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  • 07/07/18--05:33: MONS VATICANUS - VATICANO
  • GIARDINI DEL VATICANO

    I SETTE COLLI

    Roma fu costruita sopra sette colli, la cui identificazione più antica riporta il Palatino, il Germalo. la propaggine del Palatino verso il Tevere, la Velia (verso l'Esquilino), il Fagutale, l'Oppio ed il Cispio (oggi tutti compresi nell'Esquilino) e la Subura (in direzione del Quirinale).

    Con l'espansione di Roma l'urbanistica mutò ed ecco i sette colli riportati da Cicerone e Plutarco:
    Aventino Campidoglio Celio Esquilino Palatino Quirinale Viminale.
    Un'altra sella montuosa collegava le pendici del Campidoglio con quelle del Quirinale e venne asportata nel II sec. per edificare il complesso del Foro di Traiano: il mons che compare nell'iscrizione della Colonna di Traiano e di cui questa mostrerebbe l'altezza originaria, sembra riferito a questa altura. Invece ai tempi di Costantino i sette colli comprendevano il Vaticano ed il Gianicolo, ma non il Quirinale ed il Viminale.



    MONS VATICANUS

    "Et Vaticano fragiles monte patellae" scrive Giovenale, in quanto anticamente nella zona del Vaticano vi erano fornaci che usavano l'argilla locale per farne vasi di diverso genere. Dell'area si sa infatti che vi abbondava argilla ottima per la fabbricazione di laterizi, ma che il terreno era inadatto alle coltivazioni agricole, tanto che Marziale ne lamenta la pessima qualità dei vini lì prodotti.

    L’area oggi denominata Vaticano era inclusa nella XIV regione augustea, ma non fu mai parte vera e propria della città, ed anticamente era chiamata Vaticanus, seguito da ager o da mons. Col Vaticanus ager si indicava tutto il territorio che si estendeva per circa 13 km dal Gianicolo verso nord, procedendo lungo la riva destra del Tevere fino all’altezza di Fidene, in area originariamente etrusca.

    L’espressione Vaticanus Mons compare nel IV sec. d.c. in riferimento alle colline dell’odierno Vaticano e di Monte Mario. Il nome sembra doversi collegare al Dio Vaticanus, venerato in quel luogo, che apriva la bocca ai neonati assistendoli alla nascita, facendogli così emettere il primo vagito. Vaticanus era peraltro un Dio oracolare ed aveva appunto, come riferisce Sesto Pomponio, un tempio a lui dedicato sul colle omonimo.

    Le comunicazioni viarie erano costituite dai tratti iniziali delle vie Cornelia, Trionfale e da uno dei due rami dell’Aurelia. Il percorso più antico era quello della Trionfale, che collegava Roma a Veio fin dall’epoca protostorica e che correva lungo la riva destra del fiume alle falde del Gianicolo. Anche il tracciato originario della Cornelia era molto antico e collegava la città a Caere. Il tracciato della via Aurelia nell’area vaticana doveva coincidere con la via Cornelia, seguendo poi un percorso costiero, la Salaria Vetus, e quello più interno della Salaria Nova.

    FORMA URBIS E COSTRUZIONI SUCCESSIVE (ingrandibile)
    I tratti superstiti di basolato di queste vie sono stati riconosciuti a più riprese in vari punti dell’area vaticana e portano a identificare in particolare un percorso iniziale comune a Cornelia e Trionfale. La prima poi costeggiava il lato sud della necropoli sotto S. Pietro, la seconda pure adiacente ad altre necropoli (del Prato di Belvedere, dell’Annona, dell’Autoparco, ecc.) era orientata in direzione nord. Il crocevia tra queste e altre strade attestate in maniera frammentaria, dovette comunque essere proprio nell’area di piazza di S. Pietro. 

    Ci fu un progetto, ideato ma mai realizzato da Cesare, di deviare il fiume e ricongiungere il Vaticano al Campo Marzio; stranamente Ottaviano, che realizzò ogni progetto di Cesare, non lo attuò, segno che l'impresa rasentasse l'impossibile.

    I numerosi testi del martirio e la sepoltura di San Pietro sono quasi tutti posteriori al V sec. d.c., pertanto non proprio sicuri. Rispetto alle abitazioni, dopo un periodo in cui l’area divenne residenziale, passò la proprietà agli imperatori costituendo gli horti imperiali, gravitanti intorno al circo di Gaio e di Nerone.

    Poi, nel III sec. d.c. vi fu un cambiamento radicale come centro religioso del nuovo culto di stato, con il sorgere di grandi necropoli e con la costruzione del Phrygianum ed eventuali annessi cultuali, e la monumentalizzazione della tomba di S. Pietro.



    GLI HORTI

    Sul carattere residenziale del Vaticano, abbiamo notizie e testimonianze sugli Horti Agrippinae, Cai et Neronis ovvero i giardini di proprietà di Agrippa ed ereditati da Agrippina Maggiore, madre di Caligola: passati al figlio di lei, Caligola, che vi fece costruire il suo circo,  ereditati poi da Nerone. Erano situati tra S. Pietro e Borgo e collegati al Campo Marzio mediante il pons Neronianus. Vari ruderi, visti durante il Medioevo, furono ricollegati alla parte architettonica vera e propria, così come i resti scoperti sotto l’ospedale di Santo Spirito, ma non si hanno notizie certe.

    Sempre in area vaticana, nella zona circostante il Mausoleo di Adriano e il palazzo di Giustizia si estendevano originariamente gli Horti di Domizia, cioè di Domizia Longina, moglie di Domiziano, nonchè gli Horti sallustiani. A nord del mausoleo di Adriano, tra le vie Alberico II e Cola di Rienzo, furono portati alla luce e poi ricoperti i resti di un grandioso edificio, lungo almeno 300 m, probabilmente la Naumachia Vaticana, fatta edificare da Traiano in sostituzione di quella di Augusto nell’area trasteverina.

    NECROPOLI VATICANA SOTTO SAN PIETRO

    LE NECROPOLI

    Anche di recente sono state scoperte frequenti e rilevanti testimonianze archeologiche delle necropoli che si svilupparono progressivamente lungo le sopracitate arterie stradali e alle pendici dei colli vaticani già dalla metà del I secolo d.c., anche a discapito delle strutture residenziali precedenti: la più eminente era quella vaticana, estendentesi a est e a ovest della basilica, presso la via Cornelia.

    Tra le tombe, parecchie delle quali di altissimo livello, si ha il ricordo del cosiddetto Terebintus Neronis conosciuto anche erroneamente come «obelisco di Nerone». Si trattava di un monumento sepolcrale costituito da due elementi cilindrici sovrapposti, situato presso il Mausoleo di Adriano e la Meta Romuli.
    Quest’ultima era una tomba di forma piramidale, visibile nella zona di Borgo fino al XVI secolo, quando fu fatta distruggere da Alessandro VI.

    BASILICA COSTANTINIANA

    I TEMPLI

    Quanto ai templi dell’area vaticana, bisogna citare, ricordiamo lo sviluppo dell’importante culto della Dea frigia Cibele, praticato presso il santuario noto come Phrygianum: alcune testimonianze epigrafiche ne collocano la fondazione in epoca anteriore almeno alla metà del II secolo d.c. e il declino in seguito all’inizio dei lavori per erigere la basilica di S. Pietro. La zona occupata dal complesso, da considerare, analogamente ad altri dedicati a questa divinità, come costituito da un sacello e da un campus, era probabilmente a nord o a ovest della basilica.

    Più antico della stessa Roma era il culto della Dea Ilice, (Ilizia) come si trovò menzionato in etrusco, e due templi, uno dedicato ad Apollo ed uno dedicato a Marte, giusto nell'area dove sorse la Basilica Vaticana. Si sa che sopra il tempio di Marte venne edificato l'Oratorio di Santa Maria della Febre, mentre sul tempio di Apollo sorse la cappella di Santa Petronilla.

    Un altro luogo di culto praticato nell’area, ma di cui si hanno ancor più scarse notizie, era quello che un recente studio ha ipotizzato dedicato a Gaia, divinità greca associata a Cibele. Il santuario, detto Gaianum doveva essere situato a ovest di Castel Sant’Angelo, ma probabilmente non vi era una vera e propria monumentalizzazione dell’area cultuale, il che spiegherebbe forse la mancanza di resti e di notizie più precise.

    Narra Plinio che sotto Claudio fu veduto in Vaticano uno smisurato serpente boa, così grande che dentro al suo corpo aveva ingoiato un fanciullino intero. Il culto del serpente appartiene proprio alla Grande Madre, non a caso le sue sacerdotesse erano chiamate le Pitie o Pitonesse. Probabilmente la storia allude al culto più antico del serpente sacro.

    IL CIRCO DI NERONE

    I CIRCHI

    Nella valle vaticana inoltre. come riferisce Tacito, Nerone fece un circo per il maneggio dei cavalli, e fece eseguire, come già aveva fatto Claudio, i giochi circensi. e dove Eliogabalo fece gareggiare le quadrighe con gli elefanti.

    La zona del Vaticano dove si trova il Circo di Caligola, fu occupata da una vasta zona di necropoli i cui numerosi resti sono venuti alla luce nel corso dei secoli: colombari, fosse per inumazione, tombe a cappuccina, deposizioni in anfora, dal I al III sec. d.c.

    Acrone narra vi fosse posto il mausoleo degli Scipioni, a forma di piramide, che però a noi non risulta lì posto, e che fosse locato in modo da guardare verso Cartagine, a monito dei Cartaginesi, secondo un antico oracolo che così si espresse:

    "Deruicta Cartagine, virtute Scipionis Aphricani, cum Aybri adversus Romam denuò rebellarent, consulto oraculo respondum est: ut sepulchrum Scipioni fieret, quod Carthaginem respiceret. Tunc levati cineres eius fuerunt,Piramide in Vaticano constituta, et bumati in sepulchro eius in porta Carthagine respiciente."

    Sotto la navata centrale della Basilica di San Pietro vi sono gli edifici sepolcrali di ricchi plebei, disposti in una doppia fila e orientati in senso est-ovest, paralleli al Circo di Caligola. I sepolcri della fila settentrionale attestano una prevalenza del rito della cremazione mentre in quella meridionale è attestata l’inumazione. All’esterno presentano la facciata in cotto mentre all’interno hanno ricche decorazioni in stucco, affreschi, pavimenti in mosaico e sarcofagi preziosi.



    I MAUSOLEI
    MAUSOLEO DEGLI AELII
    • Nel Mausoleo A è presente un’iscrizione di G. Pompilius Heraclea in cui il defunto esprime il desiderio di essere sepolto «in Vaticano presso il Circo». 
    • Il Mausoleo E della famiglia degli Aelii presenta un affresco con due pavoni affrontati posti ai lati di un cesto di frutta. 
    • Il Mausoleo F dei Caetemnii e dei Tulli, è decorato con stucchi e pitture parietali tra cui la nascita di Venere dal mare. 
    • Nel Mausoleo H, della famiglia dei Valerii, oltre alla decorazione in stucco di erme e rilievi anche divinità varie. Nel sepolcro si ricorda un’iscrizione in cui è menzionato l’Apostolo Pietro e un affresco raffigurante due teste, del Cristo e di Pietro, ora perduto. 
    • Il Mausoleo I mostra un pavimento in mosaico in bianco in cui è raffigurato il ratto di Proserpina alla presenza di Mercurio. 
    • Nel Mausoleo M, appartenente agli Iulii, le decorazioni musive sono riferibili a temi cristiani pur risentendo fortemente dell’influsso dell’iconografia classica. Sulla parete di fondo si riconosce un pescatore, su quella est Giona in mare; a ovest la raffigurazione del Buon Pastore mentre sulla volta è visibile un Cristo con corona di raggi stante su una quadriga. 
    • Nel Mausoleo T, detto di Trebellena Flaccilla, era conservata l’urna con le ceneri della defunta del 318 d. c. per la presenza di una moneta costantiniana.
      MAUSOLEO T DELLA TOMBA VALERII
    • Il «campo T», in corrispondenza dell’altare maggiore della Basilica, ha tomba di s. Pietro, una piazzola rettangolare di 7 m x 4, chiusa sul fondo da un muro con intonaco rosso, a cui è addossato un monumento a edicola con due nicchie sovrapposte e divise da una lastra in travertino sorretta da due colonne; un muro di altezza limitata si addossa perpendicolarmente al «muro rosso». Alla base del muro è visibile una nicchia. Circa un secolo più tardi la sepoltura fu monumentalizzata con l’edificazione del monumento a edicola definito «Trofeo di Gaio». 
    Non si hanno prove sulla tumulazione di S. Pietro se non per una tarda leggenda popolare.


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    "Paene insularum, Sirmio, insularumque
    ocelle, quascumque in liquentibus stagnis
    marique vasto fert uterque Neptunus,
    quam te libenter quamque laetus inviso,
    vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos
    liquisse campos et videre te in tuto...."


    Sirmione, gioiello delle penisole e delle isole,
    e di tutte quelle, sulla distesa di un lago trasparente o del mare
    senza confini, offre il Nettuno delle acque dolci e  salate,
    quanto volentieri, e con quale gioia torno a rivederti;
    a stento credo d'avere lasciato la Tinia e le terre di Bitinta,
    e di poterti guardare in pace.
    Ma c'è cosa più felice dell'essersi liberato dagli affanni,
    quando la mente depone il fardello e stanchi
    di un viaggio in terre straniere torniamo al nostro focolare
    e ci stendiamo nel letto tanto desiderato?
    Questa, in cambio di tante fatiche, è l'unica soddisfazione.
    Salve, amabile Sirmione, festeggia il tuo signore,
    e festeggiatelo anche voi, onde del lago di Lidia:
    ridete e risuoni di risa tutta la casa.

    (Caio Valerio Catullo)

    Sirmione è posta lungo la penisola omonima che si protende all'interno del lago di Garda per circa quattro km e che divide in due parti la riva lacuale meridionale. Parte del territorio comunale si estende ad est rispetto alla penisola per includere quella di Punta Grò.

    In quest'oasi di pura bellezza sorge uno dei siti più belli rispetto alle ville romane dell'Italia settentrionale, e cioè le cosiddette "Grotte di Catullo".

    Per Grotte di Catullo si intendono i resti di una villa romana edificata tra la fine del I sec. a.c. e il I sec. d.c. a Sirmione,  sulla riva meridionale del Lago di Garda.

    Essa godeva di una posizione eccezionale, sulla punta della penisola di Sirmione, dominante dall'alto dello sperone roccioso l'intero bacino del Lago.

    La denominazione di "Grotte di Catullo" risale al Quattrocento, quando la riscoperta delle liriche di Catullo, fra cui il Carme 31, in cui il poeta descrive il suo ritorno nell'amata casa di Sirmione, fece associare i grandiosi resti ancora visibili anche se quasi tutti interrati e coperti da vegetazione.

    Per questa ragione vennero denominate grotte. Il primo ad attribuire la villa a Gaio Valerio Catullo fu, nel 1483, il giovane studioso Marin Sanudo il giovane. Oggi si giudica del tutto improbabile che la villa sia quella di Catullo visto che sembra sia stata edificata successivamente alla sua morte.

    Vero è però che una struttura del I sec. a.c. giace sotto quella riedificata nel I sec. d.c. Essendo Catullo del I sec. a.c. (morto nel 56 o 54 a.c.) avrebbe ben potuto essere il proprietario del primo edificio.

    I resti  attualmente conservati si trovano oggi su livelli diversi. Del settore settentrionale ad esempio sono rimaste solo le grandi sostruzioni, mentre nulla è conservato dei vani residenziali, crollati già in epoca antica.

    RICOSTRUZIONE

    IL GIOVANE POETA

    Catullo fu forse il più grande poeta dell'antichità, spumeggiante, tragico, passionale, delicato, spregiudicato e fondamentalmente triste.

    "Nobis com semel occidit brevis lux
    nox est perpetua una dormienda"


    "- Una breve luce, per una volta, ci tocca ricevere,
      - per poi dormire una lunga notte senza fine"

    Se della villa del poeta si tratta, questa era della sua agiata famiglia residente appunto a Sirmione, unico posto in cui Catullo troverà ogni tanto, nelle sue vacanze dalla caotica e meravigliosa Roma, un certa pace dell'anima.

    Ma una pace parziale perchè il ricordo dell'amata e lontana Lesbia lo perseguiterà fino alla morte, purtroppo precoce, che porrà una triste fine a una vita tormentata da dissidi interiori non ben compresi ma divinamente illustrati.

    RICOSTRUZIONE

    LE VICENDE

    Sembra che presso Sirmione, vi fosse  una "mansio" (locanda) per i viaggiatori che percorressero la strada che univa le città romane di Verona e Brescia, documentata nell'Itinerario Antonino (III secolo d.c.).

    Ma questa non aveva a che fare con le "grotte", essendo locata probabilmente nella zona di Lugana Vecchia.

    Comunque la villa doveva essere in stato di abbandono già nel III secolo d.c. quando parte della sua decorazione architettonica venne reimpiegata nell'altra villa romana di Sirmione, quella di Via Antiche Mura.

    Infatti alla fine del I sec. a.c. - inizi I sec. d.c. risale anche la villa rinvenuta in anni recenti fra piazzetta Mosaici-via Vittorio Emanuele-via Antiche Mura che si è giovata delle decorazioni dell'altra.

    Il reimpiego di alcuni capitelli dei portici nella Villa di Via Antiche Mura  risale alla fine del III sec. d.c. il che fa pensare che quel periodo la villa era sicuramente già abbandonata, forse a seguito di un incendio che ne aveva danneggiato le strutture.


    Fra il IV e il V sec. le imponenti strutture superstiti della villa vennero incluse nelle fortificazioni che recingevano la penisola di Sirmione e all'interno dei resti dell'edificio romano vennero realizzate delle sepolture.

    Nel corso dei secoli, come si è detto, diversi cronisti e viaggiatori visitarono le rovine, ma i primi studi concreti su di esse furono effettuati solamente nel 1801 dal generale La Combe St. Michel, comandante d'artiglieria dell'esercito di Napoleone Bonaparte. Successivamente, il conte veronese Giovanni Girolamo Orti Manara eseguì scavi e rilievi, ancor oggi fondamentali, che pubblicò nel 1856.

    Nel 1939 la Soprintendenza dei Beni Archeologici avviò un programma di scavi e restauri, acquisendo finalmente nel 1948 l'intera area.

    Durante gli anni novanta del Novecento ulteriori studi hanno confermato che la costruzione fu realizzata attraverso un progetto unitario, che ne definì l'orientamento e la distribuzione degli spazi interni, con una capacità architettonica di tutto valore, per le qualità sia tecniche che per l'inserimento pregevole nell'incantevole paesaggio.




    DESCRIZIONE

    Il complesso archeologico, ancora oggi portato alla luce solo parzialmente, copre un'area di circa due ettari ed è circondata da uno storico uliveto composto da oltre 1500 piante. Essa ha una pianta rettangolare, di 167 x 105 metri, con due avancorpi sui lati corti nord e sud.

    Per la sua realizzazione fu necessario rimodellare il banco roccioso della punta della penisola di Sirmione. I dislivelli e l'affaccio settentrionale a picco sul lago, richiesero delle sostruzioni su due piani,  ben visibili sul lato ovest (Grande Criptoportico) e sul lato orientale dell'avancorpo settentrionale.

    La villa si estendeva su due piani intorno a un grande giardino-peristilio di circa 4.000 mq, con le zone residenziali ubicate a nord e a sud.

    I vani inferiori non si sa se venissero utilizzati come locali di servizio, come in genere si usava, riservando il piano alto ai proprietari, perchè alcuni di essi, dotati di spettacolari viste sul lago, potevano benissimo far parte degli spazi destinati al proprietario e alla sua famiglia.

    Allo stesso modo era riservato al dominus il doppio criptoportico, parzialmente scavato nel banco roccioso, che corre lungo tutto il lato occidentale della villa e che consentiva di disporre di un ambiente per passeggiate al riparo dal caldo e dalla pioggia.


    Questi lunghi portici con terrazze correvano sui lati est, ovest e nord dove si collegavano a una terrazza belvedere di circa 1.400 mq..

    L'ingresso principale si trovava nell'avancorpo meridionale ed immetteva al livello superiore, adibito ad abitazione, che è quello meno conservato, mentre altri due ingressi a nord e a ovest immettevano nel livello intermedio e in quello inferiore. 

    Il piano nobile, cioè quello superiore, corrispondente agli ambienti di abitazione del proprietario, è il più danneggiato, sia perché più esposto alle intemperie, ma soprattutto perché la villa, dopo il suo abbandono, è stata per secoli una cava di materiali.

    Meglio conservati sono infatti il piano intermedio e quello inferiore.

     La villa, con lunghi porticati e terrazze aperti sul lago lungo i lati est e ovest, sviluppava a nord  un'ampia terrazza belvedere, munita di velarium, dove convergevano i porticati.

    Qui d'estate, il poeta e i suoi ospiti, potevano oziare ammirando un paesaggio lacustre di straordinaria bellezza, discutendo di poesia e filosofia, e pure di politica, che il poeta non disdegnava.


    Le parti residenziali dell'edificio erano situate nelle zone nord e sud, mentre la parte centrale, costituita oggi dal Grande Oliveto, era occupata da un esteso giardino, mentre sul lato meridionale, sotto un pavimento in opus spicatum, si trova una grande cisterna lunga quasi 43 m, che raccoglieva l'acqua necessaria per la villa e per il giardino.

    Nel settore meridionale del piano superiore c'era una zona destinata alle terme, dotata di ampia piscina riscaldata, realizzata fra la fine del I e gli inizi del II sec. d.c.

    Essa beneficiava di diversi vani situati nella zona sud occidentale, ricavati probabilmente all'inizio del II sec. Lungo il lato occidentale, oggi è visitabile il criptoportico, una lunga passeggiata un tempo coperta.

    I vari ambienti della villa hanno oggi nomi suggestivi del tutto inventati: l'Aula a tre pilastri, il Lungo corridoio, la Trifora del Paradiso, il Grande Pilone, la Grotta del Cavallo, il Grande Oliveto prima citato e l'Aula dei Giganti.


    I resti della villa constano di:
    - 2 corridoi;
    - 2 ambienti di sostegno per il piano superiore ("botteghe");
    - una cisterna per l'acqua ("bagno");
    - un ingresso, fiancheggiato da nicchie per fontane;
    - una grande cisterna sotterranea per l'acqua;
    - un pavimento in mattoncini sopra la grande cisterna;
    - un ambiente con pavimento a mosaico;
    - un vano di sostegno per il piano superiore ("criptoportico degli stucchi");
    - 4 ambienti termali (tra cui la "piscina");
    - 2 cisterne;
    - una terrazza orientale con colonnato;
    - una passeggiata coperta ("doppio criptoportico");
    - una terrazza occidentale con colonnato;
    - un vano sottostante ambiente di soggiorno ("aula a tre pilastri"),
    - un "lungo corridoio";
    - un vano di soggiorno (con "trifora del paradiso");
    - un vano con resti del pilastro angolare nord-occidentale ("grande pilone");
    - una cantina o vano di servizio ("grotta del cavallo");
    - un cortile centrale della villa ("grande oliveto");
    - 2 ambienti sottostanti terrazza-belvedere ("aula dei giganti").

    A destra dell'ingresso, è possibile visitare il Museo che raccoglie le testimonianze della storia più antica di Sirmione, dagli oggetti recuperati nelle palafitte sommerse lungo le coste della penisola e dalle Grotte di Catullo. A queste ultime appartengono gli splendidi frammenti della decorazione ad affresco che, insieme agli stucchi e alla decorazione architettonica, arricchiva gli ambienti residenziali.  


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    RESTI DEL MAUSOLEO OGGI

    "Il Mausoleo si presenta come una torre quasi completamente integra. Alcuni marmi e colonne sono già stati smontati per la costruzione dell'altare maggiore della chiesa di San Pietro, mentre altri pezzi di cornici e colonne sono in terra semicoperti".



    LA SPOLIAZIONE

    Il fenomeno delle spoliazioni dei monumenti antichi romani è purtroppo la più grande vergogna del bel suolo italico. Alla decadenza dell'Impero Romano i patrizi si accorsero che non era più possibile arricchirsi diventando generali e guidando eserciti di legionari. La capacità guerriera con l'avvento del cristianesimo era tramontata, i romani non combattevano perchè era peccato, ma siccome occorreva combattere si fece uso dei soldati stranieri mercenari per difendere la patria.

    Purtroppo questi soldati non avevano assolutamente nè il valore nè l'abilità dei legionari romani per cui le invasioni straniere non poterono essere più bloccate. Il nuovo potere fu invece quello ecclesiastico per cui i vecchi patrizi fecero la scalata al vescovato, al cardinalato e pure al papato. Il mondo si rinnovava cercando nuove forme di espressione artistica, senza però riconoscere il valore del vecchio che era di incomparabile e incomparata bellezza.

    Così i nuovi palazzi e monumenti vennero edificati spogliando i bei monumenti romani delle loro bellezze: blocchi di marmo, architravi lavorati, colonne, capitelli, statue e bassorilievi. Tutto fu asportato senza un rimpianto, condannando all'oblio tanti bei monumenti. tra questi il Mausoleo di Lucullo a Frascati.

    "Il prof. Mattei attribuisce all'anno 1598 la distruzione del cosiddetto mausoleo di Lucullo « massiccio in figura conica, vicino le mura della città di Frascati, nel Borgo, alla parte destra della Porta Nuova per la strada che conduce a' Cappuccini; e fu spogliato de suoi ornamenti circa l'anno 1598 de quali si servì la città nella fabrica della nuova catedrale; ma le cose migliori e più rare furono prese da diversi cavallieri Romani per adornarne le loro gallerie: ne si sa che vi fusse trovata alcuna iscrizzione . . . bensì nel farvi alcune cave ne tempi nostri, poco lungi si sono trovate molte tegole di terracotta, che servivano per coprire alcune ossa » . Mem. dell'antico Tusculo pp. 61-62.



    Il MAUSOLEO 

    "Si passa sopra il ramo della Marrana, sopra un ponte, che si chiama di Vermicino da una osteria, che ivi dappresso trovavasi. Si trova poi un bivio, la strada a sinistra continua ad essere la moderna via di Frascati, quella a destra porta a Grotta Ferrata. Deviando un poco per questa seconda strada, si vede subito un magnifico mausoleo di forma rotonda, coperto di massi quadrati di pietra albana, o peperino, ben conservato, e di perfetta costruzione. Questo, mentre mostra l'epoca repubblicana per la sodezza, e la semplicità sua, può ancora attribuirsi a Lucullo con qualche verosimiglianza, giacchè si trova dentro i limiti delle possessioni Lucullane."

    Sul principio della via Cappuccini a Frascati c'è un magnifico mausoleo di forma rotonda, privo di base quadra, detto Sepolcro di Lucullo, che morì nel 56 a.c., come informa Plutarco, narrando inoltre che il funerale fu eseguito a spesa pubblica e che il popolo romano, desideroso di onorarlo, avrebbe voluto seppellirlo a Campo Marzio, ma la famiglia, ed esattamente fratello e figlio, non accettarono avendo già un mausoleo che attendeva la spoglia.

    Secondo alcuni la famiglia non voleva farsi carico di una cerimonia così impegnativa, ma secondo Plutarco la sepoltura probabilmente sarebbe stata predisposta dallo stesso Lucullo. Infatti il fratello Marco insisté molto per ottenere il permesso di seppellire Licinio nella sua tenuta.
    LUCULLO

    FLAMINIO VACCA

    "Ma ciò, che merita maggiormente di essere in questo luogo osservato, è un grandioso avanzo di villa Romana antica, chiamato le grotte di Lucullo, e consistente, secondo il solito delle ville antiche, in lunghi portici a più piani, con molte camere, ed inoltre ha un piano sotterraneo forse per ergastulo degli schiavi, il quale ricevea la luce dalle volte, come in altre fabbriche di questa natura si osserva. 

    Queste rovine occupano un lungo tratto, e per la loro situazione possono avere appartenuto alla villa di Lucullo, come il nome volgare le chiama. Che la sua villa si estendesse da questa parte, Frontino lo accenna. 

    E siccome da Frontino stesso rilevasi, che l'agro Lucullano si estendeva fino alle sei miglia lungi da Roma, sulla via Prenestina: "concipitur Appia in Agro Lucullano via Praenestina inter miliarium VI., et VIII", e le rovine indicate si trovano fra le otto, e le nove miglia distanti da Roma, sulla via Latina, e per conseguenza fra i due limiti accennati da Frontino, perciò con ogni probabilità alla sua villa sontuosissima appartengono, la cui grandezza cosi ci viene descritta da Plutarco nella sua vita, cap. 39.



    LA VILLA A FRASCATI

    Sembra dunque che Lucullo possedesse una villa a Frascati dove si rifugiava all'epoca del gran caldo romano, quando abbandonava i suoi splendidi Horti per rifugiarsi ai Castelli romani. Evidentemente, come scrive Plutarco, era abitazione di famiglia da lui ereditata.

    Plutarco:

    - (Lucullo) ...avea presso Tusculo abitazioni patrie, ed altissime vedette, e fabbriche di camere, e passeggi aperti. Nelle quali portatosi Pompeo, rimproverò a Lucullo, che avendo disposto molto bene la villa per l'estate, l'avea resa inabitabile l'inverno: al che colui sorridendo, disse; Così ti sembro di avere meno intendimento delle gru, e delle cicogne, che non cangi insieme colle stagioni anche le case? -


    FOTO D'EPOCA DEL MAUSOLEO (PRIMI 900)

    FLAMINIO VACCA

    Un solo dubbio può farlo la costruzione, la quale sembra piuttosto appartenere ai secoli della decadenza. Ma chi può conoscere le vicende di una delizia così estesa, e cosi magnifica? Forse ella fu ristaurata in tempi meno remoti, ma il piano generale è ben degno de' tempi Romani. 

    Dietro, cioè verso settentrione, si veggono addossati alla villa degli avanzi di fortificazione de' tempi bassi; ciò mostra, che questo edificio, come tanti altri, fu ne' tempi della barbarie ridotto a fortezza, e forse in quella epoca fu risarcito tutto, e rivestito di selci di una forma quasi quadrangolare, che lo fanno comparire come fabbricato intieramente in quella epoca. -

    Il grande mausoleo a tamburo sulla Tuscolana, chiamato un tempo Torre di Micara, è stato da lungi identificato come mausoleo di Lucullo.

    E' la più antica tomba a tamburo di grandi dimensioni, con un diametro di 29 m, probabilmente ispirato alle tombe ellenistiche che Lucullo aveva visto nei suoi viaggi in Cirenaica e ad Alessandria.

    Sembra che da allora sorgesse la moda architettonica di erigere mausolei di forma rotonda. Tuttavia poi il mausoleo rotondo verrà posto su una base quadra, come nella Mole Adriana o il monumento funebre di Cecilia Metella.

    Il perchè Lucullo avesse scelto come collocazione il suolo della sua villa sulla Tuscolana anzichè sui magnifici Horti del Pincio ha dato luogo ad alcune congetture, tra cui il fatto che un mausoleo di tipo orientale non sarebbe stato gradito ai romani.

    Di certo è poco credibile perchè i romani avevano già visto sull'Appia diversissimi modelli di tombe e mausolei, e ben accettarono pure le tombe a piramide, come quella di Caio Cestio. Roma era una metropoli internazionale e difficilmente si scandalizzava.

    Purtroppo il bellissimo monumento venne depredato privandolo del travertino e dei marmi preziosi, infatti si sa che nella chiesa di San Pietro a Frascati l'altare maggiore fu realizzato con colonne in porfido e marmi preziosi provenienti dal Mausoleo di Lucullo.


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  • 07/11/18--05:57: GAIO CORNELIO GALLO
  • CORNELIO GALLO

    Nome: Gaius Cornelius Gallus
    Nascita: Forum Iulii 69 a.c.
    Morte: 26 a.c.
    Mestiere: Poeta e politico romano


    Gaio Cornelio Gallo è stato un poeta e politico romano. Nacque, secondo un'antica tradizione, a Forum Livii (Forlì), o, secondo altri, in un'imprecisata Forum Iulii, nel 69 a.c. e morì nel 26 a.c.

    Secondo alcuni di umili origini, e in effetti pur appartenendo alla gloriosa gens Cornelia, una delle più potenti di Roma, era del ramo plebeo dei Galli. Comunque appartenne all'ordine equestre, seguace e amico di Ottaviano, fu il primo prefetto di Alessandria d'Egitto.

    Faceva parte del circolo letterario di Virgilio e Ovidio e fu amico di Virgilio che lo celebrò nella VI ecloga, gli dedicò la X e, secondo Servio, ne avrebbe fatto il panegirico alla fine delle Georgiche, e che aiutò anche a conservare le proprietà mantovane al tempo delle distribuzioni ai veterani, dopo Filippi.

    Fu ammiratore di Euforione di Calcide di cui tradusse o ridusse degli epilli; amico di Partenio di Nicea, che gli dedicò le sue Passioni d'amore, e di Virgilio, In 4 libri di elegie (Amores), di cui resta un solo verso.

    Cantò col nome di Licorida, nome inventato per discrezione, la mima Citeride (nome d'arte della liberta Volumnia, che fu amante anche di Bruto e di Antonio). Durante questo periodo Gallo ricoprì la carica di praefectus fabrum di Ottaviano, come cita l'iscrizione posta sull'obelisco del Vaticano, che continuava a fargli fare carriera per la stima e l'amicizia.

    Dopo aver compiuto missioni delicate per incarico dei Triumviri, partecipò al fianco d'Ottaviano alla battaglia d'Azio, segnalandosi nelle operazioni di ricognizione e di strategia.
    Dopo la battaglia di Azio, Gallo fu a capo, per volontà di Ottaviano, dell'armata occidentale del princeps, che attaccò l'Egitto dalla costa libica.

    Dopo la vittoria di Ottaviano e la morte di Marco Antonio e Cleopatra, essendo stata acquisita la nuova provincia d'Egitto, fu nominato Praefectus Alexandreae et Aegypti, una carica altissima. Incarico innovativo che vedeva per la prima volta un governatore di rango equestre, non un
    magistrato, alla guida di una provincia.

    CLEOPATRA

    L'ACCUSA

    Ricoprì, secondo una versione non da tutti accettata, questa carica con eccessiva indipendenza (giungendo a stampare moneta), spingendosi a celebrare i propri successi pubblicamente con attributi propri dell'imperatore, spingendosi a parlare con scarso riguardo dello stesso Augusto, si che cadde in disgrazia perdendo l'appoggio di Augusto e del senato. Pertanto venne accusato e processato.

    « Ad ogni modo, quando Gallo era prefetto dell'Egitto, lo accompagnai risalendo il Nilo fino a Syene ed alle frontiere dell'Etiopia, ed appresi che fino a 120 vascelli stavano salpando da Myos Hormos verso l'India, quando in precedenza, sotto i Tolomei, solo in pochi si avventuravano nel viaggio intrattenendo commerci con l'India »
    (Strabone, Geografia, II.5.12.)

    Così Strabone illustra come sotto Gaio Cornelio l'Egitto avesse moltiplicato i suoi affari e i suoi interessi, arricchendo di sponda ancor più Roma. Ma sembra che Augusto dovesse tenersi buoni i senatori togliendo la carica più importante di governatore a un semplice equis.

    L'accusa era di congiurare contro il principe, ovvero l'appropriazione da parte di Gallo, che senatore non era, di alcune clausole trionfali tipiche del ceto senatoriale, come è possibile ricostruire attraverso l'iscrizione di Philae.

    Il testo, redatto in latino, greco e in geroglifico, cita:

     « Caius  CORNELIUS  CNaei  Filius  GALLUs
    eqUES  ROMANUS  POST  REGEs A CAESARE
    DIVI  Filio  DEVICTOS  PRAEFECTus
    AlexANDREAE  ET  AEGYPTI  PRIMUS  DEFECTIONis
    THEBAIDIS  INTRA  DIES  XV  QUIBUS  HOSTEM
    Vicit  bis  aCIE  VICTOR  VURBIUM  EXPUGNATOR
    BOREseOS  COPTI  CERAMICES
    DIOSPOLEOS  MEGales  OpHIEU DUCIBUS
    EARUM  DEFECTIONUM  INTERcePTIS  EXERCITU
    ULTRA  NILI  CATARHACTEn  transdUCTO
    IN QUEM LOCUM  NEQUE POPULO ROMANO
    NEQUE  REGIBUS AEGYPTI  arma  ante  sUNT  PROLATA
    THEBAIDE  COMMUNI  OMNiUM  REGUM  FORMIDINE
    SUBACTa  LEGatisque  reGIS
    AETHIOPUM  AD PHILAS  AUDITIS  EOQue  REGE
    IN TUTELAM  RECEPTO  TYRANNo  TriacontasCHOENu
    UNDE  AETHIOPIAE  CONSTITUTO  DIe  is  PATRICIS
    ET  NILo  AdiutORI  Donun   Dederunt »

    NEFERTITI
    « Gaio Cornelio Gallo figlio di Gneo, cavaliere romano,
    primo prefetto di Alessandria e d'Egitto,
    dopo la sconfitta dei re ad opera di Cesare figlio del divino,
    vittorioso in due battaglie campali nei quindici giorni
    durante i quali soppresse la rivolta della Tebaide,
    espugnando cinque città
    (Boresis, Coptus, Ceramice, Diopolis Magna e Ophileum)
    e imprigionando i capi rivoltosi;
    avendo condotto il suo esercito oltre le cateratte del Nilo,
    regione nella quale mai in passato
    erano state portate truppe dal popolo romano
    o da monarchi egiziani; avendo soggiogato la Tebaide,
    terrore comune di tutti i re;
    avendo ricevuto a File ambasciatori del re degli etiopi,
    accolto e protetto quel re, e insediato un principe nel
    Triacontaschoenus, un distretto dell'Etiopia;
    dedicò questa offerta di ringraziamento
    alle sue divinità ancestrali e al Nilo suo compagno »
    (AE 1992, 01725)

    Si era montato la testa? Forse un pochino, perchè a Roma solo Augusto poteva incensarsi e farsi incensare. Il princeps aveva le sue debolezze, d'altronde fu uno dei migliori imperatori di Roma, se non il migliore.

    Una ricostruzione critica dell'operato di Cornelio Gallo in Egitto e delle accuse rivolte a suo carico ha tuttavia evidenziato come la sua condanna scaturì, più che da un complotto di Gallo, dallo scontro in atto, nell'instaurazione del regime augusteo, fra il nuovo ordine equestre, di cui Gallo era autorevole rappresentante, e il ceto senatoriale vistosi espropriato del controllo sulla provincia d'Egitto.

    In questo senso è significativo il fatto che Augusto, contrariamente a quanto sarebbe stato ovvio aspettarsi in caso di una congiura a suo danno, si limitò a colpire Gallo con un mero provvedimento di rinuncia all'amicizia, lasciando poi al senato l'iniziativa di procedere a carico del prefetto fino alla condanna ed all'esilio.

    In questo modo Augusto poté presentarsi, in una fase particolarmente delicata come quella dell'instaurazione del principato, come difensore delle istituzioni e della libertà senatoriale anche nei casi in cui questa fosse (apparentemente) minacciata dai suoi stessi amici.

    Va considerata però una seconda ragione, che probabilmente influì sulla caduta in disgrazia di Gallo: tutto avvenne dopo la seduta del gennaio 27 a.c., quando il Senato ratificò il nuovo assetto provinciale voluto da Augusto.



    LA MORTE

    Una diversa visione della soluzione di come distribuire i poteri ebbe probabilmente il suo peso nelle scelte del primo imperatore di Roma. Caduto in disgrazia fino ad essere accusato di una vera e propria congiura contro il principe, fu condannato all'esilio e alla confisca dei beni, così che si suicidò nel 26 a.c.

    L'Egitto portò male ad Antonio e pure a Gallo, era una provincia troppo ricca e affascinante per non restarne irretiti, il suo caldo torrido e le sue bellezze misteriose davano alla testa. Forse non fu un caso che poi Ottaviano riservò quella provincia a se stesso, per timore che qualcun altro facesse il bis di Antonio incontrando magari un'altra Cleopatra.

    La "damnatio memoriae" che il princeps volle del suo prefetto indusse, come sembra, Virgilio, che pure era stato legato a G. da intensa amicizia, a sostituire il finale del IV libro delle "Georgiche", che si chiudevano con le sue lodi, con la favola di Orfeo, ma non impedì che Properzio lo celebrasse come insigne poeta d'amore e Ovidio vedesse in lui l'iniziatore dell'elegia latina.



    LO SCRITTORE E IL POETA

    Erudito in cultura ellenistica, Gallo cercò di unire la poesia neoterica e l'elegia augustea. La poesia neoterica era un movimento letterario che si sviluppa a Roma nell'età di Cesare. Questo tipo di poesia era composta dai neoteroi (o poetae novi), così chiamati con ironia spregiativa da Cicerone. La poesia neoterica si basa su 4 principi:

    Brevitas: Componimenti brevi, per farne un'opera veramente curata e raffinata;
    Labor limae: Componimenti "leggeri e disimpegnati" ma raffinati nella forma, attraverso una continua ed accurata revisione dei componimenti;
    Doctrina: Conoscenza del patrimonio mitologico, letterario, geografico, linguistico del mondo greco.
    Individualismo: I neoterici tendono ad astrarsi dalla vita politica e a concentrarsi su se stessi.
    Subì pure l'influenza della "difficile" poesia, di carattere mitico e astrusamente erudito, del greco Euforione di Calcide (III secolo).



    LE OPERE

    -  Amores, elegie in cui cantava il suo amore sfortunato per la giovane Licorideː tuttavia, l'esiguità dei frammenti non permette una ricostruzione precisa della sua poetica. Sappiamo però che aderì alla poesia neoterica. Gallo amò, sotto lo pseudonimo di Licoride, una donna seducente e spregiudicata. Da schiava, Licoride era riuscita a diventare "mima", idoleggiata attricetta, col nome di Citeride (ma si chiamava solo Volumnia...). Amante di Bruto e di Antonio, dovette fare irresistibile presa sull'animo sognante - cosi ce lo descrive Virgilio nella X ecloga - di Gallo, che tuttavia abbandonò nel più profondo sconforto per seguire un ufficiale tra le nevi delle Alpi e i freddi del Reno. Capricciosa e leggera, la "pulchra Lycoris" fu tuttavia 1'ingenium di G. (cosi Marziale in 8, 73, 6) ed ebbe gli onori della poesia nei 4 libri di elegie che il poeta compose e riunì forse col nome di "Amores" (o proprio col nome di lei, "Lycoris").
    - Nel campo dell'oratoria scrisse: 
    - "In Pollionem", orazione, 
    -  "In Alfenum Varum, orazione, ambedue andate perdute
    - "Erotika pathemata" raccolta in prosa di dolorose vicende d'amore, dedicata a Partenio di Nicea, il poeta greco che molto contribuì alla diffusione dell'alessandrinismo presso i "neoteroi".

    Sino a pochi anni fa, di Gallo, posto da Quintiliano (10,1, 93) tra i massimi poeti elegiaci, si aveva soltanto un pentametro, contenente una nota erudita su un fiume della Scizia. Tutto ciò ci rimaneva del corpus attestato, invece, dalla tradizione: 4 libri di elegie, "Amores" ed epilli. 

    Nel 1979 un papiro egiziano ci ha restituito una decina di versi, nel primo dei quali è presente il nome di Licoride. Se questi versi sono autentici, resta confermata l'importanza che gli antichi assegnavano a Gallo: vi sono contenute le note soggettive tipiche dell'elegia latina, la dedizione d'amore intesa come "servitium" nei confronti della "domina", l'accenno alla "nequitia", alla dissolutezza, un concetto caratteristico del mondo elegiaco.

    Probabilmente nella poesia di G. dovevano essere presenti i motivi e la struttura compositiva della grande elegia augustea. In particolare, le note mitiche ed erudite dovevano fondersi con la diretta esperienza sentimentale del poeta amante.


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  • 07/12/18--05:39: CULTO DEI LARI


  • I Lari erano divinità minori rispetto ai grandi Dei venerati nel culto ufficiale, ma in realtà veneratissimi nell'ambito delle case romane. Essi sono le divinità protettrici della "familia", di ogni specifica famiglia.

    I Lares familiares erano raffigurati con una statuetta, di terracotta, legno o cera, chiamata sigillum (da signum, "segno", "effigie", "immagine"). All'interno della domus, queste statuette venivano collocate insieme ai Penati e a qualche statuetta divina, nella nicchia di un'apposita edicola detta larario e, in particolari occasioni o ricorrenze, oppure quotidianamente, a seconda della pietas del padrone di casa, onorate con l'accensione di una fiammella e di incensi vari.

    LARI
    Nella Roma arcaica i Lari, a detta di molti studiosi, non sembrano possedere "nomi e personalità individualizzate", ma appaiono divinità senza caratteristiche precise derivate da una religione animistica antecedente alla politeistica, con la caratteristica struttura gemellare, riadattata, corrispondente alla concezione dualistica romana, come distinzione e pure sintesi tra bene e male, principio e fine, nascita e morte.

    In effetti la tradizione religiosa romana risale a un precedente matriarcato e a un ancor più originaria religione animistica che hanno però molti punti in comune. L'arcaica Dea Vesta era alle origini una Grande Madre, che come tutte le Dee primigenie veniva raffigurata tra due belve che si fronteggiano facendo riferimento a lei. Le belve poi si umanizzarono divenendo spiriti o divinità minori, collegati però sempre al triplice aspetto della Dea, colei che dà la vita, che nutre e che dà la morte. 

    I Lari diventano perciò l'inizio e la fine, la nascita e la morte, e i Penati, in qualità di antenati che vegliano sui pronipoti sono la continuità del tempo e dello spirito che si trasmette dal passato al presente e poi al futuro.

    Servio scrisse che il culto dei Lari era stato indotto dall'antica tradizione di seppellire in casa i morti, dandogli perciò il significato di antenati, quando però c'erano già i Penati ad assolvere tale funzione.

    Per Plauto i Lari venivano rappresentati come cani e le loro immagini venivano conservate nei pressi della porta di casa, il che li configura maggiormente come spiriti, e più particolarmente come spiriti guardiani, che sono caratteristici di molte culture sia orientali che occidentali.

    Una fra le più diffuse iconografie però  li illustra come giovinetti che indossano una corta tunica ed alti calzari, mentre versano del vino dal rhyton nelle coppe.

    LARARIO CON LARI


    DIZIONARIO DI MITOLOGIE E ANTICHITA'

    "I Lari erano i Dei domestici, i geni di ogni casa come i custodi di ogni famiglia. Apulejo dice che i Lari altro non erano che le anime di coloro i quali avevano menato una vita buona e bene adempiuto ai proprii doveri. Per lo coloro che avevano mal vissuto, erravano vagabondi e spaventavano uomini.

    Secondo Servio "il culto dei Lari è derivato dall'antico uso di seppellire i morti nelle case la qual cosa diede motivo ai creduli d'immaginarsi che vi soggiornassero eziandio le loro anime come genii soccorrevoli e propizii e di onorarli come tali. Si può aggiungere che essendosi poscia introdotto l'uso di sotterrarli nelle strade maestre ciò poteva aver dato occasione di considerarli eziandio come gli Dei delle strade.

    Tale era il sentimento dei Platonici i quali delle anime dei buoni facevano i Lari e di quelle del malvagi i Lemuri o notturne Larve. Plauto dice che i Lari erano anticamente rappresentati sotto la figura di un cane e ciò senza dubbio perchè i Lari fanno la medesima funzione dei cani cioè quella di custodire la casa ed erano persuasi che cotesti Dei avessero il potere di allontanare tutto ciò che poteva nuocere.

    Il più ordinario loro luogo nelle case era dietro la porta o intorno ai focolari. Le statue degli Dei erano in piccolo e custodivansi in un particolare oratorio ove si aveva un'estrema cura di tenerli colla maggiore proprietà,

    Eravi anche almeno nelle grandi case un domestico unicamente occupato al servigio di questi Dei e presso gli Imperatori era questa la carica d'un liberto. Cionondimeno talvolta accadeva che venisse mancato loro il dovuto rispetto in certe occasioni come nella morte di alcune predilette persone mentre allora accusavansi elli di non aver bastantemente vegliato alla loro conservazione e di essersi lasciati sorprendere dai malefici genii. Un giorno Caligola fece gittare dalla finestra i suoi Lari per essere diceva egli malcontento del loro servigio.

    Quando i giovani erano pervenuti all'età di lasciare le bolle che portavano soltanto nella prima giovinezza le appendevano al collo dei Lari. Tre giovani vestiti di bianche tuniche entrarono - dice Petronio - due dei quali posero sulla tavola i Lari ornati di l'altro girando con una tazza di vino gridava siano questi Dei propizii.

