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BATTAGLIA DI TALAMONE (225 a.c.)

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"(I Celti) molto arditi e bramosi di gloria, gettato ogni altro indumento, si disposero primi dell'esercito, nudi con le soli armi, ritenendo di poter essere così liberi nei movimenti… terribili erano inoltre l'aspetto e i movimenti degli uomini nudi schierati innanzi agli altri, tutti nel pieno vigore delle forze adorni di collane e braccialetti d'oro". (Polibio, Storie, 2.28; 2.29)

Dalla metà del III secolo le bellicose tribù di Belgi dall'Europa settentrionale raggiunsero, dopo aver attraversato il Reno, i territori di quella che sarebbe divenuta la Gallia belgica; a causa di queste vaste trasmigrazioni, altre popolazioni celtiche della Gallia si misero in movimento verso sud e i cosiddetti Gesati stanziati nella valle superiore del Rodano iniziarono a trasferirsi nell'Italia settentrionale.

Dopo l'espansione romana nel territorio gallo-piceno fino a Rimini e Ravenna, le popolazioni celtiche ancora indipendenti occupavano il territorio compreso tra Ravenna e le Alpi. A sud del Po si trovavano i Boi, a occidente gli Anari, a oriente i Longoni, mentre a nord del fiume vivevano a oriente i Veneti, e a occidente i Cenomani e gli Insubri. 

Roma temeva la possibile alleanza dei Galli con Cartagine per cui volle anticipare le azioni avversarie e nel 226 a.c. infatti, un anno prima dell'invasione celtica, emissari romani si recarono in Iberia per chiarire le intenzioni di Asdrubale e frenarne le mire aggressive. 

Venne quindi concluso il cosiddetto trattato dell'Ebro che assegnava al predominio cartaginese il territorio iberico a sud di quel fiume e che doveva garantire il disinteresse di Asdrubale per le vicende italiche evitando un'alleanza con i popoli celtici della Gallia cisalpina.

Già la I Guerra Punica era costata moltissimo in termini di uomini e danaro, e comunque Roma fece della Sicilia divenne la prima provincia romana; poi, nel 238 a.c. occupo' anche la Sardegna e la Corsica trasformandole in province nel 231 a.c. Poi n nel 233 a.c. il console Quinto Fabio Massimo marciò contro i Liguri che sotto la pressione di migrazioni di popolazioni galliche, si erano spinti verso sud, raggiungendo l'Arno e occupando Pisa. 

Il console costrinse i Liguri alla ritirata, occupò Lucca e continuò ad avanzare lungo la costa fino a raggiungere Genova con cui Roma concluse un importante trattato di amicizia. I Liguri si ritirarono sulle montagne appenniniche ma restarono valorosi e feroci oppositori all'ulteriore espansione romana.

Nel 232 a.c. si procedette alla distribuzione di terre lungo la costa adriatica nel territorio piceno e gallico da Ancona a Rimini conquistato dal pretore Manio Curio Dentato nel 284 a.c. dopo aver sconfitto i Galli Senoni. Fu una lotta tra le fazioni popolari di Gaio Flaminio e le fazioni aristocratiche di Quinto Fabio Massimo. Alla fine il progetto di Gaio Flaminio venne approvato dai comizi tributi; vennero distribuite le terre e a sud di Rimini venne fondata a protezione la colonia veterana di Sena Gallica.

Nel 229 a.c. Roma estese la sua influenza alle coste orientali del Mare Adriatico minacciate dalla pirateria Illirica della regina Teuta, a loro volta spinti a sud da nuove migrazioni galliche in movimento nei Balcani. Una imponente flotta romana costrinse la regina Teuta ad abbandonare i territori occupati nell'Epiro e nelle isole dell'Adriatico. Il console Lucio Postumio Albino concluse alleanze con alcuni popoli balcanici, mentre le città di Apollonia, Corcira ed Epidamno entrarono a far parte dell'alleanza romana.

Intanto le popolazioni celtiche stanziate in Italia occupavano il territorio compreso tra Ravenna e le Alpi. A sud del Po si trovavano i Boi e gli Anari a occidente e i Longoni a oriente, mentre a nord del fiume vivevano a oriente i Veneti, popolazioni di origine illirica, e a occidente i Cenomani e gli Insubri, la popolazione celtica italica più numerosa e potente, tutti possibili nemici di Roma.

Dopo la vittoria nella lunga e dura I guerra punica la Repubblica romana aveva assunto un ruolo di predominio nel Mediterraneo centrale, ma il pericolo veniva ora dal nord sopra la penisola abitata dai Galli, popolazioni tribali diverse fra loro, anche nelle vesti, Polibio ricorda i Boi vestiti con ampi calzoni e giubbe, mentre i Gesati combattevano praticamente nudi ma ornati da pesanti monili.

I Galli facevano parte delle popolazioni celtiche e abitavano anche sul suolo italico, con Milano come capitale e Senigallia come centro importante, e tutti mossi  dall'odio verso la raffinata e potente Roma. Erano passati secoli dal sacco di Roma quando tentarono una nuova incursione nell'urbe, per saccheggiarla e darla alle fiamme. Ora i Galli, scesi nella penisola, avevano combattuto e vinto contro gli eserciti romani nell’Italia centrale e avanzavano verso Roma mirando alle porte della capitale.
Le popolazioni celtiche italiche venivano incitate dai Cartaginesi ad attaccare Roma, promettendo i suoi guerrieri in aiuto. Le bellicose tribù di Belgi dell'Europa settentrionale invasero la futura Gallia belgica e i Gesati stanziati nella valle superiore del Rodano iniziarono a trasferirsi nell'Italia settentrionale.

Roma temeva infatti l'alleanza dei Galli con Cartagine la cui espansione in Spagna stava divenendo minacciosa, così nel 226 a.c. i romani conclusero con Asdrubale il "trattato dell'Ebro" che assegnava a Cartagine il territorio iberico evitando l'alleanza dei cartaginesi con i popoli celtici della Gallia cisalpina. Ma tutto ciò non evitò l'invasione del suolo italico per abbattere Roma.

I ROMANI

Siamo nel 225 a.c., tra la I e la II guerra Punica, la battaglia si svolge tra i Romani, insieme ad Etruschi ed Umbri, anch'essi minacciati dall'invasione gallica, contro un'alleanza di popolazioni celtiche della Cisalpina, presso Talamone, località Campo Regio, nella pianura costiera fra i fiumi Osa a nord e Albegna a sud, a circa 20 km a sud di Grosseto, (vicino a Fonteblanda, frazione del comune di Orbetello).

Il pericolo era grave, la lega gallica non era animata soltanto da un desiderio di terre e di ricchezza, aveva un preciso obiettivo: “Prima di muovere alla volta di Roma, i capi prescelti prestarono solenne giuramento di fronte all’esercito schierato dichiarando la loro ferma intenzione di portare a termine l’impresa e deporre le armi non prima di essere giunti vittoriosi sul Campidoglio” (Della Monaca).


LE FORZE IN CAMPO

ALLEANZA CELTICA

Ora giunti nei dintorni di Chiusi, i Galli ebbero notizia dell’avanzata di un potente esercito proveniente da Roma, e decisero la ritirata in direzione della costa da dove era possibile raggiungere la Gallia Cisalpina attraverso i più facili valichi delle Alpi Apuane. I Galli attraversarono quindi il territorio etrusco e giunsero nei pressi di Talamone.

Polibio, la fonte principale per questa battaglia, narra che per l'invasione del territorio romano-italico i celti costituirono la più grande coalizione mai realizzata contro i romani; ai Boi, si unirono gli Insubri, i Taurini e i Gesati. A capo della coalizione i generali Aneroesto e Concolitano.
Come già nel 299 a.c. e nel 236 a.c. ai celti si associarono i Gesati, famosi perché combattevano completamente nudi con il solo torque al collo. Pertanto l'alleanza comprende: i Gesati, i Boi, gli Insubri, i Taurisci e i Taurini, in tutto 50.000 fanti e 25.000 cavalieri. L'esercito alleato era molto superiore di numero a quello romano.

Vennero appoggiati dai Liguri con aiuti di vettovagliamenti I Gesati, scesi in Italia, si ricongiunsero con le truppe dei celti cisalpini sul Po. I comandanti dell'esercito celtico, i re Concolitano e Aneroesto, diedero l'ordine di marciare verso Roma passando per il territorio etrusco. Gli Etruschi li lasciarono passare indenni.

Totale. 75.000 uomini circa.


ALLEANZA ROMANA

I Romani posero in campo quattro legioni (circa 24000 armati) agli ordini di Gaio Atilio Regolo, incaricato di sedare una rivolta in Sardegna, cosa che fece rapidamente, correndo poi in aiuto del collega, e Lucio Emilio Papo, che pose il proprio comando ad Ariminum (Rimini), mentre un secondo esercito romano, sotto il comando di un pretore, fu posto a presidiare l'Etruria.
I veneti sono considerati troiani da Plinio il Vecchio e celti da Strabone, i Cenomani erano un popolo gallico della Gallia cisalpina. come alleati avevano due corpi d'armata, uno sabino-etrusco (visto che parte degli etruschi erano contro i Galli) ed un altro veneto-cenòmane (i Cenomani erano un popolo della Gallia cisalpina, compreso tra gli Insubri a ovest e i Veneti ad est, che rimasero fedeli a Roma anche quando Annibale discese le Alpi). 

Totale: 45.000 uomini circa.

I GALLI
I Gesati, guidati dai loro due re Concolitano e Aneroesto, riuscirono a sconfiggere i Romani presso Fiesole, ma durante il ripiegamento verso le loro basi furono intercettati dal console Gaio Atilio Regolo, che era stato richiamato dalla Sardegna, che li sconfisse.

I Galli, scesi nella penisola, avevano combattuto vittoriosamente contro gli eserciti romani nell'Italia centrale e avevano continuato la loro avanzata verso Roma sempre con successo. Si dirigevano verso le porte di Roma, quando, presso Chiusi, appreso di un potente esercito proveniente da Roma, si ritirarono verso la costa del Mar Tirreno, all'Argentario, forse per uno sbarco di Cartaginesi alleati, che però non giunsero mai, perché attaccati dalle legioni romane vicino Talamone.

I Romani decisero infatti di attestarsi in un luogo da cui poter imbottigliare il grande esercito celtico e Attilio Regolo aveva individuato il luogo presso Talamone (attuale Poggio di Talamonaccio), dove su una collina ad est dove si poteva controllare il transito gallico, aveva appostato la sua cavalleria.

I Galli si resero conto immediatamente dell’importanza strategica del colle e predisposero le truppe per conquistare il presidio nemico, ma la cavalleria romana riuscì a contrastarne l’attacco. Intanto l’esercito romano, inviato da Roma, al comando del console Emilio, li stava inseguendo da est con la possibilità di raggiungerli in poco tempo.

I Galli si resero conto del pericoloso accerchiamento e si schierarono in formazione di battaglia, nei pressi della foce del fiume Osa, con un fronte verso il colle dove stanziava l’esercito di Attilio e l’altro rivolto contro l’esercito di Emilio che avanzava da sud, in attesa dell'attacco dell'romano.


LA BATTAGLIA

L'esercito celtico si diresse verso l'Argentario (prov. di Grosseto), presumibilmente in vista di uno sbarco di Cartaginesi in appoggio come promesso; ma i celti non arrivarono al luogo d'incontro, perché furono attaccati dalle legioni romane presso Talamone.
Intanto l'altro esercito romano, proveniente da nord al comando di Attilio Regolo, aveva raggiunto la città e appostato la cavalleria su un'altura ad est da dove si poteva controllare la zona costiera e il percorso dei Galli verso la litoranea. 
Questi si resero conto dell'importanza strategica di quel colle e cercarono di conquistarlo, respinti però dalla cavalleria romana. Intanto l'esercito del console Emilio li stava inseguendo da est per accerchiarli e i Galli, ormai scopertisi in trappola, si schierarono in formazione di battaglia nei pressi della foce del fiume Osa, schiena a schiena, con un fronte verso il colle dove stanziava l'esercito di Attilio e l'altro rivolto contro l'esercito di Emilio che avanzava da sud. Lo scontro fu cruento per i galli.

Attaccato su due fronti opposti dai due eserciti consolari, l'esercito celtico, per quanto notevolmente più numeroso di quello romano, venne distrutto in una battaglia campale, dove morirono oltre quarantamila soldati celti. Dei due re celti uno fu preso prigioniero mentre l'altro si suicidò a seguito della sconfitta. Anche il console Gaio Atilio Regolo morì durante la battaglia.



POLIBIO
« I Celti si erano preparati proteggendo le retroguardie, da cui si aspettavano un attacco di Emilio (Lucio Emilio Papo), provenendo i Gesati dalle Alpi e dietro di loro gli Insubri; di fronte a loro in direzione opposta, pronti a respingere l'attacco delle legioni di Gaio (Gaio Atilio Regolo), misero i Taurisci (secondo Plinio il Vecchio erano i Norici) ed i Boi sulla riva destra del Po

I loro carri stazionavano all'estremità di una delle ali, mentre raccolsero il bottino su una delle colline circostanti con una forza tutta intorno a protezione. Questo ordine delle forze dei Celti, poste su due fronti, non solo si presentava con un aspetto formidabile, ma si adeguava alle esigenze della situazione. 

Gli Insubri ed i Boi indossavano dei pantaloni e dei lucenti mantelli, mentre i Gesati avevano evitato di indossare questi indumenti per orgoglio e fiducia in se stessi, tanto da rimanere nudi di fronte all'esercito (nemico), con indosso nient'altro che le armi, pensando che così sarebbero risultati più efficienti, visto che il terreno era coperto di rovi che potevano impigliarsi nei loro vestiti e impedire l'uso delle loro armi. 

In un primo momento la battaglia fu limitata alla sola zona collinare, dove tutti gli eserciti si erano rivolti. Tanto grande era il numero di cavalieri da ogni parte che la lotta risultò confusa. In questa azione il console Caio cadde, combattendo con estremo coraggio, e la sua testa fu portata al capo dei Celti, ma la cavalleria romana, dopo una lotta senza sosta, alla fine prevalse sul nemico e riuscì a occupare la collina. 

Le fanterie erano ormai vicine, le une alle altre, e lo spettacolo appariva strano e meraviglioso, non solo a quelli effettivamente presenti alla battaglia, ma a tutti coloro che in seguito ebbero la rappresentazione dei fatti raccontati. In primo luogo, la battaglia si sviluppò tra tre eserciti. È evidente che l'aspetto dei movimenti delle forze schierate una contro l'altra, doveva apparire soprattutto strano e insolito... 

...i Celti, con il nemico che avanzava su di loro da entrambi i lati, erano in posizione assai pericolosa ma anche, al contrario, avevano uno schieramento più efficace, dal momento che nello stesso tempo essi combattevano sia contro i loro nemici, sia proteggevano entrambi nelle loro retrovie; vero anche che non avevano alcuna possibilità per una ritirata o qualsiasi altre prospettiva di fuga in caso di sconfitta, a causa della formazione adottata su due fronti. 

I Romani, tuttavia, erano stati da un lato incoraggiati, avendo stretto il nemico tra i due (loro) eserciti, ma dall'altra erano terrorizzati per la fine del loro comandante, oltreché dal terribile frastuono dei Celti, che avevano numerosi suonatori di corno e trombettieri, e contemporaneamente tutto l'esercito alzava alto il grido di guerra

C'era un tale rimbombo di suoni che sembrava che non solo le trombe ed i soldati, ma tutto il paese intorno alzasse le proprie grida. Molto terrificanti erano anche l'aspetto e i gesti dei guerrieri celti, nudi davanti ai Romani, tutti nel vigore fisico della vita, dove i loro capi apparivano riccamente ornati con torques e bracciali d'oro. La loro vista lasciò davvero sgomenti i Romani, ma al tempo stesso la prospettiva di ottenere questi oggetti come bottino, li rese due volte più forti nella lotta. 

E quando gli hastati avanzarono, come è consuetudine, e dai ranghi delle legioni romane cominciarono a lanciare i loro giavellotti in modo adeguato, i Celti delle retroguardie risultavano ben protetti dai loro pantaloni e mantelli, ma il fatto che cadessero lontano non era stato previsto dalle loro prime file, dove erano presenti i guerrieri nudi, i quali si trovavano così in una situazione molto difficile e indifesa. 

E poiché gli scudi dei Galli non proteggevano l'intero corpo, ciò si trasformò in uno svantaggio, e più erano grossi e più rischiavano di essere colpiti. Alla fine, incapaci di evitare la pioggia di giavellotti a causa della distanza ravvicinata, ridotto al massimo il disagio con grande perplessità, alcuni di loro, nella loro rabbia impotente, si lanciarono selvaggiamente sul nemico, sacrificando le loro vite, mentre altri, ritirandosi passo dopo passo verso le file dei loro compagni, provocarono un grande disordine per la loro codardia. 

Allora fu lo spirito combattivo dei Gesati ad avanzare verso gli hastati romani, ma il corpo principale degli Insubri, Boi e Taurisci, una volta che gli hastati si erano ritirati nei ranghi, furono attaccati dai manipoli romani, in un terribile combattimento "corpo a corpo". Infatti, pur essendo stati fatti quasi a pezzi, riuscivano a mantenere la posizione contro il nemico, grazie ad una forza pari al loro coraggio, inferiore solo nel combattimento individuale per le loro armi. 

Gli scudi romani, va aggiunto, erano molto più utili per la difesa e le loro spade per l'attacco, mentre la spada gallica va bene solo di taglio, non invece di punta. Alla fine, attaccati da una vicina collina sul loro fianco dalla cavalleria romana, guidata alla carica in modo assai vigoroso, la fanteria celtica fu fatta a pezzi dove si trovava, mentre la cavalleria fu messa in fuga. »

(Polibio, Storie, II, 28-30.)

La battaglia fu molto cruenta, con oltre 40.000 morti solo dalla parte gallica, ed almeno 10.000 fatti prigionieri, tra i quali il loro re Concolitano e i Romani persero in battaglia il loro valoroso comandante Attilio Regolo e molti altri. L'altro re, Aneroesto, riuscì a fuggire con pochi seguaci in un luogo remoto dove si suicidò con i suoi compagni. 

Il console rimasto, Lucio Emilio Papo, raccolto il bottino, lo inviò a Roma, restituendo il bottino dei Galli ai legittimi proprietari. Infine i romani vincitori offrirono in onore delle vittime numerosi ex-voto nel Tempio sul colle dell’odierna Talamonaccio.



LA BATTAGLIA CONTRO I BOI

Quindi le sue legioni, attraversata la Liguria, invase il territorio dei Boi, da dove, dopo aver consentito ai suoi uomini il loro saccheggio, tornò dopo un paio di giorni a Roma. Inviò, quindi, quale trofeo sul Campidoglio, le collane d'oro dei Galli, mentre il resto del bottino e dei prigionieri fu usato per il suo ingresso in Roma e il suo trionfo.

Così furono distrutti i Celti, che con la loro invasione, la più grave fino ad allora, avevano minacciato i popoli italici ed i Romani. Il successo incoraggiò i Romani, tanto da credere fosse possibile cacciare completamente i Celti dalla pianura del Po. 

Così finirono i Celti, che con la loro invasione, la più massiccia mai organizzata, avevano minacciato l'esistenza di Roma e di tutti i popoli italici. Spronato dal successo il senato inviò l'anno successivo i consoli Quinto Fulvio e Tito Manlio alla testa di un esercito contro i Boi che chiesero la pace, ma non si ebbero altri successi, a causa delle piogge torrenziali e di una violenta epidemia.

La battaglia di Talamone è stata considerata dallo storico francese Charles Rollin (1661 – 1741) "una delle battaglie più celebri e più straordinarie di cui si parli nella storia romana". Dal punto di vista tattico lo scontro fu importante anche per lo schieramento difensivo dei galli, spalla contro spalla, per fronteggiare i due eserciti consolari convergenti da nord e da sud. Molti ex-voto vennero posti a ringraziamento dai romani nel Tempio sul colle dell'odierna Talamonaccio.

CAESARAUGUSTA - SARAGOZA (Spagna)

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RICOSTRUZIONE CAESARAUGUSTA (by https://www.vortice3d.com/)
"Caesaraugusta (Zaragosa, Saragossa).-- C. II 2991-300. — Città dell'Hispania Tarraconensis, suirHiberus, tra Celsa e Turiaso (Itin. Anton, p. 392. 438.444.448. 451. 452), detta già Salduba (Plin. nat. hist. 3, 24). Trasse il nome dall'avervi Augusto fondata una colonia finita che fu la guerra Cantabrica (Isid. orig 15, 1), siccome è provato anche dalle monete (Heiss, Monn. antiq. de l'Espagne tav. 24, 18 ; 25, 33), che mostrano esservi stati dedotti militi delle legioni IV, VI e X. Colonia immunis la chiama Plinio (I. c). Era inscritta nella tribù Aniensis (C. II 4249. — III 6417.— VI 9. — IX 793). Le poche lapidi locali e non locali confermano il titolo di Colonia Caesaraugusta (C. II 2992. 4249) e ricordano un ordo Caesar augustanus (4244), una fiaminica Caesaraugustana (4241), un servus coloniae (2992) e un Genius tutelae horreorum (2991)."

(Dizionario Epigrafico di Antichità Romane - Ettore De Ruggiero - 1886)

Caesaraugusta è l'unica città romana che ha avuto il privilegio di chiamarsi per intero col nome del suo fondatore: Caesar Augustus.
Oggi è possibile scoprire il centro politico e gli edifici pubblici più emblematici della città romana e sperimentare le aree in cui si sono svolte le attività commerciali, economiche, politiche, sociali, culturali e religiose della colonia romana attraverso i:
• Caesaraugusta Forum Museum
• Caesaraugusta River Port Museum
• Caesaraugusta Public Baths Museum
• Caesaraugusta Theatre Museum

Caesaraugusta o Caesar Augusta fu una città romana (oggi Zaragoza, Saragozza in italiano, capoluogo dell'Aragona), fondata come "colonia immune" di Roma nel 14 a.c.​ sembra il 23 dicembre,​ sulla città ibérica intensamente romanizzata di Salduie, città iberica sedetana.​

IL FORO
Nella Colonia Immune i cittadini potevano battere moneta ed erano esenti da imposte. Essa divenne la città più influente nella media valle dell'Ebro, e la sua monetazione si diffuse in tutto l'interno della provincia Tarraconense.

La sua fondazione fece parte della riorganizzazione delle province dell'Ispania da parte di Cesare Augusto dopo la sua vittoria nelle guerre asturiane-cantabriche, prendendo il nome di «Colonia Caesar Augusta». La città sorse in posizione privilegiata sulle rive del fiume Ebro e vicino alla foce di Huerva e Gállego per cui sviluppò un ricco porto fluviale.
Inoltre godette del privilegio di mostrare il nome completo del suo fondatore, che affidò la sua deduzione, come molti altri compiti dell'Impero, al suo amico generale Marco Vipsanio Agrippa. I nuovi cittadini furono assegnati alla tribù aniense.

Alla fondazione della città parteciparono i veterani delle legioni IV Macedonica, VI Victrix e X Gemina, diplomati dopo la dura campagna contro Asturiani e Cantabrici, con la doppia intenzione di ripagarli del lavoro reso ma pure di garantire la difesa del territorio ormai romano.

Nel processo di riorganizzazione dei territori spagnoli vennero create tre province: la Tarraconense, la Bética e la Lusitania, divisi in conventi giuridici, distretti minori con funzioni giudiziarie e amministrative.
1- DECUMANO, 2- CARDO, 3- FORO, 4- PORTO FLUVIALE, 5- TERME PUBBLICHE, 6- TEATRO, 7- MURA
Di questi, quello governato da Caesaraugusta, il Convento giuridico di Cesare, era uno dei più grandi dei sette in cui era divisa la provincia di Tarragona.
Caesaraugusta assunse fin dall'inizio il ruolo di capo regionale, sostituendo la colonia Victrix Ivlia Celsa (nell'attuale Velilla de Ebro).

Il periodo di massima splendore della città nel I e nel II secolo portò molte delle grandi opere pubbliche, come:
- il forum,
- il porto fluviale, che ha reso Caesaraugusta il principale ridistributore di merci in la valle dell'Ebro, i bagni pubblici,
- il teatro
- il primo ponte della città, situato sul sito dell'attuale ponte Piedra e che probabilmente era un'opera di pietra o pietra mista e legno.
- serbatoi, fontane, canali di scolo delle fognature e varie sezioni di tubi di piombo e sanitari.

Caesaraugusta si estendeva per un'area di 44 ettari, di oltre 900 x 500 m attorno ai due assi del decumano massimo (attuali strade Sindaco ed Espoz e Mina e Manifestazione) e il cardo (la strada di Giacomo I) con quattro ingressi principali, la cui posizione venne mutata nel XV secolo, alle due estremità del cardo e del decumano.

AUGUSTO DI PRIMA PORTA A PORTA TOLEDO
Studi recenti ipotizzano che le varie infrastrutture della città: ponte, porto fluviale, forum e mercato, preesistessero alla fondazione romana, anche se  riformate e ampliate, come accadde con il forum, al tempo di Tiberio. 

Il ponte, il porto e le sorgenti termali potrebbero essere parte delle dotazioni della Salduie molto romanizzata degli anni 50-14 a.c. ma comunque fu Tiberio a volere la costruzione del teatro e la ristrutturazione del foro.

Del I sec. a.c. si conservano il mercato, una fogna e tubature di acqua potabile volute dall'Imperatore Augusto e al tempo del suo successore Tiberio risalgono gli splendidi forum urbani, una fogna, vari canali e alcune fondamenta.

Il museo del forum si trova sotto il seminterrato di Plaza de la Seo e l'accesso avviene attraverso un prisma di lastre di onice iraniano offrendo al visitatore uno spaccato della vita quotidiana della città durante il I secolo d.c., poco dopo la sua fondazione.



TARDA ANTICHITA' (284 - 408 d.c.) 

EPIGRAFE POETICA
SEC. IV-V IN ALABASTRO
Salito al potere, Diocleziano (284-305) riformò lo stato romano, continuamente minacciato dalle incursioni barbariche, dividendo le responsabilità del governo tra i tetrarchi, con Hispania, Africa e Italia, in mano a Maximiano. 

 In seguito i contadini vicino alla città si rifugiarono dentro le mura; quelli più lontani dovevano affidarsi alla loro difesa in piccole truppe scavate nelle torri di guardia. I grandi proprietari terrieri potevano disporre del proprio esercito privato, composto da schiavi e servi.

All'interno delle riforme amministrative avviate da Diocleziano, la Citerior Hispania era divisa in tre province: Gallaecia, Tarraconense e Cartaginense, tutte parte della diocesi Hispaniarum, con capitale a Merida. 

Caesaraugusta continuò a far parte della provincia di Tarraconense, governata da un presidio con sede a Tarragona, mentre l'ex convento giurisdizionale di Caesaraugusta scompariva.



LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO (408 - 472 d.c.)

Il comandante della Gran Bretagna, Costantino, nel 407 si ribellò all'imperatore d'Occidente, Flavio Honorio. Stabilì la sua capitale ad Arles, in Gallia, e inviò suo figlio, Cesare Constante, e il suo generale Geroncio a conquistare la Lusitania, ancora fedele ad Onorio.

Al suo ritorno, Costante passò attraverso Caesaraugusta, lasciando lì sua moglie, Geroncio e la maggior parte del suo esercito. Geroncio decise di ribellarsi contro Costantino e Costante, concordando con Alani, Suevi e Vandali la distribuzione della Penisola e la morte di Costante, cosa che avvenne.

Onorio reagì nel 411, sconfiggendo Costantino e Geroncio, ma riuscì solo a riconquistare il Taraconense, lasciando il resto dell'Ispania nelle mani delle tribù germaniche. Per giunta nel 405-406 d.c. il Reno si ghiacciò per cui le popolazioni germaniche lo traversarono a piedi saccheggiando e conquistando le terre della Gallia. Nell'autunno del 409 entrarono in Hispania.

L'archeologia mostra che durante il V secolo i luoghi pubblici della città furono abbandonati. Il forum fu abbandonato e le sedie del teatro furono riutilizzate nella costruzione di case. Queste case sono state spesso costruite proprio in questi spazi pubblici abbandonati, in quanto già in parte edificati.

Nel 472 la città fu definitivamente conquistata da un esercito visigoto guidato da Gauterico, per conto del re Eurico. Solo quattro anni dopo, nel 476, Odoacro, capo degli Heruli, depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, che di solito è considerato la fine dell'Impero romano d'Occidente e l'inizio del Medioevo.  
LE MURA

LE MURA

Le mura di Caesar Augusta, nella provincia dell'Hispania Citerior, vennero edificate tra il I e il III secolo a partire dalla volontà di Tiberio per una lunghezza di 3 km e con 120 torri difensive. Se ne conservano due sezioni: la più lunga, di circa 80 metri, nell'angolo nord-ovest, vicino al Torrione di La Zuda, tra il Mercato Centrale e la chiesa di San Juan de los Panetes, e un'altra sul lato nord-est, di due cubi, attualmente parte del Convento del Santo Sepolcro  (Paseo de Echegaray y Caballeros).

Le mura avevano un'altezza di circa dieci metri e una larghezza di quattro. A intervalli tra i quattordici e i sedici metri si trovavano torri di un diametro tra gli 8 e i 13 metri. Le mura romane furono utilizzate anche da visigoti e musulmani.

Studi recenti indicano che le mura ancora in piedi vennero edificate nella II metà del III secolo d.c. con una tecnica costruttiva uniforme: un corpo interno di cemento romano rivestito di conci da 7 m di spessore ad eccezione della sezione orientale, di 6 m di spessore.

I resti di opus caementicium attaccati dietro e nella fondazione delle mura risalgono invece al primo secolo, immediatamente dopo la fondazione della città. Nel III secolo, furono costruiti tre metri di spessore ulteriore. Il Muro è sotto la protezione del Decreto del 22 aprile 1949 e della Legge 16/1985 sul patrimonio storico spagnolo.

Fino alla fine del XX secolo, si riteneva che i confini della città del I secolo fossero quelli delle mura superstiti, ma all'inizio del XXI secolo ci si accorse dei resti del I e II secolo al di fuori delle mura conservate (Plaza de la Magdalena, strade di Antonio Agustín, Rebolería, Añón o di Valenzuela per esempio).

L'estensione iniziale della città occuperebbe l'est attuale distretto di Magdalena e Tenerías fino al corso della Huerva, e al sud una striscia di terra che raggiungerebbe le strade Cinco de Marzo e San Miguel, parallele al Coso Alto. Nella II metà del II secolo ci sono abbandoni di case situate in questa zona, che ha portato alla costruzione del muro a sud e ad est, causando il trasferimento della popolazione di questa zona verso l'interno delle mura. 

Probabilmente il limite occidentale e settentrionale sarebbero rimasti stabili dalla fondazione della città, anche con un muro di opus caementicium che proteggeva l'area più incustodita, mentre ad est il muro non era necessario per la protezione naturale del corso di Huerva, che segnerebbe il limite orientale. Nel III secolo il perimetro venne costruito o ricostruito con un muro di conci, di cui si conservano abbondanti resti.



LE PORTE

Porta Toledo 
- Si apriva all'estremità occidentale del decúmano, tra le attuali mura di San Giovanni dei Panetes e il Mercato Centrale. Era fiancheggiata da due torri merlate da cubi di mura e permase fino al 1848 quando fu demolita. 

Le sue basi rimangono ancora, scoperte verso la fine del XX secolo. 
Un monumento di Martín Trenor e la statua di Augusto di Prima Porta in bronzo, donata da Mussolini nel 1940, su un piedistallo in pietra nera a Calatorao, commemorano dal 1989 il luogo in cui si trovava.

Porta di Valencia
- Si apriva all'estremità orientale del decúmano, nel mezzo dell'attuale Basso Corso. 
È stata trovata un'iscrizione della "Porta romana" su un pilastro, che la citava.

Porta Nord, o Porta dell'angelo
- si apriva all'estremità nord del cardo, e conduceva al Ponte di Pietra. 
Fu conservato fino ai siti di Saragozza, all'inizio del IXX secolo, e può essere visto integro nel 1647 nella vista di Saragozza di Juan Bautista Martínez del Mazo.

Porta Cinegia
- si apriva all'estremità sud del cardo. 
Il suo nome deriva dal quartiere arabo di Sinhaya e la sua posizione è incerta, in quanto potrebbe trovarsi da qualche parte tra il teatro principale e Plaza España a Saragozza.

RICOSTRUZIONE DEL FORO (by https://www.vortice3d.com/)

IL FORO

Il forum della fase agostiniana o saluitana (che si trova nell'attuale Plaza de la Seo e nel museo del porto fluviale) aveva un carattere mercantile per il trasporto di merci da e verso Tortosa attraverso l'Ebro, e molto probabilmente era in funzione prima della fondazione romana. 

Il forum si trovava alla fine del porto fluviale, essendo questo il perno dell'economia cittadina, nonchè centro della vita sociale, religiosa, civile, politica ed economica di Caesaraugusta. 

Esso venne dunque ordinato da Augusto, o almeno ingrandito e rimodernato, e ampliato ancor di più da Tiberio, come solo i romani, con i loro straordinari ingegneri, sapevano fare.

Come tutti i Fori romani sorgeva su un ampio spazio aperto, un grande rettangolo di oltre 50 metri sul lato occidentale, dove erano alloggiati negozi costruiti in muratura e forniti di un seminterrato come magazzino.

Di queste si conservano a tutt'oggi sette taberne ancora visitabili sul lato est del foro, erette in opus vittatum e dipinte nel III stile iniziale. 

Il Forum era pavimentato con grandi lastre e circondato da uno o più portici, attorno ai quali erano situati gli edifici più importanti: - la Curia, 
- la Basilica 
- un Tempio imperiale con peristilio a doppia colonna, pavimentato con lastre di pietra calcarea e costruito con misti di opus vittatum, opus africanum e opus caementicium.

In esso sono riemerse le tracce della costruzione della curia e dei piedistalli di supporto di un programma iconografico scultoreo dedicato ad Augusto, alla sua famiglia e ai suoi successori. 

Vicino alla fogna massima che corre sotto il forum c'era una statua di un ragazzo del tempo di Nerone o Domiziano, che poteva rappresentare un atleta. 
A nord del Foro c'era una zona di deposito di cereali a cui si accedeva dal porto fluviale per mezzo di una scala monumentale con una porta a triplo passaggio. 

I resti di questa scala sono visibili nel Caesaragusta River Port Museum (come si vede in foto).
Infine, negli scavi del Palazzo del Pardo, attuale sede del Museo Camón Aznar, alla fine del XX secolo furono trovati resti di un muro che avrebbe fatto parte di un tempio o di una basilica e forse l'edificio più rilevante, centro di culto cittadino.

RESTI DELL'ACCESSO DEL PORTO FLUVIALE AL FORO

IL PORTO FLUVIALE

Nel Museo del porto fluviale di Caesaraugusta, in Piazza San Bruno 8, viene illustrato il vecchio porto della città romana di Caesaraugusta, l'attuale Saragozza, in Spagna.
In epoca romana, il fiume Ebro era navigabile e il porto di Caesaraugusta era considerato il terzo più importante in Hispania, dopo Logroño e Dertosa. 
Il porto fu costruito nel I secolo d.c. e fu abbandonato nella metà del VI secolo d.c. Alla fine del I o all'inizio del II secolo, le strutture furono completate con la costruzione di un mercato ad est dell'edificio di accesso. 
Gli edifici portuali si estendevano lungo la riva destra dell'Ebro sfruttando la maggiore calma delle sue acque in questa parte e si trovavano nell'angolo nord-est del foro con il quale si collegavano per mezzo di scale. Il commercio nel porto è stato molto attivo, distribuendo sia merci dall'interno (grano, legno o ferro) che dalla costa (ceramica, pesce salato, vino, ecc.).

IL TEATRO

IL TEATRO

La sua costruzione iniziò alla fine del governo tiberiano e fu completata ai tempi di Claudio intorno al 50 d.c., ma già progettato dalla pianificazione coloniale di Cesare Augusto. La romanizzazione delle colonie si basava molto sull'aspetto scenico e godibile degli edifici romani che fornivano alla popolazione non solo i lussi ma anche i piaceri destinati a tutto il popolo, come gli spettacoli di teatro e le terme.

Costruito nella prima metà del I secolo d.c. sotto i regni di Tiberio e Claudio, aveva una capacità di circa seimila spettatori e seguì il modello del teatro Marcello di Roma. Fu in uso fino al III secolo quando i suoi materiali furono purtroppo riutilizzati per costruire muri e altri edifici. 

La sua estensione di 7.000 metri quadrati, con 106 metri di diametro, lo rende uno dei più grandi dell'Hispania romana potendo ospitare circa 6.000 spettatori, in una città dove vivevano solo circa 18.000 abitanti.

Il teatro si ispirò al modello del Teatro Marcello di Roma, utilizzando una struttura in cemento per innalzare la tribuna che, sulla sua facciata esterna di tre piani e alta ventidue metri, era coperta con lastre di marmo o conci di opus quadratum che offrivano una decorazione monumentale.

RICOSTRUZIONE
A differenza dei teatri di ispirazione greca che utilizzavano terreni irregolari, l'edificio fu costruito infatti su un terreno pianeggiante con opus caementicium, con una struttura ad anello concentrico e pareti radiali tra loro disposte a formare una cavea o gradinate coperte da lastre di marmo, proprio come l'orchestra. 

La facciata era decorata con conci di opus quadratum, con un'altezza esterna di tre piani per ventidue metri ed aveva un accesso indipendente dalla porta centrale della facciata che traversava il teatro per uso delle autorità, accedendo direttamente ai posti riservati nel semicerchio orchestrale. 

Il suo declino iniziò nel terzo secolo, quando furono usate le pietre per ricreare altri edifici, lasciando solo il calcestruzzo romano che rimane ancora oggi. Successivamente venne coperto da altri edifici fino agli anni settanta del XX secolo, quando gli scavi lo hanno riportato alla luce e lo hanno dotato di un museo per la conservazione dei reperti archeologici.

Attraverso alcune passerelle i visitatori possono vedere i resti delle gradinate e il palco che sono stati protetti da un enorme tetto in policarbonato traslucido, come si può vedere in foto.. 

Nel 1973, i sondaggi archeologici furono portati alla luce e ora possono essere visitati nell'ambito del Museo del Teatro Caesaraugusta. L'8 ottobre 2001 è stato dichiarato di interesse culturale nella categoria dei monumenti.

PONTE DI PIETRA

PONTE DI PIETRA

L'esistenza di un ponte sul fiume Ebro situato nella posizione dell'attuale ponte di pietra (probabilmente già esistente nell'era Salduie) è documentata dalla scoperta di tubi di piombo che sostenevano il ponte e che portavano acqua potabile dal fiume vicino Gállego in città. 

Non è chiaro se si trattasse di pietra o legno in epoca romana, ma sappiamo che i romani amavano costruire per l'eternità e pertanto prediligevano la pietra, per il prestigio della capitale Caesaraugustana ma pure per la sua funzione di acquedotto il cui tubo pesante richiedeva il sostegno di un ponte di pietra .



IL SISTEMA FOGNARIO
Caesaragusta aveva un'intera rete fognaria, con fognature e tubature e un approvvigionamento di acqua potabile garantito dagli acquedotti che raccoglievano acqua in grandi cisterne di raccolta e i cui resti archeologici sono stati essenzialmente scavati dall'ultimo decennio del XX secolo. 
MONETA SOTTO CALIGOLA., AL DRITTO
IL GENERALE AGRIPPA, AL ROVESCIO RITUALE
DELLA FONDAZIONE DELLA COLONIA
L'intera riva del fiume Ebro era minacciata continuamente dalle inondazioni a un livello pari a quello attualmente raggiunto in Plaza del Pilar. Nel quartiere delle Tenerías, ad esempio, c'era uno scarico per le inondazioni periodiche dell'Ebro costituito da un campo di anfore raggruppate e collocate all'inverso. 
La portata di queste opere ha risolto il rischio di inondazioni dell'Ebro, e Saragozza ne ha beneficiato fino ad oggi. Abbondanti radure furono praticate intorno alla città per creare i terreni agricoli che avrebbero rifornito la colonia.
La rete fognaria si estendeva sotto il forum, e perpendicolare all'Ebro, di 2,82 m di altezza e 2 m di larghezza, costruita in opus caementicium con rivestimento in opus incertum. Altri sistemi di drenaggio in città avevano dimensioni notevoli, senza raggiungere quelli della fognatura principale. Quindi, c'è una sezione su Espoz y Mina Street, lavorata su opus vittatum, alta 1,2 m e larga 0,6. 

MOSAICO DELLA VILLA RUSTICA DI ESTADA -V sec.

I TEMPLI

Alla fine degli anni '80, nel corso della ristrutturazione di Plaza del Pilar, apparvero la fondazione e la parte del podio di un tempio capitolino, situato dove si trova oggi il parcheggio sotterraneo della piazza, abbastanza lontano dall'unico forum noto, che, insieme a un orientamento dell'asse EO (entrata da est), suggerirebbe l'esistenza di due forum collegati.
Oltre a questa scoperta, l'aspetto dei templi può essere documentato attraverso le monete emesse a Saragozza. 
In un secondo dell'anno 28 è rappresentato un tempio di tipo esadecimale, a cui si accedeva attraverso tre livelli, con colonne di tipo attico e un semplice frontone decorato geometricamente con triangoli inscritti che era dedicato ai preti agostiniani. 
Più tardi, in un asso dell'anno 33, appare un altro tempio tetrastile con colonne corinzie con scanalature.

MOSAICO DI EROS E PAN CAESARAUGUSTA II - III SEC.

LE TERME

Nella fase finale Julio-Claudia, che comprende i governi di Caligola, Claudio e Nerone, furono eseguiti ulteriori lavori pubblici, costruendo spazi paesaggistici e altre importanti infrastrutture, come le sorgenti termali pubbliche che sono apparse sulle strade di San Juan e San Pedro, che ora sono state convertite in uno spazio museale.

Da queste sorgenti termali pubbliche, una piscina o una piscina circondata da colonne è conservata in buone condizioni, seguendo esempi di rappresentazione romana. Le terme erano disposte in un asse consecutivo, seguendo la sequenza natatio, frigidaria, tepidaria e caldaria. 

Pavimenti e pareti erano decorati internamente con lastre di marmo, alle quali si aggiungevano ornamenti floreali della tradizione Julio-Claudia. C'erano diverse sorgenti termali pubbliche ma pure quelle private nelle case private. Tra i primi ci sono quelli trovati nella piazza delle cattedrali, dai tempi di Nerone o Vespasiano.
Numerosi esempi di domus di ricchi cittadini della città avevano sorgenti termali private, sebbene siano apparsi anche altri stabilimenti termali di natura pubblica, come quelli in Plaza de Santa Marta, che conservavano resti di ghirlande e dipinti floreali.


LA PRODUZIONE

Caesaraugusta è già una città dotata di un perimetro agricolo o agricolo di grande importanza, irrigata dai quattro fiumi che convergono nelle sue vicinanze (Jalón, Huerva, Gállego ed Ebro); di necropoli situata ai margini delle strade di accesso alla città e una serie di officine industriali tra cui spiccano i vasai.

La strada occidentale o della porta di Toledo, aveva generato ai suoi margini un quartiere di officine di vasai, poiché le industrie della città dovevano insediarsi fuori dal recinto urbano per generare contaminazione e rifiuti.

Nella II metà del I secolo d.c. aumentano le produzioni ceramiche come si osserva nelle varie case scavate a Saragozza. La ceramica compare nei corredi di uso quotidiano proveniente soprattutto
dai laboratori di ceramica di Saragozza, situati in via Predicatori, dalla I del I secolo d.c..

TRICLINIO DELLA DOMUS DELLA CALLE DI ANON

LE DOMUS

Nel II secolo vi fu una notevole crescita dell'economia delle ville rustiche, addette alla produzione agraria. Cosa che del resto avviene anche sul suolo italico.

La seconda casa, o casa di campagna diventa oltre che luogo di villeggiatura, attività agricola remunerativa dove lavorano gli schiavi.

PITTURA MURALE VIA S. AGOSTINO 5-7 MUSA ADRIANEA (117-138)
Un esempio di ciò si trova tra le strade di Alfonso V e Rebolería è una villa, risalente al I secolo, incentrata su un impluvium porticato dotato di una statua centrale di un Fauno ubriaco che giace su una pelle da cui scorre liquido, che ha un parallelo nelle statue di ninfe che giacciono nella città di Virunum. 

Tuttavia, i sondaggi archeologici non hanno documentato finora la presenza di insule o blocchi abitativi. 

Verso la fine del II secolo, compaiono mosaici policromi e decorativi, come quello della grande domus di San Juan de los Panetes dedicata a Orfeo (forse del III secolo), domus di grandi proporzioni il cui soggiorno era di 47 mq. 

Altri mosaici di grande bellezza sono quello di Eros e Pan, quello di Eros e Psiche e quello del Trionfo di Bacco che apparve accanto a un importante gruppo scultoreo, il Gruppo Ena, dove due ninfe suonavano musica, che riflettono un gusto squisito, un delicato cesellato e un sapore filo-ellenistico introdotto nell'Impero sotto gli Antonini.

Il mosaico, anch'esso del III secolo, è conservato nel museo Marés di Barcellona. Altri sette mosaici sono stati rinvenuti tra le strade di Coso Alto e Alfonso I.

Sempre alla fine del XX secolo, in via San Agustín furono trovati 5-7 resti di una domus provvista di dipinti murali policromi che includevano rappresentazioni delle muse. 

È uno stile risalente al tempo di Adriano (117-138) nuovo a Caesaraugusta e caratterizzato da una gamma di toni caldi e rappresentazione figurativa. 

Aumenta col tempo l'ornamento pittorico delle pareti delle case. Accanto a queste complesse decorazioni, continuano ad apparire modelli più semplici, che decorano le pareti con imitazioni di marmo e dureranno fino al IV secolo.

IL TEATRO

LE NECROPOLI

La necropoli della città era stata situata al di fuori delle mura, ai lati del grande accesso e delle strade di uscita della città. Nel terzo secolo, sono già documentate almeno tre importanti necropoli, una su ogni strada corrispondente alle uscite est o Toledo (quartiere di San Pablo, strade di San Blas e Dosset), ad ovest (necropoli di Las Fuentes, via Nuestra Señora del Pueyo) e nord (vicino all'Ebro, al Paseo de Echegaray e al Caballero).

A metà del IV secolo, un cimitero cristiano, una religione che a Saragozza risale alla metà del III secolo, emerge intorno a uno spazio di culto nella cappella delle Sante Messe, come testimonia una lettera del vescovo Cipriano, capo della Chiesa Cristiana a Cartagine.



MAGNO - MAGNUS (Usurpatori)

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ALESSANDRO SEVERO

Nome: Magnus
Nascita: ?
Morte: ?
Regno: 235


L'UCCISIONE DI ALESSANDRO SEVERO

Secondo la versione di Erodiano, la rivolta dei soldati che portò alla morte di Alessandro Severo fu dovuta principalmente al fatto che molti dei soldati di origine pannonica e mesica, assai devoti a Massimino, ritenevano che Alessandro dipendesse troppo dal potere della madre e si stesse comportando con codardia nel condurre la guerra contro gli Alemanni. Pertanto, stabilirono di uccidere Alessandro e di elevare alla porpora imperiale Massimino, che inizialmente rifiutò ma poi decise di accettare a patto che l'acclamazione fosse seguita dall'immediata uccisione di Alessandro, prima che questi avesse il tempo di organizzare le legioni poste sotto il suo diretto comando.

Alessandro, abbandonato dai suoi, fu assassinato nella propria tenda, assieme alla madre Giulia Mamea, da un tribuno e da alcuni centurioni mandati a ucciderlo da Massimino (fine di febbraio/inizi di marzo 235. Secondo invece la versione di Zosimo, la morte di Alessandro avvenne a Roma:
«Quando Alessandro venne a sapere della rivolta, mentre si trovava nelle province del Reno, tornò rapidamente a Roma, promise ai soldati ed allo stesso Massimiano il perdono, nel caso rinunciassero all'impresa. E poiché non fu in grado di convincerli, abbandonò ogni speranza e si uccise. Anche la madre, Mamea, giunta dal pretorio con i due prefetti per porre fine alla rivolta, si uccise insieme a loro.»

(Zosimo, Storia nuova, I, 13.2.)

MASSIMINO IL TRACE

MASSIMINO IL TRACE

Dunque Massimino uccise Alessandro e fu il primo barbaro a diventare imperatore romano, grazie al solo consenso delle legioni, essendo nato senza la cittadinanza romana, e senza essere neppure senatore. Fu anche il primo imperatore a non aver mai messo piede a Roma, in quanto trascorse i suoi tre anni di regno impegnato in vittoriose campagne militari.
«Era in grado di trascinare un carro a quattro ruote a forza di braccia, muovere da solo un carro carico di gente, buttar giù i denti di un cavallo con un pugno, spezzargli i garretti con un suo calcio, frantumare pietre di tufo, spaccare alcune piante in due, tanto da essere chiamato da alcuni Milone di Crotone, da altri Ercole da altri ancora il gigante Anteo

(Historia Augusta - I due Massimini, 6.9.)



MAGNO L'USURPATORE

Magno (latino: Magnus; ... – 235) è stato un presupposto usurpatore contro l'imperatore romano Massimino Trace, presupposto in quanto non risulta che abbia mai indossato la porpora, anche se venne acclamato come tale dai membri del senato romano.
Di lui abbiamo poche notizie, non conosciamo neppure per intero il suo nome, sappiamo che era un Senatore di rango consolare, e che dopo la morte dell'imperatore Alessandro Severo condivise e fomentò col resto del Senato romano lo scontento per l'elezione di Massimino Trace che era un plebeo ed era pure un barbaro.

Magnus di mise d'accordo con un gruppo di ufficiali, soprattutto equites, e senatori, ideando un colpo di stato, per deporre Massimino e porre se stesso sul trono. L'idea era di far distruggere a un nutrito gruppo di soldati e genieri il ponte sul Reno attraverso cui sarebbe passato l'imperatore in occasione della sua campagna contro i Germani. 
Ciò avrebbe bloccato Massimino in territorio teutonico che era molto ostile e difficile da combattere in quanto sfuggiva alla guerra aperta e tendeva agguati nella selva, operando una guerriglia che dissanguava le legioni.
In questo modo Massimino sarebbe stato costretto a costruire barche o zattere per passare il fiume, il che avrebbe richiesto diverso tempo, e i romani avrebbero avvertito i nemici Germani ponendo l'imperatore nelle loro mani.
Sembra tuttavia che un cavaliere, che era stato coinvolto nel complotto, non fosse affatto d'accordo sul tradimento per cui fece avvertire il senato. Magno, con i suoi compagni senatori e con gli ufficiali loro complici, venne incarcerato, processato e giustiziato.
Alcuni riferiscono che all'epoca Magno fosse già stato investito della porpora mentre Massimino il Trace era a combattere nella campagna contro i Germani, ma non ci sono prove dell'usurpazione. Si pensa sia rimasto solo un infelice tentativo.



BIBLIO

- André Chastagnol - Histoire Auguste - R. Laffont - Paris - 1994 -
- M. Silvestrini - Il potere imperiale da Severo Alessandro ad Aureliano - Einaudi - Torino - 1993 -
- Maximinus Thrax - De Imperatoribus Romanis -
- K. Hoeber - Caius Julius Verus Maximinus Thrax - The Catholic Encyclopedia, Vol. 10 - Robert Appleton Company - New York - 1911 -
- Karlheinz Dietz - Senatus contra principem - C. H. Beck ed. - Monaco - 1980 -

PORTA CESPIA (Porte serviane IV sec. a.c.)

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Risultato immagini per porta Colle Cispio
COLLE CISPIUS
La Porta era detta Cespia in quanto consentiva l'entrata e l'uscita dal Colle Cespio. Il Colle Cespio, o Cispio, o, in latino,  Cispius o ancora Cipsius, è una delle tre alture che, con Fagutal e Oppius costituivano il Mons Esquilinus.

Festo, secondo notizie dateci da Varrone, racconta che il colle Oppio e il colle Cispio che si trovano sull'Esquilino furono chiamati così perché durante una battaglia per difendere Roma dai ribelli Albani, il colle Oppio fu difeso dal condottiero omonimo, Oppius, che capeggiava i Tuscolani e il colle Cispio fu difeso dal condottiero Levio Cispio che capeggiava gli Anagnini.

Qui, sulla sommità del colle si estendeva il Lucus Poetelius, uno dei boschi sacri di Roma, nominato appunto in un passo di Varrone, giusto dove sorge Santa Maria Maggiore.

Il colle è una propaggine del colle Esquilino, e su questa propaggine sorge la Basilica di Santa Maria Maggiore e sul lato dell'abside a piazza dell'Esquilino, sorge l'obelisco Liberiano o dell'Esquilino. L'obelisco di S. Maria Maggiore, poggia sul terreno spianato che un tempo era il mons Cipsius, portato a quel livello da Sisto V.

MONS CISPIUS
Infatti la via Cavour, all'incrocio con la via Urbana, e che si trova a solo 75 metri più a sud rispetto a piazza dell'Esquilino, poggia sopra un avvallamento nascosto dal manto stradale, che va dai 13 ai 17 metri, infatti le case che si trovano su via Urbana hanno cantine molto profonde, molte delle quali insistono su volte romane di età imperiale, che testimoniano l'altezza della modificata altura del mons Cispius.

Il Monte Cispio è alto 55 metri alla sua sommità, giusto dove si trova la Basilica di Santa Maria MaggioreTale edificio era comunque poco distante da altri luoghi del colle Cispio ricordati in diversi documenti: il Forum Esquilinum, il Macellum Liviae, la basilica di Giunio Basso trasformata nella chiesa di Sant'Andrea Catabarbara, il santuario di Giunone Lucina molto frequentato dalle partorienti.

Essendoci in zona il Foro Esquilino, il grande mercato del macellum Liviae e il famoso santuario di Giunone lucina è ovvio che la zona avesse una sua porta tra le mura che proteggevano la zona urbica.

Sappiamo pertanto che esisteva una Porta Cespia, a due pesanti battenti di legno rinforzati col ferro, dotata di potenti cardini di ferro, che assicurava l'entrata nel luogo nonchè la sua protezione.
Purtroppo non abbiamo indicazioni sull'ubicazione di questa porta anche se gli studiosi l'hanno dibattuta a lungo.



BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Salvatore Aurigemma - Le mura "serviane", l'aggere e il fossato all'esterno delle mura, presso la nuova stazione ferroviaria di Termini in Roma - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - 1961-1962 -
- Giacomo Boni - Nuova Antologia - Mura urbane - 1911 -
- J. Le Gall - La muraille servienne sous le Haut-Empire - in Rome. L’espace urbain et ses représentations - eds. F. Hinard, M. Royo - Paris - 1991 -

TARAS - TARANTO (Puglia)

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« E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano. »

(Quinto Orazio Flacco - A Settimio)

MAPPA DI SOLETO

ORIGINE DEL NOME

Il toponimo Taras (in greco: Τάρας), nome originario della città, è legato alla colonizzazione ellenica della Magna Grecia che iniziò dall'VIII-VII secolo a.c. con le colonie ioniche e doriche. Il toponimo compare, oltre che sulle monete magno-greche risalenti al periodo di massimo splendore della città, anche sulla Mappa di Soleto, scoperta all'interno di un grande edificio messapico nel 2003 a Soleto (LE - Puglia - Italia) dall'archeologo belga Thierry van Compernolle, a testimoniare le relazioni esistenti tra gli Iapigi, i Messapi ed i Greci nel V secolo a.c.

La più antica mappa geografica occidentale dell'antichità classica, incisa sul frammento di un vaso attico smaltato di nero.
Taras era una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, nonché leggendario fondatore della città di Taranto. Sposò Satureia, figlia del re Minosse.

 Circa nel 2000 a.c., Taras avrebbe navigato fino in puglia, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui avrebbe preso il nome: il fiume Tara. Mentre Taras compiva sacrifici sulle rive dello Ionio per onorare suo padre Poseidone, gli sarebbe apparso improvvisamente un delfino, segno che avrebbe interpretato di buon auspicio e di incoraggiamento per fondare una città da dedicare a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo, località tuttora esistente. Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi.

Le indagini sulll'area del promontorio di Torre Saturo (da Satyria) hanno rivelato una fonte ancora attiva fino a pochi anni fa denominata Satyria dal nome della ninfa del luogo (figlia di Minosse e madre dell'eroe Taras), con i resti di un primitivo santuario in grotta, ora in rovina, riferibile a un antico culto indigeno della ninfa, in età arcaica forse associato a quello coloniale ctonio di Persefone-Kore, a cui più tardi per influsso di Taranto sembra congiungersi il culto di Afrodite.

Questo perchè tra i resti stipe arcaica figurano frammenti vascolari con iscrizioni a Gaia, il nome tarantino di Persefone; mentre si sono rinvenuti i frammenti di un'anfora attica a figure nere del pittore Exekias, operante nel VI sec. a.c., recante una dedica incisa alla Basilìs, l'epiteto tarantino di Afrodite.

L'abbondantissimo materiale votivo del santuario era raccolto in favisse: le più antiche, del VII-V sec. a.c., spesso in costruzioni di pietre; le più tarde in forma di bòthroi e traboccanti di ceramiche e terrecotte votive del IV e III sec. a.c., quasi sempre intenzionalmente frantumate.

