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Sito dedicato interamente alla vita, ai fasti, alle vittorie e sconfitte dell'Impero Romano. Più di 1000 anni di storia del più affascinante, potente e organizzato Impero che l'uomo abbia mai creato.
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    A pochi metri dalla stazione ferroviaria di Balvano-Ricigliano (prov. Salerno) si trova un antico ponte che è comunemente chiamato ponte di Annibale, per via della tradizione che vuole sia stato costruito da Annibale in discesa verso il Sud. Nonostante sia un ponte millenario, non è crollato durante il devastante terremoto dell'Irpinia del 1980, a differenza dell'adiacente ponte stradale, di ben più recente costruzione, né ovviamente durante i numerosi terremoti precedenti, spesso di forte intensità.

    Il ponte, uno dei più antichi del suolo italico, largo 3,45 metri alto 11 metri e lungo circa 25 metri, è costruito ad una unica volta con due archi a tutto sesto, con grandi massi di tufo sfalsati per assicurarne una maggiore stabilità, rispetto alle piene e ai terremoti.

    Il ponte venne distrutto dagli stessi romani al tempo della sconfitta di Annibale per arrestarne la fuga ed impedirgli di raggiungere le sue navi sulla costa, ma subito dopo ricostruito con l'identico materiale edilizio e con lo stesso modello architettonico dei genieri del generale cartaginese per il transito della sua armata.

    Il ponte, edificato a grandi massi di tufo grigio, sovrapposti a secco senza malta, ha di particolare che inizia dal suolo e non s’appoggia ai pilastri. I suoi parapetti sono crollati e sul piano stradale non si vede traccia di “crepidines” o marciapiedi laterali.

    A suo tempo i preti l'hanno bollato come infiniti altri ponti "Ponte del diavolo" in quanto opera del diavolo e si credette di vedere sopra alcune pietre l’impronta della mano del diavolo. Le opere romani sono passate nei secoli bui e oltre come opere diaboliche in quanto di epoca pagana. 


    Naturalmente vi fu creata sopra la solita leggenda del solito santo che sconfigge il solito diavolo. Quest'ultimo per la rabbia della sconfitta, tirò un calcio alla spalla destra del ponte, provocandone la grossa lesione che dopo il dovuto restauro ora è del tutto scomparsa.

    Ai primi del 1900 l’archeologo Edoardo Galli, ne spiega il mistero: “Non v’è dubbio che in più di duemila anni il fiume abbia colmato una buona metà dell’altezza primitiva. Infatti non si vedono i pilastri su cui poggia la volta perché sono sotterrati nella ghiaia e come si può notare oggi, il fiume scorre a livello della corda dell’arco."

    Infatti le fondazioni del ponte, si trovano ad una profondità di circa ml 1,50 dal piano attuale del greto del fiume, ma oggi l’interramento di una parte del ponte non è contemplato perché la parte cosiddetta interrata sarebbe niente altro che le fondazioni del ponte, costituite da due ordini di blocchi squadrati e sovrapposti per una larghezza di ml 5 circa ed una lunghezza pari a quella del ponte compresa la rampa di salita del lato destro, con uno spessore di ml 1, 40 -1, 50. 

    Così i mensores romani, misuratori e topografi delle legioni, che sapevano edificare di tutto, ponti compresi, vollero creare una briglia antierosione, a protezione del ponte, fatta a gradoni e degradante verso il centro.

    Gli edificatori romani di ponti (già pontifex), che avevano appreso dagli etruschi la divina arte di edificare ponti, ben sapevano che assemblando tra loro materiali diversi, si provocava nel tempo una diversa dilatazione, per cui la calce dei giunti si sarebbe erosa con la conseguente caduta dei blocchi di tufo. 

    Invece, con il passare del tempo i giunti si sono suturati con il calcare scioltosi nelle stesse pietre, tanto da formare un unico blocco. Gli ingegneri romani erano davvero straordinari: proprio attraverso l’analisi di questo calcare, è stato possibile possibile stabilire l’età del ponte di Annibale sul Menandro, stabilita risalente a circa 2000 anni fa.




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  • 09/18/19--04:51: PIETRABBONDANTE (Molise)



  • L'ULTIMO ATTO DELLA GUERRA SANNITICA

    "Primoribus Samnitium ea detestatione obstrictis, decem nominatis ad imperatore, eis dictum, ut vir virum legerent donec sedecim milium numerum confecissent. Ea legio linteata ab integumento consaepti, quo sacrata nobilitas erat, appellata est; his arma insignia data et cristatae galeae, ut inter ceteros eminerent."

    "(Quando poi i nobili sanniti si furono vincolati con questo giuramento, il comandante fece il nome di dieci di loro e ordinò che ciascuno di essi scegliesse un altro uomo, e questi un altro ancora fino a raggiungere la cifra di 16000. 

    Quella legione, dalla copertura del recinto all’interno del quale la nobiltà aveva consacrato se stessa, venne chiamata linteata. A quanti ne facevano parte vennero consegnate armi sfavillanti ed elmi crestati, in modo da distinguerli in mezzo a tutti gli altri).

    «Dein jurare cogebant diro quodam carmine, in execrationem capitis familiaeque et stirpis composito, nisi isset in proelium quo imperatores
    duxissent et si aut ipse ex acie fugisset aut si quem fugientem vidisset non extemplo occidesset
    .» 

    (Gli si richiedeva poi un altro giuramento stilato in una formula truce con la quale richiamava la maledizione sul proprio capo, sulla propria famiglia, sulla discendenza, se non avesse seguito i suoi duci nel combattimento a cui essi lo chiamavano, se fosse fuggito dalla battaglia, se non avesse ucciso immediatamente chi avesse visto fuggire.)

    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 38)

    Livio descrive l’accampamento sannita e il recinto coperto di lino peri circa 200 piedi quadrati scelto per la cerimonia. Indica il nome del sacerdote officiante, Ovius Paccius, un anziano, e le fasi del rito, il sacrificio, celebrato secondo il rituale di un vecchio testo di lino, e il giuramento. 

    Continua descrivendo i più nobili uomini dell'esercito, introdotti nel recinto uno per volta, per giurare e la scelta del comandante di dieci, seguita dall’ordine ad ognuno di scegliersi il proprio compagno, fino a raggiungere il numero di 16.000 uomini.

    Qui, come narra Livio (X, 38, 12), si svolse il giuramento della legio linteata, prima della battaglia di Aquilonia. Qui «...et deorum etiam adhibuerant opes ritu quodam sacramenti vetusto velut initiatis militibus, dilectu per omne Samnium habito nova lege, ut qui iuniorum non convenisset ad imperatoribus edictum quique iniussu abisset caput Iovis sacraretur.» 

    «...fecero ricorso agli dei, iniziando con un antico rito sacro, facendo le leve in tutto il Sannio secondo una nuova legge, per la quale quelli che erano atti alle armi che non si fossero presentati all'editto dei capi o che si fossero allontanati senza permesso fossero immolati a Giove
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, X, 38)

    (Viene da pensare a questo drammatico momento storico dei coraggiosi sanniti, ma viene pure da pensare, come immagino si siano chiesti altri studiosi, come mai occorresse minacciare di morte e di sacrificio umano i giovani guerrieri sanniti. I romani non si sono mai tirati indietro quando la patria chiamava, nè al tempo della leva obbligatoria, nè al tempo dell'arruolamento volontario.)
    Comunque questo fu il teatro della fine della Guerra Sannitica e pure del popolo dei Sanniti, cioè il tempio B col suo teatro.

    IL SITO ARCHEOLOGICO

    PIETRABBONDANTE

    Si è sempre supposto che il nome Pietrabbondante derivasse dalla gran quantità di pietre che disseminavano il terreno, ma oggi gli studiosi tendono a riconoscere nel suo nome un collegamento al culto della dea "Ops consiva" o dea dell'abbondanza, a cui era stato dedicato in loco un tempio porticato. Sembra comunque che il sito di Pietrabbondante non possa essere identificato con l'antica Bovianum Vetus.

    Il territorio di Pietrabbondante, nel cuore del Sannio dei Pentri, una delle quattro tribù del popolo sannitico che facevano parte della Lega sannitica, ha le sue testimonianze più antiche, del V secolo a.c., nei corredi funerari in località Troccola, sulle pendici occidentali del monte Saraceno. Detta sommità venne fortificata con una cinta muraria in opera poligonale, contemporanee alla frequentazione del luogo di culto in località Calcatello.

    IL CENTRO DEL TEATRO 

    CALCATELLO

    Questo centro ellenistico-italico alloggia due templi "A" e "B" ed un teatro, con sedili in pietra utilizzato come luogo civile e sacro. Il tempio B, o tempio ionico, risale al III secolo a.c., mentre all’inizio del secolo successivo, in seguito alla distruzione di Annibale del 217 a.c., avvenne la costruzione del tempio A, ma solo alla fine del II-inizi del I secolo a.c. verrà realizzato il complesso teatro-tempio (B) con lo schema tipico dell’età ellenistica.

    Gli ultimi scavi hanno rilevato nell’area a sud-ovest del complesso monumentale teatro-tempio l’importante domus publica che Adriano La Regina ha definito "luogo fulcro di religiosità e di politica del Sannio", nonchè un vero e proprio unicum in Italia.

    Accanto al santuario, in territorio sacro, è stato individuato il monumento funerario della famiglia dei Socellii, proprietaria del santuario e del suo aedes, della seconda metà del I secolo a.c. A conseguenza della guerra sociale, l'area sacra dei Socellii venne però confiscata e ceduta ai privati.

    IL TEMPIO A

    IL TEMPIO A

    Il tempio A è costruito su una piccola terrazza che si affaccia sulla fronte, a cui si accede da due rampe a destra e a sinistra. Il tempio sorge su un podio, è ad unica cella con pronao, probabilmente tetrastilo, e vi si accede attraverso una rampa posta al centro della fronte. Lo circonda un ambulacro, con un muro di contenimento in opera poligonale, preceduto da un’area lastricata in cui è sistemato l’altare in asse con il tempio. La struttura che si addossa al lato occidentale del santuario è successiva e probabilmente pertinente al culto. 

    La terrazza dei porticati poggia su una serie di ambienti impiegati a “botteghe” che si aprono su un portico di cui resta la parte inferiore delle colonne. Le terracotte architettoniche rinvenute nel tempio rievocano per un lato l'arte ellenistica dell'Asia Minore e per un altro l'arte etrusca.

    IL TEATRO VISTO DA DIETRO

    IL TEATRO

    Il teatro venne realizzato costruendo un terrapieno artificiale ma a nostro avviso non aveva sedili mobili ma in pietra. Mentre la parte superiore era visibile, quella inferiore era coperta di terra, basta osservare la conformazione del teatro per capirlo. Così è avvenuto che la spoliazione di pietre, bianche e levigate, è avvenuta sulla parte superiore e non su quella inferiore completamente nascosta, si che i suoi gradini si sono salvati.

    L'accesso ai gradini avveniva attraverso una scaletta nella parte posteriore del teatro. La parte inferiore era suddivisa in sei settori da brevi scale che conducevano alla parte superiore della cavea dotata di tre ordini di sedili.

    BRACCIOLI A ZAMPA DI LEONE
    L’accesso ai sedili inferiori avveniva invece dall’orchestra attraverso due scalette semicircolari appoggiate ai muri esterni della cavea. L’orchestra era a ferro di cavallo e la scena era un edificio rettangolare con tre porte che introducevano ad ambienti di servizio alle spalle.

    La cosa spettacolare di questo teatro sta nel fatto che era dotato di spalliere anatomiche, chi ha provato a sedersi ha constatato che si poteva stare comodamente anche senza cuscini. Inoltre ogni fila di sedili ai lati esterni termina con dei braccioli scolpiti in forma di zampe di leoni alate. caratterizzati, nella parte inferiore, da una figura di telamone.

    IL TEMPIO B

    IL TEMPIO B

    Il tempio B è su alto podio, preceduto da un colonnato, con triplice cella. È protetto da un recinto rettangolare, fiancheggiato da porticati a cui si accede da una terrazza dotata di altari. Nel lato occidentale del podio si conserva un’iscrizione in osco che ricorda il finanziatore della costruzione del podio, tale L. Staatis Klar evidentemente sannita e magistrato, che si schiera dalla parte di Silla nella guerra civile.

    VENUS ERICINA (PIETRABBONDANTE)
    Della decorazione del tempio rimangono vari elementi del fregio dorico a metope lisce della parete delle celle e del cornicione che lo sormontava; due serie di lastre fittili di rivestimento con teste di satiri e menadi tra elementi vegetali e con il motivo della donna-fiore ed infine le antefisse raffiguranti una divinità femminile tra due cani affrontati.

    La domus publica, edificata verso la fine del II secolo a.c., si affaccia dalla terrazza del versante occidentale del santuario. L’edificio si sviluppa attorno al nucleo composto da atrio, alae, tablino e la grande aula che doveva essere la curia sacerdotale, dove si raccoglieva il collegio sacerdotale per i riti e i banchetti religiosi.

    La parte posteriore della domus presenta un portico a due navate, una cucina e gli alloggi per gli schiavi. Il portico era usato per le attività religiose, visto la presenza di altari altari, dediche e doni votivi nella navata interna dove si onorava la statua e la Dea Ops Consiva. 

    La domus poteva anche essere la sede del Meddís Túvtíks, il sommo magistrato dello stato sannitico, quando esercitava sul posto le proprie funzioni pubbliche, ma di ciò non ci è evidenza.

    Dopo l'abbandono del santuario, la domus sarà trasformata nella residenza della gens Socellia e successivamente verrà ristrutturata per cambiarne la destinazione e svolgere attività produttive.

    RESTI DI DOMUS CON ATRIUS E TABLINIUS

    COLLE VERNONE

    Al III secolo a.c. appartiene anche il santuario in località Colle Vernone, nella valle del Verrino testimoniato dagli elementi architettonici dell’edificio e da una parte dell’altare con l’iscrizione in osco di dedica ad uno dei Dioscuri.

    Altre zone del territorio frequentate in questo momento sono l’area dell’attuale abitato di Pietrabbondante e la località di Arco.

    Con l’instaurarsi del sistema municipale, gli interessi e le attività di natura amministrativa, sociale, economica e religiosa vengono concentrati nel municipio di Terventum, con il conseguente spopolamento e isolamento delle zone più elevate e meno accessibili.

    Una volta cessato il culto, gli edifici vennero abbandonati e solo in parte riutilizzati, come mostra un tesoretto monetale di epoca triumvirale, individuato in un vano del porticato sinistro del tempio maggiore. 

    L’ultima frequentazione si ha nel III-IV secolo d.c. con l’uso sepolcrale dell’area dei due porticati, seguita dalla distruzione degli ultimi edifici per un evento violento, probabilmente il terremoto del 346 d.c.

    ECCO COME DOVEVA APPARIRE ORIGINARIAMENTE


    PIETRABBONDANTE: NUOVI REPERTI OSCI E ROMANI


    Reperti risalenti agli osci e resti di una domus romana sono stati riportati alla luce a Pietrabbondante (Isernia), nell’area archeologica del teatro e del tempio sannita in localita’ Calcatello.
    Ritrovamenti che suscitano l'interesse del mondo culturale e storico.

    Adriano La Regina, si pronuncia sull'argomento: “Gli scavi hanno fornito informazioni importanti sull'estensione del complesso monumentale di Pietrabbondante, nel quale il teatro occupa una posizione centrale”. 

    L'INGRESSO POSTERIORE DEL TEATRO
    Quali gli ultimi ritrovamenti? 

    Su una terrazza estesa per 112 metri a sudovest del teatro e del grande tempio è stata riportata alla luce una casa ad atrio, con impluvio, di grandi dimensioni, collegata ad un retrostante porticato a due navate, con un fronte di nove colonne e con una fila interna di altre cinque. 

    Nell'intero complesso possiamo quindi identificare la domus pubblica del santuario ed il portico destinato ai culti connessi con il mondo agrario e pastorale. 

    Vi era praticato il culto di una divinità che può essere accostata a Consu il dio della produzione e della conservazione dei grano ed a Ops Consiva la dea dell'opulenza e dell'abbondanza. 

    Testimonianze che collocano Pietrabbondante in posizione decisiva nel mondo dei Sanniti Pentri. 
    Collegato al culto dell'abbondanza, potrebbe essere anche il nome della cittadina. 

    Ma - conclude La Regina - a proposito di questa e di altre questioni rimaste aperte è ragionevole sperare di ottenere nuove informazioni dal progresso degli studi

    LE SCALE SEMICIRCOLARI
    Sono i risultati, presentanti in conferenza stampa, della campagna di scavo diretta da Adriano La Regina, direttore dell’Inasa, e finanziata con delibera Cipe dalla Regione e dal Comune.

    E’ osco, e dunque pre-sannitico, il basamento di un altare con teste di leone.

    La certezza – ha spiegato il sindaco Giovanni Tesone – arriva da una lastra con iscrizioni osche trovata poco distante. Per noi e’ la conferma che a Calcatello c’e’ una miniera di reperti che possono contribuire a riscrivere molte pagine di storia”.

    Lo scavo è stato condotto da studenti italiani e stranieri. E’ l’ultima campagna delle tre finanziate per un valore complessivo di 750 mila euro.

    La ricchezza dell’area archeologica di Pietrabbondante – ha detto il sindaco – ci spinge a chiedere, con forza, un ulteriore aiuto alla Regione Molise e all’Inasa." 
    Solo un terzo dell’area e’ stata esplorata. "Non possiamo trascurare un bene cosi’ prezioso in grado di rilanciare l’economia della regione intera"

    LE MURA CICLOPICHE
    Il sito, che ha ricevuto lo ‘Scudo Blu’, viene visitato ogni anno da 25 mila persone.

    Il dato – commenta Tesone – e’ parziale perche’ esclude il numero di visitatori non paganti, quindi con meno di 18 anni e piu’ di 65 anni.
    Solo ad agosto di quest’anno abbiamo ricevuto 5.000 turisti.

    Purtroppo la visita si limita all’area sannitica perche’ non abbiamo infrastrutture per il soggiorno dei turisti. Una carenza – si augura Tesone – che con l’aiuto delle altre istituzioni dobbiamo colmare”.




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  • 09/19/19--07:17: LEGIO I ITALICA

  • La Legio I Italica ("dell'Italia") fu una legione romana fondata da Nerone il 20 settembre del 66 o 67 e attiva fino al V secolo. I suoi emblemi erano il cinghiale e talvolta il toro, secondo altri anche l'orso.


    NERONE  

    - 66 - Secondo l'iscrizione, l'imperatore Nerone dette a questa unità le aquile e gli altri stendardi il 20 settembre del 66. Ciò è confermato dallo storico greco-romano Cassius Dio, che testimonia che l'unità è stata fondata da Nerone.

    Egli aveva reclutato la legione, che consisteva di soldati alti almeno sei piedi, vale a dire almeno 1 metro e ottanta (altezza molto inusuale a quei tempi, soprattutto per i romani), per una campagna in Armenia e in Estremo Oriente, per emulare le campagne vittoriose del generale Corbulo negli anni precedenti.

    Nerone chiamò l'unità "la falange di Alessandro Magno", il che dimostra cosa volesse fare in oriente. Comunque poche settimane più tardi un'altra legione, la XII Fulminata, fu sconfitta in Judaea, e la guerra irruppe nell'impero romano. La progettata spedizione nel Caspio non venne mai attuata.



    IN GALLIA

    L'EMBLEMA
    - 68 - Si pensa che la marina romana stesse trasportando i nuovi soldati a est, quando nuovi avvenimenti dirottarono le legioni verso la Gallia: il governatore della Gallia Lugdunensis, Gaio Giulio Vindex, si era ribellato nelle prime settimane del 68. Nel mese di marzo o in aprile, la I Italica giunse in Gallia. Ora non si sa dove si trovasse la legione tra il settembre 66 e il 68 marzo, ma forse l'unità non è stata fondata nel 66 ma nel 67. 

    Una legione fondata nell'autunno del 66 avrebbe marciato verso est, o avrebbe aspettato fino a primavera se si fosse spostata via mare. Forse la I Italica stava facendo esercizi supplementari nell'inverno del 66/67, e venne inviata ad est nella primavera del 68 in Gallia. Il governatore della Germania Superiore Lucio Virginio Rufo, aveva già soppresso la rivolta di Vindex (utilizzando le XXI Rapax, IIII Macedonica e XXII Primigenia).


    GALBA 

    Tuttavia, nel mese di giugno, il Senato riconobbe Galba come imperatore, e Nerone si suicidò. Questo ha causato grandi tensioni in Renania, perché l'esercito di Virginio aveva sostenuto l'uomo sbagliato.

    - 68 - Nel 68 Galba sedette sul trono con l’aiuto della guardia del pretorio al comando di Ninfidio Sabino. Egli fu il primo imperatore ad essere portato al potere dai propri legionari.

    Però Galba mancava del tatto e la lungimiranza dei Cesari. Infatti premiò le popolazioni che avevano risposto all'appello di Vindice, alle quali condonò un quarto dei tributi e concesse la cittadinanza romana, ma punì Lugdunum e le città che non avevano preso parte alla rivolta, confiscandogli beni e provocando il malcontento delle legioni di Rufo.


    VITELLIO

    - 69 - Nel gennaio del 69, l'anno dei quattro imperatori, Galba venne assassinato mentre la I Italica era ancora a Lugdunum sotto il legato Manlio Valente. Il governatore della Germania inferiore Vitellio si proclamò imperatore e la I Italica si schierò con lui, discendendo col suo esercito in Italia ad affrontare il pretendente Otone. Dopo un primo scontro avvenuto il 14 aprile, l'esercito di Vitellio (composto da V Alaudae, I Italica e XXI Rapax) sconfisse quello di Otone (formato dalla guardia imperiale, dalla XIII Gemina e dalla I Adiutrix) nella prima battaglia di Bedriaco. 

    La I Italica fu la più coraggiosa di tutte le unità presenti sul campo di battaglia, tanto che all'ingresso di Vitellio a Roma la sua aquila fu una delle "quattuor legionum aquilae" a partecipare alla sfilata per le strade cittadine.

    - 70 -  Nel Gennaio 70, i legionari si ribellarono sotto il governatore della Germania Inferiore, Vitellio. I soldati della I Italica si schierarono immediatamente con i ribelli, lasciando la base a cui Galba li aveva mandati (Lione), e si unirono all'esercito di Vitellio in marcia verso l'Italia..

    La sua prima battaglia fu combattuta il 14 aprile. Nel frattempo, Galba era stato linciato, e fu succeduto da un senatore di nome Otho. Vicino Cremona, la V Alaude di Vitellio, la I Italica e la XXI Rapax sconfissero la XIII Gemina, la I Adiutrix, e la guardia imperiale di Otho.

    Secondo lo storico romano Tacito, la I Italica è stata la più coraggiosa di tutte le unità coinvolte, e la sua aquila sfilò con orgoglio per le strade di Roma, quando Vitellio entrò nell'Urbe.

    Ma Vitellio non conquistò il trono, perchè in oriente, il generale inviato in Giudea a sedare la rivolta, Vespasiano, venne proclamato imperatore. le legioni del Danubio si schierarono al suo fianco, e il 24 ottobre, si combattè nuovamente presso Cremona. La I Italica di nuovo si battè con valore, ma Vitellio venne sconfitto.

    TEGOLA DELLA I ITALICA

    VESPASIANO

    Il nuovo imperatore Vespasiano inviò la I Italica Moesia, dove stazionò a Novae (Svishtov in Bulgaria) a rimpiazzare l' VIII Augusta. Durante l'inverno, i Sarmati, una tribù che viveva nell'altro lato del Danubio, invase l'impero, sapendo che era in atto una guerra civile, imparando dai successi di un'altra tribù, i Batavi. Il governatore della Moesia, Fonteio Agrippa, era stato sconfitto e ucciso, per cui l'Italica era una delle unità difensive.

    Nell'anno 70 un nuovo governatore, Rubrio Gallo, riuscì a riportare l'ordine. I 5.300 uomini di sei piedi di altezza trovarono finalmente la loro base, non lontano dal luogo in cui Alessandro Magno aveva una volta attraversato il Danubio.

    La legione stazionò a Novae per secoli. Non ci sono indicazioni che sia stata sempre di stanza in Moesia, perchè alcune vessillazioni venivano talvolta inviate in parti inquiete dell'impero. Uno di questi compiti è stata l'occupazione della Crimea, dove diverse città greche erano protette da subunità romane.

    - 100 - Le legioni Moesiane erano a turno responsabili di questo avamposto. Diverse iscrizioni attestano la presenza di soldati della I italica, e, nel II secolo, della V Macedonica e della XI Claudia. Legionari della I Italica possono aver ucciso Clemens, un vescovo cristiano di Roma che fu esiliato da Traiano in Crimea nel 100 d.c. Ma in realtà Clemente dovrebbe essere morto per cause naturali.

    - 86 - 88 - Da Novae, la I Italica prese alle Guerre Daciche degli imperatori Domiziano e Traiano. I Daci avevano invaso l'impero romano nell' 86 e avevano sconfitto le legioni che dovevano difendere la Moesia. Nell'88, un poderoso esercito romano unvase la Dacia e il generale Tettius sconfisse il re Decebalo a Tapae. 

    - 89 - L'Italica fu una delle nove legioni coinvolte nella guerra. Sfortunatamente, la rivolta di un governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino, nell' 89, impedì il totale successo.


    TRAIANO

    101 - 106 - Durante la guerra di Traiano dl 101-106, la I Italica difesero la testa di ponte attraverso il Danubio, ma delle subunità combatterono altrove nel cuore della Dacia. Parecchie iscrizioni menzionano legionari decorati durante queste campagne, ma non ne abbiamo molte informazioni.

    - 115 - 117 - Altre iscrizioni mostrano che la I Italica partecipò alla guerra contro i Parti (115-117) in cui Traiano si ammalò. Successivamente la legione, dopo la sconfitta romana, tornò a Novae .


    ADRIANO

    - 125 - Un'iscrizione di Delphi mostra che nel 125, l'imperatore Adriano usò la I Italica per un progetto edile ma non sappiamo quale. Un'altra iscrizione annuncia che Adriano usò una vessillazione della Italica in Judaea durante la guerra contro il Messia ebreo Bar Kochba (132-136), ma vi sono delle incertezze sull'interpretazione.

    - 139 - 142 - Una subunità della I Italica andò in Britannia tra il 139 e il 142, pichè un centurione di questa legione venne incaricato della costruzione di parte del Vallo Antonino, posto tra Edinburgo e Glasgow. Sembra che un'altra subunità combattè in Africa per sopprimere una rivolta dei Mauri, ma anche qui vi sono dei dubbi.
    I ITALICA

    MARCO AURELIO

    - 165 - L'imperatore Marco Aurelio fece molto per proteggere la Dacia e le froniere del Danubio. Dopo quasi dieci anni di combattimenti, sembrava possibile aggiungere terre dall'altra parte del Danubio, e un giovane senatore di nome Aulo Giulio Pompilio Pisone fu nominato governatore e posto a capo della 1 Italica e della IIII Flavia Felix. Nel 165 l'imperatore necessitava truppe supplementari e di certo fu in omaggio al coraggio della I Italica se Marco Aurelio chiamò le nuove legioni II e III Italica.

    - 178-180 - Purtroppo, la falsa notizia della morte dell'imperatore provocò una ribellione a oriente, e Avidio Cassio venne fatto imperatore (175). Merco guarì, e decise di visitare le province orientali. Avidio venne ucciso dai suoi. I combattimenti sul Danubio vennero interrotti anche perchè si riaccese nel 178-180 la Guerra del Nord, vinta poi dai romani e la I Italica ne fu coinvolta pienamente. 

    I combattimenti si conclusero con la morte di Marco Aurelio; suo figlio e successore Commodo concluse una pace molto vantaggiosa, e la regione restò quieta per lungo i tempo. Uno degli ufficiali della Legione in questi anni, è stato Caracalla, il futuro imperatore.


    SETTIMIO SEVERO

    - 193 - Quando il governatore della Pannonia Superior, Lucio Septimio Severo, venne proclamato imperatore nel 193, la I Italica si schierò al suo fianco. In una campagna lampo il nuovo sovrano marciò su Roma, ma l'Italica non non potè partecipare, perché troppo lontana da Roma. Ma partecipò nella nella campagna di Severo contro il rivale orientale Pescennio Negro. 

    - 198 - La 1 Italica e la XI Claudia assediarono Bisanzio, abbatterono le porte cilicie, e combattuto in questione. E 'anche possibile che hanno preso parte a campagne di Severo contro l'impero dei Parti, che culminarono nel sacco di Ctesifonte (198).


    CARACALLA

     - 198 - 217 - Durante il regno di Caracalla (regno  198 - 217), successore di Severo, il confine meridionale della Dacia, che coincideva con i fiumi Olt e Danubio, venne spinto 50 km a est. I Romani costruirono un muro, il Limes Transalutanus, che arrivò molto vicino a Novae. Chiaramente la I Italica venne coinvolta nella costruzione delle fortificazioni.


    ALESSANDRO SEVERO

    - 273 - Diverse iscrizioni testimoniano che, durante il regno di Alessandro Severo, delle subunità della I Italica stazionarono a Salonae (Split) sulla costa Dalmata, ma la legione stazionò a Novae. Nel 273, legionari di questa unità e di altre quattro legioni furono coinvolte nella costruzione di una strada in Gordania, come è attestato in una iscrizione di Qasr el-Azraq (oasi della Giordania).

    - V secolo - Comunque la I Italica stanziò sul Danubio dove la troviamo ancora nel V secolo, sempre a guardia del Danubio, divisa in due sezioni: una a Novae e l'altra a Sexaginta Prista (Ruse).


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  • 09/20/19--04:50: CASA DI PAQUIO PROCULO
  • RITRATTO DI PAQUIO PROCULO E MOGLIE

    La Domus di Paquio Proculo o di Paquius Proculus è collocata a Pompei in via dell'Abbondanza, nell’insula subito dopo quella del Criptoportico. E’ una piccola domus dotata di un grande peristilio.
    La domus, il cui impianto risale al II sec. a.c., è stata recentemente restaurata, usando i fondi europei, con la spesa di circa un milione di euro.

    La casa è così chiamata perchè attribuita al panettiere (pistor) Paquio Proculo, che divenne duoviro di Pompei. Stando alla diffusa propaganda elettorale era il cittadino più influente, e forse il più ricco, del quartiere.

    I duumviri (o duoviri) erano magistrati  eletti in coppie per ragioni di reciproco controllo e consiglio, allo scopo di soprintendere a pubblici uffici o delicati incarichi politici e amministrativi. La carica, normalmente, aveva durata annuale. Ma la realtà era un'altra.

    In effetti in questa casa è stato ritrovato e poi trasferito al Museo Nazionale di Napoli, il ritratto di Paquio Proculo e consorte, famoso per la sua eccezionale esecuzione. Un capolavoro di affresco di 48×49 cm realizzato all'incirca nel 65 d.c.. 

    L'uomo raffigurato stringe in mano un rotolo di papiro (rotulus), mentre la donna tiene in mano una tavoletta cerata e lo stilo, segno evidente che l'uomo si occupava di attività pubbliche o culturali e che la donna badava invece  all'amministrazione della casa e degli affari. 



    Lo testimonia il fatto che le tavolette cerate rinvenute a Pompei che presentano ancora tracce di iscrizioni, sono tutte a carattere commerciale ed economico, come contratti di affitto, ricevute, compravendite, note di addebito o di accredito, e così via.

    L'affresco che ritrae la coppia è conservato presso il Museo archeologico nazionale di Napoli rinvenuto nella "casa di Pansa" negli scavi archeologici di Pompei. 

    Si tratta di una coppia di borghesi pompeiani, sicuramente marito e moglie. 

    Tuttavia essi vengono comunemente indicati come "Paquio Proculo e sua moglie", a causa di una scritta rinvenuta sull'esterno della casa.

    In realtà si tratterebbe del panettiere Terentius Neo, come rivelerebbe un graffito rinvenuto all'interno della casa, mentre la scritta esterna apparteneva ad un manifesto di propaganda elettorale a favore di Paquio Proculo, effettivamente poi eletto come duoviro di Pompei.

    Del resto a Pompei spesso le case prendono il nome dai graffiti che compaiono sui muri, ma non sempre ci si prende.

    Secondo alcuni studiosi l’uomo, dai marcati caratteri mediterranei, deve essere identificato con il fornaio pompeiano Paquio Proculo, proprietario della bottega adiacente alla “casa di Pansa” da cui viene il dipinto. 

    Si è anche pensato che si tratti del giurista Terenzio Neo, o di un anonimo magistrato, avvolto nella bianca toga, in atto di stringere con la destra un rotolo di scrittura.


    Lo confermerebbero l’alto tenore di vita di Paquio Proculo e di sua moglie, che possiamo definire della buona borghesia, nonchè l’elegante abito e la raffinata acconciatura della donna. Durante il tardo regno di Nerone (37 - 68 d.c.), infatti, la politica e la personalità del principe minacciano i privilegi e la sicurezza delle famiglie patrizie.

    Al contrario la classe media conosce un periodo di benessere, favorita tra l'altro dalla riforma monetaria del 64 che riduce nel conio il peso dell’argento e soprattutto dell’oro. In questo clima vengono ritratti Paquio Proculo e sua moglie.

    Si tratterebbe o non si tratterebbe allora del panettiere, che possedeva il suo pistrinum sulla via dell'Abbondanza, che sull'affresco si presenta abbigliato con la toga, qualificandosi in tal modo come cittadino romano?

    MOSAICO DELL'ATRIO
    Si è ipotizzato, in questo caso, che i caratteri somatici dei due personaggi raffigurati ne tradiscano le origini sannitiche, il che spiegherebbe il desiderio di ostentazione dello stato sociale raggiunto. Ma dove sarebbe l'ostentazione?

    Da Augusto in poi la toga era d'obbligo, la donna non indossa alcun gioiello, non porta nemmeno un anello. La sua acconciatura è pregevole ma sulla sua veste non c'è nè un ricamo nè un damascato. Si direbbe che vesta con molta semplicità.

    L’uomo, dai marcati caratteri mediterranei (potrebbero ambedue essere campani), viene correntemente identificato con il fornaio pompeiano Paquio Proculo, proprietario della bottega adiacente alla “casa di Pansa” da cui viene il dipinto. Si è anche pensato che si tratti del giurista Terenzio Neo, o di un anonimo magistrato, avvolto nella bianca toga, in atto di stringere con la destra un rotolo di scrittura. E la moglie potrebbe scrivere poesie invece di tenere i conti della bottega.



    Comunque l'affresco venne ritrovato nel 1868 nel tablinum della casa della regio VII, insula 2,6, attribuita a Terentius Neo in base alla propaganda elettorale dipinta sul muro a destra dell'ingresso (CIL IV, 871):
    CVSPIVM - PANSAM AED - TERENTIVS  (Cuspium Pansam aedilem Terentius)

    NEO - ROG   (Neo rogat).

    Del resto Della Corte aveva contestato la tradizionale convinzione che il ritratto raffiguri un panettiere, all'epoca identificato con un Proculus, il cui nome si trova dipinto all'ingresso del pistrinum (CIL IV, 920):

    "Procule Frontoni tuo officium commoda" ("Proculo, fa il tuo dovere verso il tuo amico Frontone''), frase generalmente intesa come raccomandazione elettorale. Della Corte aveva anche pensato che Proculus fosse il pistor e Neo il proprietario della casa, entrambi Terentii e probabilmente fratelli.

    SCENA NILOTICA

    DESCRIZIONE

    La era stata appena ristrutturata al momento dell'eruzione, evidentemente dal terremoto del 62. Una ristrutturazione in particolare l’aveva resa comunicante con il contiguo pistrinum al numero civico 3. Per questo si è pensato che il proprietario della casa lo fosse anche del pistrinum ed esercitasse dunque il mestiere di panettiere.

    All'ingresso, subito dopo le "fauces", segue uno stretto corridoio che porta all'atrio, come si usava di solito, e qui, nel suolo del corridoio, si conserva un famoso mosaico raffigurante un cane alla catena, soggetto popolare a Pompei poiché simbolo della custodia dell'abitazione, ma soprattutto un'avvertenza agli eventuali ladri.

    Il povero cane tenuto alla catena sta ad indicare nel mosaico che esso è legato dietro la porta di casa e viene raffigurato in modo che sia il più spaventoso possibile. 

    Infatti il mosaico raffigura anche la porta spalancata per metà, e sul battente chiuso è inserito l'anello a cui è attaccata la catena.

    IL PERISTILIO
    L'atrio che segue, corredato di compluvium  e impluvium, ha un pavimento che sembra un tappeto, interamente ricoperto da un prezioso mosaico a riquadri con animali policromi allusivi alla prosperità, un'opera di elevato livello.

    La stanza conserva alle pareti il disegno di un elegante colonnato ad archi, dove predominano i colori di fondo del rosso e del giallo e le decorazioni appaiono del IV stile.

    Gli ambienti signorili e gli alloggi si aprono sul giardino di fondo. Nell’esedra si rinvennero gli scheletri di sette fanciulli. Forse i genitori erano usciti lasciando a casa i figli, ma non ci sono nemmeno gli schiavi.

    Infine nel triclinio che s'affaccia sul portico del giardino, al suo centro, una scena nilotica, una buffa scena di pesca dei Pigmei molto indaffarati su una barca sul Nilo con pesci e vari altri animali. 

    La decorazione nilotica era ispirata al mondo egizio e soprattutto del centro Africa, dove appunto abitavano i Pigmei, una moda che si diffuse largamente in epoca imperiale, attraverso Cesare e poi Augusto che portarono a Roma molti trofei egiziani, comprese le religione, l'arte e le usanze.

    Il giardino era attrezzato per il pranzo all'aperto con un triclinio estivo; sopra al portico si affacciava una loggia e delle scale conducevano al piano superiore, dove sicuramente c'era la parte notte coi cubicola e i vari bagni.

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  • 09/21/19--05:06: GENS CORNELIA LENTULA
  • DENARIO DI CORNELIUS LENTULUS SPINTHER E BRUTUS

    "Consegnata la lettera di Caio Cesare ai consoli, a stento si poté ottenere da costoro, dopo grandissima insistenza dei tribuni della plebe, che fosse letta in senato; ma non si poté ottenere che si facesse una discussione a partire dalla lettera davanti al senato. I consoli espongono la relazione generale intorno alla repubblica. Il console Lucio Lentulo promette che egli non trascurerà il Senato e la repubblica, purché (i senatori) vogliano esporre il proprio parere con franchezza ed energia; ma se hanno riguardo per Cesare e cercano il favore di lui, come avevano fatto nei tempi passati, egli avrebbe presa una deliberazione nel proprio interesse e non avrebbe obbedito all'autorità del senato: anche egli aveva (modo di trovare) un rifugio nel favore e nell'amicizia di Cesare. Scipione parla nel medesimo senso: era in animo a Pompeio di non venir meno allo Stato, se il senato lo assecondi; se esita e procede con troppa cautela il senato invano avrebbe implorato il suo aiuto, se in seguito lo volesse."
    (Lucio Cornelio Lentulus Crus)




    CORNELII LENTULI

    Il cognomen Lentulo appartiene probabilmente a quei cognomi che esprimevano abitudini o caratteristiche relative al capostipite; l'aggettivo lentulus significa "piuttosto lento". Oppure sarebbe un diminutivo di lente, una lenticchia, e quindi appartiene alla stessa classe di cognomi come Cicerone, un cece e Caepio, delle imperfezioni della pelle. I Cornelii Lentuli erano famosi per il loro orgoglio e superbia, così Cicerone usa Lentulitas, la "lentulaggine", per descrivere un patrizio borioso. I Lentuli appaiono nella storia con le guerre sannitiche al I secolo dell'Impero, un periodo di circa quattrocento anni. La loro origine è incerta.
    Secondo Livio, all'inizio della Seconda Guerra Sannitica, Lucio Cornelio Lentulo descrisse suo padre come l'unico uomo che, durante il sacco gallico di Roma nel 390 a.c., si era opposto al pagamento di un riscatto per assicurare la partenza dei Galli dalla città. Sembra che dei loro antenati usarono il nome Gneo, per cui avrebbero potuto essere discendenti dei Cornelii Cossi.
    I Lentuli usavano un certo numero di cognomi aggiuntivi, incluso Caudino (Battaglia delle Forche Caudine), cru (gamba), Gaetulicus ,(conquistatore dei Gaetuli), Lupus (lupo), Niger (nero), Spinther (un bracciale) e Sura (il vitello). I Lentuli adottarono anche vecchi cognomina dei Cornelii: Maluginensis, Cossus, Rufinus e Scipio. Clodianus era sostenuto da un Lentulus adottato dai Clodii, mentre Marcellino fu adottato dal Claudii Marcelli.

    Lucius Cornelius Lentulus -
    secondo suo figlio, l'unico senatore che votò contro il pagamento di Brennus e dei Galli a lasciare Roma, nel 390 ac.

    Lucius Cornelius Lentulus -
    console in 327 e dittatore nel 320 ac. Fu eletto console con Quinto Publilio Filone, al suo secondo consolato. Mentre a Publilio fu affidato il comando dell'esercito nell'assedio della città di Neapolis, Lucio Cornelio fu inviato nel territorio dei Sanniti, alleati ai greci di Neapolis.. In seguito all'elezione dei nuovi consoli, a Lucio Cornelio fu accordato il potere proconsolare, per continuare la campagna militare contro i Sanniti. Lucio conquistò tre città nel Sannio, Allife, Callife e Rufrio, prima dell'arrivo dei nuovi consoli, eletti per il 326 a.c.

    Servius Cornelius Lentulus -
    Eletto console nel 303 ac. con il collega Lucio Genucio Aventinense. Durante il suo consolato, essendo finita la II guerra sannitica terminata l'anno precedente, 6.000 veterani vennero inviati ad Alba Fucens, nel territorio degli Equi, e 4.000 a Sora, strappata ai Sanniti, per fondare delle colonie romane. Trattato tra Roma e Taranto; impegno romano a non navigare nello Ionio.

    Tiberius Cornelius Servius Lentulus -
    figlio del console del 303 a.c., padre di Lucius Cornelius Lentulus Caudinus.

    Lucius Cornelius Lentulus Caudinus -
    console nel 275 ac. con il collega Manio Curio Dentato, figlio di Manio, al suo II consolato. Lucius, figlio di Tiberio, fu il primo membro della famiglia ad acquisire l'agnomen Caudinus. Fu prima edile curule, fu eletto console nell'anno 237 a.c.. Gli fu tributato il trionfo per le sue vittorie contro i Liguri. Come riportato da Tito Livio, fu pontifex maximus a partire dal 217 a.c. e morì nel 213 a.c

    Lucius Cornelius Lentulus Caudinus -
    Eletto console nel 237 ac. con il collega Quinto Fulvio, figlio di Marco. Figlio di Lucius, padre di
    Publio Cornelio Lentulus Caudinus.

    - Publio Cornelio Lentulus Caudinus -
    console nel 236 ac con il collega Gaio Licinio Varo, figlio di Publio Varo. Figlio del console Lucio Cornelio Lentulo e fratello del console Lucio Cornelio Lentulo Caudino. Ad entrambi i consoli fu ordinato di dirigersi con l'esercito verso la pianura Padana per opporsi a delle tribù di Galli, che avevano attraversato le Alpi. Ma nulla accadde e non si fecero battaglie grazie alle rivalità ed alle lotte che si erano sviluppate all'interno delle stesse tribù.

    - Lucius Cornelius Lentulus Caudinus -
    curule aedile nel 209 ac.

    Publio Cornelio Lentulo -
    pretore nel 214 ac

    - Servio Cornelio Lentulo -
     curule aedile nel 207 ac, e tribunus militum in Hispania nel 205.

