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     « ...nam si a me regnum Fortuna atque opes eripere quivit, at virtutem non quiit.»
    « ...di regno e di ricchezze la Fortuna poté privarmi, non del mio valore »
    (Accio 170-84, Telefo, framm. 625)

    Fortuna era una antica divinità italica, più tardi identificata con la greca Dea Tiche, il cui culto era praticato anche presso i Romani. Servio Tullio, (... – Roma, 539 a.c.) il sesto re di Roma, che le era particolarmente devoto, dedicò alla Dea ben 26 templi nell'Urbe, ciascuno dedicato ad una sua particolare valenza.

    Il 24 giugno si svolgeva la festa in onore di Fors Fortuna. Fors non era il Dio maschile equivalente alla Dea Fortuna, come alcuni hanno interpretato, anche perchè molte fonti latine attestano sulla riva destra del Tevere il culto della Dea Fortuna, la forte, "Fors, huius aedes Transtiberim est", che veniva praticato in due templi a lei dedicati. Ne sono noti però altri tre templi: uno a Pietra Papa, uno al complesso arvalico della Magliana e uno agli Orti di Cesare. Un santuario di Fors Fortuna era inoltre 
    posto al primo miglio della via Campana.


    DEA FORTUNA
    La Dea Fortuna aveva diverse valenze:
    - la Fortuna Primigenia o Pubblica veniva festeggiata il 5 aprile e il 25 maggio;
    - la Fortuna virilis festeggiata l’11 giugno in un tempio al Foro Boario;
    - la Fortuna Muliebris venne eretto sulla Via Latina nel 487 a.c., quando Coriolano, persuaso dalle sue donne, si ritirò dalla battaglia contro Roma;
    - la Fortuna Huiusce Diei, la fortuna del presente;
    - la Fortuna Redux, per il ritiro di Augusto sano e salvo con le sue truppe dalle province il 19 a.c., che divenne così la Fortuna che riporta in patria i reduci dei combattimenti;
    - la Fortuna Dubia, soprattutto quando è dubbio l'esito di una battaglia;
    - la Fortuna Stata, cioè costante, quella che non tradisce la sua protezione;
    - la Fortuna Averrunca, colei che allontana le sciagure; 
    - la Fortuna Comes, colei che accompagna nel viaggio allontanandone i pericoli. 

    A Preneste, presso il grande tempio della Fortuna Primigenia, come testimonia Cicerone, la Dea era rappresentata nell’atto di allattare Giove e a Giunone bambini; quindi Dea Grande Madre che divenne però, una volta spodestata, figlia dello stesso Giove. 

    Ella era festeggiata l’11 e il 12 aprile e nel suo tempio i pronunciavano vaticini (le sortes Praenestinae). I suoi attributi erano il timone, il globo, la ruota, la cornucopia, talvolta il caduceo.

    Il 24 giugno, giorno del solstizio d'estate, però in particolare si festeggiava la Grande Dea, la Fors Fortuna, la Dea forte, madre di tutti ma soprattutto della povera gente, che si recava nei templi a invocare la Dea come oggi si prega la Madonna.

    La Dea Forte alla cui potenza nessuno poteva opporsi, veniva festeggiata tutta la notte bevendo e divertendosi, soprattutto sul Tevere con barche inghirlandate di fiori, dove durante la notte ci si poteva appartare, sulle coste del Tevere a fare l'amore sotto gli alberi.

    Il solstizio d'estate segna l’inizio del periodo estivo nel nostro emisfero, quello settentrionale, determinando il giorno di più lunga durata durante l'intero anno solare. L'estate qui iniziata durerà fino al 23 settembre, data dell’equinozio d’autunno, che per l'appunto segnerà l'inizio dell'autunno.

    Secondo Vittorio Lanternari (Antropologia religiosa, Etnologia, storia, folklore, Edizioni Dedalo, Bari, 1997), ma pure secondo tanti altri,  questi festeggiamenti sarebbero poi passati alla festa cristiana di S.Giovanni, visto che la Dea era patrona dei culti agrari e quindi della raccolta del grano che si svolgeva in questi giorni, cioè alla fine di giugno.

    Nel rito più arcaico, essendo la Dea simbolo della Natura e quindi della proliferazione, durante la notte si accendevano i falò nella campagna e a quella suggestiva luce le sacerdotesse si accoppiavano, imitate dalle coppiette dei contadini. Era una generale esplosione di sesso, incentivata dalla lauta cena e dal buon vino, accompagnati da musica e danze. 

    In molti luoghi d'Europa e altrove si festeggiava il culto più antico della terra, quello del Solstizio d'Estate, quando i contadini raccolgono il frutto del loro lavoro e festeggiano l'estate che muore nei campi dorati dalle spighe recise che giacciono in terra sotto il sole cocente.


    Gli accoppiamenti duravano tutta la notte e la campagna, che ormai aveva mietuto i suoi campi, si illuminava di fuochi scoppiettanti senza pericolo. Tutto ciò decadde quando venne tolta l'autonomia femminile, cioè già in epoca romana repubblicana, ma nelle campagne perdurò nei secoli, con grande scorno della chiesa cristiana che sessuofoba e misogina, cercò di evitare il rito in tutti i modi, fino a ricorrere alla condanna di stregoneria e a porre le disgraziate sui roghi.

    Infatti in diversi paesi, soprattutto del Lazio, quella festa diventò la festa dei roghi delle streghe, con fantocci di paglia che venivano e vengono ancora bruciati nelle campagne. La Chiesa cattolica cambiò la festa trasformandola in quella di S. Giovanni, che si trasformò infatti nella Notte delle Streghe.



    Durante la notte tra il 23 e 24 giugno, giorno in cui si festeggia San Giovanni Battista, si credeva, o almeno la chiesa aveva fatto credere, che le streghe si dessero appuntamento nei pressi della basilica di San Giovanni a Roma per un grande Sabba e andassero in giro per la città a catturare le anime. Le streghe venivano chiamate a raccolta dai fantasmi di Erodiade e Salomè, ormai anime dannate per aver causato la decapitazione di san Giovanni, il precursore del Cristo.

    Così la festa orgiastica divenne festa puritana e punitiva nei confronti del sesso e soprattutto delle donne, torturate e bruciate vive, soprattutto nel 1500 con l'inizio della Santa Inquisizione che di santo non aveva nulla.


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    La Villa dei Volusii si trovava non lontano l'importante città di Capena e presso il famosissimo Lucus Feroniae.



    LUCUS FERONIAE

    Fu un antico lucus dedicato alla Dea sabina Feronia, protettrice delle liberte e delle matrone romane.
    Il santuario venne inglobato in una famosa città che riportò lo stesso nome, sita nella pianura lungo il fiume Tevere, abitata già dalla seconda metà del III secolo a.c. 

    Il santuario era frequentato sia dai Latini sia dai Sabini anche al tempo di Tullo Ostilio. Venne saccheggiato da Annibale nel 211 a.c.. In età imperiale divenne una comunità indipendente con lo status di colonia in cui si insediarono veterani di Ottaviano (Colonia Iulia Felix Lucus Feroniae)


    Secondo la leggenda tramandata da Servio, Capena fu fondata da coloni veienti guidati dal re Properzio, durante una primavera sacra, e si stabilirono sull’altura di Civitucola tra l’VIII e il VII secolo, collegato sia attraverso la via Capenate che dal Capenas stesso, affluente del Tevere, con scalo presso Lucus Ferionae, luogo sacro per i Capenati. Poi a partire dal VII sec. venne colonizzata dagli Etruschi,
    La cultura dei Capenati era un coacervo di quella Etrusca, Latina e Sabina. Nel IV secolo venne conquistata da Roma e ascritta alla tribù Stellatina,  divenne municipium e e pian piano si romanizzò. Nel periodo imperiale aumentarono i latifondi e quindi le Ville rustiche, come la Villa dei Volusii. 
    IL LARARIO

    LA FAMILIA DEI VOLUSII
    I Volusii Saturnini furono una potente e gloriosa gens i cui membri svolsero, per oltre un secolo, ruoli importanti nella vita politica e nell'organizzazione delle terre e dei prodotti agricoli, soprattutto nella parte adiacente al Tevere per il rifornimento di grano a Roma durante la carestia che colpi la città tra il 6 e l'8 d.c. Importante anche la presenza presso la villa di servi horrearii e di un negotator. 


    I MEMBRI
    - Il primo personaggio che si conosce è il pretore Quinto Volusio che edificò la Villa nel 50 a.c..

    - Questa venne poi ampliata dal figlio Lucio Volusio Saturninotra la metà dell'età augustea e l'inizio dell'età tiberiana (10 a.c - 20 d.c.). 
    Di lui si sa che fu console nel 12 a.c., che fu grande amico dell'imperatore e patrono della città di Capena. Inoltre si sa che teneva le funzioni censoriali per la selezione dei i cavalieri, come membro giudicante. Mori intorno al 20 d.c. 
    - Lucio Volusio ebbe una figlia, Volusia Saturninache sposò Marco Lollio Paolino, anch'esso di famiglia senatoria. 
    - Questi ebbero a loro volta due figlie: la prima Lollia Paolina divenne la moglie dell'imperatore Caligola nel 38 d.c., ed una delle candidate a sposare l'imperatore Claudio; la seconda di nome Lollia Saturnina andò in sposa ad un certo Valerio Asiatico (console suffetto nel 35 d.c.). 
    - Lucio Volusio Saturnino, divenne console nel 3 d.c. Egli sposò Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Lentulo (console nel 3 a.c. e forte uomo politico dell'Impero romano). 
    - Segue nella genealogia Quinto Volusio Saturninoconsole nel 56 d.c. e frequentatore della cerchia di Nerone, e Volusio Saturnino, console nell' 87 d.c. Forte è il legame di quest'ultimo con I'imperatore Domiziano tant'è che diventerà governatone della Germania superiore. 
    Si è a anche della presenza nel 92 d.c. di un altro console chiamato Volusiosempre sotto I'imperatore Domiziano, dopodiché nessuna altra notizia. 



    LA VILLA DEI VOLUSII SATURNINI

    La Villa dei VoIusii Saturnini venne scoperta nel 1961 durante i lavori per la autostrada del Sole, nei pressi di Fiano Romano (Roma Nord). Tali lavori non solo distrussero parte del complesso, ma lo tagliarono in due con la rampa di accesso all'autostrada.

    La villa, edificata intorno alla prima metà del I sec. a.c., si pensò dapprima che appartenesse alla famiglia degli Egnatii, coinvolti nelle guerre civili del sec. a.c. e proscritti da Augusto; poi si comprese l'appartenenza ai Volusii.

    Il tipo di villa d 'otium su cui è impostato l'impianto della Villa dei Volusii è quello
    tradizionale, consistente nel modello della domus urbana, con terrazze e criptoportici a
    giardino; di li a poco sarebbe invalso il nuovo modello a padiglioni e nuclei sparsi in un ambiente naturale, che avrebbe avuto la completa affermazione soprattutto in età neroniana.




    GLI SCAVI

    Dal 1962 al 1971 la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale, con la collaborazione della Società Autostrade (che non era di certo affidabile), procedette allo scavo integrale della parte centrale del vasto complesso, poi al restauro delle Strutture c dei pavimenti a mosaico, e all'allestimento di un piccolo antiquarium (attualmente chiuso). Nel 1998, sono State realizzate idonee di per la protezione degli ambienti mosaicati.

    Gli scavi hanno rivelato imponenti strutture architettoniche, affreschi, mosaici, sculture, ceramiche, iscrizioni, monete. Inoltre, l'area archeologica si situa a 500 mt da un altro sito di interesse storico-culturale, il Lucus Feroniae, ed è raggiungibile da qui attraverso i campi, oppure dall'area di servizio Feronia dell'Autostrada.

    La villa sorge sulla sommità di una piccola collina ed è ancora in fase di studio: attualmente risulta esplorata per poco più di un terzo a la maggior parte dei suoi tesori non è stata ancora pubblicata.

    IL PERISTILIO
    - Primo proprietario fu Quinto Volusio, personaggio noto a Cicerone, poi la villa passò al figlio, Lucio Volusio Saturnino, console nel 12 a.c., tra la media età augustea e la prima età tiberiana (10 - 20 d.c.).

    Secondo proprietario fu suo figlio omonimo (console del 3 d.c.) cui si dovettero le nuove decorazioni a mosaico e soprattutto I'ampliamento del settore padronale con la costruzione del gigantesco peristilio, al cui interno fu edificato un bellissimo lararium con le Statue degli antenati.

    - Gli ultimi esponenti della famiglia dei Volusii furono due fratelli, consoli nell'87 e nel 92 d.c. La famiglia probabilmente declinò a causa delle persecuzioni antisenatorie di Domiziano.

    Il complesso ebbe nuova vita fase in età traianea e restauri nel 111-IV d.c e fino al V d.c.. quando sulla parte residenziale si impiantò un piccolo cimitero, per quella mania tutta cristiana di cancellare ogni traccia dell'Impero Romano, reo di essere pagano.

    Venne infatti nell'alto medioevo spogliato di pietre, colonne e ornamenti per edificarvi un edificio religioso, poi un piccolo centro fortificato di torri, ed infine un casale rustico.



    DESCRIZIONE

    Nella sua fase di maggiore espansione, la villa occupò una superficie di circa 205 x 120 metri.
    Il nucleo più antico risale all'epoca repubblicana, (l secolo a.c.), in un periodo pieno di quei rivolgimenti politici che porteranno prima al potere di Cesare e poi all'Impero di Augusto.

    TESTA DI AGRIPPINA MINORE RINVENUTA NELLA VILLA
    La prima costruzione è caratterizzata da strutture in opus incertum, tecnica edilizia in cui le pareti sono costruite con piccole pietre di misura diseguale con le facce combacianti tra loro. Ha un effetto un po' rozzo ma richiede un lavoro abbastanza sbrigativo. 

    All'inizio la villa ebbe l'aspetto di una lussuosa abitazione di campagna, in seguito prese l'aspetto di un vasto complesso rurale con numerosi schiavi che lavoravano la terra, unico esempio del genere arrivatoci così ben conservato.

    La villa era connessa a un fondo agricolo ampiamente dotato di impianti produttivi, come un frantoio per il vino, che era adiacente alla parte residenziale. All'epoca la produzione vinifera era molto remunerativa e i vini del suolo italico (Enotria, cioè terra dei vini) erano molto apprezzati anche all'estero.

    La zona padronale era disposta attorno ad un peristilio, cioè un giardino porticato con 6 colonne tuscaniche in calcare su ciascuno dei lati lunghi e 4 colonne su ciascuno dei lati corti. Qui si sviluppava un giardino con vari cespugli e l'hortus o viridarium (giardino per essenze aromatiche), che si sviluppava al margine nord orientale del complesso.

    LE STATUE DELLA VILLA
    I romani usavano sicuramente più di noi le spezie e le erbe aromatiche che avevano importato e trapiantato da ogni parte del mondo, anche per questo la cucina romana era così raffinata e di conseguenza lo è oggi la cucina italiana che da essa deriva. Seguiva poi un ambulacro (corridoio), pavimentato con marmi colorati inseriti su un fondo nero.

    Sul peristilio si aprivano numerosi ambienti: un vasto tablinio (sala da pranzo) a triplice ingresso che ha un vano di passaggio a Sud e una sala a Nord; un oecus (sala di soggiorno), pavimentata in opus sectile (con marmi intarsiati); un'esedra divisa in due parti. Sempre sul peristilio si aprono anche cubicoli (stanze da letto) e ripostigli vari.

    Il peristilio nella parte meridionale presentava un lungo criptoportico, una galleria sorretta da archi e coperta da volta a botte. Resti di strutture murarie del fronte della villa, che domina la valle tiberina, rivelano che questa si elevava su più piani. Da qui ci si può arguire la grandezza della parte edificata.

    Ai margini occidentali del complesso si trovava, infine, un'imponente riserva d'acqua, una grande e stupenda cisterna a tre navate, probabilmente collegata a un sistema di approvvigionamento idrico.

    Sono di età Repubblicana i vani riguardanti i lati sudorientale e nordorientale del peristilio minore, a quest'epoca pavimentato con semplice cocciopesto.


    Tali strutture restarono in uso anche nel secolo successivo c mantennero le originarie funzioni di rappresentanza.

    Tra la fine del I secolo a.c. e l'inizio del successivo in Età Augustea, la villa fu interessata da diversi lavori di ampliamento e assunse l'aspetto planimetrico attuale.
    Predominò in questa fase l'uso dell'opus reticolatum, tecnica edilizia in cui le pareli sono costruite con blocchi di pietra a base quadrata disposti in modo tale da creare un reticolo sempre in diagonale.

    L'opera di questo rinnovamento fu dovuta a Lucio Volusio Saturnino (console del 12 a.c.) e a suo figlio omonimo (console del 3 d.c.). Dal punto di vista architettonico vennero creati degli spazi per le esigenze dell'Otium, inteso come svago rispetto agli impegni della vita pubblica e del fasto residenziale.

    Fu innalzato un grandioso peristilio destinato alla manodopera servile e dotato di strutture di servizio come vani per il deposito dei prodotti. II punto focale della villa fu costituito da un raffinato larariurm (parte della casa riservata al culto dei Lari, divinità protettrici del focolare domestico), deputato a celebrare i fasti dei nobili proprietari.

    LARARIO CON TAVOLINO (COPIA)
    Al centro del lato più lungo e in asse con l'ingresso alla casa signorile, questo "larario" della casa, era costituito da una grande sala. Sul pavimento vi venne posto mosaico molto bello, di forma circolare, a motivo radiante in bianco e nero, con al centro il simbolo policromo della vita.
    Restò immutata la destinazione della zona padronale, che venne ampliata, e furono realizzati nuovi mosaici pavimentali. Le costruzioni di prima fase, eseguite in "opus incertum" accolsero comunque una pavimentazione a mosaico policromo.

    L'opus reticulatum" invece, più raffinato ed elegante, caratterizza le strutture della seconda fase e i mosaici sono in bianco e nero. Cosa curiosa: il mosaico policromo si sviluppò in epoca tarda e prese piede soprattutto nelle lontane province romane soprattutto orientali.

    Sembra che i sofisticati romani apprezzassero più il mosaico in bianco e nero, magari impreziosito da tessere di pasta vitrea. Non era raro che al centro di un mosaico più semplice venisse posto un mosaico con tessere molto più piccole a comporre un'opera dettagliata e di gran valore, detta "emblemata".
    Nell'hortus, invece, fu costruita una grande "esedra" con tre nicchie dove vennero accolte tre sculture di marmo, poi ritrovate: un Eracle di stile scopadeo e le copie di due celebri ritratti, un Menandro e un Euripide.


    In questo ambiente è evidente l'intenzione di ricreare l'atmosfera da 'Gymnasium", dove all'esercizio fisico si univa quello intellettuale di passeggiare parlando di filosofia, sintesi assai gradita all'aristocrazia romana della tarda repubblica e dell'inizio dell'impero.

    La villa rimase di proprietà dei Volusii fino all'età Traianea. Dagli studi risulta però che intorno alla metà del I secolo d.c. la villa venne meno alla sua qualità di dimora residenziale e divenne una grande fattoria.
    Furono apportate, quindi, diverse modifiche. Il grande complesso "servile" si sviluppava a Nord e a Est della villa signorile e vi si accedeva da una strada lastricata proveniente dalla campagna. Il vastissimo peristilio di questa zona aveva delle colonne su tre lati c mezzo.

    Lungo i portici si aprivano una ventina di stanze col pavimento a nuda roccia: quasi certamente si tratta delle cellette degli schiavi del latifondo (forse alcune centinaia). Gli ambienti identificati come appartenenti ad un frantoio per il vino vennero collocati dietro ai vani del lato Nord-Est del peristilio.
    Un passaggio univa la zona signorile con il peristilio del complesso servile (ergastulum). Gli ambienti del lato meridionale del nucleo padronale, appartengono per la maggior parte al periodo repubblicano.

    All'estremità orientale si trovava una latrina con il pavimento in "opus spicatum" (mattoni di cotto messi a spina di pesce). Dagli scavi risulta inoltre che vennero costruite sul sito nuove strutture impiegando materiali della villa augustea.
    Alcuni frammenti architettonici databili al IX secolo invece, fanno ipotizzare l'esistenza di un edificio religioso. L'angolo sudorientale dell'impianto repubblicano venne invece trasformato in un piccolo centro fortificato. Nei secoli successivi il complesso di villa dei Volusii fu trasformato in casale rustico.

    EMBLEMATA COL SIMBOLO DELLA VITA

    LA VILLA MODIFICATA

    Ora il grande complesso "servile" si sviluppava a Nord e a Est della villa signorile, e vi si accedeva da una strada lastricata proveniente dalla campagna. Il vastissimo peristilio di questa zona aveva delle colonne su tre lati e mezzo.

    Lungo i portici si aprivano una ventina di stanze col pavimento a nuda roccia: quasi certamente si tratta delle cellette degli schiavi del latifondo (forse alcune centinaia).
    All'estremità orientale si trova una latrina con il pavimento in "opus spicatum" (mattoni di cotto messi a spina di pesce).

    Al centro della sala è situato l'altare di marmo con i simboli del sacerdozio della famiglia: l'albero sacro degli Arvali e il lituo dell'Augure.
    Su di un lato vi è una tavola rotonda e una sella (sedia) - copie degli originali, ospitati nel museo del Lucus Feroniae, con bei piedi di leone, di stile neo-attico.

    Su di un bancone, nel fondo della sala, venivano poste le statue degli avi e le iscrizioni in loro onore.
    Ad ovest della villa, ad alcune decine di metri dalla zona signorile, è visibile una parte del basamento dell'antico "hortus" (giardino) con un "criptoportico", in parte tagliato dall'autostrada, rialzato notevolmente rispetto alla Valle del Tevere.

    Il nucleo della villa era a sua volta leggermente più in alto dell'" hortus".
    Da tutto il complesso della villa si può dedurre il passaggio tra la produzione dell'olio, del vino e dell'allevamento di animali pregiati e lo sfruttamento intensivo di colture, per lo più di cereali, che richiedevano un gran numero di schiavi; la creazione cioè del grande latifondo che dette origine alle servitù coatte dei contadini del tardo impero e del Medioevo.




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  • 06/26/19--04:47: ACQUEDOTTO DI VENAFRO
  • PONTE SULL'ACQUEDOTTO DI VENAFRO
    Dionigi di Alicarnasso, nelle sue Antichità Romane rilevò che " La straordinaria grandezza dell'Impero Romano si manifesta prima di tutto in tre cose: gli acquedotti, le strade lastricate e la costruzione delle fognature". Anche Vitruvio è dello stesso parere. I Greci erano stati grandissimi costruttori, ma non avevano acquedotti, strade e fognature come i romani.

    I Sanniti crearono nella zona di Venafro, all'epoca di appartenenza campana, una rete di centri abitati che opposero tenace resistenza al dominio di Roma. Una volta assoggettate però, le città assaggiarono in breve i vantaggi del dominio romano: fiorirono i commerci e la città si riempì di monumenti mai visti, con grandi comodità come le terme e i termpoli.

    Col tempo e con la romanizzazione Venafro rivestì un ruolo importante e strategico tanto da diventare Colonia romana con Augusto (Colonia Augusta Julia Venafrum), organizzandosi nella tradizionale sistemazione urbanistica, parzialmente conservata nell'abitato attuale.

    Ma un centro fiorente non poteva mancare dell'acqua per tutti i bisogni cittadini, e così in epoca augustea venne edificato l'acquedotto, detto "Rivus Venafranus", che portava l'acqua del fiume Volturno da Rocchetta a Volturno a Venafro.

    Dell’acquedotto conosciamo numerosi tratti e possediamo l’editto che ne stabiliva le regole d’uso.

    Costruito probabilmente tra il 17 e l’11 a.c. è lungo circa trenta Km e supera un dislivello di più di 300 m dalla captazione, alle sorgenti del Volturno, fino al punto di arrivo nella parte alta della città in corrispondenza di un castellum aquae (serbatoio), non individuato con precisione. 

    La struttura è quasi completamente sotterranea, esce allo scoperto solo per attraversare corsi d’acqua o valloni per mezzo di ponti.
    È in parte costruito in opera cementizia e in parte scavato nella roccia, con pavimento in laterizi, volta a tutto sesto e pareti rivestite con malta idraulica.
    Lungo il percorso sono collocati dei cippi riportanti la prescrizione di lasciare liberi due percorsi di servizio ai lati della conduttura. Come al solito l'organizzazione romana era perfetta.



    L’ACQUEDOTTO DELLA COLONIA ROMANA DI VENAFRO
    DA:  FRANCO VALENTE

    " La ricca polla d’acqua delle sorgenti del Volturno sgorga fuori della montagna a quota di 548 metri sul livello del mare. Consapevole della differenza di quota tra le sorgenti del Volturno e la parte più alta dell’abitato di Venafro, in un epoca imprecisata (che ragionevolmente possiamo fissare nel I secolo a.c.) Chilone, l’architetto idraulico cui fu affidata la progettazione, punteggiò il territorio pedemontano della riva destra del Volturno in maniera da formare una linea continua che, risalendo in maniera graduale e progressiva le curve di livello, congiungesse quella parte alta della città venafrana alle sorgenti del Volturno.

    Chilone apparteneva a quella categoria di architetti chiamati libratores per la capacità tecnica di stabilire il livello (libra) e la pendenza dei condotti idraulici.

    PARTE DELL'ACQUEDOTTO
    L’attribuzione a Chilone della progettazione e della direzione dei lavori dell’acquedotto vulturnense ci viene da una citazione in una lettera che Marco Tullio Cicerone inviò a suo fratello Quinto quando, in occasione di un suo viaggio da Roma, si era fermato a Venafro rimanendo testimone di una circostanza drammatica.
    Quattro operai che lavoravano sotto la direzione di Chilone erano stati investiti dal crollo di un cunicolo dell’acquedotto rimanendo uccisi: …Chilonem accersiveram Venafro; sed eo ipse die quatuor eius conservos et discipulos Venafri cuniculus oppresserat… (Marco Tullio Cicerone, Ad Quintum fratrem, 3,1). Nel 1925 si rinvenne un buon numero di tratti dell’antico cunicolo.

    - Il primo tratto presenta uno specus in buona parte scavato nella roccia, spesso pavimentato con mattoni bipedali. Si sono rinvenuti pozzi circolari per le ispezioni (spiramina) dal diametro ci m.1,10. Il condotto è pressoché regolare dalla sorgente fino a Venafro e presenta una larghezza costante di 60/65 cm. Ed un’altezza di cm. 160/165. Il primo tratto è pressoché pianeggiante, con lievissima pendenza nella parte che attraversa la piana di Rocchetta.
    - Il secondo tratto, invece, ha una pendenza notevolissima e mediamente del 25%.
    Poco si conosce del sistema di distribuzione secondario. Sicuramente nel tratto urbano alimentava anche fontane pubbliche e private. Un chiaro esempio di utilizzazione anche per fini ornamentali è la Venere ritrovata negli anni 50 che, diversamente dalle altre consimili, presenta a lato un delfino fornito di una fistola interna che, collegandosi ad un condotto, permetteva all’acqua di zampillare.

    L’EDITTO DI AUGUSTO NELLA TAVOLA ACQUARIA

    L’epigrafe venafrana è l’unico esempio di costituzione di un acquedotto pubblico in cui compaia il regolamento che ne disciplina l’amministrazione.

    TAVOLA ACQUARIA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENAFRO
    Si tratta di un editto emanato da Augusto intorno all’11 a. c. e, quindi, prima della lex Quinctia (del 9 a.c.) che fissò la disciplina generale degli acquedotti.
    L’iscrizione è formata da 69 righe divise in 4 titoli.
    - Il primo riguarda la donazione dell’acquedotto alla città di Venafro da parte di Augusto.
    - Il secondo illustra la costruzione e la manutenzione dell’opera ed i rapporti tra i coloni privati e l’uso dell’acquedotto.
    - Il terzo riguarda la gestione dell’acquedotto affidata a magistrati locali (duumviri).
    - Il quarto stabilisce le sanzioni per i comportamenti contrari e le procedure da seguirsi davanti al pretore peregrino.
    L’editto fissa che su due fasce di terreno, da una parte e dall’altra del condotto, ognuna larga otto piedi, sia vietato al proprietario del fondo di costruire qualsiasi tipo di edificio e di piantare qualsiasi albero. Su tali strisce è consentito il transito pedonale a tutti coloro che debbano occuparsi della manutenzione del canale.
    Il fatto che nell’editto si garantisca il che il passaggio sia largo quanto una via adatta anche al passaggio di carri (8 piedi) lascia intendere che doveva essere sufficientemente comodo per gli addetti alla manutenzione senza che potesse essere utilizzato, il passaggio di carri.
    Il terzo capitolo individua nei duumviri i magistrati cui era affidata la vendita dell’acqua su autorizzazione dei decurioni della città. La competenza per le sanzioni era affidata ad un cosiddetto pretor peregrinus a Roma, per mezzo di un rappresentante pubblico nominato dal senato.

    Nella quarta parte vengono chiariti i rapporti tra l’organizzazione politica centrale e quella della colonia Venafrana. Sebbene la direzione e l’esecuzione delle opere era affidata dallo stesso editto ai magistrati locali. Era l’imperatore, però, che stabiliva con il suo editto la terminatio, ovvero la posizione dei termini che seguivano la fascia di protezione dell’acquedotto.

    Inoltre l’ingerenza romana, che derivava proprio dal fatto che l’acquedotto fu donato da Augusto, si ravvisa in particolare nell’affidamento al pretore peregrino di Roma la competenza per l’applicazione delle sanzioni, anche se era prevista la figura di un delegato locale in funzione di accusatore in rappresentanza della colonia. Dal che si conferma che la colonia di Venafro fu, come le altre colonie augustee, una vera istituzione organica connessa con l’economia agricola volta anche alla sistemazione dei veterani romani."




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    LARES AUGUSTI

    Aedes Larium in Via Sacra era una festa che avveniva il 27 giugno in onore dei Lares, divinità protettrici etrusche e romane. Si ricordava l'istituzione della aedes a loro dedicata sulla via Sacra. Plauto trasmette la figura dei Lares in forma di cani, che venivano posizionati accanto alla porta d’ingresso.

    Probabilmente appoggiandosi ad una precedente tradizione etrusca, queste divinità avevano il compito di proteggere, in generale, i confini; che fossero strade, terreni, case o proprietà. Da qui nasce la divisione dei vari ambiti di competenza:

    1) - Lares praestites: protettori della città.

    2) - Lares domestici:"Lares familiares", più antichi dei Lares Patrii, sono i protettori della "Familia".

    3) - Lares patrii: "Oh Lari paterni, non vergognatevi di essere stati fatti con un vecchio tronco" (i più antichi venivano scolpiti nel legno, erano gli antenati un po' divinizzati, più della Gens che della Familia).

    4) - Lares cubiculi: protettori della casa (con tutti quelli che c'erano dentro, schiavi compresi). 

    5) - Lares compitales: protettori dei crocicchi (ma anche dei trivii). 

    6) - Lares permarini: protettori sul mare per i marinai, soprattutto i soldati). 

    7) - Lares rurales: protettori dell'agricoltura, responsabili del buon raccolto.

    8) - Lares Augusti: aggiunti in un secondo tempo, erano i numi tutelari della famiglia imperiale e, di conseguenza, di tutto lo Stato romano. 

    LA CASA DEL NAVIGLIO - POMPEI
    La festa veniva celebrata il 27 giugno in onore dei Lares, divinità protettrici presso l'Aedes a loro dedicata sulla via Sacra. Gli Aedes furono a Roma i luoghi sacri più arcaici insieme ai lucus e alle aedicula. Il templum dunque derivava dall'inauguratio compiuta dall’augure, mentre la aedes non è inaugurata, ma consacrata dal pontefice e dedicata dal magistrato.

    Ne consegue che può essere templum anche un sito o un edificio di uso civile, come il Comizio e la Curia, mentre la aedes è sempre e solo un edificio di culto.

    Se invece un edificio è inaugurato, consacrato e dedicato, acquista il doppio carattere di templum e di aedes. E' adibito al culto, ma può essere adibito anche a funzioni civili, come ad esempio le riunioni del Senato nel Tempio di Bellona o di Apollo Palatino.

    Ogni aedes ha un suo statuto (lex aedis) e un suo patrimonio. In quanto sacra è inviolabile e non è commerciabile; il suo patrimonio è invece commerciabile, purché risponda allo scopo per il quale viene costituito.

    POMPEI - MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI
    La cura dell'aedes è dunque affidata allo stato, ed è tutelata dallo ius sacrum. La custodisce l'aedituus, che non è né sacerdote né magistrato (una specie di "sacrestano").

    Il 27 giugno era dedicato alla festa degli Aedes Larium nella importante via Sacra, festività già esistente ma fu Augusto a spostarla sulla Via Sacra. Probabilmente Augusto volle riunire due feste in un’unica processione: la festa dei Lari e la festa in onore del Tempio di Iupiter Stator, anch’esso costruito sulla Via Sacra. A Roma metà dell'anno era festivo, bisognava metterci un freno, altrimenti si lavorava molto poco.

    Anticamente l'Ardes Larium era un unico edificio che riuniva un focolare dedicato a Marte, e un focolare ai Lari, separati dall’edificio col focolare di Vesta, collegati solo da un unico passaggio. Successivamente venne spostato in un nuovo edificio posto tra la Domus Regis Sacrorum, e l’atrium-aedes Vestae, zona dedicata alla Dea Vesta. All'esterno vi si accedeva tramite la Via Sacra e all’interno dell'Aedes si accedeva a dei “sotterranei” in linea con l’oltretomba dei Lari.

    POMPEI
    Dove conducevano questi sotterranei non si sa, ma Roma è ancora in larga parte sotterrata, perchè quasi tutta edificata al disopra con i vari palazzi, e le scoperte archeologiche si fanno quasi sempre per caso, quando si devono eseguire dei lavori di risanamento per gli edifici attuali.

    Durante la festa tutti potevano portare le stesse preghiere a differenti divinità, si che le famiglie potevano ritrovarsi e scambiarsi i Lari raffiguranti i morti di quell’anno e ricostruire il retaggio attraverso gli antenati. 

    Oppure si stringevano nuove alleanze o matrimoni per collegare le varie famiglie. Naturalmente se un membro della famiglia disonorava gli antenati, oltre che su di lui la sventura avrebbe potuto abbattersi contro altri membri della famiglia, per cui le preghiere e le offerte dovevano in questo caso moltiplicarsi.

    La festa era molto sontuosa anche perchè alla fine compariva, nella lunga processione che snocciolava tutti i tipi di Lares agghindati con ghirlande e nastri, i Lares Augusti che proteggendo la famiglia imperiale proteggevano lo stato e il popolo romano.

    LARES PRIVATI
    Ma tra i Lares Augusti spiccò poi il Lar Augusti, il Genio di Augusto, quello che ispirava Augusto per il bene di tutto l'Impero Romano. Insomma lunga vita all'Augusto, anche qui la propaganda non mancava, e visto che comunque il governo di Ottaviano fu un buonissimo governo, mite e illuminato, il popolo lo adorava e adorava i Lares, i potenti protettori.

    La cerimonia iniziava nel tempio della Via Sacra dove officiavano i sacerdoti e in genere vi assisteva lo stesso imperatore per ricevere il tributo affettuoso del popolo, poi l'imperatore se ne tornava alla sua reggia e aveva inizio la processione che coinvolgeva Giove Stator (colui che impediva ai soldati di fuggire, restando saldi al loro posto di combattimento) e i Lare tutti, pubblici e privati.

    Non mancavano le musiche, i canti e le danze che accompagnavano la processione a cui si accodava il pubblico devoto, poi dopo un lungo giro la "processio" tornava al tempio dove il popolo sfilava donando ghirlande, fiori, nastri, oggetti e monete che i sacerdoti raccoglievano e riponevano nel tempio o nel suo magazzino sottostante.


    Al termine della processione si preparavano i banchetti nelle case dove fervevano gli inviti soprattutto fra i membri delle varie gentes per favorirne il legami e gli accordi, oppure tra i membri di una stessa familia. Nelle ricche domus che raccoglievano tali ospiti si poneva una ghirlanda sul cancello con un'immagine dei Lares, anch'essi coinvolti nell'invito.

    Mostrare al pubblico che si teneva in debita considerazione i Lares era segno di essere buoni e pii cittadini romani, perfino la reggia non si sottraeva a tale usanza. Essendo inoltre tempo d'estate i cittadini meno abbienti solevano festeggiare tale ricorrenza anche nelle campagne, chi poteva nelle proprie case di villeggiatura, chi non ne aveva si faceva ospitare dalle famiglie di congiunti anche lontani portando i doverosi omaggi e doni.

    Astenersi dalla festa era giudicato riprovevole verso i congiunti e verso i Lares tutelari che di certo si sarebbero vendicati. Ovviamente durante la festa era d'obbligo il vino, con cui si facevano i rituali 7 brindisi usando un unico bicchiere che doveva essere bevuto interamente al termine dei sette brindisi. Si dice che la ritualità dei sette brindisi massonici all'Agape dei solstizi provenga da questo antico brindisi romano. 

    Dopo i sette brindisi rituali, per conservare il numero sacro si faceva una pausa offrendo dei dolci che si caratteristici  della festa dei Lares (secondo alcuni autori sembra aromatizzati al rosmarino sacro ai morti), si passava al brindisi finale in onore dei Lares Augusti per il bene di tutto l'Impero Romano, fieri tutti di appartenere ad un popolo così glorioso, potente e amato dagli Dei.