Fra le statuette più antiche vi sono esemplari di tipo dedalico, sculture greche in pietra di grandezza naturale e oltre, il cui stile ricorda gli avori scolpiti siriaci e fenici del IX e dell'VIII secolo a.c., con figura frontale, corpi con vita stretta e busti triangolari, parte superiore della testa piatta, fronte bassa con linea dei capelli dritta, viso a triangolo con grandi occhi, incorniciato da capelli che cadono sulle spalle con divisioni orizzontali o in sottili trecce.

Ma vi compare pure la ceramica dell'Antico e del Medio Corinzio, con scene mitologiche tratte dall'epopea omerica. Numerosi anche i vasi laconici, spesso imitati sul luogo o provenienti da Taranto, quelli rodii e soprattutto attici a figure nere e a figure rosse.

Importante un sacello con statua marmorea acefala del IV sec. a.c., forse Afrodite, accompagnata da statuette raffiguranti la dea o le sue devote in stile tarantino.
Significativi il rinvenimento di statuette raffiguranti Satyria e Taras sul delfino, le quali sembrano richiamare l'antico culto locale della ninfa.

La tradizione riporta la fondazione di Taranto al 706 a.c. quando, come riferisce lo storico Eusebio di Cesarea, un gruppo di coloni Spartani occupa questa zona per trasferircisi.
L'approdo avviene sul promontorio di Saturo e qui fioriscono i primi insediamenti.

Come sempre accade i primi coloni si considerarono gli aristocratici del luogo attribuendosi vari privilegi come avvenne per i primi romani insediatisi sui colli.

Lo sfruttamento del fertile territorio venne difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati.
A differenza delle altre città della Puglia (come Bari e Brindisi), Taras (Taranto) non fu annessa all'impero romano se non in epoca tarda.
La leggenda racconta che nell'VIII secolo a.c., l'eroe spartano Falanto divenne il condottiero dei Partheni, cioè di quel gruppo di cittadini nati durante la guerra messenica, dell'aristocrazia al potere nella città di Sparta.

Consultando l'Oracolo di Delfi prima di avventurarsi alla ricerca di nuove terre, apprese che sarebbe giunto nella terra degli Iapigi, e che avrebbe fondato una città quando egli avesse visto cadere la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole (in greco ethra).

Falanto si mise in viaggio, fino a quando giunse nei pressi della foce del fiume Tara. Venne sconfitto dagli Iapigi e, addormentatosi sul grembo della moglie, ella pianse a dirotto sul volto del marito, commossa dalle sue traversie.

L'oracolo si era avverato, una pioggia era caduta su Falanto da un cielo sereno: le lacrime della moglie Ethra (cioè etere) Così Taras fondò lì la sua città lì, presso l'insediamento iapigio di Saturo, con un santuario per il culto di Poseidone.

Più tardi, giunsero dal mare nuove popolazioni Arii (indoeuropei), che, attratte dalla particolare conformazione della costa, costruirono le loro case su palafitte. Un po' alla volta gli Arii riuscirono a sottomettere le popolazioni locali ed a controllare tutto il territorio.

RESTI DEL TEMPIO DORICO

LA MAGNA GRECIA

Intorno al 500 a.c. la città era governata da una monarchia, infatti un re tiranno di nome Aristofilide provocò un gran numero di esuli. L'ultimo re assalì più volte i vicini Peucezi e Messapi, fino alla definitiva sconfitta subita da parte degli Iapigi nel 473 a.c., riportata da Erodoto. Questo evento fece espellere l'aristocrazia sostituendola con un sistema democratico, cacciando non solo gli aristocratici ma pure i Pitagorici.

Nella prima metà del V secolo a.c. la città ebbe una nuova cinta muraria e si edificò un imponente tempio dorico sull'acropoli. Tra il 444 a.c. ed il 433 a.c., entrò in guerra per il possesso della Siritide contro la colonia di Thurii, conclusasi con una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Heraclea, in cui, però, prevalse la componente dorica di Taranto.

GRANDE MOSAICO
Successivamente Taranto parteggiò per Sparta e nella guerra del Peloponneso contro Atene,  negò nel 415 a.c. l'approdo alle navi ateniesi dirette in Sicilia. Dal 343 al 338 a.c. i Tarantini si scontrarono ancora con i Messapi, ma vennero sconfitti.

Nel 335 a.c., in occasione di una guerra contro Lucani, Bruzi e Sanniti, Alessandro I detto il molosso,  conquistò le città di Brentesion (Brindisi), Siponto, Heraclea (Eraclea), Cosentia (Cosenza) e Paestum (Pestum).

Nel 303 a.c., per frenare l'espansione di Taranto, i Lucani si allearono con Roma, che, tuttavia stipulò la pace, con una clausola che vietava alle navi romane di spingersi a oriente oltre Capo Lacinio.


Nel 282 a.c., Roma inviò una flotta composta da dieci navi in soccorso degli abitanti di Thurii, assediati dai Lucani, oltrepassando Capo Lacinio e pretesero di ormeggiare nel porto di Taranto. I Tarantini le affrontarono con la propria flotta, riuscendo ad affondare quattro navi e a catturarne una e facendo molti prigionieri tra i Romani. Poi marciarono contro la vicina Thurii, sconfissero il presidio romano e saccheggiarono la città.

Roma, non volendo la guerra,  inviò nella città come ambasciatore Lucio Postumio per chiedere con fermezza la restituzione della nave e dei prigionieri catturati, nonché l'abbandono di Thurii. Postumio fu accolto con dileggio e sarcasmo per il suo abbigliamento e per il greco incerto con cui si espresse.

Avendo, inoltre, espresso delle minacce, per reazione i Tarantini invitarono l'ambasceria ad abbandonare subito la città e si racconta che in quell'occasione un uomo di nome Filonide, orinò sulla toga di Postumio, che così ammonì la popolazione: "Per lavare quest'offesa spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime". E così nel 281 a.c. Roma dichiarò guerra a Taranto.

L'ACQUEDOTTO TARANTINO

TARANTO CONTRO ROMA 

Taranto strinse alleanza con Pirro, Re dell'Epiro, che inviò il suo luogotenente Milone con un esercito di circa 30.000 uomini e 20 elefanti e obbligò i giovani Tarantini ad arruolarsi.

Gli scontri tra Epiroti e Romani furono un vero eccidio: la Battaglia di Heraclea del 280 a.c., che ebbe protagonisti il console romano Publio Valerio Levino e lo stesso Pirro, costò 7.000 morti, 2.000 prigionieri e 15.000 feriti ai Romani e 4.000 morti più un gran numero di feriti tra i greci. I successi degli Epiroti erano legati alla presenza degli elefanti da guerra, sconosciuti fino ad allora ai Romani.

La lega tarantino-epirota vinse anche nella Battaglia di Ascoli Satriano del 279 a.c., ma, nonostante queste iniziali vittorie, Pirro, consapevole dei rischi con Roma, si spostò in Sicilia. I Romani intanto si riorganizzarono e impararono a difendersi dagli elefanti, per cui iniziarono a vincere, tanto che Pirro accettò di abbandonare l'Italia, a patto che Taranto fosse salva.


Tuttavia, Roma tornò ben presto in campo contro i popoli del sud e Pirro fu nuovamente invitato a ritornare in Puglia. Le sconfitte di Pirro furono questa volta decisive, tanto che, dopo la disfatta di Malevento si ritirò in Grecia (dove morì poco dopo), lasciando a Taranto solo una piccola guarnigione comandata da Milone.

I Tarantini chiesero l'aiuto di una flotta cartaginese per liberarsi del presidio epirota. Ma Milone consegnò la città al console romano Lucio Papirio Cursore, console del 293 a.c.  che, con il collega Spurio Carvilio Massimo, nel 272 a.c. ne fece smantellare le mura, imposero un tributo di guerra togliendole armi e navi. Tutto ciò che ornava Taranto (statue dell'arte greca, oggetti preziosi) fu inviato a Roma.

Vennero prelevate anche le menti migliori del tempo: matematici, filosofi e letterati, tra cui Livio Andronico (drammaturgo, poeta e attore), che tradusse in latino l'Odissea; il grande poeta Leonida (il maggiore esponente della scuola dorico-peloponnesiaca), invece, riuscì a fuggire prima della capitolazione della città, ma da quel momento visse un'esistenza molto povera, morendo in esilio. Roma nominò Taranto sua alleata ma non lo consentì di coniare moneta.


Durante la II Guerra Punica, Taranto, ancora antiromana,  brigò per favorire l'arrivo dei Cartaginesi, così Annibale riuscì nel 212 a.c. ad impadronirsi di Taranto e costrinse all'assedio i Romani, che non furono più in grado di usare la città come base logistica per le proprie truppe.

Nel 209 a.c., il console romano Quinto Fabio Massimo si impadronì nuovamente di Taranto, grazie al tradimento di un ufficiale cartaginese e nel 123 a.c. Gaio Gracco ne fece una colonia. Dopo l'89 a.c., la comunità greca e la colonia romana divennero municipium, ora Taranto era romana.

Nell'occasione di uno storico patto tra Augusto e Marco Antonio nel 37 a.c., la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. La città prosperò all'epoca di Traiano, durante il quale furono costruite le terme Pentascinenses, poi restaurate nel IV secolo da Furio Claudio Togio Quintilio il Corrector Apuliae et Calabriae.

CAMPAGNA ELETTORALE DEI CONSOLI

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PROPAGANDA ELETTORALE
Nella Roma antica per candidarsi a console bisognava essere cittadino Romano, aver compiuto 42 anni, non avere altre cariche e non aver subito alcun processo penale. Inoltre ci volevano le giuste qualità finanziarie, cioè disporre di una gran quantità di denaro per portare avanti la propria campagna elettorale, che si stimava in 1 milione di sesterzi, pari a circa 2 milioni di euro.

I candidati dovevano presentare ad un consiglio una "professio nominis", cioè una dichiarazione ufficiale. Il consiglio poi decideva se accettare o meno i candidati e poi pubblicava la lista (proscriptio), l’accettazione delle candidature al magistrato incaricato (professiones petentium) e infine la pubblicazione dei nomi.

I cosoli venivano eletti ogni anno (dalle calende di gennaio di ogni anno a dicembre) dai comizi centuriati, ma la campagna elettorale si svolgeva nell'estate dell'anno precedente. Cesare fu eletto nel luglio del 60 a.c. per il 59 e dovette rinunciare al trionfo per essere presente fisicamente a Roma senza armi.
Ma per essere eletti era necessario avere una vasta rete di contatti sia con gli elettori, sia con gli imprenditori di allora, commercianti, armatori e costruttori perché a Roma c’era bisogno del loro appoggio per condurre la campagna, in cambio ovviamente di favori a buon rendere. Ci si rivolgeva inoltre a personaggi influenti che erano a capo di comitati elettorali, i quali a loro volta si rivolgevano ai faccendieri.

Naturalmente il mezzo di propaganda più efficace era dato dalla pubblicità, che venivano dipinti sui muri. Si chiamano i "Programmata" e a Pompei sono state trovate varie iscrizioni di questo tipo, dai toni tutto sommato piuttosto contenuti. Si trattava di iscrizioni parietali, dipinte sui muri, in cui compaiono, oltre al nome del candidato e della nomina a cui concorre, anche i nomi di uno o più sostenitori che invitano la cittadinanza a votare per quel candidato.

Anche se chiunque avrebbe potuto scrivere una frase di propaganda, c'erano però degli scriptores, dei professionisti che nel resto dell’anno si occupavano di ogni genere di avvisi; essi non erano molti, tanto che in tempo di elezioni esistevano degli scriptores ausiliarii, che aiutavano i primi.
Il loro lavoro si svolgeva di notte, quando la città era più tranquilla e nessuno li avrebbe infastiditi, comunque per sicurezza ma pure per organizzazione essi agivano in squadre, che erano composte da:
- uno scriptor professionista,
- degli scrptores ausiliarii,
- un dealbator (imbianchino), 
- uno scalarius, che portava le scale 
- un lanternarius, che doveva far luce.

Sui muri si dipingeva il nome dell'aspirante con qualche definizione delle sue buone qualità come:
- vir bonus et egregius (galantuomo), 
- verecundissimus (assai modesto), 
- dignissimus (molto virtuoso), 
- benemerens (meritevole d’ogni bene), 
- frugis (parco), integrus (integerrimo), 
- innocens (incapace di far del male)

Esempi di Pompei:
- Vi chiedo di eleggere duumviro, per far rispettare la legge, Olconio Prisco: è degno di governare gli affari municipali.
- Vi prego di eleggere Lucio Rusticelio Celere che è degno della municipalità.
- Si invita a votare Bruttio Balbo che conserverà la cassa municipale.- Asellina propone Ceio Secondo come duumviro per imporre la legge.

Oppure:
- Fabio Eupore, capo dei liberti, (propone) / Cuspio Pansa come edile.
- Gli orefici tutti / propongono / G. Cuspio Pansa edile".
- Se si ritiene che la virtù valga qualcosa nella vita, / Lucrezio Frontone è degno di essere eletto alla carica.
- Vi prego di eleggere edile / G. Giulio Polibio. Fa il pane buono.
- Vi prego di eleggere Elvio Sabino come edile, degno dello Stato, uno buono.

Non mancavano i commenti satirici sotto agli inviti, come:
- Votalo e lui ti voterà quando sarà il tuo turno!
- Votalo, perché durante il suo precedente mandato non è morto neppure un asino!
O più in generale:
- Per ambizione quante bugie si scrivono!
- Mi meraviglio, o parete, che tu non sia ancora crollata sotto il peso delle scempiaggini di tanti scribacchini.

Ma i politici di allora avevano anche il manuale elettorale di Quinto Cicerone, fratello del più noto
Marco Tullio, un manuale sui consigli pratici di comportamento per un candidato.

MARCO TULLIO CICERONE
Commentariolum petitionis

QUINTO TULLIO CICERONE (a suo fratello)
Quinto saluta il fratello Marco


I.1. Benché tu sia già dotato di tutto ciò che gli uomini possono raggiungere con il talento o con l'esperienza o con l'applicazione costante, tuttavia, in nome del nostro affetto, ho ritenuto scriverti quanto mi veniva in mente, pensando giorno e notte alla tua candidatura. Non pretendo che vi tragga nuovo insegnamento, ma presentarti in uno sguardo d'insieme ed in un'organica sistemazione delle idee che apparivano sparse e confuse. Benché la natura eserciti una forza notevole, sembra tuttavia che, in una questione della durata di pochi mesi, essa possa cedere il passo a qualche artificio particolare.

2. Considera quale sia la tua città, che cosa tu richiedi, chi tu sia. Quasi ogni giorno, percorrendo la strada che porta al foro, devi riflettere su questo: 'Sono un uomo nuovo, aspiro al consolato, si tratta di Roma'. Alla novità del nome potrai dare sostegno con la tua fama di oratore; l'eloquenza ha sempre riscosso grandissima considerazione: non può essere ritenuto indegno del consolato un degno patrocinatore di uomini consolari. Perciò, dal momento che prendi le mosse da questa fama, e tutto ciò che sei lo devi all'eloquenza, presentati a parlare con una preparazione tale, come se in ogni causa si dovesse dare un giudizio complessivo sul tuo ingegno.

3. Che siano sempre pronti tutti i trucchi del mestiere favorevoli a quest'arte, che, so bene, tu tieni in serbo; ricordati quanto scrisse Demetrio sull'applicazione e sul modo di esercitarsi di Demostene. In secondo luogo, accertati che sia ben chiaro il gran numero dei tuoi amici e la classe a cui appartengono, poiché tu hai dalla tua parte ciò che nessun uomo nuovo ha mai avuto: tutti i pubblicani, quasi tutto l'ordine equestre, molti municipi a te devoti, molti uomini di tutti gli ordini da te difesi, un certo numero di collegi, e infine parecchi giovani, il cui appoggio ti è assicurato dall'interesse per l'eloquenza, amici che ogni giorno ti stanno vicini numerosi.

4. Cerca di mantenere questi vantaggi ricordando con preghiere e con ogni mezzo, a quanti ti devono riconoscenza, che non avranno altra occasione di provartela, che non vi sarà per loro altra occasione di renderti obbligato ad essi. C'è un altro motivo che può essere di grande aiuto ad un uomo nuovo, il consenso dei nobili e soprattutto dei consolari; è utile che quelle persone, al cui rango ed alla cui classe tu ambisci pervenire, ti ritengano degno di quel rango e di quella classe.

5. Bisognerebbe pregarli con discrezione, inviare loro persone e persuaderli che noi abbiamo sempre nutrito nei confronti dello Stato gli stessi sentimenti degli ottimati, e non siamo mai stati favorevoli alla classe popolare; che, se sembra che abbiamo parlato come i rappresentanti della classe popolare, l'abbiamo fatto per attrarre a noi Gneo Pompeo, per avere quell'uomo assai potente come amico nella candidatura. o almeno non ostile.

6. Oltre a ciò fai di tutto per attrarre dalla tua parte giovani della classe nobiliare, o per conservare quelli già affezionati; essi ti procureranno molta considerazione. Tu ne hai moltissimi; fa' che essi sappiano quanto li ritieni importanti. Se riuscirai a far sì che desiderino sostenere la tua causa quanti non ti sono contrari, essi ti saranno di validissimo aiuto.

ORAZIONE IN SENATO
II. 1. E' anche di grande vantaggio alla tua condizione di uomo nuovo il fatto che aspirino al consolato nobili di tal genere, e che nessuno os affermare che la nobiltà debba loro giovare più che a te i meriti. Chi potrebbe pensare che aspirino al consolato Publio Galba e Lucio Cassio, uomini di nobilissima famiglia? Tu riesci a vedere dunque come non possano stare al tuo livello uomini di  famiglie importanti, perchè privi di vigore.

2. Ma Antonio e Catilina sono avversari difficili: eppure un uomo attivo, solerte, integerrimo, buon parlatore, che gode credito presso i giudici, deve augurarsi come concorrenti due assassini fin dall'infanzia, due uomini dissoluti e caduti  molto in basso.
Del primo di loro noi abbiamo visto la confisca dei beni, e l'abbiamo poi udito giurare che egli a Roma non poteva competere da pari a pari in tribunale con un Greco; sappiamo che è stato cacciato dal Senato per la valutazione di ottimi censori; l'abbiamo avuto come concorrente nella pretura, e suoi amici erano Sabidio e Pantera quando non possedeva più schiavi da far vendere (e tuttavia, nel periodo della sua carica acquistò al mercato degli schiavi un'amante che teneva a casa sua, davanti agli occhi di tutti); in qualità di candidato al consolato preferì derubare tutti gli osti, nel corso di una vergognosa ambasceria piuttosto che restare a Roma ed implorare il popolo romano.

3. E qual è, o Dei buoni, la considerazione di cui gode l'altro? E' nobile quanto Catilina. Forse lo è di più? No, è superiore soltanto per le sue doti. Per quale motivo? Perché Antonio è solito aver timore anche della sua ombra, questo invece non teme neppure le leggi, nato in un periodo di estrema povertà, educato in mezzo agli stupri della sorella, indurito dall'eccidio di concittadini; il suo ingresso nella vita pubblica fu segnato dalla uccisione di cavalieri romani (ci ricordiamo di quei Galli, che allora troncavano le teste dei Titinii, dei Nannii, dei Tanusii; Silla aveva messo loro a capo Catilina); tra quelli egli uccise con le proprie mani un uomo assai onesto, Quinto Cecilio, marito di sua sorella, cavaliere romano, di nessun partito, che era stato sempre tranquillo per dote naturale e per l'età.


III. 1. E perché non potrei dire che aspira con te al consolato un uomo che, sotto lo sguardo del popolo romano ha battuto con le verghe, trascinandolo per tutta la città, una persona assai cara al popolo, Marco Mario, lo ha condotto accanto ad un monumento funebre, straziandolo con ogni genere di supplizi e, mentre era vivo l'ha decapitato con la sua destra, tenendolo per i capelli con la sinistra. ed ha portato via la testa con la sua mano, mentre scorrevano tra le sue dita rivoli. di sangue?

Egli, che fu poi in comunanza di vita con istrioni e gladiatori, i primi come compagni di lussuria, i secondi complici di delitti; egli che non potè entrare in alcun luogo tanto sacro e venerabile, in cui la sua dissolutezza non lasciasse sospetto di infamia; che si prese come intimi amici, nel Senato, i Curii e gli Annii, nelle sale di vendita i Sapala ed i Carvilii, nell'ordine equestre i Pompilii ed ì Vezzii; egli così audace e perverso, cosi abile e lussurioso da riuscire a far violenza ai figli vestiti di pretesta quasi fin nelle braccia dei loro genitori?
Che bisogno c'è che io ti scriva dell'Africa, delle parole dei testimoni. Sono ben note, e tu leggile più volte. Non passo sotto silenzio che sia uscito da quel processo tanto povero, quanto alcuni dei suoi giudici prima del processo e che sia divenuto talmente impopolare, che ogni giorno si intenta processo contro di lui. Essi lo temono anche se è tranquillo, più che trascurarlo se è in fermento.

2. Quanto sono migliori le condizioni della tua candidatura, rispetto a quelle presentatesi, recentemente, ad un altro uomo nuovo, Gaio Celio! Egli aspirava al consolato assieme a due uomini assai nobili, ma con qualità superiori alla nobiltà: grandissima intelligenza, altissimo senso morale, innumerevoli benemerenze, estrema accortezza e scrupolo nel condurre la campagna elettorale. E tuttavia Celio ebbe ragione di uno di loro, pur essendo inferiore per nascita e non superandolo quasi in nessun campo.

3. Perció tu, se metterai in azione i mezzi della tua disposizione naturale e gli studi praticati, se farai ciò che richiedono le circostanze, ciò che puoi, ciò che devi, non avrai da sostenere una lotta difficile con quegli avversari, che sono più famosi per i loro vizi che per la loro origine illustre. Ed infatti si può trovare un cittadino tanto disonesto che voglia puntare, con un unico voto, due pugnali contro lo Stato?

OPERA OMNIA
IV. 1. Dal momento che ho esposto i rimedi che tu hai e puoi avere per la novità del tuo nome, mi sembra si debba parlare della importanza di ciò cui aspiri. Tu aspiri al consolato, carica di cui tutti ti giudicano degno; ma vi sono molti che nutrono invidia poiché tu, della classe dei cavalieri, aspiri alla massima carica dello Stato, una carica così elevata che conferisce ad un uomo coraggioso, eloquente, onesto, molto più prestigio che ad altri.

Non credere che quanti hanno rivestito questa carica non vedano il prestigio che tu avrai, una volta ottenutala anche tu. Per quelli di famiglia consolare, e non hanno raggiunto la carica dei loro antenati, suppongo provino astio nei tuoi confronti, a meno che non ti vogliano molto bene. Anche gli uomini nuovi che hanno esercitato la pretura, tranne quanti ti sono riconoscenti, non vogliono essere da te superati nella carriera consolare.

2. So che ti rendi conto di quante persone invidiose si trovino in mezzo al popolo, di quanti siano mal disposti verso gli uomini nuovi per le note vicende di questi anni; è inevitabile che ti sia attirato il rancore di parecchi con le cause da te trattate. Rifletti attentamente se ritieni che l'impegno con cui ti sei dedicato ad accrescere la gloria di Gneo Pompeo, ti abbia procurato inimicizia.

3. Pertanto, dal momento che aspiri alla massima carica statale e vedi che esistono degli interessi a te contrari, devi usare attenzione, vigilanza, impegno scrupoloso.

V. 1. L'aspirazione alle cariche civili comporta due attività; l'assicurarsi la benevolenza degli amici, e assicurarsi il favore popolare. Bisogna che la buona propensione degli amici sia originata da benemerenze, da sentimenti di stima, da antichità di rapporti, da affabilità ed amabilità di carattere. Ma il nome di amici, quando si è candidati, ha un valore più ampio che nel resto della vita.  Chiunque mostri simpatia nei tuoi confronti, ti ossequi, o venga spesso a casa tua, deve essere posto negli amici; ma è un grandissimo vantaggio l'esser cari e graditi a quanti ci sono amici per motivi di parentela, di affinità, di associazione, o di altro legame.

2. Successivamente, quanto più un uomo ti è intimamente legato e più è di casa, tanto più ti adopererai perché ti voglia bene e desideri che tu raggiunga le più alte cariche; e poi perchè lo facciano quelli della tua tribù, i tuoi vicini, i tuoi clienti, i tuoi liberti ed infine anche i tuoi schiavi. Infatti generalmente tutto quanto costituisce la nostra pubblica stima deriva dai nostri familiari.

3. Poi bisogna crearsi amici di ogni tipo: per l'apparenza, uomini illustri per cariche e per nome, i quali, anche se non raccomandano il candidato, gli conferiscono decoro; per avere l'appoggio della legge, magistrati, e tra essi principalmente i consoli e poi i tribuni della plebe; per ottenere il voto delle centurie, che godono di un favore considerevole. Quanti hanno o sperano di avere per merito tuo i voti di una tribù, o di una centuria, o un qualche favore, devi accaparrarteli e tenerteli vicini. Durante questi anni, infatti, uomini avidi di onori si sono dati da fare per ottenere dalla loro tribù tutto ciò che chiedevano. Cerca, con tutti i mezzi possibili, che questi uomini ti siano affezionati con tutta l'anima e la massima sincerità.

4. Chè se gli uomini fossero riconoscenti, tutto ciò ti sarà a portata di mano, come confido sia. Infatti in questi due anni ti sei legato a quattro associazioni. con uomini assai influenti nell'ambito elettorale, Gaio Pundanio, Quinto Gallio, Gaio Cornelio, Gaio Archivio. Quali condizioni i rappresentanti delle loro associazioni abbiano accettato e sottoscritto nell'affidarti la causa di questi personaggi, io le conosco, essendo stato presente.
Pertanto esigi ciò di cui ti sono debitori, ammonendoli, pregandoli, incoraggiandoli, che capiscano che non avranno altra occasione di dimostrarti gratitudine. Indubbiamente la speranza di altri servigi da parte tua, unita ai favori che di recente hai loro accordato, li inciterà a dedicarsi a te con zelo.

5. E poiché rappresentano il massimo sostegno della candidatura amicizie di tal genere, che ti sei procurato patrocinando cause, fa' in modo che coloro che ti sono obbligati abbiano un compito preciso e definito. E, come tu non hai mai dato loro fastidio in alcuna occasione, così fa che comprendano come tu abbia riservato per questa occasione tutto quello che essi ti debbono.

CICERONE BAMBINO
VI. 1. Ma poiché tre cose in modo particolare conducono gli uomini alla benevolenza ed a questo interessamento elettorale, i benefici, la speranza, la simpatia disinteressata, occorre considerare come curare questi tre aspetti. Gli uomini sono indotti, anche da benefici di pochissimo valore, a ritenere ci sia motivo per sostenere un candidato; a maggior ragione quanti tu hai salvato - e sono moltissimi - dovrebbero capire che, se non verranno incontro alle tue esigenze in una simile circostanza, non saranno ben visti dagli altri. Bisogna tuttavia convincerli che noi possiamo divenire obbligati a coloro che fino ad oggi lo sono stati a noi.

2. Per quelli che sono a te legati dalla speranza, un tipo di uomini ancor più zelante e servizievole, fa' che il tuo appoggio sembri a loro completa disposizione, e che tu consideri attentamente i loro servigi; che tu vedi perfettamente e tieni nella dovuta considerazione quanto ti venga dato ciascuno.

3. Il terzo genere di zelo elettorale, è la simpatia spontanea, e sarà opportuno rafforzarla dimostrandoti riconoscente, adattando i tuoi discorsi ad ottenere la simpatia di ognuno, manifestando sentimenti corrispondenti ai loro, e che l'amicizia possa divenire una consuetudine. E tu dovrai giudicare e valutare accuratamente le possibilità di ognuno, in modo da sapere come tu possa venire incontro a ciascuno, e quanto devi attenderti da ciascuno e da ciascuno pretendere.

4. Vi sono taluni uomini influenti nei loro quartieri e nei loro municipi, uomini attivi e  dotati, i quali, anche se in passato non si sono curati di essere elettoralmente influenti, possono darsi da fare in favore di una persona verso cui siano in debito o a cui vogliano essere graditi. Occorre dedicare attenzione a costoro, che capiscano cosa puoi attenderti da loro, che ti rendi conto di ciò che ricevi, che ti ricordi di ciò che hai ricevuto. Altri non hanno alcun potere, o sono odiosi persino ai compagni di tribù, nè hanno vigore e mezzi tali da adoperarsi per una campagna elettorale, tienili d'occhio, che se hai sperato in qualcuno di loro, non ne derivi uno scarso aiuto.

VII. 1. E benchè sia necessario fidarsi e farsi scudo di amicizie solidamente acquisite, tuttavia nella stessa campagna elettorale si ottengono numerosissime e utilissime amicizie. Infatti, tra i vari fastidi, una candidatura offre tuttavia questo vantaggio: tu potrai, cosa non consentita nel resto dell'esistenza, onestamente ammettere gli uomini che tu vuoi alla tua amicizia, mentre se in altre circostanze tu cercherai di farteli amici, sembrerai agire dissennatamente; se invece non lo facessi con molti e con accortezza in una campagna elettorale, non sembreresti assolutamente un candidato.

2. Non esiste persona (tranne che tu non abbia qualche legame con i tuoi rivali), la quale, rendendoti servigi si meriti la tua amicizia e la tua gratitudine; questo purché capisca che tu la tieni in gran conto, che ti comporti sinceramente, che ha fatto un buon affare, che nascerà di lì un'amicizia non breve ed elettorale, ma stabile e duratura.
3. Non vi sarà uomo, credimi, con un minimo di buonsenso, capace di trascurare l'occasione di stabilire un'amicizia con te; e in particolar modo poiché il caso ha posto come tuoi concorrenti uomini la cui amicizia deve essere disprezzata o evitata, e che non possono non soltanto mettere in pratica, ma neppure iniziare quanto ti consiglio.

4. Ed infatti, come potrebbe Antonio associarsi con uomini e ad attrarre amicizia da persone che non riesce a chiamare con il loro nome? Nulla di più stolto che pensare ci sia devoto un uomo che non si conosce. Deve possedere una fama e un prestigio straordinari, una rinomanza di imprese, un candidato innalzato agli onori da sconosciuti, senza che nessuno richieda i loro voti; ma non può accadere, senza grande negligenza, che un uomo disonesto, apatico, privo del senso del dovere, senza talento, senza buona reputazione, senza amici, superi un uomo circondato dalla devozione dei più e dalla stima di tutti.


VIII. 1. Procura perciò, con molte amicizie, l'appoggio di tutte le centurie. Ed in primo luogo, devi darti cura dei senatori e dei cavalieri romani e, per tutti gli altri ordini, delle persone attive ed influenti. Molti cittadini sono capaci di darsi da fare, molti affrancati hanno influenza nel foro e possono aiutarti. Quelli che potrai raggiungere da solo o per mezzo di amici comuni, fa' sì che diventino tuoi sostenitori, va' da loro, invia dei messi, mostra loro che i servigi che ti accordano sono di grandissimo valore.

2. In seguito interessati dell'intera città, di tutti i collegi, distretti, quartieri; se saprai accattivarti l'amicizia dei loro principali rappresentanti, potrai conquistare la massa. Poi cerca di tenere l'intera Italia, divisa tribù per tribù, presente nel tuo animo e nella tua memoria, in modo da non permettere che esista un municipio, una colonia, una prefettura, un luogo infine dell'Italia in cui tu non abbia un appoggio sufficiente.
3. Cerca e scopri uomini in ogni regione, conoscili, assicurati la loro fedeltà, che ti appoggino nella campagna elettorale presso i loro vicini, e siano quasi candidati per tuo conto. Essi desidereranno la tua amicizia se vedranno che tu desideri la loro; riuscirai a far capire loro questo, tenendo un linguaggio adeguato. Gli abitanti dei municipi e della campagna ritengono di esser nostri amici pur essendoci noti solo di nome; ma se ritengono di crearsi anche una qualche difesa, non perdono l'occasione di acquistar merito. Gli altri candidati, e specialmente i tuoi concorrenti, non li conoscono neppure; tu invece non li ignori e facilmente li conoscerai: condizione indispensabile per 1'amicizia.

4. Ma non è sufficiente, pur essendo importante, se non segue la speranza di un'amicizia che rechi vantaggi, affinché tu non appaia uno schiavo nomenclatore, ma anche un buon amico. Così, quando avrai ottenuto l'appoggio nelle centurie di questi  che per ambizione hanno una grande influenza presso la loro tribù, e quando avrai la simpatia degli altri, che hanno potere sulla loro tribù per la loro posizione nel municipio, quartiere o collegio, potrai avere la massima speranza.

5. Per avere l'appoggio dei cavalieri è necessario che si conoscano, che si faccia loro visita ( la loro età giovanile provoca vincoli dell'amicizia); hai poi con te, tra i giovani, tutti i migliori e tutti quelli che nutrono più passione per la cultura. Inoltre, poichè appartieni all'ordine equestre, essi seguiranno la volontà del loro ordine, se tu avrai cura di basare l'attaccamento di quelle centurie non solo sull'ordine equestre, ma anche su amicizie particolari. Lo zelo dei giovani nel procurar voti, nel far visita agli elettori, nel portare in giro le notizie, nell'accompagnare il candidato, è grande e  motivo di orgoglio straordinario.

LA CONGIURA DI CATILINA
IX. 1. Devi preoccuparti di avere ogni giorno un seguito di ogni categoria, di ogni ordine, di ogni età; da quella affluenza si potrà congetturare la quantità delle tue forze e dei tuoi mezzi nel Campo Marzio. Vi sono tre tipi di persone: quelli che vengono a salutarvi quando vengono a casa vostra, quelli che vi accompagnano al foro, quelli che vi scortano ovunque.

2. Quelli che sono a disposizione di tutti e vanno ad ossequiare più d'una persona, devi fare in modo che questo loro atto di deferenza sembri a te assai gradito. Per quelli che verranno a casa tua, fa' loro capire che tu te ne accorgi; mostralo ai loro amici, perché lo riferiscano, dillo spesso a loro stessi. Di frequente accade che questi uomini, quando vanno a visitare parecchi concorrenti, e vedono che ce n'è uno che apprezza in modo particolare le dimostrazioni di omaggio, si affidano a lui, abbandonando gli altri, e, passando a poco a poco da clienti di tutti a clienti di un'unica persona, diventano votanti non più incerti, ma sicuri.
Se hai sentito dire, o ti sei accorto che colui che ti ha promesso il voto fa il doppio giuoco, fingi che tu non l'abbia udito o ne sia a conoscenza; se qualcuno vuole giustificarsi, afferma che tu non hai mai dubitato dei suoi sentimenti, né c'è motivo che ne dubiti. Chi pensa che non si è soddisfatti di lui non può essere in alcun modo un amico.

3. L'omaggio di coloro che accompagnano è maggiore dell'omaggio di quelli che vengono a salutare; fa' capire e dimostra che esso ti è più gradito, e per quanto ti sarà consentito, scendi al foro ad ore fisse. L'avere ogni giorno un numeroso accompagnamento, quando scende al foro procura al candidato grande reputazione e rispetto.

4. Per le persone che accompagnano i candidati continuamente, procura che capiscano che tu ti senti per sempre obbligato per il loro grandissimo servigio; per quanto riguarda quelli che hanno un debito nei tuoi confronti, esigi chiaramente da loro se l'età e gli affari glielo consentiranno, che stiano assiduamente con te; e se alcuni non potranno accompagnarti, che affidino questo incarico a loro parenti. Io desidero vivamente, e lo ritengo essenziale, che tu sia sempre circondato di persone.

5. E' fonte di grande reputazione e stima l'avere accanto a te quanti tu hai difeso, salvato e liberato nei processi. Dal momento che, senza spese per merito tuo, alcuni hanno mantenuto le sostanze, altri l'onorabilità, altri la loro vita e tutti i loro beni, né si presenterà un'altra circostanza in cui essi potranno dimostrarti la loro gratitudine, chiedi loro con chiarezza che ti ricompensino con questo servigio.


X. 1. Sulla devozione degli amici, ovunque si trovano inganni, tranelli, perfidia. I tuoi grandissimi meriti hanno spinto uomini a fingersi amici e a provare invidia per te. Ricordati perciò del noto detto di Epicarmo, che i nervi e le articolazioni della saggezza consistono nel non fidarsi alla leggera e, dopo esserti assicurato l'interessamento dei tuoi amici, chiedi anche notizie delle ragioni e delle caratteristiche dei calunniatori e degli avversari.

2. Ne esistono tre tipi: quelli che tu hai danneggiato, quelli che non ti sono amici senza motivo, quelli che sono intimi amici degli altri concorrenti. Per quelli che hai danneggiato pronunciando un'orazione contro di loro per difendere un amico, scusati con loro chiaramente.

Ricorda gli obblighi dell'amicizia, portali a sperare che ti occuperai con uguale zelo dei loro affari, se ti diverranno amici. Per quelli che non ti sono amici senza motivo, rendi loro servigi, o infondi loro speranza di servigi o manifesta interessamento nel loro confronti.

Per quelli che hanno avversione nei tuoi confronti a causa della loro amicizia con i tuoi avversari, cerca di accattivarteli con lo stesso metodo, e mostra di avere un atteggiamento benevolo nei confronti di quegli stessi tuoi avversari.

CICERONE E LA TOMBA DI ARCHIMEDE
XI. 1.Dal momento che ho parlato sul modo di crearsi amicizie, occorre parlare dell'altro aspetto della campagna elettorale, dell'accattivarsi il favore popolare: esso esige che si conosca il nome degli elettori, che li si blandisca, che li si frequenti, che ci si comporti in modo benevolo, che si divenga famosi, che la nostra attività sia svolta con magnificenza.

2. Procura che sia a tutti evidente l'impegno che ti assumi di conoscere i cittadini, ed accrescilo e perfezionalo giorno per giorno; niente rende tanto popolari e tanto ben accetti. Imprimiti nella mente che, quanto non è in te per natura, lo devi simulare, così che sembri farlo naturalmente. Non ti manca l'affabilità che si addice ad un uomo di carattere buono e dolce, ma in particolare è necessaria la lusinga, che nella vita è un difetto vergognoso, ma indispensabile in una candidatura.

E' una colpa, quando adulando rende qualcuno peggiore, ma se lo rende più amico non deve esser biasimata, ed è inevitabile per un candidato, il cui atteggiamento, il cui volto ed il cui linguaggio devono essere mutevoli e devono adattarsi a tutti coloro che incontra.

3. Per quanto riguarda l'assiduità, la parola stessa dimostra in che cosa consista. E' di grande giovamento il non allontanarsi, ma non consiste solo nell'essere a Roma e nel foro, ma nel comportarsi assiduamente da candidato, nel rivolgersi di frequente alle stesse persone, nel non correre il rischio che qualcuno possa dire di non essere stato pregato da te, e pregato con insistenza e cura.

4. La generosità, poi, ha un largo campo d'azione: si manifesta nell'uso del nostro patrimonio che, pur non potendo giungere fino alla massa, tuttavia, se è apprezzata dagli amici, riesce gradita alla massa; essa si manifesta nei banchetti, e procura di darli tu e di farli dare ai tuoi amici, sia per invitati presi qua e là che tribù per tribù; si manifesta anche nel modo di rendere servigi, che tu devi estendere a tutti rendendoli partecipi.

Procura anche che si possa accedere a te giorno e notte, e che siano aperte non solo le porte della tua casa, ma anche le porte del tuo animo, e cioè il volto e l'aspetto; se esse fanno vedere che il tuo animo si cela e si occulta, importa poco che sia spalancata la porta di casa: gli uomini infatti non desiderano soltanto che vengano fatto loro delle promesse, soprattutto rivolgendosi ad un candidato, ma che siano promesse generose ed onorevoli.

5. Ecco un precetto di facile attuazione: ciò che tu dovrai fare, dimostra che lo farai con zelo e di buon grado; un altro precetto di più difficile attuazione, e più adatto alle circostanze che al tuo carattere: ciò che non puoi fare, rifiutalo in modo affabile o non lo rifiutare; la prima è una caratteristica di un uomo buono, la seconda di un buon candidato.

Infatti quando ci è richiesto ciò che non possiamo promettere seguendo l'onestà o senza nostro danno (come se ci pregassero di intraprendere un processo contro un amico), bisogna dire di no cortesemente, dimostrando gli obblighi dell'amicizia, e quanto ci sia di peso il rifiutare, convincendo che si porrà riparo a ciò in altre circostanze.

DOMUS FORMIANA DI CICERONE
XII. 1. Ho sentito raccontare, a proposito di certi oratori a cui affidare la causa, che era riuscito più gradito il discorso di chi glielo aveva rifiutato, del discorso di chi l'aveva assunto. Così gli uomini si lasciano attrarre più dall'atteggiamento e dai discorsi che dalla realtà dello stesso beneficio. Ma questo precetto può ottenere la tua approvazione, l'altro è alquanto difficile farlo ammettere ad un Platonico quale tu sei; tuttavia provvederò a ciò che richiede la tua situazione.

In effetti le persone, alle quali hai negato la tua assistenza per un qualche dovere di amicizia, possono tuttavia allontanarsi da te tranquille e serene; ma quelle a cui tu hai detto di no, dichiarando di essere impedito o dagli affari degli amici o da cause più importanti, o da cause assunte in precedenza, se ne vanno adirate, e preferirebbero che tu dica il falso piuttosto che rifiutare l'assistenza.

2. Gaio Cotta, maestro nel brigare, era solito dire che egli prometteva a tutti i suoi servigì, purché non fossero contrari ai suoi doveri, e che li dedicava a quanti, secondo lui, lo potessero ricompensare nel modo migliore; egli per questo non diceva di no a nessuno, perché di frequente si presentava un motivo che impediva alla persona, alla quale aveva fatto una promessa, di approfittarne, di frequente accadeva che egli stesso fosse più libero di quanto pensasse.

Diceva anche che non può avere la casa piena chi accetta soltanto quegli impegni che vede di poter attuare; che il caso può far sì che un affare su cui non contavamo risponda alla nostra aspettativa, e che un altro, che credevamo di avere nelle nostre mani, resti in sospeso per qualche motivo; peraltro l'ultima cosa da temere è che si adiri la persona a cui si è mentito.

3. Questo rischio, se si fa una promessa, è incerto, lontano, limitato a pochi casi; se invece si dà un rifiuto, si creano inimicizie subito ed in gran numero; infatti sono molto più numerosi quanti chiedono di poter usufruire dei servigi altrui di quanti ne usufruiscono in realtà. E' pertanto preferibile che qualcuno si adiri con te nel foro che tutti subito dopo a casa tua, perché ci si irrita molto di più con quanti oppongono un rifiuto, piuttosto che con un uomo chiaramente impedito da un motivo tale, che nondimeno desidera compiere quanto ha promesso, se ha qualche possibilità di compierlo.

4. E perché non sembri che io abbia deviato dagli argomenti, discutendo del favore popolare nella campagna elettorale, sono convinto che tutto ciò riguarda non tanto l'interesse degli amici, quanto la fama presso il popolo; anche se qualche precetto si ricollega al rispondere amabilmente, al dedicarsi con zelo agli affari ed ai rischi degli amici, tuttavia io tratto a questo punto dei mezzi con cui poter attrarre la massa, perché la tua casa sia piena nel cuore della notte, perché molti siano a te attratti dalla speranza di un tuo aiuto, perché non si allontanino da te più amici di quanti si sono avvicinati a te, perché le orecchie del massimo numero di persone siano colpite dagli elogi.
MORTE DI CICERONE
XIII. 1.E' ora la volta di parlare dell'opinione pubblica, di cui bisogna preoccuparsi in massimo grado. Quanto detto nella precedente esposizione vale anche a divulgare la tua reputazione: 
- la fama nell'eloquenza,
- l'attaccamento dei pubblicani e dell'ordine equestre,
- la simpatia dei nobili,
- la continua presenza dei giovani,
- l'assiduità di quelli che tu hai difeso,
- la folla proveniente dai municipi di persone chiaramente venute per te,
- i cittadini che dicono e pensano che tu li conosca bene, che ti rivolgi loro amichevolmente, che richiedi assiduamente i loro suffragi, che sei benevolo e generoso;
- la casa piena nel cuore della notte,
- l'assidua presenza di cittadini di ogni classe,
- la soddisfazione di tutti per le tue parole,
- di molti per la tua attività pratica,
- la tua opera abile ed incessante, tendente ad ottenere non che la tua reputazione giunga attraverso queste persone al popolo, ma che il popolo per conto suo nutra i loro stessi sentimenti nel tuoi confronti.

2. Già ti sei conquistata la massa degli elettori urbani e l'attaccamento di quelli che tengono le assemblee popolari, riempiendo di onori Pompeo, accettando la causa di Manilio, difendendo Cornelio; bisogna che noi destiamo quella popolarità che nessuno ha ottenuto senza la simpatia dei più illustri personaggi. Bisogna anche fare in modo che tutti sappiano che Gneo Pompeo ti è assai favorevole e che ha una grandissima importanza per la sua causa il conseguimento di quanto tu desideri.

3. Infine abbi cura che tutta la tua campagna elettorale si svolga splendidamente, che sia brillante, grandiosa, popolare, che abbia un aspetto ed un decoro straordinari, che anche, se è in qualche modo possibile, sorga nei confronti dei tuoi avversari un sospetto, appropriato al loro comportamento, o di colpa, o di lusso o di sperpero.

4. Occorre che si nutrano buone speranze sulla tua politica ed un onorevole concetto della tua persona; e tuttavia, nella campagna elettorale, tu non devi intervenire negli affari dello Stato, né in Senato, né nell'assemblea, ma devi frenare questi disegni politici, perché il senato giudichi, sulla base del comportamento da te tenuto in passato, che tu difenderai la sua autorità, i cavalieri romani e gli uomini onesti e benestanti; dalla tua vita trascorsa, che difenderai il loro riposo e la loro tranquillità; la massa, poi, basandosi sul fatto che, limitatamente al discorsi, sei stato favorevole al popolo nelle assemblee ed in tribunale, che tu non sarai contrario ai suoi interessi.

IL MAUSOLEO DI CICERONE
XIV. 1.E' questo ciò che mi viene in mente a proposito di quelle due meditazioni mattutine, che ti ho detto di fare ogni giorno scendendo al foro: 'Sono un uomo nuovo, aspiro al consolato. Resta la terza: 'Si tratta di Roma', una città formata dal concorso delle nazioni, una città piena di tranelli, di inganni, di vizi di ogni genere, nella quale bisogna sopportare l'insolenza, l'astio, la tracotanza, l'odio ed il fastidio di molti. Io mi rendo conto che occorrono molta saggezza e molta abilità, vivendo in mezzo a tanti e tali vizi di uomini di ogni tipo, per evitare l'odio, la calunnia, i tranelli, e per essere l'unico uomo adatto ad una tale diversità di costumi, di discorsi e di voleri.

2. Perciò continua senza sosta a percorrere la via su cui ti sei incamminato, la supremazia nell'eloquenza: è questo che concilia a Roma la simpatia degli uomini, che li attrae, che li distoglie dal frapporre ostacoli o dal procurare danni. E considerato che è questo il difetto maggiore della nostra città, la quale, mentre si fa strada la corruzione suole dimenticarsi delle sue virtù e del suo dignità, sforzati di conoscerti bene a questo proposito, cioè di capire che tu sei uomo tale da poter suscitare negli avversari un timore grandissimo di un processo e dei rischi che esso comporta. Fa' che essi sappiano che tu li sorvegli e li osservi; essi temeranno, oltre alla tua solerzia, oltre al tuo prestigio ed al vigore della tua parola, certamente anche l'attaccamento a te dell'ordine equestre.

3. Io non voglio che tu presenti ciò dinanzi ai loro occhi in modo che tu già dia l'impressione di preparare un'accusa, ma in modo da poter conseguire più facilmente lo scopo che ti prefiggi, servendoti di questo spauracchio. Adoperati veramente con tutto il tuo vigore e tutte le tue possibilità, perché riusciamo ad ottenere quello a cui aspiriamo. Io vedo che non esistono assemblee tanto infangate dalla corruzione, in cui alcune centurie non votino gratuitamente per i candidati ai quali esse sono particolarmente legate.

4. Perciò, se dedichiamo alla questione l'attenzione che merita, se sappiamo suscitare il massimo impegno in quelli che ci sono affezionati, se riusciamo a distribuire dei compiti precisi tra gli uomini che ci appoggiano ed hanno influenza, se poniamo di fronte agli occhi degli avversari la prospettiva di un processo, se incutiamo paura ai compratori di voti ed in qualche modo freniamo i distributori di doni, può accadere che non vi sia più corruzione o che essa non sia più tanto sfrenata.

5. Questo è quanto io ho creduto, non di sapere meglio di te, ma di potere con maggiore facilità, a causa dei tuoi impegni, riunire in un tutt'uno ed inviarti, dopo averlo messo per iscritto. Anche se ciò è stato scritto in modo tale da non valere per tutti quelli che aspirano ad una carriera prestigiosa, ma per te in particolare e per questa tua campagna elettorale, tuttavia, se ti sembrerà necessario cambiare qualche cosa o toglierla del tutto, o se troverai delle dimenticanze, vorrei che tu me lo dicessi; io mi auguro infatti che questo sia ritenuto un manualetto di campagna elettorale esemplare sotto tutti i punti di vista.

LA RINASCITA DEL PAGANESIMO

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GIULIANO
«Restauriamo, quindi, i riti e i culti , che così lungamente protessero il nostro Stato. Possiamo certo noverare prìncipi seguaci dell’una e dell’altra fede: d’essi, i primi han professato la religione dei padri, altri, più vicini a noi, pur non professandola, non l’hanno soppressa. Ora, se non serve a voi d’esempio la religione dei primi, vogliate almeno ispirarvi alla tolleranza di quegli altri.»
(Quinto Aurelio Simmaco, 384)

Con l'espressione rinascita pagana nell'Occidente tardo-antico si indica quel fenomeno religioso e politico della tarda antichità imperiale, che emerse fra il IV e V secolo ma che fu solo una parentesi temporanea, all'interno di un progressivo e forzato declino dei culti della religione greca e romana, con il cristianesimo che diveniva religione di stato obbligatoria per tutti, pena la perdita delle cariche pubbliche, l'esilio, la confisca dei beni e la morte.



LA PERSECUZIONE DEI PAGANI

I decreti teodosiani furono una serie di decreti emessi da Teodosio I (391 - 392) per perseguitare i pagani, come attuazione dell'Editto di Tessalonica, (di Teodosio, Graziano e Valentiniano II nel 380), con cui si dichiarava il cristianesimo religione di Stato unica e sola dell'Impero Romano.

Contro i pagani

«L'Augusto Imperatore (Teodosio) ad Albino, prefetto del pretorio.
- Nessuno violi la propria purezza con riti sacrificali,
- nessuno immoli vittime innocenti,
- nessuno si avvicini ai santuari,
- entri nei templi
- e volga lo sguardo alle statue scolpite da mano mortale perché non si renda meritevole di sanzioni divine ed umane.
- Questo decreto moderi anche i giudici, in modo che, se qualcuno dedito a un rito profano entra nel tempio di qualche località, mentre è in viaggio o nella sua stessa città, con l'intenzione di pregare, venga questi costretto a pagare immediatamente 15 libbre d'oro ( una libbra equivaleva a 327,168 g per cui la multa era di 4,907,520, quasi 5 kg d'oro) e tale pena non venga estinta se non si trova innanzi a un giudice e consegna tale somma subito con pubblica attestazione. Vigilino sull'esecuzione di tale norma, con egual esito, i sei governatori consolari, i quattro presidi e i loro subalterni. Il che significava che se non si era in grado di pagare si veniva venduti come schiavi.

Milano, in data VI calende di marzo sotto il consolato di Taziano e Simmaco.»
APOTEOSI DI QUINTO AURELIO SIMMACO
Contro i lapsi 

(i cristiani che accettarono per paura della propria vita il paganesimo e che vogliono tornare cristiani)

«Gli augusti imperatori Valentiniano, Teodosio e Arcadio a Flaviano, prefetto del pretorio.

Coloro che hanno tradito la santa fede e hanno profanato il santo battesimo, siano banditi dalla comune società: dalla testimonianza siano esentati, e come già abbiamo sancito non abbiano parte nei testamenti, non ereditino nulla, da nessuno siano indicati come eredi. Coloro ai quali era stato comandato di andarsene lontano ed essere esiliati per lungo tempo, se non sono stati visti versare un compenso maggiore tra gli uomini, anche dell'intercessione degli uomini siano privati.

Se casomai nello stato precedente ritornano, non sia cancellata la vergogna dei costumi con la penitenza, né sia riservata loro alcuna particolare protezione di difesa o di riparo, poiché certamente coloro i quali contaminarono la fede, con la quale Dio hanno riconosciuto, e orgogliosamente trasformarono i divini misteri in cose profane, non possono conservare le cose che sono immaginarie e a proprio comodo. Ai lapsi ed anche ai girovaghi, certamente perduti, in quanto profanatori del santo battesimo, non si viene in soccorso con alcun rimedio di penitenza, alla quale si ricorre ed è solita giovare negli altri peccati.

A Concordia, in data V idi di maggio sotto il consolato di Taziano e Simmaco»


La pena di morte
«Gli augusti imperatori Teodosio, Arcadio e Onorio a Rufino prefetto del pretorio.

Nessuno,  sia di nascita nobile sia di condizione umile, in alcun luogo, in nessuna città scolpisca simulacri mancanti di sensazioni o offra vittima innocente o bruci segretamente un sacrificio ai lari, ai geni, ai penati, accenda fuochi, offra incensi, apponga corone. Poiché se si ascolterà che qualcuno avrà immolato una vittima o consultato viscere, sia accusato di reato di (lesa) maestà e accolga la sentenza competente (la morte). È sufficiente infatti per l'accusa di crimine il volere contrastare la stessa legge, perseguire le azioni illecite, manifestare le cose occulte, tentare di fare le cose interdette, cercare una salvezza diversa, promettere una speranza diversa.

Se qualcuno poi ha venerato opere mortali e simulacri mondani con incenso e, ridicolo esempio, teme anche coloro che essi rappresentano, o ha incoronato alberi con fasce, o eretto altari con zolle scavate alle vane immagini: ha tentato una ingiuria alla piena religione, è reo di violata religione. Sia multato nelle cose di casa o nel possesso, essendosi reso servo della superstizione pagana. Tutti i luoghi poi nei quali siano stati offerti sacrifici d'incenso, siano associati al nostro fisco. Se poi in templi e luoghi di culto pubblici o in edifici rurali qualcuno cerca di sacrificare ai geni, se il padrone di casa non ne è a conoscenza, 25 libbre di oro di multa si propone di infliggere (al sacrificante), è bene poi essere indulgenti verso lui (il padrone) e la pena trattenere.

Poiché poi vogliamo custodire l'integrità di giudici e ufficiali delle varie città, siano subito denunciati se sono creduti nascondenti favori o negligenze. Coloro poi che assolvono (gli accusati di idolatria) con finzione, saranno multati di 30 libbre di oro, sottostando anche agli obblighi che derivano da un loro simile comportamento dannoso.

Costantinopoli, in data VI idi di novembre, sotto il consolato di Arcadio e Rufino.»
IL CONVITO DI GIULIANO
IL RITORNO AL PAGANESIMO

Le cause della rinascita sono da ricercare nel senso di giustizia e di liberalità che provenivano dai culti pagani che non obbligavano alla vita cupa della eterna preghiera e penitenza cui incitava la chiesa romana, ma pure al bisogno di difendere la patria, ormai dimenticata dai cristiani che miravano solo ad assicurarsi il paradiso. Ormai i romani non combattevano più assoldando per lo scopo i mercenari, soprattutto germani che si trovarono a combattere contro la stessa terra natia e certamente non di buon animo. 

C'era poi la lotta per la supremazia religiosa e politica, visto che il potere religioso era legato a quello imperiale e che appartenere all'alto clero era più remunerativo che combattere in battaglia come generale. Le principali famiglie patrizie di roma cercarono disperatamente di assicurare nelle proprie famiglie vescovi, cardinali e papi portatori di grandi beni terreni.

Tra i seguaci del paganesimo vi furono esponenti politici di rango senatorio, come :
- Vettio Agorio Pretestato, uno degli ultimi esponenti di rilievo della religione romana, che cercò di proteggere e custodire dall'avanzata del Cristianesimo; fu sacerdote e iniziato di molti culti, oltre che studioso di letteratura e filosofia.
- Gaio Ceionio Rufio Volusiano, detto Lampadio, malgrado di famiglia pagana, è probabile fosse invece cristiano, per lo meno durante il regno di Costantino I, i cui funzionari erano scelti prevalentemente tra i cristiani.
- Quinto Aurelio Simmaco, il più importante oratore in lingua latina della sua epoca, paragonato dai contemporanei a Cicerone; la sua famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria fu però fallimentare, e insieme alla sua opposizione all'imperatore cristiano Teodosio I lo obbligarono ad allontanarsi dalla vita politica.
- Nicomaco Flaviano, che servì sotto l'imperatore Teodosio I, l'usurpatore Eugenio, l'imperatore Onorio e l'imperatore Valentiniano III, ricoprendo, tra le altre, le cariche di praefectus urbi di Roma (tre volte tra il 392 e il 408) e di prefetto del pretorio d'Italia (431).

Si dice che durante il governo di Simmaco e Nicomaco Flaviano si aggiunsero nuove festività pagane al calendario Romano, come la celebrazione della nascita di divinità quali Quirino, Castore e Polluce. Strana critica dato che i cristiani inventarono da capo il loro calendario mettendoci in buona parte gente mai esistita, tanto è vero che giovanni Paolo II ne fece un'epurazione notevole. Per non parlare della festività della nascita di Cristo che venne sovrapposta a quella del Sole invitto.

