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    TULLIA E SERVIO TULLIO - PIRANESI
    Il vicus Sceleratus, già vicus Urbius, sarebbe la prosecuzione del Vicus Cyprius, come testimoniano diverse fonti degli antichi tra cui Tito Livio e Varrone, su questo tutti concordano, ma vi è discordia sulla locazione dei due vicus.


    CLIVUS CYPRIUS - LE INTERPRETAZIONI LOGISTICHE

    Strada NO/SE che dalla valle del Colosseo porta alla Subura (via del Cardello-via del Colosseo
    -Jordan, Hülsen 1907 
    - Platner, Ashby 1929 
    - Lugli 1946 
    - Pisani Sartorio 1993 
    - Coarelli 1999, 2001, 2003

    Strada NO/SE, che dall’area del Foro porta alle pendici dell’altura di S. Pietro in Vincoli 
    - Rodrìguez Almeida 1993

    Strada NE/SO che dal Tigillo Sororio porta all’altura di S. Pietro inVincoli (via della Polveriera)
    - Carandini 1990 
    - Terrenato 1992 
    - Nostra ipotesi

    Strada NE/SO alle pendici SE della Velia, che porta dalla Sacra via al Compito Acilio.
    - Palombi 1997

    Strada SO/NE che dalla Subura porta all’altura di S. Pietro in Vincoli (via del Tempio della Pace-via Frangipane
    - Ziolkowski 1992, 1996

    VIA LEONINA

    CLIVUS ORBIUS-URBIUS / SCELERATUS

    Strada NE/SO che dalla Velia porta all’altura di S. Pietro in Vincoli (via di S. Pietro in Vincoli = via Frangipane)
    - Stara Tedde 1907 
    - Jordan, Hülsen 1907
    - Platner , Ashby 1929 

    Strada basolata rinvenuta in corrispondenza di via di S. Pietro in Vincoli (via di S. Pietro in Vincoli =via Frangipane)
    - A. Carandini 1990
    - Terrenato 1992

    Strada NO/SE che dalla valle del Colosseo porta all’Oppio (via del Fagutale)
    - Ziolkowski 1992, 1996, 2004

    Strada E/O che conduce dal Compito Acilio all’Oppio
    - Palombi 1997

    Strada NE/SO che dal Templum Pacis portaall’altura di S. Pietro in Vincoli (via del Tempio della Pace)
    - Coarelli 2000

    VICUS SCELERATUS (SCALINATA DEI BORGIA)

    IL NOME

    Varrone chiarisce il motivo della presenza di tale nome nella Roma antica: "Vicus Cyprius a cipro, quod ibi Sabini cives additi consederunt, qui a bono omine id appellantur: nam cyprum Sabine bonum..." (Varr. L. L. 5, § 159 Mull.; cf. Liv. 1, 48, 6.).
    "Quello che chiamano Cyprius viene da cyprum, parola sabina che significa 'di buon auspicio', perchè i Sabini, dopo l'unione dei due popoli, si stabilirono in quel quartiere e gli dettero questo nome, come di felice augurio. Appresso sta il Vicus Sceleratus, il cui nome ricorda l'empia Tullia che ordinò al cocchiere di passare sul cadavere del padre".

    La denominazione del vicus Cyprius, secondo Calderini, è da ricondurre invece al nome della Dea Cupra. La denominazione, secondo Giovanni Colonna, che scaturisce dalla nota interpretativa di Varrone, risulterebbe confermata dalle iscrizioni sud-picene.



    LA LOCAZIONE

    "La piazza della Suburra è all'incrocio di due antiche e nobili vie romane, l'antico vicus Praticius che oggi è la via Urbana e il vicus Cyprius che è l'attuale via Leonina, nel vicus Patricius vi erano le abitazioni dei senatori, dei nobili, e di ricchi signori, mentre nel vicus Cyprius, vi era il quartiere dei librai, delle biblioteche, della gente colta".
    Via Leonina (R. I – Monti) (da via dei Serpenti a Piazza della Suburra)
    "da varie marmoree teste di leone molto antiche esistenti in diversi punti della medesima via” (?)  È l’antico “Vicus Cyprius”. (Alessandro Rufini - 1847).

    La scalinata dei Borgia, nel Rione Monti, area del colle Oppio, inizia dalla via Leonina presso piazza della Suburra con pochi gradini, viene interrotta da via Cavour e prosegue con la scalinata di via San Francesco di Paola, contenuta da alti muraglioni. A metà della scalinata la via è sovrastata dal palazzo dei Borgia, oltrepassato il quale si arriva a piazza San Pietro in Vincoli e alla Basilica di San Pietro in Vincoli. Il primo tratto della scalinata sarebbe il "Vicus Cyprius". Il secondo tratto della scalinata di via San Francesco di Paola ricalcherebbe l'antico "Vicus Sceleratus" ricordato per la figlia di Servio Tullio che con il cocchio passò sul cadavere del padre, prima della scala dell'arco dei Borgia.


    La Leggenda, oppure La Storia

    Servio Tullio, VI Re di Roma, fece sposare le due figlie entrambe di nome Tullia con i figli del suo predecessore Tarquinio Prisco, Aronte e Lucio Tarquinio, pacifico il primo, ambizioso e prepotente il secondo. Anche le due figlie di Servio Tullio erano una mite, l'altra ribelle. Quest'ultima, stanca del marito Arunte, che considerava inetto ed incapace, conquistò il cognato Lucio Tarquinio, più coraggioso e violento. La malsana coppia decise di uccidere i rispettivi cognati e quindi si sposarono, ma dopo il duplice delitto vollero uccidere anche Servio Tullio. 

    Lucio Tarquinio colpì Servio Tullio che ruzzolò per i gradini della curia, finito poi dai sicari di Tarquinio. Tullia, arrivata nei pressi del Senato chiamò Lucio Tarquinio che le intimò di allontanarsi. Tullia obbedì risalendo con il cocchio il vicus Cyprius, però alla curva dell'imbocco l'auriga si arrestò davanti al cadavere di Servio Tullio, ma la donna prese le redini e passò sul cadavere del padre.

    VIA DEL COLOSSEO
    - Sant'Andrea de Portogallo era una Chiesa del Rione Monti situata dove oggi sorge Santa Maria della Neve, lungo Via del Colosseo. Questa zona era detta "ad Busta Gallica", perché qui nel 390 a.c. vennero cremati i corpi dei soldati Galli (bustum = crematorio), e fu qui che Papa Innocenzo III Conti di Segni (1198-1216) realizzò un monastero dedicato a Sant'Andrea, che presto venne chiamato "de Portogallo" come corruzione di Ad Busta Gallica.

    Nel 1607 Papa Paolo V Borghese (1605-1621) concesse la Chiesa di Sant'Andrea de Portogallo all'Università dei Rigattieri che, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII Secolo decisero di rifare la Chiesa, ce la facciata che era su Via del Colosseo, venne spostata all'incrocio con Via del Cardello.
    Nel 1798, il nuovo edificio passò alla Confraternita del Santissimo Sacramento di Santo Stefano e Santa Maria della Neve, e per questa ragione ha preso il titolo di Santa Maria della Neve al Colosseo.


    ALESSANDRO DONATI E SOCIETATE JESU - ROMA VETUS

    "Jam in ascensu Esquiliarum occurrunt CYPRIUS & SCELERATUS vicus. Ille a Ciprus dictus; quod teste Varrone:  'ibi Sabini Cives additi consederunt, qui a bono omine id appellarunt. Nam Cyprum sabine bonum. Propre hunc Vicus Sceleratus a Tullia Tarquinii superbi uxore, quod ibi cum iaceret pater occisus, supra eum ut mitteret carpentum mulio iussit." 
    LIVIUS: "Cum se domum Tullia reciperet, pervenissetque ad summum Cyprian Vicus ubi Dianium nuper fuit siedente carpentiam dextra in urbian clivum, ut in Colle Esquiliarum eveheretur, resistit pavidus is, qui jumenta agebas jacentemque domine Servium trucidatum ostendit: soediam inumanunque inde tradetur scelus, nomamentoque locus es.
    Sceleratjum Vicum vocant, quo amens agitantibus furiis sororis ac viri Tullia per patris corpus carpentum egisse fertur. Livius quidem suboscuret Vicum eundem Cyprium & Sceleratum videtur facere".


    CAMBRIDGE UNIVERSITY PRESS - DEA STORE - Hoepli.it

    Il quartiere del Compitum Acili deve aver corrisposto al Vicus Cyprius, attraverso la sella tra il Velia e l'Oppio al Compitum Acili (circa 150 metri). Il bivio del quartiere e il santuario si trovava quindi alla fine del vicus, dove incontrava una grande arteria in città.

    VIA DEL CARDELLO
    La parte di questo tragitto immediatamente precedente S. Pietro in Vincoli è stata identificata da alcuni come il clivus Orbius o Urbius o Scelerarus, che le fonti antiche fanno risalire all'età regia: mentre per un secondo tratto, da S. Pietro in Vincoli alla porticus Liviae. si è proposto il nome del clivus Pullius. Dalla parte meridionale della porticus doveva poi dirigersi alla porta Esquilina un'altra strada, identificabile forse con il vicus Sabuci di epoca imperiale.

    Per le fonti antiche il clivus Orbius viene classificato alla regione III augustea. mentre In tutte le piante ricostruttive della topografia antica è indicato nella regio IV

    In base alle parole di Varrone e soprattutto di Livio: "cum pervenisset ad summum Cyprium, 
    uhi Dianium nuper fuit, flectenti carpentum dcxtra in Urbium clivum. ut in collem Esquiliarum eveheretur" si viene a conoscenza di un Vicus Cyprius, trasversale al Clivus orbius. In Platner Ashby 1929, il Vicus Cyprius viene fatto coincidere con la via del Cardello e la fine della via Colosseo. nella pianta di Lugli Gisrnondi è invece più ovest. mentre in corrispondenza di Via del Cardellus è il Vicus Sandalarius."

    "Tullia, comandata dal marito di lasciare il Forum, seguì la traccia del vecchio; e quando
    aveva raggiunto la cima del Vicus Cyprius, e fu qui che volgendo a destra, nel Clivus Urbius, per ascendere il Colle dell'Esquilino, il cocchiere si fermò nello scorgere il cadavere
    del re."


    NARDINI

    So che il Vico Ciprio tiensi comunemente essere stato presso la salita, che di là dal Tempio della Pace, e dal Giardino de' Pii porta a S. Pietro in Vincula. Ma in contrario essere la verità, tre ragioni a me persuadono. 

    - La prima si è, che la Regia di Servio Tullio, cui il Vico Ciprio, poi per lo Scelerato si andava dal Foro, non fu, siccome nella Regione quinta spero far apparire, presso San Pietro in Vincula, ma sopra il Vico Patrizio, non lungi molto da Santa Prassede; a cui non poteva più dirittamente, e più brevemente dal Foro salirsi, che per la moderna Suburra, e la spiaggia di S. Lucia In Selce. 

    - Secondariamente se a quello, che nel quarto della lingua Latina c. 3a. Varrone insegna,  si dà fede, Ciprio fu antichissimamente detto Vico a Cipro, quod ibi Sabini cives additi consederunt, qui a bono omine id appellarunt, nam Cyprum Sabine bonum.

    E se l'abitarono la prima volta i Sabini aggregati a Roma con Tito Tazio, ovvero dopo con Numa, o almeno così credettero Varrone ed altri, non poterono altrimenti star sotto l'Esquilie, che al tempo di Roma e di Tazio erano ben disgiunte da Roma, e l'Esquilino fu il colle ultimo che a Roma poi si aggiungesse; nè si legge mai che i Sabini gli abitassero la falda, come ben si legge aver abitato il Quirinale con Tazio.

    Così scrive Dioniso nel secondo, ed avervi abitato anche Numa, (che fu pur sabino) scrive il medesimo: la quale opinione da Varrone apportata al Vico Cipro, vera o falsa che ella siasi,  in sostanza potè a Varrone e ad altri far credere, che a piè del Quirinale, essendo stato abitato dai Sabini, fosse da' medesimi chiamato così.

    - La terza è che Tullia, per relazione di Livio, dal Vico Cipro per andare al Clivo Urbio piegò a destra, e se dal Foro fosse andata verso S. Pietro in Vincula, avrebbe presso la salita piegato a sinistra. Si aggiunga quello che dal Sigillo Sororio scrive Dioniso nel terzo: "Et est in angiportu, qui a Carinis deorsum ducit ad Vicum Cyprum"; il quale angiporto, o strada se dalle Carine a Cypro andava all'ingiù, non poteva esser drizzato verso l'Esquilie, dov'è certo essere stato più alto delle Carine; dunque la parte più vicina all'Esquilie, tenendo al basso verso Torre de' Conti calava, dov'era il Vico ed oggi è la strada confinante co' Pantani, in parte delle antiche Carine la più bassa di tutte.

    VIA FRANGIPANE
    Così l'angiporto o strada, che dalle Carine calava al Ciprio, e con essa il Sigillo Sororio può facilmente ritrovarsi. Confinava il Vico Cipro con le Carine presso Tor de' Conti, siccome già si è affermato. Il Vico dunque, che dalle Carine tendeva al Cipro, di necessità partendosi da un capo delle Carine, per allontanarsi da esse formava un triangolo, come per appunto formasi per la strada, che oggi dal Giardino de' Pii, e dalla diritta de' Pantani va a Tor de' Conti.

    Non lungi, o diversa molto da questa fu la via, o angiporto, descritto da Dioniso. Fa questa il triangolo ed imbocca nella strada della Madonna de' Monti: e se questa in parte scende, molto più scese anticamente, quando tra colle e colle i fondi erano assai più bassi, riempiti ed appianati dopo dalle rovine.

    Noi però dobbiamo in ciò dar più fede a Varrone, come assai più pratico de' luoghi di Roma, ed a Livio, che brevemente si, ma distintamente in tal fatto porta la notizia di ogni luogo particolare. Ma il bivio dove potè essere ci si manifesta dal sito. Fin presso la Madonna, la strada, che anticamente fu Vico Ciprio, va sempre colle radici del Quirinale, ma ivi poi se ne allontana, addirizzata, credo io, acciò avanti alla Chiesa passasse.

    Or posto, che col colle anticamente torcendo camminasse dietro alla Chiesa, ed è certo, perchè altrimenti al Clivo Urbio non avrebbe Tullia piegato a destra, ma tirato diritto, come vi si va oggi, ivi proprio incontrandosi la curva del Viminale, si offrivano due imbocchi 
    di strade da una parte e l'altra del colle. 

    La sinistra era quella per cui si va oggi dalla Madonna de' Monti verso s. Vitale ed a Monte Cavallo, la destra per cui si andava e si va alla moderna Suburra, ed al Clivo Urbio dell' Esquilie. Qui dunque poco lungi dal sito della Chiesa fu l' antico Dianio, che Sacello, o Tempio a Diana dedicato può giudicarsi; ed il capo del Vico Scelerato, dove Tullio dalle genti di Tarquinio cadde ucciso, e dopo dalla scelerata figlia propria calpestato, non potè essere lungi molto dalla moderna fontana, ch'è a lato della Chiesa.

    VIA DELLA POLVERIERA

    ANDREA CARANDINI - EMANUELE GRECO

    La valle tra Velia e Fagutal era occupata da una località detta Carinae, originariamente nella
    regio serviana Suburana, così definita probabilmente per il suo aspetto a carena di nave.
    Poteva essere limitata dal vicus Cyprius (via della Polveriera), dalla «stradina che scende al vico Cuprio», dalla «scorciatoia per le Carinae» e dalla sua prosecuzione, che nella nostra ricostruzione corrisponde al clivus Pullius.

    Il vecchio re cerca riparo nella sua casa sulle Esquilie, ma prima di guadagnarne la cima è raggiunto ed ucciso dai sicari di Tarquinio. Tullia raggiunge la sommità del vicus Cyprius. Voltando a destra in direzione del clivus Urbius, ove era il Dianium, per giungere all’Esquilino, il cocchiere mostra a Tullia il corpo di Servio e lei ordina di passarci sopra, macchiando se stessa e il carro con il sangue del padre. Il gesto nefando sarà ricordato dal nome del vicus, chiamato da allora Sceleratus.


    Vicus Cyprius

    Le fonti letterarie consentono di associare questo vicus al tigillum Sororium, del quale è nota l’ubicazione in quanto i Fastidegli Arvales lo menzionano «ad compitum Acili».
    Il Tigillo era sulla «stradina che conduce dalle Carine verso il basso, per coloro che sono diretti al vico Cuprio».
    E' verosimile ipotizzare che il punto di vista sia quello di chi si dirige dal Foro verso le Carine.
    Filippo Coarelli, rifacendosi a studi dei primi del ’900, ritiene che il percorso più coerente con quanto tramandato dalle fonti letterarie sia quello di via del Cardello-via del Colosseo (vicus Cyprius) e di via Frangipane (clivus Orbius/Sceleratus), che porta al rilievo di S. Pietro in Vincoli (Oppius), ove andrebbe ricercata la residenza di Servio Tullio. 

    Ma in questo caso l’incrocio tra vicus Cuprius e vicus Orbius/Sceleratus, ove Tullia avrebbe calpestato il corpo di Servio, non corrisponderebbe alla sommità del vicus Cyprius. Inoltre questo non è il tragitto più breve tra quelli che Servio avrebbe potuto percorrere dalla Curia verso la sua dimora. Se la domus privata di Servio Tullio fosse stata in cima alla collina di S. Pietro in Vincoli, il tragitto più breve sarebbe stato quello che dall’Argiletum (via della Madonna de’ Monti) portava alla sommità del rilievo di San Pietro in Vincoli attraverso il clivus Orbius – Pullius (nella nostra ricostruzione via Frangipane).




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    TOMBA DEGLI SCIPIONI

    Nome: Publius Cornelius Scipio Nasica Serapio
    Nascita: 183 a.c.
    Morte: 132 a.c. Pergamum
    Figli: Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione
    Gens: Cornelia
    Consolato: 138 a.C.


    - (183 – 132 a.c. Pergamum, Asia Minore), Figlio di Publius Cornelius Scipio Nasica Corculum e sua moglie Cornelia Africana Maggiore. Fu il III membro della sua famiglia ad assumere il soprannome Nasica (grande naso) e fu un apprezzato oratore. Succedette a suo padre come Pontifex Maximus nel 141 a.c., data la grande reputazione della sua familia, una delle majores e più gloriose. Fu nipote materno di Publius Cornelius Scipio Africanus.

    Fu console nel 138 a.c. insieme a Decimo Giunio Bruto Callaico. Importanti figure di questa familia furono Scipio Africanus, il I conquistatore di Cartagine e molti oppositori di Tiberius Gracchus. Ma Gracco stesso era cugino di primo grado di Scipio Nasica.

    Probabilmente il suo ramo della gens Scipione venne allontanato dalla maggior parte della famiglia, a causa di visioni politiche opposte sulla III Guerra Punica. Corculum si oppose all'invasione di Cartagine, mentre Scipione Emiliano era per il suo assedio. Lo storico Appiano riferisce di un misterioso "Cornelius" che sarebbe stato sconfitto dai Pannoni, riferendosi a Publio Cornelio Scipione Nasica Serapio, che nel 141 ac fu il pretore di Macedonia. I "Pannoni" dovevano essere della regione dell'Illiria, appena a sud della Pannonia.

    Nello stesso anno Scipio Nasica ebbe il titolo di Pontifex Maximus, inerente alla morte del padre nello stesso anno, a causa del nome illustre della sua potente familia ma pure a causa della ottima reputazione di suo padre. Scipio Nasica Serapio fu il III membro della familia a ottenere l'agnomen Nasica (nasone).

    Nel 138 ac, Nasica ebbe il consolato per rimediare alle recenti sconfitte all'estero.  Scipione Nasica per vendicare la sua sconfitta come pretore, volle aumentare le tasse, sollevando un'opposizione accanita dal tribuno Curiatius che arrestò Nasica a cui venne dato il soprannome di "Serapio" (come dire "nasone")

    LA MADRE DEI GRACCHI
    Scipione Nasica si fece coinvolgere nell'omicidio di Tiberio Gracco, sembra che se ne fosse vantato, nonostante fosse suo cugino, quando l'agricoltura perse di valore. Tiberio Gracco come tribuno fece leggi per sollevare la plebe dalla povertà, ma anche se la sua legislazione è stata approvata, la maggior parte del Senato essendo patrizi si allinearono con Scipione Nasica e suo cugino Scipione Emiliano, che avrebbero sobillato l'opposizione fino ad assassinare Gracco durante le elezioni in 133 a.c.

    Scipione Nasica aveva riunito i senatori per porre a morte cruenta Gracco, sostenendo che il tribuno desiderava diventare re di Roma. Per commettere l'assassinio Scipione Nasica coprì la testa con il cappuccio della sua veste pontifex maximus, come ad indicare l'uccisione come un sacrificio rituale per il bene di Roma. Dopo il suo assassinio, Scipione avrebbe eliminato tutti i membri gracchiani sopravvissuti.

    I popolari ritennero Scipione responsabile di omicidio, anche se gli studiosi moderni ritengono che la maggior parte del Senato sostenne entrambi gli uomini Scipio nella controversia. Finalmente il senato mandò Nasica in missione a Pergamon (Pergamo). Era un illecito, perchè un Pontifex Maximus non poteva essere mandato via da Roma. ma egli stesso volle andarsene temendo per la sua vita dai sosteniori di Gracco.

    Morì poco dopo a Pergamo, forse avvelenato da agenti del partito graccano. Il figlio che ebbe nel 170 a.c. da Cecilia Metella, figlia di Quinto Cecilio Metello Macedonico e che si chiamava come lui, Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, diverrà console nel 111 a.c.


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    I romani erano un popolo di guerrieri tanto è vero che la maggior parte delle loro feste erano dedicate a Marte Dio della guerra e all'arte bellica. Ben quindici festività nell'Urbe erano dedicate alla guerra, ma sarebbe da aggiungerne altre, come la Fortuna Reduce, Ercole Vincitore e così via, non a caso i romani si ritenevano i figli di Marte. Ed ecco le feste:

    - 27 Febbraio - Le Equirria (anche dette Ecurria, dal latino equicurria, cioè corse dei cavalli) erano una festività romana in onore di Marte che aveva luogo il 27 febbraioe il 14 marzo di ogni anno.
    Gli studiosi non sanno perché ci fossero due equirrie annuali a poco più di due settimane l'una dall'altra, ma una teoria è che queste erano le occasioni per iniziare pubblicamente ad addestrare cavalli e uomini per le escursioni militari che i soldati romani iniziavano in primavera.

    - 9 Marzo - Saliorum Processio. Queste feste si ripetevano il 9 marzo, nel Saliorum Processio, la festa dei Salii, un collegio sacerdotale consacrato al culto di Marte, che facevano processioni, canti, danze e suoni guerreschi per aprire ufficialmente il periodo della guerra, che sarebbe stato chiuso con analoghe cerimonie in ottobre (October equus, Armilustrium e Ancilia condere). 

    - 14 Marzo - Equirria, si ripeteva la festa delle Equirria, sempre dedicata a Marte con la corsa dei cavalli, la gara più amata dall'esercito e dai romani.

    - 15 Marzo - Mamuralia. Seguivano poi, il 14 o il 15 marzo, le Mamuralia quando, secondo la leggenda, Mamurio fu incaricato da Numa Pompilio di fabbricare undici scudi identici all'Ancile, lo scudo caduto dal cielo, inviato da Marte per sancire il suo destino di Roma come caput mundi. L'Ancile era uno dei sette Pignora imperii, e le repliche servivano a prevenire il furto dello scudo originale.

    AURIGA E CAVALLO
    - 17 Marzo -  Agonalia Martis, in onore del Dio Marte. Corse di cavalli presso il Tevere e sul Monte Celio.

    - 19 Marzo - Armilustrium, festeggiato pure il 19 ottobre in onore del Dio Mars, con la consacrazione e la purificazione delle armi. In primavera si preparava la guerra e in autunno si riponevano le armi.

    - 23 Marzo - Tubilustrium, cerimonia eseguita il 23 marzo e il 23 maggio, con la quale si inaugurava la stagione dedicata alle campagne militari, con il lavaggio sacro delle trombe da guerra (tubae). La cerimonia era dedicata al Dio Marte; la seconda celebrazione avveniva il 23 maggio, ed era dedicata a Vulcano, fabbro divino, in quanto artefice delle tubae.

    - 18 Aprile Ludi Martiales Circenses corse dei cavalli nel Circo Massimo in onore di Marte.

    - 12 Maggio Ludi Martiales Circenses  corse dei cavalli nel Circo Massimo in onore di Marte.

    - 23 Maggio - Tubilustrium, la festa era dedicata a Vulcano, forgiatore delle tubae da guerra, come dei fulmini di Giove, e come ispiratore dei fabbri che forgiavano le armi dei romani.

    - 3 giugno -Templum Bellonae ad Circum Flaminium -  in onore di Bellona, Dea della guerra. Dedicatio del tempio fatto costruire nel 296 a.c. presso il Circus Flaminius, in Campus Martius, da Appius Claudius Caecus.

    - 13 14 e 15 GiugnoQuinquatrus Minores -  in onore di Minerva Dea della guerra.

    - 1 Agosto, Templum Martis Ultoris in Foro Augusti -  Dedicatio del tempio di Mars Ultor, Marte Vendicatore, nel Forum Augusti, costruito da Augusto dopo la battaglia di Philippi.

    - 15 Ottobre - October Equus, quando si svolgeva il sacrificio equino in onore di Marte, che si celebrava  in coincidenza con la fine della stagione agricola e delle attività militari.

    - 19 Ottobre - Armilustrium, In questo giorno le armi dei soldati subivano una purificazione rituale e riposte per l'inverno. La cerimonia della lustratio, si svolgeva sul colle Aventino. In questo luogo la tradizione vuole che sia stato sepolto il re sabino che regnò insieme a Romolo.

    Si festeggiava pertanto il giorno dell'uscita dell'esercito romano, l'inizio della stagione delle campagne militari annuali. Lo stato romano sentiva che era importante celebrare il dio della guerra per sostenere l'esercito anche moralmente.

    EQUIRRIA

    LA LUSTRATIO

    Nelle Equirria del 27 febbraio i sacerdoti tenevano i riti di purificazione dell'esercito, detti lustratio.
    "Tutti gli eserciti romani prima di scendere in campo furono lustrati" ( Dion Cass. XLVII .38 ; Appian, Hisp. C19, Civil. IV .89), e poiché questa solennità era connessa con la revisione delle truppe, la parola lustratio è anche usata nel senso moderno della revisione (Cic. ad Att. V .20 §2). I riti abituali in tali occasioni non sono menzionati, ma probabilmente somigliavano a quelli con cui una flotta fu lustrata prima di salpare e che sono descritti da Appian ( Civil. V .96). 

    "Gli altari furono eretti sulla riva e le navi con le loro truppe si radunarono in ordine vicino alla costa. Ogni corpo manteneva un profondo silenzio, e i sacerdoti in piedi vicino all'acqua uccidevano le vittime e portavano i sacrifici purificatori in piccole imbarcazioni tre volte attorno alla flotta. In questi giri erano accompagnati dai generali, ciò che pregava gli Dei per preservare l'armamento da tutti i pericoli. Allora i sacerdoti divisero i sacrifici in due parti, una delle quali fu gettata in mare, e l'altra bruciata sugli altari, mentre la moltitudine attorno pregava gli Dei" (Liv. XXXVI .42  e XXIX .27).

    CORSA DELLE BIGHE

    LA CORSA DEI CAVALLI

    Seguivano poi le tanto attese corse dei cavalli dove fiorivano le scommesse: i romani adoravano scommettere e la mania del gioco fino alla rovina era una malattia esistente anche all'epoca, Augusto ne fu una notevole testimonianza. Le corse si tenevano probabilmente nel Trigarium, terreno di allenamento delle gare equestri posto a sud dell'ansa del Tevere, vicino all'attuale Via Giulia. Naturalmente era posto fuori dal Pomerium, i confini sacri di Roma dove appunto l'esercito in armi non poteva entrare.

    Secondo altri questi ludi si tenevano nel Tarentum, luogo dove originariamente si tenevano i Ludi Tarentini, che più tardi diventeranno i Ludi Saeculares, oppure vicini all'Altare di Marte. Comunque in seguito gli Equirria vennero trasferiti nel Campo Marzio, sul Celio, al riparo dalle inondazioni del Tevere. La corsa dei cavalli avveniva con gli auriga sulle bighe (a due cavalli), con le trighe (a tre cavalli) e con le quadrighe (a quattro cavalli). Queste ultime erano piuttosto rare perchè quattro cavalli erano molto difficili da guidare, le più frequenti erano comunque le bighe.

    La gente urlava e si dimenava sui sedili e sui palchi dell'anfiteatro, senatori e plebe allo stesso modo, e pure le caste vestali a cui veniva concesso il posto in prima fila. Degli schiavi giravano tra le file vendendo cuscini, vino, lupini, focacce, datteri e dolciumi.

    La leggenda vuole che gli Equirria furono indetti per la prima volta da Romolo, il primo re di Roma, in onore del proprio padre, il Dio Marte, fatto testimoniato dal ritrovamento di antichi calendari romani, incisi nella pietra, dove entrambi erano raffigurati.

    Ma per l'Equirria tutta la città era in festa, perchè i romani amavano le corse dei cavalli e amavano i militari, soprattutto quando vincevano, ma i legionari vincevano sempre, o quasi sempre. Roma apriva tutte le sue tabernae e si riempiva di bancarelle con cibo e souvenir, perchè all'Equirria venivano da ogni parte del suolo italico o dell'Impero, era la corsa di cavalli più spettacolare che il mondo di allora potesse offrire. Inoltre era un'occasione per ammirare la favolosa Urbe, così bella e imponente come non ne furono costruite, nè prima di Lei, nè dopo la sua distruzione.


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  • 02/28/19--05:53: ELEFANTI DA GUERRA


  • ELEFANTI IN ORIENTE

    Gli elefanti da guerra erano esclusivamente animali maschi, scelti perché più veloci, più pesanti e più aggressivi delle femmine. La capacità di domare gli elefanti nacque nella Valle dell'Indo (Pakistan) circa 4.000 anni fa. In realtà venivano catturati selvatici e poi domati e addestrati per vari usi, soprattutto gli elefanti asiatici per le attività agricole.
    Per quel che si sa l'uso degli elefanti per la guerra iniziò attorno al 1100 a.c., come è menzionato in diversi inni in sanscrito. Sicuramente vennero introdotti nell'esercito persiano da Dario I (550 - 486 a.c.), proprio perchè aveva conquistato la valle dell'Indo e scoperto il loro uso.

    Il I ottobre del 331 a.c. Alessandro Magno (365 - 323 a.c.) dovette scontrasi con gli elefanti da guerra nella battaglia di Gaugamela, contro l'impero achemenide di Dario III (380-330 ac.). I quindici elefanti delle linee persiane fecero tremare le truppe macedoni si che Alessandro compì un sacrificio al dio della "Paura" (Phobos) la notte prima dell'attacco. Alessandro vinse la battaglia ma non se ne hanno i particolari, ma sicuramente tenne la cavalleria lontano dagli elefanti. 

    Passando alla conquista della Persia, Alessandro ormai conosceva talmente gli elefanti da usarne lui stesso nel suo esercito.
    Arrivato ai confini dell'India, Alessandro si scontrò con il re Poro nella battaglia del fiume Idaspe e si ritrovò ad affrontare una schiera di un centinaio di elefanti, che terrorizzò i soldati di Alessandro. Il re Poro dispose gli elefanti molto distanti l'uno dall'altro ma Alessandro fece allentare i ranghi dei suoi, permettendo agli elefanti di passare senza calpestarli, per poi colpirli con giavellotti e frecce quando cercarono di rigirarsi. 

    Molti conducenti di elefanti vennero uccisi dai giavellotti e in preda al panico gli elefanti scapparono, calpestando anche alcuni soldati indiani. Anche se Alessandro riuscì a vincere e a conquistare la zona, perse un gran numero di soldati ed il suo fidato cavallo Bucefalo, ma per l'attaccamento dell'elefante al re indiano, il re macedone risparmiò la vita a Poro e ai suoi 200 elefanti (che sopravvissero tutti).

    Alessandro venne a sapere in seguito, che i re dell'Impero indiano Magadha e Gangaridai avrebbero potuto schierare fra i 3000 e i 6000 elefanti da guerra, per cui interruppe l'avanzata in India. Al suo ritorno a Babilonia, Alessandro Magno istituì una forza di elefanti di guardia al suo palazzo e creò la posizione di "elefantarca", al quale fu affidato il compito di guidare le sue unità di elefanti durante le battaglie. I successori di Alessandro, i Diadochi usarono centinaia di elefanti indiani nelle loro guerre.

    I Seleuicidi fecero un largo uso degli elefanti da guerra, in particolare nel conflitto contro i Murya, conclusosi con un patto con cui l'impero Seleuicide cedette vasti territori orientali in cambio di 500 elefanti da guerra.



    ELEFANTI DA GUERRA IN OCCIDENTE

    Il successo dei questi animali in guerra si propagò ovunque. Egizi, Cartaginesi e Numidi iniziarono ad addomesticare gli elefanti, soprattutto un elefante nordafricano più piccolo di quello asiatico che si estinguerà a causa dell'eccessivo sfruttamento. Questa sottospecie, usata dagli eserciti punici, numidi e dagli egiziani tolemaici, non era equipaggiati con torrette perchè probabilmente più deboli. Si sa invece che l'esercito di Giuba I di Numidia pose le torrette sugli elefanti nel 46 a.c. 

    Plinio il Vecchio riporta come "gli elefanti vengano spaventati dal più piccolo stridio di un maiale" (VIII, 1.27). Si ricorda inoltre come un assedio di Megara sia stato infranto dopo che i Megaresi avevano imbrattato di olio dei maiali, dato loro fuoco e spinti verso la massa degli elefanti da guerra del nemico. Gli elefanti da guerra si imbizzarrirono per il terrore dei maiali incendiati e stridenti. In alcuni casi il problema veniva prevenuto allevando gli elefanti insieme a dei maiali, in modo da abituarli al loro stridio.
    Lo scrittore romano Vegezio nella Epitoma rei militaris (III libro) riporta, esempi, attrezzi e stratagemmi contro gli elefanti: per esempio uccidere i conducenti utilizzando i frombolieri o spaventarli col fuoco. Inoltre gli elefanti si muovono in maniera assai impacciata su un terreno sconnesso o montagnoso.

    - 280 a.c. - Molti elefanti da guerra furono usati contro le legioni di Roma, a cominciare dalla Battaglia di Heraclea, guidate dal console Publio Valerio Levino, contro gli eserciti della coalizione greca che univa Epiro, Taras (Taranto), Thurii, Metaponto ed Eraclea, sotto il comando del re Pirro d'Epiro.

    Pirro, accorso in aiuto di Taranto con 25000 uomini e 20 elefanti da guerra determinò il primo scontro tra il mondo ellenistico e quello romano, vinto dai Tarantino-Epiroti proprio grazie all'uso degli elefanti, che terrorizzarono i legionari. Ma i romani riuscirono ben presto a trovare il modo per sconfiggere gli elefanti, si che anche se persero nuovamente contro Pirro gli distrussero quasi tutto l'esercito. 

    - 279 a.c. - L’utilizzo di elefanti da guerra è attestato anche nella battaglia di Ascoli Satriano, nella quale, ci riferisce Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, XX, 12, 3 e 1, 6-8), i diciannove elefanti indiani di Pirro erano guidati da Indiani. In quest’occasione lo spavento che gli animali avevano suscitato in precedenza si era dissipato, come dimostra l’aneddoto riportato da Floro su Caius Minucidus, astato della IV Legione: avendo questi reciso la proboscide di un elefante ne aveva causato la morte, dimostrando come tali animali non fossero invincibili.

    - 275 a.c. - I Romani avevano ormai imparato a conoscere gli elefanti: infatti, nella battaglia di Benevento riuscirono ad avere la meglio sulle truppe epirote e tarantine (Floro, Bellorum omnium annorum DCC), facendo scagliare dai propri arcieri frecce infuocate e torce contro le torri montate dagli elefanti, in modo da farli imbizzarrire scompigliando le loro stesse truppe. Non solo i romani uccisero degli elefanti ma ne portarono vivi a Roma, dove suscitarono grande curiosità tra il popolo.

    MONETA CARTAGINESE

    - 262 a.c. - Nella battaglia di Agrigento (I guerra punica) quando i Cartaginesi assediati ricevettero tra i rinforzi sessanta elefanti (Diodoro, Op. cit., XXIII, 8), i Romani li catturarono e li inviarono a Roma. 

    - 255 a.c. - Ma i Cartaginesi vinsero poi grazie all’utilizzo di cento elefanti nella battaglia di Tunisi, combattuta contro Marco Atilio Regolo (Frontino, Stratagemmi).

    - 254 a.c. - Nella prima battaglia di Palermo, dove i romani conquistarono la città, Polibio narra che Cartagine mandò in Sicilia centoquaranta elefanti comandati dal generale Asdrubale.
     
    - 251 a.c. - Plinio il Vecchio (Storia naturale, VIII) e Floro (Bellorum omnium annorum DCC)) narrano che dopo il secondo assedio della città i Romani di Lucio Cecilio Metello, dopo la vittoria ottenuta sui Cartaginesi, catturarono centoquarantadue o centoventi elefanti. Frontino nei suoi Stratagemmata ci riferisce che dieci di questi elefanti furono catturati con gli stessi conducenti indiani e trasportati a Roma utilizzando delle file di botti unite fra loro.

    Plinio il Vecchio ci riferisce che Metello fu il primo a portare a Roma degli elefanti (Storia naturale, VII), ma sappiamo che già Manio Curio Dentato, in occasione delle guerre sannitiche, aveva portato per primo a Roma quattro elefanti.

    - 218 a.c. - Annibale Barca valicò le Alpi, giungendo in Italia con ventuno elefanti superstiti e durante la battaglia della Trebbia, a destra e a sinistra dello schieramento, pose davanti alle ali di cavalleria gli elefanti, e vinse la battaglia. I romani tuttavia imparavano a difendersi dagli elefanti.
    « I velites infatti, predisposti per questo, riuscirono a mettere in fuga i pachidermi con il lancio di dardi. E quelli che fuggivano erano colpiti sotto la coda, dove la pelle è meno spessa e possono essere colpiti»
    (Livio, XXI)
    Come narra Polibio, alla fine però gli elefanti, non abituati al freddo della Pianura Padana, essendo di origine nordafricana, morirono tutti eccetto Surus, il leggendario elefante di Annibale, passato alla storia come il più valoroso elefante di tutte le guerre puniche, che sopravvisse ma morì di malaria poco dopo. Alla sua morte Annibale costruì una città in suo onore.



    217 a.c. - Anche gli elefanti egiziani di Tolomeo IV (244-204 a.c.) nella battaglia di Raphia avevano delle torrette, e altrettanto gli elefanti cartaginesi. L'elefante della savana africana, molto più grande e aggressivo di quelli asiatici e nordafricani, non era facile da domare per cui raramente venne usato nelle battaglie.

    - 216 a.c. - Dopo Cartagine fece sbarcare a Locri circa quaranta elefanti in aiuto all’esercito di Annibale. Con la sconfitta di Asdrubale però gli altri venti elefanti che dovevano essere inviati ad Annibale fossero inviati in Spagna.

    - 207 a.c. - Asdrubale riuscì a portare attraverso le Alpi dieci elefanti addestrati in Spagna, che utilizzò poi nella battaglia del Metauro. 

    - 204 a.c. - Sette pachidermi furono mandati da Cartagine a Magone Barca in Liguria in aiuto di Annibale in Calabria.

    - 202 a.c. - Nella battaglia di Zama Annibale ebbe con sè ottanta elefanti, undici dei quali furono poi portati a Roma, ma la carica degli elefanti cartaginesi risultò inefficace. Annibale lanciò la carica degli elefanti ma ormai i Romani avevano imparato come trattare quelle enormi bestie; con trombe acute e alte grida spaventarono i bestioni che, imbizzarriti, si volsero contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese.
    Massinissa, che era posto di fronte a questa con i suoi cavalieri, approfittò della disorganizzazione per sbaragliare totalmente gli avversari diretti. Qualche elefante che non si era spaventato si avventò contro la fanteria romana. I manipoli degli hastati romani, utilizzando lo spazio libero, semplicemente si fecero da parte lasciando passare i bestioni lasciandoli alla mercé di princepes e velites che colpendoli di fianco e davanti li costrinsero alla fuga. Questi elefanti si avventarono contro l'altra ala della cavalleria cartaginese. Tra le condizioni di pace imposte ai Cartaginesi, Polibio riferisce che i romani richiesero la consegna di tutti gli elefanti.



    ELEFANTI ROMANI

    Dopo le guerre puniche, Roma riportò molti elefanti come premio e furono usati ampiamente nelle sue campagne militari per molti anni dopo.

    - 197 a.c. -  Nella II guerra macedonica (200-196 a.c.) Filippo V di Macedonia si alleò con il re di Siria Antioco III conquistando possedimenti egiziani nell'Egeo, ma anche minacciando flotte e città greche che si rivolsero a Roma, che, sebbene reduce dalla guerra contro Cartagine, decise di intervenire.

    I romani, già stremati dalla guerra si rivolsero allora agli stati greci, ma poté poi contare solo su pochi aiuti. Dopo inutili battaglie Roma affidò il comando a Tito Quinzio Flaminino che sconfisse Filippo nel 197 a.c. nella battaglia di Cinocefale (Tessaglia). Il ruolo degli elefanti a Cinocefale fu particolarmente determinante, in quanto la loro carica rapida mandò in frantumi la fascia sinistra Macedone, permettendo così ai romani di circondare e distruggere l'ala destra Macedone. Soltanto una anno dopo, nel 196 a.c. Flaminino proclamò la libertà della Grecia e nel 194 a.c. lasciò la Grecia insieme alle legioni.

    191 a.c. - Gli elefanti furono presenti anche negli schieramenti romani, nella battaglia delle Termopili  tra l'esercito seleucide di Antioco III il Grande e quello romano comandato da Manio Acilio Glabrione.

    - 190 a.c. - Per la battaglia di Magnesia Eumene II di Pergamo mise a servizio degli alleati romani sedici elefanti ma le forze seleucidi che ne avevano cinquantaquattro. Narra Tito Livio che nella Battaglia di Magnesia le truppe della Repubblica romana e della Dinastia seleucide di Siria (provincia romana) si affrontarono con un divario fra i 54 elefanti di Antioco, e i soli 16 elefanti romani. 
    «Quando Publio Scipione era in Lidia [poco prima dell'inizio della battaglia di Magnesia], osservò che l'esercito di Antioco era demoralizzato dalla pioggia, che cadeva giorno e notte senza interruzione, che sia i soldati sia i cavalli erano esausti, che anche gli archi erano stati resi inutili dagli effetti dell'umidità sulle loro corde, invitò il fratello ad iniziare la battaglia il giorno successivo, anche se era consacrata a feste religiose. L'adozione di questo piano portò infatti alla vittoria
    (Frontino, Stratagemata, IV, 7.30.)



    - 168 a.c. - Nella III guerra macedonica (171-168 a.c.) i romani guidati del console Lucio Emilio Paolo, si servirono di trentaquattro elefanti (secondo altri 22) e sconfissero la falange macedone di Perseo nella battaglia di Pidna. I romani ottennero gran successo nonostante secoli prima fu proprio Pirro a schierare gli elefanti in battaglia. La Macedonia fu divisa in quattro repubbliche, ognuna delle quali amministrate da un'assemblea composta dai rappresentanti di città e villaggi.

    - 134 a.c. - Viene richiamato in Hispania Publio Cornelio Scipione Emiliano, console per la seconda volta, con Gaio Mario, allora ventitreenne, e il greco Polibio, consigliere e amico personale del vincitore di Cartagine. C'è anche, alleato dei romani, il principe numida Giugurta che porta con sé dodici elefanti e si distingue per il proprio valore. Dopo quasi un anno di strenua resistenza, Numanzia capitola, Roma impone la sua signoria sulla massima parte della penisola iberica.

    - 46 a.c. - Nella battaglia di Tapso, Quinto Cecilio Metello si servì di centoventi elefanti, ai quali se ne aggiunsero poi sessanta di Giuba I (Cesare, La guerra d’Africa). La V Alaudae o V Gallica di Cesare, fu arruolata tra i nativi Galli e partecipò alle guerre galliche fino al 49 a.c., dando prova di essere una delle legioni più coraggiose di Cesare. Si racconta, infatti, che Giulio Cesare armò la sua Legio V (Alaudae - Allodole) con delle assi e comandò ai legionari di colpire le zampe degli elefanti. Così nella battaglia di Tapso nel 46 a.c., dopo aver sostenuto e respinto con grande coraggio una carica di grandi pachidermi africani, alla stessa fu dato come simbolo l'elefante.

    Floro (Op. cit., IV, II) riporta che gli elefanti di Giuba, da poco catturati dalle foreste e, quindi, non ancora addestrati al combattimento, si spaventarono al suono delle trombe, rivoltandosi contro le linee amiche. 

