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Sito dedicato interamente alla vita, ai fasti, alle vittorie e sconfitte dell'Impero Romano. Più di 1000 anni di storia del più affascinante, potente e organizzato Impero che l'uomo abbia mai creato.
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  • 08/20/19--05:27: GLI DEI AIUTANTI DI CERERE

  • Nell'antico sacro cereale un sacerdote, il Flamen Cerialis (uno dei flamini minori), invocava Cerere (e probabilmente anche Tellus) insieme a tredici divinità ausiliarie, specializzate e minori, per assicurare aiuto e protezione divina in ogni fase del ciclo del grano, cominciando poco prima della Feriae Sementivae. Wilhelm Heinrich Roscher elenca queste divinità tra gli indigitamenta, nomi usati per invocare specifiche funzioni divine.

    Gli indigitamenta erano un elenco di divinità custodite dal Collegio dei Pontefici per assicurare che nelle preghiere pubbliche venissero invocati i nomi divini esatti. Queste liste descrivevano la natura delle varie divinità che potevano essere invocate in circostanze particolari, specificando Dei e sequenza delle invocazioni. I primi indigitamenta, come molti altri aspetti della religione romana, furono attribuiti a Numa Pompilio, il II re di Roma.

    Si suppone che gli Dei Indigetis fossero quel numero enorme di divinità che i romani accolsero nel loro panteon man mano che accoglievano nuove genti all'interno dell'urbe prima, e poi nell'Impero romano, quasi sempre a causa di guerre di conquista. 

    Annali del Museo -1 38 -  "Vervactor era uno degli Dei che alla coltura della terra era il primo invocato nel sacrificio che il Flamine Cerere offriva a quella Dea ed alla Terra. Invocava egli eziandio le seguenti divinità cioè :Conditor, Convector, Imporcitor, Messor, Obarator, Occator, Reparator, Sorritor, Subruncinator, Vervactor trae il suo nome da Ver perchè presiedeva egli ai lavori di quella stagione.
    Secondo alcuni questi aiutanti erano solo dieci, ma per altri erano 12, per altri 13.


    "Ognuna delle fatiche dell'agricoltura avea il nume suo proprio, il proprio genio tutelare. I nomi degli lddii che invocava in Roma il flamine della Dea Dia, l'italica Cerere, erano i seguenti: Vervactor, Reparator, Abarator, Imporcitor, Insitor, Occator, Sarritor, Subruncator, Messor, Convector, Conditor, Promitor."

    Micol Perfigli ha fatto una tesi pregevole, pubblicata da ETS, su Indigitamenta. Divinità funzionali e Funzionalità divina nella Religione romana. Contiene il nome del dio Obarator a pagg.: 141, 145, 178, 186, 193n, 201, 222n.. I nomi sono imposti agli Dei in base ai compiti che questi svolgono. Da una parola come erpicatura (occatio) il Dio è chiamato Occator, da sarchiatura (sarritio) il Dio è chiamato Sarritor, dalla concimazione (stercoratio) Sterculinus, dalla semina (satio) Sator.

    Fabio Pittone ha enumerato questi Dei, i quali sono invocati dal flamine nella cerimonia del Sacrum Ceriale per Tellus e Ceres: Vervactor, Reparator, Imporcitor, Obarator, Occator, Sarritor, Subruncinator, Messor, Convector, Conditor, Promitor. […] il Dio Obarator presiedeva l’azione dell’aratura.

    Viene da pensare che in tempi lontanissimi, quando il mondo romano era soprattutto rurale e poco scolarizzato, le invocazioni pubbliche agli Dei aiutanti di Cerere servissero ai contadini per rammentarsi la sequenza delle cose da fare nei propri campi, dalla semina al raccolto e poi fino all'aratura per la nuova semina.

    Ogni divinità degli Dei Indigetes, cioè della società agricola, disponeva di una potenza inferiore con funzione di servitore (minister)… [Serv. Aen. V, 54] Cerere ne aveva addirittura tredici (come le lune o mesi dell'antico calendario lunare).

    Nel cerimoniale in onore della divinità affinché l’invocazione funzionasse davvero, tutti questi servitori dovevano essere menzionati, senza tralasciarne alcuno: solo in questo modo l’azione della divinità avrebbe potuto essere perfetta e senza ostacoli.

    Attraverso questo principio possiamo spiegare la lista di indigitamenta che Fabio Pittore trae dai libri ponteficali, per una sacrum ceriale, una cerimonia in onore di Cerere, di certo compiuta in occasione delle Feriae Sementivae, riportata da Servio:
    "… Vervactor, Reparator, Inporcitor, Insitor, Obarator, Occator, Sarritor, Subruncinator, Messor, Convector, Conditor, Promitor…" [Fab. Pict. Jur. Pont. Fr 3 apud Serv. Georg. I, 21]



    All’invocazione della Dea, si associa dunque quella dei suoi famuli, ciascuno preposto a una singola operazione e che per questo motivo riceve un nome d’agente, costruito semplicemente a partire dall’azione cui è preposto.
    Ed ecco i nomi e i compiti delle divinità che aiutavano la Dea delle messi:

    Vervactor - "Colui che ara " era il primo Dio invocato per l'inizio della stagione agricola. Ver era infatti la primavera, quando il terreno doveva essere arato. Insieme ad Obarator provvedeva all'aratura. Il lavoro durante l’aratura consisteva nel guidare la coppia di buoi che stava davanti camminandogli a lato e tenendo in mano le funicelle che erano legate al freno applicato al naso degli animali. Dietro un altro agricoltore doveva tenere l'aratro nella giusta posizione e contemporaneamente guidare i buoi attaccati all'aratro.

    Obarator - "Colui che traccia la prima aratura". Ob in latino significa "per", da molti ritenuto che ara dal cielo, alcuni credono riguardi la prima aratura assoluta in quel campo, o almeno dal suo proprietario. E' un campo nuovo e quindi avrebbe bisogno più che mai di tutte le benedizioni degli Dei. L'accezione più logica è però che il grano, avendo bisogno di più operazioni, avesse nell'aratura la prima operazione che muoveva la terra.

    Stercoratio (pron. Stercorazio) - "il nume che concima la terra", e cioè Stercolinus, Il concime, derivante dallo sterco, veniva steso sui campi a mano, utilizzando come contenitori dei panieri fatti da intrecci di rametti di vinco o altri vegetali flessibili, rivestiti all’interno con un panno per evitare che il concime uscisse. I contadini con una mano tenevano il paniere e con l’altra, camminando, spargevano il concime in modo più uniforme possibile.

    Occator - "Colui che erpica, erpicatore" colui che usa l'erpice dopo l’aratura per spianare e sminuzzare il terreno smosso con i suoi denti, e poi per interrare semi e concimi, rompere le sottili croste superficiali del terreno, ma anche per asportare erbacce e residui vegetali.  Si usava in genere prima l’erpice piano, un attrezzo di legno molto semplice, che i contadini costruivano da soli. Poi si usava l'erpice di ferro fatto in genere da due specie di gabbie in ferro che sotto avevano ciascuna 20 lunghi e grossi chiodi con la punta leggermente piegata in avanti.

    Reparator - "Colui che prepara la terra" in realtà colui che ripara la terra. Vale a dire spianare o tritare la terra dei campi lavorati con l'erpice.

    Imporcitor - "Colui che solca con un largo solco" Il solco largo permetteva di dare largo spazio e nutrimento alla pianta che cresceva con spighe più rigogliose. Finalmente si è alla fase in cui si solca la terra per la semina.

    Serritor (o saritor) - "Colui che scava" ovvero era il Dio della zappatura e del diserbo. Anche se lo scavare sembra più appropriato allo scavo del solco. Sembra più appropriato la derivazione da sarchiatura (sarritio). La sarchiatura consiste nel taglio o nel rimescolamento del suo strato superficiale di terra, accompagnata in genere dalla rincalzatura, che si eseguiva con la zappa rimuovendo il terreno dall'interfila e addossandolo sul piede delle piante.

    Insitor - "Colui che pianta i semi" era il Dio dedito alla protezione della semina e degli innesti. Tutte queste divinità provvedevano al buon andamento delle diverse azioni compiute dagli agricoltori.

    Subruncinator - "Colui che semina " però più che seminatore appare come il Dio del diserbamento, l'atto di rimuovere le erbacce dai raccolti. Aveva una corrispondente Dea femminile di nome Runcina Ora il runcinator è colui che spiana, e il subruncinator è colui che spiana sotto. Un'azione che sembra più riguardare la lavorazione della terra prima della semina, più che la semina stessa.


    Messor - "Colui che miete, il mietitore" Dopo aver raccolto il grano si procedeva alla trebbiatura, la separazione dei chicchi dalla paglia e dalla pula

    Convector (Convettore)  - "Colui che porta il grano". L'operazione di trasportare il grano mietuto nei posti della battitura doveva essere fatto nel tempo giusto, così come il trasporto dei semi e della paglia.

    Conditor - "Colui che immagazzina il grano". Ora immagazzinare il grano era un'arte, per la pulizia dei locali, per l'arieggiatura, per la protezione dai topi e dagli uccelli. Importante era poi mettere da parte i semi per la nuova semina che non dovevano assolutamente essere toccati anche se il raccolto era  scarso pena l'impossibilità di una nuova semina. Per questo a volte gli agricoltori affidavano i loro semi a un capovillaggio che li custodiva e ne impediva l'uso prima della semina.

    Promitor - "Colui che distribuisce il grano", in realtà sarebbe il promotore del grano. Sappiamo però che spesso anticamente gli agricoltori mettevano da parte del grano per la semina e lo affidavano al capovillaggio che lo raccoglieva nei silos, per ridistribuirlo poi al momento della semina. Se il raccolto era andato particolarmente bene se ne teneva anche una parte ulteriore, conservata per i futuri raccolti carenti, sostituendo naturalmente il grano vecchio con il grano nuovo. Questa operazione, come tutte le altre, erano ovviamente compiute dagli uomini ma la loro efficacia dipendeva dall'attenersi all'ispirazione di questi Dei minori che andavano ossequiati e invocati.


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  • 08/21/19--04:49: TRES TABERNAE (Lazio)
  • I MOSAICI DI TRES TABERNAE
    Le Tres Tabernae (le tre taberne) era una località dell'antico Lazio sulla Via Appia a circa 50 km da Roma. La sua posizione è segnalata sulla Tabula Peutingeriana, ed era la prima mansio o mutatio (posto di riposo per i viaggiatori) da Roma. A questa altezza si congiungeva probabilmente da ovest una strada proveniente da Anzio, e successivamente una da est proveniente dai piedi della montagna di Norba.

    I suoi resti archeologici vengono situati a 5 km a sud-est di Cisterna di Latina (provincia di Latina nel Lazio), ed esattamente alle Grotte di Nottola, in corrispondenza della progressiva miliaria riportata dalle fonti antiche. Altri ne hanno proposto l'identificazione con Cisterna stessa (scavi del 1993-2001), quantunque per questi ultimi ritrovamenti siano state proposte anche le spiegazioni più disparate.

    STRUTTURA TERMALE

    STORIA E LEGGENDA

    Gli ATTI DEGLI APOSTOLI sono un testo greco contenuto nel Nuovo Testamento, redatto intorno all'80-90 d.c., attribuito dalla tradizione cristiana a Luca, collaboratore di Paolo e autore del Vangelo secondo Luca.

    Secondo questo testo, San Paolo, in viaggio verso Roma, fu accolto da un gruppo di cristiani romani venutigli incontro lungo l'Appia fino a questa mutatio ed a quella più meridionale di Forum Appii (dove via Appia entrava nelle paludi pontine).

    A Tre Taverne fu imprigionato l'ex-imperatore Flavio Valerio Severo (... - 307) da Massenzio (278 - 312) e Massimiano prima di essere ucciso (suicidio imposto da Costantino nel 310).
    Cisterna di Latina, graziosa cittadina che si affaccia sull'antica Via Appia deve la sua storia ai Romani che qui si insediarono fondando Tres Tabernae. I resti di questo antico sito sono visibili e visitabili alla periferia della città.

    Il sito archeologico di Tres Tabernae è il primo insediamento da cui nacque la comunità di Cisterna di Latina; l’antico abitato si sviluppò infatti sull’Appia intorno a una stazione di posta e prese il nome di 3 tabernae, o botteghe.

    La prosperità del luogo cessò con l’arrivo dei barbari prima, e dei saraceni poi, che nell’anno 868 la rasero al suolo.

    LE TERME PER I VIAGGIATORI
    I MOSAICI
    "L’area è passata da quasi quattro anni sotto il completo controllo del Comune grazie ad un accordo con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Latina. Il Comune, dunque, ha preso possesso del sito e di tutto quello che c’è all’interno ed avrebbe pieno diritto a disporre qualsiasi intervento di valorizzazione.
    Ciò nonostante, in questi anni, non sono stati formulati progetti di alcun tipo su Tres Tabernae, né per l’area archeologica, né per i suoi millenari resti. Intanto, gli agenti atmosferici degradano quello che è rimasto del tesoro archeologico cisternese, disseppellito nel 1996 e poi di nuovo ricoperto con un sottile strato di terra.


    LA STRADA ROMANA
    È dai tempi dell’amministrazione Salvatori infatti, che sono iniziati gli scavi per portare alla luce le meraviglie romane che si trovano ai margini dell’Appia. Allora sembrò una scoperta sensazionale e tutti pronosticavano per il sito un grandioso futuro.

    Prima venne ipotizzata la costruzione di un parco archeologico ad hoc, poi la messa in rete con altre aree archeologiche importanti del nostro territorio ed infine il famoso P.I.T (piano integrato territoriale) che avrebbe dovuto valorizzare le potenzialità delle nostre zone a cominciare proprio dal patrimonio archeologico. 


    Sfumate di fatto tutte queste ipotesi, qualche anno fa l’amministrazione Merolla ipotizzò un museo dell’archeologia a Cisterna, che mettesse insieme i preziosi reperti affiorati da altri siti scoperti nel territorio comunale. Un progetto suggestivo riposto nel dimenticatoio assieme alle altre buone intenzioni delle amministrazioni comunali degli ultimi 15 anni.



    Ora tocca al nuovo sindaco Eleonora Della Penna ed ai suoi alleati politici trovare una strada percorribile per ridare alla città le meraviglie del suo passato, compatibilmente con le esigenze di risparmio imposte alla pubblica amministrazione. Il nuovo governo cittadino sembra essere sensibile al tema della valorizzazione del patrimonio archeologico locale, o almeno questo ha trasmesso nel corso dell’ultima campagna elettorale. Vedremo cosa farà concretamente.

    Ma bisogna fare in fretta: il tempo passa ed i preziosi mosaici che impreziosiscono Tres Tabernae si stanno logorando lentamente. A minacciarli, oltre agli agenti atmosferici, ci sono anche gli incendi estivi (in questi anni da quelle parti ne sono scoppiati almeno una mezza dozzina) oltre ai cacciatori di antichità".
    Peccato che Eleonora Della penna si è dimessa in quanto indagata con la sua giunta per truffa. Le Tres Tabernae non trovano soluzione.

    Ma finalmente: dopo anni di abbandono, grazie a una campagna di restauri, ritornano alla luce i bellissimi mosaici che testimoniano la raffinatezza di quell’antica comunità romana. I restauratori illustreranno il lavoro compiuto e proporranno un laboratorio di mosaico.




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    VEDUTA ESTERNA DELLA PORTA PINCIANA
    La Porta Pinciana è un accesso alla città di Roma situato tra Viale del Muro Torto e Via Vittorio Veneto. Della Porta la maggior parte degli studiosi ritiene fosse un semplice accesso secondario ampliato in occasione della ristrutturazione del V secolo.

    I bei giardini sulla collina pinciana appartennero agli Acilii Glabriones almeno dal II sec. d.c., se ne ignorano i confini esatti, ma dai resti ritrovati si presume che si estendessero da Trinità de' Monti fino alle pendici della collina a Villa Borghese, e ad est fino a Porta Pinciana.

    La Porta fu eretta per volere dell’imperatore Aureliano ed inserita nella lunga cinta di mura urbane iniziate a costruire nel 271 d.c., ma terminate solamente nel 279 d.c. Le mura Aureliane, lunghe circa 19 km, seguivano una linea studiata per includere sia le alture che le costruzioni di grandi dimensioni. Anzi molte costruzioni vennero incluse per fare a loro volta da bastioni risparmiando mattoni, soldi e tempo di costruzione.

    Porta Pinciana chiudeva, ai tempi di Aureliano, la VI regio augustea nel versante settentrionale, appoggiandosi alle ripide pendici del Pincio ed utilizzando in parte i muraglioni di sostruzione delle ville, che vi sorgevano sopra.

    Gli horti passarono alla gens Pincia nel IV sec., da cui presero il nome la collina e l'attuale Porta Pinciana. Gli Horti passarono poi ad Anicia Faltonia Proba e suo marito Petronius Probus, divenendo poi proprietà imperiale col nome di Domus Pinciana.

    VEDUTA INTERNA DELLA PORTA PINCIANA

    I NOMI DELLA PORTA

    - un tempo fu chiamata Porta Turata, perché era stata murata; venne infatti murata nel 1808 a causa della sua scarsa importanza per il transito delle merci e, la strada di accesso, l’attuale via di Porta Pinciana, fu ridotta un viottolo. 
    Venne riaperta nel 1887 a seguito dell’urbanizzazione del quartiere a causa di Roma Capitale del regno;

    - ma fu chiamata anche Porta Salaria Vetus, perché da qui usciva la più antica via Salaria che, poco più avanti, si congiungeva con il tracciato della via Salaria Nova. 
    La via del sale proveniva dalla Porta Fontinalis delle Mura Serviane, alle pendici del Campidoglio, costeggiava il Quirinale e con un percorso corrispondente alle attuali via Francesco Crispi e via di Porta Pinciana usciva dalla Porta Pinciana, congiungendosi, poco oltre la porta, alla "via salaria Nova", che invece usciva dalla Porta Salaria, per dirigersi poi verso la Valle dell'Aniene e la Sabina;


    - nel medioevo fu detta “Porta Belisaria”, in quanto rivisitata con due torri cilindriche fatte costruire dal generale bizantino Belisario. 
    Secondo una leggenda il generale Bizantino Belisario, che morì in grande ricchezza, avrebbe mendicato, ormai vecchio e cieco, presso la Porta, dove era ancora visibile, all'inizio del XIX secolo, un graffito, ora scomparso, con su scritto ”Date obolum Belisario”; da ricordare che fu proprio Belisario a restaurare la grande cinta muraria aureliana. 
    La croce greca, raffigurata nella chiave dell’arco, è l’unica testimonianza dei restauri fatti fare da Belisario, a cui si doveva riferire anche l’iscrizione medievale perduta nell’800;

    - la denominazione Pinciana, con le distorsioni dialettali dell'epoca medievale in cui il latino, per mancanza di scuole e scolarizzazione, venne man mano perduto dando luogo all'analfabetizzazione, per corruzione fu detta anche "Porciana" e "Portiniana".

    - oggi si chiama Porta Pinciana dal nome dell'omonimo colle.

    LAGHETTO DEL PINCIO

    IL PINCIO

    Il colle Pincio era collocato al di fuori dei confini originali della città e infatti non fa parte dei sette colli, tuttavia si trova all'interno delle mura costruite dall'imperatore Aureliano tra il 270 ed il 273. e molte famiglie patrizie dell'Antica Roma vi edificarono le loro dimore e i loro giardini (horti), specie nell'ultimo periodo repubblicano.

    Tra i personaggi che elessero la propria dimora sulle pendici del colle ricordiamo Scipione Emiliano e forse anche Pompeo Magno. Ma soprattutto ricordiamo Lucullo, con i suoi splendidi Horti Lucullani, edificati grazie al bottino realizzato con la vittoria su Mitridate nel 63 a.c.

    Vi si trovavano inoltre gli Horti Sallustiani, proprietà in origine dello storico Sallustio e in seguito unificati agli horti luculliani in un'unica proprietà detta in Pincis nell'era imperiale, poi gli Horti Pompeiani, e gli Horti Aciliorum, degli Acilii.

    Proprio per la presenza di queste dimore, il colle fu noto nell'antichità come il Collis Hortulorum (il colle dei giardini). La villa dei Pincii, con quella degli Anicii e degli Acilii, occupava la parte settentrionale della collina e un resto delle sostruzioni di queste residenze è il cosiddetto Muro Torto.

    In epoca augustea la regio subì un'intensa urbanizzazione: qui Agrippa fece edificare il Campus Agrippae (dedicato nel 7 a.c.), una villa e la sua tomba, mentre sua sorella Polla fece edificare la Porticus Vipsania. In prossimità di piazza Santi Apostoli si trovava la caserma della I coorte dei vigili e poco lontano era il mercato della carne suina, il Forum Suarium.
    ANTICA STAMPA DELLA PORTA PINCIANA

    LA PORTA

    La Porta venne realizzata dall'imperatore Onorio durante le operazioni di restauro delle mura aureliane operato nel 403, ingrandendo la preesistente posterula di epoca aureliana e realizzando le due torri laterali a base semicircolare, e che conserva ancora l'originale arco centrale in travertino.

    Il pericolo delle invasioni barbariche era incombente si che Onorio fece anche rialzare l'intera cinta muraria, rinforzare le torri e le porte e fece costruire le torri difensive alle porte che non ne avevano, con merlature e posti di guardia, come la Pinciana, l'Asinaria e la Metronia.

    Il suo arco in laterizio, rimase unico perchè meno passaggi c'erano più le porte erano facili da difendere, collocato fra due dei tanti contrafforti quadrati che sporgevano dalle mura, tuttavia ampliato e rinforzato, e ne vennero aggiunte le due torri cilindriche ai lati, non si sa per quale ragione asimmetriche.

    L'arcata originaria, in travertino, è rimasta quella dell'epoca. La porta Pinciana passò così, grazie ad Onorio, da posterula a Porta di grande importanza strategica, posizionata com'era in cima al colle, e venne affiancata da due solide torri semicircolari. Le piccole porte su entrambi i lati sono state aggiunte nel XX secolo.




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    La Cohors I Cantabrorum [equitata] era la I coorte tedesca dei Cantabrici, originari della Spagna nordoccidentale ed era un'unità ausiliaria romana. È dimostrata da diplomi militari e marchi sui laterizi. (coorte = sottounità della legione romana)

    Detti Cantabrorum in quanto furono reclutati nella formazione dell'unità dal popolo dei Cantabrici, ed
    equitata: in quanto erano in parte a cavallo. Secondo alcuni fu invece solo peditata (fanteria), ma ci sono prove di una parte equitata.
    La I e la II Cantabrorum vennero reclutate nella provincia Hispania Citerior Tarraconensis tra i cantabri, uno dei popoli pre-romani della Hispania che si era opposto più ferocemente alla conquista romana, specialmente durante le guerre augustee in Cantabria.

    Poiché non vi sono prove per il suffix milliaria (1000 uomini), l'unità poteva essere una coorte di fanteria con una forza nominale di 480 uomini ma si ritiene invece una Cohors equitata con una forza di 600 uomini (480 fanteria e 120 cavalieri) composta da una fanteria di 6 centurie con 80 uomini ciascuno e 4 Turmae (la più piccola unità tattica di cavalleria romana) con 30 cavalieri ciascuna. 



    STORIA

    La data del reclutamento è sconosciuta, ma forse è stata fatta sotto il dominio di Nerone (37-68), in occasione delle campagne orientali di Corbulo (7-67), per sostituire le truppe che erano state mandate ad est dal limes del Danubio.

    La prima prova di unità nella provincia della Mesia si basa su diplomi militari datati al 78 d.c. (Diploma Militaris CIL XVI, 22 febbraio 7, 78) Nei diplomi, la coorte è elencata, nell'era di Vespasiano, come parte delle truppe di stanza in Mesia, alla base di Ad Aquas (Prahovo, Serbia), sotto il governatore Sextus Vettulenus Cerialis.  

    I luoghi della coorte in Moesia erano probabilmente: Acumincum: i reperti in mattoni COHICANT indicano la presenza (o parti) della coorte in o vicino all'Acrumum. Sicuramente partecipò alla Campagna di Corbulo contro i Parti e alla Guerra Giudea di Vespasiano e Tito.

    Conosciamo solo il nome di uno dei suoi Praefecti, M. Clodius Ma(ternus?) ( Ins. Ital . X, II, 737), nativo di Brixia (Brescia - Italia), e di uno dei suoi soldati, Crispo ( Situla 19).
     
    I seguenti comandanti dell'unità sono noti:
    - Caio Cammicus Sabinus ( AE 2010, 1853 ) (AE =Année épigraphique) Nel diploma militare viene chiamato comandante dell'unità perché il diploma è stato rilasciato a un soldato del Cohors I Cantabrorum. Il suo grado non è specificato nel diploma.


    Imp (erator) Caesar Vespasianus Augustus pontifex maximus tribunic(ia) potestat(e)
    VIIII imp(erator) XVIIII p(ater) p(atriae) censore co(n)s(ul) VIII peditibus et equitibus 
    qui militante in cohortibus octo I Cantabrorum I Thracum Syriaca I Sygambrorum tironum II Lucensio III et VIII Gallorum Cilicum Mattiacorum quae sunt in Moesia sub Sex(to) Veterinario tuleno Ceriale qui quina et vicena stipendia aut plura meruerunt quorum nomina subscripta sunt ipsis liberis posterisque eorum civitatem dedit et conubium cum uxoribus quas tunc habuissent cum est civitas iis dati aut si qui caelibes essent cum iis quas postea duxissent dum taxat singuli singulas a(nte) d(iem) VII Idus Febr (uarias) L(ucio) Ceionio Commodo D(ecimo) Novio Prisco co(n)s(ulibus) 
    coorte(a) I Cantabrorum cui prae(e)st C(aius) Cammicus C(ai) f(ilius) Fab(ia) Sabinus pediti Octavio Daphni f(ilio) Lingon(i) descriptum et recognitum ex tabula aenea quae fixa est Romae in Capito lio post piscinam in tribunal(i) deorum  party posteriore
    Sex(ti) Priverni Celeris
    P (ubli) Atini Rufi 
    Cn(aei) Pompei Maximi
    M(arci) Veturi Montani
    M(arci) Stlacci Iuvenalis
    L(uci) Naevi Vestalis
    M(arci) Lolli Rufi   

    Imp (erator) Caesar Vespasianus Augustus pontifex maximus tribunic(ia) potestat(e)
    VIIII imp(erator) XVIIII p(ater) p(atriae) censore co(n)s(ul) peditibus et equitibus qui militante in cohortibus octo I Cantabrorum I Thracum Syriaca Sygambrorum tironum Lucensium III et VIII Gallorum Cilicum Mattiacorum quae sunt in Moesia sub Sesso(a) Vettuleno Ceriale qui quina et vicena stipendia aut plura meruerunt quorum nomina subscripta sunt ipsis liberis posterisque eorum civitatem dedit et conubium cum uxoribus quas tunc habuissent cum est civitas iis dati si qui caelibes essent cum iis quas postea duxis inviato dumtaxat singuli singulas a(nte) d(iem) VII Idus Febr(uarias) L(ucio) Ceionio Commodo D(ecimo) Novio Prisco co(n)s(ulibus) coorte(è) I Cantabrorum cui prae(e)st C(aius) Cammicus G(ai) f(ilius) Fab(ia) Sabinus  pediti  Octavio Daphni f(ilio) Lingon(i)  descriptum et recognitum ex tabula aenea quae fixa est Romae in Capitolio.

    - Marco Clodio Ma[.] ( CIL 5, 4326 ): nell'iscrizione è elencato come prefetto della Cohors Cantabrorum, che può essere la Cohors I Cantabrorum. L'omissione del numero probabilmente significa che il Cohors II Cantabrorum non esisteva in quel momento.

    DIPLOMA MILITARE DELLA II CANTABRORUM
    L'unità dovette partecipare alle operazioni precedenti alla guerra di Domiziano (51-96) di Dacia, ma ne uscì fuori così danneggiata, che i pochi sopravvissuti furono integrati in un'altra unità, forse il Cantabrorum di Cohors II inviato in Giudea.

    Questa ultima unità era destinata alla Siria o alla Cappadocia e partecipò alla I guerra giudeo-romana sotto la direzione di Vespasiano e Tito Insieme alla I cohors cantabrorum, essendo stanziata nella provincia della Giudea, dove appare attestata nel diplomatico militaris CIL XVII 33 del 13 maggio 86, AE 2005, 731 anche di 86, ZPE 170, 2009, pp. 201-206 di 87 e RMD V, 332 di 90, tutti sotto Domiziano.
    Non ci sono testimonianze dopo l'ultima data di questa unità, quindi deve essere scomparsa in qualche azione di combattimento sconosciuta.


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  • 08/24/19--05:14: GENS ROSCIA
  • CONIO DELLA GENS ROSCIA RAFFIGURANTE GIUNONE CAPROTINA
    Non sappiamo molto della gens Roscia se non che il suo nome doveva risalire alla colorazione dei capelli di alcuni suoi capostipiti, naturalmente rossi. Doveva essere però una gens di una qualche importanza, visto che le venne concessa la coniazione di una moneta d'argento, dedicata a Lucio Roscio Fabato, pretore e comandante della X legione sotto Giulio Cesare in Gallia, tant'è che questa moneta fu definita Moneta Roscia. Si trova spesso Giunone sulle monete del denaro dei repubblicani le cui radici familiari sono nel Lanuvium, come L. Roscius Fabatus e davanti a lui Lucio Thorius Balbus, Lucio Procilio e Lucio Papio.

    Secondo alcuni storici il nome di Castello di Rosceto, Todi (PG) deriverebbe dalla Gens Roscia,  anche se sul luogo non sono state trovate almeno a tutt'oggi tracce che testimonino la loro presenza.
     

    - Lucio Roscio - 

    (Lucius Roscius) è il più antico componente della gens Roscia che risulta nominato. Questi fu uno dei quattro romani inviati a Fidenae dopo la rivolta contro il dominio romano e l'alleanza con la città etrusca di Veii. Lui e gli altri emissari romani furono assassinati per ordine del re di Veii, Lars Tolumnius, (morto nel 437 ac).
     

    - Lucio Roscio Fabato -

    Il nome latino di Lucio Roscio Fabato, cioè Lucius Roscius Fabatus, come già detto, comparve effigiato sulla moneta d'argento del 64 o del 58 d.c. con la scritta L. Rosci da un lato e Fabati dall'altro.
    Trattasi di un denario di argento, frangiato, di circa 4 g che presenta su un lato l'immagine di Iuno Sospita (Giunone soccorritrice) con la testa ricoperta di una pelle di capra con dietro una minuscola casetta forse simbolo del mundus, o entrata agli Dei Mani, oppure, come sembra più probabile un piccolo santuario.

    Sotto c’è la scritta L. Rosci (” di Lucio Roscio”). Sul retroverso è raffigurata una giovinetta che estrae del cibo da una sacca (secondo alcuni sarebbero dei pesci) per darlo a un serpente sacro e sotto vi è scritto Fabati (di Fabato).

    Ora la pelle di capra che avvolge il capo di Giunone allude all'antica Dea Capra (a Roma c'è un monte Caprino a lei dedicato ove evidentemente sorgeva un suo santuario, e non certo perchè nel centro di Roma ci pascolassero le capre come qualcuno ha suggerito), una Dea lussuriosa, fertile e donativa di latte, che venne poi assimilata a Giunone con quest'immagine.

    Non si sa bene se Lucio fosse pretore, o questore, o legato di Giulio Cesare nel corso della conquista della Gallia, ma si sa che fu comandante della X legione sotto Giulio Cesare in Gallia dal 54 a.c., e la X non era una legione qualsiasi, perchè era la più gloriosa e fidata del generale romano e di certo Cesare l'avrebbe fatta guidare solo al più valoroso e affidabile dei suoi comandanti.

    LA MONETA IN ALTRO CONIO
    Si sa poi che fu  Praefectus monetalis nel 64 o nel 58 a.c. e che a lui si debba, forse nel 59 a.c., la proposta della lex Manilia Roscia Peducaea Alliena Fabia, probabilmente una norma attuativa della Lex Iulia agraria campana del 59 a.c., voluta da Cesare, che istituiva un collegio di venti persone per dare esecuzione alle norme di questa legge. Trattavasi di una legge molto importante e pericolosa, visto che sei dei suoi propositori vennero nel tempo assassinati per impedirne la prosecuzione, ma che invece si occupava della tutela delle assegnazioni nelle colonie e nei municipi, in una prospettiva di salvaguardia dell’ordine pubblico.

    Dopo la seconda spedizione in Britannia, Cesare inviò Lucio Roscio a svernare nel territorio degli Esuvi (un popolo celtico della Gallia) con la XIII legione. Nel 49 a.c., egli viene menzionato dalle fonti con la carica di pretore, per cui divenne l'autore della legge che concedeva la cittadinanza romana ai Transpadani. La Lex Roscia, presentata per conto di Giulio Cesare, concedeva il Plenum ius ai cittadini della provincia della Gallia Cisalpina. Questi con la Lex Pompeia de Transpadanis avevano ricevuto nell'89 a.c. la cittadinanza latina, mentre la legge del 49 a.c. concedeva la piena cittadinanza romana.


    Giulio Cesare cercava così di garantirsi l'appoggio della popolazione della Transpadana, che aspiravano da tempo al Plenum ius, proprio allo scoppio della Guerra Civile contro Pompeo Magno. La famosa Legio X era stata del resto in gran parte reclutata nella Cisalpina. Altra conseguenza della Lex Roscia fu la trasformazione delle città da colonie latine a municipia romani, un notevole impulso all'urbanizzazione. Inoltre cercò in ogni modo di scongiurare la guerra civile tra Cesare e Pompeo però, una volta iniziata la guerra, Lucio Roscio si schierò con Cesare. Nel 43 a.c. morì nella battaglia di Modena, alla dovette partecipare nelle file dell'esercito senatorio contro Marco Antonio.



    LA CERIMONIA LANUVIANA

    La Moneta Roscia, così detta perchè dedicata ad un membro della gens Roscia, fa riferimento ad una sacra cerimonia latina che si teneva a Lanuvium (donde si pensa fosse originaria la Gens Roscia) in onore di Juno Sospita. Si dice che la cerimonia consistesse in un rito nel quale una vergine scendeva in una grotta nella quale vi era un serpente e dove la vergine doveva dare del cibo al serpente stesso: se la fanciulla era casta sarebbe tornata sana altrimenti non sarebbe più uscita viva.

    La realtà però era altra, il serpente era il simbolo della Madre Terra e tutte le Pitie o Pitonesse ne allevavano nei templi della Grande Madre Tellus. Nessuna sacerdotessa venne mai morsa, per il semplice fatto che un serpente, come un cane o un gatto, si affeziona a chi lo nutre e mai gli farebbe del male. Anzi i serpenti amano essere accarezzati e coccolati come qualsiasi creatura.


    - Quinto Roscio Gallo -

    (lat. Q. Roscius Gallus). Attore latino (m. prima del 62 a. C.), schiavo di origine, uomo di grande cultura, nativo dell'agro Solonio presso Lanuvio. Liberato da Silla, divenne uno dei più bravi attori romani, tanto che il suo nome divenne tipico per l'artista di scena. Introdusse l'uso della maschera in scena; tenne anche scuola di recitazione e compose un libro su quest'arte, forse il primo manuale di recitazione. Contribuì al successo delle commedie di T. Quinzio Atta.  in contatto con gli uomini più in vista della Roma antica. Fu difeso da Cicerone, del quale era stato maestro per l'arte del porgere, nella causa di risarcimento di danni contro Fannio Cherea con l'orazione Pro Roscio comoedo (del 77 o del 66 a.c.).  Alla carriera da attore affiancò quella da equestre, titolo insignitogli da Silla.


    IL GIOVANE CICERONE
    - Sesto Roscio Amerino (il giovane) -

    (lat. Sextus Roscius Amerinus). - Cittadino di Ameria (Amelia), difeso da Cicerone (80 a.c.) in un processo intentatogli da Crisogono, liberto di Silla, con l'accusa di avere ucciso il padre (i beni del quale lo stesso Crisogono aveva carpito mediante la proscrizione). 

    L'orazione in sua difesa, Pro Sexto Roscio Amerino, è la seconda in ordine cronologico, tra quelle di Cicerone, ed è una delle più perfette, ma presentò qualche rischio per Cicerone, poichè egli accusò Lucius Cornelius Chrysogonus, un liberto di Silla (Sulla), poi dittatore di Roma, per corruzione e coinvolgimento nel crimine.

