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Sito dedicato interamente alla vita, ai fasti, alle vittorie e sconfitte dell'Impero Romano. Più di 1000 anni di storia del più affascinante, potente e organizzato Impero che l'uomo abbia mai creato.
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    PESTE GIUSTINIANEA
    "Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei… Irato al Sire, destò quel Dio nel campo un feral morbo... "

    L’Iliadedi Omero dimostra come nell’antichità le epidemie fossero interpretate come un segno dell’ira divina (ma pure oggi), e qui si allude alla Guerra di Troia e all'epidemia avvenuta in Turchia verso il 1250 a.c. o poco meno.



    LE EPIDEMIE 

    Tutte le antiche civiltà, ma pure le moderne, hanno dovuto affrontare varie ondate epidemiche che si sono spesso protratte per molti anni. In Europa le più calamitose furono la peste, il colera, il vaiolo e il tifo, spesso accompagnate da carestie e guerre, o da grandi periodi di freddo, imperversato una dopo l’altra, ma pure contemporaneamente. La più letale fu la peste nera che devastò l’Europa per 5 anni, dal 1347 al 1352, sterminando tra il 25 e il 50% della popolazione.

    I sopravvissuti erano immunizzati, cosicché dopo le malattie infettive colpivano solo i bambini piccoli. Perciò, il morbillo si ritiene, a torto, una malattia infantile. Esattamente come il vaiolo causato da un virus particolarmente contagioso che ha imperversato a lungo e fu debellato solo nel 1979, cosicché se ne interruppe la vaccinazione. Anche la poliomielite o la difterite che colpiscono soprattutto i bambini di età inferiore a 5 anni, sono ormai quasi debellate.



    TUBERCOLOSI

    Egitto - Alcune mummie egizie del 3000-2400 a.c. riportano i segni di infezione da tubercolosi, come la mummia del sacerdote Nesperehen. E’ possibile che Akhenaton e sua moglie Nefertiti siano morti per la tubercolosi e ci sono prove che centri per il ricovero degli affetti da questa malattia esistessero in Egitto fin dal 1500 a.c.
    Il papiro di Ebers, uno dei più completi testi medici dell’antico Egitto, descrive una malattia polmonare molto simile alla tubercolosi. La malattia veniva trattata con una mistura di acacia, piselli, frutta, sangue di animali e insetti, sale e miele.

    MARCO TERENZIO VARRONE
    Roma - A Roma non esisteva un'organizzazione sanitaria con ospedali pubblici o privati per la cura dei malati, a parte il Tempio di Esculapio sull'Isola Tiberina, ma allo scopo esistevano medici per tutte le tasche, più cari o meno cari a seconda della fama che si erano procurati nella cura dei loro malati.
    Viceversa diverse strutture sanitarie erano invece presenti in ambito militare con ospedali da campo, medici e infermieri per la cura dei soldati feriti in battaglia. Indubbiamente la medicina romana aveva un grosso limite nell'ignoranza delle infezioni e delle contaminazioni, cosa che del resto sarà acquisita solo in epoca moderna, e la scoperta dei virus risale a 120 anni fa. Questo nonostante Marco Terenzio Varrone nel suo "De re rustica libro III" da quel precursore che era, avesse già anticipato alcuni concetti dell'acrobiologia e dell'epidemiologia, quando, ad esempio avverte di stare lontani dalle zone paludose perché queste zone ospitano dei corpuscoli, minuscole creature che non si possono vedere con gli occhi, ma che fluttuano nell'aria e che possono entrare nel corpo attraverso il naso e la bocca e provocare gravi malattie.
    Marco Terenzio Varrone ebbe questa intuizione nel 36 a.c. e fu uno dei primi a parlare di germi. Ma la medicina, a base di erbe e minerali era nonostante i tempi piuttosto buona, valendosi delle acquisizioni in campo degli Egizi e dei Greci.



    INFLUENZA

    L’influenza non è dei tempi recenti, ma gira per il mondo da millenni, mutando in continuazione. La prima descrizione dei sintomi dell’influenza fu redatta da Ippocrate circa 2400 anni fa, ed è un quadro piuttosto serio, ma è probabile che fosse in circolazione da qualche millennio prima. Sembra che con i secoli l'essere umano si sia un po' immunizzato, per cui non è stata in seguito molto virulenta.



    LEBBRA

    5000 a.c. - E' un’infezione causata da due batteri, il Mycobacterium leprae o il Mycobacterium lepromatosis e i suoi sintomi possono manifestarsi anche dopo 10 anni dal contagio. Causa granulomi su nervi, tratto respiratorio, pelle e occhi; col tempo si perde la capacità di provare dolore e si manifestano deformità.

    Le tracce più antiche della lebbra si trovano in reperti scheletrici umani della valle dell’Indo risalenti a circa 5.000 anni fa. Comunque Ippocrate descrisse la lebbra nel 460 a.c., malattia era ben conosciuta nell'antica Grecia, in Cina, in Egitto e in India. La malattia fu descritta anche da Aulus Cornelius Celsus e Plinio il Vecchio.



    IL COLERA

    Un’infezione intestinale causata da alcuni ceppi del batterio Vibrio cholerae che si diffondono attraverso cibo e acqua infetti da feci umane. All'inizio provoca diarrea con vomito e crampi muscolari, di una tale gravità da portare alla disidratazione in poche ore.

    V secolo a.c. - Ippocrate utilizzò per primo il termine “colera”, anche se non si hanno prove certe che si riferisse a questa malattia.



    FEBBRE TIFOIDE

    430 a.c. - Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso che uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito un'ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

    IL COLERA OVVERO LA PESTE

    LA PESTE

    399 a.c. - Lo scopo del primo lettisternio romano era di placare l'ira degli Dei che avevano inviato un inverno rigidissimo, cui era seguita nell'estate una pestilenza. Il lettisternio fu celebrato dai "duumviri sacris faciundis ed ebbe la durata di otto giorni". Ai santuari con i letti delle divinità sfilarono in venerazione i senatori e patrizi con rispettivi mogli e i figli, poi tutte le tribù e gli ordini con alla testa il pontefice massimo, e poi in fondo i giovani non sposati.
    Durante il lettisternio, come da prescrizione e per fede religiosa, cessarono le liti e le private competizioni, e vennero liberati molti prigionieri.

    165 d.c. - 180 d.c. - Scoppia la peste. Il medico greco Galeno era presente allo scoppio dell'epidemia tra le truppe stanziate ad Aquileia nell'inverno del 168/69. Presumibilmente si trattò di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone che soprattutto per l'epoca era uno sproposito.

    166 d.c. - Nel Mausoleo dei Valeri, accanto alla triade divina (forse Minerva Giunone e Diana), i componenti della famiglia dei Valeri sono atteggiati come antichi filosofi e a sorvegliare il sonno dei fratellini Olimpiano e Valeria, uccisi da un' epidemia di peste nel 166, la statua di Hypnos, il dio del sonno.

    167 d.c. -
    In seguito a una pestilenza l'imperatore Marco Aurelio indice un lettisternio.

    177 d.c. - Il focolaio scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico romano Cassio Dione, e causò fino a 2.000 morti al giorno a Roma, uccidendo un quarto degli infetti. La peste avrebbe imperversato nell'impero per quasi 30 anni, facendo secondo le stime tra i 5 e i 30 milioni di morti. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l'esercito romano.

    Ammiano Marcellino afferma che la peste dilagò fino alla Gallia ed alle legioni stanziate lungo il Reno. Eutropio asserisce che moltissime persone morirono in tutto l'impero. Secondo lo scrittore del V secolo Paolo Orosio, molte città e villaggi della penisola italiana e delle province europee persero tutti i loro abitanti. Quando l'epidemia si spostò verso nord raggiungendo il Reno, infettò anche i popoli germanici e galli posti all'esterno dei confini dell'impero.

    Orosio cita febbre, diarrea, infiammazioni della faringe, eruzioni sulla pelle, a volte asciutte a volte purulente, che apparivano verso il nono giorno di malattia. L'informazione di Galeno non definisce chiaramente la natura della malattia.

    249 d.c. - 262 d.c. - La peste di Cipriano fu una pandemia che colpì l'impero romano dal 249 al 262 d.c. circa, secondo altri dal 251 al 270.

    251 d.c. - ca. 270 d.c. - Lo storico William McNeill afferma che la peste antonina e la successiva peste di Cipriano  furono due malattie diverse, una di vaiolo e l'altra di morbillo, anche se non necessariamente in questo ordine.



    IL VAIOLO

    La grave devastazione che la popolazione europea subì da queste due epidemie potrebbe far pensare che queste persone non fossero mai state colpite dalle due pandemie, che altrimenti avrebbero reso immuni i sopravvissuti. Altri storici credono che si sia trattato in entrambi i casi di vaiolo, ipotesi più corretta dato che la stima molecolare data l'evoluzione del morbillo dopo il 500.



    LA PESTE BUBBONICA  - DAL 541 AL 750 d.c.  - DURO' BEN 209 ANNI!!!

    La peste bubbonica usa come veicolo principale le pulci infette: passando da mammifero a mammifero, ma anche anche tramite contatto con i fluidi corporei di animali o esseri umani infetti. Senza trattamenti specializzati, la mortalità varia dal 30% al 90%.

    541 d.c. - Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica,
    causata dallo stesso batterio, lo Yersinia pestis, che colpì l'Europa nel XIV secolo (la peste nera), con effetti simili. Partendo dall'Egitto giunse fino a Costantinopoli; secondo lo storico bizantino Procopio, morì quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno nella sola Costantinopoli.
    La pandemia si estese nei territori circostanti, uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo occidentale, non si trovavano luoghi dove seppellire i morti e i cadaveri dovevano spesso essere lasciati all'aperto. In pratica causò la morte di 25 milioni di abitanti solo nell'impero bizantino.

    546 d.c. - La peste influenzò anche la Guerra gotica (535-553), Roma, nel 546, rimase senza quasi soldati e poi senza abitanti per alcuni mesi: Procopio di Cesarea riferisce che fu Totila a deportare in Campania i pochi abitanti rimasti.

    560-570 d.c. - La peste non cessa e continua a mietere vittime. Il Liber Pontificalis ricorda come sotto papa Benedetto I (575-579) un'ondata epidemica seguita a grave carestia indusse molte città assediate dai longobardi ad aprire loro le porte. Paolo Diacono scrive che la peste nel 565 decimò la Liguria:
    "tutti erano scappati e tutto era avvolto nel silenzio più profondo. Due figli se ne erano andati lasciando insepolti i cadaveri dei loro genitori; i genitori dimenticavano i loro doveri abbandonando i loro bambini".

    La peste si ripresentò a ondate fino al 750 circa, anche se non raggiunse più la virulenza iniziale. Le stime più accreditate parlano di 25 milioni di decessi. Ma vi sono stime di storici che raggiungono la cifra di cento milioni.
    PESTE ANTONINA

    I SALTI DI SPECIE

    VAIOLO E MORBILLO

    Secondo William McNeill furono i primi salti di specie, nell'attacco all'umanità, di due diverse malattie da ospiti animali, una di vaiolo e una di morbillo, anche se non necessariamente in questo ordine. 


    VAIOLO

    Dionysios Stathakopoulos afferma invece che entrambi i focolai erano di vaiolo. 


    EBOLA

    Secondo lo storico Kyle Harper, i sintomi attribuiti dalle antiche fonti alla peste di Cipriano corrispondono meglio a una malattia virale che causa una febbre emorragica, come l'ebola, piuttosto che il vaiolo. Al contrario, egli sostiene che la peste antonina sia stata causata dal vaiolo.



    SALTI DI SPECIE AUTOLIMITANTI

    La maggior parte degli eventi di salto di specie si traduce in casi auto-limitanti, cioè da animale a uomo senza però ulteriore trasmissione da uomo a uomo, come accade, ad esempio con: 
    - rabbia, 
    - antrace,
    - istoplasmosi 
    - idatidosi.

    Altri agenti patogeni zoonotici possono essere trasmessi dall'uomo per produrre casi secondari e persino per stabilire catene di trasmissione limitate come: 
    - filovirus di Ebola e Marburg, 
    - coronavirus MERS e SARS-related, 
    - alcuni virus dell'influenza aviaria. 



    DA ANIMALE-UOMO A UOMO-UOMO

    Infine, alcuni eventi possono portare all'adattamento finale del patogeno agli umani, che diventano un nuovo serbatoio stabile, come è avvenuto con il virus dell'HIV che ha provocato la pandemia di AIDS. In effetti, la maggior parte dei patogeni che attualmente sono esclusivi degli umani sono stati probabilmente trasmessi da altri animali in passato.



    BIBLIO

    - Q. Sereno Sammonico - La medicina in Roma antica - Il liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico - a cura di Cesare Ruffato - Utet - Torino - 1996 -
    - Andrea Piccioli, Valentina Gazzaniga, Paola Catalano - Bones: Orthopaedic Pathologies in Roman Imperial Age - Springer - 2015 -
    - Celsio - De medicina liber, IV - cap. XXI
    - Dioscorides Pedanius - De materia medica - ed. M. Wellmann and Weidmann - Berlin - 1907 -
    - Past pandemics that ravaged Europe - BBC News - 2005 -
    - Kyle Harper - Solving the Mystery of an Ancient Roman Plague - The Atlantic - 2017 -
    - Dionysios Ch. Stathakopoulos - Famine and Pestilence in the Late Roman and Early Byzantine Empire - Taylor and Francis - 2017 -


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  • 05/05/20--05:17: AMBRACIA - ARTA (Grecia)
  • MOSAICO DI AMBRACIA
    Ambracia, odierna Arta, situata nella periferia dell'Epiro, fu un'antica città greca, capitale del regno d'Epiro (Epirus vetus) durante il regno di Pirro (318 a.c. - 272 a.c.). Nella mitologia greca, Ambracia (in greco antico: Άμβρακία) era una principessa Oeachalian e figlia di Melaneus, figlio di Apollo e Oechalia, e quindi sorella di Eurito. La città di Ambracia in Epiro prese il suo nome (Antoninus Liberalis - Metamorphoses).

    Secondo diversi autori essa venne fondata da Gorgo, figlio di Cipselo (tiranno di Corinto dal 657 al 628 a.c.), nella fertile valle del fiume Aracto, a nord della baia di Azio. Già dal V secolo a.c. il nome originale passa da Ἀμβρακία a Ἀμπρακία.

    TEATRO DI AMBRACIA

    FRANCESCO ZANOTTO

    - Scimmo di Chio (v 452) dice che Ambracia è una colonia di Corintij e che Gorgo, figlio di Cipselo, ne fu il primo abitante. 
    - Strabone (l VII) scrive che la città di Ambracia è opera di Tolgo figlio di Cipselo. 
    - Antonio Liberale (Met l 4) chiama Torgo quello che Scimmo di Chio e Strabone chiamano Gorgo e Tolgo e lo fa fratello di Cipselo. 
    - Questo autore assicura che Ambracia diggià esisteva quando vi fu spedita una colonia di Corinti. 
    - Cipselo, tiranno di Corinto, viveva 620 anni circa prima dell'era volgare.
    - Gli Ambraci gemevano sotto la tirannia di Faleco quando la colonia dei Corinti giunse in Epiro condotta da Cipselo che li tolse dalla tirannia di Faleco e verosimilmente li pose sotto la propria poichè Periandro figlio di Cipselo è chiamato tiranno degli Ambraci da Aristotele e da Massimo di Tiro ed Aristotele dice che il popolo avendo scacciato Periandro recuperò la sua libertà.
    - Gli Ambraci ebbero pure dissenzioni coi Molossi da cui furono vinti.
    - Furono egualmente soggiogati dai re d'Epiro e sconfitti dagli Ateniesi secondo Tucidide (l. 5) comandati da Demostene. 

    LE MURA ANTICHE DI AMBRACIA
    - Diodoro di Sicilia dice che la città d Ambracia restò quasi distrutta per le conseguenze della guerra contro gli Ateniesi. 
    - Demostene riferisce che Filippo padre d'Alessandro re di Macedonia assalì poscia gli Ambracj. 
    - Secondo Polibio, Marco Fulvio li sottomise ai Romani e Paolo Emilio li spogliò dei loro privilegi e dei loro beni come il resto degli Epiroti al dir di Plutarco (in Emilio). 
    - Pausania (l. 10 c. 18) nota che vedevasi a Delfo un asino di bronzo offertovi dagli Ambraci in riconoscenza di una vittoria riportata sopra i Molossi. Le statue, i quadri e le cose preziose che i Romani tolsero ad essi sono innumerabili."

    (Dizionario pittoresco di ogni mitologia - Francesco Zanotto - 1840)

    IL TEATRO PICCOLO DI AMBRACIA

    SECONDO UN'ALTRA TRADIZIONE

    Secondo un'altra tradizione Ambracia fu, originariamente, una città dei Tesproti (antica tribù greca di Tesprozia, Epiro, consanguinei ai Molossi), fondata da Ambrace, figlio di Tesproto, mitico figlio di Licaone.

    I Molossi erano un'antica tribù epirota che abitava la regione dell'antico Epiro sin dall'età Micenea, in antichità avevano abitato le coste della Tessaglia, e vennero portati da Neottolemo, figlio di Achille caduto presso Troia, in Epiro dove occupò Dodona. Ambracia era così celebre per l’oracolo di Giove che da tutta la Grecia erano inviati spesso ambasciatori per consultare l’oracolo. Qui i Molossi tanto furono forti per le armi e per la loro potenza e la loro fama tanto crebbe che furono ritenuti i più forti di tutti i popoli confinanti.
    Tuttavia non venivano amati dai Greci, che li ritenevano ignoranti e rozzi. La più antica delle loro città fu Passarone, in seguito espugnata dai Romani.

    Ambracus figlio di Tesproto pose le fondamenta della città d Ambracia presso la foce dell'Arete, oggidì Arta, sul golfo dello stesso nome.
    Nella seconda metà del VII secolo a.c. (tradizionalmente nel 635 a.c.) nella città vi si insediarono i Corinzi di Cipselo, che la trasformarono in una città greca.

    Presto Ambracia divenne una florida e importante città tanto da inviare 7 navi ad Atene durante la II guerra persiana ( il secondo tentativo di aggressione, invasione e conquista della Grecia ad opera dei Persiani, comandati da Serse I di Persia, tra il 480 e il 479 a.c.)

    NECROPOLI OCCIDENTALE DI AMBRACIA
    Fu in guerra contro i vicini acarnaniesi, appartenenti alla Lega Acarnana, una alleanza tra più città dell'Acarnania (regione greca fondata nel V secolo a.c., che si affaccia sul Mare Ionio, situata tra il fiume Acheloo ed il Golfo di Arta), durante la guerra del Peloponneso, il secondo tentativo di aggressione, invasione e conquista della Grecia ad opera dei Persiani, comandati da Serse I di Persia tra il 480 e il 479 a.c.

    Nel IV secolo a.c. divenne uno stato federale con a capo Anfilochia per il controllo della baia, fino allo scoppio della guerra del Peloponneso, dove Ambracia raggiunse la massima potenza. Nel 426 a.c. la città fu però sconfitta da questi suoi nemici grazie al loro alleato ateniese.

    Occupata dalla Macedonia al tempo di Filippo (382 -386 a.c.), Ambracia passò poi a Pirro, re dei Molossi, che l'abbellì.
    Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.c.), la città venne conquistata dalla Lega Etolica.

    Nel 212 a.c., gli Etoli affiancarono i Romani accanto a Sparta contro Filippo V nel corso della I guerra macedonica (214 - 205 a.c.), ma nel 206 a.c. dovettero giungere a una pace separata con Filippo V, che li indebolì ulteriormente. 

    RESTI DEL TEMPIO DI APOLLO
    Schieratisi con Filippo nella guerra di Creta, nella II guerra macedonica, combatterono al fianco di Roma, alleatasi con Attalo I di Pergamo e Rodi, contro Filippo V di Macedonia alleato del re di Bitinia, Prusia I. 
    Filippo venne sconfitto e costretto ad abbandonare i possedimenti macedoni in Grecia e in Tessaglia il console Tito Quinzio Flaminino proclamò nel 196 a.c. la libertà di tutta la Grecia.

    Nel 189 a.c. venne eletto console Marco Furio Nobiliore che si recò in Etolia al comando di un esercito. L'Etolia, infatti, aveva parteggiato per Antioco III di Siria e, quando questi fu sconfitto alla battaglia di Magnesia, dovette subire la rappresaglia romana. La capitale, Ambracia, si arrese dopo un lungo assedio.

    Per celebrare la sua vittoria (31 a.c.) su Marco Antonio ad Actium, Ottaviano (futuro Augusto) fondò la nuova città di Nicopoli Atia a pochi Km di distanza; di conseguenza, Ambracia andò in declino.
    PONTE DI ARTA

    IL PONTE ROMANO

    Arta è caratterizzata principalmente da un gran numero di interessanti monumenti bizantini. L'emblema della città è il famoso ponte di Arta. rinomato per la sua architettura e la leggenda che coinvolge il capomastro, che si suppone abbia sepolto la moglie nelle fondamenta, per placare gli Dei altrimenti il ponte aveva continui crolli. Si dice che il ponte risalga all'epoca di Pirro, oggetto però di diverse trasformazioni e adattamenti.

    Secondo altri, e il suo aspetto lo conferma decisamente, il ponte è romano ed è a cinque arcate e quattro oculi a livello di guardia per le piene che qui possono defluire, tral'altro alleggerendo il peso del ponte.


    I MONUMENTI

    - Il teatro (III sec. a.c.) scoperto di recente,
    - Le fondamenta del tempio dorico di Apollo Pythios (V sec. a.c.),
    - Una parte delle antiche mura,
    - La base di un monumento del VI sec. a.c. (la fortezza di Arta fu costruita nel XIII secolo in un tratto di mura antiche). Attualmente è utilizzato come teatro comunale,
    - Il ponte romano.
    Si conoscono tre principali parti in cui la città di Ambracia era suddivisa:
    - L'acropoli
    - Il monte Perrante
    - Il porto Ambraco




    TROVATO UN MOSAICO IN CIOTTOLI AD AMBRACIA (Fonte)

    Un mosaico in ciottoli pertinente a dei bagni del IV secolo a.c. è venuto alla luce durante uno scavo presso il piccolo teatro dell'antica città di Ambracia, scavo condotto dall'Eforato delle Antichità di Arta, in Grecia.

    Il mosaico è composto da ciottoli di fiume dalla superficie arrotondata che rappresentano scene legate all'acqua, amorini che giocano con gli animali, cigni, pesci, uccelli acquatici ed un polipo. Il mosaico è antecedente alla costruzione del teatro ed è simile a quello scoperto negli anni '70 nella parte orientale del teatro e successivamente rimosso per essere esposto nel Museo Archeologico di Arta.

    La datazione del mosaico è stata attribuita in base alle sussistenze architettoniche ed in base ai mosaici in ciottoli trovati nelle terme dell'antica città di Corinto e datati alla metà del IV secolo a.c.Arta, che si trova nella Grecia occidentale, è stata abitata ininterrottamente dall'antichità all'età moderna.

    La stratigrafia dei vecchi insediamenti è tuttora visibile in varie parti della città attuale. Il piccolo teatro, per esempio, si trova proprio nel centro della città moderna. Nell'antichità Arta era conosciuta come Ambracia.

    Molto noto è il suo ponte medioevale sul fiume Arachthos, ma anche per i resti risalenti all'epoca di Pirro, re dell'Epiro, l'antica regione greca nella quale era situata la città. Consistenti sono anche i resti dell'epoca bizantina, quali la chiesa Panagia Paregoretissa, costruita nel 1290 da Niceforo I Komnenos Doukas.

    Il primo insediamento nell'area ora occupata dalla moderna Arta risale al IX secolo a.c.. Ambracia venne fondata come colonia corinzia nel VII secolo a.c.. Nel 294 a.c., dopo molti anni di semi-autonomia sotto la sovranità macedone, Ambracia venne ceduta a Pirro, re dei Molossi e dell'Epiro.
    Questi fece di Ambracia la sua capitale e il punto di partenza per la sua spedizione in Italia contro i Romani. Nel frattempo Pirro adornò la città con palazzi, templi e teatri. Nel 146 a.c. Ambracia venne inserita nei possedimenti romani.


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    PASSAGGIO DELLE TERMOPILI
    Le Termopili sono una località greca dove nell'antichità esisteva uno stretto passaggio costiero. Il nome significa all'incirca "porte calde" e deriva dalla presenza di numerose sorgenti naturali di acqua calda.

    È nota soprattutto per la battaglia delle Termopili del 480 a.c., nella quale una piccola forza greca comandata dal re di Sparta Leonida I e composta da vari contingenti, tra i quali spiccavano i soldati scelti spartani, rallentò l'avanzata dell'esercito persiano comandato da Serse I a prezzo della quasi completa distruzione; da allora il termine «termopili» è utilizzato per indicare una tragica ed eroica resistenza nei confronti di un nemico molto più potente.
    La battaglia delle Termopili ebbe luogo nell'aprile del 191 a.c. tra l'esercito seleucide di Antioco III il Grande (241 - 187) e quello romano comandato da Manio Acilio Glabrione. Manlio era stato tribuno della plebe nel 201 a.c. e si era opposto alla richiesta del console Gneo Cornelio Lentulo che voleva il governo della provincia d'Africa, assegnata invece a Publio Cornelio Scipione per unanime voto delle tribù.

    L'anno successivo fu nominato decemvir sacrorum, per il controllo dei riti sacri, venendo poi eletto edile, e poi pretore nel 196 a.c., in cui presiedette ai Giochi Plebei nel Circo Flaminio. Homo pius, utilizzò le multe per l'occupazione impropria dei terreni demaniali per la costruzione di statue in bronzo della Dea Cerere e degli Dei Liber e Libera. 

    Era, seppure plebeo, uomo erudito e ottimo generale, stimato peraltro dall'aristocratico Scipione che ne coltivava l'amicizia.

    Eletto console nel 191 a.c., fu chiamato a condurre la guerra romano-siriaca contro Antioco III che stava avanzando in Acarnania, in Grecia, ponendo sotto assedio molte città. Verso la fine del 192 a.c. Antioco attaccò la Grecia con circa 10.000 fanti, 500 cavalieri, sei elefanti ed una flotta composta da 100 navi da guerra e 200 da carico. Non era un grande esercito.

    I Romani, che avevano reclutato ben 20.000 legionari romani e 40.000 tra gli alleati Italici, con la primavera riuscirono ad inviare ad Apollonia in Illiria, un esercito di 20.000 fanti e 2.000 cavalieri avendo, inoltre, predisposto una flotta a Brundisium.
    Per prima cosa Roma inviò come ambasciatore agli Etoli, un certo Publio Villio Tappulo, affinché minacciasse un intervento romano nella zona.

    Antioco aveva iniziato a invadere la Grecia, grazie anche ai consigli di Annibale, che avrebbe suggerito di attaccare Roma su due fronti, non solo nel mar Egeo, ma anche in Italia, con una flotta seleucide e 10.000 armati, per riconquistare il potere a Cartagine, ed invadere nuovamente l'Italia dall'Epiro (auspicando in un'alleanza con Filippo V di Macedonia), occupandone i punti strategici principali.

    Annibale fu autorizzato dal re selucide ad inviare un messaggero a Cartagine per sobillarli, ma il messaggio fu scoperto e distrutto da chi temeva un nuovo scontro "suicida" di Cartagine contro Roma. 

    Sembra che nel 192 a.c. Annibale e Scipione l'Africano, si incontrarono per la seconda ed ultima volta nella loro vita per trovare un accordo tra le parti. In verità si era creato ormai un forte legame tra il cartaginese ed il romano, l'unico ritenuto da Annibale alla sua altezza. Sembra che i due si stimassero molto per l'intelligenza nell'arte del comando e per l'onestà dell'animo dimostrate da entrambe le parti.
    ANTIOCO III IL GRANDE
    Nel 192 a.c. Antioco III, prima tentare di stipulare inutilmente accordi con i Romani (offrendo loro di lasciare liberi i Rodii, gli abitanti di Bisanzio e di Cizico, tutti i Greci anche dell'Asia Minore, a parte gli Etoli, gli Ionii ed i re barbari dell'Asia), sbarcò in Eubea con 10.000 armati, e proclamarsi protettore della libertà dei Greci. 

    Il re seleucide confidava, inoltre, che alla sua alleanza si sarebbero uniti sia i Lacedemoni di Sparta che i Macedoni di Filippo V.

    Antioco dapprima sbarcò ad Imbro, da lì passò a Sciato, a Pteleo, a Demetriade, e a Falara nel golfo Maliaco in Tessaglia, poi a Lamia, dove si concretizzava l'alleanza tra Seleucidi ed Etoli e si conferiva al sovrano seleucide il ruolo di sua guida.

    La Calcide però non volle allearsi, ma nemmeno i Beoti, e gli Achei ed il re Athamania di Amynandro. Anzi gli Achei si accordarono con i Romani.

    Antioco, venuto però a sapere che le truppe romane avevano passato l'Adriatico e che il sovrano macedone, Filippo V, (238 a.c. 179 a.c.) accompagnato dal pretore romano Marco Bebio Tamfilo si stava dirigendo in Tessaglia, e stava conquistando diverse città, tornò prudentemente a Calcide in Eubea.

    Con l'inizio della primavera, Acilio Glabrione, con due legioni romane e due di alleati italici, per un totale di 20.000 fanti, 2.000 cavalieri ed alcuni elefanti, sbarcato ad Apollonia in Illiria, si unì all'armata dell'alleato macedone. Dopo aver liberato varie città si diresse, con il consenso del re macedone, verso il sud della Tessaglia, prendendo la guida dell'intero esercito.

    Antioco spaventato inviò messaggeri in Asia per sollecitare l'arrivo di Polissenida, comandante rodio che doveva assumere il comando dell'esercito di Antioco, mentre egli si attestava con 10.000 fanti, 500 cavalieri oltre agli alleati a guardia del passo delle Termopili (quello famoso dei 300 di Leonida), per impedire al nemico di penetrare più a sud, e qui attendere l'arrivo dei rinforzi.

    Antioco fece costruire un doppio vallo sul quale egli pose le sue macchine d'assedio oltre a un fossato e un muro, e, per evitare che i Romani attraversassero le montagne e lo aggirassero, presidiò con 2000 Etoli le tre cime del monte, denominate Callidromo, Teichio e Rodunzia. In realtà i romani ignoravano quel passaggio, ma non Manio Glabrione che aveva studiato attentamente la storia greca con la battaglia delle Termopili. E fu la salvezza sua e del suo esercito.

    Egli infatti si rammentò dell'esistenza di un percorso diverso per superare il passo delle Termopili già utilizzato secoli prima dai Persiani per sorprendere i Greci. Pertanto inviò alcune truppe contro Antioco e allo stesso tempo fece cercare ai suoi esploratori il presidio sul sentiero segreto.

    Casualmente, un reparto romano condotto da Marco Porcio Catone (234 a.c. - 149 a.c.) incappò in un avamposto che Antioco aveva stabilito per custodire il percorso. Riuscì a catturare uno dei greci e a scoprire la posizione della forza principale di Antioco e che la guarnigione posta a difesa del percorso ammontava a 600 armati Etoli. I Romani attaccarono questo piccolo contingente, che si disperse immediatamente.

    Mentre la battaglia sulla cima del monte infuriava, apparve sulle alture del Callidrono il contingente degli Etoli in fuga da Catone e poi Catone stesso con un reparto romano, minacciando la retroguardia del re.



    Antioco avendo sentito parlare del micidiale combattimento dei romani si spaventò e, invece di combattere, preso tra due fronti, venne sonoramente sconfitto mentre cercava di riparare nel proprio accampamento, incalzato dai romani che vi entravano insieme a lui.

    Le perdite romane risultarono assai irrilevanti (circa 200 armati), mentre la maggior parte dell'esercito di Antioco fu annientato o ridotto in schiavitù, tanto che il re seleucide dovette fuggire in Asia, ad Efeso, con soli 500 armati. Si racconta che Antioco stesso fu colpito alla bocca da una pietra e perse alcuni denti.

    Ancora oggi si vedono i resti di tre fortezze greche sulle alture sopra alle Termopili, che si presuppongono identificabili con le tre alture citate da Tito Livio. A causa le vittorie romane nella battaglia delle Termopili (191 a.c.), nella battaglia di Magnesia (190 a.c.) e in alcuni scontri navali nel Mare Egeo Antioco venne definitivamente sconfitto e Glabrione ottenne il suo meritato trionfo.

    Venne pertanto stipulato un trattato di pace nel 188 a.c., ad Apamea in Frigia, tra la Repubblica romana ed Antioco III, sovrano seleucide, detta Pace di Apamea. Secondo le disposizioni contenute nel trattato Antioco dovette cedere le navi (gliene lasciarono solo dieci) e gli elefanti da guerra e pagare un'enorme indennità di guerra pari a 15.000 talenti.

    Per la Siria comportò la perdita dei territori ad ovest del Tauro, inclusa la Pisidia, che i Romani affidarono al regno ellenistico degli Attalidi di Pergamo. La sconfitta ebbe conseguenze nefaste per l'impero seleucide che aveva precedentemente superato una grave crisi politico-economica grazie alla guida del re Antioco. I Romani ebbero così l'occasione di espandere il proprio dominio sul Mar Mediterraneo orientale. .


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  • 05/07/20--05:13: TUNNEL DI TITO
  • TUNNEL DI TITO IN ENTRATA
    Seleucia in Pieria o Seleucia sul Mare, era un porto della Siria ed una delle quattro città della Tetrapoli siriana.  Seleucia, le cui origini risalgono al 300 a.c., era soprattutto il porto per Antiochia (ora Antakya).

    Il nome moderno è Çevlik, un piccolo villaggio vicino a Samandağ. L'apostolo Pietro scelse questo luogo per la sua prima missione di conversione rivolta ai gentili, e i suoi convertiti ad Antiochia furono il primo gruppo ad andare sotto il nome di cristiani.

    I macedoni chiamarono questa regione Pieria, e questa regione aveva almeno due porti (il "porto interno" e il "porto esterno"), che a volte venivano usati dalla marina imperiale romana.

    Tuttavia, i porti hanno continuato ad insabbiarsi per un fenomeno di bradisismo.

    Questo fenomeno è legato al vulcanismo (risalita in superficie di materiale allo stato fuso, spesso accompagnato da gas e solidi) consistente in un periodico abbassamento (bradisismo positivo) o innalzamento (bradisismo negativo) del livello del suolo, relativamente lento sulla scala dei tempi umani (normalmente è nell'ordine di 1 cm per anno).

    Secondo altri si tratterebbe invece delle piene dei torrenti che invaderebbero la zona del porto inondandolo di sabbia e detriti.

    Probabilmente i due fenomeni si associano tra loro, tanto è vero che
    diversi imperatori romani ordinarono di scavare alcuni canali per impedire questo processo, ma alla fine tutto divenne inutile.

    La città fu costruita, un po' a nord dell'estuario degli Oronti, tra i piccoli fiumi sulle pendici occidentali del Coryphaeus, una delle vette meridionali dei Monti Amanus.

    Il tunnel di Tito e Vespasiano si trova vicino al villaggio di Çevlik ("Porta d'acqua" ), nel distretto di Samandağ nella provincia di Hatay, ai piedi delle montagne Nur e a circa 35 km a sud-ovest di Antiochia. Da un punto di vista strategico l’importanza di questa città fu notevole in quanto costituiva una base della flotta imperiale romana.

    Poco lontano dal porto si può vedere un grandioso tunnel, magnifico progetto dei bravissimi genieri romani, edificato per deviare il corso di un torrente che minacciava di ostruire il porto. Presumibilmente si trattava di una fenditura naturale poi allargata e dotata di chiuse.

    Così i romani, per evitare che le acque, spesso piene di sabbia e detriti, insabbiassero il porto, decisero di deviare il torrente, facendo tagliare agli schiavi un canale lungo e attraverso la roccia per quasi un miglio.

    ISCRIZIONE A VESPASIANO E TITO
    Qui sopra vi è l'iscrizione di entrata nel tunnel: la dedica a Vespasiano e a Tito 81 d.c. – 96 d.c. Negli studi effettuati (Università dell'Arizona e Università di Ankara) si ritiene si tratti di una antichissima grotta preesistente, la cosiddetta Grotta Kanal, una grotta preistorica che venne trasformata in tunnel dai romani (Andrea De Pascale - Anatolia).

    Il progetto ingegneristico iniziò infatti intorno al 69-79 d.c. sotto il regno di Vespasiano e continuò durante il regno dell'imperatore Tito nel 79-81 d.c., utilizzando soprattutto gli schiavi ebrei ottenuti dalla sconfitta di Gerusalemme (nel 70, altri prigionieri di guerra furono inviati a Roma, dove dovevano costruire il Colosseo).

    Seleucia aveva almeno due porti, ma ambedue i porti continuavano ad insabbiarsi. Diversi imperatori romani ordinarono di scavare canali per impedire questo processo, ma alla fine tutti gli interventi risultarono inutili. Uno di questi canali, perchè ne furono scavati diversi, è il cosiddetto Tunnel di Tito.

    Il canale di Tito, era stato scavato, secondo la narrazione di Flavio Giuseppe, da schiavi ebrei che lavoravano per ordine del comandante romano Tito, che aveva catturato Gerusalemme nel 70 (altri prigionieri di guerra furono inviati a Roma, dove dovevano costruire il Colosseo).

    ISCRIZIONE AD ANTONINO PIO
    Qui sopra vi è l'iscrizione ed uscita dal tunnel: la dedica ad Antonino Pio 138 d.c.–161 d.c. Lo scavo proseguì per molti anni, non per la sezione della roccia ma soprattutto per i detriti che qui continuamente si accumulavano.

    Il sistema di deviazione si basava sul principio di chiudere il fronte del letto del torrente con una copertura di deviazione e di trasferire le acque del torrente al mare attraverso un canale artificiale e una galleria.

    Il canale è lungo quasi 1400 metri e parte di esso attraversa un tunnel progettato dagli ingegneri della decima legione Fretensis. Anche confrontato con i mezzi attuali a disposizione, rimane una grande opera di ingegneria. Ma oltre alla stupefacente opera edilizia esso è meta dei turisti per la sua incredibile bellezza e suggestione di luci ed ombre, di ardite pareti scoscese e lucernari improvvisi sul soffitto altissimo.

    Secondo l'iscrizione infatti, il tunnel non fu terminato se non durante il regno di Antonino Pio (138-161). Gli ultimi operai furono i legionari di IIII Scythica e XVI Flavia Firma. Il loro non fu l'ultimo tentativo di migliorare i porti: secondo la Descriptio Totius Orbis del IV secolo, i porti furono nuovamente rinnovati dall'imperatore Costanzo II (r. 337 - 361).

    IL PONTICELLO D'USCITA
    Considerato "il tunnel più grande del mondo realizzato dall'uomo", l'antica struttura è visitata da centinaia di viaggiatori amanti della storia, dell'arte e dell'architettura.

    Il tunnel, la cui costruzione iniziò nel I secolo d.c. durante il regno dell'imperatore romano Vespasiano e continuò sotto il figlio Tito e il suo successore Antonio Pio, venne costruito anche per combattere la costante minaccia delle acque di piena che provenivano dalle vicine montagne dell'antica città di Seleuceia Pieria, nella odierna Turchia, piene esistenti a tutt'oggi.

    Per risolvere questo problema, l'imperatore Vespasiano ordinò ai suoi legionari, marinai e prigionieri, di scavare un canale d'acqua attraverso la montagna per deviare le acque di piena attraverso un tunnel, impedendo così l'interramento del porto onde impedirne la fine.

    I canali erano stati costruiti dagli ex imperatori romani per risolvere questo problema, ma non sono riusciti a fermare le inondazioni. Il fatto che l'intera galleria sia stata scavata nella roccia solida con martelli e scalpelli e sia sopravvissuta fino ad oggi senza molti danni, continua comunque a stupire gli ingegneri e gli architetti moderni.

    L'USCITA DAL TUNNEL
    Husnu Isıkgor, direttore provinciale per la cultura e il turismo, ha dichiarato all'Agenzia Anadolu di aver eseguito tutti i lavori possibili per la protezione del sito onde offrire ai visitatori un'esperienza migliore e più confortevole.

    Isıkgor ha dichiarato di aver costruito per la prima volta sentieri per passeggiate, terrazze panoramiche e stand dove vengono venduti prodotti locali, ed ora stanno preparando un progetto per la creazione di un centro visitatori che includa strutture sociali all'interno del tunnel.

    "Il tunnel Vespasianus-Titus è il tunnel più lungo del mondo mai scavato a mano. Accanto ad essa, c'è anche la grotta di Besikli, dove ci sono molte tombe di importanti sacerdoti e chierici", ha detto. La grotta è stata chiamata anche le "Tombe dei Re", poiché si ritiene che le tombe appartengano agli imperatori fin dall'epoca romana. "Vogliamo che il tunnel sia aggiunto alla lista permanente dell'UNESCO", ha aggiunto Isıkgor.

    L'area del canale è stata proposta per il Patrimonio Mondiale dell'Umanità  ed è stato aggiunto all'elenco provvisorio nella categoria culturale del patrimonio mondiale dell'UNESCO il 15 aprile 2014. .




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    La "Colonia Ulpia Traiana", ovvero la "Colonia Agrippina Ulpia Traiana" (abbreviato CUT), o "Castra Vetera" , era una città romana nella zona dell'attuale Xanten, una città della Renania Settentrionale -Vestfalia, locata nel distretto di Wesel, in Germania.

    La Colonia Agrippina Ulpia Traiana fu fondata dall'imperatore Traiano (57 - 117), da cui prende il suo nome. Era una delle circa 150 città dell'Impero Romano che aveva lo status giuridico di Colonia Agrippina romana ed erano considerate "immagini di Roma".

    PLANIMETRIA DELLA COLONIA (INGRANDIBILE)
    Ulpia Traiana era la terza principale città romana a nord delle Alpi nella Germania inferiore, dopo di Claudia Ara Agrippinensium (l'odierna Colonia) e Augusta Treverorum (l'odierna Treviri). I loro edifici pubblici rappresentano lo stato elevato della città, che costituiva il centro di un'ampia area circostante.

    Le rovine di Colonia Ulpia Traiana sono tra le poche nel nord Europa. I visitatori possono vedere i resti dell'anfiteatro di 12.000 persone, il bagno, un tempio e alcuni edifici e fortificazioni ricostruiti. Le rovine si trovano nel cosiddetto Parco archeologico (Archäologischer Park in tedesco).

    Fondata oltre 2000 anni fa, Xanten (Castra Vetera, Colonia Ulpia Traiana o Tricensimae in latino) è una delle città più antiche della Germania. Secondo la leggenda, Xanten era il luogo di nascita dell'eroe mitologico germanico Siegfried, l'uccisore dei draghi nel Tesoro dei Nibelungi.



    CASTRA VETERA I

    Castra Vetera era il nome dell'antica fortezza legionaria della provincia romana della Germania inferiore, fortezza che si trovava nei pressi dell'odierna città tedesca di Xanten. Era posizionata lungo il fiume Reno, di fronte alle tribù germaniche dei Sigambri e degli Usipeti, a sud di Noviomagus Batavorum ed a nord di Novaesium.

    L'area fu abitata da varie tribù celtico-germaniche almeno dal 2000 a.c. Nel 15 a.c., sotto l'imperatore Augusto, i romani costruirono un accampamento sulla cima di una collina, che chiamarono "Castra Vetera". 

    Era la base principale della Classis germanica (marina romana per la Germania), che occupava da 8.000 a 10.000 legionari.

    Castra Vetera fu distrutta durante la rivolta dei Bataviani nel 70 d.c.., e fu costruito un secondo campo su Bislicher Insel (cioè un'isola sul Reno). "Castra Vetera II" divenne il campo base della Legio VI Victrix ("Vittoriosa").

