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  • 04/26/19--05:43: LEGIO XII FULMINATA


  • - 58 a.c. - La Legio XII Fulminata ("portatrice del fulmine") fu una legione romana costituita da Gaio Giulio Cesare nel 58 a.c. e attiva fino all'inizio del V secolo a guardia dell'attraversamento dell'Eufrate a Melitene. L'emblema della legione era il fulmine.
    La XII era stata costituita assieme alla XI nel 58 a.c. da Gaio Giulio Cesare e fu arruolata nei pressi di Mediolanum, per la sua campagna contro gli Elvezi e pure per conquista della Gallia. La legione partecipò, pertanto, all'intera campagna gallica (dal 58 al 50 a.c.).

    - 58 a.c. - La battaglia di Genava, presso l'attuale città svizzera di Ginevra e del fiume Rodano, fu il primo episodio della Conquista della Gallia tra l'esercito romano guidato da Giulio Cesare e gli Elvezi, con parziale vittoria romana. Verso la fine della battaglia partecipò la XII Fulminata.

    - 58 a.c. - La XII partecipò alla battaglia del fiume Arar (attuale Saona), tra l'esercito di Cesare e gli Elvezi, con buona vittoria romana durante l'attraversamento del fiume.

    - 58 a.c. - La Fulminata partecipò anche alla battaglia di Bibracte, sempre contro gli Elvezi. Cesare riuscì, come in tante occasioni, a battere un esercito nettamente superiore al suo, e questo gli ottenne il favore che gli serviva dal senato per la conquista della Gallia. 

    - 58 a.c. - La stessa legione combattè in Alsazia contro le genti germaniche di Ariovisto. Anche qui Cesare riuscì a battere un esercito decisamente superiore al suo.

    - 57 a.c. - Combattè anche la battaglia del fiume Axona nel 57 a.c. contro i Belgi, sempre nell'ambito delle campagne galliche di Giulio Cesare.

    CESARE
    - 57 a.c. - La XII combattè, sempre guidata da Cesare, nella battaglia del Sabis, nota anche come battaglia del Sambre o battaglia contro i Nervii, nelle moderne Fiandre contro un'alleanza di tribù belgiche, principalmente Nervii, nei pressi del fiume Sambre. 

    Cesare, venne sorpreso e rischiò la sconfitta; ma riuscì infine, grazie al coraggio dei soldati, alla capacità del comandante e all'arrivo dei rinforzi, a ottenere una grande vittoria.

    - 53 a.c. - partecipò all'assedio di Lutetia, sotto il comando di Labieno, luogotenente di Cesare e la città si arrese.

    - 52 a.c. - Partecipò altresì alla battaglia di Avarico, tra l'esercito di Cesare e l'esercito gallico dei Biturigi, sempre nella conquista della Gallia. La battaglia fu favorevole fu vinta dai romani, che massacrarono l'intera popolazione dell'oppidum gallico.

    - 52 a.c. - Combattè per Cesare nella battaglia di Alesia nella terra dei Mandubi (Gallia transalpina), contro le tribù galliche guidate da Vercingetorige, capo degli Arverni. Vi fu una strabiliante vittoria romana e Roma potè annettere i nuovi territori alla provincia della Gallia Narbonense. 

    - 48 a.c. - Prese poi parte alla guerra civile a fianco di Cesare e combatté nella battaglia di Farsalo nello scontro decisivo tra l'esercito di Cesare, rappresentante dei populares, e quello di Gneo Pompeo degli optimates. La battaglia, che si risolse in una netta vittoria cesariana, sancì la definitiva sconfitta di Pompeo e la fulminata si conquistò per il suo valore il titolo di Victrix.

    - 45 a.c. - La guerra era terminata e i veterani furono congedati, ricevendo delle terre in Gallia cisalpina, nei pressi di Parma. 

    - 44 a.c. - L'anno successivo, a causa dell'assassinio di Cesare, venne ricostituita (nel 44 a.c.) da Marco Emilio Lepido, governatore della Gallia Narbonese e consegnata a Marco Antonio.

    - 42 a.c. - Sicuramente dopo la conclusione del II triumvirato la legione fece parte del corpo di spedizione di Marco Antonio e Cesare Ottaviano inviato in Grecia per combattere contro i cesaricidi, che terminò nella battaglia di Filippi contro Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino.


    37-33 a.c. - Partecipò quindi alle campagne partiche di Marco Antonio, guadagnandosi il nome di Antiqua ("di consolidata qualità"), per vendicare la disfatta subita da Marco Licinio Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.c. ed assoggettare in modo definitivo la pericolosa potenza orientale.

    - 31 a.c. - Dopo Azio e la sconfitta di Antonio, fece parte dell'esercito di Augusto e ricevette l'appellativo di legio XII Fulminata. Alcuni veterani ricevettero delle terre  a Patrasso (in Grecia), dove furono accompagnati dai soldati di X Fretensis. La XII Fulminata fu usata poi per occupare l'Egitto, probabilmente a Babilonia (Il Cairo). 

    - 20 a.c. - Altre legioni nella regione orientale erano la III Gallica, la VI Ferrata e la X Fretensis. Nel 20 a.c., Tiberio utilizzò queste unità per impressionare i Parti. Essi restituirono le aquile romane sottratte a Carrhae nel 53 a.c.

    - 14 d.c. - La XII venne rimandata in Siria, a Raphana, in Siria. Potrebbe però aver soggiornato per un breve periodo di tempo in Africa proconsolare (a Thugga) proprio all'inizio del principato.

    - 4 a.c. - Il governatore della Siria, Publio Quinctilius Varus, usò tre delle legioni siriane per reprimere le ribellioni dei pretendenti messianici ebrei Giuda, Simone e Astronges dopo la morte del re Erode nel 4 a.c. E 'probabile che XII Fulminata fosse tra loro, ma non ve ne è certezza. 

    CORBULONE
    - 58 dc. -  Il Re dei Parti Vologese I invase con il suo 
    esercito il Regno d’Armenia, stato cliente dei romani, l’Imperatore Nerone diede così ordine al legato per la Cappadocia, Gneo Domizio Corbulone, di risolvere la questione.

    - 62 d.c. - Questi sconfisse i Parti restaurando sul trono d’Armenia Re Tigrane II. Successivamente però Vologese I tornò all’offensiva sostituendo Tigrane II con il proprio fratello Tiridate I, per cui i romani tornarono all'attacco nel 62, con il nuovo legato di Cappadocia, Lucio Cesennio Peto, che però venne sconfitto al comando delle sue legioni, la XII Fulminata e la IIII Scythica, nella battaglia di Randeia (odierna Erand inverno 62/63), e dovette arrendersi. 

    I generali romani subivano talvolta dei processi quando perdevano la guerra, a meno che non vi fosse una ragione evidente che avessero fatto del loro meglio. 

    Evidentemente la sconfitta venne attribuita almeno in parte all'efficienza delle legioni, che infatti vennero allontanate dalla guerra e non parteciparono alla campagna vittoriosa di Corbulone. Ma comunque una legione che aveva perduto una battaglia era una legione disonorata, e in genere i legionari, che non amavano essere guardati con disprezzo dalla popolazione si raccomandavano per combattere di nuovo e riabilitarsi.

    - 62-63 d.c. - Una campagna di ritorsione fu organizzata da Lucio Cesare Cesare Poeto, governatore della Cappadocia, nel 62, con  le XII Fulminata e IIII Scythica. Tuttavia, i Parti li costrinsero alla resa a Rhandeia. 
    Più tardi, Corbulo riuscì a ribaltare la situazione e ordinò a Tiridate di ricevere per la seconda volta la sua corona dall'imperatore romano Nerone. Tuttavia, alle legioni disgraziate III I Scitia e XII Fulminata non fu permesso di partecipare a questa guerra, il che fa pensare che avessero perso la faccia nella sconfitta.
    - 66 d.c. - L'occasione di riconquistare l'onore perduto venne nel 66, dopo che la rivolta zelota durante la I guerra giudaica aveva causato la distruzione della guarnigione romana a Gerusalemme: la XII, rinforzata con vessillazioni della IIII Scythica e della VI Ferrata, fu inviata sul luogo per sedare la rivolta, ma, considerata troppo debole dal legato di Siria Gaio Cestio Gallo, fu rimandata indietro con un nuovo motivo di disonore.
    Ma accadde di peggio, sulla strada del ritorno la legione cadde nell'imboscata di Eleazar ben Simon a Bethoron, e qui non solo venne sconfitta, ma subì il grande disonore di perdere le proprie aquile. Ora i legionari erano davvero disperati e non se la sentivano di tornare in patria con quel marchio addosso, per cui da quel momento la legione combattè come non aveva fatto mai, rischiando la vita e mettendocela tutta.
    - 70 d.c. - La legione combattè con grande eroismo e sostenne con dedizione e successo la candidatura del proprio comandante Tito Flavio Vespasiano al soglio imperiale. Dopo la cattura di Gerusalemme nel 70, la XII Fulminata si recò a Metilene e la XVI Flavia Firma a Satala, in Cappadocia, per proteggere il confine dell'Eufrate che costituiva il nuovo limes romano. La sua vecchia base a Raphanaea fu riutilizzata dalla III Gallica. 

    ISCRIZIONE CON CENTURIONE DELLA XII
    - 92 d.c. -  l'imperatore Domiziano inviò nel Caucaso la Fulminata allo scopo di sostenere i regni clienti di Iberia e Albània e in quell'occasione la legione raggiunse il Mar Caspio. 
    Un'iscrizione rinvenuta vicino alle coste del Mar Caspio menziona la presenza di un centurione del XII Fulminata di nome Lucio Giulio Massimo. Nessuna legione romana è mai penetrata così a est.

    - 114 d.c. - La legione fu in Armenia per la campagna del 114 di Traiano, dove partecipò alla creazione della Provincia romana di Armenia, comprendente i territori dell'attuale Turchia orientale, Armenia, Georgia, Azerbaigian e una piccola parte dell'Iran nord-occidentale.

    - 134 d.c. - Gli Alani, un popolo nomade di etnia iranica compreso nel gruppo delle tribù dei Sarmati,
    minacciarono l'impero romano. Il governatore della Cappadocia, Arriano di Nicomedia, prese sul campo XV Apollinaris e XII Fulminata e sconfisse gli invasori prima che potessero diventare pericolosi; egli descrisse questa campagna nel suo Ektaxis. 

    - 162-166 d.c. - La fulminata fu ancora in guerra, insieme alla XV Apollinaris e sotto il comando del governatore di Cappadocia Arriano, nella campagna parta di Lucio Vero. Lo conferma il fatto che una unità mista della XII e della XV, controllò per qualche tempo la capitale armena di Artaxata (Armenia). 


    PIOGGIA MIRACOLOSA - COLONNA TRAIANA
    - 167-189 d.c. - La XII combattè di nuovo, sotto l'imperatore Marco Aurelio nella campagna contro i Quadi (popolo dell'alta valle del fiume Meno in Germania) nell'ambito delle guerre marcomanniche Durante questa campagna avvenne l'episodio della "pioggia miracolosa", riportato da diverse fonti, che salvò una vessillazione della Fulminata dalla sconfitta. Secondo la versione di Cassio Dione, un mago egiziano di nome Harnuphis evocò Mercurio e ottenne la caduta della pioggia; secondo lo scrittore cristiano Tertulliano, invece, il fenomeno miracoloso fu dovuto alle preghiere dei soldati, che erano cristiani. L'episodio è rappresentato anche sulla colonna di Marco Aurelio alla scena numero 16.

    - 175 d.c. - mentre la legione era tornata a Melitene, Avidio Cassio si ribellò a Marco Aurelio, perché era giunta voce che l'imperatore fosse morto, ma la XII rimase leale a Marco Aurelio e venne premiata ricevendo il titolo onorifico Certa Constans, "sempre affidabile".

    Alla morte dell'imperatore Pertinace si scatenò una lotta a tre per il trono imperiale. La XII sostenne Pescennio Nigro contro Settimio Severo, che però venne sconfitto. Severo ultimò la propria vittoriosa campagna contro i Parti spostando il confine sul Tigri il confine, ma lasciò la XII in riserva, per punirla del sostegno a Nigro, o perchè ancora non si fidava di loro.

    - 217 d.c. - Il Dodicesimo deve aver preso parte alle spedizioni del III secolo, come quella guidata dal figlio di Severo Caracalla (217) e la guerra di Severo Alessandro contro il nuovo impero persiano sasanide. I sasanidi avevano invaso l'impero romano nel 230 e avevano insediato un imperatore in Emessa, ma Severo Alessandro riuscì a ristabilire l'ordine e ad invadere la Mesopotamia. Nel 244, i Romani invasero nuovamente l'Iraq, ma il loro imperatore Gordiano III morì.

    - 267-268 - La legione aveva perduto il suo credito ma lo riacquistò. Infatti quando Valeriano fu sconfitto e fatto prigioniero dal re dei Sasanidi Sapore I ciò produsse il collasso dell'impero, che perse le Gallie in occidente e il Regno di Palmira in oriente. 

    Si sa che la XII fu sotto il comando di Settimio Odenato, sovrano del Regno di Palmira, per una decina di anni sino alla sua morte, durante la seconda metà del III secolo, riuscendo a salvare l'Impero romano dalla minaccia dei Sasanidi.

    - 253-260 -  ricevette anche gli onori dall'imperatore Gallieno, che concesse alla legione il titolo Galliena. 
    Quando l'imperatore romano Valeriano cercò di ristabilire l'ordine e invase la Mesopotamia, fu sconfitto e catturato. 
    Ai soldati romani prigionieri fu ordinato di costruire un ponte nella moderna Shushtar. 
    Le sconfitte romane di Gordiano e Valeriano, e l'installazione di Filippo, sono commemorati su diversi monumenti sasanidi.

    - 298 d.c. - I Romani invasero nuovamente la Mesopotamia e nel 298 fu concluso un trattato di pace in cui i persiani dovettero abbandonare i territori della Mesopotamia settentrionale. La dodicesima legione deve aver avuto un ruolo in queste campagne, ma non abbiamo quasi nessuna informazione al riguardo.

    Dal III al V secolo la legio XII Fulminata stazionò a Melitene indubbiamente coinvolta negli eventi che accaddero lungo la frontiera orientale dell'impero, perché all'inizio del V sec. si trovava ancora a Melitene, sotto il comando del dux Armeniae.
    - V sec. - Secondo la Notitia Dignitatum (senza data) la Legio XII Fulminata conservò la sua base fino almeno all'inizio del V secolo. La base legionaria di Melitene controllava l'accesso all'Armenia meridionale e al Tigri superiore. Era il punto finale dell'importante autostrada in direzione est da Cesarea (moderna Kayseri ).

    Il campo attirò una popolazione civile e fu probabilmente concesso lo status di città da Traiano all'inizio del II sec. d.c., con il grado di Municipium. È noto per essere una fonte prolifica di monete imperiali coniate dal III al V secolo


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    Risultati immagini per APPIO CLAUDIO PULCHRO
    LA GENS CLAUDIA

    Nome: Appius Claudius Pulcher
    Nascita: Roma 97 a.c.
    Morte: Balcani 49 a.c.
    Gens: Claudia
    Professione: Politico e militare


    Appio Claudio Pulcro (ovvero Appius Claudius Pulcher; Roma, 97 a.c. – Balcani, 49 a.c.), di origine sabina, appartenente ad un ramo patrizio della romana gens Claudia, figlio dell'omonimo Appio Claudio Pulcro, console nel 79 a.c.. Da non confondere con il coevo Publio Clodio Pulcro ( Publius Clodius Pulcher; Roma, 93-92 a.c. – Bovillae 52 a.c.), quello dello scandalo della Bona Dea in cui fu implicata la moglie di Cesare.

    Dopo la morte del padre, nel 76 a.c., fu lui a prendersi carico delle notevoli difficoltà economiche che la sua famiglia dovette affrontare: aveva infatti due fratelli, Gaio Claudio Pulcro e Publio Claudio Pulcro, che cambiò più tardi il suo nome in Publio Clodio Pulcro, e tre sorelle, Clodia Pulcra Prima, Clodia Pulcra Seconda e Clodia Pulcra Terza.

    Fu in effetti un ottimo amministratore, cercando di fare una brillante carriera politica ottenuta però attraverso la corruzione. Tanto fu corrotto nella politica favorendo se stesso e il fratello, tanto però fu onesto verso il suo generale e la sua patria, infatti non si lasciò corrompere dal re Tigrane.

    Iniziò la sua carriera politica servendo in Oriente sotto Lucio Licinio Lucullo (117 - 56 a.c.) durante le guerre mitridatiche tra il 72 e il 70 a.c. e trattando, senza successo, la consegna dello stesso Mitridate con il re d'Armenia, Tigrane II. Plutarco racconta che, invitato dal re d'Armenia, Tigrane, ad attenderlo ad Antiochia, Appio poté mettersi in contatto con molti dei principi greco-orientali, stanchi di essere sottoposti al dominio armeno (come Zarbieno di Gordiene), ed a cui fu promesso l'aiuto del proconsole romano Lucullo. Plutarco riporta l'incontro tra Appio e Tigrane:

    «Appio non era spaventato o stupito di tutto questo sfarzo e spettacolo, ma non appena ebbe udienza, disse chiaramente al re che egli era venuto a riprendere Mitridate, da utilizzare come ornamento per il trionfo di Lucullo, in alternativa era costretto a dichiarare guerra contro Tigrane. E anche se Tigrane fece ogni sforzo per ascoltare questo discorso con viso apparentemente sereno ed un sorriso forzato, non poté nascondere ai presenti la sua sconfitta alle audaci parole del giovane.

    Egli rispose ad Appio che non avrebbe consegnato Mitridate, e che se i Romani avessero iniziato la guerra, si sarebbe difeso. Egli era indispettito da Lucullo il quale nella sua lettera lo aveva nominato con il titolo di Re soltanto, e non di "Re dei Re", e di conseguenza, nella sua replica, non avrebbe chiamato Lucullo, Imperator. Il re inviò, però, splendidi doni ad Appio, e quando non volle tenerli per sé, [il re] ne aggiunse altri. Appio allora accettò solo una ciotola, tra tutti quelli inviati dal re, non volendo che il suo rifiuto fosse interpretabile come una forma di inimicizia personale verso il re, ma rimandò il resto, e marciò con grande velocità per raggiungere il suo comandante


    (Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 21.6-7.)

    LA SORELLA CLODIA PULCHRA - LA LESBIA DI CATULLO

    Tornato a Roma, nel 63 a.c., durante la congiura di Catilina, collaborò con il console Cicerone, raccogliendo le deposizioni degli ambasciatori dei Galli Allobrogi che permisero di incriminare i complici di Catilina.

    Nel 58 a.c. collaborò con il fratello Publio tribuno della plebe, e l'anno successivo ottenne la pretura. Cercò di favorire il fratello cercando di ostacolare il ritorno a Roma di Cicerone, e farlo eleggere edile curule per l'anno successivo.

    Nel 57 a.c. fu propretore della provincia di Sardegna e Corsica, e nel 56 a.c. partecipò all'incontro dei triumviri Gaio Giulio Cesare, Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso presso Lucca, dove fece riavvicinare il fratello Clodio a Pompeo. Nel 55 a.c., dopo un'intensa campagna elettorale finanziata dal denaro reperito dal fratello Clodio in Oriente, fu eletto console per l'anno successivo; ma venne alla luce un complotto, con la complicità del collega Lucio Domizio Enobarbo per assicurarsi il proconsolato in una ricca provincia d'Oriente, dove intendeva rifarsi delle spese elettorali. Ottenne ugualmente il governatorato della Cilicia per il 53 a.c. e tornato a Roma, nel 52 a.c., si scagliò contro Tito Annio Milone, assassino di Clodio, fratello di Appio.

    Nel 50 a.c. divenne censore, comportandosi in modo molto severo; l'anno successivo, dopo lo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo, raggiunse quest'ultimo nella penisola balcanica, ma morì di improvvisa malattia.


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    Dieci anni dopo il rinvenimento totale della Villa di Poppea, nel 1974, a 250 metri dalla Villa “A”, fu scoperto un nuovo edificio su due piani con un peristilio centrale: si trattava di una Villa rustica, cioè contadina, chiamata di Lucius Crassus Tertius o Villa “B”.

    La villa, che si ritiene di epoca sannitica, risale al III o II sec. a.c. e deve il nome a un sigillo in bronzo lì rinvenuto che reca questo nome. Venne scoperta nel 1974 durante i lavori di costruzione di una scuola. Lo scavo dell'edificio non è ancora terminato e non è a tutt'oggi visitabile. Si ritiene si tratti di una villa rustica, sia per il tipo di struttura che per i reperti ritrovati.

    La villa si sviluppa intorno ad uno splendido peristilio, di cui la ricostruzione più in basso, con un porticato di colonne doriche a due ordini di colonne doriche in tufo grigio di Nocera, circondato da ambienti rustici in opera incerta. Il tutto completamente affrescato con i colori predominanti dell'azzurro, del rosso e del giallo, con scene fantastiche e mitologiche.
    Sul lato est si trova l'ingresso ed il profondo incastro derivante dall'usura su una delle colonne, insieme ai solchi tracciati sul pavimento dalle ruote dei carri, fanno pensare a frequenti passaggi.
    Intorno si aprono stanze adibite a magazzini, contenenti suppellettili, pelli, ceramica, paglia carbonizzata e molti melograni evidentemente utilizzati, come usava, per la concia delle pelli.


    Vi è stato rinvenuto anche un fornello in pietra con una pentola contenente resine di conifere, utilizzata per la manutenzione delle anfore: infatti si sono rinvenute ben 400 anfore per il trasporto del vino. La villa era abitata al momento dell'eruzione; infatti nelle stanze adiacenti, soffittate a volta, sono stati trovati i corpi di 54 umani oltre a gioielli e monete, in oro e in argento.

    Il piano superiore della villa era invece la zona residenziale della domus, con ambienti decorati in parte in IV stile, con architetture improbabili, come andava all'epoca, bidimensionali e puramente decorative, dal tratto fortemente calligrafico.

    In parte era invece decorato in II stile, cioè con cornici e fregi a tralci vegetali che vengono ad essere dipinti invece che realizzati in stucco, riproponendo così, con abile gioco illusionistico di colori e ombre, ciò che durante il primo stile si realizzava in rilievo.


    Rispetto al primo stile, l'innovazione è fornita dall'effetto di trompe l'œil (una pittura che crea l'illusione di stare guardando oggetti reali e tridimensionali su una parte bidimensionale) che si crea sulle pareti, dove al posto dello zoccolo si dipingono in primo piano podi con finti colonnati, edicole e porte dietro i quali si aprono vedute prospettiche. con la tecnica schematizzata, risalente all'età repubblicana. Infatti va dall'80 a.c. alla fine del I secolo a.c. circa.

    Dal piano superiore proviene anche una scatoletta in legno contenente gioielli in oro ed argento, 170 monete, unguentari, stecche in osso e diversi splendidi monili.

    Tra i gioielli si riconoscono orecchini di tipo a spicchio di sfera, a canestro con quarzi incastonati oppure pendenti con perle, collane molto lunghe con grani in oro e smeraldo, bracciali di tipo tubolare decorati con gemme e smeraldi ed anelli con gemme lisce o incise con figure di animali o divinità.

    In uno degli ambienti della Villa è stata ritrovata un’altra cassa che conteneva, oltre a materiali organici, una sorta di cassettina beauty-case con unguentari di vetro, una stecca cosmetica in osso, tre dadi da gioco ed alcuni oggetti di ornamento.

    Alcuni balsamari erano contenuti nella cassetta rinvenuta nell’ambiente 15, altri nella borsa di cuoio dell’ambiente 10: insieme ai gioielli, alle argenterie. C'erano degli strumenti legati alla toeletta; utilizzati per contenere e mescolare cosmetici, la pisside e l’ago, o per detergere la pelle, lo strigile. Il profumo se da un lato emanava piacevoli odori, dall’altro era considerato terapeutico. 


    L'uso del profumo divenne smodato, o almeno così si pensava tanto che nel corso del II secolo a.c. venne contrastata per limitare le importazioni di profumi dai paesi orientali in un momento di crisi per la repubblica romana. Plinio il Vecchio ne distingue l’uso, in oli, unguenti e balsami. Gli unguentari di Oplontis però, a differenza di quelli di Pompei, erano prodotti con materie prime di migliore qualità, come l’olio essenziale di Pogostemon cablin, noto come patchouli, importato dall’India, e del limone, all’epoca ritenuto un frutto esclusivamente curativo.

    A nord della villa sono presenti alcuni edifici a due piani: si tratta probabilmente di soluzioni indipendenti dalla villa, che si affacciano direttamente sulla strada. 

    Con molta probabilità queste costruzioni venivano usate come botteghe con abitazione al piano superiore, come usava all'epoca.

    La villa B era destinata all'immagazzinamento e allo smercio dei prodotti agricoli. Negli ambienti intorno al peristilio sono stati infatti trovati cumuli di anfore da vino, pesi di pietra, noci, nocelle e alcuni modii per la misurazione del grano e di imballaggi, mucchi di piccoli melograni acerbi disposti a strati nelle foglie a seccare, che venivano anche usati per estrarre tannino che serviva per la lavorazione dei tessuti.


    Sul lato nord gli unici ambienti di soggiorno del piano terra e quindi tutta una serie di grandi ambienti coperti a volta che venivano usati come deposito di merce. Sempre sul lato est, un'ampia scala portava al primo piano. Il piano superiore, collegato al lato Nord col piano terra da un'ampia scala, è occupato da un quartiere signorile, evidentemente la parte residenziale della famiglia.

    Il IV stile predomina negli ambienti di soggiorno tuttavia con scarse testimonianze decorative, tra le quali vi è un raro esempio di II stile, cosiddetto "schematizzato” e di età repubblicana, caratterizzato dalla presenza di esili elementi "a candelabri", su uno sfondo che imita il marmo. C'è anche una pittura nilotica frammentaria, in seguito coperta da un dipinto del Quarto stile, e un larario dipinto.

    A testimoniare ulteriormente che la famiglia soggiornava in questi ambienti è il ritrovamento di pentole da cucina in bronzo, in terracotta e bruciatori. E forse cadde proprio da questo piano la splendida cassaforte in legno e metalli preziosi trovata presso la parete Est del peristilio.



    IL COMMERCIO VINARIO

    Lungo i bracci del peristilio della villa B, sono state rinvenute più di quattrocento anfore vinarie, messe lì capovolte ed impilate ad asciugare per essere riempite. Vicino ad esse un fornellino, sul quale poggiava una pentola in cui veniva sciolta la resina conifera utilizzata per rivestire gli interni delle anfore.

    LE BOTTEGHE
    Questo fa pensare che l'attività prevalente fosse il commercio del vino, attivissimo al momento dell'eruzione. Nella Villa, luogo di smercio e non di produzione, perché non sono stati trovati macchinari per la lavorazione, si conservava e si distribuiva vino anche nella vicina Pompei. 

    Era abitudine mescolare il vino con il miele e perfino con acqua di mare e aromatizzarlo con resina, olii profumati e pece. Veniva anche annacquato perché essendo molte le libagioni, se ne potesse bere in maggiori quantità. Un vino molto decantato era quello pompeiano VITIS HOLCONIA.

    Su alcune anfore sono state rilevate indicazioni di qualità di vini; vino di LESBO, di produzione locale e di pregiata fattura, proveniente dai vigneti vesuviani. Su altre anfore la scritta ANICETUS, nome noto nel commercio vinario di Pompei, rappresentava la garanzia del prodotto; su altre JUNIOR per indicare che conteneva vino novello.



    L'OGGETTISTICA

    Dagli studi effettuati dal Laboratorio di Scienze applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei sui materiali organici della Villa B, sono stati evidenziati i pollini di grandi quantità di specie vegetali presenti nella zona. Il notevole numero di pentolame in bronzo e terracotta, insieme a due bellissime lucerne dal manico cesellato a testa di cavallo e a foglia a cuore, sono un’ulteriore riprova che al momento dell’eruzione la Villa era abitata.

    Tra i pezzi da poco restaurati sono brocche per acqua e vino, pentole da fuoco, un tegame largo con coperchio, una coppa in terracotta invetriata decorata a bassorilievo, un candelabro in bronzo a piantana, perfino contenitori in vetro. L’oggettistica in vetro è stata salvata miracolosamente dal crollo di una porzione di parete che ha creato una specie di intercapedine, provvidenziale riparo. Tanti altri i reperti ancora da restaurare, dai fermi delle porte ai cardini, tutti sono fonti eloquenti del nostro passato.


    L'ANELLO D'ORO
    IL TESORO

    Durante gli scavi condotti nel 1984, in due degli ambienti del piano terra vennero trovate circa 1200 monete, tra cui un aureo di Nerone, circa 100 d'oro , 900 di argento e il resto di bronzo. Un primo nucleo di monete, insieme ad oggetti d'oro, venne trovato nel peristilio, caduto dal crollo del piano superiore, frammisto ai resti di una cassaforte di legno e ferro.

    Nella villa sono stati rinvenuti dunque due tesori: Il primo era contenuto, insieme a monete e oggetti da toilette femminili, in una cassetta lignea crollata dal piano superiore all’interno dell’ambiente 15 del peristilio della villa.

    Il secondo, più numeroso, venne rinvenuto all’interno dell’ambiente 10, uno dei grandi magazzini posti sul lato sud della Villa B, vicini all’approdo sul mare. I due gruppi raccontano due storie diverse legate alla catastrofe del 79 d.c. “I monili rinvenuti nell’ambiente 15 erano contenuti in una cassetta che evidentemente non era stato possibile svuotare completamente nelle concitate ore dell’eruzione

    I monili dell’ambiente 10 ci raccontano invece una storia ben più drammatica. Qui, in attesa dei soccorsi che dovevano giungere dal mare, si radunarono cinquantaquattro persone divise in due gruppi: uno privo di qualsiasi oggetto personale, l’altro composto da individui che portavano con sé monete e preziosi: orecchini, collane, anelli e braccialetti. 


    LA PREZIOSA CASSAFORTE
    La maggior parte dei gioielli si trovava accanto ai corpi, evidentemente erano indossati dai fuggiaschi, altri erano contenuti in un piccola borsa di cuoio rinvenuta nell’ambiente. Il maremoto e le nubi ardenti impedirono l’arrivo dei soccorritori e i rifugiati trovarono qui la morte." 

    La grande cassa in legno e metalli preziosi ritrovata presso la parete Est del peristilio, è un magnifico, elegante esempio di arte ellenistica con decorazioni ad agemina in oro, argento e rame con sportello sul lato superiore ed un sistema di apertura talmente particolare da essere oggetto di studio.

    Sulla parte superiore una testa femminile entro un tondo, appliques in bronzo raffiguranti due cani accovacciati, come a guardia, due busti di fanciulli che funzionano da manopole girevoli, un’anatra. Sulla faccia anteriore una decorazione in lamina bronzea, nel mezzo della quale, tra girali di acanto, si leggono le firme degli artefici: Pythonimos, Pytheas e Nikokrates. Al di sotto la testa di un sileno tra foglie e rami di vite. Insieme a questa, ma nell’ambiente del lato Sud, furono ritrovati i resti di un’altra cassa, con ori e argenti e oggetti per cosmesi.

    Altre casse sono state ritrovate nell’ambiente 10, portate forse da quelli che vi si erano rifugiati, di queste è stato possibile eseguire il calco. Una presenta una sorta di imbracatura con cordicelle, l’altra sembra avvolta in stoffa e poi legata. Dovevano contenere materiali organici che non si sono conservati. La terza cassa conteneva un beauty-case.



    GLI ORI DI OPLONTIS

    Il secondo gruppo è venuto alla luce nel corso dello scavo dell'ambiente 10, rifugio delle persone, anche esterne alla Villa. Vicino a questi scheletri sono state trovate moltissime monete ed altri gioielli in resti di borselli di stoffa e cuoio. Le monete sono importantissime anche dal punto di vista storico perché vi si trovano impresse le effigi di quasi tutti gli imperatori di Roma.

    Gli ori sono stati ritrovati addosso o vicino a scheletri di donne, dato che all'epoca tutte si ingioiellavano, cambiava la preziosità del metallo e delle pietre, ma era come indossare delle vesti, li usavano tutte, e pure gli uomini. I gioielli, per carattere e tipologia, non si discostano da quelli di Pompei e Ercolano. Sono lavorati su superfici lisce con gemme, non troppo costosi, nonostante il prezzo sempre alto dell’oro.

    Gli anelli sono i più numerosi tra i monili ritrovati, del resto le donne romane ne indossavano pure alle dita dei piedi. Venivano portati in età imperiale da uomini e donne di vari ceti sociali, anche medio-bassi, tranne che dagli schiavi. C’era l’abitudine, nonostante le leggi repubblicane tese a frenare il lusso, di portare più anelli; uno degli scheletri dell’ambiente 10 portava tre anelli di cui due al mignolo. Il tipo più semplice è quello in oro o argento con verga a fascetta e castone ovoidale liscio o inciso.

    Particolare è l’anello ornato da una maschera di attore comico e quelli in filo godronato con o senza perla che riportano figure di uccelli. Gli anelli a serpente si rifanno a modelli ellenistici e sono con più spirali o a due teste affrontate. Molto frequente il tipo ornato con gemma, liscia o incisa. L’uso delle gemme iniziò a diffondersi a partire dal I secolo a.c. con l’intensificarsi dei rapporti con l’Oriente. 

    Alle pietre preziose si attribuivano proprietà magiche e perciò venivano impiegate come amuleti ed incise con immagini per lo più di divinità ed animali. Ma oltre alle pietre preziose si usavano pure le paste vitree a cabochon, cioè a mezza sfera o quasi, con diversi colori e diverse trasparenze.

    Gli orecchini sono un ornamento femminile di origine antichissima e molto diffuso in tutte le età. Il tipo a “spicchio a sfera”, forse è il più caratteristico della produzione Romana, sia liscio, secondo lo stile tardo-Etrusco, sia puntinato ottenuto a sbalzo, ad imitare la tecnica della granulazione. 

    Meno diffuso è il tipo con piccoli quarzi disposti a canestro. Secondo Seneca e Plinio il Vecchio, il tipo con pendente ornato da perle era molto amato dalle donne Romane. Infine vanno notati orecchini in semplice filo d’oro liscio annodati a cerchio.

    I bracciali “armillae” venivano portati su entrambe le braccia, ma pure ai polsi e alle caviglie. Le collane erano corte “monilia” o lunghe “catellae”, che arrivavano fino ai fianchi, intrecciandosi sul petto dove potevano essere fissate da fermagli scorrevoli in forma di borchie.

    Diffuso era anche il “pendente”, a forma di ruota o di crescente lunare con globetti all’estremità, di origine Siriana. Molto prezioso ma poco diffuso era il crescente lunare decorato con perline e grani di smeraldo. Le collane a “giro collo” vanno da una semplice catenina, a quelle d'oro con smeraldi.



    LA FANCIULLA DI OPLONTIS

    Dagli scheletri ritrovati in loco sono stati realizzati due calchi di giovani donne, una ritrovata a poca distanza dall'uscio dell'ambiente 10, è stato eseguito in gesso, l'altro fu eseguito in "Fiberglass" nel 1984-85 dal restauratore Amedeo Cecchitti. Si può così vedere questo scheletro adornato di gioielli mentre stringe in mano un sacchetto di monete: è la "fanciulla di Oplonti".

    Lo scheletro della giovane donna venne trovato, insieme ad altre vittime dell’ eruzione del 79 d.c., nello stesso ambiente dove, accanto ad alcune di queste vittime, furono trovati i gioielli. Sì tratta di un calco eseguito con una tecnica ideata dal restauratore Amedeo Cicchitti e sperimentata per la prima volta ad Oplontis nel 1984, che al gesso, materiale usato tradizionalmente fin dal 1863 quando il Fiorelli introdusse il sistema dei calchi, sostituisce una resina epossidica.

    Il procedimento consiste nel realizzare prima un calco in cera, intorno al quale si costruisce una matrice in gesso; quindi, con una tecnica simile a quella della «cera perduta», si sostituisce alla cera la resina epossidica. Si ottiene, in tal modo, un calco piú resistente, piú facile da trasportare e che, grazie alla sua semitrasparenza, consente di vedere i piccoli oggetti che, eventualmente, la persona indossava.

    Così, in questo caso, si è potuto recuperare, sostituendoli con copie, il bracciale che la fanciulla aveva al braccio e il borsellino con monete, e gemme, che era accanto alla mano. All'interno, ricoperte e fermate dalla resina, restano, in tutta la loro tragica testimonianza, le ossa ed il teschio.
    Nei pressi della Villa di Lucius Crassius Tertius, furono ritrovate un tratto di strada e diverse piccole costruzioni, tra cui i resti di un centro termale.


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    DIO VULCANO
    "Le Vulcanali, o Volcanalia, ovvero la Festa in onore di Vulcano, celebravasi nel Circo Flaminio anche il dì 29 di aprile. Il popolo accendeva in quel Circo dei Fuochi sui quali gittava gli animali che offriva agli Dei per la propria salvezza. I Romani solevano formare di creta la imagine di Vulcano e la collocavano vicino al fuoco delle loro case perchè lo ispezionasse e coltivasse La superstizione dei Romani giunse a credere che quando il fuoco faceva rumore col crepitare naturale, altro non era se non Volcano che parlava."
    (Luigi Pompili Olivieri, umilissimo, devotissimo, obbedientissimo servitore - Annali di Roma - 1836)

    Le Volcanalia si festeggiavano pure il 23 e il 25 agosto come festa dei fuochi. Al culto del Dio era preposto un Flamen, uno dei flamines minores, chiamato Flamen Volcanalis, il quale officiava pure un sacrificio alla Dea Maia, da eseguirsi ogni anno alle calende di maggio.
    La celebrazione avveniva nell'antichissimo Volcanal, che si trovava fuori dal pomerio della Roma antica, a sud-est del Campidoglio, nell'angolo nord-occidentale del Foro Romano dove vi era posto l'altare del Dio.

    Il Dio Vulcano era in origine un Dio etrusco conosciuto come Velchans a cui si ricollegavano tutte le manifestazioni connesse al fuoco come vulcani, solfatare e fulmini e che doveva essere onorato dedicandogli templi e sacrifici. Ma la sua origine era anche greca, con il nome di Efesto.

    Quando dopo il ratto delle Sabine lo scontro tra Romani e Sabini si concluse con la fusione dei due popoli, il re Tito Tazio volle costruire un’ara da dedicare al dio Vulcano proprio nel luogo dove si era svolta la battaglia. Presso questo altare fu poi costruito un santuario dove si riuniva il consiglio dei padri curiali e nei pressi si costruì il Comitium dove si svolgevano le assemblee delle tribù dei due popoli.

    EFESO

    Area Volcani

    Era un'area all'aperto ai piedi del Campidoglio con un'ara dedicata al Dio e, si dice con un fuoco perenne. Naturalmente essendo all'aperto non poteva essere perenne, sia per la pioggia che per il vento, e poi il fuoco perenne a Roma apparteneva solo a Vesta e al suo tempio.

    L'area Volcani era circa 5 metri più alta rispetto al Comitium e da essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al popolo. Sul Volcanal c'era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite, che era stata qui spostata dal Comizio, un locus inferior, dopo essere stata colpita da un fulmine.

    Aulo Gellio racconta che furono chiamati alcuni aruspici per espiare il prodigio, ma questi mossi dal malanimo fecero spostare la statua in un luogo più basso, dove non batteva mai il sole. L'inganno fu però scoperto e gli aruspici giustiziati; in seguito si scoprì che la statua doveva essere posta in un luogo più alto e così fu fatto sistemandola nell'area Volcani.

    Naturalmente ciò spiega il malanimo dei romani nei confronti degli auruspici etruschi, che spesso, come nel caso della testa ritrovata nel Campidoglio (Fabio Pittore accenna all'omicidio di Aulo Vibenna la cui testa fu trovata sul Campidoglio), non davano i responsi esatti in quanto ostili a Roma. O almeno questo pensavano i romani degli auruspici etruschi, rei di essere etruschi come i re che avevano dominato Roma.

    Pare che durante questa festa la gente usasse appendere abiti o stoffe al sole; questa pratica secondo alcuni alluderebbe a un legame tra Vulcano e il Dio Sole. In effetti il Sole era il fuoco della natura, colui che riscalda o brucia. Inoltre  Inoltre si doveva iniziare a lavorare alla luce di una candela, anche questa simbolo del fuoco, seppur di un fuoco casalingo e docile.

    TEMI ATTENDE LE ARMI DI ACHILLE FORGIATE DA VULCANO
    - 304 a.c. - Il più antico santuario di Roma, chiamato vulcanale, risaliva ai tempi della monarchia e si trovava fuori le mura. Già nel 304 a.c. nell'area Volcani fu costruito un tempio alla Concordia dedicato dall'edile curule Gneo Flavio.

    Secondo la tradizione romana, esso era stato dedicato da Romolo, il quale vi aveva anche posto una quadriga di bronzo dedicata al Dio, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati (ma secondo Plutarco la guerra in questione fu quella contro Cameria, sedici anni dopo la fondazione di Roma), e una propria statua con un'iscrizione contenente la lista dei suoi successi redatta in caratteri greci.

    Secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria, e il re avrebbe piantato nel santuario un albero di loto sacro, che esisteva ancora ai tempi di Plinio il Vecchio e che si riteneva tanto antico quanto la città stessa.

    - 214 a.c. - Poi Vulcano ebbe un tempio nel Campo Marzio dal 214 a.c. il cui anniversario cadeva proprio il 23 agosto, nei pressi del Circo Flaminio, quindi sempre fuori dal pomerio.
    Ma che la festività fosse celebrata fuori dal pomerio è da comprendere: Vulcano era il Dio del fuoco distruttivo, al contrario di Vesta che era la Dea del fuoco domestico, e dunque l'uno era il fuoco selvaggio, l'altro era il fuoco che l’uomo aveva saputo “ammaestrare” e far diventare utile e domestico.

    Il Dio aveva due aiutanti: Maia e Stata Mater, l'una era un’antica Dea del fuoco e del calore sessuale, l'altra era una Dea compital (divinità domestica dell'incrocio) che proteggeva dagli incendi. L'una divampava l'altra conteneva.

    Durante questa festa venivano sacrificati un cinghiale (il potente animale selvaggio, irruente come Maia e il fuoco selvaggio) e un bue dal manto rosso-bruno (come il fuoco domestico della Stata Mater). Ritorna il tema anche qui della doppia valenza del fuoco.

    Ma c'era soprattutto un enorme significato nel fuoco di Vulcano, ed era la sua qualità di fabbro con cui forgiava i fulmini di Giove, ma pure gli scudi di Roma (gli ancilia). Era il Dio che ispirava la forgiatura delle armi e delle corazze, era colui che ispirava le armi della guerra, e Roma ebbe come popolo i figli di Marte, un popolo profondamente guerriero.

    - 183 -181 a.c. - Il Volcanal è menzionato due volte da Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.c. e nel 181 a.c.

    - 153 a.c. - E' stato il giorno di questa festa che il console Q. Fulvio Nobiliore ricevè una severa sconfitta dal Celtiberi, nel 153 a.c.. A conseguenza di ciò divenne un altro giorno di festa per placare il Dio. (Appia, Hisp. 45).

    - 20 a.c. - Il Ludi Volcanalici, si tennero una sola volta il 23 agosto del 20 a.c., entro il recinto del tempio di Vulcano, e venne usato da Augusto per celebrare il trattato con la Partia e per il ritorno degli stendardi legionari che erano stati persi durante la battaglia di Carre nel 53 ac.

    - 9 a.c. - Nel corso del tempo, il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti fino ad essere ricoperto del tutto. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell'anno 9 a.c..

    - 64 d.c. - Vulcano è stato tra gli Dei placati dopo il grande incendio di Roma nel 64 dc. In risposta al medesimo incendio, Domiziano (imperatore 81-96) stabilì un nuovo santuario di Vulcano sul Quirinale. Allo stesso tempo, un vitello e un cinghiale rosso vennero aggiunti ai sacrifici fatti sui Vulcanalia, almeno in quella zona della città.

    EFESTO PREPARA LE ARMI DI ACHILLE A THEMI

    LA FESTA

    I Volcanalia si celebravano nell'Urbe ma pure nelle campagne, con canti e danze sfrenate, banchetti e fuochi notturni. I panni scaldati dal sole, in realtà i vestiti della festa, venivano indossati dalla gente come preludio al nuovo avvento del calore del sole e venivano arricchiti di fiori e ghirlande.

    Spesso si ponevano sul fuoco delle ciotole di bronzo dove si ponevano pezzi di piombo, il metallo sacro al Dio. Quando il piombo si era sciolto veniva rovesciato in ciotole di acqua fredda dove assumeva varie forme. Era il capofamiglia a decifrare il significato di quella forma da cui si treava il presagio del buon raccolto o della buona fortuna.

    Da Svetonio sappiamo che a Pozzuoli vi era una agorà di Hephaistos, il Forum Vulcani, un posto da cui fuoruscivano vapori di zolfo, insomma una solfatara. Plinio il Vecchio raccontò che presso Modena dei fuochi uscirono dal suolo nella zona sacra a Vulcano. Sembra che ai confini di queste zone si celebrassero dei riti a Vulcano, l'Efesto greco.

    Non mancava ovviamente la processione con le torce che si avviava al tramonto facendo il giro dei campi o del centro abitato. Di notte si facevano dei falò a bruciare il freddo e i fantasmi del passato, probabilmente in tempi arcaici occasione di accoppiamenti al calore dei fuochi sacri.


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  • 04/30/19--05:08: FORTEZZA ANTONIA ( Israele )
  • PLASTICO DELLA FORTEZZA
    La fortezza Antonia, o torre Antonia, era un edificio che sorgeva presso il lato settentrionale del tempio di Gerusalemme, sede della guarnigione romana che controllava la città. Il procuratore romano della Giudea vi risiedeva quando si trovava a Gerusalemme: ordinariamente risiedeva a Cesarea marittima.

    Il luogo scelto per la fondazione del Tempio di Gerusalemme, divenne evidente che fu posto nella parte più vulnerabile della città, sovrastato dalla vicina altura di Bezetha.

    Si era dovuto pertanto realizzarvi delle fortificazioni nel caso di invasioni. Per questo motivo, insieme al Tempio, venne eretta anche una torre di difesa.

    Di questa fortezza ci parla Giuseppe Flavio, datandola però antecedentemente al 67 a.c., prima della morte di Alessandra Salomè.

    Si racconta infatti che questa fortezza si trovava all'estremità settentrionale del tempio di Gerusalemme. Anticamente si chiamava Baris, ma poi cambiò il nome sotto il dominio di Marco Antonio.

    IN PRIMO PIANO IL TEMPIO DI GERUSALEMME, DIETRO LA FORTEZZA ANTONIA
    Salomè Alessandra, o anche Alexandra Salome (139 – 67 a.c.), fu una regina ebraica, moglie di Aristobulo I e poi del di lui fratello Alessandro Ianneo, della dinastia degli Asmonei.

    Qui furono rinchiusi la moglie ed i figli di Aristobulo, figlio di Alessandra che aveva tentato di prendere il potere contro il fratello maggiore Ircano, a cui spettava il trono. Ma prima che potesse punire Aristobulo, Alessandra morì dopo aver regnato nove anni. La fortezza fu ampliata e potenziata dal re Erode il Grande e sorgeva lungo il lato settentrionale della spianata del Tempio.

    Prima di Erode la fortezza proteggeva principalmente dalle incursioni da nord, ma poi servì soprattutto per sorvegliare gli ebrei e le attività nell’area del tempio, a cui si accedeva direttamente dalla fortezza.
    Qui, nel cortile detto litostroto (lastricato), Gesù Cristo venne processato e condannato a morte dal prefetto Ponzio Pilato. Nelle successive vicende storiche la fortezza fu distrutta e oggi non ne rimangono che pochi resti.

    ENTRATA DELLA FORTEZZA (PLASTICO)

    Secondo alcuni la fortezza accoglieva il pretorio, di cui si parla nella Passione di Gesù, infatti il procuratore stava nel pretorio. Secondo i Vangeli Gesù, dopo il processo presso Caifa, fu condotto nel pretorio dove era Pilato. Secondo un’altra tesi, oggi più accreditata, il luogo storicamente più attendibile non è la torre Antonia ma il palazzo di Erode (dove risiedeva Pilato); è una ipotesi di Abel e Benoit (1952), oggi sempre più seguita, ma non dai francescani della Flagellazione, com'è ovvio che sia.

    Che si tratti del palazzo di Erode lo sostiene anche Shimon Gibson, professore di archeologia all'università di Charlotte in Nord Carolina, secondo il quale il Vangelo di Giovanni descrive un luogo vicino ad una delle porte di Gerusalemme con un pavimento irregolare di pietra. Dettagli che più corrispondono al palazzo di Erode, non lontano dalla porta di Giaffa.

    La Fortezza Antonia serviva come caserma, ed era sede di una guarnigione romana; per alcuni il muro del pianto su cui piangono gli israeliti sarebbero le mura della fortezza che accolse la X Legione. E' possibile ma non è dimostrato. Secondo Giuseppe Flavio comprendeva appartamenti, bagni, alloggi per le truppe e cortili. (ILLUSTRAZIONE, vol. 2, p. 535). Era di forma rettangolare e al nord-ovest del tempio di Gerusalemme. 



    "I Romani intanto stavano assediati nelle lor torri. Il popolo domandava con istanza che non fossero stretti ma i faziosi continuareno l'assedio ancora con maggior calore di modo che i Romani si videro costretti a domandare che lor fosse solo lasciata salva la vita ed abbandonerebbono l'armi e tutto il rimanente. Fu accettata la proposizione ma dacchè ebbero deposte l'armi Eleazaro capo de malcontenti li fece uccider tutti benchè fosse in giorno di sabato e non riserbò che Metilio lor comandante che promise di farsi Ebreo. Dopo quest'azione le persone sensate ben compresero non esservi più modo di sperare la pace e conchiusero che i Romani non lascierebbono di vendicarsi contro tutta la nazione degli Ebrei di una tanta crudeltà e perfidia".

    IL TEMPIO DI GERUSALEMME CON LA FORTEZZA DI ANTONIA EVIDENZIATA IN ROSSO

    Residenti della fortezza furono:
    - legionario Alessandro, 
    - Longino, 
    - Procolo, medico dell'Antonia; 
    - Quintilliano, il graduato di Cesarea Marittima; 
    - Quinto Felice, legionario; 
    altri legionari incontrati: 
    - Basso, 
    - Licinio, 
    - Marco Grato, 
    - Vitale.

    RESTI DELLA FORTEZZA

    DESCRIZIONE

    La fortezza è situata su una roccia alta 27m. che domina i dintorni. Questo palazzo rettangolare di 160m x 135, conteneva appartamenti, corsi, alloggi militari, bagni. Le sue mura si ergevano a 21m sulla roccia di Bézatha su cui era costruito. Agli angoli spiccavano le torri, tre delle quali erano alte 27m, mentre la 4a dominava il tempio di 35m. Un canale profondo, a volte rivestito di pietre levigate, separava la cittadella dalla collina di Bezetha. 

    Delle porte per le guardie e una scala collegavano l'Antonia ai portici nord e ovest del Tempio. Alla sua porta orientale, un passaggio sotterraneo, sul quale Erode elevò una torre, sboccava all'interno del tempio.

    Per quanto riguarda le fonti storiche, Giuseppe Flavio (Guerra 5. 238-246) scrisse che "La torre di Antonia giaceva in un angolo dove si incontravano due portici, quello occidentale e quello settentrionale, della prima corte del Tempio; è stato costruito su una roccia alta cinquanta cubiti e su tutti i lati precipitosa ".


    Una legione romana sorvegliava i portici del tempio, soprattutto in occasione delle feste giudaiche, per impedire le violenze del popolo. I romani vi risiedevano almeno saltuariamente. La fortezza comportava anche un giardino poichè Giuda e Simone zelote vi hanno un incontro con i romani e Claudia Procula, forse fu in uno dei suoi cortili che Ponzio Pilato incontrerà e condannerà Gesù.

    La torre o fortezza Antonia fu completamente distrutta insieme al tempio e alla città dal generale romano Tito (13-81) nel 70 d.c.:
    "Subito fu disposto l'ariete e cominciosi nel giorno seguente a battere le mura della fortezza Antonia Ma vedendo che l ariete non vi faceva alcun effetto ebbero ricorso alla zappa smossero quattro pietre delle fondamenta e come quello era il luogo stesso sotto di cui Giovanni aveva scavato per andare a demolire i due primi terrapieni la notte cadette la fortezza in rovina. Gli Ebrei avevano fatto per di dietro un altro muro ed i Romani respinti da tanti lavori non poterono risolversi di dar l'assalto benchè Tito ve gli esortasse con ogni sua forza.  Non vi furono che dodici soldati i quali si offerirono di andarvi e salirono per la breccia nel mezzo ad una grandine di dardi e di frecce ch'erano tirati contro di essi. La loro intrepidezza spaventò di maniera gli Ebrei che credendo fossero seguiti da molti altri abbandonarono la breccia e si ritirarono nella città.
    (Agostino Calmet - Storia del Nuovo e Antico Testamento)

    La Fortezza Antonia si trovava dove oggi è riconoscibile la Moschea El-Ghawanima Tower e la School Age.


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    PORTA FLUMENTANA
    "Era questa cosi chiamata perchè trovavasi in vicinanza del Fiume Tevere e perchè da questo era facilmente inondata nelle escrescenze. Alcuni han creduto che fosse situata presso la odierna porta del Popolo ma questa opinione è tanto erronea quanto è certo che il Campo Marzio ove sarebbe stata quella situata in questi tempi non era entro il recinto di Roma. 

    Vi è stato chi l'ha pur collocata tra il Quirinale ed il Capitolino verso quella parte chiamata oggi Macel de Corvi, ragionando su di alcun espressioni di Tito Livio e Cicerone. Tito Livio però mostra in altro luogo con più chiarezza che la porta Flumentana era situata vicino al Tevere verso il ponte oggi detto de Quattro Capi. 

    Parlando infatti questo storico di una escrescenza del fiume ci assicura che l'impeto dell'Acque rovesciò due Ponti e molti edificj vicino alla porta Flumentana. Se questa porta non fosse stata molto prossima al Tevere è improbabile che la violenza del Fiume avesse diroccate le fabbriche prossime alla porta medesima."

    (Annali di Roma - Luigi Pompili Olivieri - 1836)

    In effetti anche se il nome indica la locazione della Porta Flumentana accanto al fiume Tevere, in genere gli studiosi la collocano nell'area tra il Campidoglio, il Palatino ed il Tevere, probabilmente presso la chiesa di S.Teodoro, all'inizio di quello che ancora oggi si chiama Vico Jugario (dove però sembra debba collocarsi anche la Porta Carmentalis), o poco distante, tra questa posizione ed il Tevere.  Secondo altri deve ubicarsi nella zona del Tempio di Portunno.

    Di certo la porta si trovava in quella zona dell'ansa del Tevere, subito dopo l'isola Tiberina, che fino in epoca augustea era regolarmente soggetta ad inondazioni ad ogni piena del fiume, con danni anche ingenti in tutta l'area che, col tempo, si era andata popolando anche fuori dalla porta, dove il terreno e le case costavano molto meno.

    C'è da chiedersi però il motivo della vicinanza tra la Porta Flumentana e la Porta Carmentalis, che avevano la stessa funzione di accesso verso il Campidoglio dalla zona del Foro Boario, ma la questione tra gli studiosi è ancora aperta.

    La Porta Flumentana si apriva, con asse ovest-est, sul Vicus Tuscus, lussuosa via commerciale, il cui nome deriva dal fatto che la via era il centro economico della colonia di immigrati etruschi (Tusculani) che si erano stanziati in quell'area, posta tra il Campidoglio ed il Velabro, esposta ai frequenti disastri causati dagli straripamenti del Tevere.