Anche dopo gli editti di Teodosio, che resero il cristianesimo l'unica "religio licita", sopravvissero nell'impero (soprattutto in Occidente, dopo il 395) sentimenti pagani e segreti riti pagani soprattutto nelle campagne.
Il miracolo del restauro dei culti pagani avvenne sotto l’imperatore Flavio Claudio Giuliano, dal 361 al 363, che fu tollerante verso qualsiasi religione, cristiana compresa, togliendo però al clero cristiano gli immensi guadagni assicuratigli dalle leggi di Teodosio.

Nei decenni successivi fino ai primi anni del V secolo, sotto i regni di Gioviano, Valente e Valentiniano, ai sacerdoti pagani venne tolta qualsiasi indennità di mantenimento che venne ridata in pieno al cristianesimo, senza però le persecuzioni di prima.


LA CONDIZIONE FEMMINILE

Le donne romane soprattutto persero quell'autonomia e quella libertà, anche se relative, che l'impero aveva loro accordato, perdendo la possibilità non solo del sacerdozio cristiano (per quanto asseriva l'uguaglianza tra gli uomini, non asseriva quella tra uomini e donne), si che era loro proibito perfino di parlare nelle assemblee cristiane.
Già nell'antica Grecia gli uomini vietavano alle donne di parlare nelle assemblee pubbliche e le escludevano da qualsiasi attività politica. 
Aristotele pensava che la libertà delle donne spartane causasse rovina dello stato e negò che le ateniesi fossero schiave o soggette a proprietà, sostenendo che "la natura ha distinto tra la femmina e lo schiavo", ma considerò legittima l'idea della compravendita delle mogli.
Nel Paradiso del Patriarcato D. G. Hunter sostiene che l'Ambrosiaster (pseudo-Ambrogio, in latino Ambrosiaster, autore di un commentario sulle lettere di Paolo di Tarso) propenda per una relazione gerarchica e legittimata dal contesto patriarcale contro l'uguaglianza tra uomo e donna. Tesi diffusa a Roma dal movimento ascetico femminile del IV secolo contro cui si vedeva nella verginitå un viaggio assicurato per il paradiso, se poi supportato dal martirio era la santità.

L'Ambrosiaster reagirebbe proprio contro il pericolo di sganciare ascete e vergini da ogni autoritå maschile e in particolare dal controllo del clero che vuole la donna sotto i piedi dell'uomo.

GIULIANO

GIULIANO IMPERATORE

Fu chiamato l'Apostata dai cristiani, che lo presentarono come un persecutore, ma in realtà fu esattamente il contrario, molto tollerante nei confronti di tutte le religioni, comprese le diverse dottrine cristiane. Scrisse infatti che nel fondo di ogni religione c'è una via iniziatica che porta all'illuminazione, purchè si sappia cogliere. A suo avviso ogni religione riportava all'unità del cosmo.

Scrisse però di avere trovato più la ferocia del cristianesimo che nel paganesimo, tanto più che erano stati proprio i cristiani a sterminargli tutta la sua famiglia. Scrisse molte opere filosofiche, religiose e critiche, soprattutto verso il cristianesimo per la sua intolleranza. Nei suoi scritti infatti rivela la segretezza della sua fede pagana, per timore che se fosse stata svelata ne avrebbe rischiato la vita. Per molto tempo la coltivò infatti in segreto piangendo e soffrendo, come scrisse, visto che suo zio Costantino I e il di lui figlio Costanzo II si erano mostrati favorevoli, seppure non convertiti, al cristianesimo.

Nel suo breve regno Giuliano cercò di ripristinare la libertà di culto e il paganesimo, di ristrutturare tombe e templi, ricostruire altari e statue, riattuare le antiche cerimonie a cui attese personalmente, compresi i sacrifici animali, come faceva il Pontifex Maximus dell'Impero Romano, e cioè l'imperatore.

Obbligò coloro che avevano distrutto una chiesa appartenente ad una setta avversaria a ricostruirla a proprie spese. Vennero restituiti alle autorità cittadine le terre che Stato e Chiesa avevano sottratto, a un indennizzo per il danno subito. I templi pagani vennero riaperti. Furono loro restituite le proprietà confiscate dagli imperatori cristiani.

Giuliano venne molto criticato per avere riammesso il sacrificio di sangue degli animali innocenti, sacrificio abituale di ogni società come quella di oggi. Gli animali uccisi venivano mangiati (tranne rarissime eccezioni) esattamente come si fa oggi solo che non lo si ritiene sacro. Si sacrificano continuamente animali alle mense attuali ma solo se si faceva ritualmente era considerato un crimine.

Il vescovo Porfirio denunciò l’usanza del sacrificio di sangue, riconducendolo a culti demoniaci causa di disastri e di pene per l'animo umano. Tertulliano additò queste credenze come un "tentativo del diavolo di ridicolizzare la chiesa, trasformando le sue cerimonie in riti pagani" Dimenticava che il paganesimo era antecedente al cristianesimo che ne ha copiato feste, riti e preghiere.
LA BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA

LA FINE DEL PAGANESIMO

Nel 394 presso le sponde del fiume Frigidus, l'esercito pagano dell’usurpatore del trono Flavio Eugenio si scontrò contro l'imperatore romano d’oriente Teodosio I a capo dell'esercito cristiano. Teodosio I, vincitore della battaglia del Frigidus, si fece promotore del Cristianesimo come religione di stato instaurando una feroce repressione nei confronti dei pagani, e così avvenne ad Alessandria d'Egitto con la catastrofica distruzione del tempio di Serapide e della Biblioteca di Alessandria ad opera di fanatici cristiani. 

Il IV Concilio Ecclesiastico di Cartagine del 398 proibì a tutti, inclusi i vescovi cristiani, lo studio dei libri pagani. Praticamente tutta la civiltà è bandita. Porfirius, vescovo di Gaza, demolisce quasi tutti i templi pagani della città. In Occidente e Oriente innumerevoli libri filosofici e scientifici del mondo precristiano vengono dati alle fiamme.

Con un nuovo editto del 13 giugno 399, l'imperatore Flavio Arcadius ordina la distruzione immediata di tutti i templi pagani principalmente nelle zone rurali che in parte si erano salvati. Crolleranno in macerie opere d'arte grandiose che nessuno saprà più edificare.

Ad Alessandria la popolazione cristiana, istigata dal vescovo Cirillo martirizzò, smembrandone da viva il corpo verginale, la famosa Ipazia di Alessandria, capo scuola della saggezza alessandrina, grande matematica, astronoma e filosofa. I pezzi del suo corpo, portati per le vie di Alessandria dai cristiani della città, vennero bruciati insieme ai suoi libri nella piazza chiamata Cynaron. Cirillo fu fatto santo.

Il 30 agosto 415 cominciarono nuove persecuzioni contro tutti i sacerdoti pagani del nord Africa, che finiscono crocifissi o bruciati vivi.

A Costantinopoli venne condannato a morte il governatore Anatolius ed altri pagani, dati in pasto ai leoni. Poichè le belve non li sbranarono, forse già sazie di altre stragi, vennero crocefissi ed i loro
cadaveri furono trascinati per le strade dalle folle cristiane e lasciati insepolti nella polvere. (Però nessuno gridò al miracolo e nessuno si convertì quando le belve non li azzannarono come accade se si tratta di cristiani).

L'imperatore Giustiniano nel 528 proibì i giochi olimpici sostituiti da quelli di Antiochia, ed ordinò l'esecuzione, tramite il rogo, la crocifissione o lo smembramento mediante artigli di ferro, di tutti coloro che praticavano "la stregoneria, la divinazione, la magia o l’idolatria", proibendo tutti gli insegnamenti dei pagani affermando:
“…è una sofferenza davanti alle insane bestemmie degli ellenici".

Il Medioevo oscuro e barbaro si protrasse fino al Rinascimento, ma le persecuzioni del San'Uffizio terminarono solo con l'Illuminismo.


BIBLIO

- Roberts, E. Walter, Michael Di Maio, "Julian the Apostate (360-363 A.D.)" - De Imperatoribus Romanis - 2002 -
- Giuseppe Ricciotti - L'Imperatore Giuliano l'Apostata - Milano - Mondadori - 1956 -
- Claudio Mutti - Giuliano e gli eroi - su centrostudilaruna.it.
- Claudio Mutti - Unus Deus. Giuliano e il monoteismo solare, su centrostudilaruna.it -
- Claudio Mutti - La paideia secondo Giuliano, su centrostudilaruna.it -
- Claudio Mutti - Giuliano e la Mater Deorum, su centrostudilaruna.it -
- Ilaria baratta - La rinascita del paganesimo antico di Aby Warburg - Nuova Italia - 1996 -

VIA TRAIANA NOVA

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VIA TRAIANA NOVA
La via Traiana Nova fu una breve strada romana, circa 17 miglia, che collegava Volsinii Novi, l'odierna Bolsena ai confini della città di Clusium (Chiusi). L'antica Volsinii era stata distrutta nel 264 a.c. dai Romani, che l'avevano poi rifondata, cosa usuale per i centri nemici distrutti, chiamandola Volsinii Novi e regolandola sulle griglie urbanistiche romane.

La Traiana Nova fu fatta costruire dall'imperatore Traiano per alleggerire il traffico sulla via Cassia, che in quel tratto era estremamente deteriorata, accorciandone il percorso sorpassando la rupe di Orvieto, e la sua realizzazione fu affidata a Platorio Nepote.

La Traiana, che ebbe come curatore A. Platorio Nepote, curatore anche della Cassia, della Clodia e della Cimina, nascendo da Bolsena, si dirigeva a nord traversando i territori delle città etrusche Castel Giorgio, Castel Viscardo, Allerona e Fabro. La Cassia, invece, dirigendosi verso Orvieto, transitava a mezza costa nel territorio di Ficulle. 


I CIPPI MILIARI

Il tracciato è noto grazie ai rinvenimenti di tratti di basolato nel territorio di Bolsena e nella piana di Castel Giorgio, nonchè da tre cippi miliari rinvenuti tra Allerona e Fabro. Dal territorio alleronese provengono i cippi di monte Regole, rinvenuti nel 1912 e nel 1961, hanno la numerazione XIII, e da Polvento, tra i comuni di Fabro e Ficulle, proviene il cippo numero XVII. 
Il XVII cippo miliare della Via Traiana Nova costituisce uno dei pochi ritrovamenti che consentono di ricostruire il tracciato di questa via, voluta dall'Imperatore Traiano nel 108 d.c., per collegare Volsinii Novi ai confini del territorio di Clusium.
Il miliare fu rinvenuto da alcuni coloni di Fabro, esattamente 526 metri a nord-ovest del podere Polvento, in un luogo all'epoca proprietà della parrocchia di S. Martino di Fabro. Il miliare, un cilindro in travertino, oggi è conservato all'interno del portico del Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto. Ha un'altezza di 160 cm, si eleva su una base quadrangolare di  31x57x58 cm e sulla sua superficie sono presenti tre iscrizioni.
CIPPO MILIARE DELLA VIA TRAIANA NOVA
L'iscrizione comune ai tre cippi cita:
"IMP.CAES.
DIVI NERVAE F.
NERVA TRAIANUS
AUG. GERM. DACIC.
PONT.MAX. TRIB. P. XII
IMP. VI CO.S. V P P
VIAM NOVAM TRAIAN
A VOLSINI AD FINES
CLUSINORUM FECIT
XVII"

Vi è riportato: il nome dell'imperatore Traiano ed il percorso della strada, da Volsinii Novi ai fines Clusinorum, i confini dell'ager chiusino e il miliare corrispondente, ossia il 17°.

La strada, infatti non conduceva a Chiusi città, ma ai suoi confini, per cui si cita AD FINES CLUSINORUM. 

Una delle pietre miliari, rinvenute a Monte Regole, nel comune di Allerona, recita “Viam novam Traianam a Volsiniis ad fines Clusinorum fecit”. Il percorso preciso di questa nuova strada non è stato, però, ancora del tutto chiarito.

La pietra miliare di Monte Regole con le due distanze di 13 miglia da Volsinii e di 85 da Roma, ci dà, dunque, la distanza di 72 miglia tra Volsini e Roma, già nota dall’Itinerario Antonino.

"VIAM NOVAM TRAIANAM
 A VOLSINIIS AD FINES 
CLUSINOTUM FECIT”.

La seconda iscrizione è databile al 305-306 d.c., periodo successivo all'instaurazione della Tetrarchia. In essa, infatti, sono citati Costanzo Cloro e Galerio Massimiano Augusti, Diocleziano e Massimino Augusti Anziani, e Severo (il cui nome è stato cancellato) e Massimiano Daia Nobili Cesari.

DDD NNN
COSTANTIUS ET
[GALERIUS?] 
MAXIMIANUS 
AUG. ET
DIOCLETIANUS
ET MAXIMIANUS
SEN. AUG. ET
[SEVERUS ET] 
MAXIMINUS
NOB. CAES. ET
[...] S
MIL XVII

Un altro cippo, rinvenuto sulle coste di Bardano nel 1905, si trova a 86 miglia da Roma e a 14 miglia da Volsinii:

BONO REIP
NATO D.N. F. L. 
JIOVIANO P.F.
VICTORI AC TRIUMFATORI 
SEMP AUG. MIL LXXXVI.

La terza iscrizione, invece, riporta unicamente il nome di Costantino, definito dalla formula “creato per il bene del genere umano”, che testimonia la presa del potere assoluto da parte dell'imperatore e la connotazione cristiana universale del messaggio.

BONO
GENERIS HUMANI
CREATI
IMP. D N
COSTANTINI
PERPETUI
SEMPER
AUG. XVII

La Via Traiana, traversati Castel Giorgio e il paese di Castel Viscardo raggiungeva Monte Rubiaglio dove, nei fondi della casa parrocchiale, fu rinvenuta un’ara funebre con un epigrafe latina. Ce ne informa Beatrix Klakowicz, direttrice negli anni Ottanta del museo “Faina “ di Orvieto, e che fu oggetto di una pubblicazione del Gamurrini del 1881. Il testo enuncia:

DI(IS) M(ANIBUS)
ULPIAE TERPSIDI
SECURUS AUG(USTI) DISP(ENSATOR)
CONIUGI
BENEMERENTI
ET HILARUS FIL(IUS)
MATRI PIENTISSIMAE…

il fidato amministratore di Augusto consacra agli Dei Mani Ulpia Terside moglie benemerita così come consacra il figlio Ilaro alla madre amatissima



LA VARIANTE DELL'IMPERATORE GIOVIANO

A seguito del crollo, databile a quel periodo, del ponte della Barcaccia per la velocità delle acque torrenziali, sarebbe stata realizzata la variante, all’epoca del pusillanime imperatore Gioviano, tra il 363 e il 364 d.c., di cui la succitata scritta sul cippo miliario:

BONO REIP
NATO D.N. F. L. 
JIOVIANO P.F.
VICTORI AC TRIUMFATORI 
SEMP AUG. MIL LXXXVI.

Questa variante si valeva dell’attraversamento del fiume sul ponte della Barcaccia, ponte crollato ma di cui, nel letto del fiume, è stato rilevato un enorme masso di conglomerato romano, di 7 x 8 x 2 metri, vestigia di un ponte della Traiana, situato in località Molino.

Poi la via Traiana si accostava a Monte Regole da occidente, e automaticamente segnava il limite meridionale dell’Ager Clusinius ad fines Clusinorum. Qui si collegava alla Cassia dove persiste una grandiosa opera idraulica detta oggi il Muro Grosso (uno sbarramento del Chiani lungo circa 100 metri, largo sei ed alto 4.75), poco distante dalla stazione ferroviaria di Fabro-Ficulle.


BIBLIO

- Via Cassia e sue deviazioni: via Clodia, via Trionfale, via Annia, via Traiana nova, via Amerina: studio storico-topografico - Edoardo Martinori, Roma - 1930.
Strade romane, di Romolo A. Staccioli - L’Erma di Bretschneider, 2010.
- L. Quilici, S. Quilici Gigli, Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider -1997.
- R. Knobloch, - Il sistema stradale di età romana: genesi ed evoluzione.
- Le strade dell'Italia romana, Touring Club Italiano, Milano, 2004. .

29 GIUGNO - SS GIOVANNI E PAOLO - QUIRINALIA

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ASSUNZIONE IN CIELO DI ROMOLO QUIRINO
Il 29 giugno, a Roma, è la festa dei patroni dell'Urbe dell’Urbe, con i patroni San Pietro e San Paolo.
La data del 29 giugno risale ai tempi di Augusto, quando il primo imperatore spostò la festa dei Quirinalia, in precedenza celebrata il 17 febbraio, in questa data.

Anticamente i Quirinalia, le festività, istituite da Numa Pompilio, re di Roma di origine sabina, erano dedicate al Dio Quirino, divinità per l'appunto di origine sabina, delle assemblee cittadine dell’Urbe, cioè le Curie, anche queste di derivazione sabina, nonché del raccolto, delle provviste di cibo e in generale delle attività pacifiche degli uomini romani.

La festività sottraeva in qualche modo alla giurisdizione curiale, ossia a un ordinamento aristocratico delle gentes, la totalità dei cittadini, dando loro la possibilità di configurarsi come tali, anziché come membri di una singola curia. Quest'operazione, che si inquadra nel processo che portò gradualmente i romani delle assemblee curiali, cioè le "comitia curiata", alle assemblee popolari, cioè le "comitia tributa", si esplica proprio attraverso il culto del Dio Quirino.

Nel giorno dedicato al Dio Quirino era concesso di celebrare il rito della prima torrefazione del farro a coloro che non lo avevano fatto in precedenza, nel giorno prescritto dalla propria curia. In tal modo coloro che circostanze fortuite, o per propria volontà, si sottraevano all'ordini curiale (qualificabili come stolti rispetto all'ordine stesso) rimediavano sul piano religioso rifugiandosi nel Dio Quirino, la cui festa era detta anche "festa degli stolti" ovvero "stultorum feriae".

Quirino proteggeva i Quiriti, gli abitanti pacifici colti nell’atto di riunirsi nell’assemblea popolare, il comitium: specificamente i cittadini e non i guerrieri. Il Dio del Quirinale aveva qualcosa di Giano, il Dio primordiale del Gianicolo. Ma era, nella definizione di Andrea Carandini, « un Giano tribale aggiornato in senso curiale-quiritario», era « il Dio della collettività». 

OFFERTA SACRIFICALE
Era anche un Dio della guerra, ma in un senso speciale: non il signore della guerra in atto, come Marte, ma di quella terminata, come indica la cadenza invernale della sua festa, i Quirinalia, poiché la guerra seguiva il ciclo della natura e onorare un Dio armato nella stagione più breve dell’anno voleva dire onorare la fine della guerra. 

Come già detto esse cadevano il 17 febbraio, giorno in cui si celebrava la torrefazione del farro, antico alimento della società arcaica romana. Era anche un modo per sfuggire al potere delle Curie, alleggerendo la popolazione, specie quella delle campagne, dai loro doveri verso le curie cittadine, il che rendeva più tollerabile il dominio degli amministratori dell'Urbe. Augusto spostò la festa al 29 giugno, nel periodo della mietitura del grano che, più nutriente, aveva nel frattempo soppiantato il farro.

La mietitura del grano era una festa per tutti i contadini del mondo romano, il lavoro estenuante era finito e ora si brindava e mangiava inneggiando agli Dei del caso. Il Dio in questione però era Romolo-Quirino un Dio-Uomo che aveva fatto da padre ai Romani. Del resto Roma esisteva grazie a Romolo che si era fuso con una figura divina: Quirino.

Alcuni studiosi infatti collegano la festa dei Quirinalia con l'anniversario della scomparsa (o dell'omicidio di Romolo da parte dei suoi sudditi) sulla base del calendario di Polemius Silvius e di Ovidio. La storia dell' apoteosi di Romolo sembrerebbe legata pertanto a una "parentatio funeraria".
In effetti la processione, il sacrificio degli animali, i banchetti e i ludi nel teatro lo farebbero supporre.

Secondo Varrone il Quirinale era chiamato così perché ospitava il tempio di Quirino, sotto il cui nome, racconta Dionigi di Alicarnasso, veniva venerato con sacrifici annuali Romolo, «che aveva superato la natura umana ed era diventato un Dio ». Il patrizio Giulio Proculo, suo vecchio amico, lo aveva incontrato su quel colle dopo che era stato ucciso e fatto a pezzi dai senatori, raccontano Cicerone e Plutarco. Mentre saliva in cielo, ricoperto di armi scintillanti, gli aveva rivelato la sua natura divina e ordinato di costruire lì il suo tempio.

ROMOLO QUIRINO

LA DEDICA DEL TEMPIO

Il 29 giugno era comunque il giorno della dedica del tempio del Dio Quirino, edificato nel 293 a.c. da Lucio Papirio Cursore e poi fatto restaurare da Augusto nel 16 a.c. Inoltre Quirino altri non era che Romolo, il fondatore e primo re di Roma, che alla sua morte fu divinizzato e associato a Quirino di cui assunse il nome. 

L'importanza del Dio non sfuggì ad Augusto, che fondò un tempio dedicato a suo padre Cesare e a Quirino. La coincidenza tra il suo padre adottante, che era anche suo zio, per cui pure con coincidenza di sangue, e il Dio Quirino ribadiva la possibilità della divinizzazione, perchè anche Romolo era stato divinizzato, in più se divinizzava suo padre poteva divinizzare se stesso in quanto figlio. 

Da non dimenticare che Cesare era stato proclamato Pater Patriae. D'altronde a Roma era proibito venerare (cioè onorare come Venere) un uomo seppure reso divus, per cui anche Ottaviano dovette intitolare il suo tempio ad Augusto e a Roma.



GLI SCAVI DEL TEMPIO DI QUIRINO

"Fino ad oggi l’ipotesi più accreditata lo collocava sotto i giardini del Palazzo del Quirinale. Ma il Tempio del dio Quirino, il grandioso monumento sorto sul colle «Quirinalis» che affonda le sue origini nell’età della fondazione di Roma e ricostruito da Cesare e poi da Augusto, giacerebbe invece sotto Palazzo Barberini.

TEMPIO DI QUIRINO
« La localizzazione del Tempio di Quirino sarà uno dei temi cruciali delle nuove lezioni - annuncia Filippo Coarelli - Il complesso monumentale sta proprio sotto Palazzo Barberini e non certo sotto i giardini del Quirinale. È d’accordo con me anche Adriano La Regina e si può dimostrare ».

Gli indizi  sono emersi dallo studio dei risultati ottenuti da una serie di scavi, alcuni storici, altri più recenti e ancora inediti: « Il tempio va collocato tra via Barberini e via delle Quattro Fontane».

Durante i lavori per l’adeguamento dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini, venero riportate alla luce possenti murature (oltre ad una serie di ambienti in parte affrescati), identificabili oggi con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale. E porzioni delle imponenti fondamenta del tempio sarebbero riscontrate anche sul lato di via Barberini.

« Lo scavo del traforo nel 1901 rimise in luce una fetta di gigantesca struttura residenziale identificabile, grazie al ritrovamento dei tubi con epigrafi, a Plauziano il famoso suocero dell’imperatore Caracalla». Secondo le fonti, è sulla sommità del «Quirinalis» (uno dei quattro colli primitivi che formeranno il grande Quirinale) che venne edificato il Tempio di Quirino.

Nel 293 a.c. il console Lucio Papirio Cursore ordinò la fondazione nel sito di un tempio dedicato al Dio Quirino, ed è molto probabile che lo costruì su un santuario più antico risalente alle popolazioni sabine che in età arcaica occupavano il colle. L’unica raffigurazione ce la offre un rilievo in marmo (II sec.) rinvenuto a piazza Esedra nel 1901 (oggi nei depositi di Palazzo Massimo).

A descriverlo è l’architetto Vitruvio (ordine dorico con doppio colonnato, circondato da un portico). Eppure la sua posizione rimaneva col punto interrogativo. « Il mons Quirinalis, il Quirinale primitivo non poteva stare oltre via delle IV Fontane», chiarisce Coarelli. Quindi il tempio si sarebbe dovuto sviluppare verso largo S. Susanna.

(DA: Il Messaggero - Laura Larcan)



SAN PIETRO E PAOLO

Il culto di Romolo-Quirino venne rinverdito da Augusto col tentativo però di sostituirlo con il culto di Cesare-Quirino, anche questo molto sentito dagli antichi romani, sia perchè rimandava a Cesare, sia perchè rimandava ad Augusto, si che la chiesa cristiana pensò bene di sostituire le due divinità Cesare e Quirino con i due santi Pietro e Paolo, come in  genere fece con tutte le maggiori festività pagane.

SAN PIETRO E PAOLO
La festa di San Pietro e Paolo, fino al 1977 fu una festa nazionale, poi la legge n. 54 del 5 marzo 1977, dal titolo "Disposizioni in materia di giorni festivi", determinò la cessazione del carattere festivo civile di varie festività della Chiesa Cattolica. Allora i due santi divennero, per desiderio della Chiesa, i patroni di Roma. 

Il santo patrono per i cattolici (perchè i protestanti non riconoscono i santi) è un santo, canonizzato dalla Chiesa, che una comunità religiosa (in realtà la Chiesa) ha scelto come suo particolare intercessore presso Dio.

Ciò può derivare da varie ragioni: perchè il santo patrono è nativo di quel dato luogo, o vi ha dimorato molto tempo, o vi è sepolto, o perchè seguiva una certa attività lavorativa, o perchè martirizzato in un certo modo, e così via.



FESTEGGIAMENTI DEL RITO CATTOLICO

1) Il Papa impone il Pallio (una specie di sciarpa di lana bianca) ad alcuni vescovi della città, che rappresenta l’unione tra la Chiesa Universale e quelle locali;
2) Il Papa bacia il piede della statua di bronzo di San Pietro, adornata con il “piviale” rosso;
3) Messa vigiliare vespertina:
I lettura - At 3,1-10: Quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!
Salmo responsoriale - dal Sal 19 - Rit.: Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio.
II lettura - Gal 1,11-20: Dio mi scelse fin dal seno di mia madre.
Versetto dell'Alleluia - Gv 21,17
Vangelo - Gv 21,15-19: Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.
4) Al tramonto si svolge la processione, che porta la catena di San Paolo, formata da 14 anelli di ferro.

CESARE E OTTAVIANO

FESTEGGIAMENTI DEL RITO PAGANO:

1) Apertura del tempio di Cesare e Quirino, con rievocazione delle gesta di Cesare e offerte dei fedeli.
2) Offerta sacrificale di una coppia di pecore, sostituita poi (probabilmente) con quella di un bue.
Cottura delle focacce di farro nei tempi più remoti e di grano poi.
3) Offerta ai fedeli della carne dell'animale e delle focacce, insieme al vino annuale.
4) Processione della statua del Dio ornata di nastri e ghirlande con l'immagine di Cesare divinizzato.
5) Spettacoli e musica e danze nell'anfiteatro.

Veniva aperto nell'occasione anche il grande e splendido Tempio di Venere e Roma, essendo Cesare, e di conseguenza poi Augusto, discendenti (a detta di Cesare) dell'Afrodite romana, cioè Venere.

IL SACRIFICIO PAGANO
Lì, nella chiesa cattolica, il Pater è il Papa, non ci sono dubbi, basterebbe del resto mettere un accento sulla "a" per capire, qui Il Pater Patriae è Cesare, che è anche padre di Augusto.
Occorreva soppiantare il ricordo dei due colossi della storia di Roma, i nomi più amati e mai dimenticati: Cesare e Augusto.

Occorrevano altri due colossi della storia non di Roma ma della Chiesa, che completassero l'offuscamento dei più grandi regnanti che l'Urbe avesse mai avuto. I colossi della Chiesa erano Pietro e Paolo, ma perchè questo avvenisse occorreva obbligarlo. Per quanto i cardinali chiedessero a gran voce allo stato la Festa nazionale non la ottennero (visto che lo stato italiano è laico e non riconosce una religione di stato), ma la festa nell'Urbe la ottennero.

E fu così che i romani dovettero sovrapporre alla festa di Cesare e di Augusto quella di Pietro e Paolo. Ci avranno guadagnato o ci avranno perso?


BIBLIO

- Quinto Fabio Pittore - Annales - La religione a Roma - Roma-Bari - 1983 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
- Luciano Canfora - Giulio Cesare - Il dittatore democratico - Laterza - 1999 -
- Luciano Canfora - Augusto figlio di Dio - Bari - Laterza - 2015 -
- Alberto Stefano - Vangelo e Storicità - Milano - Biblioteca Universale Rizzoli - 1995 -
- Francesco Bianchi - Atti degli Apostoli - Città Nuova - 2003.

LE TRIBU' DI ROMA

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ASSEMBLEE ROMANE
Le antiche tribù romane furono dei raggruppamenti sociali in cui si suddivisero i romani su base gentilizia (gens), che in epoca regia si trasformarono in suddivisioni territoriali.



LE TRIBU' ORIGINARIE

Secondo la tradizione, vennero istituite da Romolo ed erano tre:
- i Ramnes (da Romulus di origine latina), cioè le famiglie romane autoctone, guidate dai Latini e stanziate nelle zone pianeggianti;
- i Tities (o Titienses da Titus Tatius il re sabino), cioè le famiglie sabine venute al seguito di Tito Tazio;
- i Luceres (da Lucumon o Lygmon di origine etrusca), che secondo Tito Livio erano di origine incerta; secondo altri erano gli abitanti delle zone boscose nei dintorni di Roma (dal latino lucus, "bosco"), prevalentemente autoctoni; ma secondo altri, e sembra la versione più attendibile, sarebbero di origine etrusca condotti da un Lucumone ("re"), dal quale avrebbero preso il nome (oppure dal re di Ardea, Lucero). 



I COMIZI CURIATI

I romani sarebbero dunque nati dall'integrazione di tre popoli: Latini, Sabini ed Etruschi, costituiti da un centinaio di gentes originarie. A capo di ogni tribù c'era un tribunus, e ogni tribù era suddivisa in dieci curie, per cui in tutto trenta curiae. Da qui si formarono le Assemblee del popolo per curie (Comitia Populi Curiata), detti Comizi curiati che furono la prima assemblea romana.

Tito Livio aggiunge che vennero nominati auguri appartenenti alle tribù dei Ramnes, Titienses, Luceres, in modo che fossero dispari (per una maggioranza in caso di interpretazioni non univoche) e che ne avessero in egual numero ciascuna. Anche qui essendo tre si poteva decidere in maggioranza in caso di verdetti divergenti.


ETA' REGIA

Dopo Romolo che divise la popolazione della Roma quadrata nelle tre tribù, il re Servio Tullio nel VI secolo a.c. divise il popolo in cinque classi, secondo il censo (insieme di beni e redditi), ed in centurie (di un centinaio di componenti). Così vennero istituite quattro tribù urbane, di chi aveva possedimenti terrieri nella zona, il che escludeva la plebe. 

Dalle iniziali tre tribù di Romolo si passò, secondo la tradizione, ai pagi di Numa Pompilio, e alle 20 tribù di Servio Tullio. Sotto i Tarquini il territorio romano venne diviso in ventisei regiones o pagi (da pagus, villaggio). Con la fine della monarchia, sette regiones vennero abbandonate dagli Etruschi, tanto che all'inizio della nuova fase repubblicana le regiones erano diciannove, comprese le quattro urbane.


ETA' REPUBBLICANA

Dal 495 a.c. l'organizzazione tribale conta ventuno tribù, formate dalle 4 urbane serviane (Collina, Esquilina, Palatina e Suburana) e dalle 17 rustiche (Camilla, ecc.), con le due nuove tribù della Claudia e della Clustumina o Crustumina.

I maschi romani liberi e maggiori di età erano iscritti nelle circoscrizioni elettorali (tribus) per il luogo in cui possedevano la maggior estensione di proprietà terriere. I maschi nullatenenti (cioè la maggior parte dei residenti a Roma) maggiori di età, di condizione libera e di sesso maschile, erano iscritti in una delle tribù urbane.

Le tribù portano tutte nomi di casate patrizie, e indicando i territori nei quali quelle gentes avevano avuto possessi successivamente distribuiti fra i plebei, oppure i territorî confinanti coi possessi di ciascuna.   Dal 513 a.c. al 241 a.c., cioè dall'ultimo anno della I guerra punica si passa alle 35 tribù.


LE VICENDE

- Intorno al 450 a.c. alle sedici tribù venne aggiunta la XVII tribù rustica, la Clustumina, derivata da assegnazioni viritane di campi nel territorio della vinta città di Clustumerium. A partire da questo momento tutte le tribù ebbero nomi locali, e tutte derivarono da assegnazioni di fondi in territorî tolti ai nemici.
- Nel IV secolo a.c. si stabilì che indipendentemente dalla posizione del territorio, tutte le nuove conquiste venissero attribuite ed iscritte ad una tribù già esistente (vedi Tuscolo assegnata alla tribù Papiria o a Aricia assegnata a quella Orazia).

- Tito Livio narra che nel 387 a.c., le tribù furono portate da 21 a 25. 

- Secondo lo storico Giovanni Brizzi, nel 314 a.c., le tribù rustiche furono portate a 29.  

- Nel 312 a.c., il censore Appio Claudio Cieco, per necessità militari, iscrisse e distribuì tutti i nullatenenti tra tutte le tribù allora esistenti, senza tener conto del possesso fondiario. 

- Tuttavia questa riforma venne abolita da Quinto Fabio Massimo Rulliano, censore del 304 a.c., che per rimediare a questo provvedimento, che faceva prevalere nelle assemblee elementi infidi, tolse i nullatenenti dalle tribù rustiche riunendo i proletari in quattro tribù che chiamò "urbane". Livio (IX, 46, 14: in quattuor tribus coniecit, urbanasque eas appellavit).

- Nel 241 a.c. le tribù rustiche furono aumentate fino a 31 (35 con quelle urbane), visto che era aumentata la popolazione, ma pure l'estensione della cittadinanza e la fondazione di nuove colonie, e 31 rimasero  fino all'età imperiale.

LE TRIBU' (INGRANDIBILE)
Dopo la guerra sociale dell'88 a.c., visto che l'iscrizione alle tribù venne estesa a tutti gli italici, vennero assunti nuovi funzionari addetti alle tribù, detti "Tribuni aerarii" perché si occupavano soprattutto di pagare i legionari, cioè di dare il soldo (aes) ai "soldati". Inoltre assunsero aiutanti per il censore per compilare le liste dei cittadini, e vennero chiamati "Centuriones".

Il lavoro dei Centuriones, aumentando però sempre di più la popolazione, divenne sempre più complicato, si che nel I secolo a.c. le loro funzioni furono trasferite al nuovo istituto del municipium, anche se la tribù non fu abolita, continuando ad avere un ruolo nelle elezioni ad esempio dei concilia plebis tributa e dei comitia tributa.

Poichè per appartenere alla civitas romana era essenziale l'iscrizione in una tribù, anche gli abitanti delle provincie che per provvedimento speciale, individuale o collettivo, venivano ammessi alla cittadinanza, dovettero immediatamente essere iscritti: molte volte, nelle concessioni individuali, si lasciava la scelta al naturalizzato, ma più spesso l'iscrizione era fatta d'ufficio, secondo il criterio di riunire in una stessa tribù i provenienti di ciascuna provincia (per es., quelli provenienti dalla Gallia Narbonese nella Voltinia, gli Asiatici e Siriani nella Collina e nella Quirina).

IL VOTO DELLE TRIBU'

LE TRIBU'


TRIBU' URBANE

Istituite da Servio Tullio. Da non confondere con le gentilizie di Romolo (Ramnes, Tities e Luceres)
- Collina (comprendeva il colle Quirinale)
- Esquilina (comprendeva il colle Esquilino)
- Palatina (comprendeva il colle Palatino)
- Suburana (comprendeva il colle Celio)


    TRIBU' RURALI

    Anche queste 31 tribù territoriali e non gentilizie.

    - Aniense 299-298 a.c. -
    l'area, costituita dopo la sottomissione degli Equi, e traversata dal fiume Anio (Aniene) da cui prende il nome la tribù, nel 304 a.c., posta attorno alle località di: Affile, Ficulea, Trebula Suffenas e Trevi nel Lazio, e a località della Gallia Cisalpina: Ariminum, Cremona e Vercelli.
    In contrada S. Angelo, sulla sinistra della strada Statale Sublacense, venendo verso Subiaco, si nota un arco tutto sesto su cui è collocato un piccolo sarcofago di epoca repubblicana, che reca incise le porole:
    "L. Maenius Q. F. Ani sepultus = Lucius Quinti filius Aniensi (tribu) sepultus", è il sepolcro di un certo Lucio Menio che apparteneva alla Tribù Aniensi, gruppo etnico latino insediato stabilmente dai consoli nella Valle dell'Aniene, dopo che i Romani nel 299 a.c. avevano sottomesso gli Equi.


    - Arniensis nel 387 a.c. -
    creata nel territorio della città etrusca di Veioattorno alle città di: Cluviae, Blera, Caere, Chiusi, Forum Clodii, Histonium, Juvanum nel Sannio, Ocriculum, Teate Marrucinorum,


    - Camilia almeno dal 495 a.c. -
    non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.


    - Claudia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.

    - Clustumina o Crustumina 495 a.c. oppure 449 a.c. -
    fu creata in seguito alla conquista di Crustumerio. Si conserva un'iscrizione del  pontifex C. Caesidius C.f. Cru. Dexter (C.I.L. XI 6033), della tribù Clustumina.


    - Cornelia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.


    - Emilia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.


    - Fabia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.


    - Falerna o Falerina 318 a.c. -
    con centro a Capua e nell'area a destra del fiume Volturno. Questi territori dell'agro Falerno, sottratto ai Volsci, passarono a Roma e dove in seguito sorse la colonia latina di Cales.


    - Horatia almeno dal 495 a.c. -
    antichissima famiglia patrizia romana, di origine autoctona. Va certamente ricompresa tra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio.


    TITULUS SEPOLCRALE DI C. ARRIUS  DELLA TRIBU' PUPINIA
    - Lemonia VI o inizi del V secolo a.c. -
    denominata dal pagus Lemonius, non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.


    - Maecia 332 a.c. -
    creata nella pianura Pontina, dal territorio sottratto ai Volsci, comprendente anche città come Lanuvio, Napoli, Hatria e Libarna.


    - Menenia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.


    - Papiria almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c..


    - Oufentina o Ufentina 318 a.c. -
    creata lungo la via Appia tra Terracina e Priverno, dal territorio sottratto ai Volsci. Si conserva un'iscrizione Oufentina per il quattuorviro C. Planius C.f. Of. Priscus (Ann. épigr. 1959, 94).


    - Popillia o Poblilia 357 a.c. -
    creata con i territori sottratti ai Volsci.


    - Pollia almeno dal 495 a.c. -
    non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.. P. Plotius L.f. Cam. veterano della II legione Augusta fu sepolto a Fanum Fortunae (della tribù Pollia) in un bel monumento ‘a tamburo’ di prima età imperiale (C.I.L. XI 6223) con la liberta Urbana.


    - Pomptina 358-357 a.c. -
    creata nella pianura Pontina, con i territori dei Volsci e comprendente le città di Norba, Circeii, Ulubrae e Bovillae.


    - Pupinia almeno dal 495 a.c. -
    non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.; sembra però che durante l'incursione di Annibale verso Roma, il condottiero cartaginese da Gabii passò per la regione Pupinia e pose il campo ad 8 miglia da Roma.


    - Quirina 241 a.c. -
    creata sul territorio dei Pretuziani e nel Piceno, lungo la via Salaria con centro principale in Rieti.


    TRIBU' QUIRINA
    - Romilia almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c.


    - Sabatina 387 a.c. -
    creata attorno a Veio fino ai monti Cimini, estesa più tardi alla città di Mantua (Mantova).


    - Scaptia 332 a.c. -
    creata nella pianura Pontina, dal territorio sottratto ai Volsci, comprendente la città di Velletri.


    - Sergia almeno dal 495 a.c. -
    vi furono inserite le popolazioni ribelli dei Marsi e dei peligni, sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c..


    - Stellatina 387 a.c. -
    fu creata nel territorio della città etrusca di Veiosulla destra del Tevere nella zona di Capena, estesa più tardi alla città di Forum Livii (oggi Forlì), patria di Cornelio Gallo, ed alle circostanti Mevaniola (Galeata) e Forum Popilii (Forlimpopoli).


    ISCRIZIONE DI G. OCTACILIO OPPIANO ALLA TRIBU' VOLTINIA
    - Teretina 299 a.c. -
    creata lungo la via Appia, a nord del Volturno, sul territorio preso ai Sabini intorno all'odierna Frosinone.


    - Tromentina 387 a.c. -
    creata nel territorio della città etrusca di Veio, a nord della tribù Fabia.


    - Valeria o Galeria -
    almeno dal 495 a.c. non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.


    - Velina 241 a.c. -
    fu creata sul territorio dei Pretuziani e nel Piceno, con centro nelle colonie di Interamna e Castrum novum, lungo la costa adriatica a nord del fiume Aterno, e dall'89 a.c. con Aquileia.


    - Voltina o Voltinia almeno dal 495 a.c. -
    non sopravvisse la corrispondente gens originaria dopo il IV secolo a.c.


    - Veturia o Voturia  costituita almeno dal 495 a.c. -
    sopravvisse fino ad oltre il IV secolo a.c. Ne faceva parte la città di Bergamo.



    BIBLIO

    AAVV (Famiano Nardini, Antonio Nibby, Ottavio Falconieri, Flaminio Vacca), Roma antica, Roma, 1818.
    V. Costanzi, Le tribù genetiche nel mondo classico, in Annali Univ. toscane, n. s., V (1920).
    Diodoro Siculo, Bibliotheca historica.
    Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane. 
    Domenico Magnino in Appiano, La storia romana, libri XIII-XVII: Le guerre civili, Torino, Utet, 2001.
    Emilio Gabba, Appiano e la storia delle guerre civili, Firenze, La nuova Italia, 1956.
    Ilenia Achilli, Il proemio libro 20 della «Biblioteca storica» di Diodoro Siculo, Lanciano, Carabba, 2012.
    P. Fraccaro, L'organizzazione politica dell'Italia romana, in Atti Congr. intern. dir. rom., I, Pavia 1934.
    Plutarco, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010
    Storia romana, 9 voll., Milano, BUR, 1995-2018.

    BATTAGLIA DEI CAMPI RAUDII

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    MARIO PORTATO IN TRIONFO DAI SUOI LEGIONARI
    La battaglia dei Campi Raudii, conosciuta anche come battaglia di Vercelli, fu combattuta nel 101 a.c. fra l'esercito della Repubblica romana, comandato dal console Gaio Mario, e l'esercito delle tribù germaniche di Cimbri, vicino all'insediamento di Vercellae, nel territorio della Gallia Cisalpina o a Cimbriolo, nel mantovano. I Cimbri furono letteralmente spazzati via, con più di 140.000 morti e 60.000 prigionieri, compresi moltissimi fra donne e bambini.

    Una gran parte del merito di questa vittoria fu attribuito a Lucio Cornelio Silla, legato del proconsole Quinto Lutazio Catulo, che comandava la cavalleria romana e degli alleati italici.



    L'ANTEFATTO

    Le migrazioni dei popoli germanici iniziarono nel 120 a.c, con le popolazioni degli Ambroni, dei Cimbri e dei Teutoni afflitti dalla carestia che abbandonarono le terre dell'odierna Danimarca raggiungendo la Carinzia, l’attuale Austria meridionale, che però era sotto la protezione di Roma.

    Il senato reagì inviando il generale Papirio Carbone, console del 113 a.c., con un nutrito esercito per risolvere il problema. L'incontro avvenne a Noreia dove i germani si mostrarono disposti a cambiare percorso: ma Carbone, in cerca do gloria, li provocò costringendoli alla battaglia. Però i Germani inflissero ai Romani una sonora sconfitta, per la quale Carbone venne messo sotto accusa dal senato, ragion per cui si suicidò.

    Il momento era tragico, perchè non vi erano altre legioni dislocate nella Pianura Padana e se i germani avessero deciso di attaccare, non avrebbero incontrato resistenza. I Germani però scelsero di passare attraverso la Svizzera e di continuare nelle Gallie, alla ricerca di nuove terre coltivabili.

    I romani però non potevano perdere perchè rischiava il suo prestigio e la sollevazione delle terre conquistate, per cui il senato inviò un nuovo esercito guidato da Manlio Massimo e Servilio Cepione onde vendicare l'onta di Noreia.

    Ma conseguirono un’altra devastante sconfitta, dovuta per giunta alla rivalità tra i due generali romani, appartenenti a fazioni politiche differenti, per cui si accamparono lontani l’uno dall’altro e, alla ricerca della gloria personale, non coordinarono i loro soldati. I Germani gli inflissero così
    ad Arausio una delle peggiori sconfitte della storia romana. Ora il suolo italico era veramente in pericolo.

    Fortunatamente per Roma i Germani decisero di invadere la penisola iberica ritenendola più indifesa, ma qui incontrarono i guerrieri Celtiberi, che li vinsero e ricacciarono dal loro territorio. Stavolta i Germani decisero di attaccare il suolo italico, dividendosi in tre tronconi per attaccare in tre punti diversi, lo stesso errore di Manlio Massimo e Servilio Cepione, indebolendo così il loro esercito.

    Un troncone sarebbe sceso attraverso le Alpi marittime, passando per la zona di Nizza e Ventimiglia, un altro dal passo del Brennero, nell’attuale Trentino-alto Adige e un terzo avrebbe traversato le Alpi Giulie al confine con l’attuale Slovenia per invadere l’Italia da est.

    A questo punto il senato abbandonò il suo orgoglio aristocratico e decise che era meglio affidare l'esercito ad un generale plebeo, il miglior generale mai avuto da tanti anni a quella parte: Caio Mario.

    GAIO MARIO

    GAIO MARIO

    Gaio Mario, per quanto plebeo, era stato rieletto console per 5 volte consecutive (dal 104 al 100 a.c.), cosa mai avvenuta in precedenza, in quanto era il miglior generale di cui Roma disponesse. Mario era letteralmente adorato dai suoi soldati, ed eccone l'esempio. Narra Plutarco nella biografia di Gaio Mario, di un giovane soldato, Trebonio, che aveva subito molestie sessuali dal suo ufficiale superiore, Gaio Luscius. nipote di Gaio Mario. Una notte Trebonio venne convocato di nuovo alla tenda di Luscius e non poteva esimersi, ma poichè stavolta le insistenze stavano trasformandosi in violenza sessuale, Trebonius, sfoderata la spada uccide Luscius.

    Portato a processo, il ragazzo, che rischiava la condanna a morte per il gravissimo reato, riuscì però a produrre testimoni per dimostrare che aveva ripetutamente dovuto respingere Luscius, e che "non aveva mai prostituito il suo corpo a nessuno, nonostante le profferte di regali costosi". E' evidente che i legionari poterono testimoniare liberamente perchè conoscevano la profonda giustizia del generale Gaio Mario. Questi infatti, non solo liberò Trebonio dall'accusa di aver assassinato un parente dello stesso Mario, ma lo adornò di una corona sul campo per il coraggio dimostrato. Questo era Gaio Mario.

    Ora Gaio Mario aveva già conseguito una brillante vittoria alle Aquae Sextiae, per cui aveva meritato il trionfo sconfiggendo largamente i terribili Teutoni. A Roma non restava che rinnovargli il comando contro gli altrettanto temibili Cimbri.



    IL TEATRO DELLA BATTAGLIA


    I IPOTESI

    Per tradizione si suole identificare Vercellae, citato da Plutarco nelle sue "Vite Parallele", con l'odierna Vercelli; per cui i Cimbri potrebbero aver valicato le Alpi attraverso la Val d'Ossola. Infatti nell'area in sponda sinistra del fiume Sesia, poco a nord di Borgo Vercelli e circa a 5 km di distanza dalla città di Vercelli, sono molto numerosi i ritrovamenti archeologici presumibilmente legati alla battaglia. La localizzazione nei pressi di Vercelli è dunque utilizzata nell'analisi del Mommsen riportata sotto ed è condivisa dalla maggioranza degli studiosi.


    II IPOTESI

    Alcuni storici pensano però che il termine potrebbe indicare invece i vercelli, le zone minerarie sottoposte a estrazione. Raudius è infatti un antico termine latino della metallurgia.  I campi di cui parlano le fonti antiche potrebbero perciò essere situati sulla sinistra del Po, poco più a nord di Ferrara, compresi tra il corso principale del fiume e Rovigo.

    Dunque i Cimbri, dopo aver scavalcato le Alpi attraverso il Passo del Brennero, si sarebbero diretti a sud seguendo il corso dell'Adige anziché deviare verso nord-ovest, come in effetti dimostrano ritrovamenti archeologici nei pressi di Rovigo, e per giunta la località di Lusia, a pochi km da essa, prende nome dalla Gens Luxia, strettamente imparentata con Gaio Mario.

    La stessa figlia del console vittorioso, Maria Tertia, visse nei possedimenti di famiglia nell'odierna Lusia, territori che dopo la vittoria vennero distribuiti alle truppe e in parte occupati da Mario, che fece installare qui fattorie per lo sfruttamento agricolo della regione. In effetti le fondazioni delle torri del castello di Rovigo sono di un insediamento romano rustico.


    III IPOTESI

    Secondo altri studiosi la battaglia si sarebbe svolta presso Gattinara a nord di Vercelli, dove c'è il Santuario di Rado, con chiesa romanica costruita su chiesa di epoca romana, come testimoniano il campaniletto nel sottotetto e una interpretazione etimologica del nome di Gattinara (Catuli Ara, altare di Catulo, proconsole romano, vincitore dei Cimbri e dei Teutoni). Importanti ritrovamenti di tombe e monete romane confermerebbero l'ipotesi.


    IV IPOTESI

    C'è però la rivendicazione del luogo della battaglia dal paese di Roddi nelle Langhe: area intensamente romanizzata proprio a partire da questa epoca.


    V IPOTESI

    Basandosi sulla toponomastica, sarebbe stata individuata una località compresa tra Redondesco (Raudaldisco in epoca longobarda) e Rodigo (Raudingo in epoca longobarda), in provincia di Mantova, nomi che entrambi rimandano ai campi "raudi", luoghi in prossimità della via Postumia che i Cimbri avrebbero incontrato scendendo dal Brennero.


    VI IPOTESI

    Anche la località di Cimbriolo, nel comune di Castellucchio. (Castrum Lucius - Lucius Sulla?), rimanderebbe all'omonima popolazione. Torna dunque di attualità un'ipotesi sostenuta dagli storici Ganelli e Agnelli nel Seicento circa il luogo del mantovano ove avvenne lo scontro.

    Le prove sono scaturite da una ricerca condotta negli ultimi cinque anni dallo storico locale Gualberto Storti. I Cimbri dopo il loro ingresso in Italia attraverso le Alpi Tridentine si erano stanziati nella Venezia. Il re Boiorige, intenzionato a stabilirsi definitivamente con la sua popolazione nella Gallia Cisalpina sollecitò allo scontro il console Gaio Mario, che accettò la sfida indicando luogo e la data: all'indomani nella "apertissima pianura", poco distante.

    Roma era la meta ambita dai Cimbri. Numerosi studiosi e storici a partire dal XV secolo, epoca delle prime traduzioni dal greco al latino e in cui furono date alla stampa le prime volgarizzazioni, hanno cercato di individuare il luogo della battaglia, che per un errore di trascrizione portò a ritenere nel Piemonte.

    Noncuranti delle versioni latine che indicavano nella località denominata "Raudio", che si trovava in un territorio che i soldati avevano ricordato come campi raudii, cioè campi dal colore rosso ramato alcuni storici preferirono adottare la versione di Plutarco che, nella vita di Mario, aveva scritto che la battaglia si era svolta in località Berxella. La traduzione dal greco al latino portò gli studiosi a ritenere che il biografo greco intendesse riferirsi a Vercelli.

    Da oltre cinquecento anni, epoca delle prime traduzioni dal greco al latino, la precisazione di Plutarco con "perì Berxella" con apud vercellas. Ma i Cimbri vennero massacrati nel mantovano. La toponomastica, la rilettura delle fonti antiche e l'archeologia dimostrerebbero che lo scontro avvenne lungo la via Postumia, nel tratto compreso fra Villafranca veronese e Calvatone (antica Bedriacum), più precisamente fra i due fiumi Mincio e Oglio.

    Il nome "campi Raudii", rosso-ramati, si riferiva al colore della terra su cui si era svolta la battaglia e venne coniato dai soldati reduci. Lungo la via Postumia, i campi assumono una colorazione rossiccia e inoltre Cimbriolo, Mariana, Raudio (odierno Rodigo), il terreno pianeggiante, al centro della pianura padana erano altri richiami. Poi il fiume Atisone e la fantomatica Berxella citate da Plutarco, dimostrano che non nel vercellese, ma nel mantovano, avvenne lo scontro.

    Plutarco citando Berchella citava un oscuro villaggio del mantovano e il fiume Atisone, che secondo Plutarco attraversava il campo di battaglia, è ancora oggi ben visibile dalle foto aeree.  Scavi della fine dell'Ottocento hanno riportato alla luce i proiettili dei frombolieri inseriti nelle truppe ausiliarie romane proprio da Gaio Mario, dopo la conquista delle Isole Baleari del 121 a.c. Fonti antiche ricordano che i frombolieri facevano parte delle truppe che Gaio Mario aveva portato in Numidia nella guerra contro Giugurta (118-105 a.c.), nonchè alle Aquae Sextiae (102 a.c.).



    LA BATTAGLIA

    Lo scontro fu fissato per il 30 luglio della 101 a.c.: i germani, certi della loro supremazia, concessero a Mario la scelta del luogo dello scontro. Mario individuò una pianura in cui i Germani avrebbero avuto il sole in faccia, con una temperatura elevata a cui i guerrieri cimbri non erano abituati, per giunta l'ampio spazio avrebbe facilitato le manovre della cavalleria romana, superiore per numero e qualità alla cimbra.

    Caio Mario divise il suo esercito in tre parti. Al centro vengono posizionati 24mila uomini al comando del generale Lutazio Catulo, poco più che reclute, quindi poco valide ma in gran numero.A destra vennero dispiegati altri 15mila uomini più la cavalleria ai comandi di Lucio Cornelio Silla, giovane e valente generale che aveva affiancato Mario, mettendolo spesso in ombra, nella guerra contro Giugurta.

    Mario stesso decise di posizionarsi sulla sinistra, con altri 15mila uomini. Erano i veterani, i soldati più forti e addestrati a sua disposizione.I Cimbri formarono un'enorme, spaventosa distesa di 180mila fanti, preceduta da 15mila cavalieri. La battaglia cominciò per iniziativa di Caio Mario che con la sua ala sinistra si lanciò a capofitto contro l’avversario. 15mila uomini di corsa, in una piana polverosa, ma gli avversari erano spariti.

    I Cimbri, infatti, avevano scelto di attaccare con tutte le loro forze il centro dello schieramento Romano: i 15mila cavalieri e i 180mila fanti si erano schiantati contro i soldati di Lutazio Catulo, posizionati al centro.

    I germani sarebbero riusciti a bucare l’esercito romano se non fosse stato per la manovra dell’ala destra guidata da Cornelio Silla che, individuando il fianco scoperto dei germani, ordinò una carica di cavalleria che scompaginò completamente l’avversario.

    Mario, resosi conto della validità dell’azione, eseguì dall’altro lato la stessa operazione, in una manovra a tenaglia che schiacciò completamente i Cimbri. In breve tempo la piana dei Campi Raudii si trasformò in un fuggi fuggi generale, dove i Cimbri vennero inseguiti e sterminati.

    Ma i germani non morirono, tutti, per mano romana. Gli stessi soldati sconfitti, iniziarono ad uccidersi l’uno con l’altro pur di non cadere nelle mani dei romani, e anche le donne, che nella tradizione germanica partecipavano alla battaglia, tolsero la vita ai loro figli e scelsero di impiccarsi ai carri che posizionavano ai bordi del campo di battaglia.

    Theodor Mommsen: «I due eserciti si incontrarono presso Vercelli, non lontano dalla confluenza del Sesia con il Po, proprio nello stesso luogo in cui Annibale aveva combattuto la sua prima battaglia sul suolo italiano. I Cimbri erano ansiosi di battersi e, come loro usanza, inviarono una delegazione al campo romano per concordare tempo e luogo. Mario li accontentò, e propose il giorno seguente (era il 30 luglio del 101 a.c.) e la piana di Raudii, un vasto luogo pianeggiante, che avrebbe reso più agevoli le manovre della cavalleria romana, superiore a quella germanica. 

    La cavalleria dei Cimbri, muovendosi nella densa foschia mattutina, fu colta di sorpresa da quella romana, con cui fu costretta ad ingaggiare un combattimento ravvicinato prima che potesse disporsi in formazione di attacco, e fu quindi ricacciata indietro verso la propria stessa fanteria, che stava proprio in quel momento schierandosi a battaglia. 

    Al termine i Romani ottennero una schiacciante vittoria, riportando solo leggere perdite, mentre i Cimbri furono letteralmente annientati. Quelli che trovarono la morte in battaglia, cioè la maggior parte dei Cimbri, compreso il valoroso re Boiorix, poterono chiamarsi fortunati, sicuramente più fortunati di coloro che, venduti a Roma al mercato degli schiavi, trovarono un padrone desideroso di vendicarsi su di loro, uomini del nord, che avevano osato sfidare Roma per conquistare le terre del soleggiato sud prima che i tempi della Storia fossero maturi per questa impresa. 

