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  • 12/18/18--05:11: I CLIPEI


  • Il Clipeus o Clypeus era il termine che in latino indicava il grande scudo cavo dell'oplita greco. Nella terminologia dell'arte romana, il termine clipeus passò poi a indicare una decorazione rotonda, a forma di medaglione in rilievo, con un ritratto iscritto in esso, in genere con immagini sacre o di personaggi illustri. Fu una decorazione molto usata nell'architettura romana, con applicazioni sui templi, sui circhi e sugli edifici pubblici in genere.

    L'imago clipeata, cioè raffigurata su scudi tondi derivò a Roma dal culto degli antenati, in un uso prettamente patrizio, che prevedeva la conservazione delle maschere funerarie di cera dei membri della gens, che venivano portati nelle processioni funerarie.

    Con l'aumento delle possibilità finanziarie e soprattutto con l'aumento delle botteghe degli scultori romani e greci nell'Urbe, la cera venne sostituita con il bassorilievo dell'immagine su marmo o pietra. Da lì si trasferì l'uso di mostrare in queste occasioni dei ritratti all'interno di scudi tondi, le imagines clipeatae.


    Questo uso derivò dalla religione romana che era molto attaccata al culto degli antenati. Il membro di una gens riteneva che gli antenati, debitamente curati e omaggiati con riti consoni, proteggessero il loro pronipote, ed essendo i romani un popolo di combattenti, finirono per effigiare dietro gli scudi  il ritratto dell'antenato più caro, si che potesse portarlo con sè in battaglia. Imbracciare uno scudo diventava perciò farsi scudo della protezione dell'antenato.

    Il clipeus fu abbandonato verso la fine del V sec. a.c., con l'abbandono dello schieramento a falange di tipo ellenico, sostituito dallo scutum ovale, ma restò in uso nelle cerimonie dei patrizi o dei cittadini romani più abbienti che ne richiesero la fabbricazione in metallo pregiato, in genere argento dorato con ricche decorazioni. 

    C'era una tecnica particolare che i romani usavano per dorare piatti, scudi e vasi, in cui l'oggetto d'argento non avveniva per immersione in bagno d'oro, ma veniva ribattuto con grande leggerezza e maestria, con un martelletto leggero, finchè l'oro non penetrasse nell'argento formando uno spesso strato dorato.

    RESTI DI BUSTO LORICATO E INCORNICIATURA DI UN CLIPEO SUI PORTICI DEL FORO
    Da non confondere con l'elettro, cioè la lega di oro e argento talvolta anche presente in natura, dove la proporzione di oro è molto alta. Plinio il giovane riferisce che la percentuale d'argento nell'elettro è di un quinto dell'oro, il che gli conferiva un colore un po' più pallido dell'oro.

    CLIPEI SUL COLOSSEO
    L'immagine clipeata venne da allora largamente usata, nei sarcofagi, nei pannelli decorativi, nelle domus ma soprattutto nei monumenti.

    Sul Colosseo ad esempio, sul suo quarto livello (attico) c'è una parete piena, scandita da lesene dove si aprono 40 piccole finestre quadrangolari, una ogni due riquadri all'interno dei quali erano collocati enormi clipei di bronzo, dedicati soprattutto alla testa di Giove, ma alternata ad altre divinità.

    Questa tipologia di ritratto entrò a far parte dell'iconografia privata nonchè nella propaganda imperiale (con l'inserimento della imago clipeata dell'imperatore o del magistrato nei dittici consolari). 

    Queste maestranze poterono così esercitarsi in molteplici botteghe che svilupparono un'arte a sè stante, molto raffinata in quanto cominciò a basarsi sulla ritrattistica che divenne così realistica come in Grecia non era mai stata. Tale arte si trasferì poi alle sculture dei busti dei vari personaggi ritratti con impressionante realismo.

    Così nel ritratto romano si diffuse in epoca tardo-repubblicana il tipo dell'imago clipeata, con l'effigie compresa entro un cerchio con la forma dello scudo.

    L'origine del ritratto clipeato è greca, con documenti del 100 a.c. nel Santuario degli Dei di Samotracia. A Roma fu molto usata, in sculture, rilievi e dipinti. Si sa di immagini clipeate collocate da un certo Appio Claudio (forse Pulcro), nella propria casa romana nell'80 a.c.


    CLIPEUS VIRTUTIS

    CLIPEUS VIRTUTIS

    Tra i massimi esempi di clipei votivi figura il clipeus virtutis augusteo, ritrovato nel santuario di Ottaviano Augusto ad Arelate (Arles) e conservato al Museo di arte antica della medesima città. 

    Eccone l'iscrizione:

    « SENATVS
    POPVLVSQVE ROMANVS
    IMP CAESARI DIVI F AVGVSTO
    COS VIII DEDIT CLVPEVM
    VIRTVTIS CLEMENTIAE
    IVSTITIAE-PIETATIS-ERGA
    DEOS PATRIAMQVE »

    CLIPEI VARI

    « Il Senato e il Popolo di Roma ha conferito 
    all'imperatore Augusto, figlio del Divo Cesare, 
    nell'anno dell'ottavo consolato, 
    questo clipeo segno di valore, clemenza, giustizia e pietà, 
    di fronte agli Dei e alla patria. »
    (Clipeus virtutis)

    Il disco marmoreo, che riprende quello di tradizione ellenistica, è riproduzione del clipeo aureo affisso nella Curia. Riprodotto anche su monete e cammei (di solito associato alla Dea Vittoria, che lo sorregge in una mano, secondo la disposizione nella Curia, che lo vedeva accanto alla statua della divinità), riporta l'elenco delle virtù del principe (valore, giustizia, pietà e clemenza).

    Lo scudo onorario fu dedicato dal Senato ad Augusto nel 26 a.c., come ricorda Augusto nelle Res Gestae (le imprese del Divino Augusto incise nel bronzo davanti al suo mausoleo),

    PORTICO DEL FORO TRAIANO DECORATO A CLIPEI
    « 34. QUO  PRO  MERITO  MEO  SENATUs  consulto  auGUSTus
    appeLLATUS  SUM  ET  LAUREIS  POSTES  AEDIUM  MEARUM 
    VESTITI  PUBLICE  CORONAQUE  CIVICA  SUPER I ANUAM  MEAM 
    FIXA  EST  ET  CLUPEUS  ARCUS  IN  CURIA  IULIA  POSITUS, 
    QUEM  MIHI  SENATUM  POPulumqUE  ROManuM  DARE 
    VIRTUTIS   CLEMENTIAEQUE  IUSTITIAE  ET PIETAtis  causSA 
    TESTATUm  EST  PEr eIUS  CUPEI inscriptionEM. 
    POST ID TEMPUS  AUTORICTATE  OMNIBUS  PRAESTITI, 
    POTESTatis  AUtem  nIHILO  AMPLIUs  habuI  QUAM  CETeri 
    qui mIHI QUOQUE IN MAGISTRATU CONLEGAE FUERUNT. »

    « 34. [...] Per i miei meriti, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto 
    per delibera del senato e la porta della mia casa per ordine dello Stato 
    fu ornata con rami d'alloro, e una corona civica fu affissa alla mia porta, 
    e nella Curia Giulia fu posto uno scudo d'oro, la cui iscrizione attestava 
    che il senato e il popolo romano me lo davano a motivo del mio valore 
    e della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà. 
    Dopo di che, sovrastai tutti per autorità, ma non ebbi potere più ampio 
    di quelli che mi furono colleghi in ogni magistratura. »




    I CLIPEI E LE DIVINITA'

    Per onorare ulteriormente gli Dei oltre che adornare la città Caput Mundi, venne in uso di scolpire nei clipei dei visi di divinità in modo abbastanza semplificato, data l'enorme mole di clipei con cui fu ornata Roma, si pensi solo ai numerosi portici, al Colosseo, ai circhi, agli archi e ai numerosissimi edifici pubblici.

    Pertanto le divinità dai bei volti ma molto somiglianti tra loro, vennero fornite di un attributo che li definisse, che poteva essere: una colomba per Venere, un fulmine per Giove, una civetta per Minerva, un caduceo per Mercurio e così via.

    Porre molte immagini degli Dei serviva da un lato a contribuire allo splendore della città eterna che tutti gli stranieri guardavano con stupore e ammirazione, dall'altro a ricordare ai romani di onorare nel dovuto modo gli Dei affinché fossero propizi ai singoli e al popolo tutto, e dall'altro a onorare gli stessi Dei con molte e splendide immagini affinché le divinità conservassero quella Pax Deorum e quella benevolenza sulla città che ne faceva la più bella e potente del mondo.




    PORTICI DELLA PIAZZA DEL FORO DI AUGUSTO

    Gli splendidi portici del Foro di Augusto si affacciavano sulla piazza, sopraelevati di alcuni gradini, con fusti scanalati in marmo pavonazzetto e fregio con decorazioni vegetali. L’attico al di sopra del colonnato riprende la decorazione presente sull’attico dei portici del Foro di Augusto, cioè con sculture gigantesche che visivamente sostengono una trabeazione sporgente in funzione di cariatidi.

    Mentre le cariatidi sono poste in corrispondenza delle colonne sottostanti, tra una cariatide e l'altra sono collocati una serie di clipei che occupano i vari spazi intermedi, incorniciati in tondi riccamente lavorati, qui con ritratti di personaggi della famiglia imperiale, forse in ideale prosecuzione delle gallerie presenti nei portici del Foro di Augusto che aveva largamente riprodotto sé e la sua famiglia imperiale.

    I molti frammenti di cornici dei clipei hanno permesso di identificarne tre tipi diversi, nei quali vengono utilizzati motivi decorativi ricorrenti anche in altri contesti del Foro. In un tipo molto frequente, il clipeo presenta, dall'esterno in successione, la treccia continua, che ricorre anche negli altri due tipi, e un motivo di corte baccellature riempite; a coronare la testa troviamo un motivo di foglie lanceolate disposte a squame. Gli altri due tipi avevano cornici con baccellature lunghe o con cornice ad arthemision.


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  • 12/20/18--05:24: IL PATER FAMILIAS


  • Il padre romano era il custode delle memorie degli antenati, nonché del fuoco domestico, accanto al quale si veneravano gli dei della famiglia o lares; l'unico che poteva disporre del patrimonio della gens (bestiame, casa, schiavitù, campi). Tuttavia nell'antica storia di Roma il valore assegnato al padre gli dava un potere enorme che era il fondamento però dell'autorità cui si doveva obbedienza assoluta.

    Questo perchè gli antichi Romani erano, più dei Greci, sensibilissimi al valore civile e a quello militare, ma molto meno al valore dei figli. Quindi nell’antica Roma il rapporto padre figlio era alquanto rilevante e si fondava sul concetto di pater familias e di patria potestas, dove la familia era intesa come “società familiare” e comprendeva tutti coloro che vivevano sotto la tutela del pater familias nella stessa casa, comprendendo quindi anche ascendenti, discendenti, parenti e schiavi.

    I diritti del pater familias, nei primi secoli della storia di Roma, erano molto ampi, dall’aspetto economico e politico a quello educativo e religioso. Il pater familias aveva il diritto di esercitare la legge all’interno della sua familia come un magistrato, infliggendo sanzioni non solo per reati che avevano attinenza con la famiglia ma anche per crimini pubblici.

    Sulla patria potestas si esprime il giurista Gaio (II secolo d.c.)
    "Non vi sono altri uomini al mondo che hanno sui figli lo stesso potere che abbiamo noi".

    Mentre in Grecia terminava con la maggiore età dei figli, a Roma perdurava fino alla morte dei padri. Il pater familias esercitava il potere giuridico in quattro diritti fondamentali: 
    - lo ius exponendi, cioè il diritto di esporre i figli neonati;
    - lo ius vendendi, ovvero il diritto di vendere come schiavo il figlio all’estero per mero lucro;
    - lo ius noxae dandi, che consisteva nel cedere ad altri un figlio per liberarsi delle conseguenze giudiziarie di un atto illecito commesso dal padre,
    - lo ius vitae et necis, il diritto di vita e di morte sul figlio che riguardava però i figli grandi.

    Il padre era poi un sacerdote all’interno della familia in quanto compiva sacrifici agli Dei della casa per assicurare la loro protezione sull’ambiente domestico. Anche il riconoscimento del figlio spettava al padre che in segno di gradimento sollevava il figlio da terra, già deposto dalla balia davanti al pater familias.

    Intorno ai sette anni il padre cominciava a occuparsi personalmente della sua educazione, dell’addestramento e della sua istruzione. Il figlio, non ancora adolescente, seguiva il padre nella vita pubblica osservandone i comportamenti e studiandone le relazioni. A diciassette anni il ragazzo romano abbandonava la toga praetexta per indossare quella virilis. Questo avveniva con una cerimonia che segnava la fine dell’età dei giochi e l’inizio dell’età adulta. 

    Plinio il Giovane ricorda che "Ciascuno aveva come maestro il proprio padre" (ma egli fu fortunato col saggio e generoso Plinio il Vecchio), e in segno di riconoscimento per l’educazione ricevuta, il primo compito che il figlio adulto si assumeva era di attaccare in tribunale uno dei nemici del padre. 

    Pertanto il filius familias non aveva alcuna autonomia e il padre era vissuto dal figlio come opprimente e duro, come colui che poteva decidere sulla sua vita o sulla sua morte e per questo a volte accadeva che il rapporto si complicasse così tanto da sfociare in delitto e in particolare in parricidio, un reato a quel tempo non insolito. 

    Un giovane orfano aveva infatti molta più libertà rispetto a un filius familias che non poteva  concludere un contratto, né affrancare uno schiavo, né fare testamento, né possedere nulla oltre il suo peculio, proprio come uno schiavo. In più correva anche il rischio di essere diseredato. 

    Se il padre moriva per cause naturali il ragazzo poteva diventare capofamiglia anche all’età di vent’anni ma se ciò non accadeva restava minore fino alla morte del padre. Questa situazione veniva vissuta dai figli, ormai divenuti adulti, come ingiusta e frustrante. Naturalmente esistevano padri buoni e generosi e padri severi fino alla crudeltà. 
    Cicerone al contrario sottolineò il rapporto padre-figlio in termini di reciprocità: padre e figlio sono orgogliosi delle gesta positive compiute dall’altro ma entrambi subiscono anche le conseguenze delle azioni disdicevoli.

    I figli pertanto diventavano uomini adulti senza autonomia economica né diritti giuridici finché era in vita il padre. Pertanto la morte del padre sovente diventava desiderio. “Sexagenarii de ponte” (I sessantenni giù dal ponte), recita un vecchio detto romano alludendo alla pratica di buttare dal ponte Sublicio statuette di giunco modellate in forma umana nel Tevere, in una società in cui i sessant'anni erano considerati estrema vecchiaia. Pratica che in età Imperiale venne dismessa.

    Dalla realtà giuridica è anche facile capirne i motivi: padri unici titolari dei diritti e figli adulti costretti ancora a dipendere. Figli che, se maschi e se maggiorenni, godevano tuttavia di diritti minori, quale il diritto a partecipare alle assemblee, o a ricoprire cariche pubbliche, incongruenza che generava non pochi equivoci.

    Ci è di esempio Caio Flaminio, tribuno, che promulga una legge agraria nonostante l'opposizione del Senato il quale minaccia di scatenargli contro l'esercito, ma lui non cambia idea. Coraggioso, temerario, Caio Flaminio porta avanti la legge. Un giorno però, proprio quando sta riferendo in assemblea, arriva il padre che lo trascina giù dai rostri e lo porta via come un qualsiasi bambino bizzoso. E il figlio senza protestare deve rimettersi alla volontà paterna.

    Da una legge attribuita a Romolo veniamo a sapere che a Roma i padri sui figli avevano diritto di: incarcerarli, percuoterli, costringerli a lavorare nel proprio fondo, venderli e ucciderli.



    VARI PADRI

    - Cicerone - A Roma si legava la riuscita del primogenito maschio alla reputazione dell’intera famiglia. Pertanto i padri seguivano molto da vicino l'educazione del figlio. Cicerone, per esempio, non solo affida suo figlio Marco a insegnanti di prim’ordine, ma controlla personalmente il suo apprendimento,  e l’operato dei maestri, dedicando poi al figlio l’opera De Officiis, in cui gli fornisce consigli e insegnamenti di ordine morale, etico e civico. 

    Marco, unico figlio e ventenne, aveva già militato nell’esercito di Pompeo, comandando un piccolo reparto di cavalleria e facendosi onore. In seguito avrebbe voluto seguire Cesare in Spagna ma il padre che non aveva simpatia per Cesare, si oppose e lo mandò ad Atene a studiare eloquenza con Gorgia e filosofia con Cratippo. «Se non che Gorgia, più bisognoso di guida che capace di far da guida, trascinava l’alunno ai piaceri e al bere più che al bello scrivere e all’ornato parlare. Il padre, sgomento, a gran fatica distaccò da lui il figliolo, e l’affidò tutto alle cure di Cratippo, valoroso e intemerato maestro. Marco non era d’indole cattiva: era volubile, leggero, più inclinato allo spendere e al godere che alla moderazione e allo studio. Sicché nell’animo di Cicerone, le afflizioni del cittadino si confondevano con le inquietudini del padre»

    Di certo il rapporto del padre con le femmine era assai meno conflittuale, e quindi, forse, più affettivo; tuttavia non si possono ignorare alcuni episodi famosi di spietata durezza da parte del padre nei confronti della figlia. Cicerone si mostra invece molto tenero non solo nei confronti del figlio maschio ma anche in quelli della femmina, l’adorata Tulliola, l’unica persona che lui non criticò mai ed amò svisceratamente.

    - Orazio, nelle sue Satire, ricorda il suo rapporto con il padre: "Se nessuno in buona fede può rinfacciarmi avidità, sordidezza o pratica di bordelli; se io vivo, tanto da darmi lode, immune da colpe e caro agli amici; di tutto questo ha merito mio padre che, pur con le magre risorse di un piccolo podere, non solo non volle mandarmi alla scuola di Flavio, che frequentavano, con borse e taccuini sotto il braccio, i figli illustri dei più illustri centurioni, pagando otto assi alle Idi di ogni mese, ma ebbe il coraggio di portarmi a Roma, poco più che fanciullo, per farmi impartire quell’istruzione, che cavalieri e senatori fanno impartire ai propri figli.

     - Seneca ci informa sul diverso atteggiamento del padre e della madre verso i fanciulli: "Non vedi quanto siano diversamente accondiscendenti i padri e le madri? I padri pretendono che i figli si sveglino presto per attendere ai loro doveri, non permettono ad essi di starsene oziosi neanche nei giorni di festa, e ne strappano sudore e talvolta lacrime; invece le madri vogliono riscaldarserli al seno, coccolarli nell’ombra, desiderano che non siano mai tristi, non piangano mai, non si affatichino mai.

    - Quintiliano parla delle cure che fin dai primi anni dell’infanzia, ad un fanciullo di buona famiglia e destinato a diventare oratore. Il bambino deve essere circondato da persone che parlino bene e usino un linguaggio corretto e la moralità dei fanciulli va salvaguardata attraverso una cura attenta e costante da parte dei genitori. 

    - Giovenale dedica la XIV Satira all’educazione paterna e rammenta i vizi che i genitori attraverso l’esempio trasmettono ai figli. Se il pernicioso gioco dei dadi piace ad un vecchio, gioca anche l’erede ancora bambino. E non lascerà sperare meglio di sé ai parenti un giovane che da suo padre, sfaticato e goloso di vecchia data, ha appreso a raschiare i tartufi, a condire i funghi e a far nuotare nella salsa i beccafichi. Quando il fanciullo compirà sette anni e non avrà ancora messo i denti definitivi, già sarà inutile mettergli accanto mille maestri che gli insegnino la morigeratezza: egli pretenderà sempre di cenare nel lusso e non si staccherà mai dall’abitudine di una grassa cucina.

    E come ci si può aspettare che in una casa dove il pater familias fa frustare gli schiavi o li marchia a fuoco per ogni minima mancanza, i suoi figli crescano con un’indole sensibile e tollerante?  Per cui «Nulla che sia turpe a dirsi o a vedersi entri nella casa dove ci sia un padre», perché «al fanciullo è dovuto il massimo rispetto».
    «Quando a un giovane dici che è sciocco chi fa un dono a un amico, chi dà conforto e sollievo alla povertà di un parente, tu gli insegni a rubare, a ingannare e a procurar la ricchezza con ogni delitto». 
    Inoltre «Le donne romane, fiere educatrici dei loro figli, e fiere di ogni affermazione della virilità di questi (…), trasmettevano ai figli mentalità, principi e modelli di comportamento di un mondo pensato dagli uomini». 

    - Claudia Vergine - "Grandi effetti di pietà son questi veramente, ma io non so già se io mi debba dire, che quello, che fece Claudia Vergine avanzi di valore o di animosità tutto quello che feron i sopraddetti, costei vedendo, i Tribuni della plebe, violentemente si sforzarono di tirare a terra il carro, il suo padre, trionfante con meravigliosa prestezza, cacciandosi in mezzo tra il padre e i Tribuni, ributtò quel magistrato, che era di tanta autorità a Roma, e intanto acceso contro di quello, per gli Iddi, o per le inimicizie che erano tra loro. In questo modo adunque il padre, li condusse in Campidoglio, e la figliuola se ne tornò nel Tempio della Dea Vesta, col medesimo honore, e malagevole a giudicare, quale dei due meritasse maggior lode, o il padre, che ebbe in compagnia la vittoria, o la figliuola che dalla pietà fu accompagnata".



    Esempi di crudeltà verso i figli

    Questi esempi di inflessibilità da parte di magistrati romani hanno vittime particolari, i loro stessi familiari. Nella tradizione romana l’istituzione dello stato era più importante di quella della famiglia, e quindi il dovere del magistrato prevaleva sul comportamento del padre.

    Valerio Massimo, a quell’uomo saggio veniva in mente che si usa mettere le effigie degli antenati nella parte frontale della casa perché i posteri non solo leggano, ma imitino le loro virtù.

    Lucio Bruto, pari per gloria a Romolo, perché l’uno fondò la città, l’altro la libertà di Roma, quando aveva il potere supremo fece arrestare, frustare davanti alla sua tenda, legare al palo e uccidere con la scure i suoi figli che cercavano di reintrodurre in Roma il dominio dei Tarquini da lui cacciati. Si tolse le vesti del padre per vestire quelle del console, e preferì vivere senza famiglia piuttosto che sottrarsi al dovere di compiere la pubblica vendetta.

    Emulò il suo esempio Cassio nei confronti del figlio Spurio Cassio che da tribuno della plebe era stato il primo a proporre una legge agraria e con molti altri interventi popolari teneva avvinti gli uomini a sé. Dopo che questi era uscito di carica si consigliò con parenti e amici e lo condannò in un processo casalingo per l’accusa di aspirare alla tirannide, lo fece frustare e uccidere e consacrò la sua eredità a Cerere.

    Tito Manlio Torquato, uomo di straordinario prestigio per le sue molte imprese, espertissimo di diritto civile e religioso, in una circostanza simile non ritenne neppure di aver bisogno del consiglio dei parenti. Poiché la Macedonia aveva sollevato al senato tramite ambasceria lagnanze contro suo figlio Decimo Silano, che ne era stato governatore, chiese ai senatori di non deliberare niente su quell’argomento prima che lui stesso avesse studiato la causa tra suo figlio e i Macedoni.

    Assunta l’istruttoria con il consenso sia dell’augusta assemblea, sia di quelli che sollevavano le lagnanze, per due giorni, solo giudice nella sua casa, diede ascolto alle due parti; al terzo, dopo aver sentito i testimoni con la massima diligenza, pronunziò questa sentenza:
     “Essendo per me provato che mio figlio Silano ha ricevuto denaro dagli alleati, lo giudico indegno dello stato e della mia casa e gli ordino di uscire immediatamente dalla mia vista”.

    Colpito da una così dura sentenza del padre, Silano non sopportò più di vivere e la notte successiva si impiccò. Torquato aveva già adempiuto ai compiti di giudice severo e scrupoloso, lo stato aveva avuto giustizia, la Macedonia vendetta, e a quel punto con il suicidio per vergogna del figlio, avrebbe potuto piegare il rigore paterno; ma lui non volle neppure partecipare alle esequie del giovane e proprio mentre venivano celebrate diede udienza a chi voleva interpellarlo. Sapeva di sedere in quello stesso atrio dove spiccava l’immagine di quel Torquato famoso per la sua severità.

    Lucio Bruto fu il primo console della repubblica romana insieme a Lucio Tarquinio Collatino dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo (509 a.c.). L’aristocrazia romana, che voleva riaccogliere i Tarquini, organizzò una congiura, a cui presero parte anche i figli di Lucio Giunio Bruto, Tito e Tiberio. Il padre quindi fece uccidere i propri figli.

    Tito Manlio Torquato, già console nel 347 a.c., nel 340, di nuovo console, condannò a morte il figlio Tito Manlio Torquato per la vittoria contro il suo sfidante latino, conseguita senza il suo permesso (Tito Livio, Ab urbe condita VIII, 7, 13-22). 10 Copyright © 2010 Zanichelli editore S.p.A., Bologna [9308]
    La cosa andò così: nella guerra latina era stato proclamato dai consoli che i soldati non combattessero contro il nemico senza l'ordine. Per caso Manlio, figlio dell'altro console, giovan di esimio aspetto e virtù, uscendo dall'accampamento con i compagni, fu chiamato dal prefetto dei cavalieri e fu sfidato ad un singolare duello. Era vergognoso allora rifiutare il duello, e così Manlio, spinto dal pudore e dall'ira, immemore dell'editto dei consoli, lottò con il nemico e lo sconfisse. Il giovane vincitore, pieno delle spoglie del nemico ucciso, tornò all'accampamento con i compagni che esultavano, essendo stato il padre informato di quello che era successo, convocò l'assemblea dei soldati e verso tutti disse: tu, Manlio, hai combattuto il nemico senza l'ordine dei consoli, e hai infranto la disciplina romana, devi pagare la pena con la morte. Saremo un triste esempio ma molto utile e sano ai posteri. Così (nutu) del console percosse il giovane con la scure.

    Marco Scauro, luce e gloria della patria, quando le truppe di cavalleria respinte dai Cimbri sull’Adige si diressero vilmente verso la città abbandonando il console Catulo, mandò a dire a suo figlio, anche lui partecipe di quella fuga, che avrebbe visto più volentieri le ossa di un figlio morto in battaglia che non lui stesso reo di una fuga così vergognosa, e dunque se gli restava in petto un po’ di pudore, evitasse la vista di un padre da cui tanto tralignava: il ricordo della sua giovinezza gli insegnava chi dovesse considerare figlio e chi disprezzare. Ricevuta notizia di ciò, il giovane si trovò costretto a usare contro se stesso la spada in modo più valoroso di come l’aveva usata contro il nemico.

    Non meno coraggiosamente di quanto Scauro rimproverò il figlio che fuggiva dalla battaglia, Aulo Fulvio, membro del senato, trattenne il figlio che invece vi andava. Questo giovane che spiccava tra i suoi coetanei per ingegno, cultura, bellezza, aveva preso il pessimo consiglio di seguire Catilina, ma mentre con temerario impeto si stava precipitando verso il suo accampamento, il padre lo fece intercettare nel percorso e uccidere dicendo che non l’aveva generato per Catilina contro la patria ma per la patria contro Catilina. Eppure avrebbe potuto tenerlo chiuso finché non fosse passata la rabbia della guerra civile: la storia avrebbe parlato di lui come di un padre prudente, mentre così ne parla come di un padre severo.

    Viene da pensare che questa non fosse severità ma odio verso i figli. Nessun padre, degno di tale nome farebbe ciò a un figlio. Il cosiddetto conflitto generazionale, che si esplica soprattutto tra padre e figli maschi, è l'invidia per le capacità e la giovinezza dell'altro. Pertanto può essere esempio di mancata paternità e di efferata crudeltà, non di giustizia.



    IL BUON PATER FAMILIAS

    Nel diritto romano, il pater familias era l'uomo libero e cittadino, che non avesse più in vita alcun ascendente diretto in linea maschile, o che fosse stato emancipato da chi aveva su di lui la patria potestas, e che non fosse assoggettato alla potestà di un estraneo, in qualità di figlio adottivo. Egli riuniva in sé tre poteri: la patria potestà nei riguardi dei figli e dei nipoti; la manus maritalis nei riguardi della moglie e delle nuore; la dominica potestas nei riguardi dei servi e delle cose appartenenti alla familia.

    Vi era però a Roma il mito della Clementia, correlata alla Benevolentia e alla Magnitudo animi. È il comportamento dell'uomo di potere, come nel caso del padre coi figli, che non si fa dominare dall'ira e dalla crudeltà ma dalla benevolenza, è il rapporto del buon pater familias nei confronti dei figli alieni iuris subiectae, che sono assoggettati per legge.

    - Catone - Diceva che chi batte moglie o figlio alza le mani sulle cose più sacre. Dopo la nascita del figlio nessun affare era cosi urgente, ad eccezione di qualcuno di ordine politico, da impedirgli di assistere la moglie quando lavava o fasciava il bambino. Appena il ragazzo cominciò a capire, Catone lo prese con sé e gli insegnò a leggere e scrivere. Perciò si trasformò in maestro di grammatica, di diritto, di ginnastica e insegnò al figlio la scherma, l'equitazione, persino il pugilato, a resistere al caldo e al freddo, ad attraversare a nuoto agevolmente le onde vorticose e impetuose del Tevere.
    Narra egli stesso di avere composto e trascritto di propria mano, a grossi caratteri, la storia di Roma, affinché il fanciullo trovasse in casa un aiuto per conoscere il passato della sua patria; dice poi di essersi sempre guardato dal pronunziare frasi sconvenienti in presenza del figlio non meno che in presenza delle Vestali e di non essersi mai lavato con lui.
    Catone svolse il nobile compito di plasmare e guidare il figlio verso l'acquisizione della virtù; il ragazzo da parte sua ebbe grande desiderio di imparare, e un'indole docile, ma il corpo appariva troppo delicato per sostenere le fatiche eccessive, e pertanto Catone allentò per lui la tensione e il rigore del metodo educativo. Ma, pur stando cosi le cose, divenne ugualmente un buon soldato.

    - Plutarco - Siccome Plutarco adempi esattamente a tutti i doveri della vita civile, e fu del pari
    buon figliuolo, buon fratello, buon padre, buon marito, buon padrone, e buon cittadino; così ebbe eziandio la consolazione di trovare in casa, e nell'interno di sua famiglia tutta la pace e la soddisfazione che poteva desiderare.

    - Cesezio - Il cavaliere Cesezio osò contrapporsi a Cesare in difesa del proprio figlio. Cesare gli aveva ordinato di ripudiarlo, perché questi, in qualità di tribuno della plebe, lo aveva accusato di mirare alla tirannide. Ma Cesezio, coraggiosamente, rispose: «Mi strapperai tutti i miei figli, o Cesare, prima che io ne cancelli uno solo dalla mia lista». 

    - Plinio il Giovane - «Un tale rimproverava aspramente suo figlio perché spendeva troppo per comprare cavalli e cani. Quando il ragazzo fu uscito, io dissi al padre: «Ma tu non hai mai fatto niente che potesse esserti rimproverato da tuo padre?». 


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    PROCESSIONE DELLA GENS CLAUDIA

    Nome: Appius Claudius Pulcher
    Nascita: 252 a.c. 
    Morte: Capua, 211 a.c.
    Gens: Claudia
    Professione: Politico
    Consolato: 212 a.c.


    Di Appio Claudio Pulcro abbiamo le prime notizie quando venne eletto a Roma edile curule nel 217 a.c. L'anno successivo fu tribuno militare e combatté a Canne assieme a Publio Cornelio Scipione (236-183) si rifugiò con le poche truppe rimaste in Canusio (Canosa di Puglia che accolse i Romani anche nel 216 a.c. dopo la disfatta di Canne) ed assieme all'Africano ne assunse il comando.

    In seguito, nel 215 a.c., fu eletto pretore per la Sicilia, dove fece condurre le legioni reduci da Canne, che lo avevano implorato di farli combattere per riabilitarli dalla sconfitta, e tentò di attaccare Locri, occupata da Annibale (247-183), ma fallì. Mandò allora ambasciatori a Geronimo (231-214), tiranno di Siracusa, per convincerlo a rompere l'alleanza con Cartagine; siccome Geronimo rifiutò, Pulcro fece occupare le terre intorno a Siracusa bloccandone almeno in parte i rifornimenti. 

    «Non vi fu un altro momento della guerra nel quale Cartaginesi e Romani si trovarono maggiormente in dubbio tra speranza e timore. Infatti, da parte dei Romani, nelle province, da un lato in seguito alle sconfitte in Spagna, dall'altro per l'esito delle operazioni in Sicilia (212-211 a.c.), vi fu un alternarsi di gioie e dolori. In Italia, la perdita di Taranto generò danno e paura, ma l'aver conservato il presidio nella fortezza contro ogni speranza, generò grande soddisfazione (212 a.c.).

    L'improvviso sgomento ed il terrore che Roma fosse assediata ed assalita, dopo pochi giorni svanì per far posto alla gioia per la resa di Capua (211 a.c.). Anche la guerra d'oltre mare era come in pari tra le parti: [se da una parte] Filippo divenne nemico di Roma in un momento tutt'altro che favorevole (215 a.c.), nuovi alleati erano accolti, come gli Etoli ed Attalo, re dell'Asia, quasi che la fortuna già promettesse ai Romani l'impero d'oriente.

    MONETE GENS CLAUDIA
    Anche da parte dei Cartaginesi si contrapponeva alla perdita di Capua, la presa di Taranto e, se era motivo per loro di gloria l'essere giunti fin sotto le mura di Roma senza che nessuno li fermasse, sentivano d'altro canto il rammarico dell'impresa vana e la vergogna che, mentre si trovavano sotto le mura di Roma, da un'altra porta un esercito romano si incamminava per la Spagna.

    La stessa Spagna, quando i Cartaginesi avevano sperato di portarvi a termine la guerra e cacciare i Romani dopo aver distrutto due grandi generali (Publio e Gneo Scipione) e i loro eserciti, la loro vittoria era stata resa inutile da un generale improvvisato, Lucio Marcio.
    E così, grazie all'azione equilibratrice della fortuna, da entrambe le parti restavano intatte le speranze ed il timore, come se da quel preciso momento dovesse incominciare per la prima volta l'intera guerra.
    »

    (Livio, XXVI, 37.)
    Appio Claudio si trovò ancora impegnato in Sicilia come legato di Claudio Marcello, detto "La Spada di Roma" (268-208), per otto mesi durante l'assedio di Siracusa, poi ottenne il comando della flotta romana, nata dalla Guerra Punica e composta da 100 quinqueremi. Successivamente espugnò Leontini, odierna Lentini, ancora insieme a Marco Claudio Marcello. Inviati in licenza tornò a Roma e si candidò come console.
    Ottenne la carica di console con Quinto Fulvio Flacco (277-209) nel 212 a.c. e insieme al collega istituì i ludi Apollinari come ci riferisce Tito Livio. Affrontò ancora altre battaglie con successo, insieme al collega contro Annone, comandante dei Cartaginesi, e pose sotto assedio Capua nel 211 a.c. rimanendo ferito.
    ANNIBALE DOPO LA BATTAGLIA DI CANNE
    Alla fine del 212 a.c., il senato stabilì che il pretore Publio Cornelio Silla inviasse a Capua una lettera indirizzata ai due consoli, dove si disponeva che, fino a quando Annibale fosse stato assente e intorno a Capua non vi fossero pericoli immediati, uno dei due consoli raggiungesse Roma, per procedere all'elezione dei nuovi magistrati. In ottemperanza alla lettera, i consoli decisero che fosse Appio Claudio a radunare i comizi, mentre Fulvio Flacco avrebbe proseguito l'assedio presso Capua.
    A Quinto Fulvio e Appio Claudio, i consoli nel 212 a.c., fu prorogato il comando come proconsoli per l'anno successivo, nel 211 a.c. confermandogli gli eserciti che già comandavano. L'ordine era di non allontanarsi dall'assedio di Capua prima di aver conquistato la città.
    Appio Claudio si oppose al collega troppo crudele con i ribelli campani, finchè il dissidio sempre più insanabile portò a scrivere al senato, non solo per la decisione da prendere, ma anche per dare la possibilità di interrogare i prigionieri. E poiché Fulvio non voleva che i senatori campani fossero ascoltati, per evitare delazioni nei confronti degli alleati di stirpe latina e mettere a repentaglio alleanze consolidate, decise di partire per Teanum con 2.000 cavalieri all'alba.

    Qui giunto fece massacrare a colpi di verga e decapitare con la scure tutti i prigionieri. Poi si precipitò a Cales, dove fece trucidare gli altri prigionieri Campani. Sembra che da Roma fosse giunto il messo con la risposta del Senato, ma Fulvio non la lesse e fece uccidere tutti i prigionieri rimasti. Non sappiamo il seguito di questa storia, sappiamo invece da alcune fonti che Appio Claudio Pulcro sarebbe morto al momento della resa di Capua, ma ne ignoriamo le cause della morte.