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  • 06/28/19--04:29: VILLA DI NOHEDA (Spagna)

  • La villa romana di Noheda è un sito archeologico che si trova in Spagna, a poca distanza dal piccolo centro di Noheda vicino a Cuenca. Il complesso è costituito dai resti di un'antica fattoria agricola di epoca tardo romana, che si distingue soprattutto per la sontuosità della casa principale, i cui pavimenti sono decorati con ricchi mosaici che sono stati conservati in uno stato eccellente fino ad oggi.

    "Il giacimento della Villa Romana di noheda, grande protagonista al numero 167 della prestigiosa rivista Historia National Geographic. Il post dedica sei pagine a tutto colore con il titolo 'la meraviglia del bacino romano : il mosaico di noheda', dove si può ammirare il magnifico mosaico di 291 mq."

    Sebbene sia stata scoperta durante il lavoro agricolo nella zona negli anni ottanta, la villa romana di Noheda non è stata scavata correttamente e sistematicamente fino al 2005, quando iniziò la prima campagna di studio del sito. Da allora, e tenendo conto della ricchezza dei mosaici che contiene, le varie amministrazioni si sono poste l'obiettivo di proteggere il monumento e renderlo visitabile per i turisti.

    (INGRANDIBILE)
    Tuttavia, all'inizio del 2016 questi mosaici sono ancora nascosti alla vista. La ragione non è altro che il confronto tra le diverse amministrazioni per vedere chi è responsabile del finanziamento della loro conservazione e assumersi la responsabilità delle loro cure. 

    I capi del Consiglio provinciale di Cuenca dichiarano di aver fatto tutto ciò che è in loro potere, avendo completato la costruzione dell'edificio che coprirà e proteggerà i mosaici del tempo inclemente, e accusa il Consiglio di Castilla La Mancha di aver bloccato la apertura del sito al pubblico. 

    Come affermano dalla Diputación, stanno aspettando che il Consiglio dia loro il permesso di iniziare un corso di restauro che permetta di recuperare parte del deposito, qualcosa che il Board nega in modo categorico. Il governo regionale, nega a sua volta. 

    Chi è responsabile? Indipendentemente da chi è la colpa di questo ritardo, la verità è che nel caso dei mosaici di Noheda ci troviamo di fronte a un confronto tra due amministrazioni controllate da due partiti politici di diverso segno che usano la cultura come parte della sua campagna per screditare del rivale. Mentre questo accade, i mosaici languiscono senza che gli amanti della cultura classica possano godersi la loro contemplazione.



    CASTILLA - LA MANCHA APRIRA'

    Castilla-La Mancha aprirà al pubblico la tenuta di un immensa villa che comprende il più grande mosaico figurativo del mondo e una collezione di 500 pezzi di marmo.

    C'era una volta un uomo immensamente ricco, così ricco che nel IV secolo si faceva portare il vino dalla Siria, a 50000 km di distanza, perché i vini della terra in cui viveva non erano di suo gradimento. Era così potente che il villaggio in cui viveva e faceva affari (un insieme di edifici) occupava circa 10 ettari. Solo il salotto della sua casa ( triclinium ) misurava quasi 300 mq ed era decorato con mosaici degni del palazzo di un imperatore.

    "Quell'uomo esisteva", spiega Miguel Ángel Valero, professore di storia antica all'Università di Castilla-La Mancha. Non si sa ancora come è stato chiamato, ma prima o poi lo sapremo", dice Valero, che ha scavato le sue impressionanti proprietà per un decennio - lo ha già fatto nel 5% del totale - nell'attuale provincia di Cuenca, che sarà presto visitata.

    (INGRANDIBILE)
    Qualcosa più di un decennio fa, un trattore ha colpito un terreno molto duro (noto da sempre come El Pedregal o Cuesta de los Herreros) a Villar de Domingo García. Quella parte del comune ricevette quei nomi perché i vicini non smisero di trovare grandi conci di pietra e oggetti metallici di cui non conoscevano la provenienza.

    Ora il Consiglio delle Comunità di Castilla-La Mancha aprirà il sito, chiamato Villa de Noheda, nella città di Villar de Domingo García di 218 abitanti, e renderà pubblici gli spettacolari risultati della ricerca: il più grande set scultoreo in marmo della Hispania romana, con mezzo migliaio di grandi frammenti e il più grande mosaico figurativo dell'Impero.

    Il sindaco della città, Javier Parrilla (PP), vuole che la sua apertura coincida con i nuovi lavori archeologici estivi, dove è previsto, tra le altre attività, di iniziare lo scavo della sala di ricevimento (auditorium) del villa, "normalmente più grande del triclinio " , spiega Valero. Naturalmente, quest'area nasconde anche il proprio mosaico e centinaia di segreti.

    "Quando l'aratro aprì la terra, centinaia di piccole pietre colorate tornarono alla luce. Facevano parte delle tessere che componevano i mosaici. I servizi archeologici iniziarono gli scavi poiché in una mappa di Alonso de la Cruz (1554), che è conservata nel monastero dell'Escorial, si chiama il luogo Villar de la Vila e nel 1897 Francisco de Coello già descrisse l'esistenza di alcune rovine Romane, con tessere, nella frazione di Noheda".

    La realtà ha però superato l'immaginazione. Noheda mostra il tentativo di trasmettere un messaggio di alto valore ideologico e propagandistico: il potere di un proprietario terriero ( dominus ) che garantiva stabilità economica e sociale alla comunità (ci è riuscito a tutt'oggi, tutto il mondo ha il fiato sospeso su questa villa.)


    Ha costruito un gigantesco complesso residenziale che combinava i concetti di "tempo libero e affari" in una vasta area di terra (fondo). Infatti, "questi gruppi di sfruttamento agricolo sono chiamati città a rure (città in campagna)", ricorda il professore.

    Il fondo - che occupava 80 kmq - consisteva in terreni agricoli (ager), pascoli per il bestiame (saltus) e una zona montuosa (silva) da cui si otteneva il legno. Il villaggio era situato in un punto strategico  con sufficienti risorse idriche, riparato dai venti del nord e vicino a un canale di comunicazione. Nel caso di Noheda, era sufficientemente lontana dalla strada romana per evitare di essere scoperta da visite indesiderate o aggredita da legioni affamate.

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    I quadri che decorano le pareti delle ville romane, i mosaici dei pavimenti, le sculture e altri elementi che decorano questi spazi hanno un senso. In Noheda intendono il possesso della massima ricchezza. Gli specialisti non trovano una risposta a come tale accumulo di opulenza sia stato possibile: sono stati rilevati più di 30 tipi di marmi portati da tutto il mondo conosciuto all'epoca.

    La costruzione occupava 10 ettari e solo il triclinium dell'edificio, 291 mq.

    "Potrebbe essere che il dominus era imparentato con l'imperatore, a quel tempo Teodosio, ma ancora non lo sappiamo, ma ciò che è chiaro è che apparteneva all'alta aristocrazia", ​​spiega Valero.

    Le dimensioni sono tali che il mosaico del triclinio è il più grande tipo di mosaico figurativo finora conosciuto. Le misure di questa stanza sono superate solo da quella di Cercadilla (Córdoba), anche se questa manca di mosaico. 

    È paragonabile - sebbene il Noheda sia più grande di 20 mq - alla famosa villa siciliana del Casale, in Piazza Armerina (270 metri quadri). Il pavimento era composto da un'area centrale, divisa in sei pannelli con scene di tema mitologico e allegorico, in cui sono esposte figure enormi, come Athena, che misura 2,18 m. Il numero di tessere usato è "non numerabile". 


    In ogni quadrato di 25 per 25 centimetri veniva utilizzata una media di 1.243 di questi piccoli pezzi, alcuni di millimetri per arrivare a dare movimento o ombre alle figure.

    Gli archeologi considerano, in virtù della differenza nel numero di pezzi usati in ogni parte del mosaico, che non c'era un "solus pictor imaginarius", ma diversi. Hanno anche scoperto che sotto alcune aree del grande mosaico è nascosto un altro con motivi diversi. 

    "È come se al proprietario della villa non piacesse un primo risultato e ne ordinasse uno diverso da completare. Il denaro non sarebbe stato un problema", scherza Miguel Ángel Valero e, al centro della stanza, una fontana ornamentale le cui canalizzazioni sono preservate.

    E cosa rappresentano le scene? Gli specialisti elencano il mito di Enómao, Pélope e Hipodamia, due Pantomima e il Rapimento di Elena, il corteggiamento dionisiaco e Thiasos marino.

    Di tutta la superficie costruita è stata scavata solo una parte minima.
    "In quello spazio, oltre all'incredibile mosaico, abbiamo trovato oltre 550 grandi frammenti di sculture, tutti realizzati in marmo importato da Oriente e Carrara [Italia]. È il più grande gruppo scultoreo di tutta la Spagna, comprese figure di Dioniso, Venere o Dioscuri."


    E perché è scomparso ed è stato dimenticato? Con la caduta dell'impero romano, tutta la Hispania subì una rapida cristianizzazione. I nuovi abitanti usavano le stanze del villaggio come luogo in cui vivere. Le sculture pagane furono distrutte e gettate in una discarica. Alcuni di questi erano usati per fare polvere di marmo.

    Ma molti sono sopravvissuti. Alcuni sono già stati recuperati e nella mostra Noheda è possibile vedere l'immagine del potere, nella capitale della provincia.

    "Ora dobbiamo essere in grado di mostrare questo deposito", afferma il sindaco di Villar de Domingo García. "Tutto è quasi pronto per l'apertura. L'idea è che i visitatori possano godere di questo, mentre vedono come lavorano gli archeologi ", aggiunge Javier Parrilla.

    Infatti, uno degli obiettivi dell'inaugurazione è quello di far visitare oltre alla villa romana anche il comune a cui appartiene e di non spostarsi nella vicina e sempre attraente Cuenca.
    Il Consiglio comunale e gli specialisti che lavorano nello scavo hanno dato corsi e svolto attività con i vicini per coinvolgerli in quella che potrebbe essere la loro grande attrazione turistica e culturale. 


    "Vorremmo averli per tutto, anche per insegnare", dice Valero, anche se Parrilla ammette che l'assunzione "è molto difficile a causa di problemi amministrativi". 
    "Mi piacerebbe", lamenta il sindaco, "ma la legislazione ...".

    Fonti del governo regionale hanno confermato a EL PAÍS che l'apertura "sarà il più presto possibile". "È qualcosa di unico al mondo. Quando mostro le immagini nei congressi internazionali [ha tenuto conferenze in tutto il mondo], gli specialisti di altri paesi sono sbalorditi. E che il meglio deve ancora venire, perché abbiamo solo scavato una piccola parte", conclude Miguel Ángel Valero.

    Le Fonti del governo regionale, commentiamo noi, non sono chiare: cosa vuol dire che l'apertura "sarà il più presto possibile?" Finora il più presto possibile ha significato MAI. Noi italiani conosciamo bene questa "Corruptissima re publica plurimae leges" che significa "moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto" ( Tacito - Annales, Libro III, 27) e ci dispiace davvero per i nostri fratelli spagnoli. Si sa che questa marea di leggi sono dovute non al bene comune ma agli interessi dei singoli, le leggi "ad personam", che creano alla fine un invalicabile immobilismo.

    Sul fatto che il mosaico sia più grande di quello della villa del Casale, teniamo a precisare che il paragone è su una stanza, perchè la Villa del Casale occupa oltre 3500 mq di mosaici, Noheda non è ancora stato stimato con certezza. Resta comunque un importantissimo capolavoro.




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    APULIA

    STRABONE 
    Geografia VI.1.1-15

    "La costa che viene dopo la Lucania, fino allo stretto di Sicilia e per una distanza 1350 stadi è occupata dai Bretti. Secondo Antioco, nel suo trattato " Sull'Italia", questo territorio che si chiamava Italia, prima si chiamava Enotria.

    Ed egli assegna come suoi confini, sul mare Tirreno, lo stesso confine che io ho assegnato al paese dei Bruzi il fiume Lao e sul mare Siciliano (Jonio) Metaponto. Ma escludendo il territorio dei tarantini, confinante con Metaponto, che egli colloca fuori dall'Italia e chiama i suoi abitanti Japigi. Ed in un tempo più antico, secondo lui, si potevano chiamare Italiani ed Enotri solo quelle genti che vivevano in questo lato dell'istmo nel paese che giunge fino allo stretto di Sicilia.

    Lo stesso istmo, largo 160 stadi, si trova fra due golfi l'Hipponiate (che Antioco chiama Nepetino) e lo Scylletico. Il percorso lungo la costa intorno al paese compreso fra l'istmo e lo stretto è 2000 stadi. Ma in seguito, egli dice, i nomi di Italia ed Enotria vennero ulteriormente estesi oltre il territorio di Metaponto e quello di Siri, fino a comprendere, i Choni, una tribù Enotria ben governata, il cui territorio venne chiamato Conia.

    Antioco parla in maniera semplice ed arcaica, senza fare alcuna distinzione fra Lucani e Brettii. In primo luogo, la Lucania è situata fra la costa tirrenica e quella del Mar di Sicilia, sulla prima si estende fra i fiumi Sele e Lao, sulla seconda fra Metaponto e Turi; in secondo luogo, sul continente, dal territorio dei Sanniti fino all' istmo che si estende da Thurio a Cerilli (una città vicino a Lao) l'istmo largo 300 stadi.

    Ma i Brettii sono situati al di la dei Lucani, e questa penisola include un'altra penisola che ha un istmo che si estende dal golfo di Scylletium fino al golfo Hipponiate. Il nome della tribù fu dato loro dai Lucani, infatti i lucani chiamano tutti i ribelli Brettii. I Brettii si ribellarono, così si dice, poiché prima essi pascevano gli armenti dei Lucani, e poi per l'indulgenza dei loro padroni, cominciarono ad agire come uomini liberi, quando Dione fece la sua spedizione contro Dionisio, fece sollevare tutti questi popoli l'uno contro l'altro. Questo è quanto si può dire in generale dei Lucani e dei Bretti.

    La città dopo Lao che appartiene ai Brettii, si chiamava Temesa, sebbene oggi la chiamino Tempsa; venne fondata dagli Ausoni, ma in seguito fu colonizzata dagli Etoli guidati da Toante, ma gli Etoli vennero scacciati dai Brettii, che a loro volta soccombettero prima ad Annibale e poi ai romani. Vicino a Temesa vi era un Heroon consacrato a Polite, uno dei compagni di Ulisse, circondato da olivi selvatici, che fu assassinato a tradimento dai barbari, e perciò divenne estremamente risentito contro il paese che, su consiglio di un'oracolo, gli abitanti del circondario si sottomisero all'usanza di offrirgli un tributo, e da ciò nacque il motto popolare nei confronti degli ingrati di cui si dice che "L'eroe di Temesa grava su di loro".

    Ma quando i Locresi Epizefiri presero la città, si racconta che, il pugilatore Eutimo, si scontrò con lo spirito di Polite e dopo averlo battuto liberò Temesa dal tributo. Dicono che Omero ha menzionato Temesa, non Tamaso in Cipro, quando disse " a Temesa, alla ricerca del rame". Infatti miniere di rame sono state viste nei dintorni, ma oggi sono state abbandonate. Vicino Temesa c'è Terina, che fu distrutta da Annibale, poichè non poteva difenderla quando si era rifugiato nel Bruzio.

    Quindi viene Consentia, la metropoli dei Brettii e poco al disopra la città di Pandosia, una potente fortezza, presso cui venne ucciso Alessandro il Molosso. Anche lui venne ingannato dall'oracolo di Dodona, che lo aveva avvertito di guardarsi da Acheronte e da Pandosia; poiché luoghi con questi nomi si trovano anche in Tesprozia, egli venne a cercare la sua fine qui nel Bruzio. La fortezza di Pandosia è sita su tre colline, e vicino le scorre il fiume Acheronte.

    Vi fu anche un altro oracolo che trasse in inganno Alessandro il Molosso : " O Pandosia dalle tre colline, un giorno ucciderai molta gente" perciò egli pensò che l'oracolo si riferisse alla distruzione dei nemici, e non della sua stessa gente. Si dice anche che Pandosia sia stata un tempo sede del Re degli Enotri. Dopo Consentia viene Hipponio, fondazione dei Locresi, inseguito venne conquistata dai Brettii ma poi la presero i romani che mutarono il suo nome in Vibo Valentia.

    (INGRANDIBILE)
    Poiche tutta l'area circostante Hipponio è coperta da praterie fiorite, la gente crede che Core venisse qui dalla Sicilia a raccogliere fiori, e che da ciò deriva l'usanza delle donne di Hipponio di raccogliere fiori ed intrecciarli in ghirlande per indossarle nei giorni di festa e si reputa disdicevole indossare ghirlande comprate. Hipponio ha anche un porto, che venne costruito molto tempo fa da Agatocle, il tiranno dei Sicelioti, quando conquistò la città.

    Quindi si naviga verso il Porto di Ercole, che è la punta d'italia sullo stretto, dove si comincia a girare verso oriente. In questo viaggio si passa Medma, una città dei già nominati Locresi, che ha il nome di una grande sorgente e ha pure un porto nelle vicinanze chiamato Emporion.

    Lì vicino è il fiume Metauro e un punto d'approdo dallo stesso nome. Al largo di questa costa vi sono le isole Lipari, ad una distanza di circa 200 stadi dallo stretto. Secondo alcuni sono le isole di Eolo, di cui fa menzione il poeta nell'Odissea. Sono sette e sono tutte in vista sia della Sicilia che della costa presso Medma, ma di queste parleremo nella descrizione della Sicilia.

    Dopo il fiume Metauro viene un'altro un secondo Metauro, poco dopo questo fiume viene il promontorio Scylleum, in posizione elevata, che forma una penisola con un piccolo istmo basso che offre approdo su entrambe i lati. Questo istmo venne fortificato da Anassilao, il tiranno di Reggio, contro i Tirreni, costruendovi una stazione navale, impedendo così ai pirati di attraversare lo stretto.

    Nelle vicinanze si trova il promontorio Caenys, che dista da Medma 250 stadi, ed è l'ultima punta sullo stretto opposta al capo siciliano Peloro. Capo Peloro è uno dei 3 capi che fanno l'isola triangolare, ed è rivolto verso il levante estivo, così come il Capo Caenys è rivolto verso ponente, cosicché i due promontorii appaiono in qualche modo contrapposti. Il tratto di mare fra il Caenys e il promontorio Poseidonio o "Colonna Reggina" e di circa 6 stadi, poco di più misura lo stesso stretto nel suo punto più breve.

    Dalla Colonna fino a Reggio la distanza è di 100 stadi, qui Lo stretto comincia ad allargarsi e si procede verso Est e verso il mare aperto che è chiamato Mare Siciliano.
    Reggio fu fondata dai Calcidiesi che, si dice, dedicarono ad Apollo, un uomo ogni 10 calcidiesi a causa di una carestia, ma poi secondo un oracolo, emigrarono da Delphi e si vennero a stabilire qui, portando con loro anche altri dal loro paese.
    Ma secondo Antioco i Calcidiesi vennero chiamati dagli Zanclei che diedero loro come ecista Antimnesto. A questa colonia appartenevano anche esuli Messeni del Peloponneso che erano stati battuti dalla fazione opposta. Questi uomini non vollero riparare l'offesa recata ai Lacedemoni per l'oltraggio delle vergini avvenuto a Limne, ove si erano recate per officiare un rito religioso, ed avevano anche ucciso coloro che erano intervenuti in loro aiuto.

    Cosi gli esuli dopo essersi rifugiati a Mecistos, mandarono una delegazione all'oracolo del Dio, lamentandosi con Apollo e Artemide di dover subire tale sventura per essere intervenuti a difendere la loro causa e chiedendo come potessero salvarsi dalla rovina. Apollo ordinò loro di andare con i Calcidiesi a Reggio e di onorare la sorella; essi infatti non erano stati maledetti, ma invece era stata loro offerta la salvezza, poiché non sarebbero periti insieme alla loro patria che a breve sarebbe stata distrutta dagli Spartani.

    Essi obbedirono; e perciò i governanti dei Reggini fino ad Anassilao appartennero sempre alla stirpe dei Messeni. Secondo Antioco tutta questa regione era stata abitata da Siculi e Morgeti nell'antichità, che successivamente espulsi dagli Enotri, passarono in Sicilia. Secondo alcuni, Morgantium prese il nome dai Morgeti di Reggio.

    La città di Reggio divenne poi molto potente ed ebbe molte dipendenze nelle sue vicinanze, ed è sempre stato un potente avamposto fortificato opposto all'isola, non solo nei tempi antichi ma anche ai nostri giorni, quando Sesto Pompeo indusse la Sicilia a ribellarsi. La città fu chiamata Reggio, secondo quanto riporta Eschilo, a causa della calamità che aveva colpito questa regione: infatti la Sicilia si staccò dal continente a causa di un violento terremoto, "da questo fatto appunto deriva il nome di Reggio. Come prova di ciò adducono i fenomeni che si verificano sull'Etna e in altre parti della Sicilia, come a Lipari e nelle isole vicine, e anche nelle isole Pithecusae e lungo tutta la costa adiacente, non è irragionevole supporre che tale catastrofe naturale abbia avuto luogo.

    Attualmente la terra intorno allo stretto, si dice, non è spesso interessata da terremoti, perchè qui le fratture, attraverso cui si sollevano il fuoco e le masse incandescenti vengono eruttate, sono aperte; una volta però il fuoco e i vapori che erano costretti sotto terra, producevano violenti terremoti, poichè i passaggi verso la superficie erano ostruiti, e le terre che erano continuamente in movimento, vennero lacerate ed il mare penetrò in entrambe i lati, sia qui che fra le altre isole di quella regione.

    Infatti Procida e Pithecusa sono frammenti separatisi dal continente, ed anche Capri, Licosa le Sirene e le Enotridi. Poi vi sono isole che si sono sollevate dal mare, cosa che avviene anche oggi in molti luoghi; le isole che si trovano in alto mare e più probabile che siano emerse dal fondo, mentre e più ragionevole supporre quelle che stanno al largo dei promontori e sono separate da brevi tratti di mare dal continente si siano distaccate da esso.

    SCULTURA DAUNIA
    In ogni caso, sia che il nome di Reggio sia stato dato per la regione suddetta o piuttosto derivi dalla propria fama, per cui i Sanniti l'avrebbero denominata dalla parola latina che significa "città regale" (poichè gli antenati dei Sanniti godevano della cittadinanza romana e usavano prevalentemente la lingua latina), la questione è aperta ad ulteriori approfondimenti per svelare la verità. Comunque questa famosa città, che non solo aveva fondato molte colonie, ma aveva dato i natali a molti uomini illustri, sia nella politica che nella cultura, venne distrutta da Dionisio a causa del fatto che avendo egli chiesto in sposa un fanciulla, i Reggini gli avevano offerto la figlia di un boia.

    Ma suo figlio ricostruì una parte della vecchia città e la chiamo Phoebia. All'epoca di Pirro la guarnigione dei Campani ruppe la tregua e massacrò la maggior parte degli abitanti e poco prima della guerra Marsica la città venne distrutta in buona parte da un terremoto.

    Ma Cesare Augusto dopo aver scacciato Pompeo dalla Sicilia, vedendo che la città era scarsamente popolata, vi lasciò una parte degli uomini della sua armata come coloni, e la città venne ripopolata.

    Quando si salpa da Reggio verso Est, a 50 stadi di distanza si giunge a capo Leucopetra (così detto per il suo colore) ove, si ritiene, termini l'Appennino. Quindi viene l' Heracleium, che è l'ultimo capo dell'Italia che si protende verso sud, poichè chi lo doppia naviga sospinto dal Libeccio fino al promontorio Japigio, poi la rotta inclina sempre più verso nord-ovest,in direzione del Golfo ionio. Dopo l' Eracleo viene un promontorio che appartiene a Locri, chiamato Zefireo, il suo porto è esposto ai venti occidentali, da cui il nome. poi viene la città di Locri Epizefiri, una colonia dei locresi che vivevano sul golfo di Crisa, che furono qui condotti da Evante, poco dopo la fondazione di Crotone e Siracusa.

    Eforo erra nell'attribuire la colonia ai Locresi Opunzii. Comunque essi vissero solo 3 o 4 anni presso lo Zefirio, e poi si spostarono nell'attuale sito, con la cooperazione dei Siracusani. Presso il promontorio Zefirio vi è una fonte detta Locria, ove i Locresi posero il loro primo insediamento.

    La distanza fra Reggio e Locri è di 600 stadi, la città sorge sul pendio di un colle chiamato Epopis.  Si crede che i Locresi Epizefiri siano stati i primi a darsi delle leggi scritte. dopo che ebbero vissuto sotto buone leggi per un lunghissimo tempo, Dionisio, che era stato esiliato dal territorio dei Siracusani, attuò contro di loro ogni genere di sopruso. Infatti si insinuava nelle camere nuziali delle promesse spose dopo che si erano abbigliate per il matrimonio e giaceva con loro prima del matrimonio, inoltre riuniva ai suoi festini le ragazze più belle in età da marito, e le costringeva a correre a piedi nudi per afferrare dei piccioni che venivano lasciati liberi senza che fossero stati loro tarpate le ali, alle volte, per maggior perversione, pretendeva che calzassero saldali disuguali (uno più alto, l'altro più basso) e così inseguissero le colombe.

    Ma comunque infine pagò a caro prezzo tutti i suoi soprusi quando ritornò in Sicilia per riprendere il potere. Infatti i Locresi scacciata la guarnigione, si resero indipendenti, catturarono la moglie e le sue due figlie ed il più giovane dei suoi due figli (che era già adolescente) poiché l'altro maggiore, che si chiamava Apollocrate, stava combattendo col padre in Sicilia.
    Sebbene lo stesso Dionisio e i suoi alleati Tarantini, facessero molte richieste ai locresi affinchè liberassero i prigionieri a qualunque condizione, essi si rifiutarono di liberarli sopportando l'assedio e la devastazione del loro territorio. Ma questi riversarono tutta la loro indignazione sulle sue figlie, prima le fecero prostituire quindi le strangolarono e poi dopo averne bruciato i corpi ne gettarono le ceneri in mare.

    Eforo menzionando la legislazione scritta dei Locresi che fu fissata da Zeleuco traendo norme dall'ordinamento dei Cretesi, degli spartani e degli Aeropagiti, dice che Zaleuco fu tra i primi ad introdurre la seguente innovazione - prima del suo tempo si lasciava ai giudici la scelta di determinare la pena per ciascun crimine, egli le definì nella stessa legge, poiché egli riteneva che non sempre le opinioni dei giudici erano sempre le stesse per lo stesso crimine, come dovrebbero in realtà essere.

    Eforo continua lodando l'operato di Zaleuco per aver semplificato le normative sui contratti. E dice anche che i Thurii volendo col tempo mostrarsi più sottili dei Locresi sulla legislazione, divennero certamente più famosi, ma moralmente inferiori; infatti egli aggiunge, non hanno buone leggi coloro che prendono in considerazione tutti i possibili cavilli che gli accusatori di professione possano immaginare, ma coloro che rimangono fedeli ad alcuni semplici principi.

    VASO DAUNIO DI CANOSA
    Lo stesso Platone osservò che li dove ci sono moltissime leggi ci sono anche molti processi e pratiche corrotte, cosi come ove vi sono molti medici è probabile che vi siano anche molte malattie. Il fiume Alice, che segna il confine fra i territorio Reggino e la Locride, scorre attraverso una profonda gola, e lì accade un fatto particolare riguardante le cicale: mentre quelle sul lato Locrese cantano, le altre restano mute. La causa di ciò, si pensa, che essendo le seconde in un luogo ombreggiato abbiano le membrane umide e non riescano a distenderle, le altre stando nella zona assolata avrebbero le membrane ben asciutte e simili al corno, cosicché sono atte ad emettere suoni. Un tempo era esposta a Locri la statua del citarista Eunomo con una cicala sulla cetra.

    Timeo racconta che Eunomo e Aristone di Reggio si stavano sfidando nei giochi Pitici, Aristone pregava quelli di Delphi affinchè lo favorissero poiché i suoi antenati erano stati al servizio del Dio e che da Delphi erano poi partiti per andare a fondare la colonia in Italia, mentre Eunomo sosteneva che i reggini non avevano nemmeno il diritto di partecipare a tali gare poiché da loro nemmeno le cicale avevano la voce, che pure sono gli animali più forniti di voce, tuttavia Aristone ebbe il favore del pubblico ed aveva speranza di vincere, ma alla fine vinse Eunomo il quale innalzò in patria la summenzionata statua.

    Infatti durante la tensone gli si ruppe una corda della cetra, allora una cicala venne a posarsi sullo strumento e ne sostituì il suono mancante. L'entroterra di queste città è occupato dai Brettii, qui si trovano la città di Mamertium e la foresta della Sila che produce la migliore pece detta "Brettia", è ricca di legno e acque e si estende per 700 stadi, dopo Locri viene il Sagra, un fiume che ha un nome femminile, sulle sue sponde vi sono gli altari dei Dioscuri, nei luoghi 10,000 Locresi e Reggini si scontrarono con 130,000 crotoniati riportando un'incredibile vittoria, da tale avvenimento si dice nasca il proverbio, riferito agli increduli : " Più vero del risultato della Sagra". ed alcuni aggiungono la leggenda che la notizia dell'accaduto fu annunciato nello stesso giorno ad Olympia ove si stavano svolgendo i giochi e che essa, diffusa tanto celermente, risultò vera.

    Dicono anche che tale disfatta fu la ragione per la quale i Crotoniati non poterono perdurare più a lungo a causa del gran numero di caduti in battaglia. Dopo la Sagra viene la città fondata dagli Achei, Caulonia, anticamente chiamata Aulonia, per la valle che si trova di fronte ad essa. comunque adesso è disabitata poiché i coloni vennero scacciati dai barbari che li spinsero in Sicilia dove fondarono una nuova Caulonia.

    Quindi viene Scylletium, una colonia degli Ateniesi che erano con Menesteo (adesso detto Scylacium). Sebbene la tennero i Crotoniati, Dionisio la incluse nei confini dei Locresi. Il Golfo Scylletico, che insieme al golfo Hipponiate forma il summenzionato Istmo, prende nome dalla città. Dionisio cominciò anche a costruire un muro attraverso l'istmo quando mosse guerra ai Lucani, col pretesto di voler proteggere i popoli all'interno dell'istmo dai barbari esterni, ma in realtà voleva rompere l'alleanza che le colonie greche avevano fra di loro, per poter governare a proprio piacere su quelli che erano dentro l'istmo, ma quelli che erano all'esterno intervennero decisamente impedendo il suo progetto.

    Dopo Scylletium viene il territorio dei Crotoniati, e i tre promontori dei Japigi; e dopo questi, il Lacinium, un tempio di Hera, che una volta era ricco e pieno di offerte. circa le distanze via mare, gli scrittori non sono abbastanza chiari, eccetto che, in via generale, Polibio dà la distanza dallo stretto al Lacinio in 2300 stadi, e quindi la distanza fino a Capo Japigia di 700, questo punto è chiamato la bocca del golfo Tarantino. Come per lo stesso golfo, la distanza intorno ad esso via mare è di lunghezza considerevole, 240 miglia come dice il Corografo, ma Artemidoro dice 380 poiché è un uomo ben informato, sebbene sottostimi la reale ampiezza dell'imboccatura del golfo.

    Il golfo è esposto al levante invernale ed inizia a Capo Lacinio, quindi doppiandolo, si giunge direttamente alle città Achee, che, tranne quella dei tarantini, non esistono più, ma a causa della loro fama sono ancora degne di essere ricordate. La prima città è Crotone, a 150 stadi dal lacino, e poi viene il fiume Esaro, un porto ed un'altro fiume, il Neto.

    L'ANFITEATRO DI LECCE
    Si dice che il Neto debba il suo nome a ciò che li accadde. Alcuni Achei che si erano dispersi dalla flotta troiana giunsero li e sbarcarono per esplorare la regione, e quando le donne troiane che viaggiavano con loro si diedero conto che le navi erano senza uomini, diedero fuoco alle imbarcazioni, poiché esse erano stanche di viaggiare, così gli uomini furono costretti a rimanere colà, anche perché si erano resi conto di quanto fosse fertile quella terra.
    E in breve parecchi altri gruppi, della stessa stirpe, vi giunsero e li imitarono, e quindi sorsero molti insediamenti, molti dei quali assunsero nomi dai troiani; e anche un fiume, il Neto, assunse la sua denominazione dall'evento summenzionato (l'incendio delle navi). Secondo Antioco, il Dio ordinò agli Achei di fondare Crotone. Miscello partì per esplorare il luogo, ma quando vide che Sybari era già stata fondata presso il fiume omonimo, giudicò che fosse da preferire questa città; quindi tornò in patria per chiedere all'oracolo se non fosse meglio istallarsi in questa invece di fondare Crotone, e il Dio gli rispose ( si tenga presente che Miscello era gobbo) : "'O Miscello dal dorso corto, cercando altro oltre ciò che ti è predestinato, vai incontro alla tua rovina, perciò accetta di buon grado ciò che ti è offerto!" e Miscello ritornò e fondò Crotone, in compagnia di Archia, il fondatore di Siracusa, il quale poco dopo riprese il viaggio per andare a fondare Siracusa.

    Come dice Eforo nei tempi antichi gli Japigi abitavano la regione di Crotone. E la città ebbe fama di coltivare e l'arte della guerra e l'atletica; in una olimpiade accadde che i sette atleti che primeggiarono nello stadio su tutti gli altri fossero tutti e sette crotoniati, per cui sembra ragionevole il detto : "l'ultimo dei crotoniati è il primo su tutti gli altri Greci", e ciò, si dice sia stata l'origine del proverbio "più salubre di Crotone", come se il luogo avesse qualcosa che favorisce la salute e la vigoria fisica, a giudicare dal numero dei suoi atleti.

    Essa ha avuto un gran numero di vincitori Olimpici, sebbene poi non sopravvisse a lungo a causa della perdita di moltissimi uomini durante la battaglia del fiume Sagra. La sua fama si accrebbe per il gran numero dei suoi filosofi Pitagorici, e da Milone, che fu il più illustre dei suoi atleti, non che seguace di Pitagora, che trascorse un lungo periodo nella città. Si racconta che una volta, durante un banchetto a cui partecipavano i Pitagorici una colonna cominciò a cedere, allora Milone si sostitui ad essa permettendo ai presenti di mettersi in salvo riuscendo poi a salvarsi egli stesso.

    Ma successivamente, è probabile che, l'eccessiva fiducia nei propri mezzi fu la causa della sua prematura morte, nel modo che alcuni raccontano. Mentre stava attraversando una fitta foresta, si allontanò molto dalla strada principale, trovandosi davanti un grosso tronco su cui erano piantati dei cunei, allora egli cercò di spezzare il tronco infilando mani e piedi nelle fenditure, ma la sua forza fu appena sufficiente a far cadere i cunei cosicchè le fessure si richiusero imprigionandolo come in una morsa, e cosi divenne cibo per le bestie selvatiche.

    Dopo, ad una distanza di 200 stadi viene Sibari fondata dagli Achei e sita fra due fiumi, il Crati ed il Sibari. Venne fondata da Is di Elice. Nei primi tempi era tanto florida che il suo dominio si estendeva su 4 popoli vicini e dominava sopra 25 città, nella campagna contro i Crotoniati schierò 300,000 uomini e le sue abitazioni si estendevano per un raggio di 50 stadi intorno al Crati.

    Comunque, a causa della loro opulenza e insolenza essi vennero privati di tutto nel volgere di 70 giorni dai crotoniati, che dopo aver preso la città la sommerse deviando il corso del fiume. in seguito i sopravvissuti, davvero pochi, si riunirono e la riedificarono, ma col tempo vennero distrutti dagli Ateniesi e da altri greci che erano giunti lì per abitarvi, ma vennero sottomessi al pari di schiavi e la città venne trasferita in un sito vicino e chiamata Thurio, dal nome di una fonte.

    Le acque del fiume Sybaris rendono i cavalli che vi si abbeverano ombrosi perciò tutti gli armenti ne vengono tenuti lontani, mentre quelle del Crati rendono i capelli delle persone biondi o bianchi, e a parte ciò, curano molti malanni. Successivamente i Turini prosperarono per un lungo tempo, fino a che non vennero sottomessi dai Lucani, e quando i Tarantini si sostituirono ai lucani essi chiesero l'aiuto dei Romani, e i Romani vi inviarono coloni per aumentare la loro popolazione che si era molto ridotta, e cambiarono il nome della città in Copia.

    Dopo Turio viene Lagaria, una fortezza fondata dal Focese Epeo, famosa per il suo vino Lagaritano, dolce e delicato tenuto in gran conto dai medici. Anche quello di Turio è uno dei vini più rinomati. Poi viene la città di Eraclea a breve distanza dal mare, e da due fiumi navigabili l' Aciris ed il Siris. Sul Siris vi era una città d'origine Troiana dallo stesso nome, ma in seguito quando i Tarantini stabilirono la colonia di Eraclea essa divenne il porto degli Eracleoti. Siris dista 25 stadi da Eraclea e 330 da Thurio. Gli scrittori adducono come prova dell'insediamento Troiano la presenza in quel luogo del simulacro ligneo di Athena Iliaca - che la leggenda dice che abbia chiuso gli occhi quando alcuni devoti supplici vennero catturati dagli Ioni che presero la città.