    Secondo Appiano gli elefanti erano trenta, ai quali poi se ne aggiunsero sessanta del re numida. A causa  di questo scontro l’elefante divenne l’emblema delle insegne della V Legione dei cesariani (Alaudae), poiché aveva resistito alla carica dei pachidermi (Appiano, Op. cit., II, 96). Cesare non fece mai uso di elefanti, basandosi soprattutto sulle strategie e la velocità delle sue truppe.

    - 43 d.c. - Gli Elefanti vennero usati nuovamente in Gran Bretagna, e lo stesso imperatore Claudio, si presentò ai celti britannici, sopra un elefante. Lo scrittore Pollieno riferisce che "Cesare aveva un grande elefante che era dotato di armatura con arcieri e frombolieri, effettuati nella sua torre. Quando questa creatura sconosciuta entrò nel fiume i britannici e i loro cavalli fuggirono, permettendo così ai romani di attraversare il fiume indisturbati.
     
    Da allora i Romani non utilizzarono più gli elefanti per scopi bellici, ma li impiegarono per i giochi da circo.

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  • 03/02/19--04:28: CULTO DI MARICAE
  • LA DEA MARICA

    La Dea Marica è una divinità italica, una Grande Madre, dell'acqua e delle paludi, signora degli animali, protettrice di neonati e bambini e Dea della fecondità. Ricorda Diana, la triplice Dea della vita, della crescita e della morte. Il suo nome deriva probabilmente dalla base mediterranea "mara" che significa "palude".

    Nella fase primitiva c'era solo un lucus, privo di edificio templare, probabilmente con un altare graminaceo degli inizi del VII sec.a.c.. Seguirono poi i templi in muratura.

    PINETA DI BAIA DOMITIA - LUCUS MARICAE


    TEMPIO DI MARICA A MINTURNAE

    Il tempio più antico, edificato dagli Aurunci (Ausonui) tramite maestranze etrusche presso Minturno, nel VII - VI sec. a.c. sulla riva destra del fiume, era orientato ad ovest (dove all'epoca doveva scorrere il Garigliano), a circa 400 m dalla foce, ed il primo gradino della scala d'accesso doveva trovarsi a livello dell'acqua, così che si accedeva solo per mezzo di imbarcazioni.

    STATUINA ARCAICA DELLA DEA MARICA
    Sulla sponda sinistra-Sud si estendeva invece il bosco sacro, il Lucus Maricae a lei dedicato, oggi la pineta di Baia Domizia. Il tempio era costruito con blocchi di tufo grigio provenienti dalle cave a sud del monte Massico (prov. Caserta in Campania)..
    La finalità del tempio, collegata alla navigabilità del suo corso, ha condizionato tanto il suo orientamento originale quanto quello di epoca romana e, da questo punto di vista, definisce il tempio di Marìca come anomalo rispetto agli altri edifici templari italici.

    Infatti verso la fine del I sec. i Romani dovettero riedificarlo su un podio in opera cementizia eretto sull'antica platea del VI sec. ma con orientamento opposto, cioè verso il fiume, il cui corso, presso la foce, era evidentemente cambiato. Infatti il materiale più antico è in tufo nero, mentre quello romano è un conglomerato cementizio rivestito da mattoni con zoccolo in travertino.
    Il tempio venne edificato in antis (mura laterali fino all'altezza delle colonne), con due colonne sul fronte, cella quadrata ed opistòdomo (con cella davanti e tesoreria dietro, ambedue colonnate sui fronti).

    «Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale in quanto lo si faccia per il sacrificio. Se qualcuno [contro queste disposizioni] lo profanerà, faccia espiazione offrendo un bue a Giove ed inoltre paghi 300 assi di multa. Il compito di far rispettare l'obbligo tanto dell'espiazione quanto della multa sia svolto dal dicator.»

    RESTI DEL TEMPIO DI MARICA PRESSO LA FOCE DEL GARIGLIANO A 500 M DALLA RIVA
    Questa epigrafe è della lex spoletina relativa al lucus di Spoleto, ma era anche relativa a qualsiasi lucus, o bosco sacro. Infatti il bosco non poteva essere tagliato e se un ramo cadeva si lasciava a terra, nessun frutto, nessuna bacca poteva essere colta, nè si poteva uccidere o togliere qualsiasi animale dal bosco perchè in quanto abitatore del lucus era anch'esso sacro. 

    Si facevano eccezioni per la festa della divinità del lucus, in cui i sacerdoti tagliavano ritualmente dei rami (in genere con un falcetto d'argento) e li donavano ai fedeli che li portavano prima in processione con la statua della Dea e infine alle proprie case, dove il ramo veniva cosparso di olii profumati e infine bruciato ritualmente.

    Come si vede nella figura sopra, ancora oggi qualcuno accorre ai resti del santuario della Dea Marica facendola oggetto del proprio culto e offrendole candele rituali. Certi culti restati da sempre nelle campagne furono la causa della Santa Inquisizione che vide la stregoneria in queste manifestazioni.

    AFRODITE PONTIA ED ARTEMIDE, SANTUARIO EMPORICO DEA MARICA
    ANTIQUARIUM DI FRAGELLAE
    Di certo le religioni politeiste furono molto più poetiche, suggestive e mitiche delle severe e cupe religioni monoteiste basate sui doveri e sull'obbedienza. Nelle politeiste i fedele poteva scegliere la divinità che più gradiva e sentiva affine. Le guerre di religione non si fecero mai per le religioni politeiste, ma solo per le monoteiste, piuttosto cupe, intransigenti e molto tese all'acquisizione del potere. A volte però le religioni dovevano la loro durezza non al culto originario ma alla loro interpretazione successiva.

    Il poeta Claudius Claudianus (370 – 404) in un suo panegirico, ci informa che il bosco in questione era un querceto (querceta Maricae), probabilmente costituito da Lecci ed alloro. Plutarco ribadisce che qualsiasi oggetto rituale venisse introdotto nel bosco non potesse essere asportato, ed era assolutamente vietato tagliare gli alberi. I romani portavano le offerte nel bosco in genere costituite da primizie, vino ed altri frutti della terra, e piccole statuette votive in terracotta.

    Si appendevano ai rami o si poggiavano sulle are, oltre ai nastri votivi, i "satura lanx", cioè le ciotole con il misto di primizie della terra destinate all'offerta per la Dea. Le offerte per La Grande Madre non erano mai cruente perchè anche gli animali erano figli della Dea.

    A 26 SECOLI DI DISTANZA LA PIETAS POPOLARE
    OFFRE ANCORA CERI ALLA DEA MARICA
    I riti per onorare la Dea erano pertanto molto semplici, bruciare un'erba odorosa su un'ara o sugli altri altari improvvisati con rami d'albero, o gettare nell'acqua del fiume o della palude coroncine di fiori oppure le statuette votive in terracotta. Nel bosco i luoghi più sacri erano le sorgenti, le radure, i massi di roccia, le caverne naturali, le cascatelle dei fiumi, gli stagni, gli alberi, una zona satura di funghi, o piante acquatiche, o piante medicamentose. 

    Nel traversare un bosco, dopo aver ottenuto il consenso dei sacerdoti, nel raccogliere erbe curative o mangerecce selvatiche, nell'attingere acque a una fonte o nel bagnarsi in un fiume, ci si rivolgeva alla divinità del luogo e le si faceva una preghiera e un'offerta.

    Il Lucus era allora circondato da un'estesa e profonda palude, la cosiddetta "palus maricae" che si estendeva su entrambe le sponde del fiume, traversata dal fiume Liri prima di allargarsi alla foce. La palude aveva un significato di morte e di resurrezione, in quanto il suo fondo era limaccioso e pericoloso come il mondo infero. nella palude si nascondeva infatti il lato infero della Dea, a cui era associata sia la vita che la morte, ma anche il ciclo della rinascita.

    A Marica vennero associate dai greci campani, cioè della Magna Grecia, Afrodite pontia e Artemide, come si vede dale statuine reperite nel santuario dell'emporio campano.


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  • 03/03/19--04:31: AMPHIPOLIS (Grecia)
  • ALESSANDRO MAGNO
    Amphipolites, o Amphipolitanus fu una città Macedone, originariamente una città dei Traci dal nome di Ennea Hodoi, "Nove strade", situata su un'altura sulla riva sinistra del fiume Strymon lungo la via che costeggiava il fiume. La sua posizione era importante perchè posta sul passaggio che attraversava le montagne fino al golfo Strimonikos, che permetteva le comunicazioni tra la costa e le grandi pianure macedoni.

    Nei pressi di Anfipoli c’erano le ricche miniere d'oro e d'argento del Monte Pangaeus, una ricchezza che spinse Aristagora di Mileto a tentare per primo di colonizzare l’ area, ma fu sconfitto dagli abitanti del luogo, gli Edoni (Traci), nel 497 a.c.. Poi furono gli Ateniesi a tentare la colonizzazione del territorio, con 10.000 uomini e alleati vari, ma vennero annientati dai Traci nella battaglia di Drabescus nel 465 a.c..

    La fondazione di Anfipoli, infine, nel 438/437 a.c., al tempo di Pericle, dal generale Hagnon, figlio di Nicia, che, aiutato ora dai Traci, vi fondò una città, a cui diede il nome di Amphipolis, la città dalle nove strade. Fu un grande successo per gli Ateniesi, il cui scopo principale era quello di assicurare il controllo del ricco entroterra di Strymon e delle miniere di Pangaion.



    Il loro successo, tuttavia, fu di nuovo breve, perché alla fine del primo decennio della guerra del Peloponneso (442 a.c.) Anfipoli si staccò dalla sua città madre, Atene, e rimase indipendente fino alla sua incorporazione nel regno di Macedonia da parte di Filippo II (357 a.c.).

    Su tre lati la città era difesa dal fiume Strymon, e dall'altro Agnon fece costruire un muro che si estendeva da una parte all'altra del fiume. A sud della città c’ era un ponte che metteva in comunicazione la Macedonia e la Tracia.

    Amphipolis divenne ben presto una città importante ma nel 424 a.c. si arrese al generale spartano Brasida che la invase senza praticamente combattere. Lo storico Tucidide, che comandava la flotta ateniese, accorso per fermare gli spartani, cercò di salvare il porto di Amphipolis, ma non vi riuscì.

    LEONE DI ANFIPOLIS
    Atene indignata cacciò Tucidide e nel 422 a.c. inviò un grande esercito sotto il comando del generale Cleone per riprendersi la città. Il tentativo però non riuscì, gli Ateniesi furono sconfitti con notevoli perdite, ma sia Brasida che Cleone, i due generali nemici, caddero in battaglia.

    "Non appena vediamo il movimento degli Ateniesi",  i Brasidi si staccarono dalle alture di Kerdylion e tornarono ad Anfipoli. Cleon, avanzando in segno di riconoscimento, apprende quindi che c'è chiaramente nella città tutto l'esercito nemico  ma, ha deciso di rifiutare la lotta prima di ricevere rinforzi, [...] diede il segnale di ritirarsi. [... Brasidas] inizia a correre, proprio di fronte a lui, sulla strada, verso il punto più ripido dove c'è attualmente un trofeo. 


    ORESTE ED ELETTRA
    Spinge il centro degli ateniesi, spaventato dal loro disordine e stupefatto dalla sua audacia. Li mette in fuga [...]. Brasidas avanza verso l'ala destra, ma è ferito, cade, senza che gli ateniesi se ne accorgano.[...] Brasidas era stato allevato e trasportato, ancora vivo, dal campo di battaglia alla città. 


    Ha avuto il tempo di imparare la vittoria delle sue truppe, ma quasi subito dopo lo ha abbandonato il suo fantasma. Il resto del suo esercito tornò dall'inseguimento con Kle'aridas, spogliò i morti e sollevò un trofeo. Gli alleati seguirono in armi i resti di Brasidas, che fu sepolto a spese dello stato all'interno della città stessa, all'ingresso dell'attuale piazza pubblica. Nella suite, il monumento era protetto da un rivestimento in pietra. 

    Gli anfipolitani gli dedicarono una temerarietà come eroe e stabilirono in suo onore giochi e sacrifici annuali. Considerandolo il loro vero fondatore, gli dedicarono la colonia, rase al suolo i monumenti eretti in onore di Hagnôn e fecero sparire tutto ciò che poteva ricordare che la colonia era stata fondata da quest'ultimo ".
    (Tucidide)

    Amphipolis  mantenne così la sua indipendenza ma nel 421 a.c. gli Ateniesi strinsero un patto con gli Spartani, per riprendersi la città, però i cittadini si ribellarono. Poi si allearono con Olinto, città greca della Calcidica, e con il suo aiuto riuscirono a respingere definitivamente Atene.

    Siamo nel 359 a.c., Filippo il macedone dichiarò Amphipolis città libera, ma l'anno successivo, nel 358, la prese d'assalto e la conquistò. Appartenne così ai Macedoni fino alla conquista Romana nel 168 a.c.. I Romani la resero invece una città libera, e divenne la capitale del primo dei quattro distretti in cui divisero la Macedonia.

    VILLA ROMANA DI AMPHIPOLIS


    I RESTI

    La divinità principalmente venerata ad Anfipoli era Artemide Tauropolos o Brauronia (Diod. XVIII. 4;.. Liv XIV 44), la cui testa appare frequentemente sulle monete della città e delle rovine del suo tempio. Altri scavi hanno portato alla luce parti di abitazioni del IV sec. del periodo ellenistico e romano. In una casa di epoca romana, un mosaico raffigura il Ratto di Europa.

    Durante le guerre balcaniche del 1912-13, frammenti di una grande statua furono scoperti sulla sponda Ovest del fiume Strymon nei pressi dell’attuale ponte. Lo scavo del sito ha rivelato fondamenta di una struttura che ha effettuato una base a forma di piramide per un leone.

    HIDRIA IN CERAMICA VETRIFICATA IV SEC.
    La statua fu ricostruita nel 1936 su una base moderna ma con materiale antico. Si ricostruì così il leone di Anfipoli, che appartiene ad un grande monumento funebre che si pensò essere dell’Ammiraglio di Alessandro il grande, Laomedonte, dell'ultimo quarto del IV secolo a.c..

    Una vastissima e ricca necropoli di epoca ellenistica fu scavata infatti a Nord della città, circa 440 tombe di vario tipo: a pozzo, a tetto di tegole, a scatola, a sotterranei scolpiti. Nel mezzo del sito, c'è un grande spazio vuoto, una sorta di bacino, i cui scavi ancora molto parziali non hanno chiaramente definito l'uso.

    Sembrerebbe che una piccola struttura arrotondata nell'angolo nord-ovest fosse un'officina. Nel sud-ovest, ci sono tre compartimenti rettangolari. Poiché le loro pareti e il loro fondo sono rivestiti con malta impermeabile e impermeabile, si pensa che siano delle cisterne.

    Tre tombe "macedoni" costruiti con pietra calcare e con tetti a volta, vennero scoperte a Nord e a Est della città, costituite da un ingresso, una camera mortuaria, e da un'anticamera. Nelle tombe sono state trovate statuine di terracotta, vasi, lapidi, e gioielli in oro modellati in ghirlande di rovere o di olivo, foglie, diademi, orecchini, anelli, collane e ciondoli. Le lapidi coprono il periodo che va dalla fine del V sec. a.c. all'età romana imperiale.

    Altri scavi hanno portato alla luce parti di abitazioni del IV sec. del periodo ellenistico e romano. In una casa di epoca romana, un mosaico raffigura il Ratto di Europa. Sul bordo della collina, nei resti di un edificio, un'iscrizione ricorda che si trattava del Tempio di Clio.

    Delle fortificazioni menzionate dallo storico Tucidide, fu scoperta nella parte più a ovest della città, una grande sezione del muro di cinta. Infatti grossi blocchi di pietra di un lungo muro diretto verso il fiume, si sono conservati, allineati lungo il crinale della collina, a Sud Est delle città.




    AMPHIPOLIS ROMANA

    Dopo la conquista romana della Macedonia nella battaglia di Pidna, (168 a.c.) da parte di Lucio Emilio Paolo (229-160 a.c.) divenne la capitale di uno dei quattro distretti amministrativi nei quali fu divisa la Macedonia, ed esattamente della Macedonia Prima, una delle quattro divisioni in cui era divisa. 

    Il periodo romano fu un periodo di grande prosperità. Nell'82 a.c. Anfipoli venne presa da Mitridate VI del Ponto, alleato di Lucio Cornelio Silla. Gneo Pompeo Magno vi cercò rifugio dopo la sconfitta subita ad opera di Cesare nei pressi di Farsàlo nel 48 a.c.

    Dopo la battaglia di Filippi del 42 a.c. la città ebbe lo statuto di civitas libera, che non doveva pertanto versare tributi a Roma, ed emise monete che commemoravano l'evento. Nel 31 a.c. fu la base per la flotta romano-tolemaica di Marco Antonio (83-30 a.c.) e Cleopatra regina d'Egitto (70-30 a.c.), prima della loro sconfitta ad Azio.

    NETTUNO
    Crebbe ancora di prosperità in epoca augustea e nei primi tre secoli dell'impero romano, come attesta una ricca emissione di monete, divenendo un faro di cultura e uno snodo di commerci.

    Come stazione sulla Via Egnatia e come capitale di un ricco entroterra, la città è crebbe economicamente e culturalmente. In effetti subì poi devastazioni e saccheggi, ma con il sostegno degli imperatori romani, in particolare di Augusto e di Adriano, rimase uno dei centri urbani più importanti della Macedonia fino alla tarda antichità. 

    La prosperità della città si riflette nei suoi edifici monumentali con pavimenti a mosaico complessi e policromi e variegati dipinti murali, nonché i reperti archeologici portati alla luce negli scavi.

    Dopo le invasioni degli slavi nel tardo VI sec. d.c., l'Amfipolis gradualmente si spopolò fino a essere completamente abbandonata nell'VIII secolo. Nella zona sono state rinvenute diverse lapidi, rilievi votivi e statue, oltre a numerosi vasi che testimoniano un intenso traffico commerciale.

    LE MURA

    LE MURA

    Amphipolis negli scavi del 1971 e degli anni successivi è stata scoperta la sua cinta muraria per una larga estensione, c.a 7450. La fase più antica delle mura si fa risalire all'epoca della fondazione coloniale da parte dello stratega ateniese Agnone (438-437 a.c.), ma si distinguono successivi rifacimenti che si datano in epoca ellenistica.

    Lungo questa cinta muraria sono state individuate cinque porte (Α-E). Le ricerche condotte da D. Lazaridis hanno rilevato che il muro έκ ποταμού ές ποταμόν di cui parla Tucidide (IV, 102) non aveva l'andamento della corda di un arco, come si credeva precedentemente, ma costituiva il braccio meridionale dell'enorme cinta muraria della città antica. Del perimetro esterno i tratti meglio conservati si trovano lungo il braccio occidentale e lungo quello settentrionale, dove gli scavi hanno messo in luce tre porte (A-C).

    Ma la città ebbe due cinte murarie: una più esterna, detto il "lungo muro" di 7,5 km di perimetro, che circondava anche aree esterne alla città, cioè i campi coltivati con le case dei contadini che assicuravano la sopravvivenza, e una più interna, di 2.200 m di lunghezza, che difendeva il centro urbano vero e proprio.

    TETRADACMA DI ANFIPOLI
    In alcune parti le mura sono tuttora conservate per un'altezza di 7–8 m. La cinta era dotata di torri, alcune a pianta quadrangolare, altre a pianta circolare, costruite in blocchi di poros ed era provvista di aperture per un sistema di scolo delle acque piovane.

    Alla prima età imperiale appartengono, rinvenute nella porta D del braccio meridionale della cinta, le basi onorarie, con iscrizioni, delle statue bronzee di Augusto, «fondatore della città» e del proconsole Calpurnio Pisone, indicato come «patrono e benefattore della città».

    La porta E, individuata lungo il tratto orientale della cinta, appartiene al muro della fase romana, ma occupa il posto di una porta più antica di epoca classica. Entro il grande peribolo esterno è stata localizzata, e in parte scavata, l'acropoli interna, la cui ultima fase risale a epoca romana e paleocristiana.

    IL PONTE LIGNEO

    IL PONTE LIGNEO

    L'antico ponte che ha svolto un ruolo molto importante nel flusso della storia dell'antica Anfipoli, e che è stato menzionato da Tucidide, viene rivendicato dall'archeologo Dimitris Lazaridis. Il ponte di Amphipolis è stato un importante esempio di progetto di ingegneria antica, ed è stato un elemento chiave di trasporto.

    "Sono stati rinvenuti infatti circa 1250 pali e tronchi di alberi appartenenti alla fortificazione e l'infrastruttura del ponte. Ne sono stati tirati verso la superficie 220, e la vista è impressionante, ma non possiamo andare alla scoperta della restante prima risolvere tutti i problemi di manutenzione del legno", ha scritto sulla scoperta Martedì 19 settembre 1978 Dimitris Lazaridis.

    "Queste incredibili fortificazioni di legno appartenenti all'era classica, hanno tenuto perfettamente nell'umidità, ma rischiano di essere distrutte se cambiano ambiente. Certamente non possiamo spostarli all'interno, dove avremmo condizioni di temperatura e umidità costanti ma perderemmo il loro significato. Ora con i 220 poli, che sono sotto il capannone, stiamo facendo la prima manutenzione con l'aiuto degli specialisti. "

    GLI SCAVI

    PALESTRA E GINNASIO

    Tra gli edifici pubblici sono stati scavati in parte la palestra e il ginnasio, che risiedono nel settore SE della città. La palestra è dotata di varie stanze organizzate intorno a un cortile centrale con peristilio di colonne doriche e all'angolo NE possedeva delle vasche per lavarsi.

    Sul lato E si apre un ingresso con scalinata monumentale, mentre un secondo ingresso si trova sul lato O, fiancheggiato da una strada lastricata. A S dell'ingresso E è stato scoperto un piccolo sacello probabilmente dedicato a Hermes e a Eracle, il cui culto nel ginnasio è documentato da iscrizioni votive recuperate all'interno dell'edificio.

    Interessante il brano di una lettera di Filippo V 183 a.c. ai curatori del ginnasio, e un testo di legge sui ginnasi, del 23/22 a.c. L'edificio probabilmente distrutto dai Traci in rivolta, poi però restaurato da Augusto agli inizi del I sec. d.c. che vi fece aggiungere il propileo ionico di ingresso, aperto sul lato Ν dell'edificio, che conduce al grande cortile del ginnasio.

    Sul lato O. del cortile alcuni edifici con la cisterna che forniva l'acqua per le terme delle palestra, mentre sul lato Ν è stato localizzato e scavato la sala di esercizi del ginnasio con al centro un grande altare. Il tutto sembra risalire addirittura al IV sec. a.c. Cadde in rovina a causa di un incendio nella prima metà del I sec. d.c. e venne abbandonato.



    I SANTUARI

    I santuari maggiori non sono stati localizzati ma solo testimoniati dalle iscrizioni (Artemide Tauropòlos, Eracle, Asclepio, ecc.) e dai doni votivi conservati (statue, rilievi, figurine).

    CORONA D'ORO
    Il Santuario di Artemide Tauropòlos, Dea protettrice di Αnfipoli, noto dalle fonti antiche, dovrebbe essere localizzato sull'acropoli, nella zona delle basiliche paleocristiane che ne dovrebbero aver causato la distruzione.

    In effetti Anfipoli è piena di basiliche cristiane sorte sulle rovine o con i materiali degli antichi santuari, come fu in uso dalla accanita iconoclastia cristiana.

    Dagli scavi sono emersi dei piccoli santuari, come quello di Clio, uno dei più antichi di Αnfipoli, dove secondo le fonti si venerava anche Ressos, il figlio della musa. L'iscrizione più antica del santuario si data nel IV sec. a.c. Un altro santuario, dedicato probabilmente a una ninfa, da cui provengono materiali che risalgono alla fine del V sec. a.c., è stato scavato all'esterno del muro Ν di Amphipolis. 

    Un Santuario di Attis, nel settore NO della città, all'interno delle mura, è invece di epoca romana. All'esterno della cinta, è stato scavato un santuario ipetrale (scoperto del tetto sul centro) di Cibele e di Attis, di età tardo-ellenistica e romana.



    LE ABITAZIONI

    Tra gli edifici di abitazione, si notano una casa di età classica (IV sec. a.c.) e una casa ellenistica, quest'ultima con pregevoli pitture murali a motivi ornamentali, che costituiscono un nuovo anello di collegamento tra la pittura romana e la grande pittura della Macedonia.

    Di epoca romana un notevole complesso edilizio, denominato "Villa Romana" con pavimenti a mosaico, con un emblema con il ratto di Europa, una raffigurazione di Hylas rapito dalle ninfe e una con il mito di Posidone e Amymone. L'edificio farebbe parte di un complesso più grande, di cui farebbe parte un'altra costruzione, sempre romana, situata a breve distanza, dell'altra. Avendovi reperito una statua di ginnasiarca con iscrizione, il complesso potrebbe identificarsi con il ginnasio di età imperiale.




    LA TOMBA DI ANFIPOLI

    Il sito era già noto agli archeologi fin dagli anni ’60 quando gli scavi nella enorme tomba a tumulo della collina di Kasta furono avviati dal grande archeologo greco Lazaridis; interrotti per lungo tempo, sono ripresi negli ultimi tre anni, nonostante i pochi fondi a disposizione, grazie all’impegno della Soprintendenza alle Antichità Preistoriche e Classiche, mentre solo da pochi mesi l’area archeologica è diventata accessibile ai media.

    Gli archeologi e gli storici hanno confermato che la tomba scoperta presso la collina di Casta di Anfipoli appartiene all'era di Alessandro Magno. In effetti un fregio dettagliato che raffigura un guerriero che indossa un caratteristico imbrago macedone e le armi dei morti che guidano una processione funebre costituirebbe una chiara indicazione dell'epoca. La scoperta è stata fatta circa 20 mesi dopo aver dissotterrato la tomba.

    Il guerriero assomiglia ad altre raffigurazioni di Alessandro Magno. Lo stile del rilievo corrisponde alla data stimata del monumento, che secondo il capo degli scavi Katerina Peristeri dovrebbe appartenere all'ultimo quarto del IV secolo. Il fregio deriva probabilmente dalla base della famosa statua del leone.

    INTERNI DELLA TOMBA
    Questa scoperta,  secondo gli esperti, collegherebbe la tomba ad Alessandro Magno. Infatti, solo alcuni mesi fa, l'architetto Michalis Lefantzis ha affermato che la persona sepolta nella tomba di Anfipoli sarebbe Efestione, il migliore amico e compagno guerriero di Alessandro Magno.

    Il capo degli scavi a Nicosia afferma che la tomografia scannerizzata ha rivelato che
    "Si vedono le armi di un guerriero. C'è la forma di un carro. Si vede un toro al centro mentre a destra e a sinistra ci sono due centauri. C'è una vittoria alata sul ponte di una nave che appare chiaramente. Poi altre forme alate  tipo sfingi in quello che sembra essere un raduno di Dei. È qui che viene trasferito il defunto, a un raduno di Dei".

    Abbiamo monete in bronzo di Alessandro III (336-323 a.c.) di Anfipoli che recano il monogramma di Alessandro. C'erano anche monete di Cassandro, re di Macedonia dal 305-297 a.c., oltre a monete di bronzo della regione di Anfipoli."



    Gli archeologi hanno tratto conclusioni riguardo alla Tomba di Anfipoli.
    Dichiarano che è stato commissionato e finanziato da Alessandro Magno in onore del suo amatissimo amico Efestione.

    Fu progettato dall'architetto Dinokrates o Stesikrates e fu costruito alla fine del IV sec. a.c. da Antigono I Monoftalmo.
    I risultati sono basati su nuovi reperti dopo la decodifica di tre iscrizioni trovate di recente intorno all'area in cui è stato trovato il Leone di Anfipoli, a pochi km a sud della tomba.

    Le nuove scoperte sono state presentate ad un evento presso l'Università Aristotele di Salonicco, intitolato "Searching Kasta Hill in Amphipolis 2012-2014". Questo è stato il primo evento aperto in cui ha parlato l'archeologa Katerina Peristeri, guida dell'Anfipoli.


    "Il segreto della costruzione del monumento di Anfipoli si trova sulla cima del monumento dove è stato posizionato un palo di legno per sostenere il leone", ha detto Michalis Lefantzis, l'architetto responsabile dello scavo.

    Le complesse iscrizioni che informavano del nome "Efestione", specificavano che "Antigono ricevette materiale da costruzione per l'erezione di un monumento in onore di Efestione ..."
    La Peristeri, dopo aver presentato i reperti accumulati finora, ha dichiarato di non essersi mai spostata dal suo punto di vista iniziale che il memoriale era stato costruito alla fine del IV sec. a.c.

    Nei giorni scorsi il Ministero della Cultura greco ha diffuso le immagini di due grandi cariatidi a mezzo busto, di mezza tonnellata ciascuna, che vanno ad aggiungersi alla coppia di straordinarie e monumentali sfingi acefale ed alate che presidiano l’ingresso all’interno del tumulo, ed al leone alto cinque metri simbolo di Alessandro il Grande che campeggiava in cima.

    RATTO D'EUROPA
    Continuano così a inseguirsi cautamente le ipotesi degli studiosi intorno alla possibilità che si tratti davvero della ormai leggendaria tomba del grande Macedone, sebbene non si escluda possa appartenere a qualcuno a lui molto vicino, come la moglie, un figlio o anche qualche alto funzionario di corte.

    Certo è che la costruzione è dieci volte più grande della tomba del padre di Alessandro, Filippo II di Macedonia. Molto probabilmente il mistero si chiarirà appena gli archeologi saranno riusciti ad entrare nella camera funeraria.

    PRIMA CARIATIDE DELLA TOMBA
    La tomba si colloca tra il 325 e il 300 a.c.. ed è all’interno di un tumulo circondato da un recinto di 497 metri, un cerchio realizzato in marmo di Thassos che, come emerso nel corso del ventisettesimo sinedrio archeologico svoltosi lo scorso marzo all’Università Aristotele, risulta realizzato con impressionante precisione geometrica.
    Dopo le ultime scoperte lo stesso premier greco Antonis Samaras si è voluto personalmente recare sul sito insieme al ministro della Cultura Costas Tasoulas dicendosi commosso per come quel “grande mosaico che è la storia greca” sia capace di “continuare a sorprenderci rivelando tesori inestimabili”.

    I nuovi ritrovamenti giungono in un momento delicato della storia nazionale greca per cui essi assumono un significato storico ed ideale molto forte: “in questo periodo di crisi la nostra Storia ci viene in soccorso”, ha concluso il premier.
    Secondo i testi storici, Alessandro Magno morì a Babilonia nel 323 a.c., forse in seguito a un attacco di malaria o di febbre tifoide. Il corpo sarebbe stato poi conservato nel miele e posto su un carro funebre destinato, secondo alcuni resoconti, verso la Macedonia, la sua terra natale. Ma durante il viaggio, racconta Worthington, Tolomeo, uno dei generali preferiti da Alessandro, “rapì il cadavere del re per seppellirlo da qualche parte in Egitto. Scommetto che Alessandro Magno non è nella tomba di Anfipoli!

    Altri archeologi ritengono invece che la tomba conservi i resti di un membro della famiglia del re: forse della madre Olimpia, della moglie Rossane o del figlio bambino che portava il nome del padre. Infatti alla morte di Alessandro Magno, i suoi generali si spartirono l’Impero, ma uno di loro, Cassandro, per assicurarsi il trono di Macedonia fece assassinare gli eredi diretti del re, compreso il figlio illegittimo Eracle. Ma è possibile che i ricchi seguaci di Alessandro avessero fatto costruire il maestoso tumulo funerario per almeno uno di loro.

    Si tratta di una tomba enorme, e si presume che sia stata costruita per una persona ricca e prestigiosa”, commenta Hector Williams, archeologo della University of British Columbia di Vancouver. Perciò, se la tomba risultasse del tutto intatta e inviolata, e ci fossero chiari indizi sull’identità del proprietario, alcuni appassionati di storia potrebbero presto riscuotere le vincite delle loro scommesse.

    SECONDA  CARIATIDE DELLA TOMBA
    La nuova scoperta di una tomba fatta di pietra calcarea contiene una bara di legno con uno scheletro umano integrale. La tomba è stata trovata a 1,60 metri sotto il pavimento della terza camera. Le dimensioni esterne sono di 3,23 metri per 1,56 metri e all'interno della tomba c'è una parte cava larga 0,54 metri e lunga 2,35 metri. Si stima che l'altezza della tomba fosse di 1,80 metri. Inoltre, l'altezza totale dal basso al soffitto è di 8,90 metri.

    Gli archeologi hanno informato i giornalisti che all'interno della tomba c'era una bara di legno contenente un intero scheletro umano. L'implicazione della bara deriva dal fatto che all'interno della tomba c'erano circa 20 chiodi di ferro e rame e diverse decorazioni a forma di bara fatte di ossa e vetro. All'interno della tomba, lo scheletro umano trovato era quasi intatto. Lo scheletro sarà trasferito in un laboratorio per un test del DNA per determinare il sesso e l'età dei morti.




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    La casa del bracciale d'oro, una delle più ricche ville urbane dell’Insula Occidentalis di Pompei, detta pure Domus di Marco Fabio Rufo, prende il nome dal ritrovamento di un bracciale d'oro dell'incredibile peso di 610 g composto da un laccio che termina con due teste di serpente, i cui occhi sono rappresentati con pietre preziose, che reggono con la bocca una medaglia con la rappresentazione di Selene.

    Un bracciale di peso eccezionale e di ottima fattura, che dimostra anche che la sua proprietaria fosse particolarmente seguace del culto di Selene, un culto più orientale che italico, anche se poi venne assimilato a Diana. Molti sono gli affreschi ritrovati anche se in parte sono stati staccati per ragioni di conservazione.

    IL BRACCIALE D'ORO CHE DA IL NOME ALLA VILLA

    IL BRACCIALE D'ORO
     
    L'armilla, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è costituita da una verga che termina con due teste di serpente i cui occhi sono composti da pietre preziose. Le teste tengono nelle fauci un disco sul cui è rappresentato un busto di Selene, sormontata da un crescente lunare e da sette stelle, che regge un velo rigonfio a forma di nimbo. 

    Questo fu rinvenuto in un sottoscala della domus dove si erano rifugiati due adulti con un bambino in tenera età il giorno dell'eruzione del Vesuvio. Evidentemente uno dei due adulti aveva tentato di salvare il prezioso bracciale, un altro fuggiasco portava invece con sé una cassettina in legno e bronzo con 40 monete d’oro e 175 in argento. Ma naturalmente tutti vi trovarono la morte e i loro calchi sono tutt'ora esposti al museo. 

    CASA DEL BRACCIALE D'ORO VISTA DALL'ESTERNO


    GLI SCAVI

    La casa venne esplorata in epoca borbonica tra il 1758 e il 1763 e di conseguenza senza metodicità e con grande asporto di oggetti. 

    Il pianoterra, che ha ingresso dal vico del Farmacista, presenta l’impianto della domus con l’atrio tuscanico fiancheggiato da cubicoli e, sul lato nord, un triclinio dai pavimenti asportati e un’ala che subì almeno tre trasformazioni.

    Da cubicolo, con decorazione pavimentale databile in età repubblicana, fu infatti trasformato in ala alla fine del I secolo a.c. come mostra la decorazione in III stile a candelabri. Forse agli inizi del I secolo d.c. divenne un’apotheca e vi fu collocato un armadio sostenuto da una base in mattoni.


    Per quanto riguarda il cubicolo, dai tondi spicconati, l’ambiente dovrebbe essere la “picciola camera” ricordata dal Paderni in cui nel 1759 fu rinvenuta una cassetta di legno con 11 denari d’oro tra i quali il noto medaglione di Augusto come provato secondo R. Cantilena dalla descrizione del pavimento in opus sectile di marmo giallo e africano. (“…ci sembra degno di essere qui rammentato un medaglione d’oro di Augusto” da Le Antichità di ercolano, II, Napoli 1760). 

    Gli ambienti più esterni del piano erano i tre triclinia, con terrazza a vista panoramica sul golfo, edificati poggiandosi alle mura e sopravanzandole, cosicchè il terrapieno tra le due cortine murarie venne sfruttato per lussuosi ambienti di rappresentanza fin dagli inizi del I sec. d.c.. 

    Dopo l'occupazione della città da parte dei veterani di Silla avvennero dei mutamenti. Fatta eccezione per l’ala, gli ambienti mostrano una decorazione in IV stile ma lo sviluppo planimetrico e le decorazioni di II stile del I piano sottostante lasciano supporre che, già in età repubblicana, la Villa fosse articolata almeno su due piani.



    LA VILLA

    Era dotata di un ingresso di servizio al n. 44 con una scala, posta lungo il muro di confine meridionale, che collegava il pianterreno al primo piano sottostante, poggiato sulle mura. Infatti parte della cortina muraria della città era stata utilizzata come appoggio per il I piano sottostante della casa e dall’altro era stata sfruttata come parete di una ampia cisterna che alimentava il triclinio-ninfeo.

    Il I piano sottostante riceveva luce solo dalle finestre degli ambienti termali e dell’ambiente aperto verso occidente, ed è organizzato in triclini, un cubicolo, un altro ambiente e il settore termale. Alcuni di essi conservano le più antiche decorazioni in II stile. 



    LE FINESTRE

    Per il triclinio, il cubicolo, l’ambiente e la cucina c'erano dunque finestre interne mentre gli ambienti di servizio rimanevano bui per una temperatura costante in tutte le stagioni, visto che erano adibiti a magazzini. Il cubicolo decorato in II stile finale mostra un consistente restauro in IV stile sulla parete nord e nella volta dipinta con cerchi concentrici allacciati.

    In origine la cucina e il cubicolo dovevano essere un unico ambiente come si evince dalla volta che è divisa in due tra la cucina e il cubicolo. Forse divisione avvenne in età neroniana, quando tutta la casa venne ristrutturata.

    Sulla parete sud della cucina è ancora visibile una porta che conduceva all’ambiente della Casa di Marco Fabio Rufo, decorato in IV stile e attribuito alla cd. Bottega dei Vettii, che comunque  doveva essere stata parte della Casa del Bracciale d’Oro.

    Al I secolo d.c. risale l’impianto termale costituito da un tepidarium, un calidarium e un frigidarium con una terrazza affacciata a mare. Tutti gli ambienti del lato ovest subirono consistenti restauri negli anni tra il 1974 e il 1978 a seguito dei quali sono stati fortemente rimaneggiati ma almeno i suddetti ambienti sono riconosciuti dalle suspensurae. 

    Nei primi due piani manca una fase giulio claudia che è invece attestata invece nel II piano sottostante. Interessante è la decorazione del triclinio realizzata probabilmente dalla cosiddetta Bottega dei Vettii i cui quadri centrali e i medaglioni laterali sono stati distaccati per ragioni di sicurezza e conservazione.

    MATRIMONIO DI ALESSANDRO MAGNO

    IL MATRIMONIO DI ALESSANDRO MAGNO

    La parete sud mostra al centro il quadro famoso con Alessandro e Rossane, figlia del satrapo di Bactra, da cui all'inizio la villa veniva chiamata “Casa delle Nozze di Alessandro”.  Secondo la tradizione le nozze con Rossane sarebbero state “d’amore” mentre quelle con Statira “politiche”, in quanto Alessandro avrebbe ricevuto con la fanciulla tutta la regione tra l’Ellesponto e il fiume Halys.

    Il Moreno l'ha invece letta come il matrimonio tra Alessandro e Statira, figlia di Dario III di Persia, per lo scettro nelle di lei mani. Inoltre l’abito persiano è proprio dei guerrieri che costituivano la scorta dei sovrani achemenidi, i melophóroi, ricostituita da Alessandro non prima del 324 a.c., escludendo così la possibilità che si tratti di Rossane sposata nel 327 a.c. Inoltre i pilastri e le arcate dello sfondo potrebbero essere del padiglione innalzato per la festa nuziale a Susa.

    Sulla parete nord dove sono rappresentati, insieme ad un satiro, Dioniso ed Arianna, il Moreno riconosce ancora una volta le nozze regali di Alessandro, questa volta con Parisatide, figlia di Artaserse III Oco, predecessore di Dario.


    Tutta la decorazione della triclinio sarebbe dunque l’apoteosi di Alessandro attraverso la rappresentazione delle sue seconde e terze nozze celebrate a Susa nel 324 a.c. Al centro del soffitto, la Nike con trofeo avrebbe sottolineato le infinite vittorie di Alessandro. Tuttavia nella seconda raffigurazione (detta di Dioniso e Arianna) c'è una figura maschile in partenza su una nave che potrebbe invece alludere all’abbandono di Arianna da parte di Teseo.

    D'altronde i personaggi principali sono stati abbondantemente assimilati anche ad Afrodite e Ares la cui iconografia si ritrova nello Zeus in trono dipinto nella zona superiore dell’oecus della Casa dei Vettii e nel quale si è riconosciuto l’Alessandro kerauno - phóros di Apelle. (Lagi De Caro, Alessandro e Rossane come Ares e Afrodite in un dipinto della casa Regio VI).

    Nel piano più basso della casa e ad essa collegato per mezzo di una seconda scala, sempre posta lungo il muro perimetrale meridionale, si sviluppava un’area verde, sulla quale nel I sec. d.c. vennero aperti degli oeci tricliniari. Questi vennero ricavati sfruttando gli archi sostegno del piano superiore e decorati in III stile con pitture raffiguranti dei giardini dipinti e un ninfeo a mosaico.

    Non risultano fasi abitative precedenti l’età imperiale documentata dalle decorazioni in III stile anche se il confronto con le adiacenti case di M. Fabio Rufo e M. Castricio lasciano presupporre che i piani più bassi di tutta l’insula furono, in precedenza utilizzate come aree verdi. 



    L'ACQUEDOTTO DEL SERINO

    L'acquedotto romano del Serino, detto anche acquedotto augusteo, fu costruito intorno al 10 d.c. per risolvere l'approvvigionamento idrico della città di Napoli. Il percorso della grandiosa opera partiva dalla sorgente del Serino, sull'altopiano irpino nei pressi del monte Terminio, per giungere fino alla Piscina mirabilis, a Miseno, dopo 96 Km. Era una vera e propria rete regionale, che riforniva 8 città e svariate villae: su dieci diramazioni, sette rifornivano le città e tre portavano l'acqua alle villae.

    La moda dei giardini si stabilì proprio grazie a questo notevolissimo apporto d'acqua che permetteva non solo di irrigare i giardini ma pure di alimentarne le fontane con acqua corrente. Come detto, anche le ville potevano usufruire tramite pagamento (forse) oppure tramite raccomandazioni (che all'epoca non mancavano).

    Infatti il grande triclinio della Villa del Bracciale presenta alle pareti pitture di giardino su uno zoccolo in opus sectile e sul fondo una nicchia-fontana rivestita di mosaici policromi in pasta vitrea e di schiuma di lava per dare l’effetto di una grotta dove scorre davvero e continuamente un getto d'acqua frastagliato dalle escrescenze naturali.

    RICOSTRUZIONE DEL NINFEO

    IL NINFEO

    Durante la stagione estiva i banchetti si svolgevano al piano inferiore della villa, in un lussuoso triclinio aperto su un grande spazio verde rinfrescato dalle acque di un monumentale ninfeo. Questo è bordato da una cornice in aggetto al centro della quale si trova una scaletta di 12 gradini dipinti di azzurro dalla cui sommità scendeva l’acqua che si raccoglieva nella vasca posta nel giardino. 

    Le pareti della cascata sono rivestite di “schiuma di lava” che aveva lo scopo di imitare una grotta naturale dalla quale sgorgava l’acqua, in realtà fornita dalla retrostante cisterna che era stata costruita sfruttando l’intercapedine tra le due cortine murarie della città.

    Le pitture ed il ninfeo sono state asportate in seguito allo scavo dell’ambiente per cui ne è emerso il disegno preparatorio utilizzato dai decoratori come guida durante l’esecuzione del mosaico del ninfeo. 

    La sinopia era una traccia di colore rossastro d'incerta composizione, usato un tempo dai pittori di affreschi per i disegni preparatori, e qui una sinopia mostra alcuni elementi come ad esempio il catino a conchiglia al quale furono aggiunti pendenti terminanti in fiori stilizzati.

    Inoltre furono modificate la fascia decorativa ad archetti, che nella sinopia non compare, e la ghirlanda che si arricchisce, nella realizzazione finale, di foglie, fiori e frutti. Lo schema della decorazione pittorica presenta una tripartizione con un settore centrale con nicchia a fondo azzurro e due settori laterali simmetrici. 

    I pannelli sono spesso separati tra loro da sottili colonne ornate da nastri e interrotte da medaglioni a fondo nero con figurine volanti o amorini. Essa dava l’illusione di trovarsi sotto un pergolato dal quale si poteva vedere un giardino lussureggiante con uccelli, statue egittizzanti, fontane, maschere, pinakes ed oscilla racchiusi tutt’intorno da un graticcio di canne che in alto forma un timpano e in basso una balaustra. 

    Sullo sfondo di uno dei pannelli laterali è dipinta una vasca su alto piede, piena di acqua, ai cui lati si trovano statuine egizie mentre sull’altra sono raffigurate due sfingi di marmo bianco su una base di pavonazzetto poste ai lati di un pinax con il toro Apis. Le piante del giardino dipinto sono realizzate mediante una serie di sfumature cromatiche che rendono profondità e volume. 