    Crisogono aveva comprato la proprietà del proscritto Sextus Roscius Amerinus, del valore di 250 talenti (ogni talento corrispondeva a 100 libbre d'oro), per 2.000 denari (un denaro equivaleva a 1/72 di una libbra romana, d'argento. Alla fine, Sesto il giovane fu assolto dalle accuse di omicidio, ma non potè riappropriarsi della sua terra.


    Lucio Roscio Ottone -

    di origine plebea, ottenne la carica di tribuno della plebe e fece la legge sui teatri, "Discrimina ordinum: The Lex Julia Theatralis" una legge del 67 a.c. che riservava 14 file di buoni posti nel teatro per membri dell'ordine equestre. Gli equites o "cavalieri" che avevano questo privilegio non erano tutti quelli che soddisfacevano i requisiti di proprietà sotto il censimento per l'ammissione all'ordine, ma piuttosto quelli che avevano il diritto del "cavallo pubblico", un gruppo più piccolo e più elitario. Il poeta latino Orazio si riferisce ad esso satiricamente nelle sue epistole e si chiede se il melior est sia un puerorum nenia (è molto meglio della filastrocca per bambini).


    - Marco Roscio Coelio -

    Marcus Roscius Coelius (o Caelius) fu un ufficiale militare del I sec. d.c.. Fu un legato della XX Valeria Vitrix stazionata in Britannia nel in 68. Egli era in conflitto con il governatore provinciale, Marco Trebellius Maximus, e colse l'occasione durante il tumulto dell'anno di quattro imperatori per fomentare l'ammutinamento contro di lui. Trebellius perse ogni autorità con l'esercito, che si schierò con Coelius, e fuggì per farsi proteggere da Vitellius in Germania. Celio con i suoi regnò brevemente nella provincia fino a quando Vitellio, ora imperatore, inviò Marco Vettio Bolano come il nuovo governatore alla fine del 69. L'anno della guerra civile finì quando Vespasiano divenne imperatore. Nel 71 questi ricordò il comportamento infido Coelius che gli era stato reso noto, e lo sostituì nel comando della XX Valeria Victrix con Gneo Giulio Giulio Agricola.


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  • 08/25/19--05:11: MAUSOLEO DI VIRGILIO
  • PARCO E TOMBA DI VIRGILIO
    Nel piccolo parco sito alle spalle della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, nei pressi della stazione ferroviaria di Mergellina, sulle pendici orientali del promontorio di Posillipo, sembra si trovi la preziosa tomba-mausoleo di Virgilio Marone (Andes, 70 a.c. - Brindisi, 19 a.c.), il grande autore dell'Eneide.

    Posillipo viene dal nome greco Pausilypon (“pausa della tristezza”) dato alla splendida villa romana che sorgeva sulla collina, villa Patulco, dal nome della divinità venerata in zona, che avrebbe appartenuto al grande Virgilio, ma tutta l’area a giardino, che ospita monumenti rilevanti per la storia dell’area partenopea, ha un aspetto magico e sognante.

    Publio Virgilio Marone asserì aver qui composto le sue opere Bucoliche, Georgiche e parte dell’Eneide. Morto a Brindisi, dopo un viaggio dalla Grecia, nel 19 a.c., lasciò per testamento di essere sepolto in detta zona, ovvero nel mausoleo a colombario di età augustea.

    All’entrata del parco un'edicola del 1668, posta dal viceré Pietro d’Aragona, ricorda la presenza della tomba virgiliana e in una grande nicchia sulla parete, si trova un busto di Virgilio su colonnina, omaggio nel 1931 degli studenti dell’Accademia dell’Ohio. Poi salendo si giunge all’ingresso orientale della Crypta Neapolitana, una delle più antiche gallerie del mondo, scavata in età augustea come collegamento tra Napoli e i Campi Flegrei.

    PARCO VIRGILIANO E CRYPTA NEAPOLITANA
    Circa un secolo dopo la morte di Virgilio, il luogo divenne sacro e meta del turismo colto, come Stazio, Plinio il Giovane e Silio Italico, il quale si recava al sepolcro virgiliano, per ricordare il 15 ottobre l’anniversario della nascita del poeta. 

    Secondo Elio Donato (secolo IV d.c.), biografo di Virgilio, il poeta fu sepolto al II miglio della via Puteolana, un’ubicazione che sarebbe per alcuni l’area attigua alla strada romana che attraversava la grotta in direzione di Pozzuoli, per altri si riferirebbe a luoghi più lontani, fino alle falde del Vesuvio. 

    Però la tradizione popolare giura che in questo mausoleo venne sepolto Virgilio, assurto a divino protettore di Napoli e magico creatore della Crypta. Il mausoleo, edificato in opus reticulatum a colombario con tamburo cilindrico su un basamento quadrangolare, ha la cella funeraria a pianta quadrata con volta a botte, illuminata da feritoie e dotata di dieci nicchie per ospitare le urne cinerarie. 

    L'EPIGRAFE VERLILIANA
    Nota anche come “Grotta vecchia di Pozzuoli”, questa galleria fu costruita in età augustea dal liberto Lucius Cocceius Aucto, architetto di Agrippa ed ammiraglio di Ottaviano. Menzionata nella Tabula Peutingeriana e ricordata oltre che da Strabone anche da Donato, Seneca, Petronio ed Eusebio, risulta scavato interamente nel tufo per m 705, larga m 4,50 e alta m 5,00, rischiarata e ventilata da due pozzi di luce obliqui.

    Qui fu rinvenuto però un bassorilievo marmoreo di Mitra di fine III - inizio IV secolo d.c., ora conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il che ha fatto ipotizzare un luogo di culto mitriaco, non a caso usato in luoghi sotterranei. 

    Ma la tradizione è importante e il poeta Silio Italico, Console di Roma nel 68 d.c., ne acquisì la proprietà: ”Egli ogni giorno visitava il sepolcro di Marone, adorando le fredde di lui ceneri come fatto avrebbe di un Nume”, come testimoniò Marziale: “Silius haec magni celebrat monumenta Maronis”.

    L'INTERNO DEL MAUSOLEO
    Papirio Stazio, poeta amico di Domiziano “solea sedere sopra i gradini del monumento, e godea di accompagnare con la lira i versi che i mani del suo eccelso maestro avevano saputo ispirargli”. L'urna marmorea con le ceneri di Virgilio, secondo vari storici, fu fatta trasferire, su ordine di re Roberto d’Angiò, presso il Castel dell’Ovo nel XIV secolo, al fine di metterla in sicurezza dal passaggio dei diversi visitatori e viandanti.

    La tomba era posizionata lungo la via Puteolana, strada extra-urbana in direzione di Pozzuoli, ove erano solite le costruzioni funerarie e i templi dedicati al Dio del sole, Mitra.

    Vi fu testimonianza di lapide in cui si riscontra la proprietà del sepolcro ceduta dai Canonici Regolari Lateranensi al sig. Giuseppe Vitale nel 1643:

    Maronis Urnam, cum adiacenti monticulo extensaque ad cripta planitie modiorum trium cum dimidio circuite, Urbano VIII annuente ac Reverendissimo D.Gregorio Peccerillo, Vicario Neapolitano una cum admodum Reverendo D.Io.Vincentio Iovene, Canonico Cimiliarca Neapolitanae Archiepiscopalis, delegatis exequntoribus, anno addicto censu duc. 52, Domino Iosepho Vitale, eiusque in aevum successoribus Canonici Regulares Lateranenses concessere anno salutis 1643
    (Storia Patria, p.723).

    IL BUSTO DI VIRGILIO
    Sulla lapide, scritta per mano di Virgilio si leggeva:
    MANTUA ME GENUIT, CALABRI RAPUERE,
    TENET NUC PARTHENOPE,
    CECINI PASCUA, RURA, DUCES

    “Mantova mi generò, in Calabria venni rapito, Ora mi tiene Partenope; cantai pascoli, campi e condottieri.”

    Ma Virgilio non venne ritenuto solo un grande poeta, ma pure un grande mago, tanto più che era iniziato al “neopitagorismo”, corrente filosofica e magica-religiosa diffusa in Magna Grecia ed a Napoli.
    Si credeva così che la Crypta Neapolitana fosse stata costruita da Virgilio per agevolare i viandanti diretti o provenienti da Pozzuoli, congegnando il tunnel in modo da essere illuminato dalla luce del sole. 

    LA CRYPTA  ADIACENTE AL MAUSOLEO
    Ma non solo, perchè gli si attribuì pure di “aver dissipata l’aria malsana de’ dintorni di Napoli; e l’aver per incanto distrutte le cicale e le sanguisughe nelle acque” rendendo salubri i bagni delle acque flegree dalle virtù terapeutiche, donate poi dallo stesso ai poveri della città di Napoli.

    Secondo la leggenda un libro di magia, conservato nella sua tomba e tanto ricercato dai negromanti, finì per essere rinvenuto e “studiato nell’opera di Chironte e divenuto esperto in magia” (S. Volpicella).




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  • 08/26/19--04:25: LUCUS FAGUTALIS
  • FAGGETA

    Lucus Fagutalis - Bosco di faggi -

    Dopo l’ultima glaciazione (circa 10.000 anni fa) le condizioni idonee alla faggeta risalirono dalle basse zone di rifugio dove erano scese nel periodo freddo, verso le quote attuali. Pertanto il faggio si adattò molto bene nella sede romana, ed esattamente sul colle Esquilino, dove prosperava un'ampia faggeta, e sembra si tratti del più vasto lucus, o bosco sacro, romano.

    Il Lucus era detto Facutalis o Fagutalis, nome dato evidentemente dall'abbondanza di faggi, che ospitava un santuario a Giove, detto appunto Giove Fagutale. Anche per Varrone, il termine latino fagutal deriva dal fagus ("faggio"), alberi frequenti in questa parte dell'Esquilino e alcuni studiosi hanno ipotizzato che si trattasse di una divinità profetica, come lo Zeus di Dodona, dove le profezie erano ricavate dallo stormire del vento tra le foglie della quercia sacra.

    Varrone cita il lucus Fagutalis come parte dell'Oppius, e in effetti era posto nella parte dell'Oppio che guarda il Celio. Il tempio dedicato a Giove era detto "Sacellum Iovis Fagutalis" e la via che ad esso conduceva era chiamato Vicus Iovis Fagutalis.

    FAGGETA
    Varrone: "Fagutal a Fago unde etiam quod ibi Sacellum Jovis Fagutalis"
    Festo: "Fagutal Sacellum Jovis in quo fuit Fagus arbor quce Jovis sacra habebatur" (da notare che Festo lo colloca fra i luoghi nei quali si celebravano i sacrifici nella solennità del Settimonzio).
    Plinio: "Fagutali Jovi etiam mine ubi Incus fageus fuit" (che lo riferisce ancora esistente ai suoi tempi).

    Solino: "Tarquinius Superbus et ipse Esquiliis supra Clivum Pullium ad Fagutalem lucum" il Clivo che dalla nuova Suburra porta a S Pietro in Vincula. Infatti Solino riferisce che la casa di Tarquinio il Superbo sorgeva presso il lucus Fagutalis, situato, a sua volta, vicino al clivus Pullius. Da quest'ultimo nome deriva quello di una chiesa medievale, s. Griovanai in Grapullo, che sorgeva nei pressi della basilica di s. Pietro in Vincoli, ove erano locati sia il clivus Pullius che il locus Fagutalis che gli era attiguo.

    VIA IN SELCI CON I RESTI ROMANI - INCISIONE DEL '700

    VIA IN SELCI

    Il bosco era situato nella parte meridionale del Colle Oppio, tra l'odierna via Cavour e l'odierna piazza di S. Pietro in Vincoli (Santus Petrus in Vincula), per altri si trovava nell'odierna via di Santa Lucia in Selci, così chiamata per i "silices" (roccia di silice o selce) di lastricato romano ritrovati durante un restauro in questa zona intorno all'anno Mille, sicuramente da riferire all'antichissimo "clivus Suburanus", che nella parte iniziale ricalcava esattamente via in Selci.

    Al civico 94 della via in Selci si trova la Casa dell'ex Monastero delle Paolotte, un edificio settecentesco delle suore di S.Francesco da Paola. Nel 1744, durante i lavori di edificazione, fu ritrovato un complesso di antichi oggetti in oro, argento e marmo che facevano parte di un corredo nuziale di "Secundus e Proiecta", della celebre famiglia degli Aproniani, della fine del IV secolo. 

    Il prezioso materiale fu subito alienato dalle monache e andò disperso. L'edificio, espropriato dallo Stato Italiano dopo il 1870, fu completamente trasformato all'interno ed attualmente è sede di un Comando dell'Arma dei Carabinieri. Il che dimostra quanto sempre poco fu a cuore l'arte romana per i nostri governanti.



    GIOVE FAGUTALE

    Tenendo presente che i faggi sul colle romano, specie nell'antica Roma dove il clima era un po' più caldo di oggi, erano sempreverdi, ovvero cambiavano leggermente di colore, dal giallo al rossastro, ma non cadevano, il bosco doveva assumere un significato di immortalità, mentre il Giove della quercia aveva un significato di forza perchè nessun vento lo può abbattere e nemmeno un incendio, dato che le sue radici raggiungono una grande profondità. 

    Fin dall'antichità romana, la cima del Fagutale è sempre stata teatro di eventi di grande fermento popolare e religioso; negli strati del suo sottosuolo si sono infatti succeduti nel tempo: un luogo di culto a Diana, la domus di Tarquinio il Superbo, gli Orti di Mecenate e le Terme di Tito, senza considerare la presenza, nelle immediate vicinanze, della Domus Aurea di Nerone e del Colosseo.

    Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, cioè che fa bene, sia perchè è beneaugurale, sia perchè fa bene al luogo dove cresce e agli uomini che lo frequentano.

    «Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella».

    (Plinio il Vecchio Nat. Hist. XVI 37)


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    «La Gallia è, nel suo complesso, divisa in tre parti: la prima la abitano i Belgi, l'altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua prendono il nome di Celti, nella nostra, di Galli»
    (Gaio Giulio Cesare - De bello Gallico- Libro II) 

    La battaglia del Sabis, nota anche come battaglia del Sambre o battaglia contro i Nervii, fu combattuta nel 57 a.c. nelle Fiandre (regione del Belgio), tra l'esercito romano comandato da Gaio Giulio Cesare e un'alleanza di tribù belgiche, comandata da Boduognato, nel territorio vicino al fiume Sambre, nei pressi di Saulzoir (Francia).

    Cesare aveva un nutrito numero di esploratori, amici, spie e delatori che considerava preziosi per la guerra, e attraverso questi, e pure dal generale Labieno, venne a sapere che le tribù di Belgi volevano attaccare i Romani.

    "Cesare allora dà incarico ai Senoni ed agli altri Galli che erano confinanti coi Belgi, di sapere quello che si faceva presso di loro e di informarlo di tali argomenti. Essi costantemente riferirono che si riunivano manipoli, che si raccoglieva l'esercito in un unico luogo. Allora davvero non pensò si dovesse aver dubbi di partire contro di loro. Provveduto il vettovagliamento al dodicesimo giorno muove gli accampamenti ed in circa 15 giorni giunge nei territori dei Belgi".

    Nell'inverno 58-57 a.c. le quattro tibù dei Nervi, degli Atuatuci, degli Atrebati e dei Viromandui si rifiutano di arrendersi. Queste notizie gli furono utili per estendere le proprie conquiste al di là della Gallia vera e propria, per assoldare altre due legioni, la XIII e la XIIII, e per convincere la tribù dei Remi (popolo della Gallia Belgica meridionale, oggi Reims) ad allearsi con lui.

    ALLEANZA BELGICA


    I NERVI

    Le forze in campo:

    - I Romani guidati da Gaio Giulio Cesare:

    Otto legioni: VII, VIII, VIIII Triumphalis, X, XI, XII, XIII, XIIII
    Ausiliari, arcieri e cavalleria
    Totale: circa 40.000

    - L'Alleanza belgica guidata da Boduognato:

    Eserciti alleati dei Nervi, dei Viromandui, degli Atrebati.
    Totale: 85.000

    I Belgi sono più del doppio dei romani, ma Cesare marcia per tre giorni attraverso i loro territori, e scopre dai prigionieri che il fiume Sambre dista dai suoi accampamenti non più di 10.000 passi, che tutti i Nervi si sono insediati al di là di quel fiume e che aspettano l'arrivo dei Romani insieme con gli Atrebati ed i Viromandui, loro confinanti e alleati; e attendevano anche le truppe degli Atuatuci che erano in marcia.

    Allora Cesare manda avanti esploratori e centurioni, che scelgano un luogo adatto dove erigere gli accampamenti. Parecchi dei Belgi già arresi ed altri Galli, anch'essi mercenari al soldo di Roma, marciano al seguito di Cesare, ma non tutti sono affidabili.

    Infatti alcuni di loro, come poi si seppe poi dai prigionieri, attesa la notte, vanno dai Nervi e riferiscono che tra le singole legioni c'erano molti carri e che sarebbe stato facile assalirli, appena giunta la prima legione negli accampamenti essendo ancora distanti le altre legioni. Consigliarono quindi ai Nervi, per bloccare più facilmente la cavalleria, di formare siepi con pali e rovi per impedire l'assalto dei romani.

    CESARE
    "Dal fiume Sabis con uguale inclinazione sorgeva un colle dirimpetto a questo ed opposto, a circa 200 passi, aperto in basso, dalla parte superiore selvoso, tanto che non si poteva facilmente vedere dentro. Dentro a quelle selve i nemici si tenevano in segreto. Nel luogo aperto lungo il fiume si vedevano poche pattuglie di cavalieri. La profondità del fiume era di circa tre piedi."

    Cesare, mandata avanti la cavalleria, segue con tutte le truppe, ma avvicinandosi ai nemici, guida sei legioni leggere; dietro le salmerie e poi due legioni di guardia ai carri. Le sei legioni arrivate per prime cominciarono a costruire il castrum a nord-est del fiume Sabis su una collina. Ad ovest del fiume c'era un altro colle coperto di boschi e qui si appostarono i Belgi.

    I cavalieri romani con frombolieri e arcieri passano il fiume e attaccano la cavalleria nemica che a sua volta attacca e indietreggia, ma la cavalleria romana non li insegue temendo imboscate. Le forze belgiche, sotto il comando di un certo Boduognato, erano composte dai Nervi, dai Viromandui e dagli Atrebati, in quanto gli Atuatuci erano ancora in marcia, e non fecero in tempo a giungere sul luogo della battaglia prima della sua fine. Si erano disposti sulla riva sud del fiume, al riparo degli alberi e si preparavano all'attacco. Improvvisamente tutte le truppe nemiche assalgono i cavalieri che li respingono, ma questi si dirigono agli accampamenti romani.

    BOUDOGNATO
    «Intanto le sei legioni, che erano giunte prime, tracciarono la pianta e cominciarono a fortificare il campo. Quando i nemici, che erano nascosti nei boschi, videro le salmerie romane... poiché dentro ai boschi si erano disposti già in ordine di battaglia... all'improvviso con tutte le truppe mossero in avanti di corsa ed attaccarono la cavalleria romana. Respinti e sbaragliati questi senza difficoltà, i Belgi con grande rapidità scesero di corsa al fiume, tanto da apparire contemporaneamente nei boschi, al fiume ed a combattere contro i nostri. E con identica rapidità mossero per il colle di fronte dove si trovava il nostro campo e verso quelli che erano impegnati a costruirlo

    (Cesare, De bello Gallico 2.19.)

    Cesare deve fare tutto nello stesso istante: ordinare di alzare il vessillo e di suonare la tromba come segnali per correre alle armi, richiamare dalla fortificazione i soldati che erano fuori per cercare materiale, schierare l'esercito ed esortare i soldati. 

    Intanto ha vietato ai legati di allontanarsi dalla fortificazione e dalle legioni, finchè non sono fortificati gli accampamenti, ma i legionari ormai esperti non attendono l'ordine di Cesare, ma da sé organizzano la battaglia.


    Cesare, dati gli ordini successivi, corre giù ad esortare i soldati, e va prima alla X legione, poi dalle altre, che ricordino l'antico valore e sostengano saldamente l'attacco dei nemici, che non distano più di un lancio giavellotto, e dà il segnale di attaccare battaglia. Non c'è tempo, velocemente indossarono gli elmi e tolgono le protezioni agli scudi. Ognuno corre verso le prime insegne che vide, per non perdere l'occasione di combattere nel cercare i suoi.

    Schierato l'esercito, con la vista delle truppe impedita dalle densissime siepi, i soldati della IX e X legione sulla parte sinistra, lanciati i giavellotti, dalla postazione superiore respingono velocemente verso il fiume gli Atrebati, pur sfiniti dalla corsa e dalla stanchezza, e li inseguono mentre passano il fiume massacrandone gran parte. Essi stessi poi passano il fiume e pur in postazione sfavorevole mettono in fuga i nemici che, ripreso lo scontro, resistono di nuovo. 

    Le legioni XI e VIII poi, sbaragliati i Viromandui, combattono dalla postazione superiore fin sulle rive del fiume. Ma avendo svuotati gli accampamenti del fronte e della parte sinistra, poiché la XII legione e la VII si sono fermate nell'ala destra, tutti i Nervi, con una schiera serratissima, sotto il comando di Boduognato, si dirigono a quella postazione. Una parte di loro comincia a circondare sul lato aperto le legioni, una parte si dirige alla sommità della postazione degli accampamenti.


    "Nello stesso tempo i cavalieri romani ed i fanti dall'armatura leggera, insieme a quelli che hanno respinto il primo assalto dei nemici, mentre si ritirano negli accampamenti, si imbattono nei nemici di fronte e cercano la fuga da un'altra parte, ed i portatori, che dalla porta decumana e dalla cima del colle avevano visto i nostri passare il fiume vittoriosi, usciti per far bottino, essendosi voltati indietro e avendo visto che i nemici si trovavano nei nostri accampamenti, a precipizio si davano alla fuga.
    Contemporaneamente sorgeva l'urlo di quelli, che venivano con i carriaggi e terrorizzati si recavano chi da una parte chi dall'altra. 
    Sconvolti da tutte queste situazioni, i cavalieri Treviri, di cui in Gallia c'è un giudizio lusinghiero, i quali mandati dalla nazione erano giunti da Cesare in aiuto, avendo visto che i nostri accampamenti erano riempiti dalla massa dei nemici, che le legioni erano incalzate e quasi circondate erano bloccate, che i portatori, i cavalieri, i frombolieri, i Numidi disordinati e sparpagliati fuggivano in tutte le direzioni, essendo disperate le nostre condizioni, si diressero in patria. 
    Riferirono alla nazione che i Romani erano stati vinti e sconfitti e che i loro nemici si erano impadroniti degli accampamenti e dei carriaggi."

    Le legioni VII e XII, rimaste da sole a difesa del campo romano, furono attaccate da più parti dai Nervi che costituivano la parte più consistente dello schieramento avversario. La situazione è disperata, Cesare vede che i suoi incalzati e ammassati in un sol luogo, che le insegne ed i soldati della XII ammassati erano di impiccio per lo scontro, che sono stati uccisi tutti i centurioni della IV coorte, abbattuto l'alfiere, perduta l'insegna, e feriti o uccisi quasi tutti i centurioni delle altre coorti, tra cui il primipilo Publio Sestio Baculo, uomo fortissimo, colpito da molte e gravi ferite, e vede che i nemici sovrastano da entrambi i lati e non c'è soccorso che si possa inviare.


    Allora sottrae lo scudo a un soldato della retroguardia, perché era venuto senza scudo, avanza nella prima fila e chiama per nome i centurioni, esorta gli altri soldati, ordina di far avanzare le insegne e di allargare i manipoli, perché possano più facilmente usare le spade. 

    Infusa speranza e coraggio nei soldati e desiderando ciascuno far bella figura alla presenza del generale, l'assalto dei nemici viene rallentato. Cesare, vedendo la VII legione incalzata dal nemico, ordina ai tribuni di riunire le legioni, e che girino le insegne contro i nemici. Appena fatto ogni milite soccorre l'altro senza paura di venire circondati, e i legionari cominciano a resistere e a combattere più aspramente.

    "Frattanto le due legioni (la XIII a la XIV) che erano state nelle retroguardie e di scorta alle salmerie, giunta notizia della battaglia (del Sabris), presero a correre a gran velocità (per combattere contro i Nervi)."

    Il generale Labieno intanto, impadronitosi degli accampamenti dei nemici della postazione superiore, manda in soccorso ai romani la X legione che con la XIII e la XIV muta la situazione, anche se i nemici pur senza speranza di salvezza mostrarono un grande eroismo e continuano a battersi senza arrendersi, ma vengono sterminati.

    Alla i veterani nervi, mandano ambasciatori da Cesare, gli si consegnano e dicono che essi da 600 veterani sono ridotti a 3, e da 60.000 uomini ne sono rimasti 500 in grado di portare armi. Cesare li grazia e ordina che tornino ai loro territori e alle loro città intimando ai loro confinanti di astenersi da oltraggi o danni nei loro confronti. Ormai Cesare può dare ordine ai popoli perchè il territorio belga è tutto nelle sue mani.

    LA RESA INCONDIZIONATA

    IL SEGUITO

    Gli Atuatuci, venuti a sapere della sconfitta subita dai loro alleati, si ritirano tutti insieme in una sola città fortificata e inespugnabile: l'oppidum di Namur, che però alla fine deve arrendersi ai romani, e questa vittoria, insieme alla vittoria del fiume Sabis e a quella del fiume Axona, danno a Cesare il controllo delle terre dell'attuale Belgio. Ora può pensare alla conquista della Gallia.


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  • 08/28/19--05:37: DEI INDIGETES
  • IL VOLTO DEGLI DEI
    I Di Indigetes, o Dei Indigetes, ovvero gli Dei Indigeni, erano le antichissime divinità del suolo italico, appartenenti alla religione e alla mitologia italico-romana primitive, non adottati mai da altre religioni.
    Abbondanza, Giano e Quirino sarebbero state le divinità più importanti degli indigetes, ma non tutti sono d'accordo su questo parere.

    Ci sono molte idee piuttosto ma errate sull'animismo:

    - "Molti degli Dei Indigeni sono figure minori nate il più delle volte dalla personificazione di una qualità astratta e, poiché in lingua latina i nomi delle qualità e dei concetti astratti sono molto spesso femminili, il numero delle dee prevale su quello delle divinità maschili."

    Commento:
    Tutte le divinità nascono da un'idea astratta, come la guerra (Marte), o Temi (la giustizia) o Gesù Cristo (la salvazione degli uomini). Non si possono usare criteri diversi a secondo delle simpatie o antipatie verso date religioni. La ragione per cui la maggior parte erano femminili deriva dalla venerazione della Dea della Natura con i suoi aspetti femminili e maschili.

    "La religione dei primi romani è infatti di tipo animistico, senza sacerdoti, una religione privata dove ognuno invoca un dio o un altro secondo i suoi bisogni."

    Commento:
    Tutte le religioni primitive sono animistiche ma non è vero che siano necessariamente private nè che non avessero sacerdoti. La tribù o il clan avevano i loro sacerdoti e i loro riti pubblici. Chi potrebbe credere che il colossale complesso di Stonenge (1500 a.c.) fosse espressione di un credo privato e senza sacerdoti?

    "La mancanza per le divinità anche di una chiara definizione fisica, come avranno invece quelle del più tardo Pantheon dell'Impero Romano, potrebbe spiegare la loro sparizione a favore degli dei maggiori meglio conosciuti"


    Commento

    La definizione fisica delle divinità era una forma della spiritualità che non si basava sull'antropocentrismo, vale a dire che all'epoca gli esseri umani non credevano che ci fosse una divinità solo per loro che escludeva gli animali e il resto del mondo. L'antropocentrismo è la conseguenza della mente condizionata che ha relegato in secondo piano la natura e il mondo femminile.

    DEA ABUNDANTIA
    Riguardiamo poi alla distinzione tra gli Dei Indigetes e gli Dei Novensides, spesso intesa come vecchi Dei e Nuovi Dei. Gli autori non sono d'accordo sui significati perchè alcuni ritengono alcuni Dei Novensides addirittura più antichi degli Indigetes. Altri pensano che al contrario degli Indigetes, gli Novensides siano divinità importate dal suolo straniero.

    C'è poi la tradizione degli Dei Consentes, anche qui le notizie sono abbastanza discordanti e spesso errate:

    "Gli Dei Consenti erano un gruppo di dodici delle maggiori divinità della mitologia romana, elencate dal poeta Ennio nei suoi Annales, cioè Giove; Marte, Nettuno, Apollo, Mercurio, Vulcano, Giunone, Vesta, Minerva, Cerere, Venere e Diana..Probabilmente sono un'assimilazione degli Dei Consenti Etruschi, consiglieri del dio Tinia, spietati, senza nome e misteriosi, anch'essi in numero di dodici. Queste divinità avevano un loro corrispondente nella religione greca (gli Olimpi, o Dodekatheon)"

    E' vero che i romani nominarono talvolta Consenti le loro 12 principali divinità, ed è vero che il nome è di derivazione etrusca, ovvero gli etruschi avevano i loro 12 Dei Consenti ma  non avevano nulla a che fare con gli Dei sopra nominati. Essi avevano Dei corrispondenti a quelli romani: Tinia = Giove, Uni = Giunone, Menrva = Minerva, Turan = Venere, Mans = Marte e così via, ma questi non erano gli Dei Consentes perchè queste divinità non avevano nome o almeno non potevano essere nominate. Erano divinità segrete e misteriose di cui si ignoravano i nomi.

    Si pensa che il culto di Diana non sia anteriore al sec. VI, data della nascita del sacrario di Diana sull'Aventino, e non c'è dubbio che fu edificato per far concorrenza come centro religioso del Lazio al sacrario nemorense. Ma non si può pensare che Diana non fosse tra i culti indigeni romani. Lo stesso nome derivante da Jana, o Giana (da cui Giano, Giunone, Iuno, Ianua, le ianare ecc.). Georg Wassowa, studioso della religione romana, classificò come indigens la Dea Vesta, anche questo poco accettabile, perchè sembra che la Dea derivi dalla Greca Estia.

    GIANO
    Anche in Grecia ci furono Dei nativi e nuovi Dei, gli Dei nativi vennero chiamati Titani e Titanidi o Titanesse, gli Dei più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi e generati da Urano (Cielo) e Gea (Terra).

    Anche qui i Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell'intervento regolatore e ordinatore degli Dei olimpici.

    Essi furono:
    Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono;
    e le sei Titanidi:
    Teia o Tia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti. 

    Secondo la Teogonia di Esiodo ci furono poi Titani di seconda generazione:
    Nereo, Taumante, Forco, Ceto, Euribia, Elio, Selene, Eos; Perse, Astreo, Pallante, Latona, Asteria, Perse, Ecate, Atlante, Menezio, Prometeo, Epimeteo.

    In realtà i pareri sono discordi, ad esempio Nike era una titanide ma se ne parla, ne fu mantenuto il suo culto, come del resto rimase il culto di Ecate, di Elios e di Selene. La cosa più evidente è che ogni occupazione straniera, tranquilla o violenta, trapiantò nei paesi ospiti i suoi Dei che talvolta si affiancarono ai più antichi, talvolta invece li scacciarono.

    Il popolo romano ebbe eccezionali qualità di accoglienza sia riguardo alle razze, sia riguardo alle religioni. Rispettò tutte le razze e tutte le religioni a patto che venissero rispettate le loro leggi e la loro religione. E' chiaro che quando gli Dei Olimpici vincono i Titani vi è un avvicendamento di divinità, è il popolo vincitore che afferma i suoi Dei mantenendone alcuni degli antichi, e così quando Saturno spodesta Urano e Giove spodesta Saturno.

    SATURNO - POMPEI - I SECOLO D.C.
    Secondo una descrizione di Ovidio (43 a.c. - 18 d.c.), la Dea Abbondanza è un'antica Dea che seguì Saturno quando questi fu cacciato da Giove dai cieli. Saturno corrispondente al Dio Cronos greco, apparterrebbe agli Dei Indigestes greci, cioè ai Titani, ma essendo molto arcaico si tratterebbe di una importazione ellenica molto remota.

    Il Saturno romano ha però delle strane caratteristiche, a nostro avviso solo italiche:
    - ha il capo coperto dal mantello invernale mentre impugna la falce
    - ha la falce perchè è lui che ha svelato agli uomini l'arte dell'agricoltura;
    - ma ciò appare piuttosto strano poiché le potenze agricole sono relative solo al numen di Tellus e a quello di Cerere.

    La spiegazione c'è: Saturno è il figlio della Grande madre, la vegetazione annuale che appare e scompare ogni anno, quindi che nasce, che muore e che risuscita.

    Nasce all'equinozio di primavera, muore all'equinozio di autunno e rinasce la primavera successiva. 

    Il culto poi da agrario divenne astronomico, non si trattava più del figlio vegetazione e della Madre Natura ma del sole vittorioso, Sol Invictus, un culto orientale importato, che moriva all'equinozio di autunno  e rinasceva al solstizio d'inverno, quando il sole si leva di nuovo alto sempre più sull'orizzonte.

    C'è però un'altra spiegazione sulle caratteristiche di questo Saturno: sul capo ha un velo a significare le sue origini nascoste, la sua falce indica la morte che falcia la vita delle piante, degli animali e degli uomini. Lui svela il mistero della morte, tanto è vero che secondo una leggenda prettamente romana Saturno è sepolto nel Lazio, ma la sua tomba nessuno sa ove sia, chi però riuscirà a trovarla scoprirà nella tomba un seme d'oro, e l'oro, si sa, è il simbolo della conoscenza imperitura, quella che non muore mai.

    Ed ecco i nomi degli Dei Indigetes, che secondo alcuni sono 12, secondo altri sono 24, secondo altri molti di più. Secondo noi erano gli Dei dei pagus, quindi più o meno tanti quanti erano i pagus (pagi), cioè i villaggi italici:

    A: Abeona - Abbondanza - Adeona - Aequitas - Aera Cura - Aeternitas - Africo - Aio Locuzio - Alemonia - Angerona - Angita - Angitia - Anna Perenna - Annona - Antevorta - Averna.

    B: Bona Dea - Bonus Eventus - Bubona.

    C: Camene - Candelifera - Cardea - Carmenta - Carna - Catillus - Cinxia - Clementia - Cloacina - Concordia - Conditor (aiutante di Cerere) - Consus - Convector (aiutante di Cerere) -  Copia - Corus - Cuba - Cunina - Cura.

    D: Dea Dia - Devera - Deverra - Disciplina - Dius Fidus - Domiduca - Domiducus - Domitius - Duellona.

    E: Edusa - Egeria - Egestes - Empanda - Endovelicus - Evandro.

    F: Fabulinus - Facunditas - Fama - Faustitas - Febris - Felicitas - Ferentina - Feronia - Fides - Fons - Fornax - Fraus - Fulgora - Furina.

    G: Giana - Giano - Giove - Giunone - Giustizia.
     
    H: Honos.
     
    I: Imporcitor (aiutante di Cerere) - Insitor (aiutante di Cerere) - Invidia - Inuus - Juturna.
     
    L: Lactans - Larenta - Lari - Laverna - Levana - Liberalitas - Libertas - Libitina - Lima - Lua - Lucina Lupercus.
     
    M: Maia - Maiesta - Mani - Matronae - Meditrina - Mefitis - Mellona - Mena - Mens - Messor (aiutante di Cerere) - Moneta - Mucius - Murcia - Muta - Mutinus Mutunus.
     
    N: Naenia - Nascio - Nemestrinus - Nerio - Nixi - Nodutus - Nona - Novensilus - Nundina.

    O: Obarator (aiutante di Cerere) - Occator (aiutante di Cerere) - Opi - Orbona.

    P: Pale - Partula - Patalena - Paventia - Penati - Picumnus - Pietas - Pilumnus - Poena - Pomona - Porus  - Postvorta - Potina - Promitor (aiutante di Cerere) - Prorsa Postverta - Providentia - Pudicitia - Puta.

    Q: Quirino - Quiritis.

    R: Rederator - Reparator (aiutante di Cerere) - Robiga - Robigus - Roma - Rumina - Runcina - Rusina.

    S: Saritor (aiutante di Cerere) - Securitas - Semonia - Sentia - Silvano - Soranus - Sors - Speranza -
    Spiniensis - Stata Mater - Statina - Statanus - Strenua - Suedela - Subruncinator (aiutante di Cerere) -
    Summanus.