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    LA NECROPOLI

    L'Isola Sacra è un'isola di circa 12 kmq sorta presso la foce del Tevere, di formazione artificiale a causa dell'allungamento della Fossa Traiana, un canale navigabile scavato al tempo dell'imperatore Traiano, per collegare il fiume al porto Imperiale. 

    Traiano infatti nel II sec. d.c. aveva riprogettato il porto di Claudio, scavando un bacino interno esagonale di circa 32 ettari, collegato con quello di Claudio ancora in funzione, attraverso un ampio canale, e realizzando a sud-est del nuovo porto un altro canale che consentiva di migliorare il sistema di collegamento con il Tevere.

    L'isola era bagnata a sud-est dal fiume Tevere, a nord dal canale di Fiumicino e a ovest dal mare Tirreno, ed era attraversata da una importante strada, la Via Flavia Severiana, che metteva in comunicazione la città di Porto con l'antica Ostia. Pertanto era ricca di comunicazioni via terra e via mare.

    Nel IV secolo è da identificare con la "Insulam quae dicitur Assis inter Portum et Hostia" che l'imperatore Costantino donò alla basilica dei Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista da lui edificata ad Ostia. Visto il numero preponderante di cristiani che l'abitava proprio in questo periodo prese il nome di Isola Sacra.



    Comunque in età romana venne chiamata Insula Portus o Insula Portuensis e occupava circa i tre quarti della superficie attuale, il resto venne aggiunto nei secoli, per l'apporto dei materiali alluvionali depositati dal Tevere. 

    La città di Porto, intorno al I secolo a.c. raggiunse un grande sviluppo e soprattutto grazie alla vicinanza al Porto di Claudio andò gradualmente a sostituire l'antica città di Ostia, divenendo il principale appoggio alle attività marittime. 

    Le navi da carico che attraccavano in questo porto erano imbarcazioni esclusivamente a vela nel periodo che va da marzo ad ottobre. Tutte le merci che trasportavano erano contenute dentro anfore sigillate, di cui rimangono alcuni esempi, sistemate accuratamente nella stiva su più piani con le punte infilate nella zavorra e con gli interstizi riempiti di materiale non deteriorabile.

    Molto fertile proprio grazie a questo apporto, fu coltivata nell'antichità, poi abbandonata nel Medioevo, divenne zona malarica, per essere poi bonificata alla fine del XIX secolo da coloni di Ravenna. Oggi fa parte del comune di Fiumicino.



    I RESTI
    L'asse viario della "via Flavia" costruita nel I secolo per unire Ostia al nuovo porto traianeo, corre parallela all'antica linea di costa ed è affiancata da una necropoli romana, con un tratto su via Redipuglia, detta la Necropoli di Porto, e un tratto su via Pal Piccolo, una necropoli del I-IV sec. d.c.
    Oggi l'antica Necropoli di Porto è un suggestivo sito archeologico che sorge a due passi dall'Aeroporto di Fiumicino Leonardo Da Vinci e ne sono attualmente visibili un centinaio di tombe monumentali. 
    La necropoli presentava tombe monumentali a camera, con o senza recinto, sia a rito di incinerazione, sia a rito di inumazione, oltre a 600 tombe più povere (a cappuccina, in sarcofagi di terracotta, in fosse, in olle), ritrovate inizialmente nell'area che ha preso il nome di "campo dei poveri", ma che in realtà sono sparse in tutta l'area occupata dal sepolcreto. 
    Le tombe sono allineate parallele alla strada principale che conserva ancora il suo basolato. Nelle file più vicine alla strada si ergono tombe del III sec. d.c., spesso edificate sopra preesistenti sepolcri del I sec.; dietro ad esse si ergono le tombe del II sec..


    Le tombe oltre che ad onorare il morto servivano a manifestare la posizione di questi e della sua famiglia nell'ambito della società per cui si affacciavano sulla strada e venivano decorate con stucchi, pitture e mosaici. 
    Infatti su molte tombe sono presenti delle formelle in terracotta che ne raffiguravano le attività: sulla tomba n.100 compaiono ad esempio ai due lati della porta il chirurgo Marco Ulpio Amerimno intento sulla gamba di un paziente e l'ostetrica Scribonia Attice china davanti alla partoriente sulla sedia ostetricia, sorretta per le spalle da una terza donna.
    Altre formelle, ma pure mosaici raffigurano le attività di acquaioli, fabbri e mietitori. Il mosaico della tomba n.43 mostra un faro con due navi, in riferimento al porto, con la scritta in greco "Qui cessa ogni affanno", con la quale il porto reale diventa simbolo del raggiungimento dell'aldilà.


    Le iscrizioni riportano le dimensioni del sepolcro e la sua proprietà; possono anche testimoniare la volontà di mantenere le usanze più antiche, vietando le inumazioni, o riportare le vicende ereditarie per le quali una tomba viene suddivisa (tombe nn. 75 e 76).  
    La Necropoli venne edificata al lato della strada, subito fuori città come era l'usanza dei romani, dagli stessi abitanti dell'Isola. Le piene del Tevere e il conseguente insabbiamento dell'intera area hanno consentito un'ottima conservazione delle tombe, dal caratteristico colore rosato.
    La Necropoli fu scoperta nel 1925 dopo l'opera di bonifica dell’Isola Sacra. Altri scavi condotti negli anni successivi hanno portato alla luce l’intera necropoli, estesa per 400 metri e composta da circa 150 sepolcri.
    Gli edifici sono raggruppati in piccoli isolati, separati da aree verdi, piazzette e stradine di passaggio. La tipologia più diffusa è quella delle Tombe Familiari a grande camera quadrata ma non mancano nemmeno le tombe povere sparse ovunque.
    TEMPIO DI PORTUNUS

    TEMPIO DI PORTUNUS (anche detto Portumnus)

    Era un'antica divinità romana e preromana raffigurata come un ragazzo con barba cerulea ed ispida. Egli era figlio della Dea italica Mater Matuta, nell'aspetto di Dea marina, una delle qualità della Dea, col nome di Portunus o Portumnus. A lui si offrivano sacrifici e riti.
    La tradizione vuole che la divinità venisse invocata prima di attraversare il Tevere che all’epoca presentava numerose insidie, ed era venerato da tutti coloro che facevano affari lungo il fiume. Dunque un vero e proprio Dio dei fiumi e dei porti, ma secondo alcuni anche Dio delle porte, un po' come Giano.

    LA STATIO


    LA STATIO PRESSO BASILICA DI S. IPPOLITO

    Sulla prosecuzione della strada, presso la basilica di Sant'Ippolito, sono emerse tracce di una statio di pertinenza del porto. Su molte di queste preesistenze romane insistono edifici dovuti al riuso in epoche successive, compresi quelli legati alla bonifica agraria. 

    La statio doveva essere legata ai pagamenti daziari, dovuti per l’attraversamento del ponte collocato lì appresso e per il vasto traffico fluviale che si svolgeva lungo le rive. Contemporaneamente serviva da alloggio ai forestieri e alla cura di carri e cavalli.
    A partire dagli anni settanta  l'abitato ha subito molte modificazioni edilizie, legate soprattutto alla costruzione selvaggia e distruttiva e allo sviluppo anch'esso incontrollato dell'Aeroporto di Fiumicino. Ciò ha compromesso parecchio il sito archeologico come spesso avviene per la incompetenza a volte, ma soprattutto per la corruzione degli addetti ai lavori.

    LE TERME DI MATIDIA


    LE TERME DI MATIDIA

    Trattasi di un complesso di ambienti disposti ai lati del tratto della via Severiana, in coincidenza dei resti del ponte che, scavalcando il canale artificiale traianeo, collegava l’Isola Sacra con Porto, detto appunto ponte di Matidia. 
    Dati epigrafici attribuiscono appunto l’edificazione di queste terme su via Rombon a Matidia ( 68-119 d.c.) nipote di Traiano e amatissima suocera di Adriano. Mentre però gli ambienti disposti lungo la sponda sinistra risalgono alla prima metà del II secolo d.c. e sembrerebbe trattarsi di una statio, come abbiamo già visto, quelle sulla riva destra riguarderebbe le terme suddette.
    TERME DI MATIDIA
    Un primo periodo costruttivo risale alla metà del II secolo d.c., ma diversi ampliamenti successivi portarono l’edificio ad assumere, nel corso del III-IV secolo d.c. più o meno l’aspetto attuale.

    Le Terme, di impianto adrianeo ma utilizzate perlomeno fino al VI secolo, si organizzano intorno ad un vasto salone sui lati del quale si affacciano ambienti con diverse funzioni.

    Sul lato settentrionale le botteghe (tabernae), su quello meridionale un magazzino con anfore (dolia) adibite alla conservazione di olio e vino, mentre su quello occidentale si dispongono gli ambienti termali veri e propri ed il sottostante corridoio di servizio.

    L’impianto delle terme è essenziale, articolato secondo lo schema di base calidario - tepidario -frigidario, con le vasche prevalentemente absidate a movimentare il complesso sia all’interno sia all’esterno.

    Di interesse risulta il sistema idraulico e dei servizi, con l’alloggiamento della noria per il rifornimento dell’acqua alle spalle della vasca nord del frigidario, più vicina al canale.

    TESTA DI MEDUSA


    TEMPIO DI ISIDE


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    STATUA DI ISIDE CAMPANA

    Trattasi di un Iseo del IV secolo, locato in via Redipuglia, edificato dal praefectus annonae Sempronio Fausto intorno al 376.

    Nel 1954 durante il dragaggio della Fossa Traiana vicino alla spiaggia, è stato trovato un architrave di marmo, appartenente a un tempio di Iside, divinità protettrice della navigazione. Del tempio sono rimaste solo alcune sale di diverse dimensioni. che possono avere fatto parte della sede di una corporazione legati al culto di Iside, e il suo tempio potrebbe essere stato vicino.

    Sul lato est dei ritrovamenti sono stati trovati i bagni. Sul lato ovest sono camere che circondano un cortile trapezoidale con un portico. A nord è una grande cisterna con due grandi pilastri interni.

    Tra le stanze è una grande sala rettangolare, con pilastri addossati alle pareti lunghe, a sostegno del soffitto. Nella parete posteriore sono quattro nicchie semicircolari e rettangolari per le piccole statue. 

    Alla stanza si accedeva attraverso un portico monumentale fiancheggiato da due colonne. Una piccola stanza in un angolo del cortile si trova una piccola abside nella parete di fondo, al cui interno è un podio in mattoni che potrebbe avere sostenuto una statua di Iside. Vi è inoltre una latrina con diversi seggi.

    Nelle stanze sono stati trovati: una statua di una divinità femminile, forse Iside Pelagia o Pharia, una statua di un serpente barbuto, un ritratto di Settimio Severo, come Serapide, un altro ritratto di questo imperatore era già stato trovato in questa area nel 1941, su un' erma di alabastro. La statua di Isis è di marmo scuro chiamato bigio dorato, un marmo che è stato spesso utilizzato per le statue di divinità egizie. Le braccia, la testa e le gambe sono mancanti. Probabilmente erano in marmo bianco. La dea è raffigurata in movimento, datata alla seconda metà del II secolo d.c.. Potrebbe essere stata in piedi sulla prua di una nave.

    Nell’impero romano il culto di Iside fu molto allegro e ricco, con processioni e feste in onore della Dea, con sacerdotesse vestite di bianco bianco e adornate di fiori. Ella aveva anche dei Sacri Misteri ed era anche Dea del mare e dei naviganti.




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    ROTTE ROMANE FUORI DELL'IMPERO

    I Romani utilizzarono fin da subito le vie d’acqua naturali: il Tevere, per le comunicazioni fra la città ed il porto di Ostia, e il Mediterraneo per i commerci marittimi necessari ai rifornimenti dell’Urbe. Nello stesso anno in cui vene iniziata la Via Appia (312 a.c.), il Senato istituì due “duumviri navali”, responsabili della manutenzione e della gestione della flotta. Solo per via marittima Roma poteva ricevere le derrate e le materie prime di cui aveva bisogno, poiché il territorio da essa controllato era ancora molto limitato e circondato da popolazioni ostili.

    L’approvvigionamento dipese dall’organizzazione dell’annona, che utilizzando quasi esclusivamente il trasporto navale, forniva al popolo romano anzitutto il fabbisogno di grano. Lo storico greco Aristobulo (IV sec. a.c.), citato da Plutarco, riferisce che Romolo, sul finire del suo regno, si adirò con il Senato perchè aveva abolito la distribuzione di grano al popolo. Sembra venisse assassinato proprio per questo dai senatori, facendone sparire il corpo e raccontandone l'ascensione fra gli Dei.

    I Romani avevano acquisito una certa familiarità con i mezzi navali fin dalle origini poichè i colli dei primi insediamenti, Palatino, Campidoglio e Aventino, erano lambiti dalle acque del Tevere, fino alle paludi del Velabro che costituiva un ottimo ancoraggio per le navi che risalivano il fiume provenendo dal mare. I Romani poterono utilizzare queste navi in sicurezza da quando Anco Marzio giunse fino alla foce del Tevere e vi fondò la colonia di Ostia.

    Le paludi del Velabro invece furono bonificate dai Tarquini, ma per diversi secoli il fiume in quell’area presentava una profonda insenatura che costituì il Portus Tiberinus, sulla cui banchina meridionale fu eretto il Tempio di Portunno, Dio dei porti, ancora esistente. Questo fu il primo porto fluviale di Roma, mentre Ostia ne divenne il primo porto marittimo.

    Ma le vie di mare dovettero essere protette dalle proprie navi da guerra, con alti e bassi fino alla prima Guerra Punica, quando dovettero con grandi spese, sacrifici di uomini e di denaro allestire una potente flotta che fosse in grado di battere i grandi navigatori e militari Cartaginesi.

    Riuscirono alla fine a acquisire il dominio del mare nel bacino occidentale del Mediterraneo: prima in Sicilia, in Sardegna ed in Corsica, poi al di là dell’Adriatico e del canale d’Otranto, quindi sui litorali della Spagna e del nord-Africa, per poi proiettarsi sulle coste e le isole del Mediterraneo orientale, ad iniziare dalla Grecia e dall’Asia minore. Con la diffusione della Civiltà romana le provincie aumentarono le loro qualità di vita e i loro traffici mercantili, per fiume e per mare, fino ai confini del mondo.


    ITINERARIUM MARITIMUM (DA UN PORTO ALL'ALTRO)


    QUALI LOCALITÀ DEVI TOCCARE NELLA NAVIGAZIONE
    DALLA PROVINCIA ACAIA PER LA SICILIA E FINO ALL'AFRICA


    "Quae loca tangere debeas cum navigare coeperis ex provincia Achaia per Siciliam ad Africam usque".


    - Un miglio nautico equivale a 1852 m
    - Abbreviazione miglio nautico = m.n.

    Dall'Istmo [di Corinto] fino a Naupatto [Lepanto], nella provincia Acaia: 750 stadi (72 miglia nautiche = 133,344 km); "Ab Isthmo Naupactum usque provinciae Achaiae stadia DCCL";

    da Naupatto ad Oxea [isolotto a nord dell'imboccatura del golfo di Patrasso], nella provincia dell'antico Epiro: 400 stadi (38,4 m. n. = 71.1km)
    "a Naupacto Oxeas provinciae Epiri veteris stadia CCCC";

    da Oxea a Nicopoli Aziaca [Paleopreveza], in predetta provincia: 700 stadi (67 m. n. = 124,084 km)
    "ab Oxeis Nicopoli provinciae supra scriptae stadia DCC";

    da Nicopoli a Butroto [Butrinto], nella predetta provincia: 500 stadi (48 m. n. = 88,96 km)
    "a Nicopoli Buthroto provinciae supra scriptae stadia D";

    da Butroto all'isola di Saseno, nella predetta provincia oltre il promontorio Acroceraunio [Capo Linguetta], e lasciando Aulona [Valona] più internamente sul lato destro: ...100 stadi (..10 m. n. = 18,52 km)
    "a Buthroto Sasonis insula provinciae supra scriptae super Acroceraunia, et relinquit Aulonam in dextro interius, stadia .. C";

    - dall'isola di Saseno, traversata fino a Idrunte [Otranto], nella provincia [d'Italia], in Calabria [odierna Puglia]: 400 stadi (8,4 m. n. = 15,5 km)
    "a Sasonis insula traiectus Hydrunto provinciae Calabriae stadia CCCC";

    ROTTE ROMANE NELL'IMPERO (INGRANDIBILE) 
    da Idrunte [Otranto], costeggiando fino a Leuca, nella predetta provincia: 300 stadi (28,8 m. n. = 53,3 km)
    "ab Hydrunto litoraria Leucas provinciae supra scriptae stadia CCC";

    da Leuca a Crotone, nella predetta provincia: 800 stadi [76,7 m. n.];
    "a Leucis Crotona provinciae supra scriptae stadia DCCC";

    da Crotone a Naus [località prossima a capo Rizzuto], nella predetta provincia: 100 stadi [9,6 m. n.];
    "a Crotona Naus provinciae supra scriptae stadia C";

    - da Naus a Stilida [località prossima a punta Stilo], nella predetta provincia: 600 stadi [57,5 m. n.];
    "a Naus Stilida provinciae supra scriptae stadia DC";

    da Stilida a Zeffiro [località prossima a capo Spartivento], nella predetta provincia: 400 stadi [38,4 m. n.];
    "ab Stilida Zephyrio provinciae supra scriptae stadia CCCC";

    da Zeffiro alla città di Reggio, nella predetta provincia: 420 stadi [40,3 m. n.];
    "a Zephyrio Regio civitas provinciae supra scriptae stadia CCCCXX";

    - da Reggio, traversata per la Sicilia, alla città di Messina: 70 stadi [6,7 m. n.];
    "a Regio traiectus in Siciliam, civitas Messana stadia LXX";

    da Messina alla città di Taormina, nella predetta provincia: 250 stadi [24 m. n.];
    "a Messana Tauromenio civitas provinciae supra scriptae stadia CCL";

    - da Taormina alla città di Catania, nella predetta provincia: 300 stadi [28,8 m. n.];
    "a Tauromenio Catina civitas provinciae supra scriptae stadia CCC";

    - da Catania alla città di Siracusa, nella predetta provincia: 800 stadi [76,7 m.n.];
    "a Catina Syracusas civitas provinciae supra scriptae stadia DCCC";

    da Siracusa a Pachino, nella predetta provincia: 400 stadi [38,4 m. n.];
    "a Syracusis Pachyno provinciae supra scriptae stadia CCCC";

    da Pachino alla città di Agrigento, nella predetta provincia: 400 stadi [38,4 m. n.];
    "a Pachyno Agrigentum civitas provinciae supra scriptae stadia CCCC";

    - da Agrigento alla città di Lilibeo [Marsala], nella predetta provincia: 750 stadi [72 m. n.];
    "ab Agrigento Lilybaeum civitas provinciae supra scriptae stadia DCCL";

    ROTTE COMMERCIALI ROMANE 180 D.C. (INGRANDIBILE)
    da Lilibeo [Marsala] all'isola che viene chiamata Marettimo, nella predetta provincia: 300 stadi [28,8 m. n.];
    "a Lilybaeo insula quae appellatur Maritima provinciae supra scriptae stadia CCC";

    - dall'isola di Marettimo, traversata per l'Africa: vi sono 900 stadi [86,3 m. n.];
    "a Maritima insula traiectus in Africam, id est [stadia DCCCC]";

    se vuoi recarti all'isola di Egimuro [Zembra], nella predetta provincia: 900 stadi [86,3 m. n.];
    "si Aegimurum insulam volueris provinciae supra scriptae stadia DCCCC";

    se [ti rechi] alla città di Missua, nella predetta provincia: 1000 stadi [96 m. n.];
    "si Missuam civitatem provinciae supra scriptae stadia M";

    da Missua a Carpo: 300 stadi [28,8 m. n.];
    "a Missua Carpos stadia CCC";

    da Carpo a Cartagine: 150 stadi [14,4 m. n.];
    "a Carpos Carthagine stadia CL";

    - qualora invece tu volessi dirigere non a Cartagine, ma verso la Libia, devi venire dalla Sicilia, passando dall'isola di Marettimo, al promontorio di Mercurio [capo Bon]: 700 stadi [67 m.n.];
    "si autem non Carthagine sed superius ad Libyam versus volueris adplicare, debes venire de Sicilia ab insula Maritima in promontorium Mercuri stadia DCC";

    - per Clupea [Chelibia]: 700 stadi [67 m. n.];
    "si Clipea stadia DCC";

    per Curubi [Curba]: 900 stadi [86,3 m. n.];
    "si Curubi stadia DCCCC";

    per Neapoli [Nabeul]: 1100 stadi [105,5 m. n.];
    "si Neapoli stadia MC";

    per Adrumeto [Susa]: 1540 stadi [147,7 m. n.].
    "si Hadrumetum stadia MDXL".

    - Dal Porto Augusto di Roma, traversata per l'Africa, a Cartagine: 5250 stadi [503,5 m. n.];
    "Item a portu Augusti Urbis traiectus in Africam Carthaginem stadia VCCL";

    da Lilibeo [Marsala] di Sicilia a Cartagine: 1500 stadi [143,8 m. n.];
    "a Lilybaeo de Sicilia in Carthaginem stadia MD";

    da Cagliari di Sardegna, traversata per il Porto Augusto: 3000 stadi [287,7 m. n.];
    "a Caralis de Sardinia traiectus in portum Augusti stadia III";

    da Cagliari, traversata per l'Africa, a Cartagine: 1500 stadi [143,8 m. n.];
    "a Caralis traiectus in Africam Carthaginem stadia MD";

    da Cagliari fino all'isola di Galata [La Galite]: 990 stadi [95 m. n.];
    "a Caralis Galatam usque insulam stadia DCCCCXC";

    - da Galata [La Galite] in Africa a Tabarca: 300 stadi [28,8 m. n.];
    "a Galata Tabracam in Africam stadia CCC";

    fra la Corsica e la Sardegna, nello Stretto Gallico [Bocche di Bonifacio]: 90 stadi [8,6 m.n.].
    "inter Corsicam et Sardiniam fretum Gallicum stadia XC".



    DALLE SPAGNE:
    "De Hispaniis"

    - Da Belo [sulla costa a sud di Cadice], traversata per Tingi [Tangeri] in Mauretania: 220 stadi [21,1 m. n.];
    "A Belone traiectus in Tingi Mauretaniam stadia CCXX";

    da Cartagine Spartaria [Cartagena], traversata per Cesarea [Cherchel] di Mauretania: 3000 stadi [287,7 m. n.].
    "a Carthagine Spartaria traiectus Caesarea Mauretaniae stadia III".



    DALLE GALLIE:
    "De Galliis"

    - Dal porto di Gesoriaco [Boulogne] al porto di Rutupie [Richborough]: 450 stadi [43,2 m. n.].
    "A portu Gessoriacensi ad portum Ritupium stadia CCCCL".



    DALL'ISTRIA:
    "De Istria"

    Da Pola a Iadera [Zara] in Dalmazia: 450 stadi [43,2 miglia nautiche].
    "A Pola Iader in Dalmatia stadia CCCCL".

    ENEA A DELO

    DALL'ITALIA:
    "De Italia"

    - Da Ancona a Iadera [Zara] in Dalmazia: 850 stadi [81,5 miglia nautiche];
    "Ab Ancona Iader in Dalmatia stadia DCCCL";

    - da Aterno [Pescara] a Salona in Dalmazia: 1500 stadi [143,8 miglia nautiche];
    "Ab Aterno Salonas in Dalmatia stadia MD";

    - da Brindisi di Calabria [odierna Puglia] o da Idrunte [Otranto] ad Aulona [Valona]: 1000 stadi [96 miglia nautiche];
    "a Brundisio de Calabria sive ab Hydrunte Aulona stadia M";

    da Brindisi a Dirrachio [Durazzo] in Macedonia: 1000 stadi [96 m. n.];
    "a Brundisio Dyrrachium in Macedonia stadia M";

    - da Salona a Siponto: 1500 stadi [143,8 m. n.].
    "a Salona Sipunte stadia MD".

    IL PORTO SUL DANUBIO (Colonna Traiana)

    NAVIGAZIONE DA ROMA ALLA PROVENZA

    ITINERARIO DEI PORTI O APPRODI DALL'URBE AD ARELATE [ARLES]
    "Itinerarium portuum vel positionum navium ab Urbe Arelato usque"

    Da Porto Augusto a Pirgi [S. Severa], approdo: 28 miglia [22,4 m. n.];
    "A portu Augusti Pyrgos, positio, mpm XXVIII";

    da Pirgi [S. Severa] a Panapio, approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];
    "a Pyrgis Panapione, positio, mpm III";

    - da Panapio a Castro Nuovo [S. Marinella], approdo: 7 miglia [5,6 m. n.];
    "a Panapione Castro novo, positio, mpm VII";

    - da Castro Nuovo a Centocelle [Civitavecchia], approdo: 5 miglia [4 m. n.];
    "a Castro novo Centum cellis, positio, mpm V";

    - da Centocelle ad Alga [località prossima a Scaglia], approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];
    "a Centum cellis Algas, positio, mpm III";

    - da Alga a Rapinio [località prossima a Torre S. Agostino], approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];
    "ab Algis Rapinio, positio, mpm III";

    da Rapinio a Gravisca [Porto Clementino, attiguo a Tarquinia Lido]approdo: 6 miglia [4,8 m. n.];
    "a Rapinio Graviscas, positio, mpm VI";

    da Gravisca a Maltano, approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];
    "a Graviscis Maltano, positio, mpm III";

    - da Maltano a Quintiano, approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];
    "a Maltano Quintiano, positio, mpm III";

    - da Quintiano a Rega, approdo: 6 miglia [4,8 m. n];"a Quintiano Regas, positio, mpm VI";

    - da Rega a Arnine [Montalto Marina], approdo nel fiume [Fiora]: 3 miglia [2,4 m n];
    "a Regis Arnine, fluvius habet positionem, mpm III";

    - da Arnine a Porto Ercole: 25 miglia [20 m. n.];
    "ab Arnine portu Herculis mpm XXV";

    - da Porto Ercole a Incitaria [sull'Argentario], porto: 9 miglia [7,2 m. n.];"a portu Herculis Incitaria, portus, mpm VIIII";

    - da Incitaria a Domiziana [sull'Argentario], approdo: 3 miglia [2,4 m. n.];"ab Incitaria Domitiana, positio, mpm III";

    - da Domiziana a Alminia [Albinia], approdo nel fiume [Albegna]: 9 miglia [7,2 m. n.];"a Domitiana Alminia, fluvius habet positionem, mpm VIIII";

    - da Alminia al porto di Talamone: .. miglia;"ab Alminia portu Talamonis mpm ...";

    - dal porto di Talamone al fiume Ombrone [foce 15 km a SO di Grosseto]: 12 miglia [9,6 m.n.];"a portu Talamonis fluvium Umbronis mpm XII";

    - dal fiume Ombrone a Lago Aprile [Castiglione della Pescaia], approdo: 18 miglia [14,4 m. n.];"a fluvio Umbronis Lacu Aprile, positio, mpm XVIII";

    da Lago Aprile al fosso d'Alma [foce presso Torre Civette, nel golfo di Follonica], che ha un approdo: 18 miglia [14,4 m. n.];
    "a Lacu Aprile in Alma flumen, habet positionem, mpm XVIII";

    - dal fosso d'Alma a Scabrio [in prossimità di Follonica], porto: 6 miglia [4,8 m. n.];"ab Alma flumine Scabris, portus, mpm VI";

    - da Scabrio a Falesia [Piombino], porto: 18 miglia [14,4 m. n.];"a Scabris Falesia, portus, mpm XVIII";

    - da Falesia a Populonia, porto: 12 miglia [9,6 m. n.];"a Falesia Polulonio, portus, mpm XII";

    - da Populonia a Vada, porto: 30 miglia [24 m. n.];"a Polulonio Vadis, portus, mpm XXX";

    - da Vada a Porto Pisano [Livorno]: 18 miglia [14,4 m. n.];"a Vadis portu Pisano mpm XVIII";

    - da Porto Pisano a Pisa, sul fiume [Arno]: 9 miglia [7,2 m. n.];"a portu Pisano Pisis, fluvius, mpm VIIII";

    - da Pisa a Luni, sul fiume Magra: 30 miglia [24 m. n.];"a Pisis Lune, fluvius Macra, mpm XXX";

    - da Luni a Porto Venere [Portovenere]: ... miglia;"a Lune  portu Veneris mpm ...";   

    - da Porto Venere a Segesta [Tigulliorum] [Sestri Levante], approdo: 30 miglia [24 m. n.];"a portu Veneris Segesta, positio, mpm XXX"; ;   

    FARO ROMANO DI DOVER (Inghilterra)
    - da Segesta a Porto Delfino [Portofino]: 18 miglia [14,4 miglia nautiche];
    "a Segesta portu Delphini mpm XVIII"; ;   

    - da Porto Delfino a Genova, porto: 16 miglia [12,8 m. n.];"a portu Delphini Genua, portus, mpm XVI";

    - da Genova a Vado [Vado Ligure], porto: 30 miglia [24 m. n.];"a Genua Vadis Savadis, portus, mpm XXX";

    - da Vado ad Albingauno [Albenga], porto: 18 miglia [14,4 m. n.];"a Vadis Savadis Albingauno, portus, mpm XVIII";

    - da Albingauno a Porto Maurizio [Imperia]: 25 miglia [20 m. n.];"ab Albingauno portu Maurici mpm XXV";

    - da Porto Maurizio al Taggia, fiume: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a portu Maurici Tavia, fluvius, mpm XII";

    - dal Taggia a Ventimiglia, spiaggia: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a Tavia Vintimilio, plagia, mpm XII";

    - da Ventimiglia a Ercole Monaco [Monaco], porto: 16 miglia [12,8 m. n.];"a Vintimilio Hercle Manico, portus, mpm XVI";

    - da Ercole Monaco a Avisione [Eza], porto: 22 miglia [17,6 m. n.];"ab Hercle Manico Avisione, portus, mpm XXII";

    - da Avisione a Anaone [Beaulieu], porto: 4 miglia [3,2 m. n.];"ab Avisione Anaone, portus, mpm IIII";

    - da Anaone ad Olivoli [Villafranca], porto: 12 miglia [9,6 m. n.];"ab Anaone ad Olivulam, portus, mpm XII";

    - da Olivoli a Nicea [Nizza], spiaggia: 5 miglia [4 m. n.];"ab Olivula Nicia, plagia, mpm V";

    - da Nicea ad Antipoli [Antibes], porto: 16 miglia [12,8 m. n.];"a Nicia Antipoli, portus, mpm XVI";

    da Antipoli a Lera [Sainte Marguerite] e Lerina [Saint-Honorat], isole [odierne îles de Lérins, davanti a Cannes]: 11 miglia [8,8 m. n.];
    "ab Antipoli Lero et Lerino, insulae, mpm XI";

    - da Lera e Lerina a Foro Giulio [Fréjus], porto: 24 miglia [19,2 m. n.];
    "a Lero et Lerino Foro Iuli, portus, mpm XXIIII";

    - da Foro Giulio al golfo Sambracitano [golfo di St. Tropez], spiaggia: 25 miglia [20 m. n.];
    "a Foro Iuli sinus Sambracitanus, plagia, mpm XXV";

    - dal golfo Sambracitano a Caccabaria di Ercole [St. Tropez], porto: 16 miglia [12,8 m. n.];"a sino Sambracitano Heraclia Caccabaria, portus, mpm XVI";
    "ab Heraclia Caccabaria Alconis ... mpm XII";

    - da Alcone a Pomponiana [presso Olbia, odierna Almanarre, sud di Hyères], porto: 30 miglia [24 m. n.];
    "ab Alconis Pomponianis, portus, mpm XXX";

    - da Pomponiana a Telone Marzio [Tolone], porto: 15 miglia [12 m. n.];
    "a Pomponianis Telone Martio, portus, mpm XV";

    - da Telone Marzio a Taurento [La Madrague de Saint-Cyr de Provence?], porto: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a Telone Martio Taurento, portus, mpm XII";

    - da Taurento a Carsice [La Ciotat], porto: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a Taurento Carsicis, portus, mpm XII";

    - da Carsice a Citarista [capo di S. Sigo], porto: 18 miglia [14,4 m. n.];
    "a Carsicis Citharista, portus, mpm XVIII";

    da Citarista a Porto Emina [nei pressi di Cassis], approdo: 6 miglia [4,8 m. n.];
    "a Citharista portu Aemines, positio, mpm VI";

    da Porto Emina a Immandra [nei pressi di Cap Croisette], approdo: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a portu Aemines Immandras, positio, mpm XII";

    - da Immandra a Marsiglia dei Greci, porto: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "ab Immandris Massilia Graecorum, portus, mpm XII";

    - da Marsiglia dei Greci a Incaro [Cari], approdo: 12 miglia [9,6 m. n.];
    "a Massilia Graecorum Incaro, positio, mpm XII";

    da Incaro a Dili, approdo: 8 miglia [6,4 m. n.];
    "ab Incaro Dilis, positio, mpm VIII";

    - da Dili a Fossa Mariana [Fos-sur-Mer: bocca del canale scavato da Caio Mario, e che forma il braccio orientale del delta del Rodano], porto: 20 miglia [16 m. n.];
    "a Dilis Fossis Marianis, portus, mpm XX";

    - da Fossa Mariana a Grado Marsigliese, fiume Rodano: 16 miglia [12,8 m. n.];
    "a Fossis ad Gradum Massilitanorum, fluvius Rhodanus, mpm XVI";

    da Grado Marsigliese, per il fiume Rodano fino ad Arelate [Arles]: 30 miglia [24 m. n.].
    "a Gradu per fluvium Rhodanum Arelatum mpm XXX".

    CASTELLAMMARE DI STABIA

    FRA LE SPAGNE E TINGI [TANGERI] DI MAURETANIA
    "Inter Hispanias et Tingi Mauretaniam"

    - dall'Isola Diana, Lesbo o Ebuso [Ibiza] fino a a Cartagine Spartaria [Cartagena]: 400 stadi [38,4 m.n]
    "Ab Insula Diana, Lesbos, Ebusosab hac insula Carthagine Spartaria   stadia CCCC",

    - dall'Isola Diana, Lesbo o Ebuso [Ibiza] alle Baleari: 300 stadi [28,8 m. n].
    "et a supra scripta insula ad Baleares   stadia CCC".

    - Tra l'isola Colomba, la Baleare maggiore [Maiorca] e l'isola Nuora, la Baleare minore [Minorca]; 600 stadi [57,5 m. n.].
    "Inter Insula Columba, Balearis maior et insula Nura, Balearis minor: stadia DC";



    FRA CARTAGINE SPARTARIA E CESAREA DI MAURETANIA
    "Item inter Carthaginem Spartariam et Caesaream Mauretaniam"

    Isole Errore [Alboran] e Tauria; fra di esse vi sono: 75 stadi [7,2 m. n.].
    "Insula Erroris et Tauria: inter se habent stadia LXXV".

    - da Calama [penisola di Melilla?] di Mauretania alle suddette isole: 85 stadi [8,2 m. n.].
    "Ad has supra scriptas insulas a Calama de Mauretania amecas stadia LXXXV".

    PORTO DI MISENO

    FRA LA SARDEGNA E LA PENISOLA ITALIANA
    "Item inter Sardiniam et Italiam"

    - Isola d'Elba; da Populonia in Toscana: 600 stadi [57,5 m. n.].
    "Insula Ilva: de Tuscia a Populonio stadia DC".

    - fra l'Elba e Isola di Pianosa 90 stadi [8,6 miglia nautiche].
    "Insula Planasia: inter Ilvam et Planasiam sunt stadia XC"

    - da Cosa a Isola del Giglio: 90 stadi [8,6 m. n.].
    "Insula Igilium: a Cosa stadia XC".



    FRA LA SARDEGNA E L'AFRICA
    "Item inter Sardiniam et Africam"

    - da Cagliari di Sardegna a Isola Galata [La Galite]; 730 stadi [70 m. n.];
    "Insula Galata: a Caralis de Sardinia   stadia DCCXXX";

    da Isola Palmaria [vicino a La Galite] a Galata [La Galite]: 45 stadi [4,3 m. n.].
    "Insula Palmaria: inter hanc et Galatam   stadia XLV".

    - da Cartagine, all'isola di Egimuro [Zembra]:  230 stadi [22,1 m. n.].
    "Ante promontorium Apollinis Aegimurum insula: a Carthagine  stadia CCXXX".



    FRA LA PENISOLA ITALIANA E LA SICILIA
    "Inter Italiam et Siciliam"

    - Tra isole Pontine [Ponza, Palmarola e Zannone] a Terracina, 300 stadi [28,8 m. n.].
    "Insulae numero III Pontiae: a Terracina   stadia CCC".

    - da TerracinaIsola Pandataria [Ventotene]: 300 stadi [28,8 m. n.].
    "Insula Pandateria: a Terracina   stadia CCC".

    da Cuma, della Campania a Isola Enaria [Ischia]; 45 stadi [4,3 m. n.].
    "Insula Aenaria: a Cumis de Campania   stadia XLV".

