poche centinaia di m dal teatro) e i resti dell’anfiteatro, purtroppo inglobato dall’edilizia privata. Il Louvre di Parigi, ospita le statue di Venere e Perseo qui reperite.

    - Firmum Picenum - Fermo -
    Villanoviana alle origini e poi Colonia romana nel 264 a.c., Fermo partecipa con Roma a varie campagne di guerra, per cui i suoi abitanti ottengono la cittadinanza romana nel 90 a.c. Il motto della città è "Firmum firmae fidei romanorum colonia" (Fermo, colonia romana di ferma fede). "Romanorum Colonia" (Colonia dei Romani); è un onore guadagnato dalla città grazie alla fedeltà assicurata ai Romani nella I e nella II Guerra Punica.


    - Hadria - Atri -
    La presenza di un antico porto davanti alla Torre di Cerrano è documentata ampiamente dalle fonti  a partire da Strabone (63 a.c. - 19 d.c.) che cita un porto commerciale presso la foce del fiume Matrino, discendente dall’antica Hatria, e identificandolo come un "epìneion" dotato quindi di strutture per lo stoccaggio delle merci, immagazzinamento e altre strutture funzionali al servizio di una città che ne distava poche miglia. Ancora Plinio (I secolo d.c.) ci parla dell’importanza del vino di Atri trasportato in anfore di produzione locale verso l’Oriente, Grecia e Egitto, senza tralasciare la direttrice Aquileia – regioni danubiane. Il porto in età romana aveva una posizione strategica essendo collocato in prossimità della via Cecilia, una diramazione della Salaria che collegava Roma con l’Adriatico passando per Amiternum (Aquila) e Hadria (Atri).

    MOSAICO DEL LEONE - PAL. SAVINI

    Fu abitata dai Piceni e dai Pretuzi, che dominarono fino al III 
    secolo a.c., prima del dominio romano, l'area di Aprutium, 
    da cui il termine "Abruzzo". 
    Venne conquistata dal console Manio Curio Dentato nel 290 a.c., divenendo municipio.

    Prese parte attiva alla Guerra sociale (91-88 a.c.) e Silla la privò dello statuto di municipio, che le fu poi restituito da Cesare.
    Come capitale del Pretutium venne inserita nella V regio da Augusto. 

    Sotto il dominio imperiale conobbe un periodo di grande prosperità, testimoniato dalla costruzione, sotto Adriano, di templi, terme e teatri.


    - Novaria -
    Da picena passò al dominio romano.


    - Numana -
    Da picena passò al dominio romano.


    - Pausulae -
    La città romana di Pausulae è stata localizzata nel comune di Corridonia nei pressi dell'Abbazia di San Claudio al Chienti. Le notizie del municipio, fondato dopo il 49 a.c., sono riportate in un passo di Plinio, nel Liber Coloniarum e nella antica cartografia (Tabula Peutingheriana).
    Le fonti testimoniano che la città esisteva ancora nel V secolo. Nei terreni ad Est dell'Abbazia è stata individuata una vasta zona di affioramento di materiali archeologici di età romana con presenza di strutture murarie.


    - Planina -
    Da picena passò al dominio romano.


    - Potentia -
    I Romani fondarono Potentia nel processo di colonizzazione della costa adriatica, come è documentato da Plinio il Vecchio, Tito Livio, Tolomeo, Pomponio Mela e Velleio Patercolo.
    Fu fondata tra il 184 a.c. e il 189 a.c. ad opera dei triumviri Marco Fulvio Flacco, Quinto Fulvio Nobiliore e Quinto Fabio Labeone, per assicurare terra ai veterani delle guerre puniche e per proteggere il litorale dall'assalto dei pirati illirici.
    La colonia crebbe fra il II e il I secolo a.c., finanziata da un ceto mercantile florido; con una fiorente produzione locale di terrecotte.
    Dopo il 174 a.c. vi fu un  declino, legato alle guerre civili e al violento terremoto del 56 a.c., di cui parla Cicerone. In età augustea prosperò fino a raggiungere la sua massima estensione, contemporaneamente al fiorire della qualità dei manufatti, che mantenne, probabilmente grazie ai traffici, fino al II secolo.
    Dopo un forte declino nel III secolo, culminante nella conquista e semidistruzione nel 409 da parte di Alarico I, si risollevò nella seconda parte del secolo IV; ma con detrimento dei suoi monumenti, di questi secoli è l'interramento del tempio, che testimonia la cristianizzazione della colonia.


    - Ricina - Villa Potenza di Macerata - (o Helvia Recina) -
    Dal dominio dei Piceni passò a quello dei Romani.

    SEPTEMPEDA - MOSAICO II O III SECOLO

    - Septempeda
    A breve distanza dall’odierno centro abitato di San Severino Marche, presso la Chiesa di S. Maria della Pieve, lungo il tracciato del diverticolo dell’antica via Flaminia, si osservano i resti della città romana di Septempeda, posta sulla sinistra del fiume Potenza, distrutta nel corso delle invasioni barbariche. 

    Dell’antica città sono visibili parte del circuito murario costruito in opera quadrata con grossi blocchi di arenaria con le porte est e sud-ovest, un ampio edificio termale costituito da una serie di ambienti che si sviluppano intorno ad un cortile centrale pavimentato in opus spicatum ed un complesso artigianale con fornaci per la produzione di ceramiche anch’esso databile ad epoca romana.

     
    - Tolentinum -
    Sorto su un insediamento preromano, il municipio romano era ubicato su un terrazzo fluviale lungo la sponda sinistra del Chienti, sul luogo di un importante asse stradale.
    In epoca romana Tolentinum è ricordata da Plinio il Vecchio tra i municipi della regio V augustea (Nat. Hist. III, 111) ed è menzionata dal Liber coloniarum (grom. vet. 226 L) che ci informa come, in epoca triumvirale, avesse avuto deduzioni di coloni viritani. Divenne municipium ascritto alla tribù Velina come testimoniano alcune iscrizioni, tra le quali spiccano quelle di un patronus, dei seviri augustales e di un praefectus fabrum.
    La città romana occupava l'abitato medievale, che in parte ne riproduce lo schema sull'asse di corso Garibaldi, l'antico decumanus maximus. Nelle odierne piazze della Libertà e San Nicola, stava l'area forense del municipium, dove, alla fine dell'800, vennero riportati in luce frammenti architettonici e scultorei, iscrizioni con dediche ai membri della casa imperiale e lacerti murari di una basilica con almeno un pavimento in crusta di marmo e di alabastro, datata al I sec.
    L'unico monumento di epoca romana ancora parzialmente conservato, è il mausoleo del V sec. di Flavius Iulius Catervius, presso la cattedrale di San Catervo, sotto il campanile e il presbiterio della cattedrale, a pianta circolare con tre absidi, gli alzati in opus latericium, e decorazioni parietali con affreschi a soggetto cristiano e mosaici in pasta vitrea.


    - Trea -
    L'antica Treia sorgeva nella zona del Santuario del Santissimo Crocifisso, ove in un campo è ancora visibile la forma di un anfiteatro, ed è possibile ancora trovare frammenti di epoca romana, oltre a quelli inseriti nei muri del convento. Fondata o dai Piceni o dai Sabini., prende nome da quello della dea Trea-Jana, la Dea Trina di origine greco-sicula che qui era venerata. Fu prima colonia romana, poi municipio (109 a.c.), raggiunse una buona estensione urbana e notevole importanza militare. Treia fu distrutta una prima volta dai Visigoti nel V secolo e poi, tra il IX e X secolo, dai Saraceni, per cui gli abitanti la ricostruirono su tre piccoli colli vicini che permettevano una più facile difesa, dandole anche il nuovo nome di Montecchio.


    - Urbs Salvia - Urbisaglia -


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    RICOSTRUZIONE DEL VILLAGGIO ROMANO DI ULPIA TRAIANA SARMIZEGETUSA
    Ulpia Traiana Sarmizegetusa, Hunedoara County, fu il più importante centro politico e militare della Dacia in epoca Romana, sorto sul vecchio castrum di Traiano (53 - 117), a circa 50 km ad ovest dell'antica Sarmizegetusa Regia, il più importante centro dell'antica Dacia, in senso militare, religioso e politico, distrutto dai Romani di Traiano durante la conquista della Dacia nel 106.

    Venne fondata in relazione alla conquista della Dacia ed alla conseguente creazione della Provincia, conquista che si realizzò negli anni compresi tra il 101 ed il 106, attraverso lo scontro tra l'esercito romano, guidato dall'imperatore Traiano, e i Daci, stanziati nel basso corso del Danubio, guidati dal re Decebalo (87 - 106).
     
    L'esito finale della guerra fu la sottomissione della Dacia, l'annessione all'Impero romano e la sua trasformazione in provincia, sancita l'11 agosto del 106 e governata da cittadini romani optimo iure (cittadinanza romana). Fu centro amministrativo, finanziario e sede del governatore della provincia con il nome completo di "Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa".

    I sarmati Iazigi erano un popolo stanziato a sud del Volga, che attorno al 20 migrarono dietro indicazione di Tiberio, nella piana del Tisza (attuale Ungheria orientale), dove rimasero fino all'arrivo degli Unni, un popolo guerriero nomade siberiano di ceppo turco, che giunse in Europa nel IV sec.

    Successivamente i sarmati Iazigi attaccarono la provincia romana e Ulpia Traiana durante le guerre marcomanniche (166 -180). Con Settimio Severo Ulpia potrebbe aver ricevuto lo ius italicum, secondo il quale i suoi cittadini erano esentati dal pagamento del tributo fondiario.

    LA REGIA DACICA DI SARMIZEGETUSA CON ANNESSA RICOSTRUZIONE
    La capitale della nuova provincia di Dacia sorgeva 50 km ad ovest della precedente capitale dei Daci, Sarmizegetusa Regia. Durante il regno di Traiano ebbe un ruolo guida a livello amministrativo e religioso, nel cuore della Transilvania, la parte occidentale e centrale dell'odierna Romania, protetta da entrambi i lati dalle due legioni lasciate a guardia della nuova provincia: ad est dalla legio XIII Gemina di stanza ad Apulum ed a ovest dalla legio IIII Flavia Felix di stanza a Berzobis.

    Sotto Antonino Pio (86 - 161) fu anche sede del concilium Daciarum trium (posto sotto il controllo di un sacerdos arae Augusti), riunione annuale dei rappresentanti di tutte le comunità della Dacia.
    Rimase sede del Procurator Augusti finanziario durante l'intero dominio romano fino al 271, come pure centro religioso della provincia. 

    Sotto Alessandro Severo (208 - 235) ricevette il glorioso epiteto di Metropolis, quale centro urbano più importante dell'intera provincia delle tre Dacie (Romania, parte della Bulgaria e dell'Ungheria.). 

    Tra il 247-258 ad Ulpia fu battuta moneta. La città sopravvisse per circa un secolo all'abbandono della Dacia da parte dei romani e iniziò a decadere definitivamente solo attorno alla metà del IV sec.
    Le sue rovine sorgono nei pressi dell'omonima Sarmizegetusa nel distretto di Hunedoara In Transilvania, nella depressione di Ţara Haţegului.



    DESCRIZIONE

    Se l'antica capitale della Dacia preromana era sui Monti Orastiei ad un'altitudine di 1.200 m, Sarmizegetusa romana era situata su un terreno quasi pianeggiante in Haţeg Basin, a quota 531 m. La città si trova a circa 8 km dalla strada che passa tra Banat e Transilvania, e che un tempo erano chiamati Tapae, le "Cancelli di Ferro della Transilvania". 

    La scelta del luogo per fondare la città è stata fatta sulla base di vantaggi strategici ed economici con le Montagne Retezat  e la Poiana Rusca  a sud e a nord, che erano le barriere naturali difficili da attraversare per i potenziali aggressori. 

    Il territorio metropolitano si estendeva dal Tibiscum che faceva da ingresso al passaggio di Jiu, un territorio favorevole dove la capitale fu in grado di sviluppare in pace, essendo difesa dai fortini di Tibiscum, Voislova  e Bumbeşti.

    ISCRIZIONE PORTA TRAIANA
    Sopra: PARTE DELL'ISCRIZIONE SOPRA ALLA PORTA DI ULPIA TRAIANA  1968, 441 = AE 2003, 1520: che riporta: (le lettere minuscole sono le mancanti)
    In honorem domus divinae
    Lucius OPHONIUS PAPiria DOMITIUS PRISCUS
    II VIR COLoniae DACICae PECUNIA SUA FECIT
    Locus Datus Decreto Decurionum

    La fortezza iniziale, un quadrilatero di massicci blocchi di pietra (muro Dacio), venne costruita con cinque terrazze degradanti su una superficie di quasi 30.000 mq. Le sue dimensioni originarie erano di 530 x 430 metri, un rettangolo pari a 22,5 ettari, con le strade principali appartenenti all'accampamento utilizzato da Traiano durante la conquista della Dacia. 

    Le strade principali, il "cardine massimo" (cardo maximus) ed il "decumano massimo" (decumanus maximus) si intersecavano perpendicolarmente, come era d'uso in tutti gli accampamenti romani, a loro volta intersecate perpendicolarmente dalle vie minori.

    La cinta muraria della città in seguito fu ampliata di ulteriori 170 metri, andando a coprire ora un'area di 32 ettari (530 x 600 metri), mentre lo sviluppo esterno portò a coprire un'area molto più vasta complessivamente di oltre 100 ettari.


    Il sito archeologico è ricco di vestigia romane tra cui: 

    - un acquedotto (costruito al tempo di Adriano), 
    - due fori, uno dei quali abbellito con rifiniture in marmo da Settimio Severo (146 - 211), 
    - un anfiteatro, 
    - due granai, 
    - numerosi templi quale centro religioso provinciale tra cui 
    1. un tempio dedicato al Libero padre, 
    2. uno dedicato al Dio Esculapio, 
    3. uno dedicato alla Dea Nemesi 
    4. ed uno come tempio Capitolino, 
    - un teatro, 
    - l'abitazione del Procurator Augusti, 
    - numerose abitazioni private, 
    - locali industriali e commerciali.
    - Attorno alla città sorgevano poi numerose villae rusticae.

    I RESTI DEL FORO

    ROMANIA

    " Le rovine di Ulpia Traiana Sarmizegetusa, antica capitale della Dacia nonché sito archeologico tra i più spettacolari dell’intera Romania, saranno restaurate grazie a un progetto del costo di 4 milioni e mezzo di euro. Tra gli interventi annunciati, la ricostruzione integrale dell’Anfiteatro e del Foro, che torneranno così all’aspetto che avevano duemila anni fa. Il progetto è stato approvato e la richiesta per il finanziamento europeo è già stata presentata.

    Al progetto hanno collaborato archeologi, architetti, professori ed esperti, praticamente tutti coloro che nel corso degli anni hanno condotto ricerche sistematiche su Ulpia Traiana Sarmizegetusa. C’è voluto un anno intero per ottenerne l’approvazione”, spiega Liliana Tolas, direttore del Museo della Civiltà Dacica e Romana (MCDR) di Deva, che ha in gestione il sito.


    I lavori dovrebbero iniziare nella primavera prossima e dureranno quattro anni. Il progetto sarà realizzato in due fasi: il primo, di due anni, sarà finalizzato al restauro e alla conservazione; la seconda si concentrerà sulla ricostruzione dell’Anfiteatro e del Foro. Quando sarà ultimato, l’Anfiteatro potrà contenere 5mila spettatori e diverrà sede di eventi culturali.

    La città si trova a una quarantina di Km da Sarmizegetusa Regia, capitale dei Daci prima della conquista. Il sito fa parte della “Strada degli Imperatori Romani” che comprende anche i siti di Adamclisi, Histria, Apulum e Rosia Montana. Il sito è stato visitato lo scorso anno da circa 90mila persone. Con il restauro e la ricostruzione dei monumenti, l’aspettativa è che il numero dei turisti salga a un milione. "





    L'ANFITEATRO

    L'anfiteatro è l'edificio più imponente del complesso. Fu costruito nella prima metà del II secolo. Nei suoi locali si aggiravano gladiatori pronti al combattimento, animali selvatici e persone, scene teatrali, gare poetiche e altre manifestazioni pubbliche.

    RICOSTRUZIONE
    In una capienza di circa 5.000 persone, i sedili erano di due tipi: quelli in pietra, vicini alla scena, riservati alle persone importanti, e quelli in cima, in legno, riservati agli spettatori ordinari.

    Secondo l'iscrizione di un sedile conservata nel museo, i dignitari avevano per l'appunto posti riservati.

    Nel mezzo dell'anfiteatro c'era una sala sotterranea in cui giaceva una lastra di marmo dedicata alla Dea Nemesis.

    Il suo commissionario fu Gaius Valerius Maximus pecurarius, un fornitore di bestiame, che lo fece eseguire a sue spese, per ingraziare la Dea per la fortuna economica che gli aveva accordato.



    IL TEMPIO DI NEMESI

    Vicino all'anfiteatro fu costruito un tempio dedicato alla Dea Nemesis, venerata nell'antichità dai gladiatori. All'interno del museo archeologico sono state conservate alcune colonne di tempio e diverse tavole con bassorilievi. Uno di questi rappresenta la Dea Nemesi con i suoi attributi, la bilancia, il grifone e la ruota.




    IL PALAZZO AUGUSTALE

    Il Palazzo Augustale (Latina Aedes Augustalium) si trova vicino al tribunale, all'interno delle mura della città, e riguardava l'ordine degli Augustali, una società influente, che reclutava i suoi membri all'interno dello strato più ricco degli abitanti della città. L'Ordine si occupava dell'organizzazione di celebrazioni, tra cui quella del 3 gennaio dedicata all'imperatore in carica. 

    Si trattava di un edificio imponente dotato di un grande cortile centrale (diviso in due da un muro), con due basiliche poste ad est e ad ovest dell'edificio. Nel mezzo del cortile troneggiava l'altare dell'imperatore con la sua statua imponente.

    Nell'edificio sono stati rinvenuti oggetti di valore nascosti in una stanza sotterranea pavimentata in pietra, con pareti intonacate e una porta di sicurezza. Tra gli oggetti rinvenuti nel palazzo c'è una colonna con una scritta relativa ad una donazione di un certo Antonius, e due iscrizioni con i nomi dei figli del fondatore del palazzo: cavalieri e membri del consiglio cittadino Procilius Iulianus Marcus e Marcus Regulus Procilius.



    FORUM VETUS

    Il foro di Traiano, o il forum vetus, è stato collocato al centro della colonia dei veterani. Originariamente costruito in legno, venne restaurato in pietra durante il regno di Traiano, guadagnando un carattere monumentale. La sua decorazione esalta la recente vittoria sui Daci. Di fronte all'entrata c'era l'altare, innalzato in occasione della fondazione della colonia e della fondazione della provincia, l'intero spazio che gli era dedicato era sacro e carico di grande valore simbolico.

    A metà del II secolo è iniziato il processo di ristrutturazione dell'edificio con elementi architettonici di marmo. L'edificio, che copre un'area di 1 ha, è costituito da un mercato pubblico, circondato da un portico e affiancato da una grande basilica, con molte sale,  che servì come sede del governo locale (compresa la curia) e varie associazioni professionali e religiose. 

    Nel corso del tempo il cortile di corte venne letteralmente riempito con statue onorarie di
    bronzo, soprattutto di imperatori  trionfanti sulle quadrighe.
    A sud del foro c'era il mercato alimentare ( macellum ) affiancato da una catena di negozi ( tabernae ) e bacini di pesce freschi al centro. Nel II secolo il mercato alimentare venne sostituito da un secondo forum, il Forum Novum.




    FORUM NOVUM

    Il nuovo Forum ospitava il Tempio Capitolino, innalzato su un podio monumentale, preceduto da 11 gradini di marmo e con una facciata di sei colonne corinzie. Sul lato nord venne costruito un
    Cryptoporticus, dove si moltiplicarono nel tempo le statue onorarie per le élite locali. Invece nella corte del lato opposto vennero collocate le statue equestri dei governatori provinciali, che erano anche
    gli amministratori della colonia di Traiano.


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  • 07/23/19--04:56: PONTE LUCANO
  • PONTE LUCANO NEL 1870 (DI FRANZ KNEBEL II)
    Percorrendo la Via Tiburtina appena prima della salita per Tivoli si è colpiti dalla mole cilindrica marmorea che domina il greto dell'Aniene e dell'elegante ponte che ad essa si collega. Fu così anche nei secoli passati quando valenti pittori si dettero a ritrarre i due magnifici monumenti di cui si era quasi persa la memoria.

    Fonte di ispirazione fin dal Rinascimento, quando appunto si ridestò il desiderio di conoscere e riconoscere i fasti romani per secoli occultati e demonizzati, dando appunto luogo a una rinascita dell'arte, il ponte è stato rappresentato in innumerevoli quadri e stampe di grandi artisti: dal Piranesi a Salvator Rosa, a Lorrain, Poussein e Corot, solo per citarne alcuni.

    Sulle pendici di Tivoli, sul fiume Aniene, che da qui era navigabile, venne innalzato l'imponente Mausoleo dei Plautii in onore del Console Plautus Silvanus, nel I sec. d.c. e a lato venne edificato nella stessa epoca il Ponte Lucano, costruito dal diumviro M. Plauzio Lucano, da cui il nome, con il collega Tito Claudio Nerone. Il ponte consentiva alla Via Valeria di scavalcare l’Aniene e salire verso Tivoli.

    Questo monumento romano si trova dunque nella piana di Tivoli presso il fiume Aniene, a circa un km dalla celeberrima Villa di Adriano, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, e poco a valle, a detta degli studiosi, giaceva l’antico porto fluviale da dove veniva imbarcato il prezioso materiale da costruzione di cui venne rivestita Roma: il lapis tiburtinus (travertino). Insieme ai marmi si caricavano i legnami per i tetti tratti dai boschi dell’alta valle dell’Aniene.

    PONTE LUCANO E IL MAUSOLEO DEI PLAUZI IN EPOCA ROMANA

    DESCRIZIONE

    Il ponte è costituito di cinque archi di cui:
    - il primo arco è oggi chiuso da un muro medioevale di mattoni, 
    - il secondo arco corrisponde alla ricostruzione di Narsete, 
    - gli altri sono originali e corrispondono alla costruzione voluta da Lucano Plauzio, 
    - l'ultimo arco sulla riva destra è interrato.

    Il Ponte ha conservato le antiche arcate ma è stato privato dell’antico parapetto in pietra, sostituito con una ringhiera, secondo alcuni per facilitare il deflusso delle acque in piena, secondo altri come materiale di riutilizzo, la spoliazione fu una delle principali attività del medioevo, per ricostruire o per fare calcina.

    Sia il Ponte Lucano che il Mausoleo dei Plautii, o Plauzi, sono tra i rarissimi monumenti di questo tipo pervenuti in buono stato di conservazione, probabilmente perchè le famiglie che li detenevano restarono potenti fino al tardo impero, per cui nessuno potè abbattere le loro sepolture, come avvenne invece in molti altri casi. Il ponte fu semi-distrutto dai Goti di Totila per ritardare l'avanzata dei bizantini di Narsete, il quale, poi lo ricostruì.

    IL PONTE NEL 1750 (PIRANESI)
    Nel 2014 il complesso Mausoleo-Ponte venne racchiuso in un cantiere poi abbandonato. Nel 2005, per porre fine al degrado, venne stipulato un "Protocollo d’Intesa" nel settembre 2005 fra le varie e numerose Autorità Competenti, vale a dire:

    - Ministero per i Beni Culturali,
    - Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo,
    - Comune di Tivoli,
    - Autorità di Bacino del Tevere,
    - Direzione Regionale Beni Culturali,
    - Soprintendenza Beni Archeologici
    - Soprintendenza Beni Architettonici del Lazio
    - vari piccoli comitati privati
    che però dopo una decina di anni, non aveva concluso assolutamente nulla.

    Il ponte romano, posto sull’antico tracciato della via Tiburtina, è costituito, come detto da 5 arcate a tutto sesto, e da un'arcata interrata siamo passati a tre, a causa dei depositi fluviali che nessuno rimuove in quanto da infiniti decenni il fiume non viene dragato.  Questo lo espone naturalmente alle soventi esondazioni di fronte a cui gli amministratori allargano le braccia, non sanno proprio cosa fare. Insomma bene che va è incuria.

    Nel 1936, a causa delle esigenze di traffico, fu cambiato il percorso della via Tiburtina creando, non distante un nuovo ponte, ma il Ponte Lucano rimase in uso, per gli spostamenti locali, fino ai primi anni Ottanta. Per la città ha un grande significato storico e simbolico, campeggiando sullo stemma cittadino al di sotto dell’aquila. 



    Protect Hadrian's Villa: dalla discarica di Corcolle a Ponte Lucano (Fonte)
    Protect Hadrian's Villa: dalla discarica di Corcolle a Ponte Lucano"We are pleased to pass on some very good news: we have won our battle to prevent Rome's new garbage dump from being located near Hadrian's Villa". Così il professor Bernard Frischer annuncia ai firmatari della petizione per scongiurare la localizzazione di una discarica a Corcolle - San Vittorino la vittoria della battaglia Protect Hadrian's Villa.

    "Abbiamo il piacere di darvi una notizia molto positiva: abbiamo vinto la nostra battaglia per impedire che la nuova discarica per i rifiuti di Roma venisse realizzata a poca distanza da Villa Adriana - scrive il professore californiano -. Siamo riusciti ad evitare uno scempio ma il nostro impegno per tutelare la Villa ed il paesaggio tiburtino deve continuare".

    IL PONTE NEL 2019 ED IL SUO DEGRADO

    DA CORCOLLE A PONTE LUCANO
    Petizione online creata del professor universitario californiano (promotore del layer di Google Earth che contiene la virtualizzazione dettagliata di 7000 monumenti e palazzi della Roma all'epoca dell'imperatore Costantino nel 320 d.c.) che ha visto l'adesione di migliaia di studiosi, professori e cittadini con firme apposte da ogni parte del mondo. 
    "Fight to protect Hadrian's Villa" che non si vuole fermare, come scrive ancora Bernard Frischer: "Molti monumenti antichi nella zona attorno a Villa Adriana versano in uno spaventoso stato di degrado... Un esempio particolarmente significativo di questa situazione è Ponte Lucano il cui portale è ridotto in condizioni miserevoli... 
    La nostra petizione internazionale ha dimostrato senza ombra di dubbio che la protezione di Villa Adriana non è solo una questione locale, ma un problema che desta grande preoccupazione fra gli studiosi, gli architetti e in generale presso l'opinione pubblica di tutto il mondo. Vi invitiamo ad unirvi a noi per passare da un ruolo difensivo ad uno più attivo nel proteggere Villa Adriana".
    Come al solito: Roma antica preme più agli stranieri che a noi italiani. All'estero comprano i nostri monumenti e i nostri artefatti e perfino li riproducono trasformandoli in ricchezza. Noi li lasciamo deperire come fossimo un paese del terzo mondo privo di scuole e di istruzione.