    Publio Cornelio Lentulus Caudinus -
     pretore nel 204 a.c.

    BUSTO DI LUCIUS CORNELIUS LENTULUS (CONSOLE NEL 199 A.C.)

    Gneo Cornelio Lentulo -
    console nel 201 ac, e uno dei triumviri incaricati di portare nuovi coloni a Narnia. Divenne questore della Repubblica Romana nel 212 ac, curule, edile e console nel 201 ac. Suo fratello Lucio Cornelio Lentulo fu anche console nel 199 ac. Gneo fu probabilmente figlio di Lucius Cornelius Lentulus Caudinus, curule aedile nel 209 ac, sebbene la presenza del praenomen Gnaeus, insieme all'assenza degli agnomen Caudinus, creano dei dubbi.
    Sperò nella provincia dell'Africa ma venne data meritatamente a Publio Cornelio Scipione Africano. Lentulus aveva il comando della flotta sulla costa della Sicilia, con l'ordine di passare in Africa se necessario. Scipione era solito dire che per l'avidità di Lentulus avrebbe dovuto distruggere Cartagine. Cn. Lentulus fu proconsole in Spagna, nel 199 ac, e ricevette un'ovazione per il suo valore.
    Nel libro 18 di The Histories, lo storico greco Polibio menziona un viaggio intrapreso da Gneo Lentulo per incontrare il re Filippo in modo da incoraggiare un'alleanza con Roma. Morì probabilmente nel 173 ac.

    Lucius Cornelius Lentulus -
     console nel 199 ac. Fratello di Gnaeus Cornelius Lentulus, console del 201 ac.
    Cornelius Lentulus divenne pretoriano nel 211 ac. e servì in Sardinia. Succedette a Scipio Africanus come proconsole in Spagna, anche se gli fu negato un trionfo al suo ritorno nel 200 ac. Fu remunerato però con la carica di console l'anno successivo. Morì nel 173 ac.

    - Gaius Cornelis Lentulus
    - triumviro per la creazione di una nuova colonia nel 199 ac.

    - Servius Cornelius Lentulo -
     ambasciatore inviato in Grecia nel 171 ac, e pretore in Sicilia nel 169.

    - Publio Cornelio Ser. Lentulus -
    fratello del pretore di 169, anche un ambasciatore inviato in Grecia nel 171 ac.

    - Lucio Cornelio Lentulo -
    messaggero di Lucio Emilio Paullo, dopo la sconfitta di Perseo, nel 168 ac.

    Publio Cornelio Lentulo -
    console suffectus nel 162 ac. ebbe come collega il console suffetto Gneo Domizio Ahenobarbo; i consoli da rimpiazzare erano: Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo e Gaio Marcio Figulo. Svolse la sua attività militare soprattutto in Grecia (172-169 a.c.). Pretore urbano (tra il 167 e il 164), trasferì allo stato la proprietà dell'ager Campanus; fu poi console suffetto nel 162 e dal 125 princeps senatus; fu avversario di Gaio Gracco.

    Lucius Cornelius Lentulus Lupus -
    console nel 156 insieme al suo collega Caius Marcius Figulus e censore nel 147 ac. L'autore latino Lucilio critica Lupus per uno stile di vita decadente e corrotto. Lupus era un membro del collegio sacerdotale decemviri sacris faciundis. Fu accusato di estorsione, ma evidentemente fu prosciolto perchè divenne ancora censore nel 147 ac. Dal 131 al 125 ac fu il princeps senatus. Morì nel 125 a.c.
    - Gneo Cornelio Lentulo -
    Venne eletto console nel 146 ac. con il collega Lucius Mummius Achaicus, le cui conquiste militari lo offuscarono. Aveva ricoperto l'incarico di pretore nel 149 ac. Nel 161, fu inviato come ambasciatore presso Publio Apustius a Cirene per informare Tolomeo VII della decisione di Roma di
    porre fine alla sua alleanza con Tolomeo VI.

    - Lucius Cornelius Servilius Lentulus -
    pretore nel 140 ac

    - Cornelio Lentulo -
    pretore in Sicilia, tra il 136 e il 132 a.c. in Sicilia orientale, con base centrale nella città-roccaforte di Enna, tra gli schiavi siciliani capeggiati da Euno e Cleone di Cilicia e l'esercito romano dell'isola vi fu la cosiddetta guerra servile. Cornelio sconfisse alcuni ribelli nel 134 ac. durante questa guerra.

    - Publio Cornelio Lentulo -
    padre di Publio Cornelio Lentulo Sura, console nel 71 ac.

    - Publio Cornelio Lentulus -
     padre di Publio Cornelio Lentulus Spinther.

    Gneo Cornelio Lentulo -
    console nel 97 ac con Publio Licinio Crasso. Era stato pretore nel 100 ac. Durante il loro consolato, il senato approvò un decreto che vietava il sacrificio umano. Secondo Plinio il Vecchio, il sacrificio umano fu bandito dalla legge ma il decreto era simbolico perchè quel sacrificio era ormai non più praticato.

    - Gneo Cornelio Lentulo Batiato -
    noto come  Lentulus Batiatus (... – 73 a.c.) fu un lanista romano, uno dei più famosi del suo tempo, e l'unico ricordato fino ad oggi. Viveva a Capua, dove si trovava il suo ludus gladiatorius, e immerso nel lusso riceveva i più facoltosi cittadini romani, per lo più patrizi, senatori ed equites, per i quali organizzava duelli tra gladiatori, generalmente considerati tra i più spettacolari e apprezzati, oltre che i meglio pagati di tutto il suolo italico. Fu lui il gestore della scuola gladiatoria dove, nel 73 a.c., si accese la rivolta del gladiatore Spartaco e dei suoi compagni, destinata a diventare la III guerra servile, la più grave della storia repubblicana in quanto ebbe luogo in territorio italico, minacciando di coinvolgere perfino Roma.

    Gneo Cornelio Lentulo Clodianus -
    IL LANISTA
    Eletto console nel 72 e Censore nel 70 ac. insieme a Lucio Gellio Pubblico. Nacque nel 114 ac., fu strettamente legato alla famiglia di Pompeo. Della famiglia plebea Claudii Marcelli, ma venne adottato dai patrizi Cornelii Lentuli, forse da Gneo Cornelio Lentulo. Sebbene Clodianus fosse un noto oratore, si diceva che nascondesse la sua mancanza di talento attraverso la spettacolarità e il possesso di una buona voce. Parteggiò per Gneo Pompeo Magno. Venne eletto Pretore nel 75 ac., e grazie a Pompeo venne eletto console nel 72 ac. Clodianus spinse un disegno di legge per convalidare le concessioni di cittadinanza di Pompeo in Hispania, e che nessun cittadino romano nelle province potesse essere processato in contumacia, onde limitare le devastazioni di Gaio Verres in Sicilia. Inoltre, Clodianus propose un disegno di legge per il recupero da coloro che avevano acquistato le proprietà confiscate dei proscritti sillani.
    Il Senato riconobbe Spartaco come una seria minaccia e mandò entrambi i consoli ad affrontare il suo esercito alla testa di quattro legioni. Clodianus cercò bloccare la marcia di Spartaco verso nord, mentre il scollega Publicola si spostò dietro, sperando di catturare i ribelli tra i due eserciti. Ma l'esercito di schiavi distrusse le legioni di Clodianus nelle montagne dell'Appennino, nella valle chiamata Lentula, e poi sconfisse le legioni in arrivo di Publicola. A eserciti riuniti, entrambi i consoli furono di nuovo sconfitti in una battaglia vicino a Picenum. Sia Clodianus e Publicola furono ritirati come comandanti dal senato. Nonostante ciò, con l'aiuto di Pompeo, sia Clodianus che Publicola furono nominati censori nel 70 ac. profittandone per rimuovere circa 64 senatori, alcuni collegati al processo di Oppianico, oltre a Gaio Antonio Ibrido e Publio Cornelio Lentulo Sura. Tuttavia, la maggior parte degli espulsi vennero prosciolti dai tribunali e rimandati in senato. Identificarono anche 910.000 cittadini e forse nominarono Mamercus Aemilius Lepidus Livianus come Princeps Senatus. Nel 70 ac, Clodianus contribuì al famoso processo di Cicerone contro il governatore corrotto Verres presentando prove a sostegno di Cicerone.
    Nel 67 ac Clodianus divenne legato sotto Pompeo, che aveva ricevuto l'ordine di liberare il Mar Mediterraneo dai pirati. A Clodiano fu dato il comando della costa orientale d'Italia, con la sua flotta che pattugliava la costa del Mare Adriatico. Nel 66 ac tornò a Roma, dove sostenne la Lex Manilia, che diede a Pompeo il comando della guerra contro il re Mitridate VI del Ponto.

    Publio Cornelio Lentulus Sura -
    console nel 71 ac. Soprannominato Sura (114 ac - 63 ac), fu uno dei personaggi principali della cospirazione catiliniana e anche il patrigno di Marco Antonio. Quando fu accusato da Silla (a cui era stato questore nell'81 ac) di aver sperperato il denaro pubblico, si rifiutò di renderne conto, ma insolentemente gli tese il polpaccio della gamba (sura), la parte dei maschi punita quando commettevano errori giocando a palla. Fu pretore nel 75 ac, governatore della Sicilia nel 74 ac e console nel 71 ac. Nel 70, espulso dal Senato per immoralità, si unì a Catilina basandosi su un oracolo sibillino secondo cui i tre Cornelii sarebbero stati i sovrani di Roma, Lentulus si considerava il successore di Lucio Cornelio Sulla e di Lucio Cornelio Cinna. Quando Catilina lasciò Roma dopo il secondo discorso di Cicerone ad Catilinam, Lentulus prese il suo posto come capo dei cospiratori. In collaborazione con Caio Cornelio Cethegus, intraprese l'omicidio di Cicerone e l'incendio di Roma, ma la trama fallì. Gli ambasciatori degli Allobroges che erano a Roma per una denuncia contro le vessazioni dei governatori provinciali, ottennero grandi aperture da Lentulus, con l'obiettivo di ottenere l'assistenza armata. Fingendosi convinti, gli ambasciatori ottennero un accordo scritto firmato dai cospiratori principali e informarono Q. Fabius Sanga, che a sua volta conosceva Cicerone.
    Vennero tutti arrestati e fatti confessare. Lentulus fu messo a morte nel Tullianum nel 63 ac, insieme ad altri sostenitori di Catilina.
    La legittimità di queste uccisioni, condotte sul comando personale dei consoli e senza un processo giudiziario, fu contestata. Cicerone sosteneva le sue azioni lecite sotto il senatusconsultum, ma fu esiliato nel 58 ac dopo che il tribuno popolare, Publio Clodio Pulcher, suo nemico, approvò una legge che proibiva le uccisioni extragiudiziali di cittadini romani e accusò Cicerone di averlo violato. Questo è un esempio di una legge ex post facto (retroattiva). Fu richiamato l'anno seguente, però, da un voto del senato. Cicerone per il suo trattamento di Lentulus ebbe da Marco Antonio, il figliastro di Lentulus, la sua testa come condizione per la sua adesione al Secondo Triumvirato, e la ottenne.

    DENARIO DI CASSIO LONGINO
    E LENTULUS SPINTHER
    Publio Cornelio Lentulus Spinther -
    console nel 57 ac. soprannominato Spinther per la somiglianza con un attore popolare, di antica famiglia patrizia. Anche se trattato con grande favore da Giulio Cesare, Spinther alla fine si schierò col rivale di Cesare Pompeo Magno e con il partito degli Optimati. Ottenne il primo incarico pubblico nel 63 a.c. come curile edile, aiutando Cicerone a sopprimere la cospirazione catilinaria. Si distinse anche per lo splendore dei giochi che aveva fornito, anche se la striscia viola sulla sua toga avrebbe offeso molti romani visto che era connesso con la regalità. Venne eletto pretore nel 60 e nel 59 ac come propretore, ricevette il governo dell'Hispania Citerior, ottenuta anche per merito di Giulio Cesare. Come pro-pretore in Spagna, Spinther coniò monete che portavano nome e soprannome. Spinther ricevette di nuovo il sostegno di Giulio Cesare quando cercò il consolato, per il 57 ac. e il primo giorno del suo consolato si battè per il ritiro di Cicerone dall'esilio. Dal 56 al 53 ac, Spinther fu nominato dal Senato governatore della Cilicia che svolse con onestà e coniò grandi monete d'argento (tetradrammi cistoforici).
    Nonostante il suo debito con Cesare, Spinther tendeva sempre più verso Pompeo, e quando scoppiò la guerra civile tra Pompeo e Cesare nel 49 ac, si schierò con Pompeo. Ma Spinther non era un buon soldato e ben presto si ritrovò intrappolato e assediato dalle truppe di Cesare a Corfinium, dove fu costretto ad arrendersi. La generosità con cui fu successivamente trattato da Cesare dopo la capitolazione di Corfinium non cambiò Spinther. Dopo un breve ritiro a Puteoli, si ricongiunse all'esercito di Pompeo in Grecia.
    Nel 48 ac, l'esercito di Pompeo affrontò quello di Giulio Cesare e il suo luogotenente Marco Antonio nella battaglia di Farsalo, sconfitta decisiva per le forze pompeiane. Pompeo fuggì in Egitto (dove venne decapitato da Tolomeo XIII con l'intento errato di far piacere a Cesare) e Spinther fuggì a Rodi. Secondo Sesto Aurelio Vittore, cadde in seguito nelle mani di Cesare e fu messo a morte, il che spiegherebbe perché suo figlio, Publius Cornelius Lentulus Spinther, si unì agli assassini di Cesare.

    Publio Cornelio Lentulus Spinther -
    partigiano di Gneo Pompeo con cui combattè nella guerra contro i Pirati, e in seguito uno dei cospiratori contro Cesare.

    - Publio Cornelio Lentulo Marcellino -
    figlio di Marco Claudio Marcello, fu adottato da uno dei Cornelii Lentuli. Fu luogotenente di Pompeo durante la guerra contro i pirati, nel 67 ac, e fu un oratore di considerevole merito.

    - Gnaeus Cornelius Lentulus Clodianus -
    inviato a osservare il progresso degli Elvezi nel 60 ac.

    Gneo Cornelio Lentulus Marcellino -
    console nel 56 a.c. (90  - 48 ac) Era sposato almeno due volte. La sua prima moglie è sconosciuta, ma la sua seconda moglie era probabilmente Scribonia, almeno vent'anni più giovane di lui, che in seguito divenne la seconda moglie di Augusto. Dalla sua prima moglie era il padre di Lentulus Marcellinus, il questore che Cesare mise al comando delle sue fortificazioni a Dyrrhachium nel 48 ac; di Scribonia era padre Cornelio Marcellino, che morì prima del 47 a.c. e Scribonia si risposò con Publio Cornelio Scipione Salvito, con il quale ebbe due figli, Cornelio Scipione e Cornelia Scipione. In seguito sposò Augusto e divenne madre della sua unica figlia, Giulia.

    - Gneo Cornelio Lentulus Vatia -
    citato da Cicerone nel 56 a.c.

    Lucius Cornelius Lentulus Niger -
    Flamen Martialis, flamine di Marte nel 56 ac.

    Lucius Cornelius Lentulus -
    ( 20 a.c.), Flamen Martialis.

    Lucio Cornelio Lentulus Crus -
    console nel 49 ac, partigiano di Gneo Pompeo. (97 - 48 ac.) figlio di un Publio Lentulo, di origini altrimenti sconosciute. Nel 72 ac, acquistò la cittadinanza romana per il servizio reso a Pompeo contro Quinto Sertorio in Spagna. Sulla base dei nomi romani che ha preso - Lucius Cornelius Balbus - e sulla base di successive lettere a Cicerone, è possibile che sia Balbo maggiore che minore abbiano ottenuto la cittadinanza con il patrocinio di Lucio Cornelio Lentulus Crus, forse al servizio di Pompeo come legato (Pompeo era lì dal 76 al 71 ac, se fosse nato a Crus nel 98 ac, avrebbe avuto tra i 22 e i 27 anni). Nel 61 ac. fu l'accusatore di Publio Clodio Pulcher per la violazione dei misteri della Bona Dea, insieme ad altri due Cornelii Lentuli, ma non riuscì a ottenere una condanna per le tangenti di Clodio ai giurati. Sotto il consolato di Cesare e Bibulo, divenne Pretore nel 58 ac. Durante il suo mandato Clodio, ora tribuno del popolo, si mosse contro Cicerone perchè, come console del 63 ac, aveva messo a morte cittadini romani senza processo. Cicerone sperava nell'aiuto di Lentulo contro Clodio; sebbene il pretore tentasse di persuadere Pompeo a proteggere Cicerone ma Pompeo non si prestò. Nel 51 ac si presentò per l'elezione tra i Quindecimviri sacris faciundis. ma fu sconfitto da Publio Cornelio Dolabella.
    Nel 50 ac fu eletto console per l'anno successivo al fianco di Claudio Marcello, come oppositore di Cesare, facendo scene isteriche quando alla fine del 50 e 49 gennaio Cesare cercò il consolato mentre alcuni senatori cercavano di togliergli il comando. Nel 49 ac, dopo il senatus consultum ultimum, che praticamente toglieva il comando a Cesare, i tribuni Antonio e Cassio fuggirono con l'inviato di Cesare, il giovane Curio da Roma per incontrare Cesare a Ravenna. Il 10, Cesare traversò il Rubicone, dando inizio alla Guerra Civile.
    Lentulus partì da Roma reclutando truppe da Pompei a Capua. Cesare mandò il suo agente, il giovane Balbo, per conquistare Lentulus ma, il Cicerone riferì ad Atticus che i Consoli avevano attraversato Brundisium verso la costa della Grecia. 
    Lentulus reclutò due legioni nella provincia dell'Asia per Pompeo e lo seguì come Proconsole, nella sua sconfitta nella battaglia di Farsalo nel 48 ac. Lentulus fuggì dal campo di battaglia ma gli fu negato rifugio ad Antiochia, allora seguì Pompei in Egitto, dove fu fatto prigioniero il 4 settembre per ordine del re Tolomeo XIII e giustiziato in prigione. 
    Cesare dette molta colpa a Lentulus per gli eventi fine 50 / inizio 49 che provocarono la guerra civile, per i grandi debiti di Lentulus e le sue speranze di province ricche, sostenendo che Cesare mirava a farsi padrone di Roma. Avvertì il senato che, se non si fossero schierati contro Cesare, lui, Lentulus, aveva i propri mezzi per riconquistare il favore di Cesare. Cicerone, tipicamente tagliente, descrisse Lentulus come avverso al disturbo del pensare. Scrivendone gli interessi privati ​​e le ambizioni personali, sembra dare sostegno alle affermazioni di Cesare e ai suoi più tardivi commenti che Lentulus si era promesso la casa di città di Ortensio, la villa suburbana di Cesare e una proprietà a Baiae come bottino della guerra civile, il che rafforza la reputazione di Lentulus per l'avidità.

    - (Publio) Cornelius Lentullus Marcellino -
    questore nell'esercito di Cesare nella guerra civile; sconfitto da Pompeo, che subì pesanti perdite, a Dyrrhachium, e poi salvato da Marco Antonio.

    - Lucio Cornelio Lentulus Cruscellio
    - proscritto dai triunviri nel 43 ac, ma fuggì.

    Lucio Cornelio Lentulus Cruscellio -
    Fu console suffectus nel 38 ac., figlio di Lucius Cornelius Lentulus Crus. Nel 54 ac, fu il pubblico ministero sotto la Lex Cornelia de maiestate contro Aulo Gabino, ex console del 58 ac. Nel 44 ac, fu forse eletto Pretore, e dichiarò che la ripartizione delle province del Senato per l'anno seguente non era vincolante. A causa del sostegno di suo padre a Pompeo Magno nella guerra civile, Cruscellio fu proscritto e nel 42 ac, raggiunse Sesto Pompeo in Sicilia. Sesto gli impartì un comando navale come Legato, probabilmente un legatus pro praetore. Probabilmente dopo il Patto di Miseno nel 39 ac, Cruscellio si riconciliò con i triumviri e divenne un sostenitore di Marco Antonio. Di conseguenza, fu nominato console sufficiente nel 38 ac, in sostituzione di Appius Claudius Pulcher. Cruscellio era sposato con Sulpicia, e potrebbe essere stato il padre di Lucio Cornelio Lentulo, console nel 3 ac..

    GNAEUS CORNELIUS LENTULUS

    - Lucio Cornelio Lentulo -
    ovvero Lucius Cornelius Lentulus, (35 a.c. circa – dopo l'1) fu un politico dell'Impero romano.
    Figlio dell'omonimo Lucio Cornelio Lentulo console del 38 a.c. La sua ascendenza potrebbe essere appartenuta agli Scipioni. Ebbe una figlia, una certa Cornelia della famiglia degli Scipioni, sposata con Lucio Volusio Saturnino (console suffectus nel 3).
    Fu flamen Martialis nel 12 a.c. e poi praefectus monetalis. Divenne console nel 3 a.c. e poco dopo proconsole d'Africa, dove morì ricoprendo l'incarico, forse durante una guerra contro le popolazioni berbere di Musulami o Garamanti.

    - Gneo Cornelio Lentulus -
     console nel 18 a. con il collega Publio Cornelio Lentulo Marcellino. Al potere consolare vi sono due patrizi della stessa gens e della stessa familia: I Cornelii Lentuli.

    Publio Cornelio Lentulo Marcellino -
    console nel 18 ac. con Gneo Cornelio Lentulo come collega. Il praenomen di suo padre, Publio, è attestato e si pensa potrebbe essere stato il figlio di Publio Cornelio Lentulo Marcellino, che potrebbe essere stato un monetario triumviro nel 50 ac, ma è certo che fu eletto questore nel 48 ac;. Comandò una parte delle difese di Giulio Cesare a Dyrrachium che fu attaccata da Gneo Pompeo Magno subendo però gravi perdite. C'è anche un Gneo Cornelio Lentulo Marcellino, console nel 56 ac, che è considerato il fratello del questore, che potrebbe essere il nonno del nostro Marcellino.
    È possibile che Marcellino possa essere il Cornelio Lentulus nominato Legatus Augusti pro praetore in Pannonia nei primi anni del I secolo d.c., oppure era Gnaeus Cornelius Lentulus Augur, console nel 14 d.c.

    Gnaeus Cornelius Lentulus Augur -
    console nel 14 ac. ( 54 ac - 25 dc.) ebbe come collega Marco Licinio Crasso Frugi. Lentulus Augur era povero e riuscì a qualificarsi per il Senato romano solo per generosa donazione dell'imperatore Augusto, di cui divenne cliente. Lentulus fu nominato governatore proconsolare dell'Asia, dal 2 all'1 ac. e poi legato imperiale dell'Illirico prima del 4 d.c. Si ritiene che fosse anche il legato imperiale in Moesia prima del 6 d.c., dove combatté sul Danubio, vincendo un trionfo onorario per le sue vittorie sui Geti. Nel 14 d.c. stava servendo lungo il Danubio sotto Germanico come suo Comes. Il nuovo imperatore, Tiberio, ne voleva fare un consigliere di Germanico. La sua presenza non fu accetta dalle legioni pannoniche, che si ammutinarono dopo la morte di Augusto. Venne salvato solo per l'intervento di Germanicus. Ritornato a Roma nel 16, quando Marcous Scribonio Libo Druso si era ucciso (accusato di tradimento), raccomandò al Senato che i membri della gens Scribonia non avrebbero mai più portato il nome di "Druso". Poi, nel 22 d.c., in assenza del pontifex maximus, si oppose alla nomina del dialis flamen Servius Cornelius Lentulus Maluginensis come governatore dell'Asia. Propose poi che la proprietà ereditata da Caio Giunio Silano da sua madre non sarebbe stata confiscata a causa della condanna di estorsione di Silanus, e Tiberio acconsentì.
    Nel 24 dc, fu accusato di cospirazione per l'omicidio di Tiberio insieme a Vibio Sereno, Marco Cecilio Cornuto e Lucio Seius Tubero. L'imperatore lo scagionò da tutte le accuse dichiarando: "Non sono degno di vivere se pure Lentulus mi odia."
    Lentulus morì nel 25 d.c., lasciando la sua enorme fortuna a Tiberio. Per Tacito si trattò di un atto volontario; per Svetonio si suicidò e venne costretto a lasciare la sua fortuna a Tiberio. Un uomo ricco (stimato a 400 milioni di sesterzi secondo Seneca ), i suoi liberti lo avevano ridotto alla povertà prima che fosse in grado di reclamare la sua ricchezza attraverso la generosità di Augusto. Gli furono assegnate grandi proprietà costiere in Tarraconensis da Augusto, che era un proprietario terriero assenteista. Dopo la sua morte, le sue terre andarono per lo più a Tiberio, ma alcune delle sue proprietà spagnole furono ottenute dai Vibii Serenii. Seneca descrisse Lentulus come: "Una mente sterile, e uno spirito non meno debole. Era il più grande degli avari, ma più libero con le monete che con le chiacchiere, così terribile era la sua povertà di parole. Doveva tutto il suo progresso ad Augusto". Tacito ne aveva una più alta opinione: "Un uomo che portava la sua povertà con forza, e quando innocentemente acquistò grandi ricchezze, le usò con grande moderazione".

    Lucius Cornelius Lentulus -
    console nel 3 ac. figlio di Lucio Cornelio Lentulo Cruscellio e Sulpicia. Fedelissimo di Tiberio, fu eletto console insieme a Marco Valerio Messalla Messallino nel 3 ac, Il 4 dc. fu nominato governatore dell'Africa proconsolare e dovette affrontare le insurrezioni delle tribù native nel sud della provincia e oltre i confini. Durante una spedizione nel deserto libico contro una delle tribù, i Nasamones, fu ucciso. Sposò forse la figlia di Publio Cornelio Scipione, o di Publio Cornelio Lentulus Marcellino , o un'Aemilia Lepida, da cui ebbe una figlia, Cornelia Lentula, che sposò Lucio Volusio Saturno, il console suffetto del 3 d.c.

    Cornelia -
     Moglie di Lucio Volusio Saturnino, console suffectus il 3 dc..

    Cossus Cornelius Lentulus Gaetulicus -
    console nell' 1 ac. insieme a a Lucio Calpurnio Pisone, fu eletto proconsole d' Africa nel 6 d.c., dove combattè e vinse contro i Gaetuli, che gli valse l' agnomen Gaetulicus. Uno dei pochi fidati dell'imperatore Tiberio, fu inviato in Pannonia nel 14 d.c. per accompagnare il figlio di Tiberio Druso per sedare un ammutinamento delle legioni. Successivamente, gli fu dato il posto di praefectus urbi nel 33 d.c., tenendolo per un certo numero di anni prima della sua morte.
    Gaetulicus ebbe almeno due figli, Cossus Cornelius Lentulus e Gnaeus Cornelius Lentulus Gaetulicus , consoli rispettivamente nel 25 e nel 26 d.c.

    Publio Cornelio Lentulo Scipione -
    console suffectus il 2 dc. Titus Quinctius Crispinus Valerianus come collega, un senatore romano attivo durante il regno dell'imperatore Augusto. Fu il primo membro della Cornelii gens a combinare il nome dei due rami più famosi di quella famiglia, i Lentuli e le Scipioni, a suo nome. Il fatto che un altro membro dei Cornelii Lentuli abbia riportato in vita il nome di uno dei suoi famosi ma estinti rami, il Maliginisis, nel suo stesso nome, Servius Cornelius Lentulus Maluginensis, console nell'anno 10, ha portato a credere che due erano fratelli. Che la filiazione di ciascuno indichi entrambi erano il figlio di un Gneo e nipote di un Gneo rafforza questa teoria. Poco si sa di questo console, che si riferisce ai suoi discendenti. Syme identifica suo figlio come Publio Cornelio Lentulo Scipione, console nel 24.

    Servius Cornelius Lentulus Maluginensis -
    L'AMBASCIATORE ROMANO
    console suffetto nel 10 d.c. Era stato nominato Flamen Dialis da Augusto, il sommo sacerdote di Giove, dopo che la posizione era rimasta vacante per un periodo insolitamente lungo. Cassius Dio lo colloca verso l'11 ac, accettato da molti studiosi moderni. Tacito invece afferma che fu nominato settantadue anni dopo il suicidio di Lucio Cornelio Merula, il precedente sacerdote, nell'87 ac..
    Nel 10 d.c., Cornelio e Quinto Junius Blaesus furono nominati console suffectus al posto di Publio Cornelio Dolabella e Gaius Junius Silanus. Dodici anni dopo, Cornelius cercò di essere nominato governatore dell'Asia per il 22 d.c. Tale nomina sarebbe stata tipica per un consolare come Cornelius. Tuttavia, l'imperatore Tiberio asseriva che i doveri e gli obblighi religiosi del dialis flamen gli impedivano di lasciare l'Italia, e quindi a Cornelio fu negato il governatorato. Morì nel 23 e suo figlio, chiamato anche Servio, fu nominato flamen dialis al suo posto.

    - Servius Cornelius Lentulus Maluginensis -
    nominato Flamen Dialis al posto di suo padre, dopo la morte di quest'ultimo nel 23 d.c.

    Publio Cornelio Lentulo Scipione -
    console suffetto nel 24 dc., come il collega di Gaio Calpurnio Aviola. Scipione era il figlio del console Publio Cornelio Lentulus Scipio. Una dedica eretta a Brixia fornisce dettagli della sua carriera fino al consolato. Il suo primo incarico fu il pretore, poi prefetto dell'aerario Saturni nell'anno 15. Fu legatus o comandante della Legio IX Hispana mentre era di stanza in Africa; Tacito cita Scipione nella campagna vittoriosa di Quinto Junius Blaesus, governatore proconsolare dell'Africa, contro Tacfarinas, nel 22.  Dopo il consolato, fu governatore proconsolare dell'Asia ma la data non è accertata. Scipione si sposò due volte. Si ignora il nome della prima moglie che era la madre del suo figlio maggiore, Publio Cornelio (Lentulo?) Scipione , console suffetto nel 56. La sua seconda moglie era la bella Poppea Sabina Maggiore. Ebbero un figlio, Publio Cornelio Scipione Asiatico, console suffetto nel 68; la sua agnomenia riflette il mandato di Scipione come governatore dell'Asia. Poppea Sabina aveva fama di promiscuità. Messalina, imperatrice e moglie di Claudio, sospettava che Poppea fosse stata l'amante di Decimo Valerio Asiatico; Messalina arrivò al punto di assumere agenti per costringere Poppea a suicidarsi; Poppea morì nell'anno 47. Pochi giorni dopo la sua morte, mentre stava cenando con Scipione, l'imperatore Claudio chiese distrattamente a Scipione dov'era sua moglie; il vedovo rispose semplicemente che Poppea "aveva pagato il debito della natura". Un altro aneddoto dei registri di Tacito di Scipione e della sua seconda moglie avvenne anche dopo la sua morte. Chiamato in Senato per la sua opinione su Poppea, rispose: "Poiché penso a quello che pensano tutti gli uomini delle azioni di Poppea, supponiamo che io dica quello che dicono tutti gli uomini".

    Cossus Cornelius Cossi Lentulus -
    console nel 25 dc. come collega di Asusio Agrippa. Sembra sia stato governatore della Germania Superiore. Lentulus era il figlio di Cossus Cornelius Lentulus Gaetulicus, console nel 1 ac. Suo fratello era Gneo Cornelio Lentulo Gaetulico, console nell'anno 26. È conosciuto per avere un figlio, Cossus Cornelius Lentulus, console nell'anno 60, come il collega di Nerone.

    Gneo Cornelio Cossi Lentulus Gaetulicus -
    console nel 26 d.c. con Gaio Calvisio Sabino come collega, (morto nel 39). Era il figlio di Cossus Cornelius Lentulus, console nel 1 ac. i suoi fratelli furono Cossus Cornelius Lentulus, console nel 25, e Cornelia, la moglie del suo collega consolare Calvisius Sabinus. È attestato che avesse sposato Apronia, la figlia di Lucio Apronio, da cui ebbe una figlia e almeno tre figli: Gneo Cornelio Lentulo Gaetulico, console suffeto nel 55, Cossus Cornelius Lentulus Gaetulicus e Decimo Junius Silanus Gaetulicus. Gneo Cornelio divenne un partigiano del prefetto del pretorio Sejanus, fidanzando la figlia di Gaetulico con uno dei figli di Seiano. Ciò gli portò il consolato nell'anno 26, e poi la nomina del legatus o governatore della Germania Superior nell'anno 29, probabilmente in successione a suo fratello, Cossus Cornelius Lentulus .
    Con la caduta e la morte di Seiano nell'anno 31, non solo fu uccisa la famiglia del prefetto del pretorio, ma molti dei suoi sostenitori furono o esiliati o anche assassinati. Gaetulicus fu processato da un senatore edile, Abudius Ruso, ma la causa fu ripiegata su Abudius e il delatore fu bandito da Roma. Gaetulicus era molto sicuro nel suo incarico in Germania Superiore: era popolare con le sue truppe per la sua gentilezza e moderata disciplina, mentre suo suocero Apronius governava l'adiacente provincia di Germania Inferiore. Tacito riferisce che Gaetulico e l'imperatore Tiberio erano giunti a un'intesa: il governatore gli aveva inviato una lettera che rammentava all'imperatore di essersi schierato con Sejanus su consiglio dell'imperatore, non a sua scelta, non aveva parte nella faccenda che portò alla distruzione di Seiano, e sarebbe rimasto fedele finché rimase indisturbato in Germania Superiore.
    Gaetulico rimase governatore dopo la morte di Tiberio nel regno di Caligola, quando un errore falso nell'anno 39 del primo lo fece cadere. "L'intera faccenda è misteriosa, le prove disconnesse e frammentarie", scrive Ronald Syme. Nel settembre del 39 Caligola lasciò Roma e si recò a Moguntiacum, capitale della Germania Superiore, accompagnata dalle sue sorelle e da Lepido. Giunto a Moguntiacum, Gaetulicus fu uno dei tanti giustiziati, nel suo caso a causa della sua popolarità con i suoi soldati. Lepido fu giustiziato da un tribuno, mentre Agrippina e Livilla furono esiliati nelle isole pontine. Il 27 ottobre la parola della "nefaria consilia" era giunta a Roma, quando i Fratelli Arval festeggiavano un ringraziamento per la sua soppressione.
    Scrisse una storia o una serie di memorie usate come fonte per le Vite di Dodici Caesars e gli Annali di Tacito di Svetonio. Viene menzionato per nome nella Vita di Caligola di Svetonio. Il suo cognomen "Gaetulicus" appare in nove poesie nell'Antologia greca, che sarebbe l'autore. È noto per aver scritto alcuni versi erotici, poiché Marziale lo cita come un precedente per il libero uso del linguaggio.

    - Publio Cornelio Lentulo
    console suffectus nel 27 d.c. I consoli di quell'anno furono: Lucio Calpurnio Pisone e Marco Licinio Crasso Frugi che vennero sostituiti da due consoli suffetti:  Publio Cornelio Lentulo e Gaio Sallustio Passieno Crispo.

    Gneo Cornelio Lentulus Gaetulicus -
    consul suffectus nel 55 d.c. con Tito Curtilio Mancia come suo collega. Visse nel regno di Nerone. È conosciuto solo dalle iscrizioni. Era figlio di Gneo Cornelio Lentulo Gaetulico, console nel 26, e di Apronia, una delle figlie di Lucio Apronio, console nell'8 dc.. Potrebbe essere il padre di Cornelia Gaetulica.

    Cossus Cornelius Lentulus -
    console nel 60 d.c. durante il Principato. Era il console secondario dell'Imperatore Nerone nel 60. Lentulus era il figlio di Cossus Cornelius Lentulus, che era console nel 25.

    Cornelius Lentulus -
    un celebre attore e scrittore di pantomime; il suo periodo è incerto, ma deve essere vissuto prima della fine del I secolo.


    UNA LETTERA SPACCIATA PER VERA

    "Lentulus, il governatore dei gerosolimitani al Senato e alla gente, saluti. È apparso nei nostri tempi, e c'è ancora vita, un uomo di grande potenza, chiamato Gesù Cristo. Il popolo lo chiama profeta della verità; i suoi discepoli, figlio di Dio. Solleva i morti e guarisce le infermità..."La lettera vide una pubblicazione diffusa e fu presa per lungo tempo come testimonianza di un testimone oculare. Naturalmente non è autentica.

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  • 09/22/19--05:03: LUCUS SPOLETINUS
  • RIPRODUZIONE DELLA LEX SPOLETINA SUL BOSCO SACRO
    Monteluco è una frazione del comune di Spoleto (PG) che gode di un territorio prevalentemente di alta collina, occupato da un fitto ed antico bosco di leccio, che culmina in un pianoro sulla cima di un basso monte, all'altezza di 780 m s.l.m. Il bello è che questo bosco di leccio sta lì da almeno da 2300 anni, un antico lucus sacrus dedicato al Dio Giove.



    LEX SPOLETINA - LA I NORMA FORESTALE

    All'ingresso del bosco è posta infatti una copia lapidea della cosiddetta Lex spoletina, primo esempio di norma forestale: iscrizioni su pietra del tardo III secolo a.c., scritte in latino arcaico, che stabiliscono le pene per la profanazione del Bosco sacro dedicato a Giove.

    Gli originali, due iscrizioni incise su cippi parallelepipedi entrambe scoperte da Giuseppe Sordini, archeologo spoletino (1853-1914), nel 1876 e nel 1913, sono conservati nel Museo Archeologico di Spoleto.

    La "Lex spoletina" o "Lex luci spoletina"è un documento epigrafico (catalogato: Lex spoletina, CIL, XI, 4766) scritto in latino arcaico su pietra calcarea (pietra locale) datata dagli ultimi decenni del III sec. a.c. ai primi del II sec. a.c.. È composto da due iscrizioni che impongono dei regolamenti sull'utilizzo dei boschi considerati sacri.

    Entrambe sono conservate a Spoleto nel Museo archeologico nazionale. Il documento è noto come una delle più importanti e antiche testimonianze concernenti i luci nel mondo romano, essendo stato ritrovato e quindi per conoscenza diretta e non tramite fonti.

    Nell'antico documento è scritto:

    «Questo bosco sacro nessuno profani, 
    né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, 
    né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; 
    in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale 
    in quanto lo si faccia per il sacrificio. 
    Se qualcuno lo profanerà, 
    faccia espiazione offrendo un bue a Giove 
    ed inoltre paghi 300 assi di multa. 
    Il compito di far rispettare l'obbligo 
    tanto dell'espiazione quanto della multa sia svolto dal dicator

    Il Lucus è oggi considerato un interessante patrimonio artistico e naturalistico tanto da essere inserito tra i luoghi osservati dal Comitato del Patrimonio mondiale UNESCO. Il Bosco sacro di Monteluco è caratterizzato dalla presenza del leccio sempreverde, una pianta abbastanza rara in luoghi così distanti dal mare o dai laghi.

    Purtroppo con l'avvento del cristianesimo si è distrutta ogni traccia dell'antico santuario, costruendovi sopra eremi, chiese e monasteri come a cancellare le tracce del passato.

    Recenti studi sulla lecceta del ‘Bosco Sacro’ ne hanno evidenziato l’antica natura, numerose piante raggiungono un’età che varia dai 500 ai 200 anni, mentre alcune ceppaie potrebbero essere millenarie. Il bosco si estende per ben 504 ettari e geologicamente interessa un rilievo calcareo.


    Nel 241 a.c. Spoleto divenne una colonia romana e successivamente municipio, con il nome di Spoletium, facendosi ben presto fiorente e ricca di monumenti,  e rimase fedele alleata di Roma anche durante le guerre puniche, quando respinse vittoriosamente l'esercito di Annibale dopo la battaglia del Trasimeno nel 216 a.c. Augusto apprezzò la zona e il lucus cui si recò per fare sacrifici rituali, amante com'era dei vecchi culti romani e pure preromani o italici.

    Infatti il bosco di Giove fu sicuramente più antico del culto romano, perchè il suolo italico era pieno di boschi sacri, in genere riservati alle Grandi Dee Madri del passato, come il Lucus Feronia, Lucus Angizia, Lucus Fagutale, lucus Libitinae, lucus Maiae ecc. I boschi sacri furono i primitivi santuari, posti in genere non lungi da una fonte.

    Di solito il lucus veniva festeggiato una volta l'anno e per l'occasione i sacerdoti addetti ne tagliavano dei rami per donarli alla popolazione che li portava in processione e poi a casa ponendola nel larario o bruciandola sacralmente. nel bosco poi si usava porre nastri colorati sui rami con offerte di acqua, di vino o di focacce per gli abitanti visibili e invisibili del lucus.

    «Sebbene antichissima, conteneva tutti i concetti che servivano per rispettare la natura», dice Bianca Maria Landi, dottore in progetti ambientali e forestali a Firenze, a proposito della Lex Spoletina «In essa veniva detto cosa era vietato fare, la pena prevista in caso di inosservanza e chi era preposto al controllo e alla riscossione della multa stabilita». Testualmente si legge: «In questo bosco sacro nessuno osi portar via alcunché».

    Tutto era intoccabile: gli alberi si potevano tagliare una volta all’anno in occasione di una sorta di sacrificio alla divinità. Chi non rispettava questo divieto doveva pagare 300 assi al dicator, il magistrato che secondo alcuni aveva una funzione esclusivamente religiosa mentre per altri era colui che doveva mettere in pratica la norma facente parte del diritto pubblico a tutti gli effetti. 

    Coeva a quest’ultima era la Lex Luci Lucerina, che a un certo punto afferma: se il divieto viene violato, «chiunque ne abbia voglia» può richiedere un rimborso al trasgressore. «Sancisce il diritto della collettività che è un concetto incredibilmente attuale», dice Bianca Maria Landi. «Da poco tempo si parla infatti di diritti diffusi, di risarcimento ambientale e di ruolo della collettività come promotrice di azione e di risoluzione del danno».

    LUCUS IOVIS

    Identificati i lecci sacri ai romani
    nel bosco di Monteluco

    Sono esemplari con ceppaie di oltre duemila anni e 3 metri di diametro. Nella zona tracce di culto antichissime
    MILANO -

    I vecchissimi lecci posti nella zona centrale del bosco di Monteluco nei pressi di Spoleto potrebbero essere gli stessi esemplari che componevano il bosco dedicato a Giove e sacro per gli antichi romani. Ma come è stato possibile testare questa ipotesi? «Innanzitutto basandosi sulle dimensioni eccezionali delle ceppaie che hanno un diametro maggiore di 3 m e dei cosiddetti polloni, cioè i cacci di piante tagliate tanti anni fa, che sembrano singoli alberi da quanto sono grandi», risponde Bartolomeo Schirone, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale.
    DATAZIONE - La disposizione geometrica ha dato inoltre il suo contributo nel riposizionare storicamente quest’area. Alcuni fusti oggi isolati facevano infatti parte di uno stesso cerchio di alberi: lo dimostra il loro patrimonio genetico identico. Da qui a pensare che appartenessero a millenarie ceppaie ormai disgregate il passo è breve. Quanti anni hanno? Le indagini dendrocronologiche che studiano gli anelli dei tronchi, la loro ampiezza e variazione, sostengono che risalgono a circa 500 anni. 
    Segno che le ceppaie hanno un’età quattro volte superiore, intorno ai duemila anni. «La datazione con il C14 (carbonio-14), già usata per i fossili, costituirebbe la prova decisiva», dice Bartolomeo Schirone. «A tutt’oggi non è stato però possibile eseguirla per ragioni economiche». Si spera dunque nella sensibilità delle istituzioni che possano sovvenzionare questo ramo della scienza.