    - da Miseno, della Campania a Isola di Procida: 30 stadi [2,9 m. n.].
    "Insula Procita: a Miseno de Campania   stadia XXX".

    - da Pozzuoli a Isola Capraria [Capri]: 300 stadi [28,8 m. n.].
    "Insula Capraria: a Puteolis   stadia CCC".

     da Messina a Isola Stromboli: 320 stadi [30,1 m. n.].
    "Insula Strongilos: a Messana   stadia CCCXX".

    - da Stromboli a Isola Lipari: 300 stadi [28,8 m. n.].
    "Insula Liparos: a Strongilos Liparis sunt   stadia CCC".

    - da Megara,  fortezza dei Siracusani, alle Isole Aretusa [isola Ortigia, a Siracusa] e Tapso [penisola Magnisi, nel golfo di Augusta]: 11 stadi [poco più di un m. n.].
    "Insulae Arethusa et Tapsus: distat ab oppido Megera, id est castello Syracusanorum,   stadia XI".

    PORTO DI VENTOTENE

    FRA LA SICILIA E L'AFRICA
    "Item inter Siciliam et Africam"

    da Lilibeo di Sicilia a Isola di Cossura [Pantelleria]; vi sono: 180 stadi [17,3 m. n.].
    "Insula Cossura: a Lilybaeo de Sicilia sunt stadia CLXXX".

    da Isola di Cercina [Cherchenna] a Tacape [Gabes]: 622 stadi [59,6 m. n.].
    "Insula Cercenna: haec a Tacapis distat   stadia DCXXII".

    - da Giti di Tripoli a Isola di Gerba; : 90 stadi [8,6 m. n.].
    "Insula Girba: a Giti de Tripoli   stadia XC".



    FRA LA DALMAZIA E L'ISTRIA
    "Inter Dalmatiam et Istriam"

    - da Melita ad Epitauro [Ragusa Vecchia; in Croato: Cavtat]: 200 stadi [19,2 m. n.].
    "A Melta Epidauros   stadia CC".

    da Dirrachio [Durazzo] a Isola di Saseno : 300 stadi [28,8 m. n.].
    "Insula Saso: a Dyrrachio   stadia CCC".

    - da Idrunte [Otranto] a Isola di Cassopo [forse Fano] e isola Goreiro [forse Corfù, nota come Corcira]; : 1000 stadi (96 m. n.).
    "Insula Cassiope, insula Goreiro: ab Hydrunte Cassiope insula   stadia M".



    NEL MARE EGEO, FRA LA TRACIA E CRETA
    "In mari quod Thraciam et Cretam interluit"

    - Icaria: da Micono dista 3000 stadi [287,7 m. n.].
    "Icasia: a Mycono distat   stadia CCC".



    TROVATO L'ANTICO FARO DEL PORTO IMPERIALE DI ROMA

    "Si è appreso solo ora, dalla pubblicazione di uno studio scientifico, che le ricerche archeologiche condotte negli anni 2001-2007 nell’area anticamente occupata dal bacino portuale costruito dall’imperatore Claudio (dall’aeroporto di Fiumicino al Tevere) hanno consentito di localizzare la posizione dell’isola artificiale sulla quale era stato eretto l’imponente faro monumentale che segnalava l’ingresso dell’antico porto imperiale.

    La grande mole di dati acquisiti dai ricercatori, mediante scavi e carotaggi, ha anche permesso di individuare l’intero percorso dei due lunghi moli che delimitavano a nord (molo lungo 1.600 m) ed a sud (1.320 m) il vasto bacino del porto, la cui complessiva superficie è stata calcolata di oltre 200 ettari. 

    E’ noto dalle fonti antiche che l’isola sulla quale sorgeva il faro era stata costruita utilizzando, quale nucleo sul quale aggregare l’intera struttura, la gigantesca nave che l’imperatore Caligola aveva fatto costruire per portare da Alessandria il grande obelisco destinato ad abbellire il suo circo, ai piedi del monte Vaticano (obelisco successivamente spostato di poche decine di metri, per porlo al centro della Piazza S.Pietro, ove si trova tutt’ora). 

    Quella nave venne dunque riempita di cassoni di cemento idraulico (la cosiddetta pozzolana), caricati a Pozzuoli, e venne poi affondata davanti all’imboccatura del nuovo porto di Claudio per costruirvi sopra l’intera isola.



    SCOPERTI DUE PORTI ROMANI IN LIBIA

    Sul primo porto, nei pressi del villaggio agricolo di Hamama si è particolarmente accentrata l’attenzione degli studiosi italiani date le consistenti tracce di strutture in pietra emergenti tra la sabbia sia sulla costa che in mare. E’ probabile che si tratti di uno degli antichi porti utilizzati dalla non lontana Cirene per i suoi contatti mediterranei e, soprattutto, con Roma ai tempi dell’impero. Il sito potrebbe essere identificato con Phykous, menzionato da Strabone proprio nella zona in questione.

    Nel corso di questa missione si è attuata una ricognizione analitica e sistematica del sito sia dal punto di vista tradizionale che applicando le più aggiornate e moderne tecnologie di rilevamento nel campo archeologico. In particolare il sito è stato percorso totalmente e sistematicamente a piedi mediante assi paralleli distanti tra loro circa m 5. 

    Durante tali percorsi sono stati raccolti gli elementi ceramici, litici e metallici più diagnostici al fine di individuare le dinamiche occupazionali del sito. Sono stati raccolti circa 500 oggetti che sono stati posizionati mediante GPS, fotografati e disegnati al fine di potere procedere alla loro identificazione crono-tipologica. In tal modo si è ottenuto un quadro dinamico dell’occupazione del sito attraverso la dislocazione dei vari reperti.

    La squadra addetta alla scansione laser ha effettuato la completa scansione del sito mettendo in evidenza sia l’altimetria esatta che tutte le strutture murarie emergenti. I prodotto finale di tale ricognizione è il modello tridimensionale del sito e la collocazione esatta di tutte le strutture e gli elementi visibili in superficie.


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  • 12/27/18--05:03: VILLA OLMEDA (Spagna)

  • La villa romana La Olmeda è posta nel comune spagnolo di Pedrosa de la Vega, in provincia di Palencia, nella Castilla y León. Il sito è stato dichiarato patrimonio di interesse culturale il 3 aprile 1996, e la rivista National Geographic lo considera (2016) una delle dodici principali scoperte dell'archeologia moderna.

    La villa o domus romana si trova nella pianura fluviale del fiume Carrión, a circa 888 m slm, in un'area attraversata da diversi corsi d'acqua in direzione nord-sud, tra la valle del Carrión e il Páramos de las Rañas.

    La villa è divisa in due parti, una edificata nel I sec. secolo che durò fino alla fine del III sec., e l' altra ricostruita sulla precedente nel IV sec. in un periodo di ripresa tra i governi di Costantino e Teodosio il Grande, finchè fu distrutto e abbandonato nel VI sec..

    La villa venne scoperta nel 1968, durante alcuni lavori sul terreno di proprietà di Javier Cortes, che iniziò il suo scavo privatamente. Nel 1980 il sito richiedeva più di quanto il proprietario potesse permettersi, per cui si accordò con il Consiglio Provinciale di Palencia creando una Fondazione a due, che perdura a tutt'oggi. Nell'aprile 1984 vene realizzata una copertura sui resti della villa per la sua conservazione.

    Una selezione dei materiali trovati negli scavi è esposta nel museo monografico di La Olmeda, che nel 1984 è stato installato nella chiesa di San Pedro de Saldaña . L'accesso ai archeologico viene eseguita attraverso una deviazione al chilometro 55 della strada regionale CL-615 ( Palencia - Riaño), fino alla città Gañinas de la Vega.




    LE VICENDE STORICHE

    Nel III sec. le lotte continue per il potere, le incursioni di tribù germaniche sul Reno e del Danubio, la guerra in l' Oriente o l'epidemia di peste ha causato una crisi del romano sia politica che militare, sociale ed economica.

    A causa della scarsità di materie prime e di disastri politici, la popolazione è diminuita, influenzando le attività produttive. Ciò ha comportato un minor reddito per lo stato, i cui tentativi di compensarlo, aumentando le tasse, hanno ulteriormente aggravato la crisi.

    Il risultato di tutto ciò fu la scomparsa del commercio internazionale che esisteva fino ad allora; le rotte con l'Oriente erano influenzate dai Persiani e dalle rotte europee dai movimenti dei Germani. Anche il commercio interno ha risentito di questa mancanza di sicurezza, di un'elevata tassazione e di una perdita di fiducia nello Stato.

    Nell'era sub-imperiale furono intraprese una serie di riforme per affrontare i problemi precedenti e quindi, sotto Diocleziano , il sistema fiscale venne riorganizzato in vista di un aumento della raccolta finale, a causa del costo del numero crescente di truppe e funzionari necessari per garantire l'amministrazione dell'impero.

    Allo stesso modo, l'editto di pretiis rerum venalium, del 301, mirava a stabilire prezzi massimi per i beni come misura contro l' inflazione e l'aumento dei prezzi. Regolamentato il prezzo dei prodotti agricoli, artigianale e le tasse da ricevere per ciascuna delle attività professionali. si è trasformato in scambi basati sul baratto e l'economia ha subito una ruralizzazione, tornando a prendere la terra come l'unico valore sicuro della ricchezza.

    PLASTICO DELLA VILLA
    I raccolti agricoli crollarono a causa dei disordini sociali esistenti e il commercio fu ridotto esclusivamente agli oggetti di lusso acquistati dai grandi proprietari.
    Le città subirono un significativo declino demografico e della vita civile e i curiales e l'aristocrazia municipale preferirono andare a vivere nei loro villaggi nel campo in cui avevano grandi proprietà agricole e laboratori per le proprie esigenze, cioè diventavano autosufficienti nella produzione e nel consumo.

    L'interno della Hispania era una delle zone più favorevoli per questi latifondi. Da un lato, c'era un villaggio che durò dal I al III secolo, e dall'altra, la ricostruzione della città, una nuova pianta e in un luogo diverso, durante il secolo IV , che dura fino alla metà del V secolo , distrutto e forse abbandonato nel VI secolo .

    Questa seconda fase è inserita nel contesto della ripresa iniziata nel tempo di Diocleziano e del suo sistema di Tetrarchia , che ha vissuto al meglio durante il governo di Costantino I e i suoi figli, all'inizio del IV secolo, e sotto il governo di Teodosio I , alla fine dello stesso secolo. In questo momento costantiniano-teodosiano appartiene il più grande splendore della città.

    Non si conosce il nome dei diversi proprietari che si succedettero l'un l'altro durante il IV e V secolo, ma si è supposto il generale Asturio, duca di Tarraconense tra il 441 e il 443. Tuttavia, nonostante le iscrizioni trovate, l'anonimato della città continua.



    GLI SCAVI

    L'Olmeda fu scoperto nell'estate del 1968, nel corso di alcuni lavori per ridurre una collinetta in un terreno di proprietà di Javier Cortes, rinvenendo i resti di una serie di edifici e scavando fino a 65 piedi di profondità dove si è raggiunta la pavimentazione a mosaico.

    Prima della sua scoperta, venne pianificato uno scavo archeologico privato ma con la direzione di un archeologo professionista, professore di archeologia all'Università di Valladolid, Pedro de Palole.

    Nei primi anni si pensò al consolidamento dei mosaici e lo stesso Javier Cortes realizzò la costruzione dei primi edifici e delle visite protettive. Nel 1980, l'estensione del sito ha travolto le possibilità del proprietario del sito per cui questi ha raggiunto un accordo con la Delegazione Provinciale di Palencia, creando una Fondazione che, da quel momento, è responsabile della gestione e del finanziamento delle opere.

    Tra il 1981 e il 1984, anno di inaugurazione della Villa, sono stati effettuati lavori di costruzione su una copertura per il sito e una passerella che ha permesso la visita, mentre il futuro sito del museo era in restauro.

    Questo, all'inizio fu locato nella casa dello scopritore, per mettere a disposizione dei ricercatori i materiali trovati, ma, quando fu creata la Fondazione, venne trasferito nella vecchia chiesa di San Pedro, a Saldaña, dove è rimasto dal 1984. Nel 1988, José Antonio Abásolo Álvarez, professore all'Università di Valladolid, e Miguel Nozal, archeologo di Saldaña, assunsero la direzione degli scavi, espandendo sia il recinto che la passerella.

    Nel 2004, le terme sono state aperte al pubblico con gara d'appalto vinta dagli architetti Paredes e Pedrosa. Il 3 nell'aprile di 2009 Dopo quasi quattro anni di costruzione, la Villa è stata riaperta al pubblico con il nuovo edificio.
    Accanto alla villa si conservano anche le terme e tre cimiteri di cui sono stati portati alla luce solo due. In essi sono stati rinvenuti resti di corredi funebri e utensili romani.

    (Pedro de Palol Salellas - La villa romana de La Olmeda de Pedrosa de la Vega (Palencia) - Guía de las excavaciones - 1982)

    LE TERME

    DESCRIZIONE

    L'edificio principale della villa ha una pianta quadrata con quattro torri angolari, ottagonali sulla facciata sud e quadrate a nord. La domus è edificata intorno a un cortile, cioè un patio che in origine era un peristilio, le cui colonne sul lato sud sono state sostituite da un porticato in mattoni e i lati rimanenti sono stati chiusi da mura.

    Il cortile è munito di quattro gallerie decorate con mosaici. Due di queste danno accesso alla villa attraverso porte fiancheggiate da colonne in marmo bianco. Delle 27 camere 12 sono dotate di ipocausto (sistema di riscaldamento sotterraneo). All'esterno spicca un grande portico di ingresso.

    Lo spazio dell'intero complesso archeologico è così articolato attorno ad un asse nord-sud, di circa 1700 m di lunghezza, il cui nucleo centrale è costituito dalla villa basso-imperiale composta da residenza, i bagni e due corpi laterali come ali. L'estremità meridionale si troverebbe in un edificio situato nel cosiddetto Alto del Caballo e nella parte settentrionale della necropoli settentrionale.

    La villa era costituita da due parti indipendenti ma unite tramite un corridoio:

    - la villa residenziale (la parte scavata), utilizzata come abitazione dai proprietari, di quasi 3000 mq, regolare e simmetrica attorno ad un asse nord-sud. Questo asse nord sud, su cui si snodava una strada, collegava le diverse aree del complesso e pure la rete di strade secondarie necessarie per l'agricoltura. Il territorio sotto l' influenza della villa è stata determinata dopo le indagini condotte tra il 1986 e il 1991, in cui un certo numero di campi, di diversi tipi, sono stati trovati  vicino alle città di:

    - Saldaña,
    - Relea de la Loma,
    - Villarmienzo,
    - Velillas di Duke,
    - Quintanilla de Onsoña,
    - Villaproviano,
    - La Serna,
    - Villamoronta,
    - Villarrobejo
    - Villapún.

    La parte residenziale ha una pianta quadrata con un grande patio centrale circondato da gallerie che accedono alle diverse stanze e d'altra parte, a ovest, i bagni. La costruzione dei bagni, collegati alla casa attraverso un corridoio, ha due aree: da una parte una grande stanza circolare, il cui uso è sconosciuto, e dall'altra l' armadio, attraverso il quale accesso alle diverse sale da bagno: frigidarium, tepidarium e caldarium.

    - la villa rustica, residenza dei lavoratori, sia schiavi che i coloni, come pure magazzini e stalle. Questa seconda parte non si trova e potrebbe già essere distrutta a causa della precarietà della sua costruzione. Socialmente, era un nucleo aristocratico che costituiva una dinastia di proprietari terrieri, i cui ritratti sono osservati nel mosaico principale.




    LA PARTE RESIDENZIALE

    L'edificio principale presentava, sia sulle facciate nord e sud, un portico alle cui estremità erano erette torri, ottagonali sulla facciata sud e quadrate a nord. Il portico meridionale potrebbe essere a colonne o di muro su cui si innalzerebbero le colonne nella pianta alta dell'edificio.

    Questo schema, a pianta quadrata con torri angolari, è comune nell'architettura rurale di quel tempo, soprattutto in Gallia e in Germania. Il cortile centrale era originariamente un peristilio con colonne su tutti e quattro i lati che separavano l'area del giardino dalle gallerie che lo circondavano. Successivamente le colonne sul lato sud sono state sostituite da archi in mattoni e i lati rimanenti sono stati chiusi con pareti in cui sono state aperte le finestre.

    L'accesso principale all'interno dell'edificio era attraverso il portico sud, attraverso una stanza sullo sfondo della quale si ergevano due colonne che segnavano il passaggio dal vestibolo alla galleria del peristilio. Questi, quattro in totale, ordinarono la circolazione dell'edificio, e quelli del nord e del sud erano più ampi di quelli dell'est e dell'ovest.

    La galleria sud appariva in cattive condizioni a causa di un fossato che distrusse parte della galleria ovest, la galleria sud e diverse stanze sul lato est. Fu realizzato prima della distruzione del complesso e divenne un cassonetto dove furono trovati una moltitudine di materiali come corna di cervo, ceramiche del V e VI sec. o contenitori di metallo.




    Le stanze

    - n° 24 - Sul lato sud, accanto all'ingresso, c'è la stanza 24, con pavimento in oro e platino e quattro fori uniti da canali che fungevano da sede per vasi , quindi è interpretata come una dispensa.

    - n° 23 - La stanza attigua è identificata come una cucina e sul suo muro esterno sono stati trovati resti di pittura , come in altre stanze della casa, soprattutto sul lato nord. Costeggiando è l'inizio di una scala che portava al piano superiore. Questo esisteva sia su questo lato sud che sul lato nord, con le ali est e ovest del piano terra.

    - n° 21 - All'estremità orientale della galleria sud si trova la stanza n. 21, lastricata di opus signinum e che fa da anticamera alla stanza n. 20,

    - n° 20 - un'alcova che presenta uno dei mosaici geometrici più straordinari della città.

    - n° 13 -  Sul lato est, e partendo da sud, c'è prima una piccola stanza con l' opus signinum, che funge da anticamera del n. 14-15, pavimentata con mosaico e considerata una delle sale da pranzo o triclinios della casa.

    MOSAICO DELL'OECUS

    - n°3 - A contatto con il lato nord è una stanza absidale, n. 3, dalla quale è possibile accedere ad altre due stanze
    - n° 2 - 4 - poste su entrambi i lati (n. 2 e 4). Tutti e tre erano pavimentati con mosaici e avevano un ipocausto o un riscaldamento sotterraneo.

    Sul lato nord, le camere hanno pavimenti in opus signinum,
    - n° 7 - 8 - ad eccezione delle stanze 7 e 8, che hanno pavimenti battuti.
    - n° 7 - Tranne che per il n. 7, che è l'entrata nord dell'edificio,
    - n° 9 - e il n. 9, che è il buco di un'altra scala per il piano superiore, non si sa quale uso abbiano avuto.
    - n° 10 - 11 - 12 - Nell'estremità occidentale, e simmetriche a quelle sul lato est, ci sono tre stanze (n. 10, 11 e 12), anch'esse pavimentate a mosaico ma senza ipocausto.

    LE TERME

    - n° 30 - Sul lato ovest, c'è il corridoio che collega l'area delle terme (n. 30)
    - n° 29 - 31 - 32 - e pure un insieme di stanze (n. 29, 31 e 32) che forse costituiscono il triclinio o la sala da pranzo principale della casa. Questo, il n. 29, era inizialmente più piccolo, ma subì una riforma che allargò la stanza e rese l'abside della stanza fuori centro rispetto all'asse della stanza.
    - n° 32 - Sia la sala da pranzo che la sua hall (n. 32), avevano pavimenti a mosaico.
    - n° 31 - la stanza n. 31, che serviva per la sala da pranzo, aveva un pavimento in opus signinum.
    I MAGAZZINI (26)
    - n* 27 - 28 - 33 - Di nuovo in contatto con il lato sud, c'è un piccolo corridoio (n. 28) che fungeva da uscita dall'edificio ad ovest e permetteva l'accesso alle stanze n. 27 e 33, pavimentate con opus signinum e terra battuta rispettivamente.
    - n° 26 - La camera n. 26, anch'essa con pavimento battuto, e in cui appariva un gran numero di resti di anfore - alcune delle quali di origine orientale come Gaza o Cartagine - che permettevano di identificarlo come magazzino.

    - Infine, il giardino del peristilio aveva al centro una fontana, di cui non sono stati trovati resti, circondato da un mosaico.

    - Dalla stessa parte, in direzione nord, uno scarico di mattoni che si riversava in un ruscello e scompariva.

    - Le due porte del giardino, situate nelle gallerie est e ovest, erano unite da una pergola con otto archi, i cui fori di supporto sono stati trovati durante gli scavi.

    TERME E IPOCAUSTO
    - L'edificio delle terme si trova a ovest della casa, a cui è collegato da un corridoio (n ° 30). Questo le divide in due parti: il sud è una camera circolare 170 mq, il cui uso è sconosciuto, con pavimentazione cocciopesto con un mosaico sovrapposto. Aveva un ipocausto e subì un saccheggio che distrusse la maggior parte del terreno alla ricerca dei mattoni che coprivano i condotti sotto il mosaico.

    - Quattro piccole sale pavimentate a mosaico si aprono a ovest di questa stanza circolare.

    - A Nord del corridoio, camera fronte circolare è l'apodyterium o vestibolo, che aveva una corsa sulla sua panchina parete est e una piccola vasca ovale, con gradini, all'angolo nord-ovest e una pavimentazione cocciopesto sovrapposto ad un altro mosaico.

    - A sud-est della stanza c'è una stanza identificata come laetrinae, con pavimenti in piastrelle e pavé di fango, diversa dal resto della villa.

    - Dal spogliatoio centro si accede tramite una scala, un frigidarium così lobate, con pavimentazione di cocciopesto e ad ovest erano le camere del caldarium e tepidarium, con un'abside e pavimentazione a mosaico.

    - Infine, all'estremità occidentale del muro dei bagni si trova il propnigeum, dove è stato conservato il combustibile e il forno è stato posizionato per riscaldare i bagni; è un'aggiunta all'edificio principale dei bagni termali e ha le stesse misure delle latrine.



    I MOSAICI

    Forse l'attrazione principale della città è l'insieme di mosaici che pavimentano i loro pavimenti, considerato uno dei più importanti in Spagna.

    - Partendo all'ingresso sud della casa, pavimentata con un mosaico in piazze e alternati ottagoni ed è delimitato da un fregio di cerchi intersecanti, le quattro gallerie del peristilio sono pavimentate; nord e sud del design è semplice, di carattere geometrico, e quindi nello spazio corridoio settentrionale è suddivisa in frame o cassoni in cui motivi alternati come nodi di Salomone, svastiche o croci circondato da un bordo di motivi floreali, mentre nel corridoio sud, molto distrutto a causa del fossato, appaiono cerchi secanti con bordo di triangoli incatenati (guiloches).

    - D'altra parte, a est e a ovest, lo stesso tema è ripetuto con coppie di esagoni irregolari che, quando tagliati, lasciano un ottagono al centro e, quando si uniscono ad altre coppie di esagoni, formano quadrati e diamanti.

    - n° 20 - Nell'angolo sud è su l' un lato, camera  20, che ha uno dei disegni geometrici più importanti della villa: un ottagono centrale cui lati sono posti piazze, e tra questi apparire diamanti allungate, tutti È circondato da un bordo a treccia e una linea a zig-zag.

    - n° 14 - 15 - Su l' altra parte, il triclinio che rendono fino le camere  14 e 15 ha, nella sua abside, nodi di Solomone nei circoli mentre il resto della camera include un alloro al centro e circa otto rettangoli entro cui Hanno cerchi con fiori a otto petali. Sia nell'angolo nord-est che nord-ovest, le camere tripartite presentano pavimenti a mosaico.

    - Nord-est, la cabina principale, con un disegno di esagoni alternati a quadrato, presenta immagini separate da corde e entro quattro peltas alternativamente rosso e nero, e la 4 Ha un design basato su quadrati ed esagoni, separati da corde, all'interno dei quali ci sono motivi geometrici e floreali, e tutti con due bordi, uno di fiori con tre petali e un altro di fiori a quattro petali.


    - n° 11 - D'altra parte, a nord-ovest, la stanza absidale (nº 11) ha un disegno di ottagoni e quadrati, con fiori di otto petali e croci all'interno, il tutto bordato da un bordo di tulipani nell'abside e con triangoli incatenati (guiloches) nella parte inferiore.

    - n° 10 - Adiacente, la stanza n. 10 ha un centro di quattro fiori separati da corde e attorno a pannelli di diverse dimensioni.

    - n° 12 - Il mosaico della stanza n. 12 mostra un disegno di cerchi di asciugatura e un bordo di triangoli isosceli. 

    Nell'angolo sud-ovest, il triclinio principale della casa e la sua lobby hanno anche pavimenti a mosaico. Il mosaico della parte più antica della sala da pranzo mostra un disegno di fiori legati dai loro steli su cui si uniscono cerchi ed è circondato da un bordo di ghirlande. Da parte sua, il mosaico della zona allargata ha linee rette su cui ci sono cerchi con fiori all'interno e un bordo di merli.

    - n° 32 - La sua hall, sala 32, offre una decorazione di ciocche di capelli separate da corde. Per quanto riguarda la costruzione dei bagni, molte delle stanze sono pavimentate con mosaici. Così, la grande stanza circolare presenta un disegno simile a quello delle gallerie est e ovest del peristilio, con un quadrato al centro in cui due bordi di ghirlande circondano una stella a otto punte.

    Nelle quattro sale adiacenti, le due a sud hanno un design di cassettoni con motivi cruciformi all'interno, e le due a nord, uno presenta un disegno di quadrati ed esagoni,

    - n° 4 - Un disegno simile a quadrati ed esagoni è quello della stanza n. 4 e alle altre coppie di scale frontali o doppi assi.

    Infine, il pavimento del camerino presentava un disegno di quadrati, ottagoni e croci, con bordo di cerchi di asciugatura, che fu poi ricoperto di opus signinum.

    - n° 15 - Il pavimento più eccezionale della villa è quello situato nell'oecum (stanza nº 15), il salone principale della casa, di 175 mq, dove si trova l'unico mosaico figurativo conservato. Si compone di una scena figurativa centrale circondata da un bordo che ha un disegno simile a quello della galleria orientale del peristilio con corone di alloro sovrapposte e accanto al muro un altro bordo di nastri ondulati che circondano i tulipani.


    La parte figurativa centrale è composta da tre temi diversi: L'area più vicina all'ingresso della stanza rappresenta sette scene di caccia, in cinque delle quali diversi animali combattono con i cacciatori a piedi o a cavallo, armati di lancia o giavellotto.

    Un'altra scena mostra un leone dell'Atlante (specie già scomparsa) ferito e un altro l'attacco di un leone a diverse antilopi africane. Al centro della stanza è rappresentato un tema mitologico molto comune nell'antichità, sia nel mondo greco e romano, sia nel Rinascimento. Si tratta della leggenda della scoperta di Achille da parte di Ulisse, quando Achille era nascosto nell'abito di una donna sull'isola di Skyros, nel palazzo del re Licomede.

    Nella scena, Ulisse indica ad Aquiles la direzione di Troia e le principesse, figlie del re, cercano di impedire la sua marcia sapendo che morirà in guerra. I personaggi rappresentati, ad una dimensione superiore a quella naturale, sono i seguenti: Achille, nudo e con orecchini femminili. Ulisse, brandendo una spada con la testa di un'aquila. Rea, Regina di Skyros, con cintura diadema e mantello.

    Sei principesse, tra cui l'amante di Achille, Deidamia. Albina, l'amante di Deidamia, che offre a Rea un fuso che indica che la scena si svolge nel gineceo del palazzo. Agirtes e Diomede, che accompagnano Ulisse e suonano le trombe facendo scoprire ad Achille se stesso prendendo le armi con cui ha cercato di difendersi. Per le dimensioni si tenga conto che le figure sono alte più di 2 m.

    Il terzo tema figurativo, il più eccezionale per la sua unicità, è il confine che circonda la scena di Achille e Ulisse. È composto da numerosi medaglioni ovali appesi alle ali di anatre, che si fissano con le cime di anfore che poggiano sulle piante, la cui coda finisce trasformandosi in un delfino. In ogni medaglione appare un volto, alternando maschile e femminile, di personaggi la maggior parte giovani, realizzati con tessere di piccole dimensioni che si alternano con pasta vitrea.

    - Dei diciotto ritratti originali, quattordici sono conservati e la loro interpretazione è complicata. Tra le varie teorie proposte, Dimas Fernández-Galiano ha identificato i medaglioni come strumenti liturgici legati a qualche tipo di culto pagano, mentre altri postulano che sono ritratti di famiglia.
    Nei quattro angoli del mantovano sono rappresentate le quattro stagioni, di cui tutte sono conservate tranne l'estate, elaborate in modo classico: primavera con fiori, autunno con uva e inverno con velo. La forma di rappresentazione degli occhi, grande e con certa inespressività, è comune nell'Impero Basso e nell'era bizantina.

    LA STRUTTURA CHE CONTIENE LA VILLA

    Necropolis - Materiali dalla necropoli

    Tra i reperti rimanenti, vale la pena menzionare le tre necropoli ritrovate, che hanno fornito più di 700 tombe appartenenti a periodi diversi e materiale archeologico abbondante grazie ai corredi .

    Sono stati identificati tre diversi complessi funerari intorno alla villa:
    - 40 tombe della necropoli settentrionale, scoperte nella primavera del 1974 a circa 700 m a nord della casa, per il primo periodo della villa (tra secoli I e III ) e che ha continuato sepolture dal IV sec. Le sepolture sono sia incenerimento che sepoltura. In totale fornì 111 sepolture di cui  il 70% erano fornite di corredi funebri, tra cui vasi di terra sigillata ispanica e ceramica comune, piccoli vasi in bronzo, fibbie per cinture, strumenti di ferro e collane e bracciali di ambra e vetro.
    - Tra il 1986 e il 1990 si scavarono 100 sepolture con vetro, terra sigillata ispanica, bracieri di rame, utensili in ferro e oggetti di ornamento personale.

    La necropoli meridionale è la più grande e la più importante di quelle trovate finora. Si trovava a circa 400 metri a sud del villaggio, occupando un'area di 5000 mq. Scoperto nel 1972 e scavato nel suo complesso, sono stati trovati 526 tombe, di cui 59 aree di incinerazione con ceramica artigianale fin dal VI sec. a.c..

    C'erano tre tipi di tombe:

    - I gruppo, una cassa di legno in una fossa, senza copertura, il gruppo più abbondante e con i più ricchi corredi, in totale 451 sepolture.

    - Il secondo gruppo, di  54 tombe, una tomba coperta di muri di mattoni e ricoperta di falsa volta a mattoni, nel cui interno sarebbe presente una cassa di legno.

    - III gruppo, mattoni o tegole ricoperte con tetto a due falde,  21 tombe con  meno abbondante corredo funerario.

    Nei corredi maschili: coltelli in metallo, borchie di cintura o bottoni, nelle donne: collane di perle di vetro o pasta di vetro, bracciali in bronzo o argento, orecchini, osculatorios e bicchieri e bottiglie di vetro.




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  • 12/29/18--04:49: GENS LIVIA
  • LIVIA DRUSILLA

    La gens Livia fu un'illustre famiglia plebea. Il primo dei Livii a ottenere il consolato fu Marcus Livius Denter nel 302 a.c., da allora i Livii fornirono alla Repubblica otto consoli, due censori, un dittatore e un magister equitum. I membri di questa gens furono onorati con tre trionfi. Durante il regno di Augusto, Livia Drusilla fu imperatrice romana, e suo figlio fu l'imperatore Tiberio.



    LE ORIGINI

    La storia non conserva tradizioni riguardanti l'origine della gens Livia. Anche se i suoi membri non compaiono nei primi due secoli della Repubblica, nulla suggerisce un'origine straniera. Il cognomen regolare dei Livii è latino. Il nomen Livius dovrebbe generalmente derivare dalla stessa radice di liveo, lividus e livor, che potrebbe significare grigio-bluastro, ma non ve n'è certezza. Pokorny ha invece ipotizzato un'origine etrusca per i Livii.

    Il console M. Livio Salinatore è uno dei vincitori della battaglia del Metauro; Livius è il gentilizio del liberto italiota che corona la sua carriera politica componendo, per la cerimonia, un pubblico carme in onore di Giunone Regina. Ma alla medesima gens appartiene anche il Drusus che nell'ager Gallicus avrebbe ritolto ai Senoni l'oro del riscatto romano, secondo una tradizione forse più antica ancora della leggenda pesarese di Camillo. La gens Livia, cui si deve la grandiosa cerimonia espiatoria del 207 a.c. è dunque strettamente connessa sia all'ager Gallicus sia alla tradizione del recupero dell'oro romano in quest'area.

    A parere degli studiosi, sempre alla medesima gens si dovrebbe riconnettere anche la matrona Pola Livia, il cui nome è attestato in una dedica del bosco sacro pesarese. In tal caso avremmo un elemento concreto per riallacciare, per altra via, il lucus alla leggenda dell'oro del tributo romano. Jean Gagé ipotizza che ciò che Pola Livia dona alla divinità sia un oggetto d'oro, additandoci la possibilità di una suggestiva sovrapposizione nel bosco sacro del duplice motivo dell'oro gallico e
    dell'oro delle matrone che qui si riuniscono a Scopo cultuale.

    Se egli ha colto nel segno, alla luce della tradizione dei prodigi, potremmo pensare che nel bosco, nel contesto di cerimonie espiatorie, si perpetuasse anche il rito di una riconsacrazione dell'oro gallico per liberarne il territorio dalla contaminazione e dal sortilegio.

    Il più sconcertante prodigio verificatosi in Pesaro è senza dubbio quello del 97 a.c., allorché i merli della cinta muraria precipitati al suolo sono presagio delle guerre civili; queste si scatenano di lì a pochi anni, quando a Roma, nel 91 a.c. viene assassinato il tribuno della plebe M. Livio Druso: ancora un personaggio della gens Livia e in particolare di quella famiglia dei Livi Drusi, cui, più determinatamente, si lega la tradizione del recupero dell'oro romano nell'agro gallico.

    Ma v'è di più: M. Livio Druso muore, con ogni probabilità, dopo aver adottato un Pesarese, nientemeno che un rampollo della gens Claudia, M. Livio Druso Claudiano, destinato a divenire padre della più celebre matrona, di nome Livia, che conosca la tradizione romana: Livia Giulia Augusta.

    La sua provenienza claudia (famiglia dei Claudi Pulchri) e la sua adozione nella gens Livia (famiglia dei Livi Drusi) ci sono testimoniati da Svetonio (Tih., 3, 1) e Tacito (Ann., 6, 51), in contesti relativi all'ascendenza femminile dell'imperatore Tiberio. La sua adozione, in particolare, a opera del celebre tribuno della plebe M. Livio Druso è convincente congettura del testo di cerimonie espiatorie, si perpetuasse anche il rito di una riconsacrazione dell'oro gallico per liberarne il territorio dalla contaminazione e dal sortilegio.

    TITO LIVIO

    I COGNOMINA

    I cognomina dei Livii durante la Republica furono: Denter, Drusus, Libo, Macatus, e Salinator. 

    - Denter fu un soprannome comune che indicava in genere qualcuno con denti prominenti. 

    - Macatus significa "macchiato", stessa derivazione di macula.

    - Druso probabilmente significa "rigido", anche se Svetonio riporta una tradizione che il primo con quel nome lo ricevette dopo aver ucciso un capo gallico di nome Drausus. Se questa è la vera origine del nome, probabilmente la data risale al 283 a.c., quando i senoni, il popolo gallico di cui Drausus era il capo, furono sconfitti e dispersi, liberando la parte settentrionale Italia. 

    - Libo, derivato da libero, designava un versatore di libagione ed entrò nella famiglia dalla gens di Scribonia, di cui un membro venne adottato dal Livii Drusi.

    - Salinator, che significa mercante di sale, venne dato per derisione a Marcus Livius, che come censore nel 204 a.c., impose un'imposta sul sale piuttosto impopolare. C'è qualche dubbio sul fatto che il padre di Marcus viene anche chiamato anch'esso Salinatore, ma gli storici potrebbero aver applicato il cognomen in modo retroattivo.



    MEMBRI FAMOSI

    I LIVII

    -Gaius Livius Denter, nonno del console del 302 a.c., deve essere stato il magister equitum del 348.

    - Marcus Livius Denter, console nel 302 a.c.. Precedentemente era stato uno dei pontefici scelti dai plebei per aumentare il numero di quel collegio.



      LIVII DRUSI

      - Livio Druso, secondo Svetonio, un propretore in Gallia, che sconfisse il capo Drausus in combattimento singolo, guadagnando così il suo cognome. Riportò l'oro preso dai Senoni come prezzo per lasciare Roma nel 390 a.c., vendicando così il sacco gallico della città. Pighio congettura che fosse il figlio di Marco Livio Denter, console nel 302 a.c., che sarebbe d'accordo con la probabile data della sua lotta con Drausus, nel 283.

