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Sito dedicato interamente alla vita, ai fasti, alle vittorie e sconfitte dell'Impero Romano. Più di 1000 anni di storia del più affascinante, potente e organizzato Impero che l'uomo abbia mai creato.
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  • 10/18/19--04:55: ACQUEDOTTO ALSIETINO
  • AQUA ALSIETINA
    L'acquedotto dell'Aqua Alsietina, chiamato anche aqua Augusta, fu il settimo acquedotto di Roma,
    costruito nel 2 a.c. da Augusto raccogliendo le acque del lago di Martignano, il "lacus Alsietinus", un piccolo bacino nei pressi del lago di Bracciano, al XIV° miglio della Via Claudia. Da qui l'acquedotto si dirigeva a sud verso l’antica statio romana di Careiae (Galeria), sulla Via Clodia, passava a destra della Porta Aurelia attraverso la Gola di villa Spada e Villa Sciarra, presso Careiae e dal lago Sabatius giungendo poi a S. Cosimato in Trastevere dove si trovava la naumachia.

    Così scrive Sesto Giulio Frontino in "De aquaeductu urbis Romae", ovvero nel suo famoso trattato inerente gli acquedotti a servizio di Roma: «La sua sorgente è nel lago Alsietino, al quattordicesimo miliario sulla Via Claudia, in un diverticolo a destra, a 6.500 passi. Il suo condotto misura 22.172 passi di cui 358 su archi» (Frontino S.G., Gli acquedotti di Roma, a cura di Galli F., Argo, Lecce 1997, p. 35, XI).

    L'affermazione di Frontinus che l'acquedotto si trovasse al livello più basso di tutti (Frontinus, de aquis I.4, 11, 18, 22; II.71, 85; Not. app.; Pol. Silv. 545, 546) andrebbe verificata. Una parte del suo canale è stata recentemente scoperta a sud di quello dell'Aqua Traiana, e ad un livello notevolmente inferiore (Mem. Am. Acad. VI.137-146). Aveva una portata di sole 392 quinariae, pari a 188 litri al secondo, cioè 16.228 mc al giorno): di queste, 254 erano riservate all'uso dell'imperatore e le restanti 138 venivano concesse in uso ai privati.

    L'identificazione del suo canale e del suo castellum terminale con i resti descritti da Bartoli, Mem. 58, ap. Fea, Misc. I.237 (per i quali vedi HJ 640, 651, 651, 652-p21655), che giaceva molto più a nord, sotto la quercia del Tasso, devono quindi essere abbandonati. L'acquedotto è citato in un'iscrizione di Augusto (CIL VI.31566 = XI.3772a; cfr. NS 1887, 182), che menziona formam Mentis attributam attributam rivo Aquae Augustae quae quae pervenit in nemus Caesarum. Vedi Jord. I.1.472; LA 342-344; LR 53; LF 33; YW 1926-7, 104; e cfr. Naumachia Augusti.

    PIRANESI - AVANZO DELL'ACQUEDOTTO ALSIETINO
    Giovan Battista Piranesi dedica varie incisioni al tema delle acque e soprattutto degli acquedotti. Nella prima incisione proposta il cartiglio così recita: 
    «Avanzo del Condotto dell'Acqua Alsietina. A. Speco del condotto fabbricato di opera incerta, ed investito sì nell'interno di opera reticolata. B. Intonacatura dell'opera reticolata nell'interno dello speco, composta di testacei pesti. C. Lastrico composto di testacei contusi».

    Nella seconda incisione vi è l’ubicazione del «Sito dov’era la Naumachia d’Augusto». Difatti così spiega ancora Frontino: 
    «Probabilmente quando Augusto cominciò la costruzione della Naumachia, per non togliere nulla alle altre adduzioni potabili, canalizzò questa in condotti speciali» 
    (Frontino S.G., op. cit., p. 35, XI).

    PERCORSO DELL'ACQUEDOTTO A ROMA ATTRAVERSO TRASTEVERE FINO ALLA NAUMACHIA
    In effetti l'imperatore fu sempre molto attento alle necessità del suo popolo che di rimando lo amò tanto e molto a lungo, anche nel suo per secoli e secoli. 

    Sembra che fin dall'origine l'acquedotto fosse destinato a rifornire il lago artificiale per gli spettacoli di combattimenti navali, che l'imperatore aveva appena fatto realizzare nella zona di Trastevere. Infatti l'acqua infatti non era potabile, e quando non veniva utilizzata per la naumachia era impiegata a scopi agricoli e per l'irrigazione dei “giardini di Cesare”.

    RICOSTRUZIONE DELLA NAUMACHIA DI AUGUSTO
    Trattavasi dei bellissimi giardini del dictator, ricolmi di statue, di alberi, di balconate, di fontane e sentieri nel verde che, nel suo testamento, aveva generosamente donato al popolo romano come parco pubblico. In considerazione del notevole salto di quota che l'acqua compiva scendendo dal Gianicolo, si pensa che l'acquedotto dovesse anche azionare il movimento delle pale dei mulini di Trastevere.

    Il percorso, interamente sotterraneo tranne un tratto di circa 500 metri su arcate, era lungo 22,172 miglia romane, cioè quasi 33 km, di cui si conosce solo il tratto iniziale di circa 200 m, corrispondente al cunicolo, scavato nella roccia di tufo, da cui l'acquedotto riceveva l'acqua del lago. Per il resto è solo possibile avanzare ipotesi e congetture in base alla lunghezza e alle caratteristiche del territorio. 

    PORTA DI GALERIA ANTICA
    Riportando il tracciato ai giorni nostri, esso doveva seguire il percorso della via Cassia e della via Trionfale fino nei pressi della località Osteria Nuova. Poi presso Santa Maria di Galeria, piegava a sud verso le zone di San Nicola e Porcareccia, e dopo la Maglianella traversava l'area di Villa Doria Pamphili ed entrava in Roma presso Porta San Pancrazio, da cui scendeva in Trastevere, nei pressi di Villa Spada, dove è stato rinvenuto l'unico tratto urbano conosciuto, fino a Piazza San Cosimato, dove si trovava il bacino per la naumachia.

    Non essendo potabile non necessitava di un bacino di decantazione, le cosiddette piscinae limariae per la depurazione delle acque potabili. Nel 109 l'imperatore Traiano restaurò l'acquedotto lasciandone solo una parte originaria

    La Naumachia restò in uso fino al III secolo, quando venne abbandonata un po' per il decadimento degli spettacoli voluti dalla nuova religione cristiana, ma pure per un rilevante abbassamento del livello del lacus Alsietinus (circa 30 m), che lasciò in secco il canale di alimentazione. L'abbassamento del lago di Martignano fu dovuto a cause del tutto naturali, come anche il successivo progressivo rialzamento, e attualmente il livello del lago si trova a circa 12 m al disotto del livello di epoca augustea.

    VILLA DORIA PAMPHILI

    LA DISCENDERIA

    "Sia Antonio Nibby nel 1826 che il Parker nel 1876 esplorarono l’imbocco dell’emissario di Martignano. Il Nibby fu l’unico ad individuare diverse canalizzazioni ed alcuni pozzi forniti di “pedarole” ad uso degli aquarii che avevano il compito di ispezionare l’acquedotto. In particolare lo studioso segnalò, oltre la stazione di Cesano nei pressi dell’antica Careia, la presenza di una discenderia (galleria di accesso a un sotterraneo) laterale scavata nel tufo con un cunicolo laterale secondario di adduzione idraulica, utilizzata per accedere all’interno di quello che il Nibby stesso identifica essere l’acquedotto alsietino.


    Gli speleologi del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, a seguito di un’accurata indagine topografica della zona sono riusciti ad individuare la discenderia descritta dal Nibby: “Entrando nell’oliveto già de’ Valdambrini scoprii il cunicolo ricercato… è tagliato nel tufo come un piano inclinato che ha 150 piedi di lunghezza e 70 di profondità perpendicolare… è rivestito di opera signina finissima…”.


    LA DISCENDERIA
    Dopo aver disostruito l’ingresso da arbusti e materiali di risulta gli speleologi sono penetrati all’interno dell’ipogeo. Si tratta di una discenderia interamente rivestita di cocciopesto di servizio e di accesso ad un acquedotto sotterraneo allagato. Dopo pochi metri dall’ingresso la discenderia intercetta un cunicolo secondario di captazione idraulica del tutto scavato nel tufo (anche questo ben descritto dal Nibby).

    A seguito dell’esplorazione è stata realizzata la documentazione fotografica e grafica comprensiva di piante e sezioni in dettaglio degli ipogei rinvenuti identificati dal Nibby nel 1826. Le indagini speleologiche oggetto della ricerca saranno pubblicate sul Bollettino dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie 2016." 
    Hanno partecipato alle ricerche Fabrizio Marincola, Leonardo Di Blasi, Cristiano Ranieri, Giorgio Pintus, Elena Besana e Giorgio Filippi.

    Riferimenti bibliografici :
    - Nibby A. 1837, Analisi storico topografica antiquaria della carta dei dintorni di Roma.
    - Ashby T. 1931, The aqueducts of ancient Rome.

    ( Cristiano Ranieri 17 novembre 2015)


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  • 10/19/19--08:25: GENS CORNELIA
  • PUBLIO CORNELIO SCIPIONE

    Cornelius  era il nomen della gens Cornelia, famiglia patrizia tra le più importanti dell'antica Roma, facente parte delle cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio. Dovette competere con due altre gens, la Fabia e la Valeria, per le maggiori cariche pubbliche almeno fino al III sec.
    Avevano però anche dei rami plebei discendenti dai liberti dei Cornelii, ma le principali famiglie erano patrizie. L'origine del Cornelii è molto remota, ma il nomen Cornelius può essere formato dal cognomen Corneus, cioè corneo, o di pelle spessa, o dal suo diminutivo corneolo, o corniolo come la pianta ecc. in definitiva è impossibile definirne l'origine.

    Secondo l'illustre studioso Theodor Mommsen l'antichità della gens Cornelia si desume dal fatto che essa diede il nome ad una delle più antiche Tribù rustiche, che comprendeva Arpino, Nomento, Eclano, Erdonia, Teano, Apulo, Crotone, Petelia, Camerino Fulginio in Umbria e Matelica. Forse dettero il nome anche a Coneglia in Liguria che infatti conserva vestigia romane. I Cornelii hanno prosperato per più di settecento anni, ressendo tra le gens più potenti di Roma, come i  Valerii, gli Emilii, i Claudii, i Fabii e i Manlii, annoverati tra le gentes maiores, che detennero le cariche politiche e i gradi militari.

    Dalla Repubblica al III secolo d.c., i Cornelii fornirono allo stato magistrati e generali più eminenti di qualsiasi altra gens: ben settantacinque consoli, a cominciare da Servius Cornelius Maluginensis nel 485 a.c. per ben 106 volte. I Cornelii avevano propri culti e tradizioni, e si distinguevano da tutte le altre famiglie per la pratica dell'inumazione dei defunti, in alternativa alla più diffusa cremazione. Famoso è il monumentale Sepolcro degli Scipioni sulla Via Appia Antica.



    I PRAENOMINA

    - I Cornelii impiegarono molti praenomina, soprattutto Servio, Lucio, Publio, Gneo e Marcus.
    - Marcus era usato soprattutto dai Cornelii Maluginenses e dai Cethegi,
    - Gaio dai Cethegi,
    - Aulus dai Cossi.
    - Tiberio appare una volta tra i Lentuli, ma in seguito prevalse il vecchio cognome Cossus usato come praenomen,
    - I Cornelii Silla predilessero Faustus.



    I COGNOMINA

    I cognomina patrizi furono :Arvina, Blasio, Cethegus, Cinna, Cossus, Dolabella, Lentulus, Maluginensis, Mammula, Merenda, Merula, Rufus, Scapula, Scipio, Sisenna e Silla
    I cognomina plebei più usati furono Balbus, Gallus e Nepotes.
    Acuni liberti ebbero come cognomina: Chrysogonus, Culleolus, Phagita.
    Alcuni Cornelii plebea non avevano cognomen.



    I MEMBRI

    CORNELII MALUGINENSES

    Il primo Cornelio citato dalla storia fu un Maluginensis, una famiglia che si divise in due rami negli anni 80, il ramo più anziano conservò il Maluginensis, mentre i rami più giovani presero il Cossus.
    Il primo dei Cornelii Cossi sembrerebbero i figli minori di Marcus Cornelius Maluginensis, membro del Secondo Decemvirato nel 450 a.c. Entrambe le famiglie produssero un certo numero di consoli e tribuni consolari durante il IV e il V secolo a.c. I maluginesi scomparvero prima della I Guerra Sannitica (343-341 a.c.). 

    Servius Cornelius P. f. Cossus Maluginensis -
    padre di Lucius Cornelius Maluginensis Uritus Cossus (console del 459 ac) e bisnonno di Marcus Cornelius Maluginensis (decemviro nel 450 ac, e decemviro con potere consolare tra il 450 e il 449 ac). Nel 485 ac fu eletto console con Quinto Fabio Vibulano. I consoli lanciarono incursioni nelle terre dei Veio, con Vibulano che vinse una nuova vittoria contro i Volsci e gli Aequi. Invece di dividere il bottino tra i soldati, cpme nella tradizione, Vibulano offrì tutto al tesoro pubblico, cosa che lo rese molto impopolare tra la gente e i soldati. In seguito divenne flamen quirinalis, e mantenne questo titolo fino al 453 ac, Morì durante un'epidemia di pestilenza o tifo che prese anche il console Sesto Quintilio Varo che lo sostituì.

    - Lucius Cornelius Maluginense Uritino -
    fu eletto console nel 459 a.c., con Quinto Fabio Vibulano, che era al suo III consolato. Narra Livio che Lucio Cornelio si trovò a garantire la sicurezza di Roma da attacchi nemici, mentre Quinto Fabio guidò l'attacco contro i Volsci, posti davanti alla colonia di Anzio, di cui si temeva la defezione. Dionigi di Alicarnasso narra che Lucio Cornelio assediò Anzio, vinse i Volsci e i coloni romani ribellatisi a Roma. Livio e Dionigi attribuiscono a Quinto Fabio Vibulano la presa di Tusculum, già espugnata dagli Equi. I due consoli, tornati a Roma, dove ottennero il trionfo, ma riuscirono ad impedire che si giungesse alla votazione della Lex Terentilia, attuando una politica ostruzionistica in Senato, iniziata già quattro anni prima. Nel decimo censimento che fu consacrato alla fine del suo consolato, si contarono 117.319 cittadini romani.

    - Marcus Cornelius Maluginensis -
    GAIO E LUCIO CORNELII
    membro del secondo decemvirato nel 450 ac., e nipote di Servius Cornelius Maluginensis, console nel 485 ac. Secondo Livio e Dionisio di Alicarnasso era il fratello di Lucius Cornelius Maluginensis Uritus Cossus (console nel 459 ac) ma il suo nome sarebbe lo stesso di suo padre secondo i Fasti Capitolini. Marcus era uno dei dieci membri del Secondo Decemvirato, presieduto da Appio Claudio Crasso ed eletto per redigere la Legge delle XII Tavole, la prima legge scritta della Repubblica Romana. Su istigazione di Appio Claudio, i decemviri si tennero arbitrariamente il potere l'anno successivo, rifiutando di procedere all'elezione dei consoli. Intanto scoppiò una guerra con i Sabini di Eretum e con gli Aequi accampati sotto il monte Algido. L'esercito romano venne diviso: Marco Cornelio al comando, con altri tre decemviri; Lucio Minucio, Tito Antonio e Lucio Sergio e con una parte dell'esercito combatté contro gli Aequi. Appio Claudio e Spurio Oppio Cornicen rimasero a Roma per difendere della città, e gli altri quattro decemviri combatterono contro i Sabini. L'esercito di Marco Cornelio che si trovava a Tusculum, si mosse all'invocazione di Lucio Vergino, la cui figlia era stata ridotta in schiavitù da Appio Claudio. Appio Claudio venne portato in processo e Lucio Vergino disperato decise di uccidere sua figlia piuttosto che farne una schiava. L'episodio fece ammutinare i soldati che elessero dodici tribuni militari. Sotto il loro comando, tornarono a Roma e si accamparono sull'Aventino dove sconfissero l'esercito romano guidato da Appio Claudio e Spio Oppio Cornicen che vennero imprigionati, ma si suicidarono durante il processo. Gli altri otto decemviri, incluso Marcus Cornelius Maluginensis, vennero esiliati.

    - Marcus Cornelius Maluginensis -
    console nel 436 ac. con il collega Lucio Papirio Crasso. Non ci furono guerre ma solo dei disordini a causa del tribuno della plebe Spurio Melio, un plebeo che secondo i patrizi voleva farsi re. Fu ucciso senza fargli subire un processo.. I romani, nell'anno precedente vincitori contro una coalizione nemica nella Battaglia di Fidene, cercarono battaglia contro Veio e Fidene; ma non riuscendovi si limitarono a razziarne le campagne.

    - Publius Cornelius Maluginensis -
     tribunus militum consulari potestate nel 404 ac. con il collega Spurius Nautius Rutilus

    Publius Cornelius Maluginensis -
    tribuno consolare nel 397 e 390 e magister equitum nel 396 ac. Net 397 ac fu eletto Tribuno consolare con Lucio Giulio Giulio. In quell'anno proseguì l'assedio di Veio, dovendo subire però l'attacco dei Volsci e degli Equi.
    Ne profittarono gli Etruschi per compiere razzie sul territorio romano, Spurius Postumius e Lucio Giulio sorpresero I razziatori a Cere, li sconfissero e gli sottrassero il bottino. Net 390 ac fu eletto nuovamente Tribuno consolare con Quinto Sulpicio Longus, Quinto Fabio Ambusto, Cesonius Fabio Ambusto, Quinto Servilio Fidene, Numerio Fabio Ambusto. I Galli sconfiggono i Romani sull'Allia, nei pressi di Roma. Tito Livio addebita le maggiori responsabilità delta sconfitta agli altri tribuni. Ne segue il primo Sacco di Roma del 390 - 386 a.c.
    I tribuni propongono di lasciare Roma e stabilirsi a Veio, ma l'eroico Camillo si oppone "Hici manebimus optime" e Roma viene ricostruita.

    - Marcus Cornelius Maluginensis -
    censore nel 393 ac. per sostituire a Gaio Giulio Giulio che era morto. In un solo lustro Roma fu occupata dai Galli, considerando di malaugurio se un censore moriva nell'esercizio delle sue funzioni.

    - Servius Cornelius Maluginensis -
    tribuno consolare nel 386, 384, 382, ​​380, 376, 370 e 368 ac. Roma è distrutta da un incendio e dalla devastazione dei Galli di Brenno, ma sarà ricostruita. Manlio Torquato accusato di volersi fare re viene ucciso gettandolo dalla Rupe Tarpea. Si inizia la costruzione delle Mura Serviane a causa delle nuove scorrerie dei Galli. Venne eletto poi magister equitum nel 361

    - Marcus Cornelius Maluginensis -
    tribuno consolare nel 369 e nel 367 ac. Varo delle leggi Licinie Seste per cui almeno uno dei due consoli deve essere plebeo.

    Servius Cornelius Maluginensis
    - magister equitum 361 a.c.



      CORNELII COSSI

      I Cossi e i Maluginenses furono probabilmente una familia originaria, questi nomi infatti originariamente erano uniti, come nel caso Servius Cornelius Cossus Maluginensis, in seguito però divennero rami separati. I Cossi produssero molti uomini illustri nel IV e V sec. ac., ma poi caddero nell'oblio. Gli ultimi consoli di questa stirpe presero il soprannome di Arvina. Il nome Cossus rivisse come praenomen nella famiglia dei Lentuli, che appartenevano a questa stessa gens. Gli ultimi Maluginenses ebbero autorità consolare nel 367 ac.

      - Servio Cornelio Cossus -
      tribuno consolare nel 434 ac., insieme a Marco Manlio Capitolino, Quinto Sulpicio Pretestato e Cornelio Cosso, col dittatore Mamerco Emilio Mamercino.

      AULO CORNELIO COSSO

      Aulo Cornelio Cossus -
      console nel 428 e tribuno consolare nel 426 ac. 

      - Publio Cornelio Cossus -
      tribuno consolare nel 415 ac. insieme a Numerio Fabio Vibulano, Gaio Valerio Potito Voluso e Quinto Quinzio Cincinnato. Figlio di Aulus Cornelius Cossus. In quell'anno i Bolani (Bola, o Bolae, fu una città del Latium vetus) attaccarono i coloni romani di Labico, inviati l'anno prima, sperando nell'appoggio degli Equi, che però non intervennero. Furono pertanto facilmente sconfitti dai romani.
      «Ma, mentre avevano sperato che tutti gli Equi approvassero e difendessero quel misfatto, abbandonati dai loro, persero terre e città in una guerra che non merita neppure di essere descritta perché si ridusse a un assedio da nulla e a una sola battaglia
      (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 49.)
      In quell'anno la guerra con Veienti ed Equi fu differita di tre anni per questioni religiose. Ebbe questioni col tribuno della plebe Lucio Decio per il dominio sulle colonie Bolarum e Labicorum.

      Gneo Cornelio Cossus -
      tribuno consolare nel 415 e console nel 409 ac. Nel 414 a.c. Fu eletto tribuno consolare con Quinto Fabio Vibulano Ambusto, Lucio Valerio Potito e Marco Postumio Regillense. Intanto Bola, espugnata l'anno precedente dai romani che discutevano se inviarvi coloni romani, fu riconquistata e fortificata dagli Equi; così il Senato decise di dare il comando a Marco Postumio. Questi condusse l'esercito romano alla vittoria contro gli Equi, ma si inimicò i soldati, mancando alla promessa di dividere il bottino di guerra. Richiamato a Roma, si espresse duramente nei confronti dei soldati. Nel campo militare ci furono grossi tumulti, che Marco Postumio affrontò con crudeltà, si che alla fine fu lapidato dai suoi stessi soldati. I tribuni della plebe impedirono ai tribuni consolari di aprire un'inchiesta sull'accaduto. Gneo Cornelio divenne console nel 409 a.c. insieme a Lucio Furio Medullino, al suo secondo consolato. Per la prima volta furono eletti 3 questori di estrazione plebea e incoraggiati dal successo i tribuni si opposero alla leva per rispondere alle razzie di Equi e Volsci, nei territori degli alleati Latini ed Ernici, sperando in altre concessioni alla plebe. Alla fine ci si accordò perché l'anno seguente fossero eletti tribuni consolari. I consoli mossero alla volta di Carvento, conquista dai Volsci ed Equi, senza però riuscire a riprenderla, riconquistando solo Verrugine nel territorio dei Volsci.

      - Aulus Cornelis Cossus -
      - console 413 ac.

      - Publio Cornelio Cossus -
      Fu eletto tribuno consolare nel 408 ac. con Gaio Servilio Strutto Ahala e Gaio Giulio Iullo..
      Gli Equi ed i Volsci, cui era stato tolto il presidio di Verrugine e razziati i territori, organizzarono un esercito per combattere i romani, e lo disposero davanti ad Anzio. Nonostante il parere contrario di Gaio Giulio e Publio Cornelio, i senatori vollero un dittatore per la campagna contro Anzio.
      «Dicono che Giulio e Cornelio abbiano sopportato di mal animo questa decisione; la cosa fu discussa animatamente: i patrizi più autorevoli, dopo essersi invano lamentati perché i tribuni militari non si assoggettavano all'autorità del senato,...»
      (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 55)
      Il terzo Tribuno consolare, Gaio Servilio, nominò dittatore Publio Cornelio Rutilo Cosso, che a sua volta, scelse Gaio Servilio come Magister Equitum. L'esercito romano vinse facilmente i nemici.

      Publio Cornelio Rutilus Cossus -
      dittatore nel 408 e tribuno consolare nel 406 ac. Suo padre si chiamava Marcus e suo nonno Lucius, ma per loro non è registrata alcuna magistratura. Era comunque il fratello del più famoso Aulo Cornelio Cossus, colui che ricevette la spolia opima per aver ucciso il re di Veio Lars Tolumnius in duello. Aulo fu poi console nel 428, e tribuno consolare nel 426. Publio ebbe almeno due nipoti: Gneo, tribuno consolare nel 414 e console nel 409, e Publio, tribuno consolare nel 408. Aulo, il dittatore nel 385 e forse console nel 413 potrebbe anche essere stato suo nipote. Nel 408 a.c, un grande esercito composto principalmente da Volsci ed Aequi si riunì ad Antium. Il Senato, considerato il pericolo, chiese la nomina di un dittatore, cosa che non piacque ai tribuni consolari Gaio Giulio Iulo e Publio Cornelio Cosso, che non volevano gli venisse tolto il comando. Infine il terzo tribuno, Gaio Servilio Structus Ahala, vedendo che Iulo e Cornelio non potevano essere persuasi, si alzò per nominare Rutilus Cossus, lo zio di Cornelio, che nominò Ahala suo magister equitumRutilus Cossus e Ahala condussero quindi l'esercito ad Antium e qui sconfissero la coalizione dei Volsci quindi devastarono le campagne intorno e poi assaltarono la fortezza dei Volsci sul Lago Fucinus, vincendo e facendo ben 3.000 prigionieri Volsci. Quando Rutilus Cossus tornò in città, depose l'ufficio del dittatore ma, secondo Livio, non ricevette molti consensi e non fu premiato con un trionfo.Però Rutilus Cossus fu eletto tribuno consolare per l'anno 406 ac, con Gneo Cornelio Cossus, suo lontano cugino, Numerius Fabius Ambustus e Lucio Valerio Potito. Il Senato ordinò una nuova guerra a Veio, ma i tribuni consolari si opposero, sostenendo che la guerra contro i Volsci non era finita. Rutilus Cossus combattè e vinse contro la città di Ecetra, mentre Fabius conquistò Anxur. I tribuni consolari condividevano il bottino con i soldati, migliorando le relazioni tra plebei e patrizi. Il Senato ordinò che i cittadini dovessero essere pagati nelle spese mentre servivano, mentre prima dovevano mantenersi da sè.

      Gneo Cornelio  Cossus -
      Venne eletto tribuno consolare nel 406, 404 e 401 ac. Nel 406 a.c. fu eletto tribuno consolare con Publio Cornelio Rutilo Cosso, Numerio Fabio Ambusto e Lucio Valerio Potito, al suo secondo tribunato. Il senato voleva attaccare Veio, ma non si riuscì ad organizzare una leva militare, sia per il protrarsi delle operazioni militari contro i Volsci, sia per l'opposizione dei tribuni della plebe, che vedevano nelle campagne militari, il mezzo per evitare le riforme chieste dalla plebe.
      «I tribuni della plebe esasperarono ancor più la tensione sorta spontaneamente: essi andavano dicendo che la guerra più grande era quella condotta dai patrizi contro la plebe, a bella posta vessata dal servizio militare e esposta a farsi trucidare dal nemico; la tenevano lontana da Roma, per evitare che nella pace, memore della libertà e delle colonie, si agitasse pensando all'agro pubblico e a libere elezioni.» (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 58)
      Si continuò allora la guerra contro i Volsci; mentre Gneo Cornelio rimaneva a presidio di Roma, Lucio Valerio si diresse verso Anzio, Publio Cornelio marciò contro Ecetra, mentre Numerio Fabio si dirigeva verso Anxur, che conquistò e saccheggiò. Fu anche l'anno in cui il Senato emanò una legge a favore dei soldati. «il senato decretò che i soldati venissero pagati attingendo direttamente alle casse dello Stato, mentre fino a quel giorno ciascun soldato prestava servizio a proprie spese."»
      (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 59)
      Nel 404 a.c. Gneo Cornelio venne eletto tribuno consolare per la seconda volta con Gaio Valerio Potito Voluso, Manio Sergio Fidenate, Cesone Fabio Ambusto, Publio Cornelio Maluginense e Spurio Nauzio Rutilo. Roma, che continuava l'assedio di Veio iniziato l'anno prima, fece attaccare e vincere i Volsci in una battaglia campale tra Ferentino ed Ecetra. Quindi conquistarono la città volsca di Artena, grazie al tradimento di uno schiavo, che indicò ai soldati un passaggio per arrivare alla rocca, dove si erano asserragliati i difensori.
      Nel 401 a.c. venne per la terza volta eletto tribuno consolare con Lucio Giulio Iullo, Marco Furio Camillo, Manio Emilio Mamercino, Lucio Valerio Potito e Cesone Fabio Ambusto
      Durante l'anno i tribuni della plebe lamentarono la cattiva conduzione della guerra, con il fallimento dell'assedio di Veio causata da dissidi tra i tribuni Manio Sergio Fidenate e Lucio Verginio Tricosto Esquilino, sul mantenere i soldati in servizio anche durante l'inverno per sostenere l'assedio di Veio (quando il normale periodo di leva durava dalla primavera all'estate), e per la necessità di nuovi tributi per sostenere le spese di guerra. Alla fine i Tribuni della plebe portarono in giudizio Sergio Fidenate e Lucio Verginio, per la pessima conduzione della guerra; i due furono condanni ad una pena pecuniaria di 10.000 assi pesanti. Poi i romani riconquistarono le posizioni perse l'anno precedente a Veio, razziarono il territorio dei veienti, condotti da Gneo Cornelio e Furio Camillo, mentre a Valerio Potito fu affidata la campagna contro i Volsci per riconquistare Anxur, che fu posta sotto assedio.

      CASA DI CORNELIO RUFO - POMPEI

      Publio Cornelio Maluginensis Cossus -
       tribuno consolare nel 395 e console nel 393 ac. Nel 395 a.c. fu eletto tribuno consolare con Publio Scipione (suo fratello), Cesone Fabio Ambusto, Lucio Furio Medullino, Quinto Servilio Fidenate e Marco Valerio Lactucino Massimo. Ai due fratelli, Cornelio Maluginense e Cornelio Scipione, fu affidata la campagna contro i Falisci, che però non portò ad alcun risultato, mentre a Valerio Lactuciono e Quinto Servilio toccò in sorte quella contro i Capenati, che dovettero chiedere la pace a Roma. In città, dove infuriavano le polemiche legate alla suddivisione del bottino ricavato dalla caduta di Veio dell'anno prima, si accese un'altra polemica, originata dalla proposta del tribuno della plebe Veio Tito Sicinio di trasferire parte della popolazione romana a Veio, proposta a cui i Senatori si opposero strenuamente.

      Aulo Cornelio Cossus -
      dittatore nel 385 ac. Nel 385 a.c.,vennero eletti i tribuni consolari Aulo Manlio Capitolino, Tito Quinzio Cincinnato Capitolino, Lucio Quinzio Cincinnato Capitolino, Publio Cornelio, Lucio Papirio Cursore e Gneo Sergio Fidenate Cosso. Il Senato decise di nominare Aulo Cornelio Cosso dittatore, per far fronte alla minaccia dei Volsci, e ai disordini della plebe, per le richieste portate avanti da Marco Manlio Capitolino. Il dittatore si diresse contro i nemici, ora rafforzati da giovani Ernici e Latini, per cui con un maggior numero di effettivi. Nonostante ciò i romani sconfissero i nemici, facendone strage mentre fuggivano dal campo di battaglia. A Roma Marco Manlio Capitolino, visto un centurione portato in tribunale per debiti, con il rischio di finire schiavo, lo sollevò dai debiti pagando di tasca propria, arrivando poi a vendere le sue terre per aiutare altri poveri debitori accusando nel contempo i senatori di malversazione.
      «Allora non è proprio servito a nulla per me aver salvato la rocca e il Campidoglio con questa destra, se adesso devo vedere un mio concittadino e commilitone messo in catene e ridotto in schiavitù come se fosse prigioniero dei Galli vincitori!». Poi pagò davanti a tutti la somma dovuta al creditore, restituì la libertà al commilitone riscattato, il quale implorava gli dèi e gli uomini affinché ringraziassero Marco Manlio, suo liberatore e padre della plebe romana
      (Tito Livio - Ab Urbe Condita - VI, 2, 14.) Inoltre Manlio aveva accusato i patrizi di aver sottratto all'erario l'oro dei Galli. A questo punto il Senato fece tornare Aulo Cornelio a Roma, interrompendo la campagna contro i Volsci, per sedare gli animi dei romani. Aulo tornato a Roma convocò Manlio, chiedendogli di dimostrare le proprie accuse contro i Senatori. Manlio, che si presentò alla seduta insieme ai propri sostenitori, dopo aver nuovamente accusato i Senatori, si rifiutò di rispondere (o non potè) all'intimazione del dittatore, e per questo fu incarcerato. Disposto l'arresto e celebrato il trionfo per la vittoria sui Volsci, Aulo Cornelio lasciò la carica di dittatore.

      - Aulus Cornelius Cossus -
      Venne eletto tribuno consolare nel 369 e nel 367 a. Nel 369 a.c. Fu tribuno consolare con Quinto Servilio Fidenate, Quinto Quinzio Cincinnato, Marco Cornelio Maluginense, Marco Fabio Ambusto, Gaio Veturio Crasso Cicurino. Di nuovo i romani cercarono di portare l'assedio a Velletri, ma i nemici riuscirono ancora a resistere. Intanto in città i tribuni della plebe, Gaio Licinio Calvo Stolone e Lucio Sestio Laterano, portavano avanti le loro proposte a favore della plebe, ed i patrizi iniziavano a perdere il controllo degli altri tribuni, tramite il quale erano riusciti a bloccare le iniziative di Licinio e Sestio. «E nessuno poteva ritenere sufficiente il fatto che i plebei fossero ammessi come candidati nelle elezioni consolari: nessuno di essi avrebbe mai ottenuto la nomina fino a quando non fosse stato stabilito per legge che uno dei due consoli dovesse comunque essere plebeo
      (Tito Livio, Ab Urbe condita, VI, 4, 37)
      Nel 367 a.c. Aulo fu eletto di nuovo tribuno consolare con Marco Geganio Macerino, Lucio Veturio Crasso Cicurino, Marco Cornelio Maluginense, Publio Manlio Capitolino e Publio Valerio Potito Publicola. Alla notizia dell'avvicinarsi dei Galli, Marco Furio Camillo fu nominato dittatore per la quinta volta.

      Aulo Cornelio Cossus Arvina -
      console nel 343 e 332, dittatore nel 322 ac. e per due volte magister equitum nel 353 a.c e nel 349 a.c.
      Nominato console nel 343 a.c. assieme Marco Valerio Corvo, fu inviato al comando delle truppe romane nel Sannio, nella I guerra sannitica. Riuscito a non soccombere grazie ad uno stratagemma del tribuno militare Publio Decio Mure, guidò i romani alla vittoria contro i Sanniti, per la quale ottenne il trionfo a Roma. Fu nominato console nel 332 a.c. assieme Gneo Domizio Calvino, al suo secondo consolato. Un'improvvisa guerra scatenata dai Galli portò lo scompiglio e indusse all'elezione di Aulo Cornelio come dittatore che, per combattere i Sanniti, scelse Marco Fabio Ambusto, come magister equitum. Condotto l'esercito romano nel Sannio, fu costretto dai Sanniti a una posizione sfavorevole. La situazione era drammatica ma volse a favore dei romani, quando la cavalleria Sannita, che stava saccheggiando le salmerie dei romani, fu presa di sorpresa e sbaragliata dalla cavalleria romana, condotta da Marco Fabio. Sconfitti i cavalieri sanniti, la cavalleria romana, con una manovra a teneglia, attaccò alle spalle l'esercito sannita, che preso tra due fuochi, fu sconfitto dai romani. Per questa vittoria, Aulo Cornelio ottenne il trionfo. (Secondo alcuni autori, la battaglia fu condotta da Fabio Massimo, e non da Aulo Cornelio Cosso Arvina, eletto dittatore in funzione dei giochi romani, conclusi i quali, si dimise. Che in un momento così drammatico il senato nominasse un dittatore per i giochi sembra però improbabile).

      Publio Cornelio  Arvina -
      console nel 306 e 288, e censore nel 294 ac. Fu eletto console nel 306 a.c., con il collega Quinto Marcio Tremulo. Durante il suo primo consolato Tremulo sconfisse gli Ernici e gli abitanti di Anagni, conquistando la città. Quindi andò in soccorso di Publio Cornelio, impegnato nel Sannio. Al suo arrivo, Marcio fu attaccato improvvisamente dai Sanniti, ma Publio Cornelio giunse appena in tempo ed insieme ottennero una brillante vittoria. Fu censore nel 294 a.c. e console per la seconda volta nel 288 a.c.

      SCIPIO NASICA

        CORNELII SCIPIONES
        Sembra che i Cornelii Scipioni discendessero da questa famiglia, mentre il cognome Cossus appare fino agli inizi del III secolo; i membri di quest'ultima famiglia portavano anche il cognomen Rutilus, e Arvina.
        I Cornelii Scipiones derivarono il loro cognome da una leggenda in cui il primo della famiglia serviva come appoggio (bastone=scipione) per il suo padre cieco. Poichè il primo degli Scipioni portò il cognomen Maluginensis, dovrebbe essere stato il figlio di Publio Cornelio Maluginense, uno dei tribuni consolari nel 404 ac.
        Agli Scipioni appartennero Lucio Cornelio Scipione Barbato e Publio Cornelio Scipione Africano e occuparono i più alti uffici dello stato dall'inizio del IV secolo aC fino al II secolo dell'Impero, per quasi seicento anni. I suoi membri portavano un gran numero di cognomi aggiuntivi, tra cui Barbatus, "barbuto", Scapula, "scapola", Asina , "asina", Calvus, "calvo", Hispallus, "piccolo spagnolo", Nasica, "naso" e Corculum, "piccolo cuore", oltre a quelli delle imprese militari: Africano e Asiaticus.
        Le ultime generazioni di questa grande famiglia furono originariamente adottate dai Salvidieni, e così portarono i nomi aggiuntivi di Salvidieno Orfitus. I Scipioni avevano un grande sepolcro di famiglia a Roma, che fu riscoperto nel 1780 ed è ancora visibile.



        CORNELII LENTULI 

         I Cornelii Lentuli erano famosi per il loro orgoglio e superbia, così Cicerone usa Lentulitas, la "lentulaggine", per descrivere un patrizio borioso. I Lentuli appaiono nella storia con le guerre sannitiche al I secolo dell'Impero, un periodo di circa quattrocento anni. La loro origine è incerta.
         


        CORNELII  RUFINI E SULLAE


        I Cornelii Rufini compaiono nella II metà del IV secolo ac, a partire da Publio Cornelio Rufino, dittatore nel 334 ac. Dal cognome Rufinus (rossastro), si può desume che il primo della famiglia avesse i capelli rossi.
        Un discendente della famiglia dei Rufini assunse il cognomen Sulla, al tempo della II Guerra Punica, il cui nome è probabilmente un diminutivo di Sura, un cognomen molto usato, anche tra i Cornelii Lentuli, e probabilmente riferito a qualcuno con polpacci prominenti. Plutarco, che erroneamente credeva che il dittatore Silla fosse il primo a portare il nome, pensò che avrebbe dovuto riferirsi ad una carnagione chiazzata, rossastra, mentre Macrobio lo ricava da Sibilla, ma Quintiliano dissente. Il dittatore Silla adottò l'agnomen Felix, che significa "fortunato" o "felice", e questo nome fu trasmesso ad alcuni dei suoi discendenti. I Silla proseguirono nei più alti uffici dello stato fino ai tempi imperiali. L'ultima apparizione nella storia cadde vittima di Elagabalo, all'inizio del III secolo dc.

        Publio Cornelio Rufino -
        Fu nominato dittatore nel 334 a.c. ma rinunciò alla sua posizione a causa di un difetto nelle procedure religiose per la sua nomina.

        - Gneo Cornelio Rufino -
         figlio del precedente, è appena nominato ma non se ne sa nulla.

        - Publius Cornelius Rufinus -
        figlio di Gneo, nipote del dictator nel 334 ac. Console nel 290 e 277, e dictator nel 280 ac. Nel 290 ebbe come collega Manio Curio Dentato, figlio di Manio. Con una gloriosa battaglia concluse la III guerra sannitica, celebrando un trionfo. Venne eletto nuovamente console nel 277 ac. con Gaio Giunio Bubulco Bruto, figlio di Gaio, e condusse una guerra nell'Italia meridionale contro i Sanniti e i Greci d'Italia, che non avevano più il sostegno di Pirro; l'elezione fu sostenuta persino da un nemico personale di Rufino, Gaio Fabrizio Luscino, in quanto i Romani avevano bisogno di un comandante militare capace ed esperto per condurre la guerra (forse, però, questa testimonianza si riferisce alla sua elezione a dittatore, avvenuta in data non sicura, forse nel 280 ac.). Infatti il generale riuscì a conquistare Crotone per i romani.
        Nel 275 a.c., i censori Gaio Fabrizio Luscino e Quinto Emilio Papo espulsero Rufino dal senato, in quanto era stato accusato di possedere un piatto di argento da dieci libbre. Ora la storia non è credibile perchè non esistevano all'epoca le leggi sul lusso, a meno che quel piatto non fosse stato sottratto a un bottino di guerra o all'erario dello stato o ad un tempio.
        Secondo Plinio il Vecchio, Rufino, divenuto cieco, aveva perso la vista durante il sonno mentre sognava le proprie disgrazie; un commento molto amaro (Storia naturale, vii.50). Suo nipote fu il primo della famiglia ad usare il cognomen Sulla.

        - Lucio Cornelio Rufino Sulla -
        Flamen Dialis circa 250 ac, fu il primo dei Cornelii a portare il cognomen Sulla.

        Publio Cornelio Silla -
        pretore urbanus e peregrinus nel 212 ac. Fu il primo romano ad essere nominato Silla. Era il bisnonno di Lucio Cornelio Silla, il dittatore di Roma. Suo padre è sconosciuto, anche se suo nonno era Publio Cornelio Rufino, che servì due volte come console durante le guerre sannitiche. Publio era il dialis flamen e, nel 212 ac, fu eletto pretore urbanus e peregrinus. Presentò il primo ludi Apollinares, istituendo così una festa romana annuale in onore di Apollo.

        II GUERRA PUNICA
        Publio Cornelio Silla -
        pretore nel 186 a.c., ottenne la Sicilia come sua provincia e nonno del dictator Lucius Cornelius Sulla Felix, nonchè padre di Lucio Cornelio Silla. Era figlio di Publio Cornelio Silla, il primo membro della famiglia a portare il nome Silla, e fratello di Servio Cornelio Silla.

        - Servius Cornelius Silla -
        pretore nel 175 ac, ottenne la Sardegna come sua provincia. In seguito servì come commissario, inviato per aiutare Lucio Emilio Paolino a organizzare gli affari della Macedonia, nel 167 ac.

        - Publio Cornelio Silla -
        triumvir monetalis nel 151 a.c., forse lo zio del dittatore.

        - Lucius Cornelius Sulla -
        figlio del Publio Cornelio Silla che fu pretore nel 186 a.c. e padre del dittatore.

        Lucius Cornelius Sulla (it. Silla) Felix -
        praetor urbanus nel 93, console in 88 e 80, e dittatore rei publicae constituendae causa dal 82 al 79 ac. (138-78 ac.).

        - Servius Cornelius Sulla -
         fratello del dittatore.

        Cornelia -
        figlia del dittatore dalla sua prima moglie, Ilia; sposò prima Quinto Pompeo Rufo e, dopo la sua morte, Mamercus Emilio Lepido Livio. Il matrimonio produsse due figli, Pompeia (che divenne la seconda moglie di Giulio Cesare) e Quinto Pompeo Rufo. Suo marito fu ucciso durante una sommossa guidata dal tribuno Publio Sulpicio Rufo nell'88 a.c. Si risposò con Mamercus Emilio Lepido Livio, console nel 77 ac, un anno dopo la morte di Silla. Scontri violenti tra Silla e Gaius Marius. Nell'86 a.c., mentre Silla era in Asia Minore per la guerra contro Mitridate VI re del Ponto, fu privato del comando da Mario e costretto all'esilio.
        Cornelia e il suo nuovo marito cercarono di salvaguardare le proprietà di Silla dalle prescrizioni di di Mario acquisendo la villa di Mario e vendendola a Lucullo. Poi si unì a suo padre in esilio. Ma Pompeo portò in tribunale Cornelia per essersi rifiutata di consegnargli la proprietà fondiaria.
        - Cornelius Silla -
        figlio del dittatore e della quarta moglie, Caecilia Metella, morì prima di suo padre.