    T: Tacita - Tellumo - Tellus - Tempestes - Termine - Tiberino - Tibertus.

    U: Urano.

    V: Vacuna - Vervactor (aiutante di Cerere) - Veritas - Verminus - Vertumno - Vica Pota - Viduus - - Virbius - Viriplaca - Virtus - Vitumnus - Volturno - Volumna.


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  • 08/29/19--05:04: TESORO DI SOVANA
  • IL TESORO RITROVATO
    Nel cuore del borgo antico di Sovana, durante i lavori di restauro condotti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle province di Siena e Grosseto per il recupero strutturale della chiesa di San Mamiliano e la trasformazione della stessa in contenitore museale, è stata effettuata un’indagine archeologica che ha riservato grosse sorprese.
    A Sovana e in Maremma circolava da circa mille anni la notizia di un tesoro da scoprire. Il tesoro c’era ma è stato cercato ovunque fuorché dove si trovava: nella chiesa, ora sconsacrata intitolata a San Mamiliano, patrono di Sovana.



    SOVANA ROMANA

    Già nel 2004, gli scavi archeologici avevano rivelato a Sovana un impianto termale di epoca romana, ma solo diverso tempo dopo si è rinvenuto all’interno dell’antica chiesa di San Mamiliano, posta sulla piazza principale di Sovana, uno straordinario tesoretto monetale tardo-antico. 

    Si sono reperite infatti 498 monete d’oro zecchino inquadrabili nel V sec. d.c., una scoperta che ha spinto le Soprintendenze di settore e l’Amministrazione comunale a modificare l’originario progetto espositivo per la realizzazione del Museo etrusco. 

    Si è infatti deciso di procedere alla musealizzazione della ex chiesa, lasciando in vista una parte importante dello scavo e l’esposizione di reperti archeologici riferibili alla fase romana della città, dedicando un ampio spazio espositivo al tesoretto monetale. In effetti il museo è già inaugurato e in funzione.

    Sulle monete sono per la grande maggioranza rappresentati gli imperatori Leone I, Antemio e Valentiniano III. Esistono pero' diversi esemplari piuttosto rari, di Petronio Massimo, Maggioriano, Glicerio, Giulio Nepote, Pulcheria, Eudossia, e uno di Ariadne (!) (piu' alcune 'barbariche'). La zecca maggiormente rappresentata, di gran lunga, e' quella di Costantinopoli.
    LEONE
    Le monete, rimaste nascoste per 1500 anni, offrono uno spaccato eccezionale della circolazione monetaria dell’epoca ed un unicum di importanza straordinaria per la conoscenza di quel periodo, cioè dal 420 al 550 d.c..

    Presso il Palazzo Bourbon del Monte, sede della prestigiosa Associazione culturale “I sogni in teatro” di Francesca Ventura, sono stati presentati, il catalogo del Museo “Il tesoro ritrovato. Sovana: La sezione archeologica nella chiesa di San Mamiliano” e a seguire il progetto “Sovana mobile”, progetto TECON@BC cofinanziato dalla Regione Toscana presentato da Piero Tiano direttore dell’ICVBC, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e il Comune di Sorano. 

    L’obiettivo è lo sviluppo di prodotti e tecnologie per la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, con finalità di promuovere e migliorare la fruizione del patrimonio culturale toscano, per una riqualificazione del territorio anche con l’ausilio della modellazione 3D di ambienti e strutture.

    Rappresenta uno dei più importanti ritrovamenti, se non il più importante, del genere.
    Si tratta di monete di grande valore storico e culturale che abbracciano gli ultimi periodi di vita dell’Impero romano di Occidente e i primi dell’Impero romano d’Oriente, collegati e riproposti anche grazie a questa straordinaria scoperta.

    Il piccolo vaso contenente appunto 498 monete d’oro (inquadrabili cronologicamente tra l’inizio del V sec. con il regno di Onorio e gli ultimi decenni del secolo – regno di Zenone) è stato rinvenuto alla profondità di oltre due metri rispetto all’attuale pavimento. L’occultamento dell’oggetto deve essere avvenuto nell’ultimo quarto del V secolo, in un periodo di gravi difficoltà per la regione a seguito delle invasioni.
    ZENO
    Il “tesoro ritrovato” è costituito da solidi aurei. Il Solido era una moneta d’oro introdotta in sostituzione dell’aureo con la riforma monetaria di Costantino I nel 324, rimanendo in uso in tutto l’Impero Bizantino fino al X secolo. Il solido aveva un valore di 1/72 di libbra romana (4,5 grammi circa); il peso e la percentuale di oro nel solido rimasero abbastanza costanti in tutto il tempo nel quale vennero coniati. Come frazioni del solido vennero emessi il semisse, con un valore di mezzo solido, ed il tremisse, che valeva la terza parte di un solido.

    Caratteristica del solido era la legenda COMOB, abbreviazione del titolo Comes Sacrarum Largitionum (conte delle sacre elargizioni), autorità che controllava le finanze dell’impero a partire da Costantino, mentre OB (obryzum) era ad indicare la purezza dell’oro. I tipi di solido si mantennero abbastanza stabili: sul dritto era rappresentato il busto dell’imperatore, senza nessuna connotazione fisionomica, mentre al rovescio era riportata l’immagine della Vittoria con la croce e il globo crucigero, la personificazione di Costantinopoli, l’imperatore o gli imperatori stanti o in trono.

    Per quanto riguarda le zecche spiccano Roma e Ravenna seguite da Milano, inoltre è presente con pochi esemplari una zecca gallica, quella di Arles nella Narbonense, poco documentata nella seconda metà del secolo al tempo di G. Nepote e Romolo Augusto.

    Il ripostiglio di Sovana rappresenta un scoperta straordinaria sia per la quantità dei pezzi rinvenuti sia per il numero degli imperatori rappresentati.

    La scoperta del tesoretto è importante dunque non solo per il valore numismatico del complesso, che si inserisce nella serie certamente non numerosa di ripostigli di monete d’oro del V secolo in Italia, ma anche perché costituisce finora l’unica testimonianza archeologica riferibile all’età tardo-antica, che possediamo per Sovana.

    ONORIO
    Le 498 monete di oro zecchino ritrovate nella ex chiesa di San Mamiliano a Sovana con il loro carico di curiosità, di storie e di leggende, sono tra l’altro le straordinarie protagoniste di un libro di Alfredo Scanzani dal titolo “L’Oro di Sovana”, recentemente pubblicato per i tipi della editrice Edizione Medicea Firenze. 

    Il volume, realizzato con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo di Pitigliano, non è solo il racconto del ritrovamento della olla contenente le monete d’oro zecchino, ma anche un singolare e affascinante viaggio fra storia, curiosità, alchimie, fiabe, leggende, proverbi e aforismi sugli strettissimi legami fra Sovana, gli etruschi e i romani. 

    “Un libro davvero particolare e unico nel suo genere”, ha sottolineato il presidente del Centro Firenze Europa Marco Cellai in occasione delle presentazioni fiorentine prima al Museo Archeologico Nazionale e poi alle “Giubbe Rosse” di Firenze, alla presenza di Mariarosaria Barbera, allora Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana, Giuseppina Carlotta Cianferoni, Direttore del Museo Archeologico Nazionale, Maria Angela Turchetti, Funzionario di zona e Pierandrea Vanni, Sindaco di Sorano.


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    RICOSTRUZIONE IPOTETICA

    Arcus Novus (Diocletiani):

    L'arco, dedicato a Diocleziano (244-313) per i decennalia (dieci anni di regno) e i ventennalia  (venti anni di regno) del 293, o per il trionfo celebrato a Roma insieme a Massimiano nel 303, è menzionato nel Catalogo Regionale della Regione VII e attribuito a Diocleziano nel Cronografo di 354 A.D. (p148).

    Trattavasi dell'arco di marmo, ornato di trofei, che attraversava via Lata, odierna via del Corso, vicino all'angolo nord-orientale della chiesa attuale di S. Maria in Lata, e fu distrutto nel 1491 per ordine di Papa Innocenzo VIII (1488-1492)

    POSIZIONE DELL'ARCO SULL'ANTICA VIA LATA, OGGI VIA DEL CORSO
    Non abbiamo disegni che forniscano indicazioni sulle caratteristiche dell'arco, sappiamo però che solitamente ma sicuramente gli archi avevano una sola fornice, con due pilastri e duna volta, il tutto più o meno lavorato, mentre il blocco superiore costituiva l’attico che che generalmente era sormontato da una statua equestre e non.

    Poiché attraversava la Via Lata era sicuramente un arco bifronte ma, data l'edificazione serrata del luogo, doveva essere appoggiato alle costruzioni che costeggiavano la strada. In effetti in loco sono stati scoperti i resti di un edificio lungo oltre 100 metri, sicuramente un'horrea, sulla Via Lata (resti visitabili dalla Chiesa di Santa Maria in Via Lata), proprio dove si trovava l’arco.

    ARA PIETATIS AUGUSTAE
    Il nome dell'epoca, "Arco Nuovo", deriva probabilmente dal voluto collegamento con il precedente arco di Claudio, che sorgeva poco distante.

    L'arco era decorato di rilievi reimpiegati da un grande altare di epoca claudia (10 a.c. - 54 d.c.).
    Sembra chiaro agli studiosi che l'arco fu realizzato con materiali di spoglio provenienti da altri monumenti.

    Da quando Roma non era più l’antica capitale, soppiantata ormai da Costantinopoli, non si trovavano più nell'Urbe competenze artistiche e artigianali capaci di realizzare opere come quelle del passato.
    Gli artigiani e le maestranze migliori ormai si erano trasferiti a Costantinopoli nuova Capitale dell’Impero e Roma non era più ricca come una volta per cui si ricorreva alla spoliazione dei vecchi monumenti.


    RESTI DEL TEMPIO DEL SOLE DI AURELIANO
    Nell’Arcus Novus vennero reimpiegati pertanto materiali provenienti da due monumenti celebrativi della gens Giulio-Claudia e simili all’Ara Pacis Augustae: l'Ara Pietatis e l'Ara Gentis Juliae.

    L'Ara Pietatis Augustae era un monumento simile all'Ara Pacis, a noi noto attraverso le monete. Sappiamo che fu votato dal Senato per suggerimento di Tiberio nel 22 d. c. per la salute di Livia e consacrato da Claudio nel 43 d.c.
    L'Ara Gentis Juliae era un altare che si trovava sul Campidoglio a Roma, dove si davano i diplomi di benservito ai soldati, che avevano dato prove di un buon comportamento negli anni di servizio dovuti.

    Probabilmente si era attinto in parte dalle due Are ma non solo, perchè due piedistalli di colonne decorati con Vittorie, barbari prigionieri e Dioscuri sarebbero provenienti dalla facciata del vicino tempio del Sole di Aureliano.


    SACRIFICIO DEL TORO E TEMPIO DI MARTE ULTORE
    I frammenti di un elevato vennero trovati a questo punto della via Lata nel XVI secolo, e nel 1523 passarono alla collezione Della Valle e quindi alla collezione Medici.

    I piedistalli dell'Arco furono utilizzati nel giardino di Boboli a Firenze, mentre gli altri frammenti furono inseriti appunto nelle mura di Villa Medici a Roma. Altri frammenti dei rilievi dell'altare furono rinvenuti in scavi del 1923-1933 e sono attualmente conservati nella sede della Centrale Montemartini dei Musei Capitolini. 

    L’arco viene ricordato nel Notitia Urbis Romae del IV secolo come Arco Nuovo e sembra che i monaci di S. Ciriaco vi appoggiarono una diaconia; nel 1037 veniva chiamato Arcus Maior ed era anche sostegno per l’abside e la sacrestia della Chiesa di Santa Maria In via Lata, edificata già nel X secolo sopra l’antico convento, che al tempo era orientata verso Sud.

    L’arco nel 1280 era crollato in parte finchè nel 1491 il papa Innocenzo diede l’ordine di demolirlo per consentire la ricostruzione di Santa Maria in Via Lata che da semplice Diaconia veniva trasformata in luogo di culto.

    THYCHE ED EROTE

    Dal diario di Stefano Infessura:

    1491, die 23 Augusti, coeptum fuit, Opus Sanctae Mariae in Via Lata, videlicet destruere eccllesiam et aliam novam aedificare cum demolitione arcus triumphalis, supra quem in aliqua parte erat aedificata.

    - L’Infessura registra anche che, per il lavoro il vicecancelliere ottenne 400 ducati, il legato della curia 300 ducati e gli architetti 200 ducati oltre quanto avrebbero guadagnato con la vendita dei marmi e travertini che sarebbero stati recuperati"

    PIEDISTALLI RAPPRESENTANTI LE VITTORIE E I DIOSCURI
    Era buona usanza a Roma che i Papi distruggessero in modo mirato tutte le bellezze architettoniche dell'impero romano, cosicchè ciò che si recuperava dalle demolizioni veniva venduto, in particolare marmi e travertino che venivano riutilizzati nelle nuove costruzioni, cosicchè nacque un commercio non solo di pietre ma di manifatture antiche che diedero luogo a diverse collezioni. 

    Molti dei frammenti dell’arco entrarono nella collezione dei Medici per ornare Villa Medici a Roma, ma quando il Cardinal Ferdinando de’ Medici tornò in Toscana per diventarne il Granduca, portò con sé alcuni dei pezzi più belli della sua collezione tra cui i due piedistalli che provenivano dall’Arcus Novus e che furono collocati nel Giardino di Boboli a Firenze.

    DETTAGLIO DI UNO DEI PIEDISTALLI RAPPRESENTANTE
    LA VITTORIA ALATA CON I TROFEI
    Il Cardinale aveva acquistato anche i bassorilievi dell’Arco ma non poté portarli via perché erano stati usati per la controfacciata di Villa Medici dove si trovano ancora oggi. Ancora perfettamente conservati si ammirano due bassorilievi allegorici, che rappresentano l'uno la celebrazione dei Decennalia e una Tychai o personificazione di città inginocchiata e sormontata da un Erote, e l'altro che rappresenta l’uccisione di un Toro ed il Tempio di Marte Ultore. 

    Questi erano i bassorilievi provenienti dall’Arcus Novus, in cui erano già stati riutilizzati come spolia provenienti dalla dall’Ara Pietatis Augustae, dedicata dal Senato a Livia nel 22 d.c. e che vennero ancora utilizzati come spolia dell'Arcus Novus.

    LA SCRITTA VOTIS X ET XX INCISA DA VENERE GENITRICE
    IN OCCASIONE DEI DECENNALIA E I VENTENNALIA
    L'iscrizione ritrovata, che Venere incide per i ventennalia e i decennalia di Diocleziano  - VOTIS X ET XX (CIL VI.31383) - suggerisce che sull'arco di Costantino fosse stata posta un'iscrizione dell'arco di Diocleziano, se così è, probabilmente l'arco venne edificato nel 303-304 (BC 1895, 46, Jord II.102, 417, HJ 469, PBS III.271, Matz-Duhn, Antike Bildwerke 3525).


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    IL GIORNO DI ELEUSI

    Nome: Gaius Popillius Laenas
    Nascita: -
    Morte: -
    Gens: Popilia
    Consolato:
    172 a.C., 158 a.C.
    Professione: Politico


    Gaio Popillio Lenate, (in latino: Gaius Popillius Laenas) venne eletto due volte console nel 172 e nel 158 a.c., la cosa notevole fu che nel primo consolato era la prima volta in cui ambedue i consoli furono plebei. Apparteneva alla gens Popilia, che, come indicherebbe il nome, era di origine etrusca, il che spiegherebbe la sua eleganza e la sua sicurezza (i romani più che eleganti e imperturbabili erano forti e coraggiosi).

    Venne inviato nel 158 a.c. in Egitto come ambasciatore incaricato di fermare l'invasione in questa terra, di Antioco IV Epifane ( 215 a.c. - 164 a.c.), re di Siria, che non era nè pusillanime nè sciocco.
    «Re Antioco era un uomo abile sul campo di battaglia e ardito nei suoi progetti, e dimostrò di essere degno del titolo di re
    (Polibio, Storie)



    L'ANTEFATTO

    Antioco aveva preso Tolomeo VI, suo nipote, sotto la sua custodia, dandogli l'effettivo controllo dell'Egitto. Ciò fu inaccettabile per i cittadini di Alessandria, che risposero procedendo Tolomeo VIII come unico re. Antioco assediò Alessandria ma non fu in grado di tagliare la comunicazioni della città e quindi, alla fine del 169, si ritirò. 

    Durante la sua assenza Tolomeo VI e il fratello si riconciliarono. Antioco, arrabbiato per la sua perdita di controllo sul re, invase nuovamente. Gli egizi inviarono a Roma richieste di aiuto e il Senato mandò Gaio Popilio Lenate ad Alessandria.



    L'AMBASCIATORE

    Dunque il Senato e il Popolo di Roma avevano mandato come ambasciatore Gaio Popilio Lenate con soltanto dodici littori che indossavano le tuniche rosse con inserite le scuri nei fasci di verghe, e due scrivani. Caio Popilio Lenate gettò l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.

    La delegazione romana era per volontà del senato, capeggiata da Gaio Popilio Lenate, in quanto vecchio amico di Antioco da quando era stato ostaggio a Roma. Il console Lenate uscì da Alessandria per la Porta del Sole poggiandosi a un bastone, fino a raggiungere l'ippodromo dove l'attendeva re Antioco IV di Siria col suo esercito. Antioco lo stava per salutare cordialmente, ma Popilio troncò nettamente i saluti intimandogli di ritirare le forze dall'Egitto. 

    ANTIOCO IV
    Antioco rispose che ci avrebbe dovuto riflettere coi suoi consiglieri. Popilio, uomo molto ma molto determinato e pienamente consapevole del suo potente ruolo come ambasciatore di Roma, gli disegnò attorno sulla sabbia un cerchio, dicendogli «pensaci qua dentro» , secondo altri gli disse: « Quando uscirai da questo cerchio volgiti verso oriente e tornatene in Siria.» 

    Ciò significava che se Antioco fosse uscito dal cerchio senza aver dato ordine di ritirare le truppe, sarebbe entrato in guerra con Roma. Antioco non aveva nessuna intenzione di lasciare perdere l'Egitto, ma venuto a conoscenza del fatto che il potente e ultimo re Perseo di Macedonia era stato battuto dai Romani, ebbe un brivido all'idea di affrontare coloro che avevano sconfitto il grande re macedone, per cui dopo un attimo di esitazione accettò di ritirarsi. 

    Solo allora Popilio gli strinse la mano. Questo evento venne narrato ovunque, nel senato e nei salotti romani, e divenne noto con il nome di "Giorno di Eleusi". Questo evento mostrò meglio di ogni altro che ormai l'età di grandezza dei regni ellenistici era finita: ora, erano i Romani a decidere il bello e il cattivo tempo sulla politica del Mediterraneo, e che neppure un uomo dotato come Antioco sarebbe stato in grado di cambiare le cose.
    Il re tornò in Siria col suo esercito. Quindi Popilio fece vela per Cipro, occupata dai siriani e anche lì li fece tornare a casa. Tornato a Roma riferì al senato che, grazie al nome di Roma aveva rimandato a casa i siriani dall'Egitto e da Cipro.

    Gaio Popilio venne eletto Censore l'anno dopo, nel 159 a.c., insieme al collega Scipione Nasica, e in quell'anno fece costruire il primo orologio ad acqua in Roma. Marco Vitruvio Pollione (80 a.c.- dopo il 15 a.c) considerato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi prese il modello del suo orologio ad acqua proprio da Popilio Lenate. Fu eletto console una seconda volta nel 158 a.c. con Marco Emilio Lepido.



    IL GIORNO DI ELEUSI

    Riportiamo un gradevolissimo brano della scrittrice Colleen McCullough che verte giusto sul "Giorno di Eleusi"

    [Da una lettera di Publio Rutilio Rufo all’amico Gaio Mario]

    « Siccome sei un povero zotico italico che non sa di greco, ti racconterò una storiella. C’era una volta un re di Siria, molto cattivo e antipatico, a nome Antioco. Ora, poiché non era il primo re di Siria che si chiamasse Antioco, e neppure il più grande (suo padre si era attribuito l’appellativo di Antioco il Grande), si distingueva dagli altri con un numero. Era Antioco IV, il quarto re Antioco di Siria.

    Sebbene la Siria fosse un regno ricco, re Antioco IV concupiva il vicino regno d’Egitto, dove i suoi cugini Tolomeo Filometore, Tolomeo Evergete, ossia il Pancione, e Cleopatra (che, essendo la seconda Cleopatra, si fregiava a sua volta di un numero, ed era nota come Cleopatra II) regnavano assieme. Vorrei poter dire che regnavano in perfetta armonia, ma così non era.

    Fratelli e sorella, e anche mariti e moglie (sì, nei regni orientali l’incesto è permesso), erano in conflitto tra loro da anni, ed erano quasi riusciti a mandare in rovina la bella, fertile terra del gran fiume Nilo. Così, quando re Antioco IV di Siria ha deciso di conquistare l’Egitto, ha creduto che avrebbe avuto vita facile grazie ai bisticci fra i suoi cugini, i due Tolomei e Cleopatra II.

    Ma, ahimè, non appena ha girato le spalle alla Siria, alcuni sgradevoli episodi di sedizione l’hanno costretto a fare dietro-front e a rientrare in patria per tagliare un po’ di teste, squartare un po’ di corpi, strappare un po’ di denti e, probabilmente, estirpare qualche utero. E ci sono voluti quattro anni prima che un numero sufficiente di teste, braccia, gambe, denti e uteri fosse asportato ai legittimi proprietari, e che re Antioco IV riuscisse ad accingersi per la seconda volta a conquistare l’Egitto.

    Questa volta, in sua assenza la Siria è rimasta tranquilla e docile, così re Antioco IV ha invaso l’Egitto, conquistato Pelusium, disceso il delta fino a Menfi, conquistato anche questa città e iniziato la risalita dell’altro lato del delta, in direzione di Alessandria. Avendo mandato in rovina il paese e l’esercito, i fratelli Tolomei e la loro moglie-sorella, Cleopatra II, non hanno avuto altra scelta che chiedere aiuto a Roma contro re Antioco IV, poiché Roma è la più forte e la più grande di tutte le nazioni, nonché l’eroe di tutti.

    In soccorso dell’Egitto, il Senato e il Popolo di Roma, che a quei tempi andavano più d’accordo di quanto oggi crederemmo possibile, o almeno così riferiscono le cronache, hanno inviato il loro nobile, prode consolare Caio Popilio Lenate. Ora, qualsiasi altro paese avrebbe accordato al suo eroe un intero esercito, e invece il Senato e il Popolo di Roma hanno concesso a Caio Popilio Lenate soltanto dodici littori e due scrivani.

    Poiché, tuttavia, si trattava di una missione all’estero, ai littori era stato concesso di indossare le tuniche rosse e di inserire le scuri nei fasci di verghe, per cui Caio Popilio Lenate non era del tutto indifeso. Si sono imbarcati su una piccola nave e hanno gettato l’ancora nel porto di Alessandria proprio mentre re Antioco IV risaliva il ramo canopico del Nilo, in direzione della grande città dove si erano rifugiati gli Egiziani.

    Avvolto nella toga bordata di porpora e preceduto dai dodici littori in tunica cremisi, recanti le scuri nei fasci di verghe, Caio Popilio Lenate è uscito da Alessandria per la Porta del Sole e ha continuato a marciare verso oriente. Ora, non era più un giovanotto, così procedeva appoggiandosi a un lungo bastone, il passo placido al pari del volto. Dal momento che solo i prodi ed eroici e nobili Romani costruiscono strade degne di tal nome, ben presto Caio Popilio Lenate si è ritrovato a camminare nella polvere.

    IL GIORNO DI ELEUSI LENATE E ANTIOCO IV
    Ma Caio Popilio Lenate si è forse lasciato scoraggiare? No! Ha continuato ad avanzare, fin quasi all’immenso ippodromo dove gli Alessandrini amavano assistere alle corse dei cavalli, si è imbattuto in una muraglia di soldati siriaci e ha dovuto fermarsi. Il re Antioco IV di Siria si è fatto avanti, incontro a Caio Popilio Lenate. «Roma non ha alcun diritto di mettere il naso in Egitto!» ha detto il re, con terribile, funesto cipiglio.
    «Neppure la Siria ha diritto di mettere il naso in Egitto» ha ribattuto Caio Popilio Lenate, con un sorriso dolce e sereno.

    «Tornatene a Roma» ha detto il re.
    «Tornatene in Siria» ha detto Caio Popilio Lenate. Ma nessuno dei due si è mosso di un centimetro. «Stai recando offesa al Senato e al Popolo di Roma» ha aggiunto Caio Popilio Lenate, dopo aver fissato per un po’ il volto fiero del re. «Mi è stato ordinato di costringerti a far ritorno in Siria
    Il re ha riso a crepapelle, e sembrava che non riuscisse più a smettere. «E come farai a costringermi a tornare in patria?» ha domandato. «Dov’è il tuo esercito?»

    «Non mi serve un esercito, re Antioco IV» ha risposto Caio Popilio Lenate. «Tutto ciò che Roma è, è stata e sarà, ti sta di fronte in questo momento. Io sono Roma non meno del più grosso esercito di Roma. E nel nome di Roma, ti ripeto di bel nuovo: tornatene a casa!»
    «No» ha detto re Antioco IV.
     Così, Caio Popilio Lenate ha fatto un passo avanti e, con gesti pacati, si è servito della punta del bastone per tracciare un cerchio nella polvere, tutt’attorno alla persona di re Antioco IV, che si è trovato all’interno del cerchio disegnato da Caio Popilio Lenate.

    «Prima di uscire da questo cerchio, re Antioco IV, ti consiglio di ripensarci» ha detto Caio Popilio Lenate. «E quando ne uscirai… be’, volgiti verso oriente e tornatene in Siria.»
    Il re non ha aperto bocca. Il re non si è mosso. Caio Popilio Lenate non ha aperto bocca. Caio Popilio Lenate non si è mosso.
    Dato che Caio Popilio Lenate era un romano e non aveva bisogno di nascondere il viso, la sua espressione dolce e serena era in piena vista. Invece re Antioco IV aveva il viso nascosto dietro una barba finta, riccioluta e dura, e persino così non riusciva a celare il suo furore.

    Il tempo passava. E poi, ancora all’interno del cerchio, il potente re di Siria si è girato sui talloni, verso oriente, ed è uscito dal circolo procedendo in direzione orientale ed è tornato in Siria assieme a tutti i suoi soldati.
     Ora, mentre puntava sull’Egitto, re Antioco IV aveva invaso e conquistato l’isola di Cipro, che apparteneva all’Egitto. L’Egitto aveva bisogno di Cipro, perché Cipro gli forniva il legname per le navi e le case, e grano e rame.

    Così, dopo essersi congedato dagli Egiziani plaudenti ad Alessandria, Caio Popilio Lenate ha fatto vela per Cipro, dove ha trovato un esercito di occupazione siriaco.
    «Tornatevene a casa» ha detto loro. E quelli se ne sono tornati a casa.
     Anche Caio Popilio Lenate se n’è tornato a casa, a Roma, dove ha riferito, con grande dolcezza e serenità e semplicità, che aveva rimandato a casa re Antioco IV di Siria e risparmiato all’Egitto e a Cipro un destino crudele.

    Vorrei poter concludere il mio raccontino assicurandoti che i Tolomei e la loro sorella, Cleopatra II, d’allora in poi sono vissuti e hanno regnato felici e contenti, ma così non è stato. Hanno semplicemente continuato a bisticciare tra loro e ad assassinare alcuni parenti stretti e a mandare in rovina il paese.»



    POLIBIO

    Polibio scrive che Lenate, dopo aver tracciato la circonferenza, intimò al re di dargli il responso da riferire al Senato e che questi si arrese a fare “qualunque cosa i Romani avessero chiesto”. Solo dopo questo il nostro romano accettò di stringergli il braccio.



    LIVIO

    Per Livio Roma non mandò Lenate proprio solo soletto, bensì in compagnia di due senatori: fu una commissione d’inchiesta, che partì dall’Italia pressappoco quando vi tornò quella spedita in vista della battaglia di Pidna.

    Che Caio Popilio sia andato come ambasciatore e quindi senza esercito in Egitto è attestato, che fosse convinto di far paura quanto un esercito non era nuovo all'epoca, visto la fama di Roma.
    Anche la storia del cerchio nella sabbia è attestata. Diciamo che Lenate era un impavido, autorevole e convincente ambasciatore, ma Roma sapeva ben scegliere i suoi rappresentanti.


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    MURA MESSAPICHE DI CASTRUM MINERVAE
    Virgilio, nell'Eneide, riferisce che Enea, giunto in Italia in fuga dalla distruzione di Troia, sbarcò a Castrum Minervae, di fronte a Butroto, sito archeologico albanese, nell'Epiro, sede del santuario di Dodona, l'antico oracolo greco il più prestigioso dopo Delfi. Il porto di Castrum, oggi pugliese, anzi salentino, era dominato da un alto promontorio in cima a cui si ergeva il maestoso tempio consacrato alla Dea Minerva.

    Il tempio, di origini probabilmente messapiche, fu poi greco e poi romano, restaurato e abbellito nei secoli, per la fama dei suoi miracoli e la altissima frequentazione dei fedeli, con il conseguente commercio che ne derivava, come usa in qualsiasi santuario, di souvenir, di statuette dedicate, di cibo e di artigianato locale di ogni epoca.

    Castrum Minervae è situato lungo la costa orientale della penisola salentina, una subregione della Puglia meridionale, tra il mar Ionio a ovest e il mar Adriatico a est, insomma costituisce il tacco dello stivale italiano. L'acropoli di Castro venne scavata nel 2007 rilevando le tracce di un santuario dedicato a Minerva, l'Atena dei Greci. Narra Enea nel poema virgiliano:
    "ci spingiamo innanzi sul mare quando da lungi scorgiamo oscuri colli e il basso lido dell'Italia Le invocate brezze rinforzano, e già più vicino si intravede un porto, e appare un tempio di Minerva su una rocca. I compagni ammainano le vele e volgono a riva le prore. 


    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI MINERVA A CASTRUM
    Il porto è incurvato ad arco dalla corrente dell'Euro; i suoi moli rocciosi protesi nel mare schiumano di spruzzi salati, e lo nascondono; alti scogli infatti lo cingono con le loro braccia come un doppio muro, e ai nostri occhi il tempio si allontana dalla riva".

    Gli scavi del 2007 hanno interessato la parte sud-orientale dell'abitato, quella che guarda al
    mare, non lontana dalle mura messapiche, risalenti alla metà del IV secolo a.c.. Sono stati
    estratti dal terreno frammenti di ceramiche, coppette, boccali decorati a cerchi concentrici sul
    fondo e verniciati sull'orlo, oggetti utilizzati quasi sicuramente nelle libagioni.

    Sono stati anche ritrovati ossa animali, soprattutto di ovini, connesse anch'esse a riti religiosi. Ma lo scavo ha restituito anche punte di lancia e di freccia, elementi che ricordano il culto di Athena in
    altre città della Magna Grecia che avevano aree consacrate alla divinità greca.

    PIU' ARTEMIDE CHE MINERVA
    Quest'area si estende per 35 mq e già ha restituito frammenti di marmo, pertinenti ad un vaso, una statua femminile in calcare a grandezza naturale e il triglifo di un frontone appartenente ad un tempio che si presuppone sia appunto il tempio di Minerva.

    Nel 2008 gli archeologi Amedeo Galati ed Emanuele Ciullo hanno riportato alla luce una statuetta in bronzo di Athena Iliaca con elmo frigio, che presenta le stesse caratteristiche dei bronzetti di Athena ritrovati a Sparta.

    Castro fu una località estremamente importante sulle rotte marittime lungo il promontorio iapigio che comprendeva la parte meridionale del Salento tra Otranto e Leuca. Nel luglio 2015 a Castro un gruppo di archeologi guidati da Amedeo Galati ha rinvenuto una statua mutila femminile molto più grande del vero.

    L'opera è databile al IV secolo a.c. e dovrebbe raffigurare la Dea Minerva, oppure di Artemide dato il corto gonnellino. Custodita a tre metri dal sottosuolo del centro di Castro, la statua è acefala e mutila, ma riporta eccezionali tracce di rosso porpora.

    MAPPA DI SOLETO
    Gli archeologi hanno rinvenuto anche la falange di un dito, un braccio e una mano e si spera di poter scoprire con il tempo anche gli altri elementi mancanti. Se si riuscisse a ricomporla, la statua risulterebbe alta almeno quattro m., una misura riservata agli Dei o agli imperatori divinizzati.

    Castrum Minervae venne abitata abitato dai Messapi, antica popolazione illirica, col nome di ΛΙΚ sulla Mappa di Soleto, la più antica mappa geografica occidentale proveniente dall'antichità classica, attualmente conservata nel Museo archeologico nazionale di Taranto.

    Successivamente venne colonizzata dai Greci, finchè, nel 123 a.c. divenne colonia romana con il nome di Castrum Minervae, come risulta anche nella tavola peutingeriana, una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostra le vie militari dell'Impero romano, conservata oggi presso la Hofbibliothek di Vienna.

    ATENA DI FIDIA
    A causa della divisione dell'impero romano, Castrum passò all'Impero Romano d'Oriente di Bisanzio e subì frequenti attacchi ad opera degli Alani e degli Ostrogoti nel 378, dei Vandali nel 456, dei Goti nel 543, e poi dei Longobardi e degli Ungari. Gli archeologi pensano che tutta l'area in cui sorgeva, probabilmente, l'Athenaion di Castro contenga oggetti in ceramica.

    E' poi stato portato alla luce un altare attribuibile al tempio di Minerva, posto davanti al tempio citato da Virgilio nel terzo libro dell’Eneide, base per i sacrifici animali in onore della Dea, dove infatti sono state rinvenute decine e decine di ossa di animali.

    L’altare risale alla seconda metà del IV secolo a.c. ed è contemporaneo della statua di culto della dea, rinvenuta nel 2015, preceduta qualche anno prima da una piccola statuetta in bronzo. Entrambe raffigurano l’Atena di Troia, quella con l'elmo frigio.

    I lavori– enuncia il direttore scientifico della campagna di scavi Francesco D’Andria – non sono terminati. Se c’è l’altare vuol dire che siamo a pochi passi dal tempio".

    Gli scavi condotti in collaborazione tra Comune di Castro, Università del Salento e Soprintendenza della Puglia hanno infatti portato alla luce il Santuario di Minerva cantato da Virgilio, del quale sarà possibile vedere i resti e i numerosissimi reperti.

    Inoltre costeggiando l’Adriatico si arriva a Leuca dove si leva a picco sui mari Adriatico e Ionio il Santuario di Santa Maria de finibus terrae, costruito anch’esso sui resti di un Tempio a Minerva di cui rimangono, ancora oggi, parecchie tracce.

    La bellissima statua qui fotografata è una copia romana della Athena di Fidia, siamo al V secolo a.c., un periodo della storia dell'arte greca mai uguagliato nella superba bellezza.

    Questo per notare che anche Atena-Minerva ha a volte un corto gonnellino che sovrasta però una veste più lunga, come d'altronde anche la veste della statua di Castrum.

    Manca però il risvolto del chitone sul venerabile seno su cui si poggia l'immagine della Medusa. Insomma è difficile  identificare la statua acefala con la Minerva del santuario salentino.

    LA BASE DEL TEMPIO

    FRANCESCO GRECO - CASTRO

    La Dea di Athenaion dormiva da secoli protetta da una teca di pietra. Intorno i doni dei devoti da tutto il Mediterraneo: oggetti in osso, avorio, ecc. Il suo tempio era nella zona detta “Capanne”. La Castro messapica fu distrutta nel 214 a.c. (guerre puniche) dai Numidi di Annibale: un “sacco” che gelò per sempre i suoi sogni di piccola “capitale” a Sud-Est dell'Europa.

    I Romani mandarono 200 famiglie per ricomporre il demo e la chiamarono Castrum Minervae. Sui Messapi “romanizzati”, assimilati dall'Impero cadde la damnatio memoriae: si perse anche il nome (almeno sino a ora), a differenza di Ozan (Ugento), Alixia (Alezio), Bastae (Vaste), ecc. Destino toccato anche a Muro Leccese.

    L'aria del mito a Castro si confonde con quella del mare e dei pollini dei fiori dee peschi e i mandorli in questa dolce primavera gravida di grandi orizzonti in tema sia di altri scavi che di valorizzazione e marketing turistici (e quindi di opportunità di lavoro).