    Di certo i raffinati etruschi insegnarono alle mogli dei pastori-soldati romani a vestirsi, truccarsi e pettinarsi con molta raffinatezza e sicuramente vi installarono un florido commercio con oggetti di lusso locali e stranieri. si comprende meno perchè avessero scelto un territorio così afflitto dai frequenti straripamenti del Tevere.


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    Tra il Celio e l'Esquilino si trovava un tempietto delle Virae Querquetulanae, cioè dedicato alle Ninfe che, secondo la più antica credenza romana, abitavano il bosco di querce del Celio. Vir significa energia, quindi una qualsiasi entità che sprigionasse una sua forza. Ne resta come tiepido ricordo della antica via Querquetulana che oggi si chiama via dei Querceti. Qui sorge un tempietto intitolato alla Madonna che si dice sorga su un'edicola pagana, ma c'è di più.

    Lo storico medioevale Gregorovius narrò che dinanzi a questa edicola partorì la Papessa Giovanna, una donna che seguì la via ecclesiastica fin quasi ad essere eletta papa. Insomma non sarebbe un bel luogo. Eppure per alcuni quel piccolo santuario in rovina sarebbe un'antica edicola alle Virae Querquetulanae, prima che il querceto fosse dedicato a Giove, cui la quercia era sacra.

    ANTICA EDICOLA RITENUTA DELLE VIRAE QUERQUETULANAE
    Certamente la natura per gli antichi era un luogo molto godibile, perchè scorgevano entità invisibili ovunque, legate alla vita della natura. Certamente è un retaggio dell'antica religione animistica che, quai scomparsa in città, era vivissima nelle campagne, dove spesso si offrivano alle ninfe offerte di latte o di vino, o si ponevano fiori in un circolo di pietre. Comunque le offerte alle ninfe erano sempre incruente.

    Nella religione greca le ninfe che vivevano nei boschi si dicevano driadi e amadriadi e ne incarnavano la forza e il rigoglio vegetativo.

    A differenza delle amadriadi, le driadi però non facevano corpo con gli alberi, né morivano con essi, ma potevano muoversi liberamente, danzare e unirsi anche con dei mortali, a cui restavano fedeli fin nella vecchiaia, ma da cui esigevano assoluta fedeltà, pena la morte.

    Venivano raffigurate come belle e giovani donne, con la parte inferiore della persona terminante in una sorta di arabesco che imitava un tronco d'albero, mentre la parte superiore era umana e molto bella. Si mostravano perlopiù nude, oppure coperte parzialmente di veli.

    Poichè le driadi avevano la possibilità di abbandonare l'albero, era proibito abbattere una quercia prima che i sacerdoti le avessero ritualmente allontanate. Del resto nel sacro querceto era proibito a chicchessia staccare un ramo o portarsene via uno caduto tranne che nelle feste ove era consentito dalla religione.

    Era altresì proibito cogliere qualsiasi pianta, fosse pure un filo d'erba, o uccidere o porre in cattività qualsiasi animale appartenente al bosco sacro, il lucus.


    Invece le Hàma, o amadriadi, erano congiunte indissolubilmente all'albero, per cui morivano con la quercia. Appena una quercia era in pericolo, le amadriadi prorompevano in lamenti minacciosi, come scrive il poeta Ronsard nella maledizione di una amadriade verso i taglialeglia della foresta di Gatine:

    "Ascolta, boscaiolo, ferma il braccio:legno solo non è quello che abbatti,non vedi il sangue sgorgare dalle Ninfe che vivono nei tronchi dalla dura scorza. Sacrilego assassino, se s'impicca un ladro per un bottino di scarso valore quanto più tu meriti, o malvagio,e ferro e fuoco e morte e patimenti."

    Secondo un mito greco Erisittone, figlio di Tropia, osò invadere alla testa di venti compagni il bosco sacro che a Dozio i Peslagi avevano dedicato a Demetra, e cominciò ad abbattere le sacre querce per costruirsi una nuova sala per i banchetti.

    Allora Demetra assunse l'aspetto della ninfa Nicippe, sacerdotessa del bosco, e gentilmente esortò Erisittone a desistere.

    Ma quando il giovane, irritato, la minacciò con l'ascia, la Dea gli si rivelò in tutto il suo splendore e lo punì condannandolo a soffrire perpetuamente la fame, pur se avesse mangiato.

    Erisittone tornò a casa e cominciò a ingurgitare cibo da mattina a sera a spese dei genitori. Infine vendette più volte Mestra, sua figlia, al mercato. Costei aveva infatti avuto dal suo amante Poseidone il dono di prendere qualsiasi forma, il che le consentiva di mutarsi in un animale diverso ogni giorno per essere venduta e sfuggiva dai suoi padroni.

    « La volpe multiforme e lasciva che, con il guadagno di tutti i giorni, provvedeva alla fame smisurata del padre. » Alla fine, Erisittone, per placare la sua fame, finì per divorare se stesso.

    (Licofrone, Alessandra vv. 1393-1395)

    La narrazione più completa del mito si trova nelle Metamorfosi di Ovidio, VIII, 738 -878.

    Ma il mito delle ninfe delle querce non è solo greco e romano. Racconta Plinio:

    I Druidi – così si chiamano i maghi di quei paesi – non considerano niente più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere (Quercus petraea). Già scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali, e non compiono alcun rito religioso se non hanno fronde di questo albero, tanto che il termine di Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna(che segna per loro l’inizio del mese e dell’anno e del secolo, ogni trenta anni) e questo perché in tal giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa “che guarisce tutto."




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    RICOSTRUZIONE DI AQUILEIA
    La Regio X Venetia et Histria era una delle regiones in cui Augusto divise l'Italia intorno all'anno 7.
    La regio augustea, delimitata a nord e ad est dalle catene alpine e dai rilievi carsici, a sud dal fiume Po (Padus), a sud-Est dal fiume Arsa (Arsia), a ovest dalla valle dell’Oglio (lat. Ollius), comprendeva una vasta area dell’Italia nord-orientale corrispondente al territorio dell’attuale:

    - Veneto, 
    - Trentino- Alto Adige, 
    - Friuli-Venezia Giulia, 
    - una parte dell’odierna Lombardia orientale (province di Brescia, Cremona, Mantova) 
    - la penisola dell’Istria (oggi parte di Slovenia e Croazia).

    Invece il settore occidentale della provincia di Cremona – che si distende da est a ovest, tra i corsi del Po e dell’Adda – apparteneva in età romana all’ager Bergomensis e per questo motivo il Cremasco e il Soncinese devono considerarsi, con la stessa Bergomum, parte della regio XI e non della X. Augusto considerò la X Regio come una regione di confine.


    La X regio era divisa in più parti:

    - La parte meridionale, la più ampia,  comprendeva quattro municipi: Feltria (Feltre), Verona, Brixia (Brescia), Tridentum (Trento).

    La parte centrale era abitata dai Veneti, secondo le fonti originari dell’Asia Minore, che si estendevano dal Po fin oltre il Livenza, penetrando a ovest nei territori dei Galli Cenomani sino alla sponda orientale del Garda, a nord in quello dei Reti (forse gli Euganei, primi abitatori del Veneto) e verso est nel territorio dei Carni.

    LA X REGIO (INGRANDIBILE)
    - La parte orientale subì uno spopolamento a partire dal IV sec. a.c. si assiste a un graduale spopolamento dell’area friulana, contemporaneamente ai primi contatti con i Romani. Questo fino all’annessione al territorio di Aquileia, quando l’area rifiorisce. Più frequente che in pianura era la continuità abitativa nei centri fortificati in montagna, in aree dove la romanizzazione fu molto lenta (non prima del I sec. d.c.) come nel caso di Invillino-Ibligo, Cesclans, Ragogna, centri che rifiorirono dal Basso Impero in poi. 

    - L’Istria, conquistata nel 177 a.c. venne gradualmente romanizzata dopo la fondazione delle colonie di Trieste (Tergeste, 54 a.c.) e Pola (Iulia Pola, 46-42 a.c.), dei municipi di Parenzo (Parentium, 30 a.c., poi colonia di Tiberio) e Nesazio (Nesactium, presso Pola, municipio dei Flavi). Una parte della penisola, fino al fiume Arsa, venne inclusa nell’augustea regio X, mentre la zona orientale faceva parte della provincia Dalmatia, con i municipi di Alvona e Flanona.

    AQUILEIA OGGI

    SECONDO LE FONTI 

    - Vitruvio (De Architectura, 1, 4, 11-12) descrive le “Gallicae paludes circum Altinus, Ravennam, Aquileiam (le galliche paludi intorno ad Altino, Ravenna e Aquileia). 
    - Plinio parla delle “Atrianorum paludes”, ovvero delle lagune presso Adria. 
    - Erodiano (VIII, 6-7) scrive delle meravigliose lagune tra Ravenna e Aquileia, incredibilmente salubri, 
    - Cassiodoro (Variae, XII, 22delle baie ove “il mare ondoso si acquieta, assumendo il calmo aspetto delle acque di una laguna”. 
    - Servio (Georg. I, 262) che la “pleraque pars Venetiarum, fluminibus abundans” (la maggior parte delle Venezie è ricca di fiumi)
    - fiumi che Strabone (V, 1, 6-8, 213-214) definisce “anàploi”, ovvero corsi d’acqua che si possono navigare “controcorrente”. 
    - Plinio (Nat. Hist., III, 123), secondo il quale nel collettore transpadano “arrivava ogni cosa dal mare attraverso il corso del Po, che perciò era fructuosus”.  E qui, sempre secondo Plinio, vi fu la sede di un famoso porto, quello di Adria, “città etrusca, da cui prese il nome quel mare che oggi è detto Adriatico”.
    Strabone, geografo di età augustea, descrive Aquileia, colonia romana «...fortificata a baluardo dei barbari dell'entroterra si raggiunge risalendo il fiume Natisone per sessanta stadi e serve come emporio per i popoli illirici stanziati lungo l'Istro (Danubio)».



    AQUILEIA

    La regione dell'attuale Friuli venne colonizzata dai Romani già nel II secolo a.c. per romanizzarla e latinizzarla, creando anzitutto l'importante centro di Aquileia, capitale della X Regione augustea Venetia et Histria.

    Aquileia doveva la sua importanza principalmente ad una posizione strategicamente favorevole, sia sotto il profilo commerciale che militare: sorgeva infatti sul mare Adriatico ed in prossimità delle Alpi orientali permettendo in tal modo a Roma di contrastare più efficacemente le invasioni barbariche provenienti da oriente.

    A tutt'oggi Aquileia è, insieme a Ravenna e Brixia, uno dei più importanti siti archeologici dell'Italia settentrionale. La città era inoltre importantissimo porto fluviale sull'allora fiume Natissa, snodo dei traffici adriatici verso l'Europa settentrionale, la "Via Iulia Augusta" e verso l'Illiria.

    Nelle sue campagne militari, Giulio Cesare era solito portare le sue legioni a svernare proprio ad Aquileia durante l'inverno. Lo sviluppo di altri centri oltre ad Aquileia, quali Forum Iulii (Cividale del Friuli) e Iulium Carnicum (Zuglio) contribuì all'avanzamento economico e culturale che la regione riuscì a mantenere fino agli inizi del V secolo.

    Nel 381 vi si tenne un concilio, presieduto dal vescovo Valeriano ma voluto da sant'Ambrogio, che aveva preferito Aquileia alla sua sede episcopale di Milano per far condannare pubblicamente l'eresia ariana e i suoi seguaci.

    L'eresia ariana sosteneva che la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito e che dunque esso fosse stato soltanto creato in seguito. Per questa ragione gli ariani vennero perseguitati, imprigionati e assassinati.



    LA DECADENZA

    L'invasione unna segnò l'inizio della decadenza: Aquileia, protetta da forze esigue, si arrese per fame e venne espugnata e rasa al suolo da Attila nel 452 (in alcune fondamenta sono state ritrovate le tracce lasciate dagli incendi). Terminata l'ondata unna, i superstiti, che avevano trovato rifugio nella laguna di Grado, tornarono in città, ma la trovarono completamente distrutta.

    La ricostruzione di Aquileia in pratica non avvenne mai. La pianura friulana, punto di passaggio di tutte le invasioni barbariche, spinse molte persone a trovar rifugio nelle isole o nei borghi fortificati sulle colline, spopolando la parte più fertile della regione e provocando quindi l'impoverimento generale.

    ALTINUM

    I CENTRI PIU' IMPORTANTI
                                           
    - Altinum - (Altino) -
    Era un'antica città localizzata nell'attuale comune di Quarto d'Altino, in provincia di Venezia. Antichissimo insediamento paleoveneto, dopo la conquista romana si evolse in un importante scalo commerciale grazie alla posizione sulla Laguna Veneta e al passaggio di alcune importanti arterie stradali.

     - Aquae Gradatae - (Grado) -
    In epoca romana la città, conosciuta come ad Aquae Gradatae, fu il porto a servizio di Aquileiae Castrum, il primo per le navi che da lì entravano nel Natisone.
    All'epoca il territorio di Grado era attraversato da un'importante strada romana, la via Gallica.
    Grado si sviluppò attorno al 452, quando molti abitanti si rifugiarono sull'isola per sfuggire alle orde degli Unni guidati da Attila.

    - Aquileia -
     foro romano, porto romano, Circo romano, palazzo imperiale, zecca di Aquileia.Venne fondata nel 181 a.c. come colonia di diritto latino. I primi coloni furono 3500 fanti seguiti dalle rispettive famiglie.                                                                       

    RICOSTRUZIONE DI BRIXIA

    - Atria- (Adria) -
    Plinio il Vecchio: "Fra le paludi si apre il celebre porto della città etrusca di Atria, dalla quale prima prendeva il nome di “Atriatico” quello che ora è il mare Adriatico…”.
    Adria assimilata dagli Etruschi, straordinari “organizzatori” del territorio, che ne divennero il gruppo etnico dominante, non solo sotto il profilo commerciale, ma anche civile e militare.

    - Brixia - (Brescia) -
    Secondo la leggenda venne fondata da Cidno re dei Liguri, poi invasa dalla tribù gallica dei Cenomani, i quali si allearono con Veneti e Romani contro gli Insubri e le altre tribù celtiche.
    Nell'89 a.c. con la Lex Pompeia, i Cenomani vennero iscritti con i Patavium alla tribù Fabia, con nome di Brixiani.
    Nel 7 d.c. Brixia andò a far parte della Regio X.

    - Castrum Mugiae - (Muggia) -
    Parco archeologico di Muggia Vecchia.

    - Cremona -
    Fortificata dai romani nel 218 a.c. come castrum, insieme con la città di Placentia (Piacenza), in riva al Po. Fu un importante centro dell'area padana durante tutto il periodo repubblicano. Nel 69 fu assediata e distrutta dalle truppe di Vespasiano e successivamente riedificata con l'aiuto dello stesso imperatore.

    - Forum Iulii - (Cividale del Friuli) -
    ipogeo celtico, costituito da una serie di ambienti sotterranei, scavati nella roccia, su più livelli e a più diramazioni. Dal Forum Iulii, fondata da Giulio Cesare nel I secolo a.c., è derivato il nome Friuli.

    - Iulia Concordia - (Concordia Sagittaria) -
    Venne fondata nel 42 a.c. presso l'incrocio della Via Annia con la Via Postumia, nel territorio compreso tra i fiumi Livenza e Tagliamento. La città disponeva di uno scalo marittimo, il portus Reatinum, localizzato nel sito dell'attuale città di Caorle.

    - Iulium Carnicum - (Zuglio) -
    Venne fondata tra il 58 e il 49 a.c. come vicus e diventata colonia nel I secolo d.c. Assunse un rilievo sempre maggiore per la sua posizione strategica, in prossimità della cosiddetta Via Iulia Augusta, la quale attraverso l'impervio passo di Monte Croce Carnico conduceva alle regioni del Norico.

    - Opitergium - (Oderzo) -
    Di fondazione paleoveneta, passò sotto il controllo romano diventando municipium al termine della Guerra farsalica (49 a.c.) per volere di Gaio Giulio Cesare. Si trattava di un centro di grande importanza strategica, essendo equidistante dal Piave e dal Livenza, nonché, in direzione nord-sud, dal Cansiglio (detti monti Opitergini) e dalla laguna di Venezia (all'epoca laguna opitergina). Il suo territorio si estendeva, prima dello sviluppo di Concordia Sagittaria, fino al Tagliamento. Già a partire dal II secolo. la città fu più volte saccheggiata dai barbari.

    - Patavium - (Padova) -
    Durante la dominazione romana Patavium fu una delle più ricche città dell'Impero grazie anche all'allevamento di cavalli, era inoltre l'unica città in Italia ad avere un circo come Roma. In età augustea divenne parte della X Regio che aveva come capitale Aquileia, cui era collegata grazie alla via Annia che partiva da Adria. Nel 452-453 la città fu devastata dall'invasione degli Unni di Attila.

    ANFITEATRO DI POLA

    - Pola -                                                                                         
    Pola venne fondata presso un preesistente castelliere, si sviluppò in particolare a partire dal I secolo a.c. succedendo nel ruolo di principale centro urbano della antica Nesactium (Nesazio), massimo centro degli Istri, a una decina di km dall'odierna città. Venne dotata di un ampio foro, un arco trionfale, un anfiteatro e due teatri e diversi templi. Sconvolta dalle invasioni barbariche (V secolo), la città entrò, successivamente, nell'orbita dell'Impero Romano d'Oriente (VI secolo).

    - Tarvisium - (Treviso) -
    Era un villaggio preesistente, fondato dai Paleoveneti in una regione ricchissima di acque. Annessa alla repubblica con lo status di municipium, Tarvisium era un centro di commerci di discreta importanza nella regione.

    - Tergeste - (Trieste) -
    Con le conquiste militari dell'Illiria da parte dei Romani, ebbe inizio un processo di romanizzazione e assimilazione delle popolazioni preesistenti. Tergeste fu colonizzata alla metà del I secolo a.c. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed è probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto.

    - Udine -
    Conserva molti reperti romani provenienti in gran parte da Aquileia, tra cui 70.000 monete e medaglie antiche che sono conservate presso il gabinetto numismatico.

    ANFITEATRO DI VERONA

    - Verona -
    I rapporti fra Roma e Verona iniziarono intorno al III secolo a.c., ma divenne colonia romana con la Lex Pompeia nell'89 a.c.
    Nel 42 a.c., venne elevata al rango di "Municipium" da cui ottenne secoli di grande splendore, in cui Verona città romana fu ricostruita nell'ansa dell'Adige.
    Al posto del suo guado per l'attraversamento del fiume vennero edificati due ponti, il Ponte Pietra e il Postumio, che fungeva da diga per il Teatro Romano per allestire battaglie navali e da acquedotto per portare acqua corrente in molte case della città.
    Il Foro era presso l'odierna Piazza delle Erbe. Fuori dalla città vi erano l'anfiteatro Arena e il Teatro Romano. Essendo un importante Municipio romano al centro dei passaggi verso le frontiere, Verona fu spesso teatro delle lotte civili romane. Gallieno nel 265 allargò le mura della città fino a includervi l'Arena.

    - Vicetia - (Vicenza) -
    Al tempo della Guerra civile romana (49-45 a.c.) parteggiò per Cesare e, in premio, tra il 49 e il 42 a.c. divenne municipium romano optimo iure, cioè con pienezza di diritti civili e politici: non essendo una città conquistata ebbe la possibilità di mantenere le proprie magistrature. A questi anni risalgono la ristrutturazione dell'abitato secondo un tracciato urbanistico ad assi relativamente ortogonali, la sostituzione di abitazioni in legno con costruzioni in pietra o laterizio e l'edificazione delle prime mura.


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    GIULIO OSSEQUIENTE

    Nome: Iulius obsequens
    Nascita: Roma -
    Morte: IV secolo d.c.
    Professione: Storico


    Iulius obsequens è uno storico romano del IV sec. d.c.. Secondo altri del III sec.. d.c. Nella sua opera, "Libro dei Prodigi" (De prodigiis) descrive eventi anomali avvenuti a Roma e nei suoi domini, definiti prodigia. Insomma una specie di miracoli come se ne contano a iosa in tutte le religioni.

    Essi sono tutti tratti dalla storia narrata da Tito Livio o forse da una sua successiva epitome.
    Il suo libro riporta, quindi, tutte le calamita’ e i prodigi avvenuti dal 190 a.c. all’11 a.c.
    e caso vuole che sono proprio i testi di Tito Livio di questo periodo che sono andati perduti.

    Per i romani il "prodigio" veniva letto come evento straordinario da cui si potevano trarre auspici futuri, buoni o nefasti. Tuttavia questa lettura non poteva essere effettuata dal popolo ma bensì dai sacerdoti addetti. Anche questo in tutte le religioni.

    Tra i prodigi possiamo ritrovare calamità naturali, epidemie, eclissi, nascite deformi, ma anche descrizioni fantasiose e pure fantastiche, considerate in ogni caso come manifestazione del favore o della collera divina. E anche questo come nelle altre religioni.

    Il compito dei sacerdoti era cercare di interpretare questi segni premonitori per potersi preparare, e magari per intervenire presso gli Dei. Dell'opera ci è giunta la parte tra il 249 a.c. ed il 12 a.c. cioè senza la parte iniziale, e porta il titolo "Ab anno .." Giulio descrisse gli eventi prodigiosi avvenuti in territorio romano in regolare ordine cronologico, utilizzando la lista dei consoli per le date.

    L'opera venne stampata per la prima volta, a Venezia, dall'editore Aldo Manuzio, nel 1508, in un'edizione ricavata da un manoscritto rinvenuto e copiato in Francia dall'umanista Giovanni Giocondo di Verona (Giovanni Monsignori, o Ognibene,- 1433-1515 - umanista, architetto, ingegnere militare, frate domenicano), andato poi perduto.

    Le fonti da cui Ossequente prende le sue storie sono le più varie, alcune inevitabilmente sconosciute altre più note come l'opera Ab Urbe condita libri di Tito Livio. La parte del libro di Ossequente che comprendeva i primi secoli di Roma è perduta e ciò che rimane si estende dal consolato di Lucio Scipione e C. Lelio a quello di P. Fabio e Quinto Elio, vale a dire dall'anno 562 fino anno 741 di Roma.

    Nel libro dei prodigi si riconoscono fenomeni atmosferici come fulmini, semplici o globulari, cirrostrati e cirrocumuli, tempeste, incendi e fasi lunari. Questi venivano letti come segni del cielo, premonizioni e fatti inspiegabili, oggi invece scientificamente spiegabili.

    I santuari pagani, erano pieni di piedi, mani, viscere e di ogni parte del corpo in argilla, dedicati a testimonianza di migliaia di 'per grazia ricevuta'.  Scriveva Voltaire nel Dizionario filosofico: " Noi rimproveriamo agli antichi i loro oracoli, e i loro troppi prodigi: se essi ritornassero al mondo, e si riuscisse a contare i miracoli della Madonna di Loreto per paragonarli a quelli della loro Madonna di Efeso, in favore di chi penderebbe la bilancia? ".

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    LA SIBILLA

    ECCO ALCUNI PRODIGI

    - Iunonis Lucinae templum fulmine ictum ita ut fastigium valvaeque deformarentur. In finitimis pleraque de caelo icta.
    - Nursiae sereno nimbi orti et homines duo exanimati.
    - Tusculi terra pluit.
    - Mula Reate peperit.
    - Supplicatio per decem pueros patrimos matrimos totidemque virgines habita.
    - Il tempio di Giunone Lucina fu colpito da un fulmine: furono danneggiati il tetto e le porte. Nelle vicinanze molte cose furono colpite dal fulmine. 
    - A Norcia nel cielo sereno arrivarono delle nuvole e due uomini furono uccisi. 
    - A Tuscolo piovve terra. 
    - A Rieti partorì una mula. 
    - Una pubblica preghiera fu recitata da dieci ragazzi e dieci ragazze con padri e madri viventi.

    - Luce inter horam tertiam et quartam tenebrae ortae.
    - In Aventino lapidum pluviae novendiali expiatae.
    - In Hispania prospere militatum.
    - Tra la terza e la quarta ora del giorno calarono le tenebre. 
    - Furono espiate delle piogge di pietre sull'Aventino con un rito sacro della durata di nove giorni. 
    - In Spagna si combatté con esito favorevole.

    - Sacrum novendiale factum quod in Piceno lapidibus pluit ignesque caelestes multifariam orti levi afflatu complurium vestimenta adusserunt.
    - Aedes Iovis in Capitolio fulmine icta. In Umbria semimas duodecim ferme annorum inventus aruspicumque iussu necatus.
    - Galli qui Alpes transierunt in Italiam sine proelio eiecti.
    - Furono osservati nove giorni di preghiera poiché nel Piceno erano piovute pietre e in molti luoghi fuochi celesti con un leggero soffio avevano bruciato gli abiti di più persone. 
    - Il tempio di Giove nel Campidoglio fu colpito da un fulmine. 
    - In Umbria fu trovato un ermafrodito di circa dodici anni e per ordine degli aruspici fu messo a morte. 
    - I Galli, che erano entrati in Italia attraverso le Alpi, furono respinti senza combattere.

    - Procellosa tempestas strage in urbe facta signa aenea in Capitolio deiecit, signa in circo maximo cum columnis evertit, fastigia templorum aliquot a culmine abrupta dissipavit.
    - Mulus tripes Reate natus.
    - Aedes Apollinis Caietae fulmine icta.
    - Una furiosa tempesta, dopo aver fatto una strage in città, abbatté le statue di bronzo sul Campidoglio, capovolse statue e colonne nel Circo Massimo, disperse i tetti di alcuni templi strappandoli dalla cima. 
    - A Rieti nacque un mulo con tre zampe. 
    - Il tempio di Apollo a Gaeta fu colpito da un fulmine.

    - Nimbis continuis in Capitolio signa aliquot deiecta.
    - Fulmine Romae et circa plurima decussa.
    - In lectisternio Iovis terrae motu deorum capita se converterunt; lanx cum integumentis quae Iovi erant apposita decidit. De mensa oleas mures praeroserunt.
    - Furono abbattute dalle continue tempeste alcune statue sul Campidoglio. Molte cose vennero colpite a Roma e nei dintorni dai fulmini. 
    - Al banchetto di Giove le teste degli dei si mossero a causa di un terremoto; un piatto cadde con quello che era stato preparato in onore di Giove. I topi rosicchiarono le olive dal tavolo.

    - Incendio circa forum cum plurima essent deusta, aedes Veneris sine ullo vestigio cremata.
    - Vestae penetralis ignis extinctus. Virgo iussu M. Aemilii pontificis maximi flagro caesa negavit ulterius interiturum.
    - Supplicationibus habitis in Hispania et Histria bella prospere administrata.
    - Molti edifici attorno al Foro furono devastati da un incendio: anche il tempio di Venere fu bruciato senza lasciare alcuna traccia. 
    - Il fuoco all'interno del tempio di Vesta si spense. Una Vestale, colpita con la frusta per ordine del pontefice massimo Marco Emilio, disse che non si sarebbe spento una seconda volta. 
    - Fatte le supplicationes, i combattimenti in Spagna e Istria furono coronati dal successo.

    - Cum immolassent victimas consules, iecur extabuit.
    Cornelius ex monte Albano rediens membris captus ad aquas Cumanas mortuus, Petillius contra Ligures dimicans occisus est.
    - Il fegato delle vittime che erano state immolate dai consoli si consumò. 
    - Cornelio, tornando dal monte Albano, fu colpito da paralisi e morì presso le Acque Cumane, Petillio fu ucciso combattendo contro i Liguri.

    - Gravi pestilentia hominum bonumque cadavera non sufficiente Libitina cum iacerent, vulturius non apparuit. Celtiberi deleti.
    - Anche se non era possibile seppellire adeguatamente tutti i cadaveri, a causa di un grave contagio di uomini e buoi, non apparvero avvoltoi. I Celtiberi furono annientati.

    - Romae aliquot loca sacra profanaque de caelo tacta. Anagniae terra pluit. Lanuvi fax ardens in caelo visa. Calatiae in agro publico per triduum et duas noctes sanguis manavit.
    - Rex Illyrici Gentius et Macedoniae Perses devicti.
    - A Roma alcuni luoghi sacri e profani furono colpiti da fulmini. Ad Anagni piovve terra. A Lanuvio fu vista nel cielo una fiaccola ardente. A Calazia in un campo pubblico per tre giorni e tre notti sgorgò sangue. 


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    GLI DEI PAGANI
    - Genzio, re degli Illiri, e Perseo, re di Macedonia, furono sconfitti.

    - In Campania multis locis terra pluit.
    - In Praenestino cruenti ceciderunt imbres.
    - Veienti lana ex arboribus nata.
    - Terracinae in aede Minervae mulieres tres, quae operatae sedebant, exanimatae.
    - Ad lucum Libitinae in statua equestri aenea ex ore et pede aqua manavit diu.
    - Galli Ligures deleti.
    - Comitia cum ambitiosissime fierent et ob hoc senatus in Capitolio haberetur, milvus volans mustelam raptam de cella Iovis in medio consessu patrum misit.
    - Sub idem tempus aedes Salutis de caelo tacta.
    - In colle Quirinali sanguis terra manavit.
    - Lanuvii fax in caelo nocte conspecta.
    - Fulmine pleraque discussa Cassini et sol per aliquot horas noctis visus.
    - Teani Sidicini puer cum quattuor manibus et totidem pedibus natus.
    - Urbe lustrata pax domi forisque fuit.
    - In molte località della Campania piovve terra. 
    - Nel territorio di Preneste piovve sangue. 
    - A Veio spuntò lana dagli alberi. 
    - A Terracina nel tempio di Minerva morirono tre donne che avevano celebrato dei riti. 
    - Nel bosco sacro a Libitina, dalla bocca e dal piede della statua equestre di bronzo, a lungo sgorgò acqua. 
    - I Galli Liguri furono sconfitti. 
    - C'era turbolenza nei Comizi e per questo il Senato si era trasferito in Campidoglio: un nibbio volando, dopo aver catturato una donnola nel tempio di Giove, la lasciò al centro dell'assemblea dei senatori. 
    - Allo stesso tempo il tempio della Salute fu colpito da un fulmine. 
    - Sul colle Quirinale sgorgò sangue dalla terra. 
    - A Lanuvio nella notte fu vista una fiaccola nel cielo. 
    - A Cassino molte costruzioni furono distrutte da un fulmine e nella notte fu visto il sole per alcune ore. 
    A Teano Sidicino nacque un bambino con quattro mani e altrettanti piedi. Dopo la purificazione, ci fu la pace in città e fuori.

    - Pestilentia fameque ita laboratum ut ex Sibyllinis populus circa compita sacellaque operaturus sederit.
    - In aede Penatium valvae nocte sua sponte adapertae, et lupi Esquiliis et in colle Qurinali meridie apparuerunt exagitatique fuerunt.
    - Urbe lustrata nihil triste accidit.
    - A causa di una pestilenza e della carestia si soffrì così tanto che, obbedendo alle prescrizioni dei libri Sibillini, il popolo si recò nei luoghi sacri e fece sacrifici. 
    - Nel tempio dei Penati durante la notte le porte si spalancarono da sole; nell'Esquilino e nel colle Quirinale a mezzogiorno apparvero dei lupi e furono scacciati. In seguito la città fu purificata e non accadde nessuna disgrazia.

    - Capuae nocte sol visus. In agro Stellati fulgure vervecum de grege pars exanimata.
    - Terracinae pueri trigemini nati.
    - Formiis duo soles interdiu visi.
    - Caelum arsit.
    - Antii homo ex speculo acie orta combustus.
    - Gabiis lacte pluit.
    - Fulmine pleraque decussa in Palatio.
    - In templum Victoriae cygnus inlapsus per manus capientium effugit.
    - Priverni puella sine manu nata.
    - In Cephallenia tuba in caelo cantare visa.
    - Terra pluit.
    - Procellosa tempestate tecta diruta stragesque agrorum facta.
    - Crebro fulminavit.
    - Nocte species solis Pisauri adfulsit.
    - Caere porcus humanis manibus et pedibus natus, et pueri quadrupes et quadrumanes nati.
    - Ad forum Aesi bovem flamma ex ipsius ore nata non laesit.
    - A Capua fu visto il sole di notte. 
    - Nel Campo Stellato una parte dei montoni di un gregge fu uccisa da un fulmine. 
    - A Terracina nacquero tre gemelli. 
    - A Formia durante il giorno furono visti due soli. 
    - Il cielo bruciò. 
    - Un uomo fu bruciato da un raggio di luce uscito da uno specchio. 
    - A Gabi piovve latte. 
    - Nel Palatino parecchie costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - Nel tempio della Vittoria entrò un cigno e sfuggì dalle mani di chi voleva catturarlo. 
    - A Priverno una fanciulla nacque senza una mano. 
    - A Cefalonia si vide una tromba che suonava in cielo. 
    - Piovve terra. 
    - A causa di una violenta tempesta furono distrutte case e devastati campi. 
    - Spesso caddero dei fulmini. 
    - Durante la notte a Pesaro brillò una specie di sole. 
    - A Cere nacque un maiale con mani e piedi umani e fanciulli con quattro piedi e quattro mani. 
    - A Foro Esino una fiamma, uscita dalla bocca di un bue, non lo ferì.

    - Anagniae caelum nocte arsit. Fulmine pleraque decussa. Frusinone bos locutus. Reate mulus tripes natus. Cn. Octavius, legatus in Syria, per Lysiam, tutorem Antiochi pueri, in gymnasio occisus.
    - Ad Anagni durante la notte il cielo bruciò. Molte costruzioni furono colpite dai fulmini. A Frosinone un bue parlò. A Rieti nacque un mulo con tre zampe. Gneo Ottavio, ambasciatore in Siria, fu assassinato in una palestra da Lisia, tutore del piccolo Antioco.

    - Procellosa tempestate in Capitolio aedes Iovis et circa omnia quassata. Pontificis maximi tectum cum columnis in Tiberim deiectum. In circo Flaminio porticus inter aedem Iunonis Reginae et Fortunae tacta, et circa aedificia pleraque dissipata.
    - Taurus ad immolationem cum duceretur ob haec ipsa corruit.
    - Dalmatae Scordisci superati.
    - A causa di una violenta tempesta nel Campidoglio il tempio di Giove e le costruzioni nelle vicinanze furono danneggiati. Il tetto della casa del Pontefice Massimo fu scaraventato sul Tevere con le sue colonne. Nel Circo Flaminio un colonnato tra il tempio della Regina Giunone e quello della Fortuna fu colpito (da un fulmine) e molti edifici circostanti furono danneggiati. 
    - Il toro che era stato destinato al sacrificio per espiare questi prodigi stramazzò al suolo mentre veniva condotto. 
    - I Dalmati Scordisci furono sconfitti.

    - In provinciam proficiscens Postumius consul cum immolaret, in plurimis victimis caput in iocinere non invenit; profectusque post diem septimum aeger Romam relatus expiravit. Compsae arma in caelo volare visa. Fulmine pleraque decussa.
    - A Gallis et a Lusitanis Romani per arma graviter vexati.
    - Il console Postumio che faceva un sacrificio prima di partire per la provincia, non trovò la parte superiore del fegato in un gran numero di vittime; e dopo essersi messo in cammino, fu riportato malato a Roma, dove morì dopo sette giorni. A Compsa furono viste volare in cielo armi. Molte costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - I Romani furono sconfitti rovinosamente dai Galli e dai Lusitani.

    - Turbinis vi in campo columna ante aedem Iovis decussa cum signo aurato; cumque aruspices respondissent magistratuum et sacerdotum interitum fore, omnes magistratus se protinus abdicaverunt.
    - Quod Ariciae lapidibus pluerat, supplicatio habita, item quod Romae multis locis species togatorum visae adpropinquantium oculos eludebant.
    - In Lusitania varie, in Gallia prospere pugnatum.
    -  Nel Campo Marzio una colonna con una statua dorata davanti al tempio di Giove venne abbattuta dalla forza di una tempesta; e, poiché gli aruspici avevano annunciato la morte dei magistrati e dei sacerdoti, tutti i magistrati abdicarono immediatamente. 
    - Poiché in Aricia erano piovute pietre, fu celebrata una supplicatio, anche perché in molti luoghi di Roma erano state viste immagini di uomini in toga, che svanivano davanti allo sguardo di coloro che si avvicinavano. 
    - In Lusitania si combatté con alterna fortuna, in Gallia favorevolmente.

    - Vasto incendio Romae cum regia quoque ureretur, sacrarium et ex duabus altera laurus ex mediis ignibus inviolatae steterunt.
    - Pseudophilippus devictus.
    - Scoppiò a Roma un grande incendio e bruciò anche la Reggia: tuttavia il sacrario e uno dei due alberi di alloro, pur trovandosi in mezzo alle fiamme, rimasero illesi. 
    - Il falso Filippo fu sconfitto.

    -  Amiterni puer tribus pedibus, una manu natus.
    - Romae et circa fulmine pleraque icta.
    - Caere sanguinis rivi terra fluxerunt et nocte caelum ac terra ardere visum.
    - Frusinone aurum sacrum mures adroserunt.
    - Lanuvii inter horam tertiam et quintam duo discolores circuli solem cinxerunt rubente alter, alter candida linea.
    - Stella arsit per dies triginta duos.
    - Et cum Carthago obsideretur, in captivos Romanorum per Hasdrubalem barbaro more saevitum, mox Carthago per Aemilianum diruta.
    - Un bambino di Amiterno nacque con tre piedi e una mano. 
    - A Roma e nei dintorni molte costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - A Cere sgorgarono fiumiciattoli di sangue e nella notte furono visti ardere cielo e terra. 
    - A Frosinone i topi rosicchiarono sacri oggetti d'oro. 
    - A Lanuvio tra la terza e la quinta ora due cerchi di diverso colore circondarono il sole, uno rosso, l'altro bianco. 
    - Mentre Cartagine era assediata, per ordine di Asdrubale ci si accanì contro i prigionieri romani con barbarici maltrattamenti; in seguito Cartagine fu distrutta per ordine di Publio Cornelio Scipione Emiliano.

    - Amiterni puer tribus pedibus natus.
    - Caurae sanguinis rivi e terra fluxerunt.
    - Cum a Salassis illata clades esset Romanis, decemviri pronuntiaverunt se invenisse in Sibyllinis, quotiens bellum Gallis illaturi essent, sacrificari in eorum finibus oportere.
    - Ad Amiterno nacque un bimbo con tre piedi. 
    - A Caura fiumiciattoli di sangue sgorgarono dalla terra. 
    - Avendo i Salassi sconfitto i Romani, i decemviri sostennero di aver trovato nei libri Sibillini una prescrizione: ogni volta che si fosse combattuto contro i Galli, si doveva fare un sacrificio nel territorio nemico.

    - Fames et pestilentia cum essent, per decemviros supplicatum.
    - Lunae androgynus natus praecepto aruspicum in mare deportatus.Tanta fuit Lunensibus pestilentia ut iacentibus in publicum passim cadaveribus, qui funerarent defuerint.
    - In Macedonia exercitus Romanus proelio vexatus: adversus Viriathum dubie dimicavit.
    - Essendoci carestie ed epidemie, si tenne una supplicatio per ordine dei decemviri. 
    - A Luni nacque un ermafrodito: per ordine degli aruspici fu gettato in mare. Ci fu un'epidemia così grande tra gli abitanti di Luni che i cadaveri giacevano ovunque nei luoghi pubblici ed erano venuti meno coloro che davano sepoltura. 
    - In Macedonia l'esercito Romano fu sconfitto in battaglia; contro Viriato combatté con esito incerto.

    - Praeneste et in Cephallenia signa de caelo cecidisse visa.
    - Mons Aetna ignibus abundavit.
    - Prodigium maioribus hostiis quadraginta expiatum.
    - Annus pacatus fuit Viriatho victo.
    - A Preneste e a Cefalonia furono viste stelle cadere dal cielo. 
    - Il monte Etna abbondava di fiamme. 
    - Il prodigio fu espiato da quaranta vittime maggiori. 
    - Fu un anno di pace dopo la vittoria su Viriato.

    - Cum Lavinii auspicaretur, pulli e cavea in silvam Laurentinam evolarunt neque inventi sunt. - Praeneste fax ardens in caelo visa, sereno intonuit.
    - Terracinae M. Claudius praetor in nave fulmine conflagravit.
    - Lacus Fucinus per milia passuum quinque quoquo versum inundavit.
    - In Graecostasi et comitio sanguine fluxit. Esquiliis equuleus cum quinque pedibus natus. Fulmine pleraque decussa.
    - Hostilius Mancinus consul in portu Herculis cum conscenderet navem petens Numantiam, vox improviso audita "Mane, Mancine." Cumque egressus postea navem Genuae conscendisset, anguis in navi inventus e manibus effugit. Ipse consul devictus, mox Numantinis deditus.
    - Mentre si prendevano gli auspici a Lavinio, i polli scapparono dalla gabbia nella Selva Laurentina e non furono ritrovati. 
    - A Preneste fu vista una fiaccola ardente in cielo e tuonò a ciel sereno. 
    - A Terracina il pretore Marco Claudio bruciò nella sua nave a causa di un fulmine. 
    - Il lago Fucino uscì dal suo alveo per cinque miglia in tutte le direzioni. 
    - Nella Grecostasi e nel Comizio sgorgò sangue. Nell'Esquilino nacque un puledro con cinque zampe. I fulmini colpirono molte cose. 
    - Quando il console Ostilio Mancino stava salendo sulla nave a Porto d'Ercole, diretto a Numanzia, all'improvviso si sentì un grido: "Fermati, Mancino." Sbarcò e salì su una nave a Genova: fu trovato un serpente nella nave che sfuggì dalle mani. Lo stesso console venne sconfitto e successivamente fu consegnato ai Numantini.

    - Regium paene totum incendio consumptum sine ullo humano fraudis aut neglegentiae vestigio.
    - Puer ex ancilla quattuor pedibus manibus oculis auribus et duplici obsceno natus. Puteolis in aquis calidis rivi manarunt sanguine. Fulmine pleraque deiecta. Puer aruspicum iussu crematus cinisque eius in mare deiectus.
    - A Vaccaeis exercitus Romanus caesus.
    - Reggio fu completamente distrutta da un incendio senza alcuna traccia di frode o noncuranza umana. 
    - Nacque da una serva un bambino con quattro piedi, quattro mani, quattro occhi, quattro orecchie e due parti intime. A Pozzuoli in sorgenti calde sgorgarono ruscelli di sangue. I fulmini colpirono molte cose. Il bambino fu bruciato per ordine degli aruspici e le sue ceneri vennero gettate in mare. 
    - Un esercito romano fu disfatto dai Vaccei.

    LE NINFAE
    - Mons Aetna maioribus solito arsit ignibus. Romae puer solidus posteriore naturae parte genitus. Bononiae fruges in arboribus natae.
    - Bubonis vox primum in Capitolio dein circa urbem audita. Quae avis praemio posito ab aucupe capta combustaque; cinis eius in Tiberim dispersus. Bos locutus.
    - In Numantinis res male gestae, exercitus Romanus oppressus.
    - Il monte Etna arse con più fiamme del solito. A Roma nacque un bimbo senza apertura naturale nella parte posteriore. A Bologna nacque grano sugli alberi. 
    - Il verso del gufo fu sentito prima in Campidoglio: fu promessa una ricompensa e quell'uccello fu catturato da un aucupio (pania), quindi bruciato; le sue ceneri furono disperse nel Tevere. Un bue parlò. 
    - A Numanzia le operazioni militari furono disastrose e un esercito romano venne sconfitto.

    - In Amiterno sol noctu visus, eiusque lux aliquamdiu fuit visa. Bos locutus et nutritus publice. Sanguine pluit.
    - Anagniae servo tunica arsit et intermortuo igne nullum flammae apparuit vestigium.
    - In Capitolio nocte avis gemitus similes hominis dedit. In aede Iunonis Reginae scutum Ligusticum fulmine tactum.
    - Fugitivorum bellum in Sicilia exortum, coniuratione servorum in Italia oppressa.
    - Ad Amiterno durante la notte si vide il sole; la sua luce fu vista per parecchio tempo. Un bue parlò e fu mantenuto a spese pubbliche. Piovve sangue. 
    - Ad Anagni una tunica bruciò addosso ad un servo e, spento il fuoco, non rimase alcun segno della fiamma. 
    - Nel Campidoglio un uccello emise un gemito simile a quello dell'uomo. Nel tempio di Giunone Regina lo scudo ligustico fu colpito da un fulmine. 
    - In Sicilia ci fu una ribellione di schiavi e anche in Italia fu soffocata un congiura di schiavi.

    - Tiberius Gracchus . . . legibus ferendis occisus. Proditum est memoria Tiberium Gracchum, quo die periit, tristia neglexisse omina, cum domi et in Capitolio sacrificanti dira portenderentur, domoque exiens sinistro ad limen offenso pede decusserit pollicem, et corvi fragmentum tegulae ante pedes eius proiecerint ex stillicidio.
    - In lacu Romano lacte rivi manarunt.
    - Lunae terra quattuor iugerum spatio in profundum abiit et mox de caverna lacum reddidit.
    - Ardeae terra pluit.
    - Minturnis lupus vigilem laniavit et inter tumultum effugit. Romae bubo et alia avis ignota visa. In aede Iunonis Reginae clausis per biduum valvis infantis vox audita.
    - Scuta novo sanguine maculata.
    - Puella quadrupes nata.
    - In Agro Ferentino androgynus natus et in flumen deiectus.
    - Virgines ter novenae canentes urbem lustraverunt.
    - Tiberio Gracco... fu ucciso mentre proponeva leggi. Si tramanda che Tiberio Gracco, il giorno che morì, non prese in considerazione i tristi presagi che si erano mostrati mentre sacrificava a casa e in Campidoglio: uscendo da casa, colpì la soglia con il piede sinistro, sbattendo l'alluce; i corvi lanciarono un pezzo di tegola davanti ai suoi piedi. 
    - Nel lago romano sgorgarono fiumiciattoli di latte. 
    - A Luni la terra in un'area di quattro iugeri sprofondò e la cavità fu subito occupata da un lago. 
    - Ad Ardea piovve terra. 
    - A Minturno un lupo sbranò una sentinella e nella confusione riuscì a scappare. 
    - A Roma furono visti un gufo ed un altro uccello sconosciuto. 
    - Nel tempio di Giunone Regina fu udito il pianto di un bambino per due giorni nonostante le porte chiuse. 
    - Gli scudi si macchiarono con nuovo sangue. 
    - Nacque una bimba con quattro piedi. 
     - Nel territorio ferentino nacque un ermafrodito e fu gettato nel fiume. 
    - Tre gruppi di vergini che cantavano, nove in ciascun gruppo, purificarono la città.

    - In Italia multa milia servorum quae coniuraverant aegre comprehensa et supplicio consumpta.
    - In Sicilia fugitivi Romanos exercitus necaverunt.
    - Numantia diruta.
    - In Italia molte migliaia di schiavi che avevano cospirato furono a fatica arrestati e suppliziati. - In Sicilia gli schiavi distrussero eserciti romani. 
    - Numanzia fu distrutta.

    - Reate mulus cum quinque pedibus natus.
    - Romae in Graecostasi lacte pluit.
    - Lupus et canis Hostiae pugnantes fulmine exanimati.
    - Grex ovium in Apulia uno ictu fulmine exanimatus.
    - Praetor populi Romani fulmine exanimatus.
    - Terracinae sereno navis velum fulmine in aqua deiectum, et impensas omnis quae ibi erant ignis absumpsit.
    - Publius Crassus adversus Aristonicum dimicans occisus.
    - Apollinis simulacrum lacrimavit per quadriduum. Vates portenderunt Graeciae fore exitium, unde deductum esset. Sacrificatum tum a Romanis donaque in templo posita.
    - Phrygia recepta Asia Attali testamento legata Romanis.
    - Antiocho regi Syriae ingenti exercitu dimicanti hirundines in tabernaculo nidum fecerunt. Quo prodigio neglecto proelium commisit et a Parthis occisus est.
    - A Rieti nacque un mulo con cinque zampe. 
    - A Roma nella Grecostasi piovve latte. 
    - Ad Ostia un lupo ed un cane che combattevano furono uccisi da un fulmine. 
    - Un gregge di pecore in Apulia venne distrutto con un solo fulmine. 
    - Il pretore del popolo romano morì per un fulmine. 
    - A Terracina con il cielo sereno, la vela di una nave fu gettata in acqua da un fulmine e il fuoco bruciò tutte le cose che erano lì. 
    - Publio Crasso fu ucciso mentre combatteva contro Aristonico. 
    - La statua di Apollo lacrimò per quattro giorni. Gli indovini pronosticarono che ci sarebbe stata la sconfitta della Grecia, da dove la statua era stata portata. Furono fatti allora sacrifici dai Romani e portati doni nel tempio. 
    - Fu annessa la Frigia; l'Asia venne assegnata ai Romani dal testamento di Attalo. 
    - Mentre Antioco, re di Siria, stava combattendo con un numeroso esercito, le rondini fecero un nido nella tenda. Dopo aver trascurato questo segno, attaccò battaglia e fu ucciso dai Parti.

    -  M. Fulvii Flacci triumviri . . . dissensione in legibus ferendis . . . Angues duo nigri in cella Minervae allapsi civilem caedem portenderunt. …
    - Sotto il triumviro M. Fulvio Flacco…discordia nel presentare la proposta di legge…Due serpenti neri entrati nella cella di Minerva preannunciarono la strage dei cittadini.

    - Nocturna tempestate in Capitolio aliquot templa concussa sunt.
    - Romae et circa fulmine pleraque deiecta sunt.
    - Aetna mons terrae motu ignes super verticem late diffudit, et ad insulas Liparas mare efferbuit et quibusdam adustis navibus vapore plerosque navalis exanimavit, piscium vim magnam exanimem dispersit, quos Liparenses avidius epulis appetentes contaminatione ventris consumpti, ita ut nova pestilentia vastarentur insulae.
    - Quod prodigium aruspicum responso seditionem, quae post tempora ea fuit, portendit.
    - Durante una tempesta notturna alcuni templi furono scossi nel colle Capitolino. 
    - A Roma e nelle vicinanze molti edifici Vennero colpiti dai fulmini. 
    - Il monte Etna diffuse largamente fiamme dalla sommità; ci fu un terremoto e il mare ribollì vicino alle isole Lipari: furono bruciate alcune navi, vennero uccisi parecchi marinai col fumo, fu dispersa una grande quantità di pesci morti. Gli abitanti di Lipari, desiderandoli alquanto avidamente per i banchetti, furono uccisi da una malattia dello stomaco, così che le isole furono svuotate dalla nuova pestilenza. Per gli aruspici questo prodigio preannunciava la ribellione, che avvenne dopo quel tempo.

    - In arboribus fruges natae sunt.
    - Oleo et lacte in Veiente pluit.
    - Bubo in Capitolio visus.
    - Arpis lapideus imber triduo . . . apparuit locustarum ingenti agmine in Africa, quae a vento in mare deiectae fluctibusque eiectae odore intolerabili Cyrenis mortiferoque vapore gravem pestilentiam fecerunt pecori; hominumque DCCC milia consumpta tabe proditum est.
    - Fregellae, quae adversus Romanos coniuraverunt, dirutae.
    - Ligures Sallyes trucidati.
    - Sugli alberi nacquero messi. 
    - Nel territorio di Veio piovvero olio e latte. 
    - Si vide un gufo sul Campidoglio. 
    - Ad Arpi una pioggia di pietre per tre giorni. 
    - In Africa apparve una grande quantità di cavallette che, gettate dal vento in mare e spinte a riva dalle onde, provocarono a Cirene, con il loro intollerabile odore e con la mortifera esalazione, una grave moria di bestiame; si tramanda che ottocentomila uomini furono uccisi dall'epidemia. 
    - La città di Fregelle, che aveva cospirato contro i Romani, fu distrutta. 
    - I Liguri Salli furono trucidati.

    - In Graecostasi lacte pluit.
    - Fulmine Crotone grex ovium cum cane et tribus pastoribus exanimatus.
    - Saturae vitulus biceps natus. Tumultus in urbe fuit C. Graccho leges ferente.
    - Piovve latte sulla Grecostasi. 
    - Un gregge di pecore, un cane e tre pastori furono uccisi da un fulmine a Crotone. 
    - A Satura nacque un vitello con due teste. 
    - Ci fu un tumulto nella città di Roma mentre Gaio Gracco proponeva le leggi.

    - In foro Vessano androgynus natus in mare delatus est. In Gallia tres soles et tres lunae visae.
    - Vitulus biceps natus. Bubo in Capitolio visus.
    - Aetnae incendio Catina consumpta. Sallyes et Allobroges devicti.
    - A Foro Vessano nacque un ermafrodito e fu gettato in mare. 
    - In Gallia furono visti tre soli e tre lune. 
    - Nacque un vitello con tre teste. 
    - Un gufo fu visto sul Campidoglio. 
    - Catania fu distrutta da un incendio provocato dall'Etna. 
    - I Salli e gli Allobrogi furono vinti.


    VITTORIA
    - Grex luporum limites qui in agrorum divisione per C. Gracchum depositi erant dissipavit. Ipse Gracchus in Aventino occisus.
    - Un branco di lupi abbatté i confini che erano stati posti da Gaio Gracco nella divisione dei campi. Gaio Gracco stesso fu ucciso nell'Aventino.

    - Androgynus in agro Romano annorum octo inventus et in mare deportatus. Virgines ter novenae in urbe cantarunt.
    - Un ermafrodito di otto anni fu trovato nell'Agro Romano e venne gettato in mare. Tre gruppi di nove fanciulle cantarono in città.

    - Catone consule immolante exta tabuerunt, caput iocineris inventum non est.
    - Lacte pluit.
    - Terra cum mugitu tremuit.
    - Examen apum in foro consedit.
    - Sacrificium ex Sibyllinis.
    - Mentre il console Catone compiva un sacrificio, le viscere si consumarono e non fu trovata l'estremità del fegato. 
    - Piovve latte. 
    - La terra tremò con un boato. 
    - Uno sciame di api si stabilì nel foro. 
    - Fu offerto il sacrificio obbedendo alle prescrizioni dei Libri Sibillini.

    -  Fulmine Romae et circa pleraque tacta.
    - Praeneste lacte pluit. Hastae Martis in regia motae.
    - Priverni terra septem iugerum spatio in caverna desedit.
    - Saturniae androgynus annorum decem inventus et mari demersus.
    - Virgines viginti septem urbem carmine lustraverunt. Reliquum anni in pace fuit.
    - Molte cose furono colpite da un fulmine a Roma e nelle vicinanze. 
    - A Preneste piovve latte. 
    - Nella Reggia si mossero le lance di Marte. 
    - A Priverno la terra sprofondò in una caverna in un'area di sette iugeri. 
    - A Saturnia fu trovato e fu gettato in mare un ermafrodito di dieci anni. 
    - Ventisette vergini purificarono la città con un canto. Il resto dell'anno trascorso in pace.

    - P. Elvius eques Romanus a ludis Romanis cum in Apuliam reverteretur, in agro Stellati filia eius virgo equo insidens fulmine icta exanimataque, vestimento deducto in inguinibus, exserta lingua, per inferiores locos ut ignis ad os emicuerit. Responsum infamiam virginibus et equestri ordini portendi, quia equi ornamenta dispersa erant. Tres uno tempore virgines Vestales nobilissimae cum aliquot equitibus Romanis incesti poenas subierunt. Aedes Veneri Verticordiae facta.
    - Mentre il cavaliere romano Publio Elvio, che era stato ai Ludi Romani, ritornava il Puglia, sua figlia vergine fu colpita e uccisa da un fulmine mentre stava a cavallo: i vestiti erano stati portati via dall'inguine, la bocca era spalancata, come se il fuoco fosse passato attraverso le parti inferiori fino alla bocca. Si interpretò il fatto in questo modo: era stata predetta infamia alle vergini e all'ordine equestre, poiché erano stati dispersi gli ornamenti del cavallo. Nello stesso tempo tre nobilissime vergini Vestali con alcuni cavalieri romani subirono le pene per l'incesto. Fu costruito un tempio a Venere Verticordia (= che muta i cuori).