    IL TEATRO DI LECCE
    Questi Ioni erano giunti lì come coloni per sfuggire al dominio dei Lidi e presero con la forza la città che apparteneva ai Chonii e la chiamavano Polieum, e ancora oggi vi si può vedere il simulacro con gli occhi chiusi.
    Già è difficile credere in questa favola che l'immagine abbia chiuso gli occhi per lo sdegno - come si racconta che accadde all'immagine a troia quando fu violata Cassandra - ma che anche la si possa vedere quando li chiude, ma ancor più difficile credere che tutte queste immagini siano state portate da Troia, non solo quella di Siris ma anche a Roma, a Lavinio, e a Luceria Athena viene chiamata Iliaca, poiché si pensa che sia stata portata da Ilio.

    Inoltre in così tanti luoghi si attribuisce alle donne Troiane l'atto eroico che per quanto sia possibile e difficile da credere. Alcuni sostengono che Siris e Sybaris Theuthtantos (sul Teuthras ?? Traente) vennero fondate dai Rodii. Secondo Antioco, quando i Tarantini erano in guerra con i Turini che erano guidati da Cleandrida, un esule di Sparta, per il possesso del territorio di Siris, giunsero ad un compromesso e la occuparono congiuntamente, ma la colonia venne attribuita a Taranto, ma successivamente la colonia venne spostata e venne chiamata Eraclea.

    Viene quindi Metaponto che è a 140 stadi dalla stazione navale di Eraclea. Si dice sia stata fondata dai Pilii che tornavano da Troia con Nestore, e si racconta che la loro agricoltura divenne così prospera che poterono dedicare a Delphi una messe d'oro. Gli storici a prova della fondazione dei Pilii l'istituzione del sacrificio espiatorio ai Neleidi, la città venne poi distrutta dai Sanniti.

    Secondo Antioco, il luogo venne successivamente colonizzato da alcuni achei che erano stati chiamati dai Sibariti poiché era abbandonato; in realtà essi vennero chiamati a causa dell'odio che gli achei nutrivano nei confronti dei tarantini che li avevano cacciati dalla Laconia e per impedire che i loro odiati vicini occupassero quel luogo.

    Quindi essendoci due città, delle quali Metaponto era più vicina a Taranto i nuovi arrivati furono convinti dai Sibariti ad occupare il sito di Metaponto e possedendo questo avrebbero anche Siris, mentre se avessero occupato la Siritide, avrebbero permesso l'inclusione del territorio di Metaponto a quello dei Tarantini, essendo quest'ultimo confinante col loro territorio.

    Quando più tardi i Metapontini si scontrarono con i Tarantini e gli Enotri dell'interno si raggiunse un accordo per definire il confine fra la Japigia e l' Italia di allora. Qui viene localizzata la leggenda di Metaponto e quella della prigioniera Melanippe e di suo figlio Beoto. Secondo Antioco, la città di Metaponto si chiamava prima Metabon e solo inseguito il suo nome si modificò leggermente, ed inoltre che Melanippe non sia stata portata all'eroe Metabos ma a Dios, come è provato dal santuario dell'eroe Metabos, anche il poeta Asios, quando racconta di Beotodice che fu generato " dalla bella Melanippe nelle stanze di Dios" volendo dire che fu portata a Dios non a Metabos.

    Ma come dice Eforo, il colonizzatore di Metaponto fu Daulio, tiranno di Crisa, nei pressi di Delfi. Un'altra storia racconta che che l' uomo che fu inviato dagli Achei a contribuire alla colonizzazione fosse Leucippo, e che avendo chiesto il permesso ai tarantini di sostare in quel luogo per la notte egli non lo restituì più, rispondendo alle loro proteste di giorno che lo aveva chiesto per la notte successiva e di notte che avesse diritto a passare lì anche il giorno successivo.

    Dopo vengono Taranto e la Japigia, ma prima di descrivere questi luoghi, in accordo col mio scopo originale, darò una descrizione generale delle isola che stanno di fronte all'Italia; giacché di volta in volta ho già menzionato le isole vicine alle diverse tribù, così adesso che ho attraversato l'Enotria dall'inizio alla fine, che gli antichi chiamavano Italia, è giusto che conservi lo stesso ordine nell'attraversare la Sicilia e le isole introno ad essa.
    In tutti i periodi ordinari, ed è vero, il loro governo era democratico, ma nei periodi di guerra veniva scelto un re dai magistrati in carica. Adesso sono Romani. "

    Il territorio della Regio II Apulia et Calabria comprendeva l'attuale Puglia, parte della fascia adriatica del Molise, il settore nord-orientale dell'attuale Basilicata nonché l'area appenninica dell'Irpinia corrispondente all'attuale provincia di Avellino in Campania.

    «Dopo aver descritto l'Italia antica fino a Metaponto, dobbiamo parlare delle regioni che la seguono. La prima è la Iapigia: i Greci la chiamano Messapia, gli indigeni la distinguono in Salento (la parte intorno al promontorio Iapigio) e Calabria. A nord di queste si trovano le popolazioni chiamate in greco Peucezi e Dauni, ma gli indigeni chiamano Apulia tutta la regione dopo la Calabria e Apuli la popolazione

    La Regio II Apulia et Calabria in seguito alle riforme di Diocleziano fu trasformata in provincia; la sede del governatore (corrector Apuliae et Calabriae) era probabilmente a Canusium. Nell'età di Valentiniano I, tra il 28 marzo del 364 e il 24 agosto del 367, si documenta l'esistenza di un corrector (governatore) Apuliae et Calabriae a Luceria, dove vengono edificati un secretarium e di un tribunal, forse rifacimento di strutture preesistenti.

    PONTE ROMANO DI CANOSA

    GOVERNATORI

    Ulpius Alenus (305-310)
    (Vibonius ?) Caecilianus, due volte (prima del 326 o forse del 312)
    Lucius Nonius Verus (forse per la seconda volta, 317-324)
    Marco Aurelio Consio Quarto (stesso periodo di Nonius Verus)
    Volusio Venusto (326-333)
    Clodio Celsino Adelfio (? 333)
    Attio Insteio Tertullo Populonio (prima del 359?)
    Annius Antiochus (355-361)
    [...]anus (364-367)
    Anonimo (384?)
    Flavius Sexio (379-394)
    Anonimo (398-400/401)
    Orontius (prima del 427-428)
    Aelius Restitutianus (IV-V secolo)
    Flavianus (?)
    Furio Claudio Togio Quintillo (IV secolo)
    Flavianus Cornelius Marcellinus (IV secolo)
    Cassius Ruferius (V secolo)
    Constantinus (492-496)



    LE CITTA'

    - Abellinum - (Atripalda/Avellino) -
    Insediamento sannita degli Irpini che sorgeva nei pressi dell'odierna Atripalda, a pochi passi da Avellino, in Campania. Dopo le Guerre sannitiche venne assoggettata a Roma. Nella Guerra Civile tra Gaio Mario e Silla gli Irpini sostennero Mario, per cui Silla la rase al suolo. Nel 7 d.c. Augusto la incluse nella Regio II Apulia et Calabria chiamandola Livia Augusta in onore della moglie. Nel III secolo Alessandro Severo incluse nella colonia molti immigrati orientali sotto il titolo di Livia Augusta Alexandrina. I Longobardi nel 568 cacciarono da Abellinum la colonia romana che si trasferì nell'odierna Avellino.

    - Aecae - (Troia) -
    Prima di essere colonizzata dai Romani la città era conosciuta come Aika (latinizzato in Aecae), ma il ebbe un forte sviluppo solo in epoca imperiale quando venne attraversato dalla via Traiana nel tratto fra i borghi di Aequum Tuticum e Herdonia. 

    TERME DI AECLANUM
    - Aeclanum - (Mirabella Eclano) -
    Città sannitica fondata alla fine del III sec a.c., in Irpinia, posto tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita, in località Passo di Mirabella accessibile solo dalla via Appia, che l'attraversava da ovest a est.
    Saccheggiata da Silla nell'89 a.c, divenne un municipium e nel 120, Adriano la resi colonia col nome di Aelia Augusta Aeclanum. Restano: le terme pubbliche, il mercato coperto (macellum), alcune abitazioni e botteghe., i resti delle mura, porte e torri di diversa grandezza.

    - Aequum Tuticum - (Sant'Eleuterio) -
    Fu un vicus romano presso Ariano Irpino, sull'altipiano di Sant'Eleuterio, e si sviluppa lungo un'antica strada romana la cui esistenza è attestata da alcuni cippi miliari del II secolo a.c. con l'iscrizione Marcus Aemilius Lepidus. Citato per la prima volta da Cicerone che, in una sua missiva a Tito Pomponio Attico, scrive proprio da Aequum Tuticum definendolo una "sosta obbligata verso l'Apulia" Il periodo di massimo splendore giunge però in epoca imperiale quando il borgo diventa anche il punto d'incrocio fra l'Appia Traiana e la via Herculea.

    - Aletium - (Alezio) -
    La città si sviluppò almeno dal VII secolo al VI secolo d.c. In epoca romano-imperiale ebbe diversi nomi: Aletia in Strabone, Aletium in Plinio il Vecchio, Aletion in Tolomeo, Baletium nella "Tavola Peutingeriana". Venne definita popolosa e fortunata, collegata com'era al vicino scalo marittimo di Gallipoli e attraversato da importanti vie di comunicazione. Si arricchì anche durante la dominazione romana sulla Messapia, soprattutto per la costruzione della via Traiana che collegava la città ed altri centri salentini a Roma. Secondo Plinio gli Aletini discendevano dagli Japigi, derivati dagli Osci popolo italico insediatosi in Campania tra il XI e VIII secolo a.c..

    - Apenestae - (Vieste) -
    Innumerevoli reperti archeologici testimoniano l'insediamento degli antichi Greci e dei Romani a Vieste. Dopo essere stata amministrata dai bizantini, venne dominata dai longobardi.

    - Arpi, Argyrippa o Argos Hippium - (Arpinova) -
    città daunia della antica Apulia, Annibale nel 215 a.c., dopo essere stato sconfitto a Nola, pose gli accampamenti invernali proprio nei pressi di Argos Hippium, che si era alleata a lui. L'anno seguente (214 a.c.), Annibale partì da Argos Hippium per tornare in Campania, passato di nuovo l'inverno ad Arpi ritornò sul monte Tifata nel territorio di Capua. Nel 194 a.c. Roma si vendicò su Arpi alla quale fu tolta la libertà, furono abbattute le mura, furono negati l'approdo marittimo a Siponto, le monete proprie e ogni altro diritto.

    - Ausculum - (Ascoli Satriano) -
    I suoi primi abitanti furono i Dauni, nell'XI secolo a.c. che si mescolarono con le popolazioni mediterranee. Nel 279 a.c. nei pressi della città avvenne la battaglia dei Romani contro Pirro, re dell'Epiro. Secondo Plutarco, «a uno che gli esternava la gioia per la vittoria, Pirro rispose che un'altra vittoria così e si sarebbe rovinato». Pirro svanì e Roma avanzò. Durante la II guerra punica (218-201 a.c.), la città restò alleata di Roma anche dopo la vittoria di Annibale a Canne. Durante la Guerra Sociale, Silla vi fondò la Colonia Militare Firmana, assegnandola ai veterani della Legio Firma, in località Giardino, vicino ad Ascoli.

    - Azetium - (Rutigliano) -
    Nel IV secolo a.c., messapi e peuceti si contrapposero alla città magno-greca di Taranto e si munirono
    di un'imponente muraglia lunga 3450 metri, con doppio paramento con émplekton centrale di riempimento ( terra e pietre irregolari con cui si riempiva lo spazio tra i due paramenti verticali di un muro), a blocchi in opera poligonale assemblati a secco. Oggi la sua altezza varia fra i 4 ed i 6 m, mentre la profondità raggiunge i 5 m. Presenta alcuni avancorpi a pianta quadrata ed era intervallata da torri di vedetta. Conquistata da Roma, alla fine della guerra sociale ottenne la cittadinanza romana (90 - 88 a.c.). La città sarebbe stata quindi promossa al rango di municipium. 

    - Barduli - (Barletta) -
    Tra il IV e il III secolo a.c. fu lo scalo marittimo di Canusium, ricco di risorse naturali, con clima salubre, poiché lontano dalle acque stagnanti e paludose dei fiumi che scendevano a valle. Nel 216 a.c. nei pressi della vicina Canne, Annibale sconfisse i romani. La città, fino ad allora vissuta all'ombra della vicina Canosa, dopo la distruzione di Canne, nel 547, ricevette una prima ondata migratoria di superstiti cannesi; in seguito all'arrivo dei Longobardi, nel 586 accolse un secondo esodo, questa volta degli stessi canosini, che si stabilirono lungo le principali direttrici di traffico verso i paesi limitrofi.

    FONTANA GRECA GALLIPOLI
    - Barium - (Bari) -
    Entrata a far parte del dominio romano, nel III secolo a.c. come municipium, Barium si sviluppò in seguito alla costruzione della via Traiana. Era dotata di un poderoso castello, una zecca, un pantheon per le proprie divinità pagane e molto probabilmente di un teatro. 

    - Brundisium - (Brindisi) -
    Nel 267 a.c. Brindisi fu conquistata dai Romani e divenne un importantissimo scalo per la Grecia e l'Oriente, quindi divenne municipio nell'83 a.c. e ai brindisini fu riconosciuta la cittadinanza romana (240 a.c.). La città conobbe durante il periodo romano la sua età aurea e godette di importanti collegamenti stradali con Roma attraverso le consolari Appia e la via Traiana.

    - Butuntum - (Bitonto) -
    Sarebbe stata fondata dal re illirico Botone, fu un importante centro peuceta. Dal III secolo a.c., la lega peuceta si sciolse, si sganciò da Taranto e si dotò di una propria zecca. Conquistata da Roma divenne municipio, mantenendo il culto riservato a Minerva, Dea protettrice della città. Venne attraversata dalla via Traiana che permise ulteriori sviluppi commerciali.

    - Caelia  - (Ceglie del Campo) -
    Un tempo era un centro arcaico, oggi è un quartiere nella periferia sud della città di Bari, a circa 6 km dal centro. Anticamente venne fondata dai Peuceti e poi passata ai Greci, e poi ai Romani.

    - Caelia - (Ceglie Messapica) -
    nell'odierno Salento, legata all'arrivo in Italia dei Pelasgi, al quale è attribuita la costruzione di manufatti megalitici noti con il nome di specchie, realizzati con la sovrapposizione a secco di lastre calcaree provenienti dallo spietramento a mano dei soprasuoli murgiani e salentini.
    In seguito all'arrivo di coloni greci, intorno al 700 a.c., la città si chiamò Kailìa. Il nucleo urbano, esteso ai piedi di un colle, era difeso da fortificazioni e presso la città sarebbero sorti santuari extraurbani dedicati ad Apollo (sovrapposto dalla chiesa di San Rocco), a Venere (sulla collina di Montevicoli) e alla Dea Latona madre di Apollo e Diana, sovrapposto dalla Basilica di Sant'Anna
    La città fu punto di avvistamento del popolo dei Messapi che, caddero sotto il dominio tarantino. In epoca romana la città era ormai decaduta.

    - Callipolis - (Gallipoli) -
    Sarebbe stata edificata dai Candici, cioè gli abitanti di Candia, l’antica Heraklion cretese, secondo altri da coloni siculi in fuga dal tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio, agli inizi del IV secolo a.c. oggi si pensa do origine messapica. Si possono vedere ancora oggi gli antichi cardo e decumano che confluiscono nella piazza corrispondente alla parte più alta della città, dove sorgeva l'agorà. Conquistata nel 265 a.c. divenne un importante avamposto romano per la sua posizione di vedetta sullo Ionio, luogo di stanziamento della XII Legione, che aveva la sua fortezza sul luogo dove sorge l'attuale castello.

    - Cannae - (Canne della Battaglia) -
    Fu "Vicus" ed emporio fluviale della città di Canosa. Qui il 2 agosto del 216 a.c., nella località ancor oggi denominata per ovvie ragioni "campo di sangue", si svolse la famosa Battaglia di Canne, dove i romani subirono una grave sconfitta ad opera dei Cartaginesi comandati da Annibale. Vi si possono visitare importanti resti romani.

    - Canusium - (Canosa) -
    Dal 6000 a.c., abitata dai Dauni, ramo settentrionale degli Iapigi, centro commerciale e artigianale, specie ceramiche e terrecotte. Con lo sviluppo della Magna Grecia, si sviluppa nell'VIII secolo a.c. Nel 318 a.c. si allea a Roma, accoglie i Romani nel 216 a.c. dopo la disfatta di Canne. Dall'88 a.c. diventa municipium e beneficia della via Traiana (109) e dell'acquedotto di Erode Attico (141), di un anfiteatro, di mausolei e archi. Più tardi Antonino Pio la eleva a colonia con il nome Canusium.

    - Castrum Minervae - (Castro) -
    Virgilio, nell'Eneide, colloca il primo approdo di Enea in Italia a Castrum Minervae, una cittadella dedicata alla Dea della guerra, posta di fronte a Butroto, nell'Epiro. Nel 123 a.c. divenne colonia romana. Castro divenne poi un possedimento di Bisanzio e subì frequenti attacchi dagli Alani, dagli Ostrogoti, dai Vandali, dai Goti, dai Longobardi e dagli Ungari.

    - Dertum - (Monopoli) -
    Esistente già in epoca messapica nel V secolo a.c.,con mura possenti. Dell'epoca romana rimane solo la grande porta fortificata, inglobata nel Castello, e alcune tombe nella zona ipogea della Cattedrale. Dal I al III secolo fu porto militare romano.

    - Genusia - (Ginosa) -
    «Genusium, posta al centro tra Taranto e Metaponto, capitale della Magna Grecia è famosa anche per aver dato asilo a Pitagora, aveva mura e templii agli idoli innalzati e quello a cui rendea speciale culto era il dio Giano» (Sesto Giulio Frontino, De coloniis, III cap.). Importante centro Peuceta e poi Romano.

    SITO DI EGNAZIA
    - Gnatia - (Egnazia) -
    Centro messapico il cui porto venne usato soprattutto per raggiungere la via Egnazia, da cui il nome della città. «Per chi naviga da Brindisi lungo la costa adriatica, la città di Egnazia costituisce lo scalo normale per raggiungere Bari, sia per mare che per terra
    (Strabone, fine I secolo a.c.)

    - Grumum - (Grumo Appula) -
    Centro apulo e poi romano. Nel suo territorio si sono rinvenute sepolture italiche e monete greche e romane. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente entrò a far parte del regno ostrogoto. 

    - Herdonia - (Ordona) -
    Annibale ebbe in zona le schiaccianti vittorie sui romani a Canne (216 a.c.) e a Herdonia (212 a.c.).
    Per la sua fedeltà a Roma e slealtà ai cartaginesi, Herdonia fu incendiata e distrutta da Annibale nel 210 a.c. Nell'89 a.c. vi fu rifondato il municipio romano. La città fiorì particolarmente con la costruzione della via Traiana e la via Herdonitana. Tra il I e il IV secolo d.c. divenne grande centro di transito e di commercio dei prodotti agricoli del Tavoliere. Conserva a tutt'oggi notevoli resti della città: il foro, la basilica, l'anfiteatro, il macellum, le terme, le tabernae e le horreae per lo stoccaggio del grano lungo la via Traiana. Col terremoto del 346 d.c. su Irpinia e Sannio, si spopolò a favore di altre zone vicine alla via Traiana.

    - Larinum - (Larino) -
    Le testimonianze dell'abitato si s hanno dal V sec. a.c. in poi; si tratta in prevalenza di nuclei sepolcrali, anche se accolse uno dei centri principali del territorio dei Frentani. Per la fase romana abbiamo quasi esclusivamente le monete ed i testi epigrafici rinvenuti. Nel 304 a.c. i Frentani, già debellati nel 319 a.c. dai Romani, ottennero la pace con Roma, stringendo con essa un foedus, (Livio,IX,45,18) ed ottenendo in cambio maggiore autonomia. Di conseguenza i Sanniti dovettero rassegnarsi alla perdita di Saticula, Luceria e Teanum Sidicinum, e dell'intera valle del Liri, ritrovandosi circondati da civitates foederatae e da popoli alleati di Roma, che rendevano difficile poter minacciare il Lazio. 

    ANFITEATRO DI LUCERIA
    - Luceria  - (Lucera) -
    Nella II guerra sannitica (326-304 a.c.), quando l'esercito romano, per soccorrere Luceria, città daunia assediata dai Sanniti, subì una grave sconfitta nella Battaglia delle Forche Caudine (321 a.c.): i Romani passarono sotto il giogo dei Sanniti e a Luceria, rinchiusero seicento cavalieri romani in ostaggio. Allora il console Lucio Papirio Cursore nel 320 a.c. mise sotto assedio la città, dove si trovavano 7 000 guerrieri Sanniti sotto il comandante Gaio Ponzio. Questi dovettero arrendersi, liberare gli ostaggi, consegnare armi e salmerie, e passare sotto il giogo dei romani, che così si vendicarono dell'umiliazione. 
    Luceria divenne romana e Lucio Papirio Cursore ottenne il trionfo. Nel 315 a.c., la città daunia si ribellò a Roma, tornando coi Sanniti, ma nel 314 a.c. i consoli Petilio e Sulpicio la riconquistarono. Luceria divenne in colonia di diritto latino. Nel 295 a.c. i Sanniti attaccarono di nuovo Luceria, ma il console Marco Atilio Regolo li sconfisse definitivamente (294 a.c.). Nel 265 a.c. Luceria, la Colonia "iuris latini", per la sua grande lealtà, ricevette diritto di conio con proprie monete, proprie leggi, proprio fisco, propri magistrati.

    - Lupatia - (Santeramo in Colle) -
    Abitata dagli iapigi dal IX agli inizi dell'VIII secolo a.c. con vari reperti ceramici. La parte antica è suddivisa in area originale peuceta e area di successiva espansione «romana», probabilmente da ascriversi al periodo dalla ricostruzione presunta nel II secolo a.c. e fino ai primi secoli d.c..

    - Lupiae - (Lecce) -
    Di origine messapica, fu conquistata nel III secolo a.c. Roma conquistò tutto il Salento e anche Sybar, che aveva mutato il nome in Lupiae, e la vicina Rudiae, città dove era nato il poeta Quinto Ennio. Tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi dell'età imperiale, Lupiae si presenta cinta da mura, costruite su quelle messapiche, dotata di un foro, un teatro. un anfiteatro e il porto Adriano, l'attuale marina di San Cataldo.

    - Manduria - (Manduria) -
    Fondata dai Messapi, di cui si rintracciano le mura megalitiche, i resti del fossato che circondava la città, e la necropoli. Combattè con la vicina Taranto, finchè intorno al 266 a.c. entrò a far parte dei domini di Roma. Nella discesa di Annibale in Italia, Manduria si schierò contro Roma e per questo la repressione fu molto dura: le fonti storiche riferiscono della deportazione di migliaia di uomini.
    A Manduria vi passava la via Traiana Sallentina, lastricata e larga 4 m. Sulla Tavola Peutingeriana oltre al tracciato si leggevano le distanze in miglia: "Taranto XX Manduris XXIX Neritum" (20 miglia tra Taranto e Manduria e 29 miglia tra Manduria e Nardò).

    - Mateola - (Matera) -
    Di probabili origini greche, Matera accolse benignamente i profughi metapontini dopo la distruzione della loro città da parte di Annibale. Nel periodo della Magna Grecia ebbe stretti rapporti con le colonie situate sulla costa meridionale e, successivamente, in età romana fu solo centro di passaggio ed approvvigionamento. Nel 664 d.c. Matera passò sotto il dominio longobardo.

    - Matinum - (Mattinata) -
    città costiera della Daunia durante l'epoca romana, ricordata da Orazio e Lucano. La locazione sarebbe l'odierna Mattinata in provincia di Foggia, in Contrada Agnuli. Venne denominata Matinum, in onore della Mater Matuta. Secondo Orazio (Odi 1, 28) "Tu misuratore del mare e della terra e delle immensurabili arene, ti coprono, o Archita, pochi pugni di polvere presso il lido Matino..." Archita di Taranto, filosofo, matematico, politico, scienziato, stratega, musicista, astronomo, uomo di stato nonché generale greco antico, ricordato da Cicerone come "Virum magnum in primis et praeclarum", naufragò nella baia di Matinum (Litus Matinum) ed ivi fu sepolto.

    - Merinum - (Santa Maria di Merino) -
    Situata a nord di Vieste. Gli scavi iniziati nel 1938 non sono stati mai conclusi e quanto era stato scoperto i contadini dell'epoca è stato riseppellito, tranne i resti di una villa Romana. La supposta esistenza della “città di Merinum” è da attribuirsi ad una controversa citazione dell'opera “ Naturalis Historia" di Plinio il Vecchio, in cui si fa riferimento del popoli Merinate del Gargano “Merinates ex Gargano”, dalla città di Merinum, (anche se alcune versioni riportano l'iscrizione “Metinates”)

    - Neapolis - (Polignano a Mare) -
    Forse una delle due colonie che, nel IV secolo a.c., Dionigi II di Siracusa fondò sulle coste adriatiche. Vi vennero rinvenuti 4 splendidi vasi del IV sec. a.c. che superavano il m in altezza, e uno, denominato Gran Vaso di Capodimonte, più bello e grande degli altri, su cui è raffigurata un'assemblea di divinità: Minerva, Apollo, Artemide ed Eracle su un'amazzonomachia, mentre sul collo vi è una Nike alata su un carro trainato da quattro bellissimi cavalli bianchi, preceduti da Ecate nell'atto di sollevare due torce a far da apri-strada nelle tenebre. Questo reperto, tra i più belli mai ritrovati, si conserva oggi presso il Metropolitan Museum di New York. Fu per i Romani un'importante statio lungo la via che collegava Roma a Brindisi. Nel VI secolo, Polignano fu sotto la giurisdizione dell'Impero Bizantino.

    - Rubi - (Ruvo di Puglia) -
    Di origini piceute ebbe anche un porto, chiamato Respa, presso Molfetta. Tra l'VIII e il V secolo a.c. fu colonizzata dai greci, nel IV secolo a.c. fiorì per gli scambi commerciali, anche con gli etruschi, coniando moneta ed esportando di olio di oliva, vino e vasellame. Finì col diventare protetta di Atene, come dimostrano alcune monete, ma anche alleata di Taranto.
    La sconfitta di Taranto vinta da Roma dette inizio all'influenza romana col nome di Rubi. In seguito ottenne la cittadinanza romana, poi il titolo di municipium e infine divenne stazione della via Traiana. In età imperiale l'ager rubustinus subì una diminuzione per il sorgere di Molfetta, Trani e Bisceglie.

    - Rudiae - (Rugge) -
    E' una frazione di San Pietro in Lama. Antica città messapica, nell'area di influenza della colonia dorica di Taranto, menzionata da Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Strabone, Ovidio e Silio Italico. Nel sito visibili le tracce di un anfiteatro, una necropoli e due cinte murarie in blocchi di tufo. L'area doveva essere di 100 ettari nel periodo romano. Ebbe una certa importanza tra la fine del VI e il III secolo a.c., poi perse di importanza e già nel I secolo d.C. - secondo Silio Italico - era ridotta a un modesto villaggio, a vantaggio di di Lupiae, che tra I e II secolo si dotava di un anfiteatro e di un teatro.

    - Salapia -
    Antica città daunia posta a nordovest di Trinitapoli. Nella II guerra punica ebbe due schieramenti, uno filoromano, e uno filocartaginese che prevalse, tanto che Annibale soggiornò a lungo a Salapia.
    Poi decise di passare dalla parte romana, cacciando il presidio cartaginese e ritornando a fianco di Roma (210 a.c.); Annibale cercò di entrare in città e vendicarsi, ma non vi riuscì. Poi Salapia fu coinvolta nella guerra sociale, assediata, incendiata e quasi rasa al suolo.
    Alla metà del I secolo a.c., in piena decadenza, con la laguna che si interrava per i detriti portati da vari corsi d'acqua, trasformarsi in una palude malarica. I Salapini, allora ottennero dal senato romano di potersi trasferire a 4 miglia di distanza, su di una piccola altura, oggi denominata “il Monte”, a ridosso delle vasche delle Saline. La nuova città fu delimitata da mura e provvista, tramite un canale, di un porto sul mare, le cui strutture dovevano trovarsi nell'area dell'attuale Torre di Pietra. Era ormai una città romana.

    - Sidion/Silvium - (Gravina) -
    «In Italia i sanniti, dopo aver espugnato Sora e Calazia, città alleate ai romani, ne vendettero schiavi gli abitanti; nel frattempo i consoli romani invasero con un numeroso esercito la Iapigia e si accamparono presso la città di Sìlbion. Poiché essa era presidiata dai sanniti, l'assediarono per molti giorni, e dopo averla espugnata con la forza, catturarono più di cinquemila prigionieri e presero anche un'ingente quantità di altro bottino.» (Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XX, 80,1)
    All'epoca di Alessandro il Molosso, divenne polis con diritto di coniare monete (Sidinon) e dopo la terza guerra sannitica (305 a.c.) divenne municipium romano, toccato dal tracciato della via Appia. Con le invasioni barbariche, distrutto il centro abitato, uno sulla collina di Botromagno e l'altro sul ciglio del burrone, la popolazione si trasferì nel sottostante burrone, dove alle grotte preesistenti aggiunsero altre abitazioni.

    PARCO ARCHEOLOGICO DI SIPONTUM
    - Sipontum - (Manfredonia) -
    Dal 1500 a.c. fino al IV secolo a.c. con l'arrivo degli Iapigi fiorisce, nella Puglia settentrionale la civiltà Daunia. Nel 335 a.c. Sipontum fu conquistata da Alessandro I, re dell'Epiro, accellerandone l'ellenizzazione. Durante le Guerre puniche i Dauni si schierano con i Romani, ma passarono ai Cartaginesi dopo la sconfitta di Canne nel 216 a.c. Nel 194 a.c. Roma vittoriosa si vendicò sulle città infedeli, e confiscò ad Arpi il territorio (e l'approdo marittimo) di Siponto. Il centro daunio diventò colonia di cittadini romani. Con l' impaludamento della laguna l'insediamento fu spostato più a nord nell'attuale Santa Maria di Siponto. Otto anni dopo fu però necessario l'invio di un nuovo contingente di coloni, perché la città era già spopolata, a causa della malaria o della siccità.

    - Sturni - (Ostuni) -
    Di origine messapica, nel III secolo a.c. il Salento fu conquistato dai Romani e con esso Sturni. Ne restano poche tracce in alcune masserie, sorte sulle fondazioni di antiche ville. Poco si sa anche riguardo all'etimologia della parola Ostuni: probabilmente, deriva dall'eroe eponimo Sturnoi, compagno di Diomede, che dopo la Guerra di Troia l'avrebbe fondata.

    - Tarentum - (Taranto) -
    Si tramanda fondata nel 706 a.c.. Narra Eusebio di Cesarea che lo spartano Falanto, figlio del nobile Arato e discendente di Eracle di VIII generazione, con altri compatrioti Parteni, emigrarono approdando sul promontorio di Saturo e qui svilupparono una vera e propria cultura aristocratica, con fortini (phrouria). Con la colonizzazione greca nell'Italia meridionale, Taranto acquisì grande importanza, sia economica che militare e culturale, generando filosofi, strateghi, scrittori e atleti, nonchè una scuola pitagorica tarantina. A partire dal 367 a.c., fece parte della lega italiota e nel 281 a.c. combattè contro Roma nella Guerra Tarentina, ma venne sconfitta nel 272 a.c. Durante la II Guerra Punica, accolse Annibale nel 212 a.c., ma fu punita tre anni dopo con la strage dei suoi cittadini e col saccheggio quando Fabio Massimo la riconquistò. Nel 125 a.c. vi fu dedotta una colonia romana (colonia neptunia), mentre nel 90 a.c.. Sotto Nerone a Taranto i veterani di guerra di diverse legioni, tra cui la V Macedonica, la XII Fulminata e la IIII Scythica.

    - Teanum Apulum - (San Paolo di Civitate) -
    antica città dauna di Tiati, situata presso la foce del fiume Fortore. Conquistato dai Romani nel 318 a.c., prese il nome di Teanum Apulum e divenne municipium. Nel 207 a.c., da Teanum partì con due legioni, il console Gaio Claudio Nerone contro l'esercito di Asdrubale Barca, giunto in soccorso del fratello Annibale, che venne sconfitto e ucciso nella battaglia del Metauro. In epoca imperiale Teanum fu ribattezzata col nome di Civitate. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, conobbe l'avvicendarsi delle varie dominazioni bizantine, longobarde.

    - Turenum - (Trani) -
    Turenum era un Municipio in quanto aveva il Collegio dei Decurioni. Si conservavano a Trani: un Mausoleo appartenente alla famiglia dei Bebii, costruito presumibilmente nel III secolo d.c. e demolito nella seconda metà del XIX secolo, l'opera di arginatura di un torrente che sfociava nell'insenatura del porto, i cui resti vennero utilizzati in seguito come fondamenta per il sottopassaggio ferroviario di via Torrente Antico, e le rovine di una villa recentemente ritrovata lungo il tratto di costa verso Bisceglie, attestabili al I secolo d.c.

    - Uria - (Oria) -
    Centro messapico fondato, secondo Erodoto, da un gruppo di cretesi che naufragò sulla costa, dove impiantò il villaggio di Hyria che, nell'VIII secolo a.c. divenne la capitale politica della confederazione messapica, intessendo rapporti sia con centri della Messapia che con città magno-greche. La rivalità dei Messapi con Taranto sfociò nel conflitto del 473 a.c. che però indebolì sia i Messapi che i Tarantini. Nel 272 a.c. Taranto e di lì a poco i Messapi finirono nella sfera d'influenza di Roma e nell'88 a.c. divenne municipio romano.

    RESTI DI VENUSIA
    - Venusia - (Venosa) -
    l'antica Venusia era una città apula sorta al confine con la Lucania. Fu ricostruita dai Romani che nel III sec. a.c., cacciarono i Sanniti che la occupavano e ne fecero una colonia, nel 291 a.c.che dedicarono alla Dea Venere dandole il nome di Venusia. In questa città nel 65 a.c. nacque il poeta Orazio di cui sembra si conservino le vestigia della sua domus patrizia.

    - Veretum - (Vereto) -
    Antica città messapica in provincia di Lecce. Situata sull'omonima collina, fu un importante centro di commercio, sia con la Grecia che con la Magna Grecia. Divenne municipio romano e poi fu rasa al suolo nel IX secolo ad opera dei Saraceni. Ne rimangono alcune testimonianze, il sito occupato attualmente dalla chiesetta della Madonna di Vereto, fu il centro, l'acropoli, sia della Vereto messapica, che della Vereto romana..

    - Vibinum - (Bovino) -
    Il nome "Bovino" deriva dal latino Vibinum, un centro osco-sannitico già sotto il dominio di Roma quando vi si accampò Annibale, nel 217 a.c., prima della battaglia di Canne.

    - Vieste -
    Innumerevoli reperti archeologici testimoniano l'insediamento degli antichi Greci e dei Romani a Vieste.

    - Yria
    Detta anche uria, era un'antica città del Gargano settentrionale, fondata in epoca dauna, probabilmente situata tra il Lago di Varano e Vieste. Venne grecizzata durante la II colonizzazione greca ( VIII-V secolo a.c.). Aveva un suo conio e una strada, che percorreva tutto il Gargano settentrionale, la collegava direttamente alla città di Tiati. Yria scomparve misteriosamente forse in età imperiale. La tradizione vuole che sia stata sommersa dalle acque del Lago di Varano in seguito ad un terremoto: da essa il lago avrebbe quindi preso il nome di "Urianum". Di quello sterminio sarebbe dovuto il cupo muggito che di tanto in tanto gli antichi udivano a presagio di cattivo tempo.


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  • 07/01/19--05:12: DIVINAZIONE PRIVATA ROMANA
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    COGLIERE PRESAGI DA SOLI

    I romani, come i precedenti popoli italici, per prevedere il futuro si affidavano alle mantiche, termine derivante dal greco mantiké, che si origina a sua volta da màntis che significa "indovino". Le mantiche furono diverse, operate soprattutto nelle campagne, facendo uso di oggetti molto semplici e non sofisticati.



    CAPNOMANZIA

    Antica arte divinatoria fondata sull'osservazione della direzione, del colore o della forma assunta dal
    fumo. Ciò faceva parte dei culti italici preromani, non accolti nella divinatoria pubblica ma fiorente in quella privata.

    Il fumo riguardava all'inizio la bruciatura del ciocco di legno nel solstizio d'inverno, poi si estese ai rami sacri di una selva dedicata ad una divinità. faceva parte dei culti italici preromani, non accolti nella divinatoria pubblica ma fiorente in quella privata.
    Raramente riguardò il sacrificio di un animale, che riguardava soprattutto i templi pubblici. Dal fumo del sacrificio si traevano degli auspici. Si osservavano i giri del fumo, quanto si alzasse e con qual moto se retto o a spirale, nonchè il tempo per dissolversi.