    Varie tonalità di verde sono infatti utilizzate per dare profondità ai cespugli. La decorazione è stata ricomposta per le pareti sud ed est, mentre della parete nord, schiacciata dal crollo della volta, si è salvata solo la parte inferiore.


    Il ninfeo costituiva quindi il fulcro scenografico di uno straordinario triclinio estivo con letti in muratura dietro ai quali si scorge la decorazione pittorica di IV stile. Come è stato già osservato per la decorazione del ninfeo a mosaico anche le pitture in III stile, danneggiate dal terremoto del 62 d.c., furono in parte riparate e in parte sostituite. 

    Lo zoccolo e il tratto ovest delle pareti sud e nord mostrano infatti tracce evidenti di un restauro particolarmente evidente nelle sfingi che appaiono goffe e tozze se confrontate con quelle della parete est. Si suppone che i letti in muratura venissero appoggiati allo zoccolo in finto rivestimento marmoreo in IV stile. 

    Dinnanzi al triclinio con ninfeo si trova anche una fontana centrale semicircolare con pergola ed è stato possibile grazie ad analisi paleobotaniche ricostruire l’andamento delle aiuole del giardino nonché la tipologia delle piante presenti. Si tratta di due grandi aiuole con un viale centrale mentre sul muro nord le cavità lasciate dalle radici lasciano ritenere probabile la fitta presenza di vite rampicante. 

    Le piante reali trovavano quindi una suggestiva continuità in quelle dipinte sulle pareti dell’oecus del triclinio, decorato da bellissime pitture di giardino che, per l’ottimo stato di conservazione dei colori dell’intonaco, nonostante le condizioni di frammentarietà, cui si è ovviato con una attenta e curatissima opera di distacco e ricomposizione realizzata tra il 1979 e il 1983, si pongono al primo posto fra quelle ritrovate nelle città vesuviane.



    IL GIARDINO DIPINTO

    La decorazione, rinvenuta negli anni ‘70 in numerosi frammenti sotto il crollo della volta, è stata minuziosamente recuperata e ne è riemerso un bellissimo viridarium con diversi tipi di piante, con erme di marmo, muretti elaborati, graticci di vimini ed uccelli di varia specie. Le pareti si aprono così illusoriamente in un giardino colto attraverso una grande finestra che si apre per tutta la sua larghezza.

    La fauna e la flora sono rappresentate con grande perizia. Tra gli uccelli si riconoscono l’alzavola che si leva in volo, l’usignolo, la cornacchia grigia, la garzetta; tra le piante gli oleandri, i corbezzoli, il pino e le rose. 

    Si pensa che dette piante avessero significato simbolico, ad esempio la palma da datteri, simbolo di vittoria e immortalità; l’alloro, sacro ad Apollo; il corbezzolo, simbolo di eternità; il papavero, attributo di Demetra; il pino, simbolo di fecondità e sacro ad Attis e Cibele; il viburno, consacrato nei trionfi; l’oleandro velenoso simbolo di morte, e la rosa, simbolo di amore e sacra a Venere. 

    Anche negli uccelli raffigurati si è riscontrato un significato simbolico, come nel caso della colomba sacra a Venere simbolo della fedeltà coniugale o della coturnice simbolo dell’amore. A noi questa necessità di simbolizzazione non appare così frequente presso i romani, che nelle domus cercavano più la bellezza e la natura, senza ossessioni riguardo ai simboli.

    A sinistra di un bacino di fontana zampillante si riconosce l’usignolo poggiato su di una canna utilizzata come sostegno alle rose. Dall’alto pendono degli oscilla con maschere dionisiache. La zona superiore a fondo nero è decorata con paraste rosse dinnanzi alle quali stanno anfore marmoree a rilievo poggiate su alti pilastrini, attraverso i quali si vedono padiglioni a graticcio separati da oscilla o da un pinax a fondo rosso con mascherine di Gorgone o di leone a rilievo.

    La parete di fondo presenta una lunetta a fondo nero con quattro colombe presso un bacino dorato colmo d’acqua. La volta conserva tracce della decorazione di III stile imitante un pergolato di rose ed altri fiori dei quali rimangono solo scarsissime tracce visibili nella parte più interna dell’ambiente.

    La datazione del dipinto si basa sull’acconciatura giulio-claudia dell’erma di fanciulla con una treccina sul capo, di moda nella prima metà del I secolo d.c. A seguito del terremoto del 62 d.c. la casa venne ridecorata in buona parte in IV stile. Infatti nel 1983 vennero rinvenuti molti frammenti dipinti appartenenti alla decorazione di un ambiente dei piani superiori spicconata e gettata in giardino. Dai frammenti si ricomposero quattro pannelli di una raffinatissima parete del III stile.




    LA PARETE DEL III STILE

    La parete ricomposta misura 3,10 m con uno zoccolo a fondo nero con piccoli riquadri e una predella con infiniti dettagli decorativi. Sormontata da una fascia decorativa delimitata superiormente da una banda a cuori, quest’ultima presenta al centro personaggi del tiaso dionisiaco che si dilettano con la musica: un vecchio Sileno suona il doppio flauto e una Menade suona la lyra alla presenza di altre due.

    Un secondo gruppo presenta una Menade che guarda un satiro che corre portando sul dorso un’altra Menade. Il registro mediano presenta un quadro centrale, su fondo nero, con un personaggio maschile nel quale si riconoscerebbe il poeta Euforione. L'interpretazione però è confutata dalla presenza, a destra, di una figura femminile con tavoletta cerata riflessa in uno specchio di ossidiana o d’argento con cornice d’oro.

    Il tratto della parete a sinistra del quadro, dipinto a fondo rosso, mostra uno splendido giardino composto da edere, racemi di vite, bianche rose selvatiche, oleandri, pomi e pigne; dalla fitta vegetazione emergono una testa di Sileno, un flauto di Pan, una situla d’argento e altri oggetti legati al mondo dionisiaco.

    In alto è invece stato ricomposto uno scorcio architettonico con esili colonne ioniche oltre le quali svettano porticati che sostengono un architrave decorato con maschere, pantere, grifi, sirene, una figura femminile con cornucopia e colonne alle quali si arrampicano lucertole, lumache e campanule.

    Il pannello del registro superiore a fondo giallo era costituito al centro da un quadretto a forma di ghianda a fondo nero con satiro e Menade. Nei pannelli laterali vi erano quadri con ritratti; si conserva quello di destra, nel quale appaiono in primo piano, come affacciati ad una finestra, due personaggi accompagnati da una fanciulla posta in secondo piano.

    La giovane matrona indossa un diadema sul capo ed un dittico nella mano, mentre il coniuge veste una clamide rossa e una corona d’edera sul capo. I restanti pannelli presentano un secondo ovale e un frammento della predella di grande raffinatezza dove su fondo nero delimitato in alto da una fascia con motivo cuoriforme spicca al centro un kantharos ai cui lati vi sono cespi vegetali con lepri.



    LE LASTRE FITTILI

    Sempre in giardino furono inoltre rinvenute una serie di lastre fittili a rilievo, con tracce di policromia, decorate con divinità, girali ed eroti facenti parte di un fregio architettonico. Esse erano state reimpiegate nel muro perimetrale ovest, in parte come riempimento della parete, in parte come ornamento di una parete nel giardino della casa e in parte come copertura della canaletta di scarico del giardino.

    Originariamente esse dovevano costituire la decorazione di un piccolo edificio sacro in un fregio raffigurante il mito di Apollo e Marsia oppure una scena dionisiaca. Le lastre avevano una vivace policromia databili al II secolo a.c.

    La domus in età repubblicana risalente ai primi decenni del I secolo a.c.. già fruivano di un tratto esterno alle mura in relazione all’utilizzo dell’accesso esterno alle mura (Porta Occidentalis) e ai materiali di carattere sacro riferibili ad un edificio religioso extra moenia dedicato ad una divinità femminile (Minerva Italica).
    Tra il 30-35 d.c. e il terremoto del 62 d.c., la dimora fu abbellita  e dotata di ambienti termali. In particolare l’atrio, i triclinia e il cubiculum furono completamente ridipinti e le murature furono ampiamente restaurate in opera vittata.

    Nel primo piano sottostante furono realizzati alcuni restauri integrativi mentre nel piano più basso, probabilmente più solido in quanto addossato alle pendici della collina, fu necessario apportare solo qualche riparazione.

    Non appaiono in alcun modo modificati, invece, l’ala e l’oecus che conservano la decorazione in III stile. La domus denota quindi un notevole livello di ricchezza e raffinatezza soprattutto nelle pitture di III stile che presuppongono preziosi artigiani.

    La ricca famiglia non si impoverì con il disastroso terremoto del 62 d.c., come dimostra il cospicuo nucleo di monete e gioielli fra cui quaranta aurei e centosettanta denari d’argento rinvenuti sparsi, evidentemente in quanto caduti dalla teca di legno nella quale erano custoditi e portata da uno dei quattro fuggiaschi rinvenuti ai piedi della scala che conduceva al giardino.

    Proprio uno dei denari d’argento appartenenti al tesoretto ha consentito di stabilire una nuova datazione per l’eruzione del 79 d.c. Infatti l’indicazione del titulus “IMP XV” impresso sulla moneta e ricevuto da Tito non prima del settembre 79 dà l'esatta data della distruzione della città.



    Biblio

    R. Cantilena - Le Antichità di ercolano (II, Napoli 1760)
    R. Ciardiello - Alcune riflessioni sulla Casa del Bracciale d’Oro a Pompei
    C. Paderni -  Monumenti antichi rinvenuti ne reali scavi di Ercolano e Pompei delineati e spiegati da D. Camillo Paderni Romano (Napoli - 2000)




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    MARCO VERRIO FLACCO

    Nome: Marcus Verrius Flaccus
    Nascita: 50 a.c. circa
    Morte: 20 d.c.
    Professione: Grammatico Romano


    "In primis miraculo sunt atque frequenti mortes repentinae, hoc est vitae summa felicitas, quas esse naturales docebimus. Plurimas prodidit Verrius, nos cum delectu modum servabimus. (Sequuntur exempla". Plinius, H.N, VII, 53, § 180.)

    Marco Verrio Flacco, ovvero Marcus Verrius Flaccus, è stato un grammatico romano, vissuto tra la fine del I sec. a.c. e l'inizio del I dc. (circa 50 ac. – 20 dc). In realtà fu il più grande filologo e grammatico del suo tempo. Verrio era un liberto, anche se non si conosce il nome del suo patronus.

    Fonte prima per ricostruirne la vita e l'opera è il De grammaticis et rhetoribus di Svetonio. Come altri grammatici era un liberto, ma non si conosce il nome del suo patronus. Secondo altri invece fu Veranius Flaccus, uno scrittore di augurii, e secondo altri ancora Verrius Flaccus, un'autorità sulle leggi pontificali.

    Ignota è anche la sua terra di origine, ma si suppone però che fosse di Preneste. Svetonio infatti afferma che, non solo in quella città gli furono tributati onori e gli fu dedicata una statua, ma fu lo stesso Verrio Flacco a riordinare i Fasti praenestini.

    Come insegnante, egli introdusse un nuovo sistema educativo. A differenza dei suoi colleghi, che prediligevano il solito passivo degli studenti, Verrio Flacco ne utilizzava uno basato sulla competizione e la promessa di un premio (di solito un libro di valore) per il vincitore. Questo sistema, per i tempi certo innovativo, gli valse grande fama, tanto che lo stesso Augusto lo scelse come precettore dei suoi nipoti, Gaio e Lucio.  Morì in età avanzata durante il regno di Tiberio (Svetonio, De Grammaticis, 17), e una statua in suo onore fu effettivamente eretta a Preneste, in una nicchia di marmo, con iscrizioni tratte dal suo Fasti.



    LE OPERE


    Scrisse diverse opere filologiche (purtroppo perdute) Nulla dice Svetonio sulle opere di Verrio Flacco. Soltanto un accenno indiretto permette di stabilire che scrisse dei libri sull'ortografia: nel paragrafo 19, infatti, è ricordato che Scribonio Afrodisio [Verrii Flacci] libris de orthographia rescripsit ("replicò ai libri sull'ortografia di Verrio Flacco").

    GAIO NIPOTE ED EREDE DI AUGUSTO
    In realtà si conoscono i titoli e si possiedono frammenti di altri suoi scritti:
    - Res memoria dignae, un'opera antiquaria citata dallo scrittore romano Aulo Gellio;
    - Saturnus, altra opera antiquaria sulle feste Saturnalia e in genere sui rituali romani;
    - Res Etruscae; probabilmente sull'arte divinatoria degli auguri
    - De obscuris Catonis, di argomento filologico.

    Da Aulo Gellio - LIBRI RERUM MEMORIA DIGNARUM
    "Tunc igitur quod in Etruscos aruspices male consulentes animadversum, vindicatumque fuerat versus hic [senarius] scite factus, cantatusque esse a pueris urbe tota fertur: “Malum consilium consultori pessimum est.” Ea historia de haruspicibus ac de versu isto senario scripta est in Annalibus Maximis libro undecimo, et in Verrii Flacci libro primo Rerum memoria dignarum."
    "Poichè andò che nel consiglio degli indovini etruschi alcuni indovini erano avversi, e il reclamo era stato trasformato in versi, si dice che hanno cantato i ragazzi in tutta la città: "Il mal consiglio dei consulenti è il peggiore." La sua storia degli indovini, e il senario di questo versetto è stato scritto negli Annali Massimi nel libro undicesimo, e nel primo libro di Flacco Verrii Rerum memoria dignarum (di cose degne di essere ricordate).

    L'opera più importante è però il De verborum significatu, il prodotto più completo ed erudito dell'antica lessicografia latina, una specie di vocabolario dove le parole erano spiegate nel valore etimologico, storico e giuridico.

    Il testo, vastissimo, ci è noto attraverso il compendio che ne fece Festo Sesto Pompeo nel II sec. in 20 libri e il successivo compendio di Festo operato da Paolo Diacono, il famoso storico dei longobardi del sec. VIII. Da entrambi è possibile apprendere il carattere e la struttura dell'originaria opera di Verrio Flacco.

    LUCIO NIPOTE ED EREDE DI AUGUSTO
    Si trattava di un "vocabolario" di termini rari e eruditi, ordinati alfabeticamente e corredati di citazioni di autori precedenti utili a capirne contesto e significato. A furia di compendi, l'opera di Verrio Flacco ci è giunta molto lacunosa, poiché, mentre la prima parte rispetta rigorosamente il criterio alfabetico, la seconda contiene termini in ordine sparso, inseriti dall'autore via via che li incontrava nelle sue letture: è questo il segnale rivelatore che Verrio Flacco non ebbe il tempo di procedere ad una completa revisione del suo testo.

    In ogni caso, le informazioni trasmesse sono molte preziose. Verrio Flacco fu anche autore dei Fasti Prenestini, un'opera in cui illustrava, mese per mese (come nei Fasti di Ovidio) gli avvenimenti di Preneste, sua città natale. L'opera però è andata totalmente perduta.

    Grazie a Verrio Flacco sappiamo, ad esempio, che il mese di febbraio, februarius in latino, deve il suo nome all'antichissimo rito delle februa - espiazioni, purificazioni, dal verbo februo = io purifico - che avvenivano alla fine dell'anno del vecchio calendario romano. Nel calendario romano arcaico, febbraio era l'ultimo mese dell'anno.
    Con il 23 di febbraio (festa dei Terminalia in onore del dio Termine) e con il giorno successivo (Regifugium, la festa per la cacciata dei re), a esso sacralmente legato, terminava ufficialmente l'anno.

    I giorni seguenti, fino a marzo con cui incominciava il nuovo anno sacro, erano considerati quasi fuori del tempo: erano i giorni intercalari che si aggiungevano di volta in volta per far coincidere l'anno calendariale con l'anno solare.

    FASTI PRENESTINI

    FASTI PRENESTINI

    Il calendario di Numa Pompilio era:

    secondo Macrobio e Plutarco:

    - Ianuarius (29)                                  
    - Februarius (28)
    - Martius (31)
    - Aprilis (29)
    - Maius (31)
    - Iunius (29)
    - Quintilis (31)
    - Sextilis (29)
    - September (29)
    - October (31)
    - November (29) 
    - December (29)

    secondo Ovidio:  

    - Ianuarius (23)
    - Martius (23)
    - Aprilis  (23)
    - Maius  (23)
    - Iunius  (23)
    - Quintilis (23)
    - Sextilis  (23)
    - September (25)
    - October  (25)
    - November  (25)
    - December   (25)
    - Februarius (25)

    Febbraio fu diviso in due parti, ciascuna con un numero dispari di giorni: la I parte finiva il giorno 23 con la Terminalia, mentre i restanti cinque giorni formavano la II parte.

    Per allineare l'anno del calendario con quello solare, venne aggiunto un mese intercalare, il mercedonio (Mensis Intercalaris, anche noto come Mercedonius o Mercedinus), tra la I e la II parte di febbraio. Il mercedonio finiva con l'assorbire i cinque giorni della seconda parte di febbraio: in questo modo, non si verificavano cambiamenti nelle date e nelle festività. 

    L'anno intercalare, con l'aggiunta del mercedonio, risultava di 377 o 378 giorni, a seconda che iniziasse il giorno dopo o due giorni dopo la Terminalia. Il mercedonio aveva 27 giorni: le none cadevano il quinto giorno e le idi il tredicesimo giorno. La decisione di inserire il mese intercalare spettava al pontefice massimo e in genere veniva inserito ad anni alterni.

    Del calendario delle feste romane (Fasti Praenestini) incise su marmo e impostate nel forum a Preneste, sono stati scoperti alcuni frammenti (1771) ad una certa distanza dalla città stessa in un edificio cristiano di data successiva, e un po 'di Fasti consolari nel forum stesso (1778). La collezione è stata successivamente aumentata di due nuovi frammenti.

    FASTI PRENESTINI



    FASTI PRENESTINI


    GENNAIO

    ... denominato nel Lazio . . . sacrifici con la libagione che è chiamata Janual.

    A
    Calende di Gennaio. Affari in Tribunale. A Aesculapius e Vediovis sull'isola. Questo giorno, come nelle altre calende, si chiama così perchè è il primo dei giorni in cui il pontefice minore chiama sul Campidoglio nella casa del senato calabra, ogni mese, fino ad ogni Nona. Il nuovo anno inizia perchè in questo giorno prendono il loro ufficio i nuovi magistrati; ciò iniziò nel 601 ab Urbe condita.
    B
    Affari in Tribunale. Questo giorno è fausto. Questi giorni sono chiamati fastus perchè su loro è permesso alla presenza dei magistrati del popolo romano di pronunciare queste parole, senza che alcun affare legale possa aver luogo. è un giorno sacro, come sono tutti i giorni che seguono le calende, e nessun sacrificio può essere fatto in questi giorni.
    C
    Affari in Assemblea. Questi giorni sono chiamati comitialis, quando ai romani è permesso di venire insieme, assemblearsi e incontrarsi, e gli affari legali possono aver luogo . . . dalla cui legge . . . nessun affare legale può aver luogo.
    D
    Affari in Assemblea.
    [ V ]
    E
    None . . .
    F
    Affari in Tribunale. Questo giorno è un giorno sacro, come tutti i giorni che seguono le none, per la stessa ragione di tutti i giorni che seguono le calende.
    G
    Affari in Assemblea. Cesare Augusto per primo prese i fasci, quando Hirtius e Pansa erano consoli.
    Tiberio Cesare fu nominato nel consiglio dei sette epuloni.
    H
    Affari in Assemblea. Tiberio Cesare dedica la statua della Giustizia Augusta . . . quando Plancus e Silius erano consoli.
    A
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Agonalia . . . Agonia . . . o perchè . . .
    [ X ]
    B
    Mercidonio. Questa parola [endotercisus] significa che il giorno è dimezzato perchè nei tempi antichi la parola era usata per "in". Su un giorno dimezzato, esso è illegale nel mattino . . . prima che la vittima sia sacrificata, e dopo che le interiora sono state disposte . . . di nuovo è illegale. Pertanto spesso il responso è dato . . . che a mezzogiorno gli affari possono aver luogo. Tiberio Cesare . . .
    C
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Carmentalia . . . Carmentis guarda dopo la nascita dei bambini e tutti gli eventi futuri, e pertanto dentro il santuario non consentono oggetti di cuoio o qualsiasi presagio associato ad animali morti.
    L'Imp. Cesare Augusto pone fine alle guerre, per la terza volta da Romulus, e chiuse il cancello di Giano, quando era console per la V volta, con Sextus Appuleius.
    Augusto . . . Tiberio Cesare
    D
    Affari in Assemblea.
    E
    Idi. Nessun Affare; Festa Pubblica . . .
    Il senato decretò che una corona di quercia doveva essere posta sopra la porta della casa di Cesare Augusto, perché aveva restaurato la repubblica al popolo romano.
    F
    Mezzo giorno. Giorno sfavorevole per decreto del senato: compleanno di Antonio.
    Questo giorno è un giorno sacro, per la stessa ragione di tutti gli altri giorni che seguono le Calende e le None.
    [ XV ]
    G
    Nessun Affare; Festa Pubblica Carmentalia. Festa di Carmenta, per la stessa ragione come l'XI giorno. Questa festa si dice che fu stabilita da Romolo perchè egli catturò Fidene in questo giorno.
    H
    Affari in Assemblea. L'Imperatore Cesare fu chiamato Augusto, quando fu console per la III volta e Agrippa fu console per la III volta.
    Il tempio della Concordia Augusta fu dedicato quando Publio Dolabella e Caio Silvano erano consoli. Tiberio Cesare lo dedicò quando tornò dalla Pannonia.
    A
    Affari in Assemblea. I Pontefici, gli auguri, i quindecimviri sacris faciundis, e i septemviri epulonum sacrificavano vittime alla testa del Dio Augusto sull'altare che Tiberio Cesare aveva dedicato.
    B
    CARDEA
    Affari in Assemblea.
    C
    Affari in Assemblea.
    [ XX ]
    D
    Affari in Assemblea.
    E
    Affari in Assemblea.
    F
    Affari in Assemblea.
    G
    Affari in Assemblea.
    H
    Affari in Assemblea.
    [ XXV ]
    A
    Affari in Assemblea.
    B
    Affari in Assemblea.
    C
    Affari in Assemblea. Il Tempio di Castore e Polluce fu dedicato in questo giorno.
    D
    Affari in Assemblea.
    E
    Affari in Tribunale. Festa Pubblica. per decreto del senato, poichè in questo giorno . . . dall'Imp. Cesare Augusto il Pontefice Massimo . . . del mare . . . Il divinizzato Cesare aggiunse questo ai giorni seguenti per incrementare il numero dei giorni nell'anno.
    [ XXX ]
    F
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Festa Pubblica per decreto del senato, poichè in questo giorno l'Ara Pacis Augustae fu dedicata in Campo Marzio, quando Druso e Crispino erano consoli..
    G
    Affari in Assemblea.
    31 [giorni di Gennaio]



    FEBBRAIO
    * * *
    [ V ]
    D
    None. Nessun Affare; Festa Pubblica. A Concordia sul Campidoglio.
    Festa Pubblica., per decreto del senato, perchè in questo giorno Cesare Augusto il pontefice Massimo, quando ottenne il potere tribunizio per la XXI volta e fu console per la XIII volta, gli venne dato il titolo di pater patriae dal senato e dal popolo di Roma.
    * * *
    [ XVII ]
    H
    Nessun Affare; Festa Pubblica.. Quirinalia.
    A Quirino sul Colle . . . il nome sabino per una lancia nella curia . . . i Sabini chiamano Marte dal nome di Quirino . . . la festa dei folli . . .
    * * *



    MARZO

    Marzo è chiamato così da Marte, il Dio latino della guerra, e aveva questo nome tra il popolo di Alba e più di altri popoli del Lazio, anche prima della fondazione di Roma. Comunque alcuni pensano che avesse questo nome perchè i sacrifici venivano offerti a Marte durante questo mese.
    D
    Calende di Marzo. Nessun Affare; Festa Pubblica. Festa di Marte e di Giunone Lucina sull'Esquilino, perchè in questo giorno un tempio fu dedicato a lei dalla moglie o figlia di Albino, perchè giunone proteggesse la madre e il suo bambino.
    E
    FESTA DELLE DONNE ALLE
    CALENDE DI MARZO
    Affari in Tribunale.
    F
    Affari in Assemblea.
    G
    Affari in Assemblea.
    [ V ]
    H
    Affari in Assemblea.
    A
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Festa Pubblica per decreto del senato perchè in questo giorno, l'Imp. Caesar Augustus fu eletto pontefice massimo, quando Quirino e Valgio erano consoli. I duumviri offrono un sacrificio per ricordare l'occasione; il popolo indossa ghirlande e la considera come una festa.
    B
    None. Affari in Tribunale. A Veiove sul Campidoglio e Vediovis tra i due boschetti.
    C
    Affari in Tribunale..
    D
    Affari in Assemblea.
    [  ]
    E
    Affari in Assemblea. Festa Pubblica per decreto del senato perchè in questo giorno Tiberio Cesare fu nominato Pontefice Massimo, quando Druso e Norbano erano consoli.
    * * *
    . . . del nuovo anno . . .
    C
    Affari in Tribunale..
    D
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Liberalia.
    E
    Affari in Assemblea.
    F
    Nessun Affare; Festa Pubblica Quinquatrus [V giorno] . . . comunque altri più probabilmente pensano gli fu dato quel nome perchè era il V giorno dopo le Idi, come i giorni dopo le Idi sono numerate in questo modo nel Lazio.
    Giorno sacro per gli artigiani, perchè in questo giorno fu dedicato un Tempio a Minerva sull'Aventino.
    I Salii eseguono una danza nel Comizio alla presenza dei pontefici e i tribuni dei celeres.
    [ XX ]
    G
    Affari in Assemblea.
    H
    Affari in Assemblea.
    A
    Nessun Affare.
    B
    Nessun Affare; Festa Pubblica  Tubilustrium. la festa di Marte in questo giorno fu dato questo nome perchè nell'Atrium Sutorium essi puliscono le trombe che vengono usate nei riti sacri. Infatti Lutazio dice che è la clava con cui Romolo inaugurò la città di Roma, e che si è trovata tra le rovine del Palatino dopo che fu bruciata dai Galli.
    C
    "Legale quando il re era nel Comizio". Molti erroneamente supposero che a questo giorno fu dato il suo nome perchè fu in questo giorno che il re fuggì dal Comizio. Ma Tarquinio non fuggì dal Comizio per andare in esilio, e vi sono altri giorni del mese con lo stesso titolo. Perciò noi pensiamo che sia più probabile che questo titolo significhi che dopo che i sacrifici siano eseguiti, gli Affari possano avere luogo nel Tribunale. 
    [ XXV ]
    D
    Affari in Assemblea.
    * * *
    [ XXX ]
    A
    Affari in Assemblea.
    B
    Affari in Assemblea. Al tempio della Luna sul colle Aventino.
    31 [giorni di Marzo]



    APRILE


    Aprile è chiamato dopo Venere, perchè ella si accoppiò con Anchise  e divenne madre di Enea il re dei Latini, da cui è sorta la razza di Roma. Altri pensano fu chiamata così dopo l'apertura del monte, poichè poi nascono fiori frutti e animali, sia di mare che di terra.
    C
    Calende di Aprile. Affari in Tribunale. Le donne si riuniscono insieme per fare suppliche a Fortuna Virile. Le donne umili anche fanno supplica nei bagni, perché in loro, come gli uomini, appaiono nude in quella parte del corpo, con cui si attraggono gli uomini nella loro femminilità.
    D
    Affari in Tribunale.
    E
    Affari in Assemblea.
    F
    Affari in Assemblea. I giochi della Magna Idaean Madre degli Dei. Erano chiamati Megalensia, poichè il nome della Dea è Megale[grande]. Di solito ci sono molte offerte reciproche di splendidi banchetti, perché la Grande Madre, quando fu evocata dai Libri Sibillini, trasferì la sua casa da Frigia a Roma.
    [ V ]
    E
    None. Nessun Affare. Giochi. Alla Fortuna Publica Citeriore, La Fortuna più vicina dello Stato.
    H
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Giochi. Festa Pubblica  perchè in questo giorno Gaio Cesare, figlio di Gaio, sconfisse re Juba in Africa.
    * * *
    [ X ]
    D
    Nessun Affare. Durante due giorni, un grande sacrificio viene offerto alla Fortuna Primigenia.In ognuno di questi giorni è aperto l'oracolo. I duumviri sacrificano un vitello. I giochi si svolgevano nel circo per la Grande Idaean Madre degli Dei sul Palatino, perchè in questo giorno le fu dedicato un Tempio.
    E
    Nessun Affare.
    F
    Nessun Affare. Giochi per Cerere.
    G
    Idi. Nessun Affare; Festa Pubblica.. Giochi.
    H
    Nessun Affare. Giochi.
    [ XV ]
    A
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Fordicidia. Sacrificio di vacche o vitelli. Giochi . . . un Osco e Sabino.
    Aulus Hirtius, con C. Caesar {come suo collega nel comando, vinse at Mutina. Da qui fino al momento attuale, si è soliti fare suppliche a augustea Vittoria. 
    B
    VENERE E FAUNI
    Nessun Affare. Giochi . . .
    C
    Nessun Affare. Giochi.
    D
    Nessun Affare. Giochi.
    E
    Nessun Affare; Nessun Affare. Cerealia. Giochi nel Circo.
    [ XX ]
    F
    Nessun Affare.
    G
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Parilia . . . i fuochi saltano. . . all'inizio dell'anno pastorale . . .
    H
    Nessun Affare.
    A
    Affari in Tribunale. Vinalia. A Jupiter. Una libagione di ciascun vino nuovo è offerta a Jupiter, perchè quando i Latini furono fortemente pressati dai Rutuli in guerra, Mezentio il re degli Etruschi gradì venire in loro aiuto se essi gli avessero dato la produzione dei loro vini ogni anno.
    Julia Augusta e Tiberio Augustus dedicarono una statua al divino padre Augusto vicino al Teatro di  Marcello.
    B
    Affari in Assemblea. Tiberio indossa la toga virile, mentre erano consoli l'Imp. Cesare, per la settima volta, e Marco Agrippa, per la terza volta.
    [ XXV ]
    C
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Robigalia. Festa di Robiga al V miglio della via Appia. Per evitare che la muffa danneggi i raccolti, un sacrificio viene offerto, e giochi con corse maggiori e minori.
    Questo giorno è una festa per i ragazzi protettori, perché il giorno precedente è una festa per le prostitute.
    D
    Affari in Tribunale. Questo giorno fu aggiunto dalla deificazione di Cesare.
    E
    Affari in Assemblea.
    F
    Nessun Affare; Festa Pubblica.. Games for Flora.
    Festa Pubblic., per decreto del senato, perché in questo giorno il santuario e l'altare di Vesta sono state dedicate in casa dell' imp. Cesare Augusto, il pontefice massimo, quando Quirino e Valgius erano consoli.
    In questo giorno un tempio era dedicato a Flora, che cura la fioritura delle piante, e cura la sterilità delle colture ..
    D
    Affari in Assemblea. Giochi.
    E
    Affari in Assemblea. Giochi.
    30 [giorni in Aprile]

    * * *



    AGOSTO

    In questo mese, l'Egitto passò sotto il controllo del popolo romano.
    [ I ]
    G
    Calende di Augusto. Nessun affare; Festa pubblica. A Vittoria. A Vittoria la Vergine sul Palatino. A Spes nel Foro Olitorio.
    Festa Pubblica., per decreto del senato, poichè in questo giorno l'Imp. Cesare Augusto salvò la repubblica da un pericolo terribile.
    H
    Affari in Assemblea . . . di Sol e Luna ... Marte . . .
    * * *



    SETTEMBRE

    * * *
    [ XXVI ]
    E
    Affari in Assemblea. A Venere Genetrice nel Foro di Cesare.
    * * *



    OTTOBRE

    * * *
    [ XX ]
    E
    Affari in Assemblea . . . precedentemente essi spesso usavano gustare il sangue. . .
    F
    Affari in Assemblea.
    G
    Affari in Assemblea.
    H
    Affari in Assemblea. Imp. Cesare Augusto vince la II battaglia a Philippi, e Bruto venne ucciso.
    Tiberio guida un carro in trionfo per l'Illyricum.
    A
    Affari in Assemblea. Un favore. A Venere Ericina fuori di Porta Collina.
    * * *



    DICEMBRE

    * * *
    F
    Affari in Assemblea.
    G
    Affari in Assemblea.
    H
    Affari in Assemblea.
    [ X ]
    H
    BONA DEA
    Affari in Assemblea. I tribuni della plebe entrano in officio..
    A
    Nessun Affare; Festa Pubblica: Agonalia.
    B
    Mezzo giorno.
    C
    Idi. Nessun Affare; Festa Pubblica.
    A Tellus. Un lectisternium a Cereres "in Carinis" . . . gli edili . . . ed essi fanno un lectisternium da divani  . . . che il contraente provvede.
    D
    Affari in Tribunale.
    [ XV ]
    E
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Consualia. Festa di Consus. Muli e cavalli sono decorati con fiori perchè sotto la sua protezione . . . e così il re viene portato su un cavallo.
    F
    Affari in Assemblea.
    G
    Nessun Affare; Festa pubblica.
    * * *
    C
    Nessun Affare; Festa pubblica. Divalia. Festa della Dea Angerona, che prese nome dal disagio della fastidiosa angina poichè ella un tempo rivelò un rimedio per essa. Hanno posto la statua di lei con la bocca imbavagliata sull'altare di Volupia, per mettere in guardia la gente a non proferire il nome segreto della città.
    D
    Affari in Assemblea. Ai Lari Permarini nel portico Minucio.
    E
    Nessun Affare; Festa Pubblica. Larentalia. La festa dei Parentalia per Jupiter e Acca Larentina. Si dice che ella fosse la nutrice di Romolo e Remo; altri dicono che ella fosse una prostituta, la ministra di Hercules. Le venivano fatte offerte pubbliche, perchè ella lasciò in eredità al popolo romano un grande ammontare di denaro, che fu lasciato a lei per volontà di Tarutilus (o Tarvilius), il suo amante.
    F
    Affari in Assemblea.
    [ XXV ]
    G
    Affari in Assemblea.
    H
    Affari in Assemblea.
    A
    Affari in Assemblea.
    B
    Affari in Assemblea.
    C
    Affari in Tribunale.
    [ XXX ]
    D
    Affari in Tribunale.
    E
    Affari in Assemblea.

    31 [giorni in Dicembre]


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  • 03/07/19--05:29: BATTAGLIA DI SENTINO


  • «Guida le schiere contro i Galli e lava col sangue dei nemici il sangue nostro
    (Accio, Eneadi framm. 3)


    I PERSONAGGI: 

    - Publio Decio Mure (puntò su una tattica offensiva impegnando tutte le sue forze)
    - Fabio Massimo Rolliano Quinto (convinto che Galli e Sanniti non fossero avvezzi alle battaglie prolungate, puntò su una tattica difensiva)
    - Lucio Cornelio Scipione Barbato (Conquistò la Taurasia, Cisauna, il Sannio, soggiogò tutta la Lucania e liberò gli ostaggi)
    - Gellio Egnazio (grande condottiero Sannita)
    - Vel Lathites  (grande condottiero Etrusco)

    Questi gli uomini che ebbero in mano il destino di Roma. L'Urbe sopportò una delle battaglie più rischiose e cruente della sua storia. In questa battaglia si sarebbe definito il suo destino, perchè come non mai Roma fu qui sola contro tutti, ovvero contro tutte le nazioni.

    La battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, si svolse nel 295 a.c., durante la III guerra sannitica, ed ebbe l'esercito romano, con unici alleati i Piceni, contro un'alleanza di popolazioni, composta da Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri, che una volta per tutte volevano distruggere l'esercito e la città di Roma. Si chiamò "Battaglia delle Nazioni dell'antichità": perchè tutte le popolazioni (o nazioni) del centro Italia furono coinvolte nello scontro, che decise le sorti di tutto quel territorio. Era in gioco il dominio dell'Italia centrale e l'esistenza stessa del popolo Romano.

    All'inizio del III secolo a.c. l'Italia centrale era divisa nelle "Nazioni" dei Sanniti nel Sannio, dei Romani nel Latium, degli Etruschi nell'Etruria, dei Piceni e dei Galli Senoni nel Picenum, degli Umbri nel territorio fra il Tevere e il Sannio settentrionale, dei Greci nel sud Italia.

    Tra questi stati c'era un certo equilibrio ma Roma grazie alle vittorie sui Latini (340 - 338 a.c.), sui Sanniti nella I guerra sannitica (343 - 341 a.c.), e nella II guerra sannitica (326 - 304 a.c.), e sugli Etruschi (310 - 309 a.c.) lo stava distruggendo a proprio favore.

    Allora i Sanniti, impegnati nella III guerra sannitica (296 a.c.) chiesero e ottennero l'alleanza di Etruschi, Umbri e Galli per distruggere Roma. Si formò una coalizione di quattro popoli, che radunò un grosso esercito nel territorio di Sentino. I Piceni, invece, che avevano subito l'invasione dei Galli, si allearono con i Romani fin dal 299 a.c..



    L'ACCAMPAMENTO DEI ROMANI

    L'accampamento dei romani per la battaglia è descritto sempre da T. Livio:
    "I consoli valicato l'Appennino raggiunsero il nemico nel territorio di Sentino; ivi, a circa quattro miglia di distanza, fu posto l'accampamento. L'esercito Romano percorse tale via e giunse nei pressi della pianura dell'odierna Fabriano."

    La via di collegamento toccava le località di Civita-Tuficum-Aesis-Sextia e raggiungeva Anconam. Un insediamento romano con alcune ceramiche e reperti preromani sono emersi nei pressi di S.Maria in Campo. Secondo la tradizione nel trivio di S.Croce esisteva un tempio dedicato ad Apollo, quindi si può ipotizzare che la via di comunicazione che l'attraversava era molto antica.



    L'ACCAMPAMENTO DEI GALLI

    Gli Umbri, gli Etruschi arrivarono sul luogo della battaglia attraverso i passi di Croce d’Appennino, Scheggia e Cagli e potrebbero aver posto gli accampamenti nella piane di S.Cassiano, Molinaccio, Pegliole e Marischio. A questi venne affidato il compito di attaccare l'accampamento romano.

    I Sanniti potrebbero essere arrivati dal Molise attraversando i territori dei Peligni, Prestini, Pretuzzi e Piceni e tramite la Via gallica di Firmium, Urbs Salvia, Helvia Recina, Auximum, Aesis, penetrarono nell’area della battaglia. Essi raggiunsero i loro alleati attraverso le valli del Misa, del Cesano o Esino.

    I Senoni, già padroni del territorio Sentinate, si schierarono a fianco dei Sanniti, nella stessa area, seguendo le medesime strade sicuramente adatte al transito di carri da combattimento. Ai Sanniti ed ai Galli fu affidato il compito di dare battaglia ai romani sul campo di guerra.


    LA I MOSSA ROMANA

    Venuti a sapere dei piani dei nemici grazie a dei delatori, i consoli romani fecero attaccare Chiusi da un loro distaccamento che era rimasto presso Roma, ottenendo che gli Etruschi si allontanassero da Sentino, per proteggere la loro città. Un nemico in meno.



    PERSONAGGI DELLA BATTAGLIA

    DEVOTIO DI DECIO MURE

    PUBLIO DECIO MURE

    La devotio per la battaglia di Sentino, eseguita dal secondo Publio Decio Mure, viene narrata da Tito Livio, con la formula che il pontefice Marco Valerio suggerisce al console Publio Decio Mure:

    "Iane, Iuppiter, Mars pater, Quirine, Bellona, Lares, Diui Nouensiles, Di Indigetes, Diui, quorum est potestam nostrorum hostiumque, Dique Manes, uos precor ueneror, ueniam peto feroque, uti populo Romano Quiritium uim uictoriam prosperetis hostesque populi Romani Quiritium terrore formidine morteque adficiatis. Sicut uerbis nuncupaui, ita pro re publica populi Romani Quiritium, exercitu, legionibus, auxiliis populi Romani Quiritium, legiones auxiliaque hostium mecum Deis Manibus Tellurique deuoueo."

    Traduzione:

    "Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dei Indigeti, Dei che avete potestà su noi e i nemici, Dei Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Così come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli Dei Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l'esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici."



    FABIO MASSIMO RULLIANO (QUINTO)

    Fu uomo politico e generale romano durante le guerre sannitiche, cinque volte console (322, 310, 308, 297, 295 a.c.) e dittatore nel 315, nonchè figlio di M. Fabio Ambusto. Quand'era ancora assai giovane, nominato magister equitum dal dittatore Lucio Papirio Cursore (325), attaccò battaglia, contro il suo divieto, riportando sui Sanniti una splendida vittoria.

    Condannato a morte dal dittatore, sfuggì al supplizio grazie alle minacce dell'esercito e alle suppliche del popolo e del vecchio padre. Trionfatore dei Sanniti nel 322 a.c., fu da loro sconfitto durante la dittatura del 315 al passo di Lautule, presso Terracina; ma, rieletto console, sorprese gli Etruschi con un'ardita marcia attraverso la Selva Ciminia e li costrinsero a ritirarsi dalla guerra, dando così inizio alla fase offensiva della II guerra sannitica, cui partecipò, come console, nel 308 a.c.

    Censore nel 304, limitò la riforma d’Appio Claudio sulle iscrizioni dei cittadini alle tribù; negli ultimi due consolati combatté validamente la grande lega antiromana dei coalizzati della III guerra sannitica e, insieme con Decio Mure, vinse la decisiva battaglia di Sentino. Ebbe gli onori del trionfo e, primo dei Fabi, ricevette il soprannome di Massimo.



    LUCIO CORNELIO SCIPIONE BARBATO

    Console nel 298 a.c., guidò l'esercito di Roma alla vittoria contro gli Etruschi nei pressi di Chiusi e Volterra. Membro della nobile famiglia romana degli Corneli, fu padre di Lucio Cornelio Scipione e di Gneo Cornelio Scipione.
    Il suo sarcofago, che ora si trova nei Musei Vaticani, mantiene intatta il epitaffio, scritto in latino arcaico:

    CORNELIVS• LVCIVS• SCIPIO• BARBATVS• GNAIVOD• PATRE
    PROGNATVS• FORTIS• VIR• SAPIENSQVE—QVOIVS• FORMA•
    VIRTVTEI•PARISVMA.FVIT.CONSOL .CENSOR•AIDILIS•QVEI
    •FVIT• APVD• VOS — TAVRASIA• CISAVNA . SAMNIO• CEPIT.
    SVBIGIT•OMNE.•LOVCANA•OPSIDESQVE•ABDOVCIT.

    "Cornelio Lucio Scipione Barbato, generato da Gnaeus suo padre, uomo forte e saggio, la cui apparenza era in armonia con la sua virtù, che fu console, censore e edile fra voi. Conquistò la Taurasia, Cisauna, il Sannio, soggiogò tutta la Lucania e liberò ostaggi."

    Il suo titolo di censore del 280 a.c. è il primo di cui abbiamo una testimonianza affidabile, malgrado tale magistratura fosse già da molto tempo in vigore.



    GELLIO EGNAZIO

    Condottiero Sannita, fu l’ideatore della lega Italica, un’alleanza armata contro Roma. Non era facile riunire Etruschi, Umbri, Sanniti e  Galli, inoltre i Galli Senoni erano mercenari pronti a combattere per chi li pagava meglio. L’idea di G.Egnazio fu di spostare il conflitto dal Sannio, ormai accerchiato dai Romani, nell'Italia centrale e affrontare il nemico con un forte esercito Italico.

    Tito Livio narra: “Mentre si conducevano diverse operazioni nel Sannio,una grossa guerra viene scatenata contro i Romani in Etruria da molte popolazioni,per istigazione del sannita G.Egnazio. Alla guerra si erano rivolti tutti i Tusci, i vicini popoli dell’Umbria e con la promessa d’un compenso si sollecitavano aiuti dai Galli.Tutta quella moltitudine si era radunata presso il campo dei Sanniti”.


    Con una stupefacente marcia dal Sannio, Gellio Egnazio, con l'aiuto di un altro abile Comandante Sannita Minazio Staio, riuscì ad eludere la sorveglianza dei romani e raggiungere gli alleati, stanziati in Umbria. Si ebbe subito una clamorosa sconfitta dei romani guidati da Cornelio Scipione Barbato ad opera dei Galli e solo lo scoordinamento italico impedì a Gellio di sfruttare la situazione

    Mario Egnazio, generale sannita durante la guerra sociale sconfisse presso Camerino la legione romana del propretore L. Cornelio Scipione Barbato. Dopo aver sconfitto presso Teanum Sùlicinum il console L. Giulio Cesare, prese per tradimento Venafro uccidendo due manipoli di soldati romani. Ma nell'89 a.c. Gaio Cosconio, dopo aver devastato i territori di Larinum, Asclum (Ausculum) e Venusia uccise il condottiero sannita.




