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  • 03/24/19--07:28: SANGUEM (24 Marzo)
  • CIBELE ED ATTIS
    Il Sanguem era una festività romana, connessa con il mito di Cibele e di suo figlio Attis ed era una serie di feste e di riti celebrati tra il 15 e il 28 marzo. La celebrazione era di origine frigia, attuale Turchia, in quanto il culto di Cibele era stato importato da quella terra nel 204 a.c., ed era officiato da sacerdoti stranieri, detti Galli.

    I romani, pur avendo grande rispetto per gli Dei stranieri, non erano molto attratti dai culti dove c'era fanatismo. Il romano doveva essere pio e tanto bastava, morigerato e continente in ogni settore della sua vita. Avere un'amante era segno di vivacità, averne troppe era segno di poco equilibrio. Così anche nella religione, chi pregava troppo o passava troppo tempo nei templi aveva qualcosa di poco equilibrato.

    Eppure il culto di Cibele fece grossa presa sui romani, anche se lo stato vietò ai romani di farsi sacerdoti della Dea, visto il fanatismo che spingeva i Galli, cioè i suoi sacerdoti, a colpirsi nei genitali fino a mutilarsi.



    IL MITO

    Il mito parla di Cibele, Dea della Natura, che viene corteggiata invano da Zeus; questo, sognandola ardentemente ha una polluzione che feconda una roccia da cui nasce Agdistis. Costui, malvagio e violento, venne legato per punizione ad un albero per i testicoli e cadendo se li strappò: morì dissanguato ma fece fiorire il melograno.

    Quando una ninfa toccò un frutto, rimase incinta e così nacque il bellissimo Attis di cui Cibele si innamorò. Ma ad egli lei non bastava, e cercò amore altrove. Cercando di nascondersi, venne sorpreso dalla Dea sotto un pino e si uccise.

    Ma le versioni sono tante: in un'altra si narra che Agdistis era un dio ermafrodita, figlio di Zeus e Cibele, nato da una pietra su cui era caduto del seme del Dio durante l’accoppiamento. Gli Dei temevano che, racchiudendo in sé sia il potere del padre degli Dei che della Grande Madre, uniti ai principi sia maschile che femminile, Agdistis potesse diventare troppo potente, perciò lo evirarono. Dal suo sangue sorse un mandorlo da cui poi la ninfa Nana prenderà un frutto, restando incinta.

    CIBELE

    CANNA INTRAT

    Le celebrazioni iniziavano il 15 marzo, quando una processione, detta Canna intrat ("Entra la canna"), raggiungeva il tempio di Cibele sul Palatino. I partecipanti erano i "cannofori", che portavano al tempio fusti di canne, allo scopo di commemorare l'esposizione di Attis bambino in un canneto. Si ritiene che questa cerimonia sia collegata ad antichi rituali propiziatori della pioggia in ambito agricolo.



    ARBOR INTRAT


    CIBELE SUL CARRO E ATTIS
    I sette giorni seguenti la Canna intrat venivano considerati di espiazione, ed erano noti come "Castus Matris" (Digiuno della Madre). Il 22 marzo avveniva la processione dell'"Arbor intrat" (Entra l'albero), celebrante la morte di Attis.

    Quel giorno si tagliava il pino, simbolo del Dio, se ne fasciava il tronco con sacre bende di lana rossa, lo si ornava di viole e strumenti musicali e sulla sua sommità si ponevano le effigi del Dio giovanetto. L'albero veniva portato dai "dendrofori" fino al tempio di Cibele, dove avveniva la commemorazione funebre di Attis.



    SANGUEM

    Il 24 marzo era il Sanguem, o anche "Dies Sanguinis": iniziavano le cerimonie funebri e i fedeli lamentavano la morte di Attis. L'arcigallo, il gran sacerdote, si tagliava le carni con cocci e si lacerava la pelle con pugnali per spargere sull'albero-sacro il sangue che usciva dalle ferite, in ricordo del sangue versato dal Dio da cui nacquero le viole. Il gesto veniva imitato dagli altri sacerdoti, poi gli uomini che seguivano la scena iniziavano una danza frenetica e nell'eccitazione sguainavano le spade per ferirsi. Il pino decorato veniva chiuso nel sotterraneo del tempio, da cui sarebbe stato rimosso l'anno successivo. La notte era poi passata nella veglia.

    E' evidente che si allude alla primavera, cioè alla rinascita della vegetazione, Attis è il figlio vegetazione della Grande Madre, quindi portatore di vita, ma prima di lui vi è Agdistis, il fratello malvagio, cioè il distruttore, vale a dire la morte. Prima la morte invernale poi la rinascita primaverile. ma anche Attis morirà ricongiungendo le sue energie a quelle della Madre, per essere ripartorito ad ogni primavera. Questo mito è riprodotto in varie religioni.

    In Egitto c'era il malvagio Seth che uccide il fratello Osiride, ma anche Iside ha un primo figlio Anteros, che si suicida, e poi il figlio Eros. L'ebraismo ha il cattivo Caino che uccide il buon Abele,  come Romolo uccide Remo nella fondazione di Roma, in realtà è lo stesso Dio che muore e risorge in primavera come il Cristo della religione cattolica.

    E' l'alternanza della vita e della morte, il susseguirsi dei cicli, dove però la morte, ovvero la distruzione viene vista come malvagia, per il semplice fatto che gli uomini ne hanno paura. Il Sanguem è il venerdì santo della chiesa cattolica, è la morte di Attis cui seguirà la resurrezione per il nuovo ciclo di vita annuale.

    ATTIS

    HILARIA, REQUEITO E LAVATIO   

    Il giorno seguente, 25 marzo, il Dio risorgeva e si celebravano allora le feste chiamate Hilaria e per le strade vi erano cortei gioiosi. Dopo un giorno di riposo, il Requetio, il 27 marzo giungeva il momento della Lavatio ("Abluzione") della statua di Cibele: veniva messa su un carro e portata fino al fiume Almone e spinta nel fiume.



    INITIUM CAIANI

    L'Initium Caiani era la cerimonia di iniziazione ai misteri di Attis, che veniva praticata il 28 marzo. L'iniziazione veniva praticata in un santuario frigio situato sul colle Vaticano, fuori dalle mura cittadine. Gli iniziandi consumavano un pasto negli strumenti musicali, cimbali e timpani. Poi veniva una processione, in cui veniva portato il "kernos", un cratere contenente dei lumi. Infine avveniva una ierogamia, in cui gli iniziati, identificandosi con Attis, celebravano le nozze mistiche con la Dea Cibele.

    I Sacri Misteri di Attis, come tutti i Misteri sono segreti e non possono essere rivelati, l'imperatore Giuliano scrive appunto che lui, pur essendo stato iniziato ai Misteri delle madre degli Dei, non può rivelarli ma tenta di spiegare chi sia Cibele, la Madre degli Dei:

    Chi è dunque la Madre degli Dei? È la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi che governano le cose visibili, la genitrice e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’esistenza subito dopo e insieme al grande demiurgo.
    È la signora di ogni vita, causa di ogni generazione, che (oziosamente) porta a compimento nella quiete ciò che è fatto, partorisce senza dolore ed è demiurga col padre di ciò che esiste, è la vergine senza madre, il cui trono è in comune con quello di Zeus, ed è effettivamente la madre di tutti gli dei.
    Infatti avendo ricevuto in sè le cause di tutti gli dei intelligibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. Questa dea….è anche provvidenza
    ”.
    (Giuliano L’ Apostata, Inno alla Madre degli dei)


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  • 03/25/19--06:11: VILLA DI MOREGINE
  • APOLLO
    Il complesso architettonico di Moregine fu scoperto a circa 600 metri a sud delle mura di Pompei, presso la foce del fiume Sarno e dell'antico scalo commerciale, nel 1959, in occasione dei lavori di costruzione dell’autostrada Napoli-Salerno. Si trattava di un cortile porticato sul quale si affacciavano almeno cinque triclini affrescati e terme in via di costruzione.

    Le pitture sono in IV stile, di età neroniana, ed opera della stessa bottega che decorò la più celebre Casa dei Vettii. L'edificio apparteneva alla famiglia puteolana dei Sulpicii che da queste parti custodiva l'archivio contabile. Si suppone avesse il compito di ospitare piccoli gruppi di avventori, forse i membri di un collegium.

    Lo scavo tuttavia non era facile a causa di una falda freatica. Si ha una falda freatica quando l'acqua delle precipitazioni si infiltra nel sottosuolo scendendo sino ad incontrare una superficie impermeabile che però fa da letto all'acqua senza contenerne altri movimenti. Il pericolo di allagamento ha convinto gli operatori a staccare le pitture.

    PARTE DELLO SCAVO
    In particolare furono staccate le parti alte corrispondenti al fregio e qualche quadro figurato della zona centrale. Gli affreschi ritrovati vennero staccati e conservati nei depositi della Soprintendenza di Pompei per oltre cinquant’anni.

    L’edificio venuto alla luce è stato scavato finora per un terzo: tre sale da pranzo con splendidi affreschi e terme ancora in costruzione. Di particolare interesse la modalità di rinvenimento del tesoro di argenterie: in una latrina fu rinvenuta una gerla in vimini, che sembrava piena solo di terra dell’eruzione. 

    Dalle radiografie si intravidero invece dei corpi metallici che un microscavo attentissimo, ha consentito di portare alla luce facendo emergere pezzi d’argento; piatti, coppe di varia forma, un cucchiaino, due forme decorate a sbalzo con figure d’animali.


    L'effigie di Apollo, ve ne sono almeno due nella villa, ha fatto pensare anche a un omaggio all'imperatore. Nerone è un novello Apollo citaredo così come raffigurato su una moneta divisionaria destinata ad una circolazione diffusa, soprattutto tra le classi popolari, nel periodo di radicale trasformazione economico-culturale del 64 d.c. 

    Nel 2000 tutto quel che era stato scavato è stato sepolto sotto le corsie dell’autostrada, dal momento che le condizioni dello scavo si sono rivelate troppo difficili a causa delle sorgenti d’acqua sotterranee. 

    Gli affreschi sono stati, in precedenza, esposti ad Ottawa. Ma non sono solo le pitture murali il tesoro estratto dal sottosuolo di Moregine: vi sono anche 125 tavolette cerate relative ai commerci della famiglia dei Sulpicii.

    MUSA TERSICORE
    Il corpo di chi stava cercando di portar via gli argenti e le tavolette non esiste più. Accanto a questi reperti, però, vi erano i corpi di due donne e tre giovanissimi, tra i quali una bambina di quattro anni ed una ragazza adolescente. Una delle donne portava con sé, nella fuga, dei monili d’oro.

    Lo scavo venne ripreso successivamente in occasione della costruzione della terza corsia dell’Autostrade Salerno – Reggio Calabria e ha permesso di riportare in luce, oltre alle strutture archeologiche, anche materiali di grande interesse quali le tavolette cerate, già citate dal Maiuri come contratti registrati, elementi architettonici e decorativi in legno perfettamente conservati e un tesoro di argenterie di eccezionale qualità.

    Negli ultimi 50 anni si è lavorato su tre i triclini, oggi esposti nella Palestra Grande:

    GENIO ALATO
    - Il Triclinio A è composto da tre pareti dipinte in cui sono rappresentate le Muse, divinità ispiratrici del canto, che presiedevano ai diversi generi poetici, alle arti, alle scienze e a tutte le attività intellettuali e la figura di Apollo.

    - Il Triclino B ritrae invece Castore e Polluce, i divini Dioscuri, su pareti di colore nero.

    - Il Triclinio C, invece, propone la personificazione della locale divinità fluviale (Sarno) su pareti rosse.
    Lo scavo, ripreso in occasione della costruzione della terza corsia dell'autostrada, ha permesso di riportare in luce altri materiali come tavolette cerate con contratti registrati, elementi architettonici e decorativi in legno perfettamente conservati.
    MUSA
    Gli archeologi di fronte ai tre triclini allineati attorno ad un portico, non compresero se avessero una funzione pubblica o privata, nè che rapporto avesse con la vicina Pompei o col suo contesto extraurbano. Non individuandone la funzione gli archeologi non sapevano che nome dare all'edificio.

    Lo studioso Amedeo Maiuri, in una nota scritta dopo le varie polemiche sorte intorno alla scoperta, la chiamò domus delle tabulae ceratae, per il ritrovamento in uno dei triclini di una vasta cesta di vimini contenente circa 300 tavolette cerate, costituente l’archivio dei negotiatores puteolani C. Sulpicius Cinnamus, C. Sulpicius Faustus e C. Sulpicius Onyryus.

    Intanto la costruzione stava scoprendo le sue stanze e i suoi affreschi, oltre ai letti in muratura e mensa centrale, mentre sul lato est erano stati notati senza essere scavati e rilevati altri due triclini, probabilmente altrettanto ricchi di decorazioni.
    MENADE
    Il complesso apparteneva alla famiglia puteolana dei Sulpicii che qui custodivano l’archivio contabile. La funzione dell’edificio era, molto probabilmente, quella di ospitare piccoli gruppi di avventori, forse membri di un collegium.

    La decorazione parietale dei triclini è stata attribuita ad un’unica bottega, con artigiani di buona qualità e un’attenta analisi stilistica permette di affermare che tutti gli elementi raffigurati nella decorazione pittorica dei tre triclini sono riconducibili alla figura dell’imperatore Nerone e alla sua politica espressa in un momento ben preciso del suo governo.

    Anche se nella prima fase di scavo venne alla luce l’edificio con un cortile porticato su cui si affacciavano almeno cinque triclini (sale da pranzo), sontuosamente affrescati e terme ancora in costruzione, vennero salvati solo gli affreschi di tre sale triclinari.

    GENIO ALATO
    Oggi è possibile ammirare le pitture, dopo vari tour all’estero, perché esposte in una mostra permanente nella Palestra Grande del Parco Archeologico di Pompei in un percorso chiamato il “Gioco delle Risonanze”.

    E' strano, ma le opere d'arte italiane le vedono più gli stranieri che noi. C'è una ragione, ed è che all'estero rendono molto di più in quanto molti cercano di profittare dell'occasione visto che si trova nel loro paese. raggiungerle in Italia sarebbe molto più complesso.

    Ma ci sono due opposizioni a questo conteggio così poco pro italiani. Uno è che l'arte è un bene primario per l'educazione dei giovani nel nostro paese, come lo è per tutti nei vari paesi, e tutti gli italiani dovrebbero poter visitare i luoghi d'arte di ogni parte dello stivale. Secondo non sembra che questi viaggi fruttino poi così tanto, visto che i nostri luoghi d'arte sono quasi sempre in perdita.

    Basti pensare che in America realizza maggior guadagno un museo che accoglie tutte le riproduzioni dei vasi e reperti etruschi, che non Villa Giulia a Roma che accoglie gli autentici vasi e reperti etruschi. Forse le regioni dei mancati guadagni vanno ricercati altrove, nella insufficiente organizzazione o altro.

    IL TESORO DI MOREGINE

    IL TESORO DI MOREGINE

    Destò parecchio interesse il tesoro di argenterie, anche per la modalità curiosa del suo ritrovamento: infatti venne rinvenuto in una latrina, dentro una gerla in vimini, che sembrava piena solo di terra dell’eruzione.

    Dalle radiografie si intravidero invece dei corpi metallici che un microscavo attentissimo ha consentito di portare alla luce facendo emergere pezzi d’argento; piatti, coppe di varia forma, un cucchiaino, due forme decorate a sbalzo con figurazioni d’animali.




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  • 03/26/19--06:33: I NINFEI ROMANI
  • NINFEO DI VILLA GIULIA - ROMA
    Un ninfeo è in origine un edificio sacro dedicato ad una o più ninfe, da cui il nome, in genere posto presso una fontana o una sorgente d'acqua. Le sacerdotesse, o semplicemente le donne, vi si recavano facendo offerte incruente e pregando per ottenere prosperità e pace. Qui si svilupparono poi altari o spazi sacri, poi veri santuari delle ninfe, in epoca ellenistica o romana, con costruzioni di forma rettangolare o circolare, contenenti una fonte e una fontana sacra.

    PARTICOLARE DEL NINFEO DELLA FONTANA GRANDE - POMPEI
    Il famoso Lourdes ad esempio è un antico santuario pagano. "Ai piedi della cittadella sorgeva un tempio pagano dedicato alle divinità delle acque, le cui costruzioni sono venute parzialmente alla luce subito dopo la demolizione della parrocchiale di Saint Pierre (avvenuta agli inizi del Novecento), insieme a resti di ceramiche e di tre altari votivi."

    I ninfei avevano diverse forme, rettangolari, ellittiche o circolari caratterizzati da un prospetto architettonico con nicchie che contenevano all’interno delle fontane.
    Oggi le chiameremmo fontane monumentali, di quelle che si trovano nei parchi o nelle regge, ma i romani più ricchi li mettevano pure nelle loro case.

    Il ninfeo in realtà non ha origini romane ma greche ed è attestato per la prima volta a partire dal IV secolo a.c. in un santuario dell’isola di Delo. Quello greco però aveva funzione religiosa mentre i romani, più edonisti, lo fanno diventare un luogo fantastico dove convogliare le acque.

    In età repubblicana, soprattutto nelle ville del Lazio e della Campania, le fontane e i ninfei entrano a far parte dei giardini con tre elementi fissi: i ciottoli, le conchiglie e i mosaici. Ne fa testo la Casa di Nettuno e Anfitrite negli scavi archeologici di Ercolano.

    Presso greci e romani con ninfeo si indicavano dei "luoghi d'acque", strutture con vasche e piante acquatiche presso i quali era possibile sostare, imbandire banchetti con amici, magari con musici, poeti e danzatori.



    L'ESEDRA

    Spesso il ninfeo aveva un incavo semicircolare, sovrastato da una semi-cupola, posto spesso in una stanza che si apriva su un portico, circondata tutt'intorno da banchi di pietra alti e ricurvi: un ambiente aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione filosofica.

    ESEDRA DEL COLLE OPPIO - ROMA
    Un'esedra può anche risaltare da uno spazio vuoto ricurvo in un colonnato, magari con una sede semicircolare. 

    Oppure si poggiava su una casa, in una parete esterna che dava in un giardino.

    L'esedra fu ampiamente adottata dai romani e così il ninfeo, che poteva avere anche più esedre, dalle quali l'acqua si incanalava in vasche di varia forma. 

    A volte il ninfeo era un'opera urbana con getti d'acqua a più piani collocata nel punto terminale di un acquedotto. 

    Nell'edilizia residenziale invece, i ninfei erano locali affacciati sul giardino-peristilio, destinati ai banchetti estivi, con un'edicola mosaicata da cui scaturiva l'acqua. Talvolta venivano decorate anche con incrostazioni in spuma di lava e conchiglie (da esse si originano le rocaille, parola che indica un tipo di decorazione eseguita con pietre, rocce e conchiglie, utilizzate come abbellimento di padiglioni da giardino e grotte.
    Qui il peristilio, uno spazio delimitato da colonne, era per lo più uno spazio pavimentato, mentre il ninfeo, a fianco ad esso, era una fonte leggiadra. Innumerevoli ninfei di questo tipo si trovano nelle case più ricche di Pompei ed Ercolano (per esempio, la Casa di Giulia Felice).
    La decorazione di ninfei, spesso a tessere bianche e nere, comincia ad avere tessere policrome dal 58 a.c., come appare nel teatro di M. Scaurus a Roma (Plin. XXXVI, app. 114) e nelle residenze imperiali di Tiberio di Capri e si diffonde ampiamente nel I secolo d.c. Si pensi ad esempio al ninfeo di Marina della Lobbra nella penisola sorrentina. 

    I ninfei a pianta centrale servirono come base per la progettazione dei battisteri paleocristiani, edifici annessi a una chiesa, dove si svolgeva il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ebbe origine nei primi secoli dell'era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche all'interno dei luoghi di culto consacrati.

    NINFEO BERGANTINO - CASTELGANDOLFO

    ESEMPI DI NINFEI


    IL NINFEO DI VILLA PIPIANO

    Si tratta di una parte di una villa marittima di età giulio-claudia (50-55 d.c.) ed é uno degli esempi più esplicativi di questo genere, e pure meglio conservati in Campania, riguardante le splendide ville marittime consacrate all’otium dagli imperatori e dai ricchi nobili romani su tutto il golfo di Napoli.

    La straordinarietà dei ninfeo riguarda tanto la grandiosa articolazione scenografica della struttura architettonica, quanto la preziosa e policroma decorazione delle pareti interamente rivestite a mosaico con costose paste vitree.



    "Nel 1979 l’Archeoclub di Massa Lubrense segnalò alla Soprintendenza delle Province di Napoli e Caserta l’esistenza di una “edicola” mosaicata posta sul costone roccioso prospiciente il mare, lungo la via costiera, allora ancora in fase di sistemazione, che univa Marina della Lobra all’insediamento residenziale di S. Montano (il tratto comunemente chiamato “la Ghiaia”), e ne fornì una fotografia a colori.

    Circa nove anni dopo la comunicazione dell’Archeoclub, nel 1988, la Soprintendenza intraprese una campagna di scavo di quella che sembrava un’”edicola” isolata e che si rivelò, invece, parte di un monumentale ninfeo, pertinente ad una villa romana edificata in quel luogo.

    Successive indagini archeologiche sistematiche iniziate nel 1993 e continuate nel 1994 e 1996 hanno consentito il rinvenimento di altri elementi del ninfeo, in parte rovinato dal susseguirsi di fenomeni di smottamento comuni a quel tratto costiero.

    Nelle varie campagne di scavo sono state recuperate dieci nicchie interamente rivestite di mosaici policromi. Per assicurare la conservazione della decorazione musiva costantemente in pericolo a causa delle frequenti frane, fu deciso il distacco dei mosaici contestualmente allo scavo per poi restaurarli e montarli su pannelli altrove.

    Cinque delle dieci nicchie e un avancorpo sporgente, che probabilmente costituiva la parte centrale del ninfeo, sono state restaurate e ricostruite nel parco del Museo Archeologico Territoriale della Penisola Sorrentina “Georges Vallet”, allestito a Villa Fondi, a Piano di Sorrento, dove ora è possibile ammirarle.

    La struttura architettonica, posta a circa 15 m sopra il livello del mare, si sviluppava per circa m 24. ed era costituita da una natatio rettangolare rivestita di cocciopesto e coperta all’interno di intonaco azzurro.
    Era invece decorata sui bordi da lastre di marmo, presenti anche alla base delle pareti mosaicate, e da uno scenografico fondale articolato in corpi avanzati e retroposti, nei quali erano ricavate nicchie a pianta, alternativamente, trapezoidale e rettangolare. Dalla parte opposta la natatio si apriva alla vista del mare.
    Un avancorpo sporgente per m 0,95, nel quale si apriva una nicchia absidata con soffitto a volta, costituiva la parte centrale del ninfeo dalla quale probabilmente scaturiva l’acqua che alimentava la piscina. Nella nicchia absidata si è conservata solo una piccola parte del rivestimento musivo, raffigurante dei pesci e un’aragosta sul fondo blu egizio. 
    Cinque nicchie erano poste a destra dell’avancorpo centrale e altre cinque a sinistra, per un totale di dieci nicchie. 
    La struttura muraria era in opera reticolata con cubilia di 8,5 cm di lato, ammorsata da blocchetti parallelepipedi di tufo grigio locale, e formava una quinta alta m 2,70.
    Nel piano di fondo delle nicchie lastre di marmo coprivano le fistule di adduzione dell’acqua tutte asportate nell’ultimo periodo di vita del monumento. 
    Al centro della natatio c’era una base rivestita di lastre di marmo. La copertura del ninfeo era realizzata con un filare di tegole coperte da un doppio strato di cocciopesto, realizzato il primo con malta e scaglie di tufo, l’altro con malta e scaglie di mattoni.

    A Villa Fondi sono state ricostruite le cinque nicchie a destra dell’avancorpo centrale. In ordine di rinvenimento, si osserva una prima nicchia (quella diametralmente opposta all’avancorpo), con fondo piano e soffitto a volta, nella quale il pannello di fondo, molto danneggiato, era occupato da un riquadro con un cigno che stringe un nastro fra le zampe.

    La seconda, rettangolare, a fondo piano e soffitto piano, ha un medaglione con la rappresentazione di un’antilope con lunghe corna in posizione di salto, con le quattro zampe sollevate da terra. La terza, con fondo absidato e copertura a volta, è decorata con scene di giardino.

    Nella quarta, anch’essa rettangolare, fondo piano e soffitto piano, sulla parete di fondo, è raffigurato un medaglione con un grifo in volo. Anche nella quinta, l’ultima prima dell’avancorpo sporgente, a fondo piano e copertura a volta, è presente su tutti e tre i lati, una scena di giardino dietro una transenna ad incannucciata. Al centro è raffigurato un platano contornato da rami di alloro e uccelli svolazzanti.
    La decorazione conservata costituisce una delle più estese e rappresentative superfici di mosaico parietale del I sec. d.c. attestate in Campania. E’ realizzata con tessere in più materiali utilizzati per ottenere effetti cromatici diversi: blu egizio (la cosiddetta “fritta” ottenuta dalla cottura di una mescolanza di sabbia, fior di nitro e rame) calcari policromi, marmo, pasta vitrea.
    Il soggetto principale raffigurato è quello del giardino fiorito con alberelli dai colori sgargianti e astratti, popolati da uccelli variopinti, transennato da canne, che si sviluppa sulle pareti della terza e quinta nicchia e spicca sul blu egizio utilizzato come sfondo. 
    Accanto alla raffigurazione del giardino si inseriscono coppie di quadretti con motivi idilliaci o di genere: la capra presso l’altare (nella prima nicchia), la colomba che estrae la collana dal portagioie (nella lunetta della prima nicchia), la pantera e la cista (sulla parete interna dell’arco della prima nicchia), l’uccello e la frutta (nella seconda nicchia), fondali marini con pesci e molluschi (nell’avancorpo centrale).


    Tutte le scene sono inserite in una complessa trama di motivi decorativi: palmette circoscritte in grosse volute contrapposte dai colori brillanti, verde e blu, disegnate in giallo sul fondo rosso scuro; candelabri tortili dorati; bordi di tappeto con motivi cuoriformi contrapposti.

    Gusci di conchiglie collocate su una superficie preventivamente dipinta di rosso sono utilizzati per sottolineare le cornici e i bordi dei campi decorativi.
    Le ricercate composizioni tonali testimoniano una sensibilità coloristica propria del gusto ellenistico.


    Effetti cromatici ottenuti con utilizzo di tessere diverse sono visibili nel medaglione contenente un busto femminile con i capelli lunghi ai lati del collo, dove tessere bianche rendono le lumeggiature del diadema a fascia, in giallo.


    Nel medaglione della seconda nicchia, con un gorgoneion al centro di un elemento raggiato, l’uso di tessere di diversa gradazione di verde conserva l’effetto del volume di una stoffa pieghettata, mentre le pantere rappresentate nella prima nicchia hanno il mantello reso realisticamente a macchie con l’uso di tessere bianche, gialle, rosa e marroni.

    Il tema del giardino verdeggiante con alberi ricchi di pomi e uccelli svolazzanti visto al di là di una staccionata di canne è largamente attestato in pittura: a Roma confronti si possono stabilire con i famosi dipinti del ninfeo sotterraneo di Villa Livia o con quelli del c.d. Auditorio di Mecenate; numerosi esempi sono presenti anche a Pompei ed a Stabia.

    L’ampia diffusione di questo genere dimostra le sue profonde radici, le cui origini vanno forse ricercate nelle scenografie ellenistiche del dramma satiresco che, secondo Vitruvio (V, 6,9), erano caratterizzate da “alberi, grotte, monti ed altre scene campestri trasformate a mo’ di giardino”.

    L’ampio uso di tessere in blu egizio, che con l’affermazione della pasta vitrea tende a scomparire dall’età tiberiana in poi, ma che in Campania continuerà fino agli anni ’60, la sintassi decorativa e la presenza di raffigurazioni di giardino hanno consentito di datare i mosaici in età claudia, negli anni 50-55 d.c. 


    Il ninfeo era pertinente ad una villa marittima dotata di giardini, probabilmente con disposizione a terrazze, come sembra indicare l’esistenza di una rampa in terreno battuto rinvenuta sul lato orientale, mentre, alcuni frammenti di colonne doriche di tufo stuccate, sembrano indicare la presenza di un peristilio o porticato sulla terrazza superiore.

    La villa di Marina della Lobra si inserisce in quel complesso di ville marittime costruite in posizione panoramica che soprattutto dal I sec. a.c. sorsero in tutto il Golfo di Napoli.
    L’amenità dei luoghi fece della Penisola Sorrentina un sito privilegiato per la costruzione di dimore marittime, che sfruttavano scenografiche disposizioni degli ambienti.

    La frequentazione della penisola da parte dell’aristocrazia romana da Augusto in poi, ed in particolare con la presenza di Tiberio e della sua corte a Capri dal 27 al 37 d.c., determinarono un periodo particolarmente florido, testimoniato anche da un’intensa attività edilizia a Sorrento durante la prima età imperiale."
    SAN GIOVANNI DEL PALCO - AVELLINO

    NINFEO DI SAN GIOVANNI IN PALCO

    Al confine tra il comune di Lauro e di Taurano, ad est del Vesuvio e poco a sud di Nola, stretta fra le montagne di Sarno e gli Appennini interni, si estende la lussureggiante valle di Lauro, dove, in località San Giovanni del Palco si trova la bellissima villa romana costruita in età imperiale intorno al I secolo a.c.

    Ai margini del Comune, in una splendida posizione soprelevata sorge il convento di S. Giovanni del Palco. Probabilmente la chiesa ed il convento di San Giovanni del Palco vennero  costruiti spoliando i resti di una Villa Romana, come è infatti illustrato in un affresco di fine ‘800 presente nel Castello Lancellotti.

    RICOSTRUZIONE
    Al centro del vallo, in posizione dominante, si trova il Castello Lancellotti, che fu costruito probabilmente su un tempio romano. Si tratta di una villa di circa 1400 mq costruita su tre livelli probabilmente per uso rurale data la presenza di numerosi vigneti ed oliveti e soprattutto alle vicine sorgenti a monte.

    Sicuramente di uso rurale ma anche di uso residenziale, altrimenti vi non avrebbero edificato un ninfeo così vasto e così riccamente e splendidamente decorato. Ai piedi della chiesa, edificato su più terrazze lungo la collina, ci sono le bellissime terme della villa, scavato per circa 1330 mq. a partire dal 1981.

    I resti finora portati in luce lasciano ipotizzare varie fasi di vita del complesso, con successivi restauri e riattamenti, dal II secolo a.c. fino all’eruzione vesuviana del 472 d.c., quando il complesso venne definitivamente abbandonato.

    Vi si riconoscono infatti l'hypocaustum ed il sistema idrico di approvvigionamento. Nella terrazza inferiore si trova lo splendido ninfeo di età tiberiana, con fontana absidata, vasca e due edicole alle estremità, e, ai lati di queste, una serie di nicchie decorate con mosaici a tessere bianche e azzurre, e ben decorate con motivi diversi.
    RICOSTRUZIONE DEL NINFEO DI PUNTA EPITAFFIO - PARCO SOMMERSO DI BAIA

    NINFEO DI PUNTA EPITAFFIO

    Il Ninfeo di Punta Epitaffio è un ninfeo romano, risalente al I secolo d.c. all'epoca dell'imperatore Claudio (41-54 d.c.), situato ad una profondità di circa 7 metri sotto il livello del mare all'interno del Parco sommerso di Baia, nel golfo di Pozzuoli, in Campania. Esso è stato poi  ricostruito nel Museo archeologico dei Campi Flegrei situato nel Castello Aragonese di Baia.

    La scoperta casuale avvenne nel 1969, rinvenendo statue e blocchi sul fondale che pulite e ricomposte ricostituirono parte dello splendido e ricco ninfeo. 

    Le statue dell'abside terminale raffiguravano l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, cerca di ubriacare il ciclope per accecarlo. 
    Ne restano la figura di Ulisse che offre a Polifemo la coppa di vino, e uno dei compagni, che reca l'otre, mentre non resta traccia della figura del Ciclope, che sicuramente occupava la posizione centrale.

    Delle otto statue delle nicchi laterali, quattro sono perfettamente conservate, due sono di Dioniso giovinetto e le altre due, la prima ritrae Antonia Minore come Augusta, con in capo un diadema e in braccio un fanciullo alato, forse un Eros funerario.

    APOLLO - BAIA
    L'altra è una bimba dalle delicate fattezze, con un'acconciatura che ricorda i ritratti giovanili di Nerone, anch'essa ornata di gemme sul capo. 

    Secondo alcuni trattasi di  Claudia Ottavia, futura sposa di Nerone, o meglio e più credibile, una delle figlie di Claudio morte in tenera età. Delle altre statue, come per il Polifemo, non si è trovata alcuna traccia.

    Era dunque un ninfeo per la presenza dell'acqua e la decorazione delle pareti che imitano grotte naturali: l'abside e le nicchie dell'edificio erano infatti rivestite con pezzi di calcare naturale (finta roccia) e con mosaico di paste vitree policrome e conchiglie, mentre il resto delle pareti era coperto da lastre di marmo colorato.

    Ma era contemporaneamente un triclinio perché secondo gli archeologi sulla piattaforma c'erano i letti tricliniari, con cuscini e lenzuoli su cui stavano sdraiate le persone e banchettavano allietati da musiche, danze e poesie.

    NINFEO DELLA CASA DELLA FONTANA GRANDE - POMPEI


    NINFEO DELLA CASA DELLA FONTANA GRANDE

    La fontana, ovvero il ninfeo, fu rinvenuto nel 1826 a Pompei per interessamento di Francesco I di Borbone. La Casa della Fontana Grande era dotata di graziosi ninfei a nicchia decorati da mosaici e una fontana forse eccessivamente grande per le proporzioni del giardino. Il bellissimo viridario faceva da cornice alla grande fontana a mosaico ornata anche con conchiglie.

    Questa casa, situata lungo la via di Mercurio, deve il nome alla presenza di quel genere di fontane, particolarmente in uso nell’età post-augustea, tipiche dell’Egitto greco-romano, ma pure dell'uso greco: fontane a nicchia interamente rivestite di mosaici a paste vitree policrome.

    Ancora oggi, dopo venti secoli, ritroviamo inalterati i colori ed i motivi delle decorazioni parietali. D'altronde le paste vitree erano così preziose, e costose, che a volte ci si facevano delle collane legate addirittura con l'oro.

    Accanto al ninfeo, è collocato un piccolo bronzo di cui l’originale si trova a Napoli, raffigurante un putto con delfino, ma anche delle copie di belle statue bronzee.

    Degno di osservazione è anche il bel prospetto esterno, tutto in tufo a bugne e pilastri terminali ben squadrati.
    Accanto a questa casa è situata anche la Casa della Fontana Piccola, con altro pregevole ninfeo.


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  • 03/27/19--06:55: EMILIA ROMAGNA
  • ARCO DI AUGUSTO - RIMINI
    Diverse popolazioni hanno occupato nei secoli le terre a sud del fiume Po, in Emilia-Romagna: anzitutto gli Etruschi nel V secolo a.c. e i Galli nel IV secolo. 

    - I Galli Senoni si insediano nelle attuali regioni Romagna e Marche del nord, dal fiume Montone verso sud, quindi dall'ager Decimanus, ovvero la campagna a sud di Ravenna, fino al fiume Esino.
    «Al di là del Po si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione dell'Adriatico i Lingoni, infine, vicino al mare, i Senoni.»
    (Polibio, Storie, II,17)

    I Boi si insediarono nella valle padana attraverso il passo del San Gottardo, sostituendosi agli Etruschi della città di Velzna (latinizzato in Felsina), l'odierna Bologna, che dalla conquista romana nel 189 a.c. si chiamò Bononia. Polibio narra che i Boi arrivarono a Felsina chiamati da Ateste, ricco commerciante felsineo che voleva vendicarsi dei suoi concittadini che non gli avevano riconosciuto dei diritti sul patrimonio del giovane Lucumone, di cui era tutore. Ma nemmeno i Boi diedero ragione ad Ateste, però gli piacquero talmente i doni da lui portati che decisero di trasferirsi dove i doni erano stati prodotti.
    «Poi ancora, i Boi e i Lingoni, passando attraverso le Alpi Pennine, quando già il territorio fra il Po e le Alpi era tutto occupato, varcano il Po con zattere e cacciano via dalla regione non solo gli Etruschi ma anche gli Umbri, rimanendo tuttavia al di là degli Appennini. E finalmente i Senoni, ultimi immigrati, occupano il territorio dal fiume Utente fino all'Esino.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 35)

    - I Lingoni, un popolo Celtico originario della Gallia Transalpina, stanziato tra i fiumi Senna e Marna (Francia), si erano invece stanziati attorno alle Alpi, soprattutto nella Gallia Cisalpina (Italia settentrionale), alla foce del Po nella zona del ferrarese (Emilia), attorno al 400 a.c..
    «Presso i Sequani si eleva il Monte Giura, che costituisce la frontiera tra loro gli Elvezi. Dopo gli Elvezi e i Sequani vengono ad ovest gli Edui e i Lingoni, poi i Mediomatrici , i Leuci e un cantone dei Lingoni.»
    (Strabone, Le Gallie, Vol. IV del De Geografia)

    I GALLI SENONI
    Comunque l'arrivo degli invasori Romani, pur non estirpando usi e costumi gallici, li ha ammorbiditi fondendosi con la popolazione. I più antichi abitanti dell'attuale Romagna di cui si hanno testimonianze archeologiche furono gli Umbri, che fondarono Sarsina e gli Etruschi, che fondarono Verucchio e Rimini.

    A partire dal III secolo, i Celti dovettero affrontare il potere dei Romani, finchè si scontrarono nel 295 a.c. Sentino. I romani vinsero e occuparono la zona finchè i Senoni praticamente sparirono. Tra il 191 al 187 a.c. venne costruita la via Emilia tra Rimini e Piacenza. Giulio Cesare il 10 gennaio del 49 a.c. attraversò il fiume Rubicone (o il Pisciatello) alla testa di un esercito, dopo aver lungamente trattato coi patrizi del senato che lo volevano eliminare, violando la legge che proibiva l'ingresso armato dentro i confini dell'Italia e dando il via alla II guerra civile, pronunciando la celeberrima frase: Alea iacta est.

    In epoca romana l'Emilia fece parte dapprima della provincia della Gallia Cisalpina o Gallia Citeriore, e, dopo la riforma Augustea che estese la cittadinanza romana a tutta la penisola italica, della Regio VIII Aemilia, che corrispondeva al territorio attraversato dalla Via Emilia, cioè grossomodo all'attuale territorio dell'Emilia-Romagna.

    PONTE ROMANO DI TIBERIO
    Città importanti di questa regione, la maggior parte delle quali di origine preromana, soprattutto etrusca, furono:

    Cesena (Caesena) - abitata dagli umbri intorno al VI-V secolo a.c., intorno al IV secolo c'è l'invasione dei Galli, che introducono l'allevamento suino. Con la dominazione romana si esegue una colossale opera di centuriazione cui è sottoposto il territorio cesenate, presumibilmente tra il 235 e 220 a.c., che suddivide la campagna in un perfetto reticolato. Successivamente la "Curva Caesena" dell'età imperiale prospera come città produttrice di ottimo vino, per poi decadere con la caduta dell'Impero.

    Forlimpopoli (Forum Popili, o Forum Livii Popilii) - deriverebbe il suo nome da quello del console Publio Popilio Lenate, che avrebbe fondato la città nel 132 a.c. Nel I secolo a.c. Forum Popili divenne un municipium al centro di un vasto territorio confinante con quelli di Caesena, Forum Livii, Mevaniola e Sarsina. Nei primi secoli dell'epoca imperiale il centro conobbe un forte sviluppo economico grazie alle attività agricole e soprattutto al vino che veniva esportato in diverse località mediterranee, come è dimostrato dal ritrovamento di fornaci che producevano anfore vinarie.

    - Forlì (Forum Livii) - il castrum fu probabilmente fondato nel 188 a.c., da Gaio Livio Salinatore, figlio del console Marco Livio Salinatore che, nel 207 a.c., aveva sconfitto l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale nella battaglia del Metauro. - Faenza (Faventia) - Plinio parla di "popoli faentini" alleati dei romani in epoca repubblicana e Silio Italico descrivendo la II guerra punica (218 a.c.) racconta che i faentini, a differenza degli insediamenti celtici della zona, appoggiarono i romani contro i cartaginesi.

    Imola (Forum Cornelii) - fondata dal dittatore Lucio Cornelio Silla intorno all'82 a.c..

    Bologna (Bononia) - venne influenzata, nel VII-VI secolo a.c. dai modelli culturali e artistici della vicina Etruria, e venne chiamata Felsina (in etrusco Velznao Felzna).
    Nel V-IV secolo a.c., i Galli si sostituirono agli Etruschii, finchè nel 196 a.c., i Galli Boi vennero soggiogati dai Romani, che nel 189 a.c. vi fondarono una colonia di diritto latino a cui diedero il nome di Bononia.

    Modena (Mutina) - fu un insediamento etrusco, poi gallico con la calata dei Galli Boi. Nel 183 a.c. venne fondata come colonia romana da mille cives provenienti da Roma guidati dai triumviri Marco Emilio Lepido, Tito Ebuzio Parro e Lucio Quinzio Crispino. Divenne capoluogo dell’ex Gallia cisalpina e sede del governatore per due secoli. Venne abbandonata fra il V e il VII secolo, causa le numerose inondazioni dei fiumi Secchia e Panaro,

    Reggio Emilia (Regium Lepidi) - fu municipio romano che trasse il nome da Marco Emilio Lepido, fondatore della città e della via che dà il nome all'attuale regione. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente la città venne quasi spopolata.

