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  • 04/24/18--05:39: CULTO DI DEVERRA


  • Deverra era la Dea delle scope. Da sant'Agostino, che cita Varrone, sappiamo che gli antichi credevano che "il Dio Silvano entrasse la notte nelle case e si posasse sul corpo di chi dormiva e l'opprimesse col suo peso". Così le donne incinte per timor di Silvano erano sotto la protezione di tre divinità Intercidona, Pilunno e Deverra.

    Spesso Deverra, antica Dea italica, veniva effigiata con la brocca dell'acqua simbolo dell'aspersione rituale, con fiori e spighe e a volte con una campanella, probabilmente scacciaspiriti.

    Per invocarle tre uomini giravano attorno la porta della casa nella notte, battevano la soglia con una scure, poi con un pestello, infine la nettavano con una scopa onde venendo Silvano e vedendo questi tre segni non si avvicinasse alla casa già posta sotto la protezione delle tre divinità.

    Deverra adunque presiedeva alla nettezza delle case.

    "La Dea Deverra, o Sinacufio furono inventori delle scope, come si è detto istrumenti de salice,
    Rusco, tamaricio, id genus ceteris fructibus scopandis pavimentis, per amovere le tele de li ragni da le mura..."

    Per alcuni Pilunno e Deverra erano i figli di Intercidona, per altri erano una Triade a sè stante.

    Probabilmente era molto antica. Intercidona era una Dea madre con figli, con cui formò una Triade secondo l'uso etrusco. Pilunno proteggeva i neonati nelle case, contro le malefatte del demone Silvano. Pilunno è il Dio "dei colpi di scure" contro le porte, per cacciare i demoni.

    Deverra invece era la Dea della scopa con cui si spazzava la soglia dopo la nascita di un bambino. Con l'avvento del cristianesimo l'attributo della scopa passò alle streghe, perchè tutto ciò che era pagano divenne demoniaco.

    Per quell'attaccamento che i Romani avevano, soprattutto nei pagus, agli antichi Dei, attaccamento che molto appartenne anche all'imperatore Augusto, che ne ripristinò quanti ne poteva, e di questi antichi Dei all'interno dell'Urbe stessa, venne conservato il culto di Intercidona, collegato poi ad un aspetto di Giunone protettrice della novella sposa.

    Ma nei pagus restò pure il culto di Deverra, soprattutto come Dea della magia che proteggeva dagli influssi e dalle creature malefiche. L'attributo della scopa è antichissimo, come antichissimo è l'uso della scopa. Il primo cerchio magico si fece sicuramente con la scopa.

    Si ritiene che il Colle Viminale, Mons Viminalis, uno dei sette colli di Roma, derivasse il nome dal Salix Viminalis, perchè ospitava appunto un bosco sacro di salice viminale, una qualità di vimini con cui a tutt'oggi si fanno le scope (non sono solo di saggina), da questo bosco sembra si cogliessero gli arbor felix, i rami per farne delle scope sacre, ovvero dei fasci di vimini stretti in cima da altri vimini, tipo la scopa di saggina.

    Questa specie di scopa si poneva davanti alla porta di casa e proteggeva la Ianua, la porta, dagli spiriti maligni e si usava tanto per la fine inizio d'anno quanto per le nascite dei bimbi.

    Sembra che l'usanza permanesse nel medioevo dove la scopa veniva usata per lo stesso scopo, posta però accanto al camino, talvolta anche all'interno della porta, forse per evitare di essere denunciati come pagani, e inoltre con la stessa scopa si usasse disegnare in terra un cerchio magico, con un giro di scopa, che salvaguardasse dagli spiriti mentre si facevano riti magici.

    Deverra era pertanto la Dea che escludeva le cattive influenze e a lei si dedicava una scopa sacra che si usava per pulire le soglie di casa e delle stanze in cui era stato partorito un bimbo, o c'era una persona ammalata, o dove era morta una persona. La stessa scopa, che non doveva avere usi profani, veniva usata per tracciare il cerchio magico entro cui si poneva l'operatore di magia per tener lontani gli spiriti malvagi durante l'operazione magica.

    Sembra che le donne operatrici di magia usassero portare indosso talvolta un rametto di questa scopa avvolto nel lino e nascosto o cucito nella fascia mammillare (strophium), insomma nel reggiseno come talismano protettore.

    Nel nord Europa la Dea Colleda, adorata anche in zone dell'attuale Russia, nelle cerimonie rituali delle sue sacerdotesse si faceva uso della scopa per delimitare il suolo sacro come inviolabile, dagli uomini e dagli spiriti. Sicuramente queste Dee furono intercambiabili.

    Deverra, assimilata poi a Roma a Giunone Deverona, proteggeva quindi la proprietà, la casa, la sua pulizia e le nascite, per ciò che riguarda il mondo quotidiano, ma pure le operazioni magiche purificando l'ambiente e le persone dagli influssi malefici, dei vivi, dei morti e degli enti spirituali.


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  • 04/25/18--05:39: TEMPIO DI DIANA AVENTINA
  • IL TEMPIO DI DIANA AVENTINA CON I DUE PORTICATI LATERALI

    DIANA

    "Silvarum patrona et domina, Diana, es"
    "O Diana, tu sei la patrona e la padrona delle selve"

    Diana è una Dea greca, ma pure italica, latina e romana, è la signora delle selve e degli animali selvatici, la custode delle fonti e dei torrenti, la protettrice delle donne, soprattutto nel parto, e colei che stabiliva il potere della regalità. 

    Nell’arte del periodo arcaico Diana è spesso raffigurata con le ali, circondata di animali, infatti la sua origine è preellenica e da collegare con la minoica “Signora delle fiere”, simile ad altre figure divine, sempre Dee degli animali, adorate anche in Asia Minore. Più tardi fu assimilata alla Dea greca Artemide.


    DIANA

    L'AVENTINO

    Nell’area dell’Aventino, il colle della plebe, escluso dai confini pomeriali di Roma fino al periodo imperiale, sono ricordate per l’età medio-repubblicana la dedica e la costruzione di un gran numero di edifici di culto, la cui fondazione segna la progressiva emancipazione politica e sociale delle classi popolari. Insomma la plebe costruiva spesso da se stessa i propri templi.

    Il tempio di Diana Aventina nel Lauretum sull'Aventino, il principale santuario della Dea, venne fondato da Servius Tullius, il VI re di Roma nato da schiavi, che non poteva ignorare le istanze plebee. Pertanto la festa della Dea era la festa degli schiavi. Il santuario venne utilizzato come luogo di assemblea delle città latine sotto la guida di Roma e anche come asilo (Liv. 1.45.2-3; Dion. Hal., Ant. Roma, 4.26.2 -5).

    Il tempio fu infatti costruito come santuario federale dei Latini da Servio Tullio (che regnò dal 578 al 539 a.c.) anche per soppiantare il tempio di Diana Aricina, e venne rifatto da Lucio Cornificio, brillante comandante della flotta di Ottaviano, dopo il 36 a.c.

    La Lega Latina, anche detta anche assemblea dei prisci Latini, era l'alleanza delle città latine del Latium vetus e secondo Dionigi di Alicarnasso ne facevano parte: Alba Longa, Antemnae, Ardea, Aricia, Babento, Bovillae, Cabum, Cora, Carvento, Circei, Corioli, Corbione, Fidenae, Fortinea, Gabii, Labici, Lanuvio, Lavinio, Laurento, Nomentum, Norba, Praeneste, Pedum, Querquetulum, Satricum, Scaptia, Setia, Tellenae, Tibur, Tusculum, Tolerium e Velitrae.

    Inoltre, il santuario è stato un importante archivio per la legislazione; Un pilastro di bronzo, ancora in piedi nel periodo agostiniano (Dion Hal, Ant. Rom. 4.26), comprendeva la legge Iciliana della metà del V sec. a.c.. "De Aventino publicando" una lex approvata nel 456 a.c., su proposta del tribuno della plebe Lucio Icilio, da cui il nome della legge, riguardante l'assegnazione dei terreni pubblici dell'Aventino alla plebe in proprietà privata, per costruirvi le loro abitazioni. Così nacque un quartiere plebeo compatto e unitario, centro della lotta di classe plebea nei decenni successivi. (Livia 3.31.1; Dion Hal., Ant.Rom. 10.32.1-5).

    DIANA SU UN DENARIO ROMANO

    IL TEMPIO

    Il santuario di Diana Aventina era un grande tempio ottastilo (otto colonne) con due ordini di colonne lungo i lati, simile in pianta all'Artemision di Efeso, quindi con la statua della Dea al centro , posta in uno spazio vuoto: l'Artemision infatti doveva presentarsi come una sorta di cortile circondato da un immenso portico, il cui aspetto esterno tuttavia rievocava l'immagine del tempio a capanna. Nel tempio di Roma, le mura perimetrali della cella sono tuttora custodite all'interno di una delle sale di un ristorante. Il tempio era circondato da un portico a due ordini di colonne.

    Non sono stati identificati resti di questo tempio, ma l'edificio e la sua zona sono rappresentati nel frammento 22 della Tavola Severana, accanto al Tempio di Minerva (Carettoni et al., Pianta 79-80, p. 23, frag. 22 a, b persi ora, Rodríguez Almeida, Forma pl 15, Richardson 108: "quasi certamente", Vendittelli, LTUR 12, cfr Templum Dianae et Minervae nei cataloghi regionali, Regio XIII).

    RICOSTRUZIONE DELL'ARTEMISION A CUI SI SONO ISPIRATI I
    COSTRUTTORI DEL TEMPIO DI DIANA AVENTINA, QUINDI DOVEVA ESSERE
    MOLTO SIMILE ANCHE SE PIU' PICCOLO
    Sotto il programma augusto di 'adornare la città', il tempio fu ricostruito o restaurato da L. Cornificius (Suet., 29 agosto: L. Cornificio aedes Dianae). Il nome DIANA CORNIF. si riferisce a Diana Cornificia o Cornificiana e così stabilisce l'identificazione. L'impronta del tempio del podio di ottostilo mostrato nella terza c. Il frammento A.D è presumibilmente ancora quello dell'edificio Cornificius; È circondato da una zona con un portico a doppio colonnato (o forse una doppia linea di alberi: Richardson 108) lungo il fianco del tempio.

    La posizione del frammento 22, non certissima, viene viene ancora discussa a seguito di recenti scavi, a circa metà strada tra S. Sabina e S. Prisca, e dipende dal frammento balneo Surae adiacente (frammento 21). La lunga strada del frammento 21 era stata identificata con l'antica via che si trova sotto la moderna Via di S. Prisca, tuttavia, la revisione di Vendittelli della topografia Aventina pone il frammento 22 di circa 300 m di SE, sotto S. Alessio (1990, 163, fig.1.164, Figura 2), basato su una identificazione provvisoria di alcune pareti scavate con quelle sul balneo Surae Frammento (1990, 166, fig. 4).

    LA POSIZIONE SULL'AVENTINO
    Però il posizionamento del frammento 22 sotto S. Alessio ignora l'esistenza di un'antica via sotto la moderna via di S. Sabina (v. Vicus Armilustri). L'ultima valutazione di Vendittelli (LTUR 12-13) colloca il frammento 22 in circa lo stesso sito (con il tempio di Diana che cade al raccordo di Via di S. Alberto Magno con Via di S. Sabina).

    " Allora vi era un celebre tempio dedicato a Diana ephesia, che le Città dell'Asia avevano eretto congiuntamente, come riferisce la tradizione. Servio Tullio, re dei Romani, poiché lodava mirabilmente la grande concordia delle città dell'Asia, convocò i primi cittadini dei Latini, con i quali pubblicamente e privatamente aveva stretto rapporti di ospitalità e amicizie, ed espose il progetto della costruzione di un tempio comune.

    E cosi a Roma fu costruito il tempio di Diana dal popolo Latino con il popolo Romano. In seguito ad un contadino Sabino nacque un bue di straordinaria grandezza; il prodigio fu ritenuto fausto e i vati profetizzarono: « Il popolo, del quale un cittadino sacrificherà il bue a Diana, avrà il comando».

    Il responso giunse anche a Roma presso un sacerdote del tempio di Diana. Quando giunse il giorno adatto per il sacrificio, il Sabino condusse il bue a Roma e lo condusse presso il tempio di Diana e lo pose davanti all'altare della Dea. 

    Ma la grandezza della vittima impressionò il sacerdote Romano e, memore del responso, con un astuto inganno rimproverò così il Sabino: «Perché tu, straniero, ti prepari a compiere impuramente un sacrificio a Diana? Nella parte più bassa della valle scorre il Tevere: va' al fiume e lava il tuo corpo nell'acqua corrente!». 
    Lo straniero scese immediatamente al Tevere. Nel frattempo il Romano sacrifica il bue a Diana. Ciò fu straordinariamente gradito al re e alla città. "


    Andrea Carandini 16 ottobre 2009

    Ritrovamento di una testa rinvenuta accanto al luogo dove si presume sorgesse il tempio di Diana.
    L´edificio è stato ricostruito grazie alle tecniche geomagnetiche.

    DIANA ITALICA
    La testa marmorea di Diana, scoperta ai piedi dell´Aventino ed esposta a Palazzo Altemps, è una rielaborazione della statua di culto del tempio di Artemide a Efeso.

    Una statuetta in alabastro di Diana, del tutto simile, era stata scoperta nel 1700, lì vicino, sulla sommità del monte. Era questo uno degli indizi che ci aveva indotto a situare il tempio a sinistra della chiesa di Sant´Alessio.

    La chiesa si trova nel punto più alto dell´Aventino, costruita sopra il tempio di Minerva, che Marziale colloca in arce, quindi sulla sommità del monte. Un frammento della pianta marmorea di Roma degli inizi del III secolo d. c. mostra, accanto al tempio di Minerva, quello di Diana, che secondo Giovenale sorgeva anch´esso in posizione dominante.

    Il frammento di pianta marmorea bene si ancora ad un muro antico sotto quello perimetrale di Sant´Alessio e anche a una strada basolata. È da notare che i templi pagani si disponevano lungo l´alto ciglio dell´Aventino sopra il Tevere, come poi le chiese.

    La pianta marmorea rivela parte della pianta del tempio di Diana, con 8 colonne ioniche sui due fronti e due file di 15 colonne sui lati, come il tempio di Efeso. Il culto di Diana sull´Aventino era stato istituito intorno alla metà del VI sec. a.c. da Servio Tullio, amatissimo dal popolo, come contraltare romano del culto ad Aricia (Nemi).

    Servio aveva imitato Tarquinio Prisco, che agli inizi dello stesso secolo aveva istituito il culto di Giove Re, Ottimo Massimo, contraltare del culto di Giove Laziale sul Monte Albano (Monte Cavo). Presupposti dell'egemonia di Roma sui Latini, non più solo lungo la riva sinistra del Tevere, ma sull´intero Lazio antico.


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  • 04/26/18--05:12: LEGIO II TRAIANA FORTIS

  • Ovvero "La legione forte di Traiano", venne fondata insieme alla Legio XXX Ulpia Victrix dall'imperatore Traiano durante la guerra in Dacia (Romania) per ingrossare le fila del suo esercito.

    Una volta conquistata la Dacia, la legione venne trasferita, ma non sappiamo dove. Si presuppone fosse stata inviata ad est, a combattere ancora una volta per Traiano onde annettere l'Arabia Petraea, terra dei nabatei, onde proteggere più efficacemente la via tra Damasco e Alessandria d'Egitto nel 106. Probabilmente la II Traiana fortis, con la III Cyrenaica, edificarono e occuparono le prime fortezze del territorio, sicuramente sulle rive del Danubio.


    Venne poi trasferita in Siria per partecipare alle guerre di Traiano contro i Parti nel 115-117 e stazionò nella Judaea (odierni Israekle e Palestina) alla fine della guerra, infatti questa provincia continuò ad essere tumultuosa, con molte rivolte dette "messianiche", cioè guidate da un Messia.

    Lo testimonia anche la IX 'pietra miliare' della via che da Colonia Claudia Ptolemais (Akko) di Siria portava a Diocaesarea (Sepphoris).
    Dall'epigrafe appare che la costruzione della strada sarebbe stata portata a 
    compimento già nell'anno 120 ad opera dei soldati della III legio traiana, probabilmente di stanza a Caparcotna in Giudea. 

    Nel 125, la II Traiana venne trasferita ad Alexandria (locata in Egitto ma interamente greca), dove condivise la base con la XXII Deiotariana succedendo alla III Cyrenaica che, proveniente da Alexandria, era stata inviata in Arabia Petraea nel 106, ma vi era ritornata prima del 119, per tornare poi nuovamente in Arabia.

    Tra il 132 e il 136, diverse vessillazioni della II Traiana Fortis presero parte alle campagne di guerra di Adriano contro gli ebrei che si erano rivoltati con a capo Simon ben Kosiba (132 - 135) distruggendo la XXII Deiotariana. Altre subunità restarono ad Alexandria, dove abitava una vasta comunità di ebrei che doveva essere costantemente presidiata.

    Quindi la Legio II Traiana tornò in Egitto, dove rimase a presidio, anche se spesso delle vessillazioni si recarono a presidiare delle fortezze di alcune città dell'Alto Egitto, come Panospolis, Thebes, Syene e Pselchis. L'ultimo presidio di cui si ha notizia fu nella frontiera sud dell'impero romano, dove i legionari controllavano i commerci provenienti dall'impero meroitico della Nubia.

    Si sa che alcune vessillazioni della II Traiana Fortis presero parte alla campagna di Lucio Vero contro i Parti (162-166), anche se non tutti gli autori sono d'accordo. E' certo invece che ebbero un ruolo nel 175, combattendo contro il generale ribelle Avidius Cassius, su cui vinsero, ucciso peraltro dai suoi ufficiali.


    SETTIMIO SEVERO

    Diciotto anni dopo, la II Traiana Fortis si battè sostenendo Pescennius Niger (140 - 194), governatore della Siria che voleva diventare imperatore. Nella battaglia decisiva contro Lucius Septimius Severus (145 - 159), nel 194, la legione cambiò idea e sostenne Severo, ritenendo di essere stata la vera creatrice dell'imperatore.
    I legionari della II Traiana solevano menzionare la loro centuria sulle tombe, la stessa dichiarata dalla II Parthica. Ciò fa supporre che quando la II Partica venne fondata nel 197, venne reclutata tra i legionari di Alexandria.


    CARACALLA
    DECIUS MILES DELLA II TRAIANA FORTIS

    L'imperatore Caracalla (211 - 217) dette alla legione il titolo di Germanica nel 213, il che dimostra che l'intera legione venne impiegata nella guerra contro gli Alamanni. Il 5titolo comportava il riconoscimento del valore in battaglia, premi in monete e altro e gloria in patria al loro ritorno. 


    GALLIENO

    Più tardi mezza centuria, cioè una vessillazione della II Traiana Fortis fece lo stesso viaggio nel lontano ovest, quando l'imperatore Gallieno (260-268) la impiegò nella campagna contro Postumus (260 - 269), il capo dell'impero Gallico. Successivamente la vessillazione tornò in Egitto, quando Aureliano (270 - 275) ebbe riconquistata la Gallia.


    CARINO

    Una moneta dell'imperatore Carinus (283-285) mostra l'aquila, insegna della legione. Era ancora ad Alessandria nel 296, quando l'imperatore Diocleziano rinforzò la guarnigione con una seconda legione, la III Diocletiana. Due anni dopo, una subunità sembra aver combattuto contro i Mori in Mauritania. (Ciò è suggerito dagli atti cristiani di San Marcello, che però potrebbero non essere attendibili). La legione si trovava ancora nell'ovest del Basso Egitto nel sec. V.

    Un altro emblema della legione era Ercole, per cui si pensa che Traiano si reputasse, o che le sue legioni lo reputassero, un nuovo Ercole. Del resto un oratore, Dio di Prusa, amico sia di Traiano che di Plinio il Giovane, lo paragonò al semidio.

    Secondo la Notitia dignitatum ("Notizia di tutte le dignità ed amministrazioni sia civili sia militari"), agli inizi del V sec. la II Traiana Fortis si trovava sotto due comandi, quello del Dux Thebaidos, per il quale occupava Apollonopolis Magna (odierna Edfu), nell'Egitto meridionale, e quello del Comes limitis Aegypti, sotto cui servì con almeno alcune vexillationes di stanza a Parembole.


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  • 04/29/18--05:27: HORTI MAIANI


  • Gli Horti Maiani erano giardini situati sulla sommità del colle Esquilino a Roma, nell'area grossomodo corrispondente all'attuale piazza Vittorio Emanuele II (Rione Esquilino), in particolare nell'area di sud est.



    LA STORIA

    Gli Horti Maiani sono noti solo da testimonianze epigrafiche e sono brevemente citati in un passo di Plinio il Vecchio, il quale racconta della distruzione di una immagine colossale di Nerone che era stata collocata entro alcune costruzioni situate all'interno dei loro confini.

    Da un'iscrizione databile all'età di Claudio sappiamo che gli Horti Maiani erano amministrati, assieme agli Horti Lamiani, da uno specifico soprintendente, il "procurator hortorum Maianorum et Lamianorum".

    Annessi pertanto ai ben più famosi Horti Lamiani, essi entrarono a far parte delle proprietà imperiali ubicate sul colle Esquilino. Queste proprietà, attestate fin dall'età di Tiberio (14-37 d.c.), furono tradotte in forma monumentale da Caligola (37-41 d.c.) con la costruzione di una lussuosa villa articolata in padiglioni e terrazze, scenograficamente inserita nel paesaggio naturale alla maniera ellenistica.

    DENARIO GENS MAIANA (153 A.C.)

    Alcuni autori ritengono che Maiani sia la corruzione di Maecenatiani, il che proverebbe l’identificazione con gli Horti Maecenatis. Sembrerebbe più verosimile farli risalire alla gens Maiana, il cui nomen, anche se pochissimo attestato a Roma, sembra sia originario di Aeclanum, centro sannita che sorgeva nel luogo attuale di Mirabella Eclano, in provincia di Avellino.

    Questi Horti Maiani sono menzionati anche perchè "vi era una casa degli Aelii (v. Domus Aeliorum) sull'Esquilino, vicino ai giardini di Mecenate, che confinavano con gli horti Maiani" (CIL VI.8668: procurator hortorum Maianorum et Lamianorum). La Domus Aciliorum è riconosciuta nella succitata sede, al confine con gli Horti Maiani, da Famiano Nardini (1818).

    Questi Horti Maiani sono menzionati anche in altre iscrizioni (CIL VI.6152, 8669) e in Plinio (NH XXXV.51), che riferisce della distruzione di una colossale immagine di Nerone, alta 120 piedi, che era locata in un certo edificio entro i confini degli Horti Maiani. Il fatto che l'altezza fosse la stessa del Colossus Neronis difficilmente può essere un caso, per cui evidentemente fu portato lì per essere fatto a pezzi e fuso.

    PIETRA SCELLERATA
    Non vi sono altre indicazioni sul sito esatto di questi giardini, ma di solito venivano locati a sud-est di Piazza Vittorio Emanuele, tanto più che qui vennero portati alla luce numerosi reperti artistici nonchè alcuni resti di strutture (LR 408‑411; BC 1907, 34; HJ 347, 354; LS III.111, 168; Cons. 126 ff.; RE VIII.2485).  

    In particolare, durante gli scavi veri e propri (2005-2009), è stata ritrovata una grande e lussuosa villa d’età augustea con terrazze e giardino con una fontana, con un portico e delle terme, costruita negli Horti Lamiani e Maiani che si estendevano fino a quest’area, appartenuta al console Lucio Elio Lamia, amico di Traiano, e, alla sua morte, passata poi al demanio imperiale e utilizzata da Caligola.

    Per altri invece si fa risalire al Lucio Elio Lamia console del 3, amico intimo dell'imperatore Tiberio, la cessione delle proprietà ubicate a Roma sul colle Esquilino (Horti Lamiani) al demanio imperiale.

    Sugli Horti sono state inserite varie chiese, tra cui la Chiesa dei SS. Vito e Modesto e Crescenzia, edificata nel IV Sec. nei pressi del Macellum Liviae (un mercato costruito da Augusto nel 7 a.c. e dedicato alla moglie Livia), che ha tre navate e, nella navata di destra conserva la cosiddetta “Pietra Scellerata” oggetto di venerazione da parte del popolo.

    Narrava infatti la leggenda, che con questa pietra insanguinata con il sangue dei martiri cristiani, si poteva guarire dai morsi dei cani rabbiosi, grattandone la superficie ed ingerendo la polvere mentre si pronunciavano delle parole rituali, oppure, si passava e ripassava tre volte inginocchiati sotto la pietra per far accadere il miracolo che poteva salvare da una morte quasi certa.


    UN PICCOLO GRANDE PARTICOLARE

    Nell’edificazione del nuovo palazzo ora sede dell’ENPAM, si è cercato con ogni mezzo di proteggere e valorizzare gli importanti ritrovamenti con i magnifici mosaici pavimentali, gli affreschi alle pareti, marmi, bronzi ed una splendida scala in marmo, costruendo una grande struttura in metallo (una specie di gabbia) che lasciasse i ritrovamenti al loro posto in modo da permetterne la fruizione tramite ampie vetrate poste nei piani inferiori del palazzo nella sala delle conferenze.
    Da un articolo apparso sulla rivista aziendale “Previdenza” dell’ENPAM 1/2014, apprendiamo, tra le altre cose, dell’avanzato stato dei lavori degli ambienti sotterranei, con oltre 8000 cassette piene di reperti archeologici (alcuni veramente straordinari) da esaminare e l’assicurazione che tra qualche anno sarà possibile a tutti di ammirare i risultati del più grande scavo archeologico intrapreso a Roma dal 1870.
    Siamo nel 2017 e questa esposizione è svanita nel nulla. Non è che le 8000 cassette piene di reperti archeologici siano già state vendute all'estero, come spesso accade nella nostra bellissima e maltrattatissima Italia?


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  • 04/30/18--05:50: INDUSTRIA (Piemonte)

  • Industria è un'antica colonia romana posta nel comune di Monteu da Po, nella Provincia di Torino. La colonia sorse probabilmente tra il 125 e il 123 a.c., (secondo i diversi autori), come avamposto delle campagne militari contro i Galli.

    Contemporaneamente ad essa vennero fondate altre colonie del Monferrato volute dal console Marco Fulvio Flacco, presso il precedente villaggio ligure di Bodincomagus ("luogo di mercato sul fiume Po", dal nome ligure del fiume, Bodincus), citato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia.

    La città era iscritta alla tribù Pollia, che risaliva al 495 a.c. e che divenne una gens patrizia, e venne poi compresa nella regio IX dell'Italia augustea. Essendo posta alla confluenza della Dora Baltea nel fiume Po, Industria nacque come porto fluviale visto che la confluenza tra i due fiumi la metteva in comunicazione con la Valle d'Aosta e le sue miniere, divenendo un centro commerciale ed artigianale soprattutto riguardo alla lavorazione dei metalli.

    I romani accrebbero la città potenziando la rete stradale, fondando nuove colonie non lontano e assegnando lotti di terreno ai nuovi abitanti, per quel processo di romanizzazione che garantiva stabilità e pace.


    Ad Industria giungevano le chiatte cariche di lastre di pietre delle Alpi per essere spedite a Roma, che potevano viaggiare solo per via fluviale, dato il pesante carico. Grazie alla pacificazione della regione Industria poté svilupparsi nei pressi del villaggio ligure di Bodincomagus, sulle rive del Po, definito da Plinio il Vecchio il “fiume più ricco d'Italia”, in effetti un punto favorevole agli scambi mercantili, attraverso cui avveniva il trasporto e lo smercio dei prodotti estratti dalle miniere della Valle d'Aosta.

    La fiorente attività manifatturiera e commerciale era gestita da famiglie di mercanti italici, giunti sul luogo accompagnate da abile manodopera. Il ritrovamento di numerosi oggetti bronzei, sia prodotti localmente, sia d'importazione, le monete, le strutture di botteghe artigiane e di abitazioni d'impronta signorile, testimoniano il livello di agiatezza raggiunto dagli abitanti nel periodo compreso tra I e II secolo d.c. Industria era inoltre un notevole polo religioso per la presenza di un importante santuario, legato a culti di origine greco-orientale.

    LA DANZATRICE

    IL DECLINO

    La città romana di Industria subì una notevole contrazione tra il IV e la fine del V sec. d.c., anche se una parte dell'abitato continuò ad essere utilizzata con la relativa funzione cimiteriale. L'abbandono derivò dalla distruzione cristiana che si perpetrò sui grandi templi pagani e sui monumenti romani, così gli abitanti, atterriti dal declino del mondo che conoscevano e costretti, sotto pena di morte,  ad abbracciare la nuova religione si sparsero sul territorio, con una pieve che li controllava.

    "Nessuno, di qualunque genere, ordine, classe o posizione sociale o ruolo onorifico, sia di nascita nobile sia di condizione umile, in alcun luogo per quanto lontano, in nessuna città scolpisca simulacri mancanti di iscrizioni o offra  vittima innocente o bruci segretamente un sacrificio ai lari, ai geni, ai penati, accenda fuochi, offra incensi, apponga corone. Poiché se si ascolterà che qualcuna avrà immolato una vittima sacrificale o avrà consultato viscere, sia accusato di reato di maestà (pena di morte) e accolga la sentenza competente, benché non abbia cercato nulla contro il principio della salvezza o contro la salvezza. È sufficiente infatti per l'accusa di crimine il volere contrastare la stessa legge, perseguire le azioni illecite, manifestare le cose occulte, tentare di fare le cose interdette, cercare una salvezza diversa, promettere una speranza diversa.

    (Editto degli augusti imperatori Teodosio, Arcadio e Onorio a Rufino prefetto del pretorio)

    La comunità cristiana di Industria è citata in una lettera di Sant'Eusebio inviata da Scitopoli (Palestina) tra il 356 e il 361 d.c. La città venne abbandonata ancor più nel V-VI secolo, anche a causa delle invasioni unne, visto che i romani non sapevano più combattere.



    DESCRIZIONE

    L'area archeologica si estende su 26.500 mq, tra la strada provinciale n. 590 della Val Cerrina, la via per Monteu da Po e il rio della Valle. Si trattava di un centro urbano di piccole dimensioni, di forma quadrata (lato 400 m circa), con impianto ortogonale formato da isolati rettangolari (40 x 70 m). L'area riportata alla luce è circa un decimo della città originaria; le strutture rinvenute, conservate solo a livello di fondazioni, appartengono ad abitazioni, botteghe e luoghi di culto.

    La strada, con andamento est-ovest che dà accesso all'area archeologica, è fiancheggiata da abitazioni risalenti al I sec. d.c. Nel gruppo di edifici sulla destra è presente una domus che si sviluppa intorno ad un cortile circondato da un porticato, il peristilio, sul quale si affacciano gli ambienti residenziali; lungo la stessa via sulla sinistra sorgevano case con laboratori artigiani e botteghe.