    CATOTTROMANZIA

    La Catottromanzia, detta pure enottromanzia era un tipo di divinazione ottenuta delle visioni percepite per mezzo di uno specchio ritenuto magico. Derivano dai termini greci κάτοπρον kátoptron ed ἔνοπτρον énoptron che significano "specchio".Chi praticava l'enottromanzia era chiamato enottromo o enottromante.

    Lo specchio magico faceva conoscere gli eventi passati e futuri anche a chi lo guardasse con gli occhi bendati. Le maghe della Tessaglia si vantavano di far discendere con questo specchio la Luna dal cielo e ricevere da essa le risposte, e scrivevano i responsi col loro sangue.
    Un altro metodo consisteva nel porre lo specchio dietro la testa di un fanciullo a cui si bendavano gli occhi. Si dice che un fanciullo con questo metodo avesse indovinato la venuta di Severo e la morte di Giuliano.

    Pausania racconta che vi era a Patrasso, davanti al tempio di Cerere, una fontana separata dal tempio medesimo per mezzo di una muraglia; qui veniva consultato un oracolo considerato veritiero per le malattie.

    Il consultante malato faceva discendere nella fontana uno specchio sospeso ad un filo in modo che toccasse la superficie dell'acqua solamente con la sua base; dopo avere pregato la dea ed arso dei profumi il consultante si guardava nello specchio e, secondo che si trovasse il viso pallido e sfigurato o fresco e rubicondo, ne concludeva che la malattia sarebbe stata mortale o guaribile.
    Pitagora poneva lo specchio in analogia con la Luna infatti, prima di leggere il futuro nel suo specchio magico, era solito mostrare l’oggetto alla faccia della Luna.



    CHIROMANZIA

    La chiromanzia osserva i segni speciali delle mani, sia le pieghe della pelle che la conformazione dei rilievi sul palmo, nonchè la forma delle dita, o segni rilevabili su altre parti del corpo, come gli occhi e perfino la forma delle orecchie.

    La forma e le pieghe della mano sottolineerebbero il nostro destino, come fortuna, salute, figli e pure incontri.

    La lettura delle mani è antichissima, come in fondo tutte le forme di divinazione che non richiedevano grandi mezzi per essere effettuate, e si è trasmessa fino ai giorni nostri.



    CLEROMANTIA

    La divinazione per mezzo di stecche o piastre, con sopra una scritta (talora versi di Virgilio: sortes vergilianae), infilzate in una cordicella, dalla quale una scelta a caso doveva col motto che portava scritto illuminare sul futuro. L'operazione si faceva talora, perché avesse più sicuro effetto, in qualche tempio, in ispecie quello di Preneste (sortes praenestinae).



    CRISTALLOMANZIA

    Si usava un grosso cristallo trasparente in genere di cristallo di rocca o di berillo posto davanti ad una candela, chi cercava responsi fissava il cristallo, spesso tagliato a cabochon (un piano e una superficie convessa) o a sfera, entrando in uno stato di trance in cui vedeva immagini. In mancanza del cristallo si usava una bottiglia panciuta piena d'acqua con la candela dietro.

    Diverse tribù celtiche, stanziate nelle isole britanniche fin dal 2000 a.c., sono state unificate dai druidi che praticavano la divinazione attraverso cristalli di quarzo. 

    Durante l'Alto Medioevo si hanno invece le prime notizie sull'uso di cristalli di forma sferica, le sfere di cristallo.



    GENETLIACA

    L'osservazione della posizione degli astri alla nascita d'un bambino (equivalente al moderno oroscopo), in particolare del sole, della luna e dell'ascendente, soprattutto al momento del concepimento, che determinavano gli ostacoli e le possibilità della sua vita.

    L’astrologo era chiamato «matematicus» o «caldeus». Nel 139 a.c. il decreto di Cornelius tentò di proscrivere gli astrologi, con totale insuccesso. I romani ebbero i loro scrittori d’astrologia, come Giulio Firmico Materno, Marco Manilio, Columella. Detrattori furono Cicerone, Catone, Plinio il Vecchio, simpatizzanti Silla, Cesare, Crasso, Pompeo, che si dilettavano di pratiche divinatorie.

    Svetonio scrive che Augusto viveva ad Apollonia a 18 anni, e che andò con Agrippa dall’astrologo Theogène. Ad Agrippa venne predetta una carriera molto elevata, per cui Ottaviano si rifiutò di svelare la propria data di nascita temendo gli fosse riservata una sorte inferiore; ma quando cedette alle sollecitazioni dell’amico, Theogène si alzò e si gettò ai suoi piedi.

    Da quel momento Augusto ebbe una tale fede nel suo destino che pubblicò il suo oroscopo e fece coniare una moneta d’argento con il suo segno: il Capricorno. Per gli astrologi romani un uomo era del Capricorno se aveva la Luna in questo segno mentre quelli moderni si regolano sul Sole e l’Ascendente.



    IDATOSCOPIA

    L'idatoscopia è una mantica il cui lemma deriva dal greco hydóe, acqua, e scopeó, osservare. Non v’è incertezza sul termine idatoscopia, ma sembrerebbe riferito alla divinazione concernente il futuro climatico. In alcuni testi si legge anche la specifica che per idatoscopia s’intende la divinazione effettuata per mezzo di acqua piovana, differenziandosi dalla pegomanzia che è effettuata tramite l’acqua delle sacre fonti.

    Esistevano vari tipi di idatoscopia:
    1) Dalla direzione dell'acqua piovana e dalla sua intensità, ma soprattutto dal modo e dal tempo in cui bagnava una statuetta o un ciottolo sacralizzato si traevano auspici.

    2) Quando in uno stato di trance, dietro l' invocazione o altre cerimonie magiche, vedevansi sull'acqua scritti nomi di persone o di cose che si vedevano alla rovescia.
    3) Si facea uso di un vaso pieno di acqua e di un anello, sospeso ad un filo, col quale battevasi per un certo numero di volte le pareti del vaso.
    4) Gittavansi successivamente ed a brevi intervalli, tre piccole pietre in un'acqua tranquilla ed immobile, e da’ cerchi che formava la superficie , come pure dalla loro intersecazione si traevano gli augurii .
    5) Esaminavansi attentamente i diversi movimenti e l' agitazione de' flutti del mare.
    6) I presagi traevansi dal colore dell'acqua, e dalle figure che si credeano scorgere in quella.
    Secondo Varrone, in questa maniera si giunse in Roma a predire il risultamento della famosissima guerra contra Mitridate. Presso gli antichi eranvi certe riviere e certe fontane che essi riguardavano come più proprie delle altre a siffatte operazioni.
    7) Esisteva una pratica abominevole presso i Germani, per chiarire i sospetti intorno alla fedeltà delle loro mogli. Gittavano essi nel Reno i fanciulli appena nati: se quelli galleggiavano, allora li consideravano come legittimi; se calavano a fondo, li dichiaravano spurii.
    8) Le donne de' Germani invece, per scoprire il futuro, esaminavano i diversi giri che facea I'acqua de' fiumi ne' vortici che formavano
    9) Riempivasi una tazza di acqua, e dopo di avervi pronunciate sopra certe parole, ed aver agitato l'acqua con leggero movimento, esaminavasi se l' acqua faceva bollicine, ed usciva dagli orli.
    9) Ponevasi l' acqua in un catino di vetro, indi vi si gettava una goccia di olio, ed allora credevasi di vedere in quell'acqua, come in uno specchio, ciò che si desiderava conoscere.
    10) Nell'antico suolo italico, ma non solo, quando alcune persone venivano sospette di furto si scriveva il nome di ciascuna sopra altrettanti piccoli ciottoli, che poscia venivano gettati nell’acqua. Dal modo in cui cadevano si capiva se i sospetti erano fondati.



    IDROMANZIA

    Tecnica divinatoria per mezzo dell’acqua. I movimenti prodotti da un oggetto gettato in una fontana sacra, o in uno specchio d’acqua sacra connesso in genere con un luogo di culto, in genere una foglia, o una piuma, o un fuscello di legno. A seconda della direzione che l'oggetto prendeva, o gli scuotimenti, o il tempo dell'affondamento, si traevano presagi.

    Venne usato in Italia, in Grecia e in Asia Minore. Poteva all'occorrenza anche essere usato in un lago, in un fiume, in un mare, in un ruscello oppure in acqua ferma come uno stagno, una polla d'acqua o in una sorgente, mediante preghiere e scongiuri. A volte veniva sacralizzato anche l'oggetto da porre sull'acqua mediante apposita formula magica.

    Da: "La Filosofia Occulta o La Magia" di Cornelio E. Agrippa:
    "L’idromanzia fa divinare con gli aspetti delle acque, il flusso e il deflusso, l’accrescersi e lo straripare o il decrescere, la colorazione e simili altra cose, a cui si possono aggiungere le visioni che si compiono nelle acque, genere di divinazione questo trovato dai Persiani e di cui Varrone dà un esempio parlando di quel fanciullo che aveva visto formarsi nell’acqua una immagine di Mercurio, che con centocinquanta versi predisse ogni evento della guerra di Mitridate. 
    Anche Numa Pompilio coltivava l’idromanzia, evocando per mezzo delle acque le immagini degli dei che gli predicevano il futuro. 
    E Pitagora, molto tempo dopo di lui, ha esercitato la stessa arte.... Anticamente esistevano sorgenti, da cui si ricavavano presagi delle cose future, come quella che ancora si trova a Patrasso, in Acaia, e quella che Epidauro chiama fontana di Giunone, di cui parleremo a lungo in seguito nel trattare degli oracoli.
    V’era anche la fonte fatidica d’Acaia, collocata davanti al tempio di Cerere. Coloro che venivano a consultarla intorno alla salute degli infermi, facevano discendere poco a poco sino in fondo all’acqua uno specchio trattenuto da una cordicella e dopo speciali suppliche e dopo aver bruciato qualche profumo, il vaticinio si rendeva visibile nello specchio.
    Non lungi da Epidauro, città della Laconia, si stendeva uno stagno profondo detto l’acqua di Giunone, in cui si usava gettare pasticcini di farina di frumento. Se le acque non li rendevano, il responso dell’oracolo era lieto, ma se ritornavano a galla, se ne ritraeva cattivo presagio.
    "



    LECANOMANZIA

    Si versavano in una coppa, o in una una ciotola, o una bacinella, un catino o un bacile. liquidi diversi, in specie l'acqua e l'olio, poi venivano agitati con una bacchetta già sacralizzata con una formula e a seconda dei loro movimenti e incontri si traevano le indicazioni per il futuro. 

    Da: "La Filosofia Occulta o La Magia" di Cornelio E. Agrippa:
    "Gli Assiri avevano in pregio una specie di idromanzia chiamata lecanomanzia, in cui si faceva uso d’un recipiente colmo d’acqua e si adoperavano lamine d’oro o d’argento tempestate di pietre preziose, sulle quali s’incidevano dati nomi e caratteri. Alla lecanomanzia si può anche ricollegare l’arte di divinare mercé il piombo e la cera fusi versati in acqua fredda, in cui si rapprendono in determinate forme, che rendono manifeste le cose che desideriamo conoscere."




    ONEIROMANZIA

    Interpretazione dei sogni sogni. Talvolta essi contenevano una chiara e precisa indicazione, considerati allora come una diretta rivelazione o ispirazione della divinità, che si cercava di ottenere anche per mezzo dell'incubazione in qualche santuario.

    Gli antichi romani reputavano che i sogni potessero uscire da due porte:
    - da una porta d'avorio, che era la porta degli uomini,
    - da una porta di corno, che era la porta degli Dei.
    La porta degli Dei portava predizioni per il futuro e questi andavano capiti e interpretati.

    A volte i sogni contenevano solo segni o simboli, che avevano anch'essi bisogno di essere interpretati per mezzo di un'arte, appunto la oneiromanzia.



    PEGOMANZIA

    Specie di divinazione che si faceva coll'acqua delle fonti nella quale gettavano delle sorti ovvero delle specie di dadi. Ne ricavavano presagi fortunati quando andavano al fondo ma se restavano a galla era un segno cattivo.

    Famosa la fontana d'Abano non lungi dalla città di Padua, ove un sol colpo di dado bastava per decidere su i buoni e tristi successi dell'avvenire, secondo il numero de' punti più o meno rilevanti che si vedevano dal fondo dell'acqua.

    "Dalla pegomanzia fatta nelle acque di essa fontana, Tiberio concepì le più alte speranze avanti che giungesse all'impero. Passando per l’Illiria, esso principe essendosi recato a consultare sulla propria sorte l'oracolo di Gerione, quel dio lo mandò alla fontana d' Abano.

    Egli vi andò, e avendo gittati nell' acqua alcuni dadi d'oro, quelli del fondo gli presentarono il maggior numero di punti che ei potesse desiderare. Svetonio dice che alcun tempo dopo si vedeano ancora nella fontana quei medesimi dadi gittativi da Tiberio."

    Oppure vi si immergevano dei vasi di vetro, esaminando gli sforzi che faceva l’acqua per entrarvi, scacciandone l' aria che prima li riempiva.



    PIROMANZIA

    Le forme prese dal fuoco di un sacrificio, se la fiamma era alta, se si suddivideva, se tardava a spegnersi, se si propagava e così via, da ciò si coglievano presagi.
    Nelle campagne però la piromanzia si faceva in genere bruciando rami sacri, cioè di ulivo, o di mirto, ma anche corteccia di pino o di abete.



    RABDOMANZIA

    Divinazione che si faceva per mezzo di verghe o bacchette. Erodoto nel libro IV scrive che le donne greche cercavano e adunavano delle bacchette ben diritte per valersene nella ricerca delle acque, di filoni di metalli, di tesori. Sembra che l'uso riguardasse anche le romane.



    RAPSODOMANZIA

    Divinazione che si faceva tirando delle sorti (dadi) sui versi dei poeti per una predizione di ciò che si voleva sapere.

    Per ordinario si usavano versi di Omero o di Virgilio. Talvolta si scrivevano delle sentenze o dei versi del poeta poi li mettevano sopra pezzetti di legno gettandoli alla rinfusa in un'urna da dove ne estraevano uno e questa era la sorte ottenuta.
    Talvolta invece si gettavano dei dadi sopra una tavola sulla quale erano scritti dei versi e quelli sui quali si fermavano i dadi passavano per quelli che contenevano la predizione.



    IL CRISTIANESIMO

    Il cristianesimo fin da principio ha proibito la divinazione come opera del demonio. 
    - Clemente Alessandrino (Protrepticon), considerò oracoli, auguri, astrologi e indovini una stolida impostura.
    - Tertulliano (De anima) considerava la divinazione come una facoltà naturale ma pericolosa, perché ci si poteva infiltrare il demonio. 
    - Origene (In Numeros) riteneva diabolico ogni tipo di divinazione. 
    - Lattanzio (Instit. divin.) credeva che i demoni, sostituendosi agli Dei pagani (in realtà uomini divinizzati) avessero inventato ogni tipo di divinazione per farsi onore e guadagnare per sé l'adorazione dovuta a Dio. 
    - S. Agostino (Liber de divinatione daemonum) sostiene che i demoni, autori della divinazione in parte imitano gli angeli, e in parte se ne allontanano per ragione della loro caduta. Riteneva buona l'astrologia, a meno che non diventi atea e non pretenda di vedere negli astri delle cause.


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    IL TESORO DI HOXNE

    ORO ARGENTO E MONETE

    Il tesoro di Hoxne (Hoxne Hoard) è il più grande tesoro di oro e argento di età tardo-romana rinvenuto nel Regno Unito, e la più grande raccolta di monete in oro e argento del IV e V sec. rinvenuta all'interno del territorio dell'Impero romano.

    Il tesoro venne scoperto il 16 novembre 1992 con l'aiuto di un cercametalli (metal detector) nei pressi del villaggio di Hoxne, nel Suffolk, e consistette in  14.865 monete romane in oro, argento e bronzo, oltre a circa 200 pezzi di vasellame in argento e di gioielleria in oro. Tutto il tesoro è ora conservato presso il British Museum di Londra, dove i pezzi principali sono esposti permanentemente.

    Nel 1993 il Treasure Valuation Committee (l'ente pubblico che che offre consulenza al governo su articoli di tesori dichiarati nel Regno Unito che i musei desiderano acquisire dal Commonwealth) valutò il tesoro circa 1,75 milioni di sterline.

    CATENA PER IL CORPO IN ORO CON AMETISTA E GRANATI
    Il tesoro era stato sepolto in una scatola di legno di rovere, con gli oggetti impacchettati e ordinati in cassette di legno più piccole, in sacchetti vari o avvolti nel tessuto. Resti della cassa e dei suoi accessori, come le cerniere e le serrature, sono stati recuperati nello scavo.

    Le monete reperite nel tesoro ne hanno consentito la datazione a dopo il 407, che è la data della fine della dominazione romana in Britannia. Non sappiamo nè chi siano i proprietari del tesoro nè le ragioni del suo seppellimento. Di certo gli oggetti sepolti fanno pensare a una famiglia molto ricca, ma mancando i grandi vassoi in argento e i gioielli, si ritiene che il tesoro sia solo una parte delle ricchezze del proprietario.

    DETTAGLIO CON AMETISTA E GRANATI
    Il tesoro è importante anche perché la sua scoperta fu segnalata agli archeologi prima di essere estratto, e fu dunque possibile scavarlo studiandone la disposizione originaria intatta; questa collaborazione tra archeologi e cacciatori di tesori dilettanti influì su un mutamento della legge britannica che regola il ritrovamento di tesori.

    Il tesoro fu scoperto nel campo di una fattoria, a 2,4 km a sud-ovest del villaggio di Hoxne nel Suffolk, il 16 novembre 1992. Peter Whatling, il fittavolo, aveva perduto un martello e chiese al suo amico Eric Lawes, giardiniere in pensione e cerca-metalli dilettante, di aiutarlo a ritrovarlo.

    Mentre cercava nel campo col suo cerca-metalli (metel detector), Lawes scoprì dei cucchiai in argento, gioielli in oro e numerose monete d'oro e di argento. Dopo aver recuperato alcuni pezzi, Lawes e Whatling notificarono la scoperta ai proprietari del terreno, il Suffolk County Council, e alla polizia, senza provare a trovare altri oggetti.

    CATENA PER IL CORPO IN ORO
    Il giorno successivo, un gruppo di archeologi della Suffolk Archaeological Unit effettuarono un rapido scavo nel sito; in un solo giorno fecero riemergere l'intero tesoro, insieme a diversi blocchi di materiale intatto per il vaglio in laboratorio, e tutta l'area in un raggio di 30 m dal luogo del ritrovamento fu indagata con i cerca-metalli. Anche il martello perduto da Peter Whatling fu recuperato in questa occasione, e donato al British Museum.

    Il tesoro era stato stipato all'interno di un contenitore in legno ormai quasi tutto consumato. Gli oggetti erano stati disposti in bell'ordine: mestoli e ciotole erano impilati l'uno sull'altro, e così gli altri oggetti erano disposti secondo il tipo e in maniera da ingombrare meno.

    Alcuni degli oggetti erano stati smossi da animali o dalle operazioni agricole, ma nel complesso il deposito era rimasto piuttosto integro. Grazie alla pronta notifica della scoperta da parte di Lawes, gli archeologi hanno potuto determinare la disposizione originale dei pezzi, oltre a riconoscere lo stesso contenitore.

    BRACCIALI  D'ORO 
    Il deposito dissotterrato fu portato al British Museum. Il 19 novembre il quotidiano britannico The Sun pubblicò una notizia in prima pagina sul ritrovamento del tesoro con una foto di Lawes e del suo cerca-metalli; sebbene il contenuto esatto del tesoro e il suo valore non fossero ancora noti, si affermò che il tesoro valeva 10 milioni di sterline.

    Il British Museum fece allora una conferenza per annunciare a sua volta la scoperta, tenutasi al museo il 20 novembre. Poi la notizia si affievolì, e il British Museum potè dedicarsi al tesoro. Ci volle un mese per il suo riordino, poi, il 3 settembre 1993, il deposito di Hoxne fu dichiarato "treasure troves" («tesoro trovato»), cioè nascosto con l'intenzione di essere recuperato successivamente.

    Secondo la legge britannica, tutti i treasure troves sono di proprietà della Corona, a meno che qualcuno non possa rivendicarli. Però si usava premiare colui che aveva trovato un treasure trove e l'aveva comunicato immediatamente alle autorità con un premio in denaro equivalente al valore di mercato del tesoro, a spese dell'istituzione che intendeva acquisire il bene.

    BRACCIALI  D'ORO 
    Nel novembre 1993, il Treasure Trove Reviewing Committee valutò il tesoro 1,75 milioni di sterline, che furono pagate a Lawes, in qualità di scopritore del tesoro; a sua volta Lawes divise il premio con Peter Whatling, il contadino affittuario del campo. Tre anni dopo, il Treasure Act 1996 impose che il ritrovatore del tesoro e il proprietario del terreno fossero premiati nella stessa misura.

    Nel settembre 1993, dopo che il campo del ritrovamento del tesoro era stato arato, il Suffolk County Council Archaeological Service effettuò una ricognizione archeologica, durante la quale furono ritrovate altre quattro monete d'oro e 81 di argento, tutte considerate parte del tesoro.
    Furono anche trovati materiali risalenti sia alla precedente Età del ferro britannica che al successivo Medioevo inglese, ma nessun indizio di un insediamento romano nelle vicinanze.

    Nel 1994, in seguito alla segnalazione dell'attività di tombaroli nell'area del ritrovamento, il Suffolk County Council Archaeological Service fece un'ulteriore scavo archeologico. La buca in cui era stato sepolto il tesoro fu scavata nuovamente, e fu ritrovato il foro di un palo nell'angolo sud-orientale; si potrebbe trattare del palo posto ad indicare il luogo della sepoltura, in modo che il tesoro potesse essere successivamente recuperato.

    BRACCIALE - FIG. 6
    Per analizzare l'area, fu rimosso il terreno nei 1000 m² attorno al luogo del ritrovamento, fino alla profondità di 10 cm, e vennero usati i cerca-metalli per individuare gli oggetti in metallo. Questa indagine permise il ritrovamento di ben 335 oggetti riconducibili al periodo romano, per lo più monete, ma anche cardini e decorazioni di scatole.

    Anche in questo caso non furono trovati indizi di un insediamento di epoca romana, sebbene fosse scoperta una serie di buche per pali risalenti all'Età del bronzo o alla prima Età del ferro. Le monete scoperte durante l'indagine del 1994 erano sparse all'interno di un'ellisse centrata sul luogo del ritrovamento del tesoro, orientata lungo l'asse est-ovest e ampia 40 metri.

    Questa distribuzione può essere spiegata col fatto che nel 1990 il contadino arò il campo in profondità in direzione est-ovest proprio nella zona in cui fu ritrovato il tesoro; precedentemente (a partire dal 1967/1968, quando l'area fu ripulita per convertirla a campo agricolo) il contadino aveva arato sempre in direzione nord-sud, ma l'assenza di monete a nord e a sud del punto di ritrovamento suggerisce che prima del 1990 le arature non avevano disturbato il deposito.

     

    LA COMPOSIZIONE DEL TESORO

    Il tesoro è composto per lo più di monete d'oro e d'argento e da gioielleria, per un totale di 3,5 kg d'oro e 23,75 kg d'argento. Fu collocato in una cassa di legno, realizzata in tutto o in gran parte in rovere, recante le misure di 60×45×30 cm circa. 

    All'interno della cassa, alcuni oggetti furono disposti in scatole più piccole, realizzate in legno di tasso e ciliegio, mentre altri oggetti furono avvolti in panni di lana o deposti nella paglia. La cassa e le scatole interne si dissolsero quasi completamente dopo la deposizione nel terreno, ma frammenti della cassa e i suoi elementi in metallo furono recuperati durante lo scavo.

    MESTOLI
    I principali oggetti ritrovati sono:
    - 569 solidi (monete d'oro)
    - 14.272 monete in argento, tra cui 60 miliarenses e 14.212 siliquae
    - 24 nummi (monete in bronzo)
    - 29 pezzi di gioielleria in oro
    - 98 cucchiai e mestoli in argento
    - una tigre in argento, manico di un contenitore perduto
    - 4 coppe in argento e un piccolo piatto
    - 1 bricco in argento
    - 1 vasetto in argento
    - 4 pepaiole, tra cui la pepaiola "Imperatrice" in argento dorato.
    - oggetti da toletta come stuzzicadenti
    - 2 lucchetti in argento, provenienti da contenitori in legno o cuoio scomparsi
    - tracce di materiali organici, come una piccola pyxis in avorio.

    CUCCHIAI
    Su diversi pezzi della posateria è stato ritrovato il monogramma di Cristo o Chi Rho (o CHRISMON) che è una combinazione di lettere dell'alfabeto greco, che formano una abbreviazione del nome di Cristo.

    I ricchi cristiani amavano i miti pagani come arte pittorica e letteratura, anche se abbracciavano in toto la nuova religione. Questo dovette scandalizzare non poco i sacerdoti cristiani che però poco potettero contro i potenti convertiti si al cristianesimo ma cultori del gusto artistico antico.

    Spesso le antiche stoviglie rinvenute col Chi Rho vennero scambiate per strumenti per i cerimoniali del cristianesimo, e venivano così donate o affidate alla chiesa, con la complicità di ecclesiastici molto di parte e poco archeologi che si improvvisarono cultori degli antichi oggetti romani, che fossero stoviglie, o brani latini o epigrafi da interpretare con poca fedeltà e un po' di tornaconto.



    LA GIOIELLERIA

    I gioielli sono tutti d'oro, e tutto l'oro, monete a parte, sono gioielli, che sono:

    - una catena per il corpo,
    - sei collane,
    - tre anelli
    - 19 braccialetti,

    per un peso complessivo di circa 1000 g titolati a 22 carati, in lega con argento e rame.
    - La catena per il corpo è formata da quattro catene piene a «coda di volpe», agganciate avanti e dietro a due placche. Le catene davanti terminano con teste di leone, mentre la placca è decorata da gemme incastonate:un'ametista ovale al centro e quattro granati a goccia alternati a castoni tondi vuoti, di pietre perdute. Sulla schiena, le catene si incrociano su un solido dell'imperatore Graziano (375–383).Le catene per il corpo erano spesso indossate dalle matrone e potevano essere doni per la sposa. Erano un ornamento molto gentile che esaltavano i seni e le forme senza essere volgari, ma anzi molto eleganti.




    LE MONETE

    Le monete del tesoro di Hoxne sono:

    - 569 solidi (monete d'oro), coniate tra il regno dell'imperatore Valentiniano I e quello di Onorio (IV - V sec.);

    - 14.272 monete in argento, tra cui 60 miliarenses e 14.212 siliquae, coniate tra il regno di Costantino II (IV sec.) e quello di Onorio;

    - 24 nummi (monete in bronzo).
    E' il più importante ritrovamento di monete della Britannia tardo-romana, e contiene tutte le principali denominazioni della numismatica romana dell'epoca, tra cui monete in argento «tosate», cioè alle quali era stato rimosso del materiale prezioso, pratica diffusa in Britannia a quell'epoca.

    CHOCLEARIUM
    Il più grande tesoro numismatico romano-britannico è il tesoro di Cunetio, composto da 54.951 monete del III secolo, ma si tratta di radiati svalutati (una moneta veniva definita radiata dalla corona raggiata indossata dall'imperatore) con poco metallo prezioso. Il tesoro di Frome, riportato alla luce nel Somerset nell'aprile del 2010, contiene 52.503 monete coniate tra il 253 e il 305, anche queste per lo più in argento e bronzo svalutati.

    Tesori più grandi composti da monete romane sono stati trovati in altri luoghi della periferia dell'Impero, come il Tesoro di Misurata, dall'omonima località della Libia. Il peso totale dei solidi nel tesoro è di quasi esattamente 8 libbre romane, indizio che le monete erano state misurate a peso piuttosto che a numero.

    Delle siliquae, 428 sono imitazioni prodotte localmente, generalmente di alta qualità e con molto più argento delle siliquae ufficiali dell'epoca. Una manciata di esse, però, sono dei cliché, dei falsi in cui un nucleo in metallo vile fu avvolto in un foglio di argento e coniato con conii originali.

    Le monete sono gli unici oggetti del tesoro di Hoxne per cui sono chiari la data e il luogo di produzione, perchè tutte le monete auree e molte di quelle in argento recano i nomi e i ritratti degli imperatori romani sotto cui vennero coniate; molte recano ancora i segni di zecca originali, un'iscrizione o un piccolo disegno posto su una moneta che indica la zecca dove la moneta è stata coniata. In totale, 14 zecche romane coniarono le monete del tesoro di Hoxne:


    Treviri, Arelate e Lione (in Gallia),
    Ravenna, Milano, Aquileia e Roma (in Italia),
    Siscia (moderna Croazia),
    Sirmio (moderna Serbia),
    Tessalonica (in Grecia),
    Costantinopoli, Cizico, Nicomedia, Antiochia (moderna Turchia).

    Le monete furono coniate sotto tre dinastie romane:

    - sotto gli ultimi regnanti della dinastia costantiniana,
    - sotto i regnanti valentiniani,
    - sotto i regnanti teodosiani.
    Poichè ciascun imperatore all'epoca poteva coniare monete anche a nome dei propri colleghi e poichè gli imperatori d'Oriente e quelli d'Occidente avevano regni sovrapposti, si possono datare le  nuove monete anche nel regno di ogni imperatore. Così le monete più recenti del tesoretto, quello dell'imperatore d'Occidente Onorio (393–423) e del suo avversario Costantino III (407–411) possono essere datate ai primi anni dei loro regni, in quanto corrispondono alle monete coniate sotto l'imperatore d'Oriente Arcadio, che morì nel 408. 

    Pertanto il tesoro non fu nascosto prima del 408. Le siliquae del tesoro furono coniate per lo più nelle zecche occidentali della Gallia e dell'Italia.

    LA TIGRE DI HOXNE

    LA TOSATURA DELLE MONETE D'ARGENTO

    Quasi tutte le silique del tesoro sono state tosate, vale a dire private più o meno pesantemente del bordo per recuperare l'argento.
    (A SINISTRA) SILIQUA NON TOSATA,
    (AL CENTRO) SILIQUA PARZIALMENTE TOSATA,
    (A DESTRA) SILIQUA GRAVEMENTE TOSATA
    E' usuale nelle monete romane argentee ritrovate in Britannia nel tardo impero, mentre è più raro nelle monete del resto dell'Impero.
    Il processo di tosatura lascia intatto il ritratto dell'imperatore sul dritto della moneta, ma spesso danneggia il segno di zecca, la legenda e l'immagine sul rovescio.
    Tra le ragioni di questa tosatura ci sono la frode, oppure voler mantenere un rapporto stabile tra il valore delle monete in oro e in argento, o ottenere una fonte di argento mantenendo lo stesso numero di monete in circolazione. Il livello di tosatura è praticamente costante per monete dal 350 in poi.


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    SCOLACIUM - TAVERNA
    Scolacium, città di Cassiodoro, detta anche Scylletium – in latino Scylacium, Scolatium, Scyllaceum, Scalacium, o Scylaeium e successivamente, Minervium e Colonia Minervia, è un'antica città costiera del Bruzio. Ebbe una storia millenaria attraverso greci, brettii, romani, bizantini, saraceni e normanni.

    Le sue rovine si trovano sulla costa ionica nel Golfo di Squillace a Roccelletta di Borgia (CZ), tracce della città si trovano anche nella località Santa Maria del Mare in Caminia di Stalettì, ed altre ancora nei quartieri Lido e Germaneto di Catanzaro. La cittadina di Squillace deve il suo nome attuale all'antica Scolacium. Nel comune di Borgia è situato un parco archeologico ormai completamente conurbato con i quartieri marinari di Catanzaro.




    MINERVA SCOLACIUM

    Minervia Scolacium è il nome della colonia romana che fu fondata nel 123-122 a.c. nel sito dove precedentemente si trovava la città greca di Skylletion, a nord di Caulonia. Il centro greco è nominato da Strabone ed ha un mito di fondazione collegato alle vicende della guerra di Troia: sarebbe stata fondata da Ulisse, naufragato in quella terra o dall'ateniese Menesteo durante il ritorno da Troia.

    Però secondo gli storiografi la fondazione di Skylletion si deve a Crotone, che si contendeva con Locri Epizefiri il controllo sull'attuale istmo di Catanzaro (la striscia di terra di 30 km che separa il mar Tirreno dal mar Ionio, la più stretta della penisola italiana).e dei traffici marittimi presenti in quel settore. All'origine tuttavia il centro ebbe carattere specifico di presidio militare, presente fin dalla prima metà del VI secolo a.c.

    La Scolacium romana ebbe vita prospera nei secoli seguenti e conobbe una fase di notevole sviluppo economico, urbanistico e architettonico in età Giulio-Claudia. Vi fu fondata una nuova colonia sotto Nerva, nel 96-98, col nome appunto di Colonia Minerva Nervia Augusta Scolacium. Sembra sia passata sotto il controllo dei Brettii nel corso del IV secolo a.c. e che abbia conosciuto un periodo di decadenza dal III secolo a.c., fino alla fondazione della colonia romana ad opera di Gaio Sempronio Gracco.

    In età bizantina diede i natali a Cassiodoro (487-583), grande autore della tarda romanità a cui si devono molte opere a carattere teologico ed enciclopedico. Il declino cominciò con la guerra greco-gotica del VI secolo e le incursioni dei Saraceni dal 902 d.c., concludendosi con l'abbandono della città nell'VIII secolo. 

    Gli abitanti trasferirono il loro insediamento sulle alture circostanti, fondando altri insediamenti tra i quali quello sulla collina prospiciente l'attuale quartiere Santa Maria di Catanzaro. Successivamente questi centri vennero riorganizzati in posizioni più difendibili e le popolazioni insediate intorno allo Zarapotamo come quelle della collina prospiciente l'attuale quartiere S. Maria di Catanzaro contribuirono alla fondazione della nuova città di Catanzaro.

    LA BASILICA

    IL PARCO ARCHEOLOGICO SCOLACIUM

    Presso Marina di Catanzaro, sulla costa Ionica del golfo di Squillace, sorge tra gli ulivi secolari un tesoro artistico-culturale, chiamato “Parco Scolacium” di Roccelletta. Il Parco Archeologico di Scolacium si trova appunto in località Roccelletta di Borgia, purtroppo completamente inurbata con i quartieri marinari del comune di Catanzaro. 

    Dell'abitato preromano rimangono interessanti resti che dimostrano l'impianto della colonia romana, con i suoi monumenti più importanti, tra cui vanno segnalati gli avanzi delle strade lastricate, degli acquedotti, dei mausolei, di altri impianti sepolcrali, della basilica e di un impianto termale.

    L’area, oggi espropriata, faceva parte dei possedimenti dei baroni Mazza e, prima ancora, dei Massara di Borgia, proprietari di un’azienda per la produzione di olio. Il sito è infatti immerso in un magnifico uliveto secolare. I ritrovamenti nell’area del Parco testimoniano una frequentazione fin dal paleolitico inferiore e superiore.

    IL FORO
    Poco noto è l’insediamento greco, perchè non pubblicizzato e perchè della antica Skilletion greca restano poche tracce, visto l'abbellimento  e la ristrutturazione romane, qualcosa in più, scampato all'avidità e dalla iconoclastia religiosa, resta della romana Scolacium.

    La fondazione di Skyllation risale al VI-V secolo a.c. a opera di coloni greci provenienti da Atene o da Crotone. Il luogo venne scelto cum grano salis, posto anzitutto lungo la rotta dell'istmo, sulla costa ionica e a presidio del Golfo di Squillace, ottimo per il controllo dei percorsi terrestri e fluviali e quindi per i commerci con tutto il bacino del Mediterraneo.

    La colonia romana di Scolacium venne dedotta nel 123-122 a.c., con risistemazione della parte urbana e dell’intero territorio attraverso la centuriazione (secondo un reticolo ortogonale, di strade, canali e appezzamenti agricoli destinati all'assegnazione a nuovi coloni, in genere legionari a riposo).

    Essa fiorì fino alla rifondazione da parte dell’imperatore Nerva, quando assunse il nome di Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium, in cui maggiormente prosperò e venne ulteriormente monumentalizzata. 

    LA BASILICA

    SKYLLETION

    Qui fiorì l’antica città di Squillace, la greca Skylletion, della quale gli scavi hanno riportato alla luce numerosi reperti archeologici come edifici e ceramiche, insieme a numerose statue acefale di epoca romana. Skylletion era una colonia di antichissima e nominata da Strabone con un mito di fondazione collegato alla guerra di Troia: sarebbe stata fondata da Ulisse, naufragato in quella terra o dall'ateniese Menesteo durante il ritorno da Troia.

    Mentre le fonti storiche rimandano almeno all’VIII secolo a.c., i reperti archeologici recuperati fino ad oggi a Roccelletta (un frammento di ceramica a figure nere, orli di coppe attiche e coppe ioniche) testimoniano l’esistenza dell’insediamento greco presso il fiume Corace, di cui si ignora ancora il porto, solo dal VI secolo a.c. La città fu coinvolta anche nella Guerra del Peloponneso, alla fine del V secolo. Un tempo legata a Crotone, Skylletion passò poi sotto la dominazione di Locri nel IV secolo a.c. 

    Di Skylletion si ignora ancora oggi l’estensione e i caratteri urbanistici, poiché vi si sovrappose in seguito la colonia romana, ma essa fu certo importante per il controllo della breve via istmica tra Ionio e Tirreno e per il controllo delle direttrici di traffico marittimo.