    Alla notizia della disfatta i Tigurini, che erano rimasti al di là delle Alpi, col proposito di unirsi successivamente ai Cimbri, rinunciarono immediatamente all'impresa e fecero ritorno alle loro sedi. La valanga umana, che per tredici lunghi anni aveva seminato terrore fra i popoli stanziati fra il Danubio, l'Ebro, la Senna ed il Po, si trovava sepolta sotto l'erba oppure soggiogata in schiavitù. Il destino del grande miraggio della migrazione germanica si era compiuto, il popolo senza patria dei Cimbri ed i loro compagni di avventura non esistevano più.»

    (Theodore Mommsen - Storia di Roma - volume II - Milano, Armando Curcio Editore, 1964)
    (Premio Nobel per la letteratura nel 1902 -  medaglia Pour le Mérite nel 1868 - cittadinanza onoraria di Roma)

    La vittoria dei Campi Raudii, immediatamente successiva alla sconfitta dei Teutoni, avvenuta l'anno precedente sempre ad opera di Mario nella Battaglia di Aquae Sextiae, fece cessare ogni tentativo germanico di invadere i territori controllati da Roma. All'interno della repubblica romana invece, ebbe una profonda influenza sulle vicende politiche di Roma stessa, segnando l'inizio della rivalità fra Mario e Silla, che sfociò successivamente nello scoppio della prima delle grandi guerre civili.

    Come ricompensa per il loro prezioso e coraggioso servizio, Mario concesse la cittadinanza romana ai soldati degli alleati italici, senza nemmeno consultare il senato e fu la prima volta che un generale vittorioso osasse sfidare apertamente il Senato.  Quando alcuni dei senatori gli chiesero di giustificarsi egli ironicamente rispose che nella concitazione della battaglia gli era stato difficile capire se la voce di Roma era quella degli alleati oppure quella della legge. Da questo momento tutte le legioni italiche divennero legioni romane.

    CATTI (Nemici di Roma)

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    I Catti (Chatti in latino o Cháttoi) furono un'antica popolazione germanica stanziata nell'Assia centro-settentrionale (Germania centro-occidentale) e nel sud della Bassa Sassonia (parte nord-occidentale della Germania).

    Secondo Tacito la tribù dei Batavi fecero parte di questa popolazione, fino a che, a causa delle violente dispute interne, vennero cacciati, e si posero sulla foce del Reno. Confinavano a nord con gli Usipeti e i Tencteri (stanziati sulla riva destra del Reno) e i Cherusci (nella Bassa Sassonia merid.), e ad oriente con i Cauci (stanziati tra l'Ems e l'Elba lungo la costa del Mare del Nord).

    I Catti, scrive ancora Tacito, hanno un fisico molto resistente, le membra muscolose, l'aspetto minaccioso e una volontà ferrea. Per essere Germani, sono molto intelligenti e abili. Sanno sfidare la sorte e danno valore alle poche certezze che hanno.

    Nella "Germania", di Tacito, i Catti sono ricordati come guerrieri famosi per la loro disciplina e per la loro fanteria, che deve sopportare non solo le pesanti armi, ma anche utensili di ferro e provviste. 

    Scelgono i loro capi tra gli uomini più degni e ne seguono i comandi con ordine e disciplina. Non possiedono una casa, né campi, né alcuna stabile occupazione. Sono indifferenti al possesso personale, ma ovunque arrivano si accaparrano il cibo e ogni cosa rubando e razziando.

    Tacito aggiunge che essi sanno conservare l'ordine dello schieramento, cogliere l'occasione opportuna, trattenersi nell'impeto, circondarsi di notte con le difese. Sanno confidare nel loro comandante in guerra, come impone la stessa disciplina romana, ma cosa rara tra i Germani. 

    Nei combattimenti raramente compiono scorrerie o scaramucce. Se per Tacito, la cavalleria serve per giungere presto alla vittoria e subito dopo ritirarsi, alla fanteria non si addice la rapidità, che equivale alla paura, al contrario essa deve essere lenta in battaglia, che equivale al fermo coraggio, come quello che i Catti dimostrano ogni volta. Ai più valorosi spetta di prendere l'iniziativa in combattimento, costituendo gli stessi la prima linea dello schieramento, che Tacito definisce «spaventosa a vedersi».

    I Catti usano lasciar crescere capelli e barba fin dall'adolescenza e non tagliarseli mai prima di aver ucciso un nemico. Sulle spoglie insanguinate del nemico è usanza segnarsi il volto col sangue dell'altro, ritenendo solo così di aver riscattato il prezzo della vita e di essere degni dei loro padri e dei loro antenati. Ai vili rimane invece il volto senza segni. I più valorosi portano anche un anello di ferro, simbolo di asservimento, e lo tolgono solo quando hanno ucciso un nemico.



    LA STORIA

    Risale alla fine del I secolo la prima accurata descrizione dei Germani, riportata nella "Germania" di Gaio Cornelio Tacito nel 98 d.c. L'autore narra che nell'11 a.c., quando il generale romano Druso Maggiore affrontò i Germani, vinse per primi e sottomise il popolo degli Usipeti, poi fece erigere un ponte sul fiume Lupia (Lippe), che si trova di fronte a Castra Vetera (Xanten) ed invase il territorio dei Sigambri, che erano però assenti poiché in lotta con i vicini Catti.

    Giunto all'interno della Germania Magna, Druso Maggiore nell'anno 14 raggiunse poi il popolo dei Marsi stanziati tra i fiumi Rhein (Reno), Rur (Roer) e Lupia (Lippe), nell'attuale Germania nord-occidentale con 12.000 legionari, 26 coorti di ausiliari e 8 squadroni di cavalleria. Poiché era la festa della Dea lunare Tanfana, i Marsi erano troppo ubriachi per poter rispondere all'attacco a sorpresa dei Romani, e vennero massacrati. Secondo Tacito, un'area di 50 miglia romane venne rasa al suolo con fuoco e spade: "Né sesso né età provocarono pietà".

    I romani raramente compivano tali massacri ma, come dimostrò poi la disfatta di Teutoburgo, dovuta a un tradimento dove tre legioni vennero barbaramente torturate, mutilate e uccise, i germani erano molto crudeli con i vinti. I romani non dimenticarono anche se bisognerà arrivare a Traiano per una rivincita completa, dato che sia Giulio Cesare prima che Druso e Germanico dopo, vennero interrotti dalla morte nella probabile conquista del territorio germanico.  

    Druso giunse poi ai confini occidentali dei Cherusci sul fiume Visurgis (l'attuale Weser), facendo infine erigere due castri ben fortificati per proteggersi dagli attacchi dei Germani, uno dove si congiungono il fiume Lupia e l'Eliso (ad Aliso, moderna Haltern), l'altro nel territorio dei Catti, lungo la riva del Reno (Mogontiacum).

    BASSORILIEVO DELLA COLONNA DI TRAIANO
    Nel 10 a.c. Druso marciò contro i Catti, i Mattiaci e i Tencteri, sulla riva destra del Reno, devastandone i territori già a loro assegnati dai Romani, ma ormai disabitati poiché si erano ritirati nella grande Selva Ercinia, una foresta che giungeva fino al mar Baltico. Druso pose il suo quartier generale nella fortezza legionaria di Mogontiacum (Magonza), collegata con altre nuove fortificazioni, come Rödgen sempre nel territorio dei Catti.

    L'anno successivo, nel 9 a.c., Druso invase prima il territorio dei Catti poi quello dei Suebi, tra i quali i Marcomanni che decisero di migrare in Boemia, e poi quello degli Ermunduri. Ingaggiando feroci battaglie conquistò tutte queste regioni e dalla Suebia passò nel territorio dei Cherusci e, dopo aver attraversato il Visurgis (Weser), si spinse fino all'Elba, dove nessun altro romano era giunto mai prima di allora, portando devastazione in tutti i territori.

    Infine si formò una coalizione delle tribù germaniche guidate dal cherusco Arminio, che nel 9 d.c. distrusse in un'imboscata le legioni di Varo nella battaglia di Teutoburgo. Per rappresaglia allo sterminio di Teutoburgo nel 15 d.c. Germanico devastò i loro territori. Egli infatti, dopo aver attraversato il Reno assieme al luogotenente Aulo Cecina Severo, prima sconfisse i Marsi, poi i Catti. 

    Fu poi l'imperatore Domiziano, nell'83, a scontrasi con i germani, istituendo le due province della Germania superiore e inferiore, per cui i Romani acquisirono territori oltre il Reno, incorporati nella Germania superiore. per la vittoria sui Catti, Domiziano ottenne il trionfo a Roma ricevendo il titolo di Germanicus. Per precauzione venne fortificato un tratto di limes lungo il confine meridionale delle terre dei Catti nell'Assia centrale.

    Nell'88, il re dei Cherusci, Cariomero, venne cacciato dal suo regno dai Catti, in quanto amico ed alleato dei Romani. Riuscì a radunare un nuovo esercito e a fare ritorno; ma venne poi abbandonato dai suoi stessi uomini, quando decise di inviare ostaggi a Roma, divenendone nuovamente amico e alleato.

    L'anno successivo, profittando della rivolta del governatore della Germania superiore, Lucio Antonio Saturnino (89), i Catti attaccarono il tratto di limes appena costruito, ma vennero di nuovo sconfitti e ricacciati indietro.

    Sotto Marco Aurelio, nel 161-162, profittando che in Oriente era iniziata la campagna contro i Parti, i Catti penetrarono negli Agri Decumates (odierna Germania sud-occidentale), ma vennero subito ricacciati dal governatore della Germania superiore, Gaio Aufidio Vittorino (console del 155).
    I Catti attaccarono ancora nel 170-172, ma il governatore della Gallia Belgica, Didio Giuliano, intervenne e li sconfisse di nuovo.

    Più tardi, nel 212, per la prima volta riuniti, gli Alemanni, un'alleanza di tribù germaniche tra cui Catti, Naristi, Ermunduri, Iutungi e parte dei Semnoni, stanziate attorno alla parte superiore del Meno, in nel sud-ovest della Germania, sfondarono il limes romano nella pianura del Wetterau.

    L'anno seguente (213), l'imperatore romano Caracalla, giunto sul limes germanico-retico, condusse una campagna contro le popolazioni germaniche, sconfiggendo prima i Catti lungo il fiume Meno, poi gli Alemanni nella zona che va dalla Rezia all'altopiano della Svevia. Per queste vittorie l'imperatore ottenne il titolo di Germanicus maximus.

    VILLA CELIMONTANA

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    IL PORTALE
    La villa Celimontana è un parco pubblico di Roma creato sui giardini cinquecenteschi, già adibita a vigna, di Ciriaco Mattei. Si trova sulla sommità occidentale del colle Celio ed ha il suo ingresso monumentale sulla via della Navicella, poco distante dall'omonima fontana di Roma antica dalla quale prende il nome la via, a fianco alla Basilica di Santa Maria in Domnica, uno dei primi templi cristiani della Capitale.

    Desideriamo illustrare questa villa, non tanto perchè molto bella a vedersi, ma in quanto accoglie in sè stupendi resti romani, sia per l'attività di antiquario dell'antico proprietario, ma anche perchè sorto su monumenti romani di cui conserva splendidi resti.

    Nel medioevo, stanchi di demolire e bruciare i magnifici monumenti della città di Roma, si ritenne bene coprire di terra il suolo romano, non solo per cancellare ogni traccia di paganesimo, ma pure per farne una interminabile distesa di vigne, anche perchè, dato il suolo propizio, la produzione del vino rendeva ottimamente.

    CORNICIONE DI SPLENDIDA FATTURA ED ARA CON ANFORA E UMBONE AI LATI

    LA FAMIGLIA MATTEI

    Nel '500 l'area della villa, tenuta come vigna dalla famiglia Paluzzelli, venne fatta scavare estraendone pregiati marmi colorati (del Tempio romano del Sole) che vennero utilizzati per la "Sala Regia" che il Sangallo stava in quegli anni sistemando in Vaticano.

    Venne venduta dai Paluzzelli e acquistata per 1000 scudi d'oro nel 1553 dalla ricca e nobile famiglia Mattei, che la sottopose ad interventi di sistemazione conclusisi nel 1581.

    La famiglia Mattei risaliva al più antico nucleo del patriziato romano, apparentata con i Conti di Tuscolo e gli Stefaneschi, discendente dai Papareschi o de Papa (de Domo Paparescorum) nella zona di Trastevere. 

    La famiglia vantava diversi cardinali perchè, come i generali dell'impero romano andavano in guerra per arricchirsi, non solo per il bottino, ma per i governatorati di provincia che gli venivano assegnati a seguito delle vittorie, dopo la caduta dell'impero si diventava ricchi e potenti scalando la carriera ecclesiastica.

    Naturalmente il cardinalato consentiva due vie molto redditizie, una quella di diventare Papa, l'altra di appoggiare un Papa votandolo nel concistoro facendo pagare lautamente detto voto in soldi, in proprietà o in privilegi.

    I Mattei vantavano infatti nella famiglia di origine i cardinali Cinzio, Pietro, Gregorio e Guido dei Guidoni Papareschi; e con il cognome Mattei ben otto cardinali, oltre al cardinale Gregorio che divenne papa Innocenzo I. 

    All'epoca le famiglie patrizie lottavano per diventare cardinali, e si alleavano tra loro o corrompevano gli altri cardinali per ottenere un Papa del proprio casato, poichè costui poteva come un imperatore romano elargire terre, cittadine e possedimenti alla propria famiglia, aumentandone a dismisura le ricchezze e il potere. Il Papa era potente forse più di un imperatore, in quanto non doveva nemmeno fare i conti con un senato: era un monarca assoluto.

    I GIARDINI E PALAZZO MATTEI

    DA VIGNA A GIARDINO ROMANO

    L'area su cui si estende la villa, intorno alla chiesa di S. Maria in Domnica, occupata in epoca medievale e nel primo rinascimento da orti e vigneti, fu acquistata verso la metà del '500 da Giacomo Mattei, che la diede in dote alla figlia Claudia, sposa e cugina di Ciriaco Mattei, artefice della profonda trasformazione del luogo.

    Infatti fu Ciriaco Mattei a fare eseguire gli splendidi giardini, costruiti negli ultimi decenni del secolo XVI, sulla vigna che aveva già ricoperto di suo gli antichi e splendidi resti romani. 

    E fu scoprendo quei resti romani che al Mattei venne la passione dell'arte romana e greca. Così egli trasformò la vigna in un giardino ricco di statue e di fontane impegnando architetti, artisti e maestranze. 

    Egli accumulò tali e tante magnificenze dell'arte romana che nel suo testamento lasciò scritto che i suoi eredi non avrebbero mai potuto vendere cotali bellezze, pena la perdita dell'eredità. Purtroppo i suoi figli maschi divennero poi dediti al gioco d'azzardo ipotecando e alienandosi pian piano molte delle magnifiche proprietà ma soprattutto vendendo l'immenso patrimonio di statue romane che finirono per lo più all'estero.

    La villa comunque fu comunque subì diverse trasformazioni nelle sue componenti paesaggistiche per volontà di Laura Maria Giuseppa di Bauffremont nel 1858 affidandone i lavori all'architetto francese Pierre Charles L'Enfant (1754-1825). Nel 1870 invece, ad opera dell'ultimo proprietario Richard von Hoffmann, subì diversi interventi in stile neogotico.

    La Villa rimase di proprietà della famiglia Mattei fino all'estinzione della linea maschile all'inizio dell'Ottocento. Dopo alcuni passaggi di proprietà, nel 1926 la palazzina Mattei venne consegnata al suo definitivo assegnatario, la Regia Società Geografica Italiana mentre il parco fu destinato a verde pubblico e nel 1928 aperto alla cittadinanza. Contiene numerosi reperti di varie epoche ed origini, che vi sono oggi esposte come ornamento.
    VASCA ROMANA FORSE DELLE TERME DI CARACALLA

    IL SEMENZAIO DI SAN SISTO VECCHIO

    Posto a sud della villa comunale e sede di numerose statue e vasche di antiche fontane, è sede e principale semenzaio del Servizio del comune di Roma, che nel secolo scorso venne alienato di statue fontane che forse, o almeno questa è la speranza, vennero dislocate altrove per porle nei vari musei.

    L'ultima statua scomparsa, però non dell'antica Roma, fu un bronzo di circa due metri e mezzo rappresentante un San Michele con la spada che era alloggiato in un tempietto gotico che lo proteggeva dalle intemperie. Una volta restaurato il tempietto il San Michele non fece più ritorno. Ma questo è il meno.

    La villa insiste ad Ovest sulla famosissima valle delle Camene, nonchè sulla valle delle Terme di Caracalla, nonchè sul prolungamento dell'antico clivo di Scauro, (il cui nome antico romano è stato mutato per qualche misteriosa ragione in via di San Paolo della Croce) con villa e museo.
    Ma soprattutto la villa  copre un sito di età Flavia e Traianea del quale restano cinte murarie ora coperte dai livellamenti del terreno e parzialmente visibili solo dal lato Sud e ospitava i castra della V coorte dei Vigiles.
    IL CAPITELLO

    IL PORTALE DELLA VILLA

    Il portale monumentale della villa, come si vede in figura proviene dalla Villa Giustiniani Massimo (o Massimo-Lancellotti, o Villa Massimo al Laterano), ubicata un tempo nella via Matteo Boiardo ed oggi scomparsa (sicuramente venduta all'estero) per edificazione; il portale venne quindi ricostruito sul modello originale nel 1931.
    Il portale è costituito da una porta bugnata, decorata con due cariatidi ed uno stemma del Comune di Roma, sormontata da un attico con balaustrata e finestre. Si presuppone che il modello originale delle cariatidi fosse antico romano.
    L'attuale non è l'originale ingresso principale, che si trovava invece a Nord, sulla piazza SS.Giovanni e Paolo. Il viale d'ingresso conduce al "casino", o "Palazzetto Mattei", opera di Jacopo Del Duca, attuale sede della Società Geografica Italiana e, per il tramite di questa, anche della Società Geografica Europea (EUGEO) e del segretariato permanente dell'Unione Geografica Internazionale.

    La villa rimase ai Mattei fino al 1802, anno di vendita del complesso, anche se la spoliazione dei prezzi pregiati era già iniziata nel 1770 con la vendita di 10 statue al Vaticano (tra cui l'Amazzone, la "Pudicizia", il "Traiano seduto", ora al Louvre) e nel 1802 con la testa di Augusto sempre al Vaticano. 


    I MOSAICI ROMANI DI PALAZZO MATTEI
    La villa in questi anni subì numerosi passaggi di proprietà: nel 1813 fu acquistata dal principe Manuel Godoy, principe di La Paz e ministro di Carlo IV di Spagna, poi subentrò la principessa Marianna d'Orange Nassau, figlia di Guglielmo I d'Olanda, nel 1857 la principessa Federica di Prussia, della principessa di Bauffremont e infine nel 1869 il barone bavarese Riccardo Hoffmann.
    Dopo la I Guerra Mondiale la villa fu confiscata dallo Stato Italiano ai proprietari di nazionalità tedesca quale bene nemico: soltanto nel 1926 fu donata al Comune di Roma che adibì Villa Mattei Celimontana a parco pubblico. Nel 1923, proprio in previsione dell'apertura al pubblico, furono rimosse le sculture più importanti e depositate al Museo Nazionale Romano. 

    Nel 1926 l'edificio fu donato alla Società Geografica Italiana, un'associazione dedita alla pubblicazione di riviste che hanno lo scopo di favorire le conoscenze geografiche. Entro l'area della villa, a sinistra dell'attuale ingresso di piazza della Navicella, vi era la caserma della V coorte dei Vigili, vista negli scavi del 1820, del 1931 e del 1958, i cui resti appartenevano al periodo traianeo.

    Una lapide posta alla sinistra dell'ingresso della villa su piazza della Navicella informa 
    "Questo portale, già ingresso della Villa Massimo, demolito nel MDCCCLXXXV (1885) e donato alla Città di Roma dalla Ecc. Famiglia Lancellotti, venne qui ricostruito e restaurato dal Governatorato di Roma nell'anno MCMXXXI (1931)".

    Molti dei reperti ottenuti dagli scavi vennero ceduti ai Musei Vaticani. Alcune fontane della villa volute da Girolamo Mattei ed eseguite da Gian Lorenzo Bernini andarono distrutte.



    VALLE DELLE CAMENE

    Le Camene erano ninfe delle sorgenti e se ne conoscono quattro: Egeria, Carmenta (Carmentis), Antevorta e Postvorta. A loro venivano attribuite sia capacità profetiche sia il ruolo di muse ispiratrici di poeti e artisti in genere.

    Tra le propaggini dell'Aventino rninore, sorgeva una valle dedicata alle Dee Camene, con la leggenda degli incontri di re Numa Pompilio con la Ninfa Egeria fuori Porta Capena e presso la fonte di Egeria. Qui venne consacrato dal II re di Roma un bosco alle ninfe delle sorgenti.

    La sorgente si trovava ai piedi dell'estremità meridionale del colle Celio, all'interno dei confini della Villa Mattei, ma è impossibile identificarlo con certezza con una di quelle trovate nelle immediate vicinanze.

    Il bosco era intorno alla sorgente, e la valle si estendeva a nord-est da questo punto lungo il lato sud-est del Celio, attraversata dal vicus Camenarum (Reg. I), che si ricongiungeva alla via Appia.

    Questa valle è ora segnata dalla Via delle Mole e dal ruscello Marrana. La sorgente era vicino alla via Appia, e, secondo la tradizione, Numa aveva fatto erigere accanto ad essa una piccola edicola di bronzo. (il giorno della dedicazione era il 13 agosto)

    In epoca repubblicana, quando le mura difensive erano ancora di estensione ridotta, la vallata era percorsa dal primo miglio dell'Appia Antica. Durante l'impero, la zona venne ulteriormente valorizzata da Carcalla nel 212 d.c. edificando in loco le grandiose terme. 

    Una Via Nova, con una carreggiata larga 30 metri, si affiancava alla valle per facilitarne l'accesso nel 270 d.c., realizzando nuove mura ed includendo la valle nel confine cittadino. 

    Con la caduta dell'impero tutto viene distrutto o saccheggiato e sulle rovine imperiali si eressero chiese cristiane e complessi monastici che utilizzarono fondazioni e materiali di spoglio: Santa Balbina, Santi Nereo e Achilleo, San Cesario de Appia, Santa Maria in Tempulo, San Sisto. 



    LA MALEDIZIONE DELLA MARANA

    Nel corso del XII secolo Roma si dotò di un nuovo condotto idrico a cielo aperto, chiamato la Marana o Marrana: 

    "Callisto II deviò il corso d’acqua per antiche condutture e lo condusse fino a Porta Asinaria; e lì fece approntare un lago per far abbeverare i cavalli e nello stesso corso d’acqua costruì anche molte piccole mole"

    A Roma però non esistevano più i grandi ingegneri dell'impero romano che sapevano incanalare e bonificare. Pertanto la Marana, nell’incanalarsi nella conduttura sotto la Porta Metronia, andò a formare uno stagno che attirò insetti e miasmi.

    Giungendo nella Valle delle Camene, dove oggi corre l'attuale via delle Terme di Caracalla, la Marana causò anche qui la trasformazione della zona in area alluvionale, compromettendo la viabilità della via Antiqua. 

    La via, corrispondente al percorso urbano dell'Appia antica e oggi grosso modo ricalcato da via Valle delle Camene, venne scartata a favore della via Nova, la strada costruita da Settimio Severo e parallela alle Terme di Caracalla, che assunse la funzione di direttrice principale.

    Così a partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia, che coincideva con l'attuale semenzaio e con la valle delle Camene, fu detta Lo Pantano, le cui acque stagnanti furono la causa prima di un’epidemia locale che nel 1601 decimò gli abitanti del Celio. Fu la causa prima perchè la causa seconda fu il taglio degli acquedotti e la chiusura delle terme, per cui l'igiene tanto amata dai romani decadde totalmente.

    Pertanto il passaggio della Marana rese gradualmente il posto insalubre e disabitato. Così un'opera di bene per il popolo si trasformò in una vera e propria maledizione.

    OBELISCO EGIZIO DI VILLA CELIMONTANA

    L'OBELISCO

    L'obelisco di villa Celimontana è uno dei tredici obelischi antichi di Roma. Venne trasportato a Roma nel 1817 dal tempio del Sole di Heliopolis in Egitto, in epoca romana, è costituito da due monoliti: quello superiore, sormontato da una sfera in bronzo, è decorato con geroglifici relativi al faraone Ramsete II (XIII secolo a.c.), quello inferiore, privo di iscrizioni, è invece più recente. 

    Ornava il santuario di Iside in Campo Marzio insieme ad altri monumenti analoghi. Collocato nel XIV secolo alla base della scalinata della chiesa di Santa Maria in Aracoeli, fu poi concesso dal Consiglio Segreto del Comune capitolino a Ciriaco Mattei, che vi decorò la sua villa sul Celio posizionandolo al centro di un teatro a cielo aperto. 

    In un primo momento l'obelisco venne posto nel centro del piazzale, per essere poi di nuovo spostato nel 1817 dal nuovo proprietario della villa, il Principe Godoi, in fondo al vialetto dove ancora oggi si trova. I due obelischi, il Matteiano e il Macuteo del Pantheon, sono simili per lo stile e la fraseologia dei geroglifici.

    La sistemazione attuale avvenne ad opera dell’architetto Antonio Celles, dal 1817, a seguito dei lavori di rinnovamento voluti dal principe Manuel Godoy che aveva acquistato la Villa Mattei nel 1813. In questa occasione che l'obelisco venne posto sul basamento attuale al posto dell'antico basamento cinquecentesco, costituito da quattro leoni angolari.

    L'obelisco presenta la parte inferiore del fusto più grande, di origine ignota, mentre la parte superiore, di 2,68 metri, reca geroglifici con il nome di Ramsete II (1304-1236 a.c.) e venne prelevato, insieme a quello che oggi si trova in piazza della Rotonda, dal Tempio del Sole ad Eliopoli. Trasportato a Roma, venne sistemato, insieme a quelli che oggi si trovano in piazza della Minerva e in via delle Terme di Diocleziano, ad ornamento del famoso santuario della comunità egizia, il Tempio di Iside. 

    Prima della sistemazione attuale l'obelisco era stato posto, nel XIV secolo, ad ornamento della scalinata del Campidoglio. Secondo una leggenda leggenda il globo posto sulla sua cima conterrebbe le ceneri dell'imperatore Ottaviano Augusto.

    Gli eredi di Mattei non si prenderanno cura nè della villa, nè dei giardini e nè dell'obelisco, infatti, l'obelisco cadde, e rimasero solo dei frammenti a terra, della villa non rimase nessun oggetto di valore, fino al 1812, quando la villa passò a Manuel de Godoy principe de La Paz, uomo appassionato di arte e di archeologia, il quale decise il trasferimento dello sfortunato relitto egizio nel boschetto delle Muse.


    Il trasferimento avvenne nel maggio del 1817. Le vecchie iscrizioni vennero sostituite con altre, di cui una enuncia:

    "Avendo per primo ingrandito i terreni 
    Manuel Godoy ha rimosso qui questo obelisco 
    in passato donato a Ciriaco Mattei 
    antico proprietario dei giardini, 
    dal Senato e dal popolo di Roma. 
    L'inclemenza del tempo ne aveva causato 
    la caduta ma egli gli ha dedicato, 
    sontuosamente decorato, le pacifiche Muse, 
    il Genio e la protezione 
    del guardiano delle Arti. 
    Pacifiche Muse a voi consacro questo obelisco 
    che con favori e propizie voi potete concedere 
    e conferire a me un rifugio e un lungo desiderio 
    di pace, senza venti o inverni. 
    Come io non sono perito 
    con il tempo o con il fuoco, 
    con la furia civica o con la caduta 
    del mondo romano in rovine, 
    così la virtù non morirà mai".


    RESTI DELLA BASILICA ILARIANA

    LA BASILICA HILARIANA  

    Gli scavi archeologici eseguiti nel 1889 hanno portato alla luce la Basilica Hilariana, nell'ambito della Villa Mattei, e sono stati effettuati scavi parziali solo nel 1987. La basilica venne eretta sul Celio (ma oggi sotto l'ospedale militare) da Manius Publicius Hilarus, un ricco margaritarius (commerciante di perle), verso la metà del II secolo, per donarla al collegio dei dendrofori, un collegio religioso collegato al culto della Magna Mater e di Attis, di cui Ilario era "quinquennalis perpetuus".

    La basilica era seminterrata, con dodici gradini profilati in marmo che scendevano fino ad un vestibolo con mosaici in bianco e nero, raffiguranti un occhio colpito da una lancia e un anello di uccelli e animali intorno, probabilmente apotropaico; una soglia raffigurante l'impronta di due piedi, uno entrante l'altro uscente, e infine introduceva in un cortile centrale  e porticato che introduceva in
    diversi ambienti. In una delle stanze vi era un bacino e la base di una statua dedicata ad Ilario.

    Nel III secolo, durante le ristrutturazioni che modificarono in parte la disposizione degli ambienti, fu costruito un sacello destinato a custodire il pino sacro ad Attis (Arbor Sancta), il cui particolare culto è attestato in questa zona dalle fonti antiche. Venne abbandonata nel VII secolo, forse in seguito al terremoto del 618.



    LA CASA MATTEI

    I lavori cominciarono probabilmente nel 1572, ma la costruzione di casa Mattei, assegnata nella fase iniziale a Jacopo Del Duca, allievo di Michelangelo, iniziò dopo il 1577 e dal 1586 si avvicendarono alla sua realizzazione e alla progettazione di tutto il complesso diversi artisti.

    Contemporaneamente alla costruzione della palazzina, probabilmente terminata entro il 1581, veniva realizzato il giardino pensile, a essa collegato, sostenuto da grandi muraglie.

    Venne peraltro sistemato anche il "teatro" o "prato", ossia il settore che occupava il lato sud-occidentale del giardino, a cui venne data la forma di un antico circo, con un emiciclo a gradinate, e sormontato da un'edicola in cui era "una testa grande di Alessandro Magno con il suo busto".
    Al centro invece, a mo' di spina, era stato innalzato l'obelisco egizio concesso dal Consiglio Segreto del Comune capitolino a Ciriaco Mattei. 
    Fu poi realizzato un nuovo edificio, la "loggia che guarda verso S. Sisto", ornato con intonaci graffiti e altre pitture, destinato a sede espositiva per la ricca collezione di antichità del proprietario. Di fronte a esso era un labirinto e, poco più in là, un boschetto con statue di animali in peperino dipinto, collocate anche in altri punti salienti del giardino o poste a ornamento di fontane.
    Di grande scenicità risultò poi la sistemazione della pendice occidentale, con un elaborato sistema di loggiati, balconi e scale affacciato dal livello superiore, dove era la palazzina. 
    Al lato di questa, sulle pendici, una loggia tra due padiglioni a uso di uccelliere, sovrastanti due piccoli ninfei dava accesso al viale sottostante chiuso sul fondo dalla Fontana del Fiume, con figura maschile sdraiata in peperino, unica superstite delle molte che decoravano la villa.
    Tuttavia tra il 1620 e il 1623, in concomitanza dei lavori di ampliamento del casino, scomparve il padiglione superiore dell'uccelliera antistante la palazzina.

    Nel 1602 l'acquisto di sei oncie dell'Acqua Felice consentì infine di dotare la villa di fontane e giochi d'acqua.

    Da alcune testimonianze sembra che nel 1605 molte fontane erano già state realizzate:
    - la Fontana dell'Idra,
    - la Fontana della Natura,
    - la Fontana di Bacco
    - la Fontana d'Atlante con la peschiera, purtroppo perdute.

    Pochi anni dopo la morte di Ciriaco, avvenuta nel 1614, il figlio Giovan Battista trasformò la palazzina da sede della collezione in residenza vera e propria, curando il rinnovo degli arredi e decorando con affreschi le volte dei nuovi ambienti creati.

    Morto costui nel 1624 senza figli, la villa passò al fratello di Ciriaco e poi a suo figlio Girolamo che, rimase l'unico proprietario di un ricchissimo. Ricominciarono allora i lavori di risistemazione della villa, acquisendo nuovi terreni dei SS. Giovanni e Paolo e dotandola di nuove fontane: 
    - la "fontana dell'Aquila" 
    - la  "fontana del Tritone", 
    disegnate da Gian Lorenzo Bernini, e oggi svanite. 
    Il nuovo giardino si presentava con un impianto a forma stellare, denominato "Piazza dei sedici viali", ispirato nel disegno alle nuove concezioni francesi. La villa rimase di proprietà della famiglia Mattei fino all'estinzione della linea maschile all'inizio dell'Ottocento, ma già nel 1770 erano state vendute da Giuseppe Mattei gran parte delle sculture antiche, che andarono a costituire il nucleo originario del Pio Museo Clementino in Vaticano.

    Dopo la prima guerra mondiale, la Villa fu confiscata dallo Stato italiano che la incamerò come bene nemico, essendo la famiglia Hoffmann di nazionalità tedesca. Intanto, nel 1923, in previsione di un'imminente concessione, molte delle opere antiche esposte nel giardino, tra cui il celebre Sarcofago delle Muse, collocato sul piedistallo ora vuoto in fondo al viale dei Lecci, sopravvissute alla diaspora dei secoli precedenti, vennero rimosse e depositate al Museo delle Terme.

    La palazzina Mattei, consegnata al suo definitivo assegnatario, la Regia Società Geografica Italiana, dopo alcuni lavori di sistemazione, il 7 giugno 1926 fu inaugurata come sede di quell'Istituto. Il parco intanto veniva destinato a verde pubblico: due piccole porzioni del giardino furono assegnate alla Stazione chimico-agrario-sperimentale, mentre l'area residua, cioè il parco, nel 1925 fu concesso in uso perpetuo al Governatorato di Roma, che ne prese possesso l'anno successivo, ma solo nel 1928 veniva deliberata l'apertura al pubblico della Villa, che fu allora dotata anche di illuminazione elettrica. 

    Nel 2008-2009 è stato restaurato l'obelisco e nel 2010 il Ninfeo dell'Uccelliera. Nel periodo marzo 2013- giugno 2014 è stato realizzato il restauro ambientale di parte dell'area verde a cura del Dipartimento Ambiente - Verde pubblico.


    BIBLIO

    C. Benocci - Villa Celimontana, Torino 1991;
    Villa Celimontana- Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
    A. Cremona, Villa Celimontana, in A. Campitelli (a cura di), Verdi Delizie. Le ville, i giardini, i parchi storici del Comune di Roma, Roma 2005, Roma 2005, pp.27-36

     

    MACROBIO AMBROGIO TEODOSIO - MACROBIUS A. THEODOSIUS

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    Nome: Macrobius Ambrosius Theodosius
    Nascita: 385, Le Kef, Tunisia (forse)
    Morte: 430 (forse)
    Professione: scrittore, filosofo, grammatico e studioso di astronomia


    "Una prima Venere nacque dal Cielo e dalla dea del giorno e a lei consacrato
    il tempio che avemmo occasione di vedere in Elide; una seconda sorse dalla
    spuma del mare e dalla sua unione con Mercurio sappiamo che nacque il
    secondo Cupido; la term, figlia di Giove e di Dione, andb sposa a Vulcano,
    ma sappiamo che da lei e da Marte nacque Anteros; la quarta nacque da Siria e
    da Cipro, prende il nome di Astarte e si tramanda che abbia sposato Adone"

    (Macrobio - Saturnali)

    Macrobio Ambrogio Teodosio, noto anche semplicemente come Teodosio, era un provinciale romano, probabilmente del Nord Africa, che visse all'inizio del V secolo, nell'ambiente pagano di Simmaco, e nel passaggio dell'Impero romano a quello bizantino, in un tempo in cui il latino era diffuso come il greco tra le élite.

    Ebbe almeno un figlio Eustatio, a cui sono dedicati il Commento al sogno di Scipione ed i Saturnali, ed alcuni lo identificano con Plotino Eustatio, prefetto di Roma nel 462.

    In base a varie considerazioni sul contenuto delle sue opere si può concludere che Macrobio fosse senz'altro pagano, tuttavia lo scrittore non prende mai posizioni combattive contro il Cristianesimo, anzi sembra ignorarlo, forse per accortezza ed amore di tranquillità.



    LE IDENTIFICAZIONI

    - Il Codice Teodosiano registra un praepositus sacri cubiculi, un alto funzionario della corte dell'Impero romano, responsabile capo degli assistenti personali dell'imperatore, i cubicularii, istituito in età tetrarchica, denominato Macrobio nel 422 che però di norma era un eunuco mentre Macrobio ebbe moglie e figli.

    - Secondo altri si identificherebbe con il Teodosio dedicatario delle Fabulae di Aviano (IV-Vsecolo).

    - Secondo altri ancora ricoprì una carica pubblica che gli conferiva l'appellativo di Vir Illustris e si tende a identificarlo con un prefetto d'Italia in carica nel 483.

    - Altri studiosi l'hanno identificato con un Macrobio menzionato nel "Codex Theodosianus" come prefetto del pretorio in Spagna (399-400) ma che si chiamava "Flavio Macrobius Maximianus".

    - Secondo alcuni è infine da identificarsi con un Macrobio che nel 410 d.c. fu proconsole d'Africa, e questa sembra la tesi più attendibile.



    IL NOME

    L'ordine corretto dei suoi nomi è "Macrobio Ambrogio Teodosio", che è il modo in cui appare nei primi manoscritti dei Saturnali, e pure come è dichiarato negli estratti dal suo "De Differentiis" perduto. 

    Invece nei manoscritti successivi i suoi nomi furono invertiti in "Ambrosius Theodosius Macrobius", che James Willis adottò per la sua edizione del Commentario. Alan Cameron nota che sia Cassiodoro che Boezio lo chiamarono "Macrobio Teodosio", mentre era conosciuto durante la sua vita come "Teodosio": la dedica al "De Differentis"è rivolta a "Teodosio Symmacho suo" (Teodosio al suo Simmaco), e per l'epistola dedicatoria a Flavio Aviano "Favole", dove è citato come "Theodosi optime".

    Nella sua filisofia prevale il neoplatonismo con Plotino (205-266 d.c.), Porfirio (234-305) e Giamblico (280-330), una corrente di pensiero che tendeva a superare le differenze di credo per riconoscere un concetto universale di spiritualità. 



    LE OPERE

    - Commentarii

    ampiamente copiato dal "Commentario sul sogno di Scipione", una delle più importanti fonti per il platonismo nell'Occidente latino durante il Medioevo. Il Somnium Scipionis è una parte del sesto e ultimo libro del "De re publica" di Cicerone, su cui Macrobio scrisse un commento neoplatonico. Nel Medioevo, il Somnium Scipionis divenne così popolare che fu inquinato da più copie, e oggi è impossibile stabilirne una autentica. 

    Al suo arrivo in Africa, ospite alla corte di Massinissa, Scipione Aemilianus viene visitato dal defunto nonno (adottante), Scipione Africanus, eroe della II Guerra Punica. 

    Si ritrova a guardare Cartagine "da un luogo alto, pieno di stelle, splendente e splendido". Il nonno gli annuncia che come ricompensa dopo la morte "abiterà... quel cerchio che risplende tra le stelle..  la Via Lattea", e gli spiega la costituzione dell'universo da un punto di vista stoico e neoplatonico, e così Macrobio disquisisce sulla natura del cosmo e sostiene che il diametro del Sole sia il doppio del diametro della Terra. Tuttavia, Scipione Emiliano vede che Roma è una parte insignificante della terra, che l'universo è composto da nove sfere celesti. 

    IL SIMPOSIO

    - Saturnalia

    Questa festa si celebrava ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, in onore di Saturno. Si favoleggiava che questi era stato il Dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose; e tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano rievocare proprio in quei giorni, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti: sia quello pubblico, alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale, “Io, Saturnalia”; sia quelli privati, dove s’invitavano parenti ed amici per crapulare, giocare ai dadi e scambiarsi doni.

    Qui il libro però e un compendio di antiche tradizioni religiose romane e antiquarie. In latino: "Saturnaliorum Libri Septem", "Sette libri dei Saturnali ", e consiste in un resoconto delle discussioni tenute nella casa di Vettius Agorius Praetestatus, nobile romano e sacerdote pagano, uomo colto e forbito durante la festa dei Saturnali. Contiene una grande varietà di curiose discussioni storiche, mitologiche, critiche, antiquarie e grammaticali, che si verificano tra gli uomini dotti in un banchetto immaginario.

    - Il I libro è dedicato a un'inchiesta sull'origine dei Saturnali e delle feste di Giano, che conduce a una storia e alla discussione del calendario romano, e a un tentativo di derivare tutte le forme di culto da quella del Sole.

    - Il II libro inizia con una raccolta di detti, a cui tutti i presenti danno il loro contributo, molti dei quali attribuiti a Cicerone e Augusto; una discussione di vari piaceri, specialmente dei sensi, sembra quindi aver avuto luogo, ma quasi tutto questo è perduto.

    - Il III, il IV, il V e il VI libro sono dedicati a Virgilio, sulla sua cultura in materia religiosa, in retorica, sul quanto deve del suo stile ad Omero (con un confronto tra l'arte dei due) o ad altri scrittori greci, o a poeti latini. L'ultima parte del III libro è ripresa con una dissertazione sul lusso e le leggi suntuarie intese a controllarlo.

    - Il VII libro consiste principalmente nella discussione di varie questioni fisiologiche.

    La forma della Saturnalia viene copiato dal Simposio di Platone e dalle Noctes Atticae di Gellio; le autorità principali (i cui nomi, tuttavia, non sono citati) sono Gellio, Seneca, Plutarco ( Quaestiones conviviales ), Ateneo di Naucratita e i commenti di Servio Onorato e altri su Virgilio.  

    "E" A FORMA D'UOMO CHE SCRIVE, PROBABILMENTE LO STESSO MACROBIO

    Sette libri dei Saturnalia

    Questo codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze contiene il testo completo dei Saturnalia del IV-V secolo dell'autore latino Macrobio. E' una serie di dialoghi tra dotti in un banchetto immaginario in cui si discute di antichità, storia, letteratura, mitologia e altri argomenti. 

    Il manoscritto potrebbe essere stato copiato da uno scriba della cerchia di copisti di Bernardo Nuzzi a Firenze. Organizza i sette libri originali di Macrobio in cinque libri. L'iscrizione sul recto del foglio 117 afferma: 
    "Questo libro apparteneva al re Mattia di Ungheria; acquistato a Costantinopoli dall'oratore e inviato francese Sir Antonio Bruciolo nella forma che mi fu inviato da Pier Francesco Riccio il 29 febbraio 1544."

    Mattia Corvino d'Ungheria (1443-90) creò la Bibliotheca Corviniana, ai suoi tempi uno delle migliori biblioteche d'Europa. Dopo la sua morte, e soprattutto dopo la conquista di Buda da parte dei Turchi nel 1541, la biblioteca fu dispersa e gran parte della collezione fu distrutta, con i volumi sopravvissuti sparsi in tutta Europa. 

    La Collezione Plutei, che contiene un numero di volumi della Biblioteca Corvinus, è composta dai circa 3.000 manoscritti e libri delle proprietà private della famiglia Medici, che, rilegati in pelle rossa con lo stemma dei Medici, erano disposti sulle panchine della Laurenziana quando la biblioteca aprì per la prima volta al pubblico nel 1571. 

    Cosimo de 'Medici (1389-1464) è noto per aver posseduto 63 libri nel 1417-18, che crebbe a 150 dal momento della sua morte. I suoi figli Piero (1416-69) e Giovanni (1421-1463) si contesero l'un l'altro nel commissionare manoscritti miniati. 

    Lorenzo il Magnifico (1449-92), figlio di Piero, acquisì un gran numero di codici greci e, a partire dal 1480, copie ordinate di tutti i testi mancanti nella biblioteca con l'obiettivo di trasformare la biblioteca mediceo in un importante centro di ricerca. 

    Dopo l'espulsione dei Medici da Firenze nel 1494, i libri furono presi dalla famiglia. Giovanni de 'Medici, eletto papa Leone X nel 1513, restaurò la collezione ai Medici, e un altro papa mediceo, Clemente VII (Giulio de' Medici), organizzò la fondazione della Laurenziana.


    - De differentiis et societatibus graeci latinique verbi -

    cioè " Sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino ", che è andato perduto. Di questo terzo lavoro sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino, in effetti possediamo solo un riassunto di un certo Johannes, dubbio identificato con Johannes Scoto Eriugena (IX secolo).

    MACROBIO DA' IL LIBRO AL FIGLIO EUSTACHIO (DA COPIA DEL 1100 DEL SOGNO DI SCIPIONE

    LE ORIGINI

    Si sa poco su Macrobio, di se stesso egli dichiara all'inizio dei Saturnali che era "nato sotto un cielo straniero" ( sub alio ortos caelo ), ed entrambe le sue opere maggiori sono dedicate a suo figlio, Eustachius. Dalle sue opere si presuppone che fosse pagano.

    Secondo il latinista Terrot Glover, Macrobius è un greco o nato in una terra di lingua greca, visto la sua profonda conoscenza della letteratura greca. 
    Secondo JE Sandys Macrobius è nato in una provincia greca, ma secondo altri Macrobio conosceva molto più il latino che il greco, per cui si presuppone la provincia del Nord Africa, dove si parlava latino. 



    Edizioni e traduzioni 

    - Robert A. Kaster - Macrobius: Saturnalia - Biblioteca classica Loeb - Cambridge - Londra - Harvard University Press - 2011 -
    - Percival Vaughan Davies - Macrobius: Saturnalia - New York - Columbia University Press - 1969 -
    - William Harris Stahl - Macrobius: commento al sogno di Scipione - New York - Columbia University Press - 1952 - 1966 -
    - Macrobius, Ambrosius Aurelius Theodosius (1400s) - Sette libri dei Saturnali: Codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze - World Digital Library - Estratto il 28-02-2014 .


      BIBLIO

      - Glover, T. R. (Terrot Reaveley) - The conflict of religions in the early Roman empire. 3d ed. London: Methuen & co. - 1909 -
      - Macrobio - Commento al sogno di Scipione - Milano - Bompiani - 2007 -

      SEMPRONIO DENSO - SEMPRONIUS DENSUS

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      ASSASSINIO DI SEMPRONIO DENSO
      Sempronius Densus fu un centurione della Guardia pretoriana nel I secolo. Fu guardia del corpo del vice imperatore, ed è ricordato dalla storia per il suo coraggio e la sua lealtà nel difendere la sua carica di protettore dell'erede di Galba da decine di assassini armati, mentre tutti i suoi compagni avevano disertato o cambiato schieramento.

      Il 10 gennaio del 69, l'imperatore Galba scelse un uomo come suo vice ed erede: Lucio Calpurnio Pisone, che discendeva sia dal lato paterno sia dal lato materno da alcune delle più antiche famiglie dell'aristocrazia romana.

      L'adozione di Pisone, tuttavia, deluse Otone, il quale, avendo appoggiato sin dagli inizi l'ascesa di Galba, era convinto di essere il prescelto per la sua successione, ma, caduta la speranza, decise di ricorrere alla forza, sia perchè di carattere avido, sia per la sua pesante situazione debitoria, avendo sempre vissuto al disopra delle sue possibilità.

      OTONE

      OTONE

      Di nobile famiglia etrusca, iniziò la sua carriera sotto il principato di Nerone, del quale diventò intimo amico. Il rapporto fra i due si ruppe quando Otone rifiutò di divorziare dalla moglie Poppea, che Nerone voleva sposare. Otone venne allora mandato come governatore nella lontana Lusitania, dove amministrò la provincia per dieci anni. Per vendicarsi nel 68 aiutò Galba a rovesciare Nerone e a prendere il potere imperiale, ma quando vide le sue speranze di essere designato erede andare in fumo, si rivoltò contro Galba. 

      Svetonio descrisse l'adozione di Pisone in questi termini:
      «... (Galba) si avvicinò improvvisamente, tra la turba dei cortigiani, a Pisone Frugi Liciniano, nobile ed egregio giovine già da lui tenuto in grande considerazione e sempre nel suo testamento dichiarato erede delle sostanze, del nome e, chiamandolo figlio, lo condusse agli accampamenti e lo adottò, pur non facendo neanche allora menzione alcuna di donativi
      (Svetonio, Vite dei Cesari, Galba, XVII)

      Uno dei consiglieri di Galba aveva indotto Marco Otone ad aspettarsi la nomina a questo ufficio, sembrava insomma un diritto acquisito, ma Galba scelse invece Piso Liciniano. Questa scelta inaspettata e odiata portò Otho a cospirare per assassinarli entrambi e a prendere il potere.

      Per giunta il rifiuto di Galba di pagare il donativo promesso in suo nome di 15 mila sesterzi, così come l'imposizione di Galba secondo cui chiunque avesse ricevuto dei benefici da Nerone, li dovesse restituire trattenuta la decima parte, aveva esacerbato gli animi dei soldati inducendoli a tradire e a volgersi verso Otone.

      Dopo pochi mesi di tranquillità e ordinaria amministrazione, iniziò una guerra con il ribelle Vitellio. Questi scese in Italia dalla Germania e sconfisse gli eserciti di Otone, che si suicidò per non cadere prigioniero.

      MORTE DI SEMPRONIO

      ASSASSINIO E MORTE

      Il 15 gennaio Otho eseguì l'assassinio. Galba e Piso erano trasportati su lettighe per strada quando vennero avvicinati da una grande compagnia di pretoriani rinnegati alle dipendenze di Otho. I Pretoriani dovevano essere la guardia del corpo personale dell'imperatore, ma ora volevano la sua morte.

      Di tutti i soldati presenti, solo Sempronio Densus rimase fermo, mentre i suoi colleghi si unirono all'omicidio o si defilarono. Pisone fuggiva in cerca di un nascondiglio sicuro, Sempronio gli fece guadagnare tempo per fuggire, prima rimostrando con gli assassini e poi combattendo con loro fino alla morte. Dopo la caduta di Sempronio, gli assassini circondarono Galba e lo uccisero.



      DIO CASSIO 

      Sempronio Densus, un centurione, lo ha difeso finché ha potuto, e infine, quando non ha potuto fare nulla, si è lasciato uccidere sul corpo di Galba.



      TACITO

      Tacito descrive però la morte di Galba come avvenuta prima nell'ordine degli eventi, seguita dall'ultima posizione del centurione, in cui Sempronio usa un pugio.

      "XLlII. Vide l'età nostra quel giorno un memorevole uomo: Sempronio Denso, di Centurione di coorte pretoria, assegnato da Galba alla guardia di Pisone, sfoderato il pugnale, s'avventò alli armati, e chiamandoli traditori, e in sè rivoltandoli; e con le mani e con la voce sì fece, che Pisone, benchè ferito, fuggi nel tempio di Vesta, e da uno di quei ministri per misericordia ricevuto, s'allungava la morte, non con la religione, ma con l' aqquattarsi. Eccoti venir difilati a posta, mandati da Otone per lui ammazzare, Sulpizio Floro delle coorti britanniche, fatto poco innanzi cittadino da Galba, Stazio Murco alabardiere: dai quali Pisone fu tratto fuori e fattone pezzi in su la porta del tempio."



      LE FONTI

      Tuttavia, tutte le fonti concordano su ciò che è successo dopo. Mentre la maggior parte degli assassini ha fatto a pezzi il cadavere di Galba e ha fatto sfilare la sua testa mozzata su un palo, due di loro hanno cercato Piso, che si era rifugiato nel Tempio di Vesta. Lo trascinarono fuori e lo uccisero alla porta.

      Circa 120 persone rivendicarono poi il merito di aver ucciso Galba e Pisone, sperando che Otho li ricompensasse. Tuttavia, nell'aprile di quell'anno Otho fu deposto da Vitellius, che lo sostituì come imperatore. Vitellius trovò la lista dei loro nomi e ordinò che fossero tutti giustiziati. Sciolse anche la Guardia Pretoriana (anche se la Guardia fu reintegrata dal successivo imperatore, Vespasiano).

      Anche se alla fine non ha avuto successo, l'ultima posizione di Sempronio Densus è stata registrata dagli storici come l'unico atto eroico compiuto a Roma quel giorno.
      Per questo ho registrato il suo nome, perché è il più degno di essere menzionato". - Dio Cassio.

      LE LEGGI ROMANE

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      DEA IUSTITIA
      "Secondo i Romani la legge era propriamente la decisione del popolo nelle assemblee 'in lex est quam populus comitiis sciverit'. I quattro grandi magistrati: il console, il pretore, il dittatore e l'interrè avevano diritto di proporre una legge perchè erano gli unici che potevano trattare col popolo. Pure nei casi straordinari dei soldati che si sostituivano ai consoli, i decemviri e i triumviri, goderono di questo diritto.

      Si proponevano le leggi nel campo di Flaminio detto il Circo, nel bosco di Petilino, ma più spesso nel Foro o campo Marzio. Non ogni giorno era adatto a questo, perciò bisognava aspettare i giorni Laziali anzi che il cielo coi prodigi non si fosse dichiarato contro l'assemblea. Il magistrato che doveva proporre la legge la componeva prima coll'aiuto d'un consiglio poi la presentava al Senato per averne i suffragi.

      Dopo questi preliminari egli l'esponeva in pubblico scritta sopra una tavola onde il popolo potesse esaminarla. Durava esposta per tre giorni di mercato consecutivi che si teneva di nove in nove giorni. Spirato il tempo quegli che doveva proporre la legge adunava il popolo e dopo averla fatta leggere da un usciere egli dimandava l'assenso dall'assemblea. Allora era permesso ad ognuno di parlare pro o contra.

      Se la legge passava la scolpiva in tavole di bronzo. La tavola si deponeva nel pubblico tesoro Ricevutala non si poteva annientare che dal popolo e diceasi 'abrogare abrogatur lex cum prorsus tollitur'. Qualche volta si derogava solo modificandola in qualche parte 'deroga sur legi cum detrahitur' e quando senza alcuna menzione di questa se ne pubblicava un'altra che le fosse totalmente contraria si usava il termine 'abrogari'.  Festo  'Abrogare est legis infirmandae caussa aliam ferre' Il primo legislatore Romani fu Romolo."

      (Andrea Rubbi - Dizionario di Antichità - 1800)

      LICURGO E NUMA POMPILIO DANNO LE LEGGI AI ROMANI

      VIII SECOLO A.C.

      - Lex Regia de Imperio -
      trasferimento irreversibile ad un sovrano di ogni potere che precedentemente spettava al popolo.

      - Lex curiàta de imperio -
      Atto formale, risalente all’età etrusca, attraverso il quale il magistrato veniva investito dei suoi poteri, alla presenza dei littori rappresentanti le trenta curie.

      Furono, altresì, dettagliatamente disciplinate le legis actiones, il che portò ad un indubbio miglioramento della condizione della plebe, finalmente in grado di conoscere le procedure necessarie per accertare o tutelare i propri diritti: le legis actiones erano, infatti, improntate ad un rigido formalismo e la pronuncia anche solo di poche parole diverse da quelle formalmente richieste, comportava la sconfitta in lite.

      - Leges regiae - riguarda l'istituzionalizzazione del consiglio degli anziani che prese il nome di senato.

      - Lex horrendi carminis - Una delle leggi cardine del diritto penale romano fino alla fine del periodo repubblicano: essa attribuiva ai duoviri perduellionis il compito di giudicare in tema di perduèllio nonché, in caso di vittoria nella contesa promossa con la provocatio, quello di uccidere a colpi di bastone il condannato, dopo averlo appeso a capo coperto, ad un albero. Parte della dottrina dubita, però, che queste fossero le competenze effettive dei duumviri. La legge è citata da Livio in relazione ad un episodio forse leggendario: il re Tullo Ostilio avrebbe, infatti, applicato tale legge nei confronti di Orazio (il vincitore dei tre Curiazi), che aveva ucciso la propria sorella (quest’ultima, fidanzata di uno dei Curiazi, aveva pianto la morte del suo fidanzato ed era, perciò, stata uccisa da Orazio).

      NUMA RICEVE LE LEGGI DALLA NINFA EGERIA

      VII SECOLO A.C.

      Lex Numæ
      Legge, rientrante nel novero delle leges regiae e attribuita dalle fonti al re Numa Pompilio, dispose in materia penale, in ordine al crìmen homicidii.



      VI SECOLO A.C.

      - Lex curiata de Imperio -
      Legge attraverso la quale il magistrato veniva investito dei suoi poteri, alla presenza dei littori rappresentanti le trenta curie.

      - Lex de bello indicendo -
      Era la legge, di competenza esclusiva dei comizi centuriati, con la quale il  popolo romano deliberava l’entrata in guerra. Da notare che era il popolo e non i generali a stabilire lo stato di guerra, una vera democrazia. una res pubblica.

      509 a.c. -
      - Lex Valeria Horatia de tribunicia potestate -
      stabiliva l'inviolabilità (sacrosanctitas) dei rappresentanti della plebe: tribuni, edili e decemviri.

      509 a.c. - Lex Valeria de provocatione -
      del console Publio Valerio Publicola, stabiliva che all'interno di Roma ciascun cittadino avrebbe potuto limitare il potere di imperium dei consoli ricorrendo alla provocatio ad populum. Questo provvedimento avrebbe consentito al cittadino contro cui il magistrato avesse voluto esercitare il proprio imperium di richiedere un giudizio innanzi alle assemblee popolari. A simbolo, i littori giravano dentro Roma senza le scuri inserite nei fasci littori, ma al di fuori della cerchia cittadina (pomerium), non poteva farsi ricorso alla provocatio ad populum, e il magistrato munito di imperium avrebbe potuto esercitare il proprio potere senza limite, tanto che i suoi littori lo accompagnavano con i fasci completi delle scuri, simbolo del suo imperium militiae.