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  • 09/24/19--05:24: SACERDOTI FEZIALI
  • SACERDOTI FEZIALI
    Il collegio sacerdotale dei Feziali fu uno dei più antichi di Roma. Era composto da venti membri che venivano eletti per cooptazione, dal re in età monarchica e dal Senato dalla Repubblica in poi, e si occupavano di un campo fondamentale per Roma nel suo ruolo di conquistatrice del mondo: provvedevano alle dichiarazioni di guerra e stipulavano i trattati di pace. In tutto ciò eseguivano un rituale preciso, tramandato nei secoli.

    "la loro origine viene fatta risalire al primo periodo monarchico, a Numa Pompilio (754 a.c. – 673 a.c.), forse a Tullo Ostilio ( ... – 641 a.c.) o ad Anco Marzio (675 a.c. – 616 a.c.), ma si sa che un analogo Collegio era attivo anche ad Alba Longa (città del Latium vetus, a capo della confederazione dei popoli latini)"

    Secondo Livio (I, 32, 1 – 5), fu il re Numa Pompilio a porre il rituale sacro nelle dichiarazioni di guerra, prendendo esempio da quello del popolo degli Equicoli, una frazione della stirpe degli Equi, cosicchè Roma avesse anche in questo l'approvazione degli Dei:

    "Ut tamen, quoniam Numa in pace religiones instituisset, a se bellicae caerimoniae proderentur, nec gererentur solum, sed etiam indicerentur bella aliquo ritu, ius ab antiqua gente Aequicolis, quod nunc fetiales habent, descripsit, quo res repetuntur."

    MONETA CON SACRIFICIO DI UN MAIALINO PER MANO DI UN FEZIALE
    "Tuttavia poiché Numa aveva istituito i riti religiosi nella pace, volle istituire un sacro cerimoniale di guerra, perché non si facessero guerre senza prima averle dichiarate secondo una procedura religiosa, introducendo dall’antico popolo degli Equicoli il rituale per chiedere soddisfazione, che ancor oggi i feziali osservano"

    Tito Livio, la guerra contro gli Equi (V sec. a.c.):
    «Il console Valerio, che aveva marciato col suo esercito contro gli Equi, non riuscendo a provocare il nemico a battaglia, s'accinse ad assalirne l'accampamento. Glielo impedì una spaventosa tempesta che si rovesciò dal cielo con grandine e tuoni. Il suo stupore crebbe poi quando, dato il segnale della ritirata, il tempo ritornò così calmo e sereno che, come se il campo fosse difeso da qualche divinità, gli parve un sacrilegio assediarlo di nuovo».

    DEA BELLONA CON I TROFEI

    BELLUM IUSTUM

    Livio aggiunge che quando Roma riteneva di aver subito un torto si inviavano due rappresentanti dei feziali presso il popolo ritenuto manchevole. Si trattava del "pater patratus", ossia colui che parlava (patrabat) a nome di Roma e del "verbenarius", portatore di una zolla di verbena presa dall’arce capitolina che garantiva la loro incolumità in veste di ambasciatori, in quanto rappresentanti del suolo di Roma. Pertanto se non si rispettavano gli ambasciatori era guerra immediata.

    Giunti i due feziali al confine della città straniera, il pater patratus recitava una preghiera a Giove a testimoniare la giustizia delle sue intenzioni:

    "Legatus ubi ad fines eorum venit unde res repetuntur, capite velato filo – lanae velamen est – “Audi Iuppiter”, inquit, “audite fines” – cuiuscumque gentis sunt nominat – “audiat fas: ego sum publicus nuntius populi Romani; iuste pieque legatus venio, verbisque meis fides sit”. Peragit deinde postulata. Inde Iovem testem facit: “Si ego iniuste impieque illos nomine illasque res didier … mihi exposco, tum patriae compotem me numquam siris esse."

    "Giunto l’ambasciatore al confine del popolo a cui si chiede soddisfazione, col capo cinto da una benda di lana pronuncia: “Ascolta Giove, ascoltate confini, (e nomina il popolo a cui appartengono), ascolti la volontà divina: io sono il nunzio ufficiale del popolo romano; vengo delegato giustamente e santamente e alle mie parole sia prestata fede”. Dopo aver esposto le richieste, invoca Giove a testimone: “Se ingiustamente ed empiamente chiedo che mi siano consegnati gli uomini e le cose … non lasciare che mai più io sia rientri nella mia patria”.

    Pronunciata la formula i due feziali entravano nella città e ripetevano le stesse parole, con qualche variante, a chiunque incontrassero finché non arrivavano nella piazza, per assicurarsi che tutta la cittadinanza fosse a conoscenza dell'accadimento e della legittimità del loro operato.
    Giunti nella piazza principale il pater patratus di Roma chiamava a gran voce il "pater patratus" della città e illustrava la richiesta della quale era latore, cioè la restituzione del mal tolto, lconcedendo 30 giorni per prendere una decisione. A questo punto il loro compito era terminato e i due feziali tornavano in patria.

    Anche Servio (Aen. 9, 52) narra che il pater patratus, dopo aver recitato il rituale del "justum bellum", esponeva la richiesta di Roma, con l'invocazione agli Dei:ù

    "pater patratus, hoc est princeps fetialium, profiscebatur ad hostium fines, et praefatus quaedam sollemnia, clara voce dicebat…"

    "Il pater patratus, cioè il capo dei Feziali, si spingeva ai confine dei nemici e, dopo aver detto alcune formule solenni, a chiara voce diceva…"

    Trascorsi i trenta giorni i due feziali tornavano nella città e ascoltavano la risposta: se fosse stato deciso di riparare al danno arrecato, allora i due legati stipulavano un patto (foedus ferire) mediante il sacrificio di un maiale che veniva immolato usando un coltello di pietra che poi veniva scagliato lontano. 

    La cerimonia si svolgeva avendo come testimone il lapis silex (pietra di selce) che essi portavano con sé dopo averlo preso dal tempio di Giove Feretrio. Si trattava di una pietra dura (forse un’ascia litica preistorica) considerata il simulacro aniconico del Dio, su cui i Romani facevano giuramenti di carattere sia pubblico (foedus) che privato.

    Se invece, come riporta sempre Livio (I, 32, 10), la città straniera decideva di non dare soddisfazione, i due feziali, dopo aver chiamato a testimoni gli Dei, dichiaravano che sarebbero tornati a Roma per riportare la decisione al Senato che avrebbe deciso se muovere guerra.

    BELLONA
    "Audi, Iuppiter, et tu, Iane Quirine, diique omnes caelestes, vosque terrestres, vosque inferni, audite: ego vos testor populum illum” – quicumque est, nominat – “iniustum esse neque ius persolvere. Sed de istis rebus in patria maiores natu consulemus, quo pacto ius nostrum adispicamur”. Tum … nuntius Romam ad consulendum redit."

    "Ascolta o Giove, e tu o Giano Quirino, e voi tutti dei del cielo, della terra e degli inferi, ascoltate: io vi invoco a testimoni che il popolo – e ne fa il nome – è ingiusto e non concede la riparazione dovuta. Ma su queste cose consulteremo i senatori in patria, su come far valere il nostro diritto. Poi…..il messaggero torna a Roma a riferire."

    Tornati a Roma i due legati riferivano al re e al Senato l'accaduto nella città nemica e i padri si riunivano quindi per decidere se entrare in guerra. In caso affermativo il re chiedeva a ciascuno dei presenti cosa pensasse della situazione e se fosse giusto o meno muovere guerra contro quella città.
    Pertanto i feziali erano solo ambasciatori, ma non avevano voce in capitolo nella decisione finale.
    Se il senato decideva la guerra, i due feziali tornavano alla città ora nemica portando con sé una lancia:

    "Fieri solitum ut fetialis hastam ferratam aut sanguineam praeustam ad fines eorum ferret et non minus tribus puberibus praesentibus diceret: - Quod populi Priscorum Latinorum homines que Prisci Latini adverus populum Romanum Quiritium fecerunt, deliquerunt, quod populus Romanus Quiritium bellum cum Priscis Latinis iussit esse senatusve populi Romani Quiritium censuit, consensit, conscivit ut bellum cum Priscis Latinis fieret, ob eam rem ego populusque Romanus Quiritium populis Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis bellum indico facioque -. Id ubi dixisset, hastam in fines eorum emittebat."

    "Era usanza che il feziale portasse al confine nemico un’asta con la punta di ferro, oppure di corniolo rosso aguzzata nel fuoco, e dicesse alla presenza di almeno tre uomini almeno puberi: “Poiché i popoli dei Prischi Latini e gli uomini Prischi Latini agirono ingiustamente contro il popolo romano dei Quiriti, poiché il popolo romano dei Quiriti ha proposto, approvato, deliberato che si facesse la guerra con i Prischi Latini, io a nome del popolo romano dichiaro e muovo guerra ai popoli dei Prischi Latini e agli uomini dei Prischi Latini”. Detto ciò scagliava l’asta nel loro suolo."

    Finché Roma si trovò a combattere con nemici “vicini” il rito rimase invariato ma quando iniziò la sua espansione al di fuori del suolo italico il rito cambiava. Livio narra che nella dichiarazione di guerra a Cartagine i due feziali vennero inviati in loco, ma fu un'eccezione. Quando, in seguito all’espansione romana, la distanza del territorio avversario rese difficile il compimento del rito, il tempio di Bellona divenne teatro della cerimonia: il feziale, in piedi su una colonnetta, detta columella bellica, scagliava il giavellotto verso lo spiazzo di terreno antistante il tempio, considerato simbolicamente territorio nemico perché fatto acquistare a un prigioniero.

    Infatti nella dichiarazione di guerra contro Pirro, narra Servio (Aen. 9, 52) che si costrinse uno dei prigionieri a comprare un fazzoletto di terra nella zona del Circo Flaminio, davanti al tempio di Bellona, dove venne consacrata una colonna dalla quale si scagliava la lancia: in tal modo quella porzione di città diventava il luogo ostile su cui veniva scagliata la lancia, e tale rimase per ogni guerra. Tale usanza venne poi continuata per tutte le altre guerre che si svolgevano al di fuori dell’Italia, conservando il rituale nei secoli successivi.
    Il rito aveva dunque tre momenti principali:
    - la rerum repetitio, durante la quale si chiedeva la restituzione del mal tolto;
    - la testatio deorum, il ritorno dopo 30 giorni per apprendere la scelta e la chiamata a testimoni di tutti gli dei (solo se la richiesta non veniva accolta),
    - la indictio belli, la dichiarazione di guerra ed il lancio dell’asta.

    Secondo Varrone i feziali inviati erano quattro e non due, noi optiamo che la cosa variasse a seconda dell'importanza della guerra. Dionigi (Dionys. 2, 72, 8) spiega poi che il popolo ostile poteva chiedere 10 giorni per riflettere e decidere, e questo tempo poteva essere concesso per un massimo di tre volte, arrivando quindi ad un totale di 30.

    Il sacerdozio dei Feziali cadde in disuso a partire dal IV secolo a.c., quando il loro ruolo venne svolto dai legati senatori. Ma poi Augusto, amante delle tradizioni, fece restaurare sia il rituale che l'arcaico collegio sacerdotale.


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    «Anche se è soggetto [il Tevere] a piene frequenti e improvvise, le inondazioni non sarebbero in nessun punto maggiori che a Roma.»
    (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 55.)

    Le piene del Tevere hanno fatto parte della storia di Roma per oltre 2600 anni: dalla sua fondazione fino al XX secolo. Secondo la leggenda sulla fondazione di Roma, fu il Tevere in piena, 28 secoli fa, che trascinò la cesta di Romolo e Remo fino al Velabro, dove vennero trovati dalla lupa e forse il nome dei due gemelli derivò, secondo alcuni da Rumon, nome etrusco del Tevere. Oppure, come asseriscono altri, dal nome della Dea Rumina preposta alla protezione dei lattanti.

    Gli antichi abitanti rimediarono a questo inconveniente ritirandosi sulle alture dei colli e insediando lì il centro abitato ed i principali centri politici e religiosi (Palatino e Campidoglio). Poi la città si espanse e i romani dovettero occupare anche le zone più vicine al Tevere per cui procedettero alle opere di bonifica delle zone più acquitrinose, capacità in cui indubbiamente eccelsero gli etruschi prima e i romani poi.

    ROMA ALLE ORIGINI, UN ACQUITRINO
    Nelle parti più basse dei colli però vennero eretti prevalentemente gli edifici pubblici, come i Fori, il Circo Massimo, il Teatro di Marcello, mentre la popolazione si rifugiava sui colli, dove l'aria era più sana e dove era più facile difendersi dai nemici. 

    Prima del V sec. a... esistono scarsissime informazioni. Luciani (1985) riporta una inondazione, nell’anno 749 a.c., Carcani (1893) riporta un’inondazione nel VII anno della storia di Roma, mentre Le Gall (1953) esclude che si possa vedere un’inondazione del Tevere nell’area dove sarebbe poi sorta Roma nella leggenda, legata alla nascita di Roma, della cesta contenente Romolo e Remo trasportata dal fiume.

    Fonti letterarie contengono testimonianze di inondazioni a Roma sin dal V secolo a.c..
    Tuttavia nel corso dell'età classica, ed anche per tutto il medioevo, la città non veniva allagata in media più di una volta ogni 50-100 anni. In realtà veniva allagata molto più frequentemente solo che avveniva solo nella parte più bassa.

    Per eliminare i vasti e malsani acquitrini presenti nelle zone a quote meno elevate e in comunicazione con il Tevere, già nel VII secolo a.c. ebbe inizio la costruzione delle cloache, condotti cioè posti ad idonea profondità sotto il piano campagna, correnti lungo la linea di compluvio delle vallette esistenti tra i colli e sfocianti direttamente nel fiume.

    IL COLLE PALATINO ALLE ORIGINI
    Tra il 414 a.c. (data della piena più antica, riportata da Tito Livio) ed il 1277 a Roma sono state registrate 58 piene, in media una ogni 30 anni.
    Secondo Rodolfo Lanciani, dall'antichità al 1870 si sono verificate 132 inondazioni, che possono essere distribuite nei vari periodi storici come segue:

    - 26 dalla fondazione della città all'inizio dell'era cristiana (circa 700 anni);
    - 30 dall'anno 1 al 500 (circa 500 anni);
    - 21 dal 500 al 1000 (circa 500 anni);
    - 23 dal 1000 al 1500 (circa 500 anni);
    - 32 dal 1500 al 1870 (circa 400 anni);

    I punti più bassi di Roma (Il Pantheon è uno di essi) si trovano a circa 12 metri sul livello del mare. Questo fattore, che non favorisce il deflusso delle acque, nel secoli si è aggravato a causa dell'accumularsi di sedimenti sul letto del fiume, che ha avuto la conseguenza di diminuire ulteriormente la già scarsa pendenza (oltre che far avanzare la linea di costa).

    ROMA IN EPOCA MONARCHICA
    Le piene di epoca repubblicana ed imperiale ci sono note tramite gli storici classici (soprattutto Tito Livio e Cassio Dione Cocceiano), che però non forniscono elementi sufficienti per risalire ad una misurazione del livello raggiunto dalle acque. Sembra tuttavia che i romani effettuassero delle misurazioni di livello del Tevere e tracce di un idrometro sono state trovate presso ponte Sisto.

    Le piene dal V al II secolo a.c. ci sono state tramandate da Tito Livio (59  – 17 d.c.) nella sua  “Ab Urbe condita”,  mentre le piene dal I sec. a.c. all’inizio del II secolo d.c. sono giunte a noi attraverso la “Storia Romana” dello storico greco Dione Cassio (155 – 235 d.c.). Completano le informazioni sulle piene del periodo romano le opere di altri autori come Tacito e Plinio (Remedia et alii, 1998). In alcuni anni si sono avute più piene (Remedia et alii, 1998): 2 piene nel 215 a.c. e ben 12 piene nel 189 a.c.
    ALCUNE DELLE GRANDI INONDAZIONI DI ROMA ANTICA
    - Livio narra che nel 189 a.c. il Tevere inondò la zona del Campo Marzio per ben 12 volte.
     In epoca repubblicana si verificarono ben 23 inondazioni tra il 414 a.c. ed il 44 a.c.. In questo periodo Roma  sorgeva prevalentemente sulle alture e le parti basse erano per lo più occupate da edifici pubblici, come l’enorme edificio del “Porticus Aemilia”  del II sec. a.c. costruito per il porto fluviale, nella piana tra il Tevere e l’Aventino, destinato ad accogliere le derrate alimentari provenienti dal mar Tirreno.


    La situazione cambiò radicalmente dopo che Cesare ebbe indicato nel Campo Marzio la nuova zona di sviluppo della città, sviluppo incoraggiato soprattutto da Augusto, che, ritenendo sacro tutto ciò che aveva pensato il suo padre adottivo, vi costruì importanti edifici nonchè l'orologio a meridiana e il suo Mausoleo.
     Nel 54 a.c., una eccezionale piena del fiume, scatenata da abbondanti piogge, seppellì le strade dei quartieri più bassi sotto un imponente coltre d’acqua: in molti, colti di sorpresa, rimasero travolti dalla corrente, senza avere modo di ripararsi in zone più alte della città. Eccezionalmente l’acqua invase anche zone relativamente alte e solitamente considerate sicure. Inoltre, nel ritirarsi entro gli argini, il Tevere lasciò dietro sé interi quartieri allagati, con l’acqua stagnante che insistendo per giorni causò il crollo per infiltrazione di molti edifici e l’insorgere di letali epidemie.

    L'imperatore Augusto, nel 27 a.c., vide il giorno della propria incoronazione funestato da un’improvvisa piena del fiume.

    LA PIU' ANTICA TARGA DI COMMEMORAZIONE DELLA PIENA DEL TEVERE E' DEL 1277
     In epoca imperiale tra il 27 a.c. ed il 12 d.c. si ebbero 6 inondazioni del Tevere.

    -  Forse ai tempi di Augusto, i romani avevano costruito a ponte Sisto il loro idrometro, per monitorare le variazioni del Tevere ed eventualmente ordinare l’evacuazione.

    - Con Augusto Roma si espanse verso il Campo Marzio e di conseguenza fu più esposta alle piene del Tevere, per cui l'imperatore istituì un “curator alvei”, che doveva occuparsi della “manutenzione” del corso urbano del fiume, tenendone sgombro sia il letto che il greto. All'epoca l'ampiezza del letto del fiume raggiungeva i 130 metri, cioè il 30% di più della dimensione attuale.

    Sotto Augusto vennero studiati anche progetti per rettificare il corso del Tevere, ma nessuno di essi fu ritenuto valido e pertanto non fu attuato. Viceversa dal III sec., due porzioni delle mura Aureliane (circa tra Ponte Nenni e Ponte Mazzini e tra Ponte Sublicio e l'ex mattatoio di Testaccio) furono costruite lungo la riva sinistra del Tevere, funzionanti anche come misura di difesa dalle piene.

    In epoca antica le piene non erano ritenute eliminabili, ma occorreva adattarvisi, tanto è vero che i porti fluviali di Testaccio e di Ostia antica erano dotati di banchine su più livelli per adattarsi alle piene ed alle magre del fiume.

    TARGA DELLA PIENA DEL 1422
    - Tiberio istituì una commissione permanente di senatori, i Curatores Alvei Tiberis et Riparum, che aveva il compito di vigilare affinché le rive e il corso del fiume rimanessero sgombri da ostacoli.

    - Nel I secolo l'imperatore Claudio aveva persino aperto, presso "Portus", alle foci del Tevere, un breve canale artificiale presso la città di Portus (che ancora esiste, col nome di canale di Fiumicino), in modo da migliorare il deflusso delle acque lungo l'ultimo tratto di Tevere, riducendo così la pressione delle piene nel tratto urbano. Naturalmente non fu un rimedio risolutivo, come dimostrò di lì a poco l'inondazione del 105, ma è un fatto che statisticamente le inondazioni diminuirono: nell'arco di 385 anni, tra il 15 ed il 398 d.c., si registrarono "soltanto" 15 alluvioni, ovvero una ogni 25 anni circa.

    «Una paura particolare sia per il disastro attuale che per il futuro (venne) da un’improvvisa inondazione del Tevere, che con uno smisurato ingrossamento, abbattuto il ponte Sublicio e riversatosi per la rovina della diga contrapposta, allagò non solo le parti basse e piane della città, ma anche quelle sicure contro sciagure di tal genere; molti furono trascinati fuori dalla pubblica via, parecchi furono sorpresi nelle osterie e nelle camere da letto. Fra il popolo dilagò la fame, la povertà e la carestia. Le fondamenta dei caseggiati furono danneggiate dalle acque stagnanti».
    (Tacito 69 d.c.)
    Anche Traiano, per salvare Roma dagli allagamenti, fece costruire canali artificiali con lo scopo di convogliare verso il mare le eventuali piene.

     Nel II secolo a.c. il grande sviluppo economico, alimentato dall’espansione dei Romani attraverso tutto il Mediterraneo, favorì un notevole e veloce ampliamento della città, per cui anche le zone pianeggianti ai piedi dell’Aventino e nella zona di Trastevere si riempirono rapidamente di casupole e costruzioni in mattoni di fango, tutte assai vulnerabili di fronte alla violenza delle acque.

    TARGHE DI INONDAZIONE DEL TEVERE DEL 1805
    -  I Romani sapevano che, per contrastare le inondazioni, occorre in primo luogo rimuovere i materiali solidi e la vegetazione dal letto del fiume per il ripristino del suo regolare deflusso. Sapevano, infatti, che l’accumulo di detriti e la formazione di vegetazione in alveo o di alberi pericolanti sulle rive riducono la capacità di smaltimento nella rete delle portate in transito e quindi inducono le tracimazioni.

    Per questo, come narra Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.c., un pretore di età repubblicana diede ai privati la possibilità di agire in giudizio nell’interesse generale contro quell’appaltatore che, nonostante l’impegno assunto verso la collettività, non avesse eseguito il lavoro a regola d’arte.

    - Durante l’Impero si assiste ad un crescente sviluppo della città nel Campo Marzio e al di là della via Lata (via del Corso), dove nel II sec. d.c. sorsero interi quartieri, tra cui Trastevere e la zona dell’Emporio ai piedi dell’Aventino. Ora le inondazioni del Tevere divennero molto più drammatiche, tanto che Augusto fece allargare e sistemare il letto del Tevere ed istituì (ma per alcuni fu Tiberio) i “curatores alvei Tiberis et riparum” con il compito di delimitare e tenere sgombro l’alveo.

    IL TEVERE NEL XVIII SECOLO

    INTERDICTUM DE RIPA MUNIENDA

    I Romani erano anche consapevoli che l’erosione delle sponde poteva, col trasporto dei detriti, alterare l’equilibrio energetico del fiume e, alla prima pioggia, causare inondazioni a valle: per questo favorivano la cosiddetta "munitio riparum", cioè il rinforzo delle sponde, ben consci che quest’opera rispondeva anche all’interesse generale benché normalmente fosse effettuata dai proprietari rivieraschi privatamente e per propri interessi personali. 

    Questa munitio riparum si effettuava, mettendo a dimora in riva colture arboree ed arbustive contro l’attività erosiva del fiume, o effettuando la manutenzione di argini naturali o realizzandone di artificiali anche con materiali rudimentali reperiti in loco (legno, pietra). Tali interventi sono spesso documentati dalla ricerca archeologica. 

    Ebbene, lo scopo di tutelare la munitio riparum era realizzato dall’editto del pretore attraverso un’apposita prescrizione (il cosiddetto interdictum de ripa munienda) che colpiva chiunque in qualunque modo impedisse ad altri privati di effettuare lavori di rafforzamento delle rive: anche qui si vede come, nell’ambito del tribunale del pretore, venissero imposte ai privati regole giuridiche tese a supportare gli interventi di carattere tecnico contro le inondazioni.

    ROMA ALLAGATA XIX SECOLO

    I GEOMETRI ROMANI

    Eccezionali sforzi furono poi gli sforzi dei geometri romani per il drenaggio delle acque superficiali e l’irreggimentazione dei fiumi, onde potenziare al massimo le capacità produttive del territorio e limitare i danni delle piene. Si ricorreva talvolta alla deviazione dei fiumi in canali secondari, a loro volta distribuiti in una rete capillare di canalette con cui potevano essere irrigati i singoli poderi.

    Comunque era essenziale la collaborazione dei privati perché, senza un’adeguata pulizia dei canali, si sarebbe aggravato il rischio delle piene. È noto, inoltre, che i Romani solevano lasciare al fiume, soprattutto nei meandri, bacini laterali di espansione privi di edifici, proprio al fine di proteggere dalle piene gli abitati rurali delle vicinanze, spesso situati sulle alture.

    - Ponte Milvio, forse il ponte in muratura più antico in assoluto, è stato per duemila anni un ponte extraurbano. È situato circa 3 km a nord di Porta del Popolo e dopo di esso la via Cassia si dirama dalla via Flaminia; quindi d'accesso fondamentale a Roma dal nord.

    Questo ponte venerando è stato però sempre caratterizzato da una luce estremamente scarsa, si che in occasione delle piene si trasforma in una vera e propria diga. Le acque del Tevere (da poco ingrossate da quelle dell'Aniene) trovando lo sbarramento rappresentato dal ponte straripavano e, dopo aver percorso la via Flaminia, entravano in Roma da porta del Popolo.

    «Proprio in quel tempo il Tevere o per la pioggia abbondante caduta un po’ a nord di Roma o per il forte vento che spirando dal mare spingeva indietro la sua corrente o, più probabilmente, per la volontà di qualche Dio, all’improvviso straripò con tale violenza da inondare tutti i luoghi bassi della città e raggiungere molte delle località più alte. I muri delle case, che erano fatti di mattoni, si inzupparono d’acqua e precipitarono, e tutte le bestie morirono annegate. Tutti gli uomini che non fecero in tempo a rifugiarsi su luoghi elevati, morirono».
    (Cassio Dione 54 a.c.)

    - Ponte Elio - oggi ponte Sant'Angelo, fatto costruire dall'imperatore Adriano come via d'accesso al proprio mausoleo (oggi Castel Sant'Angelo) nel 134, era originariamente dotato di lunghe rampe d'accesso fornite di numerosi archi, che nel corso del medioevo vennero ostruiti dalla costruzione di edifici fin sulla riva del fiume.

    - Ponte Sisto - Sotto l’attuale Ponte Sisto è stato ritrovato un frammento di pietra proveniente dall’antico ponte di Agrippa, che portava incise delle cifre in numeri romani poste una sotto l’altra ad una distanza corrispondente alla misura di un piede romano. Quelle cifre rappresenterebbero il frammento di un vero e proprio idrometro, che doveva servire a controllare il crescere della acque del fiume ed a stabilire quanto mancasse al raggiungimento del livello di guardia (la scala graduata era infatti decrescente dal basso verso l’alto).

    IL PANTHEON DURANTE LA PIENA DEL 1937
    - Ponte Sublicio - Due le piene del 60 e del 32 a.c. D’Onofrio (1980, pag. 134) ritiene che queste due piene ed altre successive avrebbero contribuito a minare la solidità di Ponte Sublicio. Infatti nella zona dell’attuale via della Lungara vi era la “Villa Farnesina” di età romana, così denominata perché scoperta sui terreni di proprietà della famiglia Farnese.

    La Villa Farnesina, i cui affreschi murali, che ne hanno permesso la datazione ora conservati al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a piazza dei Cinquecento, è stata costruita tra il 30 e il 20 a.c. e poi abbandonata secondo gli archeologi a causa delle inondazioni del Tevere (probabilmente per le due piene avvenute nel 23 e nel 22 a.c.).

    È inoltre probabile che le Mura Aureliane, costruite dall’imperatore Aureliano (270 – 275 d.c.) presenti in riva sinistra dalla Porta del Popolo fino al Ponte di Agrippa (oggi ricostruito con il nome di Ponte Sisto) e dall’altezza della Porta Portuense fino ad oltre il Monte Testaccio, svolgessero una funzione di argine in caso di piena del fiume per la parte della città compresa nel Campo Marzio.

    Degli 8 ponti presenti al tempo di Costantino (Milvio, Elio, Neroniano, Valentiniano, Fabricio, Cestio, Senatorio e Sublicio), alla fine del XIV secolo ne rimanevano in piedi solo 5 (Milvio, Elio, Fabricio, Cestio e Senatorio). Le rovine degli altri 3, abbattuti dalle piene o per ragioni difensive, giacevano nel letto del fiume e nel caso del Ponte Neroniano sono ancora visibili un poco a valle di Ponte Vittorio Emanuele II.

    Queste rovine, insieme a quelle dei tanti edifici crollati nel fiume, battelli affondati, molini distrutti e semplici immondizie hanno contribuito nel corso della storia a ostacolare il deflusso delle acque, rendendo sempre più facile lo straripamento del fiume.

    - Sulle zone di allagamento: l’Esquilino, ovviamente, era al sicuro: le zone in cui si poteva finire a bagno con facilità erano quelle del Teatro Marcello, di Trastevere, di via Lata, la nostra via del Corso, di Campo Marzio e di via Flaminia, sino a Ponte Milvio (quest’ultima, ancora a oggi, è sempre a rischio…)

    - Aureliano, diede ordine a Flavio Arabiano, prefetto dell’annona, di integrare nelle sue mura degli argini, a protezione delle aree più soggette alle inondazioni, realizzando una sorta di antenato dei nostri muraglioni.

    PIAZZA DEL POPOLO 1937

    IL VELABRO

    L'area del Velabro era in origine paludosa e soggetta alle inondazioni del Tevere. Fu qui infatti, secondo la leggenda che si sarebbe arenata, alle pendici del Palatino, dopo aver navigato nel Tevere, la cesta con i gemelli Romolo e Remo, per essere recuperati dalla lupa o chi per lei. 

    La prima cloaca fu realizzata nell’epoca dei re dal primo Tarquinio nell’anno 616 a.c. per bonificare la zona compresa tra i colli Palatino e Capitolino. Successivamente nel tempo furono costruite altre cloache per bonificare le vallate comprese tra i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fino a che, da Tarquinio il Superbo, nell’ultimo periodo della Roma Regia, venne realizzata la Cloaca Massima a risanamento delle aree del Foro, del Circo Massimo, della Suburra e nella quale furono incanalate anche le acque del Velabro, che spesso ristagnavano nella zona dove attualmente è ubicato l’arco di Giano a quattro fornici.

    Questo terreno perennemente acquitrinoso doveva tuttavia essere già quasi del tutto scomparso all'epoca dei Tarquini,  soprattutto in seguito alla costruzione della Cloaca Massima, che usufruiva dell'esperienza sviluppata dall'ingegneria etrusca, con l'utilizzo dell'arco a volta che la rendeva più stabile e duratura nel tempo. Fu una delle prime grandi opere di urbanizzazione romana.

    Essa aveva origine nella Suburra e, attraverso l'Argileto, il Foro, il Velabro e il Foro Boario, si scaricava nel Tevere nei pressi di Ponte Emilio, o Ponte Rotto (che oltrepassa il Tevere poco più a nord dell'antico Ponte Sublicio). Probabilmente è la più antica fogna ancora funzionante al mondo da oltre 2000 anni.

    IL VELABRO SOMMERSO
    I resti di quest'ultima presenti nell'area sono costituiti da un condotto in opera cementizia (datato al I secolo d.c.), che sostituì un più antico tratto coperto con lastre di cappellaccio disposte a cappuccina e risalente al IV secolo a.c.

    Tuttavia le cloache romane avevano il grave difetto di sboccare direttamente nel Tevere per cui, ad ogni piena del fiume, le acque rigurgitando dalle fogne inondavano estesamente le parti basse della città. Nel periodo Repubblicano e successivamente in quello Imperiale le cloache da opere preminentemente idrauliche, costruite cioè per la bonifica del suolo, vengono trasformate in opere idraulico–igieniche, atte a smaltire le acque superficiali e quelle usate dai Romani che, copiose giungevano a Roma per mezzo dei suoi grandiosi undici acquedotti, a cominciare dall’Appio costruito nel 311 a.c.). 

    Ma come arrivava l’acqua fino al Pantheon, visto che comunque non si trovava, e non si trova, vicino al fiume? Semplice: l’acqua risaliva la Cloaca Maxima, l’antico sistema delle fognature di Roma. Un tempo le inondazioni a Roma erano molto frequenti perché durante la stagione delle piogge il livello del Tevere si alzava molto e l’assenza di argini molto alti come quelli odierni consentiva al fiume di uscire dal suo corso ed allagare la città.

    Una rete di fognatura smaltisce ciò gli acquedotti, e i rifiuti vi adducono. Le opere di bonifica delle zone più depresse e la realizzazione delle fognature sin qui descritte possono considerarsi il primo tentativo di controllo delle acque superficiali e quindi di difesa della città di Roma dalle inondazioni del Tevere.

    Il Velabro mantenne la sua funzione di centro commerciale fino al VI secolo, quando una disastrosa alluvione del Tevere ricordata nel 589 addirittura rialzò il livello del terreno coi detriti del letto del Tevere ormai non più bonificato dalla caduta dell'Impero. In seguito vi si insediarono solo varie e molteplici istituzioni ecclesiastiche.

    L'ISOLA TIBERINA 1937

    A DIFESA DELLE PIENE

    - Gli incendi - Una difesa “indiretta” dalle inondazioni fu prodotta dai grandi incendi della Roma imperiale, dove la gran parte delle costruzioni era in legno, e i detriti furono utilizzati per rialzare la quota delle zone più depresse.

    L’incendio del 64 d.c. durante l’impero di Nerone durò ben 9 giorni e distrusse gran parte della città dal Colle Oppio all’Appia fino alla porta Capena. I detriti furono utilizzati per colmare tra l’altro la palude Caprea (la zona ove ora sorge S.Andrea della Valle), il Velabro, nel Foro il pavimento della via Sacra fu rialzato di circa 2 metri, il livello del Campo Marzio fu rialzato di circa 3 metri, etc.

    Altri incendi vi furono poi verso la fine dell’Impero ad opera dei barbari invasori: Alarico nel 410 d.c. e Genserico nel 455 d.c. Anche alcuni terremoti (Lanciani, 1985; Guidoboni, 1989; Bersani, 1994) hanno probabilmente contribuito a produrre macerie.

    - Le riedificazioni - Del resto i romani quando crollava un edificio o volevano farlo abbattere, non si sbarazzavano mai dei conseguenti detriti, ma costruivano sopra a questi. E' grazie a questo sistema che gli scavi archeologici a Roma conservano tutti gli strati precedenti di vita vissuta nei vari secoli.

    - La larghezza dell'alveo - Una difesa dalle inondazioni della città di Roma era costituita inoltre da una maggiore larghezza dell’alveo del fiume rispetto all’attuale, pari a circa 130 m, visto la lunghezza dei ponti del tempo.. Tale lunghezza è in accordo con quanto affermato dal famoso archeologo Lanciani, il quale scoprì che i resti dell’antico “Emporium” nei pressi oggi di via Marmorata, erano arginati da tre ordini di banchine, le quali da una larghezza di 70 m per le magre, arrivavano appunto a circa 130 m per le piene.

    - La pendenza dell'alveo - Inoltre non bisogna dimenticare che il deflusso del Tevere a Roma era facilitato, rispetto alla situazione attuale, da una maggiore pendenza dell’alveo; infatti la foce del Tevere e la linea di costa erano ubicati circa 4 km più a monte, come testimonia ad esempio la posizione della città di Ostia con il suo porto. 

    Infatti l’imperatore Claudio dovette costruire un nuovo porto, che per problemi di insabbiamento fu poi sostituito all’inizio del II sec. d.c. dal porto dell’imperatore Traiano, il quale aprì il canale di Fiumicino (Flumen Micinum) anche per facilitare il deflusso delle acque a mare, come difesa dalle inondazioni.

    IL TEVERE IN PIENA OGGI

    IL TEVERE OGGI

    In media, il livello (profondità) del Tevere è di 6.5 metri; l'attuale piano stradale invece si trova circa 9 metri più in alto (cioè l'altezza approssimativa dei muraglioni tra i quali il fiume scorre nell'attraversare la città).

    Grazie a quest'ultimi, oggi un'inondazione avrebbe luogo solo nel caso in cui l'acqua raggiungesse i 15 metri. Ma anticamente, quando i muraglioni non erano stati ancora costruiti, già soli 12 metri erano sufficienti per cominciare ad allagare la città, di solito iniziando dal Ghetto ebraico e a volte l'acqua cresceva ancora di più.


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    TEMPIO DO VENERE GENITRICE
    Il tempio di Venere Genitrice (Venere Madre) venne promesso in voto da Giulio Cesare a Venere durante la battaglia di Farsalo, combattuta e vinta nel 48 a.c. contro il suo avversario Pompeo Magno.

    Il termine "Genitrice" alludeva alla mitica ascendenza di Cesare, attraverso Iulo (ovvero Ascanio), progenitore della gens Iulia, e figlio di Enea, a sua volta figlio della Dea Venere. Ma la Dea era anche progenitrice di tutto il mondo vivente, animale e vegetale.

    Dapprima Cesare pensò di dedicare il tempio "Venere Vincitrice", come quello edificato dal rivale Pompeo alla sommità del suo teatro, ma poi Cesare cambiò idea e optò per la Genitrix.
    Il tempio della Dea venne così edificato e inaugurato nel 46 a.c. nella piazza del Foro di Cesare verso la sella che conduceva al Campidoglio, occupandone tutto il lato di fondo nord-occidentale.

    Il tempio con la magnifica piazza antistante, fu uno dei pochissimi edifici,  iniziati da Cesare, che riuscì a inaugurare prima del suo assassinio.

    Un passo di Svetonio (70 - 122) ricorda come un giorno Cesare ricevette il Senato, ignorando ogni norma dell'etichetta repubblicana, seduto al centro del podio del tempio, come una divinità vivente. 
    Ma l'aneddoto non è credibile, anche perchè il senato si riuniva solo in luoghi consacrati a tal uopo, solitamente nella Curia, che si trovava nel foro romano.

    Le cerimonie del senato per il nuovo anno avvenivano invece nel tempio di Giove Ottimo Massimo mentre gli incontri di argomento bellico avvenivano nel tempio di Bellona.
    Non è escluso che l'aneddoto sia stato compilato per compiacenza dell'imperatore Adriano, sotto cui servì Svetonio, che ci teneva a che il suo governo fosse ritenuto migliore di quello dei suoi predecessori, per cui gradiva aneddoti sfavorevoli sui precedenti imperatori.

    RESTI DEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE - FORO DI CESARE

    FAMIANO NARDINI

    Templum Veneris Genetricis 

    Cresciuto l'antico Foro era angusto nè potendo ampliarsi senza rovina grande de Tempi e degli edifizi che il circondavano, Cesare ne fabbricò un altro vicino e quasi congiunto "Non quidem rerum venalium" scrive nel secondo delle Guerre Civili "Appiano sed ad lites aut negotia convenientium". 

    Racconta il medesimo che Cesare fece ivi un magnifico Tempio a Venere Genitrice con una famosa immagine di quella Dea mandatavi da Cleopatra a lato alla quale statua essere stata un'immagine di Cleopatra. Scrive nel 2 delle Guerre Civili il detto Autore "Ad Dea latus effigiem Cleopatrae statuit quae hodieque juarta visitur". 

     Al quale Tempio aggiungendo egli un Atrio sontuoso dichiarollo per Foro. L'atrio dunque al Tempio aggiunto fu la Basilica in cui tenevasi ragione la quale più della piazza che gli era avanti fu detta Foro. L'Atrio e la Basilica essere ivi stata una cosa stessa non paja strano poichè Atrio essere stata una gran sala divisata da colonne già ho provato e l'antiche Basiliche de Gentili non aver avuto forma diversa dalle prime Chiese Christiane, coll'esempio di S. Giovanni Laterano, di S. Paolo, di S. Maria Maggiore e di altre mostra dottamente il Donati onde dai compartimenti dell'antiche nostre Chiese in più navi possiamo ricordare la forma delle Basiliche e Fori de Gentili e conchiudere che gli Atri non erano da quelle dissomiglianti. 

    Ma torniamo noi a parlare del Foro di Cesare interamente. Da Dione si dice nel lib 48 Romano pulchrius Svetonio nel 26 di Cesare così ne scrive: "Forum de manubiis inchoavit cujus area super II S millies constitit" e si conferma da Plinio nel 15 del lib 36. Il suo sito si dice essere tra S Lorenzo in Miranda e il Tempio della Pace ma come ciò se non solo il Tempio della Pace ma e S Lorenzo in Miranda anzi ed altri edifizi più di S Lorenzo vicini al Foro grande e al Campidoglio erano della quarta Regione ed il Foro di Cesare da Vittore e da Rufo è contato come in Anastasio si legge più volte. 

    Eravi nel mezzo avanti al Tempio di Venere la statua equestre del medesimo Cesare di bronzo dorato coll'effigie del suo maraviglioso cavallo il quale impaziente di avere sopra altri che Cesare aveva l'unghie davanti intagliate in forma di denti umani. 

    Così scrivono Svetonio nel 61 di Cesare e Plinio nel 42 8 libro. Quel cavallo di bronzo essere stato già dal Bucefalo di Alessandro opera di Lisippo ad Alessandro donato e trasportato poi da Cesare nel suo Foro fattogli aggiustare prima le unghie a di quelle del suo raccoglie il Donati da che Stazio scrive nel primo delle selve quando del cavallo di Domiziano ragiona v 84 
    "Cedat equus Latiae qui contra Templa Diones Caesarei stat sede Fori Quem tradere cs ausus Pellaeo Iysippe Duci mox Caesaris ora Aurata cervice tulit." 

    Davanti al medesimo Tempio di Venere Plinio 4 del libro 35 vi erano le pitture superbe di Ajace e Medea. Tra le altre statue delle quali era adorno una ve ne fu di Cesare armato di giacco erettagli da altri della quale Plinio nel 5 del 34. Avervi il medesimo Cesare dedicato un usbergo di perle Britanniche e sei gioielli scrive Plinio nel 35 del libro e nel primo del 37.
    Esservi stata una Colonna Rostrata Quintiliano nel lib 1 c 7 ci dà contezza "Ut latinis veteribus D plurimis in verbis ultimam adjectam quod manifestum est etiam ex Columna rostrata qua est Julio meglio C Duellio in Foro posita".

    VENERE GENITRICE

    LE RICOSTRUZIONI

    Il tempio venne danneggiato dall'incendio scoppiato sul Campidoglio nell'80 e dovette essere ricostruito sulle medesime fondazioni sotto Traiano (53-117), in seguito all'abbattimento della sella montuosa tra Campidoglio e Quirinale per l'erezione del Foro di Traiano, sella al cui pendio si appoggiava il tempio.

    Venne pertanto nuovamente dedicato, come riportano i Fasti Ostiensi il 12 maggio del 113, nello stesso giorno dell'inaugurazione della Colonna di Traiano. Il tempio sopportò un nuovo incendio sotto l'imperatore Carino (257-285) nel 283, mentre sotto Diocleziano (244-313) dovette essere restaurato, inglobando le colonne della facciata in un muro in laterizio.

    Venne poi collegato con archi, sempre in laterizio rivestito di marmo, per ragioni di stabilità, alle strutture laterali della Basilica Argentaria, il portico a pilastri che fiancheggiava il tempio di Venere Genitrice.

    Nell'abside si trovava la statua di Venere Genitrice, opera dello scultore neoattico Arcesilao. All'interno del tempio numerose opere d'arte, conosciute in parte dalle fonti:
    • statua di Venere
    • statua di Cesare,
    • statua in bronzo dorato di Cleopatra,
    • due quadri di Timomaco di Bisanzio (Medea e Aiace, che Cesare pagò ottanta talenti),
    • sei collezioni di gemme intagliate,
    • una corazza decorata con perle proveniente dalla Britannia.
    Venne incisa su un muro a Pompei questa invocazione:

    Salute a te, o...nostra. Ininterrottamente ti prego, o mia signora; per Venere Fisica t’imploro di non respingermi. (Firma) Ricordati di me”. 