    Gli schiavi vi appendevano essi pure le loro catene allorquando ottenevano la libertà. Distinguevansi più sorta di Lari oltre quelli delle case che chiamavansi anche famigliari, v'erano i Lari Pubblici i quali alle pubbliche fabbriche, i lari di città urbani, quelli delle crocevie compitales, i Lari delle strade viales, quelli della campagna rurales, i Lari nemici hostiles, cioè quelli che avevano cura di allontanare i nemici e chiamavansi familiares, quelli che presiedevano alle case e alle famiglie parvi quelli delle campagne le cui statue avevano tutto di semplice sia per la materia come per la forma, pubblici: re e principi che innalzati al cielo la loro morte imploravano il degli Dei a favore dello stato ad essi sacrificato un porco nelle crocevie.

    I Lari marini erano stabiliti per custodia dei vascelli. Alcuni autori dicono che fossero Nettuno Tetide e Glauco. Sembra che non debbano confusi con quelli che ponevansi sulla prora dei vascelli. I dodici grandi Dei erano posti nel numero dei Lari. Asconio, spiegando il Diis Magnis di Virgilio, pretende che i grandi Dei siano i Lari della città di Roma."

    LARARIO (ERCOLANO)

    Giano, da quanto riferisce Macrobio, era uno degli Lari perché presiedeva alle strade. Arpocrate era pure del numero di Dei: Apollo Diana e Mercurio anch'essi riguardati come Lari, le statue loro si trovavano negli delle strade oppure sulle maestre.

    In generale tutti gli Dei erano scelti per protettori e tutelari luoghi e dei particolari tutti gli de quali sperimentavasi la protezione qualunque genere erano appellati Lari. Properzio dice che i Lari scacciarono Annibale da Roma perchè fu egli da alcuni fantasmi notturni spaventato.

    Quando sacrificavasi in pubblico ai Lari la vittima che veniva ad essi offerta era un porco ma in particolare si offriva loro ogni giorno del vino dell'incenso una corona di lana e un poco di tutto che era posto sulle mense, erano coronati di fiori e specialmente di viola di mirto e di ramerino. Venivano a loro fatte delle frequenti libazioni e talvolta si portava la venerazione sino ai sacrifizii. Ovidio ne suoi Fasti l 5 dà il cane per attributo agli Dei Lari e Plutarco dice che venivano coperti della pelle di cotesti animali.

    Una patera etrusca pubblicata da Lachaussee rappresenta due Lari pubblici assisi appoggiati ai loro scudi e che tengono le loro picche come in atto di allontanare l inimico. l Lari avevano un tempio a Roma nel campo di Marte (vedi GRUNDILI Mem. dell'Accad. dell'Iscriz t 1 3 9). Varrone e Macrobio dicono che i Lari erano figliuoli di Mania, Ovidio ne suoi Fasti li fa nascere da Mercurio e dalla ninfa Lara che da Lattanzio e da Ausonio viene chiamata Larunda.

    Supposero eglino che questi Dei domestici si degnassero di rientrare nelle loro case per procurare alla famiglia tutti i beni possibili ed allontanare i mali da cui era minacciata, simili dice Plutarco a quelli atleti che avendo ottenuto il permesso di ritirarsi a motivo della molto avanzata loro età si compiacciono nel vedere i loro allievi esercitarsi nella carriera medesima e nel sostenerli coi loro consigli.

    In questa guisa il Dio Lare al quale Plauto fa fare il prologo di una delle sue commedie dell'Aulularia vi manifesta l'affetto che egli nutre per la figliuola di casa assicurando che in vista della devozione di lei egli pensa a procurarle un vantaggioso maritaggio colla scoperta di un tesoro a lui affidato del quale non ha giammai voluto dare indizio alcuno nè al padre della donzella nè all'avo di lei perchè si erano mal condotti a suo riguardo.


    Una legge delle dodici tavole a tutti gli abitanti di celebrare sacrifizi dei loro Dei Penati o Lari di conservarli senza interruzione in famiglia a norma di quanto era prescritto dal capo della medesima. Non vi ha chi ignori che allorquando un individuo per mezzo dell'adozione passava dall'una in un altra famiglia, il magistrato aveva cura di provvedere al culto degli Dei che erano dall'adottata persona abbandonati.

    Quindi Roma divenne l'asilo di tutti gli Dei dell'universo ogni particolare era padrone di prendere per suoi Penati o Lari quelli che a lui piacevano "Quum singuli" dice Plinio "ex senetipsis totidem Deos faciant Junones". Non solo i particolari e le famiglie ma i popoli le provincie e le città ebbero i loro Dei Lari o Penati Per questa ragione i Romani prima di assediare una città ne evocavano gli Dei tutelari e li pregavano di passare fra loro promettendo ad essi e templi e sacrifizi acciò non si opponessero alle loro intraprese.

    Le persone dabbene attribuivano tutte le felicità e i mali che succedevano nelle famiglie ai Lari e facevano loro dei sacrifizi per ringraziarli o per placarli ma altre avendo carattere di difficile contentatura sempre si lagnavano come la Filide d'Orazio dell'ingiustizia dei loro domestici "Dei Et penales Maeret iniquos" Od 4l2 .
    I religiosi viaggiatori portavano sempre seco nelle loro bagaglie qualche piccola statua dei Lari ma Cicerone temendo di troppo affaticare la sua Minerva nel viaggio che egli fece prima di portarsi in esiglio per rispetto la depose nel Campidoglio.

    A romana adulazione pose Augusto nel rango degli Dei Lari volendo con tal atto dichiarare che ciascuno dovesse riconoscerlo pel difensore e conservatore della propria famiglia. Ma cotesta deificazione comparve in un tempo poco favorevole, niuno prestava più credenza ai Lari e molto meno alle virtù d Augusto il quale era soltanto risguardato come un felice usurpatore del governo.

    Ai molti nomi con cui venivano chiamati e distinti i Lari già riferiti dal francese compilatore si aggiunga pur anco quello di praestites dato ai Lari siccome custodi delle porte "Quod oculis omnia tuta suis" dice Ovidio ne suoi Fasti. -

    (Dizionario d'ogni mitologia e antichità - Milano 1822)



    TEMPIO DEI LARI A ROMA

    Il tempio dei Lari di Roma era nell'ottava regione di questa città e Tito Tazio re dei Sabini fu il che edificò loro questo tempio. Oltre le offerte che facevano ai Lari già riferite da Noèl erano poste dinanzi alle loro statue anche lampade accese. La prova di fatto poco noto è tratto da una lampada di rame ritrovata sotto terra nel 1505 i manichi della quale circondavano un piccolo piedestallo su cui leggevasi la seguente iscrizione:
    Laribus sacrum PF Rom. vale a dire: publicae felicitati Romanorum.



    AEDES LARI PERMARINI

    Nel 190 a.c. i romani, chiamati in aiuto dai Greci, dovettero affrontare la battaglia di Mionneso, una vittoriosa battaglia navale che privò il re Antioco, che si trovava sulla costa asiatica dell’Egeo, di tutta la sua flotta. Antioco voleva riprendere il controllo dell’Egeo per impedire il passaggio dei Romani nell’Asia minore. La flotta romana, comandata da Lucio Emilio Regillo, era entrata nel porto di Teo, a sud-ovest di Smirne, per rifornirsi di vino per i suoi soldati. 

    D'improvviso la flotta siriaca si avvicinò per tentare di sorprendere i romani nel porto. Regillo però fece immediatamente uscire la sua flotta in mare aperto schierando le sue 80 navi da guerra, contro le 89 unità nemiche, di cui presto scompaginò la formazione catturandone quasi la metà, mentre le altre presero la fuga. 

    Avendo vinto per mare Regillo fece sbarcare i suoi legionari sconfiggendo Antioco anche via terra, e tornato a Roma il Senato gli decretò l’onore del trionfo navale. Per onorare il suo voto, Lucio Emilio fece poi erigere nell’Urbe il tempio dei Lari Permarini. Sul portale del tempio venne apposta la seguente iscrizione, di cui una copia fu anche affissa sulla porta del tempio di Giove Ottimo Massimo in Campidoglio:

    "Volendo concludere una grande guerra, sottometterne i re e pervenire alla pace, Lucio Emilio, figlio di Marco, venne inviato a combattere quella battaglia navale. Sotto i suoi auspici, sotto il suo comando e sotto la sua condotta fortunata, tra Efeso, Samo e Chio, la flotta - fino allora invitta - del re Antioco, davanti agli occhi dello stesso Antioco, di tutto il suo esercito, della cavalleria e degli elefanti, venne sbaragliata, schiacciata e messa in fuga; in quel solo giorno le furono catturate quarantadue navi con tutti gli equipaggi. Dopo quella battaglia il re Antioco ed il suo regno...  In seguito a questo grande successo fece voto di un tempio ai Lari Permarini". (Liv., XL, 52, 5-6).


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  • 07/14/18--04:57: FONTANA DI VILLA SCIARRA


  • Affacciata sulle pendici del Gianicolo, Villa Sciarra è una delle più gradevoli ville di Roma, adorna di statue e manufatti architettonici. romani, rinascimentali e barocchi, con prati, palazzi, boschi e fontane. Nel 1930, dopo la morte del marito, Henrietta Wurts donò la villa a Benito Mussolini, ponendo la condizione che fosse destinata a parco pubblico. Nel corso del 2004-2005 sono stati effettuati interventi di restauro del verde del parco, dopodiché più nulla.

    La fontana è composta da pezzi romani antichi e altri di epoche diverse, ma tutti degni di antiquariato, per formare una fontana appoggiata ad un muro rustico della villa. Il tutto volto a creare un effetto romantico da finta rovina.

    Il rilievo appoggiato sulla vasca con decorazione di due bucrani che sostengono un fregio a ghirlande è identificabile con un frammento di trabeazione romano d'età classica, probabilmente facente parte di un monumento funerario databile tra l'età tardo-repubblicana e l'inizio dell'età augustea.

    Il mascherone in travertino è invece seicentesco, copia di un mascherone romano, e proviene dalla collezione Barberini. Venne collocato sul sarcofago negli anni Venti del Novecento nell’ambito della sistemazione della villa commissionata da  George Washington Wurts, ultimo proprietario prima della donazione della villa al Mussolini, passata poi allo stato alla sua morte.


    Stato di conservazione

    La fontana è oggi in uno stato di degrado gravissimo. Il 9 gennaio 2015 un grosso ramo di alloro si è abbattuto sul monumento, distaccando dal muro il mascherone, che si è rotto in più pezzi, recuperati e custoditi dalla Sovrintendenza.

    Prima dell’incidente la fontana era comunque già in cattive condizioni, sia per il deterioramento degli elementi lapidei, fessurati, erosi e soggetti ad attacco biologico, sia per la fatiscenza del muro di supporto.

    LA FONTANA IN CONDIZIONI SEMPRE PEGGIORI




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  • 07/15/18--04:36: EPITAFFI ROMANI
  • EMBLEMATA EPICUREO

    AFFETTIVI

    “Al tenerissimo padre:
    Dopo tante fatiche e tanti affanni, ora taci
    e riposi in pace nella tua silenziosa dimora”.

    “Chiunque tu sia, viandante, che percorri la Flaminia,
    non ignorare questo nobil marmo.
    Delizia di Roma e arguzia del Nilo, arte e grazia,
    gioco e piacere, splendore e dolore del teatro romano
    ed ogni amore ed ogni desiderio son conservati qui,
    in questo sepolcro, insieme a Paride.”
    (Marziale)

    “Eretto a memoria di Memmio Claro dal suo coliberto Memmio Urbano.
    Io so' che mai ci fu l’ombra di un dissapore tra me e te.
    Mai una nuvola passò sopra la nostra comune felicità.
    Io giuro agli dei del cielo e degli inferi che noi lavorammo
    lealmente e amorevolmente insieme, che noi fummo resi liberi 
    dalla schiavitù nello stesso giorno e nella stessa casa: 
    niente avrebbe mai potuto separarci eccetto questa fatale ora.”

    “Mi chiamo Franco,
    soldato nell’esercito di Roma,
    mi comportai sempre da valoroso in guerra.”



    POETICI

    “Mi ha rapito il sole.”
    «Qui riposo, spento l’ultimo raggio»



    STRAZIANTI

    (Una donna sull’urna del figlio Marius Exoriens)
    “Le insensate leggi della morte lo hanno strappato dalle mie braccia!
    Giacché sono favorita dagli anni, la morte avrebbe dovuto portar via me prima.”

    Alessandro Gerente di Aquileia ha seppellito la moglie Primitiva:
    «Non fueram, non sum, nescio,
    non ad me pertinet»
    «Non fui, non sono, non so nulla.
    Non mi riguarda»

    “Chiunque tu sia che passi e leggi, fermati, viandante
    e considera come fu iniqua la mia sorte e com’è vano il mio lamento.
    Non potei superare i trent’anni poiché uno schiavo

    mi tolse la vita e poi mi gettò nel fiume”.

    Lucio vive con Rubria diciotto anni e poi lei muore:
    «Io il tuo sposo Lucio dedicai questo monumento
    a te che l’hai meritato.
    Finalmente noi pure avremo una casa insieme».

    “La sola cosa che io posso fare, sventurato,
    è stringermi a te, cara, nella tomba,
    fino a che mi resta da vivere.
    Credo che ciò ti sia gradito,
    se qualche notizia di noi giunge al Tartaro”

    Da Capua.
    “Infelice, carica d’anni, sopravvissi al marito e alla figlia.”

    “All’adorabile, benedetta anima di L. Sempronio Fermo.
    Ci conoscemmo, e amammo ciascun l’altro fin dalla fanciullezza:
    ci sposammo ed una empia mano ci separò improvvisamente.
    Oh, terribili dei, siate benevoli e clementi con lui, 
    e consentitegli di apparirmi nelle silenziose ore della notte.
    Ed anche consentitemi di condividere il suo destino, 
    che noi possiamo essere riuniti dolcemente e celermente."

     “Come non piangere una bimba così soave! Meglio se non fossi mai nata se tu, che eri tanto cara, sin dalla nascita eri destinata a tornare presto là da dove eri venuta a noi ed essere ai tuoi motivo di lutto”.

    “Nebullo a Marta, sua compagna di schiavitù:
    Piansi, Marta, i dolorosi casi dei tuoi giorni estremi, 
    e composi le tue ossa:
    Accetta questa prova del mio amore.”

    (Sulla tomba con le immagini di un ragazzo e una ragazza)
    “Oh, crudele, empia madre che io sono:
    alla memoria dei miei più dolci ragazzi, 
    Publio che visse 13 anni 55 giorni, 
    ed Eria Teodora che visse 27 anni 12 giorni.
    Oh, madre sventurata, 
    che hai visto la più crudele fine dei tuoi figli!
    Se Dio fosse stato pietoso, 
    tu saresti stata sepolta da loro.”

    “La madre addolorata fece questo monumento al figlio,
    di cui mai dovette dolersi, tranne che della sua morte”.

    “Alla moglie Antonia:
    Per amor mio, hai attraversato mari e terre e cieli inclementi;
    attraverso i nemici trovasti arditamente la via;
    hai sopportato incredibili rigori del cielo,
    o dolce sposa, diletta all’anima mia.
    Simile a un fiore nel nome,
    felice del nostro legame, casta e pudica,
    non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore,
    poiché lasciasti prima del tempo il talamo consacrato”.




    INFORMATIVI

    “Mantova mi generò. la Calabria mi rapì, ora mi custodisce Partenope.
    Cantai i pascoli, i campi, i condottieri”
    (Virgilio)

    "Agresti vita felix fuit" 
    "Visse sui campi e fu felice"

    “Non c'è amico che mi abbia fatto un favore,
    né nemico un torto, che io non abbia ripagato in pieno”.
    (Silla)



    LIEVI

    (L’attore di teatro Leburna, ad Ostia)
    «Qui riposa Leburna, maestro di recitazione,
    che visse più o meno cent’anni.
    Son morto tante volte, ma così, mai!
    A voi, lassù, auguro buona salute».

    «Sono qui contro la mia volontà».

    «Sono morto grazie all'aiuto di molti dottori».

    Claudio Secundo:
    «Bagni vino e Venere devastano i nostri corpi.
    Ma bagni vino e Venere fanno la vita».

    Il vedovo: 
    «Obsequio raro. Sola contenta marito»
    «Virtù rara. Si accontentò del solo marito». 

    «Questo non mi era mai capitato».

    «Qui io, Lemisio, giaccio.
    Solo la morte mi dispensò dal lavoro».

    «Sono evaso, Sono fuggito,
    Saluto la Speranza e la Fortuna.
    Ora prendetevi gioco di qualcun altro».

    «Qui riposano in pace le mie ossa: è ciò che resta di un uomo.
    Non mi preoccupa il pensiero di sentirmi affamato,
    sono libero dalle malattie, né mi capiterà più di dover garantire un prestito.
    Usufruisco per sempre di un alloggio gratuito».

    (Colombario in Vigna Codini sull’Appia)
    «Avvocati e malocchio state lontani dalla mia tomba».

    «Ho vissuto come volli. Perché sia morto, non lo so"

    «Hodie mihi, cras tibi»
    "Oggi a me, domani a te».

    «Finché sono vissuta, accumulai denaro, 
    ma ne persi altrettanto. 
    Venne la morte e mi liberò da guadagni e da perdite».

    L'epitaffio che Trimalcione nel Satiricon vuole sia inciso sulla sua tomba. 
    Al termine sarà scritto "Stai bene” e chi leggerà risponderà "Anche tu" 
    è una consuetudine romana ben documentata epigraficamente.:
    «Gaio Pompeo Trimalchione Mecenatiano Qui Giace.
    Gli Fu Decretato Il Sevirato Durante La Sua Assenza. 
    Poteva Essere In Tutte Le Decurie Di Roma, Ma Non Ha Voluto. 
    Pio, Forte, Fedele, Venne Su Dal Nulla, 
    Lasciò Trenta Milioni Di Sesterzi E Non Ascoltò Mai Un Filosofo. 
    ‘Stai Bene’.
    ‘Anche Tu».



    DI AVVERTIMENTO

    (Affinchè gli eredi potessero utilizzare la tomba per la loro sepoltura ma non venderla o donarla)
    «Heredes ne sequatur»
    «Che gli eredi non alienino» (il sepolcro)

    «Qui hic mixerit aut cacarit 
    habeat deos Superos et Inferos iratos»
    «Chi piscia o caca qui (sulla tomba)
    abbia gli Dei superiori ed inferi adirati»

    A Roma.
    «Ne tangito, o mortalis, reverere Manes deos»
    «Non toccate, mortali. Rispettate gli Dei Mani»

    “Ehi, tu che passi, vieni qui, riposa un momento. 
    Scuoti il capo? Eppure anche tu dovrai venire qui.”

    “Non siamo nulla, e fummo mortali. 
    Tu che leggi, rifletti: 
    dal nulla torniamo subito al nulla”.

    "Non piangete... vi ho solo preceduti."

    Cornelio Basso:
    “Fino a diciotto anni, vissi come meglio potei, 
    caro al padre, a tutti gli amici. 
    Ti esorto a divertirti, a scherzare: 
    qui regna solo estremo rigore”.

    Aurelio Niceta: 
    «Chiunque solleverà questa pietra o la farà rimuovere, 
    muoia l’ultimo dei suoi» 
    e aggiunge 
    «Chiunque solleverà questa pietra o la danneggerà, 
    muoia l’ultimo dei suoi».

    “Le mie ossa per metà son esposte alle intemperie
    e la copertura della mia sepoltura è ormai in pezzi.
    Di già si vedon i vermi brulicare all’interno 
    della mia cassa squassata.
    Viandante, chi mi ricoprirà di terra?
    È accaduto che gli abitanti han realizzato un sentiero,
    là dove prima nessuno passava, calpestando così i miei mortali resti.
    Nel nome degli dei degli Inferi, di Plutone, di Mercurio e della Notte,
    voi, lassù, cessate di usare codesto sentiero!”

    "Apusulena Geria vixit annos XXV
    quod quisque vestrum optaverit mihi,
    illi semper eveniat vivo et mortuo"

    Apusulena Geria visse 25 anni
    "Quel che ognuno di voi ha augurato a me,
    per sempre accada a lui da vivo e da morto"

    “Chiunque danneggi la mia tomba o rubi i suoi ornamenti, 
    che possa egli veder la morte di tutti i suoi familiari.”

    “Chiunque rubi i chiodi da questa struttura, 
    che possa conficcarteli nei tuoi occhi.”

    (a Fano) 
    "Viator, viator:
    quod tu es, ego fui;
    quod nunc sum, et tu eris.
    "
    "Viandante, viandante:
    quel che tu sei, io fui;
    quel ch’io sono, domani sarai."

    (a Roma)"Nihil sumus et fuimus mortales.
    Respice, lector, in nihil ab nihilo
    quam cito recidimus.
    "
    "Non siamo niente e fummo mortali.
    Osserva, tu che leggi, quanto rapidamente
    precipitiamo dal nulla nel niente."




    DI AUGURIO

    Sit tibi terra levis
    Ti sia la terra lieve
    (Marziale)

    In questa iscrizione greca ma romana vi è inciso un colloquio tra il Morto e il Viandante:
    V: «Chi ti ha allevato?»
    M: «Era Kilix l’ateniese. Di nobile stirpe»
    V: «E come ti chiami?»
    M: «Numenio»
    V: «A quanti anni sei morto?»
    M: «A quaranta anni»
    V: «Sarebbe stato meglio tu fossi vissuto ancora»
    M: «Ma era necessario che morissi»
    V: «Queste cose che dici sono degne di te.
    Statti bene»
    M: «Stai bene anche tu.
    A te infatti rimangono i piaceri;
    noi ne abbiamo avuti abbastanza ».

    Primo, seppellito a Ostia:
    «Hoc ego seu in tumulo Primus notissimus ille.
    Vixi Lucrinis, potabi saepe Falernum,
    balnia vina Venus mecum senuere per annos
    hec ego si potui, sit mihi terra lebis
    set tamen ad Manes foenix me serbat
    in ara qui mecum proferat reparare sibi»
    «In questo sepolcro io giaccio, il notissimo Primo.
    Mi nutrii di ostriche e spesso bevvi Falerno;
    bagni, vino, amore, un anno dopo l’altro
    mi accompagnarono fino alla vecchiaia.
    Se tanto potei mi sia lieve la terra.
    Ma presso i Mani una Fenice mi attende sull’ara,
    e s’affretta a rinnovarsi con me».

    "Tu che leggerai, 
    cerca di vivere e di star bene, 
    di amare e essere riamato 
    fino a che verrà il tuo ultimo giorno!”

    Consolatio per sé stesso: in morte di Erotion
    "Le delicate ossa sian protette da non dura zolla, e tu,
    terra, non esserle pesante: lei non (lo) fu per te".

    Epitaffio di Pantagato, giovane schiavo barbiere
    "Terra, sii (a lui) propizia come è giusto, appagata e leggera"

    (ad Aquileia):
    "Have Septimia. Sit tibi terra levis. Qisquis huic tumulo posuit ardentem lucernam, illius cineres aurea terra tegat."
    "Addio Settimia, ti sia leggera la terra. Chiunque abbia posto su questo tumulo una lucerna accesa, che le sue ceneri possano esser protette da una terra meravigliosa."





    TRISTEZZA

    “Qui Zotico null’altro lascia che un labile nome; 
    il corpo è cenere, la vita s’è dissolta nell’ètere.”

    «Infelix annosa viro nataeque superstes».
    «la vita diventa un peso vedendo finire le vite attorno a sé. 

    Lucio Anneo Seneca: 
    «La morte ci riporta in quella tranquillità 
    dove eravamo prima di nascere»

    Lucius Nomerius Victorinus
    «Credo certe ne cras»
    “Sono convinto che non c’è domani”

    Il marito di Claudia
    «Straniero, ho poco da dire: fermati e leggi. 
    Questo è il sepolcro non bello di una donna che fu bella. 
    I genitori la chiamarono Claudia.
    Amò il marito con tutto il cuore. Mise al mondo due figli.
    Uno lo lascia sulla terra, l’altro l’ha deposto sotto terra.
    Amabile nel parlare, onesta nel portamento,
    custodì la casa, filò la lana. Ho finito, Va’ pure».

    Quinto Ammero
    «La terra tiene il corpo, un sasso il nome, l’anima l’aere.
    Sarebbe stato meglio non aver toccato mai il suolo». 

    Dalla via Appia
    «Respice et crede.
    Hoc est, sic est, aliut fieri non licet».
    «Leggi e credi.
    Questo è, così è. non può essere altrimenti». 

    «Non passare oltre all’epigramma, ma fermati, 
    ascolta e vai via solo dopo aver appreso. 
    Non c’è nave nell’Ade, né il nocchiero Caronte, 
    né Eaco con le sue chiavi, né il cane Cerbero. 
    Noi tutti che quaggiù siamo morti non siamo diventati 
    che ossa e cenere e null’altro.
    Ti ho detto la verità; vai o viandante,
    poiché da morto non ti sembri troppo chiacchierone!».

    Pudente di Brescia
    «C’è il nulla oltre la morte, nulla è più utile»

    «E' stato un abile oratore, qui giace in silenzio».

    Un greco di Roma
    «Non donare alla stele profumi e corone: è una pietra. 
    Non accendere il fuoco: è una spesa inutile. 
    Se avevi qualcosa da darmi, dovevi farlo quando vivevo, 
    e facendo libagioni sulla cenere fai del fango e il morto non beve. 
    Io stesso sarò così. E tu gettando terra sulla carne devi dire:
    “Ciò che ero quando non ero, ora lo sono diventato”».
     
    A Roma: 
    «La violenza del fato ti travolse, 
    anima sventurata,
    e molti mali hai sopportato,
    nata qual sei dal nulla dove sei ricaduta,
    anima, requie invocando ai mali: 
    e che altro traesti dalla vita se non male?»

    «Se v’è chi consente a prender parte al nostro dolore, 
    si avvicini e non ricusi qualche lacrima
    La giovinetta che solo ebbi cara, 
    rapito in un dolce amore, e qui ho deposta, sventurato!
    Fu la mia sposa, fino a che lo permise 
    il breve tempo concesso dai fati.
    Ora, strappata alla casa e ai suoi cari, è qui sepolta.
    Tutta la grazia del volto, e la persona tanto ammirata 
    sono ombra lieve; le ossa un pugno di cenere».


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  • 07/16/18--06:00: TOMBA DEI CAMPI ELISI

  • A pochi metri di distanza dal Colombario di Via Portuense, è stato rinvenuto un altro piccolo colombario da 15 nicchie (nella Tomba dei Dipinti), e, di recente, nella vicina Necropoli di Vigna Pia è stato rinvenuto un terzo colombario. Altri colombari si trovano, sempre sulla Via Portuense, nella Necropoli dell’Isola Sacra.

    Il piccolo colombario detto Tomba dei Campi Elisi, o Tomba dei dipinti, risale al II sec. d.c., in esso le pareti affrescate raffigurano le beatitudini dei giusti nel paradiso pagano.

    Tutto si spiega capendo che si tratta di due ragazzi morti prematuramente, a cui i genitori disperarti dedicarono una tomba con un aldilà pieno di beatitudini.

    I giovani compaiono raffigurati con fedele realismo in medaglioni all’interno di tabernacoli, e vengono evocati più volte nelle scene pittoriche: il passaggio del fiume Lete e le quattro scene dei giochi beati (il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon).

    Invece i genitori compaiono nella scena di mestizia e nel banchetto dei giusti. Completano gli affreschi la coppia di pavoni, la coppia di caproni, le quattro stagioni. La tomba è scavata nel tufo e presenta 26 nicchie, sei fosse e due sarcofagi. È stata scoperta nel 1951. Fortunatamente non ha seguito la sorte di tanti colombari depredati e abbandonati le cui decorazioni sono state lasciate a sbiadire nel tempo. Questa volta invece la tomba è stata stata intagliata e trasportata al Museo Nazionale Romano.




    LA "MORS INIQUA"

    Così la chiamano i Romani, una morte pessima, maledetta in quanto ingiusta, perchè i genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai propri figli. All'epoca la mortalità dei piccoli era molto frequente, ma una volta giunti presso la pubertà si poteva avere una certa tranquillità sulla loro sopravvivenza: il peggio era passato e i genitori non si erano prodigati invano.

    Il modo di questi genitori di tentare di superare questo struggente dolore è quello di edificare questa tomba sulla Via Portuensis, incaricando pittori a noi ignoti una complessa e toccante sequenza di dieci scene affrescate.

    Mentre però le ultime tre scene si rifanno all’iconografia funeraria tradizionale (i pavoni, i caproni, le quattro stagioni), le prime sette descrivono, con la semplicità delle immagini, e pure della fede, o della speranza, come è fatto e come funziona il paradiso pagano.

    Esse descrivono, con grande realismo, la vita spensierata dei due bambini (fatta di giochi, della costruzione delle prime relazioni sociali, di esplorazione del mondo), e dei genitori (dal consolidato posizionamento sociale); e tramandano così ai posteri il messaggio consolatorio che ai giusti, nel paradiso pagano, è consentito continuare a vivere nel proprio tempo migliore.

    Ma la cosa molto particolare e molto struggente di questa tomba è che fu fin dall'inizio munita di due finestrelle, poste ai lati della porta d’ingresso, attraverso le quali i passanti della Via Portuensis avrebbe potuto ripercorrere la storia dei due giovani e insieme contemplare per immagini la bellezza del paradiso.

    Scrive il sovrintendente Aurigemma, che negli Anni Cinquanta studiò la tomba: 
    « Nei Campi elisi regna eterna primavera. Ogni dolore è ignoto. Ignota è la vecchiaia. La vita beata attende i giusti dopo la morte. Chi vi perveniva conservava l’età in cui aveva goduto la maggiore felicità». 

    I RITRATTI DEI DUE FIGLI MORTI

    I CAMPI ELISI

    I Romani ritenevano insomma che le anime dei giusti godessero nell’aldilà di uno stato di grazia e di eterna giovinezza, con un'età fissata a quella passata che avevano goduto di più. Così ì bambini avrebbero potuto vivere un mondo spensierato insieme ai genitori dell'epoca, cioè giovani e allegri, e i genitori avrebbero potuto alla loro morte rientrare in quel mondo di sogno negato dalla morte vivendo ogni attimo della sana crescita dei figli.
    Per i romani i Campi Elisi era un luogo ameno e verdeggiante, con freschi boschi e ampie vallate colme di fiori, con trasparenti ruscelli e animaletti erbivori, mai toccato da neve o pioggia, né dal freddo, ma con eterni soffi di zefiro, rinfrescanti per gli uomini, mandati da Oceano. Per meritarsi questa meraviglia non ci si doveva immolare nè fisicamente nè spiritualmente ad alcuna divinità. Era sufficiente onorare la patria, gli Dei, la famiglia senza rinunzie dolorose o dediche smisurate agli Dei.

    Mentre le religioni monoteiste patriarcali chiedono ai fedeli una vita dedicata alla divinità, nella preghiera continua, nelle infinite regole imposte nelle feste e sul cibo e su continue rinunce per dimostrare a Dio che "Lo temiamo e lo amiamo", nel politeismo gli Dei sono molto più permissivi, purchè si assolvano i doveri verso la patria scendendo in armi se occorre, purchè ogni tanto si compia un sacrificio agli Dei, e purchè ci si comporti bene con la famiglia e magari pure con la propria gens, i Campi Elisi sono assicurati. I peccati sono solo quelli gravissimi, manca l'ossessività delle religioni monoteiste.

    Il fatto di rivivere il periodo più gioioso della vita coincide un po' con visione della morte da parte dei Tibetani, i quali ritengono che successivamente alla morte noi possiamo costruirci il mondo che vogliamo, ma questo non è terno, perchè presto o tardi scompare  e noi siamo chiamati ad una seconda morte, che può essere beatifica o orribile, a seconda della consapevolezza acquisita nel vissuto (per i tibetani la malvagità è giustamente figlia dell'ignoranza), consapevolezza che determinerà poi la nostra distruzione o la prossima reincarnazione in luoghi più o meno piacevoli.

    Ambrose Bierce definì ridicoli i Campi Elisi:
    "Non c'è niente di più ridicolo di questa rozza concezione. Al posto di nubi dorate, arpe, corone e grandi troni bianchi, c'erano campi, boschetti, ruscelli, fiori e templi. I Campi Elisi sono un esempio manifesto della congenita inferiorità dell'immaginazione pagana nei confronti della cultura cristiana."
    Diciamocelo, vivere una vita tra le nuvole deve essere un incubo, un po' come vivere in mezzo al cemento ma con la musica al posto del chiasso. Chi non ama la natura non ama niente e nessuno.

    FOTO CHE RITRAE LA TOMBA DEI CAMPI ELISI PRONTA PER LA MUSEALIZZAZIONE


    I RITRATTI DI FAMIGLIA

    La prima scena, chiamata I ritratti di famiglia, riporta il nucleo familiare al momento della morte dei due giovani. Si compone di tre parti: due medaglioni circolari e la scena di mestizia.

    I due medaglioni circolari sono dei ritratti, di accuratissimo realismo fisiognomico, dei due giovani defunti: un maschio e di una femmina. I medaglioni sono posti nei timpani di due tabernacoli nella parete di fondo, ospitanti ciascuno le ceneri dei due giovani.

    La scena di mestizia, di piccole dimensioni, si trova sotto un terzo tabernacolo (in posizione centrale tra i due tabernacoli dei figli, riservato alle ceneri dei genitori quando sarà il loro momento). La scena raffigura i due coniugi, seduti e raccolti in una sommessa conversazione, facendosi forza l’uno con l’altra. Lui indossa una tunica scura; la consorte è in tunica chiara. 

    Essi sono raffigurati da soli, senza altri figli o prossimi congiunti a sostenerli nel dolore. La scenetta di solitudine rivela il dramma familiare di non avere altri figli che possano continuare la discendenza: i coniugi sanno che, perduti gli unici due figli, il nome della famiglia si estinguerà. Forse sono ormai troppo anziani per sperare di poter dare alla luce altri figli.

    La ricchezza della tomba fa pensare ad una famiglia benestante,  peraltro dotata di diversi servitori, tenuti anche in un certo conto. Alcuni graffiti nello stucco della parete di sinistra ne tramandano infatti i nomi:

    - gli schiavi Timius frater Horinae (Timio fratello di Orinna), 
    - Pardula anima bona (Pardula dal buon carattere), 
    - un’ancella di nome Asclepia. 

    Ma ci sono pure diversi liberti :

    - Alexander, 
    - Philetus, 
    - Aphrodisia,- Eutychia,- Felicissima 
    - Protus Zosimus, il cui piccolo cippo marmoreo, ritrovato nella tomba, cita il nome del suo patrono, Publius Aelius, che dovrebbe dunque essere il pater familias costruttore della tomba e il padre dei due giovani defunti.

    Complessivamente schiavi e liberti devono essere tra i 15 e i 23, perché nella parete di sinistra è presente un colombario con 15 nicchie (disposte su tre file da cinque, in gran parte inutilizzate), e altre 8 nicchie sono sparse nella parete frontale. La tomba è nel complesso piccola, misurando appena 9 mq e, al momento della scoperta, gli archeologi vi hanno individuato anche sei fosse per l’inumazione e due sarcofagi, aggiunti successivamente.

    I GIOCHI DEI BEATI

    LA NAVICELLA SUL FIUME LETE

    La seconda immagine, chiamata Navicella sul fiume Lete, è collocata nel soffitto sopra la porta d’ingresso, racchiusa da una cornice.
    Il viaggio sul Lete corrisponde al viaggio sull'Acheronte per le anime meno pure, cioè per quelle che erano destinate all'Ade freddo e buio. 
    Narravano i greci che i defunti passassero nel mondo dell'aldilà attraverso il fiume Lete, che cancellava la memoria della vita passata, mentre per gli eroi il passaggio avveniva attraverso il fiume Memnosine che conservava la memoria della vita trascorsa.

    Questo privilegio non riguardava però la tradizione storico religiosa romana. I romani passavano o dal fiume Lete o dall'Acheronte. L'idea che solo gli eroi contino non è romana, anche se parte del servizio per la patria apparteneva ad ogni buon romano, non occorreva diventare eroi famosi per avere un'aldilà piacevole.

    Per i romani era sufficiente aver fatto il proprio dovere, in guerra, in famiglia e con gli Dei. I fanciulli poi non avevano doveri e passavano sicuri il Lete per raggiungere i beati Campi Elisi. La scena presenta un paesaggio fluviale, con una parete rocciosa e con un pino marittimo. Sul fiume naviga una graziosa barchetta a vele gonfie, nell’atto di accostarsi delicatamente alla riva, con un uomo intento alle manovre. È il buon nocchiero dei Campi Elisi, figura speculare a Caronte. Tanto burbero era quello tanto gentile è questo.

    Sulla riva, ad attenderlo, ci sono le figure spensierate dei due giovinetti: una è in piedi, più vivace, e l’altra è seduta in tranquilla attesa. Il discorso prosegue su una terza parete, a destra, dove sono collocate in sequenza quattro immagini, e sono Scene dei giochi beati. Ai due giovani, che in vita si sono condotti secondo pietas (il rispetto delle leggi divine) e iustitia (il rispetto delle leggi degli uomini, una volta giunti nei Campi Elisi, è concesso di rivivere il loro tempo migliore. 

    Le scene occupano complessivamente un rettangolo orizzontale di circa 2 m, in campo bianco, sormontato da un festone a tema vegetale. All’interno sono dipinte in sequenza quattro immagini, ognuna delle quali raffigura un gioco infantile. Esse sono, nell’ordine: il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon.


    Il plaustrum

    La terza immagine, Il gioco del plaustrum, raffigura un giovane svestito, coperto solo da un panno. Egli guida un plaustrum, molto simile a un odierno monopattino, testimonianza unica di un monopattino pervenutaci dall’antichità.

    Nei testi antichi è descritto: a quattro, a una o a tre ruote. I più comuni sono quelli a quattro ruote, vere e proprie miniature dei carri più grandi, trainati da animali di piccola taglia, legati con un laccio di cuoio: in genere cani o caprette, ma non mancano testimonianze fantasiose di carretti volanti trainati da oche, colombi e fenicotteri, o racconti di carri trainati da servi o, a turno, da altri compagni di giochi.

    Con un plaustrum i monelli fanno scorribande ad alta velocità, con le bestiole che si svincolano dai lacci delle briglie, provocando spesso ruzzoloni e cadute, provocando quel non so che di imprevisto e di rischio che piace tanto ai ragazzini.

    C’è poi un altro tipo di carro a ruota unica, che consiste in un asse di legno o un semplice bastone (che funge da timone), con all’estremità una forcella nella quale è montata una sola ruota. 

    I bambini costruiscono i carri monoruota in casa. 
    Stare in equilibrio sul bastone monoruota non deve essere un’impresa facile, ma pare fosse un gioco piuttosto popolare.

    La terza tipologia è una variante della seconda, in cui al timone viene aggiunto anche un telaio orizzontale di base, sorretto da altre due rotelle posteriori.
    Su questo speciale plaustrum a tre ruote la trazione non è data da un animale, ma dal suo stesso conducente, che con una gamba si tiene in equilibrio sul telaio, e con l’altra sospinge la sua corsa. 

    Si tratta di un oggetto straordinariamente moderno, molto simile a un monopattino ed è quello su cui il ragazzino si diverte, come indica la figura.


    Gli astragali

    Il gioco degli astragali, raffigura un gruppetto di quattro ragazzini seduti per terra, con lo sguardo rivolto verso un quinto, all’impiedi, nell’atto di lanciare in aria dei piccolissimi oggetti, gli astragali, una specie di gioco di dadi, ma meno costoso e più diffuso.

    L’astragalo è un ossicino del tarso posteriore dei caprini, situato tra calcagno e bicipite, dalla forma cubica. A differenza dei dadi ognuno di questi ossicini cubici ha sole quattro facce utili, in quanto le altre due sono di forma arrotondata e non stanno in equilibrio. 

    Le quattro facce utili sono a loro volta diverse fra di loro: la faccia del cane è perfettamente piatta e corrisponde all’1 dei dadi moderni; la faccia del cavo è concava e corrisponde al 3; la faccia del dorso è convessa e vale 4; infine l’ultima, la faccia di Venere, è anch’essa perfettamente piatta: è la più desiderata e vale ben 6 punti. La somma delle facce opposte dà sempre 7; mancano il 2 e il 5.

    Questo gioco, d'azzardo e pertanto proibito tra gli adulti, ma innocente e consentito per i ragazzini, si chiamava gioco delle tre prove. Si trattava di di tre esercizi di destrezza, in cui vince il primo che le porta a termine tutte e tre senza errori.

    La prima prova consiste nel tirare in aria con la mano sinistra cinque astragali, facendone cadere almeno uno sul dorso della mano destra. È possibile recuperare da terra gli ossicini caduti, effettuando lanci di recupero, durante i quali sono richiese posizioni acrobatiche complesse, tutte minuziosamente descritte da testi dell’antichità. 

    Nella seconda prova gli astragali sono poggiati su un piano (generalmente per terra), e l’abilità consiste nel manipolarne quattro, componendo diverse sequenze (ad esempio la prima è dorso-cavo-cane-Venere), nel breve tempo del lancio in aria del quinto astragalo. Si arriva così alla terza e più difficile prova: effettuare dei veri e propri esercizi ginnici - chiamati raffica, cerchio e pozzo - anch’essi nel breve tempo di un volteggio in aria di un quinto astragalo.

    Secondo un’altra interpretazione, però, gli oggetti del gioco non sarebbero astragali, ma noci, usatissime dai giovani della Roma imperiale per un’infinità di giochi: prove di destrezza come negli astragali, o simili alle moderne biglie, o una specie di bowling, tirando una noce contro una barriera (cappa) di altre noci. 

    Dei giochi con le noci ce ne parla Ovidio, che dedica un’intera opera all’età dei giochi, chiamandola emblematicamente Nuces (Le Noci). Il gioco preferito del giovane poeta è il Ludus castellarum (il gioco delle torri). 

    Si tratta di comporre delle torri disponendo a triangolo tre noci con sopra poggiata una quarta, fino a comporre un’intera cintura di torri, che simulano un castello da assediare: l’avversario, lanciando ripetutamente un’altra noce come fosse un ariete, deve espugnare il castello, abbattendone una ad una tutte le torri. L’utilizzo delle noci era così frequente che «relinquere nuces» (smettere di giocare alle noci), indicava il passaggio dall’età dei giochi all’adolescenza.


    La moscacieca

    Il gioco della moscacieca, mostra tre giovani in tunica corta. Uno di essi ha gli occhi coperti da una mano, mentre l’altra è protesa verso gli altri due giocatori, che cerca di afferrare.

    E' la musca eburnea (mosca di bronzo) riferendosi alla mosca cavallina, dall’addome iridescente come il bronzo. Un giocatore è il cacciatore mentre gli altri sono mosche cavalline da acchiappare. Invece di bendarsi al cacciatore è richiesto di mettersi una mano davanti agli occhi, confidando nella sua onestà. Il regolamento ci è tramandato da uno scritto di Pollione. 

    Il cacciatore si copre il viso e i compagni lo fanno girare più volte su se stesso, fino a fargli perdere l’orientamento. Mentre ruota recita una filastrocca, che in italiano suona così: «Acchiappo la mosca di bronzo». I compagni gli rispondono «La cerchi, la trovi, ma non l’acchiappi», in modo che il cacciatore, attraverso il senso dell’udito, possa individuarne la posizione, lanciandosi subito dopo in un goffo inseguimento in cui, come narra Pollione è consentito sferrare calci sul sedere o scudisciate con frustini di cuoio. Finché il cacciatore non cattura la mosca.

    Ma per altri potrebbe trattarsi di un gioco simile, il «muida», simile all'acchiapparella. Oppure si tratta del «iudices» (gioco dei giudici). Elio Sparziano riferisce che questo gioco poco rumoroso è l’unico consentito durante le cerimonie ufficiali, le processioni e i contesti altolocati. 

    Si tratta di un gioco di imitazione degli adulti, in cui i piccoli a turno interpretano i ruoli di giudice, imputato, avvocati e testimoni in un immaginario processo, raccontando con compostezza delle storie inventate e incredibili, rendendole verosimili: il giudice ha il delicato ruolo di smascherare l’impostore o premiare le capacità di affabulazione.


    Il trigon

    La sesta immagine, chiamata Il gioco della palla, raffigura tre ragazzini in tuniche variopinte posizionati ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato a colpire una palla fluttuante nell’aria. 

    E' il trigon,  a tre giocatori, simile alla pallavolo, o allo sphaeristerium (il gioco della palla).

    La palla usata per i giochi aerei è la pila trigonalis; è una palla dura, realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia o sassolini. 

    Il fine è di mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una determinata sequenza di palleggi, uno dei giocatori può lqanciare in schiacciata. 

    Il trigon è ancora oggi praticato nelle scuole italiane, con il nome dello schiacciasette.


    IL BANCHETTO DEI GIUSTI

    La settima scena, chiamata Il banchetto dei giusti, torna ad evocare l’immagine dei genitori. Ad essi - proprio come i figli - spetta di godere nei Campi Elisi del proprio tempo migliore, in cui ognuno vive nell’età che gli ha dato la maggior felicità, dilettandosi con le attività più gradite. E se per i figli il tempo migliore è quello dei giochi innocenti, per Publio Elio e la sua amata il tempo migliore è l’età dei vent’anni, subito dopo il matrimonio: li ritroviamo ritratti in un momento di banchetto, nell’atto di distribuire agli altri commensali le poste iniziali per il gioco d’azzardo.

    La scena (posta al di sotto del lucernario di destra) raffigura i due coniugi sdraiati su un elegante triclinio con spalliera. La moglie ha accanto a sé la serva prediletta, cui impartisce ordini, puntando l’indice verso un tavolino a tre piedi sul quale sono poggiati tre piattelli vuoti.

    La consuetudine vuole che siano i padroni di casa ad offrire le poste iniziali dei giochi conviviali, deponendole su piattelli. Chi durante i giochi esaurirà le poste potrà scegliere se ritirarsi dal gioco, oppure proseguire mettendo sul tavolo denari propri.

    Alla fine del banchetto, è buona norma che coloro i quali hanno vinto restituiscano al padrone di casa le poste iniziali. E se, durante il gioco, un giocatore ha una fortuna così sfacciata da lasciare tutti gli altri senza altri denari per proseguire, ha quasi l’obbligo di donare agli altri nuove poste per proseguire il gioco, ricevendone in cambio una grande ammirazione. Augusto ci lascia una preziosa testimonianza del saper vivere romano: 
    « Caro Tiberio, alla fine ho perso 20.000 sesterzi. Ma sia chiaro: solo perché come al solito sono stato generoso. Se solo avessi richiesto indietro ai commensali le poste iniziali, quelle che ho condonato loro quando ho vinto, e quelle che ho aggiunto via via per alimentare il gioco, alla fine di sesterzi ne avrei avuti in mano 50.000. Preferisco così! La mia generosità mi farà finire direttamente in paradiso! ».




    L'OTTAVA SCENA DEI PAVONI AFFRONTATI

    Nella parete di sinistra, al di sopra del colombario, si apre l’ottava scena, la Coppia di pavoni affrontati che bevono alla fonte della vita. Al centro troneggia una grande coppa colma di vino, alla quale si abbeverano due pavoni, sacri a Giunone e simboli di vita oltre la vita, dalle lunghissime e variopinte code.

    Nella parete di destra, si raffigurano due montoni selvatici dal pelame mai tosato e con un superbo palco di corna, con al centro un cratere ed uno scudo.

    Il soffitto è l’unica parte danneggiata della tomba, ma se ne intravedono motivi geometrici e larghe fasce purpuree. Sono perfettamente conservati i quattro spigoli, nei quali trovano posto quattro medaglioni circolari con figure femminili a mezzo busto, i quali raffigurano insieme la decima e ultima immagine del sepolcro, chiamata I geni delle quattro stagioni. Come dire il succedersi delle stagioni che ripete il succedersi di vita e morte con successive reincarnazioni.

    Seguono numerose immaginette di offerte votive situate soprattutto nella parete frontale (due brocche da acqua, una coppa, un calice da vino, piccoli volatili e fiori) e un cesta colma di frutta nella parete d’ingresso: i melograni, le pere, i rametti verdi, così come gli intarsi in vimini della cesta, sono raffigurati con impressionante realismo.

    La tomba è stata scoperta nel 1951, insieme all’altra tomba chiamata Tomba degli stucchi. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo che la conteneva e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. La tomba è stata restaurata nel 2008.