    - Albanus mons nocte ardere visus. Aedicula et signum de caelo tacta. Ara Salutis interrupta.
    - Terra in Lucanis et Privernati late hiavit.
    - In Gallia caelum ardere visum.
    - Cimbri Teutonique Alpes transgressi foedam stragem Romanorum sociorumque fecerunt.
    - Il monte Albano sembrò ardere nella notte. Un'edicola e una statua furono colpite dal cielo. Si ruppe l'altare della Salute. 
    - La terra si aprì ampiamente in Lucania e nel territorio di Priverno. 
    - In Gallia si vide ardere il cielo. 
    - I Cimbri e i Teutoni, oltrepassate le Alpi, fecero una brutale strage di Romani e loro alleati.

    - Maxima pars urbis exusta cum aede Matris Magnae. Lacte per triduum pluit, hostiisque expiatum maioribus. Iugurthinum bellum exortum.
    - Una grandissima parte della città fu bruciata con il tempio della Grande Madre. Piovve latte per tre giorni: questo prodigio fu espiato con vittime maggiori. Ebbe inizio la guerra contro Giugurta.

    - Avis incendiaria et bubo in urbe visae. In latomiis homo ab homine adesus. Ex Sibyllinis in insula Cimolia sacrificatum per triginta ingenuos patrimos et matrimos totidemque virgines.
    - Multa milia hominum intumescente Pado et stagno Arretino obruta. Bis lacte pluit.
    - Nursiae gemini ex muliere ingenua nati, puella integris omnibus membris, puer a parte priore alvo aperto ita ut nudum intestinum conspiceretur, idem posteriore natura solidus natus, qui voce missa expiravit.
    - Contra Iugurtham prospere dimicatum.
    - Un'avis incendiaria e un gufo furono visti in città. In una cava di pietra un uomo fu divorato da un altro. In base ai Libri Sibillini nell'isola Cimolia fu fatto un sacrificio da parte di trenta ragazzi e altrettanti vergini che avevano padri e madri viventi. 
    - Molte migliaia di persone furono sommerse dal Po in piena e dallo stagno Aretino. Piovve latte per due volte. 
    - A Norcia nacquero due gemelli da una donna libera: una fanciulla con tutte le membra intatte, un fanciullo con il ventre aperto nella parte anteriore, cosicché si poteva vedere l'intestino scoperto, e senza apertura nella parte posteriore; il bambino, dopo aver vagito, morì. - Si combatté favorevolmente contro Giugurta.

    - Amiterni cum ex ancilla puer nasceretur, ave dixit. In agro Perusino et Romae locis aliquot lacte pluit.
    - Inter multa fulmine icta Atellis digiti hominis quattuor tamquam ferro praecisi. Argentum signatum afflatu fulminis diffluxit.
    - In agro Trebulano mulier nupta civi Romano fulmine icta nec exanimata.
    - Fremitus caelestis auditus et pila caelo cadere visa. Sanguine pluit. Romae interdiu fax sublime volans conspecta. In aede Larum flamma a fastigio ad summum columen penetravit innoxia. Per Caepionem consulem senatorum et equitum iudicia communicata. Cetera in pace fuerunt.
    - Ad Amiterno un bambino appena nato da una ancella disse "Ave!". 
    - Nel territorio perugino e in alcuni luoghi di Roma piovve latte. 
    - Tra le varie cose colpite da un fulmine, ad Atella quattro dita di un uomo furono tagliate come da una spada. Una moneta di argento si sciolse con il calore di un fulmine. Nel territorio di Trebula una donna sposata con un cittadino romano fu colpita da un fulmine ma sopravvisse. 
    - Nel cielo si sentì un rumore e si vide cadere una palla dal cielo. Piovve sangue. A Roma di giorno fu possibile vedere una fiamma che fluttuava nell'aria. Nel tempio dei Lari una fiamma entrò dal tetto. e arrivò alla sommità della colonna senza far danno. Su proposta del console Cepione le giurie furono divise tra senatori e cavalieri. Le altre cose rimasero in pace.

    - Trebulae Mutuscae ante quam ludi commiterentur, canente tibicine angues nigri aram circumdederunt, desinente cantare dilapsi. Postero die exorti a populo lapidibus enecati. Foribus templi adapertis simulacrum Martis ligneum capite stans inventum. A Lusitanis exercitus Romanus caesus.
    - A Trebula Mutusca, prima che i giochi fossero aperti, mentre il flautista suonava, dei serpenti neri circondarono l'altare; quando smise di suonare si dispersero. Il giorno dopo spuntarono fuori e furono uccisi con le pietre dal popolo. Aperte le porte del tempio, fu trovata una statua di legno di Marte che si appoggiava sulla testa. Un esercito romano fu fatto a pezzi dai Lusitani.

    - Bubo extra urbem visus. Bos locuta. Trebulae Mutuscae simulacrum in templo, quod capite adaperto fuit, opertum inventum. Nuceriae ulmus vento eversa sua sponte erecta in radicem convaluit. In Lucanis lacte, Lunae sanguine pluit. Arimini canis locutus. Arma caelestia tempore utroque ab ortu et occasu visa pugnare et ab occasu vinci.
    - Aruspicum responso populus stipem Cereri et Proserpinae tulit. Virgines viginti septem dona canentes tulerunt.
    - Luna interdiu cum stella ab hora tertia usque ad horam septinam apparuit. A fugitivis et desertoribus in Thurinis regiones vastatae. Cimbri Alpes transgressi post Hispaniam vastatam iunxerunt se Teutonis. Lupus urbem intravit. Fulminis ictu vultures super turrem exanimati. Hora diei tertia solis defectus lucem obscuravit. Examen apium ante aedem Salutis consedit. In comitio lacte pluit.
    - In Piceno tres soles visi. In agro Vulsiniensi flamma e terra orta caelumque visa contingere. In Lucanis duo agni equinis pedibus nati, alter siminino capite. In Tarquinensi lactis rivi terra scaturienti exorti.
    - Aruspicum responso signa oleaginea duo armata statuta supplicatumque.
    - In Macedonia Thraces subacti.
    - Un gufo fu visto fuori città. Una mucca parlò. A Tremula Mutusca fu trovata con il capo coperto una statua, che era a capo scoperto. A Nocera un olmo, rovesciato dal vento, si ristabilì eretto sulle radici di sua spontanea volontà. In Lucania piovve latte, a Luni sangue. A Rimini una cane parlò. Armi celesti furono viste combattere in un certo momento dall'est all'ovest e prevalse quella occidentale. 
    - In base al responso degli aruspici il popolo portò un'offerta a Cerere e a Proserpina. Ventisette vergini portarono i doni cantando. 
    - La Luna e una stella apparvero dall'ora terza all'ora settima durante il giorno. Il territorio vicino a Turi fu devastato dai fuggitivi e dai disertori. I Cimbri dopo aver oltrepassato le Alpi e aver devastato la Spagna si unirono ai Teutoni. Un lupo entrò a Roma. Alcuni avvoltoi furono colpiti e uccisi da un fulmine su una torre. All'ora terza ci fu un'eclissi. Uno sciame di api si stabilì davanti al tempio della Salute. Piovve latte. sul Comizio. 
    - Nel Piceno furono visti tre soli. Nei campi di Volsini si vide una fiamma, spuntata dalla terra, toccare il cielo. In Lucania due agnelli nacquero con zampe equine; uno dei due aveva la testa di scimmia. Nei pressi di Tarquinia sgorgarono dalla terra fiumi di latte. 
    - In base al responso degli aruspici furono collocate due statue di legno armate e si tenne una supplicatio. 
    - In Macedonia i Traci furono sottomessi.

    - Novemdiale sacrum fuit, quod in Tuscis lapidibus pluerat. Urbs aruspicum iussu lustrata. Hostiarum cinis per decemviros in mare dispersus, et per dies novem per magistratus circa omnia templa et municipia pompa ducta supplicantum.
    - Hastae Martis in regia sua sponte motae. Sanguine circa amnem Anienem pluit. Examen apium in foro boario in sacello consedit. In Gallia in castris lux nocte fulsit. Puer ingenuus Ariciae flamma comprehensus nec ambustus. Aedes Iovis clusa fulmine icta.
    - Cuius expiationem quia primus monstraverat Aemilius Potensis aruspex, praemium tulit, ceteris celantibus, quod ipsis liberisque exitium portenderetur.
    - Piratae in Cilicia a Romanis deleti. Teutoni a Mario trucidati.
    - Ci fu un rito sacro di nove giorni, perché erano piovuti sassi. in Etruria. La città fu purificata per ordine degli aruspici. Le ceneri delle vittime furono disperse in mare dai decemviri, e per nove giorni una processione di supplicanti fu condotta dai magistrati attorno a tutti i templi e municipi. 
    - Le lance di Marte si mossero di loro volontà nella Regia. Piovve sangue. attorno al fiume Aniene. Uno sciame di api si insediò in un tempietto nel foro Boario. Negli accampamenti in Gallia una luce brillò di notte. Un fanciullo libero di Aricia fu avvolto dalle fiamme ma non venne consumato. Il tempio di Giove fu colpito da un fulmine mentre era chiuso. 
    - L'aruspice Emilio Potense ebbe un premio, poiché per primo aveva indicato l'espiazione di questo prodigio, mentre gli altri lo celavano, perché annunciava la morte di loro stessi e dei figli. 
    - I pirati furono annientati dai Romani in Cilicia. I Teutoni furono sterminati da Mario.

    - Ancilia cum crepitu sua sponte mota. Servus Q. Servilii Caepionis Matri Idaeae se praecidit, et trans mare exportatus, ne umquam Romae reverteretur. Urbs lustrata. Capra cornibus ardentibus per urbem ducta, porta Naevia emissa relictaque. In Aventino luto pluit. Lusitanis devictis Hispania ulterior pacata. Cimbri deleti.
    - Gli scudi si mossero con un crepitio di loro volontà. Il servo di Quinto Servilio Cepio si evirò in devozione alla Grande Madre, e fu trasportato al di là del mare, affinché non tornasse mai a Roma. La città fu purificata. Una capra con le corna ardenti fu condotta per la città, espulsa da porta Nevia e abbandonata. Piovve fango. sull'Aventino. I Lusitani furono sconfitti e la Spagna Ulteriore fu pacificata. I Cimbri furono sterminati.

    - Fax ardens Tarquiniis late visa subito lapsu cadens. Sub occasu solis orbis clipei similis ab occidente ad orientem visus perferri. In Piceno terrae motu domicilia ruinis prostrata, quaedam convulsa sede sua inclinata manserunt. Fremitus armorum ex inferno auditus. Quadrigae aureatae in foro a pedibus sudaverunt.
    - Fugitivi in Sicilia proeliis trucidati.
    - A Tarquinia si vide una fiaccola ardente improvvisamente scendere. Al calare del Sole si vide un oggetto circolare simile a uno scudo dirigersi da ovest a est.. Nel Piceno le abitazioni furono ridotte in rovine da un terremoto, mentre alcune rimasero inclinate nella loro sede sconvolta. Un fremito di armi fu udito dal fondo della terra. Le Quadrighe dorate nel foro sudarono nella parte inferiore. 
    - Gli schiavi fuggitivi in Sicilia furono trucidati in battaglia.

    - Bubone in urbe visa urbs lustrata. Nimbis et procella plurima dissipata, fulmine pleraque tacta. Lanuvii in aede Iunonis Sospitae in cubiculo deae sanguinis guttae visae. Nursiae aedes sacra terrae motu disiecta. Lusitani rebellantes subacti. Sex. Titius tribunus plebis de agris dividendis populo cum repugnantibus collegis pertinaciter legem ferret, corvi duo numero in alto volantes ita pugnaverunt supra contionem ut rostris unguibusque lacerarentur.
    - Aruspices sacra Apollini litanda et de lege, quae ferebatur, supersedendum pronuntiarunt. Fremitus ab inferno ad caelum ferri visus inopiam famemque portendit. Populus stipem, matronae thesaurum et virgines dona Cereri et Proserpinae tulerunt. Per virgines viginti septem cantitatum. Signa cupressea duo Iunoni Reginae posita.
    - In Lusitania prospere a Romanis pugnatum.
    - La città venne purificata dopo che era stato visto un gufo a Roma. Molti oggetti furono dispersi da nuvole e vento, molti altri colpiti dai fulmini. A Lanuvio nel tempio di Giunone Sospita, furono viste nella stanza della dea delle macchie di sangue. A Norcia un luogo sacro fu distrutto dal terremoto. I Lusitani che si erano ribellati furono sottomessi. Mentre Sesto Tizio tribuno della plebe proponeva una legge per la divisione dei campi al popolo, mentre i colleghi si opponevano tenacemente, due corvi che volavano in alto combatterono sopra l'assemblea a tal punto che si lacerarono con i becchi e gli artigli. 
    - Gli aruspici dissero che bisognava fare sacrifici ad Apollo e che non si dovesse più parlare della legge che veniva proposta. Un rumore, che dalla profondità della terra sembrò alzarsi in cielo, preannunciò carestia e fame. Il popolo portò a Cerere e Proserpina un'offerta, le matrone oggetti preziosi, le vergini doni. Ventisette vergini cantarono. Furono poste due statue di cipresso a Giunone Regina. 
    - In Lusitania i Romani combatterono favorevolmente.


    DANZA RITUALE
    - Bubone in Capitolio supra deorum simulacra viso cum piaretur, taurus victima exanimis concidit. Fulmine pleraque decussa. Hastae Martis in regia motae. Ludis in theatro creta candida pluit; fruges et tempestates portendit bonas. Sereno tonuit.
    - Apud aedem Apollinis decemviris immolantibus caput iocineris non fuit, sacrificantibus anguis ad aram inventus. Item androgynus in mare deportatus. In circo inter pila militum ignis fusus.
    - Hispani pluribus proeliis devicti.
    - Essendo stato fatto un rito propiziatorio a causa di un gufo visto sopra le immagini degli Dei nel Campidoglio, la vittima, un toro, cadde esanime. Molte cose furono colpite dai fulmini. Nella Reggia si mossero le lance di Marte. In teatro durante i giochi piovve terra candida, preannunciò buon raccolto e buon tempo. Tuonò a cielo sereno. 
    - Presso il tempio di Apollo, mentre i decemviri offrivano un sacrificio, non fu trovata la parte superiore del fegato; mentre sacrificavano, un serpente fu trovato presso l'altare. Parimenti un ermafrodito fu gettato in mare. Il fuoco arse tra i giavellotti dei soldati nel circo. 
    - Gli Ispani furono sconfitti in più combattimenti.

    - Supplicatum in urbe quod androgynus inventus et in mare deportatus erat. Pisuri terrae fremitus auditus. Muri pinnae sine terrae motu passim deiectae civiles portendere discordias. Nursiae simulacrum Iovis in partem sinistram conversum.
    - Cupressea simulacra Iunonis Reginae posita per virgines viginti septem, quae urbem lustraverunt.
    - Celtiberi Maedi Dardani subacti.
    - A Roma vennero offerte delle preghiere perché un ermafrodito fu trovato e gettato in mare. A Pesaro fu udito un fremito della terra. I pinnacoli delle mura caduti in tutte le direzioni senza il terremoto preannunciarono discordia tra i cittadini. A Norcia la statua di Giove si girò verso sinistra. 
    - Statue di cipresso furono innalzate in onore di Giunone Regina da ventisette vergini, che purificarono la città. 
    - I Celtiberi, i Medi e i Dardani furono sottomessi.

    -  Lupus urbem ingressus in domo privato occisus. Bubo in Capitolio occisus. Fulmine pleraque decussa. Signa aurata Iovis cum capite columnaque disiecta. Faesulis sanguine terra manavit. Arretii mulieri e naso spicae farris natae, eadem farris grana vomuit.
    - Urbe lustrata Ptolemaeus, rex Aegypti, Cyrenis mortuus S.P.Q. Romanum heredem reliquit.
    - Un lupo entrò a Roma e fu ucciso in una casa privata. Un gufo fu ucciso nel Campidoglio. Molte cose furono colpite dai fulmini. La statua dorata di Giove fu distrutta con il capitello e la colonna. A Fiesole il sangue uscì dalla terra. Ad Arezzo nacquero spighe di farro dal naso di una donna; la stessa vomitò chicchi di farro. 
    - Purificata la città, Tolomeo, re dell'Egitto, morto a Cirene, nominò suoi eredi il Senato e il Popolo romano.

    - Caere lacte pluit. Lebadiae Eutychides in templum Iovis Trophonii degressus tabulam aeneam extulit, in qua scripta erant, quae ad res Romanas pertinent. Fulminis afflatu pleraque animalia exanimata. Venafri hiatu terra alte subsedit. Vultures canem mortuum laniantes occisi ab aliis et comesi vulturibus. Agnus biceps, puer tribus manibus totidemque pedibus natus Ateste. Hastae Martis in regia motae. Androgynus Urbino natus in mare deportatus.
    - Pax domi forisque fuit.
    - Piovve latte. a Cere. A Lebadea Eutichide entrò nel tempio di Giove Trofonio e portò fuori una tavola di bronzo sulla quale erano scritte informazioni riguardanti Roma. Molti animali furono uccisi dai fulmini. A Venafro si aprì una voragine e la terra sprofondò notevolmente. Alcuni avvoltoi furono uccisi e mangiati da altri avvoltoi mentre dilaniavano un cane morto. Ad Ateste nacquero un agnello con due teste e un fanciullo con tre mani e tre piedi. Nella Reggia si mossero le lance di Marte. Un ermafrodito nato a Urbino fu gettato in mare. 
    - La pace regnò in città e fuori.

    - Novemdiale sacrum fuit quod in Volsca gente lapidibus pluerat. Vulsiniis luna nova defecit et non nisi postero die hora tertia comparuit. Puella biceps, quadripes, quadrimana, gemina feminea natura mortua nata. Avis incendiaria visa occisaque. In Vestinis in villa lapidibus pluit. Fax in caelo apparuit et totum caelum ardere visum. Terra sanguine manavit et concrevit. Canes saxa tegulas vulgo roserunt. Faesulis ingens multitudo inter sepulcra lugubri veste, pallida facie interdiu ambulare gregatim visa.
    - Per Nasicam Hispaniae principes qui rebellabant supplicio consumpti, urbibus dirutis.
    - Si celebrò una cerimonia di nove giorni perché c'era stata una pioggia di pietre. nel territorio dei Volsci. A Bolsena la luna nuova scomparve e non riapparve fino alla terza ora del giorno dopo. Una bimba con due teste, quattro piedi e quattro mani e due parti femminili nacque morta. Un'avis incendiaria fu vista e uccisa. In una casa di campagna nel territorio dei Vestini .. Una fiaccola apparve in cielo. e si vide ardere tutto il cielo. Dalla terra uscì sangue e si raggrumò. I cani morsero pietre e tegole in varie parti. A Fiesole una grande folla fu a lungo vista camminare con vesti da lutto e visi pallidi. 
    - I principi della Spagna che si erano ribellati furono uccisi con supplizi da Nasica e le loro città distrutte.

    - Romae et circa fulmine pleraque decussa. Ancilla puerum unimanum peperit. Fregellis aedes Neptuni nocte patefacta. Maris vituli cum exta demerentur, gemini vitelli in alvo eius inventi. Arretii signum aeneum Mercurii sudavit. In Lucanis gregem vervecum cum pasceretur et nocte in stabulo, flamma circumdata nihil adussit. Carseolis torrens sanguinis fluxit. Lupi urbem ingressi. Praeneste lana volitavit. In Apulia mula peperit. Milvus in aede Apollinis Romae comprehensus.
    - Herennio consuli bis immolanti caput iocineris defuit. In sacro novemdiali cena deae posita a cane adesa antequam delibaretur. Vulsiniis prima luce flamma caelo emicare visa; cum in unum coisset, os flamma ferrugineum ostendit, caelum visum discedere, cuius hiatu vertices flammae apparuerunt.
    - Lustrationibus prospere expiatum. Nam totus annus domi forisque tranquillus fuit.
    - A Roma e nei dintorni molte cose furono colpite dai fulmini. Una serva partorì un bambino con una mano sola. A Fregelle il tempio di Nettuno si aprì durante la notte. Quando le viscere di un vitello maschio vennero tolte, furono trovati due cuccioli nel suo ventre. Ad Arezzo una statua di bronzo di Mercurio sudò. In Lucania le fiamme circondarono, senza bruciare nulla, un gregge di montoni sia mentre stavano pascolando, sia, di notte, nella stalla. A Carseoli sgorgò un torrente di sangue. I lupi entrarono a Roma. A Preneste la lana volò nell'aria. In Puglia una mula partorì. Un nibbio fu catturato nel tempio di Apollo a Roma. 
    - Mentre il console Erennio immolava per la seconda volta, non si trovò la parte superiore del fegato. Durante una cerimonia di nove giorni, il banchetto preparato per la Dea fu divorato da un cane prima che fosse assaggiato. Si vide una fiamma risplendere in cielo., all'alba, a Bolsena; successivamente la fiamma si riunì in un luogo e mostrò un'apertura color ferro; si vide il cielo dividersi. e nell'apertura apparvero vertici di fiamme. 
    - L'espiazione fu con successo compiuta con una cerimonia di purificazione. Infatti tutto l'anno fu tranquillo a Roma e altrove.

    -  Bubo in aede Fortunae Equestris comprehensus inter manus expiravit. Faesulis fremitus terrae auditus. Puer ex ancilla natus sine foramine naturae qua humor emittitur. Mulier duplici natura inventa. Fax in caelo visa. Bos locuta. Examen apium in culmine privatae domus consedit. Volaterris sanguinis rivus manavit. Romae lacte pluit. Arretii duo androgyni inventi. Pullus gallinaceus quadripes natus. Fulmine pleraque icta.
    - Supplicatio fuit. Populus Cereri et Proserpinae stipem tulit. Virgines viginti septem carmen canentes urbem lustraverunt.
    - Maedorum in Macedonia gens provinciam cruente vastavit.
    - Un gufo fu catturato nel tempio della Fortuna Equestre e morì tra le mani. A Fiesole fu udito un fremito della terra. Un bambino nacque da una serva senza il foro naturale dal quale si emettono gli umori. Una donna fu trovata con due parti intime. Una fiaccola fu vista in cielo. Una mucca parlò. Uno sciame d'api si raggruppò insieme in una casa privata. A Volterra sgorgò un ruscello di sangue. A Roma piovve latte. Ad Arezzo vennero trovati due ermafroditi. Nacque una gallina con quattro zampe. Molte cose furono colpite dai fulmini. 
    - Ci fu una preghiera. Il popolo portò un'offerta a Cerere e Proserpina. Ventisette vergini intonarono un canto e purificarono la città. 
    - In Macedonia la tribù dei Medi devastò crudelmente la provincia.

    - Livio Druso tr.pl. leges ferente cum bellum Italicum consurgeret, prodigia multa apparuerunt urbi.
    - Sub ortu solis globus ignis a septemtrionali regione cum ingenti sono caeli emicuit. Arretii frangentibus panes cruor e mediis fluxit. In Vestinis per dies septem lapidibus testisque pluit. Aenariae terrae hiatu flamma exorta in caelum emicuit. Circa Regium terrae motu pars urbis murique diruta. In Spoletino colore aureo globus ignis ad terram devolutus, maiorque factus e terra ad orientem ferri visus magnitudine solem obtexit. Cumis in arce simulacrum Apollinis sudavit. Aedis Pietatis in circo Flaminio clausa fulmine icta. Asculo per ludos Romani trucidati. Cum ex agris in urbem pecora armentaque Latini agerent, strages hominum passim facta. Armenta in tantam rabiem concitata sunt ut vastando suos hostile imaginarentur bellum lacrimantesque canes multis affectibus calamitatem praesagirent suis.
    - Mentre Lucio Druso, tribuno della plebe, proponeva le leggi facendo sorgere la guerra italica, avvennero a Roma molti prodigi. 
    - All'alba brillò a nord un globo di fuoco che produsse un gran fragore nel cielo.. Ad Arezzo fuoriuscì sangue dal mezzo dei pani che venivano spezzati. A Vestini, per sette giorni piovvero sassi e cocc. i. Ad Enaria divampò fino al cielo una fiamma da una fenditura del terreno. A causa di un terremoto intorno a Reggio, una parte della città e una parte delle mura crollarono. A Spoleto scese a terra un globo di fuoco dorato. e, fattosi più grande, sembrò muoversi, alzatosi da terra, verso oriente, coprendo per la sua grandezza il sole. Nella rocca di Cuma sudò una statua di Apollo. Il tempio della Pietà nel circo Flaminio fu colpito da un fulmine mentre era chiuso. Ad Ascoli furono massacrati i Romani durante i giochi. Portando i Latini a Roma dai campi pecore e armenti, fu fatta in diversi luoghi strage di uomini. Gli armenti furono spinti a tanta rabbia che, attaccando i loro padroni, offrivano presagio della guerra: preannunziarono la calamità anche cani che piangevano.

    - Metella Caecilia somnio Iunonem Sospitam profugientem, quod immunde sua templa foedarentur, cum suis precibus aegre revocatam diceret, aedem matronarum sordidis obscenisque corporis coinquinatum ministeriis, in qua etiam sub simulacro deae cubile canis cum fetu erat, commundatam supplicationibus habitis pristino splendore restituit.
    - A Picentibus Romani barbaro more excruciati. Ubique in Latio clades accepta. Rutilius Lupus spretis religionibus cum in extis caput non invenisset iocineris, amisso exercitu in proelio occisus.
    - Cecilia Metella raccontò di aver sognato che Giunone Sospita stava scappando perché il suo tempio era stato contaminato e che dalle sue preghiere era stata indotta con difficoltà a ritornare. Metella pulì il tempio, che era stato insozzato dai vili bisogni umani delle matrone, e nel quale - sotto la grande immagine della divinità - una cagna aveva la sua tana e i suoi cuccioli; furono (nuovamente) istituite le cerimonie di preghiera e il tempio ritornò al suo lustro originale. 
    - I Romani furono barbaramente trucidati dai Piceni. Il disastro imperversò ovunque nel Lazio. Rutilio Lupo, disprezzati i segni religiosi, non avendo trovato la parte superiore del fegato nelle viscere, perso l'esercito, morì in battaglia.

    - Pompedius Silo in oppido Bovianum, quod ceperat, triumphans invectus omen victoriae hostibus ostendit, quia triumphus in urbem victricem non victam, induci solet. Proximo proelio amisso exercitu occisus.
    - Mithridati adversus socios bellum paranti prodigia apparuerunt. Stratopedo, ubi senatus haberi solet, corvi vulturem tundendo rostris occiderunt. In eundem locum sidus ingens caelo demissum. Isidis species visa sambucam fulmine petere. Lucum Furiarum cum Mithridates succenderet, risus exauditus ingens sine auctore. Cum aruspicum iussu virginem Furiis immolaret, e iugulo puellae risus ortus turbavit sacrificium.
    - Classis Mithridatis in Thessalia a Romanis in proelio amissa.
    - Pompedio Silone entrò nella città di Boiano con una trionfale processione, dopo averla conquistata; tramite ciò egli mostrò un auspicio di vittoria ai suoi nemici perché era consuetudine entrare con una processione trionfale nella città vincitrice, non in quella vinta. Nella successiva battaglia, infatti, egli perse l'esercito e morì. 
    - Quando Mitridate si stava preparando per la guerra contro gli alleati di Roma, apparvero portenti. A Stratopedo, dove il Senato era solito incontrarsi, i corvi uccisero un avvoltoio picchiandolo con i becchi. Nello stesso posto un'enorme stella scese dal cielo. Sembrò che Iside avesse scagliato un fulmine contro la sambuca. Quando Mitridate appiccava il fuoco al bosco sacro delle Furie, fu udita un'enorme risata senza che nessuno l'avesse emessa. Mitridate allora decise, in base al responso di un indovino, di sacrificare una vergine alle Furie: dalla bocca della ragazza scaturì una risata che disturbò il sacrificio. 
    - La flotta di Mitridate venne sconfitta in Tessaglia dai Romani in un combattimento.

    NIKE
    - Cinna et Mario per bella civilia crudeliter saevientibus Romae in castris Gnaei Pompei caelum ruere visum, arma signaque tacta, milites axanimati. Ipse Pompeius afflatus sidere interiit.
    - Lectum eius populus diripuit, corpus unco traxit quod discrimine civili perseverasset periclitanti patriae non succurerere, cum et imperium et maximos haberet exercitus.
    - Mentre Cinna e Mario dimostravano una crudele ira nel loro modo di condurre la guerra civile, a Roma - nell'accampamento di Gneo Pompeo- il cielo sembrò precipitare: furono colpiti armi e stendardi e furono uccisi alcuni soldati. Lo stesso Pompeo morì a causa di un corpo celeste. 
    - Il popolo mise le mani sul suo letto funebre, estrasse il suo corpo con un uncino, poiché nella guerra civile lui non aveva mai difeso la patria in pericolo, anche se aveva il comando e possedeva grandi eserciti.

    - Piraeum Sylla cum oppugnaret diuturno labore, unus miles eius aggerem ferens exanimatus fulmine. Aruspex respondit quod caput iacentis in oppidum versum esset, introitum et victoriam Romanis significare. Post breve tempus Athenae et Piraeum a Sylla capta.
    - Ilio a C. Fimbria incenso cum aedes quoque Minervae deflagrasset, inter ruinas simulacrum antiquissimum inviolatum stetit spemque restitutionis oppido portendit.
    - Mentre Silla assediava con molta difficoltà il Pireo, uno dei suoi soldati, che stava portando del materiale, fu colpito da un fulmine. Dato che la testa del cadavere era rivolta verso la città, l'aruspice disse che l'evento indicava l'entrata e la vittoria dei Romani: dopo poco tempo Atene e lo stesso Pireo furono presi da Silla. 
    - Quando Troia fu incendiata da Gaio Fimbria, anche il tempio di Minerva fu distrutto, ma il fatto che fu ritrovato tra le rovine l'antichissimo simulacro di Minerva intatto mostrò la speranza della ricostruzione.

    - D. Laelius legatus Pompei (cui prodigium Romae erat factum in lecto uxoris duo angues conspecti in diversumque lapsi, proxime Pompeio in castris sedenti accipiter super caput accesserat) in Hispania adversus Sertorium inter pabulatores occisus.
    - Decimo Lelio, ufficiale di Pompeo, riscontrò un portento a Roma quando vide nel letto della moglie due serpenti che scivolarono via in differenti direzioni. Successivamente, mentre sedeva vicino a Pompeo nell'accampamento, giunse sopra la sua testa un avvoltoio. Lelio fu ucciso tra i foraggiatori in Spagna, mentre combatteva contro Sertorio.

    - Reate terrae motu aedes sacrae in oppido agrisque commotae, saxa quibus in forum strata erat discussa, pontes interrupti, ripae praelabentis fluminis in aquam provolutae, fremitus inferni exauditi et post paucos dies, quae concussa erant corruerunt. Saxum vivum cum provolveretur, in praecipiti rupe immobile stetit.
    - A Sertorio in Hispania exercitus Romani caesi. Adversum Maedos varie dimicatum.
    - A Rieti un terremoto distrusse i templi nella città e nelle campagne, la pavimentazione del foro fu sconvolta, i ponti crollarono; gli argini del fiume che scorreva nella città caddero nell'acqua, si udirono rumori sotterranei e, dopo pochi giorni, le strutture che erano state scosse caddero al suolo. Un macigno che stava rotolando si fermò sull'orlo di un dirupo. 
    - Eserciti romani furono distrutti da Sartorio in Spagna. Contro i Medi si combattè con varia sorte.

    - Sertorio in Hispania exercitum ducenti tale prodigium est factum: scuta equitum parte exteriore iaculaque et pectora equorum cruenta visa. Quod prosperum sibi interpretatus est Sertorius, quia exteriora hostili sanguine maculari solent. Continua ei proelia cum successu fuerunt.
    - A Sertorio che conduceva in Spagna le proprio truppe, accadde questo prodigio: furono visti cosparsi di sangue la parte esterna degli scudi dei suoi cavalieri, i giavellotti e i toraci dei cavalli. Sertorio interpretò questo prodigio come favorevole nei suoi confronti poiché, solitamente, i lati esterni sono sporcati dal sangue dei nemici. Infatti fu favorito da una serie ininterrotta di battaglie vittoriose.

    - Cyzicum Mithridates cum oppugnaret, Aristagorae qui in summo magistratu erat Proserpina in quiete visa est dicere adversus tibicines se tubicinem comparasse. Postero die turres hostium vento disiectae sunt. Ad immolandum bos sacra iniussa de montibus per hostium classem adnatavit seque ad aras percutiendam obtulit.
    - Mentre Mitridate assediava Cizico, Proserpina apparve in sogno ad Aristogora, che era un sommo magistrato, e disse che aveva provveduto a trovare un trombettiere da opporre ai flautisti. Il giorno dopo le torri dei nemici furono distrutte dal vento. La mucca destinata al sacrificio scese da sola dai monti, nuotò attraverso la flotta dei nemici e si presentò all'altare per l'uccisione.

    - Fulmine pleraque decussa. Sereno Vargunteius Pompeiis de caelo exanimatus. Trabis ardens ab occasu ad caelum extenta. Terrae motu Spoletum totum concussum et quaedam corruerunt. Inter alia relatum, biennio ante in Capitolio lupam Remi et Romuli fulmine ictam, signumque Iovis cum columna disiectum, aruspicum responso in foro repositum. Tabulae legum aeneae caelo tactae litteris liquefactis.
    - Ab his prodigiis Catilinae nefaria conspiratio coepta.
    - Molte cose furono colpite da fulmini. Vargunteio fu colpito da un fulmine a Pompei mentre il cielo era sereno. Una trave ardente si estese verso il cielo da occidente. Per un terremoto tutta Spoleto fu scossa e alcuni edifici crollarono. Si riportò tra le altre cose che due anni prima al Campidoglio la lupa di Romolo e Remo fu colpita da un fulmine, e la statua di Giove con la colonna fu distrutto, ma fu riposta nel foro per consiglio degli aurispici. Le Tavole bronzee delle leggi furono colpite da un fulmine e le lettere si sciolsero. 
    - Da questi prodigi nacque l'abominevole cospirazione di Catilina.

    - C. Antonius procos. cum in agro Pistorensi Catilinam devicisset, laureatos fasces in provinciam tulit. Ibi a Dardanis oppressus amisso exercitu profugit. Apparuit eum hostibus portendisse victoriam, cum ad eos laurum victricem tulerit, quam in Capitolio debuerat deponere.
    - Il proconsole Caio Antonio, dopo aver vinto Catilina nel territorio di Pistoia, portò nella provincia i fasci ornati d'alloro. Qui fu sconfitto dai Dardani e fuggì dopo aver perso il suo esercito. Sembrò che lui stesso avesse offerto la vittoria ai nemici, avendo portato nel loro territorio l'alloro vincitore, che avrebbe dovuto deporre nel Campidoglio.

    - Die toto ante sereno circa horam undecimam nox se intendit, deinde restitutus fulgor. Turbinis vi tecta deiecta. Ponte sublapso homines in Tiberim praecipitati. In agris pleraque arbores eversae radicibus.
    - Lusitani Gallaeci devicti.
    - Mentre tutto il giorno era stato sereno, diventò notte all'ora undicesima, quindi tornò giorno.  I tetti furono scoperti dalla forza di un turbine. Crollato un ponte, alcuni uomini precipitarono nel Tevere. Nei campi molti alberi furono sradicati. 
    - I Lusitani Galleci furono vinti.

    - Lupi in urbe visi. Nocturni ululatus flebilies canum auditi. Simulacrum Martis sudavit. Fulmen tota urbe pervagatum pleraque deorum simulacra decussit, homines exanimavit. Urbs lustrata.
    - Propter dictaturam Pompeii ingens seditio in urbe fuit.
    - In città furono visti dei lupi. Nella notte si udirono flebili ululati di cani. La statua di Marte sudò. I fulmini colpirono tutta la città: distrussero molte statue di divinità e uccisero alcuni uomini. La città fu purificata. 
    - A causa della dittatura di Pompeo ci fu nella città una grande sedizione.

    - M. Crassus ad Parthos profectus cum Eufratem transiret, multa prodigia neglexit. Cum etiam coorta tempestas signifero signum abreptum mersisset gurgiti, et offundente se nimborum caligine prohiberentur transire, pertinaciter perseverans cum filio et exercitu interiit.
    - Marco Crasso, attraversando il fiume Eufrate nella sua spedizione contro i Parti, trascurò molti prodigi. Anche se una tempesta aveva gettato in un gorgo l'insegna strappata al signifero, e veniva ostacolato dalle nebbie che gli impedivano di passare, continuando ostinatamente, provocò la rovina sua, di suo figlio e di tutto l'esercito.

    - Mula pariens discordiam civium, bonorum interitum, mutationem legum, turpes matronarum partus significavit. Incendium quo maxima pars urbis deleta est prodigii loco habitum. Inter Caesarem et Pompeium bella civilia exorta.
    - Il parto di una mula indicò le discordie civili, la fine dei buoni cittadini, il cambiamento delle leggi, vergognosi parti delle matrone. L'incendio che distrusse la maggior parte della città fu ritenuto un evento prodigioso. Iniziò la guerra civile tra Cesare e Pompeo.

    - Adversus Caesarem Pompeius in Macedonia cum invitatis gentibus amicis instrueret aciem, a Dyrrhachio venientibus adversa fuerunt fulmina. Examen apium in signis perniciem portendit. Nocturni terrores in exercitu fuere. Ipse Pompeius pridie pugnae diem visus in theatro suo ingenti plausu excipi. Mox acie victus in Aegypto occisus. Eo ipso die plerisque locis signa sua sponte conversa constat, clamorem crepitumque armorum Antiochiae, bis ut curreretur in muros, auditum Ptolemaideque, sonum tympanorum Pergami. Palma viridis Trallibus in aede Victoriae sub Caesaris statua intra coagmenta lapidum magnitudine matura enata.
    - C. Cornelius augur Patavii eo die, cum aves admitterent, proclamavit rem geri et vincere Caesarem.

    - Pompeo schierò l'esercito in Macedonia contro Cesare e qui chiamò popoli alleati: a coloro che giungevano da Durazzo si mostrarono fulmini avversi. Uno sciame di api nelle insegne militari pronosticò la sventura. Nell'esercito ci fu panico nella notte. Allo stesso Pompeo il giorno prima della battaglia sembrò di vedersi nel suo teatro mentre riceveva ingenti applausi. Poi, vinto in battaglia, venne ucciso in Egitto. In quello stesso giorno si sa che di propria volontà in numerosi luoghi si girarono le insegne militari, fu ascoltato un clamore ed uno strepito di armi ad Antiochia e in Tolemaide (così che due volte si corse alle mura) e un suono di tamburi a Pergamo. Una palma verde nacque già grande a Tralle nel tempio della Vittoria sotto la statua di Cesare tra le giunture della roccia. 
    - L'augure C. Cornelio quel giorno a Padova predisse, osservando il volo degli uccelli, che la battaglia era iniziata e che Cesare stava vincendo.

    - Decem legionum aquilae Gnaeo, Cn. Pompeii filio, quae fulmina tenebant visae dimittere et in sublime avolare. Ipse adulescens Pompeius victus et fugiens occisus.
    - Gneo, figlio di Pompeo, vide in sogno le aquile di dieci legioni lasciare i fulmini che tenevano i fulmini e fuggire in alto. Lo stesso adolescente Pompeo fu vinto e, nella fuga, fu ucciso.

    - Caesari dictatori exta sine corde inventa. Calpurnia uxor somniavit fastigium domus, quod S.C. erat adiectum, ruisse. Nocte cum valvae cubiculi clausae essent, sua sponte apertae sunt, ita ut lunae fulgore, qui intro venerat, Calpurnia excitaretur.
    - Ipse Caesar viginti tribus vulneribus in curia Pompeiana a coniuratis confossus.
    - Durante un sacrificio il dittatore Cesare trovò delle viscere senza cuore. La moglie Calpurnia sognò che la cima della casa, aggiunta per decisione del senato, era crollata. Nella notte i battenti della camera da letto, che erano stati chiusi, si aprirono spontaneamente, così che la luce della luna, entrando dentro, svegliò Calpurnia. 
    - Lo stesso Cesare fu colpito dai congiurati della curia pompeiana da ventitrè pugnalate.

    - C. Octavius testamento Caesaris patris Brundisii se in Iuliam gentem adscivit. Cumque hora diei tertia ingenti circumfusa multitudine Romam intraret, sol puri ac sereni caeli orbe modico inclusus extremae lineae circulo, qualis tendi arcus in nubibus solet, eum circumscripsit. Ludis Veneris Genetricis, quos pro collegio fecit, stella hora undecima crinita sub septentrionis sidere exorta convertit omnium oculos. Quod sidus quia ludis Veneris apparuit, divo Iulio insigne capitis consecrari placuit. Ipsi Caesari monstrosa malignitate Antonii consulis multa perpesso generosa fuit ad restistendum constantia.
    - C. Ottavio per il testamento del padre Cesare si inserì a Brindisi nella gens Iulia. Mentre, verso le nove, entrava a Roma circondato da una grande moltitudine di persone, il sole chiuso da un piccolo cerchio di cielo puro e sereno, lo circondò con un arco come è solito stendersi l'arcobaleno tra le nuvole. Durante i giochi di Venere Genitrice, che Ottavio organizzò per il collegio, una stella cometa, sorta all'ora undicesima, verso nord, attirò gli occhi di tutti. Poiché questa stella era apparsa ai giochi di Venere, decise di consacrarla come segno della divinizzazione di Giulio Cesare. Lo stesso Cesare (Ottaviano) ebbe una grande fermezza nel sopportare le numerose offese provocate dalla grande malizia del console Antonio. 

    - Terrae motus crebri fuerunt. Fulmine navalia et alia pleraque tacta. Turbinis vi simulacrum, quod M. Cicero ante cellam Minervae pridie quam plebiscito in exilium iret posuerat, dissipatum membris pronum iacuit, fractis humeris bracchiis capite; dirum ipsi Ciceroni portendit.
    - Tabulae aeneae ex aede Fidei turbine evulsae. Aedis Opis valvae fractae. Inter Caesarem et Antonium civilia bella exorta arbores radicitus et pleraque tecta eversa. Fax caelo ad occidentem visa ferri. Stella per dies septem insignis arsit.
    - Ci furono frequenti terremoti. I cantieri navali e altri luoghi furono colpiti dai fulmini. Per la violenza di un turbine una statua, che Marco Tullio Cicerone aveva posto davanti alla cella di Minerva il giorno prima che il plebiscito lo mandasse in esilio, giacque a terra con gli arti sparsi, con le spalle, le braccia e le gambe rotte: mostrò allo stesso Cicerone un presagio funesto. 
    - Delle tavole di bronzo furono sradicate a causa del turbine dal tempio della Fede.
    Si ruppero i battenti del santuario di Ops. Durante la guerra civile tra Cesare e Antonio, furono sradicati diversi alberi dalle radici e numerosi tetti scoperchiati. Una fiaccola fu vista passare nel cielo ad ovest. Una grande stella brillò per sette giorni.  



    - Soles tres fulserunt, circaque solem imum corona spiceae similis in orbem emicuit, et postea in unum circulum sole redacto multis mensibus languida lux fuit.
    - In aede Castoris nominum litterae quaedam Antonii et Dolabellae consulum excussae sunt, quibus utrisque alienatio a patria significata. - Canum ululatus nocte ante domum auditi, ex his maximus a ceteris laniatus turpem infamiam Lepido portendit.
    - Hostiae grex piscium in sicco reciproco maris fluxu relictus.
    - Padus inundavit et intra ripam refluens ingentem viperarum vim reliquit.
    - Tre soli splendettero. e, attorno al sole più basso, divampò nel cerchio una corona come di spighe.; quando il sole tornò in un solo cerchio, la sua luce si indebolì per molti mesi. 
    - Nel tempio di Castore alcune lettere dei nomi dei consoli Antonio e Dolabella furono distrutte: da ciò si capì che entrambi sarebbero stati espulsi dalla patria. 
    - Nella notte, davanti alla casa del Pontefice Massimo, si sentirono ululati di cani; il più grande di questi, dilaniato dagli altri, profetizzò una turpe infamia a Lepido. 
    - Un branco di pesci ad Ostia fu lasciato in secco dal riflusso della marea. 
    - Il Po uscì dagli argini e, ritornando nel suo letto, lasciò un'ingente quantità di vipere. 

    - Caesari cum honores decreti essent et imperium adversus Antonium, immolanti duplica exta apparuerunt. Secutae sunt eum res prosperae.
    - C. Pansae cos. statua equestris Antonii domi corruit. Equus phaleratus in ipsius conspectu festinans concidit. Quidam e populo sanguine victimarum prolapsus respersam cruore palmam proficiscenti dedit. Funesta haec ipsi prodigia fuerunt, qui mox adversus Antonium dimicans in mortem vulneratus est. Armorum teleorumque species a terra visa cum fragore ad caelum ferri. Signa legionis quae relicta a Pansa ad urbis praesidium erat veluti longo situ inductis araneis vestiri visa. Fulmine pleraque icta. In castris Caesaris luce prima in culmine praetorii super linteum consedit aquila, inde circumvolantibus minoribus avibus excita de conspectu abiit. Oraculo Apollinis vox audita: lupis rabies hieme, aestate frumentum non demessum. Veteranis Caesari consulatum flagitantibus terribilis tumultus Romae fuit. Caesar cum in campum Martium exercitum deduceret, sex vultures apparuerunt. Conscendenti deinde rostra cerato consuli iterum sex vultures conspecti veluti Romuli auspiciis novam urbem condituro signum dederunt. Reconciliatione inter Caesarem Antonium Lepidum facta foeda principum fuit proscriptio.
    - Durante un sacrificio, apparvero a Cesare (scil. Ottaviano), a cui erano stati decretati onori e il comando contro Antonio, due interiora. Lo seguì il successo. 
    - La statua equestre del console Pansa crollò a casa di Antonio. Il console vide un cavallo ornato di falere cadere mentre avanzava. Un popolano, scivolato nel sangue delle vittime, consegnò al console la mano sporca di sangue. Questi stessi prodigi furono funesti poiché in seguito, combattendo contro Antonio, fu ferito a morte. Immagini di armi e di giavellotti furono viste muoversi con fragore in cielo. Le insegne delle legioni che erano state lasciate da Pansa a presidio della città si ricoprirono di ragnatele come se fossero state lasciate da lungo tempo. Molti luoghi furono colpiti dai fulmini. Nell'accampamento di Cesare all'alba si posò un'aquila sulla cima della tenda del generale, sopra il linteum; quindi, disturbata da piccoli uccelli che gli volavano intorno, sparì dalla vista. Fu ascoltata la voce dell'oracolo di Apollo: "la rabbia dei lupi in inverno, in estate il frumento non sarà raccolto". Chiedendo i veterani il consolato per Cesare, ci fu un terribile tumulto a Roma. Quando Cesare condusse l'esercito nel Campo Marzio apparvero sei avvoltoi. Quindi, mentre saliva sui rostri, dopo esser stato nominato di nuovo console, gli avvoltoi apparvero e offrirono lo stesso presagio che avevano offerto a Romolo mentre fondava Roma. Una volta riconciliatisi Cesare, Antonio e Lepido, iniziò l'orribile proscrizione dei principali cittadini.

    - Mula Romae ad duodecim portas peperit.
    - Canis aeditui mortua a cane tracta.
    - Lux ita nocte fulsit ut tamquam die orto ad opus surgeretur.
    - In Mutinensi victoriae Marianae signum meridiem spectans sua sponte conversum in septentrionem hora quarta.
    - Cum haec victimis expiarentur, soles tres circiter hora tertia diei visi, mox in unum orbem contracti. - Latinis in Albano monte cum sacrificaretur, ex humero et pollice Iovis cruor manavit.
    - Per Cassium et Brutum in provinciis direptionibus sociorum bella gesta.
    - A Roma una mula partorì alle Dodici Porte. 
    - Da un cane fu portato via la cagna morta ad un guardiano di un tempio. 
    - Una luce brillò quella notte come all'alba. quando le persone vanno al lavoro. 
    - Nei pressi di Modena il segnale della vittoria di Mario, che era rivolto a sud, di sua volontà si volse a nord nell'ora quarta. 
    - Avendo purificato questo prodigio con le vittime, furono visti tre soli. intorno alle nove, che poi si unirono in un unico cerchio. 
    - Mentre i Latini facevano il sacrificio sul monte Albano sgorgò dal sangue dalla spalla e dal pollice di Giove. 
    - Da Cassio e Bruto furono intraprese campagne nelle province con il saccheggio degli alleati.

    - Constat neminem qui magistratum collegae abstulerat annum vixisse. - Notatum est prodigii loco fuisse, quod P. Titius praetor propter dissensiones collegae magistratum abrogavit; et ante annum est mortuus. Abrogaverunt autem hi: Lucius Iunius Brutus consul Tarquinio Collatino, Tib. Gracchus M. Octavio, Cn. Octavius L. Cinnae, C. Cinna tr.pl. C. Marullo, Tullius . . .
    - Bruto et Cassio pugnam adversus Caesarem et Antonium molientibus in castris Cassii examen apium consedit. Locus aruspicum iussu interclusus interius ducto vallo.
    - Vulturum et aliarum alitum quibus strages cadaverum pabulo est ingens vis exercitum advolavit.
    - Puer in pompa Victoriae cultu cum ferretur, ferculo decidit. Lustratione lictor perversis fascibus lauream imposuit.
    - Brutianis in proelium egredientibus Aethiops in porta occurrit et a militibus confossus.
    - Cassius et Brutus interierunt.
    - Fu ricordato come prodigio il fatto che il pretore P. Tizio revocò la magistratura del collega a causa di un'incomprensione: entro un anno morì. E' noto che nessuno che aveva abrogato la magistratura di un collega visse più di un anno. Questi agirono in questo modo: Lucio Giunio Bruto, console con Tarquinio Collatino, Tiberio Gracco con Marco Ottavio, Gneo Ottavio con Lucio Cinna, Gaio Cinna, tribuno della plebe con Gaio Marullo, Tullio… 
    - Mentre Bruto e Cassio si preparavano a combattere contro Cesare ed Antonio, nell'accampamento di Cassio si posò uno sciame di api; il luogo per ordine degli aruspici fu chiuso internamente con un muro. 
    - Un gran numero di avvoltoi e altri uccelli, che si nutrono di cadaveri, volò sopra l'esercito. 
    - Un ragazzo mentre veniva portato nel corteo della vittoria cadde nella portantina. 
    - Durante la lustratio il lettore mise una corona d'alloro sui fasci rovesciati. 
    - Gli uomini di Bruto mentre stavano uscendo per andare a combattere incontrarono sulla porta un Etiope, che fu ucciso dai soldati. 
    - Cassio e Bruto morirono.

    - Sub Appennino in villa Liviae, uxoris Caesaris, ingenti motu terra intremuit.
    - Fax caelesti a meridiano ad septentrionem extenta luci diurnae similem noctem fecit.
    - Turris hortorum Caesaris ad portam Collinam de caelo tacta.
    - Insidiis Germanorum Romani circumventi sub M. Lollio legato graviter vexati.
    - Nei pressi degli Appennini, nella villa di Livia, moglie di Cesare, ci fu un grande terremoto. 
    - Una fiaccola celeste, discese da sud verso nord con un'immensa luce rese la notte simile al giorno. 
    - Una torre nel giardino di Cesare, presso Porta Collina, fu distrutta da un fulmine. 
    - I Romani sotto il legato Marco Lollio, circondati in un'imboscata tesa dai Germani, furono gravemente maltrattati.

    - In Germania in castris Drusi examen apium in tabernaculo Hostilii Rufi, praefecti castrorum, consedit ita ut funem praetendentem praefixamque tentorio lanceam amplecteretur.
    - Multitudo Romanorum per insidias subiecta est.
    - In Germania, nell'accampamento di Druso, uno sciame di api si posò nella tenda di Ostilio Rufo, prefetto dell'accampamento: la fune tesa e la lancia che fissava la tenda ne furono avvolte. 
    - Un gran numero di Romani fu sconfitto in un'imboscata.





    Suddivisione per anni

    L. Scipione C. Laelio coss. - 190 a.c.

    - Iunonis Lucinae templum fulmine ictum ita ut fastigium valvaeque deformarentur. In finitimis pleraque de caelo icta.
    - Nursiae sereno nimbi orti et homines duo exanimati.
    - Tusculi terra pluit.
    - Mula Reate peperit.
    - Supplicatio per decem pueros patrimos matrimos totidemque virgines habita.
    - Il tempio di Giunone Lucina fu colpito da un fulmine: furono danneggiati il tetto e le porte. Nelle vicinanze molte cose furono colpite dal fulmine. 
    - A Norcia nel cielo sereno arrivarono delle nuvole e due uomini furono uccisi. 
    - A Tuscolo piovve terra. 
    - A Rieti partorì una mula. 
    - Una pubblica preghiera fu recitata da dieci ragazzi e dieci ragazze con padri e madri viventi.

    M. Messala C. Livio coss. - 188 a.c.

    - Luce inter horam tertiam et quartam tenebrae ortae.
    - In Aventino lapidum pluviae novendiali expiatae.
    - In Hispania prospere militatum.
    - Tra la terza e la quarta ora del giorno calarono le tenebre. 
    - Furono espiate delle piogge di pietre sull'Aventino con un rito sacro della durata di nove giorni. 
    - In Spagna si combatté con esito favorevole.

    Sp. Postulio Albino Q. Marcio Philippo coss. - 186 a.c.

    - Sacrum novendiale factum quod in Piceno lapidibus pluit ignesque caelestes multifariam orti levi afflatu complurium vestimenta adusserunt.
    - Aedes Iovis in Capitolio fulmine icta.
    - In Umbria semimas duodecim ferme annorum inventus aruspicumque iussu necatus.
    - Galli qui Alpes transierunt in Italiam sine proelio eiecti.
    - Furono osservati nove giorni di preghiera poiché nel Piceno erano piovute pietre e in molti luoghi fuochi celesti con un leggero soffio avevano bruciato gli abiti di più persone. 
    - Il tempio di Giove nel Campidoglio fu colpito da un fulmine. 
    - In Umbria fu trovato un ermafrodito di circa dodici anni e per ordine degli aruspici fu messo a morte. 
    - I Galli, che erano entrati in Italia attraverso le Alpi, furono respinti senza combattere.

    M. Claudio Q. Fabio Labeone coss. - 183 a.c. -

    - In area Vulcani per biduum, in area Concordiae totidem diebus sanguinem pluit.
    - In Sicilia insula nova maritima.
    - Hannibal in Bithynia veneno periit.
    - Celtiberi subacti.
    - Per due giorni nell'area di Vulcano piovve sangue e, in altri due giorni, nell'area della Concordia. 
    - Attorno alla Sicilia emerse dal mare una nuova isola. 
    - Annibale morì avvelenato in Bitinia. 
    - I Celtiberi furono sottomessi.