    Svoltando a destra all'incrocio si percorre l'ampia strada porticata che attraversa la città da nord a sud, separando i blocchi abitativi dall'area sacra, sino a raggiungere un grande ambiente di forma quadrata, presumibilmente destinato alle riunioni dei fedeli.

    Una delle attrazioni maggiori di Industria fu il santuario, di Iside e Serapide, che venne costruito in epoca augusteo-tiberiana e subì interventi alla metà del I sec. d.c. e sotto l'imperatore Adriano. La presenza di un edificio usato collettivamente dalla popolazione favorì il mantenimento del nome, anche se modificato in Dustria oppure Lustria e limitato all'area in cui sorse la chiesa, lungo un'antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani.

    Fu infatti un santuario importantissimo nella regione, a cui affluivano pellegrini e donazioni da ogni parte, cessò le proprie attività nel IV secolo, quando venne spoliato e distrutto. Negli scavi furono rinvenute tuttavia numerose statuette e oggetti in bronzo, conservati presso il Museo di Antichità di Torino. L'area degli scavi di proprietà dello Stato Italiano, otre che sito archeologico è teatro anche di eventi museali, musicali ed artistici.

    I dati archeologici sulla prima fase di vita di Industria sono scarsi: le costruzioni più antiche presentano una tecnica edilizia accurata in pietra locale sbozzata, con raro impiego di laterizi. Dalla seconda metà del I sec. d.c. l'area è dominata dal tempio di Iside, posto al centro di un sistema regolare di strade, edifici e spazi aperti pianificati.


    Il tempio si inserisce in un vasto spazio aperto semicircolare, originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un'esedra monumentale, fiancheggiata da due tempietti, e dall'altro fronteggia l'alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale. 
    Quest'ultimo doveva essere in relazione con la piazza pubblica del foro, purtroppo ancora sepolta entro una proprietà privata. All'inizio del II sec. l'area sacra viene ampliata con l'edificazione di un grande tempio semicircolare dedicato a Serapide, la conseguente demolizione di precedenti edifici e la costruzione di un portico intorno all'area del foro.

    La gens Avilia, di origine veneta, presente anche nella valle di Cogne, si occupò area mineraria per i metalli e per l'estrazione di marmo, come sappiamo dalla dedica di un ponte sopravvissuto sino ai giorni nostri, il cosiddetto Pondel (III se. a.c.) presso Aymavilles (AO).

    La produzione locale di bronzi in connessione ai culti isiaci fu molto abbondante, con un grande numero di esemplari giunti sino a noi, in alcuni casi di altissimo livello, ora esposti presso il Museo di Antichità di Torino.

    Tra questi spicca un eccezionale oggetto di importazione, la statuetta di Satiro ebbro, forse prodotto pergameno di epoca tardo-ellenistica. L'importante rapporto intercorso in età antica tra città e fiume, oggi completamente perduto, doveva trovare materializzazione in un vero e proprio porto lungo un canale che si staccava dall'asta principale del corso d'acqua in corrispondenza del centro.

    Tra il I e il II sec. d.c. la città visse dunque un periodo di splendore, grazie alla florida economia e al richiamo esercitato dall'importante centro religioso. Lo spazio urbano venne occupato in continuità fino alla fine del IV sec. d.c.; poi il sito si spopola. Con il formarsi sul posto di una comunità cristiana l'area pagana viene abbandonata, saccheggiata e quasi totalmente distrutta.

    Oggi il Po si è allontanato di molto dalla città antica, il cui limite a nord è ancora segnato dalla presenza dei ruderi della pieve medievale di San Giovanni di "Dustria", citata in una concessione dell'imperatore Ottone III ai Canonici di Sant'Eusebio a Vercelli del 31 dicembre 997.




    GLI SCAVI

    Per l'individuazione di Industria, annoverata da Plinio il Vecchio tra le nobilia oppida della regione augustea IX Liguria, fu fondamentale il ritrovamento, presso il paese di Monteu da Po, di un'iscrizione in bronzo riportante il nome degli antichi abitanti.

    Nel 1745 presso Monteu da Po, lungo la sponda destra del Po e a poca distanza dalla confluenza della Dora Baltea, i religiosi Giovanni Paolo Ricolvi e Antonio Rivautella, furono incaricati dal re di Sardegna Carlo Emanuele III di recuperare oggetti d'arte antica per arricchire le collezioni del Museo dell'Università, appena allestito.

    Questi identificarono il sito dell'antica Industria, citata da Plinio il Vecchio tra i nobili oppida della nona regione augustea, Liguria (III, 49), grazie al rinvenimento di una tavola di bronzo contenente la dedica da parte del Collegium Pastophorum Industriensis, un collegio sacerdotale cittadino. In seguito a ciò furono condotti scavi a partire dalla metà del XVIII sec.

    È stato riportato in luce un santuario, dedicato a Iside e Serapide, consistente in un cortile con portico semicircolare ad una estremità e due ambienti rettangolari sul lato opposto. Nell'area sacra si trovavano anche una struttura per la purificazione e le abitazioni dei sacerdoti ed è stata pure rinvenuta una lastra in bronzo che ricorda i pastophoroi (sacerdoti di Iside)

    Tra il 1811 e il 1813 gli scavi vennero condotti dal conte Bernardino Morra di Lauriano (Villafranca Piemonte 1769 – Lauriano 1851).produssero importanti risultati documentati da tavole estremamente accurate. Il conte si dedicò con grande alacrità allo studio archeologico dell'antica città di Industria, scoperta nlla metà del XVIII secolo dai bibliotecari reali Giovanni Paolo Ricolvi e Antonio Rivautella sulla riva destra del Po, in località San Giovanni.

    Il Morra dimostrò una grande abilità nella documentazione degli scavi, quanto nello studio topografico, eseguendo numerosi e meticolosi disegni che ancora oggi sono la base per la conoscenza del sito antico.
    Quando presentò i risultati del suo lavoro all'Accademia delle Scienze di Torino, nel 1812, ricevette molti elogi, definito un "amateur habile",  per l'intelligenza con cui aveva "riportato sull'orizzonte della scienza i ricordi quasi interamente cancellati" di una delle "più potenti città di questa parte settentrionale dell'antica Italia".

    La sua collezione, alla base della ricca esposizione di bronzi del Museo di Antichità di Torino, derivò soprattutto dall’attività di ricerca archeologica che il Morra condusse, su terreni appositamente acquistati, nel 1808 e nel 1811. 

    Dei molti reperti, solo una piccola parte di quanto Morra non aveva donato a re Carlo Alberto nel 1844 rimase dopo la sua morte presso il palazzo di famiglia, a Lauriano.

    All'epoca vennero riportati alla luce un grande edificio di forma semicircolare allora erroneamente interpretato come un teatro oltre a una grande quantità di reperti, in particolare numerosi bronzetti, alcuni dei quali di notevole raffinatezza.

    Gli scavi ottocenteschi, eseguiti nell'area circostante la struttura, portarono alla luce tombe, frammenti di ceramica e iscrizioni; un'altra tomba altomedievale, priva di corredo, venne rinvenuta nel 1960.

    Dell'antica città sono ancora visibili parti degli isolati che si affacciavano sull'incrocio stradale, con domus in alcuni casi dotate di ricche pavimentazioni, tabernae e botteghe. Del quartiere artigianale, che doveva trovarsi vicino al fiume per maggiore comodità nelle operazioni di scarico e carico delle merci, sono stati trovati sporadici resti di fornaci e residui della lavorazione dei metalli, oggi non più visibili.

    Nel corso del XIX secolo il sito, in mancanza di leggi di tutela, il sito archeologico subì infiniti saccheggi. Tornò a destare interesse scientifico alla fine del secolo, grazie all'opera di Ariodante Fabretti, direttore del Regio Museo Egizio e di Antichità, al quale si deve la ripresa delle ricerche.

    Tra il 1961 e il 1963 le campagne di scavo condotte dall'Università di Torino in collaborazione con la Soprintendenza hanno ripreso l'attività di scavo fornendo, tra l'altro, la corretta interpretazione della struttura semicircolare come tempio dedicato ai culti orientali.

    Nell'ultimo trentennio la Soprintendenza ha ampliato l'area di scavo e catalogato i reperti definendo la cronologia precisa delle trasformazioni urbane. Il sito rientra nell'area protetta del Parco del Po Torinese, in corrispondenza della Riserva Naturale Speciale della confluenza della Dora Baltea




    TEMPIO DI ISIDE

    Nel settore centrale della antica città romana, si incrociano due assi stradali che fiancheggiano la principale area sacra cittadina, dedicata al culto della dea egizia Iside e del suo compagno Serapide (metà I secolo d.c.). 

    I resti di quello che fu questo imponente tempio mostrano una struttura, di pianta rettangolare, inserita in un peristilio e preceduta da un pronao (atrio) articolato in due camere; la cella è unica e la scalinata d'ingresso è posta ad est. 

    Dietro all'edificio, alcune strutture costituivano il percorso delle processioni durante le cerimonie e immettevano nel tempio di Serapide (metà/fine II sec. d.c.).Questo edificio monumentale si sviluppa con un grande cortile centrale, circondato da un corridoio semicircolare e presenta una cella poligonale ubicata in fondo, al centro dell'emiciclo, e affiancata da due tempietti.

    Iside era la Dea Madre in Egitto che con Osiride e Horus formava la triade che rappresenta la vita oltre la morte. Con l'avvento della dinastia tolemaica (323 a.c.) il culto di Iside si diffuse in tutto il Mediterraneo, unita a Serapide, che univa in sè il greco Zeus-Hades con l'egizio Osiride-Apis, divinità a forma di toro adorata a Menfi, i cui animali sacri erano sepolti nel Serapeo di Saqquara.

    Nello stesso periodo Horus, sempre raffigurato come un bimbo, venne denominato anche Arpocrate, e come bimbo in braccio alla madre sarà il precursore della Madonna col bambino. Nel II sec. a.c. il culto isiaco si diffuse nell'Italia centro-meridionale, e a Roma venne istituito il collegio dei pastophoroi (sacerdoti di Iside, “portatori di sacri oggetti”). Attraverso poi il porto di Aquileia si diffonde nel nord Italia.

    A Industria il culto giunse insieme ai mercanti italici accompagnati da manodopera servile di origine greca, grandi fautori di traffici economici tra il mare Adriatico e la Grecia, tra i quali spiccano le famiglie degli Avilii e dei Lollii (attestate anche nell'isola di Delo e a Padova).

    La notevole quantità di manufatti in bronzo restituiti dagli scavi condotti nell'area sacra comprende fra l'altro la lastra che ricorda il locale collegio dei pastophoroi, firmata dall'artigiano Trophimus Graecanus, un sistro, ossia uno strumento musicale scosso ritmicamente durante le cerimonie, secondo la descrizione fornita da Apuleio nelle “Metamorfosi”, e numerosi piccoli tori offerti a Serapide.



    IL MUSEO

    Le strutture riportate alla luce a Industria sono estremamente fragili e risentono dell'azione degli agenti atmosferici; inoltre in anni recenti il sito archeologico è stato penalizzato dall'espansione urbanistica.

    Ora la collaborazione tra l'amministrazione comunale e la Regione Piemonte, grazie anche al Sistema delle Aree protette della fascia fluviale del Po apre nuove possibilità di tutela e valorizzazione.

    Nell'allestimento del Museo di Antichità di Torino si è dato particolare spazio al materiale di Industria per la loro straordinaria importanza storica, archeologica e artistica.

    I reperti in bronzo sono esposti integralmente in più vetrine:
    - le statuine di Iside-Fortuna, di Tike (la sorte),
    un sistro e una situla (sorta di secchiello votivo) a forma di testa di giovane,
    - lucerne votive (II sec. d.c.),
    - torelli offerti a Serapide
    - bronzetti raffiguranti altri animali.
    - un tripode, decorato da figure di Bes, di sfingi, di Vittorie alate, sormontato da piccoli arbusti di Bacco,
    - altorilievo con danzatrice velata,
    - delle statuine che decoravano un balteo da parata per cavallo, raffigurante una scena di combattimento tra romani e barbari.
    - Sileno, di qualità straordinaria, attribuito ad un'officina ellenistico-pergamena (II sec. a.c.).
    - la lastra bronzea che riporta la dedica al collegio dei pastophoroi (sacerdoti di Iside) da parte di L. P. Herennianus, di cui vengono ricordate le cariche pubbliche,
    - una placchetta con l'immagine di Arpocrate (IV sec. d.c.) che documenta la presenza di fedeli della Dea Iside anche in epoca tardo romana.


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  • 05/03/18--05:23: ANTINOO


  • DA «Memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenar:

    "Il mio pastorello diventava un giovane principe. Non era più il fanciullo zelante che, alle soste, si gettava da cavallo per offrirmi l'acqua delle sorgenti attinta nel cavo delle sue palme; ora, il donatore conosceva il valore immenso dei suoi doni. Durante le cacce organizzate nelle terre di Lucio, in Etruria, m'ero divertito a mescolare quel volto perfetto alle fisionomie grevi e aggrottate dei grandi dignitari, ai profili acuti degli Orientali, alle rozze grinte dei cacciatori barbari, a costringere il mio diletto alla parte difficile di amico. 
    VIBIA SABINA

    A poco a poco, la luce cambiò. Dopo due anni e più, si notavano i segni del tempo, i progressi d'una giovinezza che si forma, s'indora, sale quasi allo zenit; la voce fonda del fanciullo s'abituava a dare ordini a nocchieri e capicaccia; la falcata era più lunga del corridore; le gambe del cavaliere che stringono la cavalcatura con maggiore esperienza; l'alunno, che a Claudiopoli aveva imparato a memoria lunghi versi di Omero, e si appassionava di poesia lasciva e raffinata, ora si estasiava ad alcuni brani di Platone. 

     A Roma, s'erano orditi intrighi intorno alla sua giovane testa, s'erano biecamente adoperati per catturare la sua influenza e sostituirla con un' altra. La capacità di chiudersi in un pensiero unico dotava quel diciottenne d'una certa indifferenza che manca ai più saggi: aveva saputo sdegnare tutte quelle trame, o ignorarle. Ma la sua bella bocca aveva assunto una piega amara che non sfuggì agli scultori. Offro qui ai moralisti un'occasione facile per trionfare su di me. I miei censori cercano di scoprire, all'origine della mia sventura, le conseguenze d'un traviamento, il risultato d'un eccesso. Mi è difficile contraddirli non riuscendo a scorgere in che cosa mi sia traviato, in che cosa io abbia ecceduto. 

    Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale si può chiamare, a proporzioni esatte; mi dico che il suicidio non è poi così raro, che è un fatto abbastanza comune morire a vent'anni. La morte di Antinoo è un problema, oltreché una sciagura, per me solo. Può darsi che questa sciagura sia stata inseparabile da un eccesso di gioia, da un sovrappiù d'esperienza, di cui non avrei consentito a privarmi, né a privare il mio compagno di pericolo. I miei rimorsi, a poco a poco, sono divenuti anch'essi un aspetto amaro di possesso, un modo per assicurarmi d'esser stato sino alla fine lo sventurato padrone del suo destino. 

    Ma non ignoro che bisogna fare i conti con le iniziative personali di quell'estraneo affascinante che resta, malgrado tutto, ogni essere amato. Se m'assumo tutta la colpa, riduco quella giovane figura alle proporzioni d'una statuetta di cera che io avrei modellata, e poi infranta con le mie mani. Non ho il diritto di avvilire quel raro capolavoro che fu la sua fine; devo lasciare a quel fanciullo il merito della propria morte."

    ANTINOO E ADRIANO
    Antinoo, il bellissimo giovinetto originario della Bitinia e fortemente amato da Adriano, che secondo Dione Cassio sarebbe morto gettandosi volontariamente nelle acque del Nilo, forse per prolungare la vita all’Imperatore, seguendo il consiglio di una profezia. Secondo altri venne ucciso ma il risultato fu comunque che Adriano pianse e si disperò e lo divinizzò, e lo consegnò ai posteri dedicandogli città, templi, un'infinità di statue in ogni angolo del suo impero. Così tante che i cristiani non ce la fecero a distruggerle tutte.

    Il bell'Antinoo, uno schiavo di appena 13 anni venne notato dall'imperatore Adriano nell’ottobre del 123 d.c. e ne fece immediatamente il suo amante, portandoselo appresso in tutti i suoi viaggi nel vasto impero. Era bellissimo, simile a una divinità greca, con i capelli ricci, leggermente imbronciato come una bellezza che non si concede facilmente, in molle atteggiamento sensuale come tutte le bellissime statue greche.

    Tale usanza, che oggi ci fa rabbrividire, nell'etica romana era ammessa, anche se non così frequente come in Grecia. Il marito romano infatti poteva avere un'amante o più amanti, efebi o femmine che fossero, ma cercando di non far soffrire la moglie, se possibile nascondendole i tradimenti, e trattando con generosità e rispetto la sua sposa. Così fece Cesare che non ripudiò la moglie per l'amante Cleopatra, e così fece Adriano con Antinoo e i suoi altri amanti, pur onorando fortemente e pubblicamente la moglie Vibia, da cui non si separò mai, portandola in tutti i suoi viaggi attraverso l'impero.

    Tra i romani non disdiceva avere l'amate maschio adolescente, mai adulto, il romano doveva essere colui che penetrava e che mai era penetrato. Cesare infatti, che non amava gli adolescenti, ma le donne e gli uomini adulti, fu molto criticato per il suo presumibile rapporto passivo ma, da quel grande che era, Cesare non se ne preoccupò.

    Adriano ebbe buon gioco sul giovane Antinoo, che tradiva abbondantemente con i numerosi amanti che si portava appresso, per questo si pensò, e si pensa tutt'ora, che Antinoo alla fine si sia suicidato per porre fine alle sue sofferenze amorose. Comunque Adriano ne soffrì grandemente, mostrandogli più amore in morte di quanto gliene abbia dimostrato in vita.

    ANTINOEION (TIVOLI)

    LA MORTE DI ANTINOO

    Adriano per onorare l'amato trasformò il villaggio di Besa in una città chiamata Antinoopoli, organizzò dei giochi in suo onore, diede il suo nome ad una costellazione, fece scolpire innumerevoli statue e busti, e coniare monete con l’effige del giovane. Inoltre dichiarò festa pubblica il 27 del mese di novembre, giorno della nascita di Antinoo. Si dice che Adriano fosse talmente ossessionato dall’immagine di Antinoo che nella sua Villa di Tivoli si circondò di decine di sue statue e busti, un'attenzione che i contemporanei giudicarono eccessiva da parte di un uomo, soprattutto di un imperatore, insomma una inammissibile debolezza.

    Della tomba di Antinoo restano i tre emicicli concentrici di un'esedra su cui dovevano sorgere mura di circa 1.30 m di spessore. probabilmente un tempio, che nel contempo era la tomba di Antinoo, ovvero, l’Antinoeion. Poiché quell’area della Villa non è stata ancora completamente scavata, è possibile che il corpo di Antinoo riposi proprio là.

    RICOSTRUZIONE DELL'ANTINOEION


    L'OBELISCO

    Sull’obelisco che ora si trova sul Pincio, a Roma, una serie di geroglifici narrano la storia di Antinoo e la sua morte. Nel 1896 si è riusciti ad identificare questa frase “O Antinoo! Il dio che è là (l’Aldilà) che riposa in questo sepolcro, che è all’interno della tenuta agreste del Signore del potere di Roma, egli è conosciuto più di un dio nei luoghi di culto”. Sul lato sud si chiede che Antinoo venga assimilato con Osiris, equiparato ad Amon-Ra per la salvezza futura di Adriano.

    Sul lato nord si narra che una città di nome Antinopolis è stata fondata come un luogo di culto e giochi dedicati al nuovo dio sul luogo esatto dove Antinoo annegò. Il lato est infine contiene un elogio di Antinoo-Osiride con la richiesta rivolta a Thot, per ottenere la salvezza della sua anima. 



    CORRIERE.IT - 4 aprile 2012 ( Fonte )

    Statue e busti, rilievi e medaglioni, monete e gemme: sono una cinquantina i pezzi esposti nella mostra dedicata ad Antinoo, il ragazzo amato per sette anni da Adriano e annegato nel Nilo durante un viaggio in Egitto al seguito dell'imperatore. Morte carica di misteri. Tra le ipotesi, la più romantica è quella di Cassio Dione, che suggerisce un sacrificio del giovane per proteggere Adriano, cinquantaquattrenne e ossessionato dall'astrologia, al quale i maghi avevano predetto la morte entro un anno, a meno che un volontario non si fosse immolato al posto suo. Ipotesi ripresa e avvalorata, quattro anni fa, dallo studioso francese Yves Roman nel suo «Adriano» (ed. Salerno).

    Cassio Dione riporta anche la leggenda più poetica riguardante il giovane efebo scomparso e raccontata da Adriano ai cortigiani: «Disse di aver visto di persona una stella, quella di Antinoo, nata dalla sua anima». Sono alcune delle pochissime notizie sulla vita di Antinoo. Ma hanno affascinato e commosso intere generazioni di artisti, dal 130 d.c., quando il giovane scomparve nel Nilo e l'imperatore lo fece divinizzare e immortalare in migliaia di ritratti, fino al ventesimo secolo.

     «La figura di Antinoo, nonostante sia storicamente indefinita se non per quanto riguarda il legame con Adriano, è all'origine di una serie iconografica di eccezionale ricchezza e varietà, tanto da aver costituito sia in Antico, sia nelle riprese dell'Antico, un vero e proprio modello ben noto agli archeologi e riconoscibile anche da parte del più vasto pubblico», fa notare Marina Sapelli Ragni, soprintendente archeologica del Lazio, che ha curato la mostra e il catalogo edito da Electa. La testa di Antinoo, infatti, è caratterizzata da alcuni elementi ben definiti, come si può osservare nella cinquantina di ritratti presenti in mostra: mento arrotondato, bocca carnosa, naso largo e dritto, sopracciglia inarcate verso l'esterno, chioma folta e ricciuta. L'immagine dell'eroe giovane, bello e morto anzitempo. Un'immagine tramandata anche dalla memoria popolare.


    «A Roma, quando vedono qualcuno dall'aria seria e privo di barba è un console; quando ha una lunga barba è un filosofo; e se è un ragazzo è un Antinoo», scriveva Montesquieu nel suo «Voyage d'Italie», nel 1728. Di lì a poco sarebbe scoppiata nella Città Eterna una specie di febbre di Antinoo che avrebbe contagiato tutta l'Europa. Nel 1735 appare infatti un bassorilievo in marmo raffigurante Antinoo, proveniente da una presunta scoperta durante gli scavi a Villa Adriana.

    La scultura finisce nella collezione del cardinale Alessandro Albani, che nel 1755 assume come bibliotecario Johann Joachim Winckelmann. Lo studioso tedesco individua nell'arte greca, conosciuta attraverso le copie romane raccolte dal cardinale, la realizzazione dell'ideale assoluto di bellezza. Ma soprattutto esalta il bassorilievo di Antinoo, giudicandolo, per la sua qualità esecutiva, una delle più straordinarie testimonianze del culmine supremo dell'arte «nell'epoca migliore».

    In virtù di questo autorevole giudizio, calchi del Rilievo Albani divennero richiestissimi dall'aristocrazia europea e la domanda di statue originali di Antinoo diventò così insistente che «le sempre più prolifiche campagne di scavo ne restituirono forse troppi esemplari tutti insieme», come suggerisce Nunzio Giustozzi, uno degli studiosi che hanno compilato il catalogo.

    Il dubbio su tanti di questi esemplari non è ancora sciolto. Forse per questo i curatori hanno evitato di segnalare accanto alle opere in mostra, la data di appartenenza. Il percorso resta comunque un viaggio nel «fascino della bellezza», come recita il sottotitolo dell'esposizione. I busti di Antinoo raffigurano il giovane bitinio in veste di Apollo, o di Dioniso con tralci di edera tra i capelli, come nel marmo proveniente dal British Museum, o corone di grappoli d'uva, come nel bronzo scolpito nel Cinquecento da Gugliemo Della Porta.

    In alcune teste si sovrappone l'immagine di Osiride, come in quella proveniente dalle collezioni Chigi oggi a Dresda, o in quella scolpita da un anonimo verso il 1920 e conservata da Franco Maria Ricci. Addirittura il volto antico di Antinoo viene trasformato in quello di un santo o di un profeta, con l'aggiunta di un'ombra di barba e di baffi, incisi sul marmo probabilmente nel medioevo, come è successo alla testa riutilizzata per ornare la cantonata della chiesa degli Innocenti a Pisa.

    Tra i pezzi più celebri, l'Antinoo Farnese, il ritratto bronzeo delle raccolte medicee, il busto in marmo di Palazzo Pitti, restaurato per l'occasione, e quello della collezione veneziana di Giovanni Grimani. 



    LA REPUBBLICA.IT - TIVOLI (Roma) - ANTINOEION (6 aprile 2012) ( Fonte )

    E' stata una delle scoperte più importanti mai avvenute a Villa Adriana, durante la campagna di scavo tra il 2002 e il 2005, che ha rivoluzionato le interpretazioni del sito archeologico. Si tratta dell'Antinoeion, la tomba-tempio fatta edificare dall'imperatore Adriano verso il 134 d.c. per celebrare la memoria del suo amato Antinoo, lo schiavo adolescente conosciuto in Bitinia nel 123 d.c. (quando Antinoo aveva verosimilmente intorno ai 13 anni) durante i suoi viaggi lungo i confini dell'impero, e morto annegato misteriosamente nelle acque del Nilo nel 130 d. c.

    Mai aperto al pubblico, nè documentato in modo approfondito nel panorama dei capolavori presenti nel complesso archeologico, l'Antinoeion, collocato lungo l'ingresso monumentale che conduceva al Vestibolo, diventa protagonista di un nuovo percorso di visita all'interno di Villa Adriana in occasione della prima grande mostra dedicata al favorito dell'imperatore, "Antinoo. Il fascino della bellezza", dal 5 aprile al 4 novembre, sotto la cura scientifica della soprintendente ai beni archeologici del Lazio Marina Sapelli Ragni.

     Evento nell'evento, l'Antinoeion diventa finalmente visibile nella sua articolazione architettonica e decorativa e soprattutto nel suo significato storico-archeologico. Grazie a nuovi apparati didattici, si riesce a leggere il perimetro del recinto rettangolare che racchiude due templi in marmo pario che fronteggiano un'ampia esedra semicircolare colonnata. I due templi sono separati da un basamento che fino agli inizi del Cinquecento sosteneva l'obelisco in granito rosso di Antinoo (oggi sul Pincio, a Roma).

     "L'obelisco fornisce la chiave per interpretare il complesso - racconta il responsabile dei lavori Zaccaria Mari - poiché da una delle iscrizioni in geroglifico dedicate ad Antinoo, divinizzato come Osiride dopo il misterioso annegamento nel Nilo, si apprende che l'obelisco era eretto sulla tomba del favorito dell'imperatore". "Antinoo riposa in questa tomba situata all'interno del giardino, proprietà del Principe di Roma", si legge nell'iscrizione. "Risalire alla collocazione del monumento significa, quindi, identificare il luogo di sepoltura che in precedenza è stato ipotizzato in Egitto, a Roma o nella stessa Villa Adriana", avverte Mari.

    L'Antinoeion testimonia la fortuna di Antinoo, icona romantica dell'eroe bello e giovane, strappato troppo presto dalla morte, che l'imperatore Adriano stesso alimentò, divinizzandolo come Osiride, la massima divinità religiosa cui erano assimilati i faraoni. L'edificio, infatti, era riccamente decorato con originali in marmo nero di divinità e sacerdoti, statue di animali e di bassorilievi egittizzanti, alcuni esposti in quest'occasione.

    "L'Antinoieion dovette accogliere le spoglie del giovinetto - dice Mari - ma si caratterizzò anche come luogo di culto ove il nuovo dio figurava nel pantheon delle altre divinità egizio-romane". Le recenti scoperte dall'Antinoeion vengono documentate anche nell'ambito del percorso della mostra nelle sale dell'Antiquarium del Canopo, dove sfilano oltre 50 opere tra sculture, rilievi, gemme e monete, in molti casi provenienti da musei internazionali che tornano per la prima volta nel famoso sito archeologico, dove furono rinvenute.

    "Con questa esposizione vogliamo affrontare la figura del giovane Antinoo per documentarne verità storica, iconografia e tracce nell'archeologia dell'impero romano ed, in primis in questa villa tiburtina, che significa per noi continuare il lungo percorso che da tanti storici e tanti archeologi è stato condotto in questo ultimo ventennio alla ricerca dell'uomo e dell'imperatore Adriano", dichiara la soprintendente Sapelli Ragni.

    Antinoo è una "figura efebica - continua la Sapelli Ragni - e storicamente indefinita, legata all'imperatore per sette anni in un rapporto che certo nocque ad Adriano nel giudizio dei contemporanei e non già per il carattere omosessuale del loro legame, ma per l'ostentato, eccessivo attaccamento che Adriano mostrò verso il giovane, pianto come una donnicciola dopo la tragica morte". Un mistero. Secondo fonti antiche, la vicenda non fu mai chiara, si parlò di un suicidio sacrificale per prolungare la vita dell'imperatore, ma anche di omicidio, consumatosi durante una spedizione che risaliva il corso del Nilo.


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  • 05/05/18--05:24: VIA IULIA AUGUSTA

  • VIA AURELIA - VIA EMILIA SCAURI  - VIA IULIA AUGUSTA

    LA FALSA VIA AUGUSTA

    Esiste una strada romana con lo stesso nome che andava da Aquileia al Norico, e si chiamava anch'essa Via Iulia Augusta. Di questa strada d'epoca romana ignoriamo il nome, ma seguiva un percorso già frequentato e conosciuto fin dalla preistoria.

    Nel 1884 l'archeologo Carlo Gregorutti propose per questa strada il nome "Via Iulia Augusta", pur in assenza di documentazione storica che potesse giustificarne il nome.
    Oggi non c'è traccia di questo antico percorso, salvo una pietra incisa nel IV sec. d.c. in località Passo di Monte Croce Carnico, al confine con l'Austria.

    Invece da Piacenza (Piacentia) per raggiungere Roma, ci si collegava a Lucca (Luca) alla via Aurelia, attraverso la Via Emilia Scauri.

    LA VERA IULIA AUGUSTA

    LA VERA IULIA AUGUSTA

    La sua costruzione iniziò il 13 a.c. per volere dell'Imperatore Augusto per collegare Piacenza (Placentia) ad Arles (Arelate) pertanto con la costa meridionale della Gallia. Nelle città di Tortona e di Voghera la strada è erroneamente definita via Emilia. Il percorso della Via Iulia Augusta è ancora oggi testimoniato dalla presenza di resti dell’antico tracciato, cippi miliari, moderni toponimi e antichi documenti.