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  • 07/17/18--05:19: CULTO DI CONSUS


  • EGITTO

    Khonsu era in Egitto una divinità lunare che faceva parte della “triade tebana”, in qualità di figlio di Amon e di Mut; ma talvolta era anche venerato quale figlio di Hathor, la Dea celeste in aspetto bovino legata al pianeta Venere, e di Sobek, il “Dio coccodrillo”, oppure di Bastet, la Dea gatta, che aveva un culto speciale soprattutto nella città di Per-Bast, che in forma ellenizzata diventava la Dea Bubastis, anch'essa Dea Lunare che sul suolo italico divenne Baubo, la divinità legata al sesso e alla dissacrazione, con un segreto legame con la Dea Demetra.

    Nelle raffigurazioni il Khonsu egizio compare di solito con aspetto infantile, con una treccia ricadente sul lato sinistro della testa, che nell’antico Egitto era tipica dei bambini, che trovò un corrispettivo greco e romano in Arpocrate, anch'esso con valenze infantili e lunari,

    Khonsu tiene tra le mani il pastorale e il flagello, emblemi della regalità, associati all’autorità dei faraoni, (che a Roma corrispondettero ai fasci littori), la croce ansata (“ankh”), simbolo della vita e della divinità, e uno scettro a forma di “zed” (o “djied”), il mistico pilastro osiriaco, corrispondente al cono imbiancato della Grande Madre Mediterranea, in pratica l'Albero della Vita.



    ROMA

    E' evidente che il Dio italico Consu, a cui i romani dedicarono la festa dei Consualia, consorte della Dea Opi, Dea dell'abbondanza delle messi e dei campi, prese spunto dal Dio egizio, probabilmente direttamente importato da quello, sul suolo italico. Il nome terminante per "u" e non per "us" all'uso latino lo conferma, visto che il terminale "us" venne aggiunto solo in epoca romana.

    Tertulliano (Spect., 5) :
    "et nunc ara Conso illi in circo demersa est ad primas metas sub terra cum inscriptione eiusmodi:
    CONSVS CONSILIO MARS DVELLO LARES + COILLO + POTENTES.
    Sacrificant apud eam nonis Iuliis sacerdotes publici,
    XII Kalend. Septembres flamen Quirinalis et virgines".

    Una AEDES CONSI SUBTERRANEA è annoverata da Publio Vittore nei Cataloghi Regionari, ascritta alla XI Regio augustana.

    Conso (Consus) è un'arcaica divinità della religione romana, derivata da un precedente culto italico. Come accadeva per la maggioranza delle divinità legate alla terra e alla fertilità, la figura di Conso era vista in stretto rapporto con il mondo sotterraneo. Probabilmente si trattava della divinità del seme del grano e dei depositi per la sua conservazione, che tra i romani venivano posti sottoterra, dentro olle o giare affinchè stessero al fresco e non fossero invasi dai topi.

    L'ara era sotterranea, o coperta di terra, e veniva scoperta unicamente durante le feste a lui dedicate, i Consualia, che erano festeggiate il 21 agosto ed il 15 dicembre. Per questa divinità ctonia officiavano i suoi riti i Flamini Quirinali e le Vestali. A lui era dedicato anche un tempio sull'Aventino, dedicato il 272 a.c.

    Secondo Tito Livio « predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno equestre, giochi cui diede nome di Consuali. Accorse un gran numero di persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumini, gli Antemnati. E venne anche, praticamente al completo, con mogli e figli, la popolazione dei Sabini.»

    Per questa ragione hanno ipotizzato che gli antichi depositassero i semi sottoterra per proteggere i semi ma i contadini non commetterebbero mai tale errore, perchè è vero che non verrebbero mangiati dagli uccelli ma: 

    1) germoglierebbero insieme soffocandosi a vicenda.
    2) li mangerebbero i topi che sono bravissimi a sentire gli odori e scavare tunnel sotto terra.
    3) se fossero poi conservati in casse di legno, questo si imbeverebbe con le piogge e marcirebbe, provocando ancora il germogliare dei semi che, lontani dalla superficie, marcirebbero anch'essi.
    4) conservarli in casse di pietra avrebbe un senso solo se posti in superficie, perchè la malta con l'acqua non terrebbe a lungo, ma soprattutto i semi hanno bisogno, per mantenersi, di luoghi asciutti e ventilati, come i silos.
    5) posti invece in olle e giare non cambierebbe la conclusione, perchè l'argilla è porosa e assorbe l'acqua, e se poi fosse impermeabilizzata con la pece i semi ammuffirebbero per mancanza di ventilazione.

    Conso era dunque una divinità ctonia, visto a lui era dedicato un altare ipogeo al centro del circo Massimo, l'ara Consi, retaggio di un culto molto antico legato all'agricoltura ma con significato misterico, cioè legato ai Sacri Misteri.

    Secondo alcuni storici il culto del Dio Conso era antecedente alla fondazione di Roma e risaliva ai tempi di Albalonga (XII sec.a.c..) Romolo e i suoi sudditi ripresero la tradizione dei loro avi. La festa estiva era dedicata alla mietitura, mentre la festa invernale rivestiva un significato propiziatorio ed era considerata la più importante, dal momento che vi prendeva parte anche il re.

    Per diversi studiosi l'antico Dio italico del grano corrispondeva alla greca Persefone (Proserpina), simbolo della forza generatrice insita nel chicco di frumento. Ora nè Proserpina, nè Persefone, nè Core erano simbolo della forza generatrice del chicco di frumento.
    Cosa poteva avere a che fare allora Consus con queste Dee figlie delle Dee delle messi? Il fatto che fosse sparito nell'Ade e poi riemerso, come dire morto e resuscitato. Trattasi dunque del figlio-vegetazione della Dea Grande Madre, cioè della Dea Natura, che ogni anno muore in autunno per resuscitare in primavera.

    A Conso era dedicato un altare ipogeo al centro del circo Massimo, l'ara Consi, un'ara molto antica appartenente a un culto sotterraneo preromano. I romani avevano molto rispetto per le antiche religioni e anche se non le praticavano molto le mantenevano quanto necessario perchè non fossero dimenticate. Dimenticare gli Dei era pericoloso perchè questi potevano vendicarsi.


    Etimo

    Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'etimologia del nome Consus è incerta possa derivare dal verbo latino conserere, "seminare", tant'è che la Dea Ops era nota anche come Consivia o Consiva. Georges Dumézil e G. Capdeville considerano invece il verbo condere, fare provvista, come la migliori ipotesi per l'etimologia del termine: Consus sarebbe un sostantivo verbale arcaico che denota l'azione del deposito di grano.



    L'ARA

    L'ara, che si dice fosse di legno, era sotterranea, e alcune fonti indicano fosse coperta di terra, e che venisse scoperta e portata in superficie unicamente durante le feste a lui dedicate, i Consualia. 
    Ora viene da chiedersi se era coperta di terra oltre che giacere sotto terra, e se era di pietra o di legno.

    Un'ara di legno posta sotto terra, considerato poi un'ara molto antica, sicuramente si sarebbe logorata. Se fosse stata coperta di terra sarebbe stato ancora peggio perchè la terra sarebbe stata umida. Si può pensare che fosse un tempio sotterraneo lastricato da tufo, perchè il tufo fu la pietra usata dagli antichi romani, ma anche lì l'umidità avrebbe corroso il legno. Se però l'altare fosse stato di pietra sarebbe stato difficile portarlo in superficie, per il peso smisurato. Quale potrebbe essere allora la verità?

    L'altare era di pietra, era collocato in una cella sotterranea sopra la quale sicuramente era stato edificato un piccolo tempio. La cella era ermeticamente chiusa tutto l'anno come chiuso era il tempietto da cui vi si accedeva, e solo durante le feste la cella veniva aperta e l'ara restava di sotto, sicuramente aspersa di acqua lustrale e cosparsa delle primizie offerte. 

    Sicuramente l'ara non era coperta di terra ma era tumulata sotto terra, non si esclude che anticamente giacesse in una fossa che venisse riempita di terra e poi in parte scavata per farne affiorare la superficie. Di certo i romani, gente pratica e razionale non avrebbe mai fatto l'inutile lavoro di coprire di terra l'ara nel suo sepolcro per poi faticosamente svuotarlo nella festa. 

    CONSUALIA

    LA FESTA

     Le Consualia si festeggiavano il 7 luglio, il 21 agosto e il 15 dicenbre. La festa di metà dicembre solennizzava la fine dei lavori dei campi, quando si riponeva il raccolto. Sulla scorta degli antichi calendari si può ipotizzare che le Calende di dicembre durassero quattro giorni. Questa importante festività si svolgeva il 21 agosto (Consualia) e il 15 dicembre (grandi Consualia) di ogni anno, cioè al termine della raccolta e della semina.

    Le Consualia di metà dicembre solennizzano la fine dei lavori dei campi, quando si ripone il raccolto.  Secondo gli antichi calendari sembra che le Consualia di dicembre durassero quattro giorni, e fossero le più solenni, anticamente qualificate secondo Servio come Magni circenses (giochi solenni). 

    Sembra vi fosse un festeggiamento anche il 7 luglio in onore di Conso, come Dio della vegetazione annuale, e forse anche in marzo, in corrispondenza delle Equirria, perché il Dio era associato ai vari momenti della vita agricola.

    Essendo la sua ara sotterranea trattavasi della festa di una divinità ctonia, cioè degli inferi, come dire dell'aldilà.  I Flamini Qurinali e le Vestali erano preposti all'ufficio dei suoi riti. Il sacrificio consisteva, secondo la stagione, nel bruciare incensi e primizie e nell'organizzazione di corse di cavalli, sciolti e/o congiunti ai carri. 

    I Flamini Quirinali, Flamines Quirinalis, erano preposti al culto di Quirino e celebravano le festività dei Quirinalia, dei Consualia, dei Robigalia e dei Larentalia.

    La celebrazione dei Consualia al 21 di agosto è riportata da Tertulliano il quale riferisce del sacrificio sull'altare sotterraneo di Conso, nel Circo Massimo, celebrato dal flamine Quirinale e dalle Vestali. Le Consuali più solenni sono quelle di dicembre, che secondo Servio sarebbero qualificate anticamente come Magni circenses (giochi solenni).

    Questi riti si svolgevano davanti a un altare sotterraneo del Circo Massimo, secondo alcuni portato in superficie in occasione della festa, per essere di nuovo sotterrato. Questo particolare potrebbe riportare al mondo agricolo, come il seme che, resta nascosto nella terra fino al tempo della germinazione. Nella festa si organizzavano corse di muli, mentre cavalli e asini restavano a riposare incoronati da ghirlande. 

    Anche questo non sembra corretto, le corse sembrerebbero riguardare tanto muli, quanto asini e cavalli. Il giorno di riposo probabilmente significa che dopo essere stati trasportati si lasciavano riposare con fiocchi e ghirlande, fino al momento delle corse. Ma secondo altri invece, si facevano correre solo cavalli da corsa, ma  gli animali da tiro, fossero essi cavalli, asini o muli, erano dispensati dal lavoro e venivano incoronati di fiori.



    IL RATTO DELLE SABINE

    Spesso Conso è associato al ratto delle Sabine: Romolo, nell'istituire i giochi, che sarebbero serviti di pretesto al fatto, avrebbe creato un nuovo dio e un nuovo culto, dicendo di averne trovato l'altare sotto terra.
     Quanto al ratto delle Sabine, forse va ricondotto soprattutto alle Consualia di agosto, secondo la testimonianza di Varrone che dice:
     " ..si facevano allora pubbliche feste e i sacerdoti nel Circo, presso l'ara del dio, celebravano quei giochi nei quali furono rapite le donne Sabine".
    Invece Servio colloca il ricordo del ratto durante le Consuali di marzo.  I Giochi Consuali  o Consualia, sono celebrazioni istituite da Romolo in onore di Conso che si svolgevano il 7 luglio, il 21 agosto e il 15 dicembre.

    Romolo « ...ludos ex industria parat Neptuno equestri sollemnes; Consualia vocat. Multi mortali convenere, studio etiam videndae novae urbis, maxime proximi quique, Caeninenses, Crustumini, Antemnates; iam Sabinorum omnis moltitudo cum liberis ac coniugibus venit.»
    « predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno equestre, giochi cui diede nome di Consuali. Accorse un gran numero di persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumesi, gli Antemnati. E venne anche, praticamente al completo, con mogli e figli, la popolazione dei Sabini.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9, Newton & Compton, Roma, 1975, trad.: G.D. Mazzocato)

    Questo altare ritrovato fu comunque il pretesto per l'organizzazione dei giochi durante i quali avvenne il Ratto delle Sabine. Infatti Tito Livio narra che i Consualia furono istituiti dallo stesso Romolo quando con i giovani romani organizzò il rapimento delle fanciulle.

    Conso venne associato, a dire di Dionigi di Alicrnasso, con Consigli segreti, e quindi il suo nome fu associato al consilium, consiglio o assemblea. Secondo Servio Mario Onorato (IV sec:) riporta che Consus era il Dio dei Concili, infatti avrebbe dato a Romolo il consiglio di istituire feste in suo onore ( Consualia) al fine di rapire le donne dei Sabini.

    Il testo è questo:
    Romolo: « ...ludos ex industria parat Neptuno equestri sollemnes; Consualia vocat. Multi mortali convenere, studio etiam videndae novae urbis, maxime proximi quique, Caeninenses, Crustumini, Antemnates; iam Sabinorum omnis moltitudo cum liberis ac coniugibus venit. » 

    Così tradotto: « predispose ad arte solenni giochi in onore di Nettuno equestre, giochi cui diede nome di Consuali. Accorse un gran numero di persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e particolarmente i più vicini: i Ceninesi, i Crustumini, gli Antemnati. E venne anche, praticamente al completo, con mogli e figli, la popolazione dei Sabini.»
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9, Newton & Compton, Roma, 1975, trad.: G.D. Mazzocato)

    Noi preferiamo questa traduzione: (Romolo) « prepara ad arte solenni giochi equestri in onore di Nettuno, che chiama Consuali. Accorrono molte persone, anche per la curiosità di vedere la nuova città, e soprattutto i più vicini: i Ceninesi, i Crustumini, gli Antemnati. E viene anche una moltitudine di Sabini, sia liberi che coniugati»

    La dicitura cum liberis ac coniugibus fa capire il perchè i romani si erano fissati con le sabine. 
    Gli altri popoli non permettevano alle donne di girare per proprio conto. 

    Le ragazze in età da marito se ne stavano a casa, mentre le sabine, di costumi molto liberi, potevano partecipare ai giochi con la stessa libertà dei maschi. 
    I romani non tolsero le donne ai mariti, perchè questo sarebbe stato esecrato da ogni popolo e si sarebbero macchiati per sempre agli occhi di tutti. 

    Con le sabine potevano inoltre azzardare perchè potevano trovarle adulte e non coniugate, al contrario degli altri popoli che praticavano (d'altronde come i romani dopo) una specie di pedofilia, sposando le donne dai 12 ai 14 anni per trovarle vergini. Tra i sabini l'obbligo della verginità non esisteva.

    Secondo il mito sarebbe stato Conso a consigliare Romolo dell’istituzione di feste in suo onore al fine di rapire le donne dei Sabini. Ma per alcuni Romolo, nell'istituire i giochi, che sarebbero serviti di pretesto al fatto, avrebbe creato un nuovo Dio e un nuovo culto, dicendo di averne trovato l'altare
    sotto terra.



    Il CONCILIUM

    Conso venne poi associato con i Consigli segreti, e quindi il suo nome fu associato al consilium, consiglio, o concilio, o assemblea. Secondo Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano, Consus era infatti il Dio dei Concili, o delle deliberazioni segrete.

    Per un'altra interpretazione Consus si identificava con il Neptunus Equestris, ovvero Nettuno protettore dei cavalli, per questo le corse di muli e cavalli erano l'evento principale durante le sue feste. Ma Conso era un Dio antico e preromano quando i cavalli erano scarsi e comunque non usati in guerra. Nettuno come Dio dei cavalli è una derivazione greca mentre qui il culto è italico.

    Comunque a Conso, oltre all'altare sotterraneo nel Circo Massimo, era dedicato un tempio sull’Aventino (dal 272 a.c.). Inoltre il solco primigenio, secondo Tacito, sarebbe passato accanto all'ara di Consus come tema augurale.

    Si pensa che il nome Consus venisse da Condere (condo-condis-condidi-conditum-condere, che significa sotterrare, o fondare: ab urbe condita), ma aveva rapporti con Ops Consiva, la Dea dei campi coltivati. Sembra tuttavia che Ops avesse la virtù di ispirare saggi Consilii, cioè ispirava la soluzione dei problemi e per questo si ascoltavano i suoi responsi. Queste qualità naturalmente passarono al figlio che divenne la divinità in primo piano. E' legittimo pertanto pensare che Consus venga da Consilium, e che Consus fosse in origine il figlio di Opi Consiva.

    Dionigi riporta pure che per alcuni Conso era assimilato a Nettuno Seisichthon, che scuote la Terra, per atri Consus si identificava con il Neptunus Equestris, ovvero Nettuno protettore dei cavalli. In effetti corse di muli e cavalli erano l'evento principale durante le sue feste; a, cui era concesso un giorno di riposo e venivano adornati di fiori.

    Tutto ciò derivò dall'invasione indoeuropea, i cosiddetti iperborei, portatori del cavallo da guerra sacro a Nettuno, n quanto venuti da terre aldilà del mare, prima in Grecia e poi in Italia.



    OPS CONSIVA

    Rispetto all'epoca, il ratto delle Sabine andrebbe ricondotto alle Consualia di agosto, secondo la testimonianza di Varrone che dice: "si facevano allora pubbliche feste e i sacerdoti nel Circo, presso l'ara del dio, celebravano quei giochi nei quali furono rapite le donne Sabine". 

    DEA OPS
    Servio invece colloca il ricordo del ratto durante le Consuali di marzo. Insomma i diversi autori collocano le Consualia in diversi mesi dell'anno: a febbraio, a marzo, ad agosto, a settembre e dicembre, probabilmente feste grandi e piccole che scandivano le fasi dell'agricoltura.

    Il che fa pensare alle feste di Ops Consivia festeggiata più volte con suo figlio Consus che moriva e rinasceva ogni anno in qualità di vegetazione annuale.


    Ops, anche detta Opi, Openconsiva o Consiva, era la divinità romana associata nel culto a Saturno e a Conso, quest'ultimo prima figlio vegetazione che muore e risorge e che si accoppia poi con la Dea, da cui il nome Consiva.
    Il Dio Conso, protettore di cereali e dei silos sotterranei, era pertanto rappresentato da un seme di mais.
    Dunque Opi, Dea primigenia Romana della terra, era colei che proteggeva le colture, la mietitura, la semina e conservava il grano nei granai. Aveva due feste: gli Opiconsivia di agosto e gli Opalia di dicembre. Veniva connessa, nel culto, con il dio Conso (che pare avesse sposato), da cui traeva l'epiteto di Consiva, e con il dio Saturno. Quando questi venne identificato con il dio greco Crono (il più giovane dei Titani, figli di Urano e Gaia), Opi, a sua volta, fu identificata con Rhea, la sposa di Crono.

    La tradizione romana le attribuisce origini sabine, in quanto culto introdotto a Roma da Tito Tazio, il re sabino che secondo la leggenda avrebbe regnato su Roma con Romolo.
    Per Cornelio Labeone, III sec. d.c., Opi, come Bona Dea, furono soprannomi di Maya, ma è più facile pensare a una delle tante Grandi Madri locali trasposta anche a Roma.

    Conso, piccolo dio rustico, finì un po’ male. Quando con l’acquisizione della cultura greca tutti gli dei romani vennero trasformati nelle divinità greche corrispettive, Conso venne trasformato in Poseidone Ippio, solo perché le feste dedicate a questo dio greco erano piene di cavalli come quelle di Conso.

    Poseidone Ippio era un Dio scomposto che fecondava e possedeva dee e donne mortali senza ritegno. Tutte le dee cercavano di evitarlo al punto che la Dea delle biade, Demetra, la più tartassata, non esitò a trasformarsi in cavalla pur di nascondersi e sfuggirgli. Poseidone se ne accorse e non perse tempo, si trasformò pure lui in cavallo e la fece sua.


    ROBERTO LANCIANI

    "Le memorie di Conso appaiono limitate a Roma, anzi alla valle del Circo Massimo, Vallis Murcia; più precisamente all'altura dell'Aventino dove L. Papirio Cursore, dopo l'espugnazione di Taranto, gli dedicò nel 272 a. C. un tempio; e al sacrario principale, alle radici del Palatino (Ara di Conso). A mezzo il sec. III, Conso è identificato con Posidone Ippio (Neptunus Equester), e con la graduale decadenza dell'agricoltura presso i Romani, il culto tributatogli si raccomanda alla celebrazione dei giuochi circensi.

    Non sembra accettabile l'opinione che l'ara di Conso stesse accanto alle prime o alle seconde mete, cioè all'una o all'altra estremità della spina del Circo Massimo. D'altronde il vetusto sacello tornò in luce nel 1526, dietro la basilica dell'Anastasis (S. Anastasia ai Cerchi) e Bartolomeo Marliani ce ne ha lasciato una suggestiva descrizione (in Antiq. Romae Topographia, ediz. del 1534). Esso è con ogni probabilità da riconoscersi in una concamerazione in opera quadrata posta nei sotterranei della basilica di S. Anastasia a tergo dell'abside basilicale."


    Ma un motto rinvenuto nel Circo Massimo conclama:
    CONSUS PER IL CONSIGLIO, MARTE PER LA GUERRA, I LARI PERCHE' LE CANTINE SIANO POTENTI.
    Il che fa pensare che l'ara fosse effettivamente locata nel circo.


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    SATIRO E MENADE
    La casa fu costruita tra la fine del III e l'inizio del II secolo a.c. e subì nel corso degli anni piccoli rifacimenti: rimasta danneggiata durante il terremoto di Pompei del 62, fu ristrutturata dall'allora proprietario, il banchiere Lucio Cecilio Giocondo, dal quale prende il nome.

    LUCIUS CAECILIUS IUCUNDUS
    La domus è molto rinomata per 2 famosi rilievi, uno rubato (come al solito), l'altro (in deposito) posto a decorare il larario (sacello domestico), che rappresentano con tratti popolari efficacissimi gli effetti del sisma su alcuni edifici pubblici pompeiani.

    A sinistra del tablino c'è il calco del ritratto del banchiere L. Caecilius Iucundus, che abitava la casa nel 79 d.c. e di cui è stato rinvenuto l'archivio di 154 tavole cerate: esse registrano le somme da lui versate tra il 52 e 62 d.c. a persone per conto delle quali aveva venduto beni (soprattutto schiavi) o riscosso affitti, recuperando per sé una provvigione, in realtà piuttosto onesta, dell'1-4%.

    Seppellita sotto una coltre di ceneri e lapilli a seguito dell'eruzione del Vesuvio nel 79, la domus fu rinvenuta grazie agli scavi borbonici nel 1844 ed esplorata nuovamente nel 1875. Durante il corso della II guerra mondiale fu leggermente danneggiata dai bombardamenti americani: al termine del conflitto fu infatti necessario riposizionare le tegole del tetto, riordinare le colonne del peristilio e ripulire la pavimentazione dalla caduta di alcuni calcinacci.

    L'ENTRATA

    LA DESCRIZIONE

    La Casa di Lucio Cecilio Giocondo è interamente realizzata in opera a telaio di calcare (roccia sedimentaria di calcite) di Sarno (presso Salerno), con l'utilizzo del tufo nelle parti decorative. L'abilità del proprietario, Lucio Cecilio Giocondo, come esperto banchiere, portò a molti guadagni e molta ricchezza come si evince dalla sua casa.

    L'ingresso si affaccia direttamente su Via del Vesuvio e due grossi pilastri, sui quali al momento dello scavo furono rinvenute diverse iscrizioni elettorali, e di cui alcune ancora si conservano.  Ai lati dell'entrata si aprono due botteghe, cosa alquanto usuale perchè il padrone di casa affittava i negozi ricavati nel suo stesso edificio per trarne un guadagno negli affitti.

    L'ATRIO
    Nel vestibolo si conserva un mosaico pavimentale che raffigura un cane, ma non il "cave canem" che dovrebbe spaventare i ladri, bensì un tenero cagnolino tranquillamente sdraiato. Dal vestibolo si passa all'atrio, con compluvium (apertura per l'acqua piovana) sul tetto ed impluvium (vasca livello suolo) centrale sul pavimento, contornato da un mosaico a figure geometriche.

    Per il resto dell'ambiente invece la pavimentazione è in cocciopesto (un composto di frammenti minuti di tegole o mattoni o cocci di vasi d'argilla misti a malta fine a base di calce aerea).con inserti di marmi colorati. Anche se il cocciopesto era un'ornamentazione meno ricca del normale mosaico, si può dire che qui, con gli inserti di marmo colorati, acquisisca una sua particolare valore e bellezza.


    Nell'angolo nord-ovest dell'atrio si trova un larario decorato in marmo: in particolare la parte superiore della base era caratterizzata da due bassorilievi che rappresentano i danni provocati dal terremoto del 62, ossia il crollo di Porta Vesuvio, andato rubato (come al solito), e i danneggiamenti al Tempio di Giove, conservato al museo archeologico nazionale di Napoli.

    Queste opere furono eseguite probabilmente come espiazione verso gli Dei irati o in ringraziamento verso gli Dei che, col terremoto, avevano arricchito Cecilio Giocondo, che aveva speculato sulle disgrazie altrui. Quest'ultima spiegazione però sembra poco attendibile anche perchè Cecilio non era un usuraio, dai conti rinvenuti nella domus si rileva che il tasso di interesse che prelevava sui suoi clienti andava dall'1 al 4% e penso che oggi sarebbe ancora un ottimo tasso.

    IL GIARDINO INTERNO
    Intorno all'atrio si aprono diversi cubicoli, alcuni dovevano essere piccoli magazzini, altri camere da letto, di cui anche padronali, vista la ricchezza dei dipinti. In alcuni di questi cubicoli si sono conservati infatti sia la pavimentazione con disegni a mosaico, sia le decorazioni parietali, anche se alcune raffigurazioni sono andate in parte perdute (come al solito) come il dipinto di Ulisse e Penelope e una scena teatrale.

    Sull'atrio si apre il tablino, di notevoli dimensioni, sicuramente utilizzato dal proprietario per esercitare la sua professione, come usava fra i professionisti dell'epoca. Di solito si poneva in bella vista un tavolinetto con dei bricchi d'argento e magari una cassaforte in bronzo borchiato per far comprendere l'agiatezza del padrone, che era una garanzia per l'ottemperamento dei suoi doveri verso i suoi clienti.

    IFIGENIA IN TAURIDE
    Ai lati degli stipiti d'ingresso sono presenti due colonnine sulle quali erano poste due erme, in particolare quella a sinistra sosteneva una testa in bronzo raffigurante o lo zio o il padre di Cecilio Giocondo, dono del liberto Felix, così come attestato dall'iscrizione incisa sul pilastro:

    GENIO LUCI NOSTRI FELIX LIBERTUS

    L'ALTARE
    Su quella destra invece era posizionata una testa in oro, andata distrutta (come al solito) durante le esplorazioni. Il tablino conserva intatta la pavimentazione a mosaico con al centro un disegno geometrico, mentre alle pareti sono affreschi in III stile che originariamente erano color cinabro, poggiati su un fondo ocra, di cui oggi rimane solo quest'ultimo colore.

    Su ambo i lati i pannelli decorativi sono divisi in tre scomparti, simili a tappeti, ornati con elementi vegetali; la parete di destra presentava al centro di ogni scomparto quadretti raffiguranti un Satiro che abbraccia una Menade, Ifigenia in Tauride e una Menade con Cupido, tutti staccati e conservati al museo archeologico di Napoli.

    Sul lato sinistro invece sono ancora in loco (purtroppo) l'affresco di un Satiro con Menade, una raffigurazione incerta, probabilmente rappresentate il ritorno di Ettore cadavere ed ancora un Satiro con Menade. La raffigurazione del Satiro con menade lascia alcune perplessità, per vari motivi:

    1) la donna versa sul capo dell'uomo una polvere, forse magica, infondendogli qualcosa.

    2) l'uomo non abbraccia la donna ma ne mostra un seno come ad indicare che la donna sia incinta, simbologia molto usata allora e oltre, nel rinascimento e secoli ancora dopo. Il seno che l'uomo circonda con una mano è il simbolo della produzione del latte.

    MENADE CON CUPIDO
    3) la presunta menade è incoronata e le menadi non indossavano corone ma semmai serti di fronde, data la loro natura selvaggia.

    RICOSTRUZIONE GRAFICA
    4) per alcuni si tratterebbe di Marte e Venere, dato che esiste una pittura simile in cui l'uomo è armato come Marte. Qui però l'uomo non è armato, è laureato sul capo ed ha un orecchino.

    Superato il tablino si accede al peristilio, che ha conservato intatto il colonnato, una fontana con vasca in marmo, diversi graffiti ed un affresco erotico ed uno di grande animale: al centro di questo ambiente è il giardino, mentre intorno si aprono diversi ambienti come il triclinio con resti delle decorazioni parietali.

    In particolar modo sono visibili dei medaglioni con volti di donna, un grande quadretto, rovinato dal tempo, raffigurante Paride fra tre Dee, e Teseo che abbandona Arianna, in questo caso staccato dalla sua collocazione originale; anche questi pannelli presentano una parte centrale in giallo ocra e una zoccolatura in rosso. 

    RICOSTRUZIONE GRAFICA
    Altri ambienti conservano scarsi resti degli intonaci e degna di note è l'esedra con nicchia utilizzata come larario ed un tavolo in marmo: nei pressi di questa sala, a causa del crollo durante l'eruzione del piano superiore fu ritrovato, tra il 3 ed il 5 luglio 1875, un piccolo forziere contenente 154 tavolette cerate, che riportavano la somma degli affitti riscossi e le quote versate per l'acquisto di proprietà.

    RICOSTRUZIONE GRAFICA
    La datazione di questi documenti va dal 52 al 62, dopodiché si pensa che il banchiere si ritirò a vita privata dedicandosi ad opere pie. Una scala conduceva ad una cantina sotterranea, nella quale si riconoscono degli affreschi con disegni di elementi naturali


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  • 07/19/18--04:53: ARCO DI FABIANO
  • POSIZIONE DELL'ARCO

    ARCO Dl FABIANO. "A piedi del lato Orientale del Comizio si pone comunemente l'arco di Fabiano, il quale doveva trovarsi nello sbocco della via Sacra nel foro."



    QUINTO FABIO MASSIMO

    RICOSTRUZIONE DELL'ARCO DI FABIANO
    Quinto Fabio Massimo Allobrogico, ovvero Quintus Fabius Maximus Allobrogicus, appartenne alla nobile gens Fabia, antichissima famiglia patrizia romana, inclusa fra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio.

    Era figlio di Quinto Fabio Massimo Emiliano, console romano nel 145 a.c. Venne nominato questore nel 134 a.c., lo stesso anno in cui lo zio Scipione Emiliano ottenne il secondo consolato, cosicchè partì a suo fianco per la guerra contro i Celtiberi in Hispania, guerra che terminò nel 133 a.c. con la distruzione della città di Numanzia, l'antica roccaforte celtiberica di Numancia, in Spagna, dopo 15 mesi di assedio.

    Tornato a Roma nel 132 a.c., si occupò personalmente nel 129 a.c., delle esequie dello zio, pronunciando egli stesso il discorso funebre in suo onore. Venne poi nominato Pretore della Spagna nel 124 a.c., cui seguì la carica di console nel 121 a.c., avendo come collega l'infame Lucio Opimio, colui che pur essendo di estrazione plebea sterminò tremila Romani sul monte Aventino, costringendo Gaio Gracco al suicidio.

    GENS FABIA
    A Fabio venne affidata la guerra contro gli Allobrogi nella Gallia Transalpina.

    Qui guidò l'esercito assieme al suo predecessore Gneo Domizio Enobarbo, console romano nel 122 a.c. Vinse nello stesso anno  una vittoria decisiva sugli Allobrogi e su Bituito, re degli Arverni. Tornato a Roma venne eletto console nel 121 a.c.

    Nel 120 a.c., per queste vittorie, gli venne accordato dal senato il trionfo, durante il quale fece sfilare il re degli Arverni, Bituito, nella sua armatura d'argento, e gli fu conferito l'agnomen Allobrogicus.

    Inoltre il Senato decise di far innalzare in suo onore il Fornix Fabianus, un arco sulla Via Sacra che segnava l’angolo del Foro all’altezza della Basilica Aemilia, e fu il primo arco nel perimetro del Foro.

    Il senato accordò il monumento ma fu pagato dallo stesso Fabio grazie ai bottini di guerra.

    Il Fornix Fabianus, o Arco Fabiano venne eretto nel Foro Romano a cavallo della via Sacra tra la Regia e la Casa delle Vestali da Quinto Fabio Massimo Allobrogico nel 121 a.c. per celebrare la vittoria sugli Allobrogi.

    Fu poi restaurato da suo nipote nel 56 a.c. che se lo dedicò a sua volta, Ancora esistente ai tempi di Cicerone, fu abbattuto spoliato e riciclato non sappiamo quando.

    Nel XVI secolo furono rinvenuti nei paraggi frammenti di iscrizioni appartenenti al monumento, ma la sua collocazione è stata precisata solo in seguito a sondaggi nel XX secolo.



    I RESTI DELL'ARCO


    Nel 1546 vennero rinvenute presso il Tempio di Antonino e Faustina le epigrafe dedicatorie dell'Arco ed altri frammenti che erano stati utilizzati per la copertura della Cloaca sulla Via Sacra. L’epigrafe dedicatoria dell’arco (CIL VI, 1407) era però intitolata a Quinto Fabio Massimo nipote dell’Allobrogico. 

    POSIZIONE DELL'ARCO DI FABIANO (clicca per ingrandire)
    Sembra che all'epoca l’epigrafe già si trovasse "in Hortis Maximorum ad Forum Boarium" perché, come narra Pirro Ligorio, la gens Maximorum stava raccogliendo documenti epigrafici che testimoniassero le antiche origini della famiglia e quando si seppe che erano stati ritrovati frammenti del Fornix Fabianus, ottennero dal Papa Paolo III l’autorizzazione a condurre gli scavi per conto proprio, per cui ciò che veniva ritrovato lo portavano nei loro Horti della zona del Foro Boario (dove i cinquecentisti credevano che anticamente si trovasse la domus dei Massimi).

    Secondo le epigrafi, l'arco era stato decorato con le statue di Q. Fabio Massimo Allobrogico, di Lucius Aemilius Paullus, vincitore di Perseo di Macedonia, e e di Lucio Cornelio Scipione Africano minore.

    Altri avanzi del Fornix Fabianus, soprattutto i pesanti blocchi componenti la volta, dai quali si può calcolare la luce dell'arco a m.3,80, furono rinvenuti nel 1882, ma anche essi vennero spoliati e riutilizzati nel medioevo.


    CICERONE

    L’Arco Fabiano viene citato due volte da Cicerone che lo chiama "fornix" proprio perché era ad un solo arco e narra che il Fornice si trovava sulla Via Sacra nel tratto che collegava il Foro al Vico per il quale si saliva sul Palatino, dove si trovava la casa di Ortensio che poi divenne di proprietà di Augusto.

    MONETA DI Q. FABIO MASSIMO
    Cicerone aggiunge che quando la folla scendeva giù dalla Via Sacra Summa, iuxta Regia, all’altezza della Regia doveva stringersi per passare sotto il Fornice Fabiano, posizione del resto confermata dall'oratore Crasso che, per burlarsi del vanitoso Memmio, diceva "credersi egli tanto alto da dover abbassare il capo quando, scendendo sul Foro, passava sotto l' arco Fabiano".

    L'arco era probabilmente ancora in piedi nel V o VI secolo d.c., si che Rufo e Vittore alla fine del IV secolo lo chiamano Arcus Fabianus, ma sono le ultime citazioni del monumento.




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  • 07/21/18--06:26: BATTAGLIA DELLE ISOLE EGADI


  • LE EGADI

    Le isole Egadi sono un arcipelago dell'Italia, in Sicilia, che consta di tre isole e due isolotti, più una serie di scogli e faraglioni, posto a circa 7 km dalla costa occidentale della Sicilia, fra Trapani e Marsala, in provincia di Trapani.
    Erano note già in antichità col nome latino Aegates, dal greco Aigatai, ossia « isole delle capre»
    La battaglia delle Isole Egadi fu la battaglia navale conclusiva della I Guerra Punica.
    Dopo ventiquattro anni di lutti, battaglie, guerriglia, assedi e naufragi, la I Guerra Punica aveva reso insopportabili le condizioni psicologiche e finanziarie delle due città-stato.

    Roma cominciava ad avere qualche problema nel chiedere rinforzi ai socii e aveva dovuto sostenere tante spese per le battaglie navali e i naufragi che l'erario non era in grado di allestire nessuna flotta degna di questo nome; per cinque anni dalla sconfitta di Trapani e dall'immane successivo "naufragio di Camarina" aveva dovuto, per necessità o per scelta, cessare di rinforzare la flotta limitandola alle sole navi onerarie e gestire la difesa marittima con qualche superstite nave da guerra.

    POSIZIONE DELLE ISOLE EGADI

    Anche Cartagine si era dissanguata nella gestione della flotta, i commerci erano rallentati e non potevano generare la ricchezza necessaria a pagare le sempre più necessarie truppe mercenarie.

    Roma, per la terza volta, decise di tornare sul mare e cercare di chiudere la partita. « L'impresa fu, essenzialmente, una lotta per la vita. Nell'erario, infatti, non c'erano più risorse per sostenere quanto si erano proposti. » (Polibio, Storie, I, 59, 6,)

    Roma, contrariamente a Cartagine, ebbe la fortuna di avere una classe politica dilaniata all'interno ma compatta contro le minacce esterne. Una sottoscrizione di cittadini (forse forzosa) finanziò una nuova flotta di duecento quinquiremi complete di equipaggio. I finanziatori non fecero della beneficenza: alla fine della guerra sarebbero stati risarciti rivalendosi sul bottino. Se l'esito fosse stato negativo, però, i patrimoni personali sarebbero stati pesantemente intaccati.



    L'ASSEDIO DI LILIBEO

    Nel 251 a.c. il territorio in mano ai Cartaginesi era ridotto alla parte di costa siciliana che fronteggia l'Africa; da Trapani a Heraclea (presso Policoro, prov. di Matera) e alle isole Egusse, le Egadi. Roma aveva già occupato Agrigento, Selinunte e Palermo. La Sicilia non occupata da Romani e Cartaginesi era controllata da Siracusa che con Gerone II si era alleata a Roma.

    A Roma ci si era resi conto che la guerra in Sicilia poteva durare a lungo, ma per poter combattere in Africa dovevano cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia, rischiando altrimenti di non avere un porto da cui fare vela per Cartagine.

    DINAMICA DELLA BATTAGLIA (Ingrandibile)
    La flotta romana che era stata quasi del tutto smantellata fu ricreata e portata a ben duecento navi, con le migliori forze terrestri potenziate e portate in Sicilia. Nel 250 a.c., guidati dai consoli Gaio Atilio Regolo  e Lucio Manlio Vulsone Longo, le truppe romane furono portate a Lilibeo e si accamparono
    « ...presso questa città da entrambe le parti e avendo bloccato le zone tra gli accampamenti con un fossato, una palizzata e un muro, cominciarono a spingere le opere per l'assedio contro la torre situata più vicino al mare, verso il mare libico. »
    (Polibio, Storie, I, 42, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

    I Romani abbatterono almeno sette torri nemiche mentre il comandante punico Imilcone incendiava le macchine da assedio e irrobustiva le fortificazioni, ma i cittadini e i diecimila mercenari non potevano resistere per molto ai romani.

    I cartaginesi allora allestirono una flotta di cinquanta navi con diecimila soldati guidati da Annibale (247 - 183) che stabilì una base alle isole Egadi, e fece vela verso Lilibeo. I Romani lo inseguirono ma non riuscirono a fermarlo e Annibale fece sbarcare i suoi soldati raddoppiando così le truppe dei difensori. Imilcone, il giorno successivo, potè far uscire il suo esercito  e lo lanciò contro gli assedianti mentre l'esercito di Annibale restava in città a sorvegliare le mura.

    L'assedio a terra continuava; ma un giorno, però, si levò un forte vento
    « ...con tale forza e impeto da scuotere violentemente anche le gallerie da assedio e sollevare con la forza le torri collocate davanti ad esse.»
    (Polibio, Storie, I, 48, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

    I mercenari proposero ad Imilcone di sfruttare il vento che soffiava verso i nemici per incendiare le macchine e così fecero.
    « Alla fine avvenne che la distruzione fosse così completa che anche le basi delle torri e le aste degli arieti furono rese inutilizzabili dal fuoco.»
    (Polibio, Storie, I, 48, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

    I Romani rinunciarono allora alle torri d'assedio limitandosi a cingere la città con un fossato e un vallo e protessero l'accampamento con un muro. Gli assediati ripararono un muro crollato e coraggiosamente sostennero l'assedio.

    L'assedio di Lilibeo continuò per altri otto anni, fino al 241 a.c., la data decisiva. Ventimila Cartaginesi e "ancor più numerosi" Romani si scontrarono così in una battaglia confusa con infiniti morti da entrambe le parti. Alla fine i Romani ricacciarono i nemici in città, e Annibale, compreso che non sarebbe riuscito a sconfiggere i romani, lasciò Lilibeo e si recò dal comandante in capo della spedizione, Aderbale che si era stabilito a Trapani a circa 20 km dalla città assediata.

    Qui  Annibale Rodio propose di forzare il blocco di Lilibeo per avere notizie precise sull'assedio e gli assediati. Anch'egli, con azione ardita e rapida, sfruttando venti e correnti favorevoli che d'altronde ben conoscevano, raggiunse Lilibeo.

    ROSTRO DELLA BATTAGLIA DELLE EGADI

    ANNIBALE RODIO

    Nel 250 a.c., durante la I guerra punica, nell'assedio dei Romani a Lilibeo, il comandante romano Catulo aveva predisposto una flottiglia di dieci navi per impedire l'uscita delle navi cartaginesi, ma Annibale Rodio riuscì con audacia e velocità a sfuggire ai Romani fermandosi addirittura al largo con i remi alzati sfidandoli a inseguirlo.

    Si suppone che l’intento principale fosse in realtà di approvvigionare gli abitanti di Lilibeo con beni di prima necessità. Altri Cartaginesi lo imitarono e i Romani, che non erano abituati alle umiliazioni, reagirono in ogni modo, addirittura cercando di chiudere il porto con un terrapieno.

    IL RITROVAMENTO DEL XII ROSTRO
    DELLA BATTAGLIA DELLE EGADI
    Il lavoro era gravosissimo, peraltro a causa delle correnti fu un lavoro quasi inutile, ma in un punto i Romani, che non potevano ammettere di essere beffati, riuscirono a creare un bassofondo che, ignoto ai cartaginesi che conoscevano la costa, una notte fece insabbiare e quindi catturare una quadrireme punica, scoprendo così quanto fosse più leggera e veloce di quelle romane.

    La notte successiva Rodio entrò nel porto e cercò di nuovo di uscirne, ma la quadrireme catturata, con l'ottimo equipaggio dei Romani, riuscì a uncinare l'imbarcazione di Rodio con un combattimento in cui il comandante cartaginese fu sconfitto e catturato.

    Con i due quadriremi di ottima fattura affidate a equipaggi esperti i Romani riuscirono, quindi, a ostacolare la navigazione dei nemici nelle acque di Lilibeo, ma soprattutto i romani avevano in mano una nuova arma, che, come furono sempre usi fare, spedirono a Roma per proporla ai cantieri navali. Occorreva abilità, tempo e danaro, la prima c'era, la seconda e la terza no, mai romani non si persero d'animo. Trovarono il denaro e riprodussero con una abilità e una velocità sorprendenti.



    GAIO LUTAZIO CATULO

    A capo della flotta romana fu posto il giovane console Gaio Lutazio Catulo che, all'inizio dell'estate del 242 a.c., prese il mare in direzione della Sicilia.

    MODELLO DI NAVE CARTAGINESE
    POI ROMANA
    Questa volta i Cartaginesi di Trapani furono colti di sorpresa; non immaginavano che Roma fosse in grado di spremere una tale flotta dalle esauste casse statali.

    Catulo, visto che tutta la flotta cartaginese era rientrata in patria, rinforzò le truppe che procedevano all'Assedio di Lilibeo, occupò il porto di Trapani e il territorio attorno alla città ponendola sotto assedio. Intanto manteneva gli equipaggi allenati con esercitazioni e manovre.



    ANNONE

    A Cartagine, quando si seppe della spedizione romana, caricarono le navi di grano e altri aiuti per sostenere le truppe di Amilcare Barca che si battevano alle falde del Monte Erice. Al comando della flotta fu posto Annone, che portò la flotta ad ancorarsi all'isola chiamata "Sacra" (una delle Isole Egadi, oggi Marèttimo) in attesa di scaricare i rifornimenti alle forze terrestri. Avrebbe così ottenuto, inoltre, di alleggerire e rendere più manovrabili le navi per le battaglie navali e di poter caricare Amilcare e i suoi migliori uomini come forze navali o truppe da sbarco contro gli assedianti. 

    Lutazio Catulo seppe dell'arrivo di Annone e preparò la contromossa. Imbarcò i migliori uomini a disposizione e portò la flotta fino all'isola di Egussa (Favignana). Era il 9 marzo del 241 a.c.

    ROMA CREA LE NAVI LEGGERE


    LA BATTAGLIA

    Il mattino del giorno successivo, il 10 marzo, Catulo vide che la flotta cartaginese avrebbe avuto un forte vento da ovest a favore e che questo avrebbe reso più difficile far salpare la flotta romana. Riflettè sul da farsi e si rese conto che, pur avendo il vento contrario, se avesse attaccato subito avrebbe avuto di fronte degli scafi ancora carichi e quindi più lenti e che questi avrebbero avuto a bordo solo forze di marina. Se avesse invece permesso lo scarico delle merci e l'imbarco degli uomini di Amilcare la situazione anche col vento in poppa non sarebbe stata altrettanto favorevole.

    Catulo era uomo d'azione e immediatamente fece distendere la flotta romana su un'unica linea come per formare un muro contro le navi cartaginesi che veleggiavano verso la costa del Monte Erice. I Cartaginesi accettarono la battaglia; ammainarono le vele per avere maggiore mobilità e attaccarono i Romani.

    « Poiché i preparativi per gli uni e per gli altri venivano regolati in modo opposto rispetto allo scontro navale svoltosi presso Drepana, anche l'esito della battaglia, com'è naturale, risultò opposto per gli uni e per gli altri.» (Polibio, Storie, I, 61, 2)

    Infatti i Romani avevano cambiato stile di combattimento. Per prima cosa avevano cambiato la maniera di costruire le navi copiandole da quella presa ad Annibale Rodio durante l'Assedio di Lilibeo.



    LUTAZIO CATULO


    Gaio Lutazio Catulo (ovvero Gaius Lutatius Catulus 291 – 220 a.c.) console e comandate navale romano nella I guerra punica, era un homo novus che, nel 242 a.c., fu eletto console assieme a Aulo Postumio Albino e affrontò in battaglia i cartaginesi.
    Infatti dall'estate del 242 a.c. Roma, pur dissanguata da oltre vent'anni di guerra e con l'Erario svuotato, mise in piedi una flotta di duecento quinquiremi, armata con il finanziamento di privati, cioè degli aristocratici, che sarebbero stati risarciti e premiati in caso di vittoria, ma avrebbero perso tutto (e le somme erano notevoli) in caso di sconfitta.

    Roma era stata da sempre dilaniata dalle lotte tra i patrizi e i plebei e tra le gentes che cercavano di accaparrarsi le cariche pubbliche, ma di fronte al pericolo nemico erano tutti uniti. I patrizi pagarono e i plebei contribuirono con dei lavori che sarebbero stati retribuiti dopo la vittoria, consci che se non ci fosse stata la vittoria non ci sarebbe stata più nemmeno Roma. Inoltre i romani, al contrario dei Cartaginesi avevano sempre soldati di riserva che continuavano ad allenare senza interruzione.

    Così, inaspettatamente per i cartaginesi, Lutazio Catulo era sbarcato inaspettato in Sicilia, aveva implementato le legioni che assediavano Lilibeo, occupò il Drepana (il porto di Trapani) e mise la città sotto assedio.