      509 a.c. - Lex Iunia -
      promossa da Lucio Giunio Bruto - Cacciata di Tarquinio il Superbo e condanna dei Tarquini all'esilio.


      V SECOLO A.C.

      494 a.c. - I Lex Sacrata -
      stabiliva che i tribuni della plebe erano sacri e inviolabili (sacrosancti) durante la magistratura e chiunque contravveniva a questa legge era condannato a consegnare i suoi beni alla dea Demetra.

      492 a.c. - II Lex Sacrata -
      votata dal concilio della plebe due anni dopo, che impediva di interrompere o disturbare i tribuni della plebe mentre parlavano in assemblea, ed obbligava chi lo avesse fatto a fornire un garante, e che se non avesse fatto ciò sarebbe stato processato davanti al concilio della plebe e condannato alla sacratio (poteva essere impunemente ucciso da chiunque ed i suoi beni consacrati alle divinità plebee)

      486 a.c. - Lex Cassia agraria -
      (progetto respinto) presentata da Spurio Cassio Vecellino, per riconoscere terre conquistate da spartire tra Ernici e Volsci.

       471 a.c. - Lex Publilia Voleronis -
      proposta dei tribuni della plebe, tra cui Publilio Volerone e Gaio Letorio. Con questa legge il concilio della plebe fu riconosciuto ufficialmente come realtà istituzionale della Repubblica romana, ed organizzato su base tributa. I tribuni della plebe e gli edili venivano eletti dai Concilia Plebis Tributa. Istituzione dell’elezione dei tribuni della plebe da parte dei comizi tributi, stabilendo dovesse avvenire da allora in poi in assemblee alle quali i plebei partecipassero ordinati sulla base delle tribù territoriali in cui erano iscritti (concilia plebis tributa). Si intese così sottrarre ai plebei nullatenenti (dipendenti dei patrizi o da questi facilmente manovrabili) la direzione politica della lotta contro i patrizi, per affidarla ai plebei che avevano sede e fondo nella tribù territoriale e che pertanto economicamente autosufficienti.

      462 a.c. - Lex Terentilia -
      Il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa presentò la legge che proponeva un comitato di cinque cittadini al quale doveva essere affidato l'incarico di stendere le norme che vincolassero il potere dei consoli, allora praticamente senza limiti. Non venne mai approvata.

      456 a.c. - Lex Icilia de Aventino publicando -
      lex publica promossa dai consoli Spurio Verginio Tricosto Celiomontano e Marco Valerio Massimo Lettuca, su proposta del tribuno della plebe Lucio Icilio Ruga. Riguarda l'assegnazione dei terreni pubblici dell'Aventino alla plebe in proprietà privata perché potessero costruirvi le loro abitazioni.

      456/54 a.c. - Leges Iciliae Lucius Icilius -
      Diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

       454 a.c. - Lex Iciliae -
      promossa da Lucius Icilius, sul diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

      454 a.c. - Lex Terentilia -
      Mai approvata: proponeva un comitato per definire i limiti del potere dei consoli.

      454 a.c. - Lex Aternia Tarpeia de multis -
      regolava il pagamento di multe e ammende. Fu votata su proposta dei consoli Spurio Tarpeio Montano Capitolino e Aulo Aternio Varo Fontinale. Estese la provocatio contro le multe superiori a 3.020 assi.

      451 a.c. - Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio -
      Redazione di codici giuridici in materia civile e penale.

      451 a.c. - Leggi delle XII Tavole -
      Decemviri Legibus Scribundis Consulari Imperio (collegio eletto dai romani per la stesura di nuove leggi necessarie a causa della contrapposizione tra Patrizi e Plebei, e quindi tra Consoli e Tribuni della plebe), costituì una sorta di simbolo dell’emancipazione plebea.
      Adfectàtio regni (Aspirazione alla tirannide)
      - Attentato all’ordine costituito compiuto da un usurpatore.
      La legislazione penale delle XII Tavole punì questo crimine secondo il regime della perduèllio, cui era assimilato. Dalle fonti apprendiamo che di Adfectatio furono accusati il famoso uomo politic o Spurio Cassio e Manlio Capitolino.
      La Lex XII Tabulàrum costituì il nucleo del iùs legitimum vetus.  Per procedere alla redazione di tale raccolta di leggi, furono sospese per un anno tutte le magistrature e tutti i poteri furono deferiti ad un collegio di dieci membri - decèmviri lègibus scribùndis -, incaricati proprio della preparazione di tale testo.
      Le Dodici Tavole non contenevano norme di particolare favore per la plebe, né significative innovazioni, ma ebbero il merito di definire con certezza le norme del ius Quirìtium, consentendone l’accessibilità e la conoscenza a tutti. Il diritto era in precedenza ammantato di sacralità e di mistero ed era affidato esclusivamente alla memoria dei pontìfici, espressione di ristretti gruppi oligarchici, tesi ad imporre la loro egemonia sui plebei e sulle genti patrizie avverse.

      449 a.c. - Lex Valeria Horatia de tribunìcia potestate -
      Legge risalente, secondo la tradizione, al 449 a.c. o 509 a.c.: sancì l’inviolabilità dei tribuni della plebe, degli edili plebei e dei iudices decèmviri. Tale legge riconfermava in realtà il carattere di sacertas riconosciuto ai magistrati plebei dalla plebe con il giuramento sul Monte Sacro (durante la secessione del 495 a.c.).

      449 a.c. - Leges Valeriae Horatiae - e/o Lex Duillia Lucio Valerio Potito Marco Orazio Barbato - Definizione del ruolo dei tribuni della plebe, i plebiscitis votati dai comizi tributi con la ratifica del senato.

      449 a.c. - Lex Valeria Horatia de plebiscitis -
      per cui qualsiasi deliberazione adottata dai plebisciti sarebbe stata obbligatoria per l'intera cittadinanza. Poco credibile poiché all'epoca la plebe non era inclusa tra le Magistrature.

      449 a.c. - Lex Valeria Horatia de provocatione -
      Diritto di parola dei Tribuni della plebe in Senato.

      449 a.c. - Lex Valeria Horatia de senatus consultorum custodia -
      promossa da M. Horatius e L. Valerius, per cui i senati.consulti venissero custoditi dagli aediles plebis nel tempio di Cerere.

      449 a.c. - Lex Horatia de Taracia Vergine Vestali -
      concessione di vari privilegi a Taracia come quello di fare da teste in cerimonie solenni.

      449 a.c. - Lex Duilia de consulibus restituenda -
      plebiscito del tribuno M. Duilius affinchè alla caduta dei decemviri si ricostituisse il senato.

      449 a.c. - Lex Duilia de Provocatione -
      plebiscito del tribuno M. Duilius stabilendo la pena di morte a chiunque lasciasse la plebe senza tribuni o creasse magistrati non soggetti a provocazione.

      449 a.c. -  Lex Duilia de Impunitate -
      promossa dal tribuno M. Duilius per cui per quell'anno non si ammettevano diritti di intercessione.

      449 a.c. - Lex Valeria Horatia de Plebiscitis -
      voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatus per cui si riconosceva l'obbligatorietà generale dei plebisciti.

      449 a.c. - Lex Valeri Horatia de Provocatione -
      voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatus per cui dopo la caduta dei Decemviri si sarebbe ripristinata la provocatio. In realtà le fonti menzionano tre leggi Valeriæ, di epoca diversa (509 a.c.; 449 a.c.; 300 a.c.) e tutte promosse da un console Valerio (ma non poteva trattarsi della stessa persona). La dottrina più autorevole ritiene, infatti, le prime due leggi leggendarie. La terza legge (quella del 300 a.c.) avrebbe disciplinato la provocatio, rendendola istituto stabile nell’ordinamento processuale romano.

      449 a.c. - 
      - Lex Valeria Horatia de Tribunicia Potestate - voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatusche ripristinò l'inviolabilità dei tribuni, degli edili plebei e dei giudici decemviri.

      449 a.c. - Lex Icilia de Triumphe Consulum -
      avendo il senato negato il trionfo a L. Valeris Potitus e a M. Horatius Barbatus, questi lo ottennero per plebiscito promosso dal Tribuno L. Icilius.

      448 a.c. - Lex Trebonia de Tribunorum Plebis Creatione -
      promossa da L. Trebonius, abolì il diritto dei tribuni di integrarsi per cooptazione, e le elezioni non si interrompevano finchè tutti e dieci non fossero stati eletti.

      448 a.c. - Lex Trebonia Lucio Trebonio Aspro -
      Obbligo di proseguire nell’elezione dei tribuni fino a che non sono tutti eletti.

      446 a.c. - Lex de Agro Colriolano -
      promossa da A. Furius Medullinus e T. Quinctius Capitolino per decidere una controversia tra Aricini e Ardeates sull'agro di Corioli, su cui decise il popolo con i Comizi Tributi.

      445 a.c. - Lex Canuleia de Conubio patrum et plebis -
      plebiscito del tribuno C. Canuleius che tolse il divieto di connubium tra patrizi e plebei.

      439 a.c. - Lex plebiscitum a L. Minucius -
      Minucius venne così eletto praefectus Annonae.

      434 a.c. - Lex Aemilia o Lex centuriata de potestate censoria -
      promossa da Marcus Aemilius Mamercinus, accorcia il mandato del censore da 5 anni a 18 mesi.

      434 a.c. - Lex centuriata de potestate censoria -
      emanata dal dittatore Mamerco Emilio fissò a 18 mesi il termine massimo per la durata in carica dei censori, i quali, dovendo assolvere ad un compito specifico, rimanevano in carica per un tempo indeterminato finché non si provvedeva ad eleggere una nuova coppia di censori.

      434 a.c. - Lex Aemilia Marco Emilim Mamercino -
      Accorciamento della durata del mandato del censore a 18 mesi rispetto ai 5 anni (lustro)

      432 a.c. - Lex Pinaria Furia Postumia -
      promossa da tre tribuni militari e consolari, Lucius Pinarius Mamercinus, Lucius Furius Medullinus et Spurius Postumius Albus. I plebei, nonostante la nomina di tribuni militari con potere consolare sia aperta ai plebei, ancora non ottengono l'accesso alle più alte magistrati. Per rimediare a questo, i tribuni dell'anno .fanno la proposta a cui si oppone il Senato, provocando l'indignazione del popolo. Di fronte a ciò, poichè a Roma comandava il popolo, la legge passò.

      430 a.c. - Lex Papiria Julia -
      proposta dai consoli Lucio Giulio Iullo e Lucio Papirio Crasso (o Gaio Papirio Crasso). Prevede che le multe debbano essere pagate in monete di rame o bronzee e non in bestiame, come era in uso, con l’equivalenza di una pecora per dieci assi e di un bue per cento assi.

      LE XII TAVOLE

      IV SECOLO A.C.

      - Leges fenebres -
      regolavano gli interessi dei mutui.

      - Lex aquae et ignis interdictio -
      toglieva la cittadinanza, a titolo punitivo, a coloro che si macchiavano di gravi reati. A tale provvedimento seguiva solitamente l'esilio del condannato. Per il diritto romano l'aqua et igni interdictio rientrava fra i casi di capitis deminutio minore o media, inquanto comportava la perdita della cittadinanza, ma non della libertà.

      - Leges emptiònis et venditiònis -
      convenzioni che le parti usavano stipulare in aggiunta al contratto di èmptio-vendìtio (contratto di compravendita) e con riferimento ad esso.
      Le più usuali:
      - l’arrha, una somma di denaro (o altre), data al momento della conclusione di un contratto da una parte all’altra, per confermare la sua intenzione di adempiere il contratto.
      - la lex commissoria, clausola del contratto di compravendita, in base al quale il venditore potesse recedere unilateralmente dall’impegno, pretendendo dal compratore la restituzione della cosa se non avesse pagato il prezzo entro il termine.
       - il pactum de retrovendendo, generica facoltà di restituzione; e collegando, invece, la medesima facoltà all’accertamento della qualità della merce o della cosa nel pactum displicentiæ.
       - il pactum retroemèndo, le parti si accordavano affinché il venditore potesse riservarsi il diritto di riscattare, entro un termine prestabilito, il bene allo stesso prezzo fissato per l’avvenuta alienazione. - il pactum displicèntiae, facoltà di restituzione tramite accertamento della qualità della merce o della cosa
      - l’in diem addìctio, soprattutto nei casi di vendita all’asta in virtù della quale il venditore, laddove avesse ricevuto, entro un certo termine, una offerta migliore, ritornava in proprietà del bene venduto.
       - pactum degustationis, diffuso nel commercio del vino, mediante il quale il compratore poteva accertare la qualità della mercanzia, utilizzando però il c.d. arbitrium boni viri cioè il “criterio obiettivo del galantuomo”.

      367 a.c. - Lex Licinia-Sextia -
      promossa da Gaio Licinio Stolone e Lucio Sesto Laterano, soppressione del tribunato militare con potere consolare, ristabilimento del console di cui un membro deve essere plebeo, limitazione dell'occupazione dell''ager publicus.

      367 a.c. -
      - Ius preatorium - è il diritto introdotto dai pretori al fine di aiutare, aggiungere, emendare (lo ius civile) per la pubblica utilità; ciò che viene anche chiamato honorarium dall'onore dei pretori.

      359 a.c. - Lex Sicinia 
      Presentata nel 359-395 a.c. da Tito Sicinio, tribuno della plebe, proponeva che il territorio di Veio servisse a fondare una nuova città, di costituzione identica a quella di Roma, e che nella nuova città dovessero emigrare, per costituirne la cittadinanza, metà dei patrizî e metà dei plebei. Per due anni non fu potuta sottoporre alla votazione popolare, per il veto opposto da altri tribuni. Nel 361-393 a.c., scaduti e non rieletti i tribuni opponenti, fu respinta dai comizî per un voto solo, probabilmente d'accordo con lo stesso presentatore, il quale era riuscito frattanto ad ottenere dal Senato che ad ogni famiglia plebea bisognosa fossero effettuate assegnazioni di ventotto iugeri nel territorio di Veio.

      358 a.c. - Lex Poetelia Gaio Petelio -
      Proibiva ai candidati di fare propaganda nei giorni di mercato o di frequentare i luoghi dove la gente si riuniva.

      358 a.c. - Lex Poetelia de ambitu -
      promossa dal tribuno della plebe Caio Petelio che presentò, su autorizzazione del senato, una rogatio diretta contro coloro che erano soliti girare le piazze e i mercati per farsi propaganda durante la campagna elettorale.

      357 a.c. - Lex Duilia Menenia -
      promossa da Marco Duilio e Lucio Menenio. poneva un limite agli interessi sui prestiti.

      357 a.c. - Lex Manlia de Vicensima Manumissione -
      proposta da Gneo Manlio Capitolino, stabiliva un'imposta del 5% per l'affrancamento degli schiavi, (ventesima sulle affrancazioni), pari al 5% (1/20) del valore di mercato degli schiavi affrancati.

      342 a.c. -  Leges Genuciae -
      proposte dal tribuno della plebe Lucio Genucio.
      - La Lex Genucia de feneratione prevedeva che il prestito a interesse fosse proibito.
      - La Lex Genucia de magistratibus prevedeva il divieto di ricoprire due cariche nello stesso tempo e sanciva che non si potesse ricoprire la stessa carica prima che fossero trascorsi dieci anni dalla prima elezione. Questa legge prevedeva anche che uno dei consoli fosse plebeo.

      339 a.c. - Leges Publiliae Philonis de censore plebeio creando -
      promossa dal dictator Quinto Publilio Filone per plebiscito, fatta approvare quindi dai comìtia centuriata per cui uno dei due censori doveva essere plebeo.

      339 a.c. - Lex Publilio Filone -
      durante la cosiddetta dittatura plebea di Quinto Publilio Filone pare sia stata approvata una legge che imponeva al Senato di approvare preventivamente le proposte della plebe, che a quel punto avrebbero avuto valore per tutto il popolo.

      339 a.c. - Lex Publilia Philonis de plebiscìtis -
      Una delle leges Publiliæ Philonis, stabilì che le leggi ed i plebisciti fossero costituzionalmente parificati, e che, pertanto, i magistrati fossero obbligati a sottoporre all’approvazione degli stessi comitia centuriata tutte le deliberazioni normative dei concìlia plèbis. In virtù di essa, i plebisciti acquistarono, sia pure indirettamente, forza di legge per l’intero popolo romano.

      339 a.c. - Lex Publilia Philonis de Patrum Auctoritate -
      una delle tre Leges Publiliae Philonis, la cui proposta è attribuita al dittatore Q. Publius Philo. Stabilì che, per le rogazioni legislative, l’auctoritas patrum dovesse precedere la votazione dei comizi centuriati e non seguirla. Stabilì che le leggi ed i plebisciti fossero costituzionalmente parificati, e che, pertanto, i magistrati fossero obbligati a sottoporre all’approvazione degli stessi comitia centuriata tutte le deliberazioni normative dei concìlia plebis. In virtù di essa, i plebisciti acquistarono, sia pure indirettamente, forza di legge per l’intero popolo romano.

      332 a.c. - Lex Papiria de civitate Acerranorum -
      del pretore Papirio Cursore, che concedeva la cittadinanza sine suffragio agli abitanti di Acerra in Campania.

      326 a.c. - Lex Poetelia-Papiria - 
      abolizione della servitù per debiti.

      326 a.c. - Lex Poetelia Papiria de nexis -
      votata dai comìtia centuriàta, su proposta dei consoli C. Petelio Libone e L. Papirius Cursore, e riguardante il nexum. Il Nexum era una forma di garanzia, scritta nelle Leggi delle XII tavole, dove il debitore dava in garanzia se stesso al creditore, diventando assoggettato a quest'ultimo. La legge non abolì definitivamente tale istituto, ma ne mitigò notevolmente le disumane conseguenze, disponendo che i cittadini sottoposti al nexum non potessero esser tenuti in catene.

      319 a.c. - Lex Ovinia -
      Legge comiziale, proposta dal tribuno Ovinio, che attribuì ai censori la lectio senatus, il diritto di redigere la lista dei senatori (prerogativa fino allora dei consoli), e stabilì che la scelta avvenisse egualmente tra patrizi e plebei.

      318 ed il 312 a.c. - Lex Ovìnia tribunìcia
      Plebiscito emanato nel periodo compreso fra il 318 ed il 312 a.c.: trasferiva dai consoli ai censori il compito della integrazione del numero dei senatori. I censori dovevano, a tal fine, tenere conto di tutti gli ex magistrati curuli e delle loro doti morali con facoltà di escludere, con deliberazione privata, quelli ritenuti indegni. In base a tale legge furono ammessi al laticlavio anche appartenenti alla plebe.

      313 a.c. - Lex Ovinia 
      apertura progressiva del Senato ai plebei.

      313 a.c. - Lex Villia Annalis -
      definizione delle regole d'accesso al cursus honorum. 304 a.c. -

      - Lex Papiria de dedicationibus - vietava la dedicazione di un tempio, e per scopi religiosi, o di un altare, senza il permesso della Assemblea popolare. La Lex espressamente proibiva dediche di magistrati di rango inferiore, come i tribuni e gli edili.

      311 a.c. - Lex Atilia Marcia -
      introdotta dai tribuni delle plebe Lucio Atilio e Gaio Marco, autorizzava il popolo a eleggere 16 tribune militari per ciascuna delle quattro legioni.

      Lex Marcia -
      Dispose che fosse esperibile la manus inièctio pura per perseguire gli usurai ed ottenere da essi la restituzione di quanto dovuto.

      300 a.c. - Lex Ogulnia - 
      permette l’accesso dei plebei ai collegi dei pontefici e degli auguri.

      300 a.c. - Lex Valeri Horatia de Provocatione -
      voluta dai consoli L. Valerius Poplicola e M. Horatius Turrinus Barbatus per cui dopo la caduta dei Decemviri si sarebbe ripristinata la provocatio. In realtà le fonti menzionano tre leggi Valeriæ, di epoca diversa (509 a.c.; 449 a.c.; 300 a.c.) e tutte promosse da un console Valerio (ma non poteva trattarsi della stessa persona). La dottrina più autorevole ritiene, infatti, le prime due leggi leggendarie. La terza legge (quella del 300 a.c.) avrebbe disciplinato la provocatio, rendendola istituto stabile nell’ordinamento processuale romano.

      300 a.c. - Lex Ogùlnia de sacerdòtiis
      Plebiscito [vedi plebiscìtum] ispirato, nel 300 a.c., dai tribuni Q. e Cn. Ogulnio ed approvato nonostante l’opposizione dei patrizi. La Ogulnia stabilì che fosse aumentato il numero dei pontefici da quattro ad otto e quello degli auguri da quattro a nove, assegnando alla plebe i nuovi posti. La legge sancì la fine del monopolio patrizio nelle più delicate funzioni religiose contribuendo in maniera determinante alla parificazione dei diritti politici, tra patrizi e plebei.


      III SECOLO A.C. 

      - Lex Rhòdia de iactu -
      disciplinò le conseguenze del lancio in mare delle merci a seguito di un’avaria marittima, da parte del capitano di una nave in pericolo. La legge stabilì, in proposito, che la perdita dovesse essere sopportata pro parte da tutti i proprietari delle merci trasportate; il proprietario delle merci perite poteva agire con l’àctio locàti contro il trasportatore, il quale poteva in via di rivalsa, con l’actio condùcti, agire contro i proprietari delle merci salvate.

      - Lex spoletina - o Lex luci spoletina -
      documento epigrafico in latino arcaico su pietra calcarea risalente agli ultimi decenni del III secolo a.c. e ai primi del II. È composto da due iscrizioni che impongono regolamenti circa l'utilizzo dei boschi considerati sacri. Molte azioni lecite in qualsiasi silva, erano severamente proibite e punite nel bosco sacro, dove assumevano un significato di profanazione, da espiare con sacrifici pacificatori, spesso seguiti da multe.

      - Lex Maenia de patrum auctoritate -
      di autore e data incerti, che stabilì che l’auctoritas patrum dovesse precedere e non più seguire le operazioni elettorali, estendendo così ai comizi elettorali quello che la Lex Publilia aveva stabilito per le rogazioni legislative. Infatti, nella primitiva repubblica tutte le deliberazioni dei comizi erano sottoposte all’auctoritas patrum, ossia alla ratifica dalla parte patrizia del Senato

      - Legis actio per condictiònem (vel condìctio) -
      Introdotta da una lex Silia del III sec. a.c. per l’accertamento di crediti di somme certe di danaro, fu estesa, da una successiva lex Calpurnia, ai crediti di cosa determinata.

      - Lex Licinia de iudicis postulatione -
      l'attore affermava davanti al convenuto che questi era debitore di una somma di danaro e gli chiedeva di riconoscere il suo debito. Se il convenuto negava, lo si intimava di comparire dinnanzi al pretore entro 30 giorni. Il pretore nominava il giudice che si sarebbe pronunciato sulla controversia. Usualmente il convenuto per evitare la condictio provvedeva a pagare il debitum. Contro il convenuto giudicato debitore di una somma di denaro, il creditore, procedeva, se del caso, con legis actio per manus iniectionem.

      - Lex Furia de Sponsu -
      per le obbligazioni derivanti da sponsio e fidepromissio, la durata massima era di due anni: se i soggetti obbligati in garanzia erano più di uno, il creditore poteva agire contro ciascuno pro quota, mentre il garante che avesse pagato più della quota di sua spettanza poteva agire nei confronti del creditore.

      Fine III sec. a.c. - Lex Appuleia de sponsu -
      Stabilì che se il creditore agiva in sòlidum contro uno dei cogaranti, ottenendo da questo l’intero pagamento del dèbitum, il cogarante che avesse pagato per l’intero poteva agire contro gli altri cogaranti, in regresso, ciascuno per la sua parte. Però il creditore non era vincolato ad agire preventivamente nei confronti del debitore garantito, prima di escutere i cogaranti.

      292 a.c. - Lex Maenia de patrum auctoritate -
      stabilì che l’auctoritas patrum dovesse precedere le operazioni elettorali, e non ratificare ciò che era stato approvato. Mediante queste leggi il potere dei patres fu ridimensionato, poiché deliberarono che la ratifica dovesse precedere e non più seguire le operazioni legislative ed elettorali dei comizi.

      291 a.c. - Lex Acilia de Intercalando -
      adattamento del calendario.

      287 a.c.Lex Hortensia de nundinis -
      Stabilisce che le nundinae (giorni di mercato, in cui le popolazioni rurali confluivano a Roma) devono essere dies fasti.

      287 a.c. - Lex Hortensia De Plebiscitiis -
      a seguito di una secessione della plebe sul Gianicolo, riconosciuta la validità dei plebisscita a prescindere dall'approvazione del Senato, stabilì che le deliberazioni della plebe fossero in tutto e per tutto parificate alle leggi, assumendone il valore e la forza.

      287 a.c. - Lex Hortensia - 
      Favorisce i plebei che si trasferiscono in città. Le delibere del Concilium Plebis sono estese all'intera comunità.

      285 a.c. - Lex Aquilia de damno -
      plebiscito promosso dal tribuno della plebe Aquilio, che superò tutte le leggi precedenti comprese la legge delle XII Tavole. La Lex Aquilia è la prima legge scritta in materia del risarcimento del danno di proprietà del dominus.

      267 a.c. - Lex Titia de provinciis quæstoriis -
      forse portò i quaestores, ritenuti ormai magistrati ordinari, dal numero di quattro ad otto.

      242 a.c. - Lex Plætòria de prætore urbano -
      attribuì la scorta di due “lictores” al “praetor” “qui ius inter cives dicit” (pretore urbano). Questa lex secondo alcuni ebbe lo scopo di regolamentare la carica del praetor urbanus dal momento che i comizi centuriati avevano iniziato ad eleggere non più un solo pretore, ma due.

      242 a.c. 124 a.c. - Lex L. Papirii tribuni plebis -
      che attribuiva al popolo l'elezione dei III viri capitales e ne regolava le funzioni.

      240 a.c. - Lex Hieronica -
      Tassazione in Sicilia.

      218 a.c. - Lex Claudia plebiscito -
      su proposta di Quinto Claudio, plebiscito  che proibiva ai senatori e ai loro figli di possedere navigli di più di 300 anfore (80 hl), proibendo loro il grande commercio.

      215 a.c. - Lex Oppia -
      avrebbe limitato il lusso delle donne stabilendo che «nessuna donna potesse possedere più di mezza oncia d’oro (circa 14 grammi), né indossare vesti di vari colori né andare in carrozza a Roma o in altre città o in un raggio di mille passi da esse se non in occasione di festività religiose pubbliche». Ma nel 195 a.c., le donne insorsero e la legge venne abrogata, con grande scorno di Catone, per la decadenza dei costumi. In realtà l'uso della carrozza riguardava solo le donne e non gli uomini, per cui quel che si voleva limitare era la libertà delle donne.

      210 a.c. - Lex Atìlia de tutòre dàndo -
      istituì il tutor Atiliànus.

      204 a.c. - Lex Cincia -
      plebiscito su proposta del tribuno della plebe M. Cincio Alimento, stabiliva che nessun avvocato potesse farsi versare doni prima di trattare una causa, per evitare che il costo delle prestazioni forensi divenisse eccessivo per i ceti più poveri. Si trattava di una lex imperfecta, perché non stabiliva l'invalidità delle donazioni effettuate contro il divieto, né sanzioni per i trasgressori.

      204 a.c. - Lex Calpurnia de condictiòne -
      introdusse la lègis àctio per condictionem per le controversie aventi ad oggetto cose determinate di peso, di numero o misura.

      204 a.c. - Lex Cincia de donis et muneribus -
      vietava le donazioni fra i coniugi (per evitare che i patrimoni dei pater familias venissero frammentati, data la diffusione dei matrimoni sine manu) e il divieto di donazioni eccedenti un determinato valore (ultra modum) a noi sconosciuto, sempre con lo scopo di evitare la frammentazione dei patrimoni. Ai tempi di Augusto la lex Cincia de donis et muneribus fu confermata da un senatusconsultus e venne introdotta una sanzione per l'avvocato pari a quattro volte la somma ricevuta in dono. La legge fu modificata sotto Claudio, con l'autorizzazione per l'avvocato a ricevere non più di 10.000 sesterzi; o l'avvocato avrebbe potuto essere processato per concussione (repetundarum). Ai tempi di Traiano venne stabilito che tale somma poteva essere pagata solo alla fine della causa.

      201 a.c. - Lex Acilia Minucia -
      confermava l'imperium di Scipione in Africa e per provocare il senatoconsulto che ricondusse a Roma l'esercito.

      200 a.c. - Lex Furia testamentària -
      come la lex Falcidia del 40 a.c. e la lex Voconia del 169 a.c. disciplinò la materia dei legati stabilendo che: non potessero superare il valore di 1000 assi; e per la eventuale eccedenza, se incamerata, dovessero pagare una multa di quattro volte tanto.

      200 a.c. - Lex Vallia de Manus Iniectiòne -
      contenente norme relative alla Legis Actio per Manus Iniectionem, uno dei cinque modi di agire previsti dalle legis actiones utilizzata per la realizzazione di posizioni giuridiche soggettive per le quali una legge vi faceva rinvio, avente quindi carattere esecutivo. La manus iniectio in particolare aveva come più comune presupposto una condanna al pagamento di una somma di denaro dove il creditore giungeva ad afferrare il debitore, e lo trascinava davanti al pretore, e ripetendo il gesto pronunciava la solenne dichiarazione della manus iniectio. Esperita tale dichiarazione, il debitore era completamente alla mercé del creditore che poteva trattenerlo incatenato presso la propria dimora, venderlo come schiavo, o addirittura ucciderlo.

      200 a.c. - Legis actio sacramento -
      la solenne sfida, la scommessa, in origine un giuramento con implicazioni religiose, e chi usciva sconfitto al termine della controversia era costretto a pagare la summa sacramenti per aver giurato il falso.

      200 a.c. - Lex Calpurnia de condictiòne -
      introdusse la lègis àctio per condictionem per le controversie aventi ad oggetto cose determinate di peso, di numero o misura.

      200 a.c. - Lex Silia de lègis actiòne - introdusse la legis actio per condictiònem per le controversie aventi ad oggetto debiti di denaro.

      200 a.c. - Lègis àctio per condictionem - per le controversie aventi ad oggetto cose determinate di peso, di numero o misura.

      208 a.c.?  - Lex Publìlia de sponsu -
      Legge di data incerta, contenente disposizioni in materia di sponsio e fidepromìssio. Stabilì che il garante, che avesse adempiuto il debito garantito, poteva agire per manus iniectiònem  nei confronti del debitore; quando il sistema delle legis actiònes fu sostituito da quello formulare, al garante fu concessa una c.d. actio depènsi.

      200 a.c. - Lex Lætòria de circumscriptione adulescentium
      Legge che introdusse l’istituto della cura minorum: la legge serviva a paralizzare l’azione del soggetto che voleva far valere i diritti derivantigli proprio da un negozio stipulato con un minore di 25 anni non assistito da un curatore.

      excèptio legis Lætoriæ 
      - per porre rimedio al problema delle speculazioni perpetrate in danno dei minori di 25 anni da persone, se non altro, più esperte ed oculate nella cura dei propri affari: l’(—) serviva a paralizzare l’azione del soggetto che voleva far valere i diritti derivantigli proprio da un negozio stipulato con un minore di 25 anni non assistito da un curatore in favore dei minori di 25 anni che avevano subìto, a causa della loro inesperienza, pregiudizi da contrattazioni con speculatori o comunque con affaristi che avevano approfittato della loro ingenuità.

      in integrum restitùtio ex lege Lætoria o Plaetoria 
      - volta al ripristino della situazione preesistente tra le parti, se il negozio giuridico pregiudizievole per il minore era già stato eseguito: se non era stato eseguito, il minore aveva a sua disposizione l’excèptio legis Lætoriae per paralizzare la richiesta di adempimento.


      II SECOLO A.C.

      - Lex Hostilia -
      emanata per la tutela del patrimonio di persone che non erano presenti in quanto prigioniere di guerra o inviate in missione dallo stato per cause civili o militari.

      - Lex Aebutia de Magistratibus Extraordinariis -
      non si conosce l’anno esatto, ma fu proposta da Sextus Aelius, per vietare al garante della legislazione di istituire un nuovo ufficio pubblico e di ricoprirlo lui stesso. Si proibiva anche ai suoi colleghi magistrati e ai suoi familiari di ricoprire il nuovo ufficio. Forse questa legge faceva parte della Lex Aebutia de formulis.

      199 a.c. - Lex Porcia de capite civium -
      proposta dal Tribuno della plebe Publio Porcio Laeca, estese il diritto di provocatio oltre i 1000 passi da Roma, quindi in favore dei cittadini romani residenti nelle province e dei soldati nei confronti del loro comandante.

      197 a.c. - Lex Atinia de tribunis plebis in senatum legendis -
      riconosce agli ex tribuni l’ingresso in Senato, previo il rituale vaglio da parte dei censori, proposta dal tribuno della plebe Caio Atinio Labeone che, quindi, dopo divenne senatore.

      197 a.c. Lex Acilia de colonis deducendi
      dal tribuno della plebe Gaio Licinio. Sulle leggi delle colonie.

      196 a.c. - Lex Servilia Caepio -
      reintroduceva nel collegio giudicante della quaestio perpetua de repetundis (tribunale permanente chiamato a giudicare della concussione dei magistrati romani nelle province) i senatori.

      195 a.c. - Lex Porcia de tergo civium -
      proposta dal console Catone il Vecchio, estese la facoltà di provocatio ad populum contro la fustigazione.

      195 a.c. - Lex Porcia -
      proposta da M. Porcio Catone, proibiva la tortura di cittadini senza un'accusa. Leges Porciae In numero di tre, leggi di Roma citate da Cicerone.

      195 a.c. - Provocatio ad populum -
      estesa nel 195 a.c. anche ai cives fuori Roma da una delle leges Porciæ.

      191 a.c. - Lex Laetoria de circumscriptione adulescentium -
      chiunque raggirasse un minore di 25 anni proponendogli un affare svantaggioso poteva essere soggetto ad un'azione penale popolare. La conseguenza fu una limitazione di fatto della capacità di agire dei minori di 25 anni. Infatti divennero sempre meno i commercianti disposti a concludere affari con loro. Gli stessi minori di 25 anni a chiesero di assegnare loro un curatore, che garantisse la validità degli atti da loro compiuti. Questi curatori divennero poi permanenti con Marco Aurelio, facendo dei minori di 25 anni una nuova categoria di incapaci.

      186 a.c. - Senatus consultum de Bacchabalibus -
      decreto del Senato romano col quale furono vietati in tutta Italia i Bacchanalia, eccezion fatta per alcuni casi specifici che dovevano essere esplicitatamene approvati dal Senato. Una copia, fatta incidere dal pretore in carica, è stata ritrovata su un'iscrizione in latino arcaico ritrovata nel 1640 a Tiriolo, in provincia di Catanzaro.

      184 a.c. - Lex Porcia III -
      emanata dal console Lucio Porcio Licino, prevedeva una sanzione molto severa (forse la pena capitale) per il magistrato che non avesse concesso la provocatio.

      181 a.c. - Lex Cornelia Bæbia
      - previde e disciplinò il crìmen ambitus (il broglio elettorale) prevedendo l'ineleggibilità per dieci anni del condannato.

      181 a.c. - Lex Cornelia Baebia - 
      contro la venalità del corpo elettorale.

      180 a.c. - Lex Villia annalis - 
      proposta dal tribuno Lucio Villio. Fa parte delle leggi annales, «rimedio istituzionale all’eccessiva lotta per le cariche pubbliche», determinano i limiti di età per la candidatura, e gli intervalli di tempo tra l’una e l’altra. Introdusse un’età minima per le magistrature ed un intervallo di due anni, non troppo vincolante, tra l’assunzione delle prime cariche. Dopo 10 anni di servizio militare si poteva accedere alla questura, limite fatto innalzare da Silla con la Lex Cornelia de magistratibus nell’82 a.c. In forza di questa legge:
      - occorreva aver servito almeno dieci anni nello “exercitus” (decem stipendia: 27 anni) per candidarsi alla “quaestura”;
      - era ineleggibile ad una magistratura ordinaria patrizia (esclusa la censura) chi ne aveva ricoperto un’altra nel biennio precedente.

      179 a.c. - Lex Cornelia Fulvia de ambitu -
      insieme alla precedente lex Cornelia Baebia del 181 a.c., previde e disciplinò il crìmen ambitus (il broglio elettorale), per il quale comminò la pena dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

      173 a.c. -
      - Il Tribuno della plebe Marcus Lucretius promulga una legge che obbliga i censori a dare in locazione il territorio campano.

      169 a.c. - Lex Voconia -
      approvata dai concilia plebis su proposta del tribuno della plebe Voconio Saxa, con l'appoggio di Catone il Censore. Stabilì che nessun legatario (destinatario dei beni) potesse ricevere più di quanto avesse ricevuto l'erede (si superava con un gran numero di legati che non superassero la quota attribuita al legatario). Inoltre limitava la capacità successoria delle donne, vietava a chi nel testamento lasciasse un'eredità superiore al valore di centomila assi di nominare erede una donna, anche se questa poteva comunque ricevere l'eredità per fedecommesso (il testatore istituisce erede un soggetto con l'obbligo di conservare i beni ricevuti, che alla sua morte andranno ad un soggetto diverso indicato dal testatore). Mirava soprattutto alla salvaguardia dell'adgnatio in linea maschile.

      182 a.c. - lex Orchia -
      limitava il numero dei convitati nelle cene.

      169 a.c. - Lèx Vocònia -
      Legge che con le leges Furia (200 a.c.) e Falcidia (40 a.c.) regolò la materia dei legati. Non solo limitò la capacità delle donne di ricevere per testamento, ma stabilì anche che l’erede non potesse ricevere meno del legatario.

      161 a.c. - Lex Fannia -
      rogata dal console Gaio Fannio e volta a moderare le spese che i romani ricchi sostenevano per le loro mense.

      159 a.c. - Lex Cornelia Fulvia -
      contro la venalità del corpo elettorale.

      154 a.c. - Leges Aelia Fufia - 
      che danno ai consoli il diritto di obnuntiatio, che dà loro la possibilità, con un impiego abile degli auspici, di esercitare un veto di fronte ai tribuni della plebe.

      154 a.c. - Lex Aebutia de magistratibus extraordinariis -
      per impedire gli accordi tra i magistrati.

      151 a.c. -
      Divieto di rielezione dei consoli.

      150 a.c. - Lex Atìnia de usucapiòne -
      stabilì che fosse vietata l’usucapibilità usucàpio delle cose rubate (res furtivae).

      149 a.c. - Lex Calpurnia de Pecunis Repetundis -
      fu rogata, in contrasto con la nobiltà senatoria, dal tribuno della plebe L. Calpurnio Pisone Frugi. Stabilì che le accuse di concussione contro i governatori provinciali dovessero essere giudicate da un tribunale permanente, presieduto dal praetor peregrinus e formato da giurati dell'ordine senatorio. Non era prevista alcuna pena pubblica, ma solo la condanna al risarcimento, restituzione di quanto illecitamente maltolto o dell’equivalente in denaro.

      149 a.c. - Lex de Pecuniis Repetundis -
      Il tribuno della plebe Lucio Calpurnio Pisone Frugi fa approvare l'introduzione le quaestiones perpetuae per giudicare i crimini d'estorsione nelle province.

      149 a.c. - Lex Calpurnia -
      introdusse la parità tra i cavalieri e i senatori davanti ai tribunali.


      149 a.c. - Lex Scantinia -
      Colpiva i rapporti omosessuali con persone di condizione libera.

      146 a.c. - Leges Provinciae -
      Riguardano l'amministrazione delle nuove province.

      143 a.c. - Lex Didia -
      estese le pene previste dalla legge non solo a chi avesse dato pasti di costo eccessivo, ma anche agli invitati. - La successiva Lex licinia consentiva per i pasti non più di trenta assi al giorno nelle ricorrenze delle calende, delle none e dei mercati; in tutti gli altri giorni era concesso non più di tre libbre di carne secca, una libbra di cibi conservati sotto sale e prodotti agricoli, vino e frutta.

      140  a.c. - Rogatio Laelia agraria -
      Distribuzione o assegnazione delle terre conquistate, dove i ricchi mediante corruzione estromettevano i poveri a cui erano dovute per legge. Caius Lélius, intimo amico di Scipione, si impegnò a correggere la situazione; ma, incontrando l'opposizione dei potenti, si allontanò dalle loro rumorose proteste e abbandonò la sua campagna.

      139 a.c. - Lex Gabìnia
      - per la nomina dei magistrati; plebiscito che regolò le procedure di voto, nelle assemblee del popolo romano: una delle Leges tabellariæ.

      139 a.c. - Lex Gabinia tabellària o Leges tabellariæ:
      - Complesso di plebisciti, che regolò le procedure di voto, nelle assemblee del popolo romano  instaurò il voto segreto nei comizi.

      139 a.c. - Lex Gabìnia de imperatore contra prædònes constituèndo
      l'imperium era il complesso dei poteri del console, del pretore o del dittatore e cioè: il comando militare; il potere giurisdizionale, civile e criminale; il diritto di convocare il Senato e di ottenere da esso l’emanazione dei senatusconsùlta; il diritto di convocare l’assemblea del popolo, di presiedere le elezioni e di proporre leggi. I proconsoli, nelle singole province, godevano di un imperium ridotto in quanto limitati al comando militare ed al potere giurisdizionale.

      137 a.c. - Lex Cassia
      - facente parte della Leges tabellarie (Lex Gabinia tabellària), per tutte le forme di iudìcia publica (esclusa la perduèllio),  facente parte del complesso di plebisciti, che regolò le procedure di voto, nelle assemblee del popolo romano comìtia.

      137 a.c. - Lex Cassia Tabellaria -
      proposta da Lucio Cassio Longino Ravilla - Stabilisce il voto segreto ai comizi giudiziari salvo il caso di perduellio (delitto contro lo stato).

      133 a.c. - Lex Sempronia Agraria di Tiberio Gracco -
      proposta dal tribuno della plebe Tiberio Gracco per cui non si potessero possedere più di 500 iugera di terreno pubblico e 250 iugera in più per ogni figlio, in tutto però non più di 1000 iugera come possesso permanente garantito. Tutto l'agro pubblico eccedente le quote veniva recuperato dallo stato, che lo doveva distribuire parte ai cittadini e parte a confederati italici come concessione ereditaria e inalienabile, in lotti di 30 iugera dietro il corrispettivo di un vectigal. Leggi abrogate dopo il suo assassinio.

      133 a.c. - Lex Sempronia frumentaria -
      proposta da Tiberio Gracco Concessione di una distribuzione di grano a prezzo ridotto.

      132 a.c. - Lex Rupilia -
      promulgata sotto il consolato di Publio Rupilio e Publio Popilio Lenate per la riforma amministrativa della provincia della Sicilia dopo la I guerra servile. A seguito della sollevazione, il Senato romano era stato costretto a emettere un senatus consultum con il quale si conferivano i pieni poteri al console, affinché fosse restaurato l'ordine pubblico nella provincia siciliana.

      131 a.c. - Lex Papìria -
      per l’approvazione delle leggi; facente parte del complesso di plebisciti, che regolò le procedure di voto, nelle assemblee del popolo romano [comìtia], delle Lex Gabinia tabellària o Leges tabellariæ.

      131 a.c. - Lex Papiria tabellaria -
      promossa dal graccano Papirio Carbone - Stabilisce il voto segreto durante comizi legislativi.

      131 a.c. - Lex provinciæ -
      La legge stabiliva l’ordinamento interno della provincia, elaborata dal magistrato che aveva proceduto all’annessione con l’assistenza e il controllo di una commissione di dieci legati senatorii.
      La legge era promulgata dal magistrato su delega dei comizi.
      Nella legge erano indicati i princìpi in base ai quali la provincia sarebbe stata amministrata, erano individuate le circoscrizioni amministrative (diocesi), stabilite le tasse e le contribuzioni. Il governatore godeva di notevole libertà ed era dotato di imperium militiæ che esercitava sui provinciali senza alcun limite e nei confronti dei cives con l’unico limite della provocatio ad populum, estesa nel 195 a.c. anche ai cives fuori Roma da una delle leges Porciæ.

      131 a.c. - Lex Rupilia -
      per l'organizzazione della provincia di Sicilia.

      130 a.c. - Lex Aebùtia de fòrmulis -
      fu il primo passo verso l’abolizione delle lègis actiònes stabilendo che, se due cittadini romani erano d’accordo a seguire, in una loro controversia, la procedura per formulas, in ordine alla stessa controversia non era possibile successivamente intentare una legis àctio.

      128 a.c.  - Lex de libertinorum suffragiis -
      di Emilio Scauro, che  limitava il voto dei liberti alle quattro tribù urbane, per favorire gli ottimati.

      124 a.c. - Lex Aufeia -
      Composizione dei territori asiatici.

      123 a.c. - Lex Sempronia frumentaria -
      promossa dal tribuno Caio Sempronio Gracco, per cui l'erario si faceva carico di acquistare in Sicilia del grano e ne curava il trasporto fino al porto di Ostia. Il grano veniva poi venduto a prezzo molto calmierato..

      123 a.c. - Lex Sempronia agraria di Caio Gracco -
      il quale propose tutta una serie di riforme costituzionali dirette a combattere la nobìlitas senatoria. La legge rinnovava la lex agraria di Tiberio, rimasta ineseguita, introducendovi nuove disposizioni tra cui l’estensione ai Latini del beneficio dell’assegnazione e la distribuzione periodica e gratuita di grano a basso costo.

      123 a.c. - Lex Sempronia (C. Gracchi) de provincia Asia a censòribus locànda -
      Plebiscito fatto approvare da Caio Gracco, con il quale veniva concessa l’esazione dei tributi in appalto ai pubblicani, sottraendone al Senato.

      123 a.c. - Lex de viis muniendis -
      proposta dal Tribuno della Plebe Gaio Gracco, un piano di costruzione delle strade, per aumentare i posti di lavoro e favorire le comunicazioni, soprattutto a vantaggio di contadini e mercanti.

      123 a.c. - Lex Acilia Repetundarum -
      proposta da Gaio Sempronio Gracco e dal tribuno della plebe Manio Acilio Glabrione,. approvata nel 123-122 a.c. con un plebiscito. Modificava la composizione e la procedura dei tribunali per il reato di concussione e puniva il reato di concussione dei governatori con pena in denaro, da versarsi alle casse dello Stato, pari al doppio del valore del danno, evitando persecuzioni da parte di privati. Prevede anche che tali crimini fossero giudicati da un tribunale penale permanente, e il processo poteva essere rinviato ad un secondo dibattito, non oltre il III giorno dalla fine del I. Così accusatore e accusato potevano esporre i loro pareri due volte e con nuove argomentazioni. Alla fine del II dibattito era decisa la sentenza definitiva.

      123 a.c. - Lex Acilia rubria -
      per permettere la partecipazione al culto di Giove Capitolino agli stranieri.

      123 a-c - Lex Servilia Glaucia -
      prevedeva la reintroduzione nel Collegio giudicante della quaestio perpetua de repetundis degli Equites (dopo che la lex Servilia Caepio del 106 a.c. vi aveva reintrodotto i senatori). Inoltre consentiva ai provinciali di recuperare le somme estorte loro dai magistrati anche presso terzi e introduceva la comperendinatio, un intervallo di tempo fra il primo dibattimento accusa-difesa e un successivo difesa-accusa.

      123 a.c. - Lex Rubria -
      Creò due nuove colonie in Italia ed una sul territorio di Cartagine, dichiarato "maledetto" dopo la terza guerra punica.

      122 a.c. - Lex Sempronia C. Gracchi iudiciària -
      Plebiscito emanato su iniziativa di Caio Gracco, con il quale si stabilì che il diritto di appartenere alle giurie giudicanti in tema di reati di concussione (questiònes repetundàrum) spettasse alle persone appartenenti per censo alla classe dei cavalieri, escludendo che potessero farne parte i senatori, che in precedenza ne avevano i monopolio. La reazione del ceto senatorio fu durissima, in quanto i suoi membri al governo delle province, spesso accusati di malversazioni e di concussioni, vennero così a trovarsi alla mercé dei cavalieri.
      La materia fu disciplinata anche dalle successive leggi Servilia Cæpiònis, Livia iudiciaria, Cornelia (Sullæ) iudiciaria, Iulia iudiciaria ed Antonia iudiciaria.

      120 a.c. -  Lex Aebutia de Formulis -
      di incerta datazione che consentì l'utilizzazione della procedura formulare anche nel tribunale del pretore urbano. Forse solo per i rapporti per i quali mancasse una apposita legis actio o forse ancora in alternativa ad un settore di azioni.

      117 a.c. - Lex Claudia de sociis -
      limitò il iùs migràndi dei Latini.

      115 a.c. - Lex Aemilia de Libertinorum Suffragiis -
      proposta dal console Marco Emilio Scauro. sul diritto di voto dei liberti e ne stabiliva dei limiti.

      111 a.c. - Lex Thoria agraria -
      demolì l’intera legislazione agraria dei Gracchi, vietando ulteriori assegnazioni di terre ed abolendo il vectigal. L'agri vectigal è un canone annuo pagato da privati alle colonie e ai municipi dipendenti da Roma per la concessione di terreni.

      109 a.c. - Lex Mamìlia  -
      disciplinò i limiti e i confini delle terre date in concessione.  Probabilmente anche dell'Imperatore sul demanio imperiale. Tale legge, attraverso una serie di norme dettagliate, disciplinò le controversie nascenti dalla proprietà e dai confini, diversamente da un’altra lex Mamilia Roscia, che invece si occupava della tutela delle assegnazioni nelle colonie e nei municipi, in una prospettiva di salvaguardia dell’ordine pubblico.
      È solo un’ipotesi che tale legge abbia posto termine alle contrastate vicende della riforma agraria graccana con l’abolizione del vectìgal e, quindi, con la trasformazione dell’ager privatus vectigàlis in domìnium, ossia in proprietà òptimo iùre. Non si può, infatti, ritenere con certezza che tale legge abbia abolito il vectìgal, concludendo il processo di smobilitazione delle riforme agrarie graccane.

      107 a.c. - Lex Coellia (Caelia) -
      legge che introduce il voto segreto in caso di tradimento.

      107 a.c. - Lex Cælia tabellària -
      per i giudizi in tema di perduellio. Ciascun votante apponeva il proprio voto su apposite tabellæ, inserite in urne custodite da speciali addetti. Lo spoglio dei voti veniva fatto da scrutatori che comunicavano il risultato al presidente; il risultato conclusivo veniva proclamato da un magistrato (c.d. renuntiàtio).

      106 a.c. - Lex Servìlia Caepionis iudiciaria -
      Forse non approvata dai comizi centuriati: apportò modifiche alla lex Semprònia C. Gracchi iudiciaria, mitigandone il rigore e stabilendo che l’album iùdicum fosse composto per metà di senatori e per metà di cavalieri.
      La materia fu successivamente disciplinata dalle leggi Cornelia (Sullæ) iudiciaria, Aurelia (Cottæ), Iulia iudiciaria ed Antonia iudiciaria.

      106 a.c. -  Lex Servilia Caepio -
      Concesso agli Equites di diventare senatori.

      104 a.c. - Lex Clodia de Victoriato -
      legge monetaria su plebiscito, detta de victoriato in base alle parole di Plinio.

      104 a.c. - Lex Domitia de sacerdotiis -
      Stabiliva l'elezione del pontifex maximus.

      103 a.c. - Legge Agraria di Saturnino -
      concernente la distribuzione di terre ai veterani.

      102 a.c. - Lex Appuleia de Maiestate
      - Legge emanata su proposta del tribuno della plebe Appuleio Saturnino; integrò il campo d’applicazione del crìmen maiestatis, includendovi gli attentati compiuti da magistrati nei confronti della volontà popolare. Prevedeva la pena di morte per chiunque ledesse la maestà del popolo romano.

      DIRITTO DI FAMIGLIA

      I SECOLO A.C.


      - Lex Minìcia de lìberis -
      Legge emanata in data incerta, presumibilmente verso l’inizio del I sec. a.c.; dispose che dovessero esser considerati peregrini:
      - sia i figli di cittadina romana e di straniero privo di iùs conubii;
      - sia i figli di cittadino romano e di straniera priva di ius conubii, anche se la donna, al momento del parto, avesse acquistato la cittadinanza romana.

      - Lex Curiata de Imperio - dove il popolo romano rappresentato dai Comitia curiata concedevano dei poteri al capo della comunità. Con questa legge venne autorizzata l'adozione di Augusto.

      - Lex Minìcia de lìberis - dovessero esser considerati peregrini: i figli di cittadina romana e di straniero privo di iùs conubii; i figli di cittadino romano e di straniera priva di ius conubii, anche se la donna, al momento del parto, avesse acquistato la cittadinanza romana.

      95 a.c. - Lex Licinia Mùcia de cìvibus redigùndis -
      - Legge che abolì lo iùs migrandi dei Latini, istituendo un’apposita quaestio per i delitti di usurpazione della cittadinanza romana da parte di stranieri. Ordinava l’espulsione dalla città di Roma ed il rimpatrio nelle loro città natie dei gruppi etnici Latini e Italici, comminando pene severe per chi, con frode, si iscriveva all’anagrafe come cittadino romano.


      91 a.c. - Lex Livia Agraria -
      di Marco Livio Druso, tribuno della plebe che, per far approvare la legge sull'estensione della cittadinanza, aveva ampliate le proposte circa le colonie italiche, ed aveva esonerato dal pagamento del tributo stabilito nella legge Sempronia gli assegnatari dei lotti dei terreni demaniali. Prevedeva:
      - I - la fine dei diritti di uso e possesso, a singoli o a comunità, su terreni del demanio dello stato ; 
      - II - la cessione dei terreni del demanio italico a singoli o ad enti collettivi. Il tutto per ridurre le colonie in Sicilia, e distribuire l’àger publicus in Campania, Etruria ed Umbria.
      -  Lex Livia de agris Africanis -
      Distribuzione o assegnazione delle terre africane.

      - Lex Livia frumentaria -
      del tribuno M. Livio Druso, volta a ridurre il prezzo del grano distribuito nelle frumentationes, approvata nel 91, fu tosto annullata per vizio di forma.

      - Lex Livia iudiciaria -
      prevedeva la rinuncia da parte dei cavalieri a quei posti di giudici loro riconosciuti dalla legge giudiziaria fatta approvare da Caio Gracco; dall’altra, stabiliva che i cavalieri, in numero di 300, sarebbero entrati a far parte del Senato.

      - Lex Livia nummaria -
      volta a ridurre l’inflazione e colpire gli speculatori finanziari.

      98 a.c. - Lex Cæcìlia Dìdia de modum lègum promulgandàrum -
      Legge rogata dai consoli Cecilio Metello e Tito Didio: prevedeva il divieto di comprendere, in un’unica proposta di legge, disposizioni eterogenee al fine di evitare la votazione di proposte ritenute favorevoli insieme a proposte ritenute sfavorevoli.

      95 a.c. -
      - Lex Licinia Mucia -
      Ordinava l'espulsione dalla città di Roma ed il rimpatrio nelle loro città natie dei gruppi etnici Latini e Italici, comminando pene severe per chi, con frode, si iscriveva all'anagrafe come cittadino romano. 

      91 a.c. - Lex Varia
      Puniva tutti coloro che avevano assistito e consigliato i responsabili delle violenze durante la Guerra sociale.

      91 a.c. - Lex Varia -
      Puniva tutti coloro che avevano assistito e consigliato i responsabili delle violenze durante la Guerra sociale.

      91 a.c. - Marco Livio, figlio di un avversario di Caio Gracco, tribuno nel 91, in linea con i due tribuni Tiberio e Caio Gracco, realizzò:
      Lex Livia nummaria - per ridurre l’inflazione e colpire gli speculatori finanziari;
      Lex Livia frumentaria - per ridurre il prezzo del grano distribuito nelle frumentationes;
      Lex Livia iudiciaria - che prevedeva la rinuncia dei cavalieri a quei posti di giudici loro riconosciuti dalla legge giudiziaria fatta approvare da Caio Gracco; dall’altra, stabiliva che i cavalieri, in numero di 300, sarebbero entrati a far parte del Senato;
      - Lex Livia agraria - per ridurre le colonie in Sicilia, e distribuire l’àger publicus in Campania, Etruria ed Umbria. All’approvazione delle leggi, seguì la proposta della cittadinanza agli Italici, antichi alleati di Roma. La questione già dibattuta un tempo da Caio Gracco, fu respinta, mentre Marco Livio finiva ugualmente ucciso dai suoi avversari.

      90 a.c. - Lex Calpurnia
      Autorizza i comandanti romani a concedere la cittadinanza agli alleati che combattevano con loro durante la Guerra sociale.

      90 a.c. - Lex Pompeia -
      Pompeo Strabone, generale nel 90, concedeva la cittadinanza romana a cavalieri spagnoli del suo esercito.

      90 a.c. - Lex Iulia de civitate
      legge accordante agli alleati la cittadinanza romana.

      90 a.c. - Lex Sulpicia de revocandis vi eiectis -
      Sulpicio Rufo, tramite questa proposta di legge, promuoveva il ritorno in patria dei seguaci di Livio Druso, i quali, dopo la morte misteriosa del tribuno della plebe, vennero condannati all'esilio per mezzo delle quaestiones Varianae.

      90 a.c.Lex Sulpicia 
      il più antico caso di esercizio del diritto di grazia da parte del popolo, emanata per graziare i seguaci del partito mariano.