    Il suo percorso iniziava a Placentia (Piacenza) e, passando per Dertona (Tortona) e Aquae Statiellae (Acqui Terme), si concludeva presso il trofeo di Augusto della Turbie, eretto dall'imperatore nel 7-6 a.c. fra Mentone e Nizza (Francia).

    In seguito venne prolungata fino ad Arelate (Arles), per collegarsi alla via Domitia (via Domizia). Lungo il suo tragitto attraversava, fra gli altri, i centri romani di Vada Sabatia (Vado Ligure), Albingaunum (Albenga), e Albintimilium (Ventimiglia).



    Si trattò dunque del proseguimento della già esistente via Aurelia/via Æmilia Scauri che fino ad allora terminavano a Vada Sabatia. Una volta completato, l'intero sistema stradale Aurelia-Æmilia-Augusta era lungo 962 km.

    Nel territorio ligure i resti del tracciato stradale originario sono individuabili solo in pochi casi, come tra Albenga ed Alassio, dove rimangono tracce del selciato antico, e nel finalese. Più numerosi, invece, sono i ponti sopravvissuti fino ai nostri giorni.
    Molto probabilmente il suo percorso, nel tratto ligure, era quasi sempre parallelo alla costa, ma molti sono i dubbi riguardo al tracciato litoraneo tra Vado e Finale, dove doveva affrontare e valicare massicci montuosi e promontori a picco sul mare.

    Per superare questa zona avrebbe dovuto arretrare notevolmente, ma va presa in considerazione la possibilità che, per evitare i tratti più accidentati, si ricorresse alla navigazione di piccolo cabotaggio.


    L'Itinerario turistico

    TROFEO DI AUGUSTO
    L'itinerario Via Julia Augusta e Gallia greco-romana parte da Ventimiglia, dove è possibile visitare i resti della città romana di Abintimilium, attraversata dalla via Julia Augusta lastricata con calcare bianco, che coincideva col decumano massimo, dove è possibile visitare le terme, il teatro, le case signorili, gli antichi quartieri abitativi, con i ricchi mosaici e le numerose suppellettili, anche di importazione, recuperate dagli scavi archeologici.
    Si prosegue per La Turbie, dove è possibile visitare il Trofeo di Augusto, imponente monumento romano che si trova a 480 metri di altitudine, oggi a picco sul Principato di Monaco. 

    Il monumento venne eretto negli anni 7-6 a.c. in onore dell'Imperatore Augusto per commemorare la spedizione militare del 15 a.c. in cui Druso e Tiberio sottomisero 46 tribù alpine e servì a demarcare la frontiera tra l'Italia e la Gallia Narbonese lungo la via Julia Augusta. 

    Si prosegue per Nizza: Nikaia, come venne battezzata dai greci che la fondarono, ha una vasta area archeologica di epoca romana sulla collina di Cimiez, con anfiteatro, arene, terme e una basilica paleocristiana circondati dagli ulivi.


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  • 05/06/18--05:06: MAUSOLEO DI ROMOLO
  • RICOSTRUZIONE DEL MAUSOLEO DI ROMOLO
    Il mausoleo di Romolo fa parte dei tre edifici che compongono la Villa Imperiale di Massenzio: il mausoleo; il Circo, ed i resti del Palazzo imperiale. La Villa Imperiale è attribuita all'imperatore Massenzio (306-312 d.c.) e il mausoleo venne dedicato a Romolo, il giovane figlio dell'imperatore morto prematuramente.

    L'edificio ha una pianta circolare ed è circondato da un imponente quadriportico che si apre sulla via Appia antica, destinato evidentemente alla sepoltura dei membri della famiglia imperiale, e sicuramente vi fu sepolto il giovane rampollo scomparso nel 309 d.c..

    IL MAUSOLEO OGGI

    MASSENZIO

    Marco Aurelio Valerio Massenzio ( 278 – 312), il costruttore del mausoleo,  fu figlio dell'imperatore Massimiano, co-regnante di Diocleziano, e di Eutropia, è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l'Italia e l'Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo.

    Fu l'ultimo imperatore a risiedere stabilmente in Roma che profondamente amò, Cercò infatti di abbellire,  e migliorare l'antica urbe, realizzando importanti monumenti, come il tempio del Divo Romolo (dedicato al figlio defunto), la basilica di Massenzio (ultima grande basilica civile, completata da Costantino), la villa e il circo di Massenzio. Morì nella battaglia di Ponte Milvio contro le truppe di Costantino.

    A SINISTRA IL MAUSOLEO DI ROMOLO, SUL FONDO PARTE DEL CIRCO DI MASSENZIO


    VALERIO ROMOLO 

    (294 – 309) Valerio Romolo, a cui fu dedicato il mausoleo, è stato il figlio primogenito di Massenzio che lo ebbe a soli 16 anni, Romolo tenne il consolato con il padre nel 308 e nel 309; Il fatto che Massenzio sia stato console da solo per l'anno 310 suggerisce che Valerio sia morto nel corso del 309.
    Massenzio seppellì il figlio nel mausoleo lungo la Via Appia, presso la propria villa. Valerio fu divinizzato, e nel Foro Romano gli venne dedicato un tempio.



    LA VIA APPIA

    La via Appia fu la prima e la più importante tra le grandi strade di Roma, chiamata perciò "regina viarum". Fu tracciata nell'anno 312 a,c. dal censore Appio Claudio per mettere in diretta e rapida comunicazione Roma e Capua.

    Il progetto del percorso di concezione straordinariamente moderna in quanto lasciava da parte i centri  intermedi (provvisti però di raccordi) e mirava diritto alla meta, tale e quale un'autostrada nazionale

    La via fu realizzata tra notevoli difficoltà, come le Paludi Pontine, con importanti opere d'ingegneria. Il primo tratto, fino a Terracina, era un lunghissimo rettifilo di circa 90 km, di cui gli ultimi 28 fiancheggiati da un canale di bonifica che consentiva il tragitto in barca o sul carro o a cavallo. 

    Dopo Terracina, la strada deviava verso Fondi, quindi attraverso le gole di Itri scendeva a Formia e a Minturno. Dopo Sinuessa, con un rettilineo puntava a Casilinum  sul Volturno, e da qui raggiungeva l'antica Capua (S. Maria Capua Vetere). Il percorso totale era di 132 miglia, pari a 195 Km, in tutto effettuabile in 5 o 6 giorni di viaggio.

    L'INTERNI DEL MAUSOLEO

    DESCRIZIONE DEL MAUSOLEO

    Il complesso massenziano si estende tra il II ed il III miglio della via Appia Antica. La costruzione si sarebbe dovuta sviluppare su due livelli: uno inferiore e seminterrato, destinato a cripta funeraria, e un piano superiore che però non fu mai edificato.

    La cripta, priva di decorazioni, ha una pianta circolare di 33 m di diametro, con un grosso pilastro centrale e un corridoio anulare nei quali si aprivano le nicchie.alternativamente rettangolari e semicircolari, nelle quali erano collocati i sarcofagi dinastici.

    RICOSTRUZIONE DEL MAUSOLEO
    Anche nel pilastro centrale si aprivano otto nicchie anch'esse alternate rettangolari e semicircolari.
    L'accesso originario - murato nei secoli passati e riaperto dalla sovrintendenza capitolina nei recenti lavori di restauro - è posto sul prospetto opposto alla via Appia Antica. Non ne sono più visibili i blocchi di marmo del rivestimento, dei quali però restano alcuni frammenti sotto il piano di calpestio.

    Dal corridoio anulare si accede infatti a un ampio vestibolo quadrangolare con sei colonne, che probabilmente serviva a raggiungere il piano superiore. Sul vestibolo nel XVIII sec. fu addossato un casale per la coltivazione del territorio, edificato addosso alla struttura circolare, e poi trasformato in villa residenziale dei principi Torlonia.
    LA PARTE ESISTENTE E VISIBILE OGGI E' LA CRIPTA, IL MAUSOLEO E'
    STATO SMANTELLATO NELLE DIVERSE EPOCHE
    Quasi interamente scomparso è l'ambiente superiore, destinato alla celebrazione pubblica del figlio divenuto "Divo" Il sepolcro doveva essere coperto da una grande cupola, e fu probabilmente rappresentato anche in un gruppo di monete coniate da Massenzio in onore del figlio divinizzato. Di tutto questo resta una terrazza pavimentata in sampietrini moderni dei Torlonia, costruito in appoggio alla struttura circolare romana.

    Il quadriportico che circonda la tomba si addossa nel lato sud-est ad un sepolcro preesistente, il Sepolcro dei Servili, tra la fine del I sec. a.c. e il I sec. d.c., costituito da un basamento quadrangolare in blocchi di tufo e da un tamburo superiore, in cui si aprono otto nicchie, forse sormontato in origine da un cono di terra.
    La camera sepolcrale sotterranea, a cui si accede dalla parte posteriore della via Appia, è a pianta cruciforme.

    A differenza del Circo Massimo, il Circo di Massenzio non ha carattere pubblico, ma è strettamente legato alla persona dell’imperatore ed alla sua residenza extraurbana tra il II e il III miglio della via Appia.

    INTERNI DEL MAUSOLEO

    GLI SCAVI

    Alla fine della campagna di scavo del 2011 da parte della University of Colorado Boulder, sotto la guida dell’archeologo Dott. Gianni Ponti, gli operatori dell’Associazione Roma Sotterranea hanno dato inizio all’esplorazione del sistema idraulico relativo ad un pozzo situato nei pressi dell’Aula Palatina e già rinvenuto nelle campagne di scavo precedenti. 

    Tale indagine ha evidenziato dei cunicoli relativi a diverse fasi dell' approvvigionamento idrico dell'altura su cui si sviluppano i vari impianti residenziali e lo stesso palazzo imperiale.

    Dal 2013 l'attività procede in modo indipendente e Roma Sotterranea è la responsabile per tutte le attività che si svolgono negli ambienti sotterranei della villa. sono stati fra l'altro riportati alla luce i 2 ninfei, maggior e e minore.




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  • 05/07/18--05:44: ARICIA - ARICCIA (Lazio)
  • VILLA DELL'IMPERATORE VITELLIO
    Aricia era un'antica cittadina del Lazio pre-romano, che sorgeva pressappoco sul luogo dell'attuale Ariccia, tra Albano e Genzano, sulla Via Appia. Rappresentava, al XVI miglio della Via Appia, la prima mansio o stazione di posta venendo da Roma (e l'ultima in senso opposto) ed era il secondo abitato civile dopo Bovillae.

    « Non vi fu città, non vi fu nazione, che fra mille favole non involvesse la propria fondazione ed origine, per renderla più celebre e famosa. (...) Ha l'Ariccia anch'essa la sua fondazione favolosa ripetendola da Ippolito figliuolo di Teseo re d'Atene. (...) »
    (Emanuele Lucidi, Memorie storiche dell'antichissimo municipio ora terra dell'Ariccia )

    Si deve al poeta latino Publio Ovidio Nasone la diffusione della leggenda secondo cui Aricia sarebbe stata fondata da Ippolito, figlio del mitico re di Atene Teseo, accolto dalla Dea Diana nel suo bosco sacro tradizionalmente identificato sui Colli Albani attorno all'attuale lago di Nemi: la città avrebbe preso il nome dalla moglie di Ippolito.

    Un erudito del Seicento, Filippo Cluverio, fece risalire la fondazione della città fino al 2752 a.c. basandosi sulla cronologia del mito; oggi si tende a collocare la prima urbanizzazione del sito di Aricia intorno al X o IX sec. a.c..

    Il periodo di massima importanza della città fu quello tra la fine dell'età regia di Roma (509 a.c.) e la battaglia del lago Regillo (499 o 496 a.c.): è probabile che venisse insediato in questi anni nel territorio di Aricia il celebre santuario di Diana Aricina. Nel 504 a.c. la città si oppose ad un assedio da parte degli Etruschi guidati da Porsenna, che furono sconfitti con l'aiuto di Cuma nella battaglia di Aricia.

    RUDERI DELLA VILLA DI VITELLIO
    Gli Aurunci, in conseguenza all'attacco che i Romani portarono ai Volsci e alla città di Suessa Pometia, che fu rasa al suolo dai romani nel 495 a.c. inviarono una ambasceria a Roma, chiedendo per se le terre tolte dai Romani ai Volsci di Ecetra, e il ritiro della guarnigione romana lasciata a guardia della città. Al rifiuto di adire queste richiese, romani e Aurunci si scontrarono nei pressi di Aricia; dopo una giornata di scontri durissimi, gli Aurunci furono sconfitti.

    La leggenda racconta dunque che l'antica città latina di Aricia venisse fondata dal figlio del fondatore di Atene Teseo, Ippolito. Questi, vittima dell'amore incestuoso della madre Fedra, dovette allontanarsi da Atene per sfuggire all'ira del padre, e la Dea Artemide lo condusse, secondo Ovidio, nella selva ariccina, cambiandogli nome in Virbio. Virbio avrebbe sposato in seguito una donna chiamata Aricia che diede il nome alla città appena fondata.

    Gaio Giulio Solino, storico romano del III secolo, nei suoi Collectanea rerum memorabilium, anche noti come Polyhistor, afferma che Aricia venne fondata dal comandante siculo Archiloco, dal cui nome sarebbe venuto il toponimo della città.

    MURA DI ARICIA
    Aricia venne fondata in epoca imprecisata, senz'altro prima di Roma e la sua collocazione sembra incerta:
    - il geografo greco Strabone la pone a 160 stadi da Roma; uno stadio era pari a  625 piedi, pari a 185 metri (29.600 m cioè circa 3 km). Sembrerebbe poco credibile.
    - l'Itinerarium Antonini la pone al miglio XVI della via Appia;
    - l'Itinerario Gerosolimitano al miglio 14;
    - la Tabula Peutingeriana al miglio 13;
    - Dionigi d'Alicarnasso dopo miglio 15;
    - infine Emanuele Lucidi afferma che la moderna Ariccia sia sita al miglio 12 della via Appia.

    L'abitato di Aricia si estendeva nella parte sottostante l'attuale Ariccia, lungo l'antico tracciato della via Appia in Vallericcia, fino alle propaggini di Monte Gentile in prossimità dell'odierno cimitero di Ariccia. Il Lucidi, citando altri studiosi, ipotizza che l'abitato antico si estendesse tra il miglio 14 ed il 16, ai lati della via Appia, e che al miglio 16 fosse ubicato il nemus Dianae, ovvero il santuario di Diana Aricina con l'attiguo bosco sacro, davanti al quale si trova un lago assai profondo, luogo di culto rinomato e di una lega di Latini.

    Aricia faceva parte della Lega Latina. Si narra  che al tempo di Tarquinio il Superbo, il delegato aricino all'assemblea della Lega, Turno Erdonio, osò opporsi al volere del re di Roma e per questo venne fatto affogare in un fosso nel 510 a.c.

    VILLA DI VITELLIO
    L'esercito aricino alleato con l'esercito greco di Cuma vinse la battaglia di Aricia contro l'esercito etrusco del figlio del lucumone di Chiusi Porsenna, Arunte; nel 338 a.c., infine, disciolta definitivamente la Lega Latina, Aricia ottenne la piena cittadinanza romana.

    Il territorio aricino fu attraversato a partire dal 312 a.c. dalla via Appia Antica, la "regina viarum", voluta dal censore Appio Claudio Cieco come collegamento diretto tra Roma e Capua, porta della Campania.

    In seguito la strada fu migliorata (il tratto di una ventina di chilometri tra Roma e Bovillae fu pavimentato in "saxum quadratum" nel 293) e prolungata fino a Benevento e poi a Brindisi, porta della Grecia.

    In età imperiale venne costituendosi, lungo la Via Appia, la grande città di Aricia, ricca di templi, terme, fori ed edifici pubblici, il cui territorio, esteso fino al Tempio di Diana Aricina Nemorense, sulle rive del Lago di Nemi, si riempì di sontuose ville, delle quali ancora oggi esistono numerosi resti.

    Ricordiamo la villa dell'Imperatore Vitellio (69 d.c.) di cui, oltre ai resti di un ninfeo, sopravvivono ancora le vestigia di alcuni cisternoni che alimentavano la villa, la cui estensione doveva abbracciare un territorio di molti ettari, come documentano ritrovamenti effettuati nelle zone vicine.

    La decadenza della città è probabilmente da collocare dopo il sacco di Roma del 410 da parte dei Visigoti di Alarico, anche se la vita cittadina continuò fino alla metà del V sec.: il colpo definitivo alla città fu rappresentato dalle incursioni dei Saraceni, iniziate nell'846 e terminate solo nel 916.

    VOLIERA COSTRUITA SUI RESTI ROMANI

    SIMON MAGO


    Lo scrittore cristiano Egesippo (II sec.) è stato il primo ad affermare che ad Aricia morì Simon Mago, considerato "il primo degli gnostici":
    « E subito, inceppato il remare delle ali, che aveva preso, crollò alla voce di Pietro: e non morì, ma con la gamba fratturata, e debilitata si allontanò verso Aricia, e li morì. »
    (Egesippo, Storia degli atti ecclesiastici)
    La Gnosi era una forma speciale di conoscenza religiosa, che non procede dall'esperienza né da principi o postulati, ma si realizza come dono divino, rivelata agli adepti mediante una sorta di illuminazione interiore, al termine di un percorso, spesso misterico, che garantisce il raggiungimento della salvezza spirituale solo a pochi iniziati.

    RESTI DELLA VILLA DI VITELLIO
    Questo personaggio, menzionato negli Atti degli Apostoli (8, 9-25), secondo la tradizione affrontò san Pietro in una gara di levitazione a Roma, cadendo tuttavia miseramente al suolo; gravemente ferito, pare che i suoi seguaci lo portassero ad Aricia, prima statio lungo la via Appia, dove morì e venne sepolto. 

    La sepoltura di Simon Mago ad Ariccia, è attestata dall'arciprete Mattia Sorentini nella sua Storia manoscritta di Ariccia:
    « Conservo presso di me una parte, o un frammento marmoreo del sepolcro, nel quale fu sepolto Simon [Mago], nell'orticello alberato attiguo alla casa, che possiedo in Ariccia. »
    (Mattia Sorentini, Storia dell'Ariccia, in Emanuele Lucidi, Memorie storiche dell'illustrissimo municipio ora terra dell'Ariccia, e delle sue colonie di Genzano e Nemi, parte II cap. I, p. 319.)

    Difficile credere che uno gnostico si esibisse in una gara di bravura come un imbonitore da piazza. Anche in India i cosiddetti maestri levitano o si arrampicano su una fune che è sospesa in cielo. Ciò non ha a che vedere ovviamente con alcuna forma di spiritualità.
    Il sarcofago marmoreo attribuito a Simon Mago era dunque esposto nella recinzione dell'orto dell'abitazione dell'arciprete, quando il duca Bernardino Savelli vi fece apporre sopra la seguente lapide:
    (LA) « FRAGMENTUM LAPIDIS SEPULCRALIS
    IN QUO
    SEPULTUS OLIM AD ARICIAM SIMON MAGUS
    POSTAQUAM ROMAE DECIDIT
    SANCTI PETRI VOCE PRECIBUSQUE DEIECTUS
    BERNARDINUS SABELLUS
    ALBANI PRINCEPS ARICIAE DUC S.R.E.
    PERPETUUS MARESCIALLUS
    CONCLAVIQUE CUSTOS
    AD ILLUSTRANDUM PRINCIPIS APOSTOLORUM
    VICTORIAM DE MAGICO VOLATU
    MONUMENTUM
    AFFFIGENDUM CURAVIT »
    (IT) « Frammento della pietra sepolcrale
    nella quale
    fu sepolto un tempo Simon Mago ad Ariccia
    dopo che morì a Roma
    atterrato dalla voce e dalle preghiere
    di san Pietro
    Bernardino Savelli
    principe di Albano e duca di Ariccia
    maresciallo perpetuo di Santa Romana Chiesa
    e custode del Conclave
    per glorificare la vittoria sul volo del Mago
    del principe degli Apostoli
    curò di far affiggere
    un ricordo. »
    (Iscrizione collocata nel portico della locanda Martorelli in piazza di Corte ad Ariccia.)
    Tuttavia, per lo storico e canonico ariccino Emanuele Lucidi il sepolcro, "di ottima scultura", sarebbe in realtà opera posteriore al I sec.



    LA CITTA'

    Aricia si sviluppava sia sul colle dell'Ariccia moderna che immediatamente ai piedi del colle, nella pianura vulcanica di Vallericcia. 

    L'Acropoli sorgeva sulla sommità dell'altura di Ariccia, e vi restano brandelli di agger (scoperti nel 1892), lo spesso muro (11,30 metri) che rafforzava la già naturalmente forte posizione del colle.

    Le due vie principali della città, il cardo e il decumano, erano la Via Appia Antica, che allora come oggi passava a valle e che è ancora in uso seppur asfaltata, e una via che corrispondeva all'attuale Corso di Ariccia, e che scendeva a Vallericcia incontrandosi con l'Appia (attualmente questa arteria è denominata Via della Costa) e proseguendo poi verso Ardea.

    Sull'asse della Via Appia Antica, che scendeva da Albano passando davanti alle catacombe di San Senatore e al monumento degli Orazi e dei Curiazi, prima che Pio IX facesse costruire il ponte di Ariccia, sorge una struttura integra, detta l'Osteriaccia. Forse questa struttura occupa l'area dell'antica stazione di posta romana, poiché vi si intravedono parti romane e medioevali che testimoniano una continuità d'uso.

    Attorno all'Osteriaccia, gli scavi hanno portato in luce resti di terme, di un tempio e di un edificio in laterizio, e di una porta.

    Una struttura veramente imponente è invece la sostruzione della Via Appia Antica, che risale il crinale del colle di Galloro verso Genzano. Nella prima metà dell'Ottocento la sostruzione era visibile per 231,25 metri per un'altezza di 13,20 metri; oggi ne restano visibili solo 198 metri per un'altezza di 11,56. Un'epigrafe ci informa che venne costruito sotto un tale Tiberius Latinus Pandusa, quatuorvir viarum curandarum, mentre in età augustea venne aggiunto un arco trionfale all'imbocco della salita.

    SEPOLCRO ROMANO

    IL NINFEO (Fonte)

    " Ci si passa davanti una, due, tre, quattro, infinite volte, ma sempre invisibili rimangono; poi in un giorno di luglio i raggi di sole filtrano tra la vegetazione squarciata dalla storia e d’amble’ l’opus reticolatum spicca dalla curva lasciando a vista quello che gli studiosi hanno identificato come il ninfeo della villa di Vitellio.

    Siamo ad Ariccia, in via Damiano Marinelli, sulla strada, quindi che collega via delle Cerquette a via del Bosco a due passi dal Palaghiaccio e a pochi metri di distanza dal liceo James Joyce. Il sentiero asfaltato, costruito intorno agli anni ’80, taglia in due una delle tante ricche aree archeologiche dei Castelli Romani e mostra timidamente alcune preesistenze.

    A stabilire che quei ruderi appartengono alla villa e’ la grande estensione dei fabbricati identificati alla metà dell’Ottocento dall’architetto Pietro Rosa. Un concatenarsi di murature realizzate in opera reticolata che si articolavano anche su via del Bosco Antico e che oggi, purtroppo, sono state sostituite dal cemento. 

    L’area di proprietà privata, infatti, adiacente alla zona in cui si erge il ninfeo che, invece, appartiene al comune, negli anni Settanta lasciava vedere ancora il concatenamento dei tufelli di epoca romana mentre attualmente sono le villette a schiera ad alternarsi.

    Seppur segnata dal tempo, la struttura ancora esistente presenta i tipici connotati di un ninfeo di edilizia domestica. Una piccola esedra, la cui concavità e’ rivolta verso nord-ovest, delimita la vasca antistante, il cui perimetro nonostante sia parziale e’ ancora rimasto intatto. La parete dell’esedra inoltre si slancia verso l’alto con i suoi cubilia a tratti coperti o spolverati di stucco che si articolano in tre nicchie di dimensioni diversi. Ai lati della struttura centrale sono ancora percepibili i condotti per l’acqua e altre vasche. 

    Che il rudere possa dunque identificarsi con un ninfeo ci sono poco incertezze. Quanto all’attribuzione del proprietario, Vitellio, e’ Tacito a parlarne, dichiarando che l’imperatore era solito trascorrere il suo “otium” nel bosco ariccino. Nulla di nuovo, infondo, caratteristica precipua della campagna romana e’ quella di essere da sempre meta di villeggiatura dei romani, dall’imperatore augusto che in lettiga impegnava più di una giornata per raggiungere la sua villa di campagna ai capitolini di oggi che per riprendere fiato dall’afa estiva non rinuncerebbero mai alla ‘gita fuori porta’. "




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  • 05/09/18--05:28: LEMURIA - ( 9 Maggio )
  • IL RITO DEL PATER FAMILIAS
    Plutarco nelle Questioni romane dice che di maggio non si fanno matrimoni a Roma perchè in quel mese si compie la più solenne delle cerimonie di purificazione, cioè la festa degli Argei, in onore di Saturno, in cui si gettano nel fiume i pupazzi di legno. I giorni infausti durerebbero fino al 15 di giugno, quando la spazzatura del tempio di Vesta, gettata nel Tevere, non sia giunta al mare, secondo un oracolo riportato da Ovidio nei Fasti. Prima di allora i giorni sono infausti per i matrimoni.

    Oggi invece i matrimoni iniziano in genere di maggio, perchè è un mese caldo che ben si presta all'abito leggero della sposa e al viaggio di nozze. In realtà i romani non si sposavano perchè in maggio si festeggiavano i defunti, un argomento che i romani tenevano a debita distanza. La festa si chiamava Lemuria, perchè Lemuri, o larve, era il nome degli spiriti defunti inquietanti, in genere riportati come spiriti di umani periti di morte violenta che, non trovando pace nel mondo dei defunti, vagano nel mondo dei vivi infestando le case o perseguitando persone, spesso succhiando le loro energie, insomma qualcosa tra i vampiri e i fantasmi.

    Le Lemuria venivano celebrate il 9, l'11 e il 13 di maggio. I matrimoni erano sconsigliati sia durante i Lemuria che per tutto il mese di maggio. Gli spettri dei morti irrequieti venivano calmati con offerte di fave nere. In quei giorni, le Vestali preparavano la mola salsa col primo grano della stagione.

    Il mito, secondo Ovidio, deriva da un Lemuria Remuria istituito da Romolo per placare lo spirito di Remo. Ovidio rileva che a questa festa c'era l'usanza di allontanare gli spiriti del male a piedi scalzi e lanciando fagioli neri sopra la spalla durante la notte. Era il capo della famiglia che si alzava a mezzanotte e in giro per la casa a piedi nudi buttava fagioli neri e ripeteva, "invio questi, con questi fagioli redimo me e ciò che è mio" per nove volte. Altra invocazione era "Manes exite paterni" cioè «uscite o spiriti degli antenati»

    La famiglia avrebbe poi percosso dei vasi di bronzo, ripetendo per nove volte, "Fantasmi dei miei padri e antenati, è andato!". Perchè i fagioli?
    La Dea Cerdo o Cardea, come amante dl Giano, ricevette l'incarico di tener lontano la porta delle entrate dei vivi nel mondo dei morti e dei morti nel mondo dei vivi, una Dea che in epoca matriarcale era a guardia dei defunti e che i Romani si propiziavano durante le nozze con torce di biancospino. 

    Ovidio scrive di lei che: "Il suo potere è di aprire ciò che è chiuso, di chiudere ciò che è aperto". I pitagorici, che derivavano la loro dottrina da fonti pelasgiche, non potevano cibarsi di fagioli e citavano una strofa attribuita a Orfeo in cui si diceva che mangiare fagioli equivaleva a mangiare la testa dei propri genitori.

    I fagioli appartengono alla Dea Bianca, per cui la sua connessione con il culto delle streghe in Scozia: in epoca primitiva solo alle sue sacerdotesse era lecito piantarli o cucinarli. Insomma da sempre il culto dei morti è collegato alla Grande Dea Infera e alle sue sacerdotesse che la paura della morte trasformò in streghe. 

    Ma i fagioli ricordano l'insetto che si chiude nel bozzolo per diventare farfalla, quindi simbolo di trasformazione, ma pure dell'involucro che rompendosi lascia uscire i nuovi semi, per anche la trasformazione da vita a morte e da morte a vita.
    "Che tu sia la sorella del Dio Febo, la quale ha salvato tante genti diminuendo e alleviando con i suoi farmaci le doglie del parto ed è oggi adorata nei sacri luoghi di Efeso; o che, a causa delle tremende grida che emetti, tu sia invocata come la terribile Proserpina la quale con il suo triplice volto ha il potere di arrestare e por fine all'invasione di streghe e fantasmi che appaiono agli uomini, e di trattenerli nelle viscere della Terra..."
    (Apuleio - L'asino doro )

    Dunque la Dea, in particolare Ecate, che è un po' il lato oscuro di Diana, è Dea dei morti e può, come Cardea, vigilare affinchè non venga violato il confine tra vivi e morti. Ma le sacerdotesse, o le maghe, che non temevano la morte facevano riti proprio nel giorno, anzi nella notte dei Lemuria. Esse si ponevano sui crocicchi alla periferia della città e vi ponevano rami di mirto, dolci, statuette della Dea Ecate, candele e profumi, e invocavano i Lemuri per ottenerne responsi.

    Questa festa era pertanto in parte per placare i Lemuri e in parte per invocarli. Ma le recite di preghiere citate avevano un significato:
    "invio questi, con questi fagioli redimo me e ciò che è mio" Cioè il pater familias donava fagioli alle anime per affrancarsi da eventuali colpe verso gli antenati stessi, per non averli onorati sufficientemente, o non averli seppelliti con i riti dovuti ecc. Dunque gli spiriti venivano placati per precauzione.

    Invece il "Manes exite paterni" cioè «uscite o spiriti degli antenati» era il desiderio di allontanare dalla casa degli spiriti indesiderati. Ma in genere i Manes erano spiriti protettori, mentre erano le Larve ad essere spiriti malevoli che volevano spaventare o fare del male.

    La famiglia avrebbe poi percosso dei vasi di bronzo, ripetendo per nove volte, "Fantasmi dei miei padri e antenati, è andato!". Il detto "Ita est." usato anche nella messa cattolica, indica che la preghiera è andata là dove doveva andare, e che quindi il rito ha compiuto il suo effetto.



    IL FESTEGGIAMENTO

    La prima festa veniva celebrata in silenzio e di notte. Le porte dei templi restavano chiuse. Però a Roma si ornavano con rami di mirto e nastri colorati i templi di Cerere, Proserpina ed Ecate, si facevano riti pubblici e banchetti. Nonostante le paure sembra che il culto pubblico fosse viceversa molto allegro e seguito, forse per quell'attaccamento al godimento della vita che provoca spesso il pensiero della morte.  