    L. Aemilio Paulo Cn. Baebio Tamphilo coss. - 182 a.c. -

    - Procellosa tempestas strage in urbe facta signa aenea in Capitolio deiecit, signa in circo maximo cum columnis evertit, fastigia templorum aliquot a culmine abrupta dissipavit.
    - Mulus tripes Reate natus.
    - Aedes Apollinis Caietae fulmine icta.
    - Una furiosa tempesta, dopo aver fatto una strage in città, abbatté le statue di bronzo sul Campidoglio, capovolse statue e colonne nel Circo Massimo, disperse i tetti di alcuni templi strappandoli dalla cima. 
    - A Rieti nacque un mulo con tre zampe. 
    - Il tempio di Apollo a Gaeta fu colpito da un fulmine.

    P. Cornelio Cethego M. Baebio Tamphilo coss. - 181 a.c.

    - In area Vulcani et Concordiae sanguinem pluit.
    - Hastae Martis motae.
    - Lanuvii simulacrum Iunonis Sospitae lacrimavit.
    - Pestilentiae Libitina non suffecit.
    - Ex Sibyllinis supplicatum cum sex mensibus non pluisset.
    - Ligures proelio victi deletique.
    - Nell'area di Vulcano e in quella della Concordia piovve sangue. 
    - Si mossero le lance di Marte. 
    - A Lanuvio lacrimò l'immagine di Giunone Salvatrice. 
    - A causa dell'elevato numero dei morti, provocato dalla pestilenza, non fu possibile seppellire adeguatamente tutti i defunti. 
    - Su avviso dei libri Sibillini, poiché non pioveva da sei mesi, si osservò un giorno di preghiera. 
    - I Liguri furono vinti in battaglia e annientati.

     Q. Fulvio L. Manlio coss. - 179 a.c.

    - Nimbis continuis in Capitolio signa aliquot deiecta.
    - Fulmine Romae et circa plurima decussa.
    - In lectisternio Iovis terrae motu deorum capita se converterunt; lanx cum integumentis quae Iovi erant apposita decidit. De mensa oleas mures praeroserunt.
    - Furono abbattute dalle continue tempeste alcune statue sul Campidoglio. 
    - Molte cose vennero colpite a Roma e nei dintorni dai fulmini. 
    - Al banchetto di Giove le teste degli dei si mossero a causa di un terremoto; un piatto cadde con quello che era stato preparato in onore di Giove. I topi rosicchiarono le olive dal tavolo.

     M. Iunio A. Manlio coss. - 178 a.c.

    - Incendio circa forum cum plurima essent deusta, aedes Veneris sine ullo vestigio cremata.
    - Vestae penetralis ignis extinctus. Virgo iussu M. Aemilii pontificis maximi flagro caesa negavit ulterius interiturum.
    - Supplicationibus habitis in Hispania et Histria bella prospere administrata.
    - Molti edifici attorno al Foro furono devastati da un incendio: anche il tempio di Venere fu bruciato senza lasciare alcuna traccia. 
    - Il fuoco all'interno del tempio di Vesta si spense. Una Vestale, colpita con la frusta per ordine del pontefice massimo Marco Emilio, disse che non si sarebbe spento una seconda volta. 
    - Fatte le supplicationes, i combattimenti in Spagna e Istria furono coronati dal successo.

     Cn. Cornelio Q. Petillio coss. - 176 a.c.

    - Cum immolassent victimas consules, iecur extabuit.
    - Cornelius ex monte Albano rediens membris captus ad aquas Cumanas mortuus, Petillius contra Ligures dimicans occisus est.
    - Il fegato delle vittime che erano state immolate dai consoli si consumò. 
    - Cornelio, tornando dal monte Albano, fu colpito da paralisi e morì presso le Acque Cumane,  Petillio fu ucciso combattendo contro i Liguri.

     M. Lepido Q. Mucio coss. - 175 a.c.

    - Gravi pestilentia hominum bonumque cadavera non sufficiente Libitina cum iacerent, vulturius non apparuit.
    - Celtiberi deleti.
    - Anche se non era possibile seppellire adeguatamente tutti i cadaveri, a causa di un grave contagio di uomini e buoi, non apparvero avvoltoi. 
    - I Celtiberi furono annientati.

    Q. Aelio Paeto M. Iunio coss. - 167 a.c.

    - Romae aliquot loca sacra profanaque de caelo tacta.
    - Anagniae terra pluit.
    - Lanuvi fax ardens in caelo visa.
    - Calatiae in agro publico per triduum et duas noctes sanguis manavit.
    - Rex Illyrici Gentius et Macedoniae Perses devicti.
    - A Roma alcuni luoghi sacri e profani furono colpiti da fulmini. 
    - Ad Anagni piovve terra. 
    - A Lanuvio fu vista nel cielo una fiaccola ardente. 
    - A Calazia in un campo pubblico per tre giorni e tre notti sgorgò sangue. 
    - Genzio, re degli Illiri, e Perseo, re di Macedonia, furono sconfitti.

    M. Marcello C. Sulpicio coss. - 166 a.c.

    - In Campania multis locis terra pluit.
    - In Praenestino cruenti ceciderunt imbres.
    - Veienti lana ex arboribus nata.
    - Terracinae in aede Minervae mulieres tres, quae operatae sedebant, exanimatae.
    - Ad lucum Libitinae in statua equestri aenea ex ore et pede aqua manavit diu.
    - Galli Ligures deleti.
    - Comitia cum ambitiosissime fierent et ob hoc senatus in Capitolio haberetur, milvus volans mustelam raptam de cella Iovis in medio consessu patrum misit.
    - Sub idem tempus aedes Salutis de caelo tacta.
    - In colle Quirinali sanguis terra manavit.
    - Lanuvii fax in caelo nocte conspecta.
    - Fulmine pleraque discussa Cassini et sol per aliquot horas noctis visus.
    - Teani Sidicini puer cum quattuor manibus et totidem pedibus natus.
    - Urbe lustrata pax domi forisque fuit.
    - In molte località della Campania piovve terra. 
    - Nel territorio di Preneste piovve sangue. 
    - A Veio spuntò lana dagli alberi. 
    - A Terracina nel tempio di Minerva morirono tre donne che avevano celebrato dei riti. 
    - Nel bosco sacro a Libitina, dalla bocca e dal piede della statua equestre di bronzo, a lungo sgorgò acqua. 
    - I Galli Liguri furono sconfitti. 
    - C'era turbolenza nei Comizi e per questo il Senato si era trasferito in Campidoglio: un nibbio volando, dopo aver catturato una donnola nel tempio di Giove, la lasciò al centro dell'assemblea dei senatori. 
    - Allo stesso tempo il tempio della Salute fu colpito da un fulmine. 
    - Sul colle Quirinale sgorgò sangue dalla terra. A Lanuvio nella notte fu vista una fiaccola nel cielo. 
    - A Cassino molte costruzioni furono distrutte da un fulmine e nella notte fu visto il sole per alcune ore. 
    - A Teano Sidicino nacque un bambino con quattro mani e altrettanti piedi. 
    - Dopo la purificazione, ci fu la pace in città e fuori.


    MARTE
    Cn. Octavio T. Manlio coss. -165 a.c.

    - Pestilentia fameque ita laboratum ut ex Sibyllinis populus circa compita sacellaque operaturus sederit.
    - In aede Penatium valvae nocte sua sponte adapertae, et lupi Esquiliis et in colle Qurinali meridie apparuerunt exagitatique fuerunt.
    - Urbe lustrata nihil triste accidit.
    - A causa di una pestilenza e della carestia si soffrì così tanto che, obbedendo alle prescrizioni dei libri Sibillini, il popolo si recò nei luoghi sacri e fece sacrifici. 
    - Nel tempio dei Penati durante la notte le porte si spalancarono da sole; nell'Esquilino e nel colle Quirinale a mezzogiorno apparvero dei lupi e furono scacciati. 
    - In seguito la città fu purificata e non accadde nessuna disgrazia.

    Ti. Graccho M. Iuventio coss. - 163 a.c.

    - Capuae nocte sol visus.
    - In agro Stellati fulgure vervecum de grege pars exanimata. -
    Terracinae pueri trigemini nati.
    - Formiis duo soles interdiu visi.
    - Caelum arsit. Antii homo ex speculo acie orta combustus.
    - Gabiis lacte pluit. Fulmine pleraque decussa in Palatio.
    - In templum Victoriae cygnus inlapsus per manus capientium effugit.
    - Priverni puella sine manu nata.
    - In Cephallenia tuba in caelo cantare visa.
    -Terra pluit.
    - Procellosa tempestate tecta diruta stragesque agrorum facta. - Crebro fulminavit.
    - Nocte species solis Pisauri adfulsit.
    - Caere porcus humanis manibus et pedibus natus, et pueri quadrupes et quadrumanes nati.
    - Ad forum Aesi bovem flamma ex ipsius ore nata non laesit.
    - A Capua fu visto il sole di notte. 
    - Nel Campo Stellato una parte dei montoni di un gregge fu uccisa da un fulmine. 
     A Terracina nacquero tre gemelli. 
    - A Formia durante il giorno furono visti due soli. 
    - Il cielo bruciò. 
    - Un uomo fu bruciato da un raggio di luce uscito da uno specchio.
    - A Gabi piovve latte. 
    - Nel Palatino parecchie costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - Nel tempio della Vittoria entrò un cigno e sfuggì dalle mani di chi voleva catturarlo. 
    - A Priverno una fanciulla nacque senza una mano. 
    - A Cefalonia si vide una tromba che suonava in cielo. 
    - Piovve terra. 
    - A causa di una violenta tempesta furono distrutte case e devastati campi. 
    - Spesso caddero dei fulmini. 
    Durante la notte a Pesaro brillò una specie di sole. 
    - A Cere nacque un maiale con mani e piedi umani e fanciulli con quattro piedi e quattro mani. - A Foro Esino una fiamma, uscita dalla bocca di un bue, non lo ferì.

     P. Scipione Nasica C. Marcio coss. - 162 a.c.

    - Anagniae caelum nocte arsit.
    - Fulmine pleraque decussa.
    - Frusinone bos locutus.
    - Reate mulus tripes natus.
    - Cn. Octavius, legatus in Syria, per Lysiam, tutorem Antiochi pueri, in gymnasio occisus.
    - Ad Anagni durante la notte il cielo bruciò. 
    - Molte costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - A Frosinone un bue parlò. 
    - A Rieti nacque un mulo con tre zampe. 
    - Gneo Ottavio, ambasciatore in Siria, fu assassinato in una palestra da Lisia, tutore del piccolo Antioco.

    L. Lentulo C. Marcio coss. - 156 a.c.

    - Procellosa tempestate in Capitolio aedes Iovis et circa omnia quassata.
    - Pontificis maximi tectum cum columnis in Tiberim deiectum.
    - In circo Flaminio porticus inter aedem Iunonis Reginae et Fortunae tacta, et circa aedificia pleraque dissipata.
    - Taurus ad immolationem cum duceretur ob haec ipsa corruit.
    - Dalmatae Scordisci superati.
    - A causa di una violenta tempesta nel Campidoglio il tempio di Giove e le costruzioni nelle vicinanze furono danneggiati. 
    - Il tetto della casa del Pontefice Massimo fu scaraventato sul Tevere con le sue colonne. 
    - Nel Circo Flaminio un colonnato tra il tempio della Regina Giunone e quello della Fortuna fu colpito (da un fulmine) e molti edifici circostanti furono danneggiati. 
    - Il toro che era stato destinato al sacrificio per espiare questi prodigi stramazzò al suolo mentre veniva condotto. 
    - I Dalmati Scordisci furono sconfitti. 

    Q. Opimio L. Postumio coss. - 154 a.c.

    - In provinciam proficiscens Postumius consul cum immolaret, in plurimis victimis caput in iocinere non invenit; profectusque post diem septimum aeger Romam relatus expiravit.
    - Compsae arma in caelo volare visa.
    - Fulmine pleraque decussa.
    - A Gallis et a Lusitanis Romani per arma graviter vexati.
    - Il console Postumio che faceva un sacrificio prima di partire per la provincia, non trovò la parte superiore del fegato in un gran numero di vittime; e dopo essersi messo in cammino, fu riportato malato a Roma, dove morì dopo sette giorni. 
    - A Compsa furono viste volare in cielo armi. Molte costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - I Romani furono sconfitti rovinosamente dai Galli e dai Lusitani.

    M. Claudio Marcello L. Valerio Flacco coss. - 152 a.c.

    - Turbinis vi in campo columna ante aedem Iovis decussa cum signo aurato; cumque aruspices respondissent magistratuum et sacerdotum interitum fore, omnes magistratus se protinus abdicaverunt.
    - Quod Ariciae lapidibus pluerat, supplicatio habita, item quod Romae multis locis species togatorum visae adpropinquantium oculos eludebant.
    - In Lusitania varie, in Gallia prospere pugnatum.
    - Nel Campo Marzio una colonna con una statua dorata davanti al tempio di Giove venne abbattuta dalla forza di una tempesta; e, poiché gli aruspici avevano annunciato la morte dei magistrati e dei sacerdoti, tutti i magistrati abdicarono immediatamente. 
    - Poiché in Aricia erano piovute pietre, fu celebrata una supplicatio, anche perché in molti luoghi di Roma erano state viste immagini di uomini in toga, che svanivano davanti allo sguardo di coloro che si avvicinavano. 
    - In Lusitania si combatté con alterna fortuna, in Gallia favorevolmente.

    Spurio Postumio L. Pisone coss. - 148 a.c.

    - Vasto incendio Romae cum regia quoque ureretur, sacrarium et ex duabus altera laurus ex mediis ignibus inviolatae steterunt.
    - Pseudophilippus devictus.
    - Scoppiò a Roma un grande incendio e bruciò anche la Reggia: tuttavia il sacrario e uno dei due alberi di alloro, pur trovandosi in mezzo alle fiamme, rimasero illesi. 
    - Il falso Filippo fu sconfitto.  

    P. Africano C. Livio coss. - 147 a.c.

    - Amiterni puer tribus pedibus, una manu natus. Romae et circa fulmine pleraque icta.
    - Caere sanguinis rivi terra fluxerunt et nocte caelum ac terra ardere visum.
    - Frusinone aurum sacrum mures adroserunt.
    - Lanuvii inter horam tertiam et quintam duo discolores circuli solem cinxerunt rubente alter, alter candida linea.
    - Stella arsit per dies triginta duos.
    - Et cum Carthago obsideretur, in captivos Romanorum per Hasdrubalem barbaro more saevitum, mox Carthago per Aemilianum diruta.
    - Un bambino di Amiterno nacque con tre piedi e una mano. 
    - A Roma e nei dintorni molte costruzioni furono colpite dai fulmini. 
    - A Cere sgorgarono fiumiciattoli di sangue e nella notte furono visti ardere cielo e terra. 
    - A Frosinone i topi rosicchiarono sacri oggetti d'oro. 
    - A Lanuvio tra la terza e la quinta ora due cerchi di diverso colore circondarono il sole, uno rosso, l'altro bianco. 
    - Una stella brillò per trentadue giorni. 
    - Mentre Cartagine era assediata, per ordine di Asdrubale ci si accanì contro i prigionieri romani con barbarici maltrattamenti; in seguito Cartagine fu distrutta per ordine di Publio Cornelio Scipione Emiliano. 

    Appio Claudio Q. Metello coss. - 143 a.c.

    - Amiterni puer tribus pedibus natus.
    - Caurae sanguinis rivi e terra fluxerunt.
    - Cum a Salassis illata clades esset Romanis, decemviri pronuntiaverunt se invenisse in Sibyllinis, quotiens bellum Gallis illaturi essent, sacrificari in eorum finibus oportere.
    - Ad Amiterno nacque un bimbo con tre piedi. 
    - A Caura fiumiciattoli di sangue sgorgarono dalla terra. 
    - Avendo i Salassi sconfitto i Romani, i decemviri sostennero di aver trovato nei libri Sibillini una prescrizione: ogni volta che si fosse combattuto contro i Galli, si doveva fare un sacrificio nel territorio nemico. 

    L. Metello Q. Fabio Maximo coss. -142 a.c.

    - Fames et pestilentia cum essent, per decemviros supplicatum.
    - Lunae androgynus natus praecepto aruspicum in mare deportatus.
    - Tanta fuit Lunensibus pestilentia ut iacentibus in publicum passim cadaveribus, qui funerarent defuerint.
    - In Macedonia exercitus Romanus proelio vexatus: adversus Viriathum dubie dimicavit.
    - Essendoci carestie ed epidemie, si tenne una supplicatio per ordine dei decemviri. 
    - A Luni nacque un ermafrodito: per ordine degli aruspici fu gettato in mare. 
    - Ci fu un'epidemia così grande tra gli abitanti di Luni che i cadaveri giacevano ovunque nei luoghi pubblici ed erano venuti meno coloro che davano sepoltura. 
    - In Macedonia l'esercito Romano fu sconfitto in battaglia; contro Viriato combatté con esito incerto.

    Q. Caepione C. Laelio coss. - 140 a.c.

    - Praeneste et in Cephallenia signa de caelo cecidisse visa.
    - Mons Aetna ignibus abundavit.
    - Prodigium maioribus hostiis quadraginta expiatum.
    - Annus pacatus fuit Viriatho victo.
    - A Preneste e a Cefalonia furono viste stelle cadere dal cielo. 
    - Il monte Etna abbondava di fiamme. 
    - Il prodigio fu espiato da quaranta vittime maggiori. 
    - Fu un anno di pace dopo la vittoria su Viriato.  

    Aemilio C. Hostilio Mancino coss. - 137 a.c.

    - Cum Lavinii auspicaretur, pulli e cavea in silvam Laurentinam evolarunt neque inventi sunt.
    - Praeneste fax ardens in caelo visa, sereno intonuit.
    - Terracinae M. Claudius praetor in nave fulmine conflagravit.
    - Lacus Fucinus per milia passuum quinque quoquo versum inundavit.
    - In Graecostasi et comitio sanguine fluxit.
    - Esquiliis equuleus cum quinque pedibus natus.
    - Fulmine pleraque decussa.
    - Hostilius Mancinus consul in portu Herculis cum conscenderet navem petens Numantiam, vox improviso audita "Mane, Mancine." Cumque egressus postea navem Genuae conscendisset, anguis in navi inventus e manibus effugit. Ipse consul devictus, mox Numantinis deditus.
    - Mentre si prendevano gli auspici a Lavinio, i polli scapparono dalla gabbia nella Selva Laurentina e non furono ritrovati. 
    -A Preneste fu vista una fiaccola ardente in cielo e tuonò a ciel sereno. 
    - A Terracina il pretore Marco Claudio bruciò nella sua nave a causa di un fulmine. 
    - Il lago Fucino uscì dal suo alveo per cinque miglia in tutte le direzioni. 
    - Nella Grecostasi e nel Comizio sgorgò sangue. 
    - Nell'Esquilino nacque un puledro con cinque zampe. 
    - I fulmini colpirono molte cose. 
    - Quando il console Ostilio Mancino stava salendo sulla nave a Porto d'Ercole, diretto a Numanzia, all'improvviso si sentì un grido: "Fermati, Mancino." Sbarcò e salì su una nave a Genova: fu trovato un serpente nella nave che sfuggì dalle mani. Lo stesso console venne sconfitto e successivamente fu consegnato ai Numantini. 

     L. Furio S. Atilio Serrano coss. - 136 a.c.

    - Regium paene totum incendio consumptum sine ullo humano fraudis aut neglegentiae vestigio.
    - Puer ex ancilla quattuor pedibus manibus oculis auribus et duplici obsceno natus. Puteolis in aquis calidis rivi manarunt sanguine. Fulmine pleraque deiecta. Puer aruspicum iussu crematus cinisque eius in mare deiectus.
    - A Vaccaeis exercitus Romanus caesus.
    - Reggio fu completamente distrutta da un incendio senza alcuna traccia di frode o noncuranza umana. 
    - Nacque da una serva un bambino con quattro piedi, quattro mani, quattro occhi, quattro orecchie e due parti intime. A Pozzuoli in sorgenti calde sgorgarono ruscelli di sangue. I fulmini colpirono molte cose. Il bambino fu bruciato per ordine degli aruspici e le sue ceneri vennero gettate in mare. 
    - Un esercito romano fu disfatto dai Vaccei.

     Ser. Flacco Q. Calpurnio coss. - 135 a.c.

    - Mons Aetna maioribus solito arsit ignibus.
    - Romae puer solidus posteriore naturae parte genitus.
    - Bononiae fruges in arboribus natae.
    - Bubonis vox primum in Capitolio dein circa urbem audita.
    - Quae avis praemio posito ab aucupe capta combustaque; cinis eius in Tiberim dispersus.
    - Bos locutus.
    - In Numantinis res male gestae, exercitus Romanus oppressus.
    - Il monte Etna arse con più fiamme del solito. 
    - A Roma nacque un bimbo senza apertura naturale nella parte posteriore. 
    - A Bologna nacque grano sugli alberi. 
    - Il verso del gufo fu sentito prima in Campidoglio: fu promessa una ricompensa e quell'uccello fu catturato da un aucupe, quindi bruciato; le sue ceneri furono disperse nel Tevere. 
    - Un bue parlò. 
    - A Numanzia le operazioni militari furono disastrose e un esercito romano venne sconfitto.


    GIUNONE
    P. Africano C. Fulvio coss. - 134 a.c.

    - In Amiterno sol noctu visus, eiusque lux aliquamdiu fuit visa.
    - Bos locutus et nutritus publice.
    - Sanguine pluit.
    - Anagniae servo tunica arsit et intermortuo igne nullum flammae apparuit vestigium.
    - In Capitolio nocte avis gemitus similes hominis dedit.
    - In aede Iunonis Reginae scutum Ligusticum fulmine tactum.
    - Fugitivorum bellum in Sicilia exortum, coniuratione servorum in Italia oppressa.
    - Ad Amiterno durante la notte si vide il sole; la sua luce fu vista per parecchio tempo. 
    - Un bue parlò e fu mantenuto a spese pubbliche. 
    - Piovve sangue. 
    - Ad Anagni una tunica bruciò addosso ad un servo e, spento il fuoco, non rimase alcun segno della fiamma. 
    - Nel Campidoglio un uccello emise un gemito simile a quello dell'uomo. 
    - Nel tempio di Giunone Regina lo scudo ligustico fu colpito da un fulmine. 
    - In Sicilia ci fu una ribellione di schiavi e anche in Italia fu soffocata un congiura di schiavi.

     P. Mucio L. Pisone coss. - 133 a.c.

    - Tiberius Gracchus . . . legibus ferendis occisus.
    - Proditum est memoria Tiberium Gracchum, quo die periit, tristia neglexisse omina, cum domi et in Capitolio sacrificanti dira portenderentur, domoque exiens sinistro ad limen offenso pede decusserit pollicem, et corvi fragmentum tegulae ante pedes eius proiecerint ex stillicidio.
    - In lacu Romano lacte rivi manarunt.
    - Lunae terra quattuor iugerum spatio in profundum abiit et mox de caverna lacum reddidit.
    - Ardeae terra pluit.
    - Minturnis lupus vigilem laniavit et inter tumultum effugit.
    - Romae bubo et alia avis ignota visa.
    - In aede Iunonis Reginae clausis per biduum valvis infantis vox audita.
    - Scuta novo sanguine maculata.
    - Puella quadrupes nata.
    - In Agro Ferentino androgynus natus et in flumen deiectus.
    - Virgines ter novenae canentes urbem lustraverunt.
    - Tiberio Gracco fu ucciso mentre proponeva leggi. Si tramanda che Tiberio Gracco, il giorno che morì, non prese in considerazione i tristi presagi che si erano mostrati mentre sacrificava a casa e in Campidoglio: uscendo da casa, colpì la soglia con il piede sinistro, sbattendo l'alluce; i corvi lanciarono un pezzo di tegola davanti ai suoi piedi. 
    - Nel lago romano sgorgarono fiumiciattoli di latte. 
    - A Luni la terra in un'area di quattro iugeri sprofondò e la cavità fu subito occupata da un lago. 
    - Ad Ardea piovve terra. 
    - A Minturno un lupo sbranò una sentinella e nella confusione riuscì a scappare. 
    - A Roma furono visti un gufo ed un altro uccello sconosciuto. 
    - Nel tempio di Giunone Regina fu udito il pianto di un bambino per due giorni nonostante le porte chiuse. 
    - Gli scudi si macchiarono con nuovo sangue. 
    - Nacque una bimba con quattro piedi. 
    - Nel territorio ferentino nacque un ermafrodito e fu gettato nel fiume. 
    - Tre gruppi di vergini che cantavano, nove in ciascun gruppo, purificarono la città. 

    P. Popillio P. Rupilio coss. - 132 a.c.

    - In Italia multa milia servorum quae coniuraverant aegre comprehensa et supplicio consumpta.
    - In Sicilia fugitivi Romanos exercitus necaverunt.
    - Numantia diruta.
    - In Italia molte migliaia di schiavi che avevano cospirato furono a fatica arrestati e suppliziati. - In Sicilia gli schiavi distrussero eserciti romani. 
    - Numanzia fu distrutta.

     Ap. Claudio M. Perperna coss. - 130 a.c.

    - Reate mulus cum quinque pedibus natus.
    - Romae in Graecostasi lacte pluit.
    - Lupus et canis Hostiae pugnantes fulmine exanimati.
    - Grex ovium in Apulia uno ictu fulmine exanimatus.
    - Praetor populi Romani fulmine exanimatus.
    - Terracinae sereno navis velum fulmine in aqua deiectum, et impensas omnis quae ibi erant ignis absumpsit.
    - Publius Crassus adversus Aristonicum dimicans occisus. Apollinis simulacrum lacrimavit per quadriduum.
    - Vates portenderunt Graeciae fore exitium, unde deductum esset.
    - Sacrificatum tum a Romanis donaque in templo posita.
    - Phrygia recepta Asia Attali testamento legata Romanis.
    - Antiocho regi Syriae ingenti exercitu dimicanti hirundines in tabernaculo nidum fecerunt. Quo prodigio neglecto proelium commisit et a Parthis occisus est.
    - A Rieti nacque un mulo con cinque zampe. 
    - A Roma nella Grecostasi piovve latte. 
    - Ad Ostia un lupo ed un cane che combattevano furono uccisi da un fulmine. 
    - Un gregge di pecore in Apulia venne distrutto con un solo fulmine. 
    - Il pretore del popolo romano morì per un fulmine. 
    - A Terracina con il cielo sereno, la vela di una nave fu gettata in acqua da un fulmine e il fuoco bruciò tutte le cose che erano lì. 
    - Publio Crasso fu ucciso mentre combatteva contro Aristonico. 
    - La statua di Apollo lacrimò per quattro giorni. 
    - Gli indovini pronosticarono che ci sarebbe stata la sconfitta della Grecia, da dove la statua era stata portata. 
    - Furono fatti allora sacrifici dai Romani e portati doni nel tempio. 
    - Fu annessa la Frigia; l'Asia venne assegnata ai Romani dal testamento di Attalo. 
    - Mentre Antioco, re di Siria, stava combattendo con un numeroso esercito, le rondini fecero un nido nella tenda. Dopo aver trascurato questo segno, attaccò battaglia e fu ucciso dai Parti.

    Sempronio M'. Aquilio coss. - 129 a.c.

    - M. Fulvii Flacci triumviri . . .  dissensione in legibus ferendis . . .
    - Angues duo nigri in cella Minervae allapsi civilem caedem portenderunt.
    - …del triumviro M. Fulvio Flacco… discordia nel presentare la proposta di legge…
    - Due serpenti neri entrati nella cella di Minerva preannunciarono la strage dei cittadini.

    M. Aemilio L. Aurelio coss. - 126 a.c.

    - Nocturna tempestate in Capitolio aliquot templa concussa sunt.
    - Romae et circa fulmine pleraque deiecta sunt.
    - Aetna mons terrae motu ignes super verticem late diffudit, et ad insulas Liparas mare efferbuit et quibusdam adustis navibus vapore plerosque navalis exanimavit, piscium vim magnam exanimem dispersit, quos Liparenses avidius epulis appetentes contaminatione ventris consumpti, ita ut nova pestilentia vastarentur insulae.
    - Quod prodigium aruspicum responso seditionem, quae post tempora ea fuit, portendit.
    - Durante una tempesta notturna alcuni templi furono scossi nel colle Capitolino. 
    - A Roma e nelle vicinanze molti edifici Vennero colpiti dai fulmini. 
    - Il monte Etna diffuse largamente fiamme dalla sommità; ci fu un terremoto e il mare ribollì vicino alle isole Lipari: furono bruciate alcune navi, vennero uccisi parecchi marinai col fumo, fu dispersa una grande quantità di pesci morti per cui gli abitanti di Lipari, desiderandoli alquanto avidamente per i banchetti, furono uccisi da una malattia dello stomaco, così che le isole furono svuotate dalla nuova pestilenza. 
    - Per gli aruspici questo prodigio preannunciava la ribellione, che avvenne dopo quel tempo.

    M. Plautio M. Fulvio coss. - 125 a.c.

    - In arboribus fruges natae sunt.
    - Oleo et lacte in Veiente pluit. Bubo in Capitolio visus.
    - Arpis lapideus imber triduo . . .
    - Apparuit locustarum ingenti agmine in Africa, quae a vento in mare deiectae fluctibusque eiectae odore intolerabili Cyrenis mortiferoque vapore gravem pestilentiam fecerunt pecori; hominumque DCCC milia consumpta tabe proditum est.
    - Fregellae, quae adversus Romanos coniuraverunt, dirutae.
    - Ligures Sallyes trucidati.
    - Sugli alberi nacquero messi. 
    - Nel territorio di Veio piovvero olio e latte. 
    - Si vide un gufo sul Campidoglio. 
    - Ad Arpi una pioggia di pietre per tre giorni… 
    - In Africa apparve una grande quantità di cavallette che, gettate dal vento in mare e spinte a riva dalle onde, provocarono a Cirene, con il loro intollerabile odore e con la mortifera esalazione, una grave moria di bestiame; si tramanda che ottocentomila uomini furono uccisi dall'epidemia. 
    - La città di Fregelle, che aveva cospirato contro i Romani, fu distrutta. 
    - I Liguri Salli furono trucidati.

     C. Cassio Longino C. Sextio coss. - 124 a.c.

    - In Graecostasi lacte pluit.
    - Fulmine Crotone grex ovium cum cane et tribus pastoribus exanimatus.
    - Saturae vitulus biceps natus.
    - Tumultus in urbe fuit C. Graccho leges ferente.
    - Piovve latte sulla Grecostasi. 
    - Un gregge di pecore, un cane e tre pastori furono uccisi da un fulmine a Crotone. 
    - A Satura nacque un vitello con due teste. 
    - Ci fu un tumulto nella città di Roma mentre Gaio Gracco proponeva le leggi.

    Cn. Domitio C. Fannio coss. - 122 a.c.

    - In foro Vessano androgynus natus in mare delatus est.
    - In Gallia tres soles et tres lunae visae.
    - Vitulus biceps natus.
    - Bubo in Capitolio visus.
    - Aetnae incendio Catina consumpta. Sallyes et Allobroges devicti.
    - Al Foro Vessano nacque un ermafrodito e fu gettato in mare. 
    - In Gallia furono visti tre soli e tre lune. 
    - Nacque un vitello con tre teste. 
    - Un gufo fu visto sul Campidoglio. 
    - Catania fu distrutta da un incendio provocato dall'Etna. 
    - I Salli e gli Allobrogi furono vinti.




    L. Opimio Q. Fabio Maximo coss. - 121 a.c.

    - Grex luporum limites qui in agrorum divisione per C. Gracchum depositi erant dissipavit. Ipse Gracchus in Aventino occisus.
    - Un branco di lupi abbatté i confini che erano stati posti da Gaio Gracco nella divisione dei campi. Gaio Gracco stesso fu ucciso nell'Aventino.

    L. Aurelio Cotta L. Caecilio coss. - 119 a.c.

    - Androgynus in agro Romano annorum octo inventus et in mare deportatus. Virgines ter novenae in urbe cantarunt.
    - Un ermafrodito di otto anni fu trovato nell'Agro Romano e venne gettato in mare. Tre gruppi di nove fanciulle cantarono in città.

     M. Catone Q. Marcio coss. - 118 a.c.

    - Catone consule immolante exta tabuerunt, caput iocineris inventum non est.
    - Lacte pluit.
    - Terra cum mugitu tremuit.
    - Examen apum in foro consedit.
    - Sacrificium ex Sibyllinis.
    - Mentre il console Catone compiva un sacrificio, le viscere si consumarono e non fu trovata l'estremità del fegato. 
    - Piovve latte. 
    - La terra tremò con un boato. 
    - Uno sciame di api si stabilì nel foro. 
    - Fu offerto il sacrificio obbedendo alle prescrizioni dei Libri Sibillini.

    L. Caecilio L. Aurelio coss. - 117 a.c.

    - Fulmine Romae et circa pleraque tacta.
    - Praeneste lacte pluit.
    - Hastae Martis in regia motae.
    - Priverni terra septem iugerum spatio in caverna desedit.
    - Saturniae androgynus annorum decem inventus et mari demersus.
    - Virgines viginti septem urbem carmine lustraverunt.
    - Reliquum anni in pace fuit.
    - Molte cose furono colpite da un fulmine a Roma e nelle vicinanze. 
    - A Preneste piovve latte. 
    - Nella Reggia si mossero le lance di Marte. 
    - A Priverno la terra sprofondò in una caverna in un'area di sette iugeri. 
    - A Saturnia fu trovato e fu gettato in mare un ermafrodito di dieci anni. 
    - Ventisette vergini purificarono la città con un canto. Il resto dell'anno trascorso in pace.

    M'. Acilio C. Porcio coss. - 114 a.c.

    - P. Elvius eques Romanus a ludis Romanis cum in Apuliam reverteretur, in agro Stellati filia eius virgo equo insidens fulmine icta exanimataque, vestimento deducto in inguinibus, exserta lingua, per inferiores locos ut ignis ad os emicuerit.
    - Responsum infamiam virginibus et equestri ordini portendi, quia equi ornamenta dispersa erant.
    - Tres uno tempore virgines Vestales nobilissimae cum aliquot equitibus Romanis incesti poenas subierunt.
    - Aedes Veneri Verticordiae facta.
    - Mentre il cavaliere romano Publio Elvio, che era stato ai Ludi Romani, ritornava il Puglia, sua figlia vergine fu colpita e uccisa da un fulmine mentre stava a cavallo: i vestiti erano stati portati via dall'inguine, la bocca era spalancata, come se il fuoco fosse passato attraverso le parti inferiori fino alla bocca. 
    - Si interpretò il fatto in questo modo: era stata predetta infamia alle vergini e all'ordine equestre, poiché erano stati dispersi gli ornamenti del cavallo. 
    - Nello stesso tempo tre nobilissime vergini Vestali con alcuni cavalieri romani subirono le pene per l'incesto. 
    - Fu costruito un tempio a Venere Verticordia (= che muta i cuori).

    C. Caecilio Cn. Papirio coss. - 113 a.c.

    - Albanus mons nocte ardere visus.
    - Aedicula et signum de caelo tacta.
    - Ara Salutis interrupta. - Terra in Lucanis et Privernati late hiavit.
    - In Gallia caelum ardere visum.
    - Cimbri Teutonique Alpes transgressi foedam stragem Romanorum sociorumque fecerunt.
    - Il monte Albano sembrò ardere nella notte. 
    - Un'edicola e una statua furono colpite dal cielo. 
    - Si ruppe l'altare della Salute. 
    - La terra si aprì ampiamente in Lucania e nel territorio di Priverno. 
    - In Gallia si vide ardere il cielo. 
    - I Cimbri e i Teutoni, oltrepassate le Alpi, fecero una brutale strage di Romani e loro alleati. 

     P. Scipione L. Calpurnio coss. - 111 a.c.

    - Maxima pars urbis exusta cum aede Matris Magnae.
    - Lacte per triduum pluit, hostiisque expiatum maioribus.
    - Iugurthinum bellum exortum.
    - Una grandissima parte della città fu bruciata con il tempio della Grande Madre. 
    - Piovve latte per tre giorni: questo prodigio fu espiato con vittime maggiori. 
    - Ebbe inizio la guerra contro Giugurta. 

    Servio Galba M. Scauro coss. - 108 a.c.

    - Avis incendiaria et bubo in urbe visae.
    - In latomiis homo ab homine adesus.
    - Ex Sibyllinis in insula Cimolia sacrificatum per triginta ingenuos patrimos et matrimos totidemque virgines.
    - Multa milia hominum intumescente Pado et stagno Arretino obruta.
    - Bis lacte pluit.
    - Nursiae gemini ex muliere ingenua nati, puella integris omnibus membris, puer a parte priore alvo aperto ita ut nudum intestinum conspiceretur, idem posteriore natura solidus natus, qui voce missa expiravit.
    - Contra Iugurtham prospere dimicatum.
    - Un'avis incendiaria e un gufo furono visti in città. 
    - In una cava di pietra un uomo fu divorato da un altro. 
    - In base ai Libri Sibillini nell'isola Cimolia fu fatto un sacrificio da parte di trenta ragazzi e altrettanti vergini che avevano padri e madri viventi. 
    - Molte migliaia di persone furono sommerse dal Po in piena e dallo stagno Aretino. 
    - Piovve latte per due volte. 
    -A Norcia nacquero due gemelli da una donna libera: una fanciulla con tutte le membra intatte, un fanciullo con il ventre aperto nella parte anteriore, cosicché si poteva vedere l'intestino scoperto, e senza apertura nella parte posteriore; il bambino, dopo aver vagito, morì. 
    - Si combatté favorevolmente contro Giugurta. 

    Q. Servilio Caepione C. Atilio Serrano coss. - 106 a.c.

    - Amiterni cum ex ancilla puer nasceretur, ave dixit.
    - In agro Perusino et Romae locis aliquot lacte pluit.
    - Inter multa fulmine icta Atellis digiti hominis quattuor tamquam ferro praecisi.
    - Argentum signatum afflatu fulminis diffluxit.
    - In agro Trebulano mulier nupta civi Romano fulmine icta nec exanimata.
    - Fremitus caelestis auditus et pila caelo cadere visa.
    - Sanguine pluit.
    - Romae interdiu fax sublime volans conspecta.
    - In aede Larum flamma a fastigio ad summum columen penetravit innoxia.
    - Per Caepionem consulem senatorum et equitum iudicia communicata.
    - Cetera in pace  fuerunt.
    - Ad Amiterno un bambino appena nato da una ancella disse "Ave!". 
    - Nel territorio perugino e in alcuni luoghi di Roma piovve latte. 
    - Tra le varie cose colpite da un fulmine, ad Atella quattro dita di un uomo furono tagliate come da una spada. 
    - Una moneta di argento si sciolse con il calore di un fulmine. 
    - Nel territorio di Trebula una donna sposata con un cittadino romano fu colpita da un fulmine ma sopravvisse. 
    - Nel cielo si sentì un rumore e si vide cadere una palla dal cielo. 
    - Piovve sangue. 
    - A Roma di giorno fu possibile vedere una fiamma che fluttuava nell'aria. 
    - Nel tempio dei Lari una fiamma entrò dal tetto e arrivò alla sommità della colonna senza far danno. 
    - Su proposta del console Cepione le giurie furono divise tra senatori e cavalieri. 
    - Le altre cose rimasero in pace. 

    P. Rutilio Cn. Manlio coss. - 105 a.c.

    - Trebulae Mutuscae ante quam ludi commiterentur, canente tibicine angues nigri aram circumdederunt, desinente cantare dilapsi. Postero die exorti a populo lapidibus enecati. Foribus templi adapertis simulacrum Martis ligneum capite stans inventum.
    - A Lusitanis exercitus Romanus caesus.
    - A Trebula Mutusca, prima che i giochi fossero aperti, mentre il flautista suonava, dei serpenti neri circondarono l'altare; quando smise di suonare si dispersero. Il giorno dopo spuntarono fuori e furono uccisi con le pietre dal popolo. Aperte le porte del tempio, fu trovata una statua di legno di Marte che si appoggiava sulla testa. 
    - Un esercito romano fu fatto a pezzi dai Lusitani. 

    C. Mario C. Flavio coss. -104 a.c.

    - Bubo extra urbem visus. Bos locuta.
    - Trebulae Mutuscae simulacrum in templo, quod capite adaperto fuit, opertum inventum.
    - Nuceriae ulmus vento eversa sua sponte erecta in radicem convaluit.
    - In Lucanis lacte, Lunae sanguine pluit.
    - Arimini canis locutus.
    - Arma caelestia tempore utroque ab ortu et occasu visa pugnare et ab occasu vinci.
    - Aruspicum responso populus stipem Cereri et Proserpinae tulit.
    - Virgines viginti septem dona canentes tulerunt.
    - Luna interdiu cum stella ab hora tertia usque ad horam septinam apparuit.
    - A fugitivis et desertoribus in Thurinis regiones vastatae.
    - Cimbri Alpes transgressi post Hispaniam vastatam iunxerunt se Teutonis.
    - Lupus urbem intravit.
    - Fulminis ictu vultures super turrem exanimati.
    - Hora diei tertia solis defectus lucem obscuravit.
    - Examen apium ante aedem Salutis consedit.
    - In comitio lacte pluit.
    - In Piceno tres soles visi.
    - In agro Vulsiniensi flamma e terra orta caelumque visa contingere.
    - In Lucanis duo agni equinis pedibus nati, alter siminino capite.
    - In Tarquinensi lactis rivi terra scaturienti exorti.
    - Aruspicum  responso signa oleaginea duo armata statuta supplicatumque.
    - In Macedonia Thraces subacti.
    - Un gufo fu visto fuori città. 
    - Una mucca parlò. 
    - A Tremula Mutusca fu trovata con il capo coperto una statua, che era a capo scoperto. 
    - A Nocera un olmo, rovesciato dal vento, si ristabilì eretto sulle radici di sua spontanea volontà. - In Lucania piovve latte, a Luni sangue. 
    - A Rimini una cane parlò. 
    - Armi celesti furono viste combattere in un certo momento dall'est all'ovest e prevalse quella occidentale. 
    - In base al responso degli aruspici il popolo portò un'offerta a Cerere e a Proserpina. 
    - Ventisette vergini portarono i doni cantando. 
    - La Luna e una stella apparvero dall'ora terza all'ora settima durante il giorno. 
    - Il territorio vicino a Turi fu devastato dai fuggitivi e dai disertori. 
    - I Cimbri dopo aver oltrepassato le Alpi e aver devastato la Spagna si unirono ai Teutoni. 
    - Un lupo entrò a Roma. 
    - Alcuni avvoltoi furono colpiti e uccisi da un fulmine su una torre. 
    - All'ora terza ci fu un'eclissi. 
    - Uno sciame di api si stabilì davanti al tempio della Salute. 
    - Piovve latte sul Comizio. 
    - Nel Piceno furono visti tre soli. 
    - Nei campi di Volsini si vide una fiamma, spuntata dalla terra, toccare il cielo. 
    - In Lucania due agnelli nacquero con zampe equine; uno dei due aveva la testa di scimmia. 
    - Nei pressi di Tarquinia sgorgarono dalla terra fiumi di latte. 
    - In base al responso degli aruspici furono collocate due statue di legno armate e si tenne una supplicatio. 
    - In Macedonia i Traci furono sottomessi.

    C. Mario Q. Lutatio coss. - 102 a.c.

    - Novemdiale sacrum fuit, quod in Tuscis lapidibus pluerat.
    - Urbs aruspicum iussu lusttrata.
    - Hostiarum cinis per decemviros in mare dispersus, et per dies novem per magistratus circa omnia templa et municipia pompa ducta supplicantum.
    - Hastae Martis in regia sua sponte motae.
    - Sanguine circa amnem Anienem pluit.
    - Examen apium in foro boario in sacello consedit.
    - In Gallia in castris lux nocte fulsit.
    - Puer ingenuus Ariciae flamma comprehensus nec ambustus.
    - Aedes Iovis clusa fulmine icta.
    - Cuius expiationem quia primus monstraverat Aemilius Potensis aruspex, praemium tulit, ceteris celantibus, quod ipsis liberisque exitium portenderetur.
    - Piratae in Cilicia a Romanis deleti.
    - Teutoni a Mario trucidati.
    - Ci fu un rito sacro di nove giorni, perché erano piovuti sassi in Etruria. La città fu purificata per ordine degli aruspici. Le ceneri delle vittime furono disperse in mare dai decemviri, e per nove giorni una processione di supplicanti fu condotta dai magistrati attorno a tutti i templi e municipi. 
    - Le lance di Marte si mossero di loro volontà nella Regia. 
    - Piovve sangue attorno al fiume Aniene. 
    - Uno sciame di api si insediò in un tempietto nel foro Boario. 
    - Negli accampamenti in Gallia una luce brillò di notte. 
    - Un fanciullo libero di Aricia fu avvolto dalle fiamme ma non venne consumato. 
    - Il tempio di Giove fu colpito da un fulmine mentre era chiuso. 
    - L'aruspice Emilio Potense ebbe un premio, poiché per primo aveva indicato l'espiazione di questo prodigio, mentre gli altri lo celavano, perché annunciava la morte di loro stessi e dei figli. 
    - I pirati furono annientati dai Romani in Cilicia. 
    - I Teutoni furono sterminati da Mario.  

    - In area Vulcani et Concordiae sanguinem pluit.
    - Hastae Martis motae.
    - Lanuvii simulacrum Iunonis Sospitae lacrimavit.
    - Pestilentiae Libitina non suffecit.
    - Ex Sibyllinis supplicatum cum sex mensibus non pluisset.
    - Ligures proelio victi deletique.
    Nell'area di Vulcano e in quella della Concordia piovve sangue. 
    - Si mossero le lance di Marte. 
    - A Lanuvio lacrimò l'immagine di Giunone Salvatrice. 
    - A causa dell'elevato numero dei morti, provocato dalla pestilenza, non fu possibile seppellire adeguatamente tutti i defunti. 
    - Su avviso dei libri Sibillini, poiché non pioveva da sei mesi, si osservò un giorno di preghiera. 
    - I Liguri furono vinti in battaglia e annientati.


    CALLIOPE
    C. Mario M'. Aquilio coss. - 101 a.c.

    - Ancilia cum crepitu sua sponte mota.
    - Servus Q. Servilii Caepionis Matri Idaeae se praecidit, et trans mare exportatus, ne umquam Romae reverteretur.
    - Urbs lustrata.
    - Capra cornibus ardentibus per urbem ducta, porta Naevia emissa relictaque.
    - In Aventino luto pluit. Lusitanis devictis Hispania ulterior pacata.
    - Cimbri deleti.
    - Gli scudi si mossero con un crepitio di loro volontà. 
    - Il servo di Quinto Servilio Cepio si evirò in devozione alla Grande Madre, e fu trasportato al di là del mare, affinché non tornasse mai a Roma. 
    - La città fu purificata. 
    - Una capra con le corna ardenti fu condotta per la città, espulsa da porta Nevia e abbandonata. - Piovve fango sull'Aventino. 
    - I Lusitani furono sconfitti e la Spagna Ulteriore fu pacificata. 
    - I Cimbri furono sterminati.

    C. Mario L. Valerio coss. - 100 a.c.

    - Fax ardens Tarquiniis late visa subito lapsu cadens.
    - Sub occasu solis orbis clipei similis ab occidente ad orientem visus perferri.
    - In Piceno terrae motu domicilia ruinis prostrata, quaedam convulsa sede sua inclinata manserunt.
    - Fremitus armorum ex inferno auditus.
    - Quadrigae aureatae in foro a pedibus sudaverunt.
    - Fugitivi in Sicilia proeliis trucidati.
    - A Tarquinia si vide una fiaccola ardente improvvisamente cadere. 
    - Al calare del Sole si vide un oggetto circolare simile a uno scudo dirigersi da ovest a est. 
    - Nel Piceno le abitazioni furono ridotte in rovine da un terremoto, mentre alcune rimasero inclinate nella loro sede sconvolta. 
    - Un fremito di armi fu udito dal fondo della terra. 
    - Le Quadrighe dorate nel foro sudarono nella parte inferiore. 
    - Gli schiavi fuggitivi in Sicilia furono trucidati in battaglia.

    M. Antonio A. Postumio coss. - 99 a.c.

    - Bubone in urbe visa urbs lustrata.
    - Nimbis et procella plurima dissipata, fulmine pleraque tacta.
    - Lanuvii in aede Iunonis Sospitae in cubiculo deae sanguinis guttae visae.
    - Nursiae aedes sacra terrae motu disiecta.
    - Lusitani rebellantes subacti.
    - Sextus Titius tribunus plebis de agris dividendis populo cum repugnantibus collegis pertinaciter legem ferret, corvi duo numero in alto volantes ita pugnaverunt supra contionem ut rostris unguibusque lacerarentur. Aruspices sacra Apollini litanda et de lege, quae ferebatur, supersedendum pronuntiarunt.
    - Fremitus ab inferno ad caelum ferri visus inopiam famemque portendit.
    - Populus stipem, matronae thesaurum et virgines dona Cereri et Proserpinae tulerunt.
    - Per virgines viginti septem cantitatum.
    - Signa cupressea duo Iunoni Reginae posita.
    - In Lusitania prospere a Romanis pugnatum.
    - La città venne purificata dopo che era stato visto un gufo a Roma. 
    - Molti oggetti furono dispersi da nuvole e vento, molti altri colpiti dai fulmini. 
    - A Lanuvio nel tempio di Giunone Sospita, furono viste nella stanza della Dea delle macchie di sangue. 
    - A Norcia un luogo sacro fu distrutto dal terremoto. 
    - I Lusitani che si erano ribellati furono sottomessi. 
    - Mentre Sesto Tizio tribuno della plebe proponeva una legge per la divisione dei campi al popolo, mentre i colleghi si opponevano tenacemente, due corvi che volavano in alto combatterono sopra l'assemblea a tal punto che si lacerarono con i becchi e gli artigli. 
    Gli aruspici dissero che bisognava fare sacrifici ad Apollo e che non si dovesse più parlare della legge che veniva proposta. 
    - Un rumore, che dalla profondità della terra sembrò alzarsi in cielo, preannunciò carestia e fame. 
    - Il popolo portò a Cerere e Proserpina un'offerta, le matrone oggetti preziosi, le vergini doni. 
    - Ventisette vergini cantarono. 
    - Furono poste due statue di cipresso a Giunone Regina. 
    - In Lusitania i Romani combatterono favorevolmente.

    Q. Metello T. Didio coss. - 98 a.c.

    - Bubone in Capitolio supra deorum simulacra viso cum piaretur, taurus victima exanimis concidit. Fulmine pleraque decussa.
    - Hastae Martis in regia motae.
    - Ludis in theatro creta candida pluit; fruges et tempestates portendit bonas.
    - Sereno tonuit.
    - Apud aedem Apollinis decemviris immolantibus caput iocineris non fuit, sacrificantibus anguis ad aram inventus.
    - Item androgynus in mare deportatus.
    - In circo inter pila militum ignis fusus.
    - Hispani pluribus proeliis devicti.
    - Essendo stato fatto un rito propiziatorio a causa di un gufo visto sopra le immagini degli dei nel Campidoglio, la vittima, un toro, cadde esanime. 
    - Molte cose furono colpite dai fulmini. 
    - Nella Reggia si mossero le lance di Marte. 
    - In teatro durante i giochi piovve terra candida: preannunciò buon raccolto e buon tempo. 
    - Tuonò a cielo sereno. 
    - Presso il tempio di Apollo, mentre i decemviri offrivano un sacrificio, non fu trovata la parte superiore del fegato; mentre sacrificavano, un serpente fu trovato presso l'altare. 
    - Parimenti un ermafrodito fu gettato in mare. 
    - Il fuoco arse tra i giavellotti dei soldati nel circo. 
    - Gli Ispani furono sconfitti in più combattimenti.

     Cn. Cornelio Lentulo P. Licinio coss. - 97 a.c.

    - Supplicatum in urbe quod androgynus inventus et in mare deportatus erat. Pisuri terrae fremitus auditus. Muri pinnae sine terrae motu passim deiectae civiles portendere discordias. Nursiae simulacrum Iovis in partem sinistram conversum. Cupressea simulacra Iunonis Reginae posita per virgines viginti septem, quae urbem lustraverunt. Celtiberi Maedi Dardani subacti.
    - A Roma vennero offerte delle preghiere perché un ermafrodito fu trovato e gettato in mare. 
    - A Pesaro fu udito un fremito della terra. I pinnacoli delle mura caduti in tutte le direzioni senza il terremoto preannunciarono discordia tra i cittadini. 
    - A Norcia la statua di Giove si girò verso sinistra. 
    - Statue di cipresso furono innalzate in onore di Giunone Regina da ventisette vergini, che purificarono la città. 
    - I Celtiberi, i Medi e i Dardani furono sottomessi.

    Cn. Domitio C. Cassio coss. - 96 a.c.

    - Lupus urbem ingressus in domo privato occisus.
    - Bubo in Capitolio occisus.
    - Fulmine pleraque decussa.
    - Signa aurata Iovis cum capite columnaque disiecta.
    - Faesulis sanguine terra manavit.
    - Arretii mulieri e naso spicae farris natae, eadem farris grana vomuit.
    - Urbe lustrata Ptolemaeus, rex Aegypti, Cyrenis mortuus S.P.Q. Romanum heredem reliquit.
    - Un lupo entrò a Roma e fu ucciso in una casa privata. 
    - Un gufo fu ucciso nel Campidoglio. 
    - Molte cose furono colpite dai fulmini. 
    - La statua dorata di Giove fu distrutta con il capitello e la colonna. 
    - A Fiesole il sangue uscì dalla terra. - 
    - Ad Arezzo nacquero spighe di farro dal naso di una donna; la stessa vomitò chicchi di farro. 
    - Purificata la città, Tolomeo, re dell'Egitto, morto a Cirene, nominò suoi eredi il Senato e il Popolo romano.

    L. Crasso Q. Scaevola coss. - 95 a.c.

    - Caere lacte pluit.
    - Lebadiae Eutychides in templum Iovis Trophonii degressus tabulam aeneam extulit, in qua scripta erant, quae ad res Romanas pertinent.
    - Fulminis afflatu pleraque animalia exanimata.
    - Venafri hiatu terra alte subsedit. Vultures canem mortuum laniantes occisi ab aliis et comesi vulturibus.
    - Agnus biceps, puer tribus manibus totidemque pedibus natus Ateste.
    - Hastae Martis in regia motae.
    - Androgynus Urbino natus in mare deportatus.
    - Pax domi forisque fuit.
    - Piovve latte a Cere. 
    - A Lebadea, Eutichide entrò nel tempio di Giove Trofonio e portò fuori una tavola di bronzo sulla quale erano scritte informazioni riguardanti Roma. 
    - Molti animali furono uccisi dai fulmini. 
    - A Venafro si aprì una voragine e la terra sprofondò notevolmente. 
    - Alcuni avvoltoi furono uccisi e mangiati da altri avvoltoi mentre dilaniavano un cane morto. 
    - Ad Ateste nacquero un agnello con due teste e un fanciullo con tre mani e tre piedi. 
    - Nella Reggia si mossero le lance di Marte. 
    - Un ermafrodito nato a Urbino fu gettato in mare. 
    - La pace regnò in città e fuori.

    C. Caelio L. Domitio coss. - 94 a.c.

    - Novemdiale sacrum fuit quod in Volsca gente lapidibus pluerat.
    - Vulsiniis luna nova defecit et non nisi postero die hora tertia comparuit.
    - Puella biceps, quadripes, quadrimana, gemina feminea natura mortua nata.
    - Avis incendiaria visa occisaque.
    - In Vestinis in villa lapidibus pluit.
    - Fax in caelo apparuit et totum caelum ardere visum.
    - Terra sanguine manavit et concrevit. Canes saxa tegulas vulgo roserunt.
    - Faesulis ingens multitudo inter sepulcra lugubri veste, pallida facie interdiu ambulare gregatim visa. - Per Nasicam Hispaniae principes qui rebellabant supplicio consumpti, urbibus dirutis.
    - Si celebrò una cerimonia di nove giorni perché c'era stata una pioggia di pietre nel territorio dei Volsci. 
    - A Bolsena scomparve la Luna nuova e non riapparve fino alla terza ora del giorno dopo. 
    - Una bimba con due teste, quattro piedi e quattro mani e due parti femminili nacque morta. - Un'uccello incendiario fu visto e ucciso. 
    - In una casa di campagna nel territorio dei Vestini piovvero pietre. Una fiaccola apparve in cielo e si vide ardere tutto il cielo. Dalla terra uscì sangue e si raggrumò. I cani morsero pietre e tegole in varie parti. A Fiesole una grande folla fu a lungo vista camminare con vesti da lutto e visi pallidi. I principi della Spagna che si erano ribellati furono uccisi con supplizi da Nasica e le loro città distrutte.