    MAUSOLEO DI TEODORICO - RAVENNA
    Parma - il suo nome deriverebbe dallo scudo rotondo dell'esercito Romano, che richiamava la forma del primo nucleo cittadino. Secondo altri sarebbe derivata dai gentilizi etruschi Parmnie. Secondo Tito Livio sarebbe stata fondata dagli Etruschi tra il VII e il VI secolo a.c. Poi, verso il IV secolo a.c., la regione venne occupata dai celti Boi. Con la conquista da parte dei Romani, nel 183 a.c. Parma divenne una colonia romana e ad ognuna delle 2.000 famiglie installate vennero affidati lotti di terra in prossimità della via Emilia, da cui, a est della città, partiva un cardo della centuriazione che si insinuava lungo la valle del torrente Parma, dando origine alla "strada delle cento miglia", che collegava Parma a Luni attraverso il passo del Lagastrello. Col trascorrere degli anni, la fedeltà dimostrata nei confronti dell'Impero valse alla città il titolo di Augusta Parmensis.

    Fidenza (Fidentia) - nacque come accampamento romano nei luoghi in cui i Galli Anani fondarono l'insediamento che aveva nome Vicumvia (latino Victumviae), lungo il percorso della Via Emilia con il nome di Fidentia. Per la sua posizione divenne poi un importante centro commerciale, rimanendolo per tutto il periodo di dominazione dell'impero romano, tanto che nel 41 a.c. fu insignita da Ottaviano della cittadinanza romana come Fidentia Julia e divenne municipio.

    Piacenza (Placentia) - fondata nel 218 a.c., fu la prima colonia romana nell'Italia settentrionale,  come importante avamposto militare contro Annibale che muoveva dalla Spagna per giungere in Italia e portarvi devastazione conquistando i territori del Ticino e della Trebbia. La città resistette agli attacchi punici e fiorì come centro commerciale sulla via Emilia.

    Ravenna (Civitas Classis) - vi si insediarono Tessali, Etruschi ed Umbri, poi i Galli Senoni, specialmente dal fiume Montone verso sud, comprendendo tutto l'Ager Decimanus, ovvero la campagna verso Forlì, il territorio cosiddetto delle Ville Unite, che non era un territorio lagunare.
    Ravenna per tutta l'antichità era accessibile solo dal mare, per questo Augusto vi appoggiò la flotta militare dell'alto Adriatico, e per questo fece scavare la Fossa Augustea, un canale che collegava il Po con l'ampio specchio di acqua a sud di Ravenna e qui fondò il porto di Classe. Secondo Plinio il Vecchio, il porto poteva contenere fino a 250 triremi e 10 000 marinai o classari destinati al controllo di tutto il Mediterraneo orientale (la base destinata al controllo del Mediterraneo occidentale era invece il porto di Miseno).

    Rimini (Ariminum) - già abitata dagli Etruschi, dagli Umbri, dai Greci, dai Piceni e dai Galli, i Romani vi fondarono la Colonia di Diritto Latino di Ariminum. Lo statuto di colonia latina, conferito per difendere nuovi territori, la rese stato autonomo. Circa 25000 coloni latini che si insediarono nel riminese, provennero dal Latium vetus che per 200 anni fu in guerra contro Roma: Aricia, Tusculum, Tibur, Suessa Pometia, Velitrae, Ardea; il rapporto con l'odierna Ariccia è testimoniato dall'introduzione del culto di Diana, che ad Aricia era Diana Aricina e a Rimini divenne Diana Arimina. Dopo la I guerra punica (264-241 a.c.) il console Gaio Flaminio Nepote riorganizzò tutto il territorio a sud di Ariminum, l'ager gallicus, che fu centuriato ed assegnato ai coloni, facendone un bastione contro l'avanzata dei Galli, e un avamposto per le conquiste romane verso nord. Ariminum era snodo di importanti vie di comunicazione tra il Nord e il Centro Italia: qui terminava la Via Flaminia (220 a.c.), proveniente da Roma. Da qui si dipartivano: la Via Emilia (187 a.c.), diretta a Piacenza, e la Via Popilia-Annia (132 a.c.), che collegava la città a Ravenna, Adria, Padova, Altinum e Aquileia. Durante la II guerra punica furono le legioni di Arezzo e Rimini che presidiarono i confini.

    - Bobbio, (Bobium) - divenne romano nel 14 a.c. e nel IV secolo sorse il primo nucleo del borgo di Bobium.

    - Città d'Ombria o Castelliere d'Ombria o Città d'Umbrìa - venne fondata tra il III e il II secolo a.c. dai Liguri o dagli Umbri, fortificato nel VI o VII secolo dai Bizantini, che si trova a 977 m s.l.m. alle pendici del monte Barigazzo nei pressi delle frazione di Tosca, all'interno del comune di Varsi, in provincia di Parma.

    ARIMINUM (RIMINI)
    - Claterna - era una città romana posta su precedenti insediamenti etruschi e celtici posta sulla via Emilia fra le colonie romane di Bologna (Bononia) e Imola (Forum Cornelii), fra la frazione di Maggio ed il torrente Quaderna (affluente dell'Idice) da cui la città prendeva il nome.

    - Mevaniola - Venne annoverata da Plinio il Vecchio tra le città umbre (nat.hist., III, 113), posta in una zona ricca di acque, risale al periodo repubblicano e venne abbandonata nel IV - V secolo d.c.

    Luceria - o Nuceria, nacque come zona di mercato attorno al IV secolo a.c. nella Gallia Cispadana, posta fra tre importanti vie di comunicazione: la strada dal Po fino alla Tuscia, la pista pedemontana da ovest ad est e la pista montana verso le colline. I primi abitanti furono i Liguri che infine si fusero con gli Etruschi. Nel II secolo a.c. vi fu invasa dai romani in età repubblicana che ne fecero un centro con edifici pubblici e privati, strade con marciapiedi, locande, alloggi per il bestiame con acqua corrente e spiazzi per stoccaggio merci. Nel I e nel II secolo, giunse a circa 100.000 mq di superficie; venne abbandonata nel IV secolo per cause ignote.

    - Misa (Kainua) sul suo territorio vi sono i resti di una città etrusca risalente al VI secolo a.c. identificata con l'antica Kainua, fu abitata poi dai celti e infine conquistata dai romani. Oggi si chiama Marzabotto.

    - Monte Bibele - vi è stato scavato un centro abitato d’altura di circa 7000 m² tra il IV e il II sec. a.c., di etruschi e poi celti boi, con uno specchio d'acqua e un santuario in cui sono stati rinvenuti 195 statuette di bronzo con centinaia di vasi miniaturistici e alcuni vasi di normali dimensioni, di produzioni etrusco-italiche del V -IV sec. a.c. , insieme a vasellame di pasta grigia, di impasto buccheroide e a vernice nera di produzione volterrana.

    - Sassina (Sarsina) - un insediamento umbro della fine del IV secolo a.c. poi invasa dai celti e sottomessa dai Romani nel 266 a.c., però con status di civitas foederata (città alleata) e una certa autonomia. Nel 225 a.c., quando i Romani combatterono contro i Galli, i Sassinates, insieme gli Umbri, fornirono all'esercito romano 20.000 soldati. Divenne municipio nel I secolo a.c., riorganizzata sul piano urbanistico ed architettonico, con massiccia cinta muraria, inserita poi in età augustea nella Regio VI Umbria. Nell'età imperiale fiorì sia per l'attività silvo-pastorale, per i rapporti commerciali con il porto di Ravenna, sia per l'artigianato ed i centonari (fabbricanti di stoffe). Subì atroci devastazioni barbariche verso la fine del III secolo, che segnarono il suo declino.

    Travo (Trivia) - Vide la presenza dei Liguri e fu colonia romana col nome di Trivia, nome riservato alla Grande Dea Trivia, cioè Venere, i cui templi, in cui si praticava la prostituzione sacra, si poneva all'incrocio di tre vie, da cui trivio e il termine triviale.

    - Lugagnano Val d'Arda (Veleia) - Centro di notevole importanza agricola e commerciale dei Liguri Eleiati o Velleiati, divenne colonia latina nell'89 a.c. e municipio nel 49 a.c., ascritto alla famiglia patrizia dei Galeria. Vi fu rinvenuta la "Tabula alimentaria traianea" un'epigrafe in cui Traiano concesse un prestito ipotecario ai proprietari terrieri i cui interessi evenivano devoluti ai fanciulli indigenti, sia per incrementare le attività agrarie sia per sostenere le famiglie povere e contrastare lo spopolamento delle campagne.

    - Voghenza (Voghiera) - fu insediamento romano con il nome di Vicus Habentia, un avamposto della bonifica attraverso canali e ampie strade con cui vennero ricavati territori agricoli. Era situata sul ramo principale dell'Eridano (il Po) e a pochi km delle vie consolari: Via Popilia, Via Annia e Via Emilia.


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  • 03/28/19--06:12: UTICA (Tunisia)
  • ENTRATA IN CITTA'
    Utica è una delle più antiche città del Mediterraneo, posta a nord ovest di Cartagine, ed anche se ora è lontana dal mare, da cui dista diversi km, era una città costiera, ed anche un porto fenicio molto importante. Secondo Plinio il Vecchio era stata fondata prima di Cartagine dai coloni di Tiro nel 1101 a.c., anche se gli scavi non abbiano trovato tracce anteriori all'VIII secolo a.c., ma è ancora tutto da scoprire, anzi da scavare.

    Il fiume, che si chiamava Macaras, poi Bagradas in epoca romana e che ora si chiama Mejerda, passava nei pressi della città, ai piedi del promontorio che formava un golfo dove il fiume sboccava nel mare, ma già verso il IV secolo a.c. aveva con le sue frequenti alluvioni iniziato a formare una pianura allontanando la costa.

    Il benefico fiume, che forniva acqua per i campi e portava barche piene di grano ai mercati più lontani, forniva anche un flusso costante di limo nel porto. Nel corso del tempo, il porto di Utica divenne meno profondo e più difficile da navigare e nel V secolo d.c., la prospera città portuale fu tagliata fuori dal mare.

    ECCO COME DOVEVA APPARIRE UTICA (INGRANDIBILE)
    Oggi, sulla foce del Mejerda, si sono accumulati tanto limo e sedimenti che i resti dell'antica Utica ora si trovano a dieci chilometri nell'entroterra. E la posizione del porto della città, ora piena di terra, è rimasta un mistero per secoli. Secondo Plinio il Vecchio. "Utica" in Fenicio significa "Vecchia città", in contrasto con la successiva colonia Cartagine, che significa "Nuova città".

    Cartagine fu sua alleata e rivale a seconda delle circostanze. Intorno al 300 a.c. Agatocle, tiranno di Siracusa, conquistò Utica per opporsi ai cartaginesi. In seguito Utica parteggiò per i Romani con Massinissa, re della Numidia, allo scoppio della III guerra punica (149 -146 a.c.) e per questo le vennero accordati molti territori e divenne capitale della provincia d'Africa.

    A seguito della dichiarazione di guerra, nel 149 a.c. un esercito romano, comandato dai consoli Manio Manilio Nepote e Lucio Marcio Censorino, sbarcò e pose il suo campo nei pressi di Utica che subito si arrese salvando la vita ai suoi abitanti. Poi i romani la conquistarono e ne fecero una base militare romana, punto di partenza per Scipione per il suo attacco definitivo a Cartagine nel 146 a.c.. Utica ottenne infine la cittadinanza romana.

    PAVIMENTO IN OPUS SECTILE
    Dopo la battaglia di Farsalo (48 a.c.) Utica divenne la base operativa dei pompeiani e nella vicina località di Tapso, si svolse nel 46 a.c. la battaglia vinta da Gaio Giulio Cesare contro i Pompeiani di Tito Labieno, Giuba I, M. Petreio, Gneo e Sesto Pompeo. Ad Utica nel frattempo si era prodigato per difenderla Marco Porcio Catone Minore, non a caso chiamato l'Uticense in quanto nativo della città, lui che era stato l'anima della resistenza Pompeiana, contro Cesare e a difesa degli optimati.

    Catone, fermo e convinto seguace della dottrina stoica, strenuo sostenitore della libertà Repubblicana, ma anche dei privilegi degli aristocratici, non appena seppe che Cesare era alle porte della città, non esitò a suicidarsi per evitare l'umiliazione che tra l'altro Cesare gli avrebbe risparmiata. Utica, divenuta celebre proprio per il suicidio di si grande uomo, strenuo difensore dei "mos maiora", rese sontuosi onori funebri a questo suo grande figlio.

    Nel I secolo d.c. Utica divenne di tale importanza che ebbe anche una propria Zecca dove nel 25 d.c., venne coniata una moneta che recava su una faccia la testa dell'imperatore Tiberio insieme ai nomi del Proconsole e del Questore della Provincia di Siria.

     "Dopo che Cartagine fu smantellata da Romani ad Utica fu concesso tutto il paese che giacea fra Cartagine e Ippona e fu per un considerabile tratto di tempo Metropoli dell Africa."
    Ma Utica era già divenuta Municipio sotto Augusto e sotto Adriano divenne Colonia, per decadere poi a causa della rinascita di Cartagine e dell'insabbiamento del porto.

    IL DECUMANO

    IL PARCO ARCHEOLOGICO 

    Il parco archeologico dista alcune centinaia di metri dal museo e al di sotto dello strato romano si sono trovati i resti della abitato punico ed in particolare di una necropoli ove le tombe ci appaiono come grandi sarcofagi rettangolari a conca monolitica in pietra senza decorazione. Uno solo, costruito in mattoni crudi, conserva uno scheletro quasi intatto.

    Le tombe sono di diverse tipologie appunto, monolitiche in pietra, in blocchi di argilla cruda o cotta. Alcune, piccole, sono costituite da urne cinerarie poste in nicchie scavate nel terreno. Le più antiche risalgono al VII secolo a.c. Il corredo funerario è costituito da ceramiche puniche, lucerne e qualche oggetto in bronzo o ferro.

    La pianta della città abitata è divisa in isole, all'uso romano, di cui si individuano il decumano massimo, il cardo massimo e le loro parallele, mentre attorno stanno i grandi edifici pubblici. Oltre ad alcuni edifici con mosaici di età repubblicana romana, si sono identificate tracce di un tempio, di terme e di due teatri e due anfiteatri che si spera divengano oggetto di seri scavi archeologici.



    GLI EDIFICI PRIVATI

    Le case già scavate sono una ventina e gli archeologi le stanno classificando secondo certe caratteristiche costruttive che permettono di attribuirle ai diversi periodi. Di solito presentano piccole stanze ubicate intorno a una corte scoperta, raggiungibile dalla strada mediante uno stretto corridoio, spesso dotate di un secondo piano. Le pavimentazioni sono in cementizio o in mattoni crudi. e il portico in genere è posto alle spalle dell'ingresso principale.

    IL TRIONFO DI NETTUNO ED ANFITRITE

    LA CASA DELLA CASCATA

    Il nome di “Casa della cascata” le deriva proprio da una fontana che imita una cascata d’acqua. E' la prima casa che si incontra nel tragitto del sito archeologico, ed ha un bel mosaico in un bacino a lunetta con una scena marina con barca e pesci ed amorino dedito alla pesca. I proprietari erano benestanti che si permettevano bei mosaici, un bel peristilio con pavimento a mosaico in cubetti bianchi e frammenti di marmo , un “viridarium”, una sala da pranzo “triclinium” e altri locali piuttosto lussuosi. L’inizio di una scala fa supporre l’esistenza di un altro piano.



    CASA DEI CAPITELLI ISTORIATI 

    La “Casa dei capitelli istoriati” è la più nota e deve il suo nome a due colonne con capitelli scolpiti finemente, recuperati da precedenti costruzioni che risalgono al I° secolo a.c. mentre la casa è del I° secolo d.c.. Nei capitelli sono rappresentati Ercole, una Minerva armata ed Apollo citaredo. Attorno al peristilio di dodici colonne si aprono le stanze, una grande sala ed altre minori.



    CASA DELLA CACCIA 

    Più avanti, la” Casa della Caccia” per le scene di caccia dei mosaici del pavimento del peristilio. Anche qui le tracce di una scala fanno pensare ad un piano superiore.



    CASA DEL TESORO

    La” Casa de Tesoro” così chiamata perché l’archeologo che eseguiva gli scavi (P. A. Fevrier) nel 1957 trovò un piccolo tesoro in monete. Sull’ala settentrionale si apriva una serie di negozi che davano sul Cardo massimo.



    IL FORO

    Il Foro è poco visibile, ma la maggior parte delle statue in marmo di gran dimensione e dei monumenti epigrafici sono stati trovati in questa area; comunque gli si è dato il nome di “ Forum novum”.

    Delle terme, alimentate da un grande acquedotto, rimangono pochi muri e tracce di volte, del II secolo d.c in epoca adrianea. Al periodo repubblicano invece risale ciò che rimane di un teatro che Cesare ricorda nel suo” De Bello Civili”.

    Il poeta Nevo, in chiara opposizione ad un certo potere dominante e soprattutto alla gens Metella, In base alla legge delle XII tavole che puniva i mala carmina, nel 206 a.c. fu imprigionato in Roma, dove, dal carcere, scrisse due commedie con le quali faceva ammenda delle offese recate. Venne liberato grazie all'intervento dei tribuni della plebe, e la sua pena fu commutata in una condanna all'esilio: Nevio morì in Africa, e precisamente a Utica durante la seconda guerra punica attorno al 201 a.c.




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    IL TESORO DI CANOSCIO - FIG. 1

    IL TESORO DI CANOSCIO E LE ARGENTERIE ITALICHE DEL VI SECOLO 
    Di Marco Aimone

    "In un atto di donazione scritto all’inizio del VII secolo, il vescovo Desiderio di Auxerre († 621) elencava una lunga serie di oggetti da mensa in argento, suddividendoli fra la sua cattedrale e la chiesa di S. Germano: si trattava di vassoi, piatti, ciotole, brocche e cucchiai, per ognuno dei quali veniva specificato il peso, a volta ragguardevole, e spesso il soggetto dei motivi figurati incisi.

    La ricorrenza su queste stoviglie di temi mitologici, forse esibiti con orgoglio sulla tavola di un prelato discendente da una nobile famiglia gallo-romana, dimostra la forza perdurante, nel regno merovingio, della cultura tradizionale greco-romana, una vitale eredità del mondo classico che, in quel caso, si esprimeva attraverso un supporto prediletto nel mondo tardoantico e protobizantino, quello delle argenterie.

    Se questo metallo prezioso era stato elevato a simbolo del lusso domestico già nella Roma tardo repubblicana e alto imperiale, a partire dal IV secolo d.c. il suo uso era stato introdotto in due nuovi settori della vita pubblica, quello dei donativi ufficiali (largitiones) e quello delle suppellettili d’altare utilizzate nella liturgia cristiana (vasa sacra), un segno ulteriore della sua affermazione nella vita sociale e culturale del tempo".


    Dal IV al VII l’Italia ha fornito vari tesori di argenterie, sia di uso domestico, che liturgico-cristiano e, in due soli casi, ufficiale (i missoria per il consolato di Aspar, datato al 434, e del sovrano vandalo Gelimero, re dal 530 al 534). 

    Tuttavia, per l’Italia sono mancati fino ad ora studi generali, già condotti per altre regioni dell’antico Impero romano, che offrano un quadro interpretativo di questi peculiari materiali archeologici, in merito alle tipologie, alle datazioni, alle iconografie, ai centri di produzione, alla diffusione geografica e cronologica dei ritrovamenti; il riesame di uno dei più importanti complessi di argenterie riferibili ai secoli VI-VII, quello di Canoscio (Pg), ha offerto l’occasione per una più ampia riflessione sugli argenti rinvenuti nella penisola e riferibili al medesimo orizzonte cronologico".

    IL GRANDE PIATTO - FIG. 3

     LA STORIA DEL TESORO

    Il "Tesoro di Canoscio" designa un gruppo di argenterie scoperto, come di solito casualmente, il 12 luglio del 1935 a Canoscio, frazione di Città di Castello, in Umbria dal mezzadro Giovanni Tofanelli, che avendo informato altri del ritrovamento, procurò il sequestro della maggior parte dei manufatti, dopo soli quattro giorni, da parte dei Carabinieri Reali.

    Inoltre i carabinieri ispezionando la buca nel campo, recuperarono vari frammenti d’argento, probabilmente appartenenti al grande piatto che copriva gli oggetti, gravemente danneggiato al momento della scoperta.

     Ma le cose non finirono qui, perchè ne seguì un complicato processo per stabilire a chi spettasse la proprietà, finchè nel 1940 il giudice l’assegnò allo Stato italiano e nel 1949 le argenterie furono definitivamente affidate in custodia alla diocesi di Città di Castello, per essere esposte nel locale Museo del Duomo, loro attuale sede (sala 1).

    Viene da chiedersi come mai un tesoro italiano venga affidato a un museo straniero (Vaticano), che fa pagare 6 euro per visitarlo, dopo che lo stato stesso ha pagato i lavori per ampliare e praticamente fare da capo il museo.

    Comunque tre manufatti erano sfuggiti ai Carabinieri: un cucchiaio, rimasto presso il santuario di Canoscio (sempre al Vaticano) e riunito alle altre argenterie solamente nel 1984 (cioè ancora al Vaticano); un secondo cucchiaio e un piatto iscritto con i nomi Aelianus et Felicitas, acquistati sul mercato antiquario e dal 1992 conservati presso il Bode Museum di Berlino. Ora vorremmo sapere chi li ha venduti al mercato antiquario, non certo gli scopritori perchè gli oggetti sarebbero già stati sequestrati.

    L’alta qualità dei pezzi e le raffinate decorazioni a niello, a doratura o a paste vitree colorate, possono ricollegarsi al gusto prezioso ma piuttosto carico di Teodorico, che negli oggetti preziosi vedeva un forte elemento di prestigio per il proprio regno.

    Il tesoro, che pesa quasi 16 kg, comprende 27 oggetti, quasi tutti integri, di cui 25 a Città di Castello e 2 a Berlino (quelli indebitamente venduti), oltre alla base di un piccolo piatto frammentario e a 34 minuscoli frammenti di pareti e orli, conservati a Città di Castello e assegnabili in massima parte al grande piatto danneggiato.

    PIATTO - FIG. 5


    LA COMPOSIZIONE

     - Due grandi piatti circolari (metà VI - inizio VII sec.) misurano rispettivamente 62 e 43,5 cm di diametro, ornati al centro da un tondo con iconografie simili: una croce gemmata fra agnelli, la manus Dei e una colomba in alto, i quattro fiumi del Paradiso sotto la croce.

    LE COCHLEARIA  - FIG. 6
     - Altri tre piatti, (metà VI - inizio VII sec.) di dimensioni rispettivamente di 44, di 34 e di 25 cm, sono ornati al centro da corone d’alloro, due delle quali contengono una croce latina, mentre quello maggiore (frammentario) reca un’iscrizione di offerta al martire S. Agapito.

     - Un catino di 29 cm, (metà VI - inizio VII sec.), anch’esso ornato da una croce iscritta in una corona d’alloro. Sul suo uso si presume fosse offerto agli ospiti del banchetto colmo di acqua e petali di fiori per detergere le mani tra una portata e l'altra.

     - Due piatti di 16 cm ciascuno, con bordo rialzato e sagomato, che recano incisi e niellati sicuramente i nomi di due sposi, Aelianus et Felicitas (fine V inizi VI sec.), probabilmente un dono nuziale offerto a due sposi secondo l’uso dello scambio fra aristocratici di piccole argenterie, cui fa cenno Quinto Aurelio Simmaco in una sua lettera.

    - Quattro coppe (fine V inizi VI sec.), tre dal profilo svasato e una di forma globulare con le superfici esterne solcate da costolature radiali: le tre più grandi erano chiuse da coperchi con manico, di cui solo due conservati. Sicuramente non servivano per bere ma per contenere condimenti e salse, non a caso avevano coperchi, e di cui i romani facevano ampio uso soprattutto nei banchetti.


    - Dieci cucchiai del tipo a cochlear, (metà VI - inizio VII sec.) con piattello ellittico e manico sottile, suddiviso in quattro sottotipi caratterizzati da differenze formali secondarie: quello più riccamente decorato, del tipo Antiochia, è ornato sul piattello da un pesce reso con vivace gusto naturalistico. Si suppone che i differenti cochlearia fossero posate individuali che attraverso attraverso differenze formali e di peso, sottolineassero una certa gerarchia del simposio data da personaggi più o meno importanti.

    - Un cucchiaio con profondo scodellino semisferico, del tipo a ligula con manico tornito e balaustrino terminale. I cucchiai dal grande piattello emisferico stranamente non hanno riscontri al di fuori della penisola, e possono essere datati entro la prima metà del VI sec.

     - Un colino (fine V secolo - inizio VII sec.) con piattello ellittico e manico ad anello terminante a collo di gru, probabilmente usato dagli inservienti coppieri per filtrare il vino nei bicchieri degli ospiti.

     - Un altro colino (sempre fine V secolo - inizio VII sec.)con profondo piattello semisferico, fori che compongono un disegno floreale e manico lavorato a tortiglione, anche questo probabilmente usato dagli inservienti coppieri per filtrare il vino nei bicchieri degli ospiti.

    COLINO - FIG. 8

    ARREDI SACRI O PROFANI

     Dato il gran numero di motivi cristiani presenti sugli oggetti, e la ricchezza del metallo, fece presupporre al loro primo editore, mons. Enrico Giovagnoli, che si trattasse di suppellettili per la liturgia eucaristica.

    Con una certa fantasia propose per ciascun pezzo un nome latino e un uso nella celebrazione della messa, mentre sulle iscrizioni, ipotizzò un’origine africana legata ad un culto di martiri locali. L'interpretazione dovette piacere parecchio, perchè condizionò senza eccezioni, l’interpretazione dei tesori scoperti successivamente in Italia, quelli di Canicattini Bagni (1938), di S. Michele Maggiore di Pavia (1962) e di Classe (2005), considerati dai rispettivi editori tesori liturgici o comunque appartenuti a chiese, quasi che, nell’Italia di VI e VII secolo, non esistessero le argenterie domestiche.

    LE QUATTRO COPPE - FIG. 4
    Il che spiega perchè questo tesoro sia stato affidato alla chiesa e non allo stato nonostante l'esito del giudizio in tribunale. Dopo tre decenni di disinteresse per il tesoro di Canoscio, nel 1964 e nel 1972 gli studiosi Fritz Volbach e Joseph Engemann riconobbero che i simboli cristiani non erano pertinenti solo agli altari, poichè croci, pesci, agnelli e cristogrammi erano molto presenti anche sugli oggetti di uso domestico e quotidiano.

    Viene peraltro da rimarcare che dal tesoro umbro sono assenti sia calici che patene, presenti invece nei tesori effettivamente liturgici, come quello di Galognano, l’unico di questo genere finora scoperto in Italia. Al contrario, i tre grandi piatti hanno il profilo caratteristico dei missoria da mensa, con fondo concavo (lances) e con fondo piano (missoria plana), che servivano per imbandire sulle mense tipi diversi di carne e di pesce, (come riportato del De re coquinaria) attestati poi da numerosi esemplari nei tesori di Kaiseraugst, Cesena, Mildenhall e Sevso (metà-fine del IV sec.). 

    L’occultamento del tesoro deve essere avvenuto nel corso del VII secolo, forse in seguito alle guerre che, per più decenni, coinvolsero Bizantini e Longobardi, in lotta per il possesso dei centri fortificati lungo il famoso percorso a corridoio che collegava Roma a Ravenna attraverso gli Appennini Tutto ciò fa supporre una sopravvivenza fino alla fine del VI secolo della tradizione del simposio romano, dove la produzione di pregiate stoviglie domestiche continuò almeno fino alla metà del VII secolo.


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    SALUS AUGUSTA

    Per ordine di Augusto, nel 10 a.c. si celebrò ogni anno nell'Impero la Salus Publica Populi Romani, Concordia et Pax, divinità personificazioni della salvezza dello Stato romano, della concordia dei cittadini e della pace.

    A tal uopo l'imperatore fece erigere un altare sul quale si svolgeva ogni anno questa celebrazione, ma esisteva una statua della Salus nel tempio della Concordia a Roma. La Dea Salus era stata soprattutto la Dea della salute personale e privata, ma con Augusto divenne la salus pubblica, cioè del popolo romano. I romani avevano già Igea come Dea della salute che però era greca, trasformata in Egeria, antica Dea italica.

    Ma nella religione romana la Salus divenne la Valetudo, divinità della salute personale, derivante dalla divinità greca di Igea. Da essa venne il saluto Vale, cioè "Stai bene". Benché fosse una divinità minore, come del resto la Salus Publica Populi Romani, Valetudo ebbe un suo tempio a lei dedicato sul colle del Quirinale (inaugurato nel 302 a.c.).

    Attorno al 180 a.c. vennero iniziati i primi sacrifici in onore della Dea Salus, unitamente al Dio Apollo ed Esculapio, considerati Dei della medicina. 



    L'IMMAGINE

    - La Dea Salus era spesso rappresentata seduta con le gambe incrociate, come del resto la Dea Securitas) ed il gomito appoggiato sul bracciolo di un trono. 
    - In genere teneva nella destra teneva una patera per alimentare un serpente, che era avvolto intorno ad un altare. 
    - A volte il serpente veniva rappresentato eretto ma con la testa nella patera.
    - A volte la mano della divinità veniva rappresentata aperta e vuota, nell’atto di fare un gesto.
    - Oppure la mano destra sollevava una figura più piccola femminile.
    - Oppure non c'era l'altare, ed il serpente era avvolto attorno al braccio del suo trono.
    - Oppure la Salus aveva una verga nella mano sinistra, con un serpente attorcigliato intorno ad esso.
    - Oppure veniva rappresentata con un timone nella mano sinistra, per il suo ruolo nel guidare saggiamente l'imperatore.
    Più tardi, la Salus fu rappresentata in piedi, ma che dava da mangiare serpente. 

    Quest'ultima divenne la posa più comune nel periodo imperiale: Salus in piedi che afferra saldamente il serpente sotto il braccio, orientandolo verso il cibo che porge su un piatto nell'altra mano.



    IL TEMPIO DELLA CONCORDIA

    Il Tempio della Concordia era posto all'estremità occidentale del Foro Romano, presso il tempio di Vespasiano e Tito e posteriormente poggiato sul Tabularium. Così infatti è rappresentata in un frammento della Forma Urbis severiana, dove è raffigurato col vicino tempio di Saturno.

    Venne iniziato nel 367 a.c. da Lucio Furio Camillo, per commemorare la riconciliazione tra patrizi e plebei, e ricostruito nel 121 a.c. da Lucio Opimio per ripristinare l'armonia dopo l'orribile omicidio dei Gracchi. Nel 211 a.c., la statua della Vittoria, posta nel punto più alto del tempio, venne colpita e abbattuta da un fulmine e restò ancorata alle antefisse piccole Vittorie,  senza cadere dal tetto.

    Durante il regno di Augusto venne di nuovo restaurato da Tiberio tra il 7 a.c. e il 10 d.c., come scrive infatti Svetonio:
    « Dedicavit et Concordiae aedem, item Pollucis et Castoris suo fratrisque nomine de manubiis.»
    « Con il ricavato del bottino di guerra restaurò il tempio dedicato alla Concordia, così come fece per quello di Castore e Polluce, a nome proprio e di suo fratello. »
    (Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum , Tiberio,20)

    Notevole divenne il tempio per l'opulenza dei marmi, per i ricchi ornamenti architettonici per le statue greche, e i magnifici dipinti, si che Plinio il Vecchio ci ha tramandato un vero e proprio catalogo delle opere, soprattutto statue greche di epoca ellenistica. A questo rifacimento risale la cella, che forse venne ingrandita sfruttando lo spazio della demolita basilica Opimia, che da allora non è più ricordata.

    IL TEMPIO DELLA CONCORDIA

    ROBERTO LANCIANI

    Il Tempio della Concordia, enfaticamente lodato da Plinio, fu costruito da Camillo ai piedi del Campidoglio e restaurato da Tiberio e Settimio Severo, era ancora in piedi al tempo di Papa Adriano I (772-795), quando l’iscrizione sulla sua facciata fu copiata per l’ultima volta dall’Einsiedlensis. Fu raso al suolo intorno al 1450. "Quando ho fatto la mia prima visita a Roma," racconta Poggio Bracciolini, "ho visto il tempio della Concordia quasi intatto (aedem fere integram), costruito con marmo bianco”. Da allora i Romani hanno demolito la struttura trasformandola in una fornace per calce.

    La cella conteneva una nicchia centrale e dieci ai lati, nelle quali erano conservati capolavori di artisti greci, quali:
    - L’Apollo e Hero, di Baton;
    - Leto che nutre Apollo e Artemide, di Euphranor;
    - Asklepios e Hygieia, di Nikeratos;
    - Ares ed Hermes, di Piston;
    - Zeus, Atena e Demetra, di Sthennis.
    - Il nome dello scultore della statua della Concordia nell’abside è ignoto.
    - Plinio parla anche di un dipinto di Theodoros che riproduceva Cassandra;
    - di quattro elefanti scolpiti in ossidiana, un miracolo di abilità e arte,
    - e di una collezione di pietre preziose, tra cui c’era il sardonice incastonato nel
    leggendario anello di Policrate di Samo.



    LA FESTA

    Macrobio scrive che anticamente chiunque invocasse la Salus e pertanto la Dea, aveva già assolto ai doveri della festa, cioè aveva onorato gli Dei, il che dà la misura dell'importanza di questa Dea, ma il dovere era soprattutto di interrompere il lavoro per onorare la festa. Dunque per invocare la salute occorreva interrompere di lavorare con conseguente danno economico.

    DEA SALUS
    Ora trattandosi di Salute Pubblica, quindi di Res Pubblica, la festa era doverosa, tanto più che includeva Concordia e Pax, cioè la concordia e la pace tra i cittadini, cioè soprattutto il superamento del perpetuo dissidio tra patrizi e plebei.

    Il cittadino che non ottemperava a questa festa poteva essere guardato come un traditore, per cui gli uomini insigni, e soprattutto quelli che aspiravano alla carriera politica, facevano a gara per partecipare e mettersi in mostra, magari elargendo doni al popolo intervenuto, come vino e monete.

    Trattandosi di una festa pubblica essa prevedeva sacrifici cruenti e l'opera dei sacerdoti flamines. In genere si sacrificavano dei buoi e si allestiva un banchetto pubblico dove si arrostivano le carni e si distribuivano al popolo insieme ai cosiddetti "vini fiascali" cioè vino gratuito per il popolo.

    I templi della Salus, della Concordia e della Pax venivano ornati con ghirlande di fiori e rami d'ulivo, i quali rami venivano pure portati in processione da ciascun tempio, finchè non si riunivano tutte e tre davanti all'ara della Salus Pubblica dove venivano recitate le preghiere e dove il popolo partecipava facendo promesse di concordia tra cittadini. Qui senatori e tribuni si salutavano cordialmente e il popolo dimenticava i propri rancori, o almeno così doveva essere.


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    MUNATIUS PLANCTUS


    Nome: Lucius Munatius Plancus
    Nascita: 90 a.c., Tivoli o Atina
    Morte: 1 a.c., Gaeta
    Consolato: 42 a.C.

    Lucius Munatius Plancus; Tivoli o Atina, 90 a.c. – Gaeta, 1 d.c. Nell'immagine scultorea compare come un uomo di mezza età con sintomi di emiplegia sulle pieghe nasolabiali.

    «Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, pronipote di Lucio, console, censore, comandante militare vittorioso per due volte, uno dei Septemviri epulones, trionfatore dei Reti, costruì col suo bottino il Tempio di Saturno, divise i campi in Italia a Benevento, fondò in Gallia le colonie di Lugdunum e Raurica»
    (testo scritto sulla lapide dedicatoria posta sulla porta del suo Mausoleo in Gaeta)

    Lucius nacque da una famiglia di cavalieri presso Tivoli od Atina (una delle 5 leggendarie città saturnie, fondate cioè dal Dio Saturno: Alatri, Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, detta Antino). Divenne console nel 42 a.c., assieme al triumviro Marco Emilio Lepido, e censore nel 22 a.c. con Lucio Emilio Lepido, che era stato Console suffetto nel 34 a.c.
    Ottenne l'imperium per due volte, fu dux, prefetto dell'Urbe, legatus pro praetore e fondò due colonie romane: le attuali città di Lione in Francia e di Augst (Augusta Raurica) presso Basilea in Svizzera. Alcuni pensano che Planco nella sua vita politica cercò solo di sopravvivere, cambiando bandiera come girava il vento. In realtà Planco fu sempre fedele a Roma, scegliendo ogni volta la fazione che riteneva potesse fare meglio gli interessi della Repubblica o Impero che fosse.



    IL CESARIANO

    Fu legatus al seguito di Gaio Giulio Cesare durante le campagne militari per la conquista delle Gallie e lo seguì pure durante la guerra civile, attraversando al suo fianco il fiume Rubicone. Ma fu tanto valido discepolo di Cesare divenendo un valente comandante, quanto un valido discepolo di Marco Tullio Cicerone diventando un valido oratore.
    Giulio Cesare lo inviò in Spagna nel 49 a.c. insieme a Gaio Fabio, per poi raggiungerli poco dopo ed intraprendere insieme una vittoriosa campagna militare. Nel 46 a.c. Cesare, dopo essere stato nominato dittatore decennale l'anno precedente, lo nomina praefectus urbi. L'evento è ricordato da una moneta, un aureo: al diritto è rappresentata la vittoria con la scritta 
    C CAES DIC TER 
    ed al rovescio una brocca con la scritta 
    L. PLANC PRAEF. VRB.



    IL REPUBBLICANO

    Nel 45 a.c. Cesare gli conferisce il governo della Gallia. L'anno successivo Cesare muore assassinato e Cicerone gli fa giurare fedeltà alla Repubblica. La Repubblica c'è sempre stata, Cesare era solo un dictator, esattamente come Silla, ma di quest'ultimo nessuno si lamentava. La repubblica cadrà con Augusto, ma Cesare non ebbe mai l'imperior.

    Planco rimane fedele a Cesare, e pure Lepido, governatore della Gallia Narbonense. Il Senato chiede loro di combattere Marco Antonio in Italia, ma dopo che il luogotenente di Lepido, Silano, si è unito alle legioni di Marco Antonio, questi cambia idea ed impone a Lepido e Planco di rimanere in Gallia e di fondare una città per i profughi cacciati da Vienne dagli Allobrogi. I profughi romani si erano accampati al confluente del Rodano e dell'Arar e così Planco fonda sul colle lì vicino la colonia di Lugudunum.

    Così nel 43 a.c. il Senato Romano, su proposta di Cicerone, gli affidò l'incarico di fondare una colonia nella Gallia, che prese il nome di Lugdunum, e lui ne tracciò personalmente i confini con un aratro, evento commemorato da apposita moneta. Poi fondò un'altra colonia romana, Augusta Raurica, che prenderà poi il nome di Augst presso Basilea. Nel giugno dello stesso anno, una lettera di Lucio Munazio Planco a Cicerone testimonia da allora l'esistenza del villaggio romano-gallico di Cularo, in seguito ribattezzato Gratianopolis. nelle Alpi francesi (odierna Grenoble).



    FEDELE AL I TRIUNVIRATO

    Intanto a Roma il triunvirato di Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido si era attivato per dividersi un potere informale, e Munazio Planco, che rivedeva in questo il triunvirato di Cesare, si schierò dalla loro parte. Essere fedeli al triunvirato era come essere ancora fedeli a Cesare. I triumviri decisero di disfarsi dei loro nemici e crearono le liste di proscrizione, tra cui Cicerone, che venne ucciso dai sicari di Marco Antonio presso Formia, Gaio Plozio Planco, fratello di Lucio Munazio Planco, e Paolo Lepido, fratello di Emilio Lepido.

    Dopo la vittoria di Filippi il triunvirato, pago della fedeltà e del valore di Planco, gli affidò il delicato e ingrato compito di espropriare le terre di Benevento per darle in premio ai veterani. Espropriare le terre ai nobili significava farsi molti nemici, oppure farsi corrompere facendo molto denaro, ma Munazio si comportò correttamente come al solito. Anzi nell'operazione rischiò la vita, ma un certo Calpurnio, vessillifer della I legione in Germania all'adesione di Tiberio nel 14 d.c., che impedì ai soldati di Germanico di uccidere Munazio Plancus, inviato del senato.

    ANTONIO E OTTAVIANO X IL II TRIUNVIRATO

    FEDELE AL II TRIUNVIRATO 

    Munazio Planco fu fedele al II Tiunvirato come lo fu al I, perchè in realtà parteggiava per Ottaviano, l'erede del tanto ammirato Cesare. Intanto Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno e fedele ai cesaricidi, si schierò con la Partia contro il Secondo triumvirato nel 40 a.c.; l'anno successivo invase la Siria insieme a Pacoro I.
    Il triumviro Marco Antonio non fu in grado di condurre la difesa romana contro la Partia perchè molte delle sue forze erano state inviate in Italia per scontrarsi con il rivale Ottaviano, con cui invece condusse negoziazioni a Brindisi. Lucio Munazio comatteva per Antonio come componente del II Triunvirato, valente generale molto stimato da Cesare che ricordava compagno di battaglie.

    Nel 36 a.c. Munazio si trovò dunque al fianco di Marco Antonio nella campagna militare contro i Parti, che ebbe però un esito disastroso per i Romani, e si ritirò ad Alessandria d'Egitto, ma qualche mese dopo venne richiamato e gli venne affidato l'incarico di governatore della Siria. Lucio Munazio Planco aveva un'ottima amicizia con Marco Antonio, che era stato d'altronde un valente generale e seguace di Cesare, ma le continue richieste di Cleopatra la misero in dubbio fino ad incrinarla, e Lucio Munazio Planco iniziò a credere che Marco Antonio non stesse più facendo gli interessi di Roma ma quelli di Cleopatra. 
    Da fedele generale romano partì con i suoi alla volta di Roma e qui giunto riferì a Ottaviano che Marco Antonio era diventato succube di Cleopatra intestandole il suo testamento. Ottaviano, desideroso di sbarazzarsi del potente rivale, capì che con quel testamento in mano avrebbe vinto le ultime perplessità del Senato Romano per portare una guerra in terra d'Egitto contro Marco Antonio, e, sapendo che era custodito presso le Vestali, chiese loro di consegnarglielo.
    MAUDOLEO DI LUCIO MUNAZIO PLANCO
    SUL MONTE ORLANDO A GAETA
    Era una cosa che le Vestali non erano tenute a fare, ma come all'epoca avevano avuto un debole per Cesare, ora lo avevano per il suo figlio adottivo e glielo consegnarono. Così Ottaviano potè leggerlo in Senato e convincere i senatori che le accuse che muoveva verso Antonio non erano infondate.