    A Venere si rivolgevano gli amanti o coloro che speravano di diventarlo, per conquistare il cuore di qualcuno o per ricevere il dono della bellezza o per essere vivaci nei rapporti sessuali onde piacere al partner. 

    Si pregava anche per recuperare un amore perduto, o per ben mantenere quello presente.

    Genitrice della stirpe di Enea, gli astri scorrenti del cielo rendi popoloso il mare messi, poiché ogni genere di viventi nasce da te e, sorta, contempla la luce solare: te, dea, te fuggono i venti, te e la tua avanzata industriosa fa sgorgare fiori, per te sorridono le splende il cielo di una diffusa chiarezza.” 

    (Lucrezio De Rerum Natura, Libro I)




    LA FESTA

    Veniva celebrata nel Saturni Dies, giorno comiziale, ante diem VI Kalendas Octobres. Iniziava di buon mattino con la lustrazione del tempio ad opera dei sacerdoti flamini coi loro inservienti (camilli) che li aiutavano nell'incombenza.

    Quindi si procedeva ad un sacrificio di erbe odorose e incensi in onore di Venere Genitrix con canti e invocazioni, seguito alla rievocazione di Giulio Cesare ormai divinizzato sulla cui statua si ponevano ghirlande infiorate di mirto che era sacro alla Dea.

    Successivamente partiva la processione coi sacerdoti, le fanciulle inghirlandate che cantavano e spargevano petali rose e infine la statua di Venere portata dagli uomini che faceva il giro dei templi a lei collegati, come Saturno, Marte e Mercurio ed anche Cupido, venendo inghirlandata ancor più all'ingresso dei templi, per poi tornare al suo tempio.

    Talvolta i fedeli nel tragitto le donavano sciarpe o mantelli di seta che venivano poste sulle braccia o ai piedi della statua. Oppure le ponevano collane sul collo, bracciali e pure anelli d'oro e d'argento.

    Alla Dea non si sacrificavano animali ma le si offrivano rami di mirto, rose e mele, spesso durante le processione, venivano liberate in suo nome bianche colombe che si alzavano nel cielo. A casa fervevano i banchetti dove scorreva vino e si facevano i dolci detti milloi (cioè a forma di vagina), con frutta secca e miele.

    Nella notte che seguiva il giorno di festa erano augurali i rapporti sessuali per avere figli, per rinsaldare l'amore ma pure bene augurali per ottenere successo. La Dea amava chi esercitava l'arte amorosa come ella stessa non cessava mai di fare.


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  • 09/28/19--05:20: GENS CALPURNIA
  • CALPURNIA - MOGLIE DI CESARE

    La gens Calpurnia era una gens plebea che ebbe comunque famiglie rilevanti come i Bestia (Bestia, cioè senza ragione), i Bibulo (Bibulus, "bevitore"), i Fiamma (Flamma) e i Pisone (Piso, "mortaio"); alcuni dei Pisoni hanno l'agnomen Cesonino o Cesonio (Caesoninus, probabilmente perché adottato da un Caesonius) e Frugi (Frugi).
    Le origini di questa gens si tramandava che risalissero a Calpo, terzo dei quattro figli di Numa Pompilio. il secondo re di Roma, per questo motivo la testa di Numa è raffigurata su alcune monete coniate da questa gens.

    I cognomina dei Calpurnii a noi noti erano: Bestia, Bibulo, Flamma e Pisone.
    I praenomina dei Calpurni erano Lucio, Gaio, Marco e Gneo.
    Dionigi di Alicarnasso dice che usò le tradizioni della Gens Calpurnia per ricostruire la fase più antica della storia romana nella sua opera "Antichità Romane". Due importanti pezzi di legislazione repubblicana, la lex Calpurnia del 149 a.c. e la lex Acilia Calpurnia del 67 a.c. vennero prodotte dai membri di questa gens.



    I CALPURNII FAMMA


    - Marcus Calpurnius Flamma

    Uno dei tribuni militari del 258 ac, durante la I guerra punica, guidò una audace missione per liberare l'esercito del console Aulo Atilio Calatino che. secondo Livio, "con noncuranza aveva condotto le sue truppe in un luogo dove furono circondati dai Cartaginesi".

    ALTARE DI FORTUNA DEDICATO DA
    GNEO CALPURNIO VERO
     Infatti chiese e ottenne 300 volontari che guidò in una missione suicida per liberare un esercito consolare da una prigione in cui erano stati intrappolati dai Cartaginesi. Flamma fu trovato poi gravemente ferito sotto una pila di cadaveri ma sopravvisse.

    Livio scrive: Calpurnnio Flamma, nella I guerra punica, parlò ai suoi trecento volontari che stava conducendo alla conquista di un'altezza situata nel centro della posizione del nemico: "Lasciateci morire," esclamò, "me e i miei uomini, e con la nostra morte vengano salvate le nostre legioni bloccate dai loro pericoli" ....

    Frontino scrive a sua volta:
    "Quest'uomo, vedendo che l'esercito era entrato in una valle, i lati e tutte le parti di comando di cui il nemico aveva occupato, chiese e ricevette dal console trecento soldati. Dopo aver esortato questi a salvare l'esercito con il loro valore, si affrettò verso il centro della valle. Per schiacciare lui e i suoi seguaci, il nemico discese da tutti i quartieri, ma, essendo tenuti sotto controllo in una lunga e feroce battaglia, offrirono al console l'opportunità di liberare il suo esercito"

    Questa era la vera Roma, quella che nessuno poteva sconfiggere, perchè il romano era disposto a sacrificare la propria vita per i compagni, per Roma e per la gloria della sua familia. 


    I CALPURNII PISONI  


    - Caio Calpurnio Pisone -

    Console nel 180 a.c. Piso era il nome della più grande famiglia della gens di Calpurnia, legato all'agricoltura e derivante dal verbo pisere o pinsere, riferito al martellamento o alla macinatura del grano. La famiglia si fece notare durante la II guerra punica e rimase attiva sotto l'impero, e durante il I secolo fu seconda alla famiglia imperiale. Molti dei Pisoni portavano questo cognomen da solo, ma altri portavano l'agnomina Caesoninus e Frugi.
    Comunque il I a ottenere il consolato fu Caio Calpurnio Pisone che ebbe la carica consolare nel 180 a.c. con Aulo Postumio Albino. Quindi fu Pretore nella Spagna Citeriore, dove sconfisse i Lusitani e i Celtiberi meritando il trionfo nel 185 a.c.


    - Gaio Calpurnio Piso - 

    Pretore nel 211 a.c. pretore e promagistrato, fu fatto prigioniero nella battaglia di Canne e, con altri due, fu mandato a Roma per negoziare la liberazione dei suoi compagni prigionieri. Tuttavia, il Senato rifiutò di negoziare la proposta in quanto i legionari si erano arresi. Nel 211 a.c., fu nominato pretore cittadino e alla scadenza del suo anno di mandato si fece promotore dell'Etruria. Nel 209 a.c., fu posto dal dittatore Quinto Fulvio Flaccus al comando di un esercito a Capua. L'anno seguente fu nuovamente affidato come promagistrato dell'Etruria e durante il periodo di questa carica propose al Senato che i giochi di Apollinare si ripetessero su base annuale. Il Senato accettò.


    Gaio Calpurnio Piso -

    Console nel 180 a.c., trionfò sui Lusitani e sui Celtiberi. Figlio del pretore omonimo del 211 a.c., fu  nominato pretore nel 186 a.c. e gli venne affidata la provincia della Spagna Ulteriore, dove rimase per tutto l'anno successivo. Al suo ritorno a Roma gli fu concesso il trionfo per le sue vittorie contro i Lusitani ed i Celtiberi.
    Nel 181 a.c. fu uno dei triumviri preposti alla fondazione della colonia di Gravisca in Etruria. Nel 180 a.c. fu eletto console con Aulo Postumio Albino Lusco, ma morì in quello stesso anno, durante la grave epidemia che colpì Roma, ma la voce popolare disse che fosse stato avvelenato dalla moglie Quarta Ostilia, visto che come console suffetto fu posto suo figlio Quinto Fulvio Flacco, adottato da Calpurnio, che più volte aveva tentato di essere eletto console senza riuscirvi.


    MONETA DI SICIONE
    - Lucio Calpurnio Piso

    Venne inviato come ambasciatore presso gli Achei a Sicione nel 198 a.c.


    Lucius Calpurnius Piso Caesoninus - 

    Eletto console nel 148 a.c., come collega di Spurio Postumius Albinus Magnus. Il suo cognome indica che era membro della gens Caesonia e adottato da uno dei Calpurnii Pisoni. Pretore nel 154 ac, ricevendo la provincia Hispania Ulterior, dove venne sconfitto dai Lusitani guidati da Punicus. Ciononostante venne eletto console durante il II anno della III guerra punica , che condusse in modo così insoddisfacente che venne sostituito da Scipione l'anno seguente.


    - Gneo Calpurnio Pisone

    Console nel 139 a.c.; fu eletto console con Marco Popilio Lenate come collega, ma null'altro si sa di lui.


    - Quinto Calpurnio Pisone - 

    Console nel 135 a.c. con Servio Fulvio Flacco come collega, fu inviato dal Senato in Spagna contro la città di Numanzia. Invece di attaccare la città, Pisone si limitò a saccheggiare le campagne intorno alla città di Pallantia (Palencia).


    - Calpurnio Pisone

    Pretore circa 135 a.c., sconfitto durante la rivolta degli schiavi. 

    MONETA DI PISONE FRUGI

    Lucio Calpurnio Pisone Frugi - 

    Console nel 133 a.c.; detto anche Censorinus, divenne tribuno della plebe nel 149 a.c. proponendo la la lex Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che puniva le estorsioni compiute nelle province dai governatori. Nel 133 a.c. fu eletto console con Publio Muzio Scevola ma il Senato lo fece restare in Italia per domare una rivolta di schiavi. Pisone riuscì a sconfiggerli, senza però ottenere una vittoria definitiva e dovette passare il comando a Publio Rupilio, console dell'anno successivo. 
    Fu autore degli Annales, un'opera in 7 libri che parlava della storia di Roma, dalle origini fino alla sua epoca. Essi servirono a Tito Livio e a Dionigi d'Alicarnasso per redigere le loro opere storiche sulla città di Roma, descrivendone l'onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea corruzione di Roma. Ma egli stesso non fu immune dalla corruzione visto che nell'anno del suo consolato, avvenne l'assassinio di Tiberio Gracco, reato gravissimo che colpiva la sacra inviolabilità della tribunicia potestas, senza che nè lui nè l'altro console prendessero provvedimenti in merito.


    Lucius Calpurnius Piso Caesoninus

    Console nel 112 a.c. con Marco Livio Druso come collega, figlio di Lucio Calpurnio Piso Caesonino (console nel 148 a.c.), e nonno di Lucio Calpurnio Piso Caesoninus, il suocero di Giulio Cesare, come sappiamo dallo stesso Cesare riferendosi alla propria vittoria sui Tigurini.
    Nel 107 a.c., servì come legato al console Lucio Cassio Longino, che fu inviato in Gallia per combattere i Cimbri e i loro alleati, ma cadde insieme al console nella battaglia in cui l'esercito romano fu completamente sconfitto dal Tigurini nel territorio degli Allobrogi. Sarà poi Ceare a rivalersi sui Tigurini.


    Lucius Calpurnius Piso Frugi -

    Propretore in Hispania Ulterior nel 112 a.c.


    Calpurnio Pisone -

    Combattè con successo contro i Traci nel 104 a.c. 


    Lucius Calpurnius Piso Caesoninus -
    Fabbricante di armi a Roma durante la guerra sociale (91-88 a.c.).


    Lucius Calpurnius Piso Frugi -

     Pretore nel 74 a.c, frustrò alcuni degli schemi del suo collega, Verres.


    Gaio Calpurnio Pisone -

    Console nel 67 a.c. con Manio Acilio Glabrione. Come console si oppose alla lex Gabinia, con la quale venivano dati a Pompeo poteri straordinari e il comando di un esercito per combattere i pirati. Pisone minacciò Pompeo, dicendo che, se voleva emulare Romolo, avrebbe fatto la fine di Romolo, ma corse il rischio di essere linciato dal popolo, favorevole a Pompeo.
    La legge fu comunque approvata, ma gli ordini di Pompeo in Gallia Narbonese non furono eseguiti, per gli intrighi di Pisone e degli aristocratici. Gabinio propose di far dimettere Pisone, ma Pompeo lo fermò. Intanto Gaio Cornelio, l'altro tribuno, propose una serie di leggi per eliminare gli abusi della aristocrazia, scatenando l'ira di Pisone.

    Nel 67 - 66 a.c. divenne proconsole della Gallia Narbonese e riuscì a sopprimere una rivolta degli Allobrogi, ma nel 63 a.c. fu accusato di malversazioni (sembra su istigazione di Giulio Cesare) contro gli Allobrogi e di aver condannato ingiustamente a morte uno di loro.  Pisone chiese a Cicerone di difenderlo e di accusare Cesare di aver partecipato alla congiura di Catilina, ma Cicerone si limitò alla sua difesa. Pisone morì prima dello scoppio della guerra civile, ma non sappiamo quando. Cicerone lo definisce un abile oratore.

    LUCIUS CALPURNIUS PISO PONTIFEX

    Gneo Calpurnio Pisone - 

    Uno dei cospiratori di Catilina, propretore in Hispania Citerior nel 65 a.c.

     
    Lucius Calpurnius Piso Caesoninus - 

    Console nel 58 a.c. con Aulo Gabinio e suocero di Cesare. (100 - 43 a.c.) era senatore e suocero di Giulio Cesare attraverso sua figlia Calpurnia. Cesare lo cita nei suoi Commentarii de Bello Gallico, perchè il nonno di Piso, Lucio Calpurnio Piso Caesoninus, era stao ucciso con Lucio Cassio Longino nel 107 a.c. dagli stessi Tigurini che Cesare conquistò l'anno del consolato di Piso. Come il suocero di Cesare, quando Cicerone venne esiliato per aver violato le Leghe Clodiae eseguendo i cospiratori di Catilina senza processo, Piso rifiutò di proteggere Cicerone e questi per risposta attaccò Piso per la  sua amministrazione della provincia di Macedonia, (dal 57 al 55 a.c.), quando fu richiamato e sostituito da Quinto Anchario in conseguenza del violento attacco di Cicerone al Senato nel De provinciis consularibus.

    Al suo ritorno, Piso si rivolse al Senato in sua difesa; Cicerone rispose con l'esagerata invettiva "In Pisonem", Piso replicò con un opuscolo e la questione finì, tanto che Piso divenne censore nel 50 a.c.
    Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, Piso si offrì come mediatore, ma quando Cesare marciò su Roma, Piso lasciò la città in segno di protesta. Dopo l'omicidio di Cesare, Piso chiese che le disposizioni testamentarie di Cesare fossero eseguite, e al dittatore assassinato fosse dato un funerale pubblico. Tentò di riportare armonia tra Marco Antonio e Ottaviano, ma nessuno lo sostenne. Quando il Senato nel 43 a.c., discusse sulla mozione di Cicerone per dichiarare Antonio nemico dello stato, Piso tentò un compromesso, poi si unì ai due senatori consolari per un'ambasciata ad Antonio nel suo accampamento a Mutina. I termini di Antonio furono respinti e il Senato dichiarò guerra, ma venne inviata una seconda ambasciata ad Antonio a marzo, sempre con Piso. Ma evidentemente morì poco dopo perchè di lui non si ebbero più notizie.


    Gaius Calpurnius Piso Frugi -

    Questore nel 58 a.c., sposò Tullia, la figlia di Cicerone.


    Gneo Calpurnio Pisone - 

    Legato di Gneo Pompeo (106-48) durante la guerra contro i pirati e la guerra mitridatica.


    Calpurnia - 

    Moglie di Publio Antistoo e madre di Antistia, che sposò Gneo Pompeo. Publio venne assassinato al Senato con il sospetto di favorire Silla per il bene di suo genero e Calpurnia, sua moglie, si suicidò poco dopo.


    Calpurnia -

    La quarta moglie di Cesare, apparteneva alla famiglia dei Pisoni.


    Marcus Pupius Piso -

    Della gens Calpurnia, venne adottato da Marco Pupius ormai vecchio, ma mantenne il suo nome. Alla morte di Lucio Cornelio Cinna, nell'84 a.c., sposò sua moglie Annia, e l'anno seguente, 83, fu nominato questore dal console Lucio Cornelio Scipione. Ma poi passò dalla parte di Silla, che gli impose il divorzio dalla moglie per il passato rapporto con Cinna. Piso era il padre di Marco Pupio Piso Frugi, pretore nel 44 a.c e legatus nel 40 a.c. Suo nipote dovrebbe essere stato Marcus Licinius Crassus Dives, console del 14 a.c. Non riuscì a farsi eleggere edile, però venne eletto pretore ricevendo la provincia della Spagna come proconsole, al suo ritorno a Roma nel 69 a.c, ottenne un trionfo molto contestato.

    Nella III Guerra Mitridatica fu legato di Gneo Pompeo Magno , che lo mandò a Roma nel 62, per candidarlo al consolato, onde ottenere la ratifica dei suoi atti in Asia. Piso fu eletto console per l'anno successivo, 61, con Marcus Valerius Messalla Niger. Nel suo consolato offese gravemente Cicerone, non chiedendogli in senato la sua opinione, e proteggendo Publio Clodio che aveva violato i misteri della Bona Dea. Cicerone si vendicò di Piso, impedendogli di ottenere la provincia della Siria, che gli era stata promessa. Dovette morire prima del 47 a.c., perché nel 47 a.c. Marco Antonio abitò la sua casa a Roma.


    Lucio Calpurnio Pisone - 

    Console suffectus nel 33 a.c.

    MONETA GENS CALPURNIA

    Lucio Calpurnio Pisone 

    Legato pretoriano nella Spagna Tarragonese; la provincia imperiale chiamata Tarragonese, rimpiazzò quella repubblicana chiamata Hispania Citerior, nel 27 a.c., con la riorganizzazione di Ottaviano Augusto. La capitale era Tarraco (moderna Tarragona, Catalogna).


    Gneo Calpurnio Piso - 

    Console nel 23 a.c.. Il padre di Piso aveva partecipato alla cospirazione di Catilina, per rovesciare la Repubblica con l'aiuto di forze armate straniere. Nonostante ciò Piso avversò il Primo Triumvirato di Giulio Cesare, Gneo Pompeo e Licinio Crasso.

    Piso nel 66 a.c. perseguì Gaius Manilius Crispus, un tribuno plebeo sostenitore di Pompeo, per aver approvato la lex Manilia che conferìva a Pompeo il comando degli eserciti romani nell'est durante la guerra contro Mitridate. Manilio fu inizialmente difeso da Cicerone, che lasciò cadere il caso dopo che il processo fu violentemente interrotto da una folla pagata. Piso fece pressioni sul processo, e Manilio fuggì dalla città. Quindi Piso sollevò accuse a Pompeo che lo sfidò a mettere tutto sulla carta. Piso rispose: "Dammi la garanzia che non condurrai una guerra civile contro la Repubblica se sarai perseguito, e manderò subito i giurati a condannare e mandare te in esilio piuttosto che Manilio". 

    Sentendosi minacciati da Giulio Cesare, gli optimates passarono dalla parte di Pompeo e nel 50 il Senato, guidato da Pompeo, ordinò a Cesare di sciogliere l'esercito e tornare a Roma perché il suo mandato di governatore era finito. Cesare pensò che sarebbe stato processato se fosse entrato a Roma senza l'immunità da magistrato, per cui nel 49 traversò il Rubicone, e scoppiò la Grande Guerra Civile. Marciò rapidamente su Roma e prese l'erario. Pompeo e la maggior parte del Senato fuggirono in Grecia. Piso venne inviato a Hispania Ulterior come un proestore, un comandante a cui era stato esteso il mandato dopo la sua conclusione, sotto i legati di Pompeo Lucius Afranius e Marcus Petreius. Cesare fece una marcia forzata di 27 giorni straordinariamente veloce, giunse in Hispania e distrusse l'esercito pompeiano nella battaglia di Ilerda.

    Piso allora fuggì in Nord Africa, dove gli ottimati avevano reclutato un esercito di 40.000 uomini (otto legioni), guidata dall'ex braccio destro di Cesare, il valente Tito Labieno, oltre alle forze dei re alleati locali e sessanta elefanti da guerra. Il comando venne dato a Metello Scipione, che pose Piso al comando della cavalleria numida.

    Cesare sbarcò in Africa nel 47, con cibo e foraggi insufficienti, per cui dovette andarne alla ricerca. La cavalleria leggera di Piso glielo impedì costringendo l'esercito di Cesare a ritirarsi nel suo accampamento. Poi due delle legioni degli ottimati passarono al fianco di Cesare che marciò su Thapsus e assediò la città nel 46. Gli ottimati dovettero accettare la battaglia. Scipione comandò "senza abilità o successo", e Cesare vinse in modo schiacciante, la guerra era finita. Piso fu perdonato in un'amnistia generale, ma quando Cesare.venne assassinato si alleò con i suoi carnefici unendosi agli eserciti di Gaius Cassius Longinus (Cassius) e Marcus Junius Brutus il giovane. Vennero sconfitti a Filippi nel 42. Fu nuovamente graziato e tornò a Roma, ma rifiutò di partecipare alla politica controllata da Cesare Ottaviano. 

    Augusto voleva nominare suo nipote Marcello suo erede politico, per farlo cercò alleati nel senato e offrì il consolato al suo oppositore Piso che stavolta accettò. Intanto Augusto si ammalò gravemente e consegnò al suo console collega Piso tutti i suoi documenti ufficiali, un resoconto delle finanze pubbliche, e l'autorità su tutte le truppe nelle province, dichiarando il suo intento che Piso, come console, dovesse assumere il controllo dello stato per la durata del suo consolato. Ma Augusto diede il suo sigillo al suo amico per tutta la vita, il generale Agrippa, segno che Agrippa gli avrebbe succeduto se fosse morto, non Piso. Dopo la guarigione di Augusto, Calpurnius Piso completò il resto del suo mandato in tranquillità.

    LUCIO CALPURNIO PISO CESONIO

    Lucius Calpurnius Piso Caesoninus -

    Console nel 15 a.c. Era il figlio di Lucio Calpurnio Piso Caesonino, console nel 58 a.c., e fratello di Calpurnia, la terza e ultima moglie di Giulio Cesare. Fu un confidente degli imperatori Augusto e Tiberio. 
    Per il suo incarico di pontefice dovette Lucio Calpurnio Piso Pontefice, per distinguerlo dal contemporaneo Lucio Calpurnio Pisone l'Augur, console nell'1 a.c..

    Dopo il consolato divenne proconsole in Mediolanum. Cassius Dio lo riferisce governatore della Panfilia dal 13 all'11 a.c.. Nell'11 a.c., fu inviato in Tracia come propretore per abbattere una rivolta, ottenendo un trionfo dal senato.

    Fu praefectus urbi dal 13 al 32 d.c.. e consigliere fidato di Augusto e di Tiberio. Era un membro del collegio pontificio e degli Arval Brethren. Morì nel 32, e ricevette un funerale di stato.


    - Lucius Calpurnius Piso Caesoninus -

    Figlio di Lucio Calpurnio Piso Caesonino, console nel 58 a.c, e fratello di Calpurnia, terza e ultima moglie di Giulio Cesare. Confidente degli imperatori Augusto e Tiberio. Il suo incarico di pontefice lo portò a volte a chiamarsi Lucio Calpurnio Piso Pontefice, per differenziarlo dal coevo Lucio Calpurnio Pisone l'Augur, console nell'1 a.c.

    Piso fu console nel 15 a.c, e poco dopo proconsole in Mediolanum. Cassius Dio lo riferisce  governatore della Panfilia dal 13 all'11 a.c.; la sua provincia probabilmente. Nell'11 a.c., fu inviato in Tracia come legato pro pretore per sedare una rivolta. Al suo ritorno il Senato gli concesse il trionfo.

    Fu praefectus urbi dal 13 al 32 d.c. e consigliere fidato di Augusto e Tiberio. Fu membro del collegio pontificio e dei Fratelli Arvali. Morì nel 32, ed è stato onorato con un funerale di stato.
     

    Lucio Calpurnio Pisone -

    Console nel 15 a.c.; iniziò come questore nel 23 a.c., poi proquestore di Augusto in Sicilia ed Asia, e pretore nel 18 a.c. e nel 16 a.c. proconsole della Gallia traspadana. Nel 15 a.c. venne nominato console, e nel 13 a.c. fu inviato a governare la provincia di Galazia e Pamphilia, per soggiogare le tribù del Tauro.. Nell'11 a.c., fu chiamato in Tracia per l'insurrezone dei Bessi che iniziarono a ritirarsi, ma Pisone entrò nei loro territori e, dopo una prima sconfitta, li vinse e devastò i loro territori e quelli delle popolazioni limitrofe che erano insorte insieme a loro.
    Accompagnato da un paio di legioni, vi rimase a combattere dall'11 al 9 a.c., sottomettendo tutte le popolazioni traciche. Per questi motivi gli vennero tributati delle supplicationes e il trionfo. Le operazioni in Tracia proseguivano la conquista di tutta l'area illirico-balcanica, iniziata da Agrippa nel 13 a.c. e terminata da Tiberio tra il 12 ed il 9 a.c..Più tardi ricoprì la carica di proconsole d'Asia, e dal 12 fu nominato praefectus urbi, carica che ricoprì fino alla morte, avvenuta nel 32, da tutti lodato per la sua moderazione e dedizione al dovere.


    Gneo Calpurnio Piso - 

    Console nel 7 ac, Era un uomo di carattere violento, incapace di obbedire e arrogante. Si considerava superiore ai figli di Tiberio. Il matrimonio di Piso con Plancina, donna di rango e ricchezza nobili, aumentò la sua ambizione. Fu incaricato della zecca imperiale e nel 7 a.c. fu fatto console con Tiberio, poi inviato da Augusto come legato in Spagna. Tra il 5 e il 2 dc divenne Pontefice. Nel 3 a.c. fu proconsole della provincia dell'Africa e della Hispania Tarraconensis nel 9 d.c. dove fu crudele con il popolo spagnolo. 
    Nel 16 d.c., sostenne contro Tiberio che il senato dovrebbe essere in grado di condurre affari senza l'imperatore se l'imperatore era lontano da Roma. Nel dibattito tra Piso e i senatori vicini a Tiberio perse Piso. Nel 17 d.c., l'erede designato Germanico ricevette il comando dell'Impero orientale e Piso fu nominato suo legato e governatore della Siria per aiutarlo. Questo appuntamento venne con il comando di quattro legioni. Sebbene sia lui che Germanico fossero dello stesso grado, Germanico aveva maggiore autorità (imperium maius). Secondo Tacito Piso era stato nominato per controllare  Germanico e Tiberio gli aveva dato istruzioni segrete per contrastarlo.
    Nel 19 Germanico era partito in Egitto, e al ritorno trovò che Piso aveva ignorato i suoi ordini alle città e alle legioni. Germanico furioso ordinò il richiamo di Piso a Roma. Poi Germanico si ammalò e, sebbene Piso avesse lasciato la provincia, dichiarò che Piso lo aveva avvelenato. Il 10 ottobre, Germanicus morì a causa della malattia e Piso riprese subito il comando della Siria suscitando molta indignazione. Molte persone sospettavano che Piso avesse avvelenato Germanico, anche se non fu mai provato. 
    Tiberio fu costretto a ordinare un'indagine, poi rinviò il caso al Senato, ma non fece alcuno sforzo per nascondere i suoi sentimenti: concesse a Piso di convocare testimoni di tutti gli ordini sociali, compresi gli schiavi, e gli fu concesso più tempo per chiedere l'accusa, ma non fece differenza, prima della condanna, Piso si suicidò, anche se Tacito suppone che Tiberio possa averlo assassinato, temendo la propria implicazione nella morte di Germanico. 
    Le accuse mosse contro Piso:
    - Insubordinazione
    - Corruzione
    - Abbandonare e rientrare in una provincia
    - Giustizia sommaria
    - Distruggere la disciplina militare
    - Abusare del fiscus principis (soldi dell'imperatore)
    - Fomentare la guerra civile
    - Violare la divinità di Divus Augustus (sacrilegio).
    Sebbene l'omicidio di Germanico fosse una delle accuse mosse contro di lui, fu solo in realtà riconosciuto colpevole di abbandonare e rientrare in Siria senza autorizzazione a condurre la guerra, e di violare l' impero germanico, poiché la sua autorità era inferiore a quella di Germanico, a cui il senato aveva dato l'imperium maius nelle province orientali prima della sua partenza nel 17 d.c. 

    Il senato aveva alienato la sua proprietà, proibito il lutto e rimosso le sue immagini a damnatio memoriae, e ordinò ai curatores locorum publicorum iudicandorum di rimuovere e distruggere le strutture costruite sopra Porta Fontinalis per collegare le sue proprietà. Invece restituì la proprietà di Piso ai suoi due figli, a condizione che alla figlia Calpurnia fossero dati 1.000.000 sesterzi come dote e 4.000.000 come proprietà. Sua moglie Plancina fu assoltain qualità di amica Livia. Ma dopo la morte di Livia nel 29 d.c., Plancina venne richiamata a giudizio si suicidò prima della sentenza.


    Marcus Calpurnius Piso -

    Il figlio più giovane del console del 7 a.c., fu accusato con suo padre, ma Tiberio non credette alla sua colpevolezza, anzi sembra avesse detto che "se non riusciva a farsi amare nemmeno da Marco Calpurnio, egli non era degno di vivere".


    - Lucio Calpurnio Pisone l'Augur -

    Console nell'1 a.c. con il collega Cossius Cornelius Lentulus, figlio di Gneo Calpurnio Pisone, console nel 23 a.c., fratello di Gneo Calpurnio Pisone, console del 7 a.c. Poi fu nominato governatore proconsolare dell'Asia. Fu augur, si sposò con una Statilia. Di carattere feroce e violento. Nel 16 d.c., dopo il processo per tradimento e il suicidio di Marcus Scribonio Libo, Calpurnius Piso dichiarò il suo disgusto per la corruzione del sistema giudiziario, voleva lasciare Roma e vivere in esilio volontario fino alla morte, ma fu dissuaso dall'imperatore Tiberio. 
    Nello quello stesso anno, tentò di portare in tribunale Urgulania, un'intima amica di Livia che invece denunciò Calpurnio Pisone. Tiberio fu costretto a intervenire e Urgulania fu costretta a pagare una multa. Nel 20 d.c., Calpurnius Piso era uno dei difensori di suo fratello per accuse di tradimento, sospettato di aver ucciso Germanico. Nel 24 d.c., Piso fu sollevato dall'accusa di maiestas, ma morì prima che il caso potesse arrivare in tribunale.

    - Calpurnio -

    Vessillifer della I legione in Germania all'adesione di Tiberio nel 14 d.c., impedì ai soldati di Germanico di uccidere Munazio Plancus, l'inviato del senato.


    Lucio Calpurnio Pisone -
    Accusato di aver complottato contro la vita di Tiberio nel 24 d.c.


    - Lucius Calpurnius Piso
    Pretore in Hispania Citerior nel 25 d.c.


    Lucius Calpurnius Piso -

    Console nel 27 d.c.  Figlio di Cneus Calpurnius Piso, console del 7 a.c., in seguito alla damnatio che colpì quest'ultimo, nel 20 dovette mutare il praenomen in Lucius. Nel 36-37 fu prefetto urbano, nel 38-39 proconsole in Africa. Lucio viveva ancora all'epoca di Vespasiano.


    Gaio Calpurnio Pisone - 

    Console suffetto nel 41 d.c. con l'imperatore Claudio (VI), sostituendo prima Gneo Senzio Saturnino e poi Publio Cornelio (II); autore della cospirazione contro Nerone nel 65 d.c.


    Lucius Calpurnius -

    Console nel 57 d.c. con l'imperatore Nerone. Figlio di Lucio Calpurnio Pisone, che era stato costretto a cambiare il suo praenomen da Gneo a Lucio a causa del coinvolgimento di suo padre in una cospirazione contro Tiberio. Fu curatore aquarum per Roma 60-63. Nell'anno 62 l'imperatore Nerone nominò Piso, come membro di una commissione per gestire le entrate pubbliche. Nel 69 d.c., divenne proconsole dell'Africa. Fu membro dei Fratelli Arvali negli anni 57, 58, 59, 60 e 63. Sposò Licinia Magna da cui ebbe la figlia Calpurnia che sposò Calpurnio Galeriano, figlio di Gaio Calpurnio Pisone.
    Mentre governava l'Africa romana, scoppiò la guerra civile nell'Anno dei Quattro Imperatori. Sia la provincia che Piso sostenevano Vitellio, ma il comandante della legione di stanza in Nordafrica, Gaio Calpetano Ranzo Quirinale Valerio Festo, era segretamente in comunicazione con Vespasiano. Dopo la morte di Vitellio, Claudius Sagitta, un prefetto degli equites, raggiunse l'Africa e disse a Piso che era stato emesso un ordine per ucciderlo, che suo genero era stato giustiziato e che l'unica speranza di salvezza era di fuggire da quei sostenitori di Vitellio rimasti in Gallia e in Spagna, o difendersi a Cartagine. Poco dopo un messaggero, Gaio Licinio Mucianus, arrivò come inviato da Mucianus, un partigiano di Vespasiano per ucciderlo. Il proconsole ordinò che il messaggero fosse giustiziato e rifiutò di adempiere a qualsiasi compito fuori dal palazzo, come tentativo di difendersi da una rivolta.
    Allora Festo mandò una truppa di cavalleria per uccidere Piso. Lo assassinò, prese il controllo della provincia e dichiarò Vespasiano imperatore.


    Lucio Calpurnio Piso Licinianus -

    Nominato erede dell'imperatore Galba, e assassinato per ordine di Otho nel 69 d.c. Liciniano fu uno dei figli di Marco Licinio Crasso Frugi (console 27) e Scribonia. Tramite suo padre, Liciano era della gens Licinia, ma deve essere stato adottato nella gens Calpurnia.

    BUSTO DI GALBA
    I nonni materni di Liciniano erano discendenti di Pompeia, la figlia di Pompeo dal terzo matrimonio con Mucia Tertia. Suo nonno paterno era console e governatore Marco Licinio Crasso, figlio adottivo del console e generale Marco Licinio Crasso Dives, il nipote del triumviro Marco Licinio Crasso. Suo fratello Gneo Pompeo Magno fu il primo marito di Claudia Antonia, figlia dell'imperatore Claudio , e l'altro fratello Marco Licinio Crasso Frugi II era il bis-bisnonno di Marco Aurelio.

    Licinianus divenne l'erede ufficiale di Galba dal 10 gennaio al 15 gennaio 69. Fu nominato per rafforzare la posizione di Galba quando due legioni in Germania Superiore si ribellarono contro di lui a sostegno del loro comandante Aulo Vitellio. Quando l'anziano Galba scelse un erede, il suo console, Tito Vinius, propose Otho, ma Galba disapprovava l'immoralità di Otho, credendo che sarebbe stato poco migliore di Nerone. 

    Invece scelse Liciniano, su consiglio del suo prefetto del pretorio, Cornelius Laco, che Svetonio descrive come un "giovane bello e ben educato". Liciniano aveva goduto di un'ottima reputazione per la sua integrità, rettitudine e moralità. Galba aveva definito Licinianus "figlio mio" e aveva individuato Liciniano tra la folla in uno dei suoi ricevimenti mattutini. Galba nominò Liciniano come erede del suo nome, il trono romano e le sue proprietà. Galba condusse quindi Liciniano nel campo della guardia pretoriana, dove Liciniano fu adottato formalmente e pubblicamente.

    Otho si aspettava di essere scelto. Rimase scioccato e deluso nel sentire la scelta di Galba, Otho decise quindi di assassinare entrambi gli uomini per diventare imperatore. Il 15 gennaio, Galba venne ucciso per strada da una decina di soldati. Anche Vinius fu ucciso, nonostante avesse gridato che Otho non aveva ordinato la sua morte. Tra tutte le guardie del corpo imperiali, solo un centurione, il Sempronio Densus, osò opporsi agli assassini. Armato solo di un pugnale, affrontò da solo un vasto gruppo di uomini armati e, denunciando il loro ammutinamento e combattendoli fino alla morte, comprò il tempo di Licinianus per fuggire. Licinianus fuggì e si nascose nel tempio delle Vestali.
    Ma lo trascinarono fuori e lo uccisero. Aveva trentun anni. Tacito afferma che Otho "aveva studiato la testa mozzata della vittima con peculiare malevolenza, come se i suoi occhi non potessero mai saziarsi ". La morte di Licinianus non era abbastanza; Otho uccise anche Cornelius Laco. 

    Centoventi persone tentarono di rivendicare il merito per aver ucciso Galba e Licinianus, aspettandosi di essere ricompensati, e a tal fine fu fatto un elenco dei loro nomi. Tuttavia, quando Otho fu deposto da Vitellio, il nuovo imperatore trovò la lista e ordinò che tutti fossero giustiziati.
    Liciniano aveva sposato Verania Gemina, che proveniva da una famiglia di rango consolare. In seguito, Otho consegnò la testa di Liciniano a Verania, che aveva dato ad Otho una grossa somma di denaro per essa. Verania aveva seppellito la testa di Liciniano insieme al suo corpo in una tomba situata sulla Via Salaria. Sembra che Verania e Licinianus non avessero figli.


    - Calpurnius Piso Galerianus -

    Figlio del console del 41 d.c., Lucio Calpurnio Pisone e sua moglie Licinia, figlia del console Marco Licinio Crasso Dives e sorella di Marco Licinio Crasso Frugi. Senatore, alto e di bell'aspetto, eccellente oratore, ricco e generoso, cantore tragico sui palcoscenici. Tra una vasta gamma di interessi, Piso cantava sul tragico palcoscenico, scriveva poesie, suonava, era un esperto del gioco Latrones e possedeva una splendida villa a Baiae. Nel 40 dc, l' imperatore Caligola bandì Piso da Roma dopo che si era preso una cotta per la moglie di Piso. Caligola costrinse la moglie di Piso a lasciare il marito, e poi accusò Piso di adulterio con lei per stabilire una causa per l'esilio. Piso tornò a Roma un anno dopo, dopo l'assassinio di Caligola.

    Nel 41 d.c., l' imperatore Claudio richiamò Piso a Roma e lo nominò suo console. Piso divenne senatore durante il regno di Nerone e nel 65 ma segretamente organizzò la "cospirazione pisoniana" contro Nerone, sfruttando la rabbia dei senatori e degli equites. Ma nel 65 il liberto Milichus tradì Piso e tutti i cospiratori furono arrestati, 19 furono messi a morte e 13 esiliati. A Piso fu ordinato di suicidarsi e così si uccise.

    - Calpurnius Piso Galerianus -
    Figlio del precedente, sposò Calpurnia, figlia di Licinia Magna e Lucius Calpurnius Piso, e divenne console nel 57, ma fu giustiziato in 70 per essersi opposto all'imperatore Vespasiano.


      Gaio Calpurnio Pisone Crasso Frugi Liciano -

      Console suffetto nell'87 d.c., in sostituzione dell'imperatore Domiziano. Crasso è meglio conosciuto per essere sospettato di complotto contro l'imperatore Nerva, a seguito del quale trascorse gran parte del resto della sua vita esiliato da Roma in varie località.

      Crassus tentò di sottrarre parte o tutta la Guardia Pretoriana all'imperatore ma fu presto scoperto. Cassius Dio racconta che Nerva invitò lui e i suoi co-cospiratori a sedersi accanto a lui ad uno spettacolo e in piena vista della folla ha fatto loro consegnare le spade, "apparentemente per ispezionare e vedere se erano taglienti, ma in realtà per dimostrare che non gli importava nemmeno di essere ucciso". Insomma Nerva li sfidò ad assassinarlo. Crasso allora desistette dalla congiura. Il senato chiese la punizione dovuta, cioè la morte, ma Nerva esiliò Crasso e sua moglie a Tarentum.
      Dopo la morte di Nerva e l'ascesa di Traiano, Crasso e sua moglie furono richiamati dall'esilio, ma si dimostrò ancora traditore, e Traiano lo esiliò di nuovo, questa volta in un'isola al largo dell'Italia. Qui Crasso era ancora quando Traiano morì nel 118, e qui fu assassinato nei primi mesi del regno di Adriano. Secondo la Historia Augusta fu assassinato dal procuratore dell'imperatore mentre lasciava l'isola, perchè lo faceva contro il volere di Adriano.


      Gaio Calpurnio Pisone -

      Console nel 111 d.c.


      - Lucio Calpurnio Pisone -

      Console nel 175 dc, durante il regno di Commodo.


      I CALPURNII BESTIA

      Lucio Calpurnio Bestia -

      Fu eletto tribuno della plebe nel 121 a.c. e, successivamente, console nel 111 a.c.
      Gli fu affidata la guerra contro Giugurta ed egli iniziò energicamente la campagna, ma in seguito, corrotto dal re numida, gli concesse una pace favorevole. Al suo ritorno a Roma venne processato e condannato.


      - Lucio Calpurnio Bestia -

      Tribunum plebis nel 62 ac, uno dei cospiratori di Catilina. Forse il nipote del precedente.Fu eletto tribuno nel 63 a.c. e fu deciso che, dopo essere entrato nel suo ufficio, avrebbe dovuto accusare pubblicamente Cicerone di responsabilità per l'imminente guerra. Questo doveva essere il segnale per lo scoppio della rivoluzione. La cospirazione, tuttavia, fu abbattuta e Bestia dovette accontentarsi di consegnare un violento attacco al console alla scadenza del suo ufficio.


      I CALPURNII BIBULI

      - Marco Calpurnio Bibulo - 

      Console nel 59 a.c. (con Cesare); (102 – 48 a.c.) Fu nominato edile nel 65 a.c. al fianco di Gaio Giulio Cesare, che assunse direttamente nelle sue mani i Ludi Romani, estromettendolo da qualsiasi decisione. Eletti pretori nel 62 a.c., Bibulo e Cesare lavorarono nuovamente insieme, col risultato che Bibulo gli fece un'opposizione continua. Durante il suo mandato Bibulo fu chiamato a sedare la ribellione la rivolta dei seguaci di Catilina tra i Peligni.

      MARCO CALPURNIO BIBULO
      Bibulo aveva sposato Porcia, figlia di Catone l'Uticense, acerrimo nemico di Cesare ed esponente degli optimates, i quali temevano che una larga fetta del loro potere gli venisse sottratta dagli esponenti della plebe. Dopo il triunvirato del 60 a.c. tra Pompeo Magno, Licinio Crasso e Cesare, nel 59 a.c. Bibulo fu eletto console grazie ai voti comprati da Catone e dagli altri optimates sconfiggendo Lucio Lucceio, il candidato di Cesare.

      Divenuto console, Bibulo pose il veto alla di legge di Cesare di comprare terre per i soldati di Pompeo che avevano combattuto in Oriente. Ritardato così il passaggio della legge in Senato, Cesare dovette sottoporre la legge al comizio centuriato, chiedendo a Pompeo e Crasso la loro posizione ed entrambi lo appoggiarono pubblicamente. 

      Allora Bibulo, leggendo gli auspicia quando si riunì l'assemblea, riportò presagi sfavorevoli che per legge comportavano lo scioglimento dell'assemblea, ma Cesare ignorò gli auspicia e stabilì il giorno della votazione, durante il quale aizzò la folla dal tempio di Castore, mentre Bibulo e i suoi tribuni si dirigevano al foro per denigrare la legge. Aggrediti dalla folla, Bibulo scoprì il collo invitando la folla ad ucciderlo, ma fu invitato alla calma dai suoi amici. La proposta di legge di Cesare venne approvata e invano Bibulo supplicò il giorno dopo il senato di annullarla.