        Faustus Cornelius Silla -
        questore nel 54 ac e poi partigiano di Pompeo. (prima dell'86 - 46 ac), l'unico figlio superstite del dittatore Lucio Cornelio Silla e la sua quarta moglie Cecilia Metella. Dopo la morte del padre nel 78
        ac, lui e sua sorella gemella Fausta furono allevati dal suo tutore, l'amico di suo padre Lucullo.
        Faustus sposò Pompeia, figlia di Pompeo il Grande. Faustus accompagnò Pompeo nelle sue campagne asiatiche, e fu il primo a solcare le mura del Tempio di Gerusalemme quando fu assalita da Pompeo nel 63 ac. Dopo il suo ritorno a Roma, dette giochi di gladiatori per celebrare il padre nel 60 ac. Prima del 57 ac, Faustus Sulla divenne augur, e nel 56 ac, emise una monetazione in onore di suo padre e suo suocero. Come proprietario delle pendici centrali del Monte Falerno, il suo nome divenne sinonimo del vino più stimato nell'antica Roma, Falziano Faustiano.
        Divenne Questore nel 54 ac e il senato lo incaricò di ricostruire la Curia Hostilia nel 52 ac, che era stata bruciata dopo i disordini che seguirono l'omicidio di Clodio. Così la Curia Hostilia divenne la Curia Cornelia.
        La sua carriera di avvocato fu tuttavia interrotta dalla guerra civile tra Pompeo e Giulio Cesare, e in qualità di milite di Lucullo e genero di Pompeo, si schierò dalla parte del primo.
        Combattè nella battaglia di Farsalo nel 48 ac, e successivamente si unì ai leader del suo partito in Africa. Dopo la battaglia di Thapsus, tentò di fuggire in Mauritania, ma fu catturato e ucciso da Publio Sittius, un sostenitore di Cesare, nel 46 ac.
        Con Pompeia ebbe almeno due figli: Faustus Cornelius Silla il Giovane e Cornelia Silla (sposò Lucio Scribonio Libo, pretore nell'80 ac). Da uno dei quali è presumibilmente disceso Faustus Cornelio Sulla Lucullo, console suffetto nel 31 dc.
        - Fausta Cornelia -
         Figlia del dittatore e sorella gemella di Faustus Cornelius Sulla.

        - Postuma Cornelia Sulla -
         Figlia del dittatore dalla sua quinta moglie, Valeria.

        Publio Cornelio Sulla -
        nipote del dittatore, fu eletto console nel 66 ac, ma squalificato dall'incarico. Publio Cornelio Silla e suo fratello Servio nacquero da Servio Cornelio Silla, fratello di Lucio Cornelio Silla. Dovrebbe essere stato un ufficiale di grado inferiore, insieme al contemporaneo Lucio Sergius Catilina, che sicuramente ha servito con distinzione nella guerra civile di Sullan. Nell'81 ac, durante la dittatura di suo zio, Cicerone registra che Publio intercesse presso Sulla per chiedere misericordia per molti dei proscritti, e ne salvò parecchi. Dopo la morte di Lucio Cornelio Silla nel 78 ac, Publio probabilmente ereditò una parte della sua proprietà.
        Ottenne gli incarichi di questore e pretore prima del 66 a. Ottenne il consolato per il 65 ac. con Publio Autronio come collega, ma poco dopo Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta accusarono coloro che li avevano sconfitti nelle elezioni di corruzione. Silla e Autronio furono processati, condannati e, sotto la Lex Acilia Calpurnia, privati ​​del loro ufficio e espulsi dal Senato.
        Sallustio sostiene che Catilina, amico di Silla e di Autronio, abbia tentato di presentarsi al secondo turno elettorale contro Torquato e Cotta, ma era emerso da un processo per estorsione e sebbene assolto, non poteva candidarsi prima di tre settimane. Allora Catilina cospirò insieme a Silla e Autronius, e Gneo Piso, contro Cotta e Torquato. Il piano era di uccidere i due Consoli nel giorno in cui dovevano assumere la carica, il I gennaio 65 ac, e impossessarsi del governo e del Consolato per se stessi, ma la cospirazione fallì.
        Ci sono molti dubbi sul fatto che la Prima cospirazione catiliniana abbia avuto luogo e che sia stata inventata per colpire Catilina ulteriormente dopo la Seconda Cospirazione Catilinaria. Oppure, Catilina stesso non era coinvolto, ma Silla e Autronius da soli complottarono l'assassinio dei loro rivali. In ogni caso, nessun tentativo fu fatto sulle vite di Cotta o Torquato e i due presero il consolato.
        Sia Silla che suo fratello Servius, così come il suo ex collega Autronius, furono implicati nella Seconda Cospirazione Catilinaria ma non si sa se fossero davvero coinvolti. Silla fu accusato di complicità nella Cospirazione dal figlio dell'uomo che aveva rubato il suo consolato, un altro Lucio Manlio Torquato, e processato. Ma, avendo Marco Tullio Cicerone e Quinto Ortensio, i due più grandi oratori del loro tempo a guidare la sua difesa, Sulla fu assolto (Pro Sulla). Né il fratello di Sulla, Servius, né Autronius furono così fortunati, poiché Cicerone li credette colpevoli e rifiutò di difenderli.
        Nel 49 ac, quando Giulio Cesare attraversò il Rubicone e accese la guerra civile, Silla scelse di sostenerlo, a differenza del cugino Faustus Silla che si unì alla fazione senatoriale.Dato un comando nell'esercito cesareo, Silla lo accompagnò nella sua campagna in Grecia contro Pompeo. A Dyrrachium, Silla fu lasciato a capo dell'accampamento di Cesare e respinse con successo un attacco Pompeiano che sfondò le fortificazioni mentre la maggior parte dell'esercito era altrove a combattere con Cesare. Dopo aver respinto i Pompeiani, Silla decise di non inseguire e si ritirò invece al campo. Caesar osserva nei suoi commenti che se Silla avesse invece inseguito il nemico in fuga e vinto, l'intera Guerra Civile sarebbe potuta finire in quel giorno, tuttavia non incolpava la cauta condotta di Sulla e la sua decisione di rimanere nel campo che era sua la responsabilità di proteggere. Sulla comandò l'ala destra dell'esercito di Cesare nella battaglia di Farsalo, dove vinse Cesare e Pompeo sconfitto fuggì in Egitto, dove fu assassinato. Publio Cornelio Silla morì nel 45 ac..

        - Servius Cornelius Ser. Silla -
        un altro nipote del dittatore, prese parte a entrambe le cospirazioni di Catilina.

        - Cornelia -
        Figlia di Faustus Cornelius Sulla.

        - Publio Cornelio Silla -
         figlio del console del 66 ac, potrebbe essere stato il padre di Lucio Cornelio Silla, console nel 5 ac.

        Lucius Cornelius Sulla -
        console nel 5 a. Forse era figlio di Publio Cornelio Silla, nominato console per il 65 ac, che lo rese un pronipote del dittatore Cornelio Silla. Lucio Cornelio Sulla fu console, insieme con l'imperatore Augusto, nel 5 ac. I suoi figli furono Faustus Cornelius Sulla Lucullus e Lucius Cornelius Sulla Magnus, entrambi diventati senatori nel regno dell'imperatore Tiberio. Consoli dell'anno: Imperatore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto figlio del Divino Cesare XII - Lucio Cornelio Sulla - suffetto Lucio Vinicio, abd - suffetto Quinto Aterio - suffetto Gaio Sulpicio Galba

        - Publius Cornelius Servius Sulla -
        nipote del console del 66 ac e padre Lucius Cornelius Sulla, console nel in 5 ac..

        Faustus Cornelius Sulla Lucullo -
        figlio del console del 5 ac, fu console suffectus nel 31 d.c. con Sextus Tedius Valerio Catullo. Era il figlio di Lucio Cornelio Sulla Faustus, e un pronipote del famoso statista Lucio Cornelio Silla. Sua madre era Sextia e suo fratello era Lucio Cornelio Sulla Felix.
        Nel 21, Faustus sposò Domizia Lepida Minore. Era figlia di Antonia Maggore di Lucius Domitius Enobarbo (console 16 ac), una pronipote dell'imperatore Augusto e una nipote di Ottavia Minore e Marco Antonio. Lepida ebbe due figli dal suo precedente matrimonio con Marco Valerio Messalla Barbato: Marco Valerio Messalla Corvino e l'imperatrice Messalina, terza moglie dell'imperatore Claudio. Domizia Lepida partorì Faustus Cornelio Sulla Felix (22-62), che sposò Claudia Antonia, figlia di Claudio. Faustus è morto per cause incerte intorno ai 40 anni.

        Lucius Cornelius Sulla Magnus -
        un altro figlio del console del 5 ac, fu console nel 33 d.c. era figlio di Lucio Cornelio Sulla, che era un bisnipote del dittatore Silla. Lucio Cornelio Sulla Magnus e suo fratello Faustus Cornelio Sulla Lucullo erano senatori che vissero nel regno di Tiberio.

        - Lucius Cornelius Silla -
        figlio del console del 33 d.c., fu console suffectus nel 52 d.c.

        LA CONGIURA DI CATILINA

        - Servius Cornelius Sulla -
        nipote del dittatore, prese parte alla cospirazione di Catilina.

        Faustus Cornelius Sulla Felice -
        figlio del console del 52 d.c., fu messo a morte da Nerone nel 63. Felix era il figlio di Domizia Lepida Minore e del console suffetto del 31, Faustus Cornelio Sulla Lucullus, discendente del dittatore Silla. I suoi nonni materni erano Antonia Maggiore e Lucius Domitius Enobarbo (console 16 ac) . Sua nonna materna Antonia Maggiore era una nipote dell'imperatore Augusto e sua madre, Domizia Lepida, era una pronipote di Augusto, essendo una nipote della sorella di Augusto, Octavia il Giovane, e il trionfante Marco Antonio. Felix era un fratellastro minore dell'imperatrice Valeria Messalina. Nel 47 l'imperatore Claudio, che era cugino di sua madre, fece sposare a Felix sua figlia, Claudia Antonia che partorì un figlio, che morì prima del secondo compleanno. Il primo compleanno del ragazzo fu celebrato privatamente. L'attaccamento di Felix alla famiglia imperiale lo portò al consolato nel 52.
        Nel 55, l'anno dopo l'ascesa di Nerone, il liberto imperiale Pallas e il prefetto pretorio Sesto Afranio Burrus furono accusati di aver cospirato per far dichiarare Felix imperatore. I cospiratori furono processati, ma Felix non venne implicato. Nerone, tuttavia, cominciò a osservare il cognato, timoroso del suo legame con la famiglia imperiale. Nel 58 un altro liberto imperiale accusò falsamente Felix di complottare per attaccare Nerone, probabilmente su istigazione di quest'ultimo. Nero trattò Felix come comprovato colpevole, lo fece esiliare nel 59 a Massilia (Marsiglia). Nel 62, Tigellino fece uccidere Felix e la sua testa fu trasportata a palazzo dove Nerone prendeva in giro la testa, a causa della sua calvizie e grigiore dei capelli. Tacito descrisse Felix come "timido e spregevole" ma incapace di tramare contro Nerone. Claudia sarebbe stata giustiziata da Nerone nel 66 dc. dopo aver rifiutato di sposarlo.

        - Cornelio Silla -
        governatore della Cappadocia, messo a morte da Elagabalo.

        - Salcus Cornelius Sulla Felix Faustullus Barbatullus Mactator -
        console nel 241 dc.

        - Potitus Cornelius Sulla Felix Messalla -
        console nel 312 dc.



        CORNELII DOLABELLAE

        I Dolabella divennero famosi all'inizio del III secolo a.c. fino al regno di Vitellio (15 dc -22 dc.). Molti dei Dolabellae ottennero un alto incarico, uno divenne il Rex Sacrorum, ma molti di questa famiglia erano famosi per orgoglio, stravaganza e disprezzo per la legge. Il loro cognome, Dolabella, è un diminutivo di dolabra (piccone) o piccone, una classe comune di cognomi derivati ​​da oggetti di uso quotidiano.

        Publio Cornelio Dolabella Massimo -
        console nel 283 ac. noto per aver sconfitto una lega Etruschi, Boii e Senoni, nella battaglia del lago Vadimon del 283 ac. Appiano lo nominò capo della spedizione che devastò l'Ager Gallicus (la terra conquistata dai Galli Senoni) ed espulse i Senoni dalle loro terre. Lo riporta anche Polibio ma per lui accadde prima della battaglia del lago Vadimon. Nel testo di Appiano non è chiaro e potrebbe essere accaduto in seguito. Secondo Appiano, Dolabella fu ucciso nel 282 ac quando i Tarantino attaccarono e affondarono una piccola flotta di triremi sotto il comando di Lucio Valerio. O annegò, o fu fatto prigioniero e giustiziato in città.

        - Marco Cornelio Dolabella -
        pretore in Sicilia nel 211 ac.

        - Gneo Cornelio Dolabella -
        nominato rex sacrorum al posto di Marcus Marcius nel 208 ac, e ha ricoperto questo incarico fino alla sua morte nel 180.

        Lucio Cornelio Dolabella -
        duumvir navalis nel 180 ac.

        Gnaeus Cornelius Dolabella -
        console nel 159 ac.

        - Publio Cornelio Dolabella -
        padre del proconsole Lucio.

        - Gnaeus Cornelius Dolabella -
        messo a morte nel 100 ac, insieme con il tribuno Lucio Appuleo Saturnino.

        - Lucius Cornelius Dolabella -
        come proconsole nel 99 ac, sconfisse i Lusitani e ricevette un trionfo.

        Gnaeus Cornelius Dolabella -
        console nell'81 a.c. con Marco Tullio Decula, durante la dittatura di Silla. Probabilmente tribuno militare nell'89 a.c. divenne legato di Silla, al comando di una delle flotte di Silla nell'83 ac. Nell'82 ac., Dolabella partecipò alla Battaglia del Sacriportus e alla Battaglia della Porta delle Colline. Come leale luogotenente, Silla lo fece console nell'81 ac, ma i consoli erano solo nominali, poiché Silla aveva tutto il potere nelle sue mani.
        Nell'80 a.c., Dolabella fu fatto proconsole di Macedonia, fino al 78 ac. Nel 77 ac. ottenne un trionfo per le vittorie ottenute mentre era governatore dei Traci, ma poco dopo fu accusato di estorsione in Macedonia durante il suo mandato di governatore dal giovane Giulio Cesare e processato. Perseguito da Cesare, Dolabella fu difeso da Gaio Aurelio Cotta e Quinto Ortensio. Venne dichiarato non colpevole e assolto.

        Gneo Cornelio Dolabella -
        praetor urbanus nell'81 a.c., complice di Verres.

        - Publio Cornelio Dolabella -
        Urbanus pretore nel 67 a.c., e poi proconsole in Asia.

        Publio Cornelio Dolabella -
        console suffectus nel 44 a.c. e genero di Cicerone. (85-80 - 43 ac) era un generale di più importante dei Dolabellae. Si organizzò per essere adottato da un plebeo per diventare un tribuno plebeo. Sposò la figlia di Cicerone, Tullia. Per tutta la vita fu un estremo dissoluto, cosa che Plutarco scrisse non facesse onore al suo mecenate Giulio Cesare. Nelle guerre civili (49-45 ac.), Dolabella prese la parte di Pompeo, ma in seguito passò a Giulio Cesare, ed era presente quando Cesare vinse la battaglia di Farsalo (48 aEV). Come Tribuno per la Plebe nel 47 ac, Dolabella aveva sostenuto, per sfuggire alle richieste urgenti dei suoi creditori, un disegno di legge che proponeva la cancellazione di tutti i debiti. Cercò l'appoggio di Marco Antonio, ma i suoi compagni tribuni Gaio Asinio Pollione, console nel 40 ac. e Lucio Trebellio Fides consigliarono ad Antonio di non sostenere la misura. Antonio, che sospettava anche di essere stato ingannato da Dolabella, prese le armi contro di lui quando Dolabella occupò il Forum nel tentativo di usare la forza per far passare la legge. Al suo ritorno da Alessandria, Cesare, per rimuovere Dolabella da Roma, lo perdonò, e successivamente lo prese come uno dei suoi generali nella spedizione in Africa e in Spagna.
        Dopo che Cesare era tornato a Roma ed era stato eletto console per la V volta, propose al Senato che il suo consolato fosse trasferito a Dolabella. Antonio protestò e Caesare ritirasse la mozione. Successivamente, Cesare da dittatore proclamò direttamente il console di Dolabella. Antonio gridò che i presagi erano sfavorevoli e Cesare si ritirò nuovamente e abbandonò Dolabella. Alla morte di Cesare nel 44 a.c., Dolabella afferrò le insegne del consolato e, facendo amicizia con Marcus Junius Brutus e gli altri assassini, fu confermato nel suo ufficio. Quando, però, Marco Antonio gli offrì il comando della spedizione contro i Parti e la provincia della Siria, cambiò posizione. Il suo viaggio nella provincia fu segnato da saccheggi, estorsioni e l'assassinio di Gaius Trebonio, proconsole d'Asia, che si rifiutò di permettergli di entrare a Smirne. Nel 43 a.c., per conto del Senato, Cornelio Dolabella riconobbe Cesarione, il re-ragazzo. Dolabella fu quindi dichiarato nemico pubblico e sostituito da Cassio (l'assassino di Cesare), che lo attaccò a Laodicea. Quando le truppe di Cassio conquistarono il luogo (43 ac), Dolabella ordinò ad uno dei suoi soldati di ucciderlo.

        Publio Cornelio Dolabella -
        console nel 35 ac. Probabilmente discendente di Gneo Cornelio Dolabella, pretore urbano nell'81 ac. Sembra sia stato un monetario triumvir in Sicilia all'inizio della sua carriera. Nominato console suffectus nel 35 ac per sostituire Sesto Pompeo, non è noto fosse un partigiano di Ottaviano o di Marco Antonio. Forse fu anche il Dolabella che accompagnò Augusto in Gallia tra il 16 e il 13 ac. Si pensa che Dolabella abbia sposato un Quinctilia, una sorella di Publio Quintilio Varo, e che il loro figlio fosse Publio Cornelio Dolabella, che divenne console nel 10 dc..

        Publio Cornelio Dolabella -
        console nel 10 d.c. fu senatore, console nel con Gaius Junius Silanus come suo collega e e proconsole dell'Africa nel 23 e 24 d.c.. Dolabella è noto per aver ricostruito l' Arco di Dolabella (forse Porta Caelimontana) a Roma nel 10 dc., insieme con il suo collega Junius Silanus. Più tardi, Nerone lo usò per il suo acquedotto sulla collina di Celio. Nel 24 fu nominato proconsole della provincia dell'Africa (Tunisia), apparentemente pacificato dopo dieci anni di insurrezione. QInfatti Dolabella fdovette combattere, ma nonostante avesse solo la metà dei soldati del suo predecessore Dolabella, riuscì a costringere gli insorti a combattere, uccise il loro capo, Tacfarinas, e debellò l'insurrezione. Trasformò quindi le terre tunisine in campi coltivabili, che dovevano essere il granaio di Roma per i secoli a venire.

        Publio Cornelio Dolabella -
        console suffetto nel 55 d.c. con Seneca il Giovane come collega , visse durante il regno di Nerone
        Probabilmente il figlio di Publio Cornelio Dolabella, console in 10; e forse padre di Servio Cornelio Dolabella Petronio, console nell' 86.

        Gneo Cornelio Dolabella -
        fu messo a morte da Vitellio durante l'adesione dell'imperatore nel 69.

        Servius Cornelius Dolabella Petronio -
        console nell'86 d.c. ed ebbe come collega l'imperatore Domiziano. Era il figlio di Petronia e uno dei Cornelii Dolabella. Sua madre era stata precedentemente sposata con Aulus Vitellio, il futuro imperatore, mentre suo padre era stato adottato da Servius Sulpicius Galba, che Otho rovesciò nel 69 d.c., l'Anno dei Quattro Imperatori. Il padre di Petronio , che Svetonio chiama Gneo, fu messo a morte da Vitellio. Servio Cornelio Dolabella Metiliano Pompeo Marcello, console suffectus nel 113 d.c., è considerato figlio di Petronio. Se Petronio era il padre di Marcello, allora il padre, il nonno e il bisnonno di Petronio sarebbero stati chiamati Publio. Il padre di Petronio poteva essere lo stesso Cornelius Dolabella che era console suffectus nel 55 o 56 d.c., lo stesso Cornelius Dolabella che era stato inserito in un collegio sacerdotale, probabilmente il Salii Palatini, nel 38 o 39; alcuni studiosi deducono che era Publio e che era il padre di Petronio.
        - Cornelius Dolabella Veranianus -
         uno dei figli di vari senatori romani che furono nominati per servire i fratelli Arvali nel 105 d.c.

        - Servio Cornelio Dolabella Metiliano -
         padre o fratello del console del 113 d.c.

        - Servius Cornelius Dolabella Metilianus Pompeus Marcello -
        ARCO DI DOLABELLA
        console suffectus nel 113 d.c. con il collega Gaio Clodio Crispino; Marcello sostituì il console precedente Lucio Publio Celso, che si era dimesso alla fine di gennaio.
        Un'iscrizione di Corfinium, eretta dai cittadini per riconoscere Marcello come patrono di Corfinio, fornisce la praenomina dei suoi antenati paterni: Il padre di Marcello era "Servius", suo nonno "Publius", il suo bisnonno "Publio" e il suo bis-bisnonno "Publio". In base a ciò, Patrick Tansey identifica il padre di Marcello come Servius Cornelius Dolabella Petronianus, console nell'86; Il padre di Petronio era Publio Cornelio Dolabella, console nel 55, e suo nonno Publio Cornelio Dolabella, console nell'anno 10, e il suo bisnonno Publio Cornelio Dolabella, console nel 35 a.c. Tansey identifica anche la madre di Marcello come prima moglie di Petronio, Metilia, da cui Marcello ereditò gli ultimi tre elementi nel suo nome, Metiliano Pompeo Marcello. Infine, Tansey pensa che Dolabella Veranianus, uno dei Fratelli Arvali e figlio di Petronio dalla sua seconda moglie, Verania, fosse il fratellastro di Marcello.
        L'iscrizione di Corfinio fornisce anche il cursus honorum per Marcello. Iniziò nei tresviri monetalis (coniatori privati per concessione dello stato), la più prestigiosa delle quattro tavole che compongono i vigintiviri. Divenne poi membro di uno dei sacerdozi minori, i salii Palatini, riservato ai soli patrizi. Venne poi nominato questore dell'imperatore Traiano, diventando poi senatore. Qui l'iscrizione menziona Marcello era 'sevir equitum Romanorum' alla revisione annuale degli equites a Roma.
        In seguito divenne pretore e poi console. L'unico ufficio dopo il consolato su questa iscrizione è un altro sacerdozio romano, Flamen Quirinalis. Poiché l'iscrizione di Corfinio si riferisce a Traiano come divi Trajani Parthici, fu eretta dopo la morte di Traiano nel 117, quindi Marcello era vivo almeno fino a quell'anno. Perché nessun Cornelius Dolabella è registrato come vivente dopo Marcello, è probabile che fosse l'ultimo della sua famiglia.



        CORNELII MERENDAE

        Alcuni piccoli rami patrizi fiorirono durante la tarda Repubblica e i primi anni dell'Impero. I Cornelii Merendae fiorirono per circa un secolo, all'inizio del terzo secolo a.c. Il loro cognomen significa il pranzo di mezzogiorno e si trova anche nel patrizio Antonii.

        - Servius Cornelius Merenda -
        legato nel 275 ac sotto il console Lucio Cornelio Lentulo Caudino, che lo ricompensò per aver preso una città sannita. Fu poi console nel 274.

        - Publio Cornelio Merenda -
        candidato fallito al consolato nel 217 ac.

        - Gneo Cornelio Merenda -
        pretore in Sardegna nel 194 ac, e uno dei dieci ambasciatori inviati in Asia per negoziare e attuare il Trattato di Apamea nel 189 e 188.



        CORNELII BLASONES

        I Blasiones apparvero nello stesso periodo dei Merendae e prosperarono per circa 160 anni; il loro cognome era originariamente dato a chi balbetta.

        - Gneo Cornelio Blasio -
        console nel 270 e 257 ac con censore nel 265. Potrebbe essere stato Princeps Senatus negli anni '80 e nei primi anni '30.  Gaio Genucio Clepsina (figlio di Lucio) al suo II consolato - Gneo Cornelio, figlio di Publio,

        - Gneo Cornelio Blasio -
        pretore in Sicilia nel 194 ac.

        - Publio Cornelio Blasio -
         ambasciatore dei Carni  di Istri e di Iapide nel 170 ac e commissario straordinario nel 168.

        - Gnaeus Cornelius Blasio -
         triumvir monetalis circa 112 ac. 



        CORNELII CETHEGI

        Cethegus è un cognomen il cui significato e significato originale sono stati persi. I Cornelii Cethegi compaiono per la prima volta nella II metà del III secolo ac e furono descritti da Quinto Orazio Flaccus come cintuti Cethegi, per la loro pratica antiquata di indossare le braccia nude. Rimasero prominenti per i successivi due secoli.

        Marcus Cornelius Cethegus -
        (248 -196 ac) eletto console console nel 204 a.c. e censore durante la II Guerra Punica, meglio conosciuto come alleato politico del suo parente Scipione Africano. Aveva una grande reputazione di oratore ed Ennius lo definisce la quintessenza della persuasione (suadae midollo). Orazio lo definisce un'autorità sull'uso delle parole latine.
        Fu scelto come curule aedile nel 213 ac, con il suo giovane parente Scipione Africano come suo collega (sebbene Scipione fosse minorenne, di soli 22 o 23 rispetto ai richiesti trentacinquenni). Fu anche Pontifex sempre nel 213, che sostituì il morto Pontifice Massimo Lucio Cornelio Lentulo Caudino.
        Nel 211 ac, come pretore, fu incaricato della Puglia. Nel 209 ac, prima di essere console, fu eletto censore con Publio Sempronio Tuditanus. Durante la loro censura, Cethegus non era d'accordo con il suo collega su quale senatore dovesse essere eletto Princeps Senatus; Tuditanus aveva il diritto di scelta e scelse Quintus Fabius Maximus Verrucoses Cunctator, mentre Cetheo voleva che il censore più anziano Titus Manlius Torquatus fosse il Princeps Senatus.
        Nel 204 ac, fu eletto console, forse per aiutare il suo parente Scipione, poi andò in Africa. Nel 203 a.c. fu proconsole in Gallia, dove, insieme al pretore Publio Quintilio Varo, ottenne una durissima vittoria su Mago Barca, fratello di Annibale, nella battaglia dell'Insubria, e lo obbligò a lasciare l'Italia. Venne eletto pretore nel 200. Morì nel 196 ac. durante un'epidemia a Roma.

        Gaius Cornelius Cethegus -
        console nel 197 e censore nel 194 ac. Divenne proconsole in Spagna nel 200 ac e fu eletto edile in assenza. In Hispania sconfisse una forza ostile nel territorio dei Sedetani uccidendo 15.000 nemici. Come edile organizzò spettacoli magnifici. Durante il suo consolato nel 197 ac combatté con successo in Gallia Cisalpina contro gli Insubri e Cenomani e ottenne il trionfo dal Senato. Fu censore nel 194 ac. Insieme a Scipione Africano e Marco Minucio Rufo nel 193 ac, fece il commissario per mediare la fine della guerra tra Masinissa e Cartagine.

        Publio Cornelio Cethego -
        console nel 181 a.c. avendo come collega Marco Bebio, figlio di Quinto, Tamfilo. Figlio di Lucio Cethego, venne eletto curule edile nel 187 a.c., pretore nel 185 ac e console nel 181 ac. Durante il suo consolato venne scoperta la tomba del leggendario re Numa Pompilio. Sempre con il suo collega si guadagnò un trionfo per aver sottomesso i Liguri senza combattere alcuna battaglia. Nel 173 ac. Cethego venne incaricato come uno dei dieci delegati che dovevano dividere le terre liguri e quelle galliche in Italia.

        - Publio Cornelio Cethegus -
        pretore nel 184 ac.

        Marcus Cornelius Cethegus -
        console nel 160 ac. Nel 171 a.c. fu uno dei commissari inviati in Gallia Cisalpina per investigare sul perché il console Gaio Cassio Longino avesse abbandonato la sua provincia. Nel 169 a.c. venne nominato triumvir coloniae deducendae per l'estensione della colonia di Aquileia con nuovi abitanti.
        Nel 160 a.c. fu eletto console con Lucio Anicio Gallo e durante il suo consolato curò i lavori di bonifica di una parte delle Paludi Pontine. Nello stesso anno si svolsero i giochi funerari di Lucio Emilio Paolo Macedonico, con la rappresentazione dell'Adelphoe di Publio Terenzio Afro.

        - Lucius Cornelius Cethegus -
        sostenitore di un disegno di legge del tribuno Lucius Scribonio Libo per imputare Servio Sulpicio Galba nel 149 a.c.

        Publio Cornelio Cetheo -
        senatore, prima un sostenitore di Gaio Mario, ma quando Lucio Cornelio Silla tornò dall'Oriente dopo aver sconfitto Mitridate Eupatore, Cetheus abbandonò la causa dei popolari e si unì a Silla. (Appian, BC I. 60 62, 80.). Cethegus era noto per la sua famigerata vita cattiva e per l'inaffidabilità, ma nonostante tutto riuscì ad accumulare un grande potere e influenza dopo la morte di Silla, fino al punto che persino Lucio Licinio Lucullo fu costretto a citare in giudizio la concubina di Cethegus per usare il suo interesse in suo favore, quando cercò il comando contro Mitridate. (Cic. Parad. V. 3; Plut. Lucull., 5, 6; comp. Cic. Pro Cluent. 31).

        Gaius Cornelius Cethegus -
        Si schierò con Gaius Marius, poi con il nemico di Marius Silla e poi con Catilina nella cospirazione del 64 ac.. Il 3 dicembre 63 ac, Cicerone rese pubblica una nota dei cospiratori che incitavano la tribù gallica degli Allobrogi alla rivolta. Vi erano iscritti Cethegus (che l'aveva incautamente firmato di sua mano) ed altri cospiratori. Fu arrestato e trasferito al Tempio della Concordia, quindi messo agli arresti domiciliari nella casa di un fidato senatore, Quintus Cornificius. Gli alleati di Cicerone scoprirono un deposito di spade e pugnali nella casa di Cethegus per i cospiratori. Un dibattito al Senato sul tema se eseguire o meno i cospiratori si concluse con lo strangolamento di Cethegus e di altri nella prigione del Tullianum il 4 dicembre.

        - Cornelius Cethegus -
        un senatore che ha votato la morte di suo fratello, Gaio Cornelio Cetheo, per il suo ruolo nella cospirazione di Catilina.

        - Servio Cornelio Cetheo -
        padre di Servio, console del 24 d.c.

        - Servius Cornelius Cethegus -
        console nel 24 d.c.

        Marcus Gavius ​​Cornelius Cethegus -
        console nel 170 d.c. con il collega Gaio Erucius Clarus. Cethegus è meglio conosciuto per il suo folle comportamento durante il viaggio attraverso la Grecia romana.
        Figlio di Marco Gavius ​​Squilla Gallicanus, venne rieletto console nel 150. Forse Cethegus e sua sorella, Cornelia Cethegilla, non erano figli naturali, per Salomies "erano i bambini adottivi, non naturali di Squilla Gallicanus". Cethegus potrebbe essere il ragazzo che ha pronunciato il suo discorso iniziale davanti al senato romano, che è stato oggetto di una lettera che l'oratore Fronto ha scritto a suo padre, uno Squillus Gallicanus. Ma sia ​​il padre che il nonno di Cethegus hanno lo stesso nome: è possibile che la lettera potesse essere indirizzata al maggiore Gallicanus su suo zio Marcus Gavius ​​Orfitus, come alcuni hanno sostenuto. Cethegus servì come legatus o assistente per suo padre quando Gallicanus era governatore proconsolare dell'Asia, nell'anno 165. Suo zio, Orfitus, fu console lo stesso anno. Fu durante l'attraversamento della Grecia che il comportamento di Cetheo attirò il commento di Luciano sulla sua follia.



        CORNELII MAMMULAE

        I Cornelii Mammulae ebbero diversi pretori, cominciando ai tempi della II Guerra Punica, ma non raggiunsero mai il consolato e scomparvero dopo circa cinquanta anni. Il loro cognome è un diminutivo di mamma, o seno.

        - Aulus Cornelius Mammula -
        pretore all'inizio della seconda guerra punica nel 217 ac. Come propretore in Sardegna l'anno seguente, fece una petizione senza successo al Senato per denaro e rifornimenti per i suoi soldati.

        - Aulo Cornelio Mammola -
        pretore nel 191 ac, in seguito ricevette la provincia di Bruzio.

        - Publio Cornelio Mammola -
        pretore nel 180 ac, ricevette la provincia siciliana.

        - Marco Cornelio Mammola -
        uno dei quattro ambasciatori inviati a Perseo di Macedonia e Tolomeo VI d'Egitto nel 173 ac. 


         
        CORNELII MERULAE 

        Merula si riferisce a un merlo (ma merula è anche la mora, la bacca, che potrebbe indicare una voglia cioè un agioma sul viso). La famiglia che portava questo cognome iniziò nel II secolo ac e continuò per il secolo successivo. I Cornelii Cinnae furono l'ultima famiglia patrizia ad emergere nel tardo II secolo ac; rimasero fino ai primi decenni dell'Impero. 
         
        Lucius Cornelius Merula -
        praetor urbanus nel 198 ac e console nel 193 con Quintus Minucius Thermus. Ebbe come provincia la Gallia Cisalpina. Merula sconfisse totalmente i Galli Boian nel quartiere di Mutina. Ma poiché la sua vittoria costò cara ai romani, e gli ufficiali di Merula lo accusarono di negligenza nella sua marcia verso Mutina, il Senato gli rifiutò un trionfo al suo ritorno a Roma.

        Gneo Cornelio Merula -
        nominato legato dal Senato per risolvere una controversia che riguardava la sovranità di Cipro nel 162 ac.

        CORNELIO MERULA
        - Lucio Cornelio Merula -
        curule aedile nel 161 ac.

        - Lucio Cornelio Merula -
        Console suffectus nell'87 ac. Era stato eletto Flamen Dialis e portava sempre il berretto di flamen, a differenza degli altri sacerdoti che lo indossavano solo durante i sacrifici. Nell'87 ac, durante la guerra civile tra Mario e Silla, fu nominato console  al posto dell'alleato di Marius, Cinna, che era stato cacciato dalla città. Negoziò il ritorno di Cinna e Marius dall'esilio e abdicò al suo consolato. Gli vennero fatte false accuse durante le epurazioni di Marius dai suoi nemici politici, e per questo si suicidò, tagliandosi vene nel Tempio di Giove Capitolino e implorando gli Dei di vendicarlo su Cinna e i suoi alleati. Si era prima preoccupato di togliere il berretto di flamen, perché era considerato un peccato per un flamen portarlo nel momento della morte.
        La posizione di Flamen Dialis restò vacante finchè il nipote diciassettenne di Mario, Giulio Cesare, fu nominato per riempirlo nell'86 a.c. da Marius e Cinna. Tuttavia questa nomina fu annullata da Silla successivamente e la carica rimase vacante fino ad Augusto, secondo Dioniso all'11 ac, secondo Tacito al 15 ac.



        CORNELII SISENNAE 
         
        - Publio Cornelio Sisenna -
        pretore urbano nel 183 a.c.

        - Gneo Cornelio Sisenna -
        pretore in Macedonia nel 119 a.c., proconsole poi l'anno seguente.

        - Gneo Cornelio  Sisenna -
        triumvir monetalis tra il 118 e il 107 a.c.

        Lucio Cornelio Sisenna -
        pretore urbanus e peregrinus nel 78 a.c., allora forse governatore della Sicilia; era un sostenitore di Verres. Legato sotto Gneo Pompeo nel 67, durante la guerra contro i pirati, fu mandato a comandare l'esercito con base a Creta, ma morì poco dopo il suo arrivo. Sisenna era uno storico, il cui lavoro fu molto lodato da Cicerone e Sallustio.

        Cornelio Sisenna -
        legato in Siria nel 57 ac, servì sotto il suocero, Aulo Gabinio, il console dell'anno precedente. quando Gabinio fu perseguito per corruzione da parte di Caio Memmo, Sisenna supplicò Memmius per conto di Gabinio, ma senza risultato. 



        CORNELII CINNAE

        - Lucius Cornelius Cinna -
        console nel 127 a.c.

        - Lucius Cornelius Cinna -
        console in 87 (deposto), e dall'86 all'84 a.c.             

        Cornelia -
        a volte chiamata Cinnilla, o Cinna Minore, figlia del console dell'87 ac, e moglie di Gaio Giulio Cesare. (c. 97 -. c 69 ac) Fu la prima moglie di Cesare, e la madre della sua unica figlia, Julia. Cornelia era imparentata per nascita o matrimonio con molte figure influenti della tarda Repubblica. Cornelia era la figlia di Lucio Cornelio Cinna, uno dei politici più influenti a Roma durante il conflitto tra i generali Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla. Aveva tenuto il consolato per un periodo senza precedenti di quattro anni consecutivi, dall'87 all'84 a.c., quando fu ucciso in un ammutinamento di soldati. Durante questo periodo, si pose dalla parte di Mario, lasciando la sua famiglia esposta all'ira di Silla al suo ritorno nell'82.
        Da sua moglie, Annia, Cinna aveva avuto il figlio Lucio, e due figlie, Cornelia Major, che sposò Gneo Domizio Enobarbo e Cornelia Minore, che sposò Cesare. La moglie di Cesare veniva talvolta chiamata Cornelia Cinnae.
        Svetonio riferisce che Cesare e Cornelia si erano sposati dopo che Cesare aveva perso suo padre, cosa che avvenne nel suo sedicesimo anno. Nella cronologia di Svetonio, Cesare nacque nel 100 ac, ponendo la morte di suo padre nell'85 o nell'84. Così, probabilmente sposò Cornelia nell'83, quando aveva circa diciassette anni o poco meno. La loro figlia, Julia, era l'unico figlio legittimo di Cesare e l'unico riconosciuto.
        Il giovane Cesare fu uno di quelli a cui Silla rivolse la sua attenzione dopo essere tornato a Roma. Sebbene non avesse preso parte al governo di Marius e Cinna e non avesse fatto nulla per opporsi al ritorno di Silla, la zia di Cesare, Julia, era la moglie di Marius; suo cugino era il giovane Marius, che come console in 82 fu sconfitto da Silla, e si era tolto la vita mentre la città cadeva. Marius e Cinna avevano affidato il giovane Cesare a un importante sacerdozio e, sposando la figlia di Cinna, Cesare ottenne il controllo di una notevole dote. Silla considerò Cesare un potenziale rivale e gli ordinò di divorziare da Cornelia.
        Tuttavia, né la privazione del suo sacerdozio, la dote di Cornelia, né la sua stessa eredità, né la minaccia della violenza, avrebbero indotto Cesare a rinunciare alla moglie. Fu proscritto e fuggì da Roma evadendo la cattura cambiando continuamente sede, e in almeno una occasione corrompendo il comandante di una pattuglia inviata a cercare i nemici di Silla. Alla fine Silla cedette, in seguito all'intercessione di numerosi amici e parenti di Cesare, e Cesare tornò a casa da Cornelia.
        Dopo circa tredici anni di matrimonio, Cornelia morì all'inizio della questura del marito, avvenuta nel 69 o nel 68 a.c. Cesare doveva partire per la Spagna e aveva già pronunciato l'orazione funebre di sua zia, Julia, dai rostri, come era consuetudine per le vecchie matrone romane. Poi diede un'orazione in onore di Cornelia, che era straordinaria nel caso di una giovane donna, anche se in seguito divenne un luogo comune.

        Lucius Cornelius Cinna -
        pretore nel 44 e console suffectus nel 32 a.c. figlio del console Lucio Cornelio Cinna, sostenitore di Gaio Mario. Sua sorella Cornelia era la prima moglie del dittatore Giulio Cesare e lui era lo zio materno della loro figlia Julia Caesaris. Nel 78 ac, Cinna si alleò con Marco Emilio Lepido per rovesciare il dittatore Lucio Cornelio Silla.
        CORNELIO CINNA
        Prima di lasciare Roma, cercò l'appoggio di Giulio Cesare per la ribellione che non era imminente. Dopo la sconfitta e la morte di Lepido in Sardegna, Cinna andò in esilio, accompagnando Marcus Perperna Vento a unirsi al generale Quinto Sertorio in Spagna. Cesare fu in grado di richiamare Cinna dall'esilio a Roma per dargli degli incarichi.
        Sebbene Cinna disapprovasse il modo autoritario di governare di Cesare, non partecipò alla cospirazione contro Cesare del 44 ac; ma avendo pronunciato, il giorno prima dell'omicidio, un discorso contro Cesare, divenne un sospettato.
        Il giorno del funerale di Cesare, la popolazione era così furiosa che uccise il tribuno della plebe Helvius Cinna, pensando che fosse lui. Quando l'omicidio ebbe luogo, Cinna stava camminando nella processione funebre di Cesare. Durante il caos di questi eventi Cinna non approfittò per rivendicare una provincia da governare e Cicerone lo elogiò per questo. Nel 32 ac, Cinna pvenne nominato console. Dopo il 47 ac, sposò Pompeia Magna, la figlia di Pompeo e della sua terza moglie, Mucia Tertia. Questo era il primo matrimonio di Cinna e il secondo di Pompeia, il cui primo marito, Faustus Cornelius Silla, era morto in battaglia. Cinna divenne il patrigno del figlio di Pompeia dal suo primo matrimonio. Pompeia portava a Cinna due figli: Gneo Cornelio Cinna Magnus, e Cornelia Pompeia Magna. Sua moglie morì prima del 35 ac e al di là di questo non si sa più nulla.di Cinna.

        - Cornelio Cinna -
        questore di Publio Cornelio Dolabella contro Marco Giunio Bruto.

        Gnaeus Cornelius Cinna Magnus -
        console nell'anno 5. (nato tra il 47 e il 35 ac) figlio del console suffetto Lucio Cornelio Cinna e Pompeia Magna. Sua sorella era Cornelia Pompeia Magna. I suoi nonni materni erano Pompeo e Mucia Tertia, mentre i nonni paterni erano console Lucius Cornelius Cinna e una donna romana senza nome. Cinna è l'unico nipote di Pompeo che ha il nome di "Magnus".
        Cinna divenne un sostenitore di Marco Antonio. Venne promosso a un sacerdozio. Nel 16 ac, Cinna e Aemilia Lepida, la nipote del triumviro Marco Emilio Lepido furono coinvolte in una cospirazione contro l' imperatore Augusto. Cinna e Lepida furono le prime e le ultime persone perdonate dall'imperatore dopo aver cospirato contro di lui. In effetti, questa era notoriamente l'ultima cospirazione documentata contro Augusto. Cinna ha servito come console nel 5 d.c. e si dice che sia stato un caro amico e consigliere di Augusto fino alla sua morte.



        CORENELII BALBII

        Balbo, che come Blasio significa balbuziente, non era originariamente un cognome della gens Cornelia, ma fu adottato da un nativo di Gades, a cui fu concessa la cittadinanza romana da Gneo Pompeo Magno, come ricompensa per il servizio militare durante la Guerra contro Sertorio. Probabilmente prese il nomen Cornelius dopo Gneo Cornelio Lentulo, che ratificò l'atto facendo di Balbus un cittadino nel 72 ac. Alla fine raggiunse il consolato, ma la famiglia, che era plebea, scomparve dalla storia nei primi anni dell'Impero. 

        - Publio Cornelio Balbo -
        fratello del console del 40 a.c.

        Lucius Cornelius Balbo -
        proconsole d' Africa (provincia romana) nel 21 a.c., trionfò sui Garamanti. Detto Maggiore, fu un ricco banchiere ebreo di Gades (Spagna), che divenne un politico e uomo d'affari romano, importante sostenitore di Giulio Cesare e stretto consigliere di Augusto.