      - Marco Livio Druso, nonno del console del 147

      - Marco Livio Druso Emiliano o Mamiliano, padre del console del 147. Il suo agnomen suggerisce, ma non dimostra, che fu adottato dagli Emilii o dai Mamili.

      - Gaio Livio Druso, console nel 147 a.c. O lui o suo figlio Gaio dovrebbero probabilmente essere identificati con l'omonimo giurista.

      - Marco Livio Druso, tribuno della plebe nel 122 a.c., si oppose alle misure del suo collega, Gaio Gracco, e minò la sua autorità proponendo misure simili per le quali gli ottimati, il partito aristocratico del Senato, se ne presero il merito. Fu console nel 112 e trionfò sugli Scordisci l'anno successivo. È probabilmente il censore del 109 a.c., morto durante il suo anno di ufficio.

      - Gaio Livio Druso, noto per la sua cordialità, cortesia e persuasività, che ha condiviso con suo fratello. Alcuni lo identificano, anziché suo padre, come il giurista di questo nome.

      - Marco Livio Druso, una delle figure più influenti della politica romana prima della guerra civile romana. Fece di tutto per conquistare il Senato, sposando la parte degli ottimati, ma poi come tribuno della plebe nel 91 a.c., ha cercato di conciliare il popolo ed ha conquistato i federati promettendo loro la cittadinanza romana e approvò una legge per far entrare gli equites nel Senato. Si attirò, tuttavia, le inimicizie del console Lucio Marzio Filippo e, in seguito, Druso venne assassinato nella sua casa proprio mentre la guerra civile stava scoppiando.

      - Livia, sorella del tribuno, sposò Quinto Servilio Cepio, la cui sorella, Servilia, sposò Druso. Caepio divenne l'avversario di suo fratello e ripudiò sua moglie, la quale sposò Catone il Censore. I suoi figli furono Quinto Servilio Cepio, Catone l'Uticense, Servilia Maggiore, madre di Marco Giunio Bruto e suocera di Gaio Cassio Longino, assassini di Cesare; la figlia Servilia Minore fu la moglie di Lucio Licinio Lucullo.

      Marco Livio Druso Claudiano, nato nella gens Claudia, fu adottato da uno dei Livii Drusi, probabilmente il tribuno Marco. Si alleò con Bruto e Cassio. Proscritto dai triumviri, si tolse la vita dopo la battaglia di Filippi. Era il padre di Livia Drusilla e nonno di Tiberio.

      -Marco Livio Druso Libo - probabilmente nato nella gens Scribonia Libones, fu adottato da uno dei Livii Drusi, in genere doveva essere Claudiano, sebbene ci siano molti dettagli incerti nelle sue relazioni con gli altri Livii Drusi e Scribonii. Fu edile della plebe nel 28 a.c. circa e console nel 15 a.c..

      - Livia Drusilla - sposata prima a Tiberio Claudio Nerone, e poi a Gaio Cesare Ottaviano, il futuro imperatore Augusto. Fu madre dell'imperatore Tiberio, e di Druso il Vecchio.

      - Lucio Scribonio Libo Druso - generalmente considerato figlio di Marco Livio Druso Libo, 
      indotto dal senatore e delatore Firmius Catus a consultare indovini sulle possibilità di raggiungere l' impero. All'inizio le accuse furono ignorate da Tiberio, ma poi venne processato e condannato, si crede ingiustamente. Era un uomo debole, malato e fatuo. Si suicidò accoltellandosi due volte allo stomaco.

      DRUSO MAGGIORE

      LIVII SALINATORI

      Marco Livio - Salinatore, padre del console, era decemvir sacris faciundis nel 236 a.c. Lui o forse suo figlio comprò un greco colto, chiamato Livio Andronico, come tutore per i suoi figli. Fondò la città di Forlì in Emilia-Romagna, che si chiamava infatti Forum Livii.


      - Marco Livio - proavo del console del 219 e del 207 a.c..

      - Marco Livio - nonno del console.

      - Marco Livio - membro del consiglio plenipotenziario inviato a Cartagine dopo la caduta di Saguntum nel 219 a.c. per chiedere se l' attacco di Annibale fosse stato autorizzato e dichiarare guerra se Annibale non rispondesse alla giustizia. Fu sposato con la figlia di Pacuvius Calavius, capo magistrato di Capua nel 217 a.c., un patrizio che aveva sposato una figlia di Appio Claudio.

      - Marco Livio Salinatore -  fu console durante la II guerra illirica, e nonostante trionfasse sul nemico, venne accusato di appropriarsi indebitamente del bottino della guerra, e mandato in esilio. Durante la II guerra punica fu indotto a tornare e riprendere il suo seggio al Senato, anche se raramente parlò, se non per parlare a nome del suo parente, Marco Livius Macatus. Console per la seconda volta nel 207, lui e il suo collega, Gaius Claudius Nero, sconfissero e uccisero Hasdrubal, il fratello di Annibale, ma prima che i due potessero unire le loro forze, trionfò per la seconda volta. Venne nominato dittatore l'anno successivo per ospitare le elezioni e censurato nel 204, ma lui e il suo collega litigarono duramente.

      - Gaio Livio Salinatore - pretore nel 202 a.c., e di nuovo nel 191 a.c., quando ebbe il comando della flotta nella guerra contro Antioco. Fu console nel 188 a.c.

      LIVIO ANDRONICO

      ALTRI

      - Lucio Livio - tribuno della plebe nel 320 a.c., l'anno dopo il disastro alle Battaglia delle Forche Caudine. Il console Spurio Postumio Albino Caudino aveva impegnato se stesso e gli altri magistrati romani come garanti della pace, al fine di preservare la vita dell'esercito romano. Livio e uno dei suoi colleghi rifiutarono la richiesta di consegnarsi ai Sanniti come ostaggi, poiché non avevano a che fare con l' accordo, e inoltre erano sacrosanti come tribuni, il popolo romano li difese; ma Postumius li perseguitò fino a quando non accettarono di diventare ostaggi. Tuttavia, i sanniti rifiutarono gli ostaggi, quando si resero conto che i romani avrebbero continuato la guerra con o senza di loro.

      - Lucio Livio Andronico - originariamente un greco istruito, in seguito reso schiavo e acquistato da Marco Livio Salinatore come tutore per i suoi figli. Alla sua manomissio, assunse il nome di Lucio Livio Andronico. Fu un poeta rinomato e fondatore del dramma romano.

      - Marco Livio - legato inviato a Cartagine dopo la caduta di Saguntum nel 219 a.c. Era sposato con la figlia di Pacuvio Calavio, magistrato di Capua nel 217 a.c. Pacuvio era un patrizio che aveva sposato una figlia di Appio Claudio.

      - Marco Livio Macato -  collocato dal propretore Marco Valerio Laevinus responsabile della guarnigione di Taranto nel 214 a.c., durante la II guerra punica. Quando la città fu persa a sorpresa nel 212, Livius e i suoi soldati si ritirarono alla cittadella, dove resistettero fino a quando la città fu ripresa da Quinto Fabio Massimo nel 209. Fabio riconobbe che non avrebbe potuto riconquistare Tarentum, se non per le azioni di Livio.

      Gaius Livius Salinator - pretore nel 202 a.c, e di nuovo nel 191, quando ebbe il comando della flotta nella Guerra contro Antioco, e sconfisse l'ammiraglio Seleucide Polyxenidas. Fu di nuovo console nel 188.

      Gaio Livio Druso - console nel 147 a.c.

      - Marco Livio Druso tribuno della plebe (122 a.c.), console (112 a.c.) e censore (109 a.c.)

      Marco Livio Druso - figlio omonimo del precedente, tribuno nel 91 a.c.

        - Mamerco Emilio Lepido Liviano - console nel 77 a.c., era originariamente un Livio, ma fu adottato dagli Emili Lepidii. Era un sostenitore del partito di Silla, gli ottimati, ma fu uno di quelli che persuasero Silla a risparmiare la vita del futuro dittatore, Gaio Giulio Cesare.

        Tito Livio - (59 a.c. - 17 d.c.), storico e autore del libro Ab Urbe Condita, fine Repubblica e impero di Augusto. Non scrisse nulla della sua famiglia, e altri storici hanno riferito che era nato a Patavium (Padova), e che aveva un figlio e una figlia, la quale sposò un certo Lucio Magio. Si ritiene che due iscrizioni di Patavium nel Corpus Inscriptionum Latinarum segnino il luogo di morte di Livio e diversi membri della sua famiglia.

        - Gaio Livio  - forse il padre dello storico.

        - Tito Livio Prisco - probabilmente il primogenito dello storico.

        - Tito Livio Longo - forse il figlio minore dello storico.

        - Livia Quarta - forse una figlia dello storico, se è la stessa figlia che ha sposato Lucio Magio, non è menzionato sull'epigrafe.

        - Tito Livio Liviae Quartae - l. Halys, liberato di Livia Quarta. La sua iscrizione funebre fu dissotterrata nel monastero di Santa Giustina a Padova nel 1360, seguita nel 1413 dallo scavo di una bara di piombo nella stessa posizione, contenente uno scheletro umano. A causa di un fraintendimento dell'iscrizione della tavoletta, i resti avrebbero dovuto appartenere allo storico, piuttosto che a un liberto, fino a quando ulteriori scavi a Padova spiegarono il vero significato dell'iscrizione.


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      • 12/30/18--05:02: AEDES MEFITIS
      • TESTE DI MEFITE
        L'aedes Mefitis si sovrappose al Lucus Mefitis, anche per la ragione dell'estendersi dell'area abitativa che pian piano invase i vari boschi, sacri e non.

        Varrone menziona il bosco di Mefite prima di quello di Giunone Lucina: ora siccome quest'ultimo bosco deve certamente collocarsi sul Cispio dopo il lucus Poetelius, cosi è molto probabile che il bosco di Mefite stesse tra il Poetelio ed il lucus di Giunone Lucina, precisamente dove ora comincia la via Urbana.

        La Dea Mefite era un antichissimo culto legato alla Dea delle acque sulfuree, soprattutto venerata nell'Italia centrale, dove rappresentava il lato mortifero della Dea, come colei che fa nascere, nutre e fa morire.

        Spesso le acque solfuree con i loro densi vapori e l'assenza di vegetazione all'intorno, venivano considerate l'ingresso al mondo dei morti, pertanto la Mefite era Dea della morte e dell'oltretomba, anche come protettrice del viaggio nel mondo degli inferi. Si suppone fosse un bosco di mirto perchè sovente era consacrato alla Dea Venere ma pure a Mefitis, uno degli antichi lati mortiferi della Dea.

        IN ROSSO L'AREA IN CUI RISIEDEVA PRESUMIBILMENTE L'AEDES MEFITIS
        L'Aedes Mefitis era dunque l'Aedes del Tempio di Mefite sul Cispian, ovvero sul Mons Cispius che domina il Vicus Patricius (Festus 476: aedis Mefitis; Varro, Ling. 5.49: lacus Mefitis). Si pensa fosse locata sull'altura del lato Sud del Vicus Patricius, dove la valle è più profonda (Richardson), piuttosto che più a nord sul terreno più pianeggiante vicino a Piazzale Esquilino (Rodríguez Almeida).

        Coarelli suggerisce che una domus appartenente ai Papirii sorgesse ancora in questa zona, sul sito di Vigna Santarelli (per ubicazione, vedi Lanciani, FUR 23), e che questo potrebbe essere appartenuto a un ramo repubblicano della famiglia, o Papirii Cursore o Papirii Carbones. Sostiene altresì anche che un membro di questa famiglia avesse fondato il culto di Mefitis. La teoria di Coarelli è plausibile ma non ancora accertata.

        In origine Mefitis era una Dea italica ctonia protettrice delle sorgenti, ma anche degli armenti che del resto alle sorgenti si abbeveravano, ma pure dei campi e della fecondità, anche questi favoriti dalle acque irrigue.

        MEFITE
        Proprio in quanto divinità agreste la sua influenza si estendeva alla protezione e prosperità anche del mercato e dello scambio, detta pertanto La Mediatrice, e proprio nell'aedes dei suoi santuari, luogo di incontro  tra venerazione e commercio degli armenti e delle mercanzie.

        In seguito Mefite assicurò pure i benefici derivanti dall'utilizzo delle acque termali e quindi solforose connesse alla valenza di "sanatio", dal momento che le acque ed i fanghi solforosi, per il loro alto contenuto di zolfo, potevano essere adoperati per la cura di malattie umane ed animali.

        Servio, il commentatore di Virgilio che nell'Eneide ne parla a proposito della Valle
        d'Ansanto sostiene che: "Mefite è propriamente il puzzo della terra che esala dalle acque solforose e
        nei boschi è reso più pungente per la densità delle selve... "

        Sempre Servio racconta che le vittime sacrificali dedicate alla divinità non venivano immolate ma uccise espondendole abbastanza a lungo all'odore soffocante:
        "Ideo autem ibi aditus esse dicitur inferorum, quod gravis odor iuxta 
        accedentes necat, adeo ut victimae circa hunc /
        ocum non immolarentur, sed odore perirent ad aquam adp/
        icatae, et hoc erat genus litationis"

        (SERV., Ad Aen., VII, 563 ss.)

        "La situazione del tempio di Minerva Medica, sull'altura es luilina dell'Oppio, viene in certo modo a ribattere il luco e tempio di MeJite che erano sul Cispio; luoghi anticamente riguardati zone insalubri, per la prossitnità dei puticuli che funestavano molta parte dell'Esquilino. "
        (Topografia di Roma antica - Luigi Borsari)

        La localizzazione dei due edifici religiosi non è conosciuta, ma sappiamo dalle fonti che il tempio di Mefite sorgeva in una zona bassa del versante del Cispio rivolta verso il vicus Patricius, individuato nell'attuale via Urbana, che lo divideva dall'altura del Viminale (eam partem Esqui/iarum, quae iacer ad vicum Patricium versus, in qua regione est aedis Mefitis; Fest. 476 L). 

        TESTA DI MEFITE
        Anche il tempio di luno Lucina fu eretto sulle pendici del Cispio considerando la testimonianza di Ovidio riguardante il bosco sacro (monte sub Esquilio), ma non sappiamo se in posizione più elevata rispetto al tempio di Mefite. 

        La presenza però di un'iscrizione menzionante l'esistenza di un murus costruito nel 41 a.c. ad opera 
        del questore Q. Pedius (C.I.L. VI 358- I.L.S. 3102 - I.LL.R.P 160) ha fatto pensare alla sua funzione quale semplice recinzione per il bosco e il tempio, ma anche che facesse da sostruzione a una platea artificiale evidentemente costruita per la pendenza del terreno sulla quale fu costruito il tempio, in una posizione quindi più alta rispetto a quello di Mefite. 

        Viene citata però Giunone Dea del Fetore, o Giunone Mefite, adorata e supplicata dallo stesso re Servio Tullio affinchè risparmiasse la città da tale fetore mortifero. Come Venere aveva il suo lato oscuro così doveva averne la regina Giunone. Alcuni hanno così sostenuto che l'aedes Mefitis e quello Iunonis fossero la stessa area. 

        Comunque l'aedes era una zona recintata, a volte con steccati di legno o con muretti a secco di pietra, al cui centro c'era un altare a volte istoriato e in genere con un'iscrizione che riportava la dedica alla statua della divinità riposta sul piedistallo. Ai suoi piedi i sacerdoti compivano i sacrifici rituali e i cittadini assistevano spesso bruciando rami dell'albero sacro alla Dea, in questo caso, il mirto, recitando preghiere rituali.




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      • 12/31/18--05:10: BATTAGLIA DI ASCOLI SATRIANO

      • La battaglia di Ascoli Satriano (provincia di Foggia) è avvenuta in Puglia, nel subappennino dauno, nel 279 a.c. tra i Romani, agli ordini dei consoli Publio Decio Mure e Publio Sulpicio Saverrione, e le forze unite tarantine, sannite ed epirote, sotto il comando di Pirro re dell'Epiro. Il subappennino dauno faceva parte della Daunia, un distretto della Puglia settentrionale che corrisponde approssimativamente all'attuale provincia di Foggia.

        Lo scopo del conflitto era il controllo della Magna Grecia e la battaglia fu combattuta tra il torrente Carapelle ed i monti Carpinelli, in una piana non abbastanza capiente sia per la cavalleria che per lo schieramento dei 19 elefanti di Pirro aveva recato.


        L'ANTEFATTO

        Pirro pensava che una volta attraversato l'Appennino, contava di piombare sul basso Lazio e di prendere Roma di sorpresa. 

        PIRRO
        Ma i servizi segreti di Roma erano efficientissimi e sempre in azione, così allertarono i generali romani che attirarono l'esercito nemico tra il torrente Carapelle ed i monti Carpinelli, in una piana non vasta abbastanza per la cavalleria avversaria e per lo schieramento dei 19 elefanti. 

        Anche la falange macedone richiedeva ampi spazi per poter agire al massimo, mentre le compatte legioni romane richiedevano spazi di manovra più ridotti.
        Avendo dunque Pirro assediato Ausculum, l'esercito romano comandato dai consoli Publio Sulpicio Saverrione e Publio Decio Mure, corse in aiuto della città. Accanto ai legionari romani si erano allineati:

        - gli Umbri,
        - i Marrucini,
        - i Peligni,
        - i Frentani
        - gli Arpani,

        Di questi 20.000 erano cittadini romani e 8.000 cavalieri, quindi i combattenti migliori, ma con gli altri contavano oltre 70.000 uomini.

        Pirro, contando su una gloriosa battaglia per far insorgere con lui tutta l'Italia meridionale, subito si schierò in battaglia, raccogliendo nel suo esercito:

        CLICCA SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
        - truppe epirote e macedoni,
        - mercenari tarantini,
        - reparti di re Tolomeo Cerauno di Macedonia,
        - fanti e cavalieri mercenari dell'Etolia,
        - mercenari della Acarnania,
        - mercenari dell'Atamania,
        - fanti Lucani,
        - fanti Bruzi
        - fanti Sanniti,
        - oltre a disertori oschi e sanniti.
        In tutto erano ben 70.000 fanti; 16.000 dei quali erano greci ed epiroti, oltre 8.000 cavalieri e 19 elefanti.

        Conoscendo la composizione consueta delle fanterie romane di epoca repubblicana - per una metà cittadini e per l'altra socii - ed accostandovi il dato offerto da Frontino - che parla di circa 40.000 uomini per parte - è plausibile pensare ai 70.000 fanti e 8.000 cavalieri come al totale dei combattenti scesi in campo: con una leggera superiorità numerica di Pirro nei cavalieri, e una più consistente di Roma nella fanteria (come riferisce Dionigi).
        La battaglia durò due giorni, interrotta solo al tramonto.



        I GIORNO

        L'esercito romano iniziò a fare la guerriglia contro gli Epiroti, e quando un manipolo di legionari veniva sgominato, un altro prendeva il suo posto. così i Greci ebbero nel primo giorno la peggio, poiché non riuscirono né a distendere la loro fanteria sulle sponde scoscese e paludose dei fiumi, dove furono costretti ad accettare la battaglia, né a spingere nella mischia la cavalleria e gli elefanti.

        Infine la I legione indietreggiò pressata dall'ala sinistra epirota dotata di elefanti, ma il centro di questo schieramento dove si battevano i mercenari tarantini, gli oschi ed i sanniti, fu spazzato via dalla III e dalla IV legione romana. Intanto i Dauni andarono a saccheggiare il campo di Pirro assieme alla I legione romana, ma vennero ricacciati dalla cavalleria epirota. Rifugiati però nei boschi, sfuggirono agli Epiroti. La cavalleria greca venne, a sua volta, attaccata e dispersa da quella romana.



        II GIORNO

        Nel secondo giorno invece Pirro prevenne i Romani nell'occupazione del colle e del bosco dove si erano rifugiati i romani, e raggiunse così senza perdite la pianura, dove egli poté con agio dispiegare la falange. In questo scontro sanguinario ciò che animò il coraggio dei Romani, fu il Console Publio Decio Mure, che vista la possibilità della sconfitta, spiega le sue legioni e non esita a sacrificarsi, come aveva fatto suo padre e il suo avo.

        Intanto i Greci avevano la meglio ma Pirro, nel più forte della mischia venne ferito e costretto a ritirarsi nella sua tenda. Questo incidente cambiò le sorti della battaglia, pur lasciando immutato l'esito finale.
        Nel secondo giorno Pirro, all'alba, fece occupare il Secondo Frontino, il re schierò a destra i Sanniti (con gli ipaspisti, corpo macedone); al centro la falange epirota appoggiata dai Tarantini; a sinistra gli ausiliari Lucani, Bruzi e Messapi. I romani dovettero scontrarsi in campo aperto con gli Epiroti, ma la falange, su un terreno accidentato, non riusciva ad assicurare la compattezza indispensabile a sopraffare le legioni romane.


        IL SACRIFICIO DI DECIO MURE

        DECIO MURE

        In questa battaglia morì il console Publio Decio Mure immolandosi con una Devotio. Già nella Battaglia di Sentino nel 295, un altro Decio Mure avrebbe pronunciato queste parole quale rito magico prima di immolarsi per la salvezza di Roma:

        « Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dei Mani!". 

        Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontanarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire sé stesso e le legioni nemiche per l'esercito romano dei Quiriti. 

        Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Vesseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini,  avendo aggiunto alla formula di rito il suo intento di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli Dei celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici. 

        Aggiunse che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti, lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche »


        L'ESERCITO DI PIRRO

        GLI ELEFANTI

        Allora Pirro decise di far intervenire gli elefanti per sfondare le linee romane, e vi riuscì, inutilmente i romani tentarono di fermarli con carri speciali di loro invenzione.

        Però ci riuscirono bombardandoli di dardi e giavellotti, tanto che Pirro stesso fu colpito da un giavellotto alla fine della battaglia.

        I romani si ritirarono asserragliandosi nel loro campo, mentre gli Epiroti dovettero faticare non poco a calmare gli elefanti impazziti dal dolore per le ferite di frecce e lance.


        Breviario di storia romana II, VIII

        "L’utilizzo di elefanti da guerra è attestato anche nella battaglia di Ascoli Satriano (279 a.c.), nella quale, ci riferisce Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, XX, 12, 3 e 1, 6-8), i diciannove elefanti indiani di Pirro erano guidati da Indiani. In quest’occasione lo spavento che gli animali avevano suscitato in precedenza si era dissipato, come dimostra l’aneddoto riportato da Floro (Op. cit., I, XVIII, 46) su Caius Minucidus, astato della IV Legione: avendo questi reciso la proboscide di un elefante ne aveva causato la morte, dimostrando come tali animali non fossero invincibili."
        (Rodolfo Lanciani)



        LA SCONFITTA

        La battaglia fu vinta dalla lega tarantina ma con forti perdite.

        « Gli eserciti si separarono; e, da quel che si dice, Pirro rispose a uno che gli esternava la gioia per la vittoria che "un'altra vittoria così e si sarebbe rovinato".
        Questo perché aveva perso gran parte delle forze che aveva portato con sé, quasi tutti i suoi migliori amici e i suoi principali comandanti; non c'erano altri che potessero essere arruolati, e i confederati italici non collaboravano. 
        Dall'altra parte, come una fontana che scorresse fuori dalla città, il campo romano veniva riempito rapidamente e a completezza di uomini freschi, per niente abbattuti dalle perdite sostenute, ma dalla loro stessa rabbia capaci di raccogliere nuove forze, e nuova risolutezza per continuare la guerra. »

        Ci fu anche un'altra frase celebre pronunciata da Pirro: "Se avessi avuto io soldati come quelli romani, io avrei dominato il mondo."
        (Plutarco)



        L'EPILOGO

        Gli epiroti vinsero ma inutilmente, perchè né i Sanniti, nè i Latini, nè gli Etruschi, nè gli altri popoli italici si ribellarono ai Romani. I Greci di Napoli e di Cuma rimasero alleati ai Romani. Roma stessa non poté esser assalita da Pirro ormai senza esercito. I Romani definirono "Vittoria di Pirro" quella ottenuta a caro prezzo e senza vantaggi.


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      • 01/02/19--05:21: VIA AMERINA

      • La via Amerina prendeva il suo nome dalla prima città umbra che raggiungeva, Ameria, ma fu detta anche via Veientana perchè partiva da Veio. Essa fu un'importante via di collegamento tra Roma e i principali centri dell'Umbria, edificata nel 241-240 a.c., pavimentando tutto il percorso con un basolato di selce basaltica e in parte trachite (roccia magmatica).

        Infatti fu edificata  seguendo vari tracciati di  antiche piste etrusche che collegavano Veio con Ameria (Amelia) attraverso tutto il territorio falisco e toccando i suoi principali centri: Nepet (Nepi), Falerii (Civita Castellana), Fescennium (Corchiano), Gallese, Vasanello e Hortae (Orte).

        Anche a nord di Ameria la via riprese altri antichi collegamenti che toccavano Tuder (Todi), Vettonae (Bettona) e Perusia (Perugia), poi dirottava verso l'Adriatico attraverso i territori Umbri. Falisci, Veienti e Capenati. A partire dal IV secolo a.c. tutte queste zone vennero romanizzate con le leggi, l'organizzazione politica, religiosa e militare romana.

        STRADA IN TRACHITE
        La via Armerina, come riferisce Cicerone nell'Orazione Pro Sexto Roscio Amerino (80 a.c.), aveva una lunghezza di circa 56 miglia. La Tavola Peutingeriana (composta da varie sezioni che vanno dal II sec. a.c. - IV sec. d.c.) ne registra 55: 21 da Roma alla mansio ad Vacanas sulla Cassia e altre 34 fino ad Ameria, informando che la strada proseguiva verso Todi, Bettona e Perugia per poi confluire sulla Cassia a Chiusi.

        All'uscita di Perugia l'Armerina si biforcava: un ramo andava verso ovest a Chiusi ed un altro invece raggiungeva Gubbio e a Luceoli (Cantiano) attraverso il passo di Scheggia si congiungeva con la via Flaminia.

        Il tracciato della via Amerina, che prima del 241 iniziava da Veio, distrutta dai romani intorno al 396 a.c., venne poi collegato con Roma partendo presumibilmente da ponte Milvio. Poi la Cassia  inglobò il primo tratto della via Amerina fino alla mansio ad Vacanas (valle di Baccano), vicino all'attuale Campagnano di Roma, da dove poi la Cassia proseguiva verso la Tuscia, mentre l'Amerina si dirigeva verso Ameria.

        NECROPOLI ROMANA DI TRE PONTI

        MANSIO AD VACANAS

        La Mansio ad Vacanas era una stazione di posta del I sec. d.c. al XX miglio della Via Cassia, (comune di Campagnano di Roma) su strutture di epoca repubblicana, per viaggiatori che andavano da e verso l'Etruria settentrionale.

        La attrezzatissima mansio disponeva di camere, impianti termali, botteghe, stalle e rimesse per i cavalli, una caserma per i soldati, la piazza del mercato, e un portico con fontana. Era una specie di paesino (pagus) abitato da varie persone che lì lavoravano tenendo efficienti molteplici servizi.  Cadde in disuso con la caduta dell'impero e venne spogliata di tutti gli ornamenti e i rivestimenti marmorei. 

        La mansio venne scoperta nel novembre del 1979, durante i lavori di ampliamento della Via Cassia e soprattutto nel Cavo degli Zucchi si può ammirare il basolato romano in ottimo stato. Vi restano antichi ponti crollati ed altri miracolosamente ancora eretti su profonde gole, nonché piccoli colombari a cielo aperto e resti di sepolture monumentali.

        LA NECROPOLI

        I BARBARI

        Con la calata dei barbari gli Ostrogoti di Teodorico e Totila nel 548, dopo Perugia, devastarono anche Amelia, e i Longobardi crearono il loro regno spezzando l'unità politica della penisola. Su questa via si svolsero anche diversi scontri, sia durante la Guerra gotica (che devastò il territorio umbro), che durante la guerra tra Longobardi e Bizantini.

        In questo periodo caddero pertanto le istituzioni ereditate dall'Impero d'Occidente come il magister militum (equivalente romano del Generale) e il Praefectus urbi (il prefetto di Roma), cariche che i pontefici romani si assunsero ampliando notevolmente il loro potere temporale.

        PONTE ROMANO

        IL CORRIDOIO BIZANTINO

        I regno longobardo, che comprendeva tutta l'Italia settentrionale, la Tuscia (Langobardia Maior), il ducato di Spoleto e quello di Benevento (Langobardia Minor), aveva al suo centro dei possedimenti Bizantini, collegati tra loro da uno stretto lembo di terra che costeggiava il Tevere con la via Amerina. 

        TRAPEZOFORO
        MARMOREO
        I Bizantini difesero questa via per oltre duecento anni, con un sistema di torri e castra (fortificazioni) posti tra le principali città, dando luogo al cosiddetto "Corridoio Bizantino". 

        Nel 742 il re longobardo Liutprando fece dono a Papa Zaccaria del suddetto corridoio, che interessava le città di Ameria, Orte, Gallese, Bomarzo e Blera, ma già pochi decenni prima era avvenuta la donazione al papa di Nepi e Sutri, altre città gravitanti sulla via Amerina. 

        La strada, che partiva da Roma, proseguiva in linea retta verso nord toccando Nepi ed Orte, sulla sponda sinistra del Tevere. Attraversata Orte si portava sul lato destro del fiume, passando per Todi e di nuovo sul lato sinistro toccando Perugia.

        Snodandosi accanto alla Flaminia che durante il crollo dell’impero romano per circa tre secoli e mezzo diventò insicura, la Via Amerina le subentrò come strada maestra per dirigersi verso Roma per chi fosse venuto dall’Est europeo o dalla nostra riviera Adriatica.

        Dopo la sottomissione dei longobardi al Regno franco (a opera di Carlo Magno, nel 774), l'importanza strategica della via Amerina venne a cadere. Ne rimangono comunque imponenti resti, soprattutto nel tratto che attraversa le tombe del Cavo degli Zucchi e costeggia le mura di Falerii Novi.


        MANSIO AD VACANAS

        VIA VEIENTANA ( Fonte )

        Nel 2008, durante i lavori di ampliamento del Grande Raccordo Anulare per la realizzazione del nuovo viadotto, all’altezza del fosso della Crescenza, la Soprintendenza Archeologica di Roma realizzò dei sondaggi per permettere all’ANAS il posizionamento dei piloni d’appoggio senza che questi interferissero con eventuali strutture antiche presenti.

        Nel 1962 il Prof. Ward Perkins della British School at Rome eseguì delle indagini in quel punto, mettendo in luce resti di costruzioni quali il ponte dell’antica Via Veientana Vetus sul Fosso della Crescenza e un mausoleo di prima età imperiale.

        Per 5 secoli Veio controllò il territorio che arrivava al Tevere e di lì fino al mare il cosiddetto Ager Veientanus attraverso una serie di strade di collegamento, la più importante delle quali fu la via Veientana.

        Il tracciato etrusco del tratto più meridionale ricalcava il percorso che dal II sec.d.c. sarà poi quello della via Cassia.

        All’altezza della tomba cosiddetta di Nerone deviava quindi verso oriente per raggiungere la città di Veio.

        Nella Valle del Baccano, questo toponimo nasce perché sulla vetta più alta del vicino Monte Razzano era presente un’area sacra dedicata a Bacco, da cui deriverebbe il toponimo di ad Baccanas-Baccano, sorgeva un vero complesso alberghiero con tutte le comodità: ristoranti, terme, negozi, rimessa per i carri e stalle per i cavalli.

        Anche il complesso ritrovato sulla Via Veientana ha una serie di ambienti differenziati che suggerirebbero appunto l’esistenza di una Mansio. Proprio in uno di questi ambienti termali è stato scoperto un mosaico pavimentale perfettamente conservato.


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      • 01/03/19--04:50: COMPITALIA (2-5 Gennaio)
      • CASA DEI VETTII (POMPEI)

        I "compita" (al singolare "compitum") erano gli incroci stradali suddivisi in:
        - bivii,
        - trivii
        - crocicchi
        dove fin dai tempi più antichi a Roma venivano consacrati spesso degli altari dedicati ai Lares Compitales, protettori di chi percorreva le strade. Inoltre spesso davano il nome alle strade partendo da una particolare edicola compitale, e spesso i romani passando gli dedicavano un saluto o una frase come possono fare dei cattolici alle cosiddette Madonnine.

        Edicole e altari, che nelle strade rurali segnalavano e proteggevano i confini fra i campi, all'interno della città segnavano a volte il confine fra i diversi quartieri, ed erano il fulcro di cerimonie officiate dai magistri vici, magistrati preposti al decoro ed al controllo urbano.



        I LARES COMPITALES

        I Lares Compitales all'interno dell'Urbe, erano divinità protettrici delle strade ed edifici limitrofi all'incrocio stradale su cui era stato elevato un Compito (Compitum), cioè una edicola a foggia di tempietto. Pertanto il compito era l'edicola cittadina, da cui la chiesa cattolica ha ereditato le edicole delle madonnine, solo che l'edicola romana era più grande e spesso fornita di due colonne.

        I Lares erano divinità protettrici della famiglia, costituita anche da liberi e schiavi. Infatti era una festa a cui partecipavano principalmente gli schiavi e gli affrancati. In onore di queste divinità erano stati istituiti i Compitalia (Ludi Compitalicii o Ludi Compitali), una festività preromana e romana che prevedeva anche dei ludi, celebrata una volta all'anno in onore dei Lares Compitales.


        GENIUS AUGUSTUS

        I LUDI COMPITALIA

        I ludi compitalia consistevano in gare di lotta, corse dei cavalli e gare di poesia e recitazione, ma vennero aboliti insieme a tutta la festa nel 64 a.c., durante il periodo delle guerre civili. Ripristinati alcuni anni dopo, furono di nuovo soppressi da Giulio Cesare.

        Ma Augusto le ripristinò e anzi insieme ai lares compitales fece porre delle edicole con l'immagine del Geniu Augustalis, il genio di Augusto che proteggeva il popolo romano. Poichè appariva a tutti i crocicchi era una pubblicità molto efficace:

        « [Augusto] ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate. »
        (Svetonio, Augustus, 31.)

        Ma la festa venne poi ripetuta e poi spostata in inverno, mantenendo al caratteristica dell'infiorata, non nelle strade ma sulle edicole dei crocicchi e nei templi. Dionigi di Alicarnasso  riferisce che venivano celebrati pochi giorni dopo i Saturnali e Cicerone che cadevano sulle calende di gennaio, ma in una delle sue lettere a Tito Pomponio Attico precisa che la festa cadeva quattro giorni prima delle Nonae di gennaio (il 2 gennaio).

        LA PROCESSIONE

        LA FESTA

        Dionigi di Alicarnasso narra che la festività fosse etrusca e istituita da Servio Tullio, della nazione Etrusca di Vulci, il cui vero nome latinizzato era Mastarna, Macstrna in lingua Etrusca. Infatti i Magistri Vicii che la celebravano indossavano l'abito cerimoniale di Roma e degli Etruschi, la Toga Praetexta (bianca con le due fasce di porpora).
        Dionigi narra ancora che Augusto non solo la ripristinò ma ordinò le infiorate per le strade e pertanto festeggiati in primavera-estate, con processioni, riti e sacrifici. Ma la festa venne però spostata in inverno e le infiorate si fecero nei templi con i fiori di nocciolo ma soprattutto di calendule, fiori che derivarono il nome dalle calende per il periodo della fioritura.

        Alle cerimonie erano addettii magistri vici, o vicomagistri, magistrati preposti al decoro ed al controllo urbano, che non solo organizzavano i ludi ma pure la festa dove si portavano in processione le statuette dei Lari e si compivano sacrifici e libagioni da parte dei vicomagistri.

        Macrobio e pure Aulo Gellio ci tramandano la formula con cui la festa veniva annunciata: “Die noni popolo romano quiritibus compitalia erunt".

        Dionigi di Alicarnasso narra che  in quell'occasione si offrivano come sacrifici dolci di miele che venivano in realtà benedetti e poi offerti in ogni casa. Gli officianti del rito non sarebbero stati uomini liberi ma schiavi, per volere stesso dei Lari. Peraltro durante i Compitalia gli schiavi perdevano i loro doveri verso i loro padroni.

        Durante la celebrazione della festività ogni famiglia appendeva al portone della propria casa, una statuetta della Dea Mania. Inoltre sui portoni i romani appendevano figure fatte col filo di lana a effigie di uomini e donne, accompagnante da richieste e protezioni ai Lari. Per quanto riguarda gli schiavi anziché figure di uomini, appendevano sfere o i panni di lana.

        EDICOLA COMPITALE
        Secondo Macrobio invece le Compitalia sarebbero state ristabilite da Tarquinio il Superbo, in seguito ad un oracolo che gli chiese in cambio della pace e della prosperità una testa per salvare una testa, così ordinò che si sarebbe dovuto sacrificare dei bambini a Mania, madre dei Lari. Ma Lucio Giunio Bruto, dopo l'espulsione dei Tarquini, sostituì le teste di bambino con quelle di aglio e dei papaveri, così soddisfacendo l'oracolo che avevano richiesto soltanto delle teste, in latino "capita", non specificando di che tipo.