    La protezione e le opportunità economiche offerte dal campo romano hanno portato allo sviluppo di un insediamento nelle vicinanze. 

    RESTI DEL TEMPIO DEL PORTO DI COLONIA

    CASTRA VETERA II

    Il primo castra legionario semi-permanente dovrebbe essere stato di poco successivo al 20 a.c., quando Augusto ed il futuro imperatore Tiberio, si recarono in Gallia nel 16 a.c.. Questo primo accampamento, costruito in legno e terra, fu fondato sul Fürstenberg vicino alla moderna Birten, e rimase attivo fino alla distruzione avvenuta in occasione della Rivolta batava del 70.

    Arrivò ad ospitare fino a 10.000 legionari, fungendo anche da base per la Classis Germanica. La posizione strategica dell'accampamento, costruito su di una altura, permetteva il controllo della confluenza del Reno e del Lippe.


    Venne fondata attorno al 16-13 a.c. da Druso Maggiore (38 a.c. - 9 a.c.) come accampamento (castrum) per l'esercito romano assoldato nella campagna di conquista della Germania. Nel 110, aveva raggiunto una popolazione da 10.000 a 15.000 abitanti, e gli furono dati i diritti di una Colonia dall'imperatore Marco Ulpio Traiano, che ribattezzò la città "Colonia Ulpia Traiana".

    Divenne il secondo posto commerciale più importante nella provincia della Germania inferiore, solo da Colonia Agrippinensis (moderna Colonia). Nel 122, la "Vetera II" divenne il campo della Legio Ulpia XXX Victrix, che sostituì la VI Victrix, che era stata inviata in Britannia.

    Le tribù germaniche (principalmente i Franchi) fecero irruzione nell'area molto frequentemente a partire dal III secolo e riuscirono a distruggere la colonia nel 275. Una nuova città, chiamata "Tricensimae", fu allora ricostruita, più piccola ma meglio fortificata e più facile da difendere. I Franchi continuarono le loro incursioni, alla fine conquistarono la città all'inizio del V secolo e si insediarono nell'area.

    RESTI DELL'ANFITEATRO IN PARTE RICOSTRUITO

    TRICENSIMAE

    Tricensimae era il nome di una grande fortezza romana di tarda antichità a Xanten sul Basso Reno. Il suo nome potrebbe essere legato all'esistenza della Legio XXX Ulpia Victrix, una legione romana arruolata dall'imperatore Traiano nel 105 in occasione delle sue campagne in Dacia, almeno secondo le notizie che abbiamo fino ad ora.

    Il campo fu costruito tra il 306 e il 311 d.c., probabilmente sotto l'imperatore Costantino sulle nove insulae centrali della Colonia Ulpia Traiana. Le sue dimensioni erano di 400x400 metri, aveva pareti spesse 4 metri con 48 torri ed era circondato da due fossati. 

    Il materiale da costruzione non proveniva, come nella costruzione di Colonia, da molto lontano. C'erano, infatti, pietre appena fuori dai cancelli. Inoltre, la pulizia del terreno antistante aveva anche uno scopo militare. 

    Ogni rudere era un'ostruzione visiva per i difensori e anche un potenziale nascondiglio per gli aggressori. Il motivo dell'intensificazione delle fortificazioni proveniva dal pericolo del saccheggio dei Germani.

    Nel 352 d.c., Tricensimae fu prima conquistata dai Franchi e poi ricostruita nel 359 d.c.. Nella prima metà del V secolo d.c., l'insediamento fu infine abbandonato. Probabilmente non era più sicuro nonostante le spesse mura.

    RICOSTRUZIONE DELLA PORTA DI ENTRATA AD ULPIA TRAIANA

    SAN VITTORIO CRISTIANO

    Victor Christian (Vittorio Cristiano) di Xanten fu al seguito di San Maurizio, uno dei membri più influenti della Legione nel 363 vicino all'attuale città di Birten. Il nome cristiano gli deve essere stato aggiunto poi, perchè nessuno avrebbe arruolato un cristiano nell'esercito romano.

    Vittorio di Xanten disubbidì non solo come civile ma anche come soldato, perchè la sua religione cristiana gli impediva di uccidere. In qualità di insubordinato, fu giustiziato, divenne martire, come tutta la sua leggendaria legione tebana ed i suoi leggendari compagni di fede, fatto rapidamente santo dalla Chiesa cattolica.

    Nella seconda metà dell'VIII secolo, fu costruita una chiesa sul presunto luogo di sepoltura di Viktor nel vecchio cimitero romano, e chiamato Sanctos super Rhenum ("San sul Reno"). Conosciuto anche come Ad Sanctum, i Franchi chiamarono il luogo di Santen, che alla fine si è evoluto in "Xanten". Questa prima chiesa è dove ora sorge la Cattedrale di San Viktor.





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  • 05/09/20--06:12: GENS NERATIA
  • RILIEVO FUNERARIO DEI PACCII RAMO DEI NERATII
    Della gens Neratia possediamo notizie dal I al IV secolo d.c., e sembra fosse originaria del municipio romano di Saepinum, situato nella zona geografica del Sannio Pentro, peraltro molto attaccati al suolo natio in cui cercarono sempre di collocarsi o ricollocarsi, anche grazie ai possedimenti agricoli e agli edifici residenziali, che possedevano nell'area.

    I Neratii, evidentemente grandi conoscitori dell'agricoltura e del commercio, fecero grande fortuna si da diventare particolarmente ricchi, anzi ricchissimi, il che permise loro di ottenere cariche di notevole rilievo (perfino il consolato), imparentandosi per giunta con altre importanti gentes si da poter contare su appoggi notevoli.

    Infatti nel IV secolo la ramificata rete delle parentele dei Neratii arrivò a comprendere persino la famiglia imperiale, giungendo anche, per risalire i gradini della scala sociale, al farsi adottare (adoptio), come Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa, il cui nome denuncia l’adozione da parte di un Marcus Hirrius Fronto, di probabile estrazione senatoria, nonché un certo legame con Lucius Naevius Pansa, ricordato come patrocinatore della costruzione della basilica forense di Saepinum.

    - M. Hirrius Fronto Neratius Pansa, console nel 73 d.c.;
    - L. Neratius Priscus, console nell’87 d.c.;
    - L. Neratius Priscus, suo omonimo, console nel 97 d.c.;
    - di L. Neratius Marcellus, console nel 95 d.c. e, per la seconda volta, nel 129 d.c.;
    - L. Neratius Proculus, console nel 144 d.c.;
    - Neratius Cerealis, console nel 358 d.c. e di suo fratello Vulcacius Rufinus, console nel 347 d.c.:
    - La neratia Galla fu moglie di Iulius Constantius, fratello dell’imperatore Costantino, e madre di Gallus Caesar, fratellastro dell’imperatore Giuliano. (PLRE I Galla 1: 382).
    - Iustina, sorella di Constantianus e di Cerealis e quindi anch’ella imparentata con i Neratii, fu moglie dell’usurpatore Magnenzio e poi, in un secondo momento, dell’imperatore Valentiniano I, e madre dell’imperatore Valentiniano II e di Galla, a sua volta moglie dell’imperatore Teodosio e madre di Galla Placidia. (PLRE I Iustus 1: 490; PLRE I Iustina: 488; PLRE I Constantianus 1: 221; PLRE I Cerealis 1: 197; PLRE I Galla 2: 382; PLRE II Placidia: 888).

    SAEPINUM

    LE VILLE

    La presenza di una villa Neratiorum è certa per quanto riguarda San Giuliano del Sannio, mentre è altamente probabile, ma non ancora provata, nel territorio di Ferrazzano. Le proprietà dei Neratii erano, in ogni caso, sicuramente numerose nell’ambito territoriale tra la vallata del Tammaro e quella del Tappino.

    A Roma invece è assodato che Neratii stabilirono una sontuosa domus rinvenuta sul colle Esquilino, dove le dimore di lusso abbondavano ma costavano care, e cioè nei pressi di S. Maria Maggiore. Sebbene stabilmente residenti nella capitale e all'apice del prestigio politico-sociale, tuttavia i Neratii mantennero sempre il legame con la comunità natia di Sepino, dotando la città con edifici nuovi, effettuando in età flavio-traianea restauri alla basilica, e segnalandosi in opere di pubblica munificenza, il cosiddetto evergetismo che procurava fama e voti.

    Sappiamo dalle iscrizioni epigrafiche rinvenute che possedevano una villa rustica nel territorio di Sepino e che i sepinati onorarono i membri di questa famiglia prestigiosa con epigrafi, dediche e statue. Ma le epigrafi appartennero pure anche ad ex appartenenti alla familia servile, schiavi e liberti rimasti nella clientela degli antichi padroni, dei quali assunsero e perpetuarono il nome.



    LE EPIGRAFI

    La prima attestazione epigrafica riguardante questa famiglia è di epoca tardo repubblicana e venne  rinvenuta nell'odierna Miranda, vicino la città romana di Aesernia, poco lontano dall'ambito territoriale di Saepinum; essa attesta la discendenza di Caius Paccius Capito, appartenente alla tribù Voltinia, da una non meglio identificata Neratia.

    Il gentilizio Paccius, antico prenome osco (derivante da Pakis), conosce la sua massima diffusione nell'Italia centro-meridionale, ed in particolare nell'area irpina e in quella di Canosa.

    Invece a Saepinum, il primo rappresentante della famiglia conosciuto a livello epigrafico è Caius Neratius, un ex militare che, nella sua carica di duoviro municipale, insieme al collega Numerius Antonius, fa erigere a proprie spese un altare consacrato alla Vittoria. Caius Neratius è quindi un membro della classe dirigente sepinate, un ex soldato che, probabilmente grazie al sostegno dato ad Augusto durante il periodo delle guerre civili, viene dallo stesso imperatore ricompensato con assegnazioni territoriali e con la suprema magistratura municipale.

    Raggiunta tale sommo livello sociale nella vita del municipio, egli riesce a stringere legami familiari con la famiglia di uno dei personaggi di spicco della Saepinum tardo-repubblicana, Lucius Naevius Pansa, anch'egli militare, probabilmente proveniente da Alba Fucens, patrono anch'egli di opere di evergetismo nei confronti della comunità sepinate, come la costruzione della basilica forense e di una fontana monumentale. Da questo momento in poi, tale legame verrà rimarcato  nell’onomastica dei Neratii.

    Ancora in età augustea, venne stabilito un importantissimo legame matrimoniale da una serta Neratia con Antistius Labeus, famoso giureconsulto di origini capuane, figlio di Pacuvius Antistius Labeus, giurista anche tristamente famoso come membro della cospirazione contro Cesare. Detto matrimonio, mise in contatto la sposa e i suoi parenti con i massimi ranghi sociali sepinati ma, soprattutto, dette loro accesso al mondo giuridico e soprattutto alla scuola di Labeo (detta poi Proculiana) della quale i Neratii furono esponenti autorevoli.


    MARCUS HIRRIUS FRONTO NERATIUS PANSA
    Nella seconda metà del I secolo d.c., agli inizi dell’età Flavia, emerge tra le fila della famiglia un personaggio di notevole spessore, Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa, ricordato anche in alcune iscrizioni greche che lo menzionano quale governatore della Lycia-Pamphylia.
    La sua carriera è strepitosa.

    EPIGRAFE DI NAERATIUS CEREALIS
    - 1) comandante di una legione stanziata in Germania inferiore, la XXI Rapax,
    - 2) propretore nella ricca provincia di Lycia e Pamphylia,
    - 3) nel 73/74 d.c., console suffecto.
    - 4) Nello stesso anno, M. H. F. Neratius Pansa riceve l’elezione al patriziato da parte dell’imperatore Vespasiano.
    - 5) Tra il 73 e il 76 d.c., ottiene la censura della regio X (Venetia et Histria),
    - 6) poi il quindicemvirato sacris faciundis, per la custodia e l’interpretazione dei libri sibillini e la competenza sui culti di origine straniera,
    -7) la cura delle opere pubbliche e degli edifici sacri,
    - 8) il comando di una spedizione militare in Armenia minore,
    - 9) nel 79 d.c. diventa propretore in Cappadocia e Galazia,
    - 10) diventa legato propretore di Vespasiano nella provincia di Syria.

    Svolse pertanto incarichi di un certo prestigio, militari e civili, nelle provincie orientali di Lycia e Pamphylia, Armenia minore, Cappadocia e Galazia, e in quella occidentale della Germania inferiore, oltre che, ovviamente, in Italia.

    Ottenne pure importanti meriti militari, per i quali l’imperatore gli conferì particolari onorificenze:
    - Da Vespasiano fu decorato con quattro astae purae, riconoscimento solitamente concesso a chi avesse ucciso nemici in battaglia,
    - quattro vessilli,
    - quattro corone murali, premio per aver scalato mura nemiche,
    - una ricompensa vallare, per aver attraversato trincee nemiche,
    - una corona aurea ed un’ultima corona classica, conferita a chi  per primo avesse messo piede a bordo di una nave nemica.

    Grazie a questi straordinari successi militari ed alla fortunata adozione da parte di Marcus Hirrius Fronto, Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa raggiunse l’ordine senatorio accumulando cariche civili e religiose di grande prestigio.
    Grazie al munifico Lucius Naevius Pansa, forse proprio per rimarcare tale prestigioso collegamento, Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa compì un munifico atto di evergetismo nei confronti della basilica forense fatta erigere dal suo noto parente.

    Da questo momento, in seguito all’adlectio al patriziato concessa da Vespasiano, la famiglia si biforcherà in due rami: l’uno patrizio, l’altro plebeo. Il ramo plebeo della gens, dal quale lo stesso Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa proviene, non sarà meno noto di quello patrizio, vantando molti memri nell’ambito della nobilitas senatoria.

    Nella pars plebea, ricordiamo il fratello maggiore (o forse il cugino) di Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa, Lucius Neratius Priscus. La sua carriera sebbene non goda dell’accelerazione impressa da un’adozione di prestigio, come avviene invece per suo fratello, risulta essere comunque molto rilevante:
    - tra l’84 e l’86 d.c. ricopre la carica della praefectura aerarii Saturni,
    - nell’87 d.c. raggiunge il consolato (suffecto)
    - tra il 92 ed il 96 d.c., ottiene la propretura nella provincia di Pannonia.
    Il conseguimento tardivo del consolato (appena dieci anni prima del figlio naturale), potrebbe essere ricondotto ad una adlectio inter praetorios, forse favorita dallo stesso Vespasiano, già promotore di suo fratello, che da homo novus trasforma Lucius Neratius Priscus in uomo degno di ricoprire le più alte cariche.

    Il trattamento di favore riservato ai Neratii dall’imperatore Vespasiano fu motivato dall’appoggio, essenzialmente economico, che i Flavi dovettero ricevere all’epoca della guerra civile (68-69 d.c.). In tale situazione familiare, i figli di Lucius Neratius Priscus, Lucius Neratius Marcellus, Caius Neratius Proculus (?) e l’omonimo Lucius Neratius Priscus, potevano contare sia sul sostegno paterno, sia su quello dello zio Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa novello patrizio.

    Tra tutti loro fu senz’altro il maggiore, Lucius Neratius Priscus figlio, ad ottenere i riconoscimenti maggiori e a portare più grande lustro alla famiglia (sebbene, al contrario del fratello minore Lucius Neratius Marcellus, non raggiunse il rango patrizio). Lucius Neratius Priscus Lucius Neratius Priscus è probabilmente una delle figure di maggior spicco ed interesse che la gens Neratia ha regalato alla storia.

    Eminente giurista, sposò la linea della scuola di diritto Proculiana, della quale rappresentò uno dei maggiori esponenti, e, proprio grazie alla sua sapienza giurisprudenziale, divenne presto uno dei più stretti collaboratori della casata imperiale. L’imperatore Traiano, infatti, lo volle accanto a sé nel suo consilium principis e, almeno stando a quanto racconta l’Historia Augusta, ebbe addirittura l’intenzione di nominarlo suo successore all’impero.

    Secondo l’autore della biografia, Traiano avrebbe addirittura conferito al giureconsulto una nomina informale a suo successore, affidandogli il governo delle province nel caso di una sua morte improvvisa (commendo tibi provincias, si quid mihi fatale contigerit) e quindi, di fatto, consegnandogli il comando dell’impero.

    Tale decisione, sempre secondo la stessa fonte, sarebbe stata largamente condivisa dall’entourage traianeo, quale attestato di stima nei confronti di Lucius Neratius Priscus. Pertanto, se il passo citato si rivelasse attendibile, la gens Neratia non avrebbe visto uno dei suoi membri assumere il controllo dell’impero solamente a causa di un intrigo di corte, ordito dall’imperatrice Plotina a favore del futuro imperatore Adriano.

    Proprio dall’Historia Augusta, infatti, si dirama la voce che in realtà Traiano non avrebbe adottato Adriano in punto di morte (e che quindi non avrebbe avuto in animo di nominarlo suo erede politico) ma che invece, una volta morto l’imperatore, Plotina avrebbe corrotto un cortigiano affinchè lo impersonasse e adottasse il suo protetto (nec desunt qui factione Plotinae mortuo iam Traiano Hadrianum in adoptionem adscitum esse prodiderint, supposito qui pro Traiano fessa voce loquebatur).

    L'approvazione di molti dei suoi amici, avrebbe programmato di non nominare come suo successore Adriano, ma Neratius Priscus, fino al punto di dire a Priscus: "Affido le province alle tue cure nel caso mi succeda qualcosa". E, infatti, molti affermano che Traiano aveva in animo di seguire l'esempio di Alessandro il Macedone e morire senza nominare un successore.

    Ma, anche in questo caso, molti altri dichiarano che in tal modo avrebbe voluto dare un indirizzo al senato, chiedendo, nel caso in cui gli fosse accaduto qualcosa, di nominare una guida per l'impero romano, e proponendo i nomi di alcuni tra i quali il senato avrebbe potuto scegliere il migliore. E non manca chi afferma che Adriano fu adottato solo dopo la morte di Traiano, e solo per mezzo di un trucco di Plotina: ella avrebbe corrotto qualcuno che impersonasse l'imperatore e parlasse con voce flebile.

    Ovviamente, seppur suggestiva, la notizia che la scelta del futuro imperatore ricadesse su un membro del consilium principis, il dubbio sulla veridicità dell'’Historia Augusta resta fortemente.
    Grazie inoltre alla figura di Lucius Neratius Priscus (figlio), il ramo plebeo della famiglia ottennne riconoscimenti pari, se non superiori, a quelli ottenuti dai parenti patrizi.



    VIRIS ILLUSTRIBUS

    LUCIUS NERATIUS MARCELLUS
    Infatti, Lucius Neratius Marcellus, fratello minore di Lucius Neratius Priscus, venne eletto al rango di patrizio ma, nonostante anch’egli possa vantare una carriera prestigiosa, sicuramente non riuscirà a superare l’incredibile successo del fratello maggiore.

    Attraverso la testimonianza epigrafica è possibile ricostruire il cursus honorum di questo eccezionale cittadino sepinate:

    STELE DI CAIUS NERATIUS
    1) - Tribuno nella legione XXII Primigenia,
    2) -  tribunato della plebe,
    3) -  pretore,
    4) - console suffetto,
    5) - propretore, dapprima in Germania inferiore ed in seguito in Pannonia,
    6) - entrò a far parte del collegio dei VII viri epuloni.

    Ovviamente, gli impegni di corte e l’adempimento dei numerosi incarichi lui assegnati, portarono Lucius Neratius Priscus lontano dall’originaria Saepinum ma, proseguendo la tradizione familiare, egli non tralasciò di mantenere vivi rapporti con il piccolo municipio attraverso l’evergetismo. Insieme a suo padre, infatti, finanziò la costruzione di un edificio, che occupava quasi interamente il lato sud-orientale del foro, e del relativo arco onorario antistante.

    Sull’attico di tale arco, come d’uso, si stagliava un’iscrizione che ricordava i nomi dei due benefattori. Lucius Neratius Priscus, come visto, riuscì a collezionare una lunga lista di incarichi e ad avere una brillante carriera ma, in primo luogo, egli fu un giurista.

    Le sue opere giuridiche più note sono:
    - il Regularum,
    - il Membranarum, al quale attinse Ulpiano,
    - il Responsorum, numerosi frammenti del quale confluirono nel Digesto.

    In ultima analisi, con la figura di Lucius Neratius Priscus, la gens Neratia raggiunge l’apice della sua fortuna. In seguito, infatti, nel periodo tra la seconda metà del II secolo d.c. e la prima metà del IV secolo d.c., i membri della gens, pur continuando a rivestire ruoli di una certa importanza all’interno della classe dirigente senatoriale, di certo non riusciranno ad emergere quanto i loro predecessori; la brillante carriera dei Lucii Neratii Prisci padre e, soprattutto figlio, ma anche quella del pluridecorato Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa e del suo figlio adottivo, nonché nipote naturale, Lucius Neratius Marcellus, offuscherà i risultati raggiunti dalla nuova generazione di Neratii.

    Alla metà del IV secolo d.c., invece, si vedrà come la gens riacquisterà l’antico splendore e arriverà addirittura ad imparentarsi con la famiglia imperiale.


    LUCIUS NERATIUS MARCELLUS
    Nel frattempo anche il fratello minore di Lucius Neratius Priscus, Lucius Neratius Marcellus, raggiungeva importanti traguardi ai livelli più alti dell’amministrazione imperiale. Grazie ad una probabile adozione da parte dello zio paterno, Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa, entrò a far parte del patriziato; ciò rappresenta una notevole spinta alla sua carriera, tanto che raggiunse per la prima volta il consolato nel 95 d.c., due anni prima dell’illustre Lucius Neratius Priscus, una carriera molto più rapida e prestigiosa rispetto a quella del padre naturale. Ed ecco la carriera:

    1) -  magistrato monetale,
    2) tribuno della legione XII Fulminata,
    3) questore,
    4) segretario del senato,
    5) pretore,
    6) console suffecto nel 95 d.c.,
    7) curatore degli acquedotti di Roma,
    8) propretore in Britannia ,
    9) di nuovo console (stavolta ordinario) nel 129 d.c.

    Il successo di Lucius Neratius Marcellus si inquadra principalmente durante l’impero di Traiano e di Adriano, imperatore da lui espressamente onorato a Saepinum con una dedica datata al 130 d.c., probabilmente per esprimere riconoscenza per il conseguimento del secondo consolato. Sarebbe quindi da escludere l’ipotesi che sia a lui riferibile la notizia, riportata dall’Historia Augusta, secondo cui un Lucius Neratius Marcellus sarebbe stato costretto al suicidio da parte di Adriano. Tale opinione è certamente da rigettare anche alla luce del fatto che, dopo la morte di Marcellus, la fortuna politica del ramo patrizio perdura.


    LUCIUS CORELLIUS NERATIUS PANSA

    Il figlio di Lucius Neratius Marcellus, Lucius Corellius Neratius Pansa,  raggiungerà il consolato (ordinario) nel 122 d.c.


    LUCIUS NERATIUS MARCELLUS
    Alcune iscrizioni riguardanti Lucius Neratius Marcellus ricordano Domitia Vettilla, anch’essa donna proveniente da una famiglia di rango consolare, in quanto figlia di Lucius Domitius Apollinaris, console nel 97 d.c.

    Lucius Neratius Marcellus, infatti, sposò in seconde nozze Domitia Vettilla, la quale pose al marito l’iscrizione onoraria che permette di ricostruire la sua carriera. La gran messe di incarichi istituzionali obbligano Lucius Neratius Marcellus a risiedere a Roma; egli fa quindi erigere sull’Esquilino, nell’area sottostante l’attuale basilica di Santa Maria Maggiore, una sontuosa domus, frequentata poi fino ad epoca tardo antica.

    Nonostante risieda ormai stabilmente nell’Urbe, Lucius Neratius Marcellus mantiene nel territorio d’origine numerosi possedimenti, soprattutto fondiari, come quelli nel territorio dei Ligures Baebiani, documentati dalla Tabula alimentaria del 101 d.c..


    CAIUS NERATIUS PROCULUS
    Il terzo figlio di Lucius Neratius Priscus, è Caius Neratius Proculus (?), colui con il quale Lucius Neratius Marcellus probabilmente condivide la proprietà della domus sull’Esquilino, ma di cui non abbiamo notizie. Sappiamo solo che è padre di Lucius Neratius Proculus.


    LUCIUS NERATIUS PROCULUS
    Il cursus di Lucius Neratius Proculus, appartenente al ramo plebeo della gens (come ci testimonia la carica di aedilis plebis Cerialis), si snoda attraverso le varie tappe della carriera senatoriale:

    1) - decemvirus stlitibus iudicandis,
    2) - tribuno della legione VII Geminia Felix,
    3) - tribuno della legione VIII Augusta,
    4) - questure,
    5) - edile plebeo,
    6) - pretore,
    7) comandante della legione XVI Flavia Fidelis, con l’incarico specifico di condurre distaccamenti di soldati (ad ducendas vexillationes) in vista di un Bellum Parthicum, evidentemente scongiurato,
    8) - prefetto dell’erario militare,
    9) console (suffecto) tra il 144 e il 148 d.c.


    NERATIA PROCILLA
    Sorella di Lucius Neratius Proculus è Neratia Procilla; anche questa donna è molto importante all’interno delle dinamiche familiari, in quanto, grazie ad un matrimonio ben congegnato, riesce ad assicurare alla sua gens un ulteriore rapporto di parentela molto vantaggioso. Suo marito Caius Betitius Pietas, infatti, è un notabile di Aeclanum dell’illustre famiglia dei Betitii.
    I figli di questo matrimonio, Neratia Betitia Procilla e Caius Neratius Proculus Betitus Pius Maximillianus, raggiungeranno entrambi ottimi livelli.


    NERATIA BETITIA PROCILLA
    Neratia Betitia Procilla sarà flaminica dell’imperatrice Faustina Minore.


    CAIUS NERATIUS PROCULUS BETITUS PIUS MAXIMILLIANUS
    fratello di Neratia Betitia Procilla, otterrà il consolato. È da notarsi che essi sono dei Neratii – Betitii; il titolo gentilizio materno ha, in questo caso, il primo posto rispetto a quello meno prestigioso della famiglia paterna. Tramite la parentela con i Betitii, i Neratii si imparentarono, di conseguenza, con l’importantissima gens Anicia.


    FALTONIA PROBA
    Faltonia Betitia Proba, poetessa cristiana moglie del praefectus urbi nel 351 d.c., Neratius Probus, è detta Aniciorum mater. Faltonia  fu la più importante e influente poetessa di lingua latina del tardo impero che compose versi prima di carattere epico e poi cristiano. Ebbe come nipote Anicia Faltonia Proba, sorella del console del 370 Olibrio e moglie di Sesto Petronio Probo, console nel 371, che visse a Roma, nella ricchissima villa che gli Anici avevano al Pincio, più o meno dove sorgono oggi la scalinata e la chiesa di Trinità dei Monti e Villa Medici, ossia negli Horti Aciliorum.


    LUCIUS CORNELIUS NERATIUS PANSA
    Lucius Corellius Neratius Pansa fu un altro esponente di questa generazione di Neratii, figlio di Lucius Neratius Marcellus e della sua prima moglie, Corellia Hispulla, appartenente ad un’illustre famiglia; suo padre era infatti Quintus Corellius Rufus, console nel 78 d.c. Dietro alla scelta matrimoniale di Lucius Neratius Marcellus si cela probabilmente la volontà di legarsi ancor più  con la famiglia del suo principale sostenitore, il genitore adottivo Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa.

    EPIGRAFE DI LUCIUS NERATIUS MARCELLUS
    Infatti, Corellia Hispulla era parente di Lucius Corellius Celer Fisius Rufinus, marito di Varia Pansina, nipote abiatica dello stesso Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa. Varia Pansina, infatti, era figlia del matrimonio tra Neratia Pansina (figlia naturale di Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa) e Lucius Varius Ambibulus, originario di Aeclanum.

    Tornando a Lucius Corellius Neratius Pansa, il cui nome prende elementi sia dalla parte materna sia dalla parte paterna: al gentilizio della gens di sua madre si associa il cognomen del padre adottivo del suo padre naturale, Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa. Nella Tabula alimentaria dei Ligures Baebiani, tra i proprietari dei fundi, si menziona un Lucius Corellius Neratius Pansa. Sempre dalla Tabula, veniamo a conoscenza del fatto che Lucius Neratius Marcellus avrebbe fatto da garante del proprio figlio riguardo al pagamento degli interessi su un prestito contratto.

    Purtroppo non conosciamo l’intero cursus honorum di questo membro del ramo patrizio dei Neratii, sappiamo però che raggiunse il consolato (ordinario) nel 122 d.c., il che esclude totalmente l’induzione al suicidio da parte di Adriano nei confronti del padre Neratius Marcellus, perchè avrebbe impedito a Corellius Neratius Pansa di raggiungere la carica consolare.


    LUCIUS IUNIUS AURELIUS NERATIUS GALLUS FULVIUS MACER
    Tra la seconda metà del II secolo d.c. e la prima metà del IV secolo d.c., le fortune della gens neratia, pur sempre nelle sfere sociali più alte, registrano una notevole flessione. Nella seconda metà del II secolo d.c., spicca tuttavia un certo Lucius Neratius Iunius Macer che, secondo alcuni (De Benedittis), sarebbe da identificare con il Lucius Iunius Aurelius Neratius Gallus Fulvius Macer, noto attraverso un’epigrafe rinvenuta a Roma.


    I NERATII - FUFIDII
    Neratii - Fufidii La continuità familiare della gens, da questo momento in poi, è assicurata essenzialmente dalla linea matrilineare: per il III secolo d.c. abbiamo un consistente gruppo epigrafico, reperito nel municipium di Saepinum e, per quanto riguarda quattro epigrafi in particolare, a San Giuliano del Sannio, nella zona pertinente alla villa (contrada Crocella), che riguarda tre fratelli, Caius Neratius Fufidius Priscus, Caius Neratius Fufidius Annianus e Caius Neratius Fufidius Atticus, figli di Caius Fufidius Atticus68 e di Neratia Marullina.

    L’onomastica di Neratia Marullina ha fatto insorgere qualche sospetto circa una presunta parentela tra la gens Neratia e la gens Eggia, eminente famiglia di Aeclanum; Lucius Cossionus Eggius Marullus, curatore di Canosa e console (ordinario) nel 184 d.c., sarebbe allora responsabile del cognomen Marullo alla madre dei tre fratelli celebrati nelle epigrafi di San Giuliano.


    LUCIUS NERATIUS ANNIANUS
    A parte quest’ulteriore parentela, è provata la discendenza di Neratia da un Neratius Priscus, forse figlio adottivo del famoso giurista Lucius Neratius Priscus (iuniore). C'è chi identifica questo Neratius Priscus con il Lucius Neratius Annianus, probabile figlio adottivo di uno dei figli di Lucius Neratius Priscus (senior), Lucius Neratius Priscus, Lucius Neratius Marcellus o Caius Neratius Proculus (senior). In tal caso, il Lucius Neratius Annianus, originariamente membro della gens Annia, sarebbe entrato nella gens Neratia tramite l’adozione da parte del famoso giurista Neratius Priscus, oppure di uno dei suoi fratelli.

    Il suo nome per esteso sarebbe allora Lucius Neratius Priscus Annianus (oppure Lucius Neratius Marcellus Annianus o, ancora, Lucius Neratius Proculus Annianus), il che giustificherebbe la trasmissione del cognomen Annianus al figlio di Neratia Marullina, Caius Neratius Fufidius Annianus, che l’avrebbe quindi ricevuto dal nonno materno.


    CAIUS NERATIUS FUFIDIUS PRISCUS
    CAIUS NERATIUS FUFIDIUS ANNIANUS
    CAIUS NERATIUS FUFIDIUS ATTICUS

    Le iscrizioni pertinenti ai tre fratelli Caius Neratius Fufidius Priscus, Caius Neratius Fufidius Annianus e Caius Neratius Fufidius Atticus, ricordano il nonno Neratius Priscus (Lucius Neratius Priscus Annianus?) ed il bisnonno Accius Iulianus, entrambi di dignità consolare.

    Con questi tre fratelli, quindi, si viene a comporre un nuovo ramo collaterale della famiglia, quello dei Neratii Fufidii (in quanto figli di una Neratia – Neratia Marullina - ed un Fufidius – Caius Fufidius Atticus).

    Come vedremo, tale ramo sarà molto importante per Saepinum, in quanto proprio questi tre fratelli sono i proprietari della villa di San Giuliano. È ancora una volta un matrimonio, pertanto, a procurare alla gens Neratia un’alleanza con una famiglia dell’élite senatoriale, quella dei Fufidii, originari di Telesia.

    Per quanto riguarda le carriere di Caius Neratius Fufidius Priscus, Caius Neratius Fufidius Annianus e Caius Naratius Fufidius Atticus, non disponiamo di cursus per intero ma sappiamo che furono tutti di rango senatorio. Qualche ulteriore breve considerazione può poi essere fatta sul cognomen Annianus che, come precedentemente accennato, Caius Neratius Fufidius Annianus potrebbe aver ereditato da suo nonno materno.


    NERATIA ANTEIA RUFINA NAEVIA DECIANA
    Neratia Anteia Rufina Naevia Deciana, figlia di un Lucius Neratius Priscus, e forse sorella di Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa e Lucius Neratius Priscus (senior). Nel nome di questa Neratia ricorre il cognomen Pansa che rimanderebbe quindi a Lucius Naevius Pansa, padre adottivo di quello che si pensa essere suo fratello; andando oltre, il cognomen Rufina la ricollegherebbe al console P. Anteius Rufus (dal quale le deriverebbe anche il nome di Anteia).


    LUCIUS NERATIUS RUFINUS
    A sua volta, ella avrebbe trasmesso il suo cognomen al figlio, Lucius Neratius Rufinus, e alla nipote, Iulia Rufina Augurina, il cui padre potrebbe essere il Caius Iulius Augurinus che Tacito menziona quale vittima delle repressioni neroniane.


    FLAVIA NERATIA SEPTIMIA OCTAVILLA
    Un’epigrafe urbana ci fornisce notizia di Flavia Neratia Septimia Octavilla, donna di rango senatoriale (clarissima puella), figlia di un personaggio legato all’entourage adrianeo, Lucius Flavius Septimus Aper Octavianus, i cui elementi onomastici rimandano, in un certo qual modo, a Settimio Severo. Purtroppo non abbiamo ulteriori notizie riguardanti questa famiglia che ci permettano di chiarire tutti i dubbi circa il suo grado di parentela con i Neratii; tuttavia nel IV secolo d.c., le fila della gens si intrecceranno con quelle della famiglia imperiale dei Costantinidi in un primo tempo e dei Valentiniani poi.


    NERATIUS IUNIUS FLAVIANUS
    Nel IV secolo d.c. rileviamo Neratius Iunius Flavianus, probabilmente figlio del Lucius Iunius Aurelius Neratius Gallus Fulvius Macer, documentato epigraficamente a Roma, che divenne prefetto urbano nel 311-312 d.c.


    NERATIUS CERIALIS
    Neratius Cerealis, uomo ricchissimo, fu:
    1) - praefectus annonae nel 328 d.c.,
    2) - praefectus Urbi nel 352-353 d.c.
    3) - console (ordinario) nel 358 d.c.

    Trasformò la villa sull’Esquilino in una sontuosissima dimora, dotandola dei Balnea Cerealis, grandiose e lussuosissime terme riservate all'elite del senato romano.


    NERATIUS SCOPIUS
    Neratius Scopius, consularis Campaniae, fu probabilmente figlio di Neratius Cerialis.


    NERATIUS PALMATUS
    Neratius Palmatus (figlio stesso di Neratius Scopius?), consularis in Sicilia, forse da identificare con il Neratius Palmatus praefectus Urbi nel 412 d.c.


    VULCACIUS RUFINUS
    Importanti anche i fratelli di Neratius Cerealis: Vulcacius Rufinus e Galla.
    Vulcacius Rufinus fece un'ottima carriera:
    1) - pontifex maximus,
    2) - vir consularis per la Numidia,
    3) - comandante di truppe comitatensi in Egitto e Mesopotamia,
    4) - console (ordinario) nel 347 d.c.,
    5) - prefetto del pretorio per l’Italia,
    6) - prefetto del pretorio per l’Illirico,
    7) - di nuovo prefetto del pretorio per l’Italia,
    8) - prefetto del pretorio per la Gallia,
    9) - prefetto del pretorio per l’Africa.


    GALLA
    La neratia Galla e suo figlio,  il Cesare Flavius Claudius Constantius Gallus
    Sorella di Neratius Cerealis e Vulcacius Rufinus, Galla, sposò Iulius Constantius, figlio del tetrarca Costanzo Cloro e di Teodora e quindi fratellastro dell’imperatore Costantino I. Ebbe tre figli, fratellastri dell’imperatore Giuliano l’Apostata, che nacque da un secondo matrimonio di Iulius Constantius con Basilina.


    FLAVIUS CLAUDIUS CONSTANTIUS GALLUS CAESAR
    Il figlio maggiore di Iulius Constantius perì insieme a suo padre nell’estate del 337 d.c. quando, morto l’imperatore Costantino, l’esercito uccise i maschi della famiglia imperiale affinchè non gli succedessero. La strage fu gradita ai figli naturali di Costantino: Costantino II, Costanzo II e Costante I, che miravano al trono.

    EPIGRAFE DI CAIUS FUFIDIUS ATTICUS
    Unici sopravvissuti furono Giuliano, che si salvò perchè nel 337 d.c. aveva solo sei anni, e Constantius Gallus, secondo figlio di Iulius Constantius e della neratia Galla (e quindi fratellastro di Giuliano), perchè affetto da una malattia ritenuta mortale, oppure perchè Costanzo II voleva salvare la vita a quello che era diventato da poco suo cognato, in quanto sua sorella era andata in sposa a Costanzo II.

    Nel 351 d.c., Constantius Gallus venne nominato Cesare da Costanzo II, divenendo Flavius Claudius Constantius Gallus Caesar. L’anno precedente c'era stata l’usurpazione del generale Magnenzio che, ucciso l’Augusto d’Occidente Costante I, era stato acclamato imperatore dal suo esercito stanziato in Gallia.

    Era quindi necessario che Costanzo II, preparasse una campagna militare in Occidente che però, in mancanza di un erede, avrebbe lasciato il trono orientale allo sbaraglio. Pertanto l’imperatore scelse di elevare Constantius Gallus al rango di Cesare e conferirgli quindi il controllo sulla pars orientis dell’impero.

    Constantius Gallus e Giuliano, infatti, seppur risparmiati dalla strage, nel 337 d.c., secondo la testimonianza di Ammiano Marcellino, erano stati affidati ad Eusebio di Cesarea e alla sua morte, vennero relegati nella residenza imperiale del Macellum, in Cappadocia.

    Così Flavius Claudius Constantius Gallus Caesar, ricevette il nome di Costantius e sposò Costantina, sorella maggiore di Costanzo II, meglio conosciuta come Costanza. Nel periodo in cui Constantius Gallus fu Cesare (351-354 d.c.) vi fu una violenta rivolta della comunità ebraica in Palestina (351-352 d.c.), sedata nel sangue dal magister militum Ursicino e la città di Diocesarea venne completamente distrutta.

    Negli ultimi anni del suo governo, vi furono contrasti con i Sasanidi, nemici di Roma; le fonti, a riguardo, ci informano di alcuni successi riportati dal cesare, probabilmente dovuti al generale Ursicino.

    Giuliano, nella sua Epistola al Senato e al Popolo degli Ateniesi, narrò di come il fratellastro Constantius Gallus, divenuto Cesare, volesse usurpare il trono del cugino instaurando un regime di terrore, sospetti e crudeltà, sostenuto dalla moglie Costanza, una “megera in veste di donna”, una donna molto più anziana del marito. Ammiano Marcellino: “Sempre più incontenibile e dannoso per tutti gli uomini onesti, il Cesare, ormai privo di ritegno, dopo i fatti che abbiamo riferito, opprimeva per lungo e per largo tutto l’Oriente, non risparmiando i nobili, i maggiorenti delle città ed i plebei.”

    Constantius Gallus entrò in contrasto con il senato di Antiochia. A causa del repentino innalzamento del prezzo del grano, propose una nuova tassa e, di fronte alla risposta negativa di molti senatori, ne condannò a morte parecchi, dissuaso solo dal comes Orientis Onerato, che rifiutò di far eseguire la condanna, evitando l’intervento diretto dell’imperatore contro Constantius Gallus.

    Allora il Cesare incolpò Teofilo, vir consularis Syriae, dell’aumento del prezzo del grano e la scarsità dei rifornimenti, facendolo linciare dalla folla. A questo punto Costanzo II sostituì Ursicino con un uomo a lui fedele, per togliere a Cesare il suo valente generale; poi richiamò a corte il Cesare e sua moglie, che però morì durante il viaggio. Giunto a corte Constantius Gallus fu chiamato a render conto delle sue scelleratezze e venne condannato a morte.


    IUSTINA
    Nel frattempo, alcuni Neratii si erano imparentati con Iustus, il vir consularis della provincia di Picenum, fatto uccidere da Costanzo II. I suoi figli erano Cerealis, Constantianus e Iustina. Quest’ultima figlia andò in sposa all’usurpatore Magnenzio ma, una volta sconfitto da Costanzo II, ella sposò l’imperatore Valentiniano I da cui ebbe Valentiniano II, il quale succederà al padre al comando dell’impero, e Galla che sposerà Teodosio e sarà madre di Galla Placidia.



    A SEPINUM

    A Saepinum, in epoca tardo-antica, Neratius Constantius, curator locale, promosse lavori di ristrutturazione urbanistica notevoli, coadiuvato dal rector della provincia Fabius Maximus. Fece restaurare:
    -  la basilica,
    - il tribunal colomnatum,
    - le thermae Silvani con relativa porticus,
    - l’area del foro
    - le mura urbiche.

    Le opere edilizie furono dovute all’intervento diretto di Neratius Cerealis, all’epoca praefectus Urbi, disponendo, attraverso il parente e patronus municipii Neratius Constantius, una risistemazione della città d’origine della propria gens.



    A ROMA

    La più importante testimonianza archeologica della presenza dei Neratii a Roma è la domus Neratiorum sull’Esquilino, il cui sito a tutt'oggi è noto solo parzialmente e soprattutto non precisamente circoscrivibile.

    La storia dei ritrovamenti inizia nel 1873 quando, durante dei lavori di scavo condotti nella zona tra piazza dell’Esquilino, via Cavour, via Farini e via Manin, furono rinvenuti i resti della domus di Naeratius Cerealis, in base al ritrovamento in sito di un’epigrafe che lo menzionava come conditor balnearum. Un’epigrafe con iscrizione analoga era stata già rinvenuta nell’area attigua dell’odierna Stazione Termini, un tempo occupata dalla villa Montalto Peretti – Negroni.

    Nella stessa zona, poi, erano state trovate basi dedicate rispettivamente a Naeratius Cerealis e a suo figlio Naeratius Scopius e numerose epigrafi menzionano Naeratius Cerealis quale promotore di un impianto termale; tra ‘600 e ‘700 si trovavano conservate in punti di Roma anche piuttosto distanti tra loro (dalla villa Matteiana del Celio a villa Borghese) e non si conservava memoria dei luoghi di ritrovamento. Ciò suggerì prudenza nel considerare le epigrafi esquiline un riferimento topografico certo.

    Nel 1905, all’angolo tra via Urbana e via di Santa Maria Maggiore, venne rinvenuta una fistula aquaria con il nome dei Neratii, del II secolo d.c. Si comprese che l’espressione conditor balnearum si riferisse a qualche importante edificio pubblico che Cerealis aveva inaugurato in altra zona. Invece le ricche decorazioni degli ambienti, i resti di cornicioni in rosso antico, di colonne in giallo e nero antico, di un tratto di sectile parietale, le pavimentazioni di marmo cipollino e la statuaria rinvenuta, rimandano a una residenza aristocratica tardo antica.