      Da quel momento Bibulo non partecipò più alle assemblee del Senato lasciando a Cesare il completo controllo del consolato, tanto che il 59 a.c. venne definito l'anno dei consoli Giulio e Cesare, cioè di Giulio Cesare. Ma non era finita perchè Bibulo, affiggendo editti pubblici, spinse affinché le elezioni consolari del 58 a.c. fossero posticipate al 18 ottobre, ma in agosto Bibulo e Cornelio Lentulo Crure, uno dei candidati al consolato del 58, furono accusati da Lucio Vezio di tramare la morte di Pompeo. Vezio fu poi ucciso il giorno prima che Bibulo fosse interrogato sul suo possibile coinvolgimento nel progetto e Lentulo non fu eletto quando si svolsero le elezioni posticipate.

      Bibulo si oppose a che Cesare ottenesse la carica quinquennale di governatore delle province della Gallia Cisalpina e Transalpina, ma venne respinto. Alla fine dell'anno 59 a.c. Bibulo si presentò in assemblea per il tradizionale giuramento dichiarando di aver fatto il suo dovere, ma il nuovo tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, pose il veto bloccandogli il discorso. Bibulo continuò ad attaccare Pompeo in Senato, tanto che Pompeo si convinse che Bibulo volesse assassinarlo. Bibulo votò a che a Pompeo non andasse in Egitto per riportare sul trono Tolomeo XII, ma gli optimates erano ora a favore di Pompeo per fermare Cesare, così Bibulo illegalmente propose nel 52 a.c. a Pompeo di ricoprire la carica di "consul sine collega" e il Senato accettò.

      Bibulo fu nominato governatore della Siria nel 51 a.c., reclamando per sè la vittoria ottenuta da Gaio Cassio Longino sui Parti ad Antiochia, per la quale il Senato gli concesse un ringraziamento per venti giorni. Tornato in Occidente nel 49 a.c. si schierò dalla parte di Pompeo contro Cesare, e venne messo a capo della flotta di Pompeo nell'Adriatico, affinchè Cesare e le sue truppe non potessero passare da Brindisi per giungere nell'Epiro. Pensò che per l'inverno potesse stare tranquillo, ma non conosceva Cesare che traversò il 6 novembre del 49 a.c., con la sua flotta l'Adriatico, di sera anzichè di giorno e d'inverno anzichè in primavera giungendo nei pressi di Corfù. Nonostante Bibulo stazionasse a circa cinquanta miglia, non aveva inviato esploratori e le sue navi non erano pronte per essere messe in mare, così non riuscì ad intercettarne le navi. Bibulo bloccò tutti i porti lungo la costa, per lasciare Cesare bloccato nell'Epiro, ma si ammalò prima della fine dell'inverno e morì nei pressi di Corfù nel 48 a.c..


      - Calpurnio Bibulo

      Il nome di due figli di Marco Calpurnio Bibulo, di cui non si conoscono i praenomina; furono uccisi dai soldati di Aulus Gabinius in Egitto, nel 50 ac. 


      Lucio Calpurnio Bibulo -



      (... – 31 a.c.), Figlio di Marco Calpurnio Bibulo e di Porcia, figlia di Catone Uticense. Le uniche notizie pervenutaci riferiscono che dopo l'uccisione di Cesare passò dalla parte di Bruto e partecipò alla battaglia di Filippi. Perdonato da Antonio, passò dalla sua parte, ottenendo il comando della flotta nel 36 a.c. e il governatorato della Siria da Augusto dal 34 al 32 a.c. Fu scrittore e amico di Orazio che lo cita nelle Satire. Morì intorno al 32 a.c.


      ALTRI

      Gaio Calpurnio Aviola -

      Console nel 24 d.c., forse uno dei Pisoni. Padre di Manius Acilius Aviola, console in 54. Fu console suffetto nel 24 con Publio Cornelio Lentulo Scipione come collega. Fu governatore dell'Asia nel 37/38.  Forse è il soggetto di un fatto registrato da Plinio il Vecchio e Valerio Massimo. Ritenuto morto, il suo corpo fu posto sopra una pira funeraria, che fu poi illuminata. Al che si dice che sia tornato in vita, ma a causa dell'intensità delle fiamme, Aviola non può essere salvato e bruciò a morte. Questo deve essere avvenuto prima della morte di Tiberio nel 37, poiché Valerio Massimo pubblicò le sue opere durante il regno di quell'imperatore.


      - Calpurnio Salviano -

      Accusò, nel 25 d.c., Sesto Mario, uomo di immensa ricchezza, che venne condannato a morte e gettato dalla Roccia Tarpea sotto l'imperatore Tiberio, che ambiva le sue ricchezze. Per l'accusa nel 33 fu rimproverato da Tiberio, bandito dal Senato e mandato in esilio.


      - Calpurnia

      Concubina preferita dell'imperatore Claudio, inviata da Narciso per informare l'imperatore del matrimonio di Messalina e Gaio Silio. 


      - Calpurnia

      Donna di alto rango, esiliata per la gelosia di Agrippina, moglie di Claudio, ma richiamata da Nerone nel 60 dc, dopo l'omicidio di Agrippina.

      Calpurnio Fabatus - 

      Nonno di Calpurnia, terza moglie di Plinio il Giovene.  Possedeva una casa di campagna, Villa Camilliana. Sopravvisse a lungo a suo figlio, il suocero di Plinio, in memoria del quale eresse un portico a Comum, in Gallia Cisalpina. Nel 64  fu accusato di essere al corrente dei crimini di incesto col nipote e magia che erano stati denunciati contro Junia Lepida, moglie di Gaius Cassio Longino. Con un appello a Nerone, il giudizio contro Fabatus fu rinviato, e alla fine riuscì a eludere l'accusa. Secondo un'iscrizione, Fabatus morì a Comum.


      - Calpurnia

      La terza moglie di Plinio il Giovane.


      Lucio Nonio Calpurnio Torquato Asprenate - 

      Console nel 94; suo nonno era quel Lucio Nonio Asprenate, console nel 6, che fermò i Germani dopo la disfatta di Teutoburgo. Visse sotto l'imperatore Domiziano, fu proconsole della provincia d'Asia nel 70, sotto Vespasiano divenne augure e sodale augustale. Nominato governatore della Galazia e della Panfilia dall'imperatore Galba, indusse i partigiani del falso Nerone a mettere a morte l'usurpatore.


      - Marcus Calpurnio [...] icus -

      Consul suffectus nel 96 d.c. Da epigrafe.

      DEDEICA AL SOL INVICTUS DAI SOLDATI
      DELLA LLEGIO VI ViICTRIX DI SESTO AGRICOLA

      Sesto Calpurnio Agricola -

      (125 - 169), Console suffectus attorno al 158/159. Vissuto all'epoca degli Antonini, fu nominato governatore della Germania Superiore attorno al 158, in seguito della Britannia tra il 163 e il 166 e da ultimo delle tre Dacie dal 167 al 169. 

      Morì in battaglia lungo i confini occidentali della Dacia, in seguito agli scontri contro i Sarmati Iazigi, i Buri e i Daci, nella regione del Banato del fiume Tisza, durante le guerre marcomanniche
      (167-189)


      Calpurnio Flaccus -

      Retore ai tempi di Adriano (117-138), le cui cinquantunne declamazioni spesso accompagnano quelle di Quintiliano, pubblicate per la prima volta da Pierre Pithou a Parigi nel 1580. Plinio il Giovane scrive a Flacco, il quale, in alcune edizioni, si chiama Calpurnio Flacco.


      -Lucio Calpurnio Pisone

      Console nel 175. Dovrebbe essere il Lucio a cui venne attribuita l'opera "Il fato" di Plutarco.


      Lucio Calpurnio Piso Frugi -

      Usurpatore del III secolo descritto solo nella inaffidabile Historia Augusta, modellata sull'opera simile di Svetonio, per cui la cui esistenza è discutibile.

      Piso sarebbe stato discendente della gens Calpurnia e avrebbe ricevuto il titolo Frugi per le sue severe virtù; forse ha anche ricevuto il titolo di Salonicco. Dopo la morte di Valeriano per mano dei Persiani, il suo successore, l'imperatore Gallieno, inviò Valente, proconsole di Acaia, a sopprimere la rivolta dei Macriani in oriente. 

      Secondo l' Historia Augusta, Piso fu inviato a sua volta da Macriano (non si sa se iunior o senior) nell'Acaia in Grecia per uccidere Valente. Invece, Piso si ritirò in Tessaglia, dove si autoproclamò imperatore e alla fine fu ucciso dai soldati di Valente.


      Servio Calpurnio Domizio Destro -

      Console nel 225. Probabilmente di origine italica; suo padre dovrebbe essere stato Calpurnio Massimo, console suffetto nel 203 o 204. Fu triumvir monetalis, responsabile della coniazione delle monete, questore candidato e pretore. Intorno al 180 divenne responsabile della manutenzione della via Emilia; in seguito fu legato del proconsole d'Asia. Nel 225 divenne console ordinario; fu anche Quindecimvir sacris faciundis, come capo del collegio (Magister collegii).


      - Lucio Calpurnio Pisone Frugi -

      Usurpatore durante l'impero di Gallieno (regno 253 al 268). La sua storicità è posta in discussione, essendo l'inaffidabile lista dei Trenta Tiranni della Historia Augusta l'unica fonte.
      La Historia afferma che Pisone discendeva dalla gens Calpurnia e che ricevette il titolo Frugi per i morigerati costumi; è anche possibile che abbia avuto il titolo Thessalicus.

      Dopo la sconfitta e cattura dell'imperatore Valeriano per mano dei Sasanidi (260), il suo collega e successore, il figlio Gallieno, inviò Valente Tessalonico a sopprimere la ribellione dei Macriani, che si erano messi alla testa dell'esercito d'oriente. Secondo la Historia, Pisone fu inviato da Macriano (non è chiaro se fosse il padre o il figlio) in Achaea (Grecia), per uccidere Valente. Invece Pisone si diresse in Tessaglia, ove si proclamò imperatore, prima di essere ucciso dai soldati di Valente


      Tito Calpurnio Siculo -

      Poeta, che probabilmente fiorì nella II metà del III secolo. Undici ecloghe ci sono state tramandate sotto il suo nome, di cui le ultime quattro sono ora generalmente attribuite a Nemesiano , che visse nel tempo dell'imperatore Caro (222-283) e dei suoi figli (II metà III secolo).


      - Calpurnio -

      Diacono cristiano del IV secolo e padre di San Patrizio (difficile da credere perchè s. Patrizio è del V secolo)
      1591. Nella vigna Peranda, fuor della porta salaria al 1° miglio, si scuopre il sepolcro di M. Calpurnius Sextio. CIL. VP, 14198. (Rodolfo Lanciani)


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      TITO MANLIO TORQUATO CONDANNA A MORTE SUO FIGLIO

      Nome originale: Titus Manlius Imperiosus Torquatus
      Nascita: 400 avanti Cristo
      Morte: ?
      Genitori: Lucio Manlio Capitolino Imperioso
      Consolato: 347 a.c. 344 a.c. 340 a.c.
      Dittatura: 353 a.c. 349 a.c.
      Gens: Manlia



      Non si può capire chi sia stato Tito Manlio Torquato senza comprendere chi fosse stato suo padre, cioè Lucio Manlio Capitolino Imperioso.



      LUCIO MANLIO CAPITOLINO IMPERIOSO

      Lucio Manlio Capitolino Imperioso (... – ...) è stato un politico romano che nel 363 a.c. venne eletto dittatore per condurre la cerimonia con cui si piantava un chiodo alle idi di settembre, per scongiurare la pestilenza che da tre anni imperversava a Roma.

      Si dimise però in breve dalla carica in seguito all'opposizione dei tribuni della plebe, per il suo tentativo di chiamare la leva, per condurre una campagna militare contro gli Ernici. La smania di gloria per lui era tale che sperava in una guerra da condurre onde avere lustro e magari un trionfo. Pertanto invece di occuparsi della peste si preoccupò di indire una guerra scagliandosi contro i giovani renitenti, già molto provati dalla peste.

      «Ciò non ostante in quel periodo sembrò essere di per sé motivo sufficiente per la nomina di un dittatore. Per tale ragione venne eletto Lucio Manlio il quale, come se fosse stato nominato per condurre una guerra e non per assecondare una semplice superstizione, aspirando a portare guerra agli Ernici, suscitò il malcontento dei giovani bandendo una leva che non ammetteva esclusioni. Ma alla fine, quando tutti i tribuni della plebe insorsero uniti contro di lui, si lasciò piegare dalla forza o dalla vergogna e rinunciò alla dittatura
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 3.)

      Lucio Manlio era un uomo privo di sentimenti verso gli altri e verso i figli che non solo avrebbe sacrificato volentieri per la propria gloria, ma di cui si sentiva perfino in conflitto, temendo potessero oscurare la sua fama. 

      L'anno successivo infatti fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio, per la crudeltà di carattere con cui aveva chiamato la leva, e per come crudelmente avesse trattato il figlio Tito Manlio Imperioso Torquato.

      «Tra le altre imputazioni il tribuno lo accusava del comportamento tenuto nei riguardi del figlio: quest'ultimo, benché non fosse stato riconosciuto colpevole di alcun reato, era stato bandito da Roma, dalla casa paterna e dai penati; Manlio lo aveva allontanato dal foro, privato della luce del giorno e della compagnia dei coetanei, costretto a un lavoro da schiavo»
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 4.)

      Il processo però non ebbe luogo, proprio per l'intervento a favore del padre del figlio Tito Manlio Torquato, che arrivò a minacciare di morte il tribuno, se non avesse ritirato l'accusa. In realtà il figlio era crudele e spietato quanto il padre, proprio in quanto era succube e connivente col padre. Non era il padre ad avere ragione ma i padri in genere, per cui lui avrebbe avuto tutti diritti quando fosse diventato padre, cioè si sarebbe scagliato sul figlio come suo padre aveva fatto con lui.

      «Dopo che a tutti i presenti venne ordinato di allontanarsi dalla stanza, afferrò il coltello e, fermo in piedi sopra il letto del tribuno con in mano l'arma pronta a colpire, minacciò di pugnalarlo lì sul momento, se Pomponio non avesse giurato, nei termini che egli stesso avrebbe imposto, di non aver alcuna intenzione di convocare un'assemblea popolare per mettere suo padre sotto accusa»
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 5.)

      TITO MANLIO VINCE IL GALLO

      TITO MANLIO TORQUATO

      Tito Quinzio Peno Capitolino Crispino fu un politico romano del IV secolo a.c. che fu nominato dittatore nel 361 a.c. per condurre la guerra contro i Galli riportando una vittoria che fu celebrata con un trionfo nello stesso anno. 

      Durante questa stessa guerra Tito Manlio Torquato, figlio di Lucio Manlio Capitolino Imperioso, vinse in duello un nemico fisicamente molto più alto e possente di lui, e, dopo avergli strappato la collana (torque) e averla messa al suo collo, prese per sempre il soprannome di "Torquato" per sé e per i suoi discendenti. I Galli, intimoriti da tanto valore e da tanta maestria, si decisero ad abbandonare il campo di battaglia.

      «E per Ercole quel duello fu così determinante nello svolgimento dell'intera guerra che l'esercito dei Galli la notte successiva lasciò l'accampamento in fretta e furia e si diresse nel territorio dei Tiburtini.»
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, Libro VII, 11)

      Tito Manlio Torquato dimostrò di essere un grande militare e un grande condottiero, ma pure di essere spietato come suo padre, e soprattutto di non essere padre. Secondo altri, avrebbe combattuto nel 367 a.c., in veste di "tribunus militum consulari potestate" contro i Galli, presso il ponte dell'Aniene, e, vinto in singolar tenzone uno degli avversari, gli avrebbe tolto la collana (torques), dal che gli sarebbe derivato il cognome di Torquatus.

      - Dopo che i Galli avevano posto l'accampamento dalle due parti del fiume Aniene, l'esercito romano usci dalla città. Nel mezzo c'era un ponte; un Gallo di grande stazza, dopo che era arrivato nel ponte libero, a gran voce disse: 
      "Venga a combattere, quello che è il più forte di Roma!" 
      Allora Tito Manlio si diresse dal comandante: 
      "Se tu me lo permetti, voglio mostrare a codesta belva la virtù di Roma"
      A questo il comandante: 
      "Te lo permetto, Tito Manlio, e teni alto l'invincibile onore Romano!' 
      II Gallo lo aspettava stupidamente felice, e lo disprezzava brevemente, infatti dopo che si fermarono tutti e due tra le due schiere, il Gallo scagliò la spada con un gran rumore nell'armatura di Manlio. In verità Manlio finse che lui era stato colpito dalla spada. e con l'arma del Gallo, sia con uno che con l'altro attacco gli tagliò il ventre; mentre il Gallo era a terra gli tolse la collana, che pose
      al suo collo sporco di sangue. Da ciò Manlio prese il cognome di Torquato.
      -

      Nel 353 a.c., quando sembrò che Cere si fosse alleata con Tarquinia contro Roma, fu nominato dittatore. Mentre Roma organizzava la campagna, giunsero a Roma gli ambasciatori di Caere per implorare la pace, poichè solo pochi cittadini, fattisi convincere dai tarquiniesi, erano avversi a Roma, la maggior parte dei cittadini si sentivano in pace con Roma. Pertanto venne rinnovata questa pace con Cere, e Tito Manlio potè rivolgere l'esercito contro i Falisci, senza però arrivare ad uno scontro in campo aperto.

      Nel 349 a.c. fu nominato dittatore una terza volta, perché presiedesse alle elezioni consolari. Per il suo valore militare, anche in questo simile a suo padre, venne eletto console nel 347 a.c. assieme a Gaio Plauzio Venoce Ipseo.

      Venne eletto console per la terza volta nel 344 a.c. insieme al collega Gaio Marcio Rutilo, nell'anno in cui un evento prodigioso portò alla nomina di un dittatore, e cioè Publio Valerio Publicola. Di nuovo venne eletto console (per la terza volta) nel 340 a.c., chiamato a guidare il suo esercito nella Guerra Latina.



      Il FILICIDA

      La Repubblica romana, stavolta alleata alla confederazione sannitica, era infatti entrata in guerra coi vicini popoli Latini, alleati ad alcune città dei Campani, dei Volsci, degli Aurunci e dei Sidicini, guerra che si protrasse dal 340 a.c. al 338 a.c.. Fu qui che condannò a morte il figlio Tito Manlio Torquato per la vittoria contro il suo sfidante latino, conseguita senza il suo permesso. (Tito Livio, Ab urbe condita VIII, 7, 13-22)

      La cosa andò così: nella guerra latina era stato proclamato dai consoli che i soldati non combattessero contro il nemico senza l'ordine. Per caso Manlio, figlio dell'altro console, giovane di esimio aspetto e virtù, uscendo dall'accampamento con i compagni, fu chiamato dal prefetto dei cavalieri e fu sfidato ad un singolare duello. Era vergognoso allora rifiutare il duello, e così Manlio, forse volendo emulare la gloria di suo padre, immemore dell'editto dei consoli, lottò con il nemico e lo sconfisse.

      «Il Romano (Tito Manlio), tenendo alta la punta della spada, colpì col proprio scudo la parte bassa di quello dell'avversario; poi, insinuatosi tra il corpo e le armi di quest'ultimo in modo tale da non correre il rischio di essere ferito, con due colpi sferrati uno dopo l'altro gli trapassò il ventre e l'inguine facendolo stramazzare a terra, disteso in tutta la sua mole. Tito Manlio si astenne dall'infierire sul corpo del nemico crollato al suolo, limitandosi a spogliarlo della sola collana, che indossò a sua volta, coperta com'era di sangue.»
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 10.)

      Il giovane vincitore, pieno delle spoglie del nemico ucciso, tornò all'accampamento con i compagni che esultavano, ma essendo stato il padre informato di quello che era successo, convocò l'assemblea dei soldati e verso tutti disse:
      "Tu, Manlio, hai combattuto il nemico senza l'ordine dei consoli, e hai infranto la disciplina romana, devi pagare la pena con la morte. Saremo un triste esempio ma molto utile e sano ai posteri. Così il console percosse il giovane con la scure."
      Poi gli disse:
      «Poiché tu, Tito Manlio, senza portare rispetto né all'autorità consolare né alla patria potestà, hai abbandonato il tuo posto, contro i nostri ordini, per affrontare il nemico, e con la tua personale iniziativa hai violato quella disciplina militare grazie alla quale la potenza romana è rimasta tale fino al giorno d'oggi, mi hai costretto a scegliere se dimenticare lo Stato o me stesso, se dobbiamo noi essere puniti per la nostra colpa o piuttosto è il paese a dover pagare per le nostre colpe un prezzo tanto alto. Stabiliremo un precedente penoso, che però sarà d'aiuto per i giovani di domani. Quanto a me, sono toccato non solo dall'affetto naturale che un padre ha verso i figli, ma anche dalla dimostrazione di valore che ti ha fuorviato con una falsa parvenza di gloria. Ma visto che l'autorità consolare dev'essere o consolidata dalla tua morte oppure del tutto abrogata dalla tua impunità, e siccome penso che nemmeno tu, se in te c'è una goccia del mio sangue, rifiuteresti di ristabilire la disciplina militare messa in crisi dalla tua colpa, va, o littore, e legalo al palo»
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VIII, 7.)

      Così suo figlio venne giustiziato, reo soltanto di essere uscito, contro gli ordini, dalle file per combattere in singolare duello il tuscolano Gemino Mecio, e forse proprio per far colpo sul padre che aveva operato una prodezza del genere.

      Tito Manlio, insieme al collega Decio Mure, condusse poi i romani alla vittoria nella sanguinosa Battaglia del Vesuvio, ma secondo altri vinse invece presso il monte Vescino, a Trifano, e non alle falde del Vesuvio, dove l'altro console trovò la morte nella sua "Devotio". 

      Sconfitti nuovamente i Latini nella battaglia di Trifano, Manlio, tornato a Roma malato, nominò dittatore Lucio Papirio Crasso, perché combattesse contro gli anziati, ed uscì dalla scena politica. E' sconosciuta la data della sua morte. Non un romano integerrimo ma un criminale filicida che la storia ricorderà sempre negativamente.


      Biblio:

      - G. De Sanctis - Storia dei Romani - II - Torino 1907.
      - Tito Livio - Ab Urbe condita libri - VII 9.
      - Storia di Roma dalla fondazione - Newton & Compton editori s.r.l. - Roma 1997.
      - Dionigi di Alicarnasso - Storia di Roma Antica


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    • 09/30/19--04:43: MICIA - VETEL (Romania)
    • L'AREA ARCHELOGICA DI MICIA
      Micia era una grande fortezza romana edificata per le truppe ausiliarie e una parte importante dei limes Daci occidentali. La Dacia era una provincia dell'impero romano che comprendeva i territori dell'attuale Romania, parte della Bulgaria e dell'Ungheria.

      I Romani nel territorio dacico costruirono parecchi forti per proteggersi dagli attacchi di Roxolani, Alani, Carpi, Iazigi, Buri, Vandali, Costoboci e Daci ancora liberi. Onde facilitare il transito delle truppe costruirono poi tre grandi strade militari per unire le città principali. 

      Le strade vennero edificate dagli stessi legionari ormai esperti edili di fortezze, strade, ponti, canali e terme. Una quarta strada, successiva a Traiano, attraversava i Carpazi ed entrava in Transilvania dal passo di Turnu Roșu, un passo di montagna dei Carpazi meridionali della Romania.


      La Dacia fu costituita a partire dalla fine del 106, inizi del 107 ed affidata ad un legatus Augusti pro praetore (un governatore che doveva essere un ex-console), da cui dipendevano due legatus legionis (comandanti di legione) ed un procurator Augusti finanziario. Il sito archeologico si trova vicino al comune di Vețel (Witzel), nella contea di Hunedoara in Transilvania, Romania. 

      La permanenza romana in Dacia, sebbene storicamente limitata a meno di due secoli (la provincia sarebbe stata infatti completamente abbandonata nel 271), lasciò un'impronta duratura sull'area, tanto che la lingua romena che si sarebbe sviluppata nei secoli successivi è rimasta, nonostante l'isolamento entro una regione europea successivamente slavizzata o magiarizzata, una lingua neolatina. E, non da ultimo, il moderno Stato che occupa il territorio dell'antica provincia, si chiama, non a caso, Romania.

      LE TERME
      L'imperatore Traiano era riuscito ad occupare questi ultimi territori ad est della Dacia che però alla sua morte furono abbandonati dal suo successore Adriano. Un errore strategico a cui non fu mai posto rimedio. Ciò avrebbe permesso di ridurre i confini imperiali, avanzando le unità militari sul basso Danubio fino al fiume Siret, con grande risparmio sulle economie militari dell'area.

      Questa guarnigione romana, che misurava 181 x 360 metri, pari a 6,5 ha, monitorava e garantiva la strada e la rotta fluviale per Partiscum, oggi Seghedino, in Ungheria, consentendo ricchi commerci via terra che permisero nuovi centri abitati. Inoltre, c'era un porto fluviale di importanza strategica, che incrementava i commerci via mare.

      Di conseguenza il limes lungo il fiume Mureș, cosiddetto fiume fratello del fiume Olt che costeggiava la fortezza, costituì un'importante via di comunicazione fino a Partiscum, e poi da qui fino alla Pannonia inferiore raggiungendo Lugio o Lussonium.

      RESTI DELL'ANFITEATRO
      Partiscum venne fondata dai romani e si trova alla confluenza dei fiumi Mureș e Tibisco, quindi in posizione anch'essa privilegiata per gli scambi commerciali.

      Micia fu una delle guarnigioni romane a guardia della zona, colonizzata dai romani in quanto piuttosto spopolata, per cui occorreva gente che coltivasse la terra. Molti romani si trasferirono nell'area che pian piano arricchirono la fortezza trasformandola poi in una città.

      L'abbandono della Dacia Traiana dei romani è menzionato dalla Historia Augusta e da Eutropio (Storico del IV secolo) nel suo "Breviarium" libro IX:

      «Provinciam Daciam, quam Traianus ultra Danubium fecerat, intermisit, vastato omni Illyrico et Moesia, desperans eam posse retinere, abductosque Romanos ex urbibus et agris Daciae in media Moesia collocavit appellavitque eam Daciam, quae nunc duas Moesias dividit et est in dextra Danubio in mare fluenti, cum antea fuerit in laeva

      TONDO FUNERARIO DEL II SECOLO 
      «La provincia di Dacia, che Traiano aveva formato oltre il Danubio, è stata abbandonata, dopo che l'Illirico e la Mesia sono state spopolate, perché era impossibile mantenerla. I romani, spostati dalle città e terre di Dacia, si sono sistemati dall'interno della Mesia, che adesso chiamano Dacia, sulla sponda destra del Danubio fino al mare, rispetto a cui la Dacia si trovava prima sulla sinistra.»
      (Eutropio, Breviarium, libro IX.)

      Vi sono indicazioni per cui sappiamo che confluirono nella fortezza:



      - l'Ala I Hispanorum Campagonum 

      Non si sa quando, l'unità arrivò nella provincia della Pannonia inferiore, dove è testimoniata per la prima volta con un diploma datato 114. Nel diploma, l'Ala è elencata come parte delle truppe di stanza nella provincia. 

      Un altro diploma, datato 119, attesta l'unità nella stessa provincia.
      Tra il 119 e il 136/138 l'Ala fu trasferita al superiore di Dacia , dove fu provata per la prima volta con un diploma del 136/138. Nel diploma, l'Ala è elencata come parte delle truppe, che erano di stanza nella provincia. Altri diplomi datati dal 144 al 158 dimostrano l'unità nella stessa provincia.

      L'ultima prova dell'Ala si basa sull'iscrizione ( AE 1983, 847 ), datata 250:
      [Im]p(eratori) Caes(ari) C(aio) M(essio) / [Q(uinto)] Traiano De/[ci]o Pio Felici / [Aug(usto)] pont(ifici) max(imo) / [trib(unicia)] pot(estate) co(n)s(uli) II / proco(n)s(uli) ala / I Hisp(anorum) Camp(agonum) De/ciana c(ivium) R(omanorum) devo/ta Numini ma/iestatiq(ue) eius / ex quaestura / sua.


      - Coh. II Flavia Commagenorum sagittaria

      Il nome onorario si riferisce agli imperatori flaviani Vespasiano, Tito e Domiziano. I soldati di coorte furono reclutati quando l'unità fu dispiegata sul territorio dell'ex Regno di Commagene. 

      Antioco IV di Commagene sostenne Tito durante la guerra ebraica con i soldati. Presumibilmente, le unità ausiliarie chiamate Commagenorum furono realizzate da questi soldati. 


      - Numerus Maurorum Micensium

      Una forza ausiliaria di Micia che controllava la Valle del fiume Mures Valley fino ad Apulum (oggi Alba Iulia), che sorgeva all'incrocio di antiche vie di commercializzazione dell'oro e del sale (considerando la sua notevole vicinanza alle miniere aurifere dell'Alburnus Maior).

      Venne fondata dai Romani durante la conquista della Dacia già a partire dal 102, con un nucleo di veterani.

      Nell'insediamento civile c'erano grandi terme e un piccolo anfiteatro. Il numero elevato di iscrizioni antiche è significativo e illuminante per come era costituita la fortezza.


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    • 10/02/19--05:28: COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI
    • TOMBA PAMPHILI

      RODOLFO LANCIANI - COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI - LO SCEMPIO

      "Pietro Sante Bartoli ci dice che quando venne per la prima volta a Roma verso il 1660, Olimpia Maidalchini e Camillo Pamphili, intenti a gettare le fondazioni del casino, scoprirono "diverse tombe decorate con affreschi, stucchi, e nobilissimi mosaici".

      C’erano anche urne di vetro con resti di abiti d’oro, le figure di un leone e di una tigre che furono comprate dal Viceré di Napoli, il marchese di Leve. Alcuni anni dopo, quando Monsignor Lorenzo Corsini intraprese la costruzione del Casino dei Quattro Venti (da allora annesso alla Villa Pamphili e trasformato in una sorta di arco monumentale), e furono trovate e distrutte, per reimpiegarne i materiali da costruzione, 34 splendide tombe (sig!).

      Non si possono leggere i resoconti di Bartoli ed esaminare le sue 22 tavole che illustrano il testo senza provare un senso di orrore per gli atti che questi personaggi ciechi furono capaci di compiere a sangue freddo.

      Ci dice che le 34 tombe formavano una sorta di piccolo villaggio con strade, marciapiedi e piazze; che erano costruite con mattoni rossi e gialli, di splendida fattura, come quelle della Via Latina.
      Ogni tomba conservava le proprie decorazioni ed i propri arredi funerari quasi intatti: affreschi, bassorilievi, mosaici, iscrizioni, lampade, gioielli, statue, busti, urne cinerarie e sarcofagi.
      Alcune erano ancora chiuse, dato che le porte non erano di legno o bronzo ma di marmo; c’erano iscrizione sugli architravi o sui frontoni che identificavano ogni tomba.

      LA PLANIMETRIA
      Questi resti ci dicono che in epoca romana questa parte di Villa Pamphili si chiamava Ager Fonteianus e che il tratto in pendenza della Via Aurelia, che corre vicino, era chiamato Clivus Rutarius.
      Bartoli attribuisce il perfetto stato di conservazione di questo cimitero al fatto che venne deliberatamente ricoperto di terra prima della caduta dell’Impero.

      Sin dal XVII secolo sono state trovate e distrutte molte tombe all’interno della villa, specialmente nell’aprile del 1859.
      L’unica ancora visibile fu scoperta nel 1838 ed è notevole per le sue iscrizioni dipinte e per i suoi affreschi.

      Originariamente c’erano 175 pannelli, ma oggi se ne può vedere a malapena la metà.
      Rappresentano animali, paesaggi, caricature, scene di vita quotidiana e soggetti mitologici e drammatici.
      Solo uno è storico, e, secondo Petersen, e rappresenta il giudizio di Salomone.

      Questo soggetto, sebbene estremamente raro, non è unico nell’ambito dell’arte classica, essendo già stato trovato dipinto sulle pareti di una casa pompeiana."

      COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI

      IL COLOMBARIO DI SCRIBONIO MENOFILO A VILLA PAMPHILI


      La via Aurelia Antica era costeggiata, come ogni altra strada romana che si allontanava da Roma, da una moltitudine di sepolcri disposti anche su più file lungo la via consolare, forse da porre in relazione con il vicino e popoloso quartiere di Trastevere.

      Una parte della necropoli della via Aurelia è riemersa a più riprese nei pressi dello splendido Casino del Bel Respiro di Villa Doria Pamphilj. Un primo settore, immediatamente a nord del Casino, presenta una tomba in peperino della tarda epoca repubblicana. 

      Accanto a questo giace un colombario di età augustea le cui pareti affrescate sono state asportate per ragioni conservative e sono oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, non in esposizione ma nei magazzini; attorno vi sono molte iscrizioni e pure resti di altri sepolcri.

      Per quanto già citate le tombe di Villa Pamphili e il loro scempio, solo nel 1984, nella zona del Casino dell’Algardi di Villa Pamphili, durante lavori di ristrutturazione per la costruzione di una centrale elettrica sotterranea, venne scoperto il grande colombario di Villa Panphili dalle pareti affrescate, il cui ingresso è oggi al numero 111 di via Aurelia Antica.

      COLOMBARIO DI SCRIBONIO

      Il colombario è di età augustea ed ebbe un uso costante fino alla metà del II secolo d.c., almeno fino all’età dei Flavi.

      Esso presenta una sala principale di notevole estensione e due ambienti più piccoli, coperti con volta a botte, con un corredo di tombe a colombario per circa 500 individui.

      Vi si accedeva dal lato nord attraverso una scala, laterale ai due ambienti più piccoli, che introduceva a quello orientale e poi alla sala grande. 

      Questa presenta pareti intonacate e finemente decorate fino all’altezza della quinta fila di nicchie. Tra una fila e l’altra sono dipinte le cosiddette "tabulae ansatae", tavolette rettangolari con ai lati due triangoli equilateri che li toccano con le punte, entro cui si scrivevano i nomi dei defunti.


      Le loro ceneri erano contenute nelle olle cinerarie accolte nei piccoli arcosoli che sormontavano le tabulae ansate, e tra le fila dei colombari erano raffigurate varie immagini, senza legame tra loro ma di pura funzione decorativa, con ghirlande vegetali, rami, frutti, uccelli e animali in genere, paesaggi miniaturizzati, scene animate, maschere teatrali, vasi rituali. 

      Nelle scene in alto compaiono anche scene drammatiche ad esempio con un guerriero con elmo e corazza armato di pugnale che sta per uccidere un prigioniero nudo, tenuto da due guardie, ma pure un altare con vaso votivo e così via, forse relative ad episodi della storia e della leggenda di Roma.

      Queste pitture, piuttosto belle, presentano alcune affinità con quelle scoperte nella villa della Farnesina e conservate a Palazzo Massimo, ma pure con molte pitture decorative di Pompei. 

      C'era infatti l'uso di lasciar sbizzarrire l'estro dell'artista (e magari anche del commissionario) che si lasciava andare a immagini imprevedibili, allegre, dipinte magistralmente con pochissimi gesti, ciò che può anche scivolare nell'assurdo divenendo matrice delle famose grottesche, pochi tratti di pennello che rendono però molto bene il soggetto, un'arte che si perpetuerà in seguito nella maestria degli acquarelli napoletani.

      Il pavimento è in opus scutulatum, a tessere nere con inseriti frammenti irregolari di marmi colorati tra i quali prevalgono il giallo antico, il portasanta, l’africano, il pavonazzetto e di elementi geometrici di opus sectile in prevalenza in palombino e giallo antico. Il pavimento presenta anche una raffinata decorazione a pasta vitrea.

      Sul lato occidentale della stanza, all’interno di una grande tabula ansata in mosaico bianco, si trova l’iscrizione:

      C. SCRIBONI[V]S C.L. MEN[OPHI]LVS, 
      a memoria del liberto Caio Scribonio Menophilo, sicuramente il finanziatore della realizzazione del pavimento, un nome che ritroviamo nel colombario come proprietario di diverse nicchie.


      L’ambiente adiacente, di dimensioni minori ma forse ancor più prezioso, presenta anch'esso varie scene, spesso dominate da buffe immagini di pigmei. 

      Questi, che spesso troviamo dipinti a Pompei, erano per i romani una specie di genietti che si comportavano in modo simile agli eroti, cioè lavoravano, giocavano, sempre con l'aria di divertirsi in ogni attività. I romani avevano esplorato a lungo l'Africa, giungendo pure a cercare le famose sorgenti del Nilo (per ordine di Nerone che finanziò l'impresa). 

      Il tentativo non riuscì ma di certo si spinsero nel centro dell'Africa dove incontrarono i pigmei che evidentemente non dettero loro una cattiva accoglienza, anche perchè i romani non conquistavano zone dove non ci fosse già una civiltà di cui usufruire.

      Questi uomini piuttosto bassi o almeno i racconti dei romani su di loro, ispirarono diversi pittori che ne fecero appunto dei geni industriosi e buffi, rappresentandoli nel colombario di Villa Pamphili in lotta con le gru o a cavallo di arieti.

      Del resto i romani ritenevano il mondo della natura ricolmo di entità invisibili perlopiù positive, anche se a volte potevano fare degli scherzi per spaventare le persone, ma scherzi quasi infantili, mai violenti, per cui non fecero fatica ad introdurre i pigmei nell'invisibile mondo naturale già popolato di geni del luogo, di eroti, di ninfe e di satiri.




      Da: MARIA GRAZIA GRANINO CECERE

      "Questo (colombario) è strutturato in tre ambienti quasi del tutto sotterranei: uno, che chiameremo A, di più ampie dimensioni (4,85×3), sul quale si aprono altri due ambienti, B e C, di dimensioni pressoché uguali (2,10×1,10); solo di questi ultimi è conservata la volta a botte, mentre è perduta la copertura della stanza più ampia.

      In un primo tempo si doveva accedere al complesso tramite una scala lignea, che metteva in comunicazione l’ambiente A con una stanza sopraterra che potremmo definire di «servizio», destinata anche alle celebrazioni dei riti funebri.  

      Un calcolo approssimativo consente di attribuire al colombario, che nell’ambiente A prevedeva almeno 9 file di loculi, più di 500 loci, e conseguentemente di considerarlo, come il vicino «grande colombario» rinvenuto ca. 150 anni prima, tra quelli di grandi dimensioni, destinato ad accogliere le ceneri di un notevole numero di individui. 

      Appartiene, dunque, a quella tipologia di edilizia funeraria che vede i suoi primi esempi realizzati in età triumvirale o protoaugustea e che, a quanto sembra, appare abbandonata già in età flavia. 

      Anzi, come già indicato in uno studio di carattere generale a tale tipologia dedicato, il colombario di Scribonio Menofilo, con quello grande di Villa Doria Pamphilj, può ascriversi tra quelli di carattere imprenditoriale, ovvero costruiti per committenza di un singolo individuo o di un piccolo gruppo di consorziati, e in particolare tra i primi realizzati nel tempo fra quanti finora rinvenuti. 

      Ciò trova conferma nella documentazione epigrafica così come nella decorazione pittorica, quest’ultima parte integrante dell’impianto originario e molto simile nei due monumenti. Il collega Thomas Fröhlich, al cui studio è stata affidata, ha da tempo posto in risalto le significative somiglianze tematiche e stilistiche, con i dovuti limiti, tra il fregio figurato del colombario e alcuni elementi di quelli sotto la villa della Farnesina, quando non anche con la sala delle maschere della casa di Augusto. 

      In questo di Scribonio Menofilo vediamo l’attuarsi di una molteplicità di soluzioni, seppur discrete nel complesso, di certo in parte contemporanee, probabilmente dettate dalle diverse possibilità economiche dei singoli o dal diverso impegno finanziario che ciascuno intese investire o da un più sentito desiderio di «personalizzare» la sepoltura in un monumento per definizione collettivo." 


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      FORTUNA REDUX
      Fortuna Reduce era la Dea Fortuna che fa tornare i soldati in patria sani e salvi. Festa celebrata dal 3 al 12 Ottobre ed il 15 Dicembre in onore appunto della Fortuna Redux, la divinità che proteggeva i combattenti e li faceva tornare a casa vittoriosi.

      Fortuna Redux era una delle varie forme della Dea Fortuna che  proteggeva un ritorno, come ad esempio da un viaggio lungo o pericoloso, o da una lunga assenza, o da un'avventura inquietante o da una battaglia. Pertanto particolarmente cara ai militari e ai loro familiari.

      I suoi attributi erano la tipica cornucopia della Fortuna e, per la sua funzione specifica, un timone o un remo di virata, talvolta in congiunzione con un globo, con allusione ai viaggi del mare, rischiosi per l'epoca.

      AUGUSTO E L'ARA DELLA FORTUNA REDUX

      AUGUSTO

      Nel 19 a.c. Augusto aveva concluso un trattato con i Parti che gli consentì di portare i regni che si trovavano ad ovest dell’Eufrate sotto il controllo di Roma come la Giudea, oltre a rafforzare i rapporti con altri stati già clienti come la Cilicia, la Commagene, la Nabatea, l’Itturea ed Emesa.

      Ora il senato amava molto Augusto che, al contrario di Cesare che odiava cordialmente i senatori, aveva un grande rispetto per l'istituzione. Cesare, che seppur nobile odiava gli aristocratici per la loro arroganza, aveva subissato il senato di senatori plebei fino a raggiungere il numero di ben 900 senatori. Forse Cesare si sentiva soprattutto Gaio Mario, il suo zio eroe e plebeo e quindi più propenso ai populares.

      Augusto invece si sentiva aristocratico, pur ammirando intensamente il suo zio adottante, cioè Cesare, ma ridusse il numero dei senatori togliendo molti plebei, il che riuscì molto gradito agli optimates.

      Ma non era solo questo, Ottaviano non era un grande combattente ma era un grande diplomatico e sapeva farsi amare. Ora il trattato con i Parti era una vittoria della pax augusta, una vittoria diplomatica e politica, che aveva aumentato l'impero senza il costo di vite romane, insomma una vittoria conseguita senza spargimento di sangue e senza costi per lo stato, un vero successo.

      Quando il Senato venne a sapere del trattato, decise di tributargli gli onori e fece costruire un altare fuori Porta Capena che fu denominato Ara Fortunae Reducis. Fu lo stesso Augusto ad inaugurare il 12 ottobre quando arrivò a Roma l’altare; la dedicatio fu poi fatta il 15 dicembre e da allora il tempio è comparso in molte monete. Inoltre Il senato fece costruire nel 19 a.c. un tempio dedicato alla Fortuna Redux per commemorare il ritorno dell'imperatore Augustus dall'Oriente.

      Dunque il culto della Fortuna Redux fu introdotto nel panteon romano nel 19 a.c., istituendo per esso una nuova festività (feriae) il 12 ottobre, giorno che in origine celebrava appunto il rientro di Augusto incolume dall'Asia Minore nel 19 a.c.. Da allora, la Fortuna Redux ricevette sacrifici annuali da parte del collegio dei pontefici e delle Vestali su un altare dedicato a lei (Ara Fortunae Reducis).

      Con la sola eccezione del tempio di Giove Ottimo Massimo, il tempio di Fortuna Redux è forse
      l'edificio sacro più rappresentato nei rilievi storici di età imperiale. Insieme alla Porta Triumphalis, il tempio contribuisce a localizzare la scena di cui illustra lo sfondo: il principio della pompa trionfale o la cerimonia, che a partire dal I sec. d.c.spesso sostituisce il trionfo con l'adventus, ovvero l'ingresso solenne del Principe in città.



      ARA FORTUNA REDUX

      Alla Dea Fortuna Redux non solo fu dedicato un tempio ma anche un altare, nei pressi di Porta Capena, nella Regio I di Roma.

