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  • 05/29/17--05:57: DOMUS DI CALIGOLA
  • RICOSTRUZIONE DEL PALAZZO DI CALIGOLA

    DOMUS GAII

    Plinio fu il primo ad usare il termine Domus Gai per la reggia di Caligola, o Domus Caligolae, che non era però un palazzo ma un complesso di edifici posti a sud del tempio dei Castori e della fonte di Giuturna.

    In base alle fonti letterarie e agli scavi si può avere una buona ricostruzione del palazzo imperiale di Caligola che, situato nell’angolo nord-ovest del Palatino tra Tempio dei Dioscuri, Vicus Tuscus, Horrea Agrippiana e Domus Tiberiana, si innalzava su più piani.

    Il gusto sobrio di Augusto era ormai un ricordo e la reggia già raddoppiata da Tiberio fu successivamente ampliata da Caligola verso il Foro Romano, poi completato da Nerone ed infine restaurato da Domiziano.

    Era formato in gran parte dal palazzo che fece già costruire l’Imperatore Tiberio, con una facciata sul Foro ed una sul Velabro, a cui Caligola aggiunse alcune infrastrutture sul lato del Foro, che vennero chiamate ‘Palazzo di Caligola’.

    Il palazzo dell'imperatore Tiberio era stato il primo ad essere costruito sul Palatino, probabilmente sua casa natale, unendo già alcune dimore di età tardo-repubblicana. Questo complesso doveva svilupparsi su livelli differenti tra il percorso della via Nova a nord, il clivo Palatino e la Domus Flavia a est, la Casa di Livia e il santuario della Magna Mater a sud e il Clivo della Vittoria a ovest, fino a comprendere le sottostanti fabbriche tra le quali è la chiesa di S. Maria Antiqua per la quale era stata demolita una considerevole area.

    Purtroppo nulla infatti rimane dell’alzato dell’edificio, i cui piani erano forse collegati da gradini in legno oggi scomparsi.
    Forse il piano terra aveva funzione di servizio e magazzini, mentre al primo piano, nell’Hermaeum, stavano le stanze principali.

    Il palazzo comprendeva un atrium e una piscina, a cui era associata, si pensa, un triclinium posto a sud o ad est, in cui l’imperatore svolgeva tutte quelle attività legate alla sfera sociale.

    L’exhibitio e l’adoratio avevano luogo invece nel tempio trasformato in vestibulum.

    PALAZZO DI CALIGOLA (sinistra), TEMPIO DELLA VITTORIA (destra)

    LE FONTI

    Svetonio narra che Caligola estese parte del suo palazzo fino al Foro e trasformò il Tempio di Castore e Polluce nel suo vestibolo.

    Diodoro Cassio narra che Caligola tagliò il Tempio dei Castori tra le due statue e costruì l’entrata del suo palazzo.
    La costruzione di Caligola è ricordata, come detto, da Plinio come Domus Gai.

    Per Svetonio, l’edificio si affacciava sul Foro giusto nell’angolo nord-ovest del Palatino, per permettergli di seguire comodamente gli eventi da un triclinio, il che conferma la sua posizione all’angolo settentrionale e occidentale del Palatino.

    Svetonio e Cassio Dione affermano che Caligola usò il tempio come vestibulum del palazzo, aprendo un passaggio tra i simulacri degli Dei  e collocando se stesso come una divinità tra le statue dei Dioscuri.

    Il fatto che l’asse del tempio incroci il punto centrale dell’atrium potrebbe rispecchiare un progetto che prevedeva l’allineamento di tempio-atrium-tablinum, tenendo conto del percorso seguito da Caligola per recarsi dal tempio alla sua dimora.

    Tra il piano della cella e quello dell’atrium c’è un dislivello di 6 m. che permetteva all’imperatore di apparire improvvisamente a chi stava nell’atrium. Nulla rimane di questo collegamento, che si suppose in legno.

    Giuseppe Flavio poi, narrando della morte di Caligola, riferisce che era formato dall’unione di diversi edifici: la Domus Tiberiana, la Domus Gelotiana e l’Hermaeum, e in effetti nomina tre luoghi: un teatro provvisorio di legno, il palazzo stesso e l’area palatina.

    Il complesso era formato da una enorme sala, risalente a Domiziano, e da un immenso atrio che immetteva in un'altra grande sala.



    IL PONTE

    Procedendo verso est si trova una rampa che fa da raccordo tra il Foro Romano e il Palatino.

    Al di sotto dell’atrio è stato scoperto un ambiente più antico, con vasca rettangolare tipo impluvio, i cui bolli laterizi si riferiscono a Caligola (37- 41 a.c.).

    DOMUS TIBERIANA
    Secondo molti studiosi questo edificio sarebbe l’ampliamento del palazzo imperiale fatto da Caligola e tramandatoci da Svetonio e Cassio Dione.

    Il teatro, in cui dovevano svolgersi i giochi in onore di Augusto fondati da Livia, doveva essere vicino al palazzo per permettere a Caligola di ritirarsi durante le rappresentazioni usando una via che dopo l’aggressione si riempì di soldati in pochissimo tempo.

    Infatti, come è vero, i soldati, saliti di corsa al piano superiore, trovarono Claudio nascosto in un luogo che Svetonio chiama Hermaeum.

    Svetonio parla esplicitamente di un ponte costruito da Caligola per collegare il Palatino al Campidoglio, parallelo alla Basilica Giulia e il cui unico scopo era forse quello di avvicinare l’imperatore al Dio Giove.

    Notizia  confermata da Flavio Giuseppe il quale ricorda come Caligola una volta si fermò sul tetto della Basilica Giulia e gettò monete al popolo, quindi doveva esistere una struttura che consentisse di raggiungere il tetto, forse il ponte.

    Mancando le prove degli scavi, si è ipotizzato che un ponte di legno unisse il palazzo di Caligola con il Tempio dei Castori, cavalcando una strada che divideva il palazzo di Caligola dal Tempio, ma lo scavo ha dimostrato che questo ponte non è mai esistito e che invece di due ambienti esisteva una sola struttura.

    Gli scavi precedenti  avevano evidenziato l’orientamento obliquo delle fondazioni del Palazzo, ma lo scavo attuale dimostra che tale andamento prosegue fino ad incontrare il Tempio ed a circondarlo sul lato orientale.

    I resti delle reti fognarie, dello stesso periodo del palazzo di Caligola, confermano che il palazzo proseguiva fino al Tempio e che la strada, in quel periodo, non esisteva più.

    L'imperatore dunque aveva espropriato spazi pubblici e perfino strade, atteggiamento ben diverso da quello di Augusto che prestava grande attenzione agli allineamenti stradali a nord del suo foro e mai avrebbe espropriato spazio pubblico.

    Inoltre il palazzo di Caligola a ridosso ed intorno al Tempio dei Castori sottintendeva una stretta relazione con gli Dei a cui si percepiva affine.

    In effetti fra le sostruzioni del palazzo di Caligola se ne osservano due molto più grosse delle altre, che sembrano appartenere a un tempio che per alcuni è dei Castori, per altri è di Giove, per altri ancora è l'Ermeo Palatino.

    Dalla pianta Capitolina poi esso corrisponderebbe al tempio rotondo della Dea Vittoria, tempio già iniziato da Augusto che Caligola portò a termine, ma non solo, perchè, associato al palazzo, vi fece costruire un tempio dedicato a se stesso con la sua statua in oro che ogni giorno veniva addobbata con la stessa veste che indossava l'imperatore.

    Svetonio sostiene che il tempio si trovava nella domus tiberiana, ora parte della domus imperiale di Caligola.

    Si suppone che il palazzo di Caligola si estendesse nell'angolo nord del Palatino dove oggi è Santa Maria Antiqua.

    Ora secondo Diodoro Cassio, dopo la morte di Caligola, l’imperatore successivo, Claudio, restituì il tempio dei Castori agli Dei, evidentemente con lo smantellamento di quella parte del palazzo di Caligola che si accostava e circondava il Tempio.

    Le tracce di questa risistemazione sono evidenti nella prima trincea dove sono stati trovati i resti della ristrutturazione di una strada presso la parte orientale del Tempio.

    Dunque probabilmente il tempio esisteva ma gli interventi di Claudio, che desiderava cancellare le tracce di un così inviso predecessore, fece riportare tutto allo stato "quo ante".

    Secondo A.Carandini il palazzo si articolava in parti che traevano il nome dai membri della casa imperiale che li avevano edificati, tra cui la Domus Germanici che, situata sul Palatino sopra gli Horrea, sappiamo annessa alla casa di Tiberio-Caligola.



    DESCRIZIONE

    Un complesso di edifici, a sud del tempio dei Castori e della fonte di Giuturna, che raccordano il Foro Romano col Palatino, di epoca domizianea, comprendente la chiesa di S. Maria Antiqua, confina ad est con la Domus Tiberiana, a sud con gli Horrea Agrippiana, a ovest con il Vicus Tuscus e a nord con il tempio dei Castori.

    E' costituito da una grande sala di fine epoca domiziana e da un atrio quadrato, dal quale si accede a una sala, e al di sotto del quale c'è l'ambiente più antico, con vasca rettangolare e i bolli laterizi dell’epoca di Caligola (37- 41 a.c.).

    Questo è orientato, come un altro ambiente situato sotto la sala, secondo un asse est-ovest come i retrostanti Horrea Agrippiana.

    Questo edificio potrebbe essere l’ampliamento del palazzo imperiale fatto da Caligola e tramandatoci da Svetonio e Cassio Dione.

    Sappiamo da Giuseppe Flavio, che esso era formato dall’unione di diversi edifici. Ne facevano parte la Domus Gelotiana e l’Hermeo Palatino anche se il nucleo principale del palazzo era costituito dalla Domus Tiberiana.

    L'uccisione dell'imperatore narrata da Flavio Giuseppe menziona tre luoghi: un teatro mobile di legno, il palazzo stesso e l’area palatina.

    Il teatro, in cui dovevano svolgersi i giochi in onore di Augusto fondati da Livia, doveva essere vicino al palazzo per permettere a Caligola di ritirarsi durante le rappresentazioni usando una via di collegamento a lui riservata.

    Purtroppo è impossibile stabilire una completa mappa delle strutture in quanto nulla resta dell’alzato dell’edificio, i cui piani erano forse collegati da gradini in legno oggi scomparsi.



    GLI SCAVI del 900

    CALIGOLA
    Gli scavi condotti da Giacomo Boni nel 1900-1901 rivelarono strutture antecedenti l’età domizianea, tra cui una piscina rivestita di marmo sul cui fondo fu rinvenuta una lastra su cui era inscritto [ger]MANICI F

    Si pensò che la piscina fosse dell’età di Caligola, ma forse i materiali rinvenuti nella vasca erano derivavano da uno dei tanti saccheggi di età medioevale.

    Tra il 1983 e il 1988 ulteriori scavi che hanno portato alla luce delle strutture tardo repubblicane, quindi anteriori a Caligola, situate nell’area successivamente occupata dall’aula domizianea.

    In seguito alla loro distruzione, evento che interessò tutti gli edifici repubblicani situati nella zona, queste strutture furono coperte da un pavimento in opus spicatum forse di età augustea.



    IL GRANDE ATRIO

    Durante questi stessi scavi emerse un atrium tetrastilo rivolto verso il Vicus Tuscus e altri ambienti a sud e ad ovest.

    I muri delimitanti sui  quattro lati ci hanno rivelato il più grande atrium romano a noi noto, di ben  26,5 m x 22,3, con muri in blocchi di travertino e fondazione in opus caementicium.

    I muri sono di massicci blocchi di travertino con una fondazione in opus caementicium. Non vi sono tracce dell’impluvium ma doveva esserci dato alcune canalette che dalla zona delle colonne centrali si dirigevano verso una fogna secondaria.


    Nessuna delle quattro colonne sostenenti l’atrium si è conservata tranne parti dei quattro plinti formati da quattro blocchi di travertino incassati in una fondazione in opus caementicium.

    Se ne conserva solo un blocco del plinto dell’angolo sud-est e nell’angolo nord-est  se ne è dedotta la presenza per un un ribassamento della superficie.

    Non vi è traccia di una pavimentazione ma la sua originaria esistenza è confermata dal ritrovamento di strati di opus caementicium che hanno coperto superfici più antiche, quindi della preparazione per un pavimento di lastre marmoree.

    A sud un tablinum, con un muro che lo traversa presso l'apertura verso l’atrium, potrebbe essere un pavimento sopraelevato raggiungibile a mezzo scale.

    Ancora a sud dell’atrium è stato rinvenuto il muro settentrionale degli Horrea Agrippiana, e poichè la fondazione di questo muro è stata intaccata dalla parte dell’atrium per mettere in opera i blocchi del muro gaiano, si è potuta stabilire l’anteriorità degli Horrea rispetto all’atrium.
    Fu poi successivamente ricostruito col  rifacimento domizianeo.

    Ad est del muro orientale dell’atrium si trova una fondazione in opus caementicium, forse del perystilium che cingeva la piscina orientata, come l’atrio, in direzione est-ovest. Misura 25x8 m., è profonda 1,5 m.

    Sui lati lunghi si alternano nicchie semicircolari e rettangolari, mentre i lati brevi presentano dei gradini.

    Su tre lati, alla stessa distanza dal bordo della piscina, si trovano fondazioni in travertino per colonne e tratti di mura pertinenti al perystilium.

    L’area a nord dell’atrium, in gran parte distrutta dall’aula domizianea, è però parzialmente illustrata su un frammento della Forma Urbis, con una facciata porticata verso il tempio dei Castori e la fonte di Giuturna a nord, ma a sud i muri della facciata hanno il medesimo allineamento dell’atrium; pertanto l’area era triangolare.

    L’asse principale dell’atrium, est-ovest, suggerirebbe l’entrata al complesso dal Vicus Tuscus.



    LA CISTERNA

    Nell’angolo nord-ovest della collina le strutture domizianee hanno nascosto alcune sale appartenenti ad una grande cisterna a tre piani per rifornire la piscina.

    A nord un muro in opus caementicium largo 2,5 m. e alto 15 m., per contenere la pressione dell’acqua, continua a est nella facciata verso il Foro.

    Questo muro senza porte o finestre ha una fondazione inferiore alta 2,80 m. fatta con materiale scadente e malta friabile; una fondazione superiore alta 2,60 m. a blocchi irregolari di tufo; poi sopra ancora un muro in mattoni.

    A sud, il tufo della collina forma il piano inferiore e i muri della Domus Tiberiana quello superiore.
    I due piani inferiori avevano un corridoio con volta a botte su cui si aprivano, da ambo i lati, tre stanze a volta.

    Il piano superiore invece doveva essere costituito da una enorme vasca a cielo aperto. Sulle volte, in pietra pomice, tufo e calcestruzzo, si conservavo i segni delle centine.
    L’acqua doveva scendere attraverso aperture rettangolari nelle volte, passando da una stanza all’altra per piccole porte. Successivamente  oltre alla piscina, furono aggiunti dei muri a sud dell’atrium e nella zona del tablinum.

    L’unico reperto d'epoca è un gruppo di ceramiche rinvenuto in uno strato originario dell’atrium.

    Anche se la maggior parte di questi reperti è di età augustea, vi è un frammento di lucerna con voluta disegnata sulla spalla,  e un frammento di lucerna con semivoluta che consentirebbero di attribuire il deposito al periodo di Caligola.

    Successivamente la Domus Gai subì delle modifiche: oltre alla piscina, la cui cronologia è ancora incerta, furono aggiunti dei muri a sud dell’atrium e nella zona del tablinum.

    Della parte decorativa rimane un tratto dell’elegante balcone romano ad archi ribassati, su mensole di travertino, a cui  in seguito venne addossato un edificio da Traiano. Se ne deduce che il complesso domizianeo e l’aggiunta traianea testimoniano una continuità di funzione di questo complesso di edifici.

    E’ probabile che Domiziano abbia adattato e in parte ricostruito il palazzo di Caligola secondo lo stile dell’epoca e secondo un diverso orientamento, per adeguare l’edificio al nuovo fronte del Palatino.

    In seguito ad esso venne addossato il nuovo edificio di Traiano, testimoniando la continuità dell'uso del complesso di edifici.



    SANTA MARIA ANTIQUA

    Nel VI d.c. la zona situata a sud della piscina diventò purtroppo la chiesa di S.Maria Antiqua con relative demolizioni e saccheggi.

    Comunque S. Maria Antiqua, in qualità di chiesa cristiana, venne abbastanza conservata nell’enorme aula monumentale scoperta (forse perchè se ne arrestò il completamento) con pareti decorate da nicchie rettangolari e semicircolari (presumibilmente un grandioso vestibolo o una sala di ricevimento che fungeva da entrata ai palazzi imperiali), cui si affiancano, sul lato est, due grandi ambienti quadrangolari contigui e comunicanti tra loro.

    Infatti nel 552 i Bizantini, conquistata Roma, ripristinarono, oltre a mura e acquedotti, anche i vecchi palazzi imperiali e usarono un'aula rettangolare e l'antistante quadriportico per fondare una sorta di "cappella palatina" dedicata alla Madonna.

    L'ambiente settentrionale con pareti articolate da nicchie era il probabile atrio, quello meridionale, accessibile anche dalla grande aula tramite un ambiente di disimpegno, costituito da un peristilio sul cui lato sud si aprono tre stanze accostate doveva costituire, sempre al tempo di Caligola, il luogo di udienza e forse di soggiorno tricliniare.

    La costruzione di una chiesa nel Palatino "esorcizzava" il paganesimo: una leggenda infatti narrava che in quel luogo papa Silvestro I avesse ucciso un "dragone", allusione al culto di Vesta, effigiata con un "dragone", cioè col serpente, nell'attiguo tempio a lei dedicato.

    Nel cortile quadrato che fungeva da vestibolo si trovano i resti di un impluvium risalente all'epoca di Caligola e lungo le pareti nicchie, forse per statue di imperatori. A sinistra della chiesa una rampa sale al Palatino.



    SCAVI 2008

    La Repubblica (Online Edition) 05.01.2008
    Nel criptoportico del Palatino

    Del togato, che giace ancora accanto al cumulo di terra che l'ha sepolto, si spera di ritrovare almeno la testa. 
    Mentre è certo che proprio tra uno di questi criptoportici scavati nelle viscere del Palatino trovò la morte per mano dei suoi pretoriano Caligola il 14 gennaio del 41 d.c.
    Bellezza e ferocia, storia e archeologia, architettura e natura, si sovrappongono nel cuore della Città eterna. 

    IL PASSAGGIO AL PALATINO
    Ci siamo calati nel buco nel terreno che scende a nove metri sotto gli "Horti" che i Farnese nel XVI secolo fecero costruire spianando le rovine della dimora di Tiberio e riempiendo di terra i criptoportici che collegavano le case di d'Augusto con il Foro romano: i passaggi segreti - architetture tanto semplici quanto utili, imponenti, spartane - del palazzo degli imperatori."

    All’inizio del regno di Caligola, il Palatino aveva un aspetto ibrido. Da una parte le case della famiglia del Princeps,che non costituivano un corpo organico, essendo separate ancora da strade.

    Dall’altra, quelle dei privati cittadini. Caligola realizza pienamente il progetto augusteo, con una serie di espropri e di riorganizzazione dello spazio architettonico, trasformando lo spazio in un complesso unitario, la Domus Gaii, centrato su un enorme peristilio e sostituendo ai vicus dei criptoportici e lo amplia ideologicamente.

    Con un ponte in legno, che usava come pilone centrale il templum novum Divi Augusti, per sottolineare la sua continuità con l’antenato, collega la sua domus al tempio di Giove Capitolino: il princeps ha la sua legittimità grazie al rapporto diretto con il divino, rafforzato con la trasformazione del culto della Magna Mater sul Palatino da pubblico a privato e dinastico, con l’inclusione del suo tempio nella Domus Gaii

    Inoltre, come racconta il buon Svetonio e conferma l’archeologia, prolungò una parte del palazzo fino al Foro e trasformò il tempio di Castore e Polluce bel suo vestibolo, sedendosi spesso tra i due fratelli divini, in modo da offrirsi all’adorazione dei passanti.



    Il Princeps, assieme ai Dioscuri, si arroga il potere di dominare il vento e il mare, altro tema della propaganda di Caligola.

    Il secondo intervento, sempre nell’ottica del Princeps signore degli elementi e dominatore della Morte, ipostasi di Osiride, è quello della villa cesariana di Nemi, adiacente alla lucus nemorensis.

    Oltre a equipaarare Diana a Iside, Caligola, con i ninfei e della ritualità arcaica, riprende un tema tipico della mitologia latina: la lotta tra l’eroe civilizzatore (Pico, Romolo, Caligola stesso) contro l’araldo del caos primigenio (Fauno, Remo, il rex nemorensis)

    Il terzo intervento fu il cosiddetto Gai et Neronis, costruito da Caligola in una parte dei giardini della villa materna, gli horti Agrippinae, dove adesso sorge San Pietro

    Circo che ha anche un valore simbolico, richiamando con le corse dei carri, il percorso del sole nel cielo e che Caligola, per riaffermare il suo ruolo cosmologico, dedicò a Cibele.



    E' certo che proprio tra uno di questi criptoportici scavati nelle viscere del Palatino trovò la morte per mano dei suoi pretoriano Caligola il 14 gennaio del 41 d.c. 

    Bellezza e ferocia, storia e archeologia, architettura e natura, si sovrappongono nel cuore della Città eterna. 

    Ci siamo calati nel buco nel terreno che scende a nove metri sotto gli "Horti" che i Farnese nel XVI secolo fecero costruire spianando le rovine della dimora di Tiberio e riempiendo di terra i criptoportici che collegavano le case di d'Augusto con il Foro romano: i passaggi segreti - architetture tanto semplici quanto utili, imponenti, spartane - del palazzo degli imperatori.

    Il soprintendente Angelo Bottini scende per la prima volta a vedere lo scavo che, iniziato a settembre e diretto dall'archeologa Maria Antonietta Tomei, sta rapidamente liberando dalle tonnellate di terra il tunnel che corre parallelo al criptoportico di Nerone. 

    Ma svuotati dai detriti sono anche i passaggi laterali che, di volta in volta, gli operai dell'azienda "Consorzio Italia" trovano scendendo fino al pavimento, a cinque metri dalla chiave di volta. 

    E in uno di questi anfratti - tra le volte che minacciano di crollare sotto la spinta delle radici degli alberi, giunte a scardinare fin quaggiù mattoni e malta - la terra usata come riempitivo ha restituito la statua acefala di un membro dell'élite imperale che volle farsi rappresentare bello come un dio greco. 

    E la cui foto il 10 dicembre è stata mostrata durante la conferenza stampa per la riapertura (il 2 marzo prossimo) della Domus d'Augusto.

    Bottini si piega per analizzare la statua. "Guardi soprintendente, ci sono ampie tracce di rosso sul appanneggio" sottolinea la Tomei liberando il vestito dalla polvere. "Già, anche la scultura nell'arte romana risplendeva di "rosso pompeiano".
     

    Accanto al corpo, gli archeologi i primi di dicembre hanno trovato anche tre ali di marmo, "la suggestione è che appartengano alle Nike che fungevano da acroteri sul tempio della Vittoria". 

    Verrebbe voglia di togliere la terra oltre il collo mozzo del togato, e cercare le altri parti di queste o di altre meravigliose statue. 

    "Non si può "sgrottare", rischiamo di fare la fine dei topi", avverte la Tomei: "Lo scavo deve essere stratigrafico, partire dall'alto".

    E si sporge nel buio della caverna creata dal crollo del criptoportico "che la mancanza di tegole bipedali ci permette di datare a una fase pre neroniana, forse all'età augustea o al tempo di Caligola", precisa l'archeologa della soprintendenza.

    "Questo scavo dimostra che la casa di Augusto era molto più estesa di quanto immaginiamo. E mettere in sicurezza dai crolli immanenti la domus del suo successore Tiberio, significa salvare tutto il Palatino, che è un luogo ancora tutto da scoprire".

    Il colle cede e i percorsi sotterranei rischiano di franare l'uno nell'altro. Per questo, con la consulenza dell'ingegner Giorgio Croci, si stanno facendo lavori di scavo e di consolidamento. 

    Un primo intervento l'ha realizzato il vecchio Dionisio. L'operaio sorride soddisfatto e mostra il muro di mattoni che ha tamponato il crollo di una volta. "L'ho fatto come lo facevano gli antichi romani, dottò. Reggerà".
    (fonte: http://storiaromana.blogspot.it/2008/01/il-tunnel-segreto-di-augusto-con-gli.html )



    DOMUS TRANSITORIA

    Si pensa che Nerone si ispirò  per la Domus Transitoria alla Domus Gaii anche nella decorazione della sua Domus. 

    Degli ambienti disposti attorno ad un grande peristilio oggi non resta più nulla, mentre rimangono 18 ambienti costituiti da stanze rettangolari coperte a volta e costruite interamente in laterizio: risalgono all'epoca di Nerone, probabilmente ricostruite dopo l'incendio del 64.

    Il lato orientale della "Domus"è caratterizzato da un criptoportico, lungo circa 130 metri, anch'esso attribuito all'età neroniana: il corridoio, con finestrelle a bocca di lupo disposte su un lato della volta, conserva ancora resti degli intonaci parietali a motivi geometrici, stucchi della volta con amorini tra motivi vegetali e pavimenti a mosaico.

    Probabilmente però la parte più caratteristica della "Domus", ed anche la più ampia dell'intero complesso ancora visibile, è costituita dal lato settentrionale, quella rivolta verso il Foro Romano.

    DOMUS TIBERIANA VERSO IL FORO


    IL SEGUITO 
    Questi ambienti, di una superficie di circa m 150 x 120, si svolgono in salita lungo il "Clivus Victoriae" e vi si possono distinguere due fasi: alla prima, risalente al periodo di Domiziano e costituita da una serie di ambienti chiusi in facciata da un loggiato su mensole di travertino e delimitato da transenne di marmo, si appoggiarono le successive strutture databili all'età adrianea, che scavalcano la via con grandi arcate.
    Graffiti incisi sull'intonaco di questi ambienti, con liste di conti e nomi di monete, fanno ipotizzare che essi furono anche utilizzati dal fisco imperiale, forse per la diffusione delle nuove monete; nella fase più tarda gli ambienti vennero adoperati come magazzini.

    L'edificio, in seguito sede preferita degli imperatori Antonini, ospitò anche una biblioteca e l'archivio imperiale, che bruciarono durante il regno dell'imperatore Comodo (176-192 d.c).
    Nell'VIII secolo d.c. la "Domus Tiberiana" venne utilizzata anche come residenza da papa Giovanni VII.
    Dalla fine del secolo X seguì le sorti del resto della domus, con l'abbandono prima e le spoliazioni poi, avvenute principalmente verso la metà del Cinquecento, con il riuso dei materiali per la costruzione di chiese, palazzi o torri.

    Nel XVI secolo quello che rimaneva del Palazzo imperiale venne fatto a pezzi e sepolto sotto gli Orti Farnesiani, per quella fanatica volontà di cancellare ogni traccia del passato pagano, pur ispirandosene quasi involontariamente.

    Nel 1542 infatti il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, acquistò le rovine della "domus", le riempì di terra ed incaricò il Vignola di disegnargli un giardino: nacquero così i famosi "Horti Palatini Farnesiorum".

    L'architetto allestì il giardino su tre terrazze, in pratica all'uso romano, con viali, fontane, rampe e scalinate, fino a giungere alle caratteristiche "Uccelliere gemelle" unite al centro dalla loggia.

    Proprio a causa degli Orti Farnesiani furono obliate queste splendide dimore quasi completamente ricoperte dai giardini e quindi inaccessibili. i primi scavi sistematici furono effettuati nel Settecento dal Bianchini, mentre al periodo tra il 1861 e il 1870 risalgono le indagini del Rosa; tra il 1882 e il 1886 vennero scavati i versanti nord e ovest del colle. Per lungo tempo considerati dagli studiosi come edifici pertinenti all’imperatore Tiberio, i pur numerosi avanzi murari in esame vengono oggi interpretati come relativi a un insieme edilizio appartenente a varie epoche, con progetti sempre nuovi e genialmente integrativi del vecchio.
    Il declino dei giardini iniziò con i nuovi proprietari, i Borbone, che vollero trasportare a Napoli statue e marmi a causa del rinnovato interesse artistico e storico per le opere classiche, smantellando le strutture rinascimentali.

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  • 05/30/17--05:46: CULTO DI SELENE

  • SELENE GRECA

    INNO OMERICO

    Da lei, dal suo immortale capo, un diffuso chiarore
    si spande sulla Terra e una sovrumana bellezza appare
    sotto la sua luce: l'aria buia si fa luminosa
    di fronte alla sua corona dorata, e i raggi splendono
    quando dall'Oceano, lavate le belle membra,
    indossata la veste lucente, la divina Selene,
    aggiogati i bianchi puledri dal collo robusto,
    lancia in avanti il cocchio splendente
    e appare, dopo il tramonto, al culmine del mese.

    Selene, da Sèlas: “splendore”, Dea notturna del firmamento che guida un carro lunare trainato dai candidi buoi, dono di Pan per farsi perdonare l'inganno grazie a cui l'aveva sedotta: "nascosto il pelo irsuto e nerastro sotto il vello di una bianca pecora, aveva potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente" (Kâroly Kerênyi).

    Forse il mito rimanda a un antico rito orgiastico, in cui al chiarore della luna del Calendimaggio, la regina della festa cavalcava in piedi un maschio umano prima di congiungersi con lui in un sacro amplesso. Ma la cosa ci sembra strana, le donne non hanno mai umiliato i maschi, semmai è avvenuto il contrario.

    Secondo un'altra versione il Dio Pan, brutto e oscuro, era innamorato della Dea bella e luminosa, ma Selene amava l'oscurità ricevendone l'abbraccio ogni notte.


    LE ORIGINI

    La Dea era figlia della titanessa della luce, Teia (detta anche Tia o Tea o Theia o Euryphaessa) "colei che splende fin lontano” e dal fratello Iperione, il cielo diurno e luminoso.

    Essi dettero la luce a tre figli: Elios, che guidava il carro del Sole, Selene, che guidava il carro della Luna, ed Eos, la luce dell'Aurora, equivalente a Leucotea, la Dea Bianca.




    GLI ATTRIBUTI

    La Dea veniva raffigurata come una bella donna con il viso pallido, con lunghe vesti fluenti e candide oppure argentate, con un quarto di luna crescente sulla testa ed in mano una torcia.

    Oppure aveva sul capo, oltre al crescente lunare, due teste di ariete, simboleggianti la primavera, a quei tempi inizio e fine dell'anno.

    Talvolta era avvolta nel mantello della notte, mantello oscuro ornato però da fiori o da stelle.

    Selene era dunque la regina della notte, collegata alla natura ed al culto dei morti, nonchè Dea della fecondità. Questo ci fa capire che anticamente fosse una Grande Madre, Dea triforme e trina, Dea della nascita, della crescita e della morte.
    Essa venne adorata soprattutto in Grecia, spesso confusa con Artemide, ma mentre Selene avrebbe rappresentato la luna piena, Selene sarebbe stato il crescente lunare.

    La sua iconografia però rappresenta Selene col crescente lunare sul venerabile capo, per cui la cosa è discutibile. Gli egizi invece la identificarono con Iside. 

    I romani la identificavano a Roma con la Dea della caccia Diana, ma soprattutto nel sud, cioè nella Magnagrecia conservò in parte il suo culto, legato soprattutto alle donne.
    Selene è la personificazione della luna piena, insieme ad Artemide, la luna nuova, alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate, la luna calante.



    IL MITO GRECO

    Secondo il mito, ogni sera Elios adagiava la sua aurea quadriga sull'Oceano, dove sorgeva Selene, con la quale giaceva nella notte. Poi si salutavano e, mentre il dio solare dormiva nella coppa forgiata da Efesto aspettando l'arrivo della sorella Eos, Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle nove sacerdotesse che badavano al suo argenteo cocchio. 


    Per venticinque giorni i due fratelli amanti s'incontravano, ma gli altri cinque Selene, all'insaputa di Elios, si recava dietro la catena montuosa del Latmo, in Asia Minore, per dedicarsi all'amato Endimione, un giovane e bellissimo pastore col quale giaceva per tre giorni, quelli del novilunio quando la Luna sparisce dal cielo. Il nome Endimione significa "colui che dimora dentro" cioè nella grotta, dove la Dea lo vide per la prima volta, innamorandosene perdutamente. 

    Poi Selene baciò Endimione sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più, suggellando un sonno eterno. 
    Alcuni invece parlano di un dono di Ipnos, il Dio alato del sonno che, innamoratosi di questo bellissimo giovane, che gli avrebbe consentito di vivere per sempre dormendo a occhi aperti.
    Altri ancora sostengono fosse un dono di Zeus su espressa richiesta di Endimione di cui Zeus era il padre. 
    C'è chi pure chi sostiene che si trattasse di una punizione voluta dallo stesso Zeus, per aver Endimione mancato di rispetto a Era, regina degli dei.
    C'è invece chi pensa che temesse di essere lasciata e chi sostiene che selene avesse chiuso i suoi occhi per essere libera di scorazzare.

    Propendiamo per quest'ultima poichè Selene ebbe diversi amori oltre ad Endimione, ovvero Zeus da cui ebbe due figli e Pan il Dio caprone ma abile nel suono col flauto, Pan però non potè mai vederlo, avvolto com'era dalle tenebre. 

    Ebbe anche un'avventura con il fratello Sole quando esso tramontava e lei sorgeva, ma nessuna relazione seria.

    SELENE ROMANA


    IL MITO ROMANO

    Secondo il mito romano, invece, Selene vide in una grotta un giovane addormentato, appunto Endimione, e se ne innamorò perdutamente. 

    Da questo grande amore vennero alla luce ben cinquanta figli; ma Selene non sopportava l'idea che un giorno il suo amante potesse morire, e lo fece sprofondare in un sonno eterno per poi andare a trovarlo ogni notte.

    Endimione dormiva con gli occhi aperti, per poter vedere l'apparizione della sua donna.

    Altre versioni meno romantiche della storia sostengono che Endimione avesse chiesto a Zeus di dormire per non perdere la sua giovanile bellezza, o addirittura per evitare che Selene rischiasse un'ulteriore gravidanza.

    Selene, per il suo aspetto mutevole, venne stata associata a tre distinte divinità, legate ciascuna a tre diverse "manifestazioni": la Luna piena, la Luna nuova e la Luna crescente.

    Metafora di vita, di morte e di rinascita, ovvero del ciclo della vita. 

    Così il simbolismo lunare ha potuto coinvolgere fenomeni basilari della vita, come la nascita, la morte, la fecondità, la femminilità, il divenire, l'immortalità.


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  • 05/31/17--05:59: PLANCIA MAGNA
  • PLANCIA MAGNA

    Nome: Plancia Magna
    Nascita: Inizi II sec. d.c.
    Morte: -


    LE ORIGINI

    Plancia Magna fu un membro della "familia" dei Plancii, (ovviamente la familia di suo marito) una gens che era emigrata dal Lazio, nel suolo italico, durante la tarda repubblica acquisendo un prestigioso rango senatoriale a Perge, nell'odierna Turchia. 


    Ella era nata e cresciuta a Perge, un tempo chiamata Perga, la capitale della provincia romana della Panfilia. corrispondente all'attuale provincia di Antalia sulla costa mediterranea sud-occidentale della Turchia.

    Oggi vi si trova un grande sito di antiche rovine a 15 km a est di Antalia lungo la pianura costiera.

    Magna insieme a suo fratello e cugini materni sono stati gli ultimi discendenti noti della dinastia erodiana.

    Infatti i suoi antenati materni furono il re Archelao di Cappadocia, il re della Giudea Erode il Grande e sua moglie Marianna. 

    I suoi nonni materni furono il re Tigrane VI di Armenia e sua moglie Opgalli. 
    Suo zio materno fu il principe Gaio Giulio Alessandro. 
    Suo padre fu Marcus Plancius Varus, senatore romano, proconsole e governatore della Bitinia, una provincia dell'Asia Minore nella zona di nord-ovest, durante il regno di Vespasiano.

    Sua madre fu principessa Erodiana Julia, che era stata una sacerdotessa e aveva servito nell'antico tempio greco della Dea Artemide a Perga, la più venerata in quella città.

    Il fratello di Magna era un senatore romano, Consul Gaius Plancius Varo.



    LA VITA

    Magna sposò naturalmente un uomo di una certa importanza, di rango senatoriale, chiamato Gaio Giulio Cornuto Tertullo, che era figlio di un console e proconsole suffetto. 

    Suo marito era un cittadino locale di Perga e la sua famiglia aveva avuto origine da Panfilia. Magna da Tertullo ebbe un unico figlio, Gaio Giulio Plancius Varo Cornuto.
    Dalle iscrizioni dedicate a lei e la sua famiglia, si evince che Magna, suo padre e suo fratello erano cittadini molto ricchi e influenti in Perga. 

    Ma proprio grazie alla bontà e generosità di Magna, suo padre e suo fratello, vennero accettati come secondi fondatori di Perga. Ognuno di essi ricevette pertanto il titolo onorifico di '' Ktistes '' o '' Fondatore ''.



    LA PERSONALITA'


    Magna era una matrona di mentalità molto aperta, con grande senso civico e pure una donna caritatevole. Sembra sia stata un'apostata (chi rinnega la propria religione) al giudaismo nè mai tentò di esercitare un'influenza sulla politica della Giudea.
    VIBIA SABINA
    Plancia era pagana, cioè aveva adottato la religione romana di cui era diventata attiva sacerdotessa.

    Ciò le provocò grandi onori in vita e grande ignominia con l'avvento del cristianesimo che ebbe a prendersela con la sua statua staccandole la testa e prendendone a martellate il bel volto.
    Da notare le due immagini statuarie poste appositamente da Plancia Magna a decorazione o come numi tutelari della città di Perge.

    Le due statue, quella di Plancia (sopra) e quella di Vibia Sabina (al lato), la moglie di Adriano, mostrano un'identica posizione e sono della medesima grandezza.

    L'identificazione con l'imperatrice, che sicuramente aveva conosciuto, non si può ignorare, forse per tratti del carattere simili, e magari anche per vicende familiari simili.

    Plancia Magna fu una delle donne di maggior successo in Anatolia, capace di grande influenza sulla politica dell'epoca ma anche capace di guadagnarsi da tutti un grande rispetto, per il suo dignitoso comportamento, per la sua saggezza e per la sua generosità.

    Quando Magna ereditò il latifondo familiare del defunto padre in Galazia, divenne a tutti gli effetti il capo della sua famiglia e non cedette a nessuno questo compito, intelligente e indipendente come era.



    LA STATUA

    Questa statua, alta circa 2 m, fu donata da uno dei suoi liberti, che l'aveva posta fuori la porta della città che ella aveva beneficato. 
    L'iscrizione greca sulla statua le conferisce diversi titoli. come "Figlia della città"," gran sacerdotessa della divinità Artemis Pergaia, e "Sacerdotessa del culto imperiale", infatti sul suo diadema erano scolpiti dei piccoli busti di imperatori


    Tra le varie iscrizioni a lei dedicate, ce ne sono pervenute due epigrafi superstiti collocate a nord della porta ellenistica.
    Questa iscrizioni erano probabilmente supportate da una statua donata da Magna, ma di questa non v'è traccia.

    Eccome il primo testo. con le prime due righe redatte in latino e le ultime in greco:

    CORONA CON I 7 BUSTI IMPERIALI
    GENIO CIVITATIS
    PLANCIA M. F. MAGNA
    TUKE TES POLEOS
    PLANKIA MAGNA

    tradotto da alcuni:

    IL GENIO DELLA CITTA'
    PLANCIA MAGNA
    FIGLIA DI MARCO
    PER LA FORTUNA DELLA CITTA'
    PLANCIA MAGNA

    ma sa altri:

    AL GENIO DELLA CITTA'
    PLANCIA MAGNA
    FIGLIA DI MARCO
    AL GENIO DELLA CITTA'
    PLANCIA MAGNA

    Questa ultima sembra la traduzione più fedele che indica come Magna fosse vista e venerata come genio tutelare della città, quel che si direbbe oggi una Patrona.

    Un'altra iscrizione si trova alla base della statua, regalata dalla comunità di Perge per renderle onore e divulgare il suo prestigio;                                                                                                                                        
    PLANCIA MAGNA
    FIGLIA DI MARCO PLANCIO VARO
    E FIGLIA DELLA CITTA'
    SACERDOTESSA DI ARTEMIDE
    E CONTEMPORANEAMENTE 
    PRIMA ED UNICA SACERDOTESSA PUBBLICA 
    PER TUTTA LA DURATA DELLA SUA VITA 
    PIA E PATRIOTTICA.



    L'EVERGETISMO

    L'evergetismo era l'usanza romana di regalare opere pubbliche alla propria città per averne in cambio voti per una carica elettorale, o in generale per dare lustro a sè e alla propria gens. 



    Due erano infatti i modi principali per farsi plaudire dai romani. 
    Si poteva guidare un esercito in battaglia riportando la vittoria. 

    Oppure si regalavano opere pubbliche che potevano riguardare tanto nuovi edifici quanto la ristrutturazione o la riedificazione dei vecchi, ma pure aggiungendo abbellimenti come statue e decori agli edifici già esistenti. 

    Tuttavia Plancia non aveva bisogno nè di fasi eleggere (le donne non potevano nè votare nè essere elette) nè di dare lustro alla sua famiglia, visto che era addirittura di sangue reale. 


    Purtuttavia ella donò meravigliosi monumenti alla sua città. 
    Le sue ricchezze glielo consentirono e la sua generosità glielo suggerì. 
    Viene ricordata come un grande benefattrice e mecenate di Perga. 

    E' da considerare che nonostante la donna nel mondo ellenico romano avesse una presenza subordinata al marito e di poco rilievo sociale, l'Anatolia godeva di un passato distinto dal matriarcato che vi aveva lasciato un certo retaggio, si che nel I sec. d.c. alcune matrone del ceto nobile decise di esporsi maggiormente in campo pubblico, attraverso il potere economico di cui disponevano.

    Il matrimonio permetteva alla donna di restare padrona dei propri beni, anche se il marito ne aveva diritto d’uso. Forse l'avvio era stato dato dalle mogli dei senatori che, rimaste in patria, potevano rappresentare il marito presso la comunità, con atti evergetici.

    Inoltre c'erano le donne della famiglia imperiale (vedi Vibia con cui Magna aveva fatto un parallelo nella rappresentazione statuaria) che sicuramente costituirono un modello di comportamento evergetico ripreso dalle donne delle classi elevate di Roma e delle province.



    Così Magna dedicò la sua vita e la sua ricchezza per l'abbellimento e lo sviluppo di Perga, contribuendo non poco alla prosperità della città e di questo le furono tutti estremamente grati.

    Fu lei a presiedere come gran sacerdotessa il culto degli imperatori romani divinizzati. Nel 120, Magna, che sapeva come tenere buoni rapporti diplomatici con Roma, eresse infatti una serie di statue raffiguranti i vari membri della famiglia imperiale a Perga rendendo loro grandi onori.

    Plancia fu infatti gran sacerdotessa a vita di Artemis, considerata a Perge la Madre degli Dei.

    CULTO IMPERIALE
    Qui a lato è riprodotto il simbolo della carica di sacerdotessa addetta al Culto degli imperatori romani, che ella unica e sola incarnò per tutta la vita. Trattavasi di una corona con sette busti imperiali, come si trova riprodotta in una corona di Eliogabalo.

    Durante il regno dell'imperatore romano Adriano (117-138), intraprese grandi progetti per la ristrutturazione di Perga, tanto che venne addirittura elevata al rango di divinità tutelare della città.