    ROSTRI RINVENUTI INTORNO ALLE EGADI


    UNA QUESTIONE DI TEMPO

    Ma c'era anche una questione di tempo, nessuno conosceva profondamente le capacità organizzative dei romani, nessuno poteva immaginare che in così poco tempo potessero riformare una flotta navale quasi totalmente distrutta. Gli ingegneri navali e i carpentieri velocissimi avevano riprodotto le imbarcazioni cartaginesi, migliorandole con i loro accorgimenti nella impermeabilizzazione e nella precisione dei cunei. Così ora le navi romane erano leggere al massimo, con gli equipaggi tenuti in addestramento continuo e supportati da « soldati di marina scelti, più duri ad arrendersi delle truppe di terra. » (Polibio, Storie, I, 61, 3) 

    Così, il 10 marzo 241 a.c. le navi erano pronte.

    I Cartaginesi invece avevano in quel momento le navi cariche di materiale e derrate per soccorrere gli abitanti di Lilibeo e quindi lente nella manovra, inoltre « gli equipaggi erano completamente privi di addestramento ed erano imbarcati per l'occasione, e i soldati di marina erano appena arruolati e sperimentavano per la prima volta ogni sofferenza e rischio. » (Polibio, Storie, I, 61, 4)

    I cartaginesi avevano rifornito di beni la città di Lilibeo assediata, di modo che potessero resistere ad oltranza, mentre i romani erano accampati attorno ad essa e faticavano ad ottenere i rifornimenti. Le navi puniche continuavano a entrare e uscire come volevano, troppo veloci perchè le navi romane tradizionali potessero avvicinarle e combattere. Ma la situazione era cambiata.

    A Cartagine si riteneva che i Romani, a seguito delle sconfitte e dei naufragi a cui avevano assistito, fossero poco capaci di governare le navi.  Non conoscevano i romani, la loro forza di unione, la loro organizzazione e la loro grande capacità di apprendere continuamente armi, strategie e competenze nuove. Ora a Roma si pensava solo a lavare l'onta subita e a sconfiggere il potente nemico.

    Taglialegna, trasportatori, carpentieri, falegnami, funari (costruttori di funi), tessitori, marinai, tutti si erano posti senza sosta a costruire la nuova flotta romana. Si lavorava di giorno e di notte, i carri si susseguivano senza sosta per il trasporto degli alberi dalle foreste alle falegnamerie, dalle falegnamerie all'arsenale, i turni si susseguivano, i vecchi più competenti guidavano le nuove leve di artigiani e continuamente si controllavano i lavori eseguiti.

    Infine Lutazio Catulo potè guidare la flotta romana contro quella cartaginese comandata da Annone nella battaglia delle Isole Egadi, Roma doveva vendicare l'onta subita, e lo scontro decisivo della I guerra punica.

    Inferiori nella manovra e nel combattimento ravvicinato, stupefatti e increduli sulla grande flotta evocata dal nulla, i Cartaginesi vennero investiti da un'onda d'urto che li scompaginò e li spezzò: si videro affondare ben cinquanta navi e altre settanta furono catturate complete di equipaggio. Solo un fortunato volgersi del vento permise alle superstiti, alzate nuovamente le vele, di sganciarsi e ritornare all'Isola Sacra.

    Nei giorni seguenti la battaglia, Catulo non fermò le operazioni militari; gestito il bottino di settanta navi e diecimila prigionieri che vennero inviati a Roma, riprese l'assedio di Lilibeo.

    RINVENIMENTI DELLE EGADI

    AMILCARE BARCA

    Amilcare (290 – 229 a.c.) era un generale e politico cartaginese, soprannominato "Barak", che in punico significava fulmine o saetta, latinizzato poi in Barca. Affidatogli il comando delle forze cartaginesi in Sicilia nel 247 a.c., che si trovava praticamente nelle mani dei Romani.

    Amilcare seppe dimostrare le sue grandi doti di generale, sbarcò immediatamente a nord-ovest dell'isola con un corpo di mercenari, asserragliandosi prima sul monte Pellegrino, (promontorio montuoso che chiude a Nord il Golfo di Palermo e a Sud il Golfo di Mondello) e poi sul Monte Erice (monte in prov. di Trapani), dove non solo mantenne la posizione contro i nemici, ma diresse con successo la difesa delle città di Lilibeo e di Drepano (Trapani), e a fare scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale.

    Amilcare non fu mai sconfitto in Sicilia e i Romani gli concessero, eccezionalmente, l'onore delle armi. Egli fu geniale e innovativo: perfezionò la manovra avvolgente, ereditata dall'Oriente ellenistico e da Santippo (stratega spartano - 255 a.c.), ed ideò un metodo per frenare gli elefanti da guerra imbizzarriti, perchè non si volgessero contro le unità cartaginesi: dotò i cornac (i conducenti) di mazzuoli e grandi chiodi che, all'occorrenza, venivano conficcati nel cranio degli animali, uccidendoli.

    Amilcare « Avendo Lutazio accolto di buon animo le richieste, poiché era conscio che la condizione dei suoi fosse ormai logorata ed estenuata dalla guerra, pose fine alla contesa.... »
    (Polibio, Storie, I, 62, 7, Milano, BUR, 2001. trad.: M. Mari.)
    Tuttavia non accettò mai in cuor suo la pace con Roma, tanto che, nella ratifica del trattato di pace, uscì dalla sala del Consiglio cartaginese.

    TEMPIO DI GIUTURNA A LARGO ARGENTINA (Roma)

    LA RESA

    Il console romano, saggiamente, rendendosi conto che anche Roma era sfinita da ventiquattro anni di guerra continua, « pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: "Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent'anni duemiladuecento talenti euboici d'argento". » (Polibio, Storie, I, 61, 4)

    GIUTURNA, NINFA DELLE FONTI
    Catulo accettò la resa e ne dettò le condizioni con la clausola che queste dovevano essere ratificate dal popolo romano. Le richieste romane quindi furono:

    - ritiro di Cartagine da tutta la Sicilia;
    - nessun attacco a Siracusa e suoi alleati,
    - restituzione senza riscatto dei prigionieri,
    - 2.200 talenti euboici d'argento in vent'anni.

    Il popolo romano, poi, per tramite di una commissione di dieci uomini, rese un po' più gravose le condizioni, ma la I Guerra Punica era terminata. Per celebrare la sua vittoria Gaio Lutazio Catulo eresse un tempio a Giuturna presso il Campo Marzio nell'area oggi nota come Largo di Torre Argentina

    Cartagine dopo oltre vent'anni di scontri navali e terrestri, avendo subito alle isole Egadi una sconfitta pesante in termini di uomini e soprattutto di navi, 70 navi cartaginesi conquistate e 50 navi affondate, e altre 50 messe in fuga, con le finanze esauste, dovette chiedere la pace a Roma. La battaglia delle Isole Egadi, combattuta il 10 marzo del 241 a.c., segna la definitiva sconfitta di Cartagine e la fine della I Guerra Punica.

    Roma era ancora Invicta.


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  • 07/22/18--05:52: FOCA
  • Nome: Focas
    Nascita: 547, in Tracia
    Morte: 5 ottobre 610, Costantinopoli
    Predecessore: Maurizio
    Successore: Eraclio I
    Regno: 602-610


    LE ORIGINI       

    Foca nacque a Costantinopoli nel 547, da umile famiglia tracia, si era arruolato come legionario diventando poi centurione dell'esercito bizantino, ma per le sue capacità e il suo coraggio (fino alla spietatezza), benchè fu tacciato di codardia, fece una brillante carriera fino a diventare generale.

    Nel 600 il re degli Avari catturò moltissimi soldati bizantini e ne offrì la restituzione previo riscatto di una moneta d'oro per ogni anima. Ai bei tempi dell'impero, ma pure della repubblica,  tutti i prigionieri venivano riscattati come prova del valore che lo stato attribuiva ai suoi legionari.

    I tempi però erano cambiati e l'imperatore Maurizio rifiutò il pagamento del riscatto sia pure poi ridotto ad un sesto di moneta d'oro. I prigionieri vennero uccisi e l'esercito fortemente indignato mandò una delegazione a Costantinopoli, capeggiata da Foca, per chiedere conto al loro imperatore di questo tradimento verso i soldati.

    Dopo che Foca ebbe parlato venne schiaffeggiato e maltrattato dall'imperatore e dalla sua corte. Questa cosa l'esercito non la digerì e quando nel 602 Maurizio volle obbligare i soldati a svernare sul lato nord del Danubio per risparmiare le spese di trasferimento, l'esercito si ribellò e marciò verso la capitale, comandato da Foca.

    Un mese dopo Maurizio abdicò e fuggì dalla città mentre Foca entrò in città trionfante su un carro trainato da quattro cavalli bianchi. Maurizio non sapeva nemmeno chi fosse Foca, ma quando gli dissero che era un codardo esclamò: «Ahime! Se è un codardo, sarà sicuramente un assassino

    La fazione dei "Verdi" incoronò Foca imperatore nella Chiesa di San Giovanni Battista a Costantinopoli e l'Imperatore assistette dal suo trono ai giochi dell'Ippodromo, assegnando una precedenza ai Verdi.

    L'altra fazione gli ricordò però: «Ricorda che Maurizio è ancora vivo.» E allora Foca mandò dei boia a Calcedone, dove si era rifugiato Maurizio in fuga con i suoi nove figli e l'Augusta Costantina, con l'ordine di giustiziare l'ex Imperatore e i suoi figli maschi.

    Maurizio venne trucidato insieme ai suoi figli maschi il 27 novembre 602, e negli otto anni di regno di Foca molti suoi oppositori pagarono la loro rivolta con delle orribili torture fino a morirne. Il che dimostra che Foca non era affatto migliore di Maurizio.

    Papa Gregorio Magno apprese con gioia la cacciata di Maurizio, tanto più che Foca lo aveva assicurato di aver ucciso non solo Maurizio ma pure i suoi figli. Al che il papa rispose che l'esecuzione era accaduta per volere di Dio, visto che gli faceva comodo, e che si augurava che il nuovo imperatore avrebbe difeso il suolo italico da barbari ed eretici, evidentemente per lui alla stessa stregua, perchè se i barbari minacciavano il suolo italico, gli eretici minacciavano il suo trono.



    IL REGNO

    I cadaveri di Maurizio e dei suoi 5 figli maschi vennero gettati in mare mentre le teste vennero appese in piazza. L'ex Augusta Costantina e le sue tre figlie vennero invece risparmiate ma in seguito anche loro vennero giustiziate quando Foca scoprì che Costantina stava complottando contro di lui.

    Il figlio maggiore di Maurizio Teodosio morì giustiziato da un certo Alessandro, che però, corrotto dal senatore Germano, avrebbe lasciato fuggire Teodosio  in Persia. Queste voci vennero poi sfruttate dallo Scià di Persia Cosroe II quando dichiarò guerra ai bizantini.

    Le rappresaglie proseguirono con esecuzioni di massa dei cortigiani al seguito di Maurizio. Fu un regime di massacri, di sangue e di terrore, in cui ognuno sfogò le sue vendette private o sfogò il proprio livore. Ma il papa, tanto per cambiare, non battè ciglio.



    PAPA GREGORIO MAGNO (540 - 604) (FATTO SANTO)

    Nel 579 papa Pelagio II lo inviò come apocrisario (una specie di ambasciatore) presso la corte di Costantinopoli per chiedere aiuti contro i Longobardi.

    Lì restò sei anni e si guadagnò la stima dell'imperatore Maurizio, salito al trono nel 582, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio. In seguito a una feroce pestilenza nel 590 esortò i fedeli alla penitenza, organizzando una solenne processione per tre giorni consecutivi alla basilica di Santa Maria Maggiore (dando una bella spinta al contagio).

    Qui narrò di avere avuto la visione dell'Arcangelo Michele che, dalla Mole Adriana, rinfoderava la sua spada, come dire che Dio, stanco di far morire la gente, aveva ordinato all'angelo di far finire la peste. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero quelle lasciate dall'Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste, ma sappiamo che in ogni dove a Roma e pure in Grecia c'era l'impronta dei piedi di Apollo quando poneva fine alla peste (una sta nel Quo Vadis e viene adorata come impronta dei piedi di Gesù).

    Nel 590 venne consacrato papa. Nel 598, Longobardi e Imperiali firmarono finalmente una pace, e Gregorio si dedicò alla conversione dei Visigoti di Spagna e dei Longobardi, coi quali stabilì buoni rapporti avviando la loro conversione dall'eresia ariana, secondo cui la natura divina del Figlio era inferiore a quella di Dio e pertanto il Verbo di Dio era stato creato non dall'inizio ma in seguito.

    Più volte si scontrò con l'imperatore soprattutto quando il Patriarca di Costantinopoli Giovanni IV Nesteutes si proclamò “Patriarca Ecumenico”, quindi di autorità pari al papa.
    Istituì un corpo di addetti ai processi contro gli ariani che darà seguito poi alla Santa Inquisizione.

    COLONNA DI FOCA

    IL TERRORE

    Però ridusse le tasse, e fu fedele a Roma, che gli valse l'amicizia di Papa Gregorio I, che aveva eliminato con una legge gli appaltatori e ridotto gli utili dei grandi latifondi che la Chiesa aveva soprattutto in Sicilia e in Egitto, diminuendo il reddito degli amministratori a favore dalla chiesa .

    Nel 607, morto Gregorio, Foca riconobbe la supremazia di Roma, ma continuò il suo regno di sangue di terrore, divertendosi a veder morire la gente tra le più atroci torture. Ci furono pertanto molte rivolte tra cui quella di Narsete che non riconobbe Foca e chiese aiuto ai Persiani sostenendo di avere con sè Teodosio, figlio di Maurizio e legittimo erede al trono.

    Ottenuto il supporto dei Persiani e dei Monofisiti di Mesopotamia e Siria, tenne in scacco Foca per due anni. Alla fine, si arrese e si consegnò a Foca con la promessa che avrebbe avuto salva la vita, ma Foca lo fece bruciare vivo nel mercato di Costantinopoli, tra l'orrore e la disapprovazione del popolo. Nel tempo di Bisanzio il popolo aveva perduto la voce e il prestigio che aveva ottenuto durante tutto l'impero romano.
    .
    L'ex Augusta Costantina, convinta da Germano a complottare contro Foca e speranzosa che suo figlio Teodosio fosse ancora vivo, lasciò la sua dimora e si recò nella chiesa di Santa Sofia, dove la gente, mossa dalla pietà, si rivoltò contro l'Imperatore. La rivolta fu sedata e Costantina chiusa in un monastero.

    Tuttavia Germano e Costantina, che non avevano imparato la lezione, decisero di organizzare un'altra congiura ma vennero traditi da una donna, Petronia. Costantina venne torturata per farle svelare piani e complici, poi venne giustiziata insieme a Germano e alle sue tre figlie a Calcedone, lo stesso luogo dove erano stati trucidati il marito e i figli maschi.

    Nel 606-607 la figlia di Foca Domenzia si sposò con il generale Prisco e Foca ordinò le corse dei cavalli. Le due fazioni affissero le immagini di Prisco e Domenzia insieme al ritratto dell'imperatore su un monumento a quattro colonne.

    Foca adirato fece condurre i loro leader (Teofane e Panfilo) nudi nella stazione delle guardie imperiali dell'ippodromo e li condannò a morte. Prima però chiese il perché del gesto: essi risposero che era consuetudine fare così. Gli artisti che avevano realizzato le immagini giustificarono il loro operato affermando « tutti li chiamavano figli dell'imperatore; l'abbiamo fatto per il loro bene.» e l'imperatore, visto che la folla lo supplicava di risparmiare la vita ai leader, decise di perdonare i due.

    Nella Roma imperiale e a Bisanzio, i membri di una delle fazioni di aurighi che correvano nel circo (Prasina factio); erano così chiamati appunto Prasini dal colore verde del loro abito. Nel 609, mentre Foca si trovava nel circo ad assistere alle corse dei cavalli, i Prasini gli gridarono «Tu hai bevuto nel boccalone! Tu hai perduto il senno!».

    Gli autori di tale affronto vennero poi puniti dal prefetto che fece loro tagliare braccia e teste. Ci fu allora una rivolta dei Prasini, che incendiarono vari edifici e liberarono i prigionieri rinchiusi nelle prigioni. Foca punì tale rivolta con un editto che proibiva ai Prasini di accedere alle cariche pubbliche.

    Sempre in quest'anno il capitano delle guardie Teodoro e il prefetto dell'Armenia Elpidio congiurarono contro Foca; progettando di ucciderlo durante i giochi equestri ma la loro congiura venne scoperta grazie al tradimento del ministro del tesoro Anastasio e i due vennero giustiziati, insieme a Anastasio e a tutti quelli che erano a conoscenza della congiura.

    Gibbon descrive nel capitolo 46 della sua opera le sofferenze che dovevano subire i condannati a morte al tempo di Foca:
    "Sarebbe superfluo elencare i nomi e le sofferenze delle sue vittime. La loro condanna era raramente preceduta da un processo, e la loro pena fu inasprita dalle raffinatezze della crudeltà: i loro occhi vennero forati, le loro lingue vennero tagliate, le mani e i piedi vennero amputati; alcuni spirarono sotto la frusta, altri nelle fiamme; altri ancora vennero trafitti dalle frecce; e una semplice morte veloce era una forma di pietà che raramente riuscivano a ottenere. L'ippodromo, l'asilo sacro dei piaceri e della libertà dei Romani, fu profanato con teste e arti, e corpi maciullati."
    (Gibbon, History of the decline and fall of the Roman Empire)



    LA POLITICA RELIGIOSA

    In merito alla politica religiosa, Foca non fu più tenero, e tentò di costringere tutti gli Ebrei a diventare cristiani. Ciò causò una rivolta ebrea a Antiochia, nel corso della quale vennero massacrati numerosi cristiani. Foca affidò al generale Bonoso l'incarico di sedare la rivolta; vi furono dei massacri e tutti gli ebrei vennero espulsi da Antiochia (610).

    Secondo Giovanni di Nikiu anche i monofisiti di Palestina e Egitto insorsero nello stesso periodo, ma anche questa rivolta venne sedata da Bonoso. Il fatto che Bonoso in seguito alla rivolta depose Isaucio, il Vescovo Ortodosso di Gerusalemme, ha fatto supporre alcuni storici che la rivolta non riguardava solo Ebrei e Monofisiti, ma anche alcuni Ortodossi.


    Ultima edificazione nel foro Romano

    Papa Bonifacio, successore di San Gregorio, per onorare l'imperatore gli fece erigere nel 608 la Colonna di Foca, una colonna corinzia, alta 13,6 m ed eretta su un piedistallo cubico di marmo bianco, probabilmente del II sec., e Foca fece ornare la base di bassorilievi.

    (Il fondamento quadrato di mattoni non era originariamente visibile, non essendo stato il livello attuale del Foro scavato fino alla pavimentazione augustea fino al XIX secolo).

    La colonna fu riciclata e supportava originariamente una statua dedicata a Diocleziano: l'iscrizione precedente fu cancellata per dar spazio a quella presente.

    La colonna rimane in sito, in una posizione isolata tra le rovine ma è un riferimento nel Foro, ed appare spesso in vedute ed incisioni. L'innalzamento della colonna rispetto al suolo è dovuto all'erosione: la base non era visibile quando Giuseppe Vasi e Gianbattista Piranesi fecero schizzi ed incisioni della colonna a metà del XVIII secolo.

    Questa colonna era molto importante, perché al tempo degli Imperatori Romani era un onore avere una colonna con la storia delle campagne o ciò che aveva a che fare con l'Imperatore, ma fu anche l'unica colonna eretta nel Medioevo.

    Vero è che Foca aveva donato il Pantheon al Papa, che lo ridedicò a tutti i Santi Martiri (Maria venne aggiunta in epoca medievale - Santa Maria ad Martyres). Sulla sommità della colonna fu fatta erigere da Smaragdo, l'esarca di Ravenna, la statua dorata di Foca, finchè nell'ottobre 610, Foca fu catturato, torturato, assassinato e grottescamente smembrato; a ciò si aggiunse la "damnatio memoriae".



    GUERRA BIZANTINO-SASANIDE

    Foca ebbe a fronteggiare non poche minacce straniere, infatti dal 603 l'Impero venne invaso dai Persiani Sasanidi.
    - La guerra iniziò nella primavera del 603, quando Foca inviò in Persia l'ambasciatore Lilio a annunciare allo scià di Persia Cosroe II la morte di Maurizio e l'ascesa al potere del nuovo imperatore. Lilio si presentò quindi alla Corte di Persia con le teste di Maurizio e dei suoi figli.

    Lo scià di Persia, alleato di Maurizio, non gradì il cambio nè la scena macabra, così ruppe l'accordo con l'Impero bizantino per cacciare via l'usurpatore Foca. Sul trono bizantino avrebbe posto un certo Teodosio, che si proclamava figlio di Maurizio.

    Secondo gli storici però già prima della morte di Maurizio i rapporti tra i due imperi si stavano deteriorando. All'epoca Maurizio aveva rimosso il magister militum Narsete da Dara, per far piacere a Cosroe II che era in contrasto col generale.

    - Narsete (478 - 574) si era però ribellato a Foca e pertanto aveva occupato Edessa, ora assediata dalle truppe imperiali di Foca. Cosroe inviò le sue truppe in soccorso del generale, che sconfissero e uccisero in battaglia il generale bizantino Germano, salvando così Narsete.

    Foca inviò l'esercito contro i Persianima venne sconfitto a Arxamoun; Foca, deluso per gli insuccessi del comandante bizantino Leonzio, lo rimosse dal suo incarico e lo fece trasportare a Costantinopoli in catene. Nominò comandante dell'esercito suo fratello Domenziolo, che non fermò i Persiani, ma convinse Narsete alla resa, promettendogli che avrebbe avuta salva la vita; invece lo fece bruciare vivo.

    Foca nel 604 firmò una tregua con gli Avari in cui incrementava il tributo annuale che i bizantini dovevano pagare alla popolazione barbarica per tenerli buoni e per poter utilizzare in Oriente contro i Persiani le truppe illiriche.



    LA MORTE

    Nel 608, una congiura capeggiata da Eraclio il Vecchio, esarca di Cartagine, diede inizio ad una guerra civile. Eraclio ed altri governatori si misero d'accordo per far scoppiare una rivolta contro l'imperatore Foca.

    Uno dei congiurati era Prisco, genero di Foca e prefetto di Costantinopoli, che in precedenza era stato generale sotto Maurizio I di Bisanzio. Il nipote di Prisco, Niceta, attaccò l'Egitto e, dopo aver battuto le truppe fedeli a Foca (comandate dal Comes Orientis Bonoso), si impadronì del paese, avanzando verso la Siria meridionale. Eraclio I, che era a capo della flotta Cartaginese, si diresse a Costantinopoli e la pose sotto assedio.

    Nl 610 Eraclio entrò trionfalmente nella capitale dell'Impero bizantino, fece catturare Foca dopo averlo deposto e lo decapitò di persona. Si dice che quando Eraclio si avvicinò a Foca con un'ascia, gli chiese: «È così che tu hai governato l'impero?».
    Foca guardò Eraclio e si mise in ginocchio, ma non per implorare pietà, e rispose con tono imperiale senza temere la morte: «E tu credi che lo governerai meglio?».
    Poi abbassò il collo, e l'ascia d'Eraclio s'abbassò, tagliando la testa di Foca; se egli non era stato degno come imperatore, almeno era morto come tale.

    Di lì a qualche anno, Eraclio avrebbe schiacciato il Regno di Persia, ma avrebbe poi subito pesantemente l'iniziativa delle armate islamiche dei primi califfi.

    Foca nella storiografia


    I Miracula S. Demetrii danno questo giudizio sul regno di Foca:

    "Voi tutti sapete bene quali nuvole di polvere il demonio suscitò sotto il successore di Maurizio di fausta memoria, quando soffocò l'amore e seminò l'odio in tutto l'Oriente, in Cilicia, in Asia, in Palestina, e nelle contrade circostanti, fino alla stessa città imperiale: i demi non si limitavano a spargere il sangue dei loro concittadini, ma gli uni irrompevano nelle case degli altri e ne uccidevano spietatamente gli abitanti."

    Anche Gibbon ci da un ritratto essenzialmente negativo di Foca:

    « La matita di uno storico imparziale ha delineato il ritratto di un mostro: la sua diminutiva e deformata persona, la vicinanza tra le sue irsute sopracciglia, i suoi capelli rossi, il suo mento imberbe e la sua guancia sfigurata e scolorita da una formidabile cicatrice. Ignorante di lettere, di leggi, e anche di armi i suoi piaceri brutali furono o ingiuriosi verso i suoi sudditi o vergognosi per se stesso. 
    Senza assumere la carica di un principe, rinunciò alla professione di soldato: e il regno di Foca afflisse l'Europa con una ignominosa pace, e l'Asia con una desolante guerra. La sua tempra selvaggia fu infiammata dalla passione, rafforzata dalla paura e esasperata dalla resistenza o dal rimprovero. 
    Sarebbe superfluo elencare i nomi e le sofferenze delle sue vittime. La loro condanna era raramente preceduta da un processo, e la loro pena fu inasprita dalle raffinatezze della crudeltà; e una semplice morte veloce era una forma di pietà che raramente riuscivano a ottenere. L'ippodromo, l'asilo sacro dei piaceri e della libertà dei Romani, fu profanato con teste e arti, e corpi maciullati; neanche il suo favore, o i loro servigi, potevano proteggerli da un tiranno, il degno rivale dei Caligola e dei Domiziano della prima età dell'Impero.»
    (Gibbon, History of the decline and fall of the Roman Empire, cap. 46)

    LA COLONNA DI FOCA NEL FORO ROMANO


    COLONNA DI FOCA

    La colonna di Foca, che fu eretta davanti ai rostra nel Foro Romano e dedicata o ridedicata in onore dell'imperatore bizantino Foca il 1º agosto 608, fu l'ultimo monumento onorario nel Foro.

    Durante gli scavi del 1813 venne alla luce un'inscrizione sulla base della colonna:

    ISCRIZIONE DELLA COLONNA ONORARIA A FOCA
    « All'ottimo principe signore nostro,
    Foca imperatore,
    di somma clemenza e somma pietà,
    per l'eternità incoronato da Dio,
    trionfatore sempre augusto,
    Smaragdo, patrizio e esarca d'Italia,
    per decisione del sacro palazzo,
    devoto alla sua clemenza,
    per gli innumerevoli benefici
    ottenuti dalla sua pietà,
    e per la pace procurata all'Italia,
    e per la libertà mantenuta,
    questa statua di sua maestà,
    splendente di aureo fulgore,
    pose su questa sublime colonna
    a perenne sua gloria, e la dedicò
    il primo giorno di agosto,
    nell'undicesima indizione,
    nell'anno quinto dopo il consolato di sua pietà »

    Esisteva una scalinata che venne rimossa per permettere di leggere l'iscrizione di L. Surdunus sulle lastre pavimentali, che ha permesso di datare l'ultima lastricazione al 12 a.c. circa.

    La Colonna fu eretta in un punto tra i piu’ importanti e centrali del Foro , ma passa praticamente quasi inosservata e sconosciuta essendo una semplice singola Colonna isolata e in quanto “nascosta” da ben piu’ importanti e colossali monumenti del Foro , infatti e’ posta davanti ai Rostra , vicino alla Curia del Senato e ad altri importanti edifici quali la Basilica Giulia , l’ Arco di Settimio Severo , il Tempio di Saturno , il Comizio e alle spalle del gigantesco Cavallo di Domiziano , purtroppo scomparso ; dedicata o sarebbe meglio dire ridedicata , in onore dell' Imperatore bizantino Foca , il I agosto del 608.

    La Colonna di Foca si trova tutt’ ora nella posizione originaria nella quale fu eretta oltre quattordici secoli fa e resistette a invasioni, distruzioni e terremoti, anche se oggi pende leggermente da un lato; Colonna come le sue vicine, simili per uso ma non come tecnica costruttiva, Colonne Traiana e Antonina, questa di Foca testimone pero’, rispetto a quelle due della piu’ bella classicita’, della decadenza irreversibile di un mondo che è stato maestro dell'umanità, ma ormai tragicamente finito e proiettato verso l'oscuro Medioevo.


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  • 07/23/18--05:36: NEPTUNALIA (23 luglio)
  • NETTUNO

    23 LUGLIO - NEPTUNALIA 

    Feste in onore di Nettuno, Dio delle acque e dell'irrigazione, festeggiato con la costruzione di capanne di frasche (umbrae). Più tardi questo Dio di origine italica, verrà assimilata a Poseidon, re degli oceani e delle onde, fratello di Zeus, re del cielo, e di Ade, re del mondo sotterraneo.



    I NOMI DEL DIO

    - presso i greci fu Poseidon (Poseidone)
    - presso gli illiri fu Rodon
    - presso gli etruschi fu Nethuns
    - presso i romani fu Neptunus (Nettuno).



    POSEIDONE


    Inno omerico a Poseidone

    "scuotitore della terra e delle lande marine,
    Dio dei profondi abissi
    che è anche signore del Monte Elicone
    e dell'ampia Aigaì
    e domatore di cavalli e salvatore di navi".

    Nell'età dell'oro, Poseidone, come riportano le tavolette d'argilla in scrittura Lineare B giunte fino a noi, nell'antica città di Pilo, era considerato il più importante tra gli Dei.

    POSEIDONE
    In queste iscrizioni il nome PO-SE-DA-WO-NE (Poseidone) ricorre con frequenza molto maggiore rispetto a DI-U-JA (Zeus).

    Si trova anche una variante femminile dello stesso nome, PO-SE-DE-IA, il che indica l'esistenza di una Dea compagna di Poseidone che in tempi successivi venne dimenticata. 

    Le tavolette rinvenute a Pilo riportano la memoria di sacrifici in onore de "Le due regine e Poseidone" oppure "Le due regine e il re". L'identità che più facilmente può essere attribuita alle due regine è quella di Demetra e Persefone o di due Dee loro antesignane, in ogni caso divinità che in epoche successive non furono più associate alla figura di Poseidone.

    Il Dio era già identificato come Scuotitore di terra ovvero E-NE-SI-DA-O-NE nella Cnosso di epoca micenea, un titolo estremamente importante, soprattutto considerando che i terremoti sono stati una delle cause principali della caduta della civiltà minoica. Secondo la mitologia greca, egli abitava in fondo al mare e comandava i mostri marini e le tempeste.

    In una delle tavolette di Pilo si trova un legame tra i nomi di Demetra e Poseidone, che compaiono come PO-SE-DA-WO-NE e DA-MA-TE, inseriti in un contesto di richieste di grazia agli Dei. La sillaba DA, presente in entrambi i nomi sembrerebbe derivare da una radice Protoindoeuropea associata al concetto di distribuzione di terre e privilegi, per cui Poseidone potrebbe significare Signore distributore o Compagno della distributrice parallelamente a Demetra, "La madre distributrice".

    Secondo Pausania Poseidone era uno dei custodi dell’Oracolo di Delfi prima che Apollo ne assumesse il controllo, ma Plutarco sostiene che appartenesse invece a Gea, la Madre Terra, e così era visto che nel tempio era custodito il serpente pitone. Le celebrazioni in onore di Poseidone si tenevano, all'inizio della stagione invernale, in molte città del mondo greco, visto che in inverno terminava la stagione lavorativa dei marinai.

    Apollo e Poseidone spesso si occuparono della fondazione di nuove colonie Apollo per mezzo dell’Oracolo autorizzava i coloni a partire e indicava loro dove stabilirsi, mentre Poseidone si prendeva cura dei coloni durante la navigazione verso la nuova patria e procurava le acque lustrali per celebrare i sacrifici propiziatori per la fondazione della nuova città.

    Quindi un Dio delle conquiste e della colonizzazione, un Dio delle battaglie, che fu in parte assorbito
    dal Nettuno italico, (in Latino Neptūnus), un po' diverso però, poichè era per i romani il Dio delle acque correnti.


    La contesa con Atena per Atene

    - Agostino nel "La città di Dio" riporta la spiegazione di Varrone sull'etimologia del nome della città di Atene: la sfida tra Atena e Poseidone:
    In quel luogo spuntò all'improvviso un ulivo e sgorgò dell'acqua. Consultato l'Oracolo di Delfi, rispose che l'ulivo simboleggiava la Dea Atena e l'acqua il dio Poseidone e che i cittadini potevano scegliere il nome di una delle due divinità per denominare la propria città.
    Il re Cecrope allora convocò tutti i cittadini: i maschi votarono per Poseidone, le donne per Atena. Vinse la seconda perché si ebbe un voto in più delle donne. Allora Poseidone devastò i campi di Atene con le onde del mare e per placarne l'ira le donne furono punite: d'allora in poi non avrebbero più votato, nessun figlio avrebbe preso il nome della madre e nessuna sarebbe stata chiamata come la Dea vincitrice della contesa.

    - Apollodoro invece narra che a giudicare la disputa tra le due divinità furono gli Dei dell'Olimpo, che decretarono la vittoria di Atena poiché Cecrope aveva testimoniato che la Dea aveva piantato l'olivo prima di Poseidone.

    - In una versione della storia differente, Atena e Poseidone avevano rotto una relazione appena prima della contesa, aggiungendo quindi un altro motivo valido alla lotta per il possesso della città.

    - Sembra che la versione più arcaica (e più verosimile) fu che i nuovi invasori greci (i Dori forse?) pretesero di intestare il nuovo tempio di Atene e il nome della città (che già si chiamava Atene) a Poseidone, il loro principale Dio, ma gli ateniesi volevano tributare l'onore ad Atena loro divinità principale.
    Si stabilì allora che gli Dei portassero un dono alla città e che i cittadini scegliessero col voto il dono più gradito. Atena portò l'ulivo e Poseidone il cavallo da guerra (portato in effetti dagli invasori).
    Gli ateniesi scelsero Atena però i nuovi conquistatori imposero i nuovi costumi: tolsero il voto alle donne, imposero loro le vesti fino ai piedi e il peplo sulla testa,e le richiusero nel gineceo. Fu il passaggio violento dal matriarcato al patriarcato.




    NETTUNO



    Il Nettuno italico era preposto solo alle acque correnti, quindi Dio fluviale, solo dopo il 399 a.c., divenne il Dio del mare e dei terremoti attingendo all'equivalente greco Poseidone, e Cicerone nel suo trattato Sulla natura degli Dei così lo descrive:
    « …Il primo regno, cioè il dominio su tutto il mare, fu affidato a Nettuno che la tradizione vuole fratello di Giove ed il cui nome è un ampliamento del verbo nare (nuotare)… »
    (Marco Tullio Cicerone, De natura deorum, II, 66)

    Nettuno, come Poseidone, era capace anche di generare "onde" e disturbi mentali, raffigurato alla guida di un carro, trainato da cavallucci marini o cavalli capaci di correre sui mari. Questo giorno, uno dei "dies comitiales" in cui i cittadini si riunivano in comizi per votare, era segnato sugli antichi calendari come Nept. Ludi et Feriae o Nept. Ludi, a indicare che la festa era celebrata con dei giochi. Infatti ai Neptunaliaa furono poi uniti i ludi Neptunialicii (dal III sec. a.c.).

    Malgrado il fatto che il suo culto si sia sviluppato solo dopo il suo accostamento a Poseidone, Nettuno fu sempre meno popolare, fra i marinai, di quanto lo fosse Poseidone presso i Greci, forse perchè i romani amavano più la terra del mare, anche nei combattimenti. Tuttavia Nettuno venne chiamato Enosìctono o Enosigeo (lat. Ennosigaeum, gr. Ε(ν)νοσίγαιος, scuotitore di terre), come Poseidone Dio del mare e dei terremoti e maremoti nella mitologia greca.

    Nella mitologia romana aveva una divinità associata (paredra) detta a volte Salacia a volte Venilia, e il suo tempio si trovava al Circo Flaminio all'interno del Campo Marzio a Roma. Il simbolo del Dio era il tridente e gli animali a lui sacri erano il cavallo (creato da lui dalle onde del mare), il toro e il delfino.



    FESTA DELLE UMBRAE

    La festa si celebrava nel periodo della massima siccità, probabilmente invocando le acque benevole che permettevano di percorrere il Tevere navigando fino al mare. Infatti si costruivano delle capanne sulle rive del Tevere, usando rami di alloro, pianta sacra per i romani, Nettuno, al contrario di Poseidone era un Dio fluviale.

    La costruzione delle capanne sul greto del fiume non ha nulla a che vedere col mondo marino (esiste pure tra gli ebrei detta "la festa delle capanne").

    E' un periodo di raccoglimento nel cuore della natura, per ritrovare se stessi e il mondo arcaico e vero, prima che gli uomini si sentissero i prediletti degli Dei. Il fatto che nella cerimonia venisse sacrificato un toro nero indica una certa natura ctonia del Dio, legato evidentemente ad antichi Sacri Misteri. Lo conferma anche il nome  delle capanne, le "Umbrae", con allusione al mondo dei morti.

    Sembra sia una festa molto arcaica in cui gli uomini dormivano separati dalle donne per ritrovarsi poi insieme nei banchetti, dove però non si mangiava carne, mentre si facevano frequenti libagioni di vino.

    Uomini e donne consumavano insieme il pasto sacro, di cereali, verdure e vino, mangiando e bevendo il corpo della Madre Terra. Sembra che fossero le donne a distribuire agli uomini il cibo mentre gli uomini mescevano alle donne le bevande.
    Le donne porgevano le focacce dicendo:- Prendete e mangiate, questo è il corpo della Madre Terra. -
    Gli uomini porgevano le coppe di vino dicendo: - Prendete e bevete questo è il sangue della Madre Terra. -

    Da questo rituale è stato poi usato dai cristiani per la cerimonia del Corpus Domini, offrendo pane e vino (poi solo ostia e il vino lo beveva il prete) come corpo e sangue di Cristo. Mentre il senso del corpo della madre, cioè la terra che dà i suoi frutti e nutre gli uomini, il senso del nutrirsi del corpo di Cristo non è chiaro, infatti per la chiesa è il Mistero della Transustanziazione.



    LE CORSE DEI CAVALLI

    I giochi indetti per i Neptunalia si svolgevano sotto la direzione di un pretore ed erano finanziati col ricavo di una vendita di pesci cui partecipava tutta la popolazione per diversi giorni.

    Questi introiti erano però più simbolici che efficaci, perchè la festa era sovvenzionata dallo stato tanto è vero che col tempo si allargò e divenne sempre più importante fino ad organizzare le corse dei cavalli nel Circo Massimo.

    Si pensa che la festa abbia acquisito maggiore importanza alla fine del I sec. a.c., dopo la vittoria di Azio e dopo che Agrippa fa costruire a proprie spese il portico di Nettuno, per celebrare i propri successi nelle battaglie navali, decorandolo con una pittura di Argonauti.


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  • 07/24/18--05:28: FURRINALIA - (25 Luglio)
  • DEA FURRINA

    25 LUGLIO - FURRINALIA

    Alla data del 25 Luglio cadevano le Feste dette Furrinalia, sacre alla Dea Furrina, indagatrice e persecutrice del crimine, protettrice dell’ordine sociale, delle acque in movimento e delle primavere, un'accozzaglia di attributi che stridono tra loro. Vediamo perchè.



    GLI STUDIOSI

    - Georges Dumézil cercò di dimostrare l'originaria natura di Furrina: confrontando l'ordine cronologico delle feste della seconda metà di luglio e i lavori agricoli che si svolgevano in quell'epoca. Per questo si basa soprattutto sull'agronomo romano Rutilio Tauro Emiliano Palladio, autore di "Opus agriculturae".

    Dumézil osservò che già Georg Wissowa aveva rilevato come le festività separate fra loro da un intervallo di tre giorni fossero legate da una stessa funzione. In questo caso specifico, il gruppo costituito dalle due festività dei Lucaria (19 e 21 luglio), dai Neptunalia del 23 e dai Furrinalia del 25 si riferisce ai boschi e alle acque correnti.

    Pertanto giunse alla conclusione che la Dea sarebbe stata la patrona delle acque sotterranee e dei pozzi utilizzati per il loro sfruttamento.

    La Dea sarebbe poi caduta nell'oblìo a causa del potenziamento della figura divina di Nettuno, divenuto in età storica il patrono di tutte le acque, sia quelle di superficie che di quelle profonde.

    - Il tutto sarebbe confermato dall'etimologia che deriverebbe da una radice bhr-u-n- che avrebbe dato in gotico brunna ("sorgente") e in antico irlandese tipra ("sorgente", probabilmente da to-aith-bre-want-), confrontabile con il sanscrito bhurván ("movimento delle acque"). 

    Tracce di questa radice si troverebbero anche nel greco phréar ("pozzo") e nell'armeno albiwr ("sorgente"; da blewar- bre-w-r).

    La radice sarebbe presente anche in latino, nei termini ferueere ("bollire, gorgogliare") e defruutum ("vino cotto") e si sarebbe evoluta in fruur- che per metatesi sarebbe divenuta furr- ma non si sarebbe conservata come sostantivo indicante il pozzo (forse per omofonia con la parola fur, "ladro"), rimanendo però come reliquia nel nome della Dea patrona dei pozzi.

    NINPHAE FURINE

    DEA DELLE ACQUE SOTTERRANEE

    Il fatto che uno dei quindici flamini di Roma (sommi sacerdoti del culto ufficiale), il flamine furrinale, (Flamen Furinalis) le fosse preposto, indica la sua importanza non solo in epoca arcaica, ma pure in epoca imperiale. 

    Inoltre le era dedicato un boschetto sacro, il Lucus Furrinae, posto ai piedi del Gianicolo, presso il Pons Suplicius, dove si dovevano tenere i culti. Oggi vi sorge sull'area il giardino di Villa Sciarra, dove si trovava anche una fonte a lei dedicata. In questo bosco Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate nel 121 a.c., quando capì che neppure il luogo sacro, dove chiunque vi si rifugiasse era intoccabile, sarebbe stato rispettato. Stando a un lettera di Cicerone al fratello Quinto, Furrina aveva un santuario anche presso Arpino.

    Dal momento che Furrina era associata con l'acqua e che i Furrinalia seguivano i Lucaria (festa dei boschi), tenuti dal 19 al 21 luglio ed i Neptunalia del 23 luglio, gli studiosi hanno ipotizzato che le festività servissero a scongiurare la siccità.

    Ma non ha molto senso, perchè Furrina o Furina non era Dea della pioggia nè dei fiumi nè dei torrenti, ma bensì delle acque sotterranee e dei pozzi.

    46. « Se consideri Latona una Dea come puoi non fare altrettanto per Ecate che è figlia di Asteria, una sorella di Latona? È dunque una Dea anche costei? Si direbbe di sì, dal momento che in Grecia abbiamo visto altari e templi a lei consacrati. E se costei è una Dea, perché non dovrebbero esserlo anche le Eumenidi? E se lo sono le Eumenidi, che in Atene hanno un tempio ad esse consacrato e qui da noi - per quanto io penso di poter ritenere - il bosco di Furina, sono Dee anche le Furie, osservatrici e punitrici dei delitti e delle scelleratezze.  »
    «....Quae si deae sunt, quarum et Athenis fanumst et apud nos, ut ego interpretor, lucus Furinae, Furiae deae sunt, speculatrices, credo, et vindices facinorum et sceleris. »

    (Cicerone - De natura deorum, Libro III, XLVI)


    Virgilio Varrone, che visse nella prima metà del I sec. a.c., riferisce che al suo tempo pochi ne conoscessero anche solo il nome. L'esatta natura della Dea si era già persa in epoca imperiale, tanto che cominciò a essere associata alle Furie sulla base della semplice assonanza del nome. Ma nello stesso periodo, documenti epigrafici attestano che la Dea cominciò ad essere nominata al plurale come Furrinae o nymphae Forrinae. Il che la attesta come Dea delle acque perchè le ninfe erano da sempre collegate soprattutto alle acque e alla vegetazione.

    Furina infine, solo grazie ad un'assonanza del nome, venne assimilata ad Aleto, una delle Erinni, tuttavia, essendo già divinità patrona delle acque sotterranee e dei pozzi utilizzati per il loro sfruttamento, la sua festa è da collegarsi alle Lucarie, festa dei boschi ed alle Neptunalia, festa anche delle acque di irrigazione.



    FURINA COME FURIA

    Furina era dunque una Dea misteriosa corrispondente ad una delle tre Erinni, Aletto, indagatrice e persecutrice del crimine, protettrice dell’ordine sociale, delle acque in movimento e delle primavere. Non è un po' troppa roba?

    Le Erinni (in greco: Ερινύες) sono, nella religione e nella mitologia greca, le personificazioni femminili della vendetta (Furie nella mitologia romana) soprattutto nei confronti di chi colpisce la propria famiglia e i parenti.

    Al fine di placarle, vennero chiamate anche Eumenidi, le benevole, ma pure con altri epiteti, come Semnai o Potnie ("venerabili"), Manie ("folli") e Ablabie ("senza colpa"). Venivano rappresentate come geni alati, con la bocca spalancata, nell'atto di cacciare urla terribili, con serpenti, invece di capelli, recanti in mano torce o fruste o carboni e tizzoni ardenti. Il loro aspetto era quindi di tre donne alate con capelli di serpenti che recavano tra le mani delle armi che usavano per torturare il malcapitato.

    Dunque le Furrine erano una "festa publica", ma sia la celebrazione della dea avevano dei punti oscuri anche ai Romani dell'epoca. Nel suo bosco sacro, inoltre, cominciarono ad apparire altri culti, di origine siriaca, e quindi misterica, che finirono per inglobare quello di Furrina; i culti sono attestati da un'iscrizione in onore di Zeus Keraunios, una a Giove Eliopolitano e un rilievo di Atargatis con due leoni.



    LA DEA DEI SACRI MISTERI

    Sembra evidente che la Dea spaventasse un pochino gli animi dei razionalissimi romani. un culto di acque ctonie doveva riferirsi a una Dea Ctonia, lo ripetiamo, Furrina era Dea delle acque sotterranee non di quelle sopra il suolo.

    I romani avevano un sacro timore dei culti ctonii, tanto è vero che quando si apriva il tempio del Mundus, quando cioè si scopriva il suo altare dedicato agli Dei inferi, Roma si paralizzava: niente feste, niente matrimoni, niente cause in tribunale, niente mercati.

    Una Dea del profondo, che anticamente alludeva ai Sacri Misteri della profondità dell'anima umana, destava timore e sospetti, non è un caso dunque che venisse scambiata per una divinità persecutrice.

    Ciò non toglie che ella conservò il suo valore, tanto che in base a ciò che fu, le venne conservato il flamine, onore concesso a pochi Dei del pantheon romano.

    I romani erano ostili al fanatismo e al settarismo, per questo colpirono spesso il culto di Iside, ma non erano ostili ai Sacri Misteri, per la semplice ragione che questi se ne stavano per i fatti loro, non cercavano proseliti e non divulgavano nulla.

    I romani erano per il "Vivi e lascia vivere", tutto andava bene, tutto era accolto o almeno tollerato se non turbava la quiete pubblica e l'assetto dello stato.

    A nostro avviso il nome Furina derivava molto semplicemente dal verbo "furere" che non significava tanto arrabbiarsi quanto "inebriarsi e impazzire". La follia della Dea, come quella delle Baccanti, significava entrare in una specie di estasi in cui veniva cancellato ogni schema mentale. Uno stato non irrazionale ma super-razionale. Un classico dei sacri Misteri.


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  • 07/25/18--05:32: I COGNOMI ROMANI - COGNOMEN


  • IL PRAENOMEN (plurale: Praenomina)

    La prima parte del nome romano era il nome personale, o praenomen, quello attribuito ai bambini alla nascita, con cui venivano chiamati in famiglia, che però negli scritti, veniva ridotto alla sola iniziale.

    Molti dei "praenomina" maschili usati vennero abbreviati ad una o due lettere nelle iscrizioni lapidarie, come: Aulus (A), Gaius (C), Gnaeus (Cn), Decimus (D), Kaeso (K), Lucius (L), Marcus (M), Mamercus (Mam), Manius (M'), Numerius (N), Publius (P), Quintus (Q), Servius (Ser), Sextus (Sex), Spurius (Sp), Titus (T), Tiberius (Ti). I "praenomina" Primus, Secundus, Tertius, Quintus, Sextus, Septimus, Octavius, e Decimus vennero in origine assegnati nell'ordine di nascita, con poca fantasia e forse poco affetto.


    NOMEN GENTILITIUS

    Il secondo nome era quello della gens (pl. gentes), ovvero il clan di appartenenza. Le gentes romane iniziali furono circa 100, tra queste ricordiamo la gens Iulia, la gens Cornelia, la gens Claudia, la gens Cassia, la gens Sempronia, la gens Domitia, la gens Valeria, la gens Fabia, la gens Sidonia. Le donne prendevano solo il nomen gentilizio, anche se in casa avevano un prenome che però non si pronunciava in pubblico.