      90 a.c.Lex Sulpicia de novorum civium libertinorumque suffragiis
      proponeva di ripartire gli Italici in tutte le 35 tribù (e non solo nelle 8 previste) e che lo stesso beneficio fosse esteso ai liberti, i quali da una legge di Emilio Scauro (115 a.c.) erano stati di nuovo rigorosamente esclusi dalle tribù rustiche.

      90 a.c. - Lex Sulpicia de aere senatorum -
      Questa proposta di legge prevedeva l'esclusione dal senato di tutti coloro i quali avessero un debito superiore alla cifra, seppur non elevata, di 2.000 denarii.

      90 a.c.Lex Sulpìcia de bello Mithridàtico Gaio Mario decernendo -
      Con questa proposta di legge avanzata da Sulpicio Rufo si affidava a Caio Mario il comando della provincia d'Asia, già toccato in sorte ed assegnato al console Lucio Cornelio Silla, che, come pretore, aveva avuto modo di svolgere in Oriente importanti incarichi politici e militari.

      90 a.c.Lex Sulpicia de novòrum cìvium et libertinòrum suffragio -
      legge che, abolendo le limitazioni della lex Iulia del 90 a.c. e della lex Æmilia, concesse il diritto di voto in tutte le tribù ai neocittadini ed ai liberti.

      90 a.c. - Lex Iulia Civitate - promulgata da Lucio Giulio Cesare durante il periodo della Guerra sociale con lo scopo di concedere agli alleati fedeli (e ai ribelli ravveduti) la cittadinanza romana.

      90 a.c. - Lex Iulia de Civitate Latìnis Danda -
      promossa dal console Lucio Cesare per fronteggiare la grave rivolta degli Italici, esplosa nel 91 a.c. Con essa si concedeva la cittadinanza romana al Lazio, alle città alleate rimaste fedeli a Roma e ai popoli che si fossero arresi entro un certo tempo.

      90 a.c. - Lex Fabia de plagiariis -
      introdusse e disciplinò, in due capi, il crimen di plagium, cioè la vendita come schiavo di un uomo che si sapeva essere libero, oppure la sottrazione di uno schiavo altrui tramite la persuasione o la corruzione dello stesso.

      90 a.c. - Lex Licinia de iudicis postulatione
      - Legge che estese l’ambito di applicazione della legis actio per iudicis arbitrive postulationem, includendovi le azioni divisorie (in particolare l’actio communi dividundo).

      90 a.c. - Lex Varia de maiestate -
      Legge emanata su proposta del tribuno della plebe Vario Severo Hybrida nel 90 a.c.; ampliò il campo d’applicazione del crìmen maiestatis, includendovi la fattispecie dell’incitamento alla rivolta contro Roma.

      89 a.c. - Lex Pompeia de Transpadànis -
      Legge ispirata da Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno, con la quale fu concessa alle comunità della Gallia Transpadana la latinità, costituendole in colonie latine di tipo fittizio, senza, cioè, la deduzione di coloni. Lo scopo della legge fu quello di creare nuovi alleati nell’Italia settentrionale e di salvaguardare il confine nella aspra lotta contro i Piceni.

      89 a.c. - Lex Plautia Papiria -
      Estensione della cittadinanza alle città della Gallia cisalpina durante la guerra sociale.

      89 a.c. - Lex Plautia Papiria de civitate sociis danda
      Legge con cui, durante la guerra sociale (91-88 a.c.) fu concessa la cittadinanza romana a latini e italici: prima a coloro che fossero rimasti fedeli alla Repubblica, astenendosi dal partecipare all’insurrezione, poi a tutti i residenti in Italia che, nel termine di due mesi, avessero dichiarato ad un magistrato romano di voler diventare cittadini.

      89 a.c. - Lex Plautia Papiria -
      Estensione della cittadinanza alle città della Gallia cisalpina durante la guerra sociale.

      89 a.c. - Lex Plautia judiciaria -
      proposta dai tribuni della plebe Marcus Plautius Silvanus, sent cònsols Gneus Pompeus Strabo e Lucius Porcius Cato; stabiliva che i giudici potessero provenire anche da altre classi, non solo dagli Equites.

      89 a.c. - Lex Papiria -
      promossa da C. Papirio Carbone, ridusse a semunciarii gli assi di bronzo, e avrebbe contribuito al riordinamento monetario in seguito alla concessione della cittadinanza agli Italici e alla soppressione delle loro zecche.

      89 - 62 a.c. - Lex municipii Tarentini -
      emanata dal magistrato senza la conferma dei comizi, predisposta da uno o da più magistrati romani incaricati di costruire il nuovo municipium di Tarentum, sul modello e in attuazione di una lex rogata. Dello statuto municipale di Taranto si conserva la tavola VIIII, e può essere datata tra la fine della guerra sociale (89 a.c.), quando venne concessa la cittadinanza agli italici, e il 62 a.c., per l'avvenuto conferimento della cittadinanza secondo la testimonianza di Cicerone.

      88 a.c. - Lex Corneliae Pompeiae 
      - Q. Pompeo Rufo fece approvare con Silla alcune leggi di cui
      - la riforma dei comizî;
      - la cassazione delle leggi Sulpicie;
      - l'obbligo di preventiva auctoritas patrum per tutte le rogazioni;
      - completamento del senato;
      - dichiarazione dei capi democratici come nemici pubblici;
      - limitazione della tribunicia potestas;
      - unciaria lex sul pagamento dei debiti.

      87 a.c. - Sono i plebisciti proposti dal tribuno Sulpicio Rufo, e cioè:
       - Lex Sulpicia de bello mithridàtico - che attribuì a Mario il governo della provincia d’Asia e la direzione della guerra contro Mitridate;
       - Lex Sulpicia (rappresentante il più antico caso di esercizio del diritto di grazia da parte del popolo) emanata per graziare i seguaci del partito mariano;
       - Lex Sulpicia de novòrum cìvium et libertinòrum suffràgis - che, abolendo le limitazioni della lex Iulia del 90 a.c. e della lex Æmilia, concesse il diritto di voto in tutte le tribù ai neocittadini ed ai liberti.

      82 a.c. - Lex Valeria de Sulla dictatòre -
      - proposta al popolo da Lucio Valerio Flacco e approvata dai comizi centuriati, gli storici ricollegano il conferimento di ampi poteri a Silla.

      82 a.c. - Lex Cornelia Silla - 
      Impone la confisca dei beni e la condanna di tutti quelli che avevano combattuto contro di lui a Brindisi nell’83 a.c., ovvero condanna tutti i nemici dello stato.

      82 a.c. - Lex Cornelia (Sullæ) de confirmàndis testamèntis
      - stabilì che se il civis Romanus moriva in prigionia il testamento da lui fu fatto prima della cattura era da considerarsi valido, come se egli fosse morto al momento della caduta in prigionia.

      81 a.c. - Lex Cornèlia (Sullæ) iudiciària
      - voluta da Silla, restituì ai soli senatori il diritto di sedere nelle giurie giudicanti in tema di reati, innovando rispetto alle precedenti leggi C. Gracchi iudiciaria e Servilia Cæpiònis. La materia fu poi disciplinata dalle successive leggi Aurelia (Cottæ), Iulia iudiciaria ed Antonia iudiciaria.

      81 a.c. - Lex Cornelia (Sullæ) de spònsu
      - voluta da Silla, con le disposizioni in tema di obbligazioni di garanzia.
      Stabilì che era proibito garantire lo stesso debitore nei confronti dello stesso creditore, nel corso dello stesso anno, per una cifra superiore a ventimila sesterzi. In alcuni casi era possibile prestare garanzie senza limiti: ad esempio, a titolo di dote, per testamento o su ordine del giudice.

      81 a.c. - Lex Cornelia (Sullæ) de sacerdòtiis
      - abrogò la lex Domitia inerente al sistema di elezione dei sacerdotes publici populi romani, stabilendo il sistema della pura cooptazione.

      81 a.c. - Lex Cornelia (Sullæ) de viginti quæstoribus
      - portò il numero dei questori da 8 a 20.

      81 a.c. - Lex Cornelia de Maiestate
      - puniva tutte le azioni volte a minare le istituzioni della Repubblica, affidando il giudizio ad un tribunale permanente: la Quaestio perpetua de maiestate. Stabiliva inoltre come reato di lesa maestà l'abbandono della propria provincia da parte di un Governatore in carica, indipendentemente che questi lasciasse in armi o meno i territori di propria giurisdizione. Per tali reati c'era la pena capitale, commutabile in esilio volontario con interdictio aqua et igni. Rientravano nelle previsioni della legge anche le offese ai magistrati.

      81 a.c. - Lex Cornelia Annalis 
      - Sanzione alle azioni passate di Silla; rafforzamento del Senato - I pretori venivano obbligati ad esercitare la loro giurisdizione concordemente agli editti emanati in precedenza.

      81 a.c. - Lex Cornelia de Provinciis Ordinandis
      - da Silla in materia di prorogàtio impèrii, istituto dell'età repubblicana consistente nell'attribuire a magistrati decaduti dalla carica il compito di portare comunque a termine campagne belliche in corso o di proseguire nell'amministrazione delle province conquistate.

      81 a.c. - Lex Cornelia de Iniuriis
      - del dittatore Silla, rogata e poi approvata insieme con le altre leggi criminali, che andava ad istituire la quæstio in materia di crimen iniuriæ, uno dei delitti in origine privato e successivamente, nel periodo del Principato, attratti nella sfera pubblicistica.

      81 a.c. - Lex Cornelia de Magistratibus
      - Silla elevò l’età minima per la questura a 37 anni. Da ciò deriva che l’età minima per la pretura fu di 40 anni ed il minimo per il consolato fu l’età di 43 anni.

      81 a.c. - Lex Cornelia Sullae de sicariis et eveneficiis 
      - colpiva con interditio aqua et igni:
      - chi, in città o entro un miglio da essa, andava armato a scopo di ledere le persone o proprietà; - l’omicidio e tentativo di omicidio, senza distinzione tra libero o servo;
      - chi preparava, vendeva, comprava, deteneva o somministrava un venenum malum necandi hominis causa;
      - in seguito la si applicò all’aborto volontario,
      - alla castrazione e alla circoncisione, tranne che gli Ebrei;
      - chi appiccava dolosamente incendio;
      - il magistrato che accogliendo coscientemente una falsa testimonianza o lasciandosi corrompere o violando la legge, procurava la morte di un innocente;
      - chi, con la falsa deposizione, determinava una condanna a morte.
      Tale pena consisteva nell’allontanamento coatto dal territorio romano. Varcati i confini di Roma, non solo non riacquistavano soggettività giuridica, ma potevano essere impunemente aggrediti da qualsiasi cittadino, mentre in periodo classico subivano la pena pubblica della deportatio in insulam (deportazione in una località isolata che comportava la perdita dello status civitatis e la confisca dei beni, totale o parziale).

      81 a.c. - Lex Cornelia (Sullæ) de falsàriis -
      voluta da Silla, detta anche lex testamentària o nummària, comminò la pena dell’interdìctio aqua et igni per le ipotesi di sottrazione, alterazione o distruzione di un testamento o di spaccio di monete false.

      IL PROCESSO
      80 a.c. - Lex Remnia de calumniatoribus -
      Legge emanata all’incirca nell’80 a.c., in tema di crìmen calumniae:
      - dispose che i calunniatori dovessero esser tratti a giudizio dinanzi alla stessa quaestio che aveva giudicato l’innocente calunniato.
      - che i calunniatori fossero privati, per il futuro, della capacità di esser pubblici accusatori.
      Deriva da successive manipolazioni la tradizione per cui la fronte del calunniatore sarebbe stata marchiata con la lettera K (iniziale di Kalumnia).

      75 a.c. - Lex Aurelia Cotta Iudiciaria
      - stabilì che tra i giudici appartenenti all’album iùdicum fossero inserite una decuria di senatori, una di cavalieri ed una di cittadini della seconda classe del censo (tribùni æràrii). La materia fu successivamente disciplinata anche dalle leggi Iulia iudiciaria ed Antonia iudiciaria.

      70 /80 a.c. - Lex Plàutia de vis
      Legge di data incerta emanata in tema di crìmen vis:
      - configurò, per la prima volta in diritto romano, questo delitto, comminando per esso la pena di morte. Al condannato era però consentito optare per la commutazione della pena dell’esilio interdìctio aqua et igni volontario (c.d. iùs exìlii).
      - Sancì, inoltre, la inusucapabilità delle cose di cui ci si fosse impossessati con la violenza, introducendo, in tal modo, un nuovo requisito dell’usucapio, quello della “res habilis ad usucapionem”.

      73 a.c. - Lex Terentia et Cassia frumentaria -
      era una Lex comitialis, cioè promossa dal popolo, e per lui dai consoli Gaio Cassio Longino e Marco Terenzio Varrone Lucullo, in base alla quale lo Stato doveva comprare il grano in Sicilia e rivenderlo a basso prezzo a Roma.

      72 a.c. - Lex Aurelia
      - abrogò le restrizioni alla carriera dei tribuni della plebe, concedendo a loro il diritto ad aspirare a qualsiasi magistratura superiore seguendo il normale cursus honorum.

      72 a.c. - Lex Gellia Cornelia
      - I consoli dell'anno autorizzano Gneo Pompeo Magno a conferire la cittadinanza romana a coloro che egli reputa degni.

      71 a.c. - Lex Antonia de Termessibus
      - promossa dal tribuno Gaio Antonio. per formare un'alleanza tra la città di Termessus e Roma.

      70 a.c. - Lex Pompeia Licinia de tribunicia potestate
      - del console Gneus Pompeo Magno e il collega M. Licinio Crasso, che abrogò definitivamente le disposizioni di Silla contro la tribunicia potestas.

      70 a.c. - Lex Plautia de Reditu Lepidanorum
      - Concedeva il perdono a quelli che si erano dissociati da Lepido.

      67 a.c. - Lex Gabìnia de bello piratico -
      -con cui affidò a Pompeo un imperium triennale su terra e su mare per la guerra contro i pirati nonché il potere di procedere alla leva di 20 legioni e all’allestimento di una flotta di 300 navi.

      67 a.c. - Lex Cornelia de edictis prætorum -
      plebiscito proposto dal tribuno Cornelio per cui i pretori non dovevano risolvere le controversie già previste dai loro editti annuali in modo difforme dai criteri ivi stabiliti.

      67 a.c. - Lex Gabinia -
      Conferì un imperium proconsulare di 3 anni sul Mar Mediterraneo e le sue coste (fino a 50 miglia nell'entroterra) a Gneo Pompeo Magno per combattere i pirati.

      67 a.c. - Lex Roscia theatralis -
      -di Lucio Roscio Fabato, riservava 14 file di buoni posti di teatro ai membri dell'ordine equestre, legge promossa dal tribuno Roscio OttoneI cavalieri che ebbero questo privilegio non erano probabilmente quelli che soddisfacessero i requisiti di idoneità, riferito all'età, per l'ammissione all'ordinema piuttosto coloro che avevano diritto al "cavallo pubblico". Pertanto Orazio ironizza nelle sue Epistulaee si chiede se non fosse stata più appropriata per loro una nenia puerorum (filastrocca per bambini).

      67 a.c. - Lex Calpurnia de ambitu
      su ispirazione del console C. Calpurnio Pisone, puniva il crimine di brogli elettorali, crìmen ambitus, aggiungendo alla pena pecuniaria anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e dal seggio senatorio.

      66 a.c. - Lex Manilia -
      proposta dal tribuno della plebe Gaio Manilio, concesse a Gneo Pompeo Magno il comando supremo (imperium maius) in tutte le province d'Oriente. Fu approvata grazie anche all'aiuto politico di Cesare e Cicerone. Diede a Pompeo il potere supremo per condurre la terza fase della guerra contro re Mitridate VI del Ponto, portata avanti fino a quel momento da Lucio Licinio Lucullo.

      65 a.c. - Lex Papia de Peregrinis -
      rigettò false richieste di cittadinanza ed espulse gli stranieri da Roma.

      63 a.c. - Lex Tullia -
      promossa da Cicerone, vietava ai candidati, nel biennio anteriore alla candidatura, di dare giochi gladiatorii, salvo che per obbligo testamentario. Confermò le decisioni prese con la legge Acilia Calpurnia aggiungendo un esilio di dieci anni per i colpevoli del crimine di ambitu.

      63 a.c. - Lex Atia de sacerdòtiis -
      riguardava il sistema d’elezione dei membri dei collegia sacerdotali. Essa ripristinò il sistema d’elezione stabilito dalla lex Domitia de sacerdòtibus, precedentemente abrogato da una lex Cornelia (Sullæ) de sacerdotiis.

      59 a.c. - Lex Iulia repetundàrum -
      Legge in tema di crìmen repetundarum. Promossa da Giulio Cesare, riguardo all'estorsione nelle province. Ripristinò un certo rigore (pur confermando la pena in simplum stabilita dalla lex Cornelia de repetùndis), attraverso l’introduzione di pene accessorie (ineleggibilità a cariche pubbliche, rimozione dalle cariche ricoperte, incapacità di testimoniare, di essere giudice e di rappresentare altri in giudizio) a carico del condannato. La legge previde, inoltre, specificatamente, la responsabilità del soggetto che avesse preso denaro per giudicare o non giudicare, per adottare o non adottare provvedimenti giudiziari od amministrativi 

      59 a.c. - Lex Vatinia de Provinciae Ceaseris -
      proposta dal tribuno della plebe Publio Vatinio quando Cesare era console con Bibulo. Approvata dal popolo, concedeva a Cesare il comando di tre legioni per cinque anni, fino al primo marzo del 54, nella Gallia Cisalpina e nell'Illirico. In seguito il Senato aggiunse una legione e la Gallia Narbonese. La legge stabiliva inoltre una indennità fissa per Cesare, pagabile dal tesoro pubblico, e il diritto di eleggere autonomamente i legati. Lo stesso Vatinio partì da legato al seguito di Cesare, mentre Cicerone rifiutò l'incarico propostogli.

      59 a.c. - Lex Iulia de actis Cn. Pompei confirmandis -
      confermava l'ordinamento dato da Pompeo all'Asia. Dopo la III guerra mitridatica,  gli stati indipendenti dell'Anatolia e dell'Armenia diventarono stati clienti della Repubblica e venne creata la provincia romana della Siria e la provincia di Bitinia diventò provincia di Bitinia e Ponto annettendo ulteriori territori.

      59 a.c. - Lex Iulia de rege alexandrino 
      riconosceva e dichiarava amico del popolo romano il re d'Egitto Tolomeo Aulete, che la pagò a Cesare e Pompeo 6000 talenti.

      59 a.c. - Lex Iulia de publicanis -
      promossa da Marco Licinio Crasso e voluta da Cesare per favorire i cavalieri, in seguito agli accordi del primo triumvirato, rimetteva agli appaltatori delle imposte dell'Asia un terzo della somma da essi dovuta.

      59 a.c. - Lex Iulia Agraria Campana -
      promossa da Giulio Cesare per concedere ai veterani di Pompeo una colonia a Capua.

      59 a.c. -Lex Iulia Agraria -
      promossa da Giulio Cesare, ordinava l'assegnazione ai cittadini poveri dell'agro demaniale, eccetto l'agro campano, e di altri terreni da acquistarsi dallo stato.

      58 a.c. - Leges Clodiae -
      una serie di plebisciti approvati dai concilia plebis della Repubblica romana proposti dal tribuno Publio Clodio Pulcro, un membro della famiglia patrizia Claudia. Con il sostegno di Cesare, si era fatto adottare in un ramo plebeo della stessa famiglia per poter farsi eleggere tribuno della plebe.

      58 a.c. - Lex de collegiis restituendis novisque instituendis -
      con cui, riaffermandosi la libertà di associazione, rinnovò i collegia vetera (soppressi dal senatoconsulto di sei anni innanzi perché "adversus rem publicam videbantur esse"), e se ne promossero "innumerabilia alia nova".

      58 a.c. - Lex Clodia de Auspiciis -
      abrogò la Lex Aelia et Fufia, che autorizzava il magistrato che presiedeva una assemblea legislativa di sciogliere l'assemblea con il pretesto che gli auspici erano stati sfavorevoli. Pompeo era noto per avere utilizzato questo dispositivo di ostruzionismo almeno una volta.

      58 a.c. - Lex Clodia de Censoribus -
      (legge clodia sui censori), prescriveva alcune norme per la censura, cioè il controllo della comunicazione o di altre forme di libertà (libertà di espressione, di pensiero, di parola) da parte di una autorità..


      58 a.c. - Lex Clodia de iure et tempore legum rogandarum -
      Liberava l'attività dei comizi da tutti i limiti derivanti dagli "auspici".

      58 a.c. - Lex Clodia de Capite Civis Romani -
      promossa da Publio Clodio Pulcro, sulla messa a morte del cittadino romano senza rispettare la provocatio ad populum. La legge stabiliva l'esilio per chi avesse deliberato una condanna a morte senza concedere la provocatio, limitando il potere del senato e degli ottimati nei processi: si mettevano in discussione i senatus consulta ultima, che il senato poteva adottare in caso di necessità per garantire l'incolumità dello stato. Essa sanzionava con valore retroattivo coloro che avevano ratificato l'uccisione di un cittadino romano senza concedergli tale diritto. Il provvedimento era contro Cicerone, che nel 63 a.c. aveva permesso la condanna dei Catilinari senza appello al popolo. La proposta fu accolta dalle fasce più basse della popolazione e dai sostenitori di Catilina, oltre che da Giulio Cesare, che nel processo ai Catilinari si era battuto perché si scegliesse il confino come condanna, e dei triumviri, che avrebbero così visto diminuire il potere del senato.

      58 a.c - Lex Clodia Frumentaria -
      Proposta dal tribuno Clodio, un patrizio che facendosi adottare dal ramo plebeo della familia era diventato tribuno della plebe e che si era schierato con Cesare. La Lex Clodia stabiliva che il grano distribuito con le frumentationes dovesse essere concesso gratuitamente alla popolazione meno abbiente. Un curator annonae doveva gestire gli elenchi degli aventi diritto, ma Clodio propose distribuzioni completamente gratuite senza fissare un numero limitato dei beneficiari. Egli per primo, affidò la cura dell'annona ad un liberto, Sesto Clelio.

      58 a.c. - Lex Clodia de provinciis consularibus  -
      con cui, in deroga alla lex Sempronia, che rimetteva al senato la determinazione delle provincie consolari, furono assegnate a Calpurnio Pisone e ad Aulo Gabinio le provincie della Macedonia e della Cilicia.

      58 a.c. - Lex Clodia de exilio Ciceronis -
      con cui a Cicerone, bandito da Roma, ove ebbe la casa demolita e i beni confiscati, si negò la possibilità d'essere accolto in comunità federate, dichiarandosi fuori legge quanti lo ospitassero e obbligandolo a vivere lontano da Roma quattrocento o cinquecento miglia, per aver ucciso alcuni cittadini senza processo ma in base a un falso senatoconsulto.

      58 a.c. - Lex Clodia de iniuriis publicis -
      a favore di un certo Menula cittadino di Anagni, probabilmente per derogare alle disposizioni della lex Cornelia de iniuriis.

      58 a.c. - Lex Clodia de scribis quaestoriis -
      estese agli scribae dei questori il divieto fatto ai magistrati provinciali di esercitare il commercio; e che, non essendo stata osservata, fu richiamata in vigore da Domiziano.

      58 a.c. - Lex Clodia de censoria notione -
      per impedire che i censori nella lectio senatus ricusassero d'inscrivere gli ex-magistrati i quali, formalmente accusati innanzi a loro, non fossero stati da entrambi riconosciuti colpevoli.

      58 a.c. - Lex Clodia de rege Deiotaro et Brogitaro -
      con cui a Deiotaro venne confermato il titolo di re, già riconosciutogli dal senato, ma gli fu tolto il sacerdotium Matris Magnae per darlo a Brogitaro impuro homini, cui fu venduto, pecunia grandi, il tempio consacrato alla Dea.

      58 a.c. - Lex de rege Ptolemaeo et de insula Cypro publicanda -
      per cui, ridotta a provincia l'isola di Cipro e confiscati i beni del re Tolomeo, vi fu inviato Catone, per allontanarlo da Roma, come quaestor cum iure praetorio, adiecto etiam quaestore.

      58 a.c. - Lex Clodia de permutatione provinciarum -
      con cui fu commutata la provincia assegnata ad Aulo Gabinio, dandogli la Siria in luogo della Cilicia.

      58 a.c. - Lex Clodia de pecumis creditis in liberos populos -
      con cui si sostituisce alla vigilanza e alla disciplina dei rapporti fra Roma e le liberae civitates, la facoltà di dicere ius in liberos populos contra senatusconsultum concessa per la Macedonia a Calpurnio Pisone.

      58 a.c. - Lex Clodia Publio Clodio Pulcro - 
      Autorizza le associazioni di artigiani.

      55 a.c. - Lex Pompeia Licinia -
      proposta dai consoli Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso; prorogava per altri cinque anni il proconsolato in Gallia a Giulio Cesare, conferitogli dalla Lex Vatinia del 59 a.c.

      55 a.c. - Lex Pompeia de provinciis consularibus -
      che trasformava in legge un senatoconsulto del 53, il quale disponeva che gli ex-consoli e pretori avrebbero assunto il governo delle loro provincie solo 5 anni dopo avere sostenuto le cariche in Roma.

      55 a.c. - Lex Trebonia -
      sull'organizzazione delle province.

      55 a.c. - Lex Licìnia (Crassi) de sodalìciis -
      Legge emanata su ispirazione di Crasso, in tema di crìmen sodaliciòrum, appartenenza a particolari associazioni o consorterie, aventi lo scopo di orientare in un certo modo l’elettorato o la vita pubblica. La pena prevista era l’esilio.

      55 a.c. - Lex Pompeia de parricìdio -
      Legge emanata nel 55 a.c., in tema di parricidium: stabilì che al parricida dovesse applicarsi la stessa pena irrogata, per l’omicida, dalla lex Cornelia de sicàriis et venèficis, e cioè l’interdìctio aqua et igni, in luogo della pœna cùllei. Quest’ultima fu, peraltro, ripristinata, per il parricidium, dalla legislazione augustea.

      53 a.c. - Lex Clodia rogatio de libertinis -
      per la quale gli schiavi manomessi in forma privata avrebbero conseguito  la iusta libertas e la civitas Romana cum suffragio.

      53 a.c. - Lex Pompèia de provinciis -
      promossa da Pompeo, stabilì che nessuno poteva rivestire una magistratura provinciale prima che fossero trascorsi cinque anni da quella urbana già rivestita. Fu un tentativo, fatto da Pompeo, di arginare l’avanzata di Cesare al potere.

      52 a.c. - Lex Pompèia de àmbitu -
      Legge emanata nel 52 a.c., su ispirazione di Pompeo Magno, in tema di crìmen ambitus; stabilì per quest’ultimo, in ordine ai casi ritenuti più gravi (e modificando la disciplina dettata dalla precedente lex Tullia de ambitu), la pena dell’esilio perpetuo.

      52 a.c. - Lex Pompeia de iure magistratuum -
      richiese la presenza fisica a Roma del candidato al consolato. Rientrò nella tattica adottata da Pompeo contro Giulio Cesare per farlo permanere nello status di privato cittadino, privandolo così del comando delle sue truppe.

      52 a.c. - Lex Pompeia de Ambitu -
      contro il broglio elettorale, si abbreviavano i termini processuali e si aggravavano le pene comminate dalle leggi precedenti.

      52 a.c. - Lex Pompeia de parricidis -
      che estendeva il concetto del parricidio all'uccisione dei parenti fino a un certo grado, dei patroni, dei fidanzati e ne regolava la punizione.

      50 a.c. - Lex Scribònia de usucapiòne servitùtibus -
      sarebbe una legge proposta da C. Scribonio Curione, con la quale veniva introdotto il divieto di costituzione di servitù (servitùtes prædiòrum) mediante usucapione, costituzione ammessa, invece, nel diritto romano antico. Paolo in Dig., XLI, cita una lex Scribonia la quale vietava che le servitù potessero essere acquistate per usucapione, ciò che prima era quindi ammesso, ma, come i più credono, per le sole servitù rustiche più antiche.

      50 a.c. - Lex alimentaria quae iubet aediles metiri -
      su proposta di Caelio Curione (Celio in Cic., Ad fam., VIII, 6, 5), che pare si riferisse alle distribuzioni dei viveri.

      50 a.c. - Lex viaria -
      proposta dal tribuno della plebe C. Scribonio Curione, che prescriveva grandi lavori stradali da eseguirsi in un quinquennio e ai quali egli stesso avrebbe dovuto presiedere.

      50 a.c. - Lex alimentaria quae iubet aediles metiri -
      - (Celio in Cic., Ad fam., VIII, 6, 5), che pare si riferisse alle distribuzioni dei viveri.

      50 a.c. - Lex Agri Campani -
      Il tribuno della plebe C. Scribonio Curione,  propose una legge sull'agro campano rivolta contro la legge agraria di Cesare, del quale era avversario.

      50 - 40 a.c. - Lex Rubria de Gallia Cisalpina -
      è un frammento di un'iscrizione bronzea rinvenuta negli scavi archeologici di Velleia, recante una serie di disposizioni normative destinate a venire applicate nella regione della Gallia Cisalpina. volto a disciplinare in diverse materie l’ambito di competenza dei vari magistrati locali e del pretore a Roma.

      MENENIO LANATO

      49 a.c. 
      - Lex Roscia -
      La Lex Roscia, varata da Giulio Cesare, concedeva il Plenum ius (cittadinanza romana) ai cittadini della provincia della Gallia Cisalpina.

      49 a.c. - Lex Iulia de Pecuniis Mutuis -
      voluta da Cesare, concesse la remissione degli interessi arretrati di due anni e la detrazione di quelli pagati sul capitale

      46-44 a.c. - Lex Iulia de magistràtibus -
      Legge che portò il numero degli aedìles plebis a quattro, istituendo due aediles curiales, addetti all’approvvigionamento dei cereali e all’organizzazione dei ludi Ceriales.

      46 a.c. - Lex Iulia de Provinciis -
      Voluta da Cesare, limitava il mandato dei propretori ad un solo anno e quello dei proconsoli fino a due consecutivi. Proibiva invece qualunque prolungamento di questi termini temporali.

      46 a.c. - Lex Iulia Iudicaria -
      proposta da Giulio Cesare, innovando rispetto alla previsione della lex Aurelia (Cottae), soppresse la decuria dei tribuni aerarii, così esclusi dalle giurie giudicanti in tema di reati.

      46 - a.c. - Lex Iulia agraria -
      Con questa legge Cesare assegnava altre terre ai suoi veterani.

      45 a.c. - Lex Cassia in patrìcios adlegèndis -
      con la quale si attribuì a Giulio Cesare la prerogativa di conferire il rango di patrizio (adlèctio in patricios) a chiunque egli volesse, nell’ambito degli honestiòres.

      45 a.c. - Lex Iulia Municipalis -
      promulgata da Giulio Cesare e pervenuta nelle tavole di Heraclea, rinvenute nel territorio di Heraclea e conservata al Museo Arch. Naz. di Napoli. Con essa molte città e colonie assunsero il rango di municipio. Inoltre prevedeva norme sulla circolazione stradale all'interno dell'Urbe, come il divieto ai carri che trasportavano merci di circolare nelle ore diurne per non congestionare la città. Da questo divieto erano esclusi i carri con materiali per costruzioni di templi o altri edifici di culto. Per queste norme la Lex Iulia è l'antesignana del nostro Codice della strada.

      44 a.c. - Lex de Permutatione Provinciae -
      Autorizza Cesare a trasferire le legioni dalla Macedonia alle nuove province (Gallia Cisalpina e Transalpina), attribuite a Marco Antonio per cinque anni al posto della Macedonia.

      44 a.c. - Lex Antonia iudiciària -
      promossa da Marco Antonio. Inserì, tra i giudicanti in tema di reati, una decuria di veterani e centurioni, formata senza che rilevasse il censo dei membri. Fu abolita l’anno dopo la sua emanazione.

      44 a.c. - Lex Antonia -
      abrogazione della dittatura, proposta da Marco Antonio dopo l'assassinio di Giulio Cesare.

      43 a.c. - Lex Titia -
      sancì al Triumvirato il diritto di regnare per un periodo di cinque anni. Legalizzò il II triumvirato di Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. La legge, prevedendo solo una durata limitata, fu rinnovata nel 38 a.c., ma le schermaglie tra Ottaviano ed Antonio dopo la caduta di Lepido del 36 a.c. impedirono l'applicazione di un altro mandato, facendo scadere la Lex Titia nel 33 a.c..

      43 a.c. - Lex Pedia de interfectoribus Caesaris -
      con cui si instruiva un "processo per direttissima" nei confronti dei cesaricidi denunciati e, se riconosciuti colpevoli, si applicava la pena "aquae et igni interdictio", ovvero l'esilio e la confisca dei beni. Il dibattimento venne fissato in un unico giorno e nessuno dei denunciati si presentò per difendersi., per cui con votazione quasi unanime tutti gli imputati vennero condannati in contumacia.

      41 a.c. - Lex Mamilia Roscia -
      si occupava della tutela delle assegnazioni nelle colonie e nei municipi, in una prospettiva di salvaguardia dell’ordine pubblico.

      40 a.c. - Lex Falcidia -
      promossa dal tribuno della plebe Falcidius. Regolava le quote della successione legittima nel diritto ereditario romano. Nessuno poteva disporre liberamente di più di tre quarti del suo patrimonio per legati, così che all'erede rimanesse almeno un quarto del patrimonio.

      40 a.c. - Lex Falcidia de legatis -
      insieme alla lex Furia testamentaria (200 a.c.) e alla lex Voconia (169 a.c.) regolò la materia dei legati.

      32 a.c. - Lex Petronia de præfectis -
      Prevedeva che il Senato designasse dei prefetti per sostituire i magistrati supremi, qualora, per qualsiasi motivo, non fossero stati eletti al 1° gennaio dell’anno.

      29 a.c. - Lex Saenia de plebeis in patrìcios adlegendis -
      con la quale si attribuì ad Ottaviano Augusto la prerogativa di conferire il rango di patrizio a chiunque egli volesse, nell’ambito degli honestiòres.

      22 a.c. - Lex Iulia de vestitu et habitu -
      che limitava il lusso delle matrone, nonché l’uso della seta.

      19 a.c. - Lex Iunia Norbana -
      regolamentazione dello status dei liberti.

      18 a.c. Lex Iulia de ambitu -
      Legge emanata su ispirazione di Augusto, in tema di crìmen ambitus: stabilì per quest’ultimo, in ordine ai casi di mera corruzione non violenta, la pena della multa oltre all’interdizione dei pubblici uffici per la durata di 5 anni.

      18 a.c. - Lex Iulia de Adulteriis Coercendis
      - stabiliva che, in caso di adulterio o stupro (?), fosse istituito un processo contro la moglie infedele e il complice. La legge punisce la donna adultera "con la confisca di metà della dote, della terza parte dei beni e con la relegazione in un'isola", l'uomo adultero con la confisca di "metà del patrimonio e relegazione in un'isola, purché relegati in isole diverse". Il padre della donna poteva uccidere subito la figlia e l'adultero, se colti in flagrante nella propria casa o in quella del genero (doveva però ucciderli entrambi e non solo uno altrimenti era omicidio), mentre il marito poteva uccidere l'amante, solo se di basso rango sociale (se di alto si poteva segregarlo per massimo 20 ore per radunare i testimonii), e di ripudiare la consorte, ma non di ucciderla. Se il marito non denunciava l'adulterio della moglie, non cacciava la consorte e lasciava andar via l'amante colto in flagrante, oppure sfruttava la cosa economicamente, veniva accusato di lenocinio e punito come adultero.

      18 a.c. - Lex Iulia de Boni Cedendi -
      Cessione spontanea di tutti i propri beni, fatta dal debitore irrimediabilmente insolvente, in favore dei suoi creditori: essa consentiva al debitore di evitare le conseguenze infamanti della bonòrum vendìtio, con cui si vendevano i beni del debitore a chi, tra i creditori, offrisse la più alta percentuale di crediti. Mirava a favorire il debitore insolvente senza sua particolare colpa.

      18 a.c. - Lex Iulia de Maritandis Ordinibus -
      voluta da Augusto, limitava i matrimoni tra diverse classi sociali e puniva i celibi a carico dei quali furono stabilite penalizzazioni in ambito successorio; a favore degli sposati numerose agevolazioni (ottenere magistrature con anticipo, esenzione da doveri pubblici, etc.). Per particolari benemerenze, era previsto che il Senato ed il principe potessero concedere anche a soggetti non in regola con le leggi Iulia e Papia i vantaggi che esse assegnavano. Inoltre stabilì che l'eredità vacante, in caso di mancanza o inerzia di creditori ereditari, andasse all'erario.

      18 a.c. - Lex Iulia Sumptuaria -
      promossa da Augusto all’inizio del suo principato con una serie di disposizioni intese a reprimere il lusso sfrenato in Roma, nei banchetti e negli abiti femminili. Il limite dei banchetti fu di duecento sesterzi per i giorni feriali, trecento per calende, idi, none e alcune altre festività, mille per il giorno delle nozze e il banchetto dell’indomani.

      18 a.c. - Lex Iulia de Annona -
      dove Augusto sanzionò con una forte multa l’incetta di generi alimentari.

      18 a.c. - Lex Iulia De Collegiis -
      stabilì che tutti i collegia e le sodalitates (tranne un ristretto numero di antica tradizione), fino ad allora esistenti, dovevano essere sciolti; e che per la costituzione di nuovi enti dello stesso genere occorreva l’autorizzazione del Senato.

      18 a.c. - Lex Iulia de resìduis (in crimen peculatus) -
      stabilì che, nei casi in cui il soggetto che si era impadronito di denaro o beni pubblici non provvedeva entro un anno alla loro restituzione, la pena era aumentata di un terzo del controvalore dei beni sottratti. Si è in dottrina dedotto che in luogo dell’interdìctio aqua et igni si fosse  fissato per il crimen peculatus una pena pecuniaria.

      18 a.c. - Lex Iulia de vicèsima hereditàtum -
      Legge emanata in età augustea: introdusse un’imposta successoria pari al 5% del patrimonio ereditario e regolò, altresì, la procedura relativa all’apertura del testamento, stabilendo che le tabulæ testamentariae dovevano essere aperte dinanzi all’ufficio preposto alla riscossione dell’imposta.

      17 a.c. - Lex Iulia de vis publica et privata -
      Legge emanata per ridisciplinare il crìmen vis; identificò due fattispecie di violenza:
      - vis publica, ogni azione violenta, posta in essere dai privati o da funzionari pubblici, per impedire il regolare svolgimento delle funzioni pubbliche: ad es., il turbamento di comìtia elettorali o l’imposizione e riscossione arbitraria di tasse. Inoltre esenzione dei cittadini romani, che si fossero sottoposti alla provocàtio, dalla tortura e dalla ductio in vìncula publica. Questa fattispecie venne sanzionata con l’esilio;
      - vis privata, tutte le azioni violente volte a turbare la libertà dei privati. Per questa fattispecie era prevista la pena della confisca di un terzo dei propri beni. Per converso alle donne che avessero partorito tre volte (quattro se liberte) venne concesso lo ius liberorum.
      Venne notevolmente attenuata da Costantino, che eliminò le incapacità successorie, e fu definitivamente abrogata da Giustiniano.

      17 a.c. - Lex Iulia et Tìtia de tutela -
      Vengono così definite due leggi che nel I sec. a.c. conferirono il potere di nominare il tùtor Atiliànus anche ai governatori delle province.

      17 a.c. - Lex Iulia iudiciorum privatorum -
      voluta da Augusto, per riordinare la procedura delle quaestiones perpetuae, ovvero gli organi giurisdizionali giudicanti in materia penale.eliminò del tutto le legis actiones sostituite dal processo per formulas, cioè il procedimento processuale ordinario per offrire tutela anche a coloro che non potevano esercitare le legis actiones, cioè i non cittadini romani e di tutelare nuove situazioni giuridiche nate con l'espansione dei territori romani. Tra le legis actiones rimase in vigore solo la legis actio sacramenti nei giudizi centumvirali, nonché la procedura relativa all'actio damni infecti.

      17 a.c. - Lex Iulia iudiciòrum publicòrum
      Legge emanata, su proposta di Augusto, in parallelo alla contemporanea lex Iulia iudiciorum privatòrum, per riordinare la procedura delle quaestiònes perpetuae. Ripartì le decuriæ di giudici (ciascuna di cento giudici) in quattro: una di senatori, una di cavalieri, una mista di senatori e cavalieri, una di giudici per metà appartenenti al ceto equestre (ducenàrii). Le decurie giudicavano seguendo una turnazione. Punì anche, con una pena pecuniaria, la parte (imputato o accusatore) che si fosse recata a casa del giudice con l’implicito scopo di corromperlo o, comunque, influenzarne la serenità di giudizio.

      11 a.c. - Lex Servìlia repetundarum -
      in tema di crìmen repetundarum apportò modifiche alle varie ipotesi delittuose e al procedimento, con nuove definizioni e nuove punizioni.

      10 a.c. - Senatus consultum Silianianum -
      disciplinava il caso della morte violenta od in circostanze non chiare del padrone di uno o più schiavi, nella propria abitazione.Tutti gli schiavi dovevano essere obbligatoriamente interrogati; interrogati e torturati anche fino alla morte se necessario. L'interrogatorio doveva avvenire prima dell'apertura della successione, che avrebbe potuto disporre affrancazioni con conseguente inapplicabilità della procedura.

      9 a.c. Ius trium liberorum (diritto dei tre figli)
      - introdotta da Augusto che puntava a rendere più numerose le famiglie, garantendo privilegi ai genitori di tre o più figli liberi. Tale diritto fu compreso nella Lex Papia Poppaea del 9 d.c. I privilegi destinati ai maschi comprendevano le agevolazioni nella carriera militare, mentre per le donne si garantiva la liberazione delle stesse dalla tutela maritale o paterna, libertà presto abolita con l'avvento del cristianesimo e riconquistata solo nel 1975, quasi duemila anni dopo, duemila anni di oscurantismo. Fruirono del diritto personaggi illustri, quali Livia (che ebbe ad ogni modo solo due figli), Marziale, che lo ricevette da Tito, Svetonio e Plinio il giovane.

      9 a.c. - Lex Papia Poppea nuptiàlis -
      Voluta da Augusto, insieme alla lex Iulia de maritàndis ordìnibus, modificò il regime del matrimonium, a favore dei coniugi e a sfavore di celibi e nubili, introdotta dai consoli suffetti Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo, anche se celibi. Suggeriva le età entro cui contrarre matrimonio (dai 25 ai 60 anni per gli uomini; dai 20 ai 50 anni per le donne). Poi, coloro che non avevano contratto matrimonio venivano dichiarati celibi e andavano incontro a sanzioni, che potevano anche gravare sull'eredità. Poi proibivano il matrimonio di un senatore o di figli di senatore con una liberta, con una donna il cui padre o madre avessero svolto una ars ludica, con una prostituta, o il matrimonio di un libertinus con la figlia di un senatore. Concedeva alle vedove 2 anni dalla morte del marito, mentre alle donne divorziate 1 anno e 6 mesi dal divorzio. Imponeva sanzioni anche agli orbi, persone sposate che non avevano avuto figli fra i 25 e i 60 anni per gli uomini e 20 - 50 per le donne, e potevano ricevere solo metà di una hereditas o di un legatum.

      9 a.c. - La Lex Quinctia de aquaeductibus -
      promulgata dal console Tito Quinzio Crispino Sulpiciano per la regolamentazione degli acquedotti. La legge riepilogava le norme a tutela degli acquedotti e stabiliva pesanti pene pecuniarie per chi vi contravveniva danneggiandoli. Vietato anche captarne l'acqua per uso agricolo o di altra natura senza permesso. La legge vietava inoltre qualsiasi attività edilizia, agricola, o pastorale presso gli acquedotti, non strettamente necessaria per la manutenzione dei luoghi o delle opere preesistenti.

      8 a.c. Lex Iulia de peculàtu et de sacrilègiis -
      Legge emanata su impulso di Augusto (che fece rinnovare un’analoga legge fatta votare da Giulio Cesare), per riordinare la materia del crìmen peculatus; previde, tra l’altro, come pena,
      l’interdìctio aqua et igni (dalla legge delle XII tavole per delitti gravi: l’allontanamento coatto e definitivo dal territorio romano senza poter più rientrare in patria: se varcavano i confini di Roma, non solo non riacquistavano la soggettività giuridica, ma potevano essere impunemente aggrediti da qualsiasi cittadino, mentre in periodo classico subivano le pena pubblica della deportatio in insulam). In sede comiziale e poi in sede extra òrdinem fu considerata pena capitale, in quanto perdita della cittadinanza romana. Ad essa si accompagnava normalmente, la confisca dei beni [publicàtio bonòrum]. Per taluni delitti, al condannato era attribuito un particolare beneficio, detto iùs exìlii, facoltà di sottrarsi all’esecuzione della pena di morte, sottoponendosi volontariamente all’esilio.

      8 a.c. - Lex Iulia maiestàtis
      Legge emanata  su impulso dell’imperatore Augusto, che riordinò l’intera materia del crìmen maiestatis, comminando per esso la pena dell’interdìctio aqua et igni e la confisca del patrimonio. Da questa legge derivò il far rientrare, in sede di interpretazione, nell’ambito del crimen maiestatis, tutte le offese in qualunque modo arrecate alla dignità imperiale.

      ORAZIONE DELL'AVOCATUS

      I SECOLO D.C.

      2  - Lex Fufia Canina de manumissiònibus -
      rogata dai consoli L. Caninio Gallo e C. Fufio Gemino, prevedeva che il padrone per testamento potesse liberare i suoi schiavi tramite manumissione ma in un numero limitato. Apportò notevoli innovazioni per l'affrancazione dei servi mediante testamento, vietando ai domini di affrancare per testamento più di una certa quota della loro familia servile. Gaio fa cenno ad una sanzione di nullità per le affrancazioni contra legem, attribuendola indistintamente alla lex Fufia Caninia ed a successivi senatusconsùlta.
      Tra le principali limitazioni:
      - chi possedeva da tre a dieci servi poteva affrancarne per testamento non più della metà;
      - chi possedeva da undici a trenta servi poteva affrancarne per testamento fino ad un terzo;
      - chi possedeva da trentuno a cento servi poteva affrancarne per testamento fino ad un quarto;
      - chi possedeva da centouno a cinquecento servi poteva affrancarne per testamento fino ad un quinto;
      - in ogni caso, a chi possedeva più di cinquecento servi non era possibile affrancarne più di cento;
      - nessuna restrizione era imposta dalla legge a chi possedeva solamente uno o due servi.

      4  - Lex Aelia Sentia -
      - promossa dai consoli Aelius Cato e Sextius Saturnìnus, per cui i servi affrancati divenuti liberti, potevano diventare cittadini romani, latini o dediticii. Quelli macchiati di "turpitudini", per crimini commessi o per aver combattuto contro Roma e poi essersi consegnati, divenendo così schiavi, dopo la manumissio restavano peregrini dediticii per cui non potevano risiedere a Roma, né entro 100 miglia da Roma; infranta tale disposizione, sarebbero stati venduti nelle aste pubbliche e una volta schiavi non avrebbero potuto essere più affrancati, e non potevano risiedere a Roma, né entro 100 miglia da Roma; infranta tale disposizione, sarebbero diventati schiavi del popolo romano. Ai Latini era concessa una seconda manumissio con cui diventavano liberti e cittadini romani, ma con età maggiore dei 30 anni, essere stati oggetto di dominium ex iure Quiritium e liberati o mediante manumissio legittima (vindicta; censu; testamento).

      5  - Lex Valeria Cornelia de destinatiòne magistràtuum -
      Riguardo alla votazione nei Comizi centuriati decisa durante il principato da Augusto. Essa istituì un sistema di centurie miste col compito di votare la destinatio di consoli e pretori, che sarebbe stata poi validata dai comizi centuriati tradizionali. La scelta fu certamente un compromesso di Augusto con la nobiltà, che ottenne, in tal modo, di poter partecipare con poteri più ampi all’elezione dei magistrati.

      6  - Lex aerarium militare -
      Per la messa in carico allo stato dei veterani di guerra.

      6 - Lex Aerarium Militare - 
      Per la messa in carico allo stato dei veterani di guerra.

      7  - Lex Iulia de collegiis -
      voluta da Augusto che, sciolti tutti i collegia esistenti, eccettuati quelli di più antica tradizione, subordinava la creazione di nuovi collegia al riconoscimento del Senato, di effettiva utilità.

      8  - De Peculatu e de Sacrilegiis -
      Augusto fece rinnovare un’analoga legge fatta votare da Giulio Cesare, per riordinare la materia del crìmen peculatus, prevedendo, tra l’altro, come pena, l’interdìctio aqua et igni.

      8  - Lex Iulia de Residuis -
      per i crìmen peculàtus Augusto stabilì che, nei casi in cui il soggetto, che si era impadronito di denaro o beni pubblici, non provvedeva entro un anno alla loro restituzione, la pena era aumentata di un terzo del controvalore dei beni sottratti. Si è pertanto dedotto che la legislazione augustea aveva, in luogo dell’interdìctio aqua et igni, fissato per il crimen peculatus una pena pecuniaria.

      9 - Lex Papia Poppæa nuptiàlis -
      Legge che insieme alla lex Iulia de maritàndis ordìnibus del 17 a.c., mirava ad incentivare le unioni matrimoniali, inducendo i Romani a procreare un numero minimo di figli a tal fine:
      - a carico dei celibi furono stabilite una serie di incapacità, in particolare in ambito successorio;
      - a favore degli sposati furono concesse numerose agevolazioni (possibilità di ottenere le magistrature con anticipo rispetto ai normali tempi, esenzione dai doveri pubblici, etc.).
      Per particolari benemerenze, era previsto che il Senato ed il principe potessero concedere anche a soggetti non in regola con le disposizioni delle leggi Iulia e Papia i vantaggi che esse assegnavano.

       - Lex Quinctia -
      Per la regolamentazione degli acquedotti.

      10 - Senatus consultum Silianianum -
      In caso della morte violenta od in circostanze non chiare del Dominus, ovverosia del padrone di uno o più schiavi, nella propria abitazione, tutti gli schiavi dovevano essere interrogati e torturati anche fino alla morte se necessario. L'interrogatorio doveva avvenire prima dell'apertura della successione, che avrebbe potuto disporre affrancazioni con conseguente inapplicabilità della procedura.

      19  - Lex Iùnia Norbàna
      Legge che disciplinò le affrancazioni di schiavi fatte in modi non solenni creando la categoria dei Latini Iuniani i quali non avevano la testamenti factio attiva, né tanto meno la capacità di far pervenire “ab intestato” agli aventi diritto i propri beni, che al momento della morte spettavano al patrono.

      19 - Lex Petrònia de liberàlibus causis
      Legge con la quale si stabilì che, nei processi volti all’accertamento dello stato di libertà o meno delle persone, se i giudicanti (centùmviri o, nelle province, i governatori) erano discordi, in caso di parità di voti, si dovesse optare per la libertà.

      19  - Lex de honoribus Germanico decernendis -
      stabilì di aggiungere alle dieci centurie di Augusto altre dieci, dedicate per metà a Germanico e per metà a Druso. Ai componenti di queste centurie spettava la designazione dei magistrati da eleggere e la comunicazione di questo elenco ai “comitia”.

      24  - Lex Visellia - 
      Libera i discendenti degli affrancati dalla macule servile.

      24 - Lex Visèllia de libertìnis -
      Legge menzionata da Gaio nelle sue Istituzioni (I, 32b): concesse la cittadinanza romana ai Latini Iuniàni che avessero militato per almeno sei anni nel corpo dei vìgiles.

      25  - Lex Iulia Vallaea testamentaria -
      Augusto individuò la categoria dei postumi vellæani, cioè “i figli nati al testatore dopo la confezione del testamento, ma prima della sua morte” Per evitare che il testamento fosse invalidato da una mancata diseredazione nominativa dei soggetti equiparati ai postumi, si ammise che essi, se non istituiti eredi, potessero essere diseredati globalmente (e non nominativamente).

      26-28  - Lex Iulia Vellæa testamentària -
      Legge che individuò la categoria dei postumi vellaeani.

      43  - Lex Titia
      - Concessioni poteri al secondo triunvirato di Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio dell'imperium maximus. I triunviri vennero riconosciti dalla Lex come Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate.

      46  - Tabula Clesiana
      - lastra di bronzo, scoperta nel 1869 presso i Campi Neri di Cles. Essa contiene l'editto di Claudio che concedeva la cittadinanza romana agli Anauni, ai Sinduni ed ai Tulliassi e trattava della controversia fra i Comensi o Comaschi ed i Bergalei.

      46  - Senatus consultum Vellaeanum -
      riguardo a intercedere.

      47 - Lex Claudia de ære alièno filiòrum familiàrum -
      relativa ad obbligazioni contratte da filii familias: anticipando in parte il contenuto del senatusconsùltum Macedoniànum, stabilì che chi avesse contratto mutui con i figli (nella speranza di speculare sulla morte dei padri) fosse condannato al pagamento di un’ammenda dall’ammontare imprecisato.

      49  Lex Claudia de tutela mulìerum -
      abolì per le donne ingenuæ la tutela legittima. Ingenuo era ogni soggetto nato libero (cioè nato da madre libera) e dotato pertanto dello status libertàtis.

      52  Senatus consultum Claudianum -
      stabiliva che se una donna che intrattenesse relazioni carnali con uno schiavo non cessasse la relazione dopo tre diffide del dominus, diventava schiava del padrone. Poiché i figli illegittimi assumevano la condizione della madre al momento della nascita, se la donna con la quale lo schiavo intratteneva rapporti non era una schiava, i figli nati da tale relazione non diventavano schiavi e non rientravano nel patrimonio del dominus, cosa che accadeva se lo schiavo aveva figli da un'altra schiava.

      61 - Lex Petronia de sèrvis
      Limitò grandemente la facoltà dei padroni di infierire sugli schiavi, destinandoli al combattimento con belve feroci.

      61 - Lex Petrònia de adultèrii iudìcio -
      sull'aduterio; stabiliva che il marito non potesse evitare di accusare pubblicamente la moglie sorpresa nel commettere il primo adulterio, pena la perdita del diritto di accusarla anche in presenza di futuri adulterii.

      69  Lex de imperio Vespasiani -
      per la definizione del potere e delle prerogative del Principe Vespasiano rispetto al Senato, unico esempio di documento ufficiale che conferisce i poteri a un imperatore. Si richiama l'esempio dei predecessori (tranne Caligola, Nerone, Galba, Otone e Vitellio), a partire da Augusto, per cui il principe è absolutus ex legibus, cioè la sua condotta è insindacabile. Il Caput tralaticium de immunitate, stabiliva la supremazia della Lex de imperio Vespasiani su tutte le norme ordinarie, in tutte le controversie penali o civili.

      69  - Lex de Imperio - 
      Epurò e rinnovò il senato.

      69 -79 Senatus consultum Macedonianum - I filii familias (sottoposti all'autorità del pater familias), anche se fossero nel frattempo divenuti sui iuris, potevano annullare le pretese dei creditori che avessero loro prestato denaro a mutuo senza il consenso del pater. Il filius familias era sempre personalmente obbligato verso la parte, a meno che avesse contratto un debito ricevendo denaro a mutuo (prestito); nel qual caso il creditore non aveva diritto di reclamare il pagamento anche quando, dopo la morte del padre, il debitore fosse divenuto sui iuris.

      84 - Lex Papiria de civitate Acerranorum
      del console Gneo Papirio facente parte della lege Papiria de aere publico.

      92 - Lex Marciana -
      per cui Domiziano ordinò la soppressione di metà delle vigne e il divieto di nuovi impianti, a favore della qualità dei vini e non della quantità.

      100 d.c. - Senatus consultum Neronianum -
      contro i falsari, che regolò le modalità in cui dovevano essere condotti gli atti inter vivos e i testamenta.

      I sec. d.c. - Lex Creperèia 
      - promossa da Crepereius Marcus, stabilì che, nelle cause centumvirali, le parti dovessero reciprocamente sfidarsi al pagamento, in caso di soccombenza, di 125 sesterzi.

      IL DIBATTIMENTO DELLE LEGGI

      II SECOLO D.C.

      103  - Lex institutio alimentaria -
      dell'imperatore Traiano in favore dei bambini bisognosi dell'Italia romana. L'optimus princeps, prelevò dal suo patrimonio personale le somme necessarie a garantire un avvenire sereno a centinaia di bambini bisognosi, legittimi e illegittimi, soprattutto nelle campagne.

      116 - 117 - Lex Manciana -
      Regolò i contratti di locazione di proprietà imperiali nel Nord Africa romano.

      117  - Senatus consultum Tertullianum -
      con disposizioni relative alla successione mortis causa tra madre e figli. Se la madre, era fornita del "iùs trìum vel quàttuor liberòrum" (le donne che avessero partorito tre volte, quattro se liberte, venne concesso lo ius liberorum) veniva inserita inserita tra i successori ab intestàto del proprio filius, rientrando nella categoria degli herèdes sui.

      117 - 138  - Lex Hadriana de rudibus agris -
      (sui campi incolti) Legge di Adriano che permette agli affittuari permanenti di lavorare sul territorio occupato; è un'estensione della Lex Marciana.