    Una processione di ceri traversava la città seguita dal popolo a sua volta munito di altri ceri, formando una specie di suggestivo serpente luminoso che si snodava nella notte. Il tutto finiva in un lauto banchetto. Per i Lemuri si mangiava e si beveva, qualche fonte ritiene che si tenesse un  posto a tavola per i defunti ma non è del tutto certo. Certo invece è che fuori delle case si lasciavano torce accese ai lati delle porte e pure dolcetti in offerta ai defunti. 



    LA FINE DEL CULTO

    Il giorno culminante del Lemuralia 13 maggio 610, papa Bonifacio IV consacrò il Pantheon a Roma per la Beata Vergine e tutti i martiri, e la festa di tale dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres è stata celebrata a Roma ogni anno da allora.

    Secondo gli storici, questa usanza è stata cristianizzata nella festa di Tutti i Santi, con sede in Roma prima del 13 maggio, al fine di depaganizzare il Lemuria romana. Nell'VIII sec., la festa di Tutti i Santi è stata spostata al 1 novembre, in coincidenza con la festa Celtica degli spiriti di Samhain. Papa Gregorio III (731-741) consacrò una cappella nella basilica di San Pietro a tutti i santi e fissò l'anniversario.


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    PRESUNTA POSIZIONE DELLA PORTA IANUARIA AL FORO ROMANO

    Porta Januaria, detta anche Janualis, o Jani Gemini o Trigonia, era situata allo sbocco dell'Argiletum nel Foro Romano, quindi tra la Curia, il Comitium e la Basilica Aemilia, la cui collocazione però è molto incerta, e soprattutto ipotizzata per deduzione.

    PRESUNTO PERIMETRO DELLA ROMA QUADRATA
    L'Argileto, (Argiletum), era una antichissima strada romana che collegava il quartiere della suburra al foro romano. Corrispondeva alle attuali via Leonina e via della Madonna dei Monti.

    Si suppone infatti che se la Mugonia era verso il colle Velia, cimitero della città e via di transito verso l'Esquilino e il Viminale,si ritiene che questa porta si dovesse aprire anche verso il Velabro, consentendo quindi l'accesso al Tevere, che rappresentava un'importantissima via di transito commerciale sia sul fiume che verso il mare. 

    Questa porta, la Trigonia, probabilmente consentiva un ulteriore accesso al colle Querquetulano, il Celio e quindi verso il territorio dei Latini. Alcuni studiosi ritengono che fosse proprio la Trigonia, o comunque si sia chiamata, ad aprirsi verso il Celio, all'altezza della chiesa di San Gregorio.



    I NOMI

    ECATE TRIVIA
    Ianuaria o Ianualis 

    fa capire sia connessa al Dio Giano Ianuus), oppure alla Dea Ianua, anticamente moglie di Giano, tanto che le erme più antiche di Giano bifronte avevano un volto maschile ed uno femminile.

    Ianua, scritta anticamente con la j, quindi Janua, significava "La Porta" pertanto inizio e fine di ogni cosa, infatti era considerata l'inizio e la fine dell'anno, ma pure come nascita e morte e così via.

    Non a caso alla Madonna è stato stabilito l'appellativo di "Iuanua Coeli", che anticamente era "Ianua Caelestis", riferito alla Iuno italica (Giunone).

    Si trattava della Iuno primigenia, che in uno specchio etrusco si vede allattare Iovis che è non suo consorte ma figlio. Ciò non toglie che a volte nei miti la Grande Madre sposava il figlio divenuto adulto e lo assurgeva in cielo.


    Iani Gemini 

    - era un altro nome della Porta, o Porta dei gemelli Giani, che potrebbero essere i due volti di Giano, ovvero Giano Bifronte, ambedue maschili o maschile e femminile, a seconda dell'epoca.

    MADONNA TRINGOLATA COME UNA GRANDE MADRE

    Trigonia 

    Designa una forma a tre angoli, a tre valve, o a tre logge, oppure, se è una porta, potrebbe essere a tre fornici, ma per questo si usava il termine trigemina. Peraltro è difficile che al tempo della Roma Quadrata vi fosse tanto traffico da necessitare di una porta trigemina.

    Filologicamente il nome della porta deriverebbe dalla sua forma, ma ovviamente una porta non può essere triangolare (trigono = con tre angoli), o per la distanza triangolare in cui era posta ad uguale distanza dalle altre due, e francamente ci sembra molto tirata. (Pandana Famianus Nardini Roma vetus lib).

    Secondo Bartolomeo Marliano "Urbis Romae topographiae libri V" (1534) le porte Mugonia, la Trigonia e la Romana sarebbero state un'unica porta.

    Ora Trigonia, o Triplice, o Trinitaria, o Trinità, il significato è lo stesso, è la Grande Madre Natura, la Grande Dea che dà la vita, il nutrimento e la morte.  come del resto Trigoria, una via di Roma che deriverebbe il nome dal latino "tres gores" (tre fiumi). Peccato però che in zona questi tre fiumi non ci siano mai stati.
    Secondo altri Trigoria deriverebbe invece da un antico luogo sacro della zona dal nome greco "tricore" (edifici a tre corpi), oppure dal greco Τρι-οδια (Trivium). Ecco, questo sembra molto verosimile. Esisteva tra i romani il culto della Venere Trivia, ma anche della Ecate Trivia, si sa che ai trivi venivano collocati i santuari della ierodulia, la prostituzione sacra.

    Del resto si dice che vi fosse nella Roma Quadrata una porta dedicata alla Mater Matuta. Sicuramente Trigonia è uno dei suoi appellativi, e la porta a lei dedicata era sicuramente la porta Trigonia.




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  • 05/11/18--05:25: L'EDILE (Aedile)
  • L'EDILE PLEBEO
    La magistratura degli Edili era costituita da due Edili Plebei, eletti annualmente dai plebei riuniti in Comitia Tributa, e da due Edili Curuli scelti tra i patrizi.

    I compiti originali dei due aedes plebei non sono chiari. Il nome suggerisce che avessero qualcosa a che fare con un aedes ('sacrario'), ma la traduzione greca agoranomos implica che l'aedile fosse un sovrintendente di mercato. Oltre a Roma si hanno notizie di un collegio di tre edili a Tusculum e in altre città volsce in seguito latinizzate (Arpino, Fondi, Formia), e di coppie di edili nel governo ottumviro di altre città soprattutto sabine: Amiterno, Nursia, Trebula Mutuesca, Interamnia Praetuttianorum, Plestia (Colfiorito).

    Qui le cariche di edili vennero probabilmente importate da Roma, dove del resto l'edilità non era originaria in quanto in un primo tempo fu costituita da funzionari plebei e non da magistrati civici. Essi vennero successivamente esportati anche nelle province romane. 

    Comunque la tradizione romana afferma che i primi aediles erano gli assistenti dei tribuni plebei. Ora i Plebei avevano i loro archivi nel santuario di Ceres sul Forum Boarium, 'mercato del bestiame'. Così è possibile che i primi aedili fossero sovrintendenti di mercato e che i rappresentanti dei commercianti non appartenessero all'aristocrazia, ma che dovessero affiancare i tribuni della plebe nei conflitti degli ordini. Sembra fossero anche responsabili dell'organizzazione dei Giochi Plebei (Ludi plebeii)



    LEX PUBLILIA VOLERONIS

    All'inizio gli edili plebei (aediles plebis) erano due, eletti annualmente dai plebei riuniti nel Concilium plebis, ed erano infatti addetti alle funzioni del tempio di Cerere, acquisendo col tempo ulteriori mansioni civili, quali l'applicazione delle sentenze dei tribuni della plebe dei quali costituivano una sorta di segretari.

    A partire dal 471 a.c., con la promulgazione della Lex Publilia Voleronis, gli edili furono eletti dai Comitia Populi Tributa. La legge fu proposta dai tribuni della plebe, tra cui Publilio Volerone, primo propositore della legge, a cui dette il nome, e Gaio Letorio

    Con questa legge il concilio della plebe, costituitosi "extra ordinem" dopo la I Secessione della Plebe sul Monte Sacro del 494 a.c., fu riconosciuto ufficialmente dalla Repubblica romana ed organizzato su base tributa. I tribuni della plebe e gli edili vennero così eletti dai Concilia Plebis Tributa

    Comunque sia, gli aedili vennero riconosciuti dal Senato come magistrati ufficiali dopo le riforme dei 360, e a partire dal 367 a.c. vennero istituiti altri due edili, detti "edili curuli" (aediles curules). Potevano essere solo patrizi ed erano a rigori i soli edili con caratteristiche di magistrati civici, come testimonia l'aggettivo curulis. 



    UFFICIO DEGLI EDILI

    Nel III secolo a.c. a Roma esisteva una particolare istituzione denominata “Ufficio degli Edili“, l’antesignano dell’odierno Istituto di Vigilanza. La sicurezza dei privati cittadini e le proprietà dei “cives” romani e della collettività non erano sotto la tutela degli organi militari né del senato, il quale si occupava principalmente di indicare la direzione politica di Roma.

    Naturalmente esistevano anche consoli, pretori e magistrati, ma costoro avevano funzioni prevalentemente amministrative o finanziarie. Toccava, pertanto, all’Ufficio degli Edili vigilare sulla vita (economica e religiosa) e sui i beni della collettività.

    Tale Ufficio era eletto e controllato direttamente dal Senato e si avvaleva dei servizi di guardie, chiamate “Praefecti Nocturni”, che costituivano una particolare milizia non assoggettata al controllo militare, ma esclusivamente impegnata per la vigilanza e la custodia dei beni pubblici e privati.



    LEX FURIA  DE AEDILIBUS CURULIBUS

    Secondo altri autori gli edili curuli vennero creati, su proposta di Marco Furio Camillo con la Lex Furia de aedilibus curulibus solo nel del 200 a.c.. In questa legge, venne introdotta una seconda coppia di aedili, gli aedili curuliani, il cui compito era quello di organizzare i Ludi Romani. Tuttavia sembra che il plebiscito popolare non gradì la legge. minacciando Furio di accollargli una multa di non si sa se 50000 o 5000 assi, se avesse osato servirsi dei suoi poteri dittatoriali (Plutarco)



    EDILI CERIALI

    In epoca più tarda (44 a.c.) Cesare creò altri due edili plebei, detti "edili ceriali" (aediles ceriales), specificamente addetti a sorveglianti dell'Annona ( i magazzini pubblici per il frumento e che poi designò il nome dei magazzini; il termine è rimasto a indicare definitivamente la politica degli approvvigionamenti alimentari e l'insieme stesso delle derrate) e responsabili anche dell'approvvigionamento del grano per la città di Roma.



    LE ELEZIONI

    Gli aediles plebei e curuliani venivano stati eletti dai comitia tributa, un'assemblea della gente che era divisa in distretti di voto. In questa assemblea, le ricche persone avevano meno influenza che in quelle dei Comitia centuriata.

    Durante il III e II sec., i compiti degli aedili divennero più importanti. Dovevano prendersi cura dei templi, organizzavano giochi ed erano responsabili della manutenzione degli edifici pubblici a Roma. Inoltre, si occuparono dell'acqua e dell'alimentazione di Roma.

    Nella loro qualità dei superintendenti del mercato, servivano a volte come giudici negli affari mercantili. Perché controllavano i giochi, esercitavano una certa influenza sulla libertà di parola: per esempio, un attore o un comico non poteva sempre liberamente dire quello che aveva in mente.



    LEGGE VILLIA ANNALIS

    La lex Villia annalis è un plebiscito fatto approvare nel 180 a.c. dal tribuno Lucio Villio, la cui famiglia acquistò, pertanto, il cognome di Annalis. Questo provvedimento introdusse un'età minima per l'accesso alle magistrature del cursus honorum e un intervallo obbligatorio di due anni tra l'assunzione di due cariche.

    Non furono invece modificate le regole che disciplinavano la rielezione alla stessa magistratura, e già stabilite da un plebiscito del 342 a.c. Non si poteva essere questori prima di aver prestato dieci anni di servizio militare (decem stipendia), termine innalzato poi da Silla a 30 anni.


    Ai tempi di Cicerone non si poteva essere:
    - edili curuli prima dei 37 anni,
    - pretori prima dei 40
    - consoli prima dei 43.
    Funzione della lex Villia era quella di assicurare l'avvicendamento al potere dei membri della classe dirigente, evitando concentrazioni di potere dannose ed evitando la continua successione delle cariche. La legge è citata, fra gli altri, da Cicerone e Livio:
    Legibus enim annalibus cum grandiorem aetatem ad consulatum constituebant, adulescentiae temeritatem uerebantur ...”
    “Quando stabilivano un'età più matura per il consolato mediante leggi che prescrivevano un intervallo di anni, temevano l' imprudenza della gioventù …”

    (Cicerone, Phil., V, 47)

    "Eo anno rogatio primum lata est ab L. Villio tribuno plebis, quot annos nati quemque magistratum peterent caperentque. inde cognomen familiae inditum, ut Annales appellarentur".
    "In quell'anno per la prima volta fu presentata dal tribuno della plebe Lucio Villio una proposta di legge per regolare a quale età potessero candidarsi e assumere ciascuna magistratura; perciò fu aggiunto il cognome alla famiglia in modo che da allora si chiamassero Annales".

    (Livio, XL, 44)

    Dopo la Lex Villia annalis (180), era necessaria un'età minima di 37 anni. Nel I sec., divenne obbligatorio aver servito in primo luogo come quaestore. Giulio Cesare aggiunse due aedili in più, la cui sola responsabilità era l'approvvigionamento alimentare. Qualcuno che aveva servito come aedile, poteva essere eletto pretore..

    Durante l'impero la carica di edile perse molto della sua importanza. Molti compiti che gli erano stati affidati vennero dati ad altri magistrati (ad esempio il prefetto pretoriano e il prefetto di Roma). Anche l'approvvigionamento alimentare divenne responsabilità di un prefetto.

    Un aedile non aveva guardia del corpo (lictor), ma poteva indossare una toga praetexta. cioè col bordo di porpora.


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    Sperlonga è una cittadina del Lazio in provincia di Latina. La città vanta nei suoi pressi un insediamento leggendario ( Amyclae) che sarebbe stato fondato dagli Spartani. Tuttavia le uniche testimonianze archeologiche risalgono all'epoca dell'imperatore Tiberio che veniva spesso a Sperlonga. Secondo alcuni archeologi potrebbe essere stata davvero la mitica Amyclae, visto che insediamenti così importanti altrove non sono stati rinvenuti.



    AMYCLAE

    Amyclae era una città del Latius, che secondo la tradizione era situata nella zona dei monti Aurunci e della piana di Fondi, nel Lazio meridionale. Secondo le fonti sarebbe stata una colonia greca, fondata dai Laconi, sotto la guida dei Dioscuri e di Glauco, figlio del re di Creta Minosse: le fu dato un nome che ricordava molto quello di Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone.

    MURA CICLOPICHE DI AMYCLAE?
    I Laconi si fusero poi con gli indigeni Ausoni, e il loro re Camerte, giovane e biondo figlio del rutulo Volcente, si sarebbe alleato con Turno contro Enea, che lo uccise come fece con Turno. La leggenda narra che Amyclae sarebbe stata abbandonata per un'invasione di serpenti, oppure perché i suoi abitanti, legati ad una setta pitagorica votata al silenzio, si sarebbero rifiutati di dare l'allarme all'arrivo dei nemici e sarebbero quindi stati sterminati in un attacco.

    Sono due versioni molto poco attendibili. I serpenti non sono cavallette, basta coltivare il suolo per eliminare qualsiasi tipo di serpente. I serpenti non amano gli uomini e se un umano si avvicina scappa, infatti non hanno mai invaso un sito abitato.

    Secondo altri gli abitanti di Amyclae, seguendo i dettami della setta pitagorica che vietava di uccidere gli animali, non si sarebbero curati di uccidere i serpenti che infestavano le paludi, e sarebbero stati completamente distrutti dai loro morsi velenosi (Amyclae a serpentibus deletae). Ma anche questa è pura invenzione perchè Pitagora proibiva di cibarsi degli animali, non di ucciderli per difesa. Inoltre nelle paludi ci sono solo bisce, che non sono affatto velenose.

    GROTTA DI TIBERIO
    In quanto al mancato allarme da parte della setta pitagorica è evidente che i Pitagorici non erano ben visti e che qualche colpa dovevano dargliela, perchè non tutti cittadini erano Pitagorici e non tutti i Pitagorici erano scemi. Inoltre la città era già data per scomparsa da tempo nel II sec. a.c. , quindi attaccata da forse antichi o nuovi nemici e distrutta.

    Comunque fin dal '500 gli studiosi hanno cercato di individuare il regno di Camerte nella pianura prospiciente a Fondi, e intorno ai suoi laghi e pure dentro di essi, magari sommerso. Lungo la via Flacca, in prossimità di Sperlonga, ed ai piedi di alcune propaggini collinari dei Monti Ausoni, è situato un piccolo lago d’acqua dolce, noto con il nome di San Puoto.

    Una leggenda narra che sepolti nei suoi fondali, a circa trenta metri di profondità, si trovino i resti di un’antica città, forse la tacitae Amyclae descritta da Virgilio e Cicerone. Cioè avevano sommerso il paese per uccidere i serpenti dimenticando che avrebbero ucciso anche gli uomini? E dove sta scritto che il lago fosse una zona asciutta? Questa è ancora peggio delle precedenti.
    La città è stata variamente collocata e venne identificata anche con Sperlonga, il che non è del tutto da escludere. L'indizio dei serpenti farebbe solo pensare a un paese ancora attaccato al culto della Madre Terra, quindi un paese molto arcaico.

    RESTI DELLA VILLA

    CAMERTE

    Camerte, ovvero Camers, è un personaggio menzionato da Virgilio nel X libro dell' Eneide, come uno dei più importanti nemici dei Troiani sbarcati nel Lazio. Egli sarebbe re di un regno tra i più estesi
    Nel 2006, due docenti dell'Università di Bologna e della Seconda Università di Napoli (Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli), hanno condotto ricerche su una collina immediatamente sovrastante Fondi, il monte Pianara: la vetta dista dal centro storico della cittadina laziale solo 2,5 km in linea d'aria e raggiunge rapidamente l'altitudine di 320 m s.l.m., con fianchi piuttosto ripidi.

    Sulla sommità del monte sono stati rinvenuti imponenti resti di un'estesa città e si è ipotizzato che il sito potesse essere identificato con Amyclae. Sulla cima del monte si conservano tratti di una cinta di mura poligonali per una lunghezza di circa 2,7 km e in alcuni tratti alte ancora fino a 4,5 m. La città era articolata a terrazzamenti, con muri di contenimento anch'essi in opera poligonale, sui quali si disponevano le case e le strade.



    La città, o almeno la parte scoperta dagli archeologi, si estendeva presumibilmente per circa 33 ettari e sembra essere fiorita tra il VI e il IV sec. a.c., importante in quanto difendeva il passaggio tra il Lazio meridionale e la Campania. Sarebbe infatti decaduta con l'apertura della via Appia nella sottostante pianura nel 312 a.c. e a causa dello sviluppo di Fundi (Fondi), che la sostituì nei commerci. Inoltre un violento terremoto fece precipitare un tratto della cinta muraria in una dolina carsica, e forse distrusse gran parte della città.

    Molti ritengono Amyclae puramente mitica, ma la storia ci ha insegnato che dietro le tradizioni mitiche c'è sempre qualcosa di vero. Del resto sono molti i centri che secondo tradizioni già antiche sarebbero stati fondati da illustri eroi greci o troiani reduci dalla guerra di Troia. Ma ciò può avere più di un fondamento.

    PIANTA DEL COMPLESSO

    SPERLONGA ROMANA

    Molto importante per la antica Sperlonga fu la costruzione della strada Flacca (Valeria) che facilitò notevolmente i suoi commerci, tanto più che in zona si producevano due vini famosi e molto pregiati: il Cecubo ed il Fundano. Poichè la zona era costituita da spiagge divise da promontori rocciosi, i ricchi romani vi edificarono, grazie alla comunicazione viaria, ville isolate ( la Villa Prato, scavata da archeologi francesi, la villa in località Acque Salse ecc.).

    Fra i romani facoltosi, come dicevamo, arrivò poco dopo lo stesso imperatore Tiberio (42 a.c.-37 d.c). Sua madre Livia veniva da Fondi e forse lui stesso vi era nato. Può darsi che la villa dove si insediò fosse già appartenuta al nonno della madre (tale M. Aufidio Lurcone).

    RESTI DELLA VILLA
    Comunque la villa, ovvero la "Spelunca" come la chiamava Svetonio, da cui Sperlonga, venne completamente ristrutturata ed adattata alle nuove esigenze. Tuttavia, dopo una frana, che l'imperatore dovette giudicare di cattivo auspicio, Tiberio lasciò Sperlonga per stabilirsi in altre sue ville.

    Gli storici riferirono infatti che mentre l'imperatore Tiberio era a un simposio nella grotta di Sperlonga  si staccarono alcuni massi dalla volta travolgendo tre schiavi, ma il prefetto Seiano al quale Tiberio aveva già delegato molti poteri, fece col suo corpo scudo all'imperatore, acquisendo maggior prestigio ai suoi occhi.

    Dopo l'incidente l'imperatore si rifugiò nelle sue ville campane di Nola e Capri. Fu evidentemente un'ottima trovata di fare da scudo all'imperatore, Seiano era molto scaltro, tanto se crollava un masso li stendeva comunque entrambi.

    COME APPARIVA IL COMPLESSO DELLE STATUE DELLA GROTTA DI TIBERIO

    LA VILLA DI TIBERIO

    La villa si estendeva lungo la bellissima spiaggia laziale per 300 metri di lato, e comprendeva la residenza imperiale di tutta la corte, le caserme per la truppa con le stalle,  l'impianto termale e le piscine antistanti la grotta, destinate all'itticoltura e la splendida grotta decorata. Venne abbandonata nel 26 d.c., perchè erano franati dei sassi dalla volta, ma probabilmente per effetto di un'alluvione che ne aveva compromesso la stabilità, inducendo Tiberio a trasferirsi a Capri.

    LA GROTTA DI TIBERIO OGGI

    DESCRIZIONE

    La villa era costituita da diversi edifici disposti su terrazze rivolte verso il mare. Le prime strutture sono relative ad una villa di epoca tardo-repubblicana, forse appartenuta a Aufidio Lurco, nonno materno di Livia.

    La villa predisponeva una serie di ambienti intorno ad un cortile porticato, tra i quali sono compresi ambienti di servizio, più volte ristrutturati, una fornace e un forno per la cottura del pane. Agli inizi del I sec. d.c. venne aggiunto un lungo portico a due navate e la grotta naturale che sorgeva presso la villa venne trasformata con interventi in muratura con varie statue.

    Per visitare buona parte dei ruderi della villa imperiale bisogna accedere tramite il museo (particolarmente ricco di statue) dove troviamo fra l'altro la Grotta di Tiberio.



    LA GROTTA DI TIBERIO

    Utilizzata da Tiberio e la sua corte come sala per relax e convivi, era di una bellezza incredibile, avendo fatto porre al suo interno alcuni gruppi marmorei (in parte ritrovati e o ricostituiti) di nobilissima arte e per la maggior parte dedicati alle vicissitudini di Ulisse.

    I gruppi marmorei riguardavano i seguenti episodi:
    - l'accecamento di Polifemo,
    - l'assalto del mostro Scilla,
    - il ratto del Palladio nel tempio troiano di Atena
    - il ratto di Ganimede
    - Ulisse che trascina il corpo di Achille

    La grotta comprende una vasta cavità principale, preceduta da una ampia vasca rettangolare (peschiera) con acqua marina, al cui centro era stata realizzata un'isola artificiale che ospitava la caenatio (sala da pranzo) estiva.

    Il museo è stato poi aperto nel 1963 e si compone anche di alcuni grandi ambienti realizzati per l'esposizione degli antichi marmi a soggetto "omerico" ecc. L'attuale area archeologica è prossima ad un'oasi naturale e quindi l'ambiente è nell'insieme molto interessante. E' da segnalare altresì che nelle piscine della grotta sono stati immessi numerosi pesci.



    La vasca comunicava con una piscina circolare (diametro di 12 m), posta all'interno della grotta, dove era stato collocato il gruppo di Scilla. Sulla cavità principale si aprivano due ambienti minori: a sinistra un ambiente a ferro di cavallo, con in fondo un triclinio, e a destra un ninfeo con cascatelle e giochi d'acqua, in fondo al quale si apriva una nicchia che ospitava il gruppo dell'accecamento di Polifemo.

    Tra la piscina circolare e la vasca quadrata erano collocati due gruppi scultorei più piccoli: il Rapimento del Palladio e il gruppo di Ulisse che trascina il corpo di Achille (copia del quale, mutila e frammentaria è l'attuale statua del Pasquino a Roma). Una scultura con Ganimede rapito dall'aquila di Zeus era invece posta in alto sopra l'apertura della grotta.

    L'INTERNO DELLA GROTTA

    IL VANDALISMO

    Come al solito in Italia le scoperte archeologiche sono quasi sempre casuali, sia perchè si scava poco, sia perchè il terreno italico ha un sottosuolo quasi continuo di reperti romani. Fu infatti durante la costruzione della strada litoranea tra Terracina e Gaeta del 1957 che venne scoperta una grande quantità di frammenti marmorei, straordinari per la qualità delle sculture e le dimensioni dei blocchi.

    Si trattava di cinque gruppi scultorei che decoravano la grotta, originali ellenenici o copie di età tiberiana, che furono trovati in frantumi (circa 554 significativi e migliaia informi, per un totale di 15.000 frammenti marmorei). Un lavoro di demolizione ostinato e delinquenziale, che ha privato l'umanità di un bene culturale unico e di immenso valore.

    VENERE GENITRICE
    Insieme erano stati spaccati o comunque sotterrati molte decorazioni, bassorilievi e altre suppellettili che facevano parte della villa. Come questa venere genitrice che, essendo Ava di Cesare e di Ottaviano ed essendo Tiberio adottato dall'Augusto, in qualche modo diveniva anche lui in un certo modo discendente della Dea.

    I gruppi scultorei furono ridotti in pezzi volontariamente, su questo nessuno dissente perchè nemmeno il peggior terremoto del mondo potrebbe fare tanto, e nemmeno un vandalismo occasionale, perchè occorsero mesi e mesi di duro lavoro per farlo. Non furono nemmeno spaccati per farne calce, sia perchè non occorrevano pezzi così piccoli, sia perchè il materiale era praticamente tutto lì, solo in gran parte non ricostruibile.

    Chi avrebbe avuto interesse a distruggere un pregiatissimo capolavoro classico greco-romano?
    Secondo alcuni archeologi poco lucidi, l'avrebbero fatto, non si sa chi nè in quale epoca, per riempire il bacino della grotta e poterlo riutilizzare. Riutilizzare per cosa? Sembra la deduzione di un delirante. 

    - Primo, era evidentissimo che anche se sbriciolavano tutte le statue il bacino non si riempiva,
    - Secondo. se volevano empire il bacino sarebbe stato molto più semplice farlo con la sabbia, è molto più facile sollevare la sabbia e buttarla all'interno che sbriciolare a mano tonnellate di marmo.
    - Terzo, per quale ragione avrebbero voluto riempire il bacino? Cosa potevano farci con una grotta sulla riva del mare? Sulla terra ferma e presso un casolare ci si può ricoverare il bestiame, ma davanti alla spiaggia che ci si fa, ci si gioca a nascondino?

    Si  è ipotizzato che la frantumazione sia stata opera di monaci che nell'alto medioevo frequentavano la zona. Di certo, se fossero stati loro,  non avrebbero ardito farlo per proprio conto, anche perchè l'operazione deve essere stata molto lunga e faticosa, e chiunque dal mare avrebbe potuto vederli. Sicuramente ricevettero autorizzazione dai vertici della chiesa.

    A riprova, nel XVIII sec. un piccolo anfratto a nord fu utilizzato come cappella, ne resta infatti un'iscrizione, "Ave Cruxolo Sancta". Inutile chiedersi la ragione che può spingere qualcuno a istituire una cappella nella grotta acquatica della villa di un imperatore romano, ma la risposta è semplice. I romani erano visti come il diavolo e la nuova religione doveva o cancellare o esorcizzare.

    Le strutture della villa rivelano una continuità di frequentazione dagli inizi del I sec. a.c., periodo a cui sembra risalire il nucleo originario del complesso, fino ad almeno il VI sec. d.c..Sembra che dei monaci, in epoca tardo-antica, dovettero impiantarsi sui resti della residenza imperiale, causandone infiniti danni, fino a quando, forse nel IX secolo, per il pericolo delle incursioni saracene, sembra che si trasferissero nel sito meglio protetto dell’attuale Sperlonga.

    La villa, scavata solo in piccola parte, si estendeva anche al di fuori dell’area archeologica statale ed i suoi ruderi affiorano sulla spiaggia verso Sperlonga, nonché al di là della via Flacca, dove è presente un insieme di strutture idriche. Più a est, oltre le propaggini del monte Ciannito, il massiccio nel quale si apre la stessa grotta, in località Bazzano, si trovano inoltre i resti di un altro grandioso complesso, anch'esso denominato Villa di Tiberio, che potrebbe aver fatto parte della medesima residenza imperiale. 

    ANDROMEDA INCATENATA, SCULTURA RITROVATA NELLA VILLA DI TIBERIO

    LE SCULTURE

    Comunque le sculture si rivelarono essere degli originali greci di età ellenistica (180 a.c. circa), quindi di immenso valore. Per ospitare le sculture venne appositamente realizzato un museo, nel 1963, il Museo archeologico nazionale di Sperlonga. Ne valeva la pena! Il museo conserva anche le suppellettili e ad altri pregevoli manufatti appartenenti all'apparato ornamentale della villa, che documentano la vita del complesso fino all'inizio del I sec..

    Così le sculture della grotta di Tiberio, comprese nella loro augusta bellezza e nel loro immenso valore, seppure frantumate in migliaia di frammenti, vennero pazientemente ricomposti aiutandosi col marmo sintetico.

    Già al momento della scoperta si vide la notevole rassomiglianza dei frammenti scultorei rinvenuti con il celebre Laocoonte dei Musei Vaticani, ritrovato nel 1506 nelle terme di Tito a Roma e descritto da Plinio il Vecchio. I frammenti di un'iscrizione rinvenuti a Sperlonga portavano infatti i nomi degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, gli autori del Laocoonte.

    IL GRUPPO DI POLIFEMO

    IL GRUPPO DI POLIFEMO


    Il gruppo scultoreo, di dimensioni molto maggiori del vero, venne ricostruito nel museo con un calco gesso, completo di integrazioni ricostruite in base ai frammenti esistenti, come dimensioni e collocamento.

    Per ricreare il gruppo ed individuare la collocazione dei singoli personaggi che ne fanno parte ci si è avvalsi come fonte iconografica di un frammento di sarcofago romano del III sec. d.c., dello stesso tema, oggi presso il Museo Civico di Castello Ursino a Catania.

    Polifemo, ebbro e sdraiato su una roccia, è circondato dai compagni di Ulisse, che si muovono con circospezione.