    Magna venne onorata dal Boule, dal Demos e dalla Gerousia di Perga con il titolo onorifico di '' Demiurgo ''. 

    La persona che deteneva questo titolo ogni anno, dava il suo nome allo stesso anno che veniva così identificato, similmente a Roma attraverso il nome dei consoli.

    La carica di Demiurgo era la posizione più alta funzionario nel governo di Perga. Questo titolo è stato solitamente riservato agli uomini e attraverso questo titolo venivano sponsorizzati i giochi locali tenutesi in Perge.



    IL TEATRO

    A Magna è stata anche attribuita la costruzione del teatro per il fatto si aver rinvenuto la sua statua nel diazoma, cioè nel corridoio anulare predisposto al deflusso degli spettatori, cosa che si faceva in genere per i benefattori.. La costruzione dell’edificio è datata nel periodo compreso tra il regno di Adriano e di Antonino Pio; datazione stabilita in base allo stile architettonico, ma soprattutto grazie al rinvenimento di alcuni bolli di età adrianea.

    Alla sua morte Plancia Magna venne tumulata in una tomba locata in una tomba posta a destra della porta ellenistica.

    RICOSTRUZIONE DELLA PORTA ELLENISTICA


    LA PORTA ELLENISTICA

    Fra i tanti regali che fece alla propria città si ricorda in particolare quello della porta di Perge, una elaborata costruzione a due piani con un cortile ovale dove varie nicchie accoglievano diverse statue, e poi un arco monumentale con statue della famiglia imperiale adrianea. 

    Quest'opera fu ordinata e progettata da lei tra il 120-122, abbellendo con magnifici decori la porta ellenistica di Perga, la più più bella e monumentale struttura della città, che costituiva l'ingresso alla città stessa.

    Anzitutto riparò e rinnovò le grandi torri rotonde che già si trovavano ai lati della porta principale della città, detta ellenistica in quanto risaliva originariamente al periodo ellenistico. Poi all'interno di questa porta fece creare un cortile ovale con l'aggiunta di pareti che seguivano le stesse curve su un piano sopraelevato, portando l'edificio a due piani.

    Fece rivestire completamente di marmo la facciata dell'edificio e vi fece ricavare le nicchie per le statue (14 per lato); di fronte a cui fece erigere due livelli di colonne corinzie, dando l'impressione di un fondale da palcoscenico di un teatro romano.

    Infatti tutte le nicchie inferiori contenevano grandi statue do divinità, mentre al piano superiore fece porre piccole statue di figure mitologiche insieme ad alcuni uomini storici.

    Ogni statua aveva iscritta sulla base una dedica a Plancia Magna come donatore selle opere e per individuare i personaggi delle statue.
    Nel registro superiore erano raffigurati tra gli altri i kistes denominati ("fondatori di città"), e tra questi fece porre Marcus Plancius Varo e suo figlio Gaio Plancius Varo, chiamato sia "padre della Plancia Magna" che "fratello di Plancia Manga."

    Così Plancia riunì in un unico edificio le divinità dell'Olimpo, i fondatori mitologici della sua città, e i membri della sua famiglia, che sono stati identificati con riferimento a lei. Tuttavia nè il marito nè il figlio furono rappresentati nel cortile.

    RESTI DELLA PORTA ELLENISTICA
    In fondo all'imponente cortile c'era un enorme arco a tre fornici che conduceva in cittàcon le imponenti statue della famiglia imperiale romana, tra cui il divinizzato Nerva, Traiano divinizzato, la superstite moglie Plotina, la sorella deificata di Traiano Marciana, il nipote di Traiano divinizzato, Matidia (madre di Sabina), il regnante imperatore Adriano, e sua moglie Sabina; c'erano anche statue di Artemide Pergaia, Diana Pergensis per i romani, e lo spirito guardiano (Tyche) della città.

    Grandi lettere in bronzo nella parte superiore dell'arco proclamavano che Plancia Magna dedicato questo arco, stavolta non all'imperatore ma alla sua città.

    Nell'arco le figure femminili erano molto più numerosi i maschi, e la statua ben conservata dell'imperatrice Sabina sembra la copia, stilisticamente parlando, di quella di Plancia. come se si rivedesse un pochino nell'imperatrice, ovvero come avesse costituito per lei un modello di donna.

    In parte lo dimostra un'iscrizione sopravvissuta:

    SABINAE AUGUSTAE
    PLANCIA M. F. MAGNA
    SABEINE SEBASTE
    PLANKIA MAGNA

    L'iscrizione ripete in latino e in greco quasi la stessa frase rivolta a Vibia Sabina moglie di Adriano:

    A SABINA AUGUSTA
    PLANCIA MAGNA FIGLIA DI MARCO
    A SABINA AUGUSTA
    PLANCIA MAGNA

    Comunque tutto nel magnifico complesso evidenziava il grande legame tra Perge e Roma imperiale, nell'architettura, nella religione, nella fedeltà all'imperatore e nella valorizzazione della grande civiltà romana.


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    "Tra le rovine della Via Latina il più degno d'essere veduto è un tempio ben conservato costruito politamente di terracotta. Egli è di forma quadrata con politi cornicioni, e finestre, che davano lume al di dentro.
    Avendo misurato la distanza da roma da piè del Celio, dove, come dicemmo, si deve cominciare, fino a questo tempio è giustamente la distanza di 4 miglia, onde può giudicarsi che quello si il celebre tempio della fortuna Muliebre, che dagli antichi scrittori si stabilisce a 4 miglia da roma nella Via Latina, edificato per la nota storia di Coriolano quivi accampato contro la patria, e placato da vetruvia sua madre.

    A considerare questo Tempietto lo trovo di ottimo disegno, e credesi che l'antico essendo dal tempo rovinato, venisse riedificato da Faustina moglie di marco Aurelio, di cui sono medaglie con l'epigrafe FORTUNAE MULIEBRI.
    Ivi vicino vedesi altra piccola ma graziosa fabbrica con simile laterizia, ma non saprei a che attribuirla.
    Poco lontano si vedono i bagni dell'Acqua Santa, detta dagli antichi salutare, con qualche residuo di mura degli antichi bagni."

    (Dalle ANTICHITA' ROMANE - Abate Ridolfino Venuti)


    Il Tempio della Fortuna Muliebre venne eretto secondo a cinque miglia fuori Porta Capena, corrispondente alle 4 miglia dai piedi del Celio, come li calcola il Venuti.

    Porta Capena si trovava esattamente a Piazza Capena, nei pressi del Circo Massimo a Roma, dove oggi una targa di ottone posta a terra ne rammenta il luogo e l'esistenza.

    Il tempio dedicato alla Dea Fortuna, volle ricordare come Roma fuggì alla guerra contro i Volsci, gli antichi nemici di Roma, condotti per vendetta proprio da un romano: Gneo Marcio Coriolano. La storia andò così.

    Nel 491 a.c. Roma la prima secessio plebis col rifiuto di coltivare i campi rincarò il prezzo del grano, ma il patrizio Coriolano s'oppose fortemente alla riduzione del suo prezzo alla plebe, la quale prese ad odiarlo.

    Il conflitto era tra plebei e patrizi, quest'ultimi non ancora rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che voleva togliere il tribunato ai plebei. 

    Durante un' assemblea mancò poco che Coriolano venisse gettato dalla rupe Tarpea, e venne citato infine in giudizio.

    Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita. 

    Per Plutarco Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i commilitoni, invece di consegnarlo all'Erario, e la condanna fu l'esilio a vita.

    Coriolano si stabilì quindi presso i Volsci incitandoli alla guerra contro Roma, guerra che avvenne e che, capitanata dallo stesso Coriolano, conquistò parecchie città del Lazio, giungendo molto vicino alle mura di Roma.

    Il tempio fu voluto dalle donne, quelle che con i loro pianti e suppliche, erano riuscite a far desistere Coriolano dal proprio proposito di proseguire la guerra contro Roma, dove prima avevano fallito i consoli e i pontefici della Repubblica romana, come a ricordare che senza di loro Roma non sarebbe mai stata risparmiata. 

    Infatti un gruppo di donne, guidato da Valeria, che per prima aveva dato l'idea dell'incursione nel campo nemico, sorella di Valerio Publicola considerato il fondatore della Repubblica romana, primo console dopo la cacciata dei re Tarquini. Con lei c'erano la madre di Coriolano, Veturia  e sua moglie Volumnia, accompagnate da altre matrone romane si recarono nel suo accampamento sfidando le rappresaglie dei Volsci.

    « ..Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre.»

    (Tito Livio, Ab Urbe condita)

    I RESTI DEL FRONTONE
    Il senato romano, cosciente dell'importanza dell'intervento femminile, chiese alle donne cosa desiderassero come riconoscimento della loro opera pacificatrice. Le romane chiesero allora l'edificazione di un tempio alla Fortuna Muliebre, che ricordasse il loro intervento e dove poter pregare per la fine della guerra e di ogni guerra mossa contro Roma.

    Il Senato accolse la richiesta, ma alla condizione di porre il tempio sotto il proprio controllo, costruendolo cioè con denaro pubblico e sottomettendo i riti al controllo dei pontefici. Le donne chiesero almeno di poter donare una statua della dea; vistosi rifiutare anche questo, ne fecero scolpire ugualmente una e nottetempo la portarono nel tempio. Così il giorno della dedicazione c'erano due statue: ma quella portata dalle matrone miracolosamente parlò, dicendo "Voi mi avete dato, o matrone, ai riti santi di Roma".

    Così il Senato romano accettò "ab torto collo" per non inimicarsi tutte le donne di Roma. Prima sacerdotessa fu nominata Valeria, la sorella di Valerio Publicola.
    Tuttavia i pontefici sottrassero alle donne il controllo del culto, stabilendo che non potessero parteciparvi né le vedove, né donne rimaritate, ma solamente le spose novelle, escludendo perciò tanto la madre che la moglie di Coriolano.

    I resti del frontone di terracotta del tempio, rinvenuti negli scavi del 1876, nella locazione del tempio della Fortuna Muliebre, vennero venduti alla Commiss. Archeol. del Comune di FIRENZE nel 1886, e possono essere definiti del tipo dei templi greci del IV sec. a.c. Sono di squisita fattura e vi si nota una testa femminile coronata, evidentemente la Dea Fortuna.
    Il tempio fu terminato nel 496 a.c., e fu consacrato dal console Proculo Verginio Tricosto Rutilo, uno dei più forti oppositori alla Lex Cassia agraria, per la quale le terre del demanio pubblico di Roma, andassero divise tra i cittadini di Roma, e quelli degli alleati Latini ed Ernici, purtuttavia di fronte ai pericoli preferì augurarsi la pace colla riedificazione del tempio della Dea Fortuna Muliebre.

    Sembra che il tempio si sia protratto, tra restauri e rifacimenti, fino al tardo impero, come da un’iscrizione rinvenuta nel 1831 rivenuta nei pressi stimati dell’edificio, dove si menziona un restauro voluto da Livia, la moglie di Augusto, e poi da Settimio Severo, Caracalla e Giulia Domna.

    Risulta che quando nel 1585-87 fu realizzato l’acquedotto Felice utilizzando i resti i resti degli acquedotti Marcio e Claudio, che oramai inutilizzati furono smontati, il Tempio ci fosse.

    Ma terminato l’acquedotto Felice ed il casale di Roma Vecchia, prelevando i materiali dall’unica cava disponibile, “gli acquedotti crollati” e in particolar modo quello Claudio, il tempio scompare, evidentemente fatto abbattere da Sisto V, uno dei più grandi dissacratori e distruttori delle arti antiche romane. Anche il tempio sarà diventato una cava per il nuovo acquedotto.. 

    Il dato topografico ci è anche garantito da Valerio Massimo:
    "Fortunae Etiam Muliebris Simulacrum, Quode Est Latina Via Ad Quartum Miliarum"
    e da Festo:
    "Item Via Latina Ad Miliarum IV Fortunae Muliebris"


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  • 06/02/17--06:00: NEMAUSUS - NIMES (Francia)
  • NEMAUSUS IN EPOCA ROMANA (di Jean-Calude Golvin)

    LE ORIGINI

    Nimes, chiamata anticamente Nemausus, prese il nome dal Dio celtico Nemausus, il quale era venerato come patrono della città. Nemausus era infatti in precedenza la capitale dei Volsci, un antico popolo di origini indoeuropee che in parte espatriò attraverso le valli appenniniche (ad es.: la valle del Liri fra il VI ed il V sec. a.c.) raggiungendo il mar Tirreno e diventando popolo italico.

    Tito Livio li definisce feroci nella rivolta e nelle battaglie: « ferocior ad rebellandum quam bellandum gens »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, VII, 27.7.)

    Partenio di Nicea ha narrato invece una leggenda secondo cui Nemausos, figlio di Eracle, sarebbe stato il fondatore della città omonima, evidentemente un derivato del mondo greco attraverso Marsiglia. 
    Secondo altri, poichè l'oppidum primitivo dove sorse la città sembra collocarsi sul monte Cavalier, importante per scopi difensivi e per la presenza di una sorgente perenne e abbondante, probabilmente si iniziò a venerarlo come luogo 'sacro' dedicato a Nemaouson, da cui deriverebbe il nome attuale. Qui si sviluppò l'agglomerato urbano, cinto da mura già dal III-II sec.a.c. ad opera dei Volsci, cui l'acqua funse da barriera naturale tutt'intorno.
    Ed infatti una parte del territorio dei Volsci, dove fu particolare l'influenza di quella città, le venne aggregata da Gneo Pompeo nel 72 a.c. Inoltre le prime monete di Nemausus recano la scritta in greco (ΝΑΜΑΣΑΤ) e numerose stele sono scritte anch'esse in greco.

    NIMES OGGI COL SUO ANFITEATRO

    NEMAUSUS ROMANA

    La colonia romana di Nemausus fu fondata nelle vicinanze di un villaggio celtico che fu presto assorbito dalla nuova città. Divenne colonia latina per il trasferimento di soldati greco-egiziani dell'esercito di Antonio, e durante l'impero di Augusto, il quale le diede il nome di Colonia Augusta Nemausus nel 27 a.c., in occasione della riorganizzazione della Gallia Narbonese, le furono aggregate nuove colonie, come Narbona e Arles. Seguì un ampio processo di romanizzazione nelle usanze e nell'acquisizione del diritto romano.
    La città crebbe e fu arricchita di splendidi monumenti e fu circondata da una cinta muraria (16 a.c.), divenendo presto una delle più ricche città della Gallia raggiungendo una popolazione di 20.000 abitanti, grazie anche alla sua posizione lungo la Via Domitia, la principale strada di comunicazione tra il nord Italia e la Spagna. Il nome originale datole dai romani era: “Colonia Julia Augusta Nemausus Volcarum Aremecorum”.

    Fu profondamente romanizzata e diede i natali a:

    - Arria Fadilla, madre di Antonino Pio (imperatore dal 138 al 161), era originaria di Nimes ed, a quanto pare, in quel periodo il centro godette di un occhio di riguardo.

    - Domizio Afro, maestro di Quintiliano, 
    - e al nonno dell'imperatore Antonino Pio.

    Augusto, come Agrippa suo genero, vi soggiornò più volte: dapprima nel 25 a.c., come attesta un'iscrizione della Fontana, poi nel 16-15, secondo la scritta della Porta di Augusto nella quale si ricorda che l'imperatore fece dono alla colonia delle porte e del nuovo territorio.

    LA VIA DELLE GALLIE (Piemonte verso Francia)

    LA VIA DELLE GALLIE

    La strada consolare detta "delle Gallie", detta anche Eporedia, fu la prima opera pubblica che i Romani realizzarono in Valle d'Aosta, sostituendo i vari sentieri per giungere al di là delle Alpi. Per conquistare le terre occorrevano le strade che sostenessero esercito e carri, dove gli spostamenti erano rapidi. 

    La Via delle Gallie venne tracciata per efficienti e rapidi collegamenti con la Gallia e la Germania, attraverso la via che conduceva al valico del Piccolo San Bernardo (Alpis Graia) e quella per il valico del Gran San Bernardo (Alpis Pœnina). Qui sorsero le mutationes (stazioni per il cambio delle bestie da soma) e le mansiones (edifici attrezzati per la sosta prolungata e il ricovero di uomini e animali).

    GALLERIE SOTTO NIMES
    La via delle Gallie fu la strada consolare di epoca romana che consentì la conquista di tutte le Gallie. Detta anche Strada delle Gallie (Strada da strata, cioè via costruita a strati), fu costruita da Ottaviano Augusto sulla traccia di sentieri preesistenti, per mettere in collegamento Roma con la valle del fiume Po, e pure le regioni mediterranee con quelle alpine.

    La via delle Gallie traversava la Lombardia, il Piemonte, la Svizzera e la Francia, e in epoca medievale vi fu sovrapposta la famosa via Francigena.

    Nimes era collegata al nord (Susa) e poi alla Spagna dalla via Domitia. Oltre che negli itinerari antoniniani ed in quelli della Tavola Peutingeriana, la tappa di Nimes è rappresentata, fra Ambrussum ed Urgenum, anche nei più antichi bicchieri d'argento di Vicariello (località presso Bracciano). Chi volesse percorrere un tratto di quest'antica strada può raggiungere, poco a sud, Villetelle (antica Ambrussum), dove sono visibili tratti dell'antico percorso ed anche il bel Pont Ambroix, la costruzione romana che venne ritratta dal pittore Gustave Courbet. 

    Nimes è stata poi soprannominata la "Roma francese", per i suoi monumenti romani ottimamente conservati, la "Casa delle Arene" per il suo magnifico anfiteatro tutt'oggi funzionante, la "Casa Quadrata" per il suo splendido tempio esastilo,e la "Grande Torre Quadrata dell'Arte" per la torre romana che è divenuta un museo d'arte.

    IL MOSAICO DI PENTEO

    LA STORIA

    Nel 25 a.c. dunque divenne colonia romana con il nome di " Colonia Agusta Nemausensis " ovvero di Nemausus. Successivamente fu anche capoluogo. La romana Nemausus, che si trova nel dipartimento del Gard, venne popolata dai legionari reduci dalla guerra in Egitto a fianco di Cesare e per questo ancora oggi un coccodrillo incatenato ad una palma è il simbolo della città.

    Nel II sec. la città ebbe un grande sviluppo che proseguì anche in epoca cristiana. A Nimes nel 396, ad esempio, facevano capo 21 vescovi ed erano ancora abbastanza importanti le circostanti zone rurali.

    Nel IV sec. Nimes, come buona parte delle Gallie Meridionali e fino al 407-408 circa, rimase al riparo delle invasioni barbariche. Alla fine però arrivarono comunque i Visigoti e nel 710 circa anche i Mori. In questa zona le invasioni barbariche, almeno fino alla prima metà del VI sec., non implicarono il totale abbandono degli edifici romani. Ed infatti a Nimes sono ancora visibili numerosi monumenti. Fra questi : le "arènes" (anfiteatro), la "maison carrè" (tempio quadrangolare costruito all'epoca di Augusto), la "tour magne", il "castellum", il Tempio di Diana ed altro ancora.

    MONETA DEL COCCODRILLO CON LA PALMA EMBLEMA DELLA CITTA'

    IL SIMBOLO DELLA CITTA'

    A Nimes furono occasionalmente coniate le monete dette "Nimes Dupondius" e i collezionisti amano particolarmente una moneta, emessa ai tempi di Augusto, che riproduce un coccodrillo, riferita ai legionari romani che si erano impegnati nella costruzione della città ma che in precedenza avevano combattuto in Egitto. 

    Questi legionari erano in parte greci e in parte egiziani e avevano combattuto per Merco Antonio governatore dell'Egitto, ma poi combatterono contro Roma, passando però poi al servizio di Ottaviano Augusto.

    Infatti chi edificò Nemausus furono i legionari che, come si sa, sapevano fare di tutto, dai mattoni alla malta, dalle strade ai ponti, dalle fondamenta ai tetti, dagli acquedotti ai sistemi fognari. Insomma Nemausus fu interamente romana.

    RICOSTRUZIONE DELL'ARCO DI TRIONFO (di Jean-Calude Golvin)
    L'ARCO DI TRIONFO

    Purtroppo ne abbiamo solo una ricostruzione che a quanto sembra, somiglia parecchio a quello di Orange, anzi se ne direbbe la copia perfetta. come l'altro è edificato in opera quadrata di blocchi di pietra locale

    Sui lati maggiori fra i fornici e agli angoli sono presenti semicolonne corinzie rialzate su piedistalli che sorreggono la trabeazione principale sui quattro lati. Al di sopra di questa si trova un doppio attico, che sporge nella parte centrale, dove lo spazio dell'attico inferiore è occupato da un frontone. 

    ARCO DI TRIONFO DI ORANGE
    L'attico superiore era destinato a fungere da basamento per delle statue monumentali oggi scomparse.
    Si pensa che il gruppo statuario centrale fosse in bronzo dorato e riguardasse la statua di Augusto alla guida di un carro trainato da quattro cavalli, il che allude ad Augusto come Elios, cioè come Dio del Sole. I lati corti dell'arco erano decorati con quattro semicolonne (comprese quelle angolari) che sorreggono la trabeazione e un frontone con arco centrale, che occupa lo spazio dell'attico inferiore.

    L'iscrizione di Orange era:
    "All'imperatore Caio Giulio Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, che ha esercitato per l'XI volta la potestà tribunizia, la XXXIII coorte dei volontari e la colonia di Arausio Giulia dei Secundani, in ricordo dell'Egitto, della Gallia comata sottoposta a tributo e della Germania vinta, dedica a nome di tutti quest'arco."

    Secondo Pierre Herbert l'iscrizione avrebbe dunque indicato chiaramente l'erezione dell'arco nel 12 a.c.. La città è indicata come una colonia romana fondata dai veterani della legione cesariana. Le vittorie a cui l'iscrizione si riferisce sarebbero la battaglia di Azio nel 31 a.c. (Egitto) e le vittorie di Druso sui Germani nel 12 a.c.

    Ora supponiamo che l'arco di Nimes fosse anch'esso dedicato ad Ottaviano più o meno per le stesse vittorie, e magari ridedicato a Tiberio come accadde per quello di Orange. Del resto Augusto non avrebbe fatto erigere il doppione di un arco di trionfo dedicato ad un altro vincitore.




    LE MURA

    La sua cinta muraria fu costruita in epoca augustea, negli anni 16-15 a.c., e si estendeva per un perimetro di quasi 7 km, circondando un’area di circa 220 ettari. La cinta era alta 9 m e larga 2 m, e contava una decina di porte con circa 80 torri, tra cui la Torre Magna. Oggi ne sono rimaste solo poche vestigia: la porta Augusta, la porta di Francia, e una torre, la così detta Tour Magne.



    LE PORTE

    L’Imperatore Augusto fece edificare a Nemausus una delle più vaste cinte murarie della Gallia romana, con diverse porte anche monumentali. La Porta di Augusto, con Porta di Francia, sono le uniche porte ancora visibili.

    RICOSTRUZIONE DELLA PORTA AUGUSTA (di Jean-Calude Golvin)

    PORTA AUGUSTA

    La porta Augusta (o porta d’Arles) era uno degli accessi principali all’antica città. Era attraversata dall’antica via Domizia, che portava dalla Francia alla Spagna, e i cui resti di pavimentazione sono visibili presso di essa. La Porta era di passaggio per coloro che, transitando sulla citata via, superavano le mura di Nemausus.

    La struttura è costituita da due archi centrali, per il passaggio dei carri, affiancati da due archi più piccoli, per i pedoni; probabilmente era originariamente affiancata da due torri. Una scritta sulla Porta di Augusto ricorda che l'imperatore fece dono alla colonia delle porte e del nuovo territorio annesso.

    PORTA AUGUSTA, I RESTI
    Venne costruito dai romani nel I sec. a.c.. ed è locata nella parte est delle mura di Nimes. Era la porta principale della città ed era anche il passaggio per i viaggiatori che avevano seguito la via Domiziana che dal suolo italico raggiungeva l'Hispania. L'arco consta di due grandi ingressi posti al centro della stessa, che consentivano il movimento di merci e carri.

    Sopra ogni arco si può vedere una chiave di volta su cui era raffigurata una testa di toro, purtroppo entrambe sono gravemente degradate. Alle due estremità ci sono altri archi più piccoli, che venivano usati dai pedoni. A terra sul marciapiede si può vedere un cerchio di pavimentazione nera, che simboleggia la posizione delle due torri che si affacciavano sulla porta. Sullo sfondo dietro la porta c'è una statua di Augusto.


    PORTA DI FRANCIA

    PORTA DI FRANCIA OGGI
    La porta di Francia (o porta di Spagna), invece, è più piccola ed è formata da un solo arco, da qui usciva la via Domizia in direzione della Spagna. La costruzione risale al I secolo a.c.. ed era parte della lunga cinta romana di Nimes. Questo porta non era così importante come i due ingressi principali (ovvero la porta di Augusto e porta Cadereau), ma è nota per essere miracolosamente sopravvissuta. 

    Anche se era una piccola porta era ancora dotata di un attico. La porta è dotata di un semplice passaggio arco semicircolare. La parte superiore, l'attico,  contiene i resti di quattro pilastri e una cornice. Contrariamente a quanto si pensava prima della scoperta dell'esistenza della porta Cadereau, questa non ha servito il passaggio dalla via Domiziano verso l'Hispania, ma un percorso secondario. 

    Ci sono state probabilmente diverse porte di questo tipo in città. Tuttavia, è l'unica che si è mantenuta. Oggi si dà il nome alla strada che attraversa di "rue Porte de France". E' classificata come come monumento storico.

    RICOSTRUZIONE DELLA GRANDE TORRE O TORRE MAGNA (di Jean-Calude Golvin)

    LE TORRI

    LA TOUR MAGNE

    La Tour Magne, la Grande Torre, che è l’unica delle numerose torri che si ergevano a intervalli sulla potente cinta muraria che si è conservata nel tempo e si erge sul monte Cavalier, nel punto più alto della città. Infatti essa è visitabile e dalla sua cima si gode di un'ottima visuale di Nimes.

    LA TORRE GRANDE OGGI
    Trattasi di un edificio gallo-romano  costituito da due edifici sovrapposti: uno in pietra a secco completamente rovinato detto torre pre-romana e l'altra costruita su e intorno alla muratura di base che è romana. I resti della torre pre-romana sono visibili all'interno. La sua prima costruzione risale al III secolo a.c., quando misurava 18 m d’altezza

    In età romana raggiunse i 36 m e oggi ne misura circa 32. Nella sua prima fase la torre venne costruita su una base ottagonale con pietra a secco, questa struttura venne inglobata nella successiva costruzione romana, come si evince dalla sua irregolarità.

    E' un pan di zucchero di m 12.70 x 17.20, di forma circolare alla base e con un'altezza massima di 18 m. Venne inclusa nella costruzione delle mura romane (ben 7 Km di mura perimetrali attorno a uno spazio di 220 ha. per un'altezza di 9 m ed una larghezza di 2 m, aveva dieci porte e 80 torri, tra cui la Tour Magne.). Mura e torri sono state distrutte, ma la Torre magna è stata mantenuta come un nucleo centrale. elemento di architettura militare, segno indelebile della dominazione romana.

    TOR DI RUE ALEXANDRE DUCROS

    LA TORRE DI RUE ALEXANDRE-DUCROS

    Nel 1908,durante la costruzione d'un grande hangar nel giardino delle Sœurs de l'Hospice, Sorelle dell'Ospizio, nel cortile dell'antico Polyclinique St Joseph. F. Mazauric vide, a 2 m di profondità, un troncone di un reperto augusteo. 

    La parete qui era larga 2,75 m; consisteva di blocchi uniti di grandezza media. Ma una ricerca condotta pochi metri più lontano ma nella stessa direzione ad est, non ha portato alla luce alcunchè.



    TORRE DELL'ANFITEATRO

    In questa zona della città antica è stata rinvenuta, su una sezione di muro scavato per circa 79 m (est-ovest) la base di una torre situata vicino all'anfiteatro, alla distanza di solo 7,80 m. Le torri dell'anfiteatro erano due.

    La torre orientale (la I dell'anfiteatro) è quella con vestigia più definite e con ancora alcuni resti di elevazione, è tangente alle mura e di forma circolare. La II torre, situata ad ovest, è stata solo in parte scavata lungo il suo rivestimento esterno. Ai piedi delle due torri che erano larghe circa 10,50 m ciascuna, la ricerca ha rivelato un percorso pavimentato parallelo alle mura. 

    Questo asse viario sarebbe fuori almeno per 3,50 m, limitato a sud da un fossato, e recuperato più a ovest. Questa arteria che collegava la porta di Augusto alla porta della Francia poteva servire ad evitare la congestione del centro. 


    IL COLLETTORE

    In questa ricerca è emersa una porzione di fogna ad anello che svuotava l'area intorno al anfiteatro e la sua uscita passa sotto le mura. La sezione del tubo anulare esplorato, usato ancora oggi (1996), era a volta e aveva un percorso in linea arrotondata. Le dimensioni interne erano di oltre 2 m; larghe 0.90 m. Tutte le sue acque venivano evacuati fuori città da un tubo perpendicolare alla cortina che attraversavano le fondamenta. Questo collettore pavimentato, che poggia su due pilastri, è stato riconosciuto una trentina di metri prima per il moderno passaggio fognario sotto il viale della Liberazione.

    TORRE DELLA PORTA DI FRANCIA

    TORRE DELLA PORTA DI FRANCIA

    Come si nota in questa immagine ottocentesca la Porta di Francia aveva sul suo lato sinistro, per chi guarda, una torre circolare, di cui però non è rimasta traccia.


    TORRE DELLA COLLINA MONTAURY

    Gli scavi a ridosso delle mura della città romana a Nimes hanno restituito due nuove torri sulla collina Montaury. Dalla strada si può vedere vicino al muro, la base del fondo della torre, per la difesa della città antica.

    Sul sito lavorano studenti di archeologia provenienti da varie regioni della Francia: Strasburgo, Montpellier, Nimes ecc. Difficile lavorare, in estate, sotto un sole cocente,  spostare le pietre, rimuovere tronchi d'albero che ostacolano il progresso di scavi, fare registrazioni accurate e dettagliate.

    Al di fuori la torre ha pietre irregolari, ma dentro un costante e meticoloso allineamento delle pietre. la precisione e l'abilità dei romani nelle costruzioni è proverbiale..

    L'ANFITEATRO
    L'ANFITEATRO

    L'Arena, o anfiteatro, datata alla fine del II sec. d.c. è di notevoli dimensioni, vale a dire 133 m di lunghezza e 110 di larghezza, con una pista di 68 m per 38 m. Nei posti a sedere poteva ospitare 24.000 persone.

    L'anfiteatro dispone di 34 scalinate per gli spettatori nella sua parte interna e la sua parte esterna presenta 60 archi che si ripetono su due livelli. Un tempo aveva un attico, parzialmente scomparso, e nei secoli venne eretto anche un castello sulla sommità. E' in buono stato conservativo e vi si svolgono ancora spettacoli, in ogni periodo dell'anno,essendo stata dotata di un dispositivo d'isolamento, dal 1989, che permette di sfruttarla anche in inverno (la parte centrale della cavea viene così utilizzata, anche se i posti a sedere diminuiscono, ovviamente).

    L'arena di Nîmes è uno dei maggiori anfiteatri della Francia e anche uno tra i meglio conservati. 
    Venne costruita al la fine del I secolo per far divertire la popolazione della città e dei dintorni, tanto è vero che era edificata al di fuori di essa, e vi si riproducevano gli spettacoli tipicamente romani come le corse dei cavalli e i combattimenti di gladiatori. 

    Per tre giorni l'anno Nimes torna ad essere Nemausus, e vi si svolgono spettacoli di ludi gladiatori. 
    Nell’arena le tecniche di combattimento, i costumi indossati e le armi dei gladiatori, dei legionari romani e dei combattenti celti sono praticamente identici a quelli dell’epoca. Durante l’evento, tutta Nîmes torna a essere un’antica colonia Romana. In città sorgono bivacchi, tende, si svolgono eventi, danze, visite guidate e mostre a tema.



    La Storia dell'Arena

    L'imperatore Adriano fu il primo architetto dell'anfiteatro di Nimes nell'anno 119 e Antonino ne continuò l'opera; la sua apertura può essere fissata per l'anno 138. Vi si svolsero lungamente i giochi pubblici per poi venire abbandonati dalle invasioni di ogni tipo dei primi anni d.c., Wamba, re dei Visigoti assediò Nîmes e s'impadronì dell'Arena.

    Nel 472, i Visigoti divennero i padroni della Narbonne circondando l'anfiteatro di un ampio fossato per farne una fortezza in cui costruirono alcune case; eressero poi dalla parte della Porta orientale due torri quadrate che vennero demolite nel 1809, quando ancora si chiamavano torri visigote. la più bassa servì da cappella sotto l'invocazione di San Martino. Questa nuova cittadella venne chiamata Castrum arenarum.

    I Saraceni presero possesso del paese nel 737, e Carlo Martello li assediò cercando di bruciare il monumento; il colore nero che si nota sul lato nord sembra derivi da questo tentativo. Nel 1100, la custodia di Arenas venne affidata ai cavalieri che formarono un ordine speciale con i suoi consoli e privilegi speciali.

    Nel 1278, il fossato che circondava l'Arena venne riempito per ordine di Filippo l'Ardito, ma i Cavalieri mantennero la custodia di Arenas fino alla fine del XIV sec., quando Carlo VII costruì un nuovo castello alla Porta Augusto nel 1391. I Cavalieri abbandonarono le loro case, e vi subentrarono altre persone facendo dell'anfiteatro un paese la cui popolazione era non meno di 2.000 anime.

    Queste abitazioni che formarono "il quartiere di Arenas", esistevano ancora nel 1809, quando il signor Alfonso, prefetto del Gard, operò l'intero popolamento dell'anfiteatro. Edmond Foulc fece omaggio alla città di una serie di pietre dalla Cappella delle Arenes; queste pietre scolpite riportavano iscrizioni con stemmi e scene della passione. Questa cappella era servita da un sacerdote che si faceva chiamare Prieur; la sua proprietà consisteva in una casa all'interno del monumento.

    Dopo che l'Arena era stata riempita, le case erano raggruppate così strettamente da diventare una baraccopoli traboccante di malavita. Oggi tutto è stato ripulito, e una grande viale e una grande piazza circondano il monumento, permettendogli di emergere in tutto il suo splendore. Gli unici anfiteatri di cui ci sono ancora resti, dopo Nîmes. sono quelli di Pozzuoli , il Colosseo a Roma, Capua, Verona, Pola, Arles, Pompei, El Jem e Taragone; quello di Nîmes è senza dubbio il meglio conservato.

    RICOSTRUZIONE DEL FORO CHE RACCHIUDEVA IL TEMPIO DI CAIO E LUCIO CESARE,
    OGGI NOMINATO MAISON CARREE (di Jean-Calude Golvin) 

    LA MAISON CARREE

    La Maison Carrée, fu un tempio di epoca imperiale, una volta posto al centro del foro della città romana. Fu eretto in memoria di due nipoti di Augusto, Caio e Lucio Cesare. Venne costruito tra il 19 e il 16 a.c. da Marco Vipsanio Agrippa e venne dedicato ai figli dello stesso Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, Gaio e Lucio Cesare, adottati dal nonno come propri eredi e che morirono entrambi in giovane età. 

    Caio si chiamava Lucius Vipsanius Agrippa, ma quando fu adottato dall'imperatore Ottaviano Augusto, il suo nome cambiò in Lucius Iulius Caesar Vipsanianus. L'anno della morte di suo padre (12 a.c.), suo nonno materno, Augusto lo adottò insieme al fratello Gaio Cesare. Essi crebbero e furono educati dai nonni.

    Dal momento che Lucio e Gaio erano i soli eredi di Augusto, avevano avuto una florida carriera militare e politica, ma Lucio morì a Massilia (Marsiglia) in Gallia per una malattia nel 2 d.c. e 18 mesi dopo morì suo fratello Gaio, il che consentì in seguito l'adozione di Tiberio come erede di Augusto.

    LA MAISON CARREE OGGI
    Il testo dell'iscrizione di dedica venne ricostruito dallo studioso locale Jean-François Séguier nel 1758 sulla base dei fori lasciati dalle originarie lettere in bronzo, asportate in epoca medioevale. La dedica era:
    « A Gaio Cesare, figlio di Augusto, console; a Lucio Cesare, figlio di Augusto, console designato; ai principi della gioventù ». 

    Marco Vipsanio Agrippa, ottimo e geniale architetto, che progettava tutto ciò che faceva edificare, venne influenzato dalle opere già realizzate a Roma, come il tempio di Apollo sotto il Campidoglio, ma si rifa anche alla decorazione del successivo tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto, nel nuovo stile del principato augusteo che venne esportato nelle province come parte del processo di romanizzazione.

    Il tempio deve il suo ottimo stato di conservazione al fatto di essere stato riutilizzato come chiesa cristiana nel IV sec, In seguito divenne sede di diverse istituzioni pubbliche cittadine, il che l'assoggettò a pesanti trasformazioni. Durante la sua storia divenne persino una stalla, durante la Rivoluzione francese. 

    Dal 1823 è divenuta un museo. Dal 2006 la Maison Carrée è gestita dalla società Culturespaces, la quale ha trasformato la sala interna in una sala di proiezioni cinematografiche. Attualmente viene trasmesso quotidianamente un film in stile docu-fiction dal titolo Nemausus sulla storia della città di Nîmes. Il tempio trae il nome attuale dal XVI secolo, quando venne appunto chiamata la  'Casa Quadrata'.

    RICOSTRUZIONE
    Desrizione

    L'edificio misura 26 m di larghezza per 13 di larghezza e 15 di altezza, che diventano 17 al timpano. Il tempio sorge nel luogo un tempo occupato dal Foro Romano, di cui conserva lo stile architettonico ed è innalzato su un podio di 2,85 m di altezza con le dimensioni di m 26,42 x 13,54 a cui si accedeva per mezzo di una scalinata di 15 gradini, ricostituita con alcuni degli elementi antichi.

    È un tempio pseudoperiptero, cioè in cui le colonne perimetrali della cella sono sostituite da semi-colonne addossate al muro della stessa. Inoltre è esastilo, cioè con sei colonne sulla fronte. Ha un pronao (lo spazio davanti la cella) particolarmente profondo (circa un terzo della lunghezza complessiva); oltre alle sei colonne in facciata, presenta tre colonne libere sui fianchi, che proseguono con otto semicolonne sui lati e sul retro della cella.

    Le colonne hanno fusti scanalati e capitelli corinzi, che sostengono una trabeazione riccamente decorata, comprendente una cornice con mensole e un fregio con girali d'acanto. Sulla facciata la cornice forma un frontone e l'iscrizione dedicatoria con lettere in bronzo occupava lo spazio di fregio e architrave. Un ampio portale, di m 6,87 m di altezza x 3,27 m di larghezza, adornato con mensole decorative sui lati, permette di accedere all'interno della cella, in origine rivestita da lastre di marmo.

    L'AUGUSTEUM (di Jean-Calude Golvin)

    L'AUGUSTEUM

    L'Augusteum era un vasto complesso che comprendeva un bacino in cui sgorgava l'antica fonte sacra venerata dai Volsci già Arécomiques, un teatro, i bagni, e un edificio chiamato oggi Tempio di Diana e un grande portico.

    Sia il tempio che il porticato erano sorretti da colonne corinzie. Il tempio era esastilo, leggermente rialzato rispetto al porticato e fronteggiato da un terrazzo con balconata contenente un'ara sacra. Il terrazzo era inoltre guarnito da quattro colonne ai suoi angoli, sempre scanalate e corinzie, sulla cui sommità si ergevano quattro statue, si pensa identiche, in bronzo dorato, di Nike alate.

    La località si imperniava sull'antico culto della sorgente sacra, che nell'augusteum costituisce l'acqua delle terme che sembrano avere come collegamento la figura dell'imperatore Augusto divinizzato. 

    Qui infatti si raccoglieva l'acqua piovana che filtrava attraverso i terreni carsici a nord della città. Fu qui che si stabilirono i primi abitanti di Nimes, che ne fecero un luogo sacro dedicato al Dio Nemausus. Con i romani il culto passa all'imperatore stesso, ormai divinizzato.

    Il culto imperiale nel mondo romano ebbe inizio con Ottaviano, anche se esisteva già nella Roma repubblicana una setta, di connotazione ellenistica, che dedicava onori divini accordati agli uomini illustri.

    Essa infatti dedicò un tempio e un un flamine a Cesare che dopo la morte venne ufficialmente accolto nel pantheon divino.

    E' l'unico complesso scoperto in occidente di questo tipo, progettato da architetti intorno ad un monumentale altare dedicato al primo imperatore, con edifici culturali annessi, e dedicato al culto e al piacere delle persone, in quanto dotato di terme e teatro.

    Entro la fine dell'Impero Romano, il sito fu abbandonato e, infine sepolto. lasciando solo rare vestigia. Dagli scavi sono emersi, intorno al santuario, ben 60 iscrizioni dedicate
    all'imperatore Augusto del 25 a.c. Queste si trovavano nei pressi della sorgente del bacino, le cui rocce vennero tagliate e ridisegnate con la pietra lavorata per adattarsi ad esedre.

    TEMPIO DI DIANA


    TEMPIO DI DIANA

    Il tempio di Diana si trova nell'area di un santuario incentrato intorno ad un ninfeo dedicato ad Augusto ed è accessibile oggi dai "jardins de la Fontaine", parco pubblico che comprende anche la Tour Magne.

    L'edificio è in parte scavato sul fianco del monte Cavalier ed era originariamente circondato da altri ambienti. Sulla facciata si aprono una porta di ingresso tra aperture rettangolari laterali prive di porte, e, al livello superiore vi si apre un'ampia finestra. Restano oggi una sala coperta, di m 14,52 x 9,55, con volta a botte e affiancata da due scalinate che permettevano l'accesso al piano superiore, forse una terrazza.

    All'interno sul muro nord sono conservate cinque nicchie a pianta rettangolare, sormontate da frontoni, all'uso romano, alternativamente triangolari e semicircolari, inquadrate da un ordine di colonne addossato a parete, con capitelli compositi.

    Il capitello composito fu inventato dai romani giusto subito dopo il 25 a.c., l'anno della colonia di Nemausus, Qui la colonna è formata da una base simile a quella dell'ordine corinzio, il fusto è alto dieci volte il suo diametro e quindi rende la colonna slanciata, infine il capitello raccoglie le volute dell'ordine ionico sugli spigoli e le foglie d'acanto dell'ordine corinzio.

    L'architrave, diviso in tre fasce, è sormontato dal fregio con la decorazione a bassorilievo e infine la cornice decorata da dentelli. Sul lato di fondo sono presenti altre tre nicchie più profonde di quelle laterali e dotate di soffitti voltati decorati da cassettoni. Il pavimento era in opus sectile di lastre di marmo colorato, visto negli scavi del 1745 ma poi sparito misteriosamente, delle quali rimangono solo le impronte sullo strato di preparazione.

    Non è certa per gli studiosi la funzione dell'edificio a pianta basilicale. Secondo alcuni si trattava di una biblioteca ed è datato all'epoca augustea, sebbene la facciata sia stata rimaneggiata nel corso del II sec.