      133 - Lex Sempronia agraria -
      del tribuno della plebe Tiberio Gracco, prevedeva che non si potessero possedere più di 500 iugera di terreno pubblico e 250 iugera in più per ogni figlio, e non più di 1000 iugera come possesso permanente garantito. L'agro pubblico eccedente veniva recuperato dallo stato, che lo doveva distribuire parte ai cittadini e parte a confederati italici come concessione ereditaria e inalienabile, in lotti di 30 iugera dietro il corrispettivo di un vectigal. L'inalienabilità dei lotti assegnati fu stabilita per proteggere i contadini dalla prevedibile pressione dei grandi proprietari terrieri per acquistare le terre.

      148 - Lex Rhòdia de iactu -
      La legge disciplinò le conseguenze del lancio in mare delle merci a seguito di un’avaria marittima, cioè del cd. iactus mercium, da parte del capitano di una nave in pericolo. Stabilì, in proposito, che la perdita dovesse essere sopportata pro parte da tutti i proprietari delle merci trasportate, locatori “ad eas vehèndas”, (cioè òperis); il proprietario delle merci perite poteva agire con l’actio locati contro il trasportatore, il quale poteva in via di rivalsa, con l’actio conducti, agire contro i proprietari delle merci salvate.

      177  - Senatus consultum Orphitianum
      - legge emessa durante il regno di Marco Aurelio, che in questioni di eredità, preferiva il figlio della donna sui fratelli, sorelle e altri consanguinei della sua stessa famiglia.



      III SECOLO D.C.

      - Lex Marciana Hypothecaria -
      Il giureconsulto Elio Marciano, nell’età dei Severi, elaborò la convenzione che collegava l’attribuzione del bene dato in garanzia al credito alla stima del giusto prezzo effettuata alla data dell’inadempimento: ‘‘Potest ita fieri pignoris datio hypothecaeve, ut, si intra certum tempus non sit soluta pecunia, iure emptoris possideat rem, iusto praetio tunc aestimandam; hoc enim casu videtur quodammodo condicionalis esse venditio.’’ Praticamente un accordo tra creditore e debitore con cui, nel caso di inadempimento di quest’ultimo, il bene diventa di proprietà del creditore, che però sarà tenuto a versare al debitore la differenza tra il proprio credito ed il valore del bene.

      CODEX JUSTINIANUS

      IV SECOLO D.C.

      326  - Divieto del patto commissorio - Costantino I - divieto dell'accordo per cui, in caso di mancato pagamento di un credito entro un dato termine, la proprietà del bene dato in garanzia con ipoteca o pegno, passi in proprietà al creditore.

       331 - Legge contro il divorzio -
      - presa da Costantino I.

      334  Legge sulla tutela delle vedove e degli orfani -
      del 17 giugno di Costantino I.

      331 Contro il divorzio
      Costantino I.

      359 - Attribuzioni giurisdizionali
      Giuliano - Le cause di successione rientravano nella competenza del Prefetto Urbano e non del Pretore.

      363 - Attribuzioni giurisdizionali
      Giuliano - stabiliva espressamente che la procura di un avvocato sopravviveva alla morte del cliente ed era quindi trasmissibile agli eredi.

      IL SENATO

      V SECOLO D.C.

      IV -V sec. d.c. - Lex rhodia de jact
      - Nello ius naufragii gli abitanti delle coste potevano impadronirsi sia dei relitti in mare sia delle imbarcazioni (e delle merci) che sbarcavano per evitare l'affondamento. Fu poi adottata la Lex Rhodia ellenica per cui non si eoveva gravare con dazi doganali su quelle imbarcazioni già provate da tempeste e intemperie, che per necessità trovavano riparo nei lidi più vicini.

      426  - Legge delle citazioni -
      voluta da Valentiniano III, imperatore d'Occidente, adottata più tardi da Teodosio II d'Oriente. Per limitare l'interpretatio delle opere del passato, la legge restringeva le opere utilizzabili intorno a cinque autori stimati: Papiniano, Gaio, Ulpiano, Modestino e Paolo. Nessun altro autore poteva essere utilizzato come fonte in un processo.

      429  - Leges generales -
      Teodosio II a seguito della scissione tra Oriente ed Occidente, dispose che ogni lex generalis avesse vigore solo nella parte dell’Impero in cui era stata emanata, tranne il caso in cui fosse stata ufficialmente comunicata all’altro imperatore (mediante una pragmàtica sànctio) e da questi riconosciuta.

      476 - Codice Ericianus -
      Il codice di Eurico, fatto redigere da Eurico nel 470 circa, probabilmente a Tolosa, raccoglie le leggi che governavano i Visigoti. Principale autore ne fu Leone di Narbona, giurista romano e principale consigliere del re, il suo contenuto è costituito non da materiale giuridico germanico, bensì da diritto volgare romano rielaborato. Il codex Euricianus non servì solo come base per le successive codificazioni dei re visigoti, ma influì anche sul diritto delle stirpi franche, burgunde, alemanne e bavare, svolgendo un'importante funzione di mediatore tra il diritto volgare romano e il mondo germanico del primo Medioevo.



      VI SECOLO D.C.

      506  - Lex romana Wisigothorum  (detta anche Breviàrum Alarìci) -
      - emanata nel 506 dal re Alarico II, un complesso di norme personali regolanti i rapporti tra Romani all’interno del regno dei Visigoti, al fine di rafforzare, dinanzi allo spettro incombente di una guerra con i Franchi, l’intesa con la popolazione romana e con la Chiesa cattolica.
      La legge è composta da una parte notevole del Codex Theodosianus e delle Novellæ Postheodosianæ, dall’Epitome Gai, che è riportato per intero, dalle sentenze di Paolo e da un passo isolato dei responsa di Papiniano, estratti del Codice Gregoriano e del Codice Ermogeniano. I testi raccolti, ad eccezione delle Istituzioni di Gaio, sono accompagnati da un’interpretatio, ossia da una chiarificazione dei testi utilizzati. Tutto il diritto romano anteriore è abrogato e dinanzi ai comites non si può invocare che essa.
      Nonostante i difetti stilistici e le carenze strutturali, la legge ha svolto una funzione rilevantissima nella storia giuridica medioevale dell’Europa sud-occidentale, basti pensare che in Francia meridionale venne disapplicata solo nel XII sec.

      517-500  - Lex romana Burgundionum -
      Complesso di norme personali regolanti i rapporti tra i Romani all’interno del regno dei Burgundi, una raccolta di leges e di iura di origine privata elevata a dignità.

      518 - 430  - Lex Anastasiana -
      emanata dall’imperatore Anastasio in ordine alla cessione del credito. dispose che il cessionario di un credito litigioso non poteva ottenere dal debitore una cifra superiore a quella che aveva pagato al cedente: la ratio della legge va ravvisata nell’esigenza di evitare che affaristi di pochi scrupoli facessero incetta di crediti litigiosi.

      529  - Corpus iuris civilis o Corpus iuris Iustinianeum -
      la raccolta di materiale normativo e materiale giurisprudenziale di diritto romano, voluta dall'imperatore bizantino Giustiniano I per riordinare l'ormai caotico sistema giuridico dell'impero e rimase alla base del sistema giuridico di Bisanzio.

      532 - Lex Romana Burgundiònum -
      Codice promulgato dal re burgundo Gundobaldo nel 532 d.c. e redatto attraverso la collazione dello stesso gruppo di opere posto a base della Lex Romana Wisigothòrum.
      Il titolo di lex attribuitole dimostra che il sovrano barbaro si considerava, anche formalmente, indipendente rispetto all’imperatore romano-orientale (lo stesso discorso vale per la Lex Romana Wisigothorum).
      Mentre, tuttavia, in seno a quest’ultima compilazione, le fonti sono meccanicamente riportate l’una accanto all’altra, nella legge  si registra un’organica fusione delle medesime in un testo unitario e sostanzialmente originale. In forza del principio dell’esclusivismo nazionale del diritto, sia la Lex Romana Burgundiònum sia la Lex Romana Wisigothòrum furono destinate esclusivamente a
      regolare i rapporti giuridici tra romani.

      533 - Digesta o Pandectae -
      In italiano il Digesto, è una compilazione in 50 libri di frammenti di opere di giuristi romani realizzata su incarico dell'imperatore Giustiniano I. Promulgato il 16 dicembre 533 con la costituzione imperiale bilingue Tanta o Δέδωκεν entrò in vigore il 30 dicembre dello stesso anno. Il Digesto è una parte del Corpus iuris civilis, una raccolta di materiale normativo e giurisprudenziale: il nome digesto deriva dal titolo delle raccolte effettuate da giuristi privati che utilizzavano appunto questo termine per indicare le antologie ragionate di iura.

      535 - 565Novellae Constitutiones -
      costituzioni emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Codex, fino alla sua morte.


      VII SECOLO D.C.

      642-643 - Lex Romana Visigothorum -
      Il Codice visigoto contiene un insieme di leggi promulgate dal re visigoto di Hispania, Chindasvindo, durante il suo secondo anno di regno.



      BIBLIO

      - Giovanni Rotondi - Leges publicae populi Romani. Elenco cronologico con una introduzione sull'attività legislativa dei comizi romani - Milano - Società Editrice Libraria - 1912.
      - Paul Krüger - Studi critici nel regno del diritto romano - 1870
      - Theodor Mommsen - Digesta, recogn. - 1889.
      - J.Carcopino - La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'Impero - Laterza - Bari - 1971.
      - Diritto romano - thes.bncf.firenze.sbn.it, - Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
      - Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL).
      - Salvatore Di Marzo - Manuale elementare di diritto romano - Utet - Torino - 1954.

      IL TESORO DI REGGIO EMILIA

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      IL TESORO DI VIA CRISPI
      Verso la fine del V secolo l'impero romano soffrì una forte instabilità politica fino alla deposizione di Romolo Augusto, l'ultimo imperatore dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476 d.c.. In questo drammatico periodo venne nascosto un tesoro, che sarebbe ritornato alla luce nel 1957 in via Crispi, nella città di Reggio Emilia, a 5 metri sotto al piano stradale.

      Un segmento di tubo da acquedotto in piombo, chiuso ad una estremità da due coppe in argento, racchiudeva sessanta monete in oro (solidi) delle zecche di Costantinopoli, di Tessalonica e di Ravenna, tutte datate al 495 d.c. e molti ornamenti in oro, sia maschili che femminili. Un anello nuziale con i nomi dei coniugi potrebbe essere di pertinenza a una famiglia germanico-orientale.

      La natura degli oggetti piuttosto alla rinfusa e la provenienza della maggior parte delle monete hanno fatto pensare al bottino di un mercenario che avesse combattuto e razziato nelle zone Orientali. Secondo altri si sarebbe invece trattato del deposito di un orafo, che avrebbe riunito prodotti degli artigianati tardo-romani, bizantini e ostrogoti.

      Più recentemente il deposito è stato collegato invece alle dure vicende della guerra greco-gotica della seconda metà del VI secolo, quando anche Reggio fu preda di un conflitto endemico, durante il quale la ricerca di risorse per le esigenze militari e per la sopravvivenza stessa degli abitanti può aver indotto razzie su larga scala. Dopo il saccheggio dei Visigoti di Alarico nel 410 seguì la guerra greco-gotica con l'assedio da parte degli Ostrogoti di Totila nel 549.



      ISABELLA BALDINI LIPPOLIS - JOAN PINAR GIL 
      OSSERVAZIONI SUL TESORO DI REGGIO EMILIA 

      Il tesoro di Reggio Emilia venne rinvenuto nel 1957 in via Crispi, a 5 m di profondità, all’interno di una cavità coperta da tre blocchi lapidei:
      - vennero estratte due coppe in argento che fungevano da coperchio per un frammento di fistula plumbea, probabilmente proveniente da un ramo pubblico dell’acquedotto, contenente gioielli aurei maschili e femminili e sessanta solidi databili entro il 493. Le monete erano emissioni delle zecche di Costantinopoli (56), Ravenna (3) e Tessalonica (1).

      - L’insieme degli oggetti era stato sepolto all’interno di un’abitazione privata che faceva parte di un più ampio isolato residenziale, in prossimità di un asse stradale. Le tre domus dell’isolato, meglio note oggi da scavi successivi della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna, erano sorte su precedenti livelli tardo-repubblicani e presentavano elementi archeologici chiaramente attribuibili dall’età proto-imperiale al IV secolo.

      Le fasi più recenti erano testimoniate da materiale numismatico di età costantiniana; forse alla stessa fase risalivano anche specifici interventi edilizi di ristrutturazione in uno degli edifici, il cui peristilio colonnato era stato chiuso per mezzo di un muro ricavando in questo modo un ambiente absidato: si tratta di una prassi attestata anche in altri casi, databili generalmente dopo il V secolo, evidentemente per rispondere ad istanze rappresentative e funzionali meglio rispondenti a nuovi modelli sociali del periodo.

      Il termine d’uso delle domus non può essere datato con certezza per la mancanza di elementi stratigrafici sicuri. Ad esempio, il rinvenimento di una sepoltura infantile viene segnalato da Mario Degani senza alcuna informazione sulla tipologia dell’inumazione e sull’eventuale rinvenimento di oggetti di corredo.

      FIG. 5
      Bisogna tuttavia considerare che a Reggio Emilia non sembrano documentate sepolture intra urbem prima del III secolo e che gli edifici all’interno dei quali si sarebbe impostata la tomba infantile mostrano segni di ristrutturazione ancora nel III-IV secolo, epoca alla quale è attribuito anche uno dei mosaici pavimentali a carattere geometrico.

      La frequentazione finale della zona, comunque, corrisponde certamente al l'occultamento del tesoro, segnalato, come si è già accennato, da tre grandi blocchi posti a copertura della cavità che conteneva gli oggetti preziosi.

      Gli elementi del tesoro sono databili tra l’età imperiale e la metà del VI secolo, ma è ben distinguibile un nucleo molto consistente, cronologicamente omogeneo: proprio la composizione dell’insieme e il confronto tra gli oggetti può facilitarne almeno in parte la comprensione.

      - Per quanto riguarda le coppe argentee di chiusura, quella con alto piede troncoconico, vasca decorata a baccellature e orlo con kyma lesbio schematizzato può essere confrontata con due esemplari del tesoro di Canicattini, Bagni in Sicilia, datato alla metà del VI secolo, una delle quali con analoga decorazione dell’orlo; inoltre, con due esemplari dotati di coperchio dei tesori di Canoscio in Umbria, di Cartagine, con l’orlo non decorato, e di Kostolac (Serbia).

      Anche la coppa con piede troncoconico, orlo leggermente estroflesso e iscrizione graffita all’interno del piede SVR, considerata da Degani l’abbreviazione del nome dell’artigiano esecutore dell’oggetto, trova stretto riscontro tipologico in tre manufatti del tesoro di Canoscio.

      Rimandando ad altra sede un’analisi sistematica del tesoro, si anticipano qui alcune riflessioni sugli oggetti di ornamento che ne fanno parte: questi, infatti, sono particolarmente importanti sia per ragioni tipologiche che per la datazione del rinvenimento.



      I GIOIELLI

      - Tra i gioielli sono attestati cinque orecchini in oro con almandini, di cui uno solo è completo (fig. 1), a cerchio di filo godronato con elemento poligonale; gli  altri (una coppia e due singoli) sono pendenti originariamente montati in orecchini di dimensioni maggiori.

      La tecnica e la tipologia dell’orecchino con elemento poligonale avvicinano il primo esemplare alle produzioni tradizionalmente considerate goto-orientali, databili tra la metà del V e gli inizi VI secolo: la diffusione di questi ornamenti è in realtà estesa in tutto il bacino del Mediterraneo e nella sua periferia, comparendo anche in Italia settentrionale e centrale, in particolare nelle Marche, in Piemonte e Lombardia.

      - La coppia a doppio pendente, con perle e paste vitree (fig. 2), ricorda invece lo stile della celebre fibula ‘a vortice’ da Villa Clelia (Imola), come anche, per la complessità della forma, gli orecchini dei tesori di Olbia e Domagnano. Questo tipo di pendenti compositi a decorazione cloisonné, anche se poco numeroso, viene documentato in un’ampia zona che va dal Mediterraneo occidentale fino all’Iran. I dati per ora disponibili suggeriscono una datazione tra la metà del V e l’inizio del VI secolo.

      - Un’altra coppia di orecchini, di cui si conserva solo il pendente di filo aureo decorato a granulazione, con due perle e uno smeraldo, rientra invece in un tipo piuttosto diffuso nel VI secolo sia in Oriente che in Occidente.

      Lo stesso si può dire per tre esemplari completi a cerchio con pendente applicato di filo aureo con una perla (fig. 3), uno dei quali privo della chiusura ad innesto, confrontabili con produzioni di area greco-orientale e anche in una coppia di orecchini di VI-VII secolo dalla necropoli apula di Belmonte (Puglia).

      - Le tre collane d’oro presenti nel tesoro hanno caratteristiche tipologiche piuttosto semplici e sembrano omogenee stilisticamente, trovando confronto in manufatti datati nella seconda metà del V secolo:

      - La prima è una catena loop in loop con fermaglio circolare in filigrana a volute.
      - La seconda alterna segmenti di treccia e di catena loop in loop con segmenti di filo aureo con perle, smeraldi e un almandino; il fermaglio cuoriforme con almandini e una perla è molto simile a quello di una collana del tesoro di piazza della Consolazione a Roma, datato tra la fine del V e gli inizi del VI secolo.
      - La terza collana, infine, presenta una catena di segmenti loop in loop, smeraldi e perle; in questo caso i fermagli sono ovali e includono almandini.

      - Tra gli elementi di collana si conservano anche tre pendenti in lamina d’oro, due emisferici (fig. 4) e uno cruciforme (fig. 5), con castone centrale circolare originariamente includente una pietra.
      Questo insieme di gioielli, originariamente inseriti in una catena, oggi perduta, o con un laccio in materiale deperibile, può essere messo a confronto con tre elementi pertinenti ad una sepoltura del VI secolo della già citata necropoli di Belmonte.
      La somiglianza tra questi esempi nell’associazione degli elementi suggerisce che si tratti di una sorta di insieme femminile distintivo, forse caratterizzante il ruolo sociale o la fascia di età della defunta sia all’interno delle comunità di riferimento che in un’area culturale evidentemente più ampia.

      - La citata croce in foglia d’oro appartiene alla stessa famiglia degli enkolpia bizantini, con un periodo di produzione molto lungo che comprende una buona parte dell’età medievale: gli esemplari di piccole dimensioni (lunghi 2-2,5 cm), con castone centrale, sembrano invece avere una cronologia più ristretta, riconducibile ai secoli V-VI.

      Tre rinvenimenti sono particolarmente rilevanti per datare questo tipo di croce: il primo proviene da una sepoltura della necropoli di Saint-Victor di Marsiglia, sicuramente databile tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, sia per la decorazione scultorea del sarcofago che conteneva l’inumazione, sia per la stratigrafia del sito.

      La croce è priva del castone centrale, in luogo del quale si trova un gruppetto di tre globetti; tuttavia la forma, le misure e la tecnica di esecuzione la rendono pienamente paragonabile ai manufatti con castone.

      - Il secondo rinvenimento è un esemplare a castone centrale che costituisce il pendente di una collana a catena loop in loop conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Atene. Questa tipologia di catena è riferibile ai secoli V e VI.



      - Infine, un’altra collana a catena loop in loop, conservata nel Museo di Arte del Michigan, presenta una croce dello stesso tipo, un pendente conico in foglia d’oro con decorazione granulata e una placchetta triangolare, sempre in oro, con decorazione di elementi semisferici e motivi a filigrana ‘ad S’.
      Quest’ultimo elemento trova chiari confronti in diversi pendenti d’oro rinvenuti in ricche sepolture femminili dell’Europa centrale e occidentale, databili con certezza alla metà del V secolo.

      Con rinvenimenti nella Gallia mediterranea, in Italia centrosettentrionale e meridionale, in Sicilia, in Dalmazia, nella Crimea e nel Levante mediterraneo (ai quali si devono ancora aggiungere quelli provenienti da località imprecisate del Mediterraneo orientale), questa tipologia di croci mostra una diffusione panmediterranea, concentrata in prossimità del mare, e abbastanza omogenea per quanto riguarda il numero di reperti occidentali e orientali.

      Al contesto del tesoro appartengono anche tre fibule, una Zwiebelknopffibel aurea (fig. 6) e una coppia in argento ornata a Kerbschnitt (fig. 7). La fibula aurea a croce fa parte di un gruppo ben identificabile, le cui funzionalità e simbologia sono molto note sia grazie alle ricerche archeologiche che alla documentazione letteraria e iconografica: si tratta di insegne di rango legate all’autorità imperiale e usate anche da principi barbarici.

      L’esemplare di Reggio Emilia appartiene al tipo Pröttel 749, in oro a decorazione traforata a girali con motivi vegetali, zoomorfi e una croce. I confronti rinvenuti in altri territori (principalmente gli esemplari dalle sepolture ‘reali’ di Childerico a Tournai e di Omharus ad Apahida) permettono di datare la fibula alla seconda metà del V secolo.

      Nonostante il numero limitato di rinvenimenti, la distribuzione areale di questo tipo di manufatti mostra un modello comune a tutto il bacino del Mediterraneo. Attualmente sono note le provenienze precise solamente di quattro contesti: il Palatino a Roma, le già citate tombe di Omharus e Childerico e la stessa Reggio Emilia; un quinto esemplare è ricollegabile, con meno esattezza, all’Asia Minore.

      In questo gruppo, molto ridotto e nel quale i motivi traforati sono diversi l’uno dall’altro, non pare che, per ora, possano essere individuati sottotipi da riferire ad ateliers specifici.
      La coppia di fibule a staffa in argento appartiene, invece, al tipo eponimo detto Reggio Emilia (oppure Reggio Emilia-ŠlapaniceGispersleben), costituito da pezzi con una lunghezza di circa 10 cm e decorazione cesellata.

      L’insieme dei rinvenimenti, a differenza della maggioranza dei componenti del tesoro, mostra una diffusione concentrata nell’area centroeuropea (Italia, Dalmazia, Norico, Rezia e i territori a nord dell’alto Danubio) piuttosto che nell’area mediterranea. La loro cronologia è da ascriversi agli ultimi anni del V secolo e ai primi decenni del VI, dato che si evince dall’associazione abbastanza frequente di questi elementi con piccole fibule ad uccello, come ad esempio nelle sepolture 184 di Monaco-Aubing e 146 di Altenerding-Klettham54, da datarsi al massimo alla fine del primo terzo del VI secolo.
      Le zone di massima concentrazione di ritrovamenti di questo tipo sono ubicate all’area settentrionale del territorio controllato da Teoderico: nord dell’Italia (Reggio Emilia, Trento), Dalmazia, Norico e Rezia. È infatti probabile che ci sia una relazione tra questo tipo di fibula e l’insediamento ostrogoto.

      Rimangono tuttavia alcune questioni da chiarire: nella Rezia, dove i rinvenimenti da sepolture ben documentate sono più numerosi, si osserva la frequente combinazione di queste fibule con piccoli esemplari che, invece, non si trovano spesso in Italia: le fibule di tipo Reggio Emilia vengono cioè inserite nella veste femminile tipica della zona, con caratteristiche abbastanza omogenee.

      I rinvenimenti restituiscono una coppia di piccole fibule sullo sterno dello scheletro, una fibbia di cintura semplice, di solito con forma ovale, e una seconda coppia di fibule, generalmente due esemplari a staffa di medie o grandi dimensioni, collocati nella zona addominale dello scheletro, vicini alla fibbia.

      Anche se conosciamo ancora troppo poco sull'abbigliamento di età gota in Italia, il contesto generale delle fibule di tipo Reggio Emilia è quello di un oggetto di prestigio che circola attraverso lunghe distanze, e che viene integrato nelle vesti locali a seconda delle diverse tradizioni di abbigliamento di ogni regione. J.P.G.

      - Al tesoro di Reggio Emilia appartengono anche quindici anelli, alcuni con caratteri stilistici omogenei, tre dei quali con iscrizione:
      - Il primo riporta un monogramma composto dalle lettere A N D58 (fig. 8), forse l’abbreviazione di Andreas, anche se non si può escludere un nome differente, anche di origine ostrogota;
      - il secondo un monogramma più complesso inquadrato da due croci (fig. 9), in cui è stato riconosciuto ipoteticamente da Degani il nome Marcus: anche in questo caso, tuttavia, le lettere non permettono di escludere altre soluzioni, come ad esempio il nome ostrogoto Marcomirus.
      - Il terzo esemplare, infine, a castoni sovrapposti, è un anello nuziale che ricorda i nomi degli sposi, Stafara e Ettila (fig. 10): la tipologia ricorda un anello del tesoro di Desana, con i nomi di Stefan(ius) e Valatru(di) e, per il castone ovale a forma di mandorla su due livelli, un manufatto da Pouan.

      - Nello stesso contesto erano presenti, inoltre, numerosi elementi sparsi:
      - un fermaglio a gancio in oro;
      - cinque vaghi sferici in oro;
      - 12 elementi in lamina d’oro;
      - una terminazione triangolare da cintura in argento niellato;
      - 11 ritagli in lamina d’argento, probabilmente ricavati da recipienti di forma aperta. Uno di essi è decorato ad incisione con un elemento curvilineo e gemmato, conservato solo parzialmente (fig. 11), che ricorda gli scudi del missorium di Teodosio o i particolari del piatto argenteo frammentario di Halle.

      PENDENTI IN LAMINA D'ORO
      - Allo stesso contesto appartenevano infine:
      - uno scarto di fusione in argento;
      - due gemme incise di età imperiale,
      - un opale con un erote vendemmiante e uno smeraldo con incisa una formica;
      - una pietra blu a goccia, forse uno smeraldo;
      - due vaghi cilindrici;
      - un vago poligonale di granato;
      - tre vaghi esagonali di smeraldo;
      - 36 perle;
      - 37 vaghi di smeraldo;
      - due vaghi cilindrici in vetro.

      Il carattere degli oggetti, la provenienza prevalentemente orientale delle monete, i nomi di Ettila e Safara sull’anello nuziale hanno suscitato nel tempo varie ipotesi sui proprietari del deposito e sulla sua storia: si sarebbe trattato del bottino di un mercenario, premiato con i beni razziati in Oriente, oppure degli oggetti posseduti da un orafo.

      Ancora un’altra ipotesi segnala che il tesoro di Reggio Emilia sarebbe appartenuto ad una famiglia ostrogota, a causa della presenza di elementi d’abbigliamento sia maschili che femminili.

      Allo stato attuale delle conoscenze, però, queste proposte rimangono di fatto ipotesi: la circolazione di modelli e manufatti, la complessità dei rapporti familiari e della struttura sociale rendono, infatti, difficile una identificazione certa dei proprietari e una loro collocazione etnica, soprattutto considerando che l’abbandono degli oggetti non dipende - in questo come in altri casi simili - da una specifica volontà di caratterizzazione dell’individuo nell’ambito della comunità di riferimento, come accade invece per i corredi funerari.

      Mentre l’anello nuziale riporta quasi sicuramente ad una coppia di origine gota, rimane del tutto incerta l’origine dei proprietari dei due anelli aurei con monogramma, così come anche il personaggio cui fa riferimento l’iscrizione graffita su una delle coppe; è inoltre impossibile stabilire quali dei proprietari menzionati sugli oggetti ne sia stato l’ultimo detentore.

      La molteplicità dei personaggi mostra, infatti, come la formazione del tesoro abbia avuto uno sviluppo articolato, con l’aggregazione di beni appartenuti originariamente a più persone forse etnicamente non omogenee, lungo un arco cronologico non definibile con certezza, ma probabilmente di alcuni decenni.

      Considerando, invece, il luogo e le modalità di abbandono degli oggetti, si può osservare che il tesoro di Reggio Emilia si inserisce pienamente nella casistica riguardante i tesori tardo-antichi rinvenuti in Italia in contesti urbani, sia per la composizione, comprendente soprattutto vasellame in metallo, gioielli e monete, sia per il sito dell’occultamento, prossimo ad edifici e strade.

      ZWIEBELKMOPFFIBEL
      La scelta del contenitore plumbeo, modificato per accogliere gli oggetti, come anche la segnalazione del luogo del seppellimento mediante tre blocchi di protezione, mostra chiaramente che l’abbandono fu volontario, con l’intenzione di tesaurizzare i beni e di recuperarli in un secondo tempo.

      Sembra importante, inoltre, rilevare che il tesoro è costituito solo parzialmente da manufatti effettivamente in uso e integri (le coppe in ottimo stato di conservazione, una coppia di orecchini), mentre la maggior parte degli oggetti sono incompleti o singoli rispetto alla parure originaria e tesaurizzati, quindi, essenzialmente per il proprio valore intrinseco, così come gli altri reperti in materiale prezioso (ad esempio, i ritagli di piatti argentei o le gemme sfuse) e le monete.

      L’indicazione cronologica più tarda offerta da queste ultime coincide in maniera significativa con la fine del regno di Odoacre, termine che può corrispondere all’inizio della raccolta dei materiali che formano il tesoro, forse non a caso con materiale numismatico di prevalente provenienza costantinopolitana e ravennate.

      Allo stesso nucleo iniziale potrebbe essere appartenuta anche la Zwiebelknopffibel, una tipologia per la quale si è ipotizzato tra l’altro un uso anche come donativo imperiale.

      L’omogeneità del metallo e la scarsa usura delle monete sembrano confermare il carattere unitario e volontario di accumulazione del gruppo, avvenuta evidentemente in un periodo di normale gestione dei beni personali, come indicato dalle ricerche sui tesoretti monetali.

      Il limite più tardo pare, invece, essere costituito dalla datazione delle coppe, probabilmente in uso all’epoca dell’occultamento anche per le ottime condizioni di conservazione, attribuibili alla metà del VI secolo. Esse furono forse prelevate appositamente per completare le operazioni di seppellimento, sottraendole alla disponibilità quotidiana.

      In genere si tende a ritenere che la scelta del sito per l’abbandono del tesoro potesse essere stata giustificata dallo stato di abbandono in cui versava l’area, considerata ormai in rovina. In realtà nulla obbliga ad una tale considerazione, mentre al contrario proprio un persistenza della frequentazione può aver maggiormente giustificato la deposizione del tesoro, in una zona di proprietà e di facile e continuo controllo, come di solito avviene in questi casi.

      Il fatto che non sia più stato possibile effettuare il recupero dei beni nascosti deve essere invece collegato al destino dei proprietari, forse coinvolti nelle vicende connesse all’affermazione del potere goto o ai conflitti successivi, eventi che possono giustificarne l’allontanamento definitivo.

      La stessa decrescita dell’insediamento urbano di Reggio sembra peraltro essere successiva alla guerra greco-gotica, evento che incide profondamente su vaste aree, provocandone l’abbandono. L’insieme rivela quindi da un lato le disponibilità e le esigenze rappresentative dei proprietari, partecipi dello stesso orizzonte produttivo e culturale allargato testimoniato da altri contesti coevi, alcuni dei quali purtroppo di interpretazione problematica, come quelli di Canoscio e Canicattini Bagni.

      Raccolta dei manufatti e associazione mostrano, inoltre, una situazione diversa e più complessa, in cui è soprattutto il valore intrinseco del materiale a costituire l’elemento essenziale nella scelta degli oggetti; il tesoro quindi, non è tanto espressione delle scelte comportamentali dei detentori degli oggetti o della loro provenienza etnica, quanto delle loro capacità di tesaurizzazione in un arco di tempo relativamente ampio.

      La maggioranza degli oggetti raccolti è costituita da materiale frammentario o piuttosto appositamente diviso in pezzi: argento, gemme, pietre dure, parti di gioielli non utilizzabili di per sé stessi. Questi elementi, insieme alle monete, sembrano rispecchiare una prassi economica fondata sulla commercializzazione e tesaurizzazione del metallo pregiato e delle pietre a prescindere dall’uso e dal significato originario dei manufatti.

      Anche gli anelli, pertinenti a più personaggi, possono almeno in parte rientrare nello stesso fenomeno, senza che per questo si debba necessariamente respingere la possibilità che uno dei nomi menzionati sui castoni sia pertinente all’ultimo proprietario del tesoro.

      Il deposito, in sostanza, sembra essersi accumulato a partire dall’arrivo degli Ostrogoti in Italia, momento dell’acquisizione del gruzzolo di monete pregiate (forse un donativo?), accrescendosi nei decenni successivi attraverso l’acquisizione di oggetti diversi, che solo in parte possono essere stati effettivamente utilizzati in senso ornamentale o come espressione di status sociale dal proprietario o dalla sua famiglia, ma che per la maggior parte sembrano essere stati acquisiti attraverso lo scambio, volutamente commercializzati in forma frammentata o a peso.

      Mentre l’abbandono del tesoro ben si spiega nel difficile contesto della guerra greco-gotica, la raccolta di beni misti e in materiale pregiato sembra appartenere più ad una prassi corrente che ad una situazione contingente, aprendo la riflessione non solo alle numerose possibilità di interpretazione dei contesti di questo tipo, ma anche alla loro possibile relazione tra la composizione del tesoro e le consuetudini economiche dell’ambito sociale di riferimento. I.B.L.

      LEGIO I PARTHICA

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      La Legio I Parthica era una legione romana così chiamata per la sua gloriosa vittoria contro i temibili Parti che le guadagnò il nome, la gloria e una discreta somma per ogni soldato. La legio fu creata nel 197 dall'Imperatore Settimio Severo (146 - 211). La presenza della legione nel Medio Oriente è accertata sino agli inizi del V secolo. Sembra che il suo simbolo fosse un sagittario.

      La legio venne riunita alle sue legioni sorelle, la II Parthica e la III Parthica, nel 197, dall'imperatore Settimio Severo (Lucius Septimius Severus), che le adoperò per combattere l'Impero dei Parti. La I e la III furono formate con i coscritti siriani che avevano fatto parte dell'esercito di Pescennio Nigro (140 - 194) e che erano rimasti senza unità dopo la sua sconfitta nel 194.

      Probabilmente il nome completo della I Legio Parthica era I Parthica Severiana Antoniniana. Severo, che era giunto al potere mediante una guerra civile, sosteneva di essere stato adottato dall'imperatore Marco Aurelio Antonino. Questa falsa adozione potrebbe essere stata commemorata in nome della nuova legione.

      La spedizione di Settimio Severo ebbe un grande successo e culminò con il sacco della capitale partica Ctesiphon. Dopo il successo di questa campagna, le legioni I e III Parthica rimasero nella regione, nel campo di Singara (Sinjar, odierno Iraq), in Mesopotamia, per prevenire ribellioni o attacchi dall'Impero dei Parti.

      Sotto il regno di Filippo l'Arabo la legione ricevette il titolo onorifico di Philippiana per la fedeltà dimostrata al loro imperatore. I legionari della I Parthica erano di solito mandati in altre province, cioè Licia, Cilicia e Cirenaica, però, nel 360, non riuscì a difendere il proprio accampamento contro un attacco dei Sasanidi, pertanto venne sostituita e inviata a Constantina (attuale Turchia), dove se ne fa menzione fino al V secolo.

      La Legio I Parthica venne poi spostata a Nisibis (moderna Turchia), dove rimase finché la città non venne ceduta dal'imperatore Gioviano con una ignominiosa resa ai Sasanidi Persiani nel 363. Secondo Cassius Dio (Storia Romana) la I e la III legione rimasero invece nella regione, perchè Severo annettè la Mesopotamia (nord dell' Iraq) e la trasformò in una provincia. La II legione partica venne invece trasferita ai Monti Albani vicino Roma, dove servì come riserva strategica dell'impero.
      La I Parthica stazionava in una fortezza chiamata Singara (oggi Balat Sinjar), dove rimase per secoli, difendendo l'Impero contro i Parti e, dopo la caduta dell'Impero Partico, contro i Persiani Sasanidi. 

      SETTIMIO SEVERO
      La provincia della Mesopotamia non fu una normale provincia, perchè i suoi governatori erano prefetti dell'ordine equestre, e non governatori senatoriali. Di conseguenza il comandante della I Parthica non era un senatore ma un cavaliere romano.

      La I Partica dovette probabilmente il nome alle spedizioni del III secolo, come quella condotta dal figlio di Severo, cioè Caracalla, nel 217, e pure alla guerra condotta da Severo Alessandro contro il nuovo Impero Persiano Sasanide. 

      ISCRIZIONE DELLA I PARTHICA
      I Sasanidi avevano invaso l'Impero Romano nel 230 e avevano insediato un imperatore ad Emessa, ma Alessandro Severo riuscì a ristabilire l'ordine e ad invadere l'Iraq. Nel 244 i Romani invasero di nuovo l'Iraq, ma il loro imperatore Gordiano III morì e gli succedette Filippo l'Arabo, che ottenne il trono dal re sasanide Shapur I.

      Nel 256 Shapur catturò Satala (la fortezza di XV Apollinare), e due anni dopo saccheggiò Trapezus. Quando l'imperatore romano Valeriano cercò di ristabilire l'ordine e invase l'Iraq, fu sconfitto e catturato. Queste sconfitte romane sono ricordate su diversi monumenti sasanidi. Ai soldati romani prigionieri fu ordinato di costruire un ponte nel moderno Shushtar.

      Tuttavia, sotto gli imperatori Odaenato di Palmira (r.261-267) e Diocleziano (r.284-305), i romani restaurarono le loro fortune e nel 298 fu concluso un trattato di pace in cui i persiani dovettero rinunciare ai territori della Mesopotamia settentrionale. La I Legione Parthica deve aver avuto un ruolo in queste campagne, ma non abbiamo quasi nessuna informazione al riguardo.

      Non era raro che le vessillazioni di una legione fossero inviate in altre parti dell'impero. Dalle iscrizioni, sappiamo che i soldati della I legione Parthica servirono in Licia e in Cirenaica. Il soldato che seppellì il figlio in Cilicia non era probabilmente in missione all'estero, perché la Cilicia è vicina alla Mesopotamia e perchè magari questo soldato apparteneva alla III Parthica.

      Nel 360, la I legione Parthica era ancora a Singara, perché viene citata come una delle unità che cercò di difendere la città da un attacco persiano. Purtroppo non ci riuscirono e la I Parthica venne trasferita a Costantina, dove viene menzionata all'inizio del V secolo.



      BIBLIO

      - Cassio Dione Cocceiano - Storia romana, LV, 24 -
      - C. Wolff - Legio I Parthica - (Yann Le Bohec, Les légions de Rome sous le Haut-Empire) - Lyon - 2000 -
      - Stephen Dando-Collins - Legions of Rome - Quercus - London - 2010 -- Joanne Berry, Nigel Pollard - The Complete Roman Legions - ed. Thames Hudson - 2012 -
      - Y. Er, A. Lewin, G. Capecchi - Diversità e interazione culturale in Cilicia Tracheia. I monumenti funerari -  Ed. Il Mulino - Bologna - 1991 -

      CESAREA - CHERCHELL (Algeria)

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      TEMPIO ROMANO TRASFORMATO IN CHIESA E POI IN MOSCHEA

      IOL-CESAREA

      La città moderna di Cherchell, sulla costa algerina a 27 chilometri a ovest di Tipasa, si sviluppa sull’antico sito di Iol-Caesarea che nacque come insediamento egiziano risalente all'incirca al XVI secolo a.c. 

      Gli archeologi hanno trovato i resti di una divinità egizia, costruita in basalto nero, che portava il cartiglio del faraone egizio Thutmose II. Successivamente, nel IV secolo a.c., i Fenici si insediarono nella città, che sotto il loro dominio veniva chiamata Iol o Jol. Al dominio egizio seguirà quello fenicio, poi quello cartaginese e infine quello romano.



      LE NECROPOLI

      Al di fuori della cinta muraria lungo gli assi viari principali ad est verso Tipasa ad ovest verso Ténès, sono state individuate le necropoli antiche della città. Ad est sono emersi due nuclei di cui quello posto a ridosso della porta di Tipasa è la continuazione della necropoli neopunica rinvenuta a Cap Tizerine al di sotto di un’abitazione del I secolo d.c..

      Ad ovest oltre la porta di Ténès lungo quello che sembra essere il tracciato della strada romana, sono state individuate differenti aree sepolcrali che si sviluppano dalla zona dentro e fuori le mura romane a ridosso della porta di Ténés fino all’Oued Rassoul nella area detta di Novi. 

      I reperti punici, risalenti al al II-I sec. a.c., riferiti alle necropoli occidentali provengono:
      - da un’area imprecisata intorno alla porta di Ténès dove è stata rinvenuta la stele votiva con iscrizione e scena di offerta;
      - da un campo sulla strada statale RN 11 da dove viene l’iscrizione funeraria in ricordo di una donna, - dalla riva destra dell’Oued el Kantara dove è stata ritrovata la stele funeraria di Micipsa, un sovrano berbero, re di Numidia;
      - dal foro severiano, dal quale proviene anche ceramica arcaica e 15 monete della zecca autonoma di Iol,
      - dal porto dove è stato ripescato un cimbalo in bronzo,
      - tra l’ippodromo e la strada per Ténès dove sono state rinvenute monete neopuniche.

      La necropoli, che presenta tombe a fossa con l’inumato in posizione fetale e materiale datato tra il III e il I sec. a.c., doveva aver un’estensione molto ampia verso il centro della città, in quanto materiale dello stesso tipo è stato rinvenuto nei pressi dell’anfiteatro.



      CARTAGINE E L'AFRICA

      "I cartaginesi, quando si volgono all’Africa occidentale, si trovano a contatto con elementi autoctoni, i cui costumi continuano, talvolta, a mantenersi vivi, come dimostrano sia alcuni riti funebri delle necropoli algerine, sia la persistenza di forme di architettura monumentale locale, come i tumuli, o anche la presenza, accanto alla ceramica punica, di prodotti locali, decorati ad incisione.

      A partire dal VII-VI sec. a.c., quando Cartagine raggiunge il suo massimo sviluppo, monopolizza i commerci con la costa nordafricana. La notizia, è riportata anche da una fonte letteraria, lo Pseudo-Scilace, del IV sec. a.c., ed è confermata dalla ceramica: in Algeria, siti come Tipasa o Gouraya, hanno restituito un repertorio ceramico tipicamente punico, tra cui brocche con orlo trilobato o orlo piatto, detto “a fungo”, oltre ad oggetti di corredo, come amuleti e gioielli, che mostrano chiaramente tale influenza, e oggetti in pasta vitrea.

      L’Algeria offre dati importanti per la ricostruzione del commercio nordafricano; se anche alcuni siti algerini furono stazioni commerciali o semplici punti di appoggio fenici, le testimonianze relative a queste fasi sono molto rare, al contrario delle testimonianze puniche.

      RESTI ROMANI IN CESAREA
      Il Nord Africa era, quindi, una tappa fondamentale nel viaggio di ritorno in Oriente prima, e a Cartagine poi. Secondo alcune ipotesi, i punti di sosta nordafricani erano disposti ad una distanza di circa cinquanta chilometri, la distanza più o meno percorribile in un giorno di navigazione.

      Una conferma di queste ipotesi è offerta dalla cultura materiale, in modo particolare dalla ceramica. In quasi tutti i siti maghrebini, sottoposti a occupazione punica, si trova ceramica cartaginese, talvolta realizzata localmente. 

      L’interesse cartaginese nei confronti della regione è giustificato dalla sua forte vocazione agricola, dimostrata da alcuni ritrovamenti: nella città punica di Les Andalouses, ad esempio, sono stati trovati mulini per grano, presse per olio e anfore con fondo cuspidato, utilizzate dai cartaginesi più per il trasporto di grano che per quello di liquidi, quali olio o vino, poiché tali anfore non potevano essere sigillate. 

      A proposito del vino, è stata anche avanzata l’ipotesi che fosse esportato dal Nord Africa, ma tale produzione resta sempre molto limitata.L’importanza dell’agricoltura è dimostrata sia dalle effigi sulle monete, in particolare quelle di Iol/Cesarea (Cherchel), sia dagli interventi di Massinissa che potenziò l’agricoltura, ai fini dell’esportazione verso Roma e gli stati ellenistici.

      MOSAICO DELLE TRE GRAZIE
      Nei pasti del mondo punico abbondavano grano, orzo, legumi, olio di oliva, vino, miele e altri alimenti tipici della dieta mediterranea. I cereali, grano e orzo, venivano consumati sotto forma di focacce o di pane lievitato. La farina, macinata in appositi mortai, serviva per fare pappe, semolini e altre pietanze.

      Il piatto punico più diffuso era la minestra punica, denominata dal commediografo Plauto puls punica, una sorta di piatto unico composto da farinata di farro e di legumi. 

      Tale pietanza ha un valore nutrizionale rilevante per la dieta, poiché è ricca di zuccheri, grassi, proteine e, in misura minore, di vitamine; per provarla, basta mettere nell’acqua un po’ di farina e fatela stemperare bene, versatela in un mastello pulito, aggiungete un po’ di formaggio fresco, del miele e un uovo; mescolate bene e fate cuocere in pentola."

      SOFONISBA

      SOFONISBA

      Sofonisba (... – Cirta, 203 a.c.) fu una nobile cartaginese, figlia di Asdrubale Giscone e moglie di Siface, re dei Numidi, che avrebbe spinto ad allearsi con i cartaginesi contro i romani. Fece molto per mantenere il marito a fianco della patria cartaginese in difficoltà. 

      Al termine del conflitto, sia per superiorità tattica degli avversari che per penuria di uomini, l'esercito romano penetrò nel territorio di Siface sconfiggendolo definitivamente. Prigioniero e al cospetto del legato di Roma, per cercare di salvarsi la vita, Siface diede la colpa ai consigli ingannevoli che sua moglie, la bella Sofonisba, gli aveva dato durante gli scontri.

      Fatta prigioniera da Gaio Lelio (uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di Publio Cornelio Scipione Africano) insieme con il marito dopo la sconfitta nella battaglia dei Campi Magni (203 a.c.), Massinissa se ne innamorò e la sposò dopo la sconfitta del marito.

      Scipione però voleva farla prigioniera, perché temeva che la donna potesse sobillare Massinissa contro Roma. Così a causa della sua pericolosità, fu ordinato a Sofonisba di raggiungere il marito per essere portata come prigioniera a Roma al cospetto del Senato, nonostante si fosse risposata con Massinissa, alleato romano.

      Massinissa, dando ascolto più ai propri interessi che all'amore, inviò a sua moglie una tazza di veleno per evitarle l'umiliazione d'andare in catene a Roma. Sofonisba accettò il suo tragico destino, preferendo morire piuttosto che vivere come schiava dei romani, maledicendo Roma e il suo coniuge traditore.



      ETTORE DE RUGGIERO 1886

      Caesarea Antiochia -  Città marittima della Mauretania detta in origine "Iol" (Strabo 17,3, 12 p. 831. Plin. nat. hist. 5, 2, 20. Ptol. 4, 2, 5. Mela 1, 6, 3), fu chiamata in onore di Augusto Caesarea da Giuba II, quando la fece sua residenza.

      Quando Caligula istituì le due Mauretanie, elevò Caesarea a capitale della maggiore, appunto da essa detta Caesariensis.
      Claudio la fece colonia (Plin. 1. c. cf. Solin. 25, 16) e perciò si disse: Claudia Caesarea Mauretania (C. VI 3262 cf. C. Vin 9400).
      Sede del governatore provinciale (cf. C. VIII 2728, 74) e stazione dei suoi equites singulares (9354. 9355) e di altri corpi militari (v. Mauretania), era una città splendida (Mela. Strab. Plin. 11. cc. Amm. Marc. ^9, 5, 18. Procop. Vand. 2, 5) e vi si trovarono, oltre a parecchi monumenti ed oggetti d'arte (cf. Waille, De Caasareae monumentis), in gran numero le lapidi, di cui alcune ricordano i ludi (9428. 9432. EE. 5, 979. cf. C. XIV 474).

      Alla fine del IV secolo essendo stata incendiata nella ribellione di Firmo, fu ricostruita dal duce Theodosius (Amm. Marc. 1. c. Symm. ep. 1,64)."

      Aveva come divinità:
      - Aesculapius (9320);
      - Ceres (6322);
      - Deus invictus (9322);
      - Deus salutifer (EE. 5, 977);
      - Dies bonus (C. VIH 9323 = EE. 5, 964);
      - Dea Fortuna (RA. 1891, I p. 18);
      - Hercules (EE. 7, 510);
      - Jupiter optimus maximus ceterique Dii immortales (C. VIII 9324);
      - Deus Liber (9325);
      - Deus mamanus draconis (9326);
      - Dii Maurici (9327); Deus Saturnus (9318, 9329. 9330. 10938. EE 7, 510);
      - Sol invictus (C. VIH 9331).

      (Dizionario Epigrafico di Antichità Romane - Ettore De Ruggiero - 1886)



      GIUGURTA

      Il Bellum Iugurthinum (La guerra giugurtina) è la seconda delle due monografie storiche scritte dallo storico latino Gaio Sallustio Crispo (86 - 34 a.c.), dopo il De Catilinae coniuratione.

      L'opera, suddivisa in 114 capitoli e dunque più lunga della precedente monografia, narra le alterne vicende della guerra condotta dai Romani contro il re di Numidia, Giugurta, tra il 111 e il 105 a.c., e conclusasi con la vittoria del console romano Gaio Mario.

      La città divenne poi parte della Numidia sotto il regno di Giugurta, che morì nel 104 a.c. Durante questo periodo la città divenne molto importante per la monarchia e i generali numidi, tanto che Bocco I e Bocco II vissero in questa città, come altri regnanti della Numidia.

      CLEOPATRA II
      La città fu dotata degli edifici pubblici delle città romane: sorse un teatro che con quello di Utica, all'epoca capitale della provincia d’Africa, fu il più antico dell'Africa settentrionale, contemporaneo del teatro di Marcello a Roma.

      Fu costruito anche un imponente anfiteatro. Il museo archeologico di Cherchell raccoglie i reperti rinvenuti. In epoca romano-imperiale si dice che la città avesse raggiunto un'estensione di 400 ettari.

      Dal 41 d.c. divenne la capitale della provincia romana della Mauretania Cesariense e poco dopo, sotto l'imperatore Claudio, ottenne il titolo di colonia, aggiungendo al nome l'epiteto di Claudia. Vi nacque, intorno al 164 l'imperatore Macrino (217-218).

      Dal II secolo vi si diffuse il Cristianesimo e la città fu sede vescovile e successivamente un centro del Donatismo. Fu presa e incendiata durante la rivolta dell'usurpatore Firmo (372-375) e in epoca bizantina fu la capitale della provincia della Mauretania Secunda.

      TEATRO ROMANO

      DESCRIZIONE

      Il centro di Cesarea sorge su un terrazzamento di granito ai piedi dell’Atlas di Cherchel e presenta, a un centinaio di metri dalla riva, un isolotto, l’ilôt Joinville o ilôt du phare, sul quale sono state rinvenuti diversi resti archeologici.

      Allo stato attuale della ricerca è impossibile ricostruire le fasi puniche del sito che, tuttavia, ha restituito materiale archeologico risalente al VIII-VI secolo a.c.: dagli strati sottostanti il foro severiano del 200 d.c. proviene, infatti, una lucerna datata a questo periodo.

      Altrettanto importanti sono i ritrovamenti nell’ilôt Joinville, dove sono stati messi in luce livelli ellenistici del II secolo a.c. che sigillavano strati con materiale ceramico punico del V secolo a.c., e a ovest del faro, dove sono stati individuati resti di probabili abitazioni fenicie.

      ACQUEDOTTO ROMANO DI CESAREA
      Cherchell è dunque una città della costa mediterranea dell'Africa settentrionale, posta a, 89 km (55 mi) nella zona occidentale dell'Algeria, nel distretto di Cherchell, provincia di Tipaza. Sotto i nomi di Iol e Caesarea, essa fu una colonia prima egizia, poi fenicia, poi cartaginese, e poi romana divenendo capitale dei regni di Numidia e Mauretania.

      La località fu prima fenicio-punica, come testimoniano i materiali archeologici rinvenuti sotto il Foro romano (VIII-VI secolo a.c.) e nell'isolotto di Joinville (V secolo a.c.). Nel IV secolo a.c. era una città punica con il nome di Iol o Jol. Fece in seguito parte del regno di Numidia, ma nel 105 a.c., con la caduta del re Giugurta, entrò a far parte della Mauretania.

      Alcuni rinvenimenti, in parte ancora inediti, permettono di ipotizzare una occupazione continua del centro della città di Cherchel almeno dal V sec. a.c. Entro il tracciato del cinta muraria romana (la linea fortificata della città è una delle più importanti del mondo romano), il materiale punico, datato tra la fine del IV e il II sec. a.c., è stato ritrovato in diverse aree.

      L'ultimo re numida Giuba II e la principessa greca di stirpe tolemaica Cleopatra Selene II chiamarono la nuova capitale Cesarea in onore di Roma, ricostruendone l'architettura con uno stile egizio-greco-romano. 

      MOSAICO CHE RITRAE IL LAVORO DEI CAMPI

      CESAREA MAURITANIAE

      La città venne dunque rifondata nel 25 a.c. da Giuba II con il nome di Caesarea Mauritaniae e divenne un centro di cultura ellenistica nell'Africa settentrionale. Re Giuba II aveva circondato la città di una cinta di mura di 4.460 m di lunghezza, forse completato da difese anche sul lato verso il mare, che comprendeva un'area di 370 ettari. 

      Per ragioni sia strategiche che di scenicità, sul lato opposto, verso sud, le mura sorgevano ad un'altitudine vicina ai 200 m, sull'orlo dell'altopiano che domina la città, comprendendo all'interno tutto un anfiteatro di colline. Fu effettivamente edificata solo la fascia pianeggiante lungo il mare, larga tra i 400 e i 500 m.

      Ma i reali furono costretti a fuggire a causa della rivolta delle popolazioni che disapprovavano il loro governo e la loro "romanizzazione", con una guerra civile che durò dal 26 a.c. al 20 a.c. L'imperatore romano Augusto intervenne per sedare la sommossa e divise in due il regno numida.


      I monarchi vennero sepolti nei loro mausolei ancora visitabili. La capitale e il suo regno prosperarono fino al 40 d.c., quando il suo ultimo monarca, Tolomeo di Mauretania (1 a.c. - 40 d.c.), venne assassinato  mentre era in visita a Roma, per volontà del cugino Caligola che dopo la morte di Tolomeo annesse la Mauretania all'impero romano.

      Una metà del regno divenne un'estensione della provincia romana dell'Africa Nova, mentre la Numidia Occidentale e la Mauretania (ovvero la seconda metà) divennero un unico regno. 
      La città di Iol rimase quindi Caesaria o Caesarea, che andava bene per tutti gli imperatori romani e sarebbe in seguito diventata la capitale del regno di Mauretania, uno dei più importanti e fedeli alleati dell'Impero Romano.

      All'assassinio del re seguirono quattro anni di rivolta sanguinosa che terminò nel 44, quando l'imperatore Claudio (10 a.c. - 54 d.c.) divise il regno di Mauritania in due province. Caesaria divenne la capitale della Mauretania Caesariensis, una delle due province, divenendo una colonia romana, la Colonia Claudia Caesarea.

      ISCRIZIONI ROMANE DI CESAREA
      La città è anche nota per essere stata il luogo di nascita dell'imperatore Macrino (164 - 218) e del grammatico greco Prisciano (512 - 527). Dal 314 all'484, quattro vescovi titolari e un donatista presero il predominio sulla locale comunità cristiana. 

      Caesaria fu anche la città natale di Marciana, considerata santa dalla Chiesa cattolica, che venne  condannata ad bestias nell'anfiteatro di Caesaria per aver vandalizzato una statua della Dea Diana.

      Alla fine del quarto secolo, i Vandali bruciarono la città, ma sotto l'imperatore bizantino Giustiniano I (482 - 565), la città fu riconquistata, ricostruita e riportata all'antico splendore.

      TRIBALLI (Nemici di Roma)

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      TRIBALLI
      La Tracia era una regione posta nell'estrema punta sudorientale della penisola balcanica, e vi stanziavano diversi popoli tra cui i Triballi che si trovavano originariamente nei pressi della confluenza dei fiumi Angro e Brongo, nell'attuale Serbia sud-orientale. Il loro territorio si estendeva sulla "pianura triballiana", che corrisponde alla regione tra la Serbia e la Bulgaria.

      I Traci vengono descritti da Erodoto come il popolo più numeroso, dopo gli indiani (invasione indoeuropea), e probabilmente il più potente, affermando che l'insieme delle terre che controllavano sarebbe stato un vasto impero, se fossero stati uniti. Ma uniti non erano perchè erano costituiti da tribù molto spesso in lotta tra loro.

      Omero li cita abbondantemente nell'Iliade, ove narra che i Traci combattono in qualità di alleati di Priamo nella Guerra di Troia, guidati dal giovane re Reso che verrà poi ucciso dai principi achei Diomede e Ulisse. 

      Ma li cita pure nell'Odissea, quando Ulisse e i suoi uomini saccheggiano la Tracia nel loro ritorno dalla guerra.

      TERRITORIO DEI TRIBALLI
      Il loro dominio si estendeva così intorno alle pianure della moderna del sud della Serbia e occidentale della Bulgaria, all'Angrus e al Brongus (la Morava Sud e Ovest ) e al fiume Iskar, più o meno al centro dove Serbia e Bulgaria sono uniti.

      I Triballi, che avevano ricevuto influenze da Celti, Sciti e Illiri, furono spesso descritti come un popolo selvaggio e bellicoso (Isocrate) e in Aristofane un Triballo è introdotto come esempio di barbaro non civilizzato. 

      Tuttavia nelle leggende che si narravano su di loro apparivano spesso dotati di poteri magici, come rileva anche Plinio il Vecchio.