      FORTUNA REDUX II SEC.
      Ciò avvenne per volontà del Senato nel 19 a.c. in onore del ritorno di Augusto dall'oriente. Augusto entrò in città il 12 ottobre, nello stesso giorno l'altare fu inaugurato e il 15 dicembre del 19 a.c. venne dedicato e raffigurato poi su parecchie monete.

      Presso questo altare pontefici e Vestali celebravano gli Augustalia. L'altare, che non è giunto fino a noi grazie alle devastazioni vandaliche prima e cristiane poi, sorgeva probabilmente a fianco del Tempio di Onore e Virtù, vicino alla Porta Capena. 

      Dell’onore che il Senato gli tributò e dell’Ara racconta lo stesso Augusto nelle Res Gestae: "In onore del mio ritorno il senato consacrò l'Ara della Fortuna Reduce davanti ai templi di Onore e Virtù a Porta Capena; dispose che in essa i pontefici e le vestali ogni anno celebrassero un sacrificio nel giorno in cui ero ritornato in città dalla Siria, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e di Marco Vinicio, e denominò Augustalia quel giorno, dal mio cognome”.

      Dopo la morte di Augusto, la festività divenne nota con il nome di Augustalia e fu uno sviluppo maggiore nel complesso delle prescrizioni religiose che coinvolgevano il culto imperiale.



      DOMIZIANO

      Un altro tempio venne consacrato dall'imperatore Domitianus nel 93 d.c. dopo la campagna contro i Germani. L'imperatore edificò un tempio alla Dea a seguito della celebrazione di un trionfo al suo ritorno dalla Germania nel 93 d.c., probabilmente sulle pendici del Campidoglio. dominando la Porta Triumphalis, situata nel Foro Boario, tra i templi della Fortuna e della Mater Matuta.

      Il tempio è stato identificato con quello che compare in un pannello raffigurante una cerimonia di ritorno sull'arco di Marco Aurelio, dove è raffigurato con simboli della Fortuna sul podio e una struttura tetrastila e prostila di ordine corinzio. Esso potrebbe corrispondere al tempio tetrastilo che compare su un frammento della Forma Urbis, la pianta marmorea di Roma in età severiana. Le raffigurazioni su monete indicano che la statua di culto raffigurava la Dea in piedi e reggente il timone e la cornucopia, che erano i suoi attributi usuali.

      Il culto della Fortuna Redux era molto diffuso come divinità tutelare del ritorno sicuro dell'imperatore a Roma, quando egli se ne allontanava, nel 211 d.c., una moneta raffigurante la Fortuna Redux commemorava il ritorno di Caracalla e Geta dalla Britannia, ma la Dea compare anche su monete coniate da Settimio Severo e Gallieno.
      Comunque la Dea era soprattutto pregata e onorata da ogni zona dell'Impero, come indicato dalle iscrizioni per il completamento di un voto (votum), in cui si esprime la gratitudine per un ritorno sicuro. Un'iscrizione da Glanum registra di un altare votivo dedicato da un militare veterano della Legio XXI Rapax alla Fortuna Redux unitamente alle divinità celtiche.

      FORTUNA REDUX II SEC

      LA FESTA

      Il nome Augustalia dopo la morte di Augusto, indicò non sole le cerimonie religiose ma anche i "ludi divo Augusto et Fortunae Reducis", giochi in onore dell'imperatore divinizzato e della Dea che si svolgevano in un primo momento a partire dal 5 ottobre, quando divennero ufficiali nel 14 d.c., dopo la morte di Augusto, furono iscritte nei fasti e celebrate ogni anno dal 3 al 12 ottobre. Secondo qualcuno iniziarono il 2 ottobre.

      La parte iniziale della festa riguardava però la celebrazione solenne di un sacrificio nel tempio di Augusto sul Palatino, operato dai pontefici insieme alle vestali, quindi in una cerimonia molto articolata e importante. (Mommsen, RGDA 46‑47; CIL I p331‑332).

      Tuttavia i Ludi, per volere di Tiberio, si svolgevano a Boville - tanto che sono conosciuti anche come Ludi di Boville - perché divennero anche celebrativi della gens Julia che era indicata come originaria appunto da Boville. La cittadina di Boville si trovava nell’ager romanus nella località conosciuta come Frattocchie vicino a Marino, che già dal VI sec. a.c. era il primo centro abitato che si trovava dopo essere usciti da Roma. 

      Per le celebrazioni era stato anche istituito un collegio di sodales augustales, composto di 21 membri tutti appartenenti alla classe senatoria che erano incaricati di provvedere al culto della gens Julia, offrendo sacrifici nel Tempio dedicato ad Augusto alle pendici del Palatino, mentre il popolo romano partiva la mattina presto per giungere a Bouville onde partecipare ai Ludi che gli venivano offerti gratuitamente dai cittadini più importanti dell'Urbe.

      Qualcuno pensò che in effetti Tiberio volesse allontanare da sè la folla, con la speranza che i romani non avrebbero affrontato il viaggio, ma se così fosse, e non è improbabile che lo fosse, perchè il popolo non amava Tiberio e Tiberio non amava il popolo, comunque il suo piano non riuscì, perchè mezza Roma si riversò a Bouville dove non ci circolava più.

      A Boville si svolgevano le corse dei carri per le quali fu costruito un circo molto grande, ben 337,50 metri in lunghezza per una larghezza di 68,60, e conteneva fino a 10.000 spettatori. Fortunatamente lo spettacolo durava 9 giorni per cui i romani potettero alternarsi sugli spalti. Al circo era affiancato il teatro e il sacrario dedicato alla Gens Iulia.

      Anche nelle provincie si celebravano gli Augustalia e ben presto partecipare agli Augustales, organizzando giochi e spettacoli per il popolo, consentiva di mettersi in vista andando a far parte di una sorta di aristocrazia delle provincie. Da lì alla carriera politica il passo era breve. In alcune città dell’Asia Minore ed a Napoli venivano celebrate secondo l’usanza greca come Sebastai, ovvero gare ginniche e musicali. 

      A Roma invece si correva con i cavalli e con le bighe e i romani urlavano e scommettevano. Nulla di più divertente. Infatti i Ludi Augustales furono celebrati almeno durante tutta la dinastia Giulio-Claudia, poiché un'iscrizione del 53 d.c. ricorda un tale Fuscus auriga della factio prasina vincitore dei giochi bovillensi.


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      BRONZO ETRUSCO
      Secondo Tito Livio, il Fanum era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche e durante questi incontri, oltre alle cerimonie religiose, si svolgevano fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni che era proibito interrompere. Il luogo, quindi, doveva essere vasto e provvisto di grandi spazi per accogliere i delegati e manifestazioni di tipo diverso.

      - 1400 - Cercato invano fin dal Quattrocento, il Fanum, ove si venerava Il Dio Voltumna/Vertumnus, era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche. Lo storico romano Tito Livio narra delle cerimonie religiose che vi si svolgevano con fiere, mercati, spettacoli teatrali e ludi. Doveva trattarsi perciò di un’area molto vasta, capace di ospitare tutte le delegazioni e accogliere così tante manifestazioni diverse.

      L'area pianeggiante posta a Ovest del pianoro tufaceo su cui sorge Orvieto deve il nome, "Campo della Fiera", al fatto di essere stata per secoli sede di fiere e mercati periodici. Già dal XIX secolo le indagini archeologiche rivelano la presenza di un santuario etrusco.

      - 1876 - Nel 1876 vennero alla  luce resti di strutture murarie in tufo e si recuperarono pregevoli terrecotte architettoniche ora conservate al "Pergamon Museum" di Berlino. Ma essendo stati gli scavi ottocenteschi poco documentati, non si conosceva l'ubicazione esatta dell'area sacra, i caratteri del culto che vi si praticava e il riconoscimento delle divinità titolari.

      SITO ARCHEOLOGICO
      - 2000 - Nel Duemila le indagini sono riprese visto che dagli studi più recenti è risultato che il Fanum Voltumnae, il massimo santuario del popolo etrusco, si trovava proprio a Campo della Fiera.

      La localizzazione a Orvieto del Fanum è supportata anche da un documento epigrafico, il "Rescritto di Spello",  con cui l'imperatore Costantino concedeva agli Umbri di poter celebrare, secondo un'antichissima consuetudine, le annuali cerimonie religiose e i giochi ad esse connessi a Spello, senza doversi più recare "presso Volsinii".

      Se la Volsinii cui si fa riferimento è Bolsena, il richiamo a un'antichissima consuetudine e il termine "presso" fanno pensare alla Volsinii etrusca, cioè Orvieto.

      RICOSTRUZIONE DELLE TERME (INGRANDIBILE)
      Alcuni versi del poeta umbro Properzio ci informano dell'origine volsiniese di Voltumna, il Dio titolare del Fanum, e  Plinio il Vecchio ricorda che nella conquista di Velzna/Volsinii/Orvieto furono depredate ben duemila statue di bronzo, segno evidente di un importante luogo di culto.

      Lo scavo nell'area è stato avviato nel 2000 e prosegue con campagne annuali che hanno restituito materiali e strutture sempre più numerose. L'area dell'antico Fanum Voltumnae viene ricoperta tra una campagna di scavo e l'altra. Ma  tra fine luglio e fine agosto lo scavo archeologico è in pieno fermento e oggetto di visite guidate. Si indaga su un'area di oltre tre ettari che rivela un'ininterrotta frequentazione per circa 1900 anni, dal VI sec. a.c. alla Peste Nera del 1348.

      È stata scoperta la strada basolata etrusca che collegava Orvieto a Bolsena, larga 5 metri e segnata da profondi solchi lasciati dal passaggio di carri. Accanto alla strada si apre un vasto recinto sacro con due pozzi, un tempio che ha subito ristrutturazioni nel corso dei secoli, un monumentale donario sul quale erano infisse statuette di bronzo e un altare monolitico in tufo, coperto in gran parte da strati di inequivocabili residui sacrificali.

      RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO B
      Accanto all'altare c'è un contenitore di offerte monetali che ha restituito più di duecento monete romane di bronzo e d'argento. Sono state trovate nel recinto anche depositi di materiali votivi, in particolare ceramiche greche e teste e statue etrusche in terracotta. Sono inoltre tornate in luce una meridiana e un busto marmoreo di età imperiale romana.

      Il recinto era accessibile da una strada interna al santuario, la Via Sacra, con rifacimenti dal VI sec. a.c. all'età romana. Larga 7 metri e fornita di marciapiedi per una larghezza complessiva di 9,50 metri costituisce la più monumentale strada etrusca finora scoperta. Soltanto nella metà orientale sono rilevabili solchi di carri appena incavati, a dimostrazione di un transito occasionale e contenuto: si tratta infatti di un percorso processionale e "trionfale" che termina di fronte a un tempio.

      Al fianco orientale della Via Sacra è stato scoperto inoltre un tempio arcaico di notevoli dimensioni, purtroppo conservato solo nel basamento, sul quale giaceva uno strato ricchissimo di ceramiche greche e una coppa in bucchero con un'iscrizione che menziona l'appellativo "madre" rivolto a una Dea.

      La via si dirige a Sud verso un settore più elevato, dove sono tornate in luce le fondazioni di un altro imponente edificio templare, preceduto da un recinto che delimita una fontana monumentale circolare della quale resta anche il doccione a testa leonina.

      RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO A

      LA TESTA DEL DIO VOLTUMNAE

      Nell'area del Fanum Voltumnae, risalente al VI secolo a.c. è stata infine portata alla luce la testa del Dio degli Etruschi, Voltumna, il re degli Dei, insieme al tempio principale e la strada sacra.
      Ma non mancano i monumenti di età romana, come il complesso termale in parte costruito sopra la Via Sacra etrusca.

      TESTA DEL DIO VOLTUMNAE
      Le terme, ormai distrutte, fra il IV e il V sec. d.c. vennero utilizzate come struttura abitativa. A iniziare dal VI sec. d.c. la zona divenne infine cimitero cristiano. Per ultimo un complesso ecclesiale del quale si era persa ogni traccia, noto nei documenti medievali con il nome di S. Pietro in vetere e che era sorto su precedenti edifici etruschi e romani.

      Tra i numerosi reperti rinvenuti notevoli sono, per qualità e quantità, le terrecotte architettoniche e policrome che decoravano gli edifici sacri, con un arco cronologico che va dal VI al III sec. a.c.. oltre a magnifici frammenti di ceramiche attiche, appartenenti a vasi di grandi dimensioni e prestigiosi doni votivi al santuario.

      Poi bronzi figurati e teste votive femminili tra cui emerge una raffinata testina bronzea, inoltre monete "straniere" (coni di zecca umbra, greca e siculo-punica) che indiziano la frequentazione dell'area sacra, di grande fama anche fuori d'Etruria.

      Il Campo della Fiera di Orvieto è dunque la sede del Fanum Voltumnae e molti dei materiali rinvenuti sono già esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Orvieto. Ultimamente è stata ritrovata la testa del Dio degli Etruschi, Voltumna, il capo delle divinità dell'antico popolo.

      Nuovi eccezionali ritrovamenti archeologici a Orvieto nell'area del Fanum Voltumnae, il grande e mitico santuario federale degli Etruschi risalente al VI secolo a.c. Alla luce anche il tempio principale e la strada sacra.

      MOSAICO DELLE TERME

      - 2013 - Nella campagna di scavo 2013 sono emerse, ad una quota più alta dello scavo dove finora era affiorato il basamento dell’edificio sacro, il gocciolatoio di una fontana di metà del V sec. a.c.; a quota più ancora più alta è emersa una strada medievale che si sovrappone alle strutture etrusche ed una canaletta che adduceva l’acqua alla fontana stessa. 

      All’angolo con l’attuale edificio di una villa è poi emerso un altro edificio sacro di grande interesse scientifico, ma anche una piattaforma in tufo con foro e un tappo funzionale alle libagioni e alle offerte liquide rivolte alle divinità.

      E’ venuto alla luce, inoltre, il quarto tempio certo di Campo della Fiera (un quinto tempio resterà probabilmente sepolto sotto la chiesa di S. Pietro in vetere), di cui è emersa la parete frontale, ora completamente visibile nelle sue dimensioni (35 metri x 7 metri) e nei suoi mosaici.

      TESTA DI DIVINITA'
      Nella “zona termale” è stato liberato l’intero percorso balneare: dal frigidarium per i bagni in acqua fredda, al tepidarium lper i bagni in acqua tiepida fino allo scavo della camera di combustione con gli incassi del grande calderone di acqua che distribuiva calore ed un ulteriore gocciolatoio. Dalle terme è affiorata anche una spilla che raffigura la Lupa che allatta i gemelli.

      - 2016 - Le ricerche archeologiche 2016 hanno  svelato un bel mosaico in bianco e nero raffigurante soggetti marini, tra cui una minacciosa una Scilla, armata di remo e dalle estremità terminanti in teste di cane, circondata da mostri marini che avvolgono in più spire le loro lunghe code, oltre a guizzanti delfini, e una fornace a forma rotonda dove nel III secolo a.c. si cuocevano ceramiche.

      Ma adesso ha svelato un nuovo ambiente a ridosso dell’atrio della  residenza del magistrato che presiedeva le annuali riunioni presso il Fanum Voltumnae: un elegante mosaico a tessere nere e scaglie di marmi policromi provenienti da diverse cave del Mediterraneo. 


      Il centro della stanza è decorato da un quadro con un fiore a quattro petali. Si tratta di un pavimento chiamato dai Romani ‘scutulatum’, molto costoso sia per l’esecuzione che per i materiali.
      Il sito, che dal VI secolo a.c. fu sede del santuario federale etrusco, chiamato dagli Etruschi “Il luogo celeste” e dai Romani Fanum Voltumnae, venne ristrutturato in epoca romana perdurando per più di 2000 anni, finchè non venne cancellato dalle chiese e gli edifici sovrastanti.

      Finora sono emersi due complessi termali e mosaici romani e tombe cristiane; mentre nell’area circostante il grande tempio etrusco ubicato alla quota più alta dell’area, sono emerse le strutture di un portico e di fontane. Sono stati scoperti, inoltre, resti del convento e della chiesa di San Pietro in vetere, costruiti sopra una grande e lussuosa dimora romana, sede degli incontri ufficiali che annualmente avevano luogo presso il santuario. 

      ALTARE
      "I vari ritrovamenti" ha spiegato l'archeologa Simonetta Stopponi, responsabile del progetto di ricerca "rivelano l'importanza del sito archeologico orvietano, frequentato ancora dai fedeli del Medioevo". Il fatto che nei secoli che seguirono la caduta dell'Impero Romano d'Occidente la religione fosse totalmente cristianizzata è una credenza ampiamente da sfatare. Le religiosità dei pagus, cioè pagane, resistettero a oltranza con le antiche divinità. 

      Mentre nelle città il controllo del potere fu durissimo imponendo la conversione al cristianesimo con la pena di morte e l'alienazione dei beni alle famiglie, nelle campagne il controllo era molto difficile perchè i fedeli recitavano i loro riti nelle aperte campagne e nel folto dei boschi dove il controllo era impossibile. Il paganesimo si estirpò solo nel XVI secolo con l'avvento della Santa Inquisizione che bollò come demoniaco e stregonico qualsiasi residuo di paganesimo. Fu il clima del terrore e non la fede a dettare la conversione.

      DECORAZIONE DEL TEMPIO

      - LUSSEMBURGO -

      Frammenti marmorei, altari, teste femminili in terracotta, monete, vasi greci, un braccio di grandi dimensioni appartenente a una statua di culto e una base lapidea di statua bronzea, rapinata dai conquistatori romani, la cui lunga incisione in lingua etrusca, databile al 510 a.c., rivela l'esistenza del santuario che gli Etruschi chiamavano "Luogo Celeste". 

      Sono questi gli antichissimi gioielli rivenuti in 18 anni di scavi nell'area di Campo della Fiera di Orvieto (Tr) che saranno protagonisti della grande mostra "Il Luogo Celeste. Gli Etruschi e i loro dei. Il santuario federale di Orvieto" ospitata dal 15 marzo al 2 settembre presso il Musée National d'Histoire et d'Art di Lussemburgo.

      La mostra, organizzata dall'Associazione Campo della Fiera Onlus, svela attraverso oltre 1200 reperti mai esposti gli straordinari segreti del "Fanum Voltumnae", il santuario federale della Lega Etrusca dove, come scrive Tito Livio, si riunivano i rappresentanti delle dodici maggiori città per prendere decisioni in comune. Un luogo sacro dedicato al dio etrusco Veltune di incredibile importanza storica, se si pensa che fu l'unico tra i grandi santuari etruschi che fu oggetto di un'intensa opera di ristrutturazione da parte dell'imperatore Augusto.

      PAVIMENTO SCUTULATUM
      Nell'esposizione, che occupa due piani del museo lussemburghese per una superficie totale di 650 mq, il pubblico seguirà un percorso cronologico volto a documentare attraverso gli oggetti esposti e con l'ausilio di testi in 4 lingue (francese, inglese, italiano e tedesco) il ruolo politico e il significato religioso del santuario nel corso dei secoli. Inoltre con un'introduzione sulla civiltà etrusca e sulla città di Orvieto verrà presentata l'intera area dello scavo, oltre 5 ettari nei quali sono emersi una grande Via Sacra (a cui è dedicata un'ampia sezione della mostra) e quattro templi. 

      Le numerose basi in pietra esposte lungo il percorso testimoniano il saccheggio di oltre 2000 statue bronzee da parte dei Romani, così come viene dimostrata la continuità di culto nel santuario non solo in età romana ma anche in età cristiana, con la testimonianza anche di quella che è stata riconosciuta come la Chiesa di San Pietro in Vetere, databile tra il XII e il XIII secolo.

      Dopo la prima tappa in Lussemburgo, l'idea degli organizzatori sarebbe quella di riportare la mostra "a casa", magari proprio a Orvieto. Per farlo però bisogna superare lo scoglio della mancanza di finanziamenti, il più grande problema affrontato durante i quasi vent'anni di scavi. "Il museo del Lussemburgo ha sostenuto gran parte delle spese. 

      Ci piacerebbe portare questa mostra in Italia: se troviamo i finanziamenti è già tutto pronto", spiega all'Ansa la professoressa Simonetta Stopponi, che ha condotto gli scavi ed è presidente dell'Associazione Campo della Fiera Onlus, "in questi anni sono passata dalle biblioteche, dove in genere lavoro, alle sale d'attesa di ogni tipo di ente che potesse finanziare gli scavi. 

      Per fortuna da tempo a sostenerci è la Cassa di Risparmio di Orvieto e speriamo che continui a farlo". "Sono stati 18 anni di scavi, di campagne annuali con ogni volta 100 studenti futuri archeologi provenienti da Italia, Europa e Stati Uniti, di soddisfazioni e delusioni, per scoprire sotto la rupe orvietana una superficie di oltre 5 ettari", prosegue, "ma lo scavo non è finito, c'è ancora tanto da scoprire".


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      CATONE  GIOVANE

      Nome: Marcus Porcius Cato Uticensis
      Nascita: Roma 95 a.c.
      Morte: Utica 46 a.c.
      Professione: politico e militare


      Marco Porcio Catone Uticense, ovvero Marcus Porcius Cato Uticensis detto Minor per distinguerlo dall'avo Marco Porcio Catone, detto Maior (Roma, 95 a.c. – Utica, 46 a.c.), è stato un politico e militare valente e molto onesto, anche se, poco intelligente, poco di spirito e pesantemente intransigente e moralista.

      Giulio Cesare lo bollò come "ebrius" (ubriacone), ma non ce ne sono prove, anche se Cesare non parlava mai per rabbia ma per dati di fatto.

      Seguace della filosofia stoica e celebre oratore (ma anche prolisso, Cesare lo fece cacciare dal senato per le sue lungaggini), Catone Uticense viene ricordato, oltre che per la sua caparbietà e tenacia, per essersi ribellato al potere del suo rivale Cesare, preferendo il suicidio piuttosto che assistere alla fine dei valori repubblicani di Roma (cioè quelli della supremazia degli aristocratici sui plebei), che aveva orgogliosamente difeso.



      LE ORIGINI

      Figlio di Marco Porcio Catone il Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il maggiore dei quali, Marco, sposò Livia, figlia di Marco Livio Druso, console nel 112 a.c.

      Da questo matrimonio nacque, oltre quel Marco, che sarà l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con Quinto Servilio Cepione erano nati Servilia e Quinto Servilio Cepione.

      Quest'ultimo avrà una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto Marco (il futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Quinto Servilio Cepione, erano figli della stessa madre.

      Dal matrimonio di Servilia (sorellastra dell'Uticense e amante di Gaio Giulio Cesare) con il tribuno della plebe Marco Giunio Bruto, nascerà Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposerà la cugina Porcia.

      L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andrà sposa a Lucio Licinio Lucullo e verrà da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta.

      La seconda moglie dell'Uticense invece, Marcia, ceduta dallo stesso al famoso oratore Ortensio, ricchissimo, venne ripresa in casa dopo la morte di quest'ultimo, a cui aveva dato due figli.

      CATONE DA VECCHIO

      L'ASPETTO

      L’immagine di Catone l’Uticense, pronipote di Catone il Censore, risulta a tutt’oggi problematica, sappiamo che esistevano sue immagini (Tacito, Ann. III, 76; Plinio il Giovane, Epist. I, 17, 3), di cui non resta però nessuna traccia.

      L’unica immagine di Catone a noi pervenuta è forse identificabile in un busto in bronzo da Volubilis, in Marocco, presentante un iscrizione (CATO) in lettere d’argento incrostato. Gli studiosi dibattono sulla possibile identificazione, secondo alcuni la forma allungata del busto richiamerebbe modelli di età traianea o adrianea, e propendono l’attribuzione a Catone il Censore, ipotizzando il ritratto destinato alla decorazione di una biblioteca.

      Secondo altri, elementi di realismo deciso e stringato ricollegherebbero il ritratto alla tarda età cesariana, facendo propendere l’interpretazione per l’uticense. Essendo improbabile la realizzazione di un ritratto del secondo Catone poco dopo la sua morte è più probabile considerare il ritratto di Volubilis una realizzazione della prima metà del I d.c., in tal senso va interpretata la finezza accademica dei particolari che richiama la ritrattistica postuma di Cesare. In quanto immagine postuma potrebbe raffigurare indifferentemente uno dei due Catoni.



      LA DUREZZA DEL CARATTERE

      Plutarco, nella sua opera "Vite parallele", descrive il giovane Catone Uticense come un ragazzo molto solerte e deciso sia nel parlare che nelle attività fisiche. Allontanava gli adulatori ma era autoritario con chi lo voleva intimidire; ma non era nè violento nè iracondo. Inoltre non sorrideva quasi mai ed era sempre molto teso.

      CESARE
      Catone Uticense durante gli anni scolastici non brillò per l'intelligenza, pur avendo ottima memoria e pur applicandosi molto. Con tutto ciò c'è un aneddoto su di lui.
      Al tempo gli alleati italici di Roma chiedevano la cittadinanza romana, disapprovati sia dai militari che dai senatori romani.

      Il condottiero marso Quinto Poppedio Silone, che alloggiava allora nella casa di Livio Druso, incitava i fratelli Catone a battersi, una volta cresciuti, a favore degli italici:
      "Orsù, fate in modo che in favore nostro preghiate lo zio ad adoperarsi per i nostri diritti."

      Il fratello di Catone, Cepione, accettò sorridendo, mentre Catone rimase in silenzio a guardare Silone e gli altri ospiti con disprezzo. Indispettito Silone lo alzò e lo avvicinò alla finestra, come volesse gettarlo di sotto, ma Catone non distolse lo sguardo. Silone, resosi conto dell'audacia del ragazzino lo ripose a terra esclamando:
      "Quale fortuna per l'Italia che questi è un fanciullo; poiché se fosse stato adulto credo che neppure un voto ci sarebbe stato per noi nell'assemblea popolare"

      L'aneddoto sembra però un po' improbabile, sia perchè la richiesta di cittadinanza non meritava disprezzo, tanto è vero che poi fu concessa, sia per l'esagerata reazione di un adulto di fronte a una ragazzino, sia per il repentino ed esagerato cambiamento d'umore per cui il generale lo guarda come un eroe. Per giunta lo reputa capace di conquistarsi la folla, cosa di cui fu in effetti incapace.

      Catone ebbe due mogli. Atilia, figlia di Caio Atilio Serranus, che sposò nel 73 a.c., e da cui divorziò nel 63 a.c. per adulterio, e da cui ebbe il figlio Marco, morto a Filippi nel 42 a.c., e la figlia Porcia, che sposò Bruto. La seconda moglie di Catone fu Marzia, che venne "data in prestito" a Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito ella però tornò al primo, divenendo un simbolo di fedeltà coniugale.



      CURSUM HONORUM

      - 72 a.c. - Catone combatte come volontario nella III guerra servile (73-71 a,c,) contro Spartaco.
      - 67 a.c. - venne nominato tribuno militare in Macedonia e legato di Pompeo per la guerra contro i pirati. 
      - 64 a.c. - viene nominato questore.
      - 63 a.c. - in qualità di tribuno designato per il 62 a.c., ottenne dal senato la condanna a morte per alcuni seguaci di Catilina (pena poi eseguita dall'allora console Cicerone), in opposizione a Cesare, che proponeva pene più miti.
      - 62 a.c. - viene nominato tribuno della plebe.
      - 62 a.c. - Si oppone a Marco Licinio Crasso, vincitore della rivolta servile del 73 a.c., che chiedeva per i suoi amici dell'ordine equestre una parziale restituzione di somme, già versate all'erario, per l'aggiudicazione delle gare d'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente.
      - 62 a.c. - si oppone a Gneo Pompeo Magno (106-48 a.c.), conquistatore della provincia d'Oriente (65-62 a.c.), a cui nega: il trionfo, le terre per ricompensare i suoi veterani e pure il riconoscimento della sistemazione ai territori sottomessi. Pompeo aveva violato la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua competenza. Così Pompeo, secondo Catone, doveva rispondere di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini, di re e governanti che molto avevano sborsato grandi somme per essere mantenuti o posti sul trono..
      - 58 a.c. - nominato di nuovo questore.
      - 56 a.c. - nominato propretore per ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta all'Egitto, 
      - 55 a.c. - si candida a propretore ma fallisce. lo riferiscono Seneca e Petronio arbitro che considera tale bocciatura cosa disonorevole non per Catone, ma per il popolo romano.
      - 54 a.c. - nominato pretore  e infine senatore. 
      -  49 a.c. - riceve un incarico in Sicilia, forse come propretore.

      COPPE DI PROPAGANDA POLITICA DI CATONE E CATILINA
      E' un moralista, si oppone all'illegalità, dichiarandosi custode del mos maiorum e delle istituzioni repubblicane, è inflessibile con chi non la pensa come lui. Ispirato ai precetti dello Stoicismo mostrò 
      intransigenza a qualsiasi compromesso.

      Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare, che sapeva essere l'amante della sua cara sorella. Pertanto alla richiesta cesariana di una pena più mite che non la morte a Lucio Sergio Catilina, Catone, si oppone fieramente. Ma si oppose pure alla richiesta di Cesare di un trionfo per le imprese di Gallia e la rielezione a console per l'anno successivo.

      Prassi voleva, risponde Catone, che il consolato non si potesse chiedere "in absentia" e che il trionfo si possa celebrare dopo che il comandante ha congedato le sue milizie, inoltre rimprovera a Cesare di essersi così arricchito in Gallia da da poter pagare ingenti somme per saldare i debiti di suoi tanti amici e fiancheggiatori, residenti in Roma. Catone, inoltre, vuole che Cesare deponga la carica che, contro la legge, detiene da otto anni illegalmente, rientrando in Roma da privato cittadino.

      Così Pompeo, Crasso e Cesare, per tutta risposta formano il I Triumvirato, per impossessarsi del potere. Cicerone addebiterà all'Uticense la responsabilità d'aver spezzato, con la sua intransigenza, il delicato equilibrio del sistema repubblicano.

      Intanto muore Crasso nella battaglia contro i Parti (53 a.c.), e tra Cesare e Pompeo nascono dissidi. Catone si avvicina a Pompeo che cominciava a pendere per gli optimates.

      Ma Cesare, con il suo esercito fedele, varca il Rubicone, puntando su Roma. Pompeo, Catone e il senato romano scappano per ricongiungersi alle legioni anticesariane delle province. Cesare e Pompeo si affrontano a Farsalo e Pompeo, scnfitto fugge in Egitto dove viene ucciso.

      Catone spera nella Numidia di re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, ma vengono sconfiti a Tapso, le milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i Catoniani e dove Catone si dà la morte, nel 46 a.c..

      IL SUICIDIO DI CATONE

      LA MORTE

      Catone nel suo ultimo giorno di vita pranzò con tranquillità, trascorse le ultime ore in discussioni filosofiche e nella lettura di alcuni passi del Fedone di Platone, dove si parla della sopravvivenza dell'anima dopo la morte, poi, dopo aver letto il libro per l'intera nottata, esclamando: «Virtù, non sei che una parola» si trafisse il ventre con la spada.

      Accorsi, i suoi amici gli fasciarono la ferita, ma egli, strappate le bende, volle morire infierendo contro i suoi visceri. Per lui, stoico, la morte non era un male, ma uno strumento di liberazione dal momento che ogni altra via era preclusa.

      Si disse che Cesare avesse parole di ammirazione per Cato; ma quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo scrissero per esaltare la virtù e la preveggenza di Catone, Cesare rispose con gli Anticatones, due libelli polemici che contestarono argutamente l'esaltazione dell'Uticense, presentato come il martire della libertà repubblicana.



      LE OPERE

      PRIMA DEL SUICIDIO
      Alla morte di Catone, vennero pubblicate parecchie delle sue opere e pure quelle indirizzate a lui, come l' Anticato (Contro Catone), scritto da Cesare in chiave ironica, per svilirne l'accigliato cipiglio moralistico. Dello stesso tono, come suggerisce Svetonio, dovevano essere i rescripta Bruto de Catone (risposte a Bruto su Catone) dell'imperatore Augusto.

      Le notizie che abbiamo sulla sua politica derivano da Cicerone (Epistolario) e da Gaio Sallustio (Bellum Catilinae), suoi contemporanei. Ma ne parlò in poesia Anneo Lucano, nella sua Pharsalia, lodato per la sua integrità morale ed eroica fedeltà all'ideale di libertà a cui fu fedele fino alla morte.Venne giudicato onesto e coraggioso da vari autori di ogni epoca, come Livio, Valerio Massimo, Seneca, Tacito, Marziale, Quintiliano, Publio Papinio Stazio.

      Nel XVIII secolo, nei pressi di Frascati, sul versante di Monte Porzio Catone, sono stati rinvenuti ruderi di una villa romana che gli archeologi presuppongono essergli appartenuta. La moralità di Catone e il suo atto estremo sono a tutt'oggi oggetto di pareri discordi.
      Ortensio, grande avvocato e oratore, nonchè uomo molto facoltoso, chiese in moglie la figlia di Catone l'Uticense Porzia, ma questa era sposata con Bibulo. Catone, che come padre aveva la possibilità di annullare il matrimonio (abducere filiam) non diede il permesso. Allora Ortensio chiese in moglie Marzia, la moglie di Catone stesso, il quale, dopo aver chiesto il consenso al padre di Marzia, la concesse in sposa. Marzia diede due figli a Ortensio e dopo la sua morte tornò dal precedente marito Catone.



      LA MORALE DI CATONE

      La morale per questo fatto ha avuto risvolti strani: la moglie Marzia, che evidentemente era schiava nell'animo, visto che spontaneamente tornò al primo marito che l'aveva venduta per contentare un amico, venne giudicata donna campione di fedeltà, visto che si faceva manipolare a tal punto.
      Catone che considerava sua moglie come oggetto di scambio non ricevette alcun rimprovero per questo, e dette l'esempio di un grande manipolatore di anime, con tutta la sua onestà, di regole, si ma non di anima.
      Fu criticato per essersi suicidato, se fosse stato per sfuggire  a un nemico crudele che lo avrebbe fatto soffrire fisicamente e moralmente beffeggiandolo, si potrebbe capire. Ma Cesare era clemente e in quella guerra lo fu continuamente, liberando tanti suoi nemici.

      Si suicidò, si dice per voglia di libertà, ma Cesare non era un folle dittatore  che si divertiva con il suo strapotere. In realtà lo strapotere a Roma lo avevano gli optimati, che per sei volte uccisero i rappresentanti delle plebe che vollero portare a compimento la Legge Agraria. Cesare fu l'unico che non riuscirono a far fuori, almeno per quella legge.

      Catone si uccise perchè il mono cambiava e non si viveva più la frugalità e lo strapotere del pater familias che aveva facoltà di vita e di morte su moglie e figli. Non accettava il cosiddetto cambio generazionale e, soprattutto, non era un uomo molto intelligente. Visto il modo in cui infierì sulle sue viscere c'è da pensare che fosse i n realtà un uomo folle con aspetti da savio, come ce ne sono tanti in giro.


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    • 10/06/19--05:45: PORTE SERVIANE
    • PORTA COLLINA
      Le porte delle mura serviane, essendo molto arcaiche, non avevano strutture monumentali, come del resto si nota dai loro reperti, quando i reperti ci sono. Furono gli imperatori a farne dei monumenti, a iniziare da Augusto, ma anche Adriano che trasformarono diverse porte in archi onorari.



      PORTE SERVIANE

      Procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano:

      - Porta Fontinalis: davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando la scalinata dell'Altare della Patria. Scomparsa.
      - Porta Sanqualis: i resti in Piazza Magnanapoli, nell'aiuola centrale. X. Scomparsa.
      - Porta Salutaris: era in via della Dataria. Scomparsa.
      - Porta Quirinalis: all'altezza di Via delle Quattro Fontane. Scomparsa.
      - Porta Collina: i resti, all'incrocio tra via Goito e via XX settembre, furono demoliti durante la costruzione della sede del Ministero delle Finanze X. Scomparsa.
      - Porta Viminalis: in Piazza dei Cinquecento. Scomparsa.
      - Porta Esquilina: trasformata prima da Augusto e poi nell'Arco di Gallieno.
      - Porta Celimontana: poi Arco di Dolabella, vicino a Santa Maria in Domnica
      - Porta Querquetulana: vicino alla Basilica di San Clemente. Scomparsa.
      - Porta Capena: tra il Circo Massimo e via delle Terme di Caracalla X. Scomparsa.
      - Porta Naevia: tra le basiliche di San Saba e Santa Balbina all'Aventino X. Scomparsa.
      - Porta Raudusculana: in piazza Albania. Scomparsa.
      - Porta Lavernalis: sotto la chiesa di Sant'Anselmo. Scomparsa.
      - Porta Trigemina: alla base dell'Aventino, verso il Foro Boario. Scomparsa.
      - Porta Carmentalis: presso l'Anagrafe X. Scomparsa.
      - Porta Flumentana: tra il Tempio di Portuno ed il Tevere. Scomparsa.
      - Porta Ratumena, che si apriva direttamente sulle mura dell'Arce capitolina, e che potrebbe essere il nome più antico della porta poi chiamata Fontinalis X. Scomparsa.
      - Porta Catularia: alla base della scalinata del Campidoglio, risalente ad un rifacimento successivo della cinta serviana. Scomparsa.

      Da lì il muro andava al Foro di Traiano, poi di nuovo lungo le pendici del Quirinale, dietro i Mercati traianei e lungo la salita del Grillo, dove sono visibili alcuni resti sopravvissuti alle demolizioni operate nel 112 d.c. per la costruzione del Foro e la cosiddetta Torre delle Milizie, costruita forse su uno dei contrafforti del muro serviano.

      LE PORTE SERVIANE
      Poco oltre, a largo Magnanapoli, si trovava la porta Sanqualis: al centro della piazza sono conservate tre file di blocchi, 12 in tutto, di dimensioni 120x57x54 cm, forse appartenenti proprio alla struttura della porta.Già prima delle mura serviane, il Campidoglio aveva una sua struttura difensiva, sull'Arx, dove sono ora la chiesa di S. Maria in Aracoeli e l'Altare della Patria, e sul Capitolium, (sull'altro lato della piazza del Campidoglio), collegate tra loro e provviste di porte autonome.

      Alcuni resti delle antiche mura, rivolte verso il Campo Marzio, sono ancora visibili nel giardino tra l'Aracoeli e la scalinata posteriore al Vittoriano. Il muro serviano, riedificato su quello del VI sec., incluse le vecchie mura cittadine congiungendosi ad esse più o meno nella zona della tomba di C. Publicio Bibulo, i cui resti sono ancora visibili nei pressi della fontana a sinistra dell'Altare della Patria.

      In questo punto si apriva la porta Ratumena (secondo alcuni divenuta poi porta Fontinalis) che consentiva l'accesso a Roma dalla via Flaminia, lungo il tracciato dell'odierna via del Corso. Proseguendo nell'area del palazzo Antonelli (al civico 158 della piazza), nell'atrio del quale sono conservati altri resti del muro ed un arco (risalente forse ad un restauro dell'87 a.c.) adibito probabilmente a piazzola d'artiglieria per una postazione di catapulte o baliste, la muraglia arrivava, quasi in linea retta, in via della Dataria, dove, probabilmente nei pressi della scalinata che proviene dalla piazza del Quirinale (salita di Montecavallo), si apriva la porta Salutaris.

      Da questo punto il muraglione, o forse, dato il pendio estremamente ripido del colle, un semplice parapetto, proseguiva lungo il ciglio scosceso, seguendo approssimativamente il percorso di via delle Scuderie e di via dei Giardini fino circa all'incrocio di quest'ultima con via delle Quattro Fontane, dove si apriva la porta Quirinalis.

      Nel tratto successivo il pendio diviene sempre meno ripido, fino ad essere completamente pianeggiante per un lungo tratto. Torna ad essere necessario, per la difesa, un muraglione di cui rimasero sorprendentemente molte tracce fino a tutto il XIX secolo, quasi a conferma che questo lato della città era in effetti il più pericolosamente esposto. Le caratteristiche dell'intero tratto fino alla porta Esquilina, e le indagini archeologiche effettuate, fanno ritenere che qui sicuramente la difesa consisteva nel classico "agger" (terrapieno difensivo), più che in altre zone dove si può solo ipotizzarlo.

      Dalla porta Quirinalis il muro procedeva attraversando la salita di S. Nicola da Tolentino per arrivare circa all'uscita di via Barberini su largo di S. Susanna (dove sono visibili alcuni resti presso l'edificio del Ministero dell'Agricoltura) ed oltrepassando poi via G. Carducci poco dopo l'incrocio con via A. Salandra.

      La sezione di mura che attraversava via Carducci era, insieme a quella di piazza dei Cinquecento e a quella sull'Aventino, una delle meglio conservate: si trattava di ben 32 metri circa di muro, una decina dei quali venne demolita nel 1909 per l'apertura della sede viaria, lasciando due tronconi ai lati della strada, inglobati negli edifici costruiti in corrispondenza. Sul muro della casa di destra un'iscrizione ricorda che Quod Urbem servaverunt hic moenia servantur ("Le mura che conservarono la città sono qui conservate').

      PORTA FONTINALIS
      Dopo via Carducci il muro piegava verso destra, seguendo all'incirca il tracciato di via Sallustiana, piegando poi in corrispondenza di via Servio Tullio ed attraversando via XX Settembre dove, in prossimità dell'angolo con via Goito, si apriva la porta Collina, i cui resti furono demoliti per la costruzione del palazzo del Ministero delle Finanze. Oltre la porta Collina, legata al maggior numero di eventi bellici di Roma, l'agger proseguiva praticamente in linea retta (tagliando via Cernaia, via Montebello e via Calatafimi) uscendo da via Volturno su piazza dei Cinquecento.

      Qui, oltre ad uno spezzone verso la fine di via Volturno, è tuttora visibile il tratto più lungo rimasto del muro serviano: 94 metri per circa 4 di larghezza in 17 filari di blocchi per circa 8 metri di altezza. Più o meno al centro del reperto si apriva la porta Viminalis.

      Da qui l'agger, il cui sostegno è visibile in due tronconi conservati nell'area sotterranea dell'atrio della stazione Termini, attraversava diagonalmente l'intera sede ferroviaria, superava via G. Giolitti, seguiva probabilmente la linea di via C. Cattaneo (resti in piazza Manfredo Fanti, nel giardino dell'Acquario Romano), oltrepassava via Napoleone III (dove sono ancora alcuni resti), via Carlo Alberto (resti tufacei sporgenti dai muri delle case) e raggiungeva via di S. Vito dove, a fianco dell'omonima chiesa, alla fine del famoso clivus Suburanus, si apriva la porta Esquilina, trasformata poi nell'ancora esistente Arco di Gallieno. Dopo aver attraversato via dello Statuto raggiungeva largo Leopardi, dove esistono altri resti in due file di blocchi.

      Superata poi via Merulana, un reperto di una certa importanza si trova al civico 35a di via Mecenate. Oltrepassata via C. Botta, il muro seguiva poi il percorso di via Poliziano, attraversava via R. Borghi, via L. Muratori, via Labicana e raggiungeva piazza S. Clemente. Una variante al percorso, che potrebbe però risalire al muro del VI secolo a.c. anziché a quello del IV, da largo Leopardi raggiungeva la chiesa di S. Martino ai Monti (sotto la quale, utilizzati come fondamenta, sono stati ritrovati alcuni filari di blocchi) per poi ricongiungersi al muro presso S. Clemente; l'orientamento nord-sud dei filari fa però sospettare che possa semplicemente trattarsi di un riutilizzo dei blocchi, prelevati altrove, anziché di un tratto del muro difensivo.