    Lucio Munazio Planco amò tanto Gaeta da possedere nel suo territorio una splendida villa di cui restano solo dei ruderi e da volervi essere sepolto in un grande mausoleo, posto in cima al Monte Orlando e molto ben conservato. 
    Al suo interno è presente una copia della statua del cosiddetto "generale di Tivoli", perché trovata nel santuario tiburtino di Ercole Vincitore, che sicuramente raffigura Munazio Planco. Lo conferma la fedeltà all'originale della ritrattistica romana. Nel testamento che Marco Antonio ingenuamente aveva lasciato a Roma, disponeva che alcune terre dei domini romani fossero assegnati ai figli di Cleopatra e che le sue spoglie fossero consegnate alla regina egizia per provvedere alla sua sepoltura in Alessandria d'Egitto.

    Che Antonio si divagasse con le regine straniere o quali fossero non contava ma che ciò venisse prima dell'attaccamento alla patria romana era un delitto imperdonabile. A questo punto il tradimento era evidente e il Senato autorizzò Ottaviano a muovere guerra contro Marco Antonio, e Lucio combattè con lui.

    La guerra terminò con la vittoria di Ottaviano ad Azio nel 31 a.c. e il senato era tutto dalla sua parte. nel 27 a.c., durante una discussione in Senato a proposito di quale appellativo dare ad Ottaviano per onorarlo, fu Lucio Munazio Planco a proporre il titolo di Augustus, in seguito assunto da tutti i successori di Ottaviano.
    Gli scultori nei ritratti non facevano sconti a nessuno, neppure agli imperatori e ritreavano ciascuno con le sue imperfezioni. Nel viso del personaggio compaiono i segni di una evidente emiplegia, un deficit motorio (una paralisi) di metà del corpo, dovuto a un danno cerebrale controlaterale. 
    La causa è un danno cerebrale che comporta vari malesseri, come irrigidimento e rattrappimento degli arti, piaghe da decubito, grande debolezza muscolare, difficoltà a parlare ecc. Quel che sappiamo è che l'ottimo generale, afflitto da mali e stanco di sopportarli, si suicidò.
    Nelle città di Gaeta, Frosinone, Tivoli e Benevento vi è a tutt'oggi una via è a lui dedicata, mentre ad Atina è il corso ad essere intitolato a lui.


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    RICOSTRUZIONE DEGLI INTERNI DELLA DOMUS
    "Gli scavi archeologici nel sottosuolo di Palazzo Valentini dal 16 ottobre 2010 sono un'esposizione permanente, che arricchisce il patrimonio storico artistico di Roma con l'area archeologica delle Domus Romane. Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma dal 1873, fu edificato a partire dal 1585 dal cardinale Michele Bonelli, nipote di papa Pio V".

    "Nel XVII secolo fu sottoposto ad una serie di lavori di ristrutturazione ed ampliamento, eseguiti su incarico del cardinale Carlo Bonelli e di Michele Ferdinando Bonelli".

    RICOSTRUZIONE
    "Il palazzo venne poi parzialmente demolito e ricostruito da Francesco Peparelli per il nuovo proprietario, il cardinale Renato Imperiali, che vi sistemò l'importante biblioteca di famiglia (la biblioteca ‘Imperiali’) composta di circa 24.000 volumi".

    "Agli inizi del XVIII secolo, il palazzo venne affittato a diversi personaggi di rilievo, tra i quali il marchese Francesco Maria Ruspoli, che vi abitò tra il 1705 ed il 1713, facendone la sede di un teatro privato".

    RICOSTRUZIONE
    "L'intera costruzione venne poi acquistata dal cardinale Giuseppe Spinelli nel 1752, che sistemò al pianterreno la biblioteca Imperiali, destinata alla fruizione pubblica e frequentata anche da Johann Joachim Winckelmann".

    RICOSTRUZIONE
    "Nel 1827 il banchiere e console generale prussiano Vincenzo Valentini acquistò il palazzo, vi stabilì la propria dimora e diede ad esso il suo nome".

    "Ora il museo multimediale è un originale incontro fra antichità e innovazione".

    "Il suggestivo percorso tra i resti di “Domus” patrizie di età imperiale, appartenenti a potenti famiglie dell’epoca, con mosaici, pareti decorate, pavimenti policromi, basolati e altri reperti, è stato supportato da un intervento di valorizzazione curato da Piero Angela e da un’équipe di tecnici ed esperti, quali Paco Lanciano e Gaetano Capasso, che hanno ridato vita alle testimonianze del passato attraverso ricostruzioni virtuali, effetti grafici e filmati".

    RICOSTRUZIONE
    "Il visitatore vede “rinascere” strutture murarie, ambienti, peristilii, cucine, terme, decorazioni e arredi, compiendo un viaggio virtuale dentro una grande Domus dell’antica Roma".

    "Del percorso fa parte un grande plastico ricostruttivo dell’area in età romana e delle varie fasi di Palazzo Valentini, grazie al quale il visitatore può ricollocarsi all’interno del contesto urbano attraverso le sue numerose stratificazioni storiche".

    "A partire dal 7 dicembre 2011 l’area archeologica e il suo percorso museale si sono arricchiti di un nuovo e significativo settore".

    "Nei sotterranei prospicienti la Colonna Traiana il visitatore può ammirare i resti di un monumentale edificio pubblico o sacro:

    RITROVAMENTI DI STATUE
    una possente platea in opera cementizia, setti murari in grandi blocchi di travertino e peperino, fusti di colossali colonne monolitiche in GRANITO GRIGIO EGIZIANO, LE PIÙ GRANDI MESSE IN OPERA NELL’ANTICHITÀ ROMANA, AMBIENTI SEMINTERRATI CON MURI IN OPERA LATERIZIA E VOLTE A CROCIERA RIBASSATA, DATABILI, IN BASE AI BOLLI LATERIZI, NELLA PRIMA ETÀ ADRIANEA".

    Queste strutture, sepolte da secoli, sono state riportate alla luce in Via IV Novembre, nel cuore del centro storico di Roma, non lontano da Piazza Venezia.

    Trattasi di due ville romane di epoca imperiale e di grande bellezza.

    Il traffico fu un problema anche al tempo degli antichi romani, in una città che contava in media un milione di abitanti.

    "Ecco perché i Romani costruirono case a più piani", ha detto Antonello Lumacone un archeologo che ha lavorato allo scavo del sito antico sotto il Palazzo Valentini, avere pertanto delle domus e non un appartamento nelle insule al centro di Roma significava possedere molta ricchezza.

    "La parte video della ricostruzione mostra, tanto per dare un'idea del mondo romano dell'Urbe, una folla in festa con scene di centurioni vittoriosi, uno scorcio di un mercato del cibo trafficatissimo, colorato e caotico, una rapina in un vicolo poco illuminato, ma pure i giochi dei bimbi che correvano nella vasta villa romana".



    VISTA SULLA COLONNA TRAIANA

    Le due ville, che misurano circa 20.000 piedi, erano locate presso il Foro Traiano, zona anche allora di grande prestigio.
    Nella ricostruzione virtuale, si apre una finestra con vista sulla colonna traiana. Non altrimenti doveva essere per la villa, dotata certamente di varie finestre, e non poteva mancare quella su uno dei maggiori capolavori dell'epoca traiana.

    Per chi pensasse che all'epoca non ci fosse a Roma una cultura media disposta ad apprezzare certe opere artistiche sbaglia di grosso.

    Il popolo romano vantava una cultura unica, perchè esistevano anzitutto scuole per tutte le tasche.

    Le scuole private si avvalevano di una stanza con un insegnante che a volte si contentava anche di poco perchè la concorrenza degli altri insegnanti era forte.

    Pertanto alcuni alunni se la cavavano portando al maestro i prodotti dell'orto o i formaggi, olive, vino ecc.

    Inoltre esistevano pure le scuole pubbliche perchè gli imperatori ci tenevano che gli abitanti di Roma parlassero latino e si amalgamassero anzinchè costituire isole a parte.

    Ma c'è di più perchè anche gli schiavi studiavano, anche perchè conveniva ai padroni che potevano incaricarli di qualsiasi incombenza e lavoro. Ne complesso della reggia di Caligola esisteva infatti la scuola per i figli degli schiavi.

    Pertanto la zona della colonna traiana ricca di splendidi edifici non poteva che essere vanto per i proprietari delle due ricche ville e senz'altro l'avranno mostrate orgogliosamente agli ospiti.



    L'EFFETTO CRISTALLO

    Come si vede in foto, la mostra è munita di uno strano pavimento di cristallo di altissimo spessore sostenuto da travi e travicelli di metallo.

    cristallo per pavimento
    Questo pavimento fa uno strano effetto perchè sembra di essere sospesi dal suolo.

    L'impatto è notevole per cui nel primo tratto la distanza tra il cristallo e il suolo è di circa mezzo metro per aumentare poi nelle stanze successive.

    Il sistema permette di vedere le stanze dall'alto senza dover annaspare tra le macerie, inconveniente che in genere si ovvia creando una passerella a ponte di ferro che tuttavia toglie una parte della visuale.

    Questo pavimento invisibile invece permette di assistere alla proiezione su pavimenti e pareti di come la stanza doveva essere, desunta puntigliosamente dai residui di pavimenti e pitture trovate in loco e riprodotte con assoluta fedeltà.

    PIANTA DEL COMPLESSO

    Un lavoro di ricostruzione da certosino, arricchito spesso da suoni e musiche, si che pare di assistere dall'alto direttamente alla scena sia delle stanze sia di alcuni scorci della Roma di allora.

    Non mancano nella domus i passi concitati dei bambini, le loro risate e le voci degli adulti che li chiamano. Insomma una vita ricca e felice, in uno scenario di arte e bellezza unico al mondo.

    "Lungo le camere monumentali, gli archeologi hanno trovato i resti di un edificio termale destinato ad incontri privati ​​dal III secolo, ora visibile sotto il vetro d'un immenso pavimento. Altri resti, tra cui le statue di un senatore e un giovane, datati al II secolo dc."

    "Alla fine del tour, i visitatori si riversano nel Foro di Traiano, attraverso una serie di gallerie e rifugi anti aerei risalenti al 1939".


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  • 04/03/19--05:14: GLI SCONGIURI ROMANI
  • FALLI CONTRO IL MALOCCHIO
    I romani furono un popolo molto religioso e molto superstizioso, le due cose andavano d'accordo perchè un culto non si opponeva all'altro, ognuno era libero di credere a ciò che voleva. Scrive Plinio il Vecchio: “Secondo molti autori le formule hanno la facoltà di cambiare il corso di grandi avvenimenti stabiliti dal fato ed annunciati dai presagi”.

    Solo i non credenti, escludendo ogni intervento provvidenziale della divinità nella vita dell’uomo, negavano il presagio e si facevano beffe delle superstizioni, incorrendo perciò nei dovuti pericoli.
    Ma ciò che noi chiamiamo superstizione era in realtà religione, è come se un'altra religione criticasse un cattolico perchè ogni mattina rivolge le sue preghiere al suo Dio, giudicandolo superstizioso perchè ritiene che se prega tutto andrà meglio.

    I romani si raccomandavano agli Dei, in realtà con poco fanatismo, perchè la preghiera rivolta agli Dei era un riconoscerli e onorarli, ma senza svilire o calpestare se stessi, non si sentivano i servi degli Dei, ma coloro che avevano facoltà di onorarli e di ottenere cose da loro. Diciamo che più che pregare i romani nel quotidiano facevano scongiuri, cioè impedivano o credevano di impedire che un altro umano, o qualche spirito poco amichevole potessero giocargli un brutto tiro portandogli sfortuna, cioè facendolo incappare in eventi sfortunati.

    I romani avevano anche un'idea della superstizione, per esempio Cicerone nel De Natura Deorum, chiama superstizioso chi sacrifica agli dei o prega ossessivamente affinchè i figli gli sopravvivano. Dal che il termine superstizioso sarebbe connesso al verbo superstare, cioè sopravvivere. Viene da pensare che Cicerone abbia sicuramente pregato per la sopravvivenza dell'amatissima figlia Tullia morta di parto, e che deluso del risultato abbia decretato che fosse stolido pretendere di forzare gli Dei a salvare la vita dei propri figli.



    LE FORMULE

    - ( 1 ) - “EPHESIA GRAMMATA” (parole di Efeso), sono una formula a scopo propiziatorio e soprattutto apotropaico, le cui parole sono :

    AΣKION KATAΣKION AIΞ TETPAΞ ΔAMNAMENEΥΣ AIΣIA . Secondo le principali fonti (Plutarco, Pausania, Clemente di Alessandria, Esichio) esse si chiamano così perché sarebbero state inscritte nel simulacro arcaico, sulla cintura e/o sul copricapo, della Dea Artemide venerato ad Efeso, uno “xoanon”, una statua di legno dai tratti sommari poi sostituito da una seconda e una terza immagine, di pregevole fattura artistica collocata nel grandioso santuario costruito a partire dal 560 a.c.

    ARTEMIDE EFESINA
    - ( 2 ) - Uno degli scongiuri più conosciuto e usato a Roma, era “Abracadabra”, del principio del III secolo, facente parte del “Liber Medicinalis”, di Quinto Sereno Sammonico, letterato, medico ed erudito, possessore di una biblioteca di ben 62.000 volumi, che Elio Sparziano narra venne fatto assassinare dall’imperatore Caracalla.

    Per la cura "dell'hemitritaeus”, cioè la malaria,  Sammònico prescrive una formula magica:

    Mortiferum magis est quod Graecis hemitritaeos
    Vulgatur verbis; hoc nostra dicere lingua
    Non potuere ulli, puto, nec volvere parentes.
    Inscribes chartae quod dicitur ABRACADABRA
    Saepius et subter repetes, sed detrahe summam
    Et magis atque magis desint elementa figuris
    Singula, quae semper rapies, et cetera figes
    Donec in angustum redigatur littera conum:
    His lino nexis collun redimire memento
    ”.

    “Più mortale è ciò che volgarmente con parola greca
    si dice “hemitriteo” che gli avi
    non poterono né, credo, vollero tradurre nella nostra lingua
    Si scriva su una carta la formula ABRACADABRA
    e la si riscriva più volte andando verso il basso
    ma avendo cura di detrarre ogni volta la lettera finale
    fino a che rimanga una sola lettera
    a terminare una figura a forma di stretto cono.
    Ricordati di cingere al collo il foglietto con un filo di lino”.

    In aggiunta Simmaco consiglia:

    - il grasso di leone,
    - indossare una collana di coralli, a cui si alternino autentici smeraldi, 
    - una perla di superiore qualità, preziosa per il niveo candore,
    con tali potenti mezzi si allontanerà al più presto il letale morbo. Si direbbe che i consigli di Simmaco riguardassero solo i ricchi, visto che si parlava di gemme preziose. Ma detto scongiuro fu usato in vari modi.

    La formula ABRACADABRA si ritrova poi in età medioevale inscritta o incisa su medaglie coniate in “elettro magico”, cioè una lega di sette metalli, secondo la descrizione di Paracelso:
    - 10 parti di oro;
    - 10 parti di argento;
    - 5 parti di rame;
    - 5 parti di ferro;
    - 2 parti di stagno;
    - 2 parti di piombo;
    - 1 parte di mercurio.
    fondendo durante una congiunzione planetaria di Mercurio e di Saturno.

    - ( 3 ) - Un'altra formula di scongiuro largamente usata a Roma fu: ARSE VERSE.

    Questa formula di origine preromana veniva scritta sulle porte della case per scongiurare gli eventi infausti che avessero potuto colpire l’edificio e soprattutto contro gli incendi. Si ritiene derivasse dall’etrusco, con il significato di “allontana il fuoco”

    Il grammatico romano S. Pompeo Festo (II sec. d.c.), nel I libro del “De verborum significatione” scrive:
    “Arse verse: “averte ignem” significat: Tuscorum lingua enim VERS “averte”,
    ARSE “ignem” constat appellari.
    Unde Afranius ait: inscribat aliquis in ostio: VERSE ARSE”
    (“arse vers = allontana il fuoco. In etrusco  “vers” vuol dire “scaccia, allontana”, mentre “arse” è chiamato il fuoco).
    Pertanto Afranio dice: “Si scriva ARSE VERSE sulla porta”.

    Tuttavia già dall’800 si è ritenuto derivasse dal latino “arse” connesso con “arceo, arcere”, allontanare, separare, difendersi da; “verse” con “ferveo, fervere”, ribollire.

    LUCERNA APOTROPAICA
    - ( 4 ) - Un’altra interessante testimonianza in ambito latino di formule incantatorie si riscontra nel “De agri cultura” di Catone il Vecchio, opera nella quale, accanto ai consigli in materia di agricoltura, allevamento del bestiame ed economia domestica, sono ricordate anche alcune ricette mediche (De A. C., CLX):

    “Luxum si quod est, hac cantatione sanum fiet. Harundinem prehende tibi viridem pedes quattuor aut quinque longa, mediam diffinde et duo homines teneant ad coxendices. Incipe cantare:

    MOTAS VAETA DARIES DARDARES ASTARIES DISSUNAPITER, usque dum coeant. Ferrum insuper iactato. Ubi coierint et altera alteram tetigerint, id manu prehende et dextera sinistra praecide, ad luxum aut ad fracturam alliga: sanum fiet. Et tamen cotidie cantato [et luxato] vel hoc modo: HUAT HAUT HAUT ISTASIS TARSIS ARDANNABOU DANNAUSTRA”

    (“Se qualcuno ha una lussazione, con questo incantesimo guarirà. si prenda una canna verde lunga 4 o 5 piedi, circa un metro e mezzo, e la si tagli a metà. Due uomini tengano ciascuno una delle due parti all’altezza della anche e comincino a cantare [o a recitare]: Motas vaeta…ecc. fino a che non le abbiano riunite. Si agiti una lama di ferro al di sopra di esse: non appena le due metà della canna sono perfettamente ricongiunte, tagliatene via un pezzo da ciascuna estremità, la parte destra con la sinistra e viceversa, dopo di che legatele alle membra lussate o fratturate. Ripete poi tutti i giorni la medesima formula o la seguente: Huat haut… ecc.”).
    PICCOLO GLADIO PORTAFORTUNA
    Delle formule indicate nei codici compaiono però anche altre versioni:

    “Moetas vaeta daries dardaries asiadarides una petes” della prima;
    “Huat hauat huat pista sista dannabo dannaustra”,
    “Huat hanat huat ista pista sista domiabo damnaustra”,
    “Huat haut haut ista sis tar sis ardannabon dunnaustra”.

    Queste differenti versioni deriverebbero dalla trasmissione dei testi nei codici dove anche le parole più semplici e chiare potevano essere involontariamente alterate o cambiate, tanto più che non esistendo in pratica negli scritti antichi e medioevali una vera punteggiatura, né spazi o intervalli tra parole, ed essendo la scrittura complicata da abbreviazioni e sostituzioni di lettere, gli errori erano molto frequenti; soprattutto trattandosi di parole prive di evidente significato.

    Come si può facilmente capire, in effetti il rimedio di Catone non è altro che una steccatura dell’arto fratturato o lussato, alla quale però le “parole magiche” pronunciate, danno un valore in più, un aspetto placebo e quindi un aiuto nella guarigione.

    Sulla composizione delle formule vi sono diverse ipotesi. Si è supposta una derivazione da voci osche, umbre, greche, celtiche, e fenice, pervenute nell’antico Lazio. Ma è più probabile che queste parole siano forme arcaiche, poi alterate foneticamente e iscritte nell’uso magico-terapeutico, di termini latini:

    - “Motas vaeta” dovrebbe significare “mota sueta”, ovvero “movimenti abituali”;
    - “daries dardaries, ecc.” potrebbero essere forme del verbo “dare”;
    - “dissunapiter” sarebbe una contrazione deformata di “des una petes”, supposizione confermata dal fatto che in alcuni codici si tramanda pure una lezione “una petes”.

    Cioè:
     “Con il consueto movimento [lo steccare l'arto]
    dai e nello stesso tempo chiedi [doni cura e chiedi magicamente]”.

    Sulla seconda formula:
    - “Huat” e “haut” sarebbero deformazioni del saluto “(h)ave” (verbo “(h)avere);
    - oppure una variante di “haud”, “non”.
    - “Istasis” potrebbe essere una contrazione di “instans sis” = “stai fermo”,
    - “tarsis” dal greco “tarsos”, osso del piede;
    - “sista” (e “pista”) imperativo di “sisto, - ere”, fermarsi.
    - “Ardannabou (o “ardannabon”) dannaustra” da “Damnameneus”, la quinta delle “Ephesia grammata”;
    - oppure una trasformazione, attraverso una forma arcaico-volgare “ast dannabo danna ustra”, di “at damnabo damna vestra” = “io neutralizzerò i vostri danni”.

    Quindi:
    - “Vai, vai, vai, stai fermo [riferito al male causato dalla frattura]
    - e io con codeste [le stecche per immobilizzare l’arto] eliminerò i vostri danni”:
    uno scongiuro agli spiriti maligni che hanno provocato la frattura, affinché lascino il malato.



    - (5) -  Varrone dichiara di aver tratto dal testo di agronomia dell’etrusco Saserna, la seguente frase che doveva essere cantata a digiuno dal praticante per 27 volte (nove volte tre): “La terra si prenda la malattia, la salute rimanga nei miei piedi”. Dopodichè doveva sputare in terra, gesto ritenuto di grande efficacia, perché la saliva era considerata capace di allontanare demoni e malanni a causa della repulsione che provoca la sua vista.

    - (6) - Tibullo raccomanda “Pronuncia i carmi tre volte e tre volte sputa dopo averli pronunciati”.

    - (7) - Plinio il Vecchio: “Sputiamo sugli epilettici durante gli attacchi: così rigettiamo il contagio.  Chiediamo anche venia agli dei di qualche progetto troppo audace sputandoci in grembo; per la stessa ragione è usanza sputare e fare tre volte gli scongiuri tutte le volte che adoperiamo una medicina, potenziandone gli effetti”. (poveri epilettici, ingiustamente sputacchiati)

    - (8) - Nelle case come scongiuro si usava tenere un rametto di ruta per evitare incidenti domestici.

    (9) - Dentro la casa, dietro la porta, si appendeva un ferro di cavallo contro la malasorte. Ancora oggi molti ritengono che il ferro di cavallo porti fortuna.

    - (10) - Al collo dei bambini, per tenere lontani i demoni col loro suono, si mettevano collanine con medaglioni a sonagli in numero dispari detti crepundia

    - (11) - Come ciondolo che scongiura la malasorte, era molto usato anche il corno di corallo, così oggi sappiamo da chi ereditò questa credenza il popolo campano.

    - (12) - Un potente scongiuro era dato dalla raffigurazione, spesso in materiali preziosi, del pugno chiuso, col pollice in alto stretto tra l’indice e il medio, simbolo della vagina e della penetrazione, usata anche per favorire l’amore e le nascite, ma in seguito divenne solamente un simbolo triviale senza alcuna valenza benefica.

    Grande importanza veniva data al fallo maschile in erezione come simbolo di buon augurio, fertilità ed abbondanza. Nella bulla, una sorta di amuleto che veniva messo al collo dei ragazzini, al suo interno era contenuto un fascinus fallico, cioè un piccolo amuleto con la forma di membro maschile. Nelle case veniva appeso il tintinnabulum che si rifaceva al Fascinus, una figura magico-religiosa che aveva il compito di allontanare il malocchio e portare fortuna e prosperità.

    Vedi anche: CAMPANE E CAMPANELLI ROMANI.

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  • 04/04/19--06:18: MEGALENSIA (4-10 aprile)
  • SANTUARIO RUPESTRE DI CIBELE - SIRACUSA
    Le Megalensia erano le feste romane in onore della Grande Madre Cibele, e coincidevano con l'arrivo della statua della Dea portata a Roma sul Palatino, da Pessinunte nella Frigia, nel 204 a.c. durante la II guerra punica per la protezione contro Annibale.

    Vengono citati come i primi giochi dopo la lunga pausa invernale, non dimentichiamo che si svolgevano sempre all'aperto, per cui il clima impervio e la pioggia impedivano i giochi d'inverno, o almeno con poche eccezioni. I Ludi erano organizzati per l'occasione dagli edili curuli, poi Augusto ne trasferì la cura al pretore urbano. Le Feste Megalesie restarono fino agli ultimi anni dell'impero.

    Complessivamente i ludi dati in giorni fissi, al tempo di Cesare, occupavano ben 65 giorni dell'anno; ma nel. IV sec. il popolo romano impiegava nell'assistere ai giochi ben 175 giorni, cioè poco meno della metà dell'intero anno. Da qui si comprende perchè i romani per metà dell'anno fossero in Feriae, cioè non lavorassero. Beati loro.
    Mentre in campagna si lavorava tutto l'anno, in città si lavorava poco, per questo vivere a Roma costava molto, anche perchè era facile trovare lavoro e ci si divertiva molto.

    MEGALESIA

    IL MITO

    Cibele, la Grande Madre (Matrix Magnae), era la Dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò nel VII secolo a.c. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente.

    Collegato al culto era il giovane Dio Attis, suo figlio, poi da adulto suo amante e paredro, che in seguito si innamorò di una ninfa. Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta, fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi. Addolorata per la morte di Attis, Cibele chiese a Zeus di riportarlo in vita, così il Dio resuscitò dopo tre giorni; altre versioni riportano che fu invece trasformato in un abete (simbolo di vita eterna). Si può capire da quale mito venne presa la morte e resurrezione di Gesù Cristo dopo tre giorni all'equinozio di primavera.

    Poi Attis resuscitò in primavera venendo assiso in cielo accanto alla Dea. Era l'antico mito in cui il Dio vegetazione muore al solstizio d'inverno risorgendo all'equinozio di primavera, nell'eterno ciclo della natura (la Dea Madre). In genere Cibele e Attis  vengono raffigurati sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale.

    RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPIO DI CIBELE IN UN BASSORILIEVO CUSTODITO A VILLA MEDICI

    L'ACCOGLIENZA

    Erano stati i Libri Sibillini, consultati e interpretati, a suggerire la protezione dell'antica Dea mediterranea, la Magna Mater di cui c'era un importante tempio a Pessinunte, nel nord dell’Asia Minore, detta anche "La Pietra Nera". I Sibillini avevano suggerito di rivolgersi "all'Antica Madre" per salvare Roma da Annibale.

    Il Tempio per accogliere la Magna Mater o di Cibele (Aedes Matris Magnae) fu edificato sul colle Palatino a partire dal 204 a.c. e venne terminato, e pertanto inaugurato, l’11 aprile del 191 a.c. Per la celebrazione venne dato l'avvio ai Ludi Megalensi, di cui scrissero Terenzio e Plauto.

    Tito Livio:
    "Perché l'oracolo aveva ordinato che la dea dovesse essere ricevuta e consacrata dal miglior uomo, fu ricevuta da Publio [Cornelius] Scipione Nasica (figlio di Gneo, che era morto in Spagna), giudicato dal Senato come il miglior uomo, anche se era giovane e non non era ancora stato eletto questore."


    CIBELE ED ATTIS
    Una delegazione romana partì dal Senato e si recò al tempio della Dea e ne imbarcò il simulacro su una nave per essere trasferita a Roma:  "Fu la nobile matrona di Roma, Claudia Quinta, che personalmente diede il benvenuto al seguito di Cibele a Ostia, tirando la nave con la sua virtuosa forza, un episodio considerato allora come un segno miracoloso di destino favorevole"

    Il nuovo tempio venne costruito al centro tra la Domus Tiberiana e la Casa Romuli, nelle vicinanze della Domus Augustana e un'immagine figurativa della Dea, fu ritrovata senza testa nelle vicinanze del Tempio a lei dedicato, conservata oggi nel Museo Palatino.  In più venne ritrovata un'iscrizione che doveva sorgere sul lato destro della facciata: M(ater) D(eum) M(agna) I(daea).

    Esiste anche una raffigurazione dell'edificio in un rilievo dell'età di Claudio, murato nella facciata posteriore di Villa Medici, dove il tempio è raffigurato corinzio e esastilo, con alta scalinata; senza colonne sui lati.

    La celebrazione abituale dei Megalesia, tuttavia, non cominciò fino a dodici anni più tardi (191 a.c.), quando il tempio della Magna Mater, (Aedes Matris Magnae) situato sul colle Palatino, fatto costruire nel 203 a.c., fu completato e dedicato dal pretore Marco Giunio Bruto, anche se da un altro passo di Livio sembra che i Megalesia fossero già celebrati nel 193 a.c.

    RESTI DEL TEMPIO DI CIBELE

    CIBELE

    Le Megalesia fecero parte degli antichi Magni Circenses, dedicati ad un'antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, Dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvaggi.

    La pietra nera di Cibele fu dunque portata a Roma da Pessinunte nel 204 a.c., quando venne introdotto a Roma il Culto della Magna Mater, e il giorno del suo arrivo una grande processione ebbe luogo dal punto dell'approdo della nave fino al Campidoglio. 

    Era l'anno in cui si giocavano i destini di Roma e di Cartagine. In quell'anno infatti Scipione ottenne la carica di proconsole in Africa, potendo finalmente portare avanti il progetto che aveva in mente già dagli anni delle campagne in Spagna: portare la guerra contro Cartagine sul suo stesso suolo, in Africa.

    La celebrazione abituale del Megalesia, tuttavia, non cominciò fino a dodici anni più tardi (191 a.c.), quando il tempio della Magna Mater, fatto costruire nel 203 a.c., fu completato e dedicato dal pretore Marco Giunio Bruto. Anche se da un altro passo di Livio sembra che i Megalesia fossero già celebrati nel 193 a.c.



    LA GUERRA

    Nel 193 a.c. il re berbero Massinissa occupò Emporia e il Senato romano inviò a Cartagine una delegazione per tranquillizzarla, ma Catone, che fa parte della spedizione, porta con sè un cesto di fichi cartaginesi e li mostra ancora freschi al senato, per far comprendere quanto Cartagine fosse pericolosamente vicina. Risuona il "Carthago delenda est".

    La guerra è ancora una volta all'orizzonte. Per propiziarsi la Dea i romani indicono ancora i Magni Circenses Megalesi. Grande paura, grandi giochi.

    Per fare le cose alla grande, mentre prima gli spettatori assistevano in piedi allo spettacolo, vennero in questa occasione disposti sedili per la comodità degli  spettatori. Anche perchè fecero protrarre la cerimonia fino a sera. Durante i giochi passavano i commercianti con vino annacquato, cibo precotto, frutta, dolci e cuscini.

    CIBELE - ATTIS

    L'ABITO DA CERIMONIA MEGALENSIA

    "Effugiatque togam": la toga era l'abito delle occasioni ufficiali, ed era obbligatoria per i cittadini agli spettacoli (cfr. Mart. 2, 29, 4; Suet. Aug. 40, 5; HA Comm. 16, 6; Friedlânder 1922, 2, 9), a causa della loro natura di spettacoli pubblici, presieduti da magistrati e spesso, come nel caso dei Megalensia, di matrice religiosa. Pur essendo un simbolo della cittadinanza romana e associata all'orgoglio nazionale (Verg. A. I, 282) la toga poteva risultare scomoda, in particolare nella bella stagione, quando teneva troppo caldo.

    Giovenale (3, 171-81) critica l'obbligatorietà della toga nell'etichetta della vita sociale della città di Roma contrapponendola alla maggiore libertà di comportamento in città più piccole:
    - pars magna Italiae est, si verum admittimus, in qua
    nemo togam sumit nisi mortuus...
    hic ultra vires habitus nitor, hic aliquid plus
    quam satis est interdum aliena sumitur arca.

    La stessa contrapposizione è implicita nella Lode di Marziale dei costumi della nativa Spagna, dove la toga sarebbe ignota: 1, 49, 31; 12, 18, 17 (indirizzato a Giovenale); l'antipatia per la toga, pesante e difficile da pulire, appare anche a 3, 4, 6; IO, 47, 5; Sen. Ep. 18, 2; Plin. Ep. 7, 3, 2; Tert. Pall. 5. Fare a meno della toga significa quindi nello stesso tempo rimanere vestiti con abiti comodi e rinunciare alle vuote formalità della vita sociale.

    Ma il rifiuto di presenziare agli spettacoli del circo è una posa intellettuale diffusa nella cultura romana pagana, prima della rabbiosa condanna di ogni tipo di spettacolo da parte di Tertulliano; cfr. Cic. Off. 2, 57  "haec pueris et mulierculis et servis et servorum simillimis liberis esse grata, gravi vero homini et ea, quae fiunt, iudicio certo ponderanti probari posse nullo modo"  De Or. 1, 24; Plin. Ep. 9, 6. 1 ecc.

    Non perchè spesso gli spettacoli da circo fossero crudeli e sanguinosi, ma perchè gli intellettuali erano un po' snob. Ma neppure Tertulliano non li condanna per la crudeltà ma perchè sono spettacoli stupidi, specie quelli del teatro che sono "spettacoli per bambini, donnicciole, schiavi, servi, ma non per veri uomini" (da notare che a volte gli schiavi erano istruitissimi).

    Ma nonostante gli snobismi alle Mengalesia partecipavano tutti, sarebbe stato come per un americano non onorare la Festa dell'Indipendenza, un buon romano doveva necessariamente parteciparvi e indossare la toga. D'altronde lo faceva anche l'imperatore. Anzi i magistrati dovevano indossare la tonaca viola (o con le strisce viola), e guarda caso anche il prete cattolico alla morte del Cristo nei tre giorni prima della resurrezione portano la stola viola.

    TORO SACRIFICALE PORTATO AL TEMPIO DELLA MAGNA MATER

    I LUDI

    Alla dedica del tempio si inaugurarono i Ludi Megalensi, dal greco Megale, un nome della Dea che significa Madre, celebrati con spettacoli teatrali per i quali scrissero alcune delle loro migliori opere Plauto e Terenzio.

    Ovidio - I Ludi Megalensi:

    Che il cielo giri per tre volte sul suo asse,
    che il Sole tre volte aggioghi e lasci andare i suoi cavalli,
    e quando il flauto Berecinto inizierà a suonare
    il suo corno ricurvo, sarà la festa della Mater Idaea.
    Gli Eunuchi sfileranno, e suoneranno i tamburi,
    e i cembali batteranno con i cembali, con toni sonori:
    seduta sui colli morbidi dei suoi servitori, essa verrà condotta
    tra le urla per le vie della città.
    La scenario è ultimato: i giochi stanno chiamando. Guardate, poi,
    o Romani, e lasciate che le cause legali cessino nelle piazze.
    Vorrei chiedere molte cose, ma sono impaurito
    dal battito stridulo del bronzo e dal terribile ronzio del flauto curvo.
    "Dammi qualcuno a cui chiedere, o dea."
    Cibele, che sorvegliando le sue dotti nipoti, le Muse, ordinò loro di prendersi cura di me.
    “I Bambini a balia dell’Elicona, memore dei suoi ordini, rivelano
    il perché la Grande Dea provi piacere nel rumore continuo.”
    Così parlai.





    LE CORSE DEI CAVALLI

    I Ludi Megalenses prevedevano anzitutto delle rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area antistante il tempio di Cibele e ai quali si assisteva dalle gradinate dell'edificio. Sia Plauto che Terenzio produssero loro opere per questa occasione. Accorrevano da tutto l'impero per assistere al grande evento.

    Infatti la parte più attesa della festa erano le corse di cavalli nel Circo Massimo. I dodici carceres, la struttura di partenza che si trovava sul lato corto rettilineo verso il Tevere, disposti obliquamente per permettere l'allineamento alla partenza, erano dotati di un meccanismo che ne permetteva l'apertura simultanea per cui ne uscivano dodici carri a velocità folle.

    Iniziata la corsa, i carri potevano spostarsi liberamente per la pista per cercare di sabotare gli avversari spingendoli contro le "spinae", dei pilastri tenuti fra loro da muretti dove sulla loro sommità venivano poste le "uova", grossi segnali simili ai "delfini" delle corse greche, che venivano fatti cadere in una canaletta di acqua che scorreva al centro della spina per segnalare il numero di giri che mancavano alla fine della gara.

    La spina divenne sempre più elaborata, decorata con colonne, statue e obelischi si che gli spettatori spesso non potevano seguire i carri quando si trovavano dal lato opposto, ma ciò aumentava l'emozione. Ai due capi della spina si trovavano le due curve del percorso, le metae, dove spesso avvenivano spettacolari collisioni tra i carri. Gli incidenti che provocavano la distruzione dei carri e gravi infortuni a cavalli ed aurighi erano chiamati naufragia, come il naufragio delle navi.

    Naturalmente non mancavano gli incidenti tra gli spettatori che tifavano per questo o quel fantino. L'auriga del carro vincitore veniva poi osannato e portato in un virtuale trionfo dai suoi numerosi fans. Oltre a tutto le corse erano occasione di molte scommesse, oculate e non, perfino le vestali partecipavano ai ludi dove potevano abbandonare il solito contegno con gesti ed urla poco sacerdotali.

    "E intanto intorno al circo gravitavano maghi ed astrologhi che promettevano all’incauto spettatore di predire il nome dell’auriga vincente" (Cicerone, De divinatione, 1, 132).
    I carri in gara potevano essere trainati da due cavalli, bighe, o da quattro cavalli, le quadrighe, e queste ultime erano le più importanti, ma anche le più difficili da guidare. In rari casi, con auriga eccezionali, si era giunti ad impiegare fino a dieci cavalli, esercizio che non migliorava la scenicità della corsa ma evidenziava solo la bravura dei conducenti.

    Gli aurighi, per i frequenti incidenti, indossavano un caschetto ed altre protezioni per il corpo e si legavano le redini attorno alla vita per non perderle. Però in caso di incidente, finivano per questo trascinati dai cavalli attorno alla pista rimanendone uccisi se non riuscivano a liberarsi. per questo, cioè per tagliare le redini erano muniti anche di coltello.

    "Per i Romani il Circo Massimo è insieme tempio e casa, luogo di riunione e realizzazione dei desideri. Si ammassano nelle piazze, agli incroci, nelle strade, e discutono animatamente di questo o quel partito. Quando arriva finalmente il giorno delle corse tutti si affrettano verso il circo, prima ancora che sorga il sole e corrono a grande velocità come se volessero gareggiare con i carri. Molti passano le notti senza chiudere occhio, pieni di ansia per il risultato delle corse" (Ammiano Marcellino, Res Gestae, 28, 4, 29-31).





    IL RINGRAZIAMENTO

    Seguiva, come ringraziamento alla Dea per la sua protezione su Roma, una processione con musica e canti che si snodava per le vie dell'urbe con sacerdoti e popolo che si univa festante agitando ghirlande e nastri che venivano poi posti nel tempio della Dea Cibele. Poi ognuno tornava a casa per la festa serale: quella del Moretum.





    IL MORETUM

    Il tripudio durava fino a sera, perchè la conclusione della festa consisteva nell'offerta sacra di un piatto di erbe chiamato “moretum”.  In realtà il moretum in origine era un piatto di erbe amare e selvatiche, ripassate con olio e aglio, piuttosto usato dai contadini romani le cui donne le reperivano nei boschi.

    CIBELE ROMANA
    Poi divenne una specie di «agliata», una focaccia a base di formaggio, tanto aglio e tanta ruta. Era il ritorno alla vita primitiva quando si offriva un po' di questa erba amara alle divinità del luogo, in genere alle ninfe.

    La focaccia però divenne un'offerta rituale fatta dai sacerdoti che ne benedivano un grosso quantitativo che veniva poi spezzettato e distribuito tra il pubblico, ma occorrevano i Vigiles per evitare gli incidenti della calca.

    Per evitare questi incidenti si stabilì che il Moretum diventasse una cosa privata, mentre le focacce benedette le dividevano i sacerdoti tra loro. Così venne l'usanza del Moretum serale offerto in famiglia, ma qui seguirono le “invitationes”, cioè l'invito reciproco dei romani ai banchetti serali, in cui si offriva oltre al Moretum ogni ben di Dio in cibo e vino.

    Sembra che l'invito venisse esteso anche a qualche povero, ovvero a qualche plebeo, ma in seguito divenne un invito ai plebei ricchi e influenti. Il numero degli invitati faceva capire le possibilità dell'ospitante, per cui il convito serale si faceva nel giardino antistante la domus, si che dai cancelli si poteva guardare con invidia la sontuosità del banchetto.
    La dispendiosità di questo banchetto che si protraeva a notte inoltrata divenne così sfacciata che lo Stato dovette provvedere a regolamentarne il costo, ma con scarsi risultati.


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  • 04/05/19--06:13: LEGIO V MACEDONICA


  • - 43 a.c. - La Legio V Macedonica ("Macedone") fu una legione romana fondata dal console Gaio Vibio Pansa Cetroniano (91 - 43 a.c.) e da Ottaviano (63 a.c. - 14) nel 43 a.c.. La Legio V fu una delle ventotto legioni di Ottaviano. Altre due "quinte" legioni sono attestate dalle fonti, la V Gallica e la V Urbana, ed è probabile che entrambe siano quella diventata poi la V Macedonica. La legione ebbe vita fino ad entrare nell'esercito bizantino, scomparendo probabilmente nel 636, nella disastrosa battaglia di Yarmuk contro gli Arabi.