        Sono necessarie delle spiegazioni su diversi fatti:
        - perchè gli officianti erano schiavi
        - perchè si poneva Mania sulla porta
        - perchè si appendevano figure di lana sulla porta
        - perchè gli schiavi invece non appendevano figure
        - se è vero che Tarquinio il Superbo sacrificasse i bambini.

        I Compitalia erano antiche feste preromane che riguardavano una Dea che nel suo aspetto di portatrice di morte era detta Mania. In quel giorno si rendeva omaggio alla Dea dell'Oltretomba con cui i sacerdoti poco avevano piacere di celebrare da un verso, e dall'altro verso il celebrare l'oltretomba sovvertiva parecchio i costumi umani. Pertanto erano gli schiavi ad avere a che fare con la morte e nel sovvertimento delle cose erano liberi, almeno in parte.

        Infatti l'effigie della Dea Mania aveva lo scopo di allontanare la morte dai propri cari, ma in tal caso di augurarne un po' ai meno cari. Infatti la ragione per cui non veniva concesso agli schiavi di fare le figure di lana sta nel fatto che si trattava di malefici, e gli schiavi avrebbero in quella notte potuto farne ai propri padroni.

        La Dea Mania era infatti la madre dei Lares, cioè dei geni dei crocicchi, e i malefici si facevano appunto nei crocicchi. Come infatti Venere era Trivia e dominava i postriboli sacri, l'antica Ecate era Quadrivia e dominava i quadrivi, cioè la stregoneria. L'antica Ecate e l'antica Mania, la Dea che produceva la follia, erano l'identica divinità, la Dea Maga.

        In quanto ai sacrifici umani si sa che è stato detto di tutti i nemici, compresi i cartaginesi, i sumeri,  e pure i cristiani. I romani giudicavano barbari i sacrifici umani che a Roma, in tutta la sua durata, vennero fatti solo due volte, e in momenti di tragica follia. Gli etruschi poi non sacrificarono mai i bambini, e nemmeno gli adulti.



        3-4-5 GENNAIO - COMPITALIA PER LA DEA PAX

        La religione dei romani era fortemente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli Dei era un dovere morale e civico, in quanto solamente la pietas, quindi l'homo pius, ovvero il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la Pax Deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo.

        La Dea Pax provvedeva pertanto alla tutela dei romani e delle loro istituzioni, a iniziare da quella degli schiavi, la manodopera a buon mercato che tanta ricchezza portò si romani. Per questo di festeggiarono le Compitalia per la Dea Pax, a sottolineare la protezione della Dea per tutti, non solo per i romani, ma pure per gli schiavi. Insomma una Dea Madre a cui ricorrere.

        Si facevano inoltre riti e voti alla Dea Salus per la salute del princeps. La Pax Romana, la salute e la fortuna dello stato dipendeva dal suo princeps, pertanto officiare in suo favore ovvero per la sua salute significava pregare per la protezione non solo del princeps ma del suo Genius, a cominciare da quello di Augusto che assicurava il popolo e la Pax Romana.

        Si faceva la processione, si officiava davanti al tempio e veniva offerto un bue che, cotto e mangiato, veniva distribuito al popolo insieme a delle focacce.


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      • 01/04/19--05:46: CAMPANE E CAMPANELLI ROMANI
      • TINTINNABULA
        "Strumento di metallo fatto a guisa di vaso arrovesciato il quale con un battaglio di ferro sospesovi entro si suona a diversi effetti come per adunare il popolo e i magistrati o per chiamare ai divini ufficj et simili cose"

        Sull'origine delle campane sono state fatte diverse ricerche e molte ipotesi. Lo studioso Athanasius Kircher ne fa risalire l'invenzione agli antichi Egizi ma non vi sono prove sufficienti per accettarlo.

        Naturalmente rientrano nella categoria anche i campanelli o le campanelle che sembra venissero adoperati anche dagli antichi ebrei  i cui sacerdoti li appendevano alle loro vesti, anzi il gran sacerdote si guarniva la veste addirittura con campanelle d'oro.

        D'altronde Giuseppe Ebreo narra nel suo libro "Antichità giudaiche", che si usavano le campanelle per le sacre cerimonie già nel tempio di Salomone. Naturalmente dall'Egitto al regno di Israele il passo è breve, se l'oggetto era conosciuto dall'uno sicuramente lo era anche dall'altro.

        In quanto ai Greci sappiamo che ad Atene i sacerdoti di Proserpina chiamavano il popolo ad assistere ai Sacri Misteri suonando una campana, ma pure i mercanti di pesci chiamavano i compratori ai mercati con un campanello.
        D'altronde i sacerdoti di Cibele, i cosiddetti "Galli", si servivano di campanelle e di sonagli nelle loro cerimonie sacre, per creare suoni un po' caotici che accompagnassero le loro danze ispirate e selvagge.

        Dobbiamo però pensare che le campanelle esistessero in tempi preromani anche nel suolo italico, innanzi tutto per greggi e armenti, come unico modo di impedire ai pastori di perdersi gli animali durante il pascolo.

        FASCINUS
        Infatti l'uso di mettere campanelli al collo degli animali da allevamento, soprattutto delle pecore, le ha fatte chiamare da Sidonio "greges tintinnibulatos". Ma tali tintinnabuli venivano posti dai romani anche sui cavalli e sui muli. In genere il capogregge e il capomandria portavano la campana più grande per fare riferimento al branco che lo seguiva.

        Ma le campane, ovvero i campanacci, vennero attaccati anche agli elefanti di Annibale prima e dei romani poi. Comunque Persiani, Greci e Romani conoscessero l'uso delle campane e delle campanelle, come ci riportano sia Tibullo che Polibio e pure Strabone le cita nella sua "Geografia".

        Eschilo infatti dichiara che Tideo portava campanelli attaccati al manico del suo scudo onde fare più schiamazzo e terrorizzare i nemici, ed Euripide ne ha adornato lo scudo di Reso re di Tracia e il pettorale dei suoi cavalli. Gli etruschi conoscevano molto bene l'uso delle campanelle sugli animali.
        La chiesa narrò che verso l'anno 400 d.c. fu San Paolino, vescovo di Nola, in Campania, ad introdurre nella sua chiesa l'uso delle campane per chiamare i fedeli alle varie cerimonie e per distinguere tra di loro le ore canoniche.

        FASCINUS
        Il nome latino  "aes campanum", da cui derivò il nome italiano di campana, dimostra però che l'uso fu antecedente ai tempi di San Paolino, e dimostra altresì che lo strumento proveniva dalla Campania ma non necessariamente da Nola.

        Ora sappiamo che i romani facevano largo uso di campanelle, ad esempio nella celebrazione dei Baccanali, infatti in un bassorilievo del Campidoglio rappresentante il trionfo di Bacco si mostra un baccante alla cui tunica sono attaccati dinanzi e di dietro parecchi campanelli per produrre vari suoni e tintinnii mentre danza.

        Inoltre il soldato incaricato di far la ronda di notte nelle fortezze e negli accampamenti passava suonando un campanello. L'usanza riguardò anche l'Urbe, ma in seguito fu soppressa per non infastidire i dormienti.

        Gli iniziati ai misteri di Bacco facevano scolpire le campanelle nelle loro sepolture insieme ai simboli e agli altri attributi del Dio. Infatti molto spesso sui sarcofagi baccanali o trionfi di Bacco insieme al tirso e alla corba mistica compaiono i campanelli.

        L'asino di Sileno infatti porta in genere un campanello appeso al collo e con questo tintinnio introduceva il corteo di Bacco.

        I tintinnaboli romani, quasi sempre in bronzo, erano soprattutto dei portafortuna "I campanelli d'un Priapo di Portici sono di bronzo damaschinati d'argento." 

        Il tintinnabulum, che nel VI secolo d.c. divennnero tintinnum) era un sonaglio azionato dal vento e composto da più campanelle legate ad un'unica struttura, un po' come quelli orientali che si pongono nelle case o nei templi buddisti.


        Spesso il tintinnabulum riguardava il Fascinus, una figura magico-religiosa che aveva il compito di allontanare il malocchio e portare fortuna e prosperità. Plinio il Vecchio, è lui a chiamarlo in questo modo, afferma che l'amuleto fascinus funziona da medicus invidiae, ossia un rimedio per l'invidia ed il malocchio.

        Sovente il Fascinus era dotato di gambe animalesche che ne aumentavano l'efficacia. I tintinnabula erano appesi sull'uscio delle abitazioni e davanti ai negozii assieme ad una lampada. Si pensa che sia la figura fallica che il suono provocato dal vento fossero considerati come elementi apotropaici.
        Presso gli etruschi i tintinnabula erano molto decorati. Nel Museo civico archeologico di Bologna se ne conserva uno su cui sono rappresentate donne che filano, tessono e cardano la lana.

        Talvolta il tintinnabulum era o argentato oppure direttamente d'argento, per il valore ma soprattutto per il suono argentino che produceva quando veniva percosso. Era il gesto della percussione, secondo i credo romani, a portare fortuna.

        PRIAPO FASCINUS
        Nei funerali romani si portavano pure alcuni campanelli per avvertirne il Flamine di Giove, talvolta fosse a passare di là, temendo che il pontefice non contraesse una impurità religiosa e legale se udisse il suono dei flauti dei funerali. I campanelli, udibili da lungi e posti all'inizio del corteo avvertivano il sacerdote affinchè cambiasse strada. 

        Evidentemente per lo stesso motivo si attaccavano campanelli al collo del delinquenti che venivano tratti al supplizio Per lo stesso motivo forse si attaccavano campanelli al collo del delinquenti che venivano tratti al supplizio.

        L'apertura dei bagni e delle terme a Roma venivano annunciati al suono di campanello, e altrettanto la loro chiusura. Orsino narra che se ne trovò uno di bronzo nelle rovine delle Terme di Diocleziano sul quale erano scritte queste parole "firmi balneatoris"

        Un campanello svegliava gli schiavi e li chiamava al lavoro, ma pure nelle scuole pubbliche l'orario di entrata veniva annunciato con un agitazione del campanello. In quanto ai campanelli d uso domestico, se ne usavano per dirigere gli schiavi soprattutto nei banchetti. 

        Anche le donne romane usarono dei campanellini d'argento come scaccia malefici, appendendoli però alle orecchie e trasformandole in graziosi orecchini che tintinnavano al passo delle donne come piacevole arma di seduzione oltre che di scaramanzia.


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        CASA DELLE PITTURE

        VELZNA E VOLSINII VETERES

        La città stato di Velzna sorgeva su una rupe abitata per la prima volta dagli Etruschi tra il IX e l'VIII sec. a.c..

        Attualmente si identifica l'antico centro dal nome etrusco di Velzna con quello indicato con il nome latino di Volsinii Veteres (o Urbs Vetus) e quindi con Orvieto, secondo la proposta avanzata dalla studioso tedesco Muller nel corso del XIX secolo.

        La popolazione di Velzna era molto abile nella produzione del bucchero e nella lavorazione del bronzo si che dagli inizi del VI sec. a.c., esportò manufatti di alto pregio. La città prosperò e gli autori romani, contemporanei e non, la esaltarono nei loro scritti.

        Velzna fu uno dei dodici centri riuniti nella Dodecapoli Etrusca (una coalizione di città, su un'alleanza di tipo economico, religioso e militare tra i centri etruschi delle attuali Umbria, Toscana e Lazio settentrionale) e fu in molte circostanze nemica di Roma.



        LA GUERRA CON ROMA
        CASA DELLE PITTURE

        I romani davano in genere diverse possibilità di adeguarsi allo stile e al potere romano, proponendo alleanze, tregue e altro.

        Ma gli etruschi erano un popolo molto indipendente per potersi adattare a uno stile subalterno, per cui, dopo numerosi scontri, avvenuti nel corso del IV sec. e agli inizi del III, la città di Velzna venne distrutta dai romani, agli ordini del console Fulvio Flacco, nel 264 a.c..

        Probabilmente la causa dello scontro finale fu l'avvento a Velzna di un'amministrazione popolare al posto di un precedente governo oligarchico e filo romano.



        VOLSINII NOVI

        Gli abitanti di Velzna, dopo la tremenda sconfitta, furono costretti ad abbandonare ciò che restava della loro città, ed a trasferirsi sulle alture che sovrastano il lago di Bolsena sulla sponda orientale, fondando Volsinii Novi (da non confondere con Volsinii Veteres), divenuta in seguito alla Guerra Sociale municipio romano, nei pressi del lago di Bolsena.

        Il trasferimento venne imposto dai romani ai superstiti di Velzna che avevano osato estromettere dal governo le classi oligarchiche filo romane di Velzna, e pure per allontanare i nemici vinti dalla principale via di comunicazione tra l'Italia centrale e quella settentrionale, rappresentata dal Tevere e dal sistema idrografico Paglia/Chiani/medio e alto Arno. La nuova comunità era dedita alla cerealicoltura, alla produzione di ceramiche e alla lavorazione del bronzo.

        La città, inoltre, occupava una posizione strategica poichè controllava gli itinerari che collegavano le città etrusche, come Caere e Veio, a città dell'entroterra umbro, quali Chiusi e Perugia, e alle città sorte sul delta del Po.



        I ROMANI

        I vincitori, terminata la guerra e eliminati i restanti motivi di pericolo, tornarono indietro e portarono a Roma un ricco bottino, sembra addirittura di duemila statue, in parte offerto agli Dei romani introducendole nei templi.

        Infatti i romani edificarono sull'Aventino un tempio dedicato al Dio Voltumna/ Vortumnus/ Vertumnus/ Vertunno, la principale divinità etrusca venerata a Velzna, trasferendone in tal modo il culto nell'Urbe. Il Santuario di Voltunna, o Fanum Voltumnae, ospitava l'assemblea della Dodecapoli etrusca e sorgeva, forse, nel territorio della distrutta Velzna.

        La fiorente città era protetta da una cinta muraria realizzata in opus quadratum ed estesa, per più di quattro km, su quattro colli, fornita di anfiteatro (in loc. Mercatello), di un teatro, di una biblioteca pubblica (menzionati da un'iscrizione), di un odeon, oltre ai numerosi spazi riservati ai commerci, alle officine, ai magazzini ed agli edifici sacri (la cui presenza è testimoniata da scavi e iscrizioni).

        In età imperiale, la città divenne una località di villeggiatura e ospitò esponenti di grandi famiglie quali i Canulei, i Cominii, i Larcii, i Nonii, i Pomepii, i Seii, i Rufii e gli Aconii. Comunque la nuova Volsinii si svilupperà nuovamente grazie ai commeri, che si concluderà negli ultimi decenni del III sec. d.c.; l'invasione dei Visigoti (410 d.c.) e, successivamente, l'occupazione dei Longobardi tra il 570 e il 575 d.c. causarono il definitivo declino della città.



        GLI SCAVI

        I resti monumentali della città romana furono riportati alla luce per lo più in età moderna, nel corso di una serie di campagne di ricerche e scavi, condotti dalla Scuola Francese di Roma sotto la direzione di R. Bloch, durante l'arco di quarant'anni (1946-1986).

        A partire dagli anni '50 del secolo scorso gli scavi furono concentrati sul pianoro di Poggio Moscini, dove furono messi in luce il Foro, la Basilica, edifici pubblici e i resti di due domus: Domus delle pitture e Domus del Ninfeo. Divenuta di proprietà statale, l'area archeologica è oggi aperta al pubblico in forma gratuita.

        RESTI DELLE TERME

        LE TERME DI STRABONE

        Percorrendo l'area archeologica di Poggio Moscini si oltrepassa, a poca distanza dall'ingresso, ciò che resta delle Terme di Seio Strabone (edificate su due livelli durante l'età imperiale a spese del prefetto d'Egitto, della madre Terenzia e della moglie Cosconia Gallitta per la popolazione di Volsinii circa nel 20 d.c. che svolgevano le loro funzioni insieme alle terme di Tusciano). Lucio Seio Strabone fu prefetto del pretorio in Egitto all'epoca di Tiberio e padre del più noto Lucio Elio Seiano.

        Ad oggi gran parte dell'area delle terme è da scavare sotto via Orvieto e zone adiacenti, mentre è già emersa una cisterna monumentale, con una capacità di ben 2300 mc. che alimentava l'area della terme e gli altri edifici dell'area del foro. Le parti "scoperte" delle terme sono composte da un'aula absidata (13 x 8 mt), un criptoportico ed un praefurnum.

        Sono emersi invece i resti del grande piazzale lastricato del foro, risalente all'età dei Flavi, delimitato a ponente e a levante da due strade lastricate; sulla piazza affacciavano numerosi edifici pubblici e privati, in particolare sul margine meridionale si trovava una basilica di 25,70x57 metri, divisa in tre navate e la cui funzione in epoca romana era legata a questioni civili e amministrative.

        ENTRATA AL FORO

        IL FORO

        Il Foro fu realizzato sul pianoro di Poggio Moscini in età flavia: nella prima fase della Volsinii romana (età repubblicana) l'area forense con tutte le sue strutture era situata nella non lontana area del Mercatello.

        Il corridoio di accesso alla spianata del foro lascia ancora intuire la sua copertura "a volta" giungendo alla grande piazza lastricata di circa m71 x m106, delimitata su tre lati dal sistema viario e, a sud, in vista lago, dalla basilica civile.

        Qui alloggiavano piccoli monumenti (altari, epigrafi onorarie, statue) dei quali restano le impronte sulle lastre pavimentali superstiti, oggetto di spoliazione durante i secoli come le altre strutture. La presenza di numerose colonne di nenfro e di granito fanno pensare all'esistenza di due edifici colonnati.

        LE BOTTEGHE

        LA BASILICA

        La basilica civile, impiantata sul decumanus romano, è a pianta rettangolare (m 27,70x57), era suddivisa in tre navate da un colonnato e occupava tutto il lato meridionale del Foro. La basilica civile fu trasformata in chiesa paleocristiana nel corso del IV sec. d.c. con l'aggiunta di un'abside all'estremità nord-occidentale della navata centrale.

        La presenza di sepolture nelle navate laterali ci consente di ipotizzare che la superficie occupata dall'edificio cristiano era limitata alla navata centrale. L'area a nord-est della basilica è occupata da una serie di botteghe ed altre strutture: cisterne, vasche, canali, una latrina ed un vasto ambiente interpretato come horreum (magazzino).

        Questo complesso subisce profonde ristrutturazioni dalla seconda metà del III sec. a.c. fino agli inizi del IV sec. d.c., quando cessa la sua funzione commerciale per far posto a una necropoli cristiana, di cui restano abbastanza integre solo due tombe a cassa.

        La città romana occupa solo la parte più bassa della città etrusca, il Mercatello, dove case e ville romane hanno soppiantato i resti dell'abitato più antico. Si possono riconoscere le terme, l'anfiteatro, resti di edifici privati, ponti e strade. Dalle scoperte fatte fin dalla fine del secolo scorso e all'inizio di questo, si sapeva che sul Poggio Moscini si trovavano resti della città romana di Volsinii.

        CASA DELLE PITTURE

        LE DOMUS

        A destra della basilica e del foro, oltrepassando il passaggio coperto originariamente da una volta a botte, si incontrano i resti di alcune botteghe di età repubblicana e flavia e alcuni antichi edifici privati:

        - la Domus delle Pitture (con una sala sotterranea adibita, fino alla fine del II° secolo ac., al culto di Bacco)
        - e la Domus del Ninfeo.

        Le due dimore, separate dai resti di un tempietto e da quelli di un portico, un tempo ospitavano numerosi ambienti, alcuni dei quali oggi recuperati (un atrio con impluvium, i triclini e un ninfeo).



        LA CASA DELLE PITTURE

        La Casa delle Pitture, così chiamata per le diverse pitture rinvenute, è del tipo ad atrio, risalente alla prima metà del II sec. a.c., in un'area nella quale esisteva una sala sotterranea che, in base al rinvenimento di un gruppo di terrecotte a soggetto dionisiaco, tra cui il celebre "trono delle pantere", è stata interpretata come tempio sotterraneo, distrutto in seguito alla repressione dei Baccanalia, voluta dal senato romano nel 186 a.c.

        Il fatto che il tempio fosse sotterraneo fa ipotizzare un culto misterico, visto che i culti dionisiaci non si avvalevano di templi sotterranei. La sala sotterranea venne in seguito integrata nell'abitazione come "cantina".

        In età imperiale la domus, debitamente ampliata, venne decorata con pavimenti a mosaico e le pareti ornate con decorazioni pittoriche databili, su base stilistica, al III sec. d.c.

        CASA DEL NINFEO

        CASA DEL NINFEO

        È stata dapprima rinvenuta una domus le cui prime installazioni risalgono alla fine del II sec. a.c., e per la quale furono riutilizzate alcune strutture della seconda metà del III sec. a.c. e dell'inizio del II sec. a.c. Le strutture del III sec. sono muri di pietre a secco, che formavano ambienti disposti su due terrazze orientate a NO SE; quelle dell'inizio del II sec. sono di opera quadrata di tufo giallo apparecchiata "a scacchiera".

        La domus, a differenza di questi ambienti di epoca precedente, aveva la facciata orientata non verso SO (cioè verso il lago), ma verso NO, forse in seguito alla costruzione della Via Cassia, che attraversava la città da SO a NE.

        In epoca tardo-repubblicana ed augustea, la domus venne sottoposta a diversi rifacimenti che l'hanno trasformata in una piacevole residenza con ricchi pavimenti in opus sectile di marmo e un grande ninfeo che comunicava con un fastoso triclinium.

        La Casa del Ninfeo, come è stata denominata dagli archeologi, verso la fine del II sec. a.c., venne affiancata da un piccolo tempio probabilmente dedicato ad un culto di tipo salutare.

        La domus è dotata di un grande atrio tuscanico, provvisto di impluvium e di cisterna per la raccolta dell'acqua piovana. Intorno alla metà del I sec. a.c. il tempietto risulta abbandonato e, poco dopo, (40-30 a.c.) la casa assume l'aspetto di una residenza lussuosa con pavimenti in marmo e mosaici.

        A questa fase dovrebbe risalire l'edificazione del ninfeo, luogo di culto per le divinità preposte alle acque, le cui pareti accolgono diverse nicchie preposte sicuramente a dette divinità.
        È stata dapprima rinvenuta una domus le cui prime installazioni risalgono alla fine del II sec. a.c., e per la quale furono riutilizzate alcune strutture della seconda metà del III sec. a.c. e dell'inizio del II sec. a.c.

        Le strutture del III sec. sono muri di pietre a secco, che formavano ambienti disposti su due terrazze orientate a NO SE; quelle dell'inizio del II sec. sono di opera quadrata di tufo giallo apparecchiata "a scacchiera".

        CASA DEL NINFEO
        La domus, a differenza di questi ambienti di epoca precedente, aveva la facciata orientata non verso SO (cioè verso il lago), ma verso NO, forse in seguito alla costruzione della Via Cassia, che attraversava la città da SO a NE.

        In epoca tardo-repubblicana ed augustea, la domus venne sottoposta a diversi rifacimenti che l'hanno trasformata in una piacevole residenza con ricchi pavimenti in opus sectile di marmo e un grande ninfeo che comunicava con un fastoso triclinium.

        Si realizzò così che il materiale di ceramica più antico, trovato abbondantemente sul sito risaliva alla seconda metà del III sec. a.c., cioè all'epoca successiva alla creazione della Volsinii romana (264 a.c.). Infatti niente, né abitato né materiale, è stato scoperto finora che si possa datare precedentemente.

        L'abbandono definitivo della struttura abitativa si colloca tra la fine del III e l'inizio del IV sec. d.c.; nel VI sec. d.c. una sepoltura occupa quello che era stato un lussuoso triclinio.

        La sala sotterranea venne in seguito integrata nell'abitazione come "cantina". In età imperiale la domus, debitamente ampliata, venne decorata con pavimenti a mosaico e le pareti ornate con decorazioni pittoriche databili, su base stilistica, al III sec. d.c.

        Un tesoro di 707 monete di bronzo della fine della Repubblica romana e dell'inizio dell'Impero è stato portato alla luce nel 1961, nella località detta del Pozzarello.

        Dietro al ninfeo della domus, è stata messa in luce una zona pubblica, occupata da un piccolo portico, di cui restano basi di pilastri, da un altare e dall'ingresso del dròmos di una cisterna sotterranea. In questa zona furono ritrovati numerosi frammenti di ceramica aretina che, suddivisi in strati attribuibili dall sec. a.c. al I sec. d.c., hanno permesso di precisare molti aspetti della tipologia e della cronologia di questo tipo di ceramica.

        CASA DEL NINFEO
        Poco più si della domus, a SE, è stato scoperto un complesso monumentale, di inizio inizio II sec. a.c. con cinque pilastri, basi di colonne, in opera quadrata di tufo giallo e rossastro, su due dei quali gravano ancora fusti rozzi di colonne in pietra basaltica. Inoltre nel 1967 si è dato l'avvio allo scavo di due altri settori, non ancora completamente messi in luce.

        Nei paraggi è emersa pure una sala sotterranea, scavata nel tufo e preceduta da un dròmos edificato con molta cura in opera quadrata di tufo, che serviva da cisterna. A pochi metri dai pilastri, verso SE, è stato rinvenuto un muro di opera quadrata di tufo, di fattura accuratissima; conservato per un'altezza di più di 2 m, con uno spessore da m 1,60 a 2,20. I pilastri, la cisterna e il muro, risultano contemporanei. Si ignora la destinazione del complesso.

        A SO di questa zona dei pilastri di tufo fu incominciato nel 1967 lo scavo di un'abitazione d'epoca imperiale, attribuibile, in base al suo stato attuale, al III sec. d.c., e abbandonata nel IV sec. d.c. 
        A causa del terreno in pendio, la sua parte NE (cioè la parte posteriore) è conservata molto meglio della parte SO, che tuttavia non è ancora completamente sgomberata. Sembra che l'abitazione desse su una strada che passava lungo il suo lato SO.


        La parte NE dell'abitazione è composta da cinque stanze, tra cui due piccole, e da un corridoio, tutt'intorno ad un cortile interno. In tre di queste stanze, sono stati ritrovati intonaci dipinti in buono stato di conservazione. La prima fase risale al III sec. d.c., e, nella parte bassa di due stanze, accoglie rettangoli di fondo bianco, al cui centro sono dipinti vari motivi, quali uccelli e coppe di frutta, separati da strisce verticali che imitano la colonna. La parte alta delle pareti è decorata da rettangoli e da volute. 

        La seconda fase della decorazione, posteriore, consiste essenzialmente in un'imitazione dipinta di marmo giallo e bruno-chiaro. La metà SO della parte scavata dell'abitazione ha una scala che scende in una sala sotterranea con volta a campana e resti di intonaci dipinti sulla volta, sembrerebbe del II sec. a.c., riutilizzata nell'abitazione di età imperiale. Inoltre, lungo uno dei muri interni dell'abitazione, sotto il livello del suolo d'epoca imperiale, è stato scoperto un cumulo di frammenti di tegole e di terrecotte architettoniche, teste, nasi, busti maschili, busto di Minerva con l'egida, modanature e frammenti di cornicioni, con tracce di policromia, probabilmente il contenuto di una favissa.

        Al di fuori del terreno di scavo, lungo l'attuale Via del Crocefisso, alcuni sondaggi eseguiti nel 1969 hanno permesso di mettere in luce i resti di una via romana di direzione SO-NE, e dell'incrocio con un'altra via, che le è perpendicolare.

        Alcuni sondaggi effettuati nel 1968 dalla Soprintendenza alle Antichità dell'Etruria Meridionale hanno messo in luce, nei pressi del Foro, i resti di fondazioni di un colossale edificio pubblico.




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      • 01/07/19--04:45: COLONNE ONORARIE
      • COLONNA DI TRAIANO
        A Roma, specie nel Foro Romano sin dall’età arcaica furono eretti edifici e monumenti, soprattutto per celebrare le glorie di guerra, tanto che si diceva che già nel I secolo a.c. per potervi costruire qualcosa si doveva demolire dell’altro.

        Per celebrare le vittorie romane sui nemici si usava dedicare ai generali vittoriosi un trionfo con archi celebrativi e colonne onorarie, innalzate nel foro o in luoghi di importanza simbolica allo scopo di celebrare e di lasciare memoria ai posteri del glorioso evento. A volte le colonne erano interamente rivestite da rilievi scolpiti con scene che raccontavano le gesta militari, oppure erano più semplici ma sormontate dalla statua del vincitore.

        Secondo Plinio, questa pratica era in voga già nel terzo secolo a.c., al tempo delle prime conquiste di Roma. Le imponenti colonne di Traiano e di Marco Aurelio a Roma, sono un esempio del grande livello artistico e celebrativo che raggiunse la civiltà romana.


        PILA ORATIA

        Secondo la leggenda tuttavia Rea Silvia rimase incinta del Dio Marte da cui partorì i gemelli Romolo e Remo. Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi, ma questi furono invece abbandonati nel Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa.

        Divenuti grandi e conosciuta la propria origine scacciarono Amulio dal trono, restituendolo al nonno Numitore e da questi ottennero poi il permesso di fondare una nuova città, Roma. Con il crescere della potenza di Roma, sotto il re Tullo Ostilio, nella metà del VII sec. a.c., le due città vennero a contrasto e ci fu la guerra.

        Era re di Alba Longa, secondo Tito Livio, Mezio Fufezio che, per evitare l'eccidio tra fratelli, in quanto le due popolazioni erano entrambe discendenti da Romolo. Altri invece pensano, per evitare che la guerra indebolisse entrambe le città, finendo per favorire i comuni nemici Etruschi, propose il duello tra tre fratelli Orazi e tre fratelli Curiazi, per risolvere il conflitto. La sfida fu vinta dai Romani e Alba Longa si sottomise:

        "La contesa sembrò sfavorevole ai Romani, infatti due di loro morirono subito e il terzo Orazio si trovò a sostenere da solo tre Curiazi. Allora escogitò un espediente. Si dette alla fuga correndo verso Roma, e corse così a lungo e così energicamente che gli inseguitori si distanziano tra loro. Così li finì uno ad uno."

        In ricordo e in ringraziamento di ciò il senato romano innalzò una colonna onoraria all'Orazio superstite, che venne denominata la Pila Orazia. Era in realtà più che una colonna un pilastro, eretto nel Foro, sul quale per trofeo furono poste da Orazio le spoglie de' Curiazi da lui uccisi. Si ha menzione di loro nel primo libro di Livio, e più ampiamente nel terzo di Dionigi; da cui vi si aggiunge, che al suo tempo vi durava ancora il pilastro, ma non le spoglie .



        COLONNA MENIA E DUILIA

        Più colonne furono erette nel Foro in Trofei, l'uso delle quali essere stato più antico delle statue,
        scrive Plinio nel quinto del libro 34. raccontando della Menia, e della Duilia:

        COLONNA MENIA
        "Antiquior columnarum sicut Caius Menio, qui devicerat priscos Latinos, quibus exfœdere tertias pradep Romani Populi preestabat, eodemque in Consulatu in sua erectu rostra devictis Antiatibus fixerat anno Vrbis Item C. Duellio, - qui primus navalem Triumphum egit de Pœnis, luce est etiam nunc in Foro";

        Dalle cui parole ultime si può supporre, che la Colonna eretta a Menio, in tempo di Plinio non vi era più.

        Vi era bene altra colonna di un altro Menio nel vedere la sua casa a Catone si riservò, come già dissi. Vicino a questa solevansi da' Triumviri Capitali castigare i ladri, e i servi cattivi. Asconio nella Divinazione c. 16. "Ut fures, et servos nequa, apud Triunvviros Capitales apud Columnam Meniam puniri solent";

        Di che veggasi il Polleto nel V del Romano Foro al cap. XIV ivi da Nerone esservi fatto morire Plauzio Laterano, sembra a me, che dica Tacito nel 15. c. 60. "Raptus in locum servilibus pœnis sepositum" etc. , e non, come gli altri credono, nel Campo Esquilino; ove essere stato 
        solito far giustizia, non de' servi soli si legge, ed avervi Tiberio fatto morire Publio Marcio, scrive 
        Tacito, Come nella Regione quinta toccai.

        (Plinio il Vecchio)



        COLONNA CLAUDIA

        E della Colonna dirizzta a Claudio il secondo scrive Trebellio Pollione 
        "Illi totius orbis judicio in gostris posita est columna cuni palmata Statua superfixa librarum ti mille uingentarum" . Ancorchè Santo Isidoro nel principio della Cronica de' Goti dica essergli stato posto nel Foro uno scudo, e nel Campidoglio statua d'oro; ed Orosio nel settimo al cap. 25. Cui a Senatu Clipeus aureus in Curia; et Capitolio Statua teque aurea decreta est. 

        Sopra una colonna presso i Rostri essere stato un oriuolo da Sole scrive Plinio nell' ultimo del settimo libro: "M. Varro primum statutum in publico secundum Rostra in columna tradit, bello Punico 
        primo a M. Valerio Messala Consule Catana capta in Sicilia: deportatum inde post XXX. annos , 
        nam de Papiriano Horologio traditur, anno Urbis CCCCLXXIII., nec congruebant ad horas eius 
        linete . Paruerunt tamen eis annis undecentum, donec Q. Marcius Philippus, qui cum L. Paulo fuit 
        ordinatum posuit ".



        COLONNE ROSTRATE

        Nel 260 a.c. il generale Caio Duilio vince i cartaginesi a Milazzo, cattura 31 navi e ne affonda 14.
        Ne seguì a Roma il trionfo navale del console sulla Sicilia e sulla flotta punica, e una colonna rostrata elevata in suo onore, a cui vennero appesi i rostri bronzei delle navi vinte.
        Da allora vennero in voga le colonne rostrate per le battaglie vinte in 
        mare da parte dei generali romani.

        Ma non dimentichiamo però che altri seppero supplire con la fantasia ad alcune incapacità marinare, e in particolare con Gaio Giulio Cesare.

        "Cesare decise di portar guerra al Veneti. L'impresa era difficilissima poichè i Veneti erano superiori per la flotta:

        La nostra flotta negli scontri poteva risultare superiore solo per rapidità e impeto dei rematori, ma per il resto le navi nemiche erano ben più adatte alla natura del luogo e alla violenza delle tempeste.

        In effetti, le nostre non potevano danneggiare con i rostri le navi dei Veneti, tanto erano robuste, né i dardi andavano facilmente a segno, perché erano troppo alte; per l'identica ragione risultava arduo trattenerle con gli arpioni.

        Inoltre, quando il vento cominciava a infuriare e le navi si abbandonavano alle raffiche, le loro riuscivano con maggior facilità a sopportare le tempeste e a navigare nelle secche, senza temere massi o scogli lasciati scoperti dalla bassa marea, tutti pericoli che le nostre navi dovevano paventare."


        (De Bello Gallico)





        BASE DELLA COLONNA CESAREA
        COLONNA CESAREA

        Cesare fece costruire una specie di arpioni che vennero lanciati sulle vele dei Veneti squarciandole, di modo che le navi del nemico non riusciva più a navigare e potevano essere arrembate. Non a caso anche a lui venne eretta una colonna.

        Della rizzata a Giulio Cesare fa menzione Svetonio nell' 85.

        " Postea solidam columnam prope viginti pedum (che fanno quasi ventotto palmi nostrali) lapidis Numidi. qui in Foro statuit scripsitque PATER PATRIAE.

        Apua eam longo tempore sacrificare, l'Ota suscipere, controversias quasdam interposito per C. Cesarem jurejurando distrahere perseveravit."


        COLONNA TRAIANA (110-113 d.c.) VEDI
        COLONNA DI ANTONINO PIO (161 d.c.) VEDI
        COLONNA DI MARCO AURELIO (180 d.c.) VEDI
        COLONNA DI FOCA (602-610 d.c.) VEDI



        I SEI BASAMENTI

        Situate sul lato meridionale della piazza dove si trova la colonna di Foca, si possono vedere sei alti basamenti in laterizio destinate a sostenere delle Colonne Onorarie di età tardo-antica. Di queste, due sono state rimontate con le colonne di granito grigio e di marmo bianco ritrovate intorno, operazione svolta verso la fine del XIX secolo. La scomparsa di tutte le iscrizione ha reso impossibile sapere a chi furono dedicate le colonne.



        BASAMENTO DI MASSENZIO

        Presso il Lapis niger si leva una base marmorea con la dedica a Massenzio (278- 312), a Marte e a Romolo e remo. Il nome dell'imperatore fu scalpellato via dopo la sua sconfitta e morte nella battaglia di Ponte Milvio contro Costantino I (312).

        COLONNE ONORARIE NEL FORO

        BASAMENTO DELLA VITTORIA SUI GOTI

        Si tratta del basamento della colonna onoraria posta accanto all'Arco di Settimio Severo e dedicata alla vittoria di Arcadio, Onorio e Teodosio I contro i Goti di Alarico nel 403 o contro quelli di Radagaiso nel 406.