      Da questo punto non esistono, per un lungo tratto, testimonianze archeologiche, ed il percorso successivo può essere stabilito solo con molta approssimazione. È comunque presumibile che il muro abbracciasse una delle cime secondarie del colle, il Celiolo, l'accesso al quale era assicurato, in un punto imprecisato nella zona di confluenza di via dei Santi Quattro con via Santo Stefano Rotondo, dalla porta Querquetulana.

      La cinta doveva poi piegare verso ovest per raggiungere la successiva porta Caelimontana, i cui resti sono ancora visibili, trasformati e monumentalizzati nell'Arco di Dolabella e Silano, all'inizio di via S. Paolo della Croce, prosecuzione dell'antico clivus Scauri. Con l'arco di Gallieno, sono questi gli unici due reperti tuttora esistenti delle antiche porte nelle mura serviane.

      Da qui la muraglia attraversava la zona del colle ora occupata dalla chiesa di S. Gregorio; il muro in filari di blocchi di tufo che vi si trova accanto non appartiene alla cinta serviana, anche perché la facciata è rivolta verso l'interno della città. Tra l'imbocco di via di Valle delle Camene e quello di via delle Terme di Caracalla si apriva la porta Capena (che rappresentava l'inizio della via Appia), su un lato della piazza che porta tuttora il suo nome, forse individuata in un reperto ritrovato in quel tratto.

      Attraversata la piazza e tagliato diagonalmente l'inizio di via delle Terme di Caracalla (comunemente nota come Passeggiata Archeologica), il muro piegava verso sud. Un piccolo spezzone di muro si trova inglobato all'interno di un edificio adiacente alla chiesa di Santa Balbina. Poco più oltre, nella zona tra viale G. Baccelli e largo Fioritto, si apriva probabilmente la porta Naevia.

      Anche il tratto successivo è assolutamente privo di reperti archeologici e solo in forza di supposizioni è possibile ricostruire l'andamento del muro difensivo, che si ritiene dovesse effettuare una larga curva (più o meno attraversando via di Villa Pepoli, via Guerrieri, viale Giotto, via C. Maderno e via F. Annia) per tornare a piazza Albania nel cui centro, circa all'incrocio con via S. Saba, si trovava la porta Raudusculana, da cui partiva la via Ostiense.

      PORTA CAPENA
      Subito dopo la piazza si trova uno dei tratti meglio conservati, insieme a quello della Stazione Termini, di tutta la cinta serviana. Su via di Sant'Anselmo e all'inizio di via dei Decii si trova infatti uno spezzone piuttosto ben preservato il cui interesse maggiore, oltre a quello del reperto in sé, è dovuto alla presenza di un'arcata che, come quella nel palazzo Antonelli su largo Magnanapoli, doveva rivestire la funzione di piazzola d'artiglieria per una postazione di balista o catapulta.

      Si tratta, anche in questo caso, di una rielaborazione effettuata a seguito di un restauro successivo alla costruzione del muro del IV secolo. La cinta proseguiva poi per via Icilio fino alla successiva porta Lavernalis che, sebbene sussistano molti dubbi sulla reale collocazione, potrebbe effettivamente essere stata aperta sulla via che porta oggi lo stesso nome.

      Da qui il muro seguiva la linea di via Marmorata, ma a mezza costa del colle, sfiorando la chiesa di S. Anselmo e piazza dei Cavalieri di Malta e svoltando, sempre a mezza costa, su un percorso parallelo al Lungotevere Aventino fino al clivo di Rocca Savella, salendo verso via di S. Sabina: nei sotterranei della chiesa omonima e nel giardino adiacente sono stati ritrovati altri spezzoni del muro.

      Da queste parti doveva aprirsi sia la porta Trigemina che, un po' più in alto, la scala Cassii la quale, dato il pendio piuttosto scosceso in questo punto, era probabilmente un semplice passaggio pedonale. Per entrambe le aperture non si hanno comunque dislocazioni certe. Da qui la ricostruzione del tragitto presenta numerosi problemi: alcune testimonianze, tra cui quella autorevolissima di Livio, lascerebbero intendere che in questo punto un tratto di muro scendesse dall'Aventino verso il Tevere per riprendere un po' più avanti, verso piazza di Monte Savello, lasciando privo di protezione questo tratto del fiume che, d'altra parte, era occupato dal porto, dall'Emporio e dal Foro Boario.

      Un valido motivo potrebbe essere dovuto alla difficoltà di mantenere un terrapieno (l'agger) in una zona soggetta a frequenti inondazioni del Tevere. Non è comunque da escludere che un muro, a debita distanza dal fiume, sia stato realizzato in un momento successivo, attraversando la valle Murcia per congiungersi forse al tratto di mura della Roma quadrata nei pressi di piazza S. Anastasia e arrivando in qualche modo fino nei pressi dell'incrocio tra Vico Jugario e via L. Petroselli dove, a brevissima distanza l'una dall'altra, si aprivano la porta Triumphalis, la Carmentalis e la Flumentana.

      I resti della prima sono forse stati individuati nell'area archeologica adiacente la chiesa di S. Omobono, mentre le posizioni delle altre due sembrano quasi coincidere, entrambe tra il vico Jugario, via del Foro Olitorio e piazza di Monte Savello. Da qui il muro costeggiava la base del Campidoglio (alcuni resti sono visibili su via del Teatro di Marcello), poi saliva per via di Monte Caprino (alcuni resti) e per via delle Tre Pile (altri resti nelle immediate vicinanze).

      Le ristrutturazioni urbanistiche intorno al colle effettuate negli anni trenta con l'abbassamento, tra l'altro, del livello stradale di via del Teatro di Marcello, hanno reso la lettura di questa zona ancora più difficoltosa di quanto già non fosse e non è pertanto molto agevole riuscire ad individuare né l'esatto percorso né la linea di sutura tra le mura serviane e la prima difesa autonoma del colle capitolino, che chiudeva l'anello delle mura del IV secolo.

      Un'ultima porta, la Catularia, si apriva probabilmente alla base della cordonata del Campidoglio, mentre pochi metri più avanti c'è un ultimo spezzone di mura, ai piedi della scalinata dell'Aracoeli, nell'area archeologica dove è stata individuata un'”insula”. Da qui è presumibile che il muro serviano si ricollegasse con quello più antico dell'Arx.


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      ACQUEDOTTO DI TERMINI IMERESE IN CONTRADA FIGURELLA

      Dopo la distruzione di Imera da parte dei Cartaginesi, nel 409 a.c., circa due anni dopo, a pochi km dalla distrutta Himera, i Cartaginesi, insieme ai profughi Imeresi, fondarono presso le naturali terme la nuova città di Termini Imerese nel 407 a.c., nel luogo dove oggi sorge l'attuale Termini Imerese, purtroppo insediata sopra l'antica.
       
      Nel 260 a.c., nel corso della I guerra punica, i Romani subirono presso la città una durissima sconfitta ad opera di Amilcare, ma nel 253, essendo consoli Caio Aurelio Cotta e Publio Servilio Gemino (Polyb., i, 39, 13), la città greco-cartaginese, la Thermai Himeraiai, venne conquistata da Roma e nel 252 a.c. divenne una colonia. 

      LE TERME
      Da allora Termini rimase fedele a Roma, e venne soggetta a tributo.
      Dopo la conquista di Cartagine, nel 146 a.c.,
      Scipione Emiliano restituì a Terme le opere d'arte sottratte dai Cartaginesi ad Imera.
      Sparsi nel sottosuolo della città sono resti di antiche strutture perlopiù in opus reticulatum che testimoniano la presenza di coloni romani di età augustea.

      Il nome di Thermai Himeraìai (in latino Thermae Himerae) si dovette all'esistenza di sorgenti di acque calde, ancor oggi utilizzate.

      Infatti le Terme moderne, nella città bassa, occupano lo stesso luogo di quelle romane, delle quali conservano ancora alcuni resti. Note già molto prima della distruzione di Imera, queste acque sono ricordate da Pindaro nella XII olimpica.

      Secondo il mito, esse sarebbero sgorgate ad opere delle Ninfe, che volevano compiacere Atena, e in esse si sarebbe bagnato per la prima volta Ercole, dopo la lotta contro Erice. Le monete di Termini, che sul dritto hanno la testa di Ercole e sul rovescio tre Ninfe, derivano da questo mito.


      Il suo monumento più rappresentativo è costituito dai resti di un acquedotto, forse il più grande di tutta la Sicilia, che portava l'acqua da sorgenti poste a 8 km dalla città, costruito in opera cementizia con paramento a blocchetti.

      Vari tratti dell'acquedotto fra cui due vasche di decantazione dell'acqua e una torre esagonale che aveva la funzione di castello di compressione sono ancora visibili, e pure alcune arcate, a semplice o doppio ordine, che sono sparse per la campagna. 

      Una iscrizione era posta sulla torre esagonale, il castello di compressione dell'acquedotto, in cui su cinque dei lati si aprivano finestre, e dall'ultimo lato partiva il condotto. Oggi l'iscrizione è scomparsa (per non dire trafugata), ma ne conosciamo il testo: "Aquae Corneliae ductus P. XX", l'ultima indicazione (venti piedi) corrisponde forse all'area di rispetto ai lati del manufatto.

      Il testo, insieme alle varie particolarità costruttive, nonchè gli avvenimenti storici di Termini connessi anche con l'iscrizione, ci fanno datare l'acquedotto, almeno nelle sue prime fasi (portò l'acqua a T. fino al 1860), alla fine del II o agli inizi del I sec. a.c.


      La parte più monumentale dell’antica opera idraulica è il maestoso ponte di contrada Figurella a doppie arcate (in origine nove nell’inferiore, quindici nel superiore: due archi per ogni ordine sono crollati), alto 16 metri e lungo in origine 101 metri.

      L’acquedotto Cornelio, pur nella sua brevità, è per alcuni aspetti paragonabile alle opere idrauliche di città di rilievo di gran lunga maggiore; la sequenza dei sifoni, ad esempio richiama alla mente i grandiosi acquedotti di una città importante come Lione, e la levatura delle soluzioni tecniche fa della nostra una delle più interessanti opere idrauliche romane, che siano state eseguite nelle province dell’impero.

      La struttura, in opera cementizia con paramento in blocchetti, e archi in laterizio, è la stessa dell’anfiteatro e della curia, e mostra d’appartenere allo stesso progetto edilizio, identificabile con quello della colonia augustea.

      I ruderi in contrada Figurella sono i più belli, ma sono anche quelli che hanno subito di più le ingiurie del tempo e degli elementi, pur essendo stati restaurati dalla Soprintendenza alle antichità di Palermo, in due riprese, nel 1937 e nel 1943 consistenti nel riempimento, con muratura di mattoni, di alcuni archi abbattuti e in rappezzi e solidificazioni vari.


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    • 10/08/19--05:11: TEMPIO DI GIOVE FERETRIO
    • AULO CORNELIO COSSO OFFRE LA SPOGLIA OPIMA AL TEMPIO DI GIOVE FERETRIO

      Il tempio di Giove Feretrio fu il primo tempio costruito a Roma (il secondo dedicato a Giove è di origine etrusca, vale a dire il tempio di Giove Ottimo Massimo).

      L'origine del termine Feretrius alcuni lo attribuirono al verbo latino "ferire" (colpire), ponendolo in relazione al fatto che le spoglie del capo nemico caduto in battaglia (spolia opima) erano poi offerte a Giove Feretrio ("che colpisce") sul Campidoglio.
      Altri autori invece lo identificarono con il verbo latino "ferre" (portare), in quanto chi otteneva le spoliae opimae le portava in dono a Giove Feretrio.

      Il tempio venne fondato, secondo la tradizione, da Romolo dopo aver sconfitto in battaglia il capo dei Ceninensi, un certo Acrone, nel 752-751 a.c. come ricordano anche i Fasti triumphales.
      «Romolo, figlio di Marte, re, trionfò sul popolo dei Ceninensi (Caeniensi), calende di marzo (1º marzo).» (Fasti triumphales, 2 anni dalla fondazione di Roma)

      "Esultante per il prospero evento taglia Romolo un grosso ramo di quercia e appende sul medesimo le spoglie del vinto Re. Quindi ricopertosi di veste purpurea e cinto il crine di corona d'alloro erge di propria mano il trofeo della vittoria e sfilando l'esercito in ordine di battaglia marciava trionfante a Roma fra i canti d inni e di rozzi versi militari. Questa fu l'origine dei trionfi magnifici dei Romani.

      Per eternare una si lieta giornata salì Romolo il vicino Monte Saturno detto Campidoglio disegnò un luogo per innalzarvi un Tempio a Giove sotto il titolo di Feretrio onde collocarvi le spoglie di Acroiie siccome poi avvenne e le altre che riportate avessero i suoi Successori i quali di propria mano uccidessero un Re o Generale nemico."

      (ANNALI DI ROMA - 1836)

      TIPOLOGIA DI UN TEMPIO DELL'EPOCA MONARCHICA
      Dionigi testimonia che fu il primo tempio costruito nella Roma antica, un edificio che misurava solo 15 piedi sul lato più lungo e sicuramente, come suppone Carandini, doveva essere una capanna. l'attributo di Giove Feretrio era una pietra dura custodita al suo interno, che Andrea Carandini identifica con il lapis silex, probabilmente un'ascia preistorica che rappresentava il fulmine, e con la quale, alla fine della processione sulla Via Sacra, si effettuava il sacrificio di una scrofa al termine della ovatio.


      Su questo abbiamo qualche dubbio, la pietra dura di selce dovrebbe essere adorato come manufatto molto antico, spesso la pietra dell'antica Dea aniconica (anche la dea Cibele era dorata come pietra), ce lo fa pensare anche il sacrificio della scrofa che era sempre offerto a una Grande Madre, tanto è vero che l'ovazione non riguardava la scrofa ma il sacrificio di una pecora "ovis", da cui il nome. Ma anche l'ascia fa venire dei dubbi perchè, come emblema o "signum" non fu mai romana ma nordica, a parte l'Ascia Bipenne etrusca derivante da quella cretese, anche queste di retaggio Dea Madre.

      Il lapis silex (siliceo) poteva essere il retaggio dell'antica Dea trasferito a Giove, tanto è vero che su di essa i Romani facevano giuramenti di carattere sia pubblico (foedus) che privato. Anticamente si giurava su una Dea che accoglieva in sè il compito della giustizia, infatti in Grecia si giurava su Themis, Dea della Giustizia, che venne poi ingoiata da Zeus, il corrispondente di Giove.

      Un primo restauro fu effettuato da Anco Marzio. Poi nel 426 a.c. nel tempio furono poste anche le spoliae opimae del re di Veio, Lars Tolumnio, sconfitto durante la battaglia di Fidene, da Aulo Cornelio Cosso. Le spoglie opime erano la più alta onorificenza romana, che veniva rilasciata solo ai comandanti che uccidevano in battaglia il comandante nemico.

      Durante la guerra civile tra Antonio e Ottaviano, Augusto decise, dietro suggerimento di Tito Pomponio Attico, di promuovere un rifacimento completo del tempietto ormai rovinoso e ignorato da tempo immemorabile. Ottaviano, uomo religiosamente tradizionalista e pio, ordinò la ristrutturazione del tempio, come di tanti altri ormai obsoleti.

      BATTAGLIA DI CLASTIDIUM DOVE M. CLAUDIO MARCELLO OFFRE LA III SPOLIA OPIMA
      Il sito del tempio è attualmente dibattuto. Sappiamo, secondo quanto ci tramanda Tito Livio, che si trovava sul Campidoglio:
       «Portando le spoglie del comandante nemico ucciso... Romolo salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle poste sotto una quercia sacra ai pastori, insieme con un dono, tracciò i confini del tempio di Giove e aggiunse al dio un cognome: 
      "Io Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi regie, e dedico il tempio tra questi confini... in modo che sia dedicato alle spolie opime, che a coloro che verranno dopo di me porteranno qui dopo averle sottratte a re e comandanti uccisi in battaglia".»

      «Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma.» ci informa Tito Livio.
       (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 10.)

      Secondo il Carandini si trattava di un tempio che in origine doveva essere una capanna, con di fronte un'ara. Intorno al tempio un recinto, al cui interno vi era una quercia sacra, che del resto era sacra a Giove. Il possibile sito viene identificato, sempre dal Carandini, con la Promoteca capitolina sotto a cui durante gli scavi sul colle Capitolino, è stato rivenuto il culto di Giove Feretrio per i materiali votivi databili alla II meta dell’VIII secolo a.c. comprendenti in particolare dei vasetti miniaturistici.




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      IL TESORO DELL'ESQUILINO

      Il tesoro dell'Esquilino è un servizio di oggetti d'argento di epoca romana, nascosto a Roma nella zona dell'Esquilino tra la fine del IV e l'inizio del V secolo e scoperto nel XVIII secolo. È costituito da numerosi oggetti di vari usi e di squisita fattura, tra i quali due scrigni da toletta, una bottiglia, diversi piatti da portata, una patera, applicazioni per mobilio e finimenti per cavalli. Dopo essere passati per le mani di alcuni collezionisti, i vari pezzi del tesoro italiano, quasi al completo, sono divenuti proprietà del British Museum di Londra.

      Il tesoro, anche se di aspetto decisamente pagano, aveva dei proprietari cristiani; così si pensò che fosse pertinente a un'importante famiglia aristocratica romana della tarda antichità, quella di Turcio Secondo e di Proiecta Turcia, e che il sito del ritrovamento fosse quello della domus Turciorum. Il fatto che l'argenteria fosse stata nascosta dovette derivare da un evento catastrofico come il sacco di Roma del 410 da parte di Alarico, re dei Visigoti.

      MANIGLIE E INSERTI DI MOBILI

      LA SCOPERTA DEL TESORO

      Il tesoro fu scoperto nel 1793, a Roma, alle pendici dell'Esquilino, durante alcuni scavi effettuati nella proprietà del convento delle Religiose Minime, all'interno di alcune antiche camere, dove si erano depositati molti detriti a causa dei piani superiori crollati.

      Gli studiosi però non sono d'accordo sul monastero, più che su quello di San Silvestro, protenderebbero per il monastero San Francesco di Paola.

      Filippo Aurelio Visconti, Commissario delle Antichità tra il 1784 e il 1799, afferma che il tesoro fu trovato nei pressi di Santa Lucia in Selci, mentre una lettera anonima rivela che la scoperta avvenne  per erigere un coro dietro la chiesa dei Santi Gioacchino e Anna ai Monti.

      Gli operai cercarono di mantenere il segreto sul ritrovamento e di rivendere
      gli argenti per proprio conto, ma il vescovo Giulio Maria della Somaglia,  scoprì la cosa e portò gli oggetti recuperati al direttore del Museo Capitolino Ennio Quirino Visconti. Questi li identificò come corredo di una donna romana cristiana di buona famiglia vissuta nel IV o V secolo. Il vescovo, generosamente per le monache, ma meno generosamente per l'Italia, fece vendere il corredo per darne il ricavato alle monache, visto che se la passavano piuttosto male con i soffitti del convento che crollavano.

      - Il tesoro fu venduto allora al  barone von Schellerscheim, un prussiano residente a Firenze e le 1.014 once d'argento vennero valutate 1.115,40 scudi, con un piccolo sovrapprezzo dovuto alla sua antichità per un totale di 1.450 scudi. E' evidente che il barone fece un grande affare.

      - Infatti il barone vendette il tesoro, entro il 1827, all'ambasciatore francese presso il Regno delle Due Sicilie, Pierre Louis Jean Casimir duca de Blacas che morì nel 1839.

      - Però solo nel 1844 il figlio ed erede poté ereditare il tesoro che era ambito da molti.

      - Nel 1866, il figlio di de Blacas vendette infine tutta la collezione del padre, compreso il tesoro dell'Esquilino, al British Museum.

      MANIGLIE E INSERTI DI MOBILI


      COMPONENTI DEL TESORO 

      In assenza di un preciso inventario dei pezzi ritrovati nel 1793, la composizione del tesoro è incerta.

      - Nel 1793 Ennio Quirino Visconti citò 25 pezzi.

      - Trent'anni dopo il ritrovamento, Seroux d'Agincourt citò 21 pezzi, in quanto uno era in pessimo stato e tre erano andati dispersi.

      - Nel 1827 Pietro Paolo Montagnini-Mirabili elencò 27 pezzi, ma ne descrisse 47, perchè alla collezione erano stati aggiunti altri pezzi, come un piatto d'argento proveniente dal tesoro di Mâcon, più altri 11 pezzi d'argenteria di varia origine; di cui però, i sei finimenti per cavallo erano pertinenti al tesoro.

      - L'erede del duca de Blacas, infine, vendette al British Museum 59 pezzi, cui vanno aggiunti altri due certamente riconducibili al tesoro: una brocca di bronzo conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e una patera in argento appartenente alla collezione Dutuit a Parigi.

      - Nel 1985, Kathleen Shelton identifica 28 oggetti appartenenti al tesoro:
      Shelton 1 - cofanetto di Proiecta;
      Shelton 2 - cofanetto da toletta, detto "delle Muse";
      Shelton 3 - patera (collezione Dutuit);
      Shelton 4 - piatto scanalato;
      Shelton 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13 - piatti con monogramma;
      Shelton 16 - bottiglia;
      Shelton 17 - brocca di Pelegrina;
      Shelton 18 - brocca (a Napoli);
      Shelton 30, 31, 32, 33 - applicazioni per mobilio raffiguranti Tiche, Dea della Fortuna;
      Shelton 34, 35 - applicazioni per mobilio raffiguranti mani;
      Shelton 36, 37, 38, 39, 40, 41 - finimenti per cavallo.

      COFANO DI PROIECTA - FIG. 1

      IL COFANETTO DI PROIECTA

      Il cofanetto di Proiecta era il pezzo di maggior pregio del tesoro, Tutto in argento lavorato a sbalzo, cesellato e scanalato, e ombreggiato attraverso una rete di piccoli punti. Aveva una larghezza di 43,2 cm, una lunghezza di 55,9 cm, e altezza di 28,6 cm. Dei nove pannelli in argento che lo costituiscono, sette sono dorati.

      È dotata di un coperchio tenuto da tre cerniere; la base poggia su quattro piedini di cui tre originali, ed ha due maniglie sui lati corti. Essa è rettangolare allargata verso l'alto, il coperchio rettangolare e piatto si allarga sul bordo della scatola, chiudendola con un piccolo bordo verticale.

      Il coperchio è diviso in cinque pannelli, decorati con figure e bordati con una striscia a tema floreale stilizzato. Il pannello frontale raffigura la toletta di Venere che si specchia seduta in una conchiglia che emerge dalle onde; ai suoi lati stanno due tritoni e due eroti, che recano uno un cesto di frutta l'altro un cofanetto.

      COFANO DI PROIECTA
      Una nereide e un erote campeggiano sui pannelli laterali, in uno l'erote cavalca un ippocampo, nell'altro un cetaceo. Nel pannello posteriore due cortei di uomini a sinistra e di donne a destra, preceduti da un giovinetto e seguiti da una ragazza, avanzano verso una basilica recando offerte di cofanetti, brocche, candelabri e patere.

      Nel pannello centrale superiore due eroti sorreggono una corona al cui interno vi sono due busti, di una donna in ricchi abiti sulla sinistra e, sulla destra e in secondo piano rispetto a lei, di un uomo. Il medaglione è dorato.

      La donna indossa una lunga tunica con maniche e un collare di pietre preziose, e regge con le mani un rotolo decorato; l'uomo ha la barba, indossa una tunica con maniche sotto la clamide e una fibula a balestra sulla spalla sinistra, e fa il gesto dell'oratore, pollice verso l'alto e due dita distese.

      COFANO DI PROIECTA VISTO DA SOPRA - GLI SPOSI
      Le pareti del cofanetto sono suddivise da archi alternati a tutto sesto e triangolari, che poggiano su colonne a tortiglione con capitelli corinzi. Tra gli archi e la sommità del cofanetto sono disposte coppie di canestri di frutti, uccelli e rosette.

      Nell'arco centrale del pannello frontale sta la matrona alla toletta. Siede su di una ricca sedia, veste un colobium sopra un'ampia e lunga tunica, con varie collane. Sembra copiare Venere alla toletta sul coperchio del cofanetto, un complimento alla sposa bella come Venere. Volta a sinistra, dove uno schiavo regge lo specchio, la matrona si orna i capelli con uno spillone, mentre nella sinistra regge una pyxis.

      Projecta casket, detail of secundus, 4thc AD, part of the Esquiline Treasure, British Museum



      Negli altri archi uomini e donne recano oggetti: le donne con tuniche lunghe e dalmatiche (la sopravveste ricamata e legata ai lati che indossano i preti nella messa) con clavii (i bordi purpurei delle toghe), gli uomini vestiti con tuniche aderenti decorate con clavii e orbiculi (applicazioni di piccoli cerchi.

      Sotto il pannello frontale c'è un augurio agli sposi: SECUNDE ET PROIECTA VIVATIS IN CHRIS, «Secondo e Proiecta vivete in Cristo»; poi c'è uno scritto che fatto oggi apparirebbe di pessimo gusto, perchè calcola il peso dell'argento impiegato: P XXII III S, «ventidue libbre, tre once e una semioncia». L'iconografia è tipica dei doni nuziali, ma gli sposi sul coperchio non sembrano sposi novelli.

      COFANO DELLE MUSE


      COFANO DELLE MUSE 

      Il cofano delle Muse (dimensioni: diametro 32,7 cm, altezza 26,7 cm) fu probabilmente realizzato contemporaneamente al cofanetto di Proiecta. È composto da un contenitore a sedici facce, alternatamente piatte e concave, con pareti verticali, e da un coperchio a cupola dotato di un bordo orizzontale che permette la chiusura del cofano.

      Le due parti sono unite da una cerniera, e il cofano può essere sospeso tramite tre catene, fissate a un anello saldato al coperchio. All'interno vi sono state reperite cinque piccole bottigliette per profumi e unguenti.

      Le superfici piane del cofanetto sono decorate a vasi con volute vegetali, fiori, uccelli e foglie di vite.
      Le superfici curve invece sono senza decorazioni, mentre quelli del corpo del cofanetto recano effigi di otto delle nove Muse, con simboli pertinenti.

      Ogni Musa sta all'interno di un arco a tutto sesto su due colonne a tortiglione. In cima al coperchio vi è la nona Musa mancante; collegata in un certo senso alla matrona. Questo genere di cofanetti, come attestato da mosaici e pitture parietali, era usato soprattutto alle terme.

      PATERA DELL'ESQUILE - FIG. 2

      PATERA DUTUIT

      A Parigi, al Petit Palais, è conservata una patera in argento di 19 cm di diametro e provvista di manico spezzato in cima. Pur non facendo parte della collezione venduta al British Museum, ma arrivata al Petit Palais attraverso la vendita della collezione Dutuit nel 1902; è comunque un pezzo pertinente al tesoro dell'Esquilino.

      La patera è realizzata a forma di conchiglia, attributo di Afrodite,  con al centro la Dea Venere, che come sul cofanetto di Proiecta è raffigurata intenta alla toletta.

      La divinità si acconcia i capelli guardandosi in uno specchio retto da un erote, mentre un altro le viene incontro recandole un dono.

      Il bordo della patera è decorato con una serie di piccole conchiglie, che richiamano quella grande centrale.

      Sul manico è raffigurato invece un giovane cacciatore, in piedi appoggiato alla propria lancia, con ai piedi un cane.

      Si tratta di Adone, ucciso secondo il mito da un cinghiale ma risorto dai morti per parte dell'anno in quanto amato dalla Dea.

      Il tema della morte e resurrezione è costante nell'antichità, proseguito e rieditato dal Cristianesimo nella figura di Gesù Cristo, anche lui figlio- vegetazione che muore ogni anno al solstizio di inverno per risorgere all'equinozio di primavera quando rinasce appunto la vegetazione.

      Il tema iconografico della patera è dunque pieno di significati religiosi, ma qui usato soprattutto a scopo gioiosamente decorativo o al massimo anche simbolico.




       I PIATTI

      Il tesoro comprende diversi piatti: uno grande e due servizi di quattro piatti ciascuno, più piccoli.
      Il grande piatto è un grande piatto da portata, ha un diametro di 56,2 cm, ed è composto da un medaglione centrale da cui dipartono 24 pannelli, alternatamente piani e curvi. Il medaglione centrale è decorato da un motivo intrecciato inciso; i pannelli curvi non sono decorati, mentre quelli piani hanno motivi floreali e foglie.

      Il primo servizio è composto da quattro piatti tondi d'argento, praticamente identici, di 16,1 cm di diametro, 2,9 cm di altezza e pesa 410 g circa. Al centro dei piatti c'è un monogramma, in lettere maiuscole dorate e delineate da inserti in niello, incorniciato da una corona d'alloro.

      Uno dei piatti ha una seconda iscrizione lungo il bordo, SCVT.IIII.PV, che informa che i quattro piccoli piatti furono realizzati con 5 libbre (1635 g circa) di argento; un altro presenta un graffito in maiuscole leggere e irregolari sulla superficie inferiore, VIVASINDEOMARCIANAVIVAS, "vivi in Dio Marciana vivi". La prima e l'ultima parola si ripetono come usava all'epoca nelle formule magiche pagane.


      Il secondo servizio è composto da quattro piatti rettangolari d'argento identici, di 20,2 cm per 14,6 cm. Il supporto è dritto e rettangolare, il bordo orizzontale e traforato è formato da una serie di dentelli con proiezioni ovali agli angoli. Al centro dei piatti c'è lo stesso monogramma del primo servizio, anche qui in lettere maiuscole dorate e delineate da inserti in niello, incorniciato da una corona d'alloro.

      Uno dei piatti ha una seconda iscrizione lungo il bordo, SCVT.IIII.PV, che informa che i quattro piccoli piatti furono realizzati con 5 libbre (1635 g circa) di argento; un altro presenta un graffito in maiuscole leggere e irregolari sulla superficie inferiore, VIVASINDEOMARCIANAVIVAS, "vivi in Dio Marciana vivi".

      BROCCA DI PELEGRINA A SINISTRA, BOTTIGLIA DEGLI AMORINI A DESTRA

      BROCCHE E BOTTIGLIE 


      Della collezione conservata al British Museum fanno parte una brocca, detta di Pelegrina, e una bottiglia; una seconda bottiglia riconducibile al tesoro è invece conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli.


      BROCCA DI PELEGRINA

      L'opera ha delle esecuzioni a niello, una lega metallica di colore nero che include zolfo, rame, argento e spesso anche piombo, usata come intarsio nell'incisione di metalli. 

      Il metallo inciso viene riempito con questa lega macinata lungo i tratti prodotti dall'incisione a bulino. 

      Questa lavorazione riguarda solo il collo della bottiglia d'argento, con un effetto di grande raffinatezza, mentre il resto della bottiglia è a costoloni.

      Le costolature riguardano sia la parte alta della bottiglia che si allarga verso il basso, sia la parte più bassa della bottiglia che invece restringe verso il basso.

      Nel punto d'incontro delle due costolature sono state ricavate delle piccole rientranze ovali a mandorla, anche queste battute a martelletto e poi lisciate.


      LA BOTTIGLIA DEGLI AMORINI

      La bottiglia, ora conservata al British Museum è alta 34,6 cm; si tratta di una fiasca in argento di forma ovoidale, rastremata bruscamente alla base in un piede svasato e più gradualmente in corrispondenza del collo, il tappo con modanature costituite da quattro solchi concentrici degradanti.

      Il corpo della bottiglia è decorato a bassorilievo, con due coppie simmetricamente opposte di volute arabescate, di sei spirali ciascuna, che sorgono da due calici d'acanto posti sul piede. Ha collo lungo e stretto.

      Sotto il collo le volute contengono due gruppi di frutti rotondi e due coppie di uccelli, poi frutta, foglie, grappoli d'uva, uccelli, conigli, capre, una cavalletta e una lepre.

      All'interno dei principali quattro medaglioni sono raffigurati degli eroti:
      - uno con un cesto di frutta;
      - uno a cavallo di un asino che rovescia un cesto di frutta;
      - un altro vestito con un mantello, seduto su di un cesto, intento a raccogliere l'uva, con vicino una capra;
      - l'ultimo che coglie l'uva, con una ciotola, un uccello e della frutta.

      La parte superiore della decorazione è delimitata da una modanatura composta da due giri di foglie.

      Questo vaso può passare per rinascimentale e riprodotto pure ai giorni nostri. Insomma ha uno stile attualissimo attualissimo.

      ORNAMENTO EQUESTRE

      IDENTIFICAZIONE DEI PROPRIETARI

       I pezzi del tesoro sono ricchi di iscrizioni, con ben 12 iscrizioni in latino sui 27 pezzi del ritrovamento del 1793.

      Sul cofanetto di Proiecta sono riportati i nomi «Secundus» e «Proiecta», per lo più considerati incisi al momento della fabbricazione; i monogrammi sui piatti PROIECTA TURCI da Visconti, mentre quello sulla brocca, interpretato inizialmente come PROIECTA, è più probabilmente da sciogliere in PELEGRINA.

      Nel complesso, al di là delle varie interpretazioni, il tesoro è stato a lungo ricondotto a tre persone – Pelegrina, Proiecta e Secondo – riconducibili alla famiglia aristocratica tardo imperiale dei Turci. La Proiecta del cofanetto fu identificata con una giovane donna citata in un epitaffio di papa Damaso I e morta il 30 dicembre, e il tesoro fu dunque datato tra il 379 e il 383.

      Tale interpretazione aveva portato alcuni problemi con sé, in quanto all'epoca si riteneva che le famiglie aristocratiche cristiane e quelle pagane si servissero negli stessi laboratori di oreficeria, ma commissionando oggetti con iconografie tra loro opposte, cristiane i primi e pagane i secondi; la Proiecta proprietaria del cofanetto, invece, era una cristiana che possedeva un oggetto dall'iconografia spiccatamente pagana.

      Successivamente però questa obiezione è caduta, dal momento che si è riconosciuta la diffusione di oggetti con decorazioni pagana anche nelle famiglie cristiane. Un'interpretazione più recente ha messo in dubbio questa identificazione e la datazione da essa dipendente: Proiecta non sarebbe la giovane donna citata da Damaso, in quanto questa sarebbe stata sposata con un certo Primo e non con Turcio Secondo.

      Il tesoro non sarebbe da datare agli anni 380, bensì agli anni 350, e sarebbe stata il prodotto di «un'officina del tesoro dell'Esquilino» cui altri importanti opere sarebbero da ricondurre: l'acconciatura di Proiecta è confrontata con quella dell'imperatrice Elena, mentre la barba di Secondo sarebbe da ricollegare all'iconografia dell'imperatore Giuliano.

      La questione dell'identificazione dei proprietari del tesoro non è certa, e un'interpretazione simile a quella iniziale è comparsa in tempi recenti. Proiecta sarebbe la giovane defunta citata da Damaso, proprietaria del cofanetto su cui è raffigurata col marito, Turcio Secondo, mentre diversi pezzi del tesoro apparterrebbero ad un'altra coppia, forse formata da Pelegrina e Turcio; sebbene alcuni pezzi potrebbero essere precedenti, il cofanetto e gli altri pezzi principali risalirebbero al 380.

      Turcio Secondo sarebbe da identificare con un Lucio Turcio Secondo nipote o forse un figlio di Lucio Turcio Secondo Asterio, membro di una famiglia pagana che aveva dato all'amministrazione imperiale:
      - il praefectus urbi Lucio Turcio Aproniano nel 339
      - e Lucio Turcio Aproniano Asterio quaestor, praetor e comes Augustorum (337-340),
      - un corrector Piceni et Flaminiae Lucio Turcio Secondo nel 339-350 e
      - un console Turcio Rufio Aproniano Asterio nel 494; potrebbe essere stato un cristiano, oppure l'iscrizione era stata fatta incidere dalla famiglia, cristiana, di Proiecta, o che comunque il cofanetto fosse indirizzato alla sola sposa.
      - Proiecta sarebbe allora la figlia di Floro (prefetto del pretorio) magister officiorum (380-381) e prefetto del pretorio d'Oriente (381-383), membro influente alla corte di Teodosio I.


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    • 10/11/19--05:26: MEDITRINALIA (11 ottobre)


    • DA MEDITRINA A GIOVE

      Abbiamo poche informazioni sulla Meditrinalia della prima religione romana, in quella più tarda era collegata a Giove come cerimonia importante nella Roma agricola. La Meditrinalia celebrava la fine della vendemmia ed era la festa dedicata alla lavorazione del vino.

      Non è mai citata una Dea che si chiami Meditrina. Tuttavia si tratta di una festa già in disuso ai tempi di Varrone e nominata poi di nuovo solo ai tempi della riforma di Augusto.

      Un tempo all'antica Dea si sacrificava la focaccia e il vino, ma per "sacrificare" s'intendeva all'epoca rendere sacro attraverso un rito o una preghiera, non significava bruciare la focaccia o versare il vino sull'altare, perchè sprecare il cibo non era ben visto dalla Dea. 

      Tanto è vero che i fedeli si riunivano accanto a un fuoco, o a un altare e il sacerdote, in genere una sacerdotessa, distribuiva le focacce e diceva:
      "Mangiate le focacce, esse sono il corpo della madre Terra."
      Poi versava il vino e diceva:
      "Bevete il vino, esso è il sangue della Madre Terra". 

      Così tutti mangiavano, bevevano e ringraziavano la Dea Meditrina, cioè la Madre Terra che li nutriva. In effetti la farina era il prodotto della spiga impastato con l'acqua delle sorgenti e il vino era il prodotto dell'uva che era a sua volta il prodotto della terra.

      Grazie a questo rito tutti si sentivano figli della Grande Madre che li nutriva, e pertanto fratelli. Poi venne il cattolicesimo che a sua volta impastò la farina con l'acqua facendone ostie, e poi offrì il vino, anzi dopo lo bevve solo il prete perchè costava meno.

      Comunque offrirono le ostie dicendo che si trattava del corpo di Cristo e il vino era il sangue di Cristo, ma non ci si capì più niente, per cui dissero che si trattava di un mistero, il "Mistero della Transustanziazione", che significa il Mistero di un cambiamento di sostanze, e rimase ancora più oscuro.




      IL SIGNIFICATO DEL NOME

      Varrone riporta una formula antica, recitata durante la degustazione del vino nuovo: "Novus-vetus vinum libo; novo-veteri vino morbo medeor"
      ("Bevo vino nuovo-vecchio, curo con tale vino nuovo-vecchio la malattia").

      - Da questa formula e dall'antico concetto del vino come medicina deriverebbe secondo alcuni il nome di Meditrinalia, dal latino mederi , "guarire".  Ma non è così, perchè andrebbe escluso il "trina", parola inequivocabile.
      - La festa secondo altri potrebbe essere stata così chiamato dal termine medendum (mischiato), perché i romani iniziavano a bere vino nuovo, che mischiavano con il vecchio e che a loro avviso ritemprava il loro fisico. Ma anche qui si escluderebbe il "trina".
      - Secondo altri ancora Meditrina non sarebbe stata una Dea romana ma solo un'invenzione tardo romana per spiegare l'origine di Meditrinalia. Il primo ad associare le Meditrinalia a una Dea fu il grammatico del II secolo Sesto Pompeo Festo, sulla base del quale è ritenuta da fonti moderne Dea romana della salute, della longevità e del vino, con significato di "guaritrice".

      Varro [De Lingua Latina, 6.21] dice quanto segue in questo giorno:
      "Dies Octobri Meditrinalia dictus est a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt: 'Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor'."
      "Il giorno dei Meditrinalia nel mese di ottobre è stato chiamato da 'mederi' (da guarire), come Flamen Martialis Flaccus soleva dire che in quel giorno era usanza fare una libagione di vino vecchio e nuovo e assaggiarlo in per essere guarito. Molti sono abituati a farlo anche adesso quando dicono: "Vino nuovo e vecchio bevo, di malattia nuovo e vecchio sono guarito"".

      Il vino novello veniva mescolato con il mosto bollito dell'anno precedente (il vin cotto), ed era un modo per preservarlo (Columella 12; Pall. Agric. 11, 14 e 17-19; [1. 916-919]). La miscelazione del vino comunque non solo doveva preservare le sue qualità, ma la libagione di una miscela di vino nuovo con quella dell'anno precedente era vista come un presagio per il futuro.




      LA DEA TRINA

        In realtà Meditrina era un aspetto dell'antica Dea e significava colei che sta nel mezzo della divinità Trina. L'antica Dea era infatti Trina, tre Dee in una: la Dea che dà la vita, quella che nutre e quella che dà la morte. Il vino era legato al nutrimento per cui alla Dea centrale della divinità. Pertanto la Festa della antica Dea Tellus era stata trasformata in festa di Giove.

        Qual'era la malattia che veniva curata col vino? Le sofferenze della vita, la sofferenza del vivere. Bevendo il vino si dimenticano gli affanni, questo era il regalo della Dea agli uomini. Bere il vino nuovo insieme al vecchio era unire affanni passati e affanni presenti, curandosi di entrambi.

        La divinità onorata oggi è invece Iuppiter (basata sui Fasti Amiternini), onorata anche nella Vinalia del 23 aprile. La festa prevedeva la degustazione e la libagione del mosto fresco.

        E che c'entrava Giove col cibo e col vino per lenire gli affanni? Nulla ma avendo perduto il ricordo dell'antica Dea preferirono dedicare la festa al nuovo Padre, che sembrava più potente dell'antica Madre.



        LA CERIMONIA

        Mentre l'antica Dea non richiedeva sacrifici di animali, il culto di Giove richiedeva il sacrificio di un toro o di un bue, in genere bianco. All'uccisione rituale seguiva lo smembramento dell'animale, con le interiora che venivano bruciate sull'ara ai piedi del tempio e con il resto della carne fatto a pezzi e diviso tra i presenti, sacerdoti e personalità, ma la parte maggiore veniva distribuita al popolo. Seguiva poi la distribuzione del vino, popolo compreso, a cui seguivano danze e balli per le strade.

        Ma la cerimonia più suggestiva era nelle campagne, dove si ornavano le erme dei campi con ghirlande di fiori e grappoli d'uva, poi veniva fatta una preghiera e si apparecchiava all'aperto con focacce, vino olive e formaggio, e tutti bevevano e facevano brindisi augurali, prima a Giove e agli altri Dei, poi ai padroni e agli invitati.

        La festa, per lo più campagnola, si protraeva fino al tramonto, quando la gente, piuttosto alticcia per il bere e stanca di ballare e cantare. se ne andava a letto tranquilla.


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        Nome: Fabius Caeso Vibulanus
        Nascita: -
        Morte: 477 a.c., Cremera
        Gens: Fabia
        Consolato: 484 a.c., 481 a.c., 479 a.c.
        Professione: Militare e politico


        Cesone Fabio Vibulano, ovvero Caeso Fabius Vibulanus; ... – Cremera, 477 a.c.) fu un politico e generale romano del V secolo a.c., eletto per tre volte console, nel 484, nel 481 e nel 479 a.c..
        Con i fratelli Quinto e Marco, fu uno dei più gloriosi esponenti della gens Fabia.

        Nel 485 a.c., mentre era console suo fratello Quinto Fabio Vibulano, fu uno dei due questori che accusarono Spurio Cassio Vecellino di ambire alla monarchia, accusa che portò alla condanna a morte dell'ex console, gettato dalla Rupe Tarpea dai suoi due accusatori.

        Spurio Cesellino è l'unico patrizio della gens Cassia di cui abbiamo notizia, fu tre volte console ed ottenne due volte il trionfo. È famoso per il Foedus Cassianum (trattato di pace tra romani e latini) e per la prima proposta di legge agraria a Roma (lex Cassia agraria), con cui propose di dividere le terre pubbliche di Roma, tra i cittadini romani, e quelli degli alleati Latini ed Ernici. 

        La proposta fu fortemente osteggiata dai Patrizi, che alla fine riuscirono a demandare ad un collegio di 10 senatori, l'individuazione delle terre pubbliche, e quali tra queste avrebbero dovute essere vendute e quali date in locazione.