    - 31 a.c. - Il simbolo della legione era il toro, ma anche l'aquila. La legione ricevette il cognomen Macedonica dal fatto che stazionò in Macedonia per un certo periodo. Probabilmente combattè ad Actium (31 a.c.), che segnò la vittoria definitiva di Ottaviano su Marco Antonio e lo designò come Imperator, dopo di che i veterani si insediarono nel Veneto.

    STENDARDO DELLA V MAC
    - 29 a.c. - Sembra che per un breve periodo venne chiamata V Scythica, il che fa pensare che combattè contro gli Sciti, le tribù nomadi che vivevano nei dintorni della città romana di Olbia, ma che occasionalmente arrivò a sud e tentò di attraversare il Danubio. Sembra che la V Macedonica, insieme alla IV Sciitica, abbia sconfitto queste tribù, ma non si conosce la data di questa vittoria. Potrebbe riferirsi alla guerra condotta negli anni 29-27 a.c. dal comandante romano Marcus Licinio Crasso, noto per aver ucciso un leader nemico in combattimento singolo.

    - 15 a.c. - Una successiva generazione di veterani fu inviata in Fenicia (nel 15 o 14 a.c.), per stabilirsi nella città rifondata di Berytus, moderna Beyrut. Dovevano condividere questa città con gli ex legionari della VIII Augusta, già fondata da Ottaviano nel 44 a.c.

    - 6 d.c. - Nel 6 fu trasferito a Oescus (futura Oescus Ulpia, ora Gigen) in Mesia, dove rimase fino al 61, a guardia della frontiera del Basso Danubio contro le tribù della Dacia, dove il fiume Olt si rovescia nel Danubio. Questo fiume è più o meno la strada principale in Dacia.

    - 20 d.c. - La legione dovette essere coinvolta nella campagna di Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.), il futuro imperatore, contro l' impero dei Parti nel 20 (Altre legioni in questa campagna furono III Gallica , VI Ferrata , X Fretensis e XII Fulminata ). 
    I Parti furono impressionati e restituirono le aquile romane che avevano ottenuto dopo la sconfitta del generale romano Crasso a Carrhae nel 53 a.c.

    - 43 d.c. - Nel 43 la legione fu inviata a presidiare la Macedonia, nell'ambito del riassestamento delle legioni romane alla fine delle guerre civili. Dopo la permanenza in Macedonia, che terminò nel 6 d.c. con l'invio a Oescus (Mesia), la futura Colonia Ulpia Oescus, la V fu nota come Macedonica per i successivi sei secoli.

    PIETRA TOMBALE DI P. SCRIBONE
    DELLA V MACEDONICA
    - 45 d.c. - La V Macedonica era attiva quando l'imperatore Claudio decise di annettere Tracia (terra avente a nord il Danubio, a est il Mar Nero, a sud il Mar Egeo, a ovest il Mlava, attuale Bulgaria) nell'impero romano nel 45/46 d.c.. I dettagli, tuttavia, non sono chiari. Combattere non era l'unica attività della legione. Diverse iscrizioni attestano la costruzione di strade e altre opere di ingegneria nell'area del Danubio. È probabile che Velleius Paterculus, (19 a.c. - 31 d.c.) che sostiene di aver visto il delta del Danubio, abbia prestato servizio nel Quinto.

    - 62 d.c. - Nel 62 alcune vessillazioni della V vennero trasferite a est, di stanza nel Ponto, a sud del Mar Nero. e combatterono al comando di Nero Lucio Cesennio Paeto (28 - 72), governatore della Cappadocia. Il generale impiegò la XII Fulminata, la IIII Scitica e le subunità di V Macedonica contro i Parti in Armenia; ma le forze di Tiridate obbligarono il generale romano ad arrendersi a Rhandeia (Erand).
    Vi fu allora una controffensiva romana organizzata inviando in oriente tutta la V Macedonica, assieme alla III Gallica, alla VI Ferrata e alla X Fretensis, sotto il comando di Gneo Domizio Corbulone (7 - 67), governatore della Siria. Naturalmente la vittoria fu piena però ad opera di Annius Vinicianus, genero di Corbulo a cui era stato dato il comando.

    - 66 d.c. - LA RIVOLTA GIUDAICA  La V era probabilmente ancora in oriente quando scoppiò la I guerra giudaica nel 66. L'imperatore Nerone affidò il compito di sedare la rivolta ebraica al generale Tito Flavio Vespasiano (9 - 79), cui assegnò le legioni V Macedonica, X Fretensis e XV Apollinaris. 

    - 67 d.c. - Nel 67 la città galilea di Seffori (Zippon) si arrese pacificamente ai romani, e negli anni successivi, i Romani lentamente si spostarono a sud, dove conquistarono la montagna del Garizim, il principale santuario dei Samaritani.

    - 68 d.c. - Nel 68, la guerra fu interrotta perché l'imperatore Nerone si era suicidato. La legione rimase per un po' a Emmaus. La presenza di diverse lapidi informa di alcuni duri combattimenti. Si era ormai nell'"Anno dei quattro imperatori", il 68 fu trascorso dalla legione ad Emmaus (Palestina), dove sono state ritrovate diverse tombe dei soldati della Macedonica. Dopo la nomina di Vespasiano ad imperatore e la sua partenza per Roma, il comando dell'esercito passò a suo figlio, il futuro imperatore Tito, che pose fine alla guerra con una grande vittoria.
    SEFFORI
    69 d.c. - L'anno successivo Vespasiano fu proclamato imperatore e andò ad Alessandria (Egitto), dove tagliò le scorte di grano di Roma. Prima della fine dell'anno venne riconosciuto imperatore dal Senato.
    70 d.c. - Suo figlio Tito continuò la guerra nel 70 e prese Gerusalemme dopo asprissima battaglia. Dopo la vittoria romana, la V legione scortò Tito ad Alessandria e tornò in Mesia, verso Oescus. 
    - 71 d.c. - Dopo la vittoria, la V ritornò nella sua provincia, in Mesia, nel 71. Era stato lontano da casa per quasi dieci anni.

    - 85 d.c. - Verso l'85, l'imperatore Domiziano (51-96) riorganizzò le frontiere del Reno e del Danubio. La Mesia era divisa in due province, chiamate Superiori e Inferiori. La V Macedonica apparteneva alla Mesia Inferiore, insieme alla I Italica e alla XI Claudia. Questa riorganizzazione era diventata necessaria dopo che i Daci avevano invaso l'impero romano e sconfitto le legioni che avrebbero dovuto difendere la Mesia.

    - 88 d.c. - Nell'88 un grande esercito romano invase la Dacia e il generale Tettius sconfisse il suo re Decebalo a Tapae; la V era una delle nove legioni coinvolte. Sfortunatamente, la rivolta del governatore della Germania Superiore, Lucio Antonio Saturnino, nell'89, ne impedì il successo finale.
    - 96 d.c. - Nel 96 venne nominato tribunus militum (ufficiale dell'esercito) della V legione il futuro imperatore Publio Elio Traiano Adriano (nel 98).

    101 d.c. - Più tardi, la V legione prese parte alle campagne di Traiano (53 - 117) contro i Daci per la conquista della regione (101- 106), e al suo ritorno fu trasferito a nordest, di stanza a Troesmis (Iglita moderna) vicino al delta del Danubio nel 107. 

    107 d.c. - Qui, la V Macedonica rimase nella provincia appena annessa, di fronte ai Roxolani, una tribù che a volte era irrequieta (soprattutto nel 118) e doveva essere sorvegliata.

    115 d.c. - Più tardi durante il regno di Traiano, una sub-unità della quinta legione macedone fu inviata ad est, per prendere parte alle sue disastrose campagne partiche (115-117). 

    132 d.c. - Una seconda spedizione orientale ebbe luogo quando una subunità fu inviata in Giudea, per sopprimere la rivolta messianica di Simon ben Kosiba (132-136), detto "Il figlio della Stella" una delle peggiori guerre che Roma abbia mai combattuto.

    Diversi soldati della V prestarono servizio nella sede del governatore della Mesia Inferiore, a Tomis. Altri legionari con la XI Claudia erano tra i costruttori del forte a Draschna nei Carpazi sudorientali, nella valle del Buzau. Uno degli altri compiti della legione era l'occupazione della Crimea, dove diverse città greche erano protette da unità romane.
    Le legioni moesiane erano a loro volta responsabili di questo avamposto. Diverse iscrizioni attestano la presenza di soldati di V Macedonica, I Italica e XI Claudia.

    EPIGRAFE DI ALAGRIA INGENUA, MOGLIE DI T. SERANIO PRIMIANO,
    CENTURIONE DELLA V MACEDONICA
    - 160 d.c. - Publio Mummio Sisenna Rutiliano, console suffetto nel 146 venne posto al comando della Legio V Macedonica, in Mesia inferiore, all'inizio degli anni 160. Con la sua unità partecipò alle campagne partiche di Lucio Vero, giocando un ruolo importante, assieme ad Avidio Cassio, nella seconda parte della guerra. 
    Martio Vero, al comando della Legio V Macedonica, nella Mesia inferiore, all'inizio degli anni 160, con la sua unità partecipò valorosamente alle campagne partiche di Lucio Vero, assieme ad Avidio Cassio (120 - 175), nella seconda parte della guerra.

    - 161 d.c. - Quando l'imperatore Lucio Vero iniziò la propria campagna contro i Parti (161-166), la legione fu inviata in oriente, ma tornò poi nella Dacia Porolissensis, con il campo nell'antica fortezza della Dacia di Potaissa (moderna Turda, Romania). A questo punto, la frontiera settentrionale fu riorganizzata, perché diverse tribù, come Marcomanni, Sarmati e Quadi, erano diventate irrequiete. 

    - 164 d.c. - Fu grazie all'abilità di Avidio Cassio, che i Romani sconfissero le truppe del re Vologese IV a Dura Europos (nel 164), occuparono la capitale dei Parti Ctesifonte e la città di Seleucia al  Tigri.

    - 166 d.c. - I romani conquistarono quindi la Media, costringendo Vologese a una pace umiliante. L'Armenia e la Mesopotamia settentrionale tornarono in mano ai Romani.

    - 175 d.c. - Per i meriti ottenuti in questa guerra Publio Mummio fu onorato col consolato suffetto e il governo della provincia della Cappadocia. Nel corso del suo lungo mandato dovette badare al vicino Regno di Armenia, il cui controllo era stato la ragione principale della guerra. Di lui ci narra Cassio Dione, che offre di Vero un ritratto molto lusinghiero; attorno al 175 sostenne il potere del vacillante Soemio di Armenia e rinforzò la guarnigione di Vagharshapat-Kainepolis (moderna Echmiadzin).

    - 179 d.c. - Nel 175, in Siria, Avidio Cassio si proclamò imperatore, ma Marzio Vero rimase fedele a Marco Aurelio (121 - 180) e combattè per ristabilire l'ordine nelle province orientali. Così partecipò al governo della provincia di Siria dal 175 al 177 e la sua fedeltà venne ricompensata nel 179 con un secondo consolato come collega dell'erede al trono, il futuro imperatore Commodo.

    ANELLO DI UN UFFICIALE DELLA V MACEDONICA - SECONDO SECOLO D.C.
    - 185 d.c. - L'imperatore Marco Aurelio (121-180) trascorse quasi dieci anni del suo regno combattendo sul Medio Danubio, contro i Marcomanni, i Sarmati e i Quadi, e qui la V macedonica dovette tornare al campo di battaglia. Quando questa guerra fu portata a termine, i Romani spostarono la loro attenzione verso i Daci all'interno. I lavoratori delle miniere d'oro si erano ribellati e avevano assunto un esercito mercenario. 
    Quando furono sconfitti dalla V Macedonica, l'imperatore Commodo (161-192) assegnò alla legione il titolo Pia Constans ("Fedele e affidabile") o Pia Fidelis ("Fedele e leale") nel 185 o 187.
    All'inizio del regno di Commodo, la V Macedonica e la XIII Gemina sconfissero ancora una volta i Sarmati, sotto il comando di quei Pescennio Nigro (140 - 194) e Clodio Albino (145 - 197) che contesero il trono a Settimio Severo (146 - 211).
    Quando la V sconfisse un esercito di mercenari in Dacia, nel 185 o nel 187, ricevette il titolo onorifico di Pia Constans ("Pia e affidabile") o Pia Fidelis ("Pia e leale").

    - 193 d.c. - Nel 193, il governatore della Pannonia Superiore, Lucio Settimio Severo (145-211) marciò su Roma per espellere Didius Julianus (135-193) , che era diventato imperatore dopo che il vecchio Publio Helvus Pertinace (126-193) era stato linciato dai suoi soldati. Il governatore della Dacia Porolissensis era suo fratello Geta, e V Macedonica si schierò immediatamente con il nuovo sovrano, il cui regno sarebbe durato fino al 211. Una subunità mista di V Macedonica e XIII Gemina accompagnò Severus a Roma, durante la sua guerra contro il suo rivale Pescennio Niger e contro i Parti. Non conosciamo l'atteggiamento dei soldati nei confronti della guerra civile, che Severus combatté contro Clodio Albino, ex ufficiale di V Macedonica.
    La legione doveva rimanere a Potaissa per la maggior parte del terzo secolo. Diversi monumenti sono stati trovati che dimostrano la sua permanenza, come un'iscrizione del 259. Sappiamo anche che nel 244-245, V Macedonica e XIII Gemina sconfissero i Carpi, aggressivi membri delle tribù dei Carpati.



    NEL III SECOLO

    Pur restando di stanza a Potaissa per tutto il III sec., la V Macedonica combatté più volte, guadagnandosi onori ed encomi. L'imperatore Valeriano (200-260) conferì alla V i titoli di Pia III e Fidelis III ("Tre volte pia, tre volte leale"). Ciò significa che la legione aveva già ricevuto il titolo Pia II Fidelis II, ma non sappiamo quando. 
    Il figlio di valeriano, Gallieno (218 - 268), onorò la legione con i titoli VII Pia VII Fidelis, mentre i titoli vennero conferiti per la quarta, quinta e sesta volta  perché aveva sostenuto Gallieno con un'unità di cavalleria mobile (una totale innovazione) probabilmente quando la legione era divenuta parte del comitatus (esercito mobile) dell'imperatore contro gli usurpatori Ingenuo (260 Mesia) e Regaliano (260 ...). Una vessillazione combatté anche contro l'usurpatore Vittorino (Gallia, 269–271).

    ALTARI DEL MITREO DELLA PETRAION - ALTA PANNONIA DELLA
    V MACEDONICA E DELLA XIII GEMINA SOTTO L'IMPERATORE GALLO 
    - 274 d.c. - Quando l'imperatore Aureliano (214-275) abbandonò la Dacia e la sponda orientale del Danubio nel 274, la legione tornò ad Ulpia Oescus (antica città della Moesia, odierna Bulgaria), per le terza volta e per rimanervi definitivamente. Tuttavia alcuni legionari della V vennero inviati altri forti: Cebro, Sucidava e Variniana.
    Il compito della Macedonica nei secoli successivi fu infatti quello di proteggere la provincia. L'unità di cavalleria creata da Gallieno fu definitivamente separata dalla legione dall'imperatore Diocleziano (284-305), divenendo parte del suo comitatus.

     - 293 d.c.La subunità di cavalleria fondata da Gallieno divenne parte dell'esercito mobile che era il nucleo dell'esercito romano della tarda antichità. Nel 293 fu inviato a Memphis in Egitto, ma prima dovette svolgere un ruolo in una guerra contro i persiani sasanidi (che avevano sostituito i persiani come nemici orientali di Roma). 

    - 296 d.c. - Il generale di Diocleziano Galerio (255-311) e il suo esercito furono sconfitti in Mesopotamia nel 296, ma venne riorganizzata la rivincita. La V Macedonica venne infatti inviata in Mesopotamia, dove ottenne la vittoria sui Sasanidi (II impero persiano) nel 296. Quando fu firmato un trattato di pace, i soldati dell'unità di cavalleria furono infine inviati a Menfi in Egitto (19 km a sud dalla città odierna del Cairo, sulla sponda occidentale del Nilo), dove si trovava ancora all'epoca dell'impero bizantino, fino all'inizio del V secolo. Al tempo della Notitia dignitatum dei suoi distaccamenti (vexillationes) erano posti sotto il comando del Magister militum per Orientem, risultando ormai di fatto una unità militare indipendente dalla "legione madre" (legio comitatensis).
    - 400 d.c. - Dopo il 400, questi soldati si trovano in Siria, ed è l'ultima volta che sentiamo parlare di loro. La vecchia legione madre era rimasta in Mesia, dove è ancora attestata all'inizio del V secolo. Entrambe le unità devono essere state integrate nell'esercito bizantino.
    - 636 d.c. - La V Macedonica fu probabilmente distrutta nella battaglia di Yarmuk (636) contro gli Arabi dopo la morte di Maometto che sancì l'espansione dell'Islam nelle province della Siria e della Palestina.

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  • 04/06/19--05:38: DOUGGA - THUGGA (Tunisia)

  • Nella mappa si osservano, attorno al foro, a est, da nord a sud, il Tempio di Mercurio e il Tempio della Pietas d'Augusto, il "Quadrato della Rosa dei Venti " e il mercato; a ovest, la piazza occidentale con il Campidoglio e immediatamente a sinistra del Campidoglio, le sostruzioni del Tempio di Massinissa; in grigio, il profilo del forte bizantino.

    Tra i monumenti più famosi del sito ci sono il Campidoglio, il teatro, i templi di Saturno e di Giunone Celeste (Caelestis), il tempio di Mercurio e la piazza dei Venti, il Foro e la villa del Trifolium.
    Dougga è uno dei siti architettonici più rappresentativi in ​​Tunisia e meglio conservati dell Nord Africa. Grazie al suo interesse storico, questa città romana del I secolo a.c. è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1997.

    Situato a poco più di un'ora dalla capitale, quella antica si differenzia dal resto delle città romane, dal momento che la sua disposizione non è geometrica, ma troviamo strade, che assomigliano a una medina. Ciò è dovuto alla coesistenza tra Romani e Numidi per più di due secoli.
    Il sito, che si trova nel mezzo della campagna, è stato protetto dall'invasione dell'urbanizzazione moderna, al contrario, ad esempio, di Cartagine, che è stata saccheggiata e ricostruita in numerose occasioni.

    PLANIMETRIA DELLA ZONA CENTRALE DELLA CITTA'
    Prima di essere una città romana fu una fortezza numida che godeva di grande prosperità attraverso Masinissa, il suo sovrano, che si alleò con i Romani piuttosto che con i Carthigiani, e la città, con i suoi probabili 10.000 abitanti, se ne avvantaggiò grandemente perchè godette il favore di Roma.
    La Tunisia, in qualità di provincia dell'impero romano, era chiamata Africa proconsolare. Dougga insiste su un terreno di circa 70 ettari dove troviamo un notevole numero di monumenti in ottime condizioni, un esempio della prosperità e del buon gusto in passato. Grazie ai resti che sono rimasti fino ad oggi possiamo vedere le varie civiltà che si sono susseguite su queste terre, come il punico, il numidio, il romano e il bizantino.

    Passeggiando per le sue strade incontriamo il magnifico teatro, i bagni, i bagni pubblici, l'anfiteatro, un mausoleo libico-berbero e diversi templi. Per la costruzione di questa città, i romani presero in considerazione, l'esistenza di acqua e di cave, da cui ottennero il materiale per la costruzione degli edifici . Thugga, come si chiamava in passato, era una piccola città, ma con una quantità incredibile di templi.



    LA STORIA

    I Romani, una volta conquistata la regione, concessero a Dougga lo status di città indigena (civitas), per poi annetterla all'epoca di Augusto, al territorio di Cartagine, divenuta colonia romana, e accanto a Dougga crebbe poi un pagus di coloni romani.

    Dougga era abitata dai pregrini (abitanti delle provincie dell'Impero senza cittadinanza romana) e il pagus con i suoi cittadini romani, entrambi con istituzioni civiche romane - magistrati e un consiglio di decurioni per la città, un consiglio locale della fine del I secolo d.c., e gli amministratori locali per il pagus, subordinati alla colonia di Cartagine.

    Cl tempo, la romanizzazione avvicinò le due comunità. Sotto Marco Aurelio, la città divenne di diritto romano, per cui i magistrati ricevettero la cittadinanza romana e i diritti degli abitanti della città furono simili a quelli dei romani. Il pagus a sua volta si sganciò sempre più da Cartagine.

    IL DIO NETTUNO
    Nel 205 dc, durante il regno di Settimio Severo (145-211), le due comunità si unirono in un unico municipio, col nome di Municipium Septimium Aurelium Liberum Thugga sostenuto spesso dall'evergetismo delle sue grandi e ricche famiglie, creando grandi e sontuosi edifici pubblici a loro spese. Dougga ottenne poi lo status di colonia romana con il titolo Colonia Licinia Septimia Aurelia Alexandriana Thuggensis

    I monumenti di Dougga attestano la sua prosperità nel periodo dal regno di Diocleziano (244-311) a quello di Teodosio I (347-395), poi il cristianesimo del IV secolo d.c. la fece cadere in una profonda depressione cancellando divertimenti, arti e bellezza, minando commerci e traffici con conseguente caduta della ricchezza.

    Cadde anche l'evergetismo, perchè gli unici edifici ammessi dai cristiani erano le chiese che vennero disseminate ovunque. Mentre nella religione pagana gli Dei andavano onorati in date prestabilite, e per giunta nessuno era obbligato a partecipare, nel cristianesimo si doveva partecipare a tutte le riunioni dei vescovi, e dal IV secolo si doveva andare a messa ogni domenica, pena l'additamento al popolo, l'accusa di essere pagano con conseguente perdita dei beni e pure la condanna a morte.

    IL FORO

    IL FORO

    In origine questo foro doveva essere una bellezza, perchè era ornato da ben 35 colonne in marmo rosso/arancio di Chemtou con capitelli bianchi. Poco di questo è sopravvissuto fino ai nostri tempi.
    Le fortificazioni bizantine hanno utilizzato gran parte delle pietre da costruzione del Foro per le sue strutture, il che spiega perché si tratta in gran parte solo di una grande piazza.

    La città di Dougga conserva ancora un pavimento con il disegno a spina di pesce. La qualità del lavoro è impressionante, e darebbe punti a molti scalpellini moderni. Le case di Dougga erano di due tipi. Quello Cartaginese aveva un ingresso che conduceva in una corte, poi con l'ingresso laterale nel quartiere residenziale. Quello Romano invece, aveva accesso diretto all'abitazione.

    IL CAMPIDOGLIO

    IL CAMPIDOGLIO

    Scendendo si trova il centro nevralgico del vecchio villaggio, il Campidoglio, un tempio romano dell'anno 163 dedicato ai culti ufficiali in onore di Giove, Giunone e Minerva. All'interno, possiamo vedere le tre nicchie dove erano collocate le statue delle tre divinità romane, con un approssimativo di 6 metri.

    Le colonne sono monolitiche, cioè costituite da una singola pietra alta 8 metri con capitelli compositi ionici e corinzi. Nel frontone del tempio vediamo un'aquila scolpita, simbolo dell'imperatore, mentre nel fregio dell'ingresso si trova un'iscrizione dedicata all'imperatore del tempo, Antonino Pio.

    Una statua colossale di Giove era posta sul fondo del tempio, edificato a spese di un cittadino di Dougga ( Thugga ), Lucius Marcius Simplex, e di suo figlio Lucius Marcius Simplex Regillianus nel 166 o 167. La sua costruzione è realizzata con la tecnica opus africanum, caratterizzata da pilastri verticali in mattoni alternati ad altri orizzontali, pieno di mattoni più piccoli tra loro, il suo nome deriva dalla provincia romana dell'Africa ed è abbastanza comune in Nord Africa.
     
    Il tempio, elevato su alto podio, è preceduto da una piattaforma lastricata dove si riunivano i fedeli per le cerimonie. All'esterno una scala conduce al portico con quattro colonne con capitelli corinzi, poste sulla facciata e altri due su entrambi i lati, dopo di che c'è una stanza di culto di 13 x 14 metri, con tre nicchie sullo sfondo dove furono trovate al centro le sculture di Giove e ai lati quella di Giunone e Minerva. 

    Nel frontone c'era un rilievo scultoreo, che rappresentava un uomo con un'aquila, il simbolo dell'impero romano per eccellenza, che qui simboleggiava l'apoteosi dell'imperatore Antonino Pio (138-161).

    Il tetto, anche se oggi non c'è traccia, era con travi di legno e coperto di tegole. Come curiosità possiamo dire che i passi dei templi romani erano sempre numeri dispari. Grazie alla successiva fortificazione bizantina, il tempio fu preservato.




    PIAZZA DELLA ROSA DEI VENTI

    Ai piedi di questo tempio troviamo una costruzione rettangolare che si chiude in un emiciclo, essendo un'estensione per la crescita della città, conosciuta come la Piazza della rosa dei venti, poiché in essa possiamo osservare un cerchio con i 12 venti registrati.
    La Piazza dei Venti, o della Rosa dei venti, ha una forma diversa dalle altre piazze romane, con il suo semicerchio che termina su un lato. Le decorazioni sul pavimento sono ciò che ha dato il nome alla piazza: nell'iscrizione fatta a compasso è elencato il nome dei 12 venti. 
    Essa serviva come anemoscopio, cioè per comprendere la natura dei venti attraverso le direzioni in cui spiravano. Ciò era utile per l'agricoltura, l'immagazzinaggio e per le previsioni atmosferiche.

    TERME LICINIANE

    TERME LICINIANE

    Le Terme di Licinia sono piuttosto interessanti per avere intatte molte delle sue pareti originali, oltre a un lungo tunnel utilizzato dagli schiavi che lavoravano nei bagni. Inoltre, dai bagni si godono alcune belle viste sulla valle e oltre.
    I bagni furono donati alla città dalla famiglia Licinii nel III secolo per evergetismo nei confronti della città e della popolazione. Erano principalmente usati come bagni invernali. Colpisce molto per la sua eleganza il frigidarium con triple arcate alle due estremità e ampie finestre che assicuravano una splendida vista sulla valle.


    TERME DEL SUD

    Le terme del sud si distinguono un po' dal resto di Dougga, perchè anche se l'opera è grandiosa nelle dimensioni, nell'esecuzione non erano raffinate come le altre terme, e anche per il luogo dove sorgevano, cioè situate vicino alle cisterne. 
    È evidente che queste terme erano più destinate al popolino che non agli abbienti, anche se era fornito anche di splendidi mosaici.


    I TEMPLI
    La religione romana era una religione aperta e tollerante, che permetteva il culto di molte divinità, a condizione che queste fossero viste nel contesto della vasta e comune religione romana. In territorio straniero, la necessità di venerare le divinità locali era rispettata, e così  avvenne anche a Dougga, dove sono sopravvissuti almeno 11 templi.


    TEMPIO DI MERCURIO
    Vicino a questa piazza vediamo il tempio di Mercurio, Dio dei mercanti, situato vicino a quella che è stata la piazza del mercato, dove ancora oggi vediamo i resti delle bancarelle. Questo monumento si distingue per le sue dieci colonne, tre stanze e le fondamenta di quello che era stato il tempio della Dea Fortuna. 
    TEMPIO DI TELLUS

    TEMPIO DI TELLUS
    Templi come quelli di Mercurio e Tellus erano di dimensioni e decorazioni più piccole rispetto ai templi più grandi del Capitolium e di Mercurio, ma realizzati con un buon materiale da costruzione. Inoltre dovevano esserci un gran numero di templi più piccoli costruiti con materiali più poveri, come il legno o piccole pietre, che non sono sopravvissuti nei secoli.


    TEMPIO DI MINERVA
    Il Tempio di Minerva è della metà del II secolo d.c. e non si conservato bene, si che oggi ne resta solo l'impianto con poche pietre e alcune colonne.


    TEMPIO DI SATURNO
    Il Tempio di Saturno era di grande importanza e a tutt'oggi i suoi resti sono molto interessanti. Solo 6 colonne sono ancora in piedi, ma la piattaforma è in gran parte intatta.
    Quando fu costruito nel 195, probabilmente si trovava su un più antico santuario dedicato a Baal-Hammon. In epoca romana, Baal-Hammon fu reinterpretato come Saturno.
    I panorami, come si può vedere, sono splendidi. La vista deve essere stata di valore anche per i costruttori del tempio, e si suggerisce che questa di Dougga.

    TEMPIO DI CAELESTIS


    TEMPIO DI CAELESTIS


    Il tempio di Caelestis fu eretto all'inizio del II secolo, non molto tempo prima che il cristianesimo cominciasse a prendere piede in Tunisia.
    Si entra nel tempio da un'ampia scalinata. Il santuario ha una forma rettangolare che originariamente aveva colonne su tutti i lati. Molti di loro sono ancora in piedi. Intorno al tempio vero e proprio c'era un cortile semicircolare con colonne
    Nella città si possono anche vedere bunker, il principale trovato sotto il forum, che furono costruiti dai Romani per rifugiarsi in caso di invasione. Poiché la sua costruzione era veloce, venivano usate pietre dai templi e dagli edifici vicini, motivo per cui attualmente osserviamo iscrizioni su alcune pietre. Dentro c'erano cibo e acqua e gli abitanti potevano resistere fino a diversi mesi in caso di doversi rifugiare lì.

    TEATRO DI DOUGGA

    IL TEATRO

    Il bellissimo teatro, del II secolo a.c.,  è stato restaurato ed è oggi in ottime condizioni. Fu costruito sulla collina, il che facilitò molto la costruzione. Ha un fronte di bellissime colonne corinzie e un palcoscenico coperto di mosaici. Aveva una capacità di 3.500 persone. 

    Non è tra i più grandi ma è il meglio conservato dell'Africa romana e consiste in una cavea, 19 gradini su tre piani divisi da gradini, un'orchestra e il palcoscenico. Attualmente è utilizzato ancora come teatro e vari concerti e spettacoli si svolgono durante l'estate. 

    Il teatro di Dougga risale al 168 d.c., lo sappiamo perchè fu donato alla città da una delle sue famiglie più ricche. Tra le parti mancanti, c'era un portico in cima e il muro dietro la scena. Questa mancanza ha permesso di però ai visitatori uno splendido panorama sulla valle sotto Dougga.

    I RESTI DL MERCATO

    IL MERCATO

    Il mercato era caratterizzato da bancarelle su entrambi i lati, ognuna delle quali misurava esattamente 2,8 metri per 2,7 metri. Al centro c'era una fontana. Il mercato fu costruito nel I secolo, e convertito in mercato della carne nel II secolo.

    Intorno a Dougga ci sono i resti di alcuni mosaici, che non sono stati ancora rimossi ed esposti nel Bardo Musuem (Dougga). Una statua senza testa, che sembrerebbe di un magistrato, si trova lungo la strada che porta al Campidoglio. Molte pietre con iscrizioni giacciono ancora a terra da decifrare e porre nel museo.



    LE CISTERNE

    Le cisterne di Dougga costituivano un sistema favoloso per fornire a Dougga una costante erogazione d'acqua. Il sistema, che si chiama ora Aïn Mizeb, era costituito da sette camere a volta, ognuna lunga 35 metri, costruite in modo da essere assolutamente impermeabili. Ogni camera era separata dalle altre, in modo che gli eventuali problemi di una di esse non portassero all'interruzione dell'erogazione dell'acqua. 

    L'acqua veniva fornita dall'acquedotto ma in estate l'acqua non veniva trasportata, se non in minima parte. Pertanto le cisterne supplivano per la stagione più calda, sia accumulando quella degli acquedotti, sia per raccogliere la rara acqua piovana. Ciò permetteva non solo l'uso umano ma pure l'irrigazione di giardini e campi.

    ARCO DI ALESSANDRO SEVERO


    L'ARCO DI ALESSANDRO SEVERO

    L'arco di Alessandro Severo (208-235) era dedicato al pio imperatore il cui motto preferito era: «Quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris», cioè «Non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te». Come Antonino Pio, di carattere fu mite e buono, e anche quando giudicò su colpe gravissime, non comminò la pena di morte. Non fu però un buon generale e per questo le sue truppe lo uccisero a soli 28 anni.

    L'arco era a un solo fornice, e molte delle sue pietre giacciono ancora a terra. Dougga ha due archi trionfali, di cui quello di Alessandro Severo è in ottime condizioni e risale a circa 225 anni fa.
    Di quasi 20 anni più vecchio è l'arco trionfale di Settimio Severo, un imperatore di origine libica, l'arco celebrava che Dougga era stato reso dai romani un municipum. Oggi è purtroppo in uno stato rovinoso.

    VILLA DEL TRIFOLIUM

    VILLA DEL TRIFOLIUM

    La villa Trifolium, che prende il nome da una stanza a forma di trifoglio che fu senza dubbio utilizzata come triclinio, è la più grande casa privata finora scavata a Dougga. La casa aveva due piani, ma non è rimasto quasi nulla del piano superiore. 
    Questa residenza, risalente al II o III secolo d.c., si trova a valle dei quartieri che circondano il Foro e i principali monumenti pubblici della città, in un'area dove le strade sono tortuose secondo l'antico uso orientale. 
    Qui i romani non hanno potuto impiantare il solito metodo di sistema ortogonale delle vie, nei cui spazi venivano ricavate le insule, perchè hanno dovuto adattarsi all'abitato preesistente, di tipo libico punico che per qualche motivo non si sono sentiti di abbattere. 
    Evidentemente la colonia romana non era abbastanza vasta da giustificare la ricostruzione totale della città, ma forse c'era anche il fatto che le stradine molto strette riparavano meglio dal sole cocente e dal vento sabbioso proveniente dalla zona desertica.
    La casa, posta a sud della città, e a metà della collina, è particolarmente interessante per il modo in cui è costruita per allinearsi con la conformazione del terreno; l'ingresso degrada verso il cortile attorno al quale sono stati disposti i vari ambienti.



    APOTROPAICO O BORDELLO?

    Per molto tempo le autorità locali hanno fatto finta che questa struttura non fosse affatto lì, o non avesse proprio quello scopo, ma con i tempi moderni il bordello di Dougga è diventato una delle parti di Dougga che incuriosisce la maggior parte dei visitatori.


    È affascinante vedere un bordello costruito così pragmaticamente e senza mezzi termini per servire la sua funzione: una sala aperta per le scelte e le contrattazioni e le stanze immediatamente disponibili per i servizi sessuali.

    L'edificio stesso ha una strada che porta diritto ad esso, permettendo forse alle donne di intrattenere i clienti incerti fuori dell'entrata.
    Il segno fuori della porta allude a simboli sessuali, a Roma usava porre i falli per le strade con scopo apotropaico, infatti i negozianti prima di aprire le taberne gli davano un'allisciata perchè portava fortuna, o almeno allontanava le disgrazie, ma qui sopra al fallo vi sono due seni che nulla hanno a che vedere.
    E' come se avessero abbinato il senso apotropaico del fallo con un altro simbolo sessuale per far capire che in quel locale c'era altro, insomma non solo apotropaico ma bordello.


    LE NECROPOLI ROMANE

    Le diverse necropoli segnano le zone di insediamento a Dougga. Ci sono cinque aree che sono state identificate come necropoli: la prima a nord-est, attorno al Tempio di Saturno e la Victoria Church, la seconda a nord-ovest, una zona che comprende anche i dolmen sul sito, la terza a ovest, tra le cisterne Aïn Mizeb e Aïn El Hammam e al nord del Tempio di Giunone Celestis, il quarto e il quinto a sud e sud-est, uno intorno al mausoleo e l'altro intorno all'arco trionfale di Settimio Severo.

    Queste necropoli sono quasi tutte ancora da scavare, come d'altronde la maggior parte del sito di Dougga. Oltre alla villa romana del Trifolio per esempio sono emerse altre ville con splendidi mosaici, ma prima di scavare forse si devono riassettare le numerosissime pietre che giacciono ovunque in ordine sparso e che andrebbero ricollocate al loro posto con un attento e paziente lavoro di ricostruzione archeologica.




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    PORTICO DEGLI DEI CONSENTI

    Nome: Vettius Agorius Praetextatus
    Nascita: 320 d.c., Roma
    Morte: 384 d.c., Roma
    Professione: politico e letterato



    GLI HORTI VETTIANI

    Gli Horti Tauriani erano degli splendidi ed enormi giardini sul colle Esquilino che occupavano la zona compresa tra la via Labicana antica, l'agger serviano e le Mura aureliane per un'estensione di circa 36 ettari.

    Il loro proprietario Tito Statilio Tauro fu accusato di magia e costretto al suicidio da Agrippina minore per appropriarsi degli Horti. In seguito vennero suddivisi si che alla fine del IV sec. d.c. il praefectus Urbi Vettio Agorio Pretestato ne possedeva una parte enorme, gli Horti Vettiani, che si estendevano nella zona dell'attuale Palazzo Brancaccio.

    I resti della domus appartenuta a Pretestato e a sua moglie Aconia Fabia Paulina sono stati identificati attraverso i nomi iscritti sulle fistulae aquariae trovate all'interno dell'edificio.

    Pretestato e Paulina avevano una splendida domus negli horti, anzi un palatium, all'angolo tra via Merulana e via delle Sette Sale, a Roma, dove ora si erge Palazzo Brancaccio. Il giardino che circondava il palazzo, gli Horti Vettiani, si estendeva fino all'attuale stazione ferroviaria di Termini.

    I ritrovamenti archeologici effettuati in questa area hanno riportato alla luce diversi monumenti riconducibili alla famiglia di Pretestato, nonchè frammenti marmorei di statue, pavimenti e mosaici, ma il più è ancora da scavare.

    ARTEMIDE - HORTI VETTIANI - DA ORIGINALE GRECO
    IV SEC. A.C. DI KEPHISODOTOS 
    Dall'area degli Horti Vettiani, provengono molte statue sicuramente poste nei viali dei giardini:
    - la statua di mucca facente parte di un gruppo pastorale, copia dell'originale in bronzo di Mirone creato per l'acropoli di Atene,
    - un bassorilievo con un paesaggio sacro e un santuario circondato da alte mura,
    - un rilievo frammentario di fattura neoattica con le quadrighe affrontate di Helios (il Sole) e Selene (la Luna),
    - due grandi crateri marmorei,
    - tre splendidi ritratti imperiali di Adriano, Sabina e Matidia,
    - la statua più grande del vero rappresentante Igea,
    - la parte superiore della statua di Artemide
    - la statua, anch'essa maggiore del vero, della Dea Roma trasformata in Roma Cristiana alla fine dell'Ottocento per decorare la Torre Capitolina.
    Le tre ultime sculture sembra ornassero tre nicchioni di un interno del palatio.

    Un altro importante complesso di sculture fu scoperto tra il 1872 e il 1873 ad est di piazza Manfredo Fanti, durante la demolizione di un muraglione di fondazione annesso ad un edificio con diverse fasi edilizie dal II al IV sec. Nelle murature dell'edificio fu trovata una serie di fistulae con i nomi di Vettio Agorio Pretestato, praefectus Urbi del 367-368, e di sua moglie Aconia Fabia Paulina, evidentemente della villa di loro proprietà. Qui vennero rinvenuti:
    - i ritratti di Adriano e di sua moglie Sabina,
    - un cratere marmoreo con le nozze di Elena e Paride
    - un altro con un corteggio dionisiaco e
    - una testa colossale di Baccante.
    - l'eccezionale Auriga dell'Esquilino, recentemente ricongiunto alla statua del cavallo, rinvenuta a qualche centinaio di metri in un altro muro, a formare un notevole gruppo scultoreo.
    - la base di una statua recante la dedica a Celia Concordia, una delle ultime sacerdotesse di Vesta, che aveva innalzato una statua a Pretestato dopo la sua morte.
    Questa statua fu oggetto di opposizione da parte Simmaco, che scrisse una lettera a Flaviano dicendo di essere contrario alla sua erezione da parte delle Vestali, in quanto queste non avevano mai eretto un monumento ad un uomo, benché pontifex maximus. Invidia forse? Ma perchè le vestali lo amavano tanto, anzi perchè tanta gente lo amò tanto?



    RODOLFO LANCIANI

    Nel colle Aventino, incontro de la chiesa di santo Alexio, et allato alle rovine delle Therme Deciane, tra infiniti ornamenti della casa di Vettij fu trovata questa base della statua (di Vettius Agorius Praetextatus) « . C/L. VI, 1777. 
    STATUA DI IGEA VANDALIZZATA
    «... in questo luogo secondo le rovine delle statue delle colonne di varij marmi di mischi peregrini et gli intagli di pavimenti dimostravano esser quivi un gran palazzo... (le dedicationi) trasportate d' indi da M. Francesco Lisca fuori del suo luogo con molte statue che quivi trovòLa casa di Vettio Agorio fu nel colle Aventino intorno all'entrata di santo Alexio, ove era uno bellissimo atrio d'ordine corintio quadrato, con colonne di marmo mischio di diversi colori et di molte statue etc. 

    Tutte queste scolture furono trasferite dal Lisca nella sua casa in Parione, dove  le vide e descrisse l' Aldrovrandi l'anno 1551. 

    Entrando in una loggia si trova(va)no à man manca queste tre statue:
    - una vergine Vestale in piedi vestita all'antica. 
    - Una Giulia togata che fu moglie di Pompeio, e figliuola di Giulio Cesare; 
    - vi è un Pane mezzo ignudo in pie ma non ha testa ne braccia: lia un Montone à piedi senza testa ... 

    A man manca di questa loggia sono altre tre statue:

    - una di Pomona che è sotto al portico coperto, et ha il grembo pieno di frutti...
    - un' altra della Fama: ha l'ale o smorza una face accesa: 
    - un'altra n'è di Diana vestita con una meza Luna in testa, e non ha braccia. 

    Nel fronte di questa loggia, nel mezzo è un Bacco ignudo in pie poggiato con un braccio sopra un tronco, nell'altro tiene avolto un cappotto. 