    INTERNI DELLA BASILICA

    SCOLACIUM

    Scolacium ebbe una storia millenaria attraverso greci, brettii, romani, bizantini, saraceni e normanni. Le sue rovine si trovano sulla costa ionica nel Golfo di Squillace (CZ) a Roccelletta di Borgia, tracce della città si trovano anche nella località Santa Maria del Mare in Caminia di Stalettì, ed altre ancora nei quartieri Lido e Germaneto di Catanzaro.

    La Scolacium romana ebbe vita prospera nei secoli seguenti e conobbe una fase di notevole sviluppo economico, urbanistico e architettonico in età Giulio-Claudia.  Vi fu fondata una nuova colonia sotto Nerva, nel 96-98, col nome appunto di Colonia Minerva Nervia Augusta. In età bizantina diede i natali a Cassiodoro (487-583), grande autore della tarda romanità con molte opere di carattere teologico ed enciclopedico.

    La Scolacium Romana ebbe un notevole sviluppo economico, urbanistico, ed architettonico di cui possiamo ammirare l’impianto della colonia romana con i monumenti più importanti: dagli avanzi delle strade lastricate, degli acquedotti, dei mausolei, di altri impianti sepolcrali, della basilica e di un impianto termale, al Foro Romano, il Teatro e l'Anfiteatro Romano.

    LA BASILICA

    LA BASILICA

    Nel parco è il primo rudere che viene ad incontrarsi, un tempo di edificazione ed uso laico poi religioso, in parte distrutta, ma una delle più grandi Cattedrali costruite dai Normanni in Calabria stile romanico con influenze bizantine. 

    Costruita per volontà dei Normanni, nel corso del XII secolo e probabilmente mai portata a compimento, nel tempo servì come fortificazione, tanto che ancora oggi viene indicata come “il castello. Possedeva una grande navata, e coperta di capriate in legno e con 5 finestre laterali. Crollata dopo il terremoto del 1783 rimasero innalzate solo le maestose pareti.

    RICOSTRUZIONE DEL FORO (http://www.scolacium.com)

    IL FORO

    Oggi è possibile visitare il Foro, con la sua singolare pavimentazione in laterizio che non ha eguali in tutto il mondo romano e i resti di alcuni edifici, tra cui la Curia, il Cesareum e il Capitolium. Il Foro è costituito da un’area rettangolare pavimentata con mattoni, circondata da portici. Visibili il tempietto, una fontana ed in oltre il tribunale. Proprio in quest’area vennero rinvenute statue e ritratti conservati nell’Antiquarium.

    RICOSTRUZIONE DEL TEATRO (http://www.scolacium.com)

    IL TEATRO

    La città era anche dotata di terme, due acquedotti, fontane e necropoli. Poco distante dalla piazza, adagiato, secondo l'uso greco, alla collina che sfrutta il pendio vi è il teatro per 3500 persone. Nerva lo ampliò con una nuova scena.

    Dal teatro provengono molti resti tra cui fregi e statue che sono conservate al museo del sito archeologico, che è compreso nella visita, insieme a dei ritratti storicamente rilevanti di personaggi della famiglia Giulio Claudia come Agrippina e Germanico, sempre legati al sito di Scolacium. 

    Tra i pochi teatri di epoca romana ad appoggiarsi al declivio naturale di una collina (il romano sopraelevava in mattoni, rapido e organizzato), il teatro si apre a pochi passi dal Foro, edificato quasi certamente nel I secolo d.c. in occasione della deduzione a colonia romana dell'antica città greca di Skylletion.

    IL TEATRO
    Come il teatro greco di Locri Epizefiri, anche il teatro romano di Scolacium venne edificato sfruttando il pendio naturale e la cavità offerta da una collina argillosa posta a ridosso del foro romano, costruito intorno al I secolo d.c. una volta dedotta la colonia romana di Scolacium, che sostituì l'antica poleis di Skylletion. 

    Nel corso del II secolo d.c. l'imperatore Nerva avviò una intensa opera di ristrutturazione della colonia, nell'ambito della quale il teatro romano venne ampliato e dotato di una nuova scena.Con l'ampliamento dell'intero abitato, il teatro subì alcuni ampliamenti riguardanti sopratutto la scena, con rifacimenti protratti sino al IV secolo d.c. 

    IL TEATRO
    Dall'area del teatro romano proviene la gran parte dei reperti archeologici messi in luce con gli scavi relativi al Parco Archeologico di Scolacium, e che oggi sono esposti nel nuovo Antiquarium di RoccellettaTra questi pregevoli frammenti architettonici, gruppi scultorei costituiti da due statue acefale di togati, e tre teste ritratto risalenti tutti al periodo compreso tra il I ed il II secolo d.c. 

    Sempre dall'area del teatro di Scolacium proviene gran parte della decorazione marmorea e fittile della stessa struttura, tra cui capitelli, antefisse e colonne, che costituiscono elementi della scena, nonchè un'epigrafe della Fors Fortuna, tutto esposto nell'antiquarium. Il teatro romano di Scolacium è ancora oggi oggetto di restauro da parte della Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, e molto è ancora da fare.

    L'ANFITEATRO SCAVATO SOLO IN PARTE

    L'ANFITEATRO

    “… di qui si scorge il golfo di Taranto sacra ad Ercole (se è vero quanto si dice) e di fronte si erge la dea Lacinia e le rocche di Caulon e Scylaceum che infrange le navi.”
    (Virgilio, Eneide , III, 551-553)

    Passeggiando dal foro, attraversato dal decumano e dominato dal capitolium, verso il teatro e la necropoli, si giunge alla collina dell’anfiteatro. Qui sono state reperite raffinate sculture come la statua della Fortuna, il Genio di Augusto, e un raro esemplare di Germanico, il figlio adottivo dell’imperatore Tiberio. 

    L’Anfiteatro, dell’epoca di Nerva,  a pochi metri dal Teatro, seguito da almeno tre impianti termali, necropoli e acquedotti.  Sono i resti dell’unico anfiteatro romano in Calabria.

    L'edificio sorge in un settore marginale della colonia romana di Scolacium, sfruttando una depressione naturale, ampliata e riadattata con l'impianto di muraglioni radiali in opera incerta con ammorsature e cinte di mattoni, integrati da strutture curvilinee, basate su uno schema ellittico.

    L'ANFITEATRO
    La tipologia edilizia riprende in parte le caratteristiche principali del tipo edilizio tardo repubblicano che sfrutta al massimo «le condizioni naturali del terreno [...]» e rientra nella «categoria che J.-Cl. Golvin definisce a struttura piena» (P. Gros). L'anfiteatro ha un asse maggiore di 85,50 m e asse minore di 65 m, un'arena con assi di 45 m e 32 m. f

    Si impiantarono nella collina delle strutture radiali innestate sul muro perimetrale, creando vani trapezoidali allungati privi di finestre, in parte agibili, ed in parte costruendo cassoni sotterranei coperti talvolta da volte a botte, su cui si impiantavano le gradinate della cavea. 

    Lungo il settore orientale si edificò invece un settore «a struttura cava», con diversi elementi superstiti, relativi ad almeno due livelli con arcate e volte in concrezione di laterizi e pietrame. Quella più bassa, che si sviluppa sull'asse maggiore dell'anfiteatro, fungeva anche da entrata all'arena (vomitorium). Ai suoi lati altri due vomitoria minori che permettevano agli spettatori di raggiungere i settori superiori della cavea.


    Della facciata esterna si conservano parti in opera incerta e opera testacea, con robusti contrafforti per la sua stabilità. Due ampie mura con forte inclinazione verso l'arena e forse un terzo muro più stretto, posto in basso, prossimo all'arena, a diretto contatto con il poderoso muro del podio in opera testacea, garantivano la sicurezza degli spettatori dell'ima cavea, con vani di accesso dall'arena attraverso scale in pietra locale.

    Nulla si può dire dell'arena non ancora scavata, riguardo alle gradinate per gli spettatori, nelle zone mediane e basse erano costituite da elementi in pietra locale (calcarenite bianca), mentre in altri settori probabilmente dovevano essere lignee.

    Tra fine III e IV secolo un settore abbandonato dell'edificio fu occupato da una sontuosa dimora posta su varie terrazze (in gran parte distrutta, come i resti dell'anfiteatro, dai lavori agricoli tra XIX e XX secolo), su cui si sovrappose tra V e VI secolo un'altra costruzione con poderose fondazioni che tagliano le preesistenze e sfruttano in parte i resti dell'anfiteatro.

    Le ricerche in corso stanno studiando la datazione dell'edificio che sembrerebbe del I secolo d.c., con rimaneggiamenti e ristrutturazioni del II sec. d.c., in un settore collinare già frequentato in età greca  e tra l'età repubblicana e la prima età augustea. Si segnala un'occasionale occupazione di settori dell'anfiteatro tra seconda metà del XIII e XIV secolo, per l'uso dell'abbaziale di S. Maria della Roccella come fortificazione.

    IL MUSEO

    IL DECLINO

    Il declino cominciò con la guerra greco- gotica del VI secolo e le incursioni dei Saraceni dal 902 d.c., concludendosi con l’abbandono della città nell’ VIII secolo. Gli abitanti, come in tanti altri centri, trasferirono il loro insediamento sulle alture circostanti, fondando altri insediamenti tra i quali quello sulla collina prospiciente l’attuale quartiere Santa Maria di Catanzaro. 

    Successivamente questi centri provvisori furono riorganizzati in posizioni più difendibili e le popolazioni insediate intorno allo Zarapotamo come quelle della collina prospiciente l’attuale quartiere S. Maria di CZ contribuirono alla fondazione della nuova città di Catanzaro.




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  • 07/04/19--04:30: FESTA DI PAX (4 Luglio)
  • EIRENE DEA DELLA PACE

    PAX GRECA

    Anticamente la pace non era solo l'astensione dal conflitto militare, ma veniva sempre strettamente associata ad altri concetti di armonia e giustizia. Per esempio Esiodo (Viii - VII sec. a.c.), personifica la Pace in Eirene, associata però a Eunomia (il buon governo) e a Diche (giustizia), tutte figure delle Ore figlie di Themis.

    A sua volta Pluto bambino, in braccio a Eirene, personifica l'abbondanza recata dalla pace, come compare in una raffigurazione di Cefisodoto il Vecchio, padre di Prassitele, posta sull'acropoli di Atene, dove il bambino portato in braccio accarezzava il volto della Dea.

    - Secondo Eraclito non può esistere una pace totale, assoluta ed eterna. Esiste una pace perché prima si è verificata una guerra, e la contrapposizione tra la pace e la guerra crea l'armonia nel divenire. La guerra, in quanto distruzione, è indispensabile strumento del divenire, e quindi del progresso: "Polemos (la guerra) è padre di tutte le cose".

    - Per Platone, il mantenimento dell'ordine e della pace all'interno della polis dipende anche dalle guerre. che sono un elemento dell'attività di governo e quindi dell'arte politica. Pertanto la guerra è naturale e non eliminabile.

    - Aristotele indica la pace come il fine ultimo della polis ideale, a cui doveva tendere l'educazione politica del cittadino.

    EIRENE

    LE ANFIZIONIA

    Proprio al mantenimento della Pace tendevano l'anfizionia delfica dell'Antica Grecia, la lega sacrale stabilita attorno ad un particolare santuario. Nel santuario si raccoglievano i fondi da destinare alle cerimonie religiose, ma pure per accogliere le assemblee delle anfizionie dove si discuteva, oltre che di religione, anche di affari economici, commerciali e politici, finchè non si trasformarono in alleanze a carattere politico-militare.

    I compiti di coloro che ne facevano parte, comprendevano l'amministrazione e la custodia del santuario e delle strade che conducevano all'oracolo e al tesoro del dio, la punizione con multe (o in certi casi con azioni militari) dei violatori delle norme anfizioniche.



    EIRENE

    Eirene o Irene era nella mitologia greca la Dea personificazione della pace, è figlia di Zeus e di Temi, ed era una delle Ore. Il corrispondente nella mitologia romana era Pax.

    PAX AUGUSTI
    « Poi Zeus sposò la lucente Themis, che diede alla luce Horai (Ora) ed Eunomia (Ordine), Dike (Giustizia) e la fiorente Eirene (Pace), colei che dà significato ai travagli degli uomini mortali.»
    (Esiodo, Teogonia, 901)

    La Dea Irene, o Eirene, anticamente Dea della Pace, era raffigurata a Roma come in Grecia, come una giovane recante, in una mano, un ramoscello d'olivo con la cornucopia e nell'altra Pluto, simboli di quella ricchezza e dell'abbondanza che solo la pace può donare. Famosa la statua della Dea di Cefisodoto il Vecchio, della quale oggi possediamo una copia romana.

    Alla Dea furono eretti altari e statue ad Atene e a Roma. In quest'ultima città Vespasiano e Domiziano fecero erigere un tempio con portici e giardini (Tempio della Pace, più tardi considerato uno dei Fori Imperiali). La Dea venne rappresentata anche sulle monete.



    PAX ROMANA

    Cicerone, che all'inizio del I secolo a.c. definisce la Pax come tranquilla libertas nelle Filippiche (II, 44, 113), quindi la libertà, con la securitas, erano i presupposti della pace. Insomma "si vis pacem para bellum" (se vuoi la pace prepara la guerra). Infatti i romani erano un popolo di guerrieri.

    Publio Cornelio Tacito vede la pax romana ottenuta dalla sottomissione dei popoli bellicosi, del resto lui è il genero del bellicoso e formidabile generale romano Agricola, nella cui vita Tacito riporta le parole di Calgaco (Calgax) capo dei Britanni nell'ultimo tentativo di questi di opporsi alla conquista di Roma. Calgaco si sta rivolgendo ai suoi guerrieri prima dello scontro.

    « Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant
    « Rubare, trucidare, rapinare, con falso nome chiamano impero, e dove fanno il deserto, la chiamano pace »

    (Tacito, Vita di Agricola)

    Ora è vero che i romani conquistavano ammazzavano e rubavano, ma da un lato erano meno feroci dei popoli tribali in cui i capofamiglia avevano potere di vita e di morte sui figli. Inoltre difficilmente erano crudeli o esosi coi popoli conquistati, mirando più a romanizzarli. Che furono un faro di civiltà è un fatto incontrovertibile.

    Ma non dobbiamo dimenticare la PAX AUGUSTI, quella del "si vis pax para bellum", però Augusto al popolo romano la pace la dette davvero, ovvero dette poche guerre e piuttosto brevi e lontane.

    LA DANZA DELLE ORE

    LE ORE

    Le Ore (o Stagioni) sono figure della mitologia greca, figlie di Zeus e di Temi, sorelle delle Moire e custodi dell'Olimpo. In origine erano tre e simboleggiavano lo scorrere del tempo e il volgere delle stagioni (primavera, estate e autunno fusi insieme, inverno); poi ne fu aggiunta una quarta (l'autunno); in epoca romana finirono col personificare le ore vere e proprie, divenendo 12 e da ultimo 24. Le ore si presentano in duplice aspetto:

    - in quanto figlie di Temi (l'Ordine universale) assicuravano il rispetto delle leggi morali;
    - in quanto divinità della natura presiedevano al ciclo della vegetazione.

    I loro nomi:
    - Eunomia, la Legalità;
    - Diche, la Giustizia;
    - Irene, la Pace;

    oppure:
    - Tallo, la Fioritura primaverile;
    - Auso, il Rigoglio estivo;
    - Carpo, la Fruttificazione autunnale.

    Le Ore avevano diversi compiti:
    - sorvegliavano le porte della dimora di Zeus sull'Olimpo: le aprivano e le richiudevano disperdendo o accumulando una densa cortina di nuvole.
    - Servivano Hera - che avevano allevata.
    - Attaccavano e staccavano i cavalli dal suo cocchio e da quello di Elio;
    - Facevano anche parte del corteo di Afrodite - insieme con le Cariti,
    - Facevano anche parte del corteo di Dioniso.

    Gli antichi le rappresentavano come leggiadre fanciulle con in mano un fiore o una pianticella, ma anche brune e invisibili con riferimento alle ore della notte.


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    CORTILE DELLA DOMUS
    La Casa del Tempio Rotondo è una domus di Ostia Antica, così chiamata proprio perchè vicina ad un tempio circolare, ed è situata tra una serie di edifici pubblici: il Tempio Rotondo a ovest, la Basilica del Foro a nord, e il Tempio di Roma e Augusto a est. L'edificio si trova all'incrocio tra Via di Iside e Via del Tempio Rotondo, a sud-ovest del Tempio Rotondo.

    Tutti questi edifici erano ancora integri quando venne eretta la domus, ed è stata datata nel periodo di Alessandro Severo (222-235 d.c.), data sconfessata poi da G. Hermasen che le attribuì un periodo che va dalla fine del III all'inizio del IV sec. d.c..

    Oggi si pensa che sia sorta sotto Alessandro Severo ma che verso la fine del III sec. subì una radicale trasformazione, forse passando da edificio pubblico a privato. La maggior parte della muratura è in opus latericium. Nelle stanze orientali, che furono aggiunte all'inizio del IV secolo, si trovano anche alcuni primi opus mixtum e tardo opus vittatum.

    L'ingresso del vestibolo (A) che si apre da una strada a sud, è ornato da due lesene con basi in travertino. La muratura dei pilastri è molto più regolare rispetto alla muratura circostante e presenta giunzioni più sottili. Questo effetto visivo indica che la facciata non doveva essere intonacata.

    PIANTA DELLA VILLA

    I NEGOZI

    Sui lati del vestibolo ci sono due negozi, uno per lato, che fanno parte dello stesso edificio, ma che non hanno alcun collegamento con la casa e sono pertanto numerati separatamente (I, XI, 3).
    Nella parte posteriore dei negozi si trova la parte inferiore di una scala che porta al primo piano ("mezzanino"). 

    In questo mezzanino di solito risiedeva il negoziante con la sua famiglia, per cui al mattino apriva il suo negozio scendendo a piano terra all'interno senza dover raggiungere la strada. Questo gli faceva risparmiare tempo e per giunta poteva rassettare il negozio prima di aprirlo agli avventori.

    Questa usanza di fare casa e bottega insieme risparmiava al conduttore della bottega il tragitto tra casa e negozio, consentiva di stipare qualche mercanzia anche alle stanze superiori, e garantiva una maggiore protezione dai ladri, perchè il negozio non era quasi mai incustodito. Si sa che il pericolo dei furti in appartamenti e negozi non era affatto remoto all'epoca.



    GLI APPARTAMENTI

    Una scala nell'angolo sud-ovest della domus doveva portare ad appartamenti indipendenti ai piani superiori, probabilmente posta a destra del vestibolo di cui sopra. Non sappiamo se i negozi e gli appartamenti fossero di proprietà della domus, o almeno in origine lo dovevano essere, perchè di solito i proprietari si assicuravano con proprietà aggiunte una certa rendita data dagli affitti. Si pensa si trattasse di una casa di ricche persone o la sede di una corporazione.

    CORRIDOIO PAVIMENTATO A MOSAICO


    DESCRIZIONE

    L'ingresso è posto sulla Via del Tempio Rotondo ed immette in un vestibolo, affiancato esternamente, come si è detto, da botteghe con mezzanini. Trattasi della stessa via che conduce al Tempio Rotondo, quindi una strada lastricata dove avevano accesso i carri. Le camere sono disposte intorno a un cortile con porticus. Il pavimento del portico a est ha un mosaico geometrico.

    Al centro dell'edificio vi è un cortile circondato da un corridoio pavimentato con un mosaico a disegni geometrici in bianco e nero. Al centro del cortile, completamente pavimentato in marmo bianco a lastre sia sul pavimento che sulla parte bassa delle pareti, c'è una vasca decorativa, anch'essa di marmo all'interno e all'esterno.


    La vasca al centro del cortile aveva una base centrale su cui doveva poggiare una statua, e veniva alimentata dal sistema comunale di approvvigionamento idrico.

    Nella parte nord del cortile c'era un ninfeo con due nicchie semicircolari che probabilmente contenevano due statue. In una stanza a ovest c'è una grande abside, un'aggiunta successiva.

    STANZA DIETRO AL CORTILE
    Comunque nella parte nord dell'ala ovest c'era un pozzo circolare che assicurava acqua fresca. Da notare che in terra il ,mosaico segue il contorno del pozzo, segno che il pozzo era in funzione e considerato un pregio nella casa.

    Due colonne, di uno stile misto in parte dorico ma con foglie sottostanti un po' come un corinzio semplificato, separano il cortile da una sala pavimentata con marmi policromi, raggiungibile salendo pochi gradini. 

    Verrebbe da pensare ad un triclinio estivo, anche se non vi sono panche in muratura, ma nulla esclude che vi fossero dei letti triclinari e dei tavolinetti, d'altronde la stanza era priva della parete frontale che dava sul giardino, per cui le due colonne, che sono interamente di marmo, facevano oltre che da sostegno al tetto, da ornamento alla vista del giardino.

    Le stanze poste sul lato ovest della casa, il lato più freddo, erano riscaldate e l'ultima stanza a nord era una cucina.

    STANZA DIETRO AL CORTILE
    A ovest del suddetto corridoio si aprivano infatti tre stanze (MNO) che erano provviste di decorazioni in marmo sia sui pavimenti che sulle pareti. 

    Una stanza posta più in basso, detta stanza L, scaldava le tre stanze MNO, attraverso tubi di terracotta che, passando attraverso i muri, portavano l'aria riscaldata dal forno sotterraneo scaldando le tre stanze.

    La stanza P, che era la stanza in fondo, sempre sul lato ovest, era una cucina, sia perchè non aveva tubuli di terracotta che la scaldassero (le cucine, come d'altronde oggi non si scaldavano), sia perchè una parete riporta l'impronta di una stufa nella parte inferiore sinistra della sua parete ovest.

    Sulle pareti delle stanze c'erano dipinti molto semplici, soprattutto a riquadri con festoni e maschere. Due delle stanze ad est del corridoio (stanze G ed E) hanno una panchina in muratura ricoperta di marmo contro la parete di fondo.

    Sopra la panca nella stanza G inoltre c'è una nicchia che probabilmente accoglieva una qualche divinità. Pertanto questa potrebbe essere stata una stanza di culto, però la nicchia non è centrale ma laterale.

    Per giunta, per quanto il pavimento debba essere di nuovo ripulito per la terra e le erbacce che vi hanno allignato sopra, la panca e la relativa nicchia appaiono troppo basse per accogliere una statua votiva, che di solito veniva posta all'altezza del viso dei fedeli. 

    Nessuno si chinava per pregare od onorare una divinità. per giunta la panca corre intorno a tutta la parete, e anche questo non ne spiega l'uso, perchè di solito si faceva un altare per la statua o per le statue, mentre la panca dà l'idea di un posto dove sedersi. Insomma più un salotto che una stanza di culto.

    IL POZZO
    Poichè però solitamente nelle famiglie romane il culto ai Lari e ai Penati si faceva nel Larario, un minuscolo tempietto che si poneva di solito in giardino, viene da pensare, o almeno qualche studioso lo ha congetturato, che si trattasse della casa di qualche sacerdote che vivesse qui con la sua famiglia, ma che dedicasse un culto particolare ad una certa divinità dato il suo ruolo sacerdotale.

    Sul fondo si apre direttamente a sud sul cortile, in asse con l'ingresso, una grande stanza, la sala principale con opus sectile marmoreo e ingresso sopraelevato con due colonne, forse una sala da pranzo affacciata su un peristilio (non scavato). La parte centrale della parete nord di questa stanza è un'aggiunta successiva e contiene una nicchia a muro.

    Come si può scorgere da questa stanza che sta dietro il cortile, alcuni pavimenti erano molto pregiati, tagliati in grossi medaglioni rotondi, incorniciati da tessere anch'esse di marmo ma di diverso colore, a sua volta iscritti in quadrati di marmo di diverso tipo e colore, a loro volta incorniciati in altrettanti bordi di marmo colorati. Di certo era un'abitazione di gran lusso.


    Secondo G. Hermansen potrebbe essere stata la sede di una corporazione però, non solo non vi sono prove in proposito, ma la presenza della cucina e di diverse stanze, nonchè di quello che potrebbe essere un triclinium estivo, riporta ad una abitazione privata e familiare, per giunta decorata con marmi colorati e costosi, lavorati pure in opus sectile. Insomma doveva appartenere ad una famiglia agiata, con beni e schiavi.

    Qualcuno ha pensato che potesse essere abitata da uno dei sacerdoti del Tempio Rotondo, data la presenza di una porta (bloccata) nella stanza N, che conduce all'area ad est della cella del Tempio Rotondo. Si è ipotizzato un sacerdote del culto imperiale che anche ad Ostia si operava dai tempi di Augusto, ma non c'è esempio di tempio comunicante con una abitazione privata, sia pure di un importante sacerdote.

    Durante un terremoto parte della facciata crollò e cadde su Via del Tempio Rotondo, dove sono ancora visibili i resti, finestra compresa. Il fatto che non venne ripristinato significa che la casa era già stata abbandonata o fu abbandonata nell'occasione.




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    Nome: Gneus Cornelius Lentulus Clodianus
    Nascita: 114 a.c.
    Morte: -
    Gens: Clodia
    Genitori: Gneo Cornelio Lentulo
    Figli: Gnaeus Cornelius Lentulus Clodianus
    Nonno: Gneo Cornelio Lentulo
    Consolato: 72 a.c.


    Ovvero Gneus Cornelius Lentulus Clodianus,  un politico romano del I sec. a.c..
    Nacque nella gens Clodia ma fu adottato nella gens Cornelia, probabilmente da Gneo Cornelio Lentulo, console nel 97 a.c.  che è noto solo dai Fasti consolari ed è citato da Plinio il Vecchio. I Lentuli erano un ramo della gens Cornelia; il nome deriva da lens, lenticchia, probabilmente un vistoso neo di un loro antenato. Di lui si disse che era un buon oratore ed aveva una bella voce persuasiva.

    Gneo venne eletto console nel 72 a.c. assieme a Lucio Gellio Publicola, con cui si intendeva benissimo, e insieme emanarono alcune leggi "ad personam":
    - una che confermava la cittadinanza romana che Pompeo aveva concesso a Gneo Cornelio Balbo e a due suoi parenti che avevano combattuto per Roma durante la guerra contro Sertorio (Cic. pro Balb. 8, 14);
    - un'altra secondo cui una persona assente da Roma perché in viaggio nelle province non poteva essere accusata di delitti capitali, fu emessa per proteggere Stenio di Thermae dalle macchinazioni di Verre, di per sè comunque una legge anche giusta, ma venne vanificata dall'influenza dello stesso Verre (Cic. in Verr. II, 34, 39, etc.)
    - Lentulo fece anche approvare una legge per esigere pagamenti da coloro a cui era stato donato del terreno pubblico da Lucio Cornelio Silla. (Sall. ap. Gell. xviii. 4.)

    SPARTACO

    SPARTACO

    Nella III guerra servile contro Spartaco, essendo Gneo Cornelio Lentulo e Lucio Gellio Publicola già proconsoli, in un primo tempo avevano sconfitto un generale di Spartaco, un celta di nome Crixio, in Apulia (Puglia) nella battaglia del Gargano nel 72 a.c..

    Spartaco non si intimorì della morte dell'alleato, e anzi riuscì a battere nuovamente le truppe romane, attestate in due eserciti comandati dai consoli Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano uno di qua e uno di là dell'Appennino. I due eserciti romani, nel tentativo di sbarrare il passo agli insorti verso le Alpi, vennero sconfitti (estate del 72 a.c.) nell'Appennino tosco-emiliano.
    (Tito Livio, Epitome, xc; Plutarco, Crasso, ix e segg.)



    I CENSORI

    Venne eletto censore nel 70 a.c., di nuovo assieme a Gellio Publicola, dopo circa 15 anni che la carica non era stata più coperta. Una volta eletti espulsero dal Senato 64 membri per indegnità, tra cui Lentulo Sura e Gaio Antonio che fu in seguito collega di Cicerone nel consolato. Tuttavia la maggior parte fu assolta e ripristinata nella carica. (Cic. pro Cluent. 42, in Verr. V, 7; pro Flacc. 19; Gel. V, 6; Val. Max. V 9, 1)

    MONETA DI CORNELIO CLODIANO

    IL LUSTRUM

    I due consoli tennero un lustrum, una cerimonia di purificazione che veniva fatta prima del censimento, con cui il numero dei cittadini risultò ridotto a 450.000. Da tenere conto che non venivano censite nè le donne nè i bambini, nè gli schiavi. (Liv. Epit. 98; Ascon. ad Verr. Act. I, 18; comp. Plut. Pomp. 22.). Veniva eseguita una regolare e generale lustratio di tutto il popolo romano ogni cinque anni, quando il censore aveva terminato il suo censimento e prima di deporre il suo ufficio. La lustratio, o lustrum, era diretta da uno dei censori (Cic. De Divin. I .45), e tenuta con sacrifici chiamati Suovetaurilia (Liv. I . 44 ; Varro, de Re Rust. II . 1 ), perché i sacrifici consistevano in un maiale (o montone), una pecora e un bue. Questa lustratio, che continuò ad essere osservata ai tempi di Dionisio, ebbe luogo nel Campo Marzio.



    CONTRO I PIRATI

    Entrambi i consoli furono legati di Pompeo contro i pirati del Mar Mediterraneo. Lentulo prese il comando della flotta del mare Adriatico nella primavera estate del 67 a.c., e Gellio comandò quella nel mar Tirreno.

    BELLUM PIRATICUM (INGRANDIBILE)
    «I pirati non navigavano più a piccoli gruppi, ma in grosse schiere, e avevano i loro comandanti, che accrebbero la loro fama. Depredavano e saccheggiavano prima di tutto coloro che navigavano, non lasciandoli in pace neppure d'inverno; poi anche coloro che stavano nei porti. E se uno osava sfidarli in mare aperto, di solito era vinto e distrutto. Se poi riusciva a batterli, non era in grado di catturarli, a causa della velocità delle loro navi. Così i pirati tornavano subito indietro a saccheggiare e bruciare non solo villaggi e fattorie, ma intere città, mentre altre le rendevano alleate, tanto da svernarvi e creare basi per nuove operazioni, come si trattasse di un paese amico.»
    (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 21.1-3.)

    Gneo Cornelio Lentulo Clodiano si pose al comando nell'alto Adriatico, e alle cui dipendenze vennero collocati i giovani figli di Pompeo (Gneo e Sesto) e Gellio venne posto al comando del mare toscano, in breve i pirati vennero sconfitti.

    I PIRATI
    «Alcune delle bande dei pirati che erano ancora libere, ma che chiesero perdono, furono trattate umanamente, tanto che, dopo il sequestro delle loro navi e la consegna delle persone, non gli fu fatto alcun male ulteriore; gli altri ebbero allora la speranza di essere perdonati, cercarono di scappare dagli altri comandanti e si recarono da Pompeo con le loro mogli e figli, arrendendosi a lui. Tutti questi furono risparmiati e, grazie al loro aiuto, furono rintracciati, sequestrato e puniti tutti coloro che erano ancora liberi nei loro nascondigli, poiché consapevoli di aver commesso crimini imperdonabili
    (Plutarco, Vita di Pompeo, 27.4.)



    LEGGE MANILIA

    Poi al senato Lentulo appoggiò la legge Manilia, del tribuno della plebe Gaio Manilio, che affidava a Pompeo il comando delle legioni contro Mitridate. (Appiano Mithr. 95; Cic. pro Leg. Manil. 23.) , fu La legge vene approvata nel 66 a.c., grazie anche all'aiuto politico di Cesare e Cicerone. Questa legge diede a Pompeo Magno il potere di condurre la guerra contro re Mitridate VI del Ponto, guidata fino a quel momento da Lucio Licinio Lucullo. La legge portata dai plebei non piacque agli aristocratici ma dovettero ricredersi quando Mitridate, ormai sconfitto, si suicidò, liberando Roma di un pericolosissimo nemico.

    Dopodichè non si hanno più notizie di lui.


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  • 07/07/19--04:37: LE CATACOMBE
  • CATACOMBE DI SAN CALLISTO
    I cimiteri romani si dividevano in sotterranei e subdialis. Questi ultimi erano i cimiteri sopra terra, recintati e con un unico custode e fossore (scavatore di fossi), visto le modeste dimensioni. I corpi, come i templi, erano orientati ad est. Il sarcofago era una tomba più lussuosa, realizzata in pietra, in marmo, in terracotta, e raramente in piombo. Molto diffuso invece, di origini puniche, era un sepolcro realizzato con delle anfore, oppure delle tombe a pozzo chiamate "forma". Le tombe più semplici erano a cappuccina se in muratura, oppure a mensa, con una lastra piana semicircolare.

    Le catacombe sono antiche aree cimiteriali sotterranee solitamente ricavate nel tufo essendo questa roccia facile da scavare, e possono avere anche più livelli, con profondità che arrivano fino a trenta m. Contrariamente ad alcune credenze, le catacombe erano pagane, alcune ebraiche e col diffondersi del cristianesimo, anche cristiane. Successivamente con la proibizione violenta della religione pagana, le catacombe rimasero solo cristiane. Infatti, le tombe pagane vennero vuotate e il loro contenuto gettato via e sostituito dai defunti cristiani. Il termine catacomba proviene dal greco, "kata kymbas", vale a dire "presso le cavità".

    Mentre i pagani in parte inumavano e in parte incineravano, I cristiani preferirono l'inumazione, si dice, per la fede nella resurrezione dei corpi, abbandonando l'uso della cremazione pagana. 

    I cimiteri, pubblici o privati, si trovavano sempre fuori città, tranne in rarissimi casi trattandosi di un onore eccezionale, dato che le Leggi delle XII tavole prescrivevano che "hominem mortuum in urbe neve sepelito neve urito" ("Non si seppellisca né si cremi alcun morto in città"). Infatti si svilupparono principalmente ai lati delle vie extraurbane.

    CATACOMBE DI COMODILLA

    DESCRIZIONE

    I terreni sulle quali le catacombe venivano edificate appartenevano a privati o a collegi funerari. Tuttavia le gallerie delle cave per l'estrazione di tufo e pozzolana vennero spesso sfruttate per farne cimiteri sotterranei, piuttosto estesi, con una planimetria articolata a gallerie più o meno parallele e dei cubicoli, una specie di cappella dove si accoglievano più sepolture.

    Generalmente le gallerie, dette ambulacri, erano strette e basse, dai sette a trenta metri sotto la superficie, di circa 2,5 m di altezza e di larghezza. e intercomunicanti ai vari livelli tramite ripidi scalini.

    I vari loculi venivano scavati sulle pareti degli ambulacri, con un'altezza di 40–60 cm ed una lunghezza dai 120 ai 150 cm; formando a volte dei cubicoli che accoglievano i corpi avvolti in lenzuoli di lino oppure posti in sarcofagi di pietra. Alcuni cubicoli ospitavano le tombe di una famiglia o di un'associazione, con delle cripte, o con tombe sormontate da archi, dette arcosoli e destinate a personaggi importanti, magari nobili, oppure martiri cristiani.

    Dei pozzi di areazione procuravano un modico ricambio dell'aria per i visitatori, che tuttavia non potevano restare molto a costo di morire asfissiati. Naturalmente è falso che i cristiani abbiano usato le catacombe per fuggire le persecuzioni, sia perchè sarebbero morti asfissiati, sia perchè era sufficiente riconoscere la divinità dell'imperatore per aver salva la vita. Cortesia non ricambiata dai cristiani nelle persecuzioni ai pagani.

    TOMBA PAGANA CON DEA FORTUNA

    LE DECORAZIONI

    Per la decorazione delle catacombe si adoperavano procedimenti, già noti, della pittura sia ellenistica, sia romana; prima di tutto era preparata la superfice da decorare con l’arriccio, un impasto di calce spenta, pozzolana e sabbia, dopo di che, una volta asciugato il supporto, veniva steso l’intonaco o lo stucco, alcune tombe non sono dipinte ma presentano degli stucchi di eccezionale fattezza, dopo la pittura, quest’ultimo strato, detto tectorium, riceveva un’accurata levigatura che lo rendeva lucido e simile al marmo.

    Il materiale usato era spesso il marmo, ma anche la pietra, le tegole, in rari casi mosaici, tavolette lignee, sono state ritrovate iscrizioni anche su oggetti in avorio, bronzo o persino, su manufatti in oro. Chi incideva i vari materiali era di solito un artigiano specializzato, il lapicida, anche se a volte la sua cultura non era sufficiente a scrivere in una lingua corretta, in special modo quando si trattava di usare quella greca, la cui conoscenza era propria di personaggi di elevata cultura.

    CATACOMBE DI SANTA PRISCILLA
    A volte sono presenti omissioni di sillabe o di lettere altre volte vi sono delle aggiunte per correggere qualche errore, in alcuni casi il supporto era girato e inciso nuovamente sulla parte opposta, per risparmiare spazio erano usate delle abbreviazioni e a volte le scritte erano in latino ma con l’uso delle lettere greche e viceversa.

    In alcuni loculi sono stati ritrovati, in sostituzione delle epigrafi o semplicemente per abbellire la sepoltura, gli oggetti più strani, come statuette di avorio, giocattoli, monete, vetri, che presumibilmente erano appartenuti ai defunti. Non mancavano le citazioni, le preghiere, le orazioni, delle brevi composizioni, le invocazioni e i disegni o le sculture simboliche, infine molti graffiti furono lasciati dai pellegrini e dai visitatori.