    NERATIUS PALATIUSIl complesso passò poi in eredità a Naeratius Palmatus, praefectus urbi nel 412 d.c. e figlio, o forse nipote, di Naeratius Scopius. Egli, ultimo personaggio della gens Neratia, probabilmente fu anche l’ultimo dei Neratii proprietario della domus esquilina.

    Terminata la dinastia, l’edificio, verosimilmente attraverso una donazione, entrò a far parte delle proprietà della nuova basilica di Santa Maria Maggiore, quale casa d’affitto da rendita.



    LA DOMUS CISPIA

    Durante una campagna di scavo condotta tra il 1966 e il 1971 nell’area sottostante la basilica di Santa Maria Maggiore, la quale occupa la sommità del Cispio, sotto il pavimento della chiesa, a sei metri di profondità, furono rinvenuti i resti di un edificio costituito essenzialmente da un grande cortile porticato, sul quale si affacciano alcuni altri ambienti.

    La fase più antica, in opus incertum, è datata al II secolo a.c., mentre il rifacimento principale sembra essere di età adrianea. Inizialmente identificato con il Macellum Liviae, è stata considerata un’abitazione privata. In particolare, nel II secolo d.c., la domus sembra sia appartenuta a Lucius Neratius Marcellus e a Caius Neratius Proculus, fratelli di Lucius Neratius Priscus; a questi personaggi si riferirebbe l’iscrizione riportata sulla fistula aquaria di cui sopra.

    Gli scavi condotti sotto la basilica di Santa Maria Maggiore hanno altresì messo in luce una decorazione parietale eccezionale: i muri dei lati lunghi erano infatti ricoperti da un calendario dipinto, intramezzato da scene che rappresentano lavori agricoli corrispondenti ai relativi mesi, tutt’ora parzialmente conservato.

    La datazione è precedente all’ultimo quarto del IV secolo d.c., quando le pitture furono ricoperte da una decorazione a finto marmo. La proprietà dei Neratii doveva estendersi nella zona oggi dell’Ottocento subito fuori della Porta Esquilina, compresa tra la stazione Termini, la basilica di Santa Maria Maggiore, il complesso del palazzo Brancaccio, ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma, e il teatro Morgana (poi teatro Politeama Brancaccio) su via Merulana. Soprattutto in epoca tardo antica, la domus doveva presentarsi come una residenza urbana particolarmente sontuosa, degna di ospitare una potente famiglia aristocratica come quella dei Neratii.



    BIBLIO

    - Eutropio - Storia di Roma - Santarcangelo di Romagna - Rusconi Libri - 2014 -
    - D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma, Newton Compton editori - 2001 -
    - Andrea Frediani, Sara Prossomariti - Le Grandi Famiglie di Roma Antica - Roma - Newton Compton Editori - 2014 -
    - Edward Gibbon Nomina Gentesque Antiquae Italiae (1763-1764) -
    - Valerio Cianfarani - Guida delle antichità di Sepino - Milano - 1958 -

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    Nome: Marcus Aemilius Lepidus
    Nascita: 90 a,c, Roma
    Morte: 13 a.c. San Felice Circeo
    Moglie: Giunia Seconda
    Figli: Aemilia Lepida, Marco Emilio Lepido minore
    Consolato: 46 a.c. 42 a.c.


    Marco Emilio Lepido (in latino: Marcus Aemilius Lepidus; 90 a.c. circa – 13 a.c.) è stato un politico romano, membro del II triumvirato assieme a Ottaviano e Marco Antonio, due volte console e pontefice massimo.



    L'INTERREX

    Appartenente a un'antica famiglia patrizia, era figlio dell'omonimo Marco Emilio Lepido,  il console del 78 a.c, .e fratello del console Lucio Emilio Paolo, console nel 50 a.c.. Provocò la nomina a dittatore di Cesare, desiderando vendicare la morte del padre vittima dell'aristocrazia.

    Nel 52 a.c., subito dopo la morte di Publio Clodio Pulcro, esponente dell'importante gens aristocratica dei Claudii, fu nominato interrex dal Senato. L'interex era un magistrato nominato dal Senato romano esclusivamente per convocare i comitia centuriata, le assemblee popolari della Res Publica Romana, onde eleggere i nuovi consoli o i nuovi tribuni consolari, quando i loro predecessori non avevano potuto.

    Roma però si trovava in uno stato di anarchia e Lepido rifiutò la convocazione dei comizi per l'elezione dei consoli; per tale motivo la sua casa venne assediata dai partigiani di Clodio e lui a stento riuscì a salvarsi.



    IL CURSUS HONORUM

    Successivamente compì un rapido cursus honorum che lo vide pretore nel 49 a.c., governatore della Spagna Citeriore nel 48-47 a.c. dimostrando ottime doti di governatore e soprattutto di generale, per cui ebbe l'acclamazione a imperator e il trionfo.

    Venne nominato console nel 46 a.c. insieme a Giulio Cesare e grazie all'appoggio di Giulio Cesare. Negli anni 46-44 a.c. la collaborazione con Cesare divenne ancora più stretta con la nomina di Lepido a magister equitum nel 45 a.c., la seconda carica dello Stato.



    MORTE DI CESARE

    Alla morte di Cesare nel 44 a.c. Lepido era a Roma con una legione, fatto che lo poneva in una situazione di netto vantaggio potendo minacciare vendetta nei confronti dei cesaricidi. Appoggiò e sostenne Marco Antonio che gli conferì la più alta carica religiosa lasciata vacante dall'assassinio di Cesare, quella di pontifex maximus.

    Patrocinò la riconciliazione fra Sesto Pompeo e Antonio nel 43, suscitando le ire di Cicerone per aver tentato di conciliare Antonio e il senato. Poiché continuava a parteggiare per Antonio, fu dichiarato nemico pubblico.

    MARCO EMILIO LEPIDO PONTEFICE MASSIMO

    IL II TRIUNVIRATO

    Però con l'arrivo a Roma dell'erede di Cesare, Ottaviano, Lepido seguì le sorti di Marco Antonio presentandosi come garante fra i due contendenti alla successione del defunto dittatore, e stipulando un'alleanza il 26 novembre del 43 a.c. che riguardava Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. Questa alleanza durò dieci anni, fino al 33 a.c., ma non venne rinnovata.

    Però a differenza del Primo triumvirato, che era solo un accordo privato, il Secondo Triumvirato fu una organizzazione ufficiale, anche se extracostituzionale, che ricevette l'Imperium Maius e, in questo accordo stretto a Bologna, Marco Lepido assunse il governo della Spagna, dell'Italia e di una parte della Gallia. e successivamente dell'Africa settentrionale.

    Fu console per la seconda volta nel 42 a.c. e dette alcune legioni ai colleghi per la guerra contro Bruto e Cassio. Nel 40 a.c., con la pace di Brindisi, ottenne le province africane dalla divisione della repubblica con gli altri triumviri. Durante la battaglia di Filippi rimase a guardia di Roma.
    Aveva sposato Giunia, sorella di Bruto, da cui ebbe un figlio, Marco, che tentò di assassinare Ottaviano (30 a.c.): scoperto da Mecenate, fu ucciso.



    ESCLUSIONE DAL TRIUNVIRATO

    Fu però messo in disparte nel 39, e, dopo aver partecipato con Ottaviano alla lotta contro Sesto Pompeo, reclamò per sé l'Africa e la Sicilia. In realtà, avendo poi fornito un aiuto a Sesto Pompeo, venne abbandonato dai soldati e sopraffatto da Ottaviano, e fu escluso dal triunvirato nel 36. Costretto a un volontario esilio al Circeo, conservò solo la carica di pontefice massimo e si ritirò a vita privata.

    La sua effigie compare in molte monete datate dai numismatici tra il 43 ed il 36 a.c. Tuttavia queste si somigliano poco, al punto che ne possiamo distinguere tre tipi.
    - Il primo (monete di Mussidio Longo, Vibio Varo, P. Clodio) ha un'età media, dai tratti piuttosto convenzionali;
    - il secondo (monete di Livineio Regolo) presenta un volto giovanile, di influsso ellenistico;
    - il terzo (monete africane tra il 40 ed il 36 a.c.) artisticamente piuttosto rozze, vagamente ellenistiche.

    A parte ciò sono state identificate con Emilio Lepido:
    - una statua di togato da Velleia (Parma, Palazzo Farnese),
    - una testa in bronzo da Ercolano (Napoli, Museo Naz.),
    - una testa della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen
    - ed infine la figura di pontefice massimo che è sul fregio dell'Ara Pacis.



    LA MORTE

    Morì nel 13 a.c., sembra per cause naturali.


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    L'ANTICA TERGESTE
    Sotto alla Trieste moderna giacciono i resti della colonia romana di Tergeste, fondata verso la metà del I secolo a.c. e posta sul versante nord-occidentale del colle di San Giusto, ai piedi di un'imponente scarpata che dall'altopiano del Carso degrada bruscamente verso il mare Adriatico. La costa era più arretrata rispetto all’attuale e vestigia delle strutture portuali sono state individuate lungo via del Teatro Romano e via Cavana.

    La banchina del porto, costruita in lastre di arenaria nel I o inizi II secolo d.c., rimase in funzione almeno fino al V secolo e alcuni resti sono ancora visibili sotto la moderna pavimentazione di esercizi commerciali e alberghi della zona.

    Tergeste si sviluppò progressivamente, raggiungendo la sua massima espansione durante l'impero di Traiano, con una popolazione che, secondo lo storico Pietro Kandler, contava 12.000 abitanti. Etimologicamente, il toponimo di Trieste deriva dal venetico Tergeste, formato da - terg - "mercato" ed - este - suffisso tipico dei toponimi venetici.

    RICOSTRUZIONE DEL PORTO (dal dvd La città invisibile. Frammenti di Trieste romana)

    L'ACCAMPAMENTO ROMANO

    Se un tempo si pensava che la Tergeste romana fosse sorta sul colle di San Giusto, in un'area che offrisse riparo dal vento, nel 2013, grazie a un radar ottico chiamato lidar (light detection and ranging), montato su un aeroplano, e a un georadar per lo studio del paesaggio, sono emersi dei nuovi insediamenti situati tra Montedoro e la baia di Muggia, porto naturale.

    La scoperta, che ha portato alla luce un accampamento romano con due castrum minori risalenti al 180 a.c., si deve all'archeologo Federico Bernardini dell'Istituto Internazionale di Fisica Teoretica Abdus Salam di Trieste e del Museo Storico della Fisica e Centro di Studi e Ricerche Enrico Fermi a Roma. Annunciata sulla rivista dell'Accademia di Scienze degli Stati Uniti (Pnas), il ritrovamento avrebbe quindi portato alla luce la "prima" Tergeste romana.

    Il fortilizio romano, con un grande campo centrale (San Rocco), era affiancato da due fortificazioni minori. I più antichi ritrovamenti archeologici, tra cui un'anfora greco-italica prodotto nel Lazio o in Campania, forniscono una cronologia relativa per la prima installazione delle strutture tra la fine del III secolo a.c. e i primi decenni del II secolo a.c. mentre altri materiali, come le anfore Lamboglia  e un chiodo militare per calzature (tipo D di Alesia), indicano almeno la metà del I secolo a.c.

    I siti risalgono alla conquista romana della penisola istriana nel 178-177 a.c. e furono in uso, forse non continuativamente, almeno fino alla fondazione di Tergeste,  a metà del I secolo a.c. Il sito di San Rocco, con le sue eccezionali dimensioni e le imponenti fortificazioni, è la principale testimonianza romana nota del triestino in questa fase e potrebbe corrispondere alla localizzazione del primo insediamento di Tergeste prima della fondazione della colonia.

    Questa ipotesi sarebbe supportata anche da fonti letterarie che la descrivono come un frourion (Strabone, V, 1, 9, 9, C 215), termine usato dagli scrittori antichi per designare le fortificazioni dell'esercito romano.

    VASCHE VOTIVE DEL TEMPIO DELLA DEA BONA

    TARGESTE

    I fatti che precedono l'invasione romana del territorio ricordano gli Istri e la loro alleanza con Demetrio di Faro (Lèsina) contro Roma, che condusse ad una prima azione militare da parte dei romani (220 a.c.). Non si hanno notizie se a questa battaglia, nelle file degli Istri, abbiano partecipato anche gli abitanti dell'antica Tergeste.

    Nel 183 a.c., Roma iniziò una seconda campagna contro gli Istri, da sempre alleati dei loro nemici e costante minaccia dei territori conquistati. La guerra del 183 venne interrotta per ragioni politiche, ma riprese due anni più tardi quando gli Istri cercarono di ostacolare la costituzione della colonia aquileiense. I tergestini a quel tempo erano governati dal re degli Istri Aipulone o Epulone, o Regulus Aepulus, come dice Tito Livio.

    Furono i Veneti a chiedere a Roma aiuto contro il comune nemico, il popolo degli Istri, dedito alla pirateria e al saccheggio. I Romani nel 181 a.c. fondarono la strategica colonia di Aquileia, base per la guerra contro gli Istri che, dopo aver sottoscritto un concordato con Roma, dimostrarono ben presto di non volervi tener fede.

    Nel 178 a.c. il console Aulo Manlio Vulsone, ricevuto il proconsolato della Gallia, intraprese, senza l'autorizzazione del Senato, una nuova guerra contro le popolazioni dell'Istria, a protezione anche della nuova colonia di Aquileia. Aveva come alleato Catmelo, re dei Taurisci, che secondo Plinio il Vecchio sarebbero i Norici, forte di 3.000 armati.

    PRIAPO DI VIA MALCANTON I SEC. D.C.
    Nella battaglia che ne seguì venne sconfitta la seconda legione del pretore Strabone. 

    Gli Istri sferrarono l'attacco la mattina presto, quando era ancora buio, gettando nel panico i soldati romani che, colti di sorpresa, si misero in fuga. 

    Rimasero nel campo solo 600 uomini, il pretore e gli ufficiali, che vennero travolti e trucidati. 

    Gli Istri, dopo la vittoria, avendo trovato nel campo viveri e vino, si misero a banchettare e a ubriacarsi.

    Questo consentì ai Romani di riorganizzarsi e di sferrare un micidiale contrattacco dopo qualche ora, gli Istri sopravvissuti si ritirarono disperdendosi nei vari villaggi.

    Non ottenendo grande successo all'inzio del nuovo anno, col supporto dell'altro console Marco Giunio Bruto riprese le operazioni militari, ottenendo stavolta buoni risultati, ma senza concludere la campagna, in quanto sostituiti sostituiti dal nuovo console Gaio Claudio Pulcro, console del 177 a.c..

    "Pervenuti all'orecchie di Claudio Pulcro i progressi che M. Giunio ed A. Manlio facevano nell'Istria, temendo non gli levassero con la Provincia anco l'esercito fatto consapevole di quanto passava Tito Sempronio suo collega, si partì precipitosamente di notte tempo a quella volta. 

    Posciachè, dopo aver rinfacciato Giunio che si fosse con infame lega unito a Manlio, gli comandò che lasciata quella Provincia dovesse subito partire per altre parti altrimenti non eseguendo i suoi ordini come contumaci gli avrebbe mandati cinti di catene a Roma. 

    Poco curarono le sue minacce li due anzi che invece di obbedire a quanto loro impose fecero che sbeffato e vilipeso da tutti con suo crepacuore ritornasse coll'istessa nave nella qual era venuto prima in Aquileja ed indi a Roma. 

    Fermossi tre giorni Claudio nella Reggia ove raccolto col furore di Tito Sempronio suo collega quel numero di soldati già prima dal Senato destinati in ajuto di quella guerra e levati i debiti ordini con non minor celerità di prima fece ritorno nell'Istria. 

    Arrivato in questa Provincia senz'altro ritardo fece indi partire Manlio e Giunio col loro esercito i quali pochi giorni prima, posto l'assedio a Nesazio, l'avevano ridotto molto alle strette e proseguendo egli l'impresa circondò quel Castello con due nuove legioni seco condotte di sì fatta maniera che in breve lo ridusse all'estremo ma perchè il fiume che lo cingeva e bagnava le mura serviva di gran comodità ed aiuto agli assediati ed al suo esercito ed a lui d'impedimento, determinò cangiargli il letto rivolgendolo dopo molte fatiche in altra parte. 

    Attoniti gli assediati e fuor di se stessi per tal novità non aspettata, disperati di ottenere più la pace, deliberarono di trucidare colle mogli anche i propri figliuoli i quali tagliati a pezzi gettaronli fuori delle mura nel campo nemico. Fece tal crudeltà stupire oltremodo i Romani i quali eccitati da così orrendo ed abominevole spettacolo e dalli compassionevoli lamenti di quelle misere femmine e fanciulli sforzate incontamente con grande impeto le mura entrarono a viva forza nel Castello. 

    Dopo tal successo il Re Epulone volle piuttosto trapassandosi con un pugnale il petto di venir misera preda della morte che rimanendo in vita restar prigione de suoi nemici. Gli altri tutti parte restarono prigioni e parte uccisi."

    La guerra si svolse tra il 178 e il 177 a.c. e si concluse con la totale disfatta degli Istri i quali preferirono il suicidio (col massacro di mogli e figli) alla perdita dell’autonomia. 



    LA COLONIA 

    Sembra che nell’89 a.c., in seguito alla cosiddetta Lex Pompeia, anche Tergeste, come altri centri transpadani, abbia ricevuto il ius Latii, una forma di cittadinanza con diritti ridotti. Gli studiosi ritengono che poco prima il 52 a.c. (anno dell’incursione dei Giapidi che distrusse la città) Tergeste fosse divenuta una colonia, i cui abitanti erano cittadini romani a tutti gli effetti. 

    Dopo le guerre contro i Giapidi del 33-32 a.c. condotte da Ottaviano (il futuro Augusto) il confine nord-orientale dell’Italia fu ampliato e portato nell’Istria meridionale. Così Tergeste, al di fuori delle lotte di conquista, poté realizzare un rapido sviluppo demografico ed economico, come centro nodale di raccordo tra i traffici marittimi e le regioni danubiane.

    Negli stessi anni la città era stata circondata dalle mura, che persero man mano la loro funzionalità, usate solo come terrazzamenti del pendio. Presso il porto sorse un’area legata al commercio, poi un quartiere residenziale sul versante e il centro politico, amministrativo e religioso sopra al colle.

    In epoca neroniana-flavia (54-96 d.c.) Tergeste ebbe il suo Foro, la Basilica, il Propileo e l'Arco di Riccardo. In seguito la città venne arricchita dalla risistemazione del Teatro intrapresa all’inizio dell’età traianea (102-106). 

    Nel II secolo poi si ebbero ancora alcuni interventi di ristrutturazione e abbellimento, soprattutto all’epoca di Adriano e di Marco Aurelio, come la ricostruzione della Basilica forense (167-168) e altri edifici dei quali rimangono solo le testimonianze epigrafiche. Due acquedotti alimentavano la città, quello di Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.

    PIANTA E SEZIONI DEL TEMPIO DELLA DEA BONA


    GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

    1843) - Nel 1843 venne inaugurato ufficialmente l'Orto Lapidario. Il direttore, Pietro Kandler predispose il primo nucleo di reperti in esposizione: quattro sarcofaghi, otto bassorilievi, otto teste ritratto, capitelli, cornici e un'ottantina di iscrizioni, provenienti anche da Aquileia e dal Litorale istriano.

    Della Trieste romana è possibile una ricostruzione storica e geografica grazie ai numerosi resti e reperti archeologici venuti alla luce, dal Colle di San Giusto fino al mare. Le strutture portuali rinvenute lungo via del Teatro Romano e via Cavana, risalenti al I - II° secolo d.c., utilizzate almeno fino al V secolo, ci rivelano che il mare era parecchio più avanzato di quanto lo sia oggi.

    La città era suddivisa in tre aree: vicino al porto si svolgevano i commerci, nel primo entroterra la zona residenziale e sul colle di San Giusto il centro politico e religioso.
    Le antiche mura romane, risalenti al 30 a.c., persa la funzione difensiva, vennero riutilizzate come strutture di terrazzamento e di contenimento.
    Sul Colle si trovano i " Templi ", dedicati a Giove ed Atena (alcune strutture architettoniche sono nelle fondamenta della Cattedrale) e la " Basilica Paleocristiana ", edificata fra il IV e il V secolo.

    1907) - Dagli scavi di via Bramante del 1907, emersero una serie di monete del I secolo d.c. e  lungo la via per l'Istria, dei locali adibiti ad usi artigianali, tra cui un fabbro, una panetteria con un piccolo forno, un pozzo, una latrina  e una serie di tombe a inumazione di epoca tarda.


    1909) - Durante gli scavi del 1909-1912 per le fondamenta del Palazzo Greinitz, in via Santa Caterina, venne alla luce un edificio composto da un recinto quadrilatero con all'interno un piccolo tempio con pronao a quattro colonne, era il Tempio della Bona Dea, risalente ai primi anni dell'Impero e in uso fino al IV secolo d.c.

    1911 ) - In diverse zone della città scavando per costruire edifici comparvero tracce di edifici romani: scavando per costruire il grande palazzo della RAS vennero fuori dei mosaici a esagoni e rosette, conservati in quattro pannelli e replicati modernamente nell'atrio del palazzo.

    1913) - Nel 1913, durante la demolizione di alcune case nella piazzetta di Riccardo, per la liberazione dell'Arco, emerse  un tempio dedicato alla Dea Cibele o Mater Magna, risalente al primo quarto del I sec. d.c..

    1982) - Negli scavi del 1982 in via Donota, vennero rinvenute due monete romane in bronzo: Costanzo II e Costanzo II per Costanzo Gallo (351-354 d.c.), entrambe riconducibili per la tipologia di sepolture, in casse e anfore, all'ultima utilizzazione del sepolcreto, databili entro il IV sec. d.c..

    TEATRO ROMANO

    IL TEATRO ROMANO

    "Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. 
    È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. 
    Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. 
    Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. 
    Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. 
    La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori."

    (Attilio Tamaro - Storia di Trieste - Vol. I)


    "I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità: Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. 
    Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori."

    (Carlo Curiel - Trieste settecentesca)


    Il Teatro, di fine I secolo a.c. o inizio II secolo, che venne ampliato sotto Traiano, è posto ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene attribuita al procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano che però ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento.

    All'epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, potevano accogliere, secondo le fonti dai 3.500 ai 6.000 spettatori.

    PIANTA DEL TEATRO
    Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, con una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura.

    La facciata della scena era a numerosi piani e decorata con prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo.

    La facciata esterna era ornata da statue.

    DETTAGLIO DEL TEATRO
    La cavea utilizzava una piccola collina o pendio, con muri di contenimento.

    Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative.

    Ne rimangono la parte inferiore delle gradinate in mattoni (parzialmente rifatte), il grande muro che chiudeva a semicerchio la parte destinata al pubblico, mentre del palcoscenico, che era ricoperto in legno, rimane la “fossa” e della scena solo alcune strutture: doveva essere alta due piani, mossa da porte, colonne e sculture (ora esposte presso il Lapidario Tergestino, nel Castello di San Giusto).

    In tre iscrizioni dell’epoca di Traiano compare il nome di Q. Petronio Modesto, un illustre personaggio tergestino che finanziò i lavori di ristrutturazione e abbellimento del teatro nei primi anni del II secolo d.c.

    Come gli altri monumenti romani subì la spoliazione delle pietre pregiate e divenne il solido fondamento per le case che vi si costruirono sopra. Fu individuato nel 1814 dall'architetto Pietro Nobile, guidato dal nome del luogo “Rena vecia” (Arena vecchia), ma solo nel 1938 venne portato alla luce in seguito ai grandi lavori di demolizione e di riqualificazione urbana.

    Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto. Il teatro oggi è utilizzato talvolta per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali estive.



    ANFITEATRO

    La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori, però ancora non se ne è trovata la traccia.

    ARCO DI RICCARDO

    ARCO DI RICCARDO

    Si tratta si una porta romana della metà del I secolo d.c., che si apriva sulle mura della città, fatte costruire da Augusto nel 33-32 a.c.. È una costruzione lineare e massiccia, alta m. 7,20 e larga m. 5,30, ornata da lesene e da un motivo vegetale nell'interno dell'arco. La tradizione vuole che il suo nome sia legato al leggendario passaggio in città di Re Carlo Magno o di Riccardo Cuor di Leone. Più probabilmente deriva dalla corruzione del nome del “cardo”, una delle due vie principali delle città romane che incrociava il decumano.



    LAPIDARIO TERGESTINO

    Nella prosa ridondante e pomposa del II sec. d.c. il consiglio municipale ricorda i meriti del senatore tergestino Lucio Fabio Severo, che nonostante la sua giovane età era già riuscito a operare con grande competenza e abilità per il bene della sua città patrocinando le cause dei Tergestini anche presso l’imperatore. Tra i suoi meriti più grandi vi fu la concessione da parte dell’imperatore Antonino Pio (138-161 d.c.) che i membri più ricchi e nobili dei Carni e dei Catali – due popolazioni indigene stanziate in un’area non meglio precisata del Carso – potessero acquisire la cittadinanza romana. Essi passarono così dal pagamento di una tassa (probabilmente per l’occupazione del suolo) alla condivisione degli oneri (munera) che gravavano sui membri del consiglio municipale incrementando in tal modo le entrate della colonia. Per tale ragione in onore del senatore, come dice il testo, fu stabilito di erigergli nel punto più frequentato del Foro una statua dorata, sulla cui base fosse inciso anche il decreto onorario, l’unico atto pubblico di Tergeste di cui conserviamo memoria.”

    (Commento museale all'epigrafe) 

    All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello viene esposta la Tergeste romana che va dai monumenti dall'area capitolina (area di S. Giusto: Basilica civile, Foro e Propileo), ai luoghi di culto (con dediche a Giove, Cibele, Silvano, Bona Dea, Ercole e Minerva), alle mura, al Teatro (le statue dalla scena) e alle necropoli: are, stele, cippi, urne e sarcofagi con i nomi degli antichi tergestini. Una sala è dedicata ai mosaici provenienti dalla lussuosa villa marittima rinvenuta lungo la costa, presso Barcola (scavi non visibili). Databili tra la fine del I secolo a.c. e la metà del I secolo d.c., documentano il gusto raffinato dei ricchi proprietari che vollero imitare le ville di Augusto, Tiberio e Nerone.


    Due frammenti contigui di blocco in calcare rinvenuti rispettivamente nel giardino Czvietovich, davanti al monastero dei Santi Martiri nel 1838, e in una casa di via della Corte nel 1925. 33-32 a.c.
    [Imp(erator) Caesar] co(n)s(ul) desig(natus) tert(ium),
    [IIIvir r(ei) p(ublicae)] c(onstituendae) iter(um),
    murum turresque fecit.
    L’imperatore Cesare (Ottaviano), console designato per la terza volta,
    triumviro per la fondazione dello stato per la seconda volta,
    fece le mura e le torri.

    All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello di San Giusto è ospitato dal 2001 il Lapidario Tergestino composto da 130 reperti lapidei romani, tra monumenti iscritti a carattere onorario o funerario, sculture a bassorilievo e a tutto tondo accanto ad alcuni frammenti architettonici. Questo materiale era esposto finora all'aperto nel giardino dell’Orto Lapidario, dove stava subendo un progressivo degrado causato dagli agenti atmosferici e dall'inquinamento.
    Al fine di preservarne la conservazione e, al contempo, valorizzarne l’esposizione, è stato ricoverato al coperto negli ambienti del Castello. Le lapidi iscritte e le statue sono i documenti che, accanto alle notizie archeologiche, permettono di dare un volto alla Tergeste romana in un quadro storico ricostruito dagli studiosi sin dalla fine dell’Ottocento, ma che più recenti analisi hanno rimesso in discussione.

    Pertanto la possibilità ora di studiare questo materiale, ora riunito e presentato in sezioni che classificano i reperti per area di provenienza, è facilitata anche dalle nuove attribuzioni e scoperte avvenute sia durante lo spostamento del materiale, sia per le fonti d'archivio, sia per i risultati dei recenti scavi archeologici tuttora aperti in Città Vecchia. 

    Le prime due sale del Bastione sono dedicate ai monumenti dell’area capitolina, mentre la terza grande sala è suddivisa in zona sepolcrale, area sacra e materiale dal teatro romano. Accanto ai reperti lapidei, una serie di tabelloni illustra la storia dei ritrovamenti cittadini con le più accreditate ipotesi di interpretazione. Le didascalie riportano per ogni singolo reperto le notizie sul rinvenimento, la datazione, la trascrizione del testo e magari un breve commento critico.

    ANTIQUARIO O SEPOLCRETO

    ANTIQUARIUM  

    In via del Seminario è ora visibile una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni '80.

    L’Antiquarium è costituito da una zona archeologica e da una espositiva, quest’ultima collocata nella torre delle mura medievali, detta di Donota. I reperti esposti provengono dagli scavi effettuati a partire dagli anni ’80 del secolo scorso nella zona retrostante il Teatro Romano, lungo la via Donota e le sue adiacenze, nell’ambito di un esteso recupero edilizio.

    Gli scavi hanno portato alla luce a monte del Teatro, fuori dalla probabile cinta muraria romana, i resti di un’abitazione, costruita su piani diversi sfruttando il declivio della collina. L’edificio era sicuramente abitato nei primi decenni del I secolo d.c. e i ritrovamenti di intonaco affrescato, di una decorazione architettonica in stucco, oltre alla ceramica fine da mensa, testimoniano il livello di vita degli abitanti.

    Alla metà del II secolo sulle strutture abitative completamente sepolte venne inserito un recinto di lastre calcaree di probabile destinazione funeraria. Dal IV al VI secolo l’area venne intensamente riutilizzata con la creazione di tombe a cassa e a fossa e per la sepoltura di bambini in anfore. Queste tombe riempirono tutto lo spazio e si estesero anche fuori dal recinto.

    BASILICA FORENSE

    PROPILEI E BASILICA ROMANA

    I principali monumenti della Trieste romana vennero edificati in cima al colle di San Giusto e verso la fine del I secolo d.c., vi sorsero il Propileo e la Basilica civile. Il Propileo era il monumentale ingresso ad un’area sacra recintata, che doveva ospitare il tempio capitolino con due grandiose strutture laterali colonnate e al centro una scalinata.

    Attualmente sono in parte inglobati nel campanile della cattedrale, mentre la parte sepolta nello spiazzo antistante, la scalinata e la struttura di destra, sono visibili scendendo nel cunicolo che si apre nel giardino dell’Orto Lapidario.

    RICOSTRUZIONE DEL PROPILEO
    Nei lavori di sterro effettuati tra il 1929 ed il 1934 sono emersi, sul lato sinistro del Propileo, i resti della Basilica civile, o Basilica Forense, destinata al tribunale e ai mercati. un edificio a tre navate di m 88 x 23,5 con una platea lastricata, cioè il Foro affacciato sul lato del mare.

    Nel Medio Evo, sopra la Basilica romana e con la totale spoliazione dei monumenti romani, sorsero il vescovado, un monastero e la chiesa di San Sergio, anch'essi scomparsi, mentre ai lati furono edificati la Cattedrale e il Castello (che ospita il Lapidario Tergestino con i resti lapidei provenienti dagli scavi della città).



    BASILICA PALEOCRISTIANA DELLA MADONNA DEL MARE

    In via Madonna del Mare al numero civico 11, sono stati ritrovati i resti di una Basilica paleocristiana con due pavimenti musivi sovrapposti, uno della fine del IV, inizi V secolo e uno del VI secolo, con iscrizioni inserite nel pavimento dove viene nominata per la prima volta la Sancta Ecclesia Tergestina e alcuni nomi di donatori, anche di origine greca e orientale.

    Nel presbiterio, sopraelevato rispetto all'aula, si riconosce un loculo per le reliquie, posto probabilmente sotto la lastra dell’altare. A lato la foto di un pavimento musivo policromo rimasto pressochè intatto.



    SANTA MARIA DEL MARE  

    La chiesa di cui nel 1825 Domenico Rossetti vide i mosaici dell'abside, fu riscoperta e portata alla luce nel 1963 e si trova sotto l'edificio che ospita il Carducci.

    La Basilica, con impianto cruciforme con transetto, abside e presbiterio sopraelevati, conobbe due fasi principali corrispondenti a due pavimenti gettati a pochi centimetri l'uno dall'altro, di cui alcuni pezzi sono stati staccati ed esposti nell'atrio.

    Il primo più antico di inizio V secolo, è un mosaico bianconero suddiviso in tre corsie decorato a motivi geometrici con le epigrafi degli offerenti, di cui rimangono quattro che riportano le dimensioni del tessellato offerto.

    Il successivo mosaico policromo è più recente, forse inizi del VI secolo, decorato al centro con il motivo dell'"onda marina" e ai lati da cerchi ottagoni e rombi coi nomi degli offerenti.

    Nell'abside c'erano i subsidia, i sedili per il clero: davanti all'abside c'è il presbiterio leggermente sopraelevato, dove ancor oggi si vedono due sarcofagi interrati ed un pozzo per reliquie.

    Tracce di incendio sul mosaico policromo potrebbero riferirsi ad un incendio; fra il VI e il IX secolo non ci sono più notizie della chiesa, che ricompare nel 1150 con l'intitolazione a santa Maria del Mare.



    BASILICA DI SAN GIOVANNI IN TUBA

    RESTI ROMANI
    La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche e alcuni resti. 

    Il tempio era già sovrastato da una basilica paleocristiana del V secolo d.c., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, a sua volta sovrastata dalla Basilica di S. Giovenni in Tuba.



    ZONA CROSADA

    Nella zona di Crosada sono venuti alla luce resti archeologici della fine del I secolo a.c. come muri e canali di scolo ottenuti da anfore capovolte, nonchè un sistema di terrazzamento su cui poggiavano le abitazioni soprastanti, come le prestigiose domus di via Barbacan, articolate su terrazzamenti e divise in una zona rustica destinata alle attività domestiche e un settore residenziale, decorato da raffinati mosaici e affreschi. L’area è stata protetta per una futura valorizzazione.


    VIA DEI CAPITELLI

    Alla base della via dei Capitelli, è riemersa la parte inferiore di una porta monumentale che segnava il passaggio tra l’area vicina al porto e il quartiere residenziale sulle pendici dell’altura, costituita da quattro pilastri in pietra d’Aurisina, decorati con motivi vegetali e colonne scanalate agli angoli. In epoca tardoantica venne murata con finalità difensive.

    Al numero civico 8 della stessa strada è visibile un frantoio per olive del V secolo utilizzando un blocco parallelepipedo decorato appartenuto a un monumento funerario di I secolo d.c. Nella stessa area è stato riconosciuto un tratto di strada coeva con una porta della cinta tarda, riconosciuta poco a monte, all'incrocio con via Crosada.




    VIE DI DONOTA, DEL BOSCO PONTINI E G. CIAMICIAN

    Recentemente, nel quadro degli interventi di recupero di Città Vecchia, sono venuti alla luce i resti di diversi edifici privati databili tra la prima metà del I secolo e il II secolo d.c., con spazi e decorazioni di lusso. Nel II secolo le case di via di Donota e del Bosco Pontini e poi quelle di via G. Ciamician vennero abbandonate e tra i loro ruderi furono ricavate tombe e sepolcreti familiari, per evidente regresso dell’abitato nell’area e ritorno al nucleo originario sul colle di San Giusto.



    BASILICA DI SAN GIUSTO

    In epoca antica Tergeste era percorsa da una strada commerciale che seguiva la riva del mare  fino al porto romano. A monte di essa era presente una grande Basilica paleocristiana che probabilmente era nata come basilica martiriale per ospitare le reliquie forse dello stesso san Giusto, il cui corpo, come dal racconto della Passio del santo, fu ritrovato sulla riva del mare proprio su quella spiaggia. La via continuava verso la necropoli fra tombe ed edifici funerari.




    AREA DIETRO IL TEATRO

    L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.



    SANTA MARIA MAGGIORE

    Alla base della scalinata della chiesa di Santa Maria Maggiore, ci sono i resti di un torrione della cinta difensiva, della fine IV e inizio V secolo d.c., con materiali di recupero appartenenti a monumenti funerari e forse del Teatro Romano.



    BARCOLA E GRIGNANO

    Nel passato sono stati rinvenuti a Barcola, Grignano e altre località della costa resti di ville, erette nel I e II secolo d.c. La riviera di Barcola, in particolare, attrasse l'attenzione dei romani sia per la posizione incantevole sia perché nell'ampia insenatura, a riparo dai venti, il mare è più quieto consentendo l'attracco delle navi. La chiamarono Vallicula poiché si estendeva in un avvallamento, poi il nome si contrasse in Valcula.

    STRADA BARCOLANA
    Nell'autunno del 1887, a Barcola, all'altezza del porticciolo del Cedas, durante gli scavi per costruire il muro di cinta della fabbrica di ghiaccio, vennero alla luce dei mosaici che fecero supporre fossero i resti di un complesso romano risalente al I-II sec. a.c.

    La prima campagna di scavi, ebbe luogo nel 1888-1889, e vennero alla luce i resti di una grande villa romana che si estendeva su una superficie di oltre quattromila metri quadrati, con un fronte a mare di 140 metri. L’edificio, disposto su più terrazze, era composto da numerosi ambienti residenziali e di servizio: un peristilio, impianti termali, un’esedra, una palestra, un giardino e un ninfeo. La grandezza del complesso, la ricchezza delle decorazioni e dei mosaici, indica che la villa apparteneva a personaggi di alto rango.

    La scoperta indusse a proseguire le ricerche negli anni successivi (1888-1889; 1890-1891) individuando una notevole documentazione epigrafica. Vennero rinvenute diverse monete le quali furono d'aiuto per la datazione del sito. Si suppose che il complesso doveva risultare dalla fusione di due ville costruite in tempi successivi: quella a monte, con mosaici di pregevole fattura, risalente al primo secolo, la seconda villa, più vasta della prima, a emiciclo panoramico, forse adibita a residenza estiva, del secondo o terzo secolo.

    Durante gli scavi effettuati tra il 1888 e il 1889, venne rinvenuta una statua di marmo in vari pezzi che probabilmente era collocata nella palestra. In base alla statua l'edificio si chiamò “Villa della Statua”. Era una splendida scultura in marmo greco, alta 1,24 m. è realizzata in varie parti tenute assieme con dei perni di ferro di cui si scorgono le tracce. Dietro la gamba destra si conserva una parte del sostegno originale.

    Si tratta di una replica del Diadoumenos (in greco "che si cinge la fronte con la benda della vittoria") di Policleto, (V sec. a.c.), e rappresenta un giovane atleta poggiato sulla gamba destra, la sinistra flessa e portata in avanti, nella classica posizione a chiasma caratteristica del mondo greco.

    MOSAICO DELLA VILLA

    VILLA ROMANA DI BARCOLA

    All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello si espongono i mosaici provenienti dalla lussuosa villa marittima rinvenuta lungo la costa, presso Barcola (scavi non visibili). Databili tra la fine del I secolo a.c. e la metà del I secolo d.c., documentano il gusto raffinato dei ricchi proprietari che vollero imitare le ville di Augusto, Tiberio e Nerone.  

    I resti della villa residenziale romana sono emersi alla fine del XIX secolo a Barcola, allora un modesto villaggio della costa a nord-ovest della città di Trieste, allora oggetto di uno sviluppo edilizio speculativo che non rese possibile la conservazione in loco dei resti archeologici, che vennero rinterrati dopo i rilievi e il recupero dei mosaici.

    Gli scavi, iniziati nel 1887, hanno portato alla luce due nuclei di ambienti residenziali di cui uno indicato come Villa della Statua (scavi 1888-1889) e l’altro come Palestra e Ninfeo (scavi 1890-1891). Oggi, data la vicinanza delle due zone e l’omogeneità dei mosaici e dei materiali rinvenuti, vengono connessi e considerati come parti di un’unica villa marittima.

    La Villa, che si apriva lungo la riva del mare, comprendeva una zona di rappresentanza, una residenziale appartata, un giardino, e alcune strutture aperte sul mare, collegate ad ambienti termali e di servizio, il tutto disposto lungo il declivio della collina, forse su terrazzamenti successivi, in uno spettacolare effetto scenografico. 



    ZONA COSTIERA

    Nella zona costiera, fino a Sistiana, specialmente dove si trovavano approdi per le navi, sono stati rinvenuti numerosi resti romani, appartenenti anche a ville rustiche, probabilmente in relazione con l'attività estrattiva della pietra. Nel territorio carsico, più ci si allontana dal mare, più i resti di vasellame (anfore e vasi di uso domestico) si fanno scarsi e sono riconducibili ad attività agricole e pastorali.

    Per le ville affacciate o vicine al mare, sono riemersi piccoli porticcioli che consentivano i trasporti marittimi. Tale sistema, estensibile almeno fino a Sistiana e in molte località costiere dell’Istria, rivela la presenza di una organizzazione produttiva e commerciale.

    Cassiodoro, in una sua epistola del 537, ritiene Tergeste non inferiore per bellezza all'incantevole Baja, dove gli imperatori e i patrizi Romani si ritiravano a godere la vita degli Dei: "l'Istria era ornamento dell'impero d'Italia".

    Con l'estrazione litica di Aurisina, il materiale da costruzione per le ville non mancava. Le pietre estratte venivano calate per mezzo di giganteschi scivoli, costituiti da lastre di piombo, lungo il ciglione carsico e giungevano a destinazione via mare.

    Marziale racconta che intorno al Timavo si producevano grandi quantitativi di lana grezza, e quindi dovevano esserci consistenti allevamenti ovini, con produzione anche di derivati del latte, quale il formaggio, ipotesi confermata dal rinvenimento dei caratteristici contenitori in coccio.


    I vari processi di lavorazione si svolgevano naturalmente nelle ville. Plinio ci riporta notizie della produzione di un uvaggio, il Pucino, che si ritiene vinificato nella zona tra Duino e il Villaggio del Pescatore.

    La maggior parte di queste ville hanno un tipico schema ad U, con una vasta area centrale scoperta che fungeva da centro di collegamento dell’edificio. I terrazzi inferiori, disposti su corridoi porticati, sono ornati di mosaici, e si affacciavano su un’area interna scoperta.

    In molte di queste ville sotto il pavimento, in opus spicatum (mattoni rettangolari disposti di taglio a spina di pesce), circolava dell’aria calda; come nel Calidarium delle terme.
    Il porto romano era situato in zona Campo Marzio, con una serie di scali di più modeste dimensioni lungo il litorale: sotto San Vito, a Grignano, a Santa Croce, ecc..


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    MERCATO OLITORIO CON TEATRO MARCELLO E COLONNA LATTARIA
    Il Foro Olitorio era l'antico mercato delle erbe, alle pendici del Campidoglio, tra il Teatro di Marcello e il Foro Boario. In età antica era in realtà il mercato dei legumi, della verdura e della frutta, così come l'area dell'adiacente foro boario era il mercato della carne.