    A man manca è una Arethusa nuda dalle coscie in su, e con una mano s'acconcia le treccie in testa 



    LE OPERE D'ARTE BLASFEME

    Nel volume dedicato all'innalzamento dell'Obelisco Vaticano, l'architetto Domenico Fontana riporta che il pontefice Sisto V fece radere al suolo tutti gli antichi monumenti che ingombravano la sua villa esquilina per regolarizzare con le macerie l'andamento del suolo.

    Il che dimostra la tremenda decadenza dei costumi che faceva abbattere opere d'arte in quanto appartenenti ad un periodo di diversa religione che andava cancellato, tra l'altro un lungo periodo di splendore artistico sia greco che romano, un miracolo di architettura, scultura e pittura che investiva ogni angolo di Roma.



    VETTIO AGORIO

    Sacerdote e iniziato a diversi culti e Misteri, oltre che studioso di letteratura e filosofia. La sua vita è nota principalmente attraverso le opere di Quinto Aurelio Simmaco, Ammiano Marcellino e da fonti epigrafiche.

    Simmaco (320 circa-402 circa) fu un importante esponente dell'aristocrazia di rango senatoriale dell'epoca e il maggiore oratore del suo periodo. Di lui si conserva un'ampia raccolta epistolare, discorsi e rapporti di servizio; attraverso questi si è compreso che tra Simmaco e Pretestato c'era una profonda amicizia.

    - Simmaco considerava Pretestato un ottimo magistrato e un uomo virtuoso anche se dopo la morte protestò per la sua statua voluta dalle vestali.

    - Ammiano Marcellino (330 circa-390 circa) cita Pretestato in tre passaggi delle sue Res Gestae; a differenza degli altri esponenti dell'aristocrazia senatoriale, il giudizio di Ammiano su Pretestato è sempre favorevole.

    - Sull'ara funeraria di Pretestato e di sua moglie Aconia Fabia Paulina si trovano parecchie informazioni sulla sua vita.

    - Altre informazioni sono fornite da alcune leggi che gli furono indirizzate in qualità di praefectus urbi e di prefetto del pretorio e conservate nel Codice teodosiano, alcune lettere indirizzategli dall'imperatore Valentiniano II e riguardanti una disputa religiosa e conservatesi nella Collectio Avellana.

    - Sofronio Eusebio Girolamo (347-420), teologo e polemista cristiano, conosceva l'ambiente aristocratico romano in quanto frequentava le matrone cristiane. Scrisse riguardo a Pretestato in due lettere e nella polemica "Contra Ioannem Hierosolymitanum" (397); il dolore causato dalla morte di Pretestato nelle persone del suo ambiente fu così grande che Girolamo fece eccezione alla sua pratica di non attaccare gli esponenti del paganesimo e scrisse in una lettera che Pretestato era nel Tartaro, all'inferno. Invidia forse per chi era stato tanto amato?

    - Ambrogio Teodosio Macrobio  fece invece di Pretestato il protagonista dei Saturnalia, rappresentazione della rinascita pagana romana di quel periodo. L'opera fu però probabilmente composta cinquant'anni dopo la morte di Pretestato, a figura ormai idealizzata.

    -  Zosimo, storico della prima metà VI secolo che aveva tra le proprie fonti Eunapio e Olimpiodoro di Tebe, parla nella sua Storia nuova di Pretestato come di un difensore dei culti ellenici in Grecia.

    BASE DELLA STATUA DI VETTIO PRETESTATO


    LE ORIGINI

    Non conosciamo la sua data di nascita, sicuramente apparteneva alla generazione precedente a quella di Quinto Aurelio Simmaco (320-403) e di Virio Nicomaco Flaviano (334-394), conosciamo invece la data della sua morte, nel 384, e che era stato sposato ad Aconia Fabia Paulina per quaranta anni. Se Paulina fu la sua prima moglie e se Pretestato si sposò tra i venti e i venticinque anni, come usava all'epoca, dovrebbe essere nato tra il 314 e il 319.

    Oppure nacque tra il 310 e il 324, se si tratta dello «Pretestato lo ierofante», che secondo Giovanni Lido prese parte in qualità di pontefice alla cerimonia di polismós durante la fondazione di Costantinopoli (nel 330 circa), tanto più che che Vettio Agorio ricoprì la carica di pontifex Vestae, La cosa è controversa.

    Si ritiene che suo padre sia stato Gaio Vettio Cossinio Rufino (praefectus urbi di Roma nel 315-316), sia per il nome, sia perché ricoprì diverse cariche poi ricoperte da Pretestato (corrector Tusciae et Umbriae, proconsul Achaiae, pontifex Solis e augur) e sappiamo che nelle famiglie dell'aristocrazia senatoriale romana era comune che le cariche politiche, amministrative e religiose passassero dai padri ai figli.
    Però passano oltre cinquant'anni tra le rispettive reggenze della prefettura urbana (Pretestato fu praefectus urbi nel 367), per cui si ritiene che Cossinio Rufino fosse il nonno di Vettio e che il padre fosse Vettio Rufino, console nel 323.

    Agorio, dati i suoi illustri natali, ebbe rapporti con molti altri aristocratici, tra cui Quinto Aurelio Simmaco e suo padre Lucio Aurelio Avianio Simmaco, Virio Nicomaco Flaviano, i senatori Volusio Venusto e Minervio. Nel 344 sposò Aconia Fabia Paulina, figlia di Fabio Aconio Catullino Filomazio, praefectus urbi del 342-344 e console del 349 e i due ebbero almeno un figlio, citato nel poema funebre e che fece incidere una iscrizione in onore del padre, poco dopo la sua morte, nella loro casa sull'Aventino.



    ACONIA FABIA PAULINA

    Figlia di Fabio Aconio Catullino Filomazio, console nel 349, Paulina sposò nel 344 Vettio Agorio Pretestato, funzionario imperiale e membro di diversi collegi pagani. Ella ebbe un suo percorso religioso:

    - iniziata ai Misteri Eleusini,
    - iniziata ai Misteri Lernici di Dioniso e Demetra,
    - iniziata al culto di Cerere,
    - iniziata al culto di Ecate, di cui fu ierofante,
    - iniziata al culto della Magna Mater, come tauroboliata,
    - iniziata al culto di Iside.

    Pretestato e Paulina avevano una domus sull'Esquilino, tra via Merulana e via dell'Arco di San Vito, nei pressi dell'attuale Palazzo Brancaccio.. I giardini che circondavano l'abitazione, gli Horti Vettiani, si estendevano fino alla stazione di Roma Termini. I ritrovamenti archeologici in questa area sono riconducibili alla famiglia di Pretestato.

    Oltre ad alcuni tratti di fistulae aquariae vi è la base di una statua recante la dedica a Celia Concordia, ultima o penultima sacerdotessa di Vesta. Clelia aveva innalzato una statua a Pretestato dopo la sua morte (384): in cambio, Paulina le dedicò a sua volta una statua, con la dedica:
    «Fabia Aconia Paulina erige questa statua di Celia Concordia, gran sacerdotessa delle Vestali, non solo a testimonianza delle sue virtù, della sua castità e della sua devozione agli Dei, ma anche come segno di ringraziamento per l'onore concesso dalle Vestali a suo marito Pretestato, al quale hanno dedicato una statua nel loro collegio
    (CIL VI, 2145)

    Sulla base di un monumento funebre dedicato a Pretestato, sono incisi il cursus honorum del marito di Paulina, due dediche di Pretestato alla moglie e un poema di Paulina dedicato al marito e al loro amore coniugale, forse una derivazione dell'orazione funebre declamata da Paulina per il funerale del marito. Paulina morì poco tempo dopo il marito.



    CURSUS DI VETTIO AGORIO


    L'ara funeraria di Pretestato e di sua moglie Aconia Fabia Paulina, conservata presso i Musei Capitolini, ci enuncia tutto il cursus di Pretestato.


    IN CAMPO RELIGIOSO  

    PONTIFEX
    - pontefice di Vesta e del Sole,
    - augure,
    - curiale di Ercole.
    - partecipò ai culti della Magna Mater (tauroboliatus),
    - partecipò ai culti di Mitra, con il rango di pater sacrorum e di pater patrum, autorità centrale del culto,
    - partecipò ai culti di Ecate come ierofante;
    - fu iniziato ai misteri di Dionisio,
    - fu iniziato ai Misteri Eleusini di Demetra e Kore (sacratus Libero et Eleusiniis),
    - partecipò ai misteri di Iside e Serapide (neocoro).
    - fu grande devoto di Vesta.


    IN CAMPO POLITICO

    - questore,
    - corrector Tusciae et Umbriae (amministratore di un'area di provincia),
    - consularis (governatore) della Lusitania,
    - proconsole di Acaia,
    - praefectus urbi (367-368);
    - nel 384 fu Prefetto del pretorio d'Italia e Illirico,
    - console eletto per il 385, carica che non ricoprì mai in quanto morì nel tardo 384.

    Durante il suo mandato di praefectus urbi restituì al vescovo di Roma Damaso (I pontefice massimo dopo la rinuncia alla carica dell'imperatore Graziano) la basilica di Sicinino e fece espellere l'altro vescovo Ursino da Roma, riportandovi la pace sebbene garantisse un'amnistia ai suoi seguaci.

    «L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. 

    Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. 

    Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. 

    Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale.»

    (Ammiano Marcellino)

    S. DAMASO IL PLURIOMICIDA SANTO
    Comunque, per quanto assassino, il vincitore Damaso venne fatto santo dalla Chiesa cattolica e il perdente Ursino diventò antipapa. Un po' come l'ambizione per il trono imperiale, chi perdeva diventava usurpatore, chi vinceva diventava imperatore.
    Pretestato fu uno degli ultimi difensori della religione romana nel tardo impero. Riguardo ai suoi rapporti con i cristiani, è noto che una volta Pretestato ebbe a dire ironicamente a papa Damaso I «eleggetemi vescovo di Roma, e mi farò cristiano». Fu amico di un altro esponente dell'aristocrazia pagana romana, Quinto Aurelio Simmaco, che ebbe con lui uno scambio epistolare parzialmente conservatosi. 

    La amministrazione della giustizia di Vettio fu molto lodata: 
    - fece rimuovere le strutture private costruite sui templi pagani (balconi, colonnati, piani rialzati, nel loro complesso detti maeniana) e diffuse in tutta la città pesi e misure controllate e uniformi.
    Come praefectus urbi curò il rifacimento del Portico degli Dei Consenti nel Foro Romano, l'ultimo grande monumento dedicato a Roma al culto pagano; sebbene si trattasse di un semplice restauro delle strutture e delle statue danneggiate, l'azione fu molto simbolica, in quanto gli Dei Consenti erano i protettori celesti della classe senatoriale, la quale classe era il garante dei limiti dell'imperatore.
    - Come Prefetto del pretorio diede inizio ad indagini sui casi di demolizione di templi in Italia per mano di cristiani. 
    - Come proconsole di Acaia si appellò contro l'editto di Valentiniano I che proibiva i sacrifici notturni durante i Misteri, affermando che avrebbe reso impossibile la vita ai pagani: Valentiniano allora ritirò il provvedimento.

    Dopo la sua morte l'imperatore chiese al Senato romano una copia di tutti i suoi discorsi, mentre le Vestali proposero all'imperatore di erigergli delle statue.


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    RICOSTRUZIONE DELL'ASSEDIO DI CESARE A UXELLODUNUM
    "Alla fontana di Loulie Cesare fece erigere una torre e scavare tunnel per deviare l'acqua dalla fonte. In questo modo assetò i cinquemila Galli assediati per due mesi da sei legioni romane nella parte superiore dell'oppidum di Uxellodunum (Puy Issolud - comune Vayrac) scampati alla resistenza dopo la sconfitta di Alesia nel 52 a.c."

    Uxellodunum è il famoso Oppidum (fortezza), dove le truppe galliche, superstiti della battaglia di Alesia, combatterono nel 51 a.c. un'ultima lotta per l'indipendenza della Gallia. Le legioni di Giulio Cesare assediarono il sito per due mesi come riportato nell'ottavo libro delle guerre galliche. I combattimenti principali ebbero luogo intorno alla fontana Loulie, che si trova sul lato ovest dell'oppidum, dove la resa dei Galli pose fine alla conquista della Gallia.

    La Puy a Issolud, a cavallo tra i comuni della Vayrac Lot e Saint Denis Martel, è stata ufficializzata 26 aprile 2001 dal Ministero della Cultura, come la posizione dell'oppidum di Uxellodunum. Gli scavi archeologici in tal senso sono stati effettuati in tempi diversi per 150 anni, prima sotto Napoleone III, poi nella prima metà del XX secolo, e, infine, tra il 1993-2006 sotto la guida di Jean-Pierre Girault. Così, tra gli elementi di pregio scoperti, delle gallerie scavate nel travertino dai romani per arrivare a deviare la fonte della fontana di Loulie, una fonte d'acqua che serviva appunto l'oppidum.

    GIULIO CESARE
    Secondo molti, l'assedio di Alesia e la resa di Vercingetorige nel 52 a.c. segnarono la fine della sanguinosa guerra in Gallia. Le ostilità continuarono invece tutto l'anno 51 e non si conclusero se non con la sconfitta di Uxellodunum.

    Ultimo anno del conflitto:

    Irzio ci dice che passato lo shock di Alesia, i Galli ripresero a combattere e si ribellarono contro gli occupanti romani. Per non lasciare alcuna speranza ai vinti, Cesare riprese il comando delle sue legioni e le condusse in una serie finale di campagne militari.

    Dovette sconfiggere ancora diverse tribù:
    - i Biturigi (presso Avarico Bourges).
    - i Carnuti (regione Autricum, Chartres), 
    - i Bellovaci (regione di Beauvais), 
    - i Pictoni e assediò Lemonum ( Poitiers). 

    I capi galli si denominarono:

    - Comnios l'Atrebate (la gente stanziata intorno a Nemetacon, Arras), 
    - Correos capeggiò i Bellovaci, 
    - Drappes i Senoni (presso Agendicum, Sens), 
    - Lutterio i Cadurcani (Divona Cadurcorum, Cahors) ... 
    - Il territorio del vecchio nemico di Cesare, Eburone Ambiorix (Liegi, Belgio), venne sottoposto ad un trattamento speciale, "Cesare intervenne personalmente e mise a ferro e fuoco il territorio di Ambiorix; perché, non avendo più speranza di ridurre in suo potere questo nemico colpito dal terrore e fuggitivo, si sentiva obbligato a suo onore di non lasciare negli stati di quel principe né gli uomini né case, né bestiame, perchè se per caso poche persone sfuggissero al massacro, così grandi disastri avrebbero provocato tale odio contro Ambiorix, che il ritorno al suo paese diveniva impossibile per lui. (Libro VIII, 24.) "



    Testo di Aulus Hirtius, Libro VIII

    L'ottavo libro dei "Commentari sulla guerra gallica" contiene il tragico episodio della presa di Uxellodunum. Non è stato scritto da Giulio Cesare, ma da Aulus Hirtius, luogotenente di quest'ultimo e considerato un testimone dei fatti.

    Champollion-Figeac, in particolare, insiste sul fatto che solo un "testimone oculare" può fornire dettagli tanto precisi quanto quelli forniti nel libro VIII, dettagli che richiedono "una conoscenza completa" del terreno. Nella sua "Nuova ricerca sulla città gallica di Uxellodunum", ci dice, pagina 22:
    « ...  Nello scrivere il breve prologo che ha posto prima dell'ultimo libro dei Commentari, Hirtius ci dichiara che scrivendo sulla guerra dei Galli, sulla guerra d'Egitto e su quella dell'Africa, è di dopo quello che Cesare stesso ha imparato da lui o da ciò che ha visto. Come ha appena detto che non ha visto le guerre dell'Egitto o dell'Africa, può essere solo la guerra gallica di cui parlerà come testimone oculare. La sua precisione per quanto riguarda la topografia di Uxellodunum può essere utilizzata per dimostrarlo ...  »

    Nel 51 a.c., dopo la capitolazione di Vercingetorige ad Alesia, tutta la Gallia si trovò soggetta a Roma con l'eccezione di una città fortificata situata ai confini del Quercy. Lì, più di trentamila tra i migliori soldati di tutti i tempi, con Caninio e Giulio Cesare in persona, assediano questo luogo difeso da 2000 galli irriducibili arroccati nelle sue mura e privati ​​dei loro capi (altre fonti ne riportano 5000).

    LA FONTE
    Sconfitti e cacciati, i capi Drappes e Lutterio si erano rifugiati nel territorio dei Cadurci nell'oppidum di Uxellodunum. Il legato Caio Caninio continuò ad inseguirli fin là. Però l'oppidum era fortemente fortificato sia per la sua posizione naturale (un fiume circondava quasi interamente la collina su cui era costruito) sia per le sue imponenti fortificazioni costruite dalla tribù Carduci. Inoltre, un lato del forte era protetto da una montagna che impediva qualsiasi avvicinamento da quella direzione. :
    « Era difeso su tutti i lati da rocce scoscese, che se non avesse avuto mura sarebbe stato difficile da scalare con un esercito.»

    Per queste ragioni, era impossibile assediarla nello stesso modo in cui i romani avevano usato nella battaglia di Alesia un anno prima. Senon Drappes e Cadurque Luctérios, per evitare appunto una nuova Alesia, uscirono a cercare cibo con i loro soldati. Non torneranno.

    Perchè Cesare giunto immediatamente ai piedi del Uxellodunum studiò anzitutto di bloccare tutti gli accessi alla fortezza, di modo che nessuno potesse entrare e uscire. Poi, studiata la situazione, fece tagliare la fornitura di acqua per la popolazione ribelle. Come mai i Galli non avevano pensato a una soluzione simile? Strano perchè Alesia prima che per fame venne presa per sete. Scrisse Cesare che guai a quei soldati il cui generale basa le sue battaglie più sulla forza che sull'intelligenza. In effetti Cesare vinse le sue battaglie perchè aveva un'intelligenza superiore ai generali avversari.


    "Drappes, che avevamo detto essere stato preso da Caninio, per indignazione o dolore causato dai suoi ferri, o per paura di una tortura più crudele, si lasciò morire per astenersi dal cibo per pochissimi giorni. 

    Allo stesso tempo, Lucter, che era sfuggito al combattimento, era caduto nelle mani dell'Arverne Epasnact: costretto a cambiare spesso il suo rifugio, doveva anche impegnarsi nella fede di molte persone, non essere in grado di stare a lungo in sicurezza nello stesso posto, e sapendo bene che nemico aveva in Cesare. Epànda, molto devoto ai Romani, si affrettò, senza esitazione, ad arrendersi a Catherone legato a Cesare."

    "Tutti desideravano proibire l'accesso agli assediati di questa fonte, ma solo Cesare vide i mezzi: si impegnò ad affrontare la sorgente, spingendo massi lungo il pendio e costruendo un terrazzamento con duro lavoro e continue schermaglie. Gli assediati, infatti, scendendo a un passo di corsa dalla loro posizione che dominava la nostra, combattevano da lontano senza avere nulla da temere e ferirono un gran numero di nostri uomini che persistono nell'avanzare; tuttavia ciò non impedì ai nostri soldati di avanzare nei massi e, a forza di fatica e di lavoro, di superare le difficoltà del campo. 

    Allo stesso tempo, scavano segretamente condotte sotterranee in direzione dei corsi d'acqua e della fonte in cui vengono incuneate; questo tipo di lavoro poteva essere fatto senza alcun pericolo e senza il sospetto del nemico. È stato costruito un terrapieno di sessanta metri di altezza, è stata installata una torre di dieci piani, che probabilmente non ha raggiunto l'altezza delle mura (non occorreva raggiungere questo risultato), ma almeno, dominava il luogo in cui era nata la sorgente. 

    Da questa torre, l'artiglieria lanciava proiettili e gli assediati non potevano venire a prendere l'acqua senza rischiare la propria vita in modo che non solo i bovini e animali, ma ancora la numerosa popolazione della città soffriva di sete."

    RICOSTRUZIONE DELL'ASSEDIO DA UNA STAMPA DEL 1575
    Cesare mentre saliva, scavava grandi trincee coperte. Arrivati allo stesso livello della fontana gallica, i Romani scavarono gallerie verso sud in direzione del pozzo e tagliarono ad uno ad uno le vene di approvvigionamento della sorgente. Il pozzo degli assediati si prosciugò improvvisamente.

    La città si arrese dopo solo un paio di scaramucce, ma la sua punizione fu terribile. L'assedio di Uxellodunum, se finalmente mette fine alla conquista della Gallia, non è molto glorioso per gli invasori.

    In effetti, era necessario il più grande capo militare di tutti i tempi alla testa di trentamila guerrieri di uno degli eserciti più potenti mai conosciuti, per sconfiggere duemila sfortunati Galli e la loro fortezza?

    "Su Caesare è stata fondata la reputazione di clemenza, e non temeva di essere giudicato più crudele di quanto richiedessero le circostanze. Considerando inoltre che avrebbe potuto non giungere mai alla realizzazione dei suoi progetti, ruppe parecchie rivolte nello stesso modo e in luoghi diversi questa fama di clemenza, ritenendo le sue azioni idonee a intimidire altre nazioni con l'esempio di grandi supplizi: il tagliare le mani a coloro che avevano portato le armi, e lasciarli in vita, divennero la testimonianza evidente delle punizioni riservate ai malvagi."

    PRESUNTO RITROVAMENTO DI UXELLODUNUM - DUE MANI MOZZATE
    Così finì la resistenza dei Galli per l'invasione romana. Su Uxellodunum molto è stato scritto. Molti storici concordano nell'individuare il Puy di Issolud un imponente sperone roccioso non lontano dalla città di Vayrac (Lot). Ma altre città reclamano il privilegio di aver fornito il quadro per l'ultima battaglia delle guerre galliche: Capdenac, Luzech, Cantayrac.

    Nel 1860, Napoleone III si identifica con Cesare. Stranamente anche Napoleone I si identificò con Cesare prendendone le vesti e i simboli e facendosi ritrarre con quelli.

    Dopo aver riconosciuto il sito di Luzech come l'Uxellodunum autentico, l'imperatore riconsidera la sua decisione e rende ufficiale Puy d'Issolud. In effetti, per Napoleone III, è meglio non prendere in considerazione i risultati del "documento Morin" (ricerca archeologica su Uxellodunum che egli stesso aveva ordinato e che designava Capdenac), e far credere alla gente che il Grande Cesare avesse vinto una fortezza di 80 ettari, piuttosto che un piccolo oppidum come Capdenac.

    I RESTI

    IL SITO

    Molti autori hanno cercato di situare Uxellodunum in vari luoghi, ma il sito che è ufficialmente riconosciuto "Uxellodunum due volte" (Napoleone III nel 1865 e rappresentanti del Ministero della Cultura nel 2001), è quello che corrisponde il minimo, (per non dire nulla ), alla descrizione di Hirtius. Sebbene non menzioni il nome del fiume, questo ci fornisce dettagli molto precisi sulla topografia dei luoghi:

    "Uxellodunum è una città quasi circondata da un'unica valle in cui un unico fiume scorre alla base della montagna che sostiene l'oppidum ripido su tutti i lati. Questo fiume è indistruttibile. Cesare ha stazionato arcieri, bastoni e macchine da guerra sull'altra riva, per impedire ai Galli di venire ad attingere acqua dai ripidi pendii. Un'abbondante fontana sorge ai piedi del muro della città sul lato che lascia libero su una larghezza di 100 m, il circuito del fiume. Cesare aveva un terrapieno di 18 m su cui era stata edificata una torre di 10 piani (26 m) di fronte alla fontana.

    I Galli rotolarono barili di sego e accesero il fuoco verso i Romani e allo stesso tempo ingaggiarono un feroce combattimento. I Galli scendono lungo il pendio e combattono da lontano, senza rischi. All'insaputa dei Galli, Cesare fece scavare gallerie nelle vene che rifornivano la fontana, per asciugarla. Credendo di essere abbandonati dai loro dei, i Galli si arresero dopo l'improvviso prosciugarsi della loro fonte".

    Conquistato l'oppidum i Romani crearono una nuova fontana a circa trenta metri dalla fontana gallica.
    Per approvvigionarla d'acqua, incanaleranno l'acqua delle vene tagliate in un acquedotto. Questa nuova fontana si chiamerà Fontana di Cesare.



    DALLA PARTE DI CESARE

    LA FONTANA ROMANA DI CESARE
    francesi molto hanno deprecato la crudeltà di Cesare ma troppo poco quella dei Galli ad Alesia. Nell'assedio i combattenti galli posero fuori delle porte le loro donne e i loro bambini, senza cibo nè acqua, sperando che Cesare (appunto di solito misericordioso) avrebbe dato loro almeno da bere evitandogli una fine orribile.

    Morire di sete è effettivamente una fine molto più crudele che non il morire di fame. Cesare non dette loro da bere, aveva nemici da ambe le parti dei due sbarramenti da lui stesso creati e non poteva uscire dall'accampamento, nè poteva privarsi delle provvigioni per le sue legioni.

    Così lasciò morire di sete i figli e le mogli dei galli, ma questi non erano i loro figli o le loro mogli. E la cosa più turpe fu, che dopo aver assistito alla fine dei loro cari (cari si fa per dire), i galli di Vercingetorige si arresero con la speranza di aver salva la pelle.

    Se si fossero arresi un po' prima avrebbero risparmiato figli e mogli, ma per loro questi non significavano nulla. Di fronte a ciò non si parli della crudeltà di Cesare.


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  • 04/09/19--05:46: CASA DEL LABIRINTO
  • FIG.1

    Indirizzo: Regio VI, Insula 11 - Area: 1869 - Numero di stanze: 24

    La Casa del Labirinto (Domus Labyrinthi - Pompeia)  si trova a Pompei dietro la Casa del Fauno lungo il Vico del Mercurio (Vicus Mercurii).  La domus risale al periodo sannitico e venne scavata nel 1831 e, a seguire, negli anni 1834-1835. E' fornita di ben due atrio soggiorno, (a) e (b), ciascuno con il proprio ingresso sul lato nord della strada Vicolo del Mercurio, come indicato sul piano. Come si vede, la villa deve essere composta da due case, che sono state acquistate da un unico proprietario. Pertanto, alcuni elementi classici della casa romana risultano qui duplicati.

    La domus è riccamente decorata con un mosaico e con pitture murarie del secondo stile (ma ce ne sono anche del I stile) e ben 17 stanze, delle complessive 24, recano tracce di queste decorazioni.  Secondo l'archeologo tedesco  August Mau (1840-1909), che però ancora non conosceva la Villa dei Misteri, queste pitture appartenevano agli inizi di questo stile. 

    Oggi queste decorazioni sono datate a ca. il 70-62 d.c. e sembra evidente che siano frutto di una nuova decorazione della casa dopo il terremoto che scosse Pompei nel 62 d.c. (il terremoto che la distrusse accadde nel 79 d.c.)

    FIG. 2 - PIANTA DELLA VILLA 


    DESCRIZIONE

    La domus è dotata di un atrio corinzio e di un altro atrio secondario in stile tuscanico in fondo al quale trovavano posto le lussuose sale di ricevimento. L’edificio ha subito nei secoli varie trasformazioni con aggiunte di vari ambienti e, verso la fine del I secolo a.c., anche di un impianto termale.

    Nell'atrio (a), in basso nella figura 2, c'è un tetrastilo, ovvero un complesso di quattro colonne attorno alla piscina per raccogliere l'acqua piovana, dal compluvium all'impluvium. L'atrio dà accesso alla stanza della camera da letto (c) oltre al grande giardino interno del peristilio (d).

    Sul lato nord della piscina c'è un tavolo di marmo bianco. L'atrio (b) è molto più piccolo e molto meno scenico dell'altro, con il suo semplice impluvium centrale a pozzetto e senza colonne.

    FIG.3

    Sia gli atrii che le stanze adiacenti sono in cattivo stato di conservazione, anche se alcune camere hanno conservato alcune decorazioni di notevole valore, tanto preziose che alcuni studiosi sospettano che l'autore degli affreschi sia lo stesso che ha dipinto la superba Villa dei Misteri.

    La stanza (e) è un cubicolo, cioè una stanza da letto, posta sul lato occidentale dell'atrio (a), ed è decorata con pannelli alternati di fiori rossi e gialli sul fregio decorato, creando un motivo a scacchiera. Nel mezzo del pannello centrale giallo sulla parete nord è effigiata una scena mitologica, non meglio identificata.

    FIG 4 - TESEO UCCIDE IL MINOTAURO
    A nord del peristilio si trova un oecus decorato con 10 colonne corinzie, tutte prive di tinteggiatura, totalmente scanalate, con base in doppio gradino e con scanalatura realizzata totalmente in stucco, allo stesso modo delle colonne del peristilio. 

    E' caratteristico dello stile sannitico, le colonne non sono di pietra ma di mattoni triangolari sovrapposti come focacce, per poi essere decorati all'esterno con un pesante strato di stucco bianco che conferisce il tradizionale aspetto scanalato.

    Le pareti dell'oecus presentano pitture deteriorate anch'esse del secondo stile. Il pavimento è decorato da un mosaico che dà il nome alla casa rappresentando appunto un labirinto. Nel mosaico è raffigurato Teseo mentre uccide il Minotauro, e la rappresentazione è ambientata nel labirinto.

    FIG.5 - RICOSTRUZIONE DEGLI AMBIENTI INTERNI
    Nella figura 5 (durante gli scavi del 2005) si notano anche decorazioni del I stile, probabilmente risalenti al primo assetto della villa, quasi totalmente ridecorata, dopo il terremoto del 62 d.c.

    Secondo Jashemski, il giardino sul retro della casa (scavato nel 1842) si raggiungeva attraverso un passaggio scoperto che si apriva sul retro del tablino. Nella ricostruzione si notino le colonnine corinzie, il finto marmo e il finto bugnato, nonchè gli archi da cui si intravede un mare con barche, un vero trompe l'oeil con i classici colori sfumati all'orizzonte.

    Nella fig. 6 è possibile vedere la colonna di mattoni sullo stile sannita che ha perduto la sua copertura di stucco. Al centro del giardino è ospitato un labirinto fatto di siepi con una palma al centro, albero che i romani avevano già ampiamente importato dai paesi caldi. Gli alberi  ripiantati sono esattamente come apparivano nel giardino originario, in base alle radici semi carbonizzate rinvenute.

    FIG. 6


    CUBICOLO - STANZA 4 - figura 7

    Come si nota il colore preferito dei romani era il rosso che abbondava ovunque, specie nei cubicoli, le piccole stanze da letto spesso nemmeno munite di finestre. I romani usavano il cubicolo esclusivamente per dormire, un passaggio dalla veglia al sonno e dal sonno alla veglia.

    E' interessante questo poco spazio notturno rispetto allo spazio enorme dato al diurno. Noi moderni non faremmo in una casa di buone dimensioni camere tanto piccole perchè l'importanza della casa come isola familiare rispetto all'esterno è molto maggiore per noi rispetto ai nostri antichi avi.

    I romani infatti davano molto più risalto alla vita all'esterno della casa che non quella che si svolgeva all'interno. Molto hanno contribuito a questo aspetto le terme pubbliche, frequentate assolutamente da tutti, poveri e ricchi, dove si incontrava gente, si ascoltavano le notizie, si incontravano gli amici o se ne facevano di nuovi, o si leggevano libri, visto che le grandi terme possedevano anche biblioteche.

    FIG. 7
    Ma nelle terme si potevano anche ascoltare degli oratori, che si esibivano con la speranza di poter poi essere chiamati in tribunale dai cittadini come difensori o accusatori di qualcuno.

    Non mancavano poi gli spettacoli, con danze, canti, musica, ginnasti e funamboli, mangiatori di fuoco o declamatori delle proprie poesie, visto che all'epoca la poesia era tenuta in gran conto. facendosi ascoltare i poeti non solo potevano sperare di vendere le loro opere ma anche di essere invitati in qualche casa patrizia per declamare i loro versi in un importante banchetto, affinchè qualche ricco lo prendesse sotto la sua ala protettiva.

    Pertanto i romani dell'urbe non solo si sentivano al sicuro da attacchi esterni, soprattutto durante l'impero, ma avevano una certa tranquillità anche verso il loro futuro lavorativo, perchè era sufficiente saper fare una qualsiasi cosa per trasformare la propria capacità in guadagno.

    Ma anche sei il cubicolo era riservato solo al notturno e per giunta spesso in solitudine, anche perchè in genere i coniugi romani dormivano, potendoselo permettere, in cubicoli separati, anche questa piccola stanza poteva accogliere decorazioni di grande valore.



    LA VITTORIA E LA SCONFITTA

    FIG. 8 - DOPO IL RESTAURO
    Infatti nel cubicolo dell'immagine n 7
    c'è uno stupendo e articolato affresco rappresentante la Vittoria e la Sconfitta.

    In questo caso la Vittoria non è la Nike greca nè la Victoria romana, perchè, strano a dirsi, è un uomo, mentre la sconfitta è una donna.

    Si tratta della fine del combattimento tra galli, in cui uno ha il capo abbassato e sanguinante mentre l'altro l'osserva fiero dall'alto. Un ragazzino che non è un erote ma sembra piuttosto uno schiavetto porta all'uomo la lunga palma della vittoria, mentre un altro bambino resta accanto alla donna, portando le mani sul viso come a piangere la sconfitta.

    Il maschio vincitore reca al fianco un oggetto lungo che può essere una ferula, un bastone o una lancia corta, mentre con la mano destra reca una corona d'alloro da cui pendono due lunghi nastri. Stranamente non incorona se stesso nè va ad incoronare il gallo, ma data la direzione sembrerebbe voler incoronare la donna che dal suo canto giace affranta da tanta sconfitta. Anche un erma posta su un alto piedistallo sembra guardare la donna piuttosto sconfortato.

    Potrebbe significare anche la battaglia tra i due sessi in cui vince sempre l'uomo che però riconsola la donna consegnandole l'alloro. Lascia però un po' interdetti la lotta tra galli che sono maschi. Insomma il senso del mosaico è tutt'altro che chiaro.



    LA FALSA PORTA

    Sul fondo della fig. 8 si osserva un piccolo santuario (tholos) munito di una finta porta.
    "Come osservava Picard, la pittura murale a porte false era un concetto generico e in quanto tale non richiedeva necessariamente la presenza di una porta.

    Altrettanto pertinente alla sua realizzazione era la raffigurazione di un motivo di barriera oltre il quale sorgeva un santuario o un oggetto commemorativo, come una tholos, o una colonna di piedistallo sormontata da una statua o un'urna. Il tipo di composizione tholos è esemplificato da pitture murali nell'ecus corinthius di Casa del Labirinto, discusse precedentemente in relazione ai giardini del paradiso e alla casa come Santuario (fig.1).

    Le composizioni specchiate sulle pareti laterali di questa stanza esemplificano la classica giustapposizione di motivi di barriera associati al concetto di porta falsa, senza rappresentare in realtà una porta. 

    Descrivono ingressi murati o chiusi oltre i quali si trovano funerali o tholoi commemorativi. Picard associò questa immagine con "la tomba dell'eroe-antenato-protettore della famiglia". (Picard 1970: 97) Un'associazione che è supportata dalle immagini clipeatae (scudi faccia ancestrali) che pendono tra le colonne della tholos, che è ulteriormente rafforzato da motivi come l'edera sulle colonne che indicano la presenza di Dioniso e la corona di Zeus al centro della tholos.  

    L'apoteosi ancestrale è ulteriormente rappresentata dall'aquila aperta di Zeus, appollaiata sopra la corona, che molto probabilmente simboleggia la sua fuga nell'eternità."


    FIG. 9 - OECUS
    Roma era da un lato il paese delle possibilità, e dall'altro il luogo delle continue feste, dei continui spettacoli, delle continue manifestazioni sia laiche che religiose. Girare per Roma era molto più divertente che non restare a casa. Infatti le vie romane erano stracolme di gente che andava ovunque, per lavoro o diletto.

    I ricchi stavano a casa solo a patto di stare con i loro ospiti, cioè per i lauti banchetti che diventavano una lunga serata di conversazione e piccoli spettacoli nella stessa domus e durante lo stesso banchetto.

    FIG. 10 - EMBLEMATA DEL LABIRINTO


    L'EMBLEMATA DEL LABIRINTO

    Il mosaico del labirinto, che ornava il pavimento di una delle sale da pranzo della casa, non è rimasto nella domus originaria ma viene conservato presso il Museo Archeologico Platina di Piadena, in provincia di Cremona, per ragioni a noi del tutto sconosciute. Sembrerebbe ovvio che dopo aver visitato Pompei i turisti vogliano vedere le immagini più preziose entrando in un museo che stia nei pressi, ma purtroppo non è così.

    Il labirinto è un antichissimo simbolo che indica la situazione senza via d'uscita che imprigiona chi è troppo condizionato dal pensiero degli altri, colui che non riesce ad avere una lucida visione d'insieme perchè è vissuto di regole da un lato rassicuranti ma dall'altro segreganti. Insomma il labirinto è la mente elucubrante che non tace mai e non mostra mai una via d'uscita. Infatti dentro il labirinto non vediamo il mondo esteriore, siamo come ciechi, ma non ce ne accorgiamo.

    FIG. 11

    PITTURE DEL II STILE

    Il secondo "stile", detto anche "Stile Architettonico" o "architettonicamente prospettico", secondo l'archeologo tedesco August Mau, dominava il progetto delle dimore pompeiane nell'80 a.c.. - 15 d.c.
    A differenza del primo sistema, gli elementi architettonici qui non sono stati rappresentati nella modellazione, ma nella pittura manca il rilievo.

    I dipinti del secondo "stile" possono essere condizionatamente suddivisi in più fasi, ognuna delle quali è caratterizzata da dettagli sempre più complicati della decorazione. Ghirlande e maschere della prima fase sono sostituite da colonne e pilastri, l'area principale del muro è la composizione.
    Con lo sviluppo dello stile, gli artisti iniziano a raffigurare paesaggi, creando un'illusione di spazio nelle stanze, introducendo figure di persone in composizioni, spesso utilizzando soggetti mitologici.



    GLI ACQUARELLI DI F. BOULANGER

    "Soggetto: Casa del Labirinto,

    - calidario (22) -
    parete nord della nicchia rettangolare est (altezza dell'intonaco cm 297, larghezza cm 121).

    Descrizione: zoccolo nero: zona mediana rossa bipartita da uno stretto scomparto nero con candelabro argenteo a volute riempite sovrastato da airone di profilo verso sinistra, e con un
    candelabro sovrastante composto da aironi alternati a tralci che ambienti spazi lentiformi riempiti di giallo e rosso (tav. V.2); fregio nero con vaso agonistico e bipartito da un quadretto rosso con grifo di profilo verso destra (NICCOLINI II 1862).

    LA PERNICE fig. 12
    Descrizione generale tav. 53, e MAU 1882 tav. 17 (qui fig. 20): verso sinistra): zona superiore rossa: edicola con due maschere appese a ghirlande, ai lati di un pannello rettangolare giallo bipartito da uno stelo vegetale (a rami fioriti: cfr Niccolini e Mau citate sopra).

    L'edicola è sovrastata da un epistilio viola a metope verdi e con voluta acroteriale alle estremità. dalla quale pende una collana di perle.
    Stato di conservazione attuale della pittura: I colori sono leggibili, non i particolari.

    Considerazioni iconografiche: Le tabelle citate di Niccolini e di Mau sono più dettagliate e più precise.

    Boulanger: appartiene qui un candelabro (quello sottostante, argenteo), che in realtà figura nella parete est della nicchia rettangolare sud. É un candelabro simile a quelli della villa di Agrippa Postumus a Boscotrecase, della villa rustica in contrada Villa Regina, e della Casa di Spurio Mesor (Pompei VII 3,29)".

    "Candelabri composti da uccelli (specie di aironi) e tralci, con la funzione di dividere i pannelli, sono molto comuni nel terzo stile: per esempio nella bottega VII 9,68 dell'Edificio di Eumachia, nel cubicolo (6) della Caupona di Alessandria (1 12,5), nell'ambiente demolito a nord del giardino VII 11.14, per citare alcuni esempi pompeiani inediti.

    Il motivo del candelabro costituito da spazi lentiformi seriati c riempiti di colori contrastanti, confronta anche in una pittura in terzo stile di Aventicum (Gallia belgica)".

    IL PERISTILIO MOSAICATO


    GLI SCAVI

    I nuovi scavi, concentrati in un primo momento intorno alle strutture già note della domus, hanno assunto col tempo carattere estensivo, raggiungendo un'estensione di ben 768 mq, per esplorare le aree circostanti e comprendere lo sviluppo urbanistico di questa zona residenziale. La casa era anche dotata di bagni privati e una panetteria con tre macine. 

    A differenza di altre case più o meno estesamente rinnovate durante quegli anni nelle aree marginali e suburbane della città, la Casa del Labirinto è ancora nella tipologia della grande domus con atrio, anzi con due atrii per l'esattezza.




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  • 04/10/19--05:41: CLIVUS SUBURANUS
  • PORTA ESQUILINA

    Il clivus Suburanus era una strada irregolare della valle della Subura, il vasto e popoloso quartiere situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino alle propaggini dell'Esquilino, che saliva tra il colle Oppio e il Cispio fino alla porta Esquilina che si apriva sulle Mura serviane. I resti della pavimentazione mostrano come seguisse il tracciato delle moderne via di Santa Lucia in Selci, via di San Martino e via di San Vito.

    La Subura (o Suburra) divenne parte dell'antica area urbana di Roma, quando il re di origine etrusca Servio Tullio sceglie questa zona per la propria residenza. Il Clivus Suburanus costituiva inoltre, una diramazione dell'Argiletum (odierna via Madonna dei Monti), la lunga via che dopo aver percorso la Valle Suburana, presso la sommità del Cispius (che insieme al Fagutal e all'Oppius forma il colle Esquilino), si divideva poi nel Vicus Patricius, attuale via Urbana, e Clivus Suburanus, attuale via in Selci. Nel malfamato quartiere abitato da artisti e malfattori, risedettero comunque Giulio Cesare e Giovenale.