    2018
    "Dopo tanti anni di lavoro da parte di enti e associazioni che fin da subito hanno creduto nell’importanza del Contratto di Fiume dell’Aniene – dichiara il presidente di Legambiente Lazio – la firma del Manifesto di Intenti sancisce l’avvio definitivo di un percorso fondato sulla partecipazione dal basso, e che nei prossimi anni vedrà tutti gli aderenti lavorare insieme per difendere la biodiversità e pianificare la mitigazione del rischio idrogeologico sul territorio. 
    Ora che lo strumento è operativo, c’è bisogno che l’intera assemblea di fiume costruisca e pianifichi le idee per il futuro dell’Aniene, a partire dalla qualità, e in questo caso anche quantità, dell’acqua. Questo contratto è di importanza fondamentale perché si estende per l’intero asse del secondo fiume del Lazio, dalle sorgenti alla confluenza romana nel Tevere, mettendo insieme nel suo scorrere tante governance diverse fatte di comuni, comunità montane, provincie, parchi regionali, e dando vita, infine, a un luogo dove insieme si può veramente migliorare il futuro dell’Aniene. 
    Sull’Aniene il contratto di fiume è nato bene, con la giusta partecipazione e focalizzando obiettivi concreti, auspichiamo che diventi esempio per tutti gli altri percorsi simili in avvio nel Lazio che sosteniamo e seguiamo con forza. Intanto è arrivato già il sostegno dal nuovo Ufficio Speciale sui Contratti di Fiume della Regione Lazio, determinante per dare gambe a un percorso collettivo di risanamento ecosistemico e sviluppo ecosostenibile”.
    Se ne farà qualcosa? Non lo sappiamo. E per il ponte? Rimane un incognita.

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  • 07/24/19--04:20: CULTO DELLE DEE MATRES
  • MATRES IN TERRACOTTA DA INSEDIAMENTO GALLO ROMANO DI VERTILLUM

    Il culto delle Matres (madri) dette anche Matronae (matrone) è un culto antichissimo che affonda le radici nel paleolitico, venerate in tutto il mondo, e in Europa soprattutto mediterraneo e celtico. La prima statuina del genere, in terracotta a forma romboidale, con una donna che apre il suo manto da cui spuntano altre due teste laterali risale al 30.000 a.c.

    In epoca preromana e romana ne esistevano anche in suolo italico, rappresentate in gruppi di tre figure femminili, spesso sedute e recanti in grembo simboli di abbondanza e fertilità (canestri di frutta o pani, cornucopie, bimbi in fasce). I romani, con un grado di accoglienza mai più riscontrata in alcuna religione, accettarono anche questa divinità primitiva dedicando loro santuari e templi.

    La Dea era trina, antesignana del concetto di trinità collegato alla Natura datrice di nascita, crescita e morte per tutti gli esseri viventi. Il comprendere che questi tre aspetti riguardavano una stessa entità era un mistero da comprendere, tanto che se ne fecero delle congregazioni religiose relative ai Sacri Misteri.

    In questi si comprendeva che esistevano MATRES NATURANTIS (la parte invisibile identitaria e intelligente della natura) e MATRES MATUTAE, la parte visibile e agente della natura.



    LE MATRES MATUTAE

    Le Matres Matutae abbondano in tutto il suolo italico, lasciando tracce soprattutto nel sud, con antiche statue in tufo, realizzate, in un periodo compreso tra il VI al I sec. a.c., dalle popolazioni Osche e Campane. 
    Sono madri in trono con uno o più neonati tra le braccia.

    MONETA DI ACCOLEIUS LARISCOLUS E LE MATRES

    LA MATER MATUTA 

    Se Le Matres Matutae rappresentavano la provvida natura fertile e generosa, che accorda abbondanti i frutti del lavoro della terra, accettandone però i cicli di vita e di morte. 
    La Mater Matuta, divinità italica dell'aurora e delle nascite, ha già questi simboli in sè. Ella infatti tiene in mano un melograno (simbolo di morte e rinascita) nella mano destra, e una colomba (simbolo di pace) nella mano sinistra. Il frutto del melograno infatti quando muore si apre mostrando i suoi semi per la rinascita.



    LA DEA TRIVIA

    Il trivio indicava le tre vie della Grande Madre appunto Trina, cioè fautrice di nascita, crescita e morte, e per il lato erotico- ludico ma pure sano della fecondità si esaltava la sessualità che tanto fu poi negata e punita dal cristianesimo.

    MATER MATUTA
    I santuari di Ecate Trivia erano in tempi remoti, come del resto quelli di Venere Trivia, alla sacra prostituzione, abolita poi dai romani più tardi togliendone il lato religioso ma non il lato profano.

    La prostituzione  sacra, o ierodulia, rappresentava la natura sessuata e proliferante, come era vista un po' in tutto il mondo. Nona caso Iside in Egitto è rappresentata come la prostituta che sta alla finestra.

    “Celebro Ecate trivia, amabile protettrice delle strade,
    terrestre e marina e celeste, dal manto color croco,
    sepolcrale, baccheggiante con le anime dei morti,
    figlia di Crio, amante della solitudine superba dei cervi,
    notturna protettrice dei cani, regina invincibile, annunciata dal ruggito delle belve, imbattibile senza cintura, domatrice di tori, signora che custodisce le chiavi del cosmo,
    frequentatrice dei monti, guida, ninfa, nutrice dei giovani,
    della fanciulla che supplica di assistere ai sacri riti, benevola verso i suoi devoti sempre con animo gioioso.”

    (Esiodo - Teogonia)

    Le figure femminili che sono sulla moneta portano abiti differenti: quella a sinistra, ha un drappo che dalla spalla sinistra scende trasversalmente fino al lato destro del fianco ed ha poco seno; le altre due portano abiti uguali, con una ripresa della stoffa sotto il petto per creare delle pieghe decorative che scendono dritte verso il basso ed hanno floridi seni.
    Sono la morte, la nascita e la crescita. La madre che dà alla luce, che allatta e che dà la morte.
     


    LA DEA MARICA

    Presso la foce del Garigliano, c'era il santuario della Dea Marica, che secondo le fonti prevedeva un lucus, una palude e dell’acqua, sia del fiume che del mare. Marica era una Dea matronale, preposta alla riproduzione e alla fertilità, con connotazioni ctonie.

    Essa venne collegata a Diana, Hekate Trivia e Circe. Tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.c., il nome di Trivia, che compare inciso su una ciotola di impasto rinvenuta nell’area del santuario. La Dea triplice era sempre la ricca natura della zona, che forniva, oltre ai frutti reperiti dall'uomo, un lato selvaggio ma sempre produttivo, legato alle acque e ai boschi.

    Del resto nelle religioni primitive molte sono le triadi femminili: le Moire, le Parche, le Norne e così via, splendide Dee Trine che raccoglievano in sè i diversi cicli, successivamente trasformate in brutte e cattive come le Parche, o buone e belle  come le Grazie e le Eumenidi. In realtà non erano nè buone nè cattive, ma seguivano i cicli della vita.

    Il culto delle Matres, in via di abbandono, venne poi recuperato sotto Augusto, non solo delle Matres ma della Madre Matuta. Il culto delle Matres venne però seguito soprattutto nei pagi, cioè nei villaggi. Ad esse si facevano offerte di acqua, latte e vino, in genere in contemporanea e mentre l'acqua simboleggiava la vita (forse acque amniotiche oppure il mare generatore), il latte simboleggiava la crescita per ovvi motivi, ma il vino significava la morte.

    Viene da pensare al vino che è prodotto dalla trasformazione dell'uva che per produrre vino deve morire e rinascere. Spesso la vite (anche nel cattolicesimo) viene inteso come simbolo di morte e rinascita.


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  • 07/25/19--05:09: LEGIO IIII SORANA

  • "Saccha dopo alcune erudite sopra simili antiche memorie aggiunge alla lettura della sopradetta Iscrizione per chiarezza maggiore la seguente spiegazione: 

    Legio quarta Sorana fecit aut dicavit Lucio Firmio Filio Lucii; scilicet hunc lapidem deducta Colonia ob deduciam Coloniam causa honoris ci virtutis scilicet ipsius firmii.

    Fatta dunque Sora Colonia di Roma ne participò i Privilegi e ne corse le fortune ora godendo con lei la pace ed ora sostenendo con lei le guerre.

    E singolarmente nella II gran guerra Cartaginese fra le bellicose Squadre che componevano l'Esercito Romano si annovera, da Silio Italico, la Gioventù di Sora Soraque juventus se bene dopo dieci anni di continuate perdite si vide questo aiuto di Sora a Roma non poco illanguidito.

    Imperocchè nel quinto Consolato di Fabio Verrucoso e quarto di Fulvio Flacco avendo Roma per le tante sconfitte ricevute dal fiero Annibale addimandati li soliti soccorsi alle sue trenta Colonie sparse per l Italia dodici di esse fra le quali fu Sora si scusarono con dire che non avevano più nè Soldati nè danari persi in si lunga ed infausta guerra.
    "

    (Memorie istoriche massimamente sacre della città di Sora - di padre Francesco Tuzii)

    La legio IIII Sorana, (ma per molti invece il suo nominativo è la III Sorana), fu una unità militare romana di epoca tardo repubblicana, che si ritiene sia stata formata dal console Gaio Vibio Pansa Caetronianus (tribuno della plebe nel 51 a.c. e console della Roma repubblicana nel 43 a.c.), che nel 54 e 53 a.c. aveva prestato servizio nell'esercito di Cesare nella Guerra Gallica (58 - 50 a.c.) che nel 43 a.c. aveva reclutato la IIII proprio nella cittadina volsca di Sora (Latium), da cui il nome. (Augusto, Res Gestae Divi Augusti)

    La Sorana deve sicuramente aver partecipato alla successiva battaglia di Filippi del 42 a.c., e da buoni cesariani furono dalla parte dei triumviri Ottaviano e Marco Antonio. Si presuppone infatti che coincida con la legio II Sabina sempre di epoca tardo repubblicana, che era stata formata all'epoca da Gaio Giulio Cesare nell'anno di consolato del 48 a.c., arruolata per combattere contro Gneo Pompeo Magno, che prese parte alla successiva battaglia di Munda del 45 a.c.

    Gaio Vibio avrebbe anche partecipato alla successiva battaglia di Filippi, quella del 23 ottobre del 42 a.c. sempre dalla parte dei triumviri, Ottaviano e Marco Antonio. Secondo Svetonio sarebbe morto assassinato per mano di Augusto che gli avrebbe fatto un lungo discorso:

    "Ho trovato il metodo per togliervi di mezzo sia te, che Irzio, tutti crederanno che siete morti da eroi, in battaglia, ma in realtà, sono riuscito ad ottenere, quanto mi ero prefissato, da non farvi portare a termine il pensiero di Cesare, togliendo di mezzo i due maggiori artefici

    al che l'altro avrebbe risposto:

    “Sapevo che questa era la mia fine, sono partito già sapendo di morire”

    LA IIII SORANA CONFLUISCE NELLA III AUGUSTA
    Perchè mai Augusto avrebbe voluto assassinarlo non si capisce, anche se soffriva di gelosie Augusto non sarebbe arrivato a tanto, e soprattutto non l'avrebbe mai fatto esponendosi in tal modo, inoltre non era certo tipo da discorsi in certi frangenti, Augusto poteva essere anche spietato, ma mai stupido, e da intelligente qual'era si tenne sempre cari i bravi generali.

    Risulta invece che dopo la disfatta dei repubblicani, Gaio Vibio giurò fedeltà al solo Ottaviano e con lo stesso rimase fino alla battaglia di Azio del 31 a.c., in seguito alla quale sembra sia stata sciolta la legione negli anni compresi tra il 30 ed il 14 a.c. (quando furono mandati in congedo tra i 105.000 ed i 120.000 veterani).

    Parte dei suoi soldati dovrebbero essere stati inseriti nei ranghi della nuova legione, la IV Macedonica (nella quale confluì anche la legio IV di Cesare). La IIII Macedonica era stata creata da  Cesare nel 48 a.c. e sciolta nel 70 dall'imperatore Vespasiano. I simboli della legione erano il toro e il capricornoSecondo alcuni parte dei suoi soldati potrebbero essere stati integrati anche,  nella nuova legione, la II Augusta, arruolata anch'essa nel 43 a.c.,

    Il fatto che la III e la IIII siano spesso sovrapposte fa pensare si tratti di una stessa legione, fondata nel 43 da Pansa, reclutata da Ottaviano, sciolta dopo la battaglia di Azio, e riesumata poi per costruire e combattere in Africa, rieditandosi come III Augusta in onore di Ottaviano.

    Proseguì poi fino al 238 quando la legione riuscì a sopprimere la rivolta di Gordiano I e Gordiano II nella Battaglia di Cartagine, per poi però venire sciolta da Gordiano III. In tal caso come simboli avrebbe avuto il pegaso alato e il capricorno.


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  • 07/26/19--04:56: VIRIATUS
  • MONUMENTO DI VIRIATUS A VISEU (PORTOGALLO)

    Nome: Viriathus
    Nascita: Lusitania, 180 a.C. 
    Morte: Lusitania, 139 a.C.
    Professione: Condottiero Lusitano

    Viriatus (o Viriathus; conosciuto come Viriato in Spagna e Portogallo; comunque un nome celtico (... - 139 a.c.) fu il leader più importante del popolo lusitano che si oppose a Roma nella sua espansione verso la Spagna occidentale, che i romani chiamavano Hispania, e che i greci chiamavano Iberia occidentale. Dopo la conquista romana comunque la Lusitania divenne una provincia romana, comprendendo la maggior parte del Portogallo, tutta l'Estremadura e la provincia di Salamanca.

    Viriatus sviluppò alleanze con altri gruppi iberici, inducendoli a ribellarsi contro Roma. Il suo esercito supportato dalla maggior parte delle tribù lusitane e Vetton nonché da altri alleati celtiberici, annoverò diverse vittorie contro i romani tra il 147 e il 139 a.c., prima di essere tradito dai suoi e ucciso durante il sonno.

    Mommsen scrisse di lui: "Sembrava come se, in quell'epoca prosaica uno degli eroi omerici fosse ricomparso."Senza il loro leader carismatico la sua banda di ladri semplicemente si sciolse.
    "Egli era, come concordato da tutti, valente nei pericoli, prudente e attento nel fornire ciò che era necessario, e ciò che è stato più notevole di tutti è stato, che, mentre fu al comando, non vi fu mai stata persona più cara di lui"

    MONUMENTO DI VIRIATUS A ZAMORA (SPAGNA)
    Si pensa che Viriatus avesse origini oscure, sebbene Diodoro Siculo (I sec. a.c.) riferisca che egli "sostenesse di essere un principe" e inoltre "Sigore e proprietario di tutto". La sua famiglia era sconosciuta ai romani che pure conoscevano le aristocratiche famiglie guerriere. Molti autori descrissero le sue grandi qualità fisiche e psichiche come le sue numerose abilità nei combattimenti. Aveva una grande forza fisica, era un eccellente stratega, e una mente molto pronta e lucida.

    Alcuni autori descrivono Viriatus con le precise prerogative di un re celtico. L'unico riferimento su dove fosse la sua tribù nativa è stata fatta da Diodoro Siculo, che sostiene fossero tribù lusitane presso l'oceano. Egli apparteneva alla classe dei guerrieri, il ruolo più basso tra le classi dirigenti, ed era noto ai romani come il dux dell'esercito lusitano, come l'antenato (protettore) dell'Hispania, o come un imperatore, probabilmente delle tribù lusitane e celtibere confederate.

    Livio lo descrive come un pastore che divenne prima un cacciatore e poi un soldato, seguendo la strada della maggior parte dei giovani guerrieri,  che si dedicavano alla razzia di bestiame, alla caccia e alla guerra. Secondo Appiano, Viriate è stato uno dei pochi sfuggiti a Galba, il console romano, quando massacrò la Iuventutis Flos, il fiore dei giovani guerrieri lusitani, nel 150 a.c.

    Due anni dopo il massacro, nel 148 a c., Viriatus divenne il leader di un esercito lusitano. Venne descritto come un uomo che seguiva i principi di onestà e correttezza, preciso e fedele alla sua parola sui trattati e le alleanze. Livio gli dà il titolo di "vir duxque magnus" con le qualità implicite delle antiche virtù.

    Per alcuni studiosi moderni Viriatus invece apparteneva a un clan lusitanico aristocratico che era proprietario di bestiame. Per Cassius Dio, non perseguì il potere o la ricchezza, ma portò avanti la guerra per amore della gloria militare. I suoi obiettivi potevano quindi essere paragonati ai puri ideali aristocratici romani di quel tempo: servire e ottenere gloria e onore militari. Viriatus non combattè per il bottino di guerra o il guadagno materiale, come i soldati comuni.

    I Lusitani onorarono Viriatus come il loro Benefactor, benefattore, (Greek: euergetes), e Savior, salvatore, (Greek: soter), titoli onorifici ellenistici usati da re come i Tolemaici.
    Secondo alcuni autori egli proveniva dal Monte Herminius  (Serra da Estrela), nel cuore della Lusitania, (Portogallo centrale) o dalla regione Beira Alta.

    La maggior parte della sua vita e la sua guerra contro i romani fanno parte della leggenda e Viriatus è considerato il primo eroe nazionale portoghese, dato che era il capo delle tribù confederate di Iberia che resistevano a Roma. Lo storico Appiano di Alessandria nel suo libro sull'Iberia (nella sezione Historia Romana, Storia romana), commentò che Viriatus "uccise numerosi romani e mostrò grande abilità".

    È stato sostenuto che Silius Italicus, nel suo poema epico "Punica", menzioni un ex Viriatus che sarebbe stato un contemporaneo di Annibale. Si riferisce a Primo Viriatus, capo dei Gallaeci e dei Lusitani. Il Viriatus storico sarebbe stato colui che ricevette il titolo di regnante "Hiberae magnanimus terrae", il "re più magnanimo della terra iberica".

    I LUSITANI

    LA CONQUISTA ROMANA DELLA LUSITANIA

    Nel III secolo, Roma iniziò la conquista della Penisola Iberica, durante la II Guerra Punica, quando il senato inviò in Iberia un esercito per bloccare i rifornimenti cartaginesi per Annibale nella penisola italica. Fu l'inizio delle battaglie romane per ben 250 anni in tutta l'Iberia, con la conquista del 19 a.c. e la fine delle guerre della Cantabria.

    Il dominio romano di Iberia non fu affatto facile. Nel 197 a.c., Roma divise la costa sud-orientale dell'Iberia in due province, Hispania Citerior e Hispania Ulterior, e due pretori furono incaricati di comandare le legioni. I romani però commisero un grosso errore gravando le originarie tribù con tasse gravose: la tassa sulla terra, il tributum, una certa quantità di cereali e lo sfruttamento delle miniere, oltre al bottino di guerra e i prigionieri di guerra venduti come schiavi.

    Tra il 209 e il 169 a.c., l'esercito romano raccolse 4 tonnellate d'oro e 800 tonnellate d'argento saccheggiando le tribù native della penisola iberica. Come parte del pagamento poi, un certo numero di uomini dovevano servire nell'esercito romano. Nel 174 a.c., quando Publio Furius Philus fu accusato di pagare pochissimo per i cereali che l'Iberia fu costretta a consegnare a Roma, Catone difese gli interessi delle tribù native. Lo sfruttamento e l'estorsione raggiunsero un livello così estremo nelle province che Roma dovette creare un tribunale e leggi speciali, come la Lex Calpurnia creata nel 149 a.c..

    DATE DI CONQUISTA DELLA SPAGNA

    LE RIVOLTE

    I Lusitani si ribellarono nel 194 a.c., ma l'Iberia L'Iberia era divisa tra le tribù che sostenevano il dominio romano e le tribù che si ribellavano al loro dominio romano, seguì una serie di trattati falliti  finchè nel 152 a.c. i lusitani stipularono un accordo di pace con Marco Atilio, dopo aver conquistato Oxthracae, la città più grande della Lusitania.

    Ma i termini offerti furono tali che, non appena Atilio tornò a Roma, questi si ribellarono e ruppero il trattato. Quindi attaccarono le tribù che erano sudditi romani e che si erano schierati con i Romani nell'aiutare ad attaccare e saccheggiare le città lusitane, cioè i Celtiberi. Forse i lusitani recuperarono parte del bottino che i romani avevano diviso con quelle tribù.

    Nel 151 a.c. i Celtiberi, ormai alleati dei romani, temendo altre incursioni delle tribù lusitane dei ribelli che li consideravano traditori, chiesero ai romani di intervenire sulle tribù ribelli e di proteggerli.


    IL MASSACRO DEI LUSITANI

    Il pretore dell' Hispania Ulterior, Servius Sulpicius Galba, comandò le truppe romane in Iberia nel 150 a.c., e nello stesso tempo Lucio Licinio Lucullo fu nominato governatore della Hispania Citerior e comandante di un esercito. Nell'anno 151 a.c., Lucullo "avido di fama e di denaro", stipulò un trattato di pace con i Caucaei, della tribù dei Vaccaei, dopo di che ordinò ai suoi uomini di uccidere tutti i maschi adulti della tribù, di cui si dice solo alcuni su 30.000 sono fuggiti.

    Servio Sulpicio Galba unì le forze con Lucio Licinio Lucullo e mentre Lucullo invadeva il paese da est, Galba lo attaccò da sud. Incapaci di sostenere una guerra su due fronti, le truppe lusitane temendo un lungo assedio e la distruzione delle loro città, inviarono un'ambasciata a Galba per negoziare la resa. I lusitani speravano di poter almeno rinnovare l'ex trattato fatto con Atilio.

    Galba concordò un trattato di pace, poi ordinò loro di lasciare le loro case e di rimanere in aperta campagna. Quando i lusitani disarmati, tra cui Viriatus, furono riuniti da Galba per consegnare le loro armi e per essere divisi in tre gruppi e assegnati a nuove terre, scattò la trappola. L'esercito di Galba li circondò di un fossato, per impedire loro di fuggire, poi iniziarono a massacrare tutti i maschi in età militare. Si dice che i sopravvissuti siano stati venduti in schiavitù in Gallia. Ma tra quei lusitani c'era Viriatus che attraverso la sua comprensione dei metodi militari romani salvò i ribelli lusitani con un piano di fuga semplice ma intelligente.

    L'ESERCITO ROMANO VARCA IL PONTE DI ALCANTARA

    LA GUERRA DEL FUOCO

    La guerra con Viriatus fu chiamata "GUERRA DEL FUOCO" dallo storico greco Polibio di Megalopoli. Due tipi di guerra furono portati avanti da Viriatus, il "bellum", con un esercito regolare, e il "latrocinium", quando i combattimenti coinvolgevano piccoli gruppi di combattenti e l'uso di tattiche di guerriglia. Non si sa nulla di Viriatus fino alla sua prima impresa di guerra nel 149 a.c., quando con un esercito di diecimila uomini invase la Turdetania meridionale.

    Roma mandò il pretore Caio Vetilio che attaccò un gruppo di guerrieri lusitani che erano fuori a cercare cibo, e dopo aver ucciso diversi di loro, gli altri si rifugiarono in un posto  circondato dall'esercito romano. Stavano per stringere un nuovo accordo con i romani quando Viriatus, diffidando dei romani, propose un piano di fuga.

    I lusitani convinti lo posero al comando. Viriatus schierò il suo esercito in battaglia con i Romani, disperdendolo però mentre i romani caricavano, fuggendo in direzioni diverse per incontrarsi in un luogo successivo. Poi Viriatus con 1000 uomini scelti, tenne sotto controllo l'esercito di 10.000 romani. Una volta che il resto dell'esercito era fuggito, anche lui e i mille uomini fuggirono. Aveva salvato i suoi e questi non lo dimenticarono.

    Viriatus organizzò un attacco contro Caio Vetilio a Tribola. Poiché i romani erano meglio armati, organizzò tattiche di guerriglia e scatenò imboscate fantasiose. Caricando con lance di ferro, tridenti e ruggiti, i lusitani sconfissero Vetilio uccidendo 4.000 su 10.000 truppe incluso lo stesso Vetilio.

    Come risposta, i Celtiberi furono assoldati per attaccare i lusitani, ma furono distrutti. Dopo quell'episodio, i lusitani si scontrarono con gli eserciti di Caio Plauzio, Claudio Unimano e Gaio Negidio, tutti sconfitti. Durante questo periodo Viriatus ispirò e convinse i Numantini e alcuni Galli a ribellarsi contro il dominio romano.

    Allora Roma inviò Quinto Fabio Massimo ad Emiliano, con 15.000 soldati e 2.000 cavalieri per rafforzare Gaius Laelius Sapiens che era un amico personale di Scipione Emiliano Africano. I Romani persero la maggior parte di questi rinforzi a Ossuma. Quinto Fabio rischiò di nuovo il combattimento e venne totalmente sconfitto vicino a Beja in Alentejo.

    Roma inviò allora uno dei suoi migliori generali, Quinto Fabio Massimo Servilianus, ma vicino alla Sierra Morena, i Romani caddero in un'imboscata lusitana. Viriatus però risparmiò i Romani e Servilianus fece un termine di pace con cui riconobbe il dominio lusitano sulla terra conquistata.



    IL TRATTATO

    Questo accordo fu ratificato dal Senato romano e Viriatus fu dichiarato "amicus populi Romani", alleato del popolo romano. Tuttavia Quinto Servilio Caepio si fece nominare successore di suo fratello, Q. Fabio Massimo Serviliano, al comando dell'esercito e all'amministrazione degli affari in Iberia, sostenendo che  il trattato era disonorevole per Roma. Il trattato era in vigore per un anno. Durante quel periodo Q. Servilio Caepio maltrattò Viriato fino a quando fu autorizzato a dichiarare pubblicamente la guerra.

    LA MORTE DI VIRIATUS

    LA MORTE

    Sapendo che la resistenza lusitana era in gran parte dovuta a Viriato, Quinto Servilio Caepio corruppe Audax, Ditalcus e Minurus, inviati da Viriato come ambasciatori per stabilire la pace. Questi tornarono al loro campo e uccisero Viriato mentre stava dormendo. Eutropio afferma che quando gli assassini di Viriato chiesero a Q. Servilio Caepio il loro pagamento, egli rispose che "non è mai stato piacevole per i Romani, che un generale debba essere ucciso dai suoi stessi soldati"., o in un'altra versione "Roma non paga i traditori che uccidono il loro capo".