    ANTONIO NIBBY - Le Mura di roma

    « Ma di più vi sono testimonianze di antichi Scrittori, che chiaramente pongono il Foro Olitorio come noi dicemmo extra muros, o per meglio esprimersi fuori della porta Carmentale: Asconio Pediano nelle sue note alla Orazione di Cicerone detta Toga Candìda e siccome della posizione del teatro di Marcello non resta dubbio ed il foro Olitorio è posto concordemente dalli antiquari a S. Nicola in Carcere, di maniera, che i tre tempi, sopra i quali quella chiesa è fondata, probabilmente sono quelli della Pietà, della quale solo pochi frammenti rimangono, dichiara la porta Carmeutale fra il Foro Olitorio, ed il Circo Flaminio, lasciandoli però fuori:

    "Ne tamen erretis quod his temporibus Acdes Apollinis in Palatio sit nobilissiini ad nolendi estis,
    non hanc a Cicerone significari ut puto, quam post mortem etiam Ciceronis multis anni; Inperator Caesar, que nunc Dìvum Augustum dicimus, post Actianam victoriam fccerit: sed illam demonstrari, quae est extra portam Carme sunt dem inter Forum Olitorium et Circun Flaminium. Eu entra sola tuin demum Romae Apollinis aedes." »


    ELEPHAS HERBARIUS

    Lasciato il foro Boario dirigendosi verso il foro Olitorio, si incontrava, appena prima di passare la porta Carmenta, un piccolo insieme di templi, con una piazza ed altari. A sinistra, il tempio della Fortuna ed a destra, il tempio di Mater Matuta. Tra i due si ergeva una porta trionfale sormontata da un tempietto.

    Qui di fianco al foro olitorio, si elevava il famoso Elephas herbarius, un piedistallo sormontato da una grande statua di elefante, così chiamato, si suppone, in quanto stava mangiando erba. Se il Foro Boario aveva come emblema un bue, il Foro Olitorio aveva un elefante.

    IL FORO OLITORIO EVIDENZIATO DALLA FRECCIA

    COLONNA LATTARIA (Columna Lactaria)

    Nel Foro si ergeva anche la Colonna Lattaria, un locale di modeste dimensioni, sormontato da una colonna, dove si ponevano i bambini abbandonati che qualcuno desiderasse prendere o allattare. All'interno del Foro si trovava anche un'area sacra comprendente i tre tempietti dedicati a Speranza, a Giunone Sospita e a Giano.



    AREA SACRA

    Era una piccola piazza compresa tra le pendici del Campidoglio il Teatro di Marcello e l’antico Porto Tiberino, dove oggi sorge il Palazzo dell'Anagrafe. Risale all'età repubblicana (esattamente tra le due guerre puniche) l'edificazione dell'area sacra del foro, con tre templi rivolti al Campidoglio successivamente sottoposti a rifacimenti nel I secolo a.c., oggi ai lati e all'interno della Chiesa di San Nicola in Carcere. 

    Un quarto tempio, costruito da Manio Acilio Glabrione, console nel 191 a.c.e dedicato a Pietas ma pure a Diana, era situato di fianco al tempio di Giano, venne fatto abbattere da Cesare durante i lavori di costruzione del teatro di Marcello (poi completati da Augusto). Scarsi resti strutturali di questo tempio sono recentemente stati portati alla luce a nord dei tre templi conservati.



    Nel corso di recenti scavi condotti in Piazza di Monte Savello sono stati rinvenuti una base di marmo bianco di grandi dimensioni scolpita con scene relative al mito di Ercole ed i resti del piccolo porticato dei templi di Apollo e Bellona. Del Foro Olitorio se ne ebbero le prime notizie nell'XI secolo nel Liber Pontificalis.

    I tre templi, con le facciate rivolte al Campidoglio, e restaurati o rifatti agli inizi del I secolo a.c., sono della Speranza, di Giunone Sospita e di Giano.

    Il tempio della Speranza o Spes, costruito da Aulo Atilio Calatino durante la I guerra punica, è il più piccolo e più meridionale dei templi, di cui restano la trabeazione) sei delle undici colonne doriche in travertino originariamente rivestite di stucco a finto marmo, con una cella di metri 25 x 11 con sei colonne sulla fronte e una gradinata. Venne restaurato nel 212 a.c. e poi nel 17 a.c. da Germanico.

    TEATRO MARCELLO COL FORO OLITORIO OGGI
    Del secondo tempio, quello centrale e più il grande, restano il muro di fondazione, la sottofondazione in travertino della gradinata frontale con la platea (in travertino) dove era situato l'altare, tre colonne con capitelli ionici del pronao; tratti di muro della cella e resti del podio con basi di colonne. 


    Il tempio, dedicato a Giunone Sospita di metri 30 x 15, doveva avere tre file di colonne sul lato anteriore e due su quello posteriore; fu costruito tra il 197 e il 194 a.c. e restaurato nel 20 a.c. 

    Del terzo tempio, dedicato a Giano, restano il podio in opera cementizia già rivestito il travertino (ripristinato parzialmente) con due colonne e tre basi di colonne del lato settentrionale, mentre nel muro della chiesa sono inserite altre sette colonne oltre a un pilastro d'anta del lato meridionale con la trabeazione. 

    SAN NICOLA IN CARCERE
    Di metri 26 x 15, vi si accedeva tramite una gradinata frontale, aveva la cella preceduta da un pronao con due file di sei colonne ioniche in peperino, scanalate e stuccate in stile finto marmo, e fiancheggiata da una fila di colonne sui lati lunghi. Venne costruito da Caio Duilio durante la I guerra punica e poi restaurato da Tiberio nel 17 a.c. 

    I santuari vennero tutti distrutti nel I sec. a.c. per far posto al teatro di Marcello ma furono rifatti spostandoli a sudest, con ornamenti e statue, ad eccezione del tempio della Pietà per il quale non c’era lo spazio sufficiente e non fu più ricostruito. 

    I tre templi sono tuttora parzialmente visibili essendo stati inglobati nella chiesa di S. Nicola in Carcere, mentre il quarto è stato individuato scavando nell’area limitrofa. Nella zona immediatamente adiacente, lungo il fiume si sviluppava il Porto Tiberino con i suoi magazzini, dai quali si attingevano le merci da portare al mercato.




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  • 05/13/20--05:01: I LUPANARE
  • AFFRESCO POMPEIANO

    IL LUPANARE

    "A Pompei sono stati riconosciuti oltre trenta bordelli, alcuni molto modesti, altri posti nei piani superiori delle cauponae, altri appositamente costruiti e organizzati per questo tipo di attività.

    Nel 2006  è stato riaperto al pubblico uno degli edifici più noti dell’antica Pompei, il Lupanare il più importante dei numerosi bordelli di Pompei, l’unico costruito con questa finalità. Era il luogo del piacere erotico trasgressivo, una casa d’appuntamento, quella che chiamiamo “casa a luci rosse”.



    STANZA DI UN LUPANARE
    Il lupanare è un piccolo edificio all’incrocio di due strade secondarie, costituito da un piano terra e un primo piano. Entrambi gli ingressi conducevano in una specie di saletta centrale, intorno alla quale si aprivano cinque cellae meretriciae con i letti in muratura. Le pareti delle celle erano intonacate di bianco e  coperte da graffiti incisi sia dagli avventori che dalle ragazze che vi lavoravano.

    Le pareti della saletta centrale erano decorate con riquadri e ghirlande stilizzate su fondo bianco, ma al disopra delle porte d’ingresso alle celle, erano sistemate pitture murali erotiche che costituivano un catalogo sulle prestazioni delle prostitute.

    Al piano superiore si poteva accedere tramite una scaletta posta nella stradina che scendeva dal Foro. La scala permetteva l’accesso ad altre cinque stanze con una decorazione più ricercata, in IV stile, prive però di scene erotiche e riservate ad una clientela di rango più elevato. Il lupanare era l’unico luogo in cui si praticava la prostituzione, come definita dal diritto romano: “in maniera notoria e indiscriminata” cioè, senza la possibilità di scegliersi i clienti.

    A Roma i lupanari erano personalizzati da una particolare lanterna e dagli organi maschili scolpiti, mentre gli interni erano caratterizzati da un desolante squallore. Il lupanare era un’istituzione sociale tesa a soddisfare le molteplici tendenze della sfera sessuale dei romani con assoluta e totale tolleranza ed è per questo motivo che si trovavano anche i lupanari per gli omosessuali dove si recavano schiavi e gladiatori.

    La prostituzione a Roma come a Pompei e come d'altronde in tutto il mondo romano, seppur molto diffusa, era comunque considerata infamante al pari del mestiere di attore o di chi praticava l’usura ed è per questo che qualche patrizio preferiva non farsi riconoscere in questo caso si serviva di una parrucca e si copriva il volto con una maschera.

    Intorno al I secolo d.c., come conseguenza del divieto d’introdurre all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale, furono battute apposite monete che presero il nome di spintria, erano più precisamente tesserae eroticae, con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute ".

    LUPANARE A POMPEI
    "Secondo la cultura romana la prostituzione non era moralmente negativa, tanto che diversi ricercatori ne conferiscono proprio ai Romani l’ideazione,  come un “settore di mercato” che rappresentava una parte significativa nell’economia dell’Impero, con prostitute, per la maggior parte schiave straniere, che venivano regolarmente iscritte, con il proprio nome, nel registro degli edili, pratica questa che si diffuse a dismisura fino a coinvolgere, durante il primo impero, il fior fiore delle matrone patrizie. 

    La pratica dell’iscrizione nel registro degli edili spiega: poiché le prostitute non potevano contrarre matrimonio e l’adulterii crimen veniva per loro a cessare, l’iscrizione in questo registro consentiva a ogni donna che ne avesse fatto richiesta di eludere l’incriminazione per il reato d’adulterio. Tiberio, Domiziano e Adriano affrontarono la prostituzione con l’obiettivo realistico di contenere gli eccessi, e ricorsero a provvedimenti indiretti tra cui l’imposizione di una tassa.

    Nel corso di tutta l’epoca romana, i luoghi designati al piacere sessuale mercenario furono i lupanari vere e proprie case d’appuntamento o bordelli che erano  posti sotto la tutela e il controllo dello Stato. A Roma le zone dove erano diffusi i bordelli si trovavano nella Suburra, una zona abitata dalla plebe, o nei luoghi adiacenti il Circo Massimo. Oltre che nei lupanari, la prostituzione si praticava nei bagni pubblici, nelle taverne e nelle botteghe
    ".

    LE SPINTRIE

    LE SPINTRIE

    "Intorno al I secolo d.c. (tra la fine del regno di Augusto e quello di Tiberio), furono battute apposite monete che presero il nome di spintria, più precisamente si trattava di tesserae eroticae, con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute. 


    MONETE ORIGINALI
    (INGRANDIBILE)
    Un passo si Svetonio (Vita di Tiberio LVIII) dice che nelle latrine e nei bordelli l’Imperatore proibì l’uso di monete e di anelli recanti l’effige imperiale.

    La spintria era una tessera in bronzo, di circa 20-23 mm, caratterizzata da raffigurazioni erotiche sul lato diritto (conio d’incudine), accompagnate sul lato rovescio (conio di martello) da un numerale romano, generalmente da I a XVI, una specie di contromarca con un preciso valore economico espresso in assi.

    A causa della componente erotica riprodotta,  le spintriae, considerate molto rare, furono molto ricercate dai collezionisti. Con ogni probabilità molte tesserae furono imitate sia in epoca romana sia al tempo rinascimentale e post-rinascimentale rendendo molto difficile riconoscere l’autenticità delle stesse.

    I Musei italiani che custodiscono alcuni esemplari di questa moneta sono pochi e si trovano soprattutto a Roma, Firenze, Bologna, Forlì (Collezione Piancastelli), Padova e Milano; sono presenti degli esemplari anche nella Galleria Estense di Modena. Non mancano esemplari nei vari musei europei come quelli del British Museum di Londra
    " .

    Samantha Lombardi

    IL LUPANARE

    LE LUPE

    Con questo termine venivano indicate le prostitute, cioè per l'etimologia della parola, le istituite - pro.. Si allude pertanto a un'istituzione pubblica e laica derivante però da un'istituzione sacerdotale. Perchè non solo i Romani erano i figli della lupa, ma le Lupe soprattutto erano le figlie, o almeno le sacerdotesse della Dea Lupa.

    MONETE ORIGINALI
    (INGRANDIBILE)
    Tutti i  miti sono un rimaneggiamento nonchè occultamento di un culto più arcaico, quello della Dea Lupa, la Grande Madre Natura che nutriva uomini e bestie, e presso i cui templi si esercitava la ierodulia, o prostituzione sacra. Il rito italico era molto sentito nei Castelli Romani e a Roma stessa, quando era ancora agli albori.

    Le sacerdotesse della Dea Lupa venivano chiamate Lupe, nome che passerà poi alle prostitute profane di Roma. Nel passaggio dal matriarcato al patriarcato molte cose cambiarono, nei costumi, nelle religioni e nei miti. Fu proprio studiando la storia e la mitologia romana che Bachofen comprese la derivazione del patriarcato da un matriarcato precedente, in cui il potere femminile era più sacro e sacerdotale che civile.

    Poichè i templi avevano locali annessi per la prostituzione, questi locali presero il nome di Lupanare, nome usato nell'antica Roma e a tutt'oggi per indicare il postribolo. Poichè la Dea aveva sovente il tempio nei trivii, incroci fra tre vie, in onore della sua triplicità, o trinità poi ripresa dalla religione cattolica, essa era chiamata Trivia, come Diana Trivia e Ecate Trivia, ma poichè vi si esercitava la ierolulia, ne derivò in epoca patriarcale l'aggettivo di "triviale" con un certo disprezzo.

    La lupa in questione fu per alcuni una contadina e per altri, in memoria della sacra prostituzione, una prostituta però profana: ACCA LARENTIA, una benefattrice che aveva regalato terre ai romani, e per questo era venerata, aveva una statua nel foro e a lei erano dedicate le feste larentalia. Ma davvero si può credere alla storia di una prostituta venerata nei secoli?



    PROSTITUZIONE SACRA - I LUPERCALIA

    Il rito dei lupercali, in onore del Dio Luperco, mezzo lupo e mezzo capro, prevedeva la corsa di giovani seminudi che, coperti solo con le pelli delle capre sacrificate, colpivano con strisce di pellame le donne del Palatino per purificarle e favorire la fecondità. Ancora nel 496 d.c. i Lupercalia dovevano essere celebrati, se papa Gelasio scrive un trattato per ottenerne l’abolizione.

    La storia dei Lupercalia andò così:

    MONETE ORIGINALI
    (INGRANDIBILE)
    Secondo Ovidio, al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Donne e uomini si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui supplicarono. Attraverso lo stormire delle fronde, la Dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone sgomentando le donne, ma un augure etrusco interpretò l'oracolo nel giusto senso sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

    Così la lupa, o Dea Lupa, quella italica per cui negli antichi Lupercali, nella zona dei Castelli Romani, le sacerdotesse, vestite di sola pelle di lupo, ululavano nei templi e praticavano la prostituzione sacra, venne dimenticata.

    Eppure le prostitute romane, quelle profane, perchè quelle sacre erano state abolite, ancora facevano il verso del lupo per attirare i passanti, e i postriboli si chiamavano, guarda caso, "lupanare", termine conservato a tutt'oggi. Ma non dimentichiamoci di Giunone Caprotina, l'antica Dea conservata nei musei capitolini con la testa e la pelle di capra sul capo, anch'essa assimilazione di un'antica Dea Italica, la Dea Capra, fertile e lussuriosa, che sicuramente amava il sesso e l'accoppiamento e non la fustigazione delle donne.

    Il rito dei lupercali passò quindi a una divinità maschile, non capro nè lupo, il Dio Luperco, ma guarda caso mezzo lupo e mezzo capro, un Dio che secondo alcuni difendeva le greggi dai lupi. Poco credibile perchè un lupo azzannerebbe il gregge e un caprone non era in grado di difendersi dai lupi, che operavano sempre in branco.

    Guarda caso occorreva purificare le donne, da cosa? Forse dalla prostituzione sacra che veniva praticata per un periodo, dopodichè tornavano e si sposavano, senza l'odioso obbligo della verginità, già persa nel tempio.



    PROSTITUZIONE PROFANA - I LUPANARE

    Avendo i Romani abolito la prostituzione sacra che lasciava troppa libertà alle donne, rimaneva il problema dei desideri degli uomini. Come si poteva conciliare l'esigenza di donne vergini e timorate da sposare con quella di donne spregiudicate con cui fare sesso?

    MONETE ORIGINALI
    (INGRANDIBILE)
    La soluzione fu prima quella della ierodulia, il sesso sacro, dove le prostitute erano pagate ma rispettate e venerate, e successivamente la prostituzione profana, dove le ragazzine venivano sposate vergini, talvolta a 12 e fino a 10 anni (pedofilia), ma il sesso libero si faceva con le prostitute profane schiave e maltrattate.

    La Chiesa contribuì bollando il sesso come peccato, ma dandone la colpa maggiore alle donne perchè erano lo strumento del diavolo.

    I Pagani invece, a parte lo sfruttamento degli schiavi, non avevano pregiudizi sul sesso, e lo praticavano con disinvoltura nei vari lupanare. La richiesta pertanto era cospicua, il business era sicuro, per cui, con la solita razionalità e organizzazione romana, si escogitò un sistema pratico e veloce per il ticket del sesso.

    Già l'imperatore (Augusto o Tiberio, ma più probabile Augusto, più attaccato agli antichi mores) nel I sec. d.c., aveva proibito d’introdurre all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale, per cui furono battute apposite monete col nome di spintria, una specie di tesserae eroticae, con cui pagare le prestazioni sessuali alle prostitute.

    COPIE DI SPINTRIAE ROMANE

    IL SESSO IN DETTAGLIO

    Queste monete avevano una numerazione che si dice corrispondente al costo della prestazione e delle figure che illustravano i modi delle prestazioni sessuali, vale a dire le varie posizioni.

    Questi modi, che spesso erano raffigurati con un affresco posto in alto sulla parete della cella postribolare, avevano un costo diverso, e ci si doveva attenere a quanto illustrato.

    Ma la cosa non è da prendere alla lettera. Innanzi tutto perchè i modi basilari erano il sesso vis-a-vis, il sesso anale e il coito orale, e queste prestazioni potevano avere prezzi diversi.

    Ma soprattutto costava diversamente il lupanare, a seconda della categoria o delle varie stanze, più trasandate o meglio allestite e con più comodità.

    Guai comunque all'avventore che avesse richiesto prestazioni che esulavano a quanto illustrato sulla moneta, ogni pratica aveva il suo prezzo e il prezzo andava rispettato. 

    In caso contrario il trasgressore, tradito dalle urla della meretrice, sarebbe stato cacciato in malo modo dal buttafuori che talvolta era il padrone stesso del lupanare. Ma i romani di solito conoscevano le regole e si adeguavano.

    Come si osserva dalle figure i letti erano a volte in legno e a volte in muratura. Ovviamente quelli in legno appartenevano a stanze più rifinire, e pure con biancheria migliore.

    Anche la pulizia del locale e delle lenzuola dipendevano dal prezzo e pure la stigliatura che anche se era semplice non poteva mancare.

    C'era solitamente un catino e una brocca con un porta asciugamano per lavarsi tra un rapporto e l'altro, un po' come usava un secolo fa.

    Di solito catino e brocca erano di rame o di bronzo, più o meno semplici o lavorati a seconda della qualità del lupanare. In più c'era una sedia e/o un tavolinetto ove poggiare l'abito da togliere. Da un lato una piccola cassa dove porre la coperta, gli asciugamani e la veste di ricambio per la prostituta. Un piccolo stipo o una mensola poteva accogliere dell'olio e dei profumi per i lupanari più decenti, a parte le torce e le candele.



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  • 05/14/20--05:20: GLI STUCCHI ROMANI
  • TERME STABIANE
    Le decorazioni in stucco d'età romana costituiscono un genere di manifestazione d'arte (o Se si vuole, e forse personalmente preferirei, di artigianato) che ha fin qui scarsamente attirato l'interesse degli studiosi: molto il materiale ancora inedito, rari i lavori di sintesi sull'argomento. Tali sono 
    le giuste considerazioni con le quali il Mielsch inizia, in questo volume, il discorso sui rilievi in stucco romani. Ma se ciò avviene non è senza motivo se si pensi alla stessa fragilità della materia adoperata, nel caso estremamente raro che si conservini soffitti e volte che quegli stucchi decoravano, 

    Del resto, anche una volta recuperati e rimessi in luce con lo scavo archeologico, gli stucchi sono soggetti a deterioramento o addirittura a distruzione (analoghe considerazioni fa A. Allroggen-Bedel nella recensione a questo volume in «Gymnasium' 83, 1976, 372 D'altro canto, l'opera di sintesi e di classificazione urta contro varie difficoltà quando, per esempio, si vogliano fissare ben chiari, determinati e determinanti, i caratteri distintivi dei manufatti nelle varie epoche e nei vari ambienti d'arte, come è invece possibile fare per altre manifestazioni artistiche e artigianali. 

    TERME DI POMPEI
    Per quando riguarda il rilievo in stucco in ambiente romano, durante l'età repubblicana e la prima augustea, esso, a cominciare da quello di 'primo stile', trova i suoi precedenti nell'arte greca, nel cui 
    ambito però l'ipotesi d'origine alessandrina del rilievo decorativo in stucco non è ancora provata. In Italia poi si registra uno sviluppo con il passaggio al 'secondo stile' mentre in Grecia il 'primo stile' perdura fino agli ultimi decenni del I secolo a.c. 

    Oltre a ciò i soffitti a travature ed ancor più le volte a botte, tipiche dell'ambiente romano, consentivano particolare varietà di effetti plastici. Il M. poi fa rilevare come vadano di pari passo nello sviluppo stilistico e come si integrino nel sistema decorativo degli ambienti lo stucco e 1a pittura. Esempi per questo periodo sono a Roma la Casa dei grifi, la casa di Augusto sul Palatino, la villa di Livia a Prima Porta, a Pompei la Casa del Criptoportico, la Casa del Menandro. 

    Nell'età giulio-claudia (25—38) il M. avverte differenze stilistiche rispetto alla prima età augustea; una più regolare partizione dello spazio, il rilievo piuttosto basso, influenzato dal rilievo classico, una preferenza per i quadri mitologici ed idillici, ma la cosa più importante è forse il fatto che si diverse mani di artisti. 

    ( Römische Stuckreliefs by Harald Mielsch - Review by: Alfonso de Franciscis Gnomon)



    OPUS ALBARIUM

    Detto tectorium, o albariam opus, è il tipo di pittura parietale a base di calce e pozzolana, miste a polvere di marmo o gesso che si adoperò per rivestire di uno strato di intonaco una superficie qualsiasi di opera architettonica o statuaria, per una successiva applicazione di colori. Vitruvio (VII, 3) e Plinio (Nat. Hist., XXXVI, 176) suggeriscono le norme per un buon impasto di stucco.

    Il gesso più diffuso era quello cotto o per intonacatori, ottenuto cuocendo a una temperatura di circa 160 ° le rocce gessose (come la selenite). È anche documentato l'uso del canarino, costituito da una miscela di intonaci, selenite finemente tritata e colla animale: l'aggiunta di tali additivi era raccomandata non solo per aumentare la plasticità e la presa della velocità e rallentando invece l'indurimento, ma anche per migliorare la resistenza meccanica.



    Per i soffitti si ricorreva in genere a matrici di grandi dimensioni simili a timbri pressati sullo stucco ancora fresco, permettendo di modellare elementi complessi in tempi brevissimi e seriale come greci, festoni di foglie o piccoli putti.

    La bontà dello stucco per intonaco aumenta con il numero degli strati, nonché della quantità e finezza della polvere di marmo, che conferisce allo stucco uniformità e bianchezza lucente.

    Ma lo stucco plastico è applicato sul fondo di pareti o di volte al soffitto, non per uno strato omogeneo, ma per composizioni in rilievo (caelatura tectorii). Già nel palazzo minoico di Cnosso si trovarono decorazioni parietali in stucco gessoso (1600 circa a.c.).
    Lo stucco plastico applicato a decorazioni parietali si sviluppò soprattutto in zone dove il marmo mancava o scarseggiava.

    A Vulci, nell'Etruria, si trova uno dei più antichi esempi di stucco plastico nella decorazione ai lati della porta della Tomba François, celebre per le sue pitture (del 300 circa a.c.), o della Tomba dei Rilievi.


    Lo stucco plastico era già conosciuto nel mondo ellenico. Pausania ricorda (VIII, 22, 5)  che nel tempio di Artemide a Stinfale (Arcadia)  c'erano rilievi che non capiva fossero eseguiti in legno o in stucco gessoso.

    Però la grandezza e la versatilità, la molteplicità e l’abbondanza dell'uso, la diffusione e la razionalizzazione dell’arte dello stucco trovano il loro posto insuperato nel mondo romano. 
    A Pompei e a Roma, dove si hanno finora i massimi esempi di stucco plastico, la tecnica dello stucco deve stata trasmessa dall'Etruria, mentre gli artefici specialisti possono anche essere venuti dall'Oriente ellenistico.

    Lo stucco plastico si usava:

    a) per decorazione di superficie esterne, o facciate, di edifici e di monumenti, soprattutto sepolcrali;

    b) per decorazione di ambienti interni, specialmente soggetti a sbalzi di temperatura, umidità e fumosità (come gli edifici termali);

    c) per decorazione di ambienti sotterranei (specialmente ipogei sepolcrali), esposti all'umidità permanente del terreno.

    TOMBA PLATORINI - ROMA

    IL MARMORINO

    Già nei reperti di scavo dei monumenti della Grecia del periodo arcaico e classico e della Magna Grecia si rileva che la copertura a marmorino veniva effettuata anche come pulimento su elementi di pietra calcareae conchiglifera caraterizzati, pertanto, da corrosioni e lacunose porosità.

    Anche allora si ricorreva allo stucco per gli occhi decorati a rilievo ed anche colorati (es.tombe macedoni); anzi, la copertura a marmorino facilitava la colorazione offrendone la base più idonea.

    L'impasto di calce e pozzolana, miste a polvere di marmo, dilagò in epoca romana, soprattutto nelle zone dove non è facile reperire il marmo. E' la moda tutta romana del "marmorino". 

    STUCCO ROMANO - CHICAGO - I sec.
    Gli scavi di Pompei e di Ercolano hanno messo in evidenza un uso del marmorino equivalente se non maggiore a quello del marmo, anzi, sicuramente maggiore soprattutto dopo terremoti (non dimentichiamo quello devastante del '62) o per i grandi restauri.

    A Pompei infatti, in seguito al terremoto del 63 d.c., dovendo ricostruire quasi da zero, si ricorse ampiamente al riutilizzo del materiale suscettibile di reimpiego attraverso le tecniche più raffinate. Il riciclaggio del materiale era razionalizzato al massimo: tutto il marmo, o la pietra calcarea non più integri o reintegrabili vennero macinati per diventare marmorino.

    STUCCO ROMANO - CHICAGO - I sec.

    LA LAVORAZIONE

    Lo stucco plastico, manipolato come una poltiglia molle, veniva applicato con una spatola alla superficie. Essendo lo stucco di lenta essiccazione, permetteva di modellare la materia con spatole più o meno sottili, o con stecche, arrotondate e non, ma anche con le dita, soprattutto con i pollici.
    In molti casi si doveva usare una specie di bulino, perchè il lavoro sembrava fatto a cesello, come fosse un oggetto di oreficeria, spesso per figure esili e minute.

    Nel caso di cornici o di motivi ornamentali ricorrenti, si faceva uso di appositi stampi o matrici, in metallo o terracotta. Del resto già gli etruschi usavano delle cornici a rilievo e pure policrome nelle loro tombe.

    Il rilievo figurato romano non supera mai i due centimetri. Per finiture particolari, specie per le cornici di un aggetto maggiore (fino a 10 cm. e oltre), si faceva invece uso di perni di ferro sporgenti che fungevano da armatura dello stucco.

    Per le grandi pareti o per le vòlte, si eseguiva anzitutto la riquadratura generale. Le immagini erano dapprima un abbozzo a larghi tratti di spatola, sull'intonaco ancora fresco, e ricoperto quindi a poco a poco dal rilievo, ma pure modificandolo durante il lavoro.

    MUSEO NAZIONALE ROMANO
    A parte i rivestimenti architettonici, lineari (stile "d'incrostazione"), gli stucchi di rivestimento più belli li osserviamo a Pompei dagli edifici termali: Terme Stabiane, del Foro, Centrali.

    Nelle Terme Stabiane le volte dell'apodyterium (spogliatoio) e dell'atrio erano ripartite in lacunari o cassettoni, quadrangolari e ottagonali, con clipei e motivi araldici a rilievo in stucco bianco.

    Lo stucco veniva anche usato come decorazione parietale a partire da una certa altezza, in modo che nessuno toccandolo lo deteriorasse, soprattutto nel cosiddetto "terzo stile". Per questo si trovano interi colonnati di mattoni rivestiti d’intonaco di cotto e quindi lisciati a marmorino, a perfetta imitazione di quelli di marmo vero. Del marmo, infatti, essi ripetono il candore o il colore, anche con le venature, dato che detto intonaco è già, secondo Vitruvio, la conditio sine qua non per la pittura a fresco.

    L’impiego dello stucco da materiali di recupero o di risulta dalla lavorazione nei cantieri diventa perciò una colossale impresa economica, poichè si raggiungono gli scopi della solidità e della bellezza senza ricorrere a materiali nuovi (marmi e pietra), il cui costo di cava, di trasporto, di modulazione, doveva essere, tanto più allora, molto alto

    Tuttavia, per non ricorrere a materiali di primo impiego, in ogni epoca, s’è perpetrata la demolizione sistematica di splendidi e irripetibili monumenti (primo fra tutti il celeberrimo Mausoleo di Alicarnasso, a Misala, nella capitale degli Ecatomnidi finchè purtroppo non venne demolito per il riutilizzo dei materiali da parte dei poco colti Cavalieri di San Giovanni. 
     STUCCO DI EROTE - DA POZZUOLI - BRITISH MUSEUM
    Gli stili architettonici si arricchiscono nell'elemento decorativo di rivestimento e nello stile delle superfici, poichè ha il vantaggio di essere molto plastico: a lisciatura piana, a rilievo (alto e basso, a tutto tondo), a modanature, a motivi stilistici richiedenti una forte aggettazione.
    Nella Roma repubblicana ed imperiale, già impregnata di civiltà etrusca, arrivano maestranze dall’Attica, dalla Ionia, dalle famose isole dell’Egeo, che accrescono la loro arte attraverso il marmorino, usato come materiale da modellare, nelle terme, le case, le aule, i mausolei, che si rivestono di motivi vegetali, di festoni, di cornucopie, di personaggi e fatti che allacciano il presente ai miti del passato.
    I motivi ripetitivi a stampo, modanature intagliate, fregi decorati, ecc., venivano pure eseguiti a fresco, applicando sull'intonaco le opportune quantità di marmorino corrispondenti alla lunghezza del sigillo; questo veniva debitamente unto; con esso si imprimeva il marmorino, quando cominciava ad indurirsi, rifinendolo, di seguito, con le stecche metalliche.
    Il decoro ed il racconto murale a stucco si accompagnano all'affresco e al rilievo marmoreo, come nella Villa dei Misteri di Pompei nel cui grande portico meridionale emergono ancora colonne scanalate e supporti murali rivestiti di stucco-marmorino. Anche il suo affresco è intonaco di marmorino.
    Gli stessi palazzi imperiali godettero a Roma la bellezza degli stucchi. Resti di volte stuccate, ripartite in cassettoni con figure ed emblemi vari, ravvivate da colori, da dorature e in origine anche da pietre variegate, si conservano così tra i ruderi grandiosi del Palatino (supposta casa di Tiberio, Criptoportico, case sotto il palazzo dei Flavi).

    Ma superbi stucchi decorarono pure gli edifici della Domus Aurea di Nerone, come quelli della villa di Domiziano, a Castel Gandolfo. Anche gli ambulacri dell'anfiteatro Flavio (Colosseo) e le "grandi terme" della villa tiburtina di Adriano conservano tracce di stucchi.



    STUCCHI DELLA FARNESINA

    Uno dei lavori più importanti e significativi venne reperito nel 1879, nella villa di età cesariana-augustea, detta della Farnesina, in Trastevere (Roma), ora conservato nel Museo Nazionale Romano. 

    Sono ampie superfici di volte, simmetricamente ripartite in specchi quadrangolari di varia grandezza: i riquadri maggiori incorniciano scene mitologiche, soprattutto bacchiche o paesaggistiche; i riquadri minori invece figure allegoriche o motivi floreali.

    Queste decorazioni sono conservate oggi al Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Massimo a Roma e constavano di stucco e dipinti che decoravano una delle più lussuose residenze suburbane d’età augustea, fatta costruire da Ottaviano forse in occasione delle nozze della figlia Giulia con Marco Vipsanio Agrippa nel 21 a.c..

    FARNESINA
    "La delicatezza e la naturalezza del modellato, reso con uno stile impressionistico e disinvolto, hanno permesso di elaborare complessi schemi ornamentali, con campiture di forme diverse, che inquadrano scene ispirate a riti di iniziazione misterica; paesaggi idillico-sacrali e soggetti dionisiaci, spesso tratti dalla pittura coeva.

    Purtroppo ad oggi non esiste una pubblicazione esaustiva che spieghi al meglio i soggetti trattati nella decorazione a rilievo dei soffitti e del notevole repertorio iconografico, vario e fantasioso, ma sembra chiaro che questi siano molto interessanti e suggestivi.

    Alcuni soggetti rappresentati e la qualità della lavorazione, un impasto di calce e polvere di marmo, plasmato in maniera eccellente, avvicinano gli stucchi imperiali di Villa Farnesina a quelli della Basilica Neopitagorica di Porta Maggiore, risalente ai primi decenni del I secolo d.c., suggerendo l’ipotesi di una stessa provenienza delle maestranze impiegate nei due prestigiosi cantieri."

    (Claudia Viggiani)


    La Villa Farnesina venne poi abbandonata a causa delle continue esondazioni del Tevere che ogni volta costringevano all'abbandono e al restauro della villa e venne riscoperta solo nel 1879, dopo ben 1900 anni di oblio, durante i lavori di sistemazione degli argini del fiume

    Gli stucchi romani ricordano per la loro finezza un'opera di cesello o di oreficeria, arricchito di fine e delicata arte pittorica. Vi è un delicato lavoro a stecca, a spatola e a legni ricurvi. Come si vede dalle parti mancanti lo strato di stucco marmorino è molto leggero, ma di grande efficacia e durata.

    Ma per tutta l'età imperiale il rilievo a stucco riguarda soprattutto la decorazione di sepolcri: dalla via fuori la Porta Ercolanese a Pompei, fra cui quello di Umbricio Scauro, che aveva all'esterno rilievi ispirati agli spettacoli gladiatori, a quelli romani della Farnesina, a quelli basilica sotterranea di Porta Maggiore.

    STUCCHI DELLA BASILICA DI PORTA MAGGIORE

    BASILICA DI PORTA MAGGIORE

    La decorazione, in stucco bianco a rilievi, occupava al completo, e tuttora si conserva in gran parte, le pareti, le volte e i pilastri, di un'ampia sala rettangolare a tre navate (metri 12 × 9), nonché del vestibolo di accesso.

    La consumata maestria con cui sono ripartite in riquadri le varie superficie del sotterraneo, l'eleganza in genere dei numerosissimi motivi figurati, mitologici e vari, è davvero incredibile.
    La finezza di esecuzione specialmente dei rilievi della volta principale, valgono a far assegnare senza difficoltà il monumento all'età migliore dell'arte romana, cioè alla prima metà del sec. I dell'impero.

    La composizione figurata dell'abside, col suicidio di Saffo che si getta dallo scoglio di Leucade, è la più grandiosa e la più vasta composizione in cui si sia cimentato un maestro dell'arte.

    Le lacune del quadro, corrispondenti alle parti di rilievo cadute, hanno rimesso allo scoperto i segni tracciati alla brava sull'intonaco fresco, a titolo di traccia o di abbozzo preparatorio. Tutto è stupendamente drammatico.

    TOMBA DEI PANCRAZI

    TOMBA DEI PANCRAZI

    Al contrario di quella dei Valeri, della tomba dei Pancrazi, della prima metà del II sec., non sono rimaste le strutture superiori se non una parte del mosaico. In ogni caso non doveva essere molto differente. Le camere sepolcrali invece sono una vera e propria opera d'arte.

    Nella prima stanza, a terra c'era un mosaico e poi, addossate alle pareti, diverse nicchie in cui venivano riposte le giare con le ceneri dei defunti. Sopra le nicchie invece c'era ancora un sarcofago strigilato con un iscrizione e i volti di due persone.

    Volti però rimasti incompiuti, probabilmente perché i defunti dovevano essere morti prima che l'artista avesse il tempo di imprimere i loro lineamenti nel marmo.
    Il soffitto, ben affrescato, aveva un'apertura per comunicare con il piano superiore. Questo perché quando i parenti venivano a banchettare, lasciavano delle offerte calandole nella tomba. Offerte che poi col tempo finivano nel tombino in mezzo alla sala.

    Passiamo nell'altra sala e lo spettacolo è ancora maggiore: un enormemente sarcofago occupa quasi tutto lo spazio. È stato fatto così proprio per impedirne il furto: in pratica prima hanno fatto la stanza e riposto il sarcofago, poi l'hanno chiusa dall'alto costruendoci sopra la tomba.

    SOFFITTO TOMBA PANCRAZI
    Il soffitto è arricchito così tanto da affreschi e stucchi che sembra quasi la tomba di un imperatore. La più bella che abbia mai visto. Non si riesce a staccare gli occhi dal soffitto e quasi non mi accorgo nemmeno dei mosaici che stanno sul pavimento.


    Di fattura piuttosto scadente e di età certamente più tarda dei precedenti sono gli stucchi decorativi degli ipogei sepolcrali rinvenuti intorno al 1915 sotto la Basilica di S. Sebastiano ad Catacumbas sulla Via Appia. 

    Di questi ipogei uno presenta la volta ripartita in cassettoni esagonali con rosette, sviluppati intorno a un cassettone centrale del pari a motivi ornamentali geometrici; l'altro, con finti pilastrini alle pareti, ha tutta la volta, a crociera, occupata da una fantasiosa decorazione di rami di vite, con pampini e grappoli, partenti da vasi posti agli spigoli della volta.

    Decorazioni affini, con lacunari in rilievo e rosette, ricoprono anche le volte di corridoi vicini. D'altronde, come già espresso la nuova religione dette un colpo notevolissimo all'arte romana, in parte perchè i grandi artisti non venivano più richiesti in quanto l'arte, a meno che non fosse a scopi religiosi, era vanità e peccato.

    Ma c'era di più: poichè la religione cristiana prevedeva un'abnegazione totale e un'esaltazione mistica, o almeno una forte spiritualità, gli artisti, non provando dentro di sè tale afflato, finirono per creare figure immobili e fisse, prive di sentimenti e fluidità, cosa che si affermerà ancora di più nello stile bizantino.

    TOMBA DEI VALERI

    TOMBA DEI VALERI A VIA LATINA

    La tomba dei "Valerî" del II sec. d.c., è distinta, nella volta, da una decorazione a grandi cassettoni quadrati, alternati a medaglioni tondi: nell'interno di questi è ripetuto con varianti il motivo, trattato con grande finezza di tocco, della Naiade seduta sul dorso di un Tritone o altro mostro marino. Graziose figure di Ninfe danzanti, inquadrate dentro motivi floreali, occupano le lunette estreme delle opposte pareti. 

    D'una finezza d'esecuzione minore sembrano gli stucchi dell'altra camera sepolcrale, i quali però risultano tuttora abbelliti dai vivi colori, impiegati sia come fondi delle figure in rilievo, sia per esecuzione di quadretti dipinti veri e propri, su piani lisci, alternati ai cassettoni in rilievo. Interessanti tra questi, quattro originali riquadri di soggetto mitologico. Di una riuscita complessità risulta anche la decorazione policroma delle lunette.

    TOMBA DEI VALERI
    È una ricostruzione dell'ottocento, ma rende perfettamente l'idea di come doveva essere il sepolcro: un recinto circondava la tomba, alta due piani. Al livello del terreno c'era una sala che veniva utilizzata per i banchetti nei giorni in cui la famiglia si riuniva per stare vicina ai defunti.

    Scendendo le scale invece si entrava nella tomba vera e propria, la camera dove venivano depositati i sarcofagi o le giare, a seconda se il morto aveva deciso di farsi cremare oppure no. Nella tomba dei Valeri si possono vedere pochissimi resti dei sontuosi marmi che ricoprivano la stanza, ma sul soffitto ci sono ancora degli stucchi in pasta di marmo molto ben conservati.

    Sulla volta sono rappresentate moltissime figure e, a eccezione di tutte le sculture romane che erano coloratissime, qui invece era stato lasciato volutamente tutto in bianco. Dalla parte opposta della camera funeraria principale c'è anche un'altra stanza, le cui decorazioni sono completamente scomparse.

    VENERE - POZZUOLI

    GLI STUCCHI DI POZZUOLI

    Degli ipogei sepolcrali fuori Roma, d'età imperiale, si ricorda l'ipogeo di Pozzuoli, in Via delle Vigne, nel 1926, del I del sec. d.c.. La mancanza assoluta di veri e propri stucchi decorativi nei cimiteri sotterranei cristiani fu dovuta non all'alto costo, come alcuni hanno scritto. perchè esistevano cristiani ricchissimi, ma per la decadenza dell'arte in genere con l'avvento del cristianesimo.


    BIBLIO

    - G. B., Le vòlte a stucco di ant. edifici romani, in Archit. e arti decorative, 1922-23
    - G. Wilpert, Le pitture delle Catacombe, Roma 1903
    E. L. Wadsworth, Stucco reliefs of the first and second centuries still extant in Rome, in Memoirs of the American Academy, IV, Roma 1924
    - G. Bendinelli, Il monumento sotterraneo di Porta Maggiore, in Monumenti dei Lincei, XXXI, 1927


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    RICOSTRUZIONE DI LAMBAESIS (Jean-Claude Golvin)
    Lambaesis era il nome dell'antica fortezza legionaria della provincia romana d'Africa proconsolare, che corrisponde all'odierna città algerina di Tazoult, situato nella provincia di Batna. Lambaesis era posizionata in Numidia, edificata a 622 m slm sulla piana e sugli speroni della montagna algerina del Djebel, a nord dei monti dell'Aurès, di fronte alle tribù berbere dei Getuli.

    PLANIMETRIA DELLE PARTI EMERSE

    TETTIO GIULIANO

    Lambaesis fu prima forte ausiliario sotto i Flavi. Giuliano fu un grande militare, poiché già nel 68-69 era comandante della legio VII Claudia. Nel 70, quand'era pretore, Licinio Muciano riuscì a convincere il Senato Romano a poter presiedere la prima seduta, togliendo così l'onore a Giuliano. Sembra, infatti, che il primo castrum di Lamabaesis sia stato costruito da Tettio Giuliano nell'81 circa, quando servì nella guardia pretoriana per poi essere inviato in Numidia.

    Fedele a Roma ma molto impetuoso, venne giustamente apprezzato dall'imperatore Domiziano (51 - 96) che gli affidò il comando di una nuova campagna militare contro i Daci di Decebalo. Egli utilizzando il castrum di Viminacium (in Serbia) come suo quartier generale, riuscì a raggiungere Sarmizegetusa Regia (il più importante centro dell'antica Dacia), capitale di Decebalo, dopo aver sconfitto i Daci sia a Carnsebers, presso le Porte di Ferro, sia nella successiva e decisiva battaglia di Tape nell'88..

    IL COSIDDETTO PRETORIO
    Pur risultando la guerra molto favorevole a Roma, venne interrotta bruscamente a causa dello scoppio di una nuova guerra lungo il fronte del medio Danubio contro le popolazioni suebiche di Quadi e Marcomanni. Pertanto venne conclusa concluso rapidamente un trattato di pace poco favorevole a Roma, che salvò, ancora per un quindicennio, i Daci di Decebalo dalla conquista romana, avvenuta poi sotto Traiano (53 - 117).