        LUCIO CORNELIO BALBO
        Servì in Spagna sotto Pompeo e Metello Pio contro Sertorio e per questo gli venne data la cittadinanza romana a lui e alla sua famiglia da Pompeo. Accompagnò Pompeo al suo ritorno a Roma nel 71 ac e fu uno dei suoi amici più intimi. Divenne poi grande amico di Giulio Cesare. Le amicizie personali di Balbo con Pompeo e Cesare furono determinanti nella formazione del Primo Triumvirato. Era un capo finanziere a Roma. Balbo prestò servizio sotto Cesare come ingegnere capo ( praefectus fabrum ) quando Cesare fu governatore in Ispania nel 61 a.c. e proconsole in Gallia nel 58 ac.Ebbe anche molti nemici, che nel 56 ac che accusarono lui e il triunvirato di aver ottenuto e concesso illegalmente la cittadinanza romana. Ma Cicerone, Pompeo e Crasso parlarono tutti a suo nome, e fu assolto. Durante la guerra civile, Balbo non prese parte aperta contro Pompeo, anche Balbo cenò con Cesare, Sallustio, Irzio, Oppio e Sulfizio Rufus la notte dopo la sua famosa traversata sul fiume Rubicone in Italia, il 10 gennaio del 49 ac. Cercò di convincere Cicerone a mediare tra Cesare e Pompeo, per impedirgli di schierarsi definitivamente com Pompeo, e Cicerone per un po' si convinse.
        Balbo si legò a Cesare e, in congiunzione con Oppio, gestì l'insieme degli affari di Cesare a Roma. Successivamente, Balbo divenne segretario privato di Cesare, e Cicerone fu costretto a chiedere il suo buon ufficio con Cesare. Dopo l'assassinio di Cesare nel 44 ac, Balbo ottenne ugualmente il successo di Ottaviano; nel 43 o nel 42 ac fu priore e nel 40 ac divenne il primo cittadino romano naturalizzato a raggiungere il consolato. Balbo teneva un diario degli eventi principali nella sua e la vita di Cesare (Ephemeris), che è stata persa (Svetonio - Cesare - 81). Si è preso cura che i Commentari di Cesare sulla Guerra Gallica fossero continuati; e di conseguenza l'VIII libro dei Commentarii de Bello Gallico (che fu probabilmente scritto dal suo amico Hirtius su sua istigazione) è dedicato a lui.



        CORNELII GALLI

        Un altro cognome plebeo dei Cornelii era Gallo, conosciuto da Gaio Cornelio Gallo, il poeta Il suo cognome ha significato la sua origine gallica.

        Cornelio Gallo -
        L'identità del presunto luogo di nascita di Gallo, Forum Iulii, è ancora incerta e si basa sull'epiteto "Foroiuliensis" che S. Girolamo (347 - 420) gli ha dato. In epoca romana, c'erano molti luoghi con questo nome. Nel XX secolo, Ronald Syme prese in considerazione Fréjus e Cividale del Friuli, entrambi chiamati una volta Forum Iulii, optando per il primo. Jean-Paul Boucher optò invece il Forum Iulii Iriensium (Voghera). 
        CORNELIO GALLO
        Di famiglia plebea, ma non così povera, tanto che Gallo si trasferì a Roma da ragazzo ed ebbe lo stesso maestro di Virgilio e Varius Rufo. Virgilio, che era in debito con Gallo per l'influenza che ebbe nella restituzione della sua tenuta, gli dedicò una delle sue egloghe (X). Anche l' erotica Pathemata di Parthenio di Nicea fu dedicata a Gallo che godeva di un'alta reputazione tra i suoi contemporanei come intellettuale, e Ovidio (Tristia, IV) lo considerava il primo dei poeti elegiaci di Roma.
        Scrisse quattro libri di elegie principalmente sulla sua amante Lycoris (un nome poetico per Cytheris, una famosa attrice), in cui prese come modello Euforione di Chalcide e tradusse alcune opere di questo autore in latino. Viene considerato un maestro nell'elegia latina dell'amore e un'ispirazione per Properzio, Tibullo e Ovidio. Purtroppo di lui non è sopravvissuto quasi nulla, se non un pentametro ("uno tellures diuidit amne duas") ma, nel 1978, fu trovato un papiro a Qasr Ibrim, nella Nubia egiziana, contenente nove linee di Gallo, probabilmente il più antico manoscritto sopravvissuto della poesia latina.
        I frammenti di quattro poesie a lui attribuite e pubblicati per la prima volta da Aldo Manuzio nel 1590 e stampati in Anthologia Latina (1869) di Alexander Riese, sono generalmente considerati un falso; e altrettanto l'attribuzione di Pomponio Gaurico dei versi elegiaci di Massimiano.
        Gli studiosi credettero che la sua poesia fosse di poco inferiore a quella di Virgilio. Il classicista Tenney Frank dichiarò celebre nel 1922: "Cosa non baratteremo di tutte le epopee di imperi sesquipedali dell'impero per alcune pagine di Cornelio Gallo, mille per ciascuna!"
        Le scoperte di Qasr Ibrim ci hanno dato nove linee di Gallus e uno di loro menziona Lycoris, "rattristato, Lycoris, dal tuo comportamento sfrenato", confermando l'identità dell'autore.
        Probabilmente una volta si trovavano all'inizio di un poema che rendeva omaggio a Giulio Cesare poco prima del suo assassinio, alla vigilia della sua campagna proiettata contro i Parti:
        "Fata mihi, Caesar, tum erunt mea dulcia, quom tu / maxima Romanae pars eris historiae / postque tuum reditum multorum templa deorum / fixa legam spolieis deivitiora tueis".
        "Mi considererò benedetto dalla fortuna, Cesare, quando diventerai la più grande parte della storia romana; e quando, dopo il tuo ritorno, ammirerò i templi di molte divinità adornate e arricchite del tuo bottino".
        Un secondo, incompleto, blocco di quattro linee sembra essere indirizzato a Lycoris. Finché le piacciono i suoi versi, Gallus può ignorare qualsiasi critica malevola di Publio Valerio Catone e Viscus:
        "Finalmente le Muse hanno fatto delle canzoni che posso pronunciare degne della mia signora. Finché. . . [ti piacciono] non ho paura di essere giudicato da te, Viscus,. . . né da te, Catone ».
        Nella vita politica Gallo fu dalla parte di Ottaviano e come premio venne nominato prefetto dell'Egitto (Svetonio, Augusto, 66). Nel 29 ac, Cornelius Gallus condusse una campagna per sottomettere una rivolta a Tebe ed eresse un monumento a Philae per glorificare le sue realizzazioni. Tuttavia la condotta di Gallo non piacque all'imperatore che nominò un nuovo prefetto. Dopo il suo richiamo, Gallo si suicidò ( Cassius Dio, lV 23 ).



        ALTRI CORNELII DURANTE LA REPUBBLICA

        Publio Cornelio Calussa -
        eletto pontifex maximus circa 330 a.c., senza aver prima detenuto alcuna delle curule magistrature.

        - Gneo Cornelio -
        installato come flamen dialis nel 174 a.c..

        - Gaio Cornelio -
        Un senatore nel 129 a.c.. Probabilmente figlio di Marco Cornelio Ceteo, console nel 160, poiché i Cethegi erano gli unici Cornelii a usare il praenomen Gaius in quel momento.

        - Lucius Cornelius -
        Un senatore nel 129 a.c.. Pur avendo la stessa filiazione, i due senatori di 129 non erano direttamente collegati, dato che Lucio apparteneva al tribù Romilia e Gaio era di Stellatina.

        - Cornelio -
        scriba nella dittatura di Silla, e questore durante quello di Cesare.

        - Cornelius Phagita -
        Cornelio per conto di Silla cercava Cesare, proscritto dal dittatore, per ucciderlo nell'82 ac.. Cesare riuscì a persuaderlo a lasciarlo andare corrompendolo con due talenti (equivalente a 30 kg d'argento, oggi a 470 euro)

        Lucius Cornelius Alexander Polyhistor -
        ALEXANDER POLHISTOR
        liberto di origine greca, studioso, tutore e scrittore di storia e geografia della prima metà del I secolo a.c. Detto anche Alessandro di Mileto, fu uno studioso greco schiavizzato dai Romani durante la guerra di Mitridatica e portato a Roma come tutore. Dopo la sua liberazione, continuò a vivere in Italia come cittadino romano. Era uno scrittore così produttivo da guadagnarsi il cognome come polihistor (molto dotto). La maggior parte dei suoi scritti sono perduti, ma i frammenti che rimangono danno varie notizie sul Mediterraneo orientale. Tra le sue opere c'erano resoconti storici e geografici di quasi tutti i paesi del mondo antico, e il libro Sui Giudei ci ha edotto di molte opere che altrimenti ignoreremmo.
        Secondo la Suda (enciclopedia bizantina del X secolo) Alessandro fu allievo di Casse di Mallus e di Milesiano, mentre Stephanus di Bisanzio afferma fosse originario di Cotiaeum a Lesser Frrygia e figlio di Asklepiades, mentre l' Etymologicum Magnum è d' accordo nel chiamarlo Kotiaeus. È possibile che due diversi Alexandroi siano stati fusi o confusi. Divenne prigioniero di guerra, fu venduto come schiavo a Cornelio Lentulo come pedagogo e in seguito fu liberato. Come liberto romano il suo nome era Cornelio Alessandro. Il nomen potrebbe provenire dal Cornelii Lentuli o da Silla Felice, avendo ricevuto la cittadinanza da Silla. Morì a Laurentum in un incendio che consumò la sua casa, e sua moglie Helene secondo la Suda si impiccò per il dolore.
        Alessandro scrisse quarantadue libri di resoconti storici e geografici di quasi tutti i paesi del mondo, tra cui cinque libri su Roma, l' Aigyptiaca (almeno tre libri), Sulla Bitinia, Sul Mare Euxino, Su Illyria, Indica e una Storia Caldea. Un altro lavoro riguarda gli ebrei, riproducendo in parafrasi brani rilevanti di scrittori ebrei, dei quali non si saprebbe nulla altrimenti. Come filosofo, Alessandro scrisse Successions of Philosophers. Delle opere di Alessandro sopravvivono solo citazioni e parafrasi, in gran parte nelle opere di Diogene Laerzio e in Eusebio nella sua Cronaca Caldea.
        Nella sua compilazione ebraica e non, le fonti ebraiche sono citate indiscriminatamente l'una accanto all'altra; Il poeta epico Philo, il tragico scrittore Ezechiele, lo storico Eupolemo, il cronista Demetrio, Artapanus, lo storico Aristeas e Teodoto il samaritano, il retore Apollonio Molon (scrittore antiebraico) - tutti questi autori sono noti ai posteri solo attraverso estratti delle loro opere che Alexander ha incarnato alla lettera nella sua. Di certo interesse per la storia antica degli ebrei è il suo racconto di Assiria - Babilonia, spesso attirato da autori ebrei e cristiani; in esso vengono dati estratti, specialmente da Beroso, e anche dalle Cronache di Apollodoro e dal Terzo Libro dei Sibillini. Giuseppe si servì dell'opera, e anche Eusebio nelle sue Cronache. Probabilmente solo il racconto di Alessandro del Diluvio è tratto da Beroso, mentre il suo resoconto della Confusione delle Lingue è di origine ebraico-ellenica. Un altro suo lavoro sembra contenere informazioni considerevoli sugli ebrei. Ciò che Eusebio cita sembrerebbe essere stato preso da questo lavoro, che non esiste più, se non indirettamente attraverso Giuseppe Flavio. Si può notare che Alessandro menziona due volte la Bibbia, che conosceva superficialmente, come risulta dalla sua curiosa affermazione che la Legge degli Ebrei era stata data loro da una donna di nome Moso , e che la Giudea ricevette il suo nome da Giuda e Idumea, figli di Semiramide.
        Il testo dei frammenti conservati è in una forma insoddisfacente, a causa dell'insufficiente confronto dei manoscritti. Quanto dei suoi originali che lo stesso Alessandro ha omesso è difficile da dire, in considerazione dello stato corrotto del testo di Eusebio, in cui si trovano la maggior parte dei suoi frammenti. Abydenus, l' editore cristiano delle opere di Alessandro, evidentemente aveva davanti a sé un testo diverso da quello che possedeva Eusebio.

        - Gaio Cornelio -
        un questore al servizio di Pompeo, fu tribuno della plebe nel 67 a.c..

        - Publio Cornelio -
        tribunus plebis nel 51 a.c..

        - Cornelio -
        un centurione dell'esercito di Ottaviano nel 43 a.c., inviato a Roma per chiedere il consolato per il loro generale.



        ALTRI CORNELII DELL'IMPERO

        - Cornelio Tlepolemus - (falso Cornelio)
        un pittore di Cibyra in Caria (Sicilia), che entrò al servizio di Verres. Cicerone lo chiamò uno dei cani da caccia di Verres. (I sec. a.c.) Cicerone lo ricorda insieme al fratello Hieron profugo da Kibyra per sospetto di sacrilegio; i due erano venuti dall'Asia al seguito di Verre, che li aveva assoldati per rintracciare opere d'arte in Sicilia (In Verrem). Dei due artisti ricordati insieme è incerto quale fosse il pittore e quale modellatore in cera, cioè toreuta: Cicerone li comprende in una espressione di disprezzo volutamente ambigua, da cui si ricaverebbe che il pittore era Hieron, ma Tlepolemus è detto esplicitamente pictor, dove si ricorda che aveva assunto arbitrariamente il nome di Cornelius senza avere la cittadinanza romana. Dei due, il cesellatore deve aver collaborato con altri vasai e toreuti raccolti da Verre in Sicilia, alla fabbricazione di coppe e vassoi d'oro in cui erano montati gli emblemata tratti dal vasellame trafugato.

        Cornelius Nepos -
        storico e contemporaneo di Cicerone. (110 - 25 ac) Un biografo nato a Hostilia (Ostiglia), un villaggio nella Gallia Cisalpina non lontano da Verona, amico di Catullo, che gli dedicò le sue poesie, di Cicerone e di Tito Pomponio Attico. Eusebio di Cesarea (IV sec.) lo colloca nell'anno 4 del regno di Augusto, quando iniziò ad attrarre la critica con la sua scrittura. Plinio il Vecchio osserva che morì sotto il regno di Augusto (Storia Naturale IX.39, X.23). Quasi tutti gli scritti di Nepos sono andati perduti, ma molti accenni a loro sopravvivono nelle opere di altri autori: 
        - Catullo allude alla "Chronica", un'epitome della storia universale, nella sua dedica a Nepos.
        - Ausonio lo menziona anche nella sua XVI Lettera a Probo,
        - Aulo Gellio nelle Noctes Atticae (XVII.21). "Probabilmente un riassunto cronologico che includeva la storia delle nazioni esterne e di Roma", si pensa sia stato scritto in tre libri e conteneva probabilmente "modelli di imitazione, tratti dai primi romani, la cui semplicità contrastava con il lusso" dell'era di Nepos."
        - lettere a Cicerone;
        - vita di Catone il Vecchio; Una biografia completa di Catone il Censore, dal quale Aulo Gellio disegna un aneddoto di Catone (IX.8).
        - De viris illustribus, vite parallele di illustri romani e stranieri, in sedici libri.
        - Epistulae ad Ciceronem, un estratto di cui sopravvive Lactantius ( Divinarum Institutionum Libri Septem III.15).
        - Plinio il giovane menziona versi scritti da Nepos.
        La sua unica opera superstite è l' Excellentium Imperatorum Vitaece è solo una parte del "De Viris Illustribus" di Nepos, "contenente originariamente" descrizioni di re, generali, avvocati, oratori, poeti, storici e filosofi stranieri e romani ". Apparve nel regno di Teodosio I, come opera del grammatico Emilio Probo, che lo presentò all'imperatore con una dedica in versi latini. Afferma che è stato il lavoro di sua madre o suo padre (i manoscritti variano) e suo nonno. Nonostante le ovvie domande (come il perché la prefazione indirizzata a qualcuno di nome Atticus quando il lavoro era presumibilmente dedicato a Teodosio), nessuno sembrava aver dubitato della paternità di Probus. Alla fine Peter Cornerus ha scoperto in un manoscritto delle lettere di Cicerone le biografie di Catone e Attico. Li ha aggiunti alle altre biografie esistenti, nonostante il fatto che lo scrittore parli di se stesso come un contemporaneo e amico di Attico, e che il manoscritto portava il libro ultimo di Cornelio Nipote. Finalmente l'edizione di Dionisio Lambinus del 1569 recava un commento che dimostrava sul piano stilistico che il lavoro doveva essere solo di Nepos, e non di Emilio Probus. Oggi si pensa opera di Nepos, ma che Probus abbreviasse le biografie quando aggiungeva la dedica dei versi. La vita di Attico, tuttavia, è considerata la composizione esclusiva di Nepos.

        Cornelio Severo -
        AULO CORNELIO CELSO
        poeta epico ai tempi di Augusto, menzionato a Quintiliano e Ovidio. Quintiliano attesta un'epopea sulle guerre siciliane, Bellum Siculum, e Ovidio si riferisce a un lungo poema sugli antichi re di Roma, che potrebbero essere Res Romanae, che esiste solo nelle citazioni di altri autori. Seneca ne citò venticinque righe sulla morte di Cicerone, che si trova nell'Oxford University Press Oxford Book of Latin Verse (1912 ed.). 

        Aulo Cornelio Celso -
        celebre scrittore latino in medicina, probabilmente durante la prima parte del I secolo dc.

        - Cornelio Toscano -
        uno storico di cui parlava Lucio Annae Seneca, che accusò Mamercus Emilio Scauro di majestas nel 34 d.c.

        Cornelio Fusco -
         generale romano e sostenitore di Vespasiano.

        - Cornelio Fusco -
         probabilmente figlio del generale, scritto dal giovane Plinio.

        - Cornelio Martialis -
        servito nell'esercito di Tito Flavio Sabino, e perito nel rogo del Campidoglio, nel 69 d.c.

        Cornelius Laco -
        prefetto della Guardia Pretoriana sotto l'imperatore Galba, dal 68 fino alla sua morte, il 15 gennaio del 69. Laco aveva aderito in seguito al suicidio del precedente imperatore Nerone, sostituendo Gaius Ophonius Tigellinus come capo della Guardia.
        Galba, ormai vecchio, era nelle mani di Laco, di Tito Vinius,  console collega di Galba, e del liberto di Galba, Icelus Martianus. Per questo il nuovo imperatore così impopolare, che il 15 gennaio 69 Marcus Salvius Otho fu proclamato Imperatore al suo posto. Galba fu assassinato e Laco bandito su un'isola dove fu poi assassinato dai soldati di Otho.

        Publio Cornelio Tacito -
        uno dei più celebri tra gli storici romani, che raccontò il I sec. dell'Impero.

        - Aulo Cornelio Palma Frontonio -
        console nel 99 e 109 d.c., legato pretoriano al governatore d'Asia sotto Domiziano. nel 99 divenne governatore della Hispania Tarraconensis, poi della Siria e sotto Traiano, annessa Nabatea nel 106, contribuì a creare la provincia romana dell'Arabia Petraea. Nel 109 console una seconda volta.
        Fu apprezzato da Traiano per le sue capacità amministrative e militari, meno da Adriano che lo fece mettere a morte nel 118, dopo la morte dell'imperatore.

        - Servio Cornelio -
        LUCIO CORNELIO PUSIO
        giurista ai tempi di Adriano (117-138).

        Lucio Cornelio Pusio Annius Messalla -console suffectus nel 72 o 73 d.c. collega di Plotius Pegasus. Originario di Gades, con residenza a Tibur. Senatore sotto la dinastia dei Flavi, prima un "quatraviri viarum curandorum", poi tribuno militare con la Legio XIV Gemina di stanza nella Britannia romana, poi questore, tribuno plebeo e pretore, comandante della Legio XVI Flavia Firma, "'epulonum Septemviri ", governatore proconsolare dell'Africa o dell'Asia

        Lucio Cornelio Pusio Annius Messala -
        console nel 90 d.c. e figlio dell'omonimo console. Sostituì l'imperatore Domiziano come console sufficiente dal 13 gennaio alla fine di febbraio.del 90.

        Quinto Cornelio Senecio Anniano -
        console suffectus nel 142 d.c. Suo fratello, Proculo, fu console quattro anni dopo. Senatore sotto Antonino Pio, attestato da una singola iscrizione di Carteia in Hispania Baetica. Questore, tribuno della plebe e pretore, console, curatore della Via Latina, comandante della Legio VII Gemina in Hispania Tarraconensis, sacerdote di Ercole, di nuovo a Roma come curatore della Via Appia, governatore della Bitinia e del Ponto.

        Marco Cornelio Frontone -
        (100 - 60) famoso oratore e console suffectus nel 143 d.c. .con Gaio Laberio Prisco come collega, noto come Fronto, era un grammatico romano, un retore e un oratore. Nacque a a Cirta in Numidia. Antonino Pio lo nominò precettore dei suoi figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero. Declinò il proconsolato dell'Asia per motivi di salute. I suoi ultimi anni furono amareggiati dalla perdita di tutti i suoi figli eccetto una figlia. Forse morì di peste. .

        Quinto Cornelio Proculo -
        fratello di Anniano, fu console suffectus nel 146 d.c., forse originario della Hispania Baetica. Il nome intero fu Lucius Stertinius Quintillianus Acilius Strabo Quintus Cornelus Rusticus Apronius Senecio Proculus, in quanto adottato da un Lucio Sterlinio Quintilliano Acilio Strabone, attestato in un'iscrizione creata dalle sue figlie Cornelia Procula e Cornelia Placida. Fu proconsole d'Asia.

        Quinto Cornelio Quadrato -
        IULIA CORNELIA PAULA
        console nel 147 d.c. con il collega Cupressenus Gallus, e fratello dell'oratore. Senatore e comandante della Legio III Augusta in Nord Africa, che lo rese governatore effettivo della Numidia.

        - Gneo Cornelio Severo -
        Nome intero Manio Acilio Glabrione Gneo Cornelio Severo, console nel 152 d.c., sposò Arria Plaria Vera Priscilla.

        Julia Cornelia Paula -
        imperatrice e prima moglie dell'imperatore Elagabalo, dal 219 al 220 d.c., da cui ricevette il titolo onorifico di Augusta e il nome di famiglia "Julia". Poi Elagabalo divorziò da Cornelia Paula per sposare la Vestale Vergine Aquilia Severa e rimosse a Paula il titolo Augusta. Poiché non avevano figli, Cornelia si ritirò dalla vita pubblica e non si sa più nulla di lei.

        Tito Cornelio Celso -
        uno dei Trenta Tiranni (romano) enumerato da Trebellius Pollio nella storia augustea. Secondo alcuni fu un usurpatore che si ribellò contro Gallieno, secondo altri è un'invenzione dell'Historia Augusta. Venne improvvisamente proclamato imperatore da Vibius Passienus, proconsole della provincia africana, e da Fabio Pomponiano, generale della frontiera libica, ma dopo soli sette giorni venne assassinato e il suo corpo venne gettato ai cani..

        Publio Cornelio Saecularis -
        console intorno al 240 d.c. e di nuovo nel 260.


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          LA CLEMENZA DI CERIALE

          Nome: Quintus Petilius Cerialis o Cerealis
          Nascita: 29 d.c.
          Morte: 83 d.c.
          Gens: Petilia
          Professione: Generale genero di Vespasiano
          Consolati: 70, 83


          Ceriale nacque probabilmente in Umbria dal senatore Petilio Rufo; suo fratello più grande potrebbe essere stato Cesio Nasica, che tra il 52 e il 57, al tempo del governatorato in Britannia di Aulo Didio Gallo, sconfisse Venuzio della tribù dei Briganti. Probabilmente fu il figlio del senatore Petilius Rufus, che accusò un amico del principe romano Germanico nel 28 d.c..

          Sposò Flavia Domitilla Minore, la figlia di Vespasiano morta prima del 1º luglio 69, più giovane di lui di almeno dieci anni. Ebbero due figli, Gaio Petilio Firmo, ufficiale della Legio IIII Flavia Felix, e Quinto Petilio Rufo, console nell'83. Ceriale era molto noto per essere un donnaiolo, ed ebbe molte avventure anche durante le sue imprese militari.



          IN BRITANNIA

          Non sappiamo nulla sulla sua carriera giovanile, tranne che fu legato della IX legio Hispana nel 60, durante il governo di Gaio Svetonio Paolino (console e militare romano, famoso per aver sedato la ribellione della regina Boudica - 60/61).

          Questa unità stazionò in due accampamenti, a Longthorpe e a Newton-on-Trent (dove recentemente è stato scoperto un castrum, accampamento romano). Secondo le fonti, questa soffrì pesanti perdite, circa un terzo della sua unità, durante la rivolta della Regina Boudicca.

          I comandanti delle legioni erano di solito ex pretori e, come tali, dovevano essere all'età di trent'anni. Pertanto, Cerialis doveva avere  29 anni, e avere almeno dieci anni in più di sua moglie Flavia Domitilla. Questa era la figlia di Tito Flavio Vespasiano, un generale romano di successo che aveva svolto un ruolo importante nell'invasione romana della Gran Bretagna (nel 43) ed era stato console nel 51. Domitilla era morta prima del 1° luglio del 69, giorno in cui suo padre fu proclamato imperatore in Giudea.

          CERIALE A BATAVIA

          ANNO DEI 4 IMPERATORI

          Gli anni 68-70 videro cinque imperatori: Nerone fu costretto al suicidio nel giugno del 68 e succeduto dal vecchio senatore Galba; il comandante dell'esercito del Reno, Vitellius, si ribellò contro Galba, che fu ucciso dai soldati di Otho (gennaio 69); Otho fu sconfitto dall'esercito di Vitellius, a sua volta sconfitto dall'esercito del Danubio, che si era schierato con Vespasiano di Giudea (ottobre 69). 

          Nel frattempo, le province lungo il Reno, Germania Superiore e Germania Inferiore, si ribellarono (69 agosto), e un Julius Sabinus si era dichiarato imperatore (70 gennaio). Cerialis aveva pertanto un compito non indifferente.

          Durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone nel 68, le legioni del Danubio, comandate da Antonio Primo, si erano schierate con Vespasiano, invasero l'Italia e sconfissero l'esercito di Vitellius (15 - 69). 

          Ma quest'ultimo malgrado la sconfitta nella II battaglia di Bedriaco (24 ottobre 69) era ancora potente a Roma, e la maggior parte dei parenti di Vespasiano lasciarono Roma. tra questi Ceriale, che si era travestito da contadino, ed era fuggito da Roma verso l'Appennino.



          L'AMICO DI VESPASIANO

          Sull'Appennino Ceriale riuscì a mettere insieme una piccola forza irregolare che riuscì ad occupare la Campania, l'importante regione a sud di Roma. Mentre il suo esercito di quasi 1.000 cavalieri, aveva preso contatto con le legioni di Marco Antonio Primo, favorevoli a Vespasiano, e stava avanzando rapidamente verso Roma, un altro parente di Vespasiano, Flavio Sabino, occupò il Campidoglio, ma fu sconfitto e giustiziato. 

          "Gli eserciti di Antonio e Ceriale arrivarono troppo tardi, e quest'ultimo venne ritenuto da alcuni responsabile della lentezza con cui questa si mosse verso la capitale. Giunto a Roma poi, credendo di avere davanti a sé un nemico già allo stremo, affrontò una unità mista di cavalleria e fanteria che al contrario di lui conosceva bene la zona, e che mise in rotta la cavalleria di Ceriale.
          Il comandante di un reggimento, Julius Flavianus, fu catturato, il resto subì un'ignominiosa disfatta, anche se i vincitori non continuarono l'inseguimento oltre Fidenae."
          (Tacito, Storie, 3.79)

          Nonostante tutto ciò le legioni riuscirono ad occupare Roma il giorno dopo. Vitellius fu ucciso nei pressi del Senato e la città fu saccheggiata. Non conosciamo il ruolo di Cerialis, ma Vespasiano lo ricompensò per il suo ruolo nella guerra civile con un consolato negli anni '70, forse in marzo e aprile, il che significa che suo genero aveva combattuto bene.

          BATTAGLIA NAVALE DEI ROMANI CONTRO I BATAVIANI

          L'ABILITA' DI CERIALE

          Diversi storici gli hanno dato addosso, ritenendolo una specie di raccomandato di Vespasiano in quanto suo genero. Una critica su cui non concordiamo per i seguenti motivi:

          1) Vespasiano non era tenero neppure coi figli quando si trattava di combattere. Mandò Tito a sconfiggere gli ebrei in una impresa difficilissima. figuriamoci se era indulgente col genero.

          2) Vespasiano aveva conosciuto Ceriale nelle guerre britanniche e se aveva stretto amicizia con lui era perchè aveva apprezzato le sue ottime capacità di generale e la sua lealtà, al punto che poi gli aveva concesso la mano di sua figlia.

          3) Le figlie venivano sposate in genere per ragioni di ottenimento di favori, ma non era il caso di Ceriale che aveva lo stesso ruolo di Vespasiano ma meno ascendente sulle truppe. E' evidente che il futuro imperatore aveva gli concesso di sposare sua figlia unicamente per stima e amicizia.

          4) Ceriale potè rifiutare (come si vedrà oltre) la richiesta di Domiziano di cedergli il comando delle truppe in quanto sicuro dell'amicizia di Vespasiano, che conosceva sia Petilio che suo figlio, apprezzando di più il primo.



          LA RIVOLTA BATAVA

          Intanto sul confine del Reno, da cui Vitellius aveva portato con sé gran parte degli eserciti della Germania Superiore e della Germania Inferiore, ferveva la rivolta. I Bataviani del Basso Reno, si erano rivoltati nel 69 - 70, insieme ai Trevirani e Sequani (nelle valli della Mosella e del Doubs) e avevano proclamato imperatore Giulio Sabino.

          Ceriale venne inviato dall'imperatore in Germania inferiore a sedare la rivolta del principe romanizzato Gaio Giulio Civile (Vespasiano aveva ancora un potere incerto) e che aveva vinto ben quattro legioni romane. E' chiaro che Vespasiano riponeva grande fiducia in lui.

          TOMBA DI UN CANNANEFATE
          Petilio, a capo delle legioni VIII Augusta, XI Claudia, XIII Gemina, XXI Rapax e II Adiutrix, traversò le Alpi, approfittando della mancata guardia dei valichi riunendosi ancora con le truppe della Britannia, un distaccamento della XIIII Gemina, e dalla Hispania, oltre alla I Adiutrix e alla VI Victrix.

          Sembra che Domiziano, il figlio di Vespasiano, chiedesse a Ceriale il comando delle legioni che stavano sconfiggendo Civile onde gloriarsi una vittoria in realtà già ottenuta da Ceriale, o forse per prendere il potere. Ceriale rifiutò, scartando la richiesta come la fantasia di un ragazzo. 

          Nel 70, Julius Civilis aveva raccolto Frisi, Cananefati, Cugerni di Xanten, Ubiani di Colonia, alcuni Tungriani di Tongeren, Nerviani, e nel sud, Lingoni e Treviriani. 

          Da quando Civile aveva attaccato Xanten, era certo che i romani gli avrebbero inviato contro un forte esercito.

          Ceriale, prima di essere stato il genero di Vespasiano, era stato suo compagno nella guerra britannica, dove aveva già incontrato Giulio Civile.

          "La forza di spedizione era costituita dalla vittoriosa VIII legione Augusta, dall'XI Claudia e dalla XIII Gemina, dalla XXI Rapax (che era stato uno dei sostenitori di Vitellius) e, tra le legioni recentemente reclutate, dalla II Adiutrix. 

          Tutte queste legioni furono guidate attraverso le Alpi dai passi del Gran San Bernardo e del Mont Genevre, anche se parte dell'esercito prese il Piccolo San Bernardo. La XIV legione Gemina fu convocata dalla Gran Bretagna, e la VI Victrix e la I Adiutrix dall'Ispania". 

          (Tacito, Storie, 4,68)

          Non tutte queste legioni combatterono. L'VIII si recò dall'Italia a Strasburgo a protezione dell'attraversamento del Reno. L'XI fu lasciata a Vindonissa (Windisch) in Germania Superiore. Le legioni britannica e le due legioni spagnole dovettero prima combattere alcune rivolte in Gallia.

          Pertanto, per i denigratori di Ceriale, secondo cui Vespasiano gli avrebbe assurdamente concesso un grande esercito perchè lo riteneva poco capace, il suo esercito era solo di tre legioni, II Adiutrix, XIII Gemina e XXI Rapax. 

          Comunque  l'esercito dell'alleato di Civilis Julius Tutor disertò prima dell'arrivo di Ceriale, e gli ex legionari al servizio di Civilis insieme alle due legioni che avevano capitolato, I Germanica e XVI Gallica, fecero lo stesso. Allora Marco Petilio avanzò a Magonza, dove trovò le legioni IIII Macedonica e XXII Primigenia (70 maggio).

          Intanto tre eserciti minacciavano Treviri:

          - le due legioni che erano tornate dalla parte romana: la VI Victrix,
          - la prima Adiutrix di Hispania, 
          - la XXI Rapax di Cerialis da est.

          Poiché Giulio Civilis inseguiva i guerriglieri di Claudio Labeo, i trevirani erano soli, cercarono di fermare i romani presso Rigodulum (Riol), ma vennero sconfitti. Il giorno dopo, Cerialis entrò a Treviri. Qui incontrò la I Germanica e la XVI Gallica, fu clemente con loro, con i Trevirani e con i Lingoni, punendo solo coloro i colpevoli di tradimento.

          Intanto Julius Civilis e ai suoi alleati Julius Tutor e Julius Classicus fecero un attacco a sorpresa di notte a Treviri riuscendo a penetrare nel campo nemico, ma le tre legioni romane per il grande addestramento e disciplina riuscirono ad avere la meglio. Fu la battaglia decisiva della guerra e da allora Cerialis iniziò a ricostruire il confine del Reno.

          Civilis, sapendo che Colonia si era ribellata a lui e aveva ucciso le tribù dei Frisoni e dei Chauci, e che le tre legioni di Cerialis avanzavano verso nord, si diresse a settentrione, soprattutto perché sapeva che la XIV legione Gemina si era imbarcata sulle sue navi in Gran Bretagna e poteva sbarcare sulla costa sabbiosa dell'Olanda.

          Qui i Cananefate avevano distrutto una parte della marina romana, ma la XIV legione era già sbarcata a Boulogne e stava marciando attraverso Belgica fino a Colonia. Civilis raccolse il suo esercito e occupò Xanten. Subito accorse Cerialis con la XXI Rapax, la II Adiutrix, e i nuovi arrivati: la VI Victrix, e la XIV Gemina.

          MONUMENTO ALLA VITTORIA DELLA VI VITRIX
          I due comandanti erano separati da una vasta distesa di terreno paludoso, per cui Civilis aveva edificato una diga sul Reno per trattenere il fiume e farlo poi inondare a suo piacimento. Così lo fece inondare e mentre i legionari avevano carichi pesanti di armature e zaini, i Bataviani e i loro alleati conoscevano i fiumi e le sue secche, e avevano carichi leggeri che potevano innalzare al di sopra del livello delle acque.

          Il giorno dopo, la battaglia ricominciò, ma stavolta i Romani riuscirono a vincere i Bataviani e i loro alleati. Julius Civilis, dovette tornare all'isola dei Bataviani. È stato scoperto un monumento della VI Victrix eretto per commemorare la propria vittoria.

          Ceriale continuò a ricostruire il confine. La XIV legione fu inviata a Magonza, dove si unì alla I Adiutrix; la X Gemina, che era arrivata da Hispania subito dopo la battaglia, prese il suo posto nell'esercito di Ceriale a Xanten. La IIII Macedonica e la XVI Gallica, che si erano disonorate, ricevettero nuovi nomi (IIII Flavia Felix e XVI Flavia Firma) e furono inviate in Dalmazia e Siria. 

          La I Germanica, responsabile dell'assassinio del generale Gaio Dillius Dillius Vocula, fu sciolta e venne aggiunta alla VII Gemina in Pannonia. La XXII Primigenia, la legione di Vocula, fu premiata. La V Alaudae e XV Primigenia, che erano state distrutte a Xanten, non furono mai ricostituite.

          Civilis si era ritirato sull'isola, aveva raso al suolo la capitale bataviana Nijmegen, e aveva distrutto il molo costruito da Druso, il figliastro di Augusto, nel 13 a.c..

          Cerialis non poteva traversare il fiume finchè non fossero state costruite le navi, intanto i suoi soldati sorvegliavano il fiume. La VI e la XXI legione furono inviate a Neuss e Bonn, la XXII Primigenia arrivò da Magonza a Xanten; la II iniziò a costruire un ponte a Nimega, la X andò ad Arenacium. A Grinnes e Vada stazionarono le unità ausiliarie, non identificate.

          I Romani si occuparono della ricostruzione della Renania. Julius Civilis tentò di attaccare contemporaneamente quattro campi ma Cerialis arrivò rapidamente, e Civilis dovette nuotare attraverso il Reno per salvarsi la vita.

          Poco dopo, i Bataviani con un colpo a sorpresa furono in grado di trainare la nave ammiraglia romana di nuova costruzione durante un raid a sorpresa, ma Cerialis non era a bordo. La nave fu inviata come dono alla profetessa bructeriana Veleda, l'anima della rivolta batava.

          L'offesa andava ripagata e Cerialis devastò duramente l'isola dei Bataviani, utilizzando lo stratagemma di lasciare intatte le terre e le fattorie di Civilis per creare sospetti su di lui. Ma era entrato l'autunno, e le ripetute piogge gonfiarono i fiumi che inondarono l'isola paludosa.

          Il resoconto di Tacito si interrompe quando giunge ai negoziati tra Ceriale e Civile, che si sono svolti su un ponte semidistrutto nel Betuwe dove venne ripristinata la vecchia alleanza tra Roma e i Bataviani, che non furono costretti a pagare le tasse, ma che dovettero fornire otto unità ausiliarie.

          Molti giovani bataviani erano morti per seguire Civilis, e la capitale batava di Nimega era stata distrutta. Agli abitanti fu ordinato di ricostruirla a due km a valle in un luogo in cui non poteva essere difesa mentre i resti della città vennero usati dalla II Adiutrix per farne un fortino, sostituita però entro tre o quattro anni dalla X legione che era di stanza a Nimega-Hunerberg.

          Non sappiamo più nulla del destino di Civilis, se potè invecchiare tranquillo o se ebbe, nonostante le assicurazioni, la "punizione di un criminale" che Munius Lupercus gli aveva promesso quando i Bataviani assediarono Xanten e cioè la crocefissione.



          IL GOVERNATORE 

          In quanto a Ceriale, nel 71 divenne governatore della Britannia, portando con sé la fedele II Adiutrix. Fu aiutato da Gneo Giulio Agricola, comandante della XX Valeria Victrix. 

          EBORACUM
          Ceriale condusse una campagna militare contro i Briganti in Inghilterra settentrionale ponendo per la prima vota una fortezza legionaria ad Eboracum.

          Nel 74 Ceriale lasciò la Britannia e tornò a Roma, dove rivestì la carica di console suffetto per la seconda volta. 

          Mantenne poi il suo favore anche da parte di Tito, il successore di Vespasiano, tanto è vero che nell'83 divenne console per la terza volta, come collega di rango inferiore dell'imperatore Domiziano. Dopodichè non se ne hanno più notizie. .


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          PORTA NIGRA
          AUGUSTA TREVERORUM, ovvero "la città di Augusto, nel paese dei Treveri" venne fondata dai romani sulle rive del fiume Mosella nel territorio della tribù gallica dei Treveri della Gallia Belgica. In epoca imperiale la popolazione arrivò a circa 80.000 abitanti, tanto da essere considerata la più grande città a nord delle Alpi.

          RICOSTRUZIONE DI AUGUSTA TREVERORUM (by https://jeanclaudegolvin.com)

          CESARE

          Il piccolo insediamento originario potrebbe essere, quindi, sorto alcuni anni dopo la conquista romana della Gallia ad opera di Gaio Giulio Cesare, probabilmente su un primo insediamento militare che controllava tutta la vicina vallata a Petrisberg. 

          LA PLANIMETRIA (INGRANDIBILE)
          Treviri confinava col territorio dei Belgi Atuatuci a nord; con il territorio dei Vangioni, dei Nemeti e dei Germani Ubiad est; con il territorio dei Mediomatrici a sud; con il territorio dei Belgi Remi ad ovest.

          Nel 54 a.c., Cesare, saputo che i Treveri non partecipavano più alle riunioni comuni dei Galli, ma  invece mantenevano buoni rapporti con i Germani d'oltre Reno, temendo stessero preparando una rivolta, decise di muovere contro di loro con quattro legioni ed ottocento cavalieri.

          Giunto sul posto Cesare chiese a Induziomaro, capo della tribù germanico-gallica dei Treveri, numerosi ostaggi tra i suoi familiari, mentre a Cingetorige, fedele al popolo romano, a cui Induziomaro aveva confiscato le proprietà, affidò il comando su Treviri. 

          Poi l'eduo Dumnorige, che aveva terrorizzato i nobili della Gallia sostenendo che Cesare li avrebbe trucidati una volta sbarcati in Britannia, venne messo a morte per ordine di Cesare onde evitare sentimenti di rivolta tra i Galli.

          TERME DI DIOCLEZIANO
          Prima che terminasse l'inverno, il legato Tito Labieno fu nuovamente attaccato dai Treveri, guidati da Induziomaro. Fortuna e abilità consentirono tuttavia al legato di battere un nemico nettamente più numeroso e di ucciderne il capo:

          «Tito Labieno, che non usciva dal campo, che era ben difeso sia dalla natura del luogo sia dalle fortificazioni romane, si preoccupava che non gli sfuggisse un'azione di valore, egli trattenne i suoi dentro l'accampamento, cercando di dare l'impressione che i Romani avessero paura e poiché Induziomaro si avvicinava al campo romano ogni giorno con crescente disprezzo, Labieno fece entrare numerosi cavalieri alleati di notte nel campo, frattanto, come faceva tutti i giorni, avvicinatosi al campo Induziomaro, i cavalieri galli scagliarono dardi sui Romani provocandoli a combattere, dai Romani non giunse nessuna risposta al nemico gallo quando parve il momento di allontanarsi al calar della sera, velocemente Labieno ordina ai suoi di far uscire dalle due porte del campo tutti i suoi cavalieri, ed ordina che una volta terrorizzati e messi in fuga i nemici cerchino Induziomaro e di ucciderlo, non badando ad altri, promettendo grandi ricompense, la fortuna confermò i suoi piani e Induziomaro viene preso mentre stava guadando il fiume ed ucciso, e la sua testa venne portata al campo romano.»

          (Cesare, De bello gallico, V, 57-58.)

          IL PONTE ROMANO
          Pochi i reperti archeologici emersi fin'ora, tra cui terra sigillata (o terra aretina) e un grande frammento di legno databile al 30 a.c. circa, forse relativo alla costruzione della strada che Marco Vipsanio Agrippa (63 - 12 a.c.) fece edificare durante il suo primo governo della provincia delle Gallie negli anni 39-38 a.c. Inoltre risale al 17 a.c. il primo ponte romano sulla Mosella dove sicuramente prima c'era solo un guado.

          TERME DI DIOCLEZIANO

          AUGUSTO

          Nel 27 a.c. Augusto, ordinò il primo censimento nelle province galliche, alla fine del quale nel 12 a.c. fu fondato a Lugdunum ( Lione) un Altare di Roma e Augusto (Ara Trium Galliarum) per ricordare l'evento. 

          TOMBA ROMANA FRATELLI L. SECUNDINIUS AVENTINUS E 
          L. SECUNDINIUS SECURUS
          Sembra che Augusta Treverorum sia stata fondata fondata da Augusto nel suo soggiorno in Gallia nel 16 a.c., presso un insediamento militare risalente al 30 a.c. circa, tenendo conto che Marco Vipsanio Agrippa fu governatore delle Gallie per la seconda volta nel 19 a.c. e che Augusto soggiornò nelle Gallie dal 16 al 13 a.c.

          La città divenne capoluogo della provincia romana della Gallia Belgica e colonia romana sotto l'imperatore Claudio, il che fece di Treviri una delle città più antiche del territorio tedesco. 

          Infatti i primi reperti archeologici appartengono a questo periodo, tanto più che i pali di fondazione del primo ponte in legno sulla Mosella risalgono al 18-17 a.c.

          Sono poi stati rinvenute iscrizioni sui nipoti di Augusto, Lucio Cesare e Gaio Cesare, morti nel 2 e nel 4 d.c., il che prova che entro la fine del regno di Augusto alcune strutture urbane erano già state edificate, dal momento che dovevano essere state apposte nel Forum cittadino.
          Augusta Treverorum crebbe, quindi, in popolazione e prosperità, come dimostrato dai ritrovamenti archeologici di tombe e corredi funerari.

          Treviri fu infatti il centro di una via commerciale tra suolo italico e Renania, dove erano presenti numerose fortezze legionarie con le truppe ausiliarie del vicino limes renano.

          Per questo Claudio decise di costruire un ponte in pietra sopra la Mosella, a dimostrazione dell'importanza raggiunta dalla città.

          Nel I secolo la griglia stradale formata da cardo e decumano misurava 70-100 metri di larghezza e 100 di lunghezza. Al centro della città, a metà tra il decumano massimo ed il cardo massimo, vi era il forum, ampliato poi da Vespasiano, fino a misurare 140 x 278 metri. 

          A sud del centro urbano, alla periferia della città, nei pressi della Mosella, sorsero varie officine per la produzione di ceramica (terra sigillata) e numerose altre imprese tessili, metallurgiche e della produzione del vetro, che si servivano del vicino corso d'acqua per il trasporto merci. Inoltre nella zona si estraevano argento, oro ed altri metalli.