    C. Valerio M. Herennio coss. - 93 a.c.

    - Romae et circa fulmine pleraque decussa.
    - Ancilla puerum unimanum peperit.
    - Fregellis aedes Neptuni nocte patefacta.
    - Maris vituli cum exta demerentur, gemini vitelli in alvo eius inventi.
    - Arretii signum aeneum Mercurii sudavit.
    - In Lucanis gregem vervecum cum pasceretur et nocte in stabulo, flamma circumdata nihil adussit.
    - arseolis torrens sanguinis fluxit.
    - Lupi urbem ingressi.
    - Praeneste lana volitavit. In Apulia mula peperit.
    - Milvus in aede Apollinis Romae comprehensus.
    - Herennio consuli bis immolanti caput iocineris defuit.
    - In sacro novemdiali cena deae posita a cane adesa antequam delibaretur.
    - Vulsiniis prima luce flamma caelo emicare visa; cum in unum coisset, os flamma ferrugineum ostendit, caelum visum discedere, cuius hiatu vertices flammae apparuerunt.
    - Lustrationibus prospere expiatum.
    - Nam totus annus domi forisque tranquillus fuit.
    - A Roma e nei dintorni molte cose furono colpite dai fulmini. 
    - Una serva partorì un bambino con una mano sola. 
    - A Fregelle il tempio di Nettuno si aprì durante la notte. 
    - Quando le viscere di un vitello maschio vennero tolte, furono trovati due cuccioli nel suo ventre. 
    - Ad Arezzo una statua di bronzo di Mercurio sudò. 
    - In Lucania le fiamme circondarono, senza bruciare nulla, un gregge di montoni sia mentre stavano pascolando, sia, di notte, nella stalla. 
    - A Carseoli sgorgò un torrente di sangue. 
    - I lupi entrarono a Roma. 
    - A Preneste la lana volò nell'aria. In Puglia una mula partorì. 
    - Un nibbio fu catturato nel tempio di Apollo a Roma. 
    - Mentre il console Erennio immolava per la seconda volta, non si trovò la parte superiore del fegato. 
    - Durante una cerimonia di nove giorni, il banchetto preparato per la dea fu divorato da un cane prima che fosse assaggiato. 
    - Si vide una fiamma risplendere in cielo, all'alba, a Bolsena; successivamente la fiamma si riunì in un luogo e mostrò un'apertura color ferro; si vide il cielo dividersi e nell'apertura apparvero vertici di fiamme. 
    - L'espiazione fu con successo compiuta con una cerimonia di purificazione. 
    - Infatti tutto l'anno fu tranquillo a Roma e altrove.

    C. Claudio M. Perpenna coss. - 92 a.c.

    - Bubo in aede Fortunae Equestris comprehensus inter manus expiravit.
    - Faesulis fremitus terrae auditus.
    - Puer ex ancilla natus sine foramine naturae qua humor emittitur.
    - Mulier duplici natura inventa.
    - Fax in caelo visa.
    - Bos locuta.
    - Examen apium in culmine privatae domus consedit.
    - Volaterris sanguinis rivus manavit.
    - Romae lacte pluit.
    - Arretii duo androgyni inventi.
    - Pullus gallinaceus quadripes natus.
    - Fulmine pleraque icta.
    - Supplicatio fuit.
    - Populus Cereri et Proserpinae stipem tulit. Virgines viginti septem carmen canentes urbem lustraverunt.
    - Maedorum in Macedonia gens provinciam cruente vastavit.
    - Un gufo fu catturato nel tempio della Fortuna Equestre e morì tra le mani. 
    - A Fiesole fu udito un fremito della terra. 
    - Un bambino nacque da una serva senza il foro naturale dal quale si emettono gli umori. 
    - Una donna fu trovata con due parti intime. 
    - Una fiaccola fu vista in cielo. 
    - Una mucca parlò. 
    - Uno sciame d'api si raggruppò insieme in una casa privata. 
    - A Volterra sgorgò un ruscello di sangue. 
    - A Roma piovve latte. 
    - Ad Arezzo vennero trovati due ermafroditi. 
    - Nacque una gallina con quattro zampe. 
    - Molte cose furono colpite dai fulmini. 
    - Ci fu una preghiera. 
    - Il popolo portò un'offerta a Cerere e Proserpina. 
    - Ventisette vergini intonarono un canto e purificarono la città. 
    - In Macedonia la tribù dei Medi devastò crudelmente la provincia.

    L. Marcio Sex. Iulio coss. - 91 a.c.

    - Livio Druso tr.pl. leges ferente cum bellum Italicum consurgeret, prodigia multa apparuerunt urbi.
    - Sub ortu solis globus ignis a septemtrionali regione cum ingenti sono caeli emicuit.
    - Arretii frangentibus panes cruor e mediis fluxit.
    - In Vestinis per dies septem lapidibus testisque pluit.
    - Aenariae terrae hiatu flamma exorta in caelum emicuit.
    - Circa Regium terrae motu pars urbis murique diruta.
    - In Spoletino colore aureo globus ignis ad terram devolutus, maiorque factus e terra ad orientem ferri visus magnitudine solem obtexit.
    - Cumis in arce simulacrum Apollinis sudavit.
    - Aedis Pietatis in circo Flaminio clausa fulmine icta.
    - Asculo per ludos Romani trucidati.
    - Cum ex agris in urbem pecora armentaque Latini agerent, strages hominum passim facta.
    - Armenta in tantam rabiem concitata sunt ut vastando suos hostile imaginarentur bellum lacrimantesque canes multis affectibus calamitatem praesagirent suis.
    - Mentre Lucio Druso, tribuno della plebe, proponeva le leggi facendo sorgere la guerra italica,  avvennero a Roma molti prodigi. 
    - All'alba brillò a nord un globo di fuoco che produsse un gran fragore nel cielo. 
    - Ad Arezzo fuoriuscì sangue dal mezzo dei pani che venivano spezzati. 
    - A Vestini, per sette giorni piovvero sassi e cocci. 
    - Ad Enaria divampò fino al cielo una fiamma da una fenditura del terreno. 
    - A causa di un terremoto intorno a Reggio, una parte della città e una parte delle mura crollarono. 
    - A Spoleto scese a terra un globo di fuoco dorato e, fattosi più grande, sembrò muoversi, alzatosi da terra, verso oriente, coprendo per la sua grandezza il sole. 
    - Nella rocca di Cuma sudò una statua di Apollo. 
    - Il tempio della Pietà nel circo Flaminio fu colpito da un fulmine mentre era chiuso. 
    - Ad Ascoli furono massacrati i Romani durante i giochi. 
    - Portando i Latini a Roma dai campi pecore e armenti, fu fatta in diversi luoghi strage di uomini. 
    - Gli armenti furono spinti a tanta rabbia che, attaccando i loro padroni, offrivano presagio della guerra: preannunziarono la calamità anche cani che piangevano.

    L. Iulio Cesare P. Rutilio coss. - 90 a.c.

    - Metella Caecilia somnio Iunonem Sospitam profugientem, quod immunde sua templa foedarentur, cum suis precibus aegre revocatam diceret, aedem matronarum sordidis obscenisque corporis coinquinatum ministeriis, in qua etiam sub simulacro deae cubile canis cum fetu erat, commundatam supplicationibus habitis pristino splendore restituit.
    - A Picentibus Romani barbaro more excruciati. Ubique in Latio clades accepta. Rutilius Lupus spretis religionibus cum in extis caput non invenisset iocineris, amisso exercitu in proelio occisus.
    - Cecilia Metella raccontò di aver sognato che Giunone Sospita stava scappando perché il suo tempio era stato contaminato e che dalle sue preghiere era stata indotta con difficoltà a ritornare. Metella pulì il tempio, che era stato insozzato dai vili bisogni umani delle matrone, e nel quale - sotto la grande immagine della divinità - una cagna aveva la sua tana e i suoi cuccioli; furono (nuovamente) istituite le cerimonie di preghiera e il tempio ritornò al suo lustro originale. 
    - I Romani furono barbaramente trucidati dai Piceni. Il disastro imperversò ovunque nel Lazio. Rutilio Lupo, disprezzati i segni religiosi, non avendo trovato la parte superiore del fegato nelle viscere, perso l'esercito, morì in battaglia.

    L. Sylla Q. Pompeio coss. - 88 a.c.

    EUTERPE
    - Pompedius Silo in oppido Bovianum, quod ceperat, triumphans invectus omen victoriae hostibus ostendit, quia triumphus in urbem victricem non victam, induci solet. Proximo proelio amisso exercitu occisus.
    - Mithridati adversus socios bellum paranti prodigia apparuerunt. Stratopedo, ubi senatus haberi solet, corvi vulturem tundendo rostris occiderunt. In eundem locum sidus ingens caelo demissum. Isidis species visa sambucam fulmine petere. Lucum Furiarum cum Mithridates succenderet, risus exauditus ingens sine auctore. Cum aruspicum iussu virginem Furiis immolaret, e iugulo puellae risus ortus turbavit sacrificium. Classis Mithridatis in Thessalia a Romanis in proelio amissa.
    - Pompedio Silone entrò nella città di Boiano con una trionfale processione, dopo averla conquistata; tramite ciò egli mostrò un auspicio di vittoria ai suoi nemici perché era consuetudine entrare con una processione trionfale nella città vincitrice, non in quella vinta. 
    Nella successiva battaglia, infatti, egli perse l'esercito e morì. 
    - Quando Mitridate si stava preparando per la guerra contro gli alleati di Roma, apparvero portenti. A Stratopedo, dove il Senato era solito incontrarsi, i corvi uccisero un avvoltoio picchiandolo con i becchi. Nello stesso posto un'enorme stella scese dal cielo. Sembrò che Iside avesse scagliato un fulmine contro la sambuca. Quando Mitridate appiccava il fuoco al bosco sacro delle Furie, fu udita un'enorme risata senza che nessuno l'avesse emessa. Mitridate allora decise, in base al responso di un indovino, di sacrificare una vergine alle Furie: dalla bocca della ragazza scaturì una risata che disturbò il sacrificio. La flotta di Mitridate venne sconfitta in Tessaglia dai Romani in un combattimento.

    Cn. Octavio L. Cinna coss. - 87 a.c.

    - Cinna et Mario per bella civilia crudeliter saevientibus Romae in castris Gnaei Pompei caelum ruere visum, arma signaque tacta, milites axanimati. Ipse Pompeius afflatus sidere interiit. Lectum eius populus diripuit, corpus unco traxit quod discrimine civili perseverasset periclitanti patriae non succurerere, cum et imperium et maximos haberet exercitus.
    - Mentre Cinna e Mario dimostravano una crudele ira nel loro modo di condurre la guerra civile, a Roma - nell'accampamento di Gneo Pompeo - il cielo sembrò precipitare: furono colpiti armi e stendardi e furono uccisi alcuni soldati. Lo stesso Pompeo morì a causa di un corpo celeste. Il popolo mise le mani sul suo letto funebre, estrasse il suo corpo con un uncino, poiché nella guerra civile lui non aveva mai difeso la patria in pericolo, anche se aveva il comando e possedeva grandi eserciti.

     L. Cinna C. Mario coss. - 86 a.c.

    - Piraeum Sylla cum oppugnaret diuturno labore, unus miles eius aggerem ferens exanimatus fulmine. Aruspex respondit quod caput iacentis in oppidum versum esset, introitum et victoriam Romanis significare.
    - Post breve tempus Athenae et Piraeum a Sylla capta. Ilio a C. Fimbria incenso cum aedes quoque Minervae deflagrasset, inter ruinas simulacrum antiquissimum inviolatum stetit spemque restitutionis oppido portendit.
    - Mentre Silla assediava con molta difficoltà il Pireo, uno dei suoi soldati, che stava portando del materiale, fu colpito da un fulmine. Dato che la testa del cadavere era rivolta verso la città, l'aruspice disse che l'evento indicava l'entrata e la vittoria dei Romani: dopo poco tempo Atene e lo stesso Pireo furono presi da Silla. 
    - Quando Troia fu incendiata da Gaio Fimbria, anche il tempio di Minerva fu distrutto, ma il fatto che fu ritrovato tra le rovine l'antichissimo simulacro di Minerva intatto mostrò la speranza della ricostruzione.

    L. Scipione C. Norbano coss. - 83 a.c.

    - Per Syllana tempora inter Capuam et Vulturnum ingens signorum sonus armorumque horrendo clamore auditus, ita ut viderentur duae acies concurrere per plures dies. Rei miracolo intentius considerantibus vestigia equorum hominumque et recens protritae herbae et virgulta visa molem ingentis belli portendere.
    - In Etruria Clusii mater familiae vivum serpentem peperit, qui iussu aruspicum in profluentem deiectus adversa aqua natavit.
    - Lucius Sylla post quintum annum victor in Italiam reversus magno terrori fuit inimicis.
    - Fraude aeditui Capitolium una nocte conflagravit.
    - Sylla crudelitate foeda proscriptio principum fuit.
    - Centena milia hominum consumpta Italico civilique bello relata sunt.
    - Nel tempo di Silla tra Capua e Volturno si udì un forte rumore di stendardi e armi, con orrendo clamore: sembrava che si scontrassero da diversi giorni due eserciti. Quando gli uomini investigarono più a fondo tale prodigio, le orme dei cavalli e degli uomini, e l'osservazione di erba e cespugli da poco calpestati mostravano il pericolo di una grande guerra. 
    - In Etruria, a Chiusi, una donna partorì un serpente vivo che, per volere degli aruspici, fu gettato in acqua e nuotò contro corrente. 
    - Lucio Silla ritornò vittorioso in Italia dopo cinque anni e fu motivo di grande terrore per i nemici. 
    - A causa dell'inganno di un guardiano del tempio, il Campidoglio bruciò interamente in una sola notte. 
    - A causa della crudeltà di Silla ci fu un'orribile proscrizione dei principali cittadini. Si ricorda che centinaia di migliaia di persone furono uccise nelle guerra italica e in quella civile.

    Mam. Aemilio D. Bruto coss. - 77 a.c.

    - D. Laelius legatus Pompei (cui prodigium Romae erat factum in lecto uxoris duo angues conspecti in diversumque lapsi, proxime Pompeio in castris sedenti accipiter super caput accesserat) in Hispania adversus Sertorium inter pabulatores occisus.
    - Decimo Lelio, ufficiale di Pompeo, riscontrò un portento a Roma quando vide nel letto della moglie due serpenti che scivolarono via in differenti direzioni. Successivamente, mentre sedeva vicino a Pompeo nell'accampamento, giunse sopra la sua testa un avvoltoio. Lelio fu ucciso tra i foraggiatori in Spagna, mentre combatteva contro Sertorio.

    Cn. Octavio C. Scribonio coss. - 76 a.c.

    - Reate terrae motu aedes sacrae in oppido agrisque commotae, saxa quibus in forum strata erat discussa, pontes interrupti, ripae praelabentis fluminis in aquam provolutae, fremitus inferni exauditi et post paucos dies, quae concussa erant corruerunt.
    - Saxum vivum cum provolveretur, in praecipiti rupe immobile stetit.
    - A Sertorio in Hispania exercitus Romani caesi.
    - Adversum Maedos varie dimicatum.
    - A Rieti un terremoto distrusse i templi nella città e nelle campagne, la pavimentazione del foro fu sconvolta, i ponti crollaron,; gli argini del fiume che scorreva nella città caddero nell'acqua, si udirono rumori sotterranei e, dopo pochi giorni, le strutture che erano state scosse caddero al suolo. 
    - Un macigno che stava rotolando si fermò sull'orlo di un dirupo. 
    - Eserciti romani furono distrutti da Sartorio in Spagna. 
    - Contro i Medi si combattè con varia sorte.


    C. Aurelio L. Octavio coss. - 75 a.c.

    - Sertorio in Hispania exercitum ducenti tale prodigium est factum: scuta equitum parte exteriore iaculaque et pectora equorum cruenta visa.
    - Quod prosperum sibi interpretatus est Sertorius, quia exteriora hostili sanguine maculari solent.
    - Continua ei proelia cum successu fuerunt.
    - A Sertorio che conduceva in Spagna le proprio truppe, accadde questo prodigio: furono visti cosparsi di sangue la parte esterna degli scudi dei suoi cavalieri, i giavellotti e i toraci dei cavalli. 
    - Sertorio interpretò questo prodigio come favorevole nei suoi confronti poiché, solitamente, i lati esterni sono sporcati dal sangue dei nemici. 
    - Infatti fu favorito da una serie ininterrotta di battaglie vittoriose.

     M. Varrone C. Cassio coss. - 73 a.c.

    - Cyzicum Mithridates cum oppugnaret, Aristagorae qui in summo magistratu erat Proserpina in quiete visa est dicere adversus tibicines se tubicinem comparasse.
    - Postero die turres hostium vento disiectae sunt.
    - Ad immolandum bos sacra iniussa de montibus per hostium classem adnatavit seque ad aras percutiendam obtulit.
    - Mentre Mitridate assediava Cizico, Proserpina apparve in sogno ad Aristogora, che era un sommo magistrato, e disse che aveva provveduto a trovare un trombettiere da opporre ai flautisti. 
    - Il giorno dopo le torri dei nemici furono distrutte dal vento. 
    - La mucca destinata al sacrificio scese da sola dai monti, nuotò attraverso la flotta dei nemici e si presentò all'altare per l'uccisione.

    M. Cicerone C. Antonio coss. - 63 a.c.

    - Fulmine pleraque decussa.
    - Sereno Vargunteius Pompeiis de caelo exanimatus.
    - Trabis ardens ab occasu ad caelum extenta.
    - Terrae motu Spoletum totum concussum et quaedam corruerunt.
    - Inter alia relatum, biennio ante in Capitolio lupam Remi et Romuli fulmine ictam, signumque Iovis cum columna disiectum, aruspicum responso in foro repositum.
    - Tabulae legum aeneae caelo tactae litteris liquefactis.
    - Ab his prodigiis Catilinae nefaria conspiratio coepta.
    - Molte cose furono colpite da fulmini. 
    - Vargunteio fu colpito da un fulmine a Pompei mentre il cielo era sereno. 
    - Una trave ardente si estese verso il cielo da occidente. 
    - Per un terremoto tutta Spoleto fu scossa e alcuni edifici crollarono. 
    - Si riportò tra le altre cose che due anni prima al Campidoglio la lupa di Romolo e Remo fu colpita da un fulmine, e la statua di Giove con la colonna fu distrutto, ma fu riposta nel foro per consiglio degli aurispici. 
    - Le Tavole bronzee delle leggi furono colpite da un fulmine e le lettere si sciolsero. 
    - Da questi prodigi nacque l'abominevole cospirazione di Catilina.

    D. Iunio L. Murena coss. - 62 a.c.

    - C. Antonius procos. cum in agro Pistorensi Catilinam devicisset, laureatos fasces in provinciam tulit.
    - Ibi a Dardanis oppressus amisso exercitu profugit.
    - Apparuit eum hostibus portendisse victoriam, cum ad eos laurum victricem tulerit, quam in Capitolio debuerat deponere.
    - Il proconsole Caio Antonio, dopo aver vinto Catilina nel territorio di Pistoia, portò nella provincia i fasci ornati d'alloro. 
    - Qui fu sconfitto dai Dardani e fuggì dopo aver perso il suo esercito. 
    - Sembrò che lui stesso avesse offerto la vittoria ai nemici, avendo portato nel loro territorio l'alloro vincitore, che avrebbe dovuto deporre nel Campidoglio.

    Quinto Metello L. Afranio coss. - 60 a.c.

    - Die toto ante sereno circa horam undecimam nox se intendit, deinde restitutus fulgor.
    - Turbinis vi tecta deiecta.
    - Ponte sublapso homines in Tiberim praecipitati.
    -  In agris pleraque arbores eversae radicibus.
    - Lusitani Gallaeci devicti.
    - Mentre tutto il giorno era stato sereno, diventò notte all'ora undicesima, quindi tornò giorno. 
    - I tetti furono scoperti dalla forza di un turbine. 
    - Crollato un ponte, alcuni uomini precipitarono nel Tevere. 
    - Nei campi molti alberi furono sradicati. 
    - I Lusitani Galleci furono vinti.

    Cn. Domitio M. Messala coss. - 53 a.c.

    - Lupi in urbe visi.
    - Nocturni ululatus flebilies canum auditi.
    - Simulacrum Martis sudavit.
    - Fulmen tota urbe pervagatum pleraque deorum simulacra decussit, homines exanimavit.
    - Urbs lustrata.
    - Propter dictaturam Pompeii ingens seditio in urbe fuit.
    - In città furono visti dei lupi. 
    - Nella notte si udirono flebili ululati di cani. 
    - La statua di Marte sudò. 
    - I fulmini colpirono tutta la città: distrussero molte statue di divinità e uccisero alcuni uomini. - La città fu purificata. 
    - A causa della dittatura di Pompeo ci fu nella città una grande sedizione.

    L. Domitio Appio Caludio coss. - 54 a.c.

    - M. Crassus ad Parthos profectus cum Eufratem transiret, multa prodigia neglexit.
    - Cum etiam coorta tempestas signifero signum abreptum mersisset gurgiti, et offundente se nimborum caligine prohiberentur transire, pertinaciter perseverans cum filio et exercitu interiit.
    - Marco Crasso, attraversando il fiume Eufrate nella sua spedizione contro i Parti, trascurò molti prodigi. 
    - Anche se una tempesta aveva gettato in un gorgo l'insegna strappata al signifero, e veniva ostacolato dalle nebbie che gli impedivano di passare, continuando ostinatamente, provocò la rovina sua, di suo figlio e di tutto l'esercito.

    L. Paulo C. Marcello coss. - 50 a.c.

    - Mula pariens discordiam civium, bonorum interitum, mutationem legum, turpes matronarum partus significavit. Incendium quo maxima pars urbis deleta est prodigii loco habitum. Inter Caesarem et Pompeium bella civilia exorta.
    - Il parto di una mula indicò le discordie civili, la fine dei buoni cittadini, dei parti mostruosi delle matrone. 
    - L'incendio che distrusse la maggior parte della città fu ritenuto un evento prodigioso. 
    - Iniziò la guerra civile tra Cesare e Pompeo.

    C. Caesare P. Servilio coss. - 48 a.c.

    - Adversus Caesarem Pompeius in Macedonia cum invitatis gentibus amicis instrueret aciem, a Dyrrhachio venientibus adversa fuerunt fulmina.
    - Examen apium in signis perniciem portendit.
    - Nocturni terrores in exercitu fuere.
    - Ipse Pompeius pridie pugnae diem visus in theatro suo ingenti plausu excipi.
    - Mox acie victus in Aegypto occisus.
    - Eo ipso die plerisque locis signa sua sponte conversa constat, clamorem crepitumque armorum Antiochiae, bis ut curreretur in muros, auditum Ptolemaideque, sonum tympanorum Pergami.
    - Palma viridis Trallibus in aede Victoriae sub Caesaris statua intra coagmenta lapidum magnitudine matura enata.
    - C. Cornelius augur Patavii eo die, cum aves admitterent, proclamavit rem geri et vincere Caesarem.

    - Pompeo schierò l'esercito in Macedonia contro Cesare e qui chiamò popoli alleati: a coloro che giungevano da Durazzo si mostrarono fulmini avversi. 
    - Uno sciame di api nelle insegne militari pronosticò la sventura. Nell'esercito ci fu panico nella notte. 
    - Allo stesso Pompeo il giorno prima della battaglia sembrò di vedersi nel suo teatro mentre riceveva ingenti applausi. 
    - Poi, vinto in battaglia, venne ucciso in Egitto. 
    - In quello stesso giorno si sa che di propria volontà in numerosi luoghi si girarono le insegne militari, fu ascoltato un clamore ed uno strepito di armi ad Antiochia e in Tolemaide (così che due volte si corse alle mura) e un suono di tamburi a Pergamo. 
    - Una palma verde nacque già grande a Tralle nel tempio della Vittoria sotto la statua di Cesare tra le giunture della roccia. 
    - L'augure C. Cornelio quel giorno a Padova predisse, osservando il volo degli uccelli, che la battaglia era iniziata e che Cesare stava vincendo.

     C. Caesare M. Lepido coss. - 46 a.c.

    - Decem legionum aquilae Gnaeo, Cn. Pompeii filio, quae fulmina tenebant visae dimittere et in sublime avolare.
    - Ipse adulescens Pompeius victus et fugiens occisus.
    - Gneo, figlio di Pompeo, vide in sogno le aquile di dieci legioni lasciare i fulmini che tenevano i fulmini e fuggire in alto. 
    - Lo stesso adolescente Pompeo fu vinto e, nella fuga, fu ucciso.

     C. Caesare M. Antonio coss. - 44 a.c.

    - Caesari dictatori exta sine corde inventa.
    - Calpurnia uxor somniavit fastigium domus, quod S.C. erat adiectum, ruisse.
    - Nocte cum valvae cubiculi clausae essent, sua sponte apertae sunt, ita ut lunae fulgore, qui intro venerat, Calpurnia excitaretur.
    - Ipse Caesar viginti tribus vulneribus in curia Pompeiana a coniuratis confossus.
    - Durante un sacrificio il dittatore Cesare trovò delle viscere senza cuore. 
    - La moglie Calpurnia sognò che la cima della casa, aggiunta per decisione del senato, era crollata. 
    - Nella notte i battenti della camera da letto, che erano stati chiusi, si aprirono spontaneamente, così che la luce della luna, entrando dentro, svegliò Calpurnia. 
    - Lo stesso Cesare fu colpito dai congiurati della curia pompeiana da ventitrè pugnalate.

    M. Antonio P. Dolabella coss. - 44 a.c.

    - C. Octavius testamento Caesaris patris Brundisii se in Iuliam gentem adscivit. Cumque hora diei tertia ingenti circumfusa multitudine Romam intraret, sol puri ac sereni caeli orbe modico inclusus extremae lineae circulo, qualis tendi arcus in nubibus solet, eum circumscripsit.
    - Ludis Veneris Genetricis, quos pro collegio fecit, stella hora undecima crinita sub septentrionis sidere exorta convertit omnium oculos. Quod sidus quia ludis Veneris apparuit, divo Iulio insigne capitis consecrari placuit.
    - Ipsi Caesari monstrosa malignitate Antonii consulis multa perpesso generosa fuit ad restistendum constantia. Terrae motus crebri fuerunt. Fulmine navalia et alia pleraque tacta.
    - Turbinis vi simulacrum, quod M. Cicero ante cellam Minervae pridie quam plebiscito in exilium iret posuerat, dissipatum membris pronum iacuit, fractis humeris bracchiis capite; dirum ipsi Ciceroni portendit.
    - Tabulae aeneae ex aede Fidei turbine evulsae. Aedis Opis valvae fractae.  Arbores radicitus et pleraque tecta eversa. Fax caelo ad occidentem visa ferri. Stella per dies septem insignis arsit. Soles tres fulserunt, circaque solem imum corona spiceae similis in orbem emicuit, et postea in unum circulum sole redacto multis mensibus languida lux fuit.
    - In aede Castoris nominum litterae quaedam Antonii et Dolabellae consulum excussae sunt, quibus utrisque alienatio a patria significata.
    - Canum ululatus nocte ante domum auditi, ex his maximus a ceteris laniatus turpem infamiam Lepido portendit. Hostiae grex piscium in sicco reciproco maris fluxu relictus. Padus inundavit et intra ripam refluens ingentem viperarum vim reliquit. Inter Caesarem et Antonium civilia bella exorta.
    - C. Ottavio per il testamento del padre Cesare si inserì a Brindisi nella gens Iulia. Mentre, verso le nove, entrava a Roma circondato da una grande moltitudine di persone, il sole chiuso da un piccolo cerchio di cielo puro e sereno, lo circondò con un arco come è solito stendersi l'arcobaleno tra le nuvole. 
    - Durante i giochi di Venere Genitrice, che Ottavio organizzò per il collegio, una stella cometa, sorta all'ora undicesima, verso nord, attirò gli occhi di tutti. Poiché questa stella era apparsa ai giochi di Venere, decise di consacrarla come segno della divinizzazione di Giulio Cesare. 
    - Lo stesso Cesare (Ottaviano) ebbe una grande fermezza nel sopportare le numerose offese provocate dalla grande malizia del console Antonio. Ci furono frequenti terremoti. I cantieri navali e altri luoghi furono colpiti dai fulmini. 
    - Per la violenza di un turbine una statua, che Marco Tullio Cicerone aveva posto davanti alla cella di Minerva il giorno prima che il plebiscito lo mandasse in esilio, giacque a terra con gli arti sparsi, con le spalle, le braccia e le gambe rotte: mostrò allo stesso Cicerone un presagio funesto. 
    - Delle tavole di bronzo furono sradicate a causa del turbine dal tempio della Fede. I battenti del tempio della Salute furono spezzati, furono sradicati diversi alberi dalle radici e numerosi tetti scoperchiati. Una fiaccola fu vista passare nel cielo ad ovest. Una grande stella brillò per sette giorni. Tre soli splendettero e, attorno al sole più basso, divampò nel cerchio una corona come di spighe; quando il sole tornò in un solo cerchio, la sua luce si indebolì per molti mesi. 
    - Nel tempio di Castore alcune lettere dei nomi dei consoli Antonio e Dolabella furono distrutte: da ciò si capì che entrambi sarebbero stati espulsi dalla patria. 
    - Nella notte, davanti alla casa del Pontefice Massimo, si sentirono ululati di cani; il più grande di questi, dilaniato dagli altri, profetizzò una turpe infamia a Lepido. Un branco di pesci ad Ostia fu lasciato in secco dal riflusso della marea. Il Po uscì dagli argini e, ritornando nel suo letto, lasciò un'ingente quantità di vipere. Iniziò la guerra civile tra Cesare e Antonio.

    - Caesari cum honores decreti essent et imperium adversus Antonium, immolanti duplica exta apparuerunt.
    - Secutae sunt eum res prosperae.
    - C. Pansae cos. statua equestris Antonii domi corruit.
    - Equus phaleratus in ipsius conspectu festinans concidit.
    - Quidam e populo sanguine victimarum prolapsus respersam cruore palmam proficiscenti dedit.
    - Funesta haec ipsi prodigia fuerunt, qui mox adversus Antonium dimicans in mortem vulneratus est.
    - Quando le distinzioni e l'autorità militare contro Antonio furono conferite a Cesare, apparvero le doppie viscere mentre offriva il sacrificio. 
    - Il successo nelle sue imprese procedette a seguirlo. 
    - Una statua a cavallo del console Gaius Pansa crollò a casa sua. 
    - Un cavallo con le trappole, mentre correva davanti ai suoi occhi, cadde morto. 
    - Uno della popolazione scivolò nel sangue delle vittime e diede a Pansa, mentre stava partendo, una palma imbrattata di sangue. 
    - Questi presagi erano mortali per il console stesso, perché attualmente mentre stava combattendo contro Antonio, fu ferito mortalmente.
    - Armorum teleorumque species a terra visa cum fragore ad caelum ferri.
    - Signa legionis quae relicta a Pansa ad urbis praesidium erat veluti longo situ inductis araneis vestiri visa.
    - Fulmine pleraque icta. In castris Caesaris luce prima in culmine praetorii super linteum consedit aquila, inde circumvolantibus minoribus avibus excita de conspectu abiit.
    - Oraculo Apollinis vox audita: lupis rabies hieme, aestate frumentum non demessum.
    - Veteranis Caesari consulatum flagitantibus terribilis tumultus Romae fuit.
    - Caesar cum in campum Martium exercitum deduceret, sex vultures apparuerunt.
    - Conscendenti deinde rostra  cerato consuli iterum sex vultures conspecti veluti Romuli auspiciis novam urbem condituro signum dederunt.
    - Reconciliatione inter Caesarem Antonium Lepidum facta foeda principum fuit proscriptio.
    Una visione di armature e armi apparve con uno schianto dalla terra al cielo. 
    - Gli standardi della legione che erano stati lasciati da Pansa come guarnigione per Roma vennero visti avvolti in ragnatele, come da un lungo disuso. 
    - Diverse cose vennero colpite da un fulmine. 
    - All'accampamento di Cesare all'alba, un'aquila scese sul crinale del quartier generale sopra la tenda, e poi, essendo disturbata da piccoli uccelli che volavano intorno a essa, scomparve alla vista. 
    - All'oracolo di Apollo si udì un grido: la rabbia dei lupi in inverno, in estate, il grano non verrà raccolto. 
    - I veterani di Cesare agitati fecero gran tumulto al consolato di Roma. 
    - A Cesare, osservando che dovrebbe portare l'esercito nel campo di Marte, apparve il volo di sei avvoltoi. 
    - Dopo essere salito sul podio del console ancora una volta si videro sei avvoltoi come un auspicio per l'avvento di un nuovo Romolo. 
    - Una riconciliazione tra Cesare, Antonio e Lepido, e un trattato di alleanza, con uno schema di proscrizione.

    M. Lepido Munatio Planco coss. - 42 a.c.

    - Mula Romae ad duodecim portas peperit.
    - Canis aeditui mortua a cane tracta.
    - Lux ita nocte fulsit ut tamquam die orto ad opus surgeretur.
    - In Mutinensi victoriae Marianae signum meridiem spectans sua sponte conversum in septentrionem hora quarta.
    - Cum haec victimis expiarentur, soles tres circiter hora tertia diei visi, mox in unum orbem contracti. - Latinis in Albano monte cum sacrificaretur, ex humero et pollice Iovis cruor manavit. Per Cassium et Brutum in provinciis direptionibus sociorum bella gesta.
    - Notatum est prodigii loco fuisse, quod P. Titius praetor propter dissensiones collegae magistratum abrogavit; et ante annum est mortuus.
    - Constat neminem qui magistratum collegae abstulerat annum vixisse. Abrogaverunt autem hi: Lucius Iunius Brutus consul Tarquinio Collatino, Tib. Gracchus M. Octavio, Cn. Octavius L. Cinnae, C. Cinna tr.pl. C. Marullo, Tullius . . .
    - Bruto et Cassio pugnam adversus Caesarem et Antonium molientibus in castris Cassii examen apium consedit. Locus aruspicum iussu interclusus interius ducto vallo.
    - Vulturum et aliarum alitum quibus strages cadaverum pabulo est ingens vis exercitum advolavit.
    - Puer in pompa Victoriae cultu cum ferretur, ferculo decidit.
    - Lustratione lictor perversis fascibus lauream imposuit. Brutianis in proelium egredientibus Aethiops in porta occurrit et a militibus confossus. Cassius et Brutus interierunt.
    - A Roma una mula partorì alle Dodici Porte. 
    - Da un cane fu portato via la cagna morta ad un guardiano di un tempio. 
    - Una luce brillò quella notte come all'alba quando le persone vanno al lavoro. 
    - Nei pressi di Modena il segnale della vittoria di Mario, che era rivolto a sud, di sua volontà si volse a nord nell'ora quarta. 
    - Avendo purificato questo prodigio con le vittime, furono visti tre soli intorno alle nove, che poi si unirono in un unico cerchio. 
    - Mentre i Latini facevano il sacrificio sul monte Albano sgorgò dal sangue dalla spalla e dal pollice di Giove. 
    - Da Cassio e Bruto furono intraprese campagne nelle province con il saccheggio degli alleati. 
    - Fu ricordato come prodigio il fatto che il pretore P. Tizio revocò la magistratura del collega a causa di un'incomprensione: entro un anno morì. 
    - E' noto che nessuno che aveva abrogato la magistratura di un collega visse più di un anno. Questi agirono in questo modo: Lucio Giunio Bruto, console con Tarquinio Collatino, Tiberio Gracco con Marco Ottavio, Gneo Ottavio con Lucio Cinna, Gaio Cinna, tribuno della plebe con Gaio Marullo, Tullio… 
    - Mentre Bruto e Cassio si preparavano a combattere contro Cesare ed Antonio, nell'accampamento di Cassio si posò uno sciame di api; il luogo per ordine degli aruspici fu chiuso internamente con un muro. 
    - Un gran numero di avvoltoi e altri uccelli, che si nutrono di cadaveri, volò sopra l'esercito. Un ragazzo mentre veniva portato nel corteo della vittoria cadde nella portantina. 
    - Durante la lustratio il lettore mise una corona d'alloro sui fasci rovesciati. 
    - Gli uomini di Bruto mentre stavano uscendo per andare a combattere incontrarono sulla porta un Etiope, che fu ucciso dai soldati. Cassio e Bruto morirono.

    C. Furnio C. Silano coss. - 17 a.c.

    - Sub Appennino in villa Liviae, uxoris Caesaris, ingenti motu terra intremuit.
    - Fax caelesti a meridiano ad septentrionem extenta luci diurnae similem noctem fecit.
    - Turris hortorum Caesaris ad portam Collinam de caelo tacta.
    - Insidiis Germanorum Romani circumventi sub M. Lollio legato graviter vexati.
    - Nei pressi degli Appennini, nella villa di Livia, moglie di Cesare, ci fu un grande terremoto. - Una fiaccola celeste, discese da sud verso nord con un'immensa luce rese la notte simile al giorno. 
    - Una torre nel giardino di Cesare, presso Porta Collina, fu distrutta da un fulmine. 
    - I Romani sotto il legato Marco Lollio, circondati in un'imboscata tesa dai Germani, furono gravemente maltrattati.

    Paulo Fabio Q. Aelio coss. - 11 a.c.

    - In Germania in castris Drusi examen apium in tabernaculo Hostilii Rufi, praefecti castrorum, consedit ita ut funem praetendentem praefixamque tentorio lanceam amplecteretur.
    - Multitudo Romanorum per insidias subiecta est.
    - In Germania, nell'accampamento di Druso, uno sciame di api si posò nella tenda di Ostilio Rufo, prefetto dell'accampamento: la fune tesa e la lancia che fissava la tenda ne furono avvolte. 
    - Un gran numero di Romani fu sconfitto in un'imboscata.


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    RUSSEL CROWE NE "IL GLADIATORE"
    Un assessore parigino, orgoglioso delle opere di architettura moderna che Parigi e la Francia accolgono spesso e volentieri, ebbe un moto di rimprovero verso Roma per essere carente di opere di grandi architetti moderni.
    Al che il nostro studioso e archeologo Adriano La Regina, docente di Etruscologia e Antichità Italiche alla Sapienza di Roma e all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte e soprintendente alle antichità di Roma, rispose:

    Noi italiani, quando vogliamo una nuova opera d'arte basta che diamo un calcio per terra e quella esce fuori. -

    Aveva pienamente ragione, il suolo italico, e in particolare Roma, ha tirato fuori appena la punta di un iceberg delle antichità romane, si calcola che solo il 5% di esse siano state messe in luce.
    Per questo costruttori e comuni, purtroppo poco sensibili all'arte in genere, sono spaventatissimi di scavare il suolo romano, perchè inevitabilmente escono fuori i resti di un edificio romano, nonché decori e statue.



    MARCO NONIO MACRINO

    Marco Nonio Macrino, ovvero Marcus Nonius Macrinus, fu un generale romano dell'epoca dell'imperatore Marco Aurelio, durante le guerre settentrionali contro Marcomanni, Quadi e Sarmati Iazigi. 

    PROBABILE STATUA DI MACRINO
    È stato console suffetto nel 154 sotto Antonino Pio, e diverse volte proconsole.

    Dalle iscrizioni del monumento funerario venuto alla luce nel 2008 sulla via Flaminia in località Due Ponti a Roma, era originario di Brescia, appartenente alla facoltosa e potente famiglia dei Nonii, sposato ad Arria e gli è pure attribuita la proprietà di una grande villa a Toscolano Maderno, sulle rive del lago di Garda. 

    Ricoprì la prestigiosissima carica di Comes di Marco Aurelio, e pure di proconsole delle province romane di Asia, Pannonia inferiore (153-154) e Pannonia superiore (159-161).

    Nell'ottobre 2008 a Roma, durante la costruzione di alcuni edifici sulla via Flaminia, è stato rinvenuto il suo mausoleo a forma di tempietto, alto circa 15 metri e rivestito in marmo, edificato da suo figlio Macrino e ha suscitato l'attenzione dei media nazionali ed internazionali a causa di un fraintendimento delle parole degli archeologi che hanno paragonato la vita del generale a quella del personaggio "Massimo Decimo Meridio", protagonista del film di Ridley Scott "Il gladiatore", per somiglianza di carriera politico-militare e periodo storico di appartenenza. 

    Nella realtà non fu Marco Nonio Macrino ad ispirare il personaggio di fantasia Massimo Decimo Meridio, e inoltre, sebbene sia il generale romano che il personaggio interpretato da Russell Crowe avessero agito nello stesso periodo e avessero caratteristiche comuni come l'essere graditi e ben conosciuti dall'Imperatore Marco Aurelio, il primo ebbe una carriera di successo e morì da benestante, il secondo invece perse la sua famiglia e venne ridotto in schiavitù.

    Comunque tutti sanno che il regista del gladiatore non fece nè volle fare una ricostruzione storica di un evento, ma si ispirò a un certo saggio e filosofo imperatore, Marco Aurelio, al suo crudele figlio, e al buon rapporto di Marco Aurelio coi generali che apprezzava e di certo il più apprezzato fu Macrino, che fu nominato suo luogotenente oltre alle ricche province che gli vennero assegnate come proconsole.

    Sappiamo pure che il regista si documentò ampiamente per girare il suo film, e dato che questo non fu tratto da un libro (Il libro Il Gladiatore è tutt'altra storia), dovette ispirarsi alle personalità di un  valente generale romano. Macrino fu di gran lunga il più valente e il più vicino a Marco Aurelio.

    RICOSTRUZIONE DELLA TOMBA A TEMPIETTO

    TOMBA DEL GADIATORE (via Flaminia, seconda metà del II sec. d.c.)

    Sulle sponde del Tevere, a via Vitorchiano dove sorge una fabbrica dismessa, nella zona di Saxa Rubra sulla via Flaminia, è stato ritrovato nell’ottobre 2008, durante i i saggi di esplorazione la costruzione di tre palazzi ad opera del gruppo Bonifaci, un tratto del basolato dell’antica Flaminia.

    Il basolato, all’altezza del Km 8,500 della via Flaminia, è emerso all’interno di un’area industriale abbandonata, dove la via Flaminia romana era segnalata dalle fonti antiche, a 7 m. più in basso del livello attuale di zona.

    Accanto alla strada è stato scoperto un notevole sepolcro monumentale di grandi dimensioni della tipologia a tempio interamente rivestito in marmo con una copertura di tegole anch’esse interamente in marmo; si è salvato in quanto franò e rimase sommerso dal limo per effetto delle esondazioni del Tevere, in epoca talmente remota da riuscire a salvarsi dai saccheggiatori, che già prima della fine dell’epoca imperiale erano molto attivi.

    ALCUNI RESTI
    I grandi blocchi marmorei vengono alla luce in gruppi monumentali scomposti ma di facile connessione con un effetto da stampa settecentesca. Sono infatti venute alla luce numerose strutture quali colonne, un timpano, rivestimenti marmorei, decorazioni ed una parte dell’iscrizione funeraria che consente di attribuire il monumento a M. Nonius Macrinus.

    Il generale, appartenente alla famiglia bresciana dei Nonii, che svolse la sua lunga carriera militare sotto gli imperatori Adriano, Antonino Pio e Marco Aureli,o ha accanto una donna, evidentemente la moglie, della quale si legge il nome Flavia. Potrebbe essere il nome completo della moglie Arria, nome noto da altre iscrizioni rinvenute nel bresciano, oppure quello di un’altra donna sposata dopo la morte della prima moglie.

    Secondo alcuni alla vita di Marco Nonio Macrino si sarebbe ispirato Ridley Scott tratteggiando la figura di Decimo Meridio Massimo (Decimus Meridius Maximus) interpretato da Russell Crowe nel film il Gladiatore; in comune i due personaggi hanno il fatto che vissero nel medesimo periodo storico e che furono entrambi importanti comandanti dell’esercito romano, ed entrambi a contatto dell'imperatore Marco Aurelio di cui furono compagni di spedizione contro i Quadi ed i Marcomanni. Marco rivestì anche importanti ruoli sacerdotali.

    STATUA DELLA MOGLIE DEL GLADIATORE

    GLI SCAVI

    Gli scavi della soprintendenza, che procedono a rilento causa mancanza fondi, nel 2010 hanno portato a scoprire l’intero basamento del monumento, che misura 10 metri frontalmente e 20 metri in lunghezza ed una statua femminile, probabilmente la moglie; a quanto pare le dimensioni imponenti del monumento, che ha un’altezza approssimativa di 15 metri, rendono fortunatamente impossibile rimontarlo in un museo come qualcuno aveva pensato pur di utilizzare il terreno per edilizia residenziale.

    Si pensava probabilmente di rimontarla nella sala X delle Terme di Diocleziano, dove già sono tre tombe romane, le quali in tale sala rimangono semisconosciute e di cui è persino difficile poter vedere delle foto; alcuni si augurano che possa essere istituito il parco archeologico e naturalistico della via Flaminia e del Tevere a comprendere i numerosi importanti resti archeologici che sono nella zona.

    Per altri sarebbe opportuno attrezzare altri musei al centro di Roma che i romani stessi potrebbero visitare se pubblicizzati efficacemente. la tomba del "Il Gladiatore" sicuramente sarebbe gradito anche agli stranieri, vista la notorietà del film.

    Comunque nel 2013 i tagli ai fondi per i beni culturali impedirono la prosecuzione dei lavori  per cui si pensò di reinterrare tutto il sito; e intanto il Gruppo Bonifaci offrì un contributo in cambio del permesso di costruire le palazzine residenziali. A questo punto l'American Institute for Roman Culture si è attivato per cercare di evitare il reinterramento e si organizza la firma della petizione on line "Salva la Tomba del Gladiatore".

    Ma Roma non finisce mai di stupire. Roma è magica.




    LA TOMBA DEL GLADIATORE, UNA SCOPERTA CHE NON FINISCE MAI

    Dai resti di quel tempietto alto una quindicina di metri, con tanto di timpano, quattro colonne e un acroterio, dagli scavi della via Flaminia è riemersa una vera e propria necropoli militare, probabilmente sviluppatasi da un nucleo iniziale del primo secolo a.c. fino al tempo di Costantino quando il luogo fu usato per le sepolture di un grande numero di soldati narbonesi coinvolti nella Battaglia di Ponte Milvio.

    Non solo: ecco riaffiorare dalla terra un numeroso gruppo di stele di pretorianie perfino una fullonica, ovvero una officina per il lavaggio e la tintura delle vesti (dei soldati). Nel 2010 poi, tra i capitelli corinzi, viene identificata anche la statua della moglie del “gladiatore”, Arria, raffigurata a statura naturale, nella classica posizione della pudicizia romana.

    Alla fine, come è accaduto spesso nella storia di Roma, si è avuta la certezza che in quel luogo, “più si scava e più sorprese continuano ad emergere dalla terra”: qualcuno lo ha ribattezzato “il foro romano in miniatura”, per la quantità di reperti che continuano a vedere la luce. 

    IL BASOLATO ROMANO
    E così dopo essere passati dalla ipotesi di richiudere il sito e continuare a costruirvi sopra (!) – decisione contro la quale si mobilitò allora anche il “gladiatore” Russell Crowe, protagonista del film di Scott – a quella di trasferire tutti i reperti al Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, ricostruendoli nella forma originaria, si è giunti finalmente alla constatazione che il sito è troppo complesso e ricco per poter pensare di spostarlo in un altro luogo.

    Gli scavi quindi proseguono e l’area resta purtroppo off-limits e visibile soltanto a pochi privilegiati. Ma il sogno – che forse è destinato ad avverarsi in tempi non eterni – è l’apertura di questo al pubblico, che renderebbe memoria permanente al grande generale romano, il più vicino all’imperatore, che grazie alle sue capacità fu anche proconsole delle province romane della Pannonia inferiore e superiore (i territori tra il Danubio e la Sava) e d’Asia (l’attuale Turchia): fin lì arrivavano le gloriose insegne di Roma.

    L'ISCRIZIONE

    L'ISCRIZIONE

    L’ iscrizione funebre si sviluppa sull’architrave della facciata per sei righe e per una lunghezza di circa otto metri; ne è stata rinvenuta circa una terza parte: un grosso monolite 258 cm di lunghezza per 90 di altezza e 75 di spessore collocato sulla parte sinistra dell’iscrizione ed altri frammenti nella parte destra, ma gli scavi sono ancora in corso.

     [M(arco) No]NIO M(arci) FIL(io) FAB(ia tribu) MACRINO [... (quindecem)vir sacr(is) f]AC(iundis), SODALI VERIAN[o ...], COMITI, LEG(ato) IMP(eratoris) ANTONINI AUG(usti) EX[peditionis ... leg(ato)] AUG(usti) PR(o) PR(aetore) P[rovinciarum ... Hispa]NIAE CITERIORIS ITEM PANNONIAE SUP[erioris ... curato]RI A[lvei ... leg]ATO PROVINCIAE ASIAE, QUAESTO[r ..., (decem)vir(o) litibus iudican]DIS PATRI OPTIMO ET FLAVI[ae ...] M(arcus) NONIU[s Arrius...]

    A Marco Nonio Macrino, figlio di Marco, della tribù Fabia,
    [... quindecemviro del collegio dei sacri] sacrifici, sodale dei Veriani [...]
    ,..., delegato (comandante) della spedizione dell’imperatore Antonino (Pio) Augusto [... ]
    governatore delle Province [...] della Spagna Citeriore ed allo stesso modo della Pannonia Superiore [...], curatore dell’alveo [...] comandante delle province dell’Asia,
    Questore [... Decemviro del collegio dei] giudicanti sulle liti ottimo
    padre e a Flavia [...] Marco Nonio [Arrio ..., figlio, realizzò il monumento]

    Quindecemvir sacris faciundis: apparteneva cioè al collegio dei quindecemviri dei sacri sacrifici, 15 sacerdoti costituenti uno dei 4 collegi sacerdotali (quattuor amplissima collegia) istituiti a Roma; questo collegio si occupava dell’amministrazione della religione e dei sacrifici, della consultazione dei libri sibillini e della celebrazione dei giochi dedicati ad Apollo. decemvir litibus iudicandis o decemvir stilibus iudicandis: apparteneva cioè al collegio dei decemviri giudicanti sulle liti collegio di 10 uomini che costituiva una corte civile giudicante; in epoca imperiale ebbe anche giurisdizione sui casi capitali.

    Sodali (Antoniniano) Veriano: apparteneva al sodalizio degli Antoniniani Veriani, collegio religioso creato nel 161 d.c. per il culto del divinizzato Antonino Pio e che si occupò poi anche del culto del divino Vero, che scomparve nel 169 d.c..

    Ma la cosa più importante: appartenne alla gloriosa e leggendaria gens Fabia, quella che pagò non solo di tasca ma con la vita di 300 loro membri, nel 477 a.c., la battaglia del Cremera contro gli Etruschi di Veio, che in realtà non fu una battaglia ma una vile imboscata dove tutti e trecento gli eroici componenti vennero trucidati senza pietà.

     L'IMPERATORE MARCO AURELIO

    TOMBA DEL GLADIATORE LA CARNEADE DI VIA VITORCHIANO

    Chissà se il buon Russell ricorda che fu uno dei più accesi difensori del Mausoleo quando la Sovrintendenza di Stato ipotizzò di reinterrare l’area non disponendo dei tre milioni di euro necessari per valorizzarla ed aprirla al pubblico.

    L’attore fu infatti uno dei protagonisti della petizione che, promossa dall’American Institut for Roman Culture, scavalcò gli oceani per fermare quella decisione che stava facendo rizzare i capelli a studiosi, ricercatori e storici. Tutto questo accadeva nel 2012.

    Il Mausoleo non venne reinterrato ma da allora l’area continua ad essere chiusa mentre una testimonianza così preziosa, una stupenda impronta del passato di Roma lasciata qui, a Roma Nord, andrebbe aperta alle scuole, al turismo, ai romani, andrebbe illuminata notte e giorno, andrebbe fatta studiare marmo dopo marmo.

    Per chi non la conosce va subito detto che si tratta della scoperta archeologica più importante degli ultimi 30-40 anni. Sulla Flaminia, in via Vitorchiano, un intero tempio romano, completo di colonne in marmo e frontoni, in un’area intatta e ben conservata comprensiva di un affascinante tratto dell’antica via Flaminia, è lo straordinario spettacolo emerso nell’autunno del 2008, ben conservato dal fango, sette metri sotto il livello della ferrovia Roma Viterbo.




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    L'HORREA DI VIENNA
    Gli horrea erano dei magazzini atti al deposito di diversi tipi di merci. Il termine latino significa “granaio”, ma vennero destinati alla conservazione di merci diverse. I primi magazzini permanenti risalgono alla fine del II secolo a.c., sorti per volere di Gaio Gracco (123 a.c.) soprattutto per evitare le carestie di grano.

    Degli Horrea militari divennero usuali negli accampamenti romani, per conservare provviste per lunghi periodi, prevalentemente beni alimentari, come arma di difesa in caso di assedio nemico. Alcuni horrea pubblici divennero banche, per custodire beni di valore. Nella città di Roma si contavano circa 300 magazzini, tra cui alcuni di vastissime dimensioni.

    I magazzini del Tevere e del porto di Ostia antica erano di uno o due piani: il piano superiore era raggiungibile, anziché con le scale, con delle rampe, in modo che potessero salirvi gli animali da trasporto con la merce. Gli ambienti si raccoglievano attorno al cortile dove si poteva scaricare la merce. Successivamente il pavimento a pianterreno venne provvisto di vespai contro l’umidità, sorsero le tabernae per la vendita delle merci. 

    Gli horrea avevano mura spesse e resistenti, con finestre poste in alto, per scongiurare topi, incendi e ladri. Per questi ultimi si usavano pesanti sistemi di chiusura. Gli horrea prendevano il nome dalle merci che contenevano:

    - horrea candelaria (per la cera, noti dal frammento 44 della Forma Urbis Severiana che permette di localizzarli sul Celio, a Nord del Balneum Caesaris, nei pressi dell’incrocio fra il Clivus Scauri e il Clivus Victoriae),
    - horrea cartaria per la conservazione della carta;
    - horrea piperitaria per il pepe e le spezie in generale, posto nei pressi del Foro Romano, al di sotto dell'attuale basilica di Massenzio.