    Dopo il ritrovamento di una piccola Athena di bronzo, anni fa, il pool di archeologi guidato dal prof. Francesco D'Andria (Università del Salento) ha appena ritrovato il busto della la statua della dea Minerva, che era alta oltre 3 metri.

    LA PICCOLA MINERVA IN BRONZO DEL TEMPIO
    I vari aspetti dell'importantissimo ritrovamento sono stati spiegati in una serata intensissima dal titolo “Le recenti scoperte dell'archeologia a Castro” (Castello Aragonese, piazza Armando Perotti (1885-1924), un barese innamorato della città tanto da averle dedicato un libro che è un classico).

    Le mani che hanno toccato per prime la dea amata e venerata da tutti i popoli del Mediterraneo sono state anche quelle dell'ing. Angelo Micello, uno studioso appassionato, a suo agio nel mito, che ha diretto i lavori della campagna di scavi e che concede questa intervista esclusiva al Giornale di Puglia. 

    Più si pulivano le pieghe di quell’enorme pezzo di pietra leccese e più ci si rendeva conto che non fosse la cornice regolare di un pezzo di architettura. Quando si mise in luce la parte dell’ascella la speranza di un “colpaccio” diventò realtà, si intuiva chiaramente che fossero ormai i drappeggi di una veste e che le dimensioni anatomiche erano almeno doppie e che l’esagerazione di solito appartiene agli dei. Quando lessi negli occhi degli esperti la gioia e subito dopo il senso della responsabilità di quella scoperta ebbi un senso della misura di quei momenti. 

    Personalmente dirigevo lavori in quella parte del Centro Storico dal 2000 e tutto all’epoca era partito dalla riscoperta di alcuni conci di mura messapiche. In tanti avevamo scommesso che quella non fosse solo la solita città messapica fortificata benché all’epoca Castro non fosse neppure molto citata come centro abitato prima del III secolo a.c., e già quella delle mura era stata una grande scoperta.

    I RESTI DEL FRONTONE DEL TEMPIO
       D. Tutto il materiale ritrovato andrà fra poco a Roma, in mostra, all'Ara Pacis?

    R. Gli accordi e le intese ci sono tutti. Il museo dell’Ara Pacis è un contenitore visitato da più di 300'000 persone l’anno. Ma oltre alla visibilità e all’opportunità di far conoscere il nostro territorio, l’intento culturale alla base di questa esposizione, e in quel particolare contesto, è quello di rivedere nel giusto peso le espressioni dell’arte italica pre-romana spesso banalizzata o trascurata anche nei libri di scuola.

    D. E' avviato un protocollo con la Turchia, che vuole riscrivere il percorso dell'eroe troiano Enea, anche con la riproduzione di una nave: voi parteciperete?

    R. E’ un vecchio progetto turco nato alcuni anni fa quando la Turchia spingeva per ricordare in ogni modo i legami culturali e direi “parentali” con l’Italia in vista di appoggi favorevoli all’ingresso nella comunità europea. Oggi lo scenario politico è un po’ cambiato, ma la città di Castro resta sempre comunque gemellata con la città di Antandros, una città della Turchia sul mare egeo dove le fonti letterarie fanno imbarcare i superstiti troiani verso un viaggio ignoto. Delegazioni di Castro si sono recate in passato in Turchia nelle estati scorse e delegazioni di Antandros hanno restituito la cortesia

    D. Si pensava che Enea partito da Troia, dopo Butrinto (Albania) e verso Pratica di Mare, si sia fermato anche a Leuca e Badisco. Voi date per certo che sacrificò solo a Castro, ad Athena?

    R. Siamo ovviamente sempre sul piano letterario, ma sappiamo bene che Virgilio monta le location del suo poema sempre in posti reali, anzi di più, in posti che lui ha personalmente visitato. Virgilio muore a Brindisi non a caso, ha già visitato la Grecia due volte, conosce e si compiace nel suo poema di conoscere l’arte nautica. Un porto, un tempio di Atena ed un posto abitato da alleati degli Achei, e solo Castro oggi può dimostrare queste circostanze. Ma già i primi commentatori latini di Virgilio nel IV secolo avevano messo una pietra sopra questa faccenda.

    D. Castro fu quindi un luogo di culto cui guardavano tutti i popoli mediterranei?
    R. Quello che viene fuori dai reperti dimostra una imponenza architettonica e una ricchezza economica e culturale che non può certo riferirsi alla solo demografia interna della Castro messapica. E’ già stupefacente trovare il culto di una divinità mediterranea in strutture templari doriche in ambiente che fino ad oggi era dichiarato di stretta religiosità messapica, Anche per questo l’archeologia ufficiale aveva dato finora poco peso ai ricordi e alle ricostruzioni virgiliane, per gli esperti, come è noto, le manifestazioni templari sono piuttosto da riferire all’area che parte da Taranto e si spinge fino in Sicilia secondo le direttrici della colonizzazione greca. Ma il santuario di Athena a Castro forse è già al suo posto in quei secoli a guidare i naviganti del Canale d’Otranto.

    D. Sotto quei 6 metri che ancora scaverete, cosa ci potrà essere?
    R. Di tutto, non è la stratificazione naturale di una città che si ricostruisce sempre in ordine verticale, sovrapponendosi. Sono terrapieni in cui è stato deposto di tutto, da riporti di terreno di frequentazione proto-storica dell’età del Bronzo ai resti dell’ultimo santuario di Minerva che pare quasi seppellito con una certa “pietas”dai primi coloni romani portati qui dal Lazio.

    D. Prima o poi spunterà da qualche parte anche il nome della Castro messapica?
    R. Per ora è tutto sotto inchiesta. Una inchiesta vera e propria con tanto di perizie e indagini. Se la mappa di Soleto, tanto discussa, verrà confermata nella sua autenticità il vecchio nome di Castro è già noto e sarebbe LIK, molto assonate col nome di Lictio Idomeneo, leggendario fondatore di Castro e Lecce, e sarebbe questa un’altra conferma del punto di sbarco di Enea in quanto Virgilio fa un chiaro riferimento ai pericoli che potrebbe avere Enea salendo alla città del tempio di Atena abitata da coloni cretesi che l’Ilide dice alleati dei greci contro Troia.
    Ma se non fosse questo credo che non lo si scoprirà mai e forse perché il nome della località era molto più banalmente tradotto in ogni lingua del Mediteranneo in qualcosa come il “Santuario di Atena japigio”, come lo chiamavano Athenaion i greci e Castrum Minervae i romani. Un posto di culto e un santuario così noto da non dover precisare altro.


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    PRATA FLAMINIA

    QUARTIERE FLAMINIO - PRATA FLAMINIA

    750-616 a.c. - Nell'area ad ovest del Campidoglio ed in quella del successivo Teatro Marcello, si estendeva un letto fluviale tra l'odierna via del Portico d'Ottavia che scendeva giù verso il Tevere e la parte occidentale dell'Isola Tiberina. Oggi quest'area costituisce il quartiere flaminio, ma sembra fosse questo il primo Campus Flaminius o Prata Flaminia.

    I Romani chiamavano questa zona Prata Flaminia, dal nome dell'antica strada tutt'oggi presente costruita dal console Gaio Flaminio Nepote tra il 220 e il 219 a.c. Nel 1995, durante gli scavi per la creazione dell'Auditorium Parco della Musica, furono scoperti i resti di una grandiosa villa romana, dapprima piccola fattoria del VI sec. a.c., poi villa rurale del V sec. , tra la metà del III e il II sec. a.c. una imponente dimora rurale. In età Augustea (I sec. d.c.) la villa fu ampliata e delimitata da un poderoso muro in reticolato, mentre dopo il II sec. fu abbandonata e demolita intenzionalmente.

    Chiamavasi a Roma Prata Flaminia l’area che si estendeva fuori Porta Flaminia, tra il fiume e le colline degli attuali Parioli, e dove correva rettilinea la via Flaminia. I Prata Flaminia non erano un posto salubre, trattandosi di zona alluvionale caratterizzata da terreni argillosi annualmente inondati dalle acque torbide del fiume che bloccate da Ponte Milvio esondavano e correvano su via Flaminia fino ad arrivare a premere con forza alla Porta Flumentana (Porta del Popolo).

    Secondo Plutarco, il letto fluviale Prata Flaminia doveva il suo nome a un membro della famiglia Flaminius che avrebbe donato la sua terra al popolo romano in modo che ci potessero essere corse di cavalli sul posto, ma non tutti concordano su questa spiegazione. Il nome potrebbe derivare dal fatto che i sacerdoti Flamini lo usassero per le loro cerimonie.

    RESTI DEL TEMPIO DI APOLLO

    TEMPIO DI APOLLO MEDICO

    Un Tempio  fu votato nel 433 a.c. ad Apollo Medico in occasione di una pestilenza e fu dedicato due anni più tardi dal console Gneo Giulio, antenato di Cesare e quindi ovviamente di Augusto, 
    all'interno di un 'area denominata Prata Flaminia, dove già preesisteva un'area di culto dedicata al Dio, un Apollinar, e dove si svolgevano i ludi  Tauri, istituiti da Tarquinio il Superbo. L'area era forse destinata a corse di cavalli e in qualche caso a culti importati; in seguito, nel 221 a.c., la zona 
    circostante fu risistemata con la costruzione del Circo Flaminio. Al suo interno si celebravano anche i ludi Plebeii e i preparativi per la processione trionfale che era solita partire da qui. 

    Pestilentia eo anno aliarum rerum otium praebuit. Aedis Apollini pro valetudine populi vota est. Multa duumviri ex libris placandae deum irae avertendaeque a populo pestis causa fecere; magna tamen clades in urbe agrisque promisque hominum pecorumque pernicie accepta.

    (Una pestilenza in quell'anno creò un periodo di sospensione della vita pubblica. Si fece voto ad Apollo di un tempio per la salute del popolo; i duumviri, in base ai libri sibillini, fecero tutto il possibile per placare l'ira degli Dei e per far cessare il contagio, ma esso dilagò in città e nelle campagne e fece strage sia di uomini che di bestiame.)

    (Livio IV, 25, 3.)

    APOLLO CITAREDO
    Il tempio di Apollo fu dunque votato nel 433 a.c. durante la grave pestilenza descritta da Livio, e fu dedicato, dopo l’intervento benefico del Dio che fece cessare l’epidemia tra uomini e animali, il 13 luglio, come testimoniano i calendari romani, del 431 a.c. ad Apollo Medicus. (Si riferiscono a queste anche delle statue di Apollo crioforo, portatore del capretto o dell'ariete sulle spalle, che liberava dalla peste). 

    Il luogo scelto per la costruzione del tempio fu all'interno dei Prata Flaminia, lì dove poi sorgerà il Circo Flaminio, in un punto dove già era un più antico culto di Apollo, come ricorda Livio (III, 63, 7): “Itaque inde consules, ne criminationi locus esset, in prata Flaminia, ubi nunc aedes Apollinis est - iam tum Apollinarem appellabant avocavere Senatum.” (Perciò i consoli, per non dar motivo ad accuse, trasferirono l'adunanza senatoria nei Prati Flamini ove ora è il tempio di Apollo - già allora il luogo era detto Apollinare.)

    È probabile che questo Apollinare fosse un antichissimo altare dedicato al Dio che poi venne trasformato nel tempio di Apollo Medicus, la cui dedica avvenne ad opera del console del 431 a.c. Cneo Giulio. Nel 179 a.c. venne realizzata la statua del Dio opera dello scultore Timarchides ricordata da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, 36,35): "L'Apollo con la cetra nello stesso tempio [Apollo al Portico di Ottavia] è di Timarchides." 

    È probabile che si tratti della colossale statua di culto del tempio di Apollo, della quale rimangono solo frammenti della mano destra, ma della quale è possibile riconoscerne la forma grazie a delle copie rinvenute, come la statua di Apollo citaredo proveniente da Cirene conservata nel British Museum di Londra. 

    Il 13 luglio del 212 a.c. vennero istituiti i Ludi Apollinares che prevedevano anche dei ludi scaenici, rappresentazioni teatrali in edifici costruiti nei pressi del tempio, come quello creato nel 179 a.c. dal censore Marco Emilio Lepido (Livio 40, 51, 3) probabilmente sul sito dove poi sorgerà il teatro di Marcello costruito da Augusto. Questo tempio di Apollo fu l’unico a Roma dedicato al Dio fino alla costruzione dell’altro grande tempio sul Palatino in età augustea.



    da: GIUSEPPE MARCHETTI LONGHI (1884 – 1979)

    "E' opportuno rilevare qual rapporto interceda tra il circo e il Campo, sia nella speciale denominazione, sia nel carattere e nella funzione dei Prata Flaminia, nei quali il monumento sorse. Quale il nesso tra la denominazione dei Prata e l'esistenza in essi dell'omonimo Circo? In base alla duplice testimonianza di Varrone e di Livio si è ritenuta fino ad ora da molti indiscutibile la preesistenza della speciale denominazione dei Prata all'erezione del circo, e si è cercato dare una spiegazione di essa. A noi pare, invece, che quelle testimonianze nulla provino su la preesistenza di un tal nome, ma solo attestino un'antica distinzione tra questa e la rimanente parte del campo.

    Il passo di Varrone, infatti, risponde principalmente alla preoccupazione di trovare la ragione etimologica del nome dato al Circo, che avrebbe abbracciato nel suo ambito l'intero Campo Flaminio, mentre noi sappiamo che questa si estendeva anche alle vicinanze immediate del circo, come provano i frequenti riferimenti in circo, "ad circum", proprie di edifici non compresi nella sua area. Livio, menziona in due luoghi i Prata Flaminia: a proposito del Plehiscitum Icilium del 305 d. R. (449 a.c.); e del rifiuto del trionfo, opposto dal Senato ai consoli democratici L. Valerio e M. Orazio, nel medesimo anno.

    Fin dal 449 a.c. quella parte del campo si distingueva col nome di Prata Flaminia, attestazione certo di gran valore, qualora si potesse supporre, che quella incertezza, che esiste in tutto ciò che si riferisce all'epoca decemvirale, ed in specie al contenuto della lex Valeria Horatia, non debba, a più forte ragione, riflettersi anche sul ricordo preciso della località in cui, non la legge, ma il plebiscito, che la precedette, era stato tenuto. Che i più antichi annalisti a cui Livio avrà attinto, abbiano avuto agio di tramandare esattamente la memoria di un tal particolare, quando invece confondono l'un con l'altro il contenuto delle leggi Valeria e Publilia, ben più importante a registrarsi ed a rammentarsi, è semplicemente assurdo.


    PRATA FLAMINIA
    L'annalista, cui attinse la narrazione liviana, ci serbò invece il ricordo di una indicazione in uso ai suoi giorni; e, se anche esso fu Fabio Pittore, ben poteva ai suoi tempi la denominazione del circo Flaminio, da poco esistente, essersi allargata alla zona circostante, ancora disabitata, i Prata, ed averla l'annalista inserita a precisar meglio il luogo, in cui si era tenuto il plebiscitum Icilium, come quello in cui tenevansi ancora le riunioni della plebe, così come poi lo stesso Livio l'adattava all'intelligenza dei suoi contemporanei aggiungendo la spiegazione: "quem nunc Circum Flaminium appellant". (che ora chiamano Circo Flaminio).

    Almeno al tempo di Varrone ο di Livio, esisteva una distinzione ben netta tra queste due parti del Campo Marzio: i Prata Flaminia ed il Campus propriamente detto, basti rilevare la peculiarità che la zona dei Prata doveva caratterizzare sia le origini del Circo, sia tutta la sua funzione religiosa e politica e determinare la grande importanza sopra ogni altro monumento dell'Urbe.

    E tale peculiarità è il carattere democratico e popolare della zona in perfetto antagonismo con la funzione puramente religiosa, e politica del finitimo Campo Marzio, il Campus per antonomasia, il luogo inaugurato per la celebrazione del lustrum, per le riunioni del popolo nei Comitia centuriaia e consacrato al culto di Marte. È naturale che a questa parte fosse connessa un'idea religiosa e politica in attinenza con la costituzione dello stato romano, nella sua espressione militare ed oligarchica, ma di assoluta demanialità a favore dello Stato.

    Nei Prata Flaminia, al contrario, troviamo una spiccata antitesi con le funzioni del campo. Il carattere militare vi entra, ma qui si rivela nelle esercitazioni individuali e collettive a scopo di educazione fisica ο di preparazione bellica e non, come in quello, nella sua espressione di forza politica agente nel pieno esercizio della missione statale.


    VASCA ROMANA DEI PRATA FLAMINIA
    Anche il carattere religioso vi subisce una trasformazione in quanto il suolo non è vincolato da esso, nella sua totalità, a nessuna divinità, nè il culto v'impera sotto una sola espressione: i culti, invece, man mano vi si moltiplicano, si mischiano infine, a forme nuove ed estranee. Ciò che invece vi domina è il carattere popolare; vi spira unaria di libertà, di collettivismo, che cerca svincolarsi dalla ferrea stratta dei pochi imperanti; la plebe, insomma, qui si sente come in sua casa, libera, padrona di sè, e vigile tutrice dei suoi interessi e delle sue aspirazioni.

    Qui il popolo tiene liberamente i suoi plebiscito, sotto la presidenza e la direzione dei tribuni; qui celebra i suoi giochi, i ludi plebei, eguale alla corrispondente dei ludi romani, ma sotto la presidenza dei suoi propri edili; di qui si oppone al patriziato e ad uno, ad uno, ne accomuna i privilegi esclusivi; di qui essa colpisce, secondo la leggenda, la classe nemica in uno dei suoi capi maggiori, Tito Manlio, sottraendolo, anche materialmente, alla protezione di essa, ed alla vista del Campidoglio, testimone perenne delle sue gesta.

    E' qui, a breve distanza dal Senato, nel Senaculum dell'Apollinar, entro i limiti tracciati dalla verga dell'augure, che arditamente si oppone alle decisioni di esso e, a suo dispetto, decreta il trionfo ai consoli suoi protettori: Valerio ed Orazio, trionfando essa stessa, secondo il detto di G. Claudio, non dei nemici di Roma, ma del senato patrizio (a. d. R. 305 - a. c. 449).

    Secondo Plutarco, un tal Flaminio avrebbe fatto dei suoi campi presso il Tevere al popolo romano, e nella dotazione che, dei redditi di essi, avrebbe costituita per la celebrazione dei giochi da eseguirsi nei medesimi Prata. Nella determinazione di tale posizione giuridica, il pensiero ricorre alla leggenda tramandataci da Aulo Gellio, da Plinio e da Plutarco, relativa ad un munifico dono al popolo fatto da una Vestale, Gaia Taracia, che avrebbe avuto per oggetto il campus Tiberinus sive Martius, onde alla Vestale stessa, in virtù di una lex Horatia, sarebbero stati conferiti privilegi speciali.


    LUDI APOLLINARI
    La leggenda, che ha il suo contrapposto nell'altra riferita da Dionigi di Alicarnasso e da Livio, per cui l'Ager Tarquiniorum, sequestrato al Tarquinio scacciato, sarebbe stato di nuovo consacrato a Marte, ed avrebbe costituito il Campus Martius vero e proprio, ben potrebbe riferirsi ad una di quelle altre parti della pianura, di proprietà privata e gentilizia, e, forse, dato l'appellativo di Tiberinus, alla zona dei pretta più prossima e finitima al fiume. Dato un tale lascito, od altro consimile, al popolo, ben se ne comprenderebbe l'uso di questo e quindi la completa sua sottrazione alla demanialità dello Stato.

    Tutto, quindi, rivela l'intima coscienza di quegli autori di ritenere ammissibile un carattere originariamente privato di quella parte del Campo, costituente i Prata, laddove in Livio e Dionigi si rispecchia un'assoluta inconcepibilità che il vero e proprio Campus Martius potesse essere soggetto a proprietà privata.


    Sotto tale aspetto può ben ammettersi, ο che la gens Flaminia possedesse del proprio, analogamente alla Quinctia per gli omonimi Prata, posti su la riva destra del Tevere, una parte più ο meno considerevole della pianura tiberina.

    Oppure che nei Prata non sia a riconoscersi che il primitivo Campus Tiberinus, ab antiquo proprietà popolare, della quale possono essere alterato ricordo le relative leggende di donazione e lasciti. 

    Delle due ipotesi, considerato che l'erezione del circo, trovava ragione ο pretesto in fatti locali d'indole speciale e del tutto alieni da capricciose liberalità di ricchi privati, a me sembra più probabile la seconda.


    Ciò apparirà tanto più verosimile se ammettiamo, che la denominazione di Prata Flaminia si riferisca, tutto al più, al tempo del più antico annalista, cui avrà attinto Livio, sia pur questo Fabio Pittore, quando già il Circo era sorto; nè quindi farà più meraviglia di vedere localizzati in quei Prata avvenimenti tanto precedenti, poiché, in realtà, le riunioni plebee, che avvenivano al tempo di quegli annalisti, nel luogo da essi chiamato Prata Flaminia, saranno senza dubbio avvenute nel medesimo, od in altro propinquo, anche quando, sì questo che quello, non avevano che la designazione generica di Campus Tiberinus.


    LUDI TAURI
    L'uso del popolo non escluse le proprietà private, sia che quello si limitasse alla parte più prossima al fiume, nel Lucus Petelinus, sia che si estendesse anche a quella più prossima e interna, che poi costituì i Prata Flaminia, propriamente detti, cioè immediatamente vicini all'omonimo circo. Forse i due momenti, che ci sono rappresentati dalla tradizione nelle più antiche adunanze plebee, nel lucus, e nelle più recenti, nei Prata, furono dovuti a condizioni locali, quali, sopratutto, un consecutivo risanamento della zona dei Prata cui, come dirò, strettamente si ricollega il locale culto antichissimo di Apollo.

    L'erezione del circo non fece che circoscrivere e localizzare maggiormente l'uso del popolo della zona, onde la proprietà privata trovò più libero sviluppo contribuendo all'incremento del primitivo borgo "extra portam Carmentalem", ma, oltre il Circo, rimase sempre libera agli esercizi popolari, fino al I sec. dell'Impero, una larga zona prossima al Tevere, ove ai tempi di Orazio, i giovani si preparavano con gli esercizi ginnastici al servizio militare.

    Così l'uso pubblico di una parte della zona, coesistente alla proprietà privata, ο gentilizia, di altre parti della medesima; la denominazione speciale ristretta in origine ad una sola parte della regione, trovano una logica e naturale spiegazione, senza necessità di ricorrere: rispetto al primo, alla supposizione di una totale proprietà privata sottoposta a troppo larga e frequente servitù del popolo; rispetto alla seconda, a quella di una proprietà dei Flamines come, genialmente, ma con nessun fondamento, ha supposto il Gilbert.

    Il passaggio graduale da una iniziale proprietà gentilizia, al promiscuo e contemporaneo uso pubblico e privato della zona, fino agli infrangibili limiti religiosi e politici del Campus, propriamente detto, a me pare risponda pienamente alla contemperanza degli elementi leggendari, storici e di fatto, che informano lo sviluppo di questa parte della città. Ma, sia la costruzione del circo, che lo sviluppo della zona dei Prata, sono in stretto rapporto con la presenza e lo sviluppo del culto di Apollo, specialmente se tengasi conto dello speciale carattere assunto in questo luogo da Apollo, come Dio risanatore e benefico. 

    Questo, infatti, si ricollega strettamente alla natura malsana del suolo, frastagliato da paludi e da rivi, spesso ricoperto dal fiume nelle sue inondazioni; mentre l'origine ellenica del culto introduce un altro fattore di non lieve importanza, anche sotto l'aspetto edilizio, cioè la sempre crescente influenza dello spirito greco, che avrà, nella regione medesima, la più evidente espressione nel carattere dei suoi futuri edifici. Un intimo nesso sembra quindi intercedere tra l'affermarsi definitivo nei Prata del culto di Apollo e l'erezione del circo, il quale, quindi, fu, ο almeno apparve, una necessaria conseguenza di quello."



    IL CIRCO FLAMINIO

    Festo riferisce che il Circo Flaminio venne edificato in campo Marzio nel 221 a.c. da quel Caio Flaminio Nepote che fu ucciso da  Annibale al Trasimeno, e situato nei prati (Prata) che già si chiamavano Flaminii. Il Circo dette il nome alla regione in cui si allocava e sorse sui terreni di proprietà della Famiglia Flaminia detti Prata Flaminia o Campus Flaminius.

    Nel Circo Flaminio si celebravano anche i giochi sacri agli Dei dell'oltretomba, che non potevano essere tenuti all'interno delle Mura di Roma. Questi si chiamavo Ludi Tauri che si credeva fossero stati introdotti a Roma da Tarquinio.

    Nel 449 a.c. iniziano in Prata Flaminia i Ludi Plebei. I giochi iniziavano con l'Epulum Iovis in cui si offriva da mangiare al Dio in ciotole di legno, vasi di creta e canestri.

    Nel 296 a.c., il console Appio Claudio Caecus fece costruire un tempio della Dea Bellona, di fronte al tempio, durante la guerra contro Pirro (280-275 a.c.), fu sollevata la Columna Bellica. Contro di essa all'inizio di ogni guerra una lancia come se la colonna fosse sulla base nemica.


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    IL MUSEO DI ANTIOCHIA
    L'antica città greco-romana di Antiochia, ovvero i suoi resti, è una delle più antiche città romane nel vicino oriente. Essa si trova in Turchia, sulle rive del fiume Oronte e presso la sua foce, nella parte nord-orientale del Mare Mediterraneo, vicino alla odierna Siria.

    Posta a pochi km dal mare, fu una delle più grandi metropoli del mondo antico, a partire almeno dall'epoca ellenistica e lo fu molto a lungo, costituendo con Roma, Alessandria d'Egitto ed Efeso, uno dei più grandi centri commerciali e culturali del mondo antico.

    Come città dell'Impero romano essa prosperò fino al V sec. e vide crescere la sua popolazione fino a circa 500.000 abitanti. Venne abbellita da monumenti, templi, statue e marmi pregiati. Distrutta dal terremoto del 525 e conquistata dai persiani nel 540 subì da allora un lento e continuo declino.



    LA FONDAZIONE

    Antiochia, o Antakya nella dicitura greca, fu fondata nel 300 a.c. da Seleuco I Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno.
    Per più di due secoli fu la capitale del Regno dei Seleucidi, una dinastia ellenistica molto illuminata.
    Seleuco la chiamò così in onore di suo padre Antioco.

    Nel 64 a.c. il generale Pompeo conquistò tutta la regione e costituì la provincia romana della Siria di cui Antiochia divenne la capitale.
    La metropoli, abbellita da monumenti e templi, si arricchì di statue e marmi pregiati e, fin dal I sec., fu tra le città più prospere e importanti dell'Impero e la terza per popolazione, dopo Roma e Alessandria.

    Numerosi furono gli imperatori che vi eressero varie opere, con palazzi, vie monumentali, templi, basiliche, edifici pubblici e fortificazioni,

    La città, crocevia attivissimo tra occidente (Grecia e Roma), Asia, Palestina, Egitto e Arabia, ebbe, com'era logico che fosse, uno sviluppo notevole nell'aspetto commerciale, di cui furono maestri greci ed ebrei.

    Nella sua fioritura culturale ospitò grandi matematici, filosofi, astronomi, e soprattutto grandi artisti.

    Adorò soprattutto la Grande Madre Mediterranea, che prese diversi nomi, da Tichè ad Atargatis, a Cibele e ad Afrodite.
    Poi si ispirò al pantheon greco, con il culto di Giove, Giunone, Fortuna, Apollo, Diana, Nettuno, Afrodite ma pure con geni alati sia maschili che femminili, come a Roma.

    Sull’Oronte, il fiume di Antiochia navigabile sino al porto di Seleucia, si ergeva un tempo un’isoletta, una piccola roccaforte, su cui i regnanti seleucidi vi avevano fatto costruire un grande palazzo. In seguito divenne la sede dei governatori romani, oggi scomparsa per i terremoti.

    Antiochia fu un modello di urbanizzazione ellenistica a forma di scacchiera, con vie diritte, fiancheggiate da colonnati e abbellite dai re Seleucidi prima e dai romani dopo. Lo storico Strabone la chiamò Tetrapoli (Quattro città) perchè ogni quartiere costruì la sua cinta muraria, racchiuso poi da un muro comune, ampliato più tardi da Giustiniano, del perimetro di 12 km.

    L'ampia cerchia di mura e l'abbondanza di acque le consentirono di crescere ed abbellirsi. Gli storici dicono che arrivò a contare 300.000 abitanti e più di 200.000 schiavi.

    Lo schiavismo fu infatti molto più diffuso in oriente che in occidente nell'antichità.
    Una strada a doppio porticato, affiancata da ville splendide con marmi e mosaici, traversava tutta la città.

    Successivamente Costantino il Grande vi innalzò una basilica per pubblicizzare ulteriormente il cristianesimo.

    Tuttavia la città subì gravi terremoti e incendi, il che portò alla quasi totale scomparsa della presenza romana in città, con detrimento del commercio e della civiltà.

    Morì proprio ad Antiochia colpito da una malattia l'imperatore Marco Ulpio Traiano nell'anno 117 d.c., tornato dalla logorante campagna militare in Mesopotamia.

    Durante il III sec. la città fu assediata ed occupata per due volte dall'esercito persiano dei sasanidi di Sapore I, nel 252/253 e nel 260.



    POMPEO

    Nel 64 a.c. Pompeo conquistò la regione e costituì la provincia romana di Siria con Antiochia come capitale. 

    Nel 55 a.c. Orode re dei Parti raccolse un grande esercito e lo inviò sotto le mura di Antiochia. L'assedio però fallì grazie a Gaio Cassio Longino, ex luogotenente di Crasso che accorse e respinse i Parti. Questi fuggirono ad Antigonea che assediarono inutilmente, sconfitti dal nuovo proconsole di Siria, Marco Calpurnio Bibulo. Allora i Parti abbandonarono definitivamente i territori romani, tornandosene ad est dell'Eufrate. 

    La prima guerra tra Roma ed i Parti terminava nel 50 a.c. e Gaio Giulio Cesare visitò Antiochia durante la sua campagna in Oriente nel 47 a.c., confermandone il suo status di città libera per la sua fedeltà a Roma.

    Nel 43 a.c., durante la guerra civile romana, la città fu posta sotto assedio da parte di Publio Cornelio Dolabella, alleato di Cesare finchè visse, passando al nemico alla sua morte.

    Tuttavia Dolabella venne respinto e costretto a fuggire a Laodicea, dove fu ucciso da Gaio Cassio Longino, tra i promotori della congiura per l'uccisione di Giulio Cesare.

    I Parti invasero nuovamente i territori orientali della Repubblica romana nel 40 a.c., condotti dal loro re Pacoro e da Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno, legato di Giulio Cesare in Gallia).

    Labieno fece passare le guarnigioni romane in Siria dalla sua parte. L'esercito romano-partico sconfisse l'esercito del governatore provinciale di Marco Antonio, costringendo Antiochia a passare dalla parte dei vincitori parti.



    MARCO ANTONIO

    Riconquistata Antiochia Marco Antonio nel 37 a.c. stabilì qui il suo "quartier generale" per l'imminente campagna contro i Parti. Qui Cleopatra sposò Antonio sognando un Oriente unito sotto la loro guida.

    Quando Gaio Giulio Cesare vi aveva fatto visita nel 47 a.c., vi aveva fatto costruire una grande basilica, chiamata Kaisarion, un nuovo teatro, un anfiteatro (uno dei primi del mondo romano), un acquedotto, nuove terme e un nuovo Pantheon. Era l'usanza di romanizzare le province, rendendole più, belle, più comode, più ricche e colte, si da non rimpiangere la vita precedente.

    Durante il periodo romano, la popolazione di Antiochia raggiunse oltre 500.000 abitanti e fu la terza città più popolosa del mondo dopo Roma e Alessandria (al tempo dell'Impero di Nerone). Con il IV sec., la popolazione cominciò a decrescere fino a circa 200.000.



    AUGUSTO

    In seguito alla battaglia di Azio, Ottaviano, ormai padrone incontrastato dell'impero romano, pose in atto una riforma monetaria imperiale (23 -20 a.c.), che prevedeva anche per le province romane di lingua greca una loro indipendente monetazione locale/provinciale. Le principali zecche furono, quindi, poste nelle località dell'Oriente romano più importanti "strategicamente" e/o popolose: ad Alessandria (per l'Egitto), Antiochia per la Siria e Caesarea per la Cappadocia.



    GERMANICO

    Ad Antiochia Germanico morì nel 19, durante la sua missione diplomatica in Oriente, voluta dal padre adottivo ed Imperatore, Tiberio. Il suo corpo fu cremato nel Forum, forse avvelenato da un emissario di Tiberio.

    Nello stesso anno morì ad Antiochia Vonone I di Partia, il quale aveva ottenuto asilo politico al tempo di Augusto, visto che era stata Roma a tenerlo come ostaggio per tutta la sua fanciullezza. Augusto era in genere un uomo generoso, ma Tiberio molto meno, per cui gli tolse tutte le sue immense ricchezze che aveva portato con sé dalla Partia.



    VESPASIANO

    Abbiamo notizia dallo storico Tacito, che sempre ad Antiochia furono coniate monete romane durante la guerra civile che vide coinvolto da una parte l'allora governatore di Siria, Vespasiano, poco dopo che fu proclamato Imperator dalle truppe in Alessandria d'Egitto (il 1º luglio del 69).

    Nel 69 Vespasiano si trasferì ad Antiochia, subito dopo essere stato proclamato imperatore, da dove dispose di inviare Muciano in Italia, con un forte contingente militare, per sbarazzarsi delle armate di Vitellio.




    TRAIANO

    Durante il principato di Traiano, Antiochia fu la principale zecca provinciale per le emissioni di dracme e tetradracmi, che furono anche coniate in biglione, cioè argento, talvolta oro, misti a metalli inferiori, come rame, zinco e stagno. Non conosciamo con precisione dove si trovasse l'edificio della zecca di Antiochia, possiamo solo presumere che si trovasse a fianco del forum, come accadde a Mediolanum.

    Le prime monete furono coniate qui, insieme alle altre zecche delle tre principali città del regno dei Seleucidi (Seleucia di Pieria, Laodicea e Apamea, che formavano la tetrapoli siriaca, già a partire da Antioco I ( 281-280 a.c.).

    Anche Traiano, nell'anno 114, usò Antiochia come quartier generale delle armate romane in vista delle imminenti campagne militari, per la conquista della Mesopotamia dal 114 al 117. Nel 115, poi, durante uno dei soggiorni dell'Imperatore, la città fu sconvolta da un terribile terremoto, tanto che lo stesso Traiano fu costretto a rifugiarsi nel Circo per diversi giorni.
    « Mentre l'imperatore Traiano si trovava a soggiornare in Antiochia, un terribile terremoto colpì la città. Molte città subirono dei danni, ma Antiochia fu quella più sfortunata di tutti. 
    Qui Traiano stava trascorrendo l'inverno e molti soldati e civili erano accorsi qui da tutte le parti, e quindi ad Antiochia il mondo intero sotto dominio romano, subì il disastro. 
    C'erano stati molti temporali e vento portentoso, ma nessuno si sarebbe mai aspettato tanti mali tutti insieme. Tutta la terra si alzava, molti edifici crollarono, altri si alzavano da terra per poi crollare e rompersi in pezzi al suolo. 

    Per quanto riguarda le persone, molte che erano fuori casa, furono gettate violentemente verso l'alto e poi a terra, come se fossero caduti da un'alta rupe; altri furono uccisi e mutilati. 
    Il numero di coloro che rimasero intrappolati nelle case e morirono aumentarono, molti furono uccisi
    dalla forza stessa della caduta di detriti, e un gran numero furono soffocati sotto le rovine. »
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana.)

    « Così grande era la calamità che travolse Antiochia in questo momento. Traiano si fece strada attraverso una finestra della stanza in cui era alloggiato. Qualcuno più grande della statura umana, sembra sia venuto da lui a prenderlo, per portarlo via, in modo che riuscì a fuggire con solo alcune lievi ferite, e sebbene la situazione perdurasse per diversi giorni, visse fuori di casa nell'ippodromo. 