    E' proprio sotto Traiano che Lambaesis divenne la fortezza legionaria della III Augusta, dopo che quest'ultima era stata per lungo tempo posizionata prima ad Ammaedara (oggi Haidra) e poi dal 75 a Theveste. Lambaesis divenne così la sua definitiva destinazione a partire dall'anno 100 fino alla conquista dei Vandali.



    LA LEGIO III AUGUSTA

    Lambaesis divenne il campo della Legio III Augusta, a cui dovette la sua origine in pietra, fondata nel 123-129, al tempo dell'Imperatore Adriano, per lo stanziamento dei suoi soldati, come fu trovato inciso su un pilastro in un secondo accampamento a ovest del grande accampamento ancora esistente.

    Tuttavia, altre prove suggeriscono ad alcuni studiosi che l'accampamento del Lambaesis sia molto più antico, sicuramente in legno, e che sia stato edificato addirittura durante le guerre puniche. Gli archeologi sono ora concordi nel dire che l'edificio ospitava la sede della Legio III Augusta.

    Nel 100 d.c. l'imperatore Traiano trasferì la legione a Lambaesis da Teveste, una città più vicina al confine odierno con la Tunisia, non lontano da Sufetula. Allo stesso tempo, Traiano fondò Thamugadi, una città tra Lambaesis e Theveste dove si stabilirono i veterani della Legio Ulpia Victrix, rafforzando così il controllo romano sulle tribù che vivevano nel deserto del Sahara, simili ai libici Garamantes.

    L'ARCO DI SETTIMIO SEVERO
    Sembra sia stato poi l'imperatore Marco Aurelio (121 - 180) a costruire la città vera e propria intorno al castro che, sotto Settimio Severo, divenne una residenza imperiale del legato di Numidia. Lambaesis, fu per un tempo la capitale di Numidia, con una popolazione di oltre 1862 civili (solo maschi, oltre le femmine). 
    Nel 166 d.c. vengono menzionati i decurioni di un vicus, di cui 10 curie sono note per nome; e il vicus divenne un municipium probabilmente al tempo in cui divenne la capitale della provincia della Numidia di recente fondazione. In città il latino la lingua ufficiale e comunemente usata (anche se i berberi locali parlavano la loro lingua mista a latinismi).
    La III Augusta fu sciolta da Gordiano III e i legionari si dispersero tra le province nordafricane. Ma la legione fu restaurata nel 250 d.c. da Valeriano e Gallieno e da allora la legione fu conosciuta come Augusta Restituta. La sua partenza definitiva ebbe luogo dopo il 392 d.c. privando la città fu privata del suo maggiore sostegno economico.
    Nel V secolo la città fu distrutta dai berberi ( indigeni nel Nord Africa e di alcune parti settentrionali dell'Africa occidentale) e scomparve quasi completamente sotto i bizantini. 

    PONTE ROMANO DI TALZOUT

    LO SCEMPIO

    Nel gennaio 1850, i francesi stabilirono una colonia penale, sorvegliata da un distaccamento del III reggimento Zuavi. Le rovine che coprivano più di 800 ettari furono usate per costruire la prigione e la città (sig!). Un villaggio popolato da operai, artigiani e mercanti formati attorno alla prigione.

    Dopo l' indipendenza, Lambaesis, o Lambèse, fu ribattezzato e divenne noto come Tazoult. La prigione di Lambaesis, nota per le sue dure condizioni, ospitò nazionalisti algerini durante la guerra d'indipendenza algerina.

    I resti della città romana, e più in particolare del campo romano, nonostante il vandalismo sfrenato effettuato nei secoli, antichi ma soprattutto recenti) sono comunque tra le rovine più interessanti dell'Africa settentrionale.

    I RESTI DELL'ANFITEATRO

    LE TESTIMONIANZE

    I viaggiatori del passato hanno avuto l'opportunità di vedere le rovine di Lambaesis in uno stato molto migliore di quello che sono oggi. James Bruce lasciò alcune note sul 1765:
    "Qui doveva essere riparato il "Lambaesitanorum Colonia", che, secondo le centinaia di iscrizioni latine rimaste sul posto, è stato attestato. Ora si chiama Tezzout; le rovine della città sono molto estese. Vi sono ancora sette porte ancora in piedi e grandi pezzi di muri sono stati costruiti solidamente con muratura quadrata senza calce."

    R. L. Playfair lo descrisse nel 1875:
    "Era una delle città più importanti all'interno di Numidia, ed era in epoca romana il quartier generale della Terza Legione, Augusta, che fu di stanza qui per quasi tre secoli in Africa. Fu il grande centro militare di cui furono spediti per mantenere l'ordine o reprimere l'insurrezione. Copriva o proteggeva tutto il Nord Numidia e permetteva agli insediamenti romani di raggiungere un certo grado di importanza in qualsiasi altra provincia del Nord Africa. Al momento restano pochissime rovine per testimoniare la sua forma di magnificenza... La rovina principale qui, e l'unica immaginata da Bruce, è quella chiamata Pretorio".

    Nel 1895 aggiunse nel Manuale di Murray:
    "Lambessa è costituita da un piccolo villaggio moderno vicino alle rovine romane. L'edificio principale è la prigione. Questo era precedentemente utilizzato per oppositori politici, ed era solo parzialmente odioso per l'Impero francese (alcuni monumenti erano inclusi nel muro della prigione e non sono più visibili). (..) Le mura (dell'antica città) sono state distrutte dai francesi, per costruire le fattorie vicine, e la loro stessa direzione ed estensione difficilmente possono essere accertate."



    I RESTI

    Le rovine sono situate sulle terrazze inferiori dei Monti Aures e sono costituite da archi trionfali (uno a Settimio Severo, un altro a Commodo), oltre a templi, acquedotti, vestigia di un anfiteatro, terme e un'immensa quantità di murature appartenenti a case private. 
    A nord e ad est si trovano ampi cimiteri con le pietre in piedi nei loro allineamenti originali; a ovest c'è un'area simile, dalla quale, tuttavia, le pietre sono state in gran parte rimosse per edificare il villaggio moderno.
    Del tempio di Esculapius solo una colonna è in piedi, anche se a metà del XIX secolo la sua facciata era intera. Il tempio capitolino dedicato a Giove, Giunone e Minerva, che è stato rimosso dai detriti, ha un portico con otto colonne. 

    L'ARCO DI COMMODO
    Il campo risiede su un terreno pianeggiante a circa due terzi di miglio dal centro della città antica, il cui sito oggi è occupato dal penitenziario e dai suoi giardini. Questo misura 1.640 piedi per 1.476 piedi (450 m) ed è chiamato, erroneamente, il pretorio.
    Questo nobile edificio, che risale al 268, è lungo 92 piedi (28 m) lungo 66 piedi (20 m) di altezza e 49 piedi (15 m) di altezza; la sua facciata meridionale presenta uno splendido peristilio a metà dell'altezza del muro, costituito da una fila di massicce colonne ioniche e una fila di pilastri corinzi.
    Dietro questo edificio (che era coperto), c'è una grande corte che dà accesso ad altri edifici, uno dei quali è l'arsenale. In esso sono state trovate molte migliaia di proiettili. A sud-est sono i resti delle terme cittadine. 



    LE ISCRIZIONI

    Le rovine della città e del campo hanno prodotto molte iscrizioni (Renier a cura del 1500, e ci sono 4185 in CIL viii); e, sebbene una proporzione molto grande siano gli epitaffi del tipo più scarso, queste sono le parti più importanti della storia del luogo.

    Sono state decifrate oltre 2.500 iscrizioni relative al campo. In un museo nel villaggio e oggetti di antichità scoperti nelle vicinanze. Oltre alle iscrizioni e alle statue, ci sono alcuni bei mosaici trovati nel 1905 vicino all'arco di Settimio Severo. Le statue includono quelle di Esculapius e Hygieia, prese dal tempio di Esculapius.


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    IL PERSONAGGIO DI ARTORIUS NEL FILM

    Nome:
    Lucius Artorius Castus
    Nascita: III secolo (Campania felix?)
    Morte: ?
    Professione: Generale romano


    Tutto ciò che sappiamo di Lucio Artorio Casto è davvero poco, in quanto proviene da un´epigrafe ritrovata a Podstrana, sulla costa della Dalmazia, in Croazia, composta di 2 frammenti poco leggibili. Sembra tuttavia che si tratti di parte della stele proveniente dal sarcofago di Lucio Artorio Casto, come riportato sui frammenti.

    Una seconda iscrizione più breve, incisa su una targa commemorativa nella stessa località, riporta pochi dati ma simili a quelli del sarcofago.
    Una terza iscrizione (di dubbia autenticità), reca il solo nome di Lucio Artorio Casto, fu ritrovata a Roma, ed ora è (tanto per cambiare) conservata al museo del Louvre.

    Abbiamo valide ragioni per supporre che Casto, membro della gens Artoria, probabilmente originario della Campania, o delle zone limitrofe, sia vissuto nel III secolo d.c.



    GENS ARTORIA

    I  membri della gens artotia vissero tra il III sec. a.c. fino al V-VI sec. d.c. quando ormai l’impero d’Occidente era perduto.

    Sull’origine di questa gens alcuni farebbero derivare il nome dall’etrusco Arnthur, altri hanno cercato una derivazione latina, traducendo il nome come "contadino" (il cui equivalente era però Arator, non Artor).

    Per altri ancora il  nome della gens Artoria é di origine messapica, dunque probabilmente illirica.

    Non possiamo escludere però la derivazione da Artois, nome gallico dell'orso, che per noi è la più probabile, derivata dall'antica Dea Orsa, una Dea Madre Celtica che invasava col suo furore i re e i guerrieri in battaglia.

    Il re Orso era colui che si faceva inebriare dal furore selvaggio della Dea Orsa divenendo irresistibile in battaglia, perchè l'invasamento divino lo rendeva pericoloso e invulnerabile fintanto che durava.



    IL SARCOFAGO

    Secondo il lungo testo dell’iscrizione del sarcofago, Artorio Casto era stato un centurione della III Legione Gallica, poi passato alla VI Ferrata, poi alla II Audiutrix, successivamente alla V Macedonica, di cui divenne il primo pilo, il che dimostra il suo valore. Fu incaricato poi come preposto della flotta di Miseno (Napoli), e divenne infine prefetto della VI Victrix. Insomma era uno che si faceva notare.

    ARTORIUS INTERPRETATO DA CLIVE OWEN
    In questa legione ebbe infatti modo di assurgere ai gradi più elevati come alto ufficiale, fino a essere nominato “dux legionum Britaniciniarum," (in Britannia) titolo dato a chi si distingueva per aver compiuto eccezionali imprese. Dunque si trattava di un tipo già un po' leggendario.

    Risulta infatti, nel 185 d.c., che abbia partecipato a una spedizione in Bretagna, Armorica e Normandia, al cui comando era Ulpio Marcello, come riportato da Cassio Dione. Se Casto, come sembra, partecipò alla vittoriosa campagna guidata da Ulpio Marcello (forse un suo parente, dato che la gens Ulpia era imparentata con la gens Artoria) contro i Caledoni, e a difesa del Vallo Adriano, era possibilmente stazionato assieme ad un contingente di cavalieri Sarmati.

    In effetti, la V Macedonica era schierata sul fronte danubiano, contro Daci e Sarmati al tempo di Marco Aurelio e Commodo. Dunque, un contatto con reparti della cavalleria sarmata, passati al soldo delle legioni, é plausibile. La VI Victrix, poi, era, in effetti, stanziata in Britannia, come zona operativa.

    Si ritirò infine dall´esercito divenendo procurator centenarius (governatore di una provincia che rendeva 100.000 sesterzi annui) della Liburnia (parte settentrionale della Dalmazia), dove, con molta probabilità, terminò la sua vita, facendosi seppellire a Salonae Palatium (Salona, Dalmazia).

    LA TAVOLA ROTONDA

    IL MITO

    Re Artù è un leggendario condottiero britannico che, secondo alcune storie medievali, difese la Gran Bretagna dagli invasori sassoni, popolo germanico piuttosto feroce, tra la fine del V sec. e l'inizio del VI. Lo sfondo storico delle vicende relative ad Artù è descritto in varie fonti, tra cui:
    - gli Annales Cambriae (annali del Galles, dal 447 al 954), 
    - la Historia Brittonum (Storia dei Brittonici, un testo sulla storia dell'Inghilterra del IX sec. che narra le vicende dell'Inghilterra dopo la partenza delle legioni romane fino alle invasioni sassoni).
    - gli scritti di Gildas di Rhuys, un abate (494 - 570) che descrisse la disastrosa situazione della Britannia a seguito del ritiro delle legioni romane.

    Nelle citazioni più antiche che lo riguardano e nei testi in gallese non viene mai definito re, ma dux bellorum ("signore delle guerre"). Antichi testi alto-medievali in gallese lo chiamano ameraudur ("imperatore"), prendendo il termine dal latino, che potrebbe anche significare "signore della guerra". Il nome di Artù si ritrova anche nelle più antiche fonti poetiche come il poema Y Gododdin, un regno sorto agli inizi del V sec. nella Britannia nord-orientale dopo l'abbandono dei Romani.

    ARTORIUS
    Secondo alcuni studiosi questa interpretazione porterebbe all'identificazione del personaggio con il “Re Artù” storico: vissuto attorno al V-VI d.c, e che documenti, quali la Historia Brittonum di Jeoffrey di Monmouth (IX d.c), riferiscono di origine romana e riportano come vittorioso sulle invasioni dei sassoni.

    L'identificazione di Casto con Artù fu avanzata per la prima volta da Kemp Malone nel 1924. Sebbene infatti Casto non visse al tempo delle invasioni sassoni in Britannia (V sec.), si potrebbe pensare che il ricordo delle gesta di Casto, tramandate nelle tradizioni locali, andarono crescendo col tempo fino a formare le prime tradizioni arturiane.

    La prima apparizione del personaggio "Arthur", qualificato "dux" così come Artorius nell'epigrafe, nella Historia Brittonum del IX sec., secondo lo storico Leslie Alcock era tratta da un poema gallese, originariamente privo di un riferimento cronologico preciso, come pure di una indicazione degli avversari contro cui combatté le sue dodici vittoriose battaglie.

    Di certo però sappiamo che il centurione Casto ebbe una strepitosa carriera, e che legó il suo nome indissolubilmente alla VI Ferrata, dove ebbe agio di dimostrare il suo grande valore unito a un grande ingegno e a una personalità così forte da essere carismatica per i suoi pari e i suoi sottoposti.



    STELE DI LUCIUS ARTORIUS CASTUS

    1) CIL 3, 1919 - PROVINZ:  DALMATIA     ORT: STOBREC  EPETIUM

    D(is) M(anibus)  L(ucius)  ARTORIUS  CASTUS  (centurio) LEG(ionis)   III  GALLICAE  ITEM (centurio) LEG(ionis)  VI FERRATAE  ITEM  (centurio)  LEG(ionis)  II ADIUTR(icis)  ITEM (centurio)  LEG(ionis) V  MAC(edonicae)  ITEM  P(rimus)  P(ilus)  EIUSDEM  PRAEPOSITO CLASSIS  MISENATIUM  PRAEFE(ctus)  LEG(ionis) VI VICTRICIS  DU  LEGG(ionum)  TRIUM  BRITAN(n)IC(i)  (mi)LIARUM  ADVERSUS  ARMENIOS  PROC(urator)  CENTENARI PROVINCIAE  LIBURNIAE  IURE  GLADI(i)  VIVUS  IPSE  SIBI  ET  SUIS 3 EX  TESTAMENTO

    2) CIL 03, 12791 - PROVINZ: DALMATIA   ORT: PODSTRANA

    L(ucius) ARTORIUS / CASTUS  P(rimus)  P(ilus)   LEG(ionis) V MAC(edonicae)  PRAEFECT[t]US  LEG(ionis)  VI  VICTRIC(is)

    LA SPADA NELLA ROCCIA

    LA FIGURA STORICA

    E' ancora acceso il dibattito sulla questione se Re Artù fosse o meno una reale figura storica. 
    Tale dibattito iniziò dal Rinascimento quando la dimensione storica di Artù fu strenuamente difesa, in special modo dalla dinastia dei Tudor, anche perchè avevano legato la loro discendenza a quella di Artù.

    Gli studiosi moderni sostengono che ci furono persone realmente esistite mescolate ad alcune leggende, secondo cui Artù dovrebbe aver acquistato la fama di cavaliere combattendo contro gli invasori germanici nel tardo V secolo e nei primi anni del VI secolo. Tuttavia, fin quando non si troveranno delle prove storiche concrete il dibattito resterà incerto.

    Comunque, non possiamo dimenticare l’influenza che Re Artù ha avuto sulla letteratura, l’arte, la musica e la società dal medioevo fino ai giorni nostri, visto le diverse saghe mitiche, con un fondo misterico di evoluzione spirituale.

    E' in fondo il retaggio della via del guerriero, che in quanto eroe vine accolto nei miti nordici dalla Dea Morrigon che lo salva dal calderone dove mescola tutti i corpi e le anime dei caduti, per inviarlo nella sacra e benedetta terra dei suoi avi, o degli antichi Greci che spedivano gli eroi nei Campi Elisi.



    GLI EVENTI

    Nel 175, l'imperatore Marco Aurelio arruolò 8.000 sarmati nell'esercito romano, 5.500 dei quali furono poi inviati lungo il confine settentrionale della Britannia romana dove si unirono alla Legio VI Victrix, in cui prestava servizio Lucio Artorio Casto, generale della cavalleria romana, (secondo alcuni alla base del personaggio di Re Artù), anche se sembra che sia sempre rimasto fedele a Roma.

    Invece di rimandare a casa questi guerrieri una volta terminati i loro 20 anni di servizio, le autorità romane li insediarono in una colonia militare nell'odierno Lancashire, dove fonti storiche del 428 attesterebbero all'epoca dei loro discendenti detti "truppa dei veterani sarmati".

    Inoltre, come già detto, un'epigrafe lacunosa e in due frammenti venne rinvenuta a Podstrana, sulla costa dalmata, riconosciuta come lastra del sarcofago di Artorio. 

    La seconda iscrizione, una targa commemorativa della stessa località, riporta dati simili. 

    Un'altra epigrafe ancora, recante il solo nome di Lucio Artorio Casto, fu invece ritrovata a Roma.

    Secondo l'iscrizione del sarcofago, Artorio Casto, membro della gens Artoria,  probabilmente originario della Campania Felix, era stato un centurione della III legione Gallica, poi passato alla VI legione Ferrata, alla II legione Adiutrice e alla V legione Macedonica, di cui divenne primo pilo. 

    Fu poi Praepositus della flotta di Miseno, la forza navale della Baia di Napoli, e infine Prefetto della VI legione Vitrix. Qui ottenne il titolo di "dux", riservato a chi si era distinto per imprese eccezionali.
    Casto si ritirò poi dall'esercito, divenne procurator centenarius, cioè governatore della Liburnia (Dalmazia settentr.), dove concluse la sua vita, sepolto nella necropoli di Salonae Palatium (Spalato).



    RE ARTU'

    La figura del sovrano appare infatti in moltissime leggende, poemi e racconti, conosciuti complessivamente con il nome di Materia di Britannia, una saga comprendente il Ciclo bretone e il Ciclo arturiano.

    La leggenda nacque e si arricchì a partire dal Basso Medioevo, con aggiunte continue di numerosi autori antichi ma anche moderni, come Mark Twain, John Steinbeck, Marion Zimmer Bradley, Jack Whyte e T. H. White.

    Questa letteratura ebbe particolare seguito nel XII secolo nella Francia settentrionale insieme all'epopea delle canzone di gesta (chanson de geste). La materia di Bretagna inizia dalla Historia regum Britanniae, scritta nel 1135 da un chierico gallese, Goffredo di Monmouth, dove si mescolano amori, battaglie, magie e avventure. Il più noto tra questi scrittori fu Chrétien de Troyes, grande interprete degli ideali cavallereschi.

    Il ciclo bretone presenta profonde differenze dal genere della Chanson de geste tipica del ciclo carolingio. e ha come motivo principale non la lotta collettiva contro gli infedeli, ma l'amore e la ricerca individuale di avventure. 

    Il cavaliere della Tavola Rotonda alla corte di re Artù non è più l'Orlando della Chanson de Roland che muore con tutta la sua schiera a Roncisvalle come un martire, ma è un solitario cavaliere errante che va alla ricerca di prove sempre più difficili per esaltare se stesso e per conquistare la donna amata.

    Tra le storie più celebri si ricordano Merlino, la spada Excalibur, l'origine prodigiosa del regno di Artù, l'amore tra Lancillotto e la regina Ginevra, l'amore drammatico di Tristano e Isotta, la fata Morgana e suo figlio Mordred, i cavalieri della Tavola Rotonda, tra cui Lancillotto, Parsifal Tristano, Palamede il Saraceno, e soprattutto il tema del Graal. 

    In cima all'epica del Graal c'è Artù, speranza degli uomini e poi loro guida, che cade e non può nè vivere né morire, finchè un cavaliere non riesca a portargli il mitico calice del santo Graal.


    BIBLIO

    - Kemp Malone, Artorius, in "Modern Philology" 23 (1924–1925),
    - Scott C. Littleton - Linda Malcor, From Scythia to Camelot, New York 1994
    - Xavier Loriot, Un mythe historiographique: l'expédition d'Artorius Castus contre les Armoricains, in "Bulletin de la Société nationale des antiquaires de France", 1997, pp. 85–86
    - Linda Malcor - Lucius Artorius Castus - Part 1: An Officer and an Equestrian - Heroic Age - 1999 -
    - Linda Malcor - Lucius Artorius Castus - Part 2: The Battles in Britain - Heroic Age - 1999 -
    - Scott C. Littleton, Linda Malcor - From Scythia to Camelot: A Radical Reassessment of the Legends of King Arthur, the Knights of the Round Table and the Holy Grail - New York - 2000 -
    - Nenad Cambi, John Matthews - Lucije Artorije Kast I Legenda o kralju Arturu – Lucius artorius Castus and the King Arthur Legend - Split - Knjizevni krug - Podstrana -  Matica hrvatska - Ogranak - 2014 -


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  • 05/17/20--06:09: DEA DIA - ARVALI (17 Maggio)
  • LA DEA
    «Romolo per primo istituì i sacerdoti Arvali e chiamò se stesso dodicesimo fratello tra quelli generati da Acca Larenzia, sua nutrice...»
    (Plinio il Vecchio)



    FRATRES ARVALES

    La Dea Dia era un'antichissima divinità protettrice della fertilità della terra. Venne identificata con la Madre Terra ed ebbe un tempio a lei dedicato prima sul Palatino, poi al V miglio della Via Portuense, in un tempio di cui restano solo pochi ruderi.

    I sacerdoti addetti al suo culto erano i Fratres Arvali, i Fratelli Arvali, un'antichissima confraternita sacerdotale romana, restaurata da Augusto, composta di 12 membri scelti tra la classe senatoria per lo più per cooptatio, cioè scelto dall'organo collegiale senza elezioni. La cooptatio era caratteristica dell'ordinamento giuridico aristocratico, diffusissimo nel diritto romano arcaico. A capo dei Frates c'era un magister assistito da un flamen.

    La cosa particolare è che gli Arvali, che essendo sacerdoti ufficiali venivano stipendiati dallo stato, ricevevano anzitutto un vitalizio, per cui erano pagati anche se non erano in grado di officiare per la vecchiaia, che non perdevano neppure in caso di esilio, nè a causa di una qualsiasi condanna, e neppure se cadeva prigioniero di un nemico.



    IL BOSCO SACRO

    A sud di Roma, al V miglio, all'incrocio tra Via Portuensis e Via Campania, c'era un boschetto sacro dedicato alla Dea, chiamato "Lucus Deae Diae", nel cui ambito era stato eretto un grande tempio di pianta circolare, sopraelevato su alto podio.

    IL BOSCO SACRO
    In questo luogo i fratelli Arvali si incontrano e registrano i loro nomi e tutto ciò che riguarda il culto, che non è segreto e che quindi può essere pubblicato, sulle tavole di marmo apposte all'esterno del Tempio.

    Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, un tempo sotto il dominio degli Etruschi di Vejo.
    Macrobio identifica il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10).
    Tito Livio invece riporta l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, quando gli Etruschi dovettero abbandonare la Selva ai Romani (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

    Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale della Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (CaesareumTetrastylumBalneumPapiliones e il Circo).

    Il complesso ebbe diverse fasi costruttive, tra le quali un’importante sistemazione è stata datata ad epoca flavia (metà del I sec. d.c.) seguita da un’integrale ristrutturazione effettuata sotto Alessandro Severo (222-235 d.c.).



    AEDES DEA DIAE

    La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes Deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna.

    AEDES DEA DIAE - RICOSTRUZIONE DI R. LANCIANI
    Il Tempio di Dia (o degli Arvali), o quel che ne resta, è un santuario di epoca augustea, sito nella via Tempio degli Arvali, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia.

    Infine, vi era una parte in pendenza, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

    Oggi la proprietà del terreno che ospita il sito, pur essendo di interesse archeologico, ed essendo stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, non è stata mai espropriata ed è rimasta privata, per cui non è visitabile e non è visibile nemmeno dalla strada, visto che è al di sotto del piano stradale. Quand'è che lo stato si occuperà di salvare un sito così storicamente importante?

    - Il CESAREUM era un complesso del III - II sec. d.c., dedicato agli imperatori defunti e divinizzati, ove s'immolavano vittime in loro onore. Vi si riunivano a banchetto gli Arvali nel secondo giorno delle feste ambarvali. Nel Cesareum dovevano essere esposte le statue degli imperatori di cui furono infatti rinvenute nel XVI secolo alcuni piedistalli con relative iscrizioni.

    - Il TETRASTYLUM, effigiato nella monetazione di Tiberio, era uno dei templi minori del Lucus deæ Diæ, nominati negli atti degli Arvali. Lo studioso Peruzzi ne rimanda la fondazione a Romolo (“hoc sacellum ordinatum fuit a Romolo”).
    Il tempio aveva quattro colonne senza muri poste agli angoli di un basamento quadrato, a sostegno delle travi angolari e del tetto (“Tetrastyla sunt, quae subiectis sub trabibus angularibus columnis et utilitatem trabibus et firmitatem praestant”. Vitruvio, De architectura VI, 3.3).
    All’interno dovevano trovarsi un idolo e i “triclinia” per i confratelli arvali. Peruzzi ipotizza fosse dedicato ai riti tradizionali della benedizione del grano e del suolo (“ad benedicendum granum et agrum”) e riferisce di un basamento rettangolare, tra il Tempio di Dia e le Terme, ritenendola una riedificazione del Tetrastylon in epoca antoniniana (“sic restauratum ab Antonino”), ma potrebbe appartenere al Cæsareum.

    - Il BALNEUM era l’edificio termale, sopra il quale insiste in parte l’attuale Casale Agolini, rimesso alla luce negli scavi dei francesi nell'estensione della sua planimetria, con il vestibolo, le sale riscaldate, le latrine e il frigidarium che conservava ancora i resti della decorazione a mosaico policromo di una delle vasche.
    Il complesso era già in stato di abbandono nel IV secolo, tanto che in uno degli ambienti del balneum nel V secolo si impiantò una fornace di laterizi mentre il resto delle strutture venne distrutto. Molti dei materiali andarono dispersi, fra i quali alcuni frammenti di iscrizioni degli acta riutilizzati a chiusura di alcuni loculi nelle vicine catacombe di Generosa, o ancora le numerose antefisse in marmo probabilmente pertinenti alla decorazione del tempio.

    - I PAPILIONES ricordavano le tende in cui si accampavano gli Arvales con i loro assistenti e sicuramente con le autorità cittadine. Probabilmente un tempo erano reali tende militari poi sostituite da vani dietro il lato curvo del portico monumentale utilizzati dai membri del collegio come luogo di soggiorno provvisorio.

    - Il CIRCUS era un piccolo circo per il rito, gli spettacoli e la corsa dei cavalli. Ancora dubbia la sua ubicazione, pur ricordato negli acta, probabilmente da collocare nella zona ad occidente del santuario.

    Comunque i Fratelli Arvali officiavano certi riti nella casa del magister, e pure nel Tempio di Giove Capitolino.

    LUCIO VERO SACERDOTE ARVALE
    Per la festa del 17 Maggio i Frates Arvales si recavano nel sacro boschetto a sud di Roma, per eseguire i riti pubblici della festa. Li seguivano i rappresentanti dell'amministrazione e il popolo che giungeva a piedi o in carrozza.

    Al mattino i sacerdoti sacrificavano due maialini e una mucca con la pelle bianca. La carne dei sacrifici veniva distribuita agli astanti, con il brindisi e l'augurio di propiziare i raccolti; col sangue delle vittime si facevano invece delle salsicce che sarebbero state consumate l'anno successivo, mentre nel banchetto rituale si consumavano quelle dell'anno precedente.

    Più tardi, coperti da un velo, gli Arvales sacrificavano pubblicamente una pecora nel boschetto, si crede per propiziare la pastorizia, in epoca arcaica basata sulle pecore. Anche questo cibo veniva distribuito tra il pubblico.

    Successivamente i sacerdoti si recavano nel tempio dove erano stati preparati molti vasi e pentole di fango crudo cotto al sole, evidentemente a ricordare il vasellame dell'epoca più arcaica, pieni di spighe, prodotti vegetali e vino. I sacerdoti pronunciano una preghiera e quindi gettano il vasellame giù dalla scalinata del tempio, distruggendoli insieme ai loro contenuti.

    Ciò fa pensare a riti arcaicissimi che non contemplavano il sacrificio degli animali ma solo l'offerta delle primizie con la creazione dei recipienti che venivano anch'essi sacrificati. Usanza che troviamo anche nelle patere degli etruschi spesso spezzate nelle tombe.

    Nel pomeriggio gli Arvales si recavano nel Cesareum, all'interno del tempo, dove il pubblico non poteva entrare nè vedere perchè le porte del tempio venivano chiuse, e dove consumano un pane comune chiamato pane laureato, fatto con lauro, evidentemente connesso agli imperatori divinizzati. Quindi cantavano una litania, il canto dei defunti, ma diretta agli Dei, che ai tempi dell'impero era diventata quasi intelligibile, era il Carmen Arvale.

    Sono stati rinvenuti vari frammenti degli "Acta Arvalium", nei quali venivano annotati e registrati i principali eventi dell'Urbe. Tra i riti è pervenuta anche la formula della cerimonia, incisa su marmo, degli Arvali, negli Acta epigrafici dell’anno 218 d.c., curati annualmente dalla confraternita, la cui arcaicità linguistica rimanda ai primordi della religione romana:

    «enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)
    enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)
    enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)

    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)
    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)
    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)

    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì)
    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì)
    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì) 

    semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi.
    semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi.
    semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi. 

    enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte)
    enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte)
    enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte) 

    triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe.- (Trionfo, trionfo, trionfo, trionfo, trionfo)»

    FASTI E DECRETI DEI FRATELLI ARVALI
    Noi interpretiamo questo come un'invocazione all'antico Marmar, il Dio Lupo figlio della Dea Lupa, cioè la cupidigia che distrugge le sementi messe da parte per la semina futura. Per questo gli si intima di non varcare il confine del tempio, affinchè le semenze non vengano toccate, nè dai topi, nè dagli uomini, nè dalle malattie. Infatti vengono poi invocati gli Dei delle sementi, i Semoni, affinchè aiutino a preservare i semi conservati nelle olle.

    Subito dopo i sacerdoti Arvali uscivano dal tempio eseguendo dinanzi al pubblico una danza arcaica e primitiva al ritmo ternario, chiamato "tripudium", si suppone fosse il dolore per gli imperatori defunti e il successivi tripudio per la loro divinazione.

    Finita la danza, sia gli Arvales che il pubblico si recavano al circo dove si svolgeva uno spettacolo di acrobati e funamboli, ma pure cavalli con i desultores, degli auriga che cavalcavano due cavalli alla volta, senza sella e volteggiando tra entrambi. Seguivano poi le corse vere e proprie di cavalli che mandavano in visibilio gli spettatori. Di solito gli Arvali distribuivano tra gli assistenti del pubblico cibo, fiori e persino denaro.

    A questa festa seguiranno poi le Ambavaralia, del 29, 30 e 31 Maggio e la festa del 17 Dicembre.
    Il magister presiede a tutti i riti e giochi di queste feste. Il 17 Maggio inoltre, il resto dei fratelli sceglie chi sarà il nuovo magister, che viene eletto ogni anno, e che prenderà possesso della sua posizione il 17 dicembre - il giorno in cui si celebra un altro rito in onore della Dea Dia. Il culto della Dea rimase fino al III - IV sec. d.c.


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    RICOSTRUZIONE DELLA COLONNA LATTARIA

    ANTICA GRECIA

    Nell'antica Grecia, l'abbandono dei neonati era ammesso, tanto che questo, col tempo, divento' pratica comune. Molti erano i motivi per cui alcuni bambini venivano rifiutati dai genitori: problemi economici creati dal nuovo nato, la presenza di una malformazione fisica, l'essere il frutto di una violenza, di un incesto o di una relazione illecita.

    Le femmine erano più abbandonate dei maschi in quanto destinate a diventare comunque un peso per la famiglia: se si sposavano infatti, dovevano essere fornite di dote; ma se al contrario rimanevano nella casa d'origine, avrebbero pesato gravemente sul bilancio familiare: la legge prevedeva addirittura che un padre potesse vendere come schiava la figlia diventata vergine "attempata".

    Spesso ai piedi di questa colonna, la sorte che attendeva i bambini abbandonati, era la morte per fame o la schiavitù presso chi li raccoglieva. Immaginiamo il dolore delle madri romane che dovevano staccarsi dal piccolo e dovevano continuare a vivere accanto all'assassino dei loro figli. Insieme al figlio moriva un po' anche la madre.

    FORO OLITORIO, LA COLONNA LATTARIA A SINISTRA (DI GIUSEPPE GATTESCHI)

    ANTICA ROMA

    Nell'antica Roma il costume era pressoché identico, i figli venivano abbandonati per le stesse cause e motivazioni dei greci, e l'abbandono non era considerato delitto; i Romani, al padre che non voleva accettare il figlio come proprio, consentivano di portarlo ai piedi di una colonna ( la "columna lactaria"), affinchè fosse "esposto" all'attenzione e alla pietà di chi passava.

    La Columna Lactaria era dunque un punto di riferimento posto nel Forum Holitorium, o mercato dei prodotti. Il grammatico romano Festo dice che era così chiamato "perché avrebbero portato i bambini lì per essere nutriti con latte".

    Chi infatti si commuoveva al piccolo se non poteva prenderlo poteva almeno offrirgli del latte, cosa che sicuramente faceva, se poteva, la propria madre, oppure mandava ogni giorno e in gran segreto la propria schiava. Parecchi bambini, se non malformati, venivano presi come schiavi, o per adoperarli o per rivenderli non appena cresciuti, infatti potevano costituire un'occasione per guadagnare denaro.

    L'esposizione dei bambini diventò così frequente da attivare tra la popolazione addirittura la vendita di appositi panieri di vimini dove adagiare i neonati prima dell'abbandono. D'altronde la società dell'epoca attribuiva notevole importanza alla castità e alla fedeltà della donna, tanto che quella sposata, non esitava a far sparire con ogni mezzo la prova della sua libertà sessuale, così pure per una violenza subita che si sarebbe comunque riversata su di lei, pena la sua emarginazione se non l'uccisione.



    L'ADOZIONE

    C'erano poi alcune donne che non avevano figli, per cui qualcuna si poteva prendere cura del piccolo, adottandolo, sempre che avesse marito e questi fosse d'accordo, perchè le vedove non potevano adottare. 

    Naturalmente il modo c'era, perchè si facevano adottare da una coppia di schiavi che vivevano con la vedova. Poi si faceva una donazione di beni al piccolo che successivamente veniva liberato divenendo liberto.

    POSSIBILI LUOGHI IN CUI SI TROVAVA LA COLONNA LATTARIA

    LA COLONNA LATTARIA 

    La Columna Lactaria si ergeva su di un ambiente che proteggeva il piccolo dalle intemperie della pioggia e della neve o del sole cocente. Sul tetto del locale sembra vi fossero le statue delle antiche Dee Antevorta e Postvorta, antiche divinità della vita e della morte. 

    La colonna si trovava vicino al Tempio della Dea Pietas, che si dice contenesse un dipinto sul tema della Caritas Romana ("Carità Romana"), su una donna che dava il latte materno a un genitore anziano. Strano che si trovasse pietoso allattare il genitore ma non muovesse a pietà un piccolo affamato. 

    La colonna fu probabilmente distrutta dalla costruzione del Teatro di Marcello, a partire dagli anni '40 a.c., come venne raso al suolo l'adiacente Vicus Sobrius, dove gli abitanti offrivano libagioni di latte a un Dio punico romanizzato come Mercurius Sobrius. 

    Questa comunità avrebbe ereditato e mantenuto la Columna Lactaria e si dice che ancora all'inizio del XX secolo, in piazza Montanara adiacente al teatro, fossero ancora visibili i resti dell'antica colonna.

    Plutarco ritiene la povertà dei genitori un'attenuante dell'abbandono e lo storico Musonio Rufo denuncia i genitori ricchi che in epoca imperiale, per assicurare il benessere ai figli che allevano "uccidono i loro fratelli" con l'esposizione, equiparata ad una condanna a morte. Del resto in epoca feudale i figli cadetti (non primogeniti) delle nobili famiglie verranno espulsi dalla famiglia dirottandoli nella carriera militare o in quella ecclesiastica.



    I DELITTI

    Altri luoghi dove in genere i neonati venivano abbandonati, erano frequentati da uomini senza scrupoli chiamati "nutricatores" perchè si impossessavano degli innocenti abbandonati, li nutrivano servendosene poi per loschi commerci di pedofilia e pratiche superstiziose.

    Le femmine venivano utilizzate nei lavori domestici, a volte vendute come schiave o destinate alla prostituzione; i maschi venivano avviati alle attività gladiatorie nei circhi o evirati per farne uomini dalle così dette voci "bianche"; addirittura la mutilazione dei piccoli abbandonati, non era considerata delitto nemmeno da filosofi come Lucio Anneo Seneca, poichè i bambini "esposti", non appartenevano a nessun censo.

    Secondo Seneca , in De Ira I, XV, 2 , il bambino non accettato dal padre veniva eliminato annegandolo: "portentoso feto extinimus, liberta quartina, se debole mostrosique editi sunt, mergimus; nec ira sed ratio est  sanem ab inutile secernere". 
    "Distruggiamo i mostruosi feti, anche i nostri figli, se nascono malati o malformati, li anneghiamo; ma non la rabbia, ma la ragione, che separa l'inutile dagli elementi sani". 
    D'altronde un figlio maschio non sano non poteva combattere per la patria e una femmina non sana avrebbe potuto partorire figli non sani.

    L'area della Colonna Lattaria era una zona molto frequentata, accanto al mercato e sulla strada per il forum. Qui i bambini esposti accanto alla colonna venivano visti da molte persone, in modo che potessero essere raccolti da coppie che non potevano avere figli, per allevarli da bambini, ma potevano anche essere raccolti per essere destinati a schiavitù o prostituzione. Nel
    peggiore dei casi morivano di freddo o di fame.

    IL LOCO OGGI

    L'IMPERATORE AUGUSTO

    L'Imperatore Augusto inveendo con la nota esclamazione " per gli esposti sia gioia la morte e sia supplizio la vita", mostrò tutto il suo disprezzo nei confronti di questi sfortunati. E lo dimostrò coi fatti esponendo suo nipote al freddo e alla fame, pur essendo figlio di sua figlia Iulia, che condannò poi all'esilio per la sua condotta libertina. Non ebbe neppure la pietà di farlo esporre alla Colonna Lattaria dove avrebbe potuto avere una possibilità di vita.



    IL CRISTIANESIMO

    Con l’avvento del Cristianesimo venne punto l'infanticidio e i bambini abbandonati vennero accolti nei brefotrofi, in Medio Oriente come in Occidente, ed a Milano nel 787 fu istituito il primo ospizio per i neonati abbandonati.

    Purtroppo i brefotrofi furono spesso luoghi di sopraffazione ed orrore, e parecchi lo sono anche oggi, consegnati in genere alle suore che vengono rimborsate lautamente dallo stato, in genere molto più lautamente di quanto venga concesso in valore ai bambini. Spesso inoltre divennero appannaggio dei preti che ne abusarono significativamente.



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    IL FORTILIZIO
    Cherson era un'antica città ubicata nella parte sud-ovest dell'attuale penisola di Crimea. Già colonia greca nella Tauride, venne fondata 2,500 anni fa da colonizzatori provenienti dalla Heraclea Pontica, antica città sulla costa di Bitinia nell'Asia Minore.

    Il suo nome originale era Cheronesus Taurica, dove Cheronesus in greco significa "penisola". Nel 2013, il sito di Chersonesus è stato classificato come Patrimonio dell'Umanità.

    Chersonesus era una democrazia governata da un gruppo di Arconti eletti e da un consiglio chiamato Demiurgoi. Col passare del tempo, il governo divenne sempre più oligarchico, con il potere concentrato nelle mani degli arconti. Una forma di giuramento prestato da tutti i cittadini dal III secolo a.c. è sopravvissuto fino ai giorni nostri.

    Conquistata in seguito dall'impero romano, fu assoggettata, dopo la divisione dell'impero dai Bizantini che la resero capoluogo della penisola di Crimea, una regione dell'Impero Bizantino che divenne il trentesimo Thema.


    L'insediamento romano è stato saccheggiato dall'orda Mongola più volte nei secoli XIII e XIV, ed infine venne totalmente abbandonato.Oggi la città ha preso il nome di Sebastopoli, in russo e in ucraino chiamata Севастопол.

    La popolazione di Cherson fu spesso autrice di sommosse, sempre sedate dai Bizantini. Famoso fu il caso di "Giustiniano II Rinotmeto" (669 – 711) l'imperatore bizantino che regnò per due volte, nel 685-695 e dal 705 alla morte.

    Figlio di Costantino IV e di Anastasia, fu l'ultimo rappresentante della dinastia eracliana. A lui si deve tra l'altro la definitiva unificazione degli uffici di imperatore e di console, cui conseguì l'effettiva abolizione del secondo titolo.

    La sua collocazione la rendeva, comunque, un insediamento di importanza vitale per l'impero. Durante il X secolo, come già detto, fu considerato come il trentesimo Thema, su trentuno esistenti. I Thema erano le circoscrizioni che nel VII secolo furono create per opera dell'imperatore bizantino Eraclio I (610-641), onde rinnovare l'assetto amministrativo e territoriale dell'impero.

    BASILICA
    Però già all'epoca di Giustiniano I il Thema si era trasformato in un comando militare ispirandosi all'esarcato, dove l'autorità politica e militare si fondevano nella persona dell'esarca, mentre nel modello tardo-romano (di Diocleziano e poi di Costantino I) vi era una netta separazione fra autorità politica e militare nelle province e nelle diocesi.

    La diocesi era una divisione amministrativa del tardo impero romano (284-476), al cui interno erano raggruppate diverse province, ed era subordinata ad una prefettura del pretorio, che costituiva la massima divisione amministrativa dell'impero. La diocesi, perciò, era ad un livello intermedio fra le province e le suddette prefetture.

    Successivamente il termine venne usato dalla chiesa cattolica per indicare la circoscrizione su cui il vescovo esplica il suo potere sia spirituale che economico e organizzativo.

    A capo della regione subentrò lo stratego, un'alta carica delle gerarchie militari dell'antica Grecia, dei regni ellenistici e infine dell'Impero bizantino, corrispondente all'odierno capo militare o generale.
    Lo strategos di questa regione otteneva il suo stipendio dalle tasse versate dai soldati-contadini.