        L'anno successivo Cassio venne portato in giudizio con l'accusa di aspirare a diventare re; i due accusatori, i questori Cesone Fabio Vibulano e Lucio Valerio Potito, sarebbero poi diventati consoli, rispettivamente nel 484 e nel 483 a.c., con il sostegno dei patrizi. Processato, Cassio fu condannato e fatto precipitare dai due questori dalla Rupe Tarpea.

        D'altronde tutti i fautori della legge agraria vennero assassinati come i due fratelli Gracchi. L'unico che la ripropose e non potè essere ucciso, almeno in questo frangente, fu Giulio Cesare.

        Fu uno degli artefici della iniziativa della gens Fabia di assumere l'onere della guerra contro Veio, che si chiuse con la disfatta presso il fiume Cremera, in cui periranno tutti i Fabii partecipanti.


        PRIMO CONSOLATO

        Nel 484 a.c. Cesone Fabio venne eletto console insieme a Lucio Emilio Mamercino; ma la nomina di Cesone, fratello di Quinto, console dell'anno precedente, che non aveva diviso il bottino di guerra con i soldati, rese furente la plebe, dato che i soldati erano i loro parenti e scoppiarono delle rivolte.

        «...dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse dello Stato. Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo console...»
        (Tito Livio - Ab Urbe condita libri - lib. II)

        Ma a tacitare le rivolte venne l'armata dei Volsci che, ritenendo Roma indebolita dai dissidi interni, passò all'attacco. I consoli divisero in due l'esercito, attaccando con un esercito i Latini e gli Ernici, e con l'altro prepararono la difesa delle terre romane.

        A Cesone Fabio toccò in sorte la campagna in difesa dei latini, mentre a Lucio Emilio quella contro i Volsci che però volse a mal partito per i romani, per cui Cesone partì in suo aiuto, determinando la vittoria romana nella battaglia di Longula.

        Tito Livio invece riporta che a Lucio Emilio fu affidato il comando della campagna contro Volsci ed Equi, e che ne conseguì una brillante vittoria, infliggendo al nemico più perdite durante la ritirata che durante la battaglia, mentre non riferisce alcuna azione militare a Cesone.

        L'OSTRACISMO DEI SOLDATI CONTRO CESONE

        SECONDO CONSOLATO

        Rieletto console nel 481 a.c. con il collega Spurio Furio Medullino Fuso, Cesone si trovò all'esterno di fronte alle lotte contro gli Equi e i Veienti, e all'interno di fronte ai dissensi tra patrizi e plebei, ed il tribuno della plebe Spurio Licinio cercò di far promulgare la legge agraria. Ma la guerra ebbe il sopravvento, Cesone marciò contro gli Equi, e Spurio contro i Veienti.

        Nella campagna contro gli Equi, Cesone ebbe più problemi con i propri uomini che contro i nemici, che vennero sconfitti grazie alle capacità militari del console, e nonostante l'odio con cui i militari, espropriati del bottino, risposero agli ordini del console. 

        «Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano... »
        (Tito Livio - Ab Urbe condita - lib. II)

        Secondo Dionigi invece, Spurio Furio marciò contro gli Equi e Cesone Fabio contro i Veienti, ma ugualmente Fabio Cesone avrebbe ricevuto l'ostilità dei suoi soldati, che avendo sconfitto in battaglia il nemico, si rifiutarono di dare l'assalto all'accampamento nemico (il cui bottino non li avrebbe riguardati), e presero la strada per tornare a Roma, nonostante gli ordini del console.



        TERZO CONSOLATO

        Visto i pessimi effetti del mancato rispetto della Legge Agraria, Cesone, eletto nuovamente a console nel 479 a.c. insieme a Tito Verginio Tricosto Rutilo, provò a ricucire patrizi e plebei, proponendo che i primi offrissero volontariamente ai plebei estensioni di territorio conquistati in guerra, ma gli avidi senatori rifiutarono. 


        TITO LIVIO

        "Poi entrambe le parti, patrizi e plebei, mostrano un'uguale propensione nel voler nominare console Cesone Fabio accanto a Tito Verginio; il primo, all'inizio del suo mandato, lasciando da parte guerra, leva militare e ogni altro problema governativo, si concentrò esclusivamente sulla realizzazione del suo progetto, fino a quel momento solo abbozzato, della riconciliazione tra plebe e patriziato. Così, nei primi mesi di quell'anno, per evitare che un qualche tribuno saltasse fuori con proposte di legge agraria, suggerì ai senatori di giocare d'anticipo e di agire autonomamente distribuendo alla plebe la terra conquistata e facendolo nella massima imparzialità possibile; era giusto diventasse proprietà di quanti avevano dato sangue e sudore per conquistarla.
          
        I senatori bocciarono la proposta e, anzi, alcuni di loro arrivarono a dire che l'eccesso di gloria aveva insuperbito e offuscato la mente di Cesone una volta molto lucida. In seguito il conflitto tra le classi urbane conobbe un periodo di stallo; i Latini erano tormentati dalle incursioni degli Equi. Cesone si recò allora con un esercito nel territorio degli Equi per compiervi delle razzie. Gli Equi si arroccarono nella loro città, al riparo delle fortificazioni, e fu per questo che non ci fu nessuno scontro particolarmente memorabile.


        Coi Veienti, invece, si registrò una disfatta solo a causa della temerarietà dell'altro console: l'esercito sarebbe stato distrutto, se Cesone Fabio non fosse arrivato per tempo in aiuto. Dopo questo episodio, i rapporti coi Veienti non furono né pacifici né bellicosi, ma si limitarono a una sorta di reciproca scorrettezza. Di fronte alle legioni romane, si arroccavano nelle loro città; quando vedevano che le legioni si erano ritirate, allora uscivano e facevano delle scorrerie nelle campagne, eludendo alternativamente la guerra con una sorta di pace e la pace con la guerra.


        In modo tale che la cosa non poteva né essere abbandonata né esser portata a compimento; quanto ai rapporti con gli altri popoli, si era di fronte o a guerre imminenti (per esempio con Equi e Volsci, la cui inattività non poteva durare più del tempo necessario per digerire il dolore, ancora bruciante, per l'ultima disfatta) o a guerre destinate a scoppiare di lì a poco (con i Sabini sempre ostili e con l'intera Etruria)."

        (Tito Livio - Ab Urbe Condita - Libro II)

        Cesone dovette poi guidare l'esercito in aiuto dei Latini attaccati dagli Equi, correndo in aiuto del collega console Tito Verginio, che combatteva contro Veio.

        Ma avvenne poi un tragico scontro tra i Fabii e Veio nel 479 a.c., con la decisione della famiglia dei Fabii, di gestire lo scontro privatamente, e Cesone ne fu un sostenitore.

        I FABII IN MARCIA

        TITO LIVIO - I FABII

        Allora la gente Fabia si presentò di fronte al senato. Il console parlò a nome della propria famiglia:
        Nella guerra contro Veio, come voi sapete, o padri coscritti, la costanza dello sforzo militare conta più della quantità di uomini impiegati. Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate che i Fabi se la vedano coi Veienti. Per quel che ci concerne, vi garantiamo di tutelare l'onore del popolo romano. E’ nostra ferma intenzione trattare questa guerra alla stregua di una questione di famiglia e di accollarcene tutte le spese: lo Stato non deve preoccuparsi né dei soldati né del denaro."

        Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il console uscì dalla curia e se ne tornò a casa scortato da un nutrito drappello di Fabi, i quali avevano aspettato il verdetto del senato nel vestibolo della curia. Quindi, ricevuto l'ordine di trovarsi il giorno dopo, armati di tutto punto, di fronte alla porta del console, rientrarono tutti nelle proprie case.

        La notizia fece il giro della città e i Fabi vennero portati alle stelle: una famiglia si era assunta da sola l'onere di sostenere lo Stato e la guerra contro i Veienti si era trasformata in una faccenda privata e combattuta con armi private. Se in città ci fossero state altre due famiglie così forti, una si sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli Equi e il popolo romano si sarebbe goduto beatamente la pace una volta sottomessi tutti i vicini.

        Il giorno successivo i Fabi si presentano all'appuntamento armati di tutto punto. Il console, uscito nel vestibolo in uniforme da guerra, vede schierati tutti i membri della sua famiglia e, postovisi a capo, dà ordine di mettersi in marcia. Per le vie di Roma non sfilò mai in passato nessun altro esercito meno numeroso ma nel contempo così acclamato e ammirato dalla gente.

        Trecentosei soldati, tutti patrizi, tutti della stessa famiglia, ciascuno dei quali più che degno di esserne al comando, e capaci insieme di formare, in qualsiasi momento, un'eccellente assemblea, avanzarono a passo di marcia minacciando l'esistenza del popolo di Veio con le forze di una sola famiglia.

        Li seguiva una folla in parte costituita da parenti e amici, gente straordinaria che volgeva l'animo non alla speranza o alla preoccupazione, ma solo a sentimenti sublimi, e in parte da gente qualunque spinta dall'ansia di partecipare e piena di entusiasmo e ammirazione. Tutti auguravano loro di essere sostenuti dal coraggio e dalla fortuna e di riportare un successo degno dell'impresa; e una volta di nuovo in patria, avrebbero potuto contare su consolati e trionfi, e su ogni forma di premio e riconoscimento.

        Quando passarono davanti al Campidoglio, alla cittadella e agli altri templi, supplicarono tutte le divinità che sfilavano davanti ai loro occhi, e quelle che venivano loro in mente, di accordare a quella schiera favore e fortuna e di restituirla intatta e in breve tempo alla patria e ai parenti. Ma vane furono le preghiere.

        IL FORTILIZIO

        LA BATTAGLIA DEL CREMERA

        "I Fabii, guidati da Marco Fabio Vibulano, dopo aver costruito un fortilizio nei pressi del fiume Cremara, iniziarono a saccheggiare le terre di Veio, anche quelle più lontane da Roma, mai attaccate prima. I Veienti dovettero soccombere ai Fabii, i quali divisero le proprie forze in quattro parti, destinandone una alla difesa del fortilizio, e le altre tre alle devastanti scorrerie, con rapidissime ritirate nel fortilizio.

        Partiti lungo la Via Infelice e passati dall'arcata destra della porta Carmentale, arrivarono alla riva del torrente Cremera. La posizione sembrò indicata per la costruzione di un campo fortificato. Dopo questi episodi furono eletti consoli Lucio Emilio e Caio Servilio. Finché si trattò soltanto di razzie, i Fabi non solo garantirono una sicura protezione al loro campo fortificato, ma in tutta l'area di confine tra la campagna romana e quella etrusca resero sicura la propria zona e, con continui sconfinamenti, crearono un clima di pericolo costante nel territorio nemico.

        Quindi le razzie cessarono per un breve tempo, finché i Veienti, reclutato un esercito in Etruria, attaccarono il presidio di Cremera e le legioni romane agli ordini del console Lucio Emilio li affrontarono in uno scontro all'arma bianca; a dir la verità, i Veienti ebbero così poco tempo per schierarsi in ordine di battaglia che, quando nel disordine delle manovre iniziali era in corso l'allineamento dietro le insegne e la collocazione dei riservisti al loro posto, la cavalleria romana li caricò all'improvviso sul fianco, togliendo loro la possibilità non solo di attaccare per primi, ma anche di mantenere la posizione
        .

        Respinti in fuga fino al loro accampamento a Saxa Rubra, implorarono la pace. Ma per la debolezza tipica del loro carattere, si pentirono di averla ottenuta prima che la guarnigione romana avesse evacuato il campo di Cremera. Il popolo di Veio si trovò di nuovo nella necessità di vedersela coi Fabi, senza però essere meglio preparato alla guerra; e non si trattava più soltanto di razzie nelle campagne e di repentine rappresaglie contro i razziatori, ma si combatté non poche volte in campo aperto e a ranghi serrati, e una famiglia romana, pur misurandosi da sola, ebbe più volte la meglio su quella città etrusca allora potentissima.



        Sulle prime ai Veienti ciò parve umiliante e penoso; poi però, studiando la situazione, decisero di giocare d'astuzia contro quel nemico irriducibile, anche perché vedevano con piacere che i reiterati successi avevano raddoppiato l'audacia dei Fabi. Così, parecchie volte, quando questi ultimi si avventuravano in razzie, facevano trovare loro, come per pura coincidenza, del bestiame sulla strada; vaste estensioni di terra venivano abbandonate dai proprietari e i distaccamenti inviati ad arginare le razzie fuggivano con un terrore più spesso simulato che reale.

        E ormai i Fabi si erano fatti un'idea tale del nemico da non ritenerlo in grado di sostenere le loro armi vittoriose, qualunque fossero stati l'occasione e il luogo dello scontro. Quest'illusione li portò ad uscire allo scoperto, nonostante la presenza in zona del nemico, per catturare una mandria avvistata a notevole distanza dal campo di Cremera.

        Dopo aver superato, senza però rendersene conto vista la velocità con cui procedevano, un'imboscata proprio sulla loro strada, si dispersero nel tentativo di catturare il bestiame che, come sempre succede quando reagisce spaventato, correva all'impazzata in tutte le direzioni; proprio in quel momento, si trovarono all'improvviso di fronte i nemici saltati fuori dovunque dai loro nascondigli.


        Prima fu il terrore per l'urlo di guerra levatosi intorno a loro, poi cominciarono a volare proiettili da ogni parte; e mentre gli Etruschi con una manovra centripeta li chiusero in una fila ininterrotta di uomini, in modo che a ogni loro passo avanti corrispondeva una riduzione dello spazio concentrico in cui i Romani si potevano muovere, questa mossa ne mise in chiara luce l'inconsistenza numerica esaltando invece la massa compatta degli Etruschi che sembravano il doppio in quella stretta fascia di terra.

        Allora, rinunciando alla resistenza che avevano sostenuto in tutti i settori, si concentrarono in un unico punto dove, grazie alla forza d'urto e alla loro perizia militare, riuscirono a fare breccia con una formazione a cuneo. In quella direzione arrivarono a un'altura appena accennata. Dove in un primo tempo riuscirono a resistere; poi, dato che la posizione sopraelevata permise loro di tirare il fiato e di riprendersi dal grande spavento, respinsero anche i nemici che pressavano da sotto; quel pugno di uomini stava avendo la meglio grazie alla posizione vantaggiosa, quando i Veienti furono spediti ad aggirare l'altura emersero da dietro sulla cima.


        Quindi permisero ai compagni di riprendere in mano la situazione. I Fabi vennero massacrati dal primo all'ultimo e il loro campo venne espugnato. Nessun dubbio: morirono in trecentosei; se ne salvò soltanto uno, poco più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita la stirpe dei Fabi e a diventare per Roma, nei momenti più cupi in pace e in guerra, un sostegno fondamentale. "


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      1. 10/13/19--04:38: FONTINALIA (13 ottobre)
      2. FONTE ROMANA IN PORTOGALLO
        Secondo Festo è il giorno sacro "alle fonti", mentre per Varrone è la festa del Dio Fons.  (Varr. Lat. 6, 22; Cic. Leg. 2, 22 . festa in onore di Fons, o festa delle sorgenti). La festa, detta Fontinalia, veniva celebrata in onore di Fons, chiamato anche Fontus, Dio delle sorgenti e delle fonti, figlio di Giano e della ninfa Giuturna, che aveva la podestà di far sgorgare l’acqua dalla roccia.


        IL SANTUARIO

        I luoghi di culto di Fons erano un altare posto presso la Tomba di Numa sul Gianicolo e un santuario, fuori dalla Porta Fontinale, eretto dal console Caio Papirio Masone nel 231 a.c. che sconfisse, nel nord della Corsica, i ribelli Corsi, con cui trattò raggiungendo un accordo di protettorato (una specie di colonia).

        La Sardegna e Corsica diventarono così la seconda provincia romana (provincia = pro vinta, vinta per, terra vinta a vantaggio dei romani). Il generale era grato alla divinità perché il suo esercito, assetato, era stato salvato in Corsica dal miracoloso ritrovamento di una sorgente dopo aver invocato l'assistenza delle ninfe e del Dio Fons. Divenne pontifex e morì nel 213 a.c.


        L'ALTARE

        Il Dio Fons aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo, non lontano dalla presunta tomba di Numa. E' evidente che alle origini si trattasse del culto di una Dea-ninfa, deputata allo sgorgare e al mantenimento delle fonti, che il culto romano ha in parte mantenuto e accresciuto, però mascolinizzandolo. del resto Roma, in via delle Botteghe oscure, si conservano ancora i resti del Tempio delle Ninfe.

        Durante le Fontinalia, si adornavano le fonti, le sorgenti e le vere dei pozzi con fiori e ghirlande, di cui si cingeva lo stesso offerente, inoltre si offrivano al Dio vino, olio, erbe e focacce, insomma dei riti incruenti, il che conferma l'origine femminile del rito. 

        FONTE ROMANA DI PONTELANDOLFO

        LA FESTA

        La festa prendeva inizio presso la porta Fontinalis delle Mura Serviane, probabilmente posta davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando la scalinata dell'Altare della Patria. In effetti le notizie storiche sulla Porta Fontinalis si limitano a due citazioni letterarie e tre iscrizioni e in nessun caso si hanno indicazioni che possano suggerire la sua reale posizione. 

        L’unica traccia topografica la segnala nei pressi del Campidoglio, nelle mura serviane, verso il Campo Marzio, ad "Martis aram", ma l’esatta ubicazione di questo altare di Marte è piuttosto controversa.

        In effetti sulla sinistra del Vittoriano (sul lato quindi di via del Teatro di Marcello), all’incirca in corrispondenza dell’odierno Museo del Risorgimento, si distinguono, inseriti nel selciato moderno, alcuni resti, in opera quadrata di tufo, di una struttura che alcuni identificano come uno stipite della porta.

        Secondo molti la porta era ubicata sul lato esattamente opposto dell’Altare della Patria, quindi in corrispondenza dell’inizio di via dei Fori Imperiali, in un punto incerto tra l’inizio dell’antico clivo Argentario (la strada ancora esistente che scendeva dal Campidoglio), e i resti della tomba di Gaio Publicio Bibulo, tuttora visibili vicino alla fontana sulla sinistra di chi guarda l’Altare della Patria.

        FONTE DI GIUTURNA (FONS IUTURNAE)
        Gota Säflund, brillante studioso di archeologia, pensa possa trattarsi della stessa porta già chiamata Ratumena, un accesso alle fortificazioni precedenti all’invasione dei Galli del 390 a.c. e quindi preesistente alle mura serviane. Poiché in effetti le mura repubblicane in quel tratto coincidevano in parte con l’antica fortificazione innalzata intorno all’arce capitolina, l’ipotesi che la Fontinalis possa aver sostituito o magari addirittura possa identificarsi con la Ratumena, sembra probabile.
        Christian Huelsen, altro studioso di archeologia, pone la Fontinalis all’inizio della via Flaminia, il cui antico tracciato partiva dall’angolo nord-est del Campidoglio (la zona, appunto, della tomba di C. Publicio Bibulo), per seguire l’intero rettilineo che oggi è via del Corso e riunirsi, oltre l’attuale Piazza del Popolo e il piazzale Flaminio, al tratto urbano della moderna via Flaminia.

        Nel mito Fons era il dio delle fonti, figlio di Giano e della ninfa Giuturna nonché fratello di Tiberino, il Dio del fiume Tevere. Fons aveva un altare consacrato ai piedi del Gianicolo, non lontano dalla presunta tomba di Numa Pompilio. Ma la mentore e consigliera di Numa era la ninfa Egeria, anch'essa divinità delle fonti. 
        Durante questa festività morì nel 54 l'imperatore Claudio.
        La festa prevedeva una processione che procedeva dal Santuario presso la Porta Fontinalis dove venivano appesi rami e ghirlande e si snodava per le vie della città recando la statua lignea del Dio e adornando le varie fontane che incontrava, con suoni e danze. La gente si recava alla fonte del Dio Fons attingendone l'acqua che per l'occasione era stata benedetta e pertanto salutare e curativa.


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      3. 10/14/19--05:27: NOVAE (Bulgaria)
      4. NOVAE PRIMA DEI LAVORI DI MANTENIMENTO DELLE STRUTTURE ARCHEOLOGICHE

        Novae si trova sulla sponda meridionale del Danubio, in Bulgaria, nel luogo chiamato Pametnici vicino a Svistov o Stǎklen (un luogo ricco di vetro -. Bulg stǎklo). Uno straordinario numero di frammenti di vetro di epoca romana sono visibili sul sito archeologico, dato che la produzione di vetro è documentata fino alla fine di Novae romana. 

        Il castra legionis è enorme e copre un'area di 17.99 ettari, eretto su un pendio che a sud raggiunge 70 m s.l.m., ma che degrada fino alla riva del fiume (40 m s.l.m.), valendosi pertanto di edifici a terrazzamenti circondati da spesse a alte mura difensive. Attualmente sono state scavate le parti settentrionale e centrale del sito, ma la sua parte meridionale è ancora quasi tutta coperta dal terreno di diporto.

        I Romani, un po' per assicurarsi dei solidi confini, un po' per desiderio di apportare a Roma nuove ricchezze, un po' perchè erano combattenti nel sangue, da molti anni guardavano ai Balcani con desiderio di conquista, praticamente da quando raggiunsero il Basso Danubio.

        PRINCIPIA, QUARTIER GENERALE DI NOVAE
        148 a.c. - Dopo la quarta guerra macedone (150-148 a.c.), i Romani avevano una provincia che confinava con il Mar Egeo e, dovendo difenderla, si spostarono pian piano verso nord.

        - 35 a.c. - Durante le guerre illiriche avevano combattuto dalla costa dalmata fino all'attuale Serbia. Arrivando da ovest, raggiunsero il Danubio vicino a Singidunum (Belgrado) nel 35 a.c. circa.

        - 30 d.c. - La prima parte dell'occupazione romana è da noi poco conosciuta perchè poco documentata; non sappiamo neppure l'orogine del nome “Moesia”. Sembra comunque che le legioni furono attive nel basso Danubio; la IV Legio ottenne il soprannome di “Sciitica” per aver combattuto in questa area. Novae era una delle basi e deve essere stata fondata all'incirca nel 30 d.c..

        - 46 d.c. - L'imperatore Claudio (10 a.c. - 54 d.c.) ordinò fosse edificata una fortezza legionaria chiamata Novae, nella provincia della Moesia Inferior (corrispondente a Serbia e Bulgaria oggi), che perdurò fino al V sec..

        RICOSTRUZIONE DELLA FORTEZZA DI NOVAE
        - 69 d.c. - Essa fu eretta a presidio del limes danubiano, quando la provincia di Tracia venne annessa all'Impero romano, come sede della fortezza legionaria della legio VIII Augusta. Terminata la guerra civile, nell'anno 69, quando regnarono quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio, e Vespasiano che ottenne la porpora a dicembre.

        Quest'ultimo disperse per tutto l'impero le legioni di Vitellio e la I Italica venne mandata in Mesia, dove il nuovo governatore, Gaio Fonteio Agrippa, amato da Tiberio (tanto che dette alla figlia di Agrippa un milione di sesterzi in dote) la tenne impegnata in una guerra assieme ad altre legioni di Vitellio, di dubbia lealtà a Vespasiano.

        - 70 d.c. - L'esercito della Moesia venne sconfitto nell'inverno 69/70 per mano del popolo iranico dei Sarmati che avevano invaso la provincia, e Agrippa rimase ucciso in battaglia. Il nuovo governatore Rubrio Gallo riuscì a sconfiggere i Sarmati Roxolani che avevano ucciso Fonteio Agrippa, e a rinforzare le fortificazioni, con nuove e più numerose guarnigioni «sì che passare il fiume era per i barbari del tutto impossibile» Riuscì a scacciare i Sarmati dalla Mesia, le truppe, sia legioni che ausiliari, furono riorganizzate, e la I Italica fu spostata (o rimase) a Novae (comune di Svishtov, Bulgaria).

        TRIADE CAPITOLINA DI NOVAE
        Pertanto le unità presenti a Novae furono:
        - la legio VIII Augusta fin dall'inizio della fortificazione (46-68);
        - la vexillazione della legio XI Claudia (68-70);
        - la legio I Italica (70-430).

        - 85 d.c. - Durante le guerre daciche di Domiziano contro i Daci di re Decebalo, (85-89), Novae sembra non subì grossi danni alle fortificazioni, anche perchè le battaglie principali si svolsero nella parte più occidentale o orientale della provincia.

        - 86 d.c. - la provincia di Mesia fu divisa in superior ed inferior, e Novae, insieme a Durostorum, divenne una delle due basi legionarie della seconda delle due nuove province.

        Sotto Traiano, le vecchie costruzioni di legno e mattoni furono sostituite da mura e baracche in pietra. Inoltre il nuovo quartier generale (Principia, ovvero l'insieme degli edifici militari che costituivano il quartier generale del castrum.) con la basilica e l'ospedale militare (valetudinarium), furono costruiti nel luogo dove sorgevano le terme romane di epoca Flavia.

        - 102 d.c. - Durante la conquista della Dacia il re dei Daci, Decebalo cercò di aprire un secondo fronte per dividere le forze dell'esercito romano e assalì la Mesia Inferiore, insieme agli alleati sarmati Roxolani, guidati dal re Susago.

        Le due armate passarono il fiume ma, pur riportando qualche successo iniziale, ma presto vennero respinte dal generale Manio Laberio Massimo, il quale riuscì anche a catturare la sorella del re dei Daci, come è illustrato nella Colonna Traiana.

        TEGULA DELLA LEGIO ITALICA 
        RINVENUTA A NOVAE
        Con l'arrivo dei rinforzi dell' imperatore Traiano (rappresentato sulla Colonna nell'atto di raggiungere il fronte mesico su imbarcazioni della Classis moesica), le forze dei Daci e dei Roxolani furono sconfitti.

        L'offensiva di Traiano riprese nel mese di marzo; questa volta, l'avanzata prese avvio da più fronti.
        La prima colonna, attraversato il Danubio forse nel tratto di limes Oescus-Novae, proseguì fino al passo della Torre Rossa.

        L'avanzata delle altre due colonne avvenne in parallelo, probabilmente attraverso le "Porte di ferro" e il passo delle Chiavi di Teregova. Il punto di ricongiungimento finale delle tre armate fu a 20 km a nord-ovest di Sarmizegetusa Regia. Decebalo inviò la richiesta di pace.

        193 - 235 - I tempi più prosperi per Novae e per tutta la provincia, sembra furono durante la dinastia dei Severi. Lo testimonia la splendida villa costruita a ovest del castrum legionario, nell'area delle canabae, che potrebbe essere stata la residenza del legatus legionis.

        Novae venne visitata da diversi imperatori romani:
        Traiano (98-117),
        Adriano (117-138),
        Caracalla (198-217)
        Massimino il Trace (235-238).
        RICOSTRUZIONE DEI "PRINCIPIA"
        - 249 d.c. - Decio, proclamato imperatore dalle armate pannonico-mesiche, si diresse in Italia, portando con sé buona parte delle truppe di confine, e presso Verona sconfisse l'esercito di Filippo l'Arabo, che morì insieme a suo figlio.

        Ma l'aver sguarnito le difese dell'area balcanica permise, ancora una volta, a Goti e Carpi di riversarsi nelle province di Dacia, Mesia inferiore e Tracia. I Goti, una volta passato il Danubio ghiacciato, si spinsero in Mesia inferiore, fino sotto le mura di Novae.

        DEDICA PER LA SALUTE DELLA FAMIGLIA
        IMPERIALE DA UN UFFICIALE DELLA I ITALICA
        - 250 d.c. - Decio fu costretto a tornare sul basso Danubio, per affrontare i Goti di Cniva. Respinti da Treboniano Gallo presso Novae, condusse le sue armate sotto le mura di Nicopoli. Frattanto Decio, sconfisse e respinse dalla provincia dacica i Carpi. Poi, lasciato Treboniano Gallo a Novae, sul Danubio, riuscì a sconfiggere Cniva mentre assediava la città mesica di Nicopoli.

        Ma Decio venne sconfitto presso Beroe Augusta Traiana (l'attuale Stara Zagora). La campagna venne interrotta,  Filippopoli cadde in mano ai Goti, che la distrussero, e da quel momento Novae fu sistematicamente attaccata dai barbari. La linea orientale delle nuove mura difensive furono ingrandite per altri 10 ettari, per poter essere di rifugio anche per i civili che abitavano nei dintorni dell'accampamento militare.

        - IV secolo - quando la legio Italica fu divisa in vari distaccamenti, pronti ad occupare forti e fortini, molti edifici militari furono sostituiti con edifici civili all'interno del vecchio castrum. E così le canabae e la base legionario diventarono un tutt'uno, facendo la guardia ad entrambe le sponde del Danubio, con fortezze a Novae e dall'altra parte del fiume a Sexagintaprista, per il tratto della Mesia inferiore. Nuove strade, poi, con ai lati dei marciapiedi furono costruiti, utilizzando iscrizioni in pietra. Il nuovo insediamento era molto più povero, con costruzioni in mattoni secchi.


        - 441 d.c. - Sotto il regno dell'imperatore Zenone  tribù barbare conquistarono la città e Teodorico il Grande, signore degli Ostrogoti ne fece la capitale del suo regno. Nel 441 Novae venne ancora una volta distrutta, questa volta dagli Unni di Attila, ed abbandonata definitivamente dalla legione.

        - VI sec. - Sotto Giustiniano I (527-565) la città fu ricostruita e fortificata in tal modo da poter essere chiamata la "Ravenna dell'Est" e divenne anche un importante porto sul Danubio.

        - VII sec. - A partire dal VII secolo divenne sede e quartier generale delle armate bizantine che combatterono gli Avari e gli Slavi. Venne distrutta nuovamente dopo il 613.

        Novae è menzionata in diciassette antiche fonti letterarie, tra cui:

        - Claudio Tolomeo (100-178) 
        - la Notitia dignitatum (IV/V secolo) 
        - la Notitia Episcopatuum (IX e X secolo). 
        - È probabilmente scolpita sulla Colonna Traiana, che commemora la supremazia di questo imperatore sui Daci. 
        - È inoltre indicata sulla più antica mappa conservata dell'Impero romano la Tabula Peutingeriana.



        IL SITO ROMANO

        Dal 1960 un gruppo di ricerca polacco con la collaborazione dell'Accademia delle Scienze di Bulgaria opera sul sito. Le canabae, cioè l'agglomerato civile, anche di non-cittadini romani, sviluppatosi fin dai tempi di Augusto, attorno alle fortezze legionarie permanenti (castra stativa), si estendeva nella parte occidentale e meridionale dell'antica base legionaria, coprendo un'area di 70-80 ettari durante il periodo del principato.

        Durante il periodo Tardo Impero romano la città copriva ora quasi tutti i 18 ettari della ex-base legionaria, oltre a 20-30 ettari delle ex-canabae, oltre ad altri 10 ettari del recinto orientale.
        Un altro piccolo centro civile (vicus) è stato localizzato oltre 2 km a est dell'accampamento militare, nel luogo chiamato Ostrite Mogili.

        Indagini archeologiche del terreno hanno evidenziato un insediamento di ca. 15 ettari, esistente al tempo del principato. Qui ci sarebbero state numerose officine del vetro, mentre lungo le strade che uscivano dalla base legionaria, sono state rinvenute numerose necropoli (ad ovest, est e sud).

        Circa 2 km a sud della fortezza è stato, infine, individuato un tempio dedicato a Liber Pater (divinità orientale), fuori dalle mura orientali della fortezza. Una delle villae fu posta sul sito dove sorgeva l'antico ospedale militare (secondo recenti scavi). Molte vetrerie sono stati trovate negli scavi archeologici, sia in città, così come nei dintorni. La villa sembra che continuò ad esistere fino alle invasioni gotiche del 376-382.



        Il sito archeologico deve essere stato occupato nel 46 o 47, quando l'imperatore Claudio ordinò l'annessione della Tracia. Da allora il Reno e il Danubio divennero le frontiere naturali, cioè il limes dell'Impero a nord.

        La base di Novae, edificata al di fuori della foresta dalla Legio VIII Augusta, misurava 485 m x 365, edificata su un alto terrazzamento sulla riva meridionale del Danubio, quattro km a est della moderna Svishtov.

        A differenza della maggior parte delle fortezze e fortificazioni romane, la terrazza sulla quale fu costruita Novae non era un campo completamente pianeggiante. La base legionaria fu costruita su un pendio, che gli ingegneri convertirono in due livelli: venendo da nord, si poteva procedere verso la sede centrale, ma si doveva salire una scala se si voleva andare più a sud.

        Dopo l'anno dei quattro imperatori (69), l'ottava legione fu trasferita ad Argentorate (l'attuale Strasburgo in Francia) in Germania Superiore e la base di Novae fu ceduta alla Prima legione italiana di recente creazione.

        Non molto tempo dopo, i nuovi soldati iniziarono la ricostruzione di Novae. Non era raro, alla fine del I secolo, ricostruire parti di fortezze in pietra. Gli archeologi hanno stabilito che dopo la riforma dell'esercito Claudio, le basi legionarie e i forti ausiliari sono diventati sempre più permanenti. Novae non fa eccezione, ma può esserci stata un'urgenza particolare: a nord del Danubio, il re Decebalo di Dacia stava diventando aggressivo. 


        Dopo che i Romani avevano annesso la Dacia, seguì un periodo di tranquillità. Gli insediamenti civili intorno alla base militare sembrano essersi ampliati. La maggior parte delle iscrizioni sembrano risalire al secondo e all'inizio del terzo secolo, e la loro quantità è la prova della prosperità di Moesia Inferiore in questo periodo.

        Verso la metà del III secolo, tuttavia, le tribù dall'altra parte del Danubio tornarono ad essere inquiete e ci volle un po' di tempo prima che l'esercito romano riconquistasse il controllo incontrastato della zona. Quando lo fecero, alla fine del III secolo, la Dacia andò perduta e molti immigrati - sia romani provenienti dalla Dacia che barbareschi - avevano ricevuto terreni lungo il Danubio. 

        Come la popolazione originaria della Moesia Inferiore, anche quest'ultima si romanizzò. L'ordine romano è stato restaurato. Il popolo si convertì persino al cristianesimo quando questa religione si diffuse in tutto l'Impero nel quarto secolo.

        Si formarono però nuove coalizioni tribali, come i Tervingi. I soldati di I Italica devono aver preso parte alle operazioni dell'imperatore Valens nell'ex Dacia nel 367-369. Un trattato di pace fu concluso, ma alcuni anni dopo, nel 376, il condottiero tervingio Fritigern, che temeva gli unni che si avvicinavano, chiese il permesso di stabilirsi a sud del Danubio. Anche se Valens lo concesse, la situazione si deteriorò e nel 378 i Tervingi e i Romani si scontrarono ad Adrianopoli.


        I Romani furono sconfitti e i loro conquistatori, ora sempre più spesso chiamati Visigoti, cominciarono a vagare attraverso l'Impero.

        In quest'epoca, le mura di Novae furono ampliate: ai cittadini fu permesso di vivere nella sicurezza della fortezza. Non c'è da stupirsi se accanto alla sede centrale fu costruita una chiesa, lunga 46 metri e larga 24; questo luogo di culto fu, nei due secoli successivi, gradualmente ampliato con ulteriori absidi e un battistero.

        Nel V secolo gli Ostrogoti si stabilirono in questa zona. Per un po' di tempo, Novae fu la loro capitale. Anche se il loro capo Teodorico alla fine invase l'Italia, molti dei suoi abitanti rimasero, come si può dedurre da uno dei cimiteri.

        Tuttavia, Roma rimase sotto il controllo della zona, e sappiamo che l'imperatore Giustiniano (r.527-565) migliorò le difese. Gli ultimi riferimenti alla guarnigione di Novae risalgono all'inizio del VII secolo.




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      5. 10/15/19--04:28: CURIA CALABRA
      6. IL CERCHIO ROSSO EVIDENZIA LA CURIA CALABRA

        IL TEMPIO DELL'OSSERVAZIONE LUNARE

        La Curia Calabra era un luogo di culto preposto all'osservazione della luna. Si trattava di un vero e proprio tempio utilizzato per l'osservazione rituale della luna nuova nella Roma antica. La Luna Nuova o novilunio, o Luna Nera, è la fase della Luna in cui il suo emisfero visibile risulta completamente in ombra.

        Però anticamente il novilunio non era la Luna Nera, ma era il giorno in cui compariva di nuovo la luna. Vale a dire che era il giorno in cui rinasceva la luna, o il giorno in cui la Dea Diana emergeva dalle grotte in cui si era occultata. Tale giorno è spesso utilizzato come primo giorno del mese nei calendari lunari.


        La Luna Nuova

        La Luna nuova avviene quando nel corso della sua orbita il nostro satellite è in congiunzione col Sole, cioè si frappone tra la Terra e il Sole. Durante la fase di Luna nuova, non è possibile vedere la Luna in quanto essa è presente in cielo di giorno a poca distanza apparente dal Sole. Se il novilunio si verifica quando la Luna si trova in un nodo della sua orbita, cioè sta attraversando il piano eclittico, la Luna risulta allineata perfettamente con la Terra e il Sole e perciò provoca il fenomeno delle eclissi di Sole.

        "Vogliono taluni asserire che alla fondazione di Roma vi fu una congiunzione di luna che ecclissò il Sole e questa essere stata veduta anche da Antimaco Poeta da Teo accaduta essendo nell'anno terzo della sesta Olimpiade"

        Il Pantheon di Roma, ricreato da Agrippa sul modello dei templi più arcaici, era, ed è, come quelli, rotondo e con l'oculo in cima che consentiva l'osservazione della luna. Infatti nell'Equinozio di Primavera la Luna Piena è osservabile giusto al centro dell'oculo del tempio. Momento importantissimo perchè nella Roma più arcaica l'anno solare iniziava all'equinozio di primavera e non al solstizio d'inverno come avvenne poi.



        1 - Aedes Fidei
        2 - Aedes Opis
        3 - Aedes Iuppiter Custodis
        4 - Aedes Tensarum - (Menzionato solo da un diploma militare. L'edificio è stato utilizzato per immagazzinare i carri che trasportano le sculture degli Dei nelle processioni. Secondo alcune ipotesi, Iuppiter era al lato del santuario di Iuppiter Feretrius.)
        5 - Aedes Iuppiter Feretrius
        6 - Curia Calabra
        9 - Aedes Veneris Erycinae
        10 - Aedes Mentis
        13 - Aedes Iuppiter Tonantis


        Il Calendario

        Il calendario romano era infatti originariamente lunare. Le Calende o il primo giorno di ogni mese, il pontifex minor occupava la Curia Calabra per attendere l'avvistamento della luna nuova. Il Rex Sacrificulus (o Rex Sacrorum), una figura magistratuale e sacerdotale insieme, unitamente al Pontefice, poi officiavano una res divina (servizio religioso) e il sacrificio in onore di Giunone, e il popolo romano veniva chiamato in assemblea nei Comitia Calata, che sembra avvenissero sul Campidoglio. Come calata, il nome Calabra deriva probabilmente da calare, "convocare" o "proclamare". Ma secondo altri "calabra" o "galabra" richiama più il significato di roccia.

        "Tra i pubblici stabilimenti a Romolo viene attribuita quella della Curia Calabra. Anche il luogo ove si teneva adunanza per cura dei publici affari chiamavasi Curia e dalla parola cura era Curia lo stesso luogo. Nella Curia Calabra di Romolo, asseriscono Varrone, Macrobio e Sesto Pompeo, si trattava solamente ciò che aveva relazione alle cose sacre. Fu detta Calabra a "colendo" verbo che significava chiamare poiché siccome scrive Macrobio vicino alla Curia si chiamava il Popolo per avvertirlo dei giorni che dalle Calende alle None del mese. 

        Questa Curia fu coperta di strame, che è un insieme di erbe secche e paglia che vengono usate come foraggio e come lettiera per il bestiame, tuttavia ottimo per coprire i tetti sostenuti da vimini intrecciati e pali di legno. Ciò dimostra la povertà di quei tempi ed era situata Campidoglio nella parte meridionale e precisamente vicino alla rupe da Manlio nella insalizione de Galli come scrive Virgilio, vicina a questa Curia fu altra Casa di Romolo e di tal piccolezza che le dà il nome di tugurio. Era ancor questa coperta di canne di strame con legature di vinchi per testimonianza di Ovidio".

        Secondo altri studiosi la sua posizione esatta è poco chiara, ma la ritengono un un recinto scoperchiato davanti a una capanna augurale (auguraculum, un tempio senza tetto), sul lato sud-ovest della zona Area Capitolina, il recinto del tempio di Giove Ottimo Massimo. Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano del IV secolo, identifica la Curia Calabra con una Casa Romuli ("Capanna di Romolo") o Tugurium, o "Tegurium Romuli" sul colle capitolino. Il tegurium era una capanna con un tetto di paglia, molto isolante dal freddo e dalle piogge, usatissimo anche nei paesi anglosassoni dell'800 e '900 ma alcuni a tutt'oggi. Tuttavia Ambrogio Teodosio Macrobio fa supporre, e molti studiosi sono concordi, che invece era adiacente alla Casa di Romolo.

        La Curia Calabra ebbe dunque un aspetto sia religioso che civile, per propiziarsi gli Dei, e per stabilire il calendario che il popolo doveva rispettare, onde permettere una civile e fruttuosa convivenza tra i cittadini romani. E' evidente che nei tempi più antichi fosse una capanna con un foro sul tetto, ma che poi venne edificata in muratura con un tetto e un cortile che fungeva da osservatorio.


        Curia Calabra

        "Generalmente da tutti i più accurati topografi si stabilisce esservi stata sulla descritta Rocca la Curia Calabra, nella quale il Pontefice Minore, dopo di avere osservato il Novilunio, pronunziava alla plebe ivi raccolta quanti giorni avanzavano dalle Calende alle None. Io poi ne ritrovo la sua forma in quel frammento della Pianta Capitolina, distinto quivi col N. LX che il Bellorio, seguendo il sentimento di Andrea Bufalini, crede esservi rappresentato il tempio di Giove Capitolino con quello di Giove Custode 170. Questo ritrovato primieramente lo deduco dalla forma quadrata stabilita nella lapide all'edifizio maggiore, la quale molto conviene con quella di una Curia; quindi dalle altre cose che si vedono disegnate nella medesima lapide, le quali assai bene si adattano a rappresentare il recinto meridionale del Tarpeo con le lunghe scale, denominate dei Cento gradi, che venivano ivi a riferire; e circa alla sommità di queste si trova indicato esservi stata una porta arcuata."

        (STORIA E TOPOGRAFIA DI ROMA ANTICA DELL'ARCHITETTO CAV. LUIGI CANINA)



        LA CURIA CALABRA ACCANTO ALLA CASA DI ROMOLO 

        Le fonti storico –letterarie c’informano che la casa si trovava nel’angolo sud occidentale del palatino sulle pendici che guardano verso il velabro e il circo massimo, ai cui piedi era la grotta del lupercale dove  il pastore Faustolo rinvenne i fatidici gemelli, era il "tugurium faustoli", una capanna divenuta oggetto di venerazione che venne conservata, costantemente restaurata e rifatta durante tutta l’antichità, preziosa reliquia delle origini di Roma, tanto che Augusto vi fece edificare nei pressi la propria casa. 
        Una serie incredibile di coincidenze e corrispondenze che ci porta a credere seguendo le fonti antiche di trovarci di fronte alla mitica casa di Romolo dove si doveva trovare il “ lituus “ di Romolo il caratteristico bastone con l’estremità superiore ricurva attributo dei re e dei grandi sacerdoti, e nei cui pressi Romolo aveva fatto edificare la Curia Calabra, un luogo vicinissimo da cui riunire il popolo in ogni questione che volesse risolvere con il popolo e per il popolo. Popolo che contò sempre per Roma, anche durante la monarchia.




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