          LE TERME ROMANE

          VESPASIANO

          Durante la crisi del 68-69, anno dei 4 imperatori, Augusta Treverorum sostenne dopo Galba e Vitellio un'alleanza con i Lingoni e i Batavi per riconquistare l'indipendenza dall'Impero romano.

          La rivolta fu però soffocata nel sangue da Quinto Petilio Ceriale, schierato dalla parte di suo suocero Vespasiano (69-70). La città, come riferisce Tacito, venne tuttavia risparmiata dal saccheggio e non risultano sanzioni per la rivolta, anche se nel 69 vi fu un grosso incendio in città. 

          L'ANFITEATRO ROMANO
          Risalgono al l secolo il foro di Augusta, le prime terme (80 d.c. circa), un teatro ed un anfiteatro (la cui arena era di 70,5 × 49 metri) che, attorno al 100 d.c., sostituì le panchine di legno con strutture in pietra, e che poteva contenere circa 18.000 spettatori. Ciò dimostra chiaramente quanto fosse ormai divenuta importante la città, in concorrenza con le vicine città di Castra Vetera e Colonia Claudia Ara Agrippinensium.

          La cinta muraria invece risale alla fine del II secolo (170 - 180) in seguito allei invasioni dei germani d'oltre Reno, di cui resta il capolavoro della Porta Nigra ovvero la porta nord della città con pietra proveniente dalle cave di zona che però rimase incompiuta. 

          PLASTICO DELL'ANFITEATRO
          Le mura misuravano ben 6.418 metri di lunghezza, racchiudendo al suo interno un'area di 285 ettari e furono costruite con scisti, ciottoli e malta internamente, mentre all'esterno vennero usati arenaria e blocchi di pietra calcarea. 

          Le mura erano un altro capolavoro, alte ben 6,20 metri, in profondità nel sottosuolo per 3 metri e larghe fino a 4 metri, dove potevano transitare due carri in senso opposto. L'intero perimetro era, inoltre, accompagnato da un totale di 48-50 torri. E sempre nel II secolo (tra il 144 ed il 155), l'Imperatore Antonino Pio ordinò la costruzione di un nuovo e più robusto ponte sul Reno, accanto al vecchio di Claudio. .




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          Detta anche Casa del Sacello Iliaco, affrescata nel Secondo stile, risale all'incirca all'80-20 a.c.
          Si accede da Via dell'Abbondanza, con ingresso a destra.

          L'ingresso alla casa conserva ancora l'architrave con cornice a dentelli, risalente a una antica fase decorativa del I Stile, di cui sono testimonianza anche i pavimenti in cocciopesto, conservati fino al momento dell'eruzione nel corridoio a lato del tablino e nella stanza (e).
           
          Nonostante lo stato di incompiutezza in cui ci sono giunti, gli ambienti affacciati sull'atrio conservano ampie parti della decorazione di IV Stile. 

          Nel grande triclinio (c), piccoli quadretti raffiguranti nature morte erano inseriti al centro delle pareti ovest e nord, mentre di grande interesse è la parte superiore della decorazione, conservata nel piccolo ambiente posto a fianco del tablino (e). 

          Nella stanza va probabilmente riconosciuto il sacrarium della casa, dove avevano luogo le cerimonie collegate al culto privato. 

          Questo si comprende, oltre che dall'angustia dell'ambiente, dal bellissimo ciclo decorativo riprodotto nella lunetta.

          Qui Selene, nel medaglione al centro della volta compie la sua visita a Endimione. Apollonio Rodio, come tanti poeti, narra che Selene si innamorò perdutamente di questo bellissimo mortale, tanto dai chiedere al padre degli Dèi di concedergli un'eterna giovinezza di modo che lei non sarebbe mai stata costretta a smettere d'amarlo. 

          Secondo un'altra narrazione invece, osservando l'amato con commossa ammirazione mentre egli dormiva inconsapevole all'interno di una grotta nei pressi della città di Mileto, Selene pregò ardentemente Zeus di mantenerlo eternamente in quello stato.

          Come che sia, in entrambi i casi il desiderio venne esaudito e Endimione sprofondò in un sonno ed una giovinezza eterna. Ogni notte Selene scendeva dall'alto dei cieli per fargli visita, là ove egli continuava a dormire; ma non si sa come Selene durante questo sonno ottenne una certa collaborazione dall'amato, perchè da lui ebbe ben 50 figlie.

          IL LARARIO
          Queste cinquanta figlie vengono però da alcuni studiosi equiparate ai 50 mesi che debbono trascorrere da un'edizione dei giochi olimpici antichi all'altra, ma cinquanta erano pure le nereidi e così via.
          Altra scena raffigurata nel larario è il Ratto di Ganimede, il principe troiano fanciullo che Omero descrive come il più bello di tutti i mortali del suo tempo. Nel mito viene rapito da Zeus in forma di Aquila divina per poter servire come coppiere sull'Olimpo.

          Ma la storia riguarda il discutibile costume sociale della pederastia greca, visto il rapporto, di natura anche erotica, istituzionalmente accettato tra un uomo adulto e un ragazzo. In latino era detto Catamitus, il giovinetto che assumeva il ruolo di partner sessuale passivo-ricettivo.

          DETTAGLI DEL LARARIO
          Alcune scene del ciclo troiano del fregio in stucco della zona superiore mostrano il duello mortale fra Achille ed Ettore, con la tragica fine di quest'ultimo. Secondo alcuni le raffigurazioni indicherebbero che il proprietario della dimora desiderava eroicizzare le origini della propria famiglia, ricollegandole con quelle di Roma.

          A noi la tesi sembra un po' azzardata perchè vantare antenati troiani fu ambizione da un lato della familia Iulia, attraverso però origini divine (Venere e Anchise), da un lato di tutto il popolo romano. I romani quando non si sentivano figli di Marte si sentivano figli dei troiani. 

          La scoperta di una serie di piccole colombe in alabastro testimonia che il sacrarium era anche destinato al culto di Venere. Ma Venere fu la genitrice di Enea, non a caso Cesare le dedicò un tempio come Venere Genitrix. Vantarsi di una simile discendenza non era pertanto una distinzione, in quanto appannaggio di tutti i romani.

          Viene da pensare invece che il proprietario dell'abitazione fosse persona molto colta, e qualsiasi buona educazione culturale non poteva prescindere da Omero.

          Un grande impegno decorativo era stato riservato durante la fase tardo-repubblicana agli ambienti affacciati sul loggiato prospiciente il giardino, l'oecus (p) e il cubicolo (q), che mostrano una stretta 
          affinità d'impianto con settori riservati allo studio e alla lettura presenti in alcune residenze di lusso costruite in quegli stessi anni a cavallo delle mura, quali la Casa con Biblioteca (VI, 17, 42).

          DETTAGLI DEL LARARIO
          II primo ambiente, noto come «Sala degli Elefanti», pavimentato con un elaborato mosaico diviso in due parti da una soglia con decorazione a tralci vegetali, mostra su tre pareti resti di una megalografia; sul lato di fronte all'ingresso erano due giganteschi elefanti disposti araldicamente ai lati di un candelabro e guidati da due Amorini che usavano come redini rami di mirto, la pianta sacra
          a Venere. 

          La casa prende nome da un sacello, o larario che si ispira al mito troiano di Achille, sacello che è posto all'angolo sud - ovest dell'atrio. Particolare del sacello, dccorato finemente a stucchi bianchi, su un fondo con colori di azzurro, rosso, blu, grigio e giallo.

          Il soggetto è da interpretare come un'allegoria della potenza della divinità. Nella parte che decora la parete settentrionale, giuntaci purtroppo in pessimo stato di conservazione, è raffigurato un momento di vita intellettuale: due personaggi ammantati, seduti su seggi, sono profondamente assorti ai lati del globo celeste alla presenza di una Musa identificata con Urania.

          LA SALA DEGLI ELEFANTI
          In essi possono essere identificati Arato, l'autore dei Fenomeni, la cui opera, ripetutamente tradotta in Iatino, era molto apprezzata nel periodo di esecuzione della pittura,e lo stesso proprietario della casa, ritratto come astronomo. 

          La parete occidentale della sala, di minore lunghezza perché interrotta da due ingressi, era occupata da un dipinto raffigurante una Musa seduta con un rotolo in mano, in cui va riconosciuta Clio, la protettrice degli studi storici. 

          La ricca decorazione pavimentale a esagoni rossi e le pareti a grandi pannelli dello stesso colore indicano che il piccolo cubicolo (q), comunicante con la sala tramite una stretta porta, era l'ambiente di riposo più importante della casa; agli incontri amorosi che in esso dovevano svolgersi alludono esplicitamente le due scenette dionisiache di carattere erotico che decorano la parte superiore dell'alcova all'altezza dei piedi del Ietto. 

          Ci sono anche prove che oltre ai santuari domestici alcune case contenevano sacrarie dedicate (stanze del santuario) collegate a specifiche forme di culto. Secondo Fabrizio Pesando, la casa del Santuario di Ilion utilizzava dipinti e stucchi nel sacrario per mettere in chiaro "riferimenti alla pietà dell'occupante, all'esaltazione delle loro presunte origini e alla celebrazione dello spirituale". 

          PAVIMENTO DELLA SALA DEGLI ELEFANTI
          Nell'apice del soffitto a volta del santuario Iliaco dove troneggia il medaglione raffigurante il rapimento di Ganimede, vine interpretata come un'immagine mitologica associata all'apoteosi e all'immortalità. 

          Le rappresentazioni di questo tema erano comunemente poste al soffitto e la sua presenza qui è coerente con l'opinione di Pesanado secondo cui il sacrario era usato per il culto, forse in riferimento alle origini Troiane o familiare dei Troiani. 

          Questa vista è sostenuta da pitture murali e pannelli in rilievo in stucco che raffigurano racconti omerici venerando Ettore, che è anche pensato per essere l'eroe-protettore divinizzato della casa.



          LA FINTA PORTA

          "La casa come santuario ha generato sicurezza tra i suoi abitanti e rispettosa osservanza tra coloro che l'hanno visitata. Ciò è stato possibile grazie ad un complesso mix di motivi apotropaici e catartici che iniziava all'ingresso con immagini come tondi di leone, pitture murali di vittorie alate e mosaici pavimentali che rappresentavano immagini come cani da guardia o ancore di navi. 

          Altre metafore dei santuari sono state inserite in santuari interni (lararia), immagini ancestrali (imagines clipeatae), sale dedicate ai santuari (sacraria), giardini murati (paradeisoi), acquasantiere (ninfeo), e, la più prolifica di tutte, sale contenenti affreschi raffiguranti divinità, miti e santuari. 

          Questo ambiente altamente feticista fungeva da porta d'accesso ad un mondo metafisico abitato da un'impressionante schiera di divinità, divinità, eroi e antenati di famiglia, tutti regolarmente chiamati, attraverso atti votivi, a proteggere e sostenere la casa e i suoi occupanti. 

          Mentre la funzione apotropaica ed escatologica di quanto sopra è parzialmente compresa, l'uso della pittura murale per svolgere una funzione simile in un contesto domestico è passato in gran parte inosservato. 

          Ciò è attribuibile alla loro designazione post-scoperta che collegava quasi interamente i dipinti al concetto di decorazione, nonché ad atteggiamenti post-cristiani che favorivano la chiesa e non la casa come luogo di culto primario. 

          Il suo inverso nella cultura pagana richiedeva che la casa fosse un ambiente spiritualmente carico e quindi sia una dimora catartica che sicura. Nel caso della casa romana, ciò è stato realizzato principalmente attraverso alcune delle tecniche pittoriche più sofisticate che siano mai esistite. 

          Gli artisti che li hanno sviluppati hanno realizzato una transizione psicologicamente perfetta tra spazio architettonico e spazio illusionistico, il cui aspetto simile non è stato eguagliato fino all'avvento della realtà virtuale generata al computer duemila anni dopo.


          Negli ultimi anni si è scritto molto sulle case romane di proprietà dell'élite politica o mercantile. La maggior parte di questi testi si è concentrata sul modo in cui questo strato della società ha utilizzato le proprie case sia in contesti pubblici che privati. 

          Per "pubblico" in questo caso si intende di solito una qualche forma di transazione commerciale, di impegno politico o di mecenatismo pubblico, mentre per "privato" si intendono quelle parti della casa che incorniciano le relazioni condotte tra familiari, amici intimi o eguali sociali. 

          Questa doppia lettura della casa romana deriva in gran parte da testi antichi. 

          Il suo impatto sulla percezione della pittura murale romana, in particolare per quanto riguarda lo status sociale e culturale, è esaminato in "The House and its Double", e criticato sotto la voce che il suo uso quasi esclusivo di materiale testuale ha distorto altre forme di evidenza materiale. 

          Il risultato finale di questa distorsione era che i dipinti collocati in aree "pubbliche" sembravano essere sinonimo di ambizione politica ed economica, mentre quelli in spazi "privati" si concedevano ad un'esposizione edonistica. 

          L'esposizione, al contrario dell'impegno concettuale o estetico, è alla base di gran parte della letteratura che ha sostenuto, per alcuni teorici, la mera presenza della pittura murale come indice di lusso e il tentativo di acquisire uno status. 

          Questo approccio evita approfonditi studi iconologici che mettono in discussione questa visione prevalentemente di derivazione letteraria dei dipinti murali. 
          Questo capitolo capovolge questo pregiudizio ed esamina da vicino l'iconologia, per vedere cosa ci dice di coloro che hanno commissionato i dipinti murali e che hanno vissuto tra di loro."


          LE ISCRIZIONI

          Come riferisce Della Corte, 4 graffiti vennero trovati sulle parete est del largo salone scritti ad altezza d'uomo sopra una parete pitturata di rosso/cinnamon dell'estremo sud:

          Idibus Martia(s!) / in sumptum sumpsi [CIL IV 8013]

          Sembra essere la data di un contratto debitorio per far fronte ad alcune spese (in sumptum).

          XI XV Ka(lendas) Maias [CIL IV 8014]
          Solo una data.

          VII Idus Novem(bres) asseres(!) IIII / Tertius [CIL IV 8015]

          Il terzo, invece, allude a quattro piccole travi o pali (asseres), di cui un servo (?) Tertius, tiene il conto.

          XI K(alendas) Iulias / man() [CIL IV 8016]
          E' vago ad eccezione della data.

          Sulla stessa parete, ma in cima allo zoccolo, sotto la raffigurazione dei due grandi elefanti, c'era un graffito che Della Corte riproduceva in facsimile.


          Venustus is fu[3]in[3] Vibrio(?) lone(?)[3] [CIL IV 8017]
          Il nome Venustus, all'inizio dell'iscrizione è abbastanza chiaro, mentre il resto è piuttosto dubbio.
          A noi fa venire in mente la lotta di un gladiatore con una belva nel circo.




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          Nella I guerra punica, che si protraeva da otto lunghi anni tra Romani e Cartaginesi, le forze finivano quasi sempre, tra vittorie e sconfitte, per equivalersi. Roma e Cartagine pertanto potenziarono le loro flotte, ma Roma voleva spostare lo scontro verso Cartagine alleggerendo la pressione sulla Sicilia, mentre i cartaginesi volevano un maggiore controllo del mare intorno all’isola per meglio supportare le truppe di terra che non reggevano l'urto delle legioni romane e che stavano perdendo territori che avevano impiegato secoli a conquistare. Polibio chiamava la Guerra Punica "la guerra per la Sicilia".

          Nell’estate del 256 a.c., narra Polibio "i romani salparono con trecentosessanta navi lunghe coperte e approdarono a Messana" (Messina). Salpati da lì, navigavano avendo la Sicilia a destra e, doppiato il Pachino (odierno Capo Passero), si spinsero fino all’Ecnomo, per il fatto che anche l’esercito di terra si trovava in quegli stessi luoghi.
          I Cartaginesi, salpati con trecentocinquanta navi coperte, si accostarono a Lilibeo (attuale Marsala), e da lì approdarono a Heraclea Minoa (presso Agrigento). Ogni nave romana portava trecento rematori e centoventi soldati di marina, per un complesso di 140.000 uomini. I Cartaginesi potevano contare su circa 150.000 uomini. Si stavano affrontando oltre settecento navi e quasi trecentomila uomini.


          Nell'estate del 256 a.c. i Romani,come narra Polibio:

          «...salparono con trecentosessanta navi lunghe coperte e approdarono a Messana. Salpati da lì, navigavano avendo la Sicilia a destra e, doppiato il Pachino, si spinsero fino all'Ecnomo, per il fatto che anche l'esercito di terra si trovava in quegli stessi luoghi. I Cartaginesi, salpati con trecentocinquanta navi coperte, si accostarono a Lilibeo, e da lì approdarono a Heraclea Minoa
          (Polibio, Storie, I)


          La battaglia di Capo Ecnomo, oggi Poggio Sant'Angelo (Licata), è stata una delle più grandi battaglie navali dell'antichità. Polibio, storico greco vicino al Circolo degli Scipioni, ma pure esperto di arte militare, la definisce "la più grande battaglia navale" dell'antichità.


          Formazione romana:

          La formazione dei romani prevedeva le due navi a sei ordini di remi, con un console a bordo di ciascuna: Lucio Manlio Vulsone Longo e Marco Atilio Regolo (consoli del 256 a.c.) che sostituiva Quinto Cedicio morto in carica.

          Affiancate sulla punta del cuneo erano poste altre due linee di navi in successione e una terza linea a chiudere la base del triangolo. Questa terza squadra doveva trainare e proteggere le navi da trasporto con i cavalli e l'equipaggiamento per l'invasione del territorio cartaginese. Una quarta linea di navi, più estesa della base del triangolo chiudeva la formazione con compiti di retroguardia.


          Formazione cartaginese

          La formazione cartaginese aveva invece tre quarti delle navi su una sola linea spingendo l'ala destra in mare aperto, il restante quarto, piegato ad angolo, formava l'ala sinistra dello schieramento che così veniva ancorato alla terraferma e protetto da attacchi navali da quel lato. Questa ala era comandata da Amilcare (già sconfitto a Tindari), mentre il comando delle navi più potenti e veloci, poste all'estrema ala sinistra che doveva accerchiare la formazione romana, era affidato ad Annone (già sconfitto ad Agrigento).




          LA BATTAGLIA DI ECNOMUS

          I romani puntano con la prima e la seconda squadra a sfondare lo schieramento nemico in un punto per poi aggirare alle spalle, i punici fanno cedere la linea e impegnano una parte della flotta in una finta fuga, il tutto per attirare quelle romane e scompaginare la loro formazione. Però solo le navi di punta romane si lanciarono all'inseguimento mentre le navi trasporto e la linea di retroguardia mantennero la formazione pur avanzando lentamente.

          Su queste ultime navi, si avventarono le navi cartaginesi dell'ala sinistra quando le videro a debita distanza dalle navi inseguitrici. Ora le navi cartaginesi erano più veloci di quelle romane che però utilizzavano ancora il corvo per immobilizzare quelle nemiche e permettere l'abbordaggio.

          L'ala destra punica, che si era spinta in avanti, tentò di completare l'accerchiamento e l'ala sinistra attaccò le navi che trainavano i trasporti, che dovettero lasciare i cavi di traino e iniziare il combattimento.

           I romani tentano l'abbordaggio con i corvi, per non essere agganciati i cartaginesi tentano di speronare le navi romani, se non vi riescono si allontanano velocemente.

          Infine i vascelli di Amilcare, ricacciati indietro, si dettero davvero alla fuga e Lucio Manlio Vulsone tornò alla flotta romana portando al traino le navi catturate. Intanto Marco Atilio e i suoi corsero al soccorso dei colleghi dell'ultima linea, che già soccombevano all'attacco di Annone. 


          Così i Cartaginesi per non venire circondati abbandonarono la battaglia fuggendo in mare aperto. Le due squadre dei consoli soccorsero dei marinai in pericolo che riuscivano a resistere solo per il timore che i punici avevano dei "corvi" e del corpo a corpo coi romani. 

          I Cartaginesi circondati lasciarono cinquanta navi in mano ai romani e solo poche riuscirono a fuggire, secondo Polibio invece i Romani persero ventiquattro navi ma nessuna venne catturata, mentre catturarono sessantaquattro le navi cartaginesi.
          Al ritorno i Romani celebrarono la vittoria con premiazioni agli equipaggi e ripararono le navi catturate aggregandole alla loro flotta. I Cartaginesi abbandonano la Sicilia, come i romani avevano sperato.

          Ora il controllo del mare di Sicilia passa in mano ai romani e il fronte dello scontro diventa l’Africa. Con un nuovo rifornimento di vettovaglie, i romani salparono alla volta dell'Africa. Toccarono terra presso la città chiamata Aspide (Kelibia), ribattezzata poi dai romani come Clupea.



          BIBLIO

          Polibio, Storie

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        1. 10/24/19--04:53: VIA CLODIA
        2. VIA CLODIA  PRESSO PORTA ROMANA - SATURNIA
          Il nome deriva verosimilmente dal nome del magistrato, ma non sappiamo esattamente chi fosse,
          forse un magistrato romano della "gens" Caudia (o Clodia) che verso la fine del III secolo a.c. curò il rifacimento di diverse altre strade preesistenti. Andava da Roma alla Toscana formando un percorso con la Cassia. Univa Roma a Saturnia, nell’alto Lazio. Mentre l'Aurelia e la Cassia erano destinate agli spostamenti di truppe su lunghe distanze, la via Clodia era una via di corto raggio, che serviva agli scambi commerciali con le colonie etrusche.

          La via Clodia partiva da ponte Milvio e fino al X miglio (La Storta) era un tutt’uno con la Cassia, si dirigeva verso il lago Sabatino, attraversava il centro di Forum Clodii (forse odierna S. Liberato), il territorio di Manziana, poi procedeva a nord passando nei pressi di Barbarano Romano e di Blera. Dopo aver percorso la zona di Vetralla, si dirigeva verso Norchia e raggiungeva Tuscania. Questa via pubblica era denominata “via delle terme”, sia perché giungeva in diverse località termali, sia perché si pensava terminasse a Saturnia. 

          La sua importanza è dovuta al fatto che poneva in collegamento le due vie maggiori: l'Aurelia che percorreva la costa tirrenica e la Cassia che passava nell'entroterra. La via Clodia aveva un percorso comune con la via Cassia fino alla località "La Storta" proseguendo verso nord aggirando ad ovest il lago di Bracciano dal versante ovest mentre la Cassia piegava ad est. Aveva una larghezza quasi costante di circa 4 m, consentendo il passaggio di due carri.

          La maggior parte degli studiosi ritiene fosse una via costruita dai Romani su un tracciato etrusco preesistente (tra Pitigliano, Sorano e Sovana ricalcava il percorso delle preesistenti Vie Cave etrusche), comunque si può parlare di via Clodia già alla fine del III secolo a.c.. Infatti è dopo la definitiva sottomissione delle grandi città etrusche, Veio (396 a.c.), Tarquinia (281 a.c.), Vulci (280 a.c.), Cerveteri (273 a.c.) e Volsinii (265 a.c.), che la via Clodia venne ampliata e lastricata nel 225 a.c.

          TUSCANIA
          Essendo stata individuata solo a tratti, ad oggi non si conosce l’esatto tracciato e non è escluso che avesse diramazioni o diverticoli che collegavano i centri dell’Etruria meridionale e le principali arterie tra loro. La strada preesistente fu probabilmente utilizzata come via di penetrazione e conquista dell'Etruria da parte dell'esercito romano, conquista iniziata nel 310 a.c. La via non sembra aver mai avuto un traffico intenso, ma unicamente di collegamento di Roma con i centri dell'Etruria interna nord-occidentale.

          Il tratto tra Bracciano ed Oriolo Romano presenta un rettilineo in cui si individuano i basoli ormai divelti. Alcuni tratti basolati emergono nei territori di Tuscania, Oriolo Romano, Vejano e Blera. La strada odierna che più ricalca il percorso della Clodia è la Claudia Braccianese, che si dirama dalla Cassia all’altezza di La Storta. La realizzazione romana fu probabilmente del III secolo a.c., a seguito della conquista del territorio. Tra il 273 e il 225 a.c. si ebbero tre magistrati di nome Claudius Canina, Claudius Russus e Claudius Centho, e ognuno potrebbe essere quello che ha dato nome alla strada.



          LE MANSIONES

          Le mansiones indicate dalla Tabula Peutingeriana lungo la Clodia, a partire dal distacco dalla Cassia, erano:

          - Sextum - 
          Nell'attuale zona La Storta, da dove la via Clodia si separava dalla via Cassia con un'antica stazione di posta di cavalli situata su una curva della via Cassia al XVII Km. La Storta "nacque per motivi pratici essendo alla giusta distanza da Roma per la prima e l'ultima tappa di un viaggio: collocata inoltre alla confluenza di varie strade come la Braccianese, la Formellese, oggi, e un tempo la Trionfale, e la Veientana.

          Sextum è documentata già nel 380 d.c. su una lapide, sotto gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio quando fu costruito lo Stabulum (stalla) per il ricovero degli animali. Era comunque già hospitium per i viaggiatori, quando Ottaviano trasformò le rovine della vicina Veio in Municipio, nel I sec. a.c., dando impulso ai commerci e alla trasmissione dei messaggi.

          IL PONTE DEL DIAVOLO (molti ponti antichi ebbero questo nome dal cristianesimo)

          - Careias (Galeria) - 
          Avamposto di guardia etrusco per i territori meridionali, tra Veio e Cerveteri. Fu poi conquistato dai romani, venne probabilmente abbandonata nel corso delle invasioni germaniche.

          ad Nonas -
          Presso Vigna di Valle.

          Forum Clodii -
          Presso San Liberato di Bracciano, era una stazione di posta sulla Via Clodia, a circa 23 miglia a nord-ovest di Roma, sul lato occidentale del "Lago Sabatino" (Lago di Bracciano), e collegato alla Via Cassia a Vacanae (Baccano) da un ramo della strada che corre nel lato nord del lago in direzione di Trevignano Romano. Lungo lo stesso tracciato stradale (SP. Settevene-Palo) si può ammirare l'antico Vicus Aurelii (oggi Vicarello).

          - Olera -
          L'antica città di Blera.

          - Marta -
          Sul lago di Bolsena. Il nome Marta compare nella Tavola Peutingeriana come una stazione della via Clodia e se ne precisa la distanza da Tuscania in 9 miglia, l'attuale distanza Marta-Tuscania.

          GALERIA
          - Tuscana -
          Tuscania.

          - Maternum -
          Forse Canino o Ischia di Castro.

          - Saturnia -
          Con le famose terme tutt'oggi in uso.

          Oltre Saturnia il percorso con ogni probabilità si dirigeva verso mare, per congiungersi all’Aurelia nella zona di Cosa (Ansedonia), ma aldilà di Tuscania il percorso originario è praticamente sconosciuto. Da quel che si sa, quindi, la Clodia univa i centri dell’entroterra di Caere e Tarquinia: una via di interesse locale, posta tra la Cassia e l’Aurelia, le grandi vie di traversamento a lungo percorso. 

          I romani ebbero sempre grandi interessi allo sviluppo delle località poste sulle sorgenti minerali e termali, quali l’acqua Claudia presso Bracciano, Aquae Apollinaris Veteres (Bagni di Stigliano) e Novae (Terme di Vicarello), edificandovi bellissime terme.

          In età imperiale ebbe a decadere per via della mancanza di manutenzione, come tutte le strade dell'impero, Al momento della suddivisione tra Tuscia Langobardorum e Tuscia Romanorum la Clodia divenne elemento divisorio, rimanendo ai romano-bizantini la zona costiera.


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        3. 10/25/19--05:36: CULTO DEL GENIUS EXERCITUS
        4. GENIO DI ROMA CON LE INSEGNE DEL TRIONFO - ARCO DI SETTIMIO SEVERO
          Non sappiamo quanto sia antica l'idea del genio, sicuramente antichissima, perchè legata alla religione animistica, anteriore addirittura agli Dei Indiges di Roma. Il Genio che funge da accompagnatore del Dio, risale però all'età repubblicana: vedi l'iscrizione dedicatoria a Giove Libero ed al suo Genio, a Furfo, del 58 a.c. (C. I. L., ix, 3513). Anche le divinità femminili potevano di conseguenza avere un Genio, come ad esempio il Genio della Vittoria, il Genio di Giunone Sospita, e così via. Da ciò diviene chiaro che la mascolinità del Genio non è necessariamente originaria.

          Ma il Genio di Roma era maschio?



          GENIUS PERSONALE

          Anticamente maschio e femmina, il Genius, o Genio, o Genia, (colui o colei che genera, da cui il termine Gens, Genitale, Genìa, Geniale) è uno spirito tutelare e vitale dell'uomo romano tanto pubblico quanto privato. Egli infatti accompagna ogni essere umano dal giorno della nascita fino all'ora della morte. 

          La donna romana era anche lei, in tempi arcaici, dotata di Genius, ma sembra poi modificarsi, dotata non più di Genius ma di una certa Iuno, non meglio identificata, soltanto a lei associata. Da Iuno proviene Giunone e pure Iuppiter (pater Iunonis). Da codesto Genius, riscontrabile anche nella Lasa Etrusca, ma pure nel Daimon greco, nasce l'angelo custode cattolico. Si dice però che il Genius romano non avesse niente a che fare con quello greco o etrusco, e che fosse squisitamente romano, o almeno laziale.

          Se però gli etruschi immaginarono questo genio come femmina, e se invece i greci l'immaginarono come maschio, e altrettanto maschio l'immaginarono i romani, la chiesa cattolica l'ha immaginato, per complicate e tortuose ragioni, privo assolutamente di sesso. Per indicare una diatriba senza senso si usa dire che si sta discutendo sul sesso degli angeli, che altri non sono che la Lasa, il Daimon e il Genio antichi.

          Servio ci informa che nel giorno del proprio compleanno ci si rivolgeva all'adorazione del Genius toccandosi la fronte, che per i Romani era la sede della creazione dei pensieri: “Frontem Genio (esse consecratam) unde venerantes deus tangimus frontem”. C'è poco da stupirsene, i romani erano un popolo molto razionale. Con la razionalità amministrava un impero e risolveva le guerre, per questo ebbe tanto successo.



          IL GENIUS FAMILIARE

          Era quello del larario, in realtà del capo famiglia che presiedeva al suo rito quotidiano. Secondo alcuni i due serpenti rappresentati nei larari delle dimore romane, vedi Pompei, simboleggiavano i geni della moglie e del marito, ma il caduceo aveva due serpenti in armonia avvolti intorno al bastone apollineo della ragione, e il serpente da sempre ha simboleggiato l'istinto e la terra. Non a caso era il simbolo e il Genio della Madre Terra.

          In molti casi era raffigurato con altre divinità, specialmente i Lari. Non di rado lo spirito geniale veniva associato al serpente, anche se a tale riguardo il sommo Virgilio aveva espresso dei dubbi.



          IL GENIUS DELL'IMPERATORE

          Il Genius Augusti era commisto al Genius Publicus. Il Genius Augusti è visibile ancora oggi ai Musei Vaticani, dove è conservata la splendida statua in marmo, tanto amato dai romani, che nemmeno gli autori cattolici osarono denigrare la sua figura, anzi papa Innocenzo III si inventò, e narrò, che il senato voleva adorare come un Dio Ottaviano per aver riunito e pacificato tutto il mondo; per cui l'Augusto interrogò la Sibilla per sapere se mai sarebbe nato nel mondo qualcuno più grande di lui.
          Apparve allora un cerchio d’oro attorno al sole con una vergine bellissima che teneva in braccio un fanciullo, e una voce disse: - Questa è l’ara del cielo! - allora la Sibilla: - Questo fanciullo è più grande di te; adoralo. -



          IL GENIUS DEL SENATO ROMANO

          Il Genio del Senato viene rappresentato, senza eccezioni, barbuto. Di certo è maschio e pure senior, d'altronde Senatus viene da Senior. Le rappresentazioni più antiche del busto barbuto del Genio del Senato si trovano su monete delle province senatorie che ultimamente sono state raccolte dal Forni.

          Su importanti rilievi storici appare barbuto, vestito come i senatori con scettro, sempre senza la cornucopia.
          F. Magi lo ha riconosciuto sui rilievi flavî della Cancelleria e compare inoltre, sin dall'epoca flavio traianea sui seguenti monumenti importanti:
          - sull'arco di Tito,
          - sull'arco di Traiano a Benevento,
          - sulla base Antonino Pio nella Villa Doria-Pamphili,
          - sul rilievo con l'adventus di Adriano nel Palazzo dei Conservatori,
          - sui rilievi antoniniani dell'arco di Costantino
          - sul sarcofago di Acilia nel Museo delle Terme. 

          Ovviamente la sua importanza è molto inferiore a quella del Genius Populi Romani; si ha anzi la netta impressione che sia una creazione voluta dal Senato da contrapporre al Genius Augusti e degli imperatori e al Genius Populi Romani.

          BASE COLONNA ANTONINO PIO CON GENIO ROMANO

          IL GENIUS DEGLI DEI

          Ma c'è un altro Genio importante e nel I secolo a.c. troviamo il Genius correlato a diverse divinità: - Iovis Genius (il Genio di Giove);
          - Priapi Genius (il Genio di Priapo);
          - Genius Martis (il Genio di Marte);
          - Genius Iunonis Sospitae (il Genio di Giunone);
          - Genius Victoriae (il Genio della Vittoria). 

          Era impegnativo mettersi in rapporto con la divinità ma era più facile collegarsi col suo Genio. Il Genio di Marte per esempio non concedeva la vittoria ma in qualche modo la ispirava, ovvero suggeriva qualcosa che poteva facilitarla, non era un autore ma un suggeritore.



          GENIUS LOCI

          Il Genius Loci fa parte dell'antichissima religione animistica, e nessuno avrebbe varcato l'area di una località sconosciuta in territorio non urbano, senza raccomandarsi al genius Loci con una preghiera, una coppa d'acqua versta a terra e magari se possibile una di vino, o magari un pezzetto di focaccia.

          Un Genius Loci con le sembianze di un serpente fu intravisto da Enea, sulla cui veridicità l’eroe aveva espresso le sue riserve. Ancora Servio, al contrario, confermerà che l’apparizione sostanziatasi a Enea era l'effettivaentità geniale: “Nullus enim locus sine Genio, qui per anguem plerumque ostenditur”. 

          In effetti il ritrovamento di un'iscrizione nella città di Ercolano, tracciata accanto a un altare, attorno al quale si trovava un serpente raffigurato mentre divora l’offerta ricevuta: “Genius huius locis montis”, lo confermerebbe.



          GENIUS POPULI ROMANI

          Vero è che il Genio della città di Roma non sarebbe determinato nel sesso, come si poteva leggere sullo scudo capitolino: "genio urbis Romae sive mas sive femina" (Serv., ad Aen., ii, 351), ma è anche vero che l'aspetto lo aveva da maschio, specie quello rappresentato nel bassorilievo dell'arco di Settimio Severo, che brandisce un bastone con la spoglia opima, insomma un trofeo. 

          GENIUS POPULI ROMANI
          Il Genius populi romani, conosciuto anche come Lare Farnese, è una scultura marmorea di epoca romana databile al II secolo d.c. ed oggi conservata al museo archeologico nazionale di Napoli.
          La scultura, di epoca adrianea, è di un giovane che indossa una toga, riservata al cives romanus, e un tipo di scarpe di tipo militare, con in mano una patera, che lo identifica come pius nei confronti degli Dei e di una cornucopia che permettono di identificarlo come Genius del popolo romano, vale a dire il suo protettore.

          Date le dimensioni eccezionali della statua, si presuppone provenga da un importante edificio pubblico. I fiori nella mano sinistra, invece, sono un'immissione, abbastanza indebita, di Carlo Albacini (1734 — 1813).

          E' difficile pensare a una cornucopia che getti fiori, solitamente una cornucopia genera frutta e spighe, cioè nutrimento per gli uomini, i fiori sono invece un appannaggio femminile, per questo a tutt'oggi si regalano solo alle donne.

          Inizialmente si pensava che la scultura fosse stata rinvenuta alle terme di Caracalla a Roma. Ma la rappresentazione del Lare Farnese in un disegno realizzato dall'artista olandese Maarten van Heemskerck, di data anteriore allo scavo delle terme romane, lo smentisce. Più probabilmente, invece, l'opera proviene da villa Madama.

          La figura, nelle gambe e nelle spalle da legionario fa pensare a un miles, ma il volto riccioluto, pienotto e piuttosto imberbe fa pensare ad un efebo.


          GENIUS PUBLICUS

          Difficile definire la differenza tra Genius Publicus  e Genius Populi Romani, che la stragrande maggioranza degli studiosi fanno coincidere. Di norma, il Genius Publicus aveva come attributo un diadema, ma talvolta questo veniva sostituito da un calathos, un cesto fatto di giunco ​​intrecciato o di vimini, a forma di un calice stretto con la sua base gradualmente allargata. Lo conferma la descrizione della statua d’oro dedicata al Genio che Aureliano pose sui rostri del Foro.


          FESTA DEL GENIUS PUBLICUS

          La ricorrenza del Genius Publicus cadeva il 9 ottobre e in quel giorno si offriva il sacrificio di diversi animali: 
          “- Iovi bovem marem, 
          - Iunoni vaccam, 
          - Minervae vaccam, 
          - Saluti vaccam, 
          - Victoriae vaccam, 
          - Genio populi Romani taurum, 
          - Genio ipsius taurum”.

          Nel calendario di Furio Dionisio Filocalo,  era riportata la festa dedicata al Genio nei giorni 11 e 12 febbraio del 354 d.c., detta dei "Ludi Genialici" che contemplavano feste solenni e giochi nel circo.Successivamente il Genio imperiale venne usato anche nei giuramenti; durante il regno di Settimio Severo veniva punito chi giurava il falso sul Genio del principe, come testimonia Ulpiano. 
          La figura del Genius Publicus Romani è la prefazione al vero Genius dei romani, e cioè al Genio Militare, termine ancora oggi in uso, insomma al Genius dell'Esercito Romano, a cui Roma dovette tutto: onore, ricchezza, gloria, arte e civiltà.

          GENIUS EXERCITI ROMANI

          E' in assoluto il Genio più importante di Roma, senza di esso le frontiere dell'Impero vengono violate e le città distrutte. Tutti i Romani lo pregano, figurarsi gli imperatori e l'esercito. Lo illustra la figura all'inizio, come un giovane con gladio, lancia e armatura, ma il gladio è rovesciato, come a dire che è impugnato più per l'offesa che la difesa, il che fu vero per un lungo tempo. In effetti Roma affrontò una larga parte del mondo conosciuto.

          Stranamente questo è stato molto criticato soprattutto ai nostri giorni, ma stranamente nessuno ha mai osato criticare per gli stessi motivi Alessandro Magno, che pure da solo riuscì a sottomettere perfino l'India.


          RODOLFO LANCIANI

          1480, 12 giugno. ARCVS SEVERI 
          « Ex riiinis quibusdam effossis apud arcum L. Septimii ad radices Capitolii » viene alla luce il piedistallo CIL. 234, dedicato « Genio exercitus ». 
          ECATOSTYLON. Circa questi tempi il card. Francesca Piccolomini fabbrica il suo splendido palazzo in piazza di s. Siena (s, Andrea della Valle). Ne era principale ornamento il gruppo, oggi senese, delle Grazie, intorno l' origine del quale vedi Bull. com. 1886, p. 345, e 1899, p. 104. Fra Giocondo, Chatsworth, e. Ili, ne parla quasi con le stesse parole trascritte dal de Rossi, dal cod. Ashburnam, n. 905, venuto alla Laurenziana di Firenze nel 1885. Deve notarsi che quando fu fatto il trasporto del gruppo dal palazzo Colonna a quello del Piccolomini, il piedistallo restò abbandonato nel primo. Fra Giocondo dice che i versi « sunt nudae Charites etc. " erano bensì moderni, ma che la base sulla quale erano incisi sembrava a lui vetustissima.

          Unica personificazione prettamente maschile è quella del GENIUS MILITARIS, mostrato con gli attributi della patera e della cornucopia, in abbinamento alle insegne militari. Il volto corrucciato e il capello corto alla romana, effigiato sull'arco di Settimio Severo, è decisamente da maschio, anche se la veste appare un po' femminea, anche con un minuscolo accenno di seno. Ma pure Apollo vestiva in genere vesti femminee, ma nessuno ha mai dubitato della sua virilità. Però è dotato di ali, che in tempi più antichi non possedeva.

          La riforma mariana dell'esercito non di leva ma permanente, la durata in armi per molto tempo di appartenenti alla stessa unità, dovuta al prolungarsi delle campagne militari rispetto alle prime dell'era repubblicana, portò alla creazione dello spirito di corpo, incentivato dal console Mario, che in occasione di una campagna contro i Galli, assegnò alla fine del II secolo a.c. delle aquile e delle insegne alle legioni per simboleggiarne il Genius Exerciti più inerente a una determinata legione.

          I veterani congedati con onore (honesta missio) potevano fregiarsi di questo titolo anche nella società civile, come si può vedere dalle iscrizioni su alcune tombe che recano la scritta M.H.M "missus honesta missione" e questo fregio gli assicurava il rispetto e la benevolenza della popolazione. Se un veterano congedato con "honesta missio" testimoniava in tribunale, quella testimonianza era molto credibile.

          Verso la fine dell'epoca repubblicana, le legioni vennero battezzate con nomi e ricevettero dei titoli in occasioni di atti di valore e l'identificazione dei combattenti con l'unità di appartenenza divenne un tratto caratteristico dei soldati romani. L'impero mutuò le tradizioni militari repubblicane e le applicò con durezza. Tito congedò con disonore un soldato riuscito a fuggire dalla prigionia, per ribadire il concetto che nessun romano doveva farsi catturare vivo.

          La perdita delle armi in battaglia era soggetta a pene severe nonché al disonore (a parte l'ingente costo delle stesse), perciò lo storico Polibio riporta che i soldati preferivano lanciarsi nuovamente nella battaglia per recuperare le armi perse, piuttosto che fronteggiare la condizione di disarmato. L'insieme di queste norme portò alla codificazione dei comportamenti virtuosi che si innestarono sulle credenze religiose dell'epoca.

          Disciplina, Honos e Virtus vennero considerate divinità del pantheon a cui era dovuta devozione e i soldati veneravano sugli altari il Genius, la rappresentazione dello spirito della legione o della unità di appartenenza, ma soprattutto il Genius Militaris di Roma.

          Le aquile venivano festeggiate il giorno del loro anniversario (natalis aquilae) e il perderle in battaglia avrebbe costituito un disonore enorme, per cui interi reparti preferivano lanciarsi in battaglie incuranti del pericolo personale. Un'etica così forte nei confronti dei simboli di corpo, delle tradizioni e dei commilitoni, non riguardava ovviamente i nemici.


          SOTTOCLASSI DEL GENIUS EXERCITUS:

          - Genius c(ollegii) c(entonariorum) Albensium Pompeianorum (CIL, V, 7595)
          - Genius collegii iumentariorum (CIL, VI, 4211)
          - Genius collegii tibicinum Romanorum (CIL, VI, 240)
          - Genius centuriae (CIL, VI, 207-211; 213-214; 217; 220-221)
          - Genius cohortis (CIL, VI, 233)
          - Genius cohortium praetorianorum (CIL, VI, 216)
          - Genius sanctus Kast(rorum) per(egrinorum) totiusque exercitus (CIL, VI, 36748)
          - Genius n(umeri) equitum singularium (CIL, 31181)
          - Genius tabularii cohortis II (CIL, VI, 30886)
          - Genius turmae (CIL, VI, 225)


          L'ETICA DEL GENIUS EXERCITI

          "Murum aries attigit" fu un precetto di Giulio Cesare, per una città sotto assedio aveva tempo per arrendersi prima che l'ariete da guerra colpisse la prima volta le mura fortificate. Dopo l'evento, tutti gli abitanti indistintamente sarebbero stati uccisi e qualunque richiesta di tregua o proposta di resa successiva sarebbe stata ignorata."
          (De bello Gallico, libro II, capitolo XXXII).

          La clemenza di Cesare fu riconosciuta e famosa ovunque ma qui si trattava di strategia di guerra. Cesare fece si che se una tribù si arrendeva egli le rendeva tutti gli onori evitando gli stupri, le ritorsioni e il saccheggio, cosa che i nemici non facevano. I nemici di Cesare potevano contare sulla sua lealtà in caso di resa, i romani non potevano contare altrettanto sui barbari.

          Altrettanto dicasi per gli ambasciatori: il console Marco Licinio Crasso, triumviro insieme a Cesare e Pompeo, venne catturato dai Parti, e poi torturato e ucciso, mentre si era incontrato per trattare dopo la sconfitta nella battaglia di Carre del 53 a.c.. Per non parlare di Valeriano, che nel 260 venne fatto prigioniero dall'Imperatore sasanide Sapore I che lo aveva invitato ad un incontro proponendogli la pace dopo la battaglia di Edessa. Morì per maltrattamenti poco tempo dopo.