    LE ORIGINI REMOTE

    Per comprendere le origini di Cheronesus Taurica, ovvero Cherson Taurica, occorre risalire all'antico mito di Ippolito, risalente all'età monarchica romana. Il primo re di Nemi fu secondo la tradizione Ippolito figlio di Teseo, quello che aveva ucciso il minotauro con l'aiuto del filo di Arianna, re di Atene. Si ha notizia poi che ci fu anche Virbio come Rex Nemorensis figlio di Teseo e Aricia.



    ARTEMIDE TAURICA

    ARTEMIDE TAURICA
    VI SECOLO A.C.
    Il mito fa pensare a un capo tribale che mantiene il suo ruolo finché un altro campione non lo sfidi e lo vinca.

    Nel contesto il pretendente avrebbe tentato di sposare la regina per ereditare il trono, fallito il colpo va a fondare con i suoi seguaci un'altra città.

    Servio narra di come il rito fosse percepito remoto e barbaro dai romani, facendolo derivare dai cruenti sacrifici offerti ad Artemide Taurica.

    Tali sacrifici vennero descritti nella tragedia di Euripide, l’ "Ifigenia in Tauride", ovvero la figlia di Agamennone e Clitennestra che venne sacrificata dal padre poco paterno al Dio Nettuno per placare una tempesta.

    Anche se è vero che la Dea Artemide poi salvò la sua protetta, è anche vero che il tempio, ovvero le sacerdotesse e/o i sacerdoti a lei dedicati avevano la barbara usanza di sacrificare alla Dea tutti gli stranieri che approdassero in quella terra.

    Secondo il mito Oreste, colpevole di matricidio, forse commesso per sbaglio, aveva condotto nel bosco aricino la statua di Artemide dal Chersoneso, o Artemide Taurica, con il suo culto, appunto, cruento e straniero, divenendo il primo rex nemorensis. I seguaci della Dea nel Chersoneso (penisola di Crimea) avrebbero infatti ucciso e immolato alla Dea qualsiasi straniero fosse approdato in quella terra.

    L'ANFITEATRO
    Nelle Argonautiche di Valerio Flacco, Oreste narra esplicitamente di essere fuggito dalla crudele Diana Taurica, divenendo il re di Aricia e del bosco di Egeria, quindi un rex nemorensis. Con la differenza che là doveva uccidere gli intrusi mentre qua doveva difendersi dall'aspirante re.

    Frazer in proposito scrisse "Il ramo d'oro", un celeberrimo libro di antropologia tradotto in tutte le lingue, dove definisce d’oro il ramo di Nemi, pensando erroneamente di riconoscere l’albero sacro con una quercia, da un passo virgiliano, mentre il ramo d’oro sarebbe stato del vischio che cresceva abbarbicato ad essa, un ramo che sembra dorato per le sue bacche gialle.

    Insomma si trattava di un ramo di un certo albero ma con certezza non si sa quale, a parte che nei lucus, cioè nei boschi sacri, era proibito per chiunque tagliare e perfino raccogliere rami. Solo il sacerdote poteva farlo in vista di certe festività distribuendoli al popolo. Un po' come fa oggi la Chiesa Cattolica nella Domenica delle Palme.

    Praticamente un condannato che sfuggiva alla sua pena poteva rifugiarsi nel bosco sacro per salvare la vita, finché altri non lo sfidasse. Secondo alcune tradizioni il re poteva venire sfidato ogni cinque anni, durante i quali egli era inviolabile, e sembra una tradizione attendibile.



    POCO SACERDOTE E POCO RE

    Strabone, anch'egli riferito alla storia di Oreste fuggiasco e inseguito dalle Furie, sottolinea l’elemento “barbaro” percepito nel cruento rituale di successione del rex e nel fatto che questi si muovesse sempre armato all'interno del santuario, caratteristica che lo rendeva del tutto anomalo agli occhi dei contemporanei, sia come sacerdote che come re, in quanto ambedue inviolabili per le leggi romane.

    L'usanza, ovvero il rito poco romano, si giustificava col fatto che in genere i re fossero schiavi e non cittadini romani. Pertanto uno schiavo fuggitivo poteva sfidare il rex in carica e sperare di vincere guadagnando almeno cinque anni di vita. 

    Sembra peraltro che Caligola tifasse per un nuovo pretendente al rex del Nemus affinchè abbattesse il precedente rex, in carica, a suo dire, da troppo tempo: "Nullus denique tam abiectae condicionis tamque extremae sortis fuit, cuius non commodis [Caligula] obtrectaret: Nemorensi regi, quod multos iam annos potiretur sacerdotio, validiorem adversarium subornavit."

    Non sappiamo chi abbia vinto ma conosciamo la follia di Caligola, anche se forse esagerata dalle cronache cristiane. Comunque in era imperiale, la successione al seggio Nemorensis avveniva in un modo ormai incomprensibile per i romani, disavvezzi a tali culti vagamente tribali. In effetti, le origini del sacerdozio dovevano risalire all’età regia, e il mondo romano da allora era molto cambiato.



    IL RIFUGIO DEI PIRATI

    Cherson sembra sia stata a lungo un rifugio dei pirati, attività piuttosto seguita e in linea con il carattere del popolo. Il Periplo del Ponto Eusino (o Periplus Ponti Euxini) è un periplo o guida con le indicazioni delle destinazioni che i visitatori incontravano quando viaggiavano sulle coste del Mar Nero. 

    Il testo fu redatto da Arriano di Nicomedia dal 130 al 131. Sembra dal frammento del Periplus in nostro possesso, che questo luogo si chiamasse Athenæon. Ai tempi di Arriano era comunque già desertico.

    - Dal porto del Tauro-Scythæ ad Halmitis Taurica correvano 600 stadi e sembra che Arriano abbia proceduto passo passo dal celebre promontorio di Criu-Metopon, che si trova tra il porto già citato e la Halmitis Taurica, ed è quasi apposto al promontorio di Carambis che divide il mare di Ponto Eusino in due parti.

    - Da Halmitis al Symboli Portus corrono 520 stadi e si trattava, secondo Strabone, di un porto piratico, appartenente agli antichi Sciti.

    - Da Symboli Portus a Cherroneſus Taurica corrono 180 stadi. Questa era una colonia di Heraclea, situata nella parte sud-ovest del penisola. E' stato chiamato Cherſon dagli scrittori tardivi, come Zonaras, Procopio, e altri.

    - Da Cherroneſus Taurica a Cercinetis corrono 600 stadi.

    - Da Cercinetis a Calus 700 stadi.

    - Da Calus a Tamyraca 300 stadi. C'è qui una strada o stazione per navi, secondo Strabone. Questo luogo era, in un primo periodo, la capitale di Sarmatia Europæa.


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    A circa 10 km dal Karakuş Tümülüs (Turchia), si attraversa il fiume Cendere mediante un ponte moderno. Sulla sinistra si vede un imponente ponte romano a schiena d'asino risalente al II secolo d.c. Dalla stele con l'iscrizione latina si apprende che fu costruito in onore dell'imperatore romano Settimio Severo. Delle quattro colonne corinzie originarie (due per ogni estremità), ne sono rimaste tre.

    Il ponte Severiano (noto anche come Ponte Chabinas o Ponte Cendere o Ponte Settimio Severo; Turco: Cendere Köprüsü ) è un ponte tardo romano situato vicino all'antica città di Arsameia (oggi Eskikale, già sede reale del regno di Commagene), 55 km (34 miglia) a nord-est di Adıyaman in Turchia sud-orientale.


    Il ponte attraversa il Cendere Çayı (Chabinas Creek), un affluente del Kâhta Creek, sulla strada provinciale 02-03 da Kâhta a Sincik nella provincia di Adiyaman. Questo ponte fu descritto e raffigurato nel 1883 dagli archeologi Osman Hamdi Bey e Osgan Efendi.

    Cendere fu anzitutto il nome di un piccolo fiume e di una località che divenne sede di un ponte romano, costruito dalla XVI legione Flavia Firma. Il ponte romano fu edificato negli ultimi anni del secondo secolo, dopo che l'imperatore Settimio Severo aveva sconfitto i Parti, aveva catturato Ctesifonte e aveva aggiunto la Mesopotamia all'Impero Romano. 


    La vecchia linea di difesa lungo l'Eufrate superiore non era più necessaria. L'area fu riorganizzata e il fiume Chabinas (l'attuale Cendere Suyu) fu attraversato dai soldati della sedicesima legione Flavia Firma mediante la costruzione di un ponte.

    LA STELE
    La costruzione era lunga 118 metri e fa parte della strada per Nemrud Daği, lungo cui giaceva la tomba del re Antioco I Teos di Commagene (r. 70-31 a.c.), famosa per le sue particolari sculture.

    Su ciascuna delle due teste di ponte c'erano due pilastri con una statua, dedicata all'imperatore, a sua moglie Giulia Domna (170-2179 e ai loro figli Caracalla (186-217). e Geta (189 - 211). 

    Le colonne erette sulle estremità furono fatte costruire dai figli dell’imperatore, Caracalla e Geta.
    Quando quest'ultimo fu assassinato dal fratello, la sua statua fu rimossa e il suo nome cancellato dalle iscrizioni per la damnatio memoria.

    Il ponte è costruito come un semplice, maestoso, unico arco maestoso su due rocce nel punto più stretto del torrente. 

    Presenta 34,2 m (112 piedi) di luce libera, la struttura è probabilmente per grandezza è il secondo ponte ad arco romano esistente. 

    È lungo 120 metri, equivalenti a 390 piedi, e 7 metri, equivalenti a 23 piedi di larghezza.

    Il ponte fu ricostruito dalla Legio XVI Gallica, la legione derivata dalla XVI Flavia Firma, presidiata nell'antica città di Samosata (oggi Samsat) per iniziare una guerra con la Parthia. 

    Le città Commagene (del regno armeno di Commagene), costruirono sul ponte quattro colonne corinzie, in onore dell'imperatore romano Lucio Settimio Severo (193–211), della sua seconda moglie Giulia Domna e dei loro figli Caracalla e Publio Settimio Geta, come riportato sull'iscrizione in latino sul ponte. 

    A SINISTRA ISCRIZIONE CHE CITA LA XVI FLAVIA FIRMA
    Due colonne sul lato Kâhta sono dedicate a Settimio Severo stesso e sua moglie, e altre due sul lato Sincik sono dedicate a Caracalla e Geta, tutte in 9-10 m di altezza. 

    La colonna di Geta, tuttavia, fu rimossa dopo l'assassinio da suo fratello Caracalla, che maledisse la memoria di Geta e ordinò che il suo nome fosse rimosso da tutte le iscrizioni.

    Il ponte serviva anche per recarsi in vista della cima del Monte Nemrut, alto 2.150 metri, considerata la montagna più alta della Mesopotamia del nord, dove è situato il gigantesco santuario funerario eretto nel I sec. a.c. dal Re Antioco I di Commagene. 


    L'ingegnosità dimostrata per creare questo tumulo  artificiale, fiancheggiato da terrazze ove posano le colossali statue di Apollo, Giove, Ercole, Tyche, Antioco costituiscono uno spettacolo mozzafiato. 

    Il tempo ha purtroppo danneggiato queste sculture che nessuno ha mai pensato di proteggere; i torsi e le teste così ben scolpiti, giacciono davanti ai loro piedi, e nessuno si è preoccupato di rialzarle, o di farne copie per porre gli originali in un museo.

    Nell'antica Arsameia di Nymphaios, (Eskikale), un magnifico rilievo rappresenta Ercole che saluta Mitridate, Re di Commagene. I letterati pensano che queste vestigia siano quelle del Palazzo.

    Il Severan Bridge è situato all'interno di uno dei più importanti parchi nazionali della Turchia, che contiene Nemrut Dağı con in cima i famosi resti della civiltà Commagena, dichiarati patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO. Nel 1997 il ponte fu restaurato.


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  • 05/22/20--05:45: REGIO IX AUGUSTEA - LIGURIA
  • LUNI
    «Questa regione... ha gli abitanti che vivono sparsi in villaggi, dove arano e zappano una terra dura, o come dice Posidonio, "tagliando i sassi". Il territorio è ben popolato e da qui vengono una gran parte fanti e di cavalieri, che anche il Senato romano recluta nei suoi ranghi

    (Strabone - Geografia - V -)

    «Patet ora Liguriae inter amnes Varum et Macram XXXI Milia passuum. Haec regio ex descriptione Augusti nona est.
    (Si estende ora la Liguria fra i fiumi Varum e Macram tra cui passano 31 miglia. Questa regione nella descrizione di Augusto è la nona)

    (Plinio - Naturalis Historia - II -)

    La regio IX augustea comprendeva il solo territorio dei ligures, che andava dal fiume Varo (ad occidente) al fiume Magra ai confini con l'Etruria (ad oriente), comprendendo le zone a occidente delle Alpi e l’area tra l’Appennino e il fiume Po. Questa regione era più ridotta rispetto all'originale area occupata dai Liguri in epoca preistorica.

    L’odierna regione infatti rappresenta, ma non tutta, la fascia costiera dell’antico territorio dei Liguri. Ecateo di Mileto nel VI secolo a.c. ci tramanda infatti che Monaco e Marsiglia erano città liguri e gli Elisici, popolo stanziato tra Rodano e Pirenei, erano un misto di Liguri e Iberi.

    Con la I guerra punica (II secolo a.c.) i Liguri si divisero tra alleati di Cartagine e alleati di Roma. Fu quando i Romani conquistarono questo territorio, con l'aiuto dei loro federati Genuates, che lo si chiamò Liguria, corrispondente alla IX Regio dell'Impero romano, la quale si estendeva dalle Alpi Marittime e Cozie, al Po, al Trebbia e al Magra.

    Nel 180 a.c. i Romani, per poter disporre della Liguria nella loro conquista della Gallia, dovettero deportare 47.000 Liguri Apuani, irriducibili ribelli, deportandoli in area Sannitica, nel territorio compreso tra Avellino e Benevento.

    Sappiamo che in età storica, la IX Regio si estendeva a nord oltre la catena degli Appennini fino al Po; a est confinava con i Tyrrhenoi, secondo una linea di demarcazione data dall’Arno; a ovest si spingeva al di là delle Alpi fino al Rodano, con il mondo ellenizzato e celtico.



    I COMMERCI

    Le relazioni tra la Liguria e il mondo etrusco nel corso del VII e VI sec. a.c. non hanno trovato adeguati ritrovamenti, mentre con la costa francese (Linguadoca e Provenza), già dalla fine del VII sec. a.c., ci si approvvigionava di materie prime (oro, argento, piombo, rame, stagno).

    Nel VI-V sec. a.c. iniziano in Liguria le popolazioni d’altura nell'interno e verso la costa con l’utilizzazione anche di nuovi siti.

    Tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.c. nella parte estrema della Liguria orientale i Celti spingono i Liguri a oltrepassare il fiume Magra e a inoltrarsi lungo le valli appenniniche fino alla pianura versiliese. erse.

    La circolazione nel II sec. a.c. di oboli cisalpini d’argento collegati alla monetazione preromana padana e derivati dal tipo della dracma massaliota, è segno che i Liguri cercavano di conservare un'autonomia locale nei confronti del controllo romano.

    Per la romanizzazione si nota che Ventimiglia (Albintimilium), Albenga (Albingaunum), Vado Ligure (Vada Sabatia), e Genova svilupparono l’impianto urbano in aree occupate dai Liguri secondo modalità e forme indipendenti. Solo Luni diventa colonia nel II sec. a.c..

    ALBINTIMILIUM

    LA VILLA MARITIMA

    Sulla costa di levante sorge nel I sec. a.c. il fenomeno della villa residenziale, ubicata in punti panoramici e favorevoli allo sfruttamento agricolo. Alla foce del Magra (loc. Bocca di Magra) sono stati riportati alla luce resti di una villa maritima, disposta su terrazze ricavate dal pendio naturale. La villa, molto danneggiata durante la II guerra mondiale, si collocano tra la fine del I sec. a.c. e il IV sec. d.c.

    Non si conoscono l’orientamento né l’intero sviluppo planimetrico; resti di suspensurae in alcuni ambienti sulla terrazza mediana hanno fatto supporre un balneum. Vi si trovavano la sigillata aretina e la sigillata tardo italica, da ceramica comune da cucina, alle brocche trilobate di argilla grigia, ad anfore, vetri e lucerne. Si segnalano due capitelli di marmo bianco lunense di diverse dimensioni ma di uguale decorazione a foglie d’acqua, nonché frammenti di intonaco dipinto.

    La villa maritima rimessa in luce sulla punta del Varignano, che chiude a ovest il Golfo della Spezia, può rappresentare un esempio di questi complessi residenziali costieri collegati allo sfruttamento di fundus. Al primo impianto del II sec. a.c. si devono riferire i resti di colonne in laterizio, inglobate nelle strutture successive, e di pavimenti in signino. In età sillana la villa viene ristrutturata, e ancora, nel I sec. d.c., l’ala residenziale intorno all'atrio corinzio viene adibita a balneum.

    La villa continua fino al V-VI sec. d.c. Un hortus quadrato separa la pars residenziale dalla pars fructuaria (cella olearia, torcularium, piccola corte). Nel I sec. d.c. venne costruita a nord-ovest la cisterna in opera laterizia, a pianta rettangolare, divisa in due navate mediante cinque arcate a sesto ribassato, sostenute da pilastri; l’esterno sul lato a valle presenta sette contrafforti di pietre e laterizi.

    Nella villa si conservano resti di pavimentazione tardo repubblicana a mosaico, in signino e cocciopesto, con ceramica a vernice nera usata nel primo periodo di vita della villa e ceramica di erra sigillata aretina. Si segnalano anfore, da quelle tardo repubblicane alle africane del IV sec. d.c. Tra i materiali marmorei prevalgono le lastre di rivestimento; per quanto riguarda la scultura una statua femminile di dimensioni inferiori al normale è stata identificata come Igea (II sec. d.c.).

    AUGUSTA BAGIENNORUM
    Ed ecco i centri maggiori della Liguria:

    - Alba Pompeia(Alba) -

    divenne municipio con l'editto del console Gneo Pompeo Strabone, venne battezzata Alba Pompeia, fu inserita nella Regio IX Liguria e ascritta alla Gens Camilia. I ritrovamenti romani dei primi 2 secoli dell'impero testimoniano la fioritura commerciale di Alba, già cinta di mura ciclopiche, dove si creò tra l'altro un acquedotto, per le acque in città e la rete fognaria.
    Alba era amministrata in modo autonomo, con una propria magistratura, i decurioni, i cittadini più facoltosi, gli augustali, cavalieri, appaltatori e liberti. Infine la plebe, divisa in collegia di arti e mestieri. Oltre al collegio dei fabbri vi erano i centonari, fabbricanti di lana e stoffe, i dendrogradi, che fornivano legname per le case e le navi.
    Il materiale epigrafico e archeologico di Alba Pompeia descrive la vita di una vasta classe medio-alta, formata sia da gentes romane, sia da discendenti celto-liguri. Le attività principali erano l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. Gaio Plinio Secondo ne descrive una raffinata tecnica agricola applicata alla viticoltura.


    - Albintimilium (Ventimiglia) -


    - Albingaunum (Albenga) 


    Aquae Statiellorum(Acqui Terme)

    Abitata dai Liguri, tra il II ed il I secolo a.c. si formò il centro urbano denominato Aquae Statiellae o Aquae Statiellensium, ormai romanizzato. L'importanza della città crebbe nel 109 a.c. con la via Aemilia Scauri, che si chiamò poi Julia Augusta, che univa la pianura padana con la Gallia Narbonense e la Spagna.
    Acquae ottenne lo ius Latii nell'89 a.c. e il municipium in età cesariana, assegnato alla tribù Tromentina, inserita nella Regione IX augustea. Gaio Plinio Secondo ricorda le sue acque termali tra le più importanti dell'epoca, con tre impianti di cui sopravvivono alcuni resti. Un monumentale acquedotto, inoltre, garantiva l'approvvigionamento di acqua della città.

    PONTE ROMANO DI CASTRUM BOBIUM
    Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna)


    Carrea Potentia (Chieri)

    Risale al II secolo a.c., quando i romani vi fondarono un presidio militare di poco antecedente ad Augusta Taurinorum, collocandolo tra la parte sudorientale della collina di Torino e le ultime propaggini del Monferrato, a circa 15 chilometri ad est dal capoluogo, a sud del Po.


    - Derthona (Tortona)

    Già oppidum dei Liguri Statielli tra VIII e il V secolo a.c., con il nome di Dertona, divenne colonia romana intorno al 120 a.c., trasformandosi in florido centro agricolo e commerciale, all'incrocio di importanti vie di comunicazione: la via Postumia, la via Fulvia e la via Aemilia Scauri.
    Eretta una seconda volta in colonia da Augusto, venne ribattezzata come Julia Dertona e fece parte della Regio IX Liguria. Fiorì fino alla caduta dell'Impero romano come dimostrano i numerosi reperti.


    - Castrum Bobium (Bobbio)

    E' un comune oggi posto in Emilia-Romagna. Abitato fin dal neolitico con insediamenti celto-liguri, venne conquistato dai romani nel 14 a.c. e nel IV secolo d.c. divenne il borgo fortificato di Castrum Bobium,

    PONTE ROMANO DELLE FATE

    - Forum Fulvii (Villa del Foro) 

    «Forum Fulvii quod Valentinum dicitur» (Plinio il Vecchio). Oggi sta in Piemonte, provincia di Alessandria e venne fondata alla fine del II secolo a.c. dal console M. Fulvio Flacco. Nel 125 - 123 a.c. combattè nel Monferrato contro le popolazioni di Salluvii e Vocontii in aiuto di Massalia (Marsiglia). Fece parte dei centri fondati lungo il percorso della via Fulvia, e diversi suoi territori vennero lottizzati e concessi ai veterani (assegnazioni viritane)
    Forum Fulvii fu assegnato alla Tribus Pollia e otterrà la cittadinanza romana nel 49 a.c. Inserito all'interno della Regio IX Liguria in seguito alla riforma di Augusto, divenne municipium. Prosperò nel I e II secolo d.c. a mezzo delle risorse agricole, le attività artigianali connesse alla lavorazione dell'argilla e del ferro e con il commercio, testimoniati dai ritrovamenti di domus di pregio. A partire dal III secolo d.c., iniziò il suo inesorabile declino.


    - Genua (Genova)

    Genova venne fondata sul più antico insediamento dell'oppidum detto "di Castello" (Sarzano), sul colle che domina l'antico porto (oggi piazza Cavour), fondato agli inizi del V secolo a.c.. Una volta sconfitta Cartagine, Roma volle espandersi verso la Gallia, per cui si servì di Genova come base di appoggio per incursioni, tra il 191 e il 154 a.c., contro le tribù liguri dell'entroterra, già alleate con Cartagine. 
    In questo periodo fiorì porto di Genova, grazie ai traffici con le più importanti città romane dell'entroterra: Tortona (Derthona) e Piacenza (Placentia). La romanizzazione portò l'espansione della città dal castrum alla zona di Santa Maria di Castello e del promontorio del Molo, verso la zona dell'attuale San Lorenzo e del Mandraccio. In età augustea Genova, con la Liguria, venne iscritta alla Regio IX,


    - Hasta (Asti)

    Già oppidum della tribù ligure degli Statielli, nel I secolo a.c., venne acquisita da Roma che le concesse con il diritto di latinitas. Con Giulio Cesare (49 a.c.) la città ottenne il diritto di cittadinanza, fu iscritta nelle circoscrizioni elettorali e venne rimodellata sulla griglia romana a valle dell'oppidum arroccato sull'altura a nord della nuova città.  Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrive Asti come grande centro manifatturiero, specialmente per il vasellame e gli oggetti in vetro, tali da sviluppare una vera e propria industria artigianale.
    Secondo il Muratori, ad Asti erano onorate le divinità di Giove, Diana, Giunone Annea, Giunone Clivana e Nettuno. È probabile che i templi dedicati a Giunone fossero nei pressi dell'attuale cattedrale, infatti nell'area sono state rinvenute durante gli scavi della cattedrale alcune iscrizioni che citano tale divinità.
    Inoltre nel XIX secolo il canonico Stefano Giuseppe Incisa, descrisse il rinvenimento di un mosaico di tessere policrome su un supporto in terracotta con al centro raffigurata una scena teatrale tipica degli "emblemata", con tanto di disegno, il tutto inviato al Museo di Torino, ma da quel momento se ne persero le tracce. Per il Tempio dedicato a Diana, per molti secoli, si è creduto che il battistero di San Pietro derivasse da questo antico tempio vista la sua forma circolare, ma la tesi non comprovata.


    - Industria (Monteu da Po)



    - Iria (Voghera)

    Il territorio di Voghera è situato nella parte sud-occidentale della Lombardia, a sud del fiume Po. Sorge sulle rive del torrente Staffora all'inizio della pianura padana, a pochi Km dalla prima fascia collinare appenninica. L'antica Voghera era la romana Iria, edificata sopra un precedente villaggio abitato da popolazioni iberiche, celtiche e da Liguri Iriati (da cui il nome). Nel corso degli anni venne ripetutamente devastato dal passaggio di vari eserciti, tra i quali quelli di Magno Massimo (387), di Attila (452), dei Burgundi e dei Rugi (fine IV secolo), e più volte ricostruito.

    LIBARNA

    Libarna


    - Luni


    - Monilia (Moneglia)

    E' situato sulla Riviera di Levante, ad est di Genova, a circa 30 km dalla Spezia e a circa 60 km da Genova. Il borgo, già abitato dalla popolazione dei Liguri Lapicini, fu un centro molto importante in epoca romana grazie alla sua posizione strategica sull'antica Via Aurelia. Menzionata in una carta dell'Impero dell'anno 14 e nella "tabula alimentaria" del 117 (in quest'ultimo documento si cita espressamente la zona di Lemmelius, l'attuale frazione di Lemeglio),


    - Pollentia (Pollenzo)

    L'antica Pollenzo, la città romana di Pollentia, già citata da Plinio il Vecchio, venne fondata nel II secolo a.c. Nel 402 vi si svolse la battaglia di Pollenzo, dove i Visigoti di Alarico vennero sconfitti dal generale romano Stilicone, e obbligate a ritirarsi nell'Illiria.
    «O Pollenzia, degna dei miei canti per i secoli eterni!
    O nome insigne, o luogo di felici trionfi!
    O suolo destinato alle vittorie, o memorando sepolcro
    di barbari! Spesso in quei confini, su quella terra
    piena tornò la vendetta ai Quiriti sfidati
    (Claudiano, De Bello Gothico)
    Claudiano nel carme fonde la vittoria di Gaio Mario sui Cimbri nella Battaglia dei Campi Raudii del 101 a.c. con quella di Stilicone sui Goti posteriore di mezzo millennio, citando appunto Pollenzo.


    - Portus Delphini (Portofino)

    Il comune è situato nella parte occidentale del golfo del Tigullio, in una baia ai piedi dell'omonimo promontorio, ad est di Genova, facendo da confine geografico tra il Golfo Paradiso e il Tigullio. I Tigullii infatti abitarono l’area della Val Fontanabuona e dell’attuale Golfo Tigullio fino al Promontorio di Portofino.
    Questi Celti-Liguri già dall’VIII secolo a.c., commerciavano via mare con altre popolazioni del Mediterraneo. Secondo Plinio il Vecchio, il borgo di Portofino durante l'Impero romano si chiamava Portus Delphini, posto tra Genova e il golfo del Tigullio dovuto, si pensa, si trovava una folta popolazione di delfini che nuotavano nel golfo del Tigullio.


    - Portus Veneris (Porto Venere)

    Scritto anche Portovenere, sorge all'estremità meridionale di una penisola che distaccandosi dalla riviera ligure di levante, forma la sponda occidentale del golfo della Spezia. Anche se le sue origini risalgono sino al VI secolo a.c. e ai Liguri, le prime datazioni storiche ce le riportano Claudio Tolomeo (150 d.c.) e l'Itinerario Marittimo (Itinerarium Maritimum Imperatoris Antonini Augusti) dell'imperatore Antonino Pio del 161 d.c. dove viene chiamato come vicus (scalo) e poi castrum, collocata tra Segesta Tigulliorum (Sestri Levante) e Luni.
    Il nome di Veneris Portus deriva dal tempio dedicato a Venere Ericina, che sorgeva esattamente dove è stata sovrapposta la chiesa di San Pietro. La dedica a Venere era legata alla Dea nata dalla spuma del mare, e quindi protettrice dei naviganti.
    Il borgo, in epoca romana e bizantina, sorgeva nell'odierno piazzale Spallanzani ma è stato totalmente cancellato. Da semplice località di pescatori, Porto Venere divenne base navale della flotta bizantina, ma fu assalita e devastata da Rotari re dei Longobardi nel 643.


    - Segesta (Sestri Levante)

    Anticamente Sestri Levante era un isolotto e solo in età moderna è stato unito alla terraferma da un istmo formato dai depositi delle alluvioni del torrente Gromolo e dall'azione del mare.
    In epoca romana Sedesta è citata come Segesta Tigulliorum o Segeste, e divenne un importante centro commerciale, specie per i traffici marittimi e pure via terra. 
    Infatti i vicini collegamenti stradali con il passo del Bracco e il colle di Velva consentivano un folto scambio di materie prime con le valli interne di Petronio, Graveglia, Vara e Lunigiana.

    VILLA ROMANA DEL VARIGNANO (LA SPEZIA)

    - Spedia (La Spezia)

    Fu anzitutto abitata dalle popolazioni Liguri Apuane, finchè non vennero sottomessi nel 155 a.c. dal console Marco Claudio Marcello che per questo ottenne il trionfo. Le origini della Spezia sono legate alla colonizzazione romana e si intrecciano con le vicende di Luni, il centro senza dubbio più importante di tutta la zona. Con la caduta dell'Impero romano, dopo il V secolo si ebbe la devastazione da parte dei barbari (Eruli e Goti).


    - Vada Sabatia (Vado Ligure)

    Vado Ligure, chiamato anticamente Vada Sabatia, si sviluppò nel II secolo a.c. intorno ad un campo militare romano, uno dei primi della colonizzazione romana in Liguria. Divenne quindi municipium  e importante nodo viario e commerciale anche grazie all'imponente bonifica delle paludi eseguita dai Romani.
    Il suo nome è citato  in una lettera del I secolo a.c. di Bruto a Cicerone (Vada); nonchè dallo storico Strabone (Vada Sabatium), da Plinio il Vecchio (Portus Vadorum Sabatium) e del geografo Pomponio Mela nel I secolo. Altre testimonianze della dominazione romana sul territorio sono state rinvenute nelle frazioni di San Genesio e di Sant'Ermete.
    Nel 109 a.c. Vado venne collegata con il centro di Luni e Roma dalla Via Aemilia Scauri, che valicava gli Appennini liguri per mezzo del passo di Cadibona per poi scendere verso il passo della Cisa nel territorio di La Spezia. Tracce d'epoca bizantina sono state rinvenute nella frazione di San Genesio che sembra fu sede di un castrum; verso la costa, un'altra presenza bizantina è documentata nel "borgo Romano" di Porto Vado.


    Vardacate (Casale Monferrato)

    Locato oggi nella provincia di Alessandria in Piemonte, divenne municipium romano col nome di Vardacate e divenne il centro più importante del circondario. I suoi primi abitanti furono i Liguri che si insediarono sulle rive del Po. Erano divisi in tribù: gli Stazielli, gli Insubri, i Libui, i Dutunini, gli Jadatini e i Gabieni. In seguito si stanziarono i Celto-Galli. Successivamente, il vescovo di Asti sant'Evasio convertì al cristianesimo il borgo, e fondò la chiesa di San Lorenzo (edificata sul luogo dell'attuale cattedrale)



    BIBLIO

    - Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
    - Strabone - Geografia -
    - S. Finocchi (ed.) - Libarna - Alessandria - 1995 -
    - F. Filippi (ed.) - Alba Pompeia - Archeologia della città dalla fondazione alla tarda antichità - Torino - 1997 -
    - G. Mennella - Vada Sabatia - Regio IX - Liguria, in Supplementa Italica, Roma 1983 -
    - A. Surace - Diano Marina - Archeologia in Liguria - II - Genova - 1984 -
    - G. Mennella - Albingaunum - Regio IX - Liguria - in Supplementa Italica - IV - Roma - 1988 -
    - M. Milanese - Genova romana - Roma - 1993 -
    - E. Riccardi, F. Ciciliot - Un "latino" chargé d'ardoise coulé à l'Ile Gallinaria (Albenga, Italie) - «Cahiers d'Archéologie Subaque» - XII - 1994 -


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    TITO POMPONIO ATTICO

    Nome: Titus Pomponius Atticus
    Nascita: Roma, 110 a.c.
    Morte: Roma, 31 marzo del 32 a.c.
    Moglie: Caecilia Pilea
    Figli: Pomponia Cecilia Attica, Titus Pomponius Atticus
    Madre: Caecilia Metella
    Padre: Tito Pomponio
    Professione: Scrittore


    Tito Pomponio Attico (110 a.c. – Roma, 31 marzo 32 a.c.) fu cavaliere romano, ma pure finanziere, promotore culturale e scrittore, confidente e consigliere dei potenti dell'epoca. Le notizie sulla sua vita emergono dalla Vita di Attico di Cornelio Nepote e dalle Lettere ad Attico di Cicerone (queste ritrovate da Petrarca).

    Di «stirpe romana di antichissima origine, conservò per tutta la vita la dignità equestre, retaggio degli antenati». Fin da ragazzo, Pomponio rivelò la sua brillante natura nella filosofia e nella retorica, conquistandosi le simpatie di Lucio Manlio Torquato (console nel 65 a.c.), Gaio Mario il Giovane (figlio del famoso omonimo) e Marco Tullio Cicerone.



    L'EPICUREO

    Fu alunno del filosofo epicureo Fedro, su cui orientò le sue scelte di vita. Fu lui a far conoscere Lucrezio a Cicerone, e qualcuno ha ipotizzato che potesse essere lui il vero autore del De rerum natura, di Lucrezio, evidentemente poco sensibile alla personalità di quest'ultimo.

    Rimasto orfano di padre si trasferì nell'autunno dell’86 a.c. ad Atene, dove visse un ventennio guadagnandosi il soprannome di “Attico”, per approfondire i suoi studi ma soprattutto per evitare la guerra civile dell’88 a.c., essendo parente del tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, sostenitore di Mario contro Silla. Seppur fuggiasco aiutò Mario il giovane, dichiarato nemico pubblico, donandogli denaro durante il suo esilio.

    T. POMPONIO ATTICO


    VITA ATENIESE

    Trasferito il suo ingente patrimonio ad Atene, Tito Pomponio si guadagnò la simpatia e la stima degli ateniesi distribuendo gratuitamente frumento e prestando denaro al le finanze pubbliche, sempre pronto ad elargire un nuovo prestito, se il vecchio non poteva essere onorato, a onesti interessi. 

    Per questo più volte gli venne offerta la cittadinanza che lui declinò per non perdere la cittadinanza romana.
    Silla, comprendendo il suo valore, espugnata Atene il primo marzo dell’86 a.c., voleva portarselo a Roma, ma Pomponio lo dissuase: 

    Ti prego, non portarmi contro coloro dai quali mi sono allontanato, lasciando l’Italia per non essere loro compagno contro di te”. 



    L'EPISTOLARIO CON CICERONE

    Quando poi Cicerone, nel 79 a.c., trascorse sei mesi ad Atene, la loro amicizia si rinsaldò, si da dar luogo a un fittissimo e duraturo scambio di lettere, a partire dal novembre del 68 a.c.. Il tutto ampliato dal matrimonio tra suo fratello Q.Tullio e la sorella di Attico. Inoltre Pomponio fu grande amico del grande oratore Q. Ortensio, uno dei massimi esperti di eloquenza. 

    Tornò più volte a Roma ma solo per sostenere i suoi amici durante le elezioni, senza peraltro esserne coinvolto. Secondo il principio epicureo per cui «Tra i beni che la saggezza si procura per raggiungere la felicità, nell'intero corso della vita, l’acquisto dell’amicizia è di gran lunga il più grande».
    Scrive Attico a Cicerone: «Per me una certa voglia di brigare ha fatto da guida nella scalata ansiosa alle cariche pubbliche, invece a te un orientamento spirituale tutto diverso, che non è affatto da biasimarsi, ha aperto la strada verso il ritiro tranquillo e onorato nella vita privata».
    Infatti Attico, aveva scelto un onestum otium, all'attività militare e politica di Cicerone, che in fondo esecra chi si astiene dalle lotte politiche, tuttavia riconoscendo all'amico, colpevole di essere epicureo, notevoli virtù, come la liberalità, l'onestà, la continenza. 


    LA RES PUBLICA IN PERICOLO

    Le lettere di Cicerone ad Attico, raccolte in sedici volumi, rivelano comunque i suoi forti timori per la salus rei publicae, cioè che qualcuno per la sua ambizione faccia cadere, come poi fu, la repubblica.

    TITO LUCREZIO CARO
    Nel 65 a.c. Attico tornò definitivamente a Roma, restò fuori dalla vita pubblica, pur tenendo per gli Ottimati.

    Conservò un atteggiamento di assoluta neutralità anche durante la guerra civile romana di Cesare (49-45 a.c.), che, difatti, non importunò Attico, sebbene questi avesse elargito denaro ai suoi amici in partenza per raggiungere Pompeo. 
    Dopo l'uccisione di Cesare (Idi di marzo del 44 a.c.), ebbe rapporti amichevoli con Bruto, ma rifiutò l'alleanza politica, pur offrendo
    loro denaro.

    Aiutò poi i familiari di Antonio quando, dopo la guerra di Modena del 43 a.c., venne dichiarato nemico pubblico e Antonio, divenuto triumviro nell'ottobre dello stesso anno, non solo non pose Attico nelle liste di proscrizione, nonostante fosse amico di Bruto e Cicerone, ma combinò il matrimonio della figlia di Attico, Pomponia Cecilia Attica, con un intimo amico di Ottaviano, Marco Vipsanio Agrippa.


    OTTAVIANO

    Ottaviano ebbe grande stima di Attico, che frequentò e spesso consultò anche attraverso una corrispondenza epistolare: inoltre fece sposare la figlia di Attico, al suo figliastro Tiberio una nipote di Attico, la figlia di Agrippa, Vipsania Agrippina, anche se il futuro imperatore l'avrebbe, poi, dovuta ripudiare per ragione di Stato. Attico fu in grado di ottenere la benevolenza sia di Ottaviano che di Antonio, pure essendo nemici tra loro.


    L'IMPRENDITORE E LO SCRITTORE

    Ormai ricco Attico aveva acquistato nel 68 a.c. una vasta tenuta in Epiro, nella regione di Buthrotum (Butrinto) che fu addetta alla vendita di prodotti agricoli e di bestiame, inoltre ereditò un ricco patrimonio da uno zio materno, Quinto Cecilio di dieci milioni di sesterzi oltre alla domus Tanfiliana sul colle Quirinale. Si circondò di schiavi eruditissimi, lettori ottimi e moltissimi copisti. In più guadagnava dai prestiti bancari e da scuole di addestramento dei gladiatori. 

    Nella sua enorme ricchezza Pomponio non cambiò mai il suo stile di vita di vita, creando poi nella villa Tanfiliana un notevole centro culturale con «eccellenti lettori e numerosi copisti». Attico stesso fu scrittore prolifico, anche se dei suoi scritti non ci è pervenuto nulla a causa delle devastazioni barbare e religiose.

    Seguì puntualmente la storia antica, con il Liber Annalis, dove registrò le magistrature, le leggi, le guerre e altre vicende importanti. Scrisse, poi, ispirandosi a Varrone, le Imagines, schede pinacografiche (rassegna di composizioni erudite greche e romane) di uomini illustri accompagnati da un epigramma (iscrizione poetica encomiastica o dedicatoria). 

    Infine, su commissione, scrisse genealogie di prestigiose famiglie romane, e un libro in greco sul consolato di Cicerone.
    Attico pubblicò la corrispondenza con Cicerone ma senza la parte scritta da lui, ligio al principio di rimanere nell'ombra.

    RESTI DI BUTRINTO

    LA MORTE


    Pomponio godette costantemente di buona salute, ma all'età di settantasette anni contrasse una violenta malattia intestinale che lo indusse in breve tempo alla morte. Si astenne dal cibo il più possibile dal cibo per evitare di aggravare la malattia, ma dopo quattro giorni dacché aveva preso la decisione di morire e morì pacificamente.

    Ciò dimostra che il suo epicureismo non fu una soluzione mentale  per darsi un certo equilibrio, ma qualcosa di vero e sentito interiormente raggiunto. Come da lui predisposto, il suo funerale fu all'insegna della sobrietà senza pompe funebri, ma accompagnato da un’immensa folla popolare.


    BIBLIO

    - Pierre Grimal - Les mémoires de Titus Pomponius Atticus - Belles Lettres - 1976 -
    - M. T. Cicerone - Epistole ad Attico - a cura di C. Di Spigno - Torino - UTET - 1998 -
    - Cornelio Nepote - Gli uomini illustri - a cura di L. Canali - Roma-Bari - Laterza - 1983 - 
    - Cornelio Nepote - Vita di Attico -  trad. a cura di L. Canali: alere morbum -
    - M. Pani - Sul rapporto cittadino, politica a Roma fra repubblica e principato - in Politica Antica - Pisa - Carocci editore - 2011 -


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      COMITIA CALATA

      Q.R.C.F. = Quando Rex Comitiavit Fas

      Erano il 24 Marzo e il 24 Maggio, considerati fasti solo dopo che il rex sacrorum aveva dichiarato i 'comitia calata' sciolti. I comizi calati (in latino: Comitia Callata o Comitia Calata), era la più antica delle assemblee romane, ed era di carattere religioso.

      Non si conosce molto di queste assemblee; la cosa è dibattuta, ma sembra che a loro venisse affidata la nomina del rex sacrorum, dei flamini e delle vestali, ma secondo altri studiosi venivano convocati (da calare, chiamare) solo per dare pubblicità a degli avvenimenti, come le nomine di cui sopra.

      Risulta che si radunassero sul Campidoglio basandosi sull'organizzazione delle trenta curiae e che l'assemblea fosse presieduta dal Re o dal Pontifex Maximus. Le curie, fondate da Romolo, all'inizio erano trenta, dieci per ognuna delle tre tribù dei Tities (sabini, da Tito Tazio), Ramnes (gli autoctoni, da Romolo) e Luceres (etruschi da Lucumon)..

      Secondo un'altra interpretazione non si tratterebbe di una determinata tipologia di assemblea, ma di una modalità di convocazione, per chiamata, dei Comizi centuriati e dei Comizi curiati.

      In Epoca regia, trattandosi dell'unica assemblea cittadina, la sua competenza si estendeva a tutte le questioni per le quali il re chiedeva la collaborazione dei cittadini in assemblea. Con la nascita delle altre assemblee romane, assunse un carattere prettamente religioso, fino a rimanere solo un simulacro delle antiche tradizioni.

      "Isdem comitiis, quae ‘calata’ appellari diximus, et 'sacrorum detestatio' et 'testamenta' fieri solebant" Gli stessi comizi che dicemmo chiamarsi calata, solevano effettuare sia la 'sacrorum detestatio', sia i 'testamenta'.
      L'ASSEMBLEA

      I TESTAMENTI

      Davanti ai "Comitia Calati", se presieduti dal Pontefice Massimo potevano essere redatti pubblicamente i "testamenta" (l’atto unilaterale, redatto oralmente o in forma scritta, compiuto alla presenza di testimoni, attraverso il quale il pater familias disponeva dei propri beni per il momento successivo alla sua morte e i "testamenta calatis comitiis".