    Nel 242 a.c. però il numero delle tribù era fissato a 35, così abbreviate:
    - Aemilia (Aem.) - Aniensis (Ani.) - Arnensis (Arn.)
    - Camilia (Cam.) - Claudia (Cla.) - Clustumina (Clu.) - Collina (Col.) - Cornelia (Cor.)
    - Esquilina (Esq.)
    - Fabia (Fab.) - Falerna (Fal.)
    - Galeria (Gal.)
    - Horatia (Hor.)
    - Lemonia (Lem.)
    - Maecia (Mae.) - Menenia (Men.)
    - Oufentina (Ouf.)
    - Palatina (Pal.) - Papiria (Pap.) - Poblilia (Pob.) - Pollia (Pol.) - Pomptina (Pom.) - Pupinia (Pup.)
    - Quirina (Qui.)
    - Romilia (Rom.)
    - Sabatina (Sab.) - Scaptia (Sca.) - Sergia (Ser.) - Stellatina (Ste.) - Suburana (Sub.)
    - Teretina (Ter.) - Tromentina (Tro.)
    - Velina (Vel.) - Voltinia (Vol.) - Voturia (Vot.)


    COGNOMEN

    Il terzo nome era il Cognomen, che in origine era un soprannome, dato da una caratteristica personale o ad un evento importante di cui si era stati protagonisti.

    Il cognomen, comparve all'inizio come soprannome o nome personale che distingueva un individuo all'interno della Gens (il cognomen non compare in documenti ufficiali fino a circa il 100 a.c.).
    Durante la Repubblica e l'Impero, il cognomen si trasmetteva dal padre al figlio.
    I nomi tra parentesi sono "tradotti" in italiano. Alcuni non sono tradotti in quanto identici in italiano.



    I COGNOMINA
    • A - Abercius (Aberzio) - Aburius (Aburio) - Acacius (Acacio) - Acaunus (Acauno) - Achaicus (Acaico) - Acilianus (Aciliano) - Acilius (Acilio) - Adauctus (Adaucto) - Adelphius - Adjutor (che fa da aiutante) - Adranos (Adrano) - Adventus (Avvento) - Aeacus (Eco) - Aebutus (Ebuto) - Aemilianus (Emiliano) - Afer (Afro) - Afranius (Afranio) - Agaptus (Agapito) - Agatopus (Agatopo) - Agelastus (Agelasto) - Agorix (Agorice) - Agricola - Agrippa - Agustalis (Augustale) - Ahala - Ahenobarbus (Aenobarbo)- Albanus (Albano) - Albinius (Albinio) - Albinus (Albino) - Albucius (Albuzio) - Alethius (Alezio) - Alfidius (Alfidio) - Allectus (Alletto) - Aloysius (Aloisio) - Aluredes (Aluderio) - Alypius (Alipio) - Amandus (Amando) - Amantius (Amanzio) - Ambrosius (Ambrosio) - Amor (Amore) - Amphion (Amfio) - Anatolius (Anatolio) - Ancus (Anco) - Andronicus (Andronico) - Angelus (Angelo) - Antistius (Antistio) - Antius (Anzio) - Anullinus (Anullino) - Apelles (Apelle) - Apellinus (Apellino) - Aper (Apro) - Apicius (Alpicio) - Apollonarius (Apollonario) - Aponius (Aponio) - Aquila - Aquilius (Aquilio) - Aquillius (Aquillio) - Aratus (Aratao) - Arcadius (Arcadio) - Arcavius (Arcavio) - Archarius (Arcario) - Arius (Ario) - Armiger (Armigero) - Arminus (Armino) - Arpagius (Arpagio) - Arrianus (Arriano) - Arrius (Arrio) - Arruntius (Arrunzio) - Aruns (Arunto) - Arvina - Asellio - Asina - Asprenas (Asprenasio) - Asprenus (Aspreno) - Assanius (Assanio) - Audaios (Audaio) - Audens (Audente) - Augendus (Augendo) - Augurnus (Augurno) - Augurius (Augurio) - Augustalis (Augustale) - Augustanus (Augustano) - Augustus (Augusto) - Aurelianus (Aureliano) - Aurelius (Aurelio) - Ausonius (Ausonio) - Auspex (Auspecio) - Auxentius (Ausenzio) - Auxientius (Ausenzio) - Auxilius (Ausilio) - Avienus (Avieno) - Avitus (Avito)
    • B - Baebius (Bebio) - Balbillus (Balbillo) - Balbus (Balbo) - Balduinus (Balduino) - Bambalio - Bamballio - Banquerius (Bancherio) - Barbatus (Barbato) - Baro (Barone) - Bassus (Basso) - Bato (Batone) - Belenus (Beleno) - Belisarius (Belisario) - Bellator (Bellatore) - Belletor (Belletore) - Bellicus (Bellico) - Bellus (Bello) - Bestia - Betto (Bettone) - Bibaculus (Bibaculo) - Bibulus (Bibulo) - Bitucus (Bituco) - Blandus (Blando) - Bodenius (Bodenio) - Bolanus (Bolano) - Bonifatius (Bonifacio) - Bonosus (Bonoso) - Bonus (Bono) - Bradua - Brocchus (Brocco) - Bromidus (Bromido) - Bruccius (Bruccio) - Brucetus (Bruceto) - Bruscius (Bruscio) - Brutus (Bruto) - Bubo (Bubone) - Buccio (Buccione) - Bulla - Burcanius (Burcanio) - Burrus (Burro) - Buteo (Buteone)

    • C- Caecilianus (Ceciliano) - Caecina (Cecina) - Caecus (Ceco) - Caelistis (Celeste) - Caelestius (Celestio) - Caelianus (Celiano) - Caelinus (Celino) - Caepio (Cepio) - Caerellius (Cerellio) - Caesar (Cesare) - Caesius (Cesio) - Calacicus (Calacico) - Calatinus (Calatino) - Caldus (Caldo) - Calenus (Caleno) - Calerus (Calero) - Caletus (Caleto) - Caligula (Caligola) - Callisunus (Callisuno) - Calidius (Calidio) - Calogerus (Calogero) - Calpornius (Calpornio) - Calpurnianus (Calpurniano) - Calpurnis (Calpurnio) - Calvinus (Calvino) - Calvus (Calvo) - Camerius (Camerio) - Camillus (Camillo) - Campanus (Campano) - Candidianus (Candidiano) - Candidus (Candido) - Candidius (Candidio) - Canio - Canisius (Canisio) - Cantaber (Cantabro) - Capito - Capiton (Capitone) - Caprarius (Caprario) - Caracturus (Caratturo) - Carantus (Caranto) - Carbo (Carbone) - Carinus (Carino) - Carisius (Carisio) - Carius (Cario) - Carnifex (Carnefice) - Carus (Caro) - Casca - Cassianus (Cassiano) - Castinus (Castino) - Castorius (Castorio) - Castus (Casto) - Catianus (Catiano) - Catilina - Cato - Catonius (Catonio) - Catullus (Catullo) - Catulus (Catulo) - Catus (Cato) - Cecilianus (Ceciliano) - Celatus (Celato) - Celer (Celere) - Celsus (Celso) - Cenaeus (Ceneo) - Cencius (Cencio) - Censorinus (Censorino) - Censorius (Censorio) - Centumalus (Centumalo) - Cerialis (Ceriale) - Cerinthus (Cerinto) - Cerularius (Cerulario) - Cervianus - Cervidus - Cethegus - Chlorus - Christianus - Cicero - Cico - Cimber - Cinna - Cinnianus (Cinniano) - Cita - Cittinus (Cittino) - Civilis (Civile) - Clarus (Claro) - Classicianus (Classiciano) - Claudianus (Claudiano) - Clemens (Clemente) - Clement (Clemente) - Clodian (Clodiano) - Clodianus (Clodiano) - Cogitatus (Cogitato) - Colias (Coliaso) - Collatinus (Collatino) - Columbanus (Columbano) - Columella - Comes (Comezio) - Comitianus (Comiziano) - Comitinus (Comitino) - Commidius (Commidio) - Commidus (Commido) - Commius (Commio) - Commodus (Commodo) - Concessus (Concesso) - Congrio - Constans (Costante) - Constantius (Costanzio) - Corbulo - Cordus (Cordo) - Cornix (Cornacchia) - Cornasidio - Cornutus (Cornuto) - Corvinus (Corvino) - Corvus (Corvo) - Cosmas (Cosmata) - Cotentinus (Cotentino) - Cotta - Crassus (Crasso) - Cremutius (Cremuzio) - Crescentius (Crescenzio) - Cresces (Cresco) - Crispian (Crispiano) - Crispin (Crispino) - Crispus (Crispo) - Crito (Critone) - Crotilo (Crotilone) - Critonius (Critonio) - Cucuphas (Cucufa) - Culleolus (Culleolo) - Cumanus (Cumano) - Cunobarrus (Cunobarro) - Cupitas (Cupitio) - Curio (Curione) - Curtius (Curzio) - Cyprianus (Cipriano) - Cyprias (Ciprio) -
      • D - Dacien (Dacio) - Dalmatius (Dalmazio) - Dama - Damasippus (Damasippo) - Damasus (Damaso) - Damian (Damiano) - Dannicus (Dannico) - Dardanius (Dardanio) - Dardanus (Dardano) - Decentius (Decenzio) - Decianus (Deciano) - Decmitius (Decimio) - Decmus (Decimio) - Dentatus (Dentato) - Dexion (Desione) - Dexippus (Desippo) - Didicus (Didico) - Didius (Didione) - Dignus (Degno) - Diocletianus (Diocleziano) - Diocourides (Dioscuro) - Disertus (Diserto) - Docilinus (Docilinus) - Docilus (Docile) - Dolabella - Dominicus (Domenico) - Domitianus (Domiziano) - Domitius (Domizio) - Donatianus (Donaziano) - Donatus (Donato) - Donicus (Donico) - Dorotheus (Doroteo) - Drusillus (Drusillo) - Drusus (Druso) - Dubitatius (Dubitazio) - Dulcitius (Dulcizio) - Durio (Durione) - Durus (Duro) - Duvianus (Duviano).
      • E - Eborius (Eborio) - Eburnus (Eburno) - Ecdicius (Eddicio) - Eclectus (Ecletto) - Egbuttius (Ebuzio) - Egnatius (Egnazio) - Elerius (Elerio) - Elpidius (Elpidio) - Elvorix (Elvorice) - Emeritus (Emerito) - Encratis (Encrazio) - Ennecus (Enneco) - Ennius (Ennio) - Ennodius (Ennodio) - Eonus (Eone) - Epidianus (Epidiano) - Epimachus (Epimaco) - Epolonius (Epolonio) - Erasinus (Erasino) - Eppius (Eppio) - Eudomius (Eudomio) - Eudoxius (Eudosio) - Eugenius (Eugenio) - Eugenus (Eugenio) - Eulogius (Eulogio) - Eumenius (Eumenio) - Eunapius (Eunapio) - Euphemius (Eufemio) - Eustacius (Eustacchio) - Eutherius (Euterio) - Evodius (Evodio) - Excingus (Escinto) - Exsupereus (Espereo) - Exuperantius (Esperanzio) - Exupertus (Esperto)
      • F - Fabianus (Fabiano) - Fabillus (Fabillo) - Fabrinius (Fabrinio) - Facilis (Facile) - Fadus (Fado) - Fagus (Fago) - Falco - Falconius (Falconio) - Falx (Falco) - Famia - Familiaris (Familiare) - Fastidius (Fastidio) - Faustillus (Faustillo) - Faustinianus (Faustiniano) - Faustinius (Faustinio) - Faustus (Fausto) - Faventinus (Faventino) - Felicissimus (Felicissimo) - Felissimus (Felissimo) - Felix (Felice) - Ferentinus (Ferentino) - Festus (Festo) - Fidelis (Fedele) - Figulus (Figulo) - Fimbria - Fimus (Fimo) - Firminus (Firmino) - Firmus (Firmo) - Flaccus (Flacco) - Flavian (Flaviano) - Flavianus (Flaviano) - Flavillus (Flavillo) - Flavinus (Flavino) - Florens (Florenzo) - Florentius (Florenzo) - Florianus (Floriano) - Florus (Floro) - Forianus (Foriano) - Fortunatus (Fortunato) - Francus (Franco) - Fredisius (Fredisio) - Frigidian (Frigidiano) - Frontalis (Frontale) - Frontinus (Frontino) - Fronto - Fructosis (Fruttoso) - Frugius (Frugio) - Frumentius (Frumenzio) - Fufius (Fufio) -  Fulvianus (Fulviano) - Furius (Furio) - Fuscinus (Fuscino) - Fuscus (Fusco)
      • G - Gaianus (Gaiano) - Gaius (Gaio) - Gala - Galarius (Galario) - Galenus (Galeno) - Galerus (Galerio) - Gallius (Gallio) - Gallus (Gallo) - Galvisius (Galvisio) - Gargilius (Gargilio) - Garilianus (Garliano) - Gaurus (Gauro) - Gavros (Gavrosio) - Gavrus (Gavro) - Gelasius (Gelasio) - Gellius (Gellio) - Gemellus (Gemello) - Geminianus (Geminiano) - Genesius (Genesio) - Genialis (Geniale) - Gennadius (Gennadio) - Gerardus (Gerfardo) - Germanus (Germano) - Germanicus (Germanico) - Gessius (Gessio) - Geta - Getha - Glabrio - Glaucia - Globulus (Globulo) - Gluvias Gluviasio) - Glycia - Gordian (Gordiano) - Gordianus (Gordiano) - Gordio (Gordiano) - Gorgonius (Gorgonio) - Gracchus (Gracco) - Gracilis (Gracile) - Gratian (Graziano) - Gratidianus (Gratidiano) - Grattus (Gratto) - Gregorius (Gregorio) - Grumio (Grumione) - Gualterus (Gualtiero) - Gryllus (Grillo)
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      • P - Pacatianus (Pacaziano) - Pachomius (Pacomio) - Pacuvianus (Pacuviano) - Paenula (Penula) - Paetinus (Petino) - Paetus (Peto) - Palicamus (Palicamo) - Pamphilius (Panfilio) - Panaetius (Panezio) - Pansa - Pantensus (Pantenso) - Pantera - Panthera - Papinian (Papiniano) - Papus (Papo) - Paratus (Parato) - Parnesius (Parnesio) - Pascentius (Pascenzio) - Pastor (Pastore) - Paterculus (Patercolo) - Paternus (Paterno) - Patiens (Paziente) - Patricius (Patrizio) - Paulinus (Paolino) - Paullus (Paolo) - Pavo (Pavone) - Pedo (Pedone) - Pelagius (Pelagio) - Pennus (Penno) - Peregrinus (Peregrino) - Perennis (Perenne) - Perpenna - Perperna - Pertacus (Pertaco)  - Pertinax (Pertinace) - Petasius (Petasio) - Petronax (Petronace) - Petrus (Pietro) - Philippus (Filippo) - Philon (Filone) - Photius (Fotio) - Pictor (Pittore) - Pilatus (Pilato) - Pilus (Pilo) - Pinarius (Pinario) - Piso - Pius (Pio) - Placidus (Placido) - Planta - Plautis (Plauzia) - Plautius (Planzio) - Plautus (Plauto) - Pleminius (Pleminio) - Pollienus (Pollieno) - Pollio (Pollione) - Polus (Polo) - Polybius (Polibo) - Pompeus (Pompeo) - Pompilius (Pompilio) - Pomponius (Pomponio) - Poplicola - Porcus (Porco) - Porphyrius (Porfirio) - Postumianus (Postumiano) - Postumus (Postumo) - Potitus (Potito) - Praetextus (Pretesto) - Prilidianus (Prilidiano) - Primanus (Primano) - Primulus (Primulo) - Primus (Primo) - Prisca - Priscian (Prisciano) - Priscillian (Priscilliano) - Priscillianus (Priscilliano) - Priscus (Prisco) - Probus (Probo) - Processus (Processo) - Proceus (Proceo) - Proculus (Proculo) - Procyon (Procione)- Profuterius (Profuterio) - Propertius (Properzio) - Protacius (Protacio) - Protus (Proto) - Proxsimus (Prossimo) - Publianus (Publiano) - Publicola - Publicus (Pubblico) - Pudens (Pudenzio) - Pudentius (Pudenzio) - Pulcher (Bello) - Pulcherius (Pulcherio) - Pullus (Pullo) - Pupillus (Pupillo) - Pusinnus (Pusinno) - Pustula
      • Q - Quartinus (Quartino) - Quarto - Quatruus (Quatruo) - Quentin (Quintino) - Quietus  (Quieto) - Quintilianus (Quintiliano) - Quintilius (Quintilio) - Quintillius (Quintilio) - Quintillus (Quintilio) - Quiriac (Quiriaco) - Quiricus (Quirico) - Quirinalis (Quirinale) - Quiritus (Quirito)
      • R- Ramio - Ramirus (Ramiro) - Ravilla - Reburrus (Reburro) - Receptus (Recetto) - Rectus (Retto) - Regillus (Regillo) - Reginus (Regino) - Regulus (Regolo) - Remigius (Remigio) - Remus (Remo) - Renatus (Renato) - Respectus (Rispetto) - Restitutus (Restituto) - Rex (Re) - Ripanus (Ripano) - Rogatus (Rogato) - Rogelius (Rogelio) - Romanus (Romano) - Romulianus (Romuliano) - Romulus (Romolo) - Roscius (Rosso) - Rubellius (Rubrllio) - Rufinianus (Rufiniano) - Rufinus (Rufino) - Rufius (Rufio) - Rufrius (Rufrio) - Rufus (Rufo) - Rullus (Rullo) - Ruricius (Rurizio) - Ruso - Rusticus (Rustico) - Rutilianus (Rutiliano) - Rutilius (Rutilio)
      • S - Sabellius (Sabellio) - Sabinianus (Sabiniano) - Sabinus (Sabino) - Sacerdos (Sacerdote) - Saenus (Seno) - Salinator (Salinatore) - Salonianus (Saloniano) - Saloninus (Salonino) - Salonius (Salonio) - Salvian (Salviano) - Salvianus (Salviano) - Salvius (Salvio) - Sanctus (Santo) - Sandilianus (Sandiliano) - Sanga - Sarimarcus (Sarimarco) - Sarrius (Sarrio) - Saturninus (Saturnino) - Saunio - Scaevola (Scevola) - Scapula - Scaro (Scarone) - Scato (Scatone) - Scaurus (Scauro) - Schlerus (Sclero) - Scipio (Scipione) - Scribonianus (Scriboniano) - Scrofa - Sebastianus (Sebastiano) - Secundus (Secondo) - Segestes (Segesto) - Sejanus (Seiano) - Sellic (Sellico) - Seneca - Senecianus (Seneciano) - Senecio (Senecione) - Senilis (Senile) - Senna - Senopianus (Senopiano) - Sentius (Senzio) - Septimianus (Settimiano) - Septimius (Settimio) - Sergius (Sergio) - Seronatus (Seronatu) - Serranus (Serrano) - Sertorius (Sertorio) - Servanus (Servano) - Servatius (Servazio) - Servilius (Servilio) - Sistus (Sesto) - Seuso (Seusone) - Sextius (Sestio) - Severlinus (Severlino) - Severus (Severo) - Sevso - Sicinius (Sicinio) - Siculus (Siculo) - Sidonius (Sidonio) - Sigilis (Sigile) - Silanus (Silano) - Silius (Silio) - Silo (Silone) - Silus (Silo) - Silvanus (Silvano) - Similis (Simile) - Simo (Simone) - Simplex (Semplice) - Simplicianus (Simpliciano) - Siricus (Sirico) - Sisenna - Sisinnius (Sisinnio) - Sita - Sollemnis Solenne) - Sorex Soreso) - Sorio (Sorione) - Sosius (Sosio) - Sotericus (Soterico) - Soulinus (Soulino) - Spartacus (Spartaco) - Spendius (Spendio) - Speratus (Sperato) - Statius (Stazio) - Stichus (Stico) - Strabo (Strabone) - Sudrenus (Sudreno) - Suilius (Suilio) - Sulinus (Sulino) - Sulla (Silla) - Sulpicius (Sulpicio) - Super (Superio) - Superbus (Superbo) - Sura - Surinus (Surino) - Surius (Surio) - Surus (Suro) - Svetonius (Svetonio) - Sylla (Silla) - Sylvian (Silviano) - Sylvius (Silvio) - Symmachus (Simmaco) - Symphorian (Sinforiano) - Sympronian (Simproniano) - Synistor (Sinistore) - Synnodus (Sinnodo)
      • T- Tacitus (Tacito) - Taenaris - Tancinus (Tancino) - Tanicus (Tanico) - Tarpa - Tarquinius (Tarquinio) - Tarsicius (Tarsicio) - Tasius (Tasio) - Tatian (Tatiano) - Taurinus (Taurino) - Telesinus (Telesino) - Terenteianus - Tertius - Tertullian - Tertullianus - Tertulus - Testa - Tetricus - Tertullianus (Tertulliano) - Thrasea - Tiberillus (Tiberillo) - Tiberinus (Tiberino) - Tibullus (Tibullo) - Tiburs (Tiburio) - Tiburtius (Tiburzio) - Ticinius (Ticino) - Titianus (Tiziano) - Titillus (Titillo) - Torquatus (Torquato) - Totius (Totio) - Traianus (Traiano) - Trailus (Trailo) - Tranio - Tranquillus (Tranquillo) - Trebellius (Trebellio) - Trebius (Trebio) - Trebonianus - Trebonius - Tremerus - Tremorinus - Trenico - Trenus - Triarius - Trifer - Triferus - Trimalchio (Trimalcione) - Trogus (Trogo) - Trupo (Trupone) - Tubero (Tuberone) - Tubertus (Tuberto) - Tuccianus (Tucciano) - Tuditanus (Tuditano) - Tullas (Tullio) - Tullius (Tullio) - Turibius (Turibio) - Turpilianus (Turpiliano) - Turpilinus (Turpilino) - Turpilias (Turpilio) - Tuticanus (Tuticano) - Tutor (Tutore) - Typhoeus (Tifeo) - Tyranus (Tirano)
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      • Z - Zeno (Zenone) - Zoilus (Zoilo) - Zosimus (Zosimo) - 

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    • 07/26/18--05:35: DOMUS ELENIANA


    • L'imperatore Costantino, dopo la battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.c., lasciò alla madre tutto il complesso residenziale nell’area oggi occupata dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Nel comprensorio archeologico di S. Croce sono infatti conservati i resti del grandioso palazzo imperiale che Elena, madre di Costantino, abitò trasformando e ampliando la residenza appartenuta un secolo prima agli imperatori Severi. Elagabalo, in particolare, vi aveva costruito imponenti strutture agonistiche ricordate come Anfiteatro Castrense e Circo Variano.

      L’insieme delle strutture antiche che vanno comunemente sotto il nome di «domus di via Eleniana» si trova all’interno dell’area della centrale ACEA nella via omonima. I resti sono venuti alla luce per la posa di cavi elettrici nel 1980, e sono costituiti da quattro ambienti di un edificio privato, che si affacciava su una strada antica corrispondente all’odierna via Eleniana.

      Dato le regole augustee di fasce di rispetto delle costruzioni dagli acquedotti, si pensa fosse prima un edificio adibito alla manutenzione dello stesso acquedotto, trasformato successivamente in domus. Della residenza vera e propria, il Sessorium delle fonti cristiane, restano l’aula adibita a cappella per la conservazione della Croce, la grandiosa sala absidata impropriamente definita “Tempio di Venere e Cupido”, cospicui resti di domus affrescate e mosaicate; di contro, gli scarsi resti delle terme severiane restaurate dalla madre di Costantino non sembrano pertinenti alla proprietà imperiale, ma di uso pubblico.

      Del Sessorium vero e proprio restano l’aula adibita a cappella per la conservazione della Croce, la grandiosa sala absidata definita “Tempio di Venere e Cupido”, e ampi resti di domus affrescate e mosaicate. I pochi resti delle terme severiane restaurate dalla madre di Costantino non sembrano pertinenti alla proprietà imperiale, ma di uso pubblico.


      Ai Certosini e ai Cistercensi si devono le successive e non troppo felici trasformazioni e la parziale conservazione del sito archeologico. Il comprensorio fu poi acquisito al Demanio Militare per costruirvi la Caserma Umberto I Principe di Piemonte.

      Si è proceduto all’abbattimento di tutte le volumetrie abusive e deturpanti, il restauro di alcune delle più significative testimonianze di epoca antica e il recupero degli immobili di servizio all’ex Caserma (ad eccezione della porzione ancora in uso all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia), allo scopo di farne la sede di un nuovo polo museale della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. I lavori sono poi stati indirizzati al consolidamento e al restauro integrale del Tempio di Venere e Cupido e dei mosaici pavimentali di due domus costantiniane. 

      Una campagna di scavo all’interno del Giardino del Convento dei Cistercensi, nel luogo dell’Anfiteatro Castrense, ha rivelato l’esattezza dei disegni di Palladio e gettato nuova luce sulle caratteristiche tecniche e la perfezione formale dell’edificio e dei mosaici pavimentali di due domus costantiniane. Saggi archeologici a ridosso dell’Acquedotto Claudio, poi inglobato dalle Mura Aureliane, hanno individuato altre domus di epoca romana, mentre all’esterno del comprensorio in piazza S. Croce e in via Eleniana sono stati rimessi in luce importanti resti del fronte del palazzo imperiale.


      Dal sito della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, sito che però non è visitabile, che è di proprietà della Chiesa Cattolica, e che lo Stato italiano conserva e restaura a sue spese senza averne in cambio nemmeno un'apertura al pubblico magari solo mensile.

      La domus è una testimonianza straordinaria della monumentale lussuosa residenza imperiale, che aveva soppiantato la sede ufficiale del Palatino, già scelta un secolo prima dagli imperatori Severi, da Caracalla a Elagabalo.

      La domus, del II - III sec. d.c., doveva far parte delle abitazioni costruite in questo periodo tra il complesso Sessoriano e l’acquedotto Claudio. Da alcune fistule plumbee rinvenute in passato in un’area vicina, si è pensato facessero parte della domus appartenuta ad Aufidia Cornelia Valentilla.

      « Si tratta di un’abitazione di grande pregio che faceva parte del quartiere destinato ai dignitari della corte di Elena - racconta la responsabile dell’area Anna De Santis - Costantino non amava Roma e vi soggiornò per brevi periodi, e così dopo la battaglia contro Massenzio lasciò Roma delegando ad Elena un ruolo imperiale. Tutta quest’area venne trasformata per avere una sede adeguata ».




      I muri delle stanze erano in opera listata e uno degli ambienti presenta un affresco con figure di Geni e di Muse, recanti torce e vassoi, con uno stile impressionistico che ricorda molto certi raffinati affreschi pompeiani.

      I pavimenti erano quasi tutti a mosaico, di cui uno di tipo geometrico con vano affrescato. I colori brillano, sull’intonaco ocra, di rosso vermiglio, di celeste «egyptium», di verde e di giallo, con eleganti colonnine che incorniciano raffinate figure mitologiche, accanto a scenette più realistiche. I pavimenti sono un gioiello di mosaici in marmi pregiati, con tasselli che creano disegni geometrici sfumati dal rosso al giallo .

      Già nel corridoio spira aria di lussi imperiali. Il pavimento offre un repertorio straordinario di tutti i più pregiati marmi dell’epoca creando un tappeto geometrico di colori. In effetti le tarsie sono abbinate in base alle minime sfumature di colore, sfumature che venivano procurate scaldando sapientemente le varie tarsie di marmo. Vi predominano i marmi più pregiati, dal giallo antico al porfido rosso, al granito rosato, al granito verde e al verde cipollino. Le pareti sono rivestite di pitture policrome, dove le colonnine e le paraste in prospettiva accompagnano motivi vegetali, grottesche con scudi alati e figure femminili.

      Dopo la scala monumentale che conduceva al piano superiore, si entra nel triclinium, una sala lunga venti metri rivestita con un mosaico a tessere bianche e nere a schemi geometrici. Le pareti sono un trionfo di scene figurate, con personaggi ispirati al mito, dove fanno capolino scenette realistiche di pecore che brucano l’erba, aquile come simbolo di forza e potere e caprette. Sembra che i problemi della Domus fossero dovuti alle infestazioni di piante e depositi di sali che creavano piccoli distacchi di colori.




      CI DUOLE MOLTO

      Sono terminati i restauri degli affreschi e dei mosaici pavimentali della domus, impiantata agli inizi del II sec. d.c., appartenuta, ormai è chiaro e almeno per un periodo, all’aristocratica Aufidia Cornelia Valentilla, come risulta dalle iscrizioni sulle fistulae aquariae (tubi) di piombo rinvenute nel secolo scorso.

      Nei primi decenni del III sec. d.c. la domus fu annessa al complesso imperiale severiano. Gli ambienti della domus sono stati rinvenuti nel 1982 durante i lavori di manutenzione all’interno della sede Acea di via Eleniana e vanno collegati ad altre strutture già note, ma non più visibili, riferibili alla stessa residenza.

      Questa fu la premessa in base alle promesse della Chiesa: "Così rivedono la luce i capolavori della «Domus di via Eleniana» alla fine del restauro durato due anni fa e condotto dalla Soprintendenza ai beni archeologici, che aprirà al pubblico la prima e terza domenica del mese. I finanziamenti del Giubileo hanno consentito l’abbattimento di tutte le volumetrie abusive e deturpanti, il restauro di alcune delle più significative testimonianze di epoca antica e il recupero degli immobili di servizio all’ex Caserma (ad eccezione della porzione ancora in uso all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia), allo scopo di farne la sede di un nuovo polo museale della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma."


      Ci duole molto che il complesso del circo Variano e del palazzo Sessorio, compresa la Domus eleniana, non siano più visibili agli italiani, che dopo aver volentieri pagato per il restauro del complesso (restaurato con i soldi degli italiani), e riconsegnato il tutto alla diocesi di Santa Croce in Gerusalemme, non sia a noi più visibile nemmeno pagando un biglietto.

      Non è la prima volta che la Chiesa ci fa questi scherzi, ci fa restaurare i suoi beni con la promessa di aprirli al pubblico ma poi, non avendo in realtà bisogno di soldi, non fa vedere nulla. Gli stessi sotterranei di San Giovanni con caserme romane ed altro, riabilitati e restaurati coi soldi degli italiani, all'inizio li aprì al pubblico, grande concessione, per un'unica volta l'anno, pur facendo pagare il biglietto 16 euro. Ora ha deciso che non ha bisogno nemmeno di quei soldi e la Roma sotterranea che arriva da San Giovanni fino alla via Labicana, non viene più aperta al pubblico.

      Ma anche se non ha bisogno di quei soldi, non li potrebbe dare a chi ha bisogno, in fondo è una chiesa e non un'azienda. 




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    • 07/27/18--05:16: CULTO DI LIBERTAS
    • LA DEA LIBERTAS RIPRODOTTA SU UNA MONETA

      La raffigurazione monetale più antica risale all'anno 119 a.c. Sul retro di un denaro di M. Porcio Laeca vediamo in piedi su di una quadriga una donna, incoronata da una Vittoria volante, con in mano il pileus, cioè il berretto della libertà, simbolo della Libertas romana.

      Nella moneta sottostante invece, oltre al volto laureato della Dea, si osserva nel retro il suo tempio, con due teste di grifoni, due sedie curuli e forse un gatto.

      Il culto della Libertas (Eleiteria in graeco) fu sempre molto caro al fiero popolo dei romani e pertanto fu sovente espresso sulle monete. Essa venne considerata e onorata come divinità almeno fin dall'età regia, in cui le dedicarono templi ed eseguirono per lei dei sacrifici. Una delle prime raffigurazioni è sul rovescio di un denario di Marco Porcio Laeca, (colui presso la cui casa si riunirono i congiurati di Catilina il 5 novembre del 62) in cui è rappresentata su una biga, incoronata dalla Vittoria.

      A Roma furono edificati due templi dedicati alla Dea: uno sull'Aventino e uno sul Palatino. La statua di Libertas era accompagnata dalle due statue di Abeona e Adeona, che questo caso assumevano il senso dell'andare e del venire, a significare, si dice, che la Libertas poteva andare dove più desiderava. Pensiamo però che le due Dee avessero un significato più profondo, poichè Abeona era la Dea della nascita e Adeona quella della morte. La libertà è imprescindibile dall'aver compreso e accettato i due cicli, perchè la paura toglie la libertà.

      La Dea era raffigurata come una giovane donna incoronata d'alloro e  vestita di bianco, con il berretto frigio nella mano destra e lo scettro e la cornucopia nella sinistra; ai suoi piedi era disteso un gatto e un giogo fatto a pezzi, e forse anche un peso scardinato dal suo gancio.



      IL PILEUS
      IL PILEUS

      Il Pileus era il copricapo che veniva donato dal padrone agli schiavi liberati, i liberti, ma era anche simbolo della Repubblica, vale a dire della libertà ritrovata dopo la cacciata della monarchia.

      Fu quindi in questa epoca che il berretto frigio (pileus in latino) assunse il suo valore simbolico di libertà. 
      Tale significato viene ribadito anche dalle monete battute dai cesaricidi dopo l’uccisione di Giulio Cesare, che recavano su una delle facce un pileus, considerato dunque simbolo della libertà repubblicana, inserito tra due pugnali, come quelli usati per il regicidio.



      TEMPIO SULL'AVENTINO

      Il primo tempio fu fatto costruire nel 238 a.c. da Tiberio Gracco, che fu edile nel 246 a.c. e che lo dedicò per le idi di aprile dello stesso anno.

      Tiberio, console insieme a Gaio Fundanio Fundulo e durante tale anno, appoggiò il collega nell'accusa a Claudia, la figlia di Appio Claudio Cieco, colui che ebbe il merito di far pubblicare nel 304 a.c.,a cura del suo segretario Gneo Flavio, il civile ius, il testo delle formule di procedura civile (legis actiones), chiamato Ius Flavianum, per cui anche i plebei potevano conoscere le leggi. Claudia fu alla fine condannata ad una multa tale da costruire solo con quella il tempio della Libertà sull'Aventino.

      Cicerone però narra una storia diversa: l'imputato non fu Claudia ma Publio Claudio Pulcro, il figlio di Appio Claudio Cieco, e l'accusa fu quella di aver combattuto nonostante gli auspici avversi e di essere stato sconfitto in Drepana, antico centro della Sicilia occidentale (odierna Trapani).. Publio Claudio fu accusato di alto tradimento, e, secondo Polibio e Cicerone, fu severamente punito. 

      Secondo altre fonti, la procedura di condanna venne sospesa a causa di una tempesta, e venne respinta una seconda volta con una multa. Publio Claudio Pulcro non sopravvisse molto alla sua caduta in disgrazia; morì prima del 246 a.c., probabilmente suicida.

      AEDES IOVIS LIBERTATIS

      Sull'Aventino c'era però il tempio di Giove Libertà, noto anche come tempio della Libertà, appunto dedicato alla Libertà. Di questo tempio non è rimasta traccia e se ne ignora l'esatta posizione, anche se alcuni autori ritengono sorgesse presso la basilica di Santa Sabina o, almeno in parte, sotto di essa.

      EQUIPONDUS A CUI E' STATO STRAPPATO IL GANCIO
      Esiste infatti una pietra nera di forma rotonda poggiata su una colonna tortile di età classica a sinistra della porta di ingresso, che è chiamata Lapis Diaboli, ossia "pietra del diavolo" perché, secondo la leggenda, sarebbe stata scagliata dal diavolo contro San Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. 
      Sappiamo invece che la lapide fu spezzata non volendo dall'architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti, ma vennero successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola cantorum. In quanto alla pietra scura essa era in realtà un peso, ovvero contrappeso di serpentina come se ne usavano in epoca classica per controllare i pesi delle merci.
      Sembra che la Dea Libertas fosse colei che liberava dai gioghi e dai pesi, per cui si è pensato che il peso di serpentina, di epoca romana, a cui era stato strappato il gancio a cui doveva essere legato, rappresentasse, insieme al giogo spezzato, il simbolo della libertà che la Dea concedeva ai suoi seguaci.

      Lo farebbe pensare anche il fatto che il gancio da cui era tenuto non fosse stato svitato ma fosse stato appositamente strappato con dei colpi di mazza, tanto è vero che i colpi sono stati interpretati dalla chiesa come solchi procurati dal diavolo coi suoi artigli.
      Questo potrebbe indicare che davvero una parte del tempio si trovasse sotto la chiesa di S. Sabina, tenendo anche conto che la chiesa cristiana soleva quasi sempre edificare un tempio cristiano su quello pagano. Ora alcuni pensano che il tempio di Libertas e il tempio di Iovis Libertas fossero lo stesso santuario, anche perchè Festo cita il tempio semplicemente come Libertatis templum.

      L'interpretazione più probabile è che si trattasse un tempo solo del tempio della Libertà, ma che in seguito sentirono più opportuno dedicarlo a Giove o almeno mettercelo in mezzo, insomma un compromesso tra Giove e l'antica Dea.



      TEMPIO SUL PALATINO

      Il secondo tempio fu fatto costruire tra il 58 e 57 a.c. da Publio Clodio Pulcro, colui che fece lo scandalo della Bona Dea a casa di Cesare e colui che esilio di Marco Tullio Cicerone nel 58 a.c., per non aver concesso ai condannati a morte la provocatio ad populum prima di essere giustiziati. 

      LAPIS EQUIPONDUS COL SUO GANCIO
      (S. LORENZO FUORI LE MURA)
      Si sa che Clodio, acquistò, per la cifra di 14 milioni e 800.000 sesterzi, un enorme complesso abitativo sul Palatino, che adibì a sua dimora personale e in parte all'edificazione del Tempio alla Dea Libertas. In realtà sembra che Clodio abbia acquistato i terreni espropriati a Cicerone a seguito dell'approvazione della lex de exsilio. Il tempio fu edificato dove prima si trovava la casa di Marco Tullio Cicerone, sempre sul colle Palatino, così da non permettere alcuna epigrafe ricordo a suo nome.

      Dopo la morte di Cesare alla Dea furono innalzate statue, non perchè la morte di Cesare avesse comportato una libertà, perchè anzi fu pianto da tutti per secoli e rimpianto fino ad oggi, ma perchè Augusto adorava particolarmente questa divinità.

      Infatti Augusto si definì su un tetradracma "libertatis p(opuli) R(omani) vindex". Invece il nome di "libertas augusta" non viene da Augusto, come ci si poteva aspettare, ma dall'imperatore Claudio. Il tempio fu restaurato da Augusto e fu nuovamente dedicato il primo settembre.


      ATRIUM LIBERTATIS

      L'Atrium Libertatis viene nominato per la prima volta nel 212 a.c., era la sede dell'archivio dei censori, situato sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale, a breve distanza dal Foro Romano.e venne ricostruito dai censori del 194 a.c.
      Un'altra ipotesi, ma poco convincente, l'ha identificata con la struttura che sorge sul Campidoglio dal lato verso il Foro Romano, sotto il palazzo Senatorio, normalmente identificata con il Tabularium eretto da Quinto Lutazio Catulo nel 78 a.c.
      Un'altra ipotesi ancora, piuttosto recente, ha proposto l'identificazione dell'Atrium Libertatis connesso alla Curia con il rifacimento del portico sul lato sud-orientale del Foro di Cesare in epoca dioclezianea.
      Una seconda integrale ricostruzione venne curata da Gaio Asinio Pollione a partire dal 39 a.c., con il bottino ricavato dal suo trionfo sugli Illiri, forse in attuazione di un progetto già concepito da Cesare a completamento del Foro di Cesare, inaugurato nello spazio tra la sella montuosa dove sorgevano l'Atrium Libertatis ed il Foro Romano solo pochi anni prima. Il monumento doveva essere completato entro il 28 a.c.

      Il monumentale edificio comprendeva oltre all'archivio dei censori, con le liste dei cittadini e le tavole di bronzo con le mappe dell'ager publicus, due biblioteche e probabilmente la basilica Asinia, oltre a numerose opere d'arte di celebri scultori, tra cui il Supplizio di Dirce degli scultori Apollonio e Taurisco, e le Appiadi, opera dello scultore Stephanos, che però Ovidio pone accanto al tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare.

      L'edificio scomparve agli inizi del II secolo, in seguito all'eliminazione della sella montuosa sulla quale sorgeva per la costruzione del Foro di Traiano. Le sue funzioni furono spostate nella Basilica Ulpia, dove in una delle absidi si compiva la cerimonia della manomissione degli schiavi, e invece le due biblioteche venero collocate ai lati della colonna di Traiano.



      LA FINE

      Sulle monete repubblicane è considerato segno di libertà l'urna delle elezioni. Nell'anno 73 a.c. compare una testa della Dea, riconoscibile dal pileus. Nell'anno 43 a.c., M. Giunio Bruto conia in Grecia la celebre moneta con il pileus e due pugnali e la iscrizione "EIDibus MARtiis".

      La Libertà è raffigurata con il pileus, lo scettro, e il titolo libertas publica o p(opuli) R(omani) accanto a quello di libertas augusta. Sotto Vespasiano si appoggia ad una colonna nell'atteggiamento della Securitas; Adriano sostituisce allo scettro una corona d'alloro o la cornucopia e le mette in mano gli attributi della Pace, ramo e scettro.

      Dalla decadenza dell' Impero la Libertas non viene più raffigurata. In effetti si cade dalla libertà alla barbarie del medioevo.

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    • 07/28/18--05:53: EL JEM (Tunisia)


    • THYSDRUS fu il nome più antico di EL JEM, odierna città della Tunisia e le sue prime testimonianze archeologiche risalgono all'età punica (III secolo a.c.). Veniva definita punica la lingua di origine fenicia parlata dai cartaginesi, il che conferma l'origine fenicia dei cartaginesi. Oggi Eljem è situata a 65 km da Sousse e a 40 km dal mare.

      L'odierna Eljem, che all'epoca della campagna d'Africa di Cesare era poco più di un vicus, un villaggio, diventando città romana seppe trarre profitto dagli impulsi romani al commercio sfruttando la sua posizione di crocevia della Tunisia centrale.

      Nella battaglia di Ruspina del 46 a.c. nella provincia romana dell'Africa, tra le forze repubblicane degli Ottimati e quella dei Popolari fedeli a Giulio Cesare, alcuni abitanti del vico Ruspina si recarono dal generale per offrirgli una partita di grano di 300.000 misure per sfamare il suo esercito.

      Durante la campagna di Aggar, Cesare passò davanti alla città, occupata dai pompeiani, ma non la assalì per rispetto di quella cittadina; dopo la sua vittoria, quando colpì le altre città con ammende molto gravi, impose a Thisdrus solo il tributo di una modesta quantità di grano, visto la scarsa ricchezza della città (propter humilitatem civitatis) e il buon comportamento avuto..



      Thysdrus, grazie ai romani che vi costruirono sontuosi e grandi edifici e vi instaurarono ricchi scambi commerciali, divenne rapidamente una grande città a cui i romani concessero prima il titolo di municipio e poi di colonia.

      La sua importanza fu evidente grazie alla sua posizione di incrocio di grandi strade, al fiorire di artigianato e agricoltura. La città era vasta e con ville sontuose. 

      Inoltre lo spirito di intraprendenza di un ceto mercantile, romano prima, e locale poi, esperto e ricco, donò alla città stupendi edifici.

      Purtroppo oggi sono scomparsi a causa della solita devastazione islamica.

      Di essi ci resta solo un maestoso anfiteatro, un grandioso circo, e ville monumentali i cui mosaici testimoniano la felice romanizzazione di questo bellissimo centro. 

      L'acqua vi abbondava talmente che in una iscrizione un magistrato si congratula con se stesso per aver ornato di fontane l'intera Gabes. Infatti i romani vi avevano costruito cisterne, dighe e pozzi tanto da rendere il terreno arido fertile e produttivo come nemmeno oggi si sognerebbe.

      In particolare dal II sec. d.c. la città si ingrandì e prosperò grazie al grosso impulso dato dagli Antonini (98 - 180 d.c.) che vi incoraggiarono l'ulivocoltura, soprattutto sotto Adriano (117-138), al punto di divenire la seconda città della provincia dopo l'altra città di origine fenicia Hadrumetum (Sousse).

      La città faceva riferimento commerciale alle vie marittime che partivano dal golfo di Gabes, una città nel sud della Tunisia, chiamata all'epoca Syrtis Minor dai romani,  che ancora oggi vanta ben 500.000 palme da dattero. Nel III secolo Eljem contava circa 30.000 abitanti.

      Il suo anfiteatro era il terzo del mondo romano ed il circo possedeva le medesime dimensioni del circo di Massenzio a Roma. Sotto i Severi (193 - 235), in questo periodo la città raggiunse la massima potenza economica e politica.

      A Gabes facevano capo cinque strade importanti di cui quella più a nord conduceva al grande centro romano di Thysdrus.

      Oggi quest'importante struttura sorge isolata in un paesaggio privo d'interesse, ma nell'anno 238, la zona era tanto popolata da riempire due volte alla settimana il circo, che poteva contenere 30.000 spettatori.

      Di quanti ne avevano eretti i Romani, quello di Thysdrus era inferiore, per dimensioni, soltanto del Colosseo di Roma.

      La città, nota per l'enorme anfiteatro trasformato in fortezza, prese parte alle complesse vicende dell'epoca bizantina e dei primi tempi della conquista islamica, anche se l'ascesa di Kairouan a capitale della regione quasi la cancellò economicamente e culturalmente.

      Oggi il sito archeologico ha perso molte delle sue antichità, a parte lo splendido anfiteatro romano, uno dei più grandi e meglio conservati fra i monumenti dell'antichità. Vari cantieri di scavo sono disseminati intorno alla città, che può vantarsi, oltre che dei mosaici, di aver conservato i più grandi capitelli romani della Tunisia (1.86 m di altezza).



      L'ANFITEATRO

      La fotografia aerea ha permesso di individuare l'area in cui sorgeva un circo, lungo oltre 500 m e largo circa 100, mentre gli scavi hanno consentito di individuare il centro della città romana con il foro, le grandi terme e altri edifici pubblici.

      L'anfiteatro risale al I sec .d.c. e fu intagliato nel tufo, venne poi abbellito nel II sec., il suo podium viene rialzato e nuovi gradini vennero installati creando un livello superiore.

      Esso era lungo 138 m e largo 114, i posti a sedere più lontani arrivavano a 30 m di altezza e poteva contenere sino a 30.000 persone.


      L'anfiteatro era ancora in abbellimento e ampliamento quando iniziò il declino di Thysdrus per la reintroduzione di una tassa sull'olio di oliva in 238 d.c..

      All'epoca la vendita dell'olio d'oliva era una delle maggiori ricchezze della città che si vide molto penalizzata dall'imposta.

      La gente protestò e si scatenò una ribellione che invase tutta la Tunisia.

      Dopo l'assassinio di Alessandro Severo e l'elezione ad imperatore di Massimino nel 235, la pressione fiscale esercitata sulla provincia, soprattutto per la tassa sull'olio, scatenò infatti la rivolta dei latifondisti di Thysdrus, sostenuti dai contadini della Tunisia centrale, che proclamarono decaduto Massimino e gli sostituirono il proconsole Gordiano nel 238, con l'assenso del senato di Roma.

      Furono i proprietari terrieri, con l'aiuto degli Juvenes (una sorta di corpo di formazione ufficiali o milizie) che, ucciso il procuratore imperiale, cioè il funzionario finanziario capo della provincia, proclamarono proconsole l'ottantenne Gordiano, come Imperatore.

      Massimino però non era d'accordo e, a capo della III legione, sconfisse e uccise il figlio di Gordiano I, cioè Gordiano II, represse la rivolta nel sangue e saccheggiò la città. In quanto al vecchio Gordiano I che ancora all'età di 80 anni nutriva ambizioni di potere, finì per suicidarsi nel suo palazzo a Cartagine per non cadere in mani nemiche.

      Thysdrus ebbe per questo un arresto nei suoi commerci che la penalizzò per vari anni, ma poi si riprese e rimase abbastanza prosperosa sino alla fine dell'impero.

      Molti  romani vi fecero la propria fortuna stabilendosi in città e costruendo grandi e splendide ville intorno ad essa, ricche di bellissimi mosaici policromi, di preziosi affreschi, di giardini, di colonne e ornamenti scolpiti nella pietra.


      Ecco sopra un bellissimo esemplare di pavimento in mosaico, che proviene da una casa vicino all'Ippodromo, 

      Un elegante susseguirsi di nodi formano dei medaglioni al cui interno, inscritte in doppi cerchi, sono disegnati i busti delle nove Muse corredate dei loro attributi.