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          MARCUS HOLCONIUS RUFUS - MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI

          Nome: Marcus Holconius Rufus
          Nascita: I sec.
          Morte: I sec.
          Professione: Politico (Filantropo)


          Secondo Cooley, Marcus Holconius Rufus era di rango equestre, ma la sua statua si appropriava degli status symbol più correttamente appartenenti ad altri.
          Era vestito in abito militare anche se in realtà non prestava servizio nell'esercito nel suo ruolo. Per giunta si fece raffigurare con i sandali che all'epoca indossavano solo i senatori.

          La colorazione era visibile quando la statua fu trovata per la prima volta nel 1853, infatti la sua tunica era bianca e bordata di giallo, il suo mantello era rosso e le sue scarpe erano nere. Il tronco d'albero che sosteneva la statua era verde. Anche i suoi capelli, gli occhi e le sopracciglia erano colorati. Vedi Cooley, A. e MGL, 2004. Pompei: A Sourcebook. Londra: Routledge. (Pagina 128, F89).

          MARCO OLCONIO - MUSEO DI NAPOLI
          Ma chi era questo strano personaggio che si paludava con indumenti che non gli erano pertinenti? Era Marcus Holconius Rufo, ovvero Marco Olconio Rufo, figlio di Marco, ed è stato non un militare ma un valido imprenditore romano nella Pompei del primo secolo.
          Marcus Holconius Rufus proveniva da una famiglia molto antica, probabilmente di origine etrusca, ma non era patrizio. Ha guadagnato la sua fortuna operando in una fossa di argilla, dove era installata  una fornace, realizzando dunque e producendo vasi, anfore, statuine e così via, ma soprattutto fu a capo dell'esportazione del vino trans-regionale fuori da Pompei fino a raggiungere la città di Roma, dove i palati raffinati dei ricchi romani potevano permettersi  vini delle viti fiorite sotto al Vesuvio.

          Parte della sua fortuna fu investita a Pompei per sostenere le sue ambizioni politiche. Ha finanziato, ad esempio, la ricostruzione del Grande Teatro di Pompei insieme a suo figlio Marcus Holconius Celer, a cui venne riservato su una sede d'onore (un bisellium, cioè una sedia due posti) in un posto di rilievo e una statua onoraria, eretta verso il 13/14 d.c.. 

          I DUE PILASTRI DI VIA DELL'ABBONDANZA A POMPEI RESIDUI DELL'ARCO ONORARIO
          DI MARCUS HOLCONIUS RUFUS
          Il nome però di Marcus Holconius in certi casi non era accompagnato da Rufus ma da Celer, che fu un famoso architetto-ingegnere romano, del I sec. d.c., che in collaborazione con Severus, (entrambi chiamati da Tacito (Ann., 15, 42) magistri et machinatores di Nerone); furono gli autori del progetto della Domus Aurea e del parco circostante.
          Non sappiamo pertanto se Celer fosse un nome ereditato oppure un cognomen attribuito in quanto ingegnere di chiaro valore. In realtà non sappiamo nemmeno se Celer fosse il progettista del restauro del teatro e neppure se fosse figlio di Rufo. 
          Per alcuni autori non si trattava del figlio ma del fratello minore, comunque nemmeno questi ottenne una carica militare. Sembra però che il restauro del grande teatro fosse merito di entrambi.
          CASA DI RUFO A POMPEI
          Comunque nei corridoi del teatro il nome di Rufus fu stampato a lettere di bronzo a memoria del suo evergetismo.

          Inoltre gli venne dedicata una statua onorifica all'incrocio principale della città presso le Terme di Stabia. 

          Rufus è stato ritratto qui come militare in un'armatura ( tipo Mars Ultor ), anche se non aveva mai tenuto una posizione militare.
          Oggi, a Pompei è rimasto solo il piedistallo, la statua, che per altro è molto ben fatta, è nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. 
          La presenza della statua sulla strada che andava dal forum, al teatro, fu una scelta con molta intelligente. Diverse volte Marcus Holconius Rufus è stato riscontrato in importanti uffici della città di Pompei. 
          Non paghi i pompeiani gli dedicarono un Arco onorario di cui a Pompei restano solo i due piedistalli laterali.
          CASA DI HOLCONIUS
          È considerato anzi la personalità più importante di Pompei, che ha fatto la più importante carriera di magistrato in città ed è stato insignito con il maggior numero di onori. 
          Tuttavia, non poteva estendere la sua influenza oltre i limiti della città e non avrebbe mai potuto raggiungere un posto desiderato nel Senato romano.

          In un'iscrizione che lo chiama patrono nella ristrutturazione del muro esterno del Tempio di Apollo, Rufus viene chiamato il duumvir per tre volte , che ha ricoperto per la quarta volta questo alto ufficio della città.

          Alla fine della sua carriera, sembra aver ricoperto questo incarico cinque volte, secondo l'iscrizione sulla sua statua onoraria alle Terme stabiane.  
          Fu anche il primo sacerdote del nuovo culto imperiale ( sacerdos Augusti ), che probabilmente aveva il suo posto nel tempio di Genius Augusti nel foro tra il Macellum e l' edificio di Eumachia. 
          LA STATUA SUL SUO PIEDISTALLO
          NEL 1900
          Fu anche un censore per due volte, Il punto più alto nella carriera di Rufus fu come cittadino onorario della città ( patronus coloniae ). Solo uno dei fondatori della colonia romana Pompei, Marcus Porcius, ricevette un'adorazione simile oltre la morte.
          Infatti Marcus Porcius ottenne una tomba d'onore davanti alla porta di Ercolano. Dopo la sua morte, vi fu eretto un altare funebre. La tomba è stata curata per oltre 100 anni, anche se non si conoscono discendenti di Porcius. 

          Quindi, è probabile che sia stato adorato molto tempo dopo la sua morte come padre della città modello. Aveva, con un suo collega che però non viveva a Pompei, edificato a sue spese sia il teatro che il tempio di Apollo. Marcus Holconius Rufus sembra essere stato uguagliato a lui negli onori, se non superato.

          La cosa notevole di questo personaggio non è tanto ciò che lui fece quanto ciò che i suoi concittadini fecero per lui. la statua onoraria infatti non fu fatta erigere da Rufus ma gli venne eretta dai suoi concittadini per ringraziarlo dei molti benefici avuti dalla sua generosità.

          Così la statua eretta che indossa un'armatura degna di un generale e le calzature di un senatore non è segno della megalomania del personaggio ma di come i suoi concittadini pompeiani lo vedessero importante quanto un generale e un senatore, e in questo modo si sentirono di onorarlo.

          Si arguisce che oltre ad essere magnanimo con la città Marco fosse anche una persona saggia, gentile e affabile, insomma una persona molto amata perchè nemmeno a Marco Porcio venne eretto un arco onorario. 

          Ad alcuni piace vedere Rufo come un arrampicatore sociale avido di potere, ma sembra che i suoi concittadini gli rivolgessero tanti onori non per ingraziarselo ma per ringraziarlo. 

          Del resto la casa di Rufo, di cui esistono i resti, seppure particolarmente ampia (di oltre 700 mq) non fu particolarmente sfarzosa, il che depone ancora a favore della sua generosità. Le brave persone esistono ed esiste pure la gratitudine.


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        5. 10/27/19--04:47: GENS SEVERA O SEVERIANA
        6. SETTIMIO SEVERO
          Della gens severiana si hanno poche notizie sino a quando non divenne la dinastia severiana, o dei Severi, che regnò sull'Impero romano tra la fine del II e i primi del III sec, esattamente dal 193 al 235, a parte il regno di Macrino, tra il 217 e il 218, che severiano non era.

          Si cita invece una gens severa che potrebbe avere a che fare con la severiana, a cui appartenne
          Marcia Otacilia Severa o Otacilia Severa, moglie di Filippo I l'Arabo, Marcus Julius Philippus, che regnò dal 244 al 249. Di essa ci resta anche una testa non particolarmente avvenente ma di buona fattura.

          Suo padre fu Otacilius Severus detto anche Severianus, il che confermerebbe, qualora ce ne fossero dubbi, l'equivalenza tra la gens severa e quella severiana. Ebbe inoltre un fratello chiamato Severianus.



          LA DINASTIA IMPERIALE

          La gens Severa è una dinastia imperiale, ovvero non se ne sa quasi nulla perchè evidentemente prima di annotare imperatori non fece nulla di notevole, o non fu abbastanza potente, nonostante la famiglia di Settimio Severo fosse piuttosto ricca.

          La dinastia imperiale, uscita da un lungo periodo di guerre civili,  iniziò con Settimio Severo e finì con Alessandro Severo. La nuova dinastia comprendeva, oltre ai suoi figli, anche i parenti di sua moglie, Giulia Domna, che presero anch’essi il nome di Severo, dal loro capostipite, al momento dell’ascesa al trono. Essi ricorsero molto al lustro della dinastia degli Antonini, molto amati, anche nella titolatura imperiale:

          IMPERATORI CAESARI DIVI MARCI ANTONINI PII GERMANICI SARMATICI
          FILIO DIVI COMMODI FRATRI DIVI ANTONINI PII
          NEPOTI DIVI HADRIANI PRONEPOTI DIVI TRAIANI PARTHICI
          ABNEPOTI DIVI NERVAE ADNEPOTI LUCIO SEPTIMIO SEVERO PIO PERTINACI AUGUSTO.

          Severo dichiarava così di essere figlio adottivo di Marco Aurelio (121-180), pertanto fratello di Commodo (161-192), e tutta la sua discendenza fino a Nerva (30-98), oltre al legame diretto col suo predecessore Pertinace (126-193).


          IL DOMINATO

          L'albero genealogico della dinastia dei Severi inizia con Settimio Macer, da cui discesero sia C. Claudius Septimius Aper che Lucius Septimius Severus (Settimio Severo), e si articola intorno alla famiglia della moglie di Settiptimio  Severo, Giulia Domna, proveniente da una famiglia sacerdotale di Emesa, in Siria, seguace del culto del Dio Eliogabalo o Elagabalo.
          Per la prima volta nell'impero l'Imperatore si fece proclamare Dominus (Signore), un termine riservato alle divinità orientali. In greco era despotēs (Signore) da cui il termine despota, e in fondo era ormai un potere dispotico, non rispondendo più nè al senato nè al popolo, sostenuto soprattutto dall'esercito.



          SETTIMIO SEVERO (193-211)

          Lucio Settimio Severo, di padre berbero dell’ordine equestre e da madre della gens Fulvia, discendente da Tusculum, in Italia. Nato a Leptis Magna, nella provincia romana d'Africa (attuale Libia), marito di Giulia Domna di importante e ricca famiglia siriana.

          Tra il 185 e il 187, quando era governatore della Gallia Lugdunensis,  e comandante della Legio IIII Scythica, aveva sposato una donna di origine siriana, Giulia Domna, figlia di un sacerdote di Emesa. Da questa unione nacquero due figli: Caracalla e Geta.

          Si dice avesse sposato Giulia perchè un oracolo le aveva predetto che avrebbe sposato un imperatore. Settimio parlava latino con un forte accento punico ma dovette poi cacciare la propria sorella da Roma, poiché non parlava latino, lingua obbligatoria per tutti.

          Venne nominato senatore da Marco Aurelio, per poi diventare governatore della Pannonia Inferiore, e quando nel 193, scoppiò la guerra civile per la successione al trono a Roma, le legioni della Pannonia lo proclamarono imperatore e Settimio Severo, nello stesso anno si insediò a Roma. Tutti i suoi avversari vennero uccisi nel corso degli anni successivi.
          Settimio creò tre nuove legioni: le legio I, II e III Parthica, riempiendole di privilegi. Fu così il capostipite della dinastia e del Dominato, di stampo militare e dispotico. Fu però un abile condottiero, portando alla vittoria (195-198) le sue truppe contro i Parti, e conducendo fortunate campagne militari nel nord della Britannia (Scozia) contro i Caledoni (208-211) poco prima di morire.

          CARACALLA

          CARACALLA (211-217) E GETA (211)

          Caracalla, figlio di Settimio Severo, abbellì Roma con le immense terme dette appunto di Caracalla, e, con la Constitutio Antoniniana del 212, estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell'impero romano per riscuoterne le tasse.

          Caracalla regnò dalla morte del padre nel 211 fino al 217 e condivise per un breve periodo con il fratello Geta il regno, fino a che lo fece assassinare nel 211.

          Già sotto Marco Aurelio era iniziato l'esodo dei contadini dalle campagne ai grandi centri urbani, dovuto alle invasioni barbariche ed alla peste del 166, pertanto i territori vennero abbandonati per mancanza di braccianti e le terre caddero, fin dall'epoca di Caracalla, nelle mani di pochi, concentrando nelle mani di pochi i grandi latifondi terrieri.

          A suo assassinio (217) prese parte anche il prefetto del pretorio Macrino, che non apparteneva all'ordine senatorio e che a lui successe per poco tempo (217-218), pur non appartenendo alla dinastia dei Severi.

          ELIOGABALO

          ELIOGABALO (218-222)

          Eliogabalo, grazie al sostegno della madre, Giulia Soemia (180-222), e della nonna materna, Giulia Mesa (170-226), venne acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all'imperatore Macrino, all'età di quattordici anni.

          Egli si faceva chiamare Eliogabalo o Elagabalo (ovvero Sestio Vario Avito Bassiano, poi Marco Aurelio Antonino). Pur con eccentricità e fanatismi, forse esagerati dai critici cristiani, consolidò il proprio controllo dell'impero.

          Voleva però sovvertire le tradizioni religiose romane, sostituendo a Giove il Sol Invictus, Dio solare di Emesa. A causa dell'opposizione Eliogabalo venne assassinato dalla guardia pretoriana e sostituito dal cugino Alessandro Severo.

          ALESSANDRO SEVERO

          ALESSANDRO SEVERO (222-235)

          Alessandro Severo divenne imperatore alla tenera età di soli 13 anni, ed il suo potere fu gestito dalla madre, Giulia Mamea (180- 235), donna di notevoli virtù, che lo circondò di saggi consiglieri. Dai ritratti appare totalmente calvo, cosa insolita per quei tempi, il che può sottolineare la sua natura molto ansiosa.

          Fallì comunque nel favore dei militari, e benché poi Alessandro conducesse con successo campagne in Oriente contro i Sasanidi e lungo il confine germanico-retico contro la confederazione degli Alemanni, si mise contro l'esercito.

          Così venne ucciso il 18 o 19 marzo del 235, insieme alla madre, a causa dell'ammutinamento capeggiato dal futuro imperatore Massimino il Trace.

          GIULIA DOMNA

          GIULIA DOMNA (180-217)     

          Fu imperatrice romana di origini siriana, moglie di Settimio Severo, venne nominata augusta dell'Impero romano e, molto intelligente e diplomatica,  fu detentrice di un potere mai ottenuto prima dalle imperatrici romane.



          GIULIA MESA (170-226)

          Fu la nonna degli imperatori Eliogabalo e Alessandro Severo. Riuscì, con il concorso di Giulia Domna, ad imporre i nipoti sul trono, eliminando Macrino che aveva interrotto i progetti dinastici dei Severi. Figlia della siriana Giulia Mesa e di Giulio Avito, nipote dell'imperatore Settimio Severo e sorella di Giulia Soemia. Sposò Marco Giulio Gessio Marciano, da cui ebbe un figlio, il futuro imperatore Alessandro Severo.  



          GIULIA SOEMIA (180-222)

          figlia di Giulio Avito e di Giulia Mesa, nipote dell'imperatore Settimio Severo e sorella di Giulia Mamea, sposò Sesto Vario Marcello, da cui ebbe il futuro imperatore Eliogabalo.



          LA RECESSIONE ECONOMICA

          Oltre ai contadini, anche gli artigiani e i piccoli commercianti per le difficoltà economiche e la svalutazione monetaria, divennero humiliores (umili, cioè poveri) con sempre meno diritti rispetto agli honestiores (onesti cioè latifondisti), mentre diventava sempre più difficile la possibilità di scalata sociale. Così l'offerta diminuì e il prezzo aumentò, causando l'inflazione e la svalutazione.

          Vi fu pertanto una recessione, con aumento della povertà e una riduzione delle entrate fiscali. Alcuni imperatori, come Marco Aurelio, misero all'asta le ricchezze personali e della famiglia imperiale per finanziare le guerre marcomanniche, altri dettero a tutti i provinciali la cittadinanza romana per riscuotere più tasse come Caracalla, o elevarono la tassa sulle successioni, oppure tagliarono le spese statali, come Alessandro Severo, riducendo i costi dell'esercito, motivo per cui fu assassinato.

          TONDO SEVERIANO

          IL TONDO SEVERIANO

          Uno straordinario documento dal passato è questa pittura detta "Tondo Severiano", attualmente conservato all’Altes Museum di Berlino. Si tratta di uno dei pochi esempi di pittura su tavola di legno conservatisi e in essa vi sono ritratti Settimio Severo, la moglie e i loro figli. La pittura doveva essere esposta in un ufficio pubblico. Vi si notano i tratti orientali di Giulia Domna e la carnagione scura di Settimio Severo, mentre il volto di Geta venne fatto cancellare da Caracalla per "damnatio memoriae".



          I CAMBIAMENTI AMMINISTRATIVI

          La nuova dinastia sostituì il Senatus consultum con un "Consilium Principis", sostituendo così le decisioni del Senato con quelle della corte imperiale, organo legislativo e di governo, con 50 senatori e 20 giureconsulti, molti di meno rispetto ai precedenti senatori.

          Intanto la Mesopotamia settentrionale tornò sotto il controllo romano governata dal Praefectus Mesopotamiae, con due nuove legioni: la I Parthica e la III Parthica. I Severi si appoggiarono all'esercito, soprattutto non italico, le coorti pretorie furono sciolte e ricostituite con elementi delle legioni provinciali, soprattutto illiriche. La legione II Parthica, formata da Severo, fu posta nei castra Albana a pochi Km da Roma, a difesa del potere imperiale. 

          Severo concesse un aumento della paga da 375 denari annui di Commodo, a 500; suo figlio Caracalla, lo portò a 675 denari annui. Inoltre concesse di contrarre matrimoni durante il servizio militare, tanto che le canabae (quartieri di civili), crescevano attorno agli accampamenti legionari permanenti. Così le carriere militari diventarono ereditarie, tramandate da padre in figlio, mentre le promozioni furono facilitate, si che un soldato semplice poteva accedere ai ranghi più alti, cosa mai più vista dai tempi di Giulio Cesare.

          Sotto Alessandro Severo ritornò lo schieramento falangitico di più legioni, costituendo una massa d'urto di 6 legioni raggruppate, fianco a fianco, senza intervallo. Si ricorse spesso ad unità ausiliarie di arcieri e di cavalieri soprattutto corazzati, reclutati in Oriente ed in Mauretania; crebbe l'utilizzo presso tutte le fortezze del limes di nuovi modelli di catapulte per tenere impegnato il nemico fino all'accorrere delle "riserve strategiche".

          Il periodo fu caratterizzato da guerre condotte:
          - sul fronte renano e danubiano, soprattutto durante il regno di Caracalla (Catti, Alemanni e Goti dal 212 al 215) e Alessandro Severo (234-235);
          - sul fronte orientale durante i regni di Settimio Severo (dal 195 al 198) e ancora Caracalla (216-217); - sul fronte della Britannia ai tempi di Settimio Severo e Caracalla (dal 208 al 211).
          All'esercito romano, in vista delle campagne partiche di Settimio Severo, furono aggiunte tre nuove legioni (legio I, II e III Parthica) portando il numero totale a 33 legioni (pari a 180.000 legionari) e oltre 400 unità ausiliarie (pari a 225.000 ausiliari, di cui 70/75.000 armati a cavallo), per oltre 400.000 unità complessive.


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        7. 10/28/19--05:21: TOMBA DELL'AIRONE
        8.   
          La Tomba dell’airone è un sepolcro familiare del periodo imperiale, II sec. d.c.,  interamente scavato nel tufo, con volta a botte e si trova nella necropoli portuense, tra Monteverde e Pozzo Pantaleo, sfuggito alla distruzione degli speculatori edilizi perché si trova sotto una strada pubblica, l’attuale via Ravizza. Vi si accede dal garage condominiale al civico 12, con una galleria e una porticina in ferro si arriva sotto la strada, nella camera funeraria.

          Il sepolcro presenta affreschi di airone, pavone, colomba, anatra e tre cavalli marini, di dimensioni 6,40 m × 4,20, i volatili nel momento in cui stanno per spiccare il volo o lo hanno appena intrapreso, 
          e rappresentano il volo dell’anima verso l’Aldilà, mentre i tre cavali marini (animali fantastici dal corpo di serpenti e il busto di cavalli) hanno la funzione apotropaica di proteggere la tomba dagli spiriti dell’Ade. Tra le pitture la più suggestiva è quella dell’airone, raffigurato nell’atto di levarsi in volo trasportando un nastro flessuoso, con tonalità che vanno dal bianco al grigio e al rosa.

          PROSPETTI
          Il nastro disegna nell’aria la lettera « M », interpretata come iniziale della famiglia proprietaria del sepolcro. Le pareti ospitano nicchie per le urne cinerarie (disposte a colombario e intorno all’arcosolio del pater familias). Un pavone è a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa, una colomba già in volo che si abbevera in un vaso e poi c'è un'anatra.

          Tre piccoli affreschi invece riproducono animali fantastici (due nella nicchia del pater familias; un terzo in una nicchia laterale), una specie di cavalli marini, per metà serpenti marini e per metà cavalli, cioè ippocampi. Come decorazioni minori una patera, rose rosse, una cesta con fiori, un candelabro e una maschera.

          Il pavimento contiene sia fosse che sarcofagi a cassone per le inumazioni, mentre le sepolture alle pareti sono a colombario con file ordinate di nicchie, con altre in ordine sparso vicine al nicchione (arcosolio) del pater familias.



          LA LOCAZIONE

          Il sepolcro si trova in una porzione periferica nella vasta area necropolare portuense, probabilmente legata al diverticolo di collegamento tra l’interno (Monteverde) e Pozzo Pantaleo.

          Mentre le sepolture alle pareti sono all’interno di un colombario disposto in file ordinate di nicchie, e altre ve ne sono in ordine sparso vicine al nicchione (arcosolio) del pater familias.
          I quattro affreschi principali riproducono con vivido realismo altrettanti volatili, di specie diverse. Essi sono tutti rappresentati nel momento in cui stanno per spiccare il volo o lo hanno appena intrapreso,

          L’affresco dell’airone (posto alla destra dell’entrata) ha tratti di grande realismo. Il volatile è rappresentato nell’atto di distendere le ali per alzarsi in volo, con colori di tonalità che vanno dal bianco al grigio al rosa. 
          L’animale afferra con le zampe un nastro flessuoso di color porpora, il quale compone nell’aria, con alcune volute, il monogramma « M ». Il monogramma cela probabilmente il nome della famiglia proprietaria del sepolcro. 

          Qualcuno ha pensato, ma con un po' di fantasia, che si potesse trattare dei Manlii, l’antica Gens Manlia all’origine del toponimo Magliana. Si trattava comunque di una famiglia benestante e ben in vista se, per evocarla ai contemporanei, era sufficiente citarne solo l’iniziale.

          Sopra la nicchia del pater familias si trova il secondo affresco, il quale raffigura un pavone in movimento, a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa. Sulla parete sinistra è presente una colomba già in volo che si abbevera in un vaso: infine un terzo affresco raffigura un’anatra.



          Il SIGNIFICATO

          Gli uccelli in volo, secondo alcuni studiosi, rappresenterebbero simbolicamente le anime dei defunti che, staccatesi da terra, si levano in volo verso la dimensione dell’Aldilà. Ma i romani non ponevano l'aldilà nel cielo ma semmai sottoterra.

          UCCELLO IN VOLO
          Sono presenti anche tre piccoli affreschi che riproducono animali fantastici (due nella nicchia del pater familias; un terzo in una nicchia laterale), definiti nel linguaggio comune draghi. Anche le decorazioni minori. dalla patera alle roselline rosse sbocciate (della rosa spontanea o canina), una cesta con fiori, un candelabro o una maschera, hanno lo stesso intento.

          In quanto ai cavalli marini, per metà serpenti marini e per metà cavalli, che alcuni hanno chiamato erroneamente con il nome di ippocampi, non sono cavalli marini e anche se lo fossero non avrebbero significato apotropaico contro gli spiriti malvagi, come sostenuto da alcuni. Le funzioni decorative volevano essere semplicemente decorative, cioè portare fantasia, leggerezza e bellezza nel luogo funebre.

          La paura della morte non era sentita dai romani come da noi oggi. La frase famosa che si poneva nelle stele funerarie "Che la terra ti sia lieve" (Sit tibi terra levis), denota una connotazione coraggiosamente laica, con riferimento alla vita e alla morte, ma quest'ultima vissuta come compimento naturale della vita (festina lente velociter labuntur anni - affrettati con lentezza, gli anni scorrono veloci). Il richiamo alla morte è invito a vivere intensamente la vita e non a deprimersi.

          Pertanto si cerca di rallegrare il passaggio del defunto con immagini tranquille e insieme liete, che possano non far pesare troppo la terra che lo ricopre al defunto stesso. Uno dei maggiori valori romani era quello dell'affrontare la morte senza paura.


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          L'Aqua Augusta, il cui nome è noto da un'iscrizione, era il terzo acquedotto che serviva la città di Emerita Augusta in Spagna, città fondata nel 25 a.c. da Ottaviano Augusto, per accogliere i soldati emeriti dell'esercito romano provenienti da due legioni veterane delle Guerre Cantabrihe: la Legio V Alaudae e la Legio X Gemina.

          La città fu la capitale della provincia romana della Lusitania. Il termine emerito veniva dato ai soldati che avevano finito con onore il tempo della loro vita militare. Ad essi spettava una liquidazione sostanziosa che spesso, per non sovraccaricare l'erario dello stato, veniva sostituita con l'attribuzione di una terra nei luoghi occupati.

          L'acqua Augusta ha avuto la sua sorgente nel serbatoio di Cornalvo, dove veniva raccolta l'acqua piovana e si trovava a una quindicina di chilometri a nord della città. Il suo acquedotto venne edificato in opus quadratum usando blocchi di tufo squadrato insieme ai laterizi.

          Si tratta di uno sbarramento di 200 metri di lunghezza. Sembra che sia stata costruita nell'ultimo quarto del primo secolo. A 10 Km da Merida c'è lo splendido parco di Cornalvo, chiamato dai romani Cornus Albo, per la forma di corno del suo bacino idrico.
          LA DIGA ROMANA

          I romani infatti costruirono un bacino idrico sul fiume Albarregas, per fornire di acqua la città di Augusta Emerita, edificando il conseguente acquedotto, detto Aqua Augusta ma pure Acquedotto di Cornalvo.

          L'Aqua Augusta aveva origine da un invaso chiuso mediante una diga caratterizzata da una struttura a gradini provvista di castellum di presa d'acqua. 

          L'acquedotto compiva un percorso di 18 km attraverso la campagna emeritense (se ne conservano resti importanti) e finiva in un deposito ubicato nelle vicinanze dell'attuale Plaza de Toros.

          Le cisterne di Cornalvo e Proserpina (Palude Parco Naturale Cornalvo e Riserva Proserpina), locate nei pressi di Mérida, sembra siano i più antichi serbatoi in Spagna. Sono considerati in genere di origine romana, anche se alcuni sospettano origini medievali, ma dall'aspetto e le finiture si direbbero proprio romane.

          Il lago di Proserpina a 4 km da Merida è un bacino artificiale, riconosciuta da tutti come splendida opera romana che raccoglieva l'acqua per la città. L'acquedotto fu dichiarato nel 1912 Monumento Nazionale e tutt'oggi è in ottimo stato di conservazione tant'è che è ancora usato ai giorni nostri.


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        9. 10/30/19--06:27: CASA DEL MENANDRO (Pompei)
        10. PERISTILIO E GIARDINO INTERNO

          La casa del Menandro è una grande domus urbana dell'antica Pompei di quasi 1800 m². È situata nella Regio I, Insula 10, entrata 4. La villa è stata scavata dal novembre 1926 e giugno del 1932 ed è un buon esempio di una domus di una famiglia benestante dell'antica Pompei.

          Prende il nome non dal proprietario della casa, ma dall'immagine del poeta greco Menandro (commediografo greco 342 - 291 a.c.), ritrovata in loco, evidentemente molto apprezzato dal proprietario.


          La villa è molto antica, sembra sia stata edificata nel II sec. a.c., ma fu rielaborata e modernizzata: la parte più vecchia è di modeste dimensioni ed è composta da un atrio (il cortile interno porticato e dotato di impluvio e compluvio) costruito nel 250 a.c. con degli spazi immediatamente circostanti per tutti gli usi della casa.

          La casa si sviluppa su due piani. Il corpo centrale è infatti costruito a un livello superiore rispetto a quello del cortile con il forno e i sotterranei e a quello dell'ergastulum, il quartiere riservato ai servi.
          Lungo la facciata dell'edificio vi sono bassi sedili in muratura per la clientela (clientes) e l'ingresso è inquadrato da due pilastri corinzi.

          L'ATRIO CON L'IMPLUVIO
          Per la porta d'ingresso e per il tablinum (locale adibito a salotto o studio solitamente posto in fondo all'atrium) furono usati dei capitelli di tufo, secondo l'uso arcaico. L'atrio è infatti tuscanico (con tetto privo di colonne con travature a sostegno delle falde inclinate del tetto) ma, con i rifacimenti, ha un grande impluvium rivestito in marmo, pitture in 'quarto stile' ed un tempietto, dove si veneravano i Lares (protettori della famiglia) e il Genius, spirito vitale del capofamiglia.

          Come si può vedere nella foto il peristilio presenta lungo le mura della casa una fascia inferiore rossa sormontata da una fascia giallo ocra, i caratteristici colori romani, mentre sul muro del giardino ci sono fasce di nero intervallate dalle basi delle colonne dipinte di rosso.

          PLANIMETRIA DELLA VILLA
          Tutta la casa del resto è dominata, come si vede nell'atrio, dal rosso e dal giallo. Le colonne, scanalate, sono in tufo rivestite di stucco e presentano capitelli tuscanici. Dopo il terremoto del 62 molti dei marmi pompeiani si frantumarono e gli ingegnosi pompeiani (e romani in genere) ne approfittarono per creare uno stucco che usufruendo dei vari marmi polverizzati, uniti a gesso o cemento, simulasse egregiamente l'autentico marmo, molto costoso.

          Il pavimento  del peristilio è a mosaico a motivi geometrici con tessere bianche e nere. Sulle pareti compaiono medaglioni affrescati con testa di Zeus-Ammon (in IV stile) e quadretti con maschere tragiche. Sul lato Ovest dell'atrio si trova una terrazza con una grande esedra adibita a solarium.

          IL PERISTILIO
          Si ritiene che la villa del Menandro sia appartenuta ai Poppaei, imparentati con Poppaea Sabina, seconda moglie di Nerone. La regione della Campania, dove si trova il maggior numero di Poppaei, era d'altronde associata ai Sanniti, un popolo di lingua osca che rivendicava anche la discendenza sabina. La famiglia sarebbe stata proprietaria anche della Casa degli Amorini nonchè di una fabbrica di tegole.

          Nel periodo augusteo la domus fu totalmente rinnovata, cosa che avvenne per molte domus essendo aumentate le esigenze e soprattutto i guadagni per la prosperità dell'Impero. in primo luogo fu edificato un peristilio (il portico che cingeva il giardino o cortile interno posto al centro della casa), utilizzando lo spazio ricavato dall'abbattimento degli edifici residenziali adiacenti.

          IL POETA MENANDRO
          Mentre nella parte orientale della casa venne ricavata la parte economica con cucina magazzini ecc., nella parte occidentale vennero ricavate delle terme. Ma fino a poco prima dell'eruzione erano state eseguite in vari posti della casa ulteriori opere di ammodernamento. Vi si sono infatti rinvenuti della anfore riempite di stucco e un forno provvisorio.

          Sappiamo che il nome dell'ultimo abitante della casa era Quinto Poppeo, in quanto venne trovato questo nome in un sigillo di bronzo posto negli alloggi per la servitù. Solo il nome del proprietario poteva essere così importante da essere impresso su un sigillo con cui poter imprimere la sua proprietà sulle cose e il suo nome sui contratti. Quinto Poppeo era un ricco liberto, edile in carica intorno al 40 d.c.

          CASSANDRA AIACE MENELAO ELENA
          La casa è decorata con pitture del IV stile, detto anche dell'illusionismo prospettico, con una capacità prospettica tridimensionale che decadrà totalmente nel medioevo per resuscitare solo nel rinascimento. Il IV stile si affermò infatti in età neroniana e si distinse per le eleganti architetture fantastiche e fantasiose, insomma avevano inventato il Trompe l'oeil, che non è francese ma romano.

          L'inizio di questo stile è documentabile a Pompei subito dopo il 60 d.c., infatti gran parte delle ville pompeiane furono infatti decorate in questo stile dopo la ricostruzione della città a seguito del disastroso terremoto di Pompei del 62. Nell'ambiente a sinistra dell'ingresso vi sono 3 quadretti di 'IV stile' con scene della guerra di Troia.

          Nel IV stile trionfarono le imitazioni dei rivestimenti marmorei, le finte architetture e i Trompe l'oeil caratteristici del II stile ma anche le cosiddette "Grottesche" che tanto piaceranno poi a Raffaello e al Rinascimento, ricche di ornamentazioni con candelabri, figure alate, tralci vegetali, caratteristici del terzo stile.

          IL LARARIO

          Menelao ed Elena
          Nella Casa del Menandro, infatti, l'atrio, come già detto, accoglie pregevoli quadretti con episodi della guerra di Troia; uno dei più rappresentativi è quello che raffigura l'incontro di Priamo, Menelao ed Elena nella reggia, dove Menelao re di Sparta afferra la moglie nuda per i capelli, come rea di averlo tradito fuggendo a Troia con Paride.
          Sappiamo però che non andò così, perchè Elena seppe giocare bene le sue carte e perchè Menelao era ancora innamorato della moglie. Secondo le tradizioni dopo la presa di Troia, Menelao, accompagnato da Ulisse, si recò da Deifobo, che aveva sposato Elena dopo la morte di Paride, e lo uccise. 

          Secondo altri Menelao alzò la spada anche contro Elena, che però per nulla intimorita si scoprì il petto. Colpito dal suo coraggio e la sua bellezza Menelao la risparmiò. Secondo un'altra versione, invece, fu Elena ad introdurre segretamente Menelao nella stanza di Deifobo, consentendogli così di ucciderlo e riconciliandosi con il marito di un tempo.

          SCENE NILOTICHE CON CACCIA MARINA

          Aiace e Cassandra
          Nella stessa pittura è effigiato Aiace che insegue Cassandra che cerca inutilmente difesa presso il Palladio. Cassandra è ricordata da Omero, Apollodoro, Virgilio e Igino. Figlia dei reali di Troia, fu sacerdotessa di Apollo da cui ottenne la preveggenza in cambio dei suoi favori, ma ricevuto il dono Cassandra si negò per cui il Dio la condannò a non venire mai creduta. Strana storia perchè Apollo quando non otteneva consensi stuprava senza riguardo.

          Espugnata Troia i greci, le diedero fuoco, massacrandone cittadini e membri della famiglia reale si rinchiusero nei templi troiani, ma tutto ciò valse a poco. Cassandra, rifugiatasi nel tempio di Atena, fu trovata da Aiace di Locride e violentata.

          Mentre cercava di trascinarla via, Cassandra si aggrappò alla statua della Dea, il Palladio, ma Aiace lo fece cadere dal piedistallo. A causa di ciò tutti i principi greci, non ebbero felice ritorno e Aiace fu punito con la morte da Atena e Poseidone.

          IL LAOCONTE
          Il Laoconte

          Sacerdote e veggente troiano che, quando i troiani portarono nella città il celebre cavallo di Troia, gli scagliò contro una lancia che ne fece risonare il ventre pieno, pronunciando la celebre frase Timeo Danaos et dona ferentes («Temo i greci, anche quando portano doni»). Atena, che parteggiava per i greci, inviò a Laocoonte due enormi serpenti marini, che avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli. Laocoonte cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte. I troiani presero questo come un segno, tenendo così il cavallo tra le loro mura.
          Nell'ala a sinistra dell'atrio vi sono pareti rosse bipartite in senso verticale, al centro delle quali figurano le scene della caduta di Troia:
          - sulla destra Laoconte e i figli strangolati dai serpenti;
          - nella parete a sinistra Cassandra si oppone al rapimento da parte di Ulisse sotto gli occhi del vecchio Priamo.
          - Nella parete di fondo Cassandra osteggia invano l'introduzione del cavallo di legno, pieno di guerrieri greci, nella città.

          SCENE NILOTICHE CON PIGMEI
          Il lato di fondo della casa è occupato da un tablino (sala di ricevimenti) ed il passaggio dall'atrio al tablino è fiancheggiato da colonne in tufo con sovrapposizioni in stucco dipinto. Il tablino è inoltre fiancheggiato da due corridoi di accesso al peristilio che racchiude un grande giardino con colonne ricoperte di stucco e con gli intercolunni chiusi da bassi plutei decorati.

          Le facce esterne dei plutei sono decorate con gruppi di animali, mentre i fusti di colonna sono dipinti con cespi d'edera e oleandri. Nel vasto peristilio si aprono sulla parete di fondo una biblioteca, un sacello domestico ed un'esedra rettangolare inquadrata da due nicchie ad abside decorate da pitture.

          Nella prima esedra da destra, decorata in IV stile, è una piccola nicchia con altare per il culto domestico o sacello domestico in quanto contiene un larario in muratura sul quale sono posti i calchi dei ritratti in legno degli antenati (imagines maiorum).

          Le cinque sculture in cera o legno, ivi deposte, lasciarono impronte nel banco di cenere indurita, e se ne poterono cosi trarre calchi di gesso; scoperta importantissima perchè sono le uniche immagini di antenati recuperati a Pompei. Esse venivano portate in processione in occasione di sacrifici pubblici e nei funerali di famiglia.

          Nella esedra centrale sono dipinti due poeti seduti: quello che declama è il commediografo Menandro e l'altro era, probabilmente, Euripide, mentre sulle altri pareti vi sono maschere tragiche e satiriche e le altre esedre ad abside sono decorate con Artemide e con Afrodite. Intorno al peristilio, come di consueto, si aprono diversi ambienti.

          Nel 'salone verde' (aperto sul peristilio) c'è l'affresco con amorini fra tralci di vite e col racconto umoristico delle nozze di Ippodamia, nonché il bel mosaico colorato con le scene della caccia marina e con con una scena nilotica, in tessere minute.
          IL SECONDO PIANO

          Ippodamia
          La principessa Ippodamia era figlia del re di Argo e di una certa Demonassa. La principessa andò in sposa a Piritoo, figlio del re dei Lapiti. In occasione del suo matrimonio i Centauri, che erano tra gli invitati, finirono in preda all'alcool e infransero le regole della xenia, la famosa sacra ospitalità del mondo greco.

          Essi, cercarono di rapire la sposa e di molestare le donne dei Lapiti, che aiutati da Teseo, li attaccarono a loro volta.i. La rissa si allargò e alla fine degenerò in una guerra fra il popolo dei Lapiti e quello dei Centauri, la famosa Centauromachia. I Centauri furono sconfitti grazie all'aiuto determinante che Teseo portò a Piritoo.

          LE TERME

          Le Terme
          Il quartiere termale, in restauro al momento dell'eruzione (79 d.c.), presenta il cortile con 4 colonne, lo spogliatoio e il calidarium (sala dell'acqua calda). Nel calidarium si trova una grande mosaico con al centro un grande acanto circondato da pesci, delfini e altri animali marini, con figure negroidi e, all'ingresso, un servo che porge recipienti per unguenti.

          Sulla soglia dell'ingresso al calidarium, che presenta pitture in IV stile, un servo porta due
          recipienti, uno per l'olio l'altro per il profumo. Nel pavimento a mosaico (scene nilotiche) nuotano pesci, delfini, un granchio,un negro itifallico mentre un'altro caccia un mostro col tridente.

          LA CASSA DEL TESORO

          Il quartiere servile

          Nel quartiere servile erano conservati un carro agricolo, un corredo di attrezzi agricoli, anfore di cui una conteneva mele del tipo chiamato "despumatum" (miele bianco depurato usato anche oggi in cosmetica e medicina), altre contenevano aceto, vino di Sorrento ed una con una scritta che raccomandava con salsa di pesce di prima qualità.

          Attualmente nella stalla (equile) è esposta la riproduzione di un carro agricolo, unici pezzi originali sono solo le parti in ferro e in bronzo.



          LE VITTIME DEL TERREMOTO

          Nella casa del Menandro sono state trovate delle vittime del terremoto, delle persone e pure un cane da guardia. Le loro immagini sono state ricavate in parte riempiendo di cemento i vuoti lasciati dai loro corpi, in parte ricomponendo le ossa ritrovate nei sotterranei.

          Una teca posta nelle villa stessa mostra i corpi delle vittime dell'eruzione da cui nessuno ebbe scampo, per i crolli, per il calore bruciante e per i gas tossici.

          OGGETTO IN ORO DEL TESORO


          IL TESORO

          In un corridoio sotto il piccolo atrio della casa si trovava un tesoro di 118 vasi d'argento, bene avvolti in panni di lana, che erano stati sistemati in una cassa di legno posta nei sotterranei del cortile durante i lavori di restauro della casa. 
          La cassa, istoriata con applicazioni e borchie di bronzo, conteneva, oltre all'argenteria, anche pezzi d'oro e monete per un valore di 1432 sesterzi.

          Durante la Repubblica romana il sesterzio era una piccola moneta d'argento, coniata raramente. Durante l'Impero romano era una moneta in lega di rame e zinco, detto oricalco, molto simile all'ottone e di ampio conio.




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        11. 11/02/19--05:32: CULTO DI POMONA
        12. POMONA - LOUVRE
          - Monsignor d'Aspra, pur mostrando grato e liberale animo verso il proprio benefattore, mercè il dono ricordato dal Vacca, trovò modo di trattenere in casa molte e singolari opere d'arte. Egli abitava a S. Macuto, e l'Aldovrandi così ne descrive la raccolta antiquaria (p. 256):
          « - Ne la loggietta di questa casa si vede la copia in pie vestita et intiera, e tiene il suo corno in mano pieno di frutti... 
          - Vi è anco una Pomona intiera che era la Dea de' frutti. 
          - Vi è uno Aristide assiso, ma non la testa. 
          - Vi sono anco alcuni altri busti antichi. 
          - Sopra la casa, dicono, che vi è un bellissimo Bacco intiero in pie, e che se ne doveva fare un presente ad un gran principe ». -

          (RODOLFO LANCIANI)


          Pomona è la Dea romana dei frutti, chiamata perciò "Patrona pomorum", "signora dei frutti", non solo di quelli che crescono sugli alberi, ma anche dell'olivo e della vite, le piante sacre con cui si nutrivano i romani. Il nome della Dea deriva chiaramente da pomum, "frutto". Viene in genere rappresentata come una Dea che accoglie frutti nel lembo della sua veste, o che regge un cesto di frutta, o una cornucopia.

          Non si conoscono feste (Pomonalia) in suo onore, né dai calendari antichi giunti fino a noi, né dalle fonti letterarie classiche. Lo studioso Georg Wissowa ha ipotizzato che la festività di Pomona fosse mobile e determinata dal momento della fruttificazione delle colture.

          Cosa probabile perchè al culto della Dea era preposto un flamine minore, il flamine pomonale, che nell'ordo sacerdotum era il meno importante di tutti. Per forza, era un'antichissima Dea, un tempo potente e pian piano decaduta, ma comunque ancora degna di un suo esclusivo flamine,

          Comunque un tempio lo aveva altrimenti non avrebbe avuto il flamine, ed era sull'Aventino. Ovidio invece la descrive con una falce nella mano destra. Cosa miete la Dea munita di falce? Di solito la falce mieteva la messe matura e la vita degli uomini.

          Ed ecco di nuovo l'antica Dea, la Dea Triforme, che nel suo aspetto autunnale raccoglie di frutti di una vita e prepara alla morte, della natura e pure degli uomini. I romani, e pure i greci, amavano il frutto del melograno ricco di simbolismi: era l'ultimo frutto dell'autunno, o il frutto maturava e lasciava cadere i suoi semi per la nuova pianta, o la vecchia pianta si estingueva. Di nuovo l'autunno con i suoi frutti.