    Ulisse si trova più in alto ed è vicino alla testa del ciclope per assicurarsi che la punta incandescente del palo, retto da due compagni più in basso, vada a segno nell'occhio. 

    Un altro compagno, assiste alla scena alzando il braccio in segno di paura, mentre con l'altra mano regge l'otre di vino con cui è stato fatto ubriacare il gigante.

    Ulisse, a differenza degli altri marinai che sono nudi, è vestito con una tunica corta e un mantello, con in testa il tipico berretto conico (pileus).

    TESTA DI ULISSE
    La sua testa ha molte affinità con quella del Laocoonte, realizzato dagli stessi scultori, come testimonia un'iscrizione frammentaria trovata a Sperlonga, che riporta gli stessi nomi citati da Plinio a proposito della statua vaticana.

    Come già detto, questa scena è ricostruita a scala reale in gesso, mentre tutt’intorno sono esposti separatamente gli elementi originali ad essa pertinenti, stimolando il visitatore ad un esercizio di ricontestualizzazione visiva dei vari protagonisti.

    GRUPPO DI SCILLA, A SINISTRA L'ORIGINALE, A DESTRA LA RICOSTRUZIONE

    IL GRUPPO DI SCILLA

    Questo drammatico gruppo scultoreo, che doveva ergersi al centro di uno specchio d’acqua circolare all’interno della grotta, è ora allestito in uno spazio che funge da snodo tra le varie parti del Museo (Sala Scilla). Esso campeggia su un’area a forma di esagono irregolare, sovrastata da un’enorme e luminosissima cupola di vetro, anch’essa poliedrica, e caratterizzata da un pavimento sapientemente cosparso di breccia, che evoca la superficie del mare. 

    Le statue vengono valorizzate dall’abbondante luce naturale che scende dalla cupola e possono essere ammirate come meritano da tutte le angolature e in parte anche dall’alto grazie al ballatoio. Il gruppo di Scilla, una delle più grandi e complesse sculture antiche giunte fino a noi, è stato ricomposto assemblando i calchi di infiniti frammenti, eseguiti con una mistura di resina e polvere di marmo.
    Un lavoro di grande capacità ricostruttiva e di infinita pazienza. 

    Esso rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire della sua coda e ne divora gli uomini con le sue tante teste ferine. Sul timone della nave in parte ricostituita, giusto in basso a sinistra dell'opera, si leggono i nomi degli artisti che idearono il ciclo scultoreo. Sulla parete dietro il gruppo di Scilla corrono i versi in greco dell'Odissea:

    "Ed ecco Scilla mi prese dalla concava nave sei compagni che erano i migliori per forza di braccia".

    Probabilmente il gruppo scolpito nel marmo era una copia di un gruppo in bronzo di età ellenistica (II secolo a.c.), che i testi antichi citano essere stato collocato nella spina dell'ippodromo di Costantinopoli.



    ULISSE CHE TRASCINA IL CORPO DI ACHILLE

    Un altro gruppo raffigura probabilmente Ulisse mentre trascina fuori della mischia il corpo di Achille, il piede dell'eroe distorto in posizione innaturale, a denunciare la ferita al tallone che ne ha causato la morte.

    Il famoso "tallone d'Achille" era l'unica parte vulnerabile dell'eroe greco. 

    Dell'originale sono stati ritrovati solamente i frammenti della testa e del braccio sinistro di Ulisse, insieme con le gambe di Achille con il tallone, il cui tendine era stato reciso, poggiato sul terreno.
    A Roma la statua di Pasquino altro non sarebbe che parte della copia di questo gruppo. Per altri però Pasquino è Achille che sta sul corpo di Patroclo morente. Comunque i restauratori del complesso non sostennero la tesi di Pasquino ma la tennero presente come ispirazione.

    IL RATTO DEL PALLADIO

    IL RATTO DEL PALLADIO

    Il Palladio era un simulacro che aveva il potere di difendere un'intera città, tanto è vero che Ulisse riuscì ad ottenere la distruzione di Troia solo dopo averlo trafugato.

    Si trattava, come si vede, di una bella statua di legno di fattura molto arcaica ma molto bella, non intera ma senza gambe, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade, altro nome della Dea Atena, con il petto era coperto dall'egida, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra.

    Dunque Atena, uccidendo per sbaglio la compagna di giochi Pallade, come segno di lutto assunse ella stessa il nome di Pallade e fece costruire questa immagine, ponendola sull'Olimpo a fianco del trono di Zeus.

    Elettra, la nonna di Ilo, il fondatore di Troia, venne violentata da Zeus, e le capitò di sporcare del sangue vaginale il simulacro della vergine Pallade. Atena, molto sensibile, scaraventò istericamente Elettra e il Palladio sulla Terra.

    Già. Apollo Sminteo aveva oracolato ad Ilo: « Abbi cura della dea che cadde dal cielo e avrai così cura della tua città, poiché la forza e il potere accompagnano la dea, dovunque essa vada »

    Ulisse e Diomede, sapendo che col Palladio sarebbe stato impossibile conquistare Troia si travestirono da mendicanti, entrarono nella città, presero l'immagine della dea e, scavalcando le mura, la portarono nel loro accampamento.

    Il gruppo statuario di Sperlonga, quasi interamente smarrito, rappresenterebbe l'impresa di Ulisse per trafugare il Palladio, e questa statua acefala viene interpretata come Ulisse nella composizione del ratto del Palladio dove Diomede stringe nella mano sinistra il simulacro di Atena, appunto il Palladio.

    Secondo la tradizione di Arctino di Mileto, citato da Dionigi, invece, Ulisse e Diomede non rubarono il vero Palladio poiché Enea portò con sé la statua in Italia che venne posta nel tempio di Vesta nel foro romano. La tradizione Latina voleva invece che Diomede riconsegnasse il simulacro a Enea. Sembra che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione da parte dei cristiani.



    IL RATTO DI GANIMEDE

    Una statua di marmo policromo, che bene rende il lussuoso abito del giovane e il piumaggio dell'uccello, immortalando Ganimede rapito dall'aquila di Zeus.

    Secondo il mito, il re degli Dei, invaghito del bellissimo giovinetto, un giorno prese le sembianze di un'aquila gigantesca e afferratolo saldamente, lo portò i cielo fino a fargli raggiungere l'Olimpo.

    Qui il giovinetto divenne, insieme ad Ebe, uno dei due coppieri degli Dei, il che gli consentì di diventare anchìehli un Dio, cioè immortale.

    In origine questa statua  era stata collocata in un'ampia nicchia soprastante la grotta, ad ornarne l'apertura.

    Si sa che a Tiberio piacevano i ragazzini e la morale romana non se ne scandalizzava, purchè questi fossero schiavi o almeno di famiglie plebee.

    La statua è stata fatta, come le altre, tutta a pezzi, particolarmente nel volto di Ganimede, così frantumato da non poter essere ricostituito.
    Tuttavia ciò che ne resta ne fa capire l'arte incomparabile e la grande bellezza.

    Secondo alcuni la testa qui a fianco, sempre rinvenuta nello speco della villa di Tiberio, dovrebbe appartenere a Ganimede.

    La cosa è a nostro avviso praticamente impossibile, perchè non si tratta della testa di un giovinetto.

    Ganimede era un adolescente imberbe, mentre questa è la testa di un uomo maturo, nemmeno troppo giovane.

    Dato invece il fatidico berretto conico, il pileus, tutto farebbe pensare alla testa di Ulisse, e si potrebbe pensare compreso magari nello sforzo di trascinare il corpo morto di Achille dalla mischia della battaglia, per potergli dare degna sepoltura.

    Ma non è così, perchè di quella testa sono state ritrovate alcune parti e non ha a che fare con questa che è quasi integra.

    In pratica non si sa a quale gruppo si riferisca, magari era solo un busto che ornava la grotta.


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    PONTE SUBLICIO IN EPOCA IMPERIALE
    Gli Argei erano dei fantocci di legno, ovvero di vimini intrecciati, legati mani e piedi, che venivano lanciati nel Tevere dal Ponte Sublicio, all'epoca di legno, dalle vestali in un rito pubblico. Al rito, oltre alle Vestali partecipavano i pontefici, il pretore e i cittadini tutti.



    INTERPRETAZIONI DEL RITO

    - Secondo Ovidio (Fasti) deriverebbe da una leggenda di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrirgli tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes, finché Ercole avrebbe fatto gettare dei giunchi al posto dei vecchi dando origine al rito degli Argei.

    Giove fatidico è un soprannome di Giove che, avendo ingoiato la Dea della Giustizia Meti, oracolava mediante lei predicendo il Fato. Non risulta che esistessero Templi dedicati a Roma a Giove fatidico che è citato invece da Omero nell'Iliade (VIII - 22):

    "Un'aquila spedì che negli unghioni 
    Tolto all'ovil della veloce madre
    Un cerbiatto stringendo accanto all'ara 
    Ove l'ostie svenar Solean gli Achivi 
    Al fatidico Giove dall'rtiglio cader 
    lasciò la palpitante preda."

    IL PONTE SUBLICIO OGGI

    Questo rituale sarebbe stato pertanto il retaggio di remoti sacrifici umani che avevano come vittime prigionieri greci, considerati nemici dai romani, in nome della loro leggendaria discendenza dai troiani. Pertanto i fantocci degli Argei sarebbero stati sacrifici umani.
    Poco credibile, perchè se così fosse stato, i Romani, che ritenevano i sacrifici umani usanze barbare (anche se in tempi remoti e in casi eccezionalissimi vi erano ricorsi), non avrebbero di certo mantenuto il culto, ma piuttosto avrebbero cercato di occultarne l'esistenza.

    - In un'altra interpretazione, i fantocci portati in processione, e poi o annegati, o almeno aspersi d'acqua, o uccisi, rappresentano lo spirito morto o morente della vegetazione dell'anno passato, che viene o ucciso per far posto al successore o ravvivato con l'acqua. Perciò questi fantocci sono in genere rappresentati come dei vecchi, e il nome di Argei si collegherebbe con la radice arg "bianco", e si riferiva quindi a questo rito il detto "sexagenarios de ponte", cioè: si gettino i vecchi dal ponte. Ma perchè 27 fantocci e perchè 27 sacrari? Ne sarebbe bastato uno solo.

    PONTE SUBLICIO
    -  Altra interpretazione è quella che Ercole giunto coi suoi compagni nel Lazio ospite del re Evandro, sconfisse ed uccise il gigante Caco dedito alla rapina ed al saccheggio di quei luoghi. Rimasti i compagni di Ercole a vivere nel Lazio, quando questi giunsero a vecchiaia chiesero ai loro discendenti che i propri corpi dopo la morte fossero gettati nel Tevere per essere trasportati dalle sue onde nel mare e da qui giungere in Grecia ad Argo, loro città natale.

    Ma i loro discendenti non ritennero naturale la cosa per cui seppellirono in terra laziale i propri cari e gettarono nel Tevere, in loro vece, dei fantocci di giunchi affinchè raggiungessero via mare la patria greca.

    Non c'era ragione di supporre che i cadaveri, una volta giunti a mare attraverso il fiume, scorressero in direzione greca. Non esisteva alcuna particolare corrente nel mediterraneo che potesse produrre questo fenomeno.

    - Nessuna di queste leggende convince, e non convince Dionigi quando racconta che i Romani gettavano gli uomini dal ponte come poi si fece coi fantocci. Per giunta Festo, nel Sexagenarius, nega il sacrificio umano dei sessuagenari, la vecchiaia all'epoca era sinonimo di saggezza, tanto più che il Senato si chiamò tale proprio perchè costituito da Seniores, cioè da anziani. Erano i padri che semmai ammazzavano i figli esponendoli, cioè abbandonandoli al freddo, alla fame e alla sete, perchè la legge lo consentiva, ma non era consentito il patricidio peraltro condannato a pene severissime e letali.

     - Secondo Varrone gli Argei erano principi al seguito di Ercole stabilitisi nel Campidoglio, il che fa pensare a una conquista. Il che spiegherebbe il rito, che per molti viene stranamente interpretato, ma che ha un significato semplice e assai evidente; li hanno buttati a fiume.

    Evidentemente non erano stati graditi, anche perchè i riti erculei sono stati in genere contrari agli antichi riti della Grande Madre, come Cibele, Bona Dea, Cerere e Tellus, non a caso Ercole strangolò i due pitoni simbolo della Grande Madre, le cui sacerdotesse si chiamavano appunto le pitonesse.

    I romani dovettero insorgere e cacciare i nobili seguaci di Ercole, probabilmente un uomo-eroe divinizzato (un po' come Romolo-Quirino) che avevano spadroneggiato un po' troppo su Roma, e il popolo romano, fin dai tempi remoti, non sopportava ingiuste imposizioni. Ne fa testo la cacciata dei re tarquinii.

    ERCOLE

    GLI ARGEI

    Gli Argei sono figure legate storia delle origini di Roma, che secondo Varrone erano i principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole e si erano stabiliti nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio.

    "Gli Argivi da quando abitano nella loro città sono in guerra con i confinanti, come gli Spartani, ma con la differenza che questi combattono contro avversari più deboli, quelli con avversari più potenti, e questo, come è noto, è il peggiore dei mali"

    Robert Graves li vede come un gruppo di mercanti che viaggiano tra le varie coste per scambiare i prodotti, e questo confermerebbe la loro natura avventurosa e combattente. All'epoca i mercanti erano avventurieri che dovevano combattere con i pirati. Del resto il tempio di Ercole Olivario (già Tempio di Vesta), cioè protettore dei mercanti (e magari produttori) di olive e soprattutto di olio, conferma il ruolo del semidio di protettore dei commerci.

    Viene però da pensare che se si chiamavano Argei venivano da Argo o almeno dalla regione greca dell'Argolide. Oppure che provenissero dalla nave Argo e fossero parte degli Argonauti partiti con Giasone per la conquista del Vello d'Oro. Il che spiegherebbe il ruolo di condottiero di Eracle che prosegue il suo viaggio lasciando lì parte dei suoi compagni di viaggio. E' possibile che i 27 o 30 Argei passassero per favolosi eroi semidei, e che in seguito avessero governato con poca giustizia fino a inimicarsi i romani.

    Da un ruolo di eroi divinizzati con tanto di sacrari sarebbero passati a un ruolo di tiranni invasori, per cui la gente si sarebbe ribellata e l'avrebbe gettati nel fiume. Forse la paura della ritorsione divina avrebbe spinto i romani a creare un rito di scongiuro. Ciò sarebbe confermato dal fatto che la cerimonia fosse effettivamente di scongiuro, nata dalla colpa di Romolo che doveva tacitare il fratello assassinato.

    SACRARIO DEGLI ARGEI (Roma)

    LE INTERPRETAZIONI DEL SACRARIO ARGEO

    - Da escludere l’ipotesi di una piscina menzionata dalle fonti storiche in rapporto ai vicini horti di Mecenate. Non lo giustificano nè le dimensioni, nè il contesto limitrofo nè l'epoca arcaica della costruzione.

    -  Un’altra ipotesi lo interpreta come un grande sepolcro oggetto di un culto eroico (heroon), in cui sarebbe stata locata la tomba del re Servio Tullio.
    Che il popolo conservasse per lui questa grande venerazione non sembra probabile, dato che Servio Tullio, o Mastarna che dir si voglia, era un etrusco come i due Tarquini che l'hanno preceduto e seguito, e i Romani non avevano una grande opinione dei monarchi etruschi.



    IL SACRARIO DEGLI ARGEI

     Nel 1987 a Roma, in un'area sul Colle Oppio, tra viale del Monte Oppio e via delle Terme di Traiano, si effettuarono importantissime scoperte archeologiche in cui si rinvennero:

    - A) Una grande struttura circolare, in uso dal tardo periodo repubblicano fino ad età tardo-antica (o alto-medioevale), rappresentata in un frammento della Forma Urbis;
    - B) Il deposito votivo interno alla struttura circolare
    - C) Un'area sacra, di età tardo-repubblicana, con più fasi di vita, ma definitivamente abbandonata nel II sec. d.c.
    - D) Un altare
    - E) Un altro deposito votivo presso l'altare.



     LA STRUTTURA CIRCOLARE 

    -  A) Nell'area di cui sopra, già appartenente ai giardini Brancaccio, sovrapposto alla recinzione circolare del diametro di m 16, c'era una fila di blocchi di tufo litoide giallo, alti 55 - 58 cm, con successivi rifacimenti in travertino e tufo grigio, e in opus spicatum.

    Una recinzione importante e soprattutto molto arcaica, di molto antecedente alle terme traianee, che di certo doveva contenere qualcosa di molto importante e sacro.

    L’edificio è datato dal III e il I secolo a.c., ma  per altri va dal IV al VI sec. a.c., il che ci trova concordi. La costruzione in blocchi di cappellaccio e in opera quadrata di tufo granulare, in epoca di molto posteriore, in seguito ad un innalzamento del terreno, venne sostituita da una struttura in blocchi di travertino e di tufo litoide, nella metà del I sec. d.c.



    DEPOSITO VOTIVO 

    - B)  Il primo deposito votivo interno alla struttura circolare, di fine VII-VI sec. a.c., contenente sette rocchetti da telaio.



     AREA SACRA 

    ROCCHETTI DA TELAIO
    - C) Era costituita da un altare e un deposito votivo a 1,5 m dal recinto, a est della grande struttura circolare, tra questa e una strada che correva sull’asse dell’ingresso secondario dei giardini Brancaccio.

    Qui è stata rinvenuta una piccola area sacra, con altare in tufo litoide, già danneggiato e semidistrutto in epoca antica, al quale era stato sovrapposto un pavimento di lastre dello stesso materiale.

    Dallo scavo, risultò che la struttura circolare fosse stata in rapporto con l'area sacra, tanto più che il deposito votivo era stato trovato all'interno della zona dove sarebbe stata costruita la struttura circolare (il deposito del IV-III sec. a.c. fu rinvenuto, invece, poco al di fuori).



    DEPOSITO VOTIVO 

    - D) Accanto all'altare vi era un secondo deposito votivo. A sud ovest dell'edificio è stato reperito un un pavimento di tufo con un deposito votivo del IV sec. a.c., contenente una statuina bronzea di Kouros, tre tazze di bucchero in miniatura, tre focacce in miniatura e vari frammenti di bucchero.



    L'USO DELL'EDIFICIO

    Le fonti antiche ci informano che sul colle Oppio vi erano quattro sacelli, uno dei quali (il quarto) situato in una zona denominata «in figlinis», cioè in un sito caratterizzato dalle botteghe dei vasai. Consistenti rinvenimenti di materiale ceramico di scarto sono stati rinvenuti nella vicina via Merulana.

    Relativi senz’altro a fornaci attive nelle vicinanze, consentono di identificare il sacrario di viale del Monte Oppio con quello indicato dalle fonti. Sembra dunque che questo sacello sia uno dei quattro sacrari degli Argei che le fonti menzionano giusto sul Colle Oppio.

    LA PROCESSIONE

    LE TRE FESTIVITA'

    Agli Argei erano collegate tre feste religiose: quella del 14, quella del 16 e quella del 17 marzo, quando una processione percorreva i 27 santuari, detti Argeorum sacraria  (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). E' possibile che la Via Crucis abbia attinto da questo antico rituale. La seconda festa, detta dei Lemuria, del 14 maggio era ugualmente una processione, che si concludeva però, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere da parte delle Vestali, di fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli Argei. A queste cerimonie partecipava anche la Flaminica Dialis in abbigliamento di lutto. Il che conferma il rito mortuario.

    Le Lemuria o Lemuralia erano delle feste dell'antica Roma, che venivano celebrate il 9, l'11 e il 15 maggio, quindi molto vicini alle feste degli Argei, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri. La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Ma mentre i Lemuria erano feste religiose, la festa degli Argei non era religiosa, il che lo conferma come un rito di punizione ma pure di espiazione per uomini-eroi prima divinizzati e poi giustiziati.

    Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Anche questo appare un rito di scongiuro. Solo che per gli Argei non si buttavano le fave ma i fantocci, e non in terra ma nel fiume.

    L'usanza di gettare corpi vivi nel Tevere era riservata dai romani ai tiranni dell'Urbe, tanto è vero che in epoca monarchica, non potendo gettare a Tevere Taquinio, ci gettarono dei covoni di grano dei suoi campi. I romani erano tosti, facili alla ribellione, facili ad aggregarsi e organizzarsi tra loro per cacciare qualsiasi tiranno. Prova ne sia che gli Argei se ne andarono (almeno quelli che sopravvissero) e non tornarono più.

    Ancora un elemento di prova: I Lemuri (in latino "lemures", cioè "spiriti della notte) erano gli spiriti dei morti diventati vampiri, ossia anime che non riescono a trovare riposo a causa della loro morte violenta. Secondo il mito tornavano sulla terra a tormentare i vivi, perseguitando le persone fino a portarle alla pazzia.

    Il che dimostra che gli Argei, prima venerati, erano poi deceduti per morte violenta, in quanto i romani li avevano legati come salami e gettati nel Tevere. Da qui le Lemuria per impedire che potessero tornare dai vivi e vendicarsi.


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    IL TEMPIO

    Il 15 maggio del 495 a .c., sotto ai consoli romani Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense, venne consacrato al Dio Mercurio un tempio sul colle Aventino (Templum Mercurii in Aventino), anche se l'onore della dedica non venne attribuito ad uno dei due consoli ma a Marco Letorio, un centurione primipilo. 

    «I consoli (Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense) si contendevano l'onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione, sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. 

    Il popolo assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni - quanto di un'offesa alle persone dei consoli»

    (Tito Livio, Ab Urbe condita)



    Ma non solo, perchè anche se si temeva la guerra con i Volsci accadde un evento che molto rallegrò i romani:
    Il 495 a.c. « Fu un anno memorabile per l'annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto la plebe. »
    (Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

    Sembra che, nell'area presso Porta Capena, non solo fosse stato eretto un Tempio a Mercurio, ma che accanto a tale tempio si trovasse una fonte dove i mercanti andavano a purificarsi alle idi di maggio, per ottenere la buona fortuna nei prossimi commerci. Probabilmente proprio a causa di tale fonte venne eretto un Tempio a Mercurio, visto che in tali acque i mercanti andavano a purificarsi alle idi di maggio, per ottenere la buona fortuna nei prossimi commerci.
    "Era un Tempio alle falde dell'Aventino dedicato a Mercurio e restaurato da Marco Aurelio"
    (Ridolfino Venuti Cortonese 1763)

    Ovidio: 
    "Vicino alla porta Capena c'è un'acqua di Mercurio, miracolosa, se conviene credere a chi la provò; là si reca con la tunica fissata dal cinto il mercante e mondato, con un'anfora purificata, attinge acqua da portar via. Con questa inumidisce un ramo d'alloro e col ramo inumidito asperge le mercanzie che muteranno padrone.".

    Ma nello stesso giorno, e non a caso, si festeggiavano i Mercuralia, in onore di Mercurio e Maia, Dies Mercuriae et Maiae. Mercurio era messaggero degli Dei, Dio del commercio e dei mercanti, dell'astuzia e degli affari, ma pure dei viandanti, degli avvocati e dei ladri nonchè guida delle anime nell'Ade. Quest'ultima attività gli aveva conferito l'appellativo di Psicopompo.

    Maia, sua madre, era la Natura e la madre per antonomasia, in realtà un'antica Dea Madre. Si disse di lei che era una Dea timida per cui lasciò il suo seggio nel convivio divino dell'Olimpo a Mercurio, in realtà venne declassata a Dea minore. Al contrario il culto di suo figlio venne largamente seguito.

    MERCURIO LUDOVISI

    L'EPIGRAFE

    Osservando in effetti il casino La Vignola, si osserva sul lato corto la presenza di una finestrella, posta al piano terra e inquadrata in listoni di travertino, che si può osservare pure nella foto qui accanto, sopra cui è posta un'epigrafe, anch'essa in travertino.

    LA VIGNOLA CON L'ISCRIZIONE DELLA FONTE
    Su di essa vi è inciso:
    "Fons Mercurii/
    antica sorgente/
    di Mercurio"

    "Tra i frammenti quindi della pianta capitolina, uno ne esiste, distinto quivi col numero LXIV, nel quale vi è scolpita una specie di ara rotonda unitamente a poche lettere che si interpretano per avere denotata l'Area di Mercurio, e siccome si trova registrato in questa regione da Rufo tale Area con un'ara, così è da credere che formava questa probabilmente una piazza avanti il tempio, nel cui di mezzo vi stava la descritta ara."
    (Roma Antica - dell'Architetto Luigi Canina 1831)

    Come informa Apuleio, il tempio si trovava dietro metas Murtias, cioè presso il lato curvo del Circo Massimo, presso l’aqua Mercurii situata vicino a Porta Capena e quindi con i grandi assi viari. 

    Porta Capena era punto di passaggio obbligato per tutte le merci che entravano a Roma provenienti dal Lazio meridionale e dalla Campania e, come ricorda Ovidio, l’acqua sacra permetteva la purificazione dei mercanti e delle merci che entravano in città. 
    Qui si purificavano non solo le merci ma pure gli inganni, che fanno parte dello spirito commerciale, visto che il Dio era anche protettore dei ladri. 

    SAN MERCURIO

    LA FESTA

    La festività di Mercurio pertanto iniziava il 15 Maggio (poi la Chiesa Cattolica cercò di sostituire il Dio con S. Mercurio, un soldato romano martire a cui venne cambiato nome), con una processione solenne che partiva dal tempio del Dio sul gianicolo per sostare presso la fonte mercuriale.

    Il tempio veniva ornato di nastri, ghirlande soprattutto di alloro e candele, e vi si sacrificava in genere una coppia di galli per Mercurio e un maiale per Maia.

    La processione recava incenso che bruciava nei turiboli, cioè negli incensieri recati a mano con fiaccole, musica e preghiera al Dio.

    Giunti alla fonte di Mercurio i mercanti in tunica e con alcuni dei simboli di Mercurio: il gallo, la tartaruga l'elmo o i calzari alati, il borsellino di cuoio per le monete d'oro, e il kerykeion (il caduceo) e quindi in veste ufficiale, recavano con sé delle giare accuratamente lavate per raccogliere l’acqua sacra con cui poi avrebbero purificato, irrorandole con un ramo d’alloro, le cose che “avranno un nuovo padrone”.

    Il rito prevedeva anche la purificazione dei mercatores, mediante lo spargimento dell’acqua sacra sul capo. Per l'occasione le tuniche dovevano essere bianche e di bucato. Il rito serviva oltre che per buona fortuna nel commercio anche per lavare le colpe dei raggiri o speculazioni colpevolmente operate. Il mercante purificato diventava immune alle maledizioni dei raggirati, anche se non per molto tempo.

    Anche gli oratori si recavano al tempio per ingraziarsi la divinità, in quanto Mercurio era anche protettore degli avvocati e degli oratori in genere, orator e advocatus, ma non si recavano alla fonte di Mercurio, riservata ai commercianti. Invece si recavano in tribunale dove c'era un'immagine del Dio a cui deponevano ghirlande, quindi tornavano a casa e consumavano un banchetto in onore del Dio.

    Sembra che invece i ladri, anche loro sotto la protezione di Mercurio, festeggiassero una specie di picnic tra i boschi, ma la cosa non è certa, anche perchè potrebbe esserci confusione con la Dea Laverna, anche lei protettrice dei ladri, che veniva infatti festeggiata nei boschi ma non presso Roma, bensì nella Verna. la zona sacra a San Francesco, nei cui anfratti si nascondevano ladri e malfattori che prosperavano grazie al traffico viario. 
    Resta il fatto che se dei ladri volevano festeggiare di certo non potevano farlo in pubblico.


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    I RESTI DEL TEMPIO DELLA DEA
    Il "Trium fontium ad Aquas Salvias", luogo ove oggi sorge il complesso abbaziale delle Tre Fontane, anticamente individuato con il nome di Acque Salvie, consiste in una piccola valle situata sul percorso dell’antica via Laurentina.

    Il toponimo secondo alcuni unisce la citazione delle sorgenti della zona al nome della famiglia che possedeva la tenuta in epoca tardo-latina. 

    (2) BASOLATO ROMANO DEL SANTUARIO DELLA DEA
    Naturalmente questa è una supposizione, anche se a Roma è esistita la gens Salvia, ma non se ne ha più notizia dopo il 175 d.c.

    Altri suppongono vi fosse una cultura di salvia, di cui il nome stesso testimonia le sue virtù curative che gli antichi romani le riconoscevano.

    Infatti salvia ha la stessa radice del verbo salvare e della parola salus (salvezza, ma anche salute).

    Presso i Romani la salvia doveva essere raccolta con un rituale particolare, senza l'intervento di oggetti di ferro, in tunica bianca e con i piedi scalzi e ben lavati, il che conferma trattarsi di una pianta sacra, e sicuramente dedicata a una Dea, insomma emblema della Dea o suo attributo.

    Del resto non poteva dedicarsi l'area alle acque della salvia se il locus non fosse stato sacro. 

    E sacro doveva essere in quanto arricchito da ben tre fonti, con all'epoca, evidentemente tre relative fontane. Fontane che il cristianesimo ha dichiarato essere sgorgate miracolosamente ad opera di san Paolo, un po' disdicevole, perchè nell'immaginario collettivo, e pure negli antichi miti, le fonti sono appannaggio del femminile, siano ninfe o Dee.

    Si sa del resto che su ogni santuario pagano il cristianesimo si affrettò ad edificare, dopo aver demolito il precedente, un santuario cristiano che cancellasse il ricordo del precedente.

    Ed infatti qui sorge oggi un complesso abbaziale detto delle Tre Fontane, che inizia con un bel giardino, subito dopo aver oltrepassato l’Arco di Carlo Magno.



    ARCO DI CARLO MAGNO

    Dal viale di ingresso, detto delle Acque Salvie in virtù dell'antico sito, si giunge in uno spiazzo sul quale si erge l’Arco di Carlo Magno, che introduce a tutto il complesso.

    ARCO DI CARLO MAGNO
    L’arco, sorto a scopo difensivo, presenta nella parte inferiore, un corridoio a tre archi, di cui il mediano è in marmo, munito di solidi cardini a sostegno di una pesante porta; la costruzione risalirebbe a papa Onorio III (XIII sec.). 

    La costruzione è chiamata Arco di Carlo Magno perché verso il XIII sec. le pareti interne, quelle laterali tra il primo e il secondo arco, vennero affrescate con un ciclo decorativo, oggi quasi completamente scomparso, quando l’abbazia donò, anzi prestò a Leone III e questi a Carlo Magno
    le reliquie di Sant’Anastasio, che per  miracolosa intercessione contribuirono, se non determinarono, la conquista di Ansedonia. 

    In cambio il papa e Carlo Magno donarono al monastero, nell’anno 805, alcune proprietà in Maremma e nell’arcipelago toscano. Inoltre le reliquie tornarono al monastero più miracolose che mai.