        « ...Alarico divenne ribelle e disobbediente alle leggi, in quanto contrariato per non aver ricevuto il comando di altre forze militari al di fuori dei Barbari, che Teodosio gli aveva assegnato quando lo assistette nella deposizione dell'usurpatore Eugenio. Rufino, pertanto, comunicò privatamente con lui, esortandolo a condurre i suoi Barbari, e ausiliari di ogni altra nazione, [in Grecia] in modo che potesse agevolmente insignorirsi dell'intera nazione. Alarico allora abbandonò la Tracia per marciare in Macedonia e Tessaglia, commettendo le più grandi devastazioni lungo la via. »
        (Zosimo, Storia Nuova, V,5.)

        Anche qui un nome è stato cancellato, quello di Stilicone, ucciso nel 408. Il monumento era stato eretto dal praefectus urbi Pisidio Romolo.

        Zosimo, V,34, sostiene che Stilicone fu giustiziato «dieci giorni prima delle calende di settembre» , che corrisponde al 23 agosto (cfr. Zosimo, Storia Nuova, a cura di Fabrizio Conca, BUR, p. 577). Secondo la continuazione di Copenhagen della Cronaca di Prospero Tirone, invece, Stilicone fu ucciso a Ravenna «l'undicesimo giorno prima delle calende di settembre», corrispondente al 22 agosto.

        BASE DEL DECENNALIA

        BASAMENTO DEI DECENNALIA

        Presso il Basamento della Vittoria sui Goti si erge un altro basamento scolpito su quattro facce che un tempo reggeva una colonna onoraria. Sulla facciata principale c'è un'iscrizione posta su uno scudo clipeo retto da due vittorie alate che cita:

        CAESARVM DECENNALIA FELICITER (CIL VI, 1187 e CIL VI, 31256), e ricorda i Decennalia (decimo anniversario) della Tetrarchia di Costanzo Cloro e Galerio nel 303 (con riferimento ai due Cesari che affiancavano i due Augusti nel governo dell'impero). Probabilmente la colonna è dovuta alla visita di Diocleziano a Roma che si svolse in quello stesso anno:

        IMPERATORIBUS INVICTISSIMIS FELICISSIMISQUE
        Dominis Nostris ARCADIO ET HONORIO FRATRIBUS
        SENATUS POPULUSQUE ROMANUS
        VINDICATA REBELLIONE
        ET AFRICAE RESTITUTIONE LAETUS
        aRMIPOTENS LIBYcUM DEFENDIT HONORIUs
        DI
        IUS
        NINA
        RUS
        pareNTES

        DECENNALIA- LATO SINISTRO

        Le altre facce rappresentano:

        - il sacrificio solenne della scrofa, la pecora e il bue (suovetaurilia);
        - la libazione dell'imperatore coronato della vittoria al dio Marte, ambientata probabilmente al Campo Marzio dove era l'altare del dio; accanto alla divinità è presente un sacerdote col tipico copricapo del Flamine martialis, un ragazzo con la cassetta dell'incenso, un flautista, un personaggio togato (che simboleggia il Senato stesso), la dea Roma seduta e la testa radiata del sole;
        - la processione dei senatori.

        Le Vittorie e il sacrificio dell'imperatore sono caratterizzati dal forte chiaroscuro, tipico del III secolo, dato dal frequente uso del trapano, mentre gli altri due lati hanno un tono più plebeo e provinciale, della nuova corrente che si manifesterà nei rilievi dell'arco di Costantino.

        In un rilievo dell'arco di Costantino questa colonna onoraria appare assieme ad altre quattro colonne dietro ai Rostri. Di questo gruppo vennero trovate due basi con iscrizioni nel Rinascimento, che andarono poi perdute:

        - una ricordava il ventesimo anniversario degli Augusti (Augustorum vicennalia feliciter),

        - l'altra il ventesimo anniversario degli imperatori (Vicennalia Imperatorum), probabilmente era la colonna centrale che reggeva una statua di Giove, mentre le altre reggevano statue degli imperatori.

        RICOSTRUZIONE DELLE SETTE COLONNE DEL FORO

        SETTE BASAMENTI IN MATTONI

        Sul lato meridionale della piazza si allineano sette grandi basamenti in laterizio, che reggevano altrettante colonne onorarie. Due di esse sono state rialzate ricollocando i loro fusti, tuttora allineati nel Foro Romano davanti alla “basilica Iulia”. Grazie ai bolli sui mattoni si sono potuti datare questi monumenti all'epoca della tetrarchia (inizio del IV secolo).

        Huelsen, che all'inizio del Novecento lavorò con Giacomo Boni agli scavi nel Foro, riporta come su alcuni dei “sette grandi basamenti di mattoni, un tempo incrostati di marmo” che furono rinvenuti sul lato della piazza del Foro che fronteggia la Basilica Giulia si procedette all'anastilosi dei frammenti di colonna che erano stati ritrovati nei pressi. Questi basamenti che reggevano delle colonne alla cui sommità erano poste probabilmente delle statue, furono costruiti dopo il grande incendio del 283 al tempo dell'imperatore e secondo Huelsen potevano avere anche la funzione di coprire in parte la facciata della Basilica Julia che era stata danneggiata dall'incendio e non restaurata.


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      • 01/08/19--05:12: TEMPIO DI QUIRINO
      • TEMPIO DI QUIRINO ( http://atlasofancientrome.com/ )
        Secondo le fonti, il Tempio di Quirino venne edificato sulla sommità del Quirinalis, colle lungo e stretto in cui si distinguevano ben quattro alture: il collis Latiaris (a sud, vicino ai Fori imperiali), il collis Mucialis detto anche Sanqualis dalla porta omonima (in Largo Magnanapoli) e il collis Salutaris denominato dalla presenza del templum Salutis (a ovest dell’attuale palazzo del Quirinale).

        Il Quirinale era quindi solo l’estremità orientale dell’intera collina, proprio dove si trovavano il tempio di Quirino e la porta nelle mura serviane. L’altezza massima del colle (circa 57 metri) si raggiunge presso il quadrivio delle Quattro Fontane dove il suolo attuale è praticamente allo stesso livello di quello antico.

        Il culto di Quirino si diffuse in epoca repubblicana e si fuse con quello del fondatore Romolo. Nel 290 a.c., il console Lucio Papirio Cursore, per aver conseguito la vittoria sui Sanniti del ottenne dal Senato di celebrare il suo trionfo, e, per ottemperare al suo voto, fece edificare un tempio dedicato al Dio Quirino, che si presume venne innalzato sui resti della tomba di Quirino che doveva già essere stata sacralizzata con l’erezione di un altare.

        Alcuni suppongono vi fosse già un vero e proprio santuario, ma a noi sembra meno probabile, nessuno avrebbe osato distruggere un santuario a meno che le sue condizioni non lo richiedessero per la sua stabilità. Tuttavia essendo semmai il santuario molto antico non è una possibilità da escludere, fatto sta che il tempio venne edificato e dette il nome al colle stesso, già nella fase arcaica durante la quale l’area era occupata da popolazioni sabine. Dopo un incendio fu ricostruito e restaurato da Augusto. 

        Nella sua prefazione al libro dedicato al "nuovo Quirinale" Godart racconta che tra il 1998 e il 1999 dagli scavi per la posa di impianti tecnologici emersero varie strutture abitative del I secolo a.c. 

        Cinque anni dopo un altro scavo condotto nei giardini del Quirinale facesse riaffiorare un complesso termale e una statua femminile.

        RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI QUIRINO
        Disponiamo di un'immagine del tempio arcaico grazie alla raffigurazione su un rilievo in marmo del II sec. rinvenuto a piazza Esedra nel 1901 e oggi conservato nei depositi di Palazzo Massimo alle terme dove è raffigurato come un edificio tuscanico con frontone decorato con la scena di Romolo e Remo che prendono gli auspici per la fondazione di Roma. 

        Nel De architectura di Vitruvio, inoltre, troviamo la descrizione del tempio della fine del I a.c., dopo il restauro augusteo compiuto nel 16 a.c., come di un tempio prostilo ottastilo periptero di ordine dorico con doppio ordine di colonne sui lati, circondato da un grande portico ad U. 

        Ignoriamo invece la sua posizione esatta. Il nome del Dio e del colle, derivavano da "Cures" che era il nome della città dei Sabini, da qui Dio Quirinus, forse divinità unitaria delle Cures ovvero delle città sabine, fino ad arrivare al termine Quirinalis. Comunque Il giorno dell’inaugurazione del tempio, il 29 giugno, divenne la nuova festa di Quirino.

        QUIRINO
        Nel 2007 Andrea Carandini, presentando i risultati delle indagini del georadar condotte nei giardini del Quirinale, collocava la presenza del tempio esattamente sotto il palazzo presidenziale, ma il Prof. Filippo Coarelli, archeologo e studioso di storia romana, sostiene che questi resti siano in realtà parte del palazzo di proprietà di Plauziano, suocero dell’imperatore Caracalla, già in parte emerso negli scavi del traforo sotto il Quirinale compiuti nel 1901 che produssero il rinvenimento dei tubi con iscrizioni del proprietario del palazzo.

        Secondo Coarelli invece il tempio del Dio Quirino giacerebbe sotto Palazzo Barberini, ovvero nella zona tra via Barberini e via delle Quattro Fontane, non solo in considerazione del fatto che il mons Quirinalis primitivo non arrivava oltre l’odierna Via delle IV Fontane, ma anche perché durante i lavori dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini, sono state riportate alla luce potenti murature, oltre ad ambienti in parte affrescati, identificabili con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale, mentre sul lato di Via Barberini sono state individuate porzioni delle imponenti fondamenta del tempio.


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        CALENDARIO ROMANO

        Nome: Quintus Fulvius Nobilior
        Nascita: Roma
        Morte: Roma
        Gens: Fulvia
        Consolato: 153 a.C.
        Padre: Marco Fulvio Nobiliore
        Fratelli: Marco Fulvio Nobiliore
        Nonno: Servio Fulvio Petino Nobiliore
        Bisnonno: Marco Fulvio Petino


        Quinto Fulvio Nobiliore, fu il console del 153 a.c. a cui si deve la riforma del calendario che persiste ancor oggi nel mondo occidentale. Prima di lui il capodanno, infatti, iniziava con le idi di marzo. Da quel momento, invece, l'anno cominciò il primo di gennaio.


        IL PADRE

        Era figlio di un generale molto stimato, tale Marco Fulvio Nobiliore, grande estimatore della cultura e delle arti greche che importò a Roma, dopo la presa di Ambracia, un celebre dipinto delle Muse a opera di Zeusi, un grande pittore greco antico vissuto nella seconda metà del V sec. a.c.;. A Marco si deve l'edificazione del Tempio di Ercole e le Muse nei pressi del Circo Flaminio.

        Marco era a sua volta il nipote di Servio Fulvio Petino Nobiliore, console nel 255 a.c. che aveva celebrato un trionfo, ed ebbe due figli: Marco Fulvio Nobiliore, console nel 159 a.c. e Quinto Fulvio Nobiliore, console nel 153 a.c.

        Marco Fulvio Nobiliore nel 193 a.c., in qualità di pretore in Spagna aveva combattuto contro le tribù di Galli Celtiberi contro le quali aveva riportato importanti vittorie.

        QUINTO ENNIO

        IL FIGLIO

        Con un padre e dei parenti così, Quinto Fulvio non poteva che cercare la gloria in battaglia. Nel 184 Fulvio Nobiliore, in qualità di "triumvir coloniae deducendae", aveva dedotto una colonia, che sembra fosse Pesaro. 

        Un fatto importante perchè in quell'occasione egli concesse degli appezzamenti di terreno e quindi la cittadinanza romana al grande poeta e drammaturgo Ennio, ovvero Quintus Ennius (Rudiae-Lecce, 239 a.c. – Roma, 169 a.c.).

        Nel 153 a.c. Fulvio fu eletto console, ma a quel tempo i consoli venivano eletti a dicembre, con qualche mese di anticipo rispetto alla data in cui sarebbero entrati ufficialmente in carica, cioè le idi di marzo (il mese con cui si apriva l'anno nel vecchio calendario lunare). Ma dato che il suo incarico consisteva nel reprimere la rivolta dei Celtiberi in Spagna, dove già aveva operato con grande successo suo padre, si permise di chiede al senato di poter entrare in carica immediatamente per difendere gli interessi di Roma. 

        Il senato non poteva violare le regole, però poteva cambiare le date, ovvero chiese al futuro console di riformare il calendario, cosa che questi fece ponendo l'inizio dell'anno al primo gennaio.

        I Celtiberi erano popolazioni celtiche della Penisola iberica. Dal nucleo originario, collocato nell'odierna Spagna centro-settentrionale, si erano estesi in seguito verso sud, nell'attuale Andalusia, e verso occidente, lungo le coste atlantiche della penisola, attuale Galizia. Come tutti i Celti erano divisi in numerose tribù che si combattevano tra loro. Vennero sottomessi da Roma fin dal II sec. a.c. (Guerre celtibere), assimilandosi poi velocemente alla nuova cultura latina, finendo per dissolversi come popolo autonomo già a partire dall'Età augustea.

        NUMANTIA
        Dunque venne concesso a Quinto Nobiliore di entrare in carica anticipatamente e, da quel momento, divenne la prassi. Infatti i consoli neoeletti trovarono molto più conveniente entrare in carica immediatamente, piuttosto che aspettare la scadenza del mandato dei predecessori, tutti affamati di gloria e bottini. Da allora l'anno cominciò per tutti il primo di gennaio.

        Nel 154 a.c. nella città di Segeda, uno dei più importanti centri urbani dei celtiberi Belli, si iniziano a costruire nuove fortificazioni e una più poderosa cinta muraria. Roma ritiene che in tal modo siano stati violati gli accordi del 179 a.c. e intima l'arresto dei lavori che invece proseguono fino alla primavera del 153 a.c.. 

        Dunque Quinto, in qualità di console, al comando di un esercito regolare, andò in Spagna, dove la città di Segeda, un antico oppidum preromano situato nei pressi di Saragozza che apparteneva ad una tribù celtibera, i Belli, che l'avevano chiamata Sekeida, stava fortificando le proprie mura, in contrasto con i trattati precedentemente stipulati coi Romani.

        Quando giunge Quinto Fulvio Nobiliore, alla testa di un esercito romano, sconfigge, non lontano da Segeda, un forte contingente reclutato sia fra i Belli che fra i Titti, loro alleati.

        Così avvenne che nel 153 a.c. Segeda fu assediata e conquistata dalle truppe romane comandate dal console Quinto Fulvio Nobiliore. 

        Poco tempo dopo un nuovo centro sorse nella vicinanze del precedente e con lo stesso nome. 
        La nuova città aveva strade rettilinee, tipiche delle città romane, dimostrando così l'avvenuta occupazione del territorio circostante.
        Segeda viene abbandonata, e i suoi abitanti si rifugiano a Numanzia, capitale del popolo celtibero degli Arevaci. 

        I ribelli però chiedono di negoziare con Roma, ma soprattutto c'è la rivolta anti romana scoppiata in Lusitania, che rischia di coinvolgere anche l'estremo sud dell'Hispania Ulterior e e che potrebbe unirsi alla guerra che Publio Nobiliore sta combattendo contro i Celtiberi nell'Hispania centrale.

        L'esercito romano si scontra con l'esercito ispanico, composto in prevalenza da Belli e Titti, e lo sconfigge. Nobiliore rientra a Roma e viene eletto censore nel 136.

        A quel punto la sorte di Segeda è segnata e infatti la maggior parte dei suoi abitanti la abbandona per rifugiarsi a Numantia, dove la ribellione ai Romani continuerà fino al 133 a.c.


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         TESORO DI MONETE ROMANE TROVATO IN UNA FATTORIA NEL NORFOLK 

        L’hobby di setacciare le campagne inglesi muniti di metal detector, alla ricerca di monete e oggetti preziosi è molto diffuso nel Regno Unito e anche recentemente ha dato buoni frutti. Una coppia di Norwich,appassionata di archeologia,  Damon Pye e sua moglie Denise, ha scoperto recentemente delle preziose monete romane in una fattoria nel Norfolk.

        Non è escluso che la fattoria possa riservare altri tesori, ma l'ubicazione del sito attualmente è segreta. Il tesoro scoperto comprende finora 52 monete romane in rame e ottone, sei aurei d’oro di Augusto e una moneta d’oro coniata dalla tribù britannica degli Iceni.

        Le monete d’oro risalgono al periodo compreso tra il 4 a.c. e il 7 d.c.. Mr Pye, che è il vicepresidente del Norwich Detectors Club, ha dichiarato di aver effettuato la scoperta nel corso di un mese in una fattoria a 15 miglia da Norwich e che “le monete d’oro romane sono estremamente rare; solo una manciata ne sono state trovate finora nella East Anglia, quindi averne trovate addirittura sei è piuttosto fuori dal comune”.

        E' la migliore scoperta fatta dalla coppia fino ad oggi; ma ora bisogna aspettare la fine dell’estate, dopo il raccolto, per poter riprendere le ricerche nel campo. “Potremmo aver scoperto un sito romano sconosciuto, forse un santuario, e potrebbe esserci ancora dell’altro." ha dichiarato la coppia.

        Ma la cosa non dovrebbe essere così facile, perchè potrebbe essere necessario l’intervento di una squadra di archeologi per scavare ulteriormente e in modo scientifico per determinare innanzi tutto se si tratta di un oggetto isolato o vi sia interrata una villa romana, o un tempio o un santuario.

        A parere del sig. Pye, gli aurei di Augusto sarebbero monete di grande valore, per “migliaia di sterline”. Il British Museum di Londra avrebbe espresso un certo interesse nell’acquisto delle monete.

        Se la vendita al Museo londinese non andasse a buon fine, secondo le leggi vigenti in materia nel Regno Unito, il tesoro verrebbe restituito alla coppia di scopritori ed al proprietario del terreno, che sarebbero liberi di metterlo all’asta e spartirsi il ricavato a metà.


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      • 01/12/19--04:31: AUXIMUM - OSIMO (Marche)
      • GROTTE DI OSIMO

        Osimo, città situata nella parte centrale delle Marche, della prov. di Ancona, a soli 15 km dal mare, venne fondata dai romani con il nome di Auximum nel 157 a.c. su un pianoro piuttosto importante per il controllo delle valli dell’Aspio e del Musone, attraverso le vie di transito fra l’entroterra e il mare. Fu l'unica enclave in territorio piceno, cioè un centro con sovranità propria completamente circondato da territori stranieri e senza sbocco sul mare.

        Gli storici locali del Sei-Settecento hanno tentato una ricostruzione dotta del termine, collegandolo al verbo greco αὐξάνω (lat.augeo), dandogli quindi accezione di “accrescimento”. Secondo Gino Vinicio Gentili alla base del nome si trova la radice ac, che indica acutezza, e che è diffusa nella toponomastica mediterranea perindoeuropea, col significato anche di altezza. 

        Il suffisso -moè un suffisso primario italico che si trova sia nei nomi di luogo (v. Sul-mo, Sulmona) sia nei nomi propri (v. Poue-mo, Pomonio). In sostanza lo studioso fa derivare il toponimo Auximum-Oximum dal sostrato umbro-sabino della gente picena prima dell'arrivo dei Senoni.
        Il nome di Osimo, potrebbe anche derivare dalla radice celtica uxama, città elevata, anche se in realtà è poco elevata, raggiungendo solo i  265 m slm.

        La sua esistenza vine menzionata da diversi autori:
        Plinio (Naturalis Historia III, XIII. 112)
        "...intus Auximates"
        all'interno stanno gli Auximati.

        Strabone (Storia Universale 5, 4.2)
        "Αὔξουμον πόλις μικρὸν ὑπερ τῆς θαλάττης"
        La città di Osimo, un pò all'interno della linea di costa.

        OSIMO ROMANA (INGRANDIBILE)
        Lucano (Pharsalia, Bellum Civile II, 466-468)

        "Varus, ut admotae pulsarunt Auximon alae, per diversa ruens neglecto moenia tergo qua silvae qua saxa, fugit..."

        Varo, non appena gli squadroni di cavalleria si mossero ed attaccarono Osimo, attraversando sconsideratamente diverse città senza neanche curarsi di proteggersi le spalle, fugge per boschi e luoghi rocciosi.



        LA STORIA

        RITRATTO DI UN ROMANO
        L'area su cui sorge la cittadina fu contesa nel tempo da diversi popoli: dai Piceni, dai Greco-Siculi, dai Galli Senoni e infine dai Romani.

        Ma sul colle doveva già esistere un oppidum anteriore al centro romano di Auximum, che si sviluppò dal IV secolo a.c. in poi, per proteggere le popolazioni picene sud-orientali e quelle della costa di Numana dall'invasione dei terribili Galli Senoni. 

        Fu un'importante presidio delle arterie stradali, che passavano all'interno della città: la Ancona-Nucerina, che a partire da qui si collegava con la via Flaminia che conduceva a Roma, e la Ancona-Urbs Salvia, che si agganciava ad Asculum ed alla via Salaria.

        L'abitato piceno risale al V sec. a.c., ma parte del territorio cadde soggetto ai Galli Senoni nel IV secolo a.c., quando questi invasero il Piceno settentrionale occupandolo fino al fiume Esino. Poi si spinsero a sud fino al bacino del Musone.

        I Galli rimasero così ad una distanza di 5-6 km da Osimo, occupando con i loro villaggi le colline di nord-ovest.



        CONTATTI CON ROMA

        - 299 a.c. - I primi contatti con i Romani delle popolazioni picene nel territorio di Osimo si farebbero risalire al 299 a.c., quando Roma, temendo la prossima guerra con Etruschi e Galli, si alleò ai Piceni.

        - 295 a.c. - La vittoria di Sentinum nel 295 a.c. liberò il Piceno dalla preoccupazione dei Senoni ma attirò le mire di Roma, che si rivolse alla conquista della regione, che venne conseguita al Asculum dal console Sempronio Sofo ricoprì il consolato nel 268 a.c. con Appio Claudio Russo e con il collega guidò i Romani alla sottomissione definitiva dei Piceni nella Guerra Picentina.

        La carriera di un notabile di Osimo - il testo dell’iscrizione:

        Q(uinto) Plotio Maximo /
         Col(lina tribu) Trebellio Peli/diano, equo p(ublico), /
         trib(uno) leg(ionis) II Traian(ae) Fort(is), /
         trib(uno) coh(ortis) XXXII Volunt(ariorum), /
         trib(uno) leg(ionis) VI Victricis, /
         proc(uratori) Aug(usti) pro magistro /
         XX hereditatium, /
         praef(ecto) vehiculor(um), /
         q(uin)q(uennali), p(atrono) c(oloniae) et suo, pont(ifici). /
         Colleg(ium) cent(onariorum) Auximat(ium) /
         ob eximium in muni/cipes suos amorem. /
         L(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum).

        A Quinto Plozio Massimo Trebellio Pelidiano, membro dell'ordine equestre con cavallo pubblico, ufficiale nella II legione Traiana Valorosa, comandante della coorte XXXII dei Volontari, ufficiale nella legione VI Vincitrice, funzionario per la riscossione della tassa del 5% sulle successioni ereditarie, funzionario ai trasporti, magistrato supremo, patrono della colonia e proprio. L'associazione dei fabbricanti di coperte di Osimo per lo straordinario amore dimostrato da Pelidiano nei confronti dei suoi concittadini. Luogo concesso per decreto del consiglio municipale.



        LA GUERRA PICENTINA

        - 283 a.c..La Guerra Picentina fu combattuta dai Romani per domare la rivolta del popolo piceno contro Roma che stava circondando il suol territorio. I Romani infatti nel 290 a.c. avevano già occupato il territorio dei Pretuzi, a sud del Piceno e nello stesso periodo sconfissero i Senoni, con l'aiuto degli stessi Piceni. Nel 283 avevano dichiarato Auximum municipio.

        Poi, nel 283 a.c., sui territori sottratti ai senoni i romani avevano fondato la colonia marittima di Sena Gallica, l'attuale Senigallia, e stavano progettando la fondazione di un'altra colonia poco più a nord. I Piceni si resero conto di avere appoggiato una potenza troppo grande dalla quale si sentirono circondati; ruppero così l'alleanza con i Romani e reagirono scatenando una rivolta. 

        - 269 a.c. - Il Senato romano nel 269 a.c. inviò nel Piceno i consoli Quinto Ogulnio Gallo e Gaio Fabio Pittore che non ottennero il successo sperato. Allora successivamente, nel 268 a.c., inviarono i consoli Appio Claudio Russo e Publio Sempronio Sofo, che durante due anni di guerra, sconfissero definitivamente la resistenza picena.

        - 218-202 a.c. - Durante la seconda Guerra Punica, il Piceno, ricco di prodotti del suolo, venne percorso dagli eserciti di Annibale, che proveniva dall'Umbria. Molte città si allearono con il condottiero cartaginese, città che, a guerra finita, vennero punite dai Romani con la deportazione presso Salerno e con l'uccisione degli uomini validi alle armi. 
        Molto probabilmente l'invasione interessò il territorio di Auximum, visto che gli eserciti seguirono l'itinerario su cui venne stabilita la strada romana Nuceria Camellaria-Ancona (che terminava ad Ancona passando per Osimo). Non sappiamo come si comportò Auximum.

        - 174 - 172 a.c. - Abbiamo notizie di Auximum già prima prima della deduzione colonica romana, essendo accaduti, come riporta Livio, due allarmanti prodigi: nel 174 a.c. era nata una bambina con i denti e nel 172 a.c. era caduta una pioggia di sabbia. 

        Ambedue i prodigi erano nefasti, e sappiamo che i romani uccidevano con particolari rituali i bambini nati con inusuali deformità. Il prodigio nefasto indicava la collera degli Dei e doveva essere placato con sacrifici e riti di espiazione onde placarne l'ira.

        Alla collera degli Dei poteva seguire una qualche calamità, e la più temuta era quella delle invasioni barbariche. Fu infatti proprio nel 174 a.c. che i censori fecero costruire le mura urbane e alcune opere pubbliche nel foro onde accogliere templi e strutture difensive.  

        - 157 a.c. - Basandosi sulla testimonianza di Velleio Patercolo nel 157 a.c. venne istituita la colonia romana di Auximum, l'ultima delle colonie maritimae, in posizione interna a praesidium del tratto di costa a sud del Conero, separando così il territorio piceno a nord di Firmum, prova ne sia che la guerra sociale riguardò solo la parte meridionale del Picenum.

        REPERTO DEL LAPIDARIUM

        LA COLONIA

        Fu durante le conquiste di Roma che in territorio piceno vennero dedotte due colonie di cittadini romani: la prima fu Potentia (184 a.c., odierna Porto Recanati), la seconda fu Auximum, a circa trent'anni dalla prima.

        Le colonie venivano donate ai legionari veterani che andavano in pensione, dopo aver concluso 20 anni (solo successivamente passarono a 16) di onorato servizio militare. Pertanto gli antenati degli osimati furono i gloriosi legionari di Roma. 

        Dalla posizione isolata che le consentiva di dominare molta parte del territorio circostante, Osimo trasse molti vantaggi, offrendo ai viaggiatori tutti i servizi necessari, dalle caupone alle mansio, ai rifornimenti di cibo e ai prodotti manifatturieri locali. 
        Auximum è l'ultima delle colonie romane lungo la costa adriatica nel II sec. a.c., e fa seguito a Potentia e Pisaurum. 

        - 83 a.c. - Nell'83 a.c. Pompeo, che da piccolo soggiornava nel Piceno, quando scoppiò la guerra tra Silla e Carbone, si schierò dalla parte di Silla e da Osimo raccolse volontari per tutto il territorio, riuscendo a mettere insieme ben tre legioni.

        - 49 a.c. - Anche Cesare (100 a.c. - 44 a.c.) individuò l'importanza strategica dell'oppidum, che espugnò nel 49 a.c. dopo aver passato il Rubicone per non lasciarlo in mano ai pompeiani. Pompeo vi sostò e vi reclutò i suoi soldati.

        63 a.c. - 14 d.c. - Fu con Augusto che questo importante scalo entrò a far parte della V regio, cioè del Piceno. In età augustea il territorio di Osimo darà parte della V Regio e testimonianze epigrafiche ne attestano l’appartenenza alla tribù Velina.  

        - V sec. d.c. - Nel V secolo Osimo toccò l'apogeo del suo splendore, tanto che Procopio la considera capitale della regione e chiama Ancona suo porto. Pertanto intorno alle sue mura si accanisce la lotta tra Bizantini e Goti, che si contenderanno la città prima che questa diventi Ducato longobardo.

        - 535-553 - L’importanza di Osimo si protrasse oltre la fine dell’Impero romano, quando divenne teatro di vicende militari durante la guerra greco-gotica.



        IL CASTRUM

        Nel centro storico è facilmente riconoscibile lo schema del castrum, caratterizzato dall’asse viario detto cardo e dal decumano (oggi corso Mazzini), ma il principale monumento cittadino è la cinta muraria della città romana, databile al II secolo a.c. 

        Sul Gòmero si elevava invece la cittadella fortificata detta arx a proteggere il Capitolium. Numerose e varie sono le testimonianze di età romana: monete, oreficeria, mosaici pavimentali 

        LE MURA ROMANE

        LE MURA

        I censori romani Q. Fulvius Flaccus ed A. Postumius Albinus ebbero l’appalto per la costruzione di “mura urbiche” che inglobarono le due colline di arenaria: il Gomero, situata a 265 m s.l.m. (zona cattedrale) e l’altra riferibile all’odierna Piazza Dante.

        L’opera fu realizzata con grandi blocchi rettangolari di tufo secondo la tecnica costruttiva dell’opus quadratum di cui rimangono resti in corrispondenza dell’attuale porta, sulla strada per Cingulum, Aesis e Trea e una porta per Potentia, oggi non visibile.

        Osimo è una delle poche città delle Marche che conserva ancora un tratto (200 metri) di mura romane, soprattutto sotto il Convento di S. Francesco. In origine si estendevano per una lunghezza complessiva di 2 km. Alte tra i sei e gli otto metri, in epoca romana e anche dopo la fine dell’Impero dovevano raggiungere i dieci, e ciò spiega la forte resistenza che la città oppose a ogni assedio.

        Le mura sono state realizzate con grandi blocchi di arenaria proveniente dai colli vicini con la tecnica dell’opus quadratum. Tale cortina muraria presenta una larghezza di 2 m e un’altezza di almeno 10 m; tre sono le porte individuate.

        Lo storico Livio riporta, infatti la notizia che furono i censori Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus, in carica nel 174 a.c., ad appaltare i lavori di costruzione dell’opera e delle tabernae intorno al foro, grazie al ricavato della vendita dei terreni pubblici.



        PORTA VETUS AUXIMUM

        Sulla strada che porta ad Ancona Ancona,


        PORTA S:GIACOMO

        PORTA SAN GIACOMO 

        Detta anche Porta Borgo, era la porta romana sul tratto settentrionale delle mura, da dove usciva la via per Ancona.

        Tra il 1487 e il 1488 vi venne costruita la porta attuale.
        Oggi resta ancora l’arco quattrocentesco con l’iscrizione Vetus Auximum sui cunei bugnati.



        PORTA MUSONE 

        Porta romana a sud dell’antica cerchia muraria, per la quale entrava in città la Via Nuceria che proseguiva poi per Ancona. 

        Di originale rimane il piedritto di sinistra, mentre il resto è medievale. 
        Notevole è la casa di guardia dietro il muro di difesa. 
        Situata nel quartiere di Borgo Guarnieri, anticamente detto Filello, fu detta nel Medioevo porta Caldarara per la presenza dei calderai che lavoravano nei pressi.



        PORTA VACCARO

        Si apre sulla parte est delle mura. Originariamente con un solo arco e poi nel 1937 venne ampliata con due passaggi pedonali. Per questo motivo oggi é chiamata "Porta dei tre Archi". Porta Vaccaro sostituì la Portarella, antica porta romana detta Vaccaro perché da questa porta si usciva per raggiungere il Vaccaro nella zona di San Sabino (un'area archeologica identificata probabilmente come "sportiva " o " ludica").

        FONTE MAGNA

        LA FONTE MAGNA

        Di particolare rilievo è la fontana monumentale chiamata Fonte Magna, posta sotto lo strapiombo delle mura romane. Secondo la leggenda, Pompeo Magno, durante la guerra contro Cesare, avrebbe fatto sosta qui per abbeverare i cavalli e arruolare nuovi soldati. Ma la denominazione deriverebbe dall’essere una delle più importanti risorse idriche della città a tutt'oggi ancora attiva. 

        Questa fonte, costruita per uso pubblico tra I e il II d.c. ed oggi conservata per una altezza di quasi 6 m, è uno dei pochi monumenti antichi delle Marche di cui ci narrano la fonti storiche. Scendendo le scale in pietra dalla via Fonte Magna si giunge ad un posto che sembrerebbe dell'antica Arcadia. 

        Immersa nel verde dei muschi e delle piccole felci, qui si trova l’antica Fonte Magna, un ninfeo romano risalente al I secolo a.c. chiamato così per le sue dimensioni e perché principale acqua sorgiva della zona. Si narra che Pompeo Magno fece abbeverare qui i suoi cavalli durante una breve sosta nella città per reclutare soldati da impiegare contro Cesare durante le guerre civili.

        Questa fontana risulta essere uno dei rari monumenti antichi delle Marche citati in testimonianze scritte, come il De Bello Gothico di Procopio di Cesarea, storico al seguito del condottiero bizantino Belisario, dove viene descritta nel dettaglio e sottolineata la sua importanza strategica nell’espugnazione della città occupata al tempo dagli Ostrogoti di Vitige.

        Il ninfeo aveva una forma ad esedra semicircolare e si pensa che in origine fosse protetto da una copertura a volta decorata, in modo da poter permettere l’accesso all’acqua anche in caso di assedio.
        La struttura, di cui rimangono alcuni resti, corrisponderebbe ad un ninfeo databile tra I sec. a.c. e II sec. d.c., realizzato in opera cementizia e blocchi in opera quadrata, appartenente ad una delle tipologie più frequenti di fontane monumentali, quelle ad esedra semicircolare.

        Servivano non solo per il rifornimento idrico per gli abitanti della città e delle zone periferiche, ma anche come lavatoi, dato che in molti casi si riconoscono ancora, oltre alle vasche, i ripiani in pietra per lavare i panni o le tettoie per proteggere le lavandaie dal sole e dalla pioggia.



        L'AREA ARCHEOLOGICA

        L’area archeologica di Montetorto di Casenuove conserva una delle più interessanti testimonianze di villa rustica romana, cioè una azienda agricola. L’invasione dei Romani comportò la spartizione del terreno agricolo tra i nuovi arrivati; la fattoria di Monte Torto s’inserisce nel contesto della centuriazione della media valle del Musone. 

        E' un raro esempio di fattoria agricola, datata I sec. d.c., utilizzato per la produzione 
        di vino ed olio che si articola in una serie di ambienti: frantoi, cantine e magazzino, collegati fra loro e disposti intorno ad un ampio cortile porticato. Di grande interesse per lo stato di conservazione sono i due ambienti con frantoi, ovvero i torcularia, destinati rispettivamente alla lavorazione del vino e dell’olio. I materiali archeologici raccolti durante gli scavi condotti negli anni 1982-1995 suggeriscono che la fattoria fosse attiva tra la fine del I secolo a.c. e il I d.c.

        La sezione archeologica del Museo Civico di Osimo, sita in un’ala del piano nobile di Palazzo Campana, comprende materiali di proprietà statale, comunale e privata. Qui sono stati raccolti materiali rinvenuti nell’area di Monte Torto, in cui si distingue la preziosa “testa di Vecchio” della prima metà del I secolo a.c., alta 31 cm, che ritrae molto realisticamente un patrizio romano, e la stele funeraria con una coppia di sposi scolpita su pietra calcarea e risalente al I secolo a.c. Sono da segnalare le dodici statue marmoree acefale (decapitate) del I-II secolo d.c. visibili nell’atrio del palazzo comunale che hanno dato agli osimani il nomignolo di “senza testa”.

        I SENZA TESTA

        I SENZA TESTA

        Entrando nell’atrio d’ingresso del Palazzo Comunale si incontrano dodici statue romane, tutte prive del capo. L’appellativo di “Senza Testa” dato ai cittadini osimani deriva proprio da queste statue acefale sul cui fenomeno si sono fatte diverse e anche strane supposizioni:

        1) per alcuni si tratterebbe semplicemente di statue incompiute. 
        2) a tagliare le teste come atto di sfregio sarebbe stato il generale milanese Giangiacomo Trivulzio che per conto del papa nel 1487 cacciò il tiranno Boccolino da Guzzone dalla città, perché aveva osato pretendere l’indipendenza dallo Stato Pontificio. 
        3) le teste sarebbero cadute nel corso di altre vicende belliche, come la guerra greco-gotica.

        Ora, le statue incompiute non sono senza testa, gli scultori sbozzano tutto il corpo di una statua, testa compresa, e come si può vedere ovunque, la testa non gliela attaccano successivamente, altrimenti tutte le statue avrebbero una frattura all'altezza del collo.