          LA TRIPLICE

          VERTUMNO

          Secondo Ovidio Pomona sarebbe stata insidiata da varie divinità delle selve, tra le quali i Satiri, ma solo il Dio Vertumno l'avrebbe amata davvero, l'avrebbe lungamente corteggiata e alla fine l'avrebbe conquistata. Naturalmente questo mito è tardivo.

          Vertumno è un Dio di origine etrusca (Voltumna o Veltumna), che personificava il mutamento di stagione presiedendo alla maturazione dei frutti. Gli si attribuiva il dono di trasformarsi in tutte le forme che voleva. Il suo nome deriva dalla stessa radice indoeuropea del verbo latino vertere: girare, cambiare, dal sanscrito: vártate, con le sue varie derivazioni italiane: voltare, vorticare, divertire, pervertire, volgere verso etc.

          Non ricorda un pochino il greco Proteo, avvero il proteiforme, colui che poteva assumere tutte le forme che voleva? Era il figlio della Madre Terra, tanto è vero che Ercole, in una delle sue fatidiche fatiche, lo vinse sollevandolo dal suolo, perchè riceveva da sua madre un'incredibile forza finché stava coi piedi per terra. 

          Proteo, come Vertumno, era il figlio della Dea Terra, ovvero della Dea Natura che con la sua energia creava forme diversissime, dalla pietra alle piante e agli animali. Lui era il prodotto, Lei la creatrice. Coll'avvento del patriarcato il figlio della Dea divenne il Dio supremo.

          Così Vertunno viene rappresentato come amante della Dea Pomona probabilmente perché Vertumno era il figlio - vegetazione annuale, quello che muore e resuscita ogni anno, ma pure Dio degli alberi da frutto, che producono frutti per poi disseccare i loro rami in Autunno. 

          POMONA E VERTUMNO (MELZI - ALLIEVO DI LEONARDO)

          LA NINFA - LA MADRE - LA VEGLIARDA

          Vertumno si trasformò dunque in una vecchia per poter avvicinare la Dea Pomona. Conquistò la sua fiducia, ammirò la sua bellezza e quella del suo giardino e osservò un forte e maestoso olmo avvolto da uno splendido e rigoglioso tralcio di vite.

          L'anziana donna disse alla ragazza che la vite, se non si fosse allacciata all'albero sarebbe rimasta per terra, afflosciata e il tronco dell'albero, senza l'abbraccio della vite sarebbe stato spoglio, senza poter vantare alcuna bellezza.

          L'olmo era simbolo di Vertumno, la vite di Pomona.

          Con tale allegoria Vertumno intendeva spiegare alla giovane, restia a concedersi a chiunque, che se avesse accettato di unirsi in giuste nozze con un degno giovane, tale unione avrebbe beneficato sia lei che il suo sposo, donando bellezza, gioia e prosperità a entrambi.

          A questo punto si trasformò in se stesso e Pomona, vedendo la bellezza sfolgorante del giovane Dio fu sedotta dal suo aspetto e dalle parole dette poco prima, e così si unì a lui.

          Un mito molto ingenuo che non ha un suo perchè, a meno che, ed è molto probabile, non fu un tentativo di far rivivere la Vegliarda, uno dei tre aspetti della Dea Natura che anche Pomona accoglieva in sè: la Ninfa, la Madre e la Vegliarda. 

          Un po' come venne infilato nel Mito della Madonna la figura di Sant'Anna ormai vecchia e madre della Vergine.

          La Ninfa era l'amante, colei che si accoppia con tutti, Iside in Egitto in tale ruolo era chiamata la prostituta ed era rappresentata in finestra come stavano appunto le prostitute. 

          La Madre era colei che allattava, cioè che dava il nutrimento, nutrendo le piante, gli animali e l'uomo con i prodotti del suo suolo: l'ultima era la Vegliarda, cioè la Vecchia che dà la morte portando a compimento ogni vita per poi farla rinascere nel suo grembo. 

          Insieme le tre Dee compiono il ciclo della vita nella Natura, tre Dee in una, responsabili di:nascita, crescita e morte di tutti gli esseri senzienti. Trinità che venne anch'essa copiata dalla religione cattolica ma tutta al maschile, quindi senza parto.



          IL PROTETTORE DI VOLSINII


          POMONA - MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI
          Il Veltumna etrusco fu protettore della città di Volsinii e titolare del vicino santuario federale della Lega delle dodici città etrusche (dodecapoli) (Fanum Voltumnae). 

          A Roma ebbe una statua bronzea presso il vicus Tuscus, all'ingresso del Foro Romano, opera di Mamurio Veturio, il famoso fabbro che produsse a Roma gli undici scudi identici all'ancile di Marte piovuto dal cielo..

          Quando, poi, il console Flaminio, nel 264 a.c., sottomise anche Volsinii, egli stesso trasportò a Roma la statua di Vertumnus attraverso il rito dell'Evocatio (Festo, s.v. Picta; Properzio IV 2).

          Secondo Varrone, il culto del Dio però preesisteva a Roma sul colle Palatino già dal tempo di Romolo, specificando che il culto fosse stato già introdotto a Roma dagli etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. 

          Lo stesso Tito Tazio, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, eresse al Dio un'ara sul colle Aventino (Varrone, "De Lingua Latina" V 46; 74). Nel vicus Tuscus infatti esisteva una statua del Dio, la cui base è stata oggi ritrovata (CIL VI, 00804). 

          Sembra che presso altri popoli italici siano state venerate divinità di nome (e probabilmente di funzione) simile a Pomona, ma che siano di genere maschile anziché femminile; presso gli Umbri, infatti, si trova Pomo o Pomonus, attestato nelle Tavole di Gubbio dove si cita il sacrificio di una pecora a Puemune Puprike, vale a dire "a Pomono pubblico". Presso i Sabini, invece, è attestato il Dio Poemonio, citato nella Pietra di Scoppito.



          PATRONA POMORUM

          Patrona pomorum, Pomona, è l’antichissima divinità romana protettrice non solo dei frutti da raccogliere sugli alberi, ma anche delle due coltivazioni simbolo della macchia mediterranea, la vite e l’olivo.

          La Dea che è spesso raffigurata con i frutti e foglie intrecciate tra i capelli come una corona bucolica, (oggi nei pressi della ventinovesima zona di Roma nell’Agro Romano, all’epoca ubicato a sud del XII miglio della via Ostiense)

          Il filologo classico tedesco Georg Wissowa ha ipotizzato, e non senza ragione, che Pomona avesse una sua festività ma che non cadesse in una data fissa, bensì fosse stabilita dai momenti di maggiore fertilità.



          IL RE PICO

          Ma la tradizione latina non ricorda la Dea romana della frutta come moglie di Vertumno, bensì come sposa del re Pico, la cui storia è tramandata da Ovidio e Virgilio, rispettivamente nelle Metamorfosi e nell’Eneide.

          Pico sarebbe stato uno dei primi re del Lazio, figlio di Saturno e Feronia: fondò e regnò su Alba Longa, e fondò anche la città di Laurentum, poi scomparsa.

          Durante una battuta di caccia sul monte Circeo, Pico incontrò la maga Circe, che si invaghì immediatamente di lui, ma Pico la rifiutò perché le preferì Pomona. Circe allora si vendicò trasformandolo in un picchio, animale sacro al Dio Marte.

          Altre versioni dipingono Pico come un Dio rurale venerato specialmente nel Piceno e in Umbria, padre di Fauno e dotato di poteri oracolari e profetici, in virtù della sua camaleontica capacità di mutare forma e trasformarsi in un picchio verde a suo piacimento.

          Qui di nuovo abbiamo un muta-forma come Vertumno e Proteo, quindi figlio della Dea Terra.

          Alcune fonti lo fanno sposo della ninfa Canente, ma la tradizione latina lo raffigura innamorato della Dea romana della frutta. Questo antico Dio italico, cui si ricorreva per responsi, ebbe culto fra gli Umbri, gli Equi e i Picenti.

          Pico venne ritenuto figlio di Saturno, o di Sterces, padre di Fauno e avo di re Latino, re degli Aborigeni nel Lazio e fondatore della città dei Laurenti; sua moglie fu ritenuta Pomona o Canente, una ninfa figlia di Giano, oppure Circe.

          Comunque il picchio era l'uccello di Marte, colui che attraverso i suoi colpi sulla corteccia degli alberi, annunciava l'avvicinarsi della morte. Un po' come il cuculo di Giunone. D'altronde Marte era Dio della guerra e la morte con la guerra è fatale.

          Castel Porziano, la residenza di caccia reale, risiede sull'antico Ager Solonius dove, ci dice Festus, era situato il Pomonal o bosco sacro di Pomona, situato a sud del XII miglio della via Ostiense, che in seguito appartenne a Gaio Mario.

          COSIDDETTO TEMPIO DI POMONA

          TEMPIO DI POMONA A SALERNO

          Si sa che a Salerno esisteva un tempio dedicato alla Dea Pomona, ma non sappiamo se si trovasse nel luogo che oggi chiamiamo tempio di Pomona. Nel muro perimetrale fu rinvenuta una epigrafe di ignota provenienza, situata tra la seconda e la terza monofora, che ricorda una donazione di 50 mila sesterzi fatta da un certo Tito Tettenio Felice Augustale nel IV secolo d.c. e che consentì di realizzare i pavimenti in marmo, un ricco intonaco ed il frontone del tempio di Pomona. Il tempio dunque c'era, anche se non si sa dove, ma può darsi fosse proprio dove viene collocato oggi. 

          L’interno di questa sala è caratterizzato da una quindicina di colonne di stile ionico unite tra di loro da un arco gotico a sesto acuto. I capitelli, sempre di stile ionico, sono costituiti da quattro teste di donna, poi attribuite alla Dea Pomona, e una lastra quadrata a coronamento del capitello formata da facce concave. 

          Sembra però che tali colonne, come i blocchi di travertino che formano la base del campanile del Duomo, provengano da Paestum, come materiale di spoglio. Ma durante dei lavori di ristrutturazione del duomo, sono stati trovati resti di un tempio che non è ionico ma di epoca romana, che potrebbe essere effettivamente il tempio dedicato a Pomona. .


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          Nome: Lucius Quinctius Flamininus
          Nascita: -
          Morte:
          Gens: Quinctia
          Consolato: 192 a.c.
          Professione: Generale di terra e mare


          Lucius Quinctius Flamininus, fratello di Tito Quinzio Flaminino, console nel 198 a.c., fu augure nel 213 a.c., edile curule nel 200 a.c. e pretore urbano nel 199 a.c.



          II GUERRA MACEDONICA

          Nel 198 a.c., quando al fratello Tito Quinzio Flaminino venne affidato il comando dell'esercito nella guerra contro Filippo V di Macedonia, a Lucio, suo fratello minore, fu affidato il comando della flotta, con il compito di proteggere le coste italiane dalle incursioni nemiche.

          Egli con la sua flotta si recò a Corcira, dove prese le consegne per dirigersi verso il Pireo, unendosi alle altre navi a protezione di Atene. Dopo pochi giorni giunsero le flotte alleate di Attalo I, re di Pergamo, e della città di Rodi, che posero l'assedio ad Eretria, la principale città dell'Eubea, presidiata da una guarnigione macedone. Lucio conquistò la città con una inaspettata e ben congegnata sortita notturna e riuscì ad ottenere un ricco bottino, soprattutto per le squisite opere d'arte che ornavano Eretria. 

          L'ALBERO GENEALOGICO
          Allora cittadini di Karystos (Eubea - Grecia), constatata la clemenza dei romani verso coloro che deponevano le armi, si arresero senza combattere, così in pochi giorni Flaminino occupò le due principali città dell'isola di Eubea, poi si diresse su Cencrea, il porto di Corinto, dove iniziò l'assedio alla città. 

          I Romani furono sconfitti ma, non appena giunsero i rinforzi della lega Achea, riuscirono a continuare l'assedio. La difesa di Corinto fu disperata, anche perché tra i difensori vi erano numerosi Italici che avevano disertato durante la II guerra punica e che si erano lì rifugiati dopo la sconfitta di Annibale. Lucio infine tolse l'assedio e con la flotta si portò a Corcira (Corfù), mentre Attalo I andò a proteggere il Pireo con il suo porto.

          Come Tito, anche Lucio mantenne il comando della flotta romana per il 197 a.c. e accompagnò ad Argo il fratello all'incontro con Nabide, re di Sparta, per farlo desistere dall'alleanza con Filippo V di Macedonia e portarlo dalla parte romana.

          Poco prima della battaglia di Cinocefale, Lucio seppe che la lega Acarnana (l'alleanza tra più città dell'Acarnania, una regione greca, fondata nel V secolo a.c..) voleva abbandonare l'alleanza con la Macedonia e passare dalla parte di Roma.
          Per questo con la flotta si diresse a Leucade, la loro città principale (nelle isole ionie), onde verificare la notizia, ma gli abitanti di Leucade si difesero strenuamente e gli abitanti della Acarnania si batterono contro i Romani anche dopo la caduta della città; si arresero definitivamente solo dopo la definitiva vittoria romana a Cinocefale.

          Dopo la sconfitta, Filippo dovette: 
          - cedere ai romani il controllo della politica greca, 
          - disarmare la flotta, fornire ostaggi al Senato romano 
          - pagare una grossa indennità di guerra. 
          La Macedonia, seppure alleata di Roma, divenne uno stato periferico della Repubblica romana. 

          T. QUINZIO FLAMININO LIBERA LA GRECIA

          GUERRA CONTRO NABIDE

          Nel 195 a.c., quando il fratello Tito venne inviato contro Nabide, re di Sparta, a Lucio venne consegnato di nuovo il comando della flotta, composta da 40 navi romane, da 18 navi di Rodi, comandate da Sosila, e dalle navi di Pergamo inviate dal nuovo re Eumene II.
          Appena giunto in Laconia, si arresero volontariamente a Lucio diverse città costiere. Poi avanzò verso il porto e l'arsenale navale spartano di Gytheio mentre le forze terrestri attaccavano la città, che malgrado le macchine da assedio, riusciva a resistere.

          Dexagoridas, uno dei due comandanti della guarnigione, fece sapere al comandante romano che voleva arrendersi e cedere la città, ma l'altro comandante, Goropas, lo scoprì e lo uccise. Goropas continuò a resistere fieramente finché Tito Quinzio Flaminino non giunse con altri 4000 soldati per cui fu costretto ad arrendersi, però con la garanzia che la sua guarnigione e lui stesso non sarebbero stati toccati e che avrebbero potuto tornare a Sparta.


          CONSOLE E PROCONSOLE

          Poi Lucio Flaminino venne eletto console nel 192 a.c. con Gneo Domizio Enobarbo, grazie ai suoi successi militari e navali, ma nel 184 a.c. fu costretto a dimettersi dalla carica di senatore da Catone il Censore, perché accusato di aver fatto crudelmente giustiziare un nobile, della popolazione gallica dei Boi, mentre era proconsole della Gallia cisalpina. 

          Secondo l'annalista Valerio Anziate (I secolo a.c.) la condanna sarebbe stata pronunciata per soddisfare il capriccio di una donna, con cui Flaminio stava banchettando, che voleva assistere all'esecuzione. Nella versione della storia resa da Tito Livio, invece, non è una donna la responsabile della richiesta ma un amasio (amante) di nome Filippo, un cartaginese, un amante che amava e che aveva attratto da Roma alla sua provincia di Gallia con la promessa di grandi doni.

          Questo episodio fu uno dei più importanti durante il conflitto tra gli Scipioni, a cui i Flaminini erano legati, ed i loro oppositori guidati da Catone. Entrambe le fazioni erano nobili ma mentre gli Scipioni erano innovativi e all'avanguardia, i Catoniani erano conservatori e severi propugnatori degli antichi costumi, i "Mos Maiorum".


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        13. 11/04/19--05:48: LUDI PLEBEI (4-19 Novembre)
        14. GIOCHI GLADIATORII

          "Ogni manifestazione di vita, sia pubblica che privata, fu in Roma strettamente congiunta a idee religiose: dal nascere del cittadino alla sua educazione, al suo ingresso nella vita pubblica, alle nozze, all'adempimento di qualsiasi dovere civile e militare, fino al chiudersi del suo ciclo mortale, e fin oltre questo, nella tomba, con il profondo sentimento religioso che circondava e tutelava questa, mantenendola attraverso i tempi, quale perenne ammonitrice ai discendenti ed ai concittadini: il vero monumento, che 'monet', nel più proprio significato latino della parola. Quindi è che le più antiche manifestazioni di educazione fisica in Roma ci appaiono intimamente legate al duplice scopo di addestramento alla guerra e di espressione di culto alle divinità patrie: questa come presupposto essenziale di quello".

          (GIUSEPPE MARCHETTI LONGHI - Ludi e Circhi nell'antica Roma)

          I Ludi Plebei erano una festività romana religiosa, che si svolgeva dal 4 al 17 novembre, poi estesi fino al 18-19 novembre, e che come tutti i giochi (ludi) includevano sia rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) sia competizioni atletiche. Ad essi erano preposti gli Edili Plebei ed erano tenuti nel Circo Flaminio, un'eccezione perchè la maggior parte dei giochi avvenivano nel Circo Massimo.

          I Ludi Plebei erano istituiti da e per i plebei, per questo potevano essere celebrati tra la gente comune, senza la data del calendario ufficiale. Questo fino a quando i plebei non ottennero poteri maggiori per cui vennero ufficializzati.  

          LE CORSE DEI CARRI
          Durante la manifestazione, si tenevano anche:
          - il 13 novembre (Idibus Novembribus) la Festa di Giove (Epulum Iovis).
          - il 14 novembre una parata degli equites con gli onori militari appesi alla corazza da parata.
          - Una processione simile a quella dei Ludi Romani in genere, coi Flamines che operavano i sacrifici di tori ma pure di maiali e pecore.
          - le corse dei carri, ma pure i singoli cavalli con i fantini in una specie di "palio" dal 15 al 17 novembre.
           - Il 18 novembre e 19 Novembre (ante diem quartum decimum Kalendas Decembres e ante diem tertium decimum Kalendas DecembresFesta celebrata a conclusione dei Ludi Plebei. Sicuramente vi si svolgevano mercati e fiere per acquistare o vendere merci a conclusione dei Ludi Plebei.

          Naturalmente prevedevano oltre alla processione (dove le donne ma non solo sfoggiavano gli abiti più belli) alcuni spettacoli, e non solo di danze e gare d'atletica perchè fu qui che Plauto presentò la prima volta la sua commedia Stichus nei giochi plebei dei 200 a.c. Tito Livio nota che i ludi furono ripetuti tre volte nel 216 a.c., a causa di un errore rituale (vitium) che interruppe il corretto svolgimento.



          IL CIRCO FLAMINIO

          Il Circo Flaminio, posto nella parte più a sud del Campo Marzio, presso le rive del Tevere, fu costruito dal censore plebeo Gaio Flaminio Nepote, (lo stesso che fece costruire la Via Flaminia) nel 221 a.c.), nel 220 a.c., e i primi giochi pubblici vennero istituiti lo stesso anno, tuttavia Cicerone credeva che fossero i ludi più antichi di Roma, quindi di molto precedenti (V-IV secolo a.c.).

          Il circo era circolare, ma anche se non aveva una pista apposita per le corse di carri, non doveva essere difficile prepararne una attraverso transenne di legno, per le carceri e per la spina centrale. Nei tempi più antichi era lungo 500 metri e occupava gran parte dei possedimenti dei Flamini su cui era stato edificato. Il circo non aveva posti a sedere e strutture permanenti.

          Ma il suo terreno faceva gola agli imprenditori edilizi tanto che nel II secolo a.c. lo spazio andò riducendosi, per la costruzione di edifici e monumenti sino a quando, nel III secolo, del circo non rimaneva che una piazza lunga 300 metri in cui venivano svolti i Ludi (giochi pubblici)

          L'area venne utilizzata a volte come luogo per le assemblee e perfino come mercato. Nel 2 a.c. il circo venne tramutato in un'immensa vasca utilizzata per contenere 36 coccodrilli, uccisi durante i festeggiamenti per l'inaugurazione del foro di Augusto, e nel 9, Augusto, sempre in quest'area, assegnò la Laudatio a Druso.



          SULLE CORSE DEI CARRI

          Strabone non ne fa alcuna menzione quando cita il circo Flaminio. Valerio Massimo afferma che al suo interno venivano tenuti i Ludi Plebeii (giochi della plebe), ma altre fonti lo negano. Tito Livio e Marco Terenzio Varrone ricordano che alcuni giochi venivano tenuti all'interno del circo, come i Ludii Tauri, tenuti in onore degli Dei dell'oltretomba che si tenevano unicamente nel circo Flaminio, essendo legati all'area e qui correvano cavalli e non carri ma con un unico fantino, come nei pali medioevali.

          Naturalmente fioccavano le scommesse e i pranzi luculliani con smodate esibizioni dei plebei e dei liberti, con tali ostentazioni che nel 161 a.c. il console Gaio Fannio Strabone propose la legge, che da lui prese il nome di Lex Fannia, che fissava il limite di spesa per i pranzi organizzati in queste occasioni, in 100 assi.

          Intorno al circo Flaminio sorsero vari edifici:
          - Il Tempio della Pietà, presso il Foro Olitorio, di fianco al tempio di Giano, che venne distrutto durante la costruzione del teatro di Marcello.
          - Il Tempio di Marte, a nord-ovest del circo.
          - Il Tempio di Giove Statore ( eretto da Quinto Cecilio Metello Macedonico) 
          - Altri sei templi, tra cui quello di Apollo, c'erano già nel 220 a.c. nei suoi pressi.
          - Una statua dedicata al Divo Augusto vi venne eretta nel 15, da Gaio Norbano Flacco nella piazza. - Il Portico di Ottavia, ricostruito sulla precedente Porticus Metelli.
          - Il tempio di Giunone Regina (eretto dal censore M. Emilio Lepido nel 179 a.c.).
          - Ad est sorse, tra il 45 e il 17 a.c. il Teatro di Marcello, che occupò una vasta area del circo.

          Uno dei tre archi trionfali, eretti in onore di Germanico, fungeva da ingresso alla piazza. L'area venne abbandonata verso la fine del IV secolo, insieme agli edifici sorti nella zona. 
          L'antica area occupata dal circo sorgeva tra l'odierna via del Teatro di Marcello, piazza Cairoli, via del Portico di Ottavia e le rive del Tevere, tra l’odierna sinagoga e il quartiere ebraico.


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          Ponte Mallio è il nome di un ponte romano diviso in due arcate localizzato nel centro romano di Cagli, locato nella provincia di Pesaro-Urbino, nelle regione delle Marche. La Flaminia attraversa il torrente Bosso alla confluenza nel fiume Candigliano con il Ponte Mallio, probabilmente di età tardo-repubblicana, ben conservato e visibile subito prima del centro storico, accanto al nuovo ponte costruito nel 1948.

          La dizione “Mallio” si pensa derivi dalla errata lettura di una iscrizione posta da M(arcus) Allius, che in epoca augustea ne curò il restauro. Il manufatto, costruito originariamente in epoca repubblicana, si presenta come una delle opere romane più imponenti di quelle esistenti lungo il tracciato della consolare Flaminia. Il grande fornice centrale (11,66 m) è composto da 21 cunei e sormontato da un cordolo aggettante.

          Risulta in parte ancora interrato come l'altro più piccolo posto dopo la serie dei possenti contrafforti. Tecnicamente il ponte è stato costruito mediante la sovrapposizione a secco di grandi blocchi (superiori anche al mc) in “breccione”, localmente noto come pietra “grigna”, di cui un'antica cava si trova lungo la Flaminia, poco dopo la località Foci.
           
          La parte in conci di pietra corniola, disposti a filari regolari, risale ad un successivo intervento di restauro che si ipotizza sia avvenuto all'inizio dell'epoca imperiale. Il ponte, uno dei più importanti di quelli che si trovano sulla via consolare Flaminia, fu costruito vicino Cagli e, sebbene in parte interrato, è quasi completamente intatto, nonostante i secoli e il terremoto del 3 giugno del 1781 che distrusse gran parte della città di Cagli. I romani, si sa, costruivano per l'eternità.




          MONTECCHINI

          “Come anche si rileva dalla forma del ponte e dalle sue ali all’entrar d’acqua, il corso antico del Bosso, poco superiormente al ponte stesso, era diverso dall’attuale: ed io penso che sia si alterato in seguito alla costruzione avvenuta già da molti anni del mulino detto della Smirra sul Burano, per cui l’alveo di questo essendosi alquanto rialzato diminuì la pendenza e la chiamata del Bosso; il quale non potendo più smaltire prontamente le impetuose piene, si diede a vagare nella stretta valle superiore al ponte, con pregiudizio anche della strada Flaminia della quale, or son due anni, rovesciò un alto muro di sostegno che a grande stento venne testè ricostruito.

          Il ponte Manlio, per la smisurata dimensione dei massi di cui è nella maggior parte composto, per la sua perfetta conservazione, per le sue ali e muri andatori che l’accompagnano, è uno de’ più meravigliosi; e Palladio ne fa menzione con queste parole:

          'e sopra il Metauro (è sbagliato il nome del fiume, ma ciò non conta) nell’Umbria (è sbagliata pure la regione) a Cagli se ne vede un altro (ponte) di opera rustica similmente con alcuni contrafforti nelle ripe che sostengono la strada e lo fanno fortissimo.'
          PRIMO ARCO DEL PONTE MALLIO
          Esso è ad un solo arco semicircolare del diametro di m. 11,66 i cui cunei in numero di ventuno perfettamente tagliati e posti a secco, hanno l’altezza di m. 1,30 coll’estradosso concentrico all’intradosso, fuori che due cunei laterali alla chiave, i quali sono più alti degli altri.

          Le pietre di questo colossale manufatto, sono del solito breccione delle Foci, ossia pietra grigna, ciascuna di volume non minore di un metro cubo, e combaciantisi con tanta esattezza tra loro, da non poter essere superata.

          Al disopra dell’arco ricorre un’alta fascia sporgente dalla fronte del ponte metri 0,25 sulla quale riposa il parapetto che ha la grossezza di metri 1,50 e l’altezza di metri 1,70: però è da notare che la strada ora scorre direttamente sull’estradosso dell’arco; mentre in antico su di questo, doveva esservi il selciato non meno alto di centimetri quaranta.

          Porto opinione che questo ponte appartenga al primo secolo di Cristo, perché il genere di quella costruzione è proprio dell’epoca romana; e penso ancora che esso tenga luogo d’un altro ponte a due luci, simile a quello attraverso il fosso della Scheggia costrutto di grossi lastroni: rovinato poi il primo ponte dalla furia del torrente, sia stato ricostruito nella forma attuale conservando del precedente la parte rimasta illesa, come tuttora si vede nelle fiancate a valle.

          SECONDO ARCO DEL PONTE MALLIO
          E’ voce generale che il detto ponte, formi un circolo perfetto ossia un anello, di modo che sotto l’alveo esista un arco rovescio, come vi è un arco retto al disopra. Il lodato Cav. Mochi, nella sua storia di Cagli, assicura d’aver fatto esaminare il ponte da gente esperta, operando uno scavo nell’alveo; e dice d’aver avuta l’assicurazione che sta realmente in fatto quello che la pubblica voce afferma.

          Né di ciò è a meravigliare, sapendosi che talora i romani, costruirono altri ponti in siffatta guisa per renderli eterni: e invero dopo tanti secoli e tante vicende di guerre e di terremoti, uno de’ quali nel 3 Giugno 1781 rovinò gran parte della Città di Cagli, quel manufatto dura pressoché inalterato; e se mostra qualche lesione, è più presto opera degli uomini che del tempo, al quale potrà resistere incolume altri duemila anni; cosa che certo non può presumersi delle opere nostre fatte pur con tanta superbia di sapienza, di molte delle quali, i posteri non lontani, troveranno appena la traccia.
            
          Questo ponte è denominato Manlio per la mala lettura d’un iscrizione che stava sul parapetto a destra, della quale più non rimane vestigio, e che al dire del Bricchi, dava notizia avere M. Allio Tiranno Prefetto delle strade, restaurata quell’opera.

          In che consistesse quel restauro, non saprei dire; certo è come già si accennò, che in quel manufatto sono due diverse maniere di costruzione; e se una di queste due rappresenta il restauro di Allio, non può essere che quella formata di massi smisurati.


          V’è chi dubita della autenticità di quella iscrizione: però non può negarsi che la famiglia Tiranni non fosse antichissima in Cagli, ed anzi l’ultimo rampollo cessò di vivere soltanto sul declinare dello scorso secolo: sicché non è improbabile che qualcuno della stessa famiglia, fosse investito dell’ufficio suaccennato. 

          Poco inferiormente al ponte Manlio, ve n’è un altro minore costrutto collo stesso sistema di pietre colossali, fatto pure a semicircolo col diametro di m.13,40: l’arco è formato da nove cunei alti metri 0,90 coll’estradosso concentrico all’introdosso.

          Tra i due ponti, esiste un muro di sostegno della strada formato coi soliti massi squadrati di breccia, e munito di quei robusti contrafforti accennati da Palladio. Questo ponte da secoli non riceve più nessun’acqua, essendosi forse ad arte, alterato il corso del fosso pel quale esso era stato costruito.”

          (Montecchini - 1879). .


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        15. 11/06/19--05:40: DIPLOMA MILITARE ROMANO

        16. Il diploma militare romano è il documento che conferma soldati ausiliari e membri di altri rami di servizio nell'impero romano, concedendo loro la cittadinanza romana e / o il diritto di sposarsi. Questo "Diplomata" viene rilasciato dopo un servizio militare onorevole di 25 anni di servizio; I soldati della flotta invece devono il loro servizio per 26 o 27 anni, e a volte anche più a lungo. Il documento è una copia certificata dell'editto originariamente pubblicato a Roma.

          Il diploma militare consisteva in due tavolette di bronzo unite nella forma di un dittico (libro incerato in due parti), contenente all'esterno e all'interno due copie identiche di un editto imperiale , che era stato già pubblicato a Roma tramite editto pubblico. Tutti i diplomi venivano stilati e sigillati a Roma.

          Poichè il diploma in bronzo aveva un certo valore, si suppone che ricevessero il diploma in bronzo solo i soldati che lo ha pagassero a parte; tanto è vero che in tempi di crisi, come sotto Marco Aurelio, le copie di metallo vennero eliminate, evidentemente ne consegnavano di legno incerate. La possibilità che il testo potesse venire manipolato dall'esterno è paragonabile alla contraffazione dell'iscrizione di un sigillo, secondo l'opinione legale romana, il testo interno era l'effettiva copia certificata.

          Nel documento, l'imperatore concedeva a un soldato nominato il diritto civile e / o il diritto esclusivo a un matrimonio legale (il conio), perché i soldati non potevano sposarsi ufficialmente fino al tempo della dinastia severa, ma fino ad allora si tollerava che avessero compagne di vita (concubinato), Spesso diversi soldati ricevevano lo stesso diploma, a volte intere unità. Il premio inizialmente si estendeva ai potenziali bambini, che venivano spesso citati per nome prima dell'anno 140.

          La concubina veniva anche nominata per nome sul diploma prima del 140 - se ce n'era una - ma non ricevevano la cittadinanza. Dopo l'anno 140, la pratica legale cambiò e le famiglie vennero citate solo in casi eccezionali. Ad esempio, se il soldato era sposato o aveva figli prima dell'inizio del suo servizio militare. Da quel momento, i diritti civili di solito non venivano più dati ai bambini del soldato nati prima della sua liberazione.

          DIPLOMA AD AUSILIARIO DELL'ESERCITO ROMANO DATO DALL'IMP. ADRIANO
          Oltre ai soldati ausiliari, furono assegnati anche diplomi militari a membri della flotta romana e ai Pretoriani e alle Cohortes urbanae, che ricevettero solo il conubium poiché avevano già i diritti civili, e a forze speciali come gli Equites singulares reclutati dagli Auxiliares. I soldati di una legione invece dovevano avere la cittadinanza romana prima del reclutamento.

          Tuttavia, diversi anni dopo la guerra civile nell'anno dei quattro imperatori (68-69), si sono ritrovati diplomi per la Legio I Adiutrix sotto Galba e per la Legio II Adiutrix sotto Vespasiano. Evidentemente queste legioni furono reclutate da non cittadini (probabilmente soldati della flotta), che furono poi naturalizzate retroattivamente.

          Attualmente sono documentati oltre 900 diplomi militari tra il regno dell'imperatore Claudio (41-54) e l'inizio del IV secolo. Dal 210 circa, tuttavia, non risultano diplomi di ausiliari, evidentemente per la concessione dei diritti civili a tutti gli abitanti dell'impero da parte dell'imperatore Caracalla nell'anno 212.

          Molto prezioso per la ricerca storica è l'elenco di tutte le unità militari di una provincia in cui i soldati erano di stanza e che ricevettero i diritti civili, così come la nomina dell'attuale governatore, i due consoli e il comandante dell'unità, con elencati sette testimoni che hanno certificato la copia a Roma. I diplomi sono datati fornendo così importanti informazioni sulla cronologia (regni e titolari degli imperatori, datazione dei governatori) e sulla storia sociale e militare. 

          Però il numero di diplomi conosciuti è abbastanza grande da consentire delle statistiche: ad esempio, l'accumulo relativo di diplomi, rilasciato a 92 o 158, indica un reclutamento particolarmente ampio, precedentemente effettuato, connessi rispettivamente con le due guerre ebraiche (66-73 e 132-135). L'Esercito Imperiale dovette recuperare le perdite, e i soldati dell'Ausiliario e della Flotta appena aggiunti vennero rilasciati 25 anni dopo.

          Come esempio di un diploma militare quello del Centurio Plato. A Pompejanum di Aschaffenburg, dal luglio 2014, viene mostrato il diploma militare ben conservato di Ottaviano delle Cohors I Cantabrorum, preso in prestito dallo Staatliche Antikensammlungen di Monaco. La coorte era di stanza all'epoca del premio, nel l'anno 78, nella provincia romana della Mesia, attuali Bulgaria e Romania.


          Diploma di fine servizio

          Nel 1930 fu rinvenuta una lapide in bronzo al campo di Pannon Brigetio, che conteneva un decreto degli imperatori Costantino (306-337) e Licinio (308-324) del 311, che tra l'altro segnano la fine della pratica dei diplomi militari. 


          Ricerca e pubblicazione 

          I diplomi sono annoverati tra le iscrizioni, quindi nel campo dell'epigrafia latina che ammontano a circa 1955 copie, raccolti nel Volume XVI del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL); i diplomi pubblicati dalla fine degli anni '50 sono stati raccolti nei cinque volumi dei Diplomi Militari Romani (RMD) di Margaret M. Roxan e Paul Holder. La maggior parte dei diplomi militari provengono dalle province balcaniche dell'impero, che nell'Alto Impero erano il più importante reclutamento dell'esercito romano.

          Molti diplomi (o frammenti) entrano nel mercato dell'arte senza essere trattati scientificamente. Il numero di diplomi noti e di frammenti di diploma è aumentato notevolmente, specialmente dagli anni '80, principalmente a causa dei metal detector utilizzati da cacciatori di tesori privati.

          DIPLOMA DI AURELIUS BITHUS - ALA I ULPIA CONTARIORUM GORDIANAE


          RITROVAMENTI

          I DIPLOMATA MILITARE

          Brucia 100; CIL XVI.65; datato: 17 luglio 122AD

          In ottimo stato, questo certificato di dimissione fu rinvenuto nel 1930 a Brigetio in Pannonia, ora noto come O-Szöny sul Danubio nell'ovest dell'Ungheria; evidentemente il soldato a cui apparteneva tornò a casa dopo il servizio militare nella Ala Primae Pannoniorum Tampianae in Gran Bretagna. Questo importante documento è stato successivamente acquistato dal British Museum.

          Esso contiene 13 nomi di alae di cavalleria e 37 di fanteria e cohortes miste, il più grande numero registrato su qualsiasi diploma in tutto l'impero romano. Si pensa che questa lista rappresenti l'intera forza ausiliaria assegnata al governatore Aulo Platorius Nepos con il quale doveva presidiare il nord della Britannia mentre le sue truppe legionarie avevano lavorato costruendo i forti, i mulini a vento, le torrette e il varo del Vallo di Adriano.



          IMP CAESAR DIVI TRAIANI PARTHICI DIVI NERVAE NEPOS TRA
          IANVS HADRIANVS AVGVSTVS PONTIFEX MAXIMVS TRIBV
          NIC POTESTAT • VI • COS • III • PROCOS
          EQVITIB ET PEDITIB QVI MILITAVERVNT IN ALIS DECEM ET TRIB ET COH
          TIB TRIGINTA ET SEPTEM QVAE APPELLANTVR I PANNONIOR SABINIAN
          ET I PANNON TAMPIAN ET I HISPAN ASTVR ET I TVNGROR ET II ASTVR
          ET GALLOR PICENTIAN ET GALLO ET THRAC CLASSIANA CR ET GALLO
          PETRIANA ∞ CR ET GALLO SEBODIANA ET VETTON HISPAN CR ET
          AGRIPPIANA MINIATA ET AVG GALLO ET AVG VOCONTIOR CR ET I
          NERVIA TEDESCO CR ET I CELTIBEROR ET I TRAC ET I AFROR CR ET I
          LINGON ET I FID VARDVLLOR ∞ CR ET I FRISIAVON ET I VANGION
          ∞ ET I HAMIOR SAGITT ET I DELMAT ET I AQVITAN ET I VLPIA TRAIA
          NA CVGERN CR ET I MORIN ET I MANAPIOR ET I SVNVCOR ET I BETA
          SIOR ET I BATAVOR ET I TVNGROR ET I HISPAN ET II GALLOR ET II
          VASCON CR ET II THRAC ET II LINGON ET II ASTUR ET II DELMATAR
          ET II NERVIOR ET III NERVIOR III BRACAROR ET III LINGON
          • •
          ET IV GALLOR ET IV BREVCOR ET IV DELMATAR ET V RAETOR
          ET V GALLOR ET VI NERVIOR ET VII THRAC QVAE SVNT IN BRITAN
          NIA SVB A PLATORIO NEPOTE QVINQVE ET VIGINTI STIPENDIS
          EMERITIS DIMISSIS HONESTA MISSIONE PER POMPEIVM
          FALCONEM • QVORM • NOMINA SVBSCRIPTA SVNT IPSIS LIBE
          RIS POSTERISQ EORVM CIVITATEM DEDIT ET CONVM ET VXO
          RIB QVAS TVNC HABVISSENT CVM EST CIVITAS IIS DATA
          AVT SI QVI CAELIBES ESSENTE CVM IIS QVAS POSTEA DVXIS
          INVIATO DVMTAXAT SINGVLI SINGVLAS AD XIV K AVG
          TI IVLIO CAPITONE ET L VITRASIO FLAMININO COS

          ALAE Ho PANNONIOR TAMPIANAE CVI Præst
          FABIVS SABINVS
          EX SESQVIPLICARIO
          GEMELLO BREVCI F PANNON
          DESCRIPTUM ET RECOGNITVM • EX • TABVLA • AENEA QVAE FIXA EST
          ROMAE IN MVRO POST TEMPLVM DIVI AVG AD MINERVAM

          TI • CLAVDI
          A • FVLVI
          TI • IVLI
          L • PVLLI
          L • NONI
          Q • LOLLI
          L • PVLLI•

          •MENANDRI
          IVSTI
          VRBANI
          DAPHNI
          VICTORIS
          FEST [I
          ANT [

          "L'Imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, figlio del divino Traiano Partico, nipote del divino Nerva, Sommo Sacerdote, detentore del potere tribunale per la sesta volta, tre volte console, proconsole. Per i cavalieri e i soldati a piedi che hanno servito nelle tredici ali di cavalleria e trentasette coorti che prendono il nome
          Ala I Pannoniorum Sabiniana [ Halton Chesters? ]
          Ala I Pannoniorum Tampiana
          Ala I Hispanorum Asturum [ Benwell? ]
          Ala I Tungrorum
          Ala II Asturum [ Ribchester? RIB 586]
          Ala Gallorum Picentiana [ Malton? ]
          Ala Gallorum et Thracum Classiana civium Romanorum
          Ala Gallorum Petriana milliaria civium Romanorum [ Stanwix ]
          Ala Gallorum Sebosiana [ Carlisle? ]
          Ala Vettonum Hispanorum civium Romanorum [ Brecon Gaer? RIB 403]
          Ala Agrippiana Miniata [ Brucia 100 ]
          Ala Augusta Gallorum [ Brucia 100 ]
          Ala Augusta Vocontiorum civium Romanorum [ Newstead? RIB 2121]

          - Cohors I Nervia Germanorum civium Romanorum [ Burgh di Sands? RIB2041] -
          - Cohors I Celtiberorum - Cohors I Thracum - Cohors I Afrorum civium Romanorum [ Brucia 100 ]
          - Cohors I Lingonum - Cohors I Fida Vardullorum milliaria civium Romanorum
          - Cohors I Frisiavonum - Cohors I Vangionum milliaria - Cohors I Hamiorum sagittaria
          -Cohors I Delmatarum - Cohors I Aquitanorum - Cohors I Ulpia Traiana Cugernorum civium Romanorum - Cohors I Morinorum - Cohors I Menapiorum - Cohors I Sunicorum
          - Cohors I Betasiorum - Cohors I Batavorum - Cohors I Tungrorum - Cohors I Hispanorum
          - Cohors II Gallorum - Cohors II Vasconorum civium Romanorum - Cohors II Thracum 
          - Coon II Lingonum - Cohors II Asturum - Cohors II Delmatarum - Cohors II Nerviorum
          - Cohors III Nerviorum - Cohors III Bracaraugustanorum - Coonus III Lingonum 
          -Cohors IV gallorum - Cohors IV Lingonum - Cohors IV Breucorum - Cohors IV Delmatarum
          -Cohors V Raetorum - Cohors V Gallorum - Cohors VI Nerviorum - Cohors VII Thracum
          che sono in Gran Bretagna sotto Aulo Platorius Nepos. 

          I soldati veterani che hanno servito per venticinque anni e hanno ricevuto un diploma onorevole da Pompeo Falco, hanno qui sotto iscritti i loro nomi. A loro e ai loro figli futuri è stata concessa la cittadinanza. Anche le loro mogli legittime che già hanno ricevono la cittadinanza, o, se non erano sposati, coloro con cui in seguito si sposano, a condizione che sia solo una donna per un uomo, riceveranno la cittadinanza.
           
          Datato quattordici giorni prima delle calende di agosto nel consolato di Tiberio Giulio Capitonio e Lucio Vitrasio Flaminino (17 luglio 122).
          La prima ala tampiana dei Pannoni, sotto il comando di Fabio Sabino, verso Gemello, figlio di Breuce, un Pannonico.
          Copiato e controllato sulla tavoletta di bronzo che si trova a Roma sul muro dietro il tempio del Divino Augusto e accanto a quello di Minerva.
          [Testimoniato da]
          - Tiberio Claudio Menandro - Aulo Fulvio Giusto - Tiberio Giulio - Urbano Lucio Pullio Daphnus
          - Lucio Nonio Victor - Quinto Lollius Festus - Lucius Pullius Antoninus

          Estratto dall'iscrizione sul diploma militare  AE 2010, 1853 ): [..] coorte I Cantabrorum cui prae (e)st / C(aius) Cammicus G (ai) f (ilius) Fab (ia) Sabinus / pediti / Octavio Daphni filio Lingoni.