    Ma potevano prendere il nome anche dal loro costruttore, inoltre la maggior parte di esse conteneva reparti diversi con merci diverse:

    - horrea Galbana, dall’imperatore Galba, che conservavano però non solo cereali, ma anche olio d'oliva, vino, generi alimentari, tessuti e marmi; l'horrea era enorme, disponeva di 140 ambienti solo al piano terra, per un'area di circa 21.000 mq;
    - Porticus Aemilia, i cui resti sono ancora visibili;
    - horrea Epagathiana et Epaphroditiana, visitabili ancora oggi ad Ostia antica;
    - horrea Agrippiana alle pendici del Palatino, erano una delle piazze più febbrili per l’economia, ricchissima di botteghe e imprese commerciali di ogni genere;
    - horrea Aniciana: citato nella Notitia nella Regione XIII, mai individuata;
    horrea D. Tinei sacerdotis: conosciuto solo da un'iscrizione dalla chiesa di S. Martino ai Monti sull'Esquilino. Tineo fu console nel 158;
    - horrea Leoniana: conosciuto solo dalla dedica di una iscrizione - genio horreorum Leonianorum (CIL VI .237 ) - senza indicazione del luogo.
    - horrea Petroniana: noto da due iscrizioni sepolcrali, una ( CIL VI .3971 ) di uno schiavo di Nerone, l'altra eretta da un certo M. Aurelio Xenonio Aquila, un bitinio, che aveva una "statio" in questi magazzini;
    - horrea Peduceiana: noto solo da una iscrizione ( CIL VI .33745 .pus Caesaeris (sic) ... .arius ex. ... è Peduceianis, ecc.);
    - horrea Seiana: nota dalle iscrizioni e dai resti di muri trovati tra la Via Giovanni Branca, la Via Beniamino Franklin e il Tevere;
    - horrea Sempronia: citato solo in Festus (290), dove sembra che i magazzini siano stati istituiti dalla legislazione Gracchiana;
    - horrea Severiana: Alcuni horrea trovati nell'angolo sud-ovest del sito del Ministero della Guerra al Quirinale;
    horrea Ummidiana: noto solo da una iscrizione trovata durante gli scavi di S. Saba sull'Aventino;
    horrea Agrippiniana: conosciuta solo da un'iscrizione ( CIL XIV .3958 ) trovata a Nomentum, ma doveva appartenere a Roma. Da non confondere con l'Agrippiana;
    - horrea Postumiana: nota solo dall'iscrizione su due mattoni ( CIL XV .4 ), di cui uno ad Ostia, per cui non si sa se l' horrea fosse lì o a Roma;
    - horrea Lolliana, sulla riva destra del Tevere nella XIII regione;
    - horrea Nervae, forse sulla via Ardeatina, menzionata solo in una sola iscrizione;
    - horrea Vespasiani: menzionato solo una volta tra gli edifici di Domiziano;
    - horrea Faeniana: conosciuti da un'attestazione epigrafica ritrovata nei presso la Chiesa di S. Agnese sulla via Nomentana, forse intitolato a L. Faenius Rufus, praef. ann. nel 55
    - horrea Volusiana: citato solo in una iscrizione

    1054. epigrafe m. 0,39 X 0,17: TYRANNVS • ANTONIAE DRVSI • AB • ADMISSIOM R. L. •i IO Frammento d' iscrizione contenente LA LEX HORREORVM (Tar. XVIII)

    HORREA EPAGATHIANA, IERI ED OGGI - OSTIA
    Il eh. ed egregio amico comm. R. Lanciani ha voluto comunicarmi, col cortese invito di scriverne una breve illustrazione, un frammento epigrafico di grande importanza, che dalla Commissione archeologica comunale è stato in questi giorni acquistato per i musei Capitolini. La lastra di marmo, lunga m. 0,98, alta m. 0,88, è soltanto la metà della lapide originale, e viene riprodotta in fototipia nella tavola annessa.

    Cotesto insigne monumento, che si asserisce rinvenuto nella vigna Boni e Binaldi, fuori della porta Salaria, in mezzo a terre di scarico, e perciò fuori del suo posto primitivo, era in origine certamente affisso ad un muro di quei grandiosi magazzini od horrea che appartenevano al patrimonio dell'imperatore ed erano situati in prossimità del Monte Testaccio.

    Non possiamo sapere per quali vicende o in qual tempo il marmo sia stato a tanta distanza trasferito: ma ciò che dirò intorno a cotesto horrea Caesaris e alle memorie epigrafiche che ne sono state trovate nel loro sito medesimo, non lascia dubbio, a mio giudizio, sulla indicata provenienza del nostro marmo. L'iscrizione parmi doversi attribuire ai tempi in circa di Adriano.

    L'uso degli accenti non giova a determinarne con precisione reta, ma soltanto a limitarla dall'epoca in circa augustea fino a quella di Adriano o di Antonino Pio. Parimenti la forinola Caesaris Aug, che si legge nella II linea, potrebbe egualmente bene riferirsi tanto allo stesso Augusto, quanto a quegli altri imperatori, che talvolta la usarono posposta ai loro nomi personali; ultimo dei quali è appunto l'imperatore Adriano. Ma i caratteri paleografici, quantunque di buona forma, vietano assolutamente di assegnare l'iscrizione ai primi tempi dell'impero; e ci presentano invece il tipo proprio dei primi decenni del secondo secolo, cioè dell'età traiano-adrianea.

    Al quale periodo di tempo, piuttosto che ad epoca più antica, conviene pure l'uso della piccola foglia d'edera come segno distinguensi che troviamo al principio dei singoli paragrafi della legge. Il Caesar Aug. adunque mentovato nel v. 2 non potrà essere che Traiano Adriano: ed inclinerei piuttosto a supporre il secondo di questi Augusti, perchè la regolarità e la simmetrìa della scrittura, particolarmente osservata nelle prime linee, esige innanzi alle parole (c)AESARIS AVG • il supplemento di undici lettere, che è dato con esatta precisione dalle parole imp. Hadriani.


    L'argomento di si importante testo epigrafico è dichiarato dal titolo stesso che si legge alv. 5: 
    LEX HORREORVM

    Qui dunque abbiamo il testo legittimo delle convenzioni, ossia il capitolato, che si proponeva ai cittadini per l'affitto delle horrea imperiali: e più propriamente parlando, il nostro marmo contiene un avviso di locazione delle horrea Caesaris con la lex locationis annessa. 

    Prima di esaminare i singoli capi di questa legge, stimo opportuno raccogliere qualche notizia sull'istituto giuridico dei magazzini generali in Boma nei secoli dell'impero.
    Il II Frammento d'iscrizione Delle horrea Caesaris.   Horrea appellavansi genericamente quegli edifici, ch'erano destinati a magazzino ed a custodia non solo del frumento, del vino, dell'olio e di qualunque genere alimentario, ma eziandio d'ogni varietà di merci, e degli oggetti preziosi che i cittadini vi deponevano come in luogo più sicuro. Il cronografo dell'anno 354 attribuisce l'istituzione di siffatti magazzini all'imperatore Galba. 

    Ma il eh. prof. Henzen ha recentemente dichiarato, che le horrea Galbae debbono identificarsi con le horrea Sulpicia ricordate da Orazio (Carm. IV, 12,18), siccome asserisce lo scoliaste di lui, Porfirione; e che già esistevano cotali magazzini nei primi tempi dell'impero, ed erano nel possesso di Cesare Augusto, Galba probabilmente estese l'istituzione horrearia e ne ampliò gli edifici: e per ciò i
    grandiosi e celeberrimi magazzini, che facevano parte del patrimonio imperiale, tolsero il
    nome da lui, e mantennero per lungo tempo l'appellazione di horrea Galbana. 

    Erano questi situati, per testimonianza della Notitia e del Curiosum nella regione XIII aventinese, ed
    occupavano gran parte della pianura compresa fra l'Aventino, il Testaccio ed il Tevere. Ed appunto da quello spazio di terreno sono tornate in luce parecchie iscrizioni contenenti la lex horreorum.
    Ho memorie epigrafiche relative alle horrea ed ai predii di Galba.

    ESEMPIO DI HORREA  RICOSTRUITA NEL CASTRUM ROMANO DI SAALBURG  - GERMANIA
    - Una è sacra Numini domus Aug. e dedicata al Genio conservatori horreorum Galbianorum, e Fortunae conservatrici horreorum Galbianorum {C. 1. L VI, 286); 
    - un'altra fu posta nell'anno 159 da un sodalicium horreorum Galbanorum (ibid. 338); 
    - una terza, sacra alla Bona Dea Oalbilla, fu dedicata da un vilicus horreorum Galbianorum
    - la quarta, del pari che la prima, è sacra Numini domum Aug, e fu postada un collegio funeraticio costituito dalla familia addetta ai predii Galbani. 

    Ai quali monumenti sono da aggiungere: la base votiva a Silvano posta da un servo imperiale horrearius cohortis III {C. L L VI, 588), che fu trovata « intra Emporii fines », e fors'ancbe il cippo dedicato Fortunae horreorum {C. /. L VI, 188) che dal Pabretti fu parimenti veduto presso 
    l'emporio.

    Imperocché per ragione del luogo mi sembra doversi senza dubbio riferire anche queste memorie
    agli orrei Galbani, appellati horrea antonomasticamente in un monumento posto entro il loro
    stesso recinto. Quest'ultima osservazione m'induce a sospettare, che anche il deposito dei
    marmi trovati all'emporio fosse compreso nelle horrea Galbana. Se in questi vastissimi magazzini ogni genere di derrate alimentari e di merci poteva essere custodito, perchè non sarebbe lecito supporre che una parte di essi servisse pure a deposito di marmi? 

    HORREA DI UN CASTRUM (INGRANDIBILE)
    Nelle Horrea di Porto, ove pure troviamo stessi magazzini di Galba si hanno:
    - nella Notitia dignitatum che tra gli officiali dipendenti dal prefetto della città annovera il curator horreorum Galbanorum (Occid, IV, 15);
    - nell'iscrizione HORRIORVM  ER • GALBAE IMP • AVGVSTi incisa Balla base di una colonna, nel Maseo Capitolino {C. L L VI, 8680) ;
    - nel titoletto sepolcrale di una liberta piscatrix de horreis galbae (ibid. 9801). - un procurator ad oleum in Galbae (horreis) Ostiae portus utrisque.
    Erano appunto distinte in vari edifici, rispettivamente destinati a magazzini di frumento, di vino, d'olio e di marmi. Laonde parmi verosimile, che le horrea Galbana, oltre le varie parti in cui erano separatamente custoditi il frumento, il vino, l'olio e gli altri generi annonari che giungevano in Roma entro vasi fittili; oltre i luoghi destinati alle altre merci alla custodia degli oggetti preziosi, contenessero eziandio i depositi marmorarii. 

    Questi erano situati presso la riva del Tevere, e nel luogo stesso ove approdavano le navi onerarie: le altre fabbriche si estendevano nel vasto terreno soprastante; e più prossimi al Testaccio dovevano trovarsi i magazzini di quei generi che custodivansi in vasi cretacei, i cui frammenti appunto in lungo volger di anni formarono quel monte artificiale. 

    Sembra convalidare la posta congettura un frammento del giureconsulto Scevola, il quale
    espone il caso di un negotiator marmararius che insieme era conductor horreorum Caesans,
    affittuario cioè generale dei magazzini Galbani. Costui per alcuni anni non aveva pagato la
    corrisposta d'affitto; e il procuratore imperiale, incaricato dell'esigenza, sequestrò e pose
    in vendita i marmi a lui spettanti. 

    INTERNI DI UN HORREA
    Ora questa procedura giuridica non poteva avere a fondamento che la convenzione del pegno, a garanzia della corrisposta, sui marmi invecti et inlati nei magazzini. I marmi dunque pignorati e venduti dal procuratore imperiale dovevano essere riposti nelle stesse horrea Caesaris che il negoziante teneva in affitto.

    I magazzini denominati da Galba erano certamente i più vasti della città, ed ebbero tanta
    rinomanza che per tutto il medio evo restò il nome di Orrea al terreno già da essi occupato
    sull'Aventino, la porta di s. Paolo ed il fiume. Per eccellenza doveano appellarsi horrea
    Caesaris; la quale denominazione ricorre frequentemente tanto nelle fonti letterarie, quanto
    nelle epigrafiche, ove sono ricordati ancora vari servi imperiali, che in quegli edifici
    esercitarono l'ufficio di horrearii. 

    HORREA MEDIOLANUM - (INGRANDIBILE)
    Altre iscrizioni poi menzionano orrei speciali, istituiti forse da nobili cittadini e passati
    più tardi nel demanio degli imperatori, ovvero da questi stessi edificati od ampliati. Cosi:
    - un servo dell'imperatore Claudio è ricordato come vilicus ex horreis Lollianis;
    - un servo di Nerone era addetto alle horrea Petroniana (C. /. /.. VI, 3971);
    - sotto Vespasiano due servi horrearii eressero un monumento votivo Cento horreorum (ibid.
    235).
    - Le horrea Vespasiani sono mentovate dal cronografo del 354,
    - un M. Cocceio Hilaro era impiegato in horreis Nervae (C. /. L VI, 8681).
    Per cotal guisa l'esistenza di magazzini generali, di spettanza degli imperatori, si manifesta per tutto il corso del primo secolo, e
    ai già mentovati si debbono forse aggiungere:
    - le horrea Agrippiana e Germaniciana della regione VIII;
    - le Agrippiniana (Orellì 5004);
    - le Aniciana dai cataloghi regionari unite con quelle di Galba;
    - le Leoniana (C. /. L VI, 237);
    - e finalmente le Seiana (ibid. 238. 9471), forse dei tempi di Tiberio, e confiscate dopo la
    morte del famoso Elio Seiano. 

    È da avvertire, che oltre i magazzini generali destinati ad uso pubblico, parecchie genti
    doviziose ebbero in Roma orrei privati, come per es.:
    - gli Statilii (C. /. L VI, 6292-6295),
    - i Volusii (ibid. 7289),
    - gli Aurunceii {Bull. arch. comun. 1880 p. 77-79, n. 363, 368, 371: cf. C. L L VI, 9462)
    ecc.; ma tali proprietà non passarono giammai nel patrimonio dell'imperatore.

    HORREA - PESI E MISURE
    Cotesti orrei privati servivano ad usi svariatissimi; per es. i banchieri vi riponevano il loro archivio e
    le instrumenta (Ulp. Dig, II, 13, 6 pr.), i letterati i loro libri (Senec. epist. 45); e fra le spese utili alla domestica economia ne era annoverata la edificazione (Ulp. Dig. L, 16, 79§ 1). Lampridio nella vita di Alessandro Severo (e. 39) riferisce che questo Augusto « horrea in omnibus regionibus publica fecit, ad quae conferrent bona ii qui privatas custodias non haberent ». Tale istituzione però non è della stessa natura di quella delle horrea Caesaris di cui finora ho discorso, ed alle quali deve riferirsi la lex horreorum testé rinvenuta. 

    Cotesti edifici, il più importante de quali erano senza dubbio le horrea Galbana nella regione XIII, appartenevano agli imperatori; e, destinati ad uso di magazzini, venivano affittati ad un imprenditore, che pagando una corrisposta al patrimonio imperiale, ne dava poi in affitto ai privati le singole parti, per farne traffico a proprio vantaggio. 
     
    Per contrario le horrea publica istituite da Alessandro Severo in ciascun quartiere della città avevano un carattere di munificenza verso i privati cittadini. Quantunque si ammetta, che una qualche corrisposta dovesse pagarsi da coloro, i quali privatas custodias non habentes andavano a deporre le loro merci, le derrate alimentari, o gli oggetti di maggior valore in quei pubblici magazzini; purtuttavia egli è manifesto che nella nuova istituzione non v'è la menoma traccia di lucro. Essa anzi sembra essere stata diretta a sottrarre i privati alla necessità di ricorrere, per la custodia delle loro cose, alla ingordigia degli speculatori, che forse esigevano troppo caro prezzo per gli affitti parziali.  

    HORREA AGRIPPINA
    I libri regionari del IV secolo noverano complessivamente nelle quattordici regioni urbane 290 orrei fra privati e pubblici. Tra questi ultimi d'indole peraltro al tutto speciale e diversa da quella dei magazzini generali che erano propriamente le horrea Caesaris (cf. Jordan, Topogr, II p. 67).
    Alla medesima istituzione annonaria - con la quale era provveduto e alla distribuzione del frumenium publicum e all'approvvigionamento della città in caso di carestia - spettano le horrea dei tempi anteriori all'impero, come quelle ricordate da Festo (p. 290): « Caesar locis cellae horrea constiluit ».
    Egualmente bene credo che potrebbe esser supplito: cellae frumentariae et oleariae. Gli avanzi di alcune cellae vìnariae di spettanza dell'imp. Traiano, nella regione transtiberìna, sono stati trovati nel marzo 1878 insieme con una bella iscrizione, che ne fa ricordo. (V. Notizie d, scavi 1878 p. 66; BtiU. arch. comun. 1878 p. 102).

    Dalle horrea Caesaris dei tempi più antichi, e dalle horrea publica fatte da Alessandro Severo, debbono egualmente distinguersi le horrea flscalia, che spesso sono ricordate, e talvolta anche coll'appellazione di horrea publica, nel codice Teodosiano. Imperocché questi ultimi erano edifici destinati esclusivamente a riporvi le provvigioni annonarie dello Stato,né i cittadini potevano in verun modo giovarsene per deposito e custodia della privata lor proprietà. 

    A questi horrea fiscalia dee senza dubbio riferirsi un'iscrizione dell^anno 349 (Henzen ad Orell. 5583), la quale ricorda le provviste per la pubblica annona fatte dal prefetto del pretorio Vulcacio Bufino, e la edificazione di nuovi orrei « in autoritam perpetuam rei annonariae». 

    Premesse queste brevi generali nozioni circa i magazzini generali dell'antica Roma, debbo rivolgermi a dichiarare la lex horreorum rivelataci dalla lapide ora tornata in luce: documento importantissimo, che illustra splendidamente l'intima organizzazione di quell'istituto, e ne espone, per così dire, la vita giuridica nella prima metà del II secolo dell'impero. 
     
    PORTICUS AEMILIA

    La lex horreorum Caesaris 

    Il frammento epigrafico che possediamo, è propriamente, siccome ho già in principio accennato, la metà della pietra, su cui era scritto ravviso di locazione dei magazzini imperiali col capitolato relativo alla locazione medesima. Dobbiamo dunque innanzi tutto tentar la restituzione dell'altra metà
    perduta; tenendo conto non solo del contesto giuridico, ma ancora dello spazio e del numero
    di lettere rigorosamente necessario a supplire la parte mancante. 

    Ho il dovere di dichiarare, che in siffatta restituzione largamente mi hanno giovato l'aiuto ed i sapienti consigli dell'illustre prof. Ilario Alibrandi, al quale rendo pubbliche grazie del valido concorso prestatomi in impresa così difficile e superiore alle mie deboli forze. La parte superstite dell'iscrizione è stata da me diligentemente trascritta dalla pietra originale, che trovasi ora provvisoriamente depositata nei magazzini della Commissione archeologica, al palazzo dei Conservatori in Campidoglio. 

    In quanto poi ai supplementi, occorre appena avvertire, che non si pretende menomamente di aver con essi reintegrato nella sua forma originale l'antico testo di questo insigne documento; ma
    soltanto si è tentato di esporne il senso e di avvicinarsi con qualche probabilità alle formule giuridiche che vi erano contenute. Nelle prime cinque linee, scritte con caratteri assai maggiori del resto dell'iscrizione, le lettere residue dimostrano chiaramente, contenersi una formula, la quale esprime il concetto che:
    (in h)orreis (imp c)aesaris ai^[usti] lcc[antur]
    armarla et loca .... ex hac die et ex. . . etc.
    Ho già detto che il nome dell'Augusto da supplire nel v. 2 è quello di Traiano od Adriano, e che sembrami di poter prescegliere il secondo per ragione del numero delle lettere richieste dalla simmetria e dallo spazio. Avremo dunque:
    « (in h)orreis {imp. Hadriani c)aesaris aug. loc[antur]» etc.

    HORREA DI UN CASTRUM
    Segue l' indicazione delle parti diverse dei magazzini, che davansi in affitto, tra le quali sono notate armario et loca; cioè quelle particolari qualità di di oggetti diversi, che anche noi appelliamo col nome generico di armarii, ed inoltre i diversi piani o compartimenti, in cui esse erano suddivise e che dicevansi loca. 

    Può citarsi a confronto un frammento di Ulpiano {Dig. XXXI [, 52 § 9), il quale parlando appunto di armarii lasciati in legato nomina congiuntamente "armaria et loculi" e dice esser loro accessorii "claustra et claves". È facile intendere, che nelle parole le quali precedevano armaria et rea il nostro marmo doveva indicare altre parti delle horrea, di capacità certamente maggiore degli armarii.
    Ho quindi pensato subito alle cellae, che in un frammento di Paolo {Dig. 1, 15, 3 § 2) sono
    mentovate come parti delle horrea, immediatamente prima di armaria:
    « Effracturae fiunt plerumque in insulis hoireisque . . . . , cum vel cella effringitur, vel armarium vel arca». Ma la sillaba finale AR-, che rimane nella pietra, e la quantità delle lettere da supplire esigono qualche altra parola aggiunta a cellae. Onde considerata la natura delle merci, che in siffatti magazzini e nelle loro parti principali si deponevano, ho creduto di potervi forse riconoscere le cellae frumentariae et vinariae le quali dovevano avere la maggiore importanza nei magazzini predetti.
      
    Più difficile è il supplemento del V. 4, ove le lettere superstiti AR- sono precedute da un avanzo certamente della lettera R, e potrebbero far pensare o ad {ae)rar[ium] a depositi {marmo)rar[ia]ri per trovare alcun che da mettere in relazione coi pubblici magazzini. Ma il prof. Alibrandi assai sagacemente mi ha proposto di supplire: (cum operis cella)rar[ium]; giacché è assai ragionevole il supporre, che per l'occorrente servizio di facchinaggio vi fossero servi cellararii, addetti ai magazzini medesimi, e che nella locazione delle cellae sì provvedesse altresì alla locazione delle opere di cotesti servi.

    Paolo {Sent. Ili, 6, 72) noverando gli uffici servili ed altrove {Dig. I, 15, 3 § 2) menziona espressamente i servi custodes degli orrei, come quelli contro i quali poteva esercitarsi l'azione penale nel caso dì furto delle merci.  Finalmente nel ravviso di locazione inciso sulla nostra pietra era notato il tempo in cui aveva principio l'affitto; cioè ex hac die dallo stesso giorno in cui venne pubblicata ed affissa la lex Horreorum, e poi d'anno in anno, incominciando dalle prossime idi di dicembre.
     
    Il supplemento è suggerito dalle parole stesse del capitolato (v. 6, 7), le quali accennano alla scadenza annuale delle locazioni nel giorno 13 di dicembre, trova un egregio confronto negli analoghi avvisi di locazione, che sono dipinti sulle pareti di alcuni edifici in Pompei. In uno di questi è detto:
    - In praedis Juliae Sp. f. Felicis locantur balneum .... , tabernae, pergulae, cenacùla, ex idibus aug. primis (C. /. L IV, 1136);
    - in un altro: {In) insula Arriana Polliana Cn. Allei Nigidi Mai locantur ex idibus Julis primis tabernae cum pergulis suis, et cenacula etc. (ibid. 138). Quest'ultimo manifesto pompeiano aggiungeva un avviso, che per i patti della locazione si doveva adire un servo del proprietario: « conductor convenito Primum Cn. Allei Nigidi Mai ser{vum) ». 

    HORREA DI OSTIA
    Per l'affitto delle horrca Caesaris era invece proposta al pubblico la stessa lex locationis perchè ciascuno potesse direttamente prenderne cognizione. Questa è designata colla solenne formola LEX HORREORVM; della quale ora esamineremo brevemente i singoli capi.
    Il primo capo, compreso nelle linee 6, 7 e parte della 8 contiene il patto relativo alla scadenza della locazione, ed alla proroga o rinnovazione della medesima. Lo dimostrano chiaramente le parole superstiti:
    ante idus dec[embres] pensione soluta renuntiet; qui non
    (renuntiaverit et .... prò i)nsequente anno non transegerit etc.;
    le quali riferendosi al conductor dovevano certamente esser precedute dalla frase, che in seguito è ripetuta più volte: Quisquis in his horreis conductum habet.
    Vi ho aggiunto le parole : cellam, armarium, perchè non solamente lo spazio richiede un supplemento più lungo di quella semplice formola, ma perchè era necessario congiungere il conductum habet coli{aliu)dve quid che la lapide conserva nella linea 6. 

    11 locatario adunque doveva disdire l'affitto prima del giorno 13 di dicembre, designato come
    termine del contratto annuale; e se non avesse ciò fatto,  cioè non avesse convenuto e combinato per rinnovare il contratto, questo s'intendeva tacitamente prorogato pel nuovo anno. Era regola generale nel diritto romano:
    « Qui impleto tempo e conductionis remansit in conductione non solum reconduxisse videbitur.
    sed etiam pignora videntur durare obligala » (Ulp. Dig. XIX, 2, 13 § 11 : cf. Cod. lusL IV, 65, 16).
    Ma questa proroga, fatta per tacito consenso, era naturalmente subordinata alla condizione, che il locatore non avesse conchiuso con altri un nuovo contratto. Quindi le ultime parole di questo primo capo « non erit» ( v. 8 ) facilmente sono da riferire all'accennata limitazionee da ciò siamo stati indotti a supplire: "si modo ala locatum) non erit". 

    Ove non fosse intervenuta cotesta nuova locazione con altri, colui che remansit in conductione ma senza convenire esplicitamente la proroga, tanti habebunt— dice la nostra lapide — quanti eius gener[is] (res) erano date in affitto per quel medesima anno e nel medesimo luogo.
    La restituzione da noi proposta: "quanti eius generis res eo anno in his horreis locari solent"
    corrisponde al criterio generale della proroga d'affitto per tacito consentimento delle parti. 

     Il secondo capo (lin. 8, 9), del quale restano le parole: « quisquis in his hoi'reis conducium hàbet, elocandi et (m)stodia non praestabitur» evidentemente contiene il patto proibitivo di trasferire in altri la locazione e l'uso della cosa locata, sancito dalla dichiarazione espressa, che in caso contrario si declinava qualunque responsabilità di custodia tra il locatore e il conduttore, dipendentemente dal
    contratto d^affitto; giacché in alcuni casi egli potea dichiarare, che non assumeva la responsabilità della custodia.
    Se il conduttore cedeva ad altri la cosa locata, sia elocando, sia utendum dando il locatore non poteva ritenersi egualmente obbligato verso i terzi, coi quali non aveva alcun contratto.
    Laonde a buon diritto nella lex horreorum Caesaris doveva essere stabilito: « Quisquis in his horreis oonductum habet elocandi et (uterìdum dandi ius non habebit: si elocaverit vel utendum. dederit, eius custodia non praestabitur ». 

    Cotesta responsabilità infatti era il corrispettivo della mercede che pagava l'affittuario: « Qui mercedem accipit prò custodia alicuius rei, is huius pericutum custodiae praestat  » (Gaio, Dig.\XXj 2, 40). In genere la sublocazione era consentita dalle leggi, quando nel contratto non vi fosse una convenzione in contrario: « Nemo proibeiur rem, quam eonduxit, fruendam olii locare; si nihil 
    aliud convenit. » (Cod, lust. IV, 65, 6).

    PORTO - HORREA SEVERIANA
    Nel terzo capo, che incomincia: « Quae in his horreis invecta inlata.. » è contenuta, a garanzia del pagamento della corrisposta, la convenzione del pegno sulle cose introdotte nei magazzini. Il quale patto, se pur non fosse stato esplicitamente stabilito fra le parti, come in ogni contratto d'affitto, così pure nella locatio horreorum s'intendeva per legge tacitamente convenuto.
    Su di che scrive Ulpiano (Dig, XX, 2, 3) che anzi la merces horreorum era considerata come
    credito privilegiato, e doveva essere soddisfatta prima di qualunque altro debito, anche
    anteriore di tempo. 

    Del quarto capo non resta che la formola iniziale: « Quisquis in his horreis conductum habet»
    seguita dalle parole et sua
    ..», le quali debbono collegarsi con le ultime... fuerit veniale.
    Questa licenza, che doveva essere ottenuta dal conductor horreorum per poter compiere qualche
    atto dipendente dalla locazione, abbiamo congetturato potersi riferire alle opere da lui aggiunte nel fondo tenuto in affitto, per ristauro, o per adornamento, o per qualsivoglia altro titolo.
    Come dunque l'inquilino, finita la locazione, doveva rimettere in pristino la casa, e non poteva asportare ciò che aveva aggiunto a proprie spese, se non quando tale remozione non avesse menomamente deteriorato il fondo; così all'affittuario di una parte dei pubblici magazzini non era certamente permesso di tollere quod adipcit, se non per patto espressamente convenuto, e salva l'integrità della cosa locata. 

    Il capo ultimo (v. 11, 12) incomincia con la formola consueta designante il privato conduttore di una parte degli orrei; e di lui è detto che, pensione soluta, chirogr[aphum.. etc. È chiaro ohe per chirographum qui deve intendersi la quitanza del pagamento, essendo quella parola immediatamente soggiunta alla menzione della pensio soluta

    Intorno alla forma ed al valore giuridico della quitanza chirografaria, semplicemente appellata chiìographum in alcune delle tavolette pompeiane di L. Cecilie Oiocondo, ha trattato egregiamente e con la consueta dottrina l'illustre Mommsen. E poiché nelle tavolette medesime trovasi talora indicato: chirographum Privati (n. 117), chirographum Secundi (n. 119), cioè quietanza del
    servo pubblico incaricato delle riscossioni degli affitti: così nella nostra lapide poteva forse essere egualmente menzionata la persona che rilasciava la quietanza, cioè horrearius. 

    Le parole che seguono e con le quali termina le lex horreorum hanno un'importanza speciale, non solamente per la convenzione circa la responsabilità e la custodia delle cose riposte nei magazzini, ma anche per la distinzione espressamente fatta tra l'horrearius e il custos, ì quali uffici dai lessicografi furon creduti sinonimi.

    Il giureconsulto Scevola, che è anteriore ad Alessandro Severo e quindi parla delle horrea Caesaris quali noi le consideriamo, nella più antica forma della loro istituzione, nomina un conductor horreorum Caesaris come colui che teneva in affitto generale i magazzini, ed era responsabile delle pigioni verso il procuratore imperiale exaction i praepositus.
    Nella nostra lapide l'affittuarìo di tutto il gruppo dei magazzini, dal quale viene pubblicamente proposta la locazione delle singole parti e la lex horreorum, è menzionato col titolo di hoirearius. Ed infatti un frammento di Giavoleno {Dig, XIX, 2, 60 § 9) reca:

    « Rerum custodiamo quam horrearius conductoribus praestare debeiet locatorem totorum
    horreorum horreario praestare non debere puto; nisi in locando aliter convenerit
    ».
    Dalle quali parole s'intende, che fra l'horreaìius ed i conductores parziali dei magazzini intercedeva un contratto ben diverso da quello che l'horrearius aveva col locator totorum horreorum; il quale nel caso nostro era il procuratore dell'imperatore, e genericamente il padrone del fondo destinato ai magszzìni.


    Il custos invece non era che un impiegato nei magazzini, e probabilmente un servo, il quale in certi casi portava anche la responsabilità penale della custodia medesima. Se il padrone degli orrei non aveva espressamente pattuito di assumere la piena custodia delle cose importate, era fuori d'ogni responsabilità verso gli affittuarii nel caso di forza maggiore odi violenze furtive.
    Quando però fosse stato consumato un furto con l'apertura violenta dei magazzini, con lo scassinamento degli armarii, d'ordinario ne portavan la pena i custodi. Ne fa fede Paolo, il quale scrive (Dig. 1, 15, 3 § 2): {in hoireis) cum vel cella effringiiur vel armarium vel arca, custodes plerumque puniuntury.
    E similmente l'imp. Alessandro Severo {Cod. lust. lY, 65) ricorda, che « Ex divi Antonini Pii liberis certa forma est, ut domini horreorum effractorum, eiusmodi querelas deferentibus custodes exhibere necesse habeant nec ultra periculo subiecti sunt ». 

    La responsabilità dunque del padrone dei magazzini, quand'egli li dava direttamente in locazione ai privati; e quella analoga « Ad horrea/rius e del conductor horreorum Caesaris quando costoro ne tenevano l'affitto generale, era limitata ai danni ed alle mancanze non dipendenti da forza maggiore o da furto operato con effrazione. 

    Come poi il locatore poteva con patti speciali limitare la propria responsabilità sulle cose introdotte nei magazzini (v. ad es. Dig. XIX, 2, 60 § 6); così nelle ultime parole del monumento epigrafico di cui ci occupiamo, è egualmente espresso un caso particolare, nel quale il locator può non accettare la responsabilità della custodia. Ciò non solo poteva avvenire durante il contratto, nel qual caso l'affittuario era innanzi tutto tenuto adsolvendas totium temporis pensiones» {Dig. XIX, 2, 55 § 2); ma principalmente alla scadenza del medesimo, a pensione soluta

    Imperrocché trascorso il termine stabilito all'affitto, e lasciate giacenti nei magazzini le cose quivi riposte, senza che fosse stata regolarmente rinnovata la locazione, potea ben dirsi che il locatario horreum suasque rei reliquerat. Quantunque la proroga del contratto avesse potuto avvenire anche per tacito consenso, quando si verificassero le condizioni stabilite nel capo primo della lex locationis; ciò nonostante l'horrearius dichiarava nel capitolato medesimo di non accettare ulteriore responsabilità di custodia, se non era denunciato specificatamente ciò ch'era stato deposto e lasciato nei magazzini.
    Siffatta denuncia doveva farsi al custode; ed ove venisse omessa, qualunque perdita, danno o
    deterioramento, era a tutto rischio e pericolo del locatario, che non aveva in tempo provveduto a rinnovare il contratto. 

    ( Giuseppe Gatti )

    HORREA PER IL VINO

    LA DECADENZA - TARDO IMPERO

    Dal IV secolo in poi le horree continuarono ad esistere ma non più pubbliche, quando c'era una carestia si provvedeva, in parte l'imperatore ma soprattutto il senato, facendo collette tra i senatori, tra i ricchi del paese per sollevare la fame dei poveri. Si continuò invece a Costantinopoli l'istituzione degli horrea pubblici per sfamare il popolo in caso di necessità. Inoltre si crearono horrea di proprietà esclusivamente ecclesiastiche.


    Gli Horrea Ecclesiastici

    Gli horrea della Chiesa vennero destinati esclusivamente alla conservazione del grano. Le proprietà terriere che la Chiesa possedeva in Africa e in Sicilia avevano amministratori ecclesiastici, il cui compito era di spedire i prodotti del raccolto a Roma. Durante il primo assedio di Totila, nel 546, papa Vigilio inviò dalle coste siciliane una flotta di navi cariche di grano, sotto la cura di Valentino, vescovo di Silva Candida. Il tentativo di alleviare la città dalla carestia si rivelò inutile, e le imbarcazioni furono prese dagli assedianti al loro sbarco a Porto.

    Nel 589 un'inondazione del Tevere, descritta da Gregoire de Tours, portò via diverse migliaia di sacchi di grano, che erano stati conservati nella horrea ecclesiæ, e i granai stessi furono completamente distrutti.

    Coi secoli gli horrea vennero abbandonati, e per la popolazione ormai totalmente analfabeta, dato che la Chiesa aveva fatto chiudere tutte le scuole, gli horrea divennero orridi, da horrere, perchè col tempo divennero enormi buchi nel terreno di cui non si conosceva più nemmeno la funzione. Nell'ignoranza medievale vi sorsero leggende di luoghi demoniaci, e soprattutto dall'VIII divennero luoghi maledetti, orridi e orribili. Dal termine horrea venne il termine horridus, e orrido.


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  • 05/08/19--05:01: LIMES ARABICUS
  • RESAFA
    Il Limes Arabicus, uno dei Limes romani, era una frontiera dell'impero romano posta nel deserto, ovvero un deserto di frontiera dell'Impero romano, nella provincia di Arabia Petraea, lungo circa 1500 km, che andava dalla Siria settentrionale alla Palestina meridionale, fino a raggiungere la penisola araba settentrionale, che a nord confinava col deserto siriano.

    L'Arabia Petraea, detta anche Arabia deserta, oppure Arabia Felix, abitata da tribù nomadi e razziatrici, sempre in guerra tra loro e con gli stranieri, che rubavano e uccidevano tutto e tutti. Pertanto i Limes difensivi, con castelli, mura e torri, servivano a proteggere la provincia d'Arabia dalle pericolose tribù barbare del deserto.

    L'Arabia Petraea fu creata nel 106 da Traiano e affidata ad un legatus Augusti pro praetore di rango pretorio. Diocleziano, ampliò ulteriormente questa provincia, con l'inclusione dell'odierna Israele.Per tutta la lunghezza del Limes vennero dislocate numerose fortezze e torri d'avvistamento. Si pensa che i romani avessero profittato della morte del re nabateo, per assumere il controllo del territorio, comunque estesero il regno nabateo e lo chiamarono Provincia Arabia, governata da un legato senatoriale nominato dall'imperatore, e la sua capitale era Bostra (o Bosra) nel sud della Siria.



    I NABATEI


    LIMES ARABICUS (INGRANDIBILE)
    I Nabatei furono un popolo di commercianti dell'Arabia antica, insediati nelle oasi di Nabatene del Nord Ovest, un'area di confine fra la Siria e l'Arabia, dall'Eufrate al mar Rosso.

    La rete mercantile da essi instaurata e controllata poneva in comunicazione il sud e il nord della Penisola araba consentendo il commercio con l'area mediterranea di prodotti provenienti dalla lontana India, come incenso, spezie e seta.

    Essi possedettero una certa cultura, con la saggezza di curare il possedimento delle acque attraverso ampie cisterne e perfino dighe, un patrimonio che andò distrutto con l'avvento delle incursioni islamiche.



    I ROMANI

    Le prime invasioni dei romani avvennero sotto Augusto ed ebbero un discreto successo che si trasformò in un insuccesso a causa delle epidemie, per cui l'esercito si ritirò da quasi tutti i territori.

    La conquista della Nabatea avvenne invece ad opera di Traiano,senza alcun pretesto per l'annessione (Rabbel II aveva un erede di nome Obodas) ma la resistenza all'invasione fu piuttosto blanda, infatti di lì a poco i Nabatei servirono come truppe ausiliarie nell'esercito. E infatti Traiano non assunse il titolo onorifico di "Arabico", come avveniva nelle vere battaglie. Non fu pubblicizzata ma lo fu la Via Traiana Nova, strada che si snodava da Bostra ad Aqaba, toccando però anche altri centri, come Petra. Sebbene l'imperatore elevò Bostra al rango di capitale, diede a Petra lo status di metropoli.

    Per agevolare il limes Arabicus l'imperatore Traiano fece infatti compiere un'impresa epica che resterà nella storia: la Via Nova Traiana, che correva da Bostra ad Aila costeggiando il mar Rosso, di ben 267 miglia, cioè 430 km. Edificare in pieno deserto era difficilissimo, per i venti sabbiosi che coprivano tutto, per la scarsità di materiali che offriva il luogo e per le continue scorribande delle tribù. E' difficilissimo ancora oggi coi mezzi moderni e infatti pochissimo in merito è stato fatto da allora.

    La Via Nova Traiana fu costruita dal 111 al 114, per provvedere ai trasporti e ai movimenti di truppe nonchè per spostare rapidamente gli ufficiali. Serviva inoltre per proteggere le carovane che commerciavano le merci col resto della penisola araba, o per portare ai porti le merci. Venne completata sotto Adriano.

    Per bloccare i gruppi barbari solitamente i romani ricorrevano alle truppe ausiliarie che costavano molto meno. Solo raramente ricorrevano ai legionari romani, molto più preparati ed efficienti, ma anche più pagati.

    PETRA CAPITALE NABATEA
     Le basi militari si dividevano in:
    - Castra, cioè le fortezze legionarie. Al termine del regno di Traiano (98-117), c'erano trenta legioni in ventotto basi, tutte sulle linee di confine, a una certa distanza ognuna dall'altra.
    - Castella: cioè le fortezze delle truppe ausiliarie, costituite in genere da fanteria, talvolta da cavalleria, e talvolta con un misto di entrambe. Di solito stavano a venti km l'una dall'altra. Lungo la strada c'era una torre di avvistamento tra due castella, per tutto il percorso.

    In Arabia vi erano castra Castra ogni 100 km (62 miglia) con compiti di prevenzione e di controllo. Verso l'inizio del VI sec. le truppe legionarie vennero tolte dal Limes Arabicus  e rimpiazzate con i nativi Arabi foederati, i Ghassanidi, che erano arabi delle tribù AZD, emigrati agli inizi del III sec. dalla penisola arabica meridionale alla regione orientale.

    Essi divennero uno stato cliente dell'Impero Romano d'Oriente (Bizantino) e combatterono al suo fianco contro i persiani Sassanidi e i Lakhmidi arabi. Le terre del Ghassanidi fecero da cuscinetto tra le terre annesse dai Romani e le incursioni delle tribù beduine. Dopo la conquista araba il Limes Arabicus sparì.

    Non avvennero grandi battaglie nel Limes Arabicus, si trattava più che altro di scaramucce. Le grandi campagne militari avvennero a nord in Siria e Anatolia. Le fortezze sulle Limes erano per lo più utilizzate per controllare i banditi e mantenere la legge e l'ordine tra la gente del posto.


    QASR AL - AZRAQ

    Qasr al-Azraq (la Fortezza Blu) era una grande fortezza collocata nella zona dell'attuale Giordania orientale. Situata alla periferia dell'odierna Azraq, a 100 km (62 ml) ad est di Amman, era stata edificata in basalto nero locale con struttura quadrata dal perimetro di 80 metri intorno a un cortile centrale.

    Ad ogni angolo aveva una torre oblunga. L'ingresso principale aveva come porta un'unica lastra massiccia di granito incorniciata di ferro, che portava ad un vestibolo dove si possono ancora vedere, scavata nella pavimentazione, i resti di un gioco da tavolo romano.

    L'importanza strategica del castello è che si trovava nell'unica fonte perenne di acqua fresca in circa 12.000 Kmq (4.600 sq mi) di deserto. La zona fu abitata dal popolo dei Nabatei, e nel 200 cadde sotto il controllo dei romani che vi costruirono una struttura in pietra che divenne la base per le costruzioni successive, utilizzata poi dagli imperi bizantino e arabo.

    L'impero romano, a causa delle invasioni dei Balcani e dell'Anatolia, svuotò le truppe per aiutare i settori più minacciati. Pertanto pagarono i foederati arabi e cristiani come i Ghassanidi per pattugliare le frontiere meridionali. Con le invasioni di arabi musulmani nel 630 i romani abbandonarono tutte le loro fortificazioni di confine, per ritirarsi definitamente a nord verso la Siria.

    Con la sua oasi Azraq fu il crocevia delle rotte commerciali e delle migrazioni degli uccelli.
    «Per oltre cinque secoli il limes arabicus protesse la frontiera sud-orientale dell'impero romano»

    FORTE MOBINE

    TRAIANO

    L'imperatore Traiano costruì un'importante strada, la Via Traiana Nova, da Bostra ad Aila sul Mar Rosso, per una lunghezza di 430 chilometri. Costruita tra il 111 ed il 114, il suo principale scopo era quello di fornire un mezzo efficiente per il trasporto di truppe ed ufficiali governativi. Fu completata da Adriano.

    Durante la dinastia dei Severi (193-235), i Romani rafforzarono le difese sulla frontiera araba. Furono costruite numerose fortezze al confine nord-occidentale del Wadi Sirhan, e riparate e migliorate le strade. Una di queste fu l'importante Qasr Azraq.



    HUMEIMA

    Anticamente Hawara, era una città nabatea situata in Giordania, circa a metà strada tra Aqaba e Ma'an, sulla Via Traiana Nova, lungo la rotta commerciale a sud di Petra. Prosperò sotto Nabatei, i Romani, i Bizantini ma andò in declino verso il IV secolo per le lotte tra gli Arabi meridionali e quelli settentrionali. 

    «Una grande fortezza è Humeima (l'antica Auara), costruita alla fine del II secolo e quindi una delle più antiche fortezze romane conosciute sulla frontiera araba. Si trovava sulla Via Nova tra Petra (44 km a nord) ed Aila (55 km a sud) nell'Hisma, il deserto della Giordania meridionale. La fortezza fu eretta sul lato nord di una grande comunità Nabatea, Romana e Bizantina. Fu probabilmente abbandonata nel IV secolo. Copre circa 3 ettari ed ha una forma rettangolare. Ha quattro porte, una al centro di ogni lato. Aveva torri agli angoli e lungo i lati. Poteva ospitare un'unità ausiliaria standard di 500 uomini»



    DIOCLEZIANO

     All'inizio del IV secolo Diocleziano divise la provincia di Arabia trasferendo la regione meridionale alla provincia della Palestina. In seguito, la zona si staccò dalla Palestina e divenne la provincia di Palaestina Tertia. Ogni provincia era amministrata da un praeses con autorità civile ed un dux con autorità militare.

    Diocleziano avviò un'espansione militare nella regione, costruendo numerose fortezze (castella) e torri d'avvistamento lungo la linea desertica, ad est della Via Nova fondando il "limes arabicus", che si estendeva da sud di Damasco a Wadi al-Hasa.

    La regione che andava da Wadi Mujib a Wadi al-Hasa conteneva quattro castella ed un campo legionario. La zona di frontiera a sud di Wadi al-Hasa era chiamata "limes palaestina", e si estendeva fino al Mar Rosso. In questa regione sono stati identificati dieci castella ed un campo legionario.

    Vi era un castrum romano ogni cento Km,  a sud c'era la fortezza legionaria di Udruh, situata poco ad est di Petra che ospitava la Legio VI Ferrata. Potrebbe essere esistito anche un campo legionario ad Aila (attuale Aqaba), scavata da Parker dal 1994. La città si trovava al confine settentrionale del Golfo d'Arabia, dove fungeva da centro di commercio sul mare.

    Numerose rotte di terra si intersecavano qui. La Legio_X_Fretensis, già stanziata a Gerusalemme, fu trasferita qui al termine della Via Nova. In questo posto sono stati identificati un muro ed una torre, ma non è chiaro se facessero parte delle mura della città di Aila o della fortezza. Si pensa che la fortezza sia stata costruita a cavallo tra IV e V secolo. Negli scavi recenti, oltre al castrum, sono emerse alcune abitazioni e i resti delle terme romane.



    L'ABBANDONO

    Le truppe furono progressivamente ritirate dal limes arabicus nella prima metà del VI secolo, e sostituite dai foederati nativi arabi, e soprattutto dai Ghassanidi. L'obiettivo principale del limes arabicus è ancora in discussione; potrebbe essere stato usato sia per difendersi dai raid Saraceni che per proteggere le rotte commerciali dai predoni del deserto. Dopo la conquista araba, il limes arabicus fu lasciato in abbandono. Solo alcune fortificazioni furono riutilizzate nei secoli successivi.


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  • 05/10/19--06:08: ROSALIA (10-31 maggio)


  • LE FESTE DEI DEFUNTI

    Le Rosalia appartenevano alle quattro solennia sacrificia (cioè Rosalia, Parentalia, Violaria e il compleanno del defunto). La festa generale del sacrificio era la Parentalia, dove l'enfasi era posta più sul sacrificare, soprattutto sulle offerte bruciate, siano esse fiori e spighe ma anche carni di animali bruciate. Nella cerchia familiare, la Violaria veniva celebrata anche durante la primavera accanto alla Rosalia e poi c'è stato l'anniversario del defunto, come un importante giorno della memoria.

    La festa non aveva una data fissa, ma dipendeva dal periodo di fioritura delle rose, che di solito si svolgeva a maggio e giugno. Nel clima mediterraneo si potrebbe ottenere una seconda fioritura nel corso dell'estate. I petali delle rose di solito entravano nel banchetto della festa. 

    Vennero anche coltivate rose nelle serre o le hanno importate dalle province, in modo che le rose per scopi culinari potessero effettivamente essere ottenute durante tutto l'anno. Le rose in crescita erano quindi conosciute come una delle colture con le quali si poteva guadagnare molto. 

    C'è una data fissa menzionata nel calendario di Costantino, cioè il 23 maggio, e potrebbe trattarsi della festa delle Rosalia, ma non ve n'è certezza. Ci sono anche 7 iscrizioni che citano tutte la data del 13 giugno con diversi anni. Ma erano soprattutto i collegi e le associazioni, o i privati ​​stessi a stabilire la data della festa.



    LE ORIGINI DELLA FESTA

    C'è disaccordo sull'origine, in quanto la festa mostra forti concentrazioni regionali, con alcune somiglianze con i riti funebri in Asia Minore, in particolare col dal culto del Trace di Bacco e di Attis, personaggi mitici morti e risorti.

    LA TESSITURA DEI ROSARI - MOSAICO
    Probabilmente furono i commercianti a diffondere questi miti e questi riti, per cui la festa sarebbe originaria dell'Asia Minore. In particolare, riguarda la menzione del rogo delle rose, che sarebbe un rito dionisiaco.

    Tuttavia, questa intera teoria è contraddetta più volte, per cui si afferma invece che i coloni dall'Italia avevano portato la Rosalia al tempo di Augusto. Lo testimonierebbe il fatto che nessuna traccia di Rosalia compare prima della colonizzazione. Non si tratterebbe nemmeno di bruciare rose, ma di accendere una lampada collegata con le rose. 

    Secondo altri studiosi probabilmente ci saranno state influenze dall'Asia Minore, ma in origine le Rosalia sarebbero state importate dalla Gallia Cisalpina. Vi è anche una grande concentrazione di iscrizioni trovate, sia a Roma e a sud di essa. La festa fu celebrata anche nell'esercito, quando gli standard militari furono decorati con rose per onorare i loro morti. Possiamo vederlo come un sostituto della famiglia che decora la tomba.



    ROSALIA

    Rosalia, o la festa della rosa, era una celebrazione romana in cui i defunti venivano onorati e ricordati. Il 10 e il 31 maggio, le legioni romane a Duro Europa celebravano infatti le Rosalia, che collegavano un rito di primavera con un rito di morte (come del resto fa il cristianesimo).

    Il significato della festa stesso riguarda principalmente il rinnovo del contatto tra il defunto e il vivente in una cena sobria che si svolge accanto alla tomba. 

    La rosa è il fiore funerario per eccellenza. La breve fioritura di un fiore rappresenta il rinnovamento ed è quindi il simbolo della vita dopo la morte nei Campi Elisi. La rosa accompagnò i Romani nelle loro vite fino alla loro tomba. Pochi eventi nella loro vita non erano simboleggiati dalla rosa.

    I Rosalia furono particolarmente popolari nell'era imperiale. Possiamo situare le prime prove dell'esistenza della Rosalia ai tempi di Domiziano, intorno al I secolo d.c.. Tuttavia, le rose furono usate molto prima nei servizi di culto.



    LE ASSOCIAZIONI

    La festa era in stretto rapporto con la vita delle associazioni in epoca imperiale. C'erano associazioni (collegiali) in cui esistevano i funerali e il culto alla morte dei membri defunti. C'era anche un testamento, una somma versata a un collegio i cui membri avrebbero ornato la tomba del donatore ogni anno con le rose, questo spesso coinvolgeva i membri più ricchi. 
    Queste ritualità furono molto diverse tra loro a seconda delle consuetudini locali o convenzioni del collegio. Anche il funerale poteva avere un carattere molto diverso, spesso poi queste associazioni erano spesso pubbliche e religiose.

    RITO FUNEBRE
    Solo per questa volta i rituali erano svolti da unità militari per i compagni caduti e dopo per i membri della propria famiglia. 
    Apprendiamo per la prima volta questa celebrazione da un calendario militare della Syria. 

    Non sappiamo se le Rosalia venivano celebrate alle medesime date dalle altre legioni dell'Impero Romano, ma sappiamo da altre fonti che le Rosalia erano comuni per l'esercito romano.

    Poichè i calendari militari differivano sa quelli romani, è possibile avessero date fisse per tutte le legioni.

    Benchè ogni legione avesse le sue feste, comunque il mese di maggio era legato alla morte, con i Lemuria, per cui ragionevolmente tutte le legioni onoravano le Rosalia in questo stesso mese.

    Al centro di ogni accampamento romano vi era un piccolo tempio, il saculum. Qui si tenevano gli stendardi militari; le aquile della legione e gli stendardi e i vessilli per manipoli e coorti. Di fronte al sacullum stava un altare. 

    Nei Rosalia gli stendardi venivano posti intorno all'altare. Venivano adornati di corone di rose con preghiere o ringraziamenti. 

    La festa consisteva in un pasto festivo e nella distribuzione delle rose agli ospiti, nell'accampamento ai soldati parenti o amici dei defunti, con cui poi decoravano la tomba del defunto per onorarli. Per coronare la festa si facevano Ludi (giochi di gara) tra i legionari.



    LE FASI DELLA FESTA

    Nell'accampamento anzitutto si decoravano le tombe dei defunti. Ogni militare era tenuto a contribuire per raccogliere o comprare fiori, oppure comprare rosari, che erano dei cerchi raggiati di vimini intorno a cui venivano avvolte le rose. I raggi erano otto e al termine di ogni raggio veniva posta una rosa. Il rosario aveva pressappoco la forma di un sole raggiato.

    STENDARDI
    Oppure si trattava di ghirlande di rose intrecciate, le rose potevano avere diversi colori ma naturalmente in maggio la maggior parte delle rose era di colore rosa. Non sappiamo se fosse inclusa la rosa canina ma dobbiamo supporre di si perchè essa era nel suolo italico sacro alla Dea Diana, specie nel suo lato infero, essendo al Dea di triplice aspetto: come Luna, come Cacciatrice e come Dea dei morti.

    Su ogni tomba si poggiava un rosario, oppure direttamente delle rose se i vimini non erano disponibili e se non se ne potevano acquistare in un centro vicino. Con i soldi avanzati dall'acquisto dei rosai si organizzava una festa acquistando e cucinando cibo. Nel pasto che seguiva alcuni legionari, se credevano, potevano prendere il posto dei defunti venendo avvolti di rose, sulle braccia e sul capo.
    Nel banchetto venivano anche cucinate delle rose, spesso miste  a uova e spezie, ma soprattutto se ne facevano dei dolci.



    IL CRISTIANESIMO

    Il Cristianesimo ha in parte copiato l'uso di rose come offerte, diffondendole comunemente nel culto dei morti e martiri. Una differenza importante è che i cristiani usavano le rose separatamente e non nelle ghirlande come con i Romani. Inoltre, in occasione della commemorazione di parenti defunti, una cena (pane e vino) si teneva presso le tombe o in una chiesa vicino alla tomba. Col tempo la rose divennero solamente il fiore della Madonna.


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    SOPRA DI SCORGE IL MONS VIMINALI, IL PIU' PICCOLO DEI MONS DI ROMA

    Il Colle Viminale, ovvero il Collis Viminalis, forma, come il Quirinale e l'Esquilino, un contrafforte dell'altipiano proteso tra l'Aniene e il Tevere, ed è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma,  esattamente il più piccolo dei colli. Il colle si trova tra l'Esquilino a sud-est e il Quirinale a nord e nord-ovest. In epoca romana era delimitato dal Vicus Longus (attuale Via Nazionale), dalla Suburra, e dal Vicus Patricius (attuale Via Urbana).

    Ma le antichissime mura che, prima della più ampia duplice cinta di mura (quella serviana e quella del sec. IV, d'epoca regia) recinsero il Quirinale, non recinsero invece il Viminale che, secondo alcuni, entrò a far parte dell'Urbe al tempo della "Città di Tazio" precedente alla "Città delle IV Regioni" di Servio Tullio. 

    Il Viminale dovette effettivamente far parte del nucleo sabino del Quirinale, infatti è anch'esso denominato "collis" e insieme ad esso fu incluso nella IV regione serviana e, nel riordinamento augusteo, nella VI regio.