    L'unica cosa onorevole che fece Quinto Servilio Caepio fu quella di rifiutare il suo trionfo offerto dal Senato. Viriato, che era già un eroe, divenne da allora il simbolo della nazionalità e della indipendenza portoghese.


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    LA TOMBA DEL CALZOLAIO

    MARISA DE SPAGNOLIS

    Archeologia Viva n. 86 – marzo/aprile 2001
    pp. 78-87

    L’immagine di questo antico mestiere artigiano oggi in disuso e quasi dimenticato ci viene riproposta dalla scena dipinta nella tomba di un “sutor” insolitamente ricco vissuto a Nuceria e sepolto nella grande necropoli monumentale della sua città.

    A Nocera Superiore (Sa), l’antica Nuceria Alfaterna, circa un chilometro dalla cinta orientale delle mura, sulla prosecuzione della strada romana che attraversava la monumentale distesa di sepolcri della necropoli di Pizzone (vedi AV n. 79), chi scrive ha diretto lo scavo archeologico di un edificio funerario realizzato subito dopo l’eruzione vesuviana del 79 d.C.

    La tomba era di un artigiano, un calzolaio, un sutor, come dimostra inequivocabilmente l’affresco che lo raffigura al lavoro. L’area esplorata era sottoposta a vincolo, essendo interessata dalla vicina necropoli dove erano già stati riportati in luce e resi visitabili molti monumenti funerari realizzati fra il I sec. a.C. e il IV sec. d.C. 

    CAIO GIULIO ELIO

    LA TOMBA DI CAIO GIULIO ELIO

    Il monumento funerario detto "Tomba del calzolaio" fu rinvenuto in località Pizzone e la sua denominazione deriva dalla raffigurazione dell'attività del proprietario nella taberna sutrina.

    A circa 800 m dal perimetro dell’antica città di Nuceria Alfaterna troviamo infatti una zona archeologica  venuta alla luce tra il 1994 e il 1997: la necropoli di Pizzone, situata lungo la via consolare Popilia che congiungeva Nocera con Salerno. 

    I cinque dei sette grandi mausolei venuti alla luce appartennero senz'altro a famiglie piuttosto abbienti. Tra questi infatti c'era il sepolcro di Caio Giulio Elio.

    Trattasi infatti dell’altare funerario di un personaggio identificabile grazie all'iscrizione dedicatoria riportata sulla base del cippo, con il calzolaio Caius Iulius Helius. 


    La sua bottega si trovava però a Roma, presso Porta Fontinalis nei pressi del Campidoglio, verso il Campo Marzio. Un posto centrale ed ambito, quindi molto costoso, che l'imprenditore-calzolaio poteva evidentemente permettersi viste le floride condizioni del suo commercio.
    Il calzolaio, ancora in vita, eresse l’altare per sé, per la figlia, per il liberto Onesimo, per le liberte e per i loro discendenti.

    Viene da chiedersi cosa ci facesse la stele funeraria nella necropoli di Pizzone. Evidentemente il calzolaio proveniva da questo paese o da questa zona e al momento di preparare il suo monumento funebre volle tornare, sentendo la nostalgia delle sue origini, al suo paese natale.

    E non si creda che il mestiere di calzolaio fosse così umile. I calzolai formarono a Roma una potente società fin dal tempo dei re e formarono una loro corporazione chiamata il Sutorium Atrium, che avevano una loro sede e partecipavano alla cerimonia religiosa chiamata Tubilustrium, che aveva luogo ogni anno il 23 marzo.


    L'Atrio Sutorium era un edificio in cui veniva eseguita annualmente appunto la cerimonia del Tubilustro, il che fa comprendere l'importanza della corporazione. Il sito dell'Atrio Sutorium è sconosciuto, ma lo sappiamo collegato con il commercio di scarpe e con l'Argileto. Poiché non è menzionato dopo il primo secolo, il suo sito potrebbe essere stato occupato dal forum Transitorium che insisteva sullo spazio tra il forum Augustum a nord-ovest e il forum Pacis a sud-est ( Varro, LL VI .14 ; Fest. 352 ; CIL I 2 p313; Jord. I .2.452; FUR30).


    Si dice anche che i membri della corporazione fossero piuttosto irritabili e violenti. Ulpiano parla di
    un ricorso per risarcimento danni dinanzi al magistrato da un ragazzo i cui genitori lo aveva messo in un negozio per imparare il mestiere, e che, dopo aver frainteso le indicazioni del suo padrone, venne colpito da lui così pesantemente su la testa con una forma di legno, che perse la vista da un occhio.
    Naturalmente un caso non fa una categoria, ma di certo i ragazzini all'epoca non erano grandemente rispettati, specie se di umile famiglia.

    LA NECROPOLI

    Nella parte superiore dell’edicola sono rappresentate due forme per scarpe, evidentemente Helius doveva essere specializzato nella realizzazione di sandali annodati con lacci, un tipo di scarpa indossato soprattutto dai soldati: le famose caligae che dettero il nome all'imperatore Caligola. Però le calzavano anche le donne, ma come calzature non troppo raffinate.

    I tratti del personaggio sono molto veritieri, cosa inusuale nella ritrattistica delle tombe, mentre era la norma nei busti e nelle statue ritrattistiche romane. Evidentemente il calzolaio per il suo sepolcro non aveva badato a spese e aveva fatto ricorso a un costoso ritrattista.

    Il suo volto infatti è realistico, e sembrerebbe anche impietoso, vi è evidenziata pure una verruca ricoperta di peletti al di sotto dell’angolo sinistro della bocca, potrebbe avere un aspetto sgradevole, se non fosse per il piglio energico e orgoglioso dell'uomo ritratto nel pieno delle sue forze vitali. 

    Risultati immagini per tomba del calzolaio
    LE CALIGAE
    Il monumento è una tomba a camera, tipo «sepolcro di famiglia» con un unico ambiente quasi quadrangolare, con alcuni sepolcri, recintato sulla facciata per aumentarne l'effetto monumentale.
    Il sepolcro a camera appartiene ad una tipologia di camera quadrangolare totalmente fuori terra con copertura estradossata preceduta da un recinto, modello di ispirazione ellenistica, ma attestata in occidente a partire dall'età tiberio-claudia. 

    L’altare risale alla prima metà del II secolo d.c., secondo l'uso dell'epoca, per il formato del busto, tagliato all’altezza dei pettorali. Fu scoperto nel 1887 a via Leone IV, corrispondente con l’antica via Triumphalis, nel luogo dove sorgeva la tomba del calzolaio. Oggi l'edicola funebre è conservata nella Sala Caldaie nel museo della Centrale Montemartini. Ci chiediamo come mai il comune di Pizzone non abbia richiesto la copia, magari in resina, dell'edicola e non l'abbia collocata nella camera sepolcrale apposita.

    E' stata scavata e ripulita la camera a colombario del calzolaio? Perchè non ci danno foto e notizie? L'archeologia è fonte di forestieri, di cultura di lavoro e di commercio. Qualunque comune dovrebbe darsi da fare per recintare e creare organizzazioni ed eventi. E non si dica che una necropoli non si presti, perchè in esse si organizzavano Ludi Gladiatori, banchetti, musiche, danzatori e sceneggiate a favore dei defunti.

    COLOMBARIO DI VIA TARANTO

    IL COLOMBARIO DI VIA TARANTO

    Si ritiene che il colombario romano di via Taranto (in realtà sito in via Pescara) con copertura a botte ed ingresso su uno dei lati lunghi sia l'antecedente di questo tipo sepolcrale che avrà larga diffusione in epoca successiva. La massima diffusione di questa tipologia si ha, infatti, agli inizi del Il secolo d.c. in particolar modo nella necropoli di Porto SO ove alloggiano tombe quasi tutte con volta a botte, raro il tetto a doppio spiovente e con facciata di laterizio. 

    Le tombe della necropoli di Porto sono infatti tutte ad una sola cella a pianta quasi quadrangolare con un'altezza dai m 3,60 ai 4,00 con cornice di mattoni in cui si inserisce l'iscrizione sopra la porta e ai suoi lati, con rilievi in laterizio raffiguranti il mestiere del defunto. Il complesso delle tombe di Porto si data dall'inizio del Il alla metà del III sec. d.c.


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  • 07/30/19--05:39: CULTO DI VERTUMNO
  • VERTUMNO

    "Ma a te, o Mamurrio, scultore della mia immagine bronzea,
    la terra osca non consumi le industriose mani,
    a te che hai saputo fondermi, abile in molte esperienze.
    Unica è l'opera, ma ad essa è tributata una molteplice lode"


    (Properzio - Vertumnio chiede una sua statua a Mamurrio)

    In una Roma che si trasforma Vertumno, temendo il suo oblio, si rivolge al sabino Mamurio Veturio, abile fabbro e scultore, nonchè fondatore della gens Veturia, legato anch'egli alla più antica tradizione di Roma antica.

    In una ricorrenza di capodanno, il Vertumno di Properzio si paragona ad una vecchia divinità guerriera che sta per essere scacciata dal suo posto esattamente come veniva scacciato il vecchio Mamurio durante le Mamuralia: una forma di bronzo che forse sta per essere di nuovo fusa dato che Roma si espande e cambia.

    Ma per Properzio a questa morte segue una rinascita che riconduce all'origine di ogni cosa, come un  rito simile ad arcaiche cerimonie delle genti che popolavano l'Italia antica:
    "Un tempo, prima di Numa, ero un tronco d'acero sbozzato
    con frettolosa falce, un dio povero in una grata città"


    Insomma Properzio parla dell’aedes di Vortumno situata sull’Aventino senza descriverlo; Orazio vede la statua in un angolo di Roma. Forse Vertumno non è stato tolto ma solo relegato a divinità minore.
    Vari studiosi pongono Vertumno in relazione col Dio Voltumna, il cui santuario, il fanum Voltumnae, presso Volsinii, era il luogo di riunione della lega etrusca.

    La statua di Vertumno nel Vicus Tuscus, godeva molta popolarità tanto che molti scrittori vi allusero, ma di essa si sa tuttavia solo che era di bronzo, forse in sostituzione di altra lignea, di arte primitiva (Properzio, IV, 2, 61), di fattura probabilmente etrusca. I molti attributi assegnati dagli scrittori a Vertumno hanno reso difficile la sua vera rappresentazione. A Roma venne spesso associato a Silvano essendo entrambe due divinità agricole e rusticane, una di origine etrusca, l'altra di origine latina. Più tardi venne anche associato a Priapo.

    In realtà l’unica statuetta etrusca assimilata a Vertumno, o ad un suo devoto che tiene in mano un lituo, si trova al Museo Archeologico di Firenze, ma si sa che il cristianesimo fece strage di templi e di immagini pagane.

    IL VERTUMNO DI FIRENZE

    LA PREMESSA 

    Un giorno Numa ricevette da Marte l’ancile, uno scudo sacro  che discese dal cielo. Il re chiese consiglio alla ninfa Egeria che spiegò che quel dono era l'eterna garanzia dell’invincibilità di Roma, a patto che fosse conservato nella stessa città.

    Numa si rivolse all’abile scultore Mamurio che dovette forgiare ben undici copie identiche in bronzo dell’ancile, in modo che un eventuale ladro non avrebbe potuto distinguere la copia dall’originale. Dunque a quale miglior scultore avrebbe potuto rivolgersi una divinità? Se Mamurio fa una statua nessuno mai la dimenticherà.



    IL DIO

    Vertumno era un'importante divinità etrusca, presiedeva al cambiamento stagionale e alla crescita delle piante, e per questa sua capacità in fase tarda si immaginò che avesse l'abilità di mutar forma. Inoltre aveva il potere di arrestare o respingere le acque del Tevere. Ovviamente fu il figlio-vegetazione della Grande Madre Natura che moriva e risorgeva ogni anno, quando la natura si assopiva in autunno, moriva in inverno e risorgeva un primavera.

    Marco Terenzio Varrone lo mette a fianco di Opi, Quirino e altri, tra gli Dei introdotti già da Tito Tazio, e Vertumno è anteriore ai contatti con la città di Volsinii, e d'altronde iscrizioni sul Dio si ritrovano in tutto il mondo italico tranne che in Etruria. Ancora, pare risalisse al regno di Numa Pompilio la statua del Dio che sorgeva all'uscita del Foro.

    VERTUMNO TRASFORMATO IN VECCHIA SI PRESENTA A POMONA

    OVIDIO

    Ovidio, nelle sue metamorfosi, immagina una divertente seduzione da parte del Dio nei confronti della Dea Pomona, dove Vertumno utilizza con impegno la sua abilità di assumere forme diverse.

    Il poeta, conquistato dalla mitologia ellenica, esalta l'affinità fra il Dio delle stagioni e la Dea che presiede alla crescita della frutta: due divinità preposte all'abbondanza e alla generosità della natura. In effetti i due Dei condividevano una festa (Vertumnalia), che cadeva il 13 di agosto.

    "Già Proca governava il popolo del Palatino
    e sotto questo re ci fu Pomona, amadriade
    di cui nessuna coltivava con più zelo l’orto,
    nessuna era più appassionata delle piante da frutto:
    di qui il suo nome. Non le piacciono campagne e fiumi,
    ama la campagna e i rami carichi di frutti. Non porta
    nella destra un giavellotto, ma una falce adunca,
    con cui controlla la vegetazione, e spunta i rami
    che s’intralciano tra loro, compie gli innesti incidendo
    la corteccia, e offre la linfa a piante estranee.
    Non le lascia soffrire la sete; con rivoli d’acqua
    irriga le fibre ricurve della radice porosa.

    Qui è tutta la sua passione, dell’amore non ha desiderio.
    Temendo la violenza dei contadini, richiude
    i frutteti, e tiene lontani gli approcci dei maschi.
    Che cosa non fecero i satiri, gioventù esperta
    nel ballo, i Pan con le corna cinte di fronde di pino,
    Silvano, sempre più giovane dei suoi anni,
    e il dio che spaventa i ladri col membro o con la falce,
    per possederla? Ma tutti li superava in amore
    Vertumno, e tuttavia non aveva più fortuna degli altri.
    Quante volte, nelle vesti di un rustico mietitore,
    portò un cesto di spighe, ed era il ritratto autentico del mietitore!

    Spesso, con le tempie fasciate di fieno,
    dava l’impressione di avere falciato l’erba;
    spesso portava in mano un pungolo, e avresti giurato
    che aveva appena staccato i giovenchi sfiniti;
    con una falce, era un potatore di viti,
    con una scala, avresti pensato che andava a raccogliere
    pomi, con la spada diventava un soldato, e con la canna
    un pescatore. Con tutti questi travestimenti trovava
    il modo di avvicinarla e godersi lo spettacolo della bellezza.

    Mettendosi in testa una benda colorata, appoggiandosi
    a un bastone, sistemandosi una parrucca bianca,
    si travestì da vecchia ed entrò nell’orto ben coltivato,
    e ammirò i pomi. “Quanto sei brava!”, le disse;
    e lodandola molto, le dava baci che una vecchia vera
    non avrebbe mai dato, e sedette ingobbito
    per terra, guardando i rami curvati dal peso.
    C’era di fronte un olmo adorno di splendida uva;
    lo lodò insieme alla vite compagna, ma aggiunse:
    “Se questo tronco stesse là celibe, senza tralci
    di vite, non avrebbe che il fascino delle sue fronde;
    e anche la vite, che nell’abbraccio dell’olmo riposa,
    se non fosse sposata giacerebbe riversa per terra.

    Te però non ti tocca l’esempio di quest’albero: fuggi
    il matrimonio e non ti dai cura di accoppiarti.
    Se lo volessi! Avresti più pretendenti di Elena,
    e di quella che provocò la guerra dei Lapiti,
    della moglie dell’audace Ulisse.
    Anche adesso che i pretendenti li sfuggi e respingi,
    in mille ti desiderano, uomini e semidei,
    e dei e geni che abitano i monti Albani.
    Ma tu se sei saggia e vuoi fare un buon matrimonio,
    se vuoi dar retta a questa vecchia che ti ama
    più di tutti, più che non credi, respingi le nozze volgari
    e prenditi Vertumno per compagno di letto!

    Su di lui prendi me per garante, che lo conosco
    come lui conosce se stesso. Lui non vagabonda per tutto il mondo,
    ama queste ampie campagne, non fa come fanno la maggior parte
    dei pretendenti, che amano quella che hanno appena vista;
    tu sarai il suo primo e ultimo amore, a te sola
    dedicherà i suoi anni. Aggiungi che è giovane e ha il dono
    naturale della bellezza, sa assumere tutti gli aspetti:
    diventerà quello che gli ordini, e puoi ordinargli di tutto.
    E poi avete le stesse passioni, se tu coltivi
    i frutti, lui li riceve per primo e nella mano lieta
    tiene i tuoi doni; ma adesso non cerca più i frutti degli alberi
    né i succhi benigni delle verdure dell’orto,
    non desidera altro che te. Abbi misericordia
    del suo amore, fa’ conto che sia lui stesso a pregarti.
    Temi gli dei vendicatori, la signora dell’Idalio che odia
    i cuori duri e l’ira tenace di Nemesi di Ramnunte."

    (Ovidio - Metamorfosi)



    VOLSINII

    Il fanum Voltumnae (in latino, traducibile come "santuario di Vertumna") era il santuario federale etrusco, conosciuto dalle fonti antiche, ma di incerta identificazione. Il santuario era dedicato al dio "Voltumna" o Vertumno, probabilmente un aspetto del Dio Tinia (equivalente a Giove). Ogni anno a primavera vi si riunivano i capi dei "dodici popoli" della Lega che raccoglieva le dodici città etrusche, delle quali la più antica e importante era Tarquinia: vi si eleggeva il capo supremo della Federazione Etrusca, vi si tenevano feste religiose e vi si prendevano deliberazioni di politica interna ed estera. Il rescritto di Spello, emesso dall'imperatore Costantino I (333-337) consentiva agli Umbri di Spello l'esonero di recarsi a Volsini per partecipare alle feste religiose annualmente tenute dal "Coronatus della Tuscia e dell'Umbria".

    La festa che vi si svolgeva in onore di Vertumno non aveva carattere politico, ma religioso, e si svolgeva più verosimilmente ad Orvieto che a Bolsena, perché Orvieto si trovava sul confine fra l'Etruria e l'Umbria. Tito Livio cita diverse volte il santuario con il nome di Fanum Voltumnae e riporta che gli Etruschi vi tenevano i concili federali tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.c., ma non ne indica la precisa collocazione. È da escludere comunque che per Tito Livio il Fanum Voltumae, centro federale degli Etruschi, si trovasse a Volsini. Lo storico, infatti, in altra occasione, presenta Volsini, assieme a Perugia ed ad Arezzo, solo come capoluogo del proprio singolo Stato (Storia di Roma, X, 37: Etruriae capita Volsinii, Perusia, Arretium).

    RESTI DEL TEMPIO ETRUSCO SULLA RUPE DI ORVIETO

    IL TEMPIO

    Una sua statua era nel vicus Tuscus presso il Foro; essa era in bronzo e Properzio, (iv, 2, 61) immagina che sostituisse un arcaico simulacro ligneo. Era incoronata dai piccoli bottegai con i fiori della stagione, con offerte di frutta o degli strumenti e vesti proprie del loro mestiere. Essa venne rinnovata nell'età di Diocleziano (244- 313).

    Nel 264 a.c. il console Marco Fulvio Flacco guidò il suo esercito contro la città di Volsinii per domare la ribellione e la distrusse. Venne riportato a Roma un ricco bottino, tra cui numerosissime statue in bronzo, offerte in dono agli Dei. Il Dio Vertunno, ovvero la sua statua venne invocato con il rituale dell'Evocatio con cui si pregava il Dio di trasferirsi a Roma dove avrebbe ricevuto onori anche maggiori. Volsinii è stata variamente identificata con Orvieto (detta Volsinii Veteres) o con Bolsena (cdetta Volsinni Novi).

    Negli scavi del santuario dell'area sacra di Sant'Omobono a Roma, è stata rinvenuta la base di uno di questi donari, identificato dall'iscrizione di dedica del console Flacco. Fu inoltre edificato sull'Aventino un tempio dedicato al dio Vertumnus o Vortumnus, dove sarebbero state presenti pitture raffiguranti il console Flacco quale trionfatore.
    L'Aedes Vertumni era dunque situato sul colle dell’Aventino, forse nei pressi delle Terme Surane. Infatti sull'Aventino venivano accolte le divinità straniere provenienti dalle città conquistate con il rito dell’evocatio per il quale si trasferiva nell’Urbe la divinità protettrice della città sconfitta. Non a caso, nei pressi del tempio di Vertumno era anche il tempio di Diana, il tempio di Giunone Regina (fasti sui Veienti, capitolazione di Veio nel 396 a.c.); e quello di Minerva; e, in un bosco sacro, il tempio della Bona Dea.



    GLI ATTRIBUTI

    VERTUMNO
    Le poche rappresentazioni note del Dio lo mostrano come un giovane con la barba, coronato da spighe o foglie verdi e recante la cornucopia. Alcuni lo hanno identificato in una statuetta bronzea da Isola di Fano, ora al Museo Archeologico di Firenze, rappresentante forse Mercurio; oppure in una statuetta bronzea portante una falce, trovata nel santuario di Diana presso Nemi (ora al Museo di Villa Giulia), che forse è Silvano; o del bronzo bifronte del museo di Cortona che forse è Turms, il Mercurio etrusco.

    La falce era effettivamente un attributo di Vertumno, che con esso potava e faceva gli innesti, ma  sicuramente aveva una connessione col mondo lunare ed infero, la falce come simbolo della luna e come portatrice di morte.

    Orazio riferisce di una statua bronzea di Vertumno posta in fondo al Vicus Tuscus presso il Tempio dei Dioscuri, all'ingresso del Foro Romano, opera di Mamurio Veturio, il grande fabbro a cui Numa Pompilio fece riprodurre undici scudi identici all'ancile che Marte aveva donato a Roma facendolo piovere dal cielo.






    E qui che Properzio presta voce a Vertumnio, il Dio trasformista:

    "Perchè ti meravigli che io assuma tante forme in un corpo solo?
    Apprendi gli aviti connotati del dio Vertumno.
    Sono etrusco, nato da etruschi, e non mi pento
    di avere abbandonato in guerra i focolari di Volsinio.
    Mi piace questa gente, e non m'allieto d'un tempio d'avorio,

    è sufficiente per me poter vedere il Foro romano.

    Un tempo per di qui scorreva il Tevere e dicono
    che si udiva il tonfo dei remi sulle acque percosse;
    ma dopo che esso cedette tanto ai suoi figli,
    sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume;
    oppure poichè v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni,
    credete che da qui derivi il culto del dio Vertumno.



    Per me si colora la prima uva di acini violacei,
    e la chioma della spiga si gonfia di chicchi lattiginosi.
    Qui vedi le dolci cerase, qui le prugne autunnali,
    e rosseggiare le more nei giorni d'estate.
    Qui l'addetto agli innesti scioglie i suoi voti con una corona di frutti,
    nel quando il pero produce mele contro il volere del suo tronco.
    Tu, menzognera fama mi nuoci; il significato del mio nome è diverso:
    credi soltanto al dio che parla di se stesso.

    La mia natura è adatta ad assumere tutte le forme:
    mutami in qualunque figura vorrai, potrò ugualmente piacerti.
    Vestimi di tessuti di Cois, sarò amabile fanciulla,
    se indosso una toga, chi potrebbe negare che sono un uomo?

    Dammi una falce e cingimi la fronte di un serto di fieno intrecciato:
    giurerai che l'erba è stata falciata dalla mia mano.
    Un tempo portai le armi e, ricordo, in esse ero elogiato;
    con il peso d'un cesto sul capo ero un mietitore.

    Non amo le risse, ma quando mi è stata imposta una corona,

    allora griderai che il vino mi ha dato alla testa.
    Cingimi il capo di una mitra, ruberò la parvenza di Bacco,
    se però mi darai un plettro, la involerò a Febo.

    Con le reti in spalla mi trasformo in cacciatore, se prendo la canna,
    sono il dio che ama cercare la piumosa preda.
    Inoltre Vertumno ha sembianze di auriga, o di quello
    che ora su un cavallo ora sull'altro sposta il suo lieve peso.

    Mi si presti la circostanza, catturerò pesci con l'amo,
    e andrò elegante venditore nella disciolta tunica.
    So curvarmi sul bastone come un pastore, o anche portare
    cestini pieni di rose in mezzo alla polvere delle vie.
    Che dire poi - ciò che mi procura grandissima fama -
    dei doni dell'orto che divengono preziosi nelle mie mani?

    L'anguria verdastra e la zucca dal ventre rigonfio
    diffondono il mio nome, e il cavolo legato da un lieve giunco;
    non si schiude fiore nei prati, che non venga prima deposto
    con grazia quale ornamento sulla mia fronte, dove poi langue.
    Il nome mi venne dato dalla lingua dei miei avi,
    ispirato dal fatto che rimanendo uno mi mutavo in tutte le forme;
    e tu, o Roma, mi attribuisti come ricompensa ai miei Etruschi
    (da ciò si denomina oggi il vico Tusco),

    fin dal tempo in cui i Licomedi vennero come alleati
    e infransero le armi sabine del feroce Tazio.
    Io stesso vidi le schiere sbandarsi, e piovere i dardi,
    e i nemici volgere le spalle in vergognosa fuga.
    Ma tu, padre degli dèi, fa' che la romana gente togata,
    continui sempre a passare davanti ai miei piedi.
    Restano sei versi (non voglio trattenerti mentre corri
    in tribunale per un avallo): questo è il traguardo di creta per i miei giri.

    Un tempo, prima di Numa, ero un tronco d'acero sbozzato
    con frettolosa falce, un dio povero in una grata città.
    Ma a te, o Mamurrio, scultore della mia immagine bronzea,
    la terra osca non consumi le industriose mani,
    a te che hai saputo fondermi, abile in molte esperienze.
    Unica è l'opera, ma ad essa è tributata una molteplice lode".


    (Properzio - Elegie IV-2)


    POMONA

    POMONA

    Nel mito romano Vertumno si innamorò della Dea Pomona e, per avvicinarsi a lei, mutò il proprio aspetto più volte ma senza buoni risultati. Pensò infine di trasformarsi in una saggia anziana e stavolta Pomona si avvicinò. Evidentemente le attenzioni del Dio non le dispiacquero perchè più tardi i due si sposarono.

    Pomona è la Dea romana dei frutti, ma anche dell'olivo e della vite.  Ovidio la descrive con una falce nella mano destra il che sembra alludere al mondo infero. Infatti in alcuni miti lei è la Dea dei frutti autunnali, prima che la natura si addormenti e non dia più frutti. L'autunno è facilmente collegabile con la morte di tutte le creature, uomini compresi.

    Le era dedicato un bosco sacro denominato Pomonal, situato a sud del XII miglio della via Ostiense, nei pressi dell'attuale Castel Porziano. Al culto della Dea era preposto un flamine minore, il Flamen pomonalis, che nell'ordo sacerdotum era il meno importante.

    Non si conoscono feste (Pomonalia) in suo onore, forse Vertumno univa le sue feste con quelle della Diana Nemorense, a cui Pomona, antica Dea Tellus, era stata assimilata. Vertumno poteva infatti trasformarsi come tutti i figli della Dea Tellus, come ad esempio Proteo, da cui il termine proteiforme. Ma questa potrebbe essere secondo alcuni un'invenzione di Ovidio, perchè la tradizione latina, comunque, ricordava che Pomona sarebbe stata la compagna di Pico.

    Nel 1989, in Lunigiana ci fu il ritrovamento di una stele dedicata a Pomona, sulla cui autenticità c'è stato qualche dubbio a causa dell'intervento di uno scalpellino locale che ha ripassato alcune lettere nell'intento di renderle più visibili. Giovanni Mennella, docente di storia romana all'Università di Genova, in un articolo su una rivista di storia locale, tende comunque ad attribuire l'iscrizione all'epoca rinascimentale, escludendo dunque l'età classica.



    VERTUMNALIA

    Le sue feste erano dette Vertumnalia, celebrate al termine dell'estate, dove si festeggiava anche Pomona. Durante la festa gli venivano offerte le primizie dei raccolti stagionali. Successivamente gli si attribuirono onori divini nell’ambito del commercio: Orazio parla della sua statua eretta in fondo al vicus Tuscus (da qui la presunta origine etrusca). Nel suo tempio tempio sull’Aventino, il 13 agosto gli veniva offerto un sacrificio.

    "Mi piace questa gente, e non m'allieto d'un tempio d'avorio,
    è sufficiente per me poter vedere il Foro romano.
    Un tempo per di qui scorreva il Tevere e dicono
    che si udiva il tonfo dei remi sulle acque percosse;
    ma dopo che esso cedette tanto ai suoi figli,
    sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume;
    oppure poichè v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni,
    credete che da qui derivi il culto del dio Vertumno".


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  • 07/31/19--05:05: HERDONIA - ORDONA (Puglia)
  • GLI SCAVI DI HERDONIA
    Tutti gli autori antichi, da Erodoto a Tucidide, a Polibio, a Varrone, a Festo e a Plinio il Vecchio, ci tramandano la suddivisione della Puglia in Daunia, Peucezia e Messapia.

    La Daunia, posta nella parte settentrionale della Puglia, insieme alla Peucezia (da cui è separata dalla valle dell'Ofanto) e alla Messapia (Murgia meridionale e Salento), costituiva la Japigia o Apulia. Essa comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano e i Monti Dauni.

    Gli storici greci, identificavano spesso la Japigia con la sola Messapia, sia perché gli Japigi parlavano il messapico, sia perché rimandavano l'origine di questo popolo al figlio di Dedalo, Iapige, che guidò i cretesi fino a stabilirsi nei pressi di Taranto. 

    Con l'occupazione romana fu istituita la Regio II Apulia et Calabria, che includeva un territorio appena più esteso dell'attuale regione: solo in seguito il toponimo Apulia sarebbe stato adottato per designare anche la penisola salentina.

    TRAPEZOPHORO - ASCOLI SATRIANO (FOGGIA)

    LA DAUNIA


    La Daunia subì diverse dominazioni tra cui i Greci, da cui presero parte della loro mitologia e da cui deriverebbe il suo nome. Infatti fu l’eroe Dauno, figlio del re dell’Arcadia Licaone, che sarebbe giunto in Puglia dando origine alla stirpe che da lui prende il nome, i Dauni.

    VASO DAUNIO
    Dall'VIII secolo a.c. la Daunia ebbe scambi commerciali e culturali con l'area campana, ma subì gli influssi della civiltà greca e della Magna Grecia solo dalla fine del V e inizio IV secolo a.c. 

    L'ellenizzazione della Daunia fu accentuata da Alessandro I re dell'Epiro durante la sua campagna militare in Italia nel 333-334 a.c. ma poi la Daunia subì l'influenza oscia ad opera dei Sanniti che scendevano dall'Appennino. 

    Infine ebbe nuovi influssi dalla Campania dopo la penetrazione romana nella regione a partire dal 327 e a causa de molteplici culture con cui fu in contatto, la Daunia riuscì a sviluppare una sua ricca e particolare cultura. 

    Durante le Guerre puniche i Dauni e altri popoli italici si schierarono con i Romani, ma passarono dalla parte dei Cartaginesi dopo la sconfitta alla battaglia di Canne nel 216 a.c., tradimento che pagarono col dominio assoluto di Roma.

    Di questa fantastica civiltà di cui conserviamo splendidi resti, a cominciare dal Trapezophoro in marmo policromo, rinvenuto ad Ascoli Satriano (FG), o dal marmoreo ed elegantissimo vaso Daunio qua sopra, ha misteriosi risvolti non ancora del tutto spiegati, specie se andiamo a vedere i famosi vasi di Canosa, reperiti appunto nella necropoli della Canosa Daunia, in cui Bachofen riscontrò un gradi di evoluzione spirituale difficilmente riscontrata altrove.

    RICOSTRUZIONE DI HERDONIA ( Autore: www.archeologiadigitale.it )

    HERDONIA

    Già centro Daunio e greco e poi romano nel I secolo a.c., divenne municipio romano e si sviluppò soprattutto tra il I e il III sec. d.c. in seguito alla costruzione della via Traiana.

    Questo importante centro dauno e successivamente città romana, è stata oggetto di numerose campagne di scavo da parte dell'équipe belga diretta dal Prof. J. Mertens dal 1962, ma vi è una dolorosa quanto necessaria premessa da fare:

    "L’antica città romana di Herdonia (Ordona, provincia di Foggia, in Puglia), situata nella periferia di Ordona, è stata ormai abbandonata dalle istituzioni. Infatti, l’ultimo studio attuato sul sito risale al 2000.

    TEMPIO A
    L’area archeologica di Herdonia vanta più di cinquant’anni di studi e scavi: i primi ad arrivare sul sito furono ricercatori belgi diretti dal professore Joseph Mertens, poi si aggiunsero le Università di Bari e di Foggia, condotti dal professore Giuliano Volpe. 

    Scoperta negli anni sessanta, dopo cinquant’anni di scavi sistematici, la ricerca ha raggiunto e consolidato le linee di conoscenza del sito antico ed è matura, oggi, per essere proposta ad un pubblico più vasto.
    Il territorio sembra allargarsi di anno in anno, tanto da non riuscire a quantificare gli effettivi ettari che custodiscono, di fatto, l’antico patrimonio. 

    La maggior parte dei terreni è stata espropriata, ma resta ancora ricoperta di terra, erbacce e rifiuti. La zona visibile è di proprietà privata, appartenente alla famiglia Cacciaguerra ma nonostante ciò, non tutti i resti rinvenuti possono essere ritenuti di dominio della famiglia. 

    In effetti, i resti scoperti dai ricercatori sono di proprietà del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, anche se, come lamentano in molti, sono ormai più di dieci anni che il MiBAC non mostra più interesse per l’intera area, lasciando al degrado tutti i preziosi beni scoperti, dalle terme al mercato ittico, fino all’importante via Traiana. 

    Oggi è possibile ammirare i resti del foro e di importanti edifici come la Basilica, le Terme, il Macellum e alcuni tratti dell'antica strada romana: la Via Traiana, realizzata dall'Imperatore Traiano nel 109 d.c. per collegare Benevento a Brindisi, in alternativa alla Via Appia, divenne rapidamente la più importante strada per l'attraversamento della Puglia.


    IL MACELLO
    Tale risultato è stato raggiunto attraverso le ricerche del cantiere-scuola messo in atto dalle Università di Bari e Foggia, Leuven (Belgio) e il comune di Ordona, mettendo a disposizione delle università una sede con alloggi, mense, laboratori e facendo del cantiere-scuola uno specifico luogo per la didattica archeologica sul campo affiancata da progetti di ricerca scientifica. 

    Il progetto ha permesso di effettuare sia gli scavi sull’antica città che, su scala estensiva, sull’intero territorio herdoniate: interventi sia conservativi per la valorizzazione dell’intero comprensorio, sia divulgativi con la realizzazione di itinerari e l’apposita comunicazione visiva a tema nella città antica.

    A prendersi cura di tutto questo è la signora Ambretta Cacciaguerra che svolge il ruolo di custode, guida e promotore del sito archeologico, allestendo perfino stand alle fiere dedicate all’archeologia: “Il sito, da quando non hanno più rilasciato la concessione di scavo, è abbastanza abbandonato. 

    Viene pulito a spese nostre con la collaborazione di volontari del Movimento Cittadino di Ordona e altri, però si vede che manca la parte dell’archeologo. Spero soprattutto che se si dovesse fare un esproprio ci sia un progetto valido non solo di restauro ma anche di fruizione, che è la cosa più importante”.

    (Da Domenico Margiotta -13 Gen 2016)

    STELE DAUNIA

    LA STELE DAUNIA

    La stele daunia risale al VII – VI secolo a.c., recentemente riportata a casa grazie ad una raccolta fondi coordinata dalla Fondazione Apulia Felix e dal suo Presidente Giuliano Volpe, che ha permesso di acquistare il prezioso reperto al’asta della casa Bertolami. Il museo che ospita la stele Daunia sorge a pochi metri dall’area archeologica di Herdonia che comprende gran parte dell’antica città.

    Queste stele, che possono raggiungere l’altezza di oltre un metro, hanno sembianze antropomorfe e sono costituite da un “corpo”, ricavato da una lastra di pietra, e da una “testa”, la cui forma stilizzata cuneiforme contribuisce all’originalità di questa espressione artistica. La testa è in alcuni casi parte integrante del medesimo blocco litico, mentre in altri veniva costruita separatamente e quindi applicata sul corpo. 

    Nessuna di queste stele è finora stata trovata in sito, e molte furono riutilizzate come materiale da costruzione – addirittura già dal VI secolo a.c., pervenute in forme spesso frammentarie. Alcune presentano ancora traccia di colore, poichè oltre ad essere scolpite, venivano dipinte.

    Il filologo classico, Ferri, interpretò i reperti aventi funzione funeraria e lesse le incisioni in chiave omerica. Ad oggi questa interpretazione è molto dibattuta e in alcuni casi screditata. A tal proposito, l'archeologa Maria Laura Leone scrive:

    « - Primo: nessuno dei monumenti è stato trovato in un contesto comprovante la funzione sepolcrale originaria (tranne due rari casi di successivo riutilizzo). 
     - Secondo: soltanto due zone hanno restituito un numero significativo di stele, mentre se fossero state effigi di morti importanti le avremmo trovate in tutte le necropoli daunie. Ogni città Daunia avrebbe dedicato sculture funerarie ai suoi prestigiosi cittadini. 
     - Terzo: tutte le stele riproducono solo due entità specialissime, una maschile e l’altra femminile, piuttosto da collegare al pantheon daunio. 
     - Quarto: le sculture maschili sono numericamente molto inferiori rispetto a quelle femminili; e questo è strano, dal momento che i guerrieri sono più esposti alla morte. 
     - Quinto ed ultimo punto importante è che nessuno si è mai chiesto: “Dove hanno raffigurato, i Dauni, le loro divinità?” Ancora oggi, e non senza pigrizia intellettuale, molti continuano ad insistere sulla teoria funeraria e a riproporre acriticamente gli assiomi del Ferri privi di fondamento contestuale.»
    (Maria Laura Leone, in «Oppio. “Papaver Somniferum”, la pianta sacra ai Dauni delle stele»)

    SCENE COL PAPAVERO DA OPPIO
    L’archeologa pugliese Laura Leone (1995-96) vede il grafema sferoidale come un simbolo grafico del papavero da oppio, e nelle scene delle stele sarebbero raffigurati emblemi, mitologie e momenti di un culto magico-terapeutico incentrato sull’utilizzo di questa pianta dalle proprietà antidolorifiche, narcotiche e visionarie.

    La traduzione del grafema circolare col papavero da oppio ha dato una rilettura alle scene delle stele. I bastoni-scettro agitati nelle scene rituali-terapeutiche, le olle sacrificali portate sulla testa delle donne in processione, le figure femminili con la testa a forma di “capsula” e ben radicate nel terreno – che la Leone vede come divinità del papavero da oppio – nonchè i guaritori e più spesso guaritrici che offrono un vaso medicinale a individui dolenti e ammalati, trovano qui una giustificazione , tenendo conto delle proprietà medicinali del papavero da oppio, soprattutto per lenire il dolore fisico.

    IL FORO

    IL SITO ARCHEOLOGICO

    Herdonia è anche nota come “la Pompei della Puglia”. Infatti le prime tracce di vita nel territorio risalgono all’epoca neolitica, mentre si datano all’età del Bronzo alcuni resti di capanne. Sono stati rinvenuti vari nuclei abitativi sparsi nel territorio, con case e tombe, a testimonianza della più ampia occupazione del territorio tra la prima età del Ferro e l’età Arcaica.

    LE TERME
    Nel sito sono attualmente visibili i resti di un anfiteatro, realizzato sfruttando il fossato di una più antica struttura difensiva. Si conservano inoltre i resti di edifici abitativi e artigianali riferibili ad età romana e di un campus utilizzato per attività militari. L’ampia area pubblica conserva porzioni della basilica civile insieme ad altri ambienti probabilmente identificabili con il tribunal, l’aerarium e la curia.

    È chiaramente visibile la piazza del foro circondata dalle botteghe su tre lati. Del foro fanno parte anche i resti di due templi del macellum, di una Basilica, del Capitolium e di una villa rustica, scoperta di recente.

    Sono visibili le mura perimetrali e sul lato ovest i resti della porta principale fiancheggiata da torri quadrate, con rivestimenti in opus reticulatum. Nella zona centrale si trovano un complesso di costruzioni in laterizio e opus reticolatum,

     A nord est troviamo i resti di un piccolo anfiteatro.

    ANFITEATRO

    L'ANFITEATRO

    L’anfiteatro è oggi documentato solo da un'ampia cavità, notata già dai viaggiatori del XVIII secolo e solo in parte oggetto di scavo archeologico. Posto nei pressi delle mura della città romana, fu realizzato sfruttando il fossato esterno alla cinta muraria. Ha forma di ellissi (m 74 x 59 circa) ed è delimitato da un muro esterno, lungo m 215, in opera reticolata, in parte ancora visibile. 

    Venne realizzato nel I secolo d.c., ma nel II d.c. venne restaurato, ingrandito e abbellito. L'edificio aveva due ingressi posti sull'asse principale, che consentivano l'accesso alle gradinate, di cui non restano tracce e che molto probabilmente vennero utilizzate per altri edifici. È difficile ricostruire l'altezza originaria del muro di cinta e il numero di gradinate, e quindi anche la presumibile capienza. Agli spettacoli (giochi gladiatorii, lotte con animali, ecc.) prendevano parte spettatori provenienti non solo dalla città ma anche dalle campagne circostanti.

    L’anfiteatro venne smantellato in età tardoantica (IV-VI d.c.), quando il cristianesimo proibì la maggior parte degli spettacoli, per cui gli ingressi furono trasformati in abitazioni. Tra le sue rovine fu sepolto negli anni 1020-1030 un tesoretto di 148 monete d’oro di tipo musulmano e una bizantina contenute in una brocchetta.

    I CAPITELLI DELLA BASILICA

    LA BASILICA

    La basilica si apriva sulla piazza del foro, ed era uno dei più importanti luoghi per la vita cittadina: si amministrava la giustizia, si tenevano riunioni e si svolgevano gli affari. È costituito da una grande aula rettangolare (m 42 x 26 circa) divisa all’interno da venti colonne che delimitano un ampio spazio centrale; restano le basi e i bei capitelli di stile ionizzante in pietra calcarea. 

    Le colonne, alte originariamente circa 7 m e realizzate in mattoni con rivestimento di stucco, non si sono conservate. I muri, in “opera incerta quasi reticolata”, con filari di tegole e pilastri di mattoni, erano rivestiti da intonaco dipinto, di cui restano alcuni lembi. Sul lato opposto al foro si apre una sala rettangolare, sul cui fondo è una base per una statua: in un primo momento in un ambiente sotterraneo era forse conservata la cassa cittadina.

    Venne costruita alla fine del I a.c. - inizio I secolo d.c.; fu abbandonata, forse in seguito ad un terremoto, nel IV secolo. Successivamente (IV-VI d.c.) furono ricavate alcune case-botteghe e un vano absidato. Ancor più tardi (VI-VII d.c.) lo spazio fu occupato da tombe e poi in età medievale (XII-XIV) da alcune abitazioni.


    All’esterno delle mura si estende una vasta necropoli in cui sono stati rinvenuti diversi esempi di ceramica daunia conservati nei musei di Foggia, Bari e Taranto.

    È stato inoltre riportato in luce un vasto complesso termale articolato in ambienti caldi e freddi, riccamente decorati. All’estremità settentrionale si conservano le tracce di una chiesa altomedievale poi trasformata, in epoca svevo-angioina, in castello circondato da un fossato.

    Sappiamo che l’insediamento daunio che si estendeva su di una superficie di 600 ettari, mentre l’insediamento risalente ad epoca romana è molto più circoscritto rispetto al precedente, ma molto più ricco di vestigia, quali il Foro, la Basilica, il Macello, la Via Traiana.

    Tutt'intorno si individuano tratti delle mura e del piccolo anfiteatro; verso la ferrovia si nota l'acropoli, da dove si scorgono i ruderi del ponte romano sull'antico alveo del Carapelle. Colpiscono i capitelli privi di colonne, perché erano fatte con mattoni, che non furono pertanto difficili da abbattere per la sorgente iconoclastia cristiana.
    FRAMMENTO DI RICAMO DEL IV SECOLO a.c.

    IL RICAMO PIU' ANTICO D'ITALIA

    E' stato rinvenuto a Herdania ovvero “I ricami del guerriero“. Un’operazione condotta in sinergia con la Soprintendenza Archeologia della Puglia.

    Nel 2012, nella necropoli daunia in contrada Cavallerizza, emergono due tombe a fossa d’inizio IV secolo a.c. La prima è di una donna ed è quasi spoglia ma la seconda, pur già depredata conserva i resti di un uomo tra i 30 e i 35 anni, un guerriero di alto rango con una schiera di ceramiche a geometrie colorate tipicamente daunie, una panoplia e diverse armi. 

    Ma l’elenco dei reperti dei reperti è lungo: 70 frammenti di tessuto, 29 lignei, 250 di lamine bronzee, 4 manufatti torniti. E’ servito un anno di lavoro, ma infine dal drappo in lana si è manifestata una panoplia da parata con il bordo ricamato con fili di lino. I ricami del guerriero di Herdonia sono i più antichi mai recuperati in Italia”.

    Comunque nel 2000 gli scavi sono stati improvvisamente interrotti: stato e proprietari dell’area non hanno ancora trovato un accordo sul prezzo di esproprio dell’area. In tutta fretta, molti monumenti sono stati nuovamente sepolti non potendone garantire il restauro e la conservazione, altri, privi di recinzione, versano in stato di totale abbandono.

    IL TESORETTO

    IL TESORETTO DI HERDONIA

    Si tratta di 147 monete tarì d’oro e di un solido bizantino, riportati in superficie durante uno scavo archeologico nel 1965 e attualmente conservati presso i depositi del Museo tarantino senza mai essere stati esposti. Il tesoretto sarà esposto prima in via temporanea in un percorso relativo all’epoca tardo-antica, poi troverà una degna collocazione permanente nel museo. 

    Per ora, quindi, non arriverà all’HERMA (Museo archeologico comunale di Herdonia) di recente apertura, a pochi passi da dove sono emerse queste ricchezze, ma comunque si tratta di un discreto traguardo. C'è però da tener conto che spesso le mostre italiane all'estero vi permangono per anni e anni, perchè si guadagna di più a portarle negli altri musei che tenerli nei nostri musei.




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    GENS CORNELIA

    Nome: Servius Cornelius Maluginensis
    Nascita:
    Morte: -
    Gens: Cornelia
    Professione: Politico e militare
    Consolati: 386 a.C., 384 a.C., 382 a.C., 380 a.C., 376 a.C., 370 a.C., 368 a.C.


    Ovvero Servius Cornelius Maluginensis (Roma, ... – ...), del ramo Cosso, (Cosso = tarlo) una specie di tarlo, a causa della tenacia e della insistenza di cui era capace il capostipite della sua gens. Fu comunque un notevole politico e militare  romano del V sec. a.c.

    Servio Cornelio fu il più antico rappresentante del ramo Maluginense della nobile gens Cornelia, una delle più antiche e conosciute gens patrizie dell'antica Roma, i cui membri più famosi, tutti del periodo repubblicano, furono:
    • Servius Cornelius Cossus Maluginensis, console nel 485 ac. e poi flamen quirinalis. 
    • Lucius Cornelius Servius Maluginensis, console nel 459 ac. 
    • Marcus Cornelius Servius Maluginensis, membro del II decemvirato nel 450 ac. 
    • Marcus Cornelius Maluginensis, console nel 436 ac. 
    • Publius Cornelius Maluginensis, tribunus militum consulari potestate nel 404 ac. 
    • Publius Cornelius Maluginensis, tribunus militum consulari potestate nel 397 e 390, magister equitum nel 396 ac. 
    • Publius Cornelius Maluginensis Cossus, tribunus militum consulari potestate nel 395, console nel 393 ac. 
    • Marcus Cornelius P. f. P. n. Maluginensis, censore nel 393 ac. 
    • Servius Cornelius P. f. M. n. Maluginensis, tribunus militum consulari potestate nel 386, 384, 382, 380, 376, 370, e 368 ac. 
    • Marcus Cornelius Maluginensis, tribunus militum consulari potestate nel 369 and 367 ac. 
    • Servius Cornelius Maluginensis, magister equitum nel 361 ac.

    Servio Cornelio fu eletto console nel 485 a.c. insieme a Quinto Fabio Vibulano. La situazione è questa: la cacciata dei Tarquinii è avvenuta nel 509, appena 34 anni prima. Dopo la rivoluzione repubblicana il popolo romano fa sentire più spesso e più apertamente i suoi malumori. I plebei chiedono diritti e terre.

    LA SEDIA DEL CONSOLE
    Durante il suo consolato Spurio Cassio Vecellino, il console che l'anno precedente aveva proposto di distribuire parte della terra del demanio ai plebei, inimicandosi i patrizi, fu condannato e giustiziato. Cassio, pur avendo celebrato ben due trionfi per le sue vittorie, fu portato in giudizio con l'accusa di aspirare ai poteri di re.

    I due accusatori, i questori  Cesone Fabio Vibulano e Lucio Valerio Potito, sarebbero poi diventati consoli, rispettivamente nel 484 e nel 483 a.c., con il sostegno dei patrizi. Condannato, Cassio, reo solo di aver voluto aiutare la plebe, venne quindi fatto precipitare dai due questori dalla Rupe Tarpea.

    Da qui si capisce come la monarchia avesse lasciato ampi strascichi di privilegi negli aristocratici che mal sopportavano un potere dall'alto ma molto tenevano a quello che esercitavano sul popolo. Stranamente ci vorranno degli imperatori per rendere giustizia alla plebe.

    Ma con la sua morte la questione agraria non venne estinta bensì il popolo richiese a gran voce l'applicazione della legge agraria che era stata promulgata.

    Così i due aristocratici consoli, temendo disordini, approfittarono delle razzie e incursioni etrusche in territorio romano, chiamarono il popolo alla leva contro le città nemiche, distogliendo così la plebe dalla questione. Servio avrebbe condotto i romani contro Veio, mentre Quinto Fabio li avrebbe guidati contro i Volsci e gli Equi.

    I Volsci secondo Tito Livio erano:
    « ferocior ad rebellandum quam bellandum gens »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    Per narrare tutta la verità diciamo che le guerre non erano una scusa, perchè, specie Veio a soli 20 km da Roma, ma pure altre città minacciavano seriamente i romani, anche se ciò non avrebbe dovuto far dimenticare la Legge agraria.

    LA STRAGE DEI FABII
    Peraltro c'era un vecchio conto tra Romani e Veienti che risaliva ai tempi di Romolo:
    « La guerra fidenate finì per propagarsi ai Veienti, spinti dalla consanguineità per la comune appartenenza al popolo etrusco [...] Persero parte del territorio ma ottennero una tregua di ben cento anni. Questi pressappoco gli eventi succedutisi in pace ed in guerra sotto il regno di Romolo. »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri. Newton Compton, Roma)

    Ma poi ci fu un ricordo tragico e un'onta fortissima per i romani: la strage dei Fabii del 477 ac., tutti massacrati dai Veienti tanto che della gens Fabia rimase un solo componente: Quinto, figlio di Marco. Livio riporta che era stato lasciato a Roma perché troppo giovane ma l'informazione sembrerebbe errata dato che solo dieci anni dopo Quinto Fabio Vibulano divenne console.

    In realtà venne nominato console, a rigor di date, 8 anni prima dell'eccidio (447), vale a dire nel 485 a.c. Le ragioni per cui non si trovò nella guerra di Crimea dove morirono i Fabi devono dunque essere state altre. Magari era malato o in terre lontane.

    Comunque Fabio prima invase il territorio degli Equi, poi da lì quello dei Volsci, razziando e saccheggiando il territorio. Solo i Volsci provarono a resistere sul campo contro l'esercito romano, ma furono sconfitti. Fabio però si inimicò il popolo, quando tornato a Roma con il bottino di guerra, ordinò che questo fosse interamente incamerato nelle casse dell'erario, senza che i soldati ne ricevessero alcuna parte. Questo si dice avvenne nel 480 a.c., anno in cui trovò la morte in battaglia.

    Pertanto dovette accadere prima di tale data che Servio Cornelio Maluginese, alla testa del suo esercito, invase il territorio dei Veienti.

    Servio Cornelio è stato il più antico rappresentante del ramo Maluginense della nobile gens Cornelia, una delle più antiche gens patrizie della Roma arcaica, i cui cognomen più diffusi durante la Repubblica furono Scipione, Lentulo e Dolabella.
    Servio Cornelio fu eletto console nel 485 a.c. insieme a Quinto Fabio Vibulano. Anche se fu uomo valoroso, ebbe però l'arroganza e l'insensibilità verso il popolo plebeo che ebbero molti patrizi dell'epoca.


    LA RUPE TARPEA
    Infatti durante il suo consolato, come narra Dionigi di Alicarnasso, Spurio Cassio Vecellino, il console che l'anno precedente aveva proposto di distribuire parte della terra del demanio inimicandosi i patrizi, fu condannato e giustiziato lanciandolo dalla Rupe Tarpea. Spurio era stato nominato console tre volte ed aveva ottenuto il trionfo per due volte. 

    Nonostante questo e anzi proprio per questo venne accusato di voler assumere il potere e farsi re e nessuno dei due consoli in carica si oppose.

    Del resto tutti coloro che chiesero la legge agraria, prima e dopo, vennero uccisi, fino a Giulio Cesare che la ottenne impunemente, anche se venne ucciso ma molti anni dopo per una congiura. La giustizia romana fu ottenuta dalle proteste e dalle insurrezioni del popolo della plebe.

    Ma la morte di Spurio Cassio non placò la questione agraria, che era già stata promulgata ma mai entrata in vigore. I plebei cominciarono a ribellarsi e i due consoli, assolutamente non disposti a concedere nulla si attaccarono alle razzie e alle incursioni che i nemici delle città vicine facevano in territorio romano.

    GENS CORNELIA
    Così i due consoli chiamarono il popolo alla leva, creando un diversivo alla questione agraria. Ai due consoli, secondo la legge, spettava la guida dell'esercito che venne diviso in due. Servio Cornelio avrebbe condotto i romani del suo esercito contro Veio, mentre Quinto Fabio avrebbe guidato il resto contro i Volsci e gli Equi.

    Per un console andare in guerra era cosa molto ambita, perchè se vinceva otteneva lustro lui e la sua famiglia, se poi otteneva un trionfo diventava un eroe.

    Purtroppo essere un eroe non bastò a Sputio Cassio, ma Servio Cornelio voleva approfittare della battaglia non solo per placare l'ira del popolo, ma pure per guadagnarsi un po' di gloria a sua volta. 

    Alla testa del suo esercito si inoltrò nel territorio di Veio saccheggiandolo e razziandolo, dopo averli sconfitti in diverse scaramucce recuperò il bottino sottratto ai romani, si fece pagare pure un riscatto e stipulò una tregua per un anno. All'epoca una tregua si rispettava sempre, per cui nessuno concedeva tregue per più di quanto fosse disposto. 

    Ora i romani sapevano che per un anno, pena la collera degli Dei, i Veienti non avrebbero più invaso il territorio romano, dopodiché avrebbero magari dato battaglia. I romani ne furono più che soddisfatti, i plebei non del tutto, perchè Spurio Cassio era stato assassinato e la lex agraria era ancora in sospeso.


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    CLAUDIA AGRIPPINA
    La Colonia Claudia Ara Agrippinensium (odierna Köln), cioè Colonia, era la capitale dell'antica provincia romana della Germania Inferiore, una delle più grandi città a nord delle Alpi. Essa derivava dall'antica fortezza legionaria della provincia romana della Germania inferiore, che corrisponde all'odierna città tedesca di Colonia.

    Era posizionata lungo il fiume Reno, di fronte alle tribù germaniche dei Sigambri (riva destra del Reno) e dei Tencteri (sempre sulla riva destra del Reno), a sud di Novaesium ed a nord di Bonna.



    LA STORIA

    Colonia venne fondata dai romani come accampamento per l'esercito romano di Druso maggiore ( figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla). impegnato nella campagna di conquista della Germania. 

    COLONIA 200 D.C. (INGRANDIBILE)
    I popoli di quella terra furono non facili da vincere per i romani nè da tenere tranquilli:

    « Tencteri ed Usipeti non appena scorsero la cavalleria romana, che era composta da 5.000 cavalieri, sebbene essi non fossero più di 800, attaccarono i nostri con grande rapidità e li batterono, quando i nostri provavano a resistergli, secondo il loro costume i germani saltavano giù da cavallo a piedi e disarcionavano i nostri trafiggendo da sotto i cavalli, mettendo gli altri in fuga tra lo sbigottimento dei nostri.»
    (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico)


    Il museo di Colonia, uno dei più ampi della Germania, dispone di una splendida collezione di antichi reperti romani rinvenuti in loco. Cologne, cioè Colonia, venne fondata nel 37 o 19 a.c., quando i Romani trasferirono gli Ubiani dalla riva orientale del Reno in Cisgiordania, di molto svuotata dalle guerre di Giulio Cesare che aveva sterminato gli Eburoni.
     
    IL DIO FIUME RENO
    La nuova cittadina era chiamata Ara Ubiorum, "altare degli Ubiani", indicando che lì si trovava un santuario dove si praticava il culto dell'imperatore.

    Svetonio narra che tra gli oggetti presi in questo tempio c'era la spada di Cesare, un cimelio del tutto leggendario, tanto che dette luogo alla leggenda di re Artù e la sua spada magica.

    Inizialmente vi erano solo due regioni stanziate nel sito, e una delle due era la IX°.

    Dopo la battaglia della Foresta di Teutoburgo nel settembre del 9 a.c., la I Germanica e la XX Valeria Victrix erano le legioni stanziate nell' Ara Ubiorum, ma dopo il 28, presso la città stanziò un accampamento romano, con un importante contingente navale a sud, ora conosciuto come Köln-Alteburg.

    L' Ara Ubiorum divenne la capitale della Germania Inferiore e nel 50 venne promossa al rango di colonia, col nome di Colonia Claudia Ara Agrippinensium, che significava "Colonia di Claudia vicino all' Altare degli Agrippiniani" - nome con cui vennero ribattezzati gli Ubiano, in onore di Agrippina Minore, la moglie dell'imperatore Claudio, nata appunto a Colonia tra il 15 e il 16 d.c..





    GIULIA CLAUDIA AGRIPPINA

    Giulia Agrippina Augusta (in latino: Iulia Agrippina Augusta; Ara Ubiorum, 6 novembre 15 – Baia, marzo 59), nata semplicemente Giulia Agrippina e meglio conosciuta come Agrippina minore (Agrippina minor, per distinguerla dalla madre Agrippina maggiore), è stata una aristocratica e un'imperatrice romana, appartenente alla dinastia giulio-claudia.

    DEDICA ALLE BOOUDUNNEHIC MATRES
    Sposò l'imperatore romano Claudio, suo zio, il quale adottò il figlio da lei avuto dal precedente matrimonio con Gneo Domizio Enobarbo: Nerone, che sarebbe poi diventato a sua volta imperatore. Insignita del titolo di Augusta dell'Impero romano nel 50, Agrippina ebbe il ruolo di reggente durante l'assenza del marito Claudio e fu la prima donna a governare di fatto l'impero durante i primi anni di regno del figlio.

    Ella era figlia di Agrippina maggiore e di Germanico Giulio Cesare, generale molto amato dal popolo romano. La madre era figlia di Marco Vipsanio Agrippa (amico fraterno di Augusto) e di Giulia maggiore (figlia di secondo letto di Augusto). Il padre era figlio di Druso maggiore (fratello di Tiberio e figlio di Livia, moglie di Augusto) e di Antonia Minore (figlia di Marco Antonio e Ottavia, sorella di Augusto). Suo padre Germanico era stato, inoltre, adottato da Tiberio su richiesta di Augusto, ma morì forse avvelenato.

    Giulia Claudia Agrippina era nata nell'accampamento di Germanico, dalla coraggiosa madre che fu sempre a fianco del marito. Fu una delle più significative figure femminili dell'Impero romano, un'autentica imperatrice. Fu lei la fondatrice di Colonia, sorta su un pacifico patto di convivenza tra i veterani romani delle campagne germaniche ed il popolo germanico degli Ubii, divenuti poi alleati dei Romani dai tempi di Giulio Cesare. Gli abitanti di questa nuova città si chiamarono Agrippinensi. Nel 1993, la Città di Colonia ha eretto una statua ad Agrippina sulla facciata del proprio Municipio.

    TORRE ROMANA

    COLONIA

    Il lungo nome di "Colonia Claudia Ara Agrippinensium" venne abbreviato nell'acrostico CCAA. Le Colonie avevano particolare considerazione, perchè erano considerate una piccola copia di Roma, quindi con un Campidoglio, un Foro, un cardo e un decumano e un tempio dedicato alla Triade Capitolina.

    Oggi la chiesa di St. Maria in Kapital giace su una collina artificiale su cui all'epoca venne costruito il tempio romano. I Romani erano molto pratici e raccolsero tutte le rovine degli edifici abbattuti, in pratica capanne e poco altro, ammucchiandoli in una collina che venne coperta di sassi e di terra. In questa parte più alta costruirono così il tempio romano del Capitolium.

    Contemporaneamente venne costruito il Praetorium, cioè il quartier generale dell'esercito del basso Reno. La costruzione divenne il palazzo del governatore quando la zona militare divenne una vera e propria provincia (83 - 84). Il Praetorium occupava una superficie di 3 ettari e ½ e dovette essere uno dei più grandi edifici della Germania Inferiore.

    Le sue mura orientali erano chiuse dal Reno e si potevano scorgere le tribù germaniche, ostili a Roma, sulla riva opposta. Il bel palazzo del governatore aveva splendidi mosaici che decoravano i pavimenti, e qui egli accoglieva ambasciate e visitatori.

    MURA ROMANE IN UN PARCHEGGIO (SIG..)
    Fu in queste sale, odiernamente ancora accessibili, che Vitellio venne eletto imperatore.
    Anche se la città ebbe alcune calamità (ad esempio, un incendio nel 58 e un attacco militare durante la rivolta batava nel 70), continuò a crescere e prosperare. Questa vantava anche diversi santuari dedicati a Marte, Dio della fertilità e della guerra, e al Dio dei legionari Mitra coi suoi templi sotterranei.

    Vicino al porto fluviale doveva esserci un santuario del Dio fluviale Rhenus (Reno) e Portunus, il Dio del commercio fluviale e porti che fu esportato anche a Roma. Come capoluogo di una provincia, Colonia ha avuto di diritto anche un tempio dedicato al culto dell'imperatore.

    Sappiamo anche dell'esistenza di un teatro a Colonia, l'unico vero e proprio teatro in Germania Inferiore. In altre città, gli attori dovevano usare gli anfiteatri, tuttavia non è stato ancora scoperto.

    IL PRAETORIUM
    I soldati legionari nelle grandi fortezze di frontiera e gli ausiliari nei piccoli fortini necessitavano di grandi quantità di cibo, in particolare di grano, che veniva coltivato nelle fertili pianure belgiche. La strada principale da Bavay e Tongeren al centro commerciale di Colonia (a volte chiamata Via Belgica) era quindi di vitale importanza per la sopravvivenza dell'enorme esercito del Basso Reno. Pertanto era vigilata e mantenuta con cura.

    Ma Colonia non è stata solo un centro di prodotti agricoli, ma pure di produzione manifatturiera. Molte piccoli fiale, che dovevano un tempo contenere profumi, attestano che la città già all'epoca produceva Acqua di Colonia.

    La cinta muraria di Colonia, edificata nel I decennio del I secolo, raggiungeva 2 m e ½ di larghezza e 8 m di altezza, con 9 porte e 21 torri. La sua lunghezza totale era di circa 3.900 m e circondava una città con superficie di quasi un Kmq (96,8).
    Il ponte sul Reno era, sulla sponda opposta del fiume, era difesa da un fortino chiamato Divitia. Anche in tempo di pace, queste fortificazioni devono aver impressionato ogni visitatore.  Colonia è stata, nel III secolo, l'unica città in Germania Inferiore che ha continuato a crescere.

    TORRE ROMANA
    Le incursioni dei Franchi avevano causato lo spopolamento delle campagne, e pure delle città, ma Colonia continuò a prosperare con una popolazione di circa 25.000 abitanti all'interno delle mura e circa lo stesso numero di persone nelle sue immediate vicinanze.

    Nel 257 venne fondata una zecca nella città per battere autonomamente moneta, e tra il 260 e il 274, divenne una delle residenze degli imperatori dell'Impero gallico indipendente.

    Dopo che questo impero era stato reintegrato nell'impero romano, due ufficiali, Bonoso e Proculo, cercarono di creare un nuovo impero indipendente di istanza a Colonia (280-281). Ma la loro rivolta fu rapidamente soppresso da Probo imperatore.

    A Colonia, una città veramente cosmopolita, vi erano molti culti stranieri, come Mitra, Giove Dolicheno, Iside e Serapide, con una sostanziale minoranza ebraica,  menzionata in un decreto dell'imperatore Costantino I il Grande (306-337) ed è attestata anche dagli archeologi.

    IL MUSEO
    Il cristianesimo deve essere arrivato alla fine del terzo o all'inizio del IV sec. e il primo vescovo era un uomo di nome Materno di Treviri.

    Poi un contingente di guerrieri germanici occuparono e saccheggiato Colonia nel 355/356.
    La città non si seppe riprendere, pur restando un importante centro della civiltà tardo-romana.
    Anche dopo il crollo del potere romano in Renania all'inizio del V secolo, i comandanti romani considerarono la città come loro, e solo nel 456 che il generale Egidio fu costretto ad ammettere che la città era diventata franca.

    L'anno scorso il museo ha tenuto una mostra speciale in onore dei 2.000 anni dalla nascita di Agrippina Minore, e ha pubblicato un libro sulla sua eredità a Colonia, la mostra si è chiamata: "Agrippina. Imperatrice di Colonia".

    Di fronte al Municipio di Colonia si erge la statua di Agrippina dedicatale dalla città di Colonia.




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    LA VITTORIA DI CAVATONE

    A CALVATONE (CREMONA) TORNA ALLA LUCE UN TESORO DI MONETE ROMANE

    CREMONA, 8 ottobre 20018

    Gli archeologi dell’Università degli Studi di Milano, guidati dalla professoressa Maria Teresa Grassi del Dipartimento di Beni culturali e ambientali, hanno scoperto, sul sito romano di Bedriacum – nei pressi di Calvatone (Cremona) – un ripostiglio in cui erano nascoste 140 monete databili all’età di Gallieno, imperatore tra il 253 e il 268 d.c. La scoperta, nell’ambito della campagna di scavi 2018, ha fornito anche importanti informazioni sulla storia e il declino dell’antico insediamento.


    TESORO NASCOSTO   
    Le circa 140 monete che compongono il “tesoro” erano state nascoste sul fondo di un vaso in ceramica, e mai più recuperate dal suo proprietario, in un momento di gravissima crisi, politica e militare, dell’Impero Romano. Il tesoro, dall’alto valore storico e archeologico, consiste, in particolare, in un gruzzolo di “antoniniani”, moneta introdotta dall’imperatore Caracalla, all’inizio del III sec. d.c., del valore di un doppio denario, ufficialmente moneta d’argento, ma spesso soltanto rivestita del metallo prezioso.

    Le monete sono attualmente in corso di restauro, a cura dell’Università degli Studi di Milano, presso un laboratorio specializzato, secondo le indicazioni della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Lodi e Mantova.


    TESTIMONIANZA DELLA CRISI 
    Non meno significative le informazioni che gli archeologi della Statale sono riusciti a recuperare riguardo al luogo del ritrovamento. Le monete, infatti, sono state rinvenute in un quartiere residenziale di Bedriacum, mai indagato prima d’ora, in cui sono state scoperte le tracce di alcuni edifici in forte stato di degrado.

    Secondo gli archeologi, la posizione in cui è stato trovato il ripostiglio, al cui interno si trovava il “tesoro”, indica chiaramente che, all’epoca del suo seppellimento, alla metà del III sec. d.c., questo settore dell’antico vicus romano era già caduto in rovina, era stato abbandonato e aveva già subito consistenti spoliazioni. Un dato storico assolutamente nuovo, sottolineano gli archeologi, dal momento che finora si era ipotizzato che la crisi dell’abitato romano e il suo abbandono fossero avvenuti soltanto nel IV-V sec. d.c.

    Altri ripostigli furono trovati a Calvatone, nel 1911 e nel 1942, databili tra II e I sec. a.c., ma andarono quasi completamente dispersi. Non si sa con precisione da dove provengano né da quante monete erano composti. Sono quindi muti per la storia di Bedriacum, al contrario del ripostiglio Calvatone 2018, che ne ha svelato un aspetto finora totalmente sconosciuto.

    La campagna di scavi 2018 della Statale è realizzata grazie ai finanziamenti, oltre che della stessa Università, del Comune di Calvatone e di Regione Lombardia. Sul sito archeologico di Bedriacum, conosciuto per le battaglie combattute nel 69 d.c. per la conquista del potere imperiale in seguito alla morte di Nerone, l’Università degli Studi di Milano opera nel sito archeologico dal 1986.

    LA VITTORIA DI CAVATONE
    LA VITTORIA DI CAVATONE

    1836-2016: dalla clamorosa scoperta archeologica alla clamorosa riscoperta al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo.

    Nel 1836 nel campo della famiglia Alovisi di Piadena, località Costa di Sant'Andrea, nei pressi di Calvatone, emerge una testa femminile in bronzo dorato. Attraverso gli scavi vengono poi alla luce altri reperti significativi, tra cui monete, bronzetti, vetri, ceramiche, frammenti di statue di marmo e di bronzo, presto dispersi tra collezioni museali e private.

    Un giorno del 1986, la Soprintendenza Archeologia della Lombardia, nel cosiddetto Campo del Generale, scoprirà un quartiere a carattere artigianale, con abitazioni e botteghe, traversato da una larga strada e, nel 1991, una domus oltre il Dugale Delmona e nel 1998, più a ovest, una necropoli tardo-romana, con 14 tombe ad inumazione, prive di corredo.

    Per interessamento del Luigi Alovisi, avviene il recupero del corpo, vestito di un leggero chitone coperto nella parte superiore da una pelle di pantera, ma privo del braccio e della gamba sinistra, che poggia i piedi su un globo dove è inciso: VICTORIAE AVG. / ANTONINI ET VERI / M. SATRIUS MAIOR quindi una Vittoria dedicata agli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero (161-169 d.c.)
    LEONE FITTILE ACCOVACCIATO - BEDRIACUM
    Nel 1841 la statua viene ceduta al regno di Prussia per essere esposta all'Antikenmuseum di Berlino, dove viene restaurata e integrata nelle parti mancanti (braccio sinistro che regge un ramo di palma e piede e gamba sinistra). La statua romana viene esposta sulla scalinata d'ingresso del museo, dove resta visibile al pubblico fino alla II guerra mondiale.

    In occasione della "Mostra Augustea della Romanità" del 1937, nelle celebrazioni del bimillenario della nascita di Augusto, Berlino invia a Roma una copia in gesso della "Vittoria di Calvatone", oggi esposta al Museo della Civiltà Romana all'EUR. Nel 1937 viene realizzata una seconda copia della statua, in bronzo, acquistata da Cremona in occasione delle celebrazioni per il bicentenario stradivariano, oggi nel museo archeologico della città. Alla fine della II guerra mondiale, all'ingresso dell'Armata Rossa a Berlino, la "Vittoria di Calvatone" scompare.

    Calvatone stessa si è voluta dotare di due copie della celebre statua, l'una esposta nel Palazzo del Municipio e l'altra collocata sul Monumento ai Caduti. Ezio Alovisi, pronipote di Luigi Alovisi da Piadena primo proprietario della statua, mette a disposizione la documentazione di famiglia per una mostra presso i Musei Civici di Cremona dal titolo "1937. La Vittoria Alata e le Celebrazioni Stradivariane", che prevede l'esposizione al pubblico della copia cremonese della "Vittoria di Calvatone".

    I tre frammenti bronzei della statua romana vengono trasferiti al Museo Civico di Brescia, per un'esposizione pubblica all'Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano. Nel 1837, la statua viene analizzata e ricomposta dallo scultore Bartolomeo Conterio. Restituita al Museo Civico di Brescia, la "Vittoria di Calvatone" rimane in deposito fino al 1841, ceduta da Luigi Alovisi al Re di Prussia Federico Guglielmo IV per essere esposta all'Antikenmuseum di Berlino, per una somma di 12.000 lire austriache e il rilascio di un titolo nobiliare.

    Tre disegni ottocenteschi ritraggono la "Vittoria di Calvatone": il disegno a matita inviato all'Istituto di Corrispondenza Archeologica poco dopo la scoperta (1838), l'acquarello di Gerolamo Ioli (1842) e il disegno a china di Carlo Alghisi (1879). Tutti i disegni privilegiano il lato destro, più completo, e mostrano una Vittoria priva di ali.


    Presso l'officina dei gessi dei Musei di Berlino tra il 1904 e il 1937 vengono prodotte otto copie in gesso della statua, tra cui la copia esposta all'Altes Museum di Berlino, la copia esposta al Museo della Civiltà Romana dell'EUR e la copia russa, ordinata ai Musei di Berlino nel 1906 e acquistata per 200 marchi.

    Durante la II guerra mondiale, onde preservarla dai bombardamenti, la statua viene ricoverata nell'edificio della "Neue Reichsmunze" ("nuova zecca"). Da qui se ne perdono le tracce per i successivi settant'anni.

    Nel 2016, sul sito del Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo si riferisce che la "Vittoria di Calvatone" si trova nei depositi del museo dal 1946, giunta insieme ad altre opere da Berlino dall'Armata Rossa.

    Danneggiata dai bombardamenti inglesi la "Vittoria di Calvatone" viene trasferita in Unione Sovietica, confusa tra 40.000 casse di legno e priva di numero di inventario, nel 1946, nei depositi dell'Ermitage di San Pietroburgo, classificata come scultura francese del XVII secolo e dimenticata fino alla nuova documentazione.

    La scultura in bronzo ha subito danni e le sono state staccate le ali in ferro dorato di cui era stata dotata nell'Ottocento dai restauratori dei Musei di Berlino. A centottanta anni dalla sua scoperta (1836-2016) e dopo settantuno anni di oblio (1945-2016) la "Vittoria di Calvatone" riconquista la sua identità e, una volta completati gli interventi dei laboratori di restauro del Museo dell'Ermitage, potrà essere nuovamente restituita al mondo.

    (da: Lilia Palmieri, 20/11/2016)




    IL TERZO MOSAICO

    «Anche dopo 28 anni di scavi c’è sempre qualche sorpresa. Il nostro applauso non può che andare a Bedriacum». Maria Teresa Grassi conduce le indagini in Calvatone dal 2005, ed ha dato il benvenuto al terzo mosaico ritrovato nel vicus romano pochi giorni fa, uno splendido mosaico policromo.

    Un reperto di straordinaria importanza risalente al III secolo d.c., a differenza dei due rinvenuti in passato: il Mosaico del Labirinto e il Mosaico del Kantharos, entrambi di epoca precedente.
    La nuova scoperta apre ulteriori scenari storici e la certezza che l’area di proprietà della Provincia di Cremona - che rappresenta solo una porzione dell’intera Bedriacum - può ancora riservare importanti sorprese.

    PAVIMENTO MOSAICALE A LAVIRINTO - BEDRIACUM
    Il mosaico del labirinto, del I sec. d.c. proveniente da Calvatone, apparteneva a una domus romana
    riportata in luce nel 1959, la cosiddetta Domus del Labirinto, così denominata per la presenza di un emblema a mosaico con la raffigurazione di un labirinto, conservato nel museo archeologico

    Platina di Piadena, che ornava il pavimento di una delle sale da pranzo della casa. I nuovi scavi, concentrati in un primo momento intorno alle strutture già note della domus, hanno assunto col tempo carattere estensivo, raggiungendo un'estensione di 768 mq, per esplorare le aree circostanti e comprendere lo sviluppo urbanistico di questa zona residenziale.

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  • 08/07/19--04:59: CULTO DI CACA
  • DEA ESTIA O CACA - DEA DEL FUOCO
    Caca fu una Dea romana, in realtà prima era un'umana ed era la sorella di Caco, ma venne fatta Dea perchè scoprì ad Ercole il furto dei suoi tori fattogli dal fratello Caco. La Dea aveva una cappelletta in cui le Vestali mantenevano un fuoco perpetuo come a Vesta. Insomma Caca è un'antichissima divinità romana del fuoco, della quale sappiamo pochissimo.

    "Lattanzio (Institutiones, I, 20, 36) ce ne dà una notizia breve e quasi certamente errata. Servio (Ad Aen., VIII, 190) precisa che aveva un sacello in cui le si faceva sacrificio con fuoco perenne, come a Vesta (secondo una versione) o per mezzo delle vergini sacerdotesse di Vesta (secondo un'altra versione)". 

    Tra i moderni prevale l'opinione che Caca fosse un'antichissima divinità del fuoco, più tardi oscurata e sostituita da Vesta; e che facesse coppia con Caco, da interpretare anch'egli come divinità del fuoco.

    "Anche i dati di Servio sulla Dea sono pochi e insicuri, e piuttosto illatori. Più numerosi i dati intorno a Caco; ma di incerta interpretazione. C'è un racconto di Diodoro (IV, 21, 2) e un altro nell'annalista Gneo Gellio (fr. 7 Peter), oscurissimi e perciò spiegati in maniere diverse. I due racconti hanno in comune di presentare Caco come personaggio storico, e di metterlo con Ercole in relazioni umane."

    Virgilio (Eneide, VIII, 190 seg.), Ovidio (Fasti, I, 543 segg.) e Properzio (V, 9 segg.) invece presentano Caco, un figlio mostruoso di Vulcano e di Medusa, abitante in una grotta dell'Aventino donde muove a far strage con le fiamme che vomita dalla bocca o da tre bocche. Caco era in effetti un'antica divinità del fuoco originaria del Lazio, che, visti i molti vulcani della zona, emetteva fuoco dalle fauci.

    Il suo aspetto era scimmiesco, dato che il suo corpo era coperto di un manto peloso e, secondo la descrizione tramandataci da Properzio, il demone possedeva tre teste, il che ci rimanda alla Dea Madre triforme, ad Ecate col suo Cerbero. Insomma Caco è figlio del lato mortifero della Dea del Fuoco.

    "Costui avrebbe rapito a Ercole i bovi di Gerione, e, dopo lotta furibonda, ne sarebbe stato ucciso; onde l'origine del culto erculeo sull'Ara maxima nel Foro Boario.
    Da ultimo, gli storici Livio (I, 7, 3 segg.) e Dionisio (I, 39) raccontano anch'essi il furto e la morte, ma fanno di Caco un ladrone o, ancor meglio, un selvaggio primitivo, una specie di Polifemo, pastore e predatore a un tempo. Altri, valendosi un po' superficialmente dell'etimologia (Cacus da κακός "cattivo"), ne fanno uno schiavo di Evandro (cioè "l'uomo buono")." 

    "Servio (Ad Aen., VIII, 203) ha proposto una congettura, piuttosto accreditata, secondo cui la lotta si rifarebbe a un mito antichissimo, affine al mito indiano di Vrtra e d'Indra, e si sarebbe svolta fra Caco e Recarano; solo più tardi Ercole avrebbe preso il posto di quest'ultimo, e il significato naturalistico del duello tra luce e tenebre sarebbe stato dimenticato."



    INDRA E VRTRA

    Indra, il cui nome Indra vuol dire "Signore": è la divinità vedica che detiene il potere temporale ed è una divinità guerriera. Indra è amante delle donne, è nobilmente iracondo ed è solito ubriacarsi prima delle battaglie. Dopo le sue bevute spesso diventa violento e distrugge qualsiasi cosa; nonostante ciò è considerato una divinità saggia e detentrice di connotati positivi: valore, forza e coraggio.

    Vrtra è il serpente che esiste prima del tempo, e avvolgeva in una unica massa indistinta il cielo e la terra; la luce, il sole e l'aurora non esistevano: solo tenebre e caos. Le acque, elemento primigenio, non scorrevano ma rimanevano imprigionate nella massa indistinta di spazio e cielo rappresentata dalle montagne che si muovevano per ogni dove. A guardia del caos e dell'indistinto si poneva il serpente Vṛtra, adagiato sulle montagne che imprigionavano le acque.

    Giunse quindi il signore della guerra Indra che con il fulmine (vajra) colpì a morte Vṛtra, liberando le acque e dando via alla Creazione. Le due divinità simboleggiano la lotta tra bene e male, dove il bene è il frazionamento e l'ordine e il male è l'unione caotica e indistinta.

    In realtà il caos è l'energia primitiva che viene giudicata caos in quanto incomprensibile, e Vrtra in qualità di serpente rappresentava la Grande Madre Terra il cui culto venne scalzato dalle invasioni indoeuropee.

    ERCOLE E CACO

    CACO

    Enorme e orribile pastore con tre teste, figlio di Efesto Vulcano e di Medusa. Era il terrore della foresta dell'Aventino e sputava fiamme da ciascuna delle sue tre bocche. Crani e membra umane erano inchiodati alle travi di sostegno della grotta, e il suolo biancheggiava delle ossa delle sue vittime.

    Quando Eracle giunse sulle rive dell'Albula, in seguito chiamato Tevere, fu accolto da re Evandro, un esule dall'Arcadia, che regnava a Palanteo, la futura Roma (allora semplice villaggio di pastori sul Palatino). Alla sera attraversò il fiume a nuoto, spingendosi dinanzi a sé la mandria, e si sdraiò sulla riva erbosa per riposare. 

    Mentre Eracle dormiva, Caco rubò due dei più bei tori della mandria e quattro manzi, che trascinò nella sua grotta tirandoli per la coda, costringendoli così a camminare all'indietro per non lasciare tracce.

    Alle prime luci dell'alba, Eracle si destò e subito s'accorse che alcuni capi di bestiame erano spariti. Dopo averli cercati invano, fu costretto a riprendere il cammino col resto della mandria, ma ecco che uno dei manzi rubati muggì lamentosamente. 

    Eracle, seguendo quel muggito, giunse alla grotta di Caco, ma la trovò sbarrata da un masso che dieci coppie di buoi avrebbero a mala pena smosso. Eracle lo spostò come se si trattasse di un ciottolo e, senza arretrare dinanzi al fumo e alle fiamme che Caco stava ora vomitando, lo agguantò e gli maciullò il viso.

    Con l'aiuto di re Evandro, Eracle poi innalzò un altare a Giove Inventore, cui sacrificò uno dei tori ricuperati, e in seguito organizzò anche il proprio culto. Il re Evandro lo ringraziò per aver liberato il paese da un devastare come Caco e gli promise che il Cielo l'avrebbe ricompensato accordandogli onori divini.

    I Romani tuttavia raccontano questa storia in modo da rivendicarne la gloria: secondo loro non fu Eracle che uccise Caco e offrì sacrifici a Zeus, ma un mandriano gigantesco chiamato Garano o Recarano, alleato di Eracle.

    Fin qui il mito, ma Caco è rozzo e primitivo come la natura col suo aspetto selvaggio, egli è lo stravolgimento al femminile della Potnia Theron, la Signora delle Belve, l'antica Dea della Natura Naturata, cioè visibile. In alcune zone miti la natura primitiva proseguì eccezionalmente il suo culto, come il culto della Fortuna Primigenia a Palestrina, o nella polimammelluta Diana di Efeso.

    MEDUSA

    RECARANO 

    Chiamato anche Carano o Garano, è un gigantesco mandriano alleato di Eracle.
    Recarano, mentre attraversava il territorio della futura Roma con una mandria di buoi, il brigante Caco, uno schiavo del re Evandro, gli rubò due dei più bei tori della mandria e quattro manzi, che trascinò poi nella sua grotta.

    Recarano, disperando di trovare i buoi, abbandonò le ricerche, ma Evandro che conosceva bene la natura ladresca del suo schiavo, lo obbligò a restituire gli animali rubati. Recarano, contento, ringraziò il re Evandro e innalzò ai piedi dell'Aventino un altare a Zeus, cui sacrificò uno dei tori ricuperati: sarebbe l'Ara Maxima, generalmente attribuita a Eracle.

    ERACLE

    CACA

    In questo mito, anzi in questo coacervo di miti c'è molta confusione. Caco è figlio della Dea Serpente (Medusa) e del Dio del fuoco Efesto, cioè Vulcano. Ma in realtà Caco è il nome Caca trasformato, in quanto la divinità femminile venne trasformata in maschile e demonizzata. Tutte le Dee Serpente sono Dee della Terra, cioè della Natura.

    Dunque Caca fu una Dea Natura creativa e distruttiva, perchè il fuoco è creatore e distruttore. Lei è il tutto cosmico, eterno e immortale ma il suo figlio-paredro Caco, che è il tempo, ne fissa le leggi attraverso il deperimento e la morte.

    Il fuoco che non si deve estinguere è il fuoco della creazione, fuoco generatore e rigeneratore, ma la creazione si mantiene rinnovandosi attraverso i cicli di vita e morte, per cui il fuoco della creazione è vita e morte insieme. Caco è la morte, è colui che sottrae la vita e quindi deve essere abbattuto. Ma senza la morte non si ricrea la vita.

    Pertanto Caca è la Dea del fuoco primordiale che tutto crea ma tutto distrugge e in definitiva è la Trasformatrice, da vita a morte e da morte a vita. Pertanto Caca è la Dea del passaggio.



    FESTA DI CACA

    Come a tutte le Antichissime Grandi Madri si offrivano nei festeggiamenti le primizie vegetali e il vino, in seguito anche gli animali. Si organizzavano processioni in suo onore, dove si portava in giro la statua ornata di ghirlande fiorite e appassite, a simboleggiare l'alternanza delle stagioni e quindi dei cicli vita-morte.


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  • 08/08/19--04:45: GENS PETREIA

  • La Gens Petreia fu una gens plebea, originaria della città di Atina (Prov. di Frosinone - Lazio) I membri di questa gens sono menzionati per la prima volta verso la fine del II secolo a.c., con la fama di ottimi combattenti. Si pensa che Petreius sia un cognome patronimico, derivato dal praenomen osco Petrus o Petro.

    Dal momento che il primo dei Petrei menzionati proveniva da Atina, nel Sannio, sembra probabile che la famiglia fosse di origine sannita. L'unico praenomen usato dai Petreii furono Gnaeus e Marcus. Nelle iscrizioni si trovano: Marcus, Gaio, Lucio e Quinto, mentre altri nomi sono poco usati.



    I MEMBRI RICORDATI

    - Gneo Petreio -
    GNAEUS PETREIUS
    Le uniche notizie sulla sua vita ci sono date da Plinio il Vecchio nel XXII libro della Naturalis Historia. Questi narra che Petreio ricevette l'onorificenza della corona di gramigna (o corona d'erba in latino: corona graminea), un'alta onorificenza della Repubblica e dell'Impero, il massimo simbolo di valore militare e spettava al comandante che avesse salvato un esercito assediato o a colui che avesse, con il proprio intervento, salvato un esercito dalla sicura distruzione). 
    Venne conferita a Gneo Petreio per aver compiuto un atto di eroismo durante la Guerra contro Cimbri e Teutoni. Durante una spedizione contro i Cimbri nelle foreste svizzere fece presente al comandante della sua legione che si stavano dirigendo verso un'imboscata dei nemici, ma il comandante non gli diede ascolto. Petreio decise allora di ucciderlo e di prendere il comando della legione, riuscendo appena in tempo a farla schierare e a tenerla pronta per l'attacco dei Cimbri che arrivò poco dopo. Grazie alla sua prontezza e al suo coraggio la legione sconfisse così i nemici.  VEDI

    - Marcus Petreius - generale romano appartenente alla Gens Petreia, partigiano di Pompeo Magno e nemico di Cesare. Dopo la sconfitta di Tapso ed il duello con il re Giuba I, Marcus fuggì da Zama, sbarcò in Liguria ad Alba Docilia (Albisola) e si rifugiò sugli Appennini accolto da una tribù di Liguri.

    - Marcus Petreio
    Fu un centurione romano della fazione di Giulio Cesare. Apparteneva all'VIII legione di Gaio Giulio Cesare al tempo della guerra gallica. Dimostrò sempre un grandissimo valore in battaglia, combattendo sempre allo stremo delle sue forze per ottenere la vittoria per Cesare; e proprio la sua audacia lo portò alla morte gloriosa.
    Durante l'assalto delle truppe cesariane alla rocca di Gergovia, la foga dell'ottava legione giunse fino alle mura: lì Petreio e la sua centuria riuscirono ad entrare ma ben presto si ritrovarono circondati. Allora Petreio in un ultimo gesto di altruismo verso i suoi, decise di rimandarli indietro e di trattenere i Galli il più possibile sul posto. Dopo aver ucciso una decina di Galli, stremato dai dardi che piovevano dalle mura, morì eroicamente riuscendo però a salvare la vita ai suoi.

    - Marco Petreio -
    (110 – 46 a.c..) , figlio di Gneo Petreio, fu il primo della sua famiglia a diventare senatore. Iniziò la sua carriera militare circa nel 90 a.c. diventando prima tribuno militare, poi prefetto. Nel 62 a.c. divenne legato del proconsole Gaio Antonio Ibrida, governatore della Macedonia (62/61 a.c.) e come tale guidò l'esercito romano sconfiggendo  Lucio Sergio Catilina presso Pistoia, mentre lo stesso Ibrida rimase lontano dalla battaglia. 
    Non concedendo tempo ai congiurati costretti ad una ritirata strategica, Petreio, aiutato da Publio Sestio, riuscì a costringerli in un passaggio angusto tra due montagne che conduceva ad una rupe. Lì i congiurati, tra cui Catilina, si ritrovarono chiusi in trappola ma comunque resistettero all'impeto dei legionari. Allora Petreio raggiunse le prime file assieme ad una cohors praetoria (la coorte che fungeva da protezione del condottiero) determinando le sorti della battaglia che finì nel giro di poche ore. La vittoria di Petreio fu schiacciante  e le perdite romane di appena un centinaio di uomini, mentre per i congiurati non ci furono superstiti, compresi Catilina e Manlio, il braccio destro del cospiratore. 
    CATILINA
    Dopo questa vittoria, Petreio si alleò con Catone, contro il primo triumvirato nel 59 a.c. Nel 55 a.c. si ritrovò come amministratore in Spagna insieme a Lucio Afranio, mentre il governatore ufficiale, Pompeo, rimase a Roma. Nel 49 a.c. scoppiò la guerra civile; Cesare, dopo aver preso il controllo di Roma si diresse verso la Spagna e dopo una serie di piccoli scontri circondarono gli uomini di Petreio e di Afranio sche si arresero presso Lerida. Petreio chiese di essere ucciso per la vergogna della sconfitta, ma Cesare li risparmiò. 
    Ma la clemenza di Cesare non fu ricompensata e i due legati si recarono in Grecia per unirsi alle forze pompeiane ma dopo la battaglia di Farsalo del 48 a.c., Petreio e il suo amico e alleato Catone si rifugiarono nel Peloponneso e poi in Nord Africa, dove riorganizzarono la resistenza. Petreio e Tito Labieno riuscirono ebbero alcune vittorie sull'esercito di Cesare. 
    Dopo la battaglia di Tapso, dove Gaio Giulio Cesare sconfisse l'esercito pompeiano sotto Metello Scipione, Petreio fuggì insieme al re numida Giuba I e nei pressi di Zama, i due decisero di cercare la morte in un duello. Nello scontro concordato Petreio uccise il re numida con relativa facilità, e poi si suicidò con l'aiuto di uno schiavo. VEDI

    - Marco Petreio -
    M. f., Figlio di Marcus Petreius, il legato di Pompeo, viene riferito da Orosio (storico cristiano) per essere stato catturato dopo la battaglia di Thapsus e messo a morte per ordine di Cesare; tuttavia, Orosio attribuisce erroneamente un destino simile alla famiglia di Faustus Cornelio Silla, figlio di Silla, quindi questo racconto del destino di Petreius è altamente sospetto.



    I PETREII NELLE EPIGRAFI

    - Petreia -
    sepolta a Milevum in Numidia (di venticinque anni)

    - Petreia
    C. f. Celerina, sorella di Gaius Petreius Rufinus, insieme al fratello dedicò un monumento alla loro madre, Floria Rufina, a Terventum inel Sannio.

    - Petreia -
    M. f. Clara, Moglie di Marco Asinio Triarius, sepolto a Nertobriga Concordia Julia nella Hispania Baetica.
    CESARE

    - Petreia -
    M. l. Prota, una liberta sepolta a Roma.

    - Petreia -
    C. f. Faustina, sepolta a Sicca Veneria in Africa Proconsularis, di trentanove anni.

    Petreia - 
    P. f. Januaria, sepolta a Mustis, all'età di settantacinque anni.

    Petreia Extricata - 
     sepolta a Castellum Elefantum in Numidia, ottantenne. 

    - Petreia Felicitas
     sepolta a Cartagine in Africa Proconsularis, di trentotto anni, dieci mesi e dodici giorni. 

    - Petreia Hospitis
    Sepolta a Castellum Tidditanorum in Numidia (di venticinque anni)

    - Petreia Bonifatia
    vissuta nell' Africa Proconsularis, poi sepolta nell'attuale sito di Borj El Amri (Tunisia) a sessantacinque anni. 

    - Petreia Iacchi
    f. Helis Maxima, vissuta in Siria, di venticinque anni, sepolta vicino a Zahlé (Libano). 

    - Petreia Januaria
    sepolta a Castellum Elefantum, all'età di novant'anni.
     
    - Petreia Kasta
    sepolta a Castellum Elefantum, all'età di novantacinque anni.
    - Petreia Laeta
    sepolta a Castellum Elefantum, all'età di novantacinque anni.
    - Petreia Marcella
    ha dedicato un monumento a suo marito, Martialis Cobelcus, a Emerita in Lusitania. 

    - Petreia Marisa
    sepolta a Castellum Elefantum, all'età di centocinque anni.
    - Petreia Paula
    sepolta a Castellum Tidditanorum, all'età di centocinque anni.- Petreia Turpa - una liberta sepolta ad Aesernia nel Sannio. 
     
    - Petreia Rustica
     sepolta a Castellum Elefantum, all'età di novantacinque anni.

    - Quinto Petrei
    in una iscrizione del Nemus Dianae nel Lazio. 

    - Marcus Petreius
    S. f. Callisto, sepolto a Roma, nel I secolo d.c., a quindici anni e trentacinque giorni. 

    - Lucius Petreius
    POMPEO
    L. l. Felix, un liberto di nome in un'iscrizione da Brixia.
     
    - Gaius Petreius Fortunatus
    sepolto a Mustis in Africa Proconsularis, a settantun anni.
     
    - Lucio Petreius Gentianus
    sepolto a Roma con un monumento di suo fratello, Lucio Petreius Saturnino.
    - Marcus Petreius
    L. f. Mustulus, sepolto a Mustis, a quarantotto anni. 

    - Lucius Petreius
    L. f. Ottaviano, sepolto a Mustis, a ottantacinque anni. 

    - Quinto Petereo Quieto
    sepolto a Castellum Celtianum in Numidia, a cinquantacinque anni. 

    - Gaius Petreius
    C. f. Rufinus, insieme a sua sorella Petreia Celerina, dedicò un monumento alla loro madre, Floria Rufina a Terventum. 

    - Lucio Petreius Saturnino
    costruì un monumento a Roma per suo fratello, Lucio Petreius Gentianus. 

    - Gaius Petreius Sodalis
    sepolto a Castellum Elefantum, a settant'anni. 

    - Quintus Petreius
    Q. l. Stabilio, un liberto sepolto a Venusia in Samnium.
    - Marcus Petreius Stazio
    in un'iscrizione a Roma. 

    - Quintus Petreius
    Q. l. Strenuus, un liberto sepolto a Venusia, a vent'anni. 

    - Lucius Petreius Victor - nominato in un'iscrizione vicina a Mataró, già parte dell'Hispania Tarraconensis. 

    - Marcus Petreius Victor
     sepolto a Castellum Tidditanorum in Numidia, di quattordici anni.


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  • 08/09/19--04:53: HORREA LOLLIANA
  • POSIZIONE DELL'HORREA LOLLIANA
    Marco Lollio Palicano, ovvero Marcus Lollius Palicanus, era un membro della gens plebea Lollia, del Picentium. Fu osteggiato da Silla ma poi appartenne alla fazione di Pompeo Magno. Egli fece edificare nei pressi degli Horrea Galbana un nuovo edificio adibito a magazzini per le merci che approdavano in Ripa Marmor, la riva teverina dei marmorari.

    Questi magazzini che da lui presero il nome, si chiamarono Horrea Lolliana e avevano una posizione privilegiata sul fiume essendo su un'altura di un'ansa del Tevere.

    Essi erano dislocati attorno a due corti al cui interno si affacciavano i magazzini che venivano dati in affitto, mentre all’esterno presentavano due file di tabernae dove si vendevano le merci immagazzinate.

    La gens Lollia sembra avesse un ramo plebeo e un ramo aristocratico, quest'ultimo proprio a Roma e possedevano magazzini alle spalle del Porticus Aemilia, mentre la gens Sulpicia era proprietaria degli Horrea Galbana e la gens Seia possedeva gli Horrea Seianus. 

    Queste gentes, prima della costruzione del Porticus, in quest’area avevano i propri horti, e dopo che gli Aemilii costruirono magazzini, moli, approdi e scale lungo il Tevere, è ovvio che essi stessi costruissero degli edifici commerciali, vale a dire gli horrea, onde affittarli ai mercatores per depositare le merci in attesa di essere vendute nei fori.

    Così la viabilità del fiume si fondò soprattutto sul funzionamento di questi grandi magazzini per il carico e scarico merci, vale a dire, da una parte il Porticus Aemilia e dall’altra gli Horrea Lolliana.


    Alcuni studiosi però ritengono che la costruzione degli horrea, sia i Lolliana che di altri, si possa far risalire a Seius, edile nel 74 a.c.; comunque tutte e tre le famiglie all’inizio del I sec. d.c. si schierarono dalla parte di Ottaviano superando senza danno il periodo delle guerre civili.

    Lucio Elio Seiano nel 14 d.c., al massimo del suo potere, divenne il prefetto del Pretorio e quando Tiberio si ritirò a Capri, divenne il padrone di Roma, ma la storia di questa famiglia finì male perchè Seiano finì giustiziato da Tiberio quando venne a sapere della sua congiura contro di lui.

    La gens Lollia era effettivamente di origine picena, anche se ci fu un ramo che proveniva da Ferentun (Ferentino) ed erano originariamente una famiglia plebea; un Marco Lollio Palicano fu tribuno della plebe nel 70 a.c., e fu il tribuno che ottenne da Pompeo la restaurazione della carica che era stata sospesa da Silla.

    GLI SCAVI
    Questo evento venne poi celebrato nel 45 a.c. dal figlio (o forse nipote) Marco Lollio Palicano che, divenuto triumviro monetale, emise un denario in argento con impresso il proprio avo e i rostra da cui i tribuni potevano nuovamente difendere i diritti della plebe, e al diritto della moneta la libertà ritrovata.

    In realtà  la gens Lollia non aveva mai avuto un ramo patrizio ma, essendo stata, durante la guerra civile sempre dalla parte di Cesare, e lo stesso triumviro monetale fosse passato da Pompeo a Cesare e poi a Ottaviano, venne dal Princeps ricompensato, nell’editto del 30 a.c., proclamando patrizia la gens Lollia. 

    Marco Lollio Palicano, ottenne molti incarichi nelle provincie riuscendo ad accumulare un ragguardevole patrimonio che gli consentì di partecipare alle elezioni e divenire console nel 21 a.c. con Quinto Lepido, come testimonia un'epigrafia che si trova sul ponte dei Quattro Capi all’Isola Tiberina, ricordando il restauro successivo alla grande piena del 23 a.c. realizzato dai due consoli del 21. a.c.


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  • 08/10/19--05:01: CORCYRA - CORFU' (Grecia)
  • PIEDISTALLO DEL TORO DI CORCIRA
    "A Corcira vi era Marco Bibulo con centodieci navi. Ma quelli, non fidandosi delle proprie forze, non osarono uscire dal porto, sebbene Cesare avesse condotto di scorta in tutto solo dodici navi lunghe da guerra, fra cui quattro coperte; e Bibulo, a sua volta, dal momento che non aveva le navi in ordine per salpare e i rematori erano dispersi, non lo affrontò in tempo poiché Cesare fu visto vicino a terra prima che la notizia del suo arrivo si fosse sparsa in quei luoghi.

    Bibulo infatti, che aveva saputo a Corcira dell'arrivo di Cesare, sperando ancora di poter incontrare qualcuna delle navi cariche di soldati, si imbatté in quelle scariche e, capitato su una squadriglia di una trentina di navi, sfogò su di loro la rabbia della propria trascuratezza e dello scacco subito: le incendiò tutte facendo morire tra le fiamme i marinai e i capitani, nella speranza di terrorizzare gli altri con l'enormità del castigo.

    Fatto ciò, occupò con la flotta, in lungo e in largo, tutto il litorale dal porto di Sasone a quello di Curico, disponendo anche con particolare attenzione i posti di guardia; egli stesso, dormendo sulle navi nonostante il rigore invernale, senza risparmiarsi nessuna fatica o incombenza, o aspettare aiuto, per vedere se poteva bloccare Cesare."

    (Cesare - DE BELLO GALLICO)

    Corcyra, oggi Corfù, è il nome latino di un'isola posta al largo della costa nord-occidentale della Grecia, nel Mar Ionio, citata da Omero come il paese dei Feaci, Essa giace a 75 km dall'Epiro, con un'estensione di oltre 700 km2.

    Città fiorente in età arcaica e classica, per essere tappa obbligata delle rotte commerciali interessate ai mercati della Magna Grecia e dell'Adriatico, fu colonia di Corinto (ca. 734 a.c.) e, assieme alla metropoli, fondò a sua volta subcolonie sulla vicina costa illirica. 

    Cresciuta in potenza, grazie soprattutto alla sua felice posizione geografica, divenne ben presto aperta concorrente della madrepatria.

    FRONTONE DELL'ARTEMISION


    LA STORIA

    - Nel 733 a.c. Corinto fondò la colonia di Corcyra che molto prospera, grazie anche alla ricchezza della vite nelle sue terre, che consente loro in breve tempo un gran commercio ed esportazioni in tutto il mondo ellenico, tanto da poter vantare, al tempo delle guerre persiane, la maggior armata dopo quella di Atene.

    - Siamo nel 435 a.c., a Corcyra scoppia la guerra civile, gli aristocratici di Epidamnos si rifugiano presso gli Illiri, intervengono Corinto e Corcyra per farli rientrare e ne nasce la guerra del Peloponneso che coinvolge infine tutta la Grecia (Thuc. I, 24-29; Diod. XII, 30, 2-4; 31, 2)

    DECORAZIONE TEMPIO
    IV SECOLO A.C.
    Le cose andarono così: quando ad Epidamno, colonia corcirese, nel 435 a.c., scoppiò la guerra civile, i democratici vincitori espulsero gli oligarchi, i vecchi governanti della città, che chiesero e ottennero l'aiuto degli Illiri. 

    I democratici, a loro volta, chiesero aiuto alla madrepatria Corcira, ma non l'ottennero, pertanto i democratici si rivolsero a Corinto nemica però dei Corciresi. 

    - L’inevitabile scontro venne vinto da Corcira che, dopo aver assediato Epidamno, sconfisse i Corinzi, in una battaglia navale. L’anno successivo, nel 434 a.c., Corinto si preparava alla controffensiva, per cui Corcira chiese aiuto ad Atene promettendo, in caso di vittoria, la sua flotta.    

    (Il toro di Corcira era una statua bronzea di toro opera dello scultore Teopropo di Egina che i Corciresi offrirono all’inizio del V secolo a.c., in ricordo di una pesca miracolosa di tonni che, come di ricorda Pausania, era stata loro indicata da un toro fermo sulla spiaggia, il quale venne poi sacrificato a Poseidone)
                                           
    - Gli Ateniesi, temendo l'imminente lo scontro con Sparta, accettarono inviando dieci triremi. Nella battaglia delle isole Sibota, nel 433 a.c., in una battaglia navale, descritta da Tucidide come la prima battaglia navale della storia (La guerra del Peloponneso, 1,13), i Corinzi vinsero le circa cento triremi corciresi; ma gli Ateniesi, evitarono che Corinto cingesse d’assedio Corcira annullando la vittoria corinzia.

    - Corcira per ora era salva, ma il contrasto con Corinto, alleata di Sparta, portò alla guerra del Peloponneso, in seguito alla quale si ebbe un indebolimento della potenza navale di Corcira, e l'inizio del suo declino. 

    - Nel III secolo a.c. fu conquistata da Siracusa.

    - Nel 229 a.c. venne conquistata dagli Illiri, popoli indoeuropei stanziati nella penisola balcanica nord-occidentale, Illiria e Pannonia, e lungo la costa sud-orientale dell'Italia: Messapia (Murgia meridionale e Salento).

    - Filippo V venne sconfitto nel 197 a.c. a Cinocefale da Tito Quinzio Flaminino, che proclamò nel 196 a.c. la libertà per le città greche.


    - Nel 194 a.c. le legioni abbandonarono la regione, dove i Romani continuarono comunque ad intervenire, formalmente come arbitri esterni, nelle contese tra le città greche o tra i Macedoni e le tribù confinanti.

    Nel 148 a.c. Corcyra entra tuttavia a far parte della provincia romana di Macedonia. 

    "Decretata da Romani la guerra contra Filippo qui Lucio Apustio si colle navi al suo comando commesse e con genti d arme a vernare e poi Aulo Paolo console il quale da Caropo uomo d autorità fra gli Epiroti ed a benevolo fu fatto consapevole come il re avesse occupato le strette d'Epiro accamparsi sicuro sulla sponda dell'Aio. 

    Qui parimente Tito Quintio Flamminio con 8000 fanti e 500 cavalieri discese ed indi passò a Prossimi dell'Epiro. 
    Quì Lucio Quintio fratello suo approdò coll'armata e mandò custodire i principali degli Acarnani che soli e per la fede a quelle genti innata. 
    Per odio degli Etoli s'erano tenuti fermi nell'amicizia di Filippo. 
    E poichè pacificossi co Romani e nuovo inimico ad essi Antioco di Siria in Grecia passò su Corcira la prima delle città greche nella quale Caio Livio prefetto dell armata per conoscere a che termine fosse la guerra. 
    E vinto Antioco per terra e per mare e ridotti gli Etoli a non poter volgersi ad altro partito che la pace fra condizioni che loro impose il Senato una si fu il dover rendere i ribelli i fuggitivi ed i prigioni de Romani e de compagni e collegati loro e nello spazio di cento dopo la sanzione del trattato rappresentarli senza inganno o froda alcuna avanti all'arconte o magistrato de Corciresi.

    Dal che per avventura si deduce che li tenessero in qualche conto quei di Corcira onde in questo giro d'anni veggiamo fra gli abitanti di Azoro città della Perrebia ed i Mondei della Tessalia le quali già erano sotto la romana tutela essendo surta certa contesa uno de giudici eletti a scioglierla si fu Senofanto di Damea corcirese.

    Deliberato avendo i Romani di guerreggiare Perseo poichè scorgevano ch'egli rapidamente le sue forze stendeva e sollevava a belle speranze l'animo esasperato de Greci, mandarono in Corcira con mille pedoni Quinto Marzio Aulo Attilio Publio e Servio Corneli Lentuli Lucio Decimio con ordine che tra loro le provincie si dividessero le quali ciascuno doveva visitare e confortassero le città a mantenere la fede ed il favore mostrato nelle prime guerre di Filippo e di Antioco.

    MONETA DI CORCIRA III SECOLO A.C.
    E qui avanti che i legati si partissero furono per lettere da Perseo richiesti che cagione si avessero di traghettare genti in Grecia ed inviare guardie nelle città a Accesa poi la guerra Marco Lucrezio mandato innanzi dal fratello suo Caio Lucrezio con una quinquereme e le triremi ricevute dai Regini dai Locresi e dagli Uriti e 64 lembi presi agl'Illirj passò in Corcira e quindi subito in Cefallenia.

    E vi passò anche Quinto Marzio console con 5000 soldati in supplimento delle legioni e Marco Popilio uomo consolare ed alquanti giovanetti della medesima nobiltà che seguitarono il console per essere tribuni militari delle legioni di Macedonia e Caio Marzio Figulo di cui era la cura dell'armata. 

    Qui in fine da Brundusio recossi prima quel Paolo Emilio per la cui opera fu abbattuto il regno di Macedonia e date in preda a soldati le 70 città dell Epiro e 150000 persone menate in cattività. Quasi giunta alla vittoria della guerra macedonica fu la sconfitta e la prigionia di Gentio confederato di Perseo nè v ha dubbio che in questa come in altre occasioni cooperassero i Corciresi se per rimeritarli il Senato deliberò che fra essi e gli Apolloniati ed i Dirrachini fossero spartiti in dono i 120 lembi tolti a quel re degli Illiri.

    Nè più tardi vennero meno i riguardi che pe Corciresi manifestarono i Romani secondo che ci narra Polibio. Imperciocchè al cominciare della III guerra punica Marco Manilio console il quale trovavasi al Lilibeo richiese per lettere agli Achei che a lui sollecitamente mandassero per alcune pubbliche necessità. 

    Polibio stesso e gli Achei assentendo il cittadino loro che per molte ragioni stimava doversi al console obbedire posposto ogn'altro negozio partissi in sul principio della state. Ma giunto ch'ei fu in Corcira allora i Corciresi si ricevettero lettere dai consoli nelle quali annunziavasi che i Cartaginesi avevano consegnato gli ostaggi e parati erano di obbedire ad ogni altro comando e quindi giudicò Polibio che fosse finita la guerra nè più di lui duopo si avesse e rinnavigò quindi al Peloponneso e Olimpia. 
    144 anno 4 Olimp 157 anno 4 a.c.

    (Andrea Mustoxidi - Delle cose corciresi - 1848)

    - Nel 27 a.c. Ottaviano Augusto trasforma la Grecia e l'Illirico nella provincia romana di Acaia. La provincia di Macedonia viene ascritta tra quelle senatorie ed ha un governatore di rango pretorio.

    - Nel periodo 15-44, l'Acaia viene unita a Mesia e Macedonia come provincia imperiale.

    - Negli anni 103-114 d.c. l'Epiro venne scorporato dalla Macedonia e divenne provincia autonoma grazie all'imperatore Traiano.
    - Al tempo di Teodosio I, 380 - 386, la Macedonia venne divisa in Macedonia I e Macedonia II Salutaris. Il territorio della Prefettura del pretorio dell'Illirico fu oggetto di disputa tra le due metà dell'impero fino alla sua spartizione, nel 395, alla morte di Teodosio.
     Nel 382, Eutropio negoziò un trattato di pace con Alarico e i Visigoti che ottennero nuove terre da coltivare e Alarico divenne magister militum per Illyricum. Claudiano, panegirista di Stilicone, espresse indignazione per il trattato: "il devastatore dell'Acaia e dell'Epiro privo di difese [Alarico] è ora signore dell'Illiria; ora entra come amico dentro le mura che un tempo assediava, e amministra la giustizia a quelle stesse mogli che aveva sedotto e i cui bambini aveva assassinato. E questa sarebbe la punizione di un nemico...?"
    La Macedonia venne distrutta dai barbari ma soprattutto dai cristiani che fecero strage di monumenti pagani e non.

    MONETA DI CORCIRA CON TESTA DI ARTEMIDE

    ARTEMISION

    L' Artemision, o santuario di Artemide, corrispondente alla latina Dea Diana, è un tempio pseudodiptero ottastilo edificato nel primo quarto del VI secolo a.c., e risulta il primo pseudodiptero dorico conosciuto.

    RESTI DELL'ARTEMISION
    È il primo ad essere stato progettato interamente in pietra, anche se contiene ancora alcune decorazioni in terracotta. È un tempio con otto colonne sulla fronte e con diciassette colonne su ogni lato lungo.

    Attualmente rimangono solo le sculture del frontone occidentale, in lastre a rilievo in poros (pietra tufacea), in origine sicuramente policromi. 

    Del frontone sono state rinvenute 10 lastre su 21 tra il 1911 e il 1914 da Wiilhem Dörpfeld (1853 - 1940) uno dei fondatori del metodo scientifico archeologico, presso il monastero di Garitza. 

    La ricostruzione del frontone, eseguita dall'archeologo tedesco Gerhart Rodenwalt (1886 - 1945), è esposta nel Museo archeologico di Corfù.

    La pianta del tempio, di ordine dorico è stata ricostruita del tipo pseudodiptero (con un colonnato coperto dove le colonne sono distanziate il doppio dalle pareti della cella, come dovessero lasciare spazio per una fila intermedia che invece non c'è), e ottastila (con otto colonne sulla fronte) e con 17 colonne sui lati lunghi. 

    Lo spazio della cella, lungo e stretto, è suddiviso in navate da due file di colonne: anteriormente la cella è preceduta da un pronao con due colonne tra le ante, e sul retro presenta un spazio posteriore simmetrico al pronao.

    Atena, dunque - scrive Luciano - sullo scudo risplendente
    come su uno specchio, gli fa vedere l’immagine
    di Medusa, e lui allora, presala con la sinistra per i capelli,
    con l’occhio fisso alla sua immagine, tenendo nella destra la scimitarra, gli tagliò la testa, e prima che si svegliassero le sorelle, se ne volò via
    . -

    PHITOS DA CORCIRA
    VI SEC. A.C.
    Il frontone, datato intorno al 585 a.c. presenta al centro una Gorgone nello schema della corsa in ginocchio, affiancata da due pantere, e dai figli, Pegaso e Crisaore (figlio di Medusa o, a seconda del mito, nato dal suo sangue) oppure da Pegaso e Perseo), di dimensioni ridotte. 

    Pegaso è il cavallo alato nato dal terreno bagnato dal sangue versato quando Perseo tagliò il collo di Medusa. Secondo un'altra versione, Pegaso sarebbe balzato direttamente fuori dal collo tagliato del mostro, insieme a Crisaore. Perseo è il figlio di Zeus e Danae che uccide la Medusa.

    Ai lati, sempre con figure più piccole, sono raffigurati episodi mitologici, la cui interpretazione non è ancora chiara, forse l'uccisione di Priamo, re di Troia da parte di Neottolemo, figlio di Achille, e Zeus che uccide un Gigante, terminanti negli angoli con figure di morti sdraiati. Si tratta del primo passaggio dalle raffigurazioni religiose a quelle narrative nello spazio frontonale.

    La Gorgone che corre in ginocchio (come tutte le Dee che corrono in ginocchio, vedi anche Atena) sono il simbolo del tempo che scorre, somigliando al simbolo della svastica, per l'avvicendarsi di vita e morte che coglie uomini e bestie e la natura tutta. Pertanto la Gorgone è la Potnia Theron, la Signora delle belve, ovvero la natura selvaggia che tutto crea e tutto distrugge.


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    Nome: Publius Cornelius Emilianus
    Nascita: 185 a.c., Roma
    Console: 147 a.c. e 134 a.c. Roma
    Morte: 129 a.c., Roma
    Coniuge: Sempronia
    Genitori: Lucio Emilio Paolo Macedonico, Publius Cornelius Scipio Africanus


    Publio Cornelio Scipione Emiliano, ovvero Publius Cornelius Emilianus, detto anche Africano minore, ovvero Africanus Minor era nato non sappiamo dove nel 185 a.c. – e morì a Roma, nel 129 a.c..

    Il nome Emiliano aveva valore di patronimico (espressione indicante il vincolo col padre), era infatti figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico (229 – 160 a.c.) e fu poi adottato da Publio Cornelio Scipione, il figlio di Publio Cornelio Scipione Africano. La sua educazione fu curata dallo storico Polibio (Megalopoli, 206 a.c. – Grecia, 124 a.c.) che lo seguì anche in guerra.
    Grande rappresentante della politica imperiale mediterranea dell'aristocrazia romana, console nel 147 a.c., vinse la III guerra punica (149 -146 a.c.) distruggendo Cartagine (146 a.c.) e la città iberica di Numanzia (133 a.c.).

    Sappiamo dal De re publica di Cicerone che Cornelio Scipione era il suo personaggio politico preferito. Nell'opera ciceroniana, viene descritto infatti come ottima sintesi fra i mos maiorum e la nova sapientia ellenistica. Infatti Cicerone gli attribuiva come maestro Catone da un lato, ma dall'altro nel suo filoellenismo riconosceva le figure dello storico Polibio e di suo padre Lucio Emilio Paolo, il vincitore della battaglia di Pidna.
    - 168 a.c. - Già da giovane, all'età di 17 anni, riuscì a conseguire dei notevoli successi militari in Macedonia assieme al padre.
    - 151 a.c. - Nel 151 a.c. divenne tribuno militare e l'anno successivo legato del console Lucullo. Nel 149 a.c. tornò in Africa, sempre nel ruolo di tribuno militare, con la quarta legione sotto il comando del console Manio Manilio.
    - 147 a.c. - Nel 147 a.c., ottenuta la carica di console, più per volere del Senato che per convinzione propria, condusse la guerra contro Cartagine e, dopo un lungo assedio, nel 146 a.c. sconfisse i Cartaginesi e rase al suolo la città.
    - 134 a.c. - Successivamente nel 134 a.c. riuscì ad ottenere un secondo consolato, ottenendo così il comando contro i Celtiberi in Hispania, distruggendo la città di Numanzia nel 133 a.c., dopo oltre 15 mesi di assedio. Per la gloria di queste vittorie gli vennero dati gli appellativi di Africano Minore e di Numantino.



    CARTAGINE

    Nel 149 a.c. un esercito romano, comandato dai consoli Manio Manilio Nepote e Lucio Marcio Censorino, pose il suo campo nei pressi di Utica che subito si arrese; Cartagine intimorita offrì ai romani 300 ostaggi della nobiltà punica, 200.000 armature, 2.000 catapulte e altro materiale bellico.

    Ma per il console Censorino Cartagine doveva essere completamente distrutta: "Escano dunque dalle mura gli abitanti e vadano ad abitare ad ottanta stadi dal mare", il che voleva dire lontana dal mare e dalle sue vie commerciali.

    I cartaginesi rifiutarono, uccisero tutti gli italici presenti in città, liberarono gli schiavi per avere aiuto nella difesa, richiamarono Asdrubale e altri esuli che erano stati allontanati per compiacere Roma e con il pretesto di inviare una delegazione a Roma ottennero una moratoria di 30 giorni.

    In questo tempo, sbarrate le porte della città e rinforzate le mura, iniziò una frenetica corsa al riarmo. Usando ogni metallo recuperabile, i 300.000 cartaginesi riuscirono a produrre ogni giorno 300 spade, 500 lance, 150 scudi e 1.000 proiettili per le ricostruite catapulte. Le donne offrirono i loro capelli per fabbricare corde per gli archi.

    Intanto Asdrubale aveva raccolto circa 50.000 uomini ben armati. La città era ben difesa, le mura erano possenti, i difensori decisi e i rifornimenti giungevano sicuri e abbondanti tramite il porto.
    Iniziò il lancio delle catapulte e i romani riuscirono a produrre una breccia nelle mura che però fu subito richiusa. I difensori distrussero parte delle macchine belliche. I manipoli lanciati all'assalto della breccia, furono respinti. Censorino fu respinto da Asdrubale.

    In questi giorni si distinse il giovane tribuno Scipione Emiliano, che riuscì a portare nel campo dei romani Imilcone, uno dei capi della cavalleria cartaginese, con oltre 1.200 cavalieri.

    L'anno successivo (148 a.c.) la guerra fu affidata ai nuovi consoli Lucio Calpurnio Pisone e Lucio Ostilio Mancino, che però si rivelarono più incapaci dei precedenti. Asdrubale prese il potere con un colpo di Stato e ordinò di esporre sulle mura i prigionieri romani, orrendamente mutilati.

    Nel 147 a.c., anche se non aveva ancora i prescritti 47 anni di età, Scipione Emiliano venne nominato console. Partito per l'Africa, dovette subito corse a salvare Lucio Ostilio Mancino e le sue truppe che, isolate da un contrattacco, correvano il rischio di morire di fame. Scipione Emiliano attaccò Asdrubale che difendeva il porto con 7.000 uomini, fu attaccato di notte e costretto a riparare a Birsa.

    Poi con una diga di tre metri, bloccò il porto. I cartaginesi scavarono un tunnel-canale per poter rifornire la città e riuscirono addirittura a costruire cinquanta navi. Scipione distrusse la flotta, chiuse il tunnel e lo fece presidiare
    Nel frattempo Nefari, che era presidiata da un grosso nucleo cartaginese, fu attaccata da truppe romane comandate dal legato Lelio e da Golussa: 70.000 morti e solo 4.000 sfuggiti. La caduta di Nefari convinse le altre città puniche ad arrendersi alle legioni di Roma. Cartagine restò sola.
    Cartagine resistè per tutto l'inverno. La fame portò la pestilenza. 
    Ma Scipione attaccò solo nella primavera del 146 a.c. I cartaginesi si batterono di casa in casa, di strada in strada, per circa quindici giorni. La guerriglia urbana costava sangue romano. Scipione promise salva la vita a chi si arrendeva e usciva disarmato dall'acropoli. Uscirono 50.000 persone, fra cui Asdrubale. Dalle mura della cittadella, la moglie di Asdrubale pregò Scipione di punire il marito codardo, poi salì al tempio incendiato, sgozzò i figli e, come l'antica regina Didone, si lanciò fra le fiamme.

    Scipione recuperò alcune opere d'arte che i cartaginesi avevano predato in Sicilia e abbandonò la città al saccheggio dei suoi soldati. Cartagine fu rasa al suolo, sistematicamente bruciata, le mura abbattute, il porto distrutto. Ai 50.000 cartaginesi che si erano arresi, come promesso, fu fatta salva la vita, ma furono venduti come schiavi. 
    Varie fonti moderne riportano che furono tracciati solchi con l'aratro e sparso sale a terra, dichiarando il luogo maledetto. Lo stesso Scipione sarebbe stato riluttante ad eseguire tali ordini. Però nessuna fonte dell'antichità menziona questo rituale e i primi riferimenti allo spargimento di sale risalgono solo al XIX secolo..

    Polibio, lo storico greco ostaggio a Roma ma amico degli Scipioni, narra che Scipione Emiliano pianse vedendo in quella catastrofe la possibile futura sorte di Roma stessa.



    NUMANZIA

    ROVINE DI NUMANZIA
    Numanzia, ovvero Numantia, era un'antica roccaforte celtiberica posta in provincia di Soria, in Spagna, alla confluenza dei fiumi Tera e Duero.

    Venne ricordata per la sua tragica fine, con l'autodistruzione operata dai suoi abitanti che, fieri della loro indipendenza, non intendevano sottomettersi ai Romani.

    Già gli abitanti avevano evitato la conquista dei Cartaginesi, e poi nel II secolo a.c., divennero la roccaforte della resistenza iberica contro i romani.

    Nell'anno 153 a.c. un esercito numantino, sotto la guida di un certo Segeda Caro, era riuscito a sconfiggere un esercito romano di 30.000 armati, guidato dal console Quinto Fulvio Nobiliore, che, nel
    153 a.c., venne eletto console.

    A quel tempo i consoli venivano eletti a dicembre, con qualche mese di anticipo rispetto alla data in cui sarebbero entrati in carica, cioè le idi di marzo (primo mese del vecchio calendario lunare).Ma dato che doveva sedare la rivolta dei Celtiberi, chiese e ottenne dal senato di entrare in carica immediatamente per difendere gli interessi di Roma.

    Gli fu concesso e, da quel momento i consoli neoeletti trovarono più conveniente entrare in carica immediatamente, che non aspettare la scadenza del mandato dei predecessori. Da allora l'anno comincia il primo di gennaio e comunque Nobiliore venne sconfitto.

    Dopo venti anni di inutili guerre fra gli Arevaci, appoggiati dai Celtiberi, e i Romani, l'esercito della Tarraconense venne affidato, nel 134 a.c., a Publio Cornelio Scipione Emiliano, nipote di Publio Cornelio Africano e generale della III guerra punica. Questi pose l'assedio a Numanzia nel 134–133 a.c.
    L'armata comandata da Scipione aveva con sè la cavalleria numidica, sotto il comando del giovane nipote del re, Giugurta. Scipione rincuorò e riorganizzò l'esercito scoraggiato, poi, capendo che la cittadella poteva essere presa solo per fame, fece costruire una doppia circonvallazione per isolarla da qualsiasi aiuto esterno. Diffidò poi gli Iberi dal portare aiuto alla città, obbligando Lutia alla sottomissione e alla consegna di ostaggi.
    Dopo quasi un anno di assedio i numantini, ridotti alla fame, cercarono un abboccamento con Scipione, che però accettava solo una resa incondizionata, per cui i pochi uomini rimasti si gettarono contro le fortificazioni romane. Fallito anche questo tentativo, almeno così di dice, bruciarono la città e si gettarono fra le fiamme. 
    Non tutti però persero la vita; alcuni, ridotti in schiavitù, sfilarono a Roma durante il trionfo di Scipione. La città fu rasa al suolo come Cartagine pochi anni prima. Il bellum numantinum affermò l'egemonia romana nell'Hispania centro-settentrionale e la pacificazione della massima parte della penisola iberica.



    LA LEGGE AGRARIA
    POLIBIO
    A Roma, grazie all'avvento di Tiberio Sempronio Gracco, fu approvata nel 133 a.c. la legge agraria, che prevedeva la distribuzione al popolo dei territori italici conquistati. Questi appezzamenti di terra, infatti, erano diventate possesso di importanti famiglie patrizie, che ne lasciavano la conduzione principalmente a manodopera servile.

    L'intenzione di Tiberio Gracco era di distribuire i terreni alla Plebe, come già previsto da una antica legge in vigore a Roma ma non applicata. Tiberio Gracco venne assassinato lo stesso anno dell'emanazione della legge, ma i suoi seguaci mantenevano un seguito specialmente tra la Plebe.

    Il Patriziato auspicava misure forti per contrastare le aspirazioni popolari, tanto che fu proposto di nominare dittatore Scipione l'Emiliano.

    La dittatura era una magistratura straordinaria, limitata nel tempo a sei mesi, ma illimitata nei poteri, il cui conferimento divenne progressivamente desueto, tanto che prima di Silla ci fu un periodo di quasi cent'anni senza ricorso a dittatori.



    LA MORTE

    Scipione riuscì a bloccare momentaneamente la legge agraria, rendendosi così molto impopolare. Morì, nel 129 a.c., poco prima del discorso con il quale si accingeva a motivare la necessità della sua abrogazione. La causa del suo decesso rimane tuttora ignota, e nonostante fossero stati trovati segni sul collo come di strangolamento, non si svolse alcuna indagine.

    Alcuni la attribuirono ai sostenitori dei Gracchi, altri si limitarono a pensare ad una morte naturale (l'amico Lelio pensò anche ad un suicidio motivato dalle difficoltà trovate nel soddisfare le esigenze degli alleati italici e latini). Cicerone invece ne attribuisce la responsabilità ai parenti, in particolare alla moglie Sempronia, sorella dei Gracchi.


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  • 08/14/19--05:09: SANTUARIO DI LA CUMA

  • Storie di genti, di culti antichi e di magnificenza vengono evocate alla vista di quel che resta dell’antico Santuario ellenistico romano del comune di Monte Rinaldo, oggi un comune italiano di soli 359 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche.

    Stiamo parlando del santuario ellenistico-romano, collocato in località La Cuma, di Monte Rinaldo, immerso nel verde della campagna, adagiato sul fianco di un colle e aperto su uno splendido panorama.

    FORSE IL VOLTO DELLA DEA
    Il santuario si trova sul versante settentrionale della Val d'Aso e prende il nome dalla località in cui è situata.

    I monumenti principali presenti all'interno dell'aerea sono un santuario risalente all'età tardo repubblicana (II-I secolo a.c.) e l'annesso portico a due navate.

    Le strutture sono paragonabili a quelle presenti ad Ancona e Palestrina.

    Questo territorio, nel primo millennio a.c., venne colonizzato dai Piceni, emigrati dalla Sabina.

    In seguito a varie alleanze con i Romani e alla Terza guerra Sannitica, nel III secolo a.c. il territorio passa a poco a poco sotto il controllo di Roma, come testimoniano i resti archeologici del santuario ellenistico - romano, situato oggi nella zona La Cuma e datato al II secolo a.c.

    L'area archeologica La Cuma, che si trova nell'omonima località del comune di Monte Rinaldo, nelle Marche, è costituita appunto da un santuario di età ellenistica - romana, ma pure da numerosi resti di età romana.

    Il sito occupa il versante occidentale della collina ed è costituito da un portico, da un tempio e da una terza struttura interposta tra le due.

    Quello che rimane oggi agli occhi del visitatore non è di poco conto: i resti di un grande tempio con numerose colonne e di un edificio rettangolare di incerta destinazione, miracolosamente sfuggiti  ai furti e alle calcinare.

    Il complesso era costituito originariamente da un porticato lungo ben oltre 60 metri, con un doppia fila di colonne di arenaria ioniche e doriche (le prime altre 6.80 m, le seconde 4.70 m, tutt’ora ben visibili) e al cui centro presentava un tempio ad alae di cui rimangono solo le sostruzioni.

    SANTUARIO ELLENISTICO ROMANO LA CUMA

    LE DECORAZIONI DEL TEMPIO

    Le decorazioni architettoniche appartenenti al santuario sono conservate al Museo civico archeologico di Monte Rinaldo che ha sede  dal 2008 nella ex chiesa del SS. Crocefisso di Monte Rinaldo, che è parte della Rete Museale dei Monti Sibillini. Tra questi reperti risultano di fondamentale importanza le antefisse raffiguranti Ercole e la Potnia Theròn.

    Ercole (in latino: Hercules) è una figura della mitologia romana, una forma italica del culto dell'eroe e semidio greco Eracle, introdotto probabilmente presso i popoli Sanniti dai coloni greci, in particolare proprio dalla colonia di Cuma, e presso i Latini e i Sabini dal culto etrusco ad Heracle.

    Potnia Theron è un termine usato per la prima volta da Omero (Iliade, libro XXI, v. 470), come attributo di Artemide e in seguito utilizzato per descrivere tutte le divinità femminili Signore della Natura e degli animali, sia selvatici che domestici, su cui era in grado di esercitare il potere.

    PLASTICO DEL SANTUARIO
    Fanno parte delle collezioni i rivestimenti in terracotta del santuario, pezzi che svolgevano un fondamentale ruolo estetico e decorativo degli edifici, testimoniato dalle tracce di colori vivaci ancora presenti sui reperti che li denotano come documentazioni di fondamentale importanza.

    Le lastre, destinate a proteggere gli architravi, gli spioventi e le testate delle travi, indicano il susseguirsi di differenti fasi di vita della struttura. Come si vede il tempio non è stato del tutto ristrutturato, molti reperti giacciono ancora al suolo, in attesa di essere ricollocati, speriamo, magari su parti rifatte che denotino la loro modernità ma che diano continuità alle forme dei monumenti in questione.

    Infatti le lastre decorate con motivi vegetali a bassorilievo sono datate al II secolo a.c. e sono confrontabili con esemplari diffusi nei santuari di area adriatica, quelle invece decorate ad altorilievo o bassorilievo con decorazioni floreali sono paragonabili a quelle provenienti dall'area centro-italica e sono datate al I secolo a.c. 

    LE DECORAZIONI DEL TEMPIO
    Tra queste ultime spicca la lastra decorata con fiori a campana su cui si posa una colomba, evidente esempio di esecuzione a mano rispetto alle altre, realizzate con uno stampo.

    Le antefisse (elementi fittili architettonici della copertura dei tetti) rappresentano figure di Ercole e Potnia Theròn.

    Ercole è riconoscibile dalla leontè (la pelle del leone di Nemea) che gli copre il capo e le spalle, attributo tipico dell'eroe che rappresenta la sua forza.

    La Potnia Theròn è chiamata anche Signora degli animali, o Signora delle belve, ed è una divinità femminile molto arcaica ritratta con grandi ali e una lunga veste mentre tiene due pantere per le zampe. Tale iconografia è diffusa nel Lazio e in Abruzzo dal III al II secolo a.c.

    Un ruolo centrale hanno anche i reperti relativi alle sculture a tutto tondo che decoravano il frontone del tempio. Tra queste sono presenti diverse teste sia maschili che femminili, frammenti di panneggi e di membra di notevole qualità artistica, datati al II secolo a.c. e confrontate con i rilievi dell'altare di Pergamo, uno delle massime espressioni dell'arte ellenistica ora conservati al Pergamon museum di Berlino. 

    I modelli sono stati evidentemente introdotti in Italia centrale tramite la scuola etrusca che li ha adeguati al gusto della popolazione locale, con una maggiore scioltezza e movimentazione.

    TANAGRINA DI CENTURIPE
    Molte sono le testimonianze relative al luogo di culto espresse nelle offerte dedicate agli Dei (ex voto) per richiedere una guarigione o una protezione per la propria salute.

    Degne di nota sono alcune ceramiche di differenti epoche come piatti, contenitori e coppe, tra cui una recante un'iscrizione dedicata a Giove che alcuni studiosi pensano sia in connessione con la divinità a cui era dedicato il tempio. Però Giove non è stato mai una divinità che concedeva le guarigioni.

    La salus era appannaggio soprattutto delle divinità femminili, soprattutto se collegate alle aque, con l'eccezione di Asclepio - Esculapio, divinità più tarda.

    Il culto praticato all'interno del santuario non è dunque ancora noto, anche se i ritrovamenti sarebbero abbastanza riconducibili ad un culto salutistico.

    Nell'ultima parte del percorso museale sono presenti:
    - monete romane di cui una di Cornelius Scipio Asiagenus, eletto console nell'83 a.c., 
    - una lucerna definita di tipo Esquilino per l'assenza della vernice e la forma cilindrica, 
    - fibule in bronzo, 
    - tegole con lo stampo di fabbrica sul retro, 
    - statuette femminili tipo tanagrina, chiamate così perché riconducibili a modelli prodotti a Tanagra, in Beozia, per i suoi reperti ceramici funerari tra i quali le famose statuette fittili, di particolare espressività. 
    Vennero poi dette "tanagrine" anche le statuette fittili di tipo similare ritrovate anche in altre località come a Centuripe e in altre aree della Magna Grecia.

    Durante le prime campagne di scavo è stato attribuito a questo luogo una stretta relazione con Novana, l'unica città del Piceno citata da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia non ancora ritrovata. I ritrovamenti archeologici però non hanno confermato le ipotesi.

    Il centro storico è medievale, circoscritto all'interno delle mura che corrono intorno alla piazza dove sono situati Palazzo Giustiniani e la Torre Civica. Poco lontano dal centro storico si trova l'area archeologica "La Cuma".

    Passeggiare all’interno dell’area archeologica fa venire in mente lo stupore dei ricercatori che si trovarono davanti blocchi di imponenti colonne ioniche ma anche frammenti di statuine votive e mura che facevano pensare ad un fantastico luogo di culto.

    IL TRIANGOLO SACRO

    GLI SCAVI

    Le prime evidenze archeologiche furono segnalate nel 1953, ma grossi blocchi di tufo e le colonne affiorarono solo nel 1957 in seguito ad alcuni lavori agricoli. Al 1957 risalgono infatti i primi scavi mentre successivi scavi sono stati effettuati tra il 1958 e il 1962. 

    Le campagne portarono alla luce il santuario di epoca tardo ellenistica, le strutture di età imperiale avanzata e una villa rustica installata su quello che precedentemente era un luogo di culto. Tra il 1958 e il 1960 l'area fu assoggettata finalmente a vincolo archeologico. Vi si riconobbero, come già detto, un santuario, un tempio e un portico.



    IL SANTUARIO

    Il complesso monumentale del santuario ha una struttura a terrazze artificiali e si presenta con un grande effetto scenografico. Lo compone anzitutto un grande portico che incorniciava il tempio, una struttura posta tra le due, della quale non si conosce la destinazione, e un pozzo che attualmente non è più visibile. Questa composizione può essere ricollegato ad un antico  modello frequente nell'Italia centrale.

    Il santuario sorge in un’area non urbanizzata, come spesso accade si santuari più famosi, ed è stato monumentalizzato probabilmente con le ricchezze provenienti dall’Oriente, in seguito all’istituzione della Provincia dell’Asia Proconsolare.

    La fase di costruzione visibile oggi, infatti, è datata al II secolo a.c., in piena dominazione romana dell’area. È incerta, invece, la presenza dell’area di culto in età picena, anche se la religione italica prevedeva culti da svolgere in luoghi simili.

    LE LASTRE DEL TEMPIO

    IL TEMPIO 

    È la costruzione meno nota perchè è conservata solo ai livelli di fondazione. All'interno è presente un podio, anch'esso solo in fondazione, che presenta una suddivisione in tre sezioni, identificate da alcuni come celle.

    I rapporti tra le misure possono essere ricollegate a quelle che indica Vitruvio nel "De Architettura" per il tempio cosiddetto Tuscanico, cioè quello utilizzato in area etrusco-italica, come ad esempio il Tempio A di Pyrgi.

    La datazione, data in base alle terrecotte architettoniche, oggi presenti al Museo civico archeologico, si aggira tra il III e il II secolo a.c., anche ma non tutte le decorazioni possono essere datate allo stesso periodo, ed alcune sembrerebbero anche più arcaiche, cioè del IV secolo a.c..



    TESTA DI CREATURA AGRESTE
    IL PORTICO

    Il portico è posto all'estremità nord della terrazza e si conserva per due lati. È costituito da un muro di fondo in tufo locale che ha uno spessore considerevole tanto da poter essere considerato un muro di contenimento adattato a portico successivamente. 

    Antistanti al muro sono poste due file di colonne, quella interna in ordine ionico, l’altra in ordine dorico.

    All'estremità ovest del portico è stato ricavato un piccolo ambiente. Probabilmente una specie di magazzino del tempio, per riporre statue lignee delle divinità da portare in processione, o arredi sacri, o strumenti per le funzioni.

    È probabile che il portico si estendesse anche a est e che per simmetria ci fosse un altro ambiente. Il portico è datato tra il II e il I secolo a.c.

    Ad Ovest dell’edificio templare, sorge una seconda struttura suddivisa al suo interno in cinque vani, uno dei quali sembrerebbe una vasca. La presenza della vasca e del pozzo, sembrano suggerire un probabile collegamento con i riti ed i culti praticati nel santuario.



    IL CULTO

    Sono ancora molti i dubbi sul culto praticato all'interno della struttura poiché non ci sono testimonianze materiali, nemmeno sulle iscrizioni degli ex-voto. L’unico significativo indizio è un pezzo ceramico dove è presente il nome di Giove ma, trattandosi di un marchio e non di un’iscrizione votiva, potrebbe essere un oggetto destinato ad essere portato via dai pellegrini.

    Alcuni studiosi hanno supposto che si trattasse di una Dea femminile paragonabile alla Dea Cupra, particolarmente venerata dai Piceni. Potrebbe quindi trattarsi di un culto preromano ma non ce ne sono prove sufficienti.

    Poiché Monte Rinaldo è ricco di falde acquifere, è probabile che il culto fosse associato alle acque curative come è ricorrente in Italia centrale in età ellenistica, ma in genere le acque salutari sono dedicate alle Dee o alle Ninfe.

    IL MUSEO

    IL TERRITORIO

    Gli insediamenti Piceni avrebbero dovuto ammirare la magnificenza del santuario dalla Valle poiché, essendo costruito su terrazze, doveva avere un effetto scenografico che si coglieva da lontano, come il Tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina.

    Non sono stati individuati, almeno al momento, testimonianze di un abitato direttamente collegato al santuario, ma è probabile che fosse il centro dei numerosi insediamenti che sorgevano sulle colline circostanti.

    La viabilità in età romana è un problema molto discusso, anche per i collegamenti con le città di Asculum, Faleria e Firmum.

    Di solito i grandi santuari erano muniti di strade e certamente alcune di esse, magari secondarie avrebbero dovuto collegare i centri con la valle dove sorge il santuario, forse ricalcando anche percorsi preesistenti.

    In seguito agli eventi sismici, le frane e i dissesti geologici susseguitesi nel tempo hanno aumentato le difficoltà durante i periodi di scavi. Ciò che oggi è maggiormente visibile è il porticato a duplice fila di colonne, sia quelle interne in stile ionico-italico che quelle esterne di ordine dorico. 

    Il tempio che si trova a sud del porticato sembra fosse a tre celle ed è fatto risalire tra il II e I secolo. Ciò che sicuramente era presente tra il porticato ed il tempo è un pozzo e proprio grazie alla sua presenza che si può pensare che il santuario fosse legato al culto dell’acqua.

    Ritrovamenti di statuette votive fanno pensare proprio ai riti della "sanatio". Parte del frontone e altri oggetti rinvenuti si trovano oggi nel Museo Archeologico del Santuario Ellenistico di Cuma, sito presso la Chiesa del Crocifisso, adibita a museo dal 2008.

    Il complesso è databile tra il II e I sec a.c., ma di più non si sa, visto che la Soprintendenza Archeologica di Ancona sta tutt’oggi effettuando i propri studi. Questo è l'ingresso al museo del santuario che conserva qualche manufatto o decorazione reperito nell'area del tempio.

    LE DUE POTNIA THERON
    Ora non è difficile desumere che il culto di Ercole è sicuramente posteriore a quello della Potnia Theron. Ercole è il figlio di Giove, il nuovo Dio Olimpico che ha sostituito in Grecia gli Dei Titanici e in suolo italico una miriade di divinità. Ercole è l'uomo eroico che tutto può, che soffre, che sbaglia ma che fa tutto con le sue forze, insomma l'uomo che si sente in grado di badare alla natura e ai suoi pericoli.

    La Potnia Theron è la Natura Selvaggia, colei che domina la Terra, al cui cenno obbediscono uomini, animali e piante. Contro di lei non si può nulla, se non chiedere la sua generosità. Nelle immagini del tempio la Dea tiene le due pantere, immagine che sarà poi ripresa nel dionisiaco, anch'esso amante della natura selvaggia.

    Tutto è riferito alla Dea, soprattutto quando è rappresentata, come qui, dalle belve che si affrontano a lei, perchè successivamente le belve guarderanno nelle immagini a destra e sinistra di lei, più rivolte all'esterno che alla Dea, segno che la mente dell'epoca stesse rivolgendosi più all'esterno che alle proprie sensazioni interne, insomma che l'uomo comincia a mentalizzarsi..




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  • 08/16/19--04:54: VALLE MURCIA
  • VALLE MURCIA

    GIUSEPPE MARCHETTI LONGHI
    Ludi e Circhi nell'antica Roma

    "Ma, come scarse, eppur solennissime, le prime forme di ludi, così unica la sede di esse. Se si eccettuino le Equine, ο corse di cavalli in onore di Marte nel Campus Martius, che rappresentano le lontanissime origini delle corse dei barbari, che i nostri vecchi ancora ricordano, gli antichissimi Magni Circenses, e poi tutti gli altri: i Romani, i Plebei, gli Apollinari, ecc. si celebravano nella grande valle, interposta tra il Palatino e l'Aventino, la celebre Vallis Murcia, sede delle primitive leggende di Roma e che, per la sua configurazione geografica, era già di per sè stessa l'ippodromo naturale, offerto ai primitivi abitatori del Palatino, dell'Aventino e dei finitimi colli.

    La modesta ara ricoperta di zolle, rappresentava già gli altari di marmo, i simulacri di bronzo, gli obelischi e le mete dorate, che orneranno in seguito la spina del circo, che dividerà l'arena in due parti longitudinali, segnanti il percorso delle bighe e delle quadrighe spinte a corsa sfrenata. Tale l'origine del Circo Massimo, il primo, e per lungo tempo l'unico, circo di Roma.

    Ma se quei primi abitatori della città Palatina e del Pago aventinense, onoravano in tal guisa il Dio, emblema della generazione delle messi e protettore dei puledri, questi e quelle riassumenti l'attività di pace e di guerra di quei prischi abitatori, ben presto un altro concetto prevalse: quello di onorare cioè le vittorie degli eserciti e le fortune vincitrici della patria. I più antichi ludi, i Romani, ebbero il precipuo carattere di una festa trionfale, onde celebravansi nell'autunno al ritorno degli eserciti dalle campagne di guerra. 


    IL CIRCO MASSIMO
    E, come la tradizione riporta a Tarquinio Prisco, personificazione leggendaria dell'influsso Etrusco in Roma, la trasformazione in circo stabile di quello naturale, formato dalla Vallis Murcia e dalle pendici del Palatino e dell'Aventino, così, non è forse improbabile, che etrusca fosse l'origine di quei ludi, che compresero essenzialmente ο corse di carri, su cui a lato dell'auriga stavano i corridori, che, poi, saltando in terra durante la corsa, gareggiavano in velocità con i carri, oppure corse di uomini tenenti al morso i destrieri, così come li rimiriamo ancora nei divini Dioscuri sul Quirinale. "

    La valle o depressione, è alta 18 metri s.l.m. ma il suo livello  ha subito un rialzo di 9-12 metri sul  suolo antico. Essa separa il Palatino che sorge a 51 metri a nord-est dell'Aventino che sale a 46 metri a sud-est e conduce a nord-ovest sul Foro Boarium Forum e sul Velabro.

    Il nome della valle deriva da Murcia, divinità arcaica venerata in un sacellum alle pendici nord dell’Aventino, che avrebbe anche riferimenti con i mirti che avrebbero coperto l’Aventino. Varrone riferisce che l'antico santuario della Dea Murcia, posto manco a dirlo in Valle Murcia, un tempo circondato da un boschetto, si era  ridotto a un solo albero di mirto, ultimo vestigium dell'età augustea (Varrone, loc. Cit.).

    Nella tarda antichità la valle veniva chiamata Valle Murcia in onore della Dea, ma forse solo dopo che il suo santuario venne ampliato notevolmente (Humphrey 96-97; Coarelli; s.v. Vallis: Circo Massimo), vale a dire quando venne edificato in pietra il Circo Massimo.

    GLI SCAVI DEL CIRCO
    Non si sa nulla dell'architettura augustea del santuario, e anche la sua posizione può essere solo approssimativa, però Plinio parla di una Murciae Metae, a Roma, dove era consacrato un altare alla Dea Murcia. E Festo ci informa che c'era un tempio a Roma, il Tempio Murco,  dedicato alla Dea Murcia. Secondo lo studioso Felice Ramorino (1852 – 1929) la Dea Murcia aveva un tempio ai piedi dell'Aventino presso il Circo Massimo, secondo alcune fonti voluto da Anco Marzio.

    Fattostà  che la Vallis Murcia, la valle tra Palatino e Aventino, sede di numerosi culti antichi celebrati con feste e gare circensi, è un luogo fortemente legato alle origini di Roma: è qui che avvenne il famoso Ratto delle Sabine da parte di Romolo che segnò in qualche modo origine alla civiltà romana, ovvero latino-sabina.

    Poco dopo, il primo dei re etruschi, sistemerà proprio la valle Murcia per ospitare il più grande edificio da spettacoli mai concepito nel mondo Romano: il Circo Massimo.  L’antica Valle Murcia era già nell’antica Roma consacrata alla Dea Flora e fino a tutto il XVI secolo rimase coperta di orti e giardini.

    Dunque la prima sistemazione della Vallis Murcia, situata tra il Palatino e l’Aventino, viene riportata all'epoca dei Tarquini, quando venne costruito un sistema di canalizzazioni che permise di drenare tutta l’area, ciò che permise la realizzazione del Circo Massimo.

    LA VISTA DEL PALATINO

    GLI INTERVENTI SUL CIRCO MASSIMO

    In epoche molto antiche nel mezzo della Valle Murcia passava un affluente del Tevere che partiva li dove in epoca romana risiedeva il Foro Boario. Nel corso dei secoli ci furono molteplici interventi nella zona e bonifiche per rendere il luogo salubre. Nel 196 a.c., Lucio Stertinio fece erigere al centro del lato curvo meridionale un monumentale arco trionfale.

    LA VALLE IN EPOCHE ARCAICHE EVIDENZIATA IN ROSSO (INGRANDIBILE)
    Ingenti lavori di ampliamento furono realizzati da Giulio Cesare nel 46 a.c., e sotto Augusto venne edificato il pulvinar, una zona sacra destinata agli Dei che presiedevano gli spettacoli e alla cui iniziativa si deve l’installazione sulla spina dell'obelisco di Ramsete II, proveniente da Eliopoli (ora a Piazza del Popolo).

    Il Circo, devastato più volte dal fuoco e conseguentemente restaurato, fu ricostruito quasi integralmente in epoca traianea, fase cui appartengono per la maggior parte le strutture in laterizio visibili nel tratto della parte curva ancora esistente, in vicinanza del Palatino e del Celio, attualmente in fase di scavo e di sistemazione.

    Ma altri restauri avvennero per opera dei successivi imperatori, tra cui, nel 357 d.c., fu aggiunto da Costanzo II un altro obelisco, quello di Thutmosis III, proveniente da Tebe e ora in Piazza di San Giovanni in Laterano.

    Il circo venne utilizzato, magari solo in parte, fino al 549 d.c., quando Totila vi fece svolgere gli ultimi giochi; in seguito l’area venne utilizzata a scopi agricoli. Ma il Circo Massimo era a ben cinque piani ed era tutto di travertini e marmi, che fine hanno fatto?


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  • 08/17/19--05:10: PORTUNALIA (17 Agosto)
  • DEUS PORTUMNUS - COMPLESSO TERMALE E PORTUALE DI PIETRA PAPA SUL TEVERE

    "Portunalia dicta a Portuno, cui eo die aedes in portu Tiberino facta et feriae institutae".
    Marcus Terentius Varro (116 a.c. - 27 a.c.) - De lingua latina - liber VI - III -

    I Portunalia furono una festa celebrata a Roma e nel Lazio in onore di Portunus, o Portumnus, Dio dei porti e delle porte. Si ricorda un'usanza di gettare nel fuoco le chiavi, mentre il flamen portunalis aveva il compito di ungere le armi del Dio Quirinus. Cosa avevano a che fare le chiavi con le armi?

    L'attuale tempio di Portuno, di epoca repubblicana, si trova di fronte alla chiesa di S. Maria in Cosmedin, poco distante dal Tempio di Ercole Olivario, collegato con il vicino Portus Tiberinus.



    LA SANTA DELLE PROSTITUTE

    Nel IX secolo il tempio venne mutato in chiesa cristiana, prima con il nome di Santa Maria Secundicerii, quindi come Santa Maria Egiziaca patrona delle prostitute. La chiesa venne eliminata per ripristinare l'antico aspetto del tempio nel 1916. L'inserimento della struttura ecclesiastica mantenne intatto l'esterno del tempio; internamente sono ancora visibili gli antichi affreschi altomedioevali che narrano la storia della santa.


    PALEMONE

    PALEMONE

    Dapprima chiamato Melicerte, fu il mitico figlio di Atamante, re dei Mini in Orcomeno, e di Ino. Secondo la leggenda venne gettato nell’acqua bollente dal padre o dalla madre impazziti. Poi Ino, rinsavita lo trasse fuori e si gettò con lui in mare e venne trasformata nella divinità marina Ino-Leucotea, mentre Melicerte assunse il nome di Palemone dopo essere stato trasformato in un dio marino, Portunus per i Romani, Dio propizio ai naviganti.

    Il suo culto pubblico era curato a Roma da uno dei dodici flamini minori, il flamine portunale. A volte il Dio fu identificato con Palemone, anch'egli protettore dei porti, associandone i miti, cosicché a Portuno fu attribuita come madre la Dea Mater Matuta, che a sua volta era stata assimilata a Leucotea. Insomma, un figlio della Grande Madre.

    SANTA MARIA DE PIANO - GIA' SANTA MARIA IN PORTUNO

    PORTUNO

    Portuno (latino Portunus o Portumnus) era il Dio romano dei porti e secondo alcuni anche delle porte, una specie di riedizione del Dio Giano. In effetti come Dio vigile dell'entrata e dell'uscita dai porti aveva un senso. In realtà Giano sembra avesse due figli, Tiberino e Portuno, che erano tra le più antiche divinità italiche.
    Tiberino era il Dio del fiume, e Portuno era invece il Dio degli attraversamenti d'acqua e dei "passaggi" dai guadi ai traghetti, un po' come il medioevale San Cristoforo che appunto trae vita dal mito di Portuno e vedremo perchè.

    Nell'iconografia Portuno veniva rappresentato con le chiavi in mano, in quanto protettore delle porte, un particolare poi ripreso dalla figura di San Pietro che è munito anch'esso di due chiavi, una d'oro e una d'argento. La chiave dorata, che punta a destra, alluderebbe al potere sul regno dei cieli.

    Viene da chiedersi che potere avesse S.Pietro sul Paradiso, a meno che non alluda, e forse è così, al potere di farci entrare o meno le anime dei defunti. Quella d'argento, posta a sinistra, indicherebbe invece l'autorità spirituale del papato in terra, motivata soprattutto dall'autorità del suo potere temporale.


    SAN CRISTOFORO CINOCEFALO

    SAN CRISTOFORO CINOCEFALO

    In diversi dipinti San Cristoforo appare come cinocefalo, cioè con testa da cane, in realtà è una riedizione del Dio egizio Anubis, il Dio dalla testa di sciacallo, un Dio che accompagna Iside nel suo viaggio nell'oltretomba onde recuperare le parti del corpo mutilato di suo marito il Dio Osiride.

    Il viaggio si compie via fiume ma allude ovviamente a un viaggio negli inferi. Ciò perchè Anubis è colui che accompagna i morti nell'oltretomba, il che fa comprendere che San Cristoforo fu visto come traghettatore dei morti negli inferi, insomma una specie di Caronte.

    In questo senso avrebbe un significato la purificazione delle chiavi gettandole nel fuoco. Teniamo conto però che il termine purificazione per i romani non era associato ad un significato di lavare le colpe come nel cattolicesimo, ma di togliere dal presente ogni traccia dolorosa del passato, ad esempio cancellare la morte dalla vita.


    E quale morte se non quella in guerra, quella guerra che era tanto perseguita dai giovani romani in parte come destino ineluttabile ma in parte come speranza di gloria e plauso della sua gens e dei concittadini?

    Le chiavi simboleggiano pertanto il passaggio dal mondo dei vivi al mondo degli inferi e purificando le chiavi nel fuoco queste tornavano al loro valore attuale, quello del passaggio dei vivi, pertanto salire sulle navi per andare a combattere i nemici auspicava solo vittoria e ritorno.

    DIO EGIZIO ANUBIS IL TRAGHETTATORE DELLE ANIME
    Ne fa fede anche un’anonima citazione tarda che fa menzione di chiavi e di fuoco, un rito attestato già nel mondo etrusco, nel quale piccoli pesci e chiavi venivano gettati in un braciere, perché offrendo i pesci in sacrificio agli Dei si potessero bruciare le chiavi che serravano il transito nel mondo dei defunti.

    Dunque le chiavi consentivano o impedivano il passaggio, dunque con un duplice significato, a seconda che si trattasse di vivi e di defunti.

    Per i vivi non passare tra i defunti e per i morti potersi trasferire nel mondo dell'Ade, cioè trovare la pace nella morte.

    Un'altra attestazione si rintraccia nella Valle del Cesano, vicino a Corinaldo in provincia di Ancona, dunque presso l’Adriatico. 

    Un’antica chiesa, un tempo denominata Santa Maria in Portuno (nel XIII secolo ribattezzata Santa Maria del Piano) attesta un preesistente tempio pagano dedicato alla divinità marina. Recenti scavi archeologici hanno rinvenuto in loco fondamenta e fornaci romane.

    Dunque San Cristoforo è una riedizione dell'antico traghettatore delle anime che per l'occasione diventa traghettatore di Gesù, ma siccome i cristiani non la potevano passare liscia, il divino bambino pesa come un macigno, perchè il cristiano deve sopportare su di sè il peso del mondo.



    IL FIGLIO DELLA DEA

    In realtà la Dea italica Mater Matuta aveva un figlio, appunto Portunus, proprio nell'aspetto di Dea marina, una delle qualità della Dea.

    PORTUNUS
    Sembra infatti che una statua della Dea con figlioletto Portunus in braccio fosse stata deposta proprio nel tempio di Portunus, che a Roma venne dedicato proprio il giorno dei Portunalia, secondo quanto riferito da Varrone, e si trovava presso il Ponte Emilio, come indicano alcuni antichi calendari romani.

    Anticamente il luogo si chiamava Foro Boario, poco distante dal Tempio di Ercole e dal più antico porto tiberino, che si estendeva a nord del tempio e del quale rimangono alcuni muraglioni.

    La divinità collegata al porto fluviale, porto che era negl'immediati paraggi, nella zona ora occupata dall'attuale edificio dell'Anagrafe.

    Il tempio, prossimo al Tevere, che volta le spalle al foro Boario, è uno dei pochi dell'età repubblicana arrivato integro.

    La dicitura di tempio della Fortuna virile è riconducibile alla Dea Fortuna cui i giovani lasciavano la toga praetexta entrando nella virilità.

    Servio Tullio, particolarmente devoto alla Dea Fortuna,  dedicò un tempio proprio nel Foro Boario, per cui tutto lascia presupporre che fosse la dedica più antica, trasformata poi in Mater Matuta con figlio Portunus in braccio, e infine dedicata al solo Dio Portunus.



    LA FESTA

    I sacerdoti iniziavano la processione di buon'ora con delle barche inghirlandate che scorrevano sul Tevere dove le acque venivano benedette, per la buona navigazione e già che c'erano pure per la pesca. Vi partecipavano dunque i marinai romani che combattevano sulle navi, ma pure gli addetti al porto e i pescatori.

    Le ghirlande venivano poi gettate nel Tevere e seguiva poi la cerimonia ai piedi del tempio Portunno dove venivano gettate nel fuoco le chiavi del tempio e venivano non bruciati ma grigliati sui numerosi bracieri preparati all'occorrenza sempre ai piedi del tempio, una lunga serie di pesci che venivano poi divisi tra la popolazione. In pratica un cibo benedetto.

    Seguiva poi la sfilata delle barche da pesca a loro volta inghirlandate con i marinai che cantavano e bevevano fino a notte quando si accendevano le torce e il Tevere notturno s'illuminava come le sue rive. Sembra che per l'occasione si lanciassero in acqua vari amuleti che proteggessero le navi romane dagli attacchi nemici. la festa terminava quando si spegnevano le fiaccole.