          DIPLOMA MUSEO DI CARNUNTUM

          II DIPLOMATA MILITARE


          parte anteriore

          Provincia: Provincia incerta Location :?
          Imp (erator) Caesar Vespasianus Augustus /
          pontifex maximus tribunic (ia) potestat (e) /
          VIIII imp (erator) XVIIII p (ater) p (atriae) censore co (n) s (ul) VIII /
          peditibus et equitibus qui militante in co /
          hortibus octo I Cantabrorum I Thracum /
          Syriaca I Sygambrorum tironum II Lu /
          censium III et VIII Gallorum Cilicum Mat /
          tiacorum quae sunt in Moesia sub Sex (to) Veterinario /
          tuleno Ceriale qui quina et vicena sti /
          pendia aut plura meruerunt quorum /
          nomina subscripta sunt ipsis liberis pos /
          terisque eorum civitatem dedit et conu /
          bium cum uxoribus quas tunc habuissent /

          cum est civitas iis dati si qui caelibes / 
          essent cum iis quas postea duxissent dum /
          taxat singuli singulas a (nte) d (iem) VII Idus Febr (uarias) /
          L (ucio) Ceionio Commodo D (ecimo) Novio Prisco co (n) s (ulibus) /
          coorte I Cantabrorum cui prae est /
          Caius Cammicus Cai filius Fabia Sabinus /
          pediti /
          Octavio Daphni filio Lingoni /
          descriptum et recognitum ex tabula /
          aenea quae fixa est Romae in Capito /
          lio post piscinam in tribunali deorum /


          parte posteriore

          Sex (ti) Priverni Celeris / P (ubli) Atini Rufi / Cn (aei) Pompei Maximi / M (arci) Veturi Montani /
          M (arci) Stlacci Iuvenalis / L (uci) Naevi Vestalis / M (arci) Lolli Rufi // 

          Imp (erator) Caesar Vespasianus Augustus /
          pontifex maximus tribunicia potestatis /
          VIIII imp (erator) XVIIII p (ater) p (atriae) censore co (n) s ( ul. VIII /
          peditibus et equitibus qui militante in co /
          hortibus octo I Cantabrorum I Thra / cum Syriaca Sygambrorum tironum Lucensium III et VIII Gallorum Cilicum / Mattiacorum quae sunt in Moesia sub / Sesso (a) Vettuleno Ceriale qui quina et vice / na stipendia aut plura meruerunt quo / rum nomina subscripta sunt ipsis liberis / posterisque eorum civitatem dedit et co / nubium cum uxoribus quas tunc habu / issent cum est civitas iis dati si qui / caelibes essent cum iis quas postea duxis / inviato dumtaxat singuli singulas / a (nte) d (iem) VII Idus Febr (uarias) / L (ucio) Ceionio Commodo D (ecimo) Novio Prisco co (n) s (ulibus) / coorte (è) I Cantabrorum cui prae (e) st / C (aius) Cammicus G (ai) f (ilius) Fab (ia) Sabinus / pediti / Octavio Daphni f (ilio) Lingon (i) / descriptum et recognitum ex tabula ae / nea quae fixa est Romae in Capitolio.

          DIPLOMA RITROVATO A SLAVONSKY BROD, CROAZIA

          HONESTA MISSIO

          Honesta missio era il congedo rilasciato per il servizio reso con virtù e onestà, se il militare si fosse comportato con disonore non avrebbe avuto alcun premio o riconoscimento.

          Da Augusto in poi, veniva rilasciato ai militari, sia legionari che ausiliari, oltre al diploma che ne sanciva per legge la fine del servizio, un'indennità in denaro (nummaria missio) o in beni (in genere un appezzamento di terra con deduzione di colonie romane = agraria missio, una forma di pensione dei giorni nostri, inoltre ad alcuni era concesso il diritto di cittadinanza romana (ausiliari) con la possibilità di contrarre così un matrimonio legittimo (Ius connubii). 

          Ma questi premi venivano concessi anche ai legionari congedati in anticipo sui tempi a causa di ferite o malattie (causaria missio) o i congedati per volere del comandante come ricompensa dell'ottimo ed eroico comportamento in battaglia (gratiosa missio). La perdita dei benefici avveniva con il congedo disonorevole (ignominiosa missio).

          I militari ormai in congedo erano chiamati, veterani ed in caso di necessità, essi potevano offrirsi o essere richiamati alla bisogna. Se erano stati richiamati in servizio attivo, erano nominati evocati ed ottenevano un'ottima paga.


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          GAIO MARIO VINCITORE DEI CIMBRI

          AQUAE SEXTIAE

          Aquae Sextiae (Acque Sestie - Oggi: Aix-en-Provence) fu una colonia romana posta a 18 miglia (26 km) a nord di Massalia che prese il nome nome del generale che dedusse la colonia fondando la città, nel 123 a.c., Gaio Sestio Calvino, e dalle sorgenti di acqua calda del territorio. Nei pressi della città si consumò la famosa battaglia di Acque Sestie da cui uscì vittorioso il generale Gaio Mario.



          I TEUTONI

          Plinio Il Vecchio (23-79 d.c.) narra che i Teutoni vivevano sulla costa occidentale dello Jutland, a sud dei Cimbri, e una devastante marea costrinse i Teutoni ad abbandonare le loro terre.

          Quando la tribù dei Cimbri abbandonò lo Jutland (Danimarca e Germania settentrionale) attorno al 120 a.c., i Teutoni si spostarono con loro attraverso la Germania. Non è tuttavia chiaro se i Teutoni si fossero subito uniti ai Cimbri, o se li seguissero a distanza.

          Nel 113 a.c. nella battaglia di Noreia l'esercito dei Cimbri, unitamente ai Teutoni, sconfissero i romani comandati dal console Gneo Papirio Carbone. Nonostante i Cimbri fossero stati presi in trappola con l'inganno, si ripresero rapidamente e sbaragliarono l'esercito romano che non subì l'annientamento totale solo grazie al sopraggiungere di un temporale.

          La migrazione di questi barbari traversò poi il Reno e, come riferì Cesare nel De Bello Gallico, devastò la Gallia, sconfitto infine dai Belgi. I Germani si volsero allora contro i romani e li sconfissero in modo devastante nella Battaglia di Arausio, nell'anno 105 a.c., dopodiché i Cimbri andarono in Spagna, e i Teutoni rimasero in Gallia. Solo due anni più tardi tornarono ad unirsi per un attacco congiunto alla Repubblica romana: era il Furor Teutonicus, come lo chiamavano i romani, temuto almeno quanto il Metus Gallicus, altro soprannome romano dettato dalla paura.

          In realtà i romani avevano più volte battuto quei barbari: nel 295 a.c. (Battaglia di Sentino), nel 283 a.c. (Battaglia del lago Vadimone), nel 225 a.c. (Battaglia di Talamone), nel 222 a.c. (Battaglia di Clastidium), ma questi popoli erano comunque terrorizzanti, sia per l'aspetto sia per la crudeltà e la ferocia. Erano molto più alti dei romani e molto più massicci, dei giganti dai lunghi capelli e lunghe barbe rossi, pieni di tatuaggi che urlavano e ruggivano in battaglia.

          E in effetti i nuovi eserciti che i romani mandarono per proteggere gli alleati della Gallia Narbonense vennero nuovamente sconfitti nel 109 a.c. presso il Rodano e nel 107 a.c. presso Bordeaux. Roma trema, nel 105 a.c. il senato invia gli eserciti consolari al comando di Quinto Servilio Cepione e Gneo Mallio Massimo contro i Germani. Per loro dissidi però i due comandanti dividono l'esercito e affrontano separatamente il nemico il 6 ottobre presso Arausio (Orange) e vengono annientati dai guerrieri Cimbri e Teutoni.

          I Romani, con il fiume alle spalle che impediva la ritirata, persero 80.000 soldati e 40.000 ausiliari. Questa sconfitta, provocata soprattutto dall'arroganza della nobiltà che si rifiutava di collaborare con gli abili capi militari non nobili, provocò una rivolta contro l'oligarchia.


          GAIO MARIO

          GAIO MARIO

          Ora Roma era in preda al panico, i Germani stranamente non penetrarono in Italia ma si diressero in Spagna, vennero però cacciati dai Celtiberi, per cui decisero di invadere il territorio italiano, dividendo le loro forze secondo tre direttrici di invasione: i Teutoni e gli Ambroni sulle Alpi Marittime, lungo il tragitto percorso a suo tempo da Annibale, i Cimbri sul Brennero, e i Tigurini (popolo celtico) in Pannonia per penetrare in Italia attraverso le Alpi Giulie.

          Ora l'aristocratico senato non può più arricciare il naso di fronte ai populares, perchè ora a salvare la situazione c'era solo un umile plebeo che si era dimostrato uno stratega e un generale come pochi
          Siamo nel 102 a.c.e il popolo dei Teutoni, un'orda di 100.000 guerrieri con moglie e figli al seguito si appresta a varcare le Alpi per distruggere tutto ciò che incontra. 

          Il senato gli invia allora il plebeo Gaio Mario, recente vincitore di Giugurta, già console per la V volta, con un esercito che fra romani ed alleati conta 32.000 uomini, pochissimi rispetto ai barbari, ma sono legionari, e a comandarli c'è il grande Gaio Mario, lo zio di Giulio Cesare.

          Mario prepara accampamento tra i fiumi Rodano ed Isère, nella odierna Provenza settentrionale, al crocevia delle strade per i valichi del Piccolo San Bernardo e del Monginevro. I Teutoni si presentano di fronte al campo romano per sbeffeggiare i romani così piccoli di fronte a loro.

          Mario dà ordine di restare fermi e re Teutobod, capo dei Teutoni, dopo aver razziato i dintorni e senza mezzi di assedio, decide di levare le tende e di dirigersi verso l'Italia. Erano talmente tanti che sfilarono per sei giorni di fronte all'accampamento di Mario prima di sparire all'orizzonte.



          CONTRO GLI AMBRONI

          Era la mossa che Mario aveva previsto, fece levare rapidamente il campo e utilizzando percorsi sconosciuti ai Germani precedette l'avanguardia dei barbari, costituita da circa 30000 Ambroni, accampandosi su di un pendio che sbarrava l'accesso alla vallata del fiume Arc presso la città di Aquae Sextie, in posizione favorevole ma priva di sorgenti.

          All'arrivo degli Ambroni, Mario ordinò di preparare prima il campo, ma gli addetti all'acqua delle fonti vennero in contatto con gli Ambroni anch'essi all'approvvigionamento idrico, e ne nacque uno scontro: gli alleati italici, soprattutto i liguri, si gettarono dalla collina sugli Ambroni che cercavano di guadare il fiume. Fu un massacro a cui sfuggirono pochi Ambroni che riguadagnarono la riva dove era il loro campo. Nella seconda parte del combattimento i romani si diressero verso il campo degli Ambroni dove incontrarono la resistenza dei superstiti ma anche delle donne che combatterono insieme agli uomini, la battaglia terminò solo al tramonto quando i romani si ritirarono. Secondo Plutarco lo scontro "fu opera del caso piuttosto che della volontà generale"

          STERMINIO DI TEUTONI E CIMBRI

          IN ATTESA DEI TEUTONI

          Mario ebbe a temere degli attacchi notturni tanto più che essendo buio, non si poteva terminare bene l'accampamento, ma non ve ne furono neppure nel giorno successivo: gli Ambroni ne avevano avute abbastanza e attendevano li Teutoni per riprendere il combattimento.

          Così Mario non solo finì di allestire il campo ma inviò 3.000 fanti al comando di Claudio Marcello nei boschi delle colline che fiancheggiavano la piana dove era il campo nemico, in attesa della battaglia. Il giorno successivo Mario schierò le legione fuori dall'accampamento in assetto da battaglia, mandando avanti la cavalleria che ben presto raggiunse il fondovalle pianeggiante. 

          I Teutoni ritenendo che la fanteria stesse seguendo in pianura i cavalieri, fecero quel che Mario aveva previsto: anticiparono l'attacco per impedire la formazione con la fanteria e la cavalleria alle ali. I germani dovettero risalire la collina mentre i fanti romani impattarono le schiere avversarie con l'impeto determinato dall'abbrivio della discesa. Mario fece lanciare i giavellotti all'ultimo istante, cogliendo i Germani già scompaginati dall'asperità del terreno. Fu una strage.

          La fanteria legionaria, con il vantaggio del terreno, fece indietreggiare i Teutoni sino a fondo valle dove entrò in gioco il contingente fresco di 3000 fanti di Claudio Marcello, che si gettò sul nemico prendendolo alle spalle. I Germani, posti fra due fuochi andarono in panico e fuggirono coi romani alle calcagna che li abbatterono come animali, dal mezzogiorno fino a notte inoltrata.



          IL SUICIDIO 

          Al campo dei Teutoni erano rimaste solo le donne e i bambini, queste all'arrivo dei romani chiesero di aver salva la vita e di essere vendute come schiave alle sacerdotesse romane del fuoco, allo scopo di salvare il loro onore, di fronte al rifiuto dei Romani uccisero i loro figli per poi suicidarsi in massa.
          Il campo teutone fu totalmente saccheggiato, Gaio Mario divise il bottino fra i suoi soldati e bruciò il resto.



          L'ANNO SUCCESSIVO

          Alcuni dei prigionieri furono mostrati da Mario l'anno successivo ai Cimbri prima della Battaglia dei Campi Raudii, dicendo: "Non preoccupatevi dei vostri fratelli, abbiamo dato loro delle terre che conserveranno in eterno" per poi mostrare alcuni prigionieri teutoni aggiungendo "essi sono qui, né possiamo permettere che ve ne andiate senza salutarli"
          GAIO MARIO RICEVE GLI AMBASCIATORI DEI CIMBRI
          - Le fonti parlano di un numero di morti germani tra i 100.000 e i 200.000,
          - lo storico Velleio Patercolo parla di 150.000 morti,
          - Plutarco li stima in 100.000.

          Insomma l'intero popolo dei Teutoni fu sterminato o ridotto in schiavitù, nella valle tanti erano i morti che il luogo venne chiamato "Campi Putridi", ancora oggi "Pourrieres". In seguito il luogo divenne fertilissimo e i contadini del posto usarono le ossa per sostenere i tralci delle viti e definire il confine dei vigneti (!).
          I prigionieri furono circa 80.000 - 90.000 e tra questi il re Teutobod che si era rifugiato presso i Sequani celtici, i quali, conoscendo i Germani, preferirono consegnarlo ai Romani, in seguito fu esibito da Gaio Mario nel suo trionfo. Alla fine, dell'intero popolo dei Teutoni, solo in 3.000 uomini si salvarono dalla morte e dalla prigionia.

          La battaglia venne ricordata sino ai tempi della rivoluzione francese in una chiesetta dedicata a Santa Vittoria che era stata eretta sul posto del tempio edificato subito dopo la battaglia e dedicato a Mario insieme ad una piramide ancora visibile nel XV secolo. Lo stemma del comune di Pourrieres riproduce uno dei bassorilievi che la decoravano.

          Lo scontro di Aquae Sextiae segnò l'inizio della riscossa romana nelle Guerre Cimbri che, unito alla decisiva vittoria conseguita l'anno successivo ai Campi Raudii, neutralizzò la minaccia dei Germani. Il Furor Teutonico era stato spento. Poi Cesare porrà fine al Metus Gallicus.


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        17. 11/08/19--05:23: TYRE - TIRO (Libano)

        18. Tiro era una città più grande dell'area ora occupata dalla Città Vecchia perchè alcune parti sono state inghiottite dal mare. L'antica città controllava anche una fertile striscia costiera larga circa due km, con diverse città minori, santuari e fattorie. Sulle rive c'erano i villaggi dei raccoglitori di conchiglie, a est c'era una collina chiamata Al Ma'shook, e vicino a Al-Rashidiyeh nel sud c'era una città molto antica, probabilmente identica a Ušu menzionata nei testi assiri, e il Palaityros, "TIRO ANTICA", delle nostre fonti greche.

          Questo, secondo Arriano, era il sito di un antichissimo santuario di Eracle (il nome greco di Melqart), e gli archeologi hanno trovato qui diverse tombe dell'età del bronzo. Era una delle città più importanti dell'antico Medio Oriente, edificata su un'isola nel Mediterraneo orientale, e controllava due porti naturali. Era abbastanza vicina alla riva per essere rifornita dall'entroterra, ma sufficientemente lontana dalla terraferma per cui difficile da conquistare. C'erano tre fonti vicino a Ušu, per cui l'area era ricca di acqua, il che produceva una grande prosperità agricola.

          IL GINNASIUM

          LA STORIA

          Nel V secolo a.c., Erodoto di Alicarnasso visitò Tiro, e venne a sapere da un sacerdote che la città e il tempio di Melqart avevano 2.300 anni. Pertanto Tiro era stata fondata nel XXVIII secolo, come confermano i ritrovamenti archeologici sulla collina di Al Ma'shook, che sono ancora più antichi.

          Nel secondo millennio, Tiro compare più volte nelle lettere di Amarna. Il santuario della dea Aširat (o Asherah) a Tiro è menzionato nell'epopea del re Keret, che è nota a Ugarit, e gli abitanti erano interessati ai tessuti di Tiro e soprattutto alla porpora per cui Tiro era ben nota.

          LE MURA FENICIE

           RE HIRAM

          Tiro è menzionata nel regno del re egiziano Sety I (regno 1293-1279 a.c.), mentre una stele di Tiro commemora la vittoria del figlio di Sety e del successore Ramesse II (regno 1279-1213 a.c.). All'inizio dell'età del ferro, Tiro divenne la città più importante della regione e fondò colonie sull'isola di Cipro, di Cartagine, Utica e Lixus, e di Gades in Andalusia. Plinio il Vecchio menziona Tiro come città madre di Lepcis Magna, ma questo potrebbe essere un errore.

          Sembra che il re Hiram avesse buoni rapporti con il re David e il re Salomone, che aiutò a costruire il tempio e il palazzo di Gerusalemme e contribuì alle spedizioni navali. Giuseppe Flavio, scrivendo le sue Antichità Giudaiche, sostenne il racconto biblico con le citazioni di un Messaggero di Efeso, che sosteneva di aver studiato le fonti di Tiro. 

          Questo Menandro non solo confermò il racconto biblico, ma aggiunse anche alcuni frammenti: ad esempio, che Hiram promosse il culto di Melqart / Heracles (testo), una vera rivoluzione religiosa. Tuttavia anche se re Hiram potrebbe essere stato realmente esistente, alcune delle sue azioni potrebbero essere leggendarie.

          Secondo la Bibbia Hiram si alleò con Davide, e mantenne la sua alleanza col figlio e successore Salomone. Grazie alla sua alleanza con Israele, Hiram I si assicurò l'accesso alle strade principali di commercio con l'Egitto, l'Arabia e la Mesopotamia. Giuseppe Flavio dice che inoltre Hiram ingrandì il porto di Tiro ed inglobò nella città le due isole su cui esso era stato costruito; inoltre costruì un palazzo reale e un tempio per Melqart, ma l'archeologia moderna non ne dato una sola conferma.
          PORTICO DI SUD EST
          GLI ASSIRI

          Da nord-est, Tiro e le altre città fenicie erano minacciate dagli assiri, da qui la ricerca e la fondazione delle colonie. Per pagare tributi agli Assiri, Tiro aveva bisogno di ottenere preziosi articoli da ovest, per cui Tiro è fiorita e si è espansa attraverso le colonie occidentali, anche se spesso i suoi possedimenti sulla terra venivano saccheggiati.

          IL RILIEVO DI SARGON II,
          TROVATO IN CITIUM, SUGGERISCE
          CHE LE CITTA' DI CIPRO PREFERISSERO
          L'ASSIRO AL GOVERNO DI TIRO
          Durante il regno del re assiro Assurnasirpal II (r.883-859) Tiro, dovette pagare tributi per non essere saccheggiata. Il figlio e successore di Assurnasirpal, Salmaneser III (regno 858-824) combatté una grande guerra contro le città a ovest dell'Eufrate e richiese tributi da Israele, Sidone e Tiro.

          Sebbene i tributi fossero piuttosto pesanti, Tiro fu in grado di fondare Cartagine, e probabilmente, l'ospite di Tiro fu re Ithoba'al I, il cui regno, secondo Menandro di Efeso, ebbe una grande carestia.La Bibbia lo menziona come il padre di Izebel, la moglie del re Acab di Israele per cui Tiro sarebbe, la città madre di Bathrun e la (non identificata) città libica di Auza.

          Il prossimo ad esigere tributi fu il re Adad-Nirari III (r.811-783 a.c.). Menandro narra che gli assiri tentarono di negare ai tiri l'accesso all'acqua dolce, ed è probabile che i tiri abbiano pagato un altro tributo.

          Secondo il Prisma Sennacherib, il re assiro Sennacherib conquistò Sidone e lo sottopose a un regolare sistema di tassazione.

          Nonostante la perdita di Sidone e Citium, Tiro si riprese dai saccheggi di Sennacherib, perché una generazione dopo, poté sostenere il re Esarhaddon d'Assiria (r.680-669) quando soppresse una rivolta a Sidone.

          ARCO DI ADRIANO
          Il re assiro concluse un trattato con il re Ba'al I di Tiro, nel quale era riconosciuta la sfera d'influenza di Tiro, ma il re dovette accettare che alla sua corte c'era un funzionario assiro permanente.

          Il figlio e successore di Esarhaddon, Assurbanipal (r.669-631?) al terzo anno riuscì a occupare la terraferma, ma non riuscì a catturare la città. Sembra che se ne concluse un'alleanza coniugale. Il Citium sembra essere tornato alla sfera d'influenza di Tiro. Catturare Tiro non era nell'interesse assiro. Era più redditizio chiedere tributi e beneficiare del commercio internazionale di Tiro.

          Dunque Tiro cominciò a decadere con lo sviluppo di Cartagine e fu governata dagli Assiri, dai Babilonesi e da Alessandro Magno, che la saccheggiò uccidendo quasi tutti i suoi 30.000 abitanti. Ritornò ad essere autonoma e a riprendersi nel 126 a.c. finchè nel 64 a.c. entrò nei domini romani con cui ebbe una notevole fioritura, divenendo poi capitale della provincia romana sirio-fenicia.

          I RESTI ROMANI DEL FORO

          STRABONE SU TIRO
          [16.2.23.1] Tiro è un'isola,  collegata con la terraferma da una galleria, costruita da Alessandro quando la stava assediando; e ha due porti, uno che può essere chiuso, e l'altro, chiamato porto "egiziano", aperto.

          DEA ROMANA
          Le case qui hanno molte storie, anche più delle case di Roma. La città fu anche sfortunata quando fu presa d'assedio da Alessandro; ma si ristabilì sia per mezzo della marineria del suo popolo, in cui i Fenici sono stati superiori a tutti i popoli di tutti i tempi, sia per le loro tintorie di porpora.

          Poiché il viola di Tyrian si è dimostrato di gran lunga il più bello di tutti; e il pesce-conchiglia viene catturato vicino alla costa; e le altre cose necessarie per la tintura si ottengono facilmente; e anche se il gran numero di tinture rende la città spiacevole in cui vivere, tuttavia rende la città ricca grazie all'abilità superiore dei suoi abitanti.


          ULPIANO SU TIRO (c.170-228),

          Sulle Tasse, Libro I. "Va ricordato che nella legge romana vi sono alcuni principi di colonizzazione, come, ad esempio, la magnifica colonia di Tiro, nella Siria fenicia (dove sono nato), il più nobile di tutti, il più antico nel tempo, costante nell'osservanza dei trattati che fece con i Romani. Il divino Severo e il nostro imperatore vi attribuivano i privilegi di una città romana, in ragione della straordinaria e distinta fedeltà che manifestava sempre nei suoi rapporti con il governo romano".

          Ripresasi sotto il dominio dei Seleucidi, la città divenne romana nel 64 a.c., all'interno della provincia romana di Siria. Fu in seguito eletta a colonia dall'imperatore Settimio Severo, divenendo centro di studi letterari e filosofici.



          L'EDIFICIO OTTAGONALE 


          DIONISO
          L'edificio ottagonale si trova nella parte settentrionale degli scavi della città di Tiro. L'edificio in sé non è molto grande, ma circondato da magnifici colonnati. Nel colonnato sud-occidentale è un piccolo edificio. Parte della decorazione sembra egiziana.

          Non sono stato in grado di scoprire di più su questo monumento, che era facilmente uno dei più grandi e splendidi del quartiere.

          Allo stesso modo, non sono riuscito a scoprire quale fosse la piccola struttura interna: apparteneva al monumento originale o è un'aggiunta successiva, forse bizantina?



          L'ACQUEDOTTO

          L'acquedotto di Tiro corre parallelo alla strada principale per la città e passa l'ippodromo. Apparentemente, gli archi formavano il porticato che si apriva ai negozi lungo la strada.

          Le fonti dell'acquedotto erano ad Al-Ma'shook, a est di Tiro, e a sud a Ras el-Ain e Al-Rashidiyeh ("Tiro Antica"), dove ancora esiste il bacino idrico originario alla fonte. Ciò significa che la condotta d'acqua era lunga poco più di sette km.

          LE TERME

          LE TERME

          I bagni termali di Tiro, vicino alla Via del Mosaico, furono costruiti nel II secolo d.c. e ricostruiti nel III. Era un complesso piuttosto grande, al quale, come era comune, veniva aggiunta una Palestra. Ora il sito dello stabilimento balneare, sull'isola, vicino al mare, era un problema per gli ingegneri antichi. Dopo tutto, il terreno era un po' umido per la vicina acqua di mare. 

          Per risolvere questo problema, l'intero complesso è stato sollevato da arcate. Il famoso ipocausto ("riscaldamento a pavimento") è stato costruito sopra. L'edificio, con i suoi bagni freddi, tiepidi, caldi e caldi, doveva essere piuttosto alto. Le terme cittadine furono costruite in cima all'antico muro fenicio: questo è l'unico posto in cui qualcosa è visibile della città conquistata da Alessandro Magno.

          L'IPPODROMO

          L'IPPODROMO

          L'ippodromo di Tiro risale al secondo secolo. È larga 90 metri, lunga 480 metri, ha una capacità di circa 40.000 persone ed è stata costruita per le corse dei carri. Al centro c'era un grande blocco di granito. Su entrambi i lati c'erano luoghi di incontro per i sostenitori delle squadre, che venivano chiamati Blues (nella parte occidentale dell'ippodromo) e Verdi (nella parte orientale). Erano edifici lussuosi, con mosaici e bagni.

          Sebbene fosse principalmente destinato alle corse dei carri, l'ippodromo era usato anche per altri tipi di sport, ed è probabile che almeno alcuni degli eventi dei Giochi di Tiro siano stati celebrati in questo luogo. Si suppone che in questo luogo, durante la persecuzione di Diocleziano, cinque cristiani egiziani furono torturati a morte, ma in realtà le esecuzioni erano ritenute uno spettacolo minore, indegno di ippodromi o circhi di grandi dimensioni.

          Dette esecuzioni semmai si facevano nei piccoli centri che avevano piccoli circhi dove per risparmiare si effettuavano anche esecuzioni come intervallo tra altri spettacoli. Pertanto è impossibile che all'ippodromo di Tiro si facessero spettacoli così scadenti perchè il popolo avrebbe protestato violentemente. Come del resto il Colosseo a Roma non fu mai luogo del supplizio nè dei cristiani nè dei pagani.

          RESTI  DELL'IPPODROMO
          L'ippodromo è indicato come degno di lode nell'Expositio Totius Mundi.
          Il grande arco nella zona Al-Bass di Tiro fu eretto nel II secolo d.c., probabilmente per l'imperatore Adriano, che visitò la città nel 130 o nel 131. Il monumento è alto ventuno metri, e il suo nucleo è fatto di arenaria, che era ricoperta di intonaco. Un piccolo frammento dimostra che l'arco era dipinto una volta in tutti i colori.

          Su entrambi i lati dell'arco principale c'erano porte più piccole per i pedoni. Al giorno d'oggi, è difficile immaginare che al di sopra di questi archi più piccoli fosse un muro, probabilmente con nicchie per statue, che era alto quanto la parte centrale.

          Su entrambi i lati c'erano grandi stanze che dovevano essere servite come guardiola. La stanza meridionale era pavimentata con pietre normali, ma nella stanza settentrionale sono ancora visibili i resti di un mosaico. La presenza di queste guardie suggerisce che il grande arco indicava il confine esterno ufficiale della città.

          È stato anche suggerito che il Grande Arco segni l'inizio della Diga di Alessandro, ma le mappe del diciannovesimo secolo dimostrano che questo era un po 'più a sud. La strada, che porta alla Torre di Hiram (un pozzo nel centro della città), è stata ripavimentata in età bizantina; i due livelli sono ancora visibili vicino all'arco.


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          ESPONENTE DELLA GENS MUMMIA

          Nome: Publius Mummius Sisenna Rutilianus
          Nascita: -
          Morte: -
          Gens: Mummia
          Consolato: 146 d.c.
          Professione: Politico


          Publio Mummio Sisenna Rutiliano, membro della gens mummia, ottenne la carica di console suffetto nel 146. Luciano di Samosata  (125 – dopo il 180)  tratta di lui in "Alexander vel Pseudomantis", dove il senatore viene descritto come "un uomo di buona famiglia e testato in molti uffici romani, ma completamente malato per quanto riguarda gli Dei", come la vittima più illustre dell'oracolo falso stabilito dall'Alessandro di Papinagonia.

          Alessandro di Papinagonia era un mistico ed oracolo greco, e il fondatore del culto Glicone che brevemente raggiunse vasta popolarità nel mondo romano. Lo scrittore contemporaneo Luciano riferisce che era un frode assoluta e il Dio Glicone niente altro era che un burattino. La conferma alla narrazione della  carriera di Alessandro come grande oracolo, è confermata  da una statua di Alessandro, detto da Atenagora posta nel foro di Parium.

          Luciano lo descrive come un astuto truffatore, forse anche per l'odio che aveva costui verso gli epicurei che invece Luciano molto apprezzava. a odio di Alessandro degli epicurei. Ora Rutiliano aveva sposato la figlia di Alessandro il che aveva contribuito a farlo cadere nella rete delle divinazioni.



          LA BRILLANTE CARRIERA

          Rutilianus fu nominato console suffetto con Tito Prifernio Paeto Rosianus Geminus come suo collega nel 146, sotto Antonino Pio. Probabilmente fu figlio di Publio Mummio Sisenna, console ordinario del 133 e costruttore del Vallo di Adriano.

          LUCIANO DI SAMOSATA
          Secondo due iscrizioni sopravvissute, Rutiliano iniziò la carriera senatoriale come uno dei "decemviri stlitibus judicandis", una delle quattro commissioni che formano i "vigintiviri", il primo passo verso l'ingresso al Senato. Poi gli fu commissionato un tribunato militare nella Legio V Macedonica, di stanza in Moesia Inferiore. Divenne poi questore passando poi al Senato. Seguirono altri due tradizionali magistrati repubblicani: tribuno e pretore plebeo.

          Terminata la Pretura, Rutilianus sembra divenne "legatus legionis" per la Legio VI Victrix, di stanza nella Britannia romana, sotto il padre che era governatore della provincia dal 133 al 138. Certi nepotismi erano inusuali per i romani. "Questi legami stretti tra governanti e legati legionari erano anormali" commenta infatti Birley, "ma potrebbero essere interpretati come un segno di favore da Adriano". 

          Il prossimo incarico fu prefetto dell'"Aerarius Saturni" ovvero del tesoro del Senato, carica che detenne per tre anni, Mireille Corbier data il suo mandato dal 141 al 143 con Lucio Coelius Festus come suo collega. Altrimenti, ad eccezione di un mandato come governatore di Mesia inferiore a qualche tempo prima del 156, il suo unico ufficio consolare sarebbe stato proconsole dell'Asia. 

          Non sappiamo quando, ma comunque prima del suo consolato, Rutilianus fu accettato nel collegio di Auguri, sacerdoti interpreti della volontà degli Dei studiando il volo degli uccelli, carica che secondo Birley sarebbe una conferma alla sua "elevata posizione sociale".



          IL PROCONSOLE D'ASIA

          Alessandro di Abonoteichus, detto anche Alessandro il Paphlagoniano ( 105 – 170) aveva una bellezza notevole e la personalità sorprendente del ciarlatano di successo, e doveva essere un uomo dalle notevoli capacità intellettuali e dal potere di organizzazione.

          IL DIO GLICONE
          Non si sa molto di Alessandro se non che aveva lavorato in spettacoli di medicina itinerante in giro per la Grecia e potrebbe essere stato un profeta della Dea Soi o un seguace di Apollonio di Tyana. 

          Dopo un periodo di istruzione in medicina da parte di un dottore che, secondo Luciano, era un impostore, intorno al 150 stabilì un oracolo di Esculapio nella sua città natale di Abonoteichus (più tardi Ionopolis), sull'Euxine, dove guadagnò ricchezza e grande prestigio professando per guarire i malati e rivelare il futuro.

          Qualche tempo prima del 160 Alessandro formò un culto attorno al culto di un nuovo dio-serpente, Glycon, e la sua sede era in Abonoteichus. Avendo fatto circolare una profezia secondo cui il figlio di Apollo sarebbe nato di nuovo, ha escogitato che fosse trovato nelle fondamenta del tempio di Esculapio, poi in costruzione a Abonoteichus, un uovo in cui era stato collocato un piccolo serpente vivo. 

          I Paflagoni avevano già fama di molta credulità, così Alexander non ebbe difficoltà a convincerli della seconda venuta del Dio sotto il nome di Glycon. Un grande serpente addomesticato con una falsa testa umana, avvolto intorno al corpo di Alessandro mentre sedeva in un santuario nel tempio, dispensando oracoli in versi anche quando non richiesti. Nel suo anno migliore si dice abbia consegnato quasi 80.000 risposte, riguardanti afflizioni fisiche, mentali e sociali, per ognuna delle quali ha ricevuto una dracma e due oboli.

          Rutilianus era stato attratto dall'oracolo, apparentemente per servirlo come proconsole dell'Asia, ma invece "quasi abbandonò l'incarico affidatogli per prendere il volo per Abonoteichus". 
          Luciano spiega che Rutilianus, "sebbene un uomo di nascita e di nobile casato, messo alla prova in molti uffici romani, tuttavia in tutto ciò che riguardava gli Dei sembrava malato e possedeva strane credenze su di loro. Cospargeva olio o adornava con una ghirlanda l'oracolo, sarebbe caduto ai suoi piedi immediatamente, avrebbe baciato la sua mano, e sarebbe accanto a esso per molto tempo facendo voti e chiedendogli benedizioni "

          Poco dopo che Rutiliano era stato coinvolto in questo oracolo, Luciano aveva  fatto visita ad Alessandro, chiedendo all'oracolo chi Rutiliano avrebbe dovuto sposare, la risposta era che il proconsole, che aveva sessant'anni, avrebbe dovuto sposare la figlia di Alessandro, presumibilmente generata sulla Dea Selene. 

          Luciano tentò di dissuadere il proconsole dal prendere la ragazza in matrimonio, ma a quel tempo Rutilianus era molto credulo e non lo ascoltò. Congedandosi, Luciano scoprì poi che l'equipaggio della barca che Alessandro gli aveva prestato per portarlo a casa aveva ricevuto l'ordine di ucciderlo, ed evitò questo destino cambiando le navi. 

          Quindi Luciano decise di portare Alessandro in tribunale, ma quando presentò il suo caso al governatore di Bitinia e Pontus, Lucio Hedous Rufus Lollianus Avitus, e quest'ultimo lo convinse che sarebbe stato inutile, perché anche se Luciano avesse vinto il suo caso, Rutilianus avrebbe usato la sua influenza per impedire ad Alessandro di essere punito. Su questo inganno Luciano di Samosata, scrisse il libello critico "Alessandro o il falso profeta".



          ALESSANDRO DI ABONOTEICHUS

          Alessandro istituì dei Misteri come quelli di Eleusi e raggiunse una certa influenza politica e sua figlia infine sposò Publio Mummio Sisenna Rutilianus. Trovò credenti dal Ponto a Roma attraverso le arti pretese di divinazione e magia e fu venerato nonché come profeta consultato da individui notevoli della sua epoca.

          MARCO AURELIO
          Si diceva che avesse "fatto previsioni, scoperto schiavi fuggiaschi, individuato ladri e ladri, causato la dissimulazione di tesori, guarito gli ammalati e in alcuni casi addirittura resuscitato i morti".

          Durante la pestilenza di 166 un versetto dell'oracolo fu inciso come amuleto sopra le porte delle case e un oracolo fu inviato, su richiesta di Marco Aurelio, da Alessandro all'esercito romano sul Danubio durante la guerra con i Marcomanni, dichiarando che la vittoria sarebbe seguita al lancio di due leoni vivi nel fiume. 

          Il risultato fu catastrofico e Alessandro ricorse al vecchio cavillo dell'oracolo di Delfi a Creso sulla battaglia della Persia, anche questa perduta, che dette come risposta: "Qualora tu combatta contro la Persia, distruggerai un potere potente". Ma naturalmente poteva indicare tanto il potere della Persia quanto quello di Creso.

          Alexandro morì secondo Lucano di cancrena alla gamba nel suo settantesimo anno ma il suo scenario gli sopravvisse per almeno un secolo, come dimostrano gli oggetti legati al suo culto fra il Danubio e l'Eufrate. 

          Alessandro, dopo la morte, fu riconosciuto come figlio di Podalirio (figlio di Asclepio ed Epione), pertanto nipote di Asclepio e la sua figura associata a quella di Glicone.


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        19. 11/10/19--04:21: CATURIGI (Nemici di Roma)
        20. RICOSTRUZIONE DEL TROFEO DELLE ALPI
          I Caturigi (latino Caturiges) furono un piccolo popolo celtico stanziato sulle Alpi, precisamente nella valle dell'alta Durance (in italiano Druenza, ora in disuso; in latino Druentia), nelle Alpi Cozie, quelle che in Italia interessano la regione del Piemonte.

          Gaio Giulio Cesare menziona i Caturigi una sola volta nel De bello Gallico. Il nome dei Caturigi è ricordato anche insieme a quello di numerose altre tribù alpine vinte da Ottaviano Augusto nell'iscrizione presente sul Trofeo delle Alpi ("Tropaeum Alpium"), monumento romano eretto
          nel 7-6 a.c. per celebrare la sottomissione delle popolazioni alpine e situato presso la città francese di La Turbie:

          «GENTES ALPINAE DEVICTAE· ACITAVONES · MEDULLI · UCELLI · CATURIGES»

          Augusto in persona si dedicò, con l'aiuto di Agrippa, a conseguire la sottomissione di quelle aree interne all'impero non ancora conquistate. Iniziò con la sottomissione del nord-ovest della penisola iberica, e li pose sotto il dominio romano, dopo una serie di sanguinose campagne militari in Cantabria dal 29 al 19 a.c., impiegando 7 legioni e altrettanti ausiliari.

          POSIZIONE DEI CATURIGI, NELLE ALPI COZIE
          A questa conquista succedette quella dell'arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai valichi ed alle relazioni con la Gallia (26-25 a.c.). Vennero sottomesse le popolazioni a guardia del passo del Gran San Bernardo, contro il popolo dei Salassi, i 44.000 sopravvissuti furono tutti venduti come schiavi, mentre in luogo della fortezza militare fu fondata la colonia di Augusta Praetoria (Aosta)

          Questi successi furono commemorati con il trofeo di La Turbie, eretto nel 7-6 a.c. in onore di Augusto nella Francia mediterranea, per ricordare i nomi di tutte le tribù sottomesse, ben 46 tribù alpine tra l'Italia, la Gallia Narbonese e la Rezia:
          - Triumpilini, - Camuni, - Vennoneti, - Venosti (della Val Venosta), - Isarci, - Breuni, - Genauni, - Focunati, - le quattro tribù dei Vindelici (Cosuaneti, Rucinati, Licati e Catenati), - Ambisonti, - Rugusci, - Suaneti, - Caluconi, - Brixeneti, - Leponti, - Uberi, - Nantuati, - Seduni, - Varagri, - Salassi, - Acitavoni, - Meulli, - Ucenni, - Caturigi, - Brigiani, - Galliti, - Triutalli, - Ectini, - Vergunni, - Eguituri, - Nemanturi, - Oratelli, - Nerusi, - Velauni, - Suetri.

          I Caturigi vennero sottomessi a Roma durante le campagne di conquista di Augusto, nel 16 e il 15 a.c., di Rezia e dell'arco alpino, condotte dai suoi generali Druso maggiore e il futuro imperatore Tiberio, contro i popoli alpini.  

          ARCO DI AUGUSTO
          Ma i Caturigi sono anche ricordati tra i popoli alpini che rispondevano a Marco Giulio Cozio nell'iscrizione dedicatoria dell'Arco di Augusto a Susa. In effetti mentre molte tribù galliche approfittarono della morte di Giulio Cesare per ribellarsi ai Romani, mentre Cozio rimase fedele a Roma durante le guerre civili.

          Tanto è vero che Cozio fece erigere, tra il 9 e l'8 a.c., un arco onorario in onore di Augusto per celebrare l'alleanza (il foedus) con l'impero romano e il suo regno, stipulato nel 13 a.c.. Ottaviano in persona, di ritorno dalle Gallie, si fermò a Segusium per inaugurare il monumento.

          Sebbene depredato delle lettere in bronzo dell'iscrizione e delle grappe di bronzo che ornavano e tenevano i blocchi di pietra, l'arco è in gran parte intatto. Solo il fregio sul lato est del monumento è stato corroso dal tempo ed è oggi incomprensibile. L'arco è stato comunque restaurato in occasione del suo bimillenario tra il 1990 e il 1992 con la supervisione della Soprintendenza Archeologica del Piemonte.

          IL TROFEO DELLE ALPI
          Esso è di 13 metri di altezza, 12 di larghezza e 7 di profondità, con un unico fornice con volta a botte decorata a cassettoni e delimitato ai 4 angoli da lesene sormontate da capitelli corinzi.
          L'iscrizione dedicatoria all'imperatore Ottaviano Augusto da parte di Cozio, già insignito della carica di Praefectus Ceivitatium, insieme con le 14 popolazioni che governava, era:

          «IMP · CAESARI · AVGVSTO · DIVI · F · PONTIFICI · MAXVMO · TRIBVNIC · POTESTATE · XV · IMP · XIII
          M · IVLIVS · REGIS · DONNI · F · COTTIVS · PRAEFECTVS · CEIVITATIVM · QVAE · SVBSCRIPTAE · SVNT · SEGOVIORVM · SEGVSINORVM
          BELACORVM · CATVRIGVM · MEDVLLORVM · TEBAVIORVM · ADANATIVM · SAVINCATIVM · ECDINIORVM · VEAMINIORVM
          VENISAMORVM · IEMERIORUM · VESVBIANIORVM · QVADIATIVM · ET · CEIVITATES · QVAE · SVB · EO · PRAEFECTO · FVERVNT»
          (CIL V 7231)

          “[In onore dell']Imperatore Cesare Augusto, figlio del divino [Cesare], Pontefice Massimo, con Potestà Tribunizia da 15 [anni] e Imperatore da 13, [da parte di] Marco Giulio Cozio, figlio del re Donno, Praefectus delle popolazioni qui elencate: Segovii, Segusini, Belaci, Caturigi, Medulli, Tebavi, Adanati, Savincati, Ecdini, Veamini, Venisami, Imerii, Vesubiani, Quadiati e delle popolazioni che furono sotto la sua prefettura”.
          Il fregio effigia scene politico-religiose relative al patto di alleanza tra Cozio e Ottaviano Augusto, diventando un'opera propagandistica assolutamente inusuale.

          Cozio latinizzò il suo nome in Marcus Iulius Cottius, fu nominato præfectus civitatis e assunse la cittadinanza romana, per la riconoscenza dei romani e il desiderio di creare un saldo legame con le popolazioni stanziate sul valico del Monginevro, l'unica via per l'accesso alle Gallie.
          IL CAPRICORNO DI AUGUSTO
          Vero è che il dominio di Cozio venne ridotto, compensato però dall'ampia autonomia e le ricchezze che al territorio acquisì grazie ai commerci tra Gallia e Italia. La capitale Segusium (oggi Susa), cominciò infatti ad estendersi e abbellirsi di notevoli monumenti pubblici e dotarsi di monumenti pubblici.

          Sotto la sua guida, le popolazioni locali, Caturigi compresi, si romanizzarono, adottando la lingua latina, le leggi romane e l'arte romana. Rimase intatta però la devozione verso i loro Dei, solo in seguito affiancati e identificati con quelli romani. Del resto i romani furono sempre estremamente tolleranti verso le divinità straniere.

          Anzi alcuni Caturigi si arruolarono nell'esercito di Ottaviano a cercare fortuna, come testimonia un'epigrafe dove è scritto:
          «Primo, figlio di Tito, trombettiere, della stirpe dei Caturigi, soldato della III Coorte Alpina, visse 48 anni, ebbe la paga per 23. Qui giace. Per testamento dispose che il sepolcro fosse eretto. Lucio, sottufficiale e Tullio, veterano, eredi, posero

          Dopo la morte di Cozio, le Alpes Taurinae, cioè le montagne su cui Cozio aveva governato, mutarono in onore del re defunto in Alpes Cottiae (Alpi Cozie). Nel IV secolo d.c. il mausoleo di Cozio era ancora frequentato e la sua figura venerata come esempio di re giusto e previdente.

          A Cozio succedette il figlio Donno II (c.a 30 a.c.- 44 d.c.), a cui succedette il nipote Cozio II (5 a.c.- 63 d.c.), che regnò molto a lungo sui Caturigi, ed ingrandì il territorio amministrato dal nonno grazie a doni territoriali concessi dall'Imperatore Claudio. Alla morte di Cozio II, non essendoci eredi, le Alpi Cozie divennero una provincia romana, con un passaggio del tutto indolore. I Caturgi divennero pertanto romani.