        Che sia una ritorsione del Pontefice è ugualmente assurdo, il papato le statue o le faceva a pezzi perchè pagane o, più tardi se le teneva perchè di grande valore, oppure le cedeva in cambio di favori.
        In quanto alle vicende belliche i militari non si preoccupavano di decapitare le statue ma le persone, anche perchè una statua non si decapita con la spada ma occorre una potentissima mazza, spesso tenuta da due persone.

        Oltre metà delle statue romane sono decapitate, e se non sono decapitate sono mutilate alle braccia e alle gambe, oppure sformate dai colpi di mazza sul viso, ad opera dei vari vescovi, santi o militari cristiani che dovevano cancellare secoli di paganesimo per instaurare, in modo non pacifico, la nuova religione.

        IL LAPIDARIUM

        IL LAPIDARIUM

        Nel Lapidarium sono inoltre conservati numerosi reperti, in gran parte steli e fregi architettonici. Fra questi, si può apprezzare il rilievo raffigurante una processione di magistrati con littore, una stele con la figura del dio Attis e una pietra sepolcrale con una curiosa figura anguipede.

        Il pezzo forte della collezione è senza dubbio il frammento che riporta la più antica iscrizione finora ritrovata con il nome di Pompeo Magno (52 a.c.), il famoso triumviro che proprio ad Auximum, antico nome latino di Osimo, cominciò la sua carriera politica e militare.

        LE GROTTE

        LE GROTTE

        Il sottosuolo di Osimo è attraversato in ogni direzione da camminamenti di vario tipo e dimensione.
        Utilizzate come cantine dei Palazzi padronali da cui avevano accesso, sono stata censite in epoca relativamente recente e sarebbero circa un centinaio per 9 km di grotte disposte su 5 livelli di profondità.

        Questo labirinto di cunicoli a misura d’uomo, che sfociano in volte a botte, nascono forse come cave per ricavarne l’arenaria per costruire le case della città ma vennero poi usate come grotte sepolcrali, come rifugi o a scopo di culto pagano.

        MODELLO CISTERNA ROMANA DI OSIMO

        GLI ACQUEDOTTI

        Gli acquedotti di Osimo rivelano una tecnologia del passato che è davvero incredibile. Infatti sono stati realizzati per portare l’acqua in città direttamente dal Monte Crescia percorrendo, tramite gallerie sotterranee, un percorso di dieci chilometri! Il percorso è studiato nei minimi dettagli e sfrutta pendenze, profondi pozzi, condotte a pressione con la tecnica del sifone. Una tecnologia sorprendente che permetteva all’acqua di percorrere non solo discese, ma anche alcune salite.

        In seguito ai lavori di restauro del loggiato comunale sono riaffiorati importanti reperti archeologici. Riferendosi a costruzioni e luoghi succedutisi nel corso dei secoli, essi rappresentano un’ulteriore testimonianza di quanto sia ricco il passato della nostra città, dall’insediamento piceno all’Ottocento, attraversando la fase romana, il Medioevo, il Rinascimento e il Barocco.
        Ma il rinvenimento più importante è stato senza dubbio quello di una statua femminile, anche se solo la parte inferiore, realizzata con grande maestria in pregiato marmo greco. Basta osservare il delicato panneggio che simula sosfisticate trasparenze. Tale opera è confrontabile con una statua ritrovata in Tunisia che sembra ritraesse Plotina, la moglie di Traiano. Il modello si riferisce ad originari greci di fine IV sec a.c. riconducibili alla tipologia della pudicizia, per raffigurare personaggi della famiglia imperiale o personaggi di alto rango."
        VILLA ROMANA DI MONTETORTO

        GLI SCAVI

        XV sec.: - L'anconetano Ciriaco de' Pizzicolli, agli inizi del XV sec., per primo trascrisse quattro epigrafi conservate in diversi luoghi della città. Negli anni successivi i lavori d'edilizia pubblica nell'antica area forense, portarono al  rinvenimento nel sottosuolo di dieci basi, con epigrafi dedicate nella prima metà del II sec. d.c. a patroni della città. Queste, raccolte nell'atrio del palazzo comunale, costituirono il primo nucleo del Lapidario, arricchito poi da nuovi rinvenimenti, e in seguito utilizzate dal Mommsen nel IX volume del CIL.

        XVII sec. - Agli inizi del 1600 per la prima volta si fa riferimento a otto statue acefale di calcare e di marmo, recuperate durante lavori nel sito corrispondente all'antica area forense e depositate nella locale Lapidario.

        XVIII sec. - Dal 1700 il Lapidario ricevette delle raccolte private della nobiltà locale (come le collezioni Briganti-Bellini e Cesare Leopardi)

        XIX sec. - Nella seconda metà dell'ottocento iniziarono le prime campagne di scavo, portando alla luce numerose tombe in località Monte S. Pietro, a circa 4 km dal centro urbano, e una seconda necropoli lungo il pendio o del colle. Successivamente furono recuperati corredi funerari dalla necropoli di S. Filippo. 

        XX sec. - Solo a partire dal 1957 sono stati condotti saggi di scavo nell'area urbana, dove al di sotto del mercato coperto si è identificata l'area dell'abitato piceno con la successiva città romana. Lo scavo eseguito con metodi innovativi evidenziò una complessa stratigrafia di ben dodici livelli. 

        Non vennero recuperati materiali di abitazioni, ma solo resti di intonaco relativi all'accentramento capannicolo suburbano di Monte S. Pietro. Nell'abitato di Osimo, come anche in quello di Monte S. Pietro, è pervenuta una notevole produzione vascolare locale, costituita da vasi d'impasto e buccheroidi con forme tipiche della civiltà picena, insieme a ceramica daunia, e in seguito vasellame attico.

        SARCOFAGO DI SAN LEOPARDO
        Tra i vasi attici a figure nere si segnala:
        - uno skỳphos, proveniente dall'abitato piceno; 
        - una kỳlix, dalla necropoli, con uomo barbato e fanciullo, viene riferita al Pittore dello Splanchnòptes. 
        - uno skỳphos a figure rosse molto frammentario con scena dionisiaca, databile alla fine del V sec. a.c., 
        - ceramica attica di V sec. è stata rinvenuta nell'abitato piceno e nell'adiacente necropoli, 
        - un frammento di una presunta kỳlix a vernice nera lucente rinvenuto a Monte S. Pietro. 
        - dal sepolcreto dell'area Fornace Giardinieri, una kỳlix con medaglione a figure rosse, attribuita alla scuola del Pittore di Pentesilea o del Pittore di Calliope, 
        - due kỳlikes a vernice nera lucente
        - dal sepolcreto piceno in area ex Fornace Giardinieri, un gruppo di frammenti di vasellame a vernice nera delle ceramiche protocampana e campana,  metà  IV e metà  III sec. a.c. 
        - da vari punti della città, frammenti di ceramica a vernice nera della seconda metà del ΙΙΙ-inizi del I sec. a.c.
        -  al IV sec. viene fatto risalire lo splendido sarcofago dei Ss. Martiri, conservato nella cripta del Duomo, che racchiude le reliquie dei santi Sisinio, Fiorenzo, Dioclezio e Massimo.

        A partire dalla fine del VI sec. a.c. si diffusero insediamenti sia nella zona subappenninica sia in quella costiera, per una rotta di cabotaggio dei naviganti greci che risalivano l'Adriatico occidentale, soprattutto in relazione al porto di Numana, e per le vie commerciali che dalla costa, seguendo le vie di fondovalle, raggiungevano attraverso i valichi appenninici il versante tirrenico.

        Si segnalano gli insediamenti rurali di Villa Egidi, Fornace Fagioli, Grugneto, S. Stefano, Montetorto, le necropoli a Case Bellini, Osteriola, la tomba a camera di Casenuove, il grosso complesso per la produzione dell'olio individuato sempre a Casenuove di Osimo.

        La frequenza e l'ubicazione degli insediamenti sembrano delineare numerosi percorsi viari minori di collegamento con i centri urbani più vicini. 

        Già nel 2014 la Giunta aveva dato il via libera ad un mandato esplorativo, che aveva poi confermato la presenza della cisterna romana a circa 7 metri di profondità, tra Piazza Don Minzoni e Piazza Boccolino, in parte coperta da detriti e in parte sommersa dall’acqua.




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      • 01/13/19--04:43: I LEMURI ROMANI - LEMURES
      • LEMURES
        I Lemuri, in latino Lemures, erano entità o spiriti temuti dai romani appartenenti ad un defunto inquieto o malvagio, e sono probabilmente affini alle cosiddette larve (dal latino larva, "maschera") come inquietanti o terrificanti, dette anche "Bucce di morto". La parola lemures può essere ricondotta al termine indoeuropeo lem, riconducibile forse anche al nome del mostro greco Lamia. I Lemuri erano informi e liminari, dove il limen era il confine tra i vivi e i morti, associati all'oscurità e al suo terrore.

        Lamia, nella mitologia greca, era una donna che divenne un mostro mangia-bambino dopo che i suoi figli furono distrutti da Hera, quando seppe che Giove l'aveva sedotta. Inoltre Hera affliggeva Lamia con insonnia, così da angosciarsi costantemente, ma Zeus le dava la capacità di rimuovere i propri occhi, con una chiara allusione a una seconda vista, non a caso gli indovini mitici greci erano sempre ciechi.

        Nelle successive tradizioni e narrazioni, i lamiai divennero un tipo di fantasma, sinonimo delle greche "Empusai" che seducevano i giovani per soddisfare il loro appetito sessuale e nutrirsi poi della loro carne. Empusa o Empousa era un fantasma femminile capace di mutare la sua forma, che si diceva possedesse una singola gamba di rame. Ella faceva parte del corteo di Ecate Dea dell'oltretomba, della magia, equiparate ai " lamiai e mormolykeia", "lamie" e "mormo" (la variante mormolyce si traduce in "lupi terribili"), create per sedurre e nutrirsi di giovani uomini.

        LA LAMIA
        La lamia venne descritta simile a un serpente, quindi riconducibile alla natura della Madre Terra, il cui simbolo fu, in epoca antichissima e a tutte le latitudini, sempre il serpente. Si narra infatti di un mostro metà donna e metà serpente nel "mito libico" narrato da Dio Crisostomo, il filosofo e storico greco detto anche "Cocceiano", e il mostro inviato ad Argo da Apollo per vendicare Psamathe (Crotopus).

        Come il serpente fu sacro nel matriarcato, divenne mostruoso e malvagio nel patriarcato. La Dea Serpente ricorre anche nel panteon egizio, con testa umana e corpo di serpente o viceversa con testa di serpente e corpo di donna.

        Lemure è il termine letterario più comune per definire il fantasma, ma tra i romani ha un uso raro, ne scrivono i poeti di epoca augustea Orazio e Ovidio, quest'ultimo nei suoi Fasti, il poema calendariale di sei libri sulle feste romane e relative usanze religiose.

        Verrà invece ripreso ampiamente nel medioevo, dove i sentimenti e gli istinti, relegati nell'inconscio dalla severa religione cattolica, usciranno fuori sotto forma di mostri che popoleranno soprattutto, strano a dirsi, le chiese.

        Orazio nella sua Ars Poetica mette in guardia contro l'eccessivamente fantastico e spaventoso: "..né dovrebbe una storia dare l'immagine di un ragazzo vivo dal ventre di Lamia".

        Ovidio descrive i Lemuri come spiriti vaganti e vendicativi per non aver ricevuto sepoltura, o riti funebri, o non essere stati ricordati e pregati dai vivi, o che non abbiano ricevuto iscrizioni nè su una tomba nè su una lapide. Il poeta li ravvisa nei Dei Manes, oppure dei genitori defunti con i figli ingrati, o antenati o spiriti degli Inferi. Sa che i Lemuri sono divinità o semidei del mondo rurale più antico, una tradizione magica dimenticata.


        Nella Roma repubblicana e imperiale, il 9, l'11 e il 13 maggio si eseguivano le pratiche familiari dei Lemuralia o Lemuria. Il capofamiglia (pater familias) si alzava a mezzanotte e gettava fagioli neri dietro di lui con lo sguardo distolto, proferendo alcune formule di scongiuro; cibo per i Lemuri affinchè risparmiassero i membri della "familia", quindi servi e schiavi compresi. Il nero era il colore appropriato per le offerte alle divinità ctonie. 

        William Warde Fowler interpreta il dono dei fagioli come un'offerta di vita, e sottolinea che si trattava di un procedimento rituale per i sacerdoti di Giove. Per convincere i lemuri a non infestare la casa, qualora non bastassero i fagioli offerti dal pater familias, si passavano a percuotere con possenti colpi dei vasi di bronzo, sembra che i Lemuri ne fossero terrorizzati.

        Sull'offerta di vita dei fagioli ci sarebbe da dire, basti ricordare che le fave erano severamente vietate da Pitagora che preferì, si dice, farsi uccidere dai suoi nemici pur di non attraversare un campo di fave.

        Queste erano considerate piante magiche, dotate di una potenza misteriosa e cosmica, sede di esseri soprannaturali in grado di influenzare negativamente o positivamente la vita degli uomini.
        Erano un cibo sacro agli Dei dell’oltretomba o un cibo caro ai morti e per questo oggetto di tabù. Pertanto infrangere il divieto significava mettersi contro i morti o le potenze infernali.

        Sappiamo però che i fagioli erano sacri per le antiche Dee Madri e tra l'altro connessi alla Dea italica Mellona o Mellonia che era ritenuta appunto Dea dei fagioli. I fagioli neri, una varietà da tempo esportata nella penisola italica, erano la pianta leguminosa più usata dai romani per la facilità della sua coltivazione, perchè era molto nutriente e perchè i suoi semi si potevano conservarsi molto a lungo.

        Ma la ragione della sua sacralità risiedeva nel baccello, per arrivare al seme occorreva aprire il baccello, come per il culto di Diana Caria, per nutrirsi della noce occorreva spaccare il suo guscio.


        Per le religioni di tipo femminile-matriarcale era basilare l'apertura della mente per contemplare il mondo altero, dei morti e degli Dei, e non si giungeva agli Dei se non attraverso i morti, e non si giungeva ai morti se non guardando nel buio di se stessi. "Nosce te ipsum" era scritto sul tempio della Madre Terra.

        Il 24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre, veniva aperto con l'annuncio ufficiale " mundus patet " (il mundus è stato aperto), il mondo ctonio dei morti e si facevano offerte per le divinità agricole e ctonie, tra cui Cerere come Dea del terra fertile ma pure degli Inferi. In particolare i sacerdoti di Cerere offrivano ai Mani un toro nero, simbolo della Luna Nera per le loro corna arcuate e per il colore del suo mantello.

        In queste occasioni i morti circolavano liberamente nel mondo dei vivi e mentre i padri gettavano fagioli neri recitando litanie, le donne, ponevano ai crocicchi nel cuore della notte dei dolcetti fatti da loro come offerta allettanti per attirare i morti. La cerimonia permetteva loro di fare domande ai morti e di riceverne responsi per passato, presente e futuro.

        Insomma mentre nei tempi più antichi il popolo italico conviveva col mondo dei morti, coi romani il mondo infero veniva allontanato e tappato, però non veniva allontanata così tanto l'idea della morte. Essendo un popolo di guerrieri ne erano spesso a contatto. Vedevano i compagni cadere nelle battaglie e ringraziavano la Fortuna Redux ogni volta che ritornavano sani e salvi. Non temevano tanto la morte quanto i fantasmi, non sapendo che in genere sono dentro di noi.


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      • 01/14/19--07:53: LUCIO FURIO MEDULINO
      • GUERRA CONTRO I VOLSCI

        Nome: Lucius Furius Medulinus
        Nascita: -
        Morte: -
        Consolato: 413 a.c.


        Lucio Furio Medulino fu un uomo politico e militare romano del V e IV secolo a.c. che ricoprì più volte la posizione di tribuno consolare, essendo con Servio Cornelio Maluginense che fu eletto ancora più volte.

        Medulino fu membro dei Furii Medulini, una delle massime antiche familiae patrizie della gens Furia.
        - Era figlio di Lucio Furio Medulino,
        - fratello di Marco Furio Camillo,
        - fratello di Espurio Furio Medulino,
        - padre di Espurio Furio,
        tutti loro furono eletti tribuni consulari.

        RESTI DI CARVENTO

        PUBLIO POSTUMIO ALBINO REGILENSE

        Membro della gens Postumia, una volta ottenuto il suo primo consolato nell'anno 413 a.c. insieme al collega Aulo Cornelio Cosso, si occupò di investigare la morte, nell'anno passato, del tribuno consolare Publio Postumio Albino Regilense.

        Questi aveva negato ai suoi soldati il ​​bottino che aveva loro promesso quando conquistò la città di Bolae, e quando Marco Sextio, tribuno della plebe, propose che il territorio dei bolanos fosse dato ai soldati che lo avevano conquistato, Albino lo minacciò con la tortura se avesse sostenuto la proposta in senato.

        Divenuto tribuno consolare, annunciò che avrebbe punito gli istigatori di cui sopra. Mentre procedeva a un'orribile esecuzione, i soldati si ammutinarono e scoppiò un nuovo tumulto in cui Albino fu lapidato.


        LA GUERRA CONTRO I VOLSCI

        Quando si seppe che i Volsci stavano saccheggiando il territorio degli Ernici, egli si impegnò a condurre la guerra. Medulino andò a Ferentino, dove i Volsci si erano rifugiati, una città che prese senza resistenza perché i Volsci l'avevano abbandonata con il loro bottino la sera prima. Dato che il bottino era scarso e il console lo consegnò interamente agli ernici.

        TRIBUNO CONSOLARE
        Durante il secondo consolato, nell'anno 409 a.c., i plebei vennero eletti per la prima volta, e i tribuni della plebe, cercando di ottenere voti alle elezioni della tribuna consolare del senato e guidati da diversi membri delle gentes Iciliae, bloccarono il reclutamento dell'esercito fino a un accordo sancito dal Senato attraverso un Senatoconsulto.

        Volsci ed Equi avevano invaso le terre dei Latini e degli Ernici. Medulino e il suo collega, Cneo Cornelio Cosso, iniziarono la campagna assediando senza successo Carvento, una città precedentemente occupata dagli Equi, per cui si dedicarono a saccheggiare i beni volsci ed equi, ottenendo un enorme bottino e prendendo la volsca fortezza di Verrugo. Livio dice anche che uno dei due consoli rimase a Roma per tenere le elezioni.

        Medulino conseguì la dignità della tribuna consolare per ben sette volte.

        - Il primo, due anni dopo il suo secondo consolato, coincise con la perdita della guarnigione di Verrugo e la fine della tregua con i Veii, anche se nessuna azione fu intrapresa contro la città di Veio.

        - Nell'anno 405 a.c. fu tribuno consolare per la seconda volta, e dette inizio alla campagna contro Veio.

        - Durante la sua terza tribuna consolare, nell'anno 398 a.c., vari prodigi indussero il Senato a inviare un'ambasciata all'oracolo di Delfi e un veggente predisse che, finchè non venisse svuotato il Lago Albano, i Romani non avrebbero preso Veio (quindi mai).

        - L'anno seguente, prima che gli ambasciatori tornassero, Lucio Furio venne rieletto come tribuno consolare, l'anno in cui i tarquiniani attaccarono per la prima volta il territorio dei romani e, dopo aver ascoltato la risposta dell'oracolo di Delfi, dovette dimettersi insieme ai suoi colleghi perché aveva trascurato i doveri religiosi del luogo.​

        - Nell'anno 395 a.c. fu eletto per la quinta volta ​ per l'anno seguente.

        - ​Il suo ultimo tribunato consolare, nell'anno 391 a.c., coincise con l'esilio di suo fratello Marco Furio Camillo.


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      • 01/15/19--07:35: AQUA VEGETIANA
      • I RESTI DELLE TERME ROMANE DI BACUCCO DOVE AFFLUIVA L'AQUA VEGETIANA

        Autore dell'acquedotto:
          Lucius Mummius Niger Valerius Vegetus
        Nascita: Iliberri (Granada), 70-72
        Morte: -
        Madre: Cornelia Severina
        Moglie: Etrilia Afra
        Consolato: nel 112


        MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE  DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME  CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI  PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I  FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE,  I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI  PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO  FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO  LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO  CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA  FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA  CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI  AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE

        Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua  Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non  addirittura all’età di Antonino Pio (138-161). Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di  “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



        UN ACQUEDOTTO PRIVATO

        Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale
        romana dei Valerii Vegeti, Originari della Betica (Andalusia), i Vegeti beneficiavano di vastissime
        proprietà nel sud della penisola spagnola e nel territorio pugliese; la loro ricchezza era legata alla
        produzione e commercio dell’olio nonché al prestito di denaro ad interesse, attività quest’ultima
        documentata dal Kalendarium Vegetianum, una sorta di registro dei crediti che l’impero acquisì
        dalla famiglia, per confisca o donazione, durante i primi anni del governo di Marco Aurelio  (161-180 d.c.).

        Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della
        quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.
        Il capostipite della famiglia fu un Quinto Valerius Vegetus che rivestì la carica di console nell’anno
        91 d.c. sotto l’imperatore Domiziano; ma si ritiene che la sua ascesa all’ordine senatoriale avvenne già all’epoca di Vespasiano.

        La sua città di provenienza era Florentia Iliberritana, l’attuale Granada; due epigrafi rinvenute
        presso quest’importante municipio betico attestano che egli era figlio della sacerdotessa (flaminica)
        Cornelia Severina e marito di una certa Etrilia Afra, membro di una famiglia originaria della colonia
        spagnola di Tucci.

        Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
        I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c.,
        sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

        Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter
        Dolichenus Exuperantissimus che reca il nome di un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

        Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani. Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese.

        Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius  Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare  concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

        Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

        Tuttavia, l’ipotesi appena descritta presuppone che questo «unico» Valerio Vegeto abbia avuto una
        vita particolarmente lunga per l’epoca. L’epigrafe di Aecae, infatti, viene generalmente fatta risalire  alla fine dell’impero di Antonino Pio (138-161) se non all’età di Marco Aurelio (161-180), periodi nei  quali Valerio Vegeto, console nel 112, doveva avere un’ottantina d’anni, atteso che la carica consolare  si acquisiva, solitamente, intorno ai 40 anni.

        Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e
        suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a
        tre successive generazioni.

        Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del
        Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della  Spagna meridionale.

        Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica
        consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene
        indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

        Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela
        o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia  Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

        Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus
        menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco  Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i  cognomi  “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che
        richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

        Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano ad identificare il Mummio Nigro Valerio 
        Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e  Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa
        dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi  nella Regio II.



        DA:  L’ACQUEDOTTO DI MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO

        IL BOTTINO DI S. MARIA IN GRADI

        "Ridottosi alquanto il flusso d’acqua della Fontana Grande, il 18 gennaio 1640 i conservatori comunali Bernardino Carelli e Pierfrancesco Bussi si diedero a sondare la condotta di alimentazione sotterranea che aveva il proprio capo presso il convento di S. Maria in Gradi. Secondo quanto riportato dal Libro delle Riforme del Comune di Viterbo, si scavò presso un oliveto confinante con il muro dei domenicani e la torre del Citerno e si rivenne un antico muro sotto il quale si apriva un bottino per la raccolta delle acque.

        Quel collettore era servito da cinque cunicoli, di cui due asciutti; nel primo di questi, i conservatori trovarono due epigrafi su peperino, assai corrose, dalle quali trascrissero, male interpretandole, queste poche parole: “Mummius Niger Valerius Vichiu Consules Civitatis Viterbii Acquam Collis Quintiani … Anno DCCCCLI”[2], ovverosia “Mummio Nigro Valerio Vico (?) console della città di Viterbo – Acqua del colle Quinzano – Anno 951”.

        Nel 1824, una spedizione di studiosi locali scese di nuovo nel bottino presso il terreno di S. Maria in Gradi, stavolta coltivato come vigneto. Il gruppo di ricercatori era composto da Pio Semeria, Luigi Anselmi, Stefano Camilli e Francesco Orioli; quest’ultimo così racconta quell’esplorazione:

        “la trovai (la lapide) tuttora murata nell' antico suo posto sotto una vigna presso il convento di S. Maria ad Gradus, e dopo tre giorni di continuate comuni ispezioni, cosi potei finalmente copiarla con qualche speranza d' essere stato fedelissimo trascrittore.


        MVMMIVS NIGER
        EPIGRAFE RINVENUTA A S. MARIA IN
        GRADI (Ingrandibile)
        VALERIVS VIGELVS [VEGETUS] CONSVLAR
        AQVAM SVAM VIGEILAINAM [VEGETIANAM] QVAE
        NASCITVR IN FVNDO ANIONIANO [ANTONIANO]
        MAIORE P. IVLII [TULLI] VARRONIS CVM EO LOCO
        IN QVO IS FONS EST EMANCIPATVS DUXIT
        PER MILLIA PASSVVM VDCCCCL IN VIL
        LAM SVAM CALVISIANAM QVAE EST
        AD AQVAS PASSERIANAS SVAS COMPARA
        TIS ET EMANCIPATIS SIBI LOCIS ITINERI
        BVSQVE EIVS AQVAE A POSSESSORIBVS
        SVI CVIVSQVE FVNDI PER QVAE AQVA
        SUB [SUPRA SCRIPTA] DVCTA EST PER LATITVDINEM STRVCTV
        RIS PEDES DECEM FISTVLIS PER LATITVDI
        NEM PEDES SEX PER FVNDOS ANIONIAN [ANTONIANO)
        MAIOREM ET ANIONIANVM [ANTONIANO] MINOR
        P.IVLII [TULLII] VARRONIS ET BALBIANVM [BAEBIANUM] ET
        PHELINIANVM [PHILIANUM] AVLCEI [AVILEI] COMMODI
        ET PETRONIANVM P.IVLII [TULLI] VARRONIS
        ET VOLSONIANVM HERENNI POLYBI
        ET FVNDANIANVM CAETENNI PROCULI
        ET CVTTOLONIANVM CORNELI LATIALIS
        ET SERRANVM INFERIOREM QVINTINI
        VERECVNDI ET CAPITONIANVM PISTRANI
        CELSI ET PER CREPIDINEM SINISTERIOR [SINISTRIOREM]
        VIAE PVBLICAE FERENTIENSES ET SCIRPI
        ANVM PISTRANIAE LEPIDAE ET PER VIAM
        CASSIAM IN VILLAM CALV1SIANAM SVAM
        ITEM PER VIAS LIMITESQVE PVBLICOS
        EX PERMISSV S.C.

        Poco lungi dal primo sasso è un secondo uguale, contenente la stessa epigrafe, o almeno analoga, ma notabilmente più danneggiata dal tempo, giacché vi si legge solamente:

        … ALISET …
        SIS ET SCIRPI … STRANIAE LEPIDAE
        ET PER VIAM CASSIM IN VILLAM SVAM
        CALVISIANAM ITEM PERVIAS LIMIT...
        QUE PVBLICO SEX PERMISSV ”

        Questa seconda e mal conservata lapide andò irrimediabilmente perduta nel tempo, anche se fu possibile catalogarla nel XIX secolo grazie all’opera dell’epigrafista Eugen Bormann.

        La prima e completa iscrizione venne, invece, asportata dal bottino e trasportata al Museo Civico di Viterbo dove fu oggetto di schedatura e di varie traduzioni; purtroppo, andò in frantumi durante i bombardamenti aerei che colpirono il complesso museale durante la II Guerra Mondiale. Di essa non resta che una scheggia con sole quattro righe, grande 26x22 centimetri, oggi visibile presso l’ingresso del Museo, incassata nel muro di destra.

        Nel 1934, durante i lavori di apertura dell’attuale via Ascenzi, non lontano dalla chiesa di S. Maria della Salute, fu ritrovata un terzo esemplare dell’epigrafe, stavolta su marmo bianco, riutilizzato nei secoli successivi come lastra pavimentale. Oggi è conservato nel Museo della Rocca Albornoz e si presenta in quattro frammenti che compongono un parallelepipedo di 44x60 cm. dai contorni mutilati. Il testo superstite è pressappoco la metà di quello della lastra rinvenuta nel bottino di S. Maria in Gradi.

        FRAMMENTO MARMOREO RINVENUTO IN VIA ASCENZI

        Ecco la traduzione completa dell’iscrizione:

        MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE.

        Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non addirittura all’età di Antonino Pio (138-161).

        Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



        UN PADRONE D’ORIGINE ISPANICA

        Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale romana dei Valerii Vegeti.

        Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.

        Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
        I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c., sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

        Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter Dolichenus Exuperantissimus che reca il nomedi un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

        Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese. Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani.

        Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

        Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

        Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a tre successive generazioni.

        Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della Spagna meridionale.

        Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

        Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

        Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i cognomi “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

        Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano adidentificare il Mummio Nigro Valerio Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi nella Regio II.



        UN POTENTE CONSOLE TARQUINIESE

        Le epigrafi dell’Aqua Vegetiana sono un’interessante testimonianza sia delle tecniche costruttive degli acquedotti romani (latitudinem structuris pedes decem fistulis per latitudinem pedes sex) che della pratica di acquistare la sorgente e la striscia di terreno sulla quale realizzare il manufatto privato (comparatis et emancipatis sibi locis itineribusque eius aquae a possessoribus sui cuiusque fundi, per quae aqua supra scripta, ducta est).

        Ma, soprattutto, forniscono un minuzioso quadro dei fondi che venivano attraversati dal condotto, che si dice essere lungo 5.950 passi, vale a dire quasi 9 kilometri. Per ciascuna tenuta viene indicato il nome del relativo proprietario.

        Tra tutti spicca quello di tal Corneli Latialis, proprietario del fondo Cuttoloniano, da alcuni identificato con Cornelius Latinus medico nominato sotto Antonino Pio. Herenni Polybi del fondo Volsoniano potrebbe, invece, essere legato ad una gens, gli Herenni o Hereni, più volte attestata in Etruria soprattutto in epoca repubblicana. Il “Proculo” della tenuta Fundaniano doveva appartenere ai Caetennii di Volsinii (Bolsena), una famiglia di cui non si conoscono personaggi di alto lignaggio, ma che doveva la sua ricchezza al commercio e alle attività artigianali.



        UNA VERA E PROPRIA MAPPA FONDIARIA

        Considerata la scomparsa di qualsiasi emergenza architettonica dell’acquedotto, la ricostruzione del suo percorso sulla base della moderna topografia non è agevole. Si può, comunque, azzardare un’ipotesi costruita su qualche suggestiva corrispondenza onomastica e sui pochi dettagli topografici certi. Uno di questi è il caput acquae che, come detto, era presso il convento di S. Maria in Gradi, la cui area corrisponde grossomodo con una parte del «fondo Antoniano Maggiore» (aquam quae nascitur in fundo antoniano maiore).

        L’acquedotto scendeva lungo la direttrice dell’odierna via S. Maria in Gradi dove, in epoca medievale, fu intercettato dalla condotta che portava l’acqua a Fontana Grande; in un manoscritto di fine Ottocento, si legge che il «fontanaro» Settimio Piacentini aveva individuato il punto dell’innesto all’altezza dello spiazzo che anticipa i gradini e la facciata della chiesa di Gradi.

        RAFFIGURAZIONE DI UNA SEPIA
        L’area di S. Sisto fino a Fontana Grande, e forse oltre, costituivano il «fondo Antoniano Minore»; un’eco di questo possedimento varroniano è verosimilmente rimasta nel vico o casale Antoniano attestato nel IX secolo, la cui pieve, S. Pietro, era situata lungo l’attuale via La Fontaine.

        Giunto nei pressi del giardino di Villa Gentili, l’acquedotto Vegetiano piegava piuttosto repentinamente verso nord ed iniziava a correva lungo il terrapieno che accompagnava le mura medievali dalla Porta di S. Sisto fino a quella che, ancora nel Cinquecento, era una cava di pietrame.

        Si può azzardare l’ipotesi che all’altezza dell’odierna Porta Romana il naturale scorrimento dell’acquedotto venisse deviato da una barriera che assolveva anche alla funzione di chiusa. La Fontana del Sepale, pertanto, era forse così chiamata per aver tratto le sue acque da quell’antica cateratta, una «sepia» appunto.

        Dopo questa parentesi, torniamo alla descrizione del percorso compiuto dall’acquedotto romano. Questo continuava verso settentrione, lungo un pendio che, in sostanza, ricalcava la direttrice della cinta muraria fino a Porta della Verità e alla successiva costa che ospita i ruderi del palazzo di Federico II; di quest’antica struttura ancora oggi è visibile un pozzo circolare che attingeva ad un cunicolo dove nel Duecento doveva scorrere un rivo d’acqua, probabile retaggio dell’Aqua Vegetiana.

        Buona parte dell’acquedotto era infatti sotterranea e si svolgeva attraverso canali coperti scavati nella roccia o costruiti in muratura che venivano impermeabilizzati attraverso un rivestimento in cocciopesto (opus signinum) composto da frammenti di laterizi e malta; di tratto in tratto, per la necessaria areazione o per le operazioni di pulizia, si apriva nella copertura uno spiramen che assumeva l’aspetto di un vero e proprio pozzo. Da quanto indicato nelle epigrafi sappiamo, tuttavia, che erano presenti lunghe sezioni realizzate con tubi di piombo o di peperino innestati tra loro con una maschiettatura.

        A ridosso dell’attuale Porta S. Marco iniziava un forte dislivello che anticipava il vallone tagliato dal torrente Urcionio, che qui formava addirittura delle cascatelle. Per valicare il salto e consentire al dotto di raggiungere il lato opposto fu necessario costruire un piccolo ponte con delle arcate.

        Poiché l’acquedotto attraversava 12 fondi (incluso quello d’arrivo) su una distanza complessiva di circa 8,800 kilometri, si può sommariamente affermare che in media vi doveva essere una tenuta ogni 800 metri; di conseguenza, le proprietà di Avileo Commodo, cioè i fondi Bebiano e Feliniano, e il fundus petronianum dei Varroni dovevano costituire le ultime tenute ricadenti nel circuito dell’odierna città.

        La condotta procedeva in linea con il tratto urbano della moderna Cassia, come dimostrerebbero alcuni tubi in peperino rinvenuti nel 1931 presso Prato Giardino. Quindi muoveva verso nord, in direzione dell’area termale del Bagnaccio, seguendo grossomodo la direttrice della strada vicinale Piazza d’Armi.

        Dopo aver tagliato i fondi di Erennio Polibio, Cetennio Proculo, Cornelio Latino, Quentino Verecundo e Pistrani Celsi, l’acquedotto raggiungeva la sostruzione sinistra della strada Ferentana che, provenendo dall’odierna contrada Pian di Giorgio, scendeva fino a Valle Palombella.

        DETTAGLIO DELLE ACQUE PASSERIS - TAVOLA PEUNTIGERIANA
        (Ingrandibile)
        In questo segmento la strada attraversava le proprietà di Pistrania Lepida, ovverosia il fondo Scirpiano, la cui denominazione derivava dalla fitta presenza di scirpis, cioè erbe palustri, giunchi; la tenuta ricomprendeva le terme di Prato Vecchio e quelle del Bacucco, quest’ultime alimentate dalla sorgente delle Serpi, il cui nome potrebbe essere anch’esso un’alterazione del fitonimo «scirpi».

        L’acquedotto costeggiava la Ferentana fino al punto in cui questa intersecava la via consolare Cassia, quindi terminava il suo percorso nei pressi della Villa Calvisiana di Mummio Nigro Valerio Vigeto situata nel territorio delle Acquae Passeris.

        L’Acqua Passeriana era un’importante stazione di posta (mansio) della Cassia situata nei pressi dei Bagni del Bacucco. Vi dovevano essere un edificio principale destinato all’ospitalità dei viaggiatori, gli alloggiamenti per i postiglioni, i magazzini e le scuderie nonché gli insediamenti per i residenti e le immancabili piscine alimentate dalle sorgenti ipotermali; il tutto sotto la sovrintendenza di un ufficiale governativo, il mansionarius.

        Le Acquae Passeris sono chiaramente raffigurate nella Tavola Peutingeriana come una grande struttura quadrangolare avente un’area scoperta al centro. In questa sorta di mappa stradale dell’impero romano, la stazione è indicata a cavallo di una linea rossa che rappresenta la Cassia, a metà distanza tra Volsinis (Bolsena) eForum Cassii (Vetralla).

        Il fatto che nelle epigrafi viterbesi si attesti l’appartenenza dell’Acqua Passeriana a Mummio Nigro Valerio Vigeto (aquas passerianas suas) lascia supporre che nel II secolo d.c.  fosse stata inglobata nei vasti possedimenti del ricco aristocratico romano divenendo una sorta di porto viario privato.

        Centro dell’intera tenuta era la Villa Calvisiana, la cui esatta ubicazione è sconosciuta; doveva ergersi in un’area compresa tra le falde di Monte Jugo e i Bagni della Colonnella, in una posizione in cui la vista poteva agevolmente intercettare l’intera pianura tagliata dalla Cassia e chiudersi a meridione sulle rotonde linee dei monti Cimini.