    IL COMPLESSO ABBAZIALE

    Dalla porta di Carlo Magno è possibile avere la visione generale di tutti gli edifici presenti: 
    RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO
    DELLA DEA DIA

    - sulla sinistra quelli monastici col chiostro e il monastero; 

    - di fronte, la chiesa dedicata ai Santi Vincenzo e Anastasio, praticamente intatta dal tempo della sua edificazione nel secolo XII; 

    - sulla destra, la chiesa di Santa Maria Scala Cœli, la più piccola delle tre chiese presenti 

    - la chiesa dedicata a San Paolo, cui si arriva attraversando un breve vialetto alberato.

    Nei viali dell'abazia si notano imponenti rovine romane, infatti l'area di "Ad Aquas Salvias", posta subito fuori dall’abitato cittadino, subì varie indagini archeologiche alla fine del XIX sec. che hanno attestato testimonianze risalenti al I sec. d.c.

    Ed è il medesimo sito in cui nel V secolo venne edificata la chiesa di San Paolo Ad Tres fontes, attualmente compresa nell’abbazia delle Tre Fontane.

    MOSAICO DELLE QUATTRO STAGIONI

    IL MONASTERO

    Il primo insediamento nel monastero risale al VII secolo ad opera di monaci greci, per i quali Onorio I fece costruire un monastero accanto alla chiesa.

    Fu poi affidato ai monaci benedettini dell'Abbazia di Cluny, e poi ancora ai monaci cistercensi di S.Bernardo di Chiaravalle, gli unici che riuscirono a restaurarlo e perfino abbellirlo nel 1221

    Nell'Ottocento, Napoleone invasore ordinò la confisca dei beni religiosi, e i monaci cistercensi dovettero abbandonare il monastero. Nel 1868 venne invece ridato alla chiesa che lo dette ai di frati Trappisti, i quali bonificarono il bosco e restaurarono il monastero.

    Nel 1936 gran parte del territorio dell'Abbazia fu espropriato per ordine di Mussolini per la realizzazione dell'Esposizione Universale di Roma per il 1942, mai realizzata per la guerra.



    CHIESA SANTA MARIA SCALA COELI

    Nella chiesa, che sta ai lati dell'altare vi sono due finestrelle: quella di sinistra lascia vedere un altare pagano dedicato alla Dea Dia, divinità agricola romana cui tributavano culto gli Arvali.

    ALTARE DELLA DEA DIA
    Infatti il ritrovamento più importante fu l'ara della Dea Dia, per l'appunto di epoca romana, reperita nel sottosuolo e divenuta poi l'altare di S. Zeno. Sembra che l'ara sia stata in parte cancellata nelle sue iscrizioni o dal tempo o forse per dedicarlo al culto cristiano.

    Dalla finestrella di destra si vedono le tracce di un antico cimitero cristiano, considerato l'ultima prigione di san Paolo prima della sua morte. Il cimitero però divenne cristiano in seguito, perchè prima ovviamente era pagano, come dimostrano i bei sarcofaghi in marmo qui rinvenuti.



    LA DEA DIA

    Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) era un bosco sacro, dedicato al culto della Dea madre (Dea Dia, detta anche Bona Dea, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. 

    SARCOFAGO PAGANO CON GENII E MEDUSA
    Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali e probabilmente anche qui sorgevano diversi edifici, altrimenti non si comprende come vi fossero tre chiese vicinissime tra loro in mezzo a un bosco.

    Evidentemente il vasto bosco del Trium Fontium ad Aquas Salvias era dedicato all'antica Dea, nel cui bosco scorrevano le fonti a lei dedicate e pertanto miracolose.

    Pertanto qui dovevano trovarsi vasche per le acque, presso cui si svolgevano abluzioni, processioni e relativi miracoli.

    Sembra che gli Arvali, sacerdoti della Dea Dia, invocassero nei loro riti quattro Dee: Deferunda, Coinquenda, Commolenda e Adolenda, che erano in realtà i quattro aspetti di un'unica divinità.

    Deferunda è colei che trasferisce, Coinquenda colei che taglia, Commolenda colei che polverizza, Adolenda colei che fa nascere. Sembra l'avvicendarsi di vita e morte. Di certo non poteva essere ignorata una Dea così potente.



    LE ARVALIA

    La Dea Dia veniva festeggiata in maggio, il 17 del mese, nelle Arvalia, festa dei campi, con processioni e sacrifici. E' evidente che al "Trium Fontium ad Acquas Salvias", cioè alla triplice fonte delle acque salvie c'era un santuario della Dea Dia che raccoglieva in sè la Dea primordiale.

    Da essa deriva infatti la parola Dio, che evidentemente non viene da Deus (Dio) ma da Dia (Dea), da cui deriva inoltre il nome Diana.

    MOSAICO LE QUATTRO STAGIONI
    Le cerimonie di stato si svolgevano nel tempio della Dea sito al quinto miglio della Via Campana. Il primo ed il terzo giorno, le celebrazioni avvenivano in città, con sacrifici e banchetti. Il secondo, nel lucus della Dea, lungo la Via Campana, o comunque ovunque vi fosse la Dea con i suoi sacerdoti.

    Ai sacrifici si aggiungeva una danza, con il canto del famoso Carmen degli Arvali. Si svolgevano le corse di carri nel circus del bosco. Mentre gli Arvali facevano un sacrificio di espiazione per ogni lavoro che era stato fatto su quella terra.

    Gli Arvali, detti anche "Fratelli di Romolo", erano dodici sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, esecutori di un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia, una lustrazione particolare e poco conosciuta, per la sua segretezza. Infatti, era i soli sacerdoti, a parte, più tardi, i seguaci di Mitra, a seguire un culto segreto e misterico.

    CHIESA SS. VINCENZO E ANASTASIO CON COLONNE DI SPOLIO


    LA CHIESA DI SAN PAOLO

    Nella chiesa di San Paolo alle Tre Fontane vennero costruite anticamente tre edicole nei luoghi dove sgorgava l’acqua e successivamente la chiesa che venne completamente ricostruita nel XVI sec. per volere del cardinale Pietro Aldobrandini che ne affidò il progetto all’architetto e scultore Giacomo della Porta tra il 1599 ed il 1601.

    La facciata si presenta con un architrave sopra la porta d’ingresso, su cui è collocata una targa marmorea: S. Pauli apostoli martyrii locus ubi tres fontes mirabiliter eruperunt (luogo del martirio di san Paolo Apostolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente). La leggenda infatti narra che la testa dell’apostolo Paolo, decollato, abbia rimbalzato per tre volte per terra prima di fermarsi e che ad ogni balzo dal suolo sia scaturita una polla d’acqua: la prima calda, la seconda tiepida e la terza fredda.
    Naturalmente le leggende si incrociano ma le acque sorgive c'erano da molto prima del santo Paolo.

    Due statue sono dedicate ai santi Pietro e Paolo e si trovano sopra il timpano della facciata dove possiamo anche vedere lo stemma degli Aldobrandini. Entrando un vestibolo porta all’interno, nel vestibolo è conservato un mosaico cosmatesco dell’alto medioevo che si trovava nella chiesa che vi sorgeva precedentemente all’attuale.

    L’interno si presenta ad unica navata con due cappelle laterali, tre nicchie custodiscono le tre fontane, ma l’acqua non sgorga più dal 1950. Le nicchie hanno colonne di porfido nero sulla cui sommità è collocata una conchiglia su cui si erge una testa in marmo di San Paolo.

    Accanto alla prima fontana è posta una colonna dove, secondo la leggenda, San Paolo venne legato durante la decapitazione. Il porfido nero si reperiva in Egitto e di certo non era accessibile dopo la caduta dell'impero, per cui sicuramente è una colonna di riporto del tempio della Dea.

    Nella navata centrale possiamo ammirare un mosaico policromo risalente al II sec. che mostra le immagini delle Quattro Stagioni, che venne qui collocato quando Papa Pio IX fece restaurare la chiesa nel 1867.

    Benchè si narri che  che il mosaico provenga dal mitreo del palazzo imperiale di Ostia, a parte il fatto che il suddetto mitreo aveva esclusivamente mosaici in bianco e nero, a parte il fatto che con il simbolismo del mitreo le stagioni non abbiano mai avuto a che fare, è evidente che il mosaico facesse parte delle decorazioni del santuario, ancora pagano nel II sec. d.c. e il susseguirsi delle stagioni d'altronde mentre ben si addicono alla Dea dell'agricoltura, non si comprende cosa avrebbero a che fare con un apostolo.

    E' sufficiente comunque osservare le imponenti rovine delle grandi colonne e architravi in marmo che giacciono all'entrata del complesso abbaziale per comprendere quale dovesse essere l'imponenza del tempio della Dea (1), purtroppo demolito e distrutto.




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  • 05/17/18--06:07: GAIO LICINIO VERRE
  • EROS DORMIENTE DI PRASSITELE

    Nome: Gaius Licinius Verres
    Nascita: 115/120 a.c.
    Morte: 43 a.c.
    Mestiere: Politico e Magistrato


    (Quello di cui sopra è un bronzo ellenistico dell'Eros dormiente, il tipo di lavoro che Verres ha estorto dai collezionisti siciliani, oggi al Metropolitan museum of Art. Domanda che non riceverà mai risposta: come è finito lì, visto che stava in Sicilia?)

    "Fu un romano, Verre, il rapace protettore della Sicilia, a fare gran guasto a Segesta, depredandola, tra l'altro, del simulacro di Diana, insigne opera d'arte, ma anche venerato come protettore della città". (Carlo Picchio - scrittore, giornalista e traduttore italiano 1905 – 1967)

    Gaio Verre, nato intorno al 115 a.c. era probabilmente di origine etrusca, e di lui Cicerone ne farà un ritratto di adolescente dissoluto.

    Verre iniziò il suo cursus honorum nell' 84 a.c. come questore di Gneo Carbone (che fu per tre volte console in Gallia Cisalpina (o Gallia Citeriore, i territori compresi tra l'Adige a est, le Alpi a ovest e a nord e il Rubicone a sud). Nonostante fosse un incapace e un maniaco vizioso, Carbone fu prodigo con lui di benefici e favori (il che fa venire qualche sospetto sul rapporto tra i due), che Verres ricambiò rubando del denaro, dandosi alla fuga e raggiungendo poi Brindisi.

    CICERONE
    Nella guerra tra Mario e Silla naturalmente passò dalla parte di Silla che doveva ammirare per la sua ferocia e cupidigia. Qualche tempo dopo Gneo Cornelio Dolabella (poi accusato, e con ragione, di concussione dal giovane Gaio Giulio Cesare), designato governatore della Cilicia, lo scelse come legatus, e, anche lui incantato da questo giovane carrierista, in seguito lo nominò vicequestore, ma Verre, come suo solito e per tutta risposta, lo tradì.
    Ciononostante, avendo trovato nuovi protettori, nel 74 a.c venne nominato pretore urbano, ruolo in cui continuò la sua opera di saccheggio di templi e indebita appropriazione di beni.

    Dal 73 al 71 a.c. colse la sua occasione d'oro, fu propretore della Sicilia, designato dal Senato che doveva essere anch'esso ben avviluppato in loschi traffici se si serviva di gente così, e quindi Verre acquisisce potere di imperium con funzioni militari, amministrative e giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere prolungato. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell'incarico. 

    Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezione nell'Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l'incarico anche per il 71 a.c., allo scopo di affidargli la protezione dell'isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli, insensibili alle denunce che sicuramente erano già piovute dalla Sicilia.

    Durante il suo governo infatti  si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone (106 - 43 a,c,) pronunciò contro di lui le orazioni In Verrem, denominate Verrine.



    IN VERREM

    In Verrem comprende le orazioni elaborate da Cicerone nel 70 a.c., in occasione della causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della provincia di Sicilia e l'ex pro-pretore dell'isola Gaio Licinio Verre come imputato.

    VENERE DI MORGANTINA
    L'accusa mossa nei suoi confronti era "de pecuniis repetundis", cioè di "concussione" (estorsione da parte di un pubblico ufficiale), reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.c.. In seguito, verso il 45 a.c., anche Sallustio, al ritorno dal governo dell'Africa Nova, sarà accusato "de repetundis", ma verrà salvato dal processo per intervento di Cesare.

    Ma è nel 73 a.c. che su Gaio Licinio Verre, governatore della Sicilia, accusato da Cicerone "de pecuniis repetundis", che si dibatte il caso più eclatante di questa tipologia di reato. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, e avevano potuto saggiarne sia la rettitudine che la capacità oratoria, gli avevano affidato con fiducia la causa contro Verre.

    Questo processo ebbe una grande importanza politica per Roma, portando alla ribalta uno dei problemi più gravi per gli ultimi cinquanta anni della Res Publica: quello della corruzione.
    Infatti molti pretori e propretori romani nella propria provincia, avevano per avidità di denaro avevano saccheggiato le province loro affidate per pagarsi una folgorante carriera nel cursus honorum.

    Cicerone racconta la storia di Gaio Eio, a Messina. Prima dell'arrivo di Verre, dice, nella casa di Eio c'era "una cappella privata molto antica" con "quattro bellissime statue di squisita fattura, universalmente note". E prosegue: "La prima era un Cupido di marmo, opera di Prassitele(è strano come abbia imparato anche i nomi degli artisti, mentre raccoglievo le prove a carico di costui)... dall’altra un Ercole di bronzo di fattura egregia, attribuito se non erro a Mirone (e l’attribuzione è sicura).... si trovavano inoltre due statue in bronzo di modeste proporzioni, ma di straordinaria eleganza, che rappresentavano nel portamento e nel modo di vestire quelle fanciulle che, con le braccia sollevate, sostengono sul capo un canestro con certi arredi sacri secondo il costume delle ragazze ateniesi: si chiamano appunto Canefore; ma l’artista che le ha fatte, chi era? Chi mai? Ecco, sì, buono il tuo suggerimento; dicevano che si trattava di Policleto.... Tutte queste statue di cui ho parlato, o giudici, Verre le ha portate via dalla cappella privata di Eio".

    Cicerone chiese un risarcimento di cento milioni di sesterzi “secondo la legge” indicando l'ammontare della somma estorta in quaranta milioni. Infine Verre sarà costretto a pagare solo tre milioni, dato che ormai era già in esilio volontario a Marsiglia, dove trovò la morte nelle proscrizioni del II triumvirato del 43 a.c. di Ottaviano Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido.

    L'opera del processo consta di tre parti, una parte preliminare e due libri, di cui il primo contiene la prima requisitoria tenuta, mentre il secondo cinque requisitorie mai tenute.

    - Divinatio in Q. Caecilium
    Essa è relativa al dibattito preliminare del processo, in cui Cicerone dimostra che l'eventuale scelta di Q. Cecilio Nigro come accusatore, invece che lui stesso, sarebbe sbagliata, essendo Cecilio Nigro legato a Verre da rapporti tali da compromettere il suo ruolo.

    - In G. Verrem actio prima
    Qui Cicerone racconta come sia stato ostacolato nelle indagini da lui svolte in Sicilia, spiega i sistemi messi in atto da Verre per ritardare il processo all'anno successivo, sperando in un giudice a lui più favorevole, ed espone riassumendoli i principali capi di accusa contro Verre. Cicerone inoltre spiazza Verre ed il suo difensore Quinto Ortensio Ortalo (uno dei più celebri oratori dell'epoca e pure amico di Cicerone) rinunciando ad una lunga esposizione e passando direttamente all'ascolto dei testimoni.

    - In G. Verrem actio secunda, contenente:
    Liber Primus - De praetura urbana (analisi del comportamento disonesto di Verre come pretore di Roma)
    Liber Secundus - De praetura siciliensi (analisi del comportamento disonesto di Verre come pretore di Sicilia)
    Liber Tertius - De frumento (analisi del comportamento disonesto di Verre nella riscossione delle decime)
    Liber Quartus - De signis (analisi del comportamento disonesto di Verre nella somministrazione di condanne verso schiavi fuggiti, banditi, pirati e cittadini romani)
    Liber Quintus - De suppliciis (analisi del comportamento disonesto di Verre nella somministrazione di condanne verso schiavi fuggiti, banditi, pirati e cittadini romani). 

    Queste orazioni non vennero mai pronunciate in quanto Verre, dopo la sospensione del processo successiva alla Actio prima, non si ripresentò al processo, ma partì per Marsiglia in esilio volontario. Cicerone tuttavia le pubblicò tutte ed ebbero un gran successo, a soli 36 anni, come il più grande avvocato romano.

    Cicerone non aveva mai ricoperto il ruolo dell'accusatore ma le denunce dei siciliani lo indignarono tanto da accettare il compito, anche se meno prestigioso del difensore. Inoltre aveva posto la sua candidatura ad edile e l'occasione poteva accaparrargli voti, tanto più che andava ad affrontare il maggior principe del foro dell'epoca, Quinto Ortensio Ortalo. Inoltre, accusando Verre, scagionava dalle accuse di malversazione gli equites romani della provincia, incaricati di riscuotere le imposte, e quindi si schierava dalla parte di Pompeo.

    CICERONE ACCUSA VERRE ( Delacroix )
    - Ai primi di gennaio Cicerone chiede al pretore Manlio Acilio Glabrione, di mettere Verre in stato di accusa su invito dei siciliani.

    - Glabrione gli concede 110 giorni per l'inchiesta,  arrivare al processo fissato per la fine di aprile, cioè prima che Verre possa far ritardare l'inizio del processo, in modo che dopo la prima parte si dovesse interrompere per le feste religiose, e con l'anno nuovo cambiassero i giudici e i suoi protettori alleati quali Ortensio, i Metelli, Publio Cornelio Nasica acquisissero cariche influenti.

    - La divinatio si svolge il 20 gennaio. Cecilio Nigro si presenta ed invoca per sé il ruolo di accusatore. La commissione senatoriale deve scegliere il più idoneo.

    - Cicerone pronuncia il discorso che apre le Verrine. L'accusa gli viene assegnata e gli sono concessi 110 giorni per l'inchiesta.

    - Il 21 gennaio il tribunale accetta una causa simile riguardante la provincia di Acaia con un tempo concesso di 108 giorni; la priorità spetta quindi al nuovo processo.

    - Cicerone inizia la corsa contro il tempo, poiché doveva concludere l' istruttoria entro il tempo concesso, pena l'annullamento del processo. Svolge il proprio lavoro di inquisitore dal 21 gennaio al 20 aprile.

    - In venti giorni compie gli atti preliminari nell'urbe: si reca a casa di Verre,  raccoglie tutte le prove possibili, sigilla e requisisce i sigilli delle società appaltatrici. A metà di febbraio va in Sicilia compiendo il giro dell'isola in cinquanta giorni.

    - Il nuovo governatore, Lucio Cecilio Metello, amico di Verre, cerca di insabbiare le malefatte del predecessore, e di impedire che le delegazioni dei provinciali partano per Roma, e che Siracusa si pronunci contro l'ex governatore.

    - Dopo un viaggio per mare Cicerone riesce a tornare per l'apertura del processo. Prima che il dibattito inizi però si svolge il processo “acheo”, causando un ritardo di tre mesi. Verre cerca di spargere voci di corruzione sul conto di Cicerone e di comprometterne la carica di edile.

    - A metà luglio si forma il collegio giudicante, tutti incorruttibili; per cui Verre cerca di far slittare il dibattito al gennaio successivo, sfruttando le festività. A fine luglio Cicerone ha vinto le elezioni, ma anche i membri della fazione di Verre.

    - Il 5 agosto si apre l'actio prima in Verrem. Cicerone pur avendo a disposizione parecchi giorni per la requisitoria, sconvolge il piano della difese e le consuetudini giudiziarie per evitare la lunga sospensione del processo tra quindici giorni, pronunciando un breve discorso di tre quarti d'ora e procedendo subito all'escussione dei testi.

    - Riesce ad interrogare i testimoni in soli 9 giorni, fino al 13 agosto. Le prove raccolte, la partecipazione della folla e la sua pressione pubblica, sono talmente schiaccianti che Ortensio abbandona il dibattimento al secondo giorno e Verre al terzo.

    - A metà agosto, il processo era praticamente concluso nonostante la comperendinatio (proroga) venisse deliberata secondo quanto previsto dalla legge, e fosse stabilita una data, intorno al 20 settembre, per l'actio seconda.

    Cicerone aveva vinto.
    Verre era un uomo finito.


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  • 05/18/18--06:11: FUNERALI E SEPOLTURE 1/2
  • FUNERALE ROMANO
    I Romani rispetto ad altri popoli hanno temuto poco la morte, perchè un buon romano doveva poterla affrontare con serenità. Non solo in battaglia, ma si rispettava chiunque sapesse morire con coraggio, senza pietre o raccomandarsi agli Dei. Tra i Romani non c'era questa sudditanza agli Dei che venivano venerati ma senza sentirsene schiavi. 

    Avevano del resto il retaggio etrusco che festeggiava la morte come un lieto evento, con banchetti e giochi. Detti giochi funebri furono soprattutto gladiatorii, ma i romani usarono detti ludi non per i funerali ma per il piacere del popolo. Le tombe furono all'inizio modeste, probabilmente nella nuda terra, talvolta delimitate da ciottoli, lastre di pietra o sassi. In alcuni casi con coperture dette alla cappuccina, realizzate con tegole e mattoni, una sorta di tetto a spioventi.

    Le sepolture erano segnalate da piccoli tumuli di pietre o terra, dalle pietre di delimitazione o da vasellame posto al di sopra della fossa; rare le stele funerarie. Il rito funebre più praticato nei primi secoli dell’Impero fu la cremazione indiretta. Il defunto veniva bruciato in un’area apposita, detta ustrinum; i suoi resti venivano poi raccolti, riposti in un contenitore e sepolti.

    Che l’uso sia stato antichissimo, e prima anche di quello che sostiene Plinio, l’attesta Geronimo Mercuriale nel cap. ultimo del libro De decoratione "Quo tempore inventa fuerint unguenta invenio"

    TOMBA ETRUSCA

    LA PIETAS ROMANA

    A Roma era importante il funerale, tanto più ricco quanto erano importanti il defunto e la sua gens. La Pietas riguardava anche il rispetto dei defunti, se un cadavere non veniva sepolto o senza le esequie dovute, la famiglia era colpevole e l’anima del defunto vagava sulla terra perseguitando i discendenti. Il primo atto del dopo morte era l’ultimo saluto, il bacio che uno dei familiari dava al morto chiudendogli gli occhi e ripetendo per tre volte il suo nome.

    Gli addetti alle cerimonie dei cadaveri si chiamarono Pollinctores Libitinarj. Le donne invece
    ungevano il cadavere del morto, ed erano dette "Funerae". Se però mancavano le Funerae subentravano gli uomini, gli assistenti delle Funzioni Funebri detti Libitinari da Libitina, Dea dei funerali, a cui si pagava un denaro per ognuno che moriva, e siccome si pagava a Lucina per ognuno che nasceva, secondo la legge fatta da Servio Tullio, si potevano calcolare ogni anno quanti morivano e quanti nascevano.

    Nell’impresa di pompe funebri, i libitinarii preparavano la salma per l’esposizione, lavando il corpo, profumandolo con unguenti, vestendolo della toga e componendolo sul letto funebre nell’atrio della casa. Era uso mettere nella bocca del morto una moneta, l’obolo di Caronte, il traghettatore dell'Ade.

    " VESPIGLIONI ovvero vespillones in latino. Quest'è il nome che i Romani davano a coloro che avevano cura di trasportare la sera i cadaveri de poveri. Eglino servivano anche nei sacrifizi che si facevano ai Mani "
    (G.J. Monchablon - 1832)

    L’esposizione durava alcuni giorni, durante i quali le donne piangevano e gridavano il loro dolore, a volte aiutate da donne che lo facevano a pagamento: le prefiche.

    Seguiva la processione, organizzata dal dissignator se il defunto era una persona importante: davanti al feretro un gruppo di uomini in toga da parata con le maschere, che rappresentavano gli antenati del defunto. Intorno alla bara i littori col mantello rosso cerimoniale e i fasci, poi i suonatori di flauto, mimi e danzatori, i familiari in lutto e le donne piangenti.

    Ogni famiglia nobile conservava nei tabernacoli posti negli atri delle case le maschere degli antenati. Gli Etruschi chiamavano gli Dei Cerere, Pale e Fortuna con il nome di Penati, il che la dice lunga.

    Il fascio, che si ritiene originario etrusco, come fascio di betulle legate con una scure, è la derivazione più antica dal fascio del cereale di Cerere (cereale da Cere, cioè Cerere), adorata dagli etruschi fin dal VI sec. a.c., al cui centro stava la bipenne, simbolo lunare sia etrusco che cretese, il labris, della vita e della morte. Il fascio era dunque l'antico legame degli uomini con la terra, con la Dea Madre Cerere che forniva il nutrimento. In ultimo venivano i portatori di cartelli, che ricordavano i fatti illustri della vita del defunto.

    La processione percorreva tutta la città e sostava nel Foro dove nei rostra, la tribuna degli oratori, aveva luogo l’elogio funebre pronunciato dal figlio o dal parente stretto. E qui si mostrava l'abilità dell'oratore a commuovere la folla per parteciparla all'evento doloroso. Poi il morto veniva accompagnato al cimitero fuori dal pomerio, visto che la legge vietava la sepoltura dentro la città.

    FIORI DI TERRACOTTA RINVENUTI SULLE TOMBE

    IL DOPO MORTE

    Tra il I sec. a.c. e il I d.c., la diffusione del pensiero stoico ed epicureo aveva minato la convinzione della sopravvivenza dell'anima, che sarebbe stata riassorbita da un'energia universale e privata di ogni individualità. Lo dimostrano negli epitaffi espressioni come: 
    - Sumus mortales, immortales non sumus (CIL XI, 856), 
    - Non fui, non sum, non curo (formula abbreviata NFNSNC), 
    - Nil sumus et fuimus. 
    - Mortales, respice, lector, in nihil a nihilo quam cito recidimus (CLE II, 1495). 

    Non tutti però la pensavano allo stesso modo. Tuttavia si pensava che gli spiriti dei morti, che stranamente mantenevano la loro individualità, potessero tornare alle dimore dei viventi e andassero onorati con vari rituali per tenerseli buoni. L'immortalità consisteva nel vivere nei ricordi dei posteri, per cui non si lesinava sulle decorazioni del sepolcro e sulle iscrizioni che narravano la vita del defunto, di alto o modesto lignaggio che fosse. 

    A volte la decorazione del sepolcro illustrava il lavoro o la professione del defunto, ne lodano le qualità e le sue virtù romane. Tra le religioni misteriche che alludono alla vita oltre la morte, il ciclo dionisiaco è il più frequente, con un viaggio verso le isole dei beati, tema ripreso poi dalla tradizione cristiana.

    I riti funerari consistevano in quattro parti fondamentali:

    · L’esposizione pubblica del cadavere;
    · Il corteo;
    · L’elogio funebre;
    · La cerimonia del rogo;



    FLAMINIO VACCA

    - "Qualora alcuno stava già già per morire i Parenti e gli Amici tutti lo baggiavano in bocca", lo attesta Ausonio al verso 23 143, Suetonio nella vita di Cesare Augusto cap. 89 144 e Seneca, nel De Brevit. vitae, dicendo: "Caesar patruus meus Drusum intima Germaniae recludentem et gentes ferocissimas Romano imperio subiacentem in complexu et osculis suis amisit"
    E ciò facevano per due cause, una forse per far sì che l’anima restasse tuttavia anche un poco nel corpo del moribondo, poichè credevano tenergli serrata l’uscita alla loro bocca, onde ne venne che tal funzione chiamossi da’ latini Abitio. Altri lo facevano per approntare il passaggio a quell’anima ne’ loro corpi, credendo senza meno la trasmigrazione; così Cicerone nella V Verrina dice:
    "Matresque miserae pernoctabant ostium carceris ab extremo complexu liberorum quae nihil aliud optabant; nisi ut filiorum extremum alitum excipere; liceret".

    "Li cavavano in tanto, con mesto rito, dalle dita l’anelli," lo attesta Suetonio nella vita di Tiberio al Cap. 73; Valerio Massimo al lib. 7, e Plinio per tutti al libro 33 con tali parole:
    "Gravis somno, aut morientibus
    religione quadam annuli detrahuntur
    ."
    Spirato appena, o anche spirante, chiudevano gli occhi ai moribondi, rito usato non solo dai romani, ma pure dai greci e dai barbari. Ne scrive Omero, che fa lamentare Agamennone della trascuratezza della moglie Clitennestra nel non serrargli gli occhi mentre moriva. -




    IL CORTEO FUNEBRE

    La processione era organizzata e diretta dal “Dissignator”, cioè un maestro di cerimonie ai funerali, che organizzava, assoldava e controllava tutti i personaggi che dovevano agire nello spettacolo funebre, perchè di spettacolo si trattava. (Orazio Ep. 1, 7, 5.) Lo spettacolo, era di grande magnificenza e solennità: il corteo era preceduto da suonatori di flauto, mimi e danzatori, ma anche da donne che levavano altissime grida e pianti per esprimere pubblicamente il dolore dei familiari.


    Davanti al feretro andava un gruppo di uomini, che rappresentavano gli antenati del defunto. Ogni famiglia conservava in appositi tabernacoli negli atri delle loro case le maschere degli antenati morti.
    Polibio, Storie VI, 53 “Chi può esservi, che vedendo riunite le immagini, per così dire vive e animate, di quei grandi uomini onorati per il loro merito, non venga stimolato da un tale spettacolo? Si può vedere qualcosa di più bello?” 

    Immediatamente dietro le maschere seguiva la bara con il morto, circondata da littori con fasci e vestiti di nero, e seguita dai familiari in lutto. In ultimo, a chiudere il corteo, venivano i portatori di cartelli, che ricordavano ai passanti con grandi scritte i fatti illustri della vita del defunto.



    DALLA MORTE ALLA SEPOLTURA

    In epoca romana erano presenti sia focacce lievitate (offa) che non lievitate (placenta). Nei riti solenni e più arcaici si usavano le placenta, cioè le focacce non lievitate. Si chiamavano africia le focacce usate per il sacrificio al morto, focacce non lievitate e profumate con rametti di rosmarino che era simbolo dell'immortalità dell'anima.

    CERIMONIA FUNEBRE ROMANA
    Presso il sepolcro del defunto si poneva un piccolo altare su cui i parenti o gli amici del morto bruciavano dei profumi, ogni giorno per una luna e in seguito negli anniversari. Qui si mangiavano le africia e se ne offriva al morto, e si beveva vino versandone sull'altarino. Questo altare aveva lo stesso nome del piccolo cofano in cui si racchiudevano di solito i profumi usati dagli abitanti della casa, soprattutto dalle donne, cioè "acerra".