    Ma questo colle, secondo i più, fu annesso alla città proprio dal VI re di Roma, Servio Tullio.
    "Servio rimediò alla mancanza imperciocché lo compiè (cioè il muro), aggiungendo il colle Esquilino ed il Viminale, i quali sono pure di accesso facile a chi di fuori, per la qual cosa scavando una fossa profonda riceverono la terra di dentro (cioè sulla sponda interna del fosso), ed estesero lungo il margine interno del fosso un terrapieno di sei stadj e sopra questo fabbricarono il muro, e le torri dalla porta Collina fino alla porta Esquiiina: verso la metà però dell'aggere havvi una terza porta che ha lo stesso nome, che il monte Viminale."
    (Antonio Nibby - 1821)

    LE TERME DI DIOCLEZIANO  OGGI
    Il Viminale si estende per 25 ettari con una altezza tra i 50 e i 57 metri, questi ultimi nei pressi di p.zza San Bernardo, e deve il suo nome alle piante di vimini, il Salix Viminalis, il salice viminale, che formava i vincheti, i cespugli e i boschetti di salice che, seppur naturalizzato, al tempo della monarchia romana già ne ricopriva le pendici. Si tratta dei vimini con cui si facevano panieri, stuoie e altri oggetti.
    Nel periodo tra gli ultimi anni della Repubblica ed i primi anni dell'Impero, il colle divenne un quartiere residenziale, con ville e giardini, e al tempo di Augusto fece parte della VI regione: la Alta Semita, che era un quartiere residenziale di livello medio alto, privo di edifici pubblici, come il vicino Cispius.

    TERME DI DIOCLEZIANO
    Venne pian piano accumunata al Quirinale per i vasti "horti", dove non vi erano edifici pubblici ma solo residenze e fastose abitazioni. Infatti in via Balbo, in via Panisperna e in via Santa Pudenziana (antico Vicus Patricius) sono stati scavati i resti di ricche case del II e I secolo a.c. Il carattere prevalentemente signorile delle abitazioni è riflesso d'altronde dal nome stesso di Vicus Patricius.
    Nel sec. I d.c. vennero costruiti Bagni e Terme e nell'età repubblicana e imperiale nella sua parte alta vennero costruite residenze patrizie mentre nella parte bassa si svilupparono abitazioni per la plebe. 

    RESTI DELLE TERME NOVATIANE SOTTO
    SANTA PUDENZIANA
    Durante il regno di Diocleziano, tra il 298 e il 305 dc., vi furono erette le Terme dette appunto di Diocleziano, un monumento enorme e splendido, nella zona che si trovava alla fine del Vicus Longus, fra il Viminale e il Quirinale. Il Viminale rimase così separato dall'attiguo colle Quirinale dal Vicus Longus, che dal Foro di Augusto seguiva la valle fino alle Terme di Diocleziano.

    Successivamente, qui vennero edificati i "Castra Pretoria" delle fortificazioni militari che ne allontanarono però i residenti più facoltosi. Qui si trovavano pure la caserma della III corte dei Vigiles, un corpo istituito nel 6 d.c. da Augusto a Roma per assicurare la vigilanza notturna delle strade e proteggere la città dagli incendi,.situata probabilmente presso la "porta Viminalis". 

    Vi sorsero anche le terme dette Lavacrum Agippinae, locate dove ora sorge la chiesa di San Lorenzo in Panisperna. L'unica architettura religiosa della zona era il santuario di Nenia, una Dea minore che proteggeva i moribondi ed era nume tutelare dei canti funebri. Ma si ha notizia anche di un Tempio di Giove Viminale, Deus Viminus o Iupiter Viminus, antichissima divinità del colle, e forse anche di un Dio Verminus, attestato dall'iscrizione di un'ara del sec. II a.c. trovata a Via Volturno.

    Inoltre vi fu edificato un Palatium Decii, le Thermae Olympiadis e le Termae Novati in Vico Patricio. Di questi edifici sono certi solo le Terme di Novato e il Lavacrum Agrippinae, questo ultimo riconosciuto per il rinvenimento di fistule acquarie, recanti quel nome, in una vigna contigua al monastero di S. Lorenzo in Panisperna.

    Il Palatium Decii corrisponde a un gruppo di rovine di un vasto edificio, ricordate da P. Sante Bartoli e da Flaminio Vacca presso S. Lorenzo in Panisperna e battezzato col nome di Decio in base a un passo dei Mirabilia, che ricollegano la leggenda del martirio di S. Lorenzo a quel luogo e alle  Thermae Olympiadis, del tutto immaginarie. Sulle Terme di Novato venne poi edificata la chiesa di Santa Pudenziana.

    PALATIUM DECII, SOTTO LA CHIESA DI SAN LORENZO
    Solo in epoca imperiale, sappiamo che fiorirono sul Viminale sacelli e lararî privati, tra i quali, notevolissimo, quello sacro a Luperco nella casa di Crepereio Rogato scoperto nei pressi della chiesa di S. Eufemia in Via Urbana. Viceversa un tempio di Silvano, riferito dal Marliano al colle Viminale nella regione di S. Agata, corrisponde a un sacello realmente riconosciuto nei lavori di fondazione della Banca d'Italia, come scritto da Rodolfo Lanciani, ma non già sul Viminale, bensì sulle pendici del Quirinale.

    L'assetto militare del Viminale venne poi smantellato da Costantino che distrusse le caserme dei pretoriani, ed il colle rimase in parte abbandonato, restando attiva solo la zona delle Terme di Diocleziano. Con le invasioni barbariche poi, vennero distrutti anche gli acquedotti e le condutture, e quindi anche le Terme di Diocleziano, caddero in disuso, la parte del colle che rimase abitata fu quella sottostante al colle Viminale, ove un tempo era la Suburra.


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    Nome: Aulus Caecina Severus
    Nascita: 43 a.c. Volterra
    Morte:  21
    Gens: Caecina
    Professione: Generale


    Aulus Caecina Severus nacque attorno al 43 a.c.; membro della gens Caecina, era originario di Volterra nell'Etruria, figlio di un certo Aulo Cecina e fratello di Gaio Cecina Largo, console suffetto nel 13. Ebbe sei figli.

    - 25 a.c. - Era diventato tribuno militare, attorno al 25 a.c.,
    - 19 a.c. - venne nominato Questore nel 19 a.c. 
     - 1 a.c. - Venne eletto console suffectus nell'1 a.c. all'età di 42 anni, poiché quale homus novus, non avendo una discendenza consolare, dovette aspettare per tradizione dopo i 40 anni.

    - 6-9 d.c.  - Fu uno dei migliori generali sotto Augusto e Tiberio, diventando, in seguito alle operazioni militari che si svilupparono nell'area illirico-balcanica, il primo governatore della neo-costituita provincia di Mesia, dove fu duramente impegnato durante la grande rivolta contro Pannoni e Dalmati dal 6-9.

    L'insurrezione ebbe inizio nella zona sudorientale fra i dalmati Desiziati, comandati da un certo Batone. Poco dopo si estese anche ai pannoni Breuci, sotto il comando di un certo Pinnes e di un secondo Batone. Essi erano comandati da uomini che, come Arminio e Maroboduo, avevano servito nell'esercito romano come ufficiali di truppe alleate, e quindi ottimi conoscitori di metodi e disciplina dei loro avversari. Quando Tiberio chiese a Batone e ai Desiziati perché si fossero ribellati, si dice che Batone abbia risposto: «Voi Romani, dovete essere incolpati per aver mandato, come guardiani delle vostre greggi, non cani o pastori, ma lupi».

    Sospesa l'azione marcomannica, Tiberio dovette impiegare tutta la sua abilità militare, tre lunghi anni di guerra, oltre a numerosi ed esperti generali (come Marco Valerio Messalla Messallino sostituito in seguito da Marco Emilio Lepido, Aulo Cecina Severo, Marco Plauzio Silvano o Gaio Vibio Postumo).

    - 6 d.c. - Nell'anno 6 riusciva ad espugnare Sirmio (attuale Sremska Mitrovica in Serbia), che era stata occupata dagli insorti, e riuscì a difendere la neo-provincia da attacchi e razzie di Sarmati Iazigi e Daci, avvalendosi anche dell'aiuto del re trace, Rhoimetalkes.

    - 7 d.c. - L'anno seguente, insieme a Marco Plauzio Silvano (35 a.c. - dopo il 9 d.c.), sotto l'alto comando del futuro imperatore Tiberio, guidò cinque legioni a Siscia, ed evitò una possibile distruzione dell'intera armata romana. 

    - 8 - 9 d.c. - Negli anni successivi, dell'8 e 9, rimase impegnato lungo il fronte macedonico, sia a difendere la provincia affidatagli, dai continui attacchi di Daci e Iazigi, sia penetrando da est nell'Illirico meridionale, per reprimere le ultime rivolte dei Dalmati.

    - 14 d.c. - Fu il generale romano a capo dell'esercito romano di Germania Inferiore, come legato di Germanico,  durante l'ammutinamento delle legioni del 14 d.c. che riuscì a sedare, e la successiva campagna di rappresaglia romana (dal 14 al 16 d.c.) contro un'alleanza germanica all'indomani del disastro nella battaglia della foresta di Teutoburgo. La I e la XX legione erano sotto il suo comando.

    Subito dopo la morte di Augusto, le legioni di stanza in Germania si erano infatti ribellate dopo anni e anni di dura vita di frontiera in territori ostili, chiedendo una riduzione della ferma militare ed un aumento della paga. La rivolta ebbe inizio tra le legioni della Germania inferiore, guidate da Aulo Cecina Severo, sotto l’alto comando dello stesso Germanico, il quale accorse dalla Gallia, dove si trovava per un censimento, placando i soldati e concedendo alcune loro richieste.

    Le truppe di Cecina tornarono quindi ai loro quartieri generali, mentre Germanico si recava presso le legioni della Germania superiore ottenendo da loro il giuramento di fedeltà. Intanto Germanico, sfruttando come quartier generale un forte di età augustea abbandonato, gettò un ponte sul fiume per poi penetrare nella boscaglia facendosi precedere da Cecina e dalle truppe leggere.

    Giunti nei territori dei Marsi, ancora ebbri dai banchetti della sera precedente, Germanico dispose i suoi uomini in modo da allargare il più possibile il fronte della devastazione, mettendo tutto a ferro e a fuoco. Le tribù vicine si piazzarono allora sulle le gole boscose entro cui i romani dovevano far ritorno all'accampamento. Germanico, che si aspettava l’imboscata, fece procedere i suoi soldati all’interno delle foreste in assetto da combattimento, e quando furono attaccati, guidò personalmente i soldati della XX legione, facendo passare indenne la colonna romana.
    BUSTO DEL GIOVANE TIBERIO
    - 15 a.c. Germanico riprese il vessillo era della XIX legione, distrutta a Teutoburgo appena sei anni prima, nel frattempo il grosso dell’esercito romano, con Aulo Cecina, procedeva devastando i territori fra i fiumi Ems e Lippe, fino ad arrivare in quei luoghi dove si diceva fossero ancora insepolti i resti delle legioni sopraffatte a Teutoburgo. Aulo Caecina ricevette onori trionfali per i suoi successi militari contro i germani quell'anno. Inflisse ad Arminio una parziale sconfitta. L'onore di Roma era salvo. La disfatta subita a Teutoburgo era stata vendicata.
    Di lui si ricorda che nella campagna del 15, venne sorpreso con le sue legioni, durante l'attraversamento dei cosiddetti pontes longes nelle zone acquitrinose tra il fiume Ems ed il Weser, rischiando di venire annientato da un attacco improvviso dei Cherusci, un popolo molto agguerrito che esercitava una supremazia sulle altre tribù. Solo alla fine di quella difficilissima giornata i romani riuscirono a mettere piede su di un terreno asciutto, apprestandosi a costruire il campo per la notte.

    La battaglia appena trascorsa aveva disperso molti attrezzi da lavoro, molte tende per i soldati e medicamenti per le ferite, i romani si videro persi e al mattino Arminio tentò di accerchiare l’accampamento romano, ma Aulo Cecina riuscì a portare i suoi uomini fuori dell’accampamento accerchiando a sua volta gli assedianti che colti di sorpresa vennero sconfitti, lo stesso Arminio fu costretto alla fuga e le legioni poterono far ritorno al quartier generale sulla riva destra del Reno.
    Erano al suo seguito la legio I Germanica, la V Alaudae, la XXI Rapax e la XX Valeria Victrix.

    - Nel 21 d.c.  - propose di vietare la presenza delle mogli presso i comandanti provinciali, da buon militare qual era, forse per evitare distrazioni nel corso di dure campagne militari.

    Questa è l'ultima notizia che abbiamo di lui, all'età di 64 anni, il che fa pensare che non intraprese più campagne militari, i buoni generali ne facevano anche a tarda età, probabilmente perchè ammalato o morto, ma nel suo letto.

    Fu un uomo che non ottenne nulla per censo o amicizie, ma fu valutato e premiato solo per la sua grande bravura e il suo grande coraggio militare, uno dei tanti personaggi che fece grande Roma.


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  • 05/14/19--04:52: PONTE DI TRAIANO SUL DANUBIO
  • RICOSTRUZIONE DEL PONTE
    Questo rilievo del ponte di Apollodoro di Damasco sulla Colonna traiana mostra dei segmenti d'arco stranamente appiattiti, poggianti sugli alti piloni in muratura. In primo piano l'imperatore Traiano offre sacrifici e libagioni al Danubio.

    Trattavasi di un ponte romano fortificato, costruito negli anni dal 103 al 105, il primo mai posto in opera sul basso corso del Danubio. Per più di mille anni fu il più lungo ponte ad arcate mai costruito al mondo, sia come lunghezza totale che per la larghezza delle sue campate.

    Lo ideò l'architetto favorito di Traiano, Apollodoro di Damasco, che lo realizzò nel corso della campagna bellica che portò l'imperatore alla conquista della Dacia. Il ponte era situato a est delle Porte di Ferro, presso le città di Drobeta (Romania) e Kladovo (Serbia).

    IL PONTE SULLA COLONNA TRAIANA
    Fu voluto da Traiano per una via di rifornimento per le legioni romane impegnate nella campagna dacica: una delle più magnifiche costruzioni romane, realizzata per facilitare il passaggio dell’esercito romano nella II guerra per la conquista della Dacia, che era guidata all’epoca dal re Decebalo.

    Cassio Dione Cocceiano:
    « ci sono altre opere per le quali [Traiano] si distinse, ma questa le sorpassò tutte. Il ponte poggia su 20 pilastri in pietra quadrangolare di 150 piedi di altezza escluse le fondamenta e di 60 di larghezza. Questi [piloni] sono distanti 170 piedi l'uno dall'altro e sono collegati da archi
    (Cassio Dione, Storia romana)

     
    RICOSTRUZIONE DEL PONTE

    La struttura era dunque lunga 1.135 metri, in un punto in cui il Danubio è largo 800 metri: l'altezza sul pelo dell'acqua raggiungeva i 19 metri; la larghezza del passaggio era di 15 metri. Con la sua posa in opera veniva di fatto cancellato il confine naturale che il corso del fiume stabiliva tra la Mesia e la Dacia. Il ponte univa e univa il castro Pontes (ora in Serbia), col castro di Drobeta (Romania) sulla sponda opposta.

    A ogni estremità era infatti posto un castrum, di modo che l'attraversamento del ponte fosse possibile solo passando attraverso le fortificazioni dell'esercito, scongiurando una possibile invasione. Apollodoro usò archi in legno poggiati su venti piloni in muratura di mattoni, malta e pozzolana, alti circa 45 m e distanziati tra loro di 38 m. 

    Nel piccolo museo archeologico di Turnu Severin è presente un bellissimo modello scala 1:100 del ponte.

    PROBABILE MONETA DI COMMEMORAZIONE DEL PONTE DI TRAIANO
    Un'epigrafe commemorativa, larga 4 metri e alta 1.75, nota come Tabula Traiana, scolpita sulla roccia, celebra il rifacimento della strada militare romana che conduceva al ponte di Traiano; si trova sul lato serbo, rivolta verso la Romania. 

    TABULA TRAIANA
    Vi si legge:

    IMP(erator) CAESAR DIVI NERVAE F(ilius)
    NERVA TRAIANUS AUG(ustus) GERM(anicus)
    PONTIF(ex) MAXIMUS TRIB(unicia) POT(estate) IIII
    PATER PATRIAE CO(n)S(ul) III
    MONTIBUS EXCISI[s] ANCO[ni]BUS
    SUBLAT[i]S VIA[m r]E[fecit]»

    cioè «L'imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto, figlio del divo Nerva, vincitore dei GermaniPontefice Massimo, quattro volte investito della potestà tribuniziaPadre della PatriaConsole per la terza volta, scavando montagne e sollevando travi di legno questa strada ricostruì.»

    Nonostante la sua immensa mole, il ponte fu realizzato in un arco di tempo incredibilmente breve; ricorda un po' il ponte di Giulio Cesare costruito sul Reno, lungo 2 km e realizzato in soli 15 giorni. Si pensa però che il fiume, durante la costruzione, fosse stato deviato per mezzo di qualche opera idraulica, ma Cassio Dione lo nega.

    PARTE DEL PONTE RICOSTRUITA IN MEMORIA DEL MIRACOLO INGEGNERISTICO ROMANO
    Invece Procopio allude chiaramente alla deviazione del fiume, anche se collegandola alla navigazione e non alla costruzione del ponte, argomento sul quale dichiara di non volersi soffermare, vista la disponibilità a quel tempo di un esteso trattato di Apollodoro, per noi invece perduto. Però Procopio scrive nel VI sec., quindi molto più tardi.

    L'ipotesi del fiume deviato sperò si ripresenta grazie ad un'epigrafe che testimonia, stavolta in modo indiscutibile, la realizzazione del canale. Ed ecco l'iscrizione:

    IMP CAESAR DIVI NERVAE F 
    NERVA TRAIANVS AVG GERM
    PONT MAX TRIB POT V P P COS IIII
    OB PERICVLVM CATARACTARVM
    DERIVATO FLVMINE TVTAM DA
    NVVI NAVIGATIONEM FECIT«

    « L'Imperatore Cesare, figlio del Divo Nerva, Traiano Augusto Germanico, Pontefice Massimo, per la V volta con potestà tribunizia, console per la IV volta, ha deviato il fiume a causa del pericolo delle cateratte per rendere sicura la navigazione ». Si tratta del più antico documento sulla navigazione nel canale, attualmente detto di Sip, in un tratto del Danubio già allora noto per la sua pericolosità.

    RESTI DI UNO DEI PILONI DEL PONTE
    Adriano, succeduto a Traiano, ne avrebbe rimossa la sovrastruttura, ritenendolo un punto di debolezza del limes danubiano-carpatico. Cassio Dione però non lesina la sua ammirazione per la straordinaria opera ingegneristica; ancor più grande perchè riservato solo alla conquista dacica. 

    Sembra però che in vero distruttore del ponte fu Aureliano (214-275) quando Roma si ritirò dalla Dacia ritirando le sue forze, oppure, come riporta Procopio, crollò soccombendo alle forze del fiume. Insolito però per un ponte romano.


    I venti pilastri erano ancora visibili nel 1856, anno in cui il livello del Danubio scese a livelli record. Nel 1906, la Commissione internazionale per il Danubio decise di distruggerne due perché ritenuti di ostacolo alla navigazione.

    Nel 1932 sopravvivevano ancora 16 pilastri sotto il livello dell'acqua, ma nel 1982 gli archeologi riuscirono a mapparne solo 12, gli altri quattro essendo stati probabilmente portati via dalla corrente. Nel 2003 sono state condotte indagini che hanno rivelato, sul fondo del fiume, i resti di 7 pilastri originali, una delle cui basi era rivestita di lastre incise.

    RESTI DEL PONTE SULLA SPONDA RUMENA

    LA LEGGENDA CRISTIANA

    Dovendo gli cristiani svalutare al massimo ogni personaggio romano benvoluto dai posteri, per convincerli che l'epoca pagana era sordida e peccaminosa, venne inventata una leggenda su questo ponte:

    "Si dice che l'imperatore Traiano aveva solo una sorella. Ma era bellissima tanto che l’imperatore se ne innamorò. Quando la ragazza si accorse dei sentimenti di suo fratello, rifiutò la ralazione dicendo che non si era mai visto un peccato più grave.

    Lui insistette, allora lei scappò in paesi stranieri, ma il re la trovava sempre, ovunque si fosse nascosta. Quando vide che non poteva sfuggire a suo fratello, pensò di chiedergli cose che fossero sopra il potere umano per rinunciare all’amore per lei. Così disse:

    " Se mi vuoi come fidanzata fammi un ponte sul Danubio! "
    L'imperatore acconsentì e mise in moto, non i soldati come nella realtà, ma i più famosi artigiani che costruirono un ponte molto bello e forte, tanto che fino ad oggi sono rimasti i suoi pilastri. Quando la ragazza vide il ponte, si stupì e domandò a suo fratello di andare sul ponte. Il fratello la seguì ma sul punto dove l'acqua era più impetuosa la ragazza si gettò nel Danubio. Si gettò anche lui per salvarla ma non vi riuscì, e ripescarono il suo corpo dopo tre giorni
    . "

    Sembra un racconto di martirologio cristiano, ma il fatto è che Traiano fu assolutamente e rigorosamente gay, e non toccò nemmeno sua moglie, tanto è vero che non ebbe figli.


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  • 05/16/19--08:51: VICUS ALTA SEMITA

  • IL VICUS ALTA SEMITA

    Detto anche Vicus Altae Semitae, "sentiero alto" in latino, lasciando intendere di posizione elevata, corrispondeva all'entrata a Roma della Via Salaria, percorso che in uso sin dai tempi preistorici, dato che si trattava della via del prezioso sale, e della Via Nomentana. L'antichità del percorso è suggerita anche dal termine semita, che indica un sentiero e che non è utilizzato per alcuna altra via urbana.

    Il suo percorso iniziava di poco fuori da Porta Collina, nelle Mura Serviane, dove la Nomentana si raccordava con la Salaria, all'incirca sull'attuale Via Venti Settembre. Da lì proseguiva procedendo sull'attuale Via del Quirinale, arrivando al Foro Romano e raccordandosi probabilmente con il Vicus Iugarius.

    Dunque il percorso dell'Alta Semita corrisponde oggi a quello delle moderne Via del Quirinale e Via XX Settembre, lungo la sommità del Colle Quirinale, dove si trovava, secondo la tradizione, un piccolo villaggio dei Sabini, e il re Tito Tazio vi avrebbe vissuto dopo la pace tra i Romani e i Sabini, quando il colle venne unito con la città quadrata del Palatino.

    La strada venne interrotta prima per la realizzazione del Foro Traiano, costruito appunto da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale, ovvero la sella che lo univa al Campidoglio, e successivamente delle Terme di Costantino, costruito sul colle Quirinale, da Costantino I intorno al 315, con ingenti lavori di livellamento e sbancamento del terreno preesistente,.comunque il suo tracciato continua ad essere usato anche ai giorni nostri. 

    La Regio VI, che comprendeva il Quirinale, il Viminale e la parte orientale del Pincio, era la sesta delle 14 regioni di Roma augustea classificata poi nei Cataloghi regionari della metà del IV secolo, si chiamò Alta Semita dal nome della via di cui sopra.

    Questa antica località, detta Semita, era posta sul colle Quirinale e doveva il suo nome ad un tempio dedicato a Semo Sanco, un Dio sabino assorbito dai romani fin da tempi antichissimi, tempio, probabilmente dedicato, magari successivamente, anche al Dio Ercole.

    La parte nord-est di questa strada sembra fosse chiamata Vicus portae Collinae, come possiamo dedurre da un'iscrizione ( CIL VI.450 ) trovata vicino a S. Susanna (Jord. I .1.510). L'antica pavimentazione si trova ad una profondità media di 1,83 metri sotto il livello attuale ( HJ 418, BC 1889, 332, RhM 1894, 387, Mitt. 1892, 312).

    LA SEMITA

    RODOLFO LANCIANI

    "La Via del Quirinale-XX Settembre, che conduce dal Palazzo del Quirinale a Porta Pia, corrisponde esattamente alla vecchia Alta Semita, che era una strada di tale importanza, a causa della sua lunghezza, rettilineità, e dintorni, che la regione VI venne chiamata da essa.

    Per il nostro scopo attuale dovremo prendere in considerazione solo la prima parte, tra il Quirinale e il Quattro Fontane. Era delimitata a nord dal Tempio di Quirino, scoperto e demolito nel 1626, e dal Capitolium Vetus, il vecchio Campidoglio, distrutto nel 1625, da papa Barberini.

    Il lato opposto della strada era fiancheggiata da palazzi privati ​​di famiglie che sono state eminente nella storia della Repubblica e l'impero. La prima apparteneva a Pomponio Attico, l'amico di Cicerone, e ai suoi discendenti la Pomponii Bassi.

    Cicerone lo individua tra il Tempio di Quirino e il Tempio della Salute, che si trova, presso l'attuale chiesa di S. Andrea al Quirinale; e proprio qui, nel novembre 1558, la casa è stata scoperta da messer Uberto Ubaldini, in tale condizione perfetta che i documenti di famiglia e gli atti, incisi su bronzo, erano ancora appesi alle pareti del tablino, fatto che viene registrato solo due volte negli annali della scavi romani.

    La casa, vista e descritta da Manuzio e Ligorio, si trovava in un angolo del Semita e una strada laterale chiamato "Il Melograno" (ad malum Punicum), ed è stato abbondantemente ornato con statue, colonnati, ampie sale, ecc  In una delle tavole di bronzo, che è stata salvata dalle rovine, ed è ora esposta nella Galleria degli Uffizi, a Firenze, si afferma che il consiglio comunale di Ferentino, posto nel Tempio di Mercurio, aveva messo la città sotto la tutela di Pomponio Basso, nell'anno 101. Il patrocinio è stato accettato con gratitudine dal patrizio, e le Tabulae hospitales vennero scambiate tra le parti."

    TEMPIO DI ROMOLO SULL'ALTA SEMITA
    Quando il re Sua Maestà Umberto fece edificare un nuovo giardino, nel 1887, sul sito di questa casa, sperai di incontrare alcune delle rovine descritte da Manuzio e Ligorio. Ma nulla è stato trovato, tranne una statua di marmo, di nessun valore speciale, che è ora conservato nel palazzo reale.

    Un altro illustre abitò vicino al Tempio della Salute, - Valerius Marziale l'epigrammatico. Lo dice chiaramente nei suoi "Epigrammi" (x.58; xi.1 ). La casa era sua o ci abitava come inquilino o come ospite? Credo che sia stato ospite del suo ricco parente e compatriota G. Valerio Vegetus, console AD 91, la cui residenza cittadina occupava metà del sito dell'attuale edificio del Ministero della Guerra, in via Venti Settembre.

    La residenza è stata esplorata tre volte, almeno; il primo nel 1641, il secondo nel 1776, l'ultimo nell'autunno del 1884. A giudicare da quest'ultima esplorazione, condotta in mia presenza, e descritta dal mio defunto amico Capannari nel "Bullettino Comunale" del 1885, il palazzo di Valerio Vegetus deve essere stato costruito e decorato su grande scala. Marziale, come tutti i poeti, se non in realtà in difficoltà finanziarie, non è mai stato un uomo ricco, tanto meno il proprietario di una residenza privata in una strada e un quartiere in cui la terra da solo rappresentava una fortuna.

    Tra i due palazzi appena descritti, il Pomponiano e il Valeriano, nello spazio ora occupato da Palazzo Albani e la chiesa e il convento di S. Carlino alle Quattro Fontane, c'era una casa più umile, appartenuta a Flavio Sabino, fratello di Vespasiano . Qui l'imperatore Domiziano nacque, il 24 ottobre, AD 50. La casa, che si trovava in un angolo del Semita e la strada "Melograno"è stato trasformato da lui in un memoriale di famiglia, o mausoleo, dopo la morte del padre e fratello. Qui furono sepolti, oltre a Vespasiano e Tito, Flavio Sabino, Giulia, figlia di Tito e infine Domiziano stesso.


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  • 05/18/19--04:24: CULTO DI FURRINA
  • ECATE FURRINA
    Nell'antichità, ma pure in epoca imperiale, a questa Dea misteriosa lo stato romano aveva preposto uno dei quindici flamini di Roma (sommi sacerdoti del culto ufficiale), il flamine furrinale, (Flamen Furinalis). Sembra che Augusto, che amava molto la tradizione religiosa, fece recuperare anche questa divinità col suo tempio e il suo sacerdote. Stando a un lettera di Cicerone al fratello Quinto, Furrina aveva un santuario anche presso Arpino.

    Inoltre le era dedicato un boschetto sacro, il Lucus Furrinae, posto ai piedi del Gianicolo, presso il Pons Suplicius, dove si dovevano tenere i culti. Oggi vi sorge sull'area il giardino di Villa Sciarra, dove si trovava anche una fonte a lei dedicata. In questo bosco si era rifugiato Gaio Gracco perchè nella sacralità del luogo ogni essere vivente, uomo o animale, era inviolabile, ma si fece uccidere dal suo schiavo nel 121 a.c., quando capì che neppure il luogo sacro l'avrebbe protetto.

    Dal momento che Furrina era associata con l'acqua e che i Furrinalia seguivano i Lucaria (festa dei boschi), ed i Neptunalia, gli studiosi hanno ipotizzato che le festività servissero a scongiurare la siccità. Ma non ha senso, perchè Furrina (o Furina) non era Dea della pioggia nè dei fiumi nè dei torrenti, ma bensì delle acque sotterranee e dei pozzi, ma pure delle sorgenti perchè erano acque sotterranee che uscivano alla luce.

    Cicerone nel suo De Natura Deorum (Libro III, XLVI) scrive:
    « Se consideri Latona una Dea come puoi non fare altrettanto per Ecate che è figlia di Asteria, una sorella di Latona? È dunque una Dea anche costei? Si direbbe di sì, dal momento che in Grecia abbiamo visto altari e templi a lei consacrati. E se costei è una Dea, perché non dovrebbero esserlo anche le Eumenidi? E se lo sono le Eumenidi, che in Atene hanno un tempio ad esse consacrato e qui da noi - per quanto io penso di poter ritenere - il bosco di Furina, sono Dee anche le Furie, osservatrici e punitrici dei delitti e delle scelleratezze. »

    Virgilio Varrone, che visse nella prima metà del I sec. a.c., riferisce che al suo tempo pochi ne conoscessero anche solo il nome. L'esatta natura della Dea si era già persa in epoca imperiale, tanto che cominciò a essere associata alle Furie sulla base della semplice assonanza del nome. Ma nello stesso periodo, documenti epigrafici attestano che la Dea cominciò ad essere nominata al plurale come Furrinae o nymphae Forrinae. Il che la attesta come Dea delle acque perchè le ninfe erano da sempre collegate soprattutto alle acque e alla vegetazione.

    Furrina infine, per assonanza del nome, venne assimilata ad Aleto, una delle Erinni, o Furie che dir si voglia. Comunque il suo triangolo sacro la svela come Dea Ctonia, cioè delle profondità dell'Ade, l'antica Dea Trina che dà la vita, il nutrimento e la morte.



    FURRINA COME FURIA

    In qualità di Dea distruttrice, colei che dà la morte, venne fatta corrispondere, per semplice assonanza alle Furie greche, o Erinni, e precisamente ad Aletto, la persecutrice dei crimini, protettrice dell’ordine sociale e della giustizia.

    LA DEA DELLA MORTE
    Chi però aveva più confidenza col sacro e soprattutto che non temeva l'occulto, andò a cercare in questa Dea il significato dei Sacri Misteri a lei collegati: misteri della vita e della morte.
    I romani avevano un sacro timore dei culti ctonii, tanto è vero che quando si apriva il tempio del Mundus, scoprendo il suo altare dedicato agli Dei inferi, Roma cadeva nel lutto: niente feste, niente matrimoni, niente cause in tribunale, niente mercati.

    Il fatto poi che le venne conservato il flamine, onore concesso a pochi Dei del pantheon romano, dà la misura della sua importanza. Non a caso venne assimilata a Ecate Dea della Magia e degli Inferi.

    I romani non erano ostili ai Sacri Misteri, che non cercavano proseliti e non divulgavano nulla. Erano un popolo multirazziale e multi cultuale, accettavano tutte le razze e tutti culti, purchè non minassero l'ordine sociale.

    Ora si dice che Furrina venisse dal suono dell'acqua che scorre, altri dalle Furie, ma Furrina è Dea italica, e sicuramente collegata al verbo "furere" che alludeva alla furia. 

    Ma si trattava di quella sacra, inebriante, come quella delle Baccanti, significava entrare nell'ardore della battaglia o nell'ardore sessuale, insomma fuori dagli schemi mentali. Era un lasciare inebriarsi della Dea per farsi possedere
    dal suo folle ardore.

    La Dea, come Ecate, venne associata:
    • Ai crocevia, essendo le sacerdotesse deputate alle direzioni e ai punti cardinali da loro creati e scoperti onde favorire i viaggi ma soprattutto la navigazione. 
    • Ai portali di ingresso, alle case, alle strade agli edifici, perchè la Dea presiedeva ai passaggi, soprattutto quelli della vita e della morte.
    • Al fuoco, per il focolare familiare, per le torce che illuminano la notte e per il fuoco sacro trasformatore. Ma soprattutto fu la Dea delle due torce, quella in alto accesa che annuncia la vita, e quella in basso spenta che annuncia la morte.
    • Alla magia, consumata nell'ombre dei boschi o nella notte rischiarata dalla luna. 
    • Alle pozioni curative, estratte dalle erbe e dai minerali, poichè nelle campagne erano le donne a conoscere e utilizzare le erbe medicinali.
    • All'interrogazione dei morti per ottenere responsi.
    La Dea veniva festeggiata nelle Furrinalia del 25 luglio, quando il sole era alto nel cielo e stavano per finire i lavori dei campi. E infatti era nei campi che la Dea veniva festeggiata, con una processione che entrava nel suo bosco sacro dove il flamine tagliava eccezionalmente i suoi rami per donarli ai fedeli che seguivano la processione onde ornarne il tempio e le mense che si imbandivano per l'occasione.

    Le venivano sacrificati dei capretti neri e si mangiava e beveva fino al tramonto, dopodichè tutto finiva e ci si rinchiudeva dentro casa compiendo riti e scongiuri domestici atti ad allontanare il mondo dei morti. Viceversa era in questa notte che le maghe, o streghe che fossero, compivano i loro riti magici per mettersi in contatto coi morti ed avere responsi.


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  • 05/19/19--04:59: MONS IANICULUM
  • PANORAMA DI ROMA DAL GIANICOLO
    Colle Gianicolo, o mons Janiculum o mons Janiculensis, il più alto fra i colli di Roma (circa 90 m), fu uno dei primi insediamenti prima del Palatino da cui partì la fondazione di Roma, e segnava il confine della città dall'ager Etruscus, il territorio dominato da Veio, occupato dagli etruschi già dal V secolo a.c.

    Il colle è collegato al culto di Giano, Ianus, il Dio degli inizi, sia di attività, sia temporali, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. E' una divinità esclusivamente romano-italica, la più antica degli Dei nazionali, senza riferimenti greci, cioè degli Di indigetes, invocato spesso insieme a Iuppiter.

    Il suo culto è antichissimo e risale ad un'epoca arcaica in cui i culti dei popoli italici erano in gran parte ancora legati ai cicli naturali della raccolta e della semina.

    È stato sottolineato da più autori, fin dal secolo scorso (Vedi "Il ramo d'oro") come Giano fosse probabilmente la divinità principale del pantheon  romano in epoca arcaica.

    In particolare rimarrebbe traccia di questo fatto nell'appellativo Ianus Pater che permase anche in epoca classica. Nei frammenti superstiti del Carmen Saliare Giano è salutato con particolare enfasi come padre e Dio degli Dei.

    Giano avrebbe regnato insieme alla alla ninfa Camese o Camesene per accogliervi Saturno fuggiasco e assegnargli poi il Capitolium.



    IL COLLE

    Roma considerò agli inizi il Gianicolo come estraneo alla città, solo intorno al I secolo a.c., in età tardo repubblicana, vi sorsero alcune ville suburbane e tra queste gli Horti di Cesare e la villa di Marziale, che era sulla dorsale di Monte Mario, ma che all'epoca faceva parte del Janiculum, come tutta la dorsale occidentale dei colli di Roma compresa da Monteverde a Monte Mario.

    L'occupazione del colle da parte dei romani risale ai tempi del Re Anco Marzio (675 – 616 a.c.), il IV re di Roma, che consideravano già allora il colle come testa di controllo della riva destra del Tevere e di Ponte Sublicio, infatti ebbe un ruolo fondamentale per la difesa della città di Roma.
    "E l'Autore dell' opera Cesaris Illustribus nel riferire l'accrescimento di Anco aggiunge che cinse di nuove mura la città: Aventinum, et Janiculum monteìs urbi addìdit: nova moenia oppido circumdedit."

    In epoca imperiale il colle Gianicolo fu attraversato dagli acquedotti Alsietino e Traiano. Già in età Traianea, dall'alto colle vi era la discesa dell'acqua attraverso un lungo percorso prossimo alla attuale via Garibaldi che alimentava numerosi molini.

    Monteverde è una propaggine del colle Gianicolo, in età romana vi si estraeva tufo da costruzione, la zona era ricca di catacombe e vi furono sepolti anche il Re Numa Pompilio e i poeti Ennio e Cecilio Stazio. Il toponimo "Monteverde", probabilmente deriva dalla presenza nella zona di tufo di colore verde giallognolo che vi si estraeva. In età arcaica il Gianicolo fu detto anche Montorio, ovvero monte d'oro, per il colore giallo del tufo sabbioso di cui è costituito.

    GIANO DI VULCI

    LE ACQUE

    Sembra che sul colle sotto villa Sciarra vi fosse una sorgente naturale di acqua ed un'altra fosse nei pressi della chiesa di Sant'Onofrio che secondo il Lanciani medico di Papa Clemente XI aveva un potere terapeutico. Era attribuita a Giano la potestà di far zampillare dal terreno sorgenti e polle d'acqua.

    Acqua damasiana -
    Abbondantissimo di salubri acque è il Gianicolo. Esse emergono dagli strati pliocenici, a differenza di tutte le altre urbane che nascono dai tufi vulcanici. L'acqua damasiana, ritrovata col seguire il corso delle vene apparse nel taglio della intercapedine, sorge a circa 1120 metri a sud ovest della basilica, fuori porta Cavalleggieri, nel sito detto s. Antonino.

    Vi sono due vene: la prima apparisce in fondo al pozzo o trombino, dal quale attingono l'acqua gli inquilini della casa di S. Antonino: la seconda sorge pochi metri più a valle. Discendono, unite, nel volume complessivo di oncie quattro entro lo speco damasiano, alto m. 1,34 largo m. 0,99, di buona e salda opera laterizia, a profondità varie sotto il piano del suolo; la massima essendo di metri 29,60, come può verificarsi per mezzo degli spiracoli disposti a giusti intervalli.

    S. Damaso la condusse all'atrio della basilica, secondo il Cassio, (1, 48); nell'oratorio di s. Giovanni Battista, secondo il Ciampini; nel battisterio, secondo Ermodio di Pavia, ap. Sirmond. Opp. 1, 1647. Cf. de Bossi, lì. A, C. 1867, 33 sg. L'acqua damasiana ha sapore leggermente terroso, temperatura variabile, e grado idrotimetrico 15. Contiene in un litro 27 centigrammi di residui fissi, e centim. cubi 3,62 di ossigeno.



    LA ROCCA

    "Anco Marzio pose una guarnigione sul Gianicolo quasi rimpetto all'Aventino dove fondò una rocca, la quale anche a' giorni nostri è ammirabile"

    A tutto ciò si aggiunga il perimetro dato da Dionisio a questo monte di 18 stadi, il che fa circa due miglia, ed un quarto, incompatibile colla estensione, che oggi si dà a questo colle e che è per lo meno tripla; mentre presso a poco il perimetro della parte dell'Aventino, che è parallela al Palatino ha circa due miglia, ed un quarto. che con molto lavoro rese quasi isolato un promontorio del monte suddetto, tagliandolo a picco da tre lati, e fortificandolo con muro, e lasciando sopra di esso una parte più alta, ove formò l'acropoli di dietro, verso ponente la elevazione del Gianicolo non fa alcun ostacolo alla rocca stessa imperciocché è troppo distante, e dalla sua sommità non si può scoprire né il Tevere, che traversa Roma, né i campi adiacenti, come dalla rocca.

    Ed è questa una delle opere più portentose de' Romani, se si voglia riflettere alla epoca, in cui venne eseguita, ed è l'opera che fino ad ora venne negletta da coloro che illustrarono la topografia di Roma, e solo Piranesi ne diede qualche cenno.

    E per potere bene esaminare questa rocca, ed averne una idea giusta, fa di bisogno entrare nella villa Spada posta sulla vetta del Gianicolo, dalla porta verso S. Cosimato, dove seguendo dirimpetto alla porta la via, la quale è tagliata nel monte, ed è in parte l'antica via Aurelia, si vede spiccare a destra la rocca che anticamente molto più alta si ergeva, se si considera quanto di terra, e di sabbia nel corso de' secoli deve avere riempito la valle.

    Uscendo dalla stessa porta, e salendo alla spianata sulla quale è la chiesa di S. Pietro in Montorio, potrà aversi una idea della elevazione della rocca, la quale domina interamente la città antica, e moderna; la parte più alta della rocca è occupata dalla fontana Paolina, e dal giardino dietro di essa.

    Che se si vuole discendere dalla fontana stessa verso Roma per la porta S. Pancrazio, si vede, che il Gianicolo a sinistra, dove è il giardino degli Arcadi, e pili oltre dove è il bosco della villa Corsini, è stato perpendicolarmente tagliato, onde rendere la rocca affatto isolata; e forse i muri del corridore, che servono ora di sostruzione al monte dietro le odierne cartiere, furono edificati sopra le antiche sostruzioni della rocca stessa, almeno ne seguono la linea, onde non abbia a credersi tal congettura troppo avanzata."



    LUCUS FURRINAE

    Proprio sul Gianicolo sorgeva il bosco sacro alla ninfa Furrina, divinità romana arcaica legata alle acque, chiamato lucus Furrinae, in corrispondenza di villa Sciarra, dove si trovava anche una fonte a lei dedicata, e dove nel 121 a.c. Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate, dopo la sua fuga dall'Aventino, per non cadere nelle mani degli inferociti optimates.



    SANTUARIO SIRIACO

    IDOLO SIRIACO
    Sempre sul Gianicolo, in questa area ora occupata dalla villa (Sciarra) sorgeva il piccolo santuario delle divinità siriache, con un’aula ottagonale con abside sul fondo e due nicchie laterali, preceduta da un vestibolo e affiancata da due ambienti stretti e lunghi.

    Al centro dell'aula ottagonale, entro una cavità ricavata in un altare triangolare, furono rinvenute alcune uova di pietra oltre ad una statuetta di bronzo di cm 50 di altezza, rappresentante un personaggio maschile, composto e immobile, con le braccia poste lungo i fianchi, il cui corpo è avvolto nelle spire di un serpente.

    Sembra trattarsi del rito del seppellimento del Dio Adone che moriva ogni anno per tornare in vita attraverso le sette sfere celesti simboleggiate dalle sette spire del serpente.

    Ogni anno si celebravano le Adonie, dove Venere piange il suo amore perduto, ovvero Adone ucciso da un cinghiale, e in primavera il suo amore resuscita e torna con lei rinnovando la festa.


    Il terzo settore, a sinistra del cortile, è costituito da un edificio basilicale preceduto da un atrio sul quale si aprono due celle laterali.

    In quest’aula è stata rinvenuta una statua in marmo raffigurante Giove seduto in trono, ovvero il Dio principale della triade di Heliopolis, Hadad,  mentre le due nicchie laterali ospitavano Atargatis (la dea Syria dei Romani) e Simios (Mercurio).

    Qui furono rinvenute anche una statua egizia in basalto nero, cioè Osiride raffigurato come un faraone, una statua di Bacco con il volto e le mani dorate ed altre sculture frammentate.



    LA VILLA DI AGRIPPINA

     La vicenda di questa incredibile scoperta inizia nel 1999 quando, scavando il suolo di Roma in occasione dei lavori giubilari, sono stati trovati preziosi reperti provenienti da un complesso edilizio di età imperiale databile fra l’età traianea e il II – III secolo d.c., che da alcuni è stato identificato come la villa suburbana di Agrippina Maggiore, la madre di Caligola.

    - Un lusso “sfrenato”, paragonabile forse solo alla ricchezza di un sultano o di uno sceicco della nostra epoca, caratterizzava gli arredi di questa domus romana, sconosciuta anche ai grandi nomi dell’archeologia contemporanea.

    - Come possiamo rimanere indifferenti davanti alla varietà di almeno quindici pregiati marmi antichi, dai nomi così altisonanti ed evocativi da far girare la testa, come il rosso antico, il cipollino, il bigio, il pavonazzetto, il giallo antico, il serpentino e tanti altri che costituiscono un caleidoscopio cromatico di luci e colori, di cui anche i pochi frammenti superstiti riescono a suggerire la magnificenza del luogo.

    - Marmi e non solo, perché gli scavi hanno riportato alla luce anche degli affreschi parietali, contraddistinti da esili e delicate architetture, dipinte nei teneri colori pastello del verde o nella vivacità, mai violenta, del giallo, del rosso e del blu.

    - Fragili uccellini, che fanno invidia ai moderni trompe l’oeil, si alternano alle ghirlande e ai tralci floreali, quasi cantando la poesia della stagione primaverile.
    - I motivi floreali tornano anche in due splendidi, nonché rari, capitelli di parasta, formati da una lastra di rosso antico su cui sono applicate deliziose foglie di acanto in marmo bianco e giallo antico e delicatissimi fiori di calcare verde, di una raffinatezza che sembra ricordare l’eleganza delle porcellane settecentesche.

    - Un’opera che, anche dai pochi frammenti rimasti, ci suggerisce la dimensione di un capolavoro, degno di essere ammirato con i dovuti onori.
    - L’ambiente, in cui sono stati trovati questi preziosi marmi, era anche ricoperto da un rivestimento di alabastro, di cui sono esposte in mostra alcune lastre, venate di sfumature policrome che variano dal tono caldo del giallo miele, listato di bianco, a quelle più accese e variopinte di un rosa più intenso.

    Queste e tante altre sono le sorprese che riserva la mostra di Palazzo Altemps, in un percorso avvincente capace di riunire tanti reperti preziosi, allestiti secondo un criterio che riesce a calibrare in un perfetto equilibrio contenuto e contenitore - in questo caso d’eccezione perché si tratta dello scenografico teatro del Museo in appena due stanze del Museo.


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  • 05/20/19--04:56: LEGIO III CYRENAICA

  • "Rimasero onorati (da Alessandro Magno) durante i regni dei suoi successori, che diedero anche agli ebrei un quarto di loro, in modo che potessero vivere senza essere inquinati (dai gentili). [...] Hanno anche dato loro un altro privilegio, che dovrebbero essere chiamati macedoni. Quando i Romani conquistarono l'Egitto, né Giulio Cesare, né alcuno degli imperatori dopo di lui, pensarono di diminuire gli onori che Alessandro aveva conferito agli ebrei."
    (Giuseppe Flavio - Guerra ebraica)

    PROBABILE VESSILLO DELLA LEGIONE
    Come indica il nome stesso la legione proveniva dalla Cyrenaica, ma le sue origini non sono molto chiare, nè si conosce il suo emblema, anche se con tutta probabilità venne fondata o da Lepido o da Marco Antonio, i due membri del II Triunvirato, cui partecipò anche Augusto, che ebbe vita tra il 43 e il 31 a.c.

    Infatti fin dal 36 a.c. Lepido fu master equitum della Cirenaica e successivamente, dopo il 36 a.c., lo fu Marco Antonio. E' certo comunque che fu fondata dopo il 30 a.c., quando fu attiva in Egitto. Infatti l'imperatore Augusto la usò per occupare l'Egitto che venne annesso nel 30 a.c.

    La legione stazionò nell'Alto Egitto, probabilmente a Tebe, dove la presenza della III Cirenaica è attestata da un'iscrizione del 35 d.c., sulle coste del Mar Rosso, nella città di Berenice e vicino ai quartieri di pietra di Tebe. Qui stazionò per un secolo e mezzo, tanto che i legionari iniziarono ad adorare Ammone, un Dio egizio.

    ISCRIZIONE DI Q. GRANIO LABEO
    Successivamente la Cirenaica venne trasferita ad Alessandria, la città greca fondata da Alessanro, dove si acquartierò insieme alla legione XXII Deiotariana, presumibilmente in era augustea, tra il 7 e il 9 d.c..

    "Ad Alessandria, la violenza del popolo di quella città contro gli ebrei era perpetua, e questo dal tempo in cui Alessandro Magno, avendo trovato gli ebrei pronti ad aiutarlo contro gli egiziani, diede loro, come ricompensa per il loro aiuto, gli stessi diritti dei greci nella nuova città."
    (Giuseppe Flavio)

    ANELLO DI UN LEGIONARIO DELLA III CYRENAICA
    Risulta che una vessillazione della III Cyrenaica prese parte all'attacco romano dell'Arabia Felix (Oceano Indiano - Yemen) nel 26-25 a.c.. Questa campagna, comandata dal Prefetto d'Egitto Elio Gallo, fu molto difficoltosa. Soprattutto quando, durante l'assenza della guarnigione romana, il regno nubiano di Meroe attaccò l'Alto Egitto.

    I romani però non dimenticavano mai una sconfitta e la vendetta presto o tardi veniva compiuta. Questa arrivò nel 24 d.c., quando le legioni, comandate da Gaio Petronio, marciarono lungo il Nilo e raggiunsero Napata, l'antica capitale della Nubia. 

    TARGA INTITOLATA ALLA DEA VIHANSA DA UN CENTURIONE DELLA III CYRENAICA (BELGIO)
    Sebbene la loro presenza non sia attestata, i soldati della III Cirenaica devono aver preso parte a questa campagna. Dopo questo, la frontiera tra la Nubia e l'impero romano divenne tranquilla.

    Comunque l'Egitto non fu mai territorio pacifico. Spesso le legioni erano chiamate a sopprimere le violente rivolte di gruppi etnici che vivevano in città: Greci, Egiziani ed Ebrei. Comunque delle vessillazioni della III furono spedite a Tongeren in Gallia Belgica durante il regno di Caligola, e potrebbero aver partecipato all'invasione della Britannia. Un'altra vessillazione prese parte alla campagna di Domizio Corbulo contro l'impero dei Parti nel 63.

    DEDICA DI UN LEGIONARIO
    DELLA III CYR.
    Nel 68, Tiberio Giulio Alessandro fu nominato prefetto dell'Egitto, con il comando di due legioni, III Cirenaica e XXII Deiotariana, che fu costretto a usare contro gli ebrei di Alessandria durante la Guerra ebraica del 66-70. Secondo Flavio Giuseppe, non meno di 50.000 ebrei furono uccisi quando Alessandro mandò le legioni nel quartiere ebraico.

    Nel 69, quando scoppiò la guerra civile tra diversi generali romani, ii legionari della III Cirenaica furono tra i primi sostenitori del nuovo imperatore Vespasiano e una subunità della III Cirenaica prese parte all'assedio di Gerusalemme nel 70.

    Nel 106 la III venne trasferita nella nuova provincia dell'Arabia Petraea, che fu annessa dall'imperatore Traiano. Ebbe base a Bosra (nel sud dell'odierna Siria). Più tardi però tornò in Egitto, dove è menzionata insieme alla XXII Deiotariana nel 119. 

    È probabile che questo trasferimento avesse a che fare con la guerra dell'imperatore Traiano contro i Parti e / o la ribellione degli ebrei di Alessandria. Tuttavia, la legione tornò in Arabia dopo la 125. Il suo successore ad Alessandria fu la legione II Traiana Fortis.

    Tra il 132 e il 136, delle vessillazioni della III combatterono di nuovo contro gli ebrei ribellatisi sotto Simon ben Kosiba. Quando tutto tornò alla calma la III Cirenaica venne inviata altrove, per esempio durante il regno di Antonino Pio, era di stanza a Hegra, e delle subunità combatterono in Mauritania contro i Mori. 

    MONETA CON EFFIGE DELLA III CYR.
    In seguito, delle sue vessillazioni parteciparono alla campagna di Lucio Vero contro i Parti (162-166). Nel 175, si schierò con Avidio Cassio, un generale romano che si rivoltò contro Marco Aurelio, ma fu ucciso dai suoi stessi ufficiali.

    Durante la guerra civile in seguito alla morte dell'imperatore Commodo, nell'ultimo giorno del 192, la III Cirenaica si schierò con il pretendente orientale Pescennio Negro, sconfitto poi da Lucio Settimio Severo (194), che invase immediatamente la Mesopotamia per combattere contro i Parti (195 e 197-198).


    È probabile che la III Legione abbia preso parte a queste campagne, ma certamente era presente quando il figlio di Severus, Caracalla, lanciò una nuova campagna partica (215-217), e potrebbe aver preso parte alla guerra di Alessandro Severo contro l'impero dei Persiani sasanidi, che aveva soggiogato i Parti e che sarebbe stato il nemico più pericoloso di Roma nella tarda antichità.

    AQUILA ROMANA A TONGEREN
    Nel 260, i sasanidi presero l'imperatore romano Valeriano prigioniero, e diverse province romane nell'est divennero indipendenti sotto Odaenathus di Palmyra (262-267) e sua moglie Zenobia (267-272). Il nuovo impero Palmirene si valse dell'esercito romano, tra cui la III Cirenaica, e attaccò con successo i Persiani in Mesopotamia. Nel 273, i militi della III e di altre quattro legioni vennero coinvolte nella costruzione di strade in Giordania, come è attestato in un'iscrizione di Qasr el-Azraq.

    La storia successiva di questa unità non è chiara, ma sappiamo che la III era ancora stazionata a Bosra all'inizio del quinto secolo.


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  • 05/21/19--05:02: AGONALIA (21 Maggio)


  • Le agonalia, o agonie, cadevano quattro volte l'anno, ogni volta dedicate ad una divinità diversa:
    - 9 gennaio a Giano,
    - 17 marzo a Marte,
    - 21 maggio a Veiove
    -11 dicembre a Sole Indigete (l'antico Dio Apollo).

    Per ognuna di queste celebrazioni era previsto il sacrificio di un ariete nero nella Regia da parte del Rex Sacrorum. La Regia era in pratica la Reggia, cioè l'abitazione del re, ma comprendeva pure la casa del Rex Sacrorum e la casa delle Vestali.
    Pertanto doveva trattarsi di una festa molto antica e molto importante, attribuita per tradizione addirittura a Numa Pompilio, il secondo Re di Roma.

    Sull'etimologia del nome della festa gli antichi fecero varie supposizioni, come riporta Ovidio nel I libro dei Fasti:
    - il sacerdote del sacrificio chiede sempre il consenso al suo gesto dicendo: agone? (posso agire?); ma il termine sarebbe stato ago e non agone;
    - gli animali per il sacrificio non vengono docilmente ma sono spinti con la forza (agantur); ma al contrario l'animale doveva incedere "sua sponte" o il sacrificio non era valido;
    - anticamente si chiamava Agnalia, senza una lettera; per indicare il sacrificio degli agnelli che però non risulta;
    - la vittima trema vedendo il coltello del sacrificio e "terrore" in greco si dice agoonía;
    - nei tempi antichi in questa data si facevano dei giochi (in greco, Agōn);
    - nei tempi antichi il bestiame si chiamava agònia. (non ci risulta)

    Ma agonia aveva, a Roma come in Grecia, il significato di gara e lotta, d'altronde l'agonia dei moribondi è una lotta tra la vita e la morte.


    Da "Religione antica" di K. Kerényi:
    "L'aspetto più oscuro di Giove, che viene indicato appunto con il nome Veiovis, dà luogo a una figura molto più nettamente delineata del suo corrispondente greco - Zeus Katachthonios, lo Zeus sotterraneo, circondato in Grecia da oscuri culti segreti. In Italia Veiovis ha molti punti di contatto con la figura di Apollo; anzi, appare in tutto come il lato oscuro di questo dio greco. Tuttavia a Roma la scissione della figura del dio non fu completamente compiuta. Per i Romani Veiovis rimane Ve-iovis: distinto da Giove."