    Anche il monte Casio subì pesanti scosse di terremoto, tanto che le sue stesse vette sembravano chinarsi e rompersi, pronti a gettarsi sulla stessa città. Molte colline si assestarono, molta acqua non precedentemente visibile venne alla luce, mentre molti corsi d'acqua scomparvero.»
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana)



    ADRIANO
    Morto Traiano nel 117,  l'Imperatore Adriano, partì da Antiochia dove si trovava come governatore della Siria, per andare a Roma. Non ebbe mai simpatia per gli abitanti di Antiochia tanto da meditare di separare la Siria dalla Fenicia, perché la città non fosse più capitale di tante città.



    LUCIO VERO 

    Nel 161, con la morte di Antonino Pio, il trono d'Armenia divenne vacante, reclamato da Soemo, un principe di Edessa che era pure senatore romano. Il re Vologase IV inviò in Armenia la propria cavalleria al comando del generale Osroe che sconfisse i Romani. Soemo fu deposto e dovette fuggire.

    I Parti attaccarono la Cappadocia e la Siria, portandosi fin sotto le mura di Antiochia, distruggendo un'intera legione e conquistando la fortezza di Edessa. Lucio Vero fu allora inviato dal fratello, Marco Aurelio, a combattere i Parti, e stavolta con successo, dal 163 al 166, trasferendo qui parte della corte imperiale. Ancora una volta Antiochia fu la Roma d'oriente.



    MARCO AURELIO

    L'imperatore Marco Aurelio evitò di far visita alla città nel 175, poiché aveva acclamato a capo della Siria, ribellata al suo potere, l'usurpatore Avidio Cassio. Vi andò però l'anno dopo per visitare la città e riportarvi l'ordine.

    MUSEO DI ANTIOCHIA

    PESCENNIO NIGRO

    Più tardi Pescennio Nigro, governatore di Siria, si contrappose a Settimio Severo nel corso della guerra civile, ed avendo dalla sua parte le armate orientali, fu costretto ad emettere monete per mantenerle.



    SETTIMIO SEVERO

    Antiochia divenne la capitale di Pescennio Nigro, sconfitto però nel 194 da Settimio Severo, che vi soggiornò nelle successive campagne partiche ( 197-198), ma tolse agli Antiochesi la qualità di capitale ad Antiochia.

    La zecca fu probabilmente chiusa da Settimio Severo, che punì la città di Antiochia spostando la capitale siriaca nella vicina Laodicea per alcuni anni, fino a quando il figlio Caracalla non convinse il padre a perdonare i suoi abitanti per aver parteggiato per Pescennio Nigro. In seguito la zecca fu aperta per un'emissione temporanea a favore di Eliogabalo della dinastia dei Severi.



    CARACALLA

    Poi Caracalla divenne console ad Antiochia nel 202, e nel 215 - 217 utilizzò Antiochia come quartier generale per la guerra contro i Parti. Alla sua morte, nel 217, il prefetto del pretorio, Macrino, si fece proclamare imperatore e fece ritorno ad Antiochia, dove incontrò il figlio Diadumeniano, che proclamò a sua volta Cesare.

    Nel 218 Eliogabalo sconfisse Macrino e divenne imperatore soggiornando per alcuni mesi ad Antiochia. Nel III sec., la città fu occupata dai sasanidi di Sapore I, liberata poi da Gordiano III. 



    ALESSANDRO SEVERO

    Nella Campagna sasanide Alessandro Severo fece di Antiochia il suo quartier generale. Nel 239, Ardashir I ruppe la tregua e attaccò la Mesopotamia romana, conquistando Nisibis e Carre (237/238), poi Dura Europos (239) e la stessa Antiochia, oltre alla città alleata dei Romani, Hatra (240), la splendida città greco sumera - siriana, approfittando che l'impero romano era impegnato con Goti ed Alemanni.



    TREBONIANO GALLO

    In seguito Antiochia torno' romana però l'eccessiva tassazione voluta a partire dal 248 da Filippo l'Arabo, provocò una rivolta ad Antiochia che preferì il dominio dei Persiani rispetto a quello romano.

    Sotto l'impero di Treboniano Gallo (251-253) i Sasanidi tornarono ad impossessarsi dell'Armenia, della Mesopotamia e in Siria sconfissero l'esercito romano occupando Antiochia, dove razziarono un ricco bottino, uccisero numerosi abitanti nel teatro e facendo molti prigionieri (253).



    VALERIANO


    La riapertura della zecca di Antiochia avvenne molto probabilmente al tempo di Gordiano III, quando quest'ultimo emise una serie di antoniniani, continuata poi anche da Filippo l'Arabo. In Oriente con l'arrivo di Valeriano ad Antiochia nel 254 (sua nuova sede imperiale), la preesistente zecca non era più sufficiente a coniare moneta per i militari dell'area.

    Si rese così necessaria la costruzione di una seconda officina (nel 255). Ancora nel 256, gli eserciti di Sapore I sottraevano ai romani Carre, Nisibis, Dura Europos e la stessa Antiochia. L'imperatore Valeriano recuperò Antiochia l'anno successivo e la fece ricostruire. Qui stabilì la sua corte per alcuni anni ma la città ricadde sotto ai persiani, poco prima che Valeriano fosse sconfitto e catturato dalle armate sasanidi nella battaglia di Edessa.



    Con la sconfitta di Valeriano del 260, la zecca smise di battere moneta dal 262 per alcuni anni, forse fino a Claudio II che riattiverà la zecca. La cattura di Valeriano da parte dei Persiani lasciò l'Oriente romano a Sapore I, il quale rioccupò i territori romani fino a Tarso, compresa tutta la provincia romana di Mesopotamia fino a Cesarea in Cappadocia dopo una strenue difesa.

    Macriano radunò a Samosata quello che rimaneva dell'esercito romano in Oriente, mentre il prefetto del pretorio, Ballista, riuscì a sorprendere i Persiani presso Corycus in Cilicia ed a respingerli fino all'Eufrate.

    Odenato, che aveva cercato di ingraziarsi Sapore I, una volta che i suoi doni furono rifiutati, decise di allearsi a Roma contro i Persiani. Infatti, di ritorno dal saccheggio di Antiochia, li sconfisse prima che potessero attraversare l'Eufrate. 



    AURELIANO

    Durante le campagne militari contro il regno di Palmira di Zenobia, l'imperatore Aureliano riprese Antiochia, soggiornandovi per risolvere i problemi della città. Vi tornò a soggiornarvi prima della campagna contro il regno di Palmira del 273/274. Zosimo racconta infatti che:
    « Aureliano raggiunse Antiochia e mentre si svolgeva una gara ippica comparve tra il popolo. Dopo aver destato meraviglia con questa sua improvvisa apparizione, si diresse verso Palmira, e senza combattere si impadronì della città, la distrusse e lasciò libero Antioco, non ritenendolo degno neppure di essere punito, tanta era la sua irrilevanza.»
    (Zosimo, Storia nuova, I, 61.1.)

    Durante il regno di Aureliano, quest'ultimo dopo la vittoria ottenuta sulla regina di Palmira, Zenobia, emise ad Antiochia una nuova serie di aurei che ne celebrassero il trionfo sulla stessa ed il figlio Vaballato. Dopo il 274 la zecca potrebbe essere stata nuovamente chiusa per un lungo periodo, a parte alcune coniazioni quando Diocleziano divenne Imperatore nel 285 o quando trascorse alcuni inverni nella capitale siriana durante le campagne sasanidi di Galerio ( 293 - 298).



    DIOCLEZIANO

    La città divenne una delle capitali imperiali romane al tempo della tetrarchia di Diocleziano, quando quest'ultimo decise di risiedervi per alcuni anni, ampliando il palazzo imperiale iniziato al tempo di Valeriano, decidendo quindi di condurre con il Cesare Galerio, alcune campagne militari contro i Sasanidi negli anni 293-298, e celebrando nella metropoli orientale il trionfo.



    COSTANTINO I

    Quando Costantino I decise di spostare la capitale da Roma in Oriente, prima di decidere per Bisanzio aveva pensato ad Antiochia.

    Nel 337, poco prima della morte di Costantino I, i due eserciti, quello romano comandato dal figlio di Costantino, Costanzo II, e dal nipote Annibaliano, dall'altro quello persiano, condotto dallo stesso Sapore II, ruppero la tregua conclusa oltre trent'anni prima da Narsete e Galerio, e tornarono a scontrarsi.

    Costanzo si recò ad Antiochia, che era stata la sua capitale durante gli ultimi anni da Cesare, da dove poteva occuparsi meglio della frontiera orientale di quanto avrebbe potuto fare a Costantinopoli. Vi rimase dal 338 al 350, utilizzandola come sua residenza imperiale.

    Costantino I fece erigere una grande chiesa ad Antiochia (nel 325, finita nel 341 da Costanzo II), posizionata probabilmente nei pressi del Palazzo imperiale sull'isola, al di là dell'Oronte. La Chiesa, detta la "Domus Aurea di Antiochia" fu gravemente danneggiata nel corso di un primo e poi da un secondo terremoto nel 588, e mai più ricostruita. Alcuni hanno ipotizzato che la Chiesa di San Vitale a Ravenna, costruita nel 540, potrebbe avere a modello la chiesa ottagonale d'Oro di Antiochia:

    « Costantino, quasi fosse stata la capitale di tutte le province del luogo, consacrò una chiesa unica nel suo genere per le proporzioni e la bellezza. All'esterno fece costruire intorno all'intero tempio una grande cinta muraria, ed all'interno fece innalzare l'edificio vero e proprio, di altezza notevole, costruito su pianta ottagonale, circondato tutto intorno da edicole, poste su due ordini, superiore ed inferiore, che fece generosamente rivestire con ornamenti d'oro massiccio, bronzo ed altri materiali preziosi. »
    (Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino.)


    GIULIANO

    Nel 362 l'Imperatore Flavio Claudio Giuliano visitò la città, poco prima di iniziare la sua campagna militare contro i Persiani sasanidi. Rimase così affascinato da Antiochia, da considerarla rivale di Costantinopoli.

    Antiochia era allora formata da una popolazione parte pagana e parte cristiana, che lo storico Ammiano Marcellino riteneva fossero sufficientemente amalgamate. Invece non molto tempo dopo, l'intransigente popolazione cristiana inveiva contro Giuliano per il suo atteggiamento a favore di riti ebraici e pagani, e per aver chiuso la grande chiesa fatta costruire da Costantino I.

    In realtà Giuliano non sembra avesse fatto chiudere la chiesa ma le avesse invece ridotto grandemente la sua manutenzione, rendendola uguale a quella pagana. La reazione fu quella di dare alle fiamme il tempio di Apollo a Dafne.

    Qui fu condotta la salma di Flavio Claudio Giuliano, al termine della campagna militare contro i Persiani, da parte del nuovo imperatore Gioviano nel 363, il quale rimase ad Antiochia fino al febbraio del 364.



    VALENTE

    BUSTO DI SELEUCO I FONDATORE
    DI ANTIOCHIA COPIA ROMANA
    DA UN ORIGINALE DI ERCOLANO
    Nel 369 - 370 l'imperatore Valente recatosi sul fronte orientale per una nuova spedizione contro i Persiani, trascorse due inverni nel palazzo imperiale di Antiochia.

    Vi tornò dal 375 al 378, poco prima di recarsi a Costantinopoli e subire la terribile disfatta di Adrianopoli ad opera dei Goti. Egli riaprì poi la grande chiesa di Costantino, che rimase aperta fino al "sacco persiano" del 540, compiuto da Cosroe I.



    TEODOSIO

    Nel 387, ad Antiochia ci fu una grande rivolta causata da una nuova tassa prelevata per ordine di Teodosio I, al termine della quale la città, seppure difesa dal filosofo Libanio, fu punita con la perdita del suo status di metropolis.

    Nel 393 il nuovo comes Orientis, che risiedeva ad Antiochia, fu arrestato ed ucciso, sembra ingiustamente, per volere di Arcadio figlio dell'allora imperatore Teodosio I.



    GLI SCAVI

    La prima campagna di scavi sul sito dell'antico Circus iniziò nel 1932, grazie ad un'equipe di archeologi dell'Università di Princeton, e durò fino al 1935. La datazione della maggior parte delle costruzioni secondo le indagini archeologiche risalirebbe al IV sec., con un inizio di attività nella seconda metà del I sec. a.c.

    STAMPA DI ANTIOCHIA DEL XVIII SECOLO


    I MONUMENTI SCOMPARSI

    Giulio Cesare, che le aveva concesso il titolo di "Metropoli", eresse la prima basilica, come anche il teatro e altri edifici. Quinto Marcio Re, proconsole di Cilicia, aveva riparato il grande ippodromo della città di Antiochia. Pompeo, che aveva lasciato alla città la sua costituzione autonoma (A. libera: Plin., Nat. hist., V, 79), ne restaurò la casa del Senato.

    Dopo la vittoria di Azio, Augusto visitò Antiochia nel 29 a.c. e ordinò vi fosse eretto un grande tempio dedicato a Giove Capitolino, tutto in marmo rosa, presso il monte Silpio, e inoltre fece costruire un grande forum.

    Marco Vipsanio Agrippa fece ampliare il teatro ( 20-14 a.c.), terminato poi dall'imperatore Traiano che vi soggiornò dal 114 al 117.

    Il re cliente di Roma, Erode, "amicus populi Romanicos" costruì infine una lunga stoa (edificio con porticati) ad est, mentre Agrippa incentivò un nuovo quartiere a sud di essa che si chiamò Epiphania, e venne ampliato sotto Tiberio.

    Per la strada porticata eseguì importanti lavori Tiberio, al quale fu eretta in mezzo alla via una statua di bronzo in cima a un'alta colonna di granito egiziano, presso il luogo che era chiamato l'òmphalos della città.

    LE MURA OGGI E COME APPARIVANO IN ORIGINE
    Molti imperatori vi eressero varie opere, come Caligola, che ricostruì ed ingrandì un nuovo foro, fino ad Aureliano che, tornato dalla guerra contro la regina Zenobia di Palmira, altra ricchissima città, fermatosi ad Antiochia decise di abbellirla. Essa però dovette provare anche gravi terremoti e incendi. Posta in una zona ad elevata sismicità, la causa principale della quasi totale scomparsa della presenza romana in città furono i numerosi terremoti che la colpirono.

    Vespasiano qui batté moneta, probabilmente utilizzando la preesistente zecca, attiva fin dal tempo dei Seleucidi. Antonino Pio costruì la grande arteria stradale est-ovest in granito. Fu quindi ristrutturato il Circo, costruiti nuovi colonnati e Terme, oltre a nuovi acquedotti che portavano il nome dei Cesari, il più bello dei quali era quello di Adriano. Poi Valeriano fece erigere sull'isola a nord dell'Oronte, un palazzo imperiale (ampliato durante la tetrarchia da Diocleziano), come ce lo descrive lo stesso Libanio, originario della città.

    Ancora Tiberio ed Erode fecero erigere due lunghe vie colonnate nella zona sud (per oltre due miglia romane), verso il monte Silpio, con una piazza ovale alla loro intersezione, al centro della quale era posta una colonna commemorativa (con la statua di Tiberio, in cima) ed un nymphaeum. E se Erode ne pagò la pavimentazione, Tiberio invece le colonne poste lungo i lati della strada. La porta Orientalis fu inoltre decorata con la statua della lupa capitolina che allatta i due gemelli, Romolo e Remo.

    Il successore di Giuliano, l'Imperatore Valente, dotò Antiochia di un nuovo Forum, tra cui una statua del fratello Valentiniano I eretto su una colonna centrale.

    Poche tracce però della città, un tempo grande metropolis romana, sono oggi visibili a parte delle mura di fortificazione che si estendono come un gigantesco serpente lungo le vicine montagne ad est della città moderna, oltre ad alcuni tratti degli antichi acquedotti, e la Chiesa di San Pietro, che si racconta sia stato un luogo di incontro delle prime comunità cristiane. La maggior parte della città romana giace sepolta sotto i sedimenti profondi del fiume Oronte, o è stata seppellita sotto le attuali costruzioni moderne.



    LA STRADA PORTICATA

    La prima costruzione della strada che si estende oggi sotto la via principale della moderna Antakiè.

    Al di là di questa, a nord, lungo la strada da Antiochia ad Aleppo, è di età ellenistica, rimaneggiata nel I sec. a.c. , con marciapiedi larghi abbastanza da poter contenere dei portici; ma solamente al II sec. d.c. si edificò il grande doppio porticato che la rese famosa.

    In questa ricostruzione il piano carreggiabile, pavimentato a grossi lastroni di calcare duro e fornito di due canali laterali, misurava m 9,60 di larghezza, mentre il complesso della strada arrivava a quasi 30 m coi suoi due porticati su cui si aprivano botteghe e uffici regolarmente distribuiti.

    Gli intercolunni dei portici misuravano a un dipresso 5 m: per questi doppi portici, dunque, dovevano essere state impiegate circa 3200 colonne, di cui molte di granito grigio o rosa. Gli aggruppamenti di case, ai lati del colonnato, sembra misurassero circa 60 m di larghezza lungo la strada, e 120 di profondità lateralmente.



    IL CIRCO ROMANO

    Il circo romano di Antiochia era un'antica struttura collegata al vicino palazzo imperiale, importante soprattutto durante il periodo in cui Antiochia fu una delle capitali tetrarchiche dell'Impero Romano.

    Questo venne edificato forse nel 67 a.c. da Quinto Marcio Re, governatore della Cilicia, e fu costruito sull'isola a nord dell'Oronte. Nel 115, durante il soggiorno dell'Imperatore Traiano, Antiochia fu sconvolta da un terribile terremoto, tanto che l'imperatore fu costretto a rifugiarsi nel Circo per diversi giorni.

    Più volte ristrutturato, anche a causa dei terremoti, fu  ampliato durante il IV sec. sotto il figlio di Costantino I, Costanzo II, che risiedette in modo continuativo, per fronteggiare la minaccia sasanide dal 337 al 350. Il circo sembra sia caduto definitivamente in disuso dopo il terribile terremoto che colpì la città di Antiochia nel 526.

    L'orientamento del suo impianto era nord-sud. L'arena misurava 492,5 m di lunghezza e 70-75 m di larghezza. La distanza tra i carceres e la balaustra centrale (o spina) era di 145 m. La lunghezza della spina  era di 283 m  e larga m 8,3. La capienza complessiva dell'intera struttura è stata stimata in 80.000 persone, sedute lungo le sue gradinate.



    LA ZECCA

    La zecca e monetazione di Antiochia (Moneta da Giunone Moneta) era l'edificio presso il quale vi fu la prima coniazione di monete sia in epoca seleucide sia in epoca imperiale romana. Iniziò da Antioco I (dal 281-280 a.c.), e proseguì con l'Imperatore Vespasiano nel 69, come narra Tacito:

    « Prima misura di guerra fu quella di arruolare soldati e di richiamare i veterani. Si scelsero città importanti per riattivare gli arsenali, ad Antiochia si coniò oro e argento e tutto, gestito da agenti capaci, si svolse ovunque con sollecitudine.»
    (Tacito, Historiae)

    PALAZZO IMPERIALE DI ADRIANO A SPALATO MOLTO SIMILE A QUELLO DI ANTIOCHIA

    IL PALAZZO IMPERIALE

    Diocleziano costruì in alcune città un palazzo imperiale, dove soggiornare in caso di problemi da risolvere o questioni amministrative. Una parte della città accolse il palazzo e divenne la residenza dell'imperatore, della sua corte e di parte della guardia pretoriana. 

    Sembra che i due palazzi fossero pressoché uguali per cui portiamo come immagine quella ricostruita del palazzo imperiale di Adriano a Spalato.

    Vi costruì edifici di rappresentanza, amministrativi e militari. Il palazzo reale venne edificato sull'isola scomparsa, sul preesistente palazzo imperiale di Gallieno e Valeriano. Di fronte al palazzo stavano un colonnato e il "tetrapylon degli elefanti", probabile incrocio di due strade porticate - presso il quale Giuliano l'Apostata affisse il suo Misopogon, la nota invettiva contro la lussuosa e corrotta città. 

    Come a Roma avevano l'ingresso diretto al Circo col pulvinar riservato all'imperatore e la sua famiglia. In realtà il palazzo imperiale fu iniziato da Valeriano (200 - 260), continuato da Marco Aurelio Probo (232 - 282) ed ultimato durante la tetrarchia, da Diocleziano (244 - 311), sull'isola a nord dell'Oronte, come narra il filosofo siriano Libanio, originario della città.

    Non va confuso con un precedente palazzo di epoca seleucide. È oggi rappresentato sull'arco di Galerio di Salonicco. Nel palazzo risiedette anche Valente durante la crisi persiana nel 369-370, poi ancora dal 375 al 378, poco prima di recarsi a Costantinopoli e subire la terribile disfatta ad opera dei Goti che annientarono totalmente l'esercito romano presso Adrianopoli.



    LO STADIO

    Scavi parziali dello stadio vicino al palazzo hanno messo in evidenza i suoi carceres, parte della spina e delle metae. La lunghezza dell'arena si estende per m 492,50; i particolari tecnici dell'edificio suggeriscono che si tratti precisamente della ricostruzione del proconsole Q. Marcio Re.

    GROTTA DI S. PIETRO

    GROTTA DI SAN PIETRO

    Un esempio di queste manomissioni fu la chiesa rupestre chiamata “Grotta di S.Pietro”.
    Scavata naturalmente nella roccia sul fianco occidentale del monte Stauris, la grotta è lunga 13 m, larga 9 e mezzo e alta poco più di 7 m.

    Dedicata anticamente ad una divinità femminile delle acque e della salute, eretta su una pendice della montagna sacra ai cittadini dell'epoca, era beneficiata da ben due acquedotti che dovevano produrre dei giochi d’acqua che scendevano alle vicine terme che si trovavano in basso a destra della piccola salita che porta alla grotta. 

    Questo ci suggerisce che la Dea in questione fosse una antica Grande Madre che faceva miracoli attraverso le sue acque miracolose, si che i romani, rispettosi di ogni divinità anche estera, si affrettarono ad abbellire il santuario creandovi terme, ninfei e luoghi di ristoro. 

    Purtroppo del luogo resta poco, perchè al suo interno è stata costellata di mosaici tolti a pezzi da varie parti e le pareti, con buchi e nicchie, dovevano contenere statuette e vari ex voto ormai perduti. 

    Appartengono all'antica grotta pagana un tunnel, che si apre sulla sinistra di chi guarda l’altare, e la piccola vasca a livello del pavimento, sulla destra. II tunnel è stato interpretato erroneamente come un mezzo per mettersi in salvo sulla montagna in caso di attacco improvviso, visto che sbuca appena fuori la chiesa.

    Il passaggio in ombra doveva significare invece un passaggio interiore come a volte si trova  nei mitrei o nei luoghi in cui si celebravano i sacri misteri. C'era poi la vasca, interpretata come fonte battesimale, ma in realtà anche questa di molto antecedente al culto cristiano.

    Qui si raccoglieva l’acqua che fino a qualche anno fa colava dalla roccia e che era bevuta devotamente dai visitatori antichi e da quelli cristiani poi, i quali la portavano anche con sé per i malati. Oggi l’acqua non scorre più perché deviata in seguito a terremoti, frequenti ad Antiochia.



    IL MUSEO HATAY MUZESI

    CALICE DI ANTIOCHIA
    Il Museo di Antakya (Hatay Müzesi) conserva una delle più ricche collezioni di mosaici romani del mondo.

    La maggior parte di questi fantastici mosaici in pietra sono stati scoperti durante gli scavi di Antakya nelle vicinanze di Harbiye (Daphne).

    Qui si conserva anche la statua dell'antica Dea Primigenia Atargatis.

    In quanto al famosissimo e tanto discusso "Calice di Antiochia", in cui s'è voluto riconoscere il calice di Cristo nell'Ultima Cena,

    Il Calice di Antiochia, è una produzione antiochena, inizio VI sec. inargento e oro, decorato a rilievo con 12 figure umane, uccelli e animali fra tralci di vite con grappoli d'uva, oggi al Metropolitan Museum di New York.



    LA TICHE DI ANTIOCHIA

    La città di Antiochia ci offre forse la più celebre personificazione di città del mondo antico nella statua che alla Tyche della città fece Eutychides di Sicione intorno al 300 a.c.

    TICHE
    Essa rappresentava una donna con corona turrita indossante un lungo chitone e un himàtion: ai suoi piedi la personificazione dell'Oronte (Paus., vi, 2, 7). 

    Questa statua influì molto sulle figure di personificazioni di città e stabilì, come attributo per eccellenza di una divinità di città, la corona turrita. 

    Fu copiata più volte e le copie più antiche si possono trovare su monete di Tigrane d'Armenia che presentano già alcune varianti: 
    1) A. in lungo chitone ed himàtion, con corona turrita sulla testa, un ramo di palma in mano è seduta su una roccia: ai suoi piedi l'Oronte. 
    2) A. nello stesso abbigliamento regge nella sinistra una cornucopia. 

    Possiamo ritrovare questo primo tipo su monete coniate nel 31 a.c. 
    Sotto Traiano ed Adriano ed in tutte le successive figurazioni di A. l'attributo della città è un mazzo di spighe.

    Altre figurazioni di Antiochia, nel campo della statuaria: due statuette di bronzo al Museo Archeologico di Firenze, una statuetta alla Bibliothèque Nationale di Parigi, un'altra nella Collezione de Clercq,
    una statuetta d'argento al British Museum, una statuetta di marmo a Budapest oltre quella al Vaticano (v. Eutychides).

    Una delle più tarde raffigurazioni di Antiochia è quella sul Calendario di Filocalo in cui la città appare accanto all'Oronte personificato, con l'acquedotto ed il tempio di Apollo nel quartiere di Dafne.



    IL TUNNEL DI TITO

    TUNNEL DI TITO
    Un tunnel fatto costruire dagli imperatori Vespasiano e Tito per far confluire il corso di un torrente.
    Costruito dai Romani per deviare l'acqua piovana, affinchè si evitasse lo straripamento del torrente.

    Il tunnel è lungo 1380 metri per evitare il riempimento del porto, che all’epoca aveva una notevole importanza per il commercio mediterraneo. Il tunnel fu terminato all’epoca di Tito.

    Anche confrontato con i mezzi attuali a disposizione, rimane una grande opera di ingegneria.
    Ma oltre alla stupefacente opera edilizia esso è meta dei turisti per la sua incredibile bellezza e suggestione.



    GLI IMMENSI MOSAICI DI ANTIOCHIA

    L’antica città risulta tutt’oggi coperta da mosaici per circa 10.000 metri quadrati, e fra essi si trova un frammento gigantesco:
    1.050 metri quadri di pavimento di mosaico, la superficie continua mosaicata romana tra le più estese al mondo:

    La costruzione dell’Hotel non ha previsto, come spesso accade in questi casi, la rimozione delle opere o la loro copertura, ma ha integrato l’archeologia nel design della nuova struttura, mostrandola attraverso i propri pavimenti.

    Il risultato è un audace esperimento di conservazione storica, progettato dalla ditta EAA-Emre Arolat Architecture, che consente agli ospiti di osservare un antichissimo sito abitato oltre 2 millenni fa.

    L’hotel, composto da 199 camere, sembra librarsi come un’opera aliena sopra una terra antichissima terra. Le stanze sono prefabbricate, disposte sotto un tetto tagliente e spigoloso. Sotto all’edificio moderno si trovano strade antiche, complete di mura, vie e mosaici.

    Özge Ertoptamış, direttore dell’ufficio EAA di New York, spiega il motivo della costruzione dell’hotel sopra il sito archeologico: “In siti e situazioni simili, è molto comune che i reperti archeologici vengano coperti e dimenticati. Queste preziose parti della storia non sarebbero mai arrivate in superficie senza questo progetto, che le valorizza e le rende disponibili al grande pubblico“.

    Per costruire l’edificio è stato necessario una meticolosa fase di sviluppo, dopo che le scoperte archeologiche hanno reso inadatti i piani precedenti. I progetti architettonici sono stati presentati a diversi ministeri del governo, funzionari locali ed esperti di archeologia, i quali hanno infine avallato la costruzione dell’hotel-museo.




    DAFNE

    Nei pressi di Antakya si trova Harbiye, villaggio costruito sull’antica Dafne, un santuario in un bosco dedicato ad Apollo, dove secondo la mitologia Apollo aveva cercato di sedurre Daphne, la Ninfa dei boschi. Per sfuggire alla sua stretta, lei si tramutò in arbusto di alloro.

    Ai tempi dei romani la città era un lussuoso sobborgo ed era famosa per le cascate del fiume e per il venerato santuario oracolare di Apollo. Abbellita dagli imperatori, Dafne divenne un "luogo di delizie" cosi' celebre da oscurare lo splendore di Antiochia, che in alcune opere è chiamata "Epidafne" (= vicino a Dafne).

    Le rovine di Dafne sono insignificanti ma, poiché il luogo, fresco di acque e di ombre, è meta di piacevoli passeggiate estive. Quasi tutti i mosaici sono del II - III - IV secolo d.c. Particolarmente belli quelli di:
    - Oceano e Teti,
    - Ifigenia in Aulide,
    - Le quattro stagioni,
    - Ganimede che abbevera l'aquila,
    - Narciso ed Eco,
    - Orfeo che incanta le fiere,
    - Giove e Ganimede,
    - Dioniso e Arianna,
    - Teti con i pesci,
    - Amore e Psiche.

    DAFNE

    TEATRO DI DAFNE

    È stato scavato il teatro di Dafne che, secondo Malala, sarebbe sorto sulle rovine di una sinagoga giudaica, distrutta da Tito per dare parziale sfogo ai sentimenti antigiudaici prevalenti in quel momento nella città.

    Nessuna traccia è stata rinvenuta di edifici anteriori al teatro stesso, che ha palesato una scena diritta, con la porta centrale fiancheggiata da due colonne di granito di Assuan a capitelli corinzi in marmo; l'orchestra poteva essere rapidamente allagata per le naumachie.

    Tra le decorazioni scultoree in esso rinvenute si possono nominare i resti di due repliche, esposte verosimilmente affrontate, del famoso gruppo ellenistico del Satiro e l'Ermafrodita. La costruzione può essere datata nel II sec. d.c. 

    MOSAICO DI ORFEO CHE AMMANSISCE LE BELVE

    SELEUCIA

    Vicino Samandag, si trova Cevlik, l’antica Seleucia, costruita nel 300 a.c., con i resti di un tempio ellenistico.

    Dell'antica città, rimangono pochi resti: molte tombe, una necropoli ("Besikli magara"), i resti di un tempio ellenistico e il porto ancora ben visibile si dice sia quello da cui salpò san Paolo per il primo viaggio apostolico.

    Nei pressi del tunnel si trova la Grotta di Beşikli nota anche col nome di 12 Tombe Rocciose, pure di epoca Romana. La grotta consta di un complesso di tombe scavate nelle rocce. 

    Una pavimentazione successiva è dovuta a Caracalla, ricostruita poi in tono minore da Giustiniano dopo il terremoto del 528.

    Con la conquista araba l'intera strada si ridusse al suo solo il suo portico occidentale.
    Su un certo punto la strada posa su un ponte di due ampi archi (larghi m 6,40 ognuno), per le acque del torrente Parmenio, probabilmente il Foro di Valente descrittoci dalle fonti.

    Degli altri edifici nominati dagli scrittori antichi, è stato erroneamente identificato, in alcuni ruderi sulle pendici del Silpio, il teatro di tre piani, rispettivamente attribuiti a Cesare, Agrippa e Tito.



    ACQUEDOTTI

    Assai più importanti resti ci hanno lasciato due acquedotti che portavano alla città le abbondanti e fresche acque delle cascate di Dafne, le costruzioni e ricostruzioni dei quali sono attribuite dalle fonti letterarie a Caligola, Traiano e Adriano: infatti alla tecnica del principio dell'Impero corrisponde il più antico dei due, con ampi archi tutti in pietra da taglio, mentre del secondo, in cui v'è largo uso di calcestruzzo, possiamo vedere i piloni conservati di un imponente ponte, il cui arco centrale - anche questo in sole pietre da taglio - aveva una freccia di ben 22 m.



    TERME

    Fra i numerosi e grandiosi bagni pubblici alimentati dalle acque di Dafne si può ricordare, a titolo di esempio, il Bagno C, fra i più grandiosi e regolari rinvenuti, la cui struttura finale appartiene alla seconda metà del IV sec. d.c., ma che ricopre le vestigia di uno più antico, probabilmente anteriore al terremoto di Traiano. È un edificio di ben 50 × 90 m, con un frigidario ottagonale nella parte anteriore, verso nord seguito da un tepidario nel centro e da un elaborato sistema di stanze per il calidario nella parte posteriore.

    Altri bagni, sia pubblici che di ricchi edifici privati, possono avere piante più irregolari. Un bagno, a disposizione più irregolare ma più raccolto, del tipo conosciuto in Oriente come "bagno di inverno", è stato rinvenuto presso lo stadio sull'Isola dell'Oronte, per cui è stata suggerita la sua identificazione con quello donato alla città, in quel sito, da Diocleziano, l'imperatore che, di contro al singolo edificio termale costruito a Roma, ne edificò ad Antiochia ben quattro simili, oltre a due palazzi, uno in città e uno a Dafne, a un tempio a Giove e a uno a Nemesi.

    Risale invece a Diocleziano, circa della metà del IV sec., la decorazione musiva del bagno, a noi conservata, di cui importante è soprattutto il pannello della più ampia aula centrale, con l'allegoria della Terra feconda, rappresentazione di Ghe e dei Karpoi. In un altro bagno della stessa epoca, è stato rinvenuto un mosaico col gruppo di Hermes che porta in braccio il bimbo Dioniso.

    In un ampio complesso architettonico non ancora scavato, sulle pendici di un colle dello Stauris ma fuori della città di circa 9 km, c'era un portico e un vestibolo con accesso al frigidario ottagonale con quattro nicchie semicircolari per le vasche, e nel centro il busto allegorico di Soterìa ("Salvezza" o "Salute"), da cui ad est si apriva un'altra vasca absidata, decorata del mosaico di Apolàusis ("Godimento") che ha dato il nome al bagno, mentre a ovest sono collocate le due stanze, la prima con una abside, la seconda con due: il tepidario e il lacomicum.

    Oltre che nei grandi bagni, pubblici e privati, le acque della città si riversano in numerosissime fontane, nelle vasche dei cortili e nei ninfei delle case, decorati per lo più di mosaici attinenti al mondo marino o a leggende delle acque, con pesci, Eroti cavalcanti delfini, thìasoi marini, immagini di Narciso ecc.

    La domus "della Barca della Psyche", aveva al centro lo splendido triclinio, con mosaici figurati volti alla vista dei banchettanti seduti sulle klìnai, fiancheggiato da due altre stanze; mentre l'ingresso dell'abitazione si apriva sul lato posteriore a nord. Qui un'ampia porta fra due colonne conduceva dal triclinio a un lungo colonnato, che, a sua volta, dava su un ninfeo con cinque nicchie, decorate a mosaici con figure di Eroti cavalcanti delfini.

    In una casetta a Seleucia, presso Antiochia. era composta in modo che attraverso il colonnato antistante il triclinio, lo sguardo dei banchettanti spaziava sul magnifico panorama del Mediterraneo. In questa casetta, con tre lati sui viottoli della città, un solo ambiente fiancheggiava il triclinio, dietro il quale le stanze di servizio, a un livello più alto, erano accessibili mediante gradini.

    Dagli ambienti rettangolari, con pareti ad opus incertum, completamente dominanti, per esempio nella casa del "Thìasos bacchico", arriviamo, per la fine dell'antichità, all'architettura prevalente in un complesso di edifici detto il "Complesso di Yakto", con varie ricostruzioni, con ampie absidi e una vasta sala cruciforme in opus testaceum, forse coperta da una cupola, e inserita in una pianta quadrata mediante quattro stanzette angolari.

    Le pareti esterne della sala palesano tuttavia una struttura diversa, cioè assise di blocchi di pietra uniti con cemento, alternate da filari di mattoni - tecnica in uso nella tarda antichità pure a Roma -, mentre probabilmente tre salette adiacenti verso est erano costruite tutte in pietra da taglio.

    Anche quanto ci è noto delle necropoli attorno alla città appartiene soprattutto ai periodi più avanzati, come le belle tombe della necropoli detta "di Mnemosyne", situata sulle più basse pendici del Silpio non lontano dalla cinta delle mura.

    Alcune di esse hanno ampi ambienti in mattoni, altri a blocchetti cementati, con nicchie, archi, talora con volte a botte, e contenevano sarcofagi costruiti nella medesima tecnica delle pareti e pure essi con coperture piatte o a volta. Il pavimento a mosaico che ha dato il nome alla necropoli rappresenta, con tutta probabilità, una cerimonia di commemorazione dei morti, forse entro una cappella funeraria della necropoli stessa.