    I Romani tenevano in casa il morto sette giorni. Nell'ottavo si bruciava e si seppelliva. Questo riguardava i funerali indictivi, non i taciti nè gli acerbi. Il trasporto del feretro si faceva di notte e questo in qualunque funerale. I Romani in seguito trasportarono però i morti di giorno, anzi alle prime ore del mattino e fu detto di Silla che fu trasportato portato tardi perchè non si potè che alla nona ora a causa della pioggia. Negli epitaffi più diligenti se ne annotava l'ora. Fiaccole e ceri accompagnavano il morto alla tomba.

    Il letto del morto si diceva pheretrum o latura o capulum. Un vecchio vicino alla morte fu detto da Plauto capularis. Esistevano due tipi  di feretri: lectica e sandapila. I nobili in lectica e i plebei in sandapila. La sandapila era portata da quattro persone. La lettica da sei o da otto e fu detta hearaphoros ed octophoros.

    Chi moriva di morte naturale e non l'avesse deforme conservava la faccia scoperta. Nerone fece ingessarla a Britannico perchè non si scoprisse il veleno con cui l'aveva fatto assassinare ma la pioggia il disciolse in mezzo del foro lasciando scoprire il misfatto. Venivano imbellettate anche le donne e le fanciulle defunte. Se era deforme il volto si copriva con un velo. Si usò pure nei morti la maschera come quando aveano la faccia fracassata in guerra o in qualche incidente.

    Accompagnare il funerale si diceva in latino: sequi, prosequi, erequi, comitare, funus, ire, venire, erequias. Tutti accorrevano volentieri ai funerali indictivi di qualunque genere o grado, anche i sacerdoti (come all'esequie di Numa). Negli altri funerali pochi accorrevano fuorchè i parenti nè si lodava chi accompagnasse un privato. Una legge dava facoltà ai moribondi d'invitare gli amici ed i parenti all'esequie con qualche legato, forse intendendo chi era lontano dalla città. Donne e fanciulle accompagnavano il cadavere.

    Segni esterni di dolore:
    - Lagrime e singhiozzi,
    - tosatura o strappatura di capelli,
    - graffiatura di guance,
    - lacerazione del petto e dei fianchi fino a sangue (il quale costume fu vietato dai decemviri ai Romani, ma le donne non vollero mai stare a tali leggi e coll'unghie si deturpavano il volto)
    - Imprecazioni e lamenti contro gli Dei ingiusti.
    - Tirar sassi contro i templi,
    - rovesciare gli altari etc
    - Davano segni di lutto col lasciarsi ondeggiare il crine sugli omeri, uomini e donne ma più le donne.
    - Si gettavano la cenere sul capo. (Cosi Achille e Priamo in Omero, Elettra in Euripide, Latino in Virgilio).
    - Le femmine Romane lasciavano la chioma sparsa sopra le spalle. Gli uomini la tosavano non interamente.
    - I capelli tosati si riponevano sul petto del morto, "ultimo dono" dice Massimo Tirio.
    - In Sofocle in Euripide in Plutarco in Omero in tutti gli scrittori romani: presso i Romani i figliuoli col capo coperto e le figliuole col capo scoperto accompagnavano i genitori alla tomba.

    Per quel che riguarda l'età, giovani non aveano pompa funebre. Quanto alle sostanze, non si permetteva che nei funerali dei poveri si onorasse il proprio stato come si abbondava nei ricchi. Quanto alla dignità, non si sopportava che un uomo morto in alto grado della repubblica avesse un ignobile funerale, si legge che Valerio Publicola venne sepolto usando le pubbliche elemosine.
    C'era poi l'ultima volontà defunto che doveva essere rispettata nel tipo di esequie che questi desiderava, purchè compatibili con tutto ciò che si è detto.



    LA SEPOLTURA DEI BAMBINI

    Nel IV secolo Servio ricordava che il costume romano imponeva che gli immaturi fossero sepolti di notte alla luce di fiaccole «ne funere immaturae subolis domus funestaretur» (SERV., Ad Aen., 11.143). Tacito riferisce dell'editto emesso da Nerone per limitare le celebrazioni in occasione della morte di Britannico «subtrahere oculis acerba funera neque laudationibus aut pompa detinere» (TAC. , Ann., 13.17.5).

    La morte degli immaturi era un evento nefasto: le loro anime, accomunate a quelle degli innocenti deceduti per cause violente, rimanevano escluse dagli inferi, in attesa del compimento del legittimo, prestabilito e "naturale" momento di morte. Anche per questo, lo svolgimento delle esequie doveva avvenire velocemente e di notte (SEN. , Breu Vit., 20.5).

    I fanciulli romani, anche se liberi, non godevano di alcuna dignità giuridica, invisibili a tutti e per i quali, se deceduti prima del compimento del terzo anno di età, non era necessario neppure portare il lutto (PLUT., Num., 12.3). In realtà era effetto dell 'altissimo tasso di decessi infantili, nel tentativo di rendere meno sensibile l'intera società al frequente dolore per il figlio perduto (SEN. , Cons. ad Marciam, 9.5).

    Prima del dies lustricus, la cerimonia durante la quale il bambino era riconosciuto attraverso l'assegnazione del nome (a 8 giorni dalla nascita per i maschi e 9 giorni per le femmine), i neonati erano considerati impuri e non appartenenti alla famiglia. Ma anche il decesso successivo alla cerimonia non garantiva al bambino il rito funebre.

    Il lutto riguardava esclusivamente la sfera strettamente familiare, un dolore comprensibile ma non condivisibile per un essere invisibile, che tornava a svanire come non fosse mai nato. Anche se nulla vietava la loro tumulazione nelle necropoli delle comunità a cui appartenevano, è attestato dalle fonti e documentato archeologicamente l'uso di deporre nelle case i bambini morti non oltre i 40 giorni.
    Numa volle che i fanciulli minori di tre anni non venissero pianti. Poi il divieto di piangere per la morte del figlio venne fissato a dieci mesi.

    Malgrado il divieto di seppellire in città, asserito nelle XII tavole, i dati archeologici confermano la presenza di sepolture di infanti all 'interno o presso i muri perimetrali delle abitazioni. Veniva detta la pratica dei suggrundaria, che consisteva nel porre il corpicino in un vaso come quelli che si usavano per le grondaie, inserendolo nel muro perimetrale dell'abitazione.

    Quindi il divieto di seppellire in città non si usò nè coi fanciulli che si seppellivano intatti nei suggrundaria nè coi percossi dal fulmine che si seppellivano dove erano morti, purchè non fossero luoghi pubblici come templi, teatri, circhi, strade e così via ma sempre senza alcuna pompa di funerale.

    (G.J. Monchablon - Università di Parigi - 1832)




    L'INCINERAZIONE

    I romani presero dai Greci l'uso di cremare i cadaveri, mentre i vicini Etruschi, di importazione orientale, usavano l'inumazione. Gli Etruschi seppellivano i cadaveri in bellissimi sarcofagi istoriati, con l'immagine del defunto, o della coppia, perchè lo stesso sarcofago di solito accogliere entrambi. Se la famiglia era ricca, oltre a permettersi il sarcofago si concedeva le immagini dei defunti coricati sul sarcofago, a volte ritrattistiche, a volte con teste sovrapposte su corpi fatti in serie.

    I Greci fanno risalire l'uso ad Ercole che venne bruciato attraverso la tunica donata con inganno alla moglie di Ercole, Deianira, dal centauro Nesso. Infatti la tunica, anzichè invitare l'eroe alla fedeltà, lo arse vivo, portato poi in cielo da Giove. Da allora gli eroi, e pure i non eroi, vennero bruciati sui roghi.

    Ma si legge pure in Omero della cremazione al tempo della guerra troiana, in Tucidide nella peste di Atene e in Lucrezio, e in Luciano e in Silio Italico. La ragione filosofica del bruciare il corpo deriverebbe dalla purgazione dell'anima un po' corrotta dalla sua unione col corpo. Le leggi delle Dodici Tavole proibirono sia l'inumazione che il rogo dei corpi in città, nonchè la loro sepoltura entro le mura dell'Urbe. Plutarco narra che Numa vietò la cremazione dei cadaveri, ma col re successivo, Tullo Ostilio, la cremazione tornò legale.

    Tra il IV sec. a.c. e il I sec. d.c. è prevalente il rito della incinerazione e raro quello dell'inumazione, dalla media età imperiale in poi l'inumazione si afferma maggiormente, fino ad essere proibita dal cristianesimo la cremazione. Ciò non influirà sul rituale e sul costume funerario, quanto sugli spazi delle architetture funerarie. 

    Prima che il morto fosse dato alle fiamme si faceva intorno ad esso grande schiamazzo detto in latino conclamatio. Ciò è per ritardar l'anima secondo la loro superstizione ad uscire dal corpo e perchè alcuno non fosse bruciato vivo. La cremazione del cadavere avveniva insieme con il letto funebre sul quale era stato trasportato e poteva aver luogo nel sito del seppellimento (bustum sepulcrum) oppure in luoghi approntati per lo svolgimento di questa pratica funeraria, detti ustrina.

    Il luogo della cremazione del cadavere e del suo sepolcro si chiamava bustum. Se si separava l'incinerazione dalla sepoltura si chiamava il primo ustrina. Che si separassero questi due luoghi è provato dalle lapidi. Il rogo, a forma di ara, veniva innalzato con legni combustibili a cui si aggiungeva la pece. I legni, secondo la legge delle dodici tavole dovevano essere rozzi ed informi. Si attorniava il rogo di cipressi per temperare con questi il cattivo odore. L'altezza maggiore o minore dei roghi riguardava la ricchezza delle persone, minore per i poveri, maggiore per i ricchi.

    Per legge delle dodici tavole si tenevano lontani i roghi dalle case sessanta piedi per timore d'incendio e dagli edifici pubblici almeno due miglia lontani dalla città. Si poneva nel rogo il morto col suo letto e il parente più prossimo dava fuoco ma colla faccia all'indietro. Il rogo di Augusto fu acceso dai centurioni e quello di Pertinace dai consoli. Si pregava che venisse il vento a consumar presto il rogo. Se si dovevano bruciare più cadaveri in una volta come in tempo di guerra o di peste ad ogni decina di cadaveri d'uomo si aggiungeva uno di donna, per maggior calore o pinguedine.

    Si faceva un triplice giro degli assistenti al rogo intorno ad esso. Questi giri si facevano da sinistra a destra e in segno di lutto colle armi rivolte e talvolta gettate a terra. Il tutto a suon di tromba. Questo rito di correre attorno al rogo si osservava non solo nei funerali ma anche negli anniversari. Nel rogo si gettavano doni e pure vesti. Le leggi delle dodici tavole vietarono che più di tre non se ne gettassero. Ma l'abuso vinse e oltre quelle del morto si bruciavano anche le vesti delle mogli e degli amici. Oltre le vesti si consegnavano al fuoco dalle mogli i loro ornamenti e le armi del defunto.

    Si ardevano nel rogo corpi odorosi e per lusso e per impedire il puzzo come incenso. croco. mirra. nardo. cassia. amomo. ed olio e vivande. Incenerito col rogo il cadavere si aspergevano gli avanzi con vino. Legge di Numa fu Vino rogum ne respergito e ciò o si deve intendere seriamente, con Plinio per iscarsezza del genere, o scherzevolmente con Lipsio e Scaligero notando che del vino non si doveva usare superfluamente coi morti. L'urna veniva poi depositata in un colombario con l’iscrizione del nome e spesso anche un busto in marmo.

    Dalla metà del I sec. a.c. si diffuse l'edificio a colombario, che accoglieva le sepolture di una famiglia o di un collegio funerario. Il colombario si sviluppava in gran parte nel sottosuolo con una o più camere ipogee, ma pure sopra il suolo scavato in una collinetta di roccia. Esso presentava lungo le pareti interne una serie più o meno numerosa di nicchie, loci o loculi, disposte in file parallele, fino ad occupare tutto lo spazio disponibile. Talvolta conteneva anche edicole con frontone decorato a stucco. Le nicchie erano in genere semicircolari, ma ve n'erano anche di quadrate o rettangolari.

    All'interno di ognuna potevano albergare da una fino a quattro urne, contenenti le ceneri dei defunti. Spesso le urne erano fissate nella muratura, forando il piano di appoggio della nicchia, in maniera tale da non poter essere spostate. Di esse rimaneva visibile solo il coperchio, operculum, che poteva essere sollevato per versare nell'urna stessa le libagioni, così che il defunto potesse partecipare al banchetto funebre celebrato in suo onore.

    Dal IV secolo a.c. e fino al I d.c. prevalse l’incinerazione e l'edificazione dei colombari. Si raccoglievano le ceneri bruciate, dette "ossilegium", deponendole in urnette dette ossuaria o cineraria. Quelle dei ricchi erano di materia preziosa, talvolta d'oro e d'argento, di bronzo e di porfido, in marmo e in alabastro. I poveri, od i sepolti ad uso dei poveri, in urne di creta. Le urne avevano forme diverse: di vaso, di altare, di casa o di scrigno. A partire del regno di Adriano il rito funerario cambiò: l’inumazione prese il posto della cremazione e cominciò a fiorire l’arte della scultura dei sarcofagi.

    Una volta conservate le ceneri la Prefica gridava "Ilicet!" cioè ire licet (si può andare via). I circostanti per tre volte si aspergevano d'acqua lustrale per purificarsi coll'aspersorio. Si dava quindi l'estremo addio al morto ripetendo tre volte "Salve" e "Vale" colla formula che si trova nelle lapidi.

    Finalmente si augurava alle ossa che la terra fosse loro lieve. Era la nota formula in sigle STTL "Sit tibi terra levis".  Ai morti si pregavano sempre il riposo e la quiete. Sulla lapide "Ossa tibi bene quiescant", trasformato dalla chiesa cattolica in "Requiescat in pace".

    Tibullo descrive lungamente questa cerimonia. I parenti e gli amici facean quest'uffizio e prima di farlo si lavavano le mani. Coi piedi nudi e con veste distinta. Le ceneri raccolte si lavavano in vino, latte ed altri liquori odorosi mescolati con lacrime. Le donne le avvolgevano nel grembiule.

    Legge era delle dodici tavole "homini mortuo ossa ne legito". Si vietava che nessuno raccogliendo le ceneri recasse a casa qualche osso. Era lecito farlo solo per un morto in battaglia. E malgrado un decreto del senato che ordinò che i morti in battaglia si seppellissero ove morivano si procurava d'aver l'ossa nella patria di chiunque moriva lontano. Se i parenti non potevano riavere nè le ossa nè le ceneri dei morti, si sforzavano di richiamarle colle grida per tre volte.

    TIPOLOGIE DI TOMBE ROMANE

    L'INUMAZIONE

    Cicerone e Plinio affermano che il rito funerario più antico presso i Romani era quello dell'inumazione (Cic., Leg., II, 22, 56; Plin., Nat. hist., VII, 187: Ipsum cremare, apud Romanos non fuit veteris instituti: terra condebantur), comunque a Roma, fin dai tempi più antichi, venivano praticate sia la cremazione che l'inumazione. Infatti nelle XII Tavole è contenuto il divieto di inumare o incenerire adulti in città, testimoniando così entrambi i riti.  I romani componevano i morti supini. 

    L'illustre famiglia patrizia dei Cornelii, ad esempio, non interruppe mai la pratica inumatoria, anche nel periodo di massima diffusione della cremazione, scelta da Silla, il quale per primo infranse la tradizione familiare.

    C'era poi, ricordata da Lucrezio e menzionata da Democrito, l'imbalsamazione di uso orientale, conservando il cadavere nel miele, ma fu usanza poco diffusa. Un eccezionale rinvenimento fortuito a nord di Roma, in località Grottarossa, ha restituito il corpo mummificato di una bambina di otto anni della metà del II sec. d.c. mediante bende di lino impregnate di sostanze odorose e resinose.


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  • 05/19/18--06:35: FUNERALI E SEPOLTURE 2/2


  • IL FUNUS

    Il termine funus definiva quanto avveniva tra la morte e il compimento delle esequie. Appena morti i corpi si lavavano e li ungevano con balsami per impedire la corruzione. Le unzioni sui morti si leggono in Omero ma con l'olio. Venivano poi profumati anche per allontanare il pessimo odore. Per la conservazione dei cadaveri si usavano: sale, nitro, cedro, bitume, miele, cera, mirra, aromi, gesso, calcina ma ogni zona ne usava alcune.  Il lavare era compito delle donne dette funerae.  Degli uomini l'ungere detti pollinctores.

    "La gens dei becchini si comprendea col nome generico di libitinari tra i quali vespillones ustores etc. I libitinari erano ministri di Venere Libitina nel cui erario alla morte di ciascheduno si ponea una moneta per sapere il numero dei morti" (legge di Servio Tullio).

    Una volta lavato ed unto, i parenti o gli eredi ponevano il morto in un luogo eminente o sul terreno nel vestibolo con un custode per guardia. Gli imperatori aveano un fanciullo con un ventaglio per allontanare le mosche. Il cadavere aveva faccia e piedi rivolti all'uscio.

    Circa il luogo dei funerali i publici e gl'indictivi passavano in mezzo al foro. Si collocava il cadavere presso i rostri dove si recitava l'orazione funebre ch'ebbe origine probabilmente da Valerio Publicola. In genere veniva recitata dai parenti prossimi al morto ed anche dai figliuoli. Mancando questi il senato assegnava l'incarico a persone scelte e magistrali. Anche le donne celebri in Roma avevano per decreto del senato orazioni funebri.

    Il luogo ove si seppellivano i morti anticamente, come informano Platone e Servio, era la propria casa. I decemviri decretarono per legge che ciò si facesse fuori città. Infatti sia Servio Tullo che Numa Pompilio furono sepolti fuori dell'abitato. Continuò sempre l'uso fuori di città rinnovato con legge anche da Antonino Pio, secondo Capitolino. La ragione principale di seppellire fuori di città fu perchè non fosse contaminata.

    Lo svolgimento del rituale presentava variazioni rispetto al funerale tradizionale: 
    - funus translaticum, quello tradizionale,
    - funus publicum, nel caso di personaggi pubblici, 
    - funus militare, nel caso di militari, 
    - funus imperatorium, dell'imperatore o di membri della famiglia imperiale.

    Il Funus Publicum: era riservato a personaggi di alto rango meritevoli di onori particolari, quali la lettura di un panegirico, l'intonazione di canti e la partecipazione al corteo di membri della magistratura e di grandi folle di soldati e cittadini comuni. Così avvenne per la morte di Silla secondo il racconto di Appiano (Bell. civ., I, 105-6). In età imperiale a Roma i funerali pubblici furono piuttosto rari, se si eccettuano le esequie degli imperatori, ma nelle città italiche e nelle province era più frequente il conferimento di questo onore a personaggi che si erano distinti in vita per meriti verso la cittadinanza, alla quale in occasione del funerale venivano offerti spettacoli gladiatori o teatrali.

    Il Funus Militare: ovvero il funerale dei soldati, era pagato dai commilitoni con un contributo detratto dalla loro paga; per i caduti in battaglia, invece, era prevista la cremazione o la sepoltura collettiva; onori militari, cavalcate o marce intorno alla pira erano riservati ai gradi più alti della gerarchia militare (Liv., V, 17, 5; Tac., Ann., II, 7).

    Il Funus Imperiatorum: esempi di esequie imperiali sono fornite dalle fonti letterarie e molte monete coniate nella media età imperiale riproducono le pire a più piani degli imperatori con la legenda "Consecratio". Lo stesso tema in scala monumentale si rappresenta sul rilievo capitolino raffigurante Sabina che ascende dalla pira al cielo e sulla base della Colonna Antonina con l'apoteosi della coppia imperiale Antonino Pio e Faustina Maggiore.



    I FUNERALI

    Vi erano due tipi di funerali, uno detto indictivum, l'altro tacitum. Alla casa d'un morto si apponevano segni esteriori affinchè un ignaro avventore non si contaminasse: pino o cipresso alberi sacri a Plutone che tagliati più non ripullulano. Ma solo nelle case dei ricchi. Negli anniversari dei morti venivano adoperate fiaccole come nelle nozze, per questo, spiega Ovidio a febbraio erano vietati i matrimoni e gli anniversari parentalia.

    Le persone che intervenivano ai funerali erano: siticines, praeficae, ludii,  histriones, liberti, orcini, praelatores, lectorum imaginum, etc. All'inizio le esequie si celebravano cantando mestamente. Cantavano i siticini e le prefiche. Quelli erano cosi detti perchè cantavano apud sitos cioè vita functos et sepultos. Aveano una tromba differente da quelle degli altri tibicini e su questa cantavano. Furono detti anche sicinisti (Aulo Gellio).


    Funerale indictum - Viene dal verbo indicere cioè chiamare il popolo al funerale e si faceva per mezzo del banditore. È da distinguersi dall'indictivo a spese del senato benchè e l'uno l'altro s'intimasse dal banditore. L'indictivo pubblico, cioè a spese del senato, si faceva ai benemeriti della patria ed ai personaggi d'alto grado, come si fece a Siface re di Numidia, a Vitellio, a Sferone liberto e pedagogo di Augusto, a Pisone Poliarco etc. Questo onore si diede anche alle donne. Così Cornelia, Azzia madre di Cesare così Livia etc.

    Vi fu poi l'uso, come narra Polibio, di seppellire a spese pubbliche i personaggi di alto lignaggio: pretori, censori, consolari, trionfali. Tuttavia sotto gli imperatori si confuse spesso il censorio col trionfale. Dal che si deduce che il censorio fosse il funerale più splendido e fu usato per gli imperatori come di Claudio Tacito e di Pertinace Capitolino, Spaziano con voci del suo secolo lo disse di Elio Vero funus imperatorium e di Opilio Macrino funus regium.

    Le tibie funebri erano proprie di tutti i funerali, anche poveri. Al suono delle tibie s'intonavano le nenie ma per le leggi decemvirali non potevano essere più di dieci. Le tibie funebri erano più lunghe delle altre ed i siticini non si consideravano nel numero armonico degli altri tibicini. Le nenie cantate dalle prefiche costavano poco e declamavano versi laudatori disordinati e vuoti di senso. Precedevano la pompa funebre istrioni e saltatori detti ludii che buffoneggiavano ed imitavano coi gesti le azioni del morto.

    I liberti orcini o charoniani col pileo in capo precedevano il letto del morto. Erano i servi messi in libertà dal defunto padrone. Come letto non c'era solo quello ove era disteso il morto ma tutti gli altri che portavano le immagini. Il morto non poteva averne uno solo per la legge delle Dodici Tavole. Se dunque si parla di più letti riguardavano quelli delle immagini degli antenati di cui abbondavano.

    Seicento ne ordinò Augusto nel funeral di Marcello. Properzio non ne volle. Un magistrato portava le proprie insegne fin nella tomba. Le immagini degli antenati erano di cera cioè busti che si conservavano negli atri, gli antenati, insieme ai Penati e ai Lari. Tornati a casa, i parenti mettevano la maschera del defunto nel tabernacolo, vicino a quelle degli antenati. Verso la fine della repubblica, queste maschere di cera o gesso furono sostituite da ritratti in marmo, che riproducevano il defunto.

    Nei funerali dei personaggi importanti sfilavano non solo quelle degli antenati ma qualunque di uomo celebre. Non erano ammesse le immagini degli uomini scellerati. Tante erano le immagini altrettanti erano i letti sebbene talvolta si portassero appese a lunghe aste. Tra le immagini potevano esserci anche quelle delle città e nazioni soggiogate dal defunto in qualità di generale. Così nel funerale di Augusto e Virgilio nel funerale di Pallante.

    Ai funerali dei magistrati partecipavano in prima fila i littori coi fasci o con le altre insegne del defunto, ma piegate verso terra. I portatori del letto funebre erano per lo più gli eredi più prossimi, Quinto Metello Macedonio fu portato da suoi figli. Talvolta anche dai servi posti in libertà. Talvolta venivano portati a spalla da senatori e patrizi come gli imperatori ed i benemeriti della patria. Talvolta da persone del popolo o stranieri abitanti in Roma come si legge in Plutarco per Paolo Emilio. Se il morto era uomo ignoto od odiato dal popolo veniva portato dai becchini vespillones. Cosi avvenne per Domiziano.


    Il funerale tacito - al contrario dell'indictivo, era senza pompa, senza disegnatore, senza giochi nè banditore. Si disse "funus acerbum" di quelli che morivano prima di aver vestita la toga virile. Vicini a morte si solevano abbracciare e baciare finchè spiravano. Altri baci si davano al morto prima di porsi sul rogo. Gli anelli si estraevano dal dito dei morti e ciò perchè non restassero in mano dei becchini e perchè non si bruciassero nel rogo. Uso dei Greci e dei Romani fu chiudere gli occhi ai morti.

    Era proprio dei mariti chiuderli alle mogli e delle mogli ai mariti. La legge Menia menzionata da Varrone "che i figli non chiudano gli occhi ai padri" forse è solo un monito da interpretarsi moralmente cioè che non affrettino loro la morte. A nostro avviso invece era letterale, perchè in mancanza di un coniuge sopravveniva il fratello o un congiunto del morto della sua generazione o della generazione precedente. Infatti i fratelli potevano chiudere gli occhi ai fratelli. La ragione principale era per la decenza del cadavere.



    LA VESTE E LE CORONE

    Tutti i morti s'involgevano nella toga. Il suo colore però dipendeva dalla condizione dei morti. Per lo più era bianco. Così Omero di Patroclo. Quelli che ebbero cariche ne serbavano insegne anche da morti. Eliano distingue gli uomini di valore dai mediocri: a quelli la porpora a questi l'olivo. Le matrone romane si seppellivano con veste distinta quando avessero avuto figli nei magistrati curuli. Le vesti funebri venivano lavorate in vita dalle madri e dalle mogli dei morti. Vedi Penelope e la madre d Eurialo. Quelli che avevano vivendo meritato corone le portavano ai morti. Oltre le corone sul capo ne aveva di fiori anche il feretro ed il tumulo.

    Al funerale le donne deponevano gli ornamenti d'oro e d'argento e vestivano anticamente le vesti lugubri di color nero. Uomini e donne in lutto con veste nera venivano detti atrati. Le donne spesso vestivano il ricinio, una veste quadrata. Poi passarono tutti alle vesti bianche. Presso i Greci rimasero invece le vesti nere. Nel lutto non solo si indossavano le vesti apposite ma si laceravano.




    LA SEPOLTURA

    Spettava ai congiunti il compito di far seppellire il defunto garantendogli una "iusta sepoltura", per la quale occorrevano una vita vissuta degnamente, una buona morte, l’integrità del cadavere e la disponibilità di un sepolcro. Se il tutto era accompagnato dai riti giusti e da una degna sepoltura si dava al defunto e ai suoi Mani una "secura quies." Al sepolcro opportunamente adornato, iscritto e istoriato si affidavano la conservazione e l’esaltazione della memoria del defunto, ritenuta essenziale per la sua sopravvivenza nell'aldilà.

    Al defunto si dedicavano anche fiori, da seppellire col morto o da bruciare col suo corpo. Insomma anche gli antichi romani usavano fiori sia per le donne che per gli uomini da onorare per un'impresa, ma pure per i morti. A volte, nelle inumazioni, affinchè i fiori non appassissero, se ne facevano in terracotta e si ponevano sul catafalco del defunto. Erano fiori semplici, un po' stilizzati, ma inequivocabilmente fiori, sovente rinvenuti nei mausolei e in altre tombe.

    Prima della cremazione venivano aperti gli occhi al defunto, si collocava il corpo sulla pira costruita in legno insieme con doni ed oggetti personali, quindi gli astanti gridavano ancora una volta il suo nome e con le torce veniva appiccato il fuoco. Spento il rogo, i resti combusti erano raccolti nelle urne cinerarie, dalle più umili di terracotta a quelle in marmo decorate a rilievo.

    La religione verso gli Dei Superi si offuscava dall'aspetto o dal contatto di cosa che appartenesse agli Dei Inferi. Il flamine diale non poteva entrare nel luogo d'un morto nè udire le tibie funebri e se recitava orazioni funebri si copriva il volto al cadavere. La flaminica non poteva avere le scarpe morticine cioè di animali morti di morte naturale. Le statue degli Dei si velavano o trasportavano altrove se ivi era luogo di supplizio. Era impedito di sacrificare essendo dall'esequie contaminato.


    Il lutto

    Gl'imperatori del basso impero allungarono per le mogli il lutto a mesi dodici. In tempo di lutto pubblico cessavano i tribunali. I consoli sedevano in pubblico in una sedia più bassa. Nei lutti privati ciascuno stava prevalentemente ritirato in casa. In tempo di lutto non era lecito intervenire ai banchetti. Il lutto pubblico si interrompeva e diminuiva per qualche festa pubblica. In privato quando nascevano figliuoli o ritornava a casa qualche parente fatto già prigioniero o fosse conferito qualche onore in famiglia. Ma anche quando si davano spettacoli o giochi. Tra i motivi della cessazione del lutto Festo annovera "cum in casto est" che Scaligero interpreta come le feste di Cerere.

    Resta la consacrazione o l'apoteosi. Queste divinazioni erano private quando nella propria casa o i figli divinizzavano i padri o i padri i figli e li adoravano quali numi nel larario domestico. I divinizzati avevano templi, sacerdoti ed altari. Le loro immagini erano venerate e si giurava per il nome loro.
    (G.J. Monchablon  - 1832)

    ERME ROMANE

    L'erma del defunto

    La trasformazione da erma di Hermes a erma-ritratto deve essere avvenuta dall'assimilazione di Hermes quale psychopompòs, cioè funerario, che andava ad assumere i tratti fisici del defunto.
    Questo processo dovette svolgersi nella tarda età ellenistica o nell'epoca romana, come testimoniano le numerosissime erme romane sia in marmo che in bronzo.
    In ambito italico era già diffuso il cippo funerario sormontato dalla testa del defunto (negli esemplari più antichi individuabile solo dal nome, con sembianze del tutto generiche), e fu forse questa semplice tradizione mescolata all'elegante forma greca a originare le erme-ritratto. Il defunto veniva così eternato divenendo custode e nume tutelare della casa e della proprietà dei suoi nipoti e pronipoti.




    I SEPOLCRI

    Seppellire si diceva in latino: Ossa componere. I luoghi dei sepolcri erano privati o pubblici. I privati si compravano dalle famiglie per lo più nei campi e negli orti. Se questi erano fecondi si collocavano i sepolcri nelle loro estremità sul bordo delle strade per tener viva nei viandanti l'idea della morte. Se erano sterili si piantavano anche i sepolcri nel mezzo. Ma per lo più restavano ai margini per non togliere la terra che potesse alimentare i viventi.