    Il nome della Via "in selci" deriva dal latino "in silices" (nei selci, roccia a base di silice) per il lastricato romano ritrovato durante un restauro in questa zona intorno all'anno Mille, e cioè il "clivus Suburanus", che nella parte iniziale ricalcava esattamente via in Selci, proseguiva fino alla "porta Esquilina" e di lì, forse già con il nome di "via Labicana", fino a Porta Maggiore.

    CONDOTTA FOGNARIA SOTTO CLIVUS SUBURANUS
    Sul "clivus Suburanus" si apriva l'ingresso principale, preceduto da una gradinata, del "Portico di Livia", la moglie di Augusto, alla quale l'imperatore dedicò questo edificio fatto costruire tra il 15 ed il 7 a.c., ottenuto facendo demolire la splendida casa che Vedio Pollione aveva lasciato in eredità all'imperatore. 

    Come risulta dai frammenti della pianta severiana, l'edificio, lungo circa m 120 e largo m 95, era situato, con i lati brevi, tra il "clivus Suburanus" (grosso modo dove oggi sorge la chiesa di S.Lucia) ed il parallelo "clivus Sabuci" (oggi corrispondente alla via delle Sette Sale).

    Il Clivus Suburanus era una arteria viaria di grande importanza, che congiungendo la via Tiburtina e la Labicana al centro vitale dell’Urbe, rappresentato dal Foro, dal Palatino e dal Campidoglio, consentiva il  transito di uomini e merci notte e giorno.

    Infatti se ne lamenta parecchio Giovenale per la pericolosità dei carri carichi di marmi, che transitavano tra la folla, provenienti da Luni o i travertini di Tivoli (tra i pochi che potevano viaggiare in città anche di giorno).

    Si pensa che una arteria viaria così lunga ed importante, asse centrale di un quartiere ad alta intensità abitativa fosse servita da un impianto fognario di grande portata, sicuramente congiunto alla Cloaca Massima che rappresentava l’unica via di drenaggio verso il Tevere presente a fondovalle.

    Il lavoro di studio sulla Cloaca Massima in corso dal 2005 intrapreso dagli archeologi della Sovrintendenza Capitolina in collaborazione con gli speleologi dell’Associazione Roma Sotterranea, sta proseguendo infatti con l’analisi dei condotti fognari afferenti al canale principale della Cloaca Massima.

    PERCORSO DEL CLIVUS SUBURANUS


    IL COMPITUM NEL CLIVUS SUBURANUS

    Nel 1888, lungo la via di S. Martino ai Monti, ultimo tratto del Clivus Suburanus che risale verso la Porta Esquilina, dei lavori all'interno della cantina hanno riportato alla luce un altare in marmo posto su un alto podio preceduto da una piattaforma in blocchi di tufo munita di due scalette laterali. L'ara marmorea, sicuramente la base di una statua oggi perduta, era dedicata a Mercurio, ed eretta per volontà dell'imperatore Augusto. Sulla base si legge:

    "IMP CAES DIVI F AUGUST PONTIF MAXIMUS COS XI TRIBVNICIA POTEST XIIII E STIPE QUAM POPULUS ROMANUS K IANUARIIS APSENTI EI CONTULIT IULLO ANTONIO AFRICANO FABIO COS MERCUSRIO SACRUM"

    "L'imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, Pontefice Massimo, Console per l'undicesima volta, investito del potere tribunizio per la quattordicesima volta dedicò questo monumento con il denaro che il popolo romano donò il primo gennaio, mentre lui era assente, durante il consolato di Iullo Antonio e Fabio Africano. Consacrato a Mercurio".

    Le cariche pubbliche dell'imperatore Augusto ci permettono di datare la dedica dell'ara al 10 a.c., nel XVII anno del suo impero. La dedica dell'altare nei primi giorni di gennaio è legata ai compitalia, antichissima festività tradizionale romana ripristinata da Augusto: i compita erano i crocicchi, gli incroci stradali, consacrati spesso ai lares compitales, protettori di chi percorreva le strade.

    VIA IN SELCI

    SECONDO E PROGETTA

    "Nel luglio del 1793, dietro il coro delle suore di S. Francesco di Paola, a Via di S. Lucia in Selci, fu trovato un ambiente di una casa privata romana e, in un angolo di questo, un magnifico servizio in argento, che una volta era appartenuto a Progetta, moglie di Turcio Asterio Secondo, il Praefectus Urbis nel 362 d.c.

    La scoperta fu testimoniata e descritta da Ennio Quirinio Visconti e Filippo Aurelio Visconti. Gli oggetti erano d’argento puro, con una consistente placcatura d’oro, e pesavano 29 Kg. Oltre a piatti e sottocoppe, forchette e cucchiai, candelabri di vari tipi e forme, c’era uno scrigno nuziale con bassorilievi rappresentanti lo sposo e la sposa coronati con ghirlande di mirto.

    La sposa era rappresentata con trecce che giravano molte volte intorno alla sua testa, secondo la moda in uso all’epoca dell’Imperatrice Elena; lo sposo era rappresentato con la barba modellata secondo lo stile adottato da Giuliano l’Apostata e da Eugenio. I rilievi del corpo dello scrigno rappresentano scene d’amore, Venere e Nereide, le Muse ed altri soggetti pagani; sotto di loro era inciso il saluto:

    "Secondo e Progetta, possiate vivere in Cristo".
    Lo scrigno era pieno di articoli da toilette e di gioielli. Successive scoperte portarono il peso complessivo a 44 Kg."

    (Rodolfo Lanciani)




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  • 04/11/19--06:01: IL PAGANESIMO
  • GLI DEI PAGANI
    Con il paganesimo intendiamo tutto il rapporto religioso che avevano i romani con il mondo che li circondava, e poichè paganesimo viene da pagus = villaggio, tratteremo non della religione ufficiale ma di quella che in modo ufficioso si svolgeva nei paesi e nelle campagne.

    Il termine pagus fece parte del linguaggio amministrativo romano, indicando una circoscrizione territoriale rurale (al di fuori dei confini della città), di origine preromana e poi romana, aventi un culto locale.

    All'interno del pagus vi erano diversi vici, in ognuno dei quali risiedeva il Magister. Il vicus, era un aggregato di case e terreni, rurale o urbano, appartenente ad un pagus che non aveva alcun diritto civile come il municipium o la colonia romana.

    Nel pagus non c'erano i sacerdoti ufficiali pagati dallo stato, l'unica comunicazione che i villaggi ricevevano mediante i messi postali erano le date delle feste mobili, ma il resto era affidato ai rurali, ai contadini pater familias per alcuni riti, ma per il resto alle donne.

    BRONZO ROMANO I SEC. (FATTURA ETRUSCA)
    Se nel periodo monarchico fu Numa Pompilio a sollecitare il culto degli Dei aggiungendo le divinità più antiche del suolo sabino, e se al tempo di Romolo, col ratto delle sabine, furono le sabine stesse a portare a Roma i loro Dei, nell'impero romano fu grazie ad Augusto che le vecchie divinità, a volte abbandonate o almeno trascurate, ebbero nuova vita, attraverso i nuovi templi, il restauro degli antichi e i nuovi sacerdoti preposti.

    Dunque i romani avevano i nuovi Dei, i vecchi Dei e gli Dei di importazione. Verso le altre religioni avevano tolleranza assoluta, o almeno erano tolleranti con chi era tollerante con loro. Vero è che il politeismo è portato alla tolleranza al contrario dell'intollerante monoteismo, in quanto il primo già presuppone divinità diverse mentre il secondo riconosce un'unico Dio, ma comunque si ammettevano a Roma anche divinità straniere, purchè non pretendessero di dettare legge sulla religione romana.

    Ma per capire tutto ciò occorre tener conto della mentalità religiosa romana, che era passata da una religione animistica ad una politeistica senza aver perduto la prima. Accanto alla rigida liturgia della Triade Capitolina con tutti gli altri Dei del resto importati soprattutto dalla Grecia ma pure dall'Etruria, e accanto poi alle arcaiche divinità italiche, costituite da una Dea Madre che partoriva un Dio figlio, c'erano gli spiriti o geni della natura, che non erano nè buoni nè cattivi, ma assolvevano come potevano alle loro funzioni.

    I romani credevano non solo agli Dei, ma ad un mondo vivo e animato che stava in ogni luogo della natura, là dove c'era un albero, una roccia, una grotta, un torrente, una collina, un bosco, una fonte, un cespuglio, una pianta, un fiume, un lembo di mare. C'erano così i geni dei luoghi, e le ninfe e i satiri.

    Per cui, ma sempre e solo nelle campagne, si poteva fare un'offerta alla ninfa di un'albero, o a alla ninfa di una fonte, o di un torrente, o al genio di un luogo isolato e particolare, soprattutto se un po' nascosto. Questi geni o spiriti o ninfe o satiri che fossero potevano a loro volta accordare delle grazie a chi li pregava.

    MARTE
    Non è infrequente ritrovare le tracce degli antichi Genius Loci, anche i circoli delle fate sono dei Genius Loci, nel senso che una persona andava in un luogo piuttosto riservato che lo ispirava, coglieva la presenza di un genio, creava un circolo di pietre e gli poneva un'offerta e o una preghiera.
    In questo caso però l'offerta era davvero minima, in genere un pezzo di focaccia, più raramente un po' di vino al centro del cerchio o un po' di miele.

    Questa offerta andava però ripetuta, affinchè il genio familiarizzasse con la persona, l'accettasse e in cambio la ispirasse per rintracciare le erbe commestibili o curative, o gli permettesse di cacciare animali o di fare una buona raccolta di bacche o cereali selvatici.

    Se qualcuno trovava quel cerchio di pietre ne approfittava per fare offerte a sua volta, perchè un genio nutrito era sicuramente più generoso e disponibile con chiunque. L'Italia ne ha molti di questi cerchi sacri nei suoi monti e nei suoi boschi ma ogni volta si è pensato al gioco di alcuni ragazzi. L'immagine di un mondo animato in ogni sua parte è molto diversa dall'immagine di un mondo vuoto e disanimato, in ogni caso era una visione religiosa più allegra.

    GIOVE

    LA MENTE DEI ROMANI

    I romani non pensavano di poter cambiare la mente o il carattere dei loro Dei, un Dio della guerra non poteva essere buono e se veniva trascurato si vendicava facilmente, però se si combatteva gli si potevano dedicare i nemici uccisi e questi si placava. Infatti si raccomandava alle spose di non invocare Venere, affinchè non le inducesse a innamorarsi di qualcuno e a tradire il marito.

    I romani pensavano alla religione come un DO UT DES, una specie di mercato, io ti offro una cosa e in cambio me ne dai un'altra. Questo avviene anche nel cattolicesimo, io mi comporto bene tu divinità mi proteggi, anzi addirittura si possono fare fioretti, io mi astengo da qualcosa che mi piace tu esaudisci un mio desiderio, ma non è così, anzi c'è un'enorme differenza tra romani e cattolici.



    MAI NULLA IN ANTICIPO

    I romani non offrivano mai nulla in anticipo, l'iter era così:
    - io umano prometto a te divino un regalo (vittime animali, un'epigrafe, un altare, un'edicola, un tempio).
    - ma solo se tu mi concedi l'attuazione di un mio desiderio (un guadagno, un ufficio politico, la vittoria in guerra e così via).
    - Se soddisfi il mio desiderio io compio la promessa e faccio sapere a tutti che tu sei munifico, cosicchè altri ti preghino promettendoti regali. -

    Nelle epigrafi infatti si leggono in genere due tipi di formule: una che significa "ho fatto al Dio un regalo davvero meritato (dal Dio perchè si è comportato bene dandomi ciò che volevo), l'altra che dichiara esplicitamente che il dono è stato fatto perchè la divinità si è comportata bene con il questuante, cioè con lui. "gli ho dedicato un'ara perchè se l'è meritata", oppure "Perchè si è comportato bene con me".

    Da qui deriva il concetto che se la divinità concede adempimento alla preghiera, non è perchè è buona e ama, ma perchè ha un buon comportamento, cioè si comporta come dovrebbe sempre comportarsi un Dio.

    Non oseremmo mai comportarci così con un Dio Unico, cioè in una società monoteista, dove è l'uomo a doversi conquistare la benevolenza del Dio, il quale invece lo provoca e lo mette alla prova perchè pretende di essere amato seppure dispotico, vendicativo e violento. Nell'Antico Testamento Dio mette alla prova Giobbe per vedere se, malgrado lo faccia diventare povero e ammalato, il poveretto lo ami e lo rispetti ugualmente. Per un romano sarebbe stato inconcepibile.

    Per comprendere meglio basta guardare gli atteggiamenti dell'uomo moderno e del romano nella preghiera. Bada bene che gli antichi orientali erano più simili ai moderni che non agli antichi romani.
    I popoli orientali si prostravano e si prostrano dinanzi a Dio. Noi non ci prostriamo dinanzi a Dio ma costringiamo le monache a farlo quando vengono iniziate al monacato. I romani non si prostravano nè davanti agli Dei nè all'imperatore.

    VENERE

    NE' A DIO NE' ALL'IMPERATORE

    Noi ci inginocchiamo davanti a Dio, i romani non si inginocchiavano agli Dei come del resto non si inginocchiavano agli imperatori. Insomma inginocchiarsi per i romani non esisteva, ma nemmeno si inchinavano, da quel popolo fiero che era. Quando pregavano gli Dei inoltre non giungevano le mani in senso di implorazione, bensì alzavano le braccia fino alle spalle con le palme in avanti, un gesto di comunione ma non di sottomissione.

    LE CAPUZZELLE

    LE ANIME PEZZENTELLE

    A Napoli, nel Cimitero delle Fontanelle, si svolgeva un particolare rito, detto il rito delle "anime pezzentelle", che prevedeva l'adozione e la sistemazione in cambio di protezione di un cranio (detta «capuzzella»), al quale corrispondeva un'anima abbandonata (detta perciò «pezzentella»)
    Queste Anime Pezzentelle erano cosiddette perchè nessuno ne conosceva l’identità, per cui venivano adottate come se fossero di famiglia, per curarli nell’aldilà, in cambio della richiesta di grazie.

    In realtà più che dirgli preghiere la gente se ne prendeva cura fisicamente, lustrava i crani, li poggiava su un panno di velluto, gli costruiva una teca e magari lo ornava con collanine varie. Fin qui la cosa concorderebbe con la religione cattolica che offre anticipatamente il proprio sacrificio o dono. In realtà c'è una grossa differenza perchè se il defunto preso in cura non concedeva la grazia, la cura ad esso dedicata diminuiva col passare del tempo fino a svanire, ma non solo, perchè il teschio veniva girato con la faccia al muro, ricevendo la punizione per non aver adempiuto al proprio dovere.

    Comunque sembra che molte capuzzelle facessero miracoli, cosa che scandalizzò non poco la Chiesa, come si permettevano delle ignote capoccette non santificate e anonime di fare miracoli? Nel 1969 un decreto del "Tribunale Ecclesiastico per la Causa dei Santi" (cioè proteggono i santi da concorrenze non autorizzate) proibì il culto individuale delle capuzzelle, oggetto di una fede pagana, consentendo che fosse celebrata una messa e una processione per gli ignoti defunti. 

    Il culto libero si sa alla chiesa non piace, solo lei può decidere chi fa miracoli e chi no, e i miracoli avvenuti non devono essere considerati miracoli. Così si chiusero le porte del cimitero e le ossa giacquero di nuovo in abbandono. Recentemente il cimitero è stato riaperto, ma so dai napoletani che la gente continua a mercanteggiare grazie con gli ignoti defunti, anche se stavolta ci sono solo preghiere e niente cura per le capuzzelle in cambio di grazie ricevute.

    La Chiesa non ha tutti i torti, il culto delle capuzzelle è pagano, perchè è basato sul DO UT DES, esattamente come facevano i romani.


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  • 04/12/19--05:49: CORA - CORI (Lazio)
  • LE ANTICHITA' DI CORA -
    RACCOLTA DI INCISIONI SUI MONUMENTI DI CORA FATTI DAL PIRANESI
    Nel Lazio, a circa 70 chilometri da Roma, si trova la suggestiva Cori abitata da poco più di 11 mila persone. Si tratta dell’antica città di Cora le cui origini risalgono al XIII secolo a.c. A Cori si erano sistemati i Volsci che avevano fatto parte della Lega Latina che si era opposta, sotto la guida di Anco Publicio di Cora, all’espansione di Roma.

    Secondo una leggenda Cora sarebbe stata fondata dal troiano Dardano (che però venne sgozzato da Achille a Troia), un'altra mitologia racconta che il paese sarebbe stato costruito da un re di Alba Longa (ma non si sa quale), un'altra invece che il suo fondatore fu Enea. In un'altra leggenda, dopo che il paese fu distrutto (non si sa da chi), Corace, un reduce della guerra di Troia (attorno al 1250 a.c.), sarebbe approdato sui suoi resti dello stesso e lo avrebbe ricostruito, dandogli il suo nome. Ma il nome potrebbe derivare in realtà dal latino arcaico (prima del 75 a.c.)  Corax (Corvo), inteso come animale totemico.
    Cora compare per la prima volta nelle fonti storiche al tempo di Tullo Ostilio (VII secolo a.c.), il terzo re di Roma, quando il corano Anco Publicio fu nominato dictator della lega Latina.

    "Roma nondimeno crebbe delle rovine d' Alba, facendo di due popoli un popol solo, e tenendo aperte le vie a nuovi abitatori. II disprezzo però de' vicini era si grande, che alcuni mercatanti Romani, 
    recatisi nel paese Sabino per le ferie della Dea Feronia, vi furono arrestati in pien mercato. Quest'oltraggio fu quindi motivo o pretesto di nuova guerra, la qual terminò colla restituzione scambievole dei prigionieri ed una indennità in danaro. 

    L'ullio, rianimato da queste imprese, e fatto dovizioso per le ricchezze che trasse dalle spoglie d' Alba intima alle trenta colonie, per I' innanzi dipendenti da quella città, di riconoscer Roma per metropoli, adducendo per ragione, che vinti una volta gli Albani ad essa sola si appartenevano i diritti del popolo conquistato. 


    Reclamarono quelle libere città I'assistenza de' confederati Latini, che avendo convocato un pubblico concilio in Ferentino, deliberarono concordemente non doversi riconoscere il dominio di Roma. Anco Publicio di Cora e Spurio Vecilio di Lavinio, furono da quell' istante creati Dittatori, con assoluto potere di trattar la guerra o la pace. La guerra ebbe realmente effetto, e durò pel corso di cinque anni: ma in vigor dei prischi costumi fu fatta all' antica maniera senza rovine e stragi nè con molto spargimento di sangue. 

    Ammetteva il diritto delle genti, allora dominante, la massima singolare, che i trattati fatti con un Re non obbligassero verso il di lui successore: quindi coloro che per le vicende della guerra erano stati un tempo sottomessi, si credevano di piena ragione liberi in un altro. Perciò i Latini avendo commesse sotto Anco Marzio le prime ostilità, fieramente risposero ai Legati Romani di non aver 
    patti col muovo Re, nè d'esser tenuti a riconoscere I' imperio di lui. 

    Si fidavano que' popoli nell' indolenza d' Anco; ma egli, postosi inaspettatamente alla testa de' suoi, si mosse, prese d' assalto Politorio, e ne trasportò in Roma gli abitanti, innanzi che potessero trovar difesa nella lega Latina. Continuò la guerra per piü anni con varia fortuna: in fine Tellene e Picana furono espugnate e Politorio, vinto per la seconda volta, fu arso e distrutto. Tante città e borgate 
    soggette, mal soffrendo il nuovo giogo, spesso si ribellavano, sebbene anco i popoli cofinanti, per appagar l'odio proprio, ora accendessero gli animi de' sollevati ed or depredassero i campi romani. 

    Con egual disegno i bellicosi Volsci si mossero per la prima volta a danno di Roma; ma questa, che all' ira de' vicini dovette quasi unicamente la militar virtù, e la costanza de' suoi principi, ampliava 
    ognora più il territorio e i confini. Quindi avendo tolta ai Vejenti la selva Mesia lungo la maremma del Tirreno estese il suo dominio sino al mare, e fondò alla foce del Tevere la città d' Ostia, primo stabilimento marittimo de' Romani."

    (Giuseppe Micali - L'Italia avanti il dominio dei Romani)


    La Lega venne sconfitta nel 642 a.c. da Tullo Ostilio, il III Re di Roma (672 – 640 a.c.) che concesse a Cora la condizione di città federata, cioè di città alleata, un privilegio rimasto inalterato fino alla riforma amministrativa complessiva intrapresa a Roma dopo la guerra civile.

    IL PONTE ROMANO

    ANTONIO NIBBY

    I Corani rimasero in quiete fino all' anno di' Roma 251 , nel quale, al dire di Livio lib. a.c. 10 passarono nel partito degli Aurunci: "Eodem anno duae coloniae Latinae Pometia , et Cora ad Àuruncos deficiunt" etc. Pomezia fu dai Romani distrutta, ma nulla da Livio si aggiunge di Cora, segno evidente che rimase impunita. Anzi poco dopo, ancorchè si concluse la Lega generale contro i Romani per ristabilire i Tarquinii sul trono, essi vi presero parte cogli altri popoli, come Dionigi stesso afferma nel lib.V pag.326.

    Non giunsero però, come neppur gli altri Volsci, in tempo per soccorrere i latini alla battaglia del lago Regillo, siccome si trae da Livio al capo del secondo libro; e dopo che i Latini ebbero conchiusa la pace co' Romani, i Volsci, nella cui lega entravano i Corani, diedero ai Romani 300 ostaggi da Cora, e da Pomezia in pegno della loro fedeltà.

    Dopo questo fino all' altra lega generale del Lazio contro Roma, nulla si conosce di Cora; però probabile, che questa città vi prendesse parte, e che siccome non fu di quelle, che più accanite si mostrarono ai Romani, perciò non si fa di essa particolare menzione.

    Quella lega fu l'ultimo sforzo del Lazio, e dopo le tre disfatte, che i Latini riceverono, la prima non lungi dalle falde del Vesuvio, l' altra presso Pedo, e la terza sulla Stura, vennero forzati a sottomettersi alle condizioni, che al Senato piacque loro d' imporre. Da quel momento i Corani si mostrarono sempre fedeli ai Romani; nella famosa guerra Annibalica conosciuta sotto il nome di seconda guerra punica Silio ( libro r Ill. v. 377. ) ci mostra Cora, come una delle città, che mandarono il loro contingente ai Romani, e che ebbe parte insieme con loro nella famosa giornata di Canne:
    "At quo ipsius mensis seposta Lyaei 
    Setia, et e celebri miserunt valle Velitrae, 
    Quos Cora, quos spumans immiti Sign:a musto".

    Cora svolse poi un ruolo importante anche nel corso delle guerre puniche e venne coinvolta nel conflitto tra Mario e Silla. Nel I sec. a.c. ottenne la cittadinanza romana con l’elevazione della cittadina a Municipium. 

    (Antonio Nibby)

    All'inizio del I secolo a.c. con l'acquisizione della cittadinanza romana e l'erezione a municipium Cora venne attribuita alla tribù Papiria. Successivamente fu coinvolta nella guerra tra Mario e Silla (90-88 a.c.). Cori mantenne una larga autonomia politica ed amministrativa come città alleata di Roma, tanto che si fregiava dell'acronimo SPQC.

    MURA CICLOPICHE DI CORI

    LE MURA

    Tra i resti archeologici di maggiore antichità vanno annoverate le mura urbane, che con un circuito di circa 2 km racchiudono un'area di quasi 22 ettari, e i principali terrazzamenti interni, tra i quali quello del foro (odierna via delle Colonne), realizzati in opera poligonale di I maniera e databili nella seconda metà del VI secolo a.c.

    Le aggiunte e i restauri in opera poligonale di III maniera o in blocchi squadrati di tufo, che interessano il circuito murario, sono invece generalmente assegnati ad età medio-repubblicana, quando vennero aggiunte anche molte terrazze interne.

    Nello stesso orizzonte cronologico va collocato il Ponte della Catena, che permetteva il superamento del Fosso del Formale, in direzione della città di Norba; sulle due spalle in opera poligonale di IV maniera si appoggia un arco a tutto sesto di tufo che presenta ben tre ghiere sovrapposte a conci sfalsati.

    TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE

    IL TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE

    Nella parte più alta della città, l’Acropoli, si trova il Tempio di Ercole, risalente al I sec. a.c. Di stile dorico, cioè del più antico degli ordini architettonici greci, ma di cui invece è ignota la divinità anche se attribuita ad Ercole, e che tanta ammirazione ha suscitato in artisti, architetti e viaggiatori fin dal primo Rinascimento.

    Il tempietto dorico, tetrastilo, su podio, dichiarato monumento nazionale con regio decreto n. 359 del 24 luglio 1898, conserva ancora intatti il pronao e il bel portale della cella con iscrizione dedicatoria.
    Il Tempio offre una splendida veduta sull’intera vallata di Cori.


    ANTONIO NIBBY

    "Cora si può dire separata in due città alta, e bassa, che il volgo di questo luogo appella Cora 
    a monte, e Cora a valle.. Queste due parti di Cora equivalgono alla antica città, cd alla cittadella, e sono fra loro divise da un oliveto. Le rovine descritte esistono nella città propriamente detta. Salendo verso la cittadella si trova un altro gran pezzo di muro di pietre poligone, che forma tre angoli, o risalti a guisa di bastioni, e di torri. 

    Sull'alto poi della cittadella nel luogo dove esiste la Chiesa di S. Pietro, che è anche essa edificata sopra sostruzioni di mura nel luogo dove esiste la Chiesa di S. Pietro, che è anche essa edificata sopra sostruzioni di mura, uno degli avanzi a massi poligoni più belli che esistano nel Lazio, e si gode una veduta assai vasta delle Paludi Pontine, da Civita Lavinia fino al mare presso Terracina.

    TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE
    L' avanzo del quale io tratto è il famoso Tempio di Ercole, che può considerarsi come un modello dell' ordine dorico della quarta epoca, del quale tanta stima faceva Raffaello, che ne fece un disegno 
    che insieme con altri esisteva nel museo del celebre Barone di Stosch. Ciò che rosta di questo tempio sono otto colonne, quattro che formavano la fronte, e due per parte ne' fianchi tutte di ordine dorico, scanalate dal terzo in su, di pietra calcarea simile al travertino, e coperte di stucco.

    Queste colonne sostengono ancora il frontespizio ed hanno tre palmi, e un quarto di diametro ai 
    piedi, e due palmi e otto once in cima; esse sono alte sette diametri non compresa la base, il capitello , ed hanno di altezza totale dieci palmi, e dieci once. Posano sopra la base, cosa che non si osserva generalmente nel dorico antico greco, ed il capitello molto si accosta al capitello toscano, onde Raffaello le giudicò di ordine toscano. Dal punto centrale di una colonna fino al centro dell' altra vi sono dieci palmi, onde il loro intercolumnio è di circa due diametri.

    Queste colonne servivano di pronao al tempio; sulla porta della cella, che oggi è murata, e di cui gli stipiti sono di marmo bianco, si legge in due righe la seguente iscrizione:

    M • MANLIUS M S V L • TVRPILIVS • L F • DUOMVIRES • DE SENATUS SENTENTIA • AEDEM • FACIENDAM •  COERAVERUNT • EISDEMQUE • PEOSAVERE

    Questi Duomviri sono da WinKelmann nelle osservazioni sull' Architettura degli Antichi, pag. 52. 
    e seg. ( Storia delle Arti Tom. III. Ediz. Rom. ) definitivamente stabiliti come contemporanei di Tiberio, onde assai strana riesca la ortografia delle parole DUOMVIRES, COERAVERVNT, EISOEMQVE invece di DUUMVIRI, CVRAVERVNT , IIDEMQVE ,  che potrebbe far credere questo edificio molto più antico.

    PIRANESI - TEMPIO DI ERCOLE
    E' da notarsi inoltre, che Livio nel c. XII del IV libro asserisce che dopo il supplicio di M. Marco Capitolino, la gens Manlia asserì che nessuno più prendesse il prenome di Marco:
    - Adjectae mortuo notae sunt: publica una... gentilitia altera, quod gentis Manliae decreto cautum 
    est, ne quis deinde Marcus Manlius vocaretur - 
    quindi conviene credere che a' tempi di Tiberio questa legge di famiglia fosse ita in disuso, poichè troviamo in questa iscrizione un M. Manlio. 

    Finalmente, che questo Tempio appartenga ad Ercole lo mostra chiaramente una iscrizione ivi trovata e riportata dal Volpi nel suo Lazio Tora. IV pag. 140, la quale diceva : 
    HERCVLI • SACRVM 

    Nella Chiesa di S. Pietro addossata a questo tempio, si conserva una bella ara quadrata, decorata ai quattro angoli di teste di ariete, ed ornata egualmente nelle quattro facce con festoni, e figura del Sole in mezzo, lavoro de tempi migliori dell' arte, e probabilmente contemporaneo alla edificazione del Tempio. "

    (Antonio Nibby)

    Proprio a causa di questa ara si è supposto che il suddetto tempio non fosse dedicato ad Ercole ma bensì al Sol Invictus o ad Elios. Del resto la testa di ariete era sacra al sole.

    TEMPIO DI CASTORE E POLLUCE

    IL TEMPIO DI CASTORE E POLLUCE

    Ma ai Dioscuri è dedicato il maggiore dei santuari cittadini di Cora, presso la chiesa di S. Salvatore, nel foro dell’antica Cora ci sono infatti i resti del Tempio di Castore e Polluce risalenti ugualmente al I sec. a.c., tempio che si sovrappone a un santuario del V sec. a.c. ed ha favorito la nascita di un tempio corinzio (stile greco adattato a Roma). 


    ANTONIO NIBBY

    "Da S. Maria si possono passare a vedere gli avanzi del Tempio di Castore , e Polluce esistenti 
    presso la Chiesa di S, Salvatore, edificio de' secoli bassi come la sua costruzione di opera saracinesca lo mostra.

    Il Tempio di Castore però è uno de' più belli avanzi, che ancora ci restino dell'antichità. Che esso fosse dedicato a Castore, e Polluce l'iscrizione, che ancora si legge sul fregio e sull'architrave, il dimostra : 
    • • • • CASTORI . POLLVCI DEC • S • OC... 
    • CALVIVS •

    cioè Templurn Castori Polluct Decurtonum sententia aciundum curavit Marcus Calvius Marci filius 
    Publii Nepos.

    Questo M. Calvio era contemporaneo di Claudio, ed in conseguenza a quella epoca appartiene il Tempio.

    Una iscrizione già esistente presso il Tempio di Ercole serve di testimonio alla mia asserzione : 
    M CALVIVS • M • F • PAP • PRISCI 
    ADLECTVS • IN • OROINEM • SENATORIVX 
    A • TI • CLAVDIO • CAESARE • AVG • GERMANICO
    D. S. P. F. 

    Di questo edificio rimangono ancora tre colonne scanalate di ordine corintio, intere, ed una 
    rovinata de' capitelli uno è intero; l' altro manca di un corno ed il terzo è segato. Queste tre 
    colonne, che venivano a formare un angolo del tempio stesso, come le tre di Giove Tonante sul clivo Capitolino in Roma, sono di buona proporzione, hanno uno stucco assai fino che le ricopre, e 
    poggiano sopra un basamento di travertino, o pietra calcarea. della quale sono esse stesse formate." 

    (Antonio Nibby)



    TEMPIO DELLA MATER MATUTA

    La Mater Matuta è una Dea italica preromana e non proveniente dalla Grecia, anche se poi vi fu un assimilazione con la Leucotea ellenica. La Mater Matuta è la manifestazione della Dea Natura, anticamente c'era la Mamma Mammosa, detta anche Mammona, e la Mater Matuta, di cui la prima era la parte invisibile della Dea, e di cui la seconda, la terra, era la parte visibile. 

    Nella destituzione patriarcale della Grande Madre, Mammona decadde e nel Nuovo Testamento diventò il diavolo. Successivamente, quando il cristianesimo proibì i culti pagani, gli autori parlarono di Natura Naturans e Natura Naturata, era la stessa cosa detta in modo più ermetico.
    Poichè il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la Grande Madre è connessa al ciclo di morte-rinascita.

    CHIESA DI SANTA OLIVA CON LE COLONNE DEL TEMPIO DI GIANO

    TEMPIO DELLA DEA MENS - O DI GIANO

    Si suppone fosse venerata nel tempio anonimo sotto la chiesa dedicata a Santa Oliva, patrona fin dal medioevo di Cori, secondo A. Nitty. In base ad una iscrizione, che era affissa sulla facciata della chiesa, alcuni storici hanno affermato che in questo luogo esisteva un edificio di culto cristiano già dal II secolo, costruito sui resti di un tempio romano dedicato però a Giano. 

    L’analisi archeologica ha confermato che effettivamente la struttura della chiesa insiste su un edificio romano. All'interno della Chiesa di Sant'Oliva, sul lato destro, sono visibili parte delle colonne di quello che erano dell'antico tempio devastato e reimpiegato solo a pezzi, con colonne più alte e più basse, con base e senza base con capitelli utilizzati altrove o distrutti.



    TEMPIO DELLA FORTUNA OBSEQUENS

    Letteralmente la fortuna che segue, che in genere era invocata in una determinata occasione per una determinata impresa. Di questo tempio purtroppo, come per tanti altri templi di Cora nulla è rimasto a causa della distruttività cristiana degli edifici di culto pagani.



    TEMPIO DELLA CONCORDIA

    La concordia riguardava l'ordine a l'armonia del popolo, soprattutto rispetto ai problemi tra patrizi e plebei.

    STAMPA DELL'ANTICA STATUA DEL TEMPIO DI MINERVA A CORI

    TEMPIO DI MINERVA 

    della quale è stata rinvenuta, alla fine del Cinquecento, una preziosa statua in porfido, oggi a Roma, in piazza del Campidoglio, nella nicchia centrale del Palazzo Senatorio.

    Infine, tra i monumenti pubblici più rilevanti per l'età tardo repubblicana, che vede Cora attivamente partecipe a quella fase di intensa attività edilizia che caratterizza tutte le città italiche, va segnalato l'imponente edificio di sostruzione in opera incerta, che sorregge l'odierna piazza Pozzo Dorico.
    Esso si articola in sette ambienti voltati a botte, di cui tre adibiti a cisterna e quattro di ignota destinazione; di questi ultimi, tutti affacciati sull’attuale via Ninfina e separati dal banco roccioso retrostante mediante una stretta intercapedine, due conservano ancora le tracce di una fontana e di una vasca.

    Altre due località da visitare sono il Ponte romano della Catena ( I sec a.c.) che permetteva di attraversare il ‘Fosso della Catena’ localizzata vicino alla porta Ninfina e il Pozzodorico, una grande cisterna sistemata su un edificio romano del II sec. Buona parte di Cori è poi circondata dalle mura ciclopiche di circa 2 km.

    MUSEO DI CORI

    REPERTI ARCHEOLOGICI

    Nel Museo storico della città vi sono i resti di un tempio romano (IV-II sec. a.c.).
    Le principali evidenze archeologiche oggetto di studio, tutte inglobate in epoca medievale, sono tre tratti di sostruzioni piene di edilizia pubblica romana in opera quadrata di tufo, in opus incertum e in opera poligonale, che regolarizzano, in fasi successive e a più livelli, il versante sud-occidentale del colle, in particolare sostengono e delimitano un asse viario di fondamentale importanza per il collegamento tra la città alta e quella bassa, una strada che, originata alla Porta Ninfina, raccorda le principali aree sacre della città.

    Le strutture si inseriscono, per cronologia, tecnica muraria e dislocazione topografica, tra la seconda (IV-III a.c.) e l’ultima fase edilizia (primo decennio del I secolo a.c.) del tempio dei Dioscuri. Con l’arrivo della piena età medievale, l’area venne completamente distrutta e depredata per dar luogo a nuovi edifici e chiese.


    SCOPERTI I RESTI DI UNA BASILICA CIVILE DI CORA ROMANA

    Nelle cantine di Palazzetto Carpineti, in via delle Colonne, nel centro storico di Cori valle sono stati rinvenuti i resti di quella che potrebbe essere una basica civile all’interno del Foro dell’antica Cora. Ha parlato del ritrovamento il professor Domenico Palombi, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e Direttore Scientifico del Museo di Cori. Palombi ha parlato di impronte di basi di colonne, di una pavimentazione “a stuoia” e di un’iscrizione commemorativa dedicata alla Gens Curtia. 

    Sulla base del diametro delle impronte delle colonne si è ricostruita la loro massima altezza (9 m comprensiva di capitello), identica a quelle superstiti del vicino tempio dei Dioscuri, tanto da ipotizzare un unico progetto urbanistico per i due edifici. 

    Altri elementi hanno permesso di comprendere meglio l’articolazione dello spazio interno e formulare ipotesi ricostruttive per la facciata, confrontabile con la basilica di Fano e con quella Vitruviana. Ulteriori conferme all’indagine in corso verranno da un puntuale sondaggio archeologico da effettuare nei prossimi mesi. 




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  • 04/13/19--05:25: CULTO DI QUIRITIS
  • IUNO

    Quiritis, o Curitis, o Curritis, o Curis, i nomi cambiano a seconda dei pagus, fu un'antica Dea italica riscontrata soprattutto a Falerii, e in seguito assimilata a Giunone arricchendola del secondo nome di Iuno Curite. Era una Dea guerriera armata di scudo e di lancia come Minerva, eppure «le matrone si trovano sotto la tutela di Giunone Curite» Che avevano a che fare delle matrone con una Dea guerriera?

    G. Radke fa derivare Curitis (cursitis) da cursire, cursis, quindi currere, inteso come «correre in aiuto», ma può essere riferita invece alla città sabina di Cures, come si legge in Persio (IV 26): «A Cures: da tale toponimo Giunone è detta anche Curite poiché colà è venerata con particolare fervore». Dionigi di Alicarnasso narra che questo culto riguardasse particolarmente le donne, in veste di sacerdotesse. 

    Ovidio del resto assistette in prima persona al rito celebrato in onore della Dea nel suo tempio presso Falerii, città natale della moglie, ed esso comprendeva giochi solenni, una processione composta da giovani e giovinette che cantavano inni, dalle sacerdotesse del culto e dalla statua della divinità. Vi era poi il sacrificio di giovenche bianche, di un maiale e di un ariete, oltre ad un rito più cruento in cui si cacciava una capra, che andava in premio al giovane che riusciva per primo a ferirla. 

    Il rituale era guidato da una fanciulla nubile detta kanephoros, ma esisteva anche un pontifex sacrarius Iunonis Curritis. Si sa che la processione procedeva dall’area in fondo al Fosso dei Cappuccini, in cui infatti si trovano un altare, una vasca e tracce di una strada abbastanza impervia che conduce al santuario di Celle.

    Da questo tempio dovette essere evocata la Dea nel 241 a.c., poiché nell’ultimo anno della I guerra punica i Falisci si erano ribellati a Roma.

    I RESTI DEL TEMPIO
    L’essersi la città consegnata in fidem non evitò la sua distruzione ma i templi più importanti furono risparmiati probabilmente per l'evocatio, a seguito della quale gli Dei locali erano passati dalla parte dei Romani.

    Non si distrugge la vecchia casa degli Dei propizi, perchè potrebbero cessare di essere propizi.

    A seguito di ciò Quiritis divenne Giunone Curite e ricevette un tempio a Roma, nel Campo Marzio: "Iovi Fulguri Iunoni Quiriti in campo". L’ubicazione del santuario nella zona del Campo Marzio, forse si può identificare il tempio in uno dei due edifici rappresentati nella Forma urbis Romae del Lanciani (fr. 234b-c), in relazione con i templi di Vulcano e Iuppiter Fulgur, subito a S dell’area sacra di Largo Argentina e a O della cavea del theatrum Balbi.

    Anche Coarelli localizza il tempio di Iuno Curitis alle spalle del Teatro di Balbo, sempre in connessione con il tempio di Iuppiter Fulgur, ed entrambi gli Dei sarebbero stati evocati da Falerii.
    Viene da rammentare che anche Giunone Caprotina era armata di lancia, e anche qui aveva a che fare con la capra di cui la Dea indossava la pelle, ed alla capra era collegato il culto della Dea anche se in modo crudele.

    Nonostante il più che probabile trasferimento del simulacro a Roma, il culto della Dea nel suo santuario di Celle non cessò, come dimostrano gli ex voto databili alla seconda metà del III e al II sec. a.c.. Ma è evidente che la Dea pur senza il simulacro originario non potesse essere abbandonata, perchè si trattava della Grande Madre, la Grande Dea Trinitaria, Dea della nascita, della crescita e della morte.

    Riteniamo che la Dea fosse di origine sabina e che la Dea Quiritis, o Critis, fosse la Dea delle Curie, non a caso i romani l'assimilarono a Giunone, regina tra gli Dei. Viene infatti da chiedersi come mai 
    una Dea armata di lancia e scudo non sia stata assimilata a Minerva che possedeva esattamente questi attributi. E' logico, Quiritis era la Regina degli Dei, e quindi poteva solo essere assimilata alla regina romana. Ed è anche evidente che, come tutte le Dee Trine, nel suo aspetto mortifero fosse una Dea Guerriera, quindi portatrice di morte.

    Sicuramente il Dio Quirino, appunto anch'esso di origine sabina, fu suo figlio, nato da una vergine di cui, una volta cresciuto, divenne il paredro. Del resto in alcune culture etrusche, e sicuramente greche, Giunone era la madre di Giove e successivamente sua moglie, divenendo in seguito a lui sottoposta. 