    Per quanto riguarda la scultura, delle numerose statue che abbellivano la città e di cui parecchie ci sono nominate dagli scrittori antichi, si conservano copie soltanto della già citata
    - Tyche di Eutychides;
    - un bel gruppetto bronzeo di due lottatori su un alto piedistallo;
    - una graziosa statua acefala marmorea di Igea di età adrianea;
    - una tarda statua, pure in marmo, di un oratore, anch'essa con testa quasi mancante;
    - vari frammenti di gruppi ellenistici,
    - la replica del gruppo citato del Satiro
    - la replica dell'Ermafrodita;
    - una statuetta in bronzo dorato di Afrodite;
    - vari busti di filosofi e imperatori e, soprattutto, sempre dai recenti scavi,
    - un'efficace testa in porfido di stile tetrarchico.

    La più viva immagine degli edifici della città, ci è suggerita dalle rappresentazioni sul bordo di un ampio mosaico, nel cui centro vediamo il busto simbolico di Megalopsychìa, che ornava uno degli ambienti, posteriormente aggiunti, al testé citato "complesso di Yakto".

    Il bordo stesso, purtroppo mutilo, rappresenta appunto una serie di edifici identificabili, grazie alle loro iscrizioni, come quelli che si ergevano, probabilmente, non ad A. ma nel sobborgo di Dafne, dove il mosaico stesso era collocato; fra questi uno ci offre una data il "Bagno privato" di Ardaburio, magister militum dell'Oriente dal 450 al 457, ed ancora residente ad A. nel 459, avendo assistito, in quell'anno, ai torbidi scoppiati nella città durante la traslazione in essa del corpo di S. Simeone Stilita.

    Due costruzioni vicino ad esso rappresentano le due fonti Pallas e Castalia, mentre un ninfeo semicircolare, a forma di teatro colonnato, può essere quello costruito da Adriano, al quale erano fatte defluire le acque di una delle fonti. Più in là vediamo lo Stadio Olimpico, il Laboratorio del Martirio, una serie di case private vicino a un luogo chiamato "la Passeggiata", bancarelle di venditori e di pescivendoli, una piazza con alcune statue, un ponte, una pista per cavalcare.

    Le case private più modeste sono a semplici blocchi rettangolari, talvolta con alcuni scalini di accesso posti esternamente alla porta d'ingresso; altre case sono a due piani, talora con una loggia al piano superiore, e spesso con balaustre tra i fusti delle colonne, edifici che ricordano la caratteristica architettura tardo-siriaca quale vediamo per es., nell'edificio chiamato "il Caffè" di Sergilla: sappiamo da Libanio, anzi, che le case spesso erano anche a tre piani, sormontate da una terrazza dove si poteva dormire nell'estate alla fresca brezza notturna.




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  • 09/05/19--05:28: PORTA CATULARIA
  • CORDONATA ARA COELI ALLA CUI BASE SORGEVA LA PORTA CATULARIA

    Sono scarsissime le notizie sulla Porta Catularia, Porta oggi scomparsa, appartenente alle Mura Serviane, ovvero a un più tardo rifacimento delle Mura Serviane, sulla quale Porta ci sono solo pochi riferimenti letterari (Tacito - Historiae 3,71; Ovidio - Fasti - IV, 905-942).

    Secondo alcuni autori la Porta Catularia era la Porta attraverso cui entravano nell'Urbe i trionfatori con il loro seguito di legionari, prigionieri e bottino della vittoria.


    LUTAZIO CATULO

    Edile nell'87 a.c. e console nel 78 a.c. diviene leader degli Optimates, si oppone alla Lex Gabinia e alla Lex Manilia, ma non riesce ad impedire il conferimento degli imperia extra ordinem a Pompeo.

    Nel 63 a.c., pur essendo princeps senatus, viene sconfitto da Gaio Giulio Cesare alle elezioni per la carica di pontefice massimo, e tenta inutilmente di incriminare Cesare per la congiura di Catilina, perdendo gran parte della sua autorità.

    Nell'87 Catulo avrebbe dunque fatto costruire una seconda cinta di mura in cappellaccio (tufo affiorante della roccia con notevoli infiltrazioni) relativa probabilmente alla sistemazione del colle capitolino. 

     Pertanto la porta non sarebbe compresa nella originale cinta delle mura serviane (che in quel punto non scendevano così in basso), ma venne fatta edificare appunto da Lutazio Catulo.

    Si suppone che la porta fosse posta alla base della cordonata michelangiolesca che sale alla piazza del Campidoglio, per il rifacimento successivo alla cinta serviana.




    IL CAMPOMARZIO

    Secondo altri autori il quartiere del Campomarzio aveva ormai assunto notevoli dimensioni, oltre ad aver accresciuto la sua importanza dal punto di vista politico e militare. Pertanto si dovette aprire un accesso più agevole dal Campomarzio al Campidoglio, e viene aperta allo scopo la Porta Catularia. Secondo alcuno è un clivius, cioè una salita, secondo altri una scalinata, che però avrebbe precluso il passaggio ai carri, quindi meno credibile.

    INTERNI DELLA RUPE TARPEIA O TARPEA

    LE MURA SERVIANE

    Secondo altre fonti invece l'apertura della porta è molto più antica e risalirebbe al 378 a.c. cioè al tempo della costruzione delle mura Serviane, quando il muro difensivo del colle Campidoglio avrebbe perduto la sua funzione difensiva e vennero pertanto aperte delle porte.

    - una sul lato verso il Foro Romano (porta Saturnia, presso il tempio di Saturno, o porta Capitolini (mons), o porta Tarpeia, o ancora porta Pandana, ovvero "sempre aperta" per i Sabini in seguito all'accordo tra Romolo e Tito Tazio), permetteva l'accesso dal clivus Capitolinus, la via seguita dai cortei dei trionfatori.

    - Una seconda porta (porta Catularia) si apriva sul lato opposto per un asse viario in salita (clivus) proveniente dal Campo Marzio.

    - Una terza porta (porta Carmentalis verso sud-ovest) permetteva l'ingresso della scalinata dei Centum gradus, il cui nome evoca i cento gradini che scendevano dal Fornix Calpurnius sul lato della Rupe Tarpea, verso il teatro di Marcello.

    "Un'ultima porta, la Catularia, si apriva probabilmente alla base della cordonata del Campidoglio, mentre pochi metri più avanti c'è un ultimo spezzone di mura, ai piedi della scalinata dell'Aracoeli, nell'area archeologica dove è stata individuata un'”insula”. Da qui è presumibile che il muro serviano si ricollegasse con quello più antico dell'Arx."

    INSULA DELL'ARA COELI

    IL NOME DELLA PORTA
     
    L'origine del nome dovrebbe risalire al nome dello stesso Lutazio Catulo, ma Festo la farebbe invece risalire al sacrificio di un cane che veniva annualmente celebrato nelle vicinanze.

    Anche Ovidio descrive il sacrificio di un cane, celebrato al V miglio della via Claudia durante la festa dei Robigalia (il 25 aprile) per scongiurare Robiga, Dea della ruggine del grano, a non bruciare le messi con il caldo eccessivo, la canicula, che viene dopo la levata eliaca di Sirio nella costellazione di Canis Maior.

    "Ma da Festo ci vien notato che questo sacrifizio si faceva presso di una porta che appunto per questa funzione si chiamava Catularia:  'Catularia porta Romae dicta est quia non longe ab ea ad placandum caniculae sidus rufae canes immolabantur ut fruges flavescentes ad maturitatem perducerentur.' 

    Da che ne viene per necessaria conseguenza che dalla porta Catularia vi fosse l'accesso alla via Nomentana ma siccome questa via principiava alla porta Collina e proseguiva a destra così parimente a destra e vicina alla Collina dovette rimanere la porta Catularia mentre al tempo di Ovidio e di Festo non v'era ancora la porta Nomentana che spetta alle mura Aureliane."

    (Stefano Piale Romano - Delle porte del recinto di Servio Tullio - 1820)


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  • 09/06/19--06:07: GENS SCIPIA
  • LA VITTORIA DI ZAMA

    LA GENS CORNELIA

    La gens Cornelia era una delle più grandi casate patrizie a Roma. Per più di settecento anni, dai primi decenni della Repubblica al III secolo d.c., i Cornelii fornirono politici e generali più eminenti di qualsiasi altra gens, e ben 75 consoli sotto la Repubblica, e 31 sotto l'impero, a cominciare da Servius Cornelius Maluginensis nel 485 a.c.. Insieme agli Emili, ai Claudi, ai Fabi, ai Manli e ai Valeri, i Cornelii erano tra le gentes maiores, le più importanti e potenti famiglie di Roma, che per secoli detennero le magistrature repubblicane. Tutti i principali rami della gens cornaliana erano patrizi, ma c'erano anche Cornelii plebea, almeno alcuni che discendevano dai liberti.
    Questa gloriosa famiglia ha come capostipite Cornelius che ha dato il nome alla gens, compresa nelle cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio. L'antichità della gens Cornelia si desume dal fatto che essa diede il nome ad una delle più antiche tribù territoriali rustiche.

    La gens Cornelia si divise in diversi rami, la maggior parte di rango patrizio, come gli Scipioni, i Lentuli, i Dola, i Merulae, i Sullae e i Cinna. Vi furono anche alcuni rami di condizione plebea, quali i Balbi, i Nepotes, i Galli. Questa famiglia fu il simbolo della lealtà, dell'amor patrio, del coraggio e della virtù.


    GENS SCIPIA 

    Scipione (ovvero Scipio, pl. Scipiones ) è un cognomen romano che rappresenta i Cornelii Scipiones, un ramo della famiglia dei Cornelii. Il nomen Cornelius, significava che la persona apparteneva alla gens Cornelia, un clan legalmente definito composto da molte famiglie. Il cognomen, Scipio, identifica quindi il ramo all'interno del clan. 
    Ogni singolo maschio del ramo del ramo Scipio era chiamato Cornelius Scipio e ogni femmina Cornelia. Altri rami avevano altra cognomina. A mano a mano che i rami si sviluppavano, ciascuno veniva identificato dal proprio agnomen (come Africano). I nomi formali dei Cornelii erano quindi almeno di due nomi; nella tarda Repubblica, tre e anche di più..
    I nomi individuali, o praenomina, avevano poche variazioni. I Cornelii Scipiones ne hanno usati solo tre: Gnaeus (CN.), Lucius (L.) e Publius (P.). Nelle registrazioni scritte si poneva il nome dell'individuo con il nome di un parente; per gli uomini, di solito il padre (patronimico) che appariva come sigla dopo il nomen, con la F. per filius ("figlio") o la N. per nepos ("nipote"). Esempio: Lucius Cornelius P. f. Scipione , "Lucio Cornelio Scipione figlio di Publio". 

    Secondo alcuni studiosi gli etimologi del tardo impero e medievali, come Macrobio e Isidoro di Siviglia (560 - 636) avrebbero sbagliato ad asserire che Scipione avrebbe ricevuto quel nome perché era un appoggio (come un bastone) per aiutare il padre cieco a camminare in senato.

    Forse la storia del genitore cieco era invenzione ma sul bastone non è così. La parola scipio deriverebbe dall'indeuropeo skei-p-, "tagliato" (bastone di legno). Lo dimostra un decreto dell'isola di Delo inciso su una stele del 193 a.c., che ringrazia Publio Cornelio P. f. Scipione per la sua donazione al tempio e gli concede una corona d'alloro. Sulla stele compaiono rappresentazioni della corona e un bastone nodoso.

    I Cornelii Scipioni appaiono per la prima volta nella storia romana nel 396 a.c. nel contesto della distruzione di Veio da parte di Marco Furio Camillo, il quale, essendo nominato dittatore, scelse Publio Cornelio Scipione come suo "Maestro dei Cavalieri"; cioè, il suo comandante di cavalleria.
    Scipione successivamente servì come tribuno militare, in sostanza un generale.

    Gli Scipioni avevano comunque propri culti e tradizioni, e si distinguevano da tutte le altre famiglie per la pratica dell'inumazione dei defunti, in alternativa alla più diffusa cremazione. Famoso è il monumentale Sepolcro degli Scipioni sulla Via Appia Antica, datato al III secolo a.c. e riscoperto nel 1780, che conteneva una delle prime raccolte di iscrizioni latine, l'elogia Scipionum ("iscrizioni degli Scipioni"), un'importante fonte storica per la Repubblica Romana.

    Gli Scipioni ebbero una notevole ascesa nel IV secolo a.c., detenevano un solo consolato; nel III secolo a.c., detenevano otto consoli (e produssero sei consoli tra cui Scipio Africanus). Verso la fine del II secolo a.c., gli Scipioni erano alleati politici tradizionali del ramo Paulii della famiglia Emilio e si unirono a loro almeno una volta. Quando il ramo più illustre si estinse nella linea maschile intorno al 170 a.c., sopravvisse a un'ulteriore generazione adottando un Emilio Paullo (il futuro Scipione Emiliano ) nella linea degli Scipioni.

    Nella II guerra punica, gli Scipioni cercarono di spingere le loro opinioni su quelle dei conservatori come Quinto Fabio Massimo (capo della gens Fabia). Mentre gli Scipioni e i loro alleati, incluso l'Emilio, parteggiavano per la guerra e l'espansionismo; i Fabii, con i loro alleati, i Manli, parteggiavano per il conservatorismo. I fratelli Scipioni (che caddero in Spagna) cercarono di portare la guerra in territorio cartaginese, un'idea sostenuta da Scipione Africano pochi anni dopo. Si ritiene che anche gli Scipioni avessero sostenuto l'elezione di Gaius Terenzio Varrone, che condusse poi alla disastrosa sconfitta di Cannae (216 a.c.) sopravvissuta dall'Africanus, allora un giovanissimo comandante.

    Gli Scipioni amavano molto la cultura e il modo di vivere ellenistico. Scipione l'Africano venne criticato in Senato per il suo amore per il lusso e il suo stile greco di indossare la toga. Inoltre si costruì un'immensa casa sul Foro, molto criticata per la sua lussuosità, come era criticata sua moglie per gli splendidi gioielli che esibiva. Nella sua splendida dimora fondò il suo Circolo Scipionico, con valenti studiosi e filosofi.

    Con tutto ciò gli Scipioni tendevano alla modernità e all'innovazione, spinsero per educare formalmente donne e bambini in greco, in più lasciavano più libere le proprie donne e avevano dei circoli intellettuali piuttosto ben frequentati. Scipione Emiliano divenne un mecenate e un amico dello storico Polibio, il grammatico Lucilio, il drammaturgo Terenzio e altri.

    LA CONTINENZA DI SCIPIO
    MEMBRI FAMOSI

    Publio Cornelio Scipione - tribuno consolare nel 395 a.c.
    (citato da Livio) Nel 396 a.c., durante la dittatura di Furio Camillo, ricevette il comando della cavalleria nella guerra contro Veio che conquistò dopo un lungo assedio. Nel 395 a.c. venne eletto tribuno consolare con Publio Cornelio Maluginense Cosso, Cesone Fabio Ambusto, Lucio Furio Medullino, Quinto Servilio Fidenate e Marco Valerio Lactucino Massimo.
    Ai due fratelli, Cornelio Maluginense e Cornelio Scipione, venne affidata la campagna contro i Falisci (abitanti di Falerii e alleati degli Etruschi) che però non riuscirono a sconfiggere, mentre a Valerio Lactuciono e Quinto Servilio toccò in sorte quella contro i Capenati, che vennero sconfitti e chiesero la pace. Nel 394 a.c. Scipione venne eletto tribuno consolare con Marco Furio Camillo, Lucio Furio Medullino, Lucio Valerio Publicola, Spurio Postumio Albino Regillense e Gaio Emilio Mamercino.

    Publio Cornelio Scipione - Edile nel 366 a.c.
    Stando a Livio (VII, 1), Cneo Quinzio Capitolino e Publio Cornelio Scipione furono i primi a ricoprire la carica di edile appena istituita.

    - Lucio Cornelio Scipione -  Console nel 350 a.c. - 
    (citato da Livio nella Storia di Roma) Console con Marco Popilio Lenate, non potè partecipare alle campagne del collega contro i Galli per motivi di salute.

    ALBERO GENEALOGHICO  GENS CORNELIA-SCIPIA (INGRANDIBILE)
    - Publio Cornelio Scipione -
    (citato da Livio) Fu eletto dittatore nel 306 a.c. in assenza dei consoli Quinto Marcio Tremulo e Publio Cornelio Arvina per presiedere ai comizi consolari.

    Lucio Cornelio Scipione Barbato -Console nel 298 a.c.
    (citato da Livio) - VEDI

    Gneo Cornelio Scipione Asina - console nel 260 e nel 254 a.c.
    Gli venne attribuito il cognomen di Asina dall'acquisto di terreno o dal matrimonio di una delle sue figlie, quando dovette portare nel Foro romano un asino carico di oro. Figlio di Lucio Cornelio Scipione Barbato, fu eletto console nel 260 a.c. Durante la I guerra punica, a Gaio Duilio venne affidato il comando delle truppe di terra, mentre a lui venne affidato il comando della flotta, recentemente costituita. In un tentativo di conquista delle isole Lipari, venne sconfitto e catturato con diciassette navi dai cartaginesi (Battaglia delle Isole Lipari). Secondo lo storico Floro, Scipione sarebbe stato attratto e intrappolato alle Lipari da uno stratagemma progettato dal Cartaginesi. Si disse pure che Gneo Cornelio Scipione, a causa della sconfitta, potrebbe essere stato soprannominato Asina. Si riteneva, infatti, che le femmine dell'asino soffrissero di aquarum tedium (paura dell'acqua). Liberato probabilmente quando Marco Atilio Regolo sbarcò in Africa, la sua carriera politica e militare non risentì della sconfitta. Infatti fu eletto console per la seconda volta nel 254 a.c. con Aulo Atilio Calatino. Insieme i due consoli comandarono l'esercito in Sicilia e conquistarono Palermo. Per questa impresa ottenne il trionfo.

    Lucio Cornelio Scipione - console nel 259 a.c.
    Era il figlio di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.c. e censore nel 280 a.c., e fratello di Gneo Cornelio Scipione Asina, console nel 260 a.c. e nel 254 a.c. Come console nel 259 a.c., egli guidò la flotta romana nella conquista della città di Aleria e quindi della Corsica durante la I guerra punica, ma non riuscì ad occupare Olbia in Sardegna. I Fasti Triumphales riportano un suo trionfo, ma altre due iscrizioni relative alla sua carriera, tra cui il suo elogio funebre, non ne parlano. L'anno seguente fu eletto censore con Gaio Duilio. Dedicò un tempio alle Tempestates, presso Porta Capena. Fonte principale della sua vita è l'elogium riportato sulla sua lapide tombale: «A Roma moltissimi riconoscono che lui solo è stato tra i buoni cittadini il migliore, Lucio Scipione. Figlio di Barbato, fu console, censore ed edile presso di voi. Prese la Corsica e la città di Aleria, consacrò alle Tempeste un tempio, a buon diritto

    - Cneo Cornelio Scipione Calvo - Console nel 222 a.c.
    (citato da Livio). Figlio di Lucio Cornelio Scipione e fratello di Publio Cornelio Scipione (il padre di Scipione Africano). Console nel 222 a.c. con Marco Claudio Marcello, in quell'anno combatté contro i Galli oltre il Po conquistando Milano e Como. Nella II guerra punica combattè in Spagna e riportò la vittoria di Cissa sconfiggendo il generale cartaginese Annone (218 a.c.). In quegli anni svolse un'intensa propaganda anticartaginese presso i Celtiberi. Nel 211 a.c. Gneo Scipione e Publio Scipione affrontarono quasi contemporaneamente due eserciti nemici: il primo si scontrò con Asdrubale Barca ed il secondo con Magone ed Asdrubale di Gisgone. Entrambi i valorosi fratelli perirono in queste battaglie.

    Publio Cornelio Scipione Asina - console nel 221 a.c.
    Figlio del console del 260 a.c., fu nominato console nel 221 a.c. con Marco Minucio Rufo. Unitamente al collega mosse guerra agli Istri, che compivano numerosi atti di pirateria in Adriatico, li sconfisse e ottenne il trionfo. Nel 211 a.c., quando Annibale decise di dirigersi contro Roma, abbandonando l'assedio di Capua, venne convocata l'assemblea generale. Qualcuno, come Publio Cornelio Asina, propose di richiamare dall'Italia tutti i comandanti e gli eserciti per difendere Roma, trascurando così l'assedio di Capua. Altri invece, come Fabio Massimo, ritennero vergognoso abbandonare Capua, cedendo alla paura e lasciandosi così comandare dai movimenti di Annibale. «Come poteva sperare di impadronirsi di Roma, ora che era stato respinto da Capua, e che non aveva osato dirigersi contro Roma dopo la vittoria di Canne?»
    (Livio, XXVI, 8.4.)

    Publio Cornelio Scipione - console nel 218 a.c.
    (citato da Livio). Era nipote di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.c. e figlio di Lucio Cornelio Scipione, console nel 259 a.c. Eletto console, gli fu assegnata la guerra in Spagna, ma con forze militari inferiori rispetto al suo collega, Ti. Sempronio Longo (a cui era stata affidata la Sicilia e la guerra in Africa), poiché egli era supportato in Gallia cisalpina dal pretore Lucio Manlio Vulsone, a capo di un ampio contingente. Cornelio ebbe inoltre forze marittime ridotte, pari a 60 quinqueremi, non credendo possibile che il nemico invadesse l'Italia via mare. Ebbe quindi date due legioni e i reparti di cavalleria, 14.000 fanti alleati e 1.600 cavalieri (pari ad oltre tre alae). Cornelio dovette cedere una delle sue due legioni al pretore Gaio Atilio Serrano, per la rivolta tra i Galli della pianura padana, ma ne arruolò una nuova prima di partire da Pisa con la flotta. Costeggiando l'Etruria, giunse a Massalia (Marsiglia, colonia focese), presso la foce del Rodano. Qui si accampò, credendo che Annibale non avesse ancora valicato i Pirenei, ma saputo che stava per traversare il Rodano, inviò in perlustrazione 300 cavalieri per osservare il nemico, mentre le sue legioni si riprendevano dal mal di mare sofferto durante la traversata. Quando seppe che l'esercito cartaginese aveva lasciato il Rodano per passare le Alpi e che non avrebbe potuto inseguire il nemico, ormai troppo avanti, tornò al mare per far ritorno in Italia e opporre la necessaria resistenza, quando Annibale fosse disceso nella Pianura Padana.

    PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANO MAGGIORE
    Publio Cornelio Scipione Africano Maggiore  Console 205 a.c. e 194 a.c.
    (citato da Livio) - VEDI

    - Lucio Cornelio Scipione Asiatico - Console nel 190 a.c.
    citato da Livio. (Roma, 238 a.c. – post 184 a.c.) Fratello di Publio Cornelio Scipione, del quale fu legato in Spagna nel 207 - 206 a.c., Sicilia (205 a.c.) e Africa (204 - 202 a.c.), fu pretore nel 193 a.c. e console nel 190 a.c. Servì sotto suo fratello in Spagna nella II Guerra Punica. Nel 206 a.c., fu inviato a Roma per riferire al Senato della decisiva vittoria ottenuta dai romani a Ilipa. Questore nel 197 a.c., fu eletto edile curule nel 195 a.c. e pretore della provincia di Sicilia nel 193 a.c. grazie all'intervento del fratello. Candidato al consolato nel 191 a.c., fu sconfitto da suo cugino Publio Cornelio Scipione Nasica. Fu eletto console nel 190 a.c. avendo come collega l'ex braccio destro di suo fratello Gaio Lelio. Probabilmente il Senato non aveva fiducia nelle sue capacità, e fu solo dopo la proposta di suo fratello di accompagnarlo come legato che ottenne la provincia di Grecia e la direzione della guerra contro Antioco III di Siria. Lucio fu scelto al posto del suo collega nel consolato di Gaio Lelio. Si impose sul fratello rifiutando la pace negoziata da quest'ultimo con la Lega etolica. Publio volle che, come comandante supremo dell'esercito romano a Magnesia, Lucio venisse considerato il vincitore di Antioco. Al suo ritorno a Roma, celebrò un trionfo (189 a.c.) e fu insignito del titolo di "Asiaticus" per la conquista dell'Asia Minore.

    Publio Cornelio Scipione Nasica - Console nel 191 a.c.
    (citato da Livio) Pretore nel 194 a.c., riportò molte vittorie in Spagna; console nel 191, sconfisse definitivamente i Galli Boi e celebrò il trionfo. La sua fortuna tramontò con quella del partito degli Scipioni. Benché uomo di molti meriti, non fu mai popolare.

    Gneo Cornelio Scipione Ispallo - console nel 176 a.c.
    (... – Cuma, 176 a.c.) Era figlio di Gneo Cornelio Scipione Calvo e cugino dell'Africano.
    Fu pretore nel 179 a.c. e fu eletto console nel 176 a.c. con Quinto Petilio Spurino. Durante l'anno del suo consolato fu colpito da paralisi e morì a Cuma. Al suo posto subentrò Gaio Valerio Levino, come console suffetto.

    - Lucio Cornelio Scipione - augure e pretore nel 174 a.c.
    Figlio di Publio Cornelio Scipione Africano, nacque durante la II guerra punica (210 o 209 – tra il 174 / 170 a.c.) i suoi genitori si sposarono nel 212 a.c., ed aveva un fratello maggiore, non si hanno notizie circa la sua infanzia, mentre il padre acquisiva sempre più potere con le sue vittorie sui Cartaginesi, (battaglia di Zama). Fu catturato nel 192 a.c. da alcuni pirati, ma fu riconsegnato da Antioco III al padre senza il pagamento di alcun riscatto poco prima della battaglia di Magnesia nel 190 a.c. Il rilascio del figlio fu più tardi fonte di problemi per Scipione Africano di fronte al senato.
    Sebbene conducesse una vita dissoluta, riuscì, grazie all'aiuto del segretario di suo padre, tale Gaio Cicereio, a divenire pretore nel 174 a.c. Nel corso dello stesso anno fu tuttavia espulso dal senato mediante una legge che andava a colpire l'intera famiglia degli Scipioni, che stava acquisendo un considerevole potere in Roma. Non si hanno notizie di un suo matrimonio, e morì dunque senza eredi maschi. Secondo alcune fonti, fu un cattivo stato di salute a impedirgli di percorrere regolarmente il cursus honorum e a precludergli una normale vita familiare. La sua morte spinse il fratello Publio Cornelio Scipione, anch'egli privo di eredi maschi, ad adottare il cugino, figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, che prese il nome di Publio Cornelio Scipione Emiliano.

    Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo - console nel 162 e nel 155 a.c.
    (... – 141 a.c.) Partecipò alla battaglia di Pidna nel 168 a.c. Fu eletto console nel 162 a.c. con Gaio Marcio Figulo. Censore nel 159 a.c., assieme al collega Marco Popilio Lenate fece costruire il primo orologio ad acqua di Roma, che fu sistemato nella Basilica Emilia. Venne rieletto console nel 155 a.c. con Marco Claudio Marcello e qui condusse una campagna militare contro i Dalmati, utilizzando Aquileia come "quartier generale". Poi si spinse fino a Delminium che conquistò, ed occupò l'intera area compresa tra i fiumi Arsia e Narenta, ottenendo il Trionfo.
    PUBLIO CORNELIO SCIPIONE EMILIANO

    Publio Cornelio Scipione Emiliano - console nel 147 e nel 134 a.c. VEDI

    Gneo Cornelio Scipione Ispano - pretore nel 139 a.c.
    Venne inviato dal senato nel 149 a.c. con Scipione Nasica (Serapione) a disarmare Cartagine; pretore peregrino nel 139, esiliò dall'Italia Giudei e Caldei.

    Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione - console nel 138 a.c.
    Figlio di Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo e di sua moglie Cornelia Africana Maggiore, e nipote di Scipione l'Africano, fu eletto console nel 138 a.c. insieme a Decimo Giunio Bruto Callaico. Successe al padre come Pontefice Massimo nel 141 a.c. Nel 133 a.c. guidò le forze filosenatorie ed equestri contro i plebei graccani. Durante questo scontro Tiberio Gracco, suo cugino di primo grado, fu ucciso. Per salvarlo dalla vendetta dei populares, fu spedito dal Senato in missione in Asia Minore, sebbene fosse Pontefice Massimo (fu il primo caso nella sstoria di Roma). Morì poco dopo a Pergamo, forse avvelenato da agenti del partito graccano. Il figlio che ebbe nel 170 a.c. da Cecilia Metella, figlia di Quinto Cecilio Metello Macedonico e che si chiamava come lui, Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, diverrà console nel 111 a.c.

    Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione - console nel 111 a.c.
    Figlio del console e pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, fu eletto console nel 111 a.c. con Lucio Calpurnio Bestia che venne inviato in Numidia a combattere contro Giugurta, mentre Scipione Nasica Serapione rimase in Italia, probabilmente per la solita avversione agli Scipioni.

    - Publio Cornelio Scipione Nasica - pretore 94 a.c., 
    figlio del precedente

    Quinto Cornelio Scipione Nasica - pretore nel 93 a.c.
    Fu adottato da Quinto Cecilio Metello Pio. Il padre naturale era Publio Scipione Nasica (pretore del 93), figlio del Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, console nel 111 a.c., scomparso verso il 93 a.c. Mutò pertanto il nome Publio Cornelio Scipione Nasica in Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Venne eletto tribuno della plebe nel 59 a.c., edile nel 55 a.c., pretore nel 55 a.c. Sposò Emilia Lepida, da cui ebbe un figlio, scomparso prematuramente, e una figlia di nome Cornelia Metella, che avrebbe sposato Pompeo Magno nel 52 a.c. Fu eletto console assieme a Pompeo Magno nel 52 a.c., che appoggiò contro Gaio Giulio Cesare in qualità di conservatore aristocratico. Durante la guerra civile scatenata da Cesare, essendo ottimate, si alleò con i nemici di quest'ultimo. Nel 49 a.c. venne inviato come proconsole in Siria e l'anno seguente prese parte alla battaglia di Farsalo, dove comandò il reparto centrale dell'esercito repubblicano. Poi si spostò in Africa, dove comandò un esercito insieme a Marco Porcio Catone Uticense. Sconfitto nella Battaglia di Tapso cercò di scappare, ma venne catturato e si suicidò.

    Lucio Cornelio Scipione Asiatico -  console nell'83 a.c.
    Discendente di Scipione l'Asiatico (fratello di Publio Cornelio Scipione e console nel 193 a.c.), fu un politico dei populares, e console nell'83 a.c.. Magistrato monetario nel 106 a.c., nel 100 a.c. fu tra i senatori che presero le armi contro Lucio Apuleio Saturnino. Legato nel 90 a.c. durante la guerra sociale, riuscì a fuggire da Isernia assediata degli italici. Nell'88 a.c. entrò nel collegio degli auguri, prendendo il posto di Marco Emilio Scauro, il Princeps senatus, morto l'anno prima. Nell'85 a.c. divenne propretore nella provincia della Macedonia, e combatte contro Illiri e Traci. Eletto console nell'83 a.c. con Gaio Norbano e mentre Silla sbarcava a Brindisi, organizzò un esercito per contrastarne la marcia verso Roma. Così i due consoli portarono i propri eserciti in Campania; mentre Scipione organizzava il proprio campo nei pressi di Teano, e Norbano faceva base nei dintorni di Capua. Silla attaccò per primo l'esercito sotto il comando di Norbano che, perso lo scontro ed oltre 7.000 uomini, si rifugiò all'interno delle mura di Capua. A quel puntò Silla marciò verso Teano offrendo a Scipione una tregua, prontamente accettata dal Console, che in questo modo pensava di guadagnar tempo per coordinarsi con il collega console e con Sertorio. Ma quando Scipione pensò di poter rompere la tregua con Silla, il suo esercito che, nel frattempo aveva fraternizzarono con l'esercito nemico di Silla, gli si rivoltò contro sostenendo che il proprio generale avesse illegalmente rotto l'armistizio e passò al campo avverso senza colpo ferire.
    «...Intanto i soldati dei due campi si mescolavano; quelli di Silla, dal loro generale serviti a dovizia di danaro, persuasero le reclute, non troppo smaniose di combattere, fra le libazioni, che meglio valeva essere loro compagni che nemici. Invano Sertorio esortò il generale a far cessare questa pericolosa riunione. Così l'accordo, che era sembrato vicino, non si verificò; Scipione disdisse l'armistizio. Ma Silla sostenne che era troppo tardi, e che il trattato era stato concluso; e perciò i soldati di Scipione, col pretesto che il loro generale avesse disdetto illegalmente l'armistizio, passarono in massa nelle file nemiche. La scena finì con un abbraccio generale, cui assistettero gli ufficiali dell'esercito rivoluzionario..»
    (Theodor Mommsen, Storia di Roma Vol. VI, Cap. 9, Par. 17)
    Silla a quel punto obbligò Scipione ad arrendersi ed a rassegnare la propria carica di console, dopodiché lo lasciò libero di recarsi dove meglio credeva. Appena libero Scipione rinnegò quanto appena fatto, riprese le insegne del consolato e provò, senza successo, a ricostruire un esercito.
    L'anno successivo Scipione, sebbene incluso nelle liste di proscrizione da Silla, in virtù della nobiltà della propria famiglia, ebbe salva la vita, al prezzo dell'esilio a Marsiglia, dove morì.

    - Quinto Cecilio Metello Pio Corneliano Scipione Nasica - console 52 a.c.
    (Metello Scipione),, adottato dal cugino del padre, nipote naturale di Publio Cornelio Scipione Nasica, pretore nel 94 a.c.
     - Publio Cornelio Scipione (?)- Console suffetto nel 38 a.c.
    Padre di Publio Cornelio Scipione console nel 16 a.c. e marito di Scribonia Caesaris.

    Publio Cornelio Scipione - console nel 16 a.c.
    Figlio di Publio Cornelio Scipione Salvitone e di Scribonia, era il fratello di Cornelia Scipione e il fratellastro maggiore di Giulia maggiore, figlia di Scribonia e Augusto. Scipione affermava di essere un discendente di Scipione l'Africano e se suo padre Publio Cornelio Scipione Salvitone era figlio di Metello Scipione, può essere vero. Fu console per l'anno 16 a.c., lo stesso della morte della sorella Cornelia: il poeta Properzio scrisse una elegia per Cornelia, in cui lodava la sua famiglia, inclusi Scipione e Scribonia. Nel 2 a.c. venne esiliato assieme a molti altri da Augusto, con l'accusa di tradimento e di adulterio con la sorellastra Giulia. Ebbe una sola figlia, Cornelia Africana, che sposò il cavaliere romano Aulo Giulio Frontino, molto probabilmente i nonni del famoso Sesto Giulio Frontino, governatore della Britannia nel 70, membro del Collegio degli Auguri e autore del De aquaeductu.

    CORNELIA SCIPIONE MADRE DEI GRACCHI
    Publio Cornelio Scipione - questore nell'1 d.c.

    - Publio Cornelio Lentulo Scipione - console suffetto nel 24.
    padre di Publio Cornelio Scipione Asiatico.

    Servio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito - console nel 51.
    Venne eletto console nel 51, insieme all'imperatore Claudio. Fu proconsole dell'Africa dal 62-63 sotto Nerone. Nel 65 propose di cambiare i nomi dei mesi di aprile, giugno e luglio in, rispettivamente, Neroneo, Claudio e Germanico. In seguito cadde in disgrazia e fu accusato di tradimento dal senatore Marco Aquilio Regolo. Fu condannato e giustiziato.

    Publio Cornelio Lentulo Scipione - console nel 56

    Publio Cornelio Scipione Asiatico - console nel 68. figlio di Publio Cornelio Lentulo Scipione

    Publio Cornelio Scipione -  Visse in età traianea (53-117), dopo una folgorante carriera militare raggiunge il rango di Legato della legione, incarico ricoperto fino alla sua morte; guidò la legione nella campagna in Dacia, dalla quale tornò vittorioso. Nonostante il valor militare, Scipio si distinse per aver più volte incitato la piazza contro famiglie avversarie, in particolare gli Emili, tant'è che gia una volta fu processato e assolto prima del suo ultimo processo che segnò la fine della sua carriera e della sua vita.

    Servio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito - console nell'82

    Servio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito - console nel 110
    padre di Lucio Cornelio Scipione Salvadieno Orfito console nel 149.