    Non mancarono peraltro i vari simboli del cristianesimo:

    - Il Buon Pastore con la pecora sulle spalle (Cristo che salva I'anima), in realtà un simbolo pagano riadattato da Hermes e pure Apollo recanti l'animale salvato sulle spalle, che poteva essere una pecora o un vitello.
    - L'orante: figura rappresentata a braccia aperte, simbolo dell'anima che vive già nella pace divina, ma era il gesto degli oranti già al tempo degli antichi greci quando pregavano gli Dei pagani. Qui sotto il primo orante è del 300 a.c. ellenico e il secondo è cristiano del III secolo d.c..
    - Il monogramma di Cristo è formato da due lettere dell'alfabeto greco, la X (chi) e la P (ro), intrecciate, che sono le prime due lettere della parola greca "Christòs", Cristo. 
    - Il pesce. In greco si dice IXTHYC (ichtùs). Disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano un acròstico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
    - La colomba, con il ramoscello d'olivo nel becco, simbolo dell'anima nella pace divina.
    - L'Alfa e l'Omega dell'alfabeto greco. Significano che Cristo è l'inizio e la fine di tutte le cose.
    - L'àncora è il simbolo della salvezza cristiana.
    - La fenice, mitico uccello d'Arabia, che ogni cento anni risorge dalle sue ceneri, è il simbolo della risurrezione.

     La cura e la manutenzione delle catacombe era affidata ai Fossores, i quali oltre a tumulare i morti avevano il compito di scavare le gallerie, gli ambienti, le tombe a volte provvedevano anche alla decorazione delle sepolture, si trattava ovviamente di operai specializzati che si servivano di vari strumenti di lavoro, tra i tanti ricordiamo: la dolabra scultorea, l’ascia, lo scalpello con relativo mazzuolo, il compasso, la groma; nonostante fossero dei professionisti vivevano, perlomeno ufficialmente, di sole donazioni.

    Dall'età costantiniana il culto dei martiri portò profonde modificazioni alle catacombe a causa dell'affastellarsi di sepolture accanto ai santi, come se questa vicinanza concedesse all'anima del defunto un qualche beneficio, determinando l'apertura di brevi gallerie e nuovi cubiculi appositamente scavati per le inumazioni "retro sanctos", spesso creando veri ossari, per custodire i resti delle tombe distrutte durante i lavori atti a creare nuovi spazi funerari.

    Con l'ampliarsi del cristianesimo venne a sostituirsi la sepoltura subdiale (priva di tetto) a quella sotterranea visto che ormai l'attività d'aggregazione dei cristiani avveniva nel titulus, una sorta di area parrocchiale o nella domus ecclesiae la casa dell'assemblea, messa spesso a disposizione da famiglie abbienti.

    Le catacombe furono utilizzate per le sepolture fino al V secolo, dopodiché divennero luoghi di pellegrinaggio dei fedeli sulle tombe dei martiri. A Roma sono state ritrovate più di sessanta catacombe che si snodano per svariati km, molte a più livelli, però quelle visitabili sono solo cinque o sei,  ed eccone un elenco suddiviso per le vie a Roma:

    IPOGEO DI VIA LIVENZA

    Via Appia:

    - Catacombe di San Callisto.
    - Catacombe di Pretestato.
    - Catacombe di San Sebastiano
    -  Ipogeo di Vibia.
    - Catacombe di Vigna Randanini.


    Via Ardeatina:

    - Catacomba dei Ss. Marco e Marcelliano o di Basileo.
    - Catacombe di Domitilla.
    - Catacomba della Nunziatella.
    - Catacomba di Balbina.


    Via Aurelia:

    -  Catacomba di San Pancrazio.
    -  Catacomba di Calepodio.
    -  Catacomba dei due Felici.
    -  Catacomba dei Santi Processo e Martiniano.


    Via Cornelia:

    -  Necropoli Vaticana.


    Via Flaminia:

    -  Catacomba di San Valentino.


    CATACOMBA DI SANTA PRISCILLA
    Via Labicana:

    - Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro.
    - Catacombe di San Zotico.
    - Ipogeo degli Aureli.
    - Catacomba di San Castulo.


    Via Latina:

    - Catacomba dei Santi Gordiano ed Epimaco.
    - Catacomba di Aproniano:
    - Ipogeo di via Dino Compagni.
    - Ipogeo di Trebio Giusto.


    Via Nomentana:

    - Catacomba di San Nicomede.
    - Catacomba di Sant’Agnese
    - Catacomba Maggiore.
    - Catacombe di Sant’Alessandro.
    - Catacombe di Villa Torlonia.


    Via Ostiense:

    - Tomba di San Paolo.
    - Tomba di San Timoteo.
    - Catacombe di Commodilla.
    - Catacomba di Santa Tecla.


    Via Portuense:

    -  Catacomba di Ponziano.
    -  Catacombe di Generosa.


    Via Salaria nuova:

    - Catacombe di Santa Felicita.
    - Catacomba di Trasone.
    - Catacomba di Sant’Ilaria.
    - Catacomba dei Giordani.
    - Catacombe di Priscilla.
    - Catacombe di via Anapo.


    Via Salaria vecchia:

    - Catacomba di San Panfilo.
    - Catacomba di Sant’Ermete o di Bassilla.
    - Catacomba a Clivum Cucumeris.


    Via Tiburtina:

    - Catacomba di San Lorenzo o di Ciriaca.
    - Catacomba di Novaziano.
    - Catacomba di Sant’Ippolito.
    - Catacomba di Santa Sinforosa.

    CATACOMBE DI PIETRO E MARCELLINO

    Nel resto d'Italia:

    Bolsena - Santa Cristina;
    Rignano Flaminio - Santa Teodora; 
    Nepi - Santa Savinilla
    Monteleone Sabino - Santa Vittoria   
    Paliano - Colle San Quirico  
    Grottaferrata - ad Decimum 
    Valmontone - Sant’Ilario ad bivium; 
    Albano Laziale - San Senatore; 
    Chiusi - Santa Mustiola e Santa Caterina d’Alessandria; 
    Ravenna - San Severo, San Eleucadio, San Probo e Sant’Apollinare; 
    Napoli - San Gennaro, San Gaudioso, Sant’Eufebio e San Severo; 
    Potenza - Venosa; 
    Palermo - Porta d’Ossuna; 
    Fragapane ad Agrigento. 


    In Europa:

    a Parigi in Francia, 
    a Colonia e Treviri, 
    in Germania, 
    in Spagna, 
    in Grecia, 
    a Malta, 
    in Anatolia, 
    in Africa settentrionale.

    CATACOMBA DI SANTA PRISCILLA
    Le esplorazioni e gli studi delle catacombe iniziarono, in maniera assidua, tra il 1593 e il 1629 per opera di Antonio Bosio che scrisse un’opera imponente “La Roma sotterranea”, la pubblicazione avvenne postuma nel 1634, cinque anni dopo la sua morte. Da quel momento le ricerche scientifiche gli studi e le pubblicazioni si succedono senza interruzioni.


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  • 07/08/19--04:41: BATTAGLIA DI DYRRHACHIUM

  • La battaglia di Dyrrhachium fu combattuta nell'estate del 48 a.c. nei pressi di Dyrrhachium (Durazzo, Albania) tra gli eserciti di Gneo Pompeo Magno e quelli di Gaio Giulio Cesare nel corso della II Guerra Civile di Roma.

    Dopo essere fuggito dall'Italia senza combattere, Gneo Pompeo, allarmato dalla caduta delle città che si erano opposte a Cesare, si rifugiò in Puglia, per raggiungere con la flotta la penisola balcanica. Aveva cercato di organizzare e potenziare le sue ingenti forze terrestri e navali per raggrupparle nel Mediterraneo Orientale.

    Egli disponeva in totale di undici legioni, di cui almeno cinque piuttosto efficienti, ma la maggior parte era ancora da addestrare. Le truppe in generale manifestavano un morale elevato ma non avevano grande esperienza esperienza. La superiorità militare di Pompeo stava nel campo navale, dove disponeva di circa 500 navi da guerra. Inoltre il comandante navale Marco Calpurnio Bibulo aveva raggruppato oltre 110 navi nel quartier generale di Corcyra.


    Bibulo conosceva bene Cesare per essere stato console con lui nel 65 a.c. quando Cesare lo oscurò ed esautorò dal comando, si che si diceva che era l'anno dei consoli Gaio Giulio e Cesare. d'altronde riuscì nel 59 a.c. ad essere nominato console grazie al denaro di catone e dei senatori che corruppero gli elettori. Così Bibulo odiava Cesare e con tutto il cuore si preparava a distruggerlo.

    Il grosso delle legioni pompeiane invece si muovevano in posizione più arretrata; dopo aver lasciato l'accampamento estivo sull'Aliakmon, le truppe marciavano da Tessalonica verso Durazzo dove Pompeo voleva porre il suo comando supremo; invece due legioni al comando di Metello Scipione erano ancora presso il regno di Pergamo e non era previsto il loro arrivo fino alla primavera del 48 a.c.
    Dvrrhachium (noto anche come Epidamnus, Durazzo in Albania moderna) si trova all'inizio della Via Egnatia, la strada romana che collegava il Mar Adriatico in Macedonia e sul Mar Egeo. La città divenne il centro di una serie di impegni militari durante la seconda guerra civile (49-48), in cui Giulio Cesare ha combattuto contro Pompeo Magno. In questione era la fine della Repubblica Romana con a capo Cesare come dittatore, o di una repubblica con un forte leader militare, come proposto da Pompeo.
    GIULIO CESARE
    Gennaio 49, Cesare aveva invaso l'Italia al Rubicone, e Pompeo aveva evacuato l'Italia, che non poteva essere difeso contro i soldati esperti di Cesare (17 marzo). Dopo una campagna lampo in Spagna, dove ha sconfitto diverse legioni fedeli a Pompeo, Cesare ha diretto la sua attenzione alla Grecia, dove il suo avversario stava costruendo un nuovo esercito di nove legioni. Voleva invadere l'Italia e aveva bisogno di Dyrrhachium come sua base. Quando la campagna è iniziata, Pompeo stava ancora raccogliendo il suo esercito in una zona del sud-est di questo porto.

    Nel gennaio del 48 a.c. la XII Legio, insieme alla Legio XI attraversò lo stretto di Otranto da Brundisium all'Epiro, pur decimata da un'epidemia che aveva colpito la zona.

    Caesar disponeva di undici legioni (V Alaudae,  VI Vitrix, VII Claudia, VIII, IX Hispana, X Fratensis, XI Claudia, XII Fulminata, XIII, XIV Gemina, XXVII), ma non era in grado di trasportarne più di sette sul Mar Adriatico. Avendo sbarcarono a Apollonia, a sud di Dyrrhachium, Cesare, immediatamente inviò due legioni a est, per evitare che Pompeo ricevesse rinforzi. Con le restanti cinque unità, Cesare marciò verso nord e si accampò tra Pompeo e Dyrrhachium. Quando Pompeo, giunse, fece porre il suo accampamento su una collina chiamata, "roccia", e poiché i suoi uomini erano ancora inesperti, rifiutò la battaglia.

    Pertanto, Cesare iniziò a costruire fortificazioni. per impedire ai soldati di Pompeo di ottenere cibo dalle campagne circostanti, per impedire alla cavalleria di attaccare, e, di massima importanza, avrebbe dato l'impressione che Pompeo fosse assediato e che non avesse il coraggio di combattere. Così, gli uomini di Cesare fecero un'opera colossale: costruirono ventiquattro porte e un muro di 22 Km.

    Pompeo intanto costruiva a sua volta opere di difesa. Ci sono stati diversi scontri tra le due forze romane, in cui la IX legione di Cesare ebbe a soffrire parecchie perdite. La costruzione della circumvallazione, tuttavia, continuò. Nella sua Storia della guerra civile, Cesare dice che durante un attacco in un fortino del sud, un centurione ricevette non meno di 120 colpi sul suo scudo, ecco la prova della disciplina e il morale alto dei legionari.

    Cesare non era affatto contento, aveva perso molti uomini, aveva dato Pompeo la possibilità di addestrare i suoi reclute, e non aveva ancora una linea di comunicazione con l'Italia. Eppure, i suoi uomini erano rimasti disciplinati e motivati, ed entro un mese lo avrebbero dimostrato a Farsalo. La parte meridionale delle fortificazioni di Cesare erano ancora incompiute, e Pompeo doveva staccarsi dal suo campo prima che l'anello si fosse chiuso.

    POMPEO MAGNO
    Ciò diventò ancora più urgente quando il luogotenente di Cesare, Marco Antonio arrivò con le restanti quattro legioni. Durante la notte del 7 luglio, Pompeo ordinò ai suoi soldati di attaccare la parte incompiuta delle fortificazioni di Cesare, e dopo una giornata di combattimenti, Cesare dovette ammettere che non era in grado di riprendere il controllo di questa parte del campo di battaglia. Ciò significa che la sua circonvallazione non sarebbe stata chiusa. 

    Le cose precipitarono: il 17 luglio 48 a.c.. Pompeo riuscì a organizzare un attacco combinato in tre punti diversi; i cesariani subirono forti perdite e ci furono cedimenti sull'ala sinistra delle fortificazioni. Cesare preferì rinunciare alla guerra d'assedio e ripiegare con le sue forze a est verso la Tessaglia, sarebbe stato inseguito, ma sul terreno che decideva lui.

    La vittoria di Pompeo fu di scarsi risultati, anche per le indecisioni del generale che, conoscendo l'astuzia di Cesare, temette che la fuga delle sue legioni fosse una manovra tesa a preparargli una trappola. Cesare poté quindi riorganizzare le sue legioni e trasferire i combattimenti nelle pianure aperte della Tessaglia, nel combattimento aperto dove Cesare poteva esercitare le sue grandi doti di stratega, e dove conseguì dopo poche settimane la decisiva vittoria di Farsalo.


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    RESTI DELLA PORTA PRETORIANA
    La Porta Pretoriana, nell'accampamento era la Porta che si apriva davanti al pretorio, all'estremità del decumano massimo, e a Roma fu una porta delle Mura Aureliane. Vi sono scarsissime notizie su di essa, dato che venne murata in epoca imprecisata. Si pensa che sia la prima porta ad essere murata, e così appare lungo il muro dei Castra Praetoria.

    I Castra Praetoria erano la caserma dei pretoriani a Roma, situata nell'estrema parte nord-orientale della città, tra il Viminale e l'Esquilino, tra la via Nomentana e la via Tiburtina. Si intendevano come "pretoriani", tutte le piccole unità di scorta alle varie autorità, mentre la Guardia pretoriana era un reparto militare che svolgeva compiti di guardia del corpo dell'imperatore.

    La Guardia pretoriana, costituì il corpo militare a disposizione degli imperatori romani decretandone molto spesso le fortune, in positivo o in negativo. Ebbe origine nel III secolo a.c. come gruppi di militari scelti nelle legioni per proteggere pretori, consoli e generali.


    Sembra, però, a quanto riferisce Tito Livio, che il primo esempio di guardia armata a protezione del regnante ci fu in età regia, al tempo di Tarquinio il Superbo. Ma fu Augusto che la utilizzò come guardia del corpo dell'imperatore, ma pure come servizi segreti, compiti amministrativi e di polizia fino anche all'aiuto dei vigiles nello spegnere gli incendi.

    La caserma dei pretoriani misurava m 440 x 380, cioè 16,72 ettari e presentava verso ovest un campus, cioè un'area per le esercitazioni militari. Le mura del castra, alte sotto Tiberio m 3-5, furono danneggiate durante la guerra civile del 69 d.c. e ricostruite da Vespasiano. Quando Aureliano fece circondare Roma di mura, l'accampamento dei pretoriani fu inglobato in esse.

    I PRETORIANI (COLONNA TRAIANA)
    La Porta Pretoriana doveva essere la porta orientale dei Castra Praetoria, la grande caserma della guardia pretoriana che l'imperatore Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) costruì tra il 20 e il 23 d.c. per riunire in un'unica sede le 9 coorti istituite da Augusto (63 a.c. - 14 d.c.) come guardia imperiale.

    Non è mai comparsa tra le porte di Roma, tanto che si pensa sia stata chiusa da Aureliano (214 - 275 d.c.) quando, tra il 270 e il 273,  incluse nella cinta muraria l'accampamento dei pretoriani, oppure da Costantino (274 – 337 d.c.) quando sciolse l'ordine militare dei pretoriani.

    La sagoma della Porta è ormai scomparsa, anche se se ne può individuare l'ubicazione. Poichè sembra fosse ad arco con tre finestre poste alla sommità della porta, e queste ultime sono visibili tuttora, si possono individuare lungo il Viale del Policlinico, tra il Policlinico Umberto I e Porta Pia, dove appunto compaiono tre finestrelle non spiegabili altrimenti.




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  • 07/10/19--04:48: CULTO DI PIETAS
  • DEA PIETAS

    « … ma è nel sentimento religioso e nell’osservanza del culto e pure in questa saggezza eccezionale che ci ha fatto intendere appieno che tutto è retto e governato dalla volontà divina, che noi abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni. »

    (Cicerone, De haruspicum responso)

    Pietas era una delle divinità indigene, cioè italiche, (Di Indigetes) della religione animista primigenia romana. I Di indigetes ("dei indigeni") sono un gruppo di divinità e spiriti della religione e della mitologia romana primitive, (in realtà anteromana ma proseguita in epoca romana) non adottati da altre religioni. Non si racconti dunque che derivi da un'idea incarnata, a meno che non si consideri così qualsiasi divinità, ad esempio Minerva è l'incarnazione dell'intelligenza, Venere della bellezza, la Madonna dell'amore filiale e il Cristo del sacrificio supremo.

    I romani, e prima di loro gli italici, avevano fede in questa divinità che garantiva un buon rapporto nelle famiglie, tra i cittadini e tra i cittadini e lo stato. Il significato del termine si è avvicinato a quello attuale di misericordia (un po’ riduttiva, rispetto all’antica pietas) con il Cristianesimo, per il quale la pietà è un attributo di Dio, anche se smentito continuamente dal suo comportamento con gli uomini e con il suo unico figlio.

    Nel II secolo a.c., le fu dedicato un tempio nel Foro Olitorio, il mercato della verdura e della frutta, così come il foro boario era il mercato della carne. Al suo interno si trovava un'area sacra già comprendente i tre tempietti dedicati a Giano, Speranza e Giunone Sospita. I Romani le consacrarono dei templi, il primo dei quali risaliva all'anno 181 a.c., votato da Acilio Glabrione nella battaglia contro Antioco alle Termopili nel 191 a.c. e dedicato da suo figlio dieci anni dopoun altro si ergeva nelle vicinanze del circo Flaminio, presso il tempio di Nettuno ed era in modo particolare consacrato alla pietas tra genitori e figli.

    Il tempio del Foro Olitorio venne poi distrutto per la costruzione del contiguo teatro di Marcello, dedicato al nipote di Augusto da lui molto amato e scomparso prematuramente.

    Sembra strano che Augusto, che fece restaurare o riedificare tutti gli antichi templi, abbia distrutto questo senza riedificarlo altrove. Tanto più che distruggere un tempio significava inimicarsi la divinità.

    D'altro canto Ottaviano aveva rimarcato il suo valore evocando la Pietas Augusta, come se la divinità gli avesse trasfuso il senso della Pietas per tutto il suo popolo. Ancora rese omaggio alla Dea raffigurando almeno sulle monete sua moglie Livia in qualità di divina Pietas, come si vede qua sotto, ammantata e incoronata.

    Del resto nell'iconografia imperiale, Pietas veniva spesso associata alle donne legate all'imperatore, in quanto la pietas era una virtù che ben si confaceva alle donne imperiali. Il maschio era la giustizia e la difesa militare, la femmina era la premura e la cura del popolo e dei più deboli.

    LIVIA COME DEA PIETAS
    Dunque Augusto fece ricostruire il tempio tanto che alla Dea a Roma ne erano stati dedicati due. infatti il 13 novembre si festeggiava, anzi si commemorava la dedica del Templum Pietatis, e dunque la Pietas, Dea del dovere, della religiosità e dell'amore.

    La Dea veniva rappresentata spesso sulle monete come una figura femminile offerente incenso su un altare oppure recante un bambino al seno. Pietas era la sorgente del sentimento romano che aveva reso grande Roma, perciò divinità preposta al compimento del proprio dovere nei confronti dello Stato, delle divinità e della famiglia, i cui attributi erano dei bambini o una cicogna, che nella sua qualità di ‛ciconia pietati cultrix' (Petron., Büchler, p. 347) appare quasi regolarmente sulle monete repubblicane accanto ai numerosi busti della Pietas.

    - Il suo nome appare per la prima volta sulle monete coniate del figlio di Pompeo Magno, che si definisce pio nella sua qualità di vendicatore del padre. Ma l'immagine della Pietas per antonomasia è quella del ‛pio Enea', che porta sulle spalle il padre per sottrarlo all'incendio di Troia, immagine che si ritrova spesso sulle monete posteriori.

     - Un cambiamento nell'accezione di Pietas si riscontra nelle monete del triumviro Antonio: Pietas, ormai in piena figura, tiene nella destra una cassetta di incenso e una cornucopia, decorata con due cicogne. 

    - Questa Pietas diviene con Augusto la "pietas erga deos" e la musa ispiratrice della politica imperiale e religiosa di Augusto che desidera ardentemente la moralizzazione dei costumi romani secondo gli "ius maiorum". 

    - Tiberio pone, come già per Iustitia, il titolo di Pietas accanto al ritratto di sua madre, quando ancora intratteneva un buon rapporto con lei, e fece coniare monete con la scritta Pietas Augusta e votò un'ara (poi consacrata da Claudio) in occasione di una malattia di Livia.

    - Il suo successore, Gaio Caligola, presenta sul dritto di una delle sue monete la Pietas velata con la coppa dei sacrifici, e sul retro se stesso, mentre compie il sacrificio. 

    - Galba chiama la Pietas, in atto di compiere il sacrificio, pietas Augusti, e sull'altare si vede il pio Enea con il padre e il figlio. 

    LA PIETAS CHE OPERA IL SACRIFICIO
    - Il Senato onora la Piets di Vespasiano in confronto al suo divinizzato predecessore Galba, con l'iscrizione "Senatus Pietati Augusti". 

    - Traiano mette in mano alla Pietas la coppa dei sacrifici e lo scettro, donandole i potere si scatenare la Pietas negli animi degli uomini migliori, soprattutto di governo.

    - Adriano invece crea nuove forme per la rappresentazione della Pietas che diventeranno tipiche per le età successive: la Pietas alza, dinanzi ad un altare, una o due mani pregando verso il cielo oppure sparge sul fuoco dell'altare grani di incenso, che toglie da una cassetta.
    Altrettanto fanno i fedeli quando pregano, mai a mani giunte la con le mani alzate all'altezza delle spalle

    - La Dea Pietas si evolve ancora nella rappresentazione iconografica con Antonino Pio, che non a caso ne porta il nome.
    Nelle sue numerose monete, coniate particolarmente in onore della consorte deceduta, Faustina I, mostra ampiamente la religiosità romana; anche le copiose riproduzioni di suppellettili destinate ai sacrifici sulle sue monete attestano la sua Pietas. 

    - In età successiva la Pietas indica ancora i rapporti affettuosi, soprattutto, come propaganda ma pure come buon esempio, entro l'ambito della famiglia imperiale, o quando le imperatrici si atteggiavano a "mater castrorum" o a "mater Augusti", o "mater senatus", o "mater patriae", evocando la pia assistenza praticata dalle donne imperiali durante le guerre o durante i disastri. 

    - Due imperatori, che regnarono contemporaneamente (Balbino e Pupieno) definirono la loro reciproca simpatia con l'espressione Pietas mutua. 

    - L'imperatore Gallieno nelle sue monete rappresenta Giove fanciullo sul dorso di Amaltea, la capra che lo allevò come figlio, come "pietas saeculi".

    ENEA CON PADRE E FIGLIO

    IL PIO ENEA

    La pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia, ma pure verso il generale dell'esercito e verso ogni gerarca che lo comandava per il buon esito della pace e della guerra

    L'Enea di Virgilio è “il pio” per antonomasia, ed è Virglio a definirlo così, non perché sia buono e misericordioso, in senso cristiano (e da qui l’equivoco che Virgilio etrusco e figlio di una maga etrusca fosse cristiano) ma perché era devoto agli Dei, ai genitori e ai figli (durante la fuga da Troia, si fa carico sia del figlio, che del padre Anchise). Enea obbedisce agli Dei e al fato, mettendo in secondo piano le vicende personali, insomma l’atteggiamento “pietoso” dell’eroe troiano consiste nel rispetto dei valori tradizionali quali la famiglia, la patria e la religione.

    Non a caso le donne partecipano poco, la moglie muore e Didone viene abbandonata. Invece il vecchio padre porta con sè i Lari e i penati, perchè Anchise, come Enea, è un pio, e porta con sè la religio e gli ius maiorum.


    STATO E FAMIGLIA

    Nella sua devozione, il Romano non è rivolto, come il Cristiano verso il Cielo: lui, pastore e guerriero, guarda le greggi, i suoi armenti, il suo terreno, la sua famiglia, e soprattutto la sua patria con estrema razionalità anche nell'ambito religioso. Il romano non ha paura della morte, non spera una ricompensa nell'aldilà, ma ciononostante si sente chiamato a contribuire al benessere di tutti i romani.

    La pietas delle iscrizioni militari esprime l'attaccamento delle varie legioni all'imperatore (Pietas legionis). In questo stesso senso la colonia dedotta a Pola sullo scorcio della repubblica si chiamò Pietas Iulia.

    La “pietas romana” garantisce il successo alla res publica mediante la scrupolosa osservanza della religio, dei suoi culti, dei suoi riti, della sua tradizione, osservanza che consente di ottenere il favore degli Dei e garantire la "pax deorum". Esecutori e garanti di questa possibilità sono i sacerdoti che eseguono scrupolosamente  riti e cerimonie per la salvaguardia e la perpetua vittoria di Roma sui nemici.

    La benevolentia degli Dei viene dunque determinata dalla scrupolosa osservanza della religio e dei suoi riti, ed è testimoniata infatti dal successo di Roma nei confronti delle altre città e nel Mondo.
    Dunque i romani non hanno alcun obbligo di amare gli Dei, obbligo precipuo del cristianesimo, nessun romano pensa che si possa amare un Dio che domina con premi e punizioni, nè pensa che gli Dei possano amarlo, ma crede ad un “do ut des” tra uomo e Dei. Donando agli Dei onori, preghiere e templi essi riconoscenti accorderanno la loro protezione.

    Ma per il resto il romano accoglierà la Pietas non per ottenere premi in questo mondo o nel successivo ma per essere un buon romano, guida ed esempio per ogni altro popolo, soprattutto verso i popoli assoggettati che emergano dalla barbarie e si romanizzino.


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    RICOSTRUZIONE DELLA VILLA

    La Villa romana di Chedworth si trova nel Gloucestershire, nei pressi di Cheltenham, a breve distanza a nord-ovest di Fossebridge sulla strada Cirencester-Northleach (A429) ed è uno dei più importanti siti archeologici di epoca romana in Inghilterra. Venne acquisito nel 1924 dal National Trust che ha condotto un programma di conservazione a lungo termine, con nuove strutture in loco e edifici di copertura.

    Gli studiosi dibattono se Chedworth fosse effettivamente una fattoria o un ostello religioso, cioè un santuario con albergo, poiché sono state trovate prove a sostegno di entrambi gli argomenti. Tuttavia, la maggior parte propende per una fattoria privata, abitata da un benestante romano-britannico.

    PLANIMETRIA DELLA VILLA

    LA SCOPERTA

    Nel corso dei secoli, i conigli scavando hanno fatto emergere un numero di tessere sparse, notate infine dai guardiacaccia, che ne hanno capito il significato. Questa fortuna portò al restauro della villa, inizialmente intrapresa dal signore di quei luoghi e successivamente occupata da gruppi di volontari.

    In affetti il sito venne scoperto per caso da un guardiacaccia nel 1864, un certo Thomas Margetts che stava cercando un furetto e trovò frammenti di pavimentazione e ceramica. Il posto rivelò i resti di una fattoria risalente al II sec. d.c. e progressivamente ingrandita sino al IV sec. 

    DETTAGLIO PLANIMETRIA (INGRANDIBILE)
    Una villa immensa, con almeno cinquanta stanze, con oltre un miglio di murature Romane, ambienti da bagno, fontane e mosaici di eccezionale qualità, sullo sfondo nell’affascinate paesaggio rurale delle Costwolds. I romani sceglievano per le loro ville i posti più belli.

    L'edificio sorse inoltre a soli 8 miglia (13 km) a nord da Chedworth, un tempo la seconda città per importanza della Britannia, dopo Londra, Corinium Dobunnorum ora conosciuta come Cirencester.

    Roger Goodburn suggerisce che la posizione di Chedworth nel Cotswolds e nella valle del fiume Coln sia importante per l'agricoltura. Era una delle circa cinquanta ville del Cotswolds, e una delle nove in un raggio di 5 miglia (8 km).

    Nel IV secolo l'edificio venne trasformato in una dimora di lusso disposta intorno ai tre lati di un ampio cortile, con un'ala ovest riscaldata e arredata che conteneva una sala da pranzo (triclinium) con un bel pavimento a mosaico, e due sale da bagno separate: una per il calore umido e una per il calore secco.


    È nell'anticamera della sala da pranzo (il triclinio ) che si può vedere il pavimento a mosaico più elaborato. Solo tre pannelli sopravvivono e rappresentano la primavera, l'estate e l'inverno. La villa era situata accanto a una sorgente naturale nell'angolo nord ovest del complesso, che era la principale fonte d'acqua della villa, e che era il luogo in cui gli abitanti costruivano un santuario absidale alle ninfe acquatiche (ninfeo).

    L'architettura dell'edificio e le opere d'arte dei mosaici sono state eseguite in modo molto professionale e anche se sono stati utilizzati materiali locali, si può solo supporre che tali abilità dovessero essere introdotte a costi elevati, da lontano - forse dal continente o anche da Roma stessa.

    GLI ESTERNI COLONNATI

    LA STORIA

    La conquista romana della Britannia fu iniziata dall'imperatore Claudio nel 43 d.c. e dopo la traumatizzante rivolta di Boudicca nel 61 d.c. il paese esausto si stabilì finalmente in un lungo periodo di pace e buona amministrazione (almeno nel sud).

    NICCHIA VOTIVA
    Dopo la conquista romana, le città, disposte in stile formale romano, presto rimpiazzarono gli insediamenti tribali e migliaia di prosperose proprietà o ville di famiglia vennero stabilite in tutta la campagna britannica.

    La villa in sé era più di un semplice edificio, era il fulcro di uno stile essenzialmente mediterraneo di impresa agricola e consisteva in una comunità agricola autosufficiente, incentrata su una fattoria o una grande casa appartenente a una sola famiglia.

    Cirencester come capitale e civitas ha portato alla rapida romanizzazione dell'area fornendo ricchezza tramite gli scambi commerciali. Seppure di importanza minore, anche la città romana di Glevum (Gloucester), a 14 miglia (22 km) da essa, ha avuto un impatto positivo su Chedworth.

    La villa si trova in una posizione riparata, con vista sul fiume Coln nelle colline di Cotswold nel Gloucestershire, appena fuori dalla strada romana conosciuta come la Via della Fossa Antonina, la prima forma di frontiera occidentale (limes) della nuova provincia di Britannia, che collegava Exeter (Isca Dumnoniorum, sede della II legio Augusta) con Lincoln (Lindum Colonia, fortezza sede della IX LEGIO) nelle Midlands Orientali, attraverso Ilchester (Lindinis), Bath (Aquae Sulis, le grandi terme romane), Cirencester (Corinium, un castrum che divenne civitas) e Leicester (Ratae Corieltauvorum).

    GLI SPLENDIDI MOSAICI DELLA SALA TRICLINARE

    L'EDIFICAZIONE

    (Fase I) - La villa fu fondata intorno al 120 d.c. e iniziò come tre gruppi di edifici separati e modesti. Durante questa prima fase  la villa consisteva in edifici separati a ovest e a sud con una terme indipendente a nord. 

    (Fase II) - All'inizio del III secolo le ali ovest e sud furono ricostruite a seguito di un incendio, e il bagno del nord fu ampliato con ulteriori stanze aggiunte al suo lato orientale.

    OGGETTO MISTERIOSO IN BRONZO ED OSSO
    RINVENUTO NELLA VILLA
    (Fase III) - All'inizio del IV secolo, la villa fu trasformata in una dimora di lusso attorno ad un cortile. Le ali esistenti erano collegate da un portico coperto e furono creati un giardino interno e un cortile esterno.

    La sala da pranzo (triclinium) venne decorata a mosaici e la metà settentrionale dell'ala ovest venne trasformata in una seconda serie di bagni. 

    (Fase IV) Poco dopo i bagni nell'ala nord furono ricostruiti e trasformati in bagni a calore secco (laconicum), il che significava che la villa aveva due bagni con acqua calda e una a secco. I pavimenti di almeno undici stanze erano decorati con bei mosaici.

    (Fase V) - Verso la fine del IV secolo l'ala nord fu ampliata con l'aggiunta di una nuova sala da pranzo. La villa fu probabilmente distrutta nel V secolo.

    IL NINFEO

    NINFEO

    La piscina alimentata dalla sorgente nell'angolo nord-ovest della villa era molto simile ad un santuario absidale di quelli che si dedicavano alle ninfe d'acqua. La parete posteriore curva è alta 2 metri ed è l'originale muratura romana. Sul bordo della piscina è stato scoperto un monogramma cristiano di chi-rho. 

    Per quanto i romani fossero rispettosi delle altrui religioni erano un popolo di grande razionalità e tra il santuario delle ninfe e le terme sontuose preferivano le terme sontuose, lasciando magari le statue e gli oggetti votivi. Ne danno ampia dimostrazione le terme di Bath che erano un tempio sotterraneo alla Dea triforme (nel museo è conservata la Dea Luna con tre teste).



    IL I TEMPIO

    Fondazioni di un tempio romano-britannico sono state scavate a circa 800 metri a sud-est degli edifici della villa. I resti comprendono gli angoli sud-ovest e sud-est di un edificio rettangolare di 16,5 m per 16,0 m. Gli altari conservati nel museo della villa provenivano probabilmente dal tempio così come monete, tessere di vetro e una nicchia scolpita nella pietra.



    IL II TEMPIO

    C'era, tuttavia, un altro edificio romano a Chedworth Woods a circa 150 metri a nord-ovest della villa che fu distrutta nella costruzione della ferrovia intorno al 1869. 

    Reperti inclusi: monete, tessere esagonali, frammenti di pilastri, parte di una nicchia a conchiglia e tessere di vetro.
    Il rilievo in pietra di un "Dio cacciatore" con la lepre, il cane e il cervo, a volte attribuito al tempio sud-est, potrebbe provenire da questo sito.

    Un'altra figura scolpita è stata scoperta recante un'iscrizione frammentaria che si ritiene possa riferirsi al Dio guaritore Marte Lenus, una divinità della tribù dei Treveri in Gallia.

    IL FORNO DELL'IPOCAUSTO

    L'IPOCAUSTO
    l' ipocausto veniva usato principalmente nei bagni pubblici (terme), ma era anche installato in molte ville private per riscaldare gli spazi abitativi. L'aria calda veniva condotta da un forno centrale e fluiva attraverso spazi o condotti sotto i solai rialzati per scaldare le stanze di sopra.

    Per fornire spazi al di sotto dei pavimenti, le lastre di cemento o lastre di pietra venivano solitamente installate su pilastrini detti pilae (o sospensorii). Nei casi in cui era richiesto ulteriore calore, come nei bagni della villa di Chedworth, questo veniva spinto verso l'alto attraverso le condotte di calore inserite nelle pareti.



    I SECONDI SCAVI

    Il sito è stato successivamente scavato per un periodo di due anni da James Farrer, un antiquario e membro del Parlamento per South Durham. Il proprietario del terreno era il conte di Eldon, e fu lui a finanziare gli scavi, le coperture per i mosaici e la costruzione della finta Tudor lodge per ospitare i manufatti. Nel 1924 la villa fu acquisita dal National Trust e da allora gli scavi proseguono regolarmente.

    Nel 2011 sono stati effettuati lavori di costruzione per fornire una nuova copertura per i mosaici per garantire la loro qualità duratura. I mosaici pavimentali in diverse sale esibiscono i tipici meandri geometrici trovati in altre ville romane in tutta l'Inghilterra. Il pavimento della sala da pranzo contiene uno dei disegni geometrici più elaborati trovati nella villa.

    Anche se in buone condizioni, mancano delle porzioni sostanziali. Tuttavia, è stato scoperto un semplice algoritmo matematico che è in grado di ricostruire le parti mancanti del mosaico da ciò che è ancora in loco. Ulteriori mosaici rimangono sottoterra e potrebbero essere esposti durante gli scavi archeologici.

    SOSPENSURE DELLE PRIME TERME

    LA DECADENZA

    Questo periodo di pace e di una certa prosperità durò fino al 410 d.c., quando le ultime legioni furono ritirate sugli ordini dell'imperatore in un futile tentativo di difendere l'indifendibile. Ormai la marea della storia si era veramente rivolta contro Roma e l'Impero Occidentale si sbriciolò rapidamente e alla fine crollò sotto il peso dei successivi attacchi barbarici. 