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    RICOSTRUZIONE DELLA VILLA

    Tra le ville romane del bresciano quelle Toscolano Maderno e presso la Pieve di Nuvolento non solo per i resti pregiati, ma anche perché entrambe appartennero nel Il sec. d.c. a due senatori originari di Brixia: la villa di Toscolano aderno a Marcus Nonius Macrinus, quella di Nuvolento probabilmente a M. Lae/ius Firminus L'identificazione del proprietario della villa di Toscolano Maderno risale già alla fine dell'Ottocento e si fonda sul ritrovamento della dedica in marmo botticino, che il senatore pose ai Dii Conservatores per la salute della moglie Arria:

    Dis Cop Conservatorîb(us) pro salute
    Arriae sune
    M(arcus) Nonius
    Macrin(us) consecdavit).

    La dedica dovette essere posta nel larario della villa o in qualche edicola o tempietto, la cui presenza all'esterno delle residenze di campagna è documentata da Plinio il Giovane per la sua villa di Tifernum Tiberinum. I Nonii erano una famiglia senatoria famosa nell'epigrafia bresciana, grazie anche alle iscrizioni di schiavi e liberti.


    M. Nonio Macrino console nel 54, è il primo e unico esponente di questa gens di cui conosciamo la carriera, svolta sotto tre imperatori: Adriano, Antonino Pio e M. Aurelio. A Cellatica, località di collina ai margini settentrionali della pianura, è stata reinvenuta la dedica del figlio per il consolato di M. Nonio Macrino. 

    A Brixia, la colonia lo aveva già scelto quale patrono e gli aveva dedicato una statua nel foro. Altre due statue gli erano state già dedicate da due ufficiali equestri quando lui era stato governatore della Pannonia inferiore, e poi governatore della Pannonia superiore, lodato come praeses optimus e rarissimus.

    La lunga carriera di Macrino ci è nota dalla dedica bresciana del foro e da una dedica di statua proveniente da Efeso, pubblicata già agli inizi del '900 e risalente agli anni del proconsolato d' Asia. La data del suo consolato suffetto, compare nei Fasti Ostienses avvenuta nel 154, quando Macrino, allora quarantenne,  sostituì Lucio Vero, figlio adottivo dell'imperatore Antonino Pio


    Dopo il consolato Macrino fu chiamato al controllo dell'alveo e delle rive del Tevere; poi fu nominato legatus Augustipro praetore della Pannonia superiore, dove egli era già stato come comandante della legione XIV Gemina stanziata a Carnuntum. Sono questi gli anni in cui Macrino, a Brescia, ricevette sia la statua da parte di Tito Giulio Giuliano, sia la statua nel foro da parte dell'intera comunità, che proprio allora lo scelse quale patrono.

    Morto prematuramente Lucio Vero nel 169, Macrino fu chiamato a far parte con altri amici del principe del sodalizio degli Antoniniani Veriani, incaricato del culto del divo Vero, ma in precedenza aveva fatto parte del prestigioso collegio dei XVviri sacris faciundis.

    Nello stesso anno, nel 169 Macrino fu chiamato da Marco Aurelio alla nuova spedizione Germanica, come suo luogotenente e consigliere. Nel 170/171 ottenne la carica di proconsole d'Asia, minacciata da un'invasione di Bastarni. In questi anni, a Efeso, Macrino venne onorato con una statua dal sofista Flavio Damiano, che lo definisce "soter tes eparcheixs" (salvatore della provincia), titolo eccezionale per un governatore provinciale.



    Negli scavi che la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, sotto la direzione di Daniela Rossi, sta conducendo dal 2008 all'altezza del km 8,5 della via Flaminia sono venuti in luce molti reperti marmorei di un importante monumento funerario in marmo, in cui compare:

    [M.] Nonio M. fil. Macrino consuli, proconsuli Asiae, XV L'ido) sacrisflac(iundis), 
    sodali Verian[o Antoniniano, amico Augustodum)?], / 
    comiti, leg(ato) imperatoris) Antonini Aug(ustl) ex peditionis Germanic(ae) et Sannatic(ae)?, legato] Aug(ustz) pr(o) pdaetore) p[rovinciarum Baeticae? et Hispa]niae / 
    citerioris item Pannoniae sup[erioris item Pannoniae in erioris, curato]ri a[/
    vei Tiberis, leg(ato) leg(ionis) XII II Gem(inae), praet(orz), tr(ibuno) p/(ebis) , le?] ato /
    provinciae Asine, quaestodi, tribuno militum leg(ionis) X Fretens(is)? item leg(ionis) VI/ 
    Geminae, Xvh(o) stlitibus iudican]dis / 
    patri optimoet Havi[ae - - -l /
    M. IVoniu[s Arrius -

    Sappiamo così che dopo il proconsolato d'Asia, Macrino fu destinato ad un ulteriore incarico nella provincia di Spagna citeriore, evidentemente con il grado di legatus Augusti pro praetore. Pertanto dopo il 154, svolse quattro incarichi di rango consolare: la curatela del Tevere, il governatorato della Pannonia superiore, il proconsolato d'Asia e il governatorato della Spagna citeriore. Nella Spagna attorno al 172/173 le province spagnole si trovavano sotto la pressione dei Mauri, che minacciavano l'intera Spagna.



      
    DA ROMANO IMPERO:

    MAUSOLEO di MARCO NONIO MACRINO

    Nel rinvenimento archeologico, in parte prevedibile data la collocazione a margine della strada antica, è avvenuto nel 2008 in via Vitorchiano, nella zona di Saxa Rubra sulla via Flaminia.

    DECORO DEL MAUSOLEO
    All’altezza del Km 8,500 della via Flaminia, l’epigrafe dedicatoria consente di identificare il mausoleo di Marco Nonio Macrino, prestigioso esponente della famosa famiglia bresciana nel II sec. d.c., che svolse parte della carriera sotto Antonino Pio concludendola poi con Marco Aurelio di cui fu compagno nella spedizione contro i Quadi ed i Marcomanni e che rivestì anche importanti ruoli sacerdotali.

    Sembra che a questo personaggio si sia ispirato il film Il Gladiatore.
    Del mausoleo di età imperiale scoperto nel corso degli scavi preventivi realizzati dalla Soprintendenza di Roma, non rimane solo la struttura. Ma anche il rivestimento marmoreo, compreso il monumentale timpano, appoggiato accanto ai basoli dell´antica strada consolare.




    MARCO NONIO MACRINO

    Marco Nonio Macrino, ovvero Marcus Nonius Macrinus, generale romano dell'imperatore Marco Aurelio, durante le guerre settentrionali contro Marcomanni, Quadi e Sarmati Iazigi. 
    È stato console suffetto nel 154 sotto Antonino Pio, e diverse volte proconsole.

    Era originario di Brescia, appartenente alla facoltosa e potente famiglia dei Nonii, sposato ad Arria e gli è pure attribuita la proprietà di una grande villa a Toscolano Maderno, sulle rive del lago di Garda.

    Ricoprì la prestigiosissima carica di Comes di Marco Aurelio, e pure di proconsole delle province romane di Asia, Pannonia inferiore ( 153-154) e Pannonia superiore (159-161).

    Nell'ottobre 2008 a Roma, durante la costruzione di alcuni edifici sulla via Flaminia, è stato rinvenuto il suo mausoleo a forma di tempietto, alto circa 15 metri e rivestito in marmo, edificato da suo figlio Macrino.

    La notizia ha suscitato l'attenzione dei media nazionali ed internazionali a causa di un fraintendimento delle parole degli archeologi che hanno paragonato la vita del generale a quella del personaggio "Massimo Decimo Meridio", protagonista del film di Ridley Scott "Il gladiatore", per somiglianza di carriera politico-militare e periodo storico di appartenenza.




    VILLA TOSCOLANO MADERNO

    La villa di Toscolano Maderno è solo parzialmente scavata, anche se si è compresa la planimetria generale, ma ne è visibile solo il suo settore meridionale.

    DEDICA DI MACRINO PER LA SALUTE DELLA MOGLIE ARRIA
    La villa aveva in origine un loggiato frontale sul lato orientale, verso il lago, con avancorpi sui due lati nord e sud. Il loggiato si apriva su un grande bacino-fontana di 47 m di lunghezza. 

    La villa, del I secolo d.c., subì interventi e trasformazioni sino all’inizio del V sec., conservando sempre caratteristiche di grande lusso. Tra la fine del I e la prima metà del II secolo appartenne a Marco Nonio Macrino, console nel 154 d.c.. 

    La parte oggi visibile comprende diversi vani, alcuni dei quali conservano ancora ampi tratti di intonaco dipinto e pavimenti a mosaico con motivi geometrici, in sole tessere bianche e nere e anche con tessere colorate. 

    A questi vani si accedeva da un lungo ambiente, solo parzialmente scavato, che conserva ancora parti dell’intonaco dipinto. Il vano presentava in una sua prima fase due esedre lungo il lato settentrionale, successivamente tamponate.




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  • 04/15/19--06:08: LE FALERE ROMANE (PHALERAE)
  • FALERE AUTENTICHE SU CORAZZA RICOSTITUITA
    Le falere (dal latino phalera, pl. phalerae) erano in origine i due dischi laterali dell'elmo a cui si fissavano gli allacci, ma il termine si estese poi a un qualsiasi disco decorativo in metallo, che serviva a ornare sia le corazze dei soldati sia le bardature dei cavalli, ma pure un elemento decorativo tondo e a rilievo applicato ovunque, anche su un muro, fino a che non divenne il termine per eccellenza delle decorazioni militari romane.

    In popoli più primitivi le falere, ovvero gli umboni, si indossavano attraverso lacci in corrispondenza dell'impugnatura, e servivano a proteggere la mano da frecce e colpi, ma anche per rimandare i colpi, in seguito fu usato anche per colpire gli avversari soprattutto per stordirli. 

    Furono pertanto usati come piccoli scudi primitivi. A volte erano in legno e quindi piatti con applicazioni ricurve in bronzo, poi divennero interamente in bronzo e in argento, e pure in oro, ma anche, e più raramente, di ottone e rame.

    Queste decorazioni al valor militare riguardarono varie epoche e diverse popolazioni celtiche, etrusche e romane, ma divennero importantissime presso questi ultimi. La falera era in genere costituita da un disco con un rialzo centrale semisferico detto umbone.
    FALERA BRONZO I SEC. A.C.
    Venne poi l'uso di applicare le falere sulla corazza, sia che fosse di cuoio. o di lino, o di metallo. Le falere sulle corazze ebbero più di un fine od effetto: 

    - di poter mostrare ai nemici il proprio valore e quindi intimidirli in battaglia;

    - di poter sfilare nelle parate con le falere raccogliendo l'ammirazione del popolo che l'avrebbe ripagato non solo con la stima ma a volte con regali o riguardi particolari;

    - di potersi presentare ad una candidatura politica con questa favorevole presentazione, perchè i romani apprezzavano negli uomini soprattutto le qualità militari;

    - di avere più possibilità in combattimento e da parte dei propri capi, di ricevere incarichi particolari nella battaglia, con operazioni che potessero metterli ancora di più in luce e magari fargli acquistare più meriti;

    - oppure di ricevere direttamente una nomina a un grado superiore nell'esercito, grazie ai meriti di valore conquistati e riconosciuti;

    - e per ultimo, ma non ultimo come importanza, di essere accolto dalla sua familia e soprattutto dalla sua gens, come un membro che a saputo dare lustro ad ambedue, con relativi riconoscimento, affetti e riconoscenza.
    FALERA DI OTTONE - II - III SEC. CON MINERVA, AQUILA IMPERIALE, 2 SERPENTI E 4 TESTE DI PROFILO
    In epoca romana le falere furono molto utilizzate come ricompense militari per gli ambasciatori esteri, specialmente di origine gallica. 

    Fare i mediatori con i popoli barbari non era cosa da poco e meritava i giusti riconoscimenti, ma soprattutto l'ambasciatore con molte falere veniva apprezzato anche se non rappresentava un grado alto nell'esercito.

    Ciò aveva anche un certo vantaggio, visto che nessun ambasciatore era sicurissimo sulla sua incolumità, specie se portava cattive notizie, come ad esempio di intimare la resa a condizioni disastrose per quel popolo.

    Ora se l'ambasciatore era di alto grado nell'esercito, come ad esempio un generale, la tentazione di sopprimerlo era certamente più alta, mentre un milite di basso grado incentivava meno. ma per contro non si aveva l'impressione, da parte del nemico contattato, di aver ricevuto un milite di scarso valore, il che avrebbe costituito un ulteriore oltraggio.

    FALERE IN ARGENTO - BERLINO
    Le falere venivano utilizzate anche dagli Etruschi che le introdussero a Roma attraverso quinto monarca, Tarquinio Prisco, che poteva concederle a chiunque ma pure i suoi generali in capo se ne vedevano l'opportunità.

    Al tempo di Polibio, in età repubblicana, le decorazioni erano concesse con molta difficoltà, infatti occorreva che il milite dovesse essere anzitutto un cavaliere, e che avesse riportate le spoglie di un nemico di un certo valore in battaglia, quindi spoglie di un certo lusso. In età imperiale invece, si avevano meno pretese, e le falere venivano concesse alla truppa, ovvero ai legionari o ausiliari  che si fossero in qualche modo distinti in battaglia. 

    Le falere venivano concesse anche collettivamente sia alle ali che alle coorti. Vale a dire che tutta un'ala o una coorte riceveva una falera per combattente e ognuno di loro poteva dirsi pertanto "falerato" (faleratum). Il che faceva di quel corpo una truppa gloriosa.
    FALERA COL VOLTO DI AUGUSTO
    Le falere più antiche erano fornite di buchi o asole attraverso cui venivano fissate con del filo metallico o delle fettucce di cuoio o di stoffa, a seconda della pesantezza delle suddette, alle armature. Non venivano mai saldate in quanto potevano essere sfoggiate anche su armature leggerissime da cerimonia, come indossavano in genere gli imperatori.

    Anzi spesso le corazze imperiali, specie da cerimonia, erano lavorate a sbalzo e a cesello mostrando delle falere come un tutt'uno con la corazza. Le Falere d'oro in particolare non venivano solitamente sfoggiate sulle armature in combattimento, dato che si rischiava di perderle o di venire inseguiti solo per appropriarsi di tali preziosità.

    FALERA CON GIOVE
    Sui monumenti romani le falere appaiono di solito nel numero di nove, per l'ancestralità delle forme geometriche, vale a dire tre triangoli, il triangolo è la forma più semplice e più arcaica delle figure piane. Dunque indosso ai soldati le falere venivano disposte su tre linee, legate con corregge ortogonali in modo da formare un pettorale.

    Tale pettorale veniva poi indossato poi sulla corazza, in modo da poter essere agganciate, in genere con delle catenelle. Il sistema faceva si che con un solo aggancio si indossavano tutte le falere. Le falere potevano essere anche esibite sulle insegne (vexilla e signa) a onore e gloria dei reparti militari.

    Le falere potevano avere svariate immagini:

    - le più antiche, in genere barbare, riportavano spesso motivi geometrici, o animali o due animali che si affrontano con un palo o una Dea al centro.
    FALERA DI DRUSO PADRE CON FIGLI
    - l'immagine dell'imperatore, in genere in argento o in oro, di norma donato dallo stesso imperatore su richiesta di un suo generale o donato al generale stesso.

    - a volte l'immagine della moglie o del figlio, o dei figli dell'imperatore, o di altri suoi parenti.

    - l'immagine di un animale, in genere l'emblema della legione, come il toro, o il leone, o un animale emblematico, come il grifone, o il capricorno o l'aquila ecc., oppure l'immagine di un cavallo, o di un uccello.

    - Molto spesso vi erano rappresentate immagini di divinità, sia maschili che femminili, con prevalenza Minerva, Ercole, Marte o Giove, o una Grande Madre tipo Cibele, oppure Mitra, o il Sole Invitto, molto venerati dai soldati.

    - Spesso vi erano impressi volti di eroti, o di fanciullini sorridenti come Ercole bambino, o di fauni, o di ninfe, o di maschere, o di cavalieri a cavallo.

    FALERA DI MALERBO


    FALERE DI MALERBO

    Si pensa che siano ornamenti per i finimenti di due cavalli le quattordici falere conservate nella sezione della protostoria del bresciano del Museo di Santa Giulia. Quattordici dischi d’argento decorati a sbalzo, due più grandi (diametro medio 19 cm) e dodici piccoli (10 cm), rinvenuti insieme ai frammenti di quattro elementi longitudinali ricurvi e tre catenelle, sempre in argento.

    Fu una scoperta casuale quella delle falere, come spesso accade in archeologia, a 50 cm. sotto il manto stradale, gli oggetti rinvenuti nel 1928 da contadini per ampliare la buca del letame presso la Cascina Remondina, poco distante da Manerbio. 

    FALERA DI ORIGINE LONGOBARDA - REGGIO EMILIA
    Il tesoretto passò prima ai carabinieri e l’anno dopo le Civiche Raccolte d’Arte di Brescia (oggi Musei civici d’Arte, Storia e Scienze) dove ancora oggi li troviamo. Sono di arte celtica e risalgono alla prima metà del I secolo a.c. probabilmente prodotti da artigiani boi o taurisci.

    I dischi d’argento sono decorati a sbalzo dal rovescio come si usa ancora oggi, con una parte centrale a rilievo, l’umbone, circondata da una cordonatura, dove è raffigurata una triskele (come il simbolo della trinacria). Gli altri dischi, più piccoli hanno invece un bordo liscio. Lungo il registro esterno tutti i dischi presentano una serie continua di teste umane frontali e stilizzate, con l’acconciatura dei capelli tipica dei Celti.


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  • 04/16/19--05:34: SOTTO LE CHIESE DI ROMA - II
  • SANTA MARIA IN ANTIQUA

    1)  BIBLIOTECA DI AUGUSTO - OGGI SANTA MARIA ANTIQUA

    Sotto la Chiesa di Santa Maria Antiqua giace la Biblioteca di Augusto (63 a.c. - 14 d.c.). La chiesa è situata nel Foro Romano, ai piedi del Palatino, sotto cui, all' incrociamento della Nova Via e del Vicus Tuscus, sorgevano delle case private.

    Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) consacrò ivi, dietro il tempio dei Castori nel Vicus Tuscus, un tempio in onore di suo padre divinizzato, il "Templum divi Augusti".

    L' imperatore Caligola (12 - 41 d.c.), sulle cui monete il tempio appare effigiato con sei colonne corinzie sulla fronte e riccamente ornato di statue, se ne servì per appoggiarvi uno dei piloni del famoso ponte costruito per congiungere il palazzo imperiale col tempio di Giove Capitolino. 

    Egli stesso poi allorchè ingrandì il palazzo di Tiberio fino al Foro, fece del tempio dei Castori il vestibolo del palazzo.

    MONETA DI CALIGOLA COL TEMPIO DI AUGUSTO
    Nell'incendio neroniano il tempio di Augusto fu distrutto; Domiziano lo restaurò costruendovi dietro un santuario in onore di Minerva, Dea per la quale egli aveva un culto speciale. 

    "Presso Minerva, dietro il tempio del Divo Augusto" ogni anno, come attestano numerose iscrizioni, erano affisse le grandi tavole di bronzo con i nomi di quei soldati delle coorti ausiliarie, delle armate ecc., i quali, dopo aver compiuti gli anni prescritti di servizio, ottenevano il loro congedo ed erano ricompensati col diritto di cittadinanza, del connubio, delle terre ecc.

    Domiziano (51 - 96 d.c.) poi vi costruì accanto un ingresso e raccordo tra i palazzi imperiali sul Palatino e il Foro sottostante, dove probabilmente stazionava la guardia di pretoriani.

    E non soltanto questo "archivio della cancelleria militare" stava sotto la protezione di Minerva, ma anche una biblioteca, dedicata ad Augusto, aperta da Tiberio e rinnovata dopo l' incendio da Domiziano. Il tempio stesso fu restaurato da Antonino Pio, come attestano le monete di quest'imperatore; quando sia stato distrutto, non si sa esattamente.

    L'effigie di fianco è una moneta di Antonino Pio dell'anno 159, in cui è scritto: 
    "Templum Divi Aug(usti) rest(itutum)" che riguarda i lavori di risanamento e conservazione del tempio del suo padre adottante Augusto.



    2)  SACELLO DI ERCOLE CON ARA MAXIMA - OGGI S. MARIA IN COSMEDEN 

    Dalle fonti antiche e da alcune iscrizioni rinvenute nei pressi di S. Maria in Cosmedin, è possibile identificare questo altare con la massiccia struttura situata nella parte posteriore della chiesa, all’interno della quale è stata ricavata la cripta. Si tratta di un monumento di grandi dimensioni in tufo dell’Aniene, con un centro di culto sorto prima della fondazione di Roma stessa nell'VIII secolo a.c.

    ARA MAXIMA NEL TEMPIO DI ERCOLE INVITTO
    Venne ricostruito nel II secolo a.c. quando fu rialzato il livello di tutta la zona. Il monumento era
    l'Ara Maxima, edificata con i blocchi di tufo che ora formano la cripta della chiesa.

    All'interno infatti si osserva una serie di colonne corinzie incastonate nelle pareti ovest e nord. Questi originariamente formavano parte di una galleria costruita nel IV secolo d.c. e collegata all'Ara Maxima.

    Una volta si credeva che la galleria fosse una sorta di centro amministrativo ma è più probabile che fosse semplicemente parte del santuario. Dal VII secolo la struttura era diventata una chiesa cristiana  e nell'VIII secolo i blocchi di tufo che formano le fondamenta dell'altare furono scavati per creare la cripta della chiesa.

    Il secondo complesso antico, conservato ancora in parte, era costituito da una loggia porticata con colonne e pilastri angolari, costruita in età flavia contro un lato dell’Ara Maxima, le cui strutture sono attualmente inglobate nei muri perimetrali della chiesa.

    Il singolare edificio, già identificato con la Statio Annonae o sede del Prefetto, è da interpretare invece come un sacello connesso con l’Ara stessa, all’interno del quale erano conservate delle reliquie di Ercole, divinità molto seguita e adorata dai fedeli.

    DIETRO AL TEMPIO DI MARTE ULTORE

    3) TEMPIO DI MARTE ULTORE - CON SOPRA CHIESA Di S. BASILIO

    La chiesa di San Basilio al Foro di Augusto è un luogo di culto cattolico scomparso di Roma, nel rione Monti, in via Tor de' Conti. 

    La chiesa, con annesso monastero, vennero fondati sul podio del tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto, a coprire e cancellare il tempio pagano, come menzionato in una bolla di papa Agapito II del 955. 

    CHIESA DI SAN BASILIO CON RISPETTIVO CAMPANILE
    Il nome della chiesa era di "San Basilio in scala mortuorum", dalla scaletta che portava ad un cimitero sotterraneo, nome che ricompare poi in un documento del 1088 nel Regestum Farfense. 

    Il complesso era addossato all'alto muro di recinzione del foro.

    Sotto Pio V, nel XVI secolo, il monastero venne concesso alle suore domenicane neofite, le quali ricostruirono la chiesa, aprendo delle finestre e un portale nel muro di recinzione del foro verso la via retrostante, e ne cambiarono il nome in quello della Santissima Annunziata, nome col quale era conosciuta prima della sua demolizione.

    Marte Ultore era il Dio Marte vendicatore, detto "COLUI CHE DALLA SCONFITTA RISOLLEVA"
    e il suo tempio chiudeva il lato di fondo del foro di Augusto a Roma.

    Detto in latino "Mars Ultor", al quale Augusto aveva promesso in voto un tempio prima della vittoria nella battaglia di Filippi, onde vendicare l'assassinio del suo padre adottivo Gaio Giulio Cesare.

    Uccisi gli assassini di Cesare, Augusto adempì al suo voto facendo erigere uno dei più bei templi mai visti.
    Chiesa e monastero furono distrutti nel 1924 in seguito agli scavi archeologici della zona atti a riportare all'origine i Fori romani. 

    Della chiesa rimane solo il portale d'ingresso, murato, come si vede nella figura, ma lasciato nella sua posizione originaria sul lato esterno del muro di recinzione del foro su via Tor de' Conti.

    CURIA HOSTILIA

    4)  CURIA HOSTILIA - CON SOPRA CHIESE DI S. MARTINA E S. LUCA

    "Nella Curia Hostilia vennero edificate due chiese; una nel sotterraneo al presente, prima al piano antico, dedicata a s. Martina, martirizzata nell'Anfiteatro Flavio; fu fondata nel VII secolo, presumibilmente da Onorio I, al quale si attribuisce anche la fondazione della vicina chiesa di sant'Adriano nella sede della Curia Senatus".

    Decaduta, restaurata e nuovamente consacrata da Alessandro IV nel 1256, come ricorda la lapide murata nella cappella di destra, la chiesa è attestata nel Catalogo di Cencio Camerario, anche se Martina non è citata tra i santi di cui vi si custodivano le reliquieLa chiesa superiore, ancora più rialzata nel ricostruirla, venne dedicata a s. Luca Evangelista.

    CHIESA DI SAN LUCA E MARTINA
    La gloriosa Curia Hostilia divenne così la chiesa dei Ss. Luca e Martina.

    La chiesa venne infatti situata sul luogo dove un tempo sorgeva l'antica "Curia Hostilia" (così denominata perché fondata, secondo la tradizione, dal re Tullio Ostilio) ed ai margini del "Comitium".

    Si proseguì così l'opera di cancellazione e seppellimento di ogni glorioso resto dell'impero romano e di ogni sua vestigia, pagana e non. Da non confondere la Curia Hostilia con la Curia Iulia.

    Il grande edificio in mattoni che occupa l'angolo tra l'Argiletum, l'antica via romana che usciva dal Foro Romano costeggiando il fianco sinistro della Curia per dirigersi verso la Subura ed il Comizio è infatti la "Curia Iulia", la sede del Senato, iniziata da Gaio Giulio Cesare per sostituire la precedente "Curia Hostilia", incendiata nel 52 a.c., e terminata da Augusto che la inaugurò il 28 agosto del 29 a.c."



    5) ERARIO DI SATURNO - ORA CHIESA DI S. SALVATORE IN ERARIO

    L'Erario di Saturno, Pomponio Leto, Pirro Ligorio, il Nadini, l'Olstenio, e tanti altri, lo riportavano sotto il Campidoglio, ove era anticamente una chiesetta di s. Salvatore in Aerario, sopra l'ospedale di s. Maria in Portico.

    Tutti gli autori antichi Varrone, Livio, Svetonio, Solino, Servio, Macrobio, Asconio, riportati dallo stesso Nardini, quì lo pongono in faccia, e presso il Clivo, la Concordia, il Milliare aureo, ed il Carcere: gli ecclesiastici vi surrogano la chiesa di s. Adriano martire.

    Incontro sul Clivo era il tempio di Giunone Moneta, ossia la zecca e depositaria, messe vicine sotto la protezione della divinità, per assicurarle maggiormente.

    Era diviso in due corpi: interiormente vi era l'Erario sanziore, dove era custodito l'oro, detto vicesimario, riservato secondo Livio per gli estremi bisogni. In questo tempio si conservavano gli atti relativi al "tesoro publico;" e vi si registravano tutte le nascite di bambini in Roma, e suburbi, secondo Servio.

    È molto incerto chi ne sia stato il fondatore: dovrebbe rimontare alla più alta antichità, mentre la porta della città, che era da quella parte verso il Campo Marzo, fu detta di Saturno dalla vicinanza. In chiesa fu convertita, secondo Anastasio, da Onorio I nel 630. dedicata a s. Adriano martire (ma questa notizia sembra falsa).


    FABIANO NARDINI

    "E perchè l' Erario, crescendo sempre più il Romano Imperio, dovette andar richiedendo fabbrica capace tanto per la moneta, per le Tavole gli atti pubblici, i quali vi si conservavano: pare me giusto doversi supporre, che di tempo in tempo in tempo la fabbrica dell'Erario si ampliasse. 

    Quindi vi fu poi aggiunta parte che Sanctius mrarium si diceva, di cui Cicerone nella terza Verrina, e nella seconda Epistola del settimo ad Attico fa espressa menzione; il quale perciò essere Stato nella parte più intima ragionevolmente conchiude il Dempstcro ne' Paralipomeni alle antichità del Rosino. 

    Nell' Erario detto più Santo essere stato quell' oro, che Vicesimario dicevasi, mostra Livio nel settimo della terza c. 13.: "Cetera expedientibus, quae ad bellum Opus erant, Consulibus, aurum vicesimarium, quod in sanctiore aerario ad ultimo casus servaretur promi placuit."

    Quindi Cesare nel libro I De Bello Civili, cap 14, "Quibus rebus Romam nunciatis tantus repenre terror invasit, ut cquum Lentulus consul ad aperiendum aerarium venisset ad pecuniam Pompeio ex S.C. proferendam, protinus aperto sanctiore aerario ex Urbe profugeret"

    A chi poi fisso nelle denominazioni dei luoghi moderni non piace credere che S. Salvatore sia detto In Statera, et in Aerario vanamente, si può col Donati soggiungere, che non un solo Erario Pubblico fu sempre in Roma, perchè Augusto avervi introdotto il militare, per cui si servì forse il nuovo Tempio di saturno, che del medesimo Svetonio nel 29 di Augusto fabbricato si dice da Munazio Planco, e non è inverosimile fosse S. Salvatore in Erario."

    Sembra dunque che la Chiesa di S. Salvatore in Lauro si trovasse nei pressi della odierna Chiesa di S. Maria in Portici, in piazza Campitelli, e che lì sotto pertanto si trovasse l'Erario Saturni che venne pertanto distrutto.

    CHIESA DI S. ADRIANO - ACHILLE PINELLI 1834


    6)  CHIESA DI S. ADRIANO - SOPRA CURIA IULIA

    Gli scrittori ecclesiastici, parlando di questa chiesa, come di quella di s. Martina, e de' ss. Cosma, e Damiano, le dicono poste IN TRIBVS FORIS, vale a dire, in mezzo ai tre Fori, Romano, di Cesare, e di Augusto. Perciò è stata la chiesa di s. Adriano chiamata anche volgarmente in Triforio, e Treforo.

    Sull'altare maggiore vi sono due belle colonne di porfido rosso: dell'antico tempio nulla vi è restato visibile; e può dubitarsi anche del muro della facciata, almeno molto variato. La porta antica di bronzo, che Alessandro VII., facendo restaurare questa chiesa, trasportò alla Lateranense, è opera d'Adriano I.

    La chiesa di S. Adriano fu edificata sopra la Curia Iulia nel Foro Romano da papa Onorio I (che tanti monumenti romani distrusse) nel 630, come ricorda Anastasio bibliotecario: "Fecit ecclesiam beato Hadriano martyri in Tribus Fatis, quam et dedicavit et dona multa obtulit"; e papa Adriano I la intitolò al santo suo protettore, la dotò di molti benefici e la elevò al rango di diaconia (seconda metà dell'VIII secolo).

    FOTOGRAFIA DEL 1864, LA CHIESA PERSISTE
    Dai cataloghi antichi la chiesa era chiamata in tribus foris, perché al crocevia dei fori romani, o in tribus fatis, nome che deriva dal gruppo delle tre Parche le cui statue ornavano il foro.

    E' un edificio ben conservato, perché nel 630, durante il pontificato di papa Onorio I, l'edificio anzichè venire abbattuto come tanti edifici romani, venne trasformato in chiesa, assumendo il nome di Sant'Adriano al Foro.

    La chiesa subì importanti restauri nel 1228 sotto Gregorio IX: il piano di calpestio dell'antico senato romano fu rialzato di tre metri; l'aula, finora a navata unica, fu trasformata in chiesa a tre navate con antiche colonne di spoglio; l'abside era rialzato, per l'edificazione, sotto l'altare maggiore, di una cripta a pianta semicircolare. In seguito l'edificio cadde in disuso.

    LA CURIA IULIA OGGI
    La Curia e il secretarium erano anticamente uniti: fino al principio del secolo XIV fra le due chiese, di S. Adriano e S. Martina, si trovavano i resti di un cortile con colonne romane, e dietro S. Adriano stanze e sale antiche. La Chiesa fu ristrutturata nel 1653 rivestendo le tre navate medioevali con stucchi e rilievi barocchi, di stile seicentesco. Successivamente la struttura medievale e barocca venne smantellata nel vasto piano di recupero delle opere classiche romane, e ripristinata nell'originale negli anni '20 del XX sec..

    L’attuale grande edificio in laterizio, ampiamente restaurato negli anni 1930-1936, dopo la demolizione della chiesa di S. Adriano, conserva l’aspetto della Curia, sede del Senato, nella ricostruzione voluta da Adriano, ed è attualmente visitabile.

    COSIDDETTO TEMPIO DI ROMOLO XVIII SEC.

    7)  TEMPIO DI ROMOLO, E FICO RUMINALE - ORA CHIESA DI S. TEODORO

    Fu costruita nel VI secolo e dedicata a san Teodoro di Amasea, sulle rovine degli Horrea Agrippiana, probabilmente riutilizzando un tempio circolare preesistente. La tradizione voleva che il tempio fosse dedicato a Romolo, e che qui fosse conservata la Lupa capitolina fino al 1471, prima di essere spostata al Laterano; un'ara antica è conservata e visibile nel cortile della chiesa.

    Così la descrive Ridolfino Venuti, in "Accurata e succinta descrizione topografica delle antichità di Roma" (Volume 1, Roma 1763, p. 2)
    "Vedesi da questa parte alle radici del Palatino un Tempietto dedicato a S. Teodoro dal volgo detto Santo Toto, di dove principieremo il nostro giro, che credo fosse prima dedicato a Romolo, dove forse furono esposti i due Fratelli [cioè, Romolo e Remo, abbandonati al Tevere, si credeva, lì presso], fabbricato fino dagli antichissimi tempi, e conservato sempre nel suo piccolo, e povero stato. 

    Gli Antiquarj non fanno menzione di questo Tempietto, non l'avendo riguardato come antico: ma se avessero letto Vittore, e Rufo, averebbero veduto segnati da questi autori due Tempi, uno situato nella IV Regione detta Via Sacra dedicato ai due Fratelli, l'altro nell'VIII detta del Foro Romano dedicato a Romolo. 

    La tradizione, l'antichità, l'esser nominato col nome di un Santo Soldato, l'uso di portarvi i bambini infermi, come anticamente, sono congetture, che fanno indubitabilmente credere essere stato il Tempio antico. 

    Il Torrigio nella Istoria di questa Chiesa rapporta le varie opinioni intorno a chi dedicato fosse questo Tempio, risolvendo che la più approvata si è che fosse dedicato a Romolo da Tazio Re de' Sabini. Il Mosaico Cristiano pare molto antico, e del tempo di Felice IV. Stefano Infessura nel suo Diario dice, che essendo caduto da' fondamenti, Nicolò V lo risarcì, dopo d'avere acconciato il più antico, e soggiunge che lo rifece un poco più in là, ed un poco minor che non era [...]. 

    In prova del Tempio Gentilesco non è lieve congettura la bella Ara che già era dentro il Tempio, e che da Clemente XI nell'ultimo risarcimento della Chiesa nel 1703 fu posta alla Porta: inoltre in questa Chiesa fino al Secolo XVI vi era la Lupa di bronzo con i gemelli che ai tempi del Pancirolo, o poco prima era in Campidoglio stata portata."

    SAN TEODORO AL PALATINO

    CARLO FEA

    "Se in questo luogo furono esposti i due gemelli Remolo e Remo come ripa, dove arrivava il Tevere nelle sue ordinarie piene, avremo naturalmente quì il lato occidentale del Foro Romano per il Velabro; quale dovendo anche esser fatto più indietro, se tra di esso, e del fiume vi erano fabriche; avremo anche il Foro più angusto per questo verso.

    Ivi era il Fico detto ruminale da ruma, ossia mamma; e il Lupercale detto dalla lupa, che ivi allattò i bambini; lupa, o donna, che fosse. Vi fu eretto per memoria un tempio, e istituiti dei sagrifizi, e dei giuochi, detti lupercali dalla Dea Luperca, secondo Varrone presso Arnobio.

    Il Fulvio scrive, che quì fosse trovata la lupa di bronzo, ora in Campidoglio; e Flaminio Vacca in generale nel Foro Romano. Non si sa quando fu convertito in chiesa, che Adriano I. nel 774. riparò, e che secondo il Platina per l'anno santo del 1450.

    Niccolò V. rifabricò di pianta, ma al piano antico: il card. Barberino vi rinnovò il tetto, restaurò i muri, e il mosaico della tribuna; altre riparazioni vi fece Clemente XI. nel 1706. Fu dedicata a s. Teodoro martire, volgarmente santo Toto."

    (Carlo Fea 1819)

    CHIESA DI SANTA MARIA LIBERATRICE

    8) TEMPIO DI VESTA, ORA S. MARIA LIBERATRICE

    Giuseppe Vasi scelse di includere S. Maria Liberatrice, un edificio minore del XVII secolo, nel suo libro del 1753 che copriva le più antiche chiese di Roma partendo dal presupposto che sorgesse sul luogo di una chiesa molto antica, sebbene a suo tempo questa convinzione non fosse supportato da prove chiare. La scelta permise a Vasi di rappresentare il Foro Romano, o Campo Vaccino (Campo delle Mucche) come veniva chiamato all'epoca, che aveva già mostrato nelle tavole 31 e 32 da un altro punto di vista.

    Nella descrizione che segue la targa Vasi faceva riferimento a:  1) Tempio di Giove Statore (ora noto come Tempio di Castore e Polluce);  2) Mura di Curia Ostilia e Basilica Porzia;  3) S. Teodoro;  4) Orti Farnesiani.  5) S. Maria Liberatrice;  6) sito approssimativo di Casa delle Vestali.

    Alla fine del XIX secolo l'area fu scavata per una ventina di metri per portare alla luce i resti degli antichi monumenti che si trovavano sottoterra e alla fine nel 1900 fu abbattuta S. Maria Liberatrice. 

    Se non fosse per le tre colonne di Tempio di Castore e Polluce e per le imponenti pareti sullo sfondo sarebbe difficile credere che la stampa e la foto mostrino la stessa posizione.

    OGGI

    CARLO FEA

    "Merita una particolar attenzione la località di questo tempio, benchè più non esista. Era quì veramente fondato da Numa accanto alla sua abitazione, con un collegio di 4., che in seguito crebbero a 6. Vergini, che vi custodivano il fuoco sacro a Vesta, e il Palladio, come cose fatali, in pegno della sicurezza dell'impero.

    Da Flavio Biondo in poi si era voluto trasferirne il titolo al tempio rotondo sul Tevere vicino al ponte senatorio; ma oramai questa opinione è smentita. Tutti gli scrittori antichi quì lo designano: si è detto, che Orazio vi trapassò davanti, per andare al Foro dalla Via Sacra; e che il Colosso di Domiziano lo riguardava: e sul fìne del secolo XV. vi furono trovate accanto le 12. iscrizioni, non sepolcrali, ma onorarie, di altrettante Vergini Vestali Massime, che ora diremmo abbadesse, riportate dal Grutero, e da tanti altri.

    Era rotondo, perché Vesta figurava la terra. Arse nell'incendio Neroniano; lo ristaurò Vespasiano: arse nuovamente nell'anno 191, sotto Commodo,  col tempio della Pace, e lo ristaurò Giulia Pia, come di femmine; quando il marito Settimio Severo riparava le altre fabriche.

    Hanno esistito le Vestali, ed è stato aperto il loro tempio sino a Teodosio il grande, il quale sull'ultimo della vita sua, che fu l'anno 395., proibì darsi loro i soliti alimenti, e fece chiudere tutti in generale i tempi gentileschi, secondo Zosimo.

    Quando ivi fosse eretta una chiesa cristiana, non è facile il provarlo. Il Martinelli, ed altri senza dato alcuno scrivono, che s. Silvestro lo dedicasse alla B. Vergine; e che poi da lui prese il nome di s. Silvestro in lacu, per il vicino fonte, e laghetto di Giuturna.

    Fu detta la chiesa anche dell'inferno, forse prendendo origine dal fuoco delle Vestali. Dopo riparazioni di Gregorio XIII., e di Sisto V., il card. Marcello Lante nel 1617. la rifece dai fondamenti, rialzandola per salvarla dall'umidità. Il bassorilievo di Mezio Curzio Sabino, che a cavallo s'ingolfa nella palude, ora alla scala del palazzo dei Conservatori, quì fu trovato."

    (Carlo Fea 1819)

    TEMPIO DI ANTONINO E FAUSTINA

    9) CHIESA DI S. LORENZO IN MIRANDA - TEMPIO D'ANTONINO E FAUSTINA

    "La iscrizione, che ancora si legge sulla fronte di questo tempio, lo dice eretto dal Senato all'imperatore Antonino Pio, e alla di lui consorte Faustina, come a deità. Le mura della cella ai due lati, che ancora si vedono, erano di peperini, coperti di marmo.

    Il portico esiste con 10 colonne di marmo caristio, detto ora cipollino, alte 43. piedi, e 3. quarti, quanto quelle del Panteon; ma sfregiate in alto per appoggio di tetti in tempi barbarici. Il fregio con bassirilievi di grifi, candelabri, e vasi, è il più conservato, e il più bello, che esista in quel genere.

    Nel 1807 e 1810 fu scavato tutto intorno il portico; e fu trovata la scala sulla Via Sacra, selciata, di 21. gradino, alta 15 piedi, in parte conservata, col sotto scala, e sua porta di marmo; in seguito tutto esattamente publicato inciso dal Feoli.

    COME ERA NEL 1606

    Non si sa quando sia stato convertito in chiesa. Martino V. nel 1430, essendo Collegiata, la concesse alla università degli Aromatarj, ossia Speziali. Dessi vi fabricarono da principio alcune cappelle fra le 10 colonne del portico, ed un ospedale per i poveri della loro professione; ma in occasione, che nel 1536 venne a Roma Carlo V., il Senato Romano fece sbarazzare il portico.

    Nel 1607 gli Speziali aprirono la chiesa attuale nell'antica cella, con facciata barrocca dentro al portico, ingombrato fino a un terzo delle colonne, e con cancellate: architettura del Torriani."

    Le colonne hanno scanalature orizzontali in alto, per tenere le corde con le quali si tentò di far crollare l'edificio per recuperarne i materiali.