    Lucio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito - console nel 149
    figlio di Lucio Cornelio Scipione Salvadieno Orfito console nel 110 e padre di Servio Cornelio Scipione Salvadieno Orfito console nel 178.

    Servio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito - console nel 178, padre di Lucio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito, console nel 149, e nipote di Servio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito, console nel 110.

    TAUROBOLIUM
    - Lucio Cossonio Cornelio Scipione Salvidieno Orfito -
    celebrò un taurobolium nel 295, il sacrificio rituale di un toro, normalmente in relazione al culto della Gran Madre degli Dei (Cibele), praticato per la prima volta in Italia nel 134, a Puteoli, in onore di Venus Caelestis.  Prudenzio: il sacerdote, vestito con una toga, con una corona dorata in testa, prende posto in una struttura sotterranea sovrastata da un piano perforato, su cui sta il toro, decorato con fiori e oro: il toro viene ucciso e il suo sangue, passando attraverso i fori del piano perforato, inonda il sacerdote sul viso, sulla lingua e in bocca. Il sacerdote, si presenta allora ai suoi compagni nella fede purificato e rigenerato, ricevendone i saluti. Studi più recenti hanno hanno messo in dubbio la descrizione di Prudenzio, che del resto era un cristiano ostile al paganesimo e potrebbe aver esasperato il rito per privilegiare la sua fede: le descrizione precedenti quella tarda di Prudenzio suggeriscono infatti un rito meno crudele e truculento.
    Nel II e III secolo, il taurobolium venne usato solo per la salute dell'imperatore, dell'impero o della comunità; veniva eseguito il 24 marzo, il Dies Sanguinis dell'annuale festa di Cibele e Attis. Nel tardo III secolo e poi nel IV, i taurobolia venivano eseguiti per rigenerare il fedele, che veniva considerato renatus in aeternum; ma la sua purificazione durava venti anni. Il sacrificio veniva eseguito anche per un voto o per ordine della Dea stessa, e non vi erano distinzioni di sesso o classe sociale. A Roma, sono stati ritrovati molti altari e iscrizioni commemorative di taurobolia nei pressi della Basilica di San Pietro in Vaticano.


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  • 09/07/19--05:34: CULTO DI AGENORIA


  • Dea dell'Iniziativa, dell'Intraprendenza e dell'Industria, era annoverata tra gli Dei indigetis, cioè originari del suolo italico. Era venerata dai romani anche col nome di Strenua (la forte) e aveva un tempio sull'Aventino, zona per eccellenza industriosa e plebea. Agenoria è infatti una Dea romana dell'attività (actus), il cui nome deriverebbe dal verbo latino, agere, egi, actum, "fare, guidare, andare". 

    È nominata solo da Sant'Agostino, che la colloca tra le divinità che si occupano dell'infanzia. È quindi una delle Dee che accresce le capacità bambino, facendolo camminare, cantare, ragionare, leggere e contare. 

    E' lo studioso Wilhelm Heinrich Roscher a includere Agenoria tra gli indigitamenta, la lista delle divinità gestite dai sacerdoti romani per assicurare che la corretta divinità sia stata invocata nei vari rituali. Essendole dedicato un tempio significa che la Dea aveva la sua importanza, sia per le madri che dovevano farle offerte per il bene dei figlioletti, sia per gli artigiani o imprenditori che affollavano la zona.


    Allegoria rinascimentale

    Pur non essendo così famosa, Agenoria è il personaggio principale del primo dei quattro apologhi latini (storie o favole allegoriche tese ad un fine morale o istruttivo) scritti nel 1497 dall'umanista italiano Pandolfo Collenuccio in onore di Ercole II d'Este, duca di Ferrara.

    All'epoca andavano molto di moda le allegorie romane tese all'elogio del Signore delle terre e del suo regno. 

    La finzione allegorica Agenoria, ispirata alle allegorie di Luciano di Samosata (125 d.c. - oltre il 180 d.c), inizia con il fidanzamento di Inertia a Labour, i cui doni nuziali di animali da fattoria e attrezzi da lavoro provocano la rottura tra i due.
    Labour sposa allora Agenoria (attività), e al loro matrimonio partecipano una serie di altre personificazioni, tra cui Ubertas (Abbondanza) e Voluptas (Piacere), la cui presenza suscita la violenza di Inertia e dei suoi seguaci. La società virtuosa di Agenoria e Labour sta per essere irrimediabilmente sconfitta ma l'intervento divino di Giove rimette tutto in ordine. 
    Uno degli invitati al matrimonio, Politia (cioè la civiltà della polis), fa l'elogio ai contributi alla società umana operati da Labour, Agenoria e dalle altre virtù. Giove asserisce che Agenoria è sotto la sua protezione divina. 

    Allegoria romana

    L'allegoria era un sistema di racconto molto in voga dai romani, facile da comprendere e da seguire, incoraggiato anche da Augusto che molto teneva ai costumi morali del suo popolo, nonchè ai sani costumi degli avi. Per la stessa ragione, onde cioè far ritrovare ai romani le proprie radici, Augusto restaurò o ripristinò gli antichi templi degli antichi Dei, tra cui quello di Agenoria. La Dea venne poi assimilata alla Dea Strenua che doveva avere un tempio nei pressi.  

    Si dice che Tito Tazio usasse offrire agli amici un mazzo di rami, che si riferisce fossero di verbena, raccolto nel bosco della Dea Strenua o Strenia, ubicato sul monte Velia. Ma nelle calende di Gennaio le sacerdotesse di Vesta andavano a recidere l'alloro nel bosco sacro dell'Esquilino e dopo una processione cingevano le colonne dell'omonimo tempio con i ramoscelli perchè l'anno a venire fosse propizio. 

    Ed era di buon auspicio in questa data mangiare fichi secchi, qualche dattero, del miele o un piatto di ghiande. I dolci erano il cibo della festa e le ghiande erano l'antico, povero e rituale cibo delle campagne, infatti quando c'era scarsità si ricorreva a una minestra di farina di ghiande il cui albero, la quercia, fu sacro alla Grande Madre prima di passare a Giove.

    Che la mensa provvedesse dolci e frutti costosi anzichè ghiande, dipendeva da quanto la familia romana di quella casa fosse seguace di Agenoria e quindi operosa. Il lavoro perseguito con alacre attività doveva necessariamente, in una città ricca come Roma, procurare cibo e abbondanza.

    Ma c'è di più. i romani chiamarono Agenoria la Dea che destava l'eccitazione che portava all' atto lussurioso. San. Agostino Cit. D. 3, 5a. (Il Forcell. per altro dice che AGENORIA è la Dea che spinge gli uomini ad agire; e nondimeno cita S. Agostino che se riteneva Agenoria Dea della Lussuria un motivo lo avrà avuto di certo).

    A noi una Dea che insegna l'attività laboriosa a piccoli e grandi non ci sembra abbia a che fare con la lussuria,  piuttosto viene da pensare che i santi cattolici non vedessero di buon occhio gli Dei pagani a cui la popolazione era sempre molto attaccata, per cui tendevano a farli apparire malefici o viziosi.

    Comunque alla Dea si libava col latte il che conferma il suo lato protettivo e materno con i bambini.


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    CAIO OVIDIO CASSIO (illustrazione di Cristina Bencina)

    Nome: Gaius Avidius Cassius
    Nascita: 130 dopo Cristo, Cirro, Turchia
    Morte: luglio 175; Egitto/Siria
    Gens: Cassia
    Professione: Generale romano


    Gaio Avidio Cassio (121 – 175) è stato un militare romano di origine siriana, usurpatore a cui era stato conferito l'imperium proconsulare maius dall'imperatore Marco Aurelio (169 - 175).
    Avidio Cassio era della aristocratica gens Avidia e della gens Cassia, della città siriana di Hagioupolis.



    ELIODORO

    FAUSTINA MINORE
    Suo padre, Eliodoro, era stato segretario "ab epistulis", sicuramente "ab espistulis Graecis", dell'imperatore Adriano, che amava moltissimo la cultura greca.

    Aveva seguito l'imperatore nei suoi viaggi e fu prefetto d'Egitto alla fine del regno di Adriano (negli anni 137-142). Alcuni studiosi hanno ipotizzato una discendenza di Avidio Cassio da Antioco IV di Commagene, per parte di Avidio Antioco, suo nonno, ma non ce ne sono prove sufficienti.



    CAIO OVIDIO

    - Negli anni 139-153 ricoprì alcuni incarichi militari percorrendo il cursus honorum delle tres militiae dell'ordine equestre.

    - Nel 154 venne eletto adlectus inter quaestores.

    - Dal 159 al 162 fu legato (comandante) della legio I Italica in Mesia inferiore

    - Partecipò alle campagne partiche di Lucio Vero nel 162-166 come legato della legio III Gallica in Siria; al seguito dell'imperatore. Qui i romani, nel 164, per merito ampiamente riconosciuto di Avidio Cassio, sconfissero le truppe del re Vologese IV a Dura Europos. 

    - Nel 166 conquistarono quindi la Media, costringendo Vologese a firmare una pace con resa incondizionata, cedendo. L'Armenia e la Mesopotamia settentrionale di nuovo ai Romani.

    - Nello stesso anno Cassio e il suo collega, Publio Marzio Vero, ottennero il consolato suffetto (in absentia) per i loro successi ottenuti contro i Parti. Ancora nello steso anno diventa Legatus Augusti Propretore della provincia di Arabia e della legione I Italica.

    - Dopo il consolato, Cassio divenne governatore della Siria e Marzio Vero della Cappadocia.

    - Nel 172 Cassio fu inviato in Egitto, dove sedò la feroce insurrezione dei Bucolici, pastori-predoni stanziati nel Delta del Nilo.

    - Successivamente tornò ancora governatore della Siria.

    ARCO DI CSETIFONTE

    L'USURPATORE

    Cassio  si era insomma distinto come uno dei migliori comandanti militari romani nella guerra contro i Parti, palesemente riconosciuto da Marco Aurelio che ne apprezzò giustamente l'abilità come stratega, il coraggio e la fedeltà. Purtuttavia, spinto dalla falsa notizia della morte di Marco Aurelio a seguito di una grave malattia, si era proclamato imperatore.

    Secondo quanto testimoniano Cassio Dione e la Historia Augusta, Avidio Cassio, che d'altronde stimava molto Marco Aurelio ma poco Lucio Vero, che però era già morto, si proclamò imperatore non per ambizione personale ma per volere di Faustina, che credendo che Marco stesse per morire temeva che l'impero cadesse nelle mani di qualche scellerato, dato che Commodo era troppo giovane per regnare.

    Così nel 175, Cassio venne acclamato imperator dalla Legio III Gallica e appoggiato nella sua elezione sia da Flavio Calusio, governatore d'Egitto, sia dagli ebrei, mentre non lo accettarono nè la Cappadocia nè la Bitinia. Con la sua proverbiale magnaminità Marco Aurelio cercò all'inizio di tenere segreta la notizia dell'usurpazione, ma quando la notizia divenne pubblica e nacque il fermento tra i suoi soldati, egli tenne loro una famosa "adlocutio".

    L'imperatore, ormai ristabilitosi, dichiarò, come narra Cassio Dione, di voler evitare gli spargimenti di sangue tra Romani. Disse avrebbe ceduto volentieri ad Avidio l'impero senza combattere per il bene comune, se fosse stata solo una questione personale; che avrebbe acconsentito che questa decisione fosse presa dall'esercito e dal senato di Roma.

     L'imperatore cercò di calmare i senatori, scrivendo loro di non aver mai "insultato Cassio in alcun modo, se non riferendosi a lui come ad un ingrato. Né Cassio disse o scrisse nulla di insultante nei confronti di Marco". Alla fine, Marco auspicò che Cassio non si uccidesse o fosse ucciso non appena avesse saputo che Marco stava muovendogli contro, poiché Marco aveva intenzione di riconciliarsi con lui, dando così un nuovo esempio della sua grande clemenza.

    MARCO AURELIO
    Però tre mesi dopo, il Senato romano, poco soddisfatto della decisione di Marco Aurelio di perdonare Caio Ovidio, in quanto temeva che altri stati potessero acclamare Cassio, lo proclamò "hostis publicus", nemico dello stato e del popolo romano, per cui poteva essere ucciso impunemente da chiunque. Marco era molto dispiaciuto di dover muovere contro un suo generale così abile e fidato, dichiarando pubblicamente, onde placare gli animi, di sperare ancora in un possibile perdono.

    Però i soldati di Avidio, alla notizia dell'arrivo di Marco Aurelio, temettero fortemente di venire puniti come ribelli, e visto che il loro generale era ormai Hostis publicus, lo uccisero immediatamente. Caio Ovidio aveva avuto, anzi aveva creduto di avere l'imperio per soli 100 giorni.  Arrivato in Oriente, Marco Aurelio, molto dispiaciuto dell'accadimento, fece bruciare ogni corrispondenza dell'usurpatore per evitare che svelare un coinvolgimento di altri nella rivolta creando altre vittime.

    I soldati, non conoscendo pienamente il carattere davvero pio dell'imperatore, gli presentarono la testa di Avidio a testimoniare l'esecuzione, ma questi non volle vedere nè la testa nè i suoi esecutori, anzi li fece allontanare e fece seppellire Cassio con tutti gli onori. Alcuni studiosi hanno creduto vi sia stato un qualche reale appoggio alla congiura di Faustina, che Marco avrebbe però volutamente ignorato.

    Cassio Dione e la Historia Augusta sostengono che Faustina incoraggiò Avidio, poiché temeva per i figli piccoli, che qualsiasi ambizioso avrebbe sicuramente uccisi. Quando poi l'imperatore seppe dell'uccisione di Avidio se ne dolse molto: "Mi è stata tolta un'occasione di clemenza: la clemenza, infatti, dà soprattutto prestigio all'imperatore romano agli occhi dei popoli. Io però risparmierò i suoi figli, il genero e la moglie". E così lasciò metà del patrimonio paterno ai figli di Avidio Cassio, e a sua figlia dette in dono una grande quantità di oro, di argento e di gemme.



    CONCLUSIONE

    La storia di questo abilissimo e coraggioso generale romano è molto triste, perchè non fu la sua ambizione a perderlo, nè il desiderio di vendetta del suo imperatore. Avidio sarebbe sempre rimasto fedele al suo imperatore in vita, fu la falsa notizia della sua morte e l'invito di faustina a sviarlo. La proverbiale clemenza di Aurelio non fu sufficiente a placare nè il senato che temeva disordini, nè i militari che non conoscevano bene la bontà di Marco Aurelio e temettero ritorsioni. Purtroppo venne sacrificata la vita di un grande e valoroso generale romano.


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  • 09/09/19--04:53: PISCINA PUBLICA

  • La Piscina Publica a Roma designava un grande bagno pubblico fornito di piscina (Fest. 213 ), menzionato per la prima volta nel 215 a.c. Liv. XXIII .32.4), e situato nella zona depressa che si trova tra la via Appia, le Mura Serviane, il versante nord-est dell'Aventino e l'area occupata in seguito dalle terme di Caracalla (Liv. Fest. Loc . ad Q. Fr. III .7.1 ; Jord. II .106-107; HJ 183-184).

    I bagni erano molto ampi e forniti di acqua corrente che scorreva in due rivoli a terra dove i fruitori potevano sciacquare le spugne, fornite gratuitamente, issate su apposito bastoncino, con cui detergersi dopo aver evacuato. Sia i sedili che il suolo e parte delle pareti erano in marmo.

    La piscina aveva un reparto per l'acqua calda e una per la fredda, dato che sotto aveva le sospensure per l'aria calda e relativa fornace al cui mantenimento operavano gli schiavi imperiali. Non sappiamo se vi fossero anche il tepidarium, o il ginnasium, dato che in realtà era una piscina per plebei e schiavi, quindi gratuita. Anche le terme di stato erano in genere gratuite, oppure si pagava un prezzo molto basso. Sotto Augusto tutte le terme furono esenti da pagamento.
      
    Non si deve pensare però che la Piscina Publica, in quanto di stato fosse fatta in economia, perchè gli imperatori facevano a gara per farsi ben volere dal popolo e pertanto facevano ornare le opere pubbliche in modo sontuoso, vale a dire con mosaici, fontane e statue.

    Vicino alla piscina Pubblica c'era il quartier generale dei lanii piscinenses, il collegio dei macellai (CIL VI .167 ; cf. Plauto, Pseud. 326-328 ). Questa piscina in seguito ha dato il nome al vicus piscinae Publicae ( CIL VI .975 ; Amm. Marcell. XVII .4.14 ), che, passando all'entrata della Piscina Publica, conduceva dall'estremità meridionale del circo Massimo attraverso la depressione sull'Aventino fino alla porta Raudusculana. 

    La Piscina sembra fosse alimentata da sorgenti locali, e non dall'Aqua Appia ( LA 234-245, cfr Jord. I , 1.447, 458). 

    Cessò di esistere nel II secolo d.c. (Fest. 213), probabilmente soppiantata da terme più vaste e sontuose, come quella di Caracalla, che pur essendo bellissima era soprattutto per il ceto più basso, tanto più che il suo terreno era molto ambito per l'edificazione di insule in una zona dal terreno costoso in quanto in area centrale dell'urbe.

    PISCINA PUBLICA


    LA PISCINA PUBLICA XII REGIONE

    Il suo nome comunque era talmente noto e importante che restò alla zona e anzi si estese a tutta la regione XII della Roma Augustea (ad piscinam publicam Hippolyt.philos. ix.12, p552, BC 1914, 353). Questa regione era delimitata a nord-est dalla via Appia, a sud-est da una linea che si estendeva dal bivio della via Appia e il vicus Sulpicio alla porta Raudusculana, a sud dalla linea del muro Aureliano, a ovest e nord-ovest il vicus portae Raudusculanae e il vicus piscinae Publicae, includendo quindi un'area molto piccola all'interno della linea delle mura serviane ( BC 1890, 115-137). Piscina Publica non fu però il nome ufficiale per la regione XII, e non sappiamo quanto presto sia entrato in uso (Pr. Reg. 71-72).

    La XII regione (pedes XII) conteneva:

    - viam novam - Fortunam Mammosam - Isidem Athenodoriam - aedem Bonae deae subsaxaneae
    - clivum delfini - thermas Antoninianas (terme di Caracalla) - VII domos Parthorum
    - campum lanatarium (tra le terme di Caracalla e la chiesa S. Saba) - domum Cilonis
    - IIII coorte vigilum - domum Cornificies - 15 privata Adriani
    - vici XVII - DAE. XVII - vicomag. XLVIII - cur. II - 20 insulae II . CCCCLXXXVII
    - dom. CXIII - Horr. XXVII - bal. LXIII - lacos LXXX - pist. XXV


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    Quest'arco, che in realtà era una delle porte di Roma, ed esattamente Porta Celimontana, venne costruito nel sito come passaggio delle Mura Serviane sul colle Celio, le prime mura di Roma costruite ne VI sec. a.c., e all'epoca si chiamava Porta Caelimontana.

    Sulla Porta Celimontana, sul lato nord del sito dei castra Peregrina, venne eretto nel 10 d.c. dai consoli Publius Cornelius Dolabella e Caius Iulius Silanus (CIL VI.1384) un arco onorario, l'Arcus Dolabellae et Silani. Successivamente dovette supportare un ramo dell'aqua Marcia (non il rivus Herculaneus), e poi venne usato da Nerone nella sua estensione dell'aqua Claudia, per l'arcus Neroniani (LA 312‑313; HJ 234). Lo traversava un acquedotto, vedi la chiesa di S. Tommaso in Formis.

    L'Arco di Dolabella e Silano, ovvero la Porta Celimontana, con un solo fornice ad arco di travertino, sorge sulla sommità del Celio all'estremità superiore del "Clivus Scauri", e si trova oggi vicino alla attuale chiesa di S. Maria in Domnica. L'arco è decorato con due cornici semplici, e sul suo attico, nella facciata, si legge l'iscrizione che indica al 10 d.c. la costruzione dell'arco ad opera dei consoli Publio Cornelio Dolabella e Caio giunio Silanuo.


    Si trova dunque all'incrocio tra la Via Claudia e Via San Paolo della Croce, dove l'imperatore Nerone incorporò l'arco nell'Acquedotto Claudio, denominato poi acquedotto di Nerone.

    Sull'attico della facciata esterna è scritto:

    "P. CORNELIS P. F. DOLABELLA
    C. IUNIUS C. F. SILANUS FLAMEN MARTIAL(is)  CO(n)S(ules)
    EX S(enatus) C(onsulto)
    FACIUNDUM CURAVERUNT IDEMQUE PROBAVER(unt)"

    Cioè:
    "Publio Cornelio Dolabella, 
    figlio di Publio, e Gaio Giunio Silano, 
    figlio di Gaio, flamine di Marte, 
    consoli, per decreto del Senato 
    appaltarono (quest'opera) 
    e ne fecero il collaudo".

    Quindi l'arco, originariamente una delle porte delle Roma repubblicana, venne restaurato sotto Augusto e poi ancora successivamente.

    STAMPA DEL 1700
    L'arco, completamente edificato in travertino, a grossi blocchi rastremati tutti uguali tra loro, fu identificato poi con l'antica porta Caelimontana delle Mura Serviane, come confermano anche alcuni blocchi di tufo di Grotta Oscura situati sul lato destro dell'arco.

    Si pensava quindi che l'arco fosse parte dell'Aqua Marcia. Ora, l'ipotesi di Colini, che l'arco abbia sostituito la porta Caelimontana, una delle due porte Celio nelle Mura Serviane, è ampiamente accettata dalla maggior parte degli studiosi moderni.

    (Colini 33-34, Coarelli,. Cf Porta Querquetulana).


    Colini ha osservato che blocchi di Grotta Oscura tufo, tipico della Mura Serviane, sono stati collegati allo stipite nord dell'Arco di Dolabella e Silano, e ha suggerito che nel 10 d.c. questo arco ha sostituito la porta Caelimontana, che, come riferisce di Livio (35.9.2-3), sorgeva sulla sommità del Celio. Così, la "Via Caelimontana" sarebbe passata attraverso le Mura Serviane qui, per continuare all'interno della città come  "Clivus Scauri".

    PARTE ANTERIORE DELL'ARCO
    In realtà solo recentemente si è stabilito, delle due porte che si aprivano nelle mura serviane sul lato orientale del colle Celio, che la Porta Caelimontana era quella più occidentale, mentre la Porta Querquetulana era quella orientale.

    E' Livio che cita per la prima volta la porta Caelimontana (XXXV, 9) per riferire di un fulmine che la colpì nel 193 a.c.

    Fino a pochi anni fa, infatti, si sosteneva l’esatto contrario, visto che entrambe le porte derivavano il loro nome da quello del colle su cui si trovavano.

    Querquetulum (coperto di boschi di querce) era infatti l’antica denominazione di quello che solo successivamente venne chiamato Caelius; si poteva pertanto supporre che le due porte fossero state aperte in tempi successivi, prima la Querquetulana e poi, quando ormai le querce non c’erano più, la Caelimontana. Quella che resta è la porta più occidentale, trasformata in arco di Dolabella e Silano, con blocchi risalenti all’inizio del IV sec., quindi delle prime mura repubblicane, per cui si credette essere la Querquetulana.

    STAMPA DEL 1700 RAFFIGURANTE LA PARTE ANTERIORE
    Oggi si pone la Querquetulana verso est, all’interno del perimetro dell’ospedale di San Giovanni, dove la via dei Santi Quattro incrocia la via di S. Stefano Rotondo, e la Caelimontana più a ovest, all’inizio di via San Paolo della Croce, sul tracciato dell’antico clivus Scauri.

    Questa correzione del posizionamento delle due porte è dovuta al fatto di ritenere quella del IV sec. la cinta muraria più antica del colle.

    La porta Querquetulana, infatti, come anche la Viminale, l’Esquilina e la Collina, risale ad un periodo molto antico, circa un paio di secoli precedente a quello della costruzione delle mura serviane.

    Sembra infatti che le quattro porte originarie risalissero all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio, che comprese nel territorio dell'Urbe, tra gli iniziali sette colli, anche il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino e il Querquetulanus. Della stessa epoca erano le mura di 1.300 m. che andavano dalla Porta Collina all’Esquilina.

    PARTE POSTERIORE DELL'ARCO
    Poichè inoltre il loro nome derivava da quello del colle a cui davano accesso, la Querquetulana e la Caelimontana non possono essere contemporanee, nè c'è prova di un ampliamento, nell’area del Celio, delle mura serviane rispetto a quelle precedenti.

    Non ci sono notizie per la porta Querquetulana, mentre della Caelimontana si sa che venne restaurata, come molte altre porte della cinta serviana, in epoca augustea. L’attuale arco di travertino sostituì nel 10 d.c. la vecchia porta in blocchi di tufo, ancora in parte visibili sulla destra, a seguito di una ricostruzione, come si legge sulla lapide posta sull’attico dell’arco.

    Un'iscrizione del 2 d.c., con la stessa formula e il contenuto di quello della Arco di Dolabella e Silano, ha segnato l'"Arcus Lentuli et Crispini". La somiglianza di questi due monumenti potrebbe indicare un rinnovamento in era augustea delle Mura Serviane dal Tevere al Celio (Coarelli 1988).

    Dal I sec. a.c. Roma divenne così potente che non ebbe più nemici da temere, per cui le sue mura, con le sue porte, furono in gran parte dimesse, o demolite, o usate per gli acquedotti, o come muri portanti di altre costruzioni.

    Nel 211 d.c., durante i lavori di restauro realizzati per volere di Settimio Severo e di Caracalla all'Acquedotto Neroniano, un ramo secondario dell' Acquedotto Claudio, l'arco venne utilizzato per sostenerne le grandi arcate che tuttora lo sovrastano.

    STAMPA DEL 1817 RAFFIGURANTE LA PARTE POSTERIORE
    Secondo una leggenda del XVIII sec. la finestrella sovrapposta all'arco nasconde un piccolo locale con due stanzette e colonne di supporto in cui visse dal 1209 fino all'anno della sua morte, nel 1213, S.Giovanni de Matha, fondatore dell'Ordine dei Trinitari, che avevano la missione di curare gli schiavi riscattati.

    Per questo motivo l'Ordine ricevette in dono da papa Innocenzo III i locali di un antico monastero benedettino di S.Tommaso in formis. A destra dell'arco c'è un'edicola con mosaici medievali.

    Roma è una città che nei secoli non ha mai avuto discariche, bensì ha edificato sopra agli edifici vecchi e molto spesso ha semplicemente riempito di detriti l'antico usandolo come fondamenta del nuovo.

    L'arco di Dolabella, che era in origine alto m 6,5, a causa del sollevamento del manto stradale che ha coperto gli strati sottostanti nelle varie epoche, ha fatto si che l'arco odierno sia alto solo m 4,5, il che significa che c'è un interramento della base dell'arco di ben due metri. Nei pressi sono state rinvenute infatti diverse domus romane attualmente visitabili. Roma è ancora tutta da scoprire.




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  • 09/11/19--04:53: VILLA DI MINORI (Campania)
  • RICOSTRUZIONE DELLA VILLA MARITTIMA
    Le prime informazioni riguardo ad un edificio di epoca romana a Minori risalgono ai "Documenti e Atti della Commissione Archeologica della Provincia del Principato Citeriore" (1873-74), in cui L. Stabiano ha scritto sulla scoperta delle "terme romane".

    La Villa Romana di Minori (Salerno) è il sito archeologico di una villa romana del I secolo d.c situata nel comune di Minori, in Campania. Si presume sia stata eretta fra il 30 e il 60 d.c., e se ne ignora il nome del proprietario che di certo fu però benestante e raffinato. 

    Nei tempi antichi dell'impero la costiera amalfitana, per il famoso fenomeno del bradisismo, era più arretrata di oggi, cosicché dalla spiaggia era possibile raggiungere direttamente l’ingresso delle villa che giace in una baia della Costiera Amalfitana, nel punto in cui il fiume, Regina Minor, sfocia nel mare ed ha la notevolissima estensione di ben 2500 mq. 

    RICOSTRUZIONE DEL COMPLESSO
    Villa Minori si sviluppava certamente su due piani, anche se di quello superiore sono rimaste soltanto le fondazioni.

    Il piano inferiore dell’edificio era occupato, al centro, dall’ampio triclinio per i banchetti che era impreziosito, nella parete di fondo, da un ninfeo la cui fontana, alimentata dall’acqua incanalata del torrente, scorreva anche intorno ai convitati. 

    Intorno a questa sala che si affacciava sul viridarium, come tutto il piano inferiore, si sviluppava la villa. Al centro del grande giardino, circondato da un porticato, si trovava la natatio di circa 12 metri per 7 che oggi, invece, risulta collocata a ridosso di un grande muro sul quale si elevano i palazzi moderni, occupando l’area che, originariamente, era destinata all’altra metà del viridarium e dell’edificio della villa.

    I RESTI

    GLI SCAVI

    La prima scoperta si ebbe nel 1932 per un crollo durante la ristrutturazione di alcune case dove si evidenziò una camera sotterranea, appartenente a una villa romana.

    IERI ED OGGI
    Gli scavi iniziarono nel 1934, poi di nuovo nel 1950, e nel 1954, quando una forte precipitazione colpì la Costiera Amalfitana.

    Nel 1956, durante la costruzione di un albergo, sono state scoperte nuove aree della villa decorate da dipinti che si conservano oggi nel museo collegato alla villa.

    La struttura residenziale è visibile solo sul lato più vicino al mare, poiché molte parti dell'edificio sono stati riutilizzate come cantine (sig!) da nuovi lotti abitativi sorti sul sito della villa, visto che volte contano più i palazzinari che non i siti archeologici.

    A metà degli anni 1990 è iniziato il restauro dei mosaici che ornavano il triclinio. Sulla terrazza, corrispondente al piano superiore, è l'annesso antiquarium che espone reperti di età romana provenienti da altre ville della zona.

    Edificata nei primi anni del I secolo d.c., come testimoniato dalle 111 decorazioni in stile degli ambienti, la villa, durante la sua vita ebbe diversi restauri e rimaneggiamenti.

    Gli archi della villa, non erano spoglie, ma ancora oggi rivelano i colori romani: dal rosso delle semicolonne al giallo e l’azzurro delle murature, fino al nero degli zoccoli dei pilastri dove si trovavano le aiuole fiorite.


    Annesso ai resti della Villa troviamo anche l’Antiquarium che nelle sue sale custodisce i materiali provenienti dallo scavo. Nella prima sala è possibile ammirare alcuni oggetti relativa alla vita quotidiana degli antichi romani, ed alcuni pannelli con affreschi del III stile e la ricostruzione della vasca con suspensurae che si trovava nel calidarium della villa.

    La villa fu costruita attorno ad un "viridarium", dei giardini romani con una piscina centrale, circondata da un gruppo di edifici e triportico divisi in due gruppi simmetrici da una grande sala centrale.

    Oggi ci rimane solo la zona marittima della villa, quindi uno spazio aperto, l’intero complesso infatti era caratterizzato da terrazze coperte. 

    La villa, formata da più livelli, era distinta dalla presenza di una scala coperta con volta a botte. Da qui si accedeva a un vestibolo che conduceva alle tre camere situate al piano terra, tutte affacciavano nel peristilio ed erano coperte con volta a botte. 

    A nord di questi locali sono poste altre due sale, divise da tramezzi e coperte sempre da volta a botte. Sullo stesso livello del terreno si estende anche un salone che ha restituito decorazioni di notevole pregio.

    Ed ecco la ricostruzione della villa di Minori, praticamente un'isola sull'acqua del mare, legata alla terra da due strisce sottili, per cui aveva possibilità di essere raggiunta tanto via mare che via terra.

    Tutt'intorno presentava un lungo colonnato che riparava dal sole rinfrescando al casa e consentendo di ammirare il paesaggio mozzafiato della costiera amalfitana.

    Lo spoglio e il vandalismo ci hanno privato dei resti di questo capolavoro, di cui sono stati demoliti anche i mattoni in secoli di caccia alle streghe dei magnifici resti romani designati come diabolici in quanto pagani.
    IL TRIPORTICO
    NINFEO

    Al centro della villa si trova un ninfeo, caratterizzato da una copertura a volta e chiuso da quattro mura. Le sue raffinate decorazioni e tecniche architettoniche lo rendono l’ambiente più importante e conosciuto del complesso. La parete posta di fronte all’ingresso accoglie degli zampilli d’acqua che si trasformavano in elementi decorativi e architettonici. 

    Infatti l’acqua, scendendo dall’alto, formava diverse cascatelle che defluivano in scarichi laterali, per il piacere della vista e dell'udito per il suono leggero del gorgoglio dell'acqua.
    Questo era il ninfeo della villa con preziosi mosaici sui pavimenti e decorazioni pittoriche sulle pareti che riproducevano scene venatorie, evidentemente il dominus era un appassionato di caccia, oltre a figure fitomorfe, secondo quel famoso III stile che sarà chiamato dai posteri cinquecenteschi le "Grottesche". 

    Ma non manca  una suggestiva scena marina. Le decorazioni del III stile, si datano dal 30 d.c. al 50 d.c.

    LE TERME
    La villa riceveva dal torrente Regina minor, canalizzato appositamente, tutto il fabbisogno idrico.
    Esso era infatti indispensabile per l’impianto termale, la natatio (piscina) del viridarium (giardino interno), i ninfei e la grande vasca della facciata, come pure il ninfeo della sala triclinare per i banchetti.

    Al piano inferiore è situato un esteso giardino al cui centro di questo giardino è situata una vasca posta in asse con il ninfeo. 

    Una parte del peristilio del giardino era collocata presso il mare con nicchie laterali, forse occupate da statue o da giochi d’acqua e forse, lì vicino erano collocate alcune vasche per l’itticoltura.
    LE VASCHE DELLE TERME
    Originariamente intorno alla villa c’erano montagne, rivestite di boschi e popolati da animali selvatici, fino al mare, dove la villa, che degradava sul mare mediante diversi terrazzamenti, presentava una facciata finemente decorata con nicchie, colonne, semi colonne, fontane, giochi d’acqua, specchi e mosaici di pasta vitrea policromi. 
    Oggi quanto resta dell’antica villa romana si trova nel centro della città di Minori, sviluppata intorno e dentro le strutture edilizie di età romana riutilizzate come magazzini, cantine e stalle note come grotte al pari di molti edifici dell’antichità.

    Recenti scavi hanno tuttavia messo in luce altri ambienti, precisamente un tablinium, un calidarium, e una sala forse dedicata alle arti. Nel 2012 la villa risulta chiusa per restauri e si spera in una riapertura a breve. Apertura a tutt'oggi inesistente.



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  • 09/13/19--04:44: LA FAMIGLIA DI AUGUSTO
  • OTTAVIANO AUGUSTO

    GAIO SVETONIO TRANQUILLO - DE VITA CAESARUM  



    L'AVO OTTAVIO

    - Che la famiglia di Ottaviano fosse la più insigne a Velitrae sin dai tempi antichi, è reso evidente da molte circostanze. Nella parte più frequentata della città c'era da tempo una strada consacrata ad un Ottavio; e così anche un altare sempre consacrato a un Ottavio, che venne scelto come generale in una guerra con alcuni popoli vicini.

    - Mentre stava sacrificando a Marte, il nemico fece un attacco improvviso, allora gli immediatamente strappò le viscere della vittima togliendola dal fuoco e offrendole mezze crude sull'altare; dopo di che, si pose in marcia per combattere, e tornò vittorioso.

    Questo incidente dette luogo a una legge, con cui si emanò che in tutti i tempi futuri le viscere dovessero essere offerte a Marte nella stessa maniera; e il resto della vittima doveva essere portata agli Ottavi.



    L'AVO GAIO RUFO

    Questa famiglia, così come molti a Roma, fu ammessa al Senato da Tarquinio Prisco ( ... – 579 a.c.) e presto posta da Servio Tullio (... - 539 a.c.) tra i patrizi; ma nel corso del tempo si trasferì all'ordine plebeo e, dopo un lungo intervallo, venne riportato da Giulio Cesare al rango di patrizi. La prima persona della famiglia cresciuta che raggiunse la magistratura fu Gaio Rufo.

    Ottenne la questura ed ebbe due figli, Cneio e Caio; da cui discendono i due rami della famiglia Ottaviana, che hanno avuto fortune molto diverse. Per Cneio, e i suoi discendenti in successione ininterrotta, detennero tutti i più alti uffici dello stato; mentre Caio e i suoi posteri, sia dalle loro circostanze che dalle loro scelte, rimasero nell'ordine equestre fino al padre di Augusto.