    Le strade romane in cui si sa che esistevano sepolcri sono Via Appia, Aurelia, Flaminia, Latina, Labicana, Laurentina, Ostiensr, Prenestina, Salaria, Tiburtina, come è dimostrato dagli storici, dai poeti e dagli epitaffi.
    - Chi non aveva luogo nei fondi propri per allestirsi il sepolcro lo comprava nei fondi altrui.
    - Alcuni o in dono o in testamento assegnavano ad altri il luogo nel sepolcro. Oltre il luogo si donavano talvolta le urne.
     I meno abbienti, in genere artigiani o attori, avevano le corporazioni che garantivano un funerale decoroso.
    - Sepolcri pubblici si destinavano ai poveri ed ai plebei detti puticuli o puticulae. Erano non lontani da Roma fuori della porta Esquilina. Ma perchè questa vicinanza recava insalubrità all'aria Augusto donò questo luogo a Mecenate che lo ridusse in orti ameni. Ed è probabile che altri siti suburbani si destinasse la sepoltura dei poveri, detti culinae.
    - Fuori di porta Esquilina si dava sepoltura ai malfattori. Questa porta fu detta da Plauto anche Metia, e il luogo si chiamò Sestertium. Fuori di questa porta aveva la sua abitazione il carnefice.
    - Agli uomini illustri e benemeriti si assegnava dal pubblico il luogo del sepolcro o nel campo Marzio o nell'Esquilino. Nel detto campo Marzio non si poteva alcuno seppellire senza pubblico decreto del senato.
    - Nelle provincie i decurioni per decreto assegnavano il luogo del sepolcro, con la formula in sigla LDDD Locus datus decreto decurionum. Anche l'urna talvolta con pubblico decreto con formula che indicava esser essa stata concessa per decreto dei decurioni.
    - Alcuni per altro ebbero il privilegio di essere sepolti in città, come i generali e le vestali. La famiglia Cincia e Claudia ebbe tomba dentro Roma.

    I sepolcri si dicevano:
    - Monumentum
    - Memoria
    - Conditiva
    - Conditoria
    - Requietorum
    - Sedes
    - Domus
    - Domus aeterna (sulle lapidi)

    Se vivi non potevano edificare il sepolcro, lo facevano gli eredi. Talvolta questi o i liberti lo erigevano a proprie spese. Anche con testamento si ordinava agli eredi di costruire il sepolcro. E gli eredi con tale condizione talvolta ereditavano perchè dovessero costruire il sepolcro. Ma se il lascito non era sufficiente gli eredi non erano tenuti, però alle volte gli eredi di loro volontà aggiungevano del loro.

    Si prescriveva sovente il modo del sepolcro o si lasciava all'arbitrio dell'erede. Oltre il sepolcro lasciavano talora altre cose all'arbitrio degli eredi.
    - Alcuni sepolcri erano riservati per sè e per la moglie.
    - Altri per sè per la famiglia e per i posteri.
    - Altri ancora erano ereditari o di famiglia.
    - Altri si dicevano gentilitia ed in essi venivano deposti anche gli eredi ma non i liberti.

    I sepolcri di famiglia escludevano i cognati e gli affini non istituiti eredi. Vi potevano essere locati  eredi anche stranieri. Però alcuni liberti venivano considerati di famiglia. Spessissimo queste due clausole si uniscono e di rado una senza l'altra si trovano nelle lapidi. Altre volte si leggono nominati personalmente quelli che volevano partecipi dello stesso sepolcro. Oltre i morti si escludevano dai sepolcri anche i vivi.

    Nei sepolcri comuni divisi in varie parti era lecito ammettere persone diverse. Si notano nelle lapidi il luogo assegnato o a questo o a quello. Talora avevano comuni le aree del sepolcro non già il sepolcro. Che se alcuno non aveva sepolcro proprio ne chiedevano il diritto al padrone. Nei sepolcri comuni si comprendono i poliandrii cioè quelli di pellegrini o morti in guerra. Gli antichi sepolcri erano altrettante cavernette o fosse. Gli artefatti con eleganza erano sotterranei edifizi lavorati a volta selciati nel pavimento e chiusi con mura. Vi si discendeva mediante gradini e le cellette avevano le loro porte. Tutto è provato dagli scrittori e dalle lapidi. I sepolcri aveano i loro custodi.

    Le cellette si dicevano loculi o capuli. Dove stava il corpo intero si disse arca ma queste arche, dette anche solii da Plinio, erano mobili. I romani permettevano che ognuno facesse a suo talento il sepolcro a seconda del genio e del denaro. Vi si aggiungevano statue e colonne. Le statue erano sacre agli Dei Inferi. I sepolcri che non le avevano furono detti pagae da Isidoro.

    Talvolta sopra il sepolcro si ergevano altri edifizi detti domunculae. I sepolcri erano cinti da muretti di selce, di sasso o di marmo. Il mausoleo di Augusto era di ferro. La materia degli stessi sepolcri era varia. Dei ricchi in marmo. Mediante statue e ornanti i sepolcri alludevano alle imprese del morto. Il Fabricio le ravvisa nell'antichità di Roma. Ogni sepolcro aveva la sua inscrizione detta anche "titulus," in versi o in prosa. Alcuni la colorivano col minio. Per lo più si incideva l'intitolazione agli Dei Mani e poi il nome del morto.

    Si scriveva sulle tombe un piccolo elogio, talvolta il tempo del matrimonio. Le lodi d'un buon matrimonio si esprimevano con le formule: sine querela, sine controversia, sine macula etc. Si scriveva spesso la causa della morte. I sepolcri erano sempre detti sepulcra sancta et sacra ma non  divenivano tali se non entrava in essi il cadavere.




    LE VIOLAZIONI

    Se si trovava un morto insepolto si attirava sciagura chi non vi gettava sopra della terra almeno per tre volte.
    Si violava la religione dei sepolcri, prima del sepolcro poi dei sepolti:
    - Con il portar via dal sepolcro sassi marmi colonne statue ovvero romperle.
    - Coll'abitazione cioè quando si convertiva in altro uso il luogo del sepolcro. Si eccettuano quelli che si nascondevano ad abitare nei sepolcri per timore. Come pure le meretrici che spesso ivi albergavano.
    - Coll'intrusione illegittima cioè quando contro la volontà del testatore si introduceva uno straniero nel sepolcro.
    - Coll'alienazione vendendolo o modificandolo. Questa condizione si trova anche espressa nella lapide.

    Quanto alla violazione del corpo si faceva in quattro modi:
    - Toccandolo e si aveva riguardo di farlo anche nella rifabbrica del sepolcro.
    - Colla mutilazione di qualche membro e questo per impedire i sortilegi poichè si credeva che coi membri dei morti si ammaliassero i vivi.
    - Spogliando il cadavere o rubando i tesori con lui sepolti come s'indica anche in sigle sepolcrali.
    - Col trasporto dei cadaveri. Quando il corpo doveva qui avere un perpetuo soggiorno era illecito il trasferirlo altrove. Era lecito il trasporto per motivo ragionevole da decidersi dal magistrato o dal pontefice come per timore di rovine o per alluvione di fiumi. Questa autorità di far trasferire i cadaveri si legge anche data ai tribuni della plebe. I cadaveri che non aveano la condizione d'esser lì perpetui, si potevano trasportare. Così quelli che erano morti in terra lontana.

    I romani reputavano una sciagura avere un sepolcro non patrio, infatti il trasporto dei morti era immune da gabelle. E Cicerone rinfaccia a Verre di vendere ai parenti i cadaveri per trasferirli alla patria.

    C'erano pene severe a chi violava i sepolcri:
    - la morte se spogliavano i sepolcri con mano armata
    - se senz'armi o coll'esilio o con pene pecuniarie o con condannarsi ai metalli.
    - Le pene pecuniarie talvolta erano stabilite dai testatori come in lapidi.
    - Altro oltraggio era orinare sui sepolcri.

    I cenotafi o sepolcri vuoti, si erigevano ai sepolti altrove a titolo di onore, o a quelli che non poterono mai avere sepoltura credendo che le anime non potessero avere riposo se il corpo non era sepolto. Questo accadeva ai morti in guerra o in mare. Si ornavano di epitaffi. La religione dei sepolcri era stabile nel luogo dove essi erano, quella dei cenotafi si poteva cambiare e sopprimere, invece per renderla stabile si doveva rinnovare ogni anno con qualche sacra cerimonia come nel cenotafio di Druso.



    LE COMMEMORAZIONI DEI DEFUNTI

    Si rendeva quindi necessario, una volta terminato il funerale, purificare la famiglia del defunto dalla contaminazione della morte. La suffitio, alla quale erano sottoposti i parenti al ritorno dal funerale, era solo la prima di una serie di cerimonie di purificazione che aveva luogo nella casa del defunto (feriae denicales), soprattutto nel II sec. d.c.. 

    Sempre nello stesso giorno del funerale si consumava il primo banchetto funebre, detto silicernium.
    Infatti nei sepolcreti è attestata la presenza di letti triclinari in muratura posti sia all’esterno che all’interno dei monumenti funerari, usati per il banchetto. 

    Nella necropoli di Porto, (Isola Sacra), sedili o letti in muratura ai lati, con residui di mense intonacate di rosso, con tracce di bruciato e residui di vasellame ceramico, usati nelle cerimonie. Molti degli arredi, scamna, triclinia, abaci, mensae, ricordati dalle fonti, sono raramente conservati nelle necropoli di Roma, per cui si è pensato anche all’esistenza di arredi mobili.

    I tre riti più importanti compiuti presso la tomba erano: il seppellimento, il sacrificio di un maiale ed il banchetto funerario. Il sacrificio del maiale era dovuto alla terra, quindi Ctonio, dedicato alle potestà infere, che dovevano prendersi cura del morto, mentre il banchetto che seguiva, “silicernium”, serviva piuttosto a purificare la famiglia contaminata dalla morte.

    Nel banchetto funebre in genere le carni erano riservate ai membri viventi della famiglia, mentre il sangue delle vittime veniva deposto sulla pira. Nove giorni più tardi, con la cena “novemdialis” la famiglia ormai purificata, durante la festa veniva offerta una libagione ai Manes e lasciate offerte alimentari. 
    Così la famiglia riallacciava i legami con il resto della società e si chiudevano i nove giorni delle “feriae denicales”, i giorni del lutto e terminava con un secondo banchetto, la coena novendialis,  Cerimonie funebri con banchetti presso la tomba seguivano per il dies natalis del defunto.

    Una nuova commemorazione accadeva nella celebrazione dei “Parentalia”, in onore dei defunti, che si svolgevano tra il 13 e il 21 febbraio, nell'ultimo giorno, detto dei Feralia, venivano portati doni e offerte floreali. Il giorno successivo, il 22 febbraio, nella festa detta “carestia”, con un banchetto, nel corso del quale la famiglia accoglieva i suoi morti in immagine (larvae conviviales). Il 22 febbraio, presso il sepolcro veniva consumato un solenne banchetto riservato ai parenti più stretti (caristia o cara cognatio; Ovid., Fast., II, 617 ss.; Val. Max., I, 1, 8). 

    Nonostante le purificazioni, i morti dispersi, larve e lemuri, continuavano a invadere città e le case, sì da rendere necessari gli scongiuri, come nella festa dei “Lemuria”, 9, 11 e 13 di maggio i templi erano chiusi e non venivano celebrati matrimoni. In quei giorni il padre di famiglia, levandosi a mezzanotte, gettava dietro di sé dei fagioli (o fave) neri per riscattare se e la sua famiglia, scongiurando i Mani di lasciare la sua casa. Altri riti di offerta e banchetto si svolgevano in numerose occasioni, fra cui la ricorrenza del “dies natalis” del defunto. Anche in occasione dei Rosalia, festività legata alla fioritura delle rose e non esclusivamente funeraria, i sepolcri erano cosparsi di fiori.

    Nella rappresentazione parietale legata al convito si nota spesso il defunto banchettante, da solo o in coppia, semisdraiato sul kline, che si ciba da una mensa spesso assistito da un personaggio in compianto, da un servente e da un animale domestico, come attesta Petronio nel suo Satyricon, per bocca di Trimalcione (Petr. Sat., 64). In una pittura dalla necropoli della via Laurentina, c'è il defunto banchettante, assistito da una donna vestita di scuro, con molti dei mobili che dovevano averlo circondato da vivo.

    Nel rito funerario l'omaggio vegetale associa il defunto alla rinascita della natura e all'eterna primavera della vita ultraterrena; a questa simbologia riportano gli encarpi (tralci d'edera o altro appesi tra le colonne) che ornano così frequentemente le tombe e i loro arredi.

    In tre modi si onoravano i morti:

    I - "Inferiis epulis ludisinferiae" cioè sacrifici agli Dei Inferi. Si aspergevano sulle tombe vino latte sangue e balsamo. Tutto è provato dagli scrittori e dalle lapidi. I sepolcri si ornavano di corone e di fiori singolarmente di rose o gigli come in Virgilio al sepolcro di Marcello. I Romani sempre per lutto indossavano certe berrette o mitre di lana dette "teniae".

    II - Le "epulae" erano private e pubbliche. Le prime erano dette silicernia e si suddividono in quelle dei vivi e dei morti. Le cene dei morti consistevano in offerte che loro facevano i vivi sul sepolcro. Credevano che le anime si cibassero ed era grave delitto il toccarne alcuna il che era proprio dei bustirapi (depredatori di tombe e di roghi). Durante i banchetti ai defunti era riservata una parte del cibo e delle bevande che venivano introdotti nei fori praticati nella sepoltura e dovevano raggiungere le ossa o le ceneri; questo rituale, descritto anche da Virgilio (Aen., V, 76- 77), era molto diffuso e trova numerose attestazioni in tutto il mondo romano.

    Tra il I e il II sec. d.c. molte tombe furono attrezzate con tubuli per le profusiones, rinvenute numerose nelle necropoli di Albintimilium, Ostia, Isola Sacra e Pompei. Nelle sepolture individuali il condotto era costituito da un tubo di terracotta, ottenuto dall'unione di due coppi o semplicemente da un'anfora spezzata; in caso di sepolture collettive, invece, nelle tombe a camera, il condotto per le libagioni era ricavato nel pavimento per raggiungere simbolicamente tutti i defunti. Si lasciavano dal testatore talora legati perchè ogni anno i parenti del morto cenassero cospargendo il sepolcro di fiori.

    III - Le cene pubbliche ai morti erano quando dai ricchi per celebrare la memoria di un loro defunto facevano mangiare lautamente il popolo. A questo si univano anche le viscerazioni cioè la distribuzione di carni d'animali. Così R. Massimo per suo padre Fausto figlio di Silla allo stesso e Caio Giulio Cesare per sua figlia come ricorda Livio. Nelle cene dei morti si parlava molto delle loro virtù. I cibi ferali erano: fave, appio, lattuga, pane, uova, lenticchia, sale, focaccia, carni. Si trova menzione in Tertulliano di un vaso panciuto per bere detto obba che corrisponde al simpulum. Le vesti dei convitati alle cene funebri erano di color bianco, proibito il nero.


    Ludi o giochi ai sepolcri 

    Consistevano negli spettacoli dei gladiatori ovvero rappresentazioni teatrali. Questo veniva concesso nei funerali pubblici e il popolo li pretendeva come fosse un debito. Anche nei privati per testamento potevano essere richiesti i ludi presso i sepolcri. Venivano concessi anche nei funerali delle donne, tanto è vero che Cesare, che fu il primo a darne l'esempio, li fece in onore di sua figlia. Se il testatore lasciava per legato i giochi questi si eseguivano a foggia pubblica col disegnatore.
    Al morto si conservava vuota nel teatro la sua sedia.


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  • 05/20/18--05:22: TERME SEVERIANE


  • IL COLLE PALATINO

    Sul Palatino si può ammirare anche la Casa di Augusto e la Vigna Barberini. Dalla Vigna Barberini, sulla sommità del Palatino, si ammira il panorama che va dal Celio, al Colosseo, al Foro Romano, al Vittoriano e al Campidoglio, mentre sull'altro lato si ammira il panorama che va dal Celio all'Aventino, alle Terme di Caracalla che si intravedono attraverso il verde degli alberi e dei pini romani, all'orizzonte si vede se il cielo è limpido, il monte Cavo e i Castelli Romani. 

    Una zona superba per edificare il complesso severiano e infatti qui si possono ammirare le arcate Severiane sono delle strutture a più archi su due piani alti e stretti di 10-20 m e larghi circa 2 m e mezzo. Le arcate furono iniziate da Domiziano e completate da Settimio Severo per le sue Terme, il blocco delle arcate è staccato dalle altre costruzioni, e sono state restaurate tra il 1997 e il 2000. 

    Sul Palatino, in direzione di porta Capena, sul lato del Circo Massimo si vedono le magnifiche arcate Severiane, salendo sulla sommità del Palatino, da cui si accede dai Fori Romani, su via dei Fori Imperiali, vicino al Colosseo, si gode la vista di Roma a 360 gradi.

    Su una parte della terrazza del Palatino, si apre un'esedra con al centro una nicchia che probabilmente ospitava una scultura. Dall'esedra si apre una terrazza che è ad un livello inferiore, da cui si ha la veduta laterale delle Arcate, le arcate a due piani sono senza pavimento per alleggerire il peso della struttura, sotto le arcate ci sono una serie di ambienti che devono ancora venire alla luce ed essere studiati dagli archeologi.

    La terrazza è collegata all'esedra di Massenzio, ci sono anche i resti del palco imperiale che Massenzio si fece costruire per poter vedere da li i giochi del Circo Massimo e farsi vedere dal popolo romano. Massenzio superava Domiziano che si era fatto edificare sul lato lungo dello Stadio un palco privato alla famiglia imperiale, per assistere alle gare di atletica.

    Probabilmente il palco e la galleria dovevano essere piene di opere d'arte, dipinti, statue, cassettoni rivestiti di stucchi e marmi. Anche lo Stadio Palatino o Ippodromo Palatino, doveva essere corredato di opere d'arte e contornato da portici per almeno due piani con larghi corridoi laterali e mezze colonne rivestite di marmo verso l'arena.



    TERME SEVERIANE

    Le Terme Severiane (ovvero: Thermae Severianae) Terme Severiane, o Terme di Settimio Severo, sorgono infatti sul Palatino, subito dopo l'esedra dell'ippodromo, e sono fondate per la maggior parte sopra un piano artificiale, già preparato da Domiziano, prolungando tutto l'angolo sud del colle mediante colossali costruzioni a più piani, spinte fin sopra le gradinate del Circo Massimo. 

    Il complesso severiano è un settore attribuito all'architetto Rabbirio che lo costruì per gli imperatori Flavi, ed è stato ristrutturato più volte. Si distingue in due parti, le arcate che si caratterizzano per la nuda grandiosità del doppio ordine di arcate su alti piloni in laterizio, e le terme databili al 190 d.c. Sono distribuite su più livelli che sono ancora oggetto di indagine, e nel sottosuolo hanno rivelato un vasto sistema di canalizzazioni vasche e tubature che non lascia dubbi sull'evidente utilizzo termale.

    Le terme risalgono all'epoca di Domiziano che aveva probabilmente l'intenzione di dotare il Palazzo imperiale di grandi terme: ne sarebbero la dimostrazione gli ambienti intermedi (in buona parte ancora interrati) risalenti all'età domizianea. 

    Le terme Severiane si trovano infatti a lato dello Stadio Palatino, il percorso attraversa il piano alto del Palatino con il settore del palazzo imperiale identificato come "Complesso Severiano" situato nell'angolo sud - est del Palatino e distinto in due parti le arcate e le terme. 

    Dalla terrazza delle terme Severiane si gode una bellissima vista fino ai colli Albani e Tuscolani sui quali c'è il Monte Cave luogo sacro ove era stato edificato il Tempio a Giove Laziale. Gli edifici termali risalgono al periodo di Domiziano che probabilmente voleva dotare il palazzo imperiale di grandi terme, oggi si possono ammirare grandi ambienti in parte interrati in buono stato di conservazione. La costruzione delle terme venne proseguita da Settimio Severo, da cui presero il nome, e successivamente il complesso venne definito da Massenzio. 

    La parte alta dell'edificio (la zona delle terme) è stata costruita nei periodi successivi, ma il più importante è quello risalente a Settimio Severo, per questo ne è stato derivato il nome, come del resto dimostrano i bolli laterizi recuperati; la costruzione è continuata fino all'epoca di Massenzio.

    La presenza di tramezzi, aggiunte, rinforzi e ristrutturazioni di vari tipo, soprattutto nei piani interni, stanno a testimoniare il fatto che le costruzioni sono state il frutto di numerosi interventi e non un singolo progetto. Si possono ancora vedere all'interno i resti di vasche, canalizzazioni e sistemi di riscaldamento che era tipici delle terme romane; i resti architettonici hanno fatto comprendere che la decorazione interna fosse ricchissima: ne sono esempi i capitelli e le colonne poste al piano terra. 

    Le terme Severiane sono disposte su diversi piani, e le prime ricerche archeologiche pontificie vennero avviate sotto Papa Pio IX e negli ultimi anni sono state oggetto di ampi restauri. 


    L'INTERNO

    All'interno ci sono, canalizzazioni e sistemi di riscaldamento. Domiziano aveva allacciato le terme Severiane, all'acquedotto Neroniano con delle arcate che partivano dalla scomparsa Porta Capena attraversavano il Celio e il Palatino sulla odierna via di San Gregorio fino all'Arco di Dolabella e Silano.

    Lo splendido edificio venne purtroppo demolito nel XVI secolo per ordine di Papa Sisto V, che utilizzò i materiali per l'edificazione del palazzo della Cancelleria e per la costruzione della sua cappella alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Una perdita colossale per il nostro patrimonio artistico, distruggere un monumento per costruirne un altro è un comportamento barbaro che gli antichi romani avrebbero esecrato, visto che essi stessi non distruggevano mai i bei monumenti greci, limitandosi semmai al loro restauro o ampliamento.

    LE ARCATE SEVERIANE

    APRONO LE ARCATE SEVERIANE

    Adesso lo spettacolo unico dal Palatino del "panorama più bello di Roma antica e moderna"è completo, veramente a 360 gradi. Se con la "Vigna" si conquista un panorama che va dal Celio al Colosseo al Foro Romano al Vittoriano e Campidoglio, diciamo 180 gradi, adesso il giro è completato.

    Il colpo d'occhio va da sinistra, dal Celio, alle terme di Caracalla che spuntano fra il verde fitto dei pini, al Monte Cavo all'orizzonte dei Castelli Romani, al blocco bianco della Fao, al Circo Massimo, all'Aventino con Mazzini, alla distesa della città con la cupola della Sinagoga insolita nel mare di cupole romane, accompagnata dalla piccola cupola di Sant'Angelo in Pescheria e dalla grande di Santa Maria in Campitelli. Poi in alto il Gianicolo con Garibaldi a cavallo e il Faro bianco. Si chiude col "colpo di teatro" del "Cupolone", San Pietro, immenso nonostante la distanza.

    Ma lo spettacolo dalle "Arcate" ha due preziosità esclusive, una grazie alla natura e la seconda grazie all'uomo. La prima sono gli "effetti speciali" del sole al tramonto, i colori e le luci suscitate dai raggi sui mattoni di queste che sono fra le più alte testimonianze del Palatino, alte decine di metri: lo "Stadio Palatino" col palco imperiale, il palazzo imperiale di Domiziano, le terme di Settimio Severo, le terme di Massenzio. Si va da Domiziano (81-96 d.c.) che cominciò la costruzione delle terme che mancavano al Palazzo Imperiale, a Settimio Severo (193-211) che le costruì e furono le prime sul Palatino, a Massenzio (307-312). E sul punto più alto la chiesetta di San Bonaventura del 1675.

    RESTI DELLE TERME SEVERIANE
    Siamo sull'isola delle "Arcate", le straordinarie sostruzioni romane, le strutture ad archi su due piani, alti, altissimi e stretti, dieci-venti metri e più, larghi due metri e mezzo circa, che sono il sistema usato sul Palatino per creare spazio in piano dove spazio in assoluto non c'era, e nello stesso tempo fare da fondamenta agli edifici. Una applicazione della tecnica degli acquedotti di cui i romani erano provetti.

    L'isola è quella delle "Arcate" cominciate da Domiziano e completate da Settimio Severo per le sue terme. Sull'isola delle "Arcate" perché la zona aperta al pubblico è proprio una terrazza sulla struttura, formata da una parte lunga circa una cinquantina di metri e larga una dozzina, ed una di dimensioni minori. Siamo su un'isola perché questo blocco delle "Arcate"è staccato dalle altre sostruzioni, sempre altissime che sono attorno, e che si percorrono nella parte finale per arrivare alla terrazza. E che sono un altro spettacolo a parte, con quello che si vede e che si intuisce del loro interno, mura possenti senza pavimento fra i piani, ambienti.

    L'isola della terrazza è esattamente una penisola grazie ad un ponticello in muratura che si appoggia alle "Arcate" e unisce i vari blocchi di sostruzioni. Dalla parte più piccola della terrazza si può lanciare lo sguardo all'interno dello "Stadio" e si vede parte della arena che è lunga 160 metri e larga 48. Sempre su questa parte della terrazza si innalza una esedra con al centro una nicchia che doveva ospitare una scultura di ridotte dimensioni. Una porzione che gli archeologi attribuiscono all'intervento di Massenzio. 

    Nell'esedra si apre sulla destra una scaletta che scende ad una terrazza inferiore che è una tribuna ancora più vicina al Circo Massimo. Da questa posizione più bassa si ha la migliore vista laterale delle "Arcate" e degli interni, fra le luci e le ombre del tramonto. Le "Arcate" a due piani, pure e semplici, monumentali strutture senza pavimento fra un piano e l'altro per alleggerire il peso.

    Il sistema delle sostruzioni sul Palatino non è stato finora precisato nelle dimensioni né studiato nelle caratteristiche e non è stato neppure mai aperto al pubblico. Ma è un sistema di ambienti che anche gli archeologi devono esplorare. "Sotto le "Arcate severiane" - spiega Mariantonietta Tomei responsabile del Palatino-Foro Romano -, "c'è un intrico di stanze da consolidare, in parte da scavare. Un programma di molti anni e molti soldi".

    La terrazza collegata all'esedra di Massenzio "non è aperta al pubblico perché la sala che la precede, anche questa molto alta, deve essere messa in sicurezza". Sarà aperta in una seconda fase. Al di là della terrazza, sulla destra, sono i resti non visibili del palco imperiale che Massenzio si fece costruire per assistere da casa agli spettacoli del Circo Massimo e farsi vedere dal pubblico. Deve essere stato un colpo d'occhio indescrivibile con i 250 mila spettatori che il Circo Massimo poteva contenere.

    RESTI DELLE TERME SEVERIANE
    Così Massenzio sopravanzava Domiziano che si era fatto costruire su un lato lungo, orientale, dello "Stadio" un palco a due piani, semicircolare, dal quale assistere alle gare di atletica, alle moderate corse nello "Stadio" che era riservato alla famiglia imperiale.
    Sono gli imponenti resti che i visitatori sfiorano nell'itinerario delle "Arcate", con la grande galleria anulare. Palco e galleria dovevano essere piene di opere d'arte, dipinti e statue, e i cassettoni ricoperti di stucchi, il tutto con abbondanza di marmi preziosi.

    Anche lo "Stadio" (o "Ippodromo"), progetto dell'architetto Rabirio che aveva già ricostruito sul Campidoglio il tempio di Giove Capitolino, il massimo tempio di Roma, "doveva essere arredato come una vera galleria d'arte". Era tutto "contornato da portici per l'altezza di almeno due piani, con larghi corridoi interni e con mezze colonne rivestite di marmo verso l'arena".

    C'è una entrata - uscita molto vicina, quella di via San Gregorio, che limita il percorso. Tre sono infatti gli itinerari per le "Arcate". Quello libero che porta allo "Stadio Palatino". Quello che sale dall'arco di Tito, attraversa la "Vigna Barberini", una boccata di ossigeno verde, prosegue lungo il giardino del convento di San Bonaventura e costeggia lo "Stadio". Il terzo è il più breve perché sale dall'ingresso di via San Gregorio e arriva diritto allo "Stadio".

    La presentazione delle "Arcate"è stata una bella giornata dell'archeologia. Per la soprintendenza di Angelo Bottini che ha visto finalizzato e accelerato il proprio lavoro dall'istituzione del commissario per gli interventi urgenti. I pavimenti restaurati per il 2000 dall'architetto Antonio Federico Caiola con una massima esposizione a sole, pioggia, vento hanno tenuto benissimo, a dimostrazione che non tutto nei grandi monumenti dell'archeologia è "al degrado".

    Dalla "terrazza volante" l'archeologo Anchea Carandini che è anche presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ha lanciato un appello per la salvezza di Monte Cavo, il punto di riferimento della storia dei Latini antiche e che è diventato il "puntaspilli" delle antenne delle reti televisive (una battaglia che va avanti da decine di anni). 

    Naturalmente si pensa subito alla prossima apertura. In lista di attesa è il tempio di Venere e Roma, il tempio più vasto sopravvissuto, non solo di Roma, ma dell'impero romano. Un'altra apertura storica perché il tempio non è mai stato aperto al pubblico. 

    (Fonte: repubblica.it )





    TERME SEVERIANE SULLA VIA APPIA

    Le Terme Severiane (in latino: Thermae Severianae), edificate per volontà dell'imperatore Settimio Severo 193 - 211) furono terme edificate ai tempi Roma imperiale, ubicate nella Regio I, presumibilmente a sud delle Terme di Caracalla, di cui non si conserva alcuna traccia.

    Furono edificate da Settimio Severo ed esistevano ancora nel IV secolo. Successivamente non se ne ha più alcuna menzione.
    La basilica di San Sisto Vecchio, si chiamava anticamente in Piscina, per essere prossima alla Piscina Pubblica ed è di origine antichissima. Sembra invece che la chiesa sia sorta sopra l'edificio della piscina delle terme Severiane. La chiesa, situata in via Druso, nel rione Celio, conserva alcuni resti romani delle Terme.

    RICOSTRUZIONE DELLA PISCINA
    DELLE TERME SEVERIANE
    DI VIA APPIA
    Le fonti non sono affatto precise, riportando che le terme fossero tra la via Latina e la Via Appia, altri sul vicus Drusiano, e in effetti la chiesa sta su una via di Druso.

    Altri ancora forniscono l'aspetto originale della chiesa che sarebbe poi stata una trasformazione delle Terme Severiane, ma l'attuale chiesa ha tutt'altro aspetto, di molto inferiore al bell'edificio circolare che ben poteva essere romano.

    Costruita nel IV secolo, è registrata nei documenti come il titulus Crescentianae, che la pone in relazione ad una certa Crescenziana, forse la matrona che ne finanziò la costruzione.

    In altre versioni a volere e a pagare l'edificazione della Chiesa, fu una matrona di nome Tigrane.

    S.Sisto fu papa dal 30 agosto del 257 al 6 agosto del 258 esattamente nei due anni che l'imperatore Valeriano emise due editti contro i cristiani, tuttavia non contro i fedeli ma contro i loro sacerdoti. Infatti Sisto II venne decapitato in quanto cristiano, La chiesa conserva le reliquie di papa Sisto II, santo cui è dedicata, traslate qui dalle catacombe di San Callisto nel VI secolo. Purtroppo la chiesa non è visitabile.


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