    Lasciati indifesi, le cose andarono di male in peggio per la popolazione indigena abbandonata della Gran Bretagna con le invasioni dei sassoni affamati di terra, gli Angli e gli Iuta (antenati dell'inglese moderno) che cominciarono a infiltrarsi stabilmente dall'Europa. 

    Nonostante qualche opposizione, queste nazioni guerriere presero la maggior parte del paese dai nativi britannici, che furono gradualmente spinti verso ovest. In effetti, si conosce poco dei secoli di "età oscura "che seguì la partenza di Roma.

    Quello che sappiamo, dalle testimonianze archeologiche, è che gli invasori hanno portato un ritorno a uno stile di vita più elementare, molto meno civilizzato, e non vi è stato molto spazio per la vita colta e raffinata e le arti delicate.

    LE SECONDE TERME
    Ciò è triste, perché durante il precedente lungo periodo di pacifica occupazione romana, al momento della definitiva partenza delle legioni, la maggior parte dei nativi britannici aveva adottato modi romani e una ricca cultura ibrida romano-britannica si era evoluta tanto che la popolazione parlava il latino e pertanto conosceva i classici, celebrava le festività religiose romane oltre ad aver mantenuto le proprie e rendeva omaggio volontario al loro lontano imperatore. 

    Per giunta le leggi tribali erano state sostituite da quelle romane molto più eque e democratiche, i costumi si erano ingentiliti e raffinati, le donne potevano divorziare come gli uomini ed attendere pure a molti tipi di lavoro.

    La famiglia che possedeva la tenuta doveva comunque essere molto ricca, e la loro casa, oltre a deliziare il loro gusto doveva impressionare e intrattenere gli ospiti di maggior riguardo. Probabilmente il proprietario aveva una posizione di notevole influenza nell'area.


    Il padrone di casa possedeva infatti tutto il terreno circostante, in netto contrasto con il vecchio sistema tribale britannico di proprietà terriera condivisa, dove la terra era sempre tenuta in comune. Il risultato inevitabile fu che una considerevole ricchezza si accumulò nelle mani di questa nuova nobiltà romano-britannica, che ora disponeva delle risorse e del tempo libero per godersi le cose belle della vita come i piaceri (e l'igiene) della balneazione regolare.

    Dopo l'abbandono della fattoria nel tardo IV secolo, la foresta bonificò la terra e le rovine di Chedworth Villa furono sepolte sotto una copertura di terra e foglie marce. Questo processo naturale ha avuto l'effetto benefico di proteggere il prezioso lavoro del mosaico da ulteriori danni provocati dagli elementi, in particolare dai danni causati dal gelo. Per lunghi secoli, i resti della villa abbandonata sonnecchiarono sotto il suolo della foresta, dimenticati e nascosti totalmente dalla conoscenza umana. 

    Ma ora sono fruibili e visitabili anche se il lavoro di scavo procede incessantemente, non tutta la villa è stata scavata e molte cose nascoste di essa possono ancora venire alla luce e stupirci e rallegrarci.





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  • 07/12/19--05:39: HORTI VOLUSIANI

  • "In XII tabulis legum nostrarum nusquam nominatur villa, sempre in signicatione ea hortus, in horti vero heredium" (heredium era l'appezzamento di due iugeri di terreno assegnato, secondo la tradizione, da Romolo a ciascuno dei compagni all’atto della fondazione di Roma)
    "Nelle XII tavole della legge nostra non si nominò mai una villa se non in significato del suo Hortus, perchè negli Horti ritroviamo la nostra terra d'origine."

    TERMINVS POSI[ ]VS EX CONVENT[ ] FEROCIS LICINIANI ET AITHALIS AVG L[ ]B INTER HORTOS MARSIANOS QV[ ] PO[ ]SIDET AITHALIS AV [ ]IB ET HORTO[ ] 
    VO[ ]VSIANOS QVOS POSSIDET FEROX LICINIANVS

    TERMINVS POSITVS EX CONVENTIO FEROCIS LICINIANI ET AITHALIS AVG LIB 
    INTER HORTOS MARSIANOS QVOS POSSIDET AITHALIS AVG LIB ET HORTOS VOLVSIANOS QVOS POSSIDET FEROX LICINIANVS

    Gli Horti Volusiani sono noti solo da questa iscrizione ora in possesso dell'American Academy in Rome, che era incisa in un cippo, una pietra di confine tra essi e gli Horti Marsiani che appartenevano ad una tale Aithalis Aug(usti) lib(erta); vedi AJP 1927, 27 , 28.

    Evidentemente trattavasi di una schiava non solo liberata dagli augusti (Ottaviano o Livia) ma fatta oggetto di una donazione di un appezzamento di terra (horti).  

    Da tale iscrizione, che presenta alcune lacune che con un po' d'ingegno sono state ricostruite, come si vede nella seconda dicitura, apprendiamo che codesti Horti Volusiani appartenevano a un Ferox Licinianus; questi potrebbe essere identificato con (Cn. Pompeo) Ferox Licinianus ( Pros. III. 66. 461), che a sua volta può essere il Pompeo menzionato come uno dei cortigiani di Domiziano che fu invitato al famoso conclave sul grande pesce ( Juv. Iv. 109 sqq.)

    La storia racconta che Domiziano convocò d'urgenza alcuni senatori del Consiglio dell'Impero, cui riferì d'aver ricevuto in dono un enorme rombo, ma non sapeva come cucinare un rombo così grande senza una padella adatta a contenerlo. Vinse l'opinione del noto gastronomo Montano, che proclamò il rombo tanto maestoso da meritare la costruzione di un apposito tegame.

    Ferox può però derivare da Feronia, un centro abitativo presso il Lucus Feroniae dove i Volusiani possedevano una villa, sul pianoro che da Civitella San Paolo si estende verso sud. La residenza, raggiungibile dalla via Tiberina tramite una strada basolata, era dotata di una pars urbana e di una pars rustica per produzione di vino.
     
    Ma per altri potrebbe essere il 'Licinus' menzionato da Sidonio Apollinare ( Ep. V. 7 ), l'iscrizione sarebbe appartenuta al periodo circa 80-120 d.c., ed è, inoltre, possibile che CIL vi. 9973 si riferisca a questi hor(ti), e non agli hor(rea) Volusiana ( AJP 1927, 27 , 28). D'altra parte un "vestiarius"è più appropriato a quest'ultimo, e ib. 7289 sembra certamente implicare l'esistenza di un simile horreum.

    L. VOLUSIO SATURNINO
    Della gens Volusia si conosce Lucio Volusio Saturnino (console suffectus 12 a.c.), figlio di Quinto Volusio, nato nel 60 a.c. e morto nel 20 d.c. Ebbe come figli: Lucio Volusio, Saturnino, Volusia e Saturnina. 

    Si sa di una ritratto del cosiddetto larario del villaggio della gens Volusia che possedeva una villa nella periferia settentrionale del Lucus Feroniae. La testa, forse legata a una statua, è di marmo bianco, probabilmente il ritratto di una delle due mogli di Lucio Volusio Qf Saturnino o di sua nuora Cornelia, moglie di suo figlio Lucio (3 d.c.).

    I Volusii, secondo Tacito, erano un'antica e illustre famiglia senatoriale che non si elevò mai sopra la pretura fino a quando il nonno di Saturno, Lucio Volusio Saturnino, ottenne tale distinzione. Il padre di Saturnino, chiamato anche Lucio Volusio Saturnino, svolse l'ufficio con tale abilità e simpatia che alla sua morte ricevette un funerale di stato sotto l'imperatore Nerone e Cornelia Lentula. Saturno aveva un fratello maggiore, Lucio Volusio Saturnino, e una sorella, Volusia Cornelia.

    Volusia Cornelia era una donna ricca e distinta della classe senatoria. Possedeva una lussuosa villa privata a Nemi, il precedente possedimento dell'imperatore Caligola. In un'area della villa, Volusia restaurò un teatro, utilizzato per intrattenere gli ospiti della villa, come i familiari, gli amici che condividevano una vacanza, i vicini proprietari di villa e notabili invitati a cena. Un ramo della famiglia Volusii aveva un praedium nella zona di Nemi e fu rinvenuta anche una fistola recante il nome di Volusia.

    Alcuni studiosi pensano che gli Horti Volusiani fossero l'antico nome delle terre che accolsero anticamente il ninfeo sull'Esquilino, chiamato tempio di Minerva Medica. Anche se la tendenza è di attribuire il cosiddetto tempio agli Horti Liciniani, è possibile quello che alcuni studiosi affermano, e cioè che antecedentemente fossero appartenuti alla famiglia Volusia, costituendo così gli Horti Volusiani.


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    Nome: Decimus Iunius Brutus Callaicus
    Nascita: II sec. a.c.
    Morte: 113 a.c.
    Padre: Marcus Iunius Brutus
    Professione: Generale romano


    Decimo Giunio Bruto Callaico, ovvero Decimus Iunius Brutus Callaicus, figlio del console Marco Giunio Bruto, è stato un politico e militare romano del II sec. a.c., di origini aristocratiche.



    IL PADRE 

    Decimo nacque da Marco Giunio Bruto, eletto console nel 178 a.c. con Aulo Manlio Vulsone; a cui fu affidato il comando della campagna contro gli Istri, descritti dai romani come un feroce popolo di pirati, protetti dalle loro coste rocciose. Ci vollero due campagne militari da parte dei Romani. guidati da Marco Giunio Bruto, per sconfiggerli e conquistarli definitivamente l'anno successivo, nel 177 a.c..



    LO ZIO

    Ma di illustre Callaico ebbe anche lo zio, il pretore Marco Giunio Bruto nacque nel 180 a.c. e non abbiamo più notizie di lui fino al 138 a.c. quando venne eletto console assieme a Publio Cornelio Scipione Nasica.

    DECIMO GIUNIO BRUTO CALLAICO
    Si sa che sposò una donna di nome Clodia. Marco Bruto Callaico non ebbe un grande carattere, fu grande sostenitore degli optimates, e quindi avverso ai tribuni della plebe, e a volte in modo insensibile e impietoso.

    Infatti quando il senato propose di acquistare del grano per il popolo, egli rifiutò ma i tribuni se la legarono al dito, e quando non concesse di congedare dieci soldati che ne avevano il diritto, il tribuno Gaio Curiazio lo fece imprigionare assieme al collega Publio Cornelio Scipione Nasica, consoli in quell'anno, per le ingiustizie nell'arruolamento militare.

    A Roma non esisteva la condanna alla segregazione, la galera serviva solo all'attesa della condanna morte o del processo. Naturalmente Bruto vi rimase in attesa di processo, ma del suo esito nulla sappiamo. Comunque se la dovette cavare bene, sia lui sia Scipione, perchè continuarono a combattere e a farsi onore.



    I DISCENDENTI

    Ebbe come figlio Decimo Giunio Bruto, console nel 77 a.c. e fu nonno di Decimo Giunio Bruto Albino, uno degli assassini di Cesare.



    DECIMO BRUTO ASSASSINO DI CESARE
    LA PROVINCIA HISPANICA

    Di Decimo sappiamo che venne nominato augure, una carica onorifica sacerdotale, e poi ricevette la provincia dell'Hispania Ulterior, dove stroncò la rivolta di Tantalo, successore di Viriato.

    Bruto come generale ebbe molto talento, ma anche come uomo ebbe un carattere migliore dei suoi predecessori.

    Fondò nell'Hispania Citerior (la parte Nord della Spagna affacciata sul Mediterraneo) la città di Valentia Edetanorum, l'odierna Valencia, lungo la riva destra del fiume Turia, sul luogo di un antico insediamento iberico, in cui trasferì i soldati di Viriato (180 a.c. - 139 a.c.), sconfitto nel 139 a.c.

    Questa azione gli fece invece onore, perchè oltre a dare asilo e da vivere a dei combattenti molto audaci che come nemici gli avrebbero dato filo da torcere, riabilitò i vari tradimenti romani perpetrati verso i lusitani di Viriato, con un atto di generosità e di giustizia.



    CONQUISTA DELL'IBERIA OCCIDENTALE

    Bruto Callaico conseguì molte vittorie nel sud dell'attuale Portogallo: conquistò la città di Olisipo (Lisbona) e la fortificò trasformandola in un avamposto per l'esercito, poi continuò l'avanzata verso nord distruggendo gli insediamenti che incontrava sulla sua strada. Stabilì un centro a Viseu sul fiume Paiva, traversando i fiumi Douro e Limia nel 137 a.c..

    I romani denominarono Gallaecia la parte nord-orientale della Penisola Iberica dal nome dei Callaeci, un amalgama di popoli più o meno celtizzati che vivevano tra il Douro e il Miño, conosciuti dai romani per la prima volta con l'arrivo di Decimo Giunio Bruto Callaico al nord del Douro nel 137 a.c. che continuò la sua spedizione verso nord, sottomettendo i popoli castregni, fino al fiume Limia, considerato il Lethes o fiume dell'oblio, per cui chi l'oltrepassa muore. 

    Decimo vince la superstizione e oltrepassa il fiume continuando fino al Miño dove si ferma. Come risultato di questo primo approccio, il territorio costiero tra il Duero e il Miño rimase malamente esplorato e sottomesso al controllo romano. D'ora in poi la società indigena gallecia comincia a ricevere influenze romane, effettuando interscambi commerciali direttamente con Roma.I galleci vengono citati nel I secolo d.c. tramite il poema epico Punica di Silio Italico sulla I guerra punica:

    «La ricca Gallaecia invia la sua gioventù, conoscitrice della divinazione mediante le viscere animali, il volo degli uccelli e le fiamme divine, che urlava canti nella loro lingua nativa o, dopo aver colpito la terra con colpi alternati dei piedi, si dilettava a battere ritmicamente gli scudi sonori»
    (Silio Italico, Punica Libro III. 344-347)

    Si dice che Decimo abbia avuto anche qualche tensione con i suoi uomini che, giunti sulla riva del fiume Oblivio, si sarebbero rifiutati di attraversarlo. Decimo dovette dare l'esempio e cominciò a guadare il fiume da solo, fino a quando i soldati, colpiti da quel gesto, non 10 seguirono. Per le sue vittorie il governatore ottenne anche il trionfo nel 136 a.c. e un cospicuo bottino; con i soldi guadagnati poté erigere un certo numero di edifici pubblici, presso i quali furono poste delle iscrizioni in versi opera del poeta Lucio Accio, di cui Decimo era mecenate.
    BRUTUS NOME DI UNA FAMILIA PLEBEA DELLA GENS IUNIA
    Infine raggiunse il fiume Minho in Galizia:
    «In Spagna, prima della distruzione di Numanzia, si svolse la brillante campagna di Decimo Bruto il quale, arrivato al centro di tutte le popolazioni di quella regione, catturò un gran numero di nemici, si impadronì di molte città e, avanzandosi in territori dei quali si era appena sentito parlare, si guadagnò il soprannome di Gallaeco». 
    II soprannome derivava dal nome di una delle tribù sottomesse durante la campagna, i gallaeci, tribù celtica del nord del Portogallo.

    Insieme ai Gallaeci sconfisse i Bracari, altro popolo della Gallaecia (o Callaecia, o Galizia), giunti in aiuto dei Lusitani con un esercito di 60.000 uomini. 

    Poco dopo venne chiamato in Spagna Citeriore da Marco Emilio Lepido Porcina, un parente messo in difficoltà da alcune tribù locali, ma dovette desistere anche lui contro i Vaccei.

    Il senato sfiduciò Lepido ma non Bruto, a cui anzi accordò nel 136 il trionfo per le numerose vittorie avute sulle popolazioni dell'Iberia e il senato gli conferì il titolo di Callaicus.
    Tra il 135 a.c. e il 132 a.c., rieletto console, Decimo Giunio Bruto Callaico condusse felicemente una spedizione in Galizia (nord del Portogallo e Galizia), conquistandone tutto il territorio.

    Bruto inaugurò a sue spese il Circo Flaminio a Roma nel 133 a.c. per commemorare le proprie vittorie, servendosi per questo dei versi di Lucio Accio (170 a.c. - 84 a.c.), grande poeta e drammaturgo romano a cui, per amore della poesia e dell'arte, Bruto fece da mecenate, e anche in questo senso si comportò da generoso distinguendosi dai suoi avi.  Cicerone ce lo descrive pure come un brillante oratore e molto versato nella letteratura greca e latina.

    Nel 129 a.c. servì di nuovo nell'esercito con Gaio Sempronio Tuditano, console nel 129 a.c. con cui riuscì a sconfiggere le popolazioni della zona Alpina dei Carni e dei Taurisci della zona di Nauporto, nella Slovenia nordoccidentale. Nel 113 a.c. fu nominato proconsole di Lusitania con Gaio Mario. Morì ancora in età da poter combattere ancora molte battaglie ma morì nello stesso anno per cause imprecisate.


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  • 07/14/19--05:00: GENS FABIA
  • I FABII IN MARCIA
    La gens Fabia fu un'antichissima famiglia patrizia romana, inclusa fra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio. Secondo il Theodor Mommsen la loro antichità si dimostra col fatto che diedero il nome alla Tribù Fabia, che comprendeva i territori di Alba Fucens e Ascoli, Rudie nella terra dei Messapi, Lucca, Brescia e Padova, e pure dal fatto che uno dei collegi sacerdotali più antichi, quello dei Luperci, anteriore al V secolo a.c., era costituito esclusivamente da membri delle gentes Fabia e Quinctia.

    La gens Fabia derivò il nome dalla faba, cioè le fave, la cui coltivazione era assai diffusa in età arcaica. In proposito, Plinio il Vecchio ricorda che molte antiche famiglie romane derivarono il proprio nomen dai legumi che prediligevano, o alla cui coltivazione erano dediti maggiormente; ad esempio i Lentuli (da lentes, "lenticchie"), ramo dei Cornelii, i Pisoni, ramo dei Calpurnii, ed ancora i Ciceri.

    La gens Fabia comprendeva diversi rami. Il più illustre fu quello dei Fabii Massimi, che presero il cognomen dall'Ara Massima di Ercole, presso la quale avevano la propria dimora (nell'area dell'attuale basilica di Santa Maria in Cosmedin). I Fabii Massimi si vantavano di discendere da un Fabius figlio del Dio Ercole, nato sotto il regno del mitico re Evandro. Si ricordano inoltre i Fabii Ambusti, i Fabii Pittori, i Fabii Vibulani.

    I membri di questa illustre gens ricoprirono durante la repubblica tutte le magistrature, e il consolato per ben 66 volte, con un atteggiamento molto conservatore, tendente ad escludere i plebei dalle magistrature. Sul piano militare assunsero la difesa di Roma contro Veio, probabilmente molto coraggiosi ma privi di un comandante responsabile ed esperto, per cui vennero sterminati nella terribile disfatta nella battaglia del Cremera nel 477 a.c..



    FABII ILLUSTRI

    - Quinto Fabio Vibulano - V secolo a.c., uno dei pochissimi sopravvissuti della disfatta del Cremera, console nel 467 e nel 465 a.c., sconfisse gli Equi e vinse altre battaglie. Nel 450 a.c. fu uno dei decemviri legibus scribundis, partecipando alla stesura del primo codice di leggi scritte di Roma, le Leggi delle XII tavole.

    Quinto Fabio Ambusto Vibulano - console nel 412 a.c.

    Marco Fabio Ambusto - tribuno consolare nel 380 a.c.

    Marco Fabio Ambusto - IV secolo a.c., tribuno militare con potestà consolare nel 381 e 369 a.c.; fece un'alleanza politica con la Gens Licinia, plebea, e sostenne le Leggi Licinie-Sestie, che stabilirono l'accesso dei plebei alle assegnazioni di Ager Publicus e alla magistratura Consolare.
    Fu console tre volte, nel 360, 356. e 354 a.c..
    Nel 360 a.c. vinse nella campagna contro gli Ernici, e per questo gli fu concessa un'ovazione. Rieletto console nel 356 a.c.. combattè contro Falisci e Tarquinesi, alleatesi contro i romani, e nonostante le sconfitte iniziali riuscì infine a vincere con un grande bottino.
    Eletto console per la terza volta nel 354 a.c.vinse sui Tiburtini e sui Tarquinesi, con tanta facilità, che i Sanniti vennero a Roma a chiedere la pace.
    Tra il 355 e il 351 a.c. fu interrex. Nel 351 a.c. fu nominato dittatore perché fosse rispettata la legge per l'elezione dei consoli. Nel 322 a.c. fu magister equitum del dittatore Aulo Cornelio Cosso Arvina, per combattere contro i Sanniti. Marco Fabio condusse i cavalieri romani alla vittoria contro i cavalieri Sanniti, e quindi alla decisiva vittoria contro i Sanniti.

    - Gaio Fabio Ambusto - console nel 358 a.c.

    Quinto Fabio Massimo Rulliano - figlio di Marco Fabio Ambusto, IV-III secolo a.c., per 5 volte eletto console, riportò importanti vittorie sui Sanniti, vincendo la decisiva battaglia di Sentino con Decio Mure nel 295 a.c.

    Quinto Fabio Massimo - detto il Temporeggiatore (latino: cunctator), III secolo a.c., console per ben cinque volte, censore, princeps del senato e dittatore nel 217 a.c. post sconfitta romana della battaglia del Lago Trasimeno ad opera di Annibale. Contro il generale cartaginese ideò una tattica di logoramento basata su scaramucce ed ostacoli agli approvvigionamenti, che finì per indebolire Annibale, dando tempo ai Romani di riorganizzare le proprie forze. Morì nel 203 a.c.

    Quinto Fabio Pittore - III secolo a.c., politico e storico, scrisse in greco una Storia di Roma facendone risalire le origini alla leggenda di Enea.
    Quinto Fabio Massimo Allobrogico - II secolo a.c., questore, riportò una grande vittoria sui Galli Allobrogi dai quali prese il soprannome. Celebrò un grande trionfo facendo costruire nel Foro un arco a lui dedicato (Fornix Fabianus).
    Fabiola - fu una matrona discendente dalla gens Fabia che, rimasta vedova, si consacrò alla preghiera e alla penitenza. È venerata come santa dalla Chiesa cattolica.



    TITO LIVIO - I FABII


    I FABII

    Allora la gente Fabia si presentò di fronte al senato. Il console parlò a nome della propria famiglia:

    Nella guerra contro Veio, come voi sapete, o padri coscritti, la costanza dello sforzo militare conta più della quantità di uomini impiegati. Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate che i Fabi se la vedano coi Veienti. Per quel che ci concerne, vi garantiamo di tutelare l'onore del popolo romano. E’ nostra ferma intenzione trattare questa guerra alla stregua di una questione di famiglia e di accollarcene tutte le spese: lo Stato non deve preoccuparsi né dei soldati né del denaro."

    Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il console uscì dalla curia e se ne tornò a casa scortato da un nutrito drappello di Fabi, i quali avevano aspettato il verdetto del senato nel vestibolo della curia. Quindi, ricevuto l'ordine di trovarsi il giorno dopo, armati di tutto punto, di fronte alla porta del console, rientrarono tutti nelle proprie case.

    La notizia fece il giro della città e i Fabi vennero portati alle stelle: una famiglia si era assunta da sola l'onere di sostenere lo Stato e la guerra contro i Veienti si era trasformata in una faccenda privata e combattuta con armi private. Se in città ci fossero state altre due famiglie così forti, una si sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli Equi e il popolo romano si sarebbe goduto beatamente la pace una volta sottomessi tutti i vicini.

    LA BATTAGLIA DI CREMERA
    Il giorno successivo i Fabi si presentano all'appuntamento armati di tutto punto. Il console, uscito nel vestibolo in uniforme da guerra, vede schierati tutti i membri della sua famiglia e, postovisi a capo, dà ordine di mettersi in marcia. Per le vie di Roma non sfilò mai in passato nessun altro esercito meno numeroso ma nel contempo così acclamato e ammirato dalla gente. Trecentosei soldati, tutti patrizi, tutti della stessa famiglia, ciascuno dei quali più che degno di esserne al comando, e capaci insieme di formare, in qualsiasi momento, un'eccellente assemblea, avanzarono a passo di marcia minacciando l'esistenza del popolo di Veio con le forze di una sola famiglia.

    Li seguiva una folla in parte costituita da parenti e amici, gente straordinaria che volgeva l'animo non alla speranza o alla preoccupazione, ma solo a sentimenti sublimi, e in parte da gente qualunque spinta dall'ansia di partecipare e piena di entusiasmo e ammirazione. Tutti auguravano loro di essere sostenuti dal coraggio e dalla fortuna e di riportare un successo degno dell'impresa; e una volta di nuovo in patria, avrebbero potuto contare su consolati e trionfi, e su ogni forma di premio e riconoscimento.

    Quando passarono davanti al Campidoglio, alla cittadella e agli altri templi, supplicarono tutte le divinità che sfilavano davanti ai loro occhi, e quelle che venivano loro in mente, di accordare a quella schiera favore e fortuna e di restituirla intatta e in breve tempo alla patria e ai parenti. Ma vane furono le preghiere.

    Partiti lungo la Via Infelice e passati dall'arcata destra della porta Carmentale, arrivarono alla riva del torrente Cremera. La posizione sembrò indicata per la costruzione di un campo fortificato. Dopo questi episodi furono eletti consoli Lucio Emilio e Caio Servilio. Finché si trattò soltanto di razzie, i Fabi non solo garantirono una sicura protezione al loro campo fortificato, ma in tutta l'area di confine tra la campagna romana e quella etrusca resero sicura la propria zona e, con continui sconfinamenti, crearono un clima di pericolo costante nel territorio nemico.

    Quindi le razzie cessarono per un breve tempo, finché i Veienti, reclutato un esercito in Etruria, attaccarono il presidio di Cremera e le legioni romane agli ordini del console Lucio Emilio li affrontarono in uno scontro all'arma bianca; a dir la verità, i Veienti ebbero così poco tempo per schierarsi in ordine di battaglia che, quando nel disordine delle manovre iniziali era in corso l'allineamento dietro le insegne e la collocazione dei riservisti al loro posto, la cavalleria romana li caricò all'improvviso sul fianco, togliendo loro la possibilità non solo di attaccare per primi, ma anche di mantenere la posizione.

    QUINTO FABIO MASSIMO VERRUCOSO
    Respinti in fuga fino al loro accampamento a Saxa Rubra, implorarono la pace. Ma per la debolezza tipica del loro carattere, si pentirono di averla ottenuta prima che la guarnigione romana avesse evacuato il campo di Cremera. Il popolo di Veio si trovò di nuovo nella necessità di vedersela coi Fabi, senza però essere meglio preparato alla guerra; e non si trattava più soltanto di razzie nelle campagne e di repentine rappresaglie contro i razziatori, ma si combatté non poche volte in campo aperto e a ranghi serrati, e una famiglia romana, pur misurandosi da sola, ebbe più volte la meglio su quella città etrusca allora potentissima.

    Sulle prime ai Veienti ciò parve umiliante e penoso; poi però, studiando la situazione, decisero di giocare d'astuzia contro quel nemico irriducibile, anche perché vedevano con piacere che i reiterati successi avevano raddoppiato l'audacia dei Fabi. Così, parecchie volte, quando questi ultimi si avventuravano in razzie, facevano trovare loro, come per pura coincidenza, del bestiame sulla strada; vaste estensioni di terra venivano abbandonate dai proprietari e i distaccamenti inviati ad arginare le razzie fuggivano con un terrore più spesso simulato che reale.

    E ormai i Fabi si erano fatti un'idea tale del nemico da non ritenerlo in grado di sostenere le loro armi vittoriose, qualunque fossero stati l'occasione e il luogo dello scontro. Quest'illusione li portò ad uscire allo scoperto, nonostante la presenza in zona del nemico, per catturare una mandria avvistata a notevole distanza dal campo di Cremera.

    Dopo aver superato, senza però rendersene conto vista la velocità con cui procedevano, un'imboscata proprio sulla loro strada, si dispersero nel tentativo di catturare il bestiame che, come sempre succede quando reagisce spaventato, correva all'impazzata in tutte le direzioni; proprio in quel momento, si trovarono all'improvviso di fronte i nemici saltati fuori dovunque dai loro nascondigli.

    Prima fu il terrore per l'urlo di guerra levatosi intorno a loro, poi cominciarono a volare proiettili da ogni parte; e mentre gli Etruschi con una manovra centripeta li chiusero in una fila ininterrotta di uomini, in modo che a ogni loro passo avanti corrispondeva una riduzione dello spazio concentrico in cui i Romani si potevano muovere, questa mossa ne mise in chiara luce l'inconsistenza numerica esaltando invece la massa compatta degli Etruschi che sembravano il doppio in quella stretta fascia di terra.

    Allora, rinunciando alla resistenza che avevano sostenuto in tutti i settori, si concentrarono in un unico punto dove, grazie alla forza d'urto e alla loro perizia militare, riuscirono a fare breccia con una formazione a cuneo. In quella direzione arrivarono a un'altura appena accennata. Dove in un primo tempo riuscirono a resistere; poi, dato che la posizione sopraelevata permise loro di tirare il fiato e di riprendersi dal grande spavento, respinsero anche i nemici che pressavano da sotto; quel pugno di uomini stava avendo la meglio grazie alla posizione vantaggiosa, quando i Veienti furono spediti ad aggirare l'altura emersero da dietro sulla cima.

    Quindi permisero ai compagni di riprendere in mano la situazione. I Fabi vennero massacrati dal primo all'ultimo e il loro campo venne espugnato. Nessun dubbio: morirono in trecentosei; se ne salvò soltanto uno, poco più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita la stirpe dei Fabi e a diventare per Roma, nei momenti più cupi in pace e in guerra, un sostegno fondamentale. Al momento di questo disastro, Gaio Orazio e Tito Menenio erano già consoli.

    ELOGIUM FABII - TABULA ONORARIA, MARMO (2 A.C. – 14 D.C.) 
    "L'elogium testimonia che Q. Fabio Massimo fu dittatore nell’anno 220 a.c. e si scelse c. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un "imperium pro dictatore".

    "La dittatura di Q. Fabio Massimo nel 217 a. c a seguito della famosa battaglia del Trasimeno in cui morì il console C. Flaminio avvenne per 'interregni causa', ossia a seguito di un interregnum (morte e/o impossibilità dei due consoli)".


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    PONTE SULLA FLAMINIA
    Ai piedi della città di Narni, percorrendo la via Flaminia, si giunge, lungo la strada della Funara, poco prima della frazione di Stifone, vicino al fiume Nera. Questo, imboccando la gola dei monti Corviano e Santa Croce, va ad infrangersi sui piloni del ponte romano di Augusto, che originariamente univa i due monti.

    Citato dalle fonti classiche, raffigurato da artisti e viaggiatori, vero capolavoro dell'architettura romana, è da porre in relazione alle grandi ristrutturazioni volute da Augusto nel 27 a.c., lungo il percorso della strada consolare Flaminia.

    Dell'imponente struttura originaria restano due piloni voltati ad arco sulla sponda del monte Corviano, una seconda sezione sulla sponda del monte Santa Croce e i ruderi di due piloni dell'arcata centrale, crollata prima del 1055.

    IL PONTE NEL 1864
    Il ponte era lungo 160 metri e alto 30: fatto costruire dal I imperatore romano, ma dell'imponente struttura originaria resta solo un arco largo 19 m. Dell'arcata centrale, crollata nel 1855 (doveva avere una luce di ben 32 metri), restano pochi ruderi.

    La lunghezza originaria del ponte doveva essere di circa 160 m per un'altezza di 30 m, con una luce mirabile dell'arco centrale di circa 32 m, mentre la larghezza del piano stradale era di 8 m. Il fronte, realizzato in nucleo cementizio e paramenti di blocchi squadrati con bugnature e a corsi alternati, presenta (a due terzi dell'altezza dei pilastri) una cornice aggettante, che si ritrova nella parte interna dell'arcata. I piloni hanno una pianta rettangolare e sono in parte impostati sulla roccia.

    L'ARCATA SOPRAVVISSUTA
    Nel corso del tempo, è stato più volte soggetto a crolli e gravi danneggiamenti, come quelli risalenti al 1053-54. Si suppone che il ponte s'innalzasse su quattro arcate, tutte con un'ampiezza diversa che variava dai 19 m della prima, 32 m dell'arcata centrale, circa 17 m della terza e 16 m della quarta, se esisteva. 

    Secondo il Guattani, le pietre furono levate da un luogo chiamato Valle Mantea, presso Civitella, alla volta di Fiano; nel 1724 venne inoltre scoperto come le pietre rimanessero saldamente connesse tra loro in quanto, oltre alla calce, erano state adoperate delle anime di ferro saldamente piombate alle loro estremità.

    I RESTI DEL PONTE ASSOLUTAMENTE ABBANDONATI
    Il ponte, a causa di frequenti crolli, ma pure alluvioni, è inagibile già dal XIII secolo. Del ponte, che doveva essere a tre o quattro arcate, (sembrerebbero quattro) si possono ammirare la prima arcata, forse la più grande, e i ruderi di due pilastri.

    Inutile chiedersi come mai una così gloriosa opera d'arte sia stata lasciata crollare nei secoli, visto che con una ordinaria manutenzione, i ponti romani resistono ovunque da 2000 anni. Ci sono diverse ragioni. Una è che i ponti romani nel medioevo venivano chiamati spesso "Ponte del diavolo", ce ne sono a centinaia in tutta Europa, ma soprattutto in Italia.


    Essendo il medioevo un evo oscuro in cui, con la chiusura delle scuole e la bruciatura dei libri, si erano perse quasi tutte le cognizioni della scienza, a cominciare dall'architettura, un'opera di sofisticata architettura come un ponte romano doveva essere opera del diavolo, e sui ponti sorsero varie vicende di santi e diavoli dove però i diavoli sapevano costruire i ponti ma i santi no.
    Come dire che i romani, essendo pagani, avevano non solo una religione diabolica, ma pure una scienza diabolica.

    L'altra ragione è che poco occupandosi del popolo, come se ne era invece occupato da sempre sia la Repubblica che l'Impero Romano, i Signori del medioevo poco si occuparono di strade, ponti e acquedotti, più pronti a pagare soldati mercenari che non a fare opere di edilizia per il popolo. E l'usanza è proseguita a tutt'oggi. Almeno i resti sulla terra ferma potevano venire rimessi in piedi. Non è da tutti possedere nel proprio territorio i resti di un ponte di 2000 anni fa.




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  • 07/16/19--05:17: LUCUS ANGITIAE
  • DEA ANGITIA

    IL LUCUS SACRO

    Almeno in area mediterranea ed europea, ma non solo, il primo luogo sacro fu il bosco, in latino lucus, plurale luci. Il bosco è misterioso, pieno di vita, ma anche di pericoli, lì la natura, che un tempo riempiva quasi tutta l'area di boschi, si esprimeva col suo lato accogliente per le bacche, le erbe e la legna per il fuoco e le capanne, ma anche col suo lato oscuro per le belve, il perdere la strada, i temporali e quella penombra dove il sole penetra con difficoltà.

    Il lucus era come gli Dei della natura, benevolo ma a volte ostile o indifferente, dunque si doveva rendergli omaggio per ingraziarseli. Così gli si offrivano cibo, erbe odorose, preghiere, canti e danze. Le sacerdotesse furono le prime a contattare il mondo magico del bosco, e la loro religione fu un misto di scienza e magia, perchè dal bosco trassero le erbe da mangiare ma anche quelle medicamentose, nonchè i segni per i vaticini.

    Successivamente il sacerdozio divenne preponderantemente maschile, e la popolazione aumentò si che una vasta area del bosco divenne profana, atta cacciare animali, raccogliere legna ed abbattere alberi per coltivare. Il bosco sacro era detto anche Nemus, e si pensa che l'antico tempio di Diana a Nemi avesse il suo bosco sacro che ha dato il nome al paese, mentre col nome lucus si intese un bosco che aveva una parte sacra, in genere recintata, detta Incus.

    Quella separazione segnò la separazione di un'idea. Mentre nei primordi la natura era tutta sacra, poi divenne in parte sacra e in parte profana. Col cristianesimo perse ogni sacralità essendo ritenuta una materia senza vita da utilizzare a piacimento. Un tempo i romani chiedevano al Genius loci, o al Nume del bosco il permesso di cacciare o tagliare legna, col cristianesimo tutto era stato fatto da dio per l'uomo, che poteva distruggere la natura come poteva, perchè era solo profana. Un tempo i boschi erano abitati da Numi, genii, Ninfe a Satiri, ora la natura è vuota e disanimata.

    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI ANGIZIA

    IL LUCUS ANGITIAE

    Il Lucus Angitiae, conosciuto anche più semplicemente come Angizia, dal nome della Dea sorella della maga Circe, è un sito archeologico, all'epoca Bosco Sacro e Santuario, riconosciuto oggi come monumento nazionale, posto nei pressi della sponda meridionale della Conca del Fucino, vicino alla contemporanea cittadina di Luco dei Marsi in provincia dell'Aquila.

    Sembra che gli abitanti (o almeno le sacerdotesse) sapessero preparare antidoti contro i veleni di serpenti. In realtà si trattava di un'antica Dea dei serpenti, pertanto Grande Madre e Trina. Il suo nome peligno era Anaceta. La forma Lucu si ricava dall’etnico Lucenses (abitanti di Luco) usato da Plinio.