    A nostro parere l'edificio scavato nella roccia del monte con una sorgente vicina doveva accogliere un santuario ben più antico. Abnoba, Dea della foresta e dei fiumi, come risulta da nove diverse iscrizioni epigrafiche, era molto seguita dai Galli. Un altare scoperto presso le Terme romane di Badenweiler, in Germania, ed un altro a Mühlenbach, la identificano con Diana, la Dea romana della caccia

    Altra Dea gallica è Damona, consorte di Apollo Borvo (Dio dell'acqua sorgiva) e di Apollo Moritasgo, Dio della guarigione. Sono state trovate circa settanta iscrizioni dedicate a Damona, Dea delle acque e della fertilità. Diana non è la consorte ma la sorella di Apollo, ma solo perchè nella tradizione antichissima la Signora delle Belve era vergine, dimenticando però che la verginità all'epoca non indicava mancanza di accoppiamenti ma non avere un marito a cui obbedire.


    La Dea in questione dunque doveva essere una Dea gallica assimilata dai romani alla Dea Diana, che come Dea della caccia, delle selve e dei torrenti, e quale antica Signora delle Belve, potè essere venerata anche dai nativi. I romani solevano conservare i nomi delle divinità locali, preceduti però dal nome della divinità romana, come appunto Apollo Borvo o Apollo Moritasgo.

    E' dunque molto probabile che il santuario gallico (ricordiamo che i romani non scavavano ma edificavano, per forma mentis) divenisse santuario romano dal nome doppio, finchè il nome romano, specie con la diffusione obbligatoria del latino (mentre il cristianesimo chiuse le scuole, i romani le aprirono in tutto l'impero) non prese il sopravvento. Il Tempio di Diana riteniamo fosse davvero il Tempio di Diana.

    In molti casi, come anche avvenuto a Roma e ovunque, il cristianesimo demolì o mutò l'uso degli edifici che ebbero riutilizzi in epoca medievale per venire poi restaurati in tempi recenti.

    IL CASTELLUM AQUAE

    IL CASTELLUM AQUAE

    Altro monumento d’epoca romana è il Castellum aquae, detto pure "Castellum divisorium". punto di arrivo dell’acquedotto del Pont du Gard. E' situato in "rue de la Lampèze", nel distretto di Boulevard Gambetta, ai piedi del vecchio "Kastel" del XVII sec.

    Venne edificato alla fine del III sec. Questo bacino di distribuzione dell'acqua  che arriva tramite il Pont du Gard è una testimonianza unica ed eccezionale del genio degli ingegneri romani. E' l'unico castellum antico ad aver conservato le sue aperture perforate sull'intera base. Questa piscina circolare di 5,50 m di diametro e 1,40 m di profondità, scavata interamente nella roccia, permetteva ai tubi di piombo che trasportavano l'acqua di incanalarla verso i monumenti, le fontane e i diversi quartieri della città antica.

    L'ACQUEDOTTO

    L'ACQUEDOTTO

    Poco distante dalla città francese è infine il famoso e maestoso "Pont du Gard", un tratto dell'acquedotto romano che riforniva anche Nimes. Si tratta di un ponte a tre livelli situato nel sud della Francia a Vers-Pont-du-Gard, vicino Remoulins, nel dipartimento del Gard. Attraversa il fiume Gardon, e fa parte dell'acquedotto romano dello stesso nome. Costituito da tre serie di arcate, il ponte raggiunge 49 m di altezza e 275 di lunghezza.

    Incredibile la maestosità dell'opera architettonica e la minuziosità necessaria per l'inclinazione affinché sia lineare il percorso dell'acqua. Esso consta di- un'arcata inferiore: 6 archi, 142 m di lunghezza, 6 m di larghezza, 22 m di altezza.
    - un'arcata intermedia: 11 archi, 242 m di lunghezza, 4 m di larghezza, 20 m di altezza.
    - un'arcata superiore: 35 archi, 275 m di lunghezza, 3 m di larghezza, 7 m di altezza.


    Interno dell'acquedotto

    Una strada percorre il primo livello e l'acquedotto è collocato al terzo livello. L'acquedotto è costituito da un condotto a sezione rettangolare (dimensioni interne: 1,80 m di altezza, 1,20 m di larghezza) che percorre il ponte in tutta la sua lunghezza con una pendenza dello 0,4%.
    Nel 1985 l'acquedotto è stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

    LA STRADA SULL'ACQUEDOTTO
    Il ponte è stato costruito verso il 17 a.c. e faceva parte di un acquedotto di quasi 50 km di lunghezza che portava l'acqua dalle sorgenti di Uzès alla città gallo-romana di Nemausus. È stato costruito da Agrippa sotto l'imperatore Augusto. La portata raggiungeva i 20.000 metri cubi d'acqua al giorno. La consistenza dei depositi in calcare suggerisce che l'acquedotto sia stato in attività per non meno di 400-500 anni.

    L'acquedotto è un capolavoro di ingegneria: ha una pendenza di 34 cm per km, ovvero 1/3000; il dislivello tra la sorgente e l'arrivo è di soli 17 m.. Esso segue un tragitto sinuoso per usufruire al massimo dei rilievi delle colline (in linea d'aria, Uzès non è che a 20 chilometri da Nîmes). Il ponte è stato costruito per incrociare la piccola valle del Gardon.

    L'acqua corrente impiegava circa un giorno per fluire, sotto la spinta della gravità, dal suo punto di captazione situato alle fontane di Eure, nei pressi di Uzès, fino all'invaso di ripartizione ancora visibile nella via Lampèze a Nîmes e chiamato Castellum.

    Nemausus aveva un discreto numero di pozzi ed anche una sorgente vicina: la costruzione di un acquedotto non rappresentava quindi una necessità vitale, ma piuttosto un'opera di prestigio, di cultura e di lusso, destinata all'approvvigionamento idrico di terme, bagni e altre fontane della città.

    Il ponte fu costruito senza l'aiuto di cementi a calce; le pietre, di cui alcune pesanti fino a sei tonnellate, erano legate da tiranti in ferro. I blocchi sono di roccia calcarea e furono estratti da una cava a meno di un km dal cantiere del ponte. Vennero posti in opera grazie ad un argano azionato da una ruota fatta girare dagli operai. 

    Una complessa impalcatura fu costruita per sostenere il ponte durante la sua costruzione. La facciata del ponte ne porta ancora i segni, come i sostegni dell'impalcatura e le cornici sporgenti sui pilastri che accoglievano le centine in legno che servivano a sostenere le volte in costruzione. Si suppone che la costruzione abbia avuto una durata di trent'anni, con l'impiego di circa 800-1000 operai.


    L'ECOMOSTRO

    Questo è il nuovo edificio sorto, ahimè, accanto al bellissimo anfiteatro di Nimes. Non discutiamo il valore di questa opera moderna, ma posta accanto a un'opera di 2000 anni fa, a noi italiani fa venire i brividi.

    A noi è bastata la teca di Mayer dell'Ara Pacis per scatenare un putiferio a Roma, un'opera che poteva essere posta all'Eur, senza deturpare la zona archeologica del centro storico romano. Così anche quest'opera, di cui fra 50 anni non resterà quasi nulla, poteva essere posta altrove, per far felice l'appaltatore e l'appaltato di turno.


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  • 06/05/17--05:50: LA MERIDIANA DI AUGUSTO
  • RICOSTRUZIONE DELLA MERIDIANA DI AUGUSTO

    Sotto la sagrestia della basilica dei SS. Apostoli, nonchè sotto un palazzo in via Campo Marzio furono ritrovati i resti del grande orologio solare di Augusto.



    PLINIO IL VECCHIO 

    L'OBELISCO DELLA MERIDIANA,
    OGGI DAVANTI IL PARLAMENTO ITALIANO (Roma)
    "Is autem obeliscus, quem divus Augustus in circo magno statuit, excisus est a rege Psemetnepserphreo, quo regnante Pythagoras in Aegypto fuit, LXXXV pedum et dodrantis praeter basim eiusdem lapidis; is vero, quem in campo Martio, novem pedibus minor, a Sesothide. inscripti ambo rerum naturae interpretationem Aegyptiorum philosophia continent. Ei, qui est in campo, divus Augustus addidit mirabilem usum ad deprendendas solis umbras dierumque ac noctium ita magnitudinis, strato lapide ad longitudinem obelisci, cui par fieret umbra brumae confectae die sexta hora paulatimque per regulas, quae sunt ex aere inclusae, singulis diebus decresceret ac rursus augeresceret, digna cognitu res, ingenio Facundi Novi mathematici. is apici auratam pilam addidit, cuius vertice umbra colligeretur in se ipsam, alias enormiter iaculante apice, ratione, ut ferunt, a capite hominis intellecta. Haec observatio XXX iam fere annis non congruit, sive solis ipsius dissono cursu et caeli aliqua ratione mutato sive universa tellure a centro suo aliquid emota (ut deprehendi et aliis in locis accipio) sive urbis tremoribus ibi tantum gnomone intorto sive inundationibus Tiberis sedimento molis facto, quamquam ad altitudinem inpositi oneris in terram quoque dicuntur acta fundamenta. (Naturalis Historia, XXXVI, 73) 

     "All'obelisco che e' nel Campo Marzio il divino Augusto attribui' la mirabile funzione di segnare le ombre proiettate dal sole, determinando cosi' la lunghezza dei giorni e delle notti: fece collocare una lastra di pietra che rispetto all'altezza dell'obelisco era proporzionata in modo che,nell'ora sesta del giorno del solstizio d'inverno l'ombra di esso fosse lunga quanto la lastra, e decrescesse lentamente giorno dopo giorno per poi ricrescere di nuovo, seguendo i righelli di bronzo inseriti nella pietra: un congegno che vale la pena di conoscere, e che si deve all'acume del matematico Facondo Novio.

    PARTE DELLA MERIDIANA
    Questi aggiunse sul pinnacolo una palla dorata, la cui estremita' proiettava un'ombra raccolta in se', perche' altrimenti la punta dell'obelisco avrebbe determinato un'ombra irregolare (a dargli l'idea fu, dicono, la testa umana.

    Questa registrazione del tempo da circa trent'anni non e' piu' conforme al vero, forse perche' il corso del sole non e' rimasto invariato, ma e' mutato per qualche motivo astronomico, oppure perche' tutta la terra nel suo complesso si e' spostata in rapporto al suo centro (un fatto che - sento dire - si avverte anche in altri luoghi), oppure semplicemente perche' lo gnomone si e' smosso in seguito a scosse telluriche, ovvero le alluvioni del Tevere hanno provocato un abbassamento dell'obelisco, anche se si dice che se ne siano gettate sottoterra fondamenta profonde tanto quanto e' alto il carico che vi si appoggia".

     In epoca romana per l'orario ci si regolava soprattutto con le meridiane, pere cui Augusto pensò bene di farne costruire una nel 10 a.c. , una grande e degna di Roma, sia per la grandezza e la bellezza architettonica, sia per la precisione di modo che i romani potesse avere un orario cui potersi appellare senza errore. Per ottenere ciò Augusto di avvalse del prezioso aiuto di Mecenate, uomo di gusto raffinatissimo ma pure di astronomi e matematici, non solo romani ma pure egiziani.

    PIANTA DELLE PARTI VISIBILI
    L'Horologium Solarium (o Augusti) era costituito da una vastissima platea circolare del diametro di quasi 180 metri, una piazza vastissima completamente lastricata in lastre di travertino, sulle quali erano incastrate linee e lettere bronzee per formare il quadrante.

     La meridiana è un orologio solare che si avvale di una quadrante, delle lettere romane da 1 a 12 e uno gnomone, cioè di un palo piuttosto alto che, al sole, avrebbe gettato un'ombra lunga e sottile come una lancetta che avrebbe toccato il numero dell'ora vigente. Occorre però riflettere che il sole non si leva all'orizzonte alla stessa ora nei vari mesi dell'anno, per cui il sistema era complicato.

     Le lettere, fuse in bronzo massiccio, erano lunghe 3 metri l'una, dunque gigantesche, e tali titaniche misure oltre a prevedere una piazza unica al mondo per la sua dimensione delle lettere uniche al mondo per la loro dimensione, necessitava di uno gnomone eccezionale.



     L'OBELISCO 

    Infatti come gnomone fu utilizzato un obelisco egiziano, attualmente eretto nella piazza di Montecitorio e qui rinvenuto, che in pratica con la sua ombra funzionava da lancetta indicatrice delle ore. L’obelisco risaliva all'epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.c.), ed era collocato nella città di Heliopolis in Egitto.

    Venne portato a Roma nel 10 d.c. da Augusto, insieme all'obelisco Flamino, e collocato come gnomone dell'Orologio di Augusto in Campo Marzio, nell'area antistante all'Ara Pacis. Oggi però non si tende più a pensare a una piazza estesa per la meridiana bensì a una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino e lunga circa 75 metri. La grande meridiana, che si ritiene inoltre frutto dell'ingegno del matematico Facondio Novo, procedeva, ai suoi lati, con la raffigurazione dei segni zodiacali, e con iscrizioni bronzee in greco, realizzando così un preciso calendario solare che prevedeva la diversa altezza del sole nelle varie stagioni.

     Plinio narra però che l'orologio funzionasse male, forse a causa dello spostamento dell'obelisco causato da un sisma, tanto che fu necessaria la riparazione sotto Domiziano. Rovinato al suolo non si sa quando nell’alto medioevo, l’obelisco venne ritrovato ridotto in più tronconi all’inizio del ‘500. A causa delle cattive condizioni in cui versava e per l'ignoranza dei tempi e delle genti di potere venne di nuovo abbandonato e riscoperto all’inizio del ‘700.

    Nel 1792 per volere di Pio Vi venne restaurato ed eretto nel luogo in cui è attualmente, cioè a piazza Montecitorio a Roma. Anche qui venne realizzata una meridiana in cui l'obelisco potesse fungere da gnomone, ma tuttavia, meno abili degli antichi romani, i nuovo architetti non seppero costruirla in maniera inadeguata per forniva un’ora inesatta.

    Con la nuova (e discutibile) sistemazione di Piazza Montecitorio, inaugurata il 7 giugno 1998, è stata tracciata sull'acciottolato della piazza una nuova meridiana, in memoria di quella di Augusto, che punta però verso il portone d'ingresso del palazzo dove ora risiede il parlamento. L'ombra dell'obelisco non punta, però, esattamente in quella direzione, e la sua funzione gnomonica è definitivamente perduta.

    ANTICA STAMPA DEL RESTAURO DELL'OBELISCO
    Del resto, a leggere Plinio, anche l'orologio originale aveva smesso di funzionare già dopo una trentina d'anni dalla sua installazione, cioè verso il 47. In effetti il frammento meridiana portato alla luce nei sotterranei di Campo Marzio sembrerebbe una linea di bronzo incastonata su delle lastre di travertino. Delle tacche di bronzo indicano la differente lunghezza dell’ombra dell’obelisco al passare dei singoli giorni.

     Sul lato orientale della linea sono presenti i segni zodiacali [ΛΕ]ΩΝ e ΠΑΡΘ[ΕΝΟΣ] (leone e vergine), e sul lato occidentale i segni [ΚΡΙ]ΟΣ e ΤΑΥΡ[ΟΣ] (ariete e toro). Vi si leggono anche alcune iscrizioni, come: ΕΤΗΣΙΑΙ ΠΑΥΟΝΤΑΙ (iniziano a spirare i venti etesii) in corrispondenza del passaggio tra Leone e Vergine (fine agosto), e ΘΕΡΟΥΣ ΑΡΧΙ (inizia l’estate) verso la fine del segno del Toro, cioè a maggio inoltrato.

    La linea meridiana che vediamo non è quella originaria di Augusto: si trova, infatti, circa 1,5 m al di sopra del piano di campagna dell’epoca augustea. Al tempo di Domiziano, presumibilmente per cercare di porla al riparo delle inondazioni la meridiana fu rialzata e le lastre di travertino vennero riutilizzate rovesciandole.


    LA PRECISIONE DI AUGUSTO 

    Per avere un'idea degli orologi romani ricordiamo cheVitruvio nel IX libro del de Architectura elenca 13 tipi diversi di orologi solari. Però la meridiana di Augusto era eccezionale, non solo per la dimensione ma la sua precisione come calendario.

     Tre anni prima della sua costruzione, Augusto era subentrato a Lepido nella carica di Pontefice Massimo e tra i suoi compiti c’era quello di sovrintendere al calendario. Nella sua consueta precisione Ottaviano riguardò il tutto e si accorse che la riforma del calendario attuata dal suo padre adottivo Giulio Cesare non era stata applicata correttamente, cioè un anno bisestile ogni tre, invece che di quattro anni, il computo che adottiamo tutt'oggi. In ricordo della riforma gli venne dedicato il sesto mese Sestilius, che prese il nome di Augustus, e che diventò di 31 giorni, con la stessa distribuzione di mesi lunghi e brevi di oggi.

    Forse non tutti sanno che in tutto il mondo civile si adotta la riforma del calendario voluta dall'eclettico Cesare, uomo geniale in molti settori. Su due lati della base dell'obelisco è posta la seguente iscrizione:

    IMO. CAESAR DIVI FIL.
    AUGUSTUS PONTIFEX MAXIMUS
    IMP. XII COS. XI TRIB.POT. XIV
    AEGIPTO IN POTESTATEMA POPULI ROMANI
    REDACTA SOLI DONUM DEDIT 

    (L'imperatore Cesare, figlio del divo [Giulio], Augusto, pontefice massimo, proclamato imperatore per la dodicesima volta, console per undici volte, che ha rivestito la potestà tribunicia per quattordici volte, avendo condotto l'Egitto in potere del popolo romano, diede in dono al sole).



    L'OROLOGIO DI AUGUSTO 
     di Stefano Del Lungo

     BOLLETTINO TELEMATICO DELL'ARTE *coordinato da Stefano Colonna*

    Partendo dalla viabilita' attuale, l'orologio solare di Augusto, noto nelle fonti come "horologium" e "solarium", o, in riferimento al proprio obelisco, come "gnomon" e "obeliscum", occupava lo spazio compreso tra le odierne Piazza del Parlamento, Piazza S. Lorenzo in Lucina, via del Giardino Theodoli e vicolo della Torretta. L'obelisco, utilizzato come asse indicatore del tempo (da cui i termini gnomon e gnomone), si trova attualmente davanti al palazzo di Montecitorio, un po' arretrato rispetto alla posizione occupata in antico.

    S. MARIA DEGLI ANGELI,
    SIMILE ALLA MERIDIANA DI AUGUSTO
    Le indagini e gli scavi relativi all'orologio di Augusto condotti periodicamente dal 1975 al 1986 sono stati curati dall'Istituto Archeologico Germanico, in relazione ad una serie di interventi nel Campo Marzio e, in particolare, nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, per il suo avanzato stato di degrado architettonico.

     Le ricostruzioni che precedentemente erano state date del complesso orologio-obelisco erano del tutto errate, tanto che nellla seconda meta' degli anni '70 il prof. E. Buchner, presidente dell'Istituto nella sua sede a Berlino, decise di intraprendere scavi accurati nella zona di S. Lorenzo, partendo dai calcolo compiuti dal suo collega prof. Rakob, direttore della sezione di Roma dell'Istituto.

     La campagna porto' al rinvenimento in via del Campo Marzio, a 8 metri di profondita', del livello augusteo e di un battuto che, subito, si penso' dovesse corrispondere al piano di giacitura delle lastre di pietra su cui poggiavano le strisce di bronzo della meridiana. Cio' confermava le stime del prof. àRakob per una superficie occupata dall'orologio di m 160 x 75, paragonabile a meta' della Piazza S. Pietro attuale, e che la meridiana non fosse lastricata su tutta la superficie, ma solo sulle linee piu' importanti, dove si trovavano delle strisce di bronzo della larghezza di 3-4 cm; la restante parte era ricoperta da prato, come mostrano gli studi di paleobotanica effettuati sul polline rinvenuto nello scavo.

     Scoperte ancor piu' importanti si ebbero nel 1979, quando nelle cantine dello stabile al n. 48 di via del Campo Marzio il medesimo prof. Buchner (3) trovo', quasi accanto allo scavo precedente ma, questa volta, a soli 6,30 m di profondita', sotto una falda d'acqua, un lastricato in travertino ricoperto da uno strato di cocciopesto, appartenente forse ad una vasca di eta' adrianea.

     Sulle lastre vi erano impressi con lettere di bronzo i nomi in greco dei segni zodiacali e un asse con una serie di tacche perpendicolari, interpretato come uno dei punti di riferimento dell'ombra dell'obelisco. Dato il dislivello con il piano augusteo, si penso' si trattasse di un rifacimento di fine I-inizi II sec. d.c., in cui si rialzo' in parte la superficie dell'orologio, si calcolarono le angolazioni delle ombre, si usarono a rovescio le vecchie lastre di travertino e vi si incastrarono, in base alle nuove misure, le strisce di bronzo augustee.

    In previsione di nuove indagini, si calcolo' che il Mezzogiorno del 23 Settembre (giorno della nascita di Augusto) si trovasse sotto il bar posto a circa 40 m di distanza dal palazzo. Per adesso, comunque, gli scavi sono in corso sotto la sacrestia della chiesa di S. Lorenzo in Lucina, dove dovrebbe trovarsi l'ora Nona di un mese invernale non ancora noto.

    Partendo da questi elementi e unendo le informazioni tramandateci dal Medioevo sull,orologio, si ha il seguente quadro storico:

     1) negli anni 10-9 a.c. Augusto realizza il primo orologio, sistemando il quadrante parte su travertino e parte sull'erba;

     2) dopo poco inizia la progressiva ricopertura dell'area con i detriti lasciati dalle inondazioni del Tevere e dalle acque di scolo dei colli del Quirinale, Viminale e Pincio.

     Nell'arco di 30 anni l'orologio non funziona più, essendosi spostato l'obelisco di qualche centimetro e apprestandosi il quadrante a sparire sotto uno spesso strato di terra;

    L'AUGUSTO DI CESARE MINGHETTI
    XVIIII SEC.
    3) in un anno non precisato del principato di Domiziano (forse subito dopo l'80 d.c., quando un terribile incendio devasto' il Campo Marzio), su un accumulo di detriti di ben 2 m di spessore si rimonta l'orologio, con il quadrante tutto in travertino e parti in mosaico. Anche in questo caso, però, l'opera ha vita breve, visto che, poco dopo, di lei si perde ogni traccia e testimonianza, resta solo l'obelisco-gnomon, che diviene il simbolo del Campo Marzio, come si vede nella decorazione del basamento della colonna di Antonino Pio;

     4) a partire dal 1463 si susseguono le segnalazioni di ritrovamenti fortuiti di parti della meridiana.
    Il Lanciani per il 1484 cita la testimonianza di Pomponio Leto: "ubi est domus nova facta, quae est capellanorum cuiusdam capellae s. Laurentii" (l'autore si riferisce alla costruzione nel 1463 di una cappella in S. Lorenzo in Lucina ad opera del cardinal Calandrino) "fuit basis horologi notissimi" (ossia dell'obelisco). "Ubi est eph(ebeu)m capellanorum, ibi fuit effossum horologium, quod habebat VII gradus circum, et lineas distinctas metallo inaurato. Et solum campi" (cioe' del Campo Marzio) "erat ex lapide amplo quadrato et habebat lineas easdem, et in angulis quattuor venti ex opere musivo cum inscriptione ut Boreas spirat, etc.";

     5) gli ultimi ritrovamenti casuali del piano dell'orologio avvennero un po' prima del 1876. Infatti, i curatori della prima parte del Corpus Inscr. Lat. vol. VI, e. Bormann e G. Henzen, a proposito dell'iscrizione posta su due lati della base dell'obelisco, scrissero: "...Senonche' i vicini, che intorno ad esso" (cioe' l'obelisco) "hanno le case, asserivano che quasi tutti loro, nel corso degli scavi compiuti sulle rispettive proprieta' per realizzare cantine, avevano trovato vari segni celesti di ottima fattura bronzea, posti su un pavimento intorno allo gnomone...
    " Accanto ai risultati degli scavi, l'unica fonte antica utile per apprendere la tipologia, l'aspetto e le modalita' di funzionamento dell'orologio e' Plinio il Vecchio. Innanzi tutto bisogna capire se e' venuto prima l'obelisco o l'orologio: Augusto, cioe', ha portato a Roma l'obelisco al fine di usarlo come ago (gnomon) per il suo orologio, oppure, una volta a Roma l'obelisco, ha pensato solo in un secondo momento di servirsene come gnomon?

    L'iscrizione della base dell'obelisco non menziona minimamente l'orologio (quindi ci si avvicinerebbe alla seconda ipotesi) ma le prime righe del testo pliniano non aiutano certo a risolvere il dubbio; infatti, le seguenti parole: "Di quello che si trova nel Campo Marzio il divino Augusto fece un uso degno di ammirazione", possono essere a favore tanto della prima che della seconda ipotesi. E' anche vero, pero', che l'obelisco in Egitto e' il simbolo del Sole e a tale divinita' Augusto fa riferimento nell'iscrizione della base, riportandoci all'idea della meridiana.

    Altrettanto dubbia e' l'identita' del progettista dell'orologio. I manoscritti dell'opera pliniana riportano due diverse versioni, accettate dagli editori solo in base a scelte personali:

    1) "...et ingenio fecundo Novi mathematici..." ("degna...dell'ingegno fecondo del matematico Novus"). Si congettura una lettura di Novus per Nonius, identificando il matematico con il cavaliere romano C. Nonio, accusato al tempo di Claudio di congiura ai danni dell'imperatore e condannato a morte; oppure con il questore Novio Nigro, implicato nella congiura di Catilina;

    2) "...et ingenio Fecundi Novi mathematici..." ("degna...dell'ingegno del matematico Fecundo Novo"); questa e' la versione piu' seguita, anche con variazione di Fecundo in Facundo. A proposito della costruzione del piano della meridiana. Plinio distingue diverse fasi.

    All'inizio, per determinare l'estensione del quadrante si osservo' l'area coperta dall'ombra dell'obelisco nel giorno del solstizio d'inverno (21 Dicembre), momento in cui, raggiungendo il sole il punto piu' basso sull'orizzonte, l'ombra e' alla sua massima lunghezza e oscura con la sua rotazione una porzione maggiore di terreno che nel resto dell'anno. L'indicazione dei giorni di ogni mese fu data da un reticolo di linee orizzontali-curve (percorso seguito dall'ombra nell'arco di una giornata) e verticali-rette (lunghezza dell'ombra in relazione alla minore o maggiore altezza del sole sull'orizzonte).

     Delle orizzontali solo una linea era retta, quella il cui tracciato conduceva direttamente all'Ara Pacis il 23 Settembre (giorno dell'equinozio di Autunno e, come si e' gia' detto, della nascita di Augusto). Delle verticali, invece, quella centrale, perpendicolare all'obelisco e corrispondente alle h 12 di ogni giorno, non solo era piu' corta delle altre, ma anche era munita, in totale, di 182 barrette orizzontali, poste a distanze uguali e regolari, corrispondenti, ciascuna, a due giorni.

     Accanto a queste erano incastrati nella pietra i nomi in greco delle costellazioni zodiacali e alcune indicazioni astronomiche, come "ETHESIAI PAUONTAI" (Etesi'ai pa'uontai), cioe'"cessano i venti Etesii", oppure "QEROUS ARCH" cioe'"inizio dell'Estate". Di queste note colpisce come si riferiscano a fenomeni celesti e meteorologici riscontrabili solo nella parte orientale del Mediterraneo, e automaticamente viene da pensare alla presenza di un modello alle spalle dell'orologio, da ricercare in Egitto, sulla costa siro-palestinese, in Asia Minore o in Grecia. Infine, raffigurazioni a mosaico dei venti, come ci viene testimoniato nel Medioevo, dovevano trovarsi ai margini del quadrante. In generale, partendo proprio da queste indicazioni, si e' concordi nel ritenere che:

    SOLARIUM AUGUSTI
    1) la posizione della meridiana nel Campo Marzio, a circa meta' strada tra il Mausoleo di Augusto, l'Ara Pacis e il Pantheon di Agrippa non e' casuale, ma obbedisce a precise regole propagandistiche;

    2) il corredo nel quadrante di iscrizioni in greco e non in latino, come sarebbe piu' logico a Roma, unitamente ad indicazioni astronomiche tanto particolari quanto inutili per l'Italia, puo' essere la prova che si tratti della copia esatta da un originale alessandrino, riprodotta sulla scia di quel gusto egittizzante che gia' aveva ispirato Augusto per gli altri obelischi e per il suo Mausoleo, e che rientrava nel piano di assomigliare sempre piu' ad Alessandro Magno.

     L'obelisco, divenuto poi gnomon dell'orologio, risaliva al faraone Psammetico II (VI sec. a.c) e si trovava ad Heliopolis, in Egitto. Augusto lo fece portare a Roma nel 10 a.c, forse contemporaneamente o anteriormente agli altri tre obelischi, presi sempre in Egitto e posti uno sulla spina del Circo Massimo e due innanzi al proprio sepolcro. Era un monolite di granito rosso, alto quasi 22 m e ricoperto di geroglifici su tutti e quattro i lati.

    Per quanto la sua funzione di gnomon venisse presto meno, l'obelisco rimase ancora in piedi per molti secoli. Cadde in una data ignota (forse a causa del sisma dell'Aprile dell'849 (14) o nel 1048, durante l'assedio di Roma da parte di Roberto il Guiscardo, dopo che la sua base, ben raggiungibile tramite l'accumulo di macerie che aveva ricoperto il piedistallo, era stata arrotondata dall'azione del ferro e del fuoco) e si ruppe in cinque pezzi. Per la gran quantita' di detriti depositatisi al di sopra, se ne perse presto ogni traccia.

    Solo la memoria di questa pietra bizzarra e della relativa ombra rimasero nella piazza antistante S. Lorenzo, dando vita ad una leggenda. Si racconta, infatti, che ivi si ergesse una statua con il braccio e l'indice destro tesi, e sul dito la scritta "Percute hic", ossia "Batti qui". Questa versione della leggenda si trova in S. DELLI, Le strade di Roma, Roma-Newton Compton 1988, p. 230 sg. Il Tomassetti (G. TOMASSETTI, La Campagna Romana nel Medioevo, Archiv. Soc. Rom. St. Patria 23-1900, p. 153), suggestionato dal racconto e convinto che comunque abbia una base reale, tende a ricondurre alla stesso motivo la notizia di una localita'"ad digitum Solis" (IX sec.), situata tra le citta' di Ostia e di Porto.

    Infatti, a proposito del curioso toponimo afferma: "deve significare una statua relativa al sole, con un dito in alto, statua che doveva decorare l'orologio solare del porto. Ed aggiungo che anche nell'orologio monumentale del Campo Marzio in Roma si ricorda una statua ma col dito abbassato... Forse due statue decoravano due antiche meridiane, l'una col dito in alto, da Levante, l'altra col dito in basso, da Ponente".

    PUNTA DELL'OBELISCO
    Dopo che molti avevano eseguito l'ordine della statua senza che nulla accadesse, vi provo' il grande negromante Gerbert d'Aurillac (meglio noto come papa Silvestro II - 999-1003), ma in un modo del tutto particolare: attese il Mezzogiorno e segno' il punto dove cadeva l'ombra dell'indice, poi, la notte stessa, assistito da un servitore, apri' con un sortilegio la terra e si trovo' in una reggia d'oro, piena di ricchezze e di statue di re, di dignitari e di altri personaggi celebri, anch'esse d'oro e poste a guardia dell'immenso tesoro.

    I due avendo tentato di sottrarre i gioielli e gli altri beni facilmente trasportabili, si videro circondati dalle statue, improvvisamente animate, e furono costretti alla fuga, non potendo portare con se' nulla. Il tesoro da loro visto era quello dell'imperatore Ottaviano Augusto, che naturalmente non fu piu' rinvenuto. L'obelisco venne ritrovato per caso nel 1502; i suoi avanzi erano riuniti in una cantina del Largo dell'Impresa (strada non piu' esistente) e furono scoperti da un barbiere che ivi aveva il suo negozio. Dopo gli infruttuosi tentativi di Sisto V di rimontare l'obelisco e di rialzarlo, Benedetto XIV nel 1748 fece raccoglierne i frammenti, che rischiavano di andare perduti, e li mise in salvo nel cortile di un palazzo in via della Vignaccia (strada anch'essa scomparsa).

     Solo tra il 1789 e il 1792 Pio VI riusci' a restaurarlo, ricorrendo anche a pezzi presi dalla base di Antonino Pio, e a innalzarlo in Piazza Montecitorio, sullo stesso piedistallo antico dove tuttora si trova. Nonostante la grandiosita', l'importanza e l'eccezionalita' di un monumento come l'orologio di Augusto, le fonti sembrano, in generale, non avere mai sentito parlare di esso. Se proprio un accenno deve essere fatto, questo va, seppure in breve, all'obelisco.

    Lo stesso Plinio tratta dell'orologio in funzione dell'obelisco, in quanto quadrante di uno gnomon (non a caso la descrizione e' collocata all'interno del capitolo dedicato agli obelischi di Roma). Naturalmente questo e' un argomento "ex silentio", poiche' dal naufragio della letteratura classica nel Medioevo a noi sono giunte per la maggior parte opere e frammenti di autori che di topografia e tecnologia si interessano poco o nulla; ma e' anche una constatazione. 

    Infatti, escludendo Plinio (23-79 d.c.), non si capisce come mai Strabone (I sec. d.C.), Ammiano Marcellino (330-400 d.c.) e i Cataloghi Regionarii (IV sec. d.c.) tacciano del tutto dell'orologio; in piu' e' strano che tra il I e il IV sec. d.c. gia' vi sia il vuoto completo di notizie. Pur non conoscendo le vicende dell'orologio dalla fine del I sec. d.c. in poi, sono proprio gli scavi compiuti dai tedeschi a suggerirci la risposta. Come si e' visto, tra la fase dell'orologio di Augusto e quella del successivo rifacimento domizianeo vi e' un dislivello di 2 m, creatosi nell'arco di quasi un secolo a causa delle piene del Tevere e delle acque di scolo dei colli circostanti.

     E' possibile, allora, che il progressivo interramento di questa parte del Campo Marzio sia proseguito inesorabile anche dopo il ripristino del quadrante della meridiana e che gia' nella meta' del II sec. d.c. l'orologio si trovasse ad una profondita' tale da non essere piu' visibile: dell'intero complesso solo l'obelisco sarebbe rimasto a provarne l'esistenza e il passato splendore.



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  • 06/06/17--06:07: LIBARNA (Liguria)


  • LIBARNA LIGURE

    Libarna fu città preromana e romana della Liguria, sulla riva sinistra dello Scrivia, sul tratto della via Postumia tra Genua e Dertona, presso l'odierna Serravalle Scrivia. Oggi il vicino centro abitato è una frazione di Serravalle Scrivia.

    Libarna era un capoluogo autonomo di un vasto territorio che confinava a est con Velleia, a sud con Genua, a ovest con Aquae Statiellae e a nord con Derthona. I manoscritti presentano diverse variazioni del nome, con Libarium, Libarnum, Lavarie e Levarnis, mentre il termine Libarna sarebbe preromano cioè ligure.

    L'insediamento libarnese usufruì di un territorio pianeggiante e stabile, protetto dal rischio di inondazioni, ricco d'acqua e in una zona particolarmente fertile, l'economia agricola era fondata sulla viticoltura, sulle colture arboricole per lo sfruttamento del legno, sull'allevamento del bestiame. 

    Tra le altre attività vantava la produzione della ceramica e l'industria laterizia. Grazie alla posizione geografica costituiva inoltre un importante nodo commerciale. Dalle iscrizioni votive ritrovate sappiamo che i cittadini di Libarna erano devoti a Giove, Diana ed Ercole. Attestato anche il culto imperiale. 

    La piana di Libarna ebbe i primi insediamenti alla media età del Ferro (VI-V secolo a.c.), fondati dai Liguri Dectunini, forse uno dei quindici oppida che, secondo Livio, si arresero al console Q. Minucio Rufo nel 191 a.c. Secondo altri il territorio di Libarna era occupato dai Ligures Bagienni, una popolazione stanziata nella zona sud-occidentale dell'odierno Piemonte, a ovest delle Langhe.

    I Liguri, la più antica popolazione dell'Italia settentrionale, si erano stanziati in un ampio territorio corrispondente alle aree degli odierni Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana settentrionale, Isola d' Elba e Corsica. Le varie stirpi liguri avevano tutte un fondo culturale comune, un comune linguaggio e comuni riti funebri a incinerazione.

    Le fonti descrivono i Ligures come uomini di statura medio-bassa, forti e valorosi che combattevano insieme alle loro donne, che Cicerone descrive come coraggiose e spietate come gl uomini, abili nell'uso delle frecce che tiravano da cavallo, ma pure delle fionde che utilizzavano da torri di pietra e in postazioni create per tendere imboscate. Vivevano secondo gli uni in povertà, secondo altri in semplicità, con modeste tecniche agricole, allevamenti e pesca. 

    Il villaggio si sviluppò quando un importante emporio etrusco di Genova agli inizi del VI sec. a.c. diede luogo a una via commerciale verso la pianura padana e le aree transalpine. A vedetta del percorso, sorse su una collina un villaggio di Liguri, abitato ancora nel III-II sec. a.c., con area cimiteriale lungo il rio della Pieve. L'area archeologica visibile oggi rappresenta una piccola parte dell'antica città, che occupava una superficie molto maggiore.

    Quando le truppe romane combatterono a contro le tribù liguri trovarono più difficoltà ad affermarsi nelle aree più povere, impervie e meno sviluppate, forse proprio perchè non cambattevano in campo aperto ma con attacchi e ritirate repentini, con una velocità che i romani, appesantiti da armi e armature non potevano eguagliare. Inoltre praticando una vita semplice ma totalmente libera faticarono ad apprezzare la vita più ordinata ma pure agiata dei romani.



    LIBARNA ROMANA

    Libarna è menzionata per la prima volta nel II secolo a.c. quando si cita la costruzione della via Postumia (148 a.c.).

    RICOSTRUZIONE DI LIBARNA
    Tale via fu inoltre il collegamento più diretto fra il nodo stradale di Tortona e il porto di Genova e fece sì che Libarna fosse attraversata dalle merci di scambio e ne costituisse una fondamentale tappa di smistamento. 

    A seguito della concessione, nell'89 a.c., del diritto latino ai popoli della Transpadana e a quelli a sud del Po alleati ai Romani, anche Libarna divenne una colonia latina e al suo interno furono probabilmente riuniti diversi gruppi tribali.  

    Se inizialmente Libarna servì come stazione provvisoria di passaggio e come deposito di rifornimenti per l'esercito romano impegnato nelle battaglie contro le popolazioni liguri, in seguito essa si sviluppò come nucleo abitato e strategico definitivo. Nel massimo splendore ebbe probabilmente dai quattro- ai settemila abitanti.

    Nel 49 a.c. la città divenne municipium; nello stesso periodo fu iscritta nella tribù Maecia e venne determinato il sito destinato al centro urbano. 

    Con la concessione della cittadinanza latina e poi romana, si sviluppò un impianto urbano romano in linea con l'orientamento della via consolare. 

    Fu eretta a colonia soltanto  nel I sec. d.c., quando raggiunse il massimo della prosperità e venne compresa nella Regio IX la Liguria, estesa a sud del Po, dalle Alpi Marittime a quelle Apuane. 

    Fu menzionata anche da Plinio, dal geografo Claudio Tolomeodal geografo Guido,  nell'Itinerarium Antonini e nella Tabula Peutingeriana, l'unica carta topografica dell'antichità romana pervenutaci e databile intorno al IV sec.collegata alla grande strada consolare che collegava Genova ad Aquileia.

    I resti archeologici dell'area urbana di Libarna risalgono al I sec. a.c., tra la metà e la fine secolo, quindi in età imperiale, fino al IV secolo d.c., testimoniando una città ricca, densamente abitata e frequentata da coloro che percorrevano la via Postumia.

    Sembra che l'opulenza si sia affievolita a partire dal III secolo d.c., col declino del traffico della via Postumia.

    Caduta in declino ancor più in seguito alle invasioni barbariche, fu definitivamente abbandonata nel 452 del V secolo, quando gli abitanti lasciarono le case  rifugiandosi sulle colline, unendosi ai centri preesistenti o creandone nuovi, come Precipiano, Serravalle e Arquata.

    Forse crollò definitivamente in seguito alle distruzioni operate in Liguria dal re longobardo Rotari nel 643, e per lungo tempo se ne perse il toponimo, salvo che per la Pieve locale che mantenne, storpiandolo, il nome romano plebs de Linverno o de Inverno, come dimostrano alcuni documenti medievali tortonesi. 

    Data l'ampiezza dell'antica giurisdizione libarnese e il prestigio che essa conobbe in età imperiale, è probabile una sua connessione con Genua e Dertona. Fra Libarna e l'area della val Borbera c'erano infatti rapporti economici e commerciale basati sulla fornitura di manodopera e di legname.



    GLI SCAVI

    Libarna venne riscoperta nel XIX sec. per la costruzione della Strada Regia dei Giovi (1820-1823) (odierna Strada statale 35 dei Giovi), destinata a collegare Genova, da poco entrata nel Regno di Sardegna, con la capitale Torino, a partire dal 1820. Ma anche a seguito dei lavori della ferrovia Torino-Genova (1846-1854) con resti di edifici monumentali e quartieri abitati con case e taberne.

    La città fu centro amministrativo di una regione piuttosto ampia, che si estendeva a est fino alla val Trebbia, toccava a nord l'agro tortonese, a ovest la zona di Acqui e a sud il distretto di Genova. 
    Il centro cittadino era collegato poi a un fitto sistema di borghi e villaggi rurali, con agro pubblico del popolo romano affidato alla comunità dietro pagamento di un tributo e, nelle zone più alte a pascolo. 

    Gli iniziali interventi di scavo erano permeati di entusiasmo, ma in seguito per evitare lo smantellamento dei monumenti e il saccheggio dei materiali, si procedette a un metodo sperimentale preventivo, per salvaguardare i resti da dispersione e distruzione.

    Vennero riportati alla luce due quartieri in prossimità dell'anfiteatro, di 60 x 65 m di lato, l'anfiteatro, il teatro e alcune strade urbane, mentre le terme e il foro dopo gli scavi archeologici sono purtroppo stati rinterrati, per quella terrifica usanza tutta italiana per cui si trovano i soldi per qualsiasi spesa di armi, di mostri di cemento di opere pubbliche totalmente inutili ma non per l'arte o per l'archeologia. I reperti di scavo sono per la maggior parte conservati nel Museo di Antichità di Torino, dove figurano tra le opere di maggior pregio, pavimenti musivi, marmi, bronzi e ambre figurate.

    La città sorgeva su un ampio pianoro, ricco di acque e circondato da colli verdeggianti. 
    Il pianoro era percorso dalla via Postumia, da Nord-Ovest a Sud-Est e dal decumano  Sud-Ovest a Nord-Est, conduceva all'anfiteatro. 

    Le strade erano lastricate, rettilinee, e con fognature riversantisi nel Rio della Pieve. 
    Inoltre riceveva acqua da un acquedotto, era ricca di sorgenti, pozzi e fontane. 

    Lo sviluppo delle costruzioni, favorita dall'estrazione dell'argilla locale, fu decisiva l'industria laterizia che dava lavoro a muratori, carpentieri, scalpellini, mosaicisti e decoratori. Le abitazioni, di dimensioni contenute, si susseguivano ordinati in base agli assi stradali. Tipica urbs romana, Libarna era costituita da isolati racchiusi tra cardines e decumani, cioè fra due ordini di vie parallele intersecantisi ad angolo retto. 

    Altrettanto regolare era la dislocazione degli impianti pubblici, col foro in posizione centrale. 
    Le strade principali,  larghe circa sei m, erano lastricate con blocchi di arenaria di Serravalle, nonchè fiancheggiate da marciapiedi; le strade minori invece erano acciottolate con i sassi del torrente, come resterà un po' ovunque fino all'800 e al '900 nella maggior parte dei borghi..