    La Roma papalina ebbe questa mania di distruzione dell'antico perchè pagano e pertanto demoniaco. Essendo però monolitiche, un vero gioiello d'architettura, le colonne dovettero fortunatamente avere più resistenza del previsto.

    Nell’XI secolo, il Tempio di Antonino e Faustina fu trasformato nella chiesa di San Lorenzo di Miranda poichè si riteneva che in quella zona San Lorenzo fosse stato condannato a morte; il nome Miranda, invece, potrebbe forse derivare dalle bellezze del luogo, secondo altri dal nome della istitutrice di un monastero vicino o di una benefattrice.

    Durante il 1536, nella venuta a Roma di Carlo V, la chiesa fu rasa al suolo in modo che il portico del Tempio fosse nuovamente visibile. La chiesa fu ricostruita nel 1602 in stile barocco occupando la cella del Tempio e il pronao, a causa dell'interramento venne innalzata di sei m.

    CHIESA DI SAN LORENZO IN MIRANDA
    Sono stati rinvenuti pezzi di due statue a grandezza maggiore del naturale di Antoninus Pius e Faustina, sicuramente le statue di culto del tempio, ridotti in frantumi quando il cristianesimo proibì il paganesimo.

    Con il Rinascimento si diffuse poi l'uso di collezionare pezzi antichi. Talvolta le parti decorate venivano asportate e ridotte in lastre, più maneggevoli.

    Per spezzare i blocchi si inserivano  cunei di legno bagnati che dilatandosi spaccavano la pietra, ma se non si teneva conto delle venature naturali la frattura danneggiava il marmo che veniva abbandonato. Oppure si macinavano i marmi e le statue per farne calce. Il tempio suddetto non fece eccezione, depredato vandalicamente come tanti monumenti dai papi romani.

    Nel 1430 il papa Martino V concesse la chiesa al Collegio degli Speziali, oggi Collegio Chimico Farmaceutico, che ne ha ancora la giurisdizione, anche se ormai non ha alcun utilizzo, per cui, come al solito, il monumento appartiene alla Chiesa, la manutenzione invece è a carico del comune di Roma ma l'interno non è mai visitabile.

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    L’Area archeologica della Necropoli Vaticana, scavata sotto i giardini vaticani, attraversata dall’antica Via Triumphalis e dalla Via Cornelia,  copre quasi 1000 m² e ospita resti archeologici quali mosaici, affreschi, ma soprattutto oltre 1000 tra tombe e sepolture varie. Essa è ubicata lungo il fianco nord-orientale del Colle Vaticano, il cui periodo di frequentazione è compreso tra la fine del I sec. a.c. e il IV d.c., esattamente fino al 320 d.c. .

    La scoperta di questo settore della necropoli è iniziata nel 1956 in occasione degli scavi per la costruzione dell'Autoparco vaticano. L'area comprende una ventina di strutture e di piccoli
    edifici sepolcrali di dimensioni e tipologie diverse, che si dispongono lungo il pendio particolarmente ripido del insieme a un numero molto elevato di sepolture singole.

    LA POSIZIONE
    Tra le tombe dell'Autoparco si segnalano per la decorazione i sepolcri 4 e 6. Il sepolcro 4, databile alla metà II sec. d.c., presenta un elegante decorazione pittorica. In particolare la parete a fondo bianco di uno degli arcosoli è decorata da rose rosse, tra le quali compaiono un uccellino e un oggetto legato con nastri, analogo a quelli che venivano appesi nei portici delle case romane.

    Negli scavi 2009 - 2011 lo scavo tra il settore dell'Autoparco e quello di S. Rosa ha portato in evidenza un'interessante stratigrafia archeologica. Questa sequenza di scavi di terreno sovrapposti, che si distribuisce cronologicamente dall'era romana a quella moderna, è stata riprodotta sullo sfondo della vetrina a fianco.

    Qui i reperti sono posizionati in corrispondenza dei livelli in cui sono stati rinvenuti, alcuni di essi sono coevi agli strati relativi, in altri casi i materiali sono più antichi (residui). Il periodo di frequentazione della necropoli è documentato dai numerosi oggetti posti a corredo delle sepolture e usati nei rituali funerari. Gli strati relativi alla fase di abbandono del sepolcro non hanno restituito invece materiali datanti.

    COME DOVEVA APPARIRE IN EPOCA ROMANA
    In era moderna venne praticata una profonda fossa che venne riempita con materiale di riporto contenente frammenti di vasellame in maiolica e oggetti d'uso comune. Più in superficie furono accumulati depositi di terreno con materiali di scarto provenienti da una fornace che doveva trovarsi nei pressi.

    Tale area e il suo ampliamento, risultato degli scavi archeologici diretti tra il 2009 e il 2011 dal Dipartimento Antichità greche e romane dei Musei Vaticani unisce l’area dell’Autoparco (scavi 1956-58) con l’area riportata alla luce dagli scavi nel settore di Santa Rosa (scavi 2003), fino a qualche tempo fa separate.

    I lavori di scavo, di schedatura e catalogazione, di riallestimento dell’area sono stati resi possibili grazie soprattutto ai contributi finanziari dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums. I musei Vaticani, a differenza di quelli italiani, possono contare ogni anno su 1,5-2 milioni di euro da spendere per restauri ed interventi di valorizzazione.



    Per la Necropoli vaticana, pare che per l’ultima fase dei lavori siano stati investiti dai Patrons circa 650.000 €, utilizzati non solo per gli scavi, ma anche per strumentazione didattica, illuminazione, monitor touch-screen, percorsi guidati, etc. 

    Uno degli scopi principali è di realizzare un archeo lab, totalmente aperto al pubblico; un luogo dove sarà consentito al pubblico non solo di visitare l’area in oggetto, ma anche di assistere agli stessi lavori di scavo che di volta in volta continueranno ad essere effettuati.

    Nonostante la sua posizione sotto i Giardini Vaticani di oggi, questa era solo una collina erbosa al di fuori delle mura della città all'epoca, e gli archeologi stimano che probabilmente solo una parte - forse 50 - delle tombe potrebbe essere appartenuta ai primi cristiani.



    Fortunatamente, le colate di fango hanno coperto gran parte della necropoli, preservandola notevolmente bene, si che molti affreschi sono sopravvissuti, così come parte della pittura con cui i romani solevano dipingere le statue per renderle più verosimili.

    Ciò che rende questa scoperta ancora più notevole è che queste erano in gran parte le tombe di semplici operai, borghesi e poveri romani, non le solite tombe elaborate della classe patrizia che sono sopravvissute così bene altrove. Si è rivelato un tesoro di informazioni sulla vita quotidiana - o almeno sulle pratiche di sepoltura - dell'uomo comune nei tempi antichi.

    Le passerelle moderne che ti guidano attraverso gli scavi in corso forniscono una vista eccellente delle tombe disseppellite e dei loro contenuti, e sono ben affiancate da segni e targhe interpretative che fungono da guida turistica.

    CAMERA CIMITERIALE NELLA SEZIONE "AUTOPARCO" 
    Ma nel tragitto vi sono anche stazioni video che aiutano a ricreare l'aspetto di una sezione, specialmente quando detto tragitto appare interrotto su un pendio erboso sotto il sole. Il tour dura circa due ore, i tour in inglese sono attualmente offerti il lunedì e il sabato (e alcuni martedì) alle 8:30 am.

    La Necropoli rivela resti appartenuti ad una classe sociale medio-bassa (liberti, piccoli artigiani, come Alcimo, schiavo di Nerone addetto alle scenografie del teatro di Pompeo), mentre nelle ultime fasi si alza la classe in quanto le ricche famiglie di cavalieri acquisirono le tombe più povere, ormai in abbandono, riconvertendole in tombe di lusso, con sarcofagi e mosaici di un certo pregio.

    Lungo la via Trionfale il nuovo settore denominato S. Rosa è stato scavato nel 2003. Frequenti smottamenti del terreno e una grande frana di ghiaia e argilla ne determinarono l'abbandono in alcuni casi, mentre in altri casi procurarono un innalzamento del terreno con la costruzione di nuove tombe.

    Il nuovo percorso di visita si articola attraverso i resti della Necropoli, offrendo ai visitatori la possibilità di ammirare nel suo complesso, ma anche di apprezzare più da vicino, i numerosi elementi decorativi: marmi, mosaici, stucchi e affreschi, che hanno recuperato il suo splendore dopo i recenti restauri.


    Tra le notevoli novità dello scavo c'è il ritrovamento di un'area destinata alla cremazione (ustrino), che è raramente conservata in complessi di questo tipo. Sono state montate all'uopo due nuove vetrine per l'approccio tematico degli ornamenti utilizzati per i rituali funerari, gli oggetti personali del defunto e i vari preparativi per la sepoltura dopo l'incenerimento o l'interramento.

    Una terza nuova vetrina illustra gli scavi del 2009-2011 secondo il metodo stratigrafico degli archeologi, al fine di mostrare un autentico dipinto sintetico della sezione di scavo. Lungo il percorso di visita sono stati esposti anche altri detriti dall'edificio vicino alla stessa Necropoli che non erano però più visibili (Settore "Annona") o che normalmente non erano aperti al pubblico (settore "Galea"), al fine di integrare e dare più valore al carattere museale dei resti.

    Come esempio della volontà di considerare questa area archeologica un vero laboratorio di ricerca, è anche opportuno menzionare la ricerca e gli studi scientifici che vengono effettuati, come le indagini geo-radar e le analisi antropologiche. La necropoli è una vera fonte di informazioni per gli usi, le tecnologie e i materiali dell'epoca.

    Per quanto riguarda quest'ultimo, il Prof. Henri Duday dell'Università di Bordeaux, in collaborazione con l'École Française di Roma, ha svolto ricerche sull'incenerimento; e il servizio di antropologia della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, coordinato dalla signora Paola Catalano, le indagini sulle inumazioni.


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    PAESTUM

    STRABONE 
    Geografia VI.1.1-15

     "Dopo le foci del Sele si giunge in Lucania, e al tempio di Hera Argiva, fondato da Giasone, e nelle vicinanze, a meno di cinquanta stadi, a Posidonia. Quindi, navigando oltre il golfo seguente, si giunge a Leucosia, un'isola, molto prossima alla costa. L' isola prende il nome da una Sirena, che venne abbandonata qui sulla spiaggia quando le sirene, così racconta il mito, si immersero nelle profondità del mare. Di fronte all'isola si trova quel promontorio che opposto a Sirenussae e con esso forma il golfo di Posidonia".



    I CONFINI

    La Regio III Lucania et Bruttium, confinava ad est ed a nord con la Regio II Apulia et Calabria, a nord-ovest con la Regio I Latium et Campania, e a sud era racchiusa tra Mar Ionio e Tirreno fino al Fretuum Siculum (stretto di Messina). Lo stretto era già noto nell’antichità come stretto di Scilla e Cariddi dal nome dei due mostri omonimi che funestavano la navigazione tra Calabria e Sicilia; in seguito divenne il fretuum siculum.
    Geograficamente, confinava a oriente con il fiume Bradanus (Bradano) che scorreva poco ad ovest di Mateola (Matera), e a nord e a occidente con il corso inferiore del fiume Silarus (Sele).



    IL SUOLO

    La Regio III, posta nel suolo italico meridionale e voluta dall'imperatore Augusto, comprendeva:

    - l'attuale Calabria abitata dai Bruttii (o Bruzi) e dai Greci.
    - l'odierna Basilicata con l'esclusione del Melfese, zona della Basilicata del nord, che era sannita e della Valle del Bradano, nella parte orientale della Basilicata, che apparteneva all'Apulia (Puglia).
    - il Cilento, area montuosa della Campania in provincia di Salerno, ed il Vallo di Diano nel sud della Campania e al confine con la Basilicata, nella provincia di Salerno meridionale, ambedue abitate dai Lucani.
    Sulla costa tirrenica il confine tra le due popolazioni era segnato dal fiume Laus (Lao) e dallo spartiacque del Pollino. Sul versante ionico si trovava tra le colonie greche di Metaponto a nord, e di Sibari a sud, entrambe Osche di ceppo sannitico.

    PONTE LUCANO

    LA STORIA

    Sbarcati i Greci sulle coste calabresi, strapparono le terre ai Lucani (costretti a rifugiarsi nell'entroterra e nella parte settentrionale della Calabria), e si mescolarono con i popoli autoctoni, dando vita ad una cultura greco-italica, estremamente florida nei secoli successivi. I Greci fondarono fiorenti colonie, la Magna Grecia (Grande Grecia), così importanti da superare la madrepatria.

    Tra l'VIII ed il IV sec. a.c. infatti fiorivano su tutta la costa numerose ed importanti città. I Lucani furono una popolazione appartenente al ceppo italico e di lingua osca, che giunse, nel V secolo a.c., nella terra che da essi prese il nome di Lucania. Prima dei Lucani le regioni erano occupate dai Coni e dagli Enotri. Ma in seguito i Sanniti accrebbero la loro potenza e scacciarono i Coni e gli Enotri, e questa regione venne occupata delle tribù Lucane. Ma anche i greci aumentarono la loro presenza su entrambe le coste fino allo stretto, i Greci e i barbari si fecero la guerra per molto tempo.

    L'entroterra della Calabria ( "Bruttium"), fu abitato principalmente dai Bruzi, di temperamento bellicoso, chiamati Brutti o Bruzzii, o Bretti (che significa ribelli) strettamente imparentati coi Lucani, oltre che da genti di origine iberica. I Bruttii  inizialmente divennero pastori e servi dei Lucani, prevalentemente nomadi, soprattutto nella Regio III augustea. Lo scrittore romano Pompeo Trogo narra che discendessero dai Lucani e che gli si ribellassero intorno al 356 a.c., durante la lotta tra Dione di Siracusa (tiranno di Siracusa 357-354 a.c.) e Dionisio II (tiranno di Siracusa 367-357 a.c. e 347- 344 a.c. e tiranno di Locri 357-347 a.c.). 

    REGIO III (INGRANDIBILE)
    Ormai libere, le tribù dei Bruzi si coalizzarono in una lega, ed eressero a capitale la città, forse anche preesistente, di Consentia, per l'ottenuto "consenso" delle varie tribù, oggi Cosenza.

    I Romani ebbero i primi contatti con i Lucani intorno al 330 a.c, quando formarono un'alleanza a contro i Sanniti che attaccavano a nord. Ma i Romani trovarono la loro occasione nel 285 a.c. e poi nel 282 a.c., quando la città magno-greca di Thurii, assediata dal principe lucano Stenio Stallio
    chiese aiuto ai Romani.

    I Lucani, dapprima alleati ma successivamente ribellatisi, vennero sconfitti dalle truppe del console Gaio Fabricio Luscino, che stanziò nella città una guarnigione, come riportano i Fasti triumphales. Fabricio, console nel 282 a.c., rifiutò per due volte, nel 282 a.c. dai Sanniti, e nel 280 da Pirro, cospicui doni rivolti a corromperlo.

    Successivamente una squadra marittima romana, perlustrando il mar Ionio, entrò in conflitto con i Tarentini che, irritati, distrussero quattro navi catturandone una. In difesa della città ionica sbarcò a Taranto Pirro, re dell'Epiro che, appoggiato dai Lucani, Bruzzi e Sanniti ottenne una vittoria di misura nella battaglia fra Pandosia ed Heraclea nel 280 a.c.
    Dopo appena quattro anni, nel 275 a.c. Pirro venne sconfitto a Maleventum e tornò in Epiro.

    Taranto si arrese ai Romani nel 272 a.c., così il dominio della repubblica romana si estese su tutte le colonie greche dell'Italia meridionale. In conseguenza di ciò, nella regione lucana si ebbe un declino economico, provocato dalla politica di sfruttamento dei territori conquistati, acquisiti come suoli di proprietà dei vincitori.

    Dopo un tentativo di riscatto mediante l'aiuto fornito ad Annibale nel III sec. a.c., l'ennesima sconfitta provocò un inasprimento della sottomissione da parte dei romani e nel territorio lucano vennero dedotte le colonie di Potentia e di Grumentum, dove furono reclusi i ribelli lucani e brutii sottomessi dai romani.

    Nel II sec. a.c. i Romani operarono il prolungamento della via Appia fino a Brindisi e un tratto di acquedotto, con lo sviluppo dei centri romani sul percorso della via, tra i quali Venosa, patria di Orazio.

    A questa si affiancò la Via Popilia, che attraversava l'Appennino lucano, attraversando Sirinos e Nerulum, e una sua diramazione, che da Paestum congiungeva le colonie tirreniche Velia, Buxentum, Cesernia, Blanda Julia e Laos a Cosenza.

    TETRADRACHME V-IV SECOLO A.C. DELLA REGIA III

    LE CITTA' PRINCIPALI

    Un tempo floride colonie della Magna Grecia le città di Lucania et Bruttii poco rifulgevano in età augustea, non avendo più il monopolio dei commerci del sud italico col mediterraneo orientale.
     
    - Acheruntia 
    Posta all'interno della regione, su un altipiano dai fianchi ripidi, tra il fiume Bradano e il suo affluente Fiumarella, è stata molto importante dal punto di vista strategico per la difesa del territorio. Le prime notizie di insediamenti abitati risalgono al VI secolo a.c. e sul luogo dell'attuale abitato nacque l'antica Acheruntia, citata dagli scrittori romani Tito Livio e Orazio.


    - Anxia - (Anzi)
    Fino al IV secolo a.c. abitato dall’antico popolo degli Enotri, poi dai Lucani, dai Greci e dai Romani. Anzi sorge alle falde del monte Siri.

    - Blanda Iulia
    BLANDA IULIA
    Di Blanda Iulia ne parla Plinio ne la sua Naturalis historia, nel III libro:
    « Sul litorale Bruzio, la città di Blanda, il fiume Baletum, il porto Partenio Focenio e il golfo Vibonese » Plinio colloca la città nel Bruzio, tra le terre degli Osci, ignorandone l'esatta collocazione.
    Tolomeo, nella sua Geografia, pone la città di Blanda nell’interno della Lucania, nelle vicinanze di Potentia.
    - Tito Livio, parlando della guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda:« oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea »


    - Casignana
    - con villa romana a splendidi mosaici.


    MOSAICO DI COSENZA
    - Consentia (Cosenza) 
    Cosentia, all'interno del territorio calabro, sorse nell'VIII secolo a.c., sul villaggio italico di Kos ("Kossa" nell'elenco delle città situate in Calabria compilato nel V secolo a.c. dallo storico greco Ecateo di Mileto, ), Nel IV secolo a.c. venne conquistata dal popolo bruzio, insieme ai Siculi della Locride, che fece la propria capitale di Cossa (o Cosa) nella Valle del Crati. I Romani, dopo la sconfitta patita per mano degli alleati bruzi di Annibale (ca. il 201 a.c.) cambiano il nome in Co[n]sentia per rilevare il "consenso" dei due fiumi (Livio: ubi consentiunt flumina), cioè il loro congiungersi.
    Il popolo dei Bruzi, antichi abitatori della Calabria, simile ai confinanti Lucani, si dichiarò indipendente nel IV sec. a.c., costituendosi in stato confederato. La capitale dei federati era Consentia, (Cosenza) che fiorisce al massimo del suo splendore sotto Augusto. La città si sviluppò rapidamente e giunse ad esercitare il proprio controllo anche sulla Lucania e su quasi tutte le città della Magna Grecia calabra, che caddero una dopo l'altra sotto i continui attacchi dei Bruzi. Una volta sottomesso dai romani, Cosentia divenne un'importante statio lungo la Via Capua-Rhegium. Sotto l'impero di Augusto assunse le caratteristiche di città commerciale che mantenne sino all'età tardo-imperiale.


    Copia
    nel 194 a.c. divenne colonia a diritto latino ad opera dei romani.


    - Falcomatà 
    - resti delle mura greche sulla collina del Trabocchetto, 
    - resti delle mura greche sulla collina degli angeli
    - scavi archeologici dell'Agorà e del Foro romano con stratificazioni fino al XIX sec. in piazza Italia 
    - scavi archeologici di necropoli ellenistica nel quartiere di San Giorgio Extra
    - rudere dell'Odéon di Reggio (o forse un Ekklesiasterion) in via del Torrione
    - tomba ellenistica in via Demetrio Tripepi
    - terme romane sul lungomare Falcomatà 
    - resti di un Athenaion in un bar del lungomare Falcomatà.

    BRONZO DI GRUMENTUM


    - Grumentum 
    In provincia di Potenza.Abitata fin dal VI secolo a.c., ma fondata nel III secolo a.c. ad opera dei Romani, come avamposto fortificato durante le guerre sannitiche. Da Grumentum passava la via Herculea, tra Venusia e Heraclea, e un'altra strada conduceva alla via Popilia sul versante tirrenico, rendendo la città un importante nodo di comunicazione. Tito Livio narra dello scontro tra il cartaginese Annone e l'esercito romano condotto da Tiberio Sempronio Longo, e di come Annibale si fosse accampato a ridosso delle mura della città e fosse quindi stato sconfitto e costretto alla fuga dai Romani, provenienti da Venosa e guidati da Gaio Claudio Nerone. Durante la guerra sociale la città si schierò con i Romani e venne distrutta e saccheggiata dagli Italici, con un periodo di crisi e di calo demografico. Ma nella seconda metà del I secolo a.c. la città venne ricostruita con edifici monumentali, divenendo poi colonia romana.


    - Heraclea - (Eraclea)
    Posta sul versante Ionico, in provincia di Matera, fondata dai coloni Tarantini e Thurioti nel 434 a.c., un tempo nemici, su un'altura tra i fiumi Agri e Sinni sui resti della città di Siris. Nel 374 a.c. divenne capitale della Lega Italiota al posto di Thurii caduta in mano ai Lucani.
    Nel 280 a.c. la città fu teatro della battaglia di Eraclea tra Taranto e Roma, e divenne città confederata di Roma. Alla fine della guerra tra Romani e Tarantini, Eraclea, come Lucania e Puglia, cadde sotto il dominio romano. Nel 212 a.c. venne conquistata da Annibale e riconquistata dai romani. Nell'89 a.c. ottenne la cittadinanza romana. Durante l'età imperiale iniziò la sua decadenza.

    HERACLEA

    - Hipponion
    attuale Vibo Valentia, era la città dei Bruttii, chiamat prima Veiponion poi Eiponion, dai greci che ne fecero una loro colonia, chiamata poi Vibo Valentia dai romani; Nella seconda metà del VII secolo a.c. i greci di Locri Epizefiri fondarono la sub-colonia con il nome di Hipponion. Alla fine del VI secolo a.c., la città sconfisse in battaglia Crotone con l'aiuto di Locri e Medma; la notizia è riportata su uno scudo con incisa una dedica ritrovato a Olimpia.
    Hipponion, Reggio, Kaulon, Kroton, Thurii, Velia e altri centri minori, si allearono contro Siracusa, creando la cosiddetta Lega Italiota, tuttavia nel 388 a.c. dopo la sconfitta degli Italioti a Kaulon nella battaglia dell'Elleporo, Dionisio conquisterà Hipponion e deporterà parte degli abitanti a Siracusa, consegnandone il territorio ai Locresi. Seppur conquistati dai romani durante la II Guerra Punica, vennero riconquistati dai Bruttii passati dalla parte di Annibale.
    Nel 192 a.c., finita la II Guerra punica, i Romani vi deducono una colonia a diritto latino (Liv., XXXV, 40, 5-6) chiamata Valentia, con diritto di zecca e varie autonomie. Il nome Valentia (attestato sulle monete della colonia e dall'epigrafe di Polla che ricorda la costruzione della via Popilia), un massiccio invio di coloni , ben 4.000 soldati, di sicuro con donne e figli. Dall'89 a.c. divenne municipio romano.
    Il porto di Vibo Valentia fu anche militare: nel 218 a.c. venne utilizzato dai Romani in lotta contro Annibale; nel 200 a.c. fu la base per la flotta romana in partenza per la guerra Macedonica; nel 46 a.c. fu base per la flotta di Cesare nel 36 a.c. e fu il quartier generale di Augusto nella guerra contro Sesto Pompeo. Il "portus Vibonensis"è stato localizzato in località Trainiti, di esso rimangono i resti del molo che si protende per 600 metri nel mare, ma buona parte si è interrato in seguito all'avanzamento della linea di costa. 


    - Hyele  - (Elea)
    Hyele, dai focesi che la fondarono, e da altri Ele, dal nome di una sorgente, ma adesso è chiamata Elea. Alcuni ritengono che prese nome dal fiume Elees [Salso]. Questa è la citta natale di Parmenide e Zenone, i filosofi pitagorici, e si trova a circa 200 stadi da Posidonia. Per il suo valore questo popolo riusci a controllare i Lucani e i Posidoniati, seppure fossero inferiori a loro sia per estensione del territorio che come popolazione.
    A causa della povertà dei loro terreni, trassero il sostentamento dal mare, anche impiantando stabilimenti per la salagione del pesce. Secondo Antioco, dopo la presa di Focea ad opera di Harpagus, il generale di Ciro, i Focei si imbarcarono con le loro famiglie sulle navi e, sotto la guida di Creontiade, navigarono prima verso Cyrno [Corsica] e Massalia [Marsiglia], ma quando vennero scacciati da questi luoghi fondarono Elea.


    - Incoronata
    In provincia  Matera. L'Area Archeologica dell'Incoronata, detta anche Incoronata - San Teodoro, è un sito archeologico situato in territorio di Pisticci, in località San Teodoro, abitata a lungo dagli Enotri.
    È un'area collinare sulla riva destra del Basento interessata da scavi archeologici che hanno portato alla luce i resti di un villaggio enotro risalente al IX sec. ac.


    - Locri Epizefiri
    Nei pressi dell'attuale Locri, fondata sul mar Ionio, nel VII secolo a.c., da greci provenienti dalla Locride. I coloni greci, giunti all'inizio del VII secolo a.c., si stabilirono presso lo Zephyrion Acra (Capo Zefirio), oggi Capo Bruzzano, e più tardi si insediarono pochi km a nord della città.
    "Locri Epizefiri, che fu colonizzata da quei Locresi che stanno sul golfo di Crisa, condotti qui da Evante, poco dopo la fondazione di Crotone e Siracusa. Eforo, perciò, non è nel giusto quando afferma che si tratta di una colonia dei Locresi Opunzi. Questi coloni, dunque, abitarono per tre o quattro anni presso lo Zefirio e c'è là una fonte, chiamata Locria, dove i Locresi posero il loro accampamento. Poi trasferirono la loro città, con l'aiuto dei Siracusani. Da Rhegion a Locri vi sono 600 stadi; la città sorge sul pendio di un colle detto Epopis.»
    (Strabone, Geografia, VI, 1, 7C259)
    Locri Epizefiri fu famosa nell'antichità per il riconoscimento della discendenza matrilineare e per essere stata la prima città nel 660 a.c. a dotarsi di un codice di leggi scritte, attribuito al mitico legislatore Zaleuco per superare le ingiustizie della discrezionalità nelle sentenze dei giudici, spesso fonte di discordie sociali.


    - Medma (Rosarno)
    Antica colonia greca di Medma, fondata dai locresi alla fine del VI secolo a.c. La città scomparve nel II secolo a.c., sin dalla II guerra Punica, ed il suo posto fu preso da Nicotera, città di probabile fondazione medmea. 

    METAPONTUM
    Metapontum - (Metaponto) 
    fondata da coloni greci dell'Acaia II metà VII sec. ac., come colonia della madre patria, richiesta dai Sibari per proteggersi dall'espansione di Taranto. Divenne molto presto una delle città più importanti della Magna Grecia. A Metaponto visse e operò Pitagora che vi fondò una delle sue scuole.
    Metaponto stabilì un'alleanza con Crotone e Sibari collaborando alla distruzione di Siris nel VI secolo a.c. Nel 413 a.c. aiutò Atene nella sua spedizione in Sicilia.
    Durante la Battaglia di Eraclea del 280 a.c. si alleò contro Roma con Pirro e Taranto, ma la vittoria romana punì severamente Metaponto, alcuni esuli metapontini trovarono rifugio a Pisticci, unica città fedele a Metaponto durante la guerra.
    I romani vi edificarono un castrum, con una guarnigione romana, ma nel 207 a.c. la città ospitò Annibale e i romani la punirono nuovamente, distruggendola. Divenne poi città federata intorno al I secolo a.c. Nel 72 - 73 a.c. fu invasa dall'esercito di schiavi di Spartaco che la saccheggiarono.
    Qui iniziò la decadenza e il progressivo abbandono della città, lentamente ricoperta dai sedimenti alluvionali dei fiumi.


    - Metauros - (Gioia Tauro)
    -  nei cui cantieri navali si approntano le navi che serviranno nelle guerre puniche ai Romani. Questi, nel 201 a.c., si insediano sul territorio e, oltre a mutare il nome in Metauria, provvedono nel 130 a.c. a far passare da qui la via Popilia (pressoché l'attuale tracciato dell'autostrada A3) ed a realizzare nuovi impianti urbani con sistema ortogonale.
    Col passare dei secoli, però, la città diviene una semplice stazione navale identificata col nome del vicino fiume Metauros (Petrace) e così viene ricordata durante il regno di Tiberio (14-37 d.c.).


    - Paestum
    Posta sul versante tirrenico, nella regione Campania, nella Piana del Sele, nel golfo di Salerno, fu antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i romani, il nome di Paestum. L'estensione del suo abitato è giunto fino a noi, racchiuso dalle mura greche, con le sue edificazioni di epoca lucana e poi romana.
    Nel VII secolo a.c., la città di Sibari iniziò a fondare una serie di colonie lungo la costa tirrenica, con funzioni commerciali che posero in contatto i mondi greco, etrusco e latino, dando luogo a fiorenti commerci e a nuovi abitati come Poseidonia, ricca di templi giganteschi e stupendi.


    - Pandosia
    Pandosia Bruzia, che Tito Livio afferma si trovasse nei pressi di Cosenza. e ne cita la spontanea sottomissione ai romani insieme a Cosentia nel 204-203 a.c. Confinante con Heraclea, è considerata la più antica città pagana della Siritide. La città fu molto ricca e importante grazie alla fertilità del terreno e alla posizione strategica, infatti, i due grossi fiumi lucani, l'Agri e il Sinni, a quel tempo navigabili e l'antica via Herculea che da Heraclea risaliva per più di 60 km la valle dell'Agri fino alla città romana di Grumentum, agevolarono le comunicazioni e quindi una rapida espansione della città.
    La città scomparve senza tracce, alcuni riferimenti la collocano fra i comuni di Castrolibero, Marano Principato e Marano Marchesato, ma recenti scoperte archeologiche la situano presso Acri, Aufugum (Montalto Uffugo), Argentanum (San Marco Argentano), Bergae, Besidiae (Bisignano), Lymphaeum (Luzzi).
    Per Pandosia si narra che nel 330 a.c. il re epirota Alessandro il Molosso, venne sconfitto ed ucciso dai Lucani, sulle rive del fiume Acheronte (attuale Agri).
    - Da: Tito Livio -
    « Trovandosi il re non molto discosto dalla città di Pandosia, vicino ai confini dei Bruzi e dei Lucani, si pose su tre monticelli, per scorrere quindi in qual parte volesse delle terre dei nemici; aveva intorno a se per sua guardia un duecento lucani sbanditi, persone fedelissime, ma di quella sorte di uomini, che hanno la fede insieme con la fortuna mutabile.
    Avendo le continue piogge, allagato tutto il piano, diviso l'esercito posto in tre parti, in guisa che l'una all'altra non poteva porgere aiuto, due di quelle bande poste sopra i colli, le quali erano senza la persona del re, furono rotte dalla venuta dei nemici, i quali avendo pattuito di essere restituiti alla patria, promisero di dar loro nelle mani il re vivo o morto.
    Ma egli con una compagnia di uomini scelti fece un'ardita impresa che si mise a passare, combattendo, fra mezzo dei nemici; ed ammazzò il capitano dei lucani, che d'appresso lo aveva assaltato; ed avendo raccolto i suoi dalla fuga, giunse al fiume, che la furia delle acque aveva menato via.
    Il qual fiume, passandolo la gente senza sapere il certo guado, un soldato stanco disse: Dirittamente sei chiamato Acheronte. 
    TOMBA SIRITIDE
    La qual parola, posciaché pervenne alle orecchie del re, lo fece ricordare del suo destino, e dubbio, se si doveva passare.
    Allora, Sotimo, un ministro dei paggi del re, l'ammonì che i lucani cercavano d'ingannarlo; i quali poiché il re vide da lungi venire alla sua volta, in uno stuolo trasse fuori la spada ed urtando il cavallo, si mise arditamente per mezzo del fiume per passare; è già era giunto nel guado sicuro, quando uno sbadito lucano lo passò dell'un canto all'altro con un dardo.
    Onde essendo caduto, fu poi trasportato il corpo esamine dalle onde, con la medesima asta insino alle poste dei nemici, ove ei fu crudelmente lacerato, perché tagliato pel mezzo, ne andarono una parte a Cosenza, e l'altra serbarono per straziarla; la quale mentre era percossa da sassi e dardi per scherno, una donna mescolandosi con la turba, che fuori di ogni modo della umana rabbia incrudeliva, pregò che alquanto si fermassero, e piangendo disse:
    Che aveva il marito ed i figliuoli nelle mani dei nemici e che sperava con quel corpo del re, così straziato come gli era, poterli ricomprare. Questa fu la fine dello strazio; e quel tanto che vi avanzò dei membri fu seppellito in Cosenza, per cura di una sola donna, e le ossa furono rimandate a Metaponto ai nemici. Quindi poi riportate nell'Epiro a Cleopatra sua donna, e ad Olimpiade sua sorella; delle quali l'una fu madre e l'altra sorella di Alessandro Magno »


    - Pisticci
    area collinare sulla riva destra del Basento che hanno portato alla luce resti di un villaggio enotrio risalente al IX secolo ac.


    - Policoro
    In provincia di Matera, assoggetata ai Romani.

    I BRONZI DI RIACE DI RHEGIUM 

    Rhegium
    Fu la più antica colonia greca dell'Italia meridionale, fondata sul precedente abitato degli Ausoni, poco dopo la metà dell'VIII secolo a.c. da genti calcidesi e messeniche. Narra il mito che secondo l'oracolo di Delfi: «Laddove l'Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città; (il dio) ti concede la terra ausone» (Diod. VIII,23; Strab. VI, 1,6).
    Reggio raggiunse un notevole sviluppo artistico-culturale grazie alle scuole filosofica pitagorica, di scultura e di poesia con Pitagora e Ibico. Fu alleata di Atene nella guerra del Peloponneso e successivamente fu espugnata dai siracusani di Dionigi I nel 387 a.c. Divenne poi importante alleata e socia navalis di Roma, e quindi sede del Corrector (governatore) della Regio III Lucania et Bruttii, nonchè capolinea della Via Capua-Rhegium che la collegava a Capua in Campania traversando tutto il versante tirrenico meridionale della penisola.


    - Ricadi 
    Frazione di Torre Santa Maria, in  Provincia di Vibo Valentia (Magna Grecia). Fu greca e romana e conserva i resti di un insediamento greco del territorio di Hipponion. Negli anni '70-'80 si sono scavate delle abitazioni di quel periodo e anche una villa romana con deposito di anfore.


    -Rosarno
    antica colonia greca, fondata dai locresi alla fine del VI secolo a.c


    - Rossano di Vaglio
    In provincia di Potenza, area sacra che costituiva il santuario federale dei Lucani nel IV sec, ac., sorto in un'area coperta di fitti boschi e in prossimità di una sorgente, alla congiunzione di diversi tratturi.
    Il santuario era dedicato a Mefite, Dea osca alla quale veniva attribuito un potere taumaturgico legato alle acque. Al culto della Dea era affiancato anche quello del Dio Mamerte, testimoniato dalle iscrizioni.


    - Scolacium
    Venne rifondata come onore dall'imperatore Nerva (96-98 d.c.) assumendo il titolo di Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium.


    - Serra di Vaglio
    In provincia di Potenza - in mano ai Lucani.


    - Sibari
    Affacciata sullo Ionio, fu una delle più importanti città della Magna Grecia sul mar Ionio, affacciata sul golfo di Taranto. fondata alla fine dell'VIII secolo a.c. da un gruppo di Achei provenienti dal Peloponneso. La città governò su quattro tribù e 25 città. Nel 510 a.c., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 100mila uomini riempirono un circuito di 50 stadi (circa 9 km), guidati dal campione olimpico Milone, conquistarono la città, deviarono il fiume e la sommersero.


    - Siris 
    Siris nacque sulla riva sinistra del fiume Sinni nei pressi della foce, al confine tra il comune di Policoro e quello di Rotondella (Matera), nella Magna Grecia. La prima colonizzazione greca in Basilicata avvenne con la costruzione di Siris, presso il fiume omonimo oggi detto Sinni, fine VIII sec. a.c., ad opera di profughi da Colofone, fuggiti in Occidente per scampare alla dominazione lidia.

    MOSAICO TERME DI KAULON

    - Kaulon
    Colonia della Magna Grecia, i cui resti sorgono nei pressi di Punta Stilo, nel comune di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria. Secondo una leggenda Caulon, figlio dell'amazzone Clete fondò la città, ma dopo la guerra di Troia, gli Achei guidati da Tifone di Aegium sbarcarono sulle coste della Calabria e, con l'aiuto dei Crotoniati, distrussero il regno di Clete. Solo suo figlio Claulon si sarebbe salvato e avrebbe ricostruito la città.
    Nel VI secolo a.c. si svolse la battaglia della Sagra, in cui Kaulon, alleata con Kroton, fu sconfitta da Locri Epizefiri e Rhegion, dove accadde il miracoloso intervento dei Dioscuri.
    Kaulon venne poi sconfitta dalle forze dei Lucani e di Dionisio I di Siracusa, per cui nel 389 a.c. i suoi abitanti vennero deportati a Siracusa. Ricostruita da Dionisio il Giovane, la città fu in seguito saccheggiata da Annibale durante la II guerra punica, finendo nel dominio di Roma per opera di Quinto Fabio Massimo nel 205 a.c.
    Strabone riferisce che già ai suoi tempi la città era stata abbandonata a causa di conflitti con gli abitanti della regione: «Dopo il fiume Sagra c'è Caulonia, fondata dagli Achei e chiamata dapprima Aulonia, per la valle che si trova di fronte ad essa. Ora la città è abbandonata: i suoi abitanti, infatti, furono cacciati dai barbari in Sicilia, dove fondarono un'altra città di Caulonia»
    (Strabone, Geografia, V, 1, 10)


    - Kroton (Crotone)
    MONTENURRO
    abitata dai Bruttii, fondata da coloni greci dell'Acaia nel VIII secolo a.c. (si dice nel 718 a.c.) su un preesistente insediamento indigeno, rappresentò grazie alla diffusione del fenomeno italico-pitagorico il centro più importante della Magna Grecia. Il nome Crotone deriverebbe da "Kroton", figlio di Eaco, ucciso per errore dal suo amico Eracle che per rimediare all'errore e per onorare l'amico che lo aveva ospitato, lo fece seppellire con solenne cerimonia sulle sponde del torrente Esaro e poi vicino alla tomba fece sorgere la città a cui diede il suo nome.
    Secondo una leggenda, l'oracolo di Apollo a Delfi ordinò a Miscello di Ripe di fondare una nuova città fra Capo Lacinio e Punta Alice. Myskellos pensò che sarebbe stato meglio fermarsi a Sybaris, già florida e accogliente anziché affrontare i pericoli e le difficoltà nella fondazione di una nuova città, ma il Dio adirato gli ordinò di rispettare il responso dell'oracolo. Nel 560 a.c. Kroton e Locri iniziarono una guerra vinta dai Locresi, sostenuti da Sparta.
    Pitagora creò a Kroton presso l'amico Democède una scuola di sapere di scienza, matematica, musica, la scuola pitagorica, che gettò le basi per la nascita della Magna Grecia e lo sviluppo del razionalismo e del metodo scientifico. Pitagora con i suoi discepoli conquistò il potere politico della città: in pochi anni si consolidarono governi pitagorici in molte pòlis della Magna Grecia costituendo una sorta di confederazione fra città-stato con capitale Kroton, come risulta da numerose monete coniate fra il 480 e il 460 a.c.


    - Sybaris
    Ovvero Cassano all'Ionio , provincia di Cosenza (Magna Grecia),  fondata nel 720 a.c., abitata dai Bruttii, Parco archeologico di Sibari e Thurii.


    - Terina -(Lamezia Terme)
    una città della Magna Grecia fondata da coloni di Crotone, nel VI secolo a.c., per estendere il loro dominio sul mar Tirreno e garantirsi il controllo dell'istmo di Marcellinara (la striscia di terra che separa il mar Tirreno dal mar Ionio, ed è la più stretta della penisola italiana.).
    Fra il V - IV secolo a.c. cadde sotto il dominio dei Siracusani finché, nel III secolo a.c. venne conquistata dai Bruzi. Nel 272 a.c., con la fine della guerra contro Taranto, cadde sotto il dominio di Roma. Venne distrutta da Annibale nel 203 a.c. perché non aveva voluto schierarsi al fianco dei cartaginesi. Venne abbandonata sin dalla II guerra Punica e mai più riedificata.


    - Thurii 
    Provincia di Cosenza (Magna Grecia). Parco archeologico di Sibari e Thurii.


    - Tricarico 
    In provincia di Matera. All'interno dell'attuale perimetro della città sono presenti testimonianze archeologiche datate al VI-V secolo a.c. (ritrovamenti nel rione dei Cappuccini, presso il cinquecentesco monastero di Santa Maria delle Grazie). Fu assoggettata dai Romani.


    - Tropea 
    - (Prov. Vibo Valentia - Magna Grecia)
    - Nella piazza antistante la cattedrale sono riemerse delle tombe di V-VI sec.d.c. molte con epigrafi.
    - Al di sotto i resti di un muro forse di difesa del V-IV sec.a.c. relativo ad un insediamento del territorio di Hipponion.