    TEMPIO DI ANGITIA


    LA STORIA

    Nell'Età del ferro esisteva già un'area fortificata sviluppata su oltre 14 ettari recintati con opere poligonali che presentavano due porte d'accesso all'area. Secondo la leggenda gli abitanti erano abili preparatori di antidoti contro i veleni di serpenti e conoscitori delle erbe dei monti circostanti, a cominciare da Umbrone, che fu ucciso da Enea nella guerra fra italici e troiani, come è narrato nell'Eneide.

    In età preromana il sito era occupato, come l'intero Fucino, dal popolo italico dei Marsi, per i quali costituiva un bosco sacro dedicato alla Dea. Secondo alcuni autori vi si praticava la ierodulia, cioè la prostituzione sacra nel santuario.

    Certe usanze che oggi potrebbero far inorridire erano invece di grande rispetto per la donna, primo perchè per il sacro lavoro compiuto da sacerdotesse le donne, finito il tempo della ierodulia, tornavano alle loro case rispettate e onorate, si che spesso facevano matrimoni superiori al loro rango. Secondo e non meno importante non avevano l'obbligo della verginità che assillò le donne in generale fino alla metà del '900, cioè per circa 2400 anni.

    Sulle rive del lago del Fucino sorgeva un'antica città chiamata Angizia (Anxa), era situata dove ore sorge il cimitero e le sue rovine sono visibili in tanti posti. La citta, preromanica, era abitata dai marsi, e i suoi abitati si opposero con forza alla dominazione e conquista dei romani.

    Però, dopo l'accordo con Roma gli abitanti di Angizia divennero fieri alleati dell'impero romano e si distinsero sia in battaglia ( La citta' Angizia è citata anche nell'Eneide) che in pace, essi infatti erano ottimi curatori, e pare che fossero specializzati nel curare i morsi dei serpenti. L'area ha svolto le funzioni di municipio fino all'alto medioevo.




    L'AREA SACRA

    Il nome "Angizia" del lucus deriva dalla Dea che gli abitanti adoravano, alla quale era stato edificato un tempio del quale si conosce con esattezza l'ubicazione. L'area sacra, risalente al III secolo a.c., è nota anche come Anxa, nome romano derivato dal toponimo in lingua marsa Actia (ovvero Angizia). La città santuario è sovrastata dall'acropoli di monte Penna, dove il centro fortificato venne inglobato dalla sottostante città durante il periodo delle Guerre sannitiche attraverso opere murarie che coprirono un'area di circa 30 ettari e che furono dotate di cinque porte.

    Il sito è caratterizzato dalla presenza di un tempio di epoca italica situato in località Il Tesoro e di un tempio di epoca augustea. Sono visibili il muro di terrazzamento dell'area sacra di Angizia e le tracce dell'ampia recinzione muraria dell'età del ferro, i ruderi delle tre porte di accesso ai templi, le tracce del foro e del quartiere artigiano.

    Molti  reperti venuti alla luce casualmente o durante lavori pubblici e privati testimoniano  l'importanza del sito archeologico, con statue, sculture a bassorilievo, monete ecc. ora custoditi presso il museo storico di Chieti.

    IL COMPLESSO

    LA DEA DEI SERPENTI

    Anche se solo con Servio (IV sec. d.c.) si fa per la prima volta riferimento ai serpenti connessi col culto della Dea, il nome Angitia riporta al termine anguis ‘serpente’ ed ogni Dea Madre ed in ogni latitudine ha il simbolo del serpente.

    REPERTO DEL LUCUS
    Esso è infatti simbolo della Terra (perchè striscia, perchè ha la tana sottoterra e perchè muta la pelle), cioè della natura, coi suoi lati di madre di nutrice e di morte.

    Come Dea trina la Dea è protettrice delle nascite, degli animali, delle messi ed ha anche il carattere di divinità ctonia, sotterranea ed infera, pertanto addetta pure al culto dei morti.



    I MITI

    Nel IV sec. a.c., i Marsi incontrarono la cultura greco-etrusca della Campania, da cui appresero i miti del ciclo apollineo che metteva in secondo piano le grandi Madri Mediterranee. Secondo il mito greco Apollo inseguì il serpente o drago Pitone e lo uccise proprio dinanzi al sacro crepaccio che serviva per i responsi della Pizia nel famosissimo santuario di Delfi nella Focide.

    Contemporaneamente fece passare al suo servizio le Muse e si fregò l'oracolo. Infatti Plutarco si lamenta non poco perchè da quando ci sono i sacerdoti di Apollo le pitia non oracola più e balbetta solo cose senza senso come inebetita, mentre prima, quando le sacerdotesse oracolavano per il tempio della Madre Terra (abbattuto dai sacerdoti di Apollo), le pitie addirittura oracolavano in versi.
    Dunque Apollo uccide il serpente Pitone e lo lascia disseccare al sole e la divinazione scompare.

    Angizia sarebbe la sorella della maga Circe figlia del Sole oppure della maga Medea, figlia di Eeta, fratello a sua volta di Circe.

    DEA ANGITIA



    GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

    Gli scavi archeologici per riportare alla luce il sito sono partiti nei primi anni settanta ad opera dell'Archeoclub della Marsica, poi hanno ripreso nel 1998, a spese dell'amministrazione comunale, ed hanno portato alla luce un tempio italico composto di due celle e un tempio di eta' augustea a tre ambienti. Sono state scoperte colonne doriche, fornaci e sepolture.

    Nel 2003 opere di ricerca condotte dall'Università degli Studi dell'Aquila hanno permesso di svelare altri importanti reperti, in particolare nell'area denominata Sagrestia sono tornate alla luce le tre statue: quella, che secondo alcuni studiosi sarebbe ricollegabile alla figura della Dea Angizia, è in terracotta e risale al III secolo a.c.; le altre due statue in marmo sono invece databili al II secolo a.c. 


    Iscrizione di Caso Cantovios

    L'iscrizione di Caso Cantovios è un'epigrafe in lamina bronzea rinvenuta nei pressi del sito archeologico della città-santuario di Lucus Angitiae, vicino alla contemporanea Luco dei Marsi, in occasione delle opere di bonifica della piana del Fucino. L'iscrizione risale al 294 a.c., anno in cui fu combattuta la III guerra sannitica, e a tutt'oggi fa parte della ricca collezione Torlonia ospitata un tempo nel museo romano, oggi non si sa dove sia e non è mai pervenuta nelle collezioni statali.

    L'iscrizione è una dedica votiva dei compagni del comandante marso, Caso Cantovios Aprufclano (Caso Cantovio Apruscolano), al santuario dedicato alla Dea Angizia, dopo la morte del condottiero avvenuta a Casuentum (area del Casentino in prov. di Arezzo) durante la III guerra sannitica combattuta al fianco dei romani tra il 298 e il 290 a.c. contro le popolazioni galle della federazione sannitica. Qui Angitia è chiamata Actia stesso appellativo del famoso Apollo Akti, venerato nel promontorio di Azio nell’Acarnania in Grecia, col significato di splendente. 




    LA DISTRUZIONE

    Non era facile nè utile dare alle fiamme tutti i boschi sacri, che erano anche un tesoro di legna e di animali, nonchè erbe selvatiche e bacche, per cui S. Agostino suggerì alla chiesa cattolica di consacrare a Dio tutti i boschi sacri e di sostituire le divinità pagane con i santi cristiani.

    LA FONTE DEL LUCUS
    I santi, una grande invenzione, senza di loro il culto pagano non sarebbe mai stato estirpato, neppure con la forza.
    Così S. Domenico ha preso i poteri di Angizia, e dispensa ancora oggi nella Marsica la protezione divina che fu sua sugli uomini e sulle serpi.

    E' nata così la festa dei serpari, a Cocullo: incantatori di serpi che ripetono oggi le nenie insegnate ai loro avi da Angizia. Si tiene la prima settimana di maggio festa che oggi, scanso equivoci è dedicata alla Madonna, hai visti mai.


    I reperti

    I reperti sono venuti alla luce casualmente e tramite lavori pubblici. Si tratta di statue, sculture a bassorilievo, monete, bronzetti, ex voto, frammenti architettonici, teste ecc. in parte esposti nella sezione archeologia del museo d'arte sacra della Marsica e in parte conservati presso il museo Paludi a Celano.

    Dal 2014, dopo i lavori di messa in sicurezza del santuario, il sito è visitabile. L'area è stata sottoposta a tutela ambientale e paesaggistica nel 1998 tramite l'istituzione del parco naturale San Leonardo, con la Dea Angizia e il suo bosco sacro.




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  • 07/17/19--04:55: CASA DEL PRINCIPE DI NAPOLI
  • PERISTILIO
    Scavata per la prima volta nel Gennaio del 1897, quindi senza i moderni accorgimenti, come si apprende dalle "Notizie degli Scavi", iscritta come Insula 12 della Reg. VI, che venne poi cambiata in Insula 15 sempre della Reg. VI.

    Questa casa aveva due ingressi, entrambi sul lato ovest della strada tra Insulae VI 15 e VI 16. Aveva una superficie al piano terra di c. 270 mq, quindi appartenente al Quartile 3 di Wallace-Hadrill (1994: 81). 


    Si chiama così perché venne scavata tra il 1896 e il 1898 alla presenza del Principe di Napoli, il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele III, che era un erede al trono italiano e aveva un titolo di principe di Napoli essendo nato a Napoli.

    Recentemente sottoposta a restauro, si tratta di una domus a pianta quadrata, che secondo gli studiosi della SANP apparteneva a una famiglia di ceto medio basso, in cui viveva una dozzina di persone, compresi eventuali schiavi e affittuari.

    Contiene due larari (le nicchie che ospitavano le immagini dei Lari, le divinità protettrici della famiglia): uno, nel giardino, a forma di tempietto, così che i Lari potessero tenere d’occhio tutti i locali dell’abitazione; l’altro invece si trova nella cucina.
    La casa si conformava a un piano di ingresso / giardino, tranne per il fatto che l'area del giardino si trovava su un lato dell'area del corridoio anteriore, altrimenti la sala anteriore non aveva stanze laterali.

    Il fulcro della casa è il settore posteriore, su cui si affacciano gli ambienti di rappresentanza e dove è collocata l' edicola votiva per i sacrifici domestici. Le immagini di Bacco e Venere a grandezza naturale sono dipinte sui pannelli delle pareti a fondo bianco dell'esedra.

    PERSEO E ANDROMEDA
    Le due divinità si dividono la piccola esedra dalle pareti bianche che da luce agli affreschi. Ambedue sono iscritte in cornici, quasi dei portali. Quello di Bacco sormontato da due grifoni contrapposti.Il dio del vino è rappresentato con i suoi attributi: il tirso (bastone contorto sormontato da un’edera) e la tazza.

    Una tunica è posta sulla sua spalla e si appoggia nell’incavo del gomito.Venere è anch’essa in piedi, nuda. E’ colta nell’atto di pettinare i suoi lunghi capelli. Indossa solo una collana, due bracciali e due cavigliere.Se le due divinità sono lì per lasciarsi ammirare, altrettanto attraente è lo sfondo.

    Si tratta di un’architettura che dona prospettiva alla scena, un "trompe l'oeil" che offre rifugio ad una popolazione variegata. Il cervo ed il pavone sono le figure principali ma altre piccole creature ed un albero popolano la scena.

    Vi è poi una pittura con una scena misteriosa e probabilmente simbolica, vi sono delle statue, una colonna, un edificio ed un lungo colonnato sullo sfondo, il tutto in un tono azzurrino. Un portatore d’acqua fa il suo ingresso nella scena con i contenitori in equilibrio alle estremità di un lungo bastone posto di traverso sulle spalle.



    LA CASA

    Gli stipiti delle porte di entrata erano in pietra calcarea. All'esterno un graffito VI.15.8 Pompei. Trovato sul gesso a sinistra della porta, che ricorda un po' l'Imperatore Galba.

    Le pareti delle fauci, ovvero il corridoio d'ingresso, presentavano decori vari su uno sfondo bianco, che era poi diviso in due parti con linee nere e rosse. L'alto dado, o 'zoccolo' era dipinto interamente di nero.

    La presenza di cibo  e uno scheletro nella stanza c indica che la casa era stata probabilmente occupata fino al momento dell'eruzione. I reperti in quasi tutte le stanze della casa erano in gran parte di carattere domestico. 

    Eventuali eccezioni sono i vasi di stoccaggio nella sala anteriore e i pesi del telaio nella stanza i, che potrebbero indicare alcune attività commerciali / industriali, anche se non necessariamente. 

    La scoperta di utensili da cucina ovunque tranne che in cucina. Anche se la decorazione può essere mostrata fino ad oggi prima del 62 d.c., la casa non sembra essere rimasta nello stesso stato di occupazione da quella catastrofe fino all'eruzione del 79 d.c.

    In teoria ha sperimentato ulteriori alterazioni nelle condizioni di vita. Ciò è più evidente nella stanza c e nella stanza k, dove la ristrutturazione grossolana implica il declassamento. I reperti nella stanza c indicano un palinsesto di attività, mentre quelli nella stanza k mostrano che se questa stanza non era stata usata per intrattenere, allora doveva essere utilizzata per lo stoccaggio.
    L'ATRIO

    L'ATRIO

    Nel centro dell'atrio (d) tuscanico c'era un impluvio quadrato di 1,55 m, ricoperto di opus signinum e in testa c'era un tavolo di marmo sorretto da due grifoni alati con zampe di leone.
    Il pavimento dell'atrio, di colore scuro, era disseminato di cubetti di mosaico bianco disposti in linee parallele.

    Guardando a ovest attraverso l'atrio si vedono il tablinum e la cucina. Vicino all'impluvio dell'atrio c'è l'imboccatura di una cisterna che convogliava sicuramente l'acqua dell'impluvio.

    La parete nord dell'atrio aveva un'ottima conservazione della decorazione murale, per un'altezza di 5,70 m a simulare, con una simulazione di bugnato.

    I DUE EROTI
    Nella parte inferiore, aveva uno sfondo rosso diviso da linee verdi in pannelli delineati in giallo.
    Nei pannelli erano dipinti cigni, pavoni, altri uccelli e grifoni, mentre al livello più basso, lo zoccolo era dipinto di nero.

    Nella stanza a nord dell'ingresso c'erano dei gradini di pietra e una scalinata saliva poggiandosi sulla parete degli intonaci del muro nord. Guardando ci sono tracce di un piccolo piano mezzanino, sostenuto da travi a nord e sud.

    C'era un focolare con una panca nell'angolo nord-ovest della cucina, eppoi una latrina nel lato nord est. I romani ponevano in genere vicine la cucina e la latrina, al contrario di noi moderni che cerchiamo di tenere la cucina lontana dal bagno. Nel muro sopra il focolare c'è una piccola nicchia ad arco di cui è ormai invisibile il contenuto. A est della cucina c'era un piccolo magazzino.


    IL CUBICULUM

    Il tablinum, che era posto sul lato ovest dell'atrio aveva una finestra affacciata sul giardino. Sul muro occidentale del tablino si apriva la porta al cubicolo, (f) il quale era fornito anch'esso di una finestra che si affacciava sul giardino.

    Sopra detta finestra però se ne apriva un'altra molto alta, non grande e a forma circolare. Sul muro ovest del cubicolo, le pareti erano dipinte con uno sfondo bianco e nei pannelli erano rappresentati cigni in volo e capre. 

    Questa stanza aveva un soffitto voltato a botte, e l'area vicino al muro nord aveva una seconda area a volta, con una proiezione di 1,40 m. Nella parte superiore di questa area a volta, si poteva vedere il dipinto di un pavone che si dirigeva verso un frutto, su uno sfondo bianco.

    TABLINIUM

    IL TABLINIUM

    Il tablinum aveva pareti decorate con i delicati e grotteschi motivi architettonici su uno sfondo bianco. Il dado era nero. In uno dei pannelli sulla parete ovest c'era un dipinto di pesce su uno sfondo bianco incorniciato da un bordo viola dipinto.

    Questa stanza era coperta da un soffitto a volta a botte e sulla parete ovest, l'area superiore a volta era dipinta con un ippocampo tra i delfini sullo sfondo bianco. I due pannelli dipinti sulla parete nord avevano sfondi viola.

    Uno mostrava un cervo che fuggiva a sinistra seguito da un cane, a sinistra un idolo di Priapo.
    L'altro mostrava un cervo attaccato da un cane, anche a sinistra forse era un idolo di Priapo. Sulla parete nord del tablinio c'era dipinta una scena di caccia con un cane che insegue un cervo e una pianta e un albero sullo sfondo. 



    IL LARARIO

    Nel giardino della villa c'era un larario domestico, un'edicola sacra addossata alla parete ovest del giardino.

    L'edicola venne edificata su un alto podio in muratura rivestito di stucco giallo, con quattro colonne e due ante applicate alla parete stessa. Le colonne supportavano un tettuccio di mattoni fornito di frontone.

    Le colonne, eseguite in laterizio, sono rivestite di stucco e dipinte, le due esterne sono gialle, le due interne sono rosse, rispettando i classici colori che caratterizzarono Roma: il rosso e il giallo.

    La parete posteriore del santuario era invece dipinta di bianco, come era usuale per ogni dipinto del genere, ma del dipinto  non rimane traccia.

    La base è anch'essa dipinta in rosso e giallo. Rosso alla base e giallo sopra. Al suo centro venne ricavata una grande rientranza ad arco, dipinta di rosso all'interno.



    IL GIARDINO

    Nel giardino (o) si conserva un puteal di terracotta con bordo decorato a rilievo tutto intorno, e con sopra teste di leoni e umboni. Il puteal era un pozzo da cui si attingeva acqua per i residenti, per altri usi come innaffiare il giardino e altro si ricorreva alla cisterna. 

    Il giardino era munito secondo la consuetudine di un porticato continuo, con colonne dipinte sotto in rosso e sopra in giallo. Nella parete nord del portico vi è dipinto un pannello con uccelli e frutta. Il giardino del peristilio a sinistra dell'atrio aveva un portico sul lato est, con cinque colonne di mattoni ricoperte di stucco, due di colore giallo sopra, rosse sotto.

    Dei quattro spazi tra le colonne, due furono in seguito lasciati aperti; il terzo era chiuso da un muretto in muratura. Il quarto fu incorporato nella parete ovest della piccola stanza costruita a sud del portico.
    Sul porticato si affacciavano le porte dell' oecus e del triclinium estivo.

    Dal giardino è emerso una stretta base di marmo, da cui usciva una grossa zampa di leone. In cima alla zampa c'erano foglie d'acanto dalle quali emergeva la figura di Sileno dal ventre in su, con il piccolo Bacco poggiato sul braccio sinistro.

    VENERE

    TRICLINIO ESTIVO

    La parete sud del triclinio a est del portico era sontuosamente decorata e questa piccola stanza, coperta da una volta, riceveva luce anche da due piccole finestre che si aprivano nelle pareti laterali.
    Vi è un affresco di Bacco e uno di probabile Venere, nuda ma con al collo una collana e due cavigliere in oro ai piedi.

    La parte inferiore del triclinio è dipinta di rosso e decorata con diverse immagini. Nella parete est del triclinio estivo, c'è una finestrella aperta ricavata da una piccola nicchia o armadietto dove si poteva riporre qualche oggetto.

    Al centro sulla parete est c'era un piccolo dipinto che mostrava degli amorini che prendevano oggetti da una piccola scatola per la toilette di Venere, il che lascerebbe presupporre che la fanciulla nuda sia appunto Venere.  L'amorino a destra aveva già uno specchio circolare, l'altro a sinistra stava forse prendendo un gioiello.

    A sud del portico ci sono due piccoli recessi, uno a est e uno a ovest, uno dei due contenente delle anfore, una specie di piccolo magazzino dover riporre anfore i cui contenuti stavano al fresco nell'ombra. Anche i recessi sono decorati, sia pure con semplicità.

    BACCO

    OECUS

    L'Oecus si trova nell'angolo sudorientale del portico, secondo gli studiosi questa stanza era o un triclinium o un oecus. Aveva pareti dipinte con decorazioni suddivise con i soliti motivi architettonici, su uno sfondo bianco. Il dado (la parte inferiore del muro), invece era era viola.

    A parere dei critici la decorazione voleva essere ricca e vibrante, ma in realtà era pasticciata, pesante e volgare; faceva un'impressione triste come se si fosse in una catacomba.
    Originariamente avrebbe contenuto tre dipinti centrali, ma ne sono rimasti solo due, mentre il terzo è caduto insieme al muro meridionale. Sulla parete nord c'erano Perseo e Andromeda. Sulla parete est, si pensa che il dipinto mostrasse Elena e Parigi a Sparta.

    Sulla parete nord dell'oecus c'è l'affresco di Perseo e Andromeda, dove Perseo tiene la testa mozzata della gorgone Medusa. Ambedue stanno guardando il riflesso della testa nell'acqua sotto di loro, visto che la Medusa non poteva essere guardata direttamente pena la pietrificazione dell'osservatore.

    Il pavimento dell'oecus era decorato con un pannello di marmi colorati posti in opus sectile. La parete ovest dell'oecus aveva una porta  che dava sul porticus.


    GROTTESCHE

    ENTRATA

    Ingresso VI.15.7 nella stanza sul lato est del portico, questa stanza avrebbe avuto la scala per il piano superiore indipendente adiacente ad essa. Questo avrebbe portato dalla porta alla VI.15.7, sulla sinistra.

    Soglia della porta al cubicolo sul lato sud delle fauci, nell'angolo sud-est dell'atrio, guardando verso est verso il piano del cubicolo.

    Guardando verso la parete est del cubicolo con la finestra su Vicolo dei Vettii. Questa stanza era stata coperta da un soffitto a volta a botte e aveva una rientranza per un letto.
    Le pareti erano decorate con uno sfondo bianco e avevano una cornice in stucco che correva intorno alle pareti ad un'altezza di circa 2 metri dal pavimento.

    Nell'angolo nord-est del cubicolo con rientranza del letto, un teschio umano insieme ad alcune delle ossa dello scheletro sono stati trovati in questa stanza.




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  • 07/18/19--04:29: IL TESORETTO DI COMO


  • Monete d'oro romane, Bonisoli: 'Ritrovamento epocale'
    (Fonte)

    Eccezionale ritrovamento a Como nel corso di alcuni scavi in vista della costruzione di palazzine: trovato un 'tesoretto' di 300 monete d'oro romane, per il ministro Bonisoli è un evento epocale:
    "Per me questo è un caso più che eccezionale è epocale, uno di quelli che segna il percorso della storia" ha detto il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, nella conferenza stampa di presentazione, a Milano, del ritrovamento delle monete d'oro di epoca romana avvenuto a Como.

    "Non siamo ancora in grado di capirlo, ma è un messaggio che ci arriva dai nostri antenati".
    All'interno dell'anfora trovata a Como non solo monete, forse anche un lingotto che deporrebbe per il deposito di una cassa pubblica, difficilmente di un privato.

    All'interno, infatti, sono stati individuati almeno altri tre oggetti. Lo hanno spiegato gli archeologi della Soprintendenza della Lombardia a Milano, a una conferenza stampa alla quale ha partecipato anche il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli. 

    "Di certo abbiamo intravisto una barretta d'oro - ha spiegato una funzionaria - e altri due oggetti
    Ma al momento nel microscavo abbiamo rimosso solo il primo strato di 27 monete da circa 4 grammi d'oro, coniate nel periodo degli imperatori Onorio, Valentiniano III, Leone I e Livio Severo, quindi non collocabili oltre il 474 d.c. Un lingotto deporrebbe sicuramente per un deposito di una cassa pubblica, poco probabile un privato".


    La zona del ritrovamento del tesoro non riguarda scavi archeologici, ma un cantiere moderno: il cantiere della Officine Immobiliari Srl di Como, una ditta privata che sta trasformando l’ex teatro Cressoni dismesso negli anni 90 in un complesso residenziale, si trova in un’area molto vicina a quello che era il foro di Comum, la Como romana.
    Gli scavi, realizzati con l’aiuto di pompe idrovore per risolvere il problema dell’acqua di falda, hanno portato alla luce un edificio di funzione ignota e di epoca tardoantica, fabbricato con pezzi di reimpiego, tra cui alcune epigrafi di epoca imperiale.

    In uno di questi vani dell'edificio, poggiato sopra uno strato in cocciopesto (che i romani utilizzavano per impermeabilizzare pavimenti o pareti), nel livello più antico finora individuato nello scavo, era poggiato un boccale con coperchio in pietra ollare grigia, proveniente dalle Alpi Centrali, con una strana forma. Infatti il vaso presenta un’ansa quadrangolare ed è più largo alla base e più stretto sul collo.


    La pietra ollare viene di solito lavorata in un solo blocco in forme cilindriche o eventualmente anche troncoconiche, ma con l’orlo più largo rispetto alla base. Questo permette di ridurre al minimo lo scarto e di ottenere più forme da uno stesso blocco. Quindi una lavorazione come quella del nostro recipiente, che prevede una grande quantità di scarto, è pensabile solo per oggetti estremamente preziosi.

    Non sappiamo quante monete contenga di preciso il boccale, però sappiamo che sono state tutte riposte con cura e non abbandonate in fretta come capita in altri ripostigli. Probabilmente sono state impilate, un po’ come fanno anche le banche di oggi, forse entro rotoli di stoffa o altro materiale deperibile che ora non c’è più e che si potrà forse dedurre dallo scavo stratigrafico in miniatura dell’olla, da analizzare millimetro per millimetro.

    La Facchinetti ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi di una cassa pubblica sotterrata in un momento di pericolo. Un’idea suggestiva che dovrà però essere chiarita dalle indagini future.
    Comunque il ministro Bonisoli, ha annunciato che il tesoretto appartiene alla città in cui è stato trovato, e cioè a Como.

    IL RITROVAMENTO


    CHI NE USUFRUISCE

    La legge parla chiaro: l'operaio che ha trovato materialmente il tesoro di monete d’oro in via Diaz potrebbe diventare ricco. La legge gli assegna infatti un quarto del valore del ritrovamento. Allo stesso modo, un altro quarto dovrà essere corrisposto ai proprietari del terreno, mentre lo Stato tratterrà per sé il 50%.

    Il premio può essere «corrisposto in denaro o mediante rilascio di parte delle cose ritrovate».
    Una volta stimate le monete, insomma, lo Stato potrà decidere se pagare o dare una parte del tesoro ai proprietari dell’area e a chi ha scoperto l’anfora.



    LA SORPRESA (settembre 2018)
    (Fonte)

    Già estratti dal vaso e catalogati 275 pezzi. Confermata anche la presenza di gioielli e di un lingotto: a una settimana dalla clamorosa scoperta di via Diaz, l’entità del prezioso rinvenimento nelle fondazioni dell'ex Teatro Cressoni va molto probabilmente rivista al rialzo.

    Il soprintendente ai beni archeologici Luca Rinaldi, da cui dipende lo studio dei reperti, ancora non vuole dare cifre, ma si sbilancia in una previsione: «Il tesoro di Como potrebbe essere superiore a quello sensazionale di Sovana», più di 400 monete d’oro trovate nel 2004 nelle fondazioni della chiesa di san Mamiliano nel piccolo borgo in piena Maremma.

    «A meno di non trovare grossi oggetti sul fondo della pentola - dice ancora Rinaldi - la massa di monete ancora da tirar fuori è tale da far supporre un quantitativo notevole. Peraltro l’epoca è la stessa di Sovana, il V secolo dopo Cristo, identici gli imperatori che troviamo in effigie».

    A una settimana dalla scoperta, prosegue dunque spedita la catalogazione delle monete e degli oggetti in oro rinvenuti all’interno della pentola in pietra ollare. Siamo a quota 275 soldi estratti e fotografati.




    ADDIRITTURA SI PARLA DI MILLE MONETE (marzo 2019)

    E non solo. "Oltre alle 1000 monete erano stati inseriti nel vaso alcuni oggetti in oro: un frammento di barretta, tre orecchini e tre anelli con castone”. Le attività di studio e catalogazione si svilupperanno, sotto la direzione della dottoressa Grazia Facchinetti, esperta in numismatica della Soprintendenza.

    «La Soprintendenza sta lavorando su più fronti– ha dichiarato il Soprintendente Luca Rinaldi – per consentire di presentare il tesoro al pubblico in tempi ragionevoli anche in collaborazione con il Comune di Como e il Museo Archeologico “Paolo Giovio”».


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  • 07/19/19--04:37: LUCARIA (19 - 21 luglio)
  • BOSCO SACRO DI BOMARZO - SECOLO XVI
    "Lucaria" era la festa dedicata ai boschi sacri. Lucus infatti significa bosco. I Romani distinguevano i boschi in sacri, divinizzati e profani. Sacri erano quelli in cui abitava un numen, divinizzati erano quelli che venivano sacralizzati dai sacerdoti a seguito di un evento portentoso avvenuto in quel luogo e profani erano tutti gli altri.

    I boschi sacri, come quelli divinizzati, potevano essere liberamente attraversati, ma non si potevano tagliare alberi e neppure rami e non si poteva uccidere alcun animale che l'abitasse, perchè tutto era sacro al numen che l'abitava.

    "Il bosco è misterioso, pieno di vita, ma anche di pericoli, lì la natura, che un tempo riempiva quasi tutta l'area di boschi, si esprimeva col suo lato accogliente per le bacche, le erbe e la legna per il fuoco e le capanne, ma anche col suo lato oscuro per le belve, il perdere la strada, i temporali e quella penombra dove il sole penetra con difficoltà.

    Il lucus era come gli Dei della natura, benevolo ma a volte ostile o indifferente, dunque si doveva rendergli omaggio per ingraziarseli. Così gli si offrivano cibo, erbe odorose, preghiere, canti e danze. Le sacerdotesse furono le prime a contattare il mondo magico del bosco, e la loro religione fu un misto di scienza e magia, perchè dal bosco trassero le erbe da mangiare ma anche quelle medicamentose, nonchè i segni per i vaticini."

    Nei boschi i soldati romani, sconfitti e perseguitati dai Galli, si ritirarono a consiglio il 19 luglio, in un bosco tra il Tevere e la Via Salaria.

    BOSCO SACRO DI SEGNI

    LE ORIGINI DELLA FESTA

    - Secondo alcuni le Lucarie vennero istituite per celebrare le divinità dei boschi che, dopo la durissima disfatta subita dai Romani ad opera dei Galli il 18 luglio del 390 a.c. nella piana del fiume Allia, consentirono a numerosi superstiti di scampare al massacro. Infatti Roma venne saccheggiata dai Galli Senoni di Brenno nel 18 luglio, dies Alliensis, ma le Lucarie sottolineavano il ruolo positivo dei fuggitivi che si erano imboscati nelle selve intorno alla via Salaria, i quali poterono contribuire alla riorganizzazione dell'esercito che in breve tempo riconquistò la città.

    - Secondo altri la festa era dedicata genericamente a tutti i boschi e le divinità boschive, in primis alla Dea Lucae, patrona dei boschi. Si trattava di quei gruppi di alberi che venivano lasciati intatti dopo il disboscamento di un'area (lucus), e che veniva dedicato ad una divinità. Ma il lucus non erano gruppi di alberi, erano boschi veri e propri. Vero è che dentro Roma vennero rosicchiati dalla speculazione edilizia che riusciva spesso a rimpicciolire i lucus per fabbricarvi case.

    - Per Ovidio è festa consacrata a un asilo che Romolo avrebbe fondato nei pressi del Tevere. In effetti secondo lo storico Lucio Calpurnio Pisone, l'Asilo era posto sotto la protezione del Dio Lucoris, nome evidentemente foggiato sulla parola lucus, ad indicare il Dio del bosco, come da silva derivò Silvanus, Dio della selva. Sembra però che fosse locato nell'odierna piazza del Campidoglio, quindi non dovrebbe avere a che fare col Lucus della via Salaria.

    Sia Livio che Plutarco menzionano il Lucus Petelinus  a proposito del giudizio contro Marco Manlio. Da prima i comizi si erano radunati nel Campo Marzio, ma poi, avendo Manlio additato il Campidoglio, che dal Campo Marzio si scorgeva, e "da lui salvato nella precedente invasione gallica", i tribuni consolari, temendo che il popolo a tale ricordo si commuovesse, trasportarono la sede del giudizio in luogo da cui il Campidoglio non fosse visibile, scegliendo il bosco Petelino.
    Tito Livio dice che il bosco si trovava extra portam Flumentanam, cioè presso il Forum Olitorium, tra l'odierno ponte Rotto e ponte Quattro Capi. Anche qui si sostiene che il bosco che salvò i militari romani si trovasse presso il Campidoglio, niente a che fare con la Salaria.

    LA DEA PORTATRICE DI LUCE

    IL SIGNIFICATO

    Gli antichi romani avevano questo motto: "lucus a non lucendo" (lucus deriva dal non lucere), cioè: il bosco si chiama così perché non ha luce. In effetti il bosco è in penombra a causa delle chiome degli alberi che riparano il sole, ma proprio per questo consentono di "vedere" l'ombra. E' la stessa ragione per cui i culti lunari hanno preceduto nella storia i culti solari.

    La luna era come il bosco, aveva una fioca luce che consentiva di vedere nelle zone buie, mentre il sole fuga totalmente le tenebre. Così il bosco consentiva la suggestione delle zone buie all'interno dell'uomo, con i suoi fantasmi e soprattutto con la paura della morte.



    INNO A ISIDE

    Perché io sono colei che è prima e ultima
    Io sono colei che è venerata e disprezzata,
    Io sono colei che è prostituta e santa,
    Io sono sposa e vergine,
    Io sono madre e figlia,
    Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
    Io sono donna sposata e nubile,
    Io sono colei che dà alla luce e colei che non ha mai partorito,
    Io sono colei che consola dei dolori del parto.
    Io sono sposa e sposo,
    E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
    Io sono madre di mio padre,
    Io sono sorella di mio marito,
    Ed egli è il figlio che ho respinto.
    Rispettatemi sempre,
    Poiché io sono colei che dà scandalo e colei che santifica.

    (Inno a Iside - rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto -  III-IV secolo a.c.)

    Dunque il bosco era un po' il Sacro Mistero, con la Dea che può accogliere e proteggere ma può anche dare la morte. Cosa spinse i romani a radunarsi a consiglio nel bosco presso la Salaria dove già si rifugiarono per sfuggire ai Galli? Il fatto che quel bosco misterioso li avesse salvati dall'inseguimento dei galli. Il bosco era ignoto ai Galli ma pure ai romani,  nel senso che era impossibile orientarvisi, così fuggendo i romani vi si erano avventurati scongiurando la Dea di occultarli e il "miracolo" o la "fortuna" avvenne.

    Pertanto i romani festeggiavano i boschi come luoghi di Dee o Ninfe protettrici, e nei giorni delle Lucarie la festa si svolgeva nei boschi sacri di Roma vale a dire nei luci posti entro le mura:
    - Lucus Vestae, sulla Via Nova,
    - Lucus Strenuae, sulla Via Sacra,
    - Lucus Asyli, sul Campidoglio,
    - Lucus Robinigis, sul Pincio,
    - Lucus Bellonae, sul Campo Marzio,
    - Lucus Feroniae in Campo, tra la via Salaria e la Pinciana, che potrebbe essere il lucus in cui si rifugiarono i superstiti romani fuggiti dai Galli,
    - Lucus Loretae, sull'Aventino.
    - Lucus Saturni, presso il Circo Massimo,
    - Lucus Furinae, presso il ponte Sublicio,
    - Lucus Albionarum, in Trastevere.



    LA FESTA

    I sacerdoti addetti ai luci si recavano con il popolo in processione e dopo preghiere e benedizioni staccavano i rami fronzuti dagli alberi consegnandoli al popolo accorso insieme ad un ramo secco raccolto da terra. Il ramo fronzuto veniva poi esposto nelle case mentre quello secco veniva bruciato nelle cucine, forse per cuocere un pane particolare ma non ve ne è certezza.

    Si appendevano nastri e ghirlande nel bosco e nei templi, e la gente si cingeva il capo con ghirlande di foglie e fiori e in quel giorno si portavano cibi e bevande che si consumavano nei boschi. Una piccola parte di quel cibo, come del vino recato, si offriva alla divinità locale lasciandolo cadere a terra. prima del tramonto del sole si abbandonava il bosco per tornare alle case.

    In quanto alla Dea Lucae non ne sono rimaste tracce, ma sicuramente venne assorbita dalla Dea Diana, detta anche Lucina, il cui tempio si conserva oggi a Roma sotto la chiesa dei SS. Apostoli, dove è riemerso attraverso gli scavi archeologici, l'antico tempio.

    Recentemente la festività è stata simbolicamente ripristinata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, con eventi e spettacoli ambientati nell'area archeologica di Crustumerium, a circa 15 Km da Roma.

    Festa delle Lucarie nell’area archeologica di Crustumerium promossa dalla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio. Il 19 luglio 2018 il sito ospiterà un evento culturale nel giorno dell’antica festività delle Lucarie. Le celebrazioni vennero istituite per ringraziare le divinità dei boschi che, dopo la durissima disfatta subita dai Romani ad opera dei Galli il 18 luglio del 390 a.c. nella piana solcata dall'Allia, consentirono a numerosi soldati romani di scampare al massacro.

    In seguito a questa sconfitta Roma fu espugnata dai Galli Senoni di Brenno e subì un disastroso saccheggio. La data del 18 luglio, dies Alliensis che corrispondeva appunto alla battaglia del fiume Allia fu sempre considerata infausta dai Romani.