      Vi si riconoscono dall'alto in basso e da sinistra a destra: Erato (citara); Clio (libro); Calliope (alquanto deteriorata); Tersicore (lira); Melpomene (maschera tragica); Urania (globo); Euterpe (flauto doppio); Talia (maschera comica). Il reperto è conservato al Museo del Bardo e risale al III secolo d.c.

      Il sito abbonda di statue preromane e romane, la maggior parte spezzate o prese a mazzate dal fanatismo religioso dei nuovi conquistatori.

      Col declino dell'impero, nel periodo Vandalico e Bizantino anche la città declinò.

      Essendo posta al confine della regione stepposa di Sufetula (Sbeitla) venne a contatto con le tribù berbere provenienti dalla Tripolitania e da Aurès, popoli nomadi, molto aggressivi e incapaci di apprezzare e conservare le grandi edificazioni civili romane.

      Le sue riserve d'acqua pian piano declinarono a causa dell'abbandono delle geniali opere idrauliche romane e lentamente scomparve la coltivazione degli ulivi.


      Tutte le opere lasciate dai romani vennero pian piano devastate, Anche sulla struttura architettonica dell'anfiteatro di El-Djem hanno influito le guerre tra berberi ed arabi. 
      Il danno maggiore è stato quello della rimozione dei gradini delle prime file.

      Ciò dimostra che molte zone semidesertiche o predesertiche potrebbero essere coltivate e dare sostentamento a una vasta popolazione, i romani lo fecero portando anche la giustizia e le leggi, nonchè le scuole e le opere pubbliche. Il fanatismo religioso tuttavia ha avuto il sopravvento riportando queste terre indietro di molti secoli. Nè mai più si sono ripresi.





      L'AFRICA ROMANA: THYSDRUS

      Casa d'Africa: lo spettacolare giardino interno col peristilio colonnato

      Nel 1991, una maldestra costruzione abusiva alla periferia della città antica, consentì - al momento della distruzione - alla Sovrintendenza di EI Jem di individuare una delle più grandi, se non la maggiore, domus romana in terra d'Africa: circa tremila metri quadrati portati alla luce fino ad oggi.

      E composta dal corpo principale strutturato attorno ad un triclinium-oecus, e da un peristilio, abbellito da una vasca, da cui si accede agli appartamenti privati.

      La villa possedeva uno stabilimento termale di cinquecento metri quadrati. Oltre che per le dimensioni, questa villa è famosa per i suoi mosaici pavimentali, unici nel loro genere.

      Tra questi eccelle il mosaico in cui appare la figura della Dea benefattrice Africa, per la prima volta raffigurata su un mosaico, oltre che su monete e ceramiche.

      Ciò porta a supporre che il padrone della domus fosse un ricco signore locale, certamente devoto a Roma, ma fortemente impregnato di cultura africana. L'allegoria dell'Africa, questa volta intesa come provincia romana, si ritrova su un altro mosaico che evoca l'approvvigionamento dell'impero romano.

      L'Africa ha i tratti di una giovane donna bruna di carnagione, sul capo una pelle d'elefante, accompagnata dalle immagini allegoriche delle altre province romane: l'Egitto, l'Asia, la Spagna, la Sicilia ed una quinta non ben identificata, che incorniciano la figura di una possente Minerva rappresentante Roma.

      Anche il Triclinium è pavimentato elegantemente da un immenso mosaico.

      La "Casa d'Africa"è stata ricostruita all'interno del recinto del museo grazie ad un progetto con giunto tunisino-francese.

      Oggi si può ammirare una bellissima ricostruzione fedele, di oltre duemila mq., che riproduce il peristilio, o cortile centrale; il triclinium o sala da pranzo, la bella cucina, due salette per gli ospiti, un locale per il culto agli dei della casa a forma di semicerchio con un bellissimo mosaico che raffigura la nascita di Venere, le stanze da letto padronali con i mosaici sulla dea Africa già descritti, alcuni cortili interni, ecc.
      Questa ricostruzione è unica al mondo.



      CASA DELLA PROCESSIONE DIONISIACA

      Ma c'è una casa di EL JEM da poco scoperta, con un mosaico a dir poco strabiliante, tanto che ha dato il suo nome alla domus, detta appunto la Casa della Processione Dionisiaca:

      La “Maison de la procession dionysiaque”, ovvero la Domus della Processione Dionisiaca, è un ampia casa a peristilio, tra le maggiori scavate ad El Jem, e risalente all'età antonina (98 - 180):

      « [Dal 98. al 180.] tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso di più d'ottant'anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco Antonino (cioè Marco Aurelio 121 - 180); rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le nazioni della terra tuttor si risentono. »
      (Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano)




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    • 07/30/18--06:49: GENS AEMILIA


    • L'IMPORTANZA DELLA GENS

      La "gens Aemilia", oggi Emilia, che ha dato il nome a una via ed a una regione italiana, originariamente scritta Aimilia, era tra le maiores gentes, sia antiche che ricche e nobili, legati alla Via Aemilia, alla via Aemilia Scauri e alla Basilica Aemilia.

      La glorificazione familiare dava prestigio e rispetto a tutti i suoi membri. All'epoca presentarsi col nome di una famiglia prestigiosa, ricca o povera che fosse, era già una garanzia sulla persona, che più facilmente poteva trovare accoglienza, ospitalità, incarichi e lavoro.

      Poteva anche garantire consensi elettorali e cariche istituzionali, istituendo così una competizione aristocratica per aggiudicarsi l'onere di edifici sacri o civili, che venivano poi presi in carico dai discendenti del costruttore, ai quali spettava il compito di occuparsi dei restauri successivi.

      Il popolo romano era infatti grato a chi vinceva in guerra i nemici di Roma o a chi regalava monumenti all'Urbe, fossero essi di spettacolo, di religione o di utilità.

      La “gens Aemilia” fu sicuramente una delle più attive, ricche e generose familiae romane, basti ricordare che donarono a Roma la strada consolare, la via Aemilia, che tutt'oggi usiamo, almeno nel tracciato romano, oltre a molti altri ed importanti edifici sia pubblici che privati.

      “A buon diritto, dunque, si può proporre la formula la ‘Roma degli Emili’ per indicare lo sviluppo della città nel periodo delle guerre d’Oriente. Ma va sottolineata la vocazione a una progettualità globale, che incide in modo profondo su tutte le forme, antiche o nuove, dell’architettura pubblica del tempo: sacra in vari esempi, incluso il tempio capitolino e altri templi di nuova costruzione in circo e campo, annonaria e commerciale, con il Porticus Aemilia (più controversa è la cronologia del pons lapidens, il primo ponte di pietra della città che pure prenderà il nome dagli Emili); infine forense, nella forma della basilica”
      (F. de Caprais e F. Zevi -  Roma Imperiale).

      La Basilica Aemilia fu sicuramente l’edificio più prestigioso, di uso statale e quindi perenne, riccamente ornata e decorata, per la celebrazione della famiglia al presente e ai posteri. Gli Emili furono tra le famiglie più antiche, nobili e attive, sia nella costruzione di edifici e monumenti onorari, sia per il glorioso passato che vantava.

      Essi si proclamavano di lontana origine troiana, innalzando a loro capostipite Mamerco, il figlio del re Numa Pompilio. secondo una variante invece Mamerco sarebbe stato figlio di Pitagora e avrebbe insegnato a Numea Pompilio, il II re di Roma. Si trattava comunque di nobilissima estrazione, ormai quasi leggendaria.

      Gli Emili ebbero un ruolo di primo piano nella prima metà repubblicana e furono una delle famiglie più presenti nelle massime magistrature, i suoi membri infatti ricoprirono il consolato per ben 55 volte.

      BASILICA EMILIA

      BASILICA EMILIA

      La prima basilica fu costruita probabilmente tra il 210 e il 195 – 191 a.c. In una seconda fase un nuovo edificio fu costruito dal censore del 179 a.c. Marco Fulvio Nobiliore con il nome di Basilica Fulvia. Dopo la morte del censore fu completata dal suo collega Marco Emilio Lepido. Dopo di che, numerosi esponenti della “Gens Aemilia” ne curarono i restauri, nel 78 a.c., 54, 34, 22 e 14 a.c., perdendo il nome di Basilica Fulvia e assumendo quello di Basilica Emilia.

      La sua facciata era composta di due ordini sovrapposti di sedici arcate, sostenute dai pilastri con semicolonne, che creavano un portico anteriore. Da tre ingressi si accedeva all’interno, diviso in quattro navate e ampio m 10x29.

      Nel 55 a.c., ad opera di Lucio Emilio Lepido Paolo, altro figlio del console del 78 a.c. Marco Emilio Lepido e fratello del triumviro, si avviò la costruzione di una nuova basilica che aveva come finanziatore Caio Giulio Cesare. Fu inaugurata dal figlio omonimo di Lepido nel 34 a.c. con il nome di Basilica Pauli.

      La basilica fu distrutta da un incendio nel 14 a.c. e ricostruita per volere di Augusto. La ricostruzione terminò nel 22 d.c. e oltre a notevoli lavori di ampliamento e di rafforzamento della struttura, fu allargato il portico che fu dedicato a due nipoti dell’imperatore, Caio Cesare e Lucio Cesare.

      Sotto l’imperatore Carino subì un incendio e nel 283 venne restaurata. Probabilmente durante il sacco di Roma nel 410 ad opera del vandalo Alarico la basilica fu distrutta da uno spaventoso incendio nel quale le monete dei banchi dei cambiavalute che dovevano aver sede nell’edificio furono fuse sul pavimento di marmo e sono tutt’ora visibili.

      Una parte del portico augusteo era ancora intatto nel cinquecento e il suo ordine dorico fu imitato nella chiesa di San Biagio a Montepulciano da Antonio Sangallo il Vecchio. Gli ultimi resti furono distrutti per la costruzione del palazzo Torlonia che sorgeva in via della Conciliazione.

      La Basilica degli Emili fu scavata negli anni trenta del novecento e fu in parte rimontata sfruttando i resti delle colonne tardo–imperiali ritrovate.

      PORTICUS AEMILIA

      PRAENOMINA AEMILII

      Gli Aemilii utilizzarono regolarmente il praenomina Mamerco, Lucio, Manio, Marco e Quinto. I Mamercini Aemilii utilizzarono anche Tiberio e Gaio, mentre gli Aemilii Lepidi, che prediligevano nomi insoliti e vecchi, usarono Paullo, presumibilmente con riferimento alla famiglia del Paulli Aemilii, che era morto da quasi un secolo. Le figlie del Aemilii ebbero i praenomina numerici Prima, Secunda, Tertia e, anche se questi sono spesso trattati come cognomina.



      COGNOMINA AEMILII

      La più antica Stirpe degli Emilii, risalente al periodo delle guerre sannitiche, usò come cognomen Mamercus e pure il diminutivo Mamercinus. Altri rami principali, tra cui Papi, Barbulae, Paulli, e Lepidi, risalgono allo stesso periodo, forse discendenti dei Mamercini. I Paulli Aemilii scomparvero invece con la morte di Lucio Emilio Paullus, che conquistò la Macedonia nel 160 a.c. I suoi figli, anche se adulti, vennero adottati nelle familiae dei Fabii Maximi e dagli Scipiones Cornelii.

      La famiglia dei Lepidi Aemilii divenne importante dal III sec. a.c. fino all'epoca imperiale. Nel I sec. a.c. adottarono alcuni vecchi nomi, tra cui il praenomina Mamercus e Paullus, e la Paullus cognomina e Regillo.
      Gli Scauri Aemilii fiorìrono dall'inizio del II sec. a.c. all'inizio I sec. d.c..
      La Buca cognomina e Regillo  appartennero a famiglie di breve durata. Altri cognomi si trovano in età imperiale.



      I VARI RAMI


      EMILII BARBULAE
      • Quinto Emilio Barbula - console nel 317 e 311 a.c. Livio racconta che il console Quinto Emilio Barbula, conducendo operazioni militari sul confine tra Apulia e Lucania insieme all’altro console, nel 317 a. c., avrebbe conquistato un centro indigeno fortificato, chiamato Nerulum.
      • Lucio Emilio Barbula -  figlio maggiore di Quinto, console nel 281, ricevette il comando durante le guerre sannitiche. Lo stesso anno invase e conquistò Taranto scatenando la campagna d'Italia da parte di Pirro re d'Epiro. Nel 280 ebbe una ricompensa per le vittorie ottenute contro Taranto e contro i Sanniti.
      • Marco Emilio Barbula - figlio di Lucio Emilio Barbula, console nel 230 a.c.

      EMILII BUCI
      • Lucio Emilio Buca - questore ai tempi di Lucio Cornelio Silla .
      • Lucio Emilio Buca - nominato nel 54 a.c. quadrumviro monetario di Giulio Cesare.

      EMILII MAMERCI
      • Lucio Emilio Mamerco - È il più vecchio rappresentante conosciuto della gens Aemilia, e il primo membro della sua gens a ottenere la carica di console.
        Lucio Emilio venne eletto console nel 484 a.c. insieme a Cesone Fabio Vibulano, della gens Fabia e fratello di Quinto, console dell'anno precedente, colpevole agli occhi della plebe di non aver diviso il bottino di guerra con i soldati, rese furente la plebe, determinando rivolte a Roma:
        "Dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse dello Stato. Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo console"(Tito Livio - a.u.c)
        Ma le sedizioni si placarono per lo scoppio della guerra contro i Volsci ed Emilio, cui fu affidato il comando contro Volsci ed Equi, conseguì una brillante vittoria, procurando al nemico grandi perdite soprattutto nella ritirata, come narra Dionigi, Emilio però fu sconfitto di fronte alle porte di Anzio, per cui si vergognò di rientrare in città quando si dovevano tenere i comitia.
        Nel 478 a.c. divenne console per la seconda volta insieme a Gaio Servilio Strutto Ahala. Poiché i Volsci e gli Equi, con alleati i Tirreni, volevano invadere il territorio romano, il Senato inviò Lucio Emilio contro i Tirreni e Gaio Servilio contro i Volsci, e  il proconsole Servio Furio contro gli Equi. Ognuno dei tre al comando di due legioni e di truppe di Latini, Ernici ed altri alleati. Ma mentre Gaio Servilio aveva subito numerose perdite di romani, Lucio Emilio sconfisse in breve tempo i Veienti costringendoli a trattare la pace. Il console firmò un trattato con i Veienti, le cui condizioni vennero considerate dal Senato troppo favorevoli al nemico sconfitto, e di conseguenza si vide negato l'onore del trionfo, con sua grande rabbia.
        Il Senato lo inviò poi in soccorso del collega, sperando di cancellarne il risentimento, ma l'altro non accettò e si dimise dall'esercito congedando le truppe a lui affidate.                                       Fu console per la terza volta nel 473 a.c. Dionigi narra che nel 470 a.c., durante il consolato del figlio Tiberio, sostenne la legge agraria, manifestando ostilità contro quel Senato che anni prima gli aveva negato il trionfo.
      • Tiberio Emilio Mamerco - Tiberio Emilio del ramo Mamercino (o Mamerco), figlio di Lucio Emilio Mamercino. Fu eletto console nel 470 e 467 a.c.
        Fu eletto console la prima volta nel 470 a.c. e i due consoli vennero inviati a combattere, Tiberio contro i Sabini e Lucio contro gli Equi. Romani e Sabini finirono si fronteggiarono senza però combattersi, e infine ognuno tornò a casa sua. Eletto console una seconda volta nel 464 a.c. con Quinto Fabio Vibulano, appoggiò nuovamente la legge agraria. Nuovamente si opposero i senatori ed i proprietari terrieri; Quinto Fabio propose allora di distribuire alla plebe le terre sottratte ai Volsci l'anno prima, fondando una colonia nei pressi di Antium. La soluzione mantenne la pace sociale, ma scontentò la plebe che non voleva lasciare Roma, tanto che in pochi aderirono e una parte delle terre venne distribuita agli Anziati. Anche nel suo II consolato Tiberio marciò contro i Sabini, ma non trovando alcun esercito da combattere, si limitò a devastarne i territori.  Venne eletto console per la III volta e si dibattè nuovamente la questione della ripartizione della terra. Entrambi i consoli si mostrarono favorevoli, Tiberio in odio verso il Senato che aveva negato al padre il trionfo per la vittoria sui Veienti del 478 a.c. La richiesta fu però respinta dal Senato, in particolare per l'opposizione di Appio Claudio, console nell'anno precedente. I tribuni cercarono allora di vendicarsi portando in processo Appio Claudio con varie accuse, ma il processo non ebbe luogo perchè Appio morì, secondo Tito Livio di malattia, ma oggi si pensa al suicidio.
      • Mamercus Emilio Mamercino - dittatore nel 437, 433 e 426 a.c.
      • Manio Emilio Mamercino - console nel 410 a.c.
      • Caio Emilio Tiberio Mamercino - consulari tribunus militum potestate nel 394 e 391 a.c..
      • Lucio Emilio Mamercino- consulari tribunus militum potestate nel 391, 389, 387, 383, 382, 380 e 377 a.c.
      • Lucio Emilio Mamercino - console nel 366 e 363 a.c.
      • Lucio Emilio Mamercino - magister equitum nel 352 a.c.
      • Lucio Emilio Mamercinus Privernas
      • Tiberio Emilio Mamercino - console nel 339 a.c..
      • Mamerco Emilio Lepido Liviano ( ... – ...) fratello di Marco Livio Druso, che ricoprì la carica di tribuno e figlio di Marco Livio Druso (console), che invece ricoprì la carica di console. Fu adottato dalla famiglia degli Aemilii Lepidi. Sposò Cornelia Silla, figlia di Lucio Cornelio Silla. Ricoprì la carica di console nel 77 a.c., l'anno successivo alla morte di Silla, e probabilmente quella di princeps senatus.
      CLIVIUS SCAURI

      EMILII LEPIDI
      • Marco Emilio Lepido - console nel 285 a.c..
      • Marco Emilio Lepido - console nel 232 a.c., e forse anche suffectus nel 220.
      • Marco Emilio Lepido - pretore nel 218 a.c.
      • Lucio Emilio Lepido - figlio del console del 232 a.c..
      • Quinto Emilio Lepido - figlio del console del 232 a.c..
      • Marco Manio Emilio - figlio di Lepido, pretore nel 213 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - console nel 187 e 175 a.c.,  pontefice massimo e censore nel 179 a.c. costruì (189 - 187 a.c) la via Emilia che congiungeva Rimini a Piacenza, per un percorso complessivo di 280 Km. La Colonia Placentia, che era circondata dai galli boi che, nonostante sconfitti, non avevano voluto firmare la pace con Roma che decise allora di realizzare una strada militare fino a Placentia per far spostare velocemente le legioni onde reprimere eventuali rivolte. Marco Emilio Lepido durante il consolato sconfisse i liguri, facendo voto di erigere un tempio a Giunone e, durante la censura, dedicò il tempio di Giunone Regina al Campo Marzio. La città di Reggio Emilia si chiamava in età romana Regium Lepidi in suo onore. Ebbe una intensa attività diplomatica per conto del Senato, tra cui l’Egitto dove instaurò stretti rapporti con la dinastia tolemaica. L’intervento di Lepido fu decisivo nella conquista della Gallia Cisalpina, dove operò durante i suoi due consolati e dove favorì l’insediamento di numerosi cittadini romani. Morì nel 152 a.c.
      • Emilio Marco Lepido - console nel 158 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - tribuno militare contro Antioco III nel 190 a.c.
      • Marco Emilio Porcina - console nel 137 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - console nel 126 a.c.
      • Quinto Emilio Lepido - probabilmente figlio del tribuno militare del 190 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - console nel 78 a.c. Nobile ambizioso, appoggiò il regime di Cinna negli anni 80, ma poi si legò a Silla e accumulò ricchezze durante le proscrizioni. Silla diffidava di lui, ma Lepido ottenne il consolato del 78 mediante l’aiuto di Pompeo. Dopo la morte di Silla, da console, fece abrogare la costituzione sillana per abolire le confische del dittatore, riscuotendo consenso. Appoggiato dalle truppe della Gallia Cisalpina, marciò su Roma ma fu sconfitto nel 77 da Catulo e Pompeo. Si rifugiò in Sardegna, dove morì mentre i suoi soldati passavano in Spagna per unirsi a Quinto Sertorio contro le innumerevoli legioni inviate dal Senato di Roma. 
      • Marco Emilio Lepido, figlio del precedente, console nel 46 e 42 a.c., triumviro dal 43 al 46 a.c.., pontefice massimo dal 44 al 12 a.c.. patrizio, legato a Caio Giulio Cesare, pretore nel 49, ebbe il governo della Spagna Citeriore nel 48 e fu quindi console nel 46 e magister equituum dello stesso Cesare nel 45 - 44. Dopo Marco Antonio era l’uomo più potente della fazione cesariana. Nel 43 il suo intervento armato in appoggio di Marco Antonio dopo la battaglia di Modena fu determinante per la costituzione del II triumvirato con Antonio e Ottaviano, assicurandosi anche una seconda provincia spagnola. Nel 42 ottenne un secondo consolato. Dopo la sconfitta di Bruto e Cassio, la nuova spartizione seguita a Filippi (42) determinò il calo della sua influenza nel triumvirato. Nel 39 con gli accordi di Miseno, ebbe solo l’Africa e la Numidia, venne privato della Spagna e della Gallia, mentre furono respinte le sue pretese sulla Sicilia. Tuttavia nel 36 riuscì a trasferire 16 legioni in Sicilia per aiutare Ottaviano contro Sesto Pompeo. Dopo aver accettato la resa della maggior parte delle legioni di Sesto Pompeo, si ritenne abbastanza forte da sfidare Ottaviano.
        In Sicilia, tra le due parti, erano ammassate trentasei legioni (150 – 180 mila soldati e un numero imprecisato di ausiliari), pronte ad affrontarsi in una carneficina, invece un esercito vinse ma senza combattere grazie alle diserzioni nell’altro.
        Così passarono ad Ottaviano per prime le legioni di Sesto e poi quelle di Lepido, modificando radicalmente i rapporti di forza. Lepido dovette supplicare per avere salva la vita e dovette lasciare triumvirato e proconsolato. Si ritirò a vita privata nel Circeo e conservò soltanto la carica onorifica di pontefice massimo (assunta nel 44) fino alla morte avvenuta nel 12 a.c. Augusto scrisse nelle “Res gestae” di aver mantenuto a Lepido questa carica fino alla morte per poi assumerla egli stesso.
      • Mamerco Emilio Liviano - console nel 77 a.c.
      • Emilia Lepida - del I secolo a.c., figlia di Mamerco Emilio Lepido Liviano (morto nel 62 a.c.), fidanzata a Metello Scipione che poi la respinse. Allora Lepida fu fatta fidanzare con Catone minore, che la stava per sposare. Ma Metello cambiò idea e, più potente di Catone, fece sciogliere il fidanzamento e sposò Lepida. Da lui ebbe dei figli tra cui Cornelia Metella, nata nel 73 a.c., che diventò moglie di Publio Licinio Crasso e poi di Gneo Pompeo Magno.
      • Manio Emilio Mamerco Lepido - console nel 66 a.c.
      • Emilia Lepida - moglie di Gneo Domizio Enobarbo, console del 32 a.c. Infatti la nipote di Enobarbo, Domizia Lepida, prese il cognomen in onore della nonna. Da Enobarbo Lepida ebbe Lucio, che sposò Antonia maggiore. Morì prima del 31 a.c.
      • Lucio Emilio Lepido Paolo - console nel 50 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - il triumviro, console nel 42 a.c.
      • Emilio Lepido Regillo - citato da Cicerone .
      • Emilia Lepida - moglie dell'augure Lucio Cornelio Silla, console nel 5 a.c.discendente del dittatore omonimo. Ebbero almeno due figli: Fausto Cornelio Silla, console suffetto nel 31 e Lucio Cornelio Silla Magno.
      • Paolo Emilio Lepido - suffectus nel 34 a.c.
      • Marco Emilio Lepido - figlio del triumviro; cospiratore per assassinare Ottaviano nel 30 a.c.
      • Quinto Emilio Lepido - console nel 21 a.c.
      • Lucio Emilio Paullo - console nell'anno I d.c.; cospiratore contro Augusto.
      • Emilia Lepida - figlia di Lucio Emilio Paolo, console nell'1, e Giulia minore. Fu la prima bisnipote di Augusto e venne fidanzata a Tiberio Claudio Druso, futuro imperatore Claudio. Il fidanzamento fu sciolto e Lepida sposò Marco Giunio Silano Torquato.
      • Marco Emilio Paullo Lepido - console anno 6.
      • Manio Emilio Lepido - console nell' 11. Tacito riferisce che Augusto nel suo letto di morte, mentre discuteva dei possibili rivali di Tiberio per la carica di imperatore, lo descrisse come adatto per diventare imperatore (capax imperii), ma "sdegnoso" (aspernantem) del potere supremo. Nel 21 Tiberio lo nominò governatore d'Asia.
      • Emilia Lepida - figlia di Marco Emilio Lepido minore e moglie di Publio Sulpicio Quirino. Da giovane fu fidanzata dell'erede di Augusto, Lucio Cesare. Nel 20 fu accusata di adulterio, avvelenamento, consultazione di astrologi, falso nel pretendere il figlio dell'ex marito e tentativo di avvelenare quest'ultimo. Fu sempre difesa dal fratello Manio Emilio Lepido, console dell'anno 11. Fu processata da Tiberio, trovata colpevole e condannata all'esilio
      • Emilia Lepida - figlia di Marco Emilio Lepido, console nel 6 e nipote del console Lucio Emilio Paolo. Nonostante la condanna a morte di suo zio, grazie al rango di suo padre in Senato, sposò il cugino di II grado Druso Cesare. Tacito riferisce che durante il loro matrimonio "aveva perseguito il marito con accuse incessanti ". Nel 36, fu accusata di adulterio insieme ad una schiava e si suicidò, "in quanto non vi era alcun dubbio circa la sua colpevolezza" (Tacito, Annales).
      • Marco Emilio Lepido - messo a morte da Gaio Giulio Cesare Augusto nel 39.
      • Emilia Lepida - figlia di Manio Emilio Lepido, console nell'11 e moglie dell'imperatore Galba, da cui ebbe due figli prima della sua morte. Morì giovane e Galba non si risposò mai. Quando Lepida era in vita, Agrippina minore fece offerte spudorate a Galba, che era devoto a sua moglie e disinteressato, ma la madre di Lepida le diede pubblicamente uno schiaffo.

      EMILII PAPI
      •  Marco Emilio Papo - nominato dittatore nel 321 a.c., subito dopo le Forche Caudine, per attendere all'elezione dei nuovi consoli, (Quinto Fabio Ambusto si era già dimesso per irregolarità nella sue elezioni) si dimise a sua volta, in quanto non riuscì a presiedere all'elezioni consolari.
      • Quinto Emilio Papo - console nel 282 e nel 278 a.c. e censore nel 275 a.c., comandò l'esercito romano contro Etruschi e Galli Boi, che sconfisse pienamente ed il castigo inflitto ai Galli Boi fu così pesante, che rimasero tranquilli per ben cinquant'anni.
      • Lucio Emilio Papo - Nipote di Quinto Emilio Papo, console nel 225 a.c. con Gaio Atilio Regolo. I Galli si preparavano ad invadere la penisola e il comando fu dato a Papo, mentre il collega doveva sedare la rivolta in Sardegna. Papo pose il proprio comando ad Ariminum, mentre un secondo esercito romano, sotto il comando di un pretore, presidiò l'Etruria. I Galli penetrarono tra le due armate, devastando le terre etrusche e sconfissero l'esercito del pretore ma con l'arrivo di Emilio Papo i Galli si ritirarono, imbattendosi però nell'altro esercito consolare, richiamato dalla Sardegna. Si ebbe così la battaglia di Talamone (225 a.c.) dove, nonostante la morte del console Atilio Regolo, i Galli vennero sconfitti con 40.000 morti e 10.000 prigionieri tra cui il re Concolitano. Emilio Papo invase allora il paese dei Galli Boi, devastandolo. Al suo ritorno gli fu dedicato un trionfo.
      • Lucio Emilio Papo - pretore nel 205 a.c, governò la provincia di Sicilia.

      EMILII PAOLI
      EMILIO LEPIDO INCORONA TOLOMEO V FARAONE D'EGITTO
      • Marco Emilio Paolo - console nel 302 a.c..  Sconfisse le flotte di pirati comandate da Cleonimo, che con la sua flotta disturbava i commerci lungo le coste italiane.
      • Marco Emilio Paolo - console nel 255 ac..
      • Lucio Emilio Paolo - nipote di Marco, console nel 219 a.c. con Marco Livio Salinatore. Insieme condussero una vittoriosa campagna contro gli illiri in cui sconfisse Demetrio di Faro. Nel 218 partecipò all’ambasceria di Fabio Buteone a Cartagine. Nuovamente console nel 216 a.c.. con il plebeo Gaio Terenzio Varrone durante la guerra annibalica, aveva consigliato invano al collega di disporre le sue truppe sulle alture per contrastare la terribile cavalleria numidica. Ma Varrone prese la scellerata decisione di attaccare Annibale in campo aperto nella famosa battaglia di Canne. Fu una delle più gravi disfatte nella storia dell’esercito di Roma. Lucio Emilio Paolo morì in combattimento.
      • Lucio Emilio Paolo Macedonico - console nel 182 e 168 a.c., figlio di Lucio Emilio Paolo e alleato pubblico di Scipione l’Africano. Come pretore nella Spagna Ulteriore (191 – 189 a.c.) sconfisse i lusitani. Come Decemviro per la pacificazione dell’Asia (189), guidò a Roma l’opposizione al trionfo di Manlio Vulsone nel 187. Nel 181 ottenne il trionfo per la sconfitta dei liguri ingauni. Rieletto console nel 168 all’età di 60 anni, ristabilì la disciplina dell’esercito in Macedonia e in poche settimane sconfisse Perseo nella battaglia di Pidna. Nel 161 come proconsole visitò la Grecia e fece spedire in Italia la biblioteca di Perseo. Pare che Lucio Emilio Paolo non approvasse la rigorosa politica del Senato che egli fu costretto a mettere in atto nel 167: 150 mila epiroti furono fatti schiavi e illustri uomini politici greci furono tenuti prigionieri a Roma. Lo racconta Polibio, che però era molto legato alla sua famiglia. Emilio Paolo tornò a Roma per celebrare un grandioso trionfo con Perseo in catene. Gli oppositori politici lo rimproverarono per non aver distribuito con generosità il bottino tra le sue legioni, ma in realtà l’enorme quantità di ricchezze che egli portò a Roma rimpinguavano le casse dello Stato. La sua brillante carriera terminò con una censura nel 164 a.c.; quando morì nel 160, dimostrò di non aver tenuto per sè il bottino saccheggiato in Macedonia.
      • Scipione Emiliano, (185 - 129 a.c.) figlio di Lucio Emilio Paolo, adottato dalla famiglia degli Scipioni da Publio Cornelio, figlio dell’Africano. Dopo aver combattuto a Pidna con il padre (168 a.c) e in Spagna con il console Lucullo come tribuno militare (151) venne eletto console nel 147 con una dispensa dall’età legale ed ebbe il comando della guerra in Africa; qui distrusse la ribelle Cartagine (146), fondando la provincia d’Africa. Polibio, lo storico greco che gli fu maestro e amico, racconta che egli pianse sulle rovine della città. Censore nel 142, Scipione, dopo alcune ambascerie in Oriente, venne rieletto console nel 134 per risolvere la guerra in Spagna, che si trascinava da anni. Distrusse Numanza nel 133 dopo una lunga e tenace resistenza. Aperto ai gravi problemi agrari di Roma, marito di Sempronia, sorella dei Gracchi, si oppose al movimento di Tiberio quando questi si scontrò con gli interessi degli italici ricchi che venivano espropriati. Morì, in seguito ad un infarto, mentre preparava l’intervento al senato che doveva decidere l’esclusione degli italici dalle confische. Per Cicerone fu l’uomo di stato ideale, in cui la raffinata cultura e il valore militare si accompagnavano a un’aristocratica concezione della politica.
      • Tertia Emilia Paola - (230-163 a.c.), da bambina dette a suo padre un presagio favorevole, sposò Publio Cornelio Scipione l'Africano, con cui ebbe un matrimonio, secondo Tito Livio, Polibio, e altri storici, molto felice. Valerio Massimo ci dice, invece, che Scipione tradiva la moglie con una ragazza della sua servitù, ma che Emilia non gli portò mai rancore per questo. Ebbe come figlia Cornelia, la madre dei Gracchi.
      • Prima Emilia  Paola - sposò Quinto Elio Tuberone.
      • Secunda Emilia Paola - sposò Marco Porcio Catone Liciniano.
      • Lucio Emilio Paolo  - console nel 78 a.c. figlio di Marco Emilio Lepido, Appoggiò Cicerone contro Catilina e non si alleò mai con Pompeo Magno. Venne eletto questore nel 59 a.c., edile nel 55 a.c. e console nel 50 a.c. Durante il suo consolato venne corrotto da Giulio Cesare con del denaro con cui fece costruire la basilica Emilia a Roma. Per volere di Cesare fece costruire la basilica Giulia sulle rovine della basilica Sempronia. Paolo si oppose al II triumvirato, e suo fratello ordinò di ucciderlo. Il giorno dell'esecuzione, i soldati gli concessero di fuggire. Paolo si unì a Marco Giunio Bruto che morì suicida nel 42 a.c., comunque venne perdonato da Cesare e poté trascorrere gli ultimi anni di vita a Mileto.

      EMILII REGILLI
      • Marco Emilio Regillo -  († 205 a.c.), Flamine Quirinale soccombente e candidato per il consolato nel 214 a.c.
      • Lucio Emilio Regillo - pretore nel 190 a.c, durante la guerra contro Antioco III.
      • Marco Emilio Regillo - († 190 a.c), fratello di Lucio Emilio Regillo, morto nel corso della guerra contro Antioco.

      EMILII SCAURI
      • Lucio Emilio Scauro - ufficiale della flotta romana durante la guerra contro Antioco III nel 190 a.c.
      • Marco Emilio Scauro - (163 - c. 89 a.c.), console nel 115 e 107 a.c., e princeps senatus. Combatté con successo in Liguria. Sposò Cecilia Metella che alla sua morte sarebbe diventata moglie del dittatore Silla. Insieme al Console Lucio Calpurnio Bestia, di cui era legato in Africa nel 111, concluse con Giucurta, re della Numidia, una pace che diede adito a sospetti di corruzione. Censore nel 109, costruì la via Emilia transappenninica e ricostruì il Ponte Milvio. Morì nell’89 a.c 
      • Marco Emilio Scauro - (I sec. a.c.), legato di Pompeo a Damasco fino al 61 a.c. condusse una campagna militare contro il re dei nabatei, Arcta. Ricoprì la carica di edile nel 58; organizzò grandiosi giochi e costruì imponenti opere pubbliche; benché ricchissimo le spese affrontate lo costrinsero a pesanti debiti. Propretore in Sardegna, la sua amministrazione nell’isola gli procurò un’accusa di concussione, ma ne fu assolto per la difesa di Cicerone. Sottoposto nuovamente a processo (52), fu condannato e dovette andare in esilio. 
      • Marco Emilio Scauro - pretore nel 56 a.c..
      • Emilio Scauro Scauro - († 101 a.c), combatté contro i Cimbri sotto Quinto Lutazio Catulo .
      • Marco Emilio Scauro - sostenitore di Marco Antonio.
      • Mamercus Emilio Scauro - (34 d.c.), oratore e poeta, due volte accusato di majestas.

      Altri
      • Emilia - virgo Vestalis, che miracolosamente ha riacceso la fiamma sacra con un pezzo della sua veste.
      • Emilia - virgo Vestalis, messa a morte per incesto in 114 a.c..
      • Ceso Emilio - ingegnere militare di data incMarco Emilio Avianus - amico di Cicerone, e il patrono di Avianus Evandro e Avianus Hammonius.
      • Emilio Macer - († 16 a.c.), un poeta di Verona morto in Asia, amico di Virgilio, Tibullo e Ovidio. Secondo Tibullio fu poeta elegiaco d’amore, ma soprattutto poeta didascalico. Ha scritto di uccelli, serpenti e piante medicinali.Emilio Macer (3 ° secolo), giurista  vissuto al tempo di Marco Aurelio Alessandro Severo .
      • Emilio Sura - annalista, probabilmente contemporaneo di Marco Velleio Paterculus .
      • Emilio Rufo - prefetto della cavalleria sotto Gneo Domizio Corbulone in Armenia.
      • Emilio Pacensis - tribuno della coorte, alla morte di Nerone nel 69 d.c. morì combattendo contro Aulo Vitellio .
      • Emilio Asper - II sec., grammatico e commentatore di Publio Terenzio Afro e Publius Vergilius Maro .
      • Emilio Asper Junior - II sec., grammatico e autore di Ars Grammatica.
      • Emilio Papinianus - (141-212), giurista.
      • Marco Emilio Emiliano - ( 206-253), governatore della Pannonia e Mesia, proclamato imperatore nel 253, ma ucciso dai suoi soldati.
      • Emilio Magnus Arborius - (IV sec.), poeta e amico dei fratelli di Costantino .
      • Emilio Parthenianus - storico, ha dato un resoconto delle varie persone che aspiravano alla tirannide.
      • Emilio Probo - fine IV sec., grammatico, erroneamente ritenuto l'autore del Imperatorum Excellentium Vitae di Cornelio Nepote .
      • Blossio Emilio Draconzio - fine V sec., poeta cristiano.

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    • 07/31/18--05:11: COMPITUM ACILIUM
    • ESEMPIO DI COMPITUM DEDICATO A NEMESIS

      GENS ACILIA

      La gens Acilia era una gens plebea nominata dalla metà del III sec. a.c. al V sec. d.c., per ben sette secoli. Il primo membro illustre della gens fu Gaio Acilio Glabrione, che fu questore nel 203 a.c. e tribuno della plebe nel 197 a.c.

      Evidentemente alcuni di loro fecero fortuna visto che nel II sec. divennero proprietari degli Horti Aciliorum, nella zona del Pincio.

      L'ipogeo degli Acili Glabrioni si trova a Roma all'interno delle Catacombe di Santa Priscilla, sulla Via Salaria. Il Mausoleo degli Acili Glabrioni si trova ad Alife, fuori Porta Napoli. La gens Acilia ha dato il nome alla borgata di Acilia, situata lungo la Via del Mare tra Roma ed Ostia



      IL COMPITUM ACILIUM

      Gli scavi degli anni Trenta hanno restituito testimonianza diversi complessi archeologici, tra i quali il Compitum Acilium, un’ara, dedicata nel 5 a.c. ai Lari di Augusto dalla famiglia degli Acilii,  localizzata sulla sommità della Velia nella zona corrispondente all’attuale incrocio tra via dei Fori Imperiali e il clivo di Acilio.

      EDICOLA NIKE LARARIUM POMPEI
      Il compito era un piccolo santuario dove venivano venerate le Lares Compitales, a protezione del quartiere o della località. Nel 1932 ne venne rinvenuto uno corredato di iscrizione, che era la tradizione letteraria del vicus Compiti Acili edificato in marmo nel 5 a.c,

      Operando per la costruzione della Via dell'Impero, oggi Via dei Fori Imperiali, il compito venne alla luce a nord del Tempio di Venere e di Roma. Trattavasi di una piccola edicola a due colonne circondata da altari. Nel 1933 Antonio Maria Colini pubblicò una relazione preliminare senza specificare dimensioni, disegni o fotografie. Solo 30 anni dopo ha presentato un documentario ma anch'esso insoddisfacente Una migliore documentazione di scavo di Monique Dondin-Payre e Gianluca Schingo si ebbe negli anni '80 e '90.

      L'edicola venne edificata su un podio di marmo bianco, alto circa m 1.40 m, largo m 2,38 e profondo m 2,80, mentre la cella era profonda m 1,56.  Il podio doveva avere accesso tramite una scala anteriore di quattro gradini.  Del complesso furono rinvenuti diversi resti frammentari che permettono però la ricostruzione del Compitum.
      Sia il rivestimento del podio che quello dell'edicola erano di marmo bianco. La trabeazione era costituita da un architrave a due fasce, cioè due listelli con sporgenze diverse, con la sporgenza meno pronunciata in quella superiore.
      La trabeazione era coronata da una semplice Kymation lesbica e la cornice era a dentello continuo (cornice dentellata).
      La trabeazione sul lato sinistro portava un'iscrizione, che riportava la data e il fondatore dell'edificio. Sono conservati i nomi di tre fondatori, un quarto all'inizio dell'iscrizione si perde. L'iscrizione riposta: 
      IMPeratore CAESare AUGUSTI  PONTIFex MAXimo TRIBunicia POTESTate XVIII
      IMPeratore XIV 
      Lucio CORELIO SULLA COnSulibuS MAGistri SECUNdi VICI COMPITI ACILI
      LICINIUS Marciae SEXTILIAE Libertus DIOGENE /
      Lucius AELIUS Lucius HILARUS /
      Marcus TILLIUS Marci Libertus SILO

      KYMATION LESBICA
      "Essendo imperatore Cesare Augusto, Pontifex Maximus, 
      per la XVIII volta insignito della Potestà tribunicia
      Imperatore per la XIV volta,
      Con il console Lucius Cornelius Sulla, 
      consacrarono i due governanti di vicus Compiti Acili 
      (consacrò questo santuario)
      - Licinius Diogenes, liberto di Marcia Sextilia / 
      - Lucius Aelius Hilarus, liberto di Lucio / 
      - Marcus Tillius Silo, liberto di Marcus "

      Il consolato congiunto di Augusto e Lucius Cornelius Sulla cadde nell'anno 5 v. ed è questo l'anno in cui il secondo corpo del vicus Compiti Acili istituì l'Aedicula. Augusto aveva, nell'anno 7 a.c. diviso Roma in 14 regioni, a cui aveva distribuito i 265 vici.
      La riforma di Augusto su regioni e vie, rivedeva anche la riorganizzazione dei Compiti (Compitalia), che ora dovevano comprendere i culti del Genius Augustus. Svetonio (Aug. 31) testimonia che il Princeps "Compitales Lares ornari bis anno instituit vernisfioribus et aestivis"

      Nella riforma Augustana, le immagini del Genius Augusti furono incluse nei piccoli santuari accanto ai lares. Ad Augusto i suoi liberti erano particolarmente legati e anche Augusto a loro. Così vennero realizzati ritratti del princeps, esposti nei vici. In questo modo Augusto entrò a far parte del culto dello stato e divenne parte stessa della località.

      Nel decimo anniversario della riforma della regione, i Magistri del vicus Compiti Acili fondarono anche un altare da cui si trovavano rovine negli scavi del 1932. Anche questo altare in marmo, decorato con una corona sui fianchi, con una corona d'alloro, recava una scritta:
      (Bucio) [o] riois (Turi) (ibertus) Bucci [o]
      Fu quindi fondato dai magistrali del X anno dopo la riforma, cioè nell'anno 3/4 d.c. e ricorda questo evento e la riorganizzazione dei vici.



      IL PRIMO MEDICO GRECO

      Secondo Plinio, in Compito Acili, il chirurgo di Archagathus, il primo medico greco di Roma , si stabilì in un tabernacolo offerto dal pubblico.

      ESEMPIO DI COMPITUM O EDICOLA
      Il Compito, dovuto alla famiglia senatoriale degli Acilii Glabriones, venne ricordato su un denaro di Salus / Valetudo, a metà del I sec. a.c.. , come introduzione dell'ellenismo a Roma. Si suppone dunque che fosse il ramo familiare dei Glabriones, associato al vicus, un tesoriere della famiglia, Manius Acilius IIIvir (monetalis), intorno alla metà del I sec. a.c,.

      La diffusione delle divinità di Salus e Valetudo, equivalente romano della Dea della salute greca Hygieia, può essere considerata come stretta relazione tra la famiglia e l'arte della guarigione, della grecia e della professione medica, le cui radici risalgono all'Arkagathus e al suo insediamento nel vicius degli Acilii Glabriones.

      Dopo l' incendio di Roma nel 64, Nerone aveva la sua domus aurea parzialmente costruita nell'area del vicus Compiti Acili.  Il quartiere, il cui santuario era un punto di riferimento importante durante il periodo augusto, e che è menzionato negli atti degli Arvali come località per il Tigillum sororium, fu poi ricostruito più volte.

      Da un lato, il vicino Tigillum sororium si trovava ancora nel IV sec., elencato in Notitia e Curiosum nel catalogo della regione di Roma come appartenente al Tempio Regio IV Pacis. D'altro canto, è probabile che il Tempio di Tellus si trovi direttamente a ovest del compitum Acili, secondo le recenti indagini, in diverse fasi di costruzione e in un crescente cambiamento nella posizione e nell'orientamento del III sec. a.c., fino al IV sec. d.c. Nel complesso, le implicazioni topografiche degli scavi del 1932 non sono ancora state valutate e chiarite.


      LA PRIMO MEDICO DELLA MUTUA A ROMA 

      Un fatto interessante, si ha menzione di un negozio acquistato dallo Stato per Archagathus, il primo medico greco venuto a Roma nel 229 a.c. (Gas NH XXIX.12, cfr Mommsen, Münzwesen 632), che passò così dal tabernacolo all'ambulatorio medico. Lo stato romano si preoccupò infatti di fornire al medico greco la cittadinanza romana e soprattutto di un locale dignitoso dove non si sarebbe pagato l'affitto. E' evidente che lo stato aveva deciso di stipendiare il medico per fornire un servizio ambulatoriale al popolo.

      Forse fu il primo medico della mutua a cui ne seguirono parecchi altri. sappiamo del resto che vi fu a Roma un'immigrazione di medici greci che lavoravano ovviamente tanto nel pubblico quanto nel privato. Questi medici curavano un po' di tutto, ma con diverse specializzazioni, e soprattutto erano anche chirurghi. Insomma fecero da medico della mutua e da ospedale.




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    • 08/11/18--05:32: GENS MUMMIA
    • LUCIUS MUMMIUS MAXIMUS


      GENS PLEBEA

      La gens Mummia era plebea e i primi membri menzionati risalgono a dopo la II Guerra Punica quando Lucius Mummius Achaicus divenne il primo della sua gens a ottenere il consolato. Pur non essendo numerosi i Mummii continuarono ad ottenere alti uffici dello stato durante tutto il III sec.

      Premesso che Praenomen, nomen e cognomen furono gli elementi di base del nome romano. I praenomina più usati dai Mummii furono Lucio, Quinto, Spurio, e Marco.

      Anche se i Mummii non furono una gens nè grande nè antica, su pochi di loro sono stati trovati dei cognomina durante la Repubblica. Fece eccezione per Achaicus, un agnomen vinto da Lucius Mummius, console del 146 a.c., per la sua conquista della Grecia, che fu il primo novus ad aver ottenuto tale distinzione in ambito militare. Altri membri di questa gens ottennero invece diversi cognomina in epoca imperiale.



      LE REGOLE DEI NOMI

      La maggior parte della praenomina ha un nomen corrispondente per filiazione, come Lucilio, Marzio, Publio, Quinzio o Servilio, tutti cognomi patronimici, perché derivano dal nome del padre del proprietario originale. 

      Le figlie erano scritte tra il nomen e qualsiasi cognomina, e abbreviate usando le abbreviazioni di praenomina, seguite da f. per filius o filia, e talvolta n. per nepos (nipote) o neptis (nipote). 
      La filiazione includeva a volte il nome della madre, con gnatus e il nome della madre, invece di filius o filia, però solo per le famiglie di origine etrusca. I nomi delle donne sposate erano talvolta seguiti dal nome del marito e da uxor per "moglie". 

      Anche schiavi e liberti possedevano filiazioni, in questo caso la persona a cui si fa riferimento è il proprietario dello schiavo. Le abbreviazioni: s. per servus o servae l. per libertus o liberta. I liberti delle donne a volte usavano una "C" capovolta, a significare il praenomen femminile Gaia, qui usato genericamente per significare qualsiasi donna; e ci sono alcuni esempi di "M" invertita, anche se non è chiaro se questo è stato usato genericamente, o specificamente per il praenomen femminile Marca o Marcia.



      MEMBRI ILLUSTRI -  alcuni praenomina (nomi personali) sono abbreviati.


      - Lucio Mummio, padre dei tribuni Lucio e Quinto.


      - Lucio Mummio

      L. f., tribuno della plebe nel 187 a.c., si oppose al tentativo di Marco Porcio Catone di sottoporre a controllo i pagamenti fatti da Antioco a Scipione Africano e Scipione Asiatico, ma ritirò la sua opposizione sotto l'intimidazione. Fu pretore nel 177, ottenendo al provincia della Sardegna (Sardinia)


      Quinto Mummio, L. f., tribuno della plebe, collega e fratello di Lucio nel 187 a.c.