        Di questo sontuoso edificio, così come del suo acquedotto tratto dalle falde dei Cimini, non rimane più nulla; di tanto in tanto un frammento ceramico, qualche tessera musiva o resti di tubature plumbee riaffiorano tra i solchi della terra arata dei campi, ma niente altro.

        Di Ser Marcus de Montfort
        Disegni di Marco Serafinelli de Castro Celleni


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      • 01/16/19--06:04: CARMENTALIA (1/15 Gennaio)
      • CARMENTALIA
        Carmenta (detta anche Nicostrata), antica Dea Indigens, cioè indigena, primitiva, venne onorata prima sul suolo italico e poi a Roma, nel I giorno di Gennaio. Gli Di indigetes erano un gruppo di divinità e spiriti della religione e della mitologia romana precedenti l'influenza etrusca a greca, non adottati da altre religioni. Successivamente vi si aggiunse la festa del 15 gennaio (14 secondo altri autori).

        Originariamente chiamata Nicostraté o Nicostrata (Plutarco, Vita di Romolo, 21, 2) e, poi, alternativamente, Thémis, Tissandra o Telpousa, avrebbe avuto una segreta relazione con Hermès o Mercurio (il messaggero degli Dei), da cui sarebbe nato Evandro, un personaggio della mitologia romana che ritroveremo nell’VIII libro dell’Eneide.

        I suoi miti però non sono concordi, alcuni la dissero Madre di Evandro, avuto da Mercurio (o da Pallante). Consigliò infatti il figlio Evandro, dopo che era approdato in Italia fuggendo da Troia, di fondare una città su un colle che chiamò in onore del padre Pallante: "Palatino".

        Plutarco riferisce che altri la ritenessero invece una profetessa che si pronunciava in versi (infatti i Romani chiamano Carmina i componimenti poetici in versi, da Carmenta), in realtà chiamata Nicostrata.

        Sempre Plutarco informa che alcuni ritenevano che Carmenta fosse la Moira addetta alla procreazione degli uomini, e che per questo la venerano soprattutto le madri. Comunque la versione che a Plutarco sembra più plausibile, è che il termine Carmenta significhi, priva di senno, a causa dei deliri provocati dall'essere posseduta dagli Dei. Carere in latino significa infatti essere privo, mentre per mentem si intende l'intelletto.

        Fu comunque Dea maga e profetessa, protettrice della donne, della gravidanza e della nascita, patrona delle levatrici. 



        IL TEMPIO

        Presso la Porta Carmentale, nelle vicinanze del Campidoglio, le venne infatti eretto un tempio con un antico oracolo, istituiti fin dai tempi di Romolo e Tito Tazio dove si svolgeva il suo culto pubblico e si consultava un oracolo.

        Diede il nome alla porta Carmentale ed alle feste in Roma dette Carmentalia, che erano celebrate soprattutto dalle donne l'11 e il 14 gennaio.

        Nel suo tempio era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle, in quanto erano le parti cadaveriche dell'animale ucciso. Anche se il nutrimento attraverso gli animali era tollerato, era proibito sacrificare animali e portare resti di animali uccisi. Le sacerdotesse si astenevano dai prodotti animali.

        Il 14 gennaio era la seconda festa in onore di Carmenta, voluta dalle matrone romane per onorare la Dea che le aveva favorite nella battaglia contro il Senato che aveva proibito loro l'uso delle carrozze.

        Per non essere costrette a casa o ad estenuanti camminate, le donne si coalizzarono negando ai mariti il piacere dei sensi finché non costrinsero il Senato a togliere il divieto.



        LA DEA

        Carmenta era anche Dea della musica e della danza e veniva rappresentata con sul capo una corona di fave (il frutto proibito da Pitagora, ritenuto da alcuno sacro ai morti) il frutto che nasconde i suoi semi per cui doveva possedere anticamente i Sacri Misteri.

        Altro suo attributo era un'arpa con cui intonava le melodie dell'universo, attributo passato poi al Dio Apollo. Quando nasceva un bambino veniva portato al tempio perchè gli si profetizzasse il futuro. Al culto pubblico della Dea a Roma era preposto il Flamen Carmentalis, il flamine carmentale, ma gli oracoli li facevano solo le sacerdotesse.

        Infatti, Carmenta o Carmentis per altri sarebbe stata solo una sacerdotessa oracolante, particolarmente reputata e stimata nella Roma arcaica, per i suoi infallibili oracoli e la precisa conoscenza che ella sarebbe stata in grado di dimostrare nel campo del destino degli uomini.

        Morta, all’eccezionale età di all’incirca 110 anni, Carmenta sarebbe stata sepolta alle falde Sud-Est del Campidoglio, presso la porta Carmentale, edificata già all’epoca di Romolo e di Tito Tazio (Plutarco, Vita di Romolo 21, 1), ed immediatamente divinizzata ed accolta a furor di popolo tra gli Di Indigetes (Dei ed Eroi primitivi e nazionali).

        Ella era rappresentata come una giovane e leggiadra donna dai lunghi capelli ondulati, a loro volta decorati, sul giro fronte/tempie/nuca, con un vegetale e rigoglioso diadema di foglie pennate, fiori (bianchi, macchiati di nero) e baccelli di fave (Vicia faba), ed avente ai suoi piedi un’arpa, simbolo del carattere profetico e divinatorio che era attribuito a quest’antica veggente.

        I FLAMEN CARMENTALIS

        Le Carmentalia a Roma si fusero poi con le sibille, delle quali molto famosa fu quella di Cuma.
        Ambedue le Dee erano considerate divinità oracolari. La prima conosceva il passato e s'invocava per riparare i mali incorsi. La seconda prediceva l'avvenire e s'invocava per prevenire i mali venturi ed erano comunque ambedue invocate nei parti. Da lei tutte le donne che profetavano si dissero Carmente.

        Secondo un'altra tradizione invece era una festività osservata principalmente dalle donne; e, in epoche più antiche, solo femminile, anche se non sono noti particolari della celebrazione.

        Carmenta sarebbe stata invocata con gli epiteti di Postvorta e Antevorta, in riferimento alla sua capacità di guardare indietro al passato e in avanti al futuro. Sicuramente questo riguardava il mito più antico, nel mito successivo Postvorta e Antevorta vennero sostituite dalle sibille.

        In realtà sembra che le Carmemtae fossero quattro:

        - Egeria, l’ispiratrice del secondo re di Roma, Numa Pompilio, di stirpe sabina e promotore della concordia fra le prime tribù romane (dopo il ratto delle sabine ce n'era bisogno). 

        - Carmenta (Carmentis), da cui il termine "carme" la poesia.

        - Antevorta e Postvorta, che sarebbero anch'esse personificazioni legate al parto, in quanto Dee Indigetes, invocate perché il feto si presentasse nella giusta posizione (con la testa in basso), e fosse salvato se si fosse presentato al contrario. A loro venivano talvolta attribuite facoltà profetiche e più generalmente “ispiratrici”.

        Sempre secondo le antiche fonti tradizionali, la medesima Temi o Thémis, per la sua audace relazione, sarebbe stata costretta ad abbandonare l’Arcadia ed a rifugiarsi con suo figlio Evandro in Italia, dove Faunus, mitico re del Lazio (Latium), li avrebbe entrambi benevolmente.
        Quella che i Romani, da lì a poco, inizieranno a chiamare Carmenta o Carmentis (da Carmen = ‘canto magico’ o ‘formula prodigiosa’ o ‘incantesimo’ o ‘oracolo’), nel corso della sua attività pubblica e dei suoi spostamenti – secondo la mitologia – sarebbe stata costantemente accompagnata, da due Ninfe delle sorgenti e dei boschi o Camènes:
        – Antevorta (o Anteverta) una specie di ‘spirito/genio del passato’;
        – Postvorta (o Postverta) una specie di ‘spirito/genio dell’avvenire’.



        LA FESTA

        Durante la festa più antica era proibito l'uso delle carni, ma successivamente nel banchetto festivo questo uso venne tollerato. Però era proibito sacrificare animali. C'erano canti e danze e processioni eseguite dalle stesse sacerdotesse a cui si univa la popolazione.

        La festa durava dal mattino al tramonto. Sembra che anticamente proseguisse anche di notte e che alle danze e alle libagioni per la Dea seguissero anche accoppiamenti sessuali rituali, usanza poi severamente proibita.


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      • 01/16/19--05:59: TERME DI BATH (Inghilterra)

      • Le terme romane di Bath furono costruite ai tempi dell'imperatore Vespasiano, nel 75 d.c., nella città allora chiamata Aquae Sulis. Pare infatti che in questa zona, fin dal 10000 a.c., dal sottosuolo fuoriuscisse acqua termale, ancor oggi visibile.

        Erano conosciute in tutto l'Impero Romano e frequentate da gente di ogni classe sociale. Il complesso comprendeva anche un tempio dedicato all'antica dea celtica dell'acqua e alla Dea romana Minerva.

        Nel 410, con l'abbandono della Britannia da parte delle legioni romane, le terme vennero abbandonate e l'Inghilterra fu invasa dai Sassoni, che conquistarono la città nel 577. La struttura cadde in sfacelo e si allagò. Per arginare l'acqua si mise del pietrisco negli ambienti, che con l'acqua si trasformò in fango nerastro che sommerse le terme.


        L'acqua che alimenta le terme di Bath cade dapprima sotto forma di pioggia sulle vicine Mendip Hills, poi grazie ad una serie di cunicoli sotterranei, l'acqua percola (cioè attraversa un materiale poroso) fino a una profondità compresa tra i 2,700 e i 4,300 m, dove viene raggiunta una temperatura fra i 69 e i 96 ° a causa dell'energia geotermale.

        RICOSTRUZIONE DI AQUAE SULIS CON LE RINOMINATE
        TERME DI BATH AL CENTRO (INGRANDIBILE)
        Le terme di Bath, quindi, captano 1,17 milioni di litri di acqua calda ogni giorno, che sgorga dal suolo ad una temperatura di 46 °. Delle vere terme naturali.

        I primi ad usufruire delle terme furono i Celti, che sul sito costruirono un santuario dedicato alla Dea Sulis, adorata dai Romani sotto il nome di Minerva. La leggenda racconta che il fondatore di Bath fu un re Celta chiamato Bladud, che aveva contratto la lebbra e che guarì bagnandosi nelle acque fangose delle sorgenti (che allora sgorgavano in una palude).

        Bladud avrebbe creato il primo nucleo della città in quel luogo dopo la sua guarigione miracolosa, attorno al IX secolo a.c.. Diversi ritrovamenti archeologici fanno ritenere che la zona delle fonti fosse già abitata circa 10.000 anni fa. La storia ci dice che effettivamente i Celti conoscevano già le proprietà curative di quelle acque e che ritenendole d'origine soprannaturale le avevano consacrate alla loro Dea chiamata Sul, o Sulis.


        In epoca imperiale, quando la Britannia era sotto dominio romano, il nome di Sulis continuò ad essere utilizzato anche dopo il tramonto della civiltà celtica, tanto che i Romani, che rispettavano tutte le divinità straniere, decisero di battezzare la città come Aquae Sulis («le acque di Sulis»). I Romani, infatti, conobbero le sorgenti termali nel 44 d.c.; la costruzione delle terme ebbe luogo nel 60-70, anche se i vari rimaneggiamenti si conclusero solo nei trecento anni successivi.

        Durante l'occupazione romana della Britannia, e possibilmente su suggerimento dell'imperatore Claudio, vennero costruite delle strutture lignee sotterranee per evitare che l'edificio sprofondasse nel fango. La fonte venne inoltre fatta cingere da un muro alto 2 metri rivestito da lamine di piombo.

        Nel III sec., le terme vennero rinchiuse in un'enorme sala voltata, che comprendeva un modesto "calidarium" disposto a ovest, un "tepidarium" e un "frigidarium" collocato a sud. Il rifacimento del tetto, inoltre, rese necessario anche il rafforzamento delle mura con contrafforti di laterizio, insomma tutto fu ripristinato al meglio dai romani. L'intero complesso rimase in uso fino al declino del dominio romano, dopo il quale venne insabbiato ed eventualmente allagato; la Cronaca anglosassone ne data l'abbandono nel VI secolo.

        Presso il sito sono state rinvenute 130 tessere plumbee con esecrazioni: le cosiddette defixiones. Le maledizioni, scritte in romano britannico, ( lingua neolatina che si sviluppò nella Britannia romana nel V e VI secolo d.c., dopo il ritiro delle legioni romane dalle isole britannicheerano principalmente rivolte ai ladri di indumenti, che venivano lasciati sul ciglio della vasca mentre il proprietario si immergeva nelle acque termali.



        LA RINASCITA

        Mentre la città di Bath prosperava grazie al commercio della lana, le Terme caddero nell'oblio fino al 1755, quando il dandy Beau Nash ne fece l'elegante ritrovo dell'aristocrazia londinese. La fonte è oggi ospitata in un edificio ottocentesco in stile neoclassico, frutto della matita di John Wood il Vecchio e del figlio John Wood il Giovane.

        Vari sono gli interventi che hanno restituito le Terme così come le possiamo vedere oggi: fra questi, degni di nota sono la Grand Pump Room di Thomas Baldwin (1789-99) e il colonnato settentrionale, sempre del Baldwin.




        IL MUSEO

        Il museo conserva una superba raccolta di manufatti romani, rinvenuti prevalentemente nelle Sorgenti Sacre, dato che sta ad indicare la natura votiva dei reperti. Nella collezione spiccano la testa di bronzo dorato di una statua di Minerva, restituita dalle indagini archeologiche del 1727, e una collezione di 12,000 monete romane.

        Il tempio romano dedicato a Sulis-Minerva è contemporaneo alle adiacenti Terme. In origine, il complesso era caratterizzato da una struttura tetrastila di ordine corinzio e si ergeva su un podio elevato di due metri dall'area pavimentata a mosaico; a circondare il tutto, vi era un portico colonnato. Il tempio presentava numerose caratteristiche inusuali per l'architettura della Britannia: fra queste, di spicco era l'elaborato frontone con al centro una testa di Gorgone, sostenuta da due creature alate in un clipeo.

        Varie sono le controversie sorte per determinare l'identità della Gorgone: infatti, nonostante abbia ali sopra gli orecchi e serpenti intrecciati nella barba, il volto raffigurato è maschile, mentre la tradizione vuole che le Gorgoni siano tre sorelle. Un'altra teoria suggerisce che la Gorgone sia stata assimilata a Oceano, oppure a una divinità celtica del Sole. Nel museo, vengono custodite anche le vestigia dell'ipocausto, utilizzato per riscaldare il calidarium delle terme.


        Le statue novecentesche degli imperatori romani che adornano i corridoi aperti della struttura sono particolarmente suscettibili agli effetti della pioggia acida; per questo motivo, viene applicata con cadenza regolare una speciale patina protettiva. Analogamente, le mostre allestite all'interno della struttura sono compromesse dall'aria calda, che separa i sali corrosivi dalle murature romane; per limitare questo fenomeno, nel 2006 venne installato un nuovo sistema di ventilazione.

        I bagni romani di Bath, sono una delle attrazioni storiche più belle del nord Europa e una delle più popolari del mondo. Un grande complesso derivato dai tempi romani e che è simbolo della potenza e dello stile di vita un tempo presente in questa parte del Regno Unito.

        FONTE DELLE ACQUE TERMALI DI BATH
        Il monumento non è solo di alto valore storico ed architettonico, ma anche ad un sistema ingegneristico unico e tra i meglio conservati in Europa; nonostante le acque che scorrono lungo gli antichi bagni non siano più adatte alla funzione tipica svolta dalle terme.
        Il complesso si posiziona proprio al centro della città di Bath, Somerset, Inghilterra, e si divide in quattro parti principali:

        - una parte è chiamata Sacred Spring (sorgenti sacre),
        - quindi l'antico tempio romano (Roman Temple),
        - l'edificio vero e proprio delle terme (Roman Bath House)
        - e il museo, nel cui interno si possono apprezzare diversi reperti antichi di millenni.

        I bagni termali di Bath furono rimaneggiati modificati in diverse occasioni nel tempo. Così accadde nel XI] secolo e nel XVI secolo infine nei due secoli più vicini a noi. La sorgente era ricca di acque minerali e attirava gran massa di visitatori. Il sistema idraulico e quello di drenaggio sono ancora in gran parte funzionanti, a testimonianza della ingegnosità dei Romani.

        In Britannia un luogo come quello utilizzato a Bath, offriva al visitatore un bagno freddo (frigidarium), un bagno tiepido (tepidarium) e un bagno caldo (caldarium) e oltretutto molto ben organizzato e con ottimi servizi come una palestra, dove poter fare esercizi per il buon mantenimento del corpo.

        Dai suoi oggetti votivi si è capito che era considerata la Grande Madre donatrice di vita, ma anche fonte di maledizioni. Nel museo infatti si conserva e credo si conservi a tutt'oggi la figura arcaica di una Dea che ha tre teste, anzi tre volti a forma perfettamente rotonda, come si trattasse di tre lune piene.

        TESTA DELLA DEA MINERVA SULIS
        Con la complicità di un amico potetti vedere il sotterraneo da cui sgorgava l'acqua: un ponticello ad arco pavimentato da sassi e pietre completamente coperti di giallo, il che faceva capire che si trattava di acque sulfuree, usate già in tempo antico per la cura di tante malattie.

        Le tavolette votive erano spesso scritte in codice, grazie a lettere o parole scritte al contrario. L'ordine delle parole poteva essere invertito, e le righe scritte in direzione alternata. Anche se molti testi sono in latino, occasionalmente si possono trovare in lingua celtica.

        Solitamente le tavolette facevano riferimento a furti di oggetti per Sulis, piccole quantità di denaro o abiti dai bagni delle terme. In linguaggio legale, le tavolette sembrano preghiere rivolte alla Dea di punire i noti o ignoti autori dei furti. 

        A Sulis si chiedeva solitamente di nuocere alla salute mentale e fisica del colpevole, mediante la negazione del sonno o addirittura con la morte. Una delle tavolette riportava un messaggio che diceva: "Dodimedis ha perso due guanti. Egli chiede che la persona che li ha rubati possa perdere la memoria e la vista nel tempio in cui prega".

        Il suffisso Spa (che non a caso si riferisce al latino Salus Per Aquam) caratterizza molte città europee dotate di fonti termali, abilmente scavate dai Romani nel loro cammino verso il nord, ma Bath Spa è stato elevato a patrimonio dell'umanità dall'Unesco.




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      • 01/19/19--03:52: FORNICALIA (19-20 Gennaio)
      • LA DEA DEL FUOCO
        Nel III millennio a.c. gli Egiziani inventarono un forno costituito da mattoni d’argilla disposti a forma di cilindro, alla cui base si accendeva il fuoco che veniva coperto da una lastra di pietra, sopra cui si sistemavano dei pani. Gli etruschi vi ponevano sopra invece delle pietre delle piastre tonde di argilla cotta. I Greci crearono il forno a cupola e successivamente la camera unica.

        In epoca romana si migliorò ancora la costruzione dei forni a cupola. Grazie a Numa Pompilio venne introdotta una festa propiziatoria in onore della Dea Fornace, protettrice dei forni per il pane.
        Il forno costruito con mattoni pieni che si riscaldavano molto lentamente e si raffreddavano con altrettanta lentezza permetteva dopo aver cotto il pane, di cucinare arrosti, verdure e dolci. 

        Fornace (dal latino fornax) era dunque la Dea del forno in cui si cuoce il pane. In suo nome si festeggiavano le Fornacalia (19-20 e 21 gennaio), feste di ringraziamento per la tostatura del farro nei forni dei panificatori, infatti nel periodo più arcaico in territorio romano si coltivava il farro, solo successivamente si coltivò il grano, che era più nutriente e di sapore migliore. La divinità sarebbe di origine, secondo alcuni umbro-sabina, perché il latino fornax sarebbe di origine sabina.

        Mentre anticamente si abbrustoliva il cereale all'aria aperta ovvero in mezzo alle capanne, accendendo dei fuochi, accadeva che a volte si raccoglieva solo cenere o addirittura si appiccava fuoco alla capanna. L'invenzione dei forni pose a tali inconvenienti.




        OVIDIO

        - Provarono per isperienza che il farro seccato al forno era il migliore ma non sapevano ancora bene il modo di farlo seccare e perciò ne ebbero danno. "Dea Fornax facta est" et coloni laeti Fornace orant ut illa temperet suas fruges" Ed ecco fatta la Dea Fornace e i contadini lieti la pregano per temperare il suo calore e trattar bene le loro messi. Lattanzio invece ride di questa falsa Religione, di questa Dea e de sagrifizj a lei istituiti da Numa affinchè i grani li secchi e non li abbruci.

        Ora il Massimo Curione con parole ordinate dalla legge intima le ferie Fornacali le quali non si fanno in un giorno fisso. Il Curio Maximus presiedeva questo a tutti i Curioni cioè a coloro ch'erano preposti a ciascuna Curia, perciocchè Romolo divise il popolo in tre Tribù e ciascuna Tribù in dieci Curie, e coloro che presiedevano alle Tribù eran detti Tribuni, e Curioni quelli che presiedevano alle Curie.

        Questo Curione detto altresì "Abbreviator Curiae" fino all'anno di Roma 544 fu eletto dal ceto de Patrizj, e dopo da quello della plebei (V Liv l 27:).  Faceva questo Curione i sagrifizj per la Curia e volle Romolo che il popolo insieme con lui avesse cura della res publica. La Curia si prendeva ancora come tempio sacro "ubi curahantur sacra"
        .

        E ciascuna Curia viene anche segnata sulla piazza con certe cifre su molte tavolette che colà intorno stanno pendenti e affiggevano nella piazza tavolette colle quali indicavano a quale Curia spettasse per turno (turnum) fare le feste Fornacali.

        FORNO ROMANO

        (OVIDIO - FASTI)

        19 gennaio  - FORNICALIA - I festa in onore della Dea Fornix.
        In nome della Dea Fornace, si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea e il pane di farro (e poi di grano) alla gente. La festa si protraeva nelle varie zone dell'Urbe fino a fine gennaio ma i giorni più densi erano dal 19 al 21 del mese. L'usanza di donare il pane si ripeteva anche per la feste di Cerere. Sembra che anticamente avvenissero anche accoppiamenti in nome della divinità (fornicare).

        20 gennaio -  FORNICALIA - II festa in onore della Dea Fornix.
        Ancora si cuoceva e si offriva la mola  salsa alla Dea e il pane alla gente, dopo avervi impresso i segno del sole, un punto centrale coi raggi intorno.

        21 gennaio  - FORNICALIA - II giorno di festa in onore della Dea Fornix, Fornace.
        Di nuovo si cuoceva e si offriva la mola  salsa alla Dea Fornix (Fornace) e il pane alla gente. Soprattutto i poveri si giovavano di queste elargizioni festive pagate dallo stato. Si organizzava la processione con pane vino e latte che veniva offerto ai cittadini.

        La Dea Fornace era una divinità preromana antichissima, colei che presiedeva alla cottura dei cibi e alla sessualità. Si ritiene che da lei venga il termine fornicare, cioè esercitare la sessualità, anch'essa collegata col calore.


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      • 01/20/19--05:18: LE ALAE ROMANE
      • EQUITES ROMANI
        Mentre i cittadini romani venivano reclutati nelle legioni, i latini e i gli alleati italici venivano reclutati nelle alae (ali), un corpo sia a piedi che a cavallo che faceva da ala a quello dei legionari, affiancandolo da entrambi i lati.

        Le truppe ausiliarie (auxilia) erano  di supporto ai legionari e si dividevano in: 
        - alae (cavalleria), 
        - cohortes (fanteria) 
        - cohortes equitatae (miste cavalleria e fanteria)

        Gli ausiliari non si limitavamo ad affiancare le legioni, ma presidiavano molte aree dell'Impero, controllando le zone di confine grazie ai numerosi forti, ed effettuando servizi di pattugliamento e scorta. Gli ausiliari non erano cittadini romani, tranne alcuni rari reparti. Ai reparti ausiliari si aggiunsero nel basso impero i numerus, sorta di unità etniche che conservavano caratteristiche e peculiarità di combattimento proprie.
        Dai tempi delle guerre sannitiche l'esercito consolare era costituito da 20.000 legionari e 2700 equites (cavalieri), vale a dire due legioni e due alae. In caso di emergenza le legioni venivano raddoppiate ma le ali restavano quasi sempre identiche. Le alae si chiamavano "ala laeva" (ala sinistra) e "ala dextra" (ala destra).

        Se ogni legione di cittadini romani era formata da 4.200 fanti (portati fino a 5.000, in caso di massimo pericolo) e da 300 cavalieri, le unità alleate di socii, chiamate alae, poiché erano poste alle "ali" dello schieramento romano, erano, invece, costituite da 4200 fanti, ma ben 900 cavalieri.
        Esisteva però anche la cavalleria dei cittadini romani, gli equites, che era posta alla destra dell'ala dextra, mentre quella dei socii (alleati) italici, tre volte più numerosa dell'ala destra, veniva posta a sinistra. I cavalieri usavano briglie e morsi, ma non conoscevano nè le staffe nè la sella.

        La Alae erano sottoposte ad un praefectus equitum (almeno fino a Tiberio) poi ad un praefectus alae. Erano divise in 16 turmae da 32 uomini, comandate ciascuna da 16 decurioni, tra cui un decurione princeps, per un totale di 512 cavalieri. Fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico.
        Conosciamo a tutt'oggi oltre 170 ale attraverso le iscrizioni, i diplomi, la Notitia dignitatum e le menzioni occasionali degli scrittori. Un riassunto della storia di questi alae è mancato finora.

        STELE DI UN VETERANO DI ALA ASTURUM - TOMI, ROMANIA


        LA STORIA

        La cavalleria venne istituita da Romolo, che creò un contingente di 300 equites che divennero 600 con l'annessione dei sabini. Servio Tullio aggiunse altre 12 centurie di cavalieri. In epoca repubblicana i cavalieri tornarono ad essere 300.

        Dopo la guerra sociale degli anni 91-88 a.c., che aveva portato ad accordare a tutte le popolazioni italiche la cittadinanza romana, si eliminarono le alae dei socii (costituite da fanti e cavalieri), per cui si supplirono alle ali dello schieramento romano, con le ali di cavalleria di stati clienti alleati, tanto più che con la riforma di Gaio Mario gli equites legionis erano stati soppressi, e la cavalleria divenne solo ausiliaria o alleata.

        Giulio Cesare fu il primo ad utilizzare contingenti di cavalieri di popolazioni alleate durante la conquista della Gallia, reclutando soprattutto Galli e Germani, dotandoli del "sagum", l'armatura di maglia, oltre all'elmo e a un piccolo scudo rotondo (clipeus). Ora avevano la sella di tipo gallico, a quattro pomi e i cavalli ferrati, ma non le staffe. inquadrò poi le ale sotto i decurioni romani, con grado pari a quello dei centurioni legionari e ad un praefectus equitum.

        Appiano di Alessandria narra che durante la successiva guerra civile nata dopo la morte di Cesare, poco prima dello scontro decisivo di Filippi del 42 a.c., Marco Giunio Bruto disponeva di 4.000 cavalieri tra Galli e Lusitani, oltre a 2.000 traci, illirici, parti e tessali; mentre l'alleato Gaio Cassio Longino di altri 4.000 arcieri a cavallo tra Arabi, Medi e Parti.

        Sotto Augusto i cavalieri si ridussero a 120, con uno scudo più piccolo e tondo, e si suddivideva in:
        - cavalleria pesante, detta "catafratti" dove cavallo e cavaliere erano coperti di armatura (lorica squamata) e dotati di una lunghissima lancia.

        Le prime unità di catafratti introdotte nell'esercito romano, furono create da Adriano. Si trattava ad esempio dell'Ala I Gallorum et Pannoniorum catafractaria, formata da Sarmati Roxolani.
        - cavalleria leggera, con un clipeus, una lunga spada e una lancia più corta, e talvolta con una "lorica hamata" (fatta ad anelli).
        - cavalleria sagittaria, con arcieri Traci o comunque orientali che tiravano da cavallo.
        - cavalleria mista, composta di cavalieri e di fanti.

        Gallieno invece creò dei reparti di cavalleria pesante mobili, cioè che si spostavano da una zona all'altra per soccorrere gli attacchi ai limes romani. Sotto Costantino la cavalleria mista cessò e i cavalieri operavano separati dai fanti.

        Le truppe ausiliarie, come le legioni, avevano i loro nomi e numeri. Erano composte fin dall'inizio del principato di Augusto, fino a Nerone-Vespasiano, da circa 500 uomini (quingenarie). Solo in seguito queste unità cominciarono ad raddoppiare il numero degli effettivi fino ai 1.000 armati (milliarie).

        Le coorti miste o equitatae (fanteria + cavalleria), erano anch'esse inizialmente solo quingenarie. Di loro abbiamo notizia fin dal principato di Augusto, da un'iscrizione rinvenuta a Venafro nel Sannio. Erano formate da 6 centurie di 80 fanti ciascuna e 4 turmae di cavalleria di 32 cavalieri ciascuna, per un totale di 480 fanti e 128 cavalieri. L'origine risalirebbe al tipico modo di combattere dei Germani, descritto da Cesare nel suo De bello Gallico.

        Fino al 200 a.c. le armature erano di bronzo, quindi molto pesanti, ma da tale data divennero di ferro (la lorca hamata e poi squamata). I cavalieri romani provenivano dai nobili, in seguito da nobili o da famiglie plebee di ottimo livello.

        Le alae di cavalleria inizialmente furono solo quingenarie (composte cioè da 500 armati circa). Furono sottoposte fino a Tiberio ad un praefectus equitum soppiantato poi da poi un praefectus alae. 

        Erano divise in 16 turmae da 32 uomini, comandate ciascuna da 16 decurioni (con carica sia amministrativa che militare), tra cui un decurione princeps, per un totale di 512 cavalieri. Le alae fornivano alle legioni truppe di ricognizione e di inseguimento, oltre a costituire elemento d'urto sui fianchi dello schieramento nemico.

        Si dividevano in quattro gruppi:



        ALAE NON NUMERATE:

        - Ala Afrorum 
        Ala Allactica
        Ala Antoniniana 
        Ala Apriana 
        Ala Atectorum 
        Ala Augusta 
        Ala Augusta Gallorum Petriana bis torquata miliaria civum Romanorum
        Ala Augusta Gallorum Proculeiana civium Romanorum 
        Ala Augusta Germanica 
        Ala Augusta ob virtutem appellata 
        - Ala Augusta Sebosiana 
        Ala Augusta Vocontiorum 
        Ala Batavorum 
        Ala (?) Brauconum 
        Ala Britannica Veterana 
        Ala Celerum 
        Ala Classiana civium Romanorum 
        Ala Commagenorum 
        - Ala Claudia Gallorum -
        Ala Claudia Nova 
        Ala Exploratorum Pomariensium
        Ala Felix Moesica Pia Fidelis Torquata 
        Ala Fida Vindex 
        Ala Flavia .
        Ala Flavia Gallorum
        Ala Gaetulorum Veterana 
        Ala Gallorum et Thracum Antiana 
        Ala Gallorum et Thracum Classiana civium Romanorum 
        Ala Gallorum et Thracum Classiana civium Romanorum 
        Ala Gallorum Flaviana 
        Ala Gallorum Indiana
        - Ala Gallorum Petriana
        Ala Gallorum Picentiana 
        Ala Gallorum Proculeana 
        Ala Gallorum Sebosiana 
        - Ala Gallorum Veterana 
        Ala Hispanorum Vettonum 
        Ala Lemavorum 
        Ala Longiniana
        Ala Miliaria
        Ala Mauretana Tibiscensium 
        Ala Nerviana, o Ala Nerviorum 
        Ala Noricorum 
        Ala Nova Firma Miliaria Catafractaria
        Ala Numidica
        Ala Pannoniorum 
        Ala Parthorum et Araborum 
        Ala Patrui 
        Ala Phrygum 
        - Ala Picentiana 
        Ala Pomponiani 
        Ala Praetoria 
        Ala Rusonis 
        Ala Sabiniana
        Ala Scubulorum 
        - Ala Sulpicia civium Romanorum
        Ala Scaevae
        Ala Sebastena 
        Ala Sebastenorum Gemina 
        Ala Siliana
        Ala Siliana torquata civium Romanorum 
        Ala Sulpicia singular civium Romanorum 
        Ala Tautorum victrix civium Romanarum
        Ala Thracum Herculania
        Ala Thracum Mauretana
        Ala Treverorum
        Ala Valeria Drumedariorum 
        Ala Vallensium 
        Ala Veterana 



        ALAE PRIME


        Ala I Asturum
        Ala I Augusta Parthorum 
        Ala I Augusta Gallorum civium Romanorum
        Ala I Augusta Gallorum Proculeiana 
        Ala I Augusta Gemina colonorum
        Ala I Augusta "ob virtutem" 
        STELE DI CLUNIA
        Ala I Augusta Thracum 
        Ala I Afrorum 
        Ala I Agrippiana Flavia 
        Ala I Asturum 
        Ala I Batavorum milliaria 
        Ala I Bosporanorum 
        Ala I Britannica Flavia milliaria civium Romanorum 
        Ala I de Campani
        Ala I Cananefatium (o Cannenefatium) civium romanorum 
        Ala I Civium Romanorum 
        - Ala I Claudia Gallorum 
        Ala I Colonorum Augusta 
        - Ala I Commagenorum milliaria sagittaria 
        Ala I Communaorum  
        Ala I Contariorum Ulpia milliaria 
        Ala I Dacorum Ulpia 
        Ala I Flavia Augusta Britannica miliaria civum Romanorum bis torquata ob virtutem 
        Ala I Flavia Gallorum Tauriana 
        Ala I Flavia Gemina
        Ala I Gaetulorum Flavia
        Ala I Gallorum Atectorigiana 
        Ala I Gallorum et Bosporanorum 
        Ala I Gallorum Claudia
        Ala I Gallorum et Pannoniorum catafractaria 
        Ala I Gallorum Flaviana - era posizionata in Mesia Superiore nel 160.
        Ala I Gallorum Indiana 
        Ala I Gallorum Picentiana 
        Ala I Gallorum Tauriana civium Romanorum torquata victrix Flavia
        Ala I Gallorum Veterana
        Ala I Gemelliana
        Ala I Flavia Gaetulorum
        Ala I Flavia Gemelliana 
        Ala I Flavia Singularium civium Romanorum pia felix
        Ala I Hamiorum Syrorum sagittaria 
        Ala I Herculaea 
         Ala I Hispanorum
        Ala I Hispanorum Asturum
        Ala I Hispanorum Aravacorum (o Arevacorum)
        Ala I Hispanorum Asturum quingenaria 
        Ala I Hispanorum Auriana
        Ala I Hispanorum Campagonum 
        Ala I Illyricorum 
        Ala I Ituraeorum Augusta sagittaria 
        Ala I Pannoniorum Sabiniana 
        Ala I Pannoniorum Tampiana milliaria 
        Ala I Pannoniorum Tampiana 
        Ala I Praetoria civium Romanorum
        Ala I Sarmatarum
        Ala I Scubulorum 
        Ala I Thracum
        - Ala I Thracum Classiana c.R. Victrix 
        Ala I Thracum et Gallorum 
        Ala I Thracum Augusta
        Ala I Thracum Mauretana 
        Ala I Thracum Classiana civium Romanorum torquata Victrix 
        Ala I Thracum Sagittaria Veterana
        Ala I Thracum milliaria 
        Ala I Thracum Veteranorum Sagittariorum civium Romanorum
        Ala I Thracum Victrix
        Ala I Tungrorum
        Ala I Tungrorum Frontoniana 
        Ala I Ulpia Contariorum Civium Romanorum 
        Ala I Ulpia Dacorum 
        Ala I Ulpia Dromedariorum Miliaria
        Ala I Ulpia Singularium 
        Ala I Vespasiana Dardanorum




        ALAE SECONDE

        Ala II Agrippiana Miniata 
        Ala II Asturum
        Ala II Augusta Thracum pia felix 
        Ala II Flavia Agrippiana
        Ala II Flavia Hispanorum civium romanorum 
        Ala II Flavia Gemina 
        Ala II Flavia milliaria
        Ala II Flavia pia felix miliaria 
        Ala II Gallorum Petriana Treverorum milliaria civium Romanorum bis torquata 
        Ala II Gallorum Picentiana 
        Ala II Gallorum Sebosiana
        Ala II Hispanorum 
        Ala II Hispanorum et Arevacorum 
        Ala II Hispanorum Vettonum civium romanorum
        Ala II Nerviana Augusta fidelis militaria
        Ala II Pannnoniorum
        Ala II Gallorum Augusta Proculeiana 
        Ala II Gallorum et Thracum Classiana civium romanorum 
        Ala II Ulpia Afrorum 
        Ala II Ulpia Auriana 
        Ala II Valeria singularis
        Ala II Vocontiorum Augusta civium Romanorum



        ALAE TERZE


        Ala III Asturum Pia Fidelis civium Romanorum 
        Ala III Augusta Victrix Thracum sagittaria 
        Ala III Augusta Thracum sagittariorum 
        Ala III Thracum