    IL BISNONNO DI AUGUSTO

    Il bisnonno di Augusto servì come tribuno militare nella II guerra punica in Sicilia, sotto il comando di Emilio Pappo. Suo nonno si accontentò di portare gli uffici pubblici del proprio comune e invecchiò nel tranquillo godimento di un ampio patrimonio. Tale è la storia riferita da diversi autori.

    Augusto stesso, tuttavia, non ci dice nient'altro se non che discendeva da una famiglia equestre (forse per questo Augusto favorì tanto l'ordine equestre durante il suo impero), sia antica che ricca, di cui suo padre fu il primo ad aver ottenuto il grado di senatore. Marco Antonio gli dice in modo offensivo che il suo bisnonno era un liberto del territorio di Thurium, un cordista (fabbricatore di funi) e suo nonno un usuraio. Questa è tutta l'informazione che ho incontrato, rispettando gli antenati di Augusto da parte del padre.

    GAIUS OCTAVIUS, PADRE DI AUGUSTO

    IL PADRE DI AUGUSTO

    Suo padre Gaio Ottavio era, fin dai suoi primi anni, una persona di ricchezza e distinzione: per questo motivo sono sorpreso da coloro che affermano di essere un mercante di denaro, e che era impiegato per spargere tangenti e fare propaganda per i candidati a elezioni, nel Campo Marzio.

    Essendo stato allevato nell'abbondanza derivata da una grande proprietà, raggiunse facilmente posti onorevoli e assolse i suoi doveri con molta distinzione.

    Dopo la sua pretura, ottenne a sorte la provincia della Macedonia; e si comportò onorevolmente dal modo in cui eliminò alcuni banditi, e come distrusse i simboli e i vessilli degli eserciti di Spartaco e Catilina, che si erano impossessati del territorio di Thurium, avendo ricevuto dal Senato una commissione straordinaria a tale scopo.

    Nel suo governo della provincia, si è comportato con uguale giustizia e risoluzione; poiché sconfisse i Bessiani e i Traci in una grande battaglia, e trattò gli alleati della repubblica in modo tale, che ci sono lettere esistenti da M. Tullio Cicerone, in cui consiglia ed esorta suo fratello Quinto, che allora deteneva il proconsolato dell'Asia senza grande reputazione, di imitare l'esempio del suo vicino Ottavio, per guadagnarsi gli affetti degli alleati di Roma.

    Dopo aver lasciato la Macedonia, prima che potesse dichiararsi candidato per il consolato, morì improvvisamente, lasciando una figlia, la maggiore Octavia, da parte di Ancharia, e un'altra figlia, Ottavia la minore, e Augusto, da Atia, che era figlia di Marco Atius Balbo e di Giulia, sorella di Caio Giulio Cesare.

    Balbo era, da parte del padre, di una famiglia nativa di Aricia (Ariccia), e molti dei quali erano stati nel senato. Per parte della madre era quasi imparentato con Pompeo il Grande; e dopo aver assunto l'ufficio di pretore, fu uno dei venti commissari incaricati dalla legge Iulia di dividere delle terre campane tra il popolo.

    Ma Marco Antonio, trattando con disprezzo la discendenza di Augusto anche da parte della madre, dice che il suo bisnonno era di discendenza africana, e un tempo teneva un negozio di profumeria, e in un altro, un panificio in Aricia. E Cassio di Parma, in una lettera, accusa Augusto di essere figlio non solo di un fornaio, ma di un usuraio.
    Queste sono le sue parole: "Tu sei un pezzo di pasto di tua madre, che un cambiavalute di Nerulum  prende dalla più nuova panetteria di Aricia, impastato in una qualche forma, con le mani tutte scolorite dal maneggiare denaro".


    Augusto nacque nel consolato di Marco Tullio Cicerone e Caio Antonio, nella nona delle calende di ottobre, poco prima dell'alba, nel quartiere del Palatino, e nella strada chiamata Testa di bue, dove ora sorge una cappella dedicata a lui, e costruita poco dopo la sua morte.

    Perché, come è documentato negli atti del Senato, quando Caius Laetorius, un giovane di una famiglia patrizia, pregando davanti ai senatori per una sentenza più leggera, dopo essere stato condannato per adulterio, asseriva, oltre alla sua giovinezza e qualità, che era il possessore, e per così dire il guardiano, del terreno che il Divino Augusto aveva toccato per primo al suo arrivo nel mondo; e supplicò di poter trovare favore, per amore di quel Divus, che era in modo particolare suo; fu approvato un atto del senato, per la consacrazione di quella parte della sua casa in cui nacque Augusto.

    La sua infanzia venne trascorsa in una villa appartenente alla famiglia, nella periferia di Velitrae; essendo un posto molto piccolo, e molto simile a un magazzino. Un parere prevale nel vicinato, che Augusto sia nato proprio lì. In questo luogo nessuno presume di entrare, se non per necessità, e con grande devozione, in quanto si crede, che entrando avventatamente in esso, si venga presi da grande orrore e costernazione, cosa da poco confermata da un incidente notevole.

    Perché quando un nuovo abitante della casa aveva, per semplice caso, o per provare la verità del racconto, preso il suo alloggio in quell'appartamento, nel corso della notte, poche ore dopo, fu cacciato fuori da qualche violenza improvvisa, non sapeva come, e venne trovato in uno stato di stupore, con la spalliera del suo letto, davanti alla porta della camera.

    Mentre era ancora un bambino, gli fu dato il cognome di Thurinus, in memoria del luogo di nascita della sua famiglia, o perché, poco dopo la sua nascita, suo padre Ottaviano aveva avuto successo contro gli schiavi fuggiaschi, nel paese vicino Thurium.

    Che fosse soprannominato Thurinus, posso affermare su buone basi, perché quando ero un ragazzo, avevo una sua piccola statua di bronzo, con quel nome scritto in ferro, quasi cancellato dall'età, che presentai all'imperatore, da cui è ora venerato tra le altre divinità tutelari nella sua camera.

    Spesso è anche chiamato Thurinus in modo sprezzante, da Marco Antonio nelle sue lettere; a cui fa eco solo questa risposta: "Sono sorpreso che il mio vecchio nome debba essere oggetto di rimprovero". In seguito assunse il nome di Caio Cesare e poi di Augusto; il primo in conformità con la volontà del suo prozio, e il secondo su una mozione di Munazio Plancus nel senato.

    Perché quando alcuni proposero di conferirgli il nome di Romolo, essendo, in un certo senso, un secondo fondatore della città, fu deciso che avrebbe dovuto piuttosto chiamarsi Augustus, un cognome non solo nuovo, ma di più dignità, perché i luoghi dedicati alla religione e quelli in cui tutto è consacrato per augurio, sono denominati agosto, sia dalla parola auctus, che significa aumento, o ab avium gestu, gustuve, dal volo e dall'alimentazione degli uccelli; come appare da questo versetto di Ennio: "Quando fu costruita la gloriosa Roma per augusto augurio".

    Augusto perse suo padre quando aveva solo quattro anni; e, nel suo dodicesimo anno, pronunciò un'orazione funebre in lode di sua nonna Julia. Quattro anni dopo, dopo aver assunto la veste della virilità, fu onorato da vari successi militari da parte di Cesare nel trionfo africano, anche se non prese parte alla guerra, a causa della sua giovinezza.

    Dopo la spedizione di suo zio in Spagna contro i figli di Pompeo, fu seguito da suo nipote, anche se fu a malapena guarito da una pericolosa malattia; e dopo essere naufragato in mare e viaggiando con pochissimi assistenti attraverso strade infestate dal nemico, alla fine lo raggiunse. Questa attività dettero grandi soddisfazioni a suo zio, che presto concepì per lui un crescente affetto, a causa di tali indici di carattere.

    Dopo la sottomissione della Spagna, mentre Cesare stava meditando una spedizione contro i Daci e i Parti, fu inviato prima di lui in Apollonia, dove si dedicò ai suoi studi; finché non ebbe saputo che suo zio era stato assassinato e che era stato nominato suo erede, per un po' esitò se chiamare in suo aiuto le legioni di stanza nel quartiere; ma abbandonò il progetto come avventato e prematuro.

    Tuttavia, tornando a Roma, prese possesso della sua eredità, sebbene sua madre fosse preoccupata che una tale misura potesse essere accompagnata da un pericolo, e il suo patrigno, Marzio Filippo, un uomo di rango consolare, cercò seriamente di dissuaderlo. Da quel momento, raccogliendo insieme una forte forza militare, per primo tenne il governo in collaborazione con Marco Antonio e Marco Lepido, poi con Antonio solo, per quasi dodici anni, e infine nelle sue mani durante un periodo di quarantaquattro anni.

    VASO DI PORTLAND - AZIA FECONDATA DA APOLLO

    LA MADRE AZIA

    Azia maggiore (in latino: Atia Balba Caesonia; Roma, 85 a.c. – 43 a.c), della gens Atia, una gens che non sembra essere stata molto antica, anche se alcuni poeti la facevano discendere da Atys, figlio di Alba Silvio e padre di Capi. Atys fu il sesto re di Alba Longa, antica città del Lazio, che secondo la tradizione fu fondata da Ascanio, figlio di Enea e perciò considerata la città madre di Roma.

    AZIA MAGGIORE MADRE DI AUGUSTO
    Azia era figlia di Marco Azio Balbo (nel 60 a.c. fu Pretore e amministratore della Sardegna. Nel 59 a.c. fu uno dei venti pretorii dell'Agro Campano) e della sorella di Gaio Giulio Cesare, Giulia minore. Fu madre di Augusto e di Ottavia minore.

    Ella sposò il governatore della Macedonia, Gaio Ottavio, di cui divenne la seconda moglie. 

    Svetonio racconta che nei libri delle «Avventure divine» di Asclepiade di Mende: 
    «Durante i sacrifici solenni per Apollo, Atia, giunto il bel mezzo della notte, si stese nel tempio e si addormentò, insieme al resto delle matrone. Ad un tratto un serpente strisciò fino a lei e subito se ne andò. Quando si svegliò, si purificò come se si levasse dopo gli abbracci del marito e subito apparve sul suo corpo una voglia a forma di serpente, della quale non riuscì più a sbarazzarsi, tanto che da quel momento in poi smise di andare ai bagni pubblici. Dieci mesi dopo, nacque Augusto, che venne, quindi, considerato come il figlio di Apollo. Atia, prima di darlo alla luce, sognò che i suoi organi vitali erano innalzati fino alle stelle e distribuiti su tutta l'estensione della terra e del mare, mentre Ottavio sognò che il sole sorgeva dal grembo di Atia.»

    Ottaviano nacque nove mesi dopo, tanto da essere considerato per ciò, figlio di Apollo.
    Nel 59 a.c. Gaio Ottavio morì sulla strada per Roma dove doveva essere investito del titolo di console.  Azia maggiore, la madre di Ottaviano, si risposò con il padre del cognato, Lucio Marcio Filippo console del 56 a.c., che divenne quindi patrigno di Ottaviano.

    Azia morì durante il primo consolato del figlio Ottaviano, nell'autunno del 43 a.c. a soli 42 anni; il suo funerale, per volere di Ottaviano, avvenne secondo i più alti onori.

    OTTAVIA SORELLA DI AUGUSTO

    LA SORELLA OTTAVIA

    Ottavia Turina minore, ovvero Ottavia minore (in latino Octavia Thurina Minor; Nola, 69 a.c. – 11 a.c.), è stata sorella di Ottaviano Augusto e moglie di Marco Antonio. Ottavia era figlia di Gaio Ottavio e della sua seconda moglie Azia maggiore.

    Prima del 54 a.c., Ottavia sposò Gaio Claudio Marcello minore, console nel 50 a.c.
    Nel 54 a.c., Gneo Pompeo Magno, uno degli uomini più potenti di Roma, aveva perso la moglie Giulia, figlia di Cesare. Lo zio di Azia, per mantenere legami familiari con Pompeo, gli propose di sposare Ottavia, che avrebbe fatto divorziare. Pompeo rifiutò, e Marcello rimase marito di Ottavia e oppositore di Cesare, che osteggiò durante l'anno del consolato.

    Quando Cesare vinse a Farsalo, Marcello ottenne il suo perdono e continuò la sua vita con Ottavia
    e i suoi tre figli: Claudia Marcella maggiore, Claudia Marcella Minore e Marco Claudio Marcello.
    Nel 41 a.c. Marcello morì, lasciando Ottavia incinta; ma poco dopo anche Marco Antonio perse la moglie Fulvia che gli aveva dato due figli. Per rinsaldare i rapporti burrascosi tra Antonio e Ottaviano, venne data Ottavia in sposa Antonio.

    Col matrimonio Antonio rimase lontano da Cleopatra, e nel 36 a.c. quando vi fu un nuovo dissidio tra Ottaviano e Antonio, Ottavia li fece riconciliare. Ottavia curò l'educazione dei figli avuti da Marcello, dei figli di Antonio, e dei due figli che ebbe dal secondo marito, Antonia maggiore e Antonia minore.
    Quando però ebbe l'occasione di recarsi in oriente per una campagna contro i Parti, Antonio tornò da Cleopatra, che aveva già conosciuto nel 41 a.c. e da cui aveva avuto due gemelli.

    Ottavia per riconciliarsi col marito, si mise in viaggio nel 35 a.c. col denaro e le truppe da consegnare ad Antonio per la campagna contro l'Armenia, ma Antonio le mandò dei messi che le chiesero di tornare indietro; Ottavia consegnò le truppe e il denaro e tornò in Italia.

    Ottaviano le propose di lasciare la casa di Antonio e di recarsi a vivere con lui alla reggia, ma Ottavia rifiutò, rimanendo fedele al marito anche quando scoppiò la guerra tra Antonio e Ottaviano. Nel 32 Antonio inviò alla moglie una lettera di divorzio.



    LA MORTE

    Dopo la morte di Antonio, Ottavia continuò ad avere cura dei figli di lui, sia quelli avuti da Fulvia (o meglio l'unico superstite, Iullo Antonio, in quanto l'altro, Marco Antonio Antillo, era stato giustiziato da Ottaviano nel 31 a.c.), sia quelli avuti da Cleopatra (Alessandro Helios, Cleopatra Selene e Tolomeo Filadelfo).

    Il figlio di Ottavia e Marcello, Marco Claudio Marcello, fu adottato da Augusto come suo erede, ma morì prematuramente nel 23 a.c.: Ottavia gli dedicò la Biblioteca di Marcello, mentre Augusto fece edificare il Teatro di Marcello in suo onore.

    Ottavia morì nell'11 a.c. ed il fratello le tributò i più alti onori, pronunciando egli stesso l'orazione funebre, mentre i generi trasportarono il suo feretro alla tomba (mausoleo di Augusto). Il Senato decretò che le venissero conferiti molteplici onori, ma la maggior parte di questi vennero declinati da Augusto.


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    LEGIONARIO COLONNA TRAIANA

    Nome: Gaius Dillius Vocula
    Nascita: Cordova
    Morte: 70
    Professione: Generale romano


    Gaius Dillius Vocula fu un grande generale romano e un eroe della rivolta bataviana (69-70).
    Nacque a Cordoba in Andalusia, non si sa in che data, figlio di uno sconosciuto cavaliere romano chiamato Aulus Dillius. Probabilmente Dillius fu il primo della sua famiglia ad adire ad una carica in senato.

    È probabile che fu un protetto di Lucio Anneo Seneca, il famoso consigliere dell'imperatore Nerone, che incentivò le carriere di alcuni uomini promettenti dall'Hispania e per giunta poi uno di Cordoba.



    I LEGIO GERMANICA

    Vocula era sposato con una donna di nome Helvia Procula, che potrebbe essere stata parente della madre di Seneca. La sua lapide ci dice che il giovane andaluso avrebbe servito come tribuno militare della I legione Germanica, che era di stanza a Bonn.

    Dopo di ciò, Vocula è stato uno dei quattro funzionari che erano responsabili per la manutenzione delle strade, e la sua posizione successiva è stata quella di questore in Bitinia-Ponto. Divenne tribuno e pretore, finchè l'imperatore Nerone, venuto a conoscenza del suo valore, probabilmente da Seneca, lo nominò comandante della XXII legione Primigenia.

    Questa giovane legione, dedicata alla Fortuna Primigenia e costituita dall'imperatore Caligola nel 39, era di stanza a Magonza, dove difese l'impero contro le tribù germaniche che vivevano dall'altra parte del Reno.

    VESPASIANO, TESTA VANDALIZZATA
    Nel 68, Nerone si suicidò e scoppiò la guerra civile. Uno dei candidati alla porpora imperiale era il governatore della Germania Inferiore, Vitellio che, con un grande esercito, marciava su Roma sconfiggendo man mano i suoi avversari. Ora, il confine del Reno era quasi privo di guardia, e questo era il momento propizio per i Bataviani, una tribù romanizzata che abitava lungo il basso Reno, di ribellarsi a Roma. Nel mese di agosto del 69, la zona fluviale olandese divenne una zona di guerra.

    Marco Ordonio Flacco (Marcus Hordeonius Flaccus 14-69), senatore romano, comandante dell'esercito del Reno durante la rivolta bataviana, ebbe una pessima reputazione dovuta alla descrizione delle sue campagne nelle terre del Reno da parte dello storico Tacito.

    Egli era il vecchio comandante generale delle forze romane lungo il Reno e Tacito lo ritrae incapace e decadente, il suo avversario Bataviano Giulio Civilis era invece nobile selvaggio mentre Vocula ne esce esaltato come esempio di virtù romana.
    In effetti Flacco non sapeva bene quello che doveva fare.

    Julius Civilis non era un cattivo comandante ed era certamente un diplomatico brillante. Dichiarando di combattere per un altro pretendente romano, Vespasiano, cacciò le guarnigioni romane dal territorio della sua tribù.

    Flacco così non sapeva se doveva affrontare un'insurrezione locale (che doveva essere soppressa il più presto possibile) o combattere una guerra civile (nel qual caso il successo sarebbe stato pericoloso se Vespasiano fosse diventato imperatore). Dal momento che Vespasiano era più forte di Vitellio, Flacco stava già combattendo una guerra impossibile.

    Nondimeno egli prese le sue misure. Quando le legioni V Alaudae e XV Primigenia furono assediate a Xanten, le aveva già potenziate con almeno una unità della XVI legione Gallica di Neuss (la base legionaria sul Reno) e si affrettò al loro salvataggio con una grande forza armata, costituita dalla XXII Legione di Gaius Dillius Vocula (da Mainz), dalla I Legione Germanica di Bonn, dalle unità ausiliarie e da una piccola flotta.

    Tuttavia, i legionari della I legione si rifiutarono di rispettare gli ordini di Flacco. Questi arrestò uno degli ammutinati e procedette verso Colonia. Tra le legioni c'erano crescenti risentimenti e non erano stati intimiditi dal confinamento di un solo soldato. Infatti, il collega aveva effettivamente cercato di incriminare Flacco, sostenendo che egli stesso aveva portato messaggi scambiati tra Flacco e Civilis, ed era stato privato della sua carica perché sapeva troppo.



    LA CONSEGNA DEL COMANDO

    Vocula mostrò invece una fermezza notevole. Si alzò su una piattaforma e ordinò che il soldato fosse portato via, ancora urlante, all'esecuzione. Ciò dette ai fomentatori un forte shock, per cui obbedirono agli ordini. Poi, mentre chiamavano all'unanimità Vocula a guidarli, Flaccus gli consegnò il comando.

    VITELLIO
    Abbiamo già notato che dobbiamo leggere Tacitus in modo critico. Il vero motivo per cui il vecchio Flaccus consegnò il comando della avanguardia, ma non il comando di tutto l'esercito, fu soprattutto perchè soffriva di gotta. Inoltre, come tutti i generali, aveva altre responsabilità oltre a quelle quelle militari. L'esercito di Vespasiano stava per arrivare in Italia, e la situazione politica in patria richiedeva l'attenzione di Flaccus. Quindi, l'offensiva romana si fermò a Krefeld.

    Tacito offre tutti i possibili motivi per il ritardo:
    - i soldati dovevano ricevere un ulteriore addestramento,
    - i Cugerni (una tribù all'interno dell'impero che si erano affiancati a Civilis) dovevano essere puniti,
    - dovettero combattere con i nemici per il possesso di una nave di mais ...

    La vera ragione era che non era saggio andare avanti a Xanten, che, dopo tutto, era assediato da quelli che sembravano soldati di Vespasiano.

    Nei primi giorni di novembre i soldati ricevettero cattive notizie: il loro imperatore Vitellio e il suo esercito, formato da unità provenienti dalle legioni del Reno, erano state sconfitte. Quelli di Krefeld avevano informazioni di molti morti.

    Questo non migliorò il morale, soprattutto perché era chiaro che Vitellio non poteva più vincere la guerra. Non c'era nient'altro da fare che passare a Vespasiano.

    D'altra parte, la situazione nella Renania ora era chiarita. Per la prima volta, era emerso che i Bataviani non sostenevano veramente Vespasiano, ma si erano rivoltanti per ottenere l'indipendenza.



    GIULIO CIVILIS

    Giulio Civilis sapeva che doveva distruggere l'esercito a Krefeld prima che si potesse unire alla guarnigione di Xanten. Se avesse sconfitto l'armata di Flaccus e Vocula, Xanten non avrebbe retto e si sarebbe arresa. Tuttavia, l'esercito di Flaccus e Vocula, anche se consisteva di legioni stanche, era troppo grande per affrontarlo in una battaglia regolare.

    IULIUS CIVILIS
    Flaccus e Vocula capirono che il capo bataviano avrebbe cercato di catturarli. E poterono anche supporre che avrebbe fatto questo in una notte senza luna, come la notte di dicembre 1/2, del 69. Tacito, però, vuole credere che l'attacco bataviano fosse arrivato inaspettatamente.

    Vocula non era in grado di indirizzare i suoi uomini o di distribuirli in linea di battaglia, non erano abbastanza addestrati per questo. Tutto quello che poteva fare quando l'allarme suonava era quello di sollecitarli a formare un nucleo centrale di legionari, attorno a cui gli ausiliari erano raggruppati a raggiera.

    La cavalleria caricò, ma venne portata a corta distanza da parte delle forze disciplinate del nemico e costretta a tornare indietro addosso ai loro compagni. Quello che seguì fu un massacro, non una battaglia. Anche le unità ausiliarie di Nervia furono indotte dal panico o dal tradimento ad esporre i fianchi romani.
    Così l'attacco penetrava le legioni. Avendo perso i loro assetto, si ritirarono nel bastione, e già stavano soffrendo pesanti perdite, quando un aiuto fresco improvvisamente alterò la fortuna della battaglia.



    LA VITTORIA

    Alcune unità ausiliarie basche erano state convocate nella Renania. Mentre si avvicinavano all'accampamento, udirono le grida degli uomini che combattevano. Mentre l'attenzione del nemico era altrove, essi li caricarono dalla parte posteriore e causarono un panico diffuso sproporzionato al loro numero. Si pensava che fosse arrivato, l'esercito principale, sia da Neuss che da Mainz. Questo dette ai Romani un nuovo coraggio: fiduciosi nella forza degli altri, riacquistarono il loro assetto e valore.

    Le conseguenze della vittoria romana furono enormi. Civilis aveva mostrato le sue vere intenzioni e perse i suoi migliori uomini, e nulla impediva a Vocula di marciare su Xanten e di togliere l'assedio. (Flacco rimase a Neuss). Le mura del campo furono rafforzate, i fossi vennero ulteriormente scavati, vennero portati i rifornimenti, e portati via i feriti. Ma non c'era alcuna possibilità di invadere il paese dei Bataviani ritorcendoglisi contro, perché gli Usipetes e i Chattians, tribù germaniche della riva orientale del Reno, avevano attraversato il fiume e tentavano di assediare Mainz.

    Non sembrava molto grave, ma Vocula non rischiò. Dopo tutto, Mainz era più importante del campo nel nord. Pertanto, la forza di spedizione ritornò. Immediatamente, Civilis rinnovò l'assedio di una Xanten sottofortificata ma meglio equipaggiata.



    I SATURNALI

    Quando i legionari raggiunsero Neuss, Flacco distribuì denaro per celebrare l'adesione a Vespasiano. Come fedeli di Vitellius, questo era molto più di quanto si aspettassero. Questi erano i giorni del carnevale romano, il Saturnalia, e i legionari lo celebrarono con piacere. Fu una sorta di liberazione dopo le tensioni delle settimane precedenti. Tuttavia, l'allegria venne disturbata.

    MARCO ERDONIO FLACCO
    In una sconvolgimento di selvaggio piacere, festa e sediziosi incontri di notte, la loro vecchia inimicizia per Ordonio Flacco si ripresentò, e poiché nessuno degli ufficiali osava resistere a un movimento che l'oscurità aveva derubato del suo ultimo vestigio di restrizione, le truppe lo trascinarono fuori del letto e lo uccisero. Lo stesso destino si stava svolgendo per Vocula, ma si travestì nell'oscurità come schiavo e riuscì a scappare.

    L'assalto è uno degli eventi inspiegabili durante la rivolta bataviana. Non era certamente un atto che tutti i soldati avevano approvato, e forse Vocula avrebbe potuto tornare in campo e ripristinare l'ordine.

    Ma essi avevano ucciso il loro capitano, troppo grave per convincerli che sarebbero stati perdonati; e ucciderne uno o due non faceva differenza, per cui Duilius proseguì verso sud e sollevò Mainz (70 gennaio).

    Tuttavia, l'omicidio di Flaccus era un segnale per i Trevirani e Lingoni, antiche galliche ma romanizzate tribù che vivevano lungo la Mosella e il Reno superiore, per aderire alla rivolta bataviana.

    Il capo di questa seconda insurrezione era un uomo di nome Julius Sabinus, che affermò di essere un discendente di Giulio Cesare, e si proclamò imperatore. Con due comandanti delle truppe ausiliarie, Julio Classico e Julio Tutore, si incontrò con Julio Civile a Colonia e decise che i due ufficiali avrebbero tradito l'esercito di Vocula, tornando a Xanten.

    Vocula ebbe sentore di quello che stava accadendo per mezzo di alcuni informatori, ma con le sue legioni indisciplinate e sleali, non era in grado di disciplinare i ribelli con la forza. Dovendo scegliere tra un esercito inaffidabile e un nemico segreto, sentì che il miglior percorso che gli era aperto era quello di restituire la stessa moneta dell'inganno e di utilizzare la stessa arma che l'aveva minacciato. Così mosse a valle verso Colonia.

    In questa stessa città Claudio Labeo, nobile bataviano, nemico di Giulio Civilis, e uno degli alleati di Roma durante la rivolta batava (69-70), era fuggito dopo aver corrotto i suoi carcerieri. Quest'uomo si impegnò, se gli venissero assegnate delle guardie del corpo, ad andare dai Bataviani e forzare la parte migliore della tribù per tornare alla loro alleanza con Roma.

    Ricevendo una piccola forza di fanteria e cavalleria, non tentò di intraprendere la sua azione nei confronti dei Bataviani, ma indusse alcuni Nerviani e Baetasii a prendere le armi e condurre delle campagne irregolari con una serie di incursioni furtive contro gli alleati bataviani.

    L'esercito di Claudio Labeo continuò la sua guerriglia per un anno e costrinse Julius Civilis a dividere le sue forze. Quando una grande armata romana, comandata da Quinto Petillio Ceriale, attraversò le Alpi nell'estate del 70, per Civile era troppo tardi per respingerla. Tuttavia, Vocula non visse per poterlo vedere.

    Ora egli marciava contro il nemico e si stava già avvicinando Xanten quando Classico e Tutore avanzarono, rivelandosi chiaramente. Per la prima volta si separarono dalle legioni e costruirono il proprio campo murato, anche se Vocula fece il possibile per scongiurare il tradimento.

    XXII LEGIO PRIMIGENIA
    Ma quando vide che Classicus e Tutor persistevano nel loro tradimento, si voltò e tornò a Neuss. I Galli si accamparono a tre km di distanza sul terreno pianeggiante. Centurioni e soldati passavano tra i campi, vendendo le loro anime al nemico. Fu un atto di vergogna senza alcun pari: un esercito romano doveva giurare fedeltà a uno straniero, sugellando l'impegno di uccidere o di imprigionare i suoi comandanti.

    Vocula sapeva che questa era la fine della presenza romana nella Renania. Se il suo esercito si fosse disintegrato, Xanten sarebbe caduta e la ribellione poteva diffondersi attraverso la valle del Reno. Sfilò davanti alle truppe rimanenti e consegnò - secondo Tacito - un indirizzo spirituale.

    Il discorso venne ascoltato con emozioni che variavano tra speranza, paura e vergogna. Vocula si ritirò e pensò di suicidarsi, ma i suoi liberi e gli schiavi anticiparono il suo desiderio di autoeliminarsi. Julio Classico mandò Emilio Longino, un disertore appartenente alla I Legione, che diede la morte a Vocula.

    Questa è stata la fine di Gaius Dillius Vocula, il comandante della XXII Legio Primogenia. Dopo la sua morte, il suo esercito si arrese e, nel mese di marzo, Xanten cadde. Tuttavia, non tutto fu perso. Mainz era stata salvata e rimase una fortezza romana fino a quando Ceriale arrivò. Il fatto che avrebbe potuto utilizzare questa base rese molto più facile il ripristino della Renania. Il comando supremo di Vocula dell'esercito del Reno era durato solo un mese, ma non era stato senza merito.

    Vocula era sposato con Helvia Procula, che eresse la tomba di suo marito, che era una volta a Roma, ma che è ormai andato perduto. Aveva un cugino di nome Gaio Dillio Aponiano di Córdoba, che divenne anche senatore durante il regno dell'imperatore Nerone. Durante la guerra civile, comandò la III Legione Gallica, che appoggiò Vespasiano.

    Come commento siamo più propensi nel credere a Tacito che ai suoi critici, almeno in questo frangente. Facciamo fatica a credere che un vecchio malato di gotta potesse comandare un esercito, sicuramente Flacco era incerto sul da farsi e cercò di tirarsi indietro, anche se la sua situazione sarebbe stata pesante per chiunque.

    In quanto a Vocula, passare da un generale romano all'altro era ancora comprensibile, ma vendersi a un nemico non lo era. Vocula aveva quello spirito romano che fece grande Roma in tutto il mondo. L'amore per Roma la Dea, la caput mundi, era un valore che superava la paura della morte. Fu così finchè rimasero gli Dei pagani e lo spirito della legione, per infrangersi poi miseramente con lo spirito delle religioni orientali e bizantine.


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  • 09/15/19--05:09: CULTO DELLA DEA CORNISCA
  • DEA CORVO

    DEVAS CORNISCAS SACRUM


    GIACOMO BONI 1899

    "A partire ora la salita del Gianicolo, sulla nostra strada verso la Porta S. Pancrazio e la Villa Pamfili, devo menzionare una curiosa scoperta fatta tre secoli fa nei pressi della chiesa di S. Pietro in Montorio; quella di una piattaforma, rivestita con pietre terminali incise con la leggenda: DEVAS CORNISCAS SACRVM ( "questa zona è sacro per i corvi divini"). Il luogo è descritto da Festo (Ep. 64). È un fatto notevole che a Roma non solo gli uomini ma gli animali dovrebbero rimanere fedeli alle vecchie abitudini e tradizioni.

    Alcuni dei miei lettori avranno notato come regolarmente ogni giorno, verso il tramonto, i voli di corvi sono visti attraversare i cieli nel loro cammino verso i loro alloggi notturni i pini di Villa Borghese. Hanno due o tre luoghi di sosta preferiti, ad esempio, il campanile di S. Andrea delle Fratte, le torri di Trinità de 'Monti, dove si tengono le riunioni rumorose che durano fino alla prima corsa dell'Ave-Maria.


    Questo suono è interpretato da loro come una chiamata a riposare. Se l'area dei corvi sacri descritti da Festo è stato piantata con pini, e utilizzata come un periodo di riposo durante la notte, o semplicemente come un luogo d'arresto, il fatto di loro migrazione giornaliero da e per le paludi della Maremma e della loro serata incontri, risale al periodo classico.

    Sakros potrà essere un locativo plurale, Ci é dato sorprendere un locativo plurale del tema in -a nell'antico latino Devas Corniscas sacrum (C. I. L. I, 814)  sacro, noto che qui non può essere considerato il sacrus = sacer del latino volgare. alle dee Cornische '. Cfr. Paul. Pesi 45: "divarum lociis erat trans Tiberini cornicibus dicatus."


    DAVIS NONNIS

    CAMMEO DIANA
    Devas / Corniscas / sacrum. Nel teonimo si tende ora a riconoscere un dativo plurale.

    Rafael Jimenez (prof. Storia Antica)
    University of Alcalá



    Contrario all'idea tradizionale considerando la frase DEUA corniscas il CILI2 975 = 6, 96, 30691 (DEUA corniscas sacro) per essere un ablativa plurale, l'autore della presente carta pensa che sia un genitivo singolare a partire dalla declinazione -a.

    Né considerazioni di natura fonetica o morfologica né presunti parallelismi (come anabestas e aestimias, molto discutibili tra l'altro) possono indurre l'autore per capire corniscas DEUA come un ablativo plurale. Questa iscrizione mostrerebbe che una certa zona è consacrato alla dea Cornisca.


    FAUSTO AMIDEI


    Sul Gianicolo, la Dea Cornisca, appellativo della Dea Diana, vi ebbe tempio e sacello.

    QUINARIO DI MARCO ANTONIO
    Servio Tullio fondò il nuovo tempio di Diana sull’Aventino e lì spostò il centro del culto federale con il consenso dell’aristocrazia latina.

    Diana aveva molti santuari dislocati nei territori del Lazio antico e della Campania. Sul colle di Corne, presso Tusculum (antichissima città del Lazio), dove era chiamata con il nome latino arcaico (lingua latino falisca) di Deva Cornisca (CIL Corpus Inscriptionum Latinarum I, 975: Devas Corniscas sacrum, trovata a Trastevere), dove esisteva un collegio di cultori della Dea come attesta un'iscrizione ritrovata presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino patrono del collegio.

    Pertanto la Dea Cornisca fu preromana e romana, assimilata poi alla Diana italica e romana, anch'essa triplice come luna, terra ed inferi.



    LA DEA CORVO - CORONIDE

    Coronide era la figlia del re dei Lapiti. Apollo se ne innamorò vedendola prendere un bagno in un lago, ma dopo l'amplesso il Dio se ne andò lasciando un corvo a guardia della ragazza. Coronide si sposò con Ischi ed il corvo volò da Apollo per riferire.

    Quando scoprì che Coronide era incinta, Apollo punì il corvo tramutandogli le piume da bianche in nere, poiché non aveva allontanato Ischi da lei, poi fece uccidere Coronide da Artemide con una freccia, o la uccise lui stesso. Infine salvò il bambino che divenne Asclepio, Dio della Medicina.

    Il mito parla della trasformazione e decadenza di alcune divinità con l'avvento degli iperborei adoratori di Apollo. Coronide era sicuramente la Dea Corvo, così come d'altronde Minerva era la Dea Civetta, gli aspetti notturni della Dea Madre nel lato mortifero di Dea della Morte o delle battaglie. la triplice Dea vine cancellata e il suo posto preso dai figli gemelli, il sole e la luna. Così la nuova Dea Luna Artemide uccide, cioè soppianta, l'antica Dea Corvo, la Deva Cornisca.

    Il corvo è nero e rappresenta il lato oscuro della vita, cioè la morte, ma anche il mistero e l'oltretomba. I corvi vennero anche identificati, nei miti nordici, come una rappresentazione delle Valchirie, che dovevano raccogliere le anime dei soldati caduti in battaglia e accompagnarli nel paradiso della guerra, noto come Valhalla. Un collegamento con un atteggiamento tipico dei corvi che, dopo le guerre, si cibano spesso dei cadaveri lasciati sul campo. Alla Dea della Guerra, o Dea Corvo, si consacravano i guerrieri uccisi in battaglia, nel suolo italico come altrove. Alla Dea Cornisca si offriva il sangue degli animali e insieme il vino, ambedue simboli di vita e morte.



    IL SANTO E IL CORVO

    Per sostituire gli Dei con i Santi vennero passati da quelli a questi i loto attributi: il serpente e il maiale dalla Dea Tellus passarono a San Giuseppe e a Sant'Antonio: la colomba di Venere divenne lo Spirito Santo, il cane da Diana a San Rocco e il corvo passò a San Benedetto, a cui portò il pane in dono.