      I Triballi adoravano anzitutto il Dio principale Zibelthiurdos, una specie di Zeus, poi una Bendis, equivalente di Artemide, Dea della luna e della caccia. a cui però non manca il lato infero in quanto a Bendis erano legate anche alcune divinità della notte (Ecate, Cibele e Cotys), associate al ciclo della vita e alla fertilità.



      ATENIESI

      Nel 510 a.c. i Traci furono in gran parte sottomessi alla Persia di Dario I; poco più tardi figurano tra le componenti dell'esercito che Serse condusse contro la Grecia. Più tardi il re Teres, della tribù degli Odrisi (già di per sè un'unione di tribù traci), riuscì a riunire sotto il suo scettro le altre popolazioni traciche, ma non i Triballi, lasciando poi il regno al figlio Sitalce. 

      Questi, come narrato da Tucidide, nel 490 a.c. guidò il suo popolo in una spedizione contro la Macedonia. Ben presto però le tribù traci ripresero a disgregarsi, ponendosi sotto l'influenza, ma non sotto dominio, dei vicini Macedoni.

      Nel 424 a.c. i Triballi indipendentisti vennero attaccati da Sitalce, re degli Odrisi, che tuttavia fu sconfitto e ucciso in battaglia. Invece vennero poi sconfitti dalla tribù illirica degli Otariati. Un nuovo momento di unità del popolo fu ottenuto dal re Cotys I nella prima metà del IV secolo a.c., che rafforzò la sua posizione imparentandosi con il grande generale ateniese Ificrate (418 a.c. – 353 a.c.).

      Nel 375 a.c. Cotys I soffocò la ribellione dei Triballi, una delle tribù che componevano il popolo tracico, e nel 359 a.c. sconfisse gli Ateniesi, ottenendo il controllo dell'intera penisola del Chersoneso Tracico (penisola di Gallipoli, oggi in Turchia).

      Tuttavia nel 376 a.c. un nutrito gruppo di Triballi superò il monte Hemo e raggiunse la città di Abdera, sulla costa della Tracia nei pressi della foce del fiume Nestos, che posero sotto assedio. Sopraggiunse però la flotta ateniese condotta dal generale Cabria ed i Triballi furono costretti a ritirarsi. 



      FILIPPO II DI MACEDONIA

      Nel 339 a.c., quando il re Filippo II di Macedonia tornava dalla sua spedizione contro gli Sciti, i Triballi si opposero al suo passaggio dal monte Hemo, a meno che non avesse loro consegnato parte del bottino. 

      Negli scontri che seguirono Filippo venne sconfitto e rischiò di rimanere ucciso, ma risollevatosi sconfisse e soggiogò i Triballi. 



      ALESSANDRO MAGNO

      SEUTET II RE DI TRACIA
      Dopo la morte di Filippo, essi presero le armi contro Alessandro Magno, che nel 335 a.c. iniziò la sua campagna balcanica passando il monte Hemo e li sconfisse presso lo sfocio del Lyginus nel Danubio. 

      Il loro re, Sirmo, si rifugiò nell'isola di Peuce (Peuke) del Danubio, dove Alessandro non lo inseguì ma si dedicò al traversamento del Danubio. 

      "E i Geti non gradirono il passaggio dei cavalieri: infatti sorprendente sembrò loro la temerarietå di Alessandro Magno perché così agevolmente aveva attraversato in una notte il Danubio, il più grande dei fiumi traversabile a guado, i pericoli e il violento schieramento della falange."

      Così i Geti attaccarono e Alessandro per contro assalì loro e la loro città conquistandola, saccheggiandola  e sterminandone gli uomini con tanta facilità che i Triballi, per non fare la stessa fine si arresero immediatamente ad Alessandro.



      I GALLI

      "Dopo questa irruzione di Cambaule i Celti di quelle contrade fatti più animosi ed insieme sollecitati dai primi si accinsero a fare una nuova irruzione e a tal fine poscia divisero in tre parti il numeroso loro esercito l'anno di Roma 474. Altri con Ceretrio passarono nella Tracia e ne Triballi, altri con Brenno e Acichorio nella Pannonia, ed altri con Bolgio o sia Belgio nella Macedonia e nell'Illirico."

      Intorno al 280 a.c. i Triballi ed i Geti furono ancora sconfitti dai Galli, guidati dal capo "Ceretrio" e successivamente dal 135 a.c. all'84 a.c. causarono diversi problemi ai governatori romani della provincia di Macedonia con le loro continue ribellioni e incursioni. 

      LEGIONI ROMANE

      I ROMANI

      Roma organizzò diverse spedizioni contro di loro, anche se in questa prima fase non mirò al completo dominio. Quando poi la Macedonia divenne provincia romana. Sul finire del I secolo a.c. però si ricostituì un'unità tracia, a cui parteciparono anche i Triballi, sotto re Cotys IV della tribù dei Sapei, re del Regno degli Odrisi, che regnò dal 170 a.c. al 160 a.c. e che riuscì a farsi riconoscere da Roma e a trasmettere il titolo al figlio Remetalce I.

      Andrisco, detto Pseudofilippo, ma ufficialmente Filippo VI il Macedone, al tempo del dominio romano della Macedonia, formò un esercito di Traci e Macedoni, li convinse del suo lignaggio reale e assoldò i loro uomini per invadere la Macedonia. Accolto come liberatore dall'oppressione romana, la sua presenza infiammò lo spirito di indipendenza dei Balcani.

      Il Senato romano inviò il legato Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo per domare la rivolta, ma venne sconfitto da Andrisco aumentandone la popolarità. Forte dell'appoggio di tutto il popolo macedone, che lo riconobbe come re, Andrisco cinse la corona di Macedonia e si proclamò re Filippo VI, figlio di Perseo di Macedonia. 

      TRIBALLI
      Strinse poi un'alleanza strategica con Cartagine, che stava combattendo la Terza guerra punica. Roma allora inviò una legione, comandata dal pretore Publio Iuvenzio, per destituire Andrisco e bloccargli le espansioni ma anche questi fallì morendo in combattimento non appena entrato in Macedonia. Così Andrisco invase anche la Tessaglia, ricreando un Regno di Macedonia.

      Nel 148 a.c., però Roma, visto che lo Pseudofilippo stava perdendo popolarità presso i ceti popolari per le sue crudeltà e le sue violente estorsioni, inviò in Macedonia un grosso esercito comandato da Quinto Cecilio Metello (210 a.c. - 116 a.c.). Andrisco dovette subire la superiorità dell'esercito romano e venne sconfitto nella seconda battaglia di Pidna. 

      Andrisco decise allora di ritirarsi in Tracia, in uno dei domini dei suoi principi traci alleati, nel disperato tentativo di riorganizzare le forze, ma Metello lo inseguì, osando sconfinare in Tracia, e infine lo catturò. Condotto a Roma, Andrisco venne condannato a morte. 

      Metello, come Lucio Emilio Paolo prima di lui, acquisì il cognomen di Macedonico grazie a questa campagna, colla quale finì l'indipendenza della Macedonia, che dal 147 a.c. divenne provincia romana, venendo accorpata all'Illiria e all'Epiro.

      Nel 142 a.c. un altro avventuriero che si faceva chiamare Filippo, un emulo di Andrisco, tentò una seconda rivolta analoga a quella del 149 a.c./148 a.c., ma venne sconfitto dal questore Lucio Tremellio, fu catturato e messo a morte.

      Nell'11 a.c., Vologeso di Besso, sacerdote di Dioniso e veggente presso i Traci, col suo largo credito organizzò l'uccisione di Rescuporide II (re degli Odrisi), figlio di Cotis VII, poi incalzò anche lo zio di Rescuporide fin nel Chersoneso tracico (Penisola di Gallipoli, che devastò. Allora Roma, stanca delle incursioni contro la provincia di Macedonia, inviò con il suo esercito provinciale Lucio Calpurnio Pisone, console nel 15 a.c. e governatore della Panfilia (costa meridionale dell'attuale Turchia).

      I Bessi, saputo dell'arrivo del governatore romano, si ritirarono ma Pisone entrò nei loro territori e, nonostante una sconfitta iniziale, devastò i loro territori e quelli delle popolazioni limitrofe insorte con loro. Poi, con due legioni al seguito, vi condusse guerre per tre anni, dall'11 al 9 a.c., sottomettendo tutti i Traci, per cui a Roma gli vennero tributati delle supplicationes e gli ornamenta triumphalia.

      VASO DECORATO DELLA TRACIA
      Sotto Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) i Traci vengono menzionati nella provincia della Mesia (limes di Serbia e Bulgaria, e parte della Macedonia del Nord). Alla morte di Remetalce I il regno tornò a dividersi e Roma intervenne più volte, finchè nel 46, alla morte dell'ultimo re Remetalce III, l'imperatore Claudio (10 a.c - 50 d.c.) occupò la regione facendone la provincia di Tracia. 

      Ma la romanizzazione fallì in larga parte, lasciando spesso l'aspetto tribale dei popoli traci e dei Triballi, tanto che il latino poco sostituì la lingua tracia, come notò Ovidio, esiliato proprio in Tracia, nel I secolo, e poi Teodosio di Cappadocia e Giordane nel VI secolo. 

      Nel III secolo l'imperatore Massimino il Trace (regno 235-237) fu il comandante di uno squadrone di Triballi, essendo appunto un imperatore barbaro e pure tracio di origini. Dopodiché dei Triballi non se ne hanno più notizie se non per una non meglio identificata lettera che avrebbero scritto a Diocleziano.

      Nel 378 d.c. ebbe luogo la Battaglia di Adrianopoli, in Tracia, dove i Visigoti sconfissero l’esercito di Roma mostrando per la prima volta la debolezza e la decadenza dell’Impero Romano, una grande era volgeva al termine.

      SALII PALATINI

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      Salius (dal latino: Salius, pl. Salii), detto anche Palatine Salium (Salius palatinus pl. Salii palatini), era un "sacerdote saltatore" (dal verbo salio, "salta") che eseguiva il culto di Marte Gradivo, cioè il Marte che precede tutti i combattenti nella battaglia, o colui che combatte in prima fila, che è la stessa cosa. Altri autori fanno derivare il gradivo da divus, ma basta guardare la Atena Gradiva ovvero la Promachos, per comprendere che sta con un passo in avanti come tutte le statue "gradive".

      La tradizione narra che i Salii Palatini siano stati istituiti dal re Numa Pompilio (r. 715-673 a.c.) che formò un collegio sacerdotale composto da 12 Salios scelti tra i giovani patrizi, con lo scopo di custodire lo scudo consegnato da Marte Gradivo a Numa Pompilio (nell'ottavo anno del regno del re, durante un'epidemia di peste) come pegno dell'eterna salvezza ed invincibilità di Roma.

      Come suggerito al re dalla ninfa Egeria, Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio (della gens Veturia) di forgiare altri 11 scudi identici all'Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma sottrarre quello autentico, ed ordinò che fossero riposti nella Reggia e conservati dal sacerdote Flamine Diale ed affidati, per i riti sacri, al nuovo collegio sacerdotale dei Salii Palatini.

      Gli scudi venivano custoditi nel santuario palatino di Marte, che avrebbero dato origine al nome distintivo dei saggi palatini.
      Si ha menzione di un certo Nummio Attidiano Tusco menzionato come Salio Palatino nel 191, pontefice nel 199 (Borghesi Oeuvres IV, 510), e console nel 206 insieme con Lucio Fulvio Emiliano (Klein fasti; C. /. L V, 4347).

      PROCESSIONE DEGLI ANCILIA

      LE ORIGINI

      - Secondo gli autori antichi citati da Servio Onorato e dal Macrobio, i Salios sarebbero esistiti a Tivoli, Tuscolo e Veio prima della loro creazione a Roma.
      - Secondo gli Etruschi, la fondazione fu attribuita a Morio, re di Veio.
      - Secondo altri autori invece i Salios sarebbe stati associati a Dardano, figlio di Zeus ed Electra e fondatore della Dardania (regione stretto dei Dardanelli).
      - Secondo altri fu Salio, un giovane abitante della Acarnia (Grecia) con dei suoi compatrioti, che sarebbero venuti in Italia con Evandro (vedi Eneide) per la competizione nei giochi funebri di Ankise.
      - Secondo Marco Terenzio Varrone Salius aveva raggiunto la penisola italica con Evandro, il re acarnaniano al quale furono attribuite varie istituzioni religiose romane.



      SALIOS COLINOS

      Tito Livio narra che il re Tullo Ostilio (Thullus Hostilius - r. tra il 673 e il 643 a.c.) avrebbe istituito un altro collegio di Saliani chiamato Salios Colinos in adempimento di un voto che avrebbe fatto durante le guerre combattute contro Fidene e Veio. Erano anch'essi 12 in numero, anche questi scelti tra i patrizi, e sembrano venissero dedicati al servizio del Dio Quirino. Sarebbero conosciuti come salios colinos (latino: salii colini ), agonais (agonales) o agonenses (agonenses).



      I COSTUMI

      I Salios erano vestiti da guerrieri arcaici, quindi con:
      - la trabea (una toga ornata da strisce orizzontali viola, zafferano e scarlatto come asserisce Mario Servio Onorato secondo il quale c'erano tre tipi: uno totalmente viola, sacro agli Dei ; un viola e bianco, come abito regale legato ai re di Roma; e uno viola e zafferano / scarlatto che veniva usato dai sacerdoti),
      - il pettorale di bronzo,
      - la patta (mantello attaccato alla spalla destra indossato dai comandanti militari),
      - la spada sul lato destro,
      - la lancia o un bastone sul lato sinistro,
      - lo scudo sulla spalla sinistra,
      - l'apice (il berretto a forma di cono, ornato della verga d’olivo).
      I Salii Palatini furono incaricati della protezione dei dodici scudi sacri ( ancilia ) di Marte e dello svolgimento di una festa dedicata alla divinità in cui attraversavano Roma. portando scudi, ballando e cantando, per il culto di Quirino sul Monte Quirinale. Loro speciale prerogativa era scandire il passaggio, nell'anno romano, da tempo militare a tempo civile, e viceversa.

      SACERDOTESSE

      VERGINI DI SALIAE

      Festo nella sua opera "Sul significato delle parole" afferma, citando Cíncio ed Elio Estilao, che esistevano "vergini di saliae". Indossando le palme e l'apice dei saggi, queste giovanissime ragazze venivano "assunte" per aiutare i pontefici a operare nei sacrifici fatti nella Regia.

      Secondo alcuni studiosi tuttavia, il passaggio di Festus descriverebbe un rituale di iniziazione travestito. Una precedente spiegazione afferma che queste donne hanno interpretato il ruolo di assenti guerriere in una sorta di "sacrificio vicario" o "sacrificio espiatorio". Ci si è chiesti sul criterio con cui venissero assunte. Sicuramente venivano scelte dal magister tra le giovanissime patrizie romane.


      LE DANZE

      Il fatto di danzare saltando fa pensare alle danze di guerra tribali di cui sicuramente avanzavano dei residui a quell'epoca. La danza serviva in tempi antichissimi sia per incitare alla guerra sia per festeggiare la vittoria.

      La loro funzione principale era la protezione dei dodici scudi sacri (ancilia) di Marte, celebravano una festa dedicata a Marte per diversi giorni dal I marzo. In questa occasione giravano per Roma con i loro particolari costumi portando gli scudi sacri sopra la spalla sinistra mentre danzavano e cantavano.

      I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Praesul, che dirigeva le danze mostrando i passi e le figure della danza amptrurare agli altri sacerdoti che dovevano poi ripeterle (reamptrurare), ed il Vates, il direttore del coro.

      Nell'edificio si conservavano inoltre la statua di Marte, gli strumenti del culto per i sacerdoti salii, preposti appunto alla cerimonia, cioè le armi per uccidere le vittime, nonchè le vesti dei sacerdoti, i contenitori, il necessario per il fuoco, i bracieri e i simboli della cerimonia.

      In questa danza, i Salios battevano gli scudi con i bastoni, in modo da tenere il tempo con le voci e i movimenti di danza. Le canzoni o gli inni eseguiti, detti le canzoni dei Saggi, in latino "saliaria carmina" erano chiamati "Asamenta", "Assamenta" o Axamenta", la cui etimologia è controversa.

      I CARMINA ANCILIARI CON LE INVOCAZIONI AD AUGUSTO

      I CANTI

      Nei canti si invocavano gli Dei del pantheon romano e tale Mamurius Veturius, che si pensa l'armaiolo che fece le 11 copie dell'originale scudo sacro caduto dal cielo. Più tardi, tuttavia, vennero incorporati nel carme Augusto, Germanico e Lucio Vero. Alla conclusione della festività, i Saggi partecipavano a splendidi spettacoli al Tempio di Marte, che erano ovunque famosi.



      MAMURIO VETURIO

      Mamurio fu un presunto fabbro romano di origine sabina, vissuto durante il regno di Numa Pompilio (r. 715-673 a.c.), colui che creò gli 11 scudi santi rendendoli esattamente uguali a quelli inviati dal cielo durante un'epidemia ai tempi di Numa, onde proteggerlo da un eventuale furto.

      Le sue opere furono menzionate nelle "canzoni dei Saggi", ma la sua esistenza fu messa in discussione anche tra gli antichi, con Marco Terencio Cinghiale (116 a.c. - 27 a.c.) che analizzò il suo nome come equivalente alla vetus memoria ("vecchia memoria"). Alcuni autori moderni lo associano invece all'artista etrusco che realizzò una statua in bronzo in onore del Dio Vertumno.
      ANCILIA DI ANTONINO PIO

      INTERPRETAZIONI

      Georges Dumezil interpreta il rituale salico come segno dell'apertura e della chiusura della stagione annuale della guerra. L'apertura coinciderebbe con il Giorno dell'agonia marziale il 19 marzo, e la chiusura con il Giorno dell'Armilustrium, il 19 ottobre.

      Il primo appuntamento avrebbe riguardato lo "spostare gli scudi sacri" (ancilia movere), e il secondo come "mantenere (o nascondere) gli scudi sacri" (ancilia condere). Dumézil vede i due gruppi di Salios, uno che rappresenta Marte e l'altro Quirino, come una relazione basilare della vita romana che evidenzi l'interdipendenza delle funzioni economiche, civili e militari nella società romana.

      Per il filologo classico Georg Wissowa il rituale saliano è una danza di guerra o di spade, con le sue figure e movenze che indicano chiaramente la sua origine militare. Wissowa confronta i saggi con il giovane nobile che balla il Gioco di Troia ( Lusus Troiae ).

      Poichè il primo calendario romano iniziò a marzo, Hermann Usener suggerì che la cerimonia dell'ancilia movere fosse un rituale di termine del vecchio anno, rappresentato dalla misteriosa figura di Mamurius Veturius, per aprire la strada alla nascita. dal Dio Marte il I marzo, quando in una certa cerimonia detta Mamuralia, un uomo, di nome rituale Mamurius Veturius, fu picchiato con lunghe aste bianche, che secondo Usener sarebbero state una sorta di rituale da capro espiatorio.

      Secondo Hermann Usener e Ludwig Preller, Marte sarebbe un Dio della guerra e della fertilità (ma forse alludono a Mavor antico Dio dei campi, mentre Mammonium Veturius sarebbe l'Antico Marte. Marte è lui stesso un ballerino, e il capo dei ballerini saliani.


      BIBLIO

      - William Smith - Dizionario di biografia e mitologia greca e romana Vol. III (1875).
      - Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - Milano 1823
      - Marco Terenzio Varrone - G. Piras, Varrone e i poetica verba. - Studio sul settimo libro del «De lingua Latina», Bologna, R. Patron, 1998.

      DIODORO SICULO - DIODORUS SICULUS

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      DIODORO SICULO

      Nome: Diodorus Siculus
      Nascita: Agyrium 90 a.c. circa
      Morte: 27 a.c. circa
      Professione: storico siceliota, autore della Bibliotheca historica


      "Diodoro afferma che le feste di ringraziamento agli dei fossero inventati da un Re di Macedonta in onore delle Muse e di Giove La comune opinione vuole che fossero i drammi trovati in occasione di solennizzar le feste di Bacco quindi a Bacco erano particolarmente dedicati e artefici di Bacco Ji chiamavano nella Grecia i poeti tragici e gli attori Dagli antichi scoliasti si ricava che dentro del teatro e sulle scene e nell'ingresso s'innalzavano delle statue in onore dei numi"
      (Evanzio)



      LE ORIGINI

      Diodoro nacque in Sicilia, ad Agira, prov. di Enna: una delle due sole iscrizioni greche di Agyrium (IG XIV, 588) è di un certo "Diodoro figlio di Apollonio". Girolamo (347 - 420) scrive che Diodoro iniziò la sua produzione nel 49 a.c. il che concorda con lo stesso Diodoro. Inoltre poiché sembra non sapere che l'Egitto diventò una provincia dell'Impero romano, cosa che avvenne nel 30 a.c., deve aver scritto opera prima del 30 a.c..

      Diodoro dichiara di aver dedicato trent'anni, si desume all'incirca dal 60 a poco prima del 30 a.c., alla realizzazione della sua Biblioteca, durante i quali compì numerosi e perigliosi viaggi in Europa e in Asia, per reperire testi e conoscenza. Qualche dubbio però si affaccia, perché nei suoi libri fa degli errori non giustificabili in un testimone oculare.

      Diodoro non appare nè brillante nè intelligente, e il suo greco di  è comune e colloquiale, nel quale stranamente si inseriscono talora tratti classicistici in puro attico, segno di studi approfonditi ed eruditi.

      L'opera di Diodoro, un'opera unica e grandissima, intitolata la "Biblioteca Historica"è stata considerata da lui stesso una biblioteca, in quanto si tratta di un libro che compendia altri libri, fornendo un'utilissima conservazione e trasmissione del sapere, in un mondo che tendeva invece a distruggere ogni forma di sapienza antica.

      Anche se lo scrittore è mediocre, per alcuni periodi storici è l'unica fonte; ma sono importanti anche le indicazioni cronologiche che precedono gli avvenimenti di ogni anno e grazie alle quali conosciamo la lista degli arconti eponimi ateniesi e dei supremi magistrati romani per il periodo 480/79-302/01 a.c.



      L'OPERA

      DIODORI SICULI
      Diodoro scrisse una storia universale in cui erano descritti gli avvenimenti dall'età mitica alla spedizione di Cesare in Gallia (59 a.c.), un'opera in 40 libri, di cui restano solo i primi cinque, sull'età mitica d'Asia, d'Africa e d'Europa, e la seconda deca (XI-XX) dalla spedizione di Serse (480 a.c.) ai precedenti della battaglia di Ipso (302-01 a.c.).

      Nella sua storia Diodoro attinse largamente, anche se in modo poco intelligente, a scrittori precedenti, storici altrimenti perduti, e narra di un suo viaggio in Egitto durante la 180ª Olimpiade (fra il 60 e il 56 a.c.), durante il quale vide l'ira della gente che chiedeva la pena di morte per un cittadino romano reo di aver ucciso accidentalmente un gatto, animale sacro agli Egizi (Bibliotheca historica, I, 41 e I, 83). 
      Il dato storico più recente invece è la vendetta di Ottaviano sulla città di Tauromenion (Taormina), colpevole di avergli rifiutato l'aiuto che gli avrebbe forse evitato la disfatta sul mare attorno al 36 a.c. 


      Il Proemio

      Nel proemio del libro si enuncia l'intenzione di aiutare tutti gli uomini, in ogni terra e in ogni tempo, fornendo la storia che da sempre è fonte di insegnamento, traendola da varie fonti e autori come: 
      - Ecateo di Abdera, (550 – 476 a.c.) un geografo e storico greco antico;
      - Ctesia di Cnido, (440? – dopo il 397 a.c.?), uno storico greco antico;
      - Eforo di Cuma, (400 circa – 330 a.c. circa) uno storico greco antico;
      - Teopompo, ( ... - 320 a.c.) uno storico greco antico;
      - Timeo di Tauromenio, (350 circa – 260 a.c. circa) è stato uno storico siceliota.
      - Diyllus, scrisse una storia universale degli anni 357–296 a.c., una continuazione della storia di Eforo;
      - Filisto di Siracusa, (430 – 356 a.c.) storico e militare siceliota, autore di una Storia della Sicilia (Sikelikà);
      - Duride di Samo, tiranno dell'isola di Samo nel 300 a.c., che governò fino alla morte, intorno agli anni 370 a.c..
      - Ieronimo di Cardia, (354 - 250 a.c.) uno storico e militare greco antico;
      - Evemero di Messina, (330 circa - 250 a.c. circa) un filosofo, mitografo e storico siceliota, presso Cassandro I, re di Macedonia;
      - Polibio, (206 circa – 118 a.xc.) uno storico greco antico;
      - Posidonio di Rodi, (135 circa – 50 a.c.), un filosofo, geografo e storico greco antico. 


      La Storia Universale

      Egli presenta la Bibliotheca historica come una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. L'opera, composta da 40 libri, suddivisi in tre sezioni:

      - sei di argomento geografico, e descrivono la storia e la cultura di Egitto (libro I), Mesopotamia, India, Scizia e Arabia (II), Nord Africa (III), Grecia ed Europa (IV - VI).

      - due libri, il VII e il XVII, raccontano la storia del mondo a partire dalla guerra di Troia fino alla morte di Alessandro il Grande.

      - ventitrè libri, dal libro XVII sino alla fine, narrano le vicende storiche dei successori di Alessandro, sino al 60 a.c. o all'inizio della guerra gallica di Giulio Cesare nel 59 a.c. Questo non è chiaro perchè la fine dell'opera è andata perduta.

      DIODORO - AFFRESCO DELL'800
      I Libri Tramandati

      Suddivisi successivamente in pentadi e decadi, l'opera si è trasmessa a noi con solo i primi 5 libri completi:
      - libro I - sull'Egitto, 
      - libro II - sulla Mesopotamia, sull'India, sulla Scizia e sull'Arabia, 
      - libro III - sull'Africa settentrionale, 
      - libro IV - sulla Grecia,
      - libro V - sull'Europa,
      - libri XI-XX - dal 480 e dai diadochi (generali di Alessandro Magno) al 301 a.c. 

      Dell'opera restano numerosi estratti di epoca medievale, negli scritti di Fozio I di Costantinopoli detto il Grande, e con l'imperatore Costantino VII detto Porfirogenito, che promosse un'intensa attività compilatoria a carattere enciclopedico, onde tramandare le tradizioni religiose e civili che avevano reso grande l'impero prima del periodo dell'iconoclastia; e pure attraverso i numerosi frammenti che ne restano.

      Il libro sull'Egitto è interessante soprattutto per il metodo d'estrazione mineraria chiamato a fuoco, utilizzato per le rocce contenenti oro. Si accendeva un fuoco di fronte alla roccia e poi vi si gettava dell'acqua: lo shock termico riduceva così la roccia in frammenti. Una volta estratto, il minerale grezzo veniva sbriciolato manualmente e ridotto ad una polvere fine. Il passaggio finale consisteva poi nel lavare il minerale grezzo, per estrarvi la polvere d'oro con un flusso di acqua corrente.

      Anche se la parte finale dell'opera è andata perduta, sembra probabile che Diodoro non giunse fino alle campagne di Cesare, ma si fermò al 60 a.c.

      IL MANOSCRITTO

      L'Edizione

      La I edizione della Biblioteca storica, dopo la traduzione latina di Poggio Bracciolini dei primi cinque libri (Bologna 1472), fu pubblicata a cura di Vincentius Opsopoeus a Basilea nel 1539, ma era limitata ai soli libri XVI-XX; la prima edizione completa fu pubblicata da Henri Estienne a Ginevra nel 1559.

      La Critica

      L' Enciclopedia Britannica del 1911 non la giudica positivamente
      « Gli errori di Diodoro risalgono parzialmente alla natura dell'impresa, e dalla goffa formula degli annali in cui ha disposto la parte storica della sua narrazione. Egli non dimostra nessuna delle abilità critiche dello storico, ma espone semplicemente una lunga e inutile serie di dettagli sconnessi. La sua narrazione contiene frequenti ripetizioni e contraddizioni, è stinta e monotona; e la sua semplice lingua, a metà tra l'attico puro e il Greco colloquiale in uso a quel tempo, ci fa scorgere senza troppe difficoltà i pezzi di altre narrazioni da lui raffazzonati e riutilizzati».

      Charles Henry Oldfather, che scrisse l'introduzione alla sua traduzione di Diodoro fu ovviamente più benevolo:
      « Mentre caratteristiche come queste impediscono a Diodoro di essere annoverato tra i più capaci storici dell'antichità, non c'è motivo per non credere egli abbia utilizzato le migliori fonti e le abbia riportate fedelmente. Il suo libro I, dedicato quasi completamente all'Egitto, è il più completo resoconto della storia e dei costumi di quel paese dopo Erodoto. 
      I libri II-IV sono di ampio respiro, e hanno minor valore, in quanto pieni di materiale mitologico. Nel periodo che va dal 480 al 301 a.c., che egli tratta nella forma degli annali e la cui maggior fonte è la Storia Universale di Eforo, è difficile stabilire quanto la sua opera sia rilevante, o perché non ha concorrenti, o perché concorre nuovamente con scrittori a lui superiori. 
      Tucidide dedica solo poco più di trenta capitoli al cinquantennio tra il 480 e il 430 a.c.; Diodoro invece, li copre molto più esaustivamente (11.37-12.38) e perciò il suo appare essere l'unico resoconto continuativo per la cronologia di quel periodo.
      Stessa cosa si verifica per gli anni tra il 362 e il 302 a.c... Diodoro offre anche l'unico resoconto per il periodo di Filippo II di Macedonia, e integra gli autori sopra menzionati e le fonti contemporanee in molti settori. Per il periodo dei successori di Alessandro, dal 323 al 302 a.c. (libri XVIII-XX), è nuovamente lui la fonte più eminente e la sua storia di quel periodo assume perciò un'importanza che non aveva per tutti gli altri anni».


      Commenti

      Libro XIII - Dino Ambaglio, Diodoro Siculo, Biblioteca storica, Libro XIII. Commento storico, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
      Libro XVI - Marta Sordi, Diodori Siculi Bibliothecae liber sextus decimus, Introduzione, testo e commento, Firenze, La Nuova Italia, 1969.
      Libro XXXI - Alberto Gandini, Diodoro Siculo, Biblioteca storica, libro XXXI. Commento storico, Milano, Vita e Pensiero, 2016.


      BIBLIO

      - Luciano Canfora - Il copista come autore - Palermo - Sellerio - 2002 -
      - Luciano Canfora e Renata Roncali - Autori e testi della letteratura latina - Roma-Bari - Laterza - 1993 -
      - Diodoro Siculo, Biblioteca Storica,
      - I-V a cura di G.F. Gianotti, A. Corcella, I. Labriola, D.P. Orsi - Introduzione di L. Canfora - Palermo - Sellerio - 1986 -
      - XI-XV a cura di I. Labriola, P. Martino, D.P. Orsi, Palermo Sellerio 1992 -
      - XIV-XVII, a cura di T. Alfieri Tonini, Milano Rusconi 1985 -
      - XVIII-XX a cura di A. Simonetti Agostinetti, Milano Rusconi 1988 -
      - XXI-XL, a cura di G. Bejor, Milano Rusconi 1988 -
      - IX-XIII, a cura di C. Miccichè, Milano Rusconi 1992 -
      - Diodoro Siculo e la Sicilia indigena - Atti del Convegno di studi - Caltanissetta - 21-22 maggio 2005 - Assessorato dei beni culturali ambientali e della pubblica istruzione - 2006 -
      - Mythoi siciliani in Diodoro - Atti del Seminario di Studi - Università degli Studi di Milano (12-13 febbraio 2007) - Milano - Cuem - 2008 -

      PERGE (Turchia)

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      Perga o Perge, fu la capitale della regione della Panfilia, corrispondente all'attuale provincia di Antalia sulla costa mediterranea sud-occidentale della Turchia. Vi è un grande sito di antiche rovine a 15 km a est di Antalia lungo la pianura costiera, dove si trova un'acropoli risalente all'età del bronzo.

      L'acropoli, che presenta la forma di una terrazza abbastanza allungata alta circa 50 m, non venne mai fortificata a differenza della città bassa, cinta da mura già nel III sec. a.c. In seguito la città si estese nella pianura, ai piedi di questa acropoli, verso meridione.

      La cinta di mura oggi ben conservata ci dà un'idea dell'estensione della città ellenistica. L'opera muraria è eseguita con una eccellente tecnica ortogonale e presenta torri quadrangolari. La porta principale della città aveva nella sua prima fase due torri rotonde e dietro di essa si apriva un cortile ovale.

      MOSAICO DEL DIO OCEANO
      L'importante città di Panfilia (Pamphilia), l'antica Perege, sorse tra i fiumi Catarrhactes (munito di ampie cascate e in parte sotterraneo) e Cestrus (Aksu Çayı in turco). Quest'ultimo, secondo un trattato tra il grande re ittita Tudhaliya IV e il suo vassallo, il re di Tarhuntassa, definiva il confine occidentale di quest'ultima nella città "Parha" e il "fiume Kastaraya", che si suppone sia il fiume Cestrus.

      Durante il regno di Tudhaliya IV, a causa di una forte siccità, furono costruite 13 dighe, una delle quali sopravvive ancora oggi ad Alacahöyük, dove vennero rinvenute tredici "Tombe reali" (EBII, 2350-2150 a.c. circa) con i morti in posizione fetale rivolta a sud, riccamente decorati con fibule e diademi d'oro.


      Di una di quelle dighe, risalenti al 1240 a.c., fu annunciata la prossima riapertura per poter essere utilizzata il 23 settembre 2006 e funziona ancora oggi. La diga fu edificata per ordine dal re Tudhaliya IV, dedicandola alla Dea Hebat, la Dea Madre degli Uragani, conosciuta come "la madre di tutti i viventi" nonchè la regina delle divinità. 

      Secondo le antiche tavolette ittite, una siccità colpì l'Anatolia nel 1200 a.c., spingendo il re a importare grano dall'Egitto in modo che la sua terra potesse evitare la carestia. Perchè l'evento non si ripetesse, il re ordinò la costruzione di numerose dighe nell'Anatolia centrale onde irrigare le sue terre e produrre grano in abbondanza. 

      Col tempo le dighe smisero di funzionare, tutte tranne una, sopravvissuta perché la fonte d'acqua si trova proprio all'interno del bacino idrico della diga.



      IL DOMINIO DI ALESSANDRO

      Perge fu una città greca della Panfilia, di cui seguì le sorti, e con la Panfilia passò tra varie vicende sotto il dominio di persiani, ateniesi e persiani. Alessandro Magno, dopo aver lasciato Faseli, occupò Perge con una parte del suo esercito. 

      La strada tra queste due città è descritta come lunga e difficile per Alessandro che dovette sopportare diverse battaglie, riuscendo però, come suo solito a vincere tutte le guerre. 



      IL DOMINIO DEI SELEUCIDI

      Quando cadde il dominio di Alessandro avanzò quello dell'impero dei Seleucidi, fondato da Seleuco I Nicatore a seguito della divisione dell'Impero macedone già ampliato da Alessandro Magno.

      Seleuco ottenne Babilonia (321 a.c.) e da lì espanse i suoi domini per includere gran parte dei territori del Medio Oriente di Alessandro. 

      Al culmine del suo potere, l'Impero comprendeva l' Anatolia centrale, la Persia, il Levante, la Mesopotamia e quello che oggi è il Kuwait, l' Afghanistan e parti del Pakistan e del Turkmenistan.



      DOMINIO DEI DIADOCHI

      L'istituzione degli Hetairoi diede all'esercito macedone una grande flessibilità, fra di loro non c'erano ranghi fissi, tranne il fatto che fossero un'unità speciale di cavalleria. Gli Hetairoi erano semplicemente un gruppo fisso di ufficiali di fatto, senza alcun grado o con cambio di grado de jure, che Alexander poteva assegnare dove e quando necessario. Erano tipicamente della nobiltà, molti legati strettamente ad Alessandro.

      Le riunioni del personale per regolare la struttura dei comandi erano quasi un evento quotidiano nell'esercito di Alessandro, creando un'aspettativa continua tra gli Hetairoi di ricevere un comando importante e potente, anche se solo per un breve periodo. Al momento della morte di Alessandro, tutte le possibilità svanirono. Gli Hetairoi svanirono con Alessandro, per essere sostituiti istantaneamente dai Diadochi.

      I Diadochi, ovvero i generali rivali, tra le famiglie e gli amici di Alessandro Magno che combatterono per il controllo del suo impero dopo la sua morte nel 323 a.c., mossero guerre tra di loro per le successioni. Così segnarono l'inizio del periodo ellenistico dal Mediterraneo alla valle del fiume Indo.



      IL DOMINIO ROMANO

      Nel 190 a.c. i Romani sconfiggono l'imperatore seleuco nella battaglia di Magnesia e con la Pace di Apamea, concedono la Licia ai Rodii per averli appoggiati contro Antioco. Questo dominio durò solo venti anni, perchè nel 168 a.c. Roma dichiarò libera la regione della Licia. 

      Qualche anno dopo le città, con un accordo, crearono la Lega Licia che però, circa un secolo dopo, si inimicarono Roma per il mancato sostegno a Marco Giunio Bruto (85 - 42 a.c.). In seguito Bruto assediò Xanthos, che venne completamente distrutta ad opera degli assediati che, secondo Plutarco, si suicidarono in massa. 

      A seguito di questo comportamento, il generale esitò ad assediare Patara. Ma in seguito Patara, preso atto della magnanimità di Bruto, si arrese senza essere attaccata, seguita dalle altre città della penisola. La regione venne trattata con magnanimità da Roma, che vi pretese contributi molto leggeri. Così la Licia restò fedele a Roma e nel 43 assieme alla Panfilia divenne provincia romana, pur mantenendo una larga autonomia.



      Nel 46 d.c., secondo gli Atti degli Apostoli, San Paolo si recò a Perga, da lì proseguì per Antiocheia a Pisidia, quindi tornò a Perga dove predicò la parola di Dio (Atti 14:25). Niente di strano, all'epoca l'oriente era pieno di predicatori e di Messia, passati, presenti e futuri. Quindi lasciò la città e andò ad Attaleia.

      Mentre il Cestrus si insabbiava perdendo la sua navigabilità durante la tarda epoca romana, Perga subì un lento declino. Tuttavia nella prima metà del IV secolo, durante il regno di Costantino il Grande (324-337), Perga divenne un importante centro del cristianesimo, che divenne presto la religione ufficiale dell'Impero romano acquisendo mano a mano privilegi, ricchezze e poteri. 

      La città ha mantenuto il suo status di centro cristiano nel V e VI secolo. Perga rimase abitata fino alla fondazione dell'Impero Seljuk, (impero musulmano sunnita turko-persiano) all'incirca nel 1000 d.c.

      SPLENDIDO SARCOFAGO ROMANO

      SANTA MATRONA di PERGE

      Santa Matrona di Perge del VI secolo, da non confondere con la Santa Matrona di Tessalonica, serva cristiana di un'ebrea,  era una santa conosciuta per essersi temporaneamente travestita da uomo onde evitare il marito violento. viene la curiosità di scoprire come avesse fatto.

      È anche nota per essersi opposta alla politica monofisita (per cui Gesù Cristo, come incarnazione dell'eterno Figlio o Parola di Dio, aveva una sola "natura" che era o divina o una sintesi di divino e umano). 

      Il monofisismo, sostenuto dall'imperatore Anastasio I (r. 491 - 518), è in contrasto con il disofisismo (o duofisitismo) che sostiene che Cristo mantenne due nature, una divina e una umana, dopo l'incarnazione.

      Matrona inoltre si nascose nel monastero maschile di San Bassione come un eunuco di nome Babilos, sempre per sfuggire alla violenza del consorte. Una volta scoperta, fu mandata in monastero femminile, di cui in poco tempo divenne badessa.
      Sembra che il marito la raggiunse anche lì per cui dovette scappare (anche se Badessa?!!!) e si rifugiò in un tempio abbandonato, ma qui compì miracoli di guarigione forse perchè il marito era morto, altrimenti non avrebbe potuto.

      Matrona divenne famosa per il suo miracoloso dono di guarigione e continuò il suo percorso andando a fondare un convento a Costantinopoli. Morì all'età di 100 anni. La sua vita fu raccontata attraverso una vita il cui autore e il periodo esatto rimangono un mistero.




      GLI SCAVI

      Sia il teatro che lo stadio sono romani e risalgono al II secolo d.c. Perge ospita anche un imponente cimitero di circa 200 tombe in pietra e una fontana a tutt'oggi ancora funzionante.

      La maggior parte della città non è stata tuttavia ancora scavata, anche se gli scavi archeologici hanno continuato per gli ultimi tre anni nella zona e hanno rivelato 13 sculture rare, tra cui l'imperatore romano Caracalla, un certo numero di divinità greche e varie Dee.

      Una di loro è la Dea della luna Selene, una scultura a cavallo e la Dea della fortuna Tykhe, (Dea Fortuna per i romani), una persona importante e la Dea principale di Perge, Hebat. Dopo più di 30 anni, la testa di Telesforo, risalente al II secolo d.c., è stata finalmente ritrovata. 

      Per gli antichi greci, la scultura, che simboleggiava la guarigione dalla malattia, fu rinvenuta per la prima volta nel 1981 in una delle più antiche aree di scavo, l'antica città di Perge. Telesforos era il figlio di Asclepio, il Dio della medicina.

      La scultura, che è composta da un piede, due pezzi di un corpo (che simboleggia Asclepio) e un corpo di un bambino (che simboleggia Telesforos), è ora al Museo di Antalya.


      I MONUMENTI

      I più importanti erano:

      - Il tempio di Artemide,
      - Il teatro
      - lo stadio
      - le terme
      - le mura con i torrioni
      - la strada colonnata



      IL TEMPIO DI ARTEMIDE

      Perge divenne famosa per l'adorazione di Artemide, il cui tempio sorgeva su una collina fuori città, e in onore delle quali venivano celebrate le feste annuali. Le monete di Perge rappresentano sia la Dea
      che il suo tempio.

      Sfortunatamente, nonostante un'intensa ricerca, i ricercatori finora non sono riusciti a trovare tracce di questo edificio un tempo magnifico. Ma, diciamola tutta. Perge è stata scavata fino ad oggi si e no per il 30% della sua estensione.

      Questa profonda eredità greca della città fu come sempre perpetuata anche durante il dominio romano, con i celebri mosaici realizzati in quel periodo e che ritraggono personaggi della mitologia greca. L’immenso patrimonio musivo è accompagnato da numerose sculture, manufatti e un’importante necropoli posta nelle vicinanze dell’insediamento.

      IL TEATRO
      IL TEATRO

      II teatro era in origine un edificio di stile ellenistico con una orchestra a ferro di cavallo, ma in
      seguito il suo stile è stato modificato e abbellito secondo lo stile romano nel II secolo d.c.. Aveva una notevole capacita, di ben 14.000 posti a sedere.

      Alla base dell 'edificio, correndo attorno alla zona del palcoscemco, c'erano molte decorazioni che mostravano scene della vita di Dioniso o del dio-fiume, Cestrus. Con la facciata esterna del palcoscenico si trovava un ninfeo alto 12 metri che probabilmente si combinava con il teatro.

      LO STADIO
      LO STADIO

      Lo Stadio tu costruito nel II' secolo d.c.., ed è uno dei meglio conservati di tutta Anatolia. Altri
      stadi ben conservati si trovano in Atrodisia e Laodicea. Le 30 volte a botte poste
      diagonalmente sotto le file di posti sono state utilizzati in parte per accesso e, in parte, come
      negozi, le famose "tabernae".

      Lo stadio prevedeva una capienza di circa 12.000 spettatori seduti ed era destinato soprattutto alle corse dei cavalli, con le bighe e le quadrighe, ma pure con i soli cavalli privi di auriga. All'epoca non si correva a dorso di cavallo se non in battaglia.

      LE TERME

      LE TERME

      II complesso termale, che si trova ad ovest del cortile davanti alla porta
      ellenistica, era preceduto da un propylon. La tipica successione di tre camere è ancora
      riscontrabile: trigidarium, tepidarium e calidarium. I loro bacini, pavimenti e pareti erano ricoperti di marmo. 

      Le statue che decoravano le sale sono ora esposte nel museo archeologico di Antalya. Perge non aveva delle cave di marmo, quindi tutto il marmo stato portato via mare, soprattutto dall'isola e dal Mar di Marmara. Sulla pietra che lastrica la strada sono ancora visibili le tracce delle ruote dei carri.



      LE CANALETTE D'ACQUA

      Una insolita caratteristica di questa città è il canale di acqua che giaceva a lato della strada. Si dice che non avesse una funzione drenante e tanto meno fosse utilizzato per bere, ma che probabilmente forniva una funzione rinfrescante l'atmosfera durante le estati calde, dando anche un tocco di luce grazie ai rilessi della luce solare sulla sua acqua in movimento. 

      Che l'acqua non fosse da bere non c'è da specificarlo, visto che scorreva per terra, ma che le canalette fossero create per rinfrescare l'aria ci lascia un po' perplessi, sia perchè rinfrescherebbe molto di più una larga fontana, sia perchè le strade romane avevano queste canalette con cui si bagnavano le strade spazzando la polvere e la sporcizia nelle canalette che le portavano fino alle fogne.



      VIA VEIENTANA

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      PARTI DELLA VIA VEIENTANA
      La via Veientana (o Vejentana) era una strada etrusca che dall'antica città di Veio conduceva al fiume Tevere, all'altezza dell'attuale Ponte Milvio, seguendo i percorsi della via Cassia, della via Clodia e della Via Flaminia.

      Nel 1692 papa Alessandro VII (Fabio Chigi) volle il catasto dell'Agro Romano che venne affidato al perito agrario di Urbino Giovanni Battista Cingolani, il quale realizzò un pregevole rilievo, dato alla stampa per la prima volta nello stesso anno, in cui comparve l'intero percorso della Veientana. Nel 1704 Padre Ridolfino Venuti pubblicò la carta a cui aggiunse il catalogo alfabetico delle tenute col nome dei possessori e l'area di ciascuna.
      Sulla via Veientana-Cassia antica, che è il primo tratto della via dal Ponte Milvio in poi, questa segue il tracciato della collina passando attraverso il fosso detto dell'Acqua Traversa, citato dal Nibby in relazione al ponte sulla Cassia, nelle vicinanze del quale avrebbe sostato Annibale con le sue truppe, prima di saccheggiare il ricchissimo tempio di Lucus Feroniae.

      Nella tenuta dell'Acquatraversa, di proprietà della famiglia Borghese, nel periodo compreso tra il pontificato di Papa Paolo V e quello di Papa Clemente X, (1605 - 1676) furono condotte diverse ricerche archeologiche che portarono alla scoperta di diversi reperti, tra cui: un busto di Lucio Vero, una Venere, resti di due statue colossali (Marco Aurelio e Lucio Vero), alcune colonne di alabastro, e parte di una condotta in piombo.

      La Veientana proseguiva poi fino al Fosso del Fontaniletto proseguendo fino all'affluente del Tevere, il Cremera, luogo della omonima battaglia fra romani e veienti del 477 a.c., quando venne quasi totalmente distrutta la romana gens Fabia.

      GROTTA DI GROTTAROSSA
      Nel "Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae" del 1723 venne citata una «prisca via cognomento Vejentana à Cassia deductar, ut signatur in Tabula Peutingeriana» e nella mappa seicentesca è in effetti ben visibile il tracciato della Veientana.

      Essa compare come un diverticolo della Cassia che passa sopra il Fosso del Fontaniletto, dividendosi all'altezza della moderna Via di Grottarossa, la "Viatrium ad Flaminiam" (Trivio alla Flaminia), che collega ala Cassia e la Veientana con la Flaminia
      Il percorso del Viatrium è riscontrabile nel tratto della via Grottarossa moderna che scende la collina verso la Flaminia, costeggiando le antiche grotte del neolitico, passando attraverso la zona di Rubrae, da cui la moderna Saxa Rubra, nome corrotto poi in Lubrae, oggi Labaro, erroneamente attribuito nel nome al labaro sognato da Costantino nell'accampamento da cui sarebbe partita la battaglia di Ponte Milvio.

      L'archeologo Sir William Gell, nello scritto "Avanzi di Veji", ne descrisse il percorso di 12 miglia romane che separavano Roma da Veio: «dobbiamo ora seguirla giù pel ciglione fino all'unione con il ruscello chiamato Fosso dei Fossi con il Cremera o Formello, dopo che le acque riunite prendono il nome di Valca o Varca, e sono ancora visibili i vestigi della via Vejentana»
      (Sir William Gell, 1832)
      PARCO DI VEIO
      Partendo da Ponte Milvio, collocato sul lato sinistro, si ergeva la villa dell'Imperatore Lucio Vero sulla via Veientana già trasformata in via Cassia). La via Veientana si staccava dalla Cassia all'altezza del V miglio, in zona Tomba di Nerone. Oggi l'urbanizzazione della zona ha fatto scomparire l'originale percorso della strada etrusca.

      Come scrisse William Gell: «dalle tracce della strada che ogni nuovo anno tende a cancellare, sembra che la via Vejentana si diramasse dalla Cassia presso il sepolcro detto volgarmente di Nerone, non lungi dal quinto miglio moderno».
      In prossimità di Veio, vennero impiantate nel I secolo due mansiones, stazioni di posta, una al IX miglio (ad nonas, all’incrocio tra Cassia e Clodia, e non lontano dalla confluenza con la Trionfale) e una al XXI (baccanae, all’incrocio con la Via Amerina), e lo sfruttamento di queste due strutture per i primi secoli dell’impero testimoniano il movimento e la vita di queste terre. 
      A partire dal IV secolo accanto ad esse sorsero delle strutture funerarie cristiane (Baccano anche una Basilica Martiriale dedicata al Vescovo Alessandro). La mansio di Baccano venne poi trascurata in favore del nascente Burgus Baccani (noto solamente da fonti del XI secolo) e mai analizzato archeologicamente.

      VIA VEIENTANA


      LE NECROPOLI

      Lungo la Veientana sono state rinvenute anche una necropoli etrusca chiamata Volusia (dal nome della strada ove è situata) e delle tombe etrusche tra via di Quarto Annunziata e la zona di Labaro, che presuppongono una via di congiunzione, la "Viatrium ad Flaminiam". Secondo alcuni studiosi invece la via proseguirebbe verso nord passando per il paese di Isola Farnese e quello di Formello fino a raggiungere i resti di Veio.Nel IV secolo la comunità cristiana veientana si dotò di nuove sepolture attraverso la Catacomba di
      Monte Stallone, il che portava più presenze sia sulla via Ceientana che nelle due mansiones.



      I MONUMENTI

      Sulla via Veientana sono emerse alcune ville romane distribuite nell'Agro Veientano, oggi chiamato Parco di Veio, come Villa di Campetti e Villa di Ospedaletto Annunziata e inoltre il Sepolcro dei Veienti struttura funeraria del periodo del primo impero che domina la via nei pressi del Parco Papacci a Grottarossa, nonché la Villa di Grottarossa che già si affaccia sulla via Flaminia



      LE IPOTESI

      William Gell ha ipotizzato che la Via Veientana superasse la città di Veio per concludersi nella vicina lucumonia etrusca di Sutri: «alla porta di Sutri, o Galeria, rimaneva pochi anni sono il pavimento della strada, che era la continuazione della Via Vejentana», ma è tutta da provare.
      (William Gell, 1832)

      Alcuni studiosi degli anni '90 hanno ritenuto la Veientana un nome alternativo della via Amerina ed altri come un tratto del tracciato della via Flaminia.



      LA VIA VEIENTANA ESISTE

      In occasione della manutenzione del Grande Raccordo Anulare, all'altezza del torrente Crescenza, già sin dal 1962 furono scoperti un mausoleo e un tratto del basolato romano dell'antica via Veientana. Nel 2008, con la costruzione di un pilastro del viadotto del GRA sul torrente della Crescenza ci sono stati ulteriori ritrovamenti archeologici tra cui una Mansio romana con un pavimento a mosaico in bianco e nero con motivi marini e un nuovo pezzo della via, che dopo il '62 era stata lasciata all'incuria lasciandola coprire dalla vegetazione. La scoperta ha confermato definitivamente l'esistenza della Veientana, contraddicendo gli studiosi che ne hanno negato l'esistenza..

      Con la scomparsa dell'antica strada etrusco-romana, oggi il toponimo di Vejentana viene usato per indicare la SS 2 bis, strada a percorrenza veloce che porta dal GRA fino alla città di Viterbo.

      BUSTUM AUGUSTI - USTRINUM DOMUS AUGUSTAE

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      LA CREMAZIONE DI AUGUSTO
      "L'ustrinum, o crematorio, appartenente al mausoleo di Augusto nel campus Marzio, chiamato Bustum Augusti o Ustrinum Domus Augustae, o Ustrinum della Casa di Augusto, è descritto da Strabone (V.3.9, p.236) come un recinto di travertino con una griglia metallica, presumibilmente in cima al muro, e piantato all'interno con pioppi neri."
      (Topographical Dictionary of Ancient Rome di Platner e Ashby)

      LA FRECCIA ROSSA INDICA LA POSIZIONE DELL'USTRINUM

      IL RITO DELLA CREMAZIONE

      Il rito della cremazione (crematio) si svolgeva così. Gettati fiori o corone sulla catasta lignea (rogus), le si dava fuoco fra nenie di lamento e si versavano sulle fiamme vino o profumi. Spente le brace, si raccoglievano fra le ceneri le ossa combuste del morto; che talvolta si aspergevano con vino o con miele. 

      Accuratamente asciugate, si racchiudevano nell'olla o nell'urna, che veniva deposta nel sepolcro con alcuni vasetti di olio o di unguenti. Eccezionalmente si costruirono entro Roma, a parte l'Ustrinum imperiale presso il mausoleo di Augusto (Augusteum) nel Campo Marzio, il Bustum Adrianum e il grandioso Ustrinum Antoninorum, anch'esso nel Campo Marzio, identificato nel 1703 dall'architetto Francesco Bianchini, nei pressi della piazza di Montecitorio e precisamente dove sorgeva la chiesa e la casa dei Missionarii.

      Un altro ustrinum imperiale fu messo in luce, vicino al precedente, nel 1910 durante i lavori di fondazione del nuovo braccio del palazzo di Montecitorio, dove ora sorge l'aula parlamentare. Questi ustrina erano formati da un recinto quadrato a pilastri di travertino con inferriata, di circa m. 30 di lato (100 piedi romani). Seguiva un secondo recinto di 23 m. di lato; nel mezzo vi era una base quadrata di 13 m. di lato (cfr. Herodian, IV, 1). 



      L'USTRINO DI AUGUSTO

      Il sito della pira funeraria dell'imperatore Augusto, l'ustrino della casa di Augusto, era situato nel Campo Marzio, vicino al Mausoleo di Augusto, e il suo ustrinum era invece che quadrato, di forma circolare (Strab., V, 3, 8).

      Anche le colonne rostrate erette presso l'ustrino di Augusto, cosi come di quelle di Antonino Pio e di Marco Aurelio, significativamente vicine agli ustrini imperiali, hanno un significato funebre. II ruolo di elevare un uomo sopra gli altri, riconosciuto dagli autori antichi alle colonne onorarie, si adatta del resto perfettamente alla concezione imperiale della morte del principe come apoteosi, evocata nel noto rilievo della base della Colonna di Antonino Pio.


      I CIPPI

      Gli scavi del 1777 all'angolo tra il Corso e via degli Otto Cantonia portarono alla luce sei grandi cippi rettangolari di travertino, con iscrizioni di vari membri della domus Augusta, dei tre figli di Germanico, di sua figlia, di Tiberio figlio di Druso e di un certo Vespasiano (CIL VI.888-893) e di una bella urna di alabastro (HF 213).

      È molto probabile che questi cippi, o comunque i primi tre, che terminano tutti con la formula "hic crematus est", appartenessero all'ustrinum, e che questo giacesse sul lato est del mausoleo (HJ 620); mentre il quarto e il quinto, che portano la formula "hic situs (o sita) est", possano essere appartenuti al mausoleo. Hirschfeld, tuttavia, esclude questa possibilità, soprattutto per il materiale e la forma dei cippi (Berl. Sitz. Ber. 1886, 1155-1156 = Kleine Schriften, 458-459).

      Questi cippi avevano iscrizioni di vari membri della famiglia imperiale, i tre figli e una figlia di Germanico, Tiberio figlio di Druso, e un certo Vespasiano non meglio identificato. È molto probabile che questi cippi, o comunque i primi tre, che terminano tutti con la formula "hic crematus est", appartenessero all'ustrinum. Ciò collocherebbe l'ustrino sul lato est del mausoleo.

      Se questa ipotesi è realistica, il quarto e il quinto cippi, che portano la formula "hic situs (o sita) est", potrebbero essere appartenuti al mausoleo. L'archeologo tedesco Otto Hirschfeld, tuttavia, esclude questa possibilità, soprattutto a causa del materiale e della forma dei cippi.

      Il governo di Mussolini scelse l'area intorno al Mausoleo di Augusto come sede della ricostituita Ara Pacis. Diversi isolati della città furono quindi rielaborati per l'occasione, ed è per questo che la Piazza degli Otto Cantoni fu ribattezzata Piazza di Augusto Imperatore.

      Vedi anche: MAUSOLEO DI AUGUSTO


      BIBLIO

      - F. Carlos Noreña - Locating the "Ustrinum" of Augustus - Memoirs of the American Academy in Rome - Vol. 58 - University of Michigan Press -  2013 -
      - Sesto Aurelio Vittore - De Caesaribus -
      - Gaio Svetonio Tranquillo - Vite dei Cesari -
      - Santo Mazzarino - L'Impero romano - Roma-Bari - Laterza - 1973 -
      - Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -