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PRIMO DIOSCURO |
La Villa dei Dioscuri (VI 9, 6-9) è ubicata nel quartiere residenziale prediletto dall’aristocrazia sannitica grazie alla sua vicinanza al foro. Essa è un insieme di tre abitazioni, unite tra loro durante l'età augustea, che venne sepolta dall'eruzione del 79 del Vesuvio, finchè non venne scoperta e esplorata tra il 1828 ed il 1829.
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SECONDO DIOSCURO |
La casa è una delle più importanti dell’ultima fase di Pompei, sia per l’estensione e per l’articolazione della superficie (1500 mq ottenuti dall’unione di tre differenti abitazioni), sia per l’eccezionalità delle pitture. E' evidente che solo un personaggio molto ricco potesse permettersi una villa di tali proporzioni e di tale bellezza. Purtroppo non conosciamo il nome di tale proprietario.
Di lui però desumiamo che fosse uomo colto e magari pio, perchè fece raffigurare molti miti e molti personaggi mitici nella sua splendida villa. I due Dioscuri, detti anche ambedue Castori, nonostante uno si chiami Castore e uno Polluce, rappresentati nella villa romana, nell'affresco non sono riconoscibili tra loro, perchè ambedue sono raffigurati come tradizione con i propri cavalli, ambedue sono armati di lancia ed ambedue indossano i tradizionali mantelli.
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PERISTILIO |
DESCRIZIONE
Questo atrio è uno dei quattro unici rinvenuti a Pompei in stile corinzio, con dodici colonne in tufo che sorreggono il tetto.
L'uso del tufo è prettamente sannita, perchè i romani usavano il marmo o al limite i pilastri di mattoni cotti, oppure le colonne in mattoni cotti triangolari sovrapposti con lato esterno ricurvo. Questi ultimi sono adoperati nella villa dei Castori.
Sulla destra dell'atrio si apre il peristilio, il portico che cingeva il giardino interno posto al centro della casa, con una vasca per l'acqua e dei pannelli decorativi tutto intorno, effigiati in quarto stile, che raffigurano architetture e nature morte.
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DONNA OFFRE ACQUA A UN VIANDANTE |
Infatti, seguendo la moda romana del rosso da noi detto pompeiano, ma che sarebbe più corretto chiamare "rosso Romano". la parte inferiore delle colonne è stata rivestita di malta che è stata poi lisciata e pitturata di rosso.
Lo stile della decorazione rivela che sono state realizzate dallo stesso formidabile artista che ha lavorato anche alla casa dei Vettii, nel Tempio di Iside e nel Macellum. Molti quadri figurati furono staccati all’epoca dello scavo e conservati al Museo Archeologico di Napoli.
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COPPIA DI MENADE E GIOVANE LAUREATO |
La casa presenta inoltre un tablino, ambiente posto fra l'atrio e il peristilio, con due stanze che si aprono ai suoi lati: in quella a destra sono stati ritrovati gli affreschi raffiguranti la nascita di Adone (figura di origine semitica, oggetto di un importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici) e Scilla che, figlia sconsiderata, consegna all'invasore Minosse il capello fatato del padre e re Niso.
Due affreschi sono dedicati a due menadi, una con satiro ed una con giovane laureato che non si sa bene chi sia, la menade qua sopra, bellissima e quasi ieratica, impugna una ferula mentre il giovane porta, probabilmente in offerta, una quantità di frutta che sembrerebbero fichi.
Nella stanza di sinistra invece si trovano gli affreschi di Apollo e Dafne trasformata in albero di alloro per sfuggire alle brame del Dio, e Sileno (creatura selvaggia e lasciva dei boschi) con una Ninfa che reca con sè un Bacco infante. ![]() |
SATIRO E MENADE IN VOLO |
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ACHILLE TRAVESTITO DA DONNA |
Nell'affresco di Ulisse che cerca Achille per portarlo con sè in guerra si allude al mito omerico per cui il giovane figlio di Peleo e della Dea Teti, saputo da un oracolo che sarebbe perito in quella battaglia si era nascosto vestendosi da donna. Per altro si riporta che la madre l'avesse reso immortale bagnandolo in un fiume sacro quando era un bambino, ma tenendolo per un piede questo non era stato immerso per cui era una parte vulnerabile.
E' Ulisse a svelare il sesso del travestito ponendogli accanto giochi da donna e armi, naturalmente Achille scelse le armi e a quel punto venne smascherato e imbarcato nella nave achea per andare a combattere la città di Troia. Come tristemente fu predetto Achille vi trovò la morte ma al fato non si può sfuggire.
Un superbo Giove in trono adorna una stanza triclinare della villa, munito di scettro e di lancia, con ai suoi piedi da un lato il pianeta terra e dall'altro l'inseparabile aquila. Sullo stesso trono sono del resto effigiate due aquile.
Alle sue spalle, ormai semicancellata, c'è una donna in piedi che sembra tenergli la testa tra le sue mani. E' difficile interpretarne la figura, che potrebbe probabilmente riferirsi a giunone, che in miti molto più antichi, prima di essere sua moglie gli fu madre. In uno specchio c'è la figura di giunone che allatta Giove bambino.
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GIOVE |
È una figura di donna matura, se non vecchia, con una maschera ad alto ónkos, che non è quella della giovane pallida dall’aspetto doloroso, dato dal convergere delle sopracciglia inclinate verso il centro della fronte; ma non è neppure quella della vecchia canuta, perché le sue chiome sono nere.
È invece una maschera caratterizzata dalle sopracciglia ad accento circonflesso che danno un’espressione dura, arrogante. Una maschera, cioè, che non rientra nel catalogo di Polluce, ma ricorre abbastanza frequentemente nelle figurazioni pittoriche della Campania. Dinanzi a lei è un altro personaggio stante, che sembra vivacemente rivolgersi a lei, protendendo la mano sinistra e che tiene nella destra una oinochoe.
Nonostante il dipinto sia poco conservato, si riconosce nella maschera il colore rosso del volto. Trattasi pertanto di una figura maschile, senza barba, ma con alto ónkos. Elementi, tutti, che consentono di riconoscere in essa uno dei messaggeri, in particolare l’anásimos, di cui anche il naso rincagnato sembra abbastanza riconoscibile.
Le due figure stanno recitando un'opera tragica e indossano anche una sorta di tacchi, come usavano spesso gli attori, per avere una maggiore visibilità nello scenario, e una presenza più imponente. La loro visibilità era così assicurata sia dall'altezza che da grandi maschere e parrucche complicate e vistose.
Un altro affresco propone l'amore tra Endimione e la Dea Selene. Endimione per alcuni è un pastore dell’Anatolia che porta spesso a pascolare il suo gregge nelle valli ai piedi del monte Latmio nella Caria; o un condottiero di origine carica ed eolico di razza, che usava spesso addormentarsi ai piedi di un monte nelle fresche notti d’estate; o un figlio di Zeus e della ninfa Calice da cui ereditò un’incredibile bellezza.
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SCENE DI TRAGEDIA |
Le due figure stanno recitando un'opera tragica e indossano anche una sorta di tacchi, come usavano spesso gli attori, per avere una maggiore visibilità nello scenario, e una presenza più imponente. La loro visibilità era così assicurata sia dall'altezza che da grandi maschere e parrucche complicate e vistose.
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ENDIMIONE E SELENE |
In una serena notte d’estate, mentre Endimione dormiva in un boschetto del monte Latmio, riparato dagl’alberi, un raggio di luce lunare illuminò il suo volto, e la Dea Semele, colpita da tanta bellezza s’innamorò perdutamente e ogni notte scese dal cielo per dormire accanto a lui. Selene poi chiese a Zeus di poter sposare Endimione e di renderlo immortale. Zeus accettò, malignamente consapevole che la dea si era dimenticata di chiedere per il suo promesso anche l’eterna giovinezza.
Ai primi capelli bianchi, Selene addolorata fece un accordo con Ipnos, che accettò di baciare le palpebre di Endimione così da farlo dormire per sempre evitandogli l'invecchiamento. Da allora Selene si recò ogni notte di “luna nuova” sul Latmio, nella grotta di Endimione addormentato, che la rese, per quanto dormiente, madre di ben cinquanta figlie.
In questo affresco, sempre della grandiosa villa, è illustrato il mito di Andromeda e Perseo, dove la fanciulla ha una mano incatenata a una roccia mentre Perseo, fornito di ali ai piedi come Mercurio, brandisce la testa di medusa già sconfitta e la spada con cui uccidere il mostro, peraltro, come i Dioscuri, totalmente nudo ma munito di ampio mantello.
La madre di Andromeda sostenne di essere più bella delle ninfe marine Nereidi, che offesissime chiesero a Poseidone, il Dio del mare, di punirla, Poseidone le accontentò e mandò un mostro terribile a razziare le coste del territorio del re Cefeo, che si rivolse all'Oracolo di Ammone, il quale suggerì per placare il mostro, di sacrificare sua figlia, la vergine Andromeda.
Andromeda venne incatenata a una costa rocciosa in attesa di essere sbranata ma l'eroe Perseo, le chiese la ragione della punizione. Perseo fa appena in tempo a chiedere la mano della principessa, che uccise il mostro e sposò Andromeda. Più tardi Andromeda gli diede sei figli, compreso Perse, progenitore dei Persiani, e Gorgofone, madre di Tindaro e Icario, entrambi re di Sparta.
Quella di Bellerofonte è una triste storia, che i proprietari della villa vollero però effigiata nella lussuosissima dimora. Bellerofonte di Corinto, resosi colpevole dell'involontario omicidio di Bellero re di Corinto giunse ospite presso Preto, re di Tirinto, in grado di purificare le anime. Però la moglie di Preto, lo concupì ma, rifiutata, narrò al marito che il giovane l'avesse violentata.Tuttavia le leggi greche dell'ospitalità vietavano l'uccisione di un commensale; pertanto il re inviò Bellerofonte da suo suocero Lobate, re di Licia per consegnargli una lettera che richiedeva l'assassinio del giovane. Ma anche Lobate non si sentì di uccidere un ospite, per cui gli richiese di eliminare Chimera, un mostro che sputava fiamme, con testa di leone, corpo di caprone e coda di serpente.
La madre di Andromeda sostenne di essere più bella delle ninfe marine Nereidi, che offesissime chiesero a Poseidone, il Dio del mare, di punirla, Poseidone le accontentò e mandò un mostro terribile a razziare le coste del territorio del re Cefeo, che si rivolse all'Oracolo di Ammone, il quale suggerì per placare il mostro, di sacrificare sua figlia, la vergine Andromeda.
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PERSEO E ANDROMEDA |
Quella di Bellerofonte è una triste storia, che i proprietari della villa vollero però effigiata nella lussuosissima dimora. Bellerofonte di Corinto, resosi colpevole dell'involontario omicidio di Bellero re di Corinto giunse ospite presso Preto, re di Tirinto, in grado di purificare le anime. Però la moglie di Preto, lo concupì ma, rifiutata, narrò al marito che il giovane l'avesse violentata.
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BELLEROFONTE E PEGASO |
Non contento però Lobate chiese a Bellerofonte di combattere contro i Solimi e le alleate Amazzoni che Pegaso mise facilmente in fuga lanciando loro dei sassi. Lobate ammirato da tanto valore gli mostrò il messaggio di Preto e Bellerofonte gli raccontò la verità. Il re convinto gli diede in sposa l'altra figlia, Filinoe, e ne fece l'erede al trono.
Però Bellerofonte si montò la testa e tentò raggiungere l'Olimpo, ma gli Dei infastiditi mandarono un tafano a pungere Pegaso che lo disarcionò. Bellerofonte sopravvisse alla grave caduta, ma rimase solo e infermo fino alla morte.
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MEDEA |
Lo zio di Giasone, Pelia, rifiuta tuttavia di concedere il trono al nipote, come aveva già promesso in cambio del Vello: Medea allora convince infatti le figlie di Pelia a somministrare al padre un "pharmakón", che dopo averlo fatto a pezzi e bollito il padre, lo avrebbe ringiovanito. Le figlie si lasciano ingannare e provocano così la morte del padre. Medea e Giasone che si rifugiano a Corinto, dove si sposano.
Ma la vendetta di Medea giunge fino ad uccidere i figli avuti da Giasone, e fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva già un figlio, Teseo, che Medea vuole venga ucciso. Ma Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo e torna nella Colchide, dove si riappacifica con il padre Eeta.
L'affresco ha un precedente nel gruppo scultoreo di Satiro ed Ermafrodito proveniente da Oplontis, Torre Annunziata, derivato dalla tradizione ellenistica, in cui il giovane Ermafrodito tenta di difendersi dall’aggressione di un satiro. Solo girando attorno alla scultura lo spettatore potrà scoprire la reale natura della vittima. Ermafrodito veste i panni di una ninfa, con corpo seducente e profilo femmineo.
Ma in questa pittura invece Pan, dopo aver scoperto che Ermafrodito non è una donna fugge rapidamente orripilato dal sesso del giovane che aveva seducenti sembianze femminili. Viene da pensare che forse gli stessi committenti abbiano voluto salvare il mito della virilità di Pan, a meno che non ne esistessero versioni opposte, cosa da non escludere.
Comunque solo nel 2000, dopo secoli di censure e alterne vicende, venne riaperto il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rivelando al pubblico duecentocinquanta opere, tra sculture, affreschi, mosaici raffinati, bronzetti, lucerne e un vasto repertorio di oggetti d’uso comune, il tutto a sfondo prettamente erotico.
E' la più grande collezione al mondo di oggetti e immagini dipinte a tema esclusivamente erotico, provenienti proprio dalle antiche città della cinta vesuviana. Furono i reali Borboni a creare queste sale e disposero che “avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale”, al fine di salvaguardare la buona reputazione della casa reale.
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PAN ED ERMAFRODITO CHE LO TENTA |
Ma in questa pittura invece Pan, dopo aver scoperto che Ermafrodito non è una donna fugge rapidamente orripilato dal sesso del giovane che aveva seducenti sembianze femminili. Viene da pensare che forse gli stessi committenti abbiano voluto salvare il mito della virilità di Pan, a meno che non ne esistessero versioni opposte, cosa da non escludere.
Comunque solo nel 2000, dopo secoli di censure e alterne vicende, venne riaperto il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, rivelando al pubblico duecentocinquanta opere, tra sculture, affreschi, mosaici raffinati, bronzetti, lucerne e un vasto repertorio di oggetti d’uso comune, il tutto a sfondo prettamente erotico.
E' la più grande collezione al mondo di oggetti e immagini dipinte a tema esclusivamente erotico, provenienti proprio dalle antiche città della cinta vesuviana. Furono i reali Borboni a creare queste sale e disposero che “avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale”, al fine di salvaguardare la buona reputazione della casa reale.
Al tempo dei romani si era più liberi di fronte alla sessualità ed evidentemente il tema non dispiacque ai signori della villa che vollero fosse immortalato quel mito, che da un lato ristabiliva la presunta virilità di Pan ma dall'altro l'attraente bellezza dello splendido ermafrodito.