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        21. 11/11/19--05:15: ARCUS MANUS CARNEAE
        22. SI SUPPONE FOSSE UN ARCO QUADRIFRONTE COME L'ARCO DI LEPTIS MAGNA QUI RIPRODOTTO
          Tra i monumenti sopravvissuti alle distruzioni della Roma antica, gli archi trionfali sono quelli sui quali, fin dai primi studi umanistici, si è concentrata in misura maggiore l'attenzione di antiquari e topografi.

          Per la loro Stessa natura celebrativa, la dislocazione di questi monumenti era sempre legata alla viabilità, ossia all'elemento più duraturo di ogni impianto urbano. L'erezione degli archi trionfali a Roma era connessa con le più importanti conquiste militari. Per questa ragione sono stati considerati dopo la fine dell'epoca imperiale la testimonianza più tangibile dell'antica grandezza dell'Urbe.

          Ammirati fin nei più antichi cataloghi regionari, descritti negli itinerari e nelle guide per i pellegrini, menzionati nelle prime raccolte di iscrizioni pubbliche, gli archi, insieme alle due colonne coclidi, sono Stati fra i primi monumenti antichi a ricevere le cure necessarie alla loro conservazione e a essere oggetto, poi, di veri e propri interventi di restauro.

          Nonostante ciò, alcuni di quelli sopravvissuti dall'antichità hanno subito in epoca moderna un progressivo smantellamento o una completa distruzione. Nella maggior parte dei casi, di questi archi perduti si conserva testimonianza letteraria e documentazione grafica:
          - l'arcus Novus,
          - l'arcus Claudi,
          - l'arco di ingresso all'area dell'Hadrianeum
          - l'arco detto di Portogallo, tutti collocati lungo la via Lata, cioè il tratto iniziale della Via Flaminia.



          MANUS CARNEAE

          Talvolta, invece, se n'è perduta ogni traccia, e persino l'esatto luogo di collocazione originaria. Tra questi ultimi vi è l'arco denominato «Manus Carneae», scomparso da tempo e noto soltanto per la sua menzione nelle fonti medievali, che lo collocano ai piedi del Campidoglio, lungo il versante nord-orientale.

          Il monumento è ricordato nell'itinerario liturgico di Benedetto Canonico e in cinque diverse versioni dei « Mirabilia Urbis Romae».

          Benedetto visse nella prima metà del XII secolo e la sua unica opera letteraria, il « Liber Politicus», fu scritta dietro richiesta del cardinale di S. Marco, Guido di Castello, e venne terminata prima del 1143, anno in cui il cardinale venne innalzato al soglio pontificio con il nome di Celestino Il (1143-1144). Il nucleo centrale dell'opera, costituito dall'«Ordo Romanum», riprende e rinnova l'antico cerimoniale del clero romano, con le feste e le cerimonie vecchie e nuove.

          1) L'arco viene menzionato appunto lungo l'itinerario che, nel giorno della « secunda feria» di Pasqua, conclusa la messa celebrata nella basilica vaticana, si percorreva a ritroso da S. Pietro a S. Giovanni in Laterano:
          « ascendit per Pineam iuxta Palacinam, prosiliens ante Sanctum Marcum; ascendit sub arcu Manus Carneae per clivum Argentarium, inter insulam eiusdem nominis et Capitolium»

          Questo passo dimostra che quell'arco, sicuramente trionfale, fu fra S. Marco e la odierna salita di Marforio che portava allora il nome di Clivus argentarius, e per conseguenza dee porsi a Macello de' Corvi. Circa poi la sua etimologia, gli vien data questa dal codice Visconti, ed è una delle tante storielle inserite in questo opuscolo :

          "Arcus qui vocatur Manus Carnea ad Sanctum Marcum. Tempore quo Dioclitianus imperator sanctam Luciam matronam pro fide Christi in urbe Roma cruciabat, iussit eam extendi ad verbera, ut fustibus mactaretur. Et ecce, qui eam caedebat, factas est lapideus; manus autem eius carnea remansit usque nunc. Propter hoc vocatur nomen loci illius ad Manum Carneam usque in praesentem diem. Arcus Aureus in Capitello".

          2) La seconda citazione del monumento compare nella più antica redazione dei Mirabilia, datata negli stessi anni, dove nel novero degli archi trionfali di Roma, dopo l'arco «qui nunc vocatur Antonini» e prima dell'arco «Panis Aurei» in Campidoglio, viene nominato un «arcus ad Sanctum Marcum qui vocatur Manus Carneae».

          3) Come ci informano Svetonio (Dom. 13) e Cassius Dio (LXVIII.1), Domiziano (51-96) eresse diversi archi in suo onore in varie parti dell'urbe. Uno di questi è stato riconosciuto attraverso una recente teoria (PBS III.259‑262) che per certo identifica l'arco riferito da Marziale (VIII.65) con l'Arcus Manus Carneae delle Mirabilia e Ordo Benedicti (ap. Giordano II.666). Quest'arco stava vicino a Piazza Venezia, e forse stava con la congiunzione alla via Lata e al Vicus Pallacinae.

          4) La quarta menzione è presente nella «Graphia Aureae Urbis», un'opera letteraria del XIII secolo in cui sono mescolati tre testi più antichi, tra i quali una redazione dei Mirabilia attribuibile forse a Paolo Diacono e databile, per la citazione della tomba di Anastasio IV (1153—1154), non prima della morte di quest'ultimo.

          Qui il riferimento topografico a un « arcus qui vocatur Manus Carneae ad Sanctum Marcum» è seguito da una spiegazione del nome: « Tempore quo Diocletianus imperator sanctam Luciam matronam pro fide Christi in urbe Roma cruciabat, iussit eam ext caedebat, factus lapideus; manus autetur nomen loci illius ad Manum Carneae. Et ecce ui eam caedebat, factus lapideus; manus autem eius Carneae remansit usque nunc. Propter hoc vocatur nomen loci illius ad Manum Carneam usque in praesentem diem »

          5) La quinta menzione dell'arco si trova nella versione volgare della più antica redazione dei Mirabilia, chiamata «Le Miracole de Rome» e conservata in un codice del Duecento, dove si riporta:
          « ad Sancto Marco Arcus lo quale se voca Manus Carnea. Et in quello tempo Dyoclitianus commannao ke sancta Lucia forse menata et martoriata pro la fede de Christo, et quello ke li feria incontenente fo admarmorito, se non solo le mane, ke remasero de carne, et inperzò quello loco vène vocato ad Manus Carneas» (insomma il corpo martoriato divenne di marmo mentre le mani restarono di carne)

          6) La sesta Citazione compare, con le medesime parole della prima, nel «De Mirabilibus Civitatis Romae», una versione del testo dei Mirabilia con alcune aggiunte, inclusa nella raccolta di vari libri della Camera Apostolica Compilata tra il 1356 e il 1362 da Nicol Rosell, detto il Cardinale d'Aragona. 

          7) Corpus Corporum
          "iuxta sanctum Laurentium in Lucina est arcus triumphalis Octaviani; inde prope arcus qui nunc vocatur Antonini; est arcus ad sanctum Marcum qui vocatur Manus carnea; in Capitello arcus panis aurei." (Effemeridi letterarie di Roma - 1820)

          Secondo A. Nibby però l'arco di Manus Carneas sarebbe semplicemente l'Arco degli Argentari
          "E' quell' arco distrutto da Alessandro VII. ed esistente sul corso sotto il palazzo Fiano: i due bassorilievi che oggi sono nel Palazzo de' Conservatori in Campidoglio mostravano essere un arco eretto a Marco Aurelio, e non ad Ottaviano come la descrizione porta."



          IL SIGNIFICATO

          Aldilà delle fantasiose favole cristiane sugli improbabili miracoli, il nome dell'Arco è latino e si riferisce al vocabolo manus plurale manibus, che significa mano, modalità e molto altro, e carnea che non ha senso interpretare come una aggettivo, anche perchè nella maggior parte degli scritti il vocabolo è "carneae", che non è di certo interpretabile come "mano di carne".

          Di certo non c'era più il riferimento al generale cui fu dedicato, e il nome doveva piuttosto riferirsi a un luogo prossimo all'arco. Nell'effigie a cui potrebbe riferirsi appare a quattro fornici con immagini di sacrifici animali e di buoi.

          Con tutta probabilità ci si riferisce alla Dea Carnea (o Cardea) protettrice delle porte, dei passaggi e dei bambini. La mano di Cardea (manus Cardeae, giustamente al genitivo) antica Dea italica, potrebbe essere indicazione di una protezione divina della Dea, ma non vi sono prove in proposito per cui per ora è solo un'ipotesi.


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        23. 11/12/19--05:02: FORMIA (Lazio)
        24. CISTERNONE DI CASTELLONE

          "Resti, di edificio di età imperiale scoperti presso la via Tullia.
          Eseguendosi alcuni scavi dai sigg. fratelli Paone por le fondamenta di una nuova casa nel giardino di loro proprietà presso la via Tullia, sono avvenute le seguenti scoperte.

          A circa m. 3 di profondità, cominciarono a rinvenirsi, tra rottami di vecchia fabbrica, tratti di antiche mura, archi e pilastri in mattoni : e seguitando a scavarsi, a m. 6 si scoprì un pavimento parte a mosaico e parte a lastre marmoree. Tra i rottami si rinvenne:

          - Vari pezzi di colonne di cipollino liscie, di varie lunghezze ma tutti di m. 0,50 di diametro.
          - Quattro assi di colonne di marmo bianco, finamente lavorate; due sono di ordine corintio.
          - Un capitello corinzio.
          - Testa muliebre di pietra calcare, con ricca capigliatura scendente sul collo.
          - Busto di statua virile mutilato, di finissimo marmo statuario e di buon lavoro.
          - Frammento epigrafico su lastra di marmo, ove si legge : VERO COSIl
          - Piccolo capitello corinzio, semplice.
          - Vari tubi di piombo, del diam. di m. 0,05 circa."


          (Atti della R. Accademia dei Lincei - 1890)


          Formia si trova sul Mar Tirreno, adagiata nel Golfo di Gaeta, non lontano dall'attuale confine fra Lazio e Campania, e il passaggio nel suo territorio è tra i monti Aurunci e la costa, fra percorsi pedemontani e costieri che si uniscono in corrispondenza di Formia.

          Formia risale, narrano le leggende, alla guerra di Troia e al peregrinare di Ulisse sulla via del ritorno, che qui incontra i temibili Lestrigoni, popoli di giganti cannibali, a cui soccombono tutte le navi di Ulisse tranne la sua, unica superstite con i suoi marinai. Formia è aurunca, come dimostra la cinta di mura poligonali, in buona parte conservata lungo la costa e nel quartiere di Castellone.

          VILLA DI MAMURRA
          Viene conquistata dai romani tra il V e IV secolo a.c., divenendo parte del Latium adiectum (Lazio aggiunto). Nel 338 a.c. le viene accordato lo status di "civitas sine suffragio" (cioè con tutti i diritti romani tranne quello di voto nelle assemblee popolari), come premio del fatto che il passaggio attraverso il suo territorio è sempre stato sicuro.

          Passaggio molto importante, tanto che per la città viene fatta passare la via Appia nel 312 a.c., voluta da voluta dal console Appio Claudio Cieco, per ragioni di trasporti anzitutto militari e poi commerciali, tanto più che a Formia si apriva il porto sul mare.

          I restauri dell’antica via Appia, fino all’anno 216 d.c. pavimentata con una pietra calcarea bianca tipica della zona, e solo in seguito in basalto, sono rilevabili dalle iscrizioni miliari che ne segnano il tragitto anche fuori dell’antico percorso. Ad oggi, se ne possono vedere i resti presso il miglio 88, in località San Remigio.

          Durante le campagne di Roma in Italia, in qualità di alleati, i formiani dovettero contribuire alle gravose leve militari, necessarie per le guerre ininterrotte. Dopo la vittoria di Roma contro Cartagine, Formia, Fondi e Arpino passarono alla piena cittadinanza. Così Formia entrò, nel 188 a.c, a far parte a pieno diritto della comunità romano-italica. Verso la fine dell’età repubblicana Formia ebbe una notevole espansione urbanistica per l'edificazione del porto, di una curia e di un forte.

          In età imperiale, l’economia e soprattutto il porto di Formia ebbero intense attività non solo per la pesca locale e per i commerci, ma anche per scopi militari. Sotto Adriano, Formia acquistò il rango di colonia, con il nome di Colonia Aelia Hadriana Augusta Formiae, un riconoscimento molto ambito. Qui nacque il grande architetto-scrittore Vitruvio. Dalla zona di Formia, Itri e Fondi provenivano i famosi vini Cecubo e Falerno, carissimi e tanto apprezzati dai Romani.

          CISTERNONE DI CASTELLONE

          IL CISTERNONE

          L’alto tasso di urbanizzazione si comprende dalle dimensioni del Cisternone Romano di Castellone, una straordinaria opera di ingegneria idraulica posta a monte dell’Arce che permetteva di avere acqua corrente nelle numerose abitazioni locali, ma pure nelle numerose piscine per l’itticoltura ed infine nelle sontuose ville di importanti personaggi quali Cicerone e Mamurra.

          Il Cisternone è una grande cisterna di epoca imperiale romana, da poco risanata e aperta al pubblico, che sta nel cuore del borgo. È una monumentale opera idraulica interrata nell'Arce, con murature talmente robuste e imponenti da sorreggere case e vicoli soprastanti. E' la seconda più grande d'Italia, visitabile dopo 22 secoli in cui era diventata un ammasso di detriti.

          Il Cisternone, esteso per 1200 mq e alto 6 m,  con pilastri e volte a crociera, risale al I secolo a.c. ed è una struttura a pianta irregolare divisa in quattro navate con una capacità di 7000 mq3 di acqua, con cui poteva sopperire ai bisogni delle abitazioni e dei lussuosi giardini. Non ha nulla da invidiare alla c.d. Piscina Mirabile al Capo Miseno ed alla Cisterna di Giustiniano a Costantinopoli (la Yerbatan Saray).

          Formia fu una località turistica molto apprezzata in epoca romana, ricca di ville aristocratiche tra le quali celebri quelle di Mamurra, di Mecenate e di Cicerone, che trovò la morte proprio a Formia dai sicari di Antonio nel dicembre 43 a.c. fuggiva alle proscrizioni.

          LA COSIDDETTA TOMBA DI CICERONE
          - Esiste effettivamente a lato dell'Appia Antica un mausoleo monumentale di età imperiale detto comunemente ‘'Tomba di Cicerone’'. La vicinanza al sito in cui la tradizione colloca la sontuosa villa che l'oratore abitò frequentemente, le fonti storiche che riferiscono del suo assassinio proprio nei pressi di questa e la grandezza dell'edificio, senz'altro costruito per accogliere le spoglie di un uomo illustre, fanno ragionevolmente presumere che esso sia proprio il monumento funerario dell'arpinate.

          Sulla collina vicina, un sepolcro più piccolo è, dalla tradizione, ritenuto la tomba della figlia Tulliola, come Cicerone chiamava l'amata figlia. Però, mentre si sa con certezza che le spoglie di Cicerone non giacciono a Formia, bensì a Roma, è noto che le spoglie della figlia si trovano effettivamente nel mausoleo a lei dedicato, nella zona di Acervara, derivante dal termine acerbam che indica l'età molto giovane della ragazza e ara per indicare l'altare della sepoltura.

          All'interno della cosiddetta tomba di Cicerone, rivestita in laterizio si notano zone intonacate che dovevano presentare affreschi, purtroppo oggi totalmente cancellati per l'incuria del monumento mai ripristinato prima. Il mausoleo che conserva i resti della figlia Tulliola non è distante da questo.

          IL TEATRO OGGI

          IL TEATRO ROMANO

          - Sulle rovine del Teatro romano di età augustea del I secolo a.c., dove nel seicento fu edificata una casa e dove oggi vi sono abitazioni private. Secondo alcuni vi fu martirizzato S. Erasmo, ma secondo i più venne martirizzato nell'anfiteatro.

          ANFITEATRO ROMANO

          L'ANFITEATRO ROMANO

          - Scoperto nel 2011, l’anfiteatro romano è una testimonianza d’importate valore archeologico, di epoca imperiale, anzi di età claudiana, nel I secolo d.c.. I resti si trovano nei pressi della stazione ferroviaria, ed è composto da quattro ambienti disposti a raggio, con gradinate in pietra calcarea destinate agli spettatori e la presenza di un ambulacro interno intonacato. La vicinanza alla costa lo rendeva raggiungibile anche dal mare. Gli scavi sono ancora in corso d’opera.

          Nell'Anfiteatro di Formia, nell'anno 303, sarebbe stato martirizzato S. Erasmo, il patrono della città. La Passio che narra la sua vita risale però al VI secolo, due secoli dopo, per cui si tratta di una storia popolare dove Erasmo, vescovo di Antiochia, per evitare le persecuzioni in quanto cristiano, si rifugiò per sette anni in una caverna poi, scoperto, venne carcerato per non aver sacrificato agli idoli pagani.

          Fu arrestato e condotto al tribunale dell'imperatore che, alternando lusinghe a tormenti, cercò di persuaderlo a rinunciare alla sua fede. Errore, a parte che un imperatore aveva ben altro a cui pensare, ma i romani non chiedevano ai cristiani di abiurare alla loro fede ma solo di compiere il rito all'imperatore divinizzato, dopodiché gli veniva scritto su un libricino ed era salvo. 

          Dopo le tortura venne liberato per ben due volte da un angelo per farlo torturare di nuovo. Infatti a Formia gli furono strappati gli intestini legati ad un argano, (doveva avere un corpo e visceri d'acciaio per ricorrere a una argano!) e finì la storia.

          Secondo un'altra storia dopo aver convertito ben 400000 persone (nemmeno Formia con i centri più vicini ne conteneva tante) e dopo aver compiuto altri miracoli e subito altre persecuzioni, venne condotto in volo dall'arcangelo Michele, non si sa perchè, proprio a Formia, dove morì. Comunque non risulta tra i vescovi di Antiochia (nel 303 morì ad Antiochia il vescovo Cirillo persecutore di pagani.).
          L'ACQUEDOTTO ROMANO

          ACQUEDOTTO ROMANO DI SAN GIOVANNI

          - Come si vede l'acquedotto, mai restaurato per secoli, è ora ancora in fase di restauro. Speriamo bene, perchè larga parte dell'acquedotto è ancora interrato o seminterrato, come si osserva dall'immagine qua sotto.

          Il piccolo tratto che si trova nell’area di Mola a ridosso della chiesa di San Giovanni – sono ormai abbandonati e sopraffatti da altri interessi. 

          Basti considerare che proprio accanto è stato realizzato un distributore di benzina in pieno centro urbano. 

          Oltre a ciò erbacce e rifiuti ne corredano il contesto, oggi, come già in passato. Insomma un sito di pregevole fattura storica e archeologia abbandonato a se stesso e anche piuttosto precario. 

          A sollecitare una sua immediata riqualificazione e valorizzazione, e prima ancora una semplice pulizia che gli restituisca dignità, è il noto marciatore formiano Michele Maddalena che in una lettera inviata al sindaco fa cenno anche alla vicende del passato che lo hanno visto come al solito sottomesso agli interessi privatistici dell’apertura del pastificio Aprea, a causa del quale furono abbattute alcune arcate."

          LA FONTANA ROMANA

          FONTANA ROMANA SULLA VIA APPIA

          - Oggi si chiama Fontana di San Remigio, forse dovrebbe avere un nome romano anzichè cattolico, anche perchè ovunque le vestigia romane appaiono distrutte, camuffate e rinominate. Magari chiamandola solo "Fontana romana" tanto per ricordarsi che è romana.

          La fontana è in buono stato di conservazione. Appoggiata a una robusta parete di blocchi calcarei, è lunga circa sette metri e larga uno e mezzo. Possedeva nel retro una cisterna per l'approvvigionamento idrico. L'acqua fuoriusciva da due mascheroni antropomorfi, raffiguranti il sole e la luna. Di uno di essi sono ancora visibili le tracce. Visibile inoltre un tratto pavimentato in basalto dell'antica Via Appia. Il monumento è unico nella penisola.

          PORTO ROMANO DELLA GIANIOLA

          IL PORTO ROMANO DELLA GIANIOLA

          Nel territorio comunale Formia è presente anche un’altra e importantissima piscina romana. Si tratta di quella posta sul promontorio di Gianola sulla quale fu ricalcato nel 1930 da parte del marchese Carlo Afan De Rivera il suo porticciolo privato. Sotto i due moli foranei l’argine antico sporge con una larghezza totale di 3,50 m e una lunghezza interna di 41 m.

          La banchina orientale, lunga 52 metri si sovrappone a quella antica realizzata in opus incertum più piccolo di quello moderno, nel quale è stato reimpiegato un elemento lapideo di una chiusa simile ad altri che si trovano sulla banchina e fuori l’argine antico. Nella parte occidentale rimasta incompiuta i muri a pelo d’acqua seguono delle tracce evidenziate anche in un tratto intagliato nella roccia dalla quale esce acqua sorgiva.

          I resti più evidenti della ripartizione della piscina sono sul fondale prossimo all’argine, dove parallelamente vi è un muro spesso 1,20 metri con setti ortogonali e una soglia di chiusa a doppio incasso, che restituiscono il disegno della loculatio a vasche rettangolari anteposte certamente ad una centrale. Inoltre l’alimentazione dell’impianto dal mare aperto era assicurata da un canale naturale ricurvo verso occidente che si espandeva davanti all’argine, oggi individuabile nell’insenatura completamente aperta all’azione delle correnti.

          La piscina di Gianola fa parte di un complesso residenziale di età tardo repubblicana che, conosciuto fin dai primi anni del XVIII secolo a causa dell’edificio a pianta ottagonale posto sulla sommità della collina, fu dal Pratilli denominato “Tempio di Giano”, mentre nel secolo successivo, cioè nel 1847, fu classificato dallo studioso Pasquale Mattei come bagno appartenente ad una villa romana.

          Dice infatti:

           ”Un’ampia sala di forma ottagonale coperta da volta, nel giusto centro sorretta da solido pilastro della stessa figura, costituisce di tutto l’edificio la parte principale. In esso niuno benché minimo spiraglio si mostra …
          Lavorata a musaico è industriosamente la volta a fondo bianco in cui son simmetricamente condotte un gran numero di stelle delle quali la preziosa o fragile materia si staccava lasciando però visibili gli incastonamenti. Adornava il pavimento un altro ma più pregevole musaico distrutto assolutamente dal tempo …

          Nello spazio del pavimento che fra l’ingresso intercede ed il pilastro del centro esiste una vasca quadrilunga ch’esser dovea lastricata e fregiata di finissimi marmi; e scavate parimenti nel suolo, ma nel destro e manco lato, son due pile di figura circolare, di cui quella a destra comunica con la vasca grande per un piccolo canale, che prima era dal pavimento stesso ricoperto; attualmente ingombri di pietre e di terreno i descritti recipienti d’acqua(che per tali uopo è che si riconoscano a fior d’ingegno), a noi non permisero di scovrire se con sotterranei meati avesser potuto aver relazione con l’esterne fabbriche …
          La stessa ottagonale figura è serbata generalmente nel resto dell’edificio che la suddetta sala circonda … e vien formato questo da un porticato di otto stanze che si seguitano e comunican fra loro per via di porte laterali regolarmente negli otto angoli distribuite. Ciascuna di queste stanze altra nell’estremità ne racchiude … e chiusa in quel lato, che immette nel portico da muro condotto a semicircolo”.

          Di questa struttura oggi restano solo poche rovine in quanto essa fu distrutta nel 1943.

          Ma l’edificio a pianta ottagonale è solo una parte dell’area archeologica dato che questa si estende per 700 metri di lunghezza e 90 metri di larghezza. L’esame delle strutture emergenti mostra che si tratta chiaramente di un edificio costituito essenzialmente da due corpi di fabbrica rettangolari molto allungati, ubicati specularmente rispetto ad una struttura centrale a forma di U molto aperta.

          L’edificio veniva ad essere così diviso in due quartieri est e ovest: in ciascuno di essi si ripetevano le varie stanze munite tutte di eleganti terrazze da utilizzare a seconda della stagione. Inoltre tutte le stanze erano rese indipendenti da ambulacri, utilizzati come passeggiate coperte e costituiti da viali, sedili e fontane, dove si sostava nelle ore migliori della giornata, mentre durante i giorni freddi e di pioggia i portici con prospetto sul mare erano un luogo di sosta e di passeggio.

          Per accedere all’area archeologica si passa per la peschiera già descritta. Proseguendo verso ovest, si notano cospicui resti di murature( delle quali alcune sono in opus reticolatum) di poco sopraelevate dal terreno, disposte a formare un lungo corridoio con andamento parallelo al mare, su cui si innestano ortogonalmente numerosi ambienti, affiancati e allineati tra loro, di dimensioni variabili. L’allineamento parallelo alla costa venne suggerito dalla possibilità di poter godere al massimo di un panorama tra i più meravigliosi d’Italia.

          Tutto ciò fa capire che si è in presenza della parte abitata della villa. In questa zona sono stati infatti ritrovati in passato notevoli frammenti di pavimento in mosaico decorati con motivi geometrici a tessere verde scuro su fondo bianco, mentre ancor oggi si possono ammirare nei resti delle murature tracce di intonaco colorato, caratterizzato in qualche punto dalla presenza di motivi vegetali e animali su fondo bruno, circondati da cornici in porfido.

          Lungo la prosecuzione di questo corridoio si incontra ad ovest un’area pianeggiante prospiciente il mare, artificialmente regolarizzata, dove sono conservati i resti di un ambiente a pianta rettangolare definito a monte da un abside semicircolare.

          La presenza di mattoni per suspensurae, resti di lastre marmoree che ne rivestono le pareti e gli avanzi dei gradini di una scalinata messa a vincere il dislivello tra i due corpi di fabbrica dell’edificio, fanno ipotizzare che si debba trattare dell’impianto termale della villa. Immediatamente a est della parte conservata, si nota, al di sotto delle strutture verso il pendio, un condotto a volta ogivale, nel quale è da identificare il corridoio di servizio per lo scarico e la pulizia delle vasche soprastanti.

          VILLA DI MAMURRA

          VILLA DI MAMURRA

          La Villa di Mamurraè locata nel Parco della Riviera di Ulisse, e prende il nome dal suo proprietario, Lucio Mamurra, cavaliere romano originario di Formia. Questi seguì Gaio Giulio Cesare in Gallia, rivestendo il ruolo di praefectus fabrum (prefetto degli ingegneri) ed arricchendosi immensamente, si che molti pensarono, e probabilmente non a torto, fosse l'amante del bisessuale Cesare.

          Vi si possono ammirare ammirare i resti di un edificio ottagonale (in fase di scavo), 2 cisterne romane (la Cisterna Maggiore e la Cisterna delle 36 colonne), una scala coperta (conosciuta col nome di grotta della janara), resti di ambienti termali e una piscina per l'allevamento ittico (porticciolo di Gianola).

          NINFEO - VILLA DI CICERONE

          VILLA DI CICERONE

          Sorprendente e inquietante è la cosiddetta Villa di Cicerone, di cui qui sopra riproduciamo il ninfeo. Non si sa se sia pubblica o privata, si sa solo che oggi è ridotta a discarica. 



           Il FORMIANUM DI CICERONE 

          - Non è stato ancora identificato: alcuni dicono sia la Villa i cui resti sono sulla penisola di Gianola, ma i più lo identificano con i ruderi sul litorale di Vindicio, in corrispondenza con il mausoleo detto appunto Tomba di Cicerone (Marziale ne fa cenno compiacendosi con Silio Italico per il possesso di una villa a Formia includente il sepolcro dell’oratore).
          Lungo la Via Litoranea, sotto l’area dell’attuale Villa Rubino (ex Villa Reale borbonica di Caposele) si trovano i grandiosi resti di una caratteristica “villa formiana”, con ambienti decorati, ampi terrazzamenti, ninfei, porticciolo e peschiera (alcuni attribuiscono anche questa a Cicerone).


          - L'ALBERGO RISTORANTE MIRAMARE, ex villa reale dei Savoia costruita sui ruderi di una villa romana, sulla via Appia nei pressi della zona di San Pietro.


          - CRIPTOPORTICI E VILLA ROMANA  del I secolo a.c. sotto la villa comunale, utilizzati come magazzini connessi con l'antistante peschiera, (visibile durante la bassa marea del pomeriggio) che fungeva da vivaio ittico. Oggi utilizzati per mostre ed esposizioni.


          - ALTRI CRIPTOPORTICI E VILLA ROMANA del I secolo a.c. sotto Piazza della Vittoria con resti di decorazioni pittoriche sulle pareti.


          - RESTI ROMANI al civico 360 di Via Vitruvio a poca distanza da Piazza Mattej, ex foro romano, dove sono stati trovati molti dei reperti esposti oggi nel museo.



          LE MURA ROMANE

          - Formia fu un vero e proprio presidio militare rafforzato in special modo verso est, allo scopo di attutire l’urto dei popoli contrari alla espansione territoriale di Roma. 

          ROVINE ROMANE SULLA LITORANEA
          Della Formia pre-romana restano diversi tratti di una poderosa cerchia di Mura Poligonali (probabilmente ascrivibili agli Aurunci); sono visibili nel Quartiere Castellone e presso la costa dentro proprietà private spesso malmesse.

          Per questo la cinta muraria poligonale megalitica di Formia già esistente venne ampliata dai Romani sul lato est con un portentoso muro chiamato oggi Muro di Nerva.

          Nelle mura si aprivano sei porte:
          1 – Porta nord di Castellone
          2 – Porta est su Appia
          3 – Porta a mare Sarinola
          4 – Porta a mare Marina di Castellone
          5 – Porta a mare Foce Rio Alto
          6 – Porta ovest su Appia Ponte di Rialto.

          delle mura ci avverte anche Orazio ( IV 4,3 ) che narra di ” fulmini sulle mura di Formia “.Tito Livio scrive che nel 268 a.c., nel consolato di Quinto Fabio Massimo Pittore e di Lucio Quinzio Gulone,  "le mura di Formia, percosse da molti fulmini, furono incendiate e rovinarono" .Anche Tito Livio attesta l’esistenza di mura a Formia nel 192 a.c. e ricorda il prodigio, scrivendo:  "Formis Portam murumque de caelo tacta nuntitum est ." ( Liv. 35 , 21,4).
          Ancora Tito Livio nel Liber XL : "…et a Formiis aedem Apollinis ac Caietae de caelo tactam… ". (e il Tempio di Apollo a Formia, come anche in Caieta, era stato percosso da fulmine... Per codesti prodigi furono sacrificate a Formia venti vittime maggiori, e si fecero pubbliche preci per un giorno".

          PONTE ROMANO DI ACQUATRAVERSA - FORMIA
          Molto nascosto e difficilissimo da raggiungere trattandosi di un fossato con vegetazione spontanea di ogni tipo. All’ingresso lato nord, sulla destra una parete in ” opus incertum ” e mattoni, forse un sepolcro romano avendo rinvenuto delle grandi modanature in travertino lavorato utilizzate in epoca successiva a quella romana e visibili nei commenti.

          Anche questo ponte si aggiunge, quindi, al nostro patrimonio archeologico e chissà quanti altri ancora da scoprire. In pratica quando fu costruita l’Appia Antica, ogni corso d’acqua proveniente dalle colline e montagne Formiane richiese la costruzione di un adeguato ponte.



          LE PESCHIERE

          Sono molto importanti i resti delle prospicienti peschiere delle ville romane. Riguardo ad esse è utile sottolineare che i Romani le costruirono per allevare le varietà dei pesci di mare davanti alle loro ville marittime con grande impegno tecnologico e finanziario quando cominciarono a raffinarsi i loro gusti gastronomici.

          Sulle peschiere abbiamo anche delle fonti, di cui le principali sono il terzo libro del De re rustica del reatino Marco Terenzio Varrone (vissuto tra il 116 e il 27 a.c. e che mostrò una certa diffidenza verso queste costruzioni mostrandosi più propenso ad un allevamento in acqua dolce) e il Res rustica (libri VIII e IX) di Giunio Moderato Columella di Cadice, il quale nel primo secolo dell’Impero dettò i criteri generali delle piscinae delle villae.

          Le strutture delle piscinae descritte da Columella potevano essere in petra excisae, meno frequenti, e in litore constructae con moles d’argine. In relazione alla posizione sulla costa, ai fondali e alla relativa possibilità di alimentazione dal mare di acque fresche, Columella prescriveva per le vasche un’altezza di 7 piedi (2,07 m) con canali di fondo alti 2 piedi (0,596 m), oppure di 9 piedi (2,66 m) con canali di superficie di uguale altezza. I canali erano chiusi da cataractae e da cancelli o clatri costituiti da lastre di bronzo aventi piccoli fori scorrevoli verticalmente in scanalature lapidee.

          L’intento era quello di assicurare un efficace ricambio idrico attraverso le griglie utilizzando i riflussi di marea con le paratoie, comunque chiuse in caso di mare agitato. Columella individuava poi nella stessa diversità delle coste i tipi di allevamento: rocciosa per pesci come spigole e murene e molluschi come i polpi; fangosa per le sogliole e i rombi e molluschi conchiliferi; e sabbiosa per i dentici e le orate. Nelle vasche inoltre gli ambienti venivano ricostruiti con la creazione di apposite tane.

          PARELIO - MINNESOTA

          IL MIRACOLO DEI SOLI

          Ma Formia era anche una città molto religiosa e piena di prodigi, anzi di miracoli. Non a caso vi sono state rilevate le basi di diversi templi. Tito Livio ci dice che nel Formiano esistevano due Templi dedicati al Dio Apollo, uno di essi era situato in un angolo della proprietà di Cicerone sulla spiaggia di Vindicio, di fronte all’attuale Ufficio Postale, in un podio oggi occupato da un ristorante-bar.

          Nel libro di Giulio Ossequente è annotato che a Formia avvenne nel 163 a.c. che furono visti, durante il giorno, con grande stupore e commozione la visione miracolosa di due soli. "Formiis duo soles interdiu visi"
          (Giulio Ossequente)

          Anche Velleio Patercolo ( 19 a.c. – 31 d.c ) parla dei ” due soli a Formia ” .
          Per questo episodio gli scienziati oggi si riferiscono ad un fenomeno di ” Parelio ” (come quello del miracolo della Madonna di Fatima). Un fenomeno provocato dalla rifrazione dei raggi attraverso nubi formate da cristalli di ghiaccio, per cui attorno al sole compaiono dischi meno luminosi. Oppure il sole trema e cambia di colore e sembra muoversi nel cielo.



          LA FINE

          Con la caduta dell'impero romano d'Occidente Formia fu depredata e i suoi abitanti dopo la calata dei barbari e la guerra greco-gotica, fuggirono sulle vicine colline, spopolando la cittadina.


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        25. 11/13/19--04:43: TESORO DI HILDESCHEIM
        26. GRAN PARTE DELLA COLLEZIONE
          Il Tesoro di Hildesheim è un'importante scoperta archeologica di vari pezzi romani, di stoviglie d'argento e non solo, risalenti all'epoca di Augusto, avvenuta nei pressi della città tedesca di Hildesheim, della Bassa Sassonia. Il tesoro è oggi conservato nell'Altes Museum (Antikensammlung) che è un museo di Berlino, parte della cosiddetta "Isola dei musei." (Staatliche Museen).

          Il Tesoro, portato alla luce il 17 ottobre 1868 a Hildesheim, in Germania, è la più grande collezione di di argenti romani trovato fuori dalle frontiere imperiali. La maggior parte di esso è databile al I secolo d.c. Il tesoro è costituito da una settantina di vasi d'argento massiccio squisitamente artigianale.

          Il luogo di ritrovamento si trovava allora ai confini dell'Impero, forse frutto di una razzia, visto che le iscrizioni sui pezzi d'argento rimandano a persone diverse. Secondo altri il tesoro era il servizio al tavolo di un comandante romano, forse Publio Quintilio Varo, che era militarmente attiva in Germania. 


          LA SPLENDIDA MINERVA SEDUTA
          Si tratterebbe del famoso Varo che in epoca augustea avrebbe perduto se stesso e le sue legioni a Teutoburgo, grazie al tradimento di Arminio, quindi una beffa maggiore. Ma questo lo pensano solo i tedeschi e non c'è la benché minima prova di ciò.

          Il tesoro è stato sepolto circa 2 metri al di sotto del terreno sulla collina del Galgenberg, ed è stato trovato dai soldati prussiani. La maggior parte degli studiosi ora accettano che l'intera Tesoro di Hildesheim sia stato prodotto nelle officine frontiera nord-ovest delle province romane.
          Un compendio di quattro piatti da parata ovvero piatti decorativi, con piede e senza, che miravano a stupire i commensali per il pregio della lavorazione ancor più del metallo prezioso.

          Questi piatti lavorati da maestri avevano al centro medaglioni con altorilievi più antichi, riutilizzati in genere per il vasellame. La preziosa tazza di Atena seduta è un originale del II secolo a.c., di stile tardoellenistico, con la figura dorata a sbalzo di Atena che siede su una roccia, appoggiata a un timone.

          PIATTO DI ERCOLE BAMBINO COI SERPENTI
          La tazza fu rimontata in epoca augustea, ornata da dorature battute sull'argento e con manici laterali lavorati a cesello. La Dea indossa il copricapo battaglia e fluente veste, più lontano dalla mano destra di Minerva è il suo simbolo, il gufo. La ciotola è dotata di due maniglie, ciascuna di 3,4 cm di lunghezza. La ciotola stessa pesa 2.388 kg, con 25 cm di diametro e 7,1 cm di profondità. Il cratere è stato perso (ovvero trafugato) durante il 1945 e ora mostrato in copia in gesso.

          Vi sono poi piatti di Attys, Ercole bambino coi serpenti e Cibele, che erano probabilmente decorazioni di armature da parata o medaglie militari, rielaborati anch'essi come piatti da parata. Ci sono anche tre ciotole a calice con cerchi pesanti ai bordi, una ciotola treppiede con un ornamento a foglia eseguita in niello, un cratere e un kantharos, così come tazze a due manici ornati a sbalzo e oggetti dedicati a Bacco.

          Infatti molti pezzi hanno decorazioni di tipo religioso dionisiaco, con tralci e grappoli di vite (set di coppe potorie, brocche) e soprattutto il cratere decorato a sbalzo e rifinito a cesello, con delicati motivi decorativi che si dipanano armoniosamente su tutta la superficie.

          COPPA POTORIA DIONISIACA
          Nel prezioso cratere dei grifi sono retrospicienti (che guardano indietro) in posizione araldica, da cui si diparte un complesso stelo con racemi filiformi a girali simmetriche, tra cui si muovono graziosi eroti indaffarati nella pesca di gamberi e di pesci. 

          Si tratta di una decorazione frequente nell'arte dell'epoca, confrontabile con la pittura e gli stucchi (come quelli della casa della Farnesina), ma oggi apprezzabile solo dalle fotografie d'epoca o la ricostruzione moderna nel museo, dato che il pezzo venne trafugato nel 1945 e mai più rinvenuto. Probabilmente, come tanti pezzi dell'epoca, è stato acquistato clandestinamente finendo in una collezione privata.

          CRATERE A VOLUTE DELICATE
          Qui in alto vi è il cratere di cui sopra dove spiccano i due grifi delicati e perfetti da cui si evolve l'ornamento del vaso. Tutti i pezzi in questione vanno dal I secolo a.c. al I secolo d.c.

          Ci sono poi:
          - altri due grandi crateri lisci, a campana e a volute, 
          - un grande calderone e un mestolo,
          - piatti, 
          - vassoi per servire il cibo, 
          - un contenitore baccellato per le uova, 
          - un vassoio costolonato (pezzo unico, per quanto frammentario), 
          una piccola casseruola con manico, 
          - una situla, 
          - un treppiede pieghevole dotato di vassoio, 
          - un candelabro 
          - due maniglie di specchi.
          - delle saliere
          - un piedistallo a tre gambe.

          PARTE DEL SERVIZIO

          LO SCANDALO

          "Dal I secolo alla fine dell'antichità, da Petronio a Giovanni Crisostomo e più tardi ancora. sono numerose le denunce dell'inutile che spinge i più ricchi a possedere letti. tavoli e vasellame in argento quando il legno o la terracotta sarebbero sufficienti.

          Dal vestibolo della casa di Trimalcione (Petron., 28). gli ospiti scorgono il portiere che sgrana dei piselli dentro un bacino d'argento, un fenomeno stupefacente quanto la gabbia d'oro che, nello stesso luogo, racchiude una gazza loquace: per lo stupore, Ascilto il parassita cade all'indietro.

          I differenti materiali che costituiscono il quotidiano nel mondo romano sono a prima vista molto belli e sembrano in effetti portare a varie constatazioni: 


          - persistenza, da un lato, di forme e decorazioni simili tra gli oggetti d'argenteria e quelli di ceramica. evidenti quando si confrontano gli oggetti conservati.
          - dall'altro di una gerarchia piuttosto rigida dei materiali, e quindi degli oggetti che ne vengono realizzati.
          - si osserva anzitutto che gli oggetti della vita quotidiana suscitavano stupore, perfino riprovazione quando erano in metallo prezioso. Lo scandalo tanto più grande quanto più la loro funzione era umile.

          I nobili romani non si scandalizzavano delle ricchezze, frutto in genere dei ricchi bottini guadagnati con le vittorie in terreno nemico, ed erano lieti di mostrare le loro stoviglie e suppellettili di squisita fattura, di provenienza greco-romana. Viceversa si scandalizzavano per il vasellame che ostentava il metallo prezioso più della raffinatezza dell'esecuzione.

          Lo sciorinamento degli argenti di bassa fattura erano considerati di pessimo gusto dai nobili romani, come segno di ignoranza dei nuovi arricchiti, in genere liberti dediti al commercio. Tutto ciò invece che era bello nell'esecuzione diventava un piacere per gli occhi di chiunque, e pertanto, e giustamente, sempre di buon gusto.

          COPPA A SBALZO E CESELLO
          Alcuni secoli più tardi, i Padri della Chiesa si scandalizzano per lo sperpero di un orinale d'oro (Jo. Chris.. Ad Colas. 7.4): un tema che ritorna ancora con il vescovo Nilo di Ancyra (Peristeria 9, 7) del VII secolo. Era il senso del "Di questo passo dove andremo a finire", dimenticando che la chiesa stessa ci ha ormai preso gusto al possesso di beni preziosi e che molti prelati considerano inammissibile (tanto più che ormai la chiesa è diventata ricchissima) che gli oggetti di chiesa non siano di metallo prezioso.

          Lo stesso Teodoro di Sicea invia un arcidiacono Costantinopoli a comprare vasi d'argento per il servizio divino: quelli del monastero in Galazia erano solo di vile marmo ( Vila, S 42).
          Vi è dunque un lusso legittimo quando è indirizzato a Dio, allorchè è il solo degno della sua grandezza e della sua santità, riprovevole quando contribuisce alla vita confortevole dei ricchi, sgradevole, ostentata nella vita quotidiana. In questo contesto l'invito di Cristo alla povertà resta completamente ignorato.

          Col tempo da parte delle produzioni più modeste per uso materiali vi è un intento di avvicinarsi a quelle più ricercate per forma, stile e decorazione; esse attirano cosi una clientela ansiosa di emulare i più fortunati, ma anche una clientela più raffinata, che apprezza più l'arte che non il lusso. Questa imitazione si traduce dapprima nelle forme.

          I VASSOI
          Essa non è scontata, perchè le tecniche di lavorazione, come quelle di decorazione, non sono sempre identiche; si evolvono pertanto la tecnica della martellatura e quella della lavorazione a sbalzo impossibili nella ceramica, ma preponderanti nell'oreficeria. 

          Questa differenza tecnica, tuttavia, non ha impedito che la ceramica aretina, per esempio. si avvicinasse incredibilmente alle forme metalliche contemporanee e tutto ciò che univa gli oggetti del tesoro di Boscoreale alle produzioni italiane, mentre quelli del tesoro di Hildesheim erano al contrario in rapporto con le forme della ceramica microasiatica.

          Per concludere, la visione di tali capolavori fa comprendere come mai bastò la sola vista dei capolavori romani di statuaria, pittura, oreficeria e ceramica per rinverdire tale arte nel Rinascimento, soprattutto italiano.

          Michelangelo si inquietò quando i signori del '500 si sbalordirono alla vista dei capolavori romani, lui non si considerava al disotto di tali lavori e per dimostrarlo eseguì la statuetta di un satiro spezzandogli poi un braccio che trattenne presso di sè. Rinvenuto il satiro tutti ne decantarono l'ineguagliabile arte romana e Michelangelo allora mostrò il braccio che aveva conservato dimostrando che quel capolavoro era opera sua. Ma di Michelangelo ce ne fu solo uno, e per il resto l'arte romana rimase ineguagliata. .


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