    Al centro tra cardo e decumano sorgeva il foro, grande piazza lastricata circondata da edifici porticati,  finora solo parzialmente esplorato. Le terme erano situate nell'estremo settore Nord-Est e verso nord sorgeva il teatro.

    Le terme, locate tra il quartiere dell'anfiteatro e il teatro occupavano la superficie di quattro isolati; il foro si trovava invece al di fuori dell'attuale perimetro dell'area archeologica, lungo il decumano massimo in direzione opposta all'anfiteatro.



    L'AMMINISTRAZIONE 

    Libarna per l'alleanza con Roma doveva la fornitura di contingenti militari su richiesta del governo centrale. 
    Però il potere decisionale era nelle mani del senato locale costituito dai decuriones, proprietari terrieri che rappresentavano il ceto nobiliare. 
    Si diventava decuriones a 25-30 anni e con un censo di almeno 100.000 sesterzi. 

    I principali magistrati erano i quattuorviri, eletti annualmente e distinti in due coppie: i duumviri iure dicundo con poteri giuridici, amministrativi, e decisionali in ambito penale; i duumviri aediles, invece, erano addetti all'approvvigionamento cittadino, al controllo dei commerci, alla manutenzione di strade ed edifici, nonché ai giochi pubblici. Le attività finanziarie erano affidate alla supervisione dei quaestores. Ogni magistrato era solitamente affiancato da funzionari, segretari e scribi.



    L'ACQUEDOTTO

    Anticamente l'approvvigionamento idrico di Libarna fu garantito da un sistema di pozzi freatici scavati nel sottosuolo anche oltre i sei metri. In seguito all'espansione della città venne creato un sistema di condutture per la raccolta e la distribuzione dell'acqua. L'acquedotto libarnese, modello di alta ingegneria idraulica romana, costituiva uno dei più lunghi tracciati in Piemonte e la sua portata era all'incirca di 400 m³/h.



    IL TEATRO

    Nel settore nord-orientale di Libarna sorgeva il teatro, edificato fra il I e il II secolo. La struttura a emiciclo rispettava le prescrizioni vitruviane per la propagazione dei suoni, imprescindibile nella scelta del sito.

    Esso presenta strutture curvilinee di contenimento della terra riportata sulla quale poggiavano le gradinate, che si affacciavano su scena rettangolare con palcoscenico originariamente a copertura lignea, delimitato da parasceni, o locali laterali, per una lunghezza totale pari al diametro della cavea, 35 m, e con buche per i contrappesi di manovra del sipario.

    Dietro la scena ci sono i resti dei quadriporto, corridoio coperto dove gli spettatori potevano passeggiare e ripararsi. Ma il teatro ha 3 ingressi, due laterali  e uno centrale. Questo corridoio centrale,inconsueta nei teatri romani, divide la cavea in due settori speculari di uguali dimensioni, e per dimensioni risulta l'ingresso principale, con due nicchie semicircolari per statue o fontane.  

    L'altra particolarità è, nel lato dell'emicielo Nord, di vani absidati aperti tra i muri radiali, vani che mancano invece nella zona Sud dello stesso emicielo. Si ritiene che il muro della facciata Sud sia quello originario della costruzione e che i vani absidati Nord gli siano stati sostituiti in seguito. Si ritenne dovuta a questo la costruzione di un anello più esterno ad arcate che avrebbe avuto in tal caso duplice funzione di aumentare la capienza della cavea e coprire le diverse strutture dell'ex- facciata.
     La facciata era certamente in due ordini. Le parti ornamentali esterne, pilastri, capitelli e fregi, erano in arenaria, forse con un rivestimento interno dei teatro in marmo. La datazione sarebbe del Il sec., e di ampliamento, nel III.

    Il teatro  e poteva ospitare sino 3.800 spettatori. Resti di intonaci dipinti e di marmi impiegati per il rivestimento delle pareti attestano il lavoro di artigiani qualificati preposti al coordinamento delle maestranze e della manodopera servile.

    L'ANFITEATRO

    ANFITEATRO

    Di forma ellittica leggermente schiacciata era invece l'anfiteatro, situato all'estrerno del decumano massimo, mentre alle spalle dell'arena è la depressione ove corre la Scrivia, dalle piene della quale lo proteggevano forse due muri incrociantisi ad angolo retto.

    L'asse minore dell'anfiteatro, databile all'età di Claudio (41-54), è l'ideale prolungamento di una piazza a terrazza rettangolare, ottenuta mediante lo scavo dell'arena, dove avvenivano gli spettacoli. al di sotto del livello del terreno e i rialzo delle gradinate sulla terra riportata opportunamente cementata da costruzioni anulari e radiali. 

    In linea con l'asse maggiore sono stati localizzati, muniti di celle forse per la vendita delle tesserae, due ingressi principali per i quali si è potuta intuire, per i laterizi a cuneo, una copertura a volta, ma ai posti, ripartiti su uno o due ordini, si accedeva mediante altri 26 passaggi, tutti ben visibili lungo il muro perirnetrale. 

    Due di essi sono in linea con l'asse minore determinando, in simmetria con quelli dell'asse maggiore, una divisione dell'elissoide in 4 parti uguali contenenti ugual numero di passaggi: presso quello ordinato con la parte orientale dell'asse minore il ritrovamento di massi squadrati presso una soglia, forse una porta libitinaria, ovvero della porta attraverso la quale i gladiatori caduti erano portati fuori dall'arena. 

    Sempre in linea con l'asse minore ma nel sottosuolo è stato invece riportato alla luce un corridoio che, percorrendo l'arena nella lunghezza e con leggera inclinazione, dopo aver toccato un grande pozzo semicircolare, confluisce al centro, in una sala di forma rettangolare con absidi terminali affrontate, posta in comunicazione coi piano dell'arena da una piccola scala. 

    L'arena in origine era chiusa da un podio di quadrelli di arenaria poggiante su di uno strato di 1 m. di ciottoli e quadrelli in muratura; sporgente ora di 50 cm. sul piano dell'arena il podio aveva in realtà un'altezza assai maggiore essendo ben più alti i muri radiali della cavea, presumibilmente rivestito di lastre marmoree. 

    All'esterno la costruzione non aveva rivestimento decorativo, ma solo lesene a sporgenza leggera. La fine della costruzione fu dovuta, nella la metà del IV sec. ad un incendio che trovò alimento nel legname impiegato per le apparecchiatura e per la copertura lignea: questa distruzione non esclude però la possibilità di un ripristino da parte della popolazione.

    La struttura, prevedeva i giochi pubblici sia dei ludi gladiatori che delle venationes, spettacoli di caccia particolarmente cruenti. Le manifestazioni presentate nell'arena dovevano attirare una grande quantità di pubblico dai territori vicini a Libarna, dal momento che le gradinate dell'anfiteatro, oggi scomparse, avevano una capacità di circa 8.000 spettatori.



    CASE DI ABITAZIONE

    Riguardano il quartiere dell'Anfiteatro, ovvero gli isolati ad esso prospicienti, fiancheggianti il decumano massimo, di cui sono state riportate alla luce con  le fondamenta. I nuclei, accessibili da vestiboli o corridoi affiancati alle taberna su strada, dei tipo a cortile con porticato, hanno elementi architettonici tipici delle case ostiensi del Il sec. dell'Impero.

    Sul lato destro del decumano massimo fondamenta di poco spessore suggeriscono costruzioni di scarsa elevazione, forse botteghe a solo pian terreno, scuderie o magazzini. Nell'isolato Nord un grande cortile centrale con area perimetrale porticata, intorno a cui si affacciano più nuclei. Purtroppo occultati alla vista del visitatore da rinnovato interramento o da distruzione sono pregevoli mosaici che rivelavano, insieme a bronzi figurati, sedili e fontane marmoree, pure mancanti in sede, l'accuratezza delle costruzioni sottolineata dall'efficienza della rete di approvvigionamento idrico, che serviva le abitazioni, fornite di pozzi e fontane, appoggiato da un'ottima rete di scarico che faceva confluire le acque in collettori sottostanti la rete stradale e di qui le convogliava nello Scrivia.



    LE TERME


    Fra il teatro e l'anfiteatro sono stati rinvenuti i resti di una costruzione identificata con le terme. Nello stesso quartiere vi era una fullonica dove si tinteggiavano le stoffe.

    Di certo a Libarna esistevano templi, altari e sacella dedicati a varie divinità, maggiori o minori, il cui culto si affiancava a quello imperiale. L'intenso scambio commerciale fa supporre la presenza in città di strutture ricettive come alberghi e locande provvisti di adeguati stallaggi. Non saranno mancate nemmeno officine per bardature e finimenti in metallo e altre di sellai e di carradori.




    EPIGRAFIA

    La maggior parte delle iscrizioni inerenti Libarna si colloca fra il I e il II secolo. In diverse epigrafi, oltre a essere ricordate alcune gentes locali, vengono menzionati altri nomina di libarnesi, di cui però non si possono ricavare informazioni precise.

    Oltre a distinguersi nel contesto urbano, alcuni membri dell'aristocrazia locale ottennero anche qualche carica di prestigio al di fuori del municipium di appartenenza. Raramente tali illustri personaggi vennero ricordati nel luogo d'origine; in Liguria ve ne furono alcuni che, avendo assunto obblighi municipali o sacerdotali nelle terre natali, meritarono la riconoscenza dei concittadini per il loro impegno, consistente per lo più in elargizioni economiche ovvero interventi evergetici (donazioni private alla collettività).


    Caius Atilius Bradua

    Il ruolo considerevole assunto dall'iniziativa privata nello sviluppo urbanistico di Libarna in età imperiale è attestato da un'iscrizione (CIL V 7427) nella quale è ricordato tale Caius Atilius Bradua, appartenente alla famiglia degli Atilii, una delle più influenti a Libarna che a proprie spese, "pecunia sua", finanziò la lastricatura del foro e fece costruire un  edificio identificato col foro stesso o col teatro.


    Cnaeus Atilius Serranus

    Alla medesima famiglia apparteneva anche Cnaeus Atilius Serranus, che fu flàmine augustale e forse anche patrono della colonia "[p]atr(onus) co[loniae]", segno che verso la fine del I sec. Libarna avesse chiesto e ottenuto di mutare il proprio statuto da municipale a coloniario, ritenuto di maggior prestigio.

    Considerato il suo cognome greco, era probabilmente un liberto della stessa gens il Marcus Atilius Eros ricordato in CIL V 6425, che rivestì la carica sacerdotale di sèviro augustale a Dertona e a Libarna. Per essere ammessi nel collegio dei seviri occorreva versare una tassa, il che prevedeva che Marco Atilio Eros avesse ottime capacità economiche.


    Quintus Attius Priscus

    Fra i benemeriti delle iscrizioni libarnesi vi è l'eques Quintus Attius Priscus (CIL V 7425), aristocratico che ricoprì magistrature e cariche religiose, della tribù Maecia: fu edile, duumviro quinquennale, flàmine augustale, pontefice e prefetto dei fabbri, ossia comandante del genio, prefetto di coorti ausiliarie di leva locale: la I Hispanoum, la I Montanorum e la I Lusitanorum. In seguito al Bellum Suebicum ("guerra contro gli Svevi") del 97 voluto da Nerva, cui prese parte in qualità di tribunus militum della Legio I Adiutrix, l'imperatore gli conferì prestigiosi dona militaria: corona aurea, hasta pura e vexillum. 

    La sua carriera equestre culminò nel comando, in veste di prefetto, dell'Ala I Augusta Thracum, un reggimento di cavalleria ausiliaria. La dedica della plebe non sarà stata posta solo a titolo onorifico, ma come riconoscimento della città per qualche beneficio ricevuto al tempo delle sue magistrature in patria.

    Materiale epigrafico di Libarna è stato rinvenuto anche in val Borbera: in una lapide tombale ritrovata nel 1850 a Borghetto (CIL V 7432) è attestata la presenza della gens Iulia e della gens Livia. Un'ara rinvenuta a Roccaforte Ligure nel 1822 (CIL V 7423) testimonia invece il culto delle Matrone, divinità di origine gallica venerate ancora in età romana, alle quali l'altare fu dedicato "libens merito": oggi si direbbe "per grazia ricevuta".

    Risalgono al periodo cristiano alcune epigrafi funerarie e una serie di iscrizioni greche (ICI 120-134) riportate su oggetti votivi databili al VI secolo, provenienti dalla Terra Santa e ritrovati nel 1910 nella cripta della basilica di San Colombano a Bobbio.



    NUMISMATICA


    Vari reperti numismatici documentano una continuità della città in epoca imperiale. Alcune monete emesse col nome di personaggi diversi dall'imperatore, in base alla consuetudine del princeps, iniziata con Augusto, di celebrare i propri familiari. Oltre a molti nominali di Augusto (23 a.c. - 17 d.c.), molte monete dell'età giulio-claudia (14-54) attesterebbe intensi scambi commerciali per il centro urbano, mentre i pochi esemplari di epoca repubblicana, rinvenuti a maggiore profondità, testimonierebbero una frequentazione sporadica dell'area libarnese a quell'epoca.



    SCULTURA

    Sono pervenuti frammentari esempi di statuaria libarnese di piccole dimensioni destinati alla decorazione, identificati come manifestazioni scultoree di carattere privato, così come alcuni bronzetti ritraenti figure sacre. Carichi di significati religiosi e apotropaici dovevano essere molti degli oggetti ornamentali scolpiti in materiali preziosi come l'ambra, l'agata e il diaspro, apprezzati presso i Romani per i poteri magici, protettivi e medicamentosi che venivano loro attribuiti.
    Fra gli oggetti di uso quotidiano sono stati ritrovati:
    •  parecchie lucerne, 
    • chiavi in ferro, 
    • vari tintinnabula (campanelli metallici legati a credenze magico-apotropaiche), 
    • ami e arpioni per la pesca, 
    • orcioli, 
    • piatti, 
    • pentole da cucina, 
    • parti di anfore d'importazione ispanica per il trasporto e la conservazione del vino,
    • turibula, bracieri o incensieri da cerimonia, 
    • sonde, 
    • spatole atte a mescolare unguenti, 
    • aghi per la sutura, 
    • pinze chirurgiche, 
    • una trottola di legno con inserti in bronzo, 
    • pedine e dadi, 
    • fusi in legno e in osso per la filatura e frammenti di telaio, 
    • decorazioni in pasta vitrea e in perle,
    • spilloni in argento, osso o bronzo usati per trattenere i capelli,
    • piccoli contenitori in vetro e alcuni specchi,
    • fibulae in bronzo, fibbie per lo più del tipo a cerniera diffuso in epoca augustea e tiberiana.



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  • 06/07/17--06:31: ARX AUGURACULUM
  • AUGURE IN RITUALE

    L'auguraculum o "recinto augurale", era un tempio, anche se senza tetto, orientato secondo i punti cardinali e consacrato ritualmente, da cui i sacerdoti, ivi posizionati, fornivano i pubblici auguri osservando il volo degli uccelli a partire dalla porzione di cielo da cui provenivano e alla loro direzione. 
    Il sacerdote adibito si posizionava al centro del tempio, in una tenda o in una capanna, e osservava le porzioni di cielo da cui provenivano gli uccelli, demarcate dai cippi astronomici posizionati lungo il perimetro del tempio, aspettando pazientemente che questi si presentassero.

    POSIZIONE DELL'ARX AUGURACULUM NEL CAMPIDOGLIO
    (cliccare per ingrandibile)
    Da questa osservazione il sacerdote poteva predire il futuro e o conoscere la volontà degli Dei.
    A Roma esistevano tre auguracula permanenti, nella cittadella costruita sull'Arx Capitolina, sul Palatino e sul Quirinale. Auguracula erano comunque eretti anche in altre città e negli accampamenti militari.
    Arx Capitolina. o Arce Capitolina, è uno dei due piccoli picchi che formano il Campidoglio, dove vennero eretti alcuni degli edifici più importanti di Roma. Qui era l'auguraculum, il luogo dove i Auguri, gli indovini, osservavano i voli degli uccelli.

    I Romani ereditarono queste credenze dagli Etruschi.
    Secondo Livio l'auguraculum era un luogo situato sull'Arx, o Arce (Cic., Off 3,66;. Livio 1.18.6;. Val Max 8.2.1,.. Varrone, Ling 7.8) da cui gli auguri osservavano il volo degli uccelli. Secondo Varrone l'auguraculum era uno spazio consacrato segnato sul terreno (Ling. 7.8: Templum in terris) e le prove comparative da Cosa (Basilicata) e Bantia (Toscana), si pensa che l'auguraculum era un'area quadrata o rettangolare segnata da pietre di confine, o cippi (Linderski, Platner-Ashby, Richardson).

    Un aneddoto riguardante la distruzione di una casa sul Celio che interferiva con le "linee di confine degli Auguri "d (Cic., Off 3.66,... Val Max 8.2.1) indica che un auguraculum sorgeva sopra la Via Sacra, e si affacciava sul Foro Romano (Richardson 1978).

    Coarelli, utilizzando Plutarco (Num. 7,2-3), in cui si afferma che l'auguraculum era visibile dal Comizio, lo identifica in maniera convincente con i resti di mura di varie epoche nell'angolo SE del giardino Aracoeli (Coarelli 1981, 181) . Queste mura erano parte di un muro di terrazzamento (Coarelli 1983, 106) e, quindi, formano una piattaforma rettangolare, che funzionava come punto di osservazione (Coarelli 1981, 181).

    "Le dimensioni di questa piattaforma è confrontata favorevolmente con la piccola dimensione dei templi a Cosa e Bantia.  Platner-Ashby e Richardson speculano sull'esistenza di una capanna di paglia, ma anche se sappiamo di capanne di paglia per i sacerdoti sul Arx (Vitr., De arch. 2.1.5), la nostra fonte non specifica il luogo esatto, né si menziona gli auguri. L'auguraculum viene mostrato sulla mappa tramite i muri di sostegno del giardino Aracoeli; questi rappresentano un paesaggio topografico, non una struttura coperta.

    Ora ci sono valide ragioni epigrafiche e topografiche per riposizionare l'auguraculum dalla sua posizione accettata nel giardino Aracoeli a una piattaforma quadrata posta giusto sul bordo dell'Arx, della chiesa di S. Maria in Aracoeli, in prossimità del punto più alto della collina. La nuova posizione viene proposta dalla P.L. Tucci ( "Dove alta Moneta conduce i suoi passi sublime" - Il 'Tabularium' e il Tempio di Giunone Moneta - JRA 18 (2005) 6-33, esp. 15)."

    RESTI DELL'AUGURACULUM AL CAMPIDOGLIO


    CICERONE

    "Ci sono molte forme di autorità religiosa nello Stato, ma l'autorità più alta e suprema è quella di augurio ufficiale. Per quale potere, legalmente considerata, è superiore alla capacità di sciogliere assemblee e consigli nominati dalle più alte autorità in possesso dei loro pieni poteri, o di rescindere le decisioni di tali organismi? 

    Che autorità ha più peso che il potere del augure di respingere qualsiasi impresa, semplicemente dicendo "posticipato ad un altro giorno"? 
    Quale potere è maggiore di decidere quando i consoli devono dimettersi dal loro ufficio? 
    Quale potere è più sacra di quella di concessione o diniego del diritto di riunione per il popolo e la plebe? Infatti, senza l'autorità di un augure, nessun atto da un magistrato sia a casa o in campo ha validità per tutti"

    AUGURE CHE IMPUGNA IL LITUO
    "I nostri libri sacri ci dicono che presagi sono state eseguite in questa posizione sin dai primi giorni di Roma - da poco dopo Tito Tazio e i Sabini fatto la parte Arx della città. Potete leggere la storia di uno dei primi importanti auguri eseguiti qui nella storia scritta da Tito Livio. 

    Si registra come Numa Pompilio fu fatto re, dopo aver ricevuto auspici favorevoli. Auspici, come sono sicuro che lei sa, sono ciò che noi chiamiamo i segni osservati inviati da Giove per trasmettere un messaggio, che viene interpretato da presagio.

    Dopo la morte di Romolo, il Senato ha scelto Numa Pompilio di diventare re a causa della sua reputazione di saggezza e di pietà. E Livio dice che Numa ha mostrato il suo rispetto per gli dei, seguendo il precedente di Romolo, chiedendo che un augurio essere condotta prima che lui avrebbe accettato il titolo di re.

    Ecco come Livio descrive l'evento :

    "Numa fu solennemente condotto da un augure, che fu poi onorato di essere eletto funzionario di Stato per la vita, alla Cittadella, e prese posto su una pietra esposta a sud. L' augure sedette alla sua sinistra , con il capo coperto, tenendo nella mano destra un bastone ricurvo, senza nodi, che si chiama un lituo .
    Dopo aver esaminato la prospettiva sulla città e la campagna circostante, egli offrì preghiere e dispose le regioni celesti su una linea immaginaria da est a ovest, definendo il sud come "la mano destra ", il nord come "la mano sinistra . " Egli ha poi fissato su un oggetto, per quanto lo poteva vedere, come un punto di riferimento, e quindi trasferendo il lituo nella mano sinistra, egli mise la sua destra sopra la testa di Numa e proferì questa preghiera :

    RAFFIGURAZIONE DEL LITUO SU
    UNA MONETA ROMANA
    "Padre Giove , se è la volontà del cielo che questo Numa Pompilio, la cui testa ritengo, dovrebbe essere il re di Roma, tu attestalo per noi da segni sicuri all'interno di quei confini che ho tracciato. Poi descrisse nella consueta formula del presagio che desiderava venisse inviato. I presagi vennero inviati, e Numa essendo da loro manifestato dover essere re, scesero dal Templum"

    È possibile discernere il metodo di base di augurio da questa storia, che posso riferire a voi, perché è di dominio pubblico. Noi di buon auspicio usiamo un lituo per sorvegliare la zona in cui si osserva auspici e tutti sanno che cerchiamo segni su entrambi la mano " sinistra " o " destra " . Tuttavia queste sono solo una parte della nostra attenta lettura dei segni. Non posso dire di più. La conoscenza segreta di divinazione può essere rivelata solo ai membri del Collegio di Auguri. -



    OGGI

    Situati sull'Arx, nel giardino posto ai piedi di S. Maria in Aracoeli, sono visibili i resti di un recinto quadrilatero in blocchi di cappellaccio molto probabilmente da ricondurre all'Auguraculum, un antico recinto sacro, orientato secondo i punti cardinali, dal quale gli Auguri prendevano gli auspici (soprattutto al momento delle assemblee che venivano svolte nel Comitium) tramite l'osservazione del cielo.


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    ETIMOLOGIA TERMINE "PORTA"

    Secondo alcuni etimologisti latini il termine "Porta" deriverebbe da portare, in questo caso l'aratro utilizzato da Romolo per tracciare i confini di Roma, che veniva portato invece che tirato, in quei tratti dove il muro si sarebbe dovuto interrompere per permettere il passaggio.

    A noi la spiegazione non convince, anche perchè esistevano le porte delle capanne, dei templi e degli ovili. E poi c'è il termine "Portus" per il luogo acquatico che accoglie le imbarcazioni, per cui i porti e le porte si direbbero le entrate che portano all'interno di qualcosa.

    Sembra d'altronde che il Dio Portuno o Portunno fosse il Dio dei porti e il Dio Portano fosse quello delle porte (D. Paolo Gagliardi 1740).

    La Porta Romana o Romanula, aperta sulle mura della Roma Quadrata, si apriva sul Velabro dalla parte del Tevere, nei pressi della Basilica di Santa Francesca Romana, forse nome assegnato dai Sabini che, stabiliti sul colle Quirinale, dovevano passare da lì per entrare in Roma. La porta Romana, oltre ad assicurare i contatti con i Sabini, si apriva nei pressi della fonte Giuturna, la più vicina risorsa di acqua potabile.

    La Via Nova venne così chiamata per distinguerla dalla Via Sacra, la seconda delle due strade di Roma che prima dell'età imperiale erano già conosciute come "viae" (vie), e considerate molto antiche (Varronequod vocabulum ei pervetustum ut novae viae quae via iam diu vetus).


    Varrone: 

    "Le feste laurentine, che alcuni chiamano nei loro scritti Laurentalia, sono chiamate così da Acca Larenzia, alla quale i nostri sacerdoti offrono una pubblica "parentatio"...

    Questo sacrificio si svolge nel Velabro, attraverso il quale si giunge alla via Nova, secondo alcuni presso il sepolcro di Acca, perchè lì vicino i sacerdoti sacrificano agli Dei Mani... entrambi questi luoghi si trovano all'esterno della città antica, non lontano dalla Porta Romanula, di cui ho parlato nel libro precedente. "

    "Hoc sacrificium fit in Velabro quia in Novam viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi propre faciunt Diis Manibus servilibus sacerdotes. qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi."


    Festo

    "Il popolo chiama Porta Romana quella dove l'acqua sgorga dal peristilio, questo luogo in antico era abitualmente chiamato "Le statue Cincie" perchè vi si trovava il sepolcro di questa famiglia. Ma la Porta Romana fu istituita da Romolo nella parte più bassa del clivo della Vittoria. Questo luogo era costruito con gradini di forma quadrata (oppure: con gradini che davano accesso ad uno spazio quadrato. D'altra parte era chiamata Romana dai sabini perchè essa costituiva il più vicino accesso a Roma."

    LA VIA NOVA

    LOCALIZZAZIONE, ETIMOLOGIA

    La Porta presenta due ordini di problemi: il primo di localizzazione, l'altro di etimologia.. I legami con altri punti di riferimento topografici: Nova via, clivus Victoriae, Velabrum, hanno dato adito a diverse interpretazioni delle fonti circa il posizionamento della porta.

    CLIVUS VICTORIAE
    La Nova via si conclude inequivocabilmente presso l'angolo nord-ovest del Palatino. Incompatibili con questo posizionamento sono considerate talvolta la localizzazione "infimo clivo Victoriae", talvolta invece la vicinanza con il Velabro.

    Il Clivus Victoriae fu a lungo ritenuto sul lato occidentale del palatino (R. Lanciani), poi smentito (R. Almeda) e tutt'ora in discussione. 

    Coarelli, rietenendo che il clivus Victoriae debba stare indiscutibilmente sul versante ovest del Palatino, ipotizza la porta di Varrone come Scalae Caci, e quella di Festo, la Romana, nell'angolo nord del Palatino. 

    Evans localizza la porta presso S. Teodoro.

    D'altronde Festo parla di una Porta Romana e Varrone di una porta Romanula, Varrone sostiene si chiami così perchè deriva da Roma, Festo sostiene che il nome Romanula fu dato dai sabini. G. Colonna ritiene invece che "Romanuli" fosse il nome con cui i Romani chiamassero i Sabini, ma anche questa spiegazione lascia perplessità, per quanto spiegherebbe in pieno il doppio nome della Porta.


    IN CONCLUSIONE

    Dunque Varrone scrive che: "in Velabro qua in NOVAM viam exitur"; e "alteram Romanulam ab Roma dictam quae habet Gradus a Nova via annuncio Volupiae sacello", E che al tempo di Ovidio la Via era connessa con il Foro (Ovidio - Fasti VI: qua nova Romano nunc via iuncta est foro).

    Non vi sono dubbi pertanto che la strada originaria passasse per il Velabro, vicino alla Porta Romanula o Porta romana, secondo Varrone una delle tre porte del Palatino, di solito posta vicino alla chiesa di S. Teodoro, anche se la relazione tra la Via Nova e il clivus Victoriae lascia qualche dubbio. 

    Viceversa la connessione che fa Ovidio con il Foro potrebbe essere convincente. La strada originale avrebbe potuto seguire seguire la linea del pomerio palatino, come riferisce Tacito negli Annali a nord e a ovest della collina, ma anche questo non solleva totalmente dai dubbi.


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  • 06/09/17--05:42: QASR AL-AZRAQ (Giordania)


  • Qasr al-Azraq, il cui nome significa "Castello blu", è una grande fortezza romana situata nell'est della Giordania. Essa è uno dei castelli del deserto, posto nelle vicinanze della città di Azraq, a circa 100 km. da Amman. Il suo valore strategico derivava dalla vicina oasi, unica fonte d'acqua in una vasta regione desertica.  La prima iscrizione che si trova in sito è un altare dedicato all'imperatore Diocleziano che daterebbe il forte al 284-305 d.c. anche se le pietre miliari lungo la strada che corre vicino all'oasi mostrano che gli interessi romani risalgono al 208 d.c..

    Gli antichi Romani furono i primi a edificare e a fare un uso militare di questo sito e successivamente al suo centro venne edificata una moschea. Alcuni sostengono che la prima edificazione fosse dei beduini, ma le basi del forte dimostrano inequivocabilmente la matrice romana.

    Tuttavia la fortezza assunse la forma attuale dopo una vasta ristrutturazione ed espansione realizzata dagli Ayyubidi nel XIII secolo, utilizzando la pietra di una locale cava basalto che rende il castello più scuro rispetto alla maggior parte degli altri edifici della zona.

    Venne utilizzato in seguito dall'esercito dell'Impero ottomano quando governò in quell'area (XVII-XX sec.). Durante la Rivolta Araba, T.E. Lawrence fece di questa fortezza il centro la sua attività nel 1917-18, un'esperienza descritta nel suo libro "I sette pilastri della saggezza". Il collegamento con la figura di Lawrence d'Arabia è stato uno dei principali poli di interesse del castello per i turisti.

    Si tratta di una regione desolata situata nel bordo della "teglia giordana", il terribile deserto, e avvolta dalla Siria a nord, l'Arabia Saudita a sud e l'Iraq ad est. È una zona conosciuta dai giordani come "al-Badia", termine arabo che significa  "zona arida" ma pure "il luogo dove provengono i beduini". Anche se la Badia comprende le aree più deserte In Giordania, tra i luoghi frequentati dai turisti, la parte più orientale rimane un mondo separato, e non delude mai.

    Questo forte sconosciuto costruito migliaia di anni fa rimane nascosto in un'oasi circondata da un mare deserto di pietra nera. Inoltre, non ci sono le solite bancarelle di biglietti, visite guidate, righe di autobus o spettacoli di ospitalità locale così comuni nel resto del paese. Non c'è nulla da fare, se non ammirare una scena che è cambiata poco per un paio di millenni.



    LA PORTA DI PIETRA

    Il castello è costruito con la locale pietra nera basaltica e ha una forma pressoché quadrata, con circa 80 metri di lato. Le mura perimetrali racchiudono un ampio cortile centrale al centro del quale è situata una piccola moschea che risale ai tempi degli Omayyadi.

    Ad ogni angolo del muro esterno vi è una torre di forma oblunga. L'ingresso principale è composto da un unico massiccio battente in lastra di granito, che porta ad un vestibolo dove si può vedere scolpito nel pavimento un gioco da tavolo romano.

     Anche se molto pesante - 1 tonnellata per ciascuna delle ante del cancello principale, 3 tonnellate per anta le altre - queste porte di pietra possono facilmente essere spostate, grazie alla straordinaria e precisa capacità edificatoria dei romani. La scelta inusuale della pietra può essere spiegata dal fatto che non vi è, nelle vicinanze, alcuna disponibilità di legno, oltre a quello della palma, legno però molto morbido e non idoneo alla costruzione. Sappiamo inoltre che i romani sapevano adattarsi ad ogni situazione adeguandosi alle risorse del luogo.



    I NABATEI

    L'importanza strategica del castello è quella di trovarsi nel bel mezzo dell'oasi di Azraq, l'unica fonte permanente di acqua in circa 12.000 km² di deserto, per cui diversi popoli si contesero il sito, La zona fu abitata dai Nabatei ed intorno a circa l'anno 200 cadde sotto il controllo dell'Impero Romano.

    I Nabatei furono un popolo di commercianti dell'Arabia antica, insediati nell'area di confine fra Siria e l'Arabia, dall'Eufrate al mar Rosso. La efficientissima rete mercantile metteva in comunicazione il sud e il nord della Penisola araba e pure l'area mediterranea con prodotti provenienti anche dalla lontana India.

    All'inizio i romani ebbero difficoltà contro i Nabatei. Nel 62 a.c. Marco Emilio Scauro accettò un versamento di 300 talenti per togliere l'assedio a Petra, Però, ottenuta la pace, il re Aretas conservò per intero i suoi domini, inclusa Damasco e divenne vassallo di Roma.

    Nel 32 a.c. Erode il Grande iniziò un conflitto contro la Nabatea devastandola. Divenuti poi alleati dei Romani, i Nabatei continuarono a prosperare per tutto il I sec. d.c. estendendosi dentro l'Arabia, lungo il Mar Rosso fino allo Yemen, e Petra divenne un emporio cosmopolita. Sotto la Pax Romana persero le abitudini guerriere e nomadi e divennero un popolo ordinato, totalmente dedito al commercio e all'agricoltura.

    I Nabatei divennero baluardo tra Roma e le popolazioni beduine ribelli. Dopo che l'imperatore Traiano, nel 106, aveva annesso il regno nabateo, a Gerasa affluirono molte ricchezze e molti edifici furono abbattuti per essere sostituiti da altri ancora più imponenti.Dal III secolo d.c. i Nabatei smisero di scrivere in aramaico passando al greco e, dal IV sec., si convertirono al Cristianesimo e divennero contadini.



    I ROMANI

    I Romani costruirono questa fortezza, così come ne costruirono molte altre nella zona desertica giordana, utilizzando il basalto locale, su cui si innalzarono le costruzioni successive realizzate anche dai bizantini e dagli Omayyadi. Qasr al-Azraq subì la sua ultima importante modifica dai Mamelucchi nel XIII sec..La fortezza, nella sua forma attuale, risale a questo periodo.

    Nel XVI secolo gli Ottomani turchi vi impiantarono una guarnigione, e T. E. Lawrence (Lawrence d'Arabia) ne fece il suo quartier generale nel deserto durante l'inverno del 1917, durante la Grande Rivolta Araba contro l'Impero ottomano. 



    LARENCE D'ARABIA

    TE Lawrence e Sharif Hussein bin Ali posero qui la loro base nell'inverno del 1917-18 durante la rivolta araba contro i turchi.

    AFFRESCO BIZANTINO NEI CASTELLI DEL DESERTO
    Lawrence ha sistemato i suoi alloggi nella stanza sopra l'ingresso sud, mentre i suoi seguaci si sono sparsi in altre zone del forte. Abitarono qui per parecchi mesi in condizioni disagiate e affollate, con un poco efficace riparo dal freddo intenso che veniva dal tetto, fatto in rami di palma e argilla.
    Nonostante le difficoltà  Lawrence amò il tempo trascorso con i suoi uomini nella fortezza, dove a sera tutti si riunirono davanti a un grande fuoco nel cortile spezzando il pane che si scambiavano insieme a storie di guerra, pace e amore.

    Al di sopra dell'ingresso si trova la Camera di Lawrence, strategicamente affacciata sull'entrata e attrezzata con balestre munite di frecce per la difesa. Di fronte all'entrata e proprio a sinistra, sono i resti di un altare, costruito nel III secolo dc dai Romani. Nel mezzo del cortile è una piccola moschea, inclinata come al solito per affrontare la Mecca - risale al periodo Ayyubid (all'inizio del XIII secolo), ma fu costruita sulle rovine di una chiesa bizantina. Nell'angolo nord-est del cortile, un buco con scale conduce ad un pozzo, pieno d'acqua fino a circa 20 anni fa. Nell'angolo nord-ovest sono le rovine della prigione.

    Le sezioni settentrionali sono zone residenziali con le rovine da poco scoperte di una cucina e di una sala da pranzo, e vicini depositi e stalle.

    La torre nella parete occidentale è la più spettacolare e presenta una grande porta composta da una sola massiccia lastra di basalto. Lawrence descrive nel suo libro

    "Sette pilastri di saggezza" che si chiudeva con "un clang e un crash che faceva tremare la parete ovest del castello".



    LE ROVINE  

    Oggi Qasr al-Azraq è spesso incluso in gite di un giorno da Amman verso i castelli del deserto. I visitatori possono esplorare la maggior parte del castello, sia al piano di sopra che di sotto, ad eccezione di alcune sezioni chiuse, poiché la roccia è puntellata.

    Costruito in pietra di basalto nero, Qasr al-Azraq era originariamente alto tre piani. Alcune pietre di pavimentazione nell'entrata principale presentano piccole indentazioni, intagliate dai guardiani romani  che facevano un gioco da tavolo intagliato con ciottoli per passare il tempo. All'ingresso del cortile ci sono le sculture di animali e varie iscrizioni.

    Di relativamente poco si sa sulla storia di Qasr al-Azraq, e c'è stato poco scavo e ristrutturazione. Le iscrizioni greche e latine appaiono costruzioni precedenti sul sito a circa 300 d.c, coincidente con l'occupazione romana.



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  • 06/12/17--06:37: LEGIO XX VALERIA VICTRIX


  • Sembra che la Legio XX Valeria Victrix venne arruolata da Augusto ai primi del I sec., e la Legione prestò servizio in Spagna, in Illyricum ed in Germania, prima di partecipare unitamente ad altre legioni all'invasione della Britannia nel 43, dove rimase in comando fino all'inizio del IV sec., da come riportano le fonti-

    ARALDO
    Si sa che quando venne dislocata nell'Illyricum, la XX prese parte alle campagne di Tiberio contro i Marcomanni nel 6 d.c.. 

    Durante una battaglia la legione riuscì a sfondare le linee nemiche, venne però circondata e rischiò la distruzione ma riuscì tuttavia a liberarsi aprendosi disperatamente un varco tra i nemici.

    La XX Victrix fece anche parte del grande esercito che combatté i Cantabri, una confederazione di tribù celtiche nella Hispania Tarraconensis dal 25 al 13 d.c.

    La provincia Tarraconensis aveva rimpiazzato quella repubblicana chiamata Hispania Citerior, nel 27 d.c., a causa della riorganizzazione di Augusto.

    Dopo la disfatta di Teutoburgo
    « [Tiberio] viene inviato in Germania  rafforza le Gallie, dispone gli eserciti, fortifica i presidi e attraversa il Reno con l'esercito. Passa dunque all'attacco, mentre il padre e la patria si sarebbero accontentati di rimanere sulla difensiva. Avanza verso l'interno apre nuove strade, devasta campi, brucia villaggi, mette in fuga tutti quanti lo affrontarono e con immensa gloria torna ai quartieri d'inverno senza aver perduto nessun soldato tra quelli che aveva condotto oltre il Reno. »
    (Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, II.)

    Insomma si fece onore per cui la XX Valeria Victrix venne poi dislocata nella Germania Inferior e si accampò a Oppidum Ubiorum (Colonia), poi si spostò a Novaesium (Neuss) durante il regno di Tiberio.

    Il cognomen Valeria ha un'origine incerta: potrebbe riguardare il valore militare dell'unità, oppure un legame con la gens Valeria. In questo secondo caso potrebbe trattarsi dell'appellativo da in onore del console Marco Valerio Messalla Messallino, che dopo aver battuto i Pannoni nel corso della rivolta pannonica del 6, non solo si meritò gli ornamenta triumphalia, ma che la legione che comandava e prese parte alle operazioni militari, la legio XX appunto, fosse fregiata del titolo di: Valeria Victrix.



    DEVA VITRIX

    LA Deva Victrix, conosciuta anche come Castra Devana o, semplicemente Deva, era una fortezza legionaria romana ed una città della provincia di Britannia.

    Il fatto che il castro avesse un'insolita forma ellittica nonchè fosse eccezionalmente esteso, più grande del 20% rispetto agli altri forti in Britannia, suggeriscono che possa essere stata la base per una possibile invasione dell'Irlanda, oppure una capitale della Britannia.

    MURA CADULOMULUM
    La fortezza era stata costruita nel suo primo assetto dalla II Legione Adiutrix, quando i Romani avanzarono a nord contro il potente popolo dei Briganti.L'edificazione venne completata alcuni anni dopo dalla XX Legione Valeria Victrix e questo
    insediamento diede poi vita a Chester, capoluogo della contea del Cheshire.

    Nell'88 l'imperatore Domiziano assegnò la II Legione Adiutrix al Danubio e fece venire a Deva la XX Legione Valeria Victrix, che si trovava in Britannia già all'epoca dell'invasione di Claudio, dove aveva contribuito a fermare la rivolta di Budicca nel 61.

    Infatti la XX era stata una delle quattro legioni con cui Claudio aveva invaso la Britannia nel 43, e si era stabilìta a Camulodunum (Colchester), mentre alcune unità si erano accampate a Kingsholm, Gloucester.

    I legionari della XX ristrutturarono tutto il forte sostituendo tutti gli edifici in legno in edifici in pietra. Aumentarono lo spessore della muraglia di più di un metro ed aggiunsero 22 torri di 6,5 m di lato alla cinta muraria, ad una distanza l'una dall'altra di circa 66 m. Il fossato fu ampliato fino a raggiungere la profondità di 2,5 metri e la larghezza di 7,5 m. Insomma costruirono una vera e propria città.
    L'OPTIO CECILIO AVITO
    XX VV
    Sempre in età flavia la XX costruì la Via Devana, dal 45 al 48, che univa da sud Deva a Camulodunum (Colchester), mentre un'altra strada secondaria attraversava Deva da est ad ovest.

    A Camulodulum costruirono le possenti mura romane. Non dimentichiamo che i soldati romani sapevano fare di tutto, dal costruire edifici ai ponti, alle strade, agli acquedotti, alle condutture alle terme.

    Durante il II secolo d.c., una parte della XX legione prese parte alla costruzione del Vallo di Adriano, e probabilmente anche del Vallo Antonino, mentre una parte delle fortificazioni di Deva, private della legione che la manteneva in efficienza, cadde in rovina forse anche perchè abbandonata.

    Infatti nel 196 la legione venne trasferita in Gallia, lasciando Deva totalmente priva di guarnigione.

    La XX aveva un retaggio piuttosto negativo perchè nel 68 d,c., il loro legato, Roscio Coelius, si era ribellato contro il comandante dell'Esercito Britannico, Trebellio Massimo, e aveva incitato il resto dell'esercito provinciale di unirsi a lui, costringendo Massimo a fuggire.

    La XX prese come simbolo il cinghiale. Ma come erano andate letteralmente le cose?