      TRIONFO DI LUCIO MUMMIO ACAICO

      Lucio Mummio L. f. L. n. Achaico

      Mummio fu statista romano e generale, console nel 146 a.c., il primo console che ottenne questa gens, fu infatti un homo novus, che ottenne il suo nome difendendo la lega Achea e portando tutta la Grecia sotto il controllo romano. Venne infatti incaricato di prendere il comando della guerra acheica e, avendo ottenuto una facile vittoria contro l'incapace Diaeo, entrò a Corinto senza opposizione.

      Diaeo: Si trovò di fronte all'insurrezione della Macedonia contro i Romani e al desiderio spartano di rivolta contro Roma. Dieo aveva appoggiato lealmente i Romani nella loro guerra in Macedonia, per cui minacciò Sparta di muovergli guerra. Gli Spartani non volevano che la giurisdizione della lega si esercitasse presso di loro prendendo l'iniziativa di condannare a morte essi stessi, dopo averli lasciati fuggire, 24 agitatori anti-achei, per cui si recarono a Roma per ottenere il ritorno, e vi si recò anche Dieo, per difendere il suo operato.

      I Romani furono piuttosto ambigui si che tanto Dieo quanto gli spartani, tornati in Grecia, riferirono di avere avuto risposta favorevole. Gli Achei mossero guerra a Sparta senza risultati decisivi, ora la parola decisiva spettava ai Romani. Recata agli Achei la deliberazione del Senato, che staccava dalla lega non solo Sparta, ma Eraclea, Corinto, Argo e Orcomeno, ne seguì la guerra. Diaeo assunse di nuovo il comando, assoldando per il proletari e a schiavi, gente che non sapeva combattere. Diaeo sconfitto si suicidò con i suoi famigliari. Non era stato né un esperto generale né un buon politico, ma un sincero patriota.
      Mummio, sconfisse Corinto e passò tutti gli uomini, donne e bambini a fil di spada; le statue, i dipinti e le opere d'arte furono sequestrati e spediti a Roma, e poi la città venne arsa e ridotta in cenere. La sua insolita crudeltà è spiegata da Mommsen come dovuta alle istruzioni del senato, spinto dai ricchi mercanti, desiderosi di liberarsi di un pericoloso rivale commerciale. C'è da crederci perchè altrimenti l'avrebbero messo sotto processo, i romani non amavano inutili crudeltà che gli inimicavano i popoli vinti.

      Nonostante avesse bruciato e devastato Corinto, Mummio riuscì a vincere l'opposizione dei greci stabilendo un buon governo ed abbracciando la cultura ellenica.  Secondo Polibio, era incapace di resistere alla pressione di coloro che lo circondavano. Comunque Mummio mostrò notevoli poteri amministrativi e un alto grado di giustizia e integrità, che gli procurarono il rispetto degli abitanti, evitando soprattutto dall'offendere le suscettibilità religiose, tanto che al suo ritorno a Roma fu onorato con un trionfo.

      Nel 142 fu censore del giovane Scipione Africano, la cui severità li portò frequentemente in disaccordo. Mummio è il primo homo novus di origine plebea che abbia ricevuto un cognomen distintivo per i servizi militari. La sua indifferenza per le opere d'arte e l' ignoranza del loro valore fu proverbiale nella sua ben nota osservazione per la spedizione dei tesori di Corinto a Roma: " Se li hanno persi o danneggiati, dovrebbero sostituirli. " Fece poi erigere un teatro con migliori condizioni acustiche e sedi del modello greco, segnando così un netto progresso nella costruzione di luoghi di intrattenimento.


      - Spurio Mummio

      STELE FUNERARIA DI L. CORNELIO MUMMIO
      L. f. L. n., fratello di Achaico, dotato però di maggiore raffinatezza e poteri intellettuali, a cui si oppose filosoficamente.

      Spurio servì come legato suo fratello Lucio a Corinto nel 146 e 145 a.c.. da cui inviò lettere ai suoi amici a Roma, descrivendo le sue esperienze in versi umoristici.

      Queste lettere, che erano ancora popolari un centinaio di anni dopo, furono il primo esempio di una distinta classe di poesia romana: l' epistola poetica.

      Si oppose allo stabilirsi delle Accademie di retorica a Roma, scrivendo lettere sull'etica e sulla satira.

      Sia lui che suo fratello sono citati da Cicerone come mediocri oratori, il cui stile era semplice e vecchio stile, sebbene Lucius, come stoico, fosse più conciso.


      - Spurio Mummio 

      Spurio Mummio fu amico di Cicerone, a cui avrebbe letto le lettere di suo nonno. Nel 46 a.c., Cicerone scrisse che Mummio era morto poco tempo prima.


      - Mummio
      un legato di Marco Licinio Crasso nel 72 a.c., durante la Guerra Servile. Fu sconfitto da Spartaco.


      - Marco Mummio

      mentre era pretore nel 70 a.c., presiedette sui processi a Verres, magistrato romano noto per il suo malgoverno in Sicilia. Accusato da Cicerone, dovette lasciare il paese. I discorsi dell'accusa di Cicerone furono pubblicati come Orazioni Verrine.


      - Mummio

      scrittore comico, attivo dopo il 90 a.c., menzionato da Charisio, Prisciano, Macrobio, e Aulo Gellio.


      - Mummia Achaica

      madre dell'imperatore romano Galba (3 - 69) e suo fratello maggiore Gaio. Era la nipote di Quinto Lutazio Catulo e pronipote del generale Lucio Mummio Achaico Console nel 146 a.c.). Morì poco dopo la nascita di Galba.


      Mummio Luperco 

      inviato dal console Marco Hordonio Flacco con due legioni a cambattere Gaio Julio Civile, capo dei Batavi, nel 69. Dopo essere stato sconfitto grazie al tradimento di un'"ala" formata da Batavi, Mummio si trovò assediato coi suoi.
      Fece allora rinforzare le difese dell'accampamento, Castra Vetera della Germania Inferiore, (moderna Xanten), che difese abilmente contro gli assalitori finché i suoi soldati, affamati e scoraggiati, sollecitati dagli emissari di Giulio Classico, non si arresero a Civile di fronte alla fame.
      Il capo degli insorti inviò Luperco come "dono" alla profetessa Veleda, che aveva previsto il successo dell'insurrezione: Luperco fu però ucciso lungo il viaggio.


      - Veleda


      VELEDA
      JARDIN DU LUXEMBURG (PARIGI)
      Velleda o Veleda era una vǫlva (donna sciamano) della tribù germanica dei Bructeri, che ispirò la rivolta batava contro i romani, guidata  da Giulio Civile, principe batavo romanizzato (69/70). Ella predì la sconfitta di Mummio Luperco.

      Narra Tacito nel "De Origine et situ Germanorum" che Velleda «esercitava una vasta autorità, secondo un'antica testimonianza germanica per cui s'attribuiscono a molte donne il dono della profezia e qualità divine... Abbiamo visto noi romani, al tempo del divo Vespasiano, Velleda esser considerata da molti come un Dio».

      Nel 70 i ribelli firmarono la pace coi Romani, ottenendo l'amnistia e l'esenzione dai tributi in cambio della fornitura di truppe alleate. Ma Velleda fu catturata e portata in trionfo da Domiziano, morendo poi in prigionia.

      Però nel 1926, nel Foro di Ardea (Rm), presso uno dei suoi templi, venne alla luce un'epigrafe in cui si dichiarava che Veleda era stata condannata a servire nel tempio. Il reperto è stato datato alla seconda metà del I secolo, e darebbe una versione diversa sulla fine di Veleda, non morta in prigione ma sacerdotessa nel tempio. 

      Si pensa infatti che ella possedesse davvero doti di preveggenza per cui i romani, molto lungimiranti nel business, l'avessero impiegata in un loro tempio a fare oracoli. 

      Gli oracoli portavano enorme ricchezza non solo al tempio che li ospitava ma al centro abitato dove era collocato, per i numerosi pellegrini che arrivavano alloggiavano e spendevano.


      - Mummia Nigrina, moglie di Lucio Antistio Rustico, console nel 90.


      - Lucio Mummio Negro Quinto Valerio Vegeto, console suffetto nel 112.


      - Publio Mummio Sisenna   

      console nel 133 con il collega Marco Antonio Hiberio, e successivamente divenne governatore della Britannia romana. Il Vallo di Adriano dovrebbe essere stato terminato sotto il suo governo.
      Ronald Syme considera la tribù di Sisenna "Galeria" come prova delle sue origini iberiche e conta 20 individui in quelle province che condividevano il suo gentilicum. Il Syme lo ipotizza inoltre identificabile con un certo un "Publio" noto per essere stato governatore della Tracia tra gli anni 128 e 136. Il suo governatorato della Britannia è attestato in un'iscrizione frammentaria a Wroxeter del 14 aprile 135.

      Il breve periodo tra il suo consolato e il governatorato è inusuale perchè di solito si otteneva almeno una provincia prima di governare quella britannica. Birley ipotizza che nessun'altro fosse adatto a reprimere la ribellione per cui Adriano lo nominò console ordinario proprio per risolvere la questione.

      Si ritiene fosse parente se non padre di Publio Mummio Sisenna Rutiliano, console suffetto nel 146 e proconsole d'Asia che servì come legato della Legio VI Victrix, che era di stanza in Gran Bretagna, probabilmente durante il mandato di Sisenna.
      Un'altra iscrizione mostra che Sisenna doveva essere proconsole dell'Asia nel 150-1.

      - Publio Mummio Sisenna Rutiliano 

      console suffetto nel 146. Luciano di Samosata tratta di lui in "Alexander vel Pseudomantis", dove il senatore viene descritto come "un uomo di buona famiglia e testato in molti uffici romani, ma completamente malato per quanto riguarda gli Dei", come la vittima più illustre dell'oracolo falso stabilito dall'omonimo della storia in Papinagonia (odierna Turchia) . Rutilianus fu nominato console suffetto con Tito Prifernio Paeto Rosianus Geminus come suo collega nel 146.

      Probabilmente fu figlio di Publio Mummio Sisenna, console ordinario di 133. Secondo due iscrizioni sopravvissute, Rutiliano iniziò la carriera senatoriale come uno dei decemviri stlitibus judicandis, una delle quattro commissioni che formano i vigintiviri, il primo passo verso l'ingresso al Senato. Poi venne nominato tribuno militare nella Legio V Macedonica, di stanza in Moesia Inferiore. Divenne poi questore passando poi al Senato. Da qui divenne tribuno e pretore plebeo.

      Terminato il suo incarico di Pretore, Rutilianus servì probabilmente come legatus legionis per la Legio VI Victrix, di stanza nella Britannia romana, sotto il padre che era governatore della provincia dal 133 al 138. Secondo Birley "Questi legami stretti tra governanti e legati legionari erano anormali, ma potrebbero essere interpretati come un segno di favore da Adriano." 

      Il prossimo incarico fu prefetto dell'aerario Saturni, cioè del tesoro del Senato, che detenne per tre anni, dal 141 al 143 con Lucio Coelius Festus come collega. Per il resto il suo unico ufficio consolare fu proconsole dell'Asia. 

      Ad un certo punto prima del suo consolato Rutilianus fu accettato nel collegio di Auguri, che Birley ritiene una conferma alla sua "elevata posizione sociale".

      Alessandro di Abonoteichus aveva istituito un oracolo di Glycon nell'Asia Minore occidentale, la cui fama alla fine si estese fino a Roma. Luciano spiega che Rutilianus, "sebbene un uomo di nascita e di nobile casato, messo alla prova in molti uffici romani, tuttavia in tutto ciò che riguardava gli Dei sembrava malato e possedeva strane credenze su di loro. "

      Rutiliano aveva chiesto all'oracolo chi avrebbe dovuto sposare, gli fu risposto che avrebbe dovuto sposare la figlia di Alessandro, presumibilmente generata sulla Dea Selene. Luciano tentò di dissuadere il proconsole ma Rutilianus non lo ascoltò. Al ritorno, Luciano scoprì che l'equipaggio della barca che Alexander gli aveva prestato per portarlo a casa aveva ricevuto l'ordine di ucciderlo, e cambiò nave.

      Luciano tentò di processare Alessandro in tribunale, ma il governatore, Lucio Hedous Rufus Lollianus Avitus, lo convinse che sarebbe stato inutile, perché anche se avesse vinto, Rutiliano avrebbe usato la sua influenza per impedire ad Alessandro di essere punito.


      - Lucio Mummio Felice Corneliano, console nel 237.


      - Mummio Basso, console nel 258.


      - Lucio Mummio Faustiano, console nel 262.


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    • 08/13/18--05:34: TEMPLUM DIANAE (13 Agosto)


    • Il 13 Agosto era la più grande festa celebrata in onore della Dea Diana. In quel giorno ricorreva la dedicatio del tempio e i Romani, schiavi compresi, salivano sull'Aventino per compiere sacrifici alla Dea, mescolati senza distinzione di ceto sociale, perchè Diana era Madre di tutti. Il che ci riporta al mito della Grande Madre, detta La Dea Bianca, la Leucotea, la Potnia Theron, o la Signora delle belve, o la Madre degli Dei, "Mater Deorum" che diventa "Mater Dei" nella chiesa cattolica perchè per essa di Dio ce n'è uno solo.

      Diana, è una Dea italica, greca, latina e romana, è la signora delle selve e degli animali selvatici, la custode delle fonti e dei torrenti, la protettrice delle donne, soprattutto nel parto, e colei che stabiliva il potere della regalità. Il culto della Dea compare già dal XIII sec. a.c. in documenti micenei.

      La divinità trae infatti le sue origini dalla religione cretese. Il suo mito è riferito a Callimaco, una ninfa cretese, prediletta da Artemide, che, inseguita da Minosse; per sfuggirgli si lancia in mare dall’alto del monte, ma è salvata dalle reti distese dai pescatori. Del resto si sa che i culti lunari precedettero di gran lunga i culti solari.

      Nell’arte del periodo arcaico Diana è spesso raffigurata con le ali, circondata di animali, infatti la sua origine è preellenica e da collegare con la minoica “Signora delle fiere”, simile ad altre figure divine, sempre Dee degli animali, adorate anche in Asia Minore. Più tardi fu assimilata alla Dea greca Artemide.

      La festa del 13 agosto era una delle feste più importanti dell'anno e in epoca più antica vi era associata Proserpina, come Dea luna nera, quando "Diana si nascondeva nelle grotte", e dentro al tempio si celava un'ara sotterrata che apriva il mondo dei Manes, cioè degli Dei ctonii.

      Il periodo della luna nera era temuto da tutti, perchè associato alla discesa della Dea al mondo degli inferi, pertanto in questo periodo la Dea diveniva ella stessa Dea dell'infero e dei morti.

      Il 13 agosto Diana veniva festeggiata anche a Lavinio dal Collegio Salutare di Diana e Antinoo. Il suo culto era molto antico, risalente al culto di Ariccia, e il suo paredro era Vertumno, Dio della vegetazione, che moriva e rinasceva ogni anno. Diana fu molto venerata anche dopo l'avvento del cristianesimo, per oltre mille anni d.c., soprattutto nelle campagne.

      Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio la Dea volava sopra le campagne col suo corteo di ninfe benedicendo la semina per il buon raccolto. Per questo la Chiesa la considerò malefica, ma poichè il culto persisteva ne accettò una modifica.

      Così Diana divenne vecchia e brutta ma benefica, assumendo l'immagine della befana, e mescolandosi con la Dea Strinna, che nel solstizio d'inverno portava doni ai bambini romani. Le prerogative di Diana passarono poi alla Vergine Maria, vergine come Diana, ma mentre la Dea porta il corno lunare sui capelli, la Madonna lo calpesta ponendolo sotto ai piedi insieme al simbolo dell'antico serpente, il simbolo della Grande Madre, anch'esso demonizzato.

      Il dogma secondo cui la Vergine sarebbe stata assunta in cielo a Ferragosto riguarda un'altra Dea Luna, la greca Semele, che veniva celebrata e assimilata a Diana. Anche lei fu assunta in cielo con anima e corpo da Giove, e per questo fu detta l'Assumpta. Il dogma dell'Assunta fu dichiarato da papa Pio XII nel 1950.



      Diana è l'incarnazione della natura: creativa, nutritiva e distruttrice, bellissima e protettrice delle Amazzoni, come lei guerriere e cacciatrici, e come lei indipendenti dal giogo dell’uomo, attraverso la mediazione delle colonie greche dell’Italia meridionale, assumendone il carattere di Dea della caccia e della Luna.

      Cacciava per monti e boschi seguita dalle Ninfe con cui danzava sui prati. Protettrice e insieme cacciatrice di animali. Come cacciatrice il suo simbolo era l'arco e di notte andava a caccia al lume di torce. Amava le sue ninfe, di cui era sempre circondata, purchè non si innamorassero o accoppiassero.

      TEMPLUM DIANAE ALL'AVENTINO
      Questa triplice Dea Aventina era pertanto adorata nel suo triplice volto: lunare, terrestre e infero. Per il suo lato lunare si faceva una processione alla luna cantando inni in suo nome e disegnando intorno al monte un corteo di luci per le torce e fiaccole accese. Sembra che in tempi antichissimi le sacerdotesse nel rito notturno portassero sacri ombrellini per essere protette dai raggi della luna che non le euforizzasse troppo facendo loro perdere il senno.

      Infatti vi era per la Dea terrestre un rito di corsa nei boschi insieme ai cani con tamburelli e corni che facevano fuggire le bestie selvagge. Era un rito di invasamento che terminava con l'oracolo della Dea. E' probabile che contribuissero bevande inebrianti e erbe allucinogene.

      Per l'occasione si approntavano banchetti con le carni di animali uccisi durante la caccia e si beveva vino. Un altro antico mito parla di fanciulle che issavano nel bosco delle altalene su cui si lasciavano cullare, simbolo dei movimenti lunari ma pure dei movimenti dell'accoppiamento.

      In ogni caso mentre tutti partecipavano alle feste diurne, solo una parte partecipava a quelle notturne, riservate per lo più alle donne per un lato ctonio che le avvicinava la Dea a Ecate e alla magia. A volte, per quanto proibito dalla legge romana, il culto proseguiva nei cimiteri dove le fattucchiere legavano o slegavano incantesimi d'amore e fatture.


      Il culto di Diana proseguì in segreto nelle campagne fino al 1500, quando la Chiesa, stanca di queste superstizioni che riguardavano tanto la magia quanto la medicina, già allarmata dalle ersie circolanti, istituì la Santa Inquisizione e mise sul rogo tutti seguaci della Dea. Seminò tale atrocità e terrore che effettivamente nessuno osò più professare altri culti al di fuori di quello della Chiesa.


      Biblio

      - R. Graves - La Dea Bianca - grammatica storica del mito poetico (Adelphi, Milano, 1992)
      - R. Graves - I miti greci - (Longanesi, Milano, 1955)
      - Plinio il Vecchio - Storia Naturale, XVI (Einaudi 1982)
      - Imperatore Giuliano - Inno alla Madre degli Dei
      - Antonio Nibby - Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma (vol I Tipografia delle Belle Arti - Roma 1822)
      - Renato Del Ponte - Dei e miti italici (Genova, ECIG, 1985)
      - R. Lanciani - L'archeologia a Roma tra Ottocento e Novecento (Feltrinelli - Milano 1905)
      - Christian Jürgensen Thomsen - Ledetraad til Nordisk Oldkyndighed (Copenaghen 1852)


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    • 08/17/18--05:23: ACQUA ALGENTIANA
    • ACQUA ALGENTIANA DI VILLA ALDOBRANDINI
      "L'Aqua algentiana, o algentina, veniva da Tivoli a nove miglia da Roma. Nasceva nel monte Algido. Si vedono anch'oggi alcuni archi a mezza via di Frascati. Forse è la stessa che quella che va a Belvedere di villa Aldobrandina."

      (G.J. Monchablon)


      Infatti si chiamava in era romana Mons Algidus la zona montagnosa dei colli Albani posta fra Lariano e il Tuscolo e che attualmente prende il nome di Maschio di Lariano. Il Monte, come ci informa Orazio, era sacro a Diana che era onorata da un tempio che si ergeva sulla cima di esso.
      Il tempio fu abbattuto erigendovi un castello.

      "Il Papa inviò ben quattromila fanti ad assediare Lariano e a questi si aggiunsero altri ottocento soldati di Velletri. Vi fu un attacco in massa e i difensori si attestarono con armi nella chiesa di San Silvestro. La lotta durò ancora qualche tempo, fino a che i Larianesi, sfiniti e senza possibilità di aiuti da altre casate capitolarono.Il Castello di Lariano fu distrutto, incendiato e raso al suolo e il territorio fu donato da Eugenio IV a Velletri in riconoscenza dell'aiuto che i soldati veliterni avevano dato all'esercito del Papa."

      VILLA ALDOBRANDINI

      Villa Aldobrandini

      Fu costruita per il cardinale Pietro  Aldobrandini, nipote del Papa Clemente VIII (1536 - 1605) su di un edificio preesistente appartenuto a monsignor Alessandro Rufini. Famoso il suo "Teatro delle Acque" di Carlo Maderno e Orazio Olivieri in cui vennero creati giochi e scherzi di zampilli e cascatelle all'uso delle antiche ville romane, avvalendosi delle acque dell'antico acquedotto.

      Antonio Nibby riconobbe l'esistenza dell'acquedotto di epoca romana:

      "Una delle acque che fornivano Roma, di cui il nome ci è noto soltanto pel sommario di Vittore e del­la 'Notizia dell’impero. Il Cassio erroneamente la credette la stessa che l’Antoniniana condotta da Caracalla per uso delle sue terme. Il suo nome derivò dal mon­te Algido, alle cui falde presso la via Latina e sotto Roc­ca Priora veggonsi le sorgenti circa 19 miglia lungi da Roma.

      Oggi serve principalmente all’uso di villa Al­dobrandini, e di Frascati, ed è un’acqua purissima. Anticamente nel venire a Roma dovea seguire l’andamen­to dell’acquedotto della Giulia, della quale però era molto più alta.

      TEATRO DELLE ACQUE
      Nella selva di Rocca di Papa, a sini­stra di chi va da quella Terra alla Molara ho trova­to avanzi, che io credo della sua arcuazione, costrut­ti di opera mista. Dal silenzio degli scrittori classici, e da queste costruzioni medesime può dedursi che fosse condotta in Roma circa i tempi costantiniani, per servire alle terme di Diocleziano, ovvero a quelle di Costantino.

      Il Fabretti nel suo bel trattato de Aquis et Aquaeductibus ec. Diss. III. §. XIII. riconosce per acquedotto di quest’acqua quello che si vede dentro le terre a destra della strada di Frascati presso Tor di Mezza Via, e che per la costruzione non è certamen­te anteriore alla epoca sovraindicata."

      (Antonio Nibby)

      "Aqua Algentiana sub Tufculanis collibus ad circiter ab Ürbe lapidem primùm emergit & rurfus aliam vallem sub furri dimeza via di Frascati plures tranmittit Romamque indubie petit licèt illius minimum ultra vestigium invenire potuerim. Fabretti Aqueduët Diff 11 i Thef Antiq Romam Grav Tom iv Quaequalis fuerit nulla poffumrätione aflequi Videtur tamen ex sponte Algido y illum supr Romaini deduci potuisse Certè in dita Algidi parte nascitur illa aqua quam Cardinalis Aldobrandinis in Tusculanum suam deduxit quibus hortis ab eleganti prospectu Belvedere nomen
      Non igitur a veri qüìåíï pecie àlienum fontem hunc è loco tàm vicino ab Imperatorum aliquo ubertate; altitudine aque ejus permoto in Urbem inductum fuisse Nardim Rom et v fi i 4 "

       (Samuele Pitisco 1719)

      Oggi molte fonti sorgono sul Monte Algido, quelle che un tempo vennero convogliate nel suddetto acquedotto, ma non sono potabili in quanto contenenti un'alta percentuale di Arsenico, estremamente tossico.  In epoca industriale la presenza dell’arsenico nell’ambiente è stata incrementata dalle centrali elettriche a carbone e a gas, da fonderie, dall’incenerimento dei rifiuti, dall’uso dei pesticidi, dei fitofarmaci e dei fertilizzanti in agricoltura, che hanno contribuito alla diffusione di questo elemento nell’aria, nelle acque e nei terreni.


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    • 08/19/18--21:47: I LIBRI SIBILLINI 2/2
    • LA SIBILLA APPENNINICA

      LA SIBILLA APPENNINICA

      La Sibilla Appenninica o Picena, conosciuta in Europa anche come Sibilla di Norcia, ha goduto in passato di molta considerazione e massima stima tanto da essere chiamata “Sapientissima Sibilla”.
      Prevedeva il futuro ascoltando il fruscio dei rami della quercia,  e i suoi vaticini furono richiesti, addirittura, dagli imperatori romani. Claudio II nel 268 consultò l’oracolo dell’Appennino sulla sua sorte e nella “Vita di Vitellio” Svetonio riporta “ L’anno 271 morì Claudio conforme a quello che l’Oracolo dell’Appennino gli aveva risposto, che con ciò, fosse per caso o per congettura, incontrò a predire quel che avvenne”.

      Non tutti però erano in grado di capire i responsi profetici della Sibilla e poteva capitare, come in effetti capitò ad un generale romano, di travisarne il significato. La Profetessa nel merito gli aveva “chiaramente” detto “IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO” e lui, avendo capito “non morirai in guerra”, partì per la battaglia e morì. Non sapeva, il poveretto, che spostando una virgola il significato sarebbe stato “morirai in guerra”.


      217 a.c. /b - Gli errori di Caio Flaminio, la disfatta del Trasimeno e i remedia di Fabio Massimo

      La successiva consultazione è ancora nel 217 a.c. I prodigi collegati alla pesante sconfitta romana presso il lago Trasimeno in giugno, dove l’esercito romano aveva subito un duro attacco dall’esercito cartaginese subendo numerose perdite, fra cui quella dello stesso console Caio Flaminio. Fu eletto dittatore, Q. Fabio Massimo Rulliano che, attribuendo la sconfitta di Flaminio al fatto che questi .avesse tralasciato di osservare i sacri riti e gli auspicia, richiese la consultazione dei libri Sibillini.

      Quinto Fabio Massimo convocò il senato il giorno stesso in cui entrò in carica e illustrò ai senatori come il console C.Flaminio avesse sbagliato più per noncuranza dei sacri riti e degli auspici che per temerarietà e incapacità, e che bisognava consultare gli dei stessi su quali fossero i mezzi per placare la loro ira. Riuscì ad ottenere la consultazione dei libri Sibillini, di solito non deliberata se non per terribili prodigi.

      I decemviri, esaminati i libri, riferirono ai senatori che il voto fatto a Marte per quella guerra, non essendo stato fatto secondo i riti, doveva essere fatto daccapo e più solennemente, con voto di grandi giochi a Giove e di templi a Venere Erycina e a Mente e si dovevano tenere una supplicazione e un lettisternio, e si doveva far voto di una primavera sacra, se si fosse combattuto con successo.

      Il senato ordinò al pretore M.Emilio di attuare quelle prescrizioni, secondo il volere del collegio dei pontefici. Il Pontefice Massimo L.Cornelio Lentulo, suggerì di consultare il popolo circa la primavera sacra che non poteva essere offerta in voto senza l’autorizzazione del popolo.

      "La proposta fu fatta al popolo secondo questa formula: "volete e ordinate che questi riti avvengano in questo modo? Se la repubblica del popolo romano dei Quiriti nei prossimi 5 anni si salverà, come io vorrei che si salvasse, da queste guerre, dalla guerra che il popolo romano ha con quello cartaginese, dalla guerra con i Galli che sono al di qua delle Alpi, allora il popolo romano dei Quiriti dia in dono: tutto ciò che la primavera produrrà di suini, pecore, capre, buoi, tutto ciò che di solito non si consacra agli dei sia sacrificato a Giove, dal giorno che il senato e il popolo Romano avranno fissato"
      1. Per il medesimo scopo furono votati i grandi giochi per la somma di 333.000 assi e un terzo, con inoltre 300 buoi a Giove, molti buoi bianchi e le altre vittime ad altri dei. 
      2. Pronunciati i voti secondo i riti, fu indetta la supplicazione; e si recarono in gran folla a supplicare con le mogli ed i figli non solo gli abitanti della città, ma anche i contadini.
      3. Si celebrò per 3 giorni il lettisternio, per cura dei decemviri addetti al culto. Sei furono i letti sacri pubblicamente esposti: uno a Giove e a Giunone, un altro a Nettuno e a Minerva, un terzo a Marte e a Venere, un quarto a Apollo e a Diana, un quinto a Vulcano e a Vesta, un sesto a Mercurio e a Cerere. 
      4. Poi furono promessi in voto i templi: il tempio a Venere Ericina fu offerto in voto dal dittatore Q. Fabio Massimo, poiché era stato ordinato dai libri fatali che a farne voto fosse colui il quale aveva nella città il supremo potere; 
      5. il tempio a Mente fu offerto in voto dal pretore T.Otacilio. "
      6. Si procedette poi all’introduzione di una nuova divinità, Mens, per rimediare alla ‘carenza di mente’ con la quale Flaminio aveva affrontato il nemico. 
      Livio, per descrivere il comportamento di Fabio sugli Appennini, usa numerose parole come cautus, consilia, sollertia, che si ricollegano alla sfera di Mens a cui contrappone temeraritas. Il calcolato comportamento di Fabio contrappone anche la nuova Dea del dittatore, la ‘previdente’ Mens alla improvvida e imprevedibile Fortuna, la divinità del console Flaminio. Possiamo osservare che il piano dei libri Fatales è presentato come un disegno lungimirante e cautelato rispetto all’improvvisazione sottintesa alla sfera di Fortuna.

      Passiamo ora ad analizzare il particolare piaculum del Ver Sacrum. Il rito consisteva nella consacrazione agli Dei, di tutti i ‘nati’ della primavera seguente al voto, fra cui i prodotti della terra, la prole animale e quella umana, quest’ultima però non veniva immolata, ma inviata ad insediarsi altrove; il rito è presente nei miti di fondazione di molte etnie italiche che si presentavano appunto come ‘germinate’ da altre popolazioni in seguito ad una ‘primavera sacra’, "ver sacrum".

      La richiesta di una celebrazione di questo rito è unica nei Sibillini e coinvolgeva unicamente la prole animale, la quale sarebbe stata sacrificata nei cinque anni consecutivi a Giove. Anche la dedica è stata eccezionale, in quanto le primavere sacre appartenevano principalmente a Marte. Ma Iuppiter può ritenersi la divinità maggiormente offesa dal comportamento empio di Flaminio, e per cui la principale da onorare.

      L'VII lettisternio, alle dodici divinità del pantheon: Liv. 22.10. 9-10: "Tum lectisternium per triduum habitumdecemviris sacrorum curantibus: sed pulvinaria in cospectu fuerunt: Iovi ac Iunoni unum, alterum Neptuno ac Minervae, tertium Marti ac Veneri, quartum Apollini ac Dianae, quintum Volcano ac Vestae, sextum Mercurio et Cereri."
      Si tratta di un momento cruciale della guerra contro Annibale e, pertanto, è necessario ripristinare la pax con gli Dei. Vengono consultati i Libri per ordine del Senato.
      C'è uno stato di preoccupazione per lo più maschile in seguito alla crisi demografica dovuta alla guerra ed alla pestilenza. Mancano i combattenti e mancano gli agricoltori. Ancora nella primavera del 217 molti prodigi affliggono la città e la situazione sembra peggiorare: Roma si avvia alla disfatta del Trasimeno. Livio serba memoria della celebrazione in questo contesto di un lectisternium alle dodici divinità del pantheon (Giove, Giunone,Nettuno, Minerva, Marte, Venere, Apollo, Diana, Vulcano, Vesta,Mercurio e Cerere) e della dedica di un tempio a Venus Ericina ed a Mens.

      Tra le cerimonie prescritte dai decemviri in caso di pestilenze Livio cita a fianco della più usuale rogativa pubblica il lectisternium, che appare in essa integrato. Come nel caso delle supplicationes, infatti, questo “banchetto” è pervaso da un atteggiamento di colloquialità tra Dei e uomini: esso verrà ritenuto efficace e pertanto ripetuto sovente soprattutto negli anni 364-326, per i quali tuttavia non sempre le fonti menzionano espressamente la consultazione dei Libri.



      216 a.c. - Il baratro di Canne: l’orrore della fine, lo stuprum della vestali e il secondo ‘delitto rituale'

      La sconfitta romana a Canne del 216 a.c. segna il momento più drammatico della seconda guerra Punica, e si decreta che i decemviri consultino i libri Sibillini. Il prodigium è lo stuprum, inteso come violazione dell’obbligo di castità, da parte di due vestali. La gente già angosciata si spaventò anche per il fatto che in quell’anno due vestali, Opimia e Floronia, furono riconosciute colpevoli di stuprum (violazione del obbligo di castità): l’esecuzione di una delle due vestali era avvenuta seppellendola viva, l’altra si era suicidata, mentre Lucio Cantilio, segretario dei pontefici che aveva avuto una relazione con Floronia, era stato bastonato a morte dal pontefice massimo nel comizio.

      Quinto Fabio Pittore fu mandato a Delfi per chiedere con quali preghiere e suppliche i Romani potessero placare gli Dei. E intanto, seguendo le indicazioni dei libri Fatali, furono tenuti alcuni sacrifici straordinari: tra questi un uomo e una donna di origine gallica insieme ad un uomo ed a una donna di origine greca furono sepolti vivi nel foro Boario, in un luogo recintato da pietre che già in precedenza era stato impegnato dal sangue di vittime umane, con un rito non romano.

      "Il tempio a Venus Verticordia fu eretto dopo un singolare incidente particolarmente grave che vide 1'«incesto» di tre vestali con tre cavalieri romani. L'atto scandaloso era stato commesso da fanciulle di nobili famiglie: Aemília, Licínia e Marcia. Una volta scoperto il crimine esse divennero lo sciagurato bersaglio della collera popolare; l'intervento di Crasso riuscì a salvare soltanto due delle malcapitate giovani, per una di loro il verdetto fu inesorabile. In quel periodo, malauguratamente alcune disgrazie avevano colpito la cittadinanza e furono interpretate come segnali dell'ira dei numi per la troppa clemenza di cui avevano usufruito le indegne vestali.

      Il processo fu riaperto e alle due infelici sopravvissute furono negati speranza e ulteriore appello. Dopo la consultazione dei Libri Sibillini, fu deciso di erigere un tempio a Venus Verticordia, «colei che volge i femminili cuori al pudore». Onde fosse anche visivamente impresso il distacco dai piaceri della voluttà, la statua della Dea fu scolpita a modello di Sulpìcìa, moglie di Q. Fulvius Flaccus, la più casta e pura fra le matrone romane."


      212 e 208 a.c. - Le profezie del misterioso Marcio e i ludi Apollinares

      Nel 212 a.c. su indicazione dei decemviri vengono istituiti i Ludi Apollinares, giochi in onore di Apollo, la cui esecuzione era affidata ai decemviri. Sappiamo da Livio che nell’anno precedente, il 213 a.c., il pretore M. Emilio era stato incaricato dal senato di compiere un’ indagine (conquisitio) sui libri profetici, forse per controllare la circolazione non ufficiale di profezie, e il pretore era venuto così in possesso di due profezie attribuite ed un misterioso ‘Marcio’.

      Una dichiarava di aver previsto la battaglia di Canne, l’altra prometteva ai Romani di vincere la guerra sui Cartaginesi e gloria imperitura in cambio della celebrazione di giochi ad Apollo. I giochi vennero di fatto celebrati nel 212 dopo un attento esame dei testi profetici, e dopo la consultazione dei libri Sibillini.

      Questo Marcio era stato un vate famoso, e, mentre l’anno precedente sulla base di un senatoconsulto si procedeva alla ricerca di libri di tal genere, le sue profezie, rinvenute dal pretore urbano M. Emilio, vennero consegnate al nuovo pretore Silla. Delle due profezie l’una, divulgata dopo il verificarsi del contenuto, ed essendosi avverata, apportava credibilità anche all’altra, di cui non era ancora giunto il tempo.

      Dalla prima profezia era stata preannunciata la sconfitta di Canne pressappoco in questi termini:
      O discendenti dei nati a Troia, fuggi il fiume Canna, perché gente nata altrove (alienigenae) non ti costringa a venire a battaglia nella pianura di Diomede. E tuttavia non mi crederai tu, fino al momento in cui avrai inondato di sangue la pianura, e molte migliaia di tuoi uccisi il fiume trascinerà giù dalla terra feconda nel grande mare; per i pesi, e inoltre per gli uccelli e per le bestie che abitano le terre , deve diventare cibo la tua carne. Così infatti mi ha detto Giove”.

      Fu data in seguito lettura della seconda profezia, più difficile da capire non solo per il fatto che più indefiniti sono gli avvenimenti futuri di quelli passati, ma più enigmatica anche per il modo in cui era scritta:

      LA SIBILLA
      Romani, se volete strappar via i nemici, tumore che è venuto da molto lontano, ritengo che si debbano promettere in voto ad Apollo dei giochi, i quali ogni anno con gioia in onore di Apollo siano celebrati, dopo che la cittadinanza abbia accordato (per le spese) una parte da trarsi dalle casse dello stato, in modo che sia data in contribuzione dei dai privati cittadini, per se e per i loro. Alla celebrazione di tali giochi presiederà quel pretore che al più alto grado amministrerà la giustizia per la cittadinanza e per la plebe. I decemviri compiano dei sacrifici con vittime secondo il rito greco. Se farete ciò come si deve, sarete contenti sempre e la vostra situazione migliorerà; annienterà, infatti, i nemici di guerra vostri quel dio che mite impingua i vostri campi”.

      S’impiegò un giorno per interpretare la profezia. Il giorni dopo con un senatoconsulto si stabilì che i decemviri esaminassero i libri Sibillini circa i giochi in onore di Apollo e la celebrazione del sacrificio secondo il rito greco. Poi i senatori espressero il parere che si dovessero promettere in voto ad Apollo e celebrare dei giochi e che si dovessero dare al pretore dodicimila assi per la sacra celebrazione, nonché due vittime adulte.

      Con un secondo senatoconsulto si stabilì che i decemviri compissero un sacrificio secondo il rito greco e con queste vittime:
      - ad Apollo, con un bue ornato d’oro e con due capre bianche ornate d’oro;
      - a Latona, con una vacca ornata d’oro.
      Il pretore ordinò con un editto che il popolo durante quei giochi contribuisse con un’offerta ad Apollo, commisurata alle possibilità. Questa è l’origine dei giochi Apollinari, offerti in voto e celebrati a motivo di una vittoria, non di una malattia come i più ritengono.
      Il popolo assisté ad essi con corone di alloro in capo le matrone supplicarono gli Dei, si banchettò dappertutto, a porte aperte, nei cortili, e il giorno fu solenne per ogni tipo di cerimonie.

      Mentre a Roma si celebravano i giochi in onore di Apollo, secondo il vaticinio dell’indovino Marcio e la profezia della Sibilla, la plebe fu chiamata alle armi per un improvviso attacco nemico e corse incontro agli assalitori; in quel momento si vide muovere contro gli avversari una nuvola di frecce che mise in fuga il nemico e permise ai Romani vincitori di ritornare agli spettacoli del Dio salutare. Di qui si capisce che i giochi furono istituiti in seguito ad una battaglia, non a una pestilenza, come ritengono certuni.

      "208 a.c, quando a causa di una serie di prodigia e di una pestilenza per i quali non si riusciva ad ottenere rimedio, non facile litabant, si decise di tenere i ludi Apollinares annualmente. I pretori partirono per le loro provincie; i consoli erano trattenuti da scrupoli religiosi perchè, per alquanti prodigi di cui era giunta notizia, non si ottenevano presagi favorevoli.
      Infatti dalla Campania si era annunziato:
      - che due templi, quello della fortuna e quello di Marte, erano stati colpiti dal fulmine a Capua, insieme con alcune tombe;
      - che a Cuma, tanto la mal intesa religione immischia anche nelle cose minime gli Dei, i topi avevano rosicchiato l’oro nel tempio di Giove;
      - a Casino si diceva che un grosso sciame di api era andato a posarsi nel foro.
      - a Ostia le mura e la porta della città erano stati colpiti dal fulmine;
      - che a Cere un avvoltoio era volato nel tempio di Giove;
      - che a Vulsini vicino al lago di Bolsena il lago aveva riversato sangue.
      Per questi prodigi si fece una supplicazione pubblica di una giornata.

      I ludi Apollinari erano stati celebrati la prima volta dal pretore urbano Publio Cornelio Silla, durante il consolato di Q.Fulvio e di Appio Claudio; in seguito, li avevano celebrati tutti i pretori urbani ma li votavano solo per quell'anno e li indicevano per un giorno variabile. Quell’anno una grave pestilenzia infierì sulla città e sulle campagne, ma si manifestò in malattie lunghe piuttosto che mortali.

      Per quell’epidemia si fecero preghiere pubbliche in tutti i trivi dell’Urbe, e il pretore urbano P. Licinio Varro fu invitato a proporre al popolo una legge la quale stabiliva che quei ludi si celebrassero ogni anno in un giorno determinato. Così egli per primo li votò, e li indisse per il terzo giorno prima delle None del mese Quintile. E quel giorno rimase ad essi consacrato."



      207 a.c. - La nascita dell’androgino

      "Gli animi furono turbati dalla notizia che a Frosinone era nato un infante grosso come uno di quattro anni, né causa di meraviglia era tanto la grossezza, quanto il fatto che di questo era incerto se fosse nato maschio o femmina, come già quello di Sinuessa due anni prima.
      Questo fu dichiarato prodigio turpe e funesto, dagli aruspici fatti venire dall’ Etruria; doveva essere escluso dal territorio romano, fuori da ogni contatto con la terra, e immerso in mare. Venne chiuso vivo in una cassa di legno e andarono a gettarlo in mare. I pontefici ordinarono poi che tre gruppi di nove fanciulle attraversassero la città cantando un inno.
      Mentre esse, nel tempio di Giove Statore, studiavano quell’inno composto dal poeta Livio, fu colpito da un fulmine il tempio di giunone Regina sull’ Aventino; e poichè gli aruspici sentenziavano che quel prodigio riguardava le matrone e che si doveva placare la Dea con un’offerta, furono convocate sul Campidoglio le matrone domiciliate a Roma ed entro il raggio di dieci miglia dalla città, ed esse, fra loro stesse, ne scelsero venticinque, alle quali ciascuna diede un’ offerta di denaro preso dalla propria dote.

      Con quel denaro fu foggiato e portato sull’ Aventino un catino d’oro, e le matrone, pure e caste, celebrarono un rituale. Immediatamente dopo i decemviri indissero un giorno per un altro sacrificio alla stessa Dea, e l’ordine della cerimonia fu il seguente. Dal tempio di Apollo furono condotte nell’Urbe, attraverso la porta Carmentale, due candide giovenche; dietro queste erano portate due statue di Giunone Regina, in legno di cipresso; seguivano in lunghe vesti le ventisette fanciulle, cantando l’inno a Giunone Regina, […]; alla schiera delle fanciulle seguivano i decemviri, in toga pretesta e coronati d’alloro. Dalla porta, per via Giogaria, pervennero nel Foro.

      Qui il corteo si fermò e le fanciulle, facendo scorrere una fune tra le mani, avanzarono, modulando il loro canto con il battere dei piedi. Quindi, per il vico Tusco ed il Velabro, attraverso il Foro Boario proseguirono su per il Clivo Publicio fino al tempio di Giunone Regina. Qui i decemviri immolarono le due vittime, e le statue di cipresso vennero introdotte nel tempio."

      LA GRANDE MADRE ASIATICA

      205 a.c. - Un aiuto sibillino: la ‘Grande Madre’ asiatica a Roma

      Al 205 a.c. per indicazione dei Sibillini si ordina di portare a Roma la Magna Madre Idaea, la Cibele asiatica. La consultazione dei libri è provocata da frequenti piogge di pietre e i Sibillini avvertono che un nemico esterno può essere vinto solamente con l’introduzione a Roma della Mater Idaea di Pessinunte.

      Nei libri Sibillini si era trovato un vaticinio secondo il quale, quando un nemico venuto da fuori avesse portato guerra alla terra d’Italia, esso sarebbe potuto essere vinto e cacciato dall’Italia se da Pessinunte fosse stata portata a Roma la Grande Madre Idea.
      La festa in onore della Magna Mater, la Grande Madre frigia, commemorava l'arrivo a Roma, il 4 aprile del 204 a.C.,della Megalesia, la statua aniconica della dea Cibele prelevata dal suo luogo di culto a Pessinunte (Pergamo) in Asia Minore, per ordine dei Libri Sibillini al fine di stornare il pericolo costituito dalla guerra con Annibale. Giunta a Roma, la statua venne provvisoriamente collocata nel tempio della Vittoria (Aedes Victoriae) sul Palatino finché, il 10 aprile del 191 a.C., non le venne dedicato un tempio tutto suo. Insieme alla statua furono importati a Roma anche una misteriosa pietra nera (Shub-Niggurath) e i relativi culti misterici...

      "Intorno scrosciano i tesi tamburi e i concavi cembali alle palmate: col rauco suono minacciano i corni, e con la frigia cadenza eccita gli animi il cavo flauto, ed in pugno, ad inizio del violento furore, portan falcetti che possano, con il rispetto che incute la maestà della dea, sbigottir gli animi ingrati e gli empi cuori del volgo... Qui sono, armato manipolo, quelli che in Grecia si chiamano Cureti Frigi, pel fatto, forse, che a volte tra loro, giostran con l'armi, e in cadenza ballan godendo del sangue..."

      Tito Lucrezio Caro, La Natura delle Cose

      LA SIBILLA DI MICHELANGELO


      CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL II SECOLO A.C.

      Il II sec. a.c. è il periodo in cui risulta il maggior numero di consultazioni sibilline, testimoniate infatti ben 32. L’espiazione rituale coinvolge sempre divinità femminili ed in genere prevede un coro di vergini. Androgini espiati in conformità a rituali suggeriti dai libri Sibillini sono registrati per gli anni 200, 186, 142, 133, 125, 122, e 119 a.c.


      200 a.c. - Monstrum ricorrente degli androgini. - Un androgino neonato, uno di sedici anni e altri mostri

      Dicevano che in Lucania il cielo si era infiammato, che a Priverno, col cielo sereno, il sole era stato rosso per un giorno intero, che a Lanuvio, nel tempio di Giunone Sospita, di notte si era udito un grande strepito. In diversi luoghi si annunziava la nascita di esseri osceni: tra i Sabini era nato un bambino che non si capiva bene se fosse maschio o femmina ed un altro ne era stato trovato, già di sedici anni di sesso parimenti incerto; a Frosinone era nato un agnello con la testa di maiale, a Sinuessa un maiale con la testa d’uomo, in Lucania,
      nell’ager publicus, un puledro a cinque zampe.

      Sopra tutti aborriti erano gli ermafroditi, che si ordinò subito di gettare in mare, come poco prima sotto i consoli Caio Claudio e Marco Livio, nondimeno si ordinò ai decemviri di consultare i Libri e questi ordinarono che si compissero i medesimi riti che si erano celebrati dopo il secondo prodigio di quel genere.

      Inoltre ordinarono a 3 cori di 9 vergini di percorrere la città cantando un carme religioso e di portare un dono a Giunone Regina. Il console Caio Aurelio curò l’attuazione di quei provvedimenti secondo il responso dei decemviri. Il carme venne composto da Publio Licinio Tegula; l’altro, secondo la tradizione, era stato composto da Livio [Andronico].


      196 a.c. - Terremoti: la terra in crisi

      All’inizio del consolato di Lucio Cornelio e di Quinto Minucio giunsero così frequenti notizie di terremoti che la gente si stancò delle tante cerimonie religiose indette al riguardo. Non si poteva riunire il senato né compiere un atto di governo dato che i consoli erano impegnati nei sacrifici e nelle cerimonie espiatorie. In ultimo i decemviri ebbero l’ordine di consultare i Libri e in seguito al loro responso furono indetti tre giorni di supplicazioni.
      Il popolo si recò a pregare in tutti i templi, col capo coperto di una ghirlanda, e si stabilì che i membri di una stessa famiglia pregassero insieme. Inoltre per decisione del senato i consoli proibirono a chiunque di annunziare un nuovo terremoto il giorno in cui fosse stata fissata una cerimonia propiziatoria per l’annunzio di un altro terremoto.


      193 a.c. - Alluvioni, fulmini e altri prodigi

      Nel 193 Livio riporta numerosi prodigi per cui si rende necessaria una consultazione dei Sibillini, sconvolgimenti di tipi meteorologico o comportamenti straordinari di animali, come lo sciame di vespe che si insedia nel tempo di Marte nel foro.
      In quell’anno si ebbero grandi alluvioni; il Tevere allagò le parti basse della città; nei dintorni della porta Flumentana alcuni edifici crollarono. E la porta Celimontana fu colpita dal fulmine, e così pure le mura in parecchi punti; ad Ariccia, a Lanuvio, sull’Aventino piovvero pietre; da Capua si seppe che un grosso sciame di api era andato a posarsi sul tempio di Marte: esse erano state catturate con cura e bruciate. Per questi prodigi fu dato ordine ai decemviri di consultare i libri Sibillini, si compì un novendiale, furono indette supplicazioni e si eseguì una lustrazione.


      191 a.c. - Il malaugurato passeggio dei bovi sul tetto, i fulmini e lo Ieiunium Cereri

      Quando Manio Acilo era già partito per la guerra e P. Cornelio si trovava ancora a Roma: nel quartiere delle Carine, due buoi aggiogati salirono su per una scala e giunsero sino alle tegole di un edificio. Per ordine degli aruspici furono bruciati vivi e le loro ceneri gettate nel Tevere. Giunse notizia che a Terracina e ad Amiterno si erano avute alquante piogge di pietre, che a Minturno il tempio di Giove e le botteghe intorno al Foro erano state colpite dal fulmine, che a Volturno alla foce del fiume due navi pure colpite dal fulmine si erano incendiate.

      I decemviri, consultati per ordine del senato i libri Sibillini a proposito di tali prodigi, indissero un digiuno in onore di Cerere, da osservarsi ogni quattro anni, un novendiale sacro e un giorno di supplicazioni nelle quali si pregasse con una corona sul capo: il console P. Cornelio offrisse un sacrificio a quelle divinità e con quelle vittime che i decemviri avevano designato.


      190 a.c. - Ancora fulmini ed altri prodigi

      Nel 190 i fulmini caddero a Roma sul tempio di Iuno Lucina, a Pozzuoli sulle mura, a Norcia sulla città, con uccisione di due uomini, altri prodigi occorsero a Tuscolo e a Rieti. A Roma il tempio di Giunone Lucina era stato colpito da un fulmine in modo che ne rimasero danneggiati il frontone ed i battenti; a Pozzuoli, le mura ed una porta erano stati colpiti dal fulmine in più punti ed erano rimaste uccise due persone; a Norcia era scoppiato un uragano a cielo sereno; anche là due uomini liberi erano rimasti uccisi; a Tuscolo c’era stata una pioggia di terra, e a Rieti una mula aveva partorito.

      Quando questi prodigi furono procurati, vennero rinnovate le Ferie Latine, perché ai Laurenti non era stata assegnata la porzione di carne che spettava a loro. Per gli stessi scopi religiosi si tennero anche supplicazioni nei giorni indicati dai decemviri in base ai libri Sibillini. Dieci fanciulli liberi e dieci vergini, tutti ‘patrimi’ e ‘matrimi’, furono assunti per quel sacrificio; ed i decemviri celebrarono il rito di notte sacrificando animali da latte.

      ANTRO DELLA SIBILLA CUMANA

      189 a.c. - Manlio Vulsone ed il divieto di superare il Tauro

      Secondo Livio, il console Manlio Vulsone che, dopo la sconfitta del, re di Siria, era stato incaricato di prendere possesso del territorio d’Asia Minore, al suo ritorno a Roma, nell’anno 189 a.c, era stato accusato di aver tentato l’attraversamento del Tauro, rischiando così la disastrosa sconfitta predetta da un ‘carmen’ sibillino.

      Il tema del divieto di superare i confini della catena dei monti Tauri rientra nella serie di profezie antiromane circolanti in Anatolia agli inizi del II sec. a.c.; è molto probabile che il carmen non facesse parte
      della raccolta ufficiale del Campidoglio ma fosse un annuncio profetico ‘sciolto’, della produzione profetica che fiorì nel Mediterraneo di lingua greca fin dal III sec. a.c. Qualunque sia stata la provenienza del vaticinio, esso venne utilizzato da magistrati romani in un dibattito pubblico, dunque accolto ‘ufficialmente’ a Roma e pertanto considerato come ’autentico’ sibillino.


      188 a.c. - Pietre dai cieli, fuochi dalla terra

      L’anno 188 a.c., che doveva segnalare con la pace tra Antioco e Roma, è segnato da eventi prodigiosi tra cui un’eclisse, seguita da una piogge di pietre:
      Prima che i nuovi magistrati partissero per le province, fu ordinata a nome del collegio dei decemviri una supplicazione per 3 giorni in tutti i crocevia, perché in pieno giorno, fra la III ora e la IV, erano spuntate le tenebre. Fu ancora indetto un sacrificio novendiale in seguito ad una pioggia di pietre caduta sull’Aventino.
      Fu fatto un novendiale sacro, perchè nel Piceno si era avuta una pioggia di pietre; in molti luoghi comparvero dei fuochi celesti, dalle cui fiamme, le vesti di molte persone furono leggermente bruciacchiate.


      187 a.c. - Pestilenza e supplicatio

      186 a.c. - Pioggia di pietre, fulmini, ermafroditi: la destabilizzazione a Roma e in Italia

      Il 186 a.c., è l’anno del famoso senatus consultum bacchannalibus, un provvedimento eccezionale per limitare una religio ritenuta destabilizzante. Livio segnala per l’anno in questione numerosi prodigia di caos atmosferico; la solita pioggia di lapides ma anche ‘ignes celestes’ non meglio identificabili, che sfiorano e infiammano le vesti di molte persone. Si aggiunge, per il Piceno, la scoperta di un semimas, un ermafrodito dodicenne.


      183 a.c. - Piove sangue e nasce un’isola nuova

      Dobbiamo passare all’anno 183 a.c., per un’esplosione di prodigia ed interventi di espiazione. Livio riporta una pioggia di sangue che cade sull'aria del tempio di Vulcanus e del tempio di Concordia. Si aggiunge, il fenomeno vulcanico riguardante l’emersione di un’isola dinnanzi alla Sicilia.
      "Nell’area di Vulcano piovve sangue per due giorni, e nell’area di Concordia per altrettanti
      giorni. In Sicilia comparve una nuova isola nel mare"

      Per area di Vulcano‚ ’area Volcani’ si deve intendere il Vulcanal, zona situata nel Comizio, antichissimo luogo di culto del dio Vulcano. L’area Concordiae era la zona in cui sorgeva il tempio della dea a cui erano dedicati due santuari, uno nel Foro e uno sopra il Campidoglio.


      181 a.c. - Piove sangue, la statua di Iuno piange, la peste uccide

      L’area Vulcani et Concordiae è nuovamente coinvolta nel 181 a.c., in concomitanza di una pestilenza e della lacrimatio del simulacro della Iuno Sospita a Lanuvio. Livio descrive l’apertio dei libri Sibillini come una delle iniziative prese dal senato, assieme all’ordine dato ai consoli di procedere al sacrificio di 20 vittime maggiori. Si provvede inoltre ad indire una supplicatio di 3 giorni, coinvolgente l’intera Italia romana.
      La grandiosità dell’espiatio è richiesta dalla grave pestilenza, con una innovazione del rituale, in quanto, per la prima volta, l’espiazione di un fenomeno occorso fuori Roma non viene attuata nell’Urbs, ma nel luogo in cui si verifica la crisi.


      180 a.c. - Continua la pestilenza

      L’anno 180 a.c. è segnato dalla continuzione della pestilenza che miete molte vittime. La situazione induce il senato ad ordinare al Pontifex Maximus, C. Servilius, di cercare mezzi espiatori, al console di votare doni e statue dorate ad Apollon, Aesculapius e Salus e ai decemviri di esaminare i libri Sibillini.
      I decemviri dispongono una supplicatio per la salute di Roma, da tenersi in tutti i fori e mercati italici.


      179 a.c. - Una tempesta e un mulo con tre zampe

      L’anno 179 a.c., con un inverno particolarmente rigido, prodigia meterologici avvengono a Roma, a Terracina ed ad Alba, città del Lazio e a Capua, in Campania; inoltre una tempesta si abbatte sul monte Albano durante la celebrazione delle Ferie Latine. Si registra anche la nascita di un mulo con tre zampe a Rieti. Per questi prodigia i decemviri consulatano i libri, per sapere a quali dei e con quali vittime sacrificare.

      I prodigia sembrerebbero indicare, con il coinvolgimento del Campidoglio e di Terracina, dove sorgeva il santuario di Iuppiter Anxur, e la tempesta che interrompe le Ferie Latine, dedicate al dio, un problema con Giove. I riti espiatori sono la supplicatio rivolta a Iuppiter.


      174 a.c. - Prodigi, pestilenza e mostri

      Nel 174 a.c., il senato decretò una consultazione dei libri Sibillini per allontanare una pestilenza, già iniziata l’anno precedente. Come remedium la supplicatio di un giorno, accompagnata dal voto di un'altra supplicatio e di feriae, per la durata di due giorni, una volta ristabilita la normalità. Nello stesso anno diversi prodigia: la nascita di un bambino con due teste, con una mano sola, una bambina con i denti, un arcobaleno a ciel sereno, tre soli in cielo, un bue parlante, temibili segni di sovvertimento totale del cosmo.


      173 a.c - Una flotta in cielo e pesci in terra: prodigia e supplicatio

      Il 173 a.c., è l’anno precedente all’inizio della terza guerra Macedonica, (172.-178 a.c.), contro Perseo, figlio di Filippo IV, che aveva aumentato pericolosamente il suo potere

      Nell’attesa della guerra, i libri vengono interrogati per espiare alcuni prodigia e per sapere a quali dei rivolgere le precationes. Tra i prodigia, l’apparizione in cielo di una grande flotta, mentre nell’agrum gallicum, l’aratro mette alla luce, sotto le zolle, dei pesci. I provvedimenti riguardano soprattutto le supplicationes.


      172 a.c. - La colonna fulminata

      Nell’anno 172 a.c., secondo Livio, una collonna rostrata, ricordo della vittoria del console Marco Emilio su Cartagine durante la I guerra Punica, venne abbattuta da un fulmine. Per espiare il prodigio si ricorse sia al collegio decemvirale che agli aruspici.

      SIBILLA DI ERCOLANO
      I due corpi infatti hanno distinte funzioni: i decemviri si occupano di proporre rituali espiatori, mentre gli aruspici offrono l’interpretazione del prodigio. Il prodigio, interpretato come favorevole a Roma e all’espansione del suo dominio dagli aruspici, viene comunque trattato come un dirum prodigium dai decemviri, i quali si occupano appunto di prescrivere rituali considerati ‘straordinari’, a sottolineare la gravità del fenomeno.

      In tal senso c'è l’ordine di indire ludi di 10 giorni in onore di Iuppiter Optimum Maximus, garante dell’ imperium romano, il cui tempio sul Campidoglio era il simbolo stesso dello stato, della res publica, la cui nascita era stata segnata dall’erezione del tempio e dalla sostituzione della triade pre-Capitolina, formata da Iuppiter-Mars-Quirino con la triade Iuppiter-Iuno-Minerva.

      I ludi dovevano scongiurare possibili pericoli inerenti alla solidità dello stato e dell’egemonia romana. Per quanto riguarda i sacrifici rivolti a Minerva, essi certamente erano indirizzati allo stesso scopo, in quanto Minerva era divinità costituente la triade capitolina. I riti dovevano svolgersi in Capitolio, ma anche ‘in Campania ad Minervae promontorium’, cioè a Punta Campanella, presso Sorrento, in territorio greco, e dunque rivolti alla Minerva locale; le suppliche erano dunque indirizzate a propiziarsi la divinità del nemico, in un momento cui Roma si preparava alla guerra contro Perseo.


      169 a. c. - Prodigi che coinvolgono Fortuna

      L’anno 169 a.c. vede Roma impegnata nella terza guerra Macedonica che si concluderà l’anno dopo, con la battaglia di Pidna. Livio annota molti prodigia, in diverse località, che, coinvolgono tutti la dea Fortuna e due dei suoi tanti templi sparsi nella città, in particolare quello della Fortuna Primigenia in colle (il Quirinale), detto anche della Fortuna Publica. Il tempio, dedicato nel 194 a.c., stabiliva, con una scelta significante, l’inserimento al centro della città del culto della Fortuna Primigenia, che già aveva un culto a Preneste.

      Dai libri Sibillini è proposto un remedium coinvolgente l’intera popolazione, in un rituale collettivo. A celebrare i sacrifici vennero chiamati “tutti” i magistrati, e che per espiare una crisi nella sfera di Fortuna fosse indicato di fare supplicationes in “tutti” i templi delle altre divinità: i prodigi riguardano la dea Fortuna, ma sembrano richiedere un coinvolgimento di tutti gli dei.


      162 a.c. - La pestilenza e il tempio

      Quell’anno una pestilenza si abbattè sull'Urbe, per cui si votò ad Apollo un tempio per la salute del popolo. Molte cose fecero i duumviri, seguendo i libri Sibillini, per placare l’ira degli Dei e per allontanare l’epidemia dal popolo. A Roma, il Dio era venerato soprattutto come “salvatore” a garantire non solo la salvezza dalla peste, ma anche la ‘salus’ della repubblica, preservandola dai mali della discordia.


      149/146 a.c. - Celebrazione dei Ludi Saeculares

      All'inizio della III guerra Punica, il 149 a.c., Livio ricorda la celebrazione dei ludi Saeculares, in onore di Dis Pater. Per Livio, i ludi Saeculares del 149/46 a.c. non sono legati all’insorgere di prodigia, come i precedenti, ma vengono reiterati per stabilire una tradizione. Nell’imminenza dell’ultimo scontro con Cartagine, viene dunque riproposto un modello rituale che rassicuri cittadini e stato.


      144 a.c. - Acqua contestata: la politica degli acquedotti ed i Marcii

      Nel 144 a.c. il senato affida al pretore urbano Q. Marcius Rex la costruzione di un nuovo acquedotto che avrebbe dovuto raggiungere il Campidoglio. L’anno dopo, i decemviri, consultati i libri Sibillini a causa di
      alcuni prodigia, riferiscono di aver trovato un oracolo che impediva la costruzione della nuova opera. Ma l'indicazione sibillina potrebbe essere stata creata dall’opposizione di una parte dei patrizi contrari alla gens Marcia.
      Il divieto oracolare sarebbe un raggiro politico, o una qualche tradizione riguardante l’Anio e le sue acque, riguardanti la propiziazione di entità legate alle fonti. Comunque il divieto dei decemviri non fu rispettato e l’aqua Marcia venne costruita qualche anno più tardi.

      L’azione dei decemviri è da considerarsi uno sconfinamento del collegio dal proprio ambito di competenza: i decemviri erano preposti ai prodigia e non a responsi oracolari per influenzare le scelte della città; ma ciò sembra ripetersi nell’anno successivo.


      143 a.c. - Una sconfitta militare ed una prescrizione sibillina

      Secondo Obsequens nel 143 a.c., dai decemviri, probabilmente consultati per espiare alcuni prodigia avvenuti ad Amiterno e a Caure, venne trovato un oracolo Sibillino che prescriveva un sacrificio sulla frontiera col territorio gallico, prima di una invasione di quest’ultimo. La prescrizione è da ricollegarsi alla sconfitta subita dal console Appio Claudio Pulchro che, spinto dall’odio contro il collega Quinto Metello, aveva mosso guerra contro i Galli Salassi, per ottenere una facile vittoria e celebrare da solo il trionfo; finì invece col subire molte perdite. Due decemviri furono inviati a celebrare il sacrificio dell’oracolo, e la guerra finì favorevolmente per i Romani. Come nel 189 a.c. i libri Sibillini sono collegati al superamento di confini; lì stabilivano un limite da non oltrepassare, ora forniscono precise indicazioni per superare il confine evitando pesanti conseguenze.


      142 a.c. - Fame, peste e un androgino

      Per la peste viene indicato il remedium della supplicazione, si suppone vi fossero coinvolti i decemviri.


      133 a.c - Un assassinio sacrilego e la richiesta di aiuto all’antiquissima Ceres

      I libri Sibillini vennero riconsultati nel 133 in seguito ai molti prodigi: comparsa del sole di notte, un bue parlante, pioggia di sangue, fuochi che non bruciano, pianti di bambino nel tempio di Giunone Regina e, il più grave, la presenza di un androgino. Tutti in concomitanza dell'assassinio politico di Tiberio Gracco, ucciso mentre ancora ricopriva la carica di tribuno della plebe.

      Tiberio voleva riformare la distribuzione terriera in favore della piccola proprietà, il cui decadimento aveva compromesso l’equilibrio della società e dell’economia. A partire dalle grandi conquiste seguite alle Guerre Puniche, l’aumento del terreno di proprietà statale, frutto di vittorie su suolo italico, non aveva comportato un miglioramento per i piccoli proprietari, perché lo stato preferiva vendere o affittare ai più ricchi, a favore dei latifondisti. La decadenza dei piccoli contadini minacciava le basi della potenza romana, in quanto rendeva sempre più difficile il reclutamento, poiché solo i proprietari di terra erano soggetti al servizio militare.

      Tiberio Gracco intendeva recuperare allo stato i terreni dei grandi latifondi, per redistribuirli fra i piccoli contadini, suscitando ostruzionismo e disordine pubblico, fino all’uccisione, nel 133 a.c., del tribuno stesso e di molti suoi sostenitori, in occasione delle votazioni per l’elezione del tribuno per l'anno successivo, carica a cui Tiberio si era nuovamente candidato.

      La morte di Tiberio Gracco fu un atto sacrilego; dopo essere stato ucciso, il corpo del tribuno, negato al fratello Caio che lo reclamava per la sepoltura, viene gettato nel Tevere. Allorché si era ricandidato alla carica di tribuno, Tiberio era stato accusato di aspirare alla monarchia, e attraverso la privazione della sepoltura e l’abbandono alle acque, viene segnata l’esclusione dalla città della persona e della azione politica del tribuno, considerato come un monstrum da eliminare. Ma la carica di tribuno dava diritto ad una sacra inviolabilità che era stata infranta.

      Coma cerimonia di espiazione è indicata una lustratio, che con il coro delle 27 fanciulle rimanda alla cerimonia approntata per la prima volta nel 207 a.c. e ricorrente nell’espiazione di androgini. Forse le cerimonie furono indirizzate a Iuno Regina, anche in connessione con le grida di un bambino udite nel suo tempio.
      Secondo altre fonti, in seguito ai molti prodigi occorsi dopo la morte di Tiberio i libri Sibillini avevano suggerito di placare l’antichissima Cerere, la Ceres siciliana di Enna, a cui venne inviata la delegazione dei decemviri.
      Con l’uccisione di Tiberio Gracco si era colpito un tribuno della plebe, protetto dalla sacrosanctitas, che sanciva la inviolabilità della persona dei tribuni della plebe, in base alla lex sacrata del 449 a.c., anno della creazione della carica plebea. Ai violatori della sacrosanctitas era imposta la vendita dei propri beni in favore di Ceres, Liber e Libera, nonché la sacratio capitis a Iuppiter (chiunque poteva ucciderlo impunemente). La scelta di onorare la Ceres/Demeter di Enna, anziché quella dell’Aventino, è per la dea “titolare” della famosa triade plebea, investita in prima persona della tutela della carica stessa.


      125 a.c. - L’abominio dell’androgino e il carme sibillino di Flegonte da Tralles

      SIBILLA DELFICA
      Flegonte da Tralles, liberto di età adrianea, ha tramandato due oracoli Sibillini che fanno riferimento ad un prodigio del 125 a.c., la nascita di un androgino.

      L’oracolo di Flegonte è l’unico oracolo sibillino ‘romano’ di una certa lunghezza e riguardante prescrizioni rituali a noi pervenuto.

      I due oracoli prescrivono rituali diversi; il primo indica come divinità da onorare Demetra e Persefone e forse Zeus ed Hera, a partecipazione femminile, sia anziane che fanciulle.

      Il secondo oracolo è rivolto a Demetra, Persefone, Plutone, Febo ed Era. I carmi sono di origine cumana e nel pantheon cumano Apollo, Era, Demetra e Persefone avevano un ruolo importante.

      L’oracolo potrebbe confermare quelle fonti antiche che attribuivano i libri Fatales alla Sibilla Cumana, oppure che nei sibillini potè confluire anche materiale sibillino cumano.


      122 a.c. - L’operato di Caio Gracco, la sua uccisione e un androgino

      Anche per il 122 a.c. c'è la presenza di un androgino, in un anno che vede culminare un altro momento tragico della battaglia riformistica dei fratelli Gracchi.

      Dopo dieci anni Caio Gracco aveva ripreso la politica agraria redistributiva delle terre cominciata dal fratello; nel 122 a.c., rieletto tribuno della plebe, aveva proposto una riforma per estendere la cittadinanza romana a tutti i popoli italici alleati e per fronteggiare il problema dell’esurimento delle terre da distribuire, una legge che approvasse la costituzione di nuove colonie latine sul suolo italico e anche estero; una colonia, dal nome Iunonia Cartagho, avrebbe dovuto ad esempio sorgere nel territorio di Cartagine.

      Ma la proposta sulla concessione della cittadinanza non venne accolta dalla plebe urbana, cosa che permise all'opposizione di organizzare disordini. Alla fine del 122 venne dato l’ordine ai consoli di smantellare la nascente colonia di Iunonia Carthago e a Roma vi furono scontri che terminarono con l'omicidio di Caio Gracco e di numerosissimi popolari.
      La testa di Caio venne gettata nel Tevere, secondo il modello di eliminazione dalla città che abbiamo visto. Sorge allora una serie di prodigia in cui compare anche un androgino, segno del caos cosmico e politico.


      119 a.c. - Un androgino gettato in mare

      Il 119 a.c. segna la fine definitiva delle riforme agrarie con lo smantellamento della commissione che doveva occuparsi degli aspetti tecnici della redistribuzione. Anche per quest’anno è ricordata la presenza di un androgino monstrum che segnala la situazione di caos.


      118 a.c. - Un fegato incompleto, una pioggia di latte ed altri fenomeni

      Mentre veniva fatto un sacrificio dal console Catone, le interiora delle vittime si corruppero subito; non venne trovata la parte superiore del fegato; piovve del latte; la terra tremò e si udirono muggiti; uno sciame di api si pose nel foro. In base ai libri Sibillini venne fatto un sacrificio. E’ la prima volta che viene compreso fra i prodigia da espiare la particolare formazione del fegato di una vittima sacrificale; ciò è dovuto forse all’importanza sempre più grande data agli aruspici. Per questo e per altri prodigia vennero comunque consultati i decemviri.


      117 a.c. - Vari prodigi e un androgino a Saturnia

      Per il 117 a.c. sono ricordati prodigia sia a Roma che in altri municipi, Preneste e Priverno; a Saturnia in particolare venne trovato un androgino; è nuovamente predisposta la cerimonia comprendente il coro di 27 vergini, non sono però specificate le divinità che vennero così onorate.


      114 a.c. - Uno stupro fulmineo

      Anche Plutarco riporta il passo riguardante il prodigio, ponendo in relazione la vicenda riguardante Elvia e la scoperta della colpa delle vestali, che considera nefasta. L’incestum delle vestali e il prodigium riguardante Elvia, che si presenta come stuprum celeste di un corpo virginale oscenamente violato richiamano l’attenzione sul significato dell’obbligo alla castitas, valore fondante il senso stesso della salvezza dell’Urbs. Nella città, l’integrità femminile garantisce l’integrità del ‘centro simbolico’, la verginità femminile, che si rispecchia nell’integrità della Dea e delle sue sacerdotesse, diviene simbolo della imprendibilità della città stessa.

      Secondo Plutarco, per stornare entrambi gli eventi, i libri prescrissero il seppellimento di due coppie formate da greci e galli. Mentre Pompeio Elvio, cavaliere romano, stava ritornando in Puglia, dopo i ludi romani, e stava attraversando il territorio stellate, sua figlia, una vergine, che procedeva a cavallo, venne colpita dal fulmine e morì. Quando le si tolsero i vestiti si vide che la lingua usciva dall’inguine, attraverso le parti inferiori, come se vi fosse uscito il fuoco, entrato per la bocca.

      Il responso fu che ciò significava disonore per le vergini e per l’ordine equestre, in quanto gli ornamenti del cavallo si erano dispersi. Nello stesso tempo tre vergini vestali di nobilissima famiglia con altrettanti cavalieri romani subirono la pena per aver commesso incesto. Venne fatto un tempio a Venere Verticordia teso a preservare sul piano pubblico la virtù delle donne romane; Venus doveva cioè ‘cambiare i cuori’ volgendoli alla castità intesa come virtù femminile civica.


      108 a.c. - Un caso di cannibalismo

      Nel passo, particolare interesse suscita il fatto avvenuto nelle Latomie, cave a cielo aperto; le più famose erano quelle di Siracusa che servivano da prigione. A Roma fu visto un uccello infuocato ed un allocco. Nelle Latomie un uomo venne divorato da un altro uomo; fu dato ordine, dai Sibillini, che trenta fanciulli e altrettante vergini, di condizione libera, patrimi e matrimi, facessero sacrifici sull’isola Cimolia.



      CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL I SECOLO A.C.

      Nel I sec. a.c. si credeva che i libri erano stati portati a Roma, durante la fine della monarchia, dalla Sibilla Cumana. Varrone, secondo Lattanzio, nella sua lista di Sibille, aveva descritto la Cumana come colei che aveva venduto i libri Sibillini a Tarquinio Prisco:

      "Septimam Cumanam nomine Amaltheam,
      quae ab aliis Herophile vel Demophile nominetur,
      eamque novem libros atulisse ad regem Tarquinium Priscum
      ac pro iis trecentos philippeos postulasse regemque aspernatur
      pretii magnitudinem derisisse mulieris imsaniam;
      illam in conspectu regis tris combussisse
      ac pro reliquis idem pretium poposcisse;
      Tarquinium multo magis insanire mulierem putavisse:
      quae denuo tribus aliis exustis cum in
      eodem pretio perseveraret,
      motum esse regem ac residuos trecentis aureis emisse;
      quorum postea numerus sit auctus, capitolio refecto,
      quod ex omnibus civitatibus et Italicis et Graecis
      praecipueque Erythris coacti adlatique sunt Romam
      cuiuscuque Sybillae nomine fuerunt."

      Dionigi non identificava la venditrice dei libri con la sibilla Cumana ma con una vecchia straniera, e non lega l’episodio a Tarquinio Prisco, ma al Superbo. Dionigi e Aulo Gellio riportano lo stesso episodio.
      Virgilio nell’Eneide, descrive i libri Sibillini conservati a Roma come rivelati dalla Sibilla Cumana e contenenti gli arcana fata della città.


      98 a.c. - Un fegato anormale

      Nel 98 a.c. mentre i decemviri sacrificavano nel tempio di Apollo, il fegato di una delle vittime venne trovato senza la parte superiore. Il prodigium, si accompagna al ritrovamento di un serpente nell’altare. Altri prodigia i fulmini e tuoni a ciel sereno, la presenza dell’allocco ‘bubus’, prodigio ricorrente, considerato di malaugurio, la pioggia di gesso, l’alterazione del fegato, l’androgino. Non è esplicitata la espiazione per mezzo del collegio decemvirale, ma questo può essere sottointeso all’espiazione dell’androgino.


      97 a.c. - Ancora androgini a Roma

      Nell’anno seguente, nel 97 a.c., è registrato nuovamente da Obsequens un altro caso di nascita di un androgino. Il dato, secondo cui 27 vergini onorarono Iuno Regina, mira a espiare il monstrum: possiamo supporre che nell’ordinare le espiazioni fossero nuovamente coinvolti i decemviri insieme agli aruspici.


      95 a.c. - Un androgino ad Urbino

      Non c’è citazione diretta dell’azione decemvirale, ma può essere implicita nella espiazione dell’androgino.

      "Si tennero delle supplicazioni nell’Urbe, poichè, era stato trovato un androgino che era
      stato gettato in mare... Statue di cipresso vennero portate a Giunone Regina da ventisette
      vergini, che fecero una lustrazione nella città."
      "Un androgino, nato ad Urbino, fu gettato in mare"


      92 a.c. - Due androgini ad Arezzo e altri mostri

      Due androgini nascono nel 92 a.c. ad Arezzo, una vacca che parla, l’acqua che diventa sangue, un bambino senza ano, una donna con doppio sesso. Per espiare tali fenomeni, si onorarono Ceres e Proserpina con un inno cantato da 27 vergini.
      L’alta frequenza dei prodigi, costituiti dalla presenza di androgini e altri mostra e le relative procedure di espiazione, sottintendono il rischio alla quale la res pubblica era sottoposta nei primi anni del secolo soprattutto per pericoli esterni.

      SIBILLA ERITREA
      Un allocco, catturato nel tempio di Fortuna Equestre morì nelle mani di chi lo aveva preso, a Fesoli venne udito un boato sotterraneo, una schiava partorì un bambino in cui mancava l’orifizio degli umori del corpo. Fu trovata una donna che aveva i genitali doppi. Fu vista una torcia nel cielo. Un bue parlò. Uno sciame d’api andò a posarsi sul tetto di una casa privata. A Volterra nel fiume scorsero rivi di sangue. A Roma piovve latte.
      Ad Arezzo furono trovati due androgini. Nacque un pulcino con quattro zampe. Il fulmine colpì molti luoghi. Si tenne una supplicazione. Il popolo portò a Cerere e Proserpina. Ventisette vergini, cantando un inno, fecero una lustrazione nella città.

      Dopo il I decennio del secolo, i libri Sibillini vengono comunque consultati raramente, per un silenzio delle fonti o per un declino dell’uso istituzionale dei libri Sibillini, forse corrispondente ad un declino dell’autorità del collegio decemvirale sulla espiazione dei prodigia, forse per la crescente importanza degli aruspici.

      Il diradarsi del ricorso ai Sibillini coincide con un aumento della manipolazione di frammenti oracolari da parte di singole personalità, al fine di sfruttare il pubblico immaginario a fini personali. Infatti, le fonti attestano numerosi casi di divulgazione di ‘oracoli Sibillini’, di cui risulta arduo stabilire l’appartenenza alla raccolta ufficiale romana.


      87 a.c. - Il pericolo della monarchia

      Nell’anno 87 a.c. i libri Sibillini furono usati in modo atipico. L’episodio va inserito nella situazione politica e partitica delle Guerre Civili; nell’anno in questione, il console Ottavio, fautore di Silla, aveva ottenuto l’allontanamento del collega Lucio Cornelio Cinna, di parte democratica, accusato di aspirare alla monarchia.

      Nella perorazione della sua causa davanti al popolo, aveva .tenuto una pubblica lettura di un oracolo che sarebbe stato ‘trovato’ nei libri. L’episodio è riportato da Granio Liciniano, autore del IV sec. d.c. La profezia porta riferimenti precisi alla situazione dell’anno ed alla persona di Cinna, probabilmente un falso, collegato al largo utilizzo di oracoli e profezie nell’ambito delle lotte partitiche dell’epoca, sia da parte di Silla che di Mario

      In un passo del Liber prodigiorum di Obsequens, per l’anno 83 a.c. dà un elenco di numerosi prodigi e cita l’inizio delle coscrizione sillane. I prodigia potrebbero essere stati in seguito facilmente interpretati come annuncianti l’inizio della dittatura di Silla In tal caso si volle colpire un rappresentante della parte democratica, il quale aveva promosso, durante il suo consolato la distribuzione dei nuovi cittadini italici nelle 38 tribù.
      Ricorrendo ad un intervento sibillino si voleva .forse indicare Cinna come monstrum, foriero di conseguenze deleterie, se non espiato, per la città.

      Ai tempi di Silla venne udito tra Capua e Volturno un gran rumore di armi ed insegne, accompagnato da un orribile clamore, come se due eserciti si stessero combattendo, che durò per molti giorni. Alcuni vollero interpretate il prodigio, considerando le tracce di uomini e cavalli nell'erba recentemente schiacciata, come presagi di una grande guerra. In Etruria, nella città di Chiusi una madre di famiglia partorì un serpente vivo, che fu gettato nel fiume per ordine degli aruspici e annegò contro la corrente. Una notte prese fuoco il tempio Capitolino, per colpa del custode. A causa della crudeltà di Silla, ci fu una feroce proscrizione dei più importanti cittadini di Roma. Centomila uomini, si dice, morirono nella guerra Italica e nella guerra Civile


      63 a.c. - La profezia dei tre Cornelii

      Nel 63 a.c. un’esponente della gens Cornelia, il catilinario Publio Lentulo Sura, fu condotto in senato con l’accusa di aver cospirato contro la repubblica. Sallustio che riporta l’episodio, ci informa che, secondo i Galli Allobrogi, con cui Lentulo si era alleato, questi si era vantato di essere destinato a regnare su Roma, sulla base di una profezia sibillina. La profezia diceva che regnum Romae tribus Corneliis portendi, a tre Cornelii era destinato il ‘regnum’ di Roma; la profezia si era avverata per Cinna e Silla, e lo stesso Lentulo si vedeva come il terzo destinatario della profezia.

      I Galli confermarono e e dimostrarono che Lentulo era un mentitore, facendo presenti le lettere ed i discorsi che era solito tenere: diceva che era scritto nei libri Sibillini che a tre Cornelii sarebbe passato il regno di Roma; e che egli era il terzo, dopo Cinna e Silla, destinato ad impadronirsi della città; che erano passati esattamente venti anni dall’incendio del Campidoglio, quindi – secondo le previsioni degli aruspici – in quell’anno si sarebbe sparso sangue in una guerra civile.

      E’ difficile dire in base al passo in questione se la profezia dei tre Cornelii facesse parte dei libri Sibillini e sia poi venuta a conoscenza di Lentulo grazie ad una fuga di notizie dal Campidoglio, o se si trattasse di una profezia non compresa nella raccolta ufficiale romana.

      SIBILLA CUMANA
      Si può anche ipotizzare che la profezia fosse stata inserita nei libri Sibillini dopo la ricostruzione del 76 a.c., tenendo conto che la commissione della raccolta era stata istituita immediatamente dopo la dittatura sillana. Plutarco asserisce che l’oracolo dei tre Cornelii era una falsificazione di ciarlatani al servizio di Lentulo.

      Anche Cicerone riporta l’episodio nella terza orazione contro Catilina. Egli scrive che la profezia proveniva ex fatis Sibyllinis.

      Ed inoltre, che quello in corso era l'anno 'fatale' di Roma, la preoccupazione attorno alla durata della città di Roma non era nuova.

      Nel racconto sono implicati sia i libri Sibillini che gli aruspici, più volte coinvolti in procedimenti di consultazione dei Sibillini.

      Forse a loro toccava di stabilire un tempo per il verificarsi della profezia, considerando i calcoli etruschi per determinare la precisa durata dei saecula.


      58 a.c. - Il re d’Egitto

      Tolomeo Auletes, monarca egiziano, alla fine del 58 a.c., messo in fuga dall’ira dei suoi sudditi, in Alessandria, si rifugiò a Roma.

      Qui chiese a Pompeo di essere reinsediato, e Pompeo acconsentì.
      Ma dopo che nel 56 a.c. un fulmine colpì la statua di Giove sul colle Albano, si consultarono i libri sibillini, dai quali emerse che si doveva evitare la restaurazione di un re egiziano.

      Il divieto sibillino venne comunque disatteso dallo stesso Pompeo, il quale nel 55 a.c. scrisse al suo vecchio compagno, Gabinio, proconsole della Siria, incitandolo a rimettere sul trono Tolomeo, cosa che egli fece con la forza delle armi. Gabinio, a causa di questa azione venne messo in accusa. In quell'occasione, Cicerone chiese al senato una lettura completa dell’oracolo, confidando nel fatto che contenesse la punizioni per i trasgressori; pare invece che ciò non fosse contemplato nell’oracolo. Inoltre i fautori di Gabinio risposero sostenendo che l’oracolo del 56 a.c. era stato male interpretato, e si doveva in realtà riferire ad un’altra occasione.


      44 a.c. - Il re di Roma

      Secondo una breve notizia di Svetonio, poco prima della morte di Cesare, nel 44 a.c., il quindecemviro Lucio Cotta, avrebbe presentato al senato la proposta di dare a Cesare il titolo di rex, in quanto si era trovata nei Fatales libri una profezia secondo cui soltanto un re avrebbe potuto vincere i Parti:
      "L.Cottam, quindecemvirum, sententiam dicturum, ut quoniam fatalibus libris contineretur Parthos nisi a rege non posse vinci, Caesar lex appellaretur".

      Svetonio indica tale proposta come determinante nella preparazione della congiura contro Cesare e sostiene che i congiurati avevano stretto i tempi perché temevano una approvazione della proposta. Secondo Plutarco l’oracolo era stato fatto circolare da coloro che desideravano conferire il titolo regio al dittatore.

      Dopo l’epoca repubblicana l’uso dei libri Sibillini divenne sporadico; la storia delle profezie attribuite alla Sibilla sempre meno si lega alla raccolta conservata nel tempio di Apollo e sempre più riguarda oracoli di diversa provenienza spesso concernenti la persona dell’imperatore.


      18/17 a.c. L’ imperium sine fine

      Nel 17 a.c. vennero celebrati i ludi Saeculares. Augusto nel 18 a.c. ordinò ad Ateio Capitone, capo di una grande scuola giuridica e aderente entusiasta al regime, di consultare i libri sibillini, affinchè facesse coincidere l’inizio dell’età dell’oro, tanto attesa dai romani, con l’anno 17 a.c.

      Per accedere a questi libri oltre al consenso dei senatori occorreva un vero e proprio rito di iniziazione: innanzi tutto bisognava essere puri nel corpo, nell’animo e negli abiti, quindi si doveva salire al tempio deorum omnium in cui erano custoditi, provvedere ad adornare di lauro i seggi, e solo allora si potevano srotolare gli scritti sacri, ma non certo a mani nude, bensì accuratamente coperte.
      I libri Sibillini, che dovevano per definizione contenere la conoscenza allargata di tutto il tempo della storia, diventano parte integrante del sistema divinatorio romano e vengono consultati come un oracolo.

      Alla loro custodia e consultazione era preposto un apposito collegio, il quale poteva leggervi il contenuto solo e quando il senato ne avesse dato ordine, come avveniva in quelle occasioni di crisi per la comunità intera evidenziate dalla comparsa di un prodigio, per la ricerca dei mezzi attraverso cui ristabilire l'ordine delle cose.

      Questa ‘doppia valenza’ dei libri Sibillini, sia depositari della storia di Roma, che fonte a cui ricorrere in occasioni di crisi, era ben presente agli scrittori latini. Secondo Varrone, la Sibilla non solamente aveva
      vaticinato i pericoli agli uomini mentre era in vita, ma aveva altresì provveduto a lasciare attraverso le fonti scritte un mezzo che permettesse di conoscere ciò che si doveva fare nel caso della comparsa di un prodigio.

      Durante l’epoca imperiale i libri Sibillini continuarono ad essere consultati tramite il collegio dei quindecemviri, anche se abbiamo scarse notizie, forse per un’effettiva decadenza del collegio causata dalla concentrazione di autorità nella figura del princeps, inaugurata da Augusto. Emblematico l’atteggiamento di Tiberio nel 15 d.c. che, secondo Tacito, si oppose alla proposta di Asinio Gallo, che a seguito di un’inondazione del Tevere aveva chiesto di consultare i Sibillini presumibilmente alla ricerca di un rituale espiatorio.

      L’atteggiamento dell’imperatore poteva rispondere alla volontà di evitare manipolazioni politiche della materia religiosa da parte di gruppi avversi. In ogni caso Tiberio si assunse con questa decisione la responsabilità di interpretare il segno straordinario, sottraendo all’avvenimento il carattere di prodigium; infatti si preoccupa di affidare ad una commissione tecnica la cura idrografica del Tevere. In realtà, i rituali introdotti dai Sibillini .rispondevano ad esigenze che tenevano conto delle diverse culture e culti. Fin dal sec. VI a.c. Roma si presentava come ‘città aperta’ pronta ad accogliere altri elementi religiosi. I sistemi ‘politici - politeisti’ si dimostrano infatti molto adatti all’integrazione dell’altro.

      La Sibilla, originariamente greca, dovette subire dei cambiamenti passando alla cultura romana, per cui i libri Sibillini diventano un prodotto originale romano. Un esempio, il fatto che nei libri Sibillini furono inserite le cosiddette ‘profezie marciane’ – scritte in latino - e le profezie della etrusca ninfa Vegoia. La religio era funzionale alle esigenze dello stato, non era cioè rivolta al singolo in quanto tale, ma in quanto cittadino.

      Alla lettura di questi era preposto uno specifico collegio, quello dei duumviri, poi decemviri e infine, sotto Silla, quindecemviri sacris faciundi. Solamente i componenti del collegio potevano avere visione degli oracoli contenuti nei libri. Il collegio aveva la funzione di conservare e consultare – ma solo sotto richiesta del senato ai viri sacris faciundi, ai quali veniva ordinato di ‘adire ad libros’, ossia recarsi ad interpretare il contenuto dei libri Sibillini per stabilire il rito espiatorio da applicare.

      La pratica divinatoria romana non affidava ai decemviri la valutazione della qualità di un prodigio, ma era il senato a stabilire se un dato evento avesse bisogno di un’espiazione e fosse da considerarsi perciò un prodigio nefasto. Quando il senato affidava ai decemviri l’espiazione di un prodigio questo era già stato considerato 'pericoloso'. Ai decemviri dunque non spettava l’interpretazione ‘esegetica’ del prodigio, ma solamente il compito di ricercare l’adeguato rituale espiatorio nei libri Sibillini.

      I componenti di questo collegio, che agiva quando e solo se il senato ne dava ordine, non erano considerati individui ‘carismatici’, ma agivano come ‘funzionari’ e non quali depositari di una conoscenza particolare, come gli auguri e gli aruspici. In questo senso i viri sacris faciundi erano interpretes dei Sibillini, in quanto dovevano applicare ai vari prodigia i remedia adeguata.

      A Roma, dunque, la mantica ispirata non era del tutto esclusa ma era fissata su un supporto, ossia il libro, ritenuto contenere le parole scritte espressione di un sapere ‘naturalis’. La mantica ispirata non era la voce di una persona fisica, (che rivela il messaggio ‘al momento‘ come la Pizia a Delfi), ma era fissata nella scrittura istituzionalizzata con un testo.

      SIBILLA ERITREA
      Augusto stesso proclama la sua partecipazione ai giochi, come magister del collegio dei quindecemviri sacris faciundis.

      L’attenzione posta da Augusto sulla celebrazione dei ludi Saeculares è riscontrabile nella risistemazione della cronologia relativa, che prevedeva saecula di 110 anni, in modo che il Princeps avesse modo di celebrarli nel corso della sua vita.

      "….Ma quando giunga il tempo ultimo della vita umana ed esso avrà raggiunto il ciclo dei 110 anni, ricordati, o romano (e non scordare queste cose), ricorda bene queste moniti: agli dei immortali versa nel Campo Marzio presso la tomba della Timbride acqua lustrale, nella stagione più secca, quando la notte scenderà sulla terra ed il sole avrà nascosto la sua luce.

      Ed alle Moire che tutto sanno, sacrifica agnelle e capre nere, e sugli altari di Ilizia che protegge i parti, sacrifica. 

      E a Gea s’immoli una scrofa nera con i suoi tre porcellini. E siano condotti, di giorno e non di notte, tori tutti bianchi presso l’ara di Zeus, che agli dei Urani del sacrificio, il rito avvenga di giorno; in tal modo si compia il sacrificio.

      Nel tempio di Era da te sia poi condotta una giovenca bella nel corpo; e Febo Apollo, chiamato anche Helios, il figlio di Latona, uguali sacrifici riceva. E i Latini, cantando peani con fanciulli e fanciulle vadano al tempio degli Immortali. A parte abbiano le fanciulle un coro, ed a parte si scelga il fiore dei fanciulli, e tutti nati da genitori viventi, ai quali è chiara la stirpe.

      Le matrone fedeli al legame del matrimonio, in quel giorno, preghino le divinità in ginocchio protese presso l’ara di Era, perché diano assenso lieto agli uomini ed alle donne ed alle altre creature. Tutti da casa rechino in offerta rituale le vivande necessarie alla vita mortale dell’essere umano, e vittime agli dei benevoli ed ai beati Urani. Siano ben conservate tutte quante le offerte; ed alle matrone ed agli uomini che stanno seduti là ricordalo attento.

      E sia di giorno, sia di notte, stia la gente affollata con compostezza ed esultanza, accalcandosi fitta, su splendidi scanni seduta. Quest’oracolo sia sempre fisso nella tua mente, così tutta la terra italica e tutta la terra latina, a te staranno strette e salde sotto lo scettro."

      Nell’ambito della propaganda di Augusto, i ludi dovevano celebrare il periodo di pace e prosperità iniziato dopo la vittoria di Azio, ma soprattutto riprendevano il messaggio di rinnovamento già auspicato nel 40-41 a.c. dalla famosa quarta Ecloga virgiliana, in cui la Sibilla Cumana annunciava il rinnovo dell'ordo saeclorum e la reintegrazone dell’età dell'oro, dei Saturnia Regna, vale a dire il ritorno ai meravigliosi tempi degli inizi, caratterizzati da mancanza di conflitti e prosperità.

      Nei versi 791-795 del libro VI dell’Eneide è possibile scorgere una identificazione fra Saturno e Augusto, quest’ultimo come colui in grado di riattualizzare gli aurea saecula delle origini.
      L’idea dell’eternità di Roma, probabilmente formatasi all’inizio del II sec. a.c. e ben presente in Cicerone, proprio a partire dal principato di Augusto assume particolare importanza.

      I preziosi testi dopo essere stati acquistati, sarebbero stati sistemati entro un contenitore di pietra nascosto nei sotterranei del tempio capitolino sino all’incendio di questo avvenuto nel corso della guerra civile dell’83 (Dionisio di Alicarnasso IV 62). Dopo l’incendio per far ricostruire tale patrimonio Augusto inviò un’ambasceria nei luoghi celebri di dimora della Sibilla. Questa ritornò con un migliaio di versi che nel 76 vennero depositati nel ricostituito tempio capitolino, essi da questo momento sanciranno il potere divino di Giulio Cesare, di Antonio e di Ottaviano.

      Poiché in progresso di tempo si erano infiltrate falsificazioni di carattere politico, Augusto fece sottoporre ad una rigorosa revisione questi versi e li collocò nel nuovo tempio da lui dedicato ad Apollo Palatino (Svetonio). Ordinando che le falsificazioni che circolavano privatamente fossero consegnate al pretore urbano, egli fece in modo che tutti gli scritti potenzialmente sovversivi fossero distrutti tra le fiamme, furono bruciati oltre duemila volumi e si risparmiarono solo i libri sibillini (Svetonio).

      Augusto e l’autorità statale in genere volevano che non si compromettesse il loro contenuto sacrale. Molto difficile fu questo compito basta pensare che ancora nel 32 della nostra era, l’imperatore Tiberio ingiunse con durezza affinchè si indagasse circa l’opportunità di aggiungere un altro scritto ai libri sibillini (Tacito).

      Ricostituitosi tale patrimonio divinatorio in altri edifici sacri, a secondo del periodo storico nel tempio di Apollo (Serbio) e precisamente alla base della statua del dio (Svetonio), oppure nel pantheon, il triangolo tra potere, tradizione e religione era ricomposto. Da quel momento l’impero troverà la propria conferma nelle antiche profezie. Ogni loro riapparizione dalla chiusa segretezza del sasso onde essere consultati in occasione di una crisi statale doveva essere, come si è visto, autorizzata dal senato, altrimenti sarebbe stata ascritta a colpa dei custodi e punita duramente, alla stregua del parricidio.

      Anche Valerio Massimo racconta che M. Tullio duumviro, per aver permesso a Petronio Sabino di farne una copia, fu punito con il supplizio destinato ai parricidi, cioè cucito vivo in un sacco di cuoio e gettato in mare, onde le diverse componenti dell’universo non ne restassero contaminate. Gli storici testimoniano che essi furono consultati per tutta l’età repubblicana e imperiale almeno fino all’imperatore Giuliano l’Apostata.

      Gli oracoli rimasero comunque al loro posto, sino a quando Il generale Stilicone, in una Roma ormai completamente cristianizzata (pena la perdita dei beni e pure la morte) per ordine dell’Editto di Teodosio, del 381 d.c., ordinò che la raccolta venisse distrutta, quale vestigia delle antiche superstizioni pagane.