    Veiove (latino Vediovis) è un Dio romano, estratto da un Dio giovanile infernale italico, protettore della fecondità e del bosco sacro, forse di origine etrusca. Fu protettore dell'Asylum, il bosco sacro di rifugio che si trovava nella sella del Campidoglio (inter duos lucos, cioè " tra i due boschi sacri"). Fu raffigurato con un pilum ("giavellotto") e una capra. Il pilum (collegato a Pilumnus) sarebbe il simbolo del fulmine e la capra (collegata a Fauno e Fauna) era un simbolo di lussuria e fecondità.

    Aulo Gellio descrive la statua di culto nel tempio sul Campidoglio, un Dio giovane armato di arco e frecce, con accanto una capra che gli era sacrificata. Gli era probabilmente dedicato l'agonium del 21 maggio. Nel 194 a.c. gli fu dedicato anche un santuario nella parte nord dell'Isola Tiberina.

    CORSA DELLE BIGHE

    LE AGONALIA

    Erano feste riguardanti dispute e gare e venivano svolte sempre in onore di una divinità.
    Il 21 di maggio riguardavano il Dio Veiove, e si svolgevano le corse di cavalli nel Circo Massimo, soprattutto nella corsa delle bighe.

    Per completare lo spettacolo di solito si esibivano anche degli artisti che compivano acrobazie sui cavalli saltando da un cavallo all'altro mentre erano alla guida di una biga. La gente partecipava con grande entusiasmo e faceva moltissime scommesse sui cavalli o sui fantini.
    Generalmente agli Agonalia partecipavano anche gli imperatori con la loro famiglia, assisi nel palco imperiale.

    Le corse avvenivano nel pomeriggio mentre al mattino si faceva la processione in onore di Veiove che avveniva a partire dal santuario posto nell'Isola Tiberina, dove il tempio e la statua venivano ornati di ghirlande, nastri e fiori vari.

    Per l'occasione si immolava una capra le cui carni venivano divise tra gli astanti, soprattutto agli assistenti del rito. Sembra che nelle case private vi fosse l'abitudine di organizzare dei banchetti a base di carne di capra, banchetti che avvenivano però al tramonto, dopo l'esibizione delle corse dei carri nel circo.


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    È il primo dei “condomini" di via dell'Abbondanza, che in questo tratto presenta numerosi resti di affreschi sulle pareti esterne delle dimore (qui appartengono al terzo stile avanzato). Dei graffiti, in accordo con Varone e Stefani, si trovano sul lato est della porta di entrata, dove ci sono i CIL IV 7233 e 7234. L'abitazione prende infatti nome da una di queste scritte elettorali ritrovate all'ingresso, riguardanti un certo Sacerdos Amandi, ed è frutto di numerose trasformazioni edilizie.

     Sulla base di una pittura di soggetto gladiatorio rinvenuta presso il vestibolo e risalente ad una fase anteriore, l'edificio è stato identificato come sede di un’associazione di gladiatori, trasformato in vera e propria abitazione solo nell'ultimo periodo.

    In effetti la domus presenta una pianta inusuale con il peristilio perpendicolare all'ingresso. La notorietà della residenza deriva dalla scritta di sostegno al sacerdote a fianco della porta d'ingresso e dall'iscrizione in osco “Spartacus” su uno dei gladiatori raffigurati sulla parete destra del vestibolo. 

    LA CADUTA DI ICARO
    Per questo fu detta anche "Casa dell'affresco di Spartacus", dal nome di un cavaliere ferito dove sopra c'è scritto il nome Spartaks. A sinistra c'è un duello tra due gladiatori smontati (forse sanniti) armati di spade e scudi rettangolari. Una teoria è che mostra la morte di Spartaco a seguito di una ferita alla coscia, come descritto nelle fonti antiche.

    Una seconda teoria è che precede la rivolta di Spartaco e mostra uno spettacolo gladiatorio con un gladiatore chiamato Spartaco che era un nome comune tra i Traci. Sopra le loro teste ci sono indecifrabili iscrizioni osche. All'estremità sinistra invece si trova una struttura che potrebbe essere un altare.

    IL TABLINUM

    TABLINUM

    La casa ha una disposizione insolita, con il peristilio sfalsato verso ovest. Il tablino nell'angolo sud-ovest dell'atrio  costituisce un collegamento tra l'atrio e il peristilio. Il tablino è stato decorato nel terzo stile con pannelli neri decorati con paesaggi architettonici sopra un fregio decorativo rosso inferiore. Il tablino è completamente aperto all'atrio sul lato est e al peristilio sul lato ovest.

    Il peristilio ad ovest del tablino, era colonnato sui lati est e nord con colonne di tufo stuccato che sostenevano i margini interni del tetto. Le pareti del deambulatorio e la parete ovest erano decorate nel terzo stile con una zona centrale rossa ornata da vignette di amorini sopra un fregio ornato di nero inferiore. La decorazione della zona superiore era costituita da elementi architettonici su fondo bianco.

    IL GIARDINO

     IL GIARDINO

     La casa venne scavata dal 1912 al 1924. Sull'atrio si aprono le stanze più importanti, tra cui il triclinio affrescato con raffigurazioni mitologiche che illustrano imprese di eroi. Un altro puteale è stato trovato nel giardino.

     Il tavolo (cartibulum) nel giardino era decorato con teste di leone su un lato. La piccola base circolare di marmo conteneva probabilmente una statuetta. La nicchia ad arco con una facciata ad edicola sulla parete ovest era un Lararium. Il calco della radice dell'albero è visibile accanto alla parete sud.

     Secondo Boyce, la nicchia ad arco era ornata da una facciata a edicola in stucco e da un cornicione che corre lungo le pareti interne. L'area della parete immediatamente intorno alla nicchia è stata dipinta come parte della decorazione, in cui la nicchia è stata inserita in un pannello.

    GIARDINO CON PUTEAL


    PUTEAL DEL PORTICO NORD DEL GIARDINO

    Nel portico nord del giardino si è rinvenuto un puteal di marmo  cilindrico e scanalato che doveva soddisfare almeno in parte il fabbisogno idrico dell'abitazione.

    Nella casa non esiste alcun dipinto di larario e nessun'altra indicazione di uso religioso. La nicchia che si presenta nella parete del  giardino viene chiamata "edicoletta larare" nella relazione archeologica e probabilmente si trattava di un'edicoletta larare, in quanto non ce n'è nessun'altra nella casa.



    PSEUDOPERISTILIO

     Lo Pseudoperistilio era una specie di peristilio, in quanto aveva pareti più che colonne, le quali peraltro erano, all'uso sannita, fatte di mattoni triangolari e ricoperte di stucco. Ed ecco lo pseudoperistilio in figura, guardando ad ovest dal portico est. Una piccola stanza si apre a nord dello pseudoperistilio, nell'angolo nord-est.

    Secondo Jashemski, il giardino era racchiuso a nord e ad est da un portico sostenuto da cinque colonne e due colonne agganciate. La stanza sul lato ovest aveva una grande finestra che dava sul giardino. Maiuri fece notare che la grande radice di albero trovata contro il muro meridionale mostrava che il piccolo giardino era stato ben ombreggiato.

    I fori dei chiodi nel muro indicavano che una vite era stata accuratamente fatta inerpicare sul muro. Il calco delle radici degli alberi è visibile a metà del giardino vicino al muro a sinistra (0,80 x 0.80m a livello del suolo). C'era un puteal sopra l'apertura della cisterna nella parte nord-ovest del peristilio. 

    L'ATRIO

    L'ATRIO

     La parete ovest del vestibolo conserva resti di antiche pitture murali da combattimento con iscrizioni osche. Come colori prevalgono il rosso, il marrone e l'arancione. Queste pitture sono venute alla luce quando una buona parte dell'intonaco murale è caduto rivelando, sotto di esso, l'antico dipinto di figure con tracce di iscrizioni.

     Nella parte superiore si osserva un cavaliere ferito in fuga a cavallo sulla destra, dove è stato scritto in lingua osca "SPARTAKS". Sempre nella parte superiore c'è la figura di un altro cavaliere che, armato di una lancia, insegue il primo, e dove è scritto "PHELI.......ANS", interpretata come Phili[ks pumpaii]ans.

    A sinistra c'è un duello tra due gladiatori smontati (forse sanniti) armati di spade e scudi rettangolari. Sopra le loro teste ci sono indecifrabili iscrizioni osche. Ambedue i cavalieri sono armati di scudi rotondi. All'estremità sinistra si trova una struttura che potrebbe essere un altare. Una teoria è che voglia rappresentare la morte di Spartaco a seguito di una ferita alla coscia, come descritto nelle fonti antiche.

    Una seconda teoria è che la scena preceda la rivolta di Spartaco e mostri uno spettacolo gladiatorio con un gladiatore chiamato Spartaco che era un nome comune tra i Traci. All'estrema destra c'è una figura con la testa di un animale che suona una lunga tromba. L'impluvium conserva ancora il suo mosaico in tessere bianche e nere, con bordo nero e un cerchio al suo centro.

    CARTIBULUM

    IL CARTIBULUM 

    Il cartibulum era in genere un tavolinetto in marmo con un piede unico, in genere molto semplice, posto di solito nell'atrio, dove il padrone di casa (dominus) poggiava le carte che lo schiavo gli porgeva prendendole da un armadietto posteriore al tavolino.

    Questo cartibulum aveva appunto un piede unico con un paio di piccoli gradini, mentre la tavola in alto, di spessore non elevato, aveva i bordi scanalati al centro e quattro teste di leoncino al centro dei quattro lati, testine piuttosto piccole ma molto ben fatte.

    ATRIO CON IMPLUVIUM

    ATRIO CON IMPLUVIUM

    Davanti a detto tavolino c'erano di solito delle sedie dove sedevano i personaggi più importanti, che stipulavano contratti col padrone, di vendita, di trasporti o altro. Di solito i clientes del padrone invece restavano in piedi. Essi erano gli schiavi liberati o le persone povere che ricevevano aiuto dal dominus, in cambio del proprio voto in caso di elezioni elettorali o di qualsiasi altro aiuto il padrone avesse bisogno.

    Di solito i clientes oltre a dare il proprio voto assicuravano altri voti, oppure facevano opera di propaganda scrivendo sui muri a favore dell'eleggendo in questione. Tuttavia, trattandosi della casa del dominus, è più facile che l'invito ad eleggerlo fosse stato scritto da un servo o uno schiavo di Amandus, perchè i clientes dovevano propagare la pubblicità in altri angoli della città.

    Il cartibulum pertanto era la scrivania su cui poggiare gli incartamenti, se il tavolo era nell'atrio, anche per ottemperare a un'antica tradizione in cui su quel tavolo, in tempi remoti si riunivano le famiglie per desinare.

    Sicuramente si trattava di un tavolo più grande anche perchè anticamente le famiglie erano numerose.
    Se invece il tavolo era posto in giardino, di solito veniva locato accanto all'impluvium posto all'aperto per farne una fontana e solitamente era accompagnato da una statua.

    ERCOLE NEL GIARDINO DELLE ESPERIDI

    IL TRICLINIUM 

    Il triclinio appare decorato con uno zoccolo nero in basso che accoglieva diverse decorazioni. Sopra aveva due serie di immagini piuttosto alte ed ampie. In basso presentano diverse scene mitologiche, con personaggi come Ercole, Polifemo, Galatea, Perseo e Andromeda.

    Tra un affresco e l'altro vi sono grandi pannelli rossi, divisi in due e con esili e graziose figure al centro di ogni pannello. Come marcapiano c'è una fascia di decorazioni su fondo bianco con medaglioni su fondo oro e rettangoli variamente figurati e colorati. Nei pannelli superiori predomina il giallo dorato, con immagini ed emblemata, e i soffitti sono a volta decorata.

    PERSEO E ANDROMEDA

    PERSEO E ANDROMEDA

    Nella parete ovest del triclinium si osserva la pittura parietale del mito di Perseo che libera Andromeda, questa fu la prima stanza che venne scavata nella casa. In realtà sono descritte due scene in un'unica pittura debitamente incorniciata.

    In primo piano compare Andromeda, tutta vestita e disperata, che è incatenata alla roccia che emerge dal mare, mentre Perseo, rigorosamente nudo ma col rosso mantello, già vola giù per uccidere il mostro.

    A destra, sullo sfondo, invece c'è la conclusione della scena precedente. Il mostro marino è morto per mano di Perseo, la principessa Andromeda è salva, e il Re Cepheo d'Etiopia, suo padre, accoglie con tutti gli onori l'eroe trionfante per l'uccisione del drago.

    POLIFEMO E GALATEA
    Polifemo era un orribile gigante con un unico occhio, ma si innamorò della ninfa-Galatea già promessa sposa al bellissimo pastorello sedicenne di nome Aci. I due giovani si amavano teneramente e inutilmente Polifemo tentò di attirare Galatea col suone del suo flauto, per cui adirato scagliò una rupe e uccise Aci. Disperata, Galatea trasformò il sangue di Aci in una sorgente che divenne un Dio fluviale.

    Questo il mito infelice, ma un dettaglio interessante in questa scena è la prua di una nave dai remi a più livelli, probabilmente un quinquereme, con alti bastioni e molti uomini armati sul ponte.



    LA NICCHIA E IL PIANO SUPERIORE

    La nicchia del giardino doveva contenere un larario o una statua votiva, ma si protende per il primo. Essa è incorniciata in stucco sia nella volta che nella base, mentre la parete intorno ad esso appare affrescata in rosso con decorazioni varie.

    Del piano superiore, accessibile da un ingresso indipendente, si conserva ancora il balcone in facciata; qui probabilmente doveva avere sede l’officina di un "tabellarius", un costruttore di tavolette di legno cerate, trovate carbonizzate in grande quantità fra le macerie e i crolli dell’edificio.

    IL TRICLINIUM

    IL CUBICULUM

    Ed ecco il cubiculum, o stanza da letto, con finestra sul giardino, che appare variamente decorato, anzitutto con la bella immagine di un Cupido alato che troneggia su uno sfondo giallo. Cupido od Eros, è un'immagine molto appropriata per una camera da letto, il regno del sesso e dell'amore. In un'altra scena si rappresenta Elena e Paride con la presenza di Venere e di Eros alato.

    Un'altra immagine, di tipo ellenico romanizzata, rappresenta Paride che dopo aver consegnato il pomo della bellezza a Venere, da lui ritenuta la più bella, ottiene in cambio di poter sedurre e quindi sposare la più bella ragazza della terra.

    La più bella è Elena di Troia, che tuttavia è già sposata al re Menelao, ma il pomo d'oro diventa il pomo della discordia sia tra gli Dei che tra gli uomini.

    PARIDE SEDUCE ELENA

    Il pomo della discordia o mela della discordia venne secondo il mito lanciato da Eris, Dea della discordia, durante il banchetto di nozze tra Peleo e Teti, infuriata per non essere stata invitata.
    Tra gli Dei, si risentono le Dee escluse, cioè Giunone e Minerva, che evidentemente ambiscono allo stesso titolo.

    Così Menelao, insieme agli altri achei, scatena la guerra di Troia per riprendersi la moglie e gli Dei partecipano parteggiando per l'una o l'altra fazione. Secondo Maiuri, l'immagine venne restaurata da parecchi frammenti i cui colori si erano ben preservati.




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  • 05/23/19--04:29: BULLA REGIA (Tunisia)
  • CASA DI ANFITRITE

    LE ORIGINI

    Bulla Regia è un importante sito archeologico nella parte nord-occidentale della Tunisia. In origine era una città di origine berbera, situata nord di Dougga, nel nord della Tunisia, vicino all'attuale città di Jendouba. Bulla Regia aveva una prestigiosa posizione, sorgendo nella ricca vallata di Bagradas (Medjerda, principale fiume della Tunisia) ed era collocata sulla via che da Cartagine portava a Hippo Regius. Nel suo suolo sono state ritrovate ceramiche greche di importazione della fine del V secolo a.c., successivamente si registrano manufatti della dominazione punica.

    Gli studi e i reperti archeologici e soprattutto le iscrizioni latine portate alla luce dai ripetuti scavi, permettono di tracciare la storia della città dal IV secolo a.c. fino alla conquista musulmana del VII secolo d.c.

    Il sito di Bulla Regia è ancora per tre quarti sotterraneo; solo una parte della città è stata cancellata e molto c'è ancora da scavare. Lo stato di conservazione di alcuni dei suoi monumenti come l'anfiteatro ad esempio e l'originalità che caratterizza le case sotto terra spiegano l'interesse di questo sito. Ciò è tanto più giustificato in quanto non è possibile oggi vedere altrove questa particolare architettura delle domus romane.



    LA STORIA

    - 203 a.c. - Bulla Regia nel III sec. a.c., divenne città romana nel 203 a.c. ad opera di Scipione l'Africano. Sotto il dominio romano Bulla prosperò fornendo prodotti agricoli come grano, cereali, uva e olive al resto dell'Impero.

    - 156 a.c. - Divenne poi capitale della Numidia, regno satellite di Massinissa (229-148 a.c.), il quale "riunì i territori degli avi", secondo un'iscrizione, e conferì alla città il titolo di "Regia"; in seguito, anche suo figlio ebbe residenza nella città. 

    MONETE DI ADRIANO E LA PROVINCIA AFRICANA
    Orosio infatti la descrisse come città reale e residenza di Hiarbas, re numida del I secolo a.c., e sotto al suo regno, un impianto urbanistico a strade ortogonali alla maniera romana venne parzialmente sovrapposto al precedente sistema di vie e insulae dallo schema irregolare.

    - 46 a.c. - I romani assunsero il controllo diretto della regione nel 46 a.c., quando Gaio Giulio Cesare (100-44 a.c.) istituì la provincia di Africa Nova estesa da Cartagine a Numidia, alla Tunisia (a parte il deserto), alla costa orientale dell'Algeria e a quella occidentale della Libia. 

    Premiò poi la condotta neutrale della città durante le guerre civili e la rese "oppidum liberum" (città non tributaria).

    - Divenne municipio sotto Vespasiano (9-79). 

    - Sotto Adriano (76-138), la città fu rifondata come "Colonia Aelia Adriana Augusta Bulla Regia", e venne concessa ai cittadini la cittadinanza romana.

    - Bulla Regia decadde lentamente sotto il dominio bizantino. Come in altre città del Tardo Impero, l'aristocrazia locale ebbe la possibilità di aumentare l'estensione delle proprie abitazioni a scapito dello spazio pubblico.

    I dati storici posteriori su Bulla Regia sono pochi: il cristianesimo subentrò alla religione locale e pagana che venne bandita dalla legge. 

    Lo testimoniano due basiliche di stile e di epoca bizantina, ricavate da edifici preesistenti.
    Non conosciamo i nomi dei vescovi prima della fine del sec. IV, quando s. Agostino vi fece tappa (nel 399) e vi pronunciò un sermone indignato contro la passione per gli spettacoli teatrali che erano opera del diavolo. 

    BULLA REGIA SOTTERRANEA

    LA CITTA' SOTTERRANEA


    Bulla Regia è nota soprattutto per il suo magnifico complesso abitativo sotterraneo di età adrianea, molto suggestiva e con le sale decorate da bellissimi mosaici (visibili a tutt'oggi, alcuni in loco, altri nel museo del Bardo a Tunisi), con lo scopo di proteggersi dal caldo e dal sole.

    BAAL HAMMON
    Certamente questa collocazione riguardò i cittadini più benestanti come testimoniano i numerosi decori, capitelli, basi scolpite delle colonne, e pavimenti a mosaico con motivi diversi in ogni stanza. 

    La maggior parte degli abitanti di Bulla Regia però ha dovuto vivere fuori terra in case certamente piuttosto solide, ma di solito molto semplici nello stile.

    Alle dimore più belle sono stati attribuiti nomi ispiratisi ai magnifici quadri composti da queste centinaia di frammenti di calcare e marmo colorato, come la casa della Caccia, e la Casa della Pesca. 

    Un patio e dei pozzi luce garantivano l'illuminazione interna naturale. 

    Le iscrizioni risalenti a quel periodo rivelano che gli abitanti veneravano per la maggior parte Baal Hammon, corrispondente romano di Saturno, e seppellivano i defunti in urne, caratteri tipici dell'ambiente punico. 

    Del resto i romani concedevano sempre ai paesi conquistati la libertà di culto, aggiungendovi solo i propri Dei romani, ma senza operazioni di conversione. Un capitello del tempio punico dedicato alla Dea Tanit è conservato presso il locale museo, Dea antichissima e Grande Madre Punica.


    Infine, un terremoto distrusse Bulla Regia, facendo crollare gli edifici all'interno dei piani sotterranei. La sabbia ricoprì e protesse i luoghi abbandonati, che vennero dimenticati fino al tempo dei primi scavi, nel 1906. Questi furono in parte accelerati dalla distruzione dell'ingresso monumentale della città romana ad opera dei musulmani. Il foro venne scavato nel periodo 1949-52.

    Poiché gran parte del sito archeologico è al di sotto del livello del suolo, il drenaggio rappresenta uno dei problemi più importanti. Si è lavorato soprattutto all'abitazione sotterranea chiamata Casa della Caccia, riaprendo e ampliando l'antico sistema di drenaggio romano per facilitare la dispersione dell'acqua. 

    Nella Casa d'Amphitrite, si è sgomberato uno scarico che era stato completamente ostruito. Altri lavori sul sito hanno incluso la riparazione di archi danneggiati e la rimozione di vegetazione distruttiva.


    LE CASE IPOGEE

    Le costruzioni, esempio unico nell'architettura antica, constavano di vari piani scavati nel sottosuolo, ma a volte erano delle vere e proprie abitazioni sotterranee disposte attorno a un peristilio. Anche se il sito sembra a prima vista meno spettacolare di altri insediamenti romani in Tunisia, grande è lo stupore quando, sceso qualche gradino, si accede a un'autentica città sotterranea, miracolosamente sfuggita alla distruzione cristiana più che alla distruzione del tempo.

    In questo senso il tempo ha lavorato invece a favore dei resti, riempiendo di sabbia le cavità sotterranee e preservandole in larga parte dalle piogge e dagli agenti atmosferici, ma soprattutto dalla mano iconoclasta dell'uomo.


    CASA DELLA CACCIA - CORTILE

    CASA DELLA CACCIA

    Nella Casa della Caccia, a forma di basilica romana con abside su un lato, un transetto e alcuni spazi collegati si aprivano su quella che in una chiesa sarebbe la navata: questa architettura è stata definita come un esempio di congiunzione fra architettura pubblica e domus della classe dirigente del IV secolo. Questi spazi sono coperti da vari mosaici aventi come tema gli animali e la caccia, ma vennero poi cristianizzati come chiese e cattedrali. 

    Mentre le strutture in superficie sono assai rovinate, ben conservato è il vasto piano sotterraneo, dove le stanze affacciano su un cortile a peristilio con colonne corinzie; oltre alle camere, nelle quali i letti poggiavano su piccole piattaforme ornate di mosaici, si riconosce la grande sala da pranzo a triclinio (oecus), contraddistinta da un mosaico pavimentale ancora visibile. Un'analoga disposizione dei locali (due cortili a peristilio, sale da pranzo, saloni e bagni) caratterizza il pianoterra.

    CASA DELLA CACCIA - RICOSTRUZIONE DI J. C. GOLVIN
    Sicuramente è l'edificio sotterraneo più bello di Bulla Regia, ha un cortile di 8 colonne, una sala da pranzo, delle camere da letto e un bagno aperto su questo bellissimo cortile.
    Mentre molte delle case di Bulla possono apparire come se fossero solo sotterranee, invece hanno anche grandi strutture sopra la superficie. Entrambi i piani formavano lo spazio della casa, ma aumentavano anche l'effetto di raffreddamento del piano sotterraneo. 

    Notare le aperture esagonali nella sovrastruttura, che ha reso il peso sulle colonne sotto molto più lieve, senza ridurre la resistenza del tetto. Inoltre, questi fori lasciano più luce nelle stanze sotterranee.

    Tuttavia il piano terra a livello di superficie non rivela tracce di strutture più grandi. Tutto ciò che può essere trovato a questo livello, livello strada, sono latrine e un grande bagno. Stranamente questa casa è quasi tutta sotterranea.

    Tutti gli ambienti della casa hanno una copertura a volta costruita secondo una tecnica particolare del Nord-Africa, dove venne adottata a partire dal II secolo d.c. e utilizzata fino alla conquista araba. Si tratta di volte realizzate con tubi di terracotta, a forma di bottiglia senza fondo, incassati gli uni negli altri e col collo rivolto verso l'alto; le saldature sono fatte in gesso, collocato nel fondo aperto del tubo e fissato al collo dell'elemento precedente. 

    La chiave di volta è ottenuta con un doppio imbottigliamento di tubi spezzati e riempiti di gesso. Le serie di archi così montati erano poi fissate tra loro col gesso. Terminata la costruzione della volta, la sua superficie veniva rivestita da uno strato di calce, che poi veniva spesso decorato. 

    Questo sistema, usuale in numerosi edifici romani della Tunisia, fu probabilmente adottato per la mancanza dei materiali classici per la costruzione di volte, in quanto permetteva la fabbricazione di coperture, talvolta anche di grandi dimensioni, leggere ma resistenti. Limitata in origine al montaggio di arcate a semicerchio, la tecnica fu utilizzata in seguito per la costruzione di volte a crociera e di cupole.

    MOSAICO DI ANPHITRITE - IL TRIONFO DI VENERE


    CASA DI ANPHITRITE

    In alcune abitazioni, come la Casa di Anphitrite, si conservano ancora gli splendidi mosaici con colori raffinati e accurata resa delle ombre e delle forme a tutto tondo. Il mosaico di Anfitrite con aureola è un esempio di tale maestria. 

    Anfitrite era una Dea del mare, tuttavia, la figura dominante sul mosaico è Venere. In realtà Venere viene spesso confusa con la nereide Anfitrite, da cui il nome della casa) e nel mosaico vine portata in trionfo da due mostri marini, una specie di centauri, entrambi con forti espressioni facciali. Venere è un'apparizione sorprendente per entrambi ii suoi accompagnatori.

    Nota anche il Cupido che cavalca un delfino mentre si ammira in uno specchio (in basso a destra nella foto). La storia racconta che quando questo edificio fu scavato, fu trovato uno scheletro femminile legato a una sedia, si è pensato ad una donna punita per adulterio.

    MOSAICO DI ANPHITRITE

    CASA DEL PESCATORE

    La Casa del Pescatore venne ristrutturata in modo da collegare due insulae separate, trasformando un passaggio in un vicolo cieco. 

    Nella particolare architettura di abitazione sviluppata nella città, un edificio a livello del terreno, che poteva ricevere il sole invernale che non scaldava troppo l'ambiente, possedeva anche un livello sotterraneo, sviluppato attorno ad un atrio a due piani. 

    LE VOLTE A TUBI DI TERRACOTTA
    Dal pianterreno è stato invece asportato il grande mosaico della liberazione di Andromeda, ora al Museo del Bardo.

    Tubi di terracotta aperti erano situati nelle volte, si dice in modo che l'acqua spruzzata sul pavimento, oltre a rendere vividi i colori dei mosaici, evaporasse rinfrescando l'ambiente. In realtà era la mancanza di pietra a suggerire questo metodo atto ad alleggerire la volta.

    La casa del pescatore è situata nell'isolato adiacente alla Casa della Caccia. Al piano sotterraneo, una galleria circonda un atrio rettangolare, delimitato da quattro grossi pilastri, sul quale si aprono diversi ambienti; uno di questi è decorato da un mosaico che raffigura un mare pescoso con Amorini e anatre.

    Oltrepassata la Casa del Pescatore, si prende a sinistra un sentiero che porta a un'antica sorgente, ancora in funzione ma protetta da un'installazione moderna (antica fontana monumentale o ninfeo non è più visibile).



    CASA DEL PAVONE

    CASA DEL PAVONE
    La seconda cosa più interessante di Bulla Regia, dopo le case sotterranee, sono i molti esempi chiari di antichi sistemi di aria condizionata e servizi igienici che caratterizzavano queste abitazioni, chiari segni di civilizzazione. 



    CASA DEI TESORI

    Dalle terme memmie, dopo aver attraversato una strada lastricata, si prende un sentiero in direzione nord e si visitano, a sinistra, la Casa del Tesoro (nel sotterraneo uno splendido mosaico).

    Nel vederla sembra una casa del tutto normale, tranne che per il fatto che è piuttosto sotterranea. Non ti aspetti di trovarvi sotto gli splendidi mosaici che ha. Le dimore erano senz'altro di gran lusso.

    Il nome lo deve solo al fatto che al suo interno sono state reperite diverse monete romane, insomma un tesoretto.

    Poco oltre sempre sulla sinistra, due basiliche cristiane risalenti al VI sec. 

    La più grande presenta ancora qualche colonna in marmo e, opposto all'altare, il profondo bacino del battistero; nei mosaici sono rappresentati pesci e uccelli.

    Gran parte dell'antica città romana deve ancora essere riportata alla luce; infatti Bulla Regia, a differenza di altri siti archeologici, non ha ancora ricevuto il riconoscimento di "patrimonio dell'umanità" da parte dell'UNESCO, e questo influisce negativamente sull'avanzamento degli scavi data la cronica mancanza di fondi. 

    E' un cane che si morde la coda, niente scavi niente Unesco, niente Unesco, niente soldi per scavi.


    IL FORO

    IL FORO

    Un centinaio di metri più a sud si trova il foro, vasto spiazzo un tempo lastricato e oggi in grave stato di abbandono; a ovest resta il basamento del Capitolium, a nord pochi resti del tempio o santuario di Apollo, che consta, secondo il modello africano, di una corte e di una cella; un importante gruppo di statue in marmo, rinvenute nel tempio, è oggi al Museo del Bardo. 

    Sul foro, circondato da portici secondo l'uso romano, si apriva la basilica del foro, con un'abside sui due lati minori. Come cattedrale possiede un'inusuale fonte battesimale, inserito al centro della parte terminale (occidentale) della navata.

    Bulla emerse nel circa V secolo a.c. sotto Cartagine. La "Regia" (reale) fu aggiunta più tardi quando divenne la capitale di uno dei regni numidi di breve durata tollerati da Roma in seguito alla distruzione di Cartagine. La Bulla Regia prosperò veramente sotto il dominio romano, in particolare nel II e nel III secolo d.c., quando i suoi cittadini si arricchirono colla vendita del grano ai romani; infatti la maggior parte degli edifici del sito risalgono a quell'epoca.

    Il Forum di Bulla Regia è il più grande quartiere pubblico continuo di Bulla Regia. A sud del foro una strada conduce al mercato, ampia corte lastricata circondata da un portico su cui affacciavano piccole botteghe.

    L'ANFITEATRO

    L'ANFITEATRO

    La città romanizzata di Bulla non poteva farsi mancare un anfiteatro, seppur di modeste dimensioni, naturalmente posto all'aperto, cosa che scagliò l'ira in un sermone di Sant'Agostino di Ippona (354-430) contro l'immoralità dovuta alla sessualità ed alla libertà delle donne. 

    Il monumento però non è stato distrutto totalmente dai cristiani, bensì ha mantenuto i dettagli architettonici e le gradinate, ma solo grazie al fatto di essere stato sepolto dalla sabbia fino al 1960-1961.
    Solo le file di sedili superiori sono sparite, in quanto usate per le basiliche cristiane, così come la maggior parte delle colonne e delle pareti del palcoscenico.

    TERME IULIA MEMMIA - BULLA REGIA

    LE TERME

    Le Terme della città vennero costruite da Julia Memmia, figlia di un vecchio console, originario della città. Secondo altri autori invece Julia era la moglie di Settimio Severo, il primo imperatore africano dell'Impero Romano.

    La strada che costeggia le terme giunge infine al teatro, costruito in piano e poggiante su possenti volte rampanti; la cavea presenta ancora la serie inferiore delle gradinate e l'orchestra (accessibile tramite due passaggi a volta) l'originaria pavimentazione.

    Le sale d'ingresso (grande vestiarium longitudinale, frigidarium con due piscine) sono particolarmente maestose. I bagni memmiani sono di gran lunga gli edifici più alti di Bulla Regia e sono anche piuttosto estesi, con pareti alte e stanze ad arco. 

    Scavato nel 1909 questo stabilimento termale ha conosciuto degli importanti lavori archeologici, di cui le recenti ricerche franco-tunisine hanno dato luogo a una bella pubblicazione scientifica.
    Le imponenti rovine delle terme di Julia Memmia datano agli inizi del III sec. d.c. e conservano ancora qualche frammento di pavimento a mosaico con motivi geometrici.

    I BAGNI DELLE TERME

    TEMPLI DI APOLLO BAAL E ISIDE

    Gli scavi, intrapresi all'inizio del secolo, proseguono oggi a cura dell'Istituto nazionale di Archeologia e Arte di Tunisi; le ricerche hanno portato alla luce numerosi monumenti d'epoca romana, ma hanno anche permesso di individuare le origini preromane dell'abitato e di scoprire qualche traccia dell'occupazione araba di età medievale. 

    Sul forum si sono scoperte tracce di tre templi: di Apollo, ovviamente di importazione romana e presumibilmente di epoca augustea, quando il suo culto era molto celebrato: di Baal, il maggiore Dio locale, corrispondente un po' al Giove dei romani. 

    In prossimità del teatro, a sud e a ovest della scena, si trovano due vastissime spianate, circondate da colonnati, che conservano tracce di numerosi templi tra cui quello di Iside, Dea di importazione egizia.

    Il settore occidentale del Foro comprendeva invece un giardino (viridarium) con un passaggio centrale, lastricato e racchiuso da due lunghe vasche. Si ritorna verso l'entrata e, dopo aver costeggiato alcune grandi cisterne, si giunge a un monumento in opus reticulatum, probabilmente il più antico di Bulla Regia (I secolo d.c.); si tratta forse di una basilica a tre navate divise da pilastri.

    Poco oltre, attraversata la strada, sorgono le grandi terme meridionali (60 m per 55), non ancora riportate completamente alla luce, e la chiesa di Alessandro, edificio rettangolare nel quale due fila di greppie in pietra, che servivano a ricevere o a distribuire prodotti della natura, delimitano tre navate.

    L'esatta destinazione dell'edificio, distrutto da un incendio, è tuttora incerta; al suo interno sono stati trovati pezzi di travi e diversi oggetti, tra cui una croce con iscrizione, cofanetti, vasi, piatti in terracotta del diametro di quasi un metro e un centinaio di anfore per grano, vino e olio.




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  • 05/24/19--04:42: TOMBA DEGLI ORAZI E CURIAZI
  • STAMPA DEL PIRANESI  RITRAENTE LA TOMBA (1750)

    LA LEGGENDA

    Al tempo di Tullo Ostilio, III Re dell'Urbe, Roma entra in conflitto con Albalonga e i due eserciti si affrontano proprio qui, sulle Fossae Cluiliae che segnano il confine tra i due Stati. Il fatto che Romani e Albani, due nazioni dello stesso sangue si facessero guerra dovette sembrare molto grave e soprattutto si temeva di perdere l'esercito, per cui i due re delle due città decisero di risolvere tutto con un duello fra 3 Romani e 3 Albani: gli Orazi e i Curiazi.

    All'inizio i Curiazi uccisero due Orazi romani. I tre Curiazi erano però feriti mentre l'Orazio era ancora integro, per cui cominciò a fuggire inseguito dai tre, con una tale velocità che riuscì a distanziarli. Ciò gli permise di affrontarli uno per volta e ucciderli.

    La leggenda indicò le tombe degli Orazi e dei Curiazi proprio ad Albano, dove ancora si vedono alcuni tumuli circolari dalla forma arcaica a cono. D'altronde nei pressi esiste un grande recinto in opera quadrata che venne ritenuto dagli studiosi il campo dello scontro. In realtà si trattava di un grande ustrino, dove si bruciavano i cadaveri per incinerarli. Lo fece pensare anche il fatto che la via Appia, in questo punto, fa una deviazione come dovesse rispettare un luogo "sacro". 

    Oggi sappiamo che lungo le grandi strade consolari romane, tra il V e il VII miglio, veniva posto un santuario che segnava il confine della Roma monarchica. Ai santuari e ai loro Dei si affidavano in effetti il controllo di chi entrava nello Stato. Quando Roma si espanderà e questi confini verranno man mano dilatati. Ancora in età augustea si ricordava l'episodio avvenuto al V miglio della via Appia, e le tombe degli Orazi e dei Curiazi, legate alle origini di Roma.

    PIANTA E FRONTALE
    Questa tomba tuttavia non è arcaica ma tardo repubblicana, con lo zoccolo circolare che appena si riconosce, il nucleo in calcestruzzo (il calcestruzzo si diffonde nel II sec. a.c.), un gran tumulo di terra e la torretta in alto. La torretta non è medioevale ma antica, e porta direttamente alla camera funeraria in basso. Il Mausoleo di Augusto era fatto allo stesso modo, anche se in forma molto più monumentale: tamburo cilindrico con al centro una specie di torre in opera quadrata coperta dal tumulo, e in fondo l'urna che conteneva la tomba d'Augusto. 

    Ora qui è lo stesso: evidentemente il tamburo era più alto di come appare oggi e quindi il cono arrivava a coprire interamente la torretta. Gli archeologi però hanno trovato nella tomba solo un'urna vuota, quindi l'edificio non è una tomba ma un cenotafio, una costruzione solo commemorativa, un fatto piuttosto insolito.

    Cento metri più avanti, sempre sulla destra, sono i cosiddetti Tumuli degli Orazi, anche essi, come quello precedente dei Curiazi, legati allo scontro tra romani e albani. Sono due tombe caratterizzate da un cono basso di terra, un po' come i tumuli che vediamo in Etruria, a Cerveteri; ma non troppo arcaici perchè una ha la cornice di base in travertino e l'altra in peperino, pietre che si diffondono a partire dal II-III sec. a.c.

    Un tumulo è interamente di terra, l'altro ha invece lo scheletro a raggiera in calcestruzzo per contenere la terra. Questi sepolcri a cono di solito avevano una suddivisione come gli spicchi di una arancia, a raggiera, allo stesso modo del Mausoleo di Augusto.

    Oggi si ritiene che furono costruiti o restaurati in età augustea a "memoria" della tradizione del duello tra Orazi e Curiazi, e dell'antico confine tra Roma e Albalonga al V miglio. La narrazione del duello è riportata da Tito Livio, autore di età augustea, seguendo la politica di Augusto di valorizzare le tradizioni, con gli antichi culti e gli antichi templi, per istigare l'orgoglio degli antenati e del "Civis romanus sum"

    FOTO DI INIZIO 1900

    IL SEPOLCRO

    Il Sepolcro (o Tomba o Mausoleo) degli Orazi e Curiazi di Albano Laziale è situato a sud del centro abitato, sul ciglio della Via Appia antica, e rappresenta un esemplare unico per l’architettura che trova riscontro solo nelle urne cinerarie etrusche di Volterra. Il prezioso monumento rappresentò per anni il simbolo della pace ottenuta tra la Città di Albalonga e Roma, costruito sul combattimento cruento tra due famiglie.

    La tradizione lo ricollega ai guerrieri Orazi e Curiazi, ma storicamente è più verosimile considerarlo una ricostruzione della tomba di Arunte (condottiero etrusco), da parte dell’antica famiglia Arrunzia che aveva possedimenti in zona; infatti è stato edificato nella prima metà del I sec. a.c., quindi sei secoli dopo il combattimento fatale degli Orazi e dei Curiazi.

    Il sepolcro è realizzato da grossi blocchi di peperino; materiale molto amato dagli etruschi, ed è costituito da un parallelepipedo di pianta quadrata sormontato da quattro tronchi di cono posti agli angoli (di cui soltanto due sono ancora integri), ed uno di dimensioni maggiori al centro, contenente la cella sepolcrale, del quale rimangono solo i resti. L’urna, tra l’altro, è vuota, tanto che gli studiosi parlano di monumento commemorativo. Lo zoccolo del mausoleo, appena visibile, è circolare.

    LA TOMBA OGGI

    IL RESTAURO

    Nel 1812 Antonio Canova, in qualità di Ispettore Generale delle Belle Arti dello Stato Pontificio, incaricò Giuseppe Valadier e Paolo Provinciali di eseguire il restauro del mausoleo; l’intervento durò dodici anni, e non ebbe risultati brillanti, perchè causò distacchi di materiali e crepe, elemento incredibile della storia del monumento, data l'importanza di un architetto come il Valadier.

    Si dice che rappresenti una importante testimonianza delle prime opere di restauro effettuate secondo i moderni criteri di intervento, ma visti i risultati forse erano meglio gli antichi restauri. Tanto più che ci si lavorò per un periodo incredibilmente lungo, ben 12 anni.

    Leon Battista Alberti ha attribuito la tomba agli Orazi e Curiazi, altre studiosi a Gneo Pompeo Magno, altri ancora ad Arunte. L’ipotesi più verosimile vuole che la struttura fosse la ricostruzione fedele della tomba di Arunte. Resta comunque un monumento di particolare importanza storica.

    Nel sito che la riguarda si annuncia che il monumento è sempre aperto al pubblico e visitabile, ma non è vero, da anni non vine valorizzato nè pubblicizzandolo, nè dandogli un’adeguata illuminazione, nè restaurandolo, nè pulendo l’area antistante, e per giunta esso risulta perennemente chiuso. Si dice sempre che all'estero i monumenti siano più valorizzati perchè ne hanno molti di meno, ma non risulta che Albano abbia questa esorbitanza di monumenti.




    SARA' UN'EQUIPE OLANDESE A SVELARE I SEGRETI DELLE TOMBE DEGLI ORAZI

    da la Repubblica  domenica, luglio 24th, 2011
    La prima campagna di scavi dopo 150 anni. Al V miglio l’Appia fa una curva attorno ai tumuli più antichi della Regina viarum.

    Al V miglio dell’Appia Antica, dove l’archeologia affonda le radici nel mito, quando re era Tullio Ostilio e gli Orazi affrontarono in duello i Curiazi per conquistare la supremazia su Albalonga alla metà del VII sec. ac., una squadra di ricercatori olandesi sta scoprendo la vera identità dei sepolcri che la tradizione attribuisce agli eroi romani.

    Per la prima volta dalle indagini di Luigi Canina (1850-59), i monumenti tra i più leggendari dell’antichità sono oggetto di una campagna di scavo. A guidarla, due professori dell’università di Nijmegen, Eric Moorman e Stephan Mols, che hanno ricevuto in concessione dalla Soprintendenza per otto anni l’area compresa tra V e VI miglio.

    È il primo scavo che affidiamo in concessione – racconta la direttrice dell’Appia, Rita Paris – L’istituto universitario è stato scelto per i suoi titoli e procederà con finanziamenti propri”. Uno scavo sistematico dei sepolcri, infatti, non è stato mai possibile per mancanza di fondi. La scelta del V miglio è legata al progetto di restauro e valorizzazione messo in campo per l’Appia con il commissariamento, tra Villa dei Quintili e Santa Maria Nova.

    L’importanza del sito è evidente: qui il rettifilo dell’Appia, che regala suggestioni di un agro romano incontaminato, disegna l’insolita curva, motivata, come raccontava già Livio, per rispettare i tumuli celebrativi della memoria della battaglia tra Orazi e Curiazi, eretti prima della costruzione della Regina Viarum. Le indagini sono iniziate due anni fa, tra ricerche d’archivio, panoramiche aeree e misurazioni col georadar su sepolcri che appaiono come colline erbose. “Il materiale acquisito è stato propedeutico per la prima campagna di scavo che si concluderà domani”, racconta Mols. Protagonisti sono i due tumuli in coppia degli Orazi, legati secondo la tradizione ai due fratelli romani uccisi.


    Nella forma possono essere considerati oggi come piccoli mausolei di Augusto – annuncia Mols – Conservano una possente struttura cilindrica del diametro di circa 15 m, con un nucleo interno di blocchetti di tufo e materiale vulcanico, e tracce di rivestimento di travertino”. Il corpo è alto oltre 8 m e presenta un coronamento arrotondato. La datazione ufficiale colloca i sepolcri alla fine del I sec. a.c. La vera novità è il muro di recinzione, alto oltre m 1,5. Obiettivo principale ora è indagare l’interno dei sepolcri con il sistema del georadar per verificare la presenza della cella funeraria. 

    Lo scavo rientra in un progetto più vasto: “Vogliamo realizzare una carta archeologica tridimensionale del V miglio – dice Mols – Abbiamo fatto fotogrammetrie terrestri per ricostruire in 3D tutti i monumenti dell’area. Il prodotto sarà pronto già a ottobre con l’obiettivo di proporlo in visione al pubblico”. Ne viene fuori la prima indagine completa del sito, che comprende anche il sepolcro dei Curiazi, legato, secondo la tradizione, ai tre fratelli albani sconfitti con l’astuzia dall’unico degli Orazi sopravvissuto, e il misterioso mausoleo a piramide alto oltre 20 m.

    ALBANO 13 Gennaio 2014 - Crollano due pezzi del sepolcro degli Orazi e Curiazi, tale è oggi in tale data e luogo il rispetto dei nostri monumenti.

    ALBANO 24 luglio 2017 - date dei lavori: inizio 23 gennaio 2014, durata 90 giorni. Cioè il termine per la fine dei lavori di restauro è scaduto da più di tre anni e nessuno si sente in dovere di avvisare del perché e del per come; nessuno chiede scusa al visitatore che invece della tomba deve sorbirsi la vista di un'imbragatura edilizia.

    "Questo Sepolcro, detto degli Orazi e Curiazi, che si erge sulla destra della via Appia Antica, nel tratto che da Albano va verso Ariccia, è un interessante rudere ABBANDONATO, fagocitato da una vegetazione fitta che lo rende invisibile"




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    Nome: Lucius Funisulanus Vettonianus
    Nascita: -
    Morte: 98 d.c.
    Padre: Aniensis Vettonianus
    Consolato: 78 d.c.
    Professione: Militare, sacerdote e politico


    Cursus honorum di L Funisulanus Vettonianus (CIL III 4013 = ILS 1005) :

    L. Funisulano L. f. Ani(ensi) Vettoniano trib(uno) mil(itum) leg(ionis) VI Vict(ricis),
    quaestori provinciae Siciliae, trib(uno) pleb(is), praet(ori), leg(ato) leg(ionis) IIII Scythic(ae), praef(ecto) aerari Saturni, curatori viae Aemiliae, co(n)s(uli), VIIvir(o) epulonum,
    leg(ato) pro pr(aetore) provinc(iae) Delmatiae item provinc(iae) Pannoniae item Moesiae superioris, donato [ab imp(eratore)] [Domitiano Aug(usto) Germanico] bello Dacico coronis IIII murali, vallari, classica, aurea, hastis puris IIII, vex(il)lis IIII, patrono 78 d(ecurionum) d(ecreto).

    Il cursus honorum è riportato in ordine diretto in una dedica che la città di Andautonia, nella Pannonia, pose al suo patronus L. Funisulano Vettoniano. Questo personaggio, sia per il suo gentilizio in – anus, sia per la tribù di appartenenza, si rivela di origine italica, cioè non provinciale; del resto già in questa epoca parecchi cittadini provenienti dalla alta borghesia della province erano entrati nella cerchia della classe dirigente romana. Ce ne informa sia Tacito, sia le altre iscrizioni che confermano e completano i dati forniti da questa (nella quale si noti l’uso dell’apex).

    Parleremo poi del vigintivirato, carica attestata da un’altra epigrafe, ma iniziamo dal servizio militare che Vettonianus prestò anzitutto col grado di tribuno, sotto il regno di Claudio e nella legio VI Victrix, che a quell’epoca era di stanza nella Spagna.

    Dopo questa carica Vettoniano ottenne la questura, e la esercitò in Sicilia alle dipendenze di un proconsole di quella provincia. Seguirono il tribunato della plebe e, non sappiamo a quanti anni di distanza, la pretura, con la quale egli si qualificò per ricoprire cariche di maggior rilievo.

    Fu infatti inviato da Nerone a comandare la legio VI Scythica (allora stanziata nella Mesia) e in tale veste Tacito (ann. XV 7) lo ricorda alle dipendenza di Cesennio Peto, console nel 61, che nel 62, in qualità di governatore della Capppadocia, dirigeva una parte del teatro di guerra contro il re dei Parti Vologese che aveva invaso l’Armenia, stato vassallo di Roma.

    A Peto fu ordinato di attaccare i Parti con le legioni IIII Scythica e XII Fulminata, e da vessillazioni della V Macedonica, per cui attraversò l'Eufrate dirigendosi in Armenia, ma Vologase lo respinse e lo inseguì fino a Rhandeia. La situazione era pericolosa, perché gli arcieri parti riuscivano a bersagliare l'interno della città, mentre la presenza della cavalleria pesante nemica impediva le sortite. Allora Peto una tregua a Vologase, promettendo di abbandonare l'Armenia e di far riconoscere come re il fratello minore di Vologase da Nerone.

    VOLOGASE
    Vologase accettò, del resto stava pensando di ritirarsi per l'impossibilità di assaltare la città e per la mancanza di rifornimenti. Vologase fece costruire ai soldati romani un ponte, e si allontanò. La campagna fu poi ripresa e portata a termine vittoriosamente da Gneo Domizio Corbulone, mentre Peto fu destituito.
    La ingloriosa disfatta di Cesennio Peto però non si ripercosse su Vettoniano, che più tardi ricevette a  Roma la direzione dell’aerarium Saturni. L’aerarium populi Romani, detto anche saturni perché situato nel tempio di Saturno, alle pendici del Campidoglio, era destinato a custodire non soltanto il tesoro dello stato, ma anche svariati documenti di interesse pubblico, insomma un vero e proprio Archivio di Stato.

    Esso rimase per 79 secoli affidato, sia pure sotto il controllo del senato e l’alta sorveglianza dei magistrati superiori, ai quaestires urbani, cioè a dei giovani alle prime armi nella carriera politico-amministrativa. Augusto invece passò la direzione dell’erario a funzionari di rango pretorio con il titolo di praefecti aerari Saturni.

    Dall’erarium militare, la cassa speciale istituita da Augusto si prelevava il quorum necessario per la liquidazione dei veterani. Il successivo incarico affidato a Vettoniano fu poi quello di curator viarum, e precisamente di "curator viae Aemiliae". Nell’ultimo secolo della repubblica si erano venuti costituendo degli uffici speciali per la gestione di affari sottratti in via eccezionale alla normale competenza delle magistrature relative, a mano a mano che queste si dimostravano ormai insufficienti per i bisogni sempre crescenti dell’amministrazione in Roma e nell’Italia.

    Come nel campo dell’annona, passata dalla competenza ordinaria degli edili a quella di speciali curatori. Qualcosa di simile si verificò riguardo alle vie che da Roma si irradiavano per tutta l’Italia, affidando ad alcuni speciali "curatores viarum" le specifiche attribuzioni dei censori e dei consoli: provvedere alla manutenzione delle vie, ai contratti di appalto, ecc.

    In seno alle varie curiae, taluni uffici da straordinari diventano stabili, e i funzionari che li assumono, i curatores, sono eletti non più dal popolo, ma dal senato o dallo imperatore. Infatti Augusto assunse la carica nel 20 a.c. ed esercitò per mezzo dei suoi rappresentanti, i curatores.

    Questi vennero scelti fra i senatori di rango pretorio per le vie di maggiore importanza, mentre per le vie minori, come la Praenestina, la Latina, la Labicana, la Nomentana, l’Ostiense i curatores furono presi dalla classe dei cavalieri.

    Così Vettoniano, che era già "vir praetorius", ebbe l’incarico di "curator viae Aemiliae", la via fatta costruire da M. Emilio Lepido, console nel 187, dopo l’assoggettamento dei Liguri per unire quelle terre di nuova conquista con la via Flaminia.


    La via Aemilia andava infatti da Rimini a Piacenza seguendo un tracciato che, rimasto pressoché invariato dopo più di duemila anni, è quello stesso dell’odierna via Emilia. Di poi, sembra nell’anno 78, Vettoniano raggiunse il consolato e fu, naturalmente, non consul ordinarius, cioè uno dei due consoli che entravano in carica al 1° di gennaio e davano il nome all’anno, perché in tal caso non avremmo avuto incertezze sulla data.

    Egli fu uno dei consules suffecti che, secondo un sistema inaugurato da Cesare e protrattosi sino alle soglie del basso impero, ad un certo punto dell’anno subentravano ai consules ordinarii. (fu console suffetto per le nundinum del Settembre Ottobre 78 con il collega senatore Quintus Corellius Rufus)

    In questo modo egli raggiunse il rango di "vir consularis" e, con questo, la possibilità di aspirare ai più importanti comandi provinciali. Intanto venne cooptato nel collegio dei "septemviri epulonum" (il sacerdozio più importante dopo quello dei pontifices, degli augures, dei quindecemviri sacris faciundis), incaricati di celebrare annualmente una cerimonia sacrificale in forma di banchetto (epulum) in onore della triade capitolina, Giove, Giunone e Mierva.

    Quindi Vettoniano resse la provincia di Dalmatia, che dopo essere stata dapprima una delle province senatorie, passò poi nel novero di quelle imperiali, sì che Lucius, già sotto Domiziano, la governò appunto col titolo di "legatus Augusti pro pretore".

    Di nuovo fu "legatus Augusti pro pretore" nella provincia di Pannonia (anni 84-85) e quindi nella Mesia superiore: tutte nella zona danubiana, zona che imparò a conoscere assai bene, anche perchè nell’86 partecipò alla prima fase della guerra contro Decebalo. Ebbe grande successo, poichè in questo "bellum Dacicum" ottenne da Domiziano quelle ricompense al valore (dona militaria):
    - quattro corone,
    - quattro hastae purae (lance senza punta e intatte dal sangue),
    - quattro vexilla.

    Erano le decorazioni che spettavano a un combattente di rango consolare come lui, dato che vi era una gerarchia anche rispetto a queste insegne; a un vir praetorius, per esempio, delle ricompense suddette se ne davano non quattro, ma tre, e si scendeva a mano a mano fino alle collane e ai bracciali riservati agli uomini di truppa (armilae, torques).

    Nell’iscrizione le parole "ab. Imp. Domitiano Aug. Germanico" furono scalpellate quando, dopo la morte di Domiziano, la sua memoria venne condannata dal senato (damnatio memoria).

    Fu uomo valoroso, intelligente, intuitivo, onesto, veloce, di grande prontezza e spirito di iniziativa, doti che raccolse la stima praticamente di tutti, tanto che, cosa straordinaria, a 90 anni, ottenne il proconsolato della Provincia dell'Africa, il che dimostra quanto alla sua veneranda età fosse ancora attivo e straordinariamente lucido.

    Sembra che sua figlia, Funisulana Vettulla, avesse sposato Gaius Tettius Africanus, prefetto dell'Egitto. Suo figlio dovrebbe essere stato Tito Pomponio Mamilianus Rufo Antistianus Funisulanus Vettonianus, console nell'anno 100.  Morì nel 98. La tomba di Vettoniano era in via Latina.


    EPIGRAFE

    L (ucio) Funisulano [L (uci) f (ilio)] /
    Ani (ensi) Vettoniano /
    co (n) s (uli) proco (n) s (uli) provin [ciae] /
    Africae VIIvir (o) /
    epulonum [---] / leg (ato) [Aug (usti)] pro pr (aetore) [pro] vin (ciae) /
    Delmat (iae)! item pro [vinc (iae) P] anno (niae) /
    item provin [c (iae) Moesiae --- curatori] /
    viae Aemiliae [--- leg (ato)] /
    gamba (ionis) IIII Scythic (ae) [ ---] /
    provincia [e ---]