    "Governava la Britannia Trebellio Massimo, disprezzato e avversato dall'esercito per la sua miserabile avidità. Rinfocolava l'odio verso di lui Roscio Celio, legato della XX legione, da tempo in disaccordo con lui; e ora, nel contesto delle guerre civili, la loro avversione era esplosa con maggiore violenza. Trebellio rinfaccia a Celio l'insubordinazione e il conseguente sovvertimento della disciplina; Celio obiettava a Trebellio di aver spogliato e ridotto alla miseria le legioni. Il risultato di questo vergognoso conflitto fra i capi era che il senso di disciplina dell'esercito andava in frantumi; finché la discordia si inasprì al punto che Trebellio, coperto di insulti anche da parte degli ausiliari e abbandonato dalle coorti e dai reparti di cavalleria che si raccoglievano attorno a Celio, cercò rifugio presso Vitellio. La partenza del legato consolare non compromise la tranquillità della provincia: ne ressero le sorti i comandanti delle legioni: avevano parità di diritto, ma l'audacia conferiva a Celio maggiore potere" ( da Tacito , Vita di Agricola)



    Marcus Roscius Coelius

    All'epoca delle guerre civili, la XX legio era di stanza a Viriconium (Wroxeter, Shropshire) e prima ancora a Kingsholm in Gloucester. Nel 60 d.c. avvenne la rivolta dei britanni guidati dalla regina Budicca che spinse le tribù celtiche degli Iceni e dei Trinovanti, a ribellarsi dai romani. Londinium, la capitale, fu assalita, saccheggiata ed incendiata.
    Colpiti dalla facile conquista i Celti che, avevano radunato circa ottantamila uomini, si lanciarono contro l'esercito imperiale venuto anni prima dalla Gallia. A difendere l'impero c'erano le legioni XIV e XX, settemila uomini in tutto, ma addestrati come solo i romani sapevano.  I barbari dopo Londinum presero Verulamium (Saint Alban's) e distussero quasi completamente la Legio IX Hispanica con la conquista del vessillo.
    TOMBA DEL CENTURIONE
    MARCUS FAVONIUS FACILIS
    XX VV
    Gli Iceni ed i Trinovanti possedevano a quel punto quasi tutta la Britannia del sud-est. Il proconsole Svetonius Paulinus (predecessore di Trebellius Maximus) contro contro gli Ordovici sulla Mona Insula (Isola di Anglesey) vincendoli e marciando poi verso Manduessedum (Mancetter) per scontrasi in pianura contro l'esercito britannico .
    Erano con lui una parte della XX legione, tutta la XVI ed alcune truppe ausiliarie. Nonostante la sproporzione numerica a vantaggio dei britannici (80000 contro 7000), la battaglia fu vinta dai Romani che si distinsero come al solito per l'abilità sia dei soldati che dei generali. Morirono ben 8.000 guerrieri britannici. 
    Da questa battaglia la XVI Legio fu definita Gemina e la XX Legio Valeria Victrix. Dopo la pacificazione romana, la Legio Gemina fu richiamata in Germania e la XX Valeria Victrix prese il suo posto nel suo castro ( a Viriconium ). Il Comandante della XX era Marcus Roscius Coelius, ovvero Legatus pro-praetore della  Valeria Victrix di stanza in Britannia . 
    Allo scoppio delle guerre civili per la conquista dell'Impero successive alla morte di Nerone, il Governatore della Britannia bel 69 d.c. era Marcus Trebellius Maximus che si schierò apertamente con l'Imperatore Marcus Salvius Otho.  Contro costui si era sollevato il pretendente Lucius Vitellius, con le Legioni di stanza in Germania. Essendosi Trebellius Maximus schierato dalla parte di Otho, il comandante della XX Legio, Roscius Coelius, aderì alle Legioni germaniche e si schierò a favore di Vitellius .
    Il governatore Trebellius Maximus fu deposto e Roscius Coelius guidò 8.000 uomini sul continente per unirsi alle truppe germaniche. Otho fu sconfitto e si suicidò. Vitellius prese quindi il potere ma Vespasiano gli si sollevò contro dall'Oriente supportato dalle Legioni di Pannonia. Nello scontro molti degli ottomila uomini delle truppe britanniche perirono e Vitellius venne sconfitto. 
    Tuttavia la XX Legio ed comandante Roscius Coelius non si pronunciarono apertamente per il nuovo Imperatore. Allora Vespasiano nel 73 d.c. rimosse dall'incarico Coelius per sostituirlo con il grande Gnaeus Julius Agricola, suocero di Tacito. All'inizio le truppe erano ostili ma poi riconobbero i meriti di Agricola e aderirono pienamente all'Imperatore.

    Si dice che Vespasiano tentennasse parecchio prima di sostituire Coelius, sappiamo che l'imperatore era uomo intelligente ed ottimo estimatore di uomini. 
    Per la sua rivolta Marcus doveva essere condannato a morte, perchè questa era la legge romana, tuttacia Vespasiano sapeva che Trebellius era uomo indegno mentre Coelius era uomo d valore e ottimo comandante, se fosse passato immediatamente al suo servizio l'avrebbe certamente lasciato al suo posto, ma poichè ciò non avvenne l'imperatore si limitò a destituirlo senza punizioni.

    Nell'anno dei quattro imperatori, alcuni distaccamenti della legione XX sostenne Vitellio seguendolo fino a Roma. 
    Tra il 78 e l'84, la legione prese parte alle campagne di Gneo Giulio Agricola nella Britannia settentrionale ed in Scozia, e costruì il suo campo base a Inchtuthill che occupò nell'88, al momento del suo ritorno a sud, insieme al campo di Castra Devana (Chester), dove rimase per almeno due secoli.

    Finchè stazionò nella sua fortezza di Chester-Deva nell'89 d.c., la XX Valeria Victrix era divenuta una vera legione britannica. Potrebbe essere stato il presidio destinato alla nuova base dell'accampamento di Inchtuthil, abbandonata prima che fosse finita, nel qual caso sarebbe diventata la legione più settentrionale dell'Impero.
    Quindi non solo alla fine del I sec., quando venne raggiunto dalla XX legione, il forte venne ricostruito in pietra, ma subì una seconda ricostruzione nei primi anni del III secolo. Probabilmente almeno una parte della legione vi rimase fino all'inizio del V secolo, quando la Britannia venne abbandonata dai Romani.

    Durante il regno degli usurpatori Carausio e Allecto (286-293 e 293-296) la XX Valeria Victrix era ancora in servizio; tuttavia non ci sono più testimonianze della sua presenza in Britannia dalle fonti del IV sec.

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    ARCO DI AUGUSTO

    Perugia etrusca, dal VII-VI sec. ac., cercò di espandersi nel territorio umbro sulla riva sinistra del Tevere, che segnò sotto Augusto il confine tra la Regio VI Umbria e la Regio VII Etruria.

    La battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, nel 295 a.c., durante la III Guerra Sannitica, si svolse tra l'esercito romano e una lega di Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri. Si risolse con una decisiva vittoria romana.

    I Sanniti, nel 296 a.c. mossero in Etruria con un grande esercito, per ottenere l'alleanza di Etruschi, Umbri e Galli contro Roma. La mossa ebbe successo, e si formò una coalizione di quattro popoli, che radunò un grosso esercito nel territorio di Sentino. I Piceni, invece, che avevano invece visto il proprio territorio settentrionale invaso dai Galli, si allearono con i Romani.

    I Romani  si accamparono a circa quattro miglia dal nemico. In questo ai Sanniti ed ai Galli fu affidato il compito di dare battaglia ai romani sul campo, ad Umbri ed Etruschi, quello di attaccarne l'accampamento. Conosciuti i piani, i consoli romani ottennero fecero allontanare gli Etruschi da Sentino, per proteggere Chiusi attaccata da forze romane.

    Fu in questa battaglia che Decio Mure, come aveva già fatto il padre, invocò la devotio.
    « . Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti - lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche. »
    (Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 28.)

    « In quella giornata vennero uccisi 25.000 nemici, mentre i prigionieri catturati ammontarono a 8.000. Ma la vittoria non fu certo priva di perdite, visto che tra gli uomini di Decio vi furono 7.000 caduti, tra quelli di Fabio più di 1.700.»
    (Livio, Ab Urbe condita libri, X, 29.)

    Per l'Urbe il risultato concreto della battaglia di Sentino, infatti, fu la possibilità di continuare la sua politica di egemonia sul resto della penisola. I Romani con la battaglia di Sentino conquistarono Perusia e gran parte dell'Umbria, pur conservando la propria lingua (l'uso dell'etrusco è documentato in città fino a tarda età repubblicana) ed una limitata autonomia municipale.

    Nella II guerra punica la città, pur conservando ancora le proprie specificità ma dimostrandosi fedele a Roma, dà rifugio ai romani dopo la tragica sconfitta nella Battaglia del Lago Trasimeno nel 217 a.c. È solo a partire dal I sec. a.c., in seguito alla Guerra Sociale, che Perugia ottiene la cittadinanza romana nell'89 a.c. 

    L'incendio della città nel 41 ac. durante il Bellum Perusinum tra Ottaviano e Antonio, incendio voluto dall'Augusto per punire la città sterminandone l'aristocrazia che aveva appoggiato Marco Antonio, fu un occasione per l'imperatore per farla ricostruire più bella di prima.

    Pur serbandone l'assetto viario etrusco, la ricostruì sotto il nome di Augusta Perusia, in nome della famosa clemenza che l'augusto aveva ereditato da Cesare. 

    Ancor oggi la scritta Augusta Perusia è visibile sulle porte regali di accesso alla città, tra tutte sull'Arco  

    In età imperiale la città si espande ben oltre la cinta etrusca, come testimoniano l'anfiteatro ed il tempio di Marte, od il mosaico rappresentante il mito di Orfeo (II secolo d.c.) nei pressi del quale sorgevano le terme. Nella seconda metà del III sec. l'imperatore Vibio Treboniano Gallo, perugino d'origine, dà alla città lo ius coloniæ.



    PERUSIA AUGUSTA


    Un nuovo rinvenimento archeologico in centro storico a Perugia.Basta scavare per trovare qualcosa in una città così antica, costruita strato dopo strato dalle varie civiltà avvicendatesi una dopo l'altra, in un continuo rinnovarsi di stili e di sapienze architettoniche.

    I resti di una strada in basolato di epoca romana sono venuti alla luce in Corso Cavour all'altezza di via Podiani. La porzione di strada ha una larghezza massima di 1 metro circa e una lunghezza di metri 4.50. Costruita con basoli di calcare, mostra i segni del passaggio delle ruote dei carri.

    La scoperta ancora non ha ancora nulla di eccezionale dal punto di vista artistico e architettonico, ma costituisce un ulteriore tassello per la ricostruzione di una storia urbana della città e della prima espansione del suo nucleo urbano.

    La civiltà romana a Perugia non è immediatamente evidente, in quanto è penetrata nell'antica acropoli fondendosi gradualmente con l'altra grande civiltà che la precedeva, quella etrusca.


    I massimi esempi dell'arte e dell'architettura romana ancor oggi visibili a Perugia sono:
    • il Mosaico di Orfeo e le Fiere, rinvenuto presso l'ex Chiesa di Santa Elisabetta, oggi nei locali dall'Università di Perugia in via Pascoli. Il soggetto è ricorrente nell'antichità e il tratto dell'artista lascia intuire una maestranza venuta da Roma. Il Mosaico sorgeva nei pressi delle antiche Terme cittadine.
    • le colonne del Tempio di Sant'Angelo, la più antica chiesa paleocristiana di Perugia, risalente al V secolo d.c. Costruita sopra una tempio pagano (dedicato al dio Vulcano?) dal quale ha preso diversi elementi, tra cui appunto le splendide colonne romane dai capitelli corinzi, la chiesa presenta una rara pianta circolare.
    • Porta Marzia: la porta in travertino è di origine etrusca, ma sono diversi gli elementi romani in essa presenti. A dominare la scena, tra le balaustre a bassorilievo di capitelli dorici, le figure di Giove, al centro tra i Dioscuri Castore e Polluce e due sculture Equestri di gusto romano. Oggi la porta Marzia è inglobata all'ingresso posteriore della Rocca Paolina, verso viale Indipendenza.
    • la statua bronzea dell'Imperatore Germanico, custodita presso il Museo Archeologico Nazionale. Il rivestimento da cerimonia dell'Imperatore, in atto benedicente, raffigura alcune vicende della mitologia classica omerica. La statua manca da Perugia da diversi anni, per via di una situazione di stallo venutasi a creare tra la Sovrintendenza ai Beni Culturali dell'Umbria e la città di Amelia, dove la statua venne rinvenuta e presso il cui Museo Civico si trova oggi, ufficialmente in prestito. 
    • L'Arco di Augusto, in realtà il maggiore monumento etrusco rimasto, costituisce la porta della cinta muraria etrusca (IV-III secolo a.c.) orientata verso nord, guarnita in epoca romana di poderosi bastioni laterali realizzati in blocchi megalitici di travertino (dimensione media cm 100x60 in facciata). Il contrafforte sinistro è sormontato da elegante loggia rinascimentale e ornato alla base di fonte seicentesca, a sua volta sormontata da due tipici falli etruschi. Nell'arco a tutto sesto è incisa la scritta AUGUSTA PERUSIA.
    • Dagli scavi sotto la cattedrale di S. Lorenzo sono emersi numerosi frammenti di decorazioni architettoniche, quali capitelli, cornici marmoree riferibili all’età romana, che per Perugia iniziò con la designazione a console di un perugino nel II secolo a.C. e si compì con l’assegnazione alla città dello status di municipio.


      LE ACQUE

      Perugia è costruita su un reticolo di cunicoli sotterranei, sicuramente etruschi, reimpiegati e ampliati dai romani. oggi ne risultano censiti poco più di venti, per una lunghezza complessiva di circa 1.300 m, con funzioni di drenaggio,o per usi potabili ed irrigui.

      Alcuni percorsi sono rettilinei, altri tortuosi proprio per raccogliere l'acqua e convogliarla fin sotto le abitazioni.

      Per l'abbondanza delle acque gli Etruschi prima e  i romani poi, costruirono diversi pozzi e cisterne in cima ai colli di Perugia. La realizzazione di un ingente numero di fontane e di pozzi permette dunque che i canali sotterranei trovino vie di sfogo e di utilizzo.

      PORTA MARZIA
      Pozzo Sorbello, in piazza Danti, così detto poiché ubicato nei sotterranei del Palazzo gentilizio Ranieri di Sorbello. Coevo alla cinta muraria etrusca, costruito con i grandi blocchi dello stesso tipo di travertino, che rivestono la canna per 17 filari, si trova circa 4 m al di sotto dell’attuale livello stradale ed è alimentato da acqua sorgiva.

      Struttura unica nel suo genere, sia per le caratteristiche architettoniche, che per l’originalità della doppia funzione di pozzo e di cisterna, ha una profondità di circa 35,60 m e un diametro massimo di 5,6 nella parte superiore della canna.

      Da segnalare il sistema di copertura, costituito da due possenti capriate, formate ciascuna da cinque
      grandi blocchi di travertino: due monoliti orizzontali, due monoliti trasversali e una chiave di volta,
      come base di appoggio dei lastroni pavimentali sui quali poggiava la vera quadrata, entro cui era ricavata l’apertura per l’attingimento dell’acqua.

      Il pozzo-cisterna aveva una capacità fino a 424.000 l e si può considerare il principale serbatoio idrico della città fino al medioevo. Altri pozzi e cisterne si trovavano all’interno della città antica, rimanendo in uso fino alla costruzione del primo acquedotto medievale.

      POZZO SORBELLO
      Tra questi molto simile al pozzo Sorbello, per monumentalità e caratteristiche tecniche, è la cisterna all’angolo tra via Bonazzi e via Caporali, inglobata e riutilizzata in età romana in una domus dai ricchi pavimenti musivi (proprietà privata).

      Ai primi secoli dell’epoca romana risale un’altra grande cisterna e fontana, in opera cementizia, lunga m 26,5, larga m 4,8, ubicata nel Foro romano, sottostante l’attuale Piazza IV Novembre (scavata e ricoperta, non più visibile).

      Sono invece visibili e visitabili (su richiesta alla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria) le strutture sotto Piazza Cavallotti, relativi a un sistema di cunicoli e di canalizzazione pertinenti a una fontana di epoca romana, originariamente rivestita in marmo, poi con pavimentazione a mosaico.

      Di certo le cisterne e i pozzi antichi di Perugia sono tra loro correlati sulla base di un tracciato collegato all’andamento viario antico ad assi ortogonali, a sua volta raccordato con le principali porte urbiche.


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      EPIGRAFE DI MARCO CORNELIO

      Nome: Marcus Cornelius Nigrinus Curiatius Maternus;
      Nascita: Liria, 40 circa
      Morte: dopo il 98
      Professione: Legato e governatore


      LE ORIGINI

      Ovvero Marcus Cornelius Nigrinus Curiatius Maternus, si  pensa sia nato nella Liria Edetanorum (Hispania Tarraconensis), della prestigiosa tribù edetana Galeria, nel 40 circa dc., là dove sono state rinvenute le uniche iscrizioni onorarie a lui dedicate, all'incirca negli anni 80 dc..

      Fu figlio di Marco Cornelio Nigrino.

      La sua carriera venne desunta attraverso alcune iscrizioni frammentarie, la cui ricostruzione ha permesso di delineare l'eccezionale carriera di questo generale.

      Fu infatti uno degli ufficiali più decorati dell’esercito romano.

      Paragonabile forse solo ad altri quattro senatori di epoca imperiale: uno sconosciuto eroe dell’epoca di Vespasiano, Lucio Licino Sura all’epoca delle campagne daciche di Traiano, Caio Aufidio Vittorino e Tito Pomponio Proculo Vitrasio Pollione all’epoca delle campagne antoniniane sul Danubio.



      TRIBUNO DELLA LEGIO

      Sappiamo che venne nominato tribuno presso la Legio XIV Gemina, dunque dovette esserci nel gennaio del 69, quando scoppiò la guerra civile dei quattro imperatori e la rivolta di Vitellio governatore della Germania Inferiore.

      Galba venne linciato e sostituito da Ottone. La XIV legione dovette scegliere e preferì Otho, ma non arrivò in tempo per la prima battaglia di Cremona, una subunità si battè per il suo imperatore, ma fu sconfitta con le altre legioni ottoniane.

      Vitellio, tuttavia, era misericordioso e fece andare la XIV in Gran Bretagna. Nella seconda parte della guerra civile di Vespasiano contro Vitellio la XIV Gemina restò in disparte.

      Tuttavia, nel 70, ormai Marco Cornelio ha una trentina d'anni, la XIV Legio coadiuvò il generale Petillius Ceriale per sopprimere la rivolta batava. La legione marciò così da Boulogne attraverso il paese del Nervi fino a Tongeren e Colonia e partecipò alla battaglia decisiva di Xanten.

      Qui Marco dovette distinguersi nel coraggio e nell'abilità, due caratteristiche che possedeva a sommo grado.

      Questa volta, la legione non tornò in Gran Bretagna, ma a Magonza, dove condivise il campo con la I Adiutrix.
      Marco Cornelio così tornò in Spagna, la sua terra natia. Ma non poteva restarci a lungo, perchè ormai i suoi capi si erano accorti del suo eccezionale valore.



      LEGATO DELLA LEGIO

      In genere il  Legatus legionis era un ex pretore (magistrato) cui veniva dato il comando di una legione, in province imperiali con più di una legione (tranne l'Egitto e la Mesopotamia).

      Era una carica di grande importanza, praticamente un generale. 

      ONORIFICENZA IN ARGENTO DEDICATA
      AD UN SOLDATO DELLA LEG VIII
      Sappiamo che Marco Cornelio fu pretore ma tutto fa supporre, dato lo stragrande numero di onorificenze sul campo, che non passasse tempo da civile ma che passò piuttosto da un castro all'altro.
      I romani, seguendo le orme di Cesare, vedevano molto di buon occhio chi sapeva combattere e soprattutto sapesse fare strategie, perchè tenevano molto alla vita dei soldati, sia perchè erano romani, sia perchè addestrare un buon soldato era lumgo e costoso.

      Sappiamo dunque che Marco Cornelio fu nominato Legato, nel 75-78, della Legio VIII Augusta, forse quando gran parte della Legio venne inviata in Britannia a presidio del Vallo di Adriano.

      Lo troviamo si nuovo insignito della prestigiosa carica di legato nella Legio IIII Flavia Felix la Legione organizzata da Vespasiano che le aveva dato il proprio nome.

      La legione fu mandata a Burnum (in Dalmazia) a rimpiazzare la XI Claudia; fu probabilmente in questo periodo che ricevette il titolo Felix, "ricca", evidentemente per le vittorie e i bottini ottenuti.



      GOVERNATORE DELLA GALLIA AQUITANIA

      Dovette distinguersi talmente tanto che nell'anno 83 venne nominato governatore della Gallia Aquitania. Giulio Cesare la definisce come la terra che "si estende dalla Garonna fino ai Pirenei e a quella parte dell'Oceano che va verso l'Hispania; si estende tra occidente e settentrione".

      Poichè l'Aquitania in epoca imperiale fu affidata ad un legatus Augusti pro praetore, (un governatore di provincia imperiale di rango senatorio munito di imperium delegato dal principe) viene da pensare che inevitabilmente Nigrino fosse stato insignito di tale carica.



      CONSOLE SUFFETTO

      Ma non basta, nell'83 il generale Quinto Petilio Ceriale divenne console per la terza volta, in qualità di console suffetto per la morte del console Quinto Petilio Rufo II, collega di rango inferiore dell'imperatore Domiziano, ma quest'ultimo morì nell'anno stesso. 

      Venne allora eletto a ulteriore console suffetto, sempre nell'83, Marco Cornelio Nigrino, che godeva molta stima da parte dell'imperatore.



      GOVERNATORE DELLA MOESIA

      Raggiunse il massimo della gloria e della carriera quando viene inviato (85 d.c.) da Domiziano in Moesia, per arginare l’invasione dei Daci, in attesa dell’arrivo dello stesso imperatore. Infatti nello stesso anno era morto il governatore della Mesia, Oppio Sabino, durante la guerra dacica, causata dall'invasione della provincia da parte delle popolazioni daciche nell'area carpatica.
      Nigrino fu inviato a succedergli prima come governatore dell’intera provincia e successivamente (dopo la suddivisione della provincia) come governatore della Mesia inferiore.

      Nell'86 Domiziano, molto incline alla guerra, per alcune ribellioni daciche, pur avendo ristabilito l’ordine nella provincia di Mesia, inviò in Dacia a capo delle armate romane, il prefetto del Pretorio, Cornelio Fusco. L'avanzata romana fu, però subì una disastrosa sconfitta, dove lo stesso Prefetto perse la vita.



      COMANDANTE DELLA FLAVIA FELIX

      Nel'88 la Flavia Felix comandata da Marco Cornelio partecipò all'invasione punitiva della Dacia, attribuendosi la vittoriosa battaglia di Tape.
      Dovette essere una battaglia ben giocata, perchè sia Strabone che Decebalo affermano che l'esercito romano era di circa 50000 uomini, mentre quello dacico ne contava circa 200000.

      Un rapporto da 1 a 4, eccezionale, ma era usuale un rapporto da uno a due nelle guerre romane contro i nemici.

      Del resto Cesare combattè anche con numeri molto superiori, tanto che a Roma si diceva che un soldato romano valeva 10 soldati barbari.

      Per i grandi meriti acquisiti, a conclusione della campagna nel 89 d.c. Marco Cornelio Nigrino rimase in Moesia, prima come governatore dell’intera provincia e successivamente (dopo la suddivisione della provincia) della Moesia Inferiore.

      Si presume che combatté anche nella successiva fase delle Campagne di Domiziano in Dacia nel biennio 88-89 sotto Tettio Giuliano, durante le quali ricevette le sue decorazioni.

      L'EPIGRAFE COMPRENSIVA DELLE PARTI AMNCANTI


      GOVERNATORE DELLA SIRIA

      Fu nominato anche governatore della Siria nel 94/95-97 circa, nel periodo che va dalla morte di Domiziano (fine 96) all'adozione di Traiano da parte di Nerva.



      IL CONTENDENTE AL TRONO


      Questa notizia, assieme a quella riportata da Plinio il Giovane in una delle sue lettere che parla di un governatore di una provincia orientale con un grosso esercito che aspirava al posto di Traiano, fa pensare che Nigrino si sia visto scavalcare dal proprio conterraneo come successore designato da Nerva.

      Pieno di fama e di gloria, pluridecorato fino all'inverosimile, legato e governatore dell'Impero romano, Nigrino dovette candidarsi alla successione dell'imperatore Nerva, ma a lui venne preferito Traiano.



      LA FINE 

      Dopo Traiano, lo testimoniano le epigrafi, Nigrino dovette abbandonare rapidamente rapidamente il governatorato, ma non sappiamo esattamente che fine fece.

      Sappiamo solo che non venne ucciso, forse in considerazione della sua strepitosa carriera militare, il che avrebbe sollevato tutti soldati che avevano militato sotto di lui, ma venne allontanato dalla vita politica e si ritirò in Hispania, per non fare mai più ritorno a Roma.
      .
      Le cronache dell'epoca non ne parlano oltre e forse in questo dovette entrarci Traiano, che pur essendo un ottimo imperatore non ammetteva rivali.
      Pertanto il nome di Macrino fu avvolto in un specie di damnatio memoria, altrimenti non si spiega tanto silenzio in una vita così gloriosa ed eccezionale.



      LE DECORAZIONI

      Le decorazioni (i dona militaria) ricevute da Nigrino sono elencate da un'iscrizione, e segnano un primato non eguagliato, se non da pochissimi, nella storia militare romana:


      DUE CORONE MURALI 
      - corona in oro, o un cerchio d'oro, simile a una merlatura, al primo soldato che saliva su una piazzaforte o cittadella nemica assediata.

      DUE CORONE VALLARI
      - al primo soldato che saliva sul bastione nemico o che apriva un varco in un accampamento nemico. Era d'oro e decorata con i montanti (Valli) di una trincea o torrette di una città.

      DUE CORONE CIVICHE
      -  la decorazione più antica, intrecciata con foglie di quercia, a chi avesse salvato la vita di un cittadino romano in un combattimento. Durante la Repubblica romana, e il Principato successivi, è stata considerata come la seconda più alta decorazione militare cui un cittadino potesse aspirare.

      DUE CORONE AUREE
      -  di foglie d'alloro, e ornata da un nastro. Dai centurioni in su, per aver ucciso un nemico in combattimento unico e mantenendo il terreno fino alla fine della battaglia..

      OTTO ASTAE PURAE
      - L'asta pura era una particolare lancia (hasta) d'oro (pura, "[d'oro] puro"). Era una ricompensa data direttamente dall'Imperatore.

      OTTO VEXILLII
      - una piccola replica d'argento del vessillo a chi per primo lo avesse piantato sulle mura nemiche.


      Dal tipo di onoreficienze si comprende che Marco Cornelio non faceva il solito generale nella retroguardia ma si lanciava in prima fila a dare l'esempio e incoraggiare i soldati. Insomma un eroe in piena regola, come comandante e come soldato.



      LE EPIGRAFI

       « [M(arco) Cornelio] M(arci) f(ilio) Ga[l(eria) Nigrino]
      [Curiatio Ma]terno co(n)[s(uli)]
      [trib(uno) mi]l(itum) leg(ionis) XIIII ge[minae adlecto]
      [inter praetorios a]b Imp(eratore) Caesar[e Vespasiano Aug(usto)]
      e[t Tit]o Imp(eratore) Caesare A[u]g(usti) f(ilio) ab eis prae
      libus emendandis leg(ato) Aug(usti) leg(ionis) VIII Au[gust(ae) leg(ato) Aug(usti) pro pr(aetore)] provinc(iae) Aquitania leg(ato) pro pr(aetore) M[oesiae donato bello Da]
      cico co[ro]nis mura[l]ibus duabus et [coronis vallaribus du]
      abus e[t coro]nis classic[is] duabus et coro[nis aureis duabus hastis]
      [puris octo vexillis oc]to leg(ato) Aug(usti) pro [pr(aetore) provinc(iae) Syriae] »

      « Marco Cornelio, figlio di Marco della tribù Galeria, Nigrino Curiazo Materno,
      console,
      tribuno militare della legione XIII Gemina,
      pretore con gli imperatori Vespasiano e Tito,
      legato di Augusto della legione VIII Augusta,
      legatus augusti pro pretore della provincia di Aquitania,
      legatus augusti pro praetore della provincia di Moesia,
      ricevette per la guerra in Dacia due corone murali,
      due corone vallari,
      due corone classiche,
      due corone auree,
      otto aste pure
      e otto vessilli,
      legatus augusti pro pretore della provincia di Siria. » (CIL II, 03788) (LA)

      « M(arco) Cornelio
      M(arci) f(ilio) G[al(eria)] Nigri/no Curiatio
      Materno co(n)s(uli)
      leg(ato) Aug(usti) pro pr(aetore)
      provinc(iae) Moes(iae)
      provinc(iae) Syriae »

      « Marco Cornelio, figlio di Marco della tribù Galeria, Nigrino Curiazo Materno, console, legatus augusti pro praetore della provincia di Moesia e della provincia di Siria. » (CIL II, 06013)

      « M(arco) Cornelio M(arci) f(ilio) Gal(eria)
      Nigrino Curiatio Ma/terno co(n)s(uli) leg(ato) Aug(usti) pr(o)
      pr(aetore) provinc(iae) Moesiae
      provinc(iae) Syriae »

      « Marco Cornelio, figlio di Marco della tribù Galeria, Nigrino Curiazo Materno, console, legatus augusti pro praetore della provincia di Moesia e della provincia di Siria. » (CIL II, 03783)

      « M(arco) Cornelio
      M(arci) f(ilio) Gal(eria)
      Nigrino
      filio »

      « Marco Cornelio, figlio di Marco della tribù Galeria, figlio di Nigrino » (CIL II, 00128)
      « Nig]rin[us »
      « Nigrino » (AE 1998, 00788)



      A LIRIA EDETANORUM, PATRIA DI MARCO NIGRINO SI RECUPERANO GRANDI TERME

      Liria recupera il complesso termale più grande e completo dell'impero romano trovato in Spagna
      Le terme di Mura avevano diverse strutture per uomini e donne e per il tempio oracolare, e occupano quasi 5.000 metri quadrati

      PLASTICO DELLE TERME
      Prendono circa cinque mila metri quadrati in una posizione centrale nella città, zona Mura, e che ora sta facendo il restauro e la fase di consolidamento di una gran parte di questa zona monumentale, grazie ad un investimento di € 750.000 da parte del Ministero della Cultura.

      Il Sindaco di Liria, Manuel Izquierdo, mostra i resti di pittura romana e spiega l'importanza del sito per la sua città e in tutta la Regione, evidenziando il chiaro impegno della società e il governo per dare valore al patrimonio iconico della città.

      Gli archeologi comunali orgogliosamente spiegano le dimensioni del monumento.

      Carmen Martínez, Xavier Vidal e Vincent Escrivá hanno scoperto le grondaie, l'acqua distribuita, le fognature, le piscine calde col sistema sotterraneo caldo, caldo e freddo, la guida per riscaldare il pavimento, gli armadi dove si paga l'ingresso, il negozio ...
      Nel forno ancora hanno scoperto resti di ceneri di pini, ulivi e carrubi.

      In Edeta per tradizione esisteva un pellegrinaggio religioso degli iberici, proseguito in epoca romana, e poi ha continuato con invocazioni cristiane di San Miguel e San Vicente.

      Si andava al Mura oracolare del tempio per 'chiedere' per i loro raccolti, per la salute dei loro ... C'è un tempio collegato a un particolare Dio, ma che le preghiere erano rivolte verso una pietra a forma di ombelico (l'oracolo) centrato sull'altare.

      Un eroe locale, Marco Cornelio Nigrino, deve aver avuto un ruolo nella sua costruzione.

      Marco è diventato console di Roma, governatore di varie province dell'impero e stette per diventare imperatore, anche se poi Nerva chiamò Traiano a succedergli.

      I bagni sono stati attivi fino alla metà del III secolo, dopo tutto ospitava un monastero e fu abbandonata intorno all'anno 610.

      Nel frattempo ci fu saccheggio di blocchi.

      Innumerevoli le pietre di grandi dimensioni sono stati rimossi e venduti.

      Con la successiva dominazione musulmana i resti delle terme sono stati finiti a sgretolarsi, il terreno venne coperto e divennero giardini terrazzati, il che ha salvato la rimanente e ha permesso di arrivare a questo giorno.


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    • 06/15/17--05:45: HORTI ACILIORUM

    • Acilius fu il nome di un'antica famiglia Romana, la Gens Acilia, i cui rami della famiglia includevano gli Acilii Balbi e gli Acilii Glabriones (una tomba appartenente a questo ramo familiare fu trovato a Roma nel 1888). I Glabriones possedevano un famoso giardino, (Horti Aciliorum) locato sul Pincius nel II sec.d.c.. La loro bellissima villa posta in cima alla collina offriva sicuramente una splendida vista su Roma. Sulla sinistra si notano le enormi sostruzioni che circondavano il colle ( Substructiones Hortorum). La pianta riguarda la parte nord del Pincius.



      LA STORIA

      Faltonia Betitia Proba, moglie del praefectus urbi nel 351 d.c., fu la più importante e influente poetessa di lingua latina del tardo impero che compose versi prima di carattere epico e poi cristiano. Ebbe una nipote, Anicia Faltonia Proba, sorella del console del 370 Olibrio e moglie di Sesto Petronio Probo, console nel 371, che visse a Roma, nella ricchissima villa che gli Anici avevano al Pincio, più o meno dove sorgono oggi la scalinata e la chiesa di Trinità dei Monti e Villa Medici, ossia negli Horti Aciliorum.

      La brillante carriera di Sesto Petronio Probo portò lustro alla gens Anicia Proba si che i tre figli della coppia divennero tutti consoli, Anicius Probinus e Anicius Hermogenianus insieme nel 395, Anicius Petronius nel 406.

      Il fratello di Proba, Olibrio, aveva sposato Giuliana, a sua volta nipote di Proba, e dalle loro nozze era nata Demetriade, che prenderà poi il velo monastico a Cartagine. Un’iscrizione attesta il legame di Proba con l’attuale Pincio, segnalando nell’onomastica familiare la relazione esistente fra gli Anicii ed i Pincii:

      Consimiles fratrum trabeis gestamina honorum
      tertia quae derant addidimus titulis
      dilectae Probus haec persolvo munera matri
      restituens statuis praemia quae dederat
      Aniciae Faltoniae
      Probae Amnios Pincios
      Aniciosque decoranti
      consulis uxori
      consulis filiae
      consulum matri
      Anicius Probinus v(ir) c(larissimus)
      consul ordinarius
      et Anicius Probus v(ir) c(larissimus)
      quaestor candidatus
      filii devincti 
      maternis meritis 
      dedicarunt. 

      Divenuta vedova nel 389, Proba, già fervente cristiana, trasformò la sua residenza romana in una specie di chiesa dove si pregava e si faceva la carità.

      Girolamo elogiò molto Proba che per la sua santità e generosità, riconosciuta anche presso i barbari, pure, all’avvicinarsi dei Goti di Alarico, nel 410, Proba dovette fuggire da Roma, con la nuora Giuliana e la figlia Demetriade: che «dall’alto mare aveva visto le rovine fumanti della patria e aveva affidato la sua salvezza e quella dei suoi ad una fragile barca», diretta verso l’Africa.

      MURO TORTO, IN ORIGINE IL MURO DI SOSTEGNO
      SETTENTRIONALE DEGLI HORTI ACILIORUM
      Si sa che Proba, una volta che la situazione dell’urbe si tranquillizzò, decise di vendere i possedimenti romani, e di quei soldi ebbe gran bisogno perchè a Cartagine le tre donne vennero imprigionate dal comes Eracliano, che governava l’Africa proconsolare a nome dell’imperatore Onorio, che pure era un imperatore cristiano. Eracliano le aveva costrette a sborsare un’ingente somma in cambio della libertà. Il denaro fu versato dalla stessa Proba, proveniente dalla vendita dei bellissimi Horti Aciliorum.

      I bei giardini sulla collina pinciana appartennero agli Acilii Glabriones almeno dal II sec. d.c., se ne ignorano i confini esatti, ma dai resti ritrovati si presume che si estendessero da Trinità de' Monti fino alle pendici della collina a Villa Borghese, e ad est fino a Porta Pinciana. Gli horti passarono alla gens Pincia nel IV sec., e poi ad Anicia Faltonia Proba e suo marito Petronius Probus, divenendo poi proprietà imperiale col nome di. Domus Pinciana.

      CASINA VALADIER

      DESCRIZIONE


      « Nella sommità del detto colle (Pincio) vicino alle mura vi è una mezza machina, che ha forma sferica et ritonda, à guisa del Panteon, ma è molto minore et più rovinata » p. 65 (Vedi Bull. com. tomo XVIII, 1891, p. 132 segg. e Itiner. Einsiedl. p. 26).

      CASINA VALADIER
      In questo scritto del XVI sec. un edificio degli Horti Aciliani viene così descritto, non si sa se un tempio o un esedra, nè si sa quando sia scomparsa.

      Gli Horti erano sostenuti a nord, a ovest e a est da alte mura, costruite sulle pendici della collina, incorporate poi a est e a nord da Aureliano per le mura dell'Urbe, ricostruendole parzialmente.

      La struttura originale era in opus reticulatum, con una serie di arcate aperte con massicci piloni di sostegno. Il famoso Muro Torto è il contrafforte inferiore dell'angolo nord in conci di tufo.

      A nord di Trinità de' Monti c'era un grande emiciclo, che apriva ad ovest, con due ali di scalinate che conducevano al piano sottostante. Accanto al moderno casino vi era una piscina, divisa in due sezioni  connesse con un atrio, consistenti in un labirinto di piccole gallerie scavate nella roccia, con tunnels lunghi 80 m.

      Dunque un gigantesco e ben articolato ninfeo, con erme, statue e fontane. L'attuale Villa Medici è dunque costruita sulle rovine di un ninfeo ottagonale chiamato Parnassus, e le sue rovine sono riemerse tutte intorno alla collina, da Trinità a S. Maria del Popolo. Sono stati trovati dei resti a sud della Trinità che possono appartenere a questi horti o agli Horti Luculliani.

       Gli horti erano situati sul Pincio; la loro estensione viene stimata tra la Porta Pinciana e Trinità dei Monti. A nord, ovest ed est erano chiusi da dei muri di sostegno, costruiti lungo le pendici del colle, costruiti in opus reticulatum; in seguito i tratti settentrionale e orientale vennero inclusi nelle Mura Aureliane, venendo parzialmente ricostruiti: la parte settentrionale è il famoso Muro Torto.

      PARTE COPERTA DELLA CASINA VALADIER
      Era presente un vasto emiciclo, con l'apertura orientata a occidente, con una scalinata che scendeva verso il pianoro sottostate, e posto a nord dell'attuale Trinità dei Monti.

      Era presente una piscina, divisa in due sezioni e connessa ad una cisterna, consistente di un labirintino di piccole gallerie scavate nella roccia; la collinetta nell'attuale Villa Medici fu costruita sulle rovine di un ninfeo ottagonale, noto come Parnassus.

      Erano di proprietà degli Anicii Glabriones, che li fece edificare nel II secolo, ma nel IV secolo erano passati alla gens Pincia, poi ad Anicia Faltonia Proba e a suo marito Sesto Petronio Probo, infine divenendo proprietà dello Stato.

      Casina Valadier

      La Casina Valadier sorge sugli Horti Aliliorum, alla sommità del Pincio, e fu realizzata tra il 1816 e il 1837 da Giuseppe Valadier, noto architetto e urbanista romano, nella fase di ristrutturazione di Piazza del Popolo e del Pincio.

      Il Valadier rielaborò in stile neoclassico il precedente Casino Della Rota, un fabbricato seicentesco costruito a sua volta sui resti di un’antica cisterna romana, la cisterna che alimentava le fontane degli horti. Indubbiamente il luogo apparteneva agli horti Aciliani, e molti reperti furono in parte riutilizzati in parte venduti o distrutti.

      VILLA MEDICI

      VILLA MEDICI

      Villa Medici si erge sulla collina del Pincio dove, alla fine del periodo repubblicano, Lucio Lucinio Lucullo fece collocare i suoi horti e  la sua villa che doveva occupare l'intero sito, dalla via Salaria Vetus a Sud all'attuale passeggiata del Pincio a Nord, tra il 66 e il 63. 

      Valerio Asiatico, due volte console, vi fece aggiungere durante il regno di Claudio un grande giardino terrazzato con uno splendido ninfeo semi-circolare che dominava l'attuale area di Trinità dei Monti, sovrastato dal tempio della Dea Fortuna.

      Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, che voleva per sè gli splendidi horti, coprì Valerio Asiatico di false accuse finchè Claudio obbligò Valerio al suicidio.

      Questi si tagliò le vene, proprio nei giardini, nel 47 d.c., ma più tardi Messalina, ormai padrona degli horti, vi fu assassinata dai soldati incaricati da suo marito.

      VILLA MEDICI OGGI
      La Villa continuò ad essere proprietà imperiale fino a Traiano, che gli preferì i giardini di Sallustio, nella parte est del Pincio. Nel III sec. gli horti passarono in gran parte alla famiglia patrizia degli Acili, ridotti e delimitati dalla costruzione delle Mura Aureliane.

      Nel IV sec. gli Acilii la cedettero ai Pinci, da cui il nome attuale della collina.
      Quando i Goti invasero Roma partendo dalla Porta Salaria, situata sul Pincio, nel 410 d.c., l'imperatore Onorio (395-423 d.c.) collocò il suo palazzo nei giardini e nel 537 d.c. Belisario vi si stabilì per difendere Roma contro l'ostrogoto Vitige. Alla caduta dell'impero il luogo fu abbandonato a causa della sua posizione troppo periferica.



      IL SEGUITO DELLA STORIA


      NARDINI

      1553. Essendo incominciata la fabbricazione della via Paolina (del Babuino) nuovamente aperta dal precedessore di Giulio III. la famiglia Garzoni che possedeva vaste aree « sotto il monte della Trinità » le pone in vendita a piccoli lotti, e generalmente col patto di riserva per gli oggetti di scavo.

      PARTI ROMANE DELLA VILLA MEDICI
      IN UN QUADRO DI VELASQUEZ DEL 600
      I Garzoni aprirono al tempo stesso una cava di pozzolana nelle viscere del monte per comodo dei fabbricatori. Gli atti relativi a queste faccende si trovano nel prot. 29* e 30* del notare Giambattista Amadei in A. S.

      Nel prot. 3924 di Lotto Quintilio, a e. 310, si parla di un terreno della misura di 80 canne
      « non procul a portone Monasterii SS. Trinitatis in monte Pincio ad rationem iulii unius prò qualibet canna (dodici centesimi e mezzo al mq)« ceduto in enfiteusi l'a. 1564 da maestro Giovanni Ceutofanti da Gallese a Quirino Garzoni, insieme ad altre aree « nella via del Portone della SS. Trinità » aderenti alla vigna ereditaria dei Garzoni stessi, la quale doveva trovarsi nel sito dove oggi hanno origine le vie Felice e Gregoriana.

      I ruderi degli Horti Luculliani e degli Horti Aciliorum compresi in queste proprietà devono avere restituito non pochi oggetti di scavo, vista la cura con la quale i Garzoni inseriscono la clausola di riserva negli atti enfiteutici di aree fabbricabili, specialmente a partire dall'anno 1553.

      Il sito degli Horti Aciliorum, ossia di quella parte dell'altipiano del Pincio che è oggi occupata dalla chiesa e monastero della Trinità, dalla villa Medici e dal Giardino publico, era diviso in sul principiare del secolo XVI in un numero assai maggiore di proprietà.

      Basti a ciò dimostrare, il seguente documento, del tempo
      di Alessandro VI (26 nov. 1492) in atti Capogalli, prot. 470, e. 'S3S bis, nel quale Francesco de ludicibus fa l'inventario dei beni ereditarii spettanti ai suoi nipoti Camillo, Pantasilea, Silvia, e Sulpicia:

      « . . . . itein quatuor vineas intus urbeni sita in loco qui dicitiir Pinci, commuiie cuni domino [Mattheo do ludicibus episcopo Pennensi patruo testatoris] ovines sunt numero xxiiij petiarum. Una .sita est inter hos tìnes: ab uno lato sunt res domini Nicolai de Castello ab alio latere sunt les Tommarotij. Alia sita est inter hos limes ab uno latere tenet ipse Tomarosius, ab alio res Baptista de lo sordo. Alia est inter vineam ipsius baptiste et vineaiu gabrielis de rubeis (il celebre collettore di antichità ricordato a p. 166, dell tomo). Alia vero est inter vineam ipsius gabrielis et muros civitatis ».

      Nel prot. 1819 è ricordato il palazzo del quondam G i o v a uni Micheli cardinal di sant'Angelo e vescovo di Porto, con vigna e giardini, nel luogo detto Pinci, donato da Alessandro VI a Ludovico Borgia del titolo di San Marcello, cardinale Palentino, fatto che ricorda la tragica fine dei fratelli Quintilii, con ciò sia che per entrare in possesso dell' ambita villa i Borgia avevano fatto morire di veleno il legittimo possessore (a. 1503).

      La presente Casina del publico Passeggio, architettata dal Valadier, occupa il sito di quella già del cardinal della Rota (sepolto in santa Maria del popolo), abitata in seguito dal cardinale di Portocarrero.
      Nel prot. 1509 e. 260 del notaro Curzio Saccoccia è descritta una vigna « in loco dela Trinità » che Alessandro Guidiccioni vescovo Aiacense aveva acquistata l'anno 1552 da Cristoforo Gibraleone. Confinava con i terreni dei Nari e degli Stati.

      BASSORILIEVI ROMANI NELLA VILLA
      Tutte queste proprietà finirono con l'essere assorbite da due soli possessori: i Ricci di Montepulciano (Medici), e i frati agostiniani del Popolo. Vedi la pianta del Nolli I, 3, e la nona tavola dalle IX chiese dal Maggi. Purtroppo i frati non erano estimatori di archeologia romana:
       « Nella vigna de Frati della Madonna del Popolo, contigua al giardino del gran duca, si vedono molti andamenti d' acqua, tra quali vi è una gran botte, ricetto d' acqua, cosa notabile per la sua magnificenza ».
      Vacca, Mem. 43. « Nel monte Pincio vi era una conserva di acqua antica, la quale da alcuni frati fu fatta disfare per ridurla in grotte di vino da affittare agli osti. Ma perchè erano di poca profondità, riuscirono più calde di quello che li buoni frati si pensavano, e fu inutile la spesa ». Bartoli, Mem. 101. Vedi A. Cassio, Corso delle acque, tomo II, n. 30, § 5, p. 333.

      La costa occidentale del monte, a pie della quale si veniva tracciando una strada denominata dal barbiere Margut, uno dei primi suoi abitatori, è rimasta sino al presente in proprietà della famiglia Naro (Patrizi). Vedi Nolli, tav. citata, e Ulisse Aldovrandi, p. 193, ed. Mauro, 1562.
       « In casa di M. Pompilio Naro nella piazza di Campo Martio, nella sala su fra due finestre in un nicchio si vede una Venere ignuda intiera, eh' esce dal bagno: tiene con la man destra un panno, e si cuopre le parti vergognose: sta posta sopra una base e dicono ch'abbia le più belle spalle, e schiena di statua che si vegga. La ritrovò M. Pompilio ne la sua vigna sotto il colle de gli Hortoli che lo chiamano anco Monte Pincio, presso à la Trinità ».

      Passata la proprietà nelle mani di Orazio Naro circa il 1565, esso incominciò a venderla a piccole aree per scopo di fabbricazione, e con espressa riserva per gli oggetti di scavo. Ricordo un esempio di questi negozi. Con istrumento stipulato dal not. Pechinolo, a e. 326 del prot. 5528, il predetto messer Orazio concedo in enfiteusi perpetua a Lorenzo del quondam Bartolomeo de Fratriis bergamasco un terreno « nel  C° Marzio in via Paulina Trifaria nuncupata tendente a platea ecce S. M. de populo ad radicem Montis pincii alias della Trinità (via del Babuino). . . retro via Nara nuncupata (strada Margutta) ».

      Questo strano nome « strada paulina trifaria» ricorre anche in altre apoche enflteutiche degli stessi terreni. Egli è certo che belle e abbondanti scoperte di antichità debbono essere avvenute in questi tempi e in questa striscia di suolo, tra gli avanzi di quelle che l'autore della vita Gordiani e. 32 chiama « privatorum possessiones et aeditìcia et horti sub colle», perchè non si trova atto di compravendita della seconda metà del cinquecento che non contenga la nota riserva per eventuali rinvenimenti. Perfino il prefetto del collegio Greco, recentemente fondato da Gregorio XIII, inserisce tale clausola nei patti per fabbricazione delle aree annesse all' Istituto. Vedi not. Bacoletto, prot. 500, e. 379, a. 1580.

      Si può argomentare la ricchezza archeologica della contrada dal numero e dal valore degli oggetti raccolti nella sola vignola di Ambrogio Gigli, e quivi descritti dall'Aldovrandi.

      « Nella vigna di M. Ambrogio Lilio, a la radice del colle de gli Mortoli » egli dice a p. 198: « si vede in una loggia una tavola marmorea, nella quale quasi di tutto rilevo è un Re assiso, ma non ha testa, et uno che gii presenta un cavallo, come per tributo. Vi è anco un servo con una lancia in mano, è vestito all'antica. Vi è poi un albero, fra le cui frondi si vede ravolto un serpe... Poi sopra in una camera si vedo un'Hercole giovane di tutto rilevo, che tiene una testa di cavallo per li crini ».

      È probabile che dallo stesso sito provengano le sculture viste dal medesimo  «  in casa di M. Ambrogio Lilio, su la strada de' Cesarini. Dinnanzi sulla porta si vede una bella testa antica, che dicono che sia di Pompeio. ...Dentro la corte sono molti torsi e frammenti antichi, fra i quali vi è una tavola marmorea, dove sono scolpite  le forze d'Hercole ».



      VILLA E MUSEO MEDICI SUL MONTE DELLA TRINITÀ 

      LANCIANI

      Il sito della famosissima villa appartenne alla casa Crescenzi sino al 30 maggio dell'anno 1564, sotto la quale data, essi ne fecero vendita a Giulio e Giovanni Ricci, nipoti del noto cardinale Giovanni di Montepulciano.

      L'epoca, inserita a e. 245-248 del prot. 3025 del not. Quintili, contiene le seguenti stipulazioni. I Ricci di Montepulciano, appassionati collettori di cose di scavo, raccolsero marmi scritti e scolpiti.

      « Mi ricordo » racconta F. Vacca, Mem. 32 « al tempo di Giulio III tra la Pace e s. Maria dell'anima, vi furono cavati alquanti rocchi di colonne di mischio africano, e di porta santa, quali erano abbozzati ad usanza di cava, non mai stati in opera, grossi da sette palmi (m. 1.56) e li comprò il card. di Montepulciano »
      Id. Mem. 50:
      « appresso il giardino del capitano Mario Spiriti si trovarono sette teste di Sabine molto belle, con conciature di capelli molto capricciose : come anche un pilo ovato di marmo parlo, con il bassorilievo di Bacco, tirato sopra il carro dalle Baccanti, alcune delle quali danzavano, e suonavano cembali, e i Satiri colle tibie.il tutto fu comprato dal card, di Montepulciano che le mandò a donare al re di Portogallo ; ma l'invidioso mare le assorbì »

      Id. Mcm. 58. « Nella vigna di Gabriel Vacca, mio padre, accanto porta Salara, dentro le mura... cavandovi trovò una fabrica di forma ovata (corr. rotonda: è il tempio di Venere Ericino-Sallustiana) con portico attorno ornato di colonne gialle, lunghe palmi diecidotto scannellate, con capitelli e basi corintie ... ed a ciascuna (delle quattro) entrate vi erano due colonne di alabastro orientale si trasparente, che il sole vi passava senza impedimento... Il cardinale di Montepulciano comprò di quelle colonne, e ne foce fare la balaustrata alla sua cappella in s. Pietro in Montorio. 
      Comprò ancora quelle di alabastro, una delle quali essendo intiera la fece lustrare, e delle altre rotte ne fece fare tavole, parendogli cose preziose. Le infrascò con altre anticaglie e tavole commesse, e le mandò a donare al re di Portogallo, ma quando furono in alto mare l' impetuosa fortuna trovandosele in suo dominio, ne fece un presente al mare ».

      Nello spianare il colle per l' adattamento della nuova villa alla Trinità, i Ricci e il loro architetto Lippi arrecarono danni irreparabili alle fabbriche degli Orti Aciliani, e specialmente al ninfeo rotondo, che coronava il colle nel sito del presente colle Parnaso. Sallustio chiama il ninfeo Tempio di Nettuno « rovinato dal card. isi riccio per accomodar la sua vigna» e Ligorio dice che il gruppo centrale delle fabbriche era limitato a septentrione dalla « vigna del cardinale crescentio bora è del cardinale di montepoliciano » e si estendeva in direzione del sito dove « hoggidì è fatto il monasterio della santissima Trinità ». 


      OGGI

      Tuttora proseguono gli scavi archeologici sotto Villa Medici che hanno portato alla luce bassorilievi in marmo, un ninfeo, pavimentazione marmorea, cisterna, fontana, muretti in opus reticulatum, colonne, decori con ghirlande e putti, fontana ecc.



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    • 06/16/17--05:14: MASADA (Israele)

    • Giuseppe applicò furbescamente la profezia proprio a Vespasiano, che del resto era il suo datore di lavoro: «Questa gli ebrei la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea».

      L'impero romano si impose violentemente con le guerre in un mondo che sembrava un game di "Mangi o vieni mangiato" I paesi confinanti in particolare, essendo per lo più tribali, e quindi nomadi, vivevano di invasioni e razzie. Si uccidevano gli abitanti, si incendiavano le case, si rubavano gli armenti, le riserve di grano e i tesori dei templi, poi via verso la propria terra.

      Ai romani non restava che sottomettere queste terre, per poi romanizzarle, cioè farle vivere in cittadine ben costruite con i fori, i tribunali, i mercati, le scuole, i templi, i porticati, i giardini e le favolose terme. Dopo un po' di anni le popolazioni scoprivano che quel modo di vivere era molto confortevole. Tutti studiavano il latino e potevano commerciare con tutti paesi perchè tutti parlavano latino e si scambiavano merci.

      RICOSTRUZIONE DI MASADA
      Ma con i giudei la cosa non funzionò, perchè il loro monoteismo e il loro dominio assoluto su mogli e figli, che erano trattati come schiavi, facevano temere qualsiasi cambiamento seppure in meglio. Poco importava se le città erano splendide e ben servite, se i cittadini erano colti e ricchi. La legge di Dio era molto più importante, non si potevano adorare altri Dei accanto al Dio unico.

      Del resto tutte le religioni monoteiste non hanno mai sopportato la presenza di altri Dei, e non sopportano neppure Dei unici, cioè non solo combattevano il politeismo ma nemmeno un monoteismo che non fosse identico al loro. Le guerre di religione le hanno fatte sempre i monoteisti, e ne hanno fatte tante.

      La rivolta del popolo giudaico contro la dominazione di Roma iniziò sotto il regno di Nerone, nell’autunno del 66 d.c. Per domare i rivoltosi venne inviato il comandante delle forze romane Vespasiano, bravissimo generale e molto amato dalle truppe, il quale venne proclamato imperatore dai suoi, mentre stava iniziando l’assedio di Gerusalemme. Fu pertanto costretto ad interrompere le operazioni per raggiungere al più presto Roma.

      Il comando fu affidato allora al figlio Tito, altrettanto amato e stimato dai soldati, che riprese l’azione militare portando a termine la conquista della città in una battaglia sanguinosa che comportò la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Di rivolte giudaiche in realtà ce n'erano state molte, tanto è vero che il Messia sperato non era per gli ebrei il portatore di un'etica nuova, ma il capo della rivolta contro i romani.

      I COLOMBARI DI MASADA
      Infatti i romani crocifissero il Cristo non perchè sovvertitore religioso, di questo non gliene poteva importare di meno, del resto all'epoca di messia a Gerusalemme ce n'erano una ventina, ma perchè i sacerdoti giudei l'avevano indicato come un rivoltoso con largo seguito. I romani ci avevano creduto, che potevano saperne degli inghippi e delle guerre di religione se loro non ne avevano mai avute?

      Poichè anche Tito era un ottimo generale, vinse la “guerra judaica” e rientrò a Roma, dove nel 71 d.c. celebrò con il padre un grandioso trionfo, di cui resta il ricordo nel celebre Arco di Tito. Non c'è da meravigliarsi che Tito osasse distruggere il tempio di Israele, perchè i giudei avevano distrutto i magnifici templi che i romani avevano lì edificati.

      Del resto dal desertopopolato da ribelli esaltati, profeti deliranti (se dicevano cose diverse almeno la maggior parte delirava), serpenti e scorpioni velenosi,  i romani non potevano andarsene a mani vuote. Per cui si ripresero il bottino trafugato dagli ebrei dai templi romani e vi aggiunsero il ricchissimo bottino del Tempio di Salomone. E siccome non ne potevano più di combattere in quel deserto, gli spianarono pure il grande tempio, lasciandogli solo un muro dove piangere (che da allora si chiamò il muro del pianto).

      Poichè però restavano altri rivoltosi, i cosiddetti “sicari”, un nome che già dice tutto, se è diventato termine tristemente famoso nel nostro vocabolario, che si erano impadroniti di alcune fortezze fra cui Masada imprendibile per i romani,.venne inviato a provvedere il comandante Lucilio Basso, e alla morte di questi, il generale Flavio Silva, che vinse alla fine ogni resistenza.

      A Masada si erano rifugiati gli ebrei ribelli di Eleazar ben Yair, prprio quelli che avevano innescato la rivolta giudaica a Gerusalemme. E da questa ridotta inespugnabile avevano continuato la guerriglia per due anni. Fin quando le aquile imperiali non tornarono su quei luoghi imponendo la pax romana.

      Rimase celebre l’espugnazione dell’ultima roccaforte rimasta in mano ai ribelli: Masada, che  significa "fortalezza" in ebraico. e si trattava in effetti di una fortezza formidabile costruita su uno sperone di roccia nei pressi del Mar Morto. corona di un ripido altopiano immerso nel deserto della Giudea.




      1 Porta orientale(o del Sentiero)
      2 Casamatta
      3 Edificio
      4 Frana5 Magazzino
      6 Magazzino
      7 Terrazza superiore del
      palazzo settentrionale
      8 Terrazza intermedia
      9 Terrazza inferiore

      10 Terme11 Edificio amministrativo
      12 Porta nord
      (o dell'Acqua)
      13 Torre
      14 Sinagoga
      15 Casamatta
      16 Torre
      17 Edificio bizantino
      18 Chiesa dei monaci
      bizantini (V secolo)
      19 Porta occidentale

      20 Torre21 Ala amministrativa

      del palazzo occidentale
      22 Magazzino

      per le provviste
      23 Appartamenti reali del
      palazzo settentrionale
      24 Palazzo piccolo
      25 Bagno rituale
      26 Palazzo piccolo
      27 Cisterna
      28 Bastione meridionale

      29 Cisterna sotterranea30 Porta meridionale
      (o della Cisterna)
      31 Bagno rituale
      32 Columbarium
      33 Palazzo piccolo
      34 Casa bizantina
      35 Case degli zeloti
      36 Cisterna
      37 Casa bizantina
      38 Torre
      39 Casa bizantina



      Questa fortezza fu teatro di uno degli sviluppi più inquietanti della grande rivolta ebraica che scosse questa zona arida del Medio Oriente tra il 66 e il 73. È interessante notare, e anche se il sito è oggi più brutto e triste di una cripta ammuffita, Masada fu inizialmente un bellissimo palazzo d'estate ordinato costruito da Erode il Grande tra il 31 e il 37 a.c. Essendo ad altezza elevata si godeva di un certo fresco pur trovandosi in pieno deserto, ed Erode si sa, non badava a spese.




      GIUSEPPE FLAVIO 


      Giuseppe Flavio nacque tra il 37 e il 38 d.c., fu sacerdote a Gerusalemme e a 30 anni circa guidò delle truppe in rivolta contro l’esercito romano (66 d.c). Dopo quattro anni di guerra che si concluse con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, Giuseppe ottenne di lavorare per i romani come storico presso Vespasiano (il futuro imperatore) a Roma.

      Il che fa capire un po' il tipo, se poi se ne guarda il ritratto ricorda molto Sauroman nel Signore degli Anelli. Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato magnificò i romani e dall'altro santificò gli ebrei in un gesto eroico.

      Tra il 75 e il 79 d.c. scrisse il libro “Guerra giudaica” , dove non solo descrisse le gesta belliche a cui anch'egli aveva partecipato, ma anche la profezia sul Messia. Giuseppe Flavio sostiene che il vero motivo che aveva indotto gli ebrei alla guerra fu l’attesa del Messia così come era attestato dalle Scritture:

      «Ma quello che incitò maggiormente alla guerra fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre Scritture, secondo cui in quel tempo “uno” proveniente dal loro paese sarebbe diventato dominatore del mondo» .

      Lo storico Giuseppe Flavio  racconta che Flavio Silva adottò una soluzione incredibile, facendo costruire un enorme terrapieno che consentiva di attaccare con le macchine da guerra la fortezza non più dal basso, ma sullo stesso piano. Vistosi perduti, la notte prima dell’assalto gli assediati, su ordine del loro capo Eleazar, decisero di uccidersi tutti, comprese donne, vecchi e bambini in modo da non cadere prigionieri dei Romani.

      Segue il racconto di come ognuno dovesse uccidere i suoi cari e come poi fu sorteggiato chi doveva uccidere gli altri. L’ultimo doveva uccidersi chiedendo perdono a Dio perché il suicidio era peccato per la religione ebraica, era l’aprile del 73 d.c.. Ma l'eccidio di tutti gli altri invece non lo era? (Misteri della fede).

      Capita poi che gli scavi dell’anfiteatro di Urbisaglia, cittadina in provincia di Macerata, rivelano diverse iscrizioni da cui risulta che  Flavio Silva originario di questa città, fece costruire a, proprie spese, l’edificio a beneficio dei concittadini.

      Si tratta di Lucius Flavius Silva Nonius Bassus. Ai generali vincitori erano riservati solo gli ornamenta triumphalia, cioè tutti gli onori che avrebbe ottenuto un vincitore, con l’esclusione della sfilata che era riservata agli Imperatori e ai loro figli.

      Poiché questi ultimi avevano già celebrato il trionfo, l’imperatore volle comunque ricompensare adeguatamente il generale vincitore della resistenza ebraica e di Masada. Infatti come rivelano le epigrafi di Urbisaglia, lo innalzò cioè al rango dei “patrizi”, e lo compensò con tanto denaro da permettere a Flavio Silva di regalare un anfiteatro ai suoi concittadini.



      LA CRONACA

      "Novecentosessanta furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico. I romani, che s’aspettavano di dover ancora combattere, verso l’alba si approntarono e, gettate delle passerelle per poter avanzare dai terrapieni, si lanciarono all’attacco.


      Non vedendo alcun nemico, ma dovunque una paurosa solitudine e poi dentro fiamme e silenzio, non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto.

      Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto.”

      Così Giuseppe Flavio descrive l’epilogo dell’assedio di Masada, e la tragica sorte dei suoi difensori.

      Masada cadde nella primavera dell’anno 73 d.c. dopo che i romani della Legione X Fretense avevano innalzato una rampa per colmare il dislivello che faceva della rocca di Masada una fortezza naturale apparentemente imprendibile.

      I difensori, di fronte alla prospettiva di cadere nelle mani dei legionari, soppressero i propri familiari, poi estrassero a sorte dieci di loro che uccidessero gli uomini, e infine fra questi dieci uno che desse la morte agli altri nove, e che si sarebbe poi suicidato.

      Si salvarono solo due donne e cinque bambini, nascosti per sfuggire al suicidio collettivo.

      Masada è considerata il simbolo di un eroismo sfortunato e dell’afflato verso la libertà e contro la tirannia (per tali motivi l’UNESCO ha dichiarato nel 2001 i resti della fortezza di Erode patrimonio dell’umanità).



      EROISMO O FEMINICIO E FILICIDIO?

      Ma davvero fu un eroismo? Davvero pensiamo che venne chiesto alle donne e ai bambini se desideravano morire anzichè essere venduti schiavi? Le due donne e i cinque bambini dovettero nascondersi per salvarsi, Ovvero le due donne riuscirono a salvare se stesse e 5 bambini nascondendosi chissà dove e con tanta paura.

      Di certo le donne e i figli, se avessero potuto scegliere la vita non avrebbero dovuto nascondersi. Si parla di dominio romano ma il dominio degli ebrei su mogli e figli era molto peggio. A nostro avviso l'eccidio fu una vergogna infamante.

      Oggi i soldati dello Tzahal, le forze armate israeliane, dopo aver scalato la rocca alta 400 metri vi compiono il loro giuramento al termine del periodo addestrativo, promettendo a gran voce “mai più cadrà Masada”.
      Una visione un po' di parte, coi ribelli-buoni e gli imperialisti-cattivi di cui oggi però si inizia a dubitare.

      Ma Giuseppe non fu presente all'episodio di Masada, quindi dovette servirsi di testimonianze, ma quali visto che gli ebrei erano tutti morti? Forse quelle dei romani, ma non le colse direttamente, e comunque sappiamo di quale diplomazia disponesse. Gli studi dell’archeologo israeliano Nachman Ben-Yehuda, sociologo e antropologo e docente dell'Università di Gerusalemme, invece hanno rivisto ampiamente la vicenda, e tratteggiano una versione più realistica degli eventi.

      IL PALAZZO A 3 LIVELLI

      IL PALAZZO A 3 LIVELLI

      Quando esaminiamo a fondo la Grande Rivolta e Masada, semplicemente non abbiamo alcun ritratto di eroismo. Al contrario: i racconti narrano la storia di una fatale (e discutibile) rivolta, di un gigantesco fallimento e della distruzione del Secondo Tempio e di Gerusalemme, di massacri di ebrei su larga scala, di differenti fazioni di ebrei che combattevano e si ammazzavano a vicenda, di suicidi collettivi (un atto non visto con favore dalla fede ebraica) perpetrato da un gruppo di terroristi e assassini il cui “spirito combattivo” può essere stato incerto.”

      RICOSTRUZIONE
      Così si esprime il professor Nachman Ben-Yehuda, ordinario dell’Università Ebraica di Gerusalemme nel dipartimento di Sociologia ed Antropologia. Masada, demolendo un mito su cui si è fondato molto dell’ethos del moderno Israele, per cui Masada fu meta di pellegrinaggio archeologico nei primi anni ’60 del secolo scorso.

      L’archeologo Yigael Yadin guidò le ricerche e gli scavi, alla testa di un piccolo esercito di volontari, volti a scoprire le radici guerriere di Israele. E queste radici tornarono alla luce: le pietre dell’altopiano di Masada mostrarono prima chiaramente la pianta della fortezza erodiana, poi restituirono cocci, monete del periodo della rivolta, armi, infine anche resti umani.

      Le tracce dell’assedio poi divennero chiare quando si identificò la gigantesca rampa edificata dai legionari per aver ragione della montagna. Yadin trovò anche undici “ostraka”, dei cocci usati per le estrazioni a sorte, su cui erano incisi dei nomi, uno dei quali è “Ben Yair”. Era la prova che la storia raccontata da Giuseppe Flavio era vera. Yadin non si soffermò sull’origine dei resti umani. Per lui erano i “difensori di Masada”.

      Il governo israeliano, addirittura volle che fossero sepolti con gli onori militari, come poi avvenne nel 1969. Sembra invece che i corpi ritrovati appartenessero a occupanti molto più tardi, di epoca bizantina, oppure a romani della Legione Fretense o della guarnigione che fu presa con l’inganno e massacrata dagli uomini di Elazar, un’ipotesi suffragata anche dal ritrovamento nel 1982 di ossa di maiale, animale considerato impuro dagli ebrei.


      D'altronde lo Stato di Israele era accerchiato da paesi ostili e solo vent’anni prima la quasi totalità del suo popolo in Europa era stata condotta a morte in un atroce sterminio senza combattere. C’era dunque la profonda necessità spirituale di dimostrare al mondo (e agli ebrei stessi) che un ebreo sapeva battersi e morire.

      D'altronde molti sopravvissuti all’olocausto provavano vergogna per non essersi opposti al nazismo e ai pogrom. non si capiva perché gli ebrei europei non avessero fatto ovunque come a Varsavia nel 1943, rivoltandosi contro Hitler, invece di farsi assassinare senza combattere.

      Non a caso dopo la "Guerra dei 6 giorni" i ragazzi ebrei di Roma corsero a ballare sotto l'arco di Tito, quello stesso arco che illustrava la vittoria dei romani sugli ebrei con le spoglie del Tempio di Gerusalemme. Era la rivendicazione degli ebrei contro i romani vincitori.. ma i romani che c'entravano? Avevano vinto contro i romani non contro gli arabi.

      Quegli stessi arabi che all'epoca gli vendettero a caro prezzo i territori palestinesi dove insediarsi, che altro non erano se non un arido deserto, per vederlo poi rifiorire in una ricca oasi, tanto ricca da farli pentire di avergli accordato una così ricca terra. Si erano dimenticati che all'epoca nella terra c'erano solo la sabbia e gli scorpioni. Un tempo furono i romani a renderla verde e ospitale, ma alla formazione dello stato israeliano furono gli ebrei stessi a farne una zona fertile.

      “La Guerra Giudaica” dello storico ebreo Giuseppe Flavio narra di Eleazar ben-Yair come di un personaggio che oggi definiremmo un terrorista integralista.

      Zelota massimalista, era un sicario.
      I sicari erano una setta ebraica dedita agli assassinii tramite un pugnale chiamato “sica”, da cui il nome.

      Egli fomentò il popolo contro i romani, pretendendo dai sacerdoti che non accettassero più i sacrifici da parte loro. Un gesto considerato dallo stesso Giuseppe Flavio empio, poiché al Tempio di Salomone ogni uomo aveva potuto offrire sacrifici al Dio unico quale che fosse la sua religione o razza.

      Certamente non consentivano di sacrificare ad altro Dio che Javè, ma gli altri Dei se li sacrificavano a casa loro nei templi pagani. I romani non volevano rogne, della religione poco gli interessava, avevano sempre cercato di rispettare i costumi e le religioni di ogni popolo occupato. Non essendo fanatici non comprendevano perchè questo Dio, e i loro seguaci, fossero così accaniti contro gli altri Dei e i loro seguaci. perchè ognuno non si pregava il Dio in cui credeva?

      Ora gli ebrei erano particolari perchè per il loro Dio avevano una vera e propria ossessione, un comportamento che i romani avrebbero considerato indegno anche da parte di un romano nei confronti di Yuppiter. I romani amavano la continenza su tutto, pure nella religione. E' vero che erano strapieni di cerimonie sacre, ma i romani non andavano a tutte, era sufficiente che le cerimonie le operassero i sacerdoti, che erano pagati dallo stato per questo, il pubblico non era tenuto. Le feste erano tante, ma i romani le passavano in campagna e al mare, e ,se restavano in città, sicuramente alle terme.

      I nostri libri storici, scritti spesso con mentalità moderna, riferiscono che i templi pagani avessero le celle solo ad uso e consumo dei sacerdoti, perchè i profani celebravano aldifuori del tempio. Il fatto è che di gente che assisteva ce n'era poca, se qualcuno andava ad assistere a troppe feste di diversi templi era giudicato poco "pio", e piuttosto un esagerato e un fanatico.

      Dunque per quieto vivere i romani erano giunti a un compromesso, eludendo così l'editto imperiale che obbligava la gente a sacrificare per l'imperatore, un editto che in realtà riguardava i nuovi fanatici: i cristiani, che erano intransigenti come gli ebrei. Così ogni anno i sacerdoti romani sacrificavano nel Tempio non all’Imperatore o alla Dea Roma, ma “pro rege et pro patria”, salvando così il monoteismo giudaico e la necessità politica dei romani di assolvere ai riti sacri.

      BAGNO DI ERODE

      Eleazar sapeva bene che i romani avrebbero percepito il rifiuto delle loro offerte come una offesa a Roma, e sarebbe stata guerra, ma era proprio quel che voleva. Non aveva fatti i conti non solo con i romani, ma con le popolazioni orientali ormai romanizzate ed ellenizzate che si rivoltarono contro gli ebrei.

      Così in tutto il Medio Oriente le comunità ebraiche furono trucidate dalle popolazioni  locali, e gli stessi romani, dopo iniziali rovesci, si riorganizzarono e schiacciarono la rivolta con una ferocia inaudita.

      Del resto Roma aveva beneficato Gerusalemme di grandi edifici e monumenti, consentendole di svilupparsi ed arricchirsi, tanto più che le condizioni degli ebrei non erano affatto fiorenti. Avevano soprattutto portato loro il bene più prezioso: l'acqua per bere, lavarsi, cucinare e pure per irrigare i campi.

      Ma gli ebrei erano tribali e le tribù di qualsiasi etnia si sono sempre scannati tra loro. Infatti le fazioni giudaiche iniziarono a massacrarsi a vicenda: gli zeloti e in particolare i sicari praticavano un sistematico terrorismo contro ogni comunità ebraica “colpevole” di non sufficiente odio verso gli “invasori” romani.

      Eleazar stesso, fuggito e rifugiato a Masada con un migliaio di sicari, compì la sua miglior prodezza assaltando il vicino villaggio giudeo di Ein-Gedi sterminandone la popolazione, anch'essi ebrei, donne e bambini compresi. Quali erano i buoni e quali i cattivi?

      L'ASSEDIO

      L'ASSEDIO

      ACQUA E VIVERI

      Eleazar ben-Yair oltre alla guerriglia continua contro le truppe romane, erano intenti anche ad ammazzare tutti gli ebrei che collaboravano con gli invasori con gli invasori. Quindi Silva non ha esitato un istante. Ha raccolto un esercito composto dai X LEGIO FretensisAVXILIAsei coorti e, nell'inverno del 72, è stato lanciato per sottometterequegli ebreibellicosi.
       

      LA RAMPA
      L'esercito romano ha un totale di circa 9.000, a cui va aggiunto un numero imprecisato di prigionieri ebrei di guerra adottate per i lavori pesanti, come quello di costruire il muro che in genere era di legno, ma dato la zona desertica, occorreva la pietra. 

      Lo costruirono per un'altezza di circa tre metri e poco più di un Km. di lunghezza, per impedire ai nemici qualsiasi tentativo di uscire o di attaccare i campi sparsi in tutto il fianco della collina.

      Ma soprattutto vennero dirottati gli acquedotti che portavano l'acqua alla fortezza. Non solo per toglierla agli assediati, ma per rifornirne i 9.000 romani che si stavano liquefacendo sotto il sole. 

      Con i Sicari ben forniti di acqua e cibo, su una posizione fortificata quasi inespugnabile, le truppe di Silva dovevano agire in fretta o sarebbero costretti a togliere l'assedio in breve tempo.

      Ma è proprio così? Come avrebbero fatto i rivoltosi un paio d'anni come dice Giuseppe, o solo un anno, senza potersi rifornire di acqua e di viveri? Ammesso che avessero grandi scorte di cereali e di carne secca, occorreva l'acqua per ammorbidire e cuocere tutto ciò, oltre a quella per bere, a parte il lavarsi.

      Con quel calore i cereali potevano mantenersi bene ma l'acqua sarebbe diventata non più potabile, inoltre sarebbero morti di scorbuto e quant'altro, non potendo cibarsi di verdure e di frutta fresca per così tanto tempo.

      In totale gli abitanti di Masada arrivavano a 967 persone, essendo i combattenti la metà di essi, per il resto erano donne, bambini e vecchi, i loro familiari.

      Cosa avevano sperato di fare portandoseli appresso?

      LA CISTERNA
      Di solito i guerriglieri vanno per loro conto perchè i familiari intralciano il cammino rallentandolo di molto, e dove li lasciano quando combattono?

      Ora è vero che Masada disponeva di enormi cisterne d'acqua e grandi magazzini di provviste, ma l'acqua e le provviste ogni tanto qualcuno ce le portava, due anni senza provviste sono davvero tanti per 1000 persone!

      Se una persona consuma solo (fra bere, cucinare. lavarsi e lavare una veste) 4 lt. al giorno (la strettissima sopravvivenza con quel caldo, cioè senza lavarsi, noi italiani ne consumiamo 200 al giorno ognuno), 1000 persone consumano 4000 lt al giorno, 120.000 al mese e 1.320.000 l'anno.

      Suvvia non è credibile: un mc corrisponde a 1000 l, il che significa che le cisterne di Masada dovevano contenere 1320 mc di acqua, ma quando mai le avrebbero accumulate con le scarsissime piogge del deserto?



      LA SALITA

      Un'altra cosa: la fortezza di Masada si trova sulla sommità pianeggiante di un´altura isolata dai fianchi ripidi e scoscesi. Masada è separata dal territorio circostante da colline ripide alte da 300 a 1000 piedi. Secondo Giuseppe, i Romani riuscirono a spezzare la resistenza di Masada costruendo una gigantesca rampa sul lato ovest della montagna.

      Basta vedere le dimensioni della rampa per comprendere il lavoro mostruoso occorso per realizzarlo: stuoie, pietre, tronchi, rami e carrelli. Dagli scavi archeologici sono emersi  i tronchi utilizzati dai romani per compattare la costruzione della rampa, del resto il deserto conserva tutto. E poi costruirono un ariete. 

      Nella parte superiore avevano piantato una sambuca (un ponte volante per scalare le mura) e sopra tale livello, una tettoia coperta con lastre di ferro. che proteggeva dal fuoco lanciato dal nemico, con baliste e scorpioni contro i difensori e le difese. Il terrapieno dovette risalire il ripido pendio di 20 gradi per non meno di 198 metri di lunghezza.

      Il palazzo di Erode, che si trova su tre livelli era un complesso fortificato con unperimetromurato di circa 1.500 m, difesi da 38 torri.  
      Vi si ergeva un sontuoso palazzo situato sul bordo settentrionale del pianoro, e un altro palazzo sul lato ovest, con i bagni e altre varie unità.

      Questo altopiano era lungo 645 m nell'orientamento nord-sud, e di 315 m, da est a ovest.  

      Il lato meno aspro era la pendenza occidentale, tuttavia estremamente difficile da scalare. 
      Per accedere al vertice c'era un solo sentiero chiamato "La Via Del Serpente" un sentiero di poco più di 5 km. piuttosto lungo, stretto e tortuoso.

      RESTI DEL CASTRUM ROMANO DA CUI PARTIVANO GLI ATTACCHI
      Però, rifatti i conti, la rampa costruita dai romani non sarebbe stata alta 375 piedi (125 m) come preteso da Giuseppe Flavio, ma molto meno, forse appena una dozzina di metri, poiché la Legione Decima comandata da Lucio Silva sfruttò uno sperone di roccia calcarea naturale. Bisogna attentamente riesaminare il mito prevalente relativo alle dimensioni della rampa romana d´assalto.

      Un’opera che assieme al controvallo e al fossato scavato attorno alla fortezza, secondo l’abituale strategia romana d’assedio, non dovette occupare i legionari per più di un mese. Dunque non anni, ma settimane, durò la resistenza di Masada ai romani.

      Giuseppe Flavio non trova riscontro neppure nella questione del successivo rogo: secondo lo storico ebreo i difensori di Masada appiccarono fuoco alla fortezza prima di suicidarsi, ma non ai magazzini, per dimostrare che non cedevano per fame.

      Tuttavia i ritrovamenti archeologici mostrano spessi strati di cenere anche nei depositi. E infine: sono stati ritrovati finora solo 28 corpi, dei quali la maggior parte in caverne alla base della montagna. Gli altri 932 cadaveri dove sono?

      Ultima questione: ma Giuseppe è di per sè soggetto affidabile? Teniamo conto che fu  prima legato del Sinedrio, poi governatore della Galilea e poi comandante dell’esercito giudaico nella rivolta antiromana, ed in seguito consigliere al servizio dell’imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito. Ma fu anche prima seguace di Javè e poi credente cristiano. Quante bandiere aveva cambiato?

      ANCORA OGGI E' BEN VISIBILE LA RAMPA

      GLI EBREI

      Yadin scoprì i due palazzi di Erode, decorati con meravigliosi affreschi murari, e mosaici sui soffitti. Dissotterrò la camera da bagno di Erode, un vasto complesso di camere adibite a deposito e di muri difensivi che circondavano la fortezza.

      Il sito ospitava anche artefatti risalenti all´occupazione dei ribelli e piccoli pezzi di terraglie incisi con nomi, che si credeva essere stati usati dai ribelli per estrarre a sorte chi avrebbe dovuto uccidere gli altri. Masada divenne un simbolo di potere per l´allora giovane Stato di Israele.
      Alle cerimonie per il giuramento sulla cima della montagna, i nuovi reclutati dell´esercito giuravano: "Masada non cadrà di nuovo!"



      I DUBBI

      In anni recenti, sono stati sollevati molti interrogativi sull´affidabilità del racconto di Giuseppe. Alcuni storici, per esempio, dubitano che i ribelli ormai in trappola commisero suicidio di massa; altri hanno sostenuto che gli scheletri trovati da Yadin non appartenessero ai difensori Ebrei ma ai soldati romani.

      L´autore Gill ha notato che molta parte della sporgenza ovest di Masada è costituita di roccia naturale; i Romani dovettero aggiungere relativamente poco per riuscire ad accedere alla sommità.

      Sulla foto sopra, guardano verso nord, Gill ha segnato la prova cruciale: la Linea A è una faglia, che divide Masada a destra dagli strati di roccia che probabilmente le collegavano ma che crollarono milioni di anni fa lungo la faglia

      - B1 e B2 sono due sezioni della stessa formazione rocciosa (Bina), che dividono la faglia.
      - C1, C2 e C3 sono i resti della formazione Manuha, che si trova al di sopra della formazione Bina e ad ovest della faglia e che si trovava sopra la sezione Bina che ha formato Masada; poiché la Formazione Menhua (e la Formazione Mishash che giace al di sotto) sono costituite da roccia soffice, l´erosione, in un periodo di tempo molto lungo, le ha rimosse dalla cima di Masada. La stessa cosa è avvenuta ad ovest.
      - D ha dato origine alla rampa Romana.

      La maggior parte della via d´accesso a Masada sul lato occidentale è di roccia naturale; i romani aggiunsero solo un piccolo strato di terra. Un processo che richiese molto meno tempo e sforzi di quanto gli storici avessero creduto. Su Masada è ancora giallo.


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    • 06/19/17--06:00: BATTAGLIA CAENINENSE


    • I Ceninensi (o Ceninenti, o Caeninensi) erano un antico popolo stanziato nei pressi di Roma, probabilmente vicino ad Atenne (Amntennae), tanto è vero che Romolo vi si recava ad offrire sacrifici.

      Si suppone fosse abitata in parte da Syculi e in parte da aborigeni, Plutarco invece ritiene fossero di origine sabina e il loro centro era il villaggio di Caenina, che Plinio il Vecchio annoverò tra le città scomparse.

      Anche Strabone la ricorda come una tra le città del Latium scomparse da molto tempo. Da alcune iscrizioni si sa che quasi certamente il villaggio sorgeva sull'area dell'odierno quartiere di Colli Aniene.

      ROMOLO PORTA LA SPOLIA OPIMA DEL RE VINTO
      Plutarco e Dionisio di Alicarnasso narrano due miti su Caenina, riportati da una antica raccolta di miti romani curata da Fabio Pittore che narrò la storia di Roma dal tempo di Enea fino al 217, anno precedente la battaglia di Canne.

      Nel primo mito Romolo e Remo all'età di 18 anni si scontrarono coi pastori di Numitore per i pascoli, e Remo fu catturato in un'imboscata mentre Romolo si trovava a Caenina per celebrare un rito sacrificale.

      L'altro è il Ratto delle sabine. Dopo il IV mese dalla fondazione di Roma, nel mese di agosto,

      Romolo trovò sottoterra nel Circo Massimo una statua del Dio Conso e gli organizzò la festa detta Consualia. Furono invitati gli abitanti di Caenina, Antemnae, Crustumerio, e tutti i sabini. Durante la festa scoppiò una rissa e tutte le donne straniere furono rapite dai romani che cercavano moglie:

      « Romolo, figlio di Marte, re, trionfò sul popolo dei Ceninensi (Caeniensi), calende di marzo (1º marzo).»
      (Fasti trionfali, 2 anni dalla fondazione di Roma)

      Per vendicare il rapimento Caenina, Antemne, Crustumerio e i Sabini si allearono contro i Romani. Però Acrone re di Caenina non volle aspettare e affrontò da solo i Romani ma in un duello con Romolo restò ucciso. Nel racconto di Tito Livio, Romolo, dopo aver ucciso il re, guida i romani all'assalto di Caenina e la conquista al primo attacco (752 - 751).

      ROMOLO TRIONFANTE
      (Affresco romano di Via dell'Abbondanza - Pompei)
      In realtà nella battaglia si sarebbe sparso il sangue di un solo uomo perchè Romolo, in prima fila davanti ai Romani, fu con un balzo al di sopra del re ceninense, Acrone, e lo sgozzò.

      Quindi Romolo, in veste purpurea e su una quadriga, portò in trionfo le spoglie di Acrone sul Campidoglio mentre il popolo e i sacerdoti lo seguivano in processione e le appese sulla quercia sacra di Giove Feretrius a cui dedicò un tempio.

      Da qui nacquero sia la celebrazione della Spolia Opima, sia la processione dei trionfi.

      La dedicazione della Spolia Opima fu un onore concesso solo tre volte: a Romolo uccisore di Acrone, ad Aulo Cornelio Cosso vincitore dell'etrusco Tolumnio re di Veio e a Marco Claudio Marcello che uccise Virdomaro re del popolo gallico dei Gesati.

      Il Senato romano allora deliberò che gli abitanti delle città vinte Antemne e Caenina si dovessero trasferire a Roma e le due città fossero trasformate in colonie. A Caenina si stabiliriono 300 coloni romani, e il suo territorio fu annesso all'Ager Romanus destinato alla tribù rustica Menenia.

      I Ceninensi quindi, furono costretti ad abbattere le proprie case ed a trasferirsi a Roma, dove acquisirono però gli stessi diritti degli altri romani, ma non dimentichiamo che i nuovi venuti erano considerati pur sempre plebei.

      Alcuni situano Caenina sulla sponda sinistra dell'Aniene 10 km prima della sua foce nel Tevere, e a 3 km dal Monte Sacro, e al VI miglio sulla via Collatina, ( odierna zona di ponte Mammolo ). Comunque non ne sono stati ancora ritrovati i resti.


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    • 06/20/17--06:02: MONTE SACRO
    • PONTE NOMENTANO CON IL MONTE SACRO SULLO SFONDO (Giuseppe Vasi)

      Il Monte Sacro - Mons Sacer - è la collina romana che sorge sulla riva destra del fiume Aniene, pochi km a nord-est del Campidoglio, per un'altezza s.l.m.di circa 50 m. La posizione del Mons Sacer è stata individuata attraverso i molti scritti di epoca romana che diversi autori ci hanno lasciato, fra cui Quinto Asconio Pediano, Cicerone, Dionisio di Alicarnasso, Tito Livio e Valerio Massimo.

      Da queste indicazioni risulta che il luogo si trovava a 3 miglia fuori città, tra la riva destra dell'Aniene (Anio) e l'antica Via Nomentana, cioè tra l'attuale Ponte Nomentano e la confluenza dell'Aniene con il fosso della Cecchina (antico rio Ulmano).



      STORIA

      Si narra nella storia antica che sul Monte Sacro si recassero gli Auguri a effettuarvi i loro vaticini osservando il volo degli uccelli, ma si tramanda che anche gli Aruspici vi eseguissero pratiche magiche. I racconti cattolici che ne seguirono, tesi a denigrare e ridicolizzare l'antica religione, sostennero che, "data la ventosità del sito, era facile agli auruspici perdere il copricapo durante le funzioni, ciò che avrebbe costituito grave segno di una presunta collera degli Dei, dalla quale le "miracolose" preghiere dei sacerdoti avrebbero "protetto" i fedeli".

      I cristiani si rassegnino, nella religione pagana, come del resto in tante altre, vi furono i medesimi miracoli (con le medesime prove) che avvennero successivamente durante il cristianesimo. Se erano ridicoli i miracoli pagani lo doverebbero essere anche quelli cristiani, a parte poi alcuni portenti inspiegabili avvenuti un po' in tutte le religioni, e pure fuori di queste.

      Nella Roma antica il Monte Sacro era molto al di fuori della cinta muraria, a metà strada fra l'Urbe ed il borghetto di Ficulea, lungo il percorso della Via Nomentana, che conduceva a Nomentum. Lungo la strada, alcuni tratti della quale conservano il basolato originale (ad esempio presso il Grande Raccordo Anulare ) sorsero diversi monumenti funebri, due dei quali sono ancora visibili nei pressi del monte, in corrispondenza del quale la strada superava l'Aniene con il Ponte Nomentano.

      Oltre che luogo per funzioni religiose, era anche punto di riferimento geografico, immerso in età repubblicana in un vasto latifondo agricolo. Nel tempo avrebbe cominciato ad essere abitato, inizialmente come zona residenziale; uno dei più importanti ritrovamenti ha portato alla luce la villa di Faonte liberto di Nerone citato da Gaio Svetonio Tranquillo come assai prossimo e devoto alla famiglia dell'imperatore. La villa è posta lungo un antico diverticolo della Via Salaria.



      LA RIVOLTA DELLA PLEBE

      Il monte divenne famoso perchè vi si rifugiarono i plebei romani in rivolta, un vero e proprio sciopero, che furono ricondotti all'ordine dal senatore di rango consolare Menenio Agrippa con il famoso Apologo consistente in una fortunata metafora.

      La plebe, rimanendo sulla collina per alcuni giorni sospese ogni lavoro, ogni tipo di artigianato e di servizio venne sospeso, i negozi non avevano più merce, nessuno portava nulla in città, anche il cibo scarseggiò. Con questo sistema ottenne l'istituzione dei tribuni della plebe e degli edili della plebe e l'istituzione di una propria assemblea, il concilium plebis, che eleggeva i tribuni e gli edili plebei. Le delibere dei concilia plebis avevano valore di legge per i plebei. Sia i tribuni che gli edili della plebe erano inviolabili. In ricordo dell'evento e a monito per il mantenimento degli accordi pattuiti i plebei eressero sulla cima del monte un'ara dedicata a Giove Terrifico.

      Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.

      "Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso, ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo riducessero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che il compito dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute."

      Secondo la storia l'apologo fece miracoli, invece fece miracoli la mediazione di Lanato Menenio Agrippa, che fece ottenere molte concessioni dai patrizi ai plebei, Così la situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, scongiurando così la prima grande rottura fra patrizi e plebei.  Agrippa paragonò l'ordinamento sociale romano a un corpo umano, nel quale tutte le parti sono essenziali; e, brevemente, ammise che se le braccia smettessero di lavorare lo stomaco non si nutrirebbe e proseguì dicendo che ove lo stomaco languisse, le braccia non riceverebbero la loro parte di nutrimento. La situazione fu velocemente ricomposta ed i plebei fecero solerte ritorno alle loro occupazioni.  Forse anche da questo deriva il titolo di "sacro" assegnato al monte.

      Dopo l'età romana, presumibilmente per la difficoltà di difenderlo militarmente, la zona del monte divenne disabitata e tale restò sino a tempi ben più recenti. L'espansione della città avvenne in altre direzioni. 




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    • 06/21/17--05:30: CULTO DI BONUS EVENTUS
    • 1 - PORTICUS DI BONUS EVENTUS, 2 - TEMPLUM DI BONUS EVENTUS


      TEMPLVM ET PORTICVS EVENTVS BONI (Lanciani)

       « Mi ricordo che al tempo di Pio IV (1559-15G6) sotto il palazzo già del cardinal della Valle, furono trovati molti pezzi di cornicioni, e rocchi di colonne e capitelli corinij. Vi rimase ancora gran roba:... (erano) opera di marmo saligno... Vi si trovò anche un capitello di smisurata grandezza, e se ne fece l'arme di Pio IV a porta Pia. Altri quattro smisurati capitelli della stessa serie, sono stati ritrovati lungo la linea della - Porticiis Eventus Boni (Amm. Marceli. XXIX, 6, 17) » ai tempi nostri.

      1245 - Si costruisce o si restaura dai fondamenti la chiesa di Santa Maria in Monteroni, fra le pareti di un antico tempio, che si crede fosse quello del Buon Evento (vedi Sarti in arch. st. patri). Dietro la chiesa c'era un cimitero, ed a sinistra un ospedale. Nell'atrio poi era stata posta la grande base marmorea CIL 120 forse trovata sul posto."

      DENARIO DI BONUS EVENTUS RITRAENTE IL CONSOLE LUCIUS SCRIBONIS (62 A.C.) SU UNA FACCIA
      E IL PUTEAL SCRIBONIANUM DALL'ALTRA


      ANNOTAZIONE

      Come mai il Puteal Scribonius è associato nella moneta al Dio Bon Eventus? Se come sembra il copri pozzo indicava solo un luogo consacrato dal fatto che quivi era caduto un fulmine, come si collegava l'evento col Dio? Si collega che forse quel fulmine non fu di così cattivo auspicio come si suppone, ma che invece si collegasse a una voce, un desiderio divino espresso ai romani mediante un fulmine.

      Qualcuno ha obiettato che forse il Bonus Eventus sarebbe servito a nullificare il Malus Eventus, ma ci viene da replicare che un semplice auspicio non sarebbe stato ricordato con una moneta. Di certo voleva invece immortalare un lieto evento che rammentasse ai romani la protezione degli Dei su Roma e romani.



      BONUS EVENTUS

      Bonus Eventus ("buon risultato") era una divinità dell'antica religione romana.
      Lo studioso della tarda età repubblicana Varrone lo annovera come una delle dodici divinità che presiedevano l'agricoltura, abbinato con Lympha, la Dea delle acque sorgive.

      BONUS EVENTUS INTAGLIATO NELLA PIETRA
      La funzione originaria del Bonus Eventus potrebbe essere stata solo agricola, ma
      durante l'epoca imperiale, rappresentò un concetto più generale di successo e fortuna.

      Bonus Eventus aveva un tempio, che non si sa quando sia stato edificato o dedicato, nel Campo Marzio e si sa pure che aveva una sua statua eretta sul Campidoglio, vicino al tempio di Giove Ottimo Massimo.

      Ne abbiamo menzione solo dallo storico Ammiano Marcellino, in relazione al nuovo portico, il Porticus Boni Eventus, costruito dal prefetto urbano Claudio nel 374 d.c.

      Cinque capitelli corinzi "di dimensioni straordinarie" che sono stati scoperti nel XIX secolo possono aver appartenuto al portico, che si trovava nei giardini di Agrippa .

      L' epiteto Bonus , "il Buono", venne utilizzato con altre divinità astratte come Bona Fortuna, Bona Mens, e Bona Spes, nonché per l'antichissima Bona Dea, i cui riti segreti venivano celebrati dalle donne.
      Epigrafi devozionali verso il Dio sono state reperite in diverse località, e pure nelle province. Infatti degli alti funzionari di Sirmio, in Pannonia, dedicarono un santuario di Bonus Eventus per il benessere degli altolocati membri del consiglio comunale.

       Nella Britannia romana inoltre, il mosaico pavimentale di una villa a Woodchester riportava il Culto Bonus Eventus. 
      La dedica fatta da una coppia di coniugi a Bonus Eventus insieme a Fortuna indica che la sfera del Dio si era estesa sia l'agricoltura che nell'incarnazione delle virtù imperiali, come a dire che
      l'imperatore procurava dei buoni esiti alle vicende romane.

      Immagini di Bonus Eventus appaiono regolarmente sulle gemme incise, e nei gioielli del tesoro di Snettisham è stata l'immagine più frequentemente intagliata, apparendo per il 25 per cento dei 127 trovati.

      E' chiaro lo scopo apotropaico e protettivo del Dio, come pure l'esistenza di una comunità che ne seguisse il culto a cui il gioielliere vendeva la gemma augurale. l'intaglio avveniva su pietre preziose e semipreziose con una tecnica più semplice nelle province e più raffinata a Roma. I romani erano infatti esperti intagliatore grandi artisti nel ramo.

      Monete dedicate a Bonus Eventus vennero emessi durante le turbolenze del periodo dei quattro imperatori (69 dc) e durante il regno di Galba, Vespasiano, Tito, Antonino Pio e Settimio Severo.

      Su queste monete e gemme, Bonus Eventus è un in piedi nudo, di solito con una gamba piegata e la sua testa volta a una ciotola di libagione tesa nella sua mano.

      ELIOGABALUS SU UNA FACCIA, BONUS EVENTUS SULL'ALTRA
      A volte è parzialmente rivestito da una clamide che copre la schiena, o un mantellino sulla spalla con le estremità che incornicia il suo torso.

      Come attributi ha i papaveri e le spighe di grano, pertanto anche Dio delle messi come simbolo di abbondanza.
      Nel suo libro sulla scultura, Plinio descrive due statue di "Bonus Eventus", che erano in realtà immagini di divinità greche: un bronzo di Eufranore e un marmo di Prassitele. 
      Quest'ultimo si trovava nella Capitolium con una statua di Bona Fortuna, e l'altro da qualche parte tra la Atena sotto il Campidoglio e la Leto nel tempio della Concordia. 
      Non è chiaro però dalla descrizione di Plinio se entrambe le statue greche avevano rappresentato inizialmente la stessa divinità greca. 
      Lo storico dell'arte Adolf Furtwängler riteneva invece che Prassitele avesse rappresentato un Agathos Daimon, visto che accompagnato da un "Bona Fortuna", era stato chiamato in greco Agathe Tyche.

      Nell'antica Grecia, Agathos Daimon o Agathodaemon ("in greco nobile spirito") era un demone o uno spirito che presiedeva alle vigne e ai campi di grano, simile al genius romano, assicurando buona fortuna, salute e ricchezze.
      Il bronzo di Eufranore è spesso considerato il prototipo su cui si fonda l'iconografia delle monete e gemme, dal momento che la figura tiene papaveri e grano.

      Questi attributi indicano una divinità Eleusinina, mentre l'originale greco è più spesso preso come Trittolemo, le cui raffigurazioni mostrano infatti gli attributi di papaveri e grano, perchè associato a Demetra.
      Il Dio aveva un tempio dietro alla facciata del Panthéon, vicino all'attuale via del Teatro Valle, come si può vedere dalle monete di Galba e Tito con la medesima iscrizione. 
      Pian piano divenne il Dio che concedeva grazie in tutte le circostanze della vita, per cui gli si dedicò il portico presso il pantheon e una statua di Prassitele che rappresentava Agathodémon a cui fu evidentemente assimilato sul Campidoglio.

      Il Dio viene rappresentato di solito come un giovane uomo, con una larga banda che gli tiene i capelli, in piedi, con una patera o un corno dell'abbondanza, spighe di grano e papaveri.

      Resta da spiegare perchè in diverse immagini Bonus Eventus abbia un aspetto femminile, o almeno delle vesti sicuramente femminili. Ma, guardando l'ultima immagine qua sopra si nota che la testa di Bonu Eventus non solo ha la fascia sui capelli che sono nella foggia delle capigliature femminili, che tuttavia usavano anche gli atleti, ma addirittura porta un orecchino bene in vista.

      Questa mescolanza di maschile e femminile dovrebbe essere data dalla fusione del Dio con divinità femminili locali che a volte prendevano il nome ma non l'aspetto del Dio, considerando l'immagine a cui i locali erano abituati.


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    • 06/22/17--05:44: PLINIO IL GIOVANE


    • Nome: Gaio Plinio Cecilio Secondo
      Nascita: 61 d.c., Novum Comum
      Morte: 112 d.c., Bitinia, Turchia
      Coniuge: Calpurnia (s. 100 d.c.)
      Genitori: Lucio Cecilio Cilone e Plinia Marcella
      Peofessione: Scrittore e senatore romano, (nipote di Plinio il Vecchio)



      LE ORIGINI

      Plinio nacque a Novum Comum (Como) nel 61 (o 62), col nome di "Publius Caecilius Secundus" da una ricca famiglia di rango equestre (equites).

      « E anche durante le elezioni dei tribuni, nel caso non ci fosse un numero sufficiente di candidati tra i senatori, [Augusto] li prese tra i cavalieri romani, tanto poi da permettere loro, una volta scaduto il mandato, di rimanere nell'ordine che volessero.» (Svetonio)

      Sua madre Plinia era la sorella di Plinio il Vecchio. Suo padre Lucio Cecilio morì nel 70 d.c., per cui il bambino passò sotto la tutela dello zio materno Plinio il Vecchio alla cui morte nel 79, essendo stato da lui adottato per testamento, aggiunse i nomi di Gaio e Plinio.

      Di intelligenza brillante e versatile d'ingegno, di grande cultura, letterato di un certo stile, anche se un po' artificioso.

      Era uomo onestissimo, generoso e sensibile ma pure conformista. Privato del padre a soli 8 o 9 anni, coltivò come figura paterna prima Verginio Rufo e poi Plinio il Vecchio.

      A quattordici anni compose una tragedia in lingua greca e a diciassette si trovava a Miseno quando avvenne la tragica eruzione del Vesuvio che nell'agosto del 79 d.c. distrusse Ercolano e Pompei e costò la vita anche allo zio, che era voluto accorrere sui luoghi del disastro.
      La tragedia lo dovette segnare parecchio, perchè descrisse quegli avvenimenti solo molti anni dopo con due lettere a Tacito.

      Sua sorella Cecilia era morta in giovane età e quando nell'83 morì anche la madre Plinia, egli, che aveva allora solo 22 anni, ereditò tutto il patrimonio di famiglia.



      VERGINIO RUFO

      Poiché era ancora minorenne, Plinio fu affidato all'amico di famiglia Verginio Rufo, senatore e militare romano, famoso per aver rifiutato l'impero prima e dopo la caduta di Nerone, il che ne descrive la grande onestà. Rufo già si era preso cura di lui subito dopo la morte del padre, per cui l'affidamento avvenne senza scosse.

      Nel 97 d.c. Tacito, che scorgeva in Verginio il proprio ideale di eroe modesto e di boni mores, di lui compose e pronunciò ai suoi funerali l'elogio funebre. Sembra che Plinio abbia provato un grande affetto per lui come testimoniato nel commosso ricordo nelle Epistulae II.

      VILLA DI PLINIO A CASTELFUSANO

      GLI STUDI

      Plinio fece i primi studi a Como ma, potendosi permettere studi più elevati, si trasferì a Roma dallo zio. In questo periodo, nel quale egli era « quasi ancora un fanciullo », fu già creato "patrono" titolo di deferenza a un patrizio ritenuto un protettore, della città di Tifernum (Città di Castello), dove i Plinii possedevano una villa. A Roma studiò eloquenza alla scuola di Quintiliano,  un famoso oratore romano nonchè maestro di retorica della scuola pubblica, che lo educò allo stile sobrio e delicato, ma seguì pure il retore greco Nicete Sacerdote, che invece gl'insegnò l'eloquenza asiatica (greca dell'Asia Minore), molto ricercata e con una certa foga ampollosa. Ma da questi maestri il giovane Plinio trasse uno stile suo, « piuttosto neutro e anodino ». Studiò filosofia presso Gaio Musonio Rufo, filosofo neostoico, apprezzato da Vespasiano.



      L'AVVOCATO

      In una lettera indirizzata a Suetonio (Epistulae I, 18) Plinio narra che da adulescentulus si prese l'onere di una causa molto rischiosa, perchè rivolta contro uomini molto potenti e amici dell'imperatore Domiziano, che non era precisamente un uomo giusto. 
      Plinio generosamente si battè per gli amici e contro le ingiustizie.
      A diciannove anni infatti aveva iniziato la sua carriera di avvocato, vincendo nel 93, insieme a  Erennio Senecione, in un famoso processo contro Bebio Massa, proconsole della Betica, accusato di concussione.

      Insieme all'amico Tacito, sostenne nell'anno 100 l'accusa di concussione e omicidio, avanzata dai provinciali d'Africa contro il proconsole Mario Prisco, governatore della provincia d'Africa, mentre sostenne la difesa di due governatori accusati di appropriazione indebita nel 103 d.c.

      Poi fu accusatore nel processo contro Giulio Classico, governatore della Bitinia, imputato di concussione, mentre invece difese Giulio Basso, altro governatore della Bitinia, e il di lui avvocato, Vareno Rufo, anch'essi accusati di concussione.

      Sotto Traiano, con la sua difesa e la sua arringa riabilitò Elvidio Prisco, mandato a morte da Domiziano nel 93, per aver scritto una satira sull'imperatore.



      IL MATRIMONIO

      Plinio si sposò tre volte e sempre per vedovanza. Perduta quando era ancora molto giovane la prima moglie, sposò la figlia della ricca Pompeia Celerina, proprietaria terriera dell'Italia centrale. E' stata ritrovata anche una lettera che Plinio indirizzò alla suocera Celerina:

      "Quali tesori possiedi tra le ville a Ocriculum, a Narnia, a Carsola e a Perusia! Anche un luogo di balneazione a Narnia! Le mie lettere - per ora non c'è necessità per voi di scrivere - ti hanno dimostrato quanto io sia soddisfatto, o almeno la breve lettera che ti ho scritto tempo fa. Il fatto è che parte della proprietà è mia e parte è tua; l'unica differenza è che ho più completamente e attentamente fatto curare dai tuoi servi la tua che non la mia proprietà. 
      Sarà probabilmente la stessa cosa se ​​vieni a soggiornare in una delle mie ville. Spero che, in primo luogo, si possa ottenere lo stesso piacere di ciò che appartiene a me come io ne ho da ciò che appartiene a te, e secondariamente che i miei lavoranti possano essere risvegliati un po' al senso del dovere. Li trovo piuttosto negligenti e carenti nel loro comportamento. Ma questo è il loro modo; se hanno un padrone premuroso, la loro paura verso di lui cala quando arrivano a conoscerlo, mentre un nuovo volto acuisce la loro attenzione e studiano per ottenere la buona opinione del loro padrone, non cercando tanto i suoi bisogni quanto quelli dei suoi ospiti. Stai bene".

      Rimasto nuovamente vedovo verso il 97, dopo sei anni sposò Calpurnia, molto più giovane di lui e nipote di Calpurnio Fabato, un ricco cittadino di Como.

      Da nessuna delle tre mogli Plinio ebbe figli, e ciò nonostante l'amico Traiano gli accordò, nel 98, lo ius trium liberorum (le agevolazioni nella carriera militare a cui avevano diritto gli uomini che avevano almeno tre figli).



      LA CARRIERA

      Il suo primo incarico pubblico fu quello di decemvir stlitibus iudicandis, ossia fu uno dei dieci presidenti del tribunale dei centumviri, che giudicavano in prima istanza cause la cui importanza le destinava al giudizio di altri tribunali.
      Successivamente, iniziato il 13 settembre 81 il servizio militare, fu tribuno della III Legione gallica stanziata in Siria.

      TRAIANO
      Qui frequentò le lezioni di due filosofi stoici dei quali divenne amico e ritrovò poi a Roma, Eufrate e Artemidoro, genero di Musonio, che egli aiutò durante le persecuzioni di Domiziano.

      Terminato il servizio militare, durante il quale gli furono affidati soprattutto compiti amministrativi, nel suo viaggio di ritorno a Roma fu costretto a fermarsi nell'isola greca di Icaria e vi compose « versi elegiaci in latino su quel mare e quell'isola».
      A Roma fu nominato sevir equitum romanorum. I seviri avevano l'onere di offrire al popolo i relativi giochi sevirali, ma tale carica puramente onorifica e dispendiosa era indispensabile per una onorata carriera pubblica.
      Intorno all'89 iniziò a percorrere tutte le tappe del cursus honorum, elencate nell'epigrafe commemorativa delle Terme di Como da lui donate per testamento. 
      - Sotto Domiziano fu questore,
      - alla fine dell'incarico divenne senatore, 
      - poi fu tribuno della plebe, 
      - pretore nel 93, 
      - poi prefetto dell'erario militare,
      - nel 98, sotto Traiano, fu prefetto dell'erario di Saturno, ossia soprintendente del tesoro, 
      - poi presidente del collegio dei centumviri, 
      - nel 100 divenne console suffetto per due o tre mesi, 
      - poi augure,
      - poi curatore dell'alveo del Tevere e delle rive delle cloache di Roma (curator alvei Tiberis et cloacarum Urbis), 
      - nel 105 fu governatore della provincia del Ponto e della Bitinia come legatus Augusti pro praetore, una carica che gli fu confermata dal Senato essendo quella una provincia senatoria.
      Era ancora governatore quando morì, nel 113 o 114, probabilmente in Bitinia, o almeno le sue lettere finiscono qui.





      LE OPERE



      L'epistolario

      L'opera maggiore a noi pervenuta di Plinio il Giovane sono gli "Epistularum libri", una raccolta di epistole (247 suddivise in nove libri più 121 aggiunte in seguito in un decimo libro) scritte fra il 96 e il 109. Fra gli studiosi si è a lungo discusso sull'origine e sullo scopo di queste epistole; oggi si tende a credere che la maggior parte delle lettere non siano un artificio letterario, ma che si tratti di lettere realmente spedite, frutto di un carteggio con amici e colleghi, talvolta scritte per occasioni particolari (come notizie, raccomandazioni, ecc.), altre volte per ragioni sociali (inviti, scambi di opinione, etc.), oppure per ragioni descrittive (celeberrima è la cronaca dell'eruzione del Vesuvio del 79).
      L'opera è dedicata all'amico Setticio Claro:
      « Mi hai spesso esortato a raccogliere e pubblicare le lettere che io abbia scritto con un po' più di cura. Le ho raccolte non in ordine cronologico – infatti non stavo scrivendo un testo di storia – ma secondo che ciascuna mi sia capitata in mano. »

      Plinio afferma di aver adempiuto alle richieste dell'amico che lo esortava a raccogliere le lettere scritte paulo curatius, con maggior cura. Si tratta dunque di un epistolario letterario, scritto nel preciso intento di pubblicarlo. Le epistole non saranno raccolte cronologicamente bensì ut quaeque in manus venerat, così come mi capitano sotto mano.

      Oltre ai primi nove libri, ne esiste un altro che contiene il carteggio che Plinio tenne con l'imperatore Traiano durante il governo della Bitinia. Questa raccolta fu pubblicata postuma, forse per iniziativa di qualche amico di Plinio per proporre un manuale d'esempio di buona amministrazione. Il libro, che contiene anche le risposte dell'imperatore, è in ogni caso un documento eccezionale per la conoscenza dell'amministrazione provinciale in età imperiale. Ma pure per conoscere il carattere dei due interlocutori che hanno entrambi stima dell'altro.
      In una celebre lettera a Traiano (Epistulae X, 96) Plinio spiega che fino ad allora, non conoscendo la prassi in quei casi, egli ha adottato la politica di condannare chi, denunciato come cristiano, avesse persistito nel professare per tre volte la propria fede sotto la minaccia della pena capitale, se non altro per punire una simile manifestazione di inflexibilis obstinatio, ma ora chiedeva su come intervenire verso i molti nomi accusati da un libello anonimo. In risposta Traiano lo inviterà a procedere in caso di denunce circostanziate (ignorando le delazioni anonime) e di prove certe.
      La risposta di Traiano (Epistulae X, 97) è non ricercare i cristiani e di non tenere conto delle denunce anonime, perchè ritenute indegne del suo amore per la giustizia, ma di punirli se, portati di fronte al tribunale, non abiuravano la loro religione.

      Tertulliano si indigna dell'atteggiamento ossequiente di Plinio mentre considera contraddittoria e ridicola la risoluzione di Traiano in quanto non cerca i cristiani come fossero innocenti, ma li condanna se non abiurano. (Apologeticum II, 8) "O sententiam necessitate confusam! Negat inquirendos ut innocentes, et mandat puniendos ut nocentes.  Si damnas, cur non et inquiris? si non inquiris, cur non et absolvis?" che mise in luce la contraddizione insita nel fatto che i cristiani non dovevano essere ricercati, e quindi erano da ritenere innocenti, eppure, se denunciati e condotti personalmente in tribunale e se non apostati, dovevano essere condannati come colpevoli.
      Ma Tertulliano non tenne conto che i cristiani non usarono la stessa cortesia ai pagani, che non poterono ottenere libertà di culto purchè onorassero Gesù, cosa che avrebbero fatto senza obiezioni, perchè non dovevano esistere altri Dei all'infuori di quello cristiano, pena la confisca dei beni alla famiglia e la morte del pagano.

      Plinio non prese le difese dei Cristiani perchè onorare l'imperatore come divino era rispettare l'autorità dell'Impero, Plinio trova gli atti compiuti dai cristiani del tutto eccentrici se non folli e non aveva tutti torti. Adorare un Dio che esige il martirio dei suoi fedeli è adorare un Dio crudele e sadico e questo i razionalissimi romani non potevano concepirlo.

      Da queste lettere emerge che i civilissimi romani tenevano regolari processi, oltre alle comuni pratiche di polizia (in questo caso, contro i Cristiani). Dato che Plinio era il propretore, spettava a lui far eseguire le procedure. Plinio tende a non infierire e chiede consiglio all'imperatore il quale a sua volta si mostra non troppo duro. Non saranno così i cristiani quando costringeranno con la forza intere generazioni a convertirsi, ricorrendo a punizioni gravissime in mancanza di ciò come la crocefissione di 30000 greci seguaci della Diana di Efeso. Ma questo sui libri di storia non c'è.
      Riporta inoltre delle dichiarazioni dei cristiani, accusati da delatori, come quella di incontrarsi in un giorno stabilito-la domenica- prima dell'alba, di cantare inni a Cristo, quindi di dividersi, per incontrarsi in seguito per mangiare del cibo e giurare di non commettere alcun tipo di delitto.

      Plinio non è spietato, perchè sa che i veri cristiani, quelli davvero pericolosi, non rinnegano la loro fede, e quindi lascia liberi coloro che, per paura, sono pronti a farlo. In effetti sono sempre i fanatici q fare guerre e persecuzioni in nome della religione.




      ALTRE OPERE
      In uno scambio epistolare con Tacito, Plinio confessa di (Epistulae I, 20) di preferire l'eloquenza ciceroniana ampia e tonante al discorso conciso e secco dell'amico Tacito. In effetti l'eloquenza di Plinio è un po' ampollosa e autocompiacente, anche se di buon stile. Della sua oratoria ci resta solo il Panegirico di Traiano venne pubblicato nel X libro: era il discorso che Plinio pronunciò per ringraziare Traiano quando fu eletto console, discorso poi riveduto, corretto e ampliato, tanto da occupare, da solo, quasi la metà del X libro delle epistole. 
      Questa è l'unica delle orazioni pervenuteci di Plinio il Giovane: in essa, Plinio raccomanda ai futuri imperatori di seguire l'esempio di Traiano per agire in concordia con il Senato e il ceto equestre per il bene dell'impero. Come comandante ne esalta generosità, l'affabilità e la modestia.Traiano infatti viene da Plinio definito "optimus princeps" poiché ad esempio reintrodusse la libertà di parola e di pensiero, e la dignitas e la securitas alle magistrature e al senato che al contrario Domiziano odiava.
      Plinio fu, probabilmente, anche un poeta, ma la sua collezione di liriche non è arrivata sino a noi, ad eccezione di due frammenti pubblicati fra le epistole, forse poesie scritte in età giovanile.


      I codici delle opere

      - Del Panegirico esisteva a Magonza un codice scoperto da Giovanni Aurispa nel 1433 e poi scomparso. Da quello furono tratti i codici Upsaliensie ed Harleian 2480.
      - Dell'epistolario esiste il codice Laurenziano, del X secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale Marciana e comprendente cento lettere (I-V, 6);
      - Ne esisteva anche un codice medievale conservato nella Capitolare di Verona e scomparso verso il XVI secolo, da cui furono tratte diverse copie comprendenti i libri I-VII e IX;
      - Da un codice ignoto il tipografo Giovanni Schurener stampò a Roma nel 1474 i libri I-IX;
      - Esisteva a Parigi un codice scoperto nel 1500 da fra' Giocondo da Verona, scomparso dopo essere stato utilizzato, nel 1508, per l'edizione completa (i nove libri e le lettere a Traiano) dell'epistolario di Plinio.



      LE VILLE DI PLINIUS


      Villa Laurentina

      Plinio nelle Epistole (Epistulae II, 17 C. Pinio Gallo suo) esalta la bellezza della sua villa Laurentina sul litorale romano, situata nei pressi dell'antica via Severiana. Vi furono varie interpretazioni e scavi, specie nel 1713, per volere del Cavaliere Marcello Sacchetti, le quali portarono alla luce dei  resti architettonici che però non corrispondevano alla descrizione di Plinio, sia quelle volute sulle proprie tenute dai Chigi, nel luogo detto La Palombara.

      Per molto tempo fu accreditata l'ipotesi che la villa di Plinio fosse quella indicata a La Palombara, grazie anche al ritrovamento nel 1874 del Vicus Augustanus Laurentinum, dal quale la villa di Plinio doveva distare solo un'altra villa, e alla fama dell'archeologo Lanciani che sosteneva l'identificazione con la villa della Palombara. Nuove prove a favore del sito si ebbero con l'apertura al pubblico della Pineta di Castel Fusano e con nuove indagini archeologiche del 1934.

      Nel 1984, l'architetto Eugenia Salza Prina Ricotti spostò la ricerca della villa pliniana alla Villa Magna a Grotte di Piastra, nella Tenuta di Castel Porziano, che oggi resta l'ipotesi più accreditata.


      Villa in Tuscis

      In un'epistola scritta ad Apollinare si descrive l'ambiente circostante un'altra villa che possedeva in "Tuscis" (Valtiberina), individuata nell'area di Colle Plinio nel comune di San Giustino (all'epoca nel municipio romano di Città di Castello), che sembra essere stata la preferita di Plinio il Giovane.

      « L'aspetto del paese è bellissimo: immagina un immenso anfiteatro quale soltanto la natura può crearlo. Benché vi sia abbondanza di acqua non vi sono paludi perché la terra in pendio e non assorbito... il terreno si innalza così dolcemente e con una pendenza quasi insensibile, che, mentre ti sembra di non essere salito sei già in cima. Alle spalle hai l'Appennino... Conosci ora perché io preferisco la mia villa in Tuscis a quella di Tuscolo, Tivoli e Preneste»

      La Soprintendenza ha avviato scavi nel 1975 e sono venuti alla luce un impianto termale, porticati e cantine che hanno colpito per le notevoli dimensioni della villa.



      I RAPPORTI CON PLINIUS SENIOR

      Plinio il Giovane sembra avere una sconfinata ammirazione per lo zio, che rappresenta come un uomo molto tenace ma sensibile e altruista, dedito anima e corpo allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni:
      (libro o lettera 5, Macer):

       "Sono affascinato dal vedere che voi leggete attentamente i libri di mio zio, che voi vogliate leggerli tutti e possederli tutti. Io non mi contenterò di indicarveli, ma ne contrassegnerò l'ordine in cui furono eseguiti: si tratta di una conoscenza non priva di piacere per chi si prende cura per la letteratura. Come comandante della cavalleria, ha composto un libro sull'arte del lancio del giavellotto da cavallo. Ha scritto poi due libri sulla vita di Pomponio Secondo, che aveva molta amicizia per lui: ha pagato questo tributo di riconoscenza in sua memoria. Ci ha lasciato inoltre una ventina di libri sulla guerra della Germania, raccogliendo tutte le battaglie che abbiamo sostenuto contro i popoli di questo paese. 
      C'è un sogno che lo spinse a intraprendere questo lavoro: serviva in questa provincia, quando gli apparve nel sonno Druso Nerone, Conquistatore della Germania, dove aveva trovato la morte. Questo principe gli raccomandò di salvare il suo nome dall'oblio. Abbiamo ancora di lui tre libri, intitolati Lo Studioso, diviso in sei volumi: egli prende l'oratore dalla culla e lo porta fino alla più alta perfezione. 
      Otto libri sulle difficoltà della grammatica: composti negli ultimi anni della tirannia dell'impero Neroniano pericoloso in qualsiasi tipo di studio. Trentuno libri, per proseguire la storia che Auhdius Bassus aveva interrotto. Trentasette libri sulla Storia Naturale: Questo libro è un tempo di erudizione infinita quasi simile alla natura stessa. 
      Non si può concepire come un uomo potesse scrivere tanti volumi, e trattare tanti differenti argomenti, i più spinosi e difficili: vi sarà più chiaro quando saprete che era solo al LVI anno quando morì, e che la sua vita passava nelle occupazioni e negli imbarazzi che danno i grandi impieghi e il favore dei principi, ma aveva uno spirito ardente, uno zelo instancabile, un estrema vigilanza.
      Egli osservò attentamente i fenomeni dei vulcani, non per trarre presagi dall'osservazione delle stelle, ma per farne un libro: iniziava a studiare di notte; in inverno, alla VII ora, talvolta all'VIII, ma spesso alla VI. 
      Non era possibile concedere di meno al sonno, che a volte lo prendeva accasciandolo sui libri.
      All'alba egli si recava presso l'imperatore Vespasiano, che faceva un buon uso delle notti. Qui svolgeva le funzioni che gli erano state affidate. Svolti i suoi affari, tornava a casa e nel suo tempo rimanente si dedicava allo studio. 
      Dopo un pasto, sempre molto semplice e leggero, secondo il costume dei nostri padri, per prendersi qualche momento di svago, si poneva sotto il sole leggendo un libro, prendendo appunti perché non ha mai letto nulla senza estrarre qualcosa, e diceva spesso che non esisteva un libro così brutto da cui non si potesse imparare. 
      Dopo essersi ritirato dal sole, faceva in genere un bagno d'acqua fredda. poi mangiava qualcosa e dormiva qualche istante. Infine, come se un nuovo giorno fosse iniziato, riprendeva lo studio fino a cena. Mentre cenava, nuova lettura, nuovi estratti, ma di corsa. 
      Ricordo che un giorno, un suo amico interruppe il lettore, che aveva pronunciato male qualche parola e gliela aveva fatte ripetere. 
      - Ma avete capito? - disse mio zio. 
      - Senza dubbio - rispose il suo amico. 
      - E perché allora - gli rispose - me lo fate ripetere?  La vostra interruzione ci costa più di dieci righe. Vedete voi se non ci sia un modo migliore di amministrare il tempo -
      Egli lasciava il tavolo prima di notte in inverno, tra la prima e seconda ora, con un silenzio forzato. E tutto questo nel mezzo delle occupazioni e del trambusto della città. Nei suoi ritiri, egli non aveva altro tempo che il bagno per interrompere il lavoro: voglio dire il tempo in silenzio nell'acqua perché mentre si faceva asciugare e massaggiare non mancava o leggere o dettare. 
      Nei suoi viaggi, come si sottraeva da qualsiasi altra cura, si dedicava allo studio, e aveva con sè il suo libro, le sue tavolette, e il suo segretario, al quale faceva infilare i guanti d'inverno in modo che il rigore della stagione non potesse rubare un momento al lavoro. E' per questo motivo che non è mai stato in poltrona a Roma. Ricordo che un giorno mi portò invece che a passeggiare, dentro la stanza  - Si potrebbe, disse, mettere quelle ore in profitto, per aver perso il tempo che non abbiamo dedicato alla scienza. E ' per questa straordinaria applicazione che ha compiuto tante opere, e mi ha lasciato 160 volumi di suoi estratti, scritti sulla pagina e sul retro, in caratteri molto piccoli, il che rende la collezione ancora più voluminosa di quanto sembri. Ricordo spesso che quando era amministratore in Spagna,  egli non aveva ottenuto dalla vendita di Largius Licinio che 400.000 sesterzi e all'epoca quelle memorie non erano così estese. 
      Quando si consideri questa lettura immensa, questi libri infiniti che ha composto, non credereste che lui non avesse mai avuto incarichi, nè il favore favore dei principi? Eppure, quando si sa come abbia trascorso il tempo in studio e lavoro, non pensate che avrebbe potuto leggere e scrivere di più? Perché da un lato, quali ostacoli pongono la carica e la Corte agli studi e, dall'altro, cosa non dovremmo aspettarci da una si costante applicazione? 
      Inoltre, non posso fare a meno di scoppiare a ridere quando si parla della mia passione per lo studio, io che, al suo confronto, sono il più pigro degli uomini: mentre io do allo studio tutto quello che i doveri pubblici e quelli dell'amicizia mi lasciano di tempo. Eh! tra quegli stessi che dedicano la loro vita alla letteratura, qual'è quello che potrebbe sostenerne il paragone, e che non sembrerebbero, paragonati a lui, passare tutti i suoi giorni nel sonno e nella mollezza? 
      Mi accorgo che l'argomento mi ha portato più lontano di quello che mi ero proposto, volevo solo dirvi quello che volevate sapere, quali opere mio zio abbia composto. Mi assicuro pertanto che  ciò che chiedete non vi faccia gustare con  meno piacere le opere stesse: ciò potrebbe non solo impegnarvi ancora di leggerli, ma anche di accendervi di generosa emulazione, e di un desiderio nobile di imitare l'autore. 
      Addio. ".

      Il racconto della sua morte, contenuto in una lettera del nipote Plinio il Giovane, ha contribuito all'immagine di Plinio come protomartire della scienza sperimentale (definizione di Italo Calvino), anche se, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericolo anche e soprattutto per recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione. Il presunto teschio di Plinio il Vecchio è conservato nella sala Flajani del Museo storico nazionale dell'arte sanitaria a Roma.

      Il resoconto delle sue ultime ore è riferito in una lettera interessante che Plinio il giovane indirizza, 27 anni dopo l'accaduto, a Tacito (Ep., VI, 16). Invia anche, ad un altro corrispondente, una relazione sugli scritti ed il modo di vita di suo zio (III, 5):
      « Iniziava a lavorare ben prima dell'alba… Non leggeva nulla senza fare riassunti; diceva anche che non esisteva nessun libro tanto inutile, cioè da non contenere qualche valore. Al paese, solo l'ora del bagno lo asteneva da studiare. In viaggio, era privo d'altri obblighi, si dedicava soltanto allo studio. In breve, considerava perso il tempo che non era dedicato allo studio. »
      (Plinio il giovane)

      L'ERUZIONE DEL VESUVIO


      I RAPPORTI CON TITO VESPASIANO:

      Caio Plinio Secondo Al Suo Amico Tito Vespasiano:

      "Questo Trattato sulla Storia Naturale, un nuovo lavoro della letteratura romana, che ho giusto completato, mi sono preso la libertà di dedicarlo a te, il più grazioso imperatore, un nome particolarmente adatto a te, mentre, riguardo alla sua età, il titolo di "grande"è più appropriato a tuo padre".


      "Fintanto Che Tu Non Disprezzerai Abbastanza Le Sciocchezze Che Scrivo"

      "Se mi è concesso di scudarmi sotto l'esempio di Catullo, il mio connazionale, un termine militare, che tu comprenderai bene. Per lui, come si sa, quando i suoi tovaglioli erano stati cambiati, si espresse un po 'duramente, dalla sua ansia di mostrare la sua amicizia per i suoi cari e piccoli Veranio e Fabius.
      Allo stesso tempo, questa mia inopportunità può farvi lamentare, se l'avessi fatto in un'altra mia epistola inoltrata, ma verrà registrato e lasciare che tutto il mondo sappia, con quello gentilezza tu eserciti la dignità imperiale.

      Tu, che hai avuto l'onore di un trionfo, e della censura, che sei stato sei volte console, e che hai condiviso un tribunato, e, ciò che è ancora più onorevole, mentre voi esercitavate in concomitanza con il Padre tuo, hai anche presieduto l'ordine equestre, e sei stato il Prefetto dei pretoriani: tutto ciò che hai fatto per il servizio della Repubblica, e, allo stesso tempo, mi hai considerato come un compagno d'armi e un compagno di bravate.
      L'estensione della tua ricchezza non ha né prodotto alcun cambiamento in te, se non che ti ha dato il potere di fare del bene al massimo dei tuoi desideri. E mentre tutte queste circostanze aumentano la venerazione che le altre persone provano per te, per quanto riguarda me stesso, mi hanno fatto così audace, come a voler diventare più familiare.

      È necessario, quindi, porre questo sul tuo conto, e biasimare te stesso per qualsiasi colpa di questo genere che io possa commettere. Ma, anche se ho messo da parte il mio rossore, non ho ottenuto il mio scopo, perché tu ancora mi meravigli, e mi tengo a distanza, dalla maestosità della tua comprensione. In nessuno la forza di eloquenza e di oratoria tribunizia produce un fuoco più potente!

      Con quale linguaggio incandescente hai decantato le lodi del tuo Padre! Come caramente ami tuo fratello! Quanto è mirabile il tuo talento per la poesia! Che fertilità da genio possiedi, in modo da consentirti di imitare tuo fratello!

      Ma chi è lì che ha il coraggio di formare una stima su questi punti, se deve essere giudicato da voi, e, più in particolare, se si sono sfidati a farlo? Per il caso di coloro che si limitano a pubblicare le loro opere è molto diversa da quella di coloro che dedicano espressamente a voi. Nel primo caso potrei dire, l'imperatore! perché hai letto queste cose?

      Sono scritti solo per la gente comune, per gli agricoltori o meccanici, o per coloro che hanno altro da fare; perché disturbarti per loro? In effetti, quando ho intrapreso questo lavoro, non mi aspettavo che mi avreste valutato, ho considerato la tua situazione troppo elevata per farti scendere ad un tale ufficio. Inoltre, possediamo il diritto di rifiutare apertamente l'opinione di uomini di apprendimento. M. Tullio se stesso, il cui genio è al di là di tutta la concorrenza, utilizza questo privilegio, e, notevole per quanto possa apparire, impiega un avvocato in sua difesa:
      "Io non scrivo per la gente molto istruita, io non voglio che i miei lavori siano letti da Manio Persio, ma da Junius Congus."
      E se Lucilio, che per primo ha introdotto lo stile satirico, applicato una tale osservazione a se stesso, e se Cicerone ha pensato proprio di prendere in prestito, e più in particolare nel suo trattato "De Republica", quanta ragione ho io a fare così, che ho tale giudice per difendermi! E da questa dedizione mi sono privato del beneficio di sfida, perché è una cosa molto diversa se ​​una persona ha un giudice gli ha dato a sorte, o se egli sceglie volontariamente uno, e siamo sempre fare di più la preparazione per un ospite invitato, rispetto a quello che viene fornito in modo imprevisto.

      Quando i candidati per l'ufficio, durante il calore della tela, depositato il bene nelle mani di Catone, che si è opposto alla corruzione, gioendo come ha fatto nel suo essere stato respinto da ciò che considerava onori sciocchi, essi professavano nel fare questo per rispetto alla sua integrità, la gloria più grande che un uomo possa raggiungere.
      Fu in questa occasione che Cicerone pronunciò la nobile orazione, "Quanto sei felice, Marco Porcio, di cui nessuno osa chiedere cosa è disonorevole!"

      Quando L. Scipione Asiatico fece appello ai tribuni, tra cui c'era Gracco, espresse piena fiducia di dover ottenere una assoluzione, anche da un giudice che era il suo nemico. Ne segue, che colui che nomina il suo giudice deve assolutamente presentare alla decisione, questa scelta è quindi definito un appello. So bene, che, collocato come siete nella postazione più alta, e dotato della più splendida eloquenza e la mente più compiuta, anche coloro che vengono a rendere omaggio a voi, lo fanno con una specie di venerazione: su questo conto che dovresti stare attento che ciò che è dedicato a te dovrebbe essere degno di te.

      Ma la gente di campagna, e, anzi, alcune intere nazioni offrono il latte agli Dei, e quelli che non possono procurarsi incenso lo sostituiscono con torte salate, per gli Dei non insoddisfatti quando sono adorati da tutti al meglio delle sue capacità. Ma la mia temerarietà apparirà la maggiore dalla considerazione, che questi volumi, che dedico a te, sono di tale importanza inferiore. Per essi non ammettono la visualizzazione di genio, né, del resto, è una miniera di primissimo ordine, ammettono di non escursioni, né orazioni, né discussioni, né di qualsiasi meravigliose avventure, né qualsiasi varietà di transazioni, né, da l'aridità della materia, di qualcosa di particolarmente piacevole nella narrazione, o piacevole per il lettore.

      La natura delle cose, e la vita come esiste in realtà, sono descritti in loro, e spesso la più bassa reparto di essa, in modo che, in moltissimi casi, sono costretto a usare maleducato e stranieri, o anche termini barbari, e questi spesso richiedono di essere introdotto da una sorta di prefazione. E, oltre a questo, la mia strada non è una pista battuta, né una che la mente è molto più disposto a percorrere. Non c'è nessuno di noi che abbia mai tentato di farlo, né vi è alcun individuo uno tra i greci che ha trattato di tutti gli argomenti.

      La maggior parte di noi non cercano niente se non il divertimento nei nostri studi, mentre altri sono appassionati di argomenti di eccessiva sottigliezza, e avvolti nell'oscurità. Il mio scopo è quello di trattare di tutte quelle cose che i Greci includono nell'Encyclopædia, che, tuttavia, non sono generalmente noti o sono resi dubbi dai nostri ingegnosi concetti.
      E ci sono altre questioni che molti scrittori hanno dato così tanto dettagliato da farceli abbastanza detestare. E ', infatti, compito non facile innovare ciò che è vecchio, e dare autorità a ciò che è nuovo; luminosità a ciò che è diventato appannato, e la luce a ciò che è oscuro; per rendere ciò che è disprezzato accettabile, e ciò che è dubbio degno della nostra fiducia; per dare a tutti un modo naturale, e ad ognuno di essi la sua peculiare natura.

      E ' sufficientemente onorevole e glorioso essere stato reso disponibile a fare il tentativo, anche se potrebbe rivelarsi infruttuoso. E, in effetti penso che gli studi di coloro che sono più particolarmente degni della nostra materia, che, dopo aver superato tutte le difficoltà, preferiscono l'ufficio utile di aiutare gli altri per la mera gratificazione di dare piacere; e questo è quello che ho già fatto in alcuni dei miei precedenti lavori. Confesso che mi sorprende che T. Livio , un autore così tanto celebrato, in uno dei libri della storia della città dalle origini, dovesse iniziare con questa osservazione, "ora ho ottenuto una reputazione sufficiente, così che potrei mettere fine al mio lavoro, non chiedendo la mia mente inquieta di essere sostenuta dal lavoro. "
      Certamente egli avrebbe dovuto composto questo lavoro non per la propria gloria, ma per quella del buon nome romano, e le persone che erano i conquistatori di tutte le altre nazioni. Sarebbe stato più meritorio di aver perseverato nel suo lavoro dal suo amore per il lavoro, che dalla gratificazione che lui stesso offriva, e di averlo compiuto, non per se stesso, ma per il popolo romano.

      Ho incluso in trentasei libri di 20.000 soggetti , tutti degni di attenzione, (perché, come dice Domizio Piso, dobbiamo fare non soltanto libri, ma preziose collezioni), acquisita dalla lettura di circa 2000 volumi, di cui alcuni solo sono nelle mani dello studioso, a causa della oscurità dei soggetti, procurati dalla attenta lettura di 100 autori selezionati; e a queste cose ho compiuto notevoli altre aggiunte, che non erano conosciute ai miei predecessori, o che sono state recentemente scoperte. 
      Né posso dubitare che rimangono ancora molte cose che ho omesso; perché io sono un semplice mortale, e uno che ha molte occupazioni. Sono quindi stato costretto a comporre questo lavoro negli intervalli, anzi durante la notte , in modo che vi accorgerete che non sono stato inattivo anche durante questo periodo. Il giorno dedico a te, porzionando esattamente il mio sonno alla necessità della mia salute, e accontentandomi con questo premio, che mentre stiamo meditando su questi argomenti (secondo il commento di Varrone), stiamo aggiungendo lunghezza della nostra vita; poichè la vita consiste propriamente nell'essere sveglio.

      In considerazione di queste circostanze e queste difficoltà, non oserei promettere nulla; ma tu mi hai fatto il servizio più grande nell'avermi permesso di dedicare il mio lavoro a te. Questo non solo non lo sanzione, ma determina il suo valore; le cose sono spesso concepite per essere di grande valore, solo perché sono consacrate nei templi.

      Ho dato un resoconto completo di tutta la famiglia: vostro padre, voi stessi e vostro fratello, in una storia dei nostri tempi, a cominciare dove Aufidio Basso conclude. Vi chiederete, Dove si trova? Da tempo è stato completato e accuratamente confermato; ma ho deciso di commettere il carico di esso ai miei eredi, perché non sarei stato sospettato, durante la mia vita, di essere stato indebitamente influenzato da ambizione. In questo modo io conferisco l'obbligo per coloro che occupano la stessa terra che occupo io; e anche sui posteri, che, ne sono consapevole, si contenderanno con me, come ho fatto io con i miei predecessori.

      Si può giudicare il mio gusto dal mio aver inserito, all'inizio del mio libro, i nomi degli autori che ho consultato. Io ritengo di essere cortesi e per indicare una modestia genuina, di riconoscere le fonti da cui si è ricavato assistenza, e non agire come la maggior parte di coloro che ho esaminato. Per cui devo informarti, che nel confronto dei vari autori l'uno con l'altro, ho scoperto che alcuni dei più gravi e più recenti scrittori hanno trascritto, parola per parola, da ex opere, senza alcun riconoscimento; non dichiaratamente li rivaleggiare, alla maniera di Virgilio, o con il candore di Cicerone, il quale, nel suo trattato " De Republica ", professa in concomitanza a giudizio con Platone, e nel suo Saggio sul Consolazione per sua figlia, dice che egli segue Crantore, e, nei suoi uffici, Panæcius; volumi, che, come ben sapete, dovrebbe non solo essere sempre nelle nostre mani, ma per essere imparato a memoria.

      PLINIO E L'ERUZIONE A POMPEI

      Perché è davvero il segno di una mente perversa e un cattivo carattere, a preferire di essere catturati in un furto che restituire quello che abbiamo preso in prestito, soprattutto quando abbiamo acquisito il capitale da interessi usurari.

      I greci erano meravigliosamente felici nei loro titoli. Un lavoro hanno chiamato κηρίον, il che significa che era dolce come un favo di miele ; un altro κέραςαμαλθείας, o Cornu copiae, in modo che ci si potrebbe aspettare di ottenere anche una bozza di latte di piccione da esso. Poi hanno i loro fiori, le loro muse, Riviste, Manuali, giardini, immagini e schizzi, tutti titoli per cui un uomo potrebbe essere tentato persino di rinunciare la sua cauzione. Ma quando si entra sulle opere, O voi dei e dee! quanto piene di vuoto! I nostri connazionali più opaco hanno soltanto la loro antichità, o loro contesto, o le loro arti. 

      Penso che uno dei più umoristici di loro ha i suoi studi notturni, un termine impiegato da Bibaculus; un nome che ha ampiamente meritato . Varrone , infatti , non è molto dietro di lui, quando chiama una delle sue satire "Un trucco e mezzo", e un altro "Tavole Girevoli". Diodoro fu il primo tra i Greci che hanno messo da parte questa maniera futile e chiamato la sua storia "La Biblioteca". 
      Apione, il grammatico, infatti, colui che Tiberio Cesare chiamò il trombettista del mondo, ma sembra piuttosto essere la Campana del banditore, suppone che ognuno a cui egli iscritto qualsiasi lavoro avrebbe quindi acquisito l'immortalità . Non mi pento di non aver dato il mio lavoro un titolo più fantasiosa.

      Potendo, tuttavia, sembrare io avverso ai Greci, vorrei essere considerato come quegli inventori delle arti della pittura e della scultura, dei quali troverete un conto in questi volumi, le cui opere, anche se sono così perfetti che non siamo mai soddisfatti ammirandoli, sono iscritti con un titolo temporaneo, ad esempio " Apelle, o Policleto, stava facendo questo "; il che implica che il lavoro è stato solo avviato ed ancora imperfetto, e che l'artista possa trarre beneficio dalle critiche su di esso e modificare qualsiasi parte che sia stato richiesto, se non fosse stato impedito dalla morte.

      E ' anche un grande segno della loro modestia, che essi inscrivano le loro opere come se dovessero essere ancora eseguite, e come le avessero ancora in mano al momento della loro morte. Penso che tre opere d'arte che sono iscritte positivamente con le parole " un tale eseguì questo "; di questi darò conto nel posto giusto. In questi casi sembra che l'artista sentisse la soddisfazione più perfetta per il suo lavoro, e quindi, questi pezzi hanno suscitato l'invidia di tutti.

      Io, anzi, ammetto, che molto può essere aggiunto alle mie opere; non solo a questa, ma per tutte quelle che ho pubblicato. Con questa ammissione spero di fuggire dalla critica lamentosa, e ho una ragione in più per dire questo, perché ho ​​sentito che ci sono alcuni Stoici e Logici, e anche Epicurei (dai Grammatici mi aspettavo tanto), che sono grandi con qualcosa contro il poco lavoro che ho pubblicato sulla Grammatica; e che hanno portato questi aborti per dieci anni insieme, una gravidanza più lunga di un elefante. Ma so bene, che anche una donna, una volta scrisse contro Teofrasto, un uomo così eminente per la sua eloquenza, che ha ottenuto il suo nome, che significa l'oratore Divino, e che da questa circostanza originò il proverbio di scegliere un albero a cui impiccarsi.

      Non posso evitare di citare le parole di Catone il Censore, che sono così pertinenti a questo punto. Risulta da queste, che anche Catone, che ha scritto commentari sulla disciplina militare, e che avevano appreso l'arte militare sotto l'Africano, o piuttosto sotto Annibale (perché non poteva sopportare l'Africano, che, quando era il suo generale, gli aveva portato via il trionfo), che Catone, dico, era aperto agli attacchi di quelli che non avendo ottenuto reputazione per se stessi, danneggiavano i meriti degli altri. E cosa dice nel suo libro?
       "Lo so, che quando avrò pubblicare ciò che ho scritto, ci saranno molti che faranno il possibile a deprezzarmi, e, soprattutto, come sono essi stessi privi di ogni merito, ma lascio che le loro arringhe scivolino via da me. "
      Né l'osservazione di Planco fu cattiva, quando Asinio Pollione venne detto stesse preparando un'orazione contro di lui, che doveva essere pubblicato da lui stesso o dai suoi figli, dopo la morte di Planco, in modo che egli potrebbe non essere in grado di rispondere: " Sono solo i fantasmi che combattono con i morti."

      Questo dette un tale colpo all'orazione, che a parere dei dotti in generale, nulla è stato mai pensato più scandaloso di questo. Sentirmi, dunque, sicuro contro questi calunniatori vili, un nome elegante composto da Catone, per esprimere la loro disposizione diffamatoria e vile (per quale altro scopo hanno se non disputare e allevare litigi?), Procederò con il mio lavoro progettato.
      E poiché il bene pubblico richiede che voi dovreste essere risparmiato il più possibile da tutti i guai, ho sottoposto in questa epistola il contenuto di ciascuna delle seguenti libri, e ho usato i miei migliori sforzi per evitare che siate obbligato a leggerli tutti. E questo, che è stato fatto per il vostro beneficio, servirà anche allo stesso scopo per gli altri, in modo che ognuno possa cercare ciò che vuole, e possa sapere dove trovarlo. Questo è stato già fatto in mezzo a noi da Valerio Sorano, nel suo lavoro che ha intitolato "sui Misteri"


      Il I libro è la Prefazione all'Opera, dedicata a Tito Vespasiano Cesare.
      Il II libro è sul Mondo, gli Elementi, e i Corpi Celesti.
      I libri III, IV, V e VI sono sulla Geografia, in cui è contenuta una parte della situazione dei differenti paesi,  gli abitanti, i mari, città, boschi, montagne, fiumi,  e dimensioni, e le varie tribù, delle quali alcune ancora esistono ed altre sono sparite.   
      Il VII è sull'Uomo, e sulle Invenzioni dell'Uomo.
      VIII le varie razze degli Animali di Terra.
      IX sugli Animali Acquatici.
      IL X sulle varie specie di Uccelli.
      L'XI sugli Insetti.
      Il XII sulle Piante Odorifere.
      Il XIII sugli Alberi Esotici.
      Il XIV sui Vini.
      Il XV sugli Alberi da Frutto.
      Il XVI sugli Alberi delle Foreste.
      Il XVII sulle Piante che nascono nelle Serre o nei Giardini.
      Il XVIII sulla natura dei Frutti e dei Cereali, e sulle conseguenti attività dell'uomo.
      Il XIX su Lino, Saggina e Giardinaggio.
      Il XX sulle Piante Coltivate per la cucina o per la medicina.
      Il XXI sui Fiori e le Piante usati per fare Ghirlande.
      Il XXII sulle Ghirlande, e le Medicine estratte dalle Piante.
      Il XXIII sulle Medicine estratte dal Vino e dagli Alberi Coltivati.
      Il XXIV sulle Medicine estratte dagli Alberi delle Foreste.
      Il XXV sulle Medicine estratte dalle Piante Selvatiche.
      Il XXVIsulle Nuove Malattie, e i Medicinali estratti, per certe malattie, dalle Piante.
      Il XXVII su alcune altre Piante e Medicine.
      Il XXVIII sulle Medicine procurate dall'uomo e dai grandi Animali.
      Il XXIX sugli Autori Medici, e sulle Medicine dagli altri Animali.
      Il XXX sulla Magia, e delle medicine su certe Parti del Corpo.
      Il XXXI sulle Medicine dagli Animali Acquatici.
      Il XXXII sulle altre proprietà degli animali acquatici.
      Il XXXIII su Oro e Argento.
      Il XXXIV su Rame e Piombo, e sui lavoratori del Rame.
      Il XXXV on Painting, Colours, and Painters.
      Il XXXVI su Marmi e Pietre.
      Il XXXVII sulle Gemme.


      L'ERUZIONE DEL VESUVIO DEL 79 d.c.

      PLINIO IL VECCHIO

      E' l'eruzione pliniana più famosa, non solo del Vesuvio, ma di tutta la storia della vulcanologia. Essa venne descritta in due lettere di Plinio il Giovane a  Tacito. 

      Nell'eruzione, Pompei ed Ercolano furono completamente distrutte e molte altre città furono fortemente danneggiate fra cui Oplonti e Stabia, dove probabilmente morì Plinio il Vecchio all'età di 56 anni.

      Diversi anni dopo l'eruzione del 79 d.c. lo storico Tacito, amico intimo di Plinio il Giovane, dovendo scrivere un racconto storico di quegli anni chiese all'amico di fornirgli notizie relative alla morte di suo zio Caio Plinio Secondo (Plinio il Vecchio) comandante della flotta romana di stanza a Miseno, uno dei porti più importanti dell'impero, ed autore della Historia Naturalis, un'enorme enciclopedia di 37 volumi. 

      Al tempo dell'eruzione il diciottenne Plinio il Giovane, segretario imperiale di Traiano, viveva con la madre presso lo zio, in quanto orfano di padre. Tacito fu talmente interessato alla prima lettera, che riscrisse a Plinio il Giovane per richiedergli una seconda lettera che lo ragguagliasse sulla sorte sua e di sua madre, dopo la morte dello zio. Le lettere furono scritte quindi su richiesta di Tacito e descrivono i danni subiti da Plinio il Giovane e della morte dello zio Plinio il Vecchio. 

      E' probabile però, che lo zio sia morto per cause cardiache e non come descrive Plinio il Giovane.

      PLINIO IL GIOVANE
      Le lettere descrivono, inoltre il susseguirsi dei fenomeni eruttivi ed i loro effetti quali le scosse sismiche che preludono all'eruzione, la grande colonna di cenere e gas a forma di pino, le ricadute di ceneri e di pomici che seppelliscono gli edifici, gravando sui tetti e ostruendo le vie respiratorie degli abitanti e la totale oscurità.

      Secondo le lettere di Plinio il Giovane l'eruzione sarebbe iniziata a mezzogiorno del 24 agosto e terminata intorno alle 6 del pomeriggio del 25. E' da rilevare che a quell'epoca il Vesuvio non era considerato un vulcano attivo e sulle sue pendici sorgevano diverse floridi città.

      L'eruzione fu preceduta da una serie di terremoti come testimoniato dalle tracce di lavori di riparazione provvisori effettuati poco prima dell'evento eruttivo e rinvenuti in molte case distrutte dall'eruzione e riportate alla luce dagli scavi archeologici. Il terremoto più grave avvenne nell'anno 62 o 63 d.c. e fu avvertito anche a Napoli e a Nocera, dove si verificarono alcuni danni.



      LA MORTE DELLO ZIO PLINIO

      Lettera di Plinio il giovane a Tacito sull'eruzione del Vesuvio del 79 d.c.:

      "Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata ad una gloria immortale.

      Era a Miseno e teneva direttamente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l'una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell'ordinario sia per grandezza che per aspetto. Egli dopo aver preso un bagno di sole e poi un altro nell'acqua fredda, aveva fatto uno spuntino stando nella sua brandina da lavoro ed attendeva allo studio; si fa portare i sandali e sale in una località che offriva le migliori condizioni per contemplare quel prodigio.

      Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio): nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la figura e la forma. Infatti slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami; credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l'esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi: talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sé terra o cenere.

      Nella sua profonda passione per la scienza, stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Ordina che gli si prepari una liburna e mi offre la possibilità di andare con lui se lo desiderassi. Gli risposi che preferivo attendere ai miei studi e, per caso, proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da svolgere per iscritto.

      Mentre usciva di casa, gli viene consegnata una lettera da parte dì Rettina, moglie di Casco, la quale, terrorizzata dal pericolo incombente (infatti la sua villa era posta lungo la spiaggia della zona minacciata e l'unica via di scampo era rappresentata dalle navi), lo pregava che la strappasse da quel frangente così spaventoso. Egli allora cambia progetto e ciò che aveva incominciato per un interesse scientifico lo affronta per l'impulso della sua eroica coscienza.

      Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poiché quel litorale, in grazia della sua bellezza era fittamente abitato. Si affretta colà donde gli altri fuggono e punta la rotta ed il timone proprio nel cuore del pericolo, così immune dalla paura da dettare e da annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo.

      Ormai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso ed una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione se dovesse ripiegare all'indietro, al pilota che gli suggeriva quest'alternativa tosto replicò: «La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano".

      Questi si trovava a Stabia, dalla parte opposta del golfo (giacché il mare si inoltra nella dolce insenatura formata dalle coste arcuate a semicerchio); colà quantunque il pericolo non fosse ancora vicino, siccome però lo si poteva scorgere bene e ci si rendeva conto che, nel suo espandersi, era ormai imminente, Pomponiano aveva trasportato su delle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, così che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com'era, lo conforta, gli fa animo e, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia, prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell'uomo gioviale.

      Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell'affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si prese un po' di riposo e riposò di un sonno certamente genuino. Infatti il suo respiro, che, a causa della sua corpulenza, era piuttosto profondo e rumoroso, veniva percepito da coloro che andavano avanti e indietro dinanzi alla sua soglia.

      Senonché il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di cenere mista a pomici, aveva ormai innalzato tanto il suo livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne.

      Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri, i quali erano rimasti desti fino a quel momento. Insieme esaminano se sia preferibile starsene al coperto o andare alla ventura allo scoperto. Infatti, sotto l'azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l'impressione di sbandare ora da una parte ora dell'altra e poi di ritornare in sesto. D'altronde all'aperto cielo c'era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra i due pericoli indusse a scegliere quest'ultimo. In mio zio una ragione predominò sull'altra, nei suoi compagni una paura s'impose sull'altra. Si pongono in testa dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall'alto.

      Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile. Colà, sdraiato su di un panno steso per terra, chiese a due riprese dell'acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano.

      Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò: da quanto io posso arguire, l'atmosfera troppo pregna di ceneri gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata.

      Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu trovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui il suo corpo si presentava faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto. Frattanto a Miseno io e mia madre... ma questo non interessa la storia e tu non hai espresso il desiderio dl essere informato di altro che della sua morte. Dunque terminerò.
      Aggiungerò solo una parola: che ti ho esposto tutte cose alle quali ho partecipato o che mi sono state riferite immediatamente dopo, quando i ricordi conservano ancora la massima precisione
      ."


      QUEL CHE AVVENNE DOPO - PLINIO IL GIOVANE

      La seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito

      Caro Tacito,

      Tu dici che, mosso dalla lettera che io ti scrissi, a tua richiesta circa la morte di mio zio, desideri sapere (ciò che avevo cominciato e poi interrotto) non solo i timori, ma anche quali avvenimenti abbia io sofferto essendo rimasto a Miseno.
      Benché l'animo inorridisca a ricordare, comincerò.

      Partito lo zio, passai il restante tempo (perché ero rimasto per questo) a studiare, poi il bagno, la cena ed un sonno breve ed inquieto. Molti giorni prima si era sentita una scossa di terremoto; senza però che vi si desse molta importanza, perché in Campania è normale; ma in quella notte fu così forte che sembrò che non si scuotesse, ma che crollasse ogni cosa. La madre corse nella mia stanza, ed io pure mi alzavo per risvegliarla se mai dormisse. Ci sedemmo nel cortile della casa che la separava dal mare, per un breve tratto. Io non so se chiamarlo coraggio o imprudenza perché toccavo appena i 18 anni. 

      Chiedo un volume di Tito Livio e così, per ozio, mi metto a leggere e continuavo anche a farne appunti. Quand'ecco un amico ed ospite dello zio, appena venuto dalla Spagna, alla vista mia e di mia madre seduti, ed io che per giunta leggevo, rimprovera lei per la propria indolenza e me di poco giudizio, ma non per questo io levai l'occhio dal libro. Già faceva giorno da un'ora e pur tuttavia la sua luce era incerta e quasi languente, già erano crollate le case intorno e benché fossimo in un luogo aperto ma angusto grande e certo era il timore di un crollo.

      Allora, finalmente ci parve bene di uscire dalla città. Ci segue una folla sbigottita e ciò che nello spavento appare come prudenza, antepone il proprio parere all'altrui e in gran massa incalza e preme chi fugge. Usciti dall'abitato ci fermammo. Quivi assistiamo a molti fenomeni e molti pericoli. Infatti i carri che ci facemmo venire dietro sebbene il terreno fosse pianeggiante andavano indietro e neppure con il sostegno di pietre restavano nello stesso punto. Inoltre si vedeva il mare riassorbito in sé stesso e quasi respinto dal terremoto. Certamente il litorale si era allargato e molti pesci restavano a secco. Dal lato opposto una nera ed orrenda nube squarciata dal rapido volteggiare di un vento infuocato si apriva in lunghe lingue di fuoco; esse erano come lampi e più che lampi. 

      Allora, quel medesimo amico venuto dalla Spagna, con più forza ed insistenza: "Se tuo fratello, disse, se tuo zio vive, vi vorrebbe salvi; se è morto vorrebbe che voi gli sopravviviate; perché dunque indugiate a scappare?" Al che rispondemmo: "Non abbiamo l'animo, incerti della sua salvezza, di provvedere alla nostra". Egli non esita oltre e se la dà a gambe e a gran corsa si sottrae al pericolo; né passò molto tempo che quella nube discese a terra e coprì il mare. Aveva avvolto e nascosto Capri e tolto dalla vista il promontorio di Miseno. Allora la madre cominciò a pregarmi, a scongiurarmi, a ordinarmi, che, in qualunque modo io fuggissi; lo facessi io perché giovane; ella, appesantita dall'età e dalle (stanche) membra sarebbe morta felice di non essere stata la mia causa di morte.

      Ma io risposi di non volermi salvare che con lei; poi pigliandola per mano la costringo ad affrettare il passo; ella mi segue a stento e si lamenta perché mi rallenta (il cammino). Cadeva già della cenere, non però ancora fitta; mi volto e vedo sovrastarmi alle spalle una densa caligine che quale torrente spargendosi per terra ci incalzava. Deviamo, io dissi, finché ci si vede, per non essere travolti, una volta raggiunti, dalla folla che ci viene dietro. Appena fatta questa considerazione si fa notte, non di quelle nuvolose e senza luna, ma come quando ci si trova in un luogo chiuso, spente le luci.

      Avresti udito i gemiti delle donne, le urla dei bambini, le grida dei mariti; gli uni cercavano a gran voce i padri; gli altri i figlioli; gli altri i consorti; chi commiserava la propria sorte; chi quella dei suoi. Vi erano di coloro che, per timore della morte, la invocavano. Molti supplicavano gli dei; molti ritenevano che non ve ne fossero più e che quella notte dovesse essere l'ultima notte del mondo. Né mancavano quelli che con immaginari e bugiardi spaventi accrescevano i veri pericoli. Vi erano di quelli che, bugiardi, ma creduti, dicevano di venire da Miseno e che esso era una rovina e (completamente) incendiato. 

      Fece un po' di chiaro; né questo ci sembrava giorno, ma piuttosto la luce del fuoco che si avvicinava. Se non che il fuoco si arrestò più lontano; nuova oscurità e nuovo nembo di fitta cenere; noi ci alzavamo a tratti per toglierla di dosso; altrimenti ne saremmo stati se non coperti schiacciati. Potrei gloriarmi che in tante calamità non mi sia uscito un lamento, né una parola men che virile, se non avessi trovato gran conforto alla morte il credere che in quel momento con me periva tutto il mondo. Finalmente si attenuò quella caligine e svanì come in fumo e nebbia; quindi fece proprio giorno ed apparve anche il sole, ma scolorito come suol essere quando è in ecclisse. 

      Agli occhi ancor tremanti tutto si mostrava cambiato e coperto da un monte di cenere, come se fosse nevicato. Ritornati a Miseno e ristorate alla meglio le membra si passò una notte affannosa ed incerta tra la speranza ed il timore. Ma il timore prevaleva. Intanto continuavano le scosse di terremoto e molti, fuori di senno, con le loro malaugurate predizioni si burlavano del proprio e del male altrui. Noi, però, benché salvi dai pericoli ed in attesa di nuovi, neppure allora pensammo di partire, finché non si avesse notizia dello zio. Queste cose, non degne certamente di storia, le leggerai senza servirtene per i tuoi scritti; né imputerai che a te stesso, che me le hai chieste, se non ti parranno degne neppure di una lettera. Addio.”


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    • 06/23/17--05:38: COLONNA DI MARCO AURELIO

    • "Dicesi comunemente Colonna Antonina, non già perchè sia stata dedicata ad Antonino Pio da M. Aurelio, e da Lucio Vero, come si suppose da molti per la semplice autorità moderna di una iscrizione che si legge sullo zoccolo. Altra fu quella colonna, la quale si trovò nel giardino qui, prossimo della pia Casa della Missione, il cui piedistallo già vedemmo nel giardino del Vaticano. 

      Questa di Marco Aurelio si compone di 28 rocchi di marmo bianco collocati come quei della Trajana, e scolpiti de' trionfi marcomannici con gran quantità di figure, ma non di così perfetto disegno ed esecuzione come in quella. 

      Non è però minore l'interesse che destano le gesta vivamente espresse, e i costumi de' popoli della Germania. Vi si osserva tra gli altri il Giove Pluvio in supposta benemerenza di quella pioggia, che gli assetati militi cristiani componenti la legione fulminatrice ottennero dal vero Dio, e i gentili ne rimeritarono Giove. 
      Poco questa colonna è minore in altezza della Trajana, in grossezza è alquanto maggiore. La rendono più cospicua il suo stare sul piano, mentre la Trajana si vede entro un cavo: il plinto e lo zoccolo di questa molto elevati; e di svelto disegno: i lati regolari della piazza e non occupata la visuale da facciate, e da cupole di chiese. 


      L'antico piedistallo però era di forma diversa, e cinto da una fascia di bassorilievi rappresentanti vittorie con serti, come si scorge effigiato per opera di alcuni antiquarii ed artisti che lo videro prima che fosso così rivestito. La scala a chiocciola composta di 190 gradini, ricavata anch'essa nella sostanza del marmo, riceve lume da 41 feritoje esposte a' quattro venti. 

      Sisto V facendo ristorare il monumento dai danni degl'incendi e di un fulmine, vi fece il nuovo basamento con l'opera del cav. Fontana, e vi eresse in cima la statua in bronzo di san Paolo rivolta anch'essa verso la sua basilica, come la statua di S. Pietro sulla Trajana. 

      Danneggiolla nuovamente un fulmine sotto Papa Innocenzo XI, e fu ristorata. 

      Forse la punta della spada di S. Paolo chiama i fulmini dalla regione dell'aria più che le chiavi in mani del Principe degli Apostoli; poichè non abbiamo memoria, che la colonna Trajana sia stata ancora toccata dal cielo. 

      Non sarebbe, come sembra, difficile il praticare tanto in questa, che sulla Trajana per maggior sicurezza, quei parafulmini, che con tanta provvidenza si veggono da parecchi anni collocati sopra i più rispettabili edifizi di Roma moderna."

      (Roma in 7 giornate per il comodo de' li forestieri - 1853)




      OVVERO COLONNA DI MARCO AURELIO

      La Colonna Aureliana venne edificata al centro dell’omonima piazza, a Roma, tra il 180 d.c., anno della morte dell’imperatore, ed il 193 d.c., per illustrare le imprese dell'imperatore romano Marco Aurelio (161-180) contro le popolazioni germaniche dei Marcomanni e dei Sarmati (Germani) e dei Quadi, stanziate a nord del medio corso del Danubio durante le Guerre marcomanniche.

      La Colonna nel passato era stata erroneamente attribuita ad Antonino Pio, errore riscontrato nel 1704, quando scavando nella zona di Montecitorio vennero rinvenuti i resti della vera colonna Antonina. La base della Colonna onoraria di granito rosso innalzata ad Antonino Pio da Marco Aurelio e Lucio Vero suoi figli adottivi, fu eretta in passato a piazza Montecitorio, ma essendo troppo danneggiata, fu tolta la base figurata, e posta nel giardino vaticano, mentre la colonna segata in più pezzi servì per restaurare altri obelischi (sig!). Pertanto la colonna antonina non esiste più.

      La colonna di Marco Aurelio invece sorgeva isolata al centro della piazza, su un alto podio, probabilmente era vicina a un tempio dedicato a Commodo o a Marco Aurelio, nella zona ove oggi sorge il palazzo Wedekind, a cui 

       "Gregorio XVI Pontefice Massimo nell’anno 1838 fece decorare la facciata dell’edificio aggiungendovi il Portico di Veio famoso per le sue colonne ". 

      Non lo indica nemmeno un cartello ma diverse colonne del palazzo sono etrusche, e nessuno ci dice da dove le abbia prese il papa all'epoca, perchè di certo a Veio dovevano essere state sottratte in epoca molto antecedente, sempre che non derivino dal tempio di Marco Aurelio.

      La colonna eretta in onore dell'imperatore della dinastia degli Antonini che regnò dal 161 al 180 d.c., fu ispirata alla colonna di Traiano nel foro omonimo. Venne terminata tra il 192 e il 196, e si erge su un altissimo basamento parte del quale è rimasto interrato, alla sommità era la statua dell'imperatore in bronzo.

      In origine la colonna si ergeva a circa 3,86 m, una quota più bassa dell’attuale, al centro di una piazza sopraelevata di 3 m rispetto alla via Flaminia, a cui si accedeva tramite una scalinata.

      Anche il basamento decorato, alto 10,50 m, è andato perduto a causa dei saccheggi avvenuti nel periodo medievale e dei restauri eseguiti successivamente, nel 1589, da Domenico Fontana su commissione di papa Sisto V.

      Questi dispose, come per la Colonna Traina alla cui sommità è stata aggiunta la statua di S. Pietro, che lì si innalzasse la statua di bronzo di S. Paolo, laddove in origine era collocata la statua bronzea, oggi perduta, dell’imperatore divinizzato con sua moglie, anch'essa divinizzata.

      Come la Colonna di Traiano la colonna aureliana è formata da enormi rocchi di candido marmo di Carrara. sovrapposti l'uno sull'altro nel numero di venti, e del diametro di 3,70 m ciascuno.

      I rocchi scavati all'interno formano una scala a chiocciola di 203 gradini illuminati da piccole feritoie fino al "terrazzino" in cima che chiude il capitello di ordine dorico.


      La colonna, che, come detto, fu fatta eseguire dal figlio di Marco Aurelio, Commodo, (180-192), venne commissionata insieme agli otto pannelli che ornano l’attico dell’Arco di Costantino ed ai tre conservati nei Musei Capitolini e che, in realtà, erano originariamente destinati a qualche monumento ufficiale, forse un arco onorario.



      DESCRIZIONE

      Alta 100 piedi romani, ovvero 29,78 metri, ma raggiunge i 42 m se vi si aggiunge la base, composta da 28 rocchi di marmo lunense dal diametro di 3,70m., ha, come nella colonna traiana, rilievi a spirale che la ricoprono interamente, con le gesta belliche dell'imperatore, narrate dal basso verso l'alto, con una sequenza, alta sempre un metro, che, se fosse svolta, supererebbe i 110 m di lunghezza.

      Vi sono narrate le vittorie di Marco Aurelio, tra il 172 e il 175, in due campagne militari distinte, sui Surmati, i Quadi e i Marcomanni, che erano delle popolazioni germaniche e ungheresi, con effigiati 116 episodi divisi in due parti da una figura allegorica di Vittoria tra trofei, nella parte inferiore è rappresentata la guerra contro i Marcomanni, nella parte superiore contro i Sarmati. Le due campagne sono separate da una Vittoria alata.

      La colonna è ancora nella sua collocazione originale davanti a Palazzo Chigi e dà il nome alla piazza nella quale sorge, piazza Colonna. Somiglia a quella di Traiano per l'altezza, perché è coclide, perchè venne anch'essa scavata col trapano e perché narra due successive campagne belliche. Invece Il rilievo è più forte le figure più grandi, più rigide, anche più crude e violente, sia verticali che orizzontali.

      Come nella colonna Traiana il racconto inizia con l’attraversamento del Danubio, sopra un ponte di barche; seguono scene di marce, di costruzioni di accampamenti, di battaglie, di assedi, di discorsi alle truppe. La storia però non è continuativa, ma rappresenta gli episodi di una guerra più rappresentativi Non rispetta pertanto nemmeno un ordine cronologico, ma solo accadimenti particolari e figure salienti.

      In cima alla colonna era situata la statua di bronzo di Marco Aurelio, che fu, come quella di Traiano, misteriosamente distrutta, secondo alcuni nel medioevo, secondo altri da papa Sisto. Era innalzata sopra uno zoccolo ed un basamento alti insieme più di 10 m. Lo zoccolo ed il basamento erano situati a loro volta su una piattaforma alta circa 3 m.

      Si tende all'esemplificazione rispetto alla cura armoniosa della scultura greca, con figure molto rilevate dal fondo che anticipano lo stile espressionistico dei secoli successivi. Come nella Colonna Traiana, le scene di battaglia sono alternate a trasferimenti delle truppe e ad altre scene. Le immagini sono modellate sommariamente, tuttavia rese vive da alcuni tratti quali una smorfia, un gesto.

      I forti chiaroscuri dell'altorilievo ne permettono una buona visione anche dal basso, i rilievi della colonna sono meno raffinati di quelli della colonna Traiana ma secondo alcuni più espressivi.
      La figura di Marco Aurelio è quasi sempre frontale, come una figura divinizzata e compare ben 39 volte, ma, al contrario di Traiano, milite tra i militi,  non combatte e non impugna la spada.

      Il fregio si avvolge per venti volte. e al contrario del modello traianeo, come nell'altra il rilievo è ottenuto col trapano, con però tratti maggiormente affondati, che traforano barbe, chiome, corazze, pieghe dei panneggi, movimento del paesaggio e pure i contorni netti dei combattenti.

      Inoltre la narrazione rispetto alla precedente colonna è più schematica e ripetitiva, con incessanti scene di marcia e pochi dettagli dei paesaggi.  Lo stile è decisamente plebeo ovvero popolare, che si stava cominciando ad affermare in quell'epoca, soppiantando così lo stile aulico o classico.



      LA COLLOCAZIONE

      La colonna originariamente sorgeva al centro di una piazza, isolata su un alto podio, vicino al tempio dedicato da Commodo, che probabilmente era grosso modo nella posizione di Palazzo Wedekind.
      Questo è lo splendido palazzo che svetta oggi a Piazza Colonna, il cui il nucleo originario, sito dove in epoca romana sorgeva il Tempio di Marco Aurelio, risale alla II metà del XVII secolo.

      Fu fatto completamente ricostruire da Papa Gregorio XVI nel 1838 su disegni di Pietro Camporese il Giovane, dotandolo di un porticato realizzato con sedici antichissime colonne ioniche provenienti dagli scavi archeologici della città etrusca di Veio.

      Secondo i Cataloghi regionari il tempio di Marco Aurelio si trovava nella Regio IX, il Campo Marzio, posto in relazione con la colonna dedicata a Marco Aurelio, in un'area fortemente monumentalizzata da Adriano ed adibita ai funerali imperiali. Qui, infatti, furono eretti il tempio di Matidia, e,  dopo la sua morte, quello di Adriano. Venne inoltre innalzata qui anche la colonna onoraria di  Antonino Pio.

      Il tempio di Marco Aurelio era probabilmente collocato di fronte alla colonna a lui intitolata, non molto distante dall'ustrino dove l'imperatore fu cremato nel 180, come riportano anche alcune monete d'epoca. Secondo alcuni autori proprio l'edificio incorporato nel Palazzo della Borsa, tradizionalmente ritenuto il tempio dedicato ad Adriano, sarebbe da identificare invece con il tempio del divo Marco Aurelio.



      LA RISTRUTTURAZIONE

      La colonna. di circa trenta m, è sostenuta da una base da 12 m, costituita da uno zoccolo ed un basamento su cui era incisa l’iscrizione onoraria oggi scomparsa. Il basamento era decorato da rilievi andati perduti nel restauro voluto da papa Sisto V che volle cancellare quanto più possibile l'aspetto
      romano della colonna per dotarla di un aspetto più religioso e cristiano.

      La ristrutturazione voluta da papa Sisto V (1521-1590) venne eseguita utilizzando i marmi ricavati da ciò che restava del Settizonio, la facciata monumentale di un ninfeo a più piani di colonne, fatta innalzare dall'imperatore Settimio Severo nel 203 ai piedi del colle Palatino, monumento che per l'occasione venne purtroppo totalmente distrutto. Al suo posto venne fatta collocare un'iscrizione che riporta la dedica ad Antonino Pio, per giunta sbagliata.

      Il restauro venne eseguito per volontà del papa nel 1589 da Domenico Fontana. e in questa occasione, al posto dell’originaria statua bronzea di Marco Aurelio, fu collocata sulla sommità quella di S. Paolo.

      Ed ecco il testo della colonna

      « SIXTVS V PONT MAX /
      COLVMNAM HANC /
      COCLIDEM IMP /
      ANTONINO DICATAM /
      MISERE LACERAM /
      RVINOSAMQ PRIMAE /
      FORMAE RESTITVIT /
      A. MDLXXXIX PONT IV »

      « Sisto Quinto, Pontefice Massimo
      questa colonna coclide
      dedicata all'imperatore Antonino, 
      miseramente deteriorata e rovinata,
      restituì alla forma originaria.
      A.D. 1589, nell'anno IV del suo pontificato. »


      Una curiosità: sulla colonna sono raffigurati due miracoli. In uno è rievocato l'evento del miracolo della pioggia (scena 16). Sembra che la passione di Marco Aurelio per i culti egizi fosse dovuto ad un miracolo cui l'imperatore avrebbe assistito nella lotta contro i Marcomanni. Il sacerdote egizio Harnuphis avrebbe invocato le sue divinità durante una sanguinosa battaglia tra Romani e Marcomanni (uno dei popoli germanici stanziati oltre il Danubio), e grazie ad una pioggia miracolosa, opera di Harnuphis, l’esercito romano riuscì a salvarsi da una situazione di estremo pericolo.

      La pioggia miracolosa viene personificata da Giove Pliuvio, un vecchio in volo dai cui capelli, barba e braccia scende l'acqua, (nella scena n.16 della "pioggia miracolosa"), che salva l'esercito romano accerchiato dai Quadi, mentre stava per morir di sete. L'episodio è riferito anche da Cassio Dione Cocceiano e da altri autori cristiani dell'epoca come Tertulliano (Legio XII Fulminata). Nell'altro miracolo (scena 11) un fulmine abbatte una macchina da guerra nemica distruggendola nel fuoco.



      LA SCALA E LA STATUA

      La scala a chiocciola interna, di 190 gradini, è illuminata da 56 feritoie e conduce alla sommità, dove il Papa Sisto V fece collocare una statua in bronzo di S. Paolo. Che fine abbia fatto fare alla statua del saggio Marco Aurelio nessuno ne parla, secondo alcuni era già stata fusa in epoche precedenti. Nel medioevo la colonna era proprietà del convento di S.Silvestro in Capite che riscuoteva elemosine dai pellegrini che salivano fino in cima alla colonna.





      LE DIFFERENZE DALLA COLONNA TRAIANA

      Lo schieramento dei soldati nella colonna di Traiano, visualizzati sempre in obliquo nella colonna aureliana, diventa frontale, e sono frontali pure  la figura della Vittoria e dell’Imperatore.

      Mentre Traiano era visto in mezzo ai suoi soldati, Marco Aurelio è già su un piano più distaccato, posto di fronte tra il genero Pompeiano e da un altro ufficiale, posti di tre quarti, per far risaltare il fuoco centrale dell’Imperatore.
      Nelle scene di "adlocutio" i soldati non si radunano come nella traianea, tutti su un lato, di fronte all’imperatore seduto di profilo, ma formano un semicerchio che gira in basso intorno alla preminente figura centrale e frontale di Marco Aurelio che fa da protagonista assoluto.

      Sparisce quel senso d’umanità e di pietà verso i vinti che traspariva dalla colonna traianea e il racconto diventa crudele e spietato. I corpi dei barbari si stravolgono nelle angolosità innaturali dei corpi feriti, tutto è distruzione operata dalla poderosa macchina da guerra romana, dove gli uomini spariscono e conta solo la capacità di distruggere.

      Le stesse caratteristiche stilistiche si ritrovano sugli otto pannelli aureliani dell’Arco di Costantino, dove la scena di sacrificio è molto più affollata e densa di figure rispetto alle scene di sacrificio traianee, anche qui conta la scena ma non le persone.

      Lo stile della Colonna di Marco Aurelio tende ormai all’arte popolare (arte plebea), sempre esistita a livello artigianale più che artistico, ma che ora entra nell’arte ufficiale come prodotto di pregio. Tuttavia i rilievi della colonna Antonina e quelli dei pannelli aureliani dell'Arco di Costantino sono ancora opera di maestri d’alto livello, poichè sotto il regno della dinastia antonina, si erano formate a Roma delle botteghe in cui operavano scultori greci immigrati. 

      Diminuite le maestranze greche sotto il regno di Commodo, i monumenti ufficiali vennero affidati ad artisti romani che avevano lavorato presso maestri greci. Per questo sotto Commodo compare una varietà espressiva di figurativa etrusca, latina e italica, spesso mescolate e confuse. In seguito il livello scadrà sempre più fino ad ignorare le forme che diventano sbozzate e quasi prive di espressione.



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