    VEL LATHITES

    Durante la III guerra sannitica, nel corso di scontri tra gli eserciti romani e quelli della coalizione etrusco-umbro-gallo-sannita (298-295 a.c.),Tito Livio si sofferma sulla grave sconfitta subita dai Romani presso Chiusi (nel 295 a.c.): l'intera legione comandata dal propretore Lucio Cornelio Scipione (console del 298 e bisnonno di Publio Cornelio Scipione, il vincitore d’Annibale) fu annientata dai mercenari galli al soldo degli Etruschi. È probabile i Galli abbiano agito sotto il comando etrusco; del resto lo scontro si svolse in piena Etruria.

    Tuttavia, poco dopo, un altro contingente romano, con abile mossa diversiva, prese a saccheggiare gravemente il territorio chiusino, costringendo l'esercito della lega etrusca a muoversi «dal territorio di Sentino per difendere il loro paese” abbandonando le schiere gallo-umbro-sannitiche poco prima dello scontro decisivo. Grazie a questa mossa i Romani ottennero la clamorosa vittoria sui Sanniti, nella battaglia di Sentino in Umbria (295 a.c.).

    Gli Etruschi, pur non avendo "partecipato" all'eccidio di Sentino, furono indotti, dopo altri scontri di secondaria importanza, alla stipulazione di una tregua quarantennale (294 a.c.), implicante la clausola del pagamento (a Roma) di una penale di cinquecentomila assi per ciascuna città della lega (Livio, 10,37). Nella battaglia di Sentino, Vel Lathites potrebbe, come capo della lega etrusca, aver comandato l'esercito etrusco “nella battaglia romana” de1 298-295 a.c.

    Helmut Rix ha correttamente riconosciuto in Vel Lathites un appartenente alla famiglia Leinies di Volsinii; il suo gentilizio "Lathites" indica verosimilmente che egli fu adottato dai Lathites (scritto anche Latithes o Latites) di Chiusi. Dunque Vel Lathites era, di nascita, un Leinies: ecco perchè il suo elogio funebre si trova scritto nel sepolcro gentilizio di quest'ultima famiglia, a Volsinii (la Tomba Golini I). In etrusco Lars significava 'capo militare', 'guerriero', 'coraggioso' (infatti Laran è il nome etrusco del Dio Marte; sulla radice lar- si formano i prenomi etruschi Larth e Laris).




    LE AZIONI DIPLOMATICHE ETRUSCO ROMANE

    L’operazione dei Romani nel devastare i territori nemici fu un segnale di avvertimento alle classi sociali etrusche filo romane che dovevano disimpegnarsi dalla Lega e collaborare con la politica di Roma per non perdere i poteri acquisiti nel territorio etrusco.

    Narra Tito Livio che nel 311 a.c. tutti i popoli d'Etruria, tranne gli Aretini, presero le armi e posero l'assedio a Sutri, già città etrusca, ma allora colonia romana (dal 383 a.c.) e "ingresso dell'Etruria". Nel 310 i Romani inflissero una pesante sconfitta alle truppe etrusche con 60.000 nemici uccisi o fatti prigionieri.

    Subito dopo da Perugia, Cortona e Arezzo, che a quel tempo erano come le capitali dei popoli d'Etruria, furono inviati ambasciatori a Roma con richieste di pace, ottenendo una tregua trentennale.

    Nel 294 a.c., alla fine di una serie di scontri tra Roma e la coalizione gallo-etrusco-sannita di Volsinii, Perugia e Arezzo, ottennero una tregua quarantennale e un trattato di alleanza, essendo però comminata a ciascuna di loro un'ammenda di 500.000 assi, per la parte che avevano avuto nella recente guerra.




    LA BATTAGLIA

    La battaglia di Sentino è narrata dalle fonti antiche dagli storici Polibio II,19,6; Tito Livio X, 17-30 e Frontino Strat. 1, 8, 3. Il più dettagliato è quello di Tito Livio che descrive il conflitto con toni drammatici:

    Si tennero quindi delle consultazioni fra gli alleati, e si convenne di non congiungere tutte le forze in un solo accampamento e di non scendere a battaglia contemporaneamente; i Galli si unirono ai Sanniti, gli Etruschi agli Umbri. Venne fissato il giorno del combattimento; alla battaglia furono destinati i Sanniti e i Galli; gli Etruschi e gli Umbri ebbero l'incarico di assalire il campo romano proprio nel mezzo del combattimento.

    Guastarono questi piani tre disertori di Chiusi, i quali durante la notte passarono al console Fabio e gli rivelarono i progetti dei nemici; essi furono quindi congedati con dei doni, perché continuassero a spiare e riferissero qualunque nuova decisione venisse presa. I consoli scrivono a Fulvio e a Postumio di fare avanzare i loro eserciti, rispettivamente dal territorio dei Falisci e dall'Agro Vaticano, verso Chiusi e di devastare con estrema violenza il paese dei nemici. La notizia di tale devastazione indusse gli Etruschi ed Umbri ad allontanarsi dal territorio di Sentino per difendere il loro paese”.

    SCHIERAMENTO
    Lo scontro fu molto violento, tanto che nella prima fase della battaglia i Romani ripiegarono verso i loro accampamenti essendo stati sorpresi dalle forti urla dei Galli e dalla veloce avanzata dei loro carri da guerra. La cavalleria Romana si spaventò, indietreggiò disordinatamente, fino a travolgere la stessa fanteria che volgeva all'attacco. I carri dei Galli fecero una strage della fanteria avversaria presa di sorpresa.

    Il console D. Mure tentò invano di fermare i suoi militi in fuga e visto che la situazione volgeva al peggio, decise di sacrificarsi facendo voto di morte gettandosi nella mischia, dove rimase ucciso. Questo sacrificio arrestò la ritirata dei Romani e la furia dei Galli fu contenuta. In realtà, a fermare gli avversari non fu il sacrificio di D. Mure, ma la stanchezza sopraggiunta ai Galli dovuta al clima estivo; infatti, la battaglia si svolse nel mese d’Agosto.

    L'impeto dei barbari si attenuò: essi cominciarono a retrocedere travolgendo con i loro carri i propri guerrieri che battevano in ritirata. In quel difficile momento vi fu anche una forte resistenza da parte dei legionari Triari che erano molto esperti nel superare situazioni critiche. Essi entrarono in combattimento in un secondo momento ed essendo freschi ed esperti, spezzarono lo slancio degli alleati.

    PRIMA FASE
    I romani presero il sopravvento e spinsero i nemici verso i loro accampamenti. Incalzati da Fabio e dalle sue legioni, con una travolgente avanzata esse arrivarono fino agli accampamenti dei Sanniti e dei Galli. Nonostante una resistenza disperata, il campo dei Sanniti fu espugnato. Il loro duce Gellio Egnazio cadde nella difesa.

    I Galli furono assaliti alle spalle e sterminati prima di arrivare al loro accampamento. I Romani ottennero una strepitosa vittoria che ebbe i dolorosi costi di 25.000 morti fra i Galli e i Sanniti, 8000 prigionieri e circa 8700 caduti Romani.

    A dimostrare che questa può essere annoverata fra le più grandi battaglie dell'epoca, le spoglie dell'eroe Romano D.Mure furono ritrovate dopo due giorni di faticose ricerche come ci fa sapere T. Livio. In considerazione dei caduti d’entrambi i fronti, dei prigionieri da parte Romana si può presumere che le forze in campo fossero molto elevate. Infatti, fu una battaglia dove scesero in campo notevoli forze di fanteria,cavalleria e carri che richiedevano una pianura molto vasta e quella
    di Fabriano era la più idonea per tali manovre militari.

    «In quella giornata vennero uccisi 25.000 nemici, mentre i prigionieri catturati ammontarono a 8.000. Ma la vittoria non fu certo priva di perdite, visto che tra gli uomini di Decio vi furono 7.000 caduti, tra quelli di Fabio più di 1.700
    (Livio, Ab Urbe condita libri, X, 29.)

    SECONDA FASE

    I BUSTA GALLORUM

    Nel luogo del massacro si ritrovarono un numero così elevato di morti che per i Galli fu necessario innalzare delle pire. I cumuli di ceneri (Busta Gallorum) furono talmente numerosi che lasciarono traccia nei secoli, forse con varie esagerazioni.

    Si usava nelle battaglie, dopo aver spogliato i cadaveri, di ammucchiarli a centinaia dentro le fosse naturali o artificiali, poi si riempivano le fosse di legname e gli si dava fuoco. Per personaggi particolari d’alto grado era utilizzata la cremazione diretta o indiretta. Una volta istituita la sepoltura monumentale sul posto c'era la deposizione del corredo, connessa al rito di sepoltura, entro la fossa e diversificato in base alla ricchezza del defunto.

    Fra i vari oggetti della sepoltura v'erano, vasellame di diverso tipo, la moneta, quale “obolo di Caronte”; la lucerna per illuminare il viaggio nell'aldilà; il balsamario in vetro per gli unguenti. Oggetti più personali, potevano invece essere indossati dal defunto fin dal momento del funerale.

    FASE FINALE

    GOTI E BIZANTINI

    Procopio, nel racconto sullo scontro decisivo tra i Goti e Bizantini avvenuto nel 552 d.c. riporta che le parti si affrontarono nei pressi dei " Busta Gallorum", nel crematoio dei Galli:

    "Le forze romane al comando di Narsete misero poco dopo anche loro il campo sull'Appennino: Stavano ad una distanza di circa 100 stadi da quell’avversario, in una posizione pianeggiante ma circondata da molte alture assai vicine, dove si narra che una volta Camillo, generale romano, vinse e distrusse in battaglia una moltitudine di Galli.

    Di questo fatto la località porta tuttora la testimonianza nel nome, serbando memoria del rovescio dei Galli: si chiama Busta Gallorum. Busta è il nome che i Latini danno ai resti della cremazione. E ci sono moltissimi tumuli, in cui furono sepolti i cadaveri."

    Lo storico fa riferimento all’offensiva di Camillo del 390 a.c. quando secondo alcune fonti inseguì i Galli fino alle vicinanze di Pesaro. Questa affermazione fa presumere ad un errore di Procopio che non era informato sull’accaduto della battaglia di Sentino avvenuta proprio nelle vicinanze di Tagina, e combattuta dai consoli Decio e Fabio nel 295 a.c.

    Nel conflitto del 390 a.c. secondo T. Livio i Galli furono massacrati, vicino alla capitale, in una località chiamata Carinae, situata a nord ovest dell'Esquilino. Servio invece scrive che Camillo, giunto a Roma dopo che i Galli erano partiti, li inseguì e dopo averli raggiunti presso Pesaro, li attaccò, li sconfisse e recuperò l'oro del riscatto. A quale fonte aveva attinto Procopio?

    In ogni caso la sconfitta dell’Allia e il saccheggio del Campidoglio fu catastrofico: l'esercito romano dovette essere travolto in campo aperto e subire perdite gravissime. Di questo disastro narrarono diversi storici greci del IV secolo: Filisto, Eraclide, Pontico, Teopompo e perfino Aristotele.
    La località secondo Varrone è definita Busta Gallorum (De Lingua latina, V,157), l’ossario dei Galli, ammassati dai Romani. Secondo altri, i morti furono ammucchiati dagli stessi Galli durante la pestilenza.

    A Roma nelle vicinanze di Tor de' Conti sul Vicus Cyprius s'incontra la piccola Chiesa di S. Andrea detta in Portogallo. Nome corrotto e si vuole che fosse il luogo, che i romani chiamarono Busta Gallica da quando Furio Camillo ordinò, che i corpi dei Galli Senoni uccisi sotto il Campidoglio fossero in questo luogo bruciati. Però tra Portogallo e Busta Gallorum ce ne corre parecchio e la cosa
    appare poco credibile.

    Procopio descrivendo i tumuli dei sepolcreti dei Galli, ancora visibili al tempo del confronto tra Totila e Narsete, cosa poco probabile per i secoli trascorsi (800 anni!) potrebbe aver scambiato tali cumuli con le tombe picene a tumulo, che erano numerose nella piana di S.Maria, nella stazione ferroviaria e in altre aree.



    IL TEMPIO DI GIOVE

    Il console Fabio, dopo la battaglia, bruciò in voto a Giove vincitore le spoglie nemiche ed eresse in suo onore un tempio. Di fronte a Bastia - nella località Molinaccio - al disopra dell'odierno bivio della strada diretta a Roma, esiste un'altura chiamata "Campo della Vittoria" dove negli anni passati sono stati ritrovati resti di capitelli, colonne e altri ruderi di un tempio. Purtroppo tali reperti sono andati perduti.

    Altri ritrovamenti perduti erano nei pressi della chiesa di S.Maria in Campo, ma il tempio potrebbe essere stato eretto sopra al monte Civita, un monte sacro per gli Umbri. Anche qui sono stati rinvenuti reperti archeologici oltre a due cisterne d’acqua scavate sulla roccia.



    LE ALTRE PIANURE

    SOLDATO SANNITA
    La città romana di Sentino si trovava nel pianoro roccioso di S. Lucia di Sassoferrato, circondato da dirupi naturali nel cui fondo scorrevano i fiumi Sentino e Marena.

    Essa rappresentava un passaggio obbligato per chi proveniva da ovest (Scheggia) o sud ovest (Fabriano) diretto verso la costa adriatica.

    I Romani per arrivare a Sentino potevano percorrere la via della Scheggia che s’inoltrava nell'impervia gola del Corno, via pericolosa, poiché  attraversava i confini della Senonia.
    Un’alternativa poteva essere la via di Camerino ovvero l’antico tracciato Piceno (futura Protoflaminia).

    Un esercito, trovandosi alle porte di una città difesa dai Celti e dagli Umbri con una struttura fortificata ed in assetto di guerra doveva necessariamente assediarla, ma per quanto riguarda Sentino, non è minimamente accennato da Tito Livio.

    Supponendo la posizione della città umbra vicina alla piana della Tovaglia, di S. Croce e Serragualdo, situate nel cuore del territorio gallico, sarebbe stata sicuramente attaccata e distrutta.

    Non avendo alcuna notizia da T. Livio sull'assedio della città, si può dedurre o che la città umbra non era a S. Lucia o i Romani hanno affrontato gli alleati lontano dalla città ovvero a sud dell'Agro Sentinate, nella piana di Fabriano, senza coinvolgere Sentino.

    Esaminate le aree pianeggianti esistenti nel territorio Sentinate, le pianure fabrianesi di S.Maria e del Maragone potrebbero essere state per la loro ampiezza e la natura del terreno le più idonee per il confronto tra i due eserciti.

    (tratto da Federico Uncini)


    L'ESPANSIONE ROMANA POST BATTAGLIA

    I FASTI CONSOLARI

    Roma celebrò la vittoria di Sentino con i fasti consolari a Roma il giorno 4 Settembre 295 a.c. come riporta T. Livio: “Quinto Fabio, lasciato a Decio il compito di presidiare l'Etruria col proprio esercito, riportò a Roma le sue legioni e ottenne il trionfo su Galli, Etruschi e Sanniti.
    I soldati lo seguivano nella sfilata, e nei rozzi canti militari la valorosa morte di Decio fu celebrata non meno della vittoria di Fabio, e tra le lodi rivolte al figlio fu richiamata la memoria del padre, il cui sacrificio e i cui successi in campo pubblico erano stati adesso eguagliati. Dal bottino raccolto in guerra ogni soldato ricevette ottantadue assi di rame, un mantello e una tunica, che in quel tempo erano riconoscimenti militari non certo disprezzabili”.

    Un frammento in un dei Fasti capitolini, custodito al Palazzo dei Conservatori, Sala della Lupa Capitolina di Roma, riporta i trionfi di Marco Fulvio Pitino, Gneo Fulvio Centumalo, Quinto Fabio Rulliano (avvenuto il 4 Settembre dell’anno CDLIIX 295 a.c., sui Sanniti, Etruschi e Galli..)
    Nelle iscrizioni dei Fasti consolari (Museo della Civiltà Romana, Roma EUR) si notano le nomine dei censori partecipi allo scontro:

    CENS.•O.FABIUS•. M.F.N.N. MAXIM. RULLIANUS. P. DECIUS. P.F.O.N.MUS. XXVIII
    Rulliano e Decio sono nominati Censori (304 a.c.). A Rolliano viene dato l'appellativo di "Massimo".

    O.FABIUS.M.F.N.N.MAXIM.RULLIANUS.IIII. P.DECIUS. P.F.O.N. MUS.III.
    Q. Fabio Rullianoe P. Decio Mure, Consoli nel 297 a.c., rispettivamente per la IV e III volta.

    O. FAB I US.M.F.N.N.MAXIM.RULLIANUS.V. P.DECIUS O.P.F.O.N.MUS. IIII.OUI.SE.DEVQVIT.

    Nell'anno 295 a.c., vengono nuovamente nominati Consoli e vicino al nome di Publio Decio figura che egli si è sacrificato nella battaglia di Sentino.

    Per l’evento di Sentino si coniò intorno al 289 a.c. una moneta tramite la zecca del Campidoglio e ripetuta nel 95 a.c. dal personaggio Sentius a ricordo dei duecento anni di quanto avvenuto nella terra delle sue genti.

    Francesco Parvini Rosati, professore di numismatica greca e romana all'Università "La Sapienza" di Roma scrive su Archeo:

    "Le ultime emissioni sono costituite da dracme e didracme che presentano al dritto un' effigie bifronte laureata giovanile e al rovescio Giove con lo scettro in atto di lanciare il fulmine, in quadriga al galoppo guidata dalla Vittoria. Sotto la quadriga, in una tavoletta, v'è la legenda Roma.
    Gli eventi storici ricordati dai due gruppi di emissione sono probabilmente, la grande vittoria riportata dai Romani a Sentinum nel 295 a.c. cui si riferisce la figurazione di Giove che lancia il fulmine su una quadriga guidata dalla Vittoria e la pace tra Roma e i Sanniti nel 290, ricordata dalla scena del "giuramento".

    (tratto da Federico Uncini)



    LE CONSEGUENZE

    Roma dette una terribile lezione agli avversari si che la coalizione sconfitta non venne mai più ripristinata. Dopo Sentino, le città etrusche e quelle umbre stipularono patti federativi, mentre con Celti e Sanniti perdurò lo stato di guerra.

    Roma era ormai superiore militarmente alle altre potenze della penisola, anche se pur vincendo, non conquistò dei territori, ma proseguì la sua politica di egemonia sul resto della penisola.

    I Piceni, alleati dei Romani vennero liberati della presenza nel nord delle Marche dei Galli Senoni. Successivamente, però, quando videro che i Romani cominciarono a fondare colonie nel loro territorio, cominciarono anch'essi a temere per la propria indipendenza. Quanto ai Galli Senoni, i romani si impossessarono dopo pochi decenni, di metà del loro territorio.


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  • 03/08/19--04:37: GENS HARRIA
  • MONETA INTITOLATA A TITUS E A HIRRIUS FRONTONE NERATUS PANSA

    La gensa Harria era una delle tante gens minori, compare alla fine della Repubblica e in epoca imperiale. Di questa famiglia plebea ma ricca, con dei rami però aristocratici, si ricordano quattro nomi: Hirrius, Gaius Hirrius, Gaius Hirrius Postumius, e Marcus Hirrius Frontone Neratius Pansa.


    - Hirrius
    Fu pretore nell'88 a.c.

    Gaius Hirrius Postumius 
    Un epicureo citato da Cicerone; Epicuro credeva che il fine dell'uomo fosse quello di perseguire il piacere, ma che il modo per ottenerlo fosse quello di vivere modestamente, acquisire conoscenza del funzionamento del mondo, e limitare i propri desideri. Ciò porterebbe a raggiungere uno stato di tranquillità, la libertà dalla paura e l'assenza di dolore fisico. Secondo alcuni Gaius potrebbe essere identico all'allevatore delle lamprede.

    - Gaius Hirrius
    Fu il primo allevatore di lamprede negli stagni di acqua marina. La lampreda è un pesce simile all'anguilla in alcune specie carnivora in altre erbivora delle piante marine. La lampreda non ha denti, per cui la specie carnivora ha una bocca che succhia il sangue delle vittime fino alla morte. Comunque, a meno che non sia molto affamata, in natura non attacca l'uomo.
    Sembra comunque che questo pesce sia molto intelligente e riesca a porsi in contatto con la specie umana. Lo conferma Plutarco nel suo libro "l'intelligenza degli animali".

    Nel suo autocentrismo l'essere umano spesso dimentica che anche gli animali sono dotati di ragione, e che sono in grado di provare sentimenti ed emozioni simili a quelli dell'uomo. Per farlo capire Plutarco immagina un dialogo surreale tra Ulisse e il suo compagno di viaggio Grillo, trasformato in maiale dalla maga Circe, il quale spiega non solo che gli animali sono intelligenti, ma che in molti casi siano da preferirsi ai presuntuosi umani.

    Si dice che Gaius Hirrius abbia speso non meno di un milione di sesterzi per esca, usando l'affitto delle sue case, ma è pure ricordato per aver venduto una piccola fattoria rurale, fornita di allevamento delle lamprede, per quattrocentomila sesterzi. Anche se le sue lamprede gli erano così care che Hirrius spesso si rifiutava di venderle, tuttavia si dice che, appassionato fan di Cesare gliene avesse inviato diverse migliaia per i suoi banchetti trionfali nel 46 e nel 45 a.c.

    ALLEVAMENTO ITTICO ROMANO

    Marcus Hirrius Frontone Neratius Pansa
    Marcus è conosciuto principalmente attraverso iscrizioni epigrafiche. Fu un senatore romano che divenne console suffetto nel 73 o nel 74. La gens Neratia è originaria di Saepinum sannita. Il nome del padre di Pansa, oltre al gentilicum Neratius, non è noto, sebbene gli esperti ritengano che Lucio Nerazio Prisco fosse suo fratello. Si pensa Pansa avrebbe acquisito il nome "Marcus Hirrius" dal suo padre adottivo, un membro della gens Hirria; questa adozione avvenne prima dell'iscrizione ritrovata che portava nome di Marcus Hirrius.

    Si sa che compì i suoi primi studi in Lycia (Turchia) dal 70 al 72. Un'iscrizione frammentaria recuperata da Saepinum ci informa della sua nomina a patrizio intorno al 73/74. Poi, dopo il suo consolato, Pansa fu incaricato nel 74/75 di amministrare un censimento in un luogo chiamato regio X. Mario Torelli riteneva  si riferisse a una parte della provincia della Cappadocia (Turchia), ma secondo i redattori di L'Année Epigraphique potrebbe riferirsi anche alla Regio X Venetia et Histria, dove egli nacque.

    Venne poi incaricato di condurre una campagna contro un nemico, del cui nome resta solo la lettera iniziale A. Si pensa o in Armenia Major, o contro gli Alani, campagna  eseguita nel 75 o 76. Evidentemente vinse, poiché l'iscrizione riporta che Pansa ricevette dona militaria o onori militari, tra cui la corona murale e la corona del campo.

    Pansa ottenne poi un seggio tra i "Quindecimviri sacris faciundis", poi venne nominato curatore aedium sacrarum, e puree governatore della Cappadocia e della Galazia dal 77 all'80 mentre erano ancora una provincia mista. In seguito Pansa, forse perchè non avesse avuto figli, adottò il nipote Lucio Nerazio Marcello, a cui si fa riferimento in alcune iscrizioni come Marcello Nerazio Marcello.


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  • 03/09/19--04:50: CULTO DI ALEMONIA
  • LUCILLA SORELLA DELL'IMPERATORE COMMODO IN VESTE DI CERERE ALEMONIA

    Alemonia o Alemona è una Dea della fertilità per cui le si dedicavano dei sacrifici per avere figli, ma era anche responsabile della salute del bimbo nel ventre materno. Era infatti lei che si occupava del suo nutrimento mentre viveva nel corpo della madre, garantendo quindi altresì la salute del corpo della madre.

    Alcuni studiosi pensano che il suo nome fosse in relazione al greco ἀλήμων (ălēmon) "vagabondo", il che riporterebbe alla Dea Vacuna, ma per altri deriverebbe da λειμωνιά "prato", ovvero ninfa del prato. In realtà Alemona deriverebbe dal verbo "alere" cioè nutrire e la Dea non è greca ma italica e addirittura è una degli Dei Indigetes, cioè delle divinità primitive della penisola.

    Di questa Dea ci parla il cristiano Tertulliano (150- 220), che sembra riferirsi a Terenzio Varrone che cita la divinità, nella sua opera "Antiquitates rerum humanarum et divinarum"  ("Antiche cose umane e divine", in 41 libri) descrivendola come una Dea delle fertilità che in particolare favoriva la crescita dei bimbi nei grembi delle donne gravide.

    Le Dee della fertilità sono sempre uno degli aspetti principali dell'archetipo della madre, connaturati al nascere, crescere e morire. Il crescere sarebbe quindi legato al nutrire. Ma il nutrire il bimbo nel segreto del grembo materno è come nutrire i semi affinchè escano dal grembo della terra per divenire
    pianta.

    Pertanto questa Dea doveva essere legata all'Equinozio di primavera, che equivale al parto della Madre Terra che fa germogliare le piante. Molti autori hanno asserito che gli Dei Indigetes sono personificazioni dei fatti inerenti la natura, ma sarebbe come dire che Gesù Cristo che muore in inverno e risorge in primavera rappresenti il Dio Vegetazione, cioè la vegetazione annuale. O è vero per tutti o per nessuno.


    La Dea veniva pertanto festeggiata all'Equinozio di Primavera, perchè era colei che nutriva i prodotti dei semi dalla terra, e i piccoli degli animali e delle donne nel loro grembo per portarli poi alla luce.
    Era pertanto la Dea del buio che precede la luce, della vittoria della vita sulla morte e della luce sulle tenebre.

    A lei si offrivano i tuberi del sottosuolo e le primizie dell'equinozio. A lei si dedicavano banchetti con ghirlande e libagioni di vino e di latte in onore delle puerpere. Ma per tutto il tempo della gravidanza le venivano offerte libagioni di latte e di vino (usanza abolita poi dai romani che non consentivano alle donne di bere alcolici) da parte della donna gravida, supponendo che il vino fosse il latte della Madre Terra.

    Il culto di origine italica venne accolto dai romani che rispettavano tutte le divinità locali ma pure estere, senza razzismi nè contro gli uomini nè contro gli Dei. In particolare si accoglievano gli Dei Indigetes come culto dei mos maiorum, o culto trasmesso dai propri antenati.


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  • 03/10/19--05:59: AEDES ROMANI
  • AEDES GENI AUGUSTI

    Gli Aedes furono a Roma i luoghi sacri più arcaici insieme ai lucus e alle aedicula. Il lucus, cioè il bosco sacro, soprattutto per l'estendersi veloce dell'Urbe verso cui confluiva gente di tutto il mondo conosciuto, divenne un preziosissimo terreno su cui edificare. Venne ristretto pertanto ad un luogo recintato, a volte con steccati ma soprattutto con pietra a secco, ponendovi un'ara con dedica e statua della divinità.

    Anche l'aedicula, in fondo diminutivo di aedes, venne soppiantata dai templi, di più ampio respiro, restando però ancorata agli incroci e ai bivii, per cui da un lato si trasformò ma dall'altro si moltiplicò essendosi moltiplicate le vie, lastricate e non, dei romani.

    Per indicare un luogo sacro i romani usavano il termine Aedes cioè "la dimora della divinità", ma anche se il termine veniva usato anche per indicare un tempio, tra aedes e templum c'erano delle diversità.

    Il templum veniva tracciato in aria dall'augure, con il bastone da cerimonia detto lituo, con il quale veniva ricavata una porzione sacra di cielo, che veniva quindi orientata e ripartita in regioni fas e nefas (cioè gradite o sgradite agli dei) per trarne presagi dal volo degli uccelli.

    A tale spazio in cielo ne corrispondeva uno in terra per l'esecuzione di sacrifici e il culto degli Dei, che veniva munito di un'ara o un aedes, le vere dimore del Dio. Il templum dunque derivava dall'inauguratio compiuta dall’augure, mentre la aedes non è inaugurata, ma consacrata dal pontefice e dedicata dal magistrato; sono questi due atti che consegnano la proprietà del sito alla divinità cui è dedicata.

    Ne consegue che può essere templum anche un sito o un edificio di uso civile, come il Comizio e la Curia, mentre la aedes è sempre un edificio di culto. Se invece un edificio è inaugurato, consacrato e dedicato, acquista il doppio carattere di templum e di aedes; è adibito al culto, ma può essere adibito anche a funzioni civili, come ad esempio le riunioni del Senato nel Tempio di Bellona o di Apollo Palatino.

    Ogni aedes ha un suo statuto (lex aedis) e un suo patrimonio. In quanto sacra è inviolabile e non è commerciabile; il suo patrimonio è invece commerciabile, purché risponda allo scopo per il quale viene costituito. La cura della aedes è dunque affidata allo stato, ed è tutelata dallo ius sacrum. La custodisce l'aedituus, che non è né sacerdote né magistrato (una specie di "sacrestano").

    L'aedes poteva essere a pianta rettangolare o circolare e il giorno della dedicatio è il dies natalis della aedes, la cui celebrazione ricorre ogni anno. Le aedes publicae sono quelle costituite per iniziativa dello stato e adibite al culto pubblico, ma vi sono anche aedes private, a cura di sodalizî, di corpi militari, di privati, e non sono consacrate dal pontefice né dedicate dal magistrato.

    AUGURE
    Nel Foro Romano e sul Palatino era locato circa un terzo delle aedes romane. Ne ricordiamo, di antichissimo culto:

    - Aedes Vestae, di forma tonda come i templi più antichi, si suppone fosse dapprima un recinto, poi un colonnato con un tetto, munito di focolare e di impluvio. Il focolare però non era sotto l'impluvio altrimenti la pioggia avrebbe spento il fuoco. 

    - Aedes Larum, - Il 27 giugno era dedicato alla festa degli Aedes Larium in via Sacra, festività già esistente ma che Augusto spostò nella Via Sacra. Se le altre divinità dovevano occuparsi di tutti, i Lari, come i Penati, si occupavano solo dei pronipoti della propria gens..
    Probabilmente Augusto volle riunire due feste in un’unica processione: la festa dei Lari e la festa in onore del Tempio di Iupiter Stator, anch’esso costruito sulla Via Sacra.
    L’aedes Larum, secondo una recente ricostruzione archeologica, venne probabilmente edificato tra la Domus Regis Sacrorum, e l’atrium-aedes Vestae, zona dedicata alla dea Vesta, anch’ella protettrice del focolare e delle donne. All’interno si accedeva a dei “sotterranei” in linea con l’oltretomba dei Lari. Prima dello spostamento nella Via Sacra, il luogo di culto era un unico edificio che riuniva un focolare dedicato a Marte, e un focolare ai Lari, separati dall’edificio col focolare di Vesta, collegati solo da un unico passaggio.

    Aedes Lari Permarini - Rientrato a Roma, Lucio Emilio Regillo poté riferire le azioni compiute direttamente al Senato, che gli decretò l’onore del trionfo navale sul re Antioco. Egli stesso volle poi erigere nell’Urbe il tempio dei Lari Permarini, per onorare un voto da lui formulato durante la battaglia navale di Mionneso. Sul portale del tempio venne apposta la seguente iscrizione, di cui una copia fu anche affissa sulla porta del tempio di Giove Ottimo Massimo in Campidoglio:
    "Volendo concludere una grande guerra, sottometterne i re e pervenire alla pace, Lucio Emilio, figlio di Marco, venne inviato a combattere quella battaglia navale. Sotto i suoi auspici, sotto il suo comando e sotto la sua condotta fortunata, tra Efeso, Samo e Chio, la flotta - fino allora invitta - del re Antioco, davanti agli occhi dello stesso Antioco, di tutto il suo esercito, della cavalleria e degli elefanti, venne sbaragliata, schiacciata e messa in fuga; in quel solo giorno le furono catturate quarantadue navi con tutti gli equipaggi. Dopo quella battaglia il re Antioco ed il suo regno …. In seguito a questo grande successo fece voto di un tempio ai Lari Permarini". (Liv., XL, 52, 5-6).

    - Aedes Saturni  

    - Aedes di Bellona presso il circo Flaminio, - le fonti riportano le aedes di Hercules Custos e di Bellona ai due lati opposti del Circo Flaminio, sui lati brevi. Quello di Bellona ebbe vita intensa
    non solo nei tre secoli successivi alla sua fondazione ma anche dopo la sua quasi totale riedificazione in età augustea. Bellona era una divinità guerriera di antica origine italica, nota anche come 
    Duellona o Duelona, e al Suo culto era legata la cerimonia della dichiarazione di guerra da parte dei Feziali. Fu fondato nel 296 a.c. da Pius Claudius in voto a seguito di una vittoria. 

    - Aedes di Quirino sul Quirinale, - Presso la via delle Quattro Fontane sul collis Quirinalis nel 290 a..c. fu eretto dal console Lucio Papirio Cursore per celebrare la vittoria della III guerra sannitica, una divinità sabina, che diede il nome anche al colle, "Cures" era il nome della città dei Sabini, da qui Dio Quirinus, forse divinità unitaria delle Cures ovvero delle città sabine, fino ad arrivare al termine Quirinalis. 

    - Aedes della Vittoria sul Palatino, - Il tempio della Vittoria (latino: aedes Victoria) era un tempio romano edificato nella parte sud ovest del Palatino, a Roma, dedicato alla dea Vittoria. Era adiacente al tempio della Magna Mater e al santuario di Victoria Virgo (Livio 29.14.13: in aedem Victoriae). 

    - Aedes di Ercole nel Foro Boario, - Ora le fonti antiche parlano di un tempio di Hercules Victor, secondo altri Hercules Invictus, fuori dalla Porta Trigemina, risalente al 120 a.c., commissionato da un ricco mercante romano, Marco Ottavio Erennio (Marcus Octavius Hersennus), che lo dedicò ad Ercole protettore degli oleari, corporazione a cui il mercante apparteneva. 

    - Aedes di Diana sull'Aventino, - Il tempio di Diana Aventina nel Lauretum sull'Aventino, il principale santuario della Dea, venne fondato da Servius Tullius, il VI re di Roma nato da schiavi, che non poteva ignorare le istanze plebee. 

    - Aedes di Giunone Moneta sul Campidoglio,  

    FORS FORTUNA

    - Aedes della Fors Fortuna, - Le fonti latine attestano in Riva destra il culto pagano della Dea Fortuna («Fors, huius aedes Transtiberim est»). Ne sono noti tre templi: uno a Pietra Papa, uno al complesso arvalico della Magliana e uno agli Orti di Cesare. 

    - Aedes Mentis - di essa non rimane alcuna traccia, era situata sul Campidoglio, a fianco del tempio di Venere Erycina, dal quale era separato da uno stretto passaggio. La dea era invocata nei momenti di grave pericolo per lo Stato. Tito Livio, narra che, come indicato dai Libri Sibillini, nel 217 a.c., a seguito della sconfitta subita dai romani sul Lago Trasimeno, il dittatore Quinto Fabio Massimo Verrucoso fece voto di erigere un tempio dedicato a Venere Ericina, mentre il pretore Tito Otacilio Crasso fece voto di erigere un tempio dedicato alla dea Mens. 
    Entrambi i templi furono dedicati nel 215 a.c. dai duumviri incaricati: Fabio Massimo dedicò quello di Venere, mentre Otacilio dedicò quello a Mens. Il tempio fu dedicato il giorno 8 giugno e fu probabilmente restaurato da Marco Emilio Scauro, console nel 115 a.c., in quell'anno o dopo la campagna da lui condotta nel 107 a.c. contro i Cimbri. Nel 193 d.c., l'imperatore Pertinace fece coniare una moneta raffigurante Mens in piedi con la corona di Laetitia e lo scettro di Giunone, a rappresentare l'intelligenza politica e militare, e riportante il testo Menti Laudandae.
    Il tempio sorgeva sul Campidoglio nell'angolo sudorientale sovrastante la Rupe Tarpea, in un'area densamente edificata con edifici religiosi. Sorgeva a fianco del tempio di Venere Erycina, anch'esso votato da Quinto Fabio Massimo.
    I templi di Venere e Mens erano separati da un canale fognario.

    - Aedes Mefitis


    Edificati per voti fatti da condottieri sul campo di battaglia: 

    - Aedes Iovis Statoris, - "Il luogo del primo culto di Giove Statore si trovava sul Palatino in un contesto di monumenti ed edifici significativi per la più antica storia dell'Urbe..."  Oggi si può affermare che il culto nacque dalla parte del Colle Palatino ed in seguito fu spostato sulla Velia. 

    - Aedes Castoris, - Aedes Castoris in Circo Flaminio, era un tempio dell'antica Roma, dedicato a Castore e Polluce, situato in prossimità del Circo Flaminio, nella IX regione augustea. Il tempio è citato da Vitruvio per la particolarità del pronao e della cella rettangolare trasversale.  

    - Aedes Apollinis in Palatio - Fu promesso in voto da Ottaviano per la vittoria ottenuta sul Nauloco contro Sesto Pompeo nel 36 a.c. e venne costruito nel luogo in cui era caduto un fulmine all'interno delle proprietà di Augusto sul Palatino. Il tempio venne dedicato il 9 ottobre del 28 a.c. e in seguito ceduto allo Stato; celebra anche la vittoria ottenuta ad Azio su Marco Antonio. 

    AEDES CONCORDIA

    - Aedes Concordiae - come l'Aedes Castoris aveva il pronao e la cella rettangolare trasversale. 

    - Aedes Matris Magnae sul Palatino, importata da terre straniere, cioè la Dea Cibele, venerata in Asia Minore, a Pessinunte, come deciso nel 204 a.c. dopo la consultazione del libri sibillini.
    La Dea era simboleggiata da una pietra nera conica, forse un pezzo di meteorite. Venne inviata un'ambasceria al santuario e il simulacro venne inviato a Roma, tramite nave, dove fu temporaneamente alloggiato nel tempio della Vittoria sul Palatino. Poiché la Dea era originaria della Troade, mitica patria dei Romani, il culto poté essere instaurato direttamente nel pomerio cittadino. L'11 aprile del 191 a.c. il tempio venne finalmente dedicato. 

    - Aedes Aesculapii nell'isola Tiberina, -  Il suo culto fu introdotto a Roma sull'Isola Tiberina nel 293 a.c., quando la popolazione di Roma fu colpita dalla peste. Consultato i Libri sibillini, il Senato decise di costruire un tempio dedicato al Dio, e fu inviata una delegazione in Grecia a Epidauro per ottenerne la statua. Però i sacerdoti di Epidauro consegnarono solo l'effigie del serpente sacro, attributo di Esculapio. Onde associarlo a una divinità preesistente si stabilì di costruire il tempio di Esculapio sull'isola Tiberina accanto all'aedes di Veiovis, e di festeggiare i due Dei insieme. 

    AEDES DIVI IULII

    Raramente furono dedicati aedes agli imperatori divinizzati a cui si dedicarono templi, a parte:

    - aedes divi Iulii nel Foro, - Giulio Cesare fu divinizzato nel 42 a.c.: primo caso di divinizzazione post mortem conosciuto a Roma, secondo un uso tipico dei sovrani ellenistici. L'aedes fu iniziata da Ottaviano solo nel 31 a.c., anno della vittoria di Azio e venne da lui dedicata il 18 agosto del 29 a.c. al Divo Giulio, esattamente nel punto dove si trovava l'altare.
    Tra le colonne si vede la statua di Giulio Cesare e sul frontone appare la scritta DIVO IVL sormontata da una stella, il Sidus Iulium: si tratta probabilmente della cometa che apparve nel luglio del 44 a.c. 

    - aedes Caesarum sul Palatino - il tempio Quirino giace sotto il Quirinale,  di forma rettangolare, 122 m X 77, e sorge su un antichissimo sacellum, a cui si sovrappose un primo edificio a metà del III secolo e uno più grande, voluto da Giulio Cesare, dopo un incendio scoppiato nel 49 a.c. Venne completato da Augusto nel 16 a.c.. Il Tempio giace da un m fino a 4,6 m sotto al giardino. Era circondato da due file di colonne, per cui visibile da tutti i lati. Dei gradini conducevano dal livello più alto dei portici alla corte più bassa, al centro della quale si ergeva su un podio l' aedes Quirini, la stanza di Quirino, l'aedes primitiva. Qui c' era un sacellum dedicato a Quirino, Dio venerato sulle sponde del Tevere prima ancora della fondazione di Roma, a metà dell' VIII sec. a.c., quando il territorio era occupato da diversi insediamenti: Romolo, secondo Carandini, oltre ad essere un personaggio storico e non solo mitologico, è anche l' artefice della leggenda di sé, un po' come Augusto. Ma il mito narra che, al momento della sua uccisione da parte dei seniores, insofferenti del fatto che Roma avesse un governo centrale, Romolo si trasfigura in Quirino, muore e rinasce nel Dio, un po' come molti Dei e come il Cristo. Una statua di Cesare, anche se ancora in vita, venne eretta nel tempio davanti a quella di Quirino, recando la dicitura Deo invicto, al Dio mai vinto. Poco dopo, però, Cesare venne ucciso con 23 coltellate, accusato di aver accumulato un potere immenso e il suo omicidio, annota Carandini, venne interpretato «come un' attualizzazione del mito di morte del fondatore. Mentre Augusto, che morì tranquillo nel suo letto, decise di andare ad abitare sul Palatino, accanto alla casa di Romolo.


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    CAVALIERI LUSITANI CONTRO UN EQUITES ROMANO NEL BASSO

    LA GUERRA LUSITANA (155- 139 a.c.)

    Comandanti romani

    Servio Sulpicio Galba (console 144 a.c.)
    Caio Vetilio
    Caio Plancio
    Caius Nigidius
    Fabio Massimo Emiliano
    Quinto Fabio Massimo Servilianus (console 142 a.c.)
    Servilius Cipianus
    Marcus Popillius Laenas

    Comandanti lusitani 

    Viriathus (assassinato)

    Caesarus
    Caucenus
    Tautalus
    Curio Apuleio
    Punicus


    GALBA

    In Macedonia Galba era stato tribuno militare nella II legione, sotto Lucio Emilio Paullus Macedonicus che sconfisse Perseo nel 167 a.c, ma Galba tentò di impedire il suo trionfo, senza riuscirci. Gli fu assegnata la provincia di Hispania dove si stava combattendo una guerra contro i celtiberi, Galba respinse i lusitani, ma col suo esercito indisciplinato decise di non inseguire il nemico, che si voltò e uccise 7.000 romani.

    Galba condusse quindi i resti del suo esercito e dei suoi alleati nei suoi quartieri invernali a Conistorgis. Nella primavera del 150 a.c, i lusitani si scusarono e richiesero di ornare al trattato stipulato con Atilio. Galba suggerì che i lusitani diventassero alleati di Roma e ricevessero terra fertile colonizzare, dividendoli in tre fazioni per marciare verso le terre, ma quando arrivarono, furono attaccati dalle forze di Galba e massacrati. Tra i pochi sopravvissuti c'era Viriathus, destinato a vendicare il torto fatto ai suoi compatrioti.

    L'anno seguente il tribuno Lucio Scribonio Libo lo accusò di oltraggio sui lusitani e Catone il Vecchio, allora di 85 anni, lo attaccò nell'assemblea del popolo, Galba fece affidamento sulla corruzione di molti, poi portò i suoi figli, e il figlio orfano di un parente, davanti al popolo. Implorando pietà, e venne assolto. Nonostante le sue atrocità, Galba fu nominato console nel 144 a.c, con Lucio Aurelio Cotta.

    I due consoli combatterono su chi avrebbe preso il comando militare in un conflitto contro Viriathus in Hispania e il senato scelse Quinto Fabio Massimo Emilio, console dell'anno precedente, per continuare a comandare l'esercito in Hispania.

    HISPANIA

    LA CONQUISTA DELLA LUSITANIA 

    Nel III secolo a.c., Roma aveva iniziato la conquista della penisola iberica, durante la II Guerra Punica, quando il senato vi mandò un esercito per bloccare i rinforzi cartaginesi ad Annibale che voleva invadere il suolo italico. Da qui seguirono 250 anni di combattimenti terminati nel 19 a.c., con la fine delle guerre della Cantabria. 

    Nel 197 a.c., Roma divise la costa sud-orientale dell'Iberia in due province, Hispania Citerior e Hispania Ulterior, e vennero eletti due pretori a comando delle legioni. Agli abitanti dei castra lusitani, o delle cittadine, sarebbero stati concessi stipendiaria peregrina (pagamento come mercenari al soldo di Roma, i peregrini erano gli abitanti che non avevano cittadinanza romana), lasciando però il paese autonomo.


    La Tassazione

    Ma i Romani caricarono le tribù native con pesanti tasse: una tassa fondiaria, il tributum e una certa quantità di cereali. C'era poi lo sfruttamento delle miniere e i trattati di pace erano una fonte di denaro, oltre a bottino di guerra e prigionieri di guerra venduti come schiavi. Le città indigene dovevano consegnare i loro tesori ai Romani, che li lasciavano solo con i loro guadagni annuali a pagare le tasse. Tra il 209 e il 169 a.c., l'esercito romano raccolse 4 tonnellate di oro e 800 tonnellate di argento saccheggiando le tribù native della penisola iberica.

    Nel 174 a.c., quando Publio Furio Filo fu accusato di pagare pochissimo per i cereali che l'Iberia era costretta a consegnare a Roma, e Catone difese gli interessi delle tribù native. Lo sfruttamento e l'estorsione crebbero talmente nelle province che Roma dovette creare un tribunale e leggi speciali, come la Lex Calpurnia creata nel 149 a.c.. 

    La lex Calpurnia (anche lex Calpurnia de repetundis ) era la legge del 149 a.c. del tribuno Lucio Calpurnio Pisone, secondo cui un tribunale permanente, presieduto da un pretore, doveva perseguire l'estorsione commessa da magistrati e governatori. I governatori provinciali cercarono di compensare il loro precedente servizio a Roma, che non era stato pagato, imponendo tasse estremamente alte e estorcendo la popolazione. Le pene erano probabilmente solo pecuniarie come risarcimento e non includevano l'esilio. Altre leggi resero le sanzioni più pesanti, come la lex Junia (126 ac), lex Acilia repetundarum (123 ac), lex Servilia Glaucia (100 ac), lex Cornelia de maiestate (81 ac) e lex Iulia de repetundis (59 ac).

    GUERRIERI ISPANICI

    LA RIVOLTA

    I lusitani si ribellarono nel 194 a.c. contro i Romani, ma l'Iberia era divisa tra tribù che sostenevano il dominio romano e tribù che lo rifiutavano. Si tentarono diversi trattati sia dei generali che del senato che vennero però disattesi. Finalmente nel 152 a.c. i lusitani stipularono un accordo di pace con Marco Atilio, dopo che egli aveva conquistato Oxthracae, la città più grande della Lusitania. Essi vennero trattati come "peregrini dediticii" cioè stranieri che si erano arresi dopo aver preso le armi contro i Romani, ma i termini offerti erano tali che, non appena Atilio tornò a Roma, si ribellarono e ruppero il trattato. Quindi attaccarono le tribù schierate con i Romani per attaccare e saccheggiare le città lusitane. Nel 151 a.c i Celtiberi, che erano diventati alleati romani, temendo la vendetta dei rivoltosi che li consideravano traditori, chiesero ai romani di punire le tribù ribelli.



    LUCIO LICINIO LUCULLO 

    Nel 151, Lucio Licinio Lucullo fu nominato governatore della Hispania Citerior e comandante di un esercito quando il senato respinse una proposta di trattato di pace con i Celtiberi da parte di Marco Claudio Marcello per porre fine alla guerra numerica (154-152 a.c.). Ma Marcello concluse rapidamente un trattato prima che arrivasse Lucullo e questi, deluso, "essendo avido di fama e bisognoso di denaro perché era in circostanze difficili", attaccò i Vaccaei (una tribù celtiberica del nord) che non erano in guerra con Roma e senza l'autorizzazione del Senato.

    Si accampò vicino alla città di Cauca e quando i suoi abitanti chiesero trattati di pace, richiese che una sua guarnigione fosse collocata nella città. Ottenutolo fece uccidere tutti i maschi adulti. Solo pochi su 20.000 riuscirono a fuggire. Lucullo quindi andò nella città di Intercatia (Villanueva del Campo) i cui abitanti però, avendo sentito parlare di Cauca, rifiutarono di chiedere i termini. Lottò per impossessarsi della città, e il suo luogotenente, Scipione Africano il Giovane, promise agli Inercati che se avessero fatto un trattato non si sarebbe rotto. Si fidavano di lui e si arresero.

    Lucullo fu consigliato di non attaccare Pallantia (Palencia), che aveva ospitato molti rifugiati ma poiché era una città ricca, si accampò lì. La cavalleria Pallantiana attaccò continuamente i suoi foraggieri finché Lucullo dovette ritirarsi per mancanza di cibo e allestì un campo invernale nella terra dei Turdetani (Andalusia). Lucullo non dovette mai rispondere delle sue azioni, come era tipico dell'impunità delle élite della Repubblica romana.

    Mentre era in Turdetania, i Lusitani compirono delle incursioni nella zona, allora Lucullo invase la Lusitania e la saccheggiò. Pur essendo sotto la giurisdizione di Servius Sulpicius Galba, il pretore di Hispania Ulterior e Lucullo stava svernando nella sua provincia, tuttavia Galba lo lasciò fare e fece lo stesso dall'altra parte della Lusitania. Anche Galba era in cerca di bottino e massacrò un gran numero di lusitani a tradimento. Anche lui non era tenuto a rispondere.

    Lucullo costruì un tempio dedicato a Fortuna nel Velabrum per autocelebrarsi. Lo adornò con statue che Lucius Mummius Achaicus, vincitore della lega acheo in Grecia, gli aveva prestato. Più tardi, Mummio chiese di riavere le sue statue, ma Lucullo rifiutò. Cassius Dio scrisse che Mummio gli prestò le sue statue per via della sua natura amabile e caritatevole.



    GALBA E LUCULLO

    Servio Sulpicio Galba unì le forze con Lucio Licinio Lucullo e insieme iniziarono a saccheggiare la Lusitania. Mentre Lucullo invadeva il paese da est, Galba lo attaccò da sud. Incapaci di sostenere una guerra su due fronti, le truppe lusitane subirono diverse perdite negli scontri con i romani.

    GUERRIERO LUSITANO
    Temendo un lungo assedio e la distruzione che i motori d'assedio romani avrebbero causato nelle loro città, i lusitani mandarono un'ambasciata a Galba per negoziare un trattato di pace, anche se per i romani sarebbe stata considerata una resa.

    I lusitani speravano di poter almeno rinnovare l'ex trattato fatto con Atilio. Galba ricevette educatamente l'ambasciata lusitana e fu concordato un trattato di pace sui termini da lui proposti. Ordinò loro di lasciare le loro case e rimanere in aperta campagna. I lusitani probabilmente avrebbero perso la loro città e i loro possedimenti e la loro terra sarebbe diventata Ager Publicus. Il trattato si rivelò una trappola, come quella che Lucullo aveva preparato per i Caucaei. Quando i lusitani disarmati, tra cui Viriathus, furono riuniti insieme da Galba per consegnare le loro armi e per essere divisi in tre gruppi e assegnati a nuove terre, scattò la trappola.

    Con la promessa che avrebbero ricevuto nuove terre, attesero mentre l'esercito di Galba li circondava di un fossato, per impedire loro di fuggire. Successivamente, i soldati romani furono inviati e iniziarono a massacrare tutti i maschi in età militare. Si dice che i sopravvissuti siano stati venduti in schiavitù in Gallia. Galba distribuì un parte del bottino all'esercito e un po' alle tribù native che si schierarono con lui, e mantenne il resto.

    Ciò sarebbe stato in seguito dimostrato un errore costoso in quanto i lusitani si esacerbarono e iniziarono una guerra aperta contro Roma e i suoi alleati. Non solo, ma il futuro capo lusitano Viriathus era fuggito vivo dal massacro, giurando vendetta contro Roma.

    L'intera tribù lusitana per tre anni combattè contro Roma, incontrando però molti fallimenti. Tre anni dopo il massacro, la ribellione fu sull'orlo della sconfitta quando Viriathus apparve e si offrì come leader. Attraverso la sua comprensione dei metodi militari romani salvò i ribelli lusitani con un piano di fuga semplice ma intelligente. Viriathus divenne il capo dei Lusitani e causò molto dolore ai Romani a vendetta per il massacro del suo popolo.



    PUNICUS

    Punicus divenne il primo capo militare durante la guerra lusitana e portò le loro prime vittorie importanti contro Roma. Nel 155 a.c., istigò la rivolta lusitana e iniziò a saccheggiare i territori romani. Per annientare la ribellione, Roma inviò il Pretore Calpurnio Pisone e il Proconsole Maniozio con 15.000 legionari, ma Punicus li sconfisse, infliggendo perdite a circa 6000 uomini. Questa vittoria permise a Punicus di allearsi con i vicini Vettoni, andò a sud e saccheggiò l'Hispania Baetica e i territori dei Blastophoenicians, un popolo vassallo di Roma. Nella sua campagna morì il Questore romano Terenzio Varrone. Tuttavia, la leadership di Punicus terminò bruscamente nel 153 a.c quando fu ucciso da un fionda, ma fu sostituito dal suo luogotenente Caesarus, che continuò la sua campagna.



    CAESARUS 

    Luogotenente di Punicus, ebbe la sua prima grande battaglia in Hispania Baetica contro le forze del Pretore romano Lucius Mummio. Sebbene all'inizio i Lusitani dovettero ritirarsi, data la disorganizzazione del nemico tornarono al contrattacco, sconfiggendo Mummio, uccidendo 9000 romani, riacquistarono il loro bottino catturando anche molte armi e delle insegne romane.
    Le forze di Cesarea affrontarono nuovamente Mummio, dopo che quest'ultimo era rimasto in posizioni fortificate addestrando il suo esercito. Questa volta vinse Mummio, recuperando parte del bottino e non si sa che fine fece Caesarus, ma di certo morì.



    CAUCENUS

    Poco dopo, un altro contingente lusitano si unì alla rivolta, guidato dal signore della guerra Caucenus, che fece guerra ai Romani nella regione a sud del Tago, fino al Nord Africa.

    VIRIATE

    VIRIATE

    Ma Viriate fu il leader più importante del popolo lusitano che resistette all'espansione romana nelle regioni della Hispania dove si estendeva la provincia romana che comprendeva la maggior parte del Portogallo. l'Estremadura e la provincia di Salamanca. Nel 146 a.c., i lusitani elessero il loro capo Viriathus, dopo aver salvato un gran numero di guerrieri lusitani inchiodati da una legione romana dopo aver ricordato loro il tradimento di Roma tre anni prima e convincendoli a non accettare alcuna offerta romana. Preoccupandosi della riluttanza delle Legioni a spezzare la formazione, riuscì a salvare l'intera banda dal massacro o dalla cattura, un'impresa incredibile.

    Viriathus avrebbe guadagnato fama in tutto il mondo romano come guerrigliero alleandosi con altri gruppi iberici, anche di territori lontani. Guidò il suo esercito, sostenuto dalla maggior parte delle tribù lusitane e da altri alleati celtiberi, a varie vittorie sui Romani tra il 147 e il 139 a.c., prima di essere tradito e assassinato nel sonno.

    Theodor Mommsen disse: "Sembrava che, in quell'epoca completamente prosaica, uno degli eroi omerici fosse riapparso". Perché era, come concordato da tutti, "valoroso nei pericoli, prudente e attento nel fornire tutto ciò che era necessario, e ciò che era più considerevole di tutte era che, mentre comandava, era più amato che mai prima di lui". (Diodoro Siculo)

    Era conosciuto dai Romani come il dux dell'esercito lusitano, come l'adsorbitore (protettore) di Hispania, o come l'imperatore, probabilmente delle tribù confederate lusitane e celtiberiche, Livio lo descrisse come un pastore che divenne un cacciatore, poi un soldato, seguendo così il percorso della maggior parte dei giovani guerrieri. Secondo Appiano Viriatus fu uno dei pochi a fuggire quando Servio Sulpicio Galba (console 144 a.c.), il governatore romano, massacrò il fiore dei giovani guerrieri lusitani, nel 150 a.c.

    Due anni dopo il massacro, nel 148 a.c., Viriatus divenne il capo di un esercito lusitano. Era un uomo di grande forza fisica, un eccellente stratega e una mente brillante, ma anche onesto e corretto, fedele alla parola e ai trattati, non perseguì il potere o la ricchezza, ma la gloria e la libertà. I Lusitani onorarono Viriatus come loro Benefattore e Salvatore. Viriatus è considerato il primo eroe nazionale portoghese, dato che era il capo delle tribù confederate di Iberia che resistevano a Roma.
    Nel 145, il generale Quinto Fabio Massimo Emilio fece una campagna con successo contro i lusitani, ma fallì nei suoi tentativi di arrestare Viriathus.

    Due tipi di guerra furono portati avanti da Viriatus: bellum, quando usò un esercito regolare, e il latrocinio, quando praticò la guerriglia. Viriatus nel 149 a.c. era con un esercito di diecimila uomini che invasero la Turdetania meridionale quando Roma mandò il pretore Caio Vetilio a combattere la ribellione e attaccò un gruppo di guerrieri lusitani che erano fuori a cercare cibo, e dopo aver ucciso diversi di loro, i sopravvissuti si sono rifugiati in un posto che era circondato dall'esercito romano.

    Stavano per stringere un nuovo accordo con i Romani quando Viriatus, diffidando dei romani, propose un piano di fuga. I lusitani infiammati dal suo discorso lo resero il loro nuovo comandante. Il suo primo atto fu quello di salvare i lusitani resistenti attualmente intrappolati. Per prima cosa schierandosi in battaglia con i Romani, poi si dispersero mentre caricavano, fuggendo in direzioni diverse per incontrarsi in un luogo successivo. Viriatus con 1.000 uomini scelti teneva sotto controllo l'esercito di 10.000 romani essendo in grado di attaccare. Una volta che il resto dell'esercito era fuggito, anche lui e i mille uomini scapparono.

    Avendo effettivamente salvato tutti i soldati lusitani immediatamente rafforzò la lealtà del popolo attorno a Viriatus, che organizzò un attacco contro Caio Vetilio Poiché i romani erano meglio armati, organizzò tattiche di guerriglia e scatenò imboscate fantasiose. Caricando con lance di ferro, tridenti e ruggiti, i lusitani sconfissero Vetilio uccidendo 4.000 su 10.000 truppe incluso Vetilio stesso.

    Come risposta, i Celtiberi furono assoldati per attaccare i lusitani, ma furono distrutti. Dopo quell'episodio, i lusitani si scontrarono con gli eserciti di Caio Plauzio, Claudio Unimano e Gaio Negidio, tutti sconfitti. Durante questo periodo Viriatus ispirò e convinse i Numantini e alcuni Galli a ribellarsi contro il dominio romano.

    Allora Roma inviò Quinto Fabio Massimo ad Emiliano, con 15.000 cavalieri per rafforzare Gaius Laelius Sapiens che era un amico personale di Scipione Emiliano Africano. I Romani persero la maggior parte di questi rinforzi in Ossuma. Quando Quinto Fabio ha rischiato di nuovo il combattimento, è stato completamente sconfitto vicino a quella che è oggi la città di Beja Alentejo. Questa sconfitta ha dato ai lusitani l'accesso al territorio spagnolo di oggi, la moderna Granada. I risultati degli effetti di Viriatus e quelli della guerra numerica hanno causato molti problemi a Roma, il più notevole dei quali è un calo dei tassi di reclutamento della Legione.

    Allora Roma inviò uno dei suoi migliori generali, Quinto Fabio Massimo Servilianus (console 142 a.c) in Iberia. A Sierra Morena, i Romani caddero in un'imboscata lusitana. Viriatus lasciò andare i soldati e Servilianus, con cui fece un termine di pace che riconobbe il dominio lusitano sulla terra che avevano conquistato.

    Questo accordo fu ratificato dal Senato romano e Viriathus fu dichiarato "amicus populi Romani" alleato del popolo romano. Ma il trattato dispiacque a Quinto Servilio Caepio (console 140 a.c.), che si fece nominare successore di suo fratello, Q. Fabio Massimo Serviliano, al comando dell'esercito. Nelle sue relazioni al Senato romano sostenne che il trattato era nel più alto grado disonorevole di Roma. Livio sostenne che era una macchia nella carriera militare di Servilianus ma disse che il trattato era giusto.

    Il senato autorizzò Q. Servilio Caepio, su sua richiesta, a tormentare Viriathus ma segretamente. Il trattato era in vigore per un anno, dopodichè dichiarò la guerra. Sapendo che la resistenza lusitana era in gran parte dovuta alla guida di Viriathus, Quinto Servilio Caepio corruppe Audax, Ditalcus e Minurus, che erano stati inviati da Viriathus come ambasciatori per stabilire la pace.  Questi tornarono al loro campo e uccisero Viriathus mentre stava dormendo.

    Eutropio narra che quando gli assassini di Viriathus chiesero a Q. Servilius Caepio il loro pagamento, egli rispose che "non è mai stato piacevole per i Romani, che un generale debba essere ucciso dai suoi stessi soldati", o in un'altra versione  "Roma non paga i traditori che uccidono il loro capo". A Q. Servilio Caepio venne rifiutato il suo trionfo dal Senato.

    Dopo la morte di Viriato, i lusitani continuarono a combattere sotto la guida di Tautalus per dare ai lusitani la terra che avevano originariamente chiesto prima del massacro. Tuttavia, la pacificazione totale di Lusitania fu raggiunta solo sotto Augusto.  La Lusitania e il suo popolo acquisirono gradualmente la cultura e la lingua romane.

    Viriathus è il leader di maggior successo in Iberia che si sia mai opposto alla conquista romana, sconfitto in battaglia solo una volta, ed è stato uno dei generali di maggior successo ad essersi mai opposto all'espansione di Roma. Circa cinquanta anni dopo, il generale romano rinnegato Quinto Sertorio, a capo di un'altra insurrezione in Iberia, avrebbe incontrato un destino simile.

    Viriathus divenne simbolo della nazionalità e dell'indipendenza portoghese. Nel 1572, il poema epico di Luís Vaz de Camões , l'opera più importante della letteratura portoghese, paragonata all'Eneide di Virgilio, esaltò le grandi imprese di Viriathus. La bandiera della provincia spagnola di Zamora ha 8 strisce rosse che onorano le otto vittorie di Viriathus sui Romani. C'è una strada a Madrid che prende il suo nome nel quartiere di Chamberí.

    MORTE DI VIRIATE

    OLYNDICO

    Olyndico (? -170 a.c.), noto anche come Olonico, era un capo di guerra celtibero che guidò una ribellione contro Roma, combattendo contro il pretore Lucio Canulo e le sue truppe, nella provincia di Hispania Ulterior. Secondo Florus, era un grande capo e un guerriero astuto e audace. Si diceva che Olyndico si fosse comportato come un profeta e che avesse condotto le sue truppe a brandire una magica lancia d'argento, inviata a lui dagli dei dal cielo.



    CONCLUSIONI

    A volte il comportamento ignobile di taluni generali senza onore offuscò momentaneamente la gloria di Roma, che del resto prese seri provvedimenti con leggi sempre più dure contro tali reati. Roma governò per secoli anche perchè rispettava i costumi, la religione e le abitudini dei suoi domini, che sempre si arricchirono sotto l'egida romana.

    Ricordiamo quindi che l'Hispania divenne poi la più leale delle province, romanizzandosi al massimo, al punto da sentirsi e comportarsi come popolo romano. Ancora oggi il legame forte che unisce la Spagna con l'Italia testimonia questa similarità di lingue e di carattere. La Spagna è tutt'oggi grande ammiratrice della romanità che fa rivivere nella sua terra con molte feste ed eventi alla memoria di questo glorioso passato.


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  • 03/13/19--07:12: VILLA DEI DIOSCURI (Pompei)
  • PRIMO DIOSCURO
    La Villa o Domus dei Dioscuri è una delle abitazioni più vaste e meglio decorate della città di Pompei e deve il suo nome ad un affresco collocato all'ingresso, raffigurante i Dioscuri Castore e Polluce, oggi conservato al museo archeologico nazionale di Napoli. La rappresentazione dei Dioscuri, stanti con clamide e cavallo, costituisce un esplicito riferimento all’ordine equestre cui apparteneva, grazie alla sua enorme disponibilità finanziaria, il proprietario della domus, esponente dell’élite municipale.

    La Villa dei Dioscuri (VI 9, 6-9) è ubicata nel quartiere residenziale prediletto dall’aristocrazia sannitica grazie alla sua vicinanza al foro. Essa è un insieme di tre abitazioni, unite tra loro durante l'età augustea, che venne sepolta dall'eruzione del 79 del Vesuvio, finchè non venne scoperta e esplorata tra il 1828 ed il 1829.

    SECONDO DIOSCURO

    La casa è una delle più importanti dell’ultima fase di Pompei, sia per l’estensione e per l’articolazione della superficie (1500 mq ottenuti dall’unione di tre differenti abitazioni), sia per l’eccezionalità delle pitture. E' evidente che solo un personaggio molto ricco potesse permettersi una villa di tali proporzioni e di tale bellezza. Purtroppo non conosciamo il nome di tale proprietario.

    Di lui però desumiamo che fosse uomo colto e magari pio, perchè fece raffigurare molti miti e molti personaggi mitici nella sua splendida villa. I due Dioscuri, detti anche ambedue Castori, nonostante uno si chiami Castore e uno Polluce, rappresentati nella villa romana, nell'affresco non sono riconoscibili tra loro, perchè ambedue sono raffigurati come tradizione con i propri cavalli, ambedue sono armati di lancia ed ambedue indossano i tradizionali mantelli.

    PERISTILIO
    Castore è grande domatore di cavalli, Polluce valente nel pugilato, ma qui non sono distinguibili, del resto sono gemelli. Sono figli di Zeus e di Leda e stanno sempre insieme si che quando Castore vuole morire anche Polluce, che è immortale, ma Giove consente loro di vivere un giorno sull'Ade e un giorno sulla terra.

    Soccorsero i romani contro i Latini nella battaglia del Lago Regillo (499 a.c.), poi si recarono a Roma abbeverando i cavalli alla fonte di Giuturna per dare la lieta notizia della vittoria. Roma innalzò loro diversi templi.

    IL PORTICO CON I MOSAICI IN TERRA

    DESCRIZIONE

    La casa gira tutta intorno all'atrio, lo spazio aperto collocato all'interno di un edificio, che in questo caso funge anche da ingresso, e che è di tipo corinzio, che, in suolo italico, venne diffuso in età repubblicana, con capitelli a volute ed elici che nascono dietro delle foglie d'acanto. 

    Questo atrio è uno dei quattro unici rinvenuti a Pompei in stile corinzio, con dodici colonne in tufo che sorreggono il tetto. 

    L'uso del tufo è prettamente sannita, perchè i romani usavano il marmo o al limite i pilastri di mattoni cotti, oppure le colonne in mattoni cotti triangolari sovrapposti con lato esterno ricurvo. Questi ultimi sono adoperati nella villa dei Castori.

    Sulla destra dell'atrio si apre il peristilio, il portico che cingeva il giardino interno posto al centro della casa, con una vasca per l'acqua e dei pannelli decorativi tutto intorno, effigiati in quarto stile, che raffigurano architetture e nature morte.

    DONNA OFFRE ACQUA A UN VIANDANTE
    L’ampia vasca al centro, dove doveva trovarsi una fontana, mostra ancora i segni dei bombardamenti che colpirono gli scavi nel 1943. In terra si notano dei mosaici a tessere bianche e nere. Da notare inoltre che le colonne del peristilio che ora sono scanalate nella parte superiore e lisce nella parte inferiore, non sono di marmo ma di terracotta e la scanalatura è di stucco.

    Infatti, seguendo la moda romana del rosso da noi detto pompeiano, ma che sarebbe più corretto chiamare "rosso Romano". la parte inferiore delle colonne è stata rivestita di malta che è stata poi lisciata e pitturata di rosso.

    Lo stile della decorazione rivela che sono state realizzate dallo stesso formidabile artista che ha lavorato anche alla casa dei Vettii, nel Tempio di Iside e nel Macellum. Molti quadri figurati furono staccati all’epoca dello scavo e conservati al Museo Archeologico di Napoli. 

    COPPIA DI MENADE E GIOVANE LAUREATO
    L'affresco della donna che offre l'acqua al viandante è di squisita fattura, si nota lo strano copricapo della donna che ricorda lo stile cinese e la fattura avveniristica che potrebbe essere tranquillamente moderna. Notare come i personaggi sono resi con pochi e semplici tratti, specie il cane.

    La casa presenta inoltre un tablino, ambiente posto fra l'atrio e il peristilio, con due stanze che si aprono ai suoi lati: in quella a destra sono stati ritrovati gli affreschi raffiguranti la nascita di Adone (figura di origine semitica, oggetto di un importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici) e Scilla che, figlia sconsiderata, consegna all'invasore Minosse il capello fatato del padre e re Niso.

    Due affreschi sono dedicati a due menadi, una con satiro ed una con giovane laureato che non si sa bene chi sia, la menade qua sopra, bellissima e quasi ieratica, impugna una ferula mentre il giovane porta, probabilmente in offerta, una quantità di frutta che sembrerebbero fichi.

    Nella stanza di sinistra invece si trovano gli affreschi di Apollo e Dafne trasformata in albero di alloro per sfuggire alle brame del Dio, e Sileno (creatura selvaggia e lasciva dei boschi) con una Ninfa che reca con sè un Bacco infante. 

    SATIRO E MENADE IN VOLO
    Alle spalle del tablino si apre un portico con colonne doriche, sulla cui parete di fondo è posto il larario, la piccola edicola dove si veneravano i lari familiari e divinità a piacere. Molti di questi affreschi vennero staccati all’epoca dello scavo e conservati al Museo Archeologico di Napoli.

    ACHILLE TRAVESTITO DA DONNA
    Nella seconda coppia in volo è il satiro a portare la menade seminuda che ha un'aria compiacente. L'ampia veste le svolazza elegantemente intorno al corpo formandole quasi un nembo intorno alla testa.

    Nell'affresco di Ulisse che cerca Achille per portarlo con sè in guerra si allude al mito omerico per cui il giovane figlio di Peleo e della Dea Teti, saputo da un oracolo che sarebbe perito in quella battaglia si era nascosto vestendosi da donna. Per altro si riporta che la madre l'avesse reso immortale bagnandolo in un fiume sacro quando era un bambino, ma tenendolo per un piede questo non era stato immerso per cui era una parte vulnerabile.

    E' Ulisse a svelare il sesso del travestito ponendogli accanto giochi da donna e armi, naturalmente Achille scelse le armi e a quel punto venne smascherato e imbarcato nella nave achea per andare a combattere la città di Troia. Come tristemente fu predetto Achille vi trovò la morte ma al fato non si può sfuggire.

    Un superbo Giove in trono adorna una stanza triclinare della villa, munito di scettro e di lancia, con ai suoi piedi da un lato il pianeta terra e dall'altro l'inseparabile aquila. Sullo stesso trono sono del resto effigiate due aquile.

    Alle sue spalle, ormai semicancellata, c'è una donna in piedi che sembra tenergli la testa tra le sue mani. E' difficile interpretarne la figura, che potrebbe probabilmente riferirsi a giunone, che in miti molto più antichi, prima di essere sua moglie gli fu madre. In uno specchio c'è la figura di giunone che allatta Giove bambino.

    GIOVE
    Nella rappresentazione delle scene di tragedia due figure riccamente addobbate e munite di ampi cappelli recano in mano rispettivamente una brocca di bronzo e un bambino in fasce. La donna di destra sembra incedere alzando il braccio destro mentre tiene sul sinistro il bambinetto in fasce.

    È una figura di donna matura, se non vecchia, con una maschera ad alto ónkos, che non è quella della giovane pallida dall’aspetto doloroso, dato dal convergere delle sopracciglia inclinate verso il centro della fronte; ma non è neppure quella della vecchia canuta, perché le sue chiome sono nere. 

    È invece una maschera caratterizzata dalle sopracciglia ad accento circonflesso che danno un’espressione dura, arrogante. Una maschera, cioè, che non rientra nel catalogo di Polluce, ma ricorre abbastanza frequentemente nelle figurazioni pittoriche della Campania. Dinanzi a lei è un altro personaggio stante, che sembra vivacemente rivolgersi a lei, protendendo la mano sinistra e che tiene nella destra una oinochoe.

    SCENE DI TRAGEDIA
    Nonostante il dipinto sia poco conservato, si riconosce nella maschera il colore rosso del volto. Trattasi pertanto di una figura maschile, senza barba, ma con alto ónkos. Elementi, tutti, che consentono di riconoscere in essa uno dei messaggeri, in particolare l’anásimos, di cui anche il naso rincagnato sembra abbastanza riconoscibile.

    Le due figure stanno recitando un'opera tragica e indossano anche una sorta di tacchi, come usavano spesso gli attori, per avere una maggiore visibilità  nello scenario, e una presenza più imponente. La loro visibilità era così assicurata sia dall'altezza che da grandi maschere e parrucche complicate e vistose. 


    ENDIMIONE E SELENE
    Un altro affresco propone l'amore tra Endimione e la Dea Selene. Endimione per alcuni è un pastore dell’Anatolia che porta spesso a pascolare il suo gregge nelle valli ai piedi del monte Latmio nella Caria; o un condottiero di origine carica ed eolico di razza, che usava spesso addormentarsi ai piedi di un monte nelle fresche notti d’estate; o un figlio di Zeus e della ninfa Calice da cui ereditò un’incredibile bellezza.

    In una serena notte d’estate, mentre Endimione dormiva in un boschetto del monte Latmio, riparato dagl’alberi, un raggio di luce lunare illuminò il suo volto, e la Dea Semele, colpita da tanta bellezza s’innamorò perdutamente e ogni notte scese dal cielo per dormire accanto a lui. Selene poi chiese a Zeus di poter sposare Endimione e di renderlo immortale. Zeus accettò, malignamente consapevole che la dea si era dimenticata di chiedere per il suo promesso anche l’eterna giovinezza.

    Ai primi capelli bianchi, Selene addolorata fece un accordo con Ipnos, che accettò di baciare le palpebre di Endimione così da farlo dormire per sempre evitandogli l'invecchiamento. Da allora Selene si recò ogni notte di “luna nuova” sul Latmio, nella grotta di Endimione addormentato, che la rese, per quanto dormiente, madre di ben cinquanta figlie.

    In questo affresco, sempre della grandiosa villa, è illustrato il mito di Andromeda e Perseo, dove la fanciulla ha una mano incatenata a una roccia mentre Perseo, fornito di ali ai piedi come Mercurio, brandisce la testa di medusa già sconfitta e la spada con cui uccidere il mostro, peraltro, come i Dioscuri, totalmente nudo ma munito di ampio mantello.

    La madre di Andromeda sostenne di essere più bella delle ninfe marine Nereidi, che offesissime chiesero a Poseidone, il Dio del mare, di punirla, Poseidone le accontentò e mandò un mostro terribile a razziare le coste del territorio del re Cefeo, che si rivolse all'Oracolo di Ammone, il quale suggerì per placare il mostro, di sacrificare sua figlia, la vergine Andromeda.

    PERSEO E ANDROMEDA
    Andromeda venne incatenata a una costa rocciosa in attesa di essere sbranata ma l'eroe Perseo, le chiese la ragione della punizione. Perseo fa appena in tempo a chiedere la mano della principessa, che uccise il mostro e sposò Andromeda. Più tardi Andromeda gli diede sei figli, compreso Perse, progenitore dei Persiani, e Gorgofone, madre di Tindaro e Icario, entrambi re di Sparta.

    Quella di Bellerofonte è una triste storia, che i proprietari della villa vollero però effigiata nella lussuosissima dimora. Bellerofonte di Corinto, resosi colpevole dell'involontario omicidio di Bellero re di Corinto giunse ospite presso Preto, re di Tirinto, in grado di purificare le anime. Però la moglie di Preto, lo concupì ma, rifiutata, narrò al marito che il giovane l'avesse violentata.
    Tuttavia le leggi greche dell'ospitalità vietavano l'uccisione di un commensale; pertanto il re inviò Bellerofonte da suo suocero Lobate, re di Licia per consegnargli una lettera che richiedeva l'assassinio del giovane. Ma anche Lobate non si sentì di uccidere un ospite, per cui gli richiese di eliminare Chimera, un mostro che sputava fiamme, con testa di leone, corpo di caprone e coda di serpente.

    BELLEROFONTE E PEGASO
    Bellerofonte però avrebbe avuto bisogno di Pegaso, il cavallo alato, per cui dormì presso il tempio di Atena che nel sogno mise una briglia d'oro con cui avrebbe catturato il magico destriero mentre beveva da una fonte. Così Bellerofonte rubò Pegaso a Zeus, e grazie a Pegaso, riuscì a gettare del piombo nella gola della Chimera, che, fondendosi, la soffocò.

    Non contento però Lobate chiese a Bellerofonte di combattere contro i Solimi e le alleate Amazzoni che Pegaso mise facilmente in fuga lanciando loro dei sassi. Lobate ammirato da tanto valore gli mostrò il messaggio di Preto e Bellerofonte gli raccontò la verità. Il re convinto gli diede in sposa l'altra figlia, Filinoe, e ne fece l'erede al trono.

    Però Bellerofonte si montò la testa e tentò raggiungere l'Olimpo, ma gli Dei infastiditi mandarono un tafano a pungere Pegaso che lo disarcionò. Bellerofonte sopravvisse alla grave caduta, ma rimase solo e infermo fino alla morte.

    MEDEA
    Il mito di Medea, figlia della maga Circe e nipote del Dio Sole, è anch'esso rappresentato nella splendida villa. Ella si innamora di Giasone che arriva nella Colchide con gli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro custodito da un drago. Medea per aiutarlo uccide il fratellino Apsirto, spargendone i resti dietro di sé dopo essersi imbarcata sulla insieme a Giasone, ormai suo sposo. Il padre, così, per raccogliere le membra del figlio, non riesce a raggiungerli, e gli Argonauti tornano a Jolco con il Vello d'Oro. 

    Lo zio di Giasone, Pelia, rifiuta tuttavia di concedere il trono al nipote, come aveva già promesso in cambio del Vello: Medea allora convince infatti le figlie di Pelia a somministrare al padre un "pharmakón", che dopo averlo fatto a pezzi e bollito il padre, lo avrebbe ringiovanito. Le figlie si lasciano ingannare e provocano così la morte del padre.  Medea e Giasone che si rifugiano a Corinto, dove si sposano.

    Nella Medea di Euripide, dieci anni dopo, Creonte, re della città di Corinto, vuole dare la sua giovane figlia Glauce in sposa a Giasone, offrendogli così la successione al trono. Giasone accetta ma Medea manda come dono nuziale un mantello alla giovane sposa, facendola morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello, e muore.

    Ma la vendetta di Medea giunge fino ad uccidere i figli avuti da Giasone, e fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva già un figlio, Teseo, che Medea vuole venga ucciso. Ma Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo e torna nella Colchide, dove si riappacifica con il padre Eeta.

    PAN ED ERMAFRODITO CHE LO TENTA
    L'affresco ha un precedente nel gruppo scultoreo di Satiro ed Ermafrodito proveniente da Oplontis, Torre Annunziata, derivato dalla tradizione ellenistica, in cui il giovane Ermafrodito tenta di difendersi dall’aggressione di un satiro. Solo girando attorno alla scultura lo spettatore potrà scoprire la reale natura della vittima. Ermafrodito veste i panni di una ninfa, con corpo seducente e profilo femmineo.

    Ma in questa pittura invece Pan, dopo aver scoperto che Ermafrodito non è una donna fugge rapidamente orripilato dal sesso del giovane che aveva seducenti sembianze femminili. Viene da pensare che forse gli stessi committenti abbiano voluto salvare il mito della virilità di Pan, a meno che non ne esistessero versioni opposte, cosa da non escludere.

    Comunque solo nel 2000, dopo secoli di censure e alterne vicende, venne riaperto il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rivelando al pubblico duecentocinquanta opere, tra sculture, affreschi, mosaici raffinati, bronzetti, lucerne e un vasto repertorio di oggetti d’uso comune, il tutto a sfondo prettamente erotico.

    E' la più grande collezione al mondo di oggetti e immagini dipinte a tema esclusivamente erotico, provenienti proprio dalle antiche città della cinta vesuviana. Furono i reali Borboni a creare queste sale e disposero che “avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale”, al fine di salvaguardare la buona reputazione della casa reale.

    Al tempo dei romani si era più liberi di fronte alla sessualità ed evidentemente il tema non dispiacque ai signori della villa che vollero fosse immortalato quel mito, che da un lato ristabiliva la presunta virilità di Pan ma dall'altro l'attraente bellezza dello splendido ermafrodito.



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    ALA II

    Ala II Agrippiana Miniata sembra fosse originaria della tribù dei Treviri (come l'ala I Agrippiana),la troviamo in Britannia nel 122.

    Ala II Asturum - La seconda ala di Astures, attestata in Gran Bretagna nel 122 ( CIL XVI.69), e registrata a Ribchester su un altare non datato dedicato alle Matres o Dee Madri, che è probabilmente del II secolo. Nel 181 erano di stanza a Chesters sul Vallo di Adriano , e lì rimasero, fino alla fine dell'occupazione romana in Gran Bretagna. Il ritrovamento di una lapide del terzo secolo di un veterano a Lincoln non prova che l'unità sia mai stata posta lì.

    Ala II Augusta Thracum pia felix - Rimase ininterrottamente in Mauretania Caesariensis, dove è ora designato anche dal Diploma XXXVI appena trovato per il 107, e dove numerose iscrizioni lo menzionano. La posizione della truppa era temporaneamente a Cesarea, dove si trovano non meno di nove iscrizioni.
    Tra queste sei lapidi di cavalieri del I secolo. (CIL VIII 9380. 9390. Ef. Ep. V 988. 1306. 1007, così come tre pietre di decurioni attive e adottate da epoche successive (CIL VIII 9358. 9370. 9378). Venne originariamente situata nella capitale provinciale, poi nel II secolo. più a sud verso la linea del deserto, forse nel Castell Rapidum, dove si trova la lapide di un cavaliere, 9203, mentre vicino al luogo si trova l'iscrizione di un Decurio. Si dice che abbia combattuto in numerose battaglie contro le tribù berbere, che si svolgevano in quella zona.

    Ala II Flavia Agrippiana - Prende il nome da un Agrippa; con nomi completi elencati solo nel Cursus honorum CIG 3497.Probabilmente è lo stessa Ala Agrippiana, che, come mostra la tomba di Worms CIRh 893, che si ergeva sul Reno. L'iscrizione di un subpraefectus dell' Ala della Gallia Narbonensis, CIL XII 2231 risale probabilmente a questo periodo: forse in occasione della guerra partica di Traiano.
    L'Ala venne poi in Oriente, comandata da M. Valerio Lolliano in questa guerra, solo i membri dell'equipaggio composti da squadre di truppe orientali avevano l' ala. Dall'importante iscrizione disegnata da Mommsen si può concludere che l'Ala apparteneva all'esercito siriano.

    Ala II Flavia Hispanorum civium romanorum - Reclutata nell'Hispania sotto la dinastia dei Flavi, probabilmente sotto Vespasiano. Il soprannome, Hispanorum indica che fu assoldata da tutte le province romane della penisola. Venne destinata al limes del basso Danubio, in una delle due Moesiae dove, sotto Domiziano, combatté contro i Daci e ottenne gli epiteti di civium romanorum (conquistò in premio la cittadinanza romana).
    Trasferito in Hispania, in sostituzione dell'Ala Parthorum, destinata al Nord Africa, si installò nella provincia Tarraconensis nel castellum di Petavonium, costruito sul vecchio campo della Legio X Gemina, dove rimase fino ai tempi di Aureliano. L'ala mandò poi in Africa proconsolare un distaccamento che accompagnava la Legio VII Gemina per combattere il mauri sotto Antonino Pio, sotto il comando di T. Varius Clemens.
    Sotto Marco Aurelio, insieme alla Legio VII Gemina, combattè ancora i mauri che avevano attaccato la provincia di Bética. Nel corso del II secolo inviò distaccamenti permanenti a estrarre l'oro in El Bierzo, e anche nel nord del Portogallo, presso Aquae Flaviae (Chaves). Nel Petavonium edificarono alcuni bagni termali e una serie di cappelle dedicate a Ercole. Nel 193 si proclamò partigiana di Clodio Albino, ma nel 196, passò a Settimio Severo, a cui eresse una statua nel Petavonium.
    Giurò poi fedeltà a Treboniano Gallo e a suo figlio Volusiano nel 253, ma poco dopo, nel tempo di Gallieno, passò all'impero gallico di Postumo, Victorino e Tétrico. Con Aureliano tornò fedele all'impero, e venne trasferito in Oriente partecipando alla battaglia di Emesa.
    In Petavonium, i soldati trasferiti ad Est da Aureliano vennero trasformati in fanteria formando la Cohors II Flavia Pacatiana al tempo di Costantino I, scomparendo poi, tra il 406 e il 409, quando l'usupazione di Costantino III, le manovre di Geronzio e l'invasione dei Vandali, Svevi e Alani fecero sparire l'esercito romano dall'Hispania.
    Invece le truppe inviate a East Wing, secondo la Notitia Dignitatum, erano di stanza in Egitto, in Tebaide, con il nome di Ala II Hispanorum, scomparendo sotto Giustiniano nel VI secolo.

    Ala II Flavia Gemina si trovava in Germania superiore nel 74 e nell'82. Da non confondere con Ala II (?) Gallorum Picentiana (vedi sopra). Presumibilmente Vespasiano la fondò dai resti di una vecchia ala. Fu di stanza in Germania superiore senza interruzione, dove può essere trovata ancora nel II secolo. 

    Ala II Flavia milliaria, dislocata in Rezia (Raetia) tra il 70 ed il III secolo, prima ad Heidenheim, poi con Antonino Pio a Aalen. Sotto Domiziano la attesta l'iscrizione CIL XIV 2287 = VI 3255, un eques singularis lectus ex exercitu Raetico ex ala Flavia pia fidel. miliaria, anche se il numero manca. 

    Ala II Flavia pia felix miliaria - testimoniata alla fine del I secolo, fu a Rhaetea, trasferita poi nel Norico all'epoca di Antonino Pio. Dovrebbe essere stata nominata pia felix in Germania nell'88 quando andò a reprimere la rivolta di Antonio Saturnino.


    Ala II Gallorum Petriana Treverorum milliaria civium Romanorum bis torquata - era posizionata ad Argentoratae (odierna Strasburgo). Nel 56 la troviamo a Mogontiacum. Nel 122 la troviamo dislocata in Britannia, con possibili sedi nel corso degli anni successivi a Vindolandia, Stanwix, Luguvalium, Corstopitum (Corbridge), Lanercost Priory e Voreda (Penrith).

    Ala II Gallorum Picentiana - era formata in origine nella Gallia Lugdunense, integrata con cavalieri provenienti dal Piceno, dislocata in Germania superiore probabilmente nei pressi di Mogontiacum in appoggio alla vicina fortezza legionaria (diploma del 74). Nell'82 la troviamo dislocata in Mesia. In seguito venne trasferita in Britannia (diploma del 122 e 124) con possibile sede a Derventio (oggi Malton).

    Ala II Gallorum Sebosiana - menzionato per la prima volta in Tacitus hist. III 5, era dislocata inizialmente in Germania superiore. Poi fu trasferita in Britannia come attestano i diplomi del 105 e del 122.

    Ala II Hispanorum - tutti i legionari senza aggettivi appaiono su un'iscrizione in Egitto all'inizio del V secolo.

    Ala II Hispanorum et Arevacorum - Creata da Augusto o Tiberio, era un'unità quingenaria attestata da diplomi e iscrizioni militari. Nei diplomi viene anche indicato come Ala II Aravacorum mentre nelle iscrizioni è usato solo Aravacorum. Hispanorum per ispanico.e Aravacorum per Aravacer. I soldati dell'Ala furono reclutati tra gli ispanici e tra le tribù degli Aravacer nella provincia romana Hispania Tarraconensis.
    L'Ala era inizialmente di stanza in Hispania, poi nell'Illirico, e nella Pannonia e della Mesia inferiore. È elencato sui diplomi militari per gli anni dal 61 al 159/160.
    La prima prova dell' unità in Pannonia si basa su diplomi risalenti all'80, elencata come parte delle truppe di stanza nella provincia.
    L'Ala probabilmente partecipò alle Guerre Daciane di Domiziano (81-96). Tra l'85 e il 97 venne trasferita in Mesia inferiore, dove è documentata da un diploma datato al 97. Il diploma del 152/153 indica che una vessillazione dell'Ala era stata temporaneamente trasferita in Mauritania Tingitana, per partecipare alla soppressione di una rivolta.
    L'ultima prova dell'Ala è basata sull'iscrizione datata al 199/200. Le posizioni dell'Ala in Pannonia: Mursa (Osijek): qui è stata trovata la tomba del Niger Sveltrius, Teutoburgium (Erdut): qui fu rinvenuta la lapide di Tiberio Claudio Valerio. Le posizioni dell'Ala in Mesia: Carsium (Hârşova): la lapide di Gaio Valerio Erculano.
    Membri noti: - Comandanti M. Fortunatus, Lucius Fabius Fabullus, Lucius Marcius Sabula, Sessotus Gavius ​​Gallus; Acuto, un duplicario; Aelius Longinus, Aurelius Cotus, Tiberius Claudius Victor, Lupus: veterani; Atrectus, Taurinus: soldati, Aurelius Firmus, un veterano ed ex decurione; Caius Julius Primus, Tiberius Claudius Flaccus, Tiberius Claudius Valerius, decurioni; Crispinianus, Niger Sveltrius, Marcus Velius Felix: guide, Gaaius Valerius Herculanus, un veterano ed ex Stator, Laccaius e Titinius Severinus: sesquiplicariis.

    Ala II Hispanorum Vettonum civium romanorum - è attestata in Britannia già dal 50/70 ad Aquae Sulis (Bath).
    Alla fine del I secolo è a Cicucium (Brecon Gaer). Nel 103 si trovava forse ad Isca Silurum.
    Ancora un diploma del 122 attesta la sua presenza in Britannia.
    Si trovava probabilmente al tempo di Marco Aurelio a Vinovia (Binchester).
    Nel 197-198 a Lavatris (Bowes nel Durham). Agli inizi del III secolo a Vinovium (Binchester nel Durham).

    Ala II Nerviana Augusta fidelis militaria -  Nota solo attraverso il diploma appena scoperto di Cesarea (XXXVI) .
    Successivamente, l'Ala partecipò nell'anno 107 alla campagna di occupazione della Mauretania Caesariensis.

    Ala II Pannnoniorum - partecipò alla guerra dacica sotto Traiano.

    Ala II Gallorum Augusta Proculeiana - era in Britannia nel 122, 135, 156 e nel 158.

    Ala II Gallorum et Thracum Classiana civium romanorum fu formata nella Gallia Lugdunense e posizionata subito in Germania inferiore, e probabilmente identificabile con quella posizionata ad Ara Ubiorum (Colonia). Troviamo una sua prima iscrizione del tempo di Tiberio. Successivamente è trasferita in Britannia dagli inizi del II secolo, pur essendo la sua sede sconosciuta, come da diplomi del 105 e del 122.

    Ala II Ulpia Afrorum - Fu reclutata in Egitto sotto il regno di Traiano. Non ha a che vedere con l'Ala Afrorum, o Ala Afrorum Veterana.

    Ala II Ulpia Auriana - unità quingenaria, Il nome onorario si riferisce all'imperatore Traiano, il cui nome completo è Marco Ulpio Traiano; Auriana da Aurius. Fu creata da Traiano (98-117), forse con il residuo dell'dell'Ala I Hispanorum Auriana. fu trasferita poi nella provincia della Cappadocia, probabilmente per la guerra partica di Traiano.
    L'unità faceva parte delle forze che Arriano aveva mobilitato per la sua campagna contro gli Alani fino al 135. L'unità è citata per ultima nella Notitia dignitatum come Ala Auriana per il sito di Dascusa in Cappadocia. Faceva parte delle truppe sotto il comando della Dux Armeniae. Conosciamo i nomi del: Comandante, Marcus Ulpio Andromacho, Marius, un decurione  e Iulius Philippus, un Duplicarius.

    Ala II Valeria singularis, del prefetto del Duca delle due Rezie.

    Ala II Vocontiorum Augusta civium Romanorum si trovava nella Gallia Belgica, in seguito in Germania inferiore a Burginatium (oggi Kalkar) o nella vicina Xanten probabilmente nel I secolo. Nell'86 in Giudea. Poi viene trasferita per la costruzione del vallo di Adriano in Britannia nel 122. Nel 124 era in Egitto sotto il prefetto Tito Aterio Nepote. Ancora in Egitto si trovava sotto Commodo.



    ALA III

    - Ala III Asturum Pia Fidelis civium Romanorum era quinquagenaria e originaria della Spagna romana. Venne posizionata in Mauretania Tingitana come dimostrano i diplomi degli anni 109, 122, 135, 153, 161. Potrebbe essere solo un altro modo di riferirsi al coiors III Asturum civium romanorum. Un'iscrizione la colloca nell'anno 109 con le caserme a Thamusida , l'attuale Sidi Ali ben Ahmed in Marocco.

    Ala III Augusta Victrix Thracum sagittaria potrebbe essere stata posizionata a Carnuntum, al tempo di Antonino Pio, come sembrano attestare i diplomi del 133, 139, 151, 154 e 161.

    Ala III Augusta Thracum sagittariorum - rilevabile solo nell'Alta Pannonia, diploma LX per il 148, il diploma LXI per il 149 e il diploma LXV (XXXIX) per il 154, con numerose iscrizioni che danno il nome alla compagnia.
    La pietra CIL III 4270 di J. 252 in onore di Gallo dimostra che il campo delle truppe si trovava allora a Castell Adiaum, a est di Brigetio, e abbiamo non meno di sette pietre miliari dalla strada che passa da Brigetio-Aquincum. La lapide di un veterano CIL III 4321 si trova nel Brigetio adiacente al presidio, e l'Ala è ancora menzionata su una pietra di Arrabona, III 4380.

    Ala III Thracum -  è menzionata nel Cursus honorum del M. Valerio Propilio CIL II 4251, che cade sotto uno degli imperatori Flaviani, in Siria.


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    LA NIKE GRECA

    Nome: Lucius Aurelius Avianius Symmachus
    Nascita: -
    Morte: 376, Roma
    Padre: Aurelio Valerio Tulliano Simmaco
    Figlio: Quinto Aurelio SimmacoProfessione: Politico


    Figlio di Aurelio Valerio Tulliano Simmaco, console del 330, e padre di Quinto Aurelio Simmaco autore della famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria.  

    VITTORIA
    Simmaco sosteneva la necessità di non abbandonare una tradizione che aveva dimostrato di saper proteggere così a lungo lo Stato, come quando un tempo aveva respinto Annibale dalle porte di Roma e i Galli Senoni dal Campidoglio, e il cui abbandono avrebbe favorito ora le invasioni dei barbari che premevano ai confini.

    Ma il ripristino del culto della Vittoria, per Simmaco, sarebbe stato anche una manifestazione di tolleranza e della possibilità di convivenza di due culture che, pur diverse, esprimevano tuttavia la comune volontà di ricercare la verità nel grande mistero dell'universo:

    «È giusto credere in un unico essere, quale che sia. Osserviamo gli stessi astri, ci è comune il cielo, ci circonda il medesimo universo: cosa importa se ciascuno cerca la verità a suo modo? Non c'è una sola strada per raggiungere un mistero così grande».

    Ma la Vittoria fu spostata e in seguito distrutta.

    Ebbe anche una figlia e altri tre figli, tra cui Celsino Tiziano, vicarius Africae. Fu un senatore pagano, e fu membro di diversi collegi sacerdotali, come i Pontefices Vestae e i Quindecemviri sacris faciundi (dal 351 al 375).



    LA PERSONA

    Aviano Simmaco venne descritto dal figlio come un appassionato lettore di ogni genere di letteratura. Fu infatti un uomo colto, equilibrato e onesto. Si rese conto che l'impero romano era giunto a una svolta che l'avrebbe fatto irrimediabilmente decadere, e ciò lo addolorava moltissimo.

    Vide i segni  negativi delle nuove generazioni. Il poco amor di patria e di studio, il servilismo e la corruzione dilagante, l'ignoranza e l'avidità. Nel suo lavoro fu apprezzato ed elogiato per la sua intelligenza e il suo scrupolo, ma suscitò pure tante invidie e ingiustizie che lo amareggiarono non poco.

    L'IMPERATORE GIULIANO
    Compose anche un numero limitato di epigrammi di non eccelsa qualità stilistica e letteraria sui membri dell'epoca di Costantino I, tra i quali quelli dedicati ad Amnio Anicio Giuliano, console del 322 e Lucio Aradio Valerio Proculo, console nel 340.

    Tra i suoi corrispondenti ebbe Vettio Agorio Pretestato, come Simmaco esponente dell'aristocrazia senatoriale pagana, e uno degli ultimi esponenti di rilievo della religione romana, che cercò di proteggere e custodire dall'avanzata del Cristianesimo; fu sacerdote e iniziato di molti culti, oltre che studioso di letteratura e filosofia.

    - Lucio venne nominato Prefetto dell'Annona, cioè un funzionario equestre preposto alla supervisione dei rifornimenti di grano fino al gennaio 350.

    - successivamente divenne vicarius urbis Romae.

    - Nel 361 venne inviato dall'imperatore Costanzo II (317-361) ad Antiochia di Siria dove sembra conobbe l'oratore Libanio, filosofo pagano.

    Probabilmente il Senato romano aveva voluto assicurare all'imperatore la propria fedeltà dopo aver ricevuto la lettera del cugino, l'imperatore Giuliano membro della dinastia costantiniana, che, Cesare in Gallia dal 355, un pronunciamento militare nel 361 e la contemporanea morte del cugino Costanzo II lo resero immediatamente imperatore.  Simmaco e il collega Valerio Massimo ritornarono dalla missione passando per Nassus, dove Giuliano li accolse con tutti gli onori.

    - Nel 364-365 divenne praefectus urbi di Roma, sotto l'imperatore Valentiniano I. Da prefetto restaurò l'antico pons Agrippae sul Tevere (dove oggi è ponte Sisto), che prese il nome di pons Valentiniani; Simmaco finanziò anche una sontuosa festa pubblica per l'inaugurazione del ponte. Una iscrizione che celebra il restauro è ancora presente sul ponte. Lo storico Ammiano Marcellino dà un ottimo giudizio sul suo mandato.

    VALENTINIANO I
    La sua casa si trovava sulla riva destra del Tevere, a Trastevere, e venne bruciata dalla plebe durante una sommossa nel 377.  Ammiano Marcellino racconta che la causa della rivolta fu la diceria, messa in giro da un plebeo, che Simmaco avesse affermato, durante il proprio mandato di prefetto, che avrebbe preferito piuttosto «estinguere col suo vino le fornaci di calce, anziché venderla al prezzo che la plebe sperava»; la folla inferocita, dimenticando la prosperità avuta sotto la prefettura di Simmaco, gli mise a fuoco la casa trasteverina.

    Aviano, offeso e demotivato, abbandonò la città a seguito di questa violenta aggressione causata dall'«invidia», che cercò di superare componendo un'opera letteraria. In seguito, però, i plebei, informati della realtà dei fatti, cambiarono idea, si ricredettero e fecero di tutto per riabilitarlo e sostenerlo, chiedendo la punizione dei facinorosi che avevano operato in malafede.

    Anche il senato insistette per riaverlo e Simmaco alla fine dovette tornare a Roma dietro insistenza del Senato romano, il 1º gennaio 376; i senatori, anche quelli cristiani, lo proposero al nuovo imperatore Graziano come console e prefetto del pretorio per il 377.

    Ma Aviano Simmaco non assistè alla sua riabilitazione perchè morì nel 376, da console designato; l'anno successivo venne onorato di una statua dorata, eretta per decreto imperiale dietro richiesta del Senato, il 29 aprile.


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  • 03/17/19--06:29: LIBERALIA (17 Marzo)
  • ISPIRATA A LIBER PATER

    «I giochi di Cerere vengono celebrati in aprile, dodici giorni prima delle calende di maggio, tre giorni prima dell'anniversario della fondazione di Roma, che è anche la festa dei pastori e degli agnelli appena nati. Indicano il momento in cui tutto si crea.

    Cerere non è per eccellenza la Creatrice, in quanto dea del grano che crea in noi la carne e il sangue? Insieme a lei, festeggiamo due divinità che le sono associate, Liber e Libera, talvolta considerate come i figli di Cerere.

    Liber e Libera hanno dei giochi, o almeno una loro festa. Sono i Liberalia, nel mese di marzo, diciassette giorni prima delle calende di aprile. Il costume vuole, lo sai, che quel giorno gli adolescenti giunti all'età matura abbandonino la toga dell'infanzia e prendano la toga virile, quella degli uomini, bianca e di un solo pezzo, privata della fascia color porpora che sino ad allora li proteggeva contro i sortilegi del "malocchio".

    Essi sono allora considerati come capaci di chiamare alla vita dei bambini (dei liben) che li perpetueranno. Sono diventati uomini. Ma tu stesso hai vissuto questo importante momento della tua vita. Sai che cosa significa.

    Il giorno dei Liberalia di certo hai visto nelle strade anziane donne coronate di edera (la pianta sacra di Dionysos- Liber), le quali vendono a tutti i presenti delle gallette che fanno cuocere su un fornello portatile. Hai anche potuto Stupirti del loro daffare. Quando un passante ne acquista una, la vecchia donna ne stacca un pezzo e lo fa bruciare sulla brace del fornello.

    È un'offerta agli Dei per «portar bene" al suo cliente. Quella sera, molti Romani cenano all'aria aperta. Ma il tempo non è sempre bello. Sai che a Roma, all'equinozio di primavera si possono temere tempeste e burrasche».

    «Lo so bene», dice Marco. «Ma qualsiasi tempo vi faccia, quella sera c'è sempre folla nelle strade, ed è difficile circolare. E poi tutte queste persone fanno molto rumore. Non si può dormire; le canzoni e le grida si prolungano fino a tarda notte».

    «Che vuoi», risponde Frontone, «la gioia di vivere chiama le canzoni e le grida. L'inverno è finito, il tempo della vita è ritornato. Non c'è di che rallegrarsi? Non possiamo volerne a quelli che, nella loro semplicità, pensano di vivere davvero solo imponendo agli altri la loro chiassosa presenza e le loro
    canzoni. È la stagione in cui nei boschi anche gli uccelli fanno molto rumore. E poi non dimenticare che quella sera si beve molto. È anche la festa del Liber Pater!»

    (PIERRE GRIMAL - L'ANIMA ROMANA)

    ALTARE DI LIBER PATER E SILVANUS

    I Liberalia erano delle celebrazioni romane in onore di Liber Pater e Libera. La festa si teneva il 17 marzo in occasione del sedicesimo anno di età di un ragazzo, quando cioè si deponevano la bulla e la toga praetexta (o libera) e si prendeva la toga virilis. A questo punto il ragazzo passava dallo stato di puer a quello di adulto, con tutti i diritti ed i doveri del cittadino romano. In epoca tardo repubblicana Libero presiedeva ai ragazzi e Libera alle ragazze, per cui in qualche modo venivano festeggiati entrambi, ma in modo diverso.

    "Quel Libero che i nostri antenati venerarono con solennità e devozione accanto a Cetere e a Libera la cui importanza cultuale è ravvisabile nelle pratiche misteriche. In base alla considerazione che è nostra consuetudine chiamare " liberi " i figli nati da noi, Libero e Libera furono considerati figli di Cerere; il che vale per Líbera ma non certo per Libero!."
    (Cicerone)



    LA FESTA

    Il festeggiamento prevedeva sia una parte pubblica che una parte privata. La parte privata avveniva a casa, dove il giovane deponeva sull'altare dei Lari la propria bulla, una collana (d'oro per i più ricchi ed in cuoio per i meno abbienti) datagli quando era ancora in fasce, insieme alla barba ottenuta dalla sua prima rasatura. 

    In seguito abbandonava la toga pretesta (che era decorata con una sottile striscia di porpora), indossata da ragazzino, e gli veniva consegnata la toga virile; se il giovane era di rango senatorio la toga presentava una striscia di porpora più larga (laticlavia), se era di rango equestre una striscia più stretta (angusticlavia), altrimenti la toga era in tinta unita. 

    La mattina la famiglia consumava una abbondante colazione sull'orlo della strada, per mostrare a tutti che avevano un figlio ormai adulto e in grado di servire la patria. Era un orgoglio e una festa, anche perchè esisteva una notevole mortalità di bambini a Roma, sia nel parto che nella prima infanzia. Non ultimo per mostrare  a tutti che avevano un figlio maschio, molto più importante della figlia femmina, anche perchè non poteva andare in guerra.

    Poi tutta la famiglia usciva per strada, dove le sacerdotesse di Libero, incoronate di edera, vendevano torte a base di olio e miele, di cui staccavano una parte per porla su di un altare in favore di chi le comprava. Successivamente si formava per le strade la processione davanti a cui era posto un fallo in cima ad una pertica. Solo al termine della cerimonia una matrona considerata la più virtuosa poteva coprire l'attributo con un piccolo covone di grano.

    Le Vestali quel giorno si recavano in un luogo in cui c'erano ventiquattro piccoli edifici sacri dal tetto di giunchi chiamati Argei (secondo Varrone erano i principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole e si erano stabiliti nel villaggio) fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio. Invece i sacerdoti Salii compivano dei giochi chiamati Agonalia dedicati a Marte, la cui celebrazione, istituita da Numa Pompilio, consistente nel sacrificio di un ariete nero nella Regia dal re dei sacrifici, che in origine doveva essere lo stesso re di Roma.

    ISPIRATA ALLA DEA LIBERA
     Liber, Dio di carattere agreste, era associato alla fecondità e al seme maschile, mentre Libera alla componente umida femminile, e quindi alla terra in cui gettare il seme, dalla cui unione si genera la vita [August. C. D. IV, 11; VI, 9; 16]. Si pensava che la donna non ponesse un proprio seme ma che fosse solo la terra fertile in cui il seme potesse prosperare.

    Liber e Libera erano preposti alla pigiatura dell'uva che si trasformava in mosto e poi in vino. Anche nel momento di spostare il mosto dai recipienti di fermentazione a quelli in cui sarebbe diventato vino o mosto dolce, si offriva una libagione a Liber. Considerando che si trattava di un’offerta di primizie, e che generalmente nei riti più antichi si faceva alla Grande madre, è logico pensare che il culto primigenio di Libera divenne il culto della coppia Liber-Libera. Libero venne comunque associato a Bacco che spesso prevalse nel culto.

    I festeggiamenti romani riguardavano soprattutto il santuario di Cerere, Libero e Libera, un tempio dell'antica Roma, situato sul colle Aventino, dedicato alla triade di origine dionisiaca di Libero, Libera e Cerere, trasposizione latina di Demetra, Dioniso e Core. Qui i giorni seguenti il 17 marzo si festeggiavano i Liberalia, con feste, banchetti e divertimenti. Il lavoro dei campi era sospeso, in quanto Liber era un Dio agreste, e pertanto celebrato in tutte le campagne, [Tert. Spect. V] solo in seguito il culto venne trasferito anche in città. 

    In realtà si trattava di una triade, composta da Cerere, Libero e Libera, che attingevano alla triade greca di Demetra, Persefone e Dioniso, che non hanno un posto di preminenza tra loro ma sono tre in uno, preposti al culto dei Sacri Misteri. In epoca tarda la figlia di Cerere, Persefone, prese per i romani il posto di Libera, e la festa del 17 marzo era una festa propiziatoria nella quale si offrivano al Dio delle focacce di olio e miele.

    Nelle Georgiche, Virgilio scrive che nella festa di Bacco-Liber che si svolgeva nelle zone rurali: si rideva e si facevano scherzi grossolani, si indossavano maschere mostruose fatte di cortecce e si appendevano oscilla ai rami degli alberi. Si cantavano antiche canzoni festose in onore del Dio e gli si sacrificavano focacce ed un capro [Verg. Georg. II, 385 – 396]. La festa più importante era comunque a Lavinium (Lavinio), dove si tenevano le processioni destinate al suo culto consacrando a Liber un mese intero con i festeggiamenti per ben 30 giorni.


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    LA VENDETTA DI ROMA

    La battaglia di Idistaviso fu la rivincita dell'Impero Romano contro i Germani, dopo la sconfitta subita da Varo, nel 9 d.c., nella Battaglia della Foresta di Teutoburgo, che dette al mondo la certezza che i romani non potevano essere attaccati impunemente, e che prima o poi ogni offesa sarebbe stata ripagata con un'offesa più grande.

    Il concetto era molto importante perchè se si usciva impuniti da un'aggressione tanto feroce, basata peraltro sul tradimento, come fu la battaglia di Teutoburgo, i popoli assoggettati potevano cercare di emulare l'esercito di Arminio. 

    Nel 16, uno dei più grandi generali della storia romana, il giovanissimo legato imperiale Germanico, fece quello che per 7 anni i romani non erano ancora riusciti a fare: riuscì a battere Arminio in due grandi battaglie: la prima nella piana di Idistaviso, la seconda di fronte al Vallo Angrivariano, entrambe tra la riva destra del fiume Visurgi (Weser), le colline circostanti, la grande foresta germanica e le paludi più a nord.

    Dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo, i romani avevano deciso di abbandonare la Germania ad est del Reno. Seguirono due anni di campagne, sotto il comando di Tiberio, a cui Germanico aveva partecipato rendendosi conto dei luoghi, della gente e delle strategie di guerra, nel 10 e 11 d.c.. Tiberio era un ottimo generale ma le battaglie miravano solo a scongiurare un'invasione germanica o rivolte tra le popolazioni galliche. Insomma l'imperatore voleva solo scoraggiarli, affinchè non pensassero di poter rinnovare le gesta di Arminio a Tutoburgo.

    «[Tiberio] viene inviato in Germania, rafforza le Gallie, dispone gli eserciti, fortifica i presidi e attraversa il Reno con l'esercito. Passa dunque all'attacco, mentre il padre [Augusto] e la patria si sarebbero accontentati di rimanere sulla difensiva. Avanza verso l'interno, apre nuove strade, devasta campi, brucia villaggi, mette in fuga tutti quanti lo affrontarono e con immensa gloria torna ai quartieri d'inverno senza aver perduto nessun soldato tra quelli che aveva condotto oltre il Reno

    (Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 120, 1-2.)


    Tiberio, al suo ritorno dal suo esilio volontario, poco piacendogli la vita della reggia, era stato adottato da Augusto, che lo aveva costretto però ad adottare a sua volta il nipote Germanico Giulio Cesare, figlio del fratello di Tiberio, Druso Maggiore, sebbene Tiberio avesse già un figlio, concepito dalla prima moglie Vipsania, di nome Druso Minore e più giovane solo di un anno. Augusto preferiva il figlio di Druso al figlio di Tiberio, la cosa non dovette piacere all'erede di Augusto. 

    L'adozione fu celebrata il 26 giugno dell'anno 4 con grandi festeggiamenti e Augusto fece distribuire alle truppe oltre un milione di sesterzi. Il ritorno di Tiberio al potere supremo dava stabilità all'impero, ma anche monito all'esterno che ci sarebbe stato sempre un imperatore già designato a regnare e a combattere come capo dell'esercito romano.

    Augusto aveva mirato alla Pax Romana, rinunciando alla riconquista della Germania e Tiberio, che pure era un validissimo generale, ne seguì le orme mantenendo i confini al Reno senza toccare la Germania. Del resto anche Giulio Cesare aveva posto il confine sul Reno rinunciando alla conquista, ma sappiamo che proprio nell'ultimo anno di vita aveva progettato l'invasione della Germania che lui avrebbe guidato personalmente, e c'era da giurarci che avrebbe vinto. Con il suo assassinio ciò non avvenne mai.

    GERMANICO

    GERMANICO

    Germanico Giulio Cesare è nato il 15 a.c. ed è stato nominato console il 12, a 27 anni, cinque anni prima di quanto fosse consentito a chiunque, cioè a 33 anni, ma per l'erede di Augusto si poteva fare. In più lo fanno proconsole, in genere la carica veniva data ad un console a cui il senato prorogava il potere per un anno, affidandogli un comando militare o l'amministrazione di una provincia, ma sono passati due anni e Germanico è proconsole, anche questo per l'erede si può fare. Ma perchè mandarlo a sedare una rivolta?


    ANNO 14 -  La Rivolta delle Legioni

    Ora siamo nel 14, mentre era in corso una grossa rivolta delle legioni in Pannonia, anche gli uomini stanziati lungo il confine germanico si ribellarono ai loro comandanti, dando inizio ad un'efferata serie di violenze e massacri. La rivolta ebbe inizio presso l'esercito "inferiore" dove erano presenti 4 legioni: 
    - la legio XXI Rapax, 
    - la legio V Alaudae, 
    - la legio I Germanica 
    - la legio XX Valeria Victrix.
    Germanico, allora, che era a capo dell'esercito stanziato in Germania e godeva di grande prestigio, venne incaricato di riportare alla calma ben quattro legioni. Il compito era molto rischioso, perchè doveva confrontarsi personalmente con i soldati in rivolta.

    Questi: «...tenevano gli occhi a terra, quasi fossero pentiti. Ma come egli attraversò il fossato, si incominciarono a sentire lamenti confusi, alcuni gli afferravano la mano come per baciarla, si introducevano in bocca le dita per fargli sentire che non avevano più denti, altri gli mostravano le membra curve per l'età.
    Quando chiese dove fosse mai l'obbedienza militare, l'antica fierezza della disciplina e chiese ai soldati dove avessero cacciato i tribuni, dove i centurioni, quelli si denudarono tutti per mostrare le cicatrici delle ferite, i segni delle percosse. Poi con grida confuse, denunciarono il prezzo degli esoneri, la pochezza delle paghe, la durezza dei lavori e li citarono uno ad uno: il fossato, le trincee, il trasporto di foraggio e di legna e tutti gli altri lavori richiesti dalle necessità o dal desiderio di non lasciare in ozio le truppe. 
    Più veemente si levava il clamore dei veterani, i quali rammentavano i trenta e più anni di servizio e supplicavano che si portasse sollievo alla loro stanchezza, per non morire in quelle stesse fatiche, che quel servizio militare avesse fine, e riposo non volesse dire fame


    Germanico decise di concedere loro il congedo dopo venti anni di servizio e di inserire nella riserva tutti i soldati che avevano combattuto per oltre sedici anni, esonerandoli così da ogni obbligo ad eccezione di quello di respingere gli assalti nemici; raddoppiò allo stesso tempo i lasciti a cui, secondo i testamento di Augusto, i militari avevano diritto. 

    Le legioni, che avevano da poco appreso della recente morte di Augusto, arrivarono addirittura a garantire il proprio appoggio al generale se avesse desiderato impadronirsi del potere con la forza, ma egli rifiutò dimostrando grande rispetto e grande lealtà per il padre adottivo Tiberio. Questa notizia, che giunse alle orecchie di Tiberio non gli piacque.

    La rivolta, che aveva attecchito tra molte delle legioni di stanza in Germania, risultò comunque difficile da reprimere, e si concluse con la strage di molti legionari ribelli. I provvedimenti presi da Germanico per soddisfare le esigenze delle legioni furono poi ufficializzati in un secondo momento da Tiberio, che assegnò le stesse indennità anche ai legionari pannoni.



    I GRANDI GENERALI: SILIO E CECINA

    Quell'anno c'erano presso la riva sinistra del Reno due eserciti: quello della Germania superiore agli ordini di Gaio Silio, e quello della Germania inferiore di Aulo Cecina Severo, ambedue sotto l'alto comando di Germanico. 

    Gaio Silio era stato eletto console nel 13, ma tra i mesi di agosto e settembre venne chiamato in Germania Magna da Germanico e il suo posto come console venne preso dal suffectus Gaio Cecina Largo. Lasciando Roma via mare, Silio raggiunse la Germania nel 14. Aulo Cecina era un grande generale e nello stesso anno venne nominato da Germanico suo legato nella Germania inferior. Germanico sapeva scegliere i suoi uomini.

    Però i soldati vennero presi dal rimorso e dalla paura, poiché era giunta un'ambasceria del Senato presso Ara Ubiorum, e temevano che ogni concessione fatta da Germanico fosse stata annullata a causa del loro comportamento. Cominciarono, così, a punire i fomentatori della rivolta, e così accadde anche nella fortezza legionaria di Castra Vetera sessanta miglia a nord (dove svernavano la V e XXI legione). Ancora una volta intervenne Germanico riuscendo a calmare e rassicurare gli animi. Otteneva sempre grande credito e fiducia.

    Sedata la rivolta, Cecina poté tornare ad Ara Ubiorum (Colonia) con le legioni I e la XX, mentre Germanico, recatosi presso l'esercito superiore, ricevette il giuramento di fedeltà anche da parte delle altre 4 legioni: legio II Augusta, legio XIII Gemina, legio XVI Gallica e legio XIV Gemina.


    MONETA DI GERMANICO VINCITORE SULLA QUADRIGA

    Il Censimento

    Ora il figlio adottivo di Tiberio, Germanico, era stato inviato come proconsole della Gallia per un censimento, ma di sua iniziativa riprese le azioni militari contro le popolazioni germaniche, invadendo i loro territori. Lo fece certamente di sua iniziativa, perchè lo stesso Tiberio gli aveva dato il proconsolato e quindi l'imperio, e chi ha un imperio è come un imperatore, può fare tutto ciò che vuole, compreso il muovere guerra a chicchessia.

    Ma c'è di più, come mai Tiberio per un semplice censimento aveva ricevuto l'imperio? Se era attaccato poteva difendersi e contrattaccare, mentre con l'imperio poteva attaccare chi e quanto voleva senza dover chiedere nulla a Roma. Proconsole era un console a cui il senato prorogava il potere per un anno, affidandogli un comando militare o l'amministrazione di una provincia. Ma erano passati due anni dal consolato di Germanico. E' probabile che Tiberio sperava che Germanico muovesse battaglia e magari ci morisse.

    Germanico aveva idee di gloria, ma non di potere, e non avrebbe mai attentato al trono dell'imperatore, questo Tiberio lo sapeva, ma sapeva pure che Germanico era molto, ma molto amato sia dal popolo che dai legionari, mentre lui non era amato affatto, soprattutto dal popolo che un giorno magari poteva ribellarsi.

    Basti pensare che una volta Tiberio, invaghitosi di una statua che Giulio Cesare aveva posto nei suoi giardini, lasciati per testamento al popolo romano, se la fece portare nella sua reggia. Ogni volta però che Tiberio compariva in pubblico il popolo gli intimava di restituire la statua, al punto che alla fine fu costretto a farle riporre al suo posto. Tiberio non era amato, Germanico si.



    DRUSO MAGGIORE
    DRUSO MAGGIORE 

    Germanico era il figlio di Druso Maggiore, figlio di Livia e del suo  matrimonio con Tiberio Claudio Nerone, precedente a quello con Augusto, il quale stravedeva per lui come fosse un figlio suo. 

    Druso era intelligente, leale e coraggioso, purtroppo morì per una banale caduta da cavallo e tutti lo compiansero e  rimpiansero.

    Germanico era molto simile a lui, anche con una notevole somiglianza nel fisico, ma pure più amabile, sapeva farsi valere con modi molto semplici, privo di atteggiamenti e di arroganza o superbia, arrivava al cuore del popolo, tutti lo amavano e stimavano, a cominciare dai soldati. 

    Ora Germanico aveva sicuramente chiesto a Tiberio di invadere la Germania, compiendo ciò che suo padre Druso non aveva potuto terminare a causa della sua morte, ma Tiberio non acconsentì, era una terra inospitale, ricoperta da foreste ed acquitrini, non aveva grandi ricchezze e non era opportuno conquistarla.

    Ma allora perchè gli concesse l'imperio?



    ANNO 15

    Tiberio al termine della prima campagna di Germanico, decise di decretargli il Trionfo, mentre ancora si combatteva la guerra. Sperava che Germanico, che stava accumulando troppe vittorie e notorietà, lasciasse la Germania e tornasse a Roma. Ma Germanico pensava alla guerra e aveva studiato con cura la campagna del 15, anticipando le operazioni alla primavera, ed attaccando per primi i Catti (come all'epoca aveva fatto suo padre).

    Germanico voleva riuscire, prima di passare il Reno, ad opporre ai nemici capeggiati da Arminio, un partito filoromano, capeggiato dal suocero di Arminio, Segeste, e per questo condusse numerose trattative. Segeste era un nobile germanico, che divenne un leale alleato dei romani e che odiò Arminio, per avergli rapito la figlia Thusnelda per sposarla contro il parere del padre.

    Germanico divise l'esercito in due colonne:

    - una al comando di Aulo Cecina Severo, che mosse dalla fortezza legionaria di Castra Vetera (Xanten), con vexillationes di quattro legioni della Germania inferiore (circa 12/15.000 legionari), 5.000 ausiliari ed alcune schiere di alleati germani, abitanti sulla riva sinistra del Reno;

    - l'altra guidata da Germanico, mosse da Mogontiacum (Magonza), al comando di vexillationes delle quattro legioni della Germania superiore (circa 12/15.000 legionari) e di circa 30000 alleati germani, della riva sinistra del Reno.



    CONTRO I CATTI
    LA MOGLIE DI ARMINIO

    Germanico lasciò Lucio Apronio a protezione della strada e dei passaggi dei fiumi, affidandogli i bagagli dell'esercito per marciare più spedito.

    Lucio Apronio ottenne poi gli ornamenta triumphalia per il suo valoroso coraggio durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9 e le guerre germaniche, insieme a Aulo Cecina Severo e Gaio Silio nell'anno 15.

    Germanico marciò velocemente nel territorio dei Catti, dove compì orrende stragi di uomini donne e bambini, mentre i più giovani fuggivano e si lanciavano nel fiume Adrana (Eder), sopra il quale i Romani stavano costruendo un ponte per attraversarlo. Germanico si accampò intanto sulle rovine di un precedente forte, costruito dal padre Druso nel 10-9 a.c., che si trovava presso il monte Tauno.

    Passati sull'altra sponda i Romani si spinsero fino alla capitale dei Catti, Mattium (nei pressi dell'attuale Niedenstein), che incendiarono e saccheggiarono. Al termine delle operazioni tornarono al fiume Reno, senza che i nemici osassero inseguirlo tanto ne aveva devastato i territori, ora che grande era il timore nei suoi confronti.

    Intanto Cecina Severo riusciva, grazie alle sue trattative a dissuadere i Cherusci dall'inviare aiuti ai Catti combattendoli qua e là lungo i confini delle loro terre, in seguito batteva i Marsi facendone strage.

    Germanico invece venne informato da alcuni ambasciatori inviati da Segeste (tra cui il suo stesso figlio, Segismondo), di essere assediato dal suo stesso popolo (i Cherusci), che ormai parteggiavano per Arminio, e ne richiedeva con urgenza l'intervento dei Romani. Germanico senza indugi corse a salvare il capo germano filo-romano, mettendo in fuga gli assedianti e tornando subito sul Reno.


    ESTATE ANNO 15

    Arminio, viene a sapere dell'alleanza di Segeste ai romani, ma soprattutto che sua moglie e suo figlio erano stati consegnati ai romani, per cui cercò più alleanze possibili con tutte le popolazioni germaniche confinanti (tra cui lo stesso zio, Inguiomero), contro l'invasore romano.

    Germanico allora divise l'esercito in tre colonne:

    - pose Cecina a capo di 40 coorti (20.000 armati, tra cui alcune unità ausiliarie), attraverso il territorio dei Bructeri fino al fiume Amisia (Ems); e Tacito racconta che Camavi ed Angrivari emigrarono nei territori dei Bructeri, dopo averli cacciati e totalmente annientati, in alleanza con altre popolazioni vicine, che lo scrittore latino ringrazia per «offrire diletto allo sguardo romano», senza che Roma dovesse intervenire. Dei Bructeri caddero più di 60.000 uomini.
    «Suvvia preghiamo che rimanga e si conservi tra i popoli stranieri, se non l'amore verso di noi, almeno l'odio tra loro, poiché niente risulta di più prezioso che la fortuna possa procurarci, se non la discordia dei nostri nemici tra loro
    (Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIII, 3.)

    - Al prefetto Pedone affidò invece la cavalleria per recarsi nel paese dei Frisi, alleati, in direzione dello stesso fiume; fu suo padre Druso che:
    «... si trovò in pericolo quando le sue imbarcazioni si incagliarono a causa di un riflusso della marea dell'Oceano. In questa circostanza venne salvato dai Frisi, che avevano seguito la sua spedizione con un esercito terrestre, e dopo di ciò si ritirò, dal momento che ormai l'inverno era cominciato...»
    (Cassio Dione, LIV, 32.2-3.)

    - Poi Germanico, imbarcate 4 legioni ( 20.000 legionari), le guidò verso l'estuario del fiume Amisia, così da potersi trovare tutti insieme e contemporaneamente presso il fiume. Una volta riunitisi, Germanico chiese ai Cauci gli aiuti promessi, rimpinguando con i loro armati le file del suo esercito.

    - Poi inviò contro i Bructeri, Lucio Stertinio, con forze armate leggere di fanteria e cavalleria ausialiarie. Quest'ultimo una volta devastati i territori di queste popolazioni, ritrovò l'insegna della XIX Legione, caduta in mano ai Germani sei anni prima, dopo il massacro delle legioni XVII, XVIII e XIX di Varo nella foresta di Teutoburgo.

    Il grosso dell'esercito, intanto, procedeva devastando l'intero territorio compreso tra i fiumi Amisia (Ems) e Lupia (Lippe), fino a raggiungere il luogo dell'eccidio delle legioni di Teutoburgo:

    «...nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse... sparsi intorno... frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi conficcati sui tronchi degli alberi. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i centurioni di grado più elevato. 

    I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia od alla prigionia, ricordavano che qui erano caduti i legati e là erano state strappate le Aquile; e mostravano dove Varo ricevette la prima ferita e dove si colpì a morte, suicidandosi; mostravano il rialzo da dove Arminio aveva parlato ai suoi, i numerosi patiboli preparati per i prigionieri, le fosse scavate e con quanta tracotanza Arminio avesse schernito le insegne e le Aquile imperiali...»
    (Cornelio Tacito, Annali I, 61)

    L'onore di Roma era salvo. La disfatta subita a Teutoburgo era stata riscattata. Ma Arminio era ancora vivo, Germanico non era soddisfatto. I nemici di Roma dovevano morire.

    GERMANICO - AMELIA

    ANNO 16 - NON PER TERRA MA PER MARE

    Giunta nuovamente la primavera, Germanico, che aveva riflettuto tutto l'inverno sulle strategie di guerra, si rese conto che i legionari romani marciavano in interminabili colonne cariche di equipaggiamenti, esposti a continue imboscate e che le Gallie, il cui popolo doveva sostentare con cibo ed armi gli eserciti romani, erano allo stremo avendo esaurito le loro risorse di cavalli.

    Allora Germanico decise di avanzare in territorio nemico, via mare. L'occupazione sarebbe risultata più rapida per i Romani ed imprevista per i nemici. L'intero esercito romano, inclusi i necessari rifornimenti sarebbero giunti attraverso le foci ed i corsi dei fiumi nel cuore della Germania, con le forze pressoché intatte.

    Qui si esplicò tutta la genialità di Germanico. Anzitutto si liberò del noioso compito del censimento delle Gallie che affidò a Publio Vitellio e a Gaio Anzio, e invece affidò a Silio, Anteio e Cecina la costruzione di una flotta di 1.000 navi, subito messe in cantiere.

    Nella sua genialità studiò e disegnò il prospetto delle navi:
    - alcune dovevano essere strette a poppa ed a prua, ma larghe ai fianchi, per reggere meglio le onde dell'Oceano;
    - altre con la chiglia piatta per fare in modo che l'arenarsi non procurasse danni; dovevano procedere avanti alle altre navi per sondare il fondale e far si che si scegliesse il fondale più adatto. In quei mari c'era un grosso sbalzo delle maree che potevano portare le navi o ad arenarsi o ad essere trascinate a largo;
    - poi fornì tutte le navi che dovevano caricare uomini, con timoni alle due estremità, in modo che potessero approdare sia da prua che da poppa, consentendo una discesa rapida delle truppe che avrebbero tenuto a bada eventuali assalitori;
    - molte navi vennero inoltre fornite di ponte per poter trasportare macchine da guerra, cavalli e carriaggi;
    - infine, tutte le navi vennero predisposte sia alla vela che ai remi, per ottenere il massimo della velocità.
    - Decise poi, in gran segreto, che il luogo dove concentrare le navi fosse l'isola dei Batavi: collocata non distante dalla foce del fiume Reno, per i facili approdi onde caricare facilmente uomini, animali, strumenti e salmerie, ma non solo.
    Germanico sapeva che quell'isola era già stata usata da suo padre, Druso Maggiore, che vi aveva costruito dei castra, che con rapide riparazioni gli avrebbero servito da quartier generale.



    IL PONTE SUL RENO

    Germanico decise di gettare un ponte sul fiume Reno, edificato a tempo di record, dove vi passò con vexillationes di quattro legioni (pari a 12.000 armati), 26 coorti di fanteria ausiliaria ed 8 ali di cavalleria, per invadere la Germania. Raggiunto il fiume Visurgi (Weser), trovò i Germani schierati a battaglia sulla sponda destra del fiume. Allora mandò in avanscoperta la cavalleria con i centurioni primipili delle 8 legioni, divisi in due colonne e sufficientemente distanziati, per non essere schiacciati dall'esercito nemico in un sol punto ma dividerne le forze.

    Cariovaldo, capo dei Batavi (alleati dei Romani), una volta attraversato il fiume si mise all'inseguimento dei Cherusci senza sospettare l'imboscata. I Germani, infatti, avevano simulato una fuga per attirarlo in una piana lontana dalle legioni e circondata da boschi, dove balzarono fuori travolgendoli. I Batavi tentarono di ritirarsi ma i Cherusci chiusero ogni varco e cominciarono a massacrarli.

    Cariovaldo, tentò inutilmente di sfondare l'assedio nemico, ma anche lui cadde insieme a molti nobili della sua tribù. Fu solo per l'intervento della cavalleria di Stertinio ed Emilio che i restanti batavi riuscirono a salvarsi. Varcato il fiume, Germanico venne a sapere da un disertore che Arminio nella notte avrebbe tentato un assalto all'accampamento romano. La notte stessa i romani, armati fino ai denti stettero in perfetto silenzio come se dormissero e poco dopo la mezzanotte, ci fu l'assalto dei germani che però desistettero subito per la dura risposta che ricevettero dai romani.

    GERMANICO

    LA BATTAGLIA DEL 16 d.c. IDISTAVISO

    La mattina dopo i soldati romani erano impazienti di combattere e marciarono suonando le trombe da guerra e inneggiando fino a giungere alla piana di Idistaviso, che si estende tra il fiume Visurgis e le
    colline, seguendo la sinuosità delle anse del fiume e dei colli. Alle spalle dei Germani si estendeva una fitta foresta con alberi altissimi e priva di sottobosco.

    «Il fiume Visurgi divideva i Romani dai Cherusci. Sulla riva opposta si fermò Arminio con altri capi e domandò se Cesare Germanico era arrivato. Come venne a sapere che c'era, chiese di poter parlare con il fratello, il quale militava nell'esercito romano con il nome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito ad una ferita pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio. Concessagli l'autorizzazione al colloquio, Flavo avanzò salutato da Arminio, il quale, allontanata la sua scorta, chiese il ritiro dei nostri arcieri schierati lungo la riva del fiume. Dopo che questi si furono ritirati, chiese al fratello l'origine di quello sfregio sul volto. Quest'ultimo gli riferì il luogo e la battaglia. Arminio chiese ancora quale compenso avesse ricevuto. Flavo rammentò lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, mentre Arminio irrideva la sua servitù a Roma per quegli insignificanti e vili compensi ricevuti... continuarono a parlare, Flavo esaltando la grandezza di Roma... Arminio ricordando la religione della patria, l'antica libertà... la madre di entrambi, alleata a lui nelle preghiere, perché Flavo non volesse abbandonare parenti, amici e tutta la sua gente... e non preferisse essere traditore piuttosto che capo... A poco a poco passati ad insultarsi, poco mancò che si gettassero l'uno contro l'altro... se Stertinio non avesse trattenuto Flavo...»

    (Cornelio Tacito, Annali II, 9-10.)


    GLI SCHIERAMENTI

    I Germani dettero dunque le spalle alla foresta, pronti a rifugiarvisi in caso di mala partita o per attirare i romani nella guerriglia come avevano fatto con Varo. I Cherusci di Arminio invece si sistemarono sui colli per precipitarsi dall'alto contro il lato destro dello schieramento romano.

    I Romani disposero le proprie truppe in modo da conservare lo stesso ordine di marcia:
    - lungo la prima linea gli ausiliari galli e germani; dei mercenari che erano i più esposti al pericolo;
    - dietro di loro gli arcieri appiedati, in parte coperti dai precedenti;
    - seguivano quattro legioni;
    - più dietro ancora due coorti di pretoriani che accompagnavano Germanico e ai lati un corpo scelto di cavalleria ausiliaria;
    - poi le altre quattro legioni,
    - poi ancora la fanteria leggera e gli arcieri a cavallo e le altre coorti alleate.

    Insomma i Romani avevano una formazione simmetrica rispetto al fronte d'attacco, per evitare di essere colpiti alle spalle.


    TACITO

    I primi ad attaccare furono proprio i Cherusci di Arminio, come racconta Tacito:

    «Viste le orde dei Cherusci precipitarsi giù con impeto furibondo, Germanico diede ordine ai migliori cavalieri di caricare i nemici sul fianco, ed a Stertinio di aggirarli con gli altri squadroni di cavalleria e di attaccarli alle spalle; egli stesso sarebbe intervenuto al momento opportuno. In quell'istante, come augurio di buona fortuna, otto aquile attirarono l'attenzione di Germanico, che le vide volare verso la foresta per entrarvi. Egli comandò ai suoi di marciare avanti e di seguire gli uccelli simbolo di Roma, protettori delle legioni! 
    E subito avanzarono i fanti schierati, mentre i cavalieri, già lanciati all'attacco, investirono le ultime fila ed i fianchi nemici, e cosa strabiliante, accadde che due formazioni nemiche fuggirono in senso opposto: quelli che occupavano la foresta si lanciarono verso la pianura, mentre quelli schierati nella piana si precipitarono verso la foresta. Presi nel mezzo, c'erano i Cherusci, che erano sospinti giù dai colli. Tra questi sovrastava Arminio, il quale a gesti, con le grida e mostrando la ferita, cercava di tenere alte le sorti della battaglia, e si scagliava sugli arcieri e li avrebbe distrutti, se non l'avessero fronteggiato i reparti ausiliari di Reti, Vindelici e Galli. 
    Tuttavia grazie alla prestanza fisica, all'impeto del cavallo, ed al fatto che si era imbrattato il volto col proprio sangue per non essere riconosciuto, riuscì a passare. Alcuni sostengono che i Cauci, impegnati tra gli ausiliari romani, pur avendolo riconosciuto, l'abbiano lasciato fuggire. Egual valore o analogo inganno procurò la salvezza ad Inguiomero. Gli altri, ovunque sul campo, furono trucidati, e la maggior parte che tentava di passare a nuoto il Visurgi, furono colpiti e travolti dai dardi o per la violenza della corrente del fiume, oltre alla calca degli uomini che irrompeva, lungo le rive delle sponde del fiume che franavano. 
    Alcuni, arrampicatisi con una fuga vergognosa sulle cime degli alberi e nascosti fra i rami, divennero, tra lo scherno, il bersaglio di arcieri che erano stati fatti avanzare; altri furono fatti cadere a terra dagli alberi che venivano abbattuti
    (Cornelio Tacito, Annali, ii.17.)

    La vittoria romana fu netta, senza grosse perdite per i Romani. Si combatté ininterrottamente dalle undici del mattino fino a notte, mentre i nemici germani uccisi coprivano con i loro cadaveri e le armi la piana per almeno diecimila passi. Infine fra le spoglie furono trovate, cosa strabiliante, anche delle catene per incatenare i Romani prigionieri, sicuri com'erano, i Germani, di poter rinnovare la vittoria di Teutoburgo. I soldati di Germanico, sul campo di battaglia, acclamarono il loro generale Germanico ma pure Tiberio Imperator e innalzarono un tumulo sul quale posero le armi dei vinti, come fosse un trofeo, e una scritta riportante i nomi dei popoli vinti: i Cherusci, i Fosi, i Dulgubini, i Longobardi ed altri. Roma era vendicata! ... ma secondo Germano non del tutto.


    L'OSTILITA' DI TIBERIO

    «Era quasi sicuro che il nemico germanico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, tanto che, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile portare a termine la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, consigliava Germanico di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva raccolto numerosi successi in grandi battaglie, ma doveva ricordarsi dei gravi danni provocati, pur senza sua colpa, dal vento e dall'Oceano. Egli (Tiberio) inviato ben 9 volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Egli aveva accettato la resa dei Sigambri, costretto alla pace i Suebi ed il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli che si erano ribellati, ora i Romani si erano vendicati, si potevano lasciare alle loro discordie interne. E quando Germanico gli chiese ancora un anno per concludere la guerra... gli offrì un secondo consolato... ed aggiungeva che, se fosse stato ancora necessario combattere, Germanico avrebbe dovuto lasciare una possibilità di gloria anche per il fratello Druso. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che per odio Tiberio gli voleva strappare quell'onore che già aveva conseguito.»
    (Cornelio Tacito, Annali II, 26.)


    BIBLIO

    Cornelio Tacito - Annales I II III.
    Cassio Dione Cocceiano -  Storia romana, LV, 29, 30, 32.
    Velleio Patercolo - Storia di Roma, II 112.
    Svetonio - Vite dei Cesari, Tiberio
    Livio - Ab Urbe Condita Libri


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    La battaglia precedente:
    BATTAGLIA DI IDISTAVISO - LA VENDETTA SU TEUTOBURGO - I



    PREPARATIVI SULL'ISOLA DEI BATAVI

    “… Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos…unde habitus quoque corporum…idem omnibus: truces et caeruli oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida…”
    (Tacito, Germania IV)

    Il Reno respinge i Germani, ”gente avida di guerra”, e fissa un limite per contenere quelle terre inquiete e arginare l’aggressività delle sue tribù: “…Rhenus Germaniae modem faciat…” 
    (Seneca Nat. Questiones, praef. 9)

    Mentre si procedeva a costruire le navi ed a raccoglierle nell'isola dei Batavi, negli attuali Paesi Bassi, vicino alla foce del Reno, Germanico ordinò al legato Gaio Silio di attaccare i Catti con alcune unità di truppe ausiliarie, come aveva fatto all'epoca suo padre. Questo ha fatto scrivere a molti che Germanico desiderasse emulare il padre e che fosse ossessionato dall'idea. In realtà egli si basava sulle esperienze di suo padre che era stato un ottimo condottiero. 

    Del resto tutti i romani che avessero avuto un padre condottiero avrebbero voluto emularlo e se non era il padre era un parente, o un personaggio famoso. Si sa che Giulio Cesare desiderava emulare lo zio Gaio Mario e lo stesso Alessandro Magno, e ci riuscì perchè oggi il suo nome non è meno famoso del grande condottiero macedone. Giusto Giulio Cesare aveva stretto una forte alleanza col popolo dei Batavi, che non pagavano tributi ma fornivano un contingente ausiliario al popolo romano. Erano coraggiosissimi e abilissimi sui cavalli. 

    La flotta era ormai pronta e Germanico, una volta distribuiti i viveri, le legioni e gli ausiliari sulle navi, entrò nel canale fatto scavare da suo padre, la «Fossa Drusi», percorso un tratto dell'Oceano, raggiunse senza intoppi la foce del fiume Amisia. Germanico lasciò la flotta sulla riva sinistra dell'Amisia, e per alcuni autori commise un errore, poiché avrebbe dovuto marciare sulla riva opposta, evitando così di dover costruire un ponte più oltre, dove traghettare le truppe e che richiese alcuni giorni di lavoro. 

    Secondo altri fu voluto, ed è molto probabile, primo perchè Germanico non avrebbe commesso un errore così grossolano che chiunque del suo esercito avrebbe potuto fargli notare, secondo perchè in ogni epoca il momento più pericoloso per le milizie è quello dello sbarco delle truppe dalle navi a terra. Un ponte era molto più sicuro anche perchè alle due estremità fece porre delle torrette con armi da lancio in cima.

    Germanico intanto, alla notizia che il forte sul fiume Lupia (Aliso o Alisone, oggi Haltern), stava subendo un assedio, decise di guidarvi le sue 6 legioni e di attaccare i Germani. Il generale Silio riuscì a rapire la moglie e la figlia di Arpo, capo dei Catti, ma Germanico non poté battere gli assedianti di Aliso, poiché si dileguarono alla notizia del suo arrivo. Essi avevano distrutto il tumulo da poco eretto alle legioni di Varo e l'antica ara innalzata in memoria di Druso. Germanico, una volta ricostruita l'ara paterna, decise che tutte le zone comprese tra il forte d'Aliso ed il Reno, fossero protette con nuove barriere e terrapieni.



    L'ANTEFATTO: TEUTOBURGO

    Germanico, una volta seppelliti i resti dei corpi straziati delle legioni di Varo, raccolse tutto ciò che poteva identificarli e poi si diede all'inseguimento di Arminio, lanciandogli la cavalleria alle calcagna. Ma Arminio, rifugiatosi prima in un vecchio accampamento romano, gli preparò un'imboscata, facendo ripiegare parte dei suoi verso le foreste, per poi, improvvisamente, tornare indietro mentre un'altra parte dei suoi uomini, appostata nei pressi, attaccò i cavalieri romani lungo i fianchi. 

    La cavalleria romana fu colta dal panico e cominciò ad arretrare disordinatamente; Germanico inviò allora alcune coorti ausiliarie, ma il disordine aumentò e tutti arretravano verso la palude dove ad Arminio sarebbe stato facile annientarli, ma Germanico fece allora avanzare le legioni schierate. Stavolta furono i nemici a cadere nel panico: la vista dei legionari allineati come un sol uomo, totalmente difesi dagli scudi che venivano ritmicamente colpiti col gladio sguainato, era destabilizzante. 

    Le sorti cambiarono, i romani si ricompattarono, la battaglia riprese ma alla fine non vi furono nè vinti nè vincitori, però Germanico potè ricompattare il suo esercito e ricondurlo all'accampamento presso il fiume Amisia (Ems), il fiume alla cui foce c'era stata la funesta battaglia di Teutoburgo nell'anno 9, ma dove aveva combattuto Druso maggiore, nel 12-9 a.c., e Tiberio nell' 8-7 a.c. e nel 5 d.c., e ora Germanico (14-16).



    I NUOVI PREPARATIVI

    Qui, dopo il dovuto riposo, Germanico rifece i suoi piani:
    - le legioni, con a capo Germanico, furono caricate nuovamente sulla flotta e percorsero lo stesso itinerario dell'andata, al contrario;
    - parte della cavalleria doveva raggiungere il Reno lungo la costa dell'Oceano;
    - Aulo Cecina, con le sue 40 coorti, tornò lungo i Pontes Longi, uno stretto passaggio tra foreste e paludi, costruito da Domizio Enobarbo tra il 3 e l'1 a.c..



    I PONTES LONGI

    I pontes longi erano strade in legno costruite dai Romani su terreni paludosi o acquitrinosi, un tipo di strade che esistevano già nel nord della Germania fin dal VII secolo a.c., e che i Romani avevano subito appreso dalle genti celto-germaniche del nord-europa e utilizzato in Germania. Su questo stretto passaggio però i Germani attaccarono. Arminio aveva preceduto l'esercito romano disponendo i suoi in un'imboscata, e aspettò l'arrivo di Cecina carico di salmerie e di armi. Tuttavia Cecina, da quell'abile generale che era, dislocò parte degli uomini a erigere l'accampamento mentre dispose a guardia il resto dell'esercito.

    L'impatto fu durissimo, perchè i Romani si trovavano su un terreno scivoloso e fangoso con addosso il peso dell'armatura, e facevano fatica a calibrare i lanci delle frecce e delle lance, mentre i Cherusci erano abituati alle paludi, e lanciavano i loro lunghi giavellotti, con molta precisione. Per i romani non andò bene ma per fortuna calò il buio e il combattimento cessò. I Germani allora cercarono di convogliare tutti i torrentelli circostanti verso l'accampamento romano, per far crollare i terrapieni costruiti dalle legioni.

    Cecina allora dispose i feriti e i carri dietro le fila dei legionari, nell'accampamento che si stava allestendo, disponendo la V Alaudae sul lato destro, la XXI Rapax su quello sinistro, la I Germanica in avanguardia e la XX Valeria Victrix come retroguardia. Poi mentre una parte degli uomini riposavano, altri facevano la guardia in assetto da combattimento e altri proseguivano l'edificazione dell'accampamento.

    Tacito, narra del sogno che avrebbe fatto quella notte Aulo Cecina Severo:
    «...gli parve di vedere Publio Quintilio Varo uscire dalle paludi, interamente coperto di sangue, e gli sembrò di udirlo come se lo chiamasse, egli invece non lo seguiva e spingeva lontano da sé la mano che Varo gli tendeva....»
    (Cornelio Tacito, Annali I, 65)

    AGRIPPINA MAGGIORE MOGLIE DI GERMANICO
    La mattina dopo però, le legioni che dovevano proteggere i fianchi, erano corse invece ad occupare la zona di terra oltre la palude. Non si sa se fu un errore nel ricevimento degli ordini, o un'iniziativa non autorizzata e dettata dalla paura, tanto che perfino Arminio rimase per un po' perplesso, ma quando vide i carri impantanati coi soldati romani che non sapevano più muoversi e avanzavano disordinatamente, dette l'ordine dell'attacco gridando: «Ecco Varo e le sue legioni, dallo stesso destino sono ormai presi in una morsa!»

    I Germani si lanciarono sulla colonna romana, colpendo il ventre dei cavalli dal basso che cadevano disarcionavano i cavalieri, e pure il cavallo di Cecina fu colpito e precipitò a terra travolgendo il generale. I Germani, riconosciuto Cecina accorsero per ucciderlo, ma intanto era accorsa la legio I Germanica che lo salvò e i combattimenti ricominciarono.

    Trascorsa l'intera giornata a combattere, le legioni riuscirono a guadagnare un terreno aperto ed asciutto, dove di nuovo iniziarono a costruire un vallo con terrapieno per la notte, anche se gran parte degli attrezzi con cui scavare era andata perduta, mancavano pure le tende e le medicine, ed il morale dei soldati era a terra.


    La mattina seguente i Germani attaccarono l'accampamento romano, cercando di colmare il fossato intorno al vallo di recinzione con graticci e provando a sfondare la palizzata, dove erano schierati solo pochi soldati. ma una parte delle legioni aveva riposato, ed ebbe la forza di colpire i Germani alle spalle con una rapidissima manovra di aggiramento. 

    Ora la battaglia cominciava ad andare in favore dei romani, sia perchè i Germani erano rimasti svegli tutta la notte, sia perchè Cecina era un validissimo comandante e dette tutti gli ordini appropriati.

    Arminio e Inguiomero fuggirono dalla battaglia prevedendone la sconfitta, per giunta Arminio era ferito gravemente, mentre gran parte dei suoi venne massacrata dai Romani. Cecina vinse e la notte stessa, le legioni poterono tornare ai loro accampamenti sulla riva destra del Reno.

    Intanto si era sparsa la voce che le legioni erano state accerchiate e che i Germani minacciavano di invadere le Gallie. Ma Agrippina Maggiore, figlia di Giulia figlia a sua volta di Augusto, e valorosa moglie di Germanico che lo seguì in tutte le battaglie, impedì la distruzione del ponte sul Reno, reclamata a gran voce, temendo l'invasione dei germani, ma al contrario, si assunse in quei giorni i doveri di chi comanda distribuendo, ai soldati feriti, vesti e medicine, per poi rendere lodi e ringraziamenti alle legioni che tornavano e tenendo alto il morale delle truppe, insomma una vera Mater Castrorum.

    GERMANICUS

    L'ALTA MAREA

    Publio Vitellio al comando delle legioni II Augusta e XIV Gemina partirono via terra, per alleggerire la flotta così dal navigare costa a costa lungo il Mare del Nord, evitando di arenarsi con la bassa marea. Ma i Romani ignoravano le maree della zona e quando venne la marea alta investì la colonna romana e la trascinò in mare, insieme alle salmerie e agli animali. Vitellio riuscì a portare la colonna di soldati, su una leggera altura salvandone la maggior parte. La mattina dopo, con la bassa marea marciarono speditamente fino a ricongiungersi con la flotta, dove si imbarcarono tornando ai quartieri d'inverno.

    Intanto Stertinio, inviato ad accogliere la resa di Segimero, fratello di Segeste, suocero di Arminio, aveva già ricondotto lui e suo figlio nella città degli Ubi, ed a loro fu concesso il perdono, nonostante si dicesse che il figlio di Segimero avesse recato oltraggio alla salma di Publio Quintilio Varo. Al termine delle operazioni militari, vennero decretate le insegne trionfali ad Aulo Cecina Severo, Lucio Apronio ed a Gaio Silio per i meriti acquisiti nelle operazioni compiute sotto il comando di Germanico.

    LA SELVA CESIA

    I Romani penetrarono nella selva Cesia, dove posero il loro campo (forse ad Anreppen) sui resti di una precedente fortezza legionaria di epoca augustea. Germanico aveva ereditato il suo nome dal soprannome del padre, ma ciò non bastava, il nome di Germanico, cioè di vittorioso sui Germani, lui doveva conquistarselo per suo conto. 

    Così sapendo che quella era una notte di festa e celebrazioni per i Germani, dispose che il suo luogotenente, Cecina, si addentrasse nei boschi, portandosi innanzi le coorti leggere, al fine di togliere di mezzo tutto ciò che nel bosco ne ostacolava il cammino, mentre a breve distanza lo avrebbero seguito le sue legioni.

    Si giunse, così, ai villaggi dei Marsi, già distesi sulle brande o ancora ubriachi a tavola. Germanico divise le legioni in quattro cunei, per aumentare il raggio di devastazione nell'arco di 50 miglia e mise a ferro e fuoco ogni cosa. Fu un massacro di uomini donne e bambini. Anche il loro massimo tempio di Tanfana, fu dato alle fiamme. Ma per quanto crudele fosse stato quell'eccidio non fu mai come quello di Teutoburgo dove i legionari vennero torturati, cavati gli occhi, strappata la lingua e appesi agli alberi.

    All'eccidio però risposero i Bructeri, i Tubanti e gli Usipeti, che si appostarono nelle gole boscose dei loro territori, attraverso i quali l'esercito romano doveva passare, per rientrare ai quartieri invernali. Germanico, avutane notizia dell'imboscata, fece avanzare i soldati in pieno assetto di combattimento: all'avanguardia la cavalleria e le coorti ausiliarie, poi la I legione Germanica, i bagagli al centro, la XXI legione Rapax a sinistra, la V legione Alaudae a destra, ed infine alla retroguardia la XX legione Valeria Vitrix ed il resto degli alleati.

    I nemici attesero che le schiere romane si fossero inoltrate nella foresta, poi attaccarono la retroguardia. La fanteria leggera cedette, ma Germanico stesso, che portava sempre le insegne da comandante senza nascondersi ai nemici, andò personalmente nel punto dell'attacco e incitò la XX legione affinché sgominasse l'orda nemica. Il coraggio dei legionari allora si infiammò sgominando il nemico, per poi far ritorno ai quartieri d'inverno.



    LA SECONDA BATTAGLIA   IL VALLO DEGLI ANGRIVARI - ANNO 16

    Arminio

    I Germani, non tanto addolorati per i morti quanto adirati per la gioia dei Romani che innalzavano quel trofeo con le armi dei vinti, decisero di tornare a combattere. Arruolarono tutti quelli che potevano portare le armi: dai giovani agli anziani. Tutte le varie tribù entrarono tra le schiere germane per partecipare all'attacco della colonna romana in marcia.

    Arminio ed i capi germani scelsero il nuovo campo di battaglia: un luogo chiuso tra il il Visurgis e le foreste, dove nel mezzo si trovava una pianura stretta ed umida. Tutto attorno c'era una grande palude che circondava, a sua volta, la foresta, tranne che su un lato, dove gli Angrivari (abitanti della attuale Vestfalia) avevano costruito un largo terrapieno, che li divideva dai vicini Cherusci.

    I germani dislocarono la fanteria lungo il vallo angrivariano, mentre la cavalleria fu nascosta nei boschi vicini, per trovarsi alle spalle delle legioni, una volta che queste, superata la foresta, si fossero trovate di fronte al vallo.


    Germanico

    Germanico, che memore delle imprese di Giulio Cesare, aveva appreso l'importanza dello spionaggio e dei delatori, seppe dai suoi informatori i piani e le posizioni del nemico, per cui così dispose le sue truppe:
    - Il legato Seio Tuberone doveva occupare la pianura con la cavalleria;
    - divise poi le fanterie legionarie in due parti: la prima pronta a penetrare nella foresta per una via piana, la seconda che provasse a dare la scalata al terrapieno dove si trovavano i nemici.

    Germanico stava indicando dove tracciare il fossato dell'accampamento, quando gli riferirono che gli Angrivari avevano defezionato. Incaricò prontamente Stertinio, accompagnato da alcuni reparti di cavalleria e di truppe ausiliarie leggere, che vendicasse il tradimento e l'offesa, devastando i loro territori. Successivamente Germanico, accompagnato dall'intero esercito, marciò verso il fiume Visurgi (Weser), dove i due eserciti si trovarono uno di fronte all'altro: i Romani sulla riva sinistra, i Germani, capeggiati da Arminio su quella destra.



    LA BATTAGLIA

    Iniziati i combattimenti, i romani a cui era toccata la parte pianeggiante avanzarono di slancio, mentre quelli che dovevano attaccare il terrapieno, che sembrava quasi un muro, subivano continue perdite sotto i colpi, dall'alto, dei nemici. Germanico, avendo notato le difficoltà del Vallo Angrivariano, decise di far arretrare le legioni, ed fece avanzare le linee dei frombolieri che portarono grande scompiglio tra le file dei Germani. Poi giunsero le macchine da guerra romane che cominciarono a scagliare dardi ed aste, tanto da provocare una strage tra i difensori del vallo.

    Seguì di nuovo l'attacco delle legioni che occuparono il vallo degli Angrivari, poi Germanico, alla testa delle coorti pretorie, guidò personalmente l'attacco nella foresta, dove si combatté ad oltranza. Le paludi alle spalle dei germani intralciavano i ripiegamenti, mentre il fiume e il terreno montuoso rendevano ostica un'eventuale ritirata ai romani; non c'era possibilità di fuga per nessuna delle due fazioni: combattere o morire.

    Lo scontro fu infatti molto duro e i germani combatterono coraggiosamente ma la disciplina, la preparazione e la strategia romana unite alla perfezione dello schieramento compatto delle legioni, ebbe la meglio. I legionari, allineati e serrati erano protetti dai grandi scudi, e con i loro gladi inflissero terribili ferite al torace e al volto dei giganteschi germani, che d'altronde, per mancanza di spazio, non poterono usare le loro lunghe aste.

    Arminio, ferito e stanco si aggirava sconsolato mentre Germanico si tolse l'elmo per essere riconosciuto da tutti, dai suoi ma pure dai nemici, incitandoli ad insistere nel massacro. Gridava che non servivano prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe posto fine alla guerra. Verso la fine della giornata, ritirò una legione dal terreno di battaglia per costruire l'accampamento, mentre le altre continuarono la strage del nemico fino a notte, mentre la cavalleria si batté ancora con esito incerto contro quella germanica, ma infine ebbe la meglio.

    Germanico, al termine di questa seconda battaglia, fece innalzare in segno di vittoria, un secondo trofeo recante l'iscrizione:
    «L'esercito di Tiberio Cesare, vinte le popolazioni tra l'Elba e il Reno, consacrò questo monumento a Marte, a Giove e ad Augusto»
    (Cornelio Tacito, Annali II, 22.)

    Sopraffatti i Cheruschi, Germanico affidò a Stertinio il compito di portare la guerra contro gli Angrivari, se non si fossero affrettati alla resa; ma questi, supplici senza nulla rifiutare, ricevettero perdono da parte di Germanico e ne divennero suoi alleati.



    IL RITORNO AI CASTRA INVERNALI

    Poichè si era alla fine dell'estate, Germanico rimandò alcune legioni nei loro castra invernali via terra, mentre la maggior parte salì sulle navi, ma sfortunatamente incappò in una terribile tempesta, che disperse alcune navi fino alle vicine isole di fronte alla costa. Molte navi, per evitare di arenarsi o di affondare, dovettero gettare a mare animali e approvvigionamenti, perchè imbarcavano acqua. 

    La trireme di Germanico approdò nella terra dei Cauci:
    «Cesare, aggirandosi per tutti quei giorni e quelle notti tra scogli e promontori, gridava di essere il responsabile di un così grave disastro; a stento gli amici lo trattennero dal cercare la morte nelle stesse onde
    (Cornelio Tacito, Annali II, 24.)

    Terminata la tempesta, alcune navi erano andate a picco, ma la maggior parte tornarono, anche se piuttosto danneggiate. Alcune tra le navi più integre, vennero mandate alle isole, dove recuperarono parecchi dispersi. Altri furono restituiti dagli Angrivari ormai alleati, che avevano riscattato dalle popolazioni dell'interno. Altri ancora giunsero fino in Britannia, ma vennero rimandati sani e salvi.

    Giunta ai Germani la notizia della distruzione della flotta, corsero a ringraziare gli Dei che evidentemente stavano dalla loro parte, e ad armarsi di nuovo per una nuova battaglia. Germanico però dette a Silio l'ordine di marciare contro i Catti con 30.000 fanti e 3.000 cavalieri;e per suo conto, attraversato il Reno, attaccò i Marsi, che si arresero subito e che anzi li aiutarono a recuperare la seconda aquila romana di Varo. Vinte ambedue le battaglia Germanico si lanciò all'interno del paese devastando inarrestabile ogni territorio e accampamento nemico:

    «(I Germani) Andavano dicendo che i Romani erano invitti, e che nessuna sciagura poteva piegarli, poiché distrutta la flotta, perdute le armi, le spiagge coperte di carcasse di cavalli e di cadaveri, erano tornati ad assalire con lo stesso indomito valore e fierezza, quasi che si fossero persino moltiplicati in numero. La campagna di quest'anno si concluse con una nuova incursione nella regione dei Catti e dei Marsi, i quali però, all'apparire delle legioni, si dispersero nelle foreste.»

    (Cornelio Tacito, Annali II, 25.)

    Al termine delle operazioni le legioni furono ricondotte nei quartieri invernali, lieti di aver compensato le perdite in mare con gli ultimi successi. La campagna in Germania poteva dirsi conclusa. Ma Arminio era ancora vivo e la Germania poteva essere ancora occupata.

    IL TRIONFO DI GERMANICO

    La volontà di Tiberio

    «Era quasi sicuro che il nemico germanico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, tanto che, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile portare a termine la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, consigliava Germanico di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva raccolto numerosi successi in grandi battaglie, ma doveva ricordarsi dei gravi danni provocati, pur senza sua colpa, dal vento e dall'Oceano. Egli (Tiberio) inviato ben 9 volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Egli aveva accettato la resa dei Sigambri, costretto alla pace i Suebi ed il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli che si erano ribellati, ora i Romani si erano vendicati, si potevano lasciare alle loro discordie interne. E quando Germanico gli chiese ancora un anno per concludere la guerra... gli offrì un secondo consolato... ed aggiungeva che, se fosse stato ancora necessario combattere, Germanico avrebbe dovuto lasciare una possibilità di gloria anche per il fratello Druso. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che per odio Tiberio gli voleva strappare quell'onore che già aveva conseguito.»
    (Cornelio Tacito, Annali II, 26.)

    Ecco i veri sentimenti di Tiberio, Germanico aveva avuto fin troppa gloria, ora il successo spettava al figlio di Tiberio, purtroppo non designato erede. In più addebitò a Germanico non solo la tempesta di cui non aveva certo colpa, ma pure i Pontes Longi che poteva essere una tragedia ma che il valente Silio riuscì a mutare in vittoria. Praticamente lo accusò anche delle imprese andate a buon fine.
    E' chiarissimo che il successo di Germanico facesse rabbia allo zio, tanto più che a Roma vennero indetti funerali solenni ai legionari massacrati della disfatta di Varo (ormai solo ossa), ma contemporaneamente vennero portati in Trionfo Germanico e pure Aulo Cecina e Gaio Silio. Roma abbandonò le case per osannare quel giovane generale tanto alla mano, gentile e coraggioso, insomma un eroe.


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  • 03/20/19--06:34: NECROPOLI DI VIGNA PIA

  • Il Colombario Portuense è una grande camera sepolcrale ad uso collettivo, in uso tra fine I sec. d.c. - inizio II e primi decenni del III sec. È il quarto tra gli ambienti del Drugstore, chiamato anche Tomba D. È di forma rettangolare (stretta e lunga), con tre lati intagliati nel tufo. 
    La tomba è stata danneggiata dall’edificazione dell’edificio sovrastante e dal passaggio di una conduttura fognaria: si conserva integra la parete d’ingresso in muratura, con la facciata interna organizzata a columbarium, con nicchiette per le urne cinerarie disposte in file ordinate. 
    Successivamente vi vengono ricavati loculi per l’inumazione e banconi per i sarcofagi (due di essi si trovano oggi al Museo Nazionale Romano). Esternamente è stato individuato un focolare (con resti di ossa animali e frammenti ceramici) per i banchetti in onore dei defunti.


    GLI SCAVI
    Nel luglio 1998, durante lavori di sterro per la realizzazione di alcuni box auto nell’area tra le vie Riccardo Bianchi, Ettore Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, venne alla luce una nuova porzione dell'enorme Necropoli Portuense, di cui sono già conosciute le aree di Pozzo Pantaleo, del Drugstore e di via Ravizza. 
    Si affluisce alle quattro aree dall’antica Via Portuensis, Portuense, la direttrice stradale che collegava Roma al Porto. Gli scavi iniziano nel 2000 e continuano per un paio d'anni, ma per la realizzazione di tettoie protettive bisogna attendere il 2006. La necropoli è posta in Via Bianchi, 8 ma vi è un accesso secondario ma notevole attraverso il Ristorante La Carovana.
    Entrando nello scenografico ristorante La Carovana, si scende vialetto e si accede al livello inferiore del giardino, dove si trovano gli scavi. Qui, divisa in due piccole aree distinte troviamo la Necropoli di Vigna Pia, anche se nessun cartello ci spiega questo miracolo di apparizione. Gli scavi sono circondati da una cancellata e ricoperti da tettoia, ma è possibile girargli intorno per guardare da vicino.

    Roma è così, togli un albero secco e scopri un altro sotterraneo della Domus Aurea, togli le vecchie rotaie del tram e scopri una villa romana, o entri in un ristorante e trovi degli scavi archeologici. Come disse l'archeologo La Regina agli architetti francesi che rimproveravano gli italiani di non edificare abbastanza monumenti moderni:
    Noi non abbiamo bisogno di altri monumenti perchè ci basta dare un calcio per terra per trovarne subito uno. - E non aveva esagerato.


    La Necropoli di Vigna Pia è un vero e proprio antico cimitero, composto di una tomba collettiva, appunto il Colombario di Vigna Pia, di una tomba familiare, la tomba di Atilia Romana e, tanto per non farci mancare nulla, anche una parte interrata. proprio così a Roma gli scavi non terminano mai, non solo perchè c'è da scavare per secoli, ma pure perchè dopo un po' che si eseguono i lavori qualcuno dice basta che si sono spesi troppi soldi e fa sotterrare tutto. Eppure l'archeologia produce molto turismo, ma ciò non sembra interessare.
    Nell’area sono state rinvenute diverse tipologie di strutture:
    - a inumazione, con tanto di :
    • sarcofagi, 
    • tombe a cappuccina 
    • fosse scavate nel terreno, a volte senza riguardo dei mosaici altrui,
    - a incinerazione:
    • con ollette
    • con urne,
    • con anfore, entrambe atte a conservare le ceneri del defunto.
    La Necropoli di Vigna Pia è composta pertanto di tre sezioni:
    - il Sepolcro di famiglia,
    - l’area del Colombario,
    - un’area con murature oggi ricoperta.


    IL COLOMBARIO

    Il colombario era una camera sepolcrale composta da nicchie in cui venivano conservate le urne o i vasetti contenenti le ceneri dei defunti, così chiamata perchè richiamava appunto l'allevamento dei piccioni. Di solito il colombario dispone di file ordinate di nicchiette e questo non fa eccezione se non per qualche sepoltura intagliata nel pavimento (a mosaico o in opus spicatum) o sepolture poste in arcosoli.

    Il Colombario di Vigna Pia presenta pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale, geometrico o simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore delle sue pareti è bianco e rosso porpora, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale, con tralci e roselline, con uccelli, con ippocampi e pure con figure simboliche di carattere dionisiaco (come la maschera).

    Si notano sulle pitture tracce di fumo. Stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nel Territorio Portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti sia stato molto diffuso nella civiltà romana.


    LA TOMBA DI ATILIA ROMANA

    Poi c'è la tomba familiare, sul lato sinistro dell’area, che è dedicata ad Atilia Romana, defunta moglie di Atilius Abascantus, raffigurata in un ritratto a mosaico in tessere bianche e nere. Una terza area (oggi ricoperta) ha restituito delle semplici murature.



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  • 03/21/19--06:02: CIVITALBA (Marche)
  • IL FRONTONE

    Civitalba è il luogo del ritrovamento di un noto complesso di terrecotte architettoniche. Si trova in un'altura, nel comune di Sassoferrato, nelle Marche, tra Sassoferrato (l'antica Sentinum) e Arcevia, a circa 6 km a nord-est dell'antico municipio di Sentinum, nella pianura in cui sarebbe avvenuta la celebre battaglia del 295 a.. In epoca romana, secondo l'assetto augusteo, appartenne alla VI regio Umbra ed era collegata con Sena Gallica tramite la valle del Misa.



    BATTAGLIA DI SENTINO

    La battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, scoppiò nel 295 a.c., durante la III Guerra Sannitica, tra i romani e un'alleanza nemica composta da Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri.

    I Romani avevano come alleati i soli Piceni, il che fa capire perchè si chiamò "Battaglia delle Nazioni dell'antichità": perchè parteciparono tutte le popolazioni (nazioni) del centro Italia contro Roma. Vinsero i romani che ottennero così il dominio dell'Italia centrale.
    Da qui Roma iniziò a fondare diverse città nel territorio dei Senoni, a cominciare da Sena Gallica, Ariminum, Aesis, Firmium poi Sentinum. Il territorio dei Senoni divenne l'ager Gallicus, e i suoi terreni agricoli furono assegnati in piccoli lotti a cittadini romani.

    Nonostante le successive incursioni nemiche, nel 191 a.c. , i Romani riuscirono a sottomettere definitivamente tutta la zona padana, e da allora gli stanziamenti romani poterono svilupparsi con più tranquillità.



    BELLUM PERUSIUM

    Nel corso del Bellum Perusinum (41 a.c.) Sentinum, che parteggiava per Antonio, fu presa e devastata da Salvidieno Rufo, del partito d’Ottaviano (Cassio Dione XLVIII, 13, 25; Appiano Bell. Civ. V, 30).

    IL FRONTONE DI CIVITALBA (INGRANDIBILE)
    La città fu rifatta completamente in epoca augustea: è identificata grazie a scavi archeologici che hanno portato alla luce resti d’edifici romani. E’ possibile che si tratti di una località diversa da quella della Sentinum repubblicana. Brizio, che alla fine dell’800 ha eseguito degli scavi sul colle di Civitalba, trovò non solo le terrecotte architettoniche, ma anche resti di mura da lui identificati come edifici di un abitato romano.

    Dopo la battaglia del 295 a.c., la città umbra di Sentino rimase un vicus e probabilmente a conclusione della guerra sociale (90 a.c.) fu costruita più a valle e Civitalba rimase un oppidum.
    Civitalba nel medioevo prese il nome di Cavalbo o Cavalalbo dove rimane il termine preromano mediterraneo d’Alba, da Alb, ovvero insediamento d’altura, secondo altri dalla Dea Alba, antica Leucotea (la Dea Bianca).



    GLI SCAVI A CIVITALBA

    Dalle notizie degli scavi pubblicati dall'archeologo Edoardo Brizio nel Luglio 1897 nella rivista Regione VI (Umbria) abbiamo delle importanti informazioni su quanto ritrovato nel sito di Civitalba in quel periodo:

    Quasi a metà strada tra Sassoferrato ed Arcevia elavasi il colle detto Civita Alba dal nome di una città, che nei tempi antichi vi sorgeva sulla sommità irregolarmente pianeggiante.
    Di questa città si riconosca ancora chiaramente tutto il perimetro delle mura, nascoste qua e là sotto folti boscaglie, e fatte a grossi ciottoloni ovoidali alternati con blocchi squadrati di travertino.
    Delle mura si conservano qua e là tratti considerevoli; tutti gli anni però i lavori agricoli ne vanno distruggendo qualche parte.

    IL FREGIO DI CIVITALBA (INGRANDIBILE)
    Un’elevazione naturale, che domina il declivi pianoro, sembra costituisse l’Acropoli, la quale era alla sua volta cinta e difesa tutta attorno da validissime mura, anch' esse in gran parte ben conservate.
    Gli stessi ciottoloni ovoidali servivano alla pavimentazione delle vie, una dalle quali, nel 1890, vidi scoperta per un tratto largo circa sette m. Sembra che attraversasse tutta la città perché la sua lunghezza superava i cento metri, e certo continuava anche, al di là, dei due estremi, dove ne fu allora constatata l'esistenza.

    Le vie erano fiancheggiate da case, sul tipo di quelle pompeiane. Nel 1890 in un breve, saggio di scavo da me fatto si scoprì un cubicolo di tre metri per quattro, le, cui pareti, rivestite, d’intonaco dipinto, erano alto, in qualche punto ancora mezzo metro, ed il pavimento ad opus signinum era quasi intatto.

    Resti di pavimento a mosaico tornano frequentemente alla luce in occasione di lavori agricoli; ma bene spesso l'aratro li rompe e disgrega. Spesso pure ritrovansi oggetti di bronzo e di altra materia, che dagli avidi ed ignoranti contadini, vengono, non appena trovati, per pochi soldi venduti. Ricordo fra questi un ansa di vaso in bronzo assai caratteristica, cioè simile a quella d’altro vaso, trovato nella ricca tomba gallica di Montefortino e di un secondo proveniente da S. Ginesio.

    Nel giugno 1891, scavandosi un fosso per piantamento di viti, scoprirosi varie antichità, di cui ebbi notizia dall’ispettore degli scavi, cav. Anselmi. Fra questa erano: uno stile di bronzo, lungo m. 0,18 ; numerosi frammenti di antefisse ornate di fogliami, e tre grandi frammenti di lastre in terracotta con figure umane a rilievo, in mosse vivaci, ben modellate e dipinte.

    Lo scorso anno poi, nel fare similmente uno scassato per piantamento di viti, furono scoperte anche due costruzioni murarie assai importanti. La prima era un condotto di oltre venti m, formato con grandi parallelepipedi di calcare, lunghi ciascuno da sessanta ad ottanta cm, nei quali è scavato un canale, largo circa m. 0,15 ed alto m. 0,25.





    LA SCOPERTA DEI FREGI

    Il Brizio nella sua relazione riporta i fatti dell’importante scoperta delle terrecotte di Civitalba:

    Lo scorso autunno il colono di Civita Alba avea intrapreso, quasi nel mezzo del pianoro, uno scassato, largo circa tre m, e lungo cento, per piantarvi alberi e viti. Giunto alla profondità di un metro e mezzo appena, incontrò varie statuette di terra in frammenti, le quali, a quanto egli mi riferì, erano disposte, parte le une sopra le altre, parte in fila, ed occupavano una lunghezza di circa quattro m.

    Alla mia richiesta so dappresso sorgeva qualche muro, rispose di aver notato una specie di stradello, che s'internava sotto le terre, ch’ egli però non credé di seguire. Al di qua ed al di là dei quattro m, ov' erano radunate le statuette, o per quanto era largo il fosso, non ritrovò nessun altro oggetto, non frammenti di tegole, nè di antefisse.

    E siccome il giorno avanti io avea osservato nella casa del parroco D. Severini parecchi avanzi di antefisse e di fregi con ovoli, così il colono mi assicurò di aver rinvenuti questi più volte, circa un ottanta. metri, in altra parte del campo, mi condusse, sul sito. E fu convinto ch' egli diceva il vero, perché fra la zolle, smosse da poco, vidi ancora parecchie di quelle terrecotte con rilievi di palmette, simili a quelle posseduto dal parroco.

    Per conseguenza non soltanto nel sito, dove eransi trovate le statuette ma anche la dove, furono raccolte le palmette ed i fregi, d' ovoli, dove sorgere qualche cospicuo edificio. La necessità di eseguire esplorazioni vaste e regolari diventa sempre più urgente e giustificata. Pertanto col parroco D. Severini ripresi subito le trattative per, gli scavi, che questa volta, ho fondata speranza, riusciranno a buon fine.

    Le statuette scoperte dal colono furono in seguito trasportate alla parrocchia della Costa, circa sei km da Alba. Ivi le osservai la prima volta il 26 febbraio ultimo, e quantunque ne avessi riconosciuto subito l'eccezionale importanza artistica, non potei però farmi un' idea esatta del soggetto che rappresentavano, sopratutto perché di parecchie figure non si erano ancora trovati i pezzi combacianti fra loro.

    Da un primo e fuggevole esame avea soltanto potuto comprendere che le statue si doveano dividere in due serie: la prima con figura alta. in, media m. 0,65, rappresentanti una scena del cielo bacchico; la seconda con figure alte appena m. 0,45 che componevano un fregio rappresentante combattimenti contro guerrieri Galli.

    Diedi perciò le opportuno disposizioni. affinché fossero, ricercati: e riuniti i pezzi di tutte le statue, per poterlo provvisoriamente ricomporre, ed in seguito fotografare. Ed affidai questo preliminare e difficile incarico ad un impiegato intelligente del museo, al sig. Luciano Proni, il quale in un tempo assai breve eseguì un lavoro per ogni rispetto soddisfacente.

    Perché non solo riuscì a ritrovare di quasi tutta le statue i pezzi più importanti, ma a determinare altresì il posto speciale che occupavano la singolo figure, ed i rapporti in cui si trovavano fra loro, formando in questo modo coi frammenti delle statue grandi tre gruppi, due simili fra loro, ed un terzo totalmente diverso da essi quantunque spettante alla medesima serie.

    Anche delle statue piccole furono riconosciuti qua e là alcuni pezzi nuovi: ma finora non si poterono determinare le reciproche posizioni, nè i rapporti in cui si trovavano fra loro le diverse figure”.


    PARTE DEL FREGIO

    I RESTI ANCORA SOTTERRATI

    I contadini divelsero i pezzi che impedivano la continuazione del lavoro, e li, trasportarono ed ammucchiarono presso la casa colonica, dove li ho visti. Ma parecchi ne rimangono ancora sotterra, che verranno regolarmente scoperti nella prossima estate, per conoscere la direzione e l' uso del condotto.

    La seconda costruzione è una fornace, apparsa a poca distanza dal lato occidentale delle mura; ad è sul tipo delle fornaci romano per terrecotte, scoperte ad Heddernheim presso Francoforte sul Reno, a Nocera umbra ed altrove. Tutti gl' indicati avanzi di mura, di strade, di edifizi, di costruzioni murarie, ed i trovamenti frequenti di piccoli oggetti non lasciano dubbio che a Civita Alba esisteva un' antica ed estesa città. Il vocabolo stesso di Civita lo conferma.

    Ma il suo vero e primitivo nome non è conosciuto, perché nè alcuno antico scrittore parla di quella città, nè alcuna iscrizione vi fu ancora scoperta. Il Brandimarte, che trattò di questo argomento nel suo Piceno Annonario volsi riconoscervi l' Alba ricordata da Procopio e da Appiano. Ma i luoghi di questi autori, su cui egli appoggia la sua congettura, non gli danno ragione, perché tanto i primi quanto i secondi si riferiscono ad Alba Fucense. 

    Con ciò però non si toglie, anzi rimane sempre molto probabile, che la città, costruita fra Arcevia e Sassoferrato, potesse chiamarsi Alba, come molta altre città d'Italia e della Gallia. Deve escludersi tuttavia che di essa si trovi menzione, negli antichi scrittori. Dall’esame delle ruine, dalla sua posizione sopra un colle e dai trovamenti fatti fuora, si. può soltanto affermare che. quella città esisteva anteriormente all' anno 295 a.c. quando i Romani nell' agro sentinate vinsero i Sanniti ed i Galli uniti insieme,e che, certo essa non é di fondazione romana.

    Trovasi difatti in mezzo ai monti, sopra un’altura, mentre i Romani quando conquistarono e colonizzarono quella regione dell' antico Piceno furono soliti costruire le città in piano, e presso corsi di acqua,come dimostrano gli avanzi romani di Sentino, di Ostra, di Suasa ecc. Ma il tempo infine a cui la città rimase in piedi, e fu abitata, è ancora sconosciuto, quantunque già sia molto significativo il fatto che finora non vi si è trovata alcuna lapide romana. Ma su questo punto. ancora così oscuro, soltanto scavi regolari ed ampi potranno gettar luce.

    Perciò già da molto tempo io avea concepito l' idea di eseguire esplorazioni metodiche in quel sito. E siccome una vasta zona del suolo di Civita Alba appartiene alla parrocchia detta della Costa presso Arcevia, così un dal 1890 avea iniziato col parroco di quel benefizio, D. Pacifico Severini, la pratiche necessarie per eseguire gli scavi.

    Questo però non ebbero allora esito felice, per difficoltà di vario genere. D'altra parte in quell' anno e nei susseguenti avvennero in altre località delle Marche, a Sassoferrato, Numana, Novilara, Castel Trosino, varie ed importanti scoperte archeologiche, che richiesero tutte le cure del Governo.

    Perciò gli scavi di Civita Alba furono sempre di anno in anno, e fin ad ora, differiti. Ma talune scoperte casuali e di eccezionale importanza avvenuto di recente in quell'antica città, delle quali debbo pure la notizia al benemerito cav. Anselmi, mi hanno persuaso della necessità di non indugiare più oltre ad iniziare i progettati lavori."

    (EDOARDO BRIZIO)

    FRONTONE TEMPIO DI TALAMONE - 7 CONTRO TEBE


    TEMPIO DI CIVITALBA

    Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona

    A Civitalba, nella valle tra i fiumi Misa ed Esino, tra Arcevia e Sassoferrato, sorge l’area archeologica presso cui è stato rinvenuto un eccezionale complesso di terrecotte architettoniche. Parti del fregio e del frontone, conservati in frammenti, sono databili alla prima metà del II sec. a.c. e appartenevano probabilmente ad un tempio etrusco italico di tradizione ellenistica che faceva parte di un santuario d’altura.

    Le scene rappresentate, anche se di difficile lettura hanno comunque permesso di riconoscere una scena di saccheggio del santuario da parte dei Galli e raffigurazioni di Dioniso con satiri, menadi, amori, venti e varie divinità alla scoperta di Arianna dormiente. Lo scopo di questa scelta iconografica era naturalmente quello di fornire un prestigioso riferimento storico alle vicende belliche che avevano segnato la zona un secolo prima.

    Dopo essere stato esposto al Museo Civico di Bologna, il complesso di terracotte architettoniche è stato trasferito al Museo Nazionale delle Marche di Ancona dove si trova tuttora.



    LA STORIA

    Il tempio di Civitalba sorgeva su un colle che sovrastava la piana di Sentinum dove, all’indomani del sacco gallico di Roma del 373 a.c., aveva avuto luogo la storica battaglia vinta dai Romani contro la coalizione di Galli Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti nel 295 a.c.

    STRADA ROMANA PRESSO CIVITALBA
    A questo episodio, cui seguì la romanizzazione del territorio fino ad allora controllato dai Galli, allude la narrazione del fregio del tempio, dove è raffigurato ad altorilievo lo scontro tra divinità e gruppi di guerrieri, chiaramente riconoscibili come Celti per le loro caratteristiche acconciature (capelli lunghi con creste sollevate, baffi spioventi), gli abiti e le armi (tuniche di pelliccia, scudi quadrangolari oblunghi).

    Nella sequenza, dominata dall’intenso dinamismo dei personaggi, impegnati nella lotta o nella fuga, è evidente la disfatta dei Celti che battono ormai in ritirata abbandonando il bottino appena trafugato, travolgendo con il carro i loro stessi compagni e soccombendo infine alla furia delle divinità.

    Nella rappresentazione viene identificata la narrazione del mancato saccheggio del santuario di Delfi da parte dei Galli nel 279 a.c., difeso – stando alle fonti - da Apollo e le “vergini bianche”, da Artemide e Athena Pronaia e dagli eroi miracolosamente risorti, tra cui era Pirro-Neottolemo, figlio di Achille, sepolto nello stesso santuario. 

    Durante la notte Pan avrebbe assalito con il sacro terrore, il panico, le schiere dei Celti. Il fregio di Civitalba equipara dunque le grandi vittorie sui Galati, celebrate dai sovrani Attalidi, alla vittoria sui Celti avvenuta in suolo italico, conferendole in tal modo un’aura mitica.

    Nel frontone del tempio una scena realizzata ad altissimo rilievo ospitava una rappresentazione dionisiaca, dove satiri e ninfe dormienti sono sapientemente disposti in un contesto campestre, e circondano un gruppo centrale, purtroppo perduto, dove forse era narrata la scena del risveglio di Dionysos Lyknites sul monte Parnaso o, secondo altri, la ierogamia di Dioniso e Arianna. 

    Il culto di Dioniso a Delfi, già attestato dalla rappresentazione del Dio nel frontone occidentale del tempio del IV sec. a.c., venne ulteriormente rinvigorito dalla celebrazione della dinastia pergamena degli attalidi, che a Dioniso facevano risalire la propria dinastia. E alla tradizione della grande arte pergamena sono riconducibili sia lo stile, sia numerosi modelli iconografici presenti sia nel frontone, sia nel fregio del tempio di Civitalba. 

    La scena del frontone si ricollega così alla narrazione del fregio, in un coerente insieme unitario, che fa riferimento al contesto santuariale delfico ed esalta la figura di Dioniso quale divinità affiancata Apollo.

    DETTAGLIO DEL FREGIO DI CIVITALBA

    LE CELEBRAZIONI DELLE VITTORIE ROMANE SUI GALLI

    Sembra che risalga agli inizi del II secolo a.c., vale a dire alla fine della guerra gallica, la famosa illustrazione dei Celti sconfitti, contenuta nel fregio fittile ritrovata a Civitalba.
    Si pensa che tale frontone fosse destinato ad un tempio eretto nel territorio di Sentinum, a ricordo della battaglia del 295 a.c., ricordo voluto da Roma per la celebrazione delle vittorie sui Galli.

    Primo perchè i romani sapevano apprezzare un capolavoro da qualsiasi parte provenisse, secondo perchè la vittoria sui galli era la più ambita in assoluto, visto il Metus Gallicus, il timor panico che ancora invadeva i romani al ricordo delle invasioni galliche a Roma, Metus che durò fino a quando Gaio Giulio Cesare pose fine a questo timore sconfiggendo irreversibilmente tutti i territori gallici del nord di Roma.

    In questo programma celebrativo, in cui sicuramente rientrava l'erezione di monumenti nella stessa Roma, sarebbe incluso anche il tempio di Talamone, di cui rimane il frontone raffigurante un episodio bellico del mito dei sette contro Tebe, evidenziando perciò il rapporto tra questa battaglia e quella combattuta a Talamone nel 225 a.c. tra Romani e Galli. D'altronde non c'è da meravigliarsi, visto che ancora in età augustea le porte eburnee del Tempio di Apollo Palatino erano decorate con rilievi raffiguranti la cacciata dei Galli dal Parnaso (Prop., 28, 17).
    Del tempio di Civitalba non conosciamo altro, poichè ne rimane soltanto un frontone e frammenti del fregio, entrambi in terracotta, recuperati nel 1897 da Edoardo Brizio, secondo cui resti furono rinvenuti in uno dei cinque vani della fornace e alcuni si trovavano “parte l’una sopra le altre, parte in fila” in un’area di circa quattro metri di lunghezza.

    Le terrecotte, prive di colori, erano disposte in modo molto ordinato, il che conferma che dato il legame dall'evento rappresentato all’evento storico di Sentino, dovessero essere ricollocate in un edificio locale.

    Esse con molta probabilità sono state prodotte nella fornace di Civitalba, poi immagazzinate in un deposito nell’attesa di essere collocate in un tempio per celebrare la vittoria dei Romani nella battaglia di Sentino. Le terrecotte non furono mai messe in opera forse a causa di un incendio della fornace come lascia pensare le tracce di cenere rinvenute in mezzo ai materiali decorativi.

    L'ispirazione a Pergamo del complesso di terrecotte è riconosciuta in pieno dagli studiosi, ma tanto alla descrizione di due secoli dopo, di Tito Livio. Colpisce soprattutto il capo celtico in corsa sul suo carro che si richiama alla carica dei guerrieri Galli contro la cavalleria delle legioni Romane.

    GALATA MORENTE
    Il complesso di terrecotte, fissate con chiodi alla parete d'appoggio, ci rimanda anche a una descrizione di Diodoro Siculo: lunghi capelli e baffi spioventi, alcuni completamente nudi, con una collana rigida (torques) al collo e una cintura sui fianchi, da cui pendeva la spada. Si difendono con uno scudo nella sinistra e tengono la spada con la destra. Altri hanno un corto mantello sulle spalle oppure una corta tunica che lascia scoperta una spalla. Uno di loro ha, sotto il mantello, una corta tunica di pelle d'animale, stretta alla vita da una cintura.

    I Galli hanno saccheggiato un santuario, ma a difenderlo sono accorsi divinità ed eroi. I Galli tentano di difendersi e sfuggono terrorizzati, mentre il bottino (patere e brocche in metallo prezioso) è in gran parte caduto a terra; il capo dei Galli fugge su un carro trainato da due cavalli, travolgendo un altro guerriero caduto.

    La rappresentazione del saccheggio del santuario d’Apollo a Delfi unisce Pergamo a Roma ed a Civitalba, mediante la celebrazione delle vittorie sui Celti. Occorre ricordare che già all'inizio del III sec. a.c. un'altra invasione celtica irruppe nella penisola balcanica, arrivò in Grecia e minacciò uno dei suoi maggiori santuari, Delfi. Da lì Celti dilagarono nell'Asia Minore con rapine, saccheggi e pretese di pagamenti di tributi- o riscatti, che minacciarono continuamente i regni ellenistici nati dallo sgretolamento dell'impero macedone d’Alessandro Magno.

    Solo nella seconda metà del III sec. a.c.: Attalo I, divenuto re di Pergamo nel 241 a.c., rifiutò di pagare ai Celti i tributi abituali e scese in guerra contro di loro vincendoli nel 230 a.c.. La battaglia finale avvenne in una regione interna dell’Asia Minore, che, dal nome dato ai Celti dai Greci, si chiamò Galatia.

    A queste vittorie furono dedicati monumenti celebrativi a Pergamo, ad Atene, a Delfi, con cui Attalo I divenne il difensore della civiltà greca contro la barbarie, simili alle antiche lotte dei Greci del V sec. a.c. contro i Persiani. A questi modelli s’ispirarono appunto gli artigiani che lavorarono al fregio di Civitalba: anche Roma, dopo Atene e Pergamo, diveniva come il campione della civiltà contro la barbarie.

    Del gruppo di sculture di bronzo innalzato sull'acropoli di Pergamo da Attalo I nel santuario d’Atena, rimangono le celebri copie di marmo rinvenute a Roma e conosciute come il «Gallo suicida con la moglie» e il «Gallo morente».

    Nella prima è raffigurato un Gallo che, dopo aver ucciso la moglie, di cui con la sinistra regge il corpo inerte, sta per trafiggersi il petto con la spada, per non cadere schiavo nelle mani del nemico. Nella seconda, invece, un guerriero ferito mortalmente è accasciato a terra, sul proprio scudo. Entrambi sono nudi, ma mentre il Gallo suicida ha sulle spalle un corto mantello, il Gallo morente porta al collo l'ornamento tipico dei guerrieri celtici, il torques.

    I GALLI

    I SACRI MISTERI

    Il frontone costituisce, insieme a quello di Talamone, uno dei rarissimi esemplari superstiti di frontone interamente chiuso in ambito etrusco-italico. M. Zuffa, a seguito di un restauro effettuato nel corso degli anni '50, optava per il ritrovamento di Arianna a Nasso. In favore di un frontone unico, costruito sulla giustapposizione dei due gruppi antitetici, raffiguranti Arianna ed Ermafrodito è F. Massa-Pairault.

    Il tema è stato comunque concordemente interpretato in chiave dionisiaca: al centro, dove si registra una grande lacuna, vi sarebbe l'apoteosi di Dioniso e Arianna, esaltata dalla presenza, sul fondo, del grande velo sollevato da demoni femminili alati, mentre altri personaggi, satiri, tedofori e menadi, accompagnano gli episodi laterali col ritrovamento dei Arianna dormiente.

    Difficile inquadrare questa iconografia nella complessa situazione politica nell'affare dei Baccanali, verificatosi nel 186 a.c. in cui venne messa al bando la religione dionisiaca, almeno nei suoi risvolti misterici, a cui il frontone sembra alludere. Come era accaduto in Grecia Dioniso venne cacciato ma infine venne riaccolto. Non accade lo stesso nel suolo italico.

    Sulla cronologia delle lastre vi sono divergenze: 
    Marco Verzar Bass ritiene che la data della costruzione del tempio, fosse immediatamente successiva al 191 a.c., anno del trionfo sui Boi di P. Cornelio Scipione Nasica.
    Massa-Pairault, 1985), verso il 150 a.c..  In età romana, nel territorio arceviese vi sono pochi municipi ma molti insediamenti rurali, tra cui:
    - in località Cone (Montale di Arcevia) è stata scavata una villa rustica in uso dal I al IV sec. a.c.; - nella zona di Nidastore sono state individuate, oltre ad abitati e sepolture, fornaci per la produzione ceramica;
    - a Piticchio, a 80 m. dalle mura castellane, negli anni Trenta del XX sec. fu rinvenuta, durante alcuni scavi, una fistula aquaria formata da tubi in cotto, che probabilmente serviva a portare acqua al castello da una sorgente già utilizzata in età romana.

    LUCERNE DA CONE DI ARCEVIA
    - Un insediamento romano di età imperiale con tombe è stato individuato anche a S. Pietro in Musio.
    - a S. Stefano è stato trovato un tesoretto di monete di età tardo repubblicana.
    - ritrovato un Cippo Militare, proveniente dal territorio comunale, dedicato agli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, e riferibile agli anni 367-375 d.c. Il miliare attesterebbe il passaggio nell’area di un diverticulum della via Flaminia che passando per Sentinum doveva dirigersi verso Senigallia, fondata nel 283 a.c. alle foci del fiume Misa, il gallico Sena.

    In contrada Civitalba, su di un poggio tagliato quasi a metà dal confine tra i comuni di Arcevia e Sassoferrato, sorse un abitato romano documentato nel II sec. a.c.  Secondo il Brizio, che qui effettuò una campagna di scavi negli anni 1897-98 e seguenti, l’abitato fu in origine un centro gallico assai importante preesistente alla battaglia di Sentino del 295 a.c.

    L’archeologo individuò resti di muri di case romane, una strada lunga più di cento metri e le mura di cinta, ancora visibili in alcuni punti, formate da “ciottoli ovoidali alternati con blocchi quadrati di travertino” ed una fornace per la cottura della ceramica, di età romana.  Nella collezione Anselmi di Arcevia era conservato un album di disegni riguardanti Civitalba, eseguiti nel XVI sec. dal grande  pittore paesaggista e botanico Gherardo Cybo.

    Insomma una vittoria romana sui Galli unita a un riconoscimento di arte italica. Tutto ciò che è italico e oltre diventa romano, purchè la fama non superi mai la gloria romana, chiamata dagli Dei a governare il mondo.




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  • 03/22/19--05:11: IL BRINDISI ROMANO

  • Gesto conviviale molto comune, un rituale che si compie fra due o più persone che alzando assieme il bicchiere, prima di berne il contenuto, lo fanno tintinnare recitando una formula, in segno di saluto, di benevolenza, di augurio pro salute e prosperità di qualcuno, o per augurasi l'esito fausto di un'impresa, o per auspicare un evento positivo, o per festeggiare qualcosa di fausto già avvenuto.



    IL NOME

    Sulle origini del nome vi sono varie interpretazioni. Il termine "brindisi" deriverebbe dall'antico tedesco bring dir's cioè "Io porgo a te" attraverso lo spagnolo brindis.ma la più plausibile potrebbe essere questa. Nel periodo di massimo splendore di Roma, Brindisi era forse il porto più importante. Quando i marinai attraversavano i mari impervi dell’Adriatico, di ritorno verso Brindisi, aspettavano con ansia l’avvistamento della terra ferma, del porto più vicino. Quindi al vedere la terra ferma, probabilmente gridavano “Brindisium”, dando il via alle libagioni di vino per la contentezza.
    Il vino romano era un vino trattato, per paura dell’acetificazione e di altri processi deteriorativi. Il vino, nel simposio, era sempre diluito con acqua secondo le decisioni del "rex convivii" o "magister" o "arbiter bibendi", sorteggiato spesso coi dadi, che decideva:

    - le proporzioni acqua-vino, 
    - la quantità che se ne poteva bere, 
    - il numero delle coppe da bere,
    - l’ordine da seguire nel versare il vino ai convitati.

    Alla persona amata si suole dedicare una coppa per ogni lettera del suo nome. Marziale fa riferimento a questa convenzione quando ricorda con amarezza: “Sette calici a Giustina, a Levina sei ne bevi, cinque a Licia, a Ida tre. Col Falerno che versai numerai ogni amica, vien nessuna; dunque, o sonno, vieni a me”.



    Altra usanza riguardo all'amata era di cedere a lei la propria coppa, bere un sorso da quella, poi in tingervi un dito e scrivere sulla tovaglia il nome dell'amata.

    I recipienti per brindare presso i romani erano:

    Bicchiere
    In argento o stagno, sostituiti da bicchieri in vetro che presentano le stesse forme dei pochi in argento. I bicchieri in vetro sono cilindrici, a coppa o conici. Venivano esposti su tavolini per mostrare l'opulenza della domus ai visitatori.

    Calice

    In bronzo o argento, soprattutto in ambiente etrusco, soprattutto di bucchero. Le riproduzioni in bronzo sono rare. Sostituito col vetro.

    Kotyle
    Coppa profonda con due anse, in bronzo, argento o oro. Per bere e brindare.

    Kylix

    Coppa in bronzo con due anse, bassa e aperta, con alto piede, spesso in ceramica, raro in metallo.

    La pratica ha origini antichissime: già nei poemi omerici gli eroi bevevano convivialmente, e non dimentichiamo il brindisi di Ulisse a Polifemo, per convincerlo a bere il suo vino e ubriacarsi; e durante il convivio dove i convitati dedicavano bevute in onore delle divinità o di personaggi illustri.

    - La folotesia dei greci era il brindisi in cui si levava la coppa in onore di un amico, si chiamava il suo nome, si beveva un sorso di vino passandogli la coppa perché ne bevesse anche Lui, e trattenesse la coppa come pegno d'amicizia, aggiungendo qualche formula di augurio come:

    "Bevi, accomodati, accetta questa bevuta in amicizia" oppure
    "Bevo, benaugurante, alla tua salute".




    IL BRINDISI ROMANO

    Presso i Romani, si sviluppò il
    - "bibere graeco more", cioè il fare brindisi secondo il costume greco cioè la bevuta per l'amicizia,

    - la "propinatio" ('bere prima", oppure "offrire, donare"), fu invece l'antesignana dell'aperitivo, in genere fatto con vini leggeri, speziati e poco dolci, col significato di bere "alla salute". 

    - Durante il banchetto i brindisi continuavano e i Romani solevano usare formule come "bene vos, bene nos, bene te, bene me" per augurare il meglio ai propri commensali. 

    - Nei conviti si facevano anche brindisi all'amore come narrano Plinio e Ovidio, per la propria ragazza o per conquistare una ragazza, o per brindare ad essa se è assente.

    - In genere era il padrone di casa che stabiliva i brindisi, a meno che non ci fosse un ospite così importante a cui cedere l'onore. Ma solitamente anche gli ospiti, specie se poeti, aggiungevano i loro brindisi.

    - Non mancavano mai i brindisi per le vittorie romane in battaglia.

    Nella suddivisione della cena veniva lasciato il posto per la comissatio o epidipnis, cioè il brindisi finale, cioè dopo il dolce.

    Alceo, poeta lirico greco del VII - VI sec. a.c., invita a dimenticare le ansie della giornata abbandonandosi al dolce oblio del vino, senza attendere che cali la sera per dare il via al simposio.



    Beviamo: perché aspettiamo le lucerne? Un dito è il giorno;
    ragazzo mio, tira giù grandi coppe decorate:
    il vino, infatti, il figlio di Semele e Zeus, oblio dei mali,
    donò agli uomini. Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino,
    colme fino all’orlo, e l’una l’altra coppa scacci

    [Alc. fr.346 v]

    La frase di Orazio "Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus" («Ora bisogna bere, ora bisogna far risuonare la terra con libero piede», cioè ci si può dare alla pazza gioia, perchè era morta Cleopatra) viene di solito abbreviata in "Nunc est bibendum". Ma era presa dall'esortazione del poeta Alceo, per la gioia della morte del tiranno Mirsilo di Mitilene.

    Nei primi secoli del Medioevo questa usanza cadde in disuso poiché l'atto del brindisi era considerato peccaminoso per un buon cristiano, però S. Ambrogio narra di un uso dei cristiani di brindare non alla salute dei vivi, ma alla memoria dei martiri e dei santi, che fu detto:
    "Bibere in amore sanctorum vel animae defuncti". Che allegria! 

    Ma alla chiesa non piacque neanche questo, solo più tardi nel '500, vi fu una parziale ripresa della gioia di vivere e di questo cerimoniale. Anche Luigi XIV (1638-1715) vietò i brindisi, permettendo solo quelli fatti in occasione dell’Epifania. Venne poi di moda il motto: "Prosit' che letteralmente significa: "che sia di giovamento". Questa formula era usata in Chiesa quando il sacerdote terminava la Santa Messa. 

    Plinio (Naturalis Historia, XXXI, racconta la pratica del "bere le corone": consisteva nello sfogliare i fiori delle proprie corone nel vino ed offrire poi la coppa alla persona amata. Un brindisi del genere venne proposto a Marco Antonio da Cleopatra, la quale era offesa con lui poiché si portava sempre dietro un assaggiatore, non fidandosi del personale della regina; cosi, per vendicarsi, intrise la Sua corona di veleno e propose a Marco Antonio di "bere le corone"; quando però questi stava per portarsi alle labbra la coppa, Cleopatra lo fermò perché il diffidente romano le piaceva molto. Chiamò un condannato a morte al quale fece bere quel vino, che cadde fulminato ai piedi di Marco 
    Antonio.


    Un altro brindisi di Orazio fu "Bene pasti et bene poti...Nunc bibemus" (buoni cibi, buone bevande, dunque beviamo).

    "Si tibi serotina noceat potatio, vina hora matutina rebibas". (Se il bere alla sera ti è di danno, ribevi al mattino, e sarai guarito). (Scuola medica salernitana) Tradotto in versi: "A chi il troppo vin bevuto alla sera avrà nociuto, troverà che medicina è il riberne la mattina"

    "E voi dove vi piace andate, acque turbamento del vino,
    andate pure dagli astemi: qui c’è il fuoco di Bacco".
    (Catullo)

    Nel vino voglio soffocare i dolori,
    al vino chiedo che faccia scendere
    negli occhi stanchi, consolatore, il sonno
    (Tibullo)

    Il vino ha dunque una vita più lunga della nostra?
    Ma noi, fragili creature umane, ci vendicheremo ingoiandolo tutto.
    Nel vino è la vita.
    (Petronio Arbitro)

    “Il primo bicchiere è per la sete;
    il secondo, per la gioia,
    il terzo, per il piacere;
    il quarto, per la follia.”
    (Apuleio)

    RECIPIENTI ROMANI IN VETRO
    Ovidio, Ars amandi, I, 571-572, narra l'usanza consisteva nel passare la coppa all'amica dopo aver bevuto, d'intingere il dito nel vino e di scrivere col dito cosi bagnato il nome dell'amica sul tavolo.
    La sua suddivisione interna prevedeva: gustatio, antipasto, primae mensae, cena vera e propria, secundae mensae, dessert, comissatio o epidipnis, 'brindisi finale'.

    Di solito il primo brindisi lo faceva il padrone di casa, forse per dimostrare che il vino non era avvelenato, ma più probabilmente per far valere un suo potere, a cui poteva rinunciare solo in favore di un ospite particolarmente importante. In questo caso il secondo brindisi restava del padrone di casa. Spesso era lo stesso dominus a chiedere a un ospite di indirizzare un brindisi secondo un suo desiderio.

    Una delle consuetudini romane era quella di bere nel brindisi tanti bicchieri di vino quante erano le lettere che componevano il nome della persona scelta. Il banchetto terminava comunque con una libagione ai Lari, di cui venivano esposte le statuette sacre.

    Ma i primi a brindare, secondo le antiche tradizioni, furono anzitutto gli Dei:

    "Seduti intorno a Zeus, gli Dei stavano a convegno  
    sul pavimento d'oro, e fra loro Ebe veneranda 
    mesceva come vino il nettare; quelli Con le coppe d'oro 
    brindavano gli uni agli altri, volgendo lo sguardo"
    (Iliade IV, 1 SSS. )


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  • 03/23/19--07:01: LEGIO XIX
  • LA STRAGE DI TEUTOBURGO
    La Legio XIX venne fondata nel 41-40 a.c. da Ottaviano, il futuro primo imperatore romano Augusto, e infine distrutta, attraverso un tradimento, insieme alle altre due legioni, la XVII e la XVIII, nella battaglia della foresta di Teutoburgo nell'anno 9. L'emblema della XIX non è noto, ma dovrebbe essere stato il Capricorno come per le altre legioni di Augusto.

    «Il Reno ed il Danubio dividono tutta la Germania dal paese dei Galli, da quello dei Reti, dai Pannoni, mentre il timore reciproco o le catene montuose la separano dai Sarmati e dai Daci. L'Oceano circonda le altre terre, abbracciando ampie penisole ed isole, dove da poco sono state conosciute nuove genti e popoli, scoperti tramite le guerre lì condotte. La Germania, terra di paesaggio desolato, dal clima rigido, piena di tristezza da vedersi ed abitarsi, a parte per coloro che vi sono nati.» 
    (Tacito, De origine et situ Germanorum, I-II.)

    Sia Gaio Giulio Cesare che Gneo Pompeo utilizzarono nei loro eserciti delle legioni con il numero XIX, ma non è chiaro se la XIX nacque dai resti di una di queste; anche Marco Antonio ebbe una XIX legione, detta Classica.

    Si pensa però che Ottaviano l'abbia reclutata in vista della battaglia con Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno e rappresentante del Senato romano, il quale dominava la Sicilia, controllando la fornitura di grano per Roma.

    Dopo la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio, vinta dal primo nella battaglia di Azio nel 31 a.c., ai veterani vennero assegnate terre nella zona di Pisa. 

    La XIX fece parte dell'esercito che conquistò la Rezia e poi dell' arco alpino sotto Augusto degli anni 16 -7 a.c., come preludio alla grande invasione della Germania degli anni 12 al 9 a.c. Le fonti riportano la presenza per il fronte della Gallia delle: Legio I Germanica, V Alaudae, XIIII Gemina Martia Victrix, XVI Gallica, XVII e XVIII; e per il fronte italico/illirico le Legioni VIIII Hispana, XIII Gemina, XVIIII, XX Valeria Victrix e XXI Rapax. ma i reperti archeologici di Oberammergau, in Baviera, testimoniano la presenza della XIX legione. Invece tra il 15 e l'8 a.c. la legione (o una sua parte consistente) rimase di stanza a Dangstetten, lungo l'alto corso del Reno.

    Nell'ambito della conquista della Germania voluta da Augusto, la XIX partecipò alle campagne di Tiberio (8 a.c. e 4-5 d.c.). Ne è attestata la presenza ad Ara Ubiorum (Colonia), Novaesium (Neuss) e Aliso (Haltern).  



    PUBLIO QUINTILIO VARO

    «Il suolo della Germania, per quanto sia diverso nell'aspetto, appare in generale selvaggio a causa delle foreste, triste e cupo per le ampie paludi, più umido rispetto alla vicina Gallia, più ventoso nella parte [meridionale] che si rivolge al Norico e alla Pannonia
    (Tacito, De origine et situ Germanorum, V, 1.)

    Con la fine della campagna di Tiberio, le nuove conquiste vennero organizzate a provincia, e Publio Quintilio Varo (Cremona, 47 a.c. - Foresta di Teutoburgo, 9 d.c.), fu questore nella provincia di Acaia, dove divenne patronus della città di Tinos, e, tra il 22 e il 19 a.c., accompagnò Augusto nel corso del suo viaggio in Oriente.

    Divenne console nel 13 a.c., poi proconsole in Africa e legatus Augusti pro praetore in Siria, fu inviato come governatore in Germania. fu scelto come governatore. Aveva sposato la figlia di Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto ed era molto apprezzato dall'imperatore. 

    TEUTOBURGO

    ARMINIO

    Nel 9 il capo dei Cherusci, nonché alleato romano, Arminio (Weser, 18 a.c. – Germania Magna, 19), principe e condottiero dei Germani Cherusci, ex prefetto di una coorte cherusca dell'esercito romano, dopo una vita a Roma in cui si finse romanizzato e amico dei romani, tese un'imboscata ai Romani, informando Varo di una inesistente rivolta delle tribù occidentali, affinchè portasse l'esercito sul Reno. 

    Arminio aveva scaltramente conquistato la fiducia di Varo, che non ascoltò le accuse di tradimento dei romani che sospettavano di lui e lo promosse invece suo consigliere militare. Ciò fa sospettare che il sentimento che Varo nutriva verso il giovane non fosse proprio paterno. Varo era un anziano generale, aveva combattuto molto bene e vinto numerose battaglie. Sembra impossibile che si lasciasse imbottigliare da un giovane straniero ponendosi addirittura nelle sue mani.

    Arminio iniziò segretamente a unire sotto la sua guida diverse tribù di Germani, pur mantenendo il suo incarico di ufficiale della Legione e conquistò talmente la fiducia di Varo, che affidò ai suoi suggerimenti la campagna militare.
    MASCHERA ROMANA DA COMBATTIMENTO RINVENUTA A TEUTOBURGO

    L'IMBOSCATA

    Varo si mosse con tre legioni, la XVII, la XVIII e la XIX, ma il tradimento di Arminio fece scattare la trappola: le legioni, bloccate vicino Osnabrück, vennero sconfitte e distrutte nella battaglia della foresta di Teutoburgo. Lo stesso Varo, vista la fine si suicidò per non cadere nelle mani dei feroci germani. Cassio Dione Cocceiano, Storia romana:
    « ...per questi motivi Varo, e gli altri ufficiali di alto rango, nel timore di essere catturati vivi o di morire per mano dei Germani... compirono un suicidio collettivo ... »

    Velleio Patercolo, Storia Romana:
    « ...(Quintilio Varo) si mostrò più coraggioso nell'uccidersi che nel combattere... e si trafisse con la spada... »

    L'IMBOSCATA (INGRANDIBILE)
    Non appena si diffuse la notizia, molti soldati romani smisero di combattere preferendo uccidersi o fuggire per non venire catturati, ma la maggior parte dei romani fu torturata e uccisa senza potersi difendere.

    Nel 15 Lucio Stertinio, durante la campagna germanica di Germanico, ritrovò l'aquila della XIX in possesso dei Bructeri. In seguito Germanico ritornò sul luogo della battaglia di Teutoburgo, e diede degna sepoltura ai resti dei soldati morti.

    «Apprendo dagli storici e dai senatori contemporanei agli eventi che in Senato fu letta una lettera di Adgandestrio, capo dei Catti, con la quale prometteva la morte di Arminio se gli fosse stato inviato un veleno adatto all'assassinio. Gli fu risposto che il popolo romano si vendicava dei suoi nemici non con la frode o con trame occulte, ma apertamente e con le armi, del resto Arminio, aspirando al regno mentre i Romani si stavano ritirando a seguito della cacciata di Maroboduo, ebbe a suo sfavore l'amore per la libertà del suo popolo, e assalito con le armi mentre combatteva con esito incerto, cadde tradito dai suoi collaboratori. 
    Indubbiamente fu il liberatore della Germania, uno che ingaggiò guerra non al popolo romano ai suoi inizi, come altri re e comandanti, ma ad un Impero nel suo massimo splendore. Ebbe fortuna alterna in battaglia, ma non fu vinto in guerra. Visse trentasette anni e per dodici fu potente. Anche ora è cantato nelle saghe dei barbari, ignorato nelle storie dei Greci che ammirano solo le proprie imprese, da noi Romani non è celebrato ancora come si dovrebbe, noi che mentre esaltiamo l'antichità non badiamo ai fatti recenti
    (Tacito, Annales II, 88)

     Nel 19, Arminio fu assassinato dai suoi sudditi, che temevano volesse sottomettere tutte le tribù al suo potere.


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  • 03/24/19--07:28: SANGUEM (24 Marzo)
  • CIBELE ED ATTIS
    Il Sanguem era una festività romana, connessa con il mito di Cibele e di suo figlio Attis ed era una serie di feste e di riti celebrati tra il 15 e il 28 marzo. La celebrazione era di origine frigia, attuale Turchia, in quanto il culto di Cibele era stato importato da quella terra nel 204 a.c., ed era officiato da sacerdoti stranieri, detti Galli.

    I romani, pur avendo grande rispetto per gli Dei stranieri, non erano molto attratti dai culti dove c'era fanatismo. Il romano doveva essere pio e tanto bastava, morigerato e continente in ogni settore della sua vita. Avere un'amante era segno di vivacità, averne troppe era segno di poco equilibrio. Così anche nella religione, chi pregava troppo o passava troppo tempo nei templi aveva qualcosa di poco equilibrato.

    Eppure il culto di Cibele fece grossa presa sui romani, anche se lo stato vietò ai romani di farsi sacerdoti della Dea, visto il fanatismo che spingeva i Galli, cioè i suoi sacerdoti, a colpirsi nei genitali fino a mutilarsi.



    IL MITO

    Il mito parla di Cibele, Dea della Natura, che viene corteggiata invano da Zeus; questo, sognandola ardentemente ha una polluzione che feconda una roccia da cui nasce Agdistis. Costui, malvagio e violento, venne legato per punizione ad un albero per i testicoli e cadendo se li strappò: morì dissanguato ma fece fiorire il melograno.

    Quando una ninfa toccò un frutto, rimase incinta e così nacque il bellissimo Attis di cui Cibele si innamorò. Ma ad egli lei non bastava, e cercò amore altrove. Cercando di nascondersi, venne sorpreso dalla Dea sotto un pino e si uccise.

    Ma le versioni sono tante: in un'altra si narra che Agdistis era un dio ermafrodita, figlio di Zeus e Cibele, nato da una pietra su cui era caduto del seme del Dio durante l’accoppiamento. Gli Dei temevano che, racchiudendo in sé sia il potere del padre degli Dei che della Grande Madre, uniti ai principi sia maschile che femminile, Agdistis potesse diventare troppo potente, perciò lo evirarono. Dal suo sangue sorse un mandorlo da cui poi la ninfa Nana prenderà un frutto, restando incinta.

    CIBELE

    CANNA INTRAT

    Le celebrazioni iniziavano il 15 marzo, quando una processione, detta Canna intrat ("Entra la canna"), raggiungeva il tempio di Cibele sul Palatino. I partecipanti erano i "cannofori", che portavano al tempio fusti di canne, allo scopo di commemorare l'esposizione di Attis bambino in un canneto. Si ritiene che questa cerimonia sia collegata ad antichi rituali propiziatori della pioggia in ambito agricolo.



    ARBOR INTRAT


    CIBELE SUL CARRO E ATTIS
    I sette giorni seguenti la Canna intrat venivano considerati di espiazione, ed erano noti come "Castus Matris" (Digiuno della Madre). Il 22 marzo avveniva la processione dell'"Arbor intrat" (Entra l'albero), celebrante la morte di Attis.

    Quel giorno si tagliava il pino, simbolo del Dio, se ne fasciava il tronco con sacre bende di lana rossa, lo si ornava di viole e strumenti musicali e sulla sua sommità si ponevano le effigi del Dio giovanetto. L'albero veniva portato dai "dendrofori" fino al tempio di Cibele, dove avveniva la commemorazione funebre di Attis.



    SANGUEM

    Il 24 marzo era il Sanguem, o anche "Dies Sanguinis": iniziavano le cerimonie funebri e i fedeli lamentavano la morte di Attis. L'arcigallo, il gran sacerdote, si tagliava le carni con cocci e si lacerava la pelle con pugnali per spargere sull'albero-sacro il sangue che usciva dalle ferite, in ricordo del sangue versato dal Dio da cui nacquero le viole. Il gesto veniva imitato dagli altri sacerdoti, poi gli uomini che seguivano la scena iniziavano una danza frenetica e nell'eccitazione sguainavano le spade per ferirsi. Il pino decorato veniva chiuso nel sotterraneo del tempio, da cui sarebbe stato rimosso l'anno successivo. La notte era poi passata nella veglia.

    E' evidente che si allude alla primavera, cioè alla rinascita della vegetazione, Attis è il figlio vegetazione della Grande Madre, quindi portatore di vita, ma prima di lui vi è Agdistis, il fratello malvagio, cioè il distruttore, vale a dire la morte. Prima la morte invernale poi la rinascita primaverile. ma anche Attis morirà ricongiungendo le sue energie a quelle della Madre, per essere ripartorito ad ogni primavera. Questo mito è riprodotto in varie religioni.

    In Egitto c'era il malvagio Seth che uccide il fratello Osiride, ma anche Iside ha un primo figlio Anteros, che si suicida, e poi il figlio Eros. L'ebraismo ha il cattivo Caino che uccide il buon Abele,  come Romolo uccide Remo nella fondazione di Roma, in realtà è lo stesso Dio che muore e risorge in primavera come il Cristo della religione cattolica.

    E' l'alternanza della vita e della morte, il susseguirsi dei cicli, dove però la morte, ovvero la distruzione viene vista come malvagia, per il semplice fatto che gli uomini ne hanno paura. Il Sanguem è il venerdì santo della chiesa cattolica, è la morte di Attis cui seguirà la resurrezione per il nuovo ciclo di vita annuale.

    ATTIS

    HILARIA, REQUEITO E LAVATIO   

    Il giorno seguente, 25 marzo, il Dio risorgeva e si celebravano allora le feste chiamate Hilaria e per le strade vi erano cortei gioiosi. Dopo un giorno di riposo, il Requetio, il 27 marzo giungeva il momento della Lavatio ("Abluzione") della statua di Cibele: veniva messa su un carro e portata fino al fiume Almone e spinta nel fiume.



    INITIUM CAIANI

    L'Initium Caiani era la cerimonia di iniziazione ai misteri di Attis, che veniva praticata il 28 marzo. L'iniziazione veniva praticata in un santuario frigio situato sul colle Vaticano, fuori dalle mura cittadine. Gli iniziandi consumavano un pasto negli strumenti musicali, cimbali e timpani. Poi veniva una processione, in cui veniva portato il "kernos", un cratere contenente dei lumi. Infine avveniva una ierogamia, in cui gli iniziati, identificandosi con Attis, celebravano le nozze mistiche con la Dea Cibele.

    I Sacri Misteri di Attis, come tutti i Misteri sono segreti e non possono essere rivelati, l'imperatore Giuliano scrive appunto che lui, pur essendo stato iniziato ai Misteri delle madre degli Dei, non può rivelarli ma tenta di spiegare chi sia Cibele, la Madre degli Dei:

    Chi è dunque la Madre degli Dei? È la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi che governano le cose visibili, la genitrice e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’esistenza subito dopo e insieme al grande demiurgo.
    È la signora di ogni vita, causa di ogni generazione, che (oziosamente) porta a compimento nella quiete ciò che è fatto, partorisce senza dolore ed è demiurga col padre di ciò che esiste, è la vergine senza madre, il cui trono è in comune con quello di Zeus, ed è effettivamente la madre di tutti gli dei.
    Infatti avendo ricevuto in sè le cause di tutti gli dei intelligibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. Questa dea….è anche provvidenza
    ”.
    (Giuliano L’ Apostata, Inno alla Madre degli dei)


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  • 03/25/19--06:11: VILLA DI MOREGINE
  • APOLLO
    Il complesso architettonico di Moregine fu scoperto a circa 600 metri a sud delle mura di Pompei, presso la foce del fiume Sarno e dell'antico scalo commerciale, nel 1959, in occasione dei lavori di costruzione dell’autostrada Napoli-Salerno. Si trattava di un cortile porticato sul quale si affacciavano almeno cinque triclini affrescati e terme in via di costruzione.

    Le pitture sono in IV stile, di età neroniana, ed opera della stessa bottega che decorò la più celebre Casa dei Vettii. L'edificio apparteneva alla famiglia puteolana dei Sulpicii che da queste parti custodiva l'archivio contabile. Si suppone avesse il compito di ospitare piccoli gruppi di avventori, forse i membri di un collegium.

    Lo scavo tuttavia non era facile a causa di una falda freatica. Si ha una falda freatica quando l'acqua delle precipitazioni si infiltra nel sottosuolo scendendo sino ad incontrare una superficie impermeabile che però fa da letto all'acqua senza contenerne altri movimenti. Il pericolo di allagamento ha convinto gli operatori a staccare le pitture.

    PARTE DELLO SCAVO
    In particolare furono staccate le parti alte corrispondenti al fregio e qualche quadro figurato della zona centrale. Gli affreschi ritrovati vennero staccati e conservati nei depositi della Soprintendenza di Pompei per oltre cinquant’anni.

    L’edificio venuto alla luce è stato scavato finora per un terzo: tre sale da pranzo con splendidi affreschi e terme ancora in costruzione. Di particolare interesse la modalità di rinvenimento del tesoro di argenterie: in una latrina fu rinvenuta una gerla in vimini, che sembrava piena solo di terra dell’eruzione. 

    Dalle radiografie si intravidero invece dei corpi metallici che un microscavo attentissimo, ha consentito di portare alla luce facendo emergere pezzi d’argento; piatti, coppe di varia forma, un cucchiaino, due forme decorate a sbalzo con figure d’animali.


    L'effigie di Apollo, ve ne sono almeno due nella villa, ha fatto pensare anche a un omaggio all'imperatore. Nerone è un novello Apollo citaredo così come raffigurato su una moneta divisionaria destinata ad una circolazione diffusa, soprattutto tra le classi popolari, nel periodo di radicale trasformazione economico-culturale del 64 d.c. 

    Nel 2000 tutto quel che era stato scavato è stato sepolto sotto le corsie dell’autostrada, dal momento che le condizioni dello scavo si sono rivelate troppo difficili a causa delle sorgenti d’acqua sotterranee. 

    Gli affreschi sono stati, in precedenza, esposti ad Ottawa. Ma non sono solo le pitture murali il tesoro estratto dal sottosuolo di Moregine: vi sono anche 125 tavolette cerate relative ai commerci della famiglia dei Sulpicii.

    MUSA TERSICORE
    Il corpo di chi stava cercando di portar via gli argenti e le tavolette non esiste più. Accanto a questi reperti, però, vi erano i corpi di due donne e tre giovanissimi, tra i quali una bambina di quattro anni ed una ragazza adolescente. Una delle donne portava con sé, nella fuga, dei monili d’oro.

    Lo scavo venne ripreso successivamente in occasione della costruzione della terza corsia dell’Autostrade Salerno – Reggio Calabria e ha permesso di riportare in luce, oltre alle strutture archeologiche, anche materiali di grande interesse quali le tavolette cerate, già citate dal Maiuri come contratti registrati, elementi architettonici e decorativi in legno perfettamente conservati e un tesoro di argenterie di eccezionale qualità.

    Negli ultimi 50 anni si è lavorato su tre i triclini, oggi esposti nella Palestra Grande:

    GENIO ALATO
    - Il Triclinio A è composto da tre pareti dipinte in cui sono rappresentate le Muse, divinità ispiratrici del canto, che presiedevano ai diversi generi poetici, alle arti, alle scienze e a tutte le attività intellettuali e la figura di Apollo.

    - Il Triclino B ritrae invece Castore e Polluce, i divini Dioscuri, su pareti di colore nero.

    - Il Triclinio C, invece, propone la personificazione della locale divinità fluviale (Sarno) su pareti rosse.
    Lo scavo, ripreso in occasione della costruzione della terza corsia dell'autostrada, ha permesso di riportare in luce altri materiali come tavolette cerate con contratti registrati, elementi architettonici e decorativi in legno perfettamente conservati.
    MUSA
    Gli archeologi di fronte ai tre triclini allineati attorno ad un portico, non compresero se avessero una funzione pubblica o privata, nè che rapporto avesse con la vicina Pompei o col suo contesto extraurbano. Non individuandone la funzione gli archeologi non sapevano che nome dare all'edificio.

    Lo studioso Amedeo Maiuri, in una nota scritta dopo le varie polemiche sorte intorno alla scoperta, la chiamò domus delle tabulae ceratae, per il ritrovamento in uno dei triclini di una vasta cesta di vimini contenente circa 300 tavolette cerate, costituente l’archivio dei negotiatores puteolani C. Sulpicius Cinnamus, C. Sulpicius Faustus e C. Sulpicius Onyryus.

    Intanto la costruzione stava scoprendo le sue stanze e i suoi affreschi, oltre ai letti in muratura e mensa centrale, mentre sul lato est erano stati notati senza essere scavati e rilevati altri due triclini, probabilmente altrettanto ricchi di decorazioni.
    MENADE
    Il complesso apparteneva alla famiglia puteolana dei Sulpicii che qui custodivano l’archivio contabile. La funzione dell’edificio era, molto probabilmente, quella di ospitare piccoli gruppi di avventori, forse membri di un collegium.

    La decorazione parietale dei triclini è stata attribuita ad un’unica bottega, con artigiani di buona qualità e un’attenta analisi stilistica permette di affermare che tutti gli elementi raffigurati nella decorazione pittorica dei tre triclini sono riconducibili alla figura dell’imperatore Nerone e alla sua politica espressa in un momento ben preciso del suo governo.

    Anche se nella prima fase di scavo venne alla luce l’edificio con un cortile porticato su cui si affacciavano almeno cinque triclini (sale da pranzo), sontuosamente affrescati e terme ancora in costruzione, vennero salvati solo gli affreschi di tre sale triclinari.

    GENIO ALATO
    Oggi è possibile ammirare le pitture, dopo vari tour all’estero, perché esposte in una mostra permanente nella Palestra Grande del Parco Archeologico di Pompei in un percorso chiamato il “Gioco delle Risonanze”.

    E' strano, ma le opere d'arte italiane le vedono più gli stranieri che noi. C'è una ragione, ed è che all'estero rendono molto di più in quanto molti cercano di profittare dell'occasione visto che si trova nel loro paese. raggiungerle in Italia sarebbe molto più complesso.

    Ma ci sono due opposizioni a questo conteggio così poco pro italiani. Uno è che l'arte è un bene primario per l'educazione dei giovani nel nostro paese, come lo è per tutti nei vari paesi, e tutti gli italiani dovrebbero poter visitare i luoghi d'arte di ogni parte dello stivale. Secondo non sembra che questi viaggi fruttino poi così tanto, visto che i nostri luoghi d'arte sono quasi sempre in perdita.

    Basti pensare che in America realizza maggior guadagno un museo che accoglie tutte le riproduzioni dei vasi e reperti etruschi, che non Villa Giulia a Roma che accoglie gli autentici vasi e reperti etruschi. Forse le regioni dei mancati guadagni vanno ricercati altrove, nella insufficiente organizzazione o altro.

    IL TESORO DI MOREGINE

    IL TESORO DI MOREGINE

    Destò parecchio interesse il tesoro di argenterie, anche per la modalità curiosa del suo ritrovamento: infatti venne rinvenuto in una latrina, dentro una gerla in vimini, che sembrava piena solo di terra dell’eruzione.

    Dalle radiografie si intravidero invece dei corpi metallici che un microscavo attentissimo ha consentito di portare alla luce facendo emergere pezzi d’argento; piatti, coppe di varia forma, un cucchiaino, due forme decorate a sbalzo con figurazioni d’animali.