      Questi ultimi riguardavano la forma più antica del diritto romano. Secondo fonti autorevoli conteneva sempre e soltanto disposizioni a titolo particolare, mentre l’heredis institutio (istituzione dell'erede) sarebbe stata caratteristica del 'testamentum per aes et libram', dove il testatore, mediante una sua dichiarazione (nuncupàtio), consegnava semplicemente il testamento al 'familiae emptor'.

      I 'testamenta calatis comitiis' coincidevano spesso nella adozione di un 'pater familias' da parte di un altro pater familias, compiuta alla presenza dei comizi calati, che venivano a questo scopo convocati dal pòntifex maximus due volte all’anno (24 marzo e 24 maggio).
      Per effetto dell’adozione, l’adottato diveniva erede dell’adottante, ma mentre gli effetti "dell’adrogatio" (per cui un cittadino poteva assumere sotto la propria potestas un altro cittadino libero consenziente, il quale ne diveniva pertanto filius familias) si producevano durante la vita dell’adottante, il "testamentum calatis comitiis" era destinato a produrre effetti soltanto dopo la morte dell’adrogàtor. 

      Inoltre la famiglia dell'adrogato assumeva il culto osservato dall'adrogante ed era tenuta a praticarlo, il che spiega la presenza del Pontifex Maximus, colui che aveva l'autorità per presiedere sui fatti religiosi.

      MATRIMONIO

      DETESTATIO SACRORUM

      Nei Comitia Calata si procedeva anche alla "Detestatio Sacrorum", cioè all'uscita di un patrizio dalla sua familia, ovvero l’abbandono dei sacra familiari, mediante una rinuncia solenne e pubblica. Essa, nel periodo regio ma pure alto repubblicano avrebbe costituito il presupposto necessario, da attuarsi sotto il controllo dei pontefici, per il «transito» ai sacra di un’altra gens, come ad esempio nell’adrogatio.
      Per effetto della 'detestatio sacrorum', il culto familiare del soggetto che si avviava ad essere adrogàtus si estingueva. Con l’adrogatio a Roma, e solo a Roma, si poteva adottare un cittadino romano, mediante un rito solenne che prevedeva una triplice interrogazione. Il pontefice che presiedeva i comizi calati, infatti, chiedeva al pater adrogans se volesse l’adottando come suo figlio legittimo, all’adottando se intendesse subire ciò, e, infine, al popolo, sulla sua volontà di autorizzare il compimento dell’atto.

      Si ebbe anche il caso di patrizi che si fecero adottare da popularis per candidarsi come tribuni della plebe. In tal caso l'adottato perdeva il suo rango di patrizio, così come il plebeo, adottato da un patrizio diventava patrizio (ma secondo diversi studiosi questo non era fattibile).

      Il 'testamentum calatis comitiis' avveniva ‘in populi contione’, cioè davanti all'assemblea del popolo riunito. Tuttavia nel testamentum non si potevano adottare le donne, nè i tutori i propri pupilli, nè i maschi impuberi. Neppure le donne potevano adottare, ma sotto Diocleziano le cose cambiarono e le donne potettero adottare ed essere adottate.

      Ma anche nel matrimonio interveniva la 'detestatio sacrorum' in quanto la donna abbandonava i suoi culti familiari, cioè di Lari e Penati, per abbracciare quelli del marito. Pertanto i vari geni che l'avessero seguita fino ad ora l'avrebbero abbandonata, mentre l'avrebbero presa in carico i Lari e i Penati della familia del consorte, che ella avrebbe d'ora in poi pregato per rafforzarli e ottenere protezione.



      IL CALENDARIO

      I 'comitia calata' erano poi convocati mensilmente alle calende ed alle none per annunciare al popolo il calendario, cioè quando cadevano le idi e quali feste mobili si potessero e si dovessero osservare. I comitia si raccoglievano sul Campidoglio basandosi sull'organizzazione delle trenta curiae e l'assemblea fveniva presieduta dal Pontifex Maximus, il quale poteva investire o meno per l'occasione i nuovi sacerdoti e le vergini vestali. .

      BIBLIO

      Institutiones - Gaio
      Il melangolo - Andrea Carandini
      Notti Attiche - Gellio



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    • 05/25/20--05:26: TEMPLI DEI LARI A ROMA
    • I LARI (LARARIO DI POMPEI)

      LA DEA LARA

      « [Apuleio] afferma inoltre che l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati Dei Mani se è incerta la loro qualificazione. »
      (Agostino di Ippona, La città di Dio)

      Lara era la Dea del silenzio, quindi portatrice dei Sacri Misteri che chiedevano assoluta segretezza.
      Secondo la tradizione era la ninfa dell'Almone, affluente del Tevere che sgorga dai Colli Albani.
      Lara rifiutò di aiutare Giove, che aveva chiesto alle divinità fluviali di aiutarlo a rapire la ninfa Giuturna per farle violenza.

      Lara non solo rifiutò ma mise in guardia Giuturna da Giove. Adirato il Dio le strappò la lingua ed ordinò a Mercurio di condurla negli Inferi, dove sarebbe stata la ninfa delle acque nel regno dei morti.
      Come non bastasse, durante il viaggio Mercurio la violentò mettendola incinta di due gemelli, i Lares Compitales, protettori della famiglia.

      Dunque è un'antica Dea declassata a divinità minore e poi quasi scomparsa, però i suoi figli nel loro ruolo di protettori vennero ereditati di buon grado dai romani. In origine i Lari erano probabilmente legati alla difesa dei confini e dei passaggi e per questo erano venerati anche come protettori dei campi e dei crocicchi. Furono identificati con i Lari anche Romolo e Remo.

      Il santuario dei Lari può essere identificato con il Sacellum Larum o Sacellum Larundae, uno dei quattro punti angolari - quello di nordovest - fra i quali fu tracciato il solco della Roma quadrata di Romolo. Il Sacellum è stato recentemente identificato nel corso di scavi archeologici che hanno interessato l'area della Via Nova e della Domus Vestae.

      Secondo Valerio Massimo, Cicerone e Plinio l'ara della Dea Orbona a Roma era posta vicino al tempio dei Lari, e accanto al sacello della Dea Februa, vicino all'accesso della via Sacra al Palatino, presso l'arco di Tito che vi fu costruito in seguito.


      DEA LARA CON LARI E SERPENTE SACRO

      RICERCHE E SCAVI IN CORSO SULLE PENDICI SETTENTRIONALI DEL PALATINO
      Dunia Filippi

      "Lo scavo alle pendici settentrionali del Palatino, iniziato nel 1985 come collaborazione tra la Soprintendenza Archeologica di Roma e l'Universitå di Pisa, è proseguito dal 1990 con IUniversitå di Roma "La Sapienza", avvalendosi di studenti provenienti anche da altre Universitå, sia italiane che straniere. L'indagine ha avuto come primo Obiettivo lo studio di un quartiere del centro della cittå antica, compreso tra Varco di Tito e l'Atrium Vestae imperiale. 

      Presso la Casa delle Vestali c'è l'Aedes Larum, sotto la cui cella è stata documentata una serie ininterrotta di focolari databili dalla metà dell'VIII secolo a tutto il VII secolo a.c., la cui vicinanza alla suddetta domus (da noi definita Domud Regia) permette di ipotizzare uno stretto collegamento tra le due strutture."



      PUBLIO RUTILIO RUFO

      Rufo nella VIII Regione pone Templum Larum e Vittore nella stessa Regione mette il Sacellun Larum, che essere lo stesso di quello di Rufo sembra non restar luogo a dubitare, e che Varrone definisce trovarsi sulla Via Nuova: Varrone definirebbe il sacello de' Lari verso la estremità della via Nuova, "unde ascendehant ad runuim", cioè al luogo dell'allattamcnto di Romolo e Remo, verso l'angolo del Palatino che domina il Foro Romano.

      Ma si oppone a Varrone Solino, che afferma di Anco Marzio avere abitato "in summa sacra via ubi aedes Larium est". Che questi però fossero due luoghi distinti in due diverse regioni non lungi l'uno dall'altro, ed ambedue consacrati ai lari sembra chiaro.

      Questo solco girando in maniera attorno al monte, ed essendo il monte stesso quadrato, diede origine alla denominazione di Roma Quadrata dato da scrittori antichissimi alla Roma di Romolo e questa città fu cinta con fossa e ripari già distinti, in due diverse regioni non lungi uno dall'altro, ed ambedue consacrati ai Lari, non è da meravigliarsi, quando si rifletta essere stati in Roma in varie regioni altri luoghi consagrati ai Lari, e di un Lucus Larii sull'Esquilino fa menzione poco dopo Varrone stesso.



      PUBLIO CORNELIO TACITO

      Se poi Tacito intendesse parlare, o di quello sulla Via Sacra, o dì quello sulla Via Nuova non è cosa facile determinarsi potendo egualmente ai due luoghi convenire il solco: noi però propendiamo piuttosto pel secondo, per il sacello sulla Via Nuova, e perchè questo si dice sacello come Varrone e Vittore lo nominano, e perchè è più vicino al principio del solco; mentre l'altro sulla somma Sacra Via lascerebbe un troppo grande intervallo, e non Sacellum ma Aedes si dice. anche Plutarco nella vita di Romulo ci conservò questo nome, dicendo nel capo IX che Romulo fabbricò la così detta Roma Quadrata, e questo volle cingere di mura, quando Remo vi si oppose.

      Nel descrivere la linea del pomerio originale, Tacito (Annali) dà quattro punti, magna Herculis ara, Ara Consi, veteres curiae, sacello Larum, presumibilmente i quattro angoli del quadrilatero. Ovidio conferma che alle calende di maggio, si onorasse la dedica di un altare dei Lari Praestites:
      "Praestitibus Maiae Laribus videre kalendae
      Aram constitui signaque parva deum".

      LARARI PRIVATI A POMPEI

      PUBLIO OVIDIO NASONE

      Si è pensato che Ovidio, nelle sue Metamorfosi, alludesse allo stesso Santuario, e che il 1 maggio fosse la festa del tempio, mentre il 27 giugno fu quello del restauro di Augusto. E' anche possibile che il sacello Larum di Tacito possa essere Aedes in Sacra summa via, e che per qualche motivo sconosciuto ha preferito segnare la linea del pomerio,  piuttosto che al nord-ovest.

      Però due basi in marmo con iscrizioni dedicatorie :
      - CIL VI.456: Laribus Publicis sacro imp. Cesare Augusto ex stipe quam populus ei contulit k. Ianuar. Apsenti; (reperito vicino all'ingresso nel forum nei giardini Farnese  nel 1555, cioè un po 'a nord-ovest dell'Arco di Tito, un punto corrispondente alla summa Sacra via;
      - VI.30954: Laribus agosto sacro - ritrovato nel 1879 di fronte alla SS. Cosma e Damiano.

      LARARIO PUBBLICO A POMPEI

      TEMPLI DEI LARI A ROMA

      Viene pertanto da credere con buone ragioni che i templi dei Lari a Roma fossero almeno due:
      -  uno nell'area della Via Nova e della Domus Vestae
      - un altro all'estremità della summa Via Sacra, accanto all'Arco di Tito.

      In quanto al loro aspetto dobbiamo rifarci ai Lari delle case private che in genere sono delle piccole copie dei templi, con colonne, trabeazione, tetto e scalinata, e con al loro interno le statue dipinte dei Lari.

      Tra le immagini dei Lari venivano rappresentati talvolta Mercurio, Apollo e Diana, nonchè la Dea Lara. Erano gli stessi Dei o semidivinità che apparivano nei crocicchi come oggi noi vi poniamo le immagini delle Madonnelle e altro.

      Nel larario di cui sopra vi è la Dea Lara al centro, i due Lari ai lati, con le coppe a cornucopia per le libagioni e il secchiello come attingitoio. Alle estremità invece si collocano Mercurio riconoscibile dal suo inseparabile caduceo e Diana col suo consueto cane cirneco.

      Questi Lari naturalmente erano pubblici, protettori di Roma e dell'impero romano, simili ma non uguali a quelli privati che albergavano ed erano onorati in ogni casa. Al culto pubblico ovviamente provvedeva lo stato che ne organizzava le feste e le ricorrenze.


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      La Magna Grecia è l'area della penisola italica meridionale anticamente colonizzata dai Greci a partire dall'VIII secolo a.c. La colonizzazione della Magna Grecia fu molto diversa da quella della Sicilia greca.



      LA SICILIA

      La Sicilia, colonizzata come la Grecia a partire dell'VIII secolo a.c. ebbe le sue prime colonie greche nella Sicilia orientale:

      -  I Greci Calcidesi fondarono nella parte sud-orientale:
      Zancle (Messana - Messina),
      Naxos (sito archeologico di Nasso - Messina),
      Leontinoi (Lentini) e Katane (Catania).
      - I Greci Corinzi fondarono:
      Syrakousai (Siracusa) 
      - i Greci Megaresi fondarono:
      Megara Hyblaea (Megara Iblea), nella costa meridionale, nel 688 a.c.. 
      - I Greci Cretesi e Rodii fondarono:
      Ghelas (Gela), e così terminò la prima fase della colonizzazione greca in Sicilia.

      Polibio riferisce che la Magna Grecia iniziò a denominarsi così (Megálē Hellàs) nel VI sec. a.c., anche se il nome è riscontrato solo nel II secolo a.c..

      LA COLONIZZAZIONE GRECA
      SUOLO ITALICO

      I Greci emigrarono in Italia nell’VIII secolo a.c. da: Eubea, Argolide, Locride, Creta e le isole Egee.
      E si stabilirono sulle coste meridionali:
      - dalla Campania all’Apulia, e nel sud ed est della Sicilia dove fondarono ricche colonie basate sull'agricoltura e il commercio.
      A volte si allearono tra di loro contro nemici comuni ma in genere furono rivali tra loro.



      I POPOLI CHE VI MIGRARONO

      - gli Achei, di origine Dorica, che fondarono:
      Taranto, Metaponto, Posidonia (Paestum), Crotone, Sibari, Laos, Terina.
      gli Ioni che fondarono:
       Reggio sulla sponda dello stretto e dall'altra parte Zancle, l'odierna Messina.
       - i Locri e i Calcedoni da Euboea, che fondarono:
      Naxos (Taormina), Zancle (Messina), Pitecusa (Ischia), e Cuma in Campania.
      - i Corinzi fondarono:
      Siracusa,
      - i Megari fondarono:
      Megara Iblea nel golfo di Augusta,
      - i Foci fondarono:
      Elea (Velia) in Campania.
      - i Locresi fondarono:
      Locri. 

      L'insieme delle colonie fondate da questi popoli greci nell’Italia meridionale e nella Sicilia fu chiamato Magna Grecia. I loro abitanti si chiamarono Italioti e Sicelioti. La colonizzazione interessò le regioni della Puglia, Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia.



      Le colonie più importanti furono :
      Ischia, Cuma, Reggio, Napoli, Siracusa, Agrigento, Sibari, Crotone, Metaponto e Taranto.

      1) ISCHIA - Queste genti stabilirono la colonia di Pithecussai (popolata dalle scimmie) sull'attuale isola d'Ischia, nella prima metà dell'VIII secolo a.c. (775 a.c. ca.), per opera dei Greci di Eretria e di Calcide (sull'Eubea).

      2) CUMA - Sulle coste Italiche fondarono diverse città: Kyme (=colomba), in latino Cumae, cioè Cuma, fondata intorno al 740 a.c., dagli Eubei di Calcide, che sotto la guida di Ippocle di Cuma e Megastene di Calcide, scelsero di approdare in quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali.

      3) METAPONTION - fondata da coloni greci dell'Acaia nella seconda metà del VII secolo a.c., su richiesta della madre patria, da parte di Sibari (Calabria), per proteggersi dall'espansione di Taranto. Oppure, secondo altre fonti, sarebbe stata fondata dall'eroe greco Nestore di ritorno dalla guerra di Troia.

      4) TARAS, (Taranto) - che, secondo Eusebio di Cesarea (265 - 340), fu fondata nel 706 a.c.., dallo spartano Falanto, figlio del nobile Arato e discendente di Eracle di VIII generazione, e di altri compatrioti detti Partheni (figli delle vergini di Sparta), per necessità di espansione o per questioni commerciali.

      5) RHEGION (Reggio Calabria) - fondata nell'VIII secolo a.c., i calcidesi fondarono una colonia greca mantenendo il preesistente nome di Rhegion (Capo del Re), già noto come Erythrà (Ερυθρά, La Rossa).

      Queste colonie furono indipendenti dalla madrepatria che però le denominò Magna Grecia, e crebbero in vari settori, come l'arte, la scienza, la filosofia. L'invasione greca nell'Italia meridionale non fu pacifica, perchè cacciò le divinità italiche coi loro sacerdoti innalzando templi alle divinità del Pantheon greco. Successivamente però vi fu un'integrazione tra i vari popoli con una sovrapposizione dei culti e delle tradizioni indigene ed elleniche, e pure con le religioni animistiche.



      LA SCELTA DELLA COLONIA

      PERSEFONE
      Le spedizioni venivano guidate da un ecista, capo dei Greci colonizzatori, il quale prima della partenza veniva mandato a interrogare l'oracolo di Delfo, per avere istruzioni su dove fondare la nuova colonia.

      La fondazione di una città non era lasciata all'iniziativa individuale dell'ecista o di un ristretto gruppo, ma era organizzata dalla madrepatria, che forniva tutti i mezzi, dalle navi al cibo, alle armi, agli ingegneri e agli architetti necessari. Ma alla Magna Grecia pervennero anche le navi provenienti dall'Asia e dalla Grecia, per cui fiorì nei commerci nell'arte e nella scienza.

      I coloni trovarono in Magna Grecia un clima secco e mite, simile a quelli della madrepatria, e una terra ricca di boschi e corsi d'acqua. Predilessero così le zone pianeggianti, ricche di acque e che si addicevano all'edificazione di porti.



      LE DIVINITA' PIU' ARCAICHE

      A confermare l'ipotesi di apporti minoici e micenei con divinità femminili riscontriamo numerosi santuari extraurbani eretti in onore di Hera, divinità del Pantheon miceneo, insieme ai santuari dedicati ad altri numi arcaici, come Persefone, Afrodite, Dioniso, con i riti pastorali e agrari del mondo arcaico.

      Erano soprattutto le divinità femminili a proteggere i luoghi di approdo e i punti di passaggio, alle porte della città.

      PATTO TRA HERA E ATHENA - SICILIA

      HERA

      Hera, sorella e moglie di Zeus, era anticamente signora della natura, sovrana degli animali, protettrice delle nozze e del parto, liberatrice dalla schiavitù, e garantiva l'armonia della polis, ma dall'altro lato sosteneva il nuovo ordine imposto con la violenza ai popoli sottomessi. 

      Il culto della Dea era seguito soprattutto dagli Achei che lo esportarono nelle terre d'Occidente. Gli Heraia furono eretti nelle colonie ioniche di Crotone (santuari dì Capocolonna e di Vigna Nuova), Sibari (santuario dedicato ad Hera Leucadia) e Metaponto (Heraion delle Tavole Palatine).

      Il santuario di Hera Lacinia a Capocolonna era un asylon, un luogo di rifugio e affrancamento degli schiavi tra più celebri del mondo antico. L'antica tradizione del pellegrinaggio al santuario di Hera Lacinia si è tramandata nel corso dei secoli con la processione di molti fedeli che ogni anno nella seconda domenica di maggio si recano a piedi al santuario di Capocolonna per venerare la celebre Madonna bizantina. 


      PERSEFONE

      Persefone, divinità greca degli inferi, figlia di Zeus, rappresentava l'amore nuziale e fecondo, protettrice dei raccolti. Fu venerata a Locri (santuario della Mannella) e a Satyrion, primo stanziamento dei coloni laconici, i quali poi si spostarono più ad ovest per fondare la colonia di Taranto.


      AFRODITE

      PERSEFONE DI LOCRI
      Afrodite Dea dell'amore e della sessualità, nacque dalla schiuma del mare e come tale era anche Dea dei naviganti. Il suo culto fiorì soprattutto nei pressi dei grandi empori, vicino ai porti dove si praticava la prostituzione sacra (la stoà di Locri sacra ad Afrodite identificata come lupanare).


      ATHENA

      Athena, in antico figlia di Temi, divenne figlia di Zeus e nacque dalla sua testa; rinunciò alla sua femminilità rimanendo vergine e vestendo i panni della Dea guerriera. Era venerata in tutta la Grecia, ma particolarmente nell'Attica. In occasione delle Panatenee, feste celebrate in suo onore ogni quattro anni, le fanciulle di Atene le facevano dono di un peplo sontuosamente ricamato.
      Gli Achei portarono il suo culto nelle colonie di Taranto, Siri, Sibari, Crotone e Locri.


      ARTEMIDE

      Artemide, Dea della caccia, a Reggio prese il nome di Artemis Phakelitis (da phakelon, fasci di sarmenti, vegetali delle paludi).

      Tra le divinità maschili erano venerati:


      ZEUS

      Zeus era il padre e il signore degli Dei, a lui veniva dedicata l'agora (la piazza della città).


      APOLLO

      Apollo, fratello di Artemide, era considerato il Dio del bene e della bellezza, che mantiene l'ordine e fa rispettare le leggi. Celebre l'oracolo di Delfo, che veniva consultato prima della fondazione delle colonie. Il culto di Apollo delfico era venerato Crotone.

      Nelle monete della città era riportato il tripode delfico, uno dei simboli di Apollo Pizio; questo titolo onorifico gli fu attribuito dai Greci per aver ucciso Pitone, un drago mostruoso nato dal fango, che devastava il territorio di Delfo.

      Il culto fu portato a Crotone da Pitagora, e con la venuta del filosofo a Metaponto, Apollo fu venerato anche in questa città e nelle colonie di fondazione achea. Il santuario di Apollo Alaios presso Punta Alice sembrava rafforzare il confine crotoniate lungo il limite del fiume Nicà, che lo separava dal territorio di Sibari.

      ERACLE UCCIDE UN'AMAZZONE

      HERMES

      Hermes era la guida nei cammini e nei viaggi, protettore dei pastori, dei ladri, degli adolescenti, e dei morti nel passaggio verso l'aldilà.


      DIONISO

      Il culto di Dioniso, Dio del vino, era originario della Tracia e aveva un carattere estatico; veniva celebrato soprattutto dalle donne, le famose Baccanti, che vestite di pelli di animali, celebravano con urla e danze le loro orge notturne.

      I Tarantini erano grandi seguaci del culto arcaico di Dioniso. Platone in visita alla città scrisse: 
      "A Taranto nella nostra colonia ho potuto assistere allo spettacolo di tutta la città in ebbrezza per le feste di Dioniso, nulla di simile accade da noi". Anche ad Heraklea era particolarmente sentito il culto di Dioniso, testimoniato dai resti del tempio e dal rinvenimento delle celebri tavole bronzee databili al IV secolo a.c.



      L'ARTE

      L’architettura della Magna Grecia è caratterizzata da monumentalità e predilezione per lo stile dorico, come si vede a Paestum, che conserva caratteri arcaici rispetto a quello della Grecia.

      In epoca romana si sviluppano anche gli ordini ionico e corinzio. Caratteristiche della religiosità magnogreca erano l'impronta arcaica, in cui i templi più antichi erano dedicati a divinità femminili, forse perchè i primi coloni, antecedenti ai Greci, furono Micenei, o addirittura i minoici (XIII-VIII sec. a.c.).

      Fiorirono i rivestimenti fittili policromi (grondaie, acroteri, fornici, gruppi di grandi proporzioni), di tavolette votive, statuette in terra cotta o in calcare e sculture in bronzo. Sotto l'influenza etrusca, nelle tombe osco-campane e apule (Paestum, Cuma, Capua, Nola) si ebbero ipogei dipinti con scene di gladiatori, guerrieri e danze (secc. V-III).

      La produzione ceramica, nata nel V sec., ebbe caratteristiche stilistiche e figurative differenti nelle regioni apula, campana e lucana e pure da quelle limitrofe. Notevole è pure la produzione di rivestimenti fittili (di argilla) policromi, di tavolette votive, di statuette in terracotta o in calcare e di sculture in bronzo.

      HERA E ZEUS

      L'EDIFICAZIONE DELLE CITTA'

      Fondata la colonia si procedeva alla costruzione di una cinta muraria, seguiva l'assegnazione dei lotti di terra ai coloni e l'edificazione dei grandi templi.

      L'area dell'acropoli, "la città alta" con le dimore degli dei ed i larghi spazi riservati alle cerimonie religiose e ai sacrifici, contrastava con la disposizione irregolare e caotica dei quartieri della "città bassa" che presentava: strade strette, case assiepate, e rari pozzi d'acqua.

      I nuovi coloni, una volta approdati con le loro navi, si trovarono di fronte al problema dei rapporti con le popolazioni del posto che erano:
      Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Coi Messapi, Iapigi, che vivevano di pastorizia e di agricoltura ed erano organizzati in tribù.

      Essi non avevano niente a che vedere con la più avanzata organizzazione politica, sociale ed economica delle poleis greche. Si venne così a creare un urto violento tra gli abitanti dell'Italia meridionale ed i nuovi colonizzatori che volevano appropriarsi delle loro terre.
      Le città magnogreche raggiunsero uno splendore maggiore della stessa Grecia, dove fiorirono i grandi intellettuali elleni tra il V e il IV sec. a.c., e dove si recò in visita Platone e vi si stabilirono Pitagora, Erodoto e Senofane.

      Come le poleis greche godevano di una loro indipendenza e autonomia, e spesso erano in contrasto tra loro per motivi politici e di conquista, altrettanto accadde alle colonie della Magna Grecia causando la distruzione di fiorenti città (come Sibari, Siris). Le lotte intestine e l'eterna rivalità le poleis, porteranno, infine, ad un indebolimento delle città magnogreche che diverranno facile preda dei conquistatori romani.

      TEATRO DI TAORMINA

      LA CONQUISTA ROMANA DELLA MAGNA GRECIA

      Roma per espandersi al sud, dovette scontrarsi con le città della Magna Grecia e con Taranto, così, per soccorrere la città di Turi, Roma violò intenzionalmente un trattato stipulato con Taranto nel 303 a.c., ben sapendo di scatenare una guerra.

      Nel IV secolo a.c., la Magna Grecia subì molti attacchi dai Bruzi e dai Lucani, pertanto Taranto dovette assoldare mercenari greci, inoltre stipularono un trattato con Roma, che si suppone del 325 a.c., per cui le navi romane non potevano superare ad Oriente il promontorio Lacinio (oggi capo Colonna, presso Crotone). 

      Per fronteggiare i nuovi attacchi Lucani, i Tarentini ingaggiarono mercenari greci guidati da Cleonimo di Sparta (303-302 a.c.), che fu, però, sconfitto dalle popolazioni italiche. Il successivo generale greco, Agatocle di Siracusa, però sconfisse i Bruzi (298-295 a.c.), intanto Roma si era alleata con i Lucani ed aveva già vinto al nord su Sanniti, Etruschi e Celti.

      Morto Agatocle di Siracusa nel 289 a.c., Thurii chiese aiuto a Roma contro i Lucani nel 285 a.c. e nel 282 a.c. Allora venne inviato il console Gaio Fabricio Luscino per respingere i Lucani, già alleati dei Romani, ma poi ribellatisi a Roma. Fabricio pose a Thurii una guarnigione romana. Poi sconfisse il principe lucano Stenio Stallio e sulla città di Reggio venne posta una guarnigione romana di 4.000 armati. Anche Locri e Crotone chiesero allora di essere poste sotto la protezione di Roma.

      L’aiuto accordato da Roma a Thurii fu visto dai Tarantini come una violazione dell’accordo di pace, sebbene le operazioni militari romane fossero via terra, Thurii s'affacciava sul golfo di Taranto, a nord della linea di demarcazione stabilita presso il capo Lacinio; Taranto temeva di perdere il controllo delle altre città italiche.

      Roma tuttavia, in aperta violazione degli accordi, nell'autunno del 282 a.c. inviò una piccola flotta duumvirale di dieci imbarcazioni da osservazione nel golfo di Taranto, guidate dall'ammiraglio Lucio Valerio Flacco (o dall’ex console Publio Cornelio Dolabella) dirette a Thurii o verso Taranto, con intenzioni amichevoli.

      I Tarantini, che stavano celebrando in un teatro affacciato sul mare le feste in onore di Dioniso, in preda all'ebbrezza, scorte le navi romane, le credettero nemiche e le attaccarono: ne affondarono quattro e una fu catturata, mentre cinque riuscirono a fuggire; tra i Romani catturati, alcuni furono imprigionati, altri mandati a morte.

      Poi i Tarantini, ormai in guerra, marciarono contro Thurii, che fu presa e saccheggiata e la guarnigione romana a tutela della città venne scacciata assieme all'aristocrazia locale. La rappresaglia romana era inevitabile per cui i Tarentini invocarono l’aiuto del re d’Epiro Pirro, che, giunto in Italia nel 280 a.c. con un esercito e numerosi elefanti, riuscì a sconfiggere i Romani a Heraclea e ad Ascoli, seppure a costo di gravissime perdite.

      Successivamente però Pirro fu duramente sconfitto dai romani a Maleventum nel 275 a.c. e costretto a tornare oltre l’Adriatico. Taranto, dunque, fu nuovamente assediata nel 275 a.c. e costretta alla resa nel 272 a.c.: Roma divenne così potenza egemone nella Magna Grecia.



      BIBLIO

      - Plinio- Naturalis historia -
      - Biagio Pace - Arte e Civiltà della Sicilia antica - Roma - 1935 -
      - Storia di Roma, - I - Dalle origini ad Azio - Bologna - Pàtron - 1997 -
      - Theodore Mommsen - Storia di Roma - ed. 2015 -
      - Lorenzo Braccesi - Guida allo studio della storia greca - Roma-Bari - Laterza - 2005 -
      - André Piganiol - Le conquiste dei romani. Fondazione e ascesa di una grande civiltà Il Saggiatore - Milano - 1998 -

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    • 05/27/20--06:24: LO SCUDO ROMANO
    • LO SCUTUM
      Lo Scudo romano, dal latino scutum, detto però anche clipeus, venne usato dall'esercito romano nel corso dei dodici secoli e oltre della sua storia, dalla fondazione della città nel 753 a.c. alla fine dell'Impero romano d'Occidente, del 476, fino alla caduta di Costantinopoli del 1453 subendo però molte modifiche sia nella forma, che nei materiali e nelle dimensioni.

      La sua funzione era quella di coprire il corpo del fante e del cavaliere romano dalle armi d'offesa del nemico. I primi scudi erano in legno talvolta rivestiti con placche di bronzo, però ciò li rendeva molto pesanti.

      Allora alcuni scudi romani vennero rafforzati rivestendo i loro bordi con una lega di rame, più leggero del bronzo in quanto più malleabile, cioè riducibile ad uno spessore più sottile, ma anche questo sistema alla fine fu abbandonato a favore dell'uso di cuoio grezzo cucito, che legava gli scudi in modo più efficace.

      Gli scudi romani presentavano anche una prominenza, ovvero un umbone (lat. umbo), piuttosto spessa, rotonda, di legno o di metallo che deviava i colpi e serviva come incavo dove alloggiare l'impugnatura. Una delle sue peculiarità fu quella di consentire l'adozione della formazione difensiva, chiamata "a falange".

      IL SOLDATO ROMANO AD INIZIO EPOCA MONARCHICA

      L'OPLON E LA FALANGE

      Hoplon e falange comparvero in una data che spazia tra l'VIII ed il VII secolo a.c..

      MILITARE ETRUSCO-ROMANO 500 A.C.
      Secondo lo storico Diodoro Siculo, l'hoplon e la falange sarebbero stati ideati nella città di Argo che li adoperò in battaglia per sconfiggere gli Spartani durante la Seconda guerra messenica, nel tentativo di rivolta dei Messeni iniziato probabilmente nel 685 a.c. e terminato attorno al 669 a.c. dopo la sconfitta inflitta a Sparta da Argo a Isie.

      La sconfitta dei grandi guerrieri spartani fece epoca e i romani esaminarono immediatamente le armi e le strategie usate in battaglia. Il nuovo "scudo argivo" si diffuse nelle altre città della Grecia prima e poi in Sicilia, si propagò nella Magna Grecia e giunse nel VI secolo fino a Roma insieme alla formazione a falange. In Italia più a nord era già passata agli etruschi e da questi ancora ai romani.

      Si trattava di un scudo in forma di disco concavo, del diametro di 90–100 cm, realizzato in legno di noce (legno molto compatto e resistente all'acqua) e rivestito, esternamente, da una lamina di bronzo ed internamente dal cuoio. Il peso complessivo arrivava a 9-10 kg. Pezze di cuoio potevano coprire il bordo inferiore onde evitare abrasioni sulla coscia dell'oplita durante la mischia.

      L'impugnatura dell'oplon si trovava vicino al bordo esterno ed era in cuoio o corda. Un secondo passante, posizionato al centro dello scudo ed in forma di bracciale in metallo avvolgeva l'avambraccio del guerriero per maggior sicurezza.

      Un intreccio di corda lungo il bordo interno permetteva poi di agganciare lo scudo quando non era imbracciato.



      GLI EMBLEMI

      L'HOPLON o OPLON
      La superficie esterna degli oplon poteva essere liscia (scaramantica, per riflettere sull'avversario la malasorte) o decorata da un simbolo, spesso mitologico:

      - Gli opliti spartani decoravano i loro scudi con una  maiuscola (Λ), corrispondente alla nostra lettera L che stava per Lacedemone;
      - gli Ateniesi vi raffiguravano la civetta, simbolo della Dea Athena;
      - i Tebani vi ponevano la sfinge o la clava di Eracle;
      - gli Argivi vi raffiguravano un'idra su fondo bianco.



      L'ASSETTO

      Nell'esercito romano gli opliti della prima fila si coprivano in parte con gli scudi rotondi parzialmente sovrapposti, in modo che il loro fianco destro venisse protetto dallo scudo del vicino, armati di lancia e spada, con scudo, elmo e corazza. I comandanti romani erano spesso in prima linea, per dimostrare il proprio coraggio ai propri soldati, e incoraggiarli nella battaglia, rischiando spesso la morte.

      L'obiettivo era di far cedere lo schieramento opposto e spezzarne le file. Le formazioni più arretrate si accalcavano e spingevano la prima fila contro la prima fila nemica. Qui l'avanzamento coraggioso del singolo combattente era pericoloso, potendo portare alla rottura dello schieramento con conseguenze disastrose. 

      LA FALANGE OPLITICA GRECA

      LA FALANGE OPLITICA

      Riforma di Servio Tullio (580 a.c. circa)

      Tito Livio racconta quale fosse l'ordine di marcia dell'esercito romano in territorio nemico, ovvero l'agmen quadratum, che prevedeva:
      - in testa e in coda  le due legioni consolari,
      - ai lati le ali dei socii
      - al centro i bagagli di tutte le unità (impedimenta delle legio I e II e delle due ali).

      Quest'ordine di marcia fu utilizzato fin dall'inizio della Repubblica, anche durante le guerre sannitiche, la guerra annibalica, la guerra giugurtina, e la battaglia di Carre. Mettere i bagagli al centro significava infatti evitare le scorribande nemiche che sottraevano parte dei bagagli, quindi armi, vettovaglie ecc., importantissime per la prosecuzione della guerra.
      L'Oplon venne utilizzato fin dai tempi di Romolo, i romani avevano l'intelligenza di copiare sempre gli strumenti migliori, soprattutto in guerra. Fu solo a partire dal IV secolo a.c. che l'uso dell'oplon, insieme alla falange "classica", cominciò a tramontare.
      Gli opliti (portatori di oplon) della prima si coprivano una parte con gli scudi rotondi parzialmente sovrapposti, in modo che il loro fianco destro venisse protetto dallo scudo del vicino, armati di lancia e spada, con scudo, elmo e corazza. I comandanti romani erano spesso in prima linea, per dimostrare il proprio coraggio ai propri soldati, e incoraggiarli nella battaglia, rischiando spesso la morte.

      L'obiettivo era di far cedere lo schieramento opposto e spezzarne le file. Le formazioni più arretrate si accalcavano e spingevano la prima fila contro la prima fila nemica. Qui l'avanzamento coraggioso del singolo combattente era pericoloso, potendo portare alla rottura dello schieramento con conseguenze disastrose.



      FALANGE OBLIQUA

      Già nel IV secolo si ebbe una sostituzione della falange tradizionale con quella obliqua. Questa tecnica di combattimento fu inventata dal generale tebano Epaminonda (418 a.c. - 362 a.c.) e utilizzata per la prima volta nella battaglia di Leuttra (371 a.c.), in cui i Tebani sconfissero clamorosamente gli Spartani.

      La falange obliqua era una variante della falange oplitica tradizionale, in cui si attaccava da sinistra la destra dell'avversario. La tattica consisteva nell'assottigliare il centro e la destra, al fine di sferrare un attacco massiccio con una profondità di 50 ranghi sulla sinistra (il lato debole nell'ordine di battaglia classico). Ma anche questa tattica tramontò perchè, combattendo con i sabini, i romani capirono che il loro scudo era più funzionale di quello romano.

      MONETA CON AUGUSTO E SUL RETRO CAETRA E ARMI (TRA IL 500 E IL 300 A.C.)

      CAETRA

      C'era anche uno scudo usato dagli ausiliari detto Caetra, uno scudo circolare con umbone centrale, circondato da quattro settori semicircolari, che a loro volta comprendono due settori concentrici, con o senza un contorno punteggiato, oppure delle linee radiali. 
      Era realizzato in genere in cuoio, o legno leggero rivestito in cuoio e venne usato dagli Iberici, i Celtiberi e i Lusitani, di un diametro tra i 30 cm e i 90 cm.



      RIFORMA DI SERVIO TULLIO SULLO SCUDO 

      Secondo la riforma operata da Servio Tullio:
      - la prima classe venne munita di armamento pesante costituito da elmo, clipeus, scudo rotondo argolico, schinieri, corazza in bronzo o ferro; come armi d'offesa un'hasta ed una spada;
      - la seconda aveva: elmo, lo scutum, scudo rettangolare o oblungo a maggior protezione per la mancanza di una corazza, oltre a schinieri; come armi d'offesa un'hasta e una spada;
      - la terza era equipaggiata con elmo e scutum, scudo rettangolare o oblungo; come armi d'offesa avevano un'hasta ed una spada;
      - la quarta e la quinta classe non avevano scudi ma solo armi da lancio.

      L'EVOLUZIONE DELL'ARMATURA E DELLO SCUDO IN EPOCA MONARCHICO-REPUBBLICANA
      (ILLUSTRAZIONE DI SANDRA DELGADO)

      RIFORMA REPUBBLICANA

      Durante la repubblica si usarono: 

      - uno scudo ligneo, piatto e ovaliforme, con le parti superiore e inferiore tondeggianti, 

      - oppure ovale italico o semi-circolare, percorsi da una nervatura rilevata (spina) in legno con al centro una borchia metallica (umbo), formato da due strati di legno, coperto da tela e pelle di vitello; copriva quasi interamente il soldato, misurando 120 cm x 75, con un peso dai 5 ai 10 kg. 

      All'esterno era coperto da tessuto di lino e di pelle di vitello o pecora, con i bordi superiore e inferiore  rafforzati in ferro o rame, contro i colpi delle lame nemiche.

      Se se ne attestano anche bronzei di altre fogge in epoca alto-repubblicana:

      - rotondi i Villanoviani, Etruschi, Sannitici, Celtici, 
      - a mezzaluna, come i peltasta Macedoni, scudo ligneo a forma di mezza luna, privo di bordatura, ricoperto in genere di cuoio o anche in feltro;

      - trapezoidali, tutti riccamente decorati;

      LEGIONARI ROMANI CON CLIPEUS

      CLIPEUS

      Le battaglie contro i sabini diedero il loro frutto. Si scoprì che lo scudo sabino era migliore di quello argivo, e veniva chiamato clipeus. Con l'abbandono dello schieramento a falange di tipo ellenico, i militi romani vennero dotati di un nuovo tipo di scudo con una forma ovale convessa, con due piedi e mezzo di larghezza e quattro in lunghezza. 
      Lo spessore dell'orlo esterno poteva raggiungere il palmo. Lo scudo era formato da assi di legno, tenute insieme con la colla, ed aveva un umbone al centro che serviva a rinforzare lo scudo e a deviare i colpi da lancio. 
      L'esterno dello scudo era ricoperto da un tessuto di lino con sopra un altro di cuoio di vitello. I bordi erano rafforzati da lamiera di ferro, che lo rendeva più resistente a colpi, e consentiva d'appoggiarlo a terra senza danno.

      La fanteria leggera invece continuò ad adottare il tipico scudo rotondo, di tre piedi di diametro. Questo scudo fu probabilmente abbandonato quando ai soldati fu pagato per la prima volta lo stipendio, verso la fine del V secolo a.c.
      GLI SCUTUM DELLE LEGIONI ROMANE E DEI PRETORIANI

      LO SCUDO DEI CAVALIERI

      All'epoca la cavalleria romana era una sorta di fanteria oplitica mobile. Tito Livio racconta che ancora nel 499 a.c., nella battaglia del lago Regillo, il dittatore Aulo Postumio Albo Regillense, ordinò ai cavalieri di scendere dai cavalli ed aiutare la fanteria contro quella dei Latini in prima linea.
      «Essi obbedirono all'ordine; balzati da cavallo volarono nelle prime file e andarono a porre i loro piccoli scudi davanti ai portatori di insegne. Questo ridiede morale ai fanti, perché vedevano i giovani della nobiltà combattere come loro e condividere i pericoli. I Latini dovettero retrocedere e il loro schieramento dovette ripiegare
      (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 20.)
      I piccoli scudi sembra fossero all'epoca rotondi, del resto la cavalleria portò sempre scudi più piccoli per non intralciare il movimento sui cavalli. Ma mentre all'inzio i loro scudi erano in pelle di bue, di scarsa consistenza, vennero poi sostituiti con gli scudi greci, gli oplon, molto più solidi e saldi, utili sia contro attacchi da lontano, sia contro assalti da vicino.


      SCUTUM IMPERIALE

      LO SCUTUM

      Con l'inizio del I secolo l'armamento del legionario romano cambiò nuovamente, compreso lo scudo, ora di forma rettangolare per i fanti, mentre restò rotondo e più piccolo per la cavalleria, onde non intralciare il movimento dei cavalli.

      LEGIONARIO CON SCUTUM
      Lo scutum dei fanti legionari portava gli emblemi e il nome della propria legione, incisi sullo stesso per identificare un'unità. Ve ne erano tipi in pelle con rinforzo di piastre metalliche e tipi tutti in bronzo, i Romani elaborarono per la fanteria un'ottimo scudo di vimini intrecciato con rivestimento di metallo o cuoio.

      Quest'ultimo si rivelò molto efficace in quanto molto resistente ma più leggero e parzialmente elastico per cui, anche se in piccola parte, attutiva il colpo nemico inferto sullo scudo.
      L'unico esemplare di scutum scoperto e conservato a tutt'oggi, proviene da Doura Europos, antica città della Mesopotamia, oggi in Siria, databile al III secolo. Era costituito da tre strati di sottili strisce di legno incollati tra loro. La superficie interna era ancora rinforzata da altre simili strisce; al centro della più robusta parte centrale, in quanto vi era uno spessore maggiore di strisce in legno, era fissata l'impugnatura.

      La tecnica delle strisce di legno, del tutto romana, sostituiva l'antico intreccio di vimini che se da un lato attutiva il colpo dall'altro si rivelava piuttosto fragile in quanto i vimini, col tempo, con la pioggia e con gli urti si sfilacciava. Peraltro la tecnica di incollate i diversi strati consentiva al legno di non deformarsi col tempo.

      Infatti il legno per non incurvarsi (imbarcarsi in termine di falegnameria) o doveva essere stagionato per anni o doveva essere incollato uno strato sull'altro, come del resto fecero i mobili in legno del '900 che ricorsero all'impiallacciatura, incollando il legno di una qualità su un altro strato di legno diverso.

      SCUDO DI DOURA EUROPOS
      All'esterno e corrispondente all'impugnatura, c' era una grossa borchia metallica, un umbone, come ulteriore protezione. L'espediente non solo proteggeva ulteriormente la mano di chi imbracciava lo scudo, ma spesso deviava il colpo nemico facendolo scivolare dallo scudo, Il tutto era ricoperto di cuoio, sul quale era incollato uno strato di tela.

      Queste due coperture servivano, oltre che a rinforzare lo scudo, ad attutire leggermente il colpo donando un minimo di elasticità. Viceversa l'umbone non veniva ricoperto ma veniva lasciato molto liscio per favorire, come già detto, lo scivolamento del colpo di spada o di lancia.

      I bordi invece, per tutto il I e II secolo erano di bronzo, raramente di rame, mentre successivamente, per ovvie ragioni economiche, tali bordi vennero fatti di cuoio molto pesante, cucito nel legno. Al contrario le truppe ausiliarie, in particolare la loro cavalleria, e pure la cavalleria legionaria, portavano di solito scudi di forma ogivale (parma), o circolare (clipeus).

      TESTUGGINE ROMANA

      LA TESTUGGINE

      L'allineamento a "testuggine" venne ideato appositamente per un drappello di legionari, armati con il gladio e con l'ampio e robusto scudo quadrangolare in dotazione alle legioni.
      In questo allineamento i soldati della prima fila tenevano gli scudi alzati a protezione frontale, con lo scudo che arrivava sotto agli occhi, in modo da formare una barriera senza interruzioni. Lo stesso facevano i componenti laterali dello schieramento, coprendo il fianco e tutta la testa.

      All'interno della testuggine, a partire dalla seconda fila e a file alternate, perchè ogni scudo orizzontale copriva due uomini, gli scudi venivano tenuti sollevati in modo da proteggere in alto i fanti sottostanti sia della fila immediatamente precedente che di quella immediatamente successiva.

      Con questa formazione si poteva avanzare fino al contatto con le prime file nemiche riparandosi da frecce e proiettili e occultando il reale numero dei componenti, magari con un effetto sorpresa. Nello schieramento, di forma rettangolare o quadrata, si susseguivano più file di fanti pesanti, dotati dei grandi scudi rettangolari e allineati spalla a spalla.


      In questo modo si presentava al nemico una massa compatta e protetta in modo impenetrabile (gli unici lati vulnerabili erano quello posteriore e quello inferiore, corrispondente alle gambe dei soldati) somigliante al carapace delle tartarughe, da cui il nome di testuggine.

      I legionari potevano così marciare in modo sicuro e agevole, senza affaticarsi troppo, fino a una distanza minima dalle linee nemiche, quando lo schieramento veniva rotto e si iniziava il combattimento corpo a corpo. Ciò evitava soprattutto la pioggia di pietre e frecce che i barbari usavano copiosamente colpendo da lontano mentre la schiera romana avanzava.

      Ovviamente la testuggine era una formazione lenta, che era spesso utilizzata negli assedi, per avvicinarsi alle mura avversarie, oppure in battaglia in campo aperto, quando si era circondati da ogni lato, come accadde nella campagna partica di Marco Antonio.

      Viene ricordata ancora da Livio durante le guerre sannitiche o da Gaio Sallustio Crispo durante la guerra giugurtina. Ma questa figura bellica per essere realizzata e restare efficace al massimo, richiedeva anzitutto un grande affiatamento di reparto, ma anche una perfetta coordinazione nei movimenti che solo dei soldati precisi, razionali, ordinati, obbedienti e nello stesso tempo valorosi e tenaci come i romani potevano ottenere.

      SCUDO ESAGONALE

      LO SCUDO ESAGONALE

      Erano presenti comunque in epoca imperiale e tardo imperiale, anche scudi esagonali, probabilmente di origine germanica, che sarebbero stati utilizzati sia dalla cavalleria ausiliaria romana fin dal I sec. a.c. che dai pretoriani.



      NEL III SECOLO

      Dalla seconda metà del III secolo d.c. l'esercito, a causa delle numerose immissioni nell'esercito romano di soldati barbari poco inclini all'allenamento e alla disciplina, era diventato sempre più barbarizzato e di conseguenza molto meno efficace.

      AUSILIARIO CON CLIPEO - COLONNA TRAIANA
      La ragione di tali reclutamento risiedeva nel fatto la popolazione era stata decimata dalla peste e dal fatto che l'avanzare del cristianesimo aveva cambiato la mentalità guerriera dei romani, molto più occupati a salvarsi l'anima che non di salvare la patria.

      In parte anche perchè gli ausiliari, stranieri, venivano pagati molto meno dei soldati romani.

      La tipica uniforme venne sostituita da una cotta di maglia portata sopra la tunica, il gladio spesso venne sostituito con la spada, e, al posto del pilum e dello scutum presero posto:

      - lancia e parma (scudo tondo) 
      - oppure un clipeus rotondo o ovale, composto di assi di legno con rinforzi di ferro munito di umbone, 
      - oppure un clipeus totalmente metallico, con un rinforzo piatto e tondo, sovrastato da un altro rinforzo più piccolo quadrato;
      - rimase comunque lo scutum rettangolare con rilievo metallico trasversale e umbone ancora all'inizio del III secolo.
      MILIZIA CON PARMA

      LA PARMA

      Parma o parmula era un tipo di scudo rotondo o ellittico usato dall'esercito Romano, specialmente durante il tardo periodo Imperiale. Veniva usato in particolare dai cavalieri per ragioni di movimento e di bilanciamento.

      LA PARMA
      Misurava 1 metro o meno e l'intelaiatura era in ferro. Il vantaggio del ferro sul bronzo era la maggiore leggerezza unita a una maggiore resistenza agli urti e ai tagli.

      Aveva altresì lo svantaggio della ruggine, ma nello zaino dei soldati c'era sempre una riserva di grasso o di olio per ungere armi e scudo, cosa che facevano scrupolosamente.

      Nella parte frontale vi era il famoso umbone metallico con funzione di rinforzo e a protezione della mano che sosteneva la parma, ma questo si tendeva a conservarlo in bronzo.

      Era usata inizialmente dai velites, poi principalmente dalla cavalleria e dalla fanteria ausiliaria, i legionari però preferivano il più pesante e più protettivo scutum.

      Il parma era inoltre lo scudo caratteristico del signifer, il portainsegne.

      SCUDI DEL 320 D.C. EPOCA COSTANTINIANA

      IMPERO BIZANTINO

      L'impero bizantino dominò dal V al XV secolo. Per la maggior parte di questo periodo, l'Impero ebbe l'esercito più formidabile di tutta l'Europa, altamente organizzato, eccezionalmente ben armato e diviso in diverse unità. L'esatta armatura e le armi che i soldati dovevano usare in ciascuna unità bizantina erano ben definite nei manuali bizantini.

      Come altri accessori, anche gli scudi sono stati specificati per i soldati di diverse unità allo scopo di servirli al meglio sul campo di battaglia. La progettazione e lo sviluppo di scudi nell'impero bizantino accettarono influenze da una varietà di fonti. 

      Il disegno di scudo di base che l'Impero bizantino usò nei primi secoli fu per lo più derivato direttamente dal disegno di scudo del soldato romano. Col tempo, l'Impero sembra aver preso in prestito disegni di scudi dall'Impero Occidentale e dall'Asia Minore.
      SKOUTARION  IV - V SECOLO

      LO SKOUTARION

      Gli scudi rotondi chiamati skoutaria erano tra i tipi più popolari di scudi usati dai soldati bizantini.
      Questo tipo di scudo era piuttosto leggero e veniva perciò spesso trasportato dai cavalieri bizantini sul campo di battaglia per la libertà che comportava.

      La forma di tali scudi era tipicamente a cupola o, in alcuni casi, addirittura conica. Il diametro medio degli scudi rotondi era di 90 cm.
      Vi sono prove piuttosto importanti sul fatto che i fanti bizantini abbiano usato anche scudi così leggeri e di forma rotonda nelle loro battaglie nei Balcani.

      SCUDO A MANDORLA - DAL X SECOLO

      SCUDO AQUILONE O SCUDO A MANDORLA

      La corazza di tipo lamellare fa la sua comparsa nell'estremo oriente già dal V sec. a.c. e si diffuse via via tra le popolazioni asiatiche mongole, poi passò all'impero persiano, e infine si diffuse nell'impero romano d'oriente nelle forme e nelle varietà più disparate. 

      SAN GIORGIO, XI SEC. - MONASTERO DI VATOPEDY (GRECIA)
      Nel X secolo le lamelle vengono dapprima fissate su delle strisce di cuoio mediante un rivetto nella parte alta arrotondata. In seguito le "righe" vengono unite l'una all'altra mediante lacci di cuoio fatti correre attraverso fori praticati nelle lamelle dell'una e dell'altra "riga". 

      Cambiata la corazza cambia pure lo scudo che diventa meno ingombrante, di diverse fogge ma di dimensioni ridotte.

      Il tipo più comune di scudo utilizzato dai soldati bizantini tra il X e il XII secolo fu lo scudo aquilone, originariamente evoluto da una specie di scudo bizantino di forma triangolare e abbastanza lungo da proteggere le gambe del soldato.

      Una delle varianti più notevoli dello scudo aquilone fu uno scudo a forma di mandorla che aveva una cima leggermente rialzata e che era abbastanza popolare nell'impero bizantino durante l'XI secolo. 

      Sebbene di grandi dimensioni, lo scudo a mandorla non era troppo pesante e poteva essere portato da un soldato sulla schiena quando non doveva usarlo, molto utile soprattutto nelle usuali lunghe marce dell'esercito.

      CAVALIERE BIZANTINO XIII - XIV SECOLO

      SCUDO AQUILONE PIATTO

      Intorno alla metà a fine del XII secolo, gli scudi aquilone tradizionali sono stati in gran parte sostituiti da una variante in cui la parte superiore era piatta, e non arrotondata. Questo cambiamento rese più facile al soldato il tenere lo scudo in posizione verticale, senza limitare il suo campo visivo. 

      IMPUGNATURA DELL'ENARMES
      Gli scudi aquilone piatti furono poi eliminati dalla maggior parte degli eserciti dell'Europa occidentale a favore di scudi molto più piccoli e più compatti. Tuttavia, furono in uso ancora tra i fanti bizantini durante il XIII secolo.

      Per compensare la loro natura scomoda, gli scudi aquilone erano dotati di enarmes, delle impugnature che fissato lo scudo saldamente al braccio, potevano mantenerlo in posizione anche a braccio rilassato; questo è stato un grande cambiamento dalla maggior parte degli scudi circolari, che possedevano una sola maniglia.

      La schermatura del riscaldatore (o scudo a forma di ferro da stiro) è una forma medievale di scudo europeo, mentre per lo sviluppo del medievale scudo aquilone dobbiamo attendere il XII secolo, come raffigurato nella grande tenuta di Riccardo I e Giovanni. Il termine è un neologismo, creato da antiquari vittoriani a causa della somiglianza nella forma ad un ferro da stiro.

      Questo scudo, era più piccolo ma più maneggevole e poteva essere utilizzato sia montato che a piedi.

      MILIZIA BIZANTINA DEL XIV SECOLO CON SCUDI A MANDORLA E SCUDI AQUILONE

      GLI SCUDI DI FERRO

      La maggior parte degli scudi utilizzati dai soldati bizantini erano realizzati con materiali relativamente leggeri come il legno. Tuttavia, ci sono alcune menzioni storiche di scudi di ferro usati dai soldati bizantini durante il combattimento navale.

      Ciò era in genere reso necessario dal frequente pericolo di lancio di frecce infuocate durante i conflitti navali, per cui gli scudi di ferro erano più adatti alla difesa. In ogni modo, questi scudi erano significativamente più pesanti delle loro controparti in legno.

      Ciò probabilmente ha dettato la costruzione di scudi di ferro più piccoli che sarebbero stati usati solo occasionalmente durante i conflitti navali. Tuttavia non bisogna dimenticare che i romani conoscevano già un tipo di acciaio.



      ACCIAIO ROMANO

      CATAFRATTO BIZANTINO DEL IX - X SECOLO
      CON PICCOLO SCUDO CIRCOLARE
      Per ottenere il “ferro duro” o acciaio, i romani usavano carbone di legna in pezzi più grossi e in maggior quantità di quanto usato per produrre il ferro normale. In tal modo si prolungava il tempo di fusione e si riduceva il tiraggio fino a ottenere il grado di carburazione desiderato.  

      I Romani, con i loro forni a tino, suole e forge adattate per le varie operazioni, come la fusione, la carburazione e la saldatura, seppero abilmente perfezionare processi tramandati dai fabbri dell’antico Vicino Oriente e della Gallia. Tuttavia in generale lo Stato romano era autosufficiente per quanto riguardava i metalli: soltanto alcuni prodotti speciali, come l’acciaio serico e quello persiano, venivano importati. 

      Ma oltre a queste costose importazioni, piuttosto limitate, vigeva nell'impero l’antico processo di cementazione, che consentiva di ottenere, mediante carburazione in una forgia, uno strato esterno di acciaio sul ferro saldato che lo rendeva molto resistente ai colpi e alla ruggine, e questo veniva prodotto a un costo non elevato, per cui era molto diffuso anche per gli scudi che in tal modo diventavano molto più leggeri e resistenti. 



      ACCIAIO NORICO

      L'acciaio norico (lat. chalybs noricus) era un acciaio pregiatissimo, ad alto contenuto di carbonio, quindi durissimo, dell'antica regione norica e famoso in tutto l'Impero romano, dove era impiegato per la produzione di armi.

      La proverbiale durezza dell'acciaio norico è espressa da Ovidio: "durior ferro quod noricus excoquit ignis" cioè "Più duro del ferro temperato dal fuoco norico". Il minerale ferroso era estratto da due montagne ancora note come Erzberg, "montagne minerarie", una a Hüttenberg, in Carinzia (oggi Austria), l'altra a Eisenerz, in Stiria (Austria), a 70 km di distanza l'una dall'altra.

      Una spada ritrovata a Krenovica, in Moravia (Repubblica Ceca, risalente circa al 300 a.c., è stata identificata da Buchwald come un esempio primitivo di acciaio norico. Un'altra spada, del 100 a.c. e rinvenuta a Zemplín, nella Slovacchia orientale, lunga quasi un metro (0,95m) reca inciso in latino una dicitura tradotta in "bella spada in acciaio norico".

      SCUDI TRATTI DALLA NOTITIA DIGNITATUM (TARDO IMPERO)

      GLI ORNAMENTI

      In ogni epoca gli ornamenti furono certamente riservati ai soldati più ricchi e corrispondentemente di grado più elevato. Basti pensare in epoca omerica allo scudo di Achille. 

      I romani però non furono mai troppo esagerati, per quel principio che era sostenuto anche e soprattutto dalla nobiltà per cui si richiedeva continenza e sobrietà. 

      Ciò che distinse gli scudi dei grandi generali era l'emblema della propria gens, in genere un animale spesso mitico o un essere mitologico riferito alle origini della casata. Il tutto lavorato a sbalzo con fregi vari e dorature, ma in genere nulla di più.

      Le cose cambiano per i bizantini, dato il notevole influsso orientale, che indulge nelle dorature, nei ricami e nelle volute che occupano tutto lo spazio possibile. Molto articolato e spesso di ottima fattura, ma senza più la classica bellezza e sobrietà del gusto romano occidentale.

      Il materiale di base utilizzato nella costruzione della maggior parte degli scudi bizantini era il legno. Altri materiali come una vasta gamma di pelli e pezzi metallici sono stati spesso utilizzati per rafforzare questa struttura di base. Lo scudo di aquiloni più grande era realizzato quasi interamente in legno poiché l'uso di qualsiasi altro materiale lo avrebbe reso troppo pesante per un pratico combattimento.

      La pelle indurita è stata usata per rafforzare lo scudo di aquiloni senza incorrere in un peso eccessivo. Lo scudo rotondo è stato realizzato principalmente in legno con sporgenza in ferro utilizzata nel design. I soldati bizantini potrebbero aver usato strisce di metallo per rafforzare i loro scudi rotondi che in genere non pesavano molto e sarebbero stati pratici per l'uso anche con significativi rinforzi metallici.


      BIBLIO

      - Diodoro Siculo - Bibliotheca historica -
      - Erodoto - Le Storie -
      - Ateneo di Naucrati - I Deipnosofisti o I dotti a banchetto -
      - Pausania il Periegeta - Periegesi della Grecia -
      - Cassio Dione Cocceiano - Storie - XLIX -
      - Tito Livio - Ab Urbe condita - I e II -
      - David Edge, John Paddock - Arms & Armor of the Medieval Knight - New York - Crescent Books - 1988 -
      - George Grazebrook - The Dates of Variously-shaped Shields With Coincident Dates and Examples - 1890 -- Peter Connolly - The Greek Armies - Macdonald Educational -1977 -
      - Peter Connolly - The Roman Army - Macdonald Educational - 1975 -

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    • 05/28/20--05:49: VIA TRAIANA - VIA FRENTANA
    • VIA TRAIANA

      IL MOLISE

      La regione del Molise fu abitata dai Sanniti, organizzati nelle due entità etnico-politiche dei Pentri (concentrati intorno al massiccio del Matese) e dei Frentani (insediati nella zona costiera). Il territorio molisano passò definitivamente sotto il dominio romano agli inizi del sec. III a.c., in seguito alla sconfitta subita dalla coalizione italica, di cui i Sanniti erano parte, nella decisiva battaglia di Sentino (295 a.c.).

      Nel sec. I a.c., la riorganizzazione amministrativa augustea incluse il Molise nella IV regione (Samnium), a eccezione della parte costiera a Sud del fiume Biferno, inglobata nella II regione (Apulia).



      I FRENTANI IN ABRUZZO E MOLISE

      I Frentani (o Ferentani) erano un antico popolo italico di lingua osca insediato sulla regione costiera adriatica centrale, tra le foci dei fiumi Sangro e Biferno, negli attuali Abruzzo sud-orientale e nel basso Molise. Entrati in conflitto con Roma alla fine del IV sec. a.c., dovettero entrare in alleanza con Roma, conservando però un'autonomia interna.

      A differenza di altri popoli osco-umbri, dopo la sottomissione rimasero fedeli a Roma in occasione delle Guerre pirriche, ( 280 - 275 a.c.) nelle quali cadde il generale romano di origine frentana Oplacus, che si battè nella battaglia presso Eraclea (Policoro) e Pandosia nel Golfo di Taranto contro i Greci di Pirro.

      Uomini illustri, condottieri, esponenti della cultura, amministratori dell'Erario pubblico, fiorirono in Histonium, città della Frentania, scrivendo spesso nel grande libro della storia della civiltà di Roma capitoli illustri di cui si ha indelebile traccia negli annali.

      Fra i tanti condottieri della gente Hosidia, di stirpe Histoniense, spicca il nome del guerriero Oplaco Hosidio, protagonista di un epico avvenimento durante la guerra fra Roma e il re Pirro, nella battaglia di Eraclea.

      Pirro sbarcò a Taranto nella primavera dell'anno 280 a.c., forte di un esercito di 25 mila uomini e 20 elefanti. I Romani opponevano due legioni con 20 mila armati, di cui faceva parte un contingente frentano, al comando di Publio Valerio Levino.

      DENARIO IN ARGENTO RITRAENTE TRAIANO E LA VIA TRAIANA ( 98-117 D.C.)
      Lo scontro avvenne presso Eraclea, e i romani ressero all'urto delle falangi epirote, quando, improvvisamente comparvero gli elefanti bardati di pesanti armature su cui erano posti nuclei di arcieri che presero a flagellare le schiere romane. A questo punto l'esercito di P. Valerio Levino cominciò a sbandare perché, prima di allora, non aveva visto gli elefanti corazzati, ed anche perché la cavalleria tessala ne approfittò per travolgere l'esercito romano più che mai terrorizzato.

      La sconfitta costò a Roma la perdita di 10 mila uomini. In questo cruento scontro si innesta l'episodio che ha per protagonista l'histoniense Oplaco Hosidio. Questo era Prefetto delle milizie di una delle due legioni romane. Durante una furibonda mischia Oplaco Hosidio riconobbe Pirro e lo inseguì a cavallo del suo destriero nero dai garretti bianchi.

      Appena a tiro scagliò contro il re epirota la sua lancia che, invece di centrare Pirro, colpì al collo il suo cavallo. Frattanto i cavalieri tessali, sgomenti, avevano assistito alla scena, sorpresi per il coraggio dimostrato dal guerriero frentano e, appena ripresisi, intervennero in gran numero circondando il prode Hosidio.

      Un cavaliere tessalo, di nome Leonato, fu pronto a trafiggerlo, prima che avesse il tempo di impugnare un'altra lancia per colpire Pirro che, frattanto, era stato disarcionato a causa della caduta del suo cavallo ferito.

      ACROPOLI DI FERENTINO

      OPLACUS HOSIDIUS

      Narra Plutarco in Vite Parallele - Pirro, che il macedone Leonnato si era accorto di un italico che aveva preso di mira Pirro, indirizzava il proprio cavallo contro di lui, ne seguiva i movimenti e disse: "Vedi lì quel barbaro, mio re, in sella a quel cavallo con le zampe bianche? Ha l'aspetto di uno che ha in mente un progetto grande e pericoloso. Ti guarda, ti ha preso di mira è pieno di coraggio e di fuoco e non si preoccupa di nessun altro. Stai attento a quell'uomo."

      Pirro rispose: "Leonnato è impossibile sfuggire al proprio destino. Tuttavia né questo, né altro italico avrà a che fare con me senza rimanere impunito!
      Mentre i due così parlavano, l'italico Oplacus afferrò la sua lancia, spronò il suo cavallo e si scagliò contro Pirro. Trafisse con la lancia il cavallo del re, contemporaneamente Leonnato accorso trafisse con la propria il suo. I due cavalli caddero, Pirro fu circondato dai suoi che lo portarono via ed uccisero l'italico che si difese con coraggio.

      I Frentani combatterono poi al fianco di Roma alla II Guerra Punica partecipando nel 225 a.c. a un contingente di 4000 cavalieri insieme a Marrucini, Marsi e Vestini.
      Nel I sec. a.c., l'estensione a tutti gli Italici della cittadinanza romana, decisa in seguito alla Guerra sociale (91 - 88 a.c.) alla quale avevano preso parte anche i Frentani, accelerò la romanizzazione del popolo frentano, da un punto di vista sia architettonico che culturale e politico.

      AFFIORA LA VIA TRAIANA A BARI

      LA RETE STRADALE ABRUZZESE

      La rete stradale nasce, in Abruzzo come nel resto d'Italia, con i Romani, per scopi militari e commerciali. Ai tempi di Diocleziano, ben trenta strade consolari si diramano da Roma e circa altre quattrocento costituiscono l’intera rete dell’Impero. Roma è la caput mundi, ed il perfezionamento della rete stradale è fondamentale per il controllo dei territori. 

      Ma i romani prestano la massima attenzione anche alla manutenzione delle strade, tanto che i realizzatori, siano essi, a seconda dell’epoca, consoli o imperatori, riscuotono popolarità più grazie alla restitutio che alla realizzazione ex novo (non dimentichiamo che il giovane Giulio Cesare, che da grande diverrà imperatore, è all’inizio sovrintendente alla via Appia). Le strade consolari sono cosiddette in quanto la loro costruzione viene decisa dai consoli, che ben conoscono le esigenze della guerra oltre che della pace.

      La fitta rete stradale romana favorisce lungo i tragitti la nascita di nuove strutture, urbane, rurali o luoghi di culto che siano. In Abruzzo, prima dell’avvento dei romani, già esisteva una rete viaria: quella dei tratturi, e i romani ne utilizzano alcuni dei calles oviariaes per costruire una rete stradale primaria (viae publicae) che collega praefecturae, municipia, villae e templi, e che, nei secoli successivi, collegherà castelli, monasteri e mercati.



      CASTRUM TRUENTINUM (ATERNUM)

      Truentum, l'antica Martinsicuro, in epoca romana era un importante porto del Piceno meridionale, snodo cruciale per gli scambi commerciali sia dell'attuale territorio teramano che di quello ascolano.

      Qui confluivano inoltre due delle principali vie consolari: la Salaria (strada di collegamento tra la costa adriatica e la Capitale) e la Traiana (che invece univa la Flaminia alla Tiburtina).

      E fu proprio la posizione strategica della cittadina a spingere i romani a fortificare, nel III secolo a. c., la zona portuale che prese il nome di Castrum Truentinum.

      Il tratto da Castrum Truentinum fino ad Aternum prenderà il nome, in epoca successiva, di via Frentana e, ancora più tardi, all’epoca di Traiano, di via Traiana-Frentana, quando cioè l’imperatore Traiano la porterà (transitando per Anxanum-Lanciano) fino al Fortore ed oltre, verso l’Apulia, tracciando così il percorso della futura odierna statale Adriatica.



      LA VIA FRENTANA ODIERNA

      DA NON CONFONDERSI CON LA VIA FERENTANA LAZIALE

      La strada statale 84 Frentana (SS 84) ha oggi un percorso interamente abruzzese, nato dal vecchio tracciato della Strada nazionale del Regno d'Italia 76 Frentana. Essa parte dalla S.S. 17 Appulo-Sannitica (L'Aquila-Foggia, che nacque come diramazione della via Salaria, probabilmente con il nome di via Cecilia), nel territorio di Roccaraso.

      Traversati l'Altopiano delle Cinquemiglia, l'Altopiano del Quarto Grande e l'Altopiano di Quarto Santa Chiara, con a sud-est i Monti Pizzi, passato il valico della Forchetta, percorre la valle del fiume Aventino, sul versante meridionale della Majella.

      Trascorsi circa 47 km, presso Casoli (prov. di Chieti), si dirama nella S.S. 81 Piceno-Aprutina (già via Viscerale) e, dopo altri 7 km, arriva nei pressi dello svincolo della S.S. 652 "Fondovalle Sangro", vicino Selva di Altino (fondata nel 452 da profughi veneti sfuggiti ad Attila), che collega l'interno del Molise, abitato dai Sanniti alla costa adriatica.

      Da qui prosegue attraversando i territori di Casoli (loc. Guarenna) quindi Sant'Eusanio del Sangro, Castel Frentano, Lanciano, Treglio e San Vito Chietino, fino alla SS 16 Adriatica.
      La via Frentana attraversa oggi i comuni di Roccaraso, Rivisondoli, Pescocostanzo (provi. dell'Aquila), Palena, Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Civitella Messer Raimondo, Gessopalena, Casoli, Altino, Sant'Eusanio del Sangro, Castel Frentano, Lanciano, Treglio, San Vito Chietino (prov. Chieti).



      "STORIA DI VASTO, CITTA' IN ABRUZZO CITERIORE - Luigi Marchesani"

      "Sfuggi la città nostra alla memoria ed al sapere del greco geografo Strabone pervenuto a gran fama circa gli  anni trenta avanti Gesù Cristo?
      Ei scrisse stare in Frentania Orzio, scoglio di pirati, i quali acconciano i loro abituri con gli avanzi de’naufragii, e vivono vita .bestiale, A qual città fra quelle marine della Frentania si dovesse applicare la umiliante epigrafe di Strabone, fu ciò di acre contesa argomento. 

      RESTI CASTRUM TRUENTINUM
      Ortona e Vasto ebbero a difensore il Romanelli, che conchiuse esser Tremiti l’Orzio di Strabone. Ben volentieri la città nostra avrebbe rinunziato all'onore della Straboniana menzione per evitare una macchia nella riputazione. Se fede meritano i codici manoscritti osservali in  Parigi da Du Theil, Strabone non ci trascurò: in essi non Orzion, ma Histonion sta grecamente scritto nel riferito testo di Strabone. 

      Che un lontano geografo, nativo di altra nazione, errato avesse sulle usanze, su i costumi e sulla civilizzazione di città da lui giammai visitata, non è da meravigliarsene assai; ma che il Romanelli (vissuto tra noi lungamente qual Canonico di S. Pietro, e conoscitore anche delle viscere della patria nostra ) cangiando parere, si uniformasse alla sentenza di Strabone, ciò ne dee sorprendere. Egli, che la giustizia della storia coltivava, risponder doveva a Strabone o che lo scoglio di Pirati non era Istonio, o che gl’Istoniesi erano ben altra gente che Pirati. 

      Come chiamar pirati, selvaggi quegl'lstoniesi, i quali, mentre Strabone la sua geografia componeva, viveano sotto civile amministrazione modellata su quella di Roma, godevano privilegi di romani municipi, albergavano le nobili legioni gravi Magistrati romani, ad insigni uomini statue innalzavano, marmi onorifici iscrivevano? 

      Di naufraghi avanzi non abbisognava città adorna di Campidoglio, di Tempii, di Naumachia, di vaste cisterne, di consolare strada e di quanti altri edifizii servono alla vita ed al lusso. Scoglio questa città, di cui il fida spianato, aperto, grandeggiava per fabbriche della più ricercata costruzione! Tante cose ben conobbe, anzi descrisse il Romanelli nelle citate opere sue." 


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    • 05/29/20--06:40: EMPORIAE - AMPURIAS (Spagna)
    • RICOSTRUZIONE DELLA CITTA'
      Emporiae consiste in diversi insediamenti:

      - La Palaiopolis o Città Vecchia, venne fondata da emigranti greci Greek provenienti da Marsiglia o da un'isola accanto alla Costa Brava Costa Brava presso i Pirenei, alla foce del fiume Fluvià. Essa si chiama ora Sant Martí d'Empúries, ed è abitata per cui è difficile eseguire gli scavi.

      - Neapolis o Città Nuova venne fondata più tardi sulla terraferma, con una superficie di circa 4 ettari. Il molo e gli strati superiori, dal I e II secolo a.c., sono stati scavati; gli strati più bassi sono meno conosciuti.
      - La città romana, venne fondata dopo il 195 a.c., sul posto di un insediamento nativo conosciuto come Indikê. Misurava circa 22 ettari e mezzo 22½ incluso un anfiteatro, e solo una piccola parte ne è stata scavata.
      - I cimiteri fuori delle mura.



      NEAPOLIS

      Emporiae (in greco: ᾽Εμπόριον, "porto commerciale") ha tre insediamenti Greco-Romani locati nel nord-ovest della Spagna, oggi chiamati Ampurias in Spagnolo e Empúries in Catalano. Essa è oggi una località nel comune di L'Escala in Catalogna.

      Il sito è stato dapprima colonizzato dai Greci a partire dalla prima metà del VI secolo a.c. (il nome Emporion sta anche a significare mercato), quindi dai Romani che ne furono prima alleati poi occupanti. Fiorente fino alla metà circa del II secolo, decadde successivamente. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente fu conquistata prima dai Visigoti, poi dagli Arabi.

      Venne fondata dai Focesi di Massalia (Marsiglia) nella prima metà del VI secolo a.c. sul golfo di Roses, il cui antico insediamento greco, Rhodas, dette successivamente il nome all'attuale centro abitato.

      I RESTI
      La città era inizialmente situata su una penisola chiamata oggi Sant Martí d'Empúries, conosciuta dagli archeologi come Paleàpolis o città vecchia. Non si trattava però di una città completamente nuova: la tribù iberica degli Indigetes viveva già lì.

      Le due nazioni sembrano essere andate abbastanza d'accordo, pur senza essersi troppo mescolate: gli indigeni hanno ottenuto merci preziose dall'est, mentre i greci hanno ottenuto un porto di scalo nella loro rete in espansione nella parte occidentale del Mediterraneo. Questo era simile a quello dei Fenici, che avevano già visitato il luogo, ma che avevano deciso di non stabilirvisi. 

      I più antichi reperti archeologici importati dalla Grecia fanno pensare che i primi contatti commerciali siano avvenuti intorno al 600 a.c. La città stessa deve essere stata fondata un po' più tardi, forse nel secondo quarto del VI secolo.

      NEAPOLIS - SERAPEO
      La città era nota per un tempio dedicato alla famosa dea Artemide di Efeso; non è stato ancora identificato, ma dovrebbe trovarsi sotto l'attuale chiesa, costruita sulle fondamenta di un grande edificio antico. Si sa che le chiese cristiane vennero spesso edificate sulle demolizioni e lo spolio dei templi pagani.

      Successivamente il primo insediamento si ampliò, fino a trasformarsi in un centro abitato contiguo e prese il nome di Neápolis. Fin dall'inizio ebbe un'economia prettamente commerciale per cui da subito si riempì non solo di mercanti fenici ed etruschi ma pure di una massiccia popolazione eterogenea, non solo ellenica, ma anche iberica. 

      Quest'ultima però, pur convivendo pacificamente coi greci, non era a questi molto gradita, per cui venne segregata in una parte della città, o in una vera e propria città "parallela".

      NEAPOLIS - CASA DEL PERISTLIO
      Circondata da una potente cinta muraria, Εμπόριον fiorì particolarmente fra il V e il IV secolo a.c., grazie soprattutto allo sviluppo del commercio di cereali che, prodotti nella valle dell'Ebro, venivano esportati in molti centri mediterranei, fra cui Marsiglia, Atene e Siracusa. 

      Il centro ibero di Ullastret, posto a meno di venti km da Empuries, serviva da centro di raccolta e di stoccaggio dei cereali e di altre derrate agricole che successivamente venivano trasportate ad Empúries per la vendita e l'imbarco. Attorno alla metà del IV secolo a.c. in città si iniziarono a coniare le prime monete.

      Nel momento della sua massima espansione (IV secolo a.c.) Empúries raggiunse una superficie di circa cinque ettari, di cui tre completamente urbanizzati. La sua popolazione doveva aggirarsi, secondo i calcoli più attendibili, fra un minimo di tremila e un massimo di quattromila duecento cinquanta abitanti.

      IL TEMPIO NEL FORO
      A tutt'oggi sono visibili diversi resti della città greca, vale a dire:

      - il santuario di Asclepio, con all'interno una statua del Dio che attualmente si trova nel Museo Archeologico di Barcellona,
      - un tempio dedicato a Serapide, eretto in età ellenistica a fianco del santuario di Asclepio,
      - un recinto sacro,
      - una torre di guardia,
      - cisterne per l'acqua,
      - diverse case,
      - l'agorà
      - un colonnato detto Stoa (portici)
      - i resti della più antica basilica paleocristiana (presso la Stoà)

      Ci sono inoltre pervenuti alcuni mosaici con iscrizioni greche: una di queste, perfettamente leggibile, augura al morto Dolci sogni (ΗΔΨΚΟΙΤΟΣ).

      RICOSTRUZIONE DEL FORO

      EMPORIAE - LA CITTA' ROMANA

      Durante la II guerra punica, Empúries si schierò apertamente dalla parte di Roma Roma e l'urbe non lo dimenticò. Nel 218 a.c. un esercito romano venne dunque abilitata a sbarcare nel suo porto e la città divenne uno dei più solidi punti di appoggio dell'Urbe in Hispania. 
      Per lungo tempo Εμπόριον mantenne lo status di città alleata, pur divenendo, di fatto, una grande fortezza per un poderoso presidio romano addetto al controllo del territorio nord-est peninsulare. A partire dal 200 a.c. si iniziò a conformare la città romana, adiacente alla precedente, che ricevette un ulteriore impulso dopo il 49 a.c., quando, per ordine di Giulio Cesare, venne dedotta sul posto una colonia di veterani che avevano combattuto al suo fianco nella penisola iberica. 
      La Empuriae romana eclissò in poco tempo la Εμπόριον greca anche se questa mantenne la propria lingua fino ad età augustea. I romani non impedivano alle città occupate di adorare i loro Dei e di parlare la loro lingua, purchè consentissero la coesistenza di templi con divinità romane e imparassero anche a parlare latino. Anche in epoca imperiale la città conservò una certa prosperità fino almeno alla metà del II secolo.



      LA CITTA' GRECA

      Forse meno di una generazione dopo il loro arrivo sull'isola, gli abitanti greci fondarono la nuova città, chiamata Neapolis, sulla terraferma, più vicina ad un'altra città natale chiamata Indikê (derivata da "Indigetes"). 

      È possibile che la cattura di Phocaea, la città madre di Massilia, da parte dei Persiani, dopo il 547, abbia portato ad una migrazione di profughi verso ovest. Questo tipo di insediamento "a gradoni", in cui i coloni prima occuparono un'isola e poi si trasferirono sulla terraferma, è noto dall'Italia e dalla Cirenaica. L'insediamento originario ha continuato ad essere in uso e lo è ancora oggi.

      Uno dei santuari della nuova città è stato scavato, ma non ne abbiamo molte informazioni, poiché nel IV secolo è stato sostituito da un altro tempio. Il primo santuario sembra essere stato eretto al di fuori delle mura originali, il che lo rendeva accessibile anche agli Indigetes (o Indigoti). Il santuario potrebbe essere stato utilizzato da entrambi i gruppi etnici.

      LE TERME
      Il secondo tempio fu costruito su un'alta terrazza e dedicato ad Asclepio, il Dio della guarigione. Ormai la città si era ampliata, tanto che si trovava all'interno delle mura. Si dà il caso che la statua del culto, più grande del mondo, sopravviva: fu collocata in una cisterna, probabilmente dai fedeli che volevano proteggerla. Essendo fatta di marmi bianchi pentelici importati dalla madrepatria greca, era eccezionalmente preziosa r così è giunta fino a noi.

      PERSEFONE E PEGASO 240 A.C.
      Nel corso dei secoli la Neapolis si è estesa a sud; il muro che oggi si può vedere risale al II secolo, ma a nord di esso sono state trovate tracce di mura del V e IV secolo. Apparentemente, queste mura erano necessarie: i rapporti tra i greci e gli indigeni non sempre dovevano essere facili. (Cf. Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione 34.9; cfr. Strabone, 3.4.8.).

      Ormai i tre insediamenti - Palaiapolis, Neapolis, Indikê - erano tutti e tre importanti. Uno dei principali partner commerciali era Cartagine, e forse non è un caso che la moneta della città somigli alle monete di Cartagine: da un lato si vede una Persefone con una spiga di grano, dall'altro un cavallo alato. 
      L'ANFITEATRO
      Dopo la prima guerra punica (264-241), i cartaginesi conquistarono gran parte della Spagna, e gli emporioti sostituirono Persefone con Aretusa di Siracusa, che potrebbe essere espressione di una politica anti cartaginese. 

      La ricostruzione delle mura suggerisce la stessa cosa, in quanto gli abitanti  di Emporiae avevano apprezzato il trattamento riservato a loro dai romani molto più di quanto avessero gradito il rapporto coi cartaginesi.

      Ciò è dimostrato anche dal fatto che nel famoso Trattato dell'Ebro (226) i Romani stabilirono che Emporiae non apparteneva alla zona di influenza cartaginese e Cartagine lo dovette accettare.

      MOSAICO ROMANO

      LA CITTA' ROMANA

      Durante la seconda guerra punica, i Romani conquistarono la prima Catalogna. Quando le tribù locali si ribellarono all'inizio del secondo secolo, i romani mandarono Marcus Porcius Cato per ristabilire l'ordine, e dopo il 195, sul sito di Indikê fu costruito un grande insediamento militare. 

      Questo divenne il centro della parte romana di quella che oggi è conosciuta come Emporiae - il plurale è necessario perché ora ci sono due città vicine. Le tombe dei soldati, trovate nella necropoli di Les Corts, sono piene di beni romani.

      Quando una legione era di stanza a Indikê, c'erano circa 4.000 uomini che vivevano lì, che ricevevano tutti una paga che dovevano spendere da qualche parte. Questo creava una domanda consistente e creava opportunità di commercio per Neapolis. 


      Il porto fu quindi ampliato e fu aggiunto un molo ad est. I profitti furono investiti in nuove mura, in una nuova fase di costruzione dell'Asclepio, in un tempio di Iside e Serapide, in una grande cisterna pubblica, in una fabbrica di salatura e nella piazza del mercato con la sua stoa. 

      La lussuosa Casa del Peristilio e diversi palazzi simili tra l'insediamento civile greco e quello militare romano potrebbero essere state le residenze di ricchi mercanti ed ex ufficiali che avevano deciso di rimanere.

      Emporiae, conquistata nel 218, divenne una delle più importanti basi militari: da qui i romani potevano tagliare le linee di comunicazione di Annibale. Più tardi, Tarraco e Cartagine Nova si aggiunsero ai possedimenti romani, seguiti dalla conquista dell'Andalusia.

      STATUA DI ASCLEPIO
      L'insediamento romano, situato in posizione dominante e adiacente a quello greco, iniziò a svilupparsi prima come accampamento militare e progressivamente come forte nel II secolo a.c.. 
      La base militare fu smantellata a cavallo tra il secondo e il primo secolo e fu costruita una nuova città civile. 

      Aveva la forma di un lungo rettangolo, non diversamente da Cáceres, una città spagnola dell'Estremadura, anch'essa fondata per sostituire un precedente insediamento militare. 

      La nuova città misurava circa 22,5 ettari, che tuttavia non è molto grande, ma questo potrebbe essere stato parte del progetto più ampio, iniziato nel 118, per sviluppare la zona tra le foci dell'Ebro e del Rodano, zona servita dall'importante Via Domitia.


      Nel 45 a.c., Giulio Cesare rifondò Emporiae, vi insediò nuovi coloni, cioè i suoi veterani, e la città gemella ricevette un'unica muraglia. Il foro nella parte romana della città fu riorganizzato e nuovi templi furono aggiunti al santuario principale, che divenne un santuario per il culto imperiale. 

      Secondo lo stile romano la città venne abbellita di molti monumenti e dotata di ogni confort di tipo romano. Purtroppo solo una parte della città rifondata è stata scavata, perchè sappiamo che tra il I secolo a.c. e il I secolo d.c. vi vennero eretti:

      - il foro
      - la cui parte meridionale era occupata da negozi e botteghe di vario genere fra cui un importante panificio di cui si può ancora ammirare una macina di mulino in discreto stato di conservazione,
      - nella parte settentrionale del foro sorgeva un mercato con due lunghe file di posti,
      - la strada principale (il cardo),
      - l'anfiteatro,
      - la palestra,
      - le terme
      - le vie porticate, 
      - diversi palazzi con splendidi mosaici,
      - le ville romane, tra queste sono riemerse due ville romane nell'area urbana con pavimenti adorni di mosaici del I secolo, oggi perfettamente visibili anche se di mediocre qualità artistica (probabilmente di maestranze locali).

      RESTI DEL FORO
      L'anfiteatro e la palestra possono essere datati dopo il 50 a.c.. Non sono molto grandi: anche se l'arena misura 75x44 metri, non c'erano più di 3300 posti a sedere, il che fa pensare che il progetto iniziale sia stato a un certo punto sostituito da un progetto più modesto. 

      All'inizio del II secolo, durante il regno di Traiano, alcune parti della Neapolis erano già state abbandonate. Il declino continuò e l'invasione dei Galli nel 265 sembra essere stato il colpo finale per Emporiae. Eppure, ci sono prove che c'era ancora gente che viveva lì, e sappiamo che nel IV secolo, vicino all'agorà della Neapolis, fu costruito un piccolo santuario cristiano. 

      Tuttavia, l'unico sito che sembra essere rimasto permanentemente occupato è stato quello di Sant Martí d'Empúries: il Palaiapolis, dove tutto era iniziato. Il porto era ancora in uso. Rimase una sede vescovile che ebbe una certa importanza in epoca visigota.

      Gli scavi del sito sono iniziati nel 1908; fino ad oggi è stato scavato circa il 25% del sito. Comunque la zona è oggi un museo quasi totalmente all'aria aperta, visitabile dal pubblico: nella sua parte interna suggestive proiezioni ricostruiscono